dicembre 2012 - Belluno Magazine

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dicembre 2012 - Belluno Magazine
Il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
DICEMBRE 2012
Anno IV n. 15 - Editrice Media Belluno srl
Autorizzazione Tribunale di Belluno n. 691/2009 del 26/08/09
> Cantucci alle nocciole
> Citroën C4 Aircross
> Il kimono dell’anno 1000
> Sport che passione
> Percorsi tra arte e natura in Val di Sella
> On safari in Kenia
> La grotta di sale
> A Chicago di corsa
> Giorgio Dell’Osta alla corte di Dario Fo
Convivere
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DICEMBRE 2012
Anno IV n. 15 - Editrice Media Belluno srl
Autorizzazione Tribunale di Belluno
n. 691/2009 del 26/08/09
Iscrizione al R.O.C.
Registro Operatori della Comunicazione n. 21851
Il periodico gratuito di informazione
ed attualità della Provincia di Belluno
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EDITORIALE Ricominciare da Dino Buzzati
3
CUCINA Cantucci alle nocciole
4
“Gastronicchia”
9
ATTUALITÀ L’Unione Europea vince il premio Nobel per la pace 5
ANTROPOLOGIA Convivere con gli orsi?6
MOTORI Citroën C4 Aircross11
MUSICA The Heathens12
STORIA Il kimono dell’anno 1000
13
MODA Atelier Via Roma 1015
CUCINA & SALUTE Topinambur e funghi16
VOLONTARIATO Dhonnobad
17
SALUTE L’angolo della bellezza18
Prepariamoci al freddo naturalmente
31
TERRITORIO Percorsi tra arte e natura in Val di Sella19
CUCINA & TURISMO Antica Trattoria Marta d’Oro20
ENGLISH? YES, PLEASE On safari in Kenia22
AGORDINO Raggi di voce24
TEATRO Giorgio Dell’Osta alla corte di Dario Fo26
MEDICINA ESTETICA
Dietologia: consigli utili per la stagione invernale
27
SPORT A Chicago di corsa
28
Sport che passione
29
Impresa nel deserto30
ARTE Dentro l’immagine: la Natività mistica di Botticelli32
TECNOLOGIA Manutenzione ridotta = più tempo libero 33
FILOSOFIA La ‘Stagione all’inferno’ del conte di Lautréamont34
SALUTE La grotta di sale
35
GIORNALISTA PER UN GIORNO
La tormentata vita della principessa Sissi
36
L’OROSCOPO
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Direttore responsabile
Andrea Ferrazzi
In redazione
Chiara Reolon
Direzione e amministrazione
Via Monte Grappa, 346 - 32100 Belluno
Editore
Media Belluno srl
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Tipografia Nero su Bianco - Pieve d’Alpago (BL)
Concept ed impaginazione
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Contatti
Tel. 347 6773331 - Fax 0437 1830108
[email protected] - www.bellunomagazine.it
Hanno collaborato a questo numero:
chocolatechipscooking.blogspot.it, Arianna Pasa,
Valentina De Marchi, Sebastiano, Enrico Da Boit,
Manuel Polli, Daniele Tormen, Chiara Reolon,
Ettore Saronide, Daniela Dametto, Luisa Melacini,
Ambra Bosa, Nick Simcock, Mirko Mezzacasa,
Fabio De Mas, Cristina Muratore, Barbara Meletto,
Eleonora D’Incà, Martina Giardini, Mago Yamil
Foto di copertina: © Vaidas Bucys - Fotolia.com
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Anno II - n. 4
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Anno III - n. 6
Anno III - n. 7
Anno III - n. 8
Anno III - n. 9
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La Belluno di Dino Buzzati. A quarant’anni dalla sua morte, la
Comunità Montana Bellunese ristampa (iniziativa lodevole)
un piccolo ma prezioso volume che contiene lo scritto che il
giornalista e scrittore dedicò alla sua terra. Parole d’amore.
Un’elegia quasi magica che, forse, solo chi abbandona la
propria comunità natia può pensare e, ancor più, scrivere.
«La mia terra – afferma Dino Buzzati – è uno dei posti
più belli non già dell’Italia ma dell’intero globo terracqueo».
Le Dolomiti? «Una delle cose più belle del creato». La
Val Belluna? Un luogo dove c’è «una fusione meravigliosa
e quasi incredibile fra il mondo di Venezia e il mondo del
nord». Rileggendo queste parole, non si può non rimanere
un po’ perplessi. Ma come: davvero le nostre zone sono così
suggestive? Per noi che le vediamo ogni giorno, questi aspetti
sono forse un po’ scontati. Allo stesso modo, facciamo fatica
a cogliere il significato concreto di vivere in un’area che,
secondo le più recenti classifiche, è ai primi posti in Italia
per la qualità della vita. D’accordo: i problemi sono tanti e
la crisi economica si fa sentire con particolare ferocia anche
da queste parti. La disoccupazione, dopo anni, si ripresenta
in modo drammatico. E per gente laboriosa come i bellunesi
questa è una condizione particolarmente provante. Ma senza
la fiducia in se stessi, senza la consapevolezza della ricchezza
che comunque abbiamo, senza un po’ di speranza, come
possiamo guardare al futuro? Si può iniziare, ad esempio,
superando la «sindrome dei danzatori di Kundera», quel
conformismo che contraddistingue le persone che danzano
in girotondo e vedono solo la faccia degli altri, dando le spalle
mondo, ma restano convinti di vedere comunque tutto.
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> editoriale
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
(Qui, Quo, Qua)
Ricomiciare
da Dino Buzzati
Belluno Magazine
“Stella che brilla
bella favilla,
della buia notte prima scintilla,
tu che brilli di lassù guarda
me che son quaggiù
e il mio desiderio
esaudisci orsù
...noi ti chiediamo
che sia Natale
tutti i giorni.”
3
INGREDIENTI
• 350 gr di farina integrale
• 80 gr di burro
• una presa di sale
• 1 bustina di vanillina
• 180 gr di zucchero di canna
• 1 cucchiaino scarso di lievito
• 2 uova
• la buccia di 1 limone
• 1 cucchiaio di olio di semi
• 2 cucchiai di rhum
• 2 hg di nocciole
•latte
PROCEDIMENTO
Nella farina versare il burro freddo di
frigo tagliato a dadini E amalgamarlo
con le mani.
Sbriciolare il burro nella farina,
aggiungere il sale, la vanillina, il lievito
e mescolare.
Aggiungere lo zucchero e poi
mescolare ancora.
Fare un buco al centro dell’impasto
e versare le uova, la buccia di limone,
l’olio e il rhum. Mescolare con la
forchetta e poi con le mani senza
lavorare troppo l’impasto.
Aggiungere le nocciole e ricoprire
l’impasto con la pellicola e far riposare
in frigo per 15 minuti.
Togliere l’impasto dal frigo, dividerlo in
3 pezzi e modellare 3 filoncini.
Spennellare con il latte e far cuocere
in forno a 150° per 45 minuti.
Sfornare e tagliare i filoncini dandogli
la forma dei cantucci.
Ti piace cucinare?
Sai realizzare dei piatti particolari?
Invia la tua ricetta a
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le migliori verranno pubblicate
nei prossimi numeri.
Belluno Magazine
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> attualità
di Arianna Pasa
Il 12 ottobre scorso è stato assegnato
all’Unione Europea il Premio Nobel
per la Pace.
Il comitato norvegese ha motivato la scelta evidenziando
il contributo che le istituzioni europee hanno dato, per
oltre sei decenni, alla promozione della pace e al suo
mantenimento, alla diffusione della democrazia e dei diritti
umani in Europa.
Meritato? Il momento è critico, tanto che ad alcuni è
parso il canto del cigno. La crisi economica che sta colpendo
l’Europa mette in dubbio la legittimità di quell’Unione che
impone agli Stati il rigore in vista della crescita, inoltre essa
diventa sempre più spesso il capro espiatorio di quei
governi che, per giustificare le scelte impopolari, si
appellano al classico “è Bruxelles che ce lo chiede”.
L’euroscetticismo cresce e la montata dei movimenti
di estrema destra è rimarcabile in tutta Europa,
ma l’Unione europea è ancora uno dei più grandi
progetti politici del secolo precedente.
Non bisogna infatti dimenticare che si tratta di
un sistema in evoluzione, che potrebbe portare
a dei risultati inediti. È assolutamente vero che
a fondamento dell’Unione ci sono dei trattati
economici, tuttavia dietro questi si cela il grande
pensiero politico dei padri fondatori che, unificando
in primis la produzione del carbone e dell’acciaio,
puntavano a porre l’industria bellica sotto la lente
comunitaria. Sarà che gli europei amano incoraggiarsi
a vicenda, ma, la vincita del Premio Nobel, è
un’occasione per ricordare l’importante ruolo
svolto dall’UE che, barcamenandosi tra gli interessi
dei singoli Stati e quello dell’Europa unita, tra potere
internazionale e sovranazionale, è riuscita, per più di mezzo
secolo, a mantenere la pace laddove si era già versato troppo
sangue. È dunque auspicabile che il riconoscimento possa
dare nuovo impulso agli obiettivi politici che hanno ispirato
il progetto europeo. C’è ancora molto da fare, soprattutto
in termini di trasparenza e democraticità, ma come diceva
Robert Schuman nel celebre discorso del 9 maggio 1950:
“L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né
sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da
realizzazioni concrete che creino anzitutto una
solidarietà di fatto.”•
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
di chocolatechipscooking.blogspot.it
L’Unione Europea
vince il Premio
Nobel per la Pace
Belluno Magazine
> Cucina
Cantucci
alle nocciole
5
Belluno Magazine
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
Lorenzo è un pastore transumante, sguardo limpido
e schietto, schivo quando
serve, loquace con chi conosce.
6
Indossa una camicia di feltro a scacchi, in
una mano la sigaretta nell’altra l’inseparabile
bagolina, il bastone con manico ricurvo dai
molteplici utilizzi. Mentre parla i suoi occhi
si muovono in direzione del gregge, talvolta
si interrompe per lanciare un fischio al cane.
Sorride con un filo di amarezza raccontando
quello che ha vissuto. Fino a 5 anni fa, in estate,
alpeggiava sulle pendici selvagge di malga
Valandro, nel Parco dell’Adamello-Brenta, in
Trentino. Si è poi spostato sui pascoli delle
Dolomiti d’Ampezzo, dove oggi tiene puliti i
prati delle piste da sci.
La principale ragione della sua “migrazione” è
stata la difficile convivenza con gli orsi.
“La prima volta che ho visto l’orso era nel 2001. Nel
98-99 con il progetto Life Ursus sono stati portati
sulle montagne del Brenta una decina di orsi. Da
allora gli orsi si sono riprodotti e adesso ci saranno
una quarantina di esemplari” spiega Lorenzo nel
film Compagno Orso, un documentario montato
con le sue stesse riprese.
Tra il 1999 e il 2002 il Parco Naturale
Adamello-Brenta, in collaborazione con la
Provincia Autonoma di Trento e l’ISPRA, ha
rilasciato nell’area del Parco 10 orsi (3 maschi
e 7 femmine), prelevati dalla vicina Slovenia.
Di fatto, il Trentino è l’unica area dell’arco
alpino dove l’orso non è mai scomparso, ma
negli anni 90 la popolazione ursina era ormai
ridotta al lumicino (3-4 esemplari) a causa
della caccia spietata che l’ha portata a un
passo dalla scomparsa. Obiettivo del progetto
LIFE URSUS è stato dunque garantire la
sopravvivenza agli orsi rimasti sulle montagne
del Brenta e
favorirne
la diffusione.
Gli orsi hanno trovato un habitat favorevole e
soprattutto un luogo di assoluta protezione nel
territorio trentino, così che in pochi anni si sono
riprodotti, arrivando oggi a 40 esemplari circa
(i dati parlano di una popolazione attualmente
in crescita del 14% annuo: Rapporto orso
2011, Provincia Autonoma di Trento), fino ad
espandersi nelle regioni limitrofe.
Da qualche anno, infatti, favoriti dai corridoi
ecologici (risultato della politica di Parchi e
aree protette ma anche dell’abbandono della
montagna), gli orsi sono arrivati anche
in Provincia di Belluno provenendo
sia dal Trentino che dalla Slovenia
(dove si contano 450-500 soggetti). La nostra
provincia fa da ponte di collegamento tra le
due popolazioni ursine e serve in particolare
da area di dispersione dei giovani maschi. Da
qualche anno, inoltre, è attestato non solo il
passaggio ma anche la presenza stabile di orsi
in inverno. Una zona di letargo sembra essere
l’area del Bosconero, sulle montagne poco
frequentate tra Longarone, la Val Zoldana e il
basso Cadore.
LE TESTIMONIANZE DI PASTORI
E AGRICOLTORI
In Provincia di Trento, la presenza dell’orso sta
muovendo un dibattito dai toni spesso molto
accesi, caratterizzato da divisioni ideologiche
(pro e contro orso) che tendono a congelarsi
in opposte fazioni. Il rischio, a mio avviso, è
quello di rimanere intrappolati dentro schemi
dicotomici che non aiutano certo ad affrontare
con la dovuta lungimiranza e concretezza il
problema.
Ancora una volta, credo sia doveroso ascoltare
il punto di vista di chi abita in montagna, cioè
di chi si trova in prima linea di fronte alle
conseguenze della presenza ursina e si sta
preparando alla prospettiva di convivenza con
il plantigrado.
È qui, tra agricoltori e allevatori, che si
raccolgono testimonianze dirette ed esperienze
vissute, punti di vista complessi, spesso slegati
da ideologie e caratterizzati da un lucido
pragmatismo. A differenza di quello che molti
credono, le posizioni di pastori e apicoltori sulla
presenza degli orsi non rispondono a mere
logiche d’interesse personale o economico, ma
sono pregne di consapevolezza per l’ambiente
e per il territorio.
Ivan, giovane malgaro, alpeggia a Malga
Farmost, in Carnia. Oltre alle mucche alleva
cavalli e pecore. Le sue mani e gli avambracci
forti sembrano danzare quando plasmano la
pasta del formaggio. Dal 2009 ha attestato
il passaggio di diversi orsi provenienti dalla
Slovenia: il primo anno ha avuto 12 pecore
ammazzate, il secondo sei, il terzo due.
Quest’estate nessuna perdita da orso mentre
una sua capra avrebbe subito l’attacco della
lince. “Io sono pro-orso, pro-natura, è bello sapere
che c’è questo animale nel nostro territorio, perché
è indice di completezza del biotopo. Certo bisogna
trovare il giusto equilibrio tra orsi e attività umane”
dice.
Anche Renato, stimato apicoltore zoldano,
è favorevole al ritorno del plantigrado sulle
nostre montagne. Mentre mi spiega i danni
subiti quest’estate in seguito a 9 distinte
incursioni dell’orso, apre con le mani nude un
piccolo alveare di polistirolo. Le api camminano
sulla sua pelle ma non lo pungono: riconoscono
il loro re. “Io non ho niente contro l’orso. Anzi, mi è
meno e dimagriscono. Una notte, quando l’orso ha fatto irruzione nel gregge le pecore
sono corse dappertutto: pecore con gli occhi bucati, agnelli con le zampe rotte, sette o
otto pecore gravide hanno abortito. La Regione ti paga solo le carcasse accertate, ma
tutte quelle che mancano e non riesci a trovare? Lo stress che gli animali subiscono e
il conseguente calo delle nascite, il lavoro in più a cui siamo costretti chi te lo paga?”.
Il principale sistema di prevenzione dei danni a colture e
allevamenti è il recinto elettrificato. Se l’orso prende una scossa
sul naso scappa spaventato e sembra dissuadersi dal riprovarci. Questa facile
accortezza sembra la soluzione a tutti i problemi, tuttavia presenta numerosi
limiti e imprevisti. Innanzitutto la gestione dei recinti elettrici significa un
notevole aumento della mole di lavoro per allevatori e agricoltori. Se però, per
gli apicoltori, una volta piantati accuratamente i recinti attorno alle arnie e fatta
una regolare manutenzione con sfalcio (affinché la batteria non si scarichi sul
terreno), la situazione è più o meno sotto controllo, per i pastori con greggi
in continuo spostamento la gestione dei recinti implica continue difficoltà
e imprevisti. Innanzitutto trasportare recinti e batterie su pendii scoscesi
percorribili solo a piedi, con tratti di avvicinamento medio-lunghi, è impresa
> ANTROPOLOGIA
© jamenpercy - Fotolia.com
ardua che spesso significa assunzione di ulteriore manodopera.
“Vorrei che gli ambientalisti venissero su a portare recinti e vedere
cosa significa avere l’orso in casa. In 10 giorni che fanno la nostra
vita capirebbero il costo dei sacrifici” suggerisce Antonio. In molte
zone, inoltre, la tipologia di terreno e la pendenza impediscono
di piantare le reti per cui i pastori si vedono costretti ad
abbandonare dei pascoli. Ed infine l’utilizzo dei recinti in
alpeggio, lì dove possibile, implica danni al benessere animale
(con aumento di malattie quali zoppina e rogna) e danni al
terreno (per concentrazione di sostanze azotate all’interno
dell’area).
Anche l’apicoltore Renato sostiene la presenza di danni
ulteriori a quelli immediatamente visibili: “Il saccheggio del miele
è una conseguenza molto pericolosa, non provocata direttamente
dall’orso. Se gli alveari rotti non vengono rimossi, le api degli alveari
vicini vanno a prelevarvi il miele. Poi le api si abituano e in seguito
andranno a saccheggiare il miele negli alveari integri. Questo crea
scompiglio”.
“Ci sono diversi orsi che girano ma
quelli che fanno i danni sono uno o
due”. Ivan ha potuto osservare il
comportamento di diversi orsi e
ha capito che ognuno ha un suo
carattere e un modus operandi: “Un
orso troppo confidente, che compie
molti danni, fa cattiva pubblicità a
tutti gli altri orsi discreti. Non bisogna
lasciare che una mela marcia faccia
continua a pag. 8
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di Sara Savaris
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
di Valentina De Marchi
Belluno Magazine
> ANTROPOLOGIA
Convivere
con gli
orsi?
molto simpatico. Sono sempre stato un ambientalista, sarebbe ridicolo che adesso mi
scagliassi contro. (…) Un paio di alveari all’anno posso anche sacrificarli per l’orso, ma
quest’estate se ne è presi 30, allora non va più bene. L’orso non è mio e non è giusto
che sia io, e gli apicoltori come me, a pagarne le conseguenze”.
Qui da noi spetta alla Regione Veneto il compito di fornire mezzi di prevenzione
e indennizzi ai danni causati dall’orso, in base alle linee guida del protocollo
PACOBACE, condiviso da tutte le amministrazioni dell’arco alpino. Vengono
pagati i capi di bestiame dimostrati uccisi nelle aggressioni, gli alveari e le colture
danneggiate, previo accertamento da parte degli organi competenti.
Antonio, pastore altoatesino, da più di 30 anni conduce il gregge negli
alpeggi di Mondeval, sopra a San Vito di Cadore. L’estate è sempre stata per i
transumanti l’unico momento di pace e tranquillità, dove il gregge si rigenera
dalla fatica dell’andare di tutto l’anno. Antonio è pessimista (o forse realista?):
non vede possibilità di convivenza con gli orsi sulle nostre montagne. È rimasto
scottato quest’estate vedendo i suoi animali soffrire molto in seguito a 3 diversi
attacchi da orso. Non crede all’indennizzo come la soluzione dei problemi: “I
danni sono enormi, non tanto sugli animali ammazzati, ma su quelli che rimangono
vivi. Per una settimana le pecore non dormono più di notte, sono in continua tensione.
Poi quando è giorno e le portiamo al pascolo si buttano giù a dormire, quindi mangiano
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8
“Gastronicchia”
> Cucina
ALLARGANDO LO SGUARDO
AL FUTURO DELLA MONTAGNA
Può sembrare un paradosso, ma penso che la chiave per il successo
della reintroduzione dell’orso passi attraverso il riconoscimento, privo
di retorica, del suo carattere selvatico e la messa in primo piano delle
problematicità da lui causate. Talvolta, al contrario, dietro ai discorsi
ecologisti si nasconde un pericoloso rovesciamento ontologico:
all’uomo viene applicata la ferinitas (mossa dal senso di colpa per i danni
inferti all’ambiente dal capitalismo e dall’industrializzazione), mentre
all’orso viene corrisposta l’humanitas (dipinto come tenero peluche,
solitario, vegetariano, un soggetto “buono” e innocuo) (cit. Michele
Corti, Ruralpini).
Dietro al ritorno dei predatori, si nascondono in realtà questioni e vision
ben più vaste sul ruolo e sul futuro della montagna. Molti ambientalisti di
città pensano volentieri alla montagna come parco didattico, zoo o museo
botanico. Secondo un’ideologia centrale condivisa tutto quello che non
è urbs (la città, lo spazio urbano e industriale) può essere trasformato in
silva (selva, foresta, luogo abitato dalle fiere), dove l’uomo non esercita
interamente il suo controllo ma mantiene un avamposto per godere
saltuariamente di una percezione di wilderness. Drammaticamente, in
questo quadro non viene riconosciuto il ruolo dell’ager (il campo, la terra
coltivata) e quello del saltus (area boscosa e pascoliva, uno spazio pur
sempre coltivato), che perdono irrimediabilmente la loro importanza e
funzionalità.
Personalmente non riesco a immaginare la nostra montagna come un
luogo spopolato, un paradiso della wilderness naturale né tanto meno
come un parco giochi della città. Vedo da parte delle genti di montagna
uno storico sforzo mirato al mantenimento della sostenibilità, quel
precario equilibrio necessario per ricavare risorse da un territorio avaro
e aspro. Al centro della montagna vedo l’uomo con le sue molteplici
attività produttive. Una montagna senza il presidio umano
è una montagna che crolla, un unicum impenetrabile
e incolto, un ambiente con una drastica riduzione di
biodiversità e un paesaggio monotono (considerato che il
paesaggio è soprattutto il frutto dell’azione dell’uomo sull’ambiente).
Concludendo, credo che la partita dell’accettazione dell’orso da parte
delle comunità interessate si giochi proprio in questi primi anni del suo
ritorno, e molto dipenderà dalla capacità di ascolto delle istituzioni,
dalla condivisione delle scelte gestionali e dalle qualità delle politiche di
indennizzo e prevenzione mosse dalla Regione.•
Gastronomia applicata:
storia, tradizione e applicazione
di Sebastiano
Chef del Ristorante La Nicchia di Belluno
BROCCOLO
Il broccolo è un ortaggio che appartiene alla famiglia
delle Crucifere. Il suo nome significa germoglio, in latino.
Sembra che il broccolo fosse conosciuto fin dall’antichità,
e la sua prima coltivazione abbia avuto luogo in Asia
Minore; in seguito è arrivato anche in Italia, grazie ai
viaggiatori, dove si è diffuso. È una pianta che viene
coltivata soprattutto in Italia, in Francia e in Spagna.
Si tratta di una pianta abbastanza adattabile, ma il
suo clima ideale è il caldo-temperato. La sua raccolta
inizia in autunno ma è possibile reperire il broccolo
in commercio per tutto l’inverno, in quanto la pianta
continua a produrlo, anche dopo essere stata tagliata.
Il broccolo è un ortaggio molto popolare, già apprezzato
da Etruschi e Romani, certamente per il suo tipico
sapore e la grande varietà di modi di presentarsi sulle
tavole cotto o crudo.
PROPRIETÀ NUTRIZIONALI
Povero di grassi e particolarmente ricco di vitamine
A e C, di ferro e calcio, sui diversi tipi: il broccolo
ramoso e quello a testa.
Secondo le ultime ricerche, chi consuma molti cibi
ricchi di vitamina C, vitamina E e carotene, è molto
meno esposto a malattie cardiovascolari, ictus e
cataratta. È inoltre un ortaggio ricco di potassio
che ha un ruolo importante nella regolazione della
pressione arteriosa. L’aspetto più importante dei
cavoli e dei broccoli è rappresentato dal fatto che,
sempre stando alle ultime ricerche mediche, un
regolare consumo di questi vegetali, può dimezzare
il rischi di sviluppare vari tipi
di tumore in particolare dei
polmoni e del colon. Uno studio
condotto presso l’università della
California di Santa Barbara ci
rivela che broccoli, cavoli, ravanelli,
contengono gli isotiocianati, che
danno inizio ad un meccanismo che
è in grado di bloccare il diffondersi e la
proliferazione delle cellule tumorali.
Altre ricerche condotte in Giappone
hanno dimostrato che gli isotiocianati
presenti in cavoli e broccoli sono altresì
in grado di bloccare i melanomi.
Oltre alle proprietà antitumorali, i broccoli giovano
anche alla salute del cuore. Infine, secondo le
dichiarazioni degli scienziati del World Cancer
Research Found, contro l’insorgenza di tumori al
colon, al pancreas, all’utero, alla gola, ai polmoni,
all’esofago, e allo stomaco, si consiglia di introdurre
nella nostra dieta quotidiana broccoli e cavoli.
Linguine con broccoli, acciughe e uvetta
Ingredienti per quattro persone
400 gr di linguine
20 acciughe
100 gr di uvetta sultanina (precedentemente messa
a mollo e scolata)
1 broccolo di media grandezza
1/4 bicchiere di Brandy
sale q.b.
Esecuzione
Lessare i broccoli in abbondante acqua per 30
minuti, scolarli.
In una casseruola aggiungere un pò di olio, introdurre
le acciughe, l’uvetta ed i broccoli tagliati a pezzi, far
rosolare il tutto, bagnare con un pò di Brandy e
toglierlo dal fuoco.
In un’altra casseruola far bollire dell’acqua, salarla e
cucinare 400 gr di linguine; una volta cotte scolarle,
introdurle nella casseruola con i broccoli, le acciughe
e l’uvetta, mescolare per un minuto e servire caldo.
Vini in abbinamento: Pinot Grigio
Variante dello Chef: a piatto servito spolverare
sopra delle scaglie di Formaggio Stravecchio DOP
del Piave.•
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marcire tutte le altre nel cesto”.
“Forse una soluzione è prendere contromisure nei confronti dei soggetti più
audaci. Si potrebbe spaventarli, magari sparando sale o qualcosa che bruci
e li spaventi” suggerisce timidamente l’apicoltore Renato. La proposta
di una selezione mirata, con eventuale allontanamento o cattura degli
esemplari pericolosi, può essere una forma ragionevole di controllo
legale della popolazione ursina, per ridurre i danni alle attività umane, i
costi sociali e, in generale, per facilitare la convivenza con gli orsi sulle
Alpi.
Una cosa è certa, è necessario che l’orso continui a percepire l’uomo
come un’antagonista di cui aver paura e da cui tenersi lontano. Non
può accadere, come si vede nel documentario Compagno Orso, che il
plantigrado super protetto, non percepisca più l’uomo-pastore come
minaccia, non scappi in sua presenza e, nel finale, arrivi a fingere un attacco
per allontanarlo (l’orso in questione, DJ3, è stato in seguito catturato
e messo nel recinto della PAT perchè considerato particolarmente
dannoso e pericoloso).
Belluno Magazine
> ANTROPOLOGIA
continua da pag. 7
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diurni verticali, i grossi cerchi da 18” con
gommatura ribassata, le finiture cromate e
la vetratura ridotta. tutto questo la porterà
Su strada: su strada rispetto alla ‘gemella’
ASX da cui deriva si nota una maggiore ricerca
del comfort di guida, sia per quanto riguarda
la dinamica del veicolo (sono state modificate
le sospensioni) sia per la silenziosità in marcia.
Ovviamente con la maggiore dotazione si paga
qualcosa in termini di spunto, anche se chi è
orientato all’acquisto di un veicolo di questa
categoria non è la prima cosa che guarda.
Il motore del modello oggetto della prova è
l’1.8 litri turbo diesel di origine Mitsubishi da
150cv che sa assolvere egregiamente il proprio
compito soprattutto considerando la mole
della vettura (dai 1400 ai 1500 kg a seconda del
modello), dando la giusta coppia quando serve
e limitando i consumi ai 15 km/l reali.
La vettura con questo propulsore è al momento
il top di gamma col sistema 4wd a richiesta,
questo permette in condizioni normali di
viaggiare con la sola trazione anteriore e di
inserire all’occorrenza, tramite un manettino, la
trazione integrale con ripartitore automatico
di coppia oppure di bloccarla per superare
tratti più impegnativi.
Su strade asfaltate e in buone condizioni
climatiche si consiglia di usufruire della trazione
anteriore, sia per quanto riguarda i consumi
(sensibilmente inferiori), sia per l’inevitabile
inerzia del posteriore, sensazione questa che
sparisce d’incanto per mostrare invece tutta
l’efficacia di questo sistema di motricità una
volta sullo sterrato.
Motori: la gamma attualmente è composta
da motori muniti di sistema start & stop ed
è suddivisa in un benzina 1.6 litri da 117cv
proposto solo con la trazione anteriore con
prezzi a partire da 23.200 euro, un 1.6 litri turbo
diesel da 115cv con la possibilità di scegliere
sia per la trazione anteriore sia integrale con
prezzi rispettivamente da 25.200 e 27.200
euro per finire col sopracitato 1.8 litri turbo
diesel da 150cv anche questo nelle due varianti
di trazione con prezzi da 29.000 e 33.000 euro.
Tutto sommato ritengo che quest’ultimo sia
da preferire alle altre motorizzazioni perché
meglio rapportato alla massa.•
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L’aspetto è massiccio ed imponente nonostante
le misure tutto sommato contenute (4,34 x
1,80 x 1,63 m).
Nonostante la base di partenza sia l’ASX di
Mitsubishi si nota l’impronta che è stata voluta
dare per potersi distinguere dalla giapponese,
rispetto alla quale ha un’aria più stilosa,
ricercata e sicuramente più cittadina.
A questo contribuiscono sicuramente i led
ad essere una agguerrita competitrice nel
segmento che finora è stato dominato dalla
Nissan Qashqai.
Interni: per poter combattere efficacemente
nel segmento dei suv di taglia media la Citroën
non poteva trascurare di curare gli interni cui è
stata riservata una certa attenzione, risultando
così già di primo impatto di buona qualità.
La pelle abbonda e riveste pure il bracciolo
centrale. In generale si nota lo sforzo
di fare un salto avanti per poter
competere con un prodotto curato
in ogni dettaglio. La seduta è come in
tutte le vetture di questo segmento rialzata e
permette un’ottima visuale in ogni direzione e
al contempo di tenere sotto controllo senza
problemi la strumentazione e il sistema di
infotainment ben visibili in ogni condizione di
luce e di immediata utilizzazione.
Quest’ultimo racchiude sia il sistema di
navigazione che la radio ed è touch screen.
Inoltre
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avere
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Aspetto: la gamma della
casa francese si arricchisce
di un SUV dalle linee morbide e moderne, in linea col
corso stilistico intrapreso
che prevede un frontale
caratterizzato dall’ormai
classica mascherina con il
doppio Chevron che si prolunga sin sui fari dal taglio
aggressivo.
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
di Enrico Da Boit
11
di Manuel Polli
Belluno Magazine
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
Questa la formula dei The Heathens.
Il loro primo lavoro “In Silenzio“ è synth-pop
malinconico ed introspettivo. Una bella novità
musicale della provincia di Belluno.
Radiohead, Massive Attack, Sigur Ros. Questi
sono tre (enormi) gruppi dai quali dicono di
attingere Mattia e Lorenzo, due giovani “non
musicisti” che, a fine 2011, formano il gruppo
The Heathens. Con alle spalle qualche corso di
chitarra e basso, giusto per saper strimpellare,
i ragazzi si lasciano affascinare dalle sonorità
elettroniche e decidono di sperimentarle.
Riuscendoci bene.
Il loro primo LP “In Silenzio” viene pubblicato
ad agosto 2012.
12
Tredici tracce di malinconico synth-pop che
si lasciano piacevolmente ascoltare, in una
veste minimalista che fa da filo conduttore
per tutto l’album.
L’impianto ritmico passa con
disinvoltura dalle profonde ed
ipnotiche pulsazioni stile Trip-pop
bristoliano a brusche accelerazioni
dai richiami techno. Le atmosfere
cambiano, a volte più rarefatte, quasi
ambientali, sigurrossiane, altre attraversate
da freddi e spigolosi synth che rievocano i
Notwist di Neon Golden.
La voce calda ed arresa di Mattia
contribuisce a dare un piglio new wave alle 12
tracce cantate, rese ancor più oniriche, qua e
là, dagli echi della chitarra distorta ed appena
pizzicata di Federico (terzo componente del
gruppo), loop di piano e timide incursioni
glitch.
I testi, la cui ispirazione è venuta nientemeno
CHI SIAMO
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stato del corpo dipende in larghissima
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corpo e della mente, inseparabili nella
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che dal maestro Tom Waits, sono cupi e disillusi
ma riescono allo stesso tempo a non essere mai
banali. La finale Flying Over The Ocean, l’unica
(peraltro riuscitissima) traccia interamente
strumentale, chiude il disco. Lo si può ascoltare
per intero sul sito www.soundcloud.com.
Interessanti saranno le performance live.
In provincia staranno poco dato che, a parte
qualche ottima realtà, troppi ancora sono i locali
che non curano l’aspetto musicale affidandosi
alle solite, malconce coverband oppure a Dj
a-là “danza koduro” (per intenderci).
Tutti gli aggiornamenti, anche su eventuali date,
si trovano alla loro pagina facebook e, per gli
appassionati di musica bellunesi,un live dei The
Heathens è assolutamente consigliato.•
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La comprensione di un popolo, di un determinato
momento storico e anche
di una singola persona può
disvelarsi anche attraverso
alcuni segni esteriori.
Uno di questi segni è senz’altro il modo di
vestire e il suo evolversi lungo il tempo.
A questo proposito un aspetto interessante è
rappresentato dalla storia del più tipico abito
giapponese, il kimono.
Tutti conosciamo tale abito, magari per aver
letto qualche pagina dei romanzi di Mishima
(e le vicende di una delle sue protagoniste, la
sfuggente Satoko) o averlo visto indossato dalle
interpreti del film “Memorie di una geisha”.
Il kimono però ha una storia millenaria e il
momento forse più luminoso l’ha vissuto
poco prima dell’anno 1000, prima cioè che il
Giappone entrasse nell’epopea degli shogun.
Tale periodo, noto come Era Heian, più che i
samurai esaltava la pace e la cultura e non di
meno il bel vestire.
Ma veniamo al kimono: come in età
contemporanea era formato da una veste
aperta con le due metà incrociate; si trattava
però di un abito più lungo con maniche enormi
e assai ampie.
La vera particolarità consisteva nella
composizione in più livelli di vesti,
detti hitoe.
La versione pubblica ne prevedeva ben dodici e
ognuno di essi lasciava intravedere una striscia
di quello sottostante, come una matrioska
vivente; nella versione domestica gli hitoe
erano “solo” cinque e ognuno di loro aveva
una simbologia legata al colore (pensiamo al
significato del bianco a tutt’oggi legato alla
costante presenza della morte).
Altra importante caratteristica era data dalla
cintura: com’è noto attualmente il kimono è
fasciato dall’obi, cintura alta e rigida mentre in
Era Heian vi erano plurimi nastri e sciarpette
a circondarlo.
Il vero clou erano peraltro le maniche dove
© yo- - Fotolia.com
i dodici abiti si univano in orli sovrapposti
creando effetti straordinari simili a un
arcobaleno in formazione, orli che si
modificavano con sapienti movimenti dei polsi.
Una poetessa dell’epoca (Izumi Shikibu)
sintetizzò in pochi versi lo spirito del kimono:
“l’autunno non finisce, son consunte
dal pianto le mie maniche, la pioggia
lenta non può far di più.”
Un’epoca estetizzante ed elegante questa,
che lascerà il posto alla sua antitesi: il kimono
passerà il testimone alla spada dei samurai, agli
shogun e al codice Bushido.•
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
Tre ragazzi alle prese con sintetizzatori ed altre “diavolerie elettroniche”.
> Storia
dell’anno
Belluno Magazine
> Musica
The
Heathens
Il kimono
13
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14
> moda
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della vita che Elisabetta suscita subito simpatia.
Appassionata, capace e decisa. Il suo motto?
“Saper vestire qualsiasi tipo di donna,
senza nessun limite di età o ti taglia”.
Quando gli chiedo com’è nata la sua passione
per la moda mi
risponde che tutto
è partito dalla
bellezza dei territori
in cui è cresciuta
e vissuta. Belluno
e le montagne
del
Cadore
l’hanno
sempre
accompagnata
durante la sua
personale ricerca
del bello.
Finiti
gli
studi
superiori, Elisabetta
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deciso
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iscriversi al corso
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Milano, dove ha
iniziato a muovere
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dice Elisabetta, una scuola non ti insegna
la passione. Quella è nata anni fa, dall’amore
a prima vista per la vecchia macchina da cucire
della nonna che l’ha aiutata a capire quale
fosse la sua vera dote naturale: la manualità nel
trattare con i tessuti.
Mentre parliamo, Elisabetta mi mostra un
vestito nero in pura lana che sta confezionando
per una cliente. Mi colpiscono le sue mani forti
ma allo stesso tempo delicate che accarezzano
il tessuto facendomi notare la differenza con i
più comuni capi di pronto-moda che tutti noi
compriamo e indossiamo.
Sotto lo sguardo materno della precedente
proprietaria della sartoria, Elisabetta ha deciso
di avviare la sua piccola attività mettendo a
disposizione le sue abilità per tutte le donne
che cercano di esprimere se stesse attraverso
un capo che le faccia sentire a loro agio.
“Un capo di sartoria non ti farà mai
sentire troppo grassa o troppo magra,
con troppe curve o sproporzionata...
un capo realizzato su misura calza a pennello
e si adatta alla personalità di chi lo indossa”.
Con queste parole Elisabetta mi coinvolge e
mi fa capire che l’arte della sartoria nasconde
qualcosa che va oltre la bellezza di un singolo
capo e che regalarsi ogni tanto un abito di
sartoria vuol dire infondo volersi bene.•
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
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popolare bellunese
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Belluno Magazine
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Topinambur e funghi
Il nome che Carl von Linné (biologo e medico svedese, considerato il
padre della moderna classificazione scientifica), ha voluto dare a questo
genere di piante, è formato da due parole greche: ”helios” che significa
sole e ”anthos” che vuol dire fiore e si riferisce alla loro peculiarità di
girare il capolino sempre verso il sole. Un comportamento noto agli
studiosi come eliotropismo. Il nome della specie, invece, indica che si
tratta di una pianta perenne, munita di un tubero che gli permette la
sopravvivenza. Il Topinambur venne importato in Europa, dal Nuovo
Mondo, nel XVII secolo da navigatori francesi e poi coltivato nei giardini
Farnese di Roma come specie ornamentale. Fu in questo periodo che la
pianta venne indicata per la prima volta con il già citato nome di “carciofo di
Gerusalemme”. I suoi
tuberi, da raccogliere
durante il periodo
invernale hanno, infatti,
un vago sapore di
carciofo e per questo
molto apprezzati in
cucina, dove la nostra
gente
contadina
ama prepararli cotti
in acqua salata per
consumarli, poi, come
contorno. Per questo
vengono tagliati in
fette molto sottili,
conditi con olio e
aceto e mescolati a
del prezzemolo e a
della cipolla tritata.
Sono ottimi anche
fritti come le comuni
pata­
te
oppure
in
purea con del burro.
Personalmente
consiglio
il
“pasticcio”
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interviene in modo efficace sulle tensioni, disagi, malesseri del corpo. Si basa
su una visione integra della persona: lo
stato del corpo dipende in larghissima
misura dallo stato emotivo.
Benessere significa prendersi cura del
corpo e della mente, inseparabili nella
vita. Il metodo si avvale di svariate tecniche manualistiche che sapientemente
applicate lo rendono unico e originale.
Topinambur con funghi misti che ho gustato in un ristorante
dell’Alpago dove il cuoco, molto gentile, mi ha dato la ricetta. Per
prepararlo
è
necessario lessare
600 grammi di
Topinambur
in
abbondante acqua
salata, sbucciarli e
tagliarli a fettine
molto sottili.A parte
si cuoceranno, con
aglio e prezzemolo,
500 grammi di
funghi misti tra i
più gustosi avendo
l’avvertenza
di
accantonare alcune
“cappelle” dei più
grandi.
Spalmare
quindi con molto
burro una pirofila,
evitando
pentole
in alluminio o ferro perché i tuberi
anneriscono facilmente, e disporvi
sopra uno strato di fettine di
Topinambur coprendole, poi, con i
funghi, qualche pizzico di origano e un
po’ di burro fuso. Questa operazione
dovrà essere ripetuta fino a quando
si saranno esauriti tutti gli ingredienti,
naturalmente con l’aggiunta della
opportuna quantità di sale e pe­pe.
L’ultimo strato andrà coperto con le
“cappelle” messe da parte in precedenza e con un bicchiere d’acqua
nel quale si è sciolto un dado vegetale. Il tutto dovrà cuocere in forno
a 180 gradi per circa un’ora e mezza e poi servito con un vino che non
può che essere bianco e secco come il Lugana di Lombardia, natural­
mente fresco. Si tratta anche di una pianta officinale che può
essere utile nella dieta di alcune forme di diabete e che,
secondo la medicina popolare, presenta diverse proprietà
medicamentose come facilitare la secrezione biliare
verso l’intestino, aiutare nel rilascio dell’urina, agevolare
la funzione digestiva e rafforzare l’organismo in generale.
Contiene, infatti potassio, ferro, niacina, fosforo, rame, magnesio, acido
folico e acido pantotenico..
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Prendiamo la superficie
dell’Italia, dividiamola in
due e raddoppiamo gli italiani.
Aggiungiamone pure qualcuno in più. Cosa
otteniamo? Una prima idea di Bangladesh.
Mettiamola ora a fuoco: cambiamo 1 euro per
avere 100 taka, aumentiamo un po’ temperatura
e umidità in alcuni mesi, nei restanti la siccità;
ed ecco che l’impressione iniziale si fa già più
nitida.
Quindi portiamola in primo piano e arriviamo
a Satkhira, una piccola cittadina situata a 10
km dal confine con l’India, dove vive Bishodeb,
per gli amici Bisho. E’ un bambino, avrà circa 12
anni, come molte altre persone in Bangladesh
non sa esattamente quale sia la sua età.
Va a scuola, impara l’inglese con buona volontà
e per questo riesco a comunicare un po’ con
lui. E’ molto curioso, vuole sapere come si
vive nel mio paese, l’Italia, e vorrebbe avere
qualcosa che proviene da qui.
Le sue giornate cominciano presto, alle 6
della mattina, anche d’estate ci sono attività
nell’orfanotrofio in cui vive.
I missionari saveriani organizzano momenti
di studio e di gioco per i bambini come lui.
Purtroppo i loro genitori, se ci sono, sono
spesso distanti, o non possono prendersene
cura; almeno stando lì hanno la possibilità di
andare a scuola, di studiare. Eh sì, perché per
loro è un privilegio poter studiare.
Ha pochi vestiti Bisho, ed effettivamente non
ne servono molti, fa talmente caldo ad agosto
in Bangladesh che ci si ritrova ad essere felici
per le piogge copiose di questa stagione dei
monsoni.
Io, al contrario, non sono del tutto preparata:
girare per i villaggi con le mie scarpe da
ginnastica non è il massimo. C’è molto fango, ci
si sporca inevitabilmente, si scivola.
I bangladesi mi guardano stupiti: loro, scalzi,
camminano benissimo dappertutto, e mi
chiedono se è la prima volta che mi trovo a
passeggiare su un terreno fangoso. Certo che
no, rispondo, anche se a vedermi non si direbbe
proprio.
Bisho mi regala una matita prima di salutarmi;
io, stanca di parlare una lingua non mia, lo
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abbraccio forte e lo ringrazio in italiano.
Lui mi imita gesticolando con le mani e
simulando una specie di cantilena. A che
servono le parole…
Grazie Bisho! Dhonnobad!•
Vi augura
buone feste!
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
nella cultura
Parente povero del girasole, l’Helianthus tuberosus, detto anche Topinambur, Rapa tedesca oppure carciofo di Gerusalemme, è una
comunissima composita che fiorisce proprio
in questo periodo, in particolare nei luoghi
umidi come il greto dei torrenti dove, a volte,
forma delle macchie molto appariscenti.
16
Dhonnobad
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Belluno Magazine
> Cucina & salute
L’utilizzo delle
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Foto di Luisa Melacini e John Helm
Arte Sella è una manifestazione internazionale di arte
contemporanea nata nel 1986, che si svolge all’aperto
nei prati e nei boschi alquanto suggestivi della Val di Sella
(a 8 km circa da Borgo Valsugana, provincia di Trento,
percorrendo la strada provinciale n. 40), a un’ora da
Belluno.
Noi ci siamo andati d’estate, che ha i suoi vantaggi in
termini di temperatura, ma le sculture conservano tutto
il loro fascino anche nelle altre stagioni, anzi d’autunno
la moltitudine dei colori della natura e d’inverno il
bianco della neve ne esaltano la presenza nel paesaggio
circostante.
Ci sono due percorsi : quello chiamato ArteNatura
(di circa 2 km) che inizia a metà della Valle di Sella, si
trova all’interno di un bosco punteggiato da opere
d’arte, e l’anello di Malga Costa, che si snoda in un’altra
area espositiva. Per quest’ultimo, lungo 1 km, in teoria
basterebbe mezz’ora, ma
tale è stato il nostro stupore
che ci sono volute due ore
piene per vedere, entrare,
sperimentare,
osservare
nei dettagli la trentina di
installazioni artistiche che si
incontrano lungo il sentiero
di cui la più imponente è
sicuramente la “ Cattedrale
Vegetale” di G. Mauri.
Si tratta dell’esposizione di
opere di artisti provenienti
da tutto il mondo, oltre
che italiani naturalmente,
generalmente tridimensionali
e di scala monumentale, tutte costruite con elementi
naturali cioè con sassi, pietre, foglie, rami o tronchi,
qualche volta sono utilizzati materiali o colori artificiali
e sono collocate all’aperto lungo alcuni sentieri. Mentre
passeggia, il visitatore “scopre” sui lati del percorso
queste sculture, dimenticandosi dell’eventuale fatica
fisica, apprezzando per contrasto la bellezza della natura
circostante. Ma la cosa più importante da segnalare è che
ogni artista è invitato a ideare e costruire il suo pezzo
come parte integrante di un certo luogo da lui prescelto,
quindi ogni opera nasce per quel determinato
sito e ha significato solo in quella posizione.
Essa diventa parte del paesaggio stesso, rimanendo in
quel contesto fino al suo degrado fisico, inserendosi
volutamente nel ciclo vitale della natura.
Si può addirittura assistere alla creazione stessa della
scultura (spesso ci si imbatte in scritte “work in progress”
cioè opera in cantiere). Si può notare che ogni opera trae
ispirazione dal suo luogo preciso: questo diventa appunto
uno stimolo per l’immaginazione e la scultura stessa, nata
in quel contesto naturale, non potrebbe essere spostata
altrove senza perdere il suo significato. Quindi l’opera
si inserisce con rispetto nella natura ed è fatta
di natura lei stessa: l’artista trova già tutto quello che
gli serve intorno a se’ ma la manipolazione creativa di
pezzi naturali, combinati in modo tutto nuovo, secondo il
proprio linguaggio espressivo, questa è la sfida di ognuno
di loro. Bisogna apprezzare, oltre all’idea, all’originalità
delle sculture, anche la complessità delle loro costruzioni
e la precisione nell’esecuzione. Alcune di queste sono
interessanti nella loro essenzialità, cioè nella semplicità
di elementi ripetuti secondo delle geometrie o nella
unicità di un elemento solido
monumentale. Altre si appoggiano
ad elementi naturali esistenti o
si snodano liberamente tra essi.
Molte di queste sono fruibili, cioè
creano degli spazi interni, per cui
si vuole entrare, attraversarle,
percorrerle o solamente girarci
intorno. Altre ancora sfidano le leggi della fisica.
Forse due installazioni in particolare rimangono impresse
per la grandiosità d’impostazione: il teatro e la cattedrale
vegetale. In entrambe sono stati generati degli spazi esterni
precisi, percorribili, organizzati: nella prima, all’interno di
un recinto avvolgente - costituito da un intreccio di ramisi trova uno spazio per la platea e un palco, nella seconda
troviamo una serie di navate scandite da pilastri “vegetali”,
la definirei d’impronta architettonica.
Come spiegato sul sito, “La Cattedrale Vegetale”, opera
monumentale realizzata nel 2002, si trova nei pressi di
Malga Costa ed ha le dimensioni di una vera cattedrale
gotica composta da tre navate formate da ottanta colonne
di rami intrecciati, alte dodici metri e di un metro di
diametro; all’ interno di ognuna è stato messo a dimora
un giovane carpino. Le piante cresceranno di circa 50
centimetri
all’anno. Con
i tagli e le
potature
s a r a n n o
adattate
a
formare
fra
qualche anno
una
vera
e
propria
“Cattedrale
Vegetale”. La
struttura ha
un rettangolo
di base di 82
metri per 15,
un’altezza di 12 metri e copre un’ area di 1.230 metri
quadrati. L’artista, Giuliano Mauri, dichiara: “All’interno
di questi artifici che io sto costruendo ci saranno delle
piante di carpino. Costruisco artifici per accompagnare
le piante nei vent’anni che servono loro per diventare
adulte. Dopo questo tempo le strutture sono destinate
a marcire, a diventare terra. Al loro posto, stante una
potatura annuale, ci saranno ottanta piante a forma quasi
di colonna che ricorderanno comunque il mio lavoro.
Quattro filari di alberi per la cattedrale che ho sempre
sognato.”
Essendo un architetto, non posso che notare delle
affinità tra queste installazioni artistiche e il progetto
di architettura. Basti pensare che ogni edificio viene
disegnato per un certo sito che ha caratteristiche precise
(terreno, orientamento, ambiente in generale, quindi
clima, luce, materiali, spazi), usando materiali tradizionali
combinati magari in modo non convenzionale oppure
materiali naturali, sfruttando le fonti di energia rinnovabile
che traggono vantaggio dalla natura (sole, acqua, vento).
Si parla di architettura naturale e della bellezza di certi
sistemi costruttivi tradizionali come le case fatte di legno,
pietra, bambù, paglia e fango o addirittura di sacchi di terra.
Oggi si cerca sempre di più di costruire o di ristrutturare in
modo ecosostenibile e attento all’ambiente: l’architettura
si inserisce in modo rispettoso nella natura come queste
opere d’arte si integrano nel paesaggio. Basti pensare
al maggior uso del legno in architettura in questi ultimi
anni, sia esso legno strutturale che di rivestimento in
facciata o nei tetti o ancora l’utilizzo di materiali ecologici
negli interni e di un’impiantistica attenta a garantire un
ambiente sano e confortevole.
Cosa ci comunica la visita ad Artesella? Prima di tutto
stimola il pensiero creativo, che è capacità di vedere
le cose in maniera non convenzionale, alternativa;
ci insegna che la Natura, la Bellezza e la Cultura sono
valori positivi da perseguire e ci riavvicina al mondo
dell’arte contemporanea e alla natura. È un’occasione per
esplorare dei luoghi naturalisticamente molto affascinanti,
conciliando interesse naturalistico e culturale. Talvolta le
persone difficilmente si lasciano coinvolgere o convincere
dall’arte contemporanea ma qui non succede. Inoltre ogni
anno vengono aggiunte nuove opere, quindi è anche bello
ritornare per scoprire cosa c’è di nuovo.
Ma c’è di più di una semplice passeggiata nella natura.
Artesella si propone anche come centro culturale e
artistico dove ogni anno vengono organizzate mostre
d’arte e di fotografia, concerti, rappresentazioni teatrali,
dove il tema è sempre comunque il rapporto con la natura.
Vengono anche offerti molti laboratori per bambini, ragazzi
e scuole che qui vivono un’esperienza unica. L’edificio di
Malga Costa era una costruzione rurale che anticamente
veniva usata dai pastori, in primavera o in estate, per
l’allevamento dei bovini e per la produzione di formaggi e
burro, oggi interamente ristrutturato, è diventato centro
informativo ed attrezzato per l’accoglienza.
www.artesella.it
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
Da questo mese il nostro angolo della
salute diventa anche angolo della bellezza grazie ad Anna, la nostra nuova
estetista.
18
arte e natura
in Val di Sella
bellezza
...
tra
Belluno Magazine
della
© Valua Vitaly - Fotolia.com
> salute
Percorsi
L’angolo
19
Una storia che profuma di nuovo
di Ambra Bosa
Belluno Magazine
20
Questa bellissima cuoca si chiamava
Marta e con le sue mani rese famosa
una zona del Bellunese che ancor oggi
porta il suo nome... Perché chi ben
comincia...
E’ così che oggi lo chef Luca Piedigace,
insieme alla collaborazione della sua
famiglia, sceglie di unire questo luogo di
storia alla sua giovane intraprendenza,
una coniugazione che riporta anche
nel suo menu, ricco di piatti della
tradizione dolomitica abbinati
con modernità e innovazione
di sapori.
Il locale, inaugurato domenica 4
novembre scorso, offre ‘i piatti di
Marta’ quali ‘bigoi’ alla veneta, fegato
alla veneziana, pollo e ‘conicio in tecia’
ma anche scelte come le tagliatelle di
castagne in sugo di capriolo e mirtilli o
melograno, bauletti di sfoglia con crema
di zucca tartufata e Bitto - e molto
altro - da assaporare sorseggiando vini
del nostro territorio (veneti, trentini e
del Friuli Venezia Giulia).
La trattoria prevede 70 posti a
sedere in un ambiente caldo ed
accogliente, una veranda esterna
con 40 posti, disponibile nella bella
stagione.
Il locale offre un ampio parcheggio
frontale ed è raggiungibile in 20 minuti
da Vittorio Veneto (TV).
Durante la settimana è possibile
pranzare con 15 euro.
Sono aperte le prenotazioni
per il pranzo di Natale e il
cenone di Capodanno.
Non rompete la tradizione di mangiare
bene, lo staff vi aspetta, volendo anche
senza cavallo!•
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Vi aspettiamo!
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
Si narra che, nel lontano XVIII secolo, quando i viaggiatori stanchi
volevano far riposare i
loro cavalli e recuperare le forze, una donna
dalle innate doti culinarie li ospitasse nella
sua cucina, imbandita
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> cucina e turismo
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Vi augura
un sereno
Natale
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2013
Belluno Magazine
> cucina e turismo
Antica Trattoria
21
di Nick Simcock
This year my wife and I decided to have a
special holiday to celebrate our tenth wedding anniversary.
Laura had always wanted to go on a safari and I was more than up for it. After getting
advice from different travel agents and friends we decided on Kenya.
Vaccinations
Situated in the tropics, Kenya harbours some nasty infectious diseases, the most infamous
being Malaria. At first we thought that we would simply take all the vaccinations. However,
we found out that you can’t vaccinate against every disease and some drugs may give you
bad side effects. We discussed our concerns at the vaccinations clinic at our local hospital,
where the friendly and knowledgeable staff gave us good advice on prevention and helped
us to decide what medication to take. With some vaccinations and some common sense
rules, like not drinking tap water and using plenty of insect repellent we didn’t have any
problems. I must add that we went in August, which is the Winter dry season, so there
are very few mosquitos and the risk of Malaria is greatly reduced. All said and done, this
is was our experience and I would recommend anyone going to the tropics to seek professional advice.
Mother Africa
After an eight hour flight from Milan to Mombasa we arrived in Kenya. For the first time
ever we were south of the Equator in the second largest continent in the world.According
to the experts, we are all descendants of Africa and in particular from Eastern Africa. The
oldest human remains in the world have been found in Kenya and in the surrounding areas.
Poverty
When we arrived at the simple but pleasant Moi International Airport we had no idea
of the poverty we were about to witness. We set off in a small safari minivan, driven by
our local guide called Sule, together with three other tourists from Turin who were also
in Africa for the first time. As we passed through the
guarded security gate of the airport, we left the perfectly cut grass and gardens behind and the smooth
road turned into a dirt track through a sprawling shanty town. All around us there were people living in the
very poorest of conditions. I felt like I was watching
a television documentary. Seeing is believing they say,
but actually being there is something else. None of us
said anything for a long time and no one took any photos. Eventually we left the shanty towns and joined a
tarmacked two lane road heading for Tsavo West Park
and the start of our Safari.
Hakuna Matata
The welcome you receive from the people of Kenya is
among the best I have experienced anywhere, they are
truly grateful that you have chosen to holiday in Africa.
Our driver Sule had a great passion for his job and this
was one of the main reasons why our safari was so
good. He helped us to spot the animals, made sure that
we had the best view and gave us lots of information.
The first time we climbed into the safari van however,
we were all a little concerned. “OK let’s go”, said Sule,
as he turned the key in the ignition, but the van didn’t
start. He turned to us and with a big smile and said,
“hakuna matata”, which means no problem in Swahili. “Relax, in Africa, even when there’s problem, it’s no
problem”, said his friend smiling at us through a side window. Eventually they replaced a
fuse and we were on our way. Another phrase that we constantly heard is “pole pole”,
meaning slowly slowly.
On safari
For nearly four days Sule and his super Toyota safari van took us on a tour of three safari
parks, Tsvao West, Amboseli and Tsavo East. The van was surprisingly comfortable, even
when travelling at speed on the roughest dirt tracks. Luckily we were in a group of only
five in a van with eight seats so we had plenty of space with our new friends. Once inside
the safari parks and driving at slower speeds, we could open the roof of the van and stand
up straight to view the incredible landscapes and the animals. I was very grateful of a few
essential items: a good sun hat, as the sun at the equator is overhead and a lot stronger, a
neckerchief to keep the dust out, a small pair of binoculars and a camera with a long zoom.
Obviously we were not the only safari van on the road. Every van is equipped with a short
wave radio that the drivers use to stay in contact with each other and to communicate
the location of animals. The dialogue in Swahili was mainly incomprehensible, however we
occasionally made out
single words, like simba
meaning lion, at which
point Sule would grab
the wheel, turn around
and speed to the location of the animal.
Let’s go wild!
Seeing wild animals in
their natural habitat is
an incredible experience. Animals in a zoo
are placed on display
24/7 for our benefit. In
the wild however, you
have to adapt to their
habits to have the best
chance of seeing them.
This means going out early in the morning or late in the afternoon when they are more
active. You are almost guaranteed to see certain animals such as elephants and zebras
because there are so many of them, others such as lions can be more elusive. We had
some amazing encounters that were not only breathtaking, but surprisingly emotional.You
feel truly privileged to have witnessed a random moment in an animals life. An elephant
crossing our path right in front of us with her baby struggling to keep up, a giraffe running
with its long spindly legs and elongated neck, a leopard sleeping on the bough of a tree in
the shade, a cheetah - the fastest cat in the world, crouched low, eyeing a herd of startled
gazelle.
Camping in the parks
We didn’t choose the most expensive safari in the brochure, but we were very pleased
with the standard of accommodation and the food was excellent.The first night we stayed
in a lodge. It was a bit old fashioned, but it was comfortable, and from it’s high position had
amazing views of the surrounding plains. The second and third nights we stayed in tented
accommodation with en-suite bathrooms.They were more like hotel rooms under canvas
than tents. Tucked up in bed in the tent you could hear the quiet humming of night insects
and a gentle breeze against the canvas, which we found very relaxing. It was only during
the third night that we were kept awake for an hour by an unusual noise outside the tent,
which we then realised was the sound of an elephant pulling great tufts of grass from the
dry soil. Another great thing about staying overnight in the parks is the night sky. The constellations of stars are different from home and just like the sun during the day, the moon
is straight above your head instead of being along the horizon.
Diani Sea Resort
After four days our safari was over. We had covered large distances and made many great
memories, but we were now ready for the second part of our holiday, four days of relaxation at Diani Sea Resort. We were sad to say goodbye to our friend and safari guide Sule,
but happy to be at a beautiful hotel, complete with a white beach, coconut trees, cheeky
monkeys and our new friends from the safari. To be continued...•
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22
On safari
Nick Simcock è nato a Stoke
1971. Vive e lavora a Belluno
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Una nuova collaborazione tra l’Emittente Agordina, il Centro
Internazionale del Libro Parlato di Feltre e la passione della
conduttrice di Sedico, Luisa Alchini. Agordina di Cencenighe,
Luisa ha iniziato ad esprimersi nel mondo dei media 20 anni fa
proprio a Radio Più dove oggi ritorna dopo aver maturato una
notevole esperienza nel settore.
Il titolo della rubrica intende esprimere il suo intento, attraverso
notizie, interviste e suggestive letture, giungere come dei veri
raggi di sole a chi ascolta: a tutte le categorie con difficoltà visive
e a tutti gli ascoltatori della radio, si mira così attraverso il dono
della voce a trasmettere tutte le sfumature di quello che si legge,
diventando una “voce amica”, creando quella magia che si chiama
empatia.
Ogni puntata comprenderà una parte dedicata alle interviste
rivolte agli operatori e responsabili del centro, ai fruitori del
servizio, ai donatori, coordinatori, mentre la seconda verrà
dedicata alla lettura da parte della conduttrice e di altri donatori
di voce, con un occhio di riguardo verso la letteratura locale e al
vernacolo Agordino.
La produzione è riservata a radio Più che da subito ha accolto
il progetto confermando l’attitudine di offrire un servizio
d’informazione puntuale, vario e dinamico
agli ascoltatori
agordini... e non solo, contribuendo a divulgare l’importanza
dell’operato del C.I.L.P per poter accedere ai servizi o per offrire
un po’ di tempo per una importante attività di volontariato.
Grazie a questa preziosa collaborazione sarà possibile
concretizzare nuovi progetti in provincia, verso i quali dimostra
vivo interesse il Presidente del C.I.L.P. dott. Flavio Devetag e
tutto il direttivo.
Belluno Magazine
Taibon-Feltre, passando per Sedico:
un’unione di forze per dare agli ascoltatori della radio una nuova rubrica:
“Raggi di Voce”, che Radio Più metterà in onda dal lunedì alle 10.30 (replica
alle 19) alla domenica alle 11.
25
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
“Un evento straordinario rarissimo
con Fo e Rame”, spiega Giorgio, che ha
cominciato il corso ad inizio ottobre.
“Un’occasione da non perdere perchè
non so quando ce ne sarà un’altra. Le
lezioni spaziano dalla storia
della commedia alle modalità
del teatro epico: lo spettacolo
nel quale ci si racconta cercando un
rapporto diretto con il pubblico, in
una situazione di empatia nella quale
La Dieta Mediterranea rappresenta un insieme di competenze, conoscenze, pratiche e tradizioni che includono
le colture, la raccolta, la pesca, la conservazione, la trasformazione, la preparazione
e in particolare il consumo di
cibo.
gli spettatori diventano una sorta di
direttori d’orchestra collettivi, che
danno tempi e ritmi all’attore, facendo
nascere la magia del dialogo tra
palcoscenico e platea”.
“Ho appreso del corso per caso
navigando in internet”, spiega Giorgio,
“ho mandato il mio curriculum e ho
saputo di essere stato selezionato.
Sono felice”. Al fianco di Franca e
Dario insegnerà Marina De Juli, che
da 30 anni lavora con la coppia ed è
diventata ambasciatrice del loro teatro
nel mondo.•
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Uno zumellese alla
corte di Dario Fo.
Giorgio Dell’Osta è
uno dei pochi fortunati che parteciperanno al
corso di teatro tenuto da
Dario Fo e Franca Rame
in provincia di Perugia.
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La Dieta Mediterranea è
stata proclamata patrimonio immateriale e culturale
dell’umanità.L’alimentazione
è uno dei fattori che incidono più fortemente sull’accrescimento, sullo sviluppo
fisico e mentale, sul rendimento energetico e sulla
produttività degli individui
e quindi in definitiva sullo sviluppo dei popoli e
sul loro destino. L’alimentazione è dunque, per
l’individuo, una necessità vitale. Gli alimenti
apportano da una parte il combustibile
necessario alla produzione di energia, e
dall’altra i principi nutritivi o “nutrienti” indispensabili al mantenimento di
un equilibrio biologico armonioso che
si identifica con la buona salute. Questa infatti dipende in gran parte proprio da un
giudizioso equilibrio fra i bisogni dell’organismo
che variano in funzione di numerosi fattori quali l’età, il sesso e il tipo di attività lavorativa. E’
opportuno fare una distinzione tra alimentazione
e nutrizione: mentre per quest’ultima si intende
l’insieme dei processi grazie ai quali l’organismo
riceve, trasforma e utilizza le sostanze chimiche
contenute negli alimenti, l’alimentazione consiste
invece nella forma e nelle modalità in cui vengono forniti, nelle giuste proporzioni, all’organismo
umano, gli alimenti che gli sono indispensabili.
L’organismo infatti utilizza quello che riceve e
poiché l’alimentazione è volontaria e cosciente,
essa è suscettibile di essere influenzata dall’educazione alimentare. In questo contesto si inserisce lo “Specialista in Scienza dell’Alimentazione”
il quale deve insegnare e fornire ai Pazienti l’arte
di alimentarsi bene e convenientemente al fine di
stagione
invernale
Gli alimenti apportano il combustibile
necessario alla produzione di energia,
e i principi nutritivi o “nutrienti”
indispensabili al mantenimento
di un equilibrio biologico armonioso
che si identifica con la buona salute.
mantenere un soddisfacente stato di salute. I dati
dei consumi alimentari in Italia ci dicono che a
partire dagli anni 50, la dieta italiana media si è andata modificando nel senso di un aumento delle
calorie totali, dei grassi di origine animale, mentre
contestualmente si sono diminuiti i consumi dei
carboidrati complessi tipo pane e pasta, di proteine vegetali e dell’olio extravergine di oliva. La
Dieta Mediterranea rappresenta un’alimentazione
variata e un contenuto calorico moderato, basato
sul consumo di prodotti freschi, locali e stagionali
come cereali, legumi, ortaggi, frutta fresca e secca,
olio di oliva extravergine e prodotti della pesca.
Scarso spazio trovano il consumo di carni rosse
e grassi animali.
Attraverso l’impedenziometro BIA 101 Akern,
strumento computerizzato rapido e oggettivo
che utilizziamo presso BELLMED Associazione
Medica, determiniamo la quantità di grasso corporeo, la quantità di massa magra, l’acqua corporea e il peso desiderabile del soggetto. Queste
informazioni ci permettono, attraverso l’utilizzo
del software Winfood, dedicato appositamente
alla costruzione della dieta, di progettare un programma dietetico assolutamente personalizzato
per perdere, acquisire peso o mantenere il peso
forma. Tutto ciò è dedicato a quelle persone che
sono in sovrappeso, obese, che hanno problemi
di ipo o ipertiroidismo, che hanno problemi di
ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, iper-
trigliceridemia, diabete mellito o alimentare, anoressia e bulimia.
Ora, con l’approssimarsi dell’inverno, mi corre
d’obbligo, come Specialista in Scienza dell’Alimentazione, dare dei consigli utili per avere un’alimentazione equilibrata, associata ad uno stile di
vita sano, con una dose giusta di esercizio fisico,
fattori che hanno un’effetto protettivo ben documentato nei confronti di importanti patologie
del nostro tempo quali l’obesità, diabete, tumori
e malattie cardiovascolari; ciò significa in pratica una dieta varia sia nello stesso giorno che nei
diversi giorni della settimana, in modo tale che
di essa faccia sempre parte almeno uno degli alimenti che illustrerò.
•Consumo quotidiano di 2 porzioni
abbondanti di verdura sia fresca che
cotta e 2 o 3 frutti di stagione;
•alternanza di pesce, carni bianche,
formaggi freschi, legumi (ceci, fagioli,
piselli);
•bere almeno 2 litri di acqua al giorno;
• fare un’abbondante colazione a base
di latte, the e cereali (fette biscottate,
muesli e cornflakes);
• limitare il consumo di zuccheri preferendo miele, marmellate e fruttosio;
• utilizzare olio extravergine di oliva e
condire con moderazione e poco sale.•
Dott. Adriano Sommavilla
specialista in Scienza dell’Alimentazione
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
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Migliaia di persone, come un fiume colorato,
stanno raggiungendo la zona di partenza della
35° maratona di Chicago. Io e Fabrizio Da
Ronch, caldi nel nostro abbigliamento vintage
da abbandonare poco prima del via, dopo
essere stato recuperato dalla nostra giovinezza
e dalla soffitta dove era stato confinato da
previdenti mamme, ci sorridiamo: le condizioni
sono perfette per correre.
Abbiamo già affrontato insieme le maratone
di New York e Berlino, ma è la prima volta che
partiremo insieme, subito dopo i professionisti,
un privilegio a cui Fabrizio è abituato ma
che per me rappresenta una novità ed è il
frutto dei miei miglioramenti e già di per se
è una soddisfazione. Guidati da una magnifica
organizzazione e dalla gentilezza di migliaia
di volontari, raggiungiamo il nostro “recinto”
di partenza. Ora è arrivato il sole, ma non
scalda e non soglie la tensione che, svanisce
magicamente alle 7. 30 allo sparo che segna il
via.
40000 persone iniziano a correre in
questa metropoli per un giorno a
disposizione dei podisti, e spinto da un
entusiasmo genuino quanto pericoloso, riesco
a tenere il ritmo di Fabrizio. Dopo il primo
miglio, il mio compagno accelera e mi saluta
inseguito dal mio in bocca al lupo e dalla mia
invidia ed io cerco un ritmo che sia veloce
ma che possa mantenere fino all’arrivo. Cosa
passa per la testa di un maratoneta lungo 42
interminabili km?
Tante cose, così veloci da diventare nessuna.
Penso a correre più forte che posso e intanto
ai miei lati sfilano grattacieli immensi e casette
a schiera, parchi e cartelloni pubblicitari,
bandiere, cartelli, incitamenti e viva l’Italia. La
maratona è un bel modo di entrare nel cuore
di una città. Già al 10 km ho il primo dubbio:
“non riuscirò mai a finire la gara”, ma la folla
a bordo strada è stupenda, incredibile. Sono
circa un milione e mezzo gli spettatori lungo il
percorso e le loro grida e il loro tifo sono una
marcia in più. I numerosi e, anch’essi, eccezionali
per numero e organizzazione, ristori, sono
preziosi appuntamenti con un carico di energia
ma è il tifo letteralmente assordante che trovo
> Sport
che passione
di Fabio De Mas
Chi te lo fa fare? Sono molte le persone
che guardandomi con un misto di incredulità, commiserazione e, a volte, poca ammirazione, pronunciano la fatidica frase.
In effetti non nego che la domanda sia legittima e, molte volte, me la
sono posta io stesso. Cosa mi spinge a macinare 1500 chilometri, a
svolgere 90 allenamenti sui 90 previsti dalla mia tabella, a correre con
trentacinque o zero gradi, sotto la pioggia, il solleone o con un’umidità
del 90%, a rinunciare ad uscire a cena perché devo allenarmi o a vedere
un film perché esausto crollo sul letto per correre una maratona?
Certo per correrla con un tempo di tutto rispetto, tre ore e quattro
minuti, ma che di certo non mi ha reso famoso e non mi ha nemmeno
permesso di entrare nei primi 1000 classificati alla Chicago Marathon.
Per soldi? Evidentemente, essendo una passione, di soldi ce ne rimetto e
non pochi. Perché lo sport fa bene? Questa è una leggenda che in molti
si bevono ma che bisogna sfatare: lo
sport fa male, a volte molto male. Non
parlo solo dello sport professionistico,
dove gli ex atleti sono tutti, chi più chi
meno, perseguitati da acciacchi vari e,
una volta smessi i panni dell’agonista,
si guardano bene dal praticare ancora
sport, ma mi riferisco principalmente
allo sport amatoriale dove un esercito
di persone tra i 35 e i 70 anni si improvvisa atleta, correndo, sciando,
andando in bicicletta o giocando a calcetto con conseguenze rovinose
per ginocchia, tendini e articolazioni varie.
Per gli sportivi della domenica o, nel caso del calcetto, del mercoledì,
basta farsi un giro per un pronto soccorso di montagna durante la
stagione sciistica, o passare per un ufficio il giorno dopo la partita dove
chi sta meglio zoppica, per rendersi conto dei danni da sport. Chi invece,
come me, arriva ad allenarsi anche cinque volte la settimana, sottopone
il proprio fisico ad uno stress innaturale che, a lungo andare, causerà
dei malanni o dei problemi di varia natura. Camminare fa bene,
ma non correre per 42 chilometri e 195 metri. Fare esercizi
di allungamento è salutare, ma non scontrarsi nei contrasti di calcio o
basket. Muoversi con armonia in ginnastiche dolci, è utile non certo
prendere a racchettate per ore una pallina.
E allora perché si fa sport? Semplice: perché è bello. Perché è una
passione, perché regala meravigliose sensazioni. Correre mi fa sentire
bene, mi permette di scaricare, a volte, non sempre, la tensione, migliora
il mio umore e mi regala un fisico forte, allenato e asciutto. In effetti,
quando ho iniziato, correre non era certo la mia attività preferita, anzi, la
consideravo noiosa e un poco stupida. Se si vuole gustarsi un panorama,
è meglio camminare, se ci si vuole divertire, molti altri sport regalano
adrenalina ed emozioni maggiori. Per me era un modo efficace per
allenarmi d’estate per fare quello che più mi piace: scalare montagne. In
seguito pian piano, mi sono appassionato, ho trovato percorsi suggestivi
e bellissimi nei dintorni di Belluno dove poter correre rilassandomi e
Foto di Chiara Vaccari - www.chiaravaccari.it
gustando un panorama stupendo, apprezzando la natura e il suo scorrere
che regala, per lo stesso posto, immagini affascinanti ma sempre diverse
a seconda dell’ora o della stagione. Così dal correre per allenarmi e
per ottenere una ottima forma fisica, sono passato a correre per fare
le maratone. In questo passaggio entrano in gioco due componenti: la
voglia di nuove sfide e l’agonismo che è presente, pur in gradi diversi,
in ogni atleta. Vi è, ineliminabile, la necessità, l’esigenza, di confrontarsi
con gli altri, di misurarsi. Tuttavia almeno per me, che ho 40 anni, una
famiglia e un lavoro, fuori dallo sport, la vera sfida è con me stesso.
Quello che mi spinge a correre una maratona è cercare i
miei limiti, è provare a vedere fin dove posso arrivare, è
trovare gratificazione nel migliorarmi e nello spostare i
miei limiti un pochino più in là. Inoltre svolgere al proprio meglio
un’attività, qualsiasi essa sia, dal lavoro, al giocare a carte, è gratificante
di per sé, e mi rende se non felice,
almeno soddisfatto di me stesso,
cosa che capita non sovente. Credo
che se amiamo qualcosa, l’unico vero
dovere che abbiamo è esprimere
al meglio in quella cosa, le nostre
potenzialità, riducendo al minimo
delusioni e rimpianti. Naturalmente
molto dipende da cosa s’intende per
“esprimere le proprie potenzialità” e fare bene il proprio lavoro, perché
se ci si pone obiettivi troppo ambiziosi, le delusioni saranno continue.
In questo sta il difficile e l’affascinante: darsi obiettivi difficili, ma alla
propria portata, cercare di capire e trovare i propri limiti e una volta
raggiunti, spostarli più in là, dandosi nuove e più ambiziose mete. Questo
è quello che cerco di fare con la corsa, l’alpinismo e, soprattutto, la vita,
non accontentandomi mai di quello che ho raggiunto, ma inventandomi
sempre nuovi scopi e sostituendo a ogni obiettivo raggiunto, un
altro più difficile e ambizioso, fino alla completa e, naturalmente,
irraggiungibile, realizzazione di me stesso. Ridisegnando continuamente
i propri orizzonti, ricalibrando i propri limiti, si corre il rischio di non
arrendersi a essi e di non rispettarli, rischiando di farsi del male, fisico
o psicologico che sia. Questo vale per l’attività fisica e per il lavoro, nei
rapporti personali, come nella vita di ogni giorno. Bisogna imparare
a conoscere le proprie possibilità e aumentarle, cercando
comunque di non spingersi troppo oltre. E’ un equilibrio
instabile e difficile da raggiungere, tra desideri, capacità e realtà, ma non
saprei comportarmi diversamente. In quest’ottica, grande è il rischio di
non essere mai soddisfatti di quello che si raggiunge, e la frustrazione
è sempre dietro l’angolo, ma le motivazioni a migliorare sono enormi
e, magari un giorno, guardandomi indietro, potrò almeno dire di averci
provato. Fare sport aiuta a migliorarsi in tutti i sensi. Correre
una maratona è assolutamente inutile, ma può essere davvero molto
gratificante, e se nel correrla uno ci mette il cuore, è una esperienza
bellissima che può,addirittura, rendere una persona migliore.•
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il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
Sono le 6 di mattina di una
domenica serena, è buio e
fa freddo.
subito
dopo
una curva a
farmi venire i
brividi e ho la
sensazione di
volare. Arrivo
al cartello
di
metà
percorso
e il mio
tempo mi fa
sognare: 1h
29’. Accarezzo
l’idea di stare sotto le tre ore e chiamo a
raccolta ogni mia energia. Che giornata, penso,
e vedo davanti a me tutti gli oltre 1400 km
percorsi questa estate per prepararmi, la
fatica e i sacrifici che ora acquistano un senso
piacevole.
Ma al 35° km arriva la realtà a spazzare via le
illusioni e mi accorgo di aver finito la benzina.
Pesco nell’orgoglio e nella volontà, ma gli
ultimi due km sono un calvario e il traguardo
mi appare con un miraggio: lo taglio e un
volontario mi sostiene prima di accasciarmi
al suolo letteralmente sfinito. È l’orologio
a regalarmi nuova energia: 3 h 4’ 28’’, la mia
maratona più bella, il mio giorno di corsa più
intenso, la gara più entusiasmante. E Fabrizio,
mi chiedo ? Devo cercarlo tra i primi per
trovarlo, è andato come un treno e con 2h 43’
è stato il primo italiano a Chicago.•
Belluno Magazine
di Fabio De Mas
Sport
di corsa
FE
LT
R
> Sport
A Chicago
29
di Chiara Reolon
Belluno Magazine
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
Thomas Lorenzi vive a Limana ed è istruttore di nuoto presso la piscina Comunale di Belluno,
nonché allenatore della squadra giovanile agonistica del Team Sportivamente Belluno.
Dopo una vita passata fra le corsie da nuotatore prima e da istruttore poi, sente la necessità
di praticare uno sport all’aria aperta, per uscire dalle solite 4 mura del posto di lavoro. Così si
avvicina alla corsa, coniugando la sua passione sfrenata per la montagna e decide di provare
a correre in quest’ambiente che subito gli regala sensazioni indescrivibili di serenità, libertà
e divertimento. Cosa c’è di meglio che correre in natura? Indossa le sue prima scarpette da
running nel 2008, la passione per la corsa in montagna lo entusiasma sempre più, tanto che
decide di partecipare alla sua prima “ultra” nel 2010. Con il termine “ultratrail” s’intendono
quelle gare di endurance di corsa in montagna con un chilometraggio superiore ai 42km,
con dislivelli positivi importanti. Nel 2010 partecipa e porta a termine “l’antico troi degli
sciamani”, ultratrail di 70km con 4500mt di dislivello positivo (D+). Tra molte sofferenze
e la difficile gestione di una gara del genere riesce comunque a concludere quest’impresa,
che dà il via a tutte le successive. Nel 2011 conclude la sua prima 90km partecipando
alla Lavaredo Ultra Trail, conclude svariate 50km qua e la per l’Italia e percorre addirittura
la Via Lattea Trail in quel di Sestriere, gara di 30km completamente in notturna e sulla
neve, da affrontare con scarpe da ginnastica e lampada frontale a -25°. Tutto questo costa
allenamenti massacranti, intere domeniche in giro per monti a correre, dalle 15 alle 18
ore non stop, sveglie alle 3 del mattino per potersi allenare prima di andare al lavoro,
potenziamento in piscina, bici, ecc ecc
Alla continua ricerca del proprio limite, Thomas Lorenzi nel 2012 decide di iscriversi
alla 100km del Sahara, un attraversamento non stop nel temibile deserto africano. In
preparazione a questa dura prova si confronta con l’ultratrail “punt del diau” fra le prealpi
torinesi; gara di 80km 5700D+,che si svolge sotto il sole cocente dei 35° del clima estivo,
riuscendo ad ottenere un ottimo terzo posto e salendo sul podio, sventolando i colori gialloblu della nostra provincia. Riportiamo di seguito un breve racconto dell’esperienza che lo ha
visto classificarsi 9° assoluto e inorgoglire i bellunesi fra le dune africane.
Un anno di preparazione dopo la ripresa da un infortunio sono stati necessari per
preparami all’evento.
Con incredibile emozione ricordo quei momenti passati nel deserto, sono davvero
30
da donna per impedire alla sabbia di penetrare nelle scarpe, mi tuffo in quel mondo
fatto di fatica e disperazione. Il vento si alza, la sabbia negli occhi penetra come aghi
e rende difficile l’orientamento già reso precario dalla notte. La fatica degli 85km si
fa sentire implacabile sulle gambe, ma la forza di volontà, la disperazione mescolata
con la magia del posto mi danno la forza per impormi fra quelle montagne di sabbia.
D’improvviso innanzi a me avvisto l’oasi, e giunto in quell’unico segno di civiltà che
non vedo da 12 ore arrivo finalmente al traguardo. Al mio arrivo il cronometro
segna 11 ore 55 minuti e 11 secondi: sono sceso sotto le 12 ore!! Mi accolgono tra
mille complimenti, lo staff mi fa la foto e oltre alla maglietta di finisher mi mette al
collo la medaglia. Chiedo la posizione e mi dicono che sono ottavo nella categoria
maschile e nono assoluto. Chi se lo aspettava! Ero venuto nel deserto solamente con
l’intento di portare a casa una bella esperienza e riuscire a finirla entro le 15 ore, e
mi ritrovo addirittura 8° a percorrere 100 chilometri nella sabbia sotto le 12 ore.
Sono felicissimo!!
Questa la mia esperienza di runner estremo: voglio ringraziare il mio sponsor, il
negozio Mazzorana Sport di Castion, che con cortesia e professionalità mi supporta
e mi fornisce il materiale tecnico della Odlo con quale riesco a correre al meglio.
Inoltre ringrazio tutti quelli che mi hanno sostenuto nell’impresa e credono in me,
tutti i lettori di Belluno Magazine e la redazione che mi ha dato l’opportunità di far
conoscere la mia storia.
L’impresa non è portare a termine quel che si è iniziato, la vera
impresa è cominciare. •
vi auognuerafeste
Bu
> salute
al freddo
naturalmente
2° parte
di dott.ssa Cristina Muratore
© ARTENS - Fotolia.com
Nel numero precedente,
ho iniziato una sorta di
“decalogo olistico”, per
la preparazione all’inverno. Ormai la prevenzione
è già iniziata e l’inverno
è alle porte.
I primi 5 punti erano: ALIMENTAZIONE, DEPURAZIONE, SISTEMA IMMUNITARIO, INTESTINO, VIE RESPIRATORIE. (Chi non trova più
il numero precedente lo trova on-line, o può
leggere il decalogo completo nel mio sito: www.
parafarmaciaolistica.it). Aggiungo quindi gli altri
cinque elementi di una prevenzione naturale ed
efficace:
6) RINFORZARSI Nella società occidentale è
assai rara la carenza di vitamine o altri nutrienti
essenziali, tuttavia in caso di dieta poco varia o di
un aumentato fabbisogno di tali sostanze, l’uso
di integratori adeguati, può aiutare l’organismo
a rimettersi in forze e quindi a non ammalarsi.
Poiché in inverno si tende ad assumere meno
frutta fresca è particolarmente consigliabile la
vitamina c, anche sotto forma di estratti di acerola o rosa canina. Se si nota fragilità di unghie
e capelli, l’ortica e l’equiseto offrono un grande
potere remineralizzante.
7) MOVIMENTO L’arrivo dei primi freddi è
per molti l’occasione per ritirarsi il più possibile
nelle proprie case, ma questa tendenza andrebbe contrastata sia per i benefici dell’aria aperta,
sia perchè il movimento attiva la circolazione, la
tonicità dei muscoli, l’eliminazione di tossine con
il sudore, oltre a migliorare l’umore (con la produzione di endorfine e lo stacco dalla routine).
8) STRESS Termine a volte abusato, ma che richiama il punto precedente. Secondo numerosi
studi ormai accettati sia dalla medicina ufficiale
sia da quella cosiddetta complementare o integrativa, è una delle principali cause di patologie
di vario tipo; non solo invernali ovviamente, ma
poiché l’inizio delle giornate più buie o la ripresa dell’attività scolastica, etc, sembrano risultare
fonti di “stress”, l’autunno è un ottimo periodo in cui occuparsene. Esistono piante come
la passiflora o la melissa che aiutano a rilassare
le persone ansiose; l’eleuterococco può essere
d’aiuto a chi soffre particolarmente le temperature rigide (grande adattogeno usato in Siberia);
il ginseng è un grande anti-stress per affrontare
le difficoltà della giornata (non del pomeriggio, a
qualcuno può provocare insonnia). Per migliorare l’umore la pianta d’elezione è l’iperico e per
ritrovare l’equilibrio generale sono ottimi i Fiori
di Bach.
9) FARMACI Dagli antifebbrili agli antibiotici è
bene limitarne l’uso alla sola prescrizione medica, poiché nella gran parte dei casi si tratta di un
abuso che può provocare più effetti indesiderati
che benefici.
10) RADIAZIONI ELETTROMAGNETICHE Di solito non ci si sofferma a pensarci,
ma ne siamo costantemente circondati negli
ambienti chiusi poiché le onde elettromagnetiche vengono emesse da varie apparecchiature
come tv, pc, cellulare, microonde, etc. che alterano l’equilibrio nell’aria tra le particelle positive
e negative. Un antidoto ad esse è dato dal sale
himalayano cristallino, che manifesta i sui effetti
benefici attraverso le lampade di sale o le grotte
di sale, ma anche in cucina risulta un’ottima alternativa al sale comune, privo di tali proprietà
terapeutiche, anzi nemico della pressione arteriosa.
La natura intorno a noi, da oriente ad occidente, è ricca di strumenti curativi e benefici per la
nostra salute, ma non sempre privi di reazioni
avverse o interazioni, perciò è sempre utile informarsi e chiedere il consiglio giusto.
Buon autunno a tutti!•
dott.ssa Cristina Muratore
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nel deserto
Prepariamoci
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Impresa
fortunato per l’opportunità di partecipare a questa sfida.
Una gara dura, partita alle ore 15.00 con una temperatura
incredibile. Una mulattiera e continui saliscendi in un
paesaggio davvero splendido fanno da cornice ai 20km
iniziali, che lasciano il passo al nulla più desolante. Di
seguito incontro un fondo duro e compatto attraversato
da continue lingue di sabbia, che mettono a dura prova
le gambe, le quali vengono inghiottite come chewin-gum
dal manto irregolare. Per fortuna un ristoro ogni 20 km
permette di re-idratarsi e fare il pieno di liquidi, mangiare
un paio di biscotti secchi e un morso di banana. La notte
m’investe e mi ritrovo a correre inghiottito nell’oscurità
più profonda, con il cammino illuminato solo dalla flebile
luce di una lampada a batterie. La malefica escursione
termica del deserto ci inghiotte…
Decido di fermarmi e spegnere la frontale per assaporare
la magia di quel suono: “il silenzio”. Solo ora mi accorgo
che in 33 anni non ho mai ascoltato il vero silenzio,
un senso di smarrimento e di disagio mi pervade, una sensazione mai provata. Il
deserto ti fa capire quanto l’uomo sia nullo nei confronti della
natura, quanto sia effimero, fragile nei confronti della vita. Riparto
con la frontale spenta perché voglio assaporare il rumore dei miei passi e del mio
respiro.
Riprendo la mia corsa e giungo agli ultimi 15km di dune: indossati due gambaletti
31
Belluno Magazine
il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
“Ora in quei giorni, uscì un editto di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l’Impero
[…] Tutti partivano per farsi iscrivere, ciascuno
nella propria città.
32
Anche Giuseppe salì dalla Galilea, dalla città di Nazaret, in Giudea, alla città di
David, chiamata Betlemme, per farsi iscrivere con Maria, sua sposa, che era incinta. Ora, mentre essi si trovavano là, giunse per lei il tempo del parto, e partorì il
suo figlio primogenito, e lo avvolse in fasce e lo pose a giacere in una mangiatoia,
perché non c’era posto per loro nell’albergo.” (Luca 2,7)
Il tema della nascita di Gesù è presente nelle raffigurazioni artistiche già a partire dal
IV secolo d.c., testimonianza esemplare è
il mosaico che riproduce i Re Magi, a Ravenna, in Santa Apollinare Nuovo. Le prime
rappresentazioni si rifacevano esplicitamente ai Vangeli di Luca e Matteo: il Bambino, la
Madonna, San Giuseppe, l’Angelo che veglia
e i pastori erano i personaggi fondamentali
e costituivano il nucleo fondante della Natività. Nel corso dei secoli il tema si arricchisce di particolari e di personali rivisitazioni
da parte dei vari artisti che affrontarono
tale soggetto.
Nel 1501 Sandro Botticelli dipinse la sua
cosiddetta Natività mistica, un’opera di
difficile interpretazione, dato che sfugge ad ogni iconografia tradizionale. La
promessa di amore e pace incarnata nell’Avvento, viene evocata dal pittore in
evidente rapporto con i “torbidi” di cui parla la misteriosa iscrizione in greco,
vergata alla sommità del quadro: “Questo dipinto sulla fine dell’anno 1500 durante i torbidi d’Italia io Alessandro dipinsi nel mezzo tempo dopo il tempo
secondo l’undicesimo di San Giovanni nel secondo dolore dell’Apocalisse nella
liberazione di tre anni e mezzo del diavolo; poi sarà incatenato nel dodicesimo e
lo vedremo (precipitato?) come in questo dipinto.”
Non è chiaro se i “torbidi d’Italia” a cui allude l’artista facciano riferimento alle
campagne di Cesare Borgia del 1499-1501, o all’invasione francese guidata da
Luigi XII del 1499, forse ad entrambi gli eventi e ancora all’espansione turca. Il
clima politico è senza dubbio molto incerto e tormentato e, tutto ciò, alimentava
negli animi un diffuso terrore millenaristico che Botticelli pare voler esorcizzare
con degli espliciti richiami alla profezia dell’Apocalisse. Nel “secondo dolore”
dell’undicesimo libro del testo di Giovanni viene profetizzata l’oppressione della
“città santa per lo spazio di quarantadue mesi” da parte dei Gentili; nel dodicesimo libro l’altra previsione è quella che Satana sarà “precipitato sulla terra, e con
lui i suoi angeli”. Il termine “tempo” va decifrato come anno, in questo modo
pare che il pittore voglia dire che alla fine del 1500 è già trascorso un anno e
mezzo (“mezzo tempo dopo il tempo”, un anno e mezzo dei tre destinati ad
essere dominati dal Maligno) e ne mancano due alla sconfitta del Diavolo, ovvero
alla fine di quei “torbidi”. Nel 1503 morirà papa Alessandro IV Borgia, da molti
indicato come l’Anticristo, alcuni sostengono che proprio a quest’ultimo vi sia
un’esplicita allusione e che, dunque, l’iscrizione venne aggiunta all’opera in un
secondo momento: una profezia a posteriori per indicare il ritorno della pace e
dell’amore fra gli uomini.
La parte centrale della tela inquadra una capanna appoggiata a delle rocce e
A destra. Natività
Mistica. Sandro Botticelli,
olio su tela 1501.
Sotto. Particolare
di mosaico a
Sant’Apollinare
Nuovo, Ravenna.
sostenuta da due grossi pali: la sacra famiglia è dunque al centro della rappresentazione. Giuseppe accovacciato davanti al bambino e la Madonna inginocchiata, che grandeggia secondo proporzioni “gerarchiche” quasi doppie, divenendo,
così, il fulcro dell’attenzione. Nell’opera l’artista mette in risalto il clima di
riconciliazione tra l’umano ed il divino, ciò appare soprattutto
evidente nell’abbraccio tra gli angeli e gli uomini, che compare nella
parte bassa della tela. Tutta la rappresentazione sembra abilmente orchestrata
per diffondere un messaggio criptico ed ermetico di cui la Natività è solo un
pretesto. E’ infatti evidente l’influenza umanistica e raffinatamente colta, si pensi
alla scritta in greco, della corte di Lorenzo il Magnifico, del quale il Botticelli fu
autore prediletto.
Lorenzo il Magnifico muore nel 1492, ciò causò la caduta dei Medici e l’ascesa
di Girolamo Savonarola. Quest’opera è già viva testimonianza della crisi spirituale che stava attraversando il Botticelli: come molti altri artisti fiorentini rimase
profondamente colpito dalle prediche del frate domenicano e subì una sorta di
conversione, al punto che i quadri degli ultimi anni, lontani dalla leggiadria disinvolta e dalle tematiche neoplatoniche, sono ispirati dalle prediche savonaroliane
e presentano soggetti sacri portati al pathos drammatico più spinto e più intenso. La Natività appare, infatti, un’opera stilisticamente e spiritualmente vicina alle rappresentazioni religiose medioevali: la gioia
del mistico avvento è sopraffatta dall’inquietudine, esplicitata
nell’iscrizione ed evidente nella composizione scenica. La gloria di
Botticelli stava rapidamente cedendo il passo: con la caduta dei Medici la sua arte
ripiegò su se stessa in una sorta di involuzione espressiva, lasciando così spazio
alla “nuova maniera” che di lì a poco avrebbe trovato i suoi eccellenti interpreti
in Leonardo, Michelangelo e Raffaello.•
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compressi, al fine di ridurre al minimo l’assorbimento di
sporco ed umidità.
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determinato dalle proprietà di isolamento termico e dalla
tenuta ermetica dei serramenti. Dando la preferenza a
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il consumo energetico, sia per il riscaldamento nelle stagioni
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Nell’era dell’informazione in tempo reale, qualcuno afferma che
l’impresa è ciò che comunica. L’azienda rimane sempre e comunque
ciò che produce. Però, è evidente che subito dopo la qualità del
prodotto e del servizio, il secondo fattore caratterizzante di
un’impresa sia proprio la sua comunicazione. Oggi l’ informazione
d’impresa passa su Internet. Il Web è la pietra di paragone della
qualità in fatto di comunicazione d’impresa. Per tutti questi motivi,
FINSTRAL ha deciso di rinnovare il proprio sito, rendendolo più
semplice, immediato e comprensibile a tutti. Il sito è navigabile on
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dedicate al cliente, in modo tale da aiutare il consumatore nel
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il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
di Barbara Meletto
Manutenzione
Belluno Magazine
> arte
Dentro l’immagine: la Natività
mistica di Botticelli
33
34
Qui incontra e stringe una fortissima amicizia con Georges Dazet, figlio del
suo tutore.
In Francia, se non per qualche breve ritorno in Uruguay, vi rimarrà sino alla
morte, avvenuta nel 1870, a soli 24 anni, in una Parigi accerchiata dai prussiani,
pochi mesi prima della Comune.
Poche e frammentate le cose che ci pervengono in relazione
alla sua persona: un paio di immagini e un libro, l’unico, che
dopo molte vicissitudini viene pubblicato, i Canti di Maldoror,
in cui Ducasse si presenta con il nom de plume di Conte di
Lautréamont.
Quest’opera colloca l’autore nello stesso fertile
terreno dal quale erano già spuntati i “Fiori del
male” e lo avvicina, inoltre, al “veggente” Rimbaud.
Influenzato, quindi, da coloro i quali avevano già ricevuto le
stimmate di “nobiltà maledetta” (i riferimenti si sprecano,
ovviamente ai già citati Baudelaire e Rimbaud vanno aggiunti
Verlaine, Corbiére e De Musset, solo per fare alcuni nomi),
il nostro Conte, sembra seguire appieno, sia letterariamente
che materialmente, le parole di George Sand contenute nella
prefazione di Lettere di un viaggiatore:
“Io sono un vostro simile, uomini di cattiva fede! Differisco da
voi solo perché non nego il mio male e non cerco di truccare
con i colori della gioventù e della salute i miei tratti alterati
dallo spavento”.
Tutta l’opera di quest’illustre sconosciuto è innervata da
quell’eco di “romanticismo nero” (citando Praz), incentrato sulla
figura dell’artista-luciferino, in cui l’angelo decaduto vi compare,
sì, ma come portatore di luce (si pensi allo studio benjaminiano
del caso), il quale, però, è un essere emarginato da una società
preoccupata soltanto da apparenze e da superficialità, costretto
a sfuggire a questo suo triste stato esclusivamente attraverso l’immaginazione.
Proprio quest’ultima è la facoltà suprema che sola permette l’accesso alla verità
sepolta nelle cose, e colui che la possiede in sommo grado è il poeta, il quale,
a sua volta, grazie alla stessa, riesce a ritrovare e a riscoprire il legame, oramai
perduto, con la Natura.
Nell’opera di Ducasse, la sopracitata Natura, è presentata come qualcosa di
mostruoso, nel senso latino del termine, in cui la rigogliosità delle specie è
garantita dalle innumerevoli metamorfosi (probabilmente ci sono sentori delle
teorie darwiniane), le quali altro non sono che rimandi a zone dell’inconscio
rimaste finora inaccessibili e lo collocano in linea con il pensiero più generale
dell’epoca: quello, cioè, che vede primeggiare l’interiorità, permettendo, in
questo modo, una maggior libertà espressiva, sia sul piano emotivo, che su
quello caratteriale.
I Canti in questione, narrano le vicende di un eroe, Maldoror, per l’appunto,
il quale non può sicuramente incarnare dei valori positivi, al contrario, egli è
l’emblema della ferocia acquisita attraversando, come “prove iniziatiche”, tutti
i gironi del male.
Conforme al dettame baudelairiano, secondo cui più niente è in grado di
sottrarsi alla scrittura/poesia, ciò che emerge in primis, nei Canti, è la violenza,
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Isidore Lucien Ducasse nasce nel 1846 a Montevideo (Repubblica orientale dell’Uruguay), figlio di
emigranti francesi, e arriva nella sua Madrepatria nel 1859 allo scopo di frequentare il liceo di
Tarves, città d’origine dei genitori.
espressa senza mezzi termini, non solo da parte del protagonista, ma anche di
tutto ciò che lo circonda: dalla flora camaleontica, alla fauna, che sembra nutrire,
al suo interno, bestie incarnanti pulsioni reali, in una sorta di commistione fra
l’uomo e l’animale, in cui, in ogni caso, è, ancora una volta, la violenza a farla
da padrona, attraverso artigli laceranti, gli stritolamenti mortali e le ventose
miranti a sostituire baci, tutto questo all’interno di un mondo che appare
trasfigurato, quasi come l’universo pittorico di Bacon, in una continua tensione
tra il sogno e l’incubo. I tratti dell’uomo e quelli degli animali sono amplificati
ed accentuati, dando, così, maggior rilievo al loro aspetto negativo, rendendo,
in siffatta maniera, palpabile la frammentazione, la lacerazione dell’io moderno
(descritta benissimo nella doppia postulazione verso il basso e verso l’alto,
presente in ogni uomo, ad opera di Baudelaire) e, mostrando, al contempo, la
visione, quasi contemporanea, di una realtà estremamente cruda e spietata.
Proprio il male è rappresentato
con la voluttà accanto: non solo il
piacere di provocarlo, a se e agli
altri, quanto quello di contemplarlo,
finendo con il generare aborti
d’amore e di compassione, propri
del sadomasochismo di Sade. In
particolar modo, è l’innocenza ad essere
il motore di una violenza furiosa e cieca;
infatti sarà giust’appunto con Lautréamont
che avrà inizio la rivolta dell’adolescente
ribelle e intriso di cultura, culminante con il
geniale Rimbaud. Ma contro chi o che cosa
si scatena questa rivolta atroce? Mentre
l’essere così profanatorio, in Sade, significa
mettere in atto una trasformazione dei
personaggi, da egli stesso descritti nelle sue
opere, in simboli; Lautréamont si scaglia,
e quindi fa scagliare Maldoror, contro quel
Dio che l’ha generato, reo, il Divino, delle
imperfezioni commesse in quell’atto: non a
caso, appare estremamente nichilista la frase,
pronunciata dal protagonista ducassiano, al
suo Creatore: “mostrami un uomo che sia
buono!”; in quest’ottica il vero criminale è
Dio e la rivolta del Conte comincia proprio con la rivendicazione di una libertà
riscontrabile soltanto nei regni dell’istinto e del ritorno allo stadio elementare,
perciò, egli si propone di abbattere le frontiere umane attraverso una “volontà
di annientamento”, tale da far intravedere un’evasione oltre i confini dell’essere
e delle leggi della natura. Tuttavia una sfida così concepita, coincide con una
mortificazione, poiché (si vedano gli ibridi uomo-bestia, i quali non fanno parte
né del regno umano, né di quello faunistico, in quanto sono, per così dire,
incompleti) resta un elemento in sospeso, come illusorio: non si è più alcunché,
né si può accettare di essere qualsiasi cosa. Banale convenzione, tutto ciò?
Forse, però il grido, lanciato da Ducasse, verrà poi accolto, oltre che dal già
citatissimo Rimbaud, anche da tutti i surrealisti (compresi i pittori: basti pensare
alla illustrazioni di Dalì su Maldoror!) con Gide alla guida, i quali raccolgono il
messaggio che esso reca con se: quello, in altre parole, che indica, da una parte,
l’arte come rifugio dalle intemperie di fine secolo, e, dall’altra, promuove la
conquista di uno spazio di libertà originale, e dunque non convenzionale, per
mezzo della scrittura, la quale consente di trasmettere messaggi veri, in quanto
essi emergono da quello strato di istintualità primitiva che è sepolto nel nostro
io più profondo. Diceva Breton: “E’ un grido dello spirito che si volge contro se
stesso, deciso a frantumare disperatamente queste pastoie”.•
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da parola greca “halos”
che significa sale.
Il Trattamento con il sale è un rimedio naturale noto
da Secoli, basato sull’utilizzo del sale nelle sue diverse forme.
È efficace nel trattamento della maggior parte dei
disturbi respiratori e riconduce il corpo ad un corretto equilibrio psicofisico; si induce una naturale
disintossicazione, migliora la respirazione con una
minor tendenza a raffreddori e influenze, migliora
il sonno ed il rilassamento. Ha inoltre effetti benefici su manifestazioni di tipo dermatologico. Il sale
vanta proprietà igroscopiche ovvero la capacità di
assorbire l’umidità, ha effetti sgonfianti e decongestionanti. La grotta di sale Feltre L’ambiente della grotta è simile all’ambiente del
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dioma ma anche per il microclima, temperatura, aria,
tasso umidità e assenza di agenti patogeni.
Nella stanza si instaura un microclima con un’umidità che varia dai 40-60% e una temperatura stabile
tra i 18-24°C. L’ambiente è ipoallergenico e favorisce una profonda igiene delle vie respiratorie.
La nostra struttura è del tutto naturale costruita in
legno marino okum che è noto per la sua resistenza
all’acqua e agli ambienti umidi; le pareti e il pavimento sono completamente rivestite da salgemma che
crea un ambiente sterile a forte carica ionica negativa. Gli ioni sono delle piccolissime particelle caricate
elettricamente disperse nell’aria. Possono essere di
vari elementi, come carbonio, azoto, ossigeno, ecc…
Questi ultimi sono quelli che maggiormente ci interessano, dato che con la respirazione il nostro corpo ricerca proprio l’ossigeno. Gli ioni si dividono in
due categorie: ioni positivi e ioni negativi. A dispetto
del loro nome, sono gli ioni negativi che ci danno benessere, mentre i primi sono responsabili di disturbi
di varia origine. In natura i fenomeni violenti come
i fulmini o la caduta dell’acqua da una certa altezza
sono dei generatori molto potenti di energia che
carica negativamente l’aria circostante basti pensare
alla sensazione e all’aria pura che si respira vicino
ad una cascata, in alta montagna o dopo un forte
temporale. In particolar modo gli ioni negativi di ossigeno, che noi respiriamo, ci danno quella piacevole
sensazione di benessere. Collateralmente migliora-
no la concentrazione, aumentano l’attenzione e la
produttività, stimolano il sistema immunitario.
Gli ambienti sono realizzati per ispirare relax, infatti sono indicate per combattere lo stress e l’affaticamento emotivo, inoltre si può abbinare anche la
color experience e la music experience.
La seduta in grotta
Una seduta in grotta consiste nel sedersi in comode poltrone e respirare delle particelle di sale micronizzato che si trova nell’ambiente, esse vengono introdotte nell’organismo attraverso l’apparato
respiratorio. Le sedute iniziano ogni ora e durano 40 minuti.
Nella stanza di sale si entra preferibilmente con un
abbigliamento comodo, è richiesto solo l’uso di calzini bianchi; perché i calzini colorati o neri rilasciano
pelucchi che possono sporcare o danneggiare il sale.
In alternativa forniamo copri calzini monouso in tnt.
Durante la seduta si ascolta musica rilassante con un
sistema dolby sorround 7.1, si può leggere un buon
libro, guardare un documentario, si può dormire o
semplicemente godersi i colori e l’ambiente della
stanza.
I più piccoli, invece, possono ascoltare la musica dei
loro cartoni o guardarsi il cartone animato preferito
mentre giocano sul pavimento con il sale con paletta
e secchiello proprio come se fossero al mare e inoltre possono giocare con tanti giochi in legno.
La grotta di sale non sostituisce la terapia medica;
ma permette di migliorare la qualità della vita.•
Autofficina FONTANA di Fontana Kyd
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Lavorazione e posa lapidi
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di Eleonora D’Inca
La grotta
di sale
Belluno Magazine
> Filosofia
La ‘Stagione all’inferno‘
del conte di Lautréamont
35
> Giornalista per un giorno
La tormentata
vita
della principessa
Sissi
di Martina Giardini
L’ultima tappa della vita di Sissi è
Ginevra.
Elisabetta nella mattina del 10 settembre del 1898 si dirige verso il
molo del lago, dove sta per imbarcarsi, quando un anarchico italiano,
Luigi Lucheni, la colpisce violentemente al petto con uno stiletto,
dandosi alla fuga. La sovrana cade a terra, ma, convinta di esser stata
vittima di un tentato scippo dell’orologio, si rialza apparentemente
indenne e si avvia verso il vaporetto che l’avrebbe portata dalla baronessa di Rothschild.
A bordo del vaporetto, però, l’imperatrice sviene e viene soccorsa,
chiudendo gli occhi per non riaprirli più.
Nel frattempo Luigi Lucheni, arrestato, viene immediatamente sottoposto a processo: in questa occasione ha modo ARIETE
di vantarsi del gesto compiuto, dichiarando di essere soddisfatto e di aver compiuto
tale delitto per ribellarsi alla società borghese.
Ma le parole dell’assassino uccidono l’imperatrice più del suo stiletto. Lucheni al giudice che lo interroga dichiara di essere
arrivato a Ginevra con il proposito di uccidere
il Duca
TORO
ARIETE
d’Orleans:
“Ma allora perché uccidere l’imperatrice Elisabetta?”
Lucheni risponde: “Non ero riuscito a trovare il duca d’Orleans e
così ho ammazzato l’altra, in mancanza di meglio!”
Il giudice istruttore dice: “Lei ha ucciso una disperata”
GEMELLI
TORO
Lucheni: “Credevo di aver ammazzato una fortunata
della terra”.
ARIETE
L’assassino viene condannato all’ergastolo e, dopo diversi tentativi di
L’Oroscopo
di
BM
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il periodico gratuito di informazione ed attualità della Provincia di Belluno
a cura del MAGO YAMIL - [email protected]
36
ARIETE
AMORE: imparerete a conoscere meglio il
vostro partner, anche i suoi lati positivi. Per
i single, saprete proporvi e conquistare.
LAVORO: per voi sarà molto importante
ponderare con cautela il da farsi, non potete permettervi errori. SALUTE: possibili
disturbi di carattere influenzale, accentuati
in particolare alle ossa.
LEONE
CANCRO
TORO
GEMELLI
ARIETE
TORO
ARIETE
TORO
GEMELLI
AMORE: potreste scoprire di aver un partner decisamente poco passionale e troppo
metodico, questa situazione vi rattrista.
LAVORO: siete chiamati a prestare massima attenzione a quello che fate, distrazioni
e disattenzioni sono in agguato.SALUTE:
l’idea di un viaggio vi piace, è molto utile
per ricaricarvi.
TORO
ARIETE
GEMELLI
CANCRO
GEMELLI
CANCRO
TORO
LEONE
CANCRO
AMORE: in questo periodo dovrete prestare attenzione al confine tra passionalità
ed invadenza. Il partner infatti, potrebbe
non gradire. LAVORO: avolte tenere per
se stessi le opinioni rischia di sfociare in
chiusura mentale. Meglio condividere e
scoprire che c’è sempre da imparare.
SALUTE: le stelle vi stanno dicendo che
essere troppo pantofolai non fa bene alla
salute.
BILANCIA
VERGINE
CANCRO
LEONE
VERGINE
LEONE
CANCRO
VERGINE
BILANCIA
LEONE
VERGINE
BILANCIA
AMORE: la vostra inventiva saprà ravvivare
un rapporto un tantino stanco, i single saranno ammirati dal vostro atteggiamento.
LAVORO: sbagliare è umano, anche agli
altri capita, sappiate comprendere senza
appesantire troppo la situazione. SALUTE:
periodo di festività e di abbuffate, ma non
per voi, molto meglio pensare alla moderazione.
ACQUARIO
CAPRICORNO
SCORPIONE
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CANCRO
Luigi Lucheni, assassino della Principessa Sissi.
BILANCIA
VERGINE
LEONE
SAGGITARIO
SCORPIONE
BILANCIA
VERGINE
AMORE: amare non vuol dire non farsi
rispettare, disponibili si ma senza farsi
sfruttare. Mettete qualche paletto, magari
con il sorriso. LAVORO: saper cambiare
in questo periodo non è semplice per voi,
ci vuol quel pizzico di coraggio e decisione per attuare le variazioni utili. SALUTE:
una sana passeggiata mattutina potrebbe
giovare più del previsto.
CAPRICORNO
AMORE: molto vivaci e vitali, saprete concedervi cose che da tempo volevate vivere,
prestate però attenzione a non eccedere,
il partner ha tempi di reazione differenti.
LAVORO: il confronto con i colleghi è
molto utile, sappiate essere più disponibili
e meno avversi. SALUTE: buon periodo,
ma attenzione a non faticarvi troppo, con
il giusto equilibrio tutto fila liscio.
SAGGITARIO
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CAPRICORNO
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AMORE: se il partner sembra nascondervi qualcosa, cercate di metterlo a suo agio
affinché ve ne parli spontaneamente. LAVORO: la vostra professionalità potrebbe
essere richiesta in altre sedi, accettate la
proposta. SALUTE: prevenire è meglio
che curare, anche indispensabili accorgimenti per difendersi dai mali di stagione
ne fanno parte.
ACQUARIO
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AMORE: potreste valutare una persona
che conoscete da tempo con occhi diversi,
scoprirne delle qualità ed interessarvi ad
essa. LAVORO: sarebbe importante trovare il giusto equilibrio tra fare tutto da
soli e saper delegare. SALUTE: probabile
un po’ di stanchezza anche mentale, nulla
di importante comunque.
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AMORE: periodo di confusione, non avete
le idee chiare e prima di tutto è meglio
cercare di comprendere voi cosa volete.
LAVORO: anche nel lavoro non è semplice
comunicare, prima è preferibile chiarirsi le
idee e prepare il ragionamento da esporre.
SALUTE: concedetevi più tempo per voi,
staccate la spina con un sano relax.
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viene trasportata a Vienna, e dopo
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corpo è traslato nella Cripta dei Cappuccini, tomba degli Asburgo.
Terminava così l’esistenza
terrena di un’imperatrice, da tutti consiCANCRO
derata invidiabile, mentre per la stessa Sissi forse era stata attesa da
tanti anni.•
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