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9 A Sua Santità Papa BENEDETTO XVI
Palazzo Apostolico Vaticano - 00120 CITTÀ DEL VATICANO
9
A S. Em.za Rev.ma Card.
WILLIAM JOSEPH LEVADA
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
Piazza del Sant’Uffizio, 11
00193 ROMA
9
A S. Em.za Rev.ma Card.
DARÌO CASTRILLON HOYOS
Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei
Piazza del Sant’Uffizio, 11
00193 ROMA
9
A S. Em.za Rev.ma Card.
CLÁUDIO HUMMES
Prefetto della Congregazione per il Clero
Palazzo delle Congregazioni - Piazza Pio XII, 3
00193 ROMA
9 A Sua Ec.za Rev.ma Mons.
GIUSEPPE ZENTI
Vescovo di Verona
Piazza Vescovado, 7 - 37121 VERONA
Oggetto: Scandalose prese di posizione contro la Santa Messa tridentina (e, indirettamente, contro il Santo Padre
Benedetto XVI che ha di recente equiparato e liberalizzato il rito romano antico) apparse sul settimanale diocesano
Verona Fedele del 5 agosto 2007, a firma di due sacerdoti della diocesi di Verona, investiti d’importanti incarichi:
DON ANTONIO CONTRI e l’abate di San Zeno, DON RINO BREONI. Ipotizzata violazione, a causa delle
predette dichiarazioni rese per iscritto, del canone 1373 C.i.c. da parte di Don Breoni; dei canoni 1369, 1364 e 1373
C.i.c. da parte di Don Contri. Di entrambi, una volta accertate le responsabilità, se ne domanda la punizione a
norma dei Sacri Canoni da parte del Vescovo di Verona, Mons. Giuseppe Zenti.
Verona, 16 agosto 2007
San Rocco, Confessore della Fede
Santità, Eminenza, Eccellenza,
il settimanale diocesano Verona Fedele, in data 5 agosto 2007 pubblica a p. 15 (All. 1) due articoli, entrambi a firma di
chierici della diocesi di Verona rivestiti d’importanti responsabilità. Trattasi, nella specie, di un intervento di Don Antonio
Contri, docente alla Facoltà Teologica del Triveneto, intitolato “Sulla Messa in latino”; e di un altro, sulla medesima
pagina, di Don Rino Breoni, abate di San Zeno, avente per titolo “È bella, ma che senso ha oggi?”.
I) L’ARTICOLO DI DON ANTONIO CONTRI - Tralasciamo le opinioni personali di Don Contri, irriguardose verso i
tradizionalisti e, non da ultimo, verso lo stesso Santo Padre che ha equiparato il rito tridentino a quello riformato ed ha
completamente liberalizzato il primo, peraltro mai abolito: i tradizionalisti sono riguardati da Contri come fissisti, fermi al
Concilio di Trento solo perché vogliono pregare come la Santa Chiesa ha loro insegnato e perché non accettano, con la
scusa dell’evolversi della Chiesa, la terribile litania di profanazioni occorse in questi ultimi anni (per stare ad alcuni
esempi occorsi nella diocesi di Verona la messa con i burattini in San Nicolò o la “messa” nomade, viaggiando sul
pullman ecc. oppure le chiese cedute in massa a ministri e fedeli acattolici, mentre le autorità diocesane sono rimaste
sorde alle richieste tradizionaliste d’istituire una parrocchia personale di rito antico); don Contri brandisce poi il concilio
vaticano II come l’unico nella storia della Chiesa, senza distinguere il diverso tenore dei documenti; sostiene che è bene
che il celebrante guardi verso il popolo anziché verso Dio, cui dà le spalle; dice che si è ecceduto nell’anti-luteranesimo
(in una diocesi che ha concesso ai luterani la chiesa-casa natale del co-Patrono, San Pietro da Verona!); professa l’errore
secondo cui la Messa detta di San Pio V rimonterebbe al concilio di Trento; ritiene che le nuove preghiere eucaristiche,
coniate insieme con sei teologi protestanti, dicano di più del venerando canone romano (probabilmente perché esaltano gli
accenti protestanteggianti di cena e di semplice commemorazione, attenuando la nozione di sacrificio); elogia la riforma
della Settimana Santa di Pio XII come anticipazione della messa riformata, con i suoi princìpi di archeologismo,
assemblearismo, di preminenza della pastoralità e dunque di ciò che piace all’uomo sul culto reso a Dio, di popolo
sacerdotale co-consacrante ecc. che avrebbero poi generato il delirio creativista da cui oggi siamo affetti; non sembra
cogliere l’importanza del latino come lingua sacra dal valore apotropaico, lingua non più parlata e dunque con il grande
vantaggio di mantenere il significato delle parole sempre intangibile; ricicla tutti i luoghi comuni del biblismo protestante,
privo di ogni richiamo alla Tradizione come primaria fonte della Parola di Dio e con l’equivalenza fra liturgia della Parola
e liturgia eucaristica, a tutto detrimento della presenza reale di nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucarestia. Insomma Don
Contri ci serve la solita minestra riscaldata dei luoghi comuni modernisti contro la Santa Messa tradizionale, quando
montarono la leggenda nera contro di essa.
Ma ciò ch’è più grave e costituisce una bestemmia, sono le parole pronunciate da don Contri contro la millenaria
Santa Messa cattolica di rito romano antico, quella cui si sono santificati tutti i Santi e ch’egli dipinge come un rito
magico, paragonandola ai sacrifici dei pagani, in cui questi adoravano dei démoni! Il sacrosanto sacrificio di Cristo
nella Messa tridentina è apparentato e abbassato da don Contri agli atti di culto diabolico dei pagani. Con la
differenza che i pagani agivano in buona fede (tant’è vero che si convertirono) mentre le affermazioni di don
Contri sono quelle di un apostata, ancora più gravi poi, se si pensa che si tratta di un’anima consacrata. Non basta.
Don Contri definisce letteralmente “famigerata” la storica preghiera della liturgia del Venerdì Santo per la
conversione degli Ebrei, contenente, ancora nel Messale Romano del 1952, l’orazione “oremus et pro perfidis
Juadaeis” (“preghiamo anche per gl’increduli Giudei”). Leggere direttamente l’interessato, per credere.
“Affiora il dubbio” — scrive Don Contri ― “che il ritorno al lezionario biblico precedente (incorporato nell’unico
Messale), con rifiuto del lezionario triennale ― mentre la fede e la liturgia della Chiesa cristiana da duemila anni si
fondano (non però unicamente!) sull’insostituibile fondamento originario, che è la Parola di Dio — equivalga a
mettere in soffitta la Scrittura, privando i fedeli della ricchezza dell’Antico Testamento (imitando Marcione o chiunque
gnosticamente faceva del “dio” cattivo l’autore di quel Testamento). Non ne esce una Messa “magica”, più vicina ai
misteri pagani che all’assemblea del Popolo di Dio? Non siamo più vicini al misterico che al “mistero” paolino? […]
Qualcuno gioirebbe nel tornare direttamente a san Pio V e quindi al famigerato et pro perfidis Juadaeis”.
Dunque Don Contri si vergogna della Chiesa? E cos’altro dovrebbe fare la Chiesa, se non pregare perché tutti gli uomini
entrino nell’unica arca di salvezza, ch’è la Chiesa, appunto? Non solo don Contri non considera gl’insulti del Talmud
contro Gesù, la Madonna e i cristiani, ma legge con spirito anticlericale e giudaizzante le venerande preghiere della Santa
Chiesa! Ma come può un “teologo” del genere insegnare alla Facoltà Teologica del Triveneto? Mons. Zenti, neoVescovo di Verona, si è accorto di tutto questo? Intende assumere provvedimenti? E a Verona Fedele ci si rende
conto di che razza di castronerie hanno pubblicato?
Quelle di Don Contri sono affermazioni gravissime, che rientrano nella previsione dei Sacri Canoni a repressione della
bestemmia, dell’eresia e dell’apostasia, specie se commesse da un chierico; del pari rientrano nella sanzione di appositi
canoni gli atti con cui egli incita (quanto meno di fatto o implicitamente) a disobbedire a un atto di potestà o di ministero
ecclesiastico. E uno così ha il coraggio dire ai tradizionalisti “fateci sentire qualcosa di cattolico”?
II) L’ARTICOLO DI DON RINO BREONI - Più sfumati gli attacchi ala Santa Messa in rito romano antico da parte di
Don Rino Breoni, abate di San Zeno, il quale enumera tutta una serie di clichè progressisti: la Chiesa in cammino con la
modernità; la Messa latina antica che ha, tra gli altri difetti, anche quello di venire celebrata “secondo una lingua che il
popolo non capiva: gli voltavo addirittura le spalle”, scrive con chiaro atteggiamento di disprezzo; quarant’anni di
riforma liturgica, che fu lo “sforzo di proporre una liturgia, una Messa sempre più vicina alle esigenze del popolo” e che
ha “trovato risposta nell’entusiasmo di noi preti e della gente” (è forse per questo che le chiese si sono svuotate?), ebbene
quarant’anni sono pochi (una minaccia?); la solita assolutizzazione del vaticano II, che avrebbe superato la liturgia
tridentina (ma se la Messa di San Pio V non era mai stata abolita, come si spiega questo “superamento”?). Tutto fa
insomma Don Breoni per svuotare di significato la Lettera Apostolica Summorum Pontificum, la Messa cattolica di
sempre e limitare al massimo, se non impedire addirittura, ogni potenzialità espansiva della tradizionale liturgia cattolica.
Dopo aver ammesso che sono occorse con la messa nuova “autentiche dissacrazioni” liturgiche e dopo una bordata contro
le chitarre in chiesa, tesse un auto-elogio, di sé, delle proprie “catechesi sulla messa, per educare la mia gente al senso
liturgico” e si apprezza per il “rigore con cui cerco di condurre la liturgia [e che] viene allusivamente chiamato
«asburgico»” (risum teneatis!). Don Breoni prosegue quindi enfatizzando le difficoltà dell’antico rito: così, a dispetto
della liberalizzazione avvenuta, secondo lui la liturgia tridentina potrà essere celebrata solo “a determinate
condizioni”. Tempesta di domande un ipotetico fedele che gli chiede la celebrazione more antiquo, prima di
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eventualmente acconsentire a officiarla: un terzo grado di cui non si trova evidentemente traccia nella Summorum
Pontificum. Anche qui leggere per credere: “Chi sei? Dove hai celebrato finora? Come s’è sviluppato o conservato in
te il desiderio di celebrare in una lingua sconosciuta e con modalità appartenenti a sensibilità databili? […] Non Ti ho
mai visto tra la mia gente e ora mi chiedi di presiedere un rito liturgico che appartiene al patrimonio storico della
Chiesa ma che un Concilio ha superato. Perché me lo chiedi?”.
Da notare la finezza di sapore protestante del popolo celebrante, implicita nella domanda al malcapitato fedele
laico: “Dove hai celebrato finora?”. L’abate di San Zeno ci dice in sostanza ch’egli potrebbe anche celebrarla
questa benedetta Messa tridentina, ma che ciò avrebbe solo un significato estetico e che una richiesta di questo
genere, costituirebbe per lui una violenza! “Non puoi sospettare di una sorta di violenza che mi è fatta pur
nell’obbedienza che devo” a Benedetto XVI, il cui ruolo è, secondo lui, quello di “comporre lacerazioni, scontri,
nostalgie ed esperienzialismi discutibili” (un Papa-vigile urbano, insomma).
Rientriamo dunque anche qui nelle previsioni di quei Sacri Canoni con cui si colpiscono quegli atti con cui taluno incita
(quanto meno di fatto o implicitamente) a disobbedire a un atto di potestà o di ministero ecclesiastico.
CONCLUSIONI
Pare, ad avviso dei denunzianti, che l’articolo a firma di don Rino Breoni, intitolato “È bella, ma che senso ha
oggi?”, pubblicato su Verona Fedele (p. 15) del 5 agosto 2007, miri surrettiziamente a vanificare o quanto meno a
restringere il più possibile l’applicazione del motu proprio Summorum Pontificum di Sua Santità Benedetto XVI,
scoraggiando così i sacerdoti e i fedeli cattolici, rispettivamente dal celebrare e dall’accostarsi al tesoro di grazie e
di santità della Santa Messa tridentina e che, nel caso di specie, si possa pertanto integrare la violazione del can.
1373 C.i.c. che punisce con l’interdetto o con altra giusta pena l’incitamento alla disobbedienza contro un atto di
potestà o di ministero ecclesiastico; assai più gravi le trasgressioni dei Sacri Canoni e le punizioni conseguenti che
si ritiene possano abbattersi in capo a Don Antonio Contri per l’articolo a sua firma, dal titolo “Sulla Messa in
latino”, pubblicato sullo stesso numero e alla stessa pagina di Verona Fedele del 5 agosto 2007. Infatti, oltre alla
ritenuta violazione del can. 1373 C.i.c. per le medesime ragioni di cui sopra, nel caso di Don Contri si deve anche
ipotizzare la violazione del canone 1369 (che punisce con giusta pena chi “in uno scritto pubblicamente divulgato, o
in altro modo servendosi dei mezzi di comunicazione sociale, proferisce bestemmia od offende gravemente i buoni
costumi o pronuncia ingiurie o eccita all'odio o al disprezzo contro la religione o la Chiesa”) e del canone 1363 C.i.c.,
che sanziona l’eretico e l’apostata con la privazione dell’incarico che ricopre o di poterlo esercitare, fino (nei casi
più gravi) alla dimissione dallo stato clericale (can. 1336 C.i.c.). Si chiede pertanto, una volta accertate le rispettive
responsabilità, la punizione degli autori dei predetti articoli, a norma dei Sacri Canoni da parte del Vescovo di
Verona Mons. Giuseppe Zenti.
Con osservanza,
il Presidente
prof. Maurilio Cavedini
Allegati:
1 - Verona Fedele 5 agosto 2007, p. 15 (articoli di Don Antonio Contri: “Sulla Messa in latino” e di Don Rino
Breoni: “È bella, ma che senso ha oggi?”).
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