della psicoanalisi - Istituto di Psicologia Scolastica

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Rocco Quaglia
DELLA PSICOANALISI
di come ci ha cambiato la vita e come possiamo uscirne vivi
InDICE
Premessa
7
1 I due principi fondamentali della psicoanalisi
11
2 Le due pulsioni
15
3 Le tre fasi dello sviluppo psicosessuale
21
4 Un Edipo per tutti
37
5 Una genialità per nessuno
51
6 I due modelli dell’apparato psichico
57
7 I dieci meccanismi di difesa dell’Io
75
8 Tutti i sogni in una vita
99
Commiato
107
Schede riassuntive
109
Premessa
La psicoanalisi è il tentativo di mettere ordine nella mente dell’uomo; eppure,
nessuna scienza è mai riuscita a sconvolgere tanto questa povera mente. Una volta tutto
era semplice, e nessuno trovava da ridire se gli uomini avevano comportamenti bizzarri
come chiudere e aprire tre volte la porta di casa prima di uscire, o se erano prede di
strani timori come la paura di cadere in un cassonetto per la spazzatura e finire in una
discarica, o la paura di perdere la moglie in un’escursione in montagna. L’incoerenza era
considerata un tratto del carattere. Le stravaganze, invece, erano valutate alla stregua di
vezzi, e le dimenticanze erano liquidate come una conseguenza dello stress da troppo
lavoro. Tutti compativano con tenerezza il poverino, che aveva bisogno di comprensione e indulgenza, se dimenticava l’anniversario di matrimonio. Gli sbalzi improvvisi
d’umore, soprattutto nelle donne, erano ritenuti un’espressione di sensibilità, un segno
distintivo della nobiltà d’animo della poverina.
Con la psicoanalisi non è più stato possibile giustificare nulla: l’“incoerente” si
è trasformato in un pericoloso individuo dalla personalità disgregata, l’“afflitto” da
un’esagerata e immotivata paura è diventato un insopportabile fobico, l’“affezionato”
ai genitori è ormai un insicuro alle prese con problemi derivanti da un mal risolto complesso d’Edipo. In breve tempo, quel che caratterizzava gli individui, rendendoli unici
e singolari, è improvvisamente divenuto un disdicevole, disonorevole e malato aspetto
del carattere.
BF [before Freud], sognare la morte della moglie, era di buon auspicio; il sognatore
era consolato dalla moglie per il brutto sogno che aveva fatto, mentre la sognata pensava
che il marito le avesse magicamente allungato la vita; in più, si sentiva lusingata di essere stata la protagonista del sogno. Inutile precisare che lui, quel mattino, arrivava tardi
al lavoro. La moglie, riconoscente, sentiva il dovere di fare qualcosa per “confortare” il
marito per il suo lutto onirico.
La moglie, da parte sua, era libera di sognare serpenti di tutte le dimensioni, e di
descrivere al marito sia quel brutto serpente parlante eretto con prepotenza contro di
lei, sia il ribrezzo provato a causa di quell’affare viscido e lungo. Poteva persino sognare l’uomo nero che la inseguiva e infine la raggiungeva su una spiaggia deserta, dove
nessuno poteva udire le invocazioni d’aiuto. Nel caso si fosse svegliata angosciata, si
sarebbe sentita autorizzata ad interrompere il sogno del marito (il sogno nel quale
lei moriva), e raccontargli, senza alcun senso di colpa, quel che le era accaduto con
l’uomo nero: anche in questo caso, il marito la consolava. Per il resto della notte la
“poverina” poteva illudersi che al buio anche il marito, in fondo in fondo, era un po’
“nero”.
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Della Psicoanalisi
AF [after Freud], più nulla è stato come prima: i serpenti non sono più serpenti
ma simboli senza pudore, figure licenziose, immagini scostumate, mentre l’angoscia
per l’uomo nero non è più per il timore di essere raggiunte, ma piuttosto di non essere raggiunte prima del risveglio. Il sogno è diventato un indizio, e può essere usato
contro il sognatore, soprattutto, quando egli, per avventura, sogna la morte di qualche
familiare.
Dopo l’avvento della psicoanalisi, non esistono più persone innocenti; anzi, proclamarsi innocente è letto come un’ammissione di colpa. Ahimé! Non necessariamente
essere sinceri significa dichiarare la verità. Che fare? Nulla! A chi ci attribuisce cattive
intenzioni, rispondiamo con le parole di Freud: «Ci vuole un ladro per scoprire un
altro ladro!». A chi ci attribuisce una perversione, rispondiamo con il noto proverbio:
«Chi ha il sospetto ha il difetto!». A chi ci attribuisce una colpa possiamo rispondere
con le parole di un altro grande ebreo: «Scagli la prima pietra chi è senza peccato!».
A chi, infine, scorge in noi i sintomi di una nevrosi, rispondiamo: «Riconosco la mia
pagliuzza!».
Qualcosa tuttavia si può fare: comprendere le “profonde” ragioni della psicoanalisi. Ecco alcuni consigli! Mi rendo conto che un bravo psicologo non dà mai consigli,
ma mai nessuno ha sostenuto che io sia “bravo”.
Mai, in presenza d’altri, giocare con l’anello di matrimonio, e passare dal dito
della fedeltà al dito grosso o a quello lungo peggiora la situazione. Non meravigliatevi
se, facendolo alla presenza di vostra moglie e della sua migliore amica, invitata a cena,
l’arrosto brucia e voi saltate la cena.
Mai offrire una sigaretta a una signora, né fare segnali di fumo circolari in sua
presenza, neppure se la signora è una nativa americana! Inoltre, non dimenticate che
quel che appare sovente serve a nascondere quel che non c’è, e di solito quando il fuoco
si spegne c’è molto fumo. Nel caso sia la signora a chiedervi una sigaretta, rispondete
di essere spiacente, ma che voi fumate solo sigari. Il sigaro fa fare bella figura, e non
impegna. Nessuna signora ve ne chiederebbe uno, e voi potreste sostenere di avere un
cubano.
Mai toccarsi il naso: non accarezzarlo, non grattarlo, non sfregarlo. Conviene tenersi il prurito, oppure fare finta di soffiarselo. Il naso, in un uomo, è la prima cosa che
le signore guardano: alcune si limitano ad ammirarlo. Ora, se voi siete una donna, e vi
presentano un tipo dal naso grosso, è meglio far finta di niente; se è piccolo, oppure
rosso, in mezzo a due grosse guance flaccide, si raccomanda di non ridere.
Quanto alle parole, «tutto quello che dite può essere usato contro di voi». Non
dite, per esempio, di amare i campanili; non dichiarate il vostro diletto a suonare le
campane a festa, ma soprattutto non divulgate che vi piacerebbe suonare la campana
a martello. Tutte queste cose non devono neppure essere sognate, salvo che non facciate la campanara di mestiere. Quanto ai regali, bisogna prestare attenzione a quel
che si offre, o si riceve. In generale, non bisogna offrire né accettare nulla che abbia
una forma allungata; anche le cose rotonde possono suggerire messaggi in codice. In
ogni caso, non bisogna mai accompagnare un regalo con la frase: «È il pensiero che
conta». In psicoanalisi, tutti i pensieri pensano una cosa soltanto; sì, proprio quella
cosa. In breve, la psicoanalisi ha messo in luce che non c’è scampo né salvezza per
l’uomo dalla sessualità: come i campanili, anche le chiese sono in realtà dei simboli
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Premessa
sessuali. Andare in chiesa e ancor peggio sognare di entrarci, credetemi, può costituire
un peccato mortale.
Qualcuno a questo punto potrebbe dire, e farebbe bene a dirlo: «Ma che cavolo…?». Ecco che la psicoanalisi ci prende subito in castagna, ossia in fallo, e comincia
ad argomentare intorno al cosiddetto cavolo, e a quel che c’è sotto il cavolo. Ora,
anche i bambini sanno che si nasce sotto il cavolo. Con la psicoanalisi, a pensar male
non si sbaglia mai: il doppio senso è d’obbligo, ed è sempre a sfondo sessuale; tuttavia,
non disperiamo! Il segreto, per comprendere la psicoanalisi, è sospendere ogni giudizio
negativo sulle sue affermazioni, e anche se tutti sanno che non si serve il cavolo a merenda, nessuno ci proibisce di provare a servirlo, tanto a mangiarlo è qualcun altro! Gli
psicoanalisti lo servono in molti modi, e lo fanno pure pagare a caro prezzo, e quando
una cosa è cara non può che fare bene. Comprendere quel che cavolo ci succede, credetemi, se non ci fa incavolare, può essere davvero illuminante!
Un avvertimento per tutti coloro che decidessero di frequentare uno psicoanalista!
Non ditegli mai di non credere a quello che vi rivela della vostra vita sessuale, può
attribuirvi forti difese, allungando notevolmente i tempi della terapia e gli zeri della
parcella. Sappiate che, secondo lui, in fondo come in superficie, tutto quello che voi
fate, lo fate per fare sesso; anzi, qualunque cosa voi facciate, state facendo sesso, salvo
che in un’occasione, quando siete in coda per pagare le tasse. Il vostro sano scetticismo
gli apparirebbe sospetto; il vostro rifiuto, un rivelatore di una «sporca coscienza». Non
mostrategli soprattutto alcun sentimento di disgusto, quando vi parla di “certe” cose:
leggerebbe il vostro disagio semplicemente come la negazione di qualcosa che in realtà
vi piace tanto. Non siate neppure troppo condiscendenti, potrebbe pensare che vogliate
fare sesso con lui. Infine, se per avventura vi comunicasse la presenza inconsapevole di
qualche forma di piacere nascosta in voi, non negate nulla: prima accettate la verità sul
vostro conto, e prima finite di pagare.
Un’ultima considerazione sulle origini della psicoanalisi: Sigmund Freud [18561939] ne è certamente il padre, un giovane padre suo malgrado; fu, infatti, un certo
dottor Josef Breuer a scaricargli una ragazza malata d’isteria, e a dirgli dove mettere le
mani. Freud andò a naso nell’ispezionare e «spazzare il camino» della ragazza, deciso ad
andare fino in fondo. Fu un autentico investigatore dell’animo umano, un esploratore
alla ricerca dell’uomo. Tuttavia, al momento di partorire le nuove conoscenze sull’animo umano, Breuer si spaventò, prese le distanze, e si eclissò. Freud restò così unico
responsabile di tutte le stravaganze della sua neonata creatura.
Esiste anche una maternità della psicoanalisi; infatti, questa fu concepita “nell’isteria” della ventunenne ragazza dalle «elevate doti intellettuali». Non è poi tanto strano
che il termine isteria, dal greco hysterikós, voglia dire “proprio dell’utero”. La psicoanalisi nacque dall’isteria, o meglio, “proprio dall’utero” di Anna O. Questo è il nome
scelto da Freud per indicare la ragazza, al secolo Bertha Pappenheim. Anna in ebraico
è un’invocazione di salvezza, e “O” è il segno del principio, della gravidanza, e può
diventare un’esclamazione di stupore e di meraviglia: «Ohhh! La psicoanalisi!».
Freud è “un grande” e rappresenta un’ammirevole sintesi di tutti i suoi più mirabili ascendenti. Egli è Adamo che scaccia “il biscione” di Eva. Egli è Mosè che libera il
popolo dalla piaga delle tenebre dell’ignoranza e lo conduce verso un nuovo territorio
del sapere. Egli è Giuseppe che interpreta i sogni del faraone. In lui, che si chiama Salo9
Della Psicoanalisi
mone, sembra abitare il sapere del grande e omonimo re; infine, come Gesù, ha avuto
i suoi discepoli e il suo traditore, un certo Jung, il Kesswilita.
A questo punto, un ultimo consiglio per i lettori che volessero proseguire; è d’uopo fare una faccia intelligente, e mostrare un serio interesse per la psicoanalisi: veritas
ludit.
Letture consigliate
Freud S., [1892-95], Studi sull’isteria. (In collaborazione con Josef Breuer), in Opere, vol. I,
Torino, Boringhieri, 1966.
Freud S., [1898], La sessualità nell’etiologia delle nevrosi, in Opere, vol. II, Torino, Boringhieri, 1967.
Freud S., [1925], Le resistenze alla psicoanalisi, in Opere, vol. X, Torino, Boringhieri,
1978.
Freud S., [1925], Autobiografia, in Opere, vol. X, Torino, Boringhieri, 1978.
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CAPITOLO 1
I due principi fondamentali della
psicoanalisi
Come ogni teoria, anche la psicoanalisi ha i suoi concetti fondamentali; veri punti
di appoggio grazie ai quali Freud mette al sole il lato “oscuro” dell’uomo. Il primo
concetto è: nulla avviene per caso nella nostra mente. Il secondo concetto è strettamente
connesso al primo: Se non sai perché ti passa qualcosa per la mente, il motivo è inconscio.
Di primo acchito queste due proposizioni non hanno nulla di speciale; noi le
usiamo quotidianamente, e non ci hanno rivoluzionato il cervello. È vero! Freud, formulava questi concetti, quando non capiva quello che i suoi pazienti gli riferivano.
Così, di fronte a un racconto come quello del dottor Schreber, il quale dichiarava di
sentirsi sessualmente minacciato dal suo psichiatra, mentre noi avremmo liquidato il
problema dicendo: «Tutto è possibile!», Freud scoprì che la paura del dottore celava un
desiderio omosessuale, di cui lo stesso interessato non aveva consapevolezza alcuna. In
altre parole, il dottore non era insensibile al calore che emanava la lampada frontale
del professore, e poiché certe “sensibilità” a quel tempo era meglio tenerle nascoste, il
desiderio: «Io voglio fare qualcosa con il professore», si è trasformato in: «Il professore
vuole fare qualcosa con me».
Non riconoscere di avere un problema, oppure attribuire i propri problemi agli
altri è sempre stata una prassi, fin dai tempi di Adamo. [Il primo maschio, infatti, non
voleva ammettere di avere un problema con Eva, la quale poverina era costretta ad andarsene sola e annoiata in giro per il giardino, finché un giorno un brutto serpente... e
la storia finì con Eva colpevole]. Freud tuttavia seppe valutare i pensieri e le azioni degli
uomini, compresi i deliri, razionalmente. Il delirio offrirebbe una scappatoia affinché
l’inconfessabile sia confessato senza incorrere nel biasimo sociale. Il dottor Schreber,
in questo modo, aveva risolto il suo problema, inventando un delirio. Non lui aveva
“quei” desideri, ma era Dio stesso a chiedergli di sacrificarsi. Egli dunque non ha scelta,
e deve accettare il destino che Dio gli ha riservato, diventando il salvatore del mondo
sotto spoglie femminili, e creando una razza di superuomini. Il “poverino”, in questo
modo, poteva offrire il suo “pomodoro” al novello Adamo, senza correre il rischio di
essere cacciato dal giardino dell’Eden.
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Della Psicoanalisi
Alla base di tutti i nostri comportamenti troviamo immancabilmente la sessualità,
o, meglio, il nostro fantasmatico mondo sessuale. Si può paragonare la psiche ad un
labirinto: in fondo a destra c’è la Sfinge di Edipo, una divoratrice di maschi, con Giocasta in palio; in fondo a sinistra c’è il Minotauro, un altro divoratore che non badava
al sesso, e Arianna come premio. Qualunque cosa troviamo nei nostri psicomeandri, il
risultato non cambia, e la fine è la stessa!
Torniamo, ora, ai nostri due principi che sorreggono l’intera impalcatura psicoanalitica.
Il primo: nulla avviene per caso, ma ogni cosa ha la sua ragion d’essere. Questo
principio cozza con la teoria evoluzionistica secondo cui tutto avviene per caso e nulla
ha un senso; anzi, tutto evolve all’insaputa del caso stesso e senza la minima probabilità
che qualcosa avvenga neppure per caso. Certamente grande è il caso del mondo, senza
dire dei tanti casi umani che popolano il mondo! Ogni membro di una specie, infatti, è
un caso diverso dall’altro, e data la gran varietà dei membri di una specie, e i diversi ambienti esplorati dai membri, solo certe variazioni di membri - ossia i membri più duri e
resistenti - si rivelano più efficienti, riproducendosi all’infinito e senza sosta. La teoria
del Caso, tuttavia, non si addice al delirio della specie sapiens. La psicoanalisi si regge
su un’eccezione, salvo affermare che anche il “delirio” sia privo di senso. Ora, grazie
a Freud, e parafrasando Pascal, possiamo sostenere che anche il delirio ha ragioni che
la ragione non comprende. Questo primo principio è chiamato determinismo psichico,
secondo cui tutto quello che succede nella nostra mente sarebbe determinato da cause
precise, anche se non ne abbiamo alcuna consapevolezza. Una ragazza innamorata è
sicura di conoscere i motivi che l’hanno fatta innamorare, anzi è in grado di elencarli
tutti, e se noi abbiamo la pazienza di ascoltarla, lei può continuare fino all’“alba del
giorno dopo”; tuttavia, a dispetto di tutte le ragioni addotte dalla ragazza, che rendono
il suo ragazzo oltremodo irresistibile, il vero motivo dell’infatuazione resta celato. Per
scoprirlo è necessario un lungo lavoro di anni, sul lettino dell’analista, e una montagna
di soldi. Alla fine, la ragazza si renderà finalmente conto che il suo fidanzato presenta le
stesse spocchie del padre. Qualcuno potrebbe suggerire: «Ma non sarebbe meglio dirlo
subito alla ragazza?». No! L’amore non è cieco per caso, e poi, c’è sempre il matrimonio
a farci aprire gli occhi; infine, c’è la teoria dell’evoluzione che lotta incessantemente per
la riproduzione a tutti i costi, teoria che tradotta in termini psichici significa che siamo
geneticamente organizzati per “battere la testa”.
In conclusione, se ti trovi per caso a bighellonare lungo una spiaggia alle cinque
del mattino, canticchiando: «Vorrei baciar gli occhi tuoi belli» e altro ancora, e incontri la bagnina che sventola la bandierina rossa, e tu gentilmente cerchi di aiutarla con
l’incarico di “candidato di bandiera” del sesso forte, e tua moglie dal terrazzo dell’Hotel
Miramare ti sta seguendo con il cannocchiale, per favore, quando torni a casa, non
raccontarle che l’incontro con la bagnina sia avvenuto per puro caso, piuttosto confessale che la “bambina”, pur ventenne, ti ha tanto ricordato la tua mammina da giovane.
Vedrai che capirà e ti preparerà uno zabaione per colazione.
Il secondo principio è una conseguenza del primo. Se non comprendiamo cosa ci
spinge a fare certe cose, la ragione è semplice: i motivi sono inconsci. In altre parole,
nella nostra psiche esistono processi inconsci di cui noi non siamo consapevoli. La nostra
mente, se funziona, mente, in pratica racconta bugie; se non funziona, dimentica. Il
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I due principi fondamentali della psicoanalisi
motivo che rende così difficile riferire la verità è quello di non ricordare, non la verità,
ma il motivo per cui non la diciamo! Mentire è il lavoro più importante della mente, e
non possiamo affermare che non lo faccia bene. Soltanto in questo modo noi possiamo
essere sinceri, sia con noi stessi, sia con gli altri. Siamo sinceri anche quando giuriamo
a nostra moglie, taglia 54, che intendevamo dirle falena, ossia piccola farfalla notturna,
e non balena. È quel che è successo ad Amilcare, il quale raccontò il suo lapsus linguae
al suo analista, e, attraverso il metodo delle libere associazioni, fece interessanti scoperte,
che avrebbe preferito non scoprire. La falena lo inviò al ballo notturno, alla danza di
san Vito, a suo padre Vittorio, al fallo del padre, e, per finire, alla madre con fallo:
“fallo” e “balena” derivano etimologicamente, infatti, da una stessa parola phallaina.
Per farla breve, il nostro Amilcare se la cavò con un inconscio desiderio di incontrare
una donna con tacchi a spillo e frustino. La moglie non gli aveva in fondo creato tanti
problemi quanti gliene ha creati il suo analista. Qualcuno potrebbe anche chiedersi: «E
la taglia 54 non c’entra niente?».
Il secondo principio, dunque, potrebbe essere formulato nel modo seguente: Tu
ignori te stesso. Non per questo si deve rinunciare a capire i tanti perché che affliggono
la mente umana; allora è tempo di chiedersi:
- perché ci dimentichiamo puntualmente l’anniversario del nostro matrimonio, dopo averlo ricordato nei restanti 364 giorni del calendario gregoriano?
- perché ci mettiamo a parlare di fine del mondo tutte le volte che vengono a trovarci i nostri beneamati suoceri?
- perché ci scappa di dire cose che non pensiamo, e dover giurare a nostra moglie che
volevamo dire: «Chiamo la cameriera per il conto, e non per il coito»?
- perché, di ritorno dal lavoro, cerchiamo di aprire la porta di casa con le chiavi
dell’auto, e non ci rendiamo neppure conto che la donna che è venuta ad aprirci
non è nostra moglie, ma è la moglie del vicino della porta accanto, il quale non ha
alcun senso dell’umore?
- perché entrando nella stanza dove nostra moglie sta leggendo un giornale spegniamo la luce, pensando di accenderla?
Tutti questi errori sono perdonabili se riusciamo in qualche modo a giustificarli,
meno uno, che non solo non sarà perdonato in questa vita, ma neppure nell’altra, anzi,
segnerà l’inizio di una crisi che in poco tempo si consumerà con un definitivo divorzio:
confondere la moglie con la madre. Al risveglio, dopo la prima notte di matrimonio,
mentre, ancora addormentati, siete alla ricerca del calzino perduto, non esclamate:
«Mamma, dove sono i miei calzini?». Anche in questo caso, Amilcare avrebbe qualcosa
da raccontare. Chiamò la neomoglie Nicolina con il nome della sua cagna Nika; lei non
apprezzò, anche se il lapsus costituiva una testimonianza d’amore. Amilcare amava più
della sua stessa vita il suo cane guida. In breve, lui non chiami lei Fiorellino di rosa, se
sua madre si chiama Rosa; e lei non chiami lui Piccolo passerotto, se suo padre è il signor
Paolo Beccaccino: tra rose e passerotti, la loro vita matrimoniale non spiccherebbe un
gran volo.
Per la psicoanalisi, dunque, tutte queste azioni erronee, o atti sintomatici, hanno
un’origine e una precisa spiegazione: il caso è solo apparente, e chiamarlo in causa non
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Della Psicoanalisi
serve a farlo diventare una spiegazione razionale. Il principio del determinismo psichico
ci assicura che c’è una causa specifica, se pure inconscia, se siamo andati ad urtare contro una palina di Via Pompadour; come c’è una precisa causa se inciampiamo nell’uscio
di casa, fratturandoci un malleolo e mandando a monte la settimana bianca da passare
con suoceri e consuoceri. Delitto e Castigo sono i due gemelli omozigoti della Psicoanalisi.
In breve, in noi convivono due sistemi psichici: uno cosciente, quello che sa tutto,
e uno inconscio, quello che fa tutto. In altre parole, si tratta di due differenti livelli di
pensiero, un livello superiore, grazie al quale riusciamo a dare un nome alle stelle, e un
livello inferiore, grazie al quale riusciamo a “sentire” le stelle.
Nel livello superiore operano i processi mentali di cui siamo consapevoli: qui i
pensieri sono bravi ed educati, non pensano mai cose sconvenienti, sono rispettosi
delle regole della grammatica e della sintassi, delle norme e delle convenzioni sociali,
della morale e del vivere civile. Su un tramvai, se il pensiero ti dice: «Cedi il posto alla
vecchietta!», si tratta sicuramente di un pensiero “superiore”. Se ti sussurra, invece: «È
arrivata la vispa Teresa dagli anni Novanta, e vuole fregarti il posto!», allora si tratta di
un pensiero inquinato da processi mentali inconsci, gli unici che possano farci comprendere il motivo che ci attizza tanto contro la povera vecchietta, che ormai più nulla
ha di vispo. Esiste dunque un secondo livello in cui operano pensieri di cui non sappiamo nulla, i quali scorrono nei sotterranei bui e sordidi della nostra personalità.
L’inconscio è un mondo che serpeggia dentro di noi, fatto di buchi neri in cui
continuamente si rimestano le passioni più primitive, che desiderano tutto e subito, e
subito e tutto attaccano rabbiosamente, quando non possono ottenere.
Copernico ci informa quanto insignificante possa essere il nostro mondo nell’universo, Darwin ci comunica quanto animalescamente plebea sia la nostra origine, Freud,
infine, ci notifica quanto ignoranti e irrazionali siamo nei nostri comportamenti. Sono
questi i tre sonori “schiaffi” che la scienza avrebbe, secondo Freud (1915-17), inferto
all’orgoglio dell’uomo. In realtà, il primo schiaffo era meritato, e così dal cielo siamo
caduti in un sistema di palle ruotanti intorno al sole. Il secondo schiaffo ci ha scaraventato dal nostro attico, vista stelle, al seminterrato, vista marciapiede con cunetta e
tombino. Il terzo schiaffo, che è una vera “cartonata” presa in piena faccia, ci ha fatti
rotolare nelle segrete, infestate di fantasmi, di streghe e di diavoli, che si divertono un
mondo, inducendoci a fare cose che non vogliamo fare, e a pensare le cose che Freud
pensava.
Letture consigliate
Freud S., [1898], La sessualità nell’etiologia delle nevrosi. Meccanismo psichico della dimenticanza, in Opere, vol. II, Torino, Boringhieri, 1967.
Freud S., [1911], Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto autobiograficamente. (Caso clinico del presidente Schreber), in Opere, vol. VI,
Torino, Boringhieri, 1974.
Freud S., [1915-17], Introduzione alla psicoanalisi, in Opere, vol. VIII, Torino, Boringhieri, 1976.
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CAPITOLO 2
Le due pulsioni
Riassunto del capitolo precedente: Freud parte da due ipotesi fondamentali.
La prima è: se un’improvvisa e peregrina idea, come fare un San Valentino a tua moglie, irrompe nella catena dei tuoi ordinari pensieri non è accidentale, al contrario ha un significato
che non è quello cui stai pensando.
La seconda è: se non riesci a dare un significato a quello che fai, significa che è inconscio, ed è
inutile che tu perda tempo a cercarlo.
Il nostro inconscio è pieno di desideri, per lo più sessuali e aggressivi, con i quali
bisogna venire a compromessi. Qualcuno potrebbe chiedere: «Ma chi ha fatto entrare
nel nostro inconscio questi desideri?». Nessuno, erano lì da sempre; sono nati con noi.
Quando escono dai testicoli sotto forma di testosterone, o dalle ghiandole surrenali
come adrenalina, finiscono nelle vene, arrivano al cuore - dove fanno il diavolo a quattro -, e, poi, attraverso le arterie, vanno dappertutto, fino a far dar di testa agli ignari
mortali; infatti, l’adrenalina toglie la vista a chi ci vedeva, e il testosterone fa vedere
rosso anche a chi non ha mai visto.
Quel qualcuno potrebbe ancora chiedere: «Ma che razza di desideri sono questi?». I più antichi del mondo. «Vogliamo tutto!», dicono i gemelli del piano inferiore.
«Vogliamo subito!», fanno eco i gemelli dell’ammezzato: si tratta delle due coppie di
gemelli che tengono costantemente in funzione il grande fratello. Questi desideri, che
abitano nell’inconscio, ossia nella parte più primitiva dell’apparato psichico, sono
dotati di una forza diabolica e brutale. Nulla possono i buoni propositi contro l’appagamento dell’impulso che si sprigiona in noi per indurci a dimenticare, nel ristorante,
per l’ennesima volta, l’ombrello che nostra suocera puntualmente ci regala per Natale!
Nessuna precauzione potrà impedirci di macchiare di sugo, nel solito ristorante, la
cravatta che ci presta per l’occasione il nostro compassato suocero! Gli impulsi aggressivi trovano sempre il modo di colpire il bersaglio, anche solo con una battuta o una
svista. Cosa dire degli impulsi sessuali? Idem come sopra. Niente potrà impedire ai
nostri istinti sessuali di manifestare i loro nuovi interessi. Può succedere che, mentre
stai seduto con tua moglie, sempre in quel benedetto ristorante, improvvisamente distratto da un pensiero che non hai pensato, le tocchi la mano chiamandola Valentina.
Inutile ricordarti che tua moglie si chiama Maria Clotilde Adelaide, e inutile sarebbe
15
Della Psicoanalisi
cercar di descriverti quel che succede nei seguenti dieci minuti al tavolo 17, che ti è
stato assegnato.
Riportata la sua momentanea vittoria, il testosterone sembra calmarsi, e tutti i
tuoi circuiti neurali interrompono momentaneamente le loro trasmissioni. Per fortuna,
è sempre il pensiero più cretino del cervello a venire in tuo aiuto; del resto è l’unico
pensiero che ti è rimasto nel “fuggi fuggi” del panico generale, e che, con una faccia
altrettanto cretina, dice: «Ma cara non esiste nessuna Valentina; Valentina è il nome
della vergine cucciola che ho deciso di regalarti». Non illuderti, tua moglie ha capito,
ma, se fa finta di crederti, i casi sono due: quel pensiero era tanto cretino da generare
in lei un sentimento di tenera compassione nei confronti del proprietario, oppure, cosa
infinitamente più probabile, anche lei ha, da qualche tempo, il proprio pensiero impegnato con un certo Rodolfo.
Vediamo ora, un po’ più da vicino, l’origine e la natura di queste forze - o pulsioni
- che si aggirano, con i loro rappresentanti psichici, nel sistema inconscio.
Le pulsioni sono le nostre tendenze istintive, che si agitano continuamente in noi;
avvinghiati come Paolo e Francesca nel canto sesto dell’inferno: esse pulsano energia,
come il cuore pompa sangue. L’energia accumulata crea tensione, che va identificata e
incanalata verso una via di scarica; nella scarica proviamo piacere e ristabiliamo l’equilibrio perduto. Freud identifica così due pulsioni: sessuale e aggressiva, che chiama anche
pulsione di vita [Eros] e pulsione di morte [Thanatos].
Il concetto di pulsione non è molto diverso da quello di istinto, eppure è necessario distinguerlo. Intanto l’istinto è qualcosa che ci punge (lat. instinctu), la pulsione,
invece, è una forza che preme dall’interno (lat. pulsus). In altre parole, l’istinto funziona
come un’amante, la pulsione come una moglie. Entrambe ci spingono a fare qualcosa.
La differenza non è ancora chiara? Non importa! Proviamo con un altro esempio.
Si prenda un uccello eccitato per via dell’istinto sessuale: costruisce il nido, sempre nello stesso modo; corteggia la passerottina, sempre nello steso modo; si accoppia
dopo un rituale, che avviene sempre nello stesso modo; copula per un tempo che dura
sempre lo stesso tempo, un paio di secondi al massimo. L’istinto appare stereotipato,
monotono; non così la pulsione. Quando Eros ci eccita, la scarica non è necessariamente così immediata; infatti, potrebbe essere rinviata, oppure potrebbe non scaricarsi
secondo le modalità canoniche. Tra il momento in cui Luigi vede Luisa e il momento
conclusivo, ossia la fase della danza propiziatoria in onore della dea della fertilità, si
presume che Luigi pensi, valuti la situazione, consideri la fanciulla, calcoli le possibilità
di successo e di insuccesso, ponderi i vantaggi e gli svantaggi di una relazione a breve
o a lungo termine, adotti una qualche strategia di avvicinamento, e infine, magari,
decida che è meglio lasciar correre. In conclusione, mentre l’istinto non apprende nulla
dall’esperienza, la pulsione si lascia ammaestrare, legge il kamasutra, valuta ogni volta
mezzi e fini per giungere all’oggetto del desiderio. In breve, tra il dire e il fare, nel caso
dell’istinto, non c’è alcun mare; nel caso della pulsione, la paura del mare potrebbe
generare impotenza e altro ancora.
L’istinto fa tessere al ragno sempre la stessa rete, al gallo fa ripetere sempre la stessa
danza con tutte le galline, all’uccello fa costruisce sempre lo stesso nido. La pulsione,
invece, escogita tranelli sempre diversi, impara tutte le danze alla moda, e conosce un
sacco di nidi.
16
Le due pulsioni
Si può affermare che la pulsione sia un istinto che ha frequentato l’università, e ha
imparato un sacco di trucchi. Se l’istinto è l’homo erectus, la pulsione è l’homo cogitans.
In queste pagine, tuttavia, non si farà differenza tra il termine di pulsione o d’istinto.
Ma esattamente, qual è l’origine delle pulsioni? Il corpo umano è costantemente
stimolato da forze interne, che servono a difenderci dagli altri e a farci riprodurre con
le altre. Così, se tu incontri un individuo del tuo stesso sesso ti s-cazzi, se ne incontri
uno di sesso opposto al tuo, ti in-cazzi, ossia metti la lancia in resta o in attesa: salvo eccezioni. Le pulsioni in ogni modo sono da considerarsi delle costanti, anche in assenza
di stimolazioni esterne. In altre parole, Cosimo non si eccita perché ha visto Cosima,
ma ha visto Cosima perché è in un perenne stato di eccitazione. La pulsione ha fonti di
stimolazione interne al corpo, e si comporta come una forza di magnitudo otto, pari
all’eruzione del Krakatoa, con movimenti di tipo oscillatorio-sussultorio.
Una qualità della pulsione è quella di spingerci a fare qualcosa; basti pensare ad un
prurito insopportabile, non serve pregare per farlo passare. In altre parole, se Gaspare è
sotto l’influenza di un prurito da testosterone, si sentirà spinto a telefonare a Cassiopea
per un summit, in pratica un incontro sulla punta. Se Cassiopea risponde al telefono,
Gaspare ha trovato l’oggetto ideale per raggiungere la sua meta, ossia per fare goal, illuminandosi d’immenso; se Cassiopea non dovesse rispondere, Gaspare dovrà arrangiarsi
alla meglio, pensando [si spera] ad un rappresentante psichico di Cassiopea, e illuminandosi di luci psichedeliche. In altre parole, a Gaspare non resterebbero che le tracce
mnestiche di Cassiopea, e attraverso queste conseguire un soddisfacimento allucinatorio
del suo bisogno.
In breve, nella pulsione si possono identificare: fonte, spinta, meta e oggetto. In
lingua volgare: prurito, desiderio, croce e delizia. Il numero di telefonate fatte da Gaspare a Cassiopea può dare una misura esatta della quantità di energia in gioco, energia
avvertita da Gaspare come voglia, e da Cassiopea romanticamente valutata come prova
d’amore.
Quante sono le pulsioni? Secondo il titolo del capitolo sono due: la sessuale e
l’aggressiva. La prima ci carica eroticamente, la seconda aggressivamente; tuttavia, non
bisogna pensare che la pulsione sessuale faccia sesso tutto il giorno, mentre la pulsione
aggressiva prenda a cazzotti in faccia il primo che gli capita sotto tiro. Per comodità,
possiamo dichiarare che l’insieme degli impulsi che danno vita ad un eccitamento erotico costituisce la pulsione sessuale. L’insieme degli impulsi aggressivi forma, invece, la
pulsione aggressiva.
La pulsione sessuale opera in ogni momento della vita, anche nel lattante, colorando piacevolmente tutte le esperienze umane, se pure soltanto più tardi si configurerà
come desiderio sessuale tipico dell’adulto. Grazie dunque a questa pulsione baby Cassio
ha succhiato il latte al seno materno, provando una grande soddisfazione. Da precisare
che, per Freud, il bambino addormentato e appagato sul seno ha la stessa beata espressione dell’adulto dopo l’esperienza dell’orgasmo sessuale. Un Freud donna non avrebbe
mai fatto un simile confronto; anziché concentrarsi sulla beata espressione del bebé, si
sarebbe piuttosto concentrato sull’espressione beota del “fante più lesto” del West.
Cosa dire della pulsione aggressiva? Poco per fortuna! Freud elaborò questa pulsione come indipendente molto tardi, equiparandola a quella sessuale, anzi descrivendola
come una sorta di body-guard della pulsione sessuale. Non c’è atto sessuale senza deflo17
Della Psicoanalisi
razione, e non c’è deflorazione senza impegnare una certa quantità di energia aggressiva. Impulsi aggressivi e impulsi amorosi operano sempre insieme, se pure diversamente
dosati, come avviene nel morso amoroso, che può essere più morso oppure più bacio.
D’altronde, un morso è un bacio piuttosto al dente, mentre un bacio è un morso al
labbro.
In un rapporto di coppia questa combinazione di impulsi può mantenere vivo
l’interesse dei membri. Possedere ed essere posseduti funziona solo se i membri di una
coppia si rotolano sul tappeto nel tentativo di stabilire a chi spetta stare sopra o sotto.
In fondo, l’imperativo: «Amami!» vuol dire «Prendimi senza tante storie!»; il dichiarativo: «Ti amo!», invece, vuol dire: «Non muoverti, sta’ immobile e accontentati del
mio sguardo contemplativo!». D’altronde, un’eccessiva arrendevolezza da parte di un
membro stimola il sonno, e una dolcezza “tuttatonda” può provocare nausea associata
a sintomi di vomito, capogiri e perdita di sensi.
Si tratta dunque di due forze che si abbracciano e si divincolano, come due ubriachi su una barca in mezzo ad una tempesta di testosterone e di adrenalina. La libido è
il nome dell’energia legata alla pulsione sessuale; con carica aggressiva s’intende invece
l’energia legata alla pulsione aggressiva. Il ruolo svolto da questa seconda pulsione è per
nulla chiaro: da alcuni l’aggressività è considerata come un accelerante dell’Eros; per
altri, è ritenuta come una reazione suscitata da uno sprezzante: «No!» di una femmina
maldisposta. [Di solito i maschi non dicono mai di no: per loro la moralità è meno
importante della virilità. Solo la donna poichè può dire: «No!», senza incorrere nella
riprovazione sociale, ha il potere della scelta, e quindi il potere di rendere morale una
società].
Torniamo ora alla pulsione aggressiva, che si potrebbe intendere come il dio greco
Anteros, il quale puniva chi non ricambiava amore. Questa pulsione è davvero strana,
decisamente contraddittoria. In alcuni casi, la troviamo apertamente al servizio dell’attività sessuale, fin dal tempo in cui, come dice pressappoco il filosofo Vico: «Un uomo
afferrò una donna ribelle e riottosa per i capelli e la trascinò in una caverna, per mostrarle la sua clava preferita». In altri casi, ci difende da un’attività sessuale sentita come
pericolosa. Infine, può esprimersi contro la persona dei nostri sogni, per mascherare o
reprimere un desiderio sessuale avvertito come irrealizzabile o doloroso; in questi casi,
vale il proverbio: «Chi disprezza compra!».
La pulsione sessuale è diretta, chiara, esplicita; quella aggressiva è contorta, imprevedibile, incomprensibile. In sintesi, impulsi amorosi e aggressivi si combinano, si
fondono, s’impastano, ma anche si separano, si dividono, si oppongono tra loro. Saper
dosare questi due istinti è la difficile arte del sesso a due.
Riepilogando, le pulsioni si generano nel nostro sistema endocrinologico, creano
eccitazione e quindi chiedono aiuto alla mente, affinché faccia qualcosa e ripristini, se
pure momentaneamente, lo stato di quiescenza. Senza l’apporto della mente il povero
Cassio sarebbe preda di un’eccitazione senza fine, e senza avere alcuna possibilità di
scarica. La mente “identifica”, in seguito alle diverse esperienze di soddisfacimento, gli
oggetti appropriati perché cessi l’eccitazione, ed avviene così che, nella mente di Cassio,
si accende infine la visione di Cassiopea.
I contenuti dell’inconscio sono appunto desideri, pensieri, ricordi; in una parola,
tutti i rappresentanti psichici delle pulsioni che la coscienza non tollera. L’inconscio
18
Le due pulsioni
progressivamente si popola di odi o di amori proibiti; così, se un licenzioso pensiero caricato di una certa energia si affacciasse improvvisamente nella mente di suor Candida,
poiché la coscienza non potrebbe accoglierlo impunemente (vale a dire senza avvertire
sensi di colpa), ecco che quel pensiero, colpevole di aver dato una sbirciata fuori della
finestra, è rimosso dal suo stato di coscienza e inviato ad aggirarsi nelle segrete dell’inconscio.
Quel pensiero o desiderio potrà vedere la luce quando è notte, cioè in sogno: suor
Candida potrà così liberamente volare in paradiso circondata da una schiera di nerboruti angeli, ciascuno con la propria tromba. In mancanza degli angeli, potrà esprimere
il suo “disagio” attraverso qualche sintomo, una formazione di compromesso tra due tendenze in conflitto. Un classico è il sintomo nevrotico del vomito. Suor Candida potrebbe infatti sentire l’impulso a vomitare tutte le volte che si trova a sbirciare dalla finestra
sul giardino, dove si aggira, ignaro, un novello Adamo che pota il meleto. Il vomito è il
segno manifesto del rifiuto di una gravidanza inconsciamente desiderata. Suor Candida
potrebbe anche ritornare allo stato laicale, riprendere il suo vecchio nome, Lucrezia, e
godersi in santa pace il suo inconscio. Io, però, non glielo consiglierei; meglio volare
con gli angeli in sogno: non russano, non ruttano, non rompono.
Letture consigliate
Freud S., [1905], Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, vol. IV, Torino, Boringhieri,
1970.
Freud S., [1915-17], Introduzione alla psicoanalisi, in Opere, vol. VIII, Torino, Boringhieri,
1976.
Freud S., [1922], Due voci di enciclopedia: «Psicoanalisi» e «Teoria della libido», in Opere, vol
IX, Torino, Boringhieri, 1977.
19
CAPITOLO 3
Le tre fasi dello sviluppo psicosessuale
Nel paragrafo precedente abbiamo parlato di pulsioni, intese come due forme di
energia - o «cariche psichiche» - che ci spingono ad agire in vista di una “scarica”. La
tensione è così alleviata e noi proviamo gratificazione. Non ti è ancora chiaro come
funzionano le pulsioni? Prova ad immaginare il tuo rivale in amore: eccolo impegnarsi,
ogni giorno, a farsi bello e a farsi avanti con colei «che solo a te par donna». Avverti
qualcosa progressivamente “caricarsi” in te fino al giorno in cui senti di non farcela più.
Gli impulsi aggressivi ormai ti annebbiano la vista non appena lo vedi; anzi, la sola
vista del cicisbeota ti suscita il desiderio insopportabile di rompergli le rotondità del
tergo. Finalmente decidi di affrontarlo e…in quattro e quattr’otto, gliene dici quattro,
facendo il diavolo a quattro: soddisfatto della tua evacuazione, senti di essere diventato
abbastanza leggero da fare quattro salti di felicità. L’energia “distruttiva” è stata scaricata, e la pace con il mondo è fatta.
Ora però, sistemato il rivale, dobbiamo concentrarci sull’altra pulsione, quella sessuale o erotica, la cui energia è chiamata libido, che non si scarica menando le mani, ma
facendo richiesta di una gentil mano. Vediamo come funziona.
Gilberto è innamorato di Gilberta ed ha una gran voglia di incontrarla. Questa
voglia può essere poca o molta; speriamo sia molta. In questo caso, vedremo il nostro
Gilby tormentarsi tutto il giorno pensando a Gilbah: ai suoi capelli color rame, ai suoi
occhi color mare, alla sua pelle color tra il verderame e il verdemare [sic!] - quando si
sogna i colori non sono importanti. In questo caso, affermiamo che una gran carica
psichica è diretta da Gilberto con destino Gilberta. Non dovete pensare che la sua
energia investa la poverina come un’automobile investe il vecchietto che non si sbriga
ad attraversare la strada sulle strisce pedonali, ma che Gilberto sta caricando di energia
psichica tutto quello che di Gilberta riesce a ricordare, a pensare, e ad immaginare. In
quanto caricata di libido, Gilberta appare a Gilberto affascinante per quel suo parabolico incedere claudicante, o per i suoi occhi cerulei. Anche la gita fatta a Foggia sarà un
ricordo magnifico, e Foggia finalmente potrà diventare, almeno per Gilby e Gilbah, la
città più bella del mondo (!). Per fortuna c’è il matrimonio a restituire a Foggia quel
che è di Foggia, e a ridare ai capelli e agli occhi di Gilberta il loro colore naturale.
21
Della Psicoanalisi
D’altra parte Gilberta, pur nel suo strabismo, non farà fatica a vedere il vero Gilberto,
e ad esclamare: «Homo vanus et mendax! Caeca cupiditate, erravi!». Le immagini fantastiche, un tempo “istintivizzate”, lentamente si scaricano, e puntualmente Gilberto
e Gilberta si ritroveranno, loro malgrado, a dare ragione alle loro rispettive mammine,
che ci hanno sempre visto chiaro.
Da questi esempi possiamo ricavare che la pulsione sessuale è formata da una certa
quantità di energia psichica, che in Gilberto è avvertita come “attrazione fatale”, e da
una rappresentazione mentale - o rappresentante psichico -, che è l’immagine di Gilberta, o, meglio, sono le immagini di Gilberta che Gilberto ha affisso in tutte le pose in
ogni sinapsi delle sue connessioni neurali.
Come è già stato puntualizzato, la pulsione sessuale eccita la mente fin dal primo
istante di vita, perciò, contrariamente a quanto si credeva, i bambini non sfuggono a
questa stimolazione. Il corpo umano è stato considerato da Freud (uomo dell’Ottocento) nel suo aspetto sensuale, predisposto geneticamente agli impulsi e ai desideri
sessuali, dotato di tutte le risorse e i comfort per riprodursi e garantire la sopravvivenza
della specie. Oggi siamo “moderni” e abbiamo capito che il genere è un’invenzione
culturale che nulla ha a che fare con i cromosomi, che dovrebbero pertanto essere aggiornati dall’evoluzione! Per Freud il piacere associato alla riproduzione segna
l’apice del suo sviluppo; in questo modo diventa l’espediente utilizzato dalla Vita per
costringere gli individui a fare sesso e, loro malgrado, ad allevare marmocchi. L’uomo
è un essere programmato per il piacere; tutte le sue attività vitali sono piacevoli, come
mangiare, dissetarsi, defecare, urinare, copulare, dormire. La sessualità non è limitata
all’entrata in azione dei genitali; ma ogni attività nella quale l’uomo sperimenta piacere, è sessuale.
La pulsione sessuale, dunque, si manifesta in molti modi, sia nel mordere con
voluttà una pesca, sia nel far mordere, con piacere sadico, il pechinese di nostra suocera dal nostro mansueto mastino napoletano. Certamente, l’esperienza del coito offre
all’uomo il massimo del piacere, insieme con il massimo della fregatura che gli possa
capitare. Il sesso non è mai sicuro; diventa sicuro solo nel periodo immediatamente
successivo alla fregatura. Il destino è quella cosa che tiene l’uomo per i suoi addobbi
natalizi.
Vediamo ora le progressive espressioni della sessualità, o meglio della libido.
Fase orale
All’inizio, non all’inizio di un rapporto sessuale, ma all’inizio della vita, tutte le
tensioni sessuali si concentrano in una precisa area del corpo, l’area della bocca, detta
zona orale. La bocca è infatti da Freud concepita come una sorta d’organo sessuale, una
vera zona erogena, perché capace di gratificazioni e di attività che, anche in età adulta,
sono sessualmente apprezzate, come per esempio l’atto di baciare. Nel primo anno di
vita tutto il piacere è ottenuto attraverso l’apparato orale: guance, labbra, lingua, mucose della bocca, se stimolate generano piacere. Tutto questo può lasciare perplessi, ma
ogni bisogno fisiologico ha il suo soddisfacimento; e se la zona orale non fosse erogena,
22
Le tre fasi dello sviluppo psicosessuale
difficilmente il bambino si nutrirebbe, e difficilmente in seguito Camillo e Camilla si
bacerebbero.
La bocca e tutte le attività connesse, come: suggere, mordere, e successivamente
mangiare, parlare, cantare, ecc. provocano un eccitamento erotico. Qualcuno potrebbe chiedersi: «Ma come si fa a definire di natura erotica la sensazione che il bambino
prova?». Semplice, pensiamo a Camilla che con le labbra sfiora la guancia di Camillo: cosa pensate proverà e soprattutto cosa pensate farà Camillo? Farà esattamente
quello che faceva quando la mamma lo teneva in braccio. Era sufficiente infatti che
il capezzolo gli sfiorasse la guancia, perché baby Camillo girasse la testa e cominciasse
a succhiare. Ora sapete cosa fare se il vostro Camillo si distrae, oppure comincia a
vagare con la mente; sfiorategli la guancia con un bacio, e lui comincerà a suggere
i vostri baci. Baciare non è diventata un’attività piacevole o frizzante il giorno del
primo bacio, ma è l’erede diretto dei baci che il bambino ha succhiato al seno. La
pulsione sessuale è all’inizio essenzialmente orale, e l’eccitazione che il bambino prova è alleviata mediante la suzione. Le pulsioni orali con il tempo si affievoliscono,
ma non tramontano mai definitivamente. Le gratificazioni orali restano sempre vive:
forse non succhiamo più come una volta, ma tutti mangiamo; anche l’acquolina in
bocca ci informa che stiamo guardando qualcosa di “appetibile”. Ora, per quanto
possa essere piacevole mangiare da adulti, pure non è nulla in confronto al piacere
che prova il bambino al seno. Una prova? Immaginate Camillo che vede Camilla in
topless. Ora, sappiate che baby Camillo mangiava con la bocca quel che Camillo the
Great può mangiare soltanto con gli occhi.
Un’altra attività orale gratificante è mordere, soprattutto quando ai bambini spuntano i denti. Il fastidioso prurito che essi avvertono è sentito come “cattivo”, perciò
mordere può offrire una doppia gratificazione: alleviare il prurito e punire la “cosa”
cattiva che causa il prurito. Le madri che allattano sanno quanto i loro piccoli possono
essere inconsapevolmente “sadici” con i capezzoli. Tutti questi comportamenti hanno
la propria controparte nella condotta sessuale e aggressiva in età adulta. A questo punto, Camilla è finalmente in grado di comprendere da dove provenga al suo Camillo la
fisima di succhiarle il “labbro inferiore”; ed è pure in grado di comprendere perché ami
tanto farle succhiotti, o, peggio, morderla sul collo. Dracula non c’entra, è soltanto
un problema di prurito gengivale che ancora non gli è passato. In ogni caso, è meglio
essere morsi con i denti che con la lingua.
La bocca, con le sue attività, aiuta dunque il frugoletto a scaricare la libido al seno:
l’eccitazione è alleviata, ed egli può finalmente dormire appagato. In seguito, un tale
appagamento richiederà l’intervento di altre zone erogene. La bocca conserverà sempre un ruolo importante, in proporzione della quantità di libido che vi resterà fissata.
Dopo il primo anno di vita, infatti, gran parte dell’energia psichica legata alla pulsione
sessuale emigra, disinvestendo così la zona orale e investendo una nuova zona, quella
dell’ano. Una parte di libido resterà a presidiare questa zona, e noi continueremo a provare piacere a fare tante cose con la bocca, come per esempio fumare, bere, consumare
gelati, ma soprattutto baciare. L’incipit del libro più bello del mondo recita: «Mi baci
Egli dei baci della sua bocca…!»; e sì, è proprio lui, il Cantico dei cantici!
I problemi intervengono quando la libido non emigra a sud come dovrebbe, ma
una gran parte resta fissata alla bocca e alle sue gratificazioni.
23
Della Psicoanalisi
A questo punto Camilla, allarmata, potrebbe chiedere: «Come faccio a sapere se
la libido del mio Camillo è fissata in questa zona in modo appropriato e non in modo
spropositato? E, soprattutto, quali potrebbero essere le conseguenze nel nostro rapporto di coppia?».
Vediamo innanzitutto qual è il ruolo della bocca tra due fidanzati. All’inizio, in
un rapporto normale, è necessario che gli scambi siano principalmente orali: baciarsi,
scambiarsi la gomma da masticare, soffiarsi in bocca, intrecciare le lingue, sono tutti
preliminari ben accetti. In breve, dire «Ti amo» offrendo cioccolatini è una strategia
rassicurante e, inoltre, funziona. Ma se Camillo tutte le volte che vede Camilla è preso
da una gran voglia di mangiare, e la porta di cremeria in cremeria alla ricerca del bignè
come fosse il santo Graal, forse qualcosa non va.
E ancora, se Camillo parla con Camilla - per tutto il tempo del loro incontro - dei
bignè della mamma, del bunet di zia Caterina, e del tiramisù di nonna Paolina, incurante della linea di Camilla, qualcosa continua a non andare per niente.
E ancora, se Camillo, tra un bignè e l’altro, continua a chiamare Camilla: «La
mia morbida, dolce, gustosa cremina», e aggiunge: «Io sono il tuo babà», è tempo di
“frullarsi”, ossia di darsi una mossa; infatti, troppi funghetti al rhum possono provocare
nausea e vomito anche ai bravi ragazzi.
E ancora, se a San Valentino, Camillo regala a Camilla un’intera confezione di
bignè e in più se li mangia tutti lui, decantandoli ad uno ad uno, è tempo per Camilla
di rivendicare la sua parte.
E infine, se Camillo decidesse di baciare Camilla per fregarle il bignè di bocca,
sarebbe ora che la fanciulla comprendesse che Camillo la lascerà a bocca asciutta, e non
le farà mai assaggiare il cannolo siciliano, perché lui è piemontese di Cuorgné, il paese
dei bignè.
Il peggio tuttavia sarebbe se Camillo avesse anche una vena letteraria e, tra un
bignè e l’altro, cominciasse a recitare il brano di Proust relativo alle Petites Madeleines e
alle «deliziose voluttà» che sprigionano. A quel punto sarebbe sicuramente il caso che
Camilla si prendesse una pausa e provasse con Casimiro.
D’altra parte, gli “orali” possono anche essere molto piacevoli e generosi; sono
prevedibili in quel che pensano, e, quando si rientra a casa, sono in cucina a preparare
torte e biscotti. Non tutti gli “orali”, infatti, sono come Camillo; proviamo a fare la
conoscenza di Casimiro.
Camilla va dunque all’appuntamento al parco giochi per incontrare Casimiro.
Non c’è nulla da ridire sul tipo, che arriva, a differenza dell’inzaccherato Camillo, impomatato e azzimato da capo a piedi. Anche se non si può definire amore a prima vista,
sicuramente Camilla apprezza la visione del suo nuovo interlocutore; tuttavia, sente il
dovere di metterlo alla prova. Non meravigliamoci se, a bruciapelo, lei gli chiede: «Ti
piacciono i bignè?». La risposta: «Se non ne mangio, non vado in crisi d’astinenza», è
sicuramente rassicurante.
Quel che Camilla ignora è che anche Casimiro è un tipo orale, anche se gratifica
la sua oralità in modo diverso da Camillo. È bene che io informi la mia lettrice, fan di
Camilla, che in amore noi peschiamo sempre la stessa tipologia di cefalopodi, e anche
quando siamo pescati noi abbocchiamo sempre alla stessa tipologia di esche. Casimiro, infatti, è un tipo loquace, che parla in continuazione. All’inizio la cosa può non
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Le tre fasi dello sviluppo psicosessuale
dispiacere: i vuoti temporali sono riempiti, e i silenzi siderali azzittiti. Il problema si
pone quando anche Camilla, superato il primo impatto, vuole dire qualcosa, e aspetta
invano il proprio turno. Dapprima, cerca una pausa nel discorso, ma non la trova; poi
la cerca tra le proposizioni, tra le parole, tra un respiro e l’altro, ma è tutto inutile. Il
tipo non respira. In seguito, confida in un vuoto di memoria, in un evento improvviso,
in un incontro di terzo tipo, ma non succede nulla; resta un’ultima speranza, la saliva
che gli va di traverso. Dopo di questo, soltanto Santa Rita può fare qualcosa, inviando
un acquazzone a ciel sereno, o un improbabile tsunami a Torino [i due stanno passeggiando lungo il Po al Valentino]. Alla poveretta non resta che rassegnarsi, facendo voto
di non odiare più i bigné. Camilla si è imbattuta in un logorroico!
Se hai fatto l’esperienza di Camilla, già sai che è inutile tentare di bloccare il loquace Casimiro, indicandogli le vetrine dei negozi, o distraendolo con la caviglia storta, o
sorridendogli con la speranza che noti i tuoi denti appena sbiancati. Neppure la fine
del mondo lo fermerà. Che fare? Un consiglio: aspetta sul bordo della strada, quella
più trafficata, finché non si accende il giallo; tanto lui è assorto a parlare e non sa quale
colore sia acceso. Al semaforo, non appena scatta il giallo comincia a correre; lui, prima
che concreti quel che sta succedendo, è immobilizzato dal rosso. A quel punto voltati
e salutalo con il tuo sorriso costato millecinquecento euro. Non preoccuparti per Casimiro. Gli uomini come lui hanno un gran futuro in politica: riescono sempre a trovare
chi li ascolti, ed è sorprendente come riescono ad incantare i loro fachiri.
Le avventure di Camilla non sono ancora finite; lei non si perde d’animo e decide di fare un ultimo tentativo con Crispino. È il classico tipo vagheggino. Ha modi
educati e una patina argentata d’altri tempi: è anche dotato di una vocina da tenore
di grazia. Camilla riesce ad arpionarlo all’uscita di Palazzo Nuovo [sede delle Facoltà
umanistiche dell’Augusta], e a farsi dare un passaggio in automobile fino a casa. Se
Camillo era dolce come la panna, Crispino è amaro come il fiele: mordace e pungente, ha 32 denti intinti nel cianuro. Al terzo semaforo di Via Po [siamo sempre a
Torino], Camilla possiede già una vasta cultura su tutti i docenti della sua Facoltà
[ovviamente di Psicologia]: le sono stati serviti spolpati e disossati dal Nostro. A
Crispino non piace leccare il bignè di Cuorgné, però gli piace mordere, addentare,
azzannare il panforte di Siena, o il torrone di Benevento. L’idea di affondare i denti,
mordicchiare la vittima, triturare e, infine, sputare fuori sentenze e verdetti è per lui
un’arte e una terapia. Crispino ha una personalità sadico-orale, in pratica distruttiva,
sarcastica e cinica. Al sesto semaforo Camilla ha ormai capito che tutti gli altri autisti
sono degli incompetenti patentati: invettive, apostrofi e insolenze cedono ben presto
il passo a filippiche, maledizioni e sfuriate, per arrivare al parossismo, all’incontinenza
e al laringospasmo blu. Nel caso ci fossero ancora tre semafori da superare, prima di
arrivare a destinazione è bene che Camilla non gli sorrida in modo smagliante; se,
per avventura, lui notasse il suo sorriso white, le chiederebbe se c’è stato qualcosa tra
lei e l’omino bianco. Un consiglio per Camilla, non attenda l’ultimo semaforo, ma
approfitti non appena l’auto si ferma. Inutile dargli dello “str-ano”, non capirebbe;
lui è nella fase orale, non in quella anale [P.S. Camilla farebbe bene anche a cambiare
Facoltà].
L’“orale”, soprattutto quello dei bignè, in fondo può diventare una persona “bella
e buona”, se sposa la prosperosa e materna Abbondina, e insieme inaugurano una pa25
Della Psicoanalisi
sticceria. L’unico tradimento che Abbondina può aspettarsi dal suo Camillino è che dai
bignè alla panna si converta ai krapfen alla crema.
La fase anale
Nel secondo anno di vita, grandi trasformazioni avvengono nel bebé; soprattutto,
cambiano i suoi interessi, che lentamente si spostano dalla sfera orale a quella anale. Se
prima le attenzioni del bambino erano rivolte al mondo degli oggetti da mettere in bocca, ora comincia ad essere curioso per quello che succede in alcune regioni del suo sud,
con riferimento allo smaltimento dei rifiuti. Dal secondo anno di vita la libido investe
infatti i glutei, lo sfintere anale e, in particolare, l’atto della defecazione. Le gratificazioni
sessuali si localizzano così all’estremità opposta del canale alimentare. Tutte le sensazioni
di tensione e di piacere sono ora connesse all’attività del trattenere e dell’espellere le feci.
La ritenzione provoca una stimolazione anale, e la conseguente evacuazione riduce la
tensione provocando sollievo e, quindi, piacere. Tuttavia, l’instaurarsi di una nuova zona
erogena non avviene senza problemi. Il bambino ora è in grado di camminare ed esplorare l’ambiente, ed è in grado di parlare e di esprimere i suoi desideri: sono, queste, due
funzioni che gli danno una piacevole sensazione di potere e di libertà. Nessuna meraviglia, quindi, se egli vuole trarre piacere dall’atto della defecazione nella massima libertà:
libertà che riceve dall’ambiente i primi limiti e i primi «No!». Il piccolo deve imparare
a sottomettersi alle regole dettate dalla mamma; si tratta di regole semplici, ma di una
portata decisiva per la futura felicità del pargoletto.
Le regole da apprendere sono tre, una formulata in positivo e due in negativo.
Prima regola: Fare la popò stando pazientemente seduto sul vasino.
Seconda regola: Non farla nella piazza del mercato, quando la mamma è in altre
cose affaccendata.
Terza regola: Non immergere le mani negli escrementi, e soprattutto non spalmarla sulla tappezzeria.
Un conflitto potrebbe dunque scatenarsi tra il piccolo Filippo Maria, il quale vuole
“farla” dove e quando gli garba, e la madre che vorrebbe invece salvaguardare i colori
del suo nuovo tappeto persiano. Due volontà si fronteggiano: una è generata dal desiderio anarchico degli istinti, l’altra è ispirata dal bisogno dell’ordine e della pulizia.
Non a caso gli scontri più violenti avvengono in piazza tra i “disobbedienti” e i “tutori”
dell’ordine pubblico. Non so se avete notato che i dissidenti, per prima cosa, rovesciano
per strada i cassonetti e spargono i rifiuti? Un tale atto ha lo stesso valore e significato
del gesto del bambino di due anni che spande i suoi prodotti fecali nel salotto buono.
Ora, tra il nostro frugolo e sua madre: chi vincerà? Il destino e la felicità del piccoletto e di tutte le sue future conquiste militari, artistiche e sociali sono in gioco; anzi,
lo stesso destino del mondo dipende dagli interessi legati alla di-scarica della libido,
depositata, si spera non per sempre, nell’intestino retto.
Torniamo ora alle tre regole, e alle eventuali ripercussioni nell’organizzazione della
personalità del nostro Filippo Maria. Vi sarà sicuramente capitato di incontrare una
persona con dell’aplomb? In pratica, sicura, disinvolta, che non dubita mai delle sue
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Le tre fasi dello sviluppo psicosessuale
capacità, senza timidezze, insicurezze e goffaggini? È una persona che da piccolo ha
probabilmente imparato a stare seduto nell’attesa che “arrivasse”. Al contrario, l’insicuro è uno che non è mai riuscito a controllare i tempi, facendosela scappare sulla ruota
panoramica. Decisivo è l’atteggiamento della madre e il suo addestramento, che può
oscillare tra un’ingerenza rigorosa, imbronciata, implacabile, e un intervento discreto, indulgente, flessibile. C’è anche la madre ansiosa, che, con premurosa insistenza,
chiede al “piccolo” informazioni sull’andamento dell’evacuazione. Una volta fatta, ella
sbircia dentro il vasino, fa i suoi commenti sulla quantità, sul colore e sulla consistenza,
e, infine, termina l’ispezione, chiedendo al piccolo se l’ha fatta tutta, «…propria tutta;
tutta tutta?». Povero bambino, come fa a sapere se nel suo vasino è scesa tutta, oppure
se ne manca ancora un pochetto? In queste condizioni, il piccolo Filippo Maria pensa
che la madre sia convinta che lui abbia rubato una parte del prodotto. Questo pensiero
può tormentarlo per tutta la vita, con l’ossessionante idea di non aver fatto abbastanza,
di non aver fatto del suo meglio, e che poteva fare di più: di qui, gli slogan: «Si può
fare!», «Forza Italia!», «Yes, we can», connesse a tutte le promesse che iniziano con «Faremo tutto, faremo di più…!», cui segue: «Gliela faremo vedere noi…!».
Gli inglesi a questo proposito hanno molto da insegnarci: loro soltanto potevano
continuare a suonare tranquillamente seduti, mentre il Titanic affondava. Chiunque
altro, “se la sarebbe fatta addosso”, e, questa volta, l’avrebbe fatta proprio tutta.
Tuttavia, non c’è soltanto un modo corretto per farla, ma vi è anche un luogo in
cui farla, e un tempo per farla: passiamo così alla seconda regola. Insegnare al bebé a
rispettare la piazza del mercato e a farla nel luogo conveniente e nel tempo opportuno
significa formare una personalità che sa sempre trovarsi nel luogo giusto, al momento opportuno, facendo la cosa retta. Ora, se il tuo Filly continua a sbagliare il luogo
dell’appuntamento, oppure dimentica di avere un abboccamento con te, la ragione è
semplice: si trova a rovistare nell’angolo dell’usato in Piazza della Repubblica.
Infine, per quanto riguarda la terza regola: «Non giocare con le feci», bisogna
comunicare che, per il bebé, i propri prodotti fecali rappresentano oggetti di grande
interesse scientifico e artistico. Privarsene, per lui, non è facile: egli ha dei diritti, perché sono suoi, home made. Per aiutare il piccolo a distaccarsi dalla sua opera d’arte è
necessario dunque che la madre intervenga come un vero estimatore d’arte. Facciamo
un esempio: se avete un amico pittore e volete che lui vi regali una delle sue tele, dovete ammirarla e congratularvi con lui. Se insistete con i complimenti, salamelecchi,
smorfie e smancerie alla fine forse ve la regala, o in ogni modo vi fa uno sconto; ma se
sostenete che il suo ultimo dipinto è una vera schifezza, difficilmente ve lo donerà.
La stessa cosa avviene con il bambino. La madre deve fare in modo che il suo
“tesoruccio” arrivi a farle dono dei propri escrementi. Una madre che mostra disgusto
non avrà mai un figlio artista, forse l’umanità si salva da un imbrattatele, ma un solo
artista è sufficiente a giustificare molti pittorelli. Non bisogna dunque sbarazzarsi delle
feci come se fossero ripugnanti escrementi; prima bisogna portare i prodotti evacuati
in giro per casa, mostrarli a tutti i presenti, ospiti compresi, raccomandando a tutti
di complimentarsi con il piccolo, e poi, in processione, andare tutti verso il bagno,
affinché questo composto possa finalmente raggiungere la Costa Azzurra. Soltanto così
il piccolo Filippo Maria diventerà una persona generosa e sicura, e anche da adulto
continuerà a rallegrare il mondo con le proprie produzioni, magari artistiche.
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Della Psicoanalisi
Ora, se Filly maior riesce a ricordarsi del convegno che ha con la signorina Felicita
[Filly pure lei], e riesce ad arrivare all’incontro, se pure con due ore di ritardo, con il suo
pacco regalo, è intuibile cosa possa idealmente contenere un tale pacco. Al contrario, se
Filly Maria arrivasse senza regalo, tutto vestito di marrone, profumato di rotten musk,
allora sarebbe il caso di subodorare qualcosa: la signorina Filly dovrebbe “impacchettarlo” e rimandarlo rettamente a casa.
A volte mi chiedo quali vicissitudini anali può aver vissuto il nostro “Grande”
Pierino, il quale ha prodotto e inscatolato al naturale i suoi escrementi in 90 barattoli
di conserva, con peso netto di 30 grammi ognuno (sicuramente questa deve essere stata
la parte più impegnativa del suo lavoro artistico). Il numero 18 è stato battuto all’asta a
Milano per 124.000 euro. Esporre le proprie feci nei musei, o nei salotti di collezionisti
super raffinati, deve essere un sogno che dà un vero sollievo all’anima. Una domanda
spontaneamente insorge, che tipi saranno questi ammiratori di merda d’artista inscatolata?
Il problema è, dunque, insegnare a Filippo Maria a farla andante, ma non troppo.
Una madre che non addestra il suo bambino a controllarsi e a mantenersi pulito sta
preparando un adulto incapace di tollerare qualunque norma sociale o principio d’autorità, e neppure una semplice frustrazione. Il risultato è che da grande Filippo Maria
potrebbe defecare ovunque, ossia sentirsi in diritto di imbrattare i muri delle case con
i suoi graffiti, oppure di adottare un linguaggio diarroico, sporco e affrescato dei più
accesi colori autunnali. In breve, svilupperebbe una personalità incapace di esercitare la
più piccola forma d’autocontrollo, dando in escandescenze per la più piccola contrarietà. Una madre troppo rigida e severa, invece, può bloccare ogni espressione creativa nel
piccolo Filippo Maria, che potrebbe diventare pulito in modo lucido, tutto di un pezzo
senza pieghe, moderato senza impegno, controllato a freni tirati, e olezzante in modo
insopportabile. In breve, si può oscillare tra una defecazione improvvisa e collerica, e
una stitichezza cronica e sofferta.
Freud ha descritto la personalità anale, caratterizzandola con tre aggettivi: metodica, ostinata e avara. Vediamola in azione.
Consideriamo ora quali avventure potrebbero succedere se Bibiana andasse ad un
appointment con lo staff-manager Fortunato Molafà, Lucky per gli intimi, con libido
parcheggiata stabilmente in zona anale. Intanto, arriverebbe puntuale all’appuntamento, merito di un inflessibile addestramento al controllo degli sfinteri. Compito e parco
nei movimenti, tirato a nuovo come se fosse uscito da Vogue, preciso nei particolari,
con nulla fuori posto, con fazzolettino chiaro in taschino scuro, e con un sorprendente
bow-tie a pallini rossi, il nostro Lucky Nowdoit non avrebbe difficoltà a fare buona
impressione sulla nostra Biby. Poi, finite le presentazioni, prima ancora che Biby comunichi come le piacerebbe passare la serata, lui mostra il lato oscuro della sua puntuale e
rigorosa metodicità. [A proposito si tratta di un appuntamento galante, preso in chat].
Lucky ha annotato su un note-book di pelle marrone un dettagliato programma della
serata, una lista delle cose da fare, dei tempi da scandire, degli argomenti da affrontare.
Il programma prevede una passeggiata per Via Garibaldi, svolta in Via delle Orfane
fino al Quadrilatero Romano, con discussione su tempo, moda e scarpe. Le scarpe sono
l’acquisto della giornata fatto dal Nostro al negozio Topi e mici, sfruttando i saldi e riuscendo ad ottenere un ulteriore sconto, dopo tre ore di contrattazione. Il racconto delle
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Le tre fasi dello sviluppo psicosessuale
scarpe deve servire a far capire che lui ottiene sempre quello che vuole, e non al prezzo
di «costi quel che costi», ma «al minor costo assoluto». Si disegna così l’intera personalità di Fortunato, staff-manager della National Road Board, ossia impiegato dell’ANAS,
capo cantoniere sulla statale n. 25. Biby, che per l’occasione decide di essere Baiby,
abbagliata dalla prima impressione pensa di trovarsi in compagnia della più sicura,
solida, determinata, ordinata, accurata e precisa persona del mondo. Il programma in
ogni caso prevede l’ingresso al ristorante “Mezza scodella”, alle ore 8 e 30: un ristorante
a metà tra la gargotta di nonna Lucietta e la piola di Monsû barbet.
Se Bibiana avesse seguito i miei corsi all’Università e non fosse “precotta” dai modi
compassati del Lucky, direbbe: «Ecco l’uomo che la fa sempre alla stessa ora, nel medesimo posto, identica per quantità, equipollente quanto agli effetti, con gran perseveranza e uno sforzo degno delle migliori emorroidi!». La serata nondimeno continua,
anche se sarebbe meglio per Baiby farsi venire un Parkinson e tornare immediatamente
a casa. Appena entrati nel ristorante, infatti, ecco i primi problemi! Fortunato-Lucky
aveva ordinato un preciso tavolo, ad un’ora esatta, per chiari motivi: ora, invece, gli
comunicano che deve aspettare un nuovo tavolo, un’altra ora e per non chiari motivi.
Finalmente, dopo rimostranze e borbottamenti, la coppia Lucky-Baiby potrà accomodarsi; ma, subito dopo, ecco che un piede del tavolo balla, un orlo del bicchiere non è
ben lavato, i tovaglioli sono di carta. Seguirà il vino dal sapore di tappo, e l’immancabile mosca che si appoggerà sul pane. Ogni tentativo della nostra Bibiana teso a calmarlo
si rivelerà inutile; lui continuerà a chiamare “l’inserviente” per ogni cosa che non va,
e lei dovrà sopportare le frecciate del cameriere, che, per dispetto, ha probabilmente
sputato nel piatto che la poverina sta gustando. Lui, Fortunato, si comporta in questo
modo perché vuole di là d’ogni ragionevole dubbio convincere Bibiana di quanto egli
sia una persona cui nessuno la fa, ma è lui a farla nei pantaloni degli altri. Ci si augura,
a questo punto, che la Nostra finalmente comprenda che la serata non è proprio delle
più fortunate; le conviene andare ad incipriarsi il naso, sgusciare dalla toilette e guadagnare la porta di servizio.
Ora, se tu non sei Bibiana, e ti chiami Calliope, e non vuoi rinunciare ad una cena
gratis, ecco cosa sicuramente succederà! Fortunato aveva certamente l’intenzione di
offrire la cena, ma dopo aver considerato i piatti che Calliope, Kally per l’occasione, ha
scelto, e il suo appetito incurante della linea, inscenerà il numero della carta perduta e
costringerà la nostra Kally a pagare la cena e ad accompagnarlo a casa con il taxi con
tariffa notturna.
Come evitare un anale? Non è difficile. Al bar, se è in gruppo, si comporta in due
modi: dice di non desiderare nulla, oppure aspetta che qualcuno vada a pagare per tutti. Quando si sente costretto ad offrire, dopo aver sgraffignato un migliaio di caffé, ne
offre “giusto” uno e non osate cambiare idea, chiedendo un cappuccino.
La fase fallica
Finalmente arriva il terzo anno di vita, il più bello in assoluto. Nel primo anno, il
bambino giubila alla vista del seno. Nel secondo anno, gongola con le proprie feci. Nel
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Della Psicoanalisi
terzo anno, tripudia con il suo organo genitale. Egli, infatti, scopre se stesso attraverso
l’elemento che lo caratterizza: il pene [il clitoride nella bambina]. D’ora in poi i genitali
assorbiranno le attenzioni, gli interessi e le fantasie del piccolo: la libido, partita dalla
bocca, dopo aver soggiornata nella regione glutea, si stanzia definitivamente nell’area
dei genitali. Le mani del piccolo hanno finalmente trovato l’organo del piacere, che, se
stimolato, sprigiona gradevoli sensazioni. Il mondo non è più una realtà da succhiare,
né da manipolare, ma è una realtà da intrudere, da conquistare e da possedere; con
il nuovo oggetto d’interesse appare quindi un nuovo modo - intrusivo - di scaricare l’energia. L’attività autoerotica è, infatti, accompagnata dallo stimolo a conoscere
biblicamente e scientificamente il mondo. A questa età i bambini amano gli oggetti
appuntiti e allungati, e si divertono a infilarli dappertutto. Ispezionano ogni cavità,
foro, pertugio e simili. Infilano le dita nelle prese della luce e negli scarichi dei lavandini. S’intrufolano in ogni spazio angusto, nascondendosi e facendo angosciare la baby
sitter; amano vedere gli oggetti scomparire nei buchi, soprattutto in quello del water.
In questo periodo, il gatto di casa preferisce i luoghi alti, il cane impara a “sgattaiolare”.
Soltanto alcuni mesi prima i piccoli amoretti esibivano con orgoglio i loro prodotti
intestinali, ora non perdono occasione di ostentare i loro organi genitali, e desiderano
guardare quelli degli altri. In breve, sono esibizionisti e voyeur. Segna un momento di
trionfo per i maschietti fare la pipì stando in piedi; nella bambina, invece, la posizione
seduta durante la minzione penalizzerebbe il penis pride.
Se conoscessimo meglio la vita sessuale del bambino, in questa fase, non ci sorprenderemmo affatto nell’osservare i suoi comportamenti e le sue morbose curiosità. I
bambini sono ormai consapevoli delle differenze anatomiche fra i due sessi, e a ragione
pensano che i genitali svolgano una funzione nei rapporti tra la mamma e il papà. A
causa delle sensazioni associate ai palpeggiamenti che ricevono durante le cure igieniche, fantasticano intorno a quel che potrebbe avvenire in camera da letto dei genitori.
La mamma che bacia il “fapipì” di papà è una delle fantasie più gettonate. Possiamo
difendere i nostri bambini dalla realtà esterna, ma non da quella fantastica, e non c’è
neppure ragione di difenderli dalle loro fantasie.
Importante è la reazione dei genitori di fronte ai comportamenti del bimbo. Ora,
se questi esibisce il suo magico oggetto, e la madre mostra di non gradire la cosa, facendo occhiacci di disgusto come suor Candida, e alzando il dito minaccioso come Bin
Laden, il piccolo sarà sopraffatto dall’angoscia. Pensate se adottaste lo stesso comportamento con il vostro promesso sposo la prima notte di matrimonio! Lui, adamitico, esce
dal bagno, in tutta la sua altezza, sicuro di inebriarvi di stupore e meraviglia, mentre
voi, scandalizzate e sdegnate per la sua impudenza, gli intimate di non avvicinarsi a
voi, mostrandogli denti e gengive. Credo sia inutile descrivere gli effetti di una cotale esperienza sul poveretto. Mai dire, dunque, ad un bambino felice di toccarsi: «Se
continui a toccarti, il “pisellino” cadrà». Lo costringete a toccarsi in modo coatto per
assicurarsi che sia ancora attaccato. Gli adulti che si toccano in pubblico, non a caso,
sono maschi; inoltre, non si toccano per scongiurare la malasorte, ma per rassicurarsi
che tutto sia ancora a posto. Ci può essere malasorte peggiore di quella di frugare con
la mano e scoprire che qualcosa manca? So che queste paure fanno sorridere le signore;
ma immaginatevi di ritorno da un lungo viaggio, a mezzanotte, davanti al nastro trasportatore dell’aeroporto di Caselle, che, ormai da mezz’ora, gira senza le vostre valigie,
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Le tre fasi dello sviluppo psicosessuale
in cui avete soldi, cellulare e chiavi di casa. Non vorrei trovarmi nei panni dell’addetto
al claim-luggage office. Ora, l’organo genitale maschile è più di un bagaglio appresso, e
più di un telefonino esercita un richiamo irresistibile; è molto di più anche di un paio
di chiavi smarrite, poiché non si duplicano. Perderlo sarebbe come essere fuori servizio
per tutta la vita.
Neppure bisogna dire al bambino, mentre mostra il suo uccellino: «Nascondilo
presto! Se il gatto lo vede, lo mangia!». Non lamentiamoci poi se, nei maschi, c’è poco
amore per i gatti. È bene, soprattutto, evitare di raccontare al piccolo: «Gesù Bambino
non vuole», o peggio: «Lo fai piangere», o addirittura spaventarlo con le parole: «Gesù ti manderà in un brutto posto». Povero piccolo! Improvvisamente un certo Gesù
Bambino, che nessuno conosce, irrompe nella sua quiete: gli proibisce di toccarsi, gli fa
nascere sensi di colpa, minaccia terribili punizioni, e tutto questo per essersi palpato il
“pisellino”? Che esagerazione! Proviamo a metterci nei suoi panni.
Finalmente arriva la prima notte di matrimonio; soli in uno chalet di montagna,
vi siete preparati per…, ma ecco bussare con insistenza alla porta. Indossate qualcosa
e andate ad aprire. Vi trovate di fronte i vostri genitori venuti con i consuoceri, seriamente preoccupati, per dirvi: «Gesù Bambino non vuole, e sta piangendo per quello
che volete fare!». La fine di questo Gesù Bambino è ormai segnata; un’altra croce non
gliela toglie nessuno.
Non meravigliamoci se, diventato adulto, il “piccoletto” scriverà, con freddo odio,
libri contro Gesù Bambino. Si può capire il motivo che induce gli uomini di scienza a
pensare che Gesù sia «crudele e vendicativo»: uno che prima ci dona un bel giocattolo
e poi ci vieta di giocarci non può, “per un bambino”, che essere irrazionale e anche un
po’ strano.
Una madre non può d’altronde neppure alimentare i comportamenti fallici del
piccolo; infatti, potrebbe favorire una fissazione della libido. Il pene finirebbe, in tal
caso, con il rappresentare l’intera persona; in altre parole, ci sarebbe un pene intorno al
quale ruota un individuo. Gli interessi del piccolo non evolverebbero, e così neppure il
modo di gratificarsi sessualmente. Nei casi più gravi, il pene diventerebbe un oggetto
d’ammirazione da esibire, come se fosse un impegno morale o una questione di giustizia, nei confronti di quanti sono privi per natura, vale a dire le donne. La cosa più
incomprensibile per un maniaco esibizionista, infatti, è la reazione delle donne. Lui in
fondo fa loro vedere una cosa bella, che dovrebbero apprezzare, e loro reagiscono male.
Se qualcuna si comportasse nel modo in cui lui si comporta, egli sarebbe contento.
La verità è che il fallo ha, intorno ai tre anni, una doppia valenza: è insieme un bel
giocattolo e un’arma pericolosa, per questo è tanto desiderabile, quanto temibile. Un
esibizionista usa il suo pene non solo come l’ottava meraviglia del mondo, ma anche
come arma per incutere timore. Le donne allarmate a “quella vista” rispondono perfettamente alle richieste dell’esibizionista, perché lo rassicurano circa la pericolosità della
sua “arma”. In realtà, l’arma dell’esibizionista è scarica, non spara neppure a salve, per
questo lui non può utilizzarla in modo canonico, ma si limita a farla vedere; in questo
modo riesce sia ad allontanare le donne da sé, sia ad illudersi di possedere un’arma potente e pericolosa. Un consiglio a tutte le donne che si dovessero trovare davanti ad un
“sipario” aperto; non dite le solite cose del tipo «Tutto qui?», oppure «Ho visto di meglio!». Sono battute troppo scontate, e rischiate che lui le conosca. Non dovete neanche
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Della Psicoanalisi
minacciarlo con un paio di forbici; in fondo è innocuo. Non è consigliabile neppure
che ridiate come se foste in preda ad un forsennato parossismo, lo fareste incavolare come un cavolo nero. Dovete guardarlo, guardarglielo e riguardarlo. Alla fine, con calma
dirgli: «Ma come! Non mi hai riconosciuto?». Vi assicuro che in un attimo, ammainata
la bandiera, si ritirerà con l’arma e il bagaglio. Penserà a voi per molto tempo nel vano
tentativo di ricordarsi chi voi siate, se l’amica di sua madre o di sua moglie, l’amica delle
elementari, la dirimpettaia del quinto piano, o la nuova collega di lavoro. L’importante
è dargli una “strizzatina”.
Quando la fissazione non è così importante, allora il fallo può essere esibito in molti altri modi, in parte velati. In altre parole, anziché mostrare l’organo vero e proprio, si
esibisce la sua “idea”. Come? Non vi è mai capitato sulla spiaggia di essere raggiunte dal
solito padrone della palla, il quale, dopo aver fatto amicizia con voi, vi abbia chiesto di
sentire quanto sia duro il suo bicipite brachiale? Semplicemente vi sta mostrando la sua
virilità, e voi potete constatarla con mano ignara, delicata e innocente.
Una fissazione della libido, nella fase fallica, porta ad una sopravvalutazione dell’organo maschile, e i bisogni e i conflitti propri di questa fase possono proporsi continuamente, senza mai trovare una soddisfacente soluzione in un’espressione adulta della sessualità. Una molteplicità di disordini della personalità può essere fatta risalire a questa
fase, anche se non più di tipo psicotico ma nevrotico. Così, un bambino minacciato a
quest’età per le sue gratificazioni sessuali potrebbe sviluppare varie inibizioni: non toccare potrebbe diventare non curiosare; non esplorare potrebbe diventare non prendere
iniziative, con ripercussioni sulle capacità intellettive e di apprendimento.
Un “pene” non sufficientemente apprezzato, o deriso nella sua prima età, divenuto
uno scapigliato, potrebbe vendicarsi. La vendetta potrebbe essere concepita sotto forma
di stupro. Anche un pene che non si concede, restandosene mollemente rilassato alla
presenza di una signora, potrebbe essere una forma di aggressiva male educazione verso
le donne, forse per uno sguardo di disappunto di suor Candida all’asilo. Con un po’
di addestramento è possibile educare il bambino al controllo degli sfinteri, ma il pene
è un organo ineducabile e, spesso, impertinente. Nessuno è mai riuscito a governarlo;
al contrario, è lui a dominare la vita dei suoi possessori. In breve, fa quel che gli pare,
e solo quando riesce ad imboscarsi non fa una brutta figura. Se è valorizzato troppo, si
monta la testa; se non è valorizzato, diventa oltremodo competitivo, soprattutto con
le persone dello stesso sesso. La gara tra bambini, in cui vince chi fa la pipì più lunga,
si trasforma nell’adolescenza in “chi l’ha più lungo”, e, nella vita adulta, in chi ha più
potere. Tutte le contese tra maschi, in fondo, sono rivalità dell’OGM, che non è l’acronimo di Organismi Geneticamente Modificati, ma di Organo Genitale Maschile.
«Mamma, guardami!», non lo dice soltanto il bambino, ma continua a dirlo chiunque cerca ammirazione. Non tutti possono fare i modelli o diventare dei geni dell’intelletto; alcuni per farsi guardare sono pronti a guidare in autostrada nella corsia opposta,
oppure a farsi esplodere come un… kamikaze. Chi si gloria di avere le “palle”, è perché
non ha un pene!
C’era un motivo se gli uomini desideravano donne vergini: era l’unico modo per
salvaguardare la propria illusoria potenza. Oggi, quando si parla di dotati o di superdotati, non si allude al Quoziente d’Intelligenza. Il QI segna la misura dei Quadrelli
Insoliti.
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Le tre fasi dello sviluppo psicosessuale
Eliminare le minacce, da un lato, ed evitare gli atti di adorazione, dall’altro, è il modo migliore per aiutare il piccolo a fare conoscenza con quest’organo tanto importante
per la sua vita sessuale, matrimoniale e, soprattutto, per la continuità della specie.
Durante il periodo fallico, come ho già accennato, al bambino piace intrudere; in
pratica, penetrare. Anche l’atto del conoscere è una forma di penetrazione; è come se la
nostra mente diventasse acuta, puntuta, sottile e fine per insinuarsi, ficcarsi, spingersi,
introdursi al fine di intelligere, ossia leggere dentro. Le stesse scienze nascono per il bisogno dell’uomo di entrare con la mente nei misteri della natura nei suoi vari aspetti.
Il verbo “conoscere” nelle lingue primitive ha il significato di consumare un rapporto
sessuale. Quando Adamo conobbe Eva non si limitò ad un semplice: «Salve, sono Adamo!». Nel momento in cui i progenitori s’incontrarono, una forza d’origine ignota li
risucchiò l’uno nell’altra. Soltanto parecchio tempo dopo, Adamo disse: «Questa sì che
è Vita!». Eva credette che lui parlasse di lei (Eva vuol dire Vita), e ingenuamente rispose:
«Sì, sarò tua per sempre!».
Ogni atto di conoscenza, dunque, è un atto di eccitazione, seguito da un sentimento di appagante beatitudine, in conseguenza del possesso e del controllo realizzato sulla
“cosa” conosciuta. Tuttavia, non si deve pensare che gli scienziati siano sessualmente
realizzati più del resto dell’umanità. Intanto, i veri uomini di scienza, per fortuna, sono pochi; gli altri sono al più dei replicanti, o dei fanatici idolatri del pene mentale di
qualche “Grande”. In altre parole, facendo riferimento alla psicoanalisi, se io diventassi
un freudiano superortodosso e conoscessi tutta la scienza di Freud, non per questo riuscirei a penetrare nell’animo umano come fece Freud. Quando si fa proprio il pensiero
o la teoria di un altro e la si elegge come dogma di verità, è come “conoscere” con un
pene mentale preso in prestito. Bisogna prestare attenzione ai peni finti, possono dare
alla mente l’illusione d’essere gravida di idee; di norma la ingravidano di molte idee
“trovatelle”.
Qualcuno potrebbe chiedersi come si fa a riconoscere quelli che hanno un pene
finto? Non è difficile, ma può essere complicato. In politica, il fallico ama lo scettro del
potere e lo agita dalle finestre e nelle piazze, e con gli effetti speciali riesce ad ottenere
grandi risultati. In breve, un pene finto non si sgonfia mai. La verità non è mai una certezza, ma una passione, che solo il dubbio può alimentare. Il potere non è imposizione
di una volontà, ma è potere sulla propria volontà.
A proposito della bambina? Cosa dire di lei? Per Freud, la donna è in genere un
uomo senza il pene, vale a dire “una castrata”. Per la verità, Freud aveva idee «scure e
indistinte» al riguardo, come del resto la maggior parte di noi uomini; tuttavia, alla
fine dovette ammettere che per lui la donna era un «continente nero». Personalmente,
penso che lui abbia conosciuto bene le donne; in fondo era socratico dicendo di non
sapere. Intorno ai tre anni, la differenza tra i sessi è costituita principalmente dalla
presenza o dall’assenza del pene, e poiché tutto ruota intorno al pene, i maschi temerebbero di perderlo, le femmine invece lo invidierebbero. Difficile dire quale sia la
condizione migliore:
«Averlo o non averlo;
Questo è il dilemma:
Se sia più virile sopportare l’angoscia,
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Della Psicoanalisi
I motteggi e le frecciate di una fallica Amazzone,
O prendere l’arma e, in voto di castità, offrirla a Dio.
Pregare, digiunare, nulla di più;
E nei sogni rivivere gli infiniti piaceri,
Naturale eredità della fragile carne».
Vivere con l’inconscia paura di una mutilazione sessuale, oppure con la tormentosa invidia del “cavoletto” è la condizione dei mortali. Qui ci vorrebbe un poeta come
Ariosto per cantare la grandiosa epopea del pene, vale a dire: «le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese», in una parola, tutte “le cazzate del pene”.
A Pierino che mostrava con orgoglio il suo «fragolino», Carolina rispose: «La
mamma mi ha detto che da grande con la mia ‘patatina’ potrò avere tutti i ‘fragoloni’
che voglio».
Naturalmente, gli uomini si tennero l’angoscia di poterlo perdere, le femministe, in corsa per afferrare il fallo del potere, non compresero questa angoscia naturale
nell’uomo, e pensarono bene di aumentargliela. In verità, s’incazzarono molto quando
Freud scrisse che le donne erano afflitte da uno strano male chiamato invidia del pene.
Mi chiedo: ci può essere un’invidia del cavolo più di questa? In meno che non si dica,
minacciarono d’evirazione chiunque avesse osato ribadire un tale concetto, e mostrarono al genere maschile quello che nessun uomo vorrebbe mai vedere in una donna, i
sacri gemelli; infine, ribaltarono l’accusa e tacciarono i maschi di «invidia della nouminosa vagina». Quando abbiamo qualcosa che non vorremmo, ci consoliamo, pensando
che gli altri ce la invidino, e disprezziamo quel che nascostamente invidiamo: su questo
punto maschi e femmine, posti sui due piatti della bilancia, mantengono l’ago perfettamente in equilibrio.
In ogni caso la guerra dei sessi ha sempre come protagonisti i fallici, sia maschi,
sia femmine. Entrambi i gruppi, armati dei loro poteri magici, si fronteggiano da sempre: a destra, stanno gli “stregoni” con le loro bacchettine di pino; a sinistra, stanno
le femministe con le loro scope di legno di tek. Non a caso hanno scelto come peana:
«Tremate, tremate, le streghe sono tornate!».
Oggi, la piccola Carolina è cresciuta, ha messo in pratica il consiglio della mamma,
ha fatto una strippata di “fragole” coltivate in serra. Ha capito, tuttavia, che non è poi
tanto importante averlo, se non funziona. Il fallo è un organo orgoglioso e arrogante,
e dà il meglio di sé solo se si sente importante. In passato, soprattutto nell’antichità, i
“fallici” erano molto apprezzati dall’intera società, per via del beneficio non solo primario, ma soprattutto secondario: servivano a spaventare e a tenere lontano i nemici.
Oggi, nuovi pericoli insidiano Carolina, che davanti a sé ha due possibilità: “velarsi”
il capo all’insegna della Restaurazione, oppure cercare una nuova alleanza con Cassiodoro, restituendogli il “fallo”. In caso contrario, i principi delle fiabe non accorreranno
più a liberare le belle principesse prigioniere nelle torri in fiamme. Meglio così? Forse!
Ora, i draghi sono tornati e sputano fuoco, e noi abbiamo bisogno di potenti idranti
per spegnerli.
Riepilogando, il tipo fallico, talora chiamato «l’uomo della provvidenza», tendenzialmente è orgoglioso ed esibizionista. In altre parole, non si lascia toccare il “naso”
impunemente, e fa di tutto per non passare inosservato. Gli piace forgiare il destino dei
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popoli, se fa carriera politica; altrimenti si accontenterà di fare il bullo del mercatino
rionale. Tutto quello che vuole dalla vita è far sfoggio del suo talento nascosto. È il tipo
che si sente speciale e pensa di avere un tesoro occulto; un suo possibile nome potrebbe
essere Romoletto. Non è il tipo per Virginia; tuttavia, è sulle Virginie che egli esercita
un’inevitabile e fatale attrazione. Fa sognare, inoltre, suor Candida, fa sospirare le Capinere, fa delirare di passione le vestali di Masoch; sotto sotto, è un tipo che piace un
logorio alle femministe. Dalle “romanticone”, come Virginia, è idolatrato senza riserve
per quel suo sguardo tenebroso che pare nascondere un grande mistero, e per quel suo
atteggiamento distaccato dalle questioni del mondo, come chi ha ormai superato la
prova dei 20 cm.
Egli è l’uomo del potere. Ha la camminata oscillante di un Presidente yankee; i
blue jeans di un Presidente d’oltralpe, con grandeur scrotale; il dito minaccioso del più
ricercato terrorista islamico. Virginia non può sbagliarsi, se dovesse incontrarlo non
esiterebbe a riconoscerlo. Romoletto ancheggia a gambe larghe, siede a gambe aperte,
posa a gambe divaricate con le mani sui fianchi e lo sguardo di chi strafotte. In breve,
è uno che lo porta davanti. Il suo desiderio più grande è far colpo, più che colpire. Per
questo si rizza in tutta la sua statura, cercando sopra le teste la sua Virginia di giornata. Gran parlatore, sa affascinare con i racconti delle sue imprese di rock-climber, o di
sommozzatore sminatore. Con lui Virginia si sente al sicuro, e già sogna braccia dure e
forti che l’avvolgeranno in camporella. Il fallico non delude mai, almeno al primo incontro. Un rendez-vous a Torino, tra Romoletto e Virginia, sarebbe sicuramente fissato
al ristorante “La Smarrita”. Egli desidera lasciare il segno, e Virginia sa recitare bene la
parte della smarrita svampita.
Con Matilde di Canossa, Romoletto di Canosa non funzionerebbe. Matilde si
accorgerebbe subito che il “tipino” parla soltanto di sé, degli amici, delle sue imprese
di ardito della Folgore; soprattutto, si accorgerebbe che Romoletto si guarda sempre
intorno, e non per vedere gli altri, ma per scrutare se gli altri lo guardano con occhio
d’ammirazione. In breve, Romoletto porta le sue conquiste nelle vie più affollate e nei
luoghi più alla moda per suscitare ammirazione per quel che lui è, e invidia per quel che
lui ha. Una bella “ragazza” per il suo inconscio equivale ad un grosso pene. C’è qualcosa
di più…romantico?
Letture consigliate
Freud S., [1905], Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, vol. IV, Torino, Boringhieri,
1970.
Freud S., [1908], Carattere ed erotismo anale, in Opere, vol. V, Torino, Boringhieri, 1972.
Freud S., [1908], Teorie sessuali dei bambini, in Opere, vol. V, Torino, Boringhieri,
1972.
Giani Gallino T., [1986], Il re e la ferita: gli archetipi femminili della cultura maschile, Milano, Cortina.
35
CAPITOLO 4
Un Edipo per tutti
Con la fase fallica ha inizio il dramma dell’umana esistenza: gli interessi genitali
del piccolo, nel quarto e nel quinto anno di vita raggiungono il punto culminante,
e generano il noto complesso di Edipo. «Edipo? Chi è costui?». Forse conviene dire
qualcosa di questo personaggio della mitologia greca, al quale Freud si è ispirato per
denominare l’organizzazione dei desideri sessuali e aggressivi - ovvero, amorosi e ostili
- che il bambino avverte nei confronti dei genitori. Il modo in cui si svolge la vicenda
edipica segna profondamente il destino del nostro piccoletto, e poiché in genere sono
i “piccoletti” a fare la storia, può risultare istruttivo approfondire il tema. Un Edipo
non superato, oppure mal risolto, di qualche “Altezza” può pesantemente influenzare
il destino di tutti i “piccini” dell’umanità. Edipo è presente nella vita d’ogni uomo, il
suo dramma si ripete all’infinito con poche varianti: rapire Elena all’insaputa di Menelao e portarla a Troia, oppure uccidere Menelao per portare Elena a Troia sono le due
strategie normalmente adottate da Edipo, in questo caso dall’Edipo di Paride. Vediamo
dunque di dire qualcosa su questo sciagurato personaggio.
C’era una volta, nell’antica Grecia, una città di nome Tebe, e nella città c’era un re
di nome Laio, e nella reggia di Laio c’era una regina di nome Giocasta, e nell’utero di
Giocasta non c’era ancora nessun bambino. Di solito, si sorvola sulla personalità di Laio e di Giocasta, ma poiché le colpe dei “padri” ricadono sui figli, può essere illuminante sapere qualcosa di più sui rapporti tra i due regali coniugi. Deve sicuramente esistere
una correlazione tra le problematiche dei figli e la qualità, l’intensità, la durata del coito
che li ha generati. Il coito non è soltanto un atto sessuale; infatti, talora ci si augura che
duri a lungo, soprattutto prima del matrimonio, talora, che finisca in fretta, sempre
dopo il matrimonio. Non è ininfluente che il nascituro sia stato concepito durante un
coito a lungo agognato, oppure in conseguenza di un coito occasionale e svelto. Inoltre,
è importante anche sapere cosa pensano i futuri genitori durante l’amplesso, se almeno
uno dei due [lei] spera nella volta buona, oppure se si lambicca [sempre lei] su cosa fare
per cena, indecisa tra il cavolfiore e il cavolo verza.
Edipo fu concepito all’insaputa del padre, come del resto tutti i bambini; tuttavia,
in questo caso, anche il coito fu consumato all’insaputa del padre, e questo può fare
«tanticchia» incavolare.
37
Della Psicoanalisi
In breve, i rapporti tra Laio e Giocasta non erano privi di problemi. Laio sembrava poco interessato ai “pizzini” che la povera moglie gli inviava tutte le sere, perché
la raggiungesse nell’alcova per qualche intima confidenza. Ebbene sì! Laio aveva fatto
un coming out, dichiarando di avere un forte debole per i giovani imberbi. Capitò così
che, mentre era ospite di Pelope, Signore di Olimpia, Laio circuì Crisippo, il bellissimo
figlio del suo generoso ospite. Il Tebano, accecato dalla passione, un giorno con la scusa
di voler insegnare al pubescente a guidare il carro, mise in atto una “fuitina”, ma per
i due non fu facile vivere insieme felici e contenti. Papà Pelope, che era nientemeno
nipote di Zeus, maledisse l’ingrato ospite, mandando accidenti a lui, ai suoi ascendenti
e a tutti i discendenti, per sette generazioni per parte.
Per la cronaca, Laio e Crisippo, a quanto si dice, furono gli iniziatori dell’amore
gay; tuttavia, anche papà Pelope, quando era giovane e pure lui, secondo la leggenda,
bellus, fu rapito da Poseidone, dio del mare. Poseidone aveva attirato il giovane sul suo
carro con la promessa che l’avrebbe portato a visitare la grotta delle sirene. Le donne in
diébus illis circolavano libere, in astinenza forzata: nessuno le infastidiva né in casa, né
per strada; anzi, in certi periodi dell’anno (in pratica, quando non ne potevano più), se
incontravano un uomo, appena passabile, in qualche bosco da solo, lo rincorrevano in
branco e lo stupravano di brutto. Sto parlando delle Menadi, pazze forsennate di cui
la più famosa è, neanche a dirlo, quella danzante di Skopas, detta anche la scopadea.
Torniamo, ora, alla maledizione che fu all’origine delle tristi vicende di Edipo, che un
giorno, non si sa come, sarebbe stato generato dall’incasinatissimo Laio.
Voi volete sapere come finì tra Laio e Crisippo? Male! Pelope andò a Tebe a riprendersi il pubescente, che subito dopo morì: non si sa se si uccise per la vergogna,
o se fu ucciso dai fratelli per rivalità. La maledizione di Pelope recitava che Tebe sarebbe caduta nella sventura se Laio avesse concepito, e Laio stesso sarebbe morto per
mano del figlio. Una maledizione che per Laio era una vera benedizione. Egli era così
affrancato dal debito coniugale e dal bisogno di inventarsi ogni notte una scusa per
evitare le fatiche del talamo nuziale. Giocasta tuttavia non si dava pace, e costrinse per
ben tre volte il povero Laio ad andare fino a Delfi, affinché consultasse l’oracolo. Il
responso della Pizia, la sacerdotessa del dio Apollo, non cambiava: la maledizione era
irrevocabile. Giocasta non si arrese: secondo la leggenda, fece ubriacare Laio e, con
l’aiuto dell’auriga di corte, riuscì a portarlo nel proprio letto, e finalmente concepì.
Qualche perplessità permane. Come fece Laio a compiere da ubriaco quel che non
riusciva ad iniziare neppure da sveglio? Con tutta probabilità, ecco come andarono
le cose. Giocasta, dopo un simposio in onore di Dioniso, dio del vino, facendosi
udire da tutti, impartì ordini all’auriga di portare Laio, ubriaco perso, nella camera
nuziale. Qui Laio fu depositato sul canapè a dormire, e Giocasta, per salvare la faccia
e il trono, fu costretta ad approfittare dell’auriga, aprendo le danze con qualche passo
di tuka tuka. Il mattino dopo Laio si svegliò nella camera della moglie, e lei giocastamente lo infinocchiò con la storia che loro due avrebbero fatto sesso sfrenato per
tutta la notte. Laio, a parte il mal di testa, fu sicuramente contento di quella notizia;
soprattutto perché conoscendo la moglie, sapeva che nel giro di pochi minuti avrebbe
fatto il giro dell’intera Beozia, e lui sarebbe finalmente passato per un vero machoman. Il mito non soffrirebbe se le cose fossero andate così, tanto Edipo ucciderà sia
Laio, sia l’auriga.
38
Un Edipo per tutti
Nove mesi dopo, ecco spuntare Edipo. Laio prese la notizia piuttosto male, e ordinò di esporre il neonato lasciandolo morire sul Monte Citerone. Fortuna volle che da
quelle parti si trovasse un pastore, il quale pascolava le pecore del re Polibo di Corinto.
Il tizio raccolse il neonato e lo portò al palazzo reale della sua città; subito Peribea, la
regina, l’adottò. Diventato grande, Edipo, durante una competizione ginnica, gonfiò
di botte un coetaneo, che si vendicò insinuandogli che non assomigliava per nulla a
suo padre, e non alludeva certamente al carattere di Polibo. Edipo, turbato da quella
insinuazione, decise di recarsi a consultare l’oracolo di Delfi per sapere quali fossero le
sue vere origini. Il poverino non si era neppure accostato al tripode su cui stava appollaiata la Pizia, quando lo raggiunsero le urla della profetessa. Costei vedendolo arrivare
cominciò a strillare, strepitando come una transessuale incinta:
«Lontano da me, miserabile: tu ucciderai tuo padre, e farai sesso con tua madre».
Inutile precisare che Edipo restò profondamente turbato a quelle parole, anche
perché quell’invasata in piedi sul tripode continuava a gridare con un’antipatica voce
stridula, e tutti gli sguardi erano rivolti verso di lui, che non aveva fatto ancora niente
di male. A quei tempi non si parlava molto di riservatezza e di privacy. Fu così che
Edipo, tornando indietro, non prese più la strada per Corinto, onde evitare che si
verificasse la profezia dell’oracolo, ma imboccò la via che portava a Tebe. Cammino
facendo, ancora pieno di rabbia per quella cretina spiritata della Pizia, vide arrivare
in senso contrario un carro a tutta velocità. Era Laio che per l’ennesima volta si stava
recando a Delfi per chiedere, questa volta, come liberare la città dalla Sfinge, la quale,
accovacciata su uno spuntone di roccia, si divertiva a terrorizzare tutti gli abitanti della
regione. La Sfinge infatti, a tutti quelli che passavano di là per uscire o per entrare nella città, poneva un indovinello, senza possibilità di switch, uccidendo tutti quelli che
non lo risolvevano. Voleva sapere il nome di quell’animale che ha quattro gambe, poi
due e infine tre, ma una sola voce. I Tebani, disperati, presero la decisione di offrire
il trono e la mano della regina a chi, rispondendo al quesito della Sfinge, salvasse la
città. Laio, per non vedersi soffiare via il trono dai glutei, fece preparare dall’auriga il
carro e si precipitò verso Delfi per chiedere aiuto all’oracolo. Possiamo comprendere
la reazione di Laio. Il poveretto, mentre va a rompicollo, si trova un imberbe tizio in
mezzo ad un valico molto stretto che gli blocca i cavalli. Dopo una brusca frenata,
una testata di rinculo, con gli stalloni imbizzarriti, chiunque avrebbe dato in escandescenza contro quell’insolente figlio di nessuno piazzato a gambe aperte storte in fuori.
Laio, infatti, si mise anche lui a strillare contro Edipo: «Che minchia fai? Togliti di
mezzo, scassa cabasisi! Fetuso figlio di quattro testicoli!». Per il nostro Edipo non era
proprio giornata! Non bastava la Pizia, ora ci si metteva pure quell’imbecille, prossimo
al rimbambimento, e, apostrofandolo rudemente, gli gridò: «Cò ch’a veul? Stofia nen!
Mi bogia nen! It l’has capì?», che potremmo anche tradurre: «Oh, brutto beota, tonto
di Tebe! Fatti tu da parte, se non vuoi che t’incazzotti!». Per farla breve, Laio ordinò
all’auriga di frustare i cavalli e di travolgere il bifolco insolente ma Edipo lanciò il
suo giavellotto e trafisse entrambi. La prima parte del vaticinio dell’oracolo si era così
avverata.
All’ingresso della città Edipo incontra la Sfinge, detta «la strangolatrice»; si tratta
di una figura femminile, una specie di femminista ante litteram, che ama divorare i maschi che non superano il test del QI, dopo averli adeguatamente “castrati”. Questo mito
39
Della Psicoanalisi
ha molto da insegnare ancora oggi. Non basta al maschio Edipo “trafiggere” il padre
per avere diritto d’accesso alla donna-moglie, ma deve superare l’incontro anche con
la donna-madre castrante e divoratrice, sfuggendo alla tentazione di farsi risucchiare
nelle viscere materne, ritornando nel suo grembo. Edipo supera le prove con successo,
e può finalmente vedere nella madre la donna. In ogni moglie, infatti, c’è un aspetto di
lei, ed è proprio quell’aspetto che inconsapevolmente crea attrazione e fa innamorare.
Divenire “consapevoli” delle ragioni affettive di tale attrazione porta alla cecità, ossia
all’impotenza, oppure alla «continua fuga dalla donna», con seguiti di omo- bi- transsex (Freud, 1905). Alle donne, con il grado di mogli, non piace essere un sostituto
materno; ma poi se ne dilettano, quando diventano madri e soprattutto suocere. Il
maschio dunque deve saper provare non solo di essere capace di usare il “giavellotto”,
ma anche di riconoscersi adulto, affrontando e sconfiggendo la paura del mostro che
vive in lui, ossia la madre divoratrice che lo vuole bambino nel proprio ventre. Edipo
supera la prova: lo strano animale dell’indovinello è l’uomo, che all’inizio della vita
sgattaiola a quattro gambe, da adulto utilizza le sue due gambe e infine nella vecchiaia,
avanza con l’aiuto di un bastone. Edipo, per sconfiggere i terrori fantasmatici della madre divoratrice, deve riconoscersi uomo; vale a dire non più come maschio, il rivale del
padre, ma come individuo che si forma nel cammino della vita, la cui meta è l’incontro
con l’altro sesso. La strada, simbolo di autonomia, di libertà e di conquista del mondo,
è il luogo in cui ogni figlio si confronta con il padre. La povera Sfinge di fronte a Edipo
adulto perde i suoi terrori e la ragione d’esistere; si precipita così dall’alto della roccia,
sfracellandosi nel burrone. Edipo può entrare trionfalmente nella città: l’iniziazione è
finita, egli può celebrare il suo bar mitsvàh.
Quel che è stato promesso dai Tebani, deve essere mantenuto. Ad Edipo spetta di
diritto il trono e la regina. D’altronde, non si avevano più notizie di Laio; era scomparso con il suo auriga: per quel che se ne sapeva, potevano essere andati insieme nell’isola
di Mikonos, dati i tempi che correvano! In un solo giorno, Edipo ebbe il regno e la
mano di Giocasta, la quale, poverina, era ancora giovane e come nuova; neppure Edipo
doveva essere male, visto che Giocasta non si fece pregare. I due ebbero quattro figli:
due maschi e due femmine, e vissero, per tanto tempo, felici e contenti.
La storia di Edipo finisce qui, perché amo i finali lieti, e mi piace pensare che la
felicità vissuta e condivisa non muoia mai.
La leggenda greca di Edipo, messa in scena da Sofocle, conterrebbe una fantasia
comune a tutto il genere umano. L’insieme dei sentimenti, che il bambino prova verso
il padre e la madre è stato chiamato da Freud complesso di Edipo. I desideri edipici si
possono riassumere in desideri omicidi rivolti contro il genitore dello stesso sesso, e
desideri incestuosi rivolti verso il genitore di sesso opposto. Accanto a questi desideri vi
sono anche desideri edipici negativi, o invertiti, vale a dire amore per il genitore dello
stesso sesso e rivalità verso il genitore di sesso diverso dal proprio. Cos’è allora l’Edipo?
È l’atteggiamento di amore e odio, mescolati insieme, che il bambino esperisce nei
confronti di entrambi i genitori. Semplificando, sia nel maschietto, sia nella femminuccia, da un lato vi è il desiderio di eliminare il padre, occupandone il posto accanto alla
madre, dall’altro vi è il desiderio di eliminare la madre, occupandone il posto accanto
al padre. L’Edipo, nella sua configurazione completa, ha quindi una forma positiva e
una negativa, e per il diverso “dosaggio” di tali forme e le varie fissazioni della libido
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Un Edipo per tutti
in una specifica fase dello sviluppo, può essere elaborato dal bambino in una miscela
variamente e fantasticamente esplosiva.
I bambini sono sommamente ambivalenti: quel che vivono tra i tre e i cinque anni
è un’esperienza di amore, passione, odio e furore, vissuta ad un’intensità tale da non
trovare l’equivalente in nessuna successiva esperienza d’innamoramento. «Via col vento» in confronto è un venticello primaverile contro un uragano forza cinque.
Il bambino, non appena scopre la madre, si attacca a lei con tutti i sensi: l’annusa,
la gusta, la guarda, la tocca, e se lei parla s’incanta. Il bambino sa come conquistare una
madre: con i suoi occhioni, con il suo capoccione e con la sua fame di seno. D’altra
parte, la madre soddisfa tutti i piaceri del piccolo: lo allatta, lo accarezza, lo bacia, tocca
delicatamente i suoi genitali durante l’igiene del corpo. Egli, dopo i tre anni, comincia
a pensare che, quando mamma e papà sono soli, insieme nel loro letto, la mamma faccia anche a papà le cose che normalmente fa a lui, eccitandolo.
Cosa pensereste voi se vedeste vostro marito chiudersi in una stanza da letto con
la sua segretaria, che è pure la vostra amica del cuore? Nulla, se sapete che è un impotente cronico; in caso contrario, pensereste che stia mostrando anche a lei il suo
catalogo stellare. Il bambino in certe situazioni, sentendosi abbandonato, quasi tradito,
tenterà di tutto per trattenere la mamma vicino al suo lettino, e farà spazientire l’Altro
che, intanto, sta smaniando e sbuffando. Ora, se vostro marito, dopo essersi portato
la segretaria a casa con la scusa di un lavoro da finire, vi mette a letto, vi dà il bacio
della buona notte, e poi vi informa che deve raggiungere la segretaria alloggiata nella
camera degli ospiti, non raccontate di provare tenerezza per “quei due” che lavorano
tanto perché non vi manchino i biscottini per la colazione; al contrario, credo che truci
pensieri ingorgherebbero il traffico nelle vostre reti neurali. L’intera architettura del
vostro cervello sarebbe illuminata da una luminaria a luci rosse, mentre in ogni sinapsi
troneggerebbe una ghigliottina, per mozzare, a membro a membro, i vili traditori. Voi,
forse, avete qualche inibizione con le immagini erotiche o di tortura, ma potete essere
certe che il pupo non ha freni per arginare le sue fantasie più morbose e sadiche.
Tuttavia, accanto ai sentimenti cattivi vi sono anche quelli buoni: da un lato, lei
in fondo è la vostra migliore amica alla quale avete portato via il fidanzato, costringendola a fare la damigella al vostro matrimonio; dall’altro, vostro marito è un uomo che
ha molti beni, e senza non potreste sopravvivere. Tutto questo prova il bambino nei
confronti dei propri genitori, dai quali dipende per vivere. Egli è geloso della mamma
verso la quale prova amore, ma anche rabbia per quello che fa con papà. In breve, egli
non è disposto a condividerla con un concorrente, che, in quanto tale, stimola odio
e paura.
Molti genitori fanno fatica a capire i sentimenti del bambino, e talora le madri
sembrano giustificarsi affermando che il bambino: «…deve capire che quello è suo padre!». In altre parole, deve rassegnarsi. Ora, se vostro marito, fosse gentile con sua madre, vostra suocera, e vi comunicasse che loro devono parlare, e che non vogliono essere
infastiditi, voi come vi sentireste? Se poi lui vi dicesse: «Cara, devi capire che lei è mia
madre!», voi cosa gli rispondereste? Vi rassegnereste? Il bambino non può rassegnarsi
agli sbaciucchiamenti che i genitori si prodigano vicendevolmente alla sua presenza.
Un errore comunemente commesso dai genitori è voler mostrare ai figli quanto si
amano e sono felici. Non è infrequente che, alla presenza del piccolo, loro si abbrac41
Della Psicoanalisi
cino, si bacino, si accarezzino, ecc. pretendendo che il loro pupattolo sia contento di
vedere tali smancerie. Torniamo all’esempio di vostro marito che, a tutti i costi vuole
dimostrarvi quanto ami la sua mammina, standole tutto il giorno appiccicato. Si tratta
di un esempio illustrato per difetto. L’esempio giusto sarebbe quello di vostro marito
che vuole dimostrarvi quanto amore ci sia tra lui e la sua segretaria, standosene stravaccati sul divano, mentre voi, sedute sul pouf, lavorate all’uncinetto o a maglia. Di solito
i bambini in tali situazioni non si comportano male; fanno finta di essere contenti dei
bacetti che papà prodiga alla mamma, celando il disappunto. Voi, invece, mettereste
subito la vostra grande amica del cuore e amichetta di “papà” fuori della porta, non
senza averle prima urlato tutto quel che di lei pensate; e la cosa non finirebbe lì. Imporre al bambino la nauseabonda performance delle smancerie mattutine e serali dei genitori che si amano è una vera e autentica crudeltà mentale. In tali situazioni i bambini
più intraprendenti e coraggiosi, fingendo una corale partecipazione, corrono verso la
coppia e s’insinuano in mezzo. Non stanno partecipando a una prova del film «Tutti
insieme appassionatamente». Al contrario, stanno disperatamente tentando di dividere
la coppia con tutte le loro forze: se si tratta di un maschietto cercherà di separare la
mamma dal papà, se è una bambina, cercherà di allontanare la mamma dal papà. Inutile voler spiegare al bambino che l’uomo “accanto” alla mamma è il suo papà: può essere
anche il principe del Galles, o quello di Venezia. Al bambino poco importa come voi
lo definite; per lui è un grossissimo intruso. Se vostro marito vi facesse sapere che la sua
amante è in realtà la padrona di casa, basterebbe questa informazione a tranquillizzarvi?
Per un bambino di tre anni il suo papà è un UFO, oppure è un lupo mannaro, che
di notte si trasforma in un divoratore di bambini (fantasie orali), o in un sadico torturatore di bambini (fantasie anali), o in un aggressore castratore di bambini (fantasie
falliche). Far capire al bambino cosa vuol dire avere un papà non è impresa semplice.
In particolare, non è per niente facile fargli accettare quel che il papà ha fatto con la
mamma affinché lui nascesse. Spiegarglielo senza turbarlo è impossibile, nonostante i
fiori, le api, le uova, i cavoli e le cicogne. Quando finalmente capirà sarà anche peggio:
lo odierà di più, e lo temerà di più.
A questo punto penso che voi vogliate sapere come comportarvi per non compromettere la salute mentale del piccolo e, al tempo stesso, salvare le esigenze del talamo
coniugale. Suvvia! In questa pagina, se non lo avete ancora capito, sto parlando al genere femminile, non al secondo genere, il quale per natura ha un ritardo evolutivo che,
nelle faccende della vita, lo rende diversamente abile.
Se voi voleste che il vostro amico di liceo, quello della prima cotta, e vostro marito
fossero amici come vi comportereste? Sarebbe sufficiente farli casualmente incontrare,
mostrando molto amore per il marito e nessun interesse per l’amico. I due faranno subito amicizia, e sarà vostro marito a condurvelo in casa, dopo averlo invitato a cena, e
a raccomandarsi di essere gentile con l’ospite, facendogli fare bella figura. Voi, intanto,
andrete dal parrucchiere, dall’estetista, dal visagista; passerete dal masseur e in palestra; infine, preparerete la vostra specialità, soupe au choux en sauce suprême, secondo
l’antica ricetta della nonna con ascendenze parigine. Vostro marito sarà contento per
esservi fatte belle e vi troverà deliziose per le buone maniere; anzi elencherà le vostre
virtù all’ospite, il quale, di nome Oronzo da Gallipoli, non mancherà di accentuare di
averle già apprezzate tutte. Lui, il marito, nel suo egocentrismo, crederà che il tipo lo
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Un Edipo per tutti
frequenti per giocare a dama e a settebello con lui. In breve, affinché tra il bambino e
il padre si costruisca una vera relazione di fiducia e di amicizia, il bambino deve avere
l’impressione che il piacere più grande del padre sia quello di voler giocare con lui, e
non di stare con la mamma. So che non è facile far capire queste cose a vostro marito,
ma ricordatevi: non è molto diverso dal vostro bambino. Tuttavia, anche in questi casi
c’è un risvolto negativo: se il bambino non fa nessuna esperienza del particolare rapporto che lega i genitori, anche quando festeggerà il suo quarantesimo anno di età, sarà
ancora convinto che i suoi genitori abbiano fatto sesso una sola volta, proprio “quella”
in cui lui fu concepito.
Il conflitto con la figura paterna è difficilmente eliminabile: alla madre è toccato il
dolore del parto, con il quale ella “compra” il diritto alla maternità, nel padre, invece,
è presente il doloroso vuoto lasciato dall’assenza del dolore; nel riempire questo vuoto
sta la difficile arte di diventare padre. L’amore della madre è scontato, non quello del
padre; ora, l’amore si manifesta soltanto attraverso il dolore.
Facciamo un esempio. Se voi aveste due pretendenti, uno dei quali è il figlio del
Paperone più ricco d’Italia (cioè uno che conta… molti soldi), e l’altro è uno che è
gnun (cioè nessuno), ed entrambi vi regalassero un diamante di uguale grandezza e
valore commerciale, l’amore non sarebbe nel diamante, ma nel limite del costo posto
per comprare quel diamante. Il primo è andato in gioielleria e ha pagato con la carta
d’oro, che non ha limiti; il secondo non ha posto limiti ai costi da pagare per comprare il diamante, vendendo la sua auto, facendo straordinari in una delle fabbriche
del Paperone, trovandosi un secondo lavoro in un’impresa di deblattizzazione e derattizzazione, e facendo i salti mortali per riuscire a dormire quattro ore consecutive per
notte, prima di riuscire a mettere piede in gioielleria. Dovete riconoscere che il pòver
òm è davvero pazzo di voi, anche se sono certo che sposerete il Paperino, proprio perché voi non siete pazze. Ora, il padre è «il luogo della legge», come dice Lacan, ossia
incarna il principio di «autorità», essenziale per la crescita del picciotto, e in quanto
autorità deve dire i suoi “No!”, qualitativamente diversi da quelli della madre. Il sentimento paterno si forma attraverso il dolore che l’aspirante alla paternità psichica
prova nel dover dire: «No!». Il padre è meta e limite della crescita del bambino, quindi
è insieme ideale e rivale. Il conflitto che si crea nel bambino può aver termine solo
quando questi comprende il dolore costato al padre nel dover dire i suoi “No!”, e più
ancora quando comprende gli illimitati costi sostenuti dal padre per gli eventuali “Sì”.
Eva partorì e disse: «Ho comprato un uomo»; anche Adamo deve partorire con dolore
i figli, e il limite dell’amore provato e trasmesso è stabilito da quanto egli è disposto a
rinunciare a sé per l’altro. Noi ci sentiamo amati nel sentimento del dolore che l’altro
ha provato per noi. Un “Sì” che non costa non trasmette l’emozione del costo. I figli
“si comprano” perché c’è un prezzo da pagare.
Ora, un bambino in conflitto con il padre non perdona neppure la madre per aver
sposato un essere simile. «Se mia madre avesse sposato il signor Gentiloni (un ricco
importatore di carni argentine) - diceva un uomo di 38 anni sposato e con due bambini – io ora non mi troverei in questa situazione; soprattutto, sarei molto ricco e vivrei
in Sudamerica». Gli chiesi se per caso egli fosse figlio del signor Gentiloni, adottato
dall’uomo che aveva sposato sua madre: mancò poco che mi annerisse un occhio, per
aver insinuato che la madre potesse essere una poco di buono. Mi fu difficile far capire
43
Della Psicoanalisi
a quella testa “pelosa” che lui, nell’eventualità prospettata, non sarebbe mai nato. I
bambini pensano d’essere figli soltanto della madre, possibilmente vergine.
Il bambino ha un grosso problema con il padre, non perché questi sia cattivo, ma
semplicemente perché “si allarga” troppo con la mamma, e vanta diritti esclusivi su di
lei. Inoltre, egli implicitamente vieta al bambino di essere l’unico oggetto dell’amore della mamma e soprattutto, gli vieta di fare con la mamma le cose che lui ordinariamente
fa. Questo divieto fa piombare il bebé nel terrore. Egli teme che il padre possa scoprire i
suoi desideri sessuali per la mamma, e per questo punirlo. Ora, la punizione che il piccolo fantastica è riferita alla sua sessualità; in breve, il piccolo paventa che il padre possa
privarlo del suo beneamato pene con la castrazione. L’angoscia di castrazione, non rara
nei maschi, costituisce la paura più grande, «il terrore senza nome». È sufficiente, infatti,
osservare i giocatori di calcio al momento dei tiri di rigore: fanno muro per impedire al
pallone di andare in porta, ma con le mani a conchiglia protettiva fanno ben capire che
si augurano che la palla li schivi, andando in porta. D’altronde noi adulti inculchiamo
in molti modi nei bambini, questa paura: pensate al piccolo che, per richiamare l’attenzione su di sé, fa la pipì sul tappeto persiano, oppure annaffia il gatto sdraiato sulla
finta sedia Luigi XVIII. Un tale comportamento, letto come fosse un arbitrario dispetto,
suscita in noi contrarietà e, per dissuadere il piccolo pompiere, gli mostriamo “inavvertitamente” le forbici, con le quali ci ha visto tagliare il pesce. Nelle scuole materne non
è raro che l’addetta alle pulizie dei bagni, di fronte alla piaga della minzione fuori buco,
minacci i piccoli ricorrendo ad una sorta di soluzione finale. I bambini che non hanno
superato questa angoscia sono facilmente rintracciabili da adulti: i più gravi risolvono
il problema con un’impotenza cronica, altri sono assaliti dall’ansia di prestazione, altri
ancora sono rinunciatari. In questo novero sono compresi anche quelli che, per reazione,
ricorrono alle maniere forti, facendo i duri, i bulli, i bandaioli, i prepotenti, nella vana
speranza di convincersi di non temere alcuna “perdita”.
Voi sicuramente vi state chiedendo: «Ma cosa deve fare una povera madre per impedire che il piccoletto si denudi alla presenza di zia Marta? E cosa deve fare una povera
insegnante di scuola materna per impedire al piccolo di esibirsi, terrorizzando le sue
bambine?». Penso sia meglio non invitare più zia Marta a casa vostra a prendere il the,
perché con i suoi «Ahhh!», e i suoi «Ohhh!» sta eccitando il bambino e sta rafforzando il
suo comportamento esibizionistico. Le bambine, da parte loro, hanno appreso ad imitare il comportamento dell’insegnante schifato alla vista del bonbon di Carletto. Anche
su questo punto dovremmo riflettere e chiederci: «Perché nessuna donna afferma che
i genitali di un’altra donna facciano schifo, mentre tutti gli uomini mostrano disgusto
alla vista di un genitale maschile?». Spero che i miei lettori si diano una spiegazione,
poiché io non l’ho! Aiutare il bambino a superare le sue paure non è così difficile: i
capricci e i comportamenti indesiderati sono soltanto tentativi per superare il senso
dell’abbandono o della minaccia. Se voi andate al mercato e temete che qualcuno possa
rubarvi il portafogli sentirete il bisogno di toccarlo, di tanto in tanto, per convincervi di
averlo ancora. Nello stesso modo, un bambino che teme la castrazione cerca di alleviare
i suoi timori masturbandosi, o toccandosi, o semplicemente mostrandolo. La soluzione
è fare in modo che il bambino non si senta minacciato, ma rassicurato. D’altronde,
quando voi vi sentite trascurate da vostro marito, anche se non fate pipì sulla sua
borsa di pelle di camoscio, pur qualche dispetto sicuramente glielo fate: per esempio,
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Un Edipo per tutti
per ripicca, potreste non preparagli la cena. Ora, se lui vi rimproverasse la situazione
precipiterebbe, e i vostri dispetti si moltiplicherebbero a dismisura; al contrario, se lui,
rientrando in casa e non trovando la cena, vi invitasse a ristorante per festeggiare il 29
febbraio perché viene una volta ogni quattro anni, la pace sarebbe fatta, e quella notte
si farebbe baldoria. Così il vostro piccolo si sentirà amato se voi lo rassicurate dopo un
comportamento socialmente indesiderato, e non sentirà più il bisogno, neppure da
adolescente, di toccarsi in pubblico.
La situazione peggiore si verifica se il bambino vede i genitori separarsi; pensa di
essere l’artefice di tale separazione, e si colpevolizza. Diventa ancora più drammatica
se la mamma “adotta” un altro fidanzato, o il papà porta a casa un’altra mamma. La
sventura diventa più grande se i nuovi fidanzati hanno a loro volta dei figli. Esistono
famiglie multiple, e i genitori trasversali, se interrogati, affermano con forza di avere
figli felicissimi: non pensate di contraddirli.
I figli si rassegnano e si adattano, come si adatta, mostrando persino gioia, la prima moglie non lesbica di un musulmano nei confronti delle altre mogli, più giovani
e più belle di lei. Per natura l’essere umano non è altruista, e i bambini meno di tutti.
L’aggressività che si accumula in loro per il tradimento compiuto dai genitori nei loro
confronti può, in qualunque momento, trasformarsi in comportamenti aggressivi o in
sentimenti di disistima e, in casi estremi, in rabbiosa vendetta o in profonda depressione. Un bambino a malapena tollera che la mamma stia in camera da letto con il papà;
è esperienza devastante se vede un estraneo al posto del suo papà.
Finora abbiamo parlato soprattutto del maschio. Nella bambina, le vicende edipiche sono un po’ più complicate: c’era da aspettarselo. Anche le bambine sarebbero
secondo Freud alle prese con l’angoscia di castrazione; tuttavia, tale angoscia non seguirebbe una qualche forma di minaccia, ma precederebbe e alimenterebbe i desideri
edipici. La piccola ama la mamma, ma il suo desiderio di fare con la mamma quel che
fa il papà non comporta nessuna angoscia di castrazione: lei, infeliciter vel feliciter, non
ha un pene. Nel maschio la consapevolezza di avere un pene comporta la paura della
perdita. Nella bambina la constatazione di non avere un pene genererebbe, secondo
Freud, forti sentimenti di mortificazione e di gelosia nei confronti dei possessori di peni, e sentimenti di rabbia nei confronti della madre per non averla dotata di un pene. Il
padre, in quanto detentore del pene, diventa il nuovo oggetto d’amore della bambina.
Una bambina legata al desiderio di avere un pene potrebbe entrare in competizione con
l’altro sesso, mossa da un incessante bisogno di sentirsi la parte migliore del cielo. Oggi
la femminilità è piuttosto mortificata, e gli pseudovalori maschili stanno trionfando,
con grave perdita per tutti. In breve, quel che si è confuso è l’uguaglianza sociale con
quella psichica dei sessi. È una curiosa società quella che stiamo vivendo: da un lato i
nostri uomini di governo stanno promuovendo il rispetto delle identità culturali delle
minoranze, dall’altro, stanno corrodendo ogni forma d’identità di genere, così essenziale per lo sviluppo del bambino.
Torniamo, ora, al nostro argomento principale. Verso i sei anni di età maschi e
femmine dovrebbero rimuovere i loro desideri edipici: il maschietto rimuoverebbe per
superare l’angoscia di castrazione, la femminuccia, invece, rimuoverebbe per superare
la delusione di non avere un pene. La fierezza del maschio è normalmente una difesa: è
la negazione della paura di castrazione. La donna, poiché non teme di perdere qualcosa,
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Della Psicoanalisi
è nei fatti più sicura e quindi meno competitiva. Tuttavia, come nel maschio persiste
una latente aggressività verso la madre-donna, anche nella femmina persiste un senso
latente di rivendicazione verso il padre-uomo. Per disattivare tale aggressività, in un
rapporto di coppia, lei dovrebbe far credere a lui di essere soltanto sua e che uno come
lui non può temere rivali; d’altra parte, per disinnescare il malcontento della moglie, lui
dovrebbe dimostrare, con le rose in mano, di pensare tutto il giorno a lei. Lui vuole il
possesso del corpo di lei; lei vuole qualcosa di più, ossia i suoi pensieri, le sue fantasie,
i suoi sentimenti. In caso di tradimento, lui tradisce con il corpo, lei con l’anima, lui
inganna e mente, lei si vendica e perdona. L’uomo è condannato da Edipo a nascondere
la propria paura di castrazione; non è un caso se, per i maschi virili, la viltà è il peccato
più grave. La donna invece è condannata all’insoddisfazione di non avere un uomofallo, secondo i propri desideri. Pensate! Se Dio avesse creato prima Eva e dopo Adamo!
Quante volte Eva avrebbe fatto “rifare” Adamo; si sarebbe messa lì a dare istruzioni a
Dio su ogni particolare, per non dire di quel “particolare”. Forse un giorno gli uomini
smetteranno di fare i galletti con le donne, e forse le donne cesseranno di lamentarsi del
galletto degli uomini; si potrebbero anche invertire i ruoli, ma non sarebbe augurabile
annullarli.
L’Edipo, sebbene rimosso, continua a vivere, con i suoi desideri d’incesto e di parricidio, dentro ogni uomo. L’erba del vicino è sempre più verde, recita un adagio; ma se
il vicino scomparisse l’erba non apparirebbe più verde, e non farebbe neppure più gola.
Vediamo cosa vuol dire, poiché questo è un adagio edipico.
Cornelio ti ha lasciato; come ti comporti se vuoi riconquistarlo? È inutile spendere
soldi in creme di bellezza, trucchi e pettinatrice. Se non vuoi fallire, fatti vedere con un
nuovo fidanzato, magari con Calpurnio, che è più alto di lui, e non è il solito biondino
slavato. Non appena vi vedrà mano nella mano gli verranno le convulsioni e farà di
tutto per rimettersi in contatto con te. Ora, se tenta di farlo ocularmente, fai finta che
non esista, se lo fa telefonicamente, fatti negare, se viene a trovarti in casa, accoglilo
come un vecchio amico, senza essere né calda, né fredda. Cerca di tappezzare la tua
camera di fotografie di Calpi, scattate a Finale Ligure a cavalcioni sul cannone; ma non
parlare di lui per nessun motivo, si accorgerebbe che stai mentendo. In questo modo
tu attiverai l’Edipo di Corni, e diventerai verde come l’erba del vicino! Capisco che, riaccendendo il suo Edipo, ti cali idealmente nella parte della mamma, e che questo non
ti piace, ma credimi è meglio che lui cerchi una madre in te, piuttosto che una sorella.
L’antica gelosia provata verso la madre si trasferirà su di te, e tu sarai nuovamente una
interessante preda. Non appena ti vedrà sguazzare in foto con il tritone nella laguna
blu, il suo pensiero dominante sarà quello di riaverti a tutti i costi. In realtà, Cornelio
non ha ora più amore per te di quanto ne avesse prima, ma è una soddisfazione senza
fine per lui “fregarti” all’altro, che rappresenta il fantasma del padre. Si spera che i due
non vengano alle mani, ma se dovessero affrontarsi, non pensare che Corni sfidi Calpi a
pugni per te? No! Vuole solo umiliare il padre. Forse pensi: «Ma così non vale! Lui non
mi ama per me stessa!». Riflettici! Neanche tu lo ami per quello che è; se darai tempo
al tempo, te ne accorgerai, ma sarà troppo tardi: sarete sposati già da sette mesi. Lo so!
Una volta erano sette anni.
D’altronde, di Edipo si vive e si muore. Difficile immaginare una vita senza Edipo.
Non ci sarebbe gusto farsi belli/e, mettere un vestito che è costato una taglia, andare
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Un Edipo per tutti
in Piazza Vittorio Veneto o ai Murazzi senza la fantasia di conquistare qualcuno/a e far
invidia ad un/a rivale. Non avrebbe senso scalare i monti del Karakoram (leggi Argentera), fare canoa tra le rapide del fiume Pecos (alias Stura di Lanzo), se non si fantasticasse
che un giorno, raccontando le proprie avventure alle donzellette di campagna, oppure,
mutando l’elemento da mutare, mostrando l’ombelico tatuato ai garzoncelli scherzosi,
si potrebbe destare il loro interesse per la propria persona. Può succedere che, dopo la
conquista, il presunto oggetto amato perda immediatamente fascino. La preda, una
volta posseduta, ossia sottratta al/alla rivale, perde il suo sex appeal. Per lui, fregarla al
rivale è molto più divertente che usarla; per lei, soffiarlo alla rivale è molto più pruriginoso di quanto lo sia spupazzarselo. Ora, se a corteggiarvi è il migliore amico del vostro
fidanzato, avete un motivo in più per non perdere la testa. Lasciatelo sospirare, e poi
riferite la cosa al vostro fidanzato, per fargli cambiare sospiri. Non a voi è interessato,
ma non tollera l’idea che voi possiate preferire un altro a lui. Naturalmente, se nel frattempo avete sposato il migliore amico del vostro ex, questo non è il vostro caso. In voi
ha trovato veramente una “gran mamma”.
Le fantasie edipiche non sopravvivono soltanto nella vita sentimentale, ma persistono, esercitando influenza su tutti gli aspetti della vita e in tutte le attività, comprese
quelle artistiche e professionali. Un figlio che compete con il padre dopo aver intrapreso la stessa professione, nel tentativo di superarlo in bravura, è mosso da un conflitto
d’origine edipica. Similmente, chi sviluppa una personalità e interessi opposti a quelli
paterni non è meno vittima dell’Edipo. D’altronde, rinunciare a competere con il padre, per un figlio, o con la madre, per una figlia, equivale a desistere da ogni forma
di competizione e di successo nella vita. Una scelta estrema è quella di rassegnarsi ad
un’esistenza di rinunce per non incorrere nell’eventualità di una sconfitta, o di un fallimento, che farebbe riemergere tutte le paure legate ad un’angoscia di castrazione.
Qualcuno potrebbe chiedersi: «C’è qualcuno che si salva con la psicoanalisi?». La
risposta è: «Forse sì, forse no!», dipende da cosa si vuole essere salvati. Essere come i
nostri genitori non è consigliabile, sed necesse est. Il concetto di normalità è alquanto
discutibile in psicoanalisi, anzi non è proprio considerato. La normalità è arbitraria e
relativa, al massimo può essere definita in termini statistici: in tal caso, sarebbe un disastro. L’uomo è un essere in perenne conflitto con se stesso. È in urto con i vicini, per
via della loro dannata erba verde. È in opposizione con gli uni, perché non si fanno i
cavoli loro. È in contrapposizione con gli altri, perché si fanno soltanto i cavoli loro. È
in antagonismo con il genere maschile, perché non sa fare un cavolo. È in dissenso con
il genere femminile, perché ha troppi cavoli per le mani. È in lotta armata con l’umanità, perché annovera troppe teste di cavolo. È in ribellione con la vita, perché i bambini
non nascono sotto i cavoli. È in guerra con Dio, quando non ha un cavolo da fare.
La sessualità infantile ha, per Freud, una gran parte nella felicità-infelicità dell’uomo. Gli entusiasmi sessuali che il piccolo ha per la mamma alimentano anche il desiderio di annientare tutti i rivali, cominciando dal padre e dai fratelli, fino ad arrivare
al rivale sportivo, politico, religioso, fino a quello immaginario, che se ne sta seduto
in metropolitana, o sta facendo la spesa al supermercato, o infine sta lavorando nelle
torri gemelle. La piazza e le torri rappresentano due importanti simboli sessuali: non a
caso la scelta dei terroristi avvenne tra Piazza San Pietro a Roma, simbolo materno, e
il World Trade Center di New York, due formidabili simboli fallici. Stuprare la madre o
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Della Psicoanalisi
castrare il padre, questo fu il dilemma dei terroristi dell’Undici settembre. Ad eccitare
la loro gelosia, in un caso, è l’odio per una figura materna che ama i “fratellastri”, ossia
i figli di un diverso “Padre”; nell’altro caso, è l’invidia per la potenza del padre con
due enormi falli. Fu colpito il padre! In questo modo molte persone, le quali vivevano
ignare dell’Edipo non risolto di alcuni cazzetti incazzati con i loro padri, pagarono
per la bandita di Freud da alcune zone protette. È proprio vero che un battito d’ali
di farfalla, in un punto della terra, è in grado di provocare il finimondo agli antipodi!
Naturalmente, ci sono altre letture, diverse da quella psicoanalitica, circa l’origine dei
conflitti dell’uomo, da sempre sconvolto da una passione contro la quale la ragione
appare impotente. Cosa potrebbe succedere nel prossimo futuro? Il padre non è morto,
ma è stato soltanto ferito e umiliato, ne consegue che nei figli aggressori non vi è posto
per sentimenti di colpa e di rimorso per quel che hanno fatto; non vi è in loro alcuna
traccia di pentimento. Inoltre, il padre non ha reagito terrorizzando a sua volta i figli,
promuovendo un’identificazione nell’aggressore e una definitiva rinuncia alla madre/
matrigna. Il padre, invero, si è limitato a fare una serie di finte, senza mostrare alcuna
intenzione di voler con decisione colpire i terroristi, diventati più baldanzosi che mai,
poiché ne avvertono la paura. Nessuna persona, per un figlio, è più disprezzabile di un
padre vigliacco. La matrigna resta dunque esposta ad ogni genere di violenza, e i figli
“incestuosi” e “stupratori” non se la negheranno a lungo. Cosa bisogna fare per disinnescare questo Edipo perverso e malato? Un padre colpito dal figlio con un pugno in
piena faccia può decidere di eliminare machiavellicamente il figlio, oppure, con ancor
maggior calma e fermezza, può scegliere di mostrargli un volto amichevole. Nel primo
caso deve saper mostrare tutto il suo rigore e impiegare tutta la forza del suo braccio
per sottomettere il figlio. Nel secondo caso mostrerebbe al figlio tutta la forza del suo
volto, disorientandolo e costringendolo a confrontarsi non più con i suoi fantasmi, ma
con la realtà. Questo vuol dire saper offrire l’altra guancia: non si tratta di una resa,
ma di un espediente per disarmare l’altro dei suoi argomenti. L’errore commesso dopo
l’Undici settembre è aver risposto «occhio per occhio», ma madornale è stato rispondere mostrando di aver paura a rispondere. Abbiamo sventolato la bandiera del dialogo
in un giorno senza vento. Come Edipo della leggenda, ci siamo strappati gli occhi per
non vedere. Di più non posso dire, perché mi piacerebbe trovare un editore disposto a
pubblicare questo libro!
Si può sintetizzare quanto riferito fino ad ora affermando che, in forme diverse,
tutto quello che facciamo è finalizzato sia al raggiungimento di un “premio”, che simboleggia l’unione con la figura materna, sia alla distruzione del rivale. Ognuno di noi
[nella versione maschile] ha una principessa chiusa in una torre da salvare, oppure [nella versione femminile] ha un petit prince triste e solo, nella sua reggia, perché nessuna
damigella del regno riesce a consolarlo. In un caso, c’è un drago da trafiggere, o un orco
cui espiantare il cuore, o uno stregone cui sottrarre la magica bacchetta, tutte figure del
padre da ingannare e da soppiantare nell’amore della figlia. Nell’altro caso, c’è invece
una brutta strega cui bisogna sottrarre la pozione magica per restituire al principe azzurro, colpito da un malefico sortilegio, la gioia di amare la fanciulla, che avrà infine
saputo rompere l’incantesimo.
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Un Edipo per tutti
Letture consigliate
Freud S., [1905], Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, vol. IV, Torino, Boringhieri,
1970.
Freud S., [1908], Teorie sessuali dei bambini, in Opere, vol. V, Torino, Boringhieri, 1972.
Freud S., [1909], Analisi della fobia di un bambino di cinque anni. (Caso clinico del piccolo
Hans), in Opere, vol. V, Torino, Boringhieri, 1972.
Freud S., [1912-13], Totem e tabù, in Opere, vol. VII, Torino, Boringhieri, 1975.
Freud S., [1924], Il tramonto del complesso edipico, in Opere, vol. X, Torino, Boringhieri,
1978.
Lacan J., [1966], Scritti, Torino, Einaudi, 1974
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CAPITOLO 5
Una genitalità per nessuno
La prima fase della vita è, come abbiamo visto, turbolenta e passionale; con la rinuncia ai desideri edipici, il bambino entra finalmente in un periodo di relativa calma.
Il termine “rinuncia” non esprime un atto di volontà consapevole, piuttosto un venir
meno degli impulsi sessuali e delle fantasie ad essi legati. In altre parole, il bambino
«dimentica» quanto ha provato e fantasticato, con riferimento ai desideri amorosi e a
quelli aggressivi, nei confronti dei genitori. Dopo i sei anni di età, pertanto, acquistano
importanza per il piccolo le relazioni sociali con il gruppo dei coetanei, gli interessi
sociali, in particolare quelli scolastici, mentre i rapporti con i genitori da conflittuali
divengono più pacifici. S’inaugura il periodo di latenza, che perdura fino alle soglie della
pubertà. L’energia sessuale, o libido, non scompare ma continua, in forma latente ad
alimentare tutte le attività - comprese quelle intellettuali - predisposte dall’ambiente.
D’altronde in ogni relazione affettivamente importante, dopo un periodo d’intensa passione, ne succede uno in cui i sentimenti sembrano assopirsi. Il passaggio dall’ardore alla tenerezza è evidente soprattutto nelle relazioni amorose: dopo le scintille dei
primi incontri si ha la cenere; tuttavia, sotto la cenere, la brace continua a bruciare.
Nessun allarme, dunque, se vostro marito, a letto, tende ad allungare i tempi del sonno:
è in una fase di latenza. Volete risvegliare nuovamente le scintille? Niente di più facile;
prendete esempio dal falò. È sufficiente colpire il ceppo con un attizzatoio per vedere
nugoli di scintille salire al cielo. Ora, se pur utilizzando l’attizzatoio non riuscite a far
sprigionare dal ceppo neppure una piccola favilla (una monachina, un lampeggiamento, uno sprazzo qualsiasi di luce), allora i vostri sospetti sono giusti: lui si sta scaldando
al falò di qualcun’altra. Anche in questo caso l’attizzatoio potrebbe rivelarsi utile, e non
datevi pensiero se colpite forte. Con quest’esempio ho cercato di riferire che, in realtà,
la sessualità e solo apparentemente latente, in ogni fase o ciclo di vita.
Torniamo ora al nostro protagonista, che intanto è diventato un ragazzo, meglio,
un adolescente. Dopo i dodici anni occorrono grandi trasformazioni in seguito ai cambiamenti fisiologici. Nei maschi, sono i testicoli a suonare la sveglia: subito dopo gli
undici anni, infatti, aumenta il loro volume con abbassamento della voce. Segue l’ingrossamento del pene, la prima eiaculazione, la lanugine pubica, la pelosità ascellare,
la villosità toracica e per finire, a sedici anni, barba, baffi e ciuffo. Nelle femmine, è il
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Della Psicoanalisi
seno a registrare il primo cambiamento puberale, ma i mutamenti non sono lineari,
come nei maschi, e questo succede per due motivi: la donna è meno scontata dell’uomo, e matura almeno un paio d’anni prima. Ci sarà ben un motivo se è il maschio a
correre dietro alle femmine! Tutti questi cambiamenti riattivano prepotentemente le
pulsioni; con le pulsioni, riprende corpo il desiderio di avere un partner sessuale. Ha
ora inizio, per i maschi, la stagione della caccia, ossia la ricerca degli “oggetti sessuali”.
Non si tratta di oggetti qualsiasi, ma d’individui di pari età, con una medesima affinità
elettiva, capaci di offrire pari opportunità in vista di un’effervescente comunione dei
sensi. Nelle ragazze ha, invece, inizio il gioco della seduzione, che letteralmente vuol dire “condurre via” [sedūcere], facendo credere il contrario. La seduzione non consiste nel
rendere l’altro imbambolato (lo è già di suo), ma nel farsi scegliere dalla persona scelta.
Qui sta l’intelligenza! Il maschio può difendersi, assicurando che a lui non importa con
chi, pur di… Qui sta la fregatura!
In realtà, oggi le cose sono cambiate: maschio e femmina non hanno più bisogno
di far finta di rincorrersi, di nascondersi, di «vorrei e non vorrei», prima di arrivare a
darsi la mano e a dirsi di sì; oggi si danno l’uno all’altra e basta. Ai tempi di Freud, le
donne erano in astinenza, [secondo la comune credenza], e gli uomini pure [contrariamente alla comune credenza], anche se millantavano grandi imprese. Un maschio che
non millantava era guardato male, e generava qualche perplessità. Normalmente chi
riusciva a permettersi una “spesuccia” poteva fare una tantum un’esperienza al chiuso:
nel 1930 la prestazione magna costava £ 2 ½,
In illo tempore, l’attività sessuale era considerata importante, e indizio di crescita,
purché inserita in una relazione affettiva. Oggi, è considerata salutare per il piacere
in sé. Il comportamento sessuale non riguarda più la morale pubblica, ma è un fatto
privato; ne consegue precocità nei rapporti sessuali con una molteplicità di partner. Finalmente i maschi non devono più millantare nulla, e le femmine possono liberamente
dichiarare il loro pescato, e, come sempre, vince chi ha pescato il pesce più grosso. I
cambiamenti del significato sociale della condotta sessuale rendono oggigiorno lontana, desueta atque obsoleta la concezione freudiana della genitalità.
Freud considera la pubertà come l’ingresso nell’ultima fase dello sviluppo, la fase
genitale, in cui la sessualità assume un’organizzazione adulta. In che cosa questa fase è
diversa da quella fallica, visto che la libido non si è spostata dal pene e dintorni? Se il
cambiamento riguardasse soltanto la morfologia, ossia le forme esterne del pene, non si
potrebbe parlare di fase genitale. Affinché ci sia un avanzamento e si consumi la propria
sessualità a livello genitale, è necessario che il pene subisca una trasformazione nel suo
significato psicologico; da organo di piacere deve diventare un organo di relazione. Il
piacere sessuale stesso non è più ricercato mediante un atto di soddisfacimento, ma
attraverso una naturale ed implicita relazione affettiva importante con un’altra persona.
In altre parole, la sessualità diventerebbe adulta, responsabile e matura, in quanto sarebbe inserita in una prospettiva progettuale con l’altro/a, finalizzata alla riproduzione.
In breve, la fase genitale sarebbe contrassegnata dal superamento dell’istinto predatorio
[proprio della fase fallica]. Non importa chi è preda e chi predatore. Ieri il predatore era
il maschio, oggi è la femmina ad essere predatrice. Ieri la preda, in quanto femminile,
poteva rifiutare il corteggiamento e dire: «No!»; oggi la preda, in quanto maschile, se
scelta, difficilmente riesce a dire: «No!», a causa di quel che resta del suo incartocciato
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Una genialità per nessuno
orgoglio virile. Un’antica profezia biblica si è così avverata: «Ecco Io creo una cosa
nuova, la donna che corteggia l’uomo». Freud, inoltre, considera naturale la sessualità
orientata verso l’altro sesso; oggi, è meglio non parlare di cos’è oppure non è naturale,
si rischia di finire nel cùlleo, il supplizio riservato nell’antica Roma al delitto dei delitti,
il parricidio.
In sintesi, possiamo dichiarare che se la genitalità, già ai tempi di Freud, era prospettata come una meta ideale da raggiungere, come l’utopia della psicoanalisi, figuriamoci ora! Abbiamo finalmente liberato il bambino che è in noi, e ora che è libero non
cresce più!
Vediamo, nondimeno, come funzionerebbe una sessualità adulta, ossia genitale,
nella visione di Freud.
Intanto, sono necessarie due persone di differente sesso: per prudenza è meglio specificare che tale presupposto è suggerito da una questione di pari opportunità. Ipotizziamo, inoltre, che entrambe abbiano attraversato con successo i tre stadi dello sviluppo
psicosessuale: orale, anale e fallico. Se nelle due persone considerate si presentasse un’organizzazione sessuale adulta, ossia genitale, vorrebbe significare che la loro sessualità
pregenitale sarebbe ordinata con riferimento al primato dei genitali. In altre parole, gli
impulsi pregenitali sarebbero subordinati al raggiungimento dell’orgasmo, con una persona affettivamente importante, e con una modalità che comporti tenerezza e preoccupazione per il benessere dell’altro/a. I genitali, dunque, sarebbero esperiti non più come
organi di puro piacere, ma come organi con una prioritaria funzione relazionale. L’atto
sessuale è, in primo luogo, un’azione di conoscenza: in un atto sessuale “maturo”, due
persone fanno una stessa esperienza, provano emozioni comuni, sentono le medesime
sensazioni, conoscendo e vivendo l’uno quel che l’altra sta vivendo. L’unione sessuale
adulta non è la congiunzione di due diversi organi sessuali, ma di due persone diverse,
mediante i loro organi sessuali. Non è la ricerca di una scarica energetica e quindi di
solo piacere, ma è la ricerca di un comune piacere, che è tanto più piacevole quanto più
è condiviso affettivamente. Non è una questione di godere molto, o di sincronizzare i
tempi in vista di un’intesa sessuale particolare, ma è prioritariamente un godere l’uno
della persona dell’altra. L’unione sessuale adulta non esclude l’atto procreativo; al contrario: «L’instaurazione di questo primato (genitale) al servizio della procreazione è dunque
l’ultima fase attraversata dall’organizzazione sessuale» (corsivo non nel testo) [Freud,
1905]. L’eliminazione del bambino dal coito esclude psicologicamente l’altro/a come
persona dal rapporto, declassando il coito ad una reciproca masturbazione acheropita.
Coitare con il terrore di procreare è indizio che gli organi sessuali sono utilizzati ad un
livello pregenitale e, quindi, come parti idealmente a sé stanti di un corpo, e indipendenti dalla loro funzione generativa. In fondo, non si può amare l’altro, o l’altra, senza
volerlo rendere eterno, facendolo ridiventare bambino. Amare una persona comporta
anche il desiderio di avere un figlio da quella precisa persona.
In breve, un atto sessuale consumato a livello genitale comporta dei preliminari
durante i quali le principali modalità della sessualità infantile, come suggere, baciare,
guardare, esibirsi, sono atti introduttivi all’amplesso, e non costituiscono più l’azione
centrale del piacere sessuale.
Le fasi iniziali di un rapporto tra due persone sono ricche d’indizi per valutare a
quale livello dello sviluppo psicosessuale esse sono fissate. Facciamo il solito esempio:
53
Della Psicoanalisi
sono passati tre mesi da quando hai deciso di frequentare assiduamente Giulio Cesare,
e ora ti è nata la voglia di conoscerlo più in profondità. Per individuare il suo livello
evolutivo in chiave sessuale, devi considerare quali “pratiche” del rapporto sessuale egli
tende a privilegiare. Ora, se Giulio Cesare inizia con un bacio, va bene; se poi indugia
con i baci, può andare ancora bene. Non va più tanto bene se, dopo due ore, è ancora
fermo davanti al Rubicone; forse, sarebbe il caso che tu lo esortassi con la celeberrima
espressione: «Iacta alea est». Ora, se Giulio Cesare dovesse continuare a baciarti alla
gallica maniera, riempiendoti la faccia di bava, è chiaro che il tipo ha una “fissazione”
orale alla grande. Forse è il caso che cominci a preoccuparti seriamente. L’ombra della
maman-gâteau sta aleggiando su questo coition. Giulietto Cesare potrebbe anche avere
la brillante idea di spalmarti di panna e glassa, per assaporarti meglio: a questo punto,
faresti bene a desistere dai tuoi propositi matrimoniali, e a scappare, senza farti neppure la doccia. Il tuo Giulietto Cesare è un “oralone” leccardo, e ti ha scambiato per un
panettone tartufato.
Se non hai intenzione di arrenderti, puoi provare con Marco Antonio. Il suo vezzo
è di farti agghindare in un certo modo, per esempio, con tuta di pelle, stivali di pelle,
cinghia di pelle, oppure da infermiera specializzanda con termometro clinico. Misurare la temperatura interna può aiutare, ma comporta alcuni effetti collaterali. Marco
Antonio non ti coprirà di panna, ma se è in vena potrebbe coprirti di soldi. Nel caso lo
facesse, non sentirti offesa; lui non vuole mancarti di rispetto, ma ti sta semplicemente
ricoprendo di contenuto intestinale, secondo la nota equazione simbolica soldi = feci.
Ti stai chiedendo come riconoscere un Marco Antonio per non finire ammanettata nel
gioco della “prigione zozza”? Al primo appuntamento, se arriva con una boccettina di
profumo, il solito rotten musk, e ve la porge con aromatiche parole, non potete sbagliare, è proprio lui, l’amico di Filippo Maria.
Non sei ancora stanca di provarci? Dopo l’orale e l’anale, eccoti il fallico Bruto
Cassio. Si tratta di uno scopofilo. Non sai cosa sia? Nulla di quel che pensi! Gli piace
soltanto guardare. Tra i tanti che potevo scegliere, il guardone è il più innocuo. I voyeur in fondo sono dei contemplativi, e probabilmente ti farà posare davanti alla sua
macchina fotografica, oppure davanti alla sua cinepresa per meditare nei momenti di
solitudine. Un tipo del genere può affascinare all’inizio, ma dopo un intero ciclo lunare
può diventare a little irritante, soprattutto se ti svegli e lo trovi seduto ai piedi del letto
intento a fissarti. D’altronde, se tu ti chiamassi Cleopatra, uno di questi tre potrebbe
anche andarti bene.
Il raggiungimento della sessualità adulta resta pur sempre segnata dalle vicissitudini della libido, e non è neppure al riparo da eventuali riflussi della stessa libido. In
particolari condizioni, può infatti verificarsi una «regressione» della pulsione sessuale.
In generale, l’espressione regressione istintuale indica un ritorno ad un modo di gratificazione già abbandonato, ossia di una fase psicossesuale cronologicamente precedente.
Credo che ti sia capitato, almeno una volta, dopo aver litigato con tuo marito Carlo Alberto, andare in cucina e prepararti una cioccolata calda o una torta, oppure telefonare
alla tua migliore amica e, insieme, andare in cremeria per rinvangare i tempi trascorsi
con Cosimo, che disìa sèmper: «Prendo ancora na bignòla, ne vuoi anche tu?». Mangiare
è una gratificazione orale, che serve a compensare uno stato d’insoddisfazione. Potrebbe regredire anche tuo marito Calbì, magari, alla fase anale, e diventare, finché dura il
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Una genialità per nessuno
broncio, stitico, come a voler significare che con lui hai chiuso e non riceverai più in
regalo boccette di profumo Rotten Musk.
Il primitivo rapporto con i genitori disegna un modello operativo che si ripete all’infinito, ogni qual volta una nuova relazione espressiva diventa affettivamente
importante. Il nostro conflitto con la figura materna può riguardare lo svezzamento,
oppure il controllo dello sfintere anale, o ancora la masturbazione, e tende a riemergere
nella relazione con il coniuge. In sintesi, ogni rapporto di coppia è una riedizione del
tema edipico, con riferimento al livello della nostra organizzazione sessuale. Non è un
caso, dunque, se tu vai in cremeria, e Carlo Alberto si chiude nel gabinetto per fare le
sue «cerimonie scatologiche». In casi normali, la regressione dura poco tempo, poi si
torna a fare festa grande; se però Calbì non esce più dal gabinetto, dovete fare qualcosa:
comunicategli che è tutta colpa del foeniculum porcinum, e convincetelo a provare con
le pere cotte.
Letture consigliate
Freud S., [1905], Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, vol. IV, Torino, Boringhieri,
1970.
Freud S., [1910-17], Contributi alla psicologia della vita amorosa, in Opere, vol. VI, Torino,
Boringhieri, 1974.
Freud S., [1923], L’organizzazione genitale infantile, in Opere, vol. IX, Torino, Boringhieri,
1977.
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CAPITOLO 6
I due modelli dell’apparato psichico
Il modello topografico
Cercherò ora di illustrare uno dei primi tentativi compiuti da Freud per descrivere
un modello soddisfacente d’apparato psichico, al fine di far comprendere il funzionamento. Egli divise la psiche in tre grandi sistemi: conscio, preconscio, inconscio.
La coscienza, in Freud, non ha nulla a che fare con il sistema dei valori morali delle
persone; non riguarda pertanto né i casi di coscienza, né gli scrupoli di coscienza. Essa
riguarda i contenuti e i processi psichici di cui si è pienamente consapevoli. Il conscio
è dunque costituito da percezioni, ricordi, desideri, sentimenti, atti di volontà, eventi
intellettuali di cui si è a conoscenza qui e ora. Distogliete per un attimo l’attenzione
da quel che leggete, e cominciate a pensare al vostro fidanzato [se non ne avete uno,
pensate pure a George Clooney], i ricordi richiamati alla vostra riflessione, le sensazioni
o i sentimenti provati, e le fantasie elaborate costituiranno i contenuti del vostro sistema conscio. Cruciale è il meccanismo dell’attenzione per mettere a fuoco contenuti
specifici.
Provate ad immaginare l’attenzione come se fosse la lanterna di un faro che voi
potete dirigere a piacimento, in tutte le direzioni, su un mare di notte: improvvisamente, il fascio di luce investe una nave, che diventa l’unico elemento visibile dell’oceano
mare. In seguito, se spostate la lanterna su un altro punto e individuate un natante in
difficoltà, allora investirete con il fascio di luce la nuova scena, mentre oblierete la nave
precedente. Il conscio è dunque ciò che di volta in volta voi “illuminate”, dirigendo la
vostra attenzione sugli eventi della vita. Tuttavia, noi non siamo così liberi di dirigere la
nostra attenzione ovunque vogliamo. Diciamo infatti: «La mia attenzione è stata catturata», e comunemente è catturata da qualcosa che ci attira e che esercita un certo potere
su di noi, come quando per esempio guardiamo una bella ragazza, oppure, mutatis
mutandis, un ragazzo “dativo”, ossia, uno cui si può dare qualcosa. In altre parole, a dirigere la nostra attenzione è l’energia istintuale. La coscienza, come si può dedurre, non
è un sistema molto ampio; infatti, può contenere “una bella ragazza per volta”, è più
l’immagine è nature e più è consciamente a fuoco. «E tutte le altre?», chiede Narciso.
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Della Psicoanalisi
«Vuoi dire tutte quelle che hai conosciuto in precedenza? Non disperare! Non vanno
perdute». Noi non possiamo essere consapevoli, in uno stesso istante, di tutte le belle
ragazze conosciute “per strada”; tuttavia, esse non sono svanite dalla nostra psiche, ma
continuano a vivere dentro di noi, in una specie di harem. Noi possiamo infatti richiamarle alla nostra coscienza in qualsiasi momento, con un piccolo sforzo dell’attenzione;
in pratica, è sufficiente spostare il faro.
Ritorniamo al nostro esempio della lanterna. Nel momento in cui spostiamo il
fascio di luce dalla nave al natante in difficoltà, la nave non più illuminata è stata momentaneamente espulsa dalla coscienza, ma può essere nuovamente in luce se torniamo
indietro con il nostro fascio luminoso. Possiamo affermare che la nave nel tempo intercorso tra le due illuminazioni costituisce un contenuto non conscio ma preconscio. Allo
stesso modo, tutte le belle ragazze che hanno popolato l’esistenza di Narciso, popolano
e qualificano il sistema preconscio.
Un consiglio per chi è moglie: non svegliare il cane che dorme, ossia non chiedere
a tuo marito di fare un confronto tra te e tutte le altre. La realtà non può competere con
la fantasia, e i ricordi trasfigurano le murene in sirene. Capisco di averti comunicato
una brutta notizia, vale a dire che tuo marito ha poca consapevolezza di te, ma sono
sicuro che troverai il modo di bloccargli il faro puntato sull’insenatura giusta. Ora, se in
te dovesse per avventura insinuarsi la peregrina idea che lui, mentre è a letto con te, stia
illuminando qualche naufraga, tu pensa a Gesù. Non fraintendermi! Non sto dicendo
di farti suora di clausura per ripicca: rischierei l’impopolarità con spiumatura e strinatura. Voglio dire di pensare alle parole di Gesù che salvarono la donna adultera e il suo
matrimonio: «Chi è senza peccato scagli per primo la pietra». È il caso di fare, qui, un
esame di coscienza. Se tuo marito è distratto con aria trasognata, e tu immagini che lui
stia puntando il suo faro su una naufraga, che si sta arrampicando sul suo scoglio, prima di far entrare la superstite nel tuo sistema conscio per farle spazio, non hai per caso
dovuto far sloggiare George Cloney, con la sua bottiglia di martini in mano? Per salvare
il proprio matrimonio bisogna essere sinceri, non con il coniuge, ma con se stessi.
Torniamo ora all’esempio del faro che con la sua lanterna illumina una parte considerevolmente piccola della vastità del mare. Ciò che è illuminato costituisce il conscio,
ciò che è stato illuminato e può essere nuovamente illuminato costituisce il preconscio, e
tutto il resto che non è illuminato - ossia la parte più ampia, poiché si estende anche oltre
l’orizzonte, che non sarà mai illuminato - costituisce il sistema inconscio. In altre parole,
i contenuti psichici, che non sono consci e neppure preconsci, qualificano l’inconscio.
L’inconscio e gli altri sistemi non sono dei luoghi, ma piuttosto stati psichici differenti
per la qualità di consapevolezza, o di non consapevolezza, dei loro contenuti. Questo
equivale ad affermare che esistono desideri, ma anche fantasie, immagini, paure, odi, di
cui non sappiamo e probabilmente non sapremo mai nulla. Intuisco che, a questo punto, ti piacerebbe sapere cosa bolle nell’inconscio di tuo marito: mettiti l’anima in pace,
i contenuti inconsci non possono avere accesso alla coscienza. Si tratta di contenuti costituiti da desideri e impulsi inaccettabili per la coscienza: se raggiungessero la coscienza saremmo sopraffatti dall’angoscia. Così, tra il sistema preconscio-conscio e il sistema
inconscio s’innalza una sorta di sbarramento, chiamata censura, che separa queste due
dimensioni come le due facce della Luna. Le cose proibite e vietate tuttavia non sono
inerti nell’inconscio, ma cercano continuamente soddisfazione. Facciamo un esempio:
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I due modelli dell’apparato psichico
ipotizziamo che tuo marito, Bruto Cassio, quando era fidanzato con te, ti abbia tradito
con la tua migliore amica, di nome Consolatrice, detta la Bellona. In quel momento,
lo avresti servito a tavola con la mela in bocca. Poi, non si sa come, hai completamente
rimosso (ossia: eliminato dalla tua coscienza) ogni ricordo di quell’increscioso evento.
Lo so che tu non dimentichi, ma è solo un esempio. Poniamo, dunque, che le scene del
tradimento siano state completamente cancellate dalla tua memoria; tuttavia, le cariche
di energia aggressiva legate a quelle scene permangono. Può succedere pertanto che,
preparando da mangiare per tuo marito, la pietanza sia inspiegabilmente salata, oppure
che l’arrosto bruci. Se poi lui ti sta mostrando la sua nuova macchina automobile, può
anche capitare che, sbadatamente, tu gliela righi con l’anello di diamante. La disavventura più feroce è far cadere la cioccolata con panna sui suoi pantaloni al caffé Baratti.
Per non parlare delle disgrazie che succedono alla Bellona, quando la inviti a prendere
il the a casa tua. In questo modo senza volere e senza accorgertene riesci ad aggredire i
due felloni. Puntualmente chiederai perdono a tuo marito, che puntualmente ti perdonerà, perché lui non ha ancora dimenticato le consolazioni ricevute. Anche la Bellona
perdonerà il the rovesciato tempestivamente sul decolleté; anche lei non ha dimenticato,
ed è pronta a tutto pur di continuare a vedere il Bruto Cassio.
Tu, invece, dimenticando il tradimento, non hai annullato la tua ira, anche se non
sai con chi o per cosa sei adirata. Inconsciamente punisci tuo marito, ma non sai di
punirlo. Il desiderio di vendetta è rimasto dentro di te illibato, ma non può raggiungere la coscienza, perché il ricordo del tradimento risveglierebbe in te un insopportabile
dolore. Le distrazioni ci fanno capire che, nei momenti di eccessivo affaticamento, o
dopo un paio di bicchieri di troppo [in vino veritas], o anche durante il sonno, alcuni
contenuti inconsci possono riemergere, se pure in modo deformato e irriconoscibile. In
altre parole, la lettrice non deve stupirsi se, in una situazione di stress, combina qualche
guaio e brucia con il ferro da stiro la camicia preferita del marito, oppure se, offrendo
del Porto in segno di amicizia, gli chiede: «Caro, vuoi del porco?». Non deve turbarsi
neppure se lo sogna trasformato in donna, con voce in falsetto; non vi è in lui alcun
desiderio di cambiare sesso, è lei che in sogno ha passato la notte in sala chirurgica, con
bisturi e mascherina.
Ora, non devi pensare che, se ti capita di maltrattare il marito, il motivo sia da
ricercare nella rimozione di qualche sua malefatta. Le distrazioni e i dispetti per tuo
marito possono essere originati in te anche dallo charme del nuovo portinaio.
Sembra scontato che in noi ci siano desideri; ma perché mai devono essere inconsci e condizionare, a nostra insaputa, ogni aspetto della nostra esistenza? Tutti i
bambini tendono a produrre fantasie riguardanti i rapporti sessuali fra i genitori, sono
fantasie originarie, che si attivano nei piccoli anche in assenza di una corrispondente
esperienza. Si tratterebbe di fantasie universali, geneticamente trasmesse da una generazione all’altra. Anche i desideri e i ricordi che sono stati respinti dalla coscienza per
il loro carattere di angosciante pericolosità costituiscono il nostro inconscio. Così, può
succedere che se l’impulso amoroso verso il portinaio, forzasse la censura, penetrando
nel sistema preconscio/conscio, l’investimento libidico (leggi carica sessuale) si scaricherebbe sotto forma di angoscia. Un tale impulso, infatti, non sarebbe tollerato dalla
coscienza. Inoltre, l’angoscia potrebbe dirigersi su una rappresentazione sostitutiva, e
anziché prodursi alla vista del portinaio, potrebbe generarsi all’idea di uscire da casa,
59
Della Psicoanalisi
sviluppando un’agorafobia. È come se inconsciamente la persona rassicurasse se stessa,
dicendo: «Se non esco non incontro il portinaio, e se non vedo il portinaio, non devo
temere l’impulso sessuale che provo nei suoi confronti». Naturalmente la poverina giustificherà la sua paura, sostenendo che in strada i ladri potrebbero scipparle la borsa,
oppure potrebbero rapirla gli extraterrestri; in realtà, la fobia sviluppata l’aiuta a tenere
sotto controllo la vera rappresentazione rimossa, e quindi i suoi moti istintuali.
Probabilmente questi esempi oggi non sono più moderni, e non funzionano più
come una volta, ma per farne di nuovi è necessario attendere che le prossime generazioni si diano qualche tabù. I pazienti fobici erano molto di moda negli anni Sessanta.
Con l’emancipazione sessuale anche le isterie sono passate di moda. Oggi, tra le donne,
sembra affermarsi una cronica disillusione e una depressione maggiore. D’altra parte,
gli ex galli cercano di mantenersi eretti come possono.
Il modello strutturale
Nel primo modello, o prima topica, il conflitto insorge tra i contenuti inconsci e le
forze che impediscono a tali contenuti di accedere alla coscienza. Con il modello strutturale, o seconda topica, Freud riconsidera il funzionamento psichico non più in base
alla qualità dei contenuti psichici, ma raggruppando i processi mentali con riferimento
alle differenze funzionali.
In altre parole, sulla base del primo modello Carlo Felice, di fronte al pericolo di
passare una serata con i suoceri, dimentica il loro arrivo, la cena tradizionale dell’anniversario del loro matrimonio, e l’impegno preso con la moglie Beata Angelica di ritirare
i regali commissionati da oltre un mese.
Sulla base del secondo modello, Carlo Felice è in conflitto tra passare una burrascosa serata con gli amici in birreria [in linea con il principio di piacere], e un tranquillo
incontro serale di weekend con i suoceri [secondo le esigenze del principio di realtà
e delle regole civili e sociali]. Potrebbe risolvere il suo dilemma, decidendo per un
compromesso: invitare anche gli amici a festeggiare l’anniversario di matrimonio dei
suoceri, mettendo d’accordo i due principi. A festa finita, però, potrebbe farsi sentire
il terzo principio, quello morale, impersonato in questo caso dalla Beata Angelica, con
un risultato disastroso.
Freud distingue, così, tre strutture mentali, l’istanza dell’Es, dell’Io, e del Super-io.
L’Es non è molto diverso dall’inconscio, e anche i suoi contenuti sono inconsci;
ma non tutti i contenuti e i processi inconsci sono Es.
L’Es, la «parte oscura, inaccessibile della nostra personalità… – dice Freud - un
caos, un crogiuolo di eccitamenti ribollenti» (Freud 1933), comprende i desideri istintuali che sono ereditati: essi fanno parte del patrimonio genetico, ossia del nostro “materiale” biologico. In breve, dall’organizzazione corporea - in particolare, dal sistema
endocrinologico - hanno origine le pulsioni, i cui desideri, con relativi rappresentanti
psichici, trovano originariamente nell’Es la loro prima espressione psichica. L’Es è idealmente il “luogo” dei desideri innati, dove le forze biologiche si trasformano in energia
psichica. L’Es all’inizio comprende l’intera psiche, e funziona secondo il principio di
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I due modelli dell’apparato psichico
piacere, finché non interviene un altro principio, quello di realtà. Il bambino piccolo
è pertanto dominato dall’Es, che tende al soddisfacimento immediato dei desideri. Il
suo modus operandi è: «Prendo quello che voglio» e «Faccio quello che voglio», come un
incallito criminale psicopatico. In ogni caso, l’Es continua a far sentire la sua presenza
per tutta la durata della vita, come avviene nei sogni - sia notturni, sia ad occhi aperti nei quali tutti i nostri desideri più inconfessabili sono soddisfatti, a dispetto delle leggi
della fisica, della geometria, degli ideali politici, dei credi religiosi, di tutte le convenzioni sociali e di ogni principio morale. L’Es si rende visibile anche nei comportamenti
impulsivi e privi di alcun controllo, proprio di chi, tra l’impulso e l’azione, non interpone alcuna esitazione. Nessun personaggio storico lo ha incarnato più degnamente di
Napoleone, infatti: «…di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno». L’Es, in breve,
è la nostra parte più selvaggia, viziata e capricciosa, tesa unicamente alla soddisfazione
totale delle proprie brame, e alla “soluzione finale” per tutto quello che ostacola il suo
soddisfacimento.
So che pensate che vostro marito, in certi momenti, si comporta così, e che continuamente vi dice: «Dammi quel che ti chiedo senza tante storie!», e «Fai quel che ti
ordino senza perder tempo!». In realtà, è una condotta piuttosto infantile, improntata
all’incapacità di tollerare la frustrazione e l’attesa. Quando il nostro interesse per gli
altri si concentra unicamente sulle possibilità di gratificazioni che ne possiamo ottenere, manifestiamo un funzionamento della psiche molto primitivo. Contrariamente
a quel che si crede, una persona che ottiene ciò che vuole senza farsi troppi problemi,
ed è incapace di tollerare ogni forma di opposizione, non ha un carattere forte, anzi
mostra una personalità psichicamente fragile, priva di flessibilità e incapace di tollerare
le contrarietà.
Vostro marito è di tal fattura? Non è il caso di chiedere la separazione, ma potete
provare ad educarlo alla realtà. Non lo avete ancora sposato? C’è ancora speranza! Rimandate più che potete il matrimonio, presentategli tutte le vostre amiche, compresa
Georgette, e nel frattempo ricominciate a guardarvi intorno! In confidenza, questi tipi
non sono facilmente educabili. Un Es dominante è fuori controllo: la sua logica è disarmante, poiché non conosce la negazione, il dubbio, la gradualità, il principio di non
contraddizione, la realtà, il pudore, in una parola, l’educazione. Nella sua corsa al piacere, travolge tutto e tutti, senza freni inibitori e con l’acceleratore a tavoletta, proprio
come fece Tullia alla guida del suo carro. Questa matrona romana, infatti, non esitò a
passare con il cocchio sul corpo del padre, il povero Servio Tullio, pur di usurparne il
potere. Questa parte originaria della psiche tende a prendere il sopravvento nell’uomo
ogni volta che i diritti non sono controbilanciati dai doveri, o quando si raggiungono
forme di potere sugli altri, vestendo una semplice uniforme, o semplicemente quando
assumiamo sostanze che allentano i freni inibitori.
La visione che Freud ha del bambino e quindi dell’uomo non è confortante, ed è
diametralmente opposta a quella di Rousseau. Questi infatti parla di un uomo buono
per natura; il bambino può quindi conservare la sua buona natura a condizione che
si sviluppi libero dalla corruzione che regna nell’organizzazione della perversa società, causa della trasformazione dell’uomo naturale in essere artificiale. Freud capovolge
questa visione: il bambino è definito un perverso polimorfo, concepito come costituzionalmente qualificato a sviluppare qualunque comportamento sessuale. Un buon
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Della Psicoanalisi
educatore, secondo Rousseau, in un sistema politico ispirato ai più nobili principi della
morale e della religione, rivela al bambino la sua legge naturale, che in modo spontaneo
fa maturare in lui il sentimento di Dio. Secondo Freud, la natura del bambino è tale
che «sotto la guida di un esperto seduttore troverà gusto per tutte le perversioni e le
manterrà per la sua attività sessuale» (Freud, 1905). Nella visione dell’uomo di Vienna
il problema è essenzialmente costituzionale, e non politico e sociale. La società è tenuta
pertanto a difendersi dai moti istintuali di ogni nuova generazione e intervenire, distogliendo le forze istintuali sessuali e aggressive dalla loro meta naturale, per indirizzarle
verso altre mete socialmente accettabili e utili. In questo modo, il bambino cui fosse
piaciuto giocare con le feci, attraverso la manipolazione della creta potrebbe un giorno
giungere a modellare il marmo e a creare opere d’arte. Similmente l’aggressività può essere distolta dalla distruttività e impiegata costruttivamente nelle attività sociali. L’educatore freudiano non protegge il bambino dalla degenerazione del mondo della cultura,
ma dalle richieste del suo Es, aiutandolo nella formazione di un Io forte e razionale.
I bambini incontrano la realtà grazie soprattutto alle esperienze dolorose o spiacevoli, come può essere la sensazione della fame. L’Es è incapace di produrre gli oggetti
dei suoi desideri, e, quando sono assenti, può soddisfare il suo desiderio in modo allucinatorio. Succede anche a noi adulti di immaginare posti esotici, dove ogni recondito
desiderio trova immediato appagamento. L’allucinazione dona un sollievo momentaneo; pertanto, la struttura chiamata Io è progressivamente costretta a svilupparsi con
riferimento al mondo reale per garantire la sopravvivenza dell’individuo. Il mondo
reale è governato da norme e da divieti; pertanto, l’Io non solo deve organizzare le sue
attività intellettuali e motorie per risolvere le intemperanze dell’Es (per esempio, come
convincere la moglie ad essere più carina), ma talora deve anche prendere decisioni pericolose, che possono alimentare i sentimenti di angoscia (per esempio, cosa inventare
con la moglie per restare una notte fuori casa). Per tutti questi motivi, l’Io, a differenza
dell’Es, deve riflettere, prendere tempo, pianificare la propria scarica energetica. In
sintesi, nel contatto talora frustrante con la realtà che impone al bambino tempi, regole
e direttive, dall’Es progressivamente si differenzia la struttura psichica dell’Io, l’istanza
che sa dire: «Grazie!» e sa chiedere: «Scusa!».
In breve, l’Io si forma differenziandosi dall’Es e, a differenza dell’Es, organizza
rapporti con il mondo esterno tenendo conto della realtà. Più precisamente, in seguito
alla maturazione biologica e psicologica, l’Io assume il compito di mettere d’accordo
le richieste istintuali, che provengono dal mondo interno, con le esigenze del mondo
esterno, ossia di far convivere la passione con la ragione.
Facciamo qualche esempio: un bambino più è piccolo e più facilmente ingoia
quello che trova. In questo periodo, la madre è colei che ostacola il bambino nei suoi
comportamenti piacevoli ma pericolosi, fino a quando il piccolo stesso non sarà in grado di distinguere quello che può mettere in bocca e mangiarlo da quello che non deve
mettere in bocca. Percepire un oggetto, ricordare l’esperienza fatta, riflettere sull’azione
da compiere sono alcune funzioni psichiche che identificano l’Io.
Così se un impulso di fame rabbioso insorge in noi, l’Es, che non conosce ragioni,
andrebbe a rovistare nel primo bidone della spazzatura, mangiando quel che trova.
L’Io, quando non è un semplice esecutore delle richieste pulsionali, interviene e blocca
l’azione dell’Es. L’Io valuta la fame e le risorse presenti nel mondo esterno, organizza
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I due modelli dell’apparato psichico
i comportamenti più utili per mettere fine al disagio provocato dalla fame, e risolve
il problema conformemente al principio di realtà, vale a dire ritardando la risposta,
finché non trova un ristorante nel quale poter soddisfare il bisogno alimentare, senza
subire un tracollo finanziario. È come se l’Io dicesse all’Es quello che una madre direbbe al bambino piccolo che vuole mangiare al supermercato una barra di cioccolato non
ancora pagata, o una moglie ad un marito troppo focoso e impaziente nello scomparto
di salumi e latticini dello stesso supermercato. In questo modo, l’Io rende conciliabili
le esigenze istintuali e quelle ambientali. In parte, ecco cosa l’Io dice all’Es: «Ho capito
cosa vuoi, ma qui non possiamo farlo! Lasciami prima studiare la situazione; perciò,
fattene una ragione e aspetta». Ora, mentre l’Es ripete il suo eterno ritornello: «Fantastic! Splendid! Wonderfull!», l’Io si affanna a trovare una soluzione per tacitare l’Es,
senza dover subire l’ostracismo sociale con conseguenze penali. In breve, l’Io convoca
d’urgenza la percezione, la motricità, la memoria, il pensiero, il linguaggio, per risolvere nel minor tempo possibile e nel migliore dei modi le smaniose esuberanze dell’Es.
L’Io del bambino, inoltre, si modella sulla base dell’Io dei genitori. Si tratta dei
molteplici processi di identificazione che s’instaurano tra il bambino e tutte le persone
con le quali egli entra in rapporto. Il nostro «Io» è la somma di atteggiamenti, condotte,
tratti della personalità, modi di pensare che abbiamo derivato da altre persone, lungo
l’intero corso della nostra esistenza. Per questo motivo i figli sono talora dei “replicanti”
dei genitori, almeno finché non si fidanzano. Per lo stesso motivo, due fidanzati ordinano pizze uguali, e amano lo stesso genere di film, ascoltano gli stessi cantanti, ma
per fortuna dura solo fino al matrimonio. Sempre per lo stesso motivo, due coniugi, ad
un cero punto del loro matrimonio, finiscono con il rimproverare l’uno i propri difetti
all’altro: quando questo succede è tardi per divorziare.
Riepilogando, Freud paragona il rapporto tra l’Io e l’Es a quello del cavaliere con il
suo cavallo. Il cavallo rappresenterebbe la forza istintuale, i desideri dell’Es; il cavaliere
invece sarebbe l’Io che cerca di controllare la forza dell’animale. Un Io troppo debole
però non è in grado di governare l’Es. Riferendoci all’analogia, con un Io debole avremmo un cavallo che va dove vuole, e un cavaliere che si limiterebbe ad assecondarlo,
reggendone le briglie. In questo caso, l’Es funziona come un mandante e l’Io come un
mandatario, e insieme possono compiere i più efferati delitti. Forte fortuna, l’Io non
è sempre così docile verso l’Es: l’Io, infatti, si trova comunemente in conflitto con le
richieste dell’Es. Per sapere dove l’Io prenda la sua forza per opporsi all’Es, è necessario
tornare all’infanzia. Ora, tra il desiderio del bambino di giocare con le proprie feci e
il divieto della madre, l’Io del bambino si allea con la madre, per non perdere il suo
amore, e di conseguenza fa proprie le sue pretese. In seguito sarà l’Io stesso del bambino
a dire “no” all’Es; in altre parole, la lotta si è trasferita all’interno del bambino, tra la
parte istintiva e quella razionale. Da questo momento in poi, l’Io deve trovare il modo
di accontentare l’Es, ma in forme socialmente non pericolose, oppure senza incorrere
nelle varie forme di punizione o di biasimo. Normalmente, l’Es e l’Io non vanno d’accordo quando si tratta di decidere quale percorso intraprendere per giungere alla meta:
l’Es va subito al dunque, l’Io è per definizione “Il Temporeggiatore”. In breve, l’Es,
serbatoio dell’energia istintuale, è per vocazione uno stupratore e un assassino, mentre
l’Io è un mediatore, tenendo conto della realtà esterna; lavora, infatti, su due fronti,
quello interno nel tentativo di tenere a bada le smanie erotiche dell’Es, e quello esterno
63
Della Psicoanalisi
delle convenzioni sociali. Di fronte a Maria Diletta, se l’Es perde la testa, l’Io cerca di
farlo “ragionare”; ne consegue che, da un lato, cerca di frenare i bollenti spiriti dell’Es,
dall’altro inizia ad intessere rapporti diplomatici e ad elaborare tecniche artefatte di
corteggiamento e di seduzione per arrivare alla “mano” di Maria Diletta, oppure, mutatis mutandis, [che non vuol dire cambiarsi le mutande], per arrivare tra le braccia del
bell’Antonio.
Olim le strategie dell’Io conducevano al matrimonio coatto: oggi, l’Es ha fatto
molte “conquiste sociali”. Del matrimonio di una volta è rimasta la confezione, rigorosamente bianca del bianco di barite, oltre alle spese che ammontano ad un patrimonio.
Freud considerava l’opera civilizzatrice dell’uomo con riferimento alla capacità dell’Io
(il regno della responsabilità e della ragione) di padroneggiare l’Es (il regno del diritto
assoluto), ossia alla capacità dell’intelletto di instaurare «una preminenza dittatoriale
sulla vita psichica umana» (Freud, 1933). La sua concezione si è in parte capovolta; infatti, con l’eliminazione graduale di ogni interdizione della scarica energetica istintuale, soprattutto sessuale, al “voglio” segue senza tanti preamboli il “prendo”, togliendo
tempo all’immaginazione, all’attesa del futuro, all’ideazione, al progetto, al sentimento
e alla tenerezza. L’Io traduce sempre più sovente la volontà dell’Es in comportamento,
dichiarando propria tale volontà (Freud, 1922). L’Io, inoltre, si sta progressivamente
trasformando in garante dei diritti dell’Es, rimasti immutati dall’era della pietra, ossia
garantire il massimo di piacere con il minimo sforzo. La ragione è, oggi, la grande
sconfitta; d’altra parte, appartengono a Freud le seguenti parole: «L’uomo è un essere
d’intelligenza debole, dominato dai suoi desideri pulsionali» (Freud, 1927). Non l’Io,
come lui si auspicava, ma l’Es infine ha piegato l’Io alle proprie ragioni di “modernità”
e di “libertà”, riducendo l’Io ad un solerte collaborazionista del suo governo. La parte
criminale va indulta, e quella pervertita normalizzata. Manducémus et bibámus, cras
enim moriémur!
Ai tempi di Freud nell’ambiente borghese, dove ogni cosa aveva un posto e tutto
accadeva nella propria ora, i genitori si opponevano ai “capricci” del piccolo, come
quelli di far sloggiare il papà dal letto della mamma, di volerlo mandare via di casa e occuparne il posto. Oggi la famiglia è cambiata: esistono molte tipologie familiari. I genitori non sono necessariamente due, e neppure necessariamente di un genere specifico.
La Cultura è dunque riuscita laddove la Natura si è posta un limite. In qualche modo,
abbiamo superato noi stessi [!]. Una recente legge inglese vieta nelle scuole ogni riferimento ai termini di madre e di padre, e ai concetti di maschio e di femmina: un nuovo
multiforme Edipo dagli esiti imprevedibili si sta, dunque, delineando all’orizzonte. È
difficile prevedere l’Edipo del futuro, se sarà a metà, ossia monopulsionale, oppure un
Edipo polivalente, in pratica, multitasking. Tuttavia, un nuovo Edipo comporta anche
un Super-io diverso, in quanto sostituto delle figure parentali ed erede delle relazioni
costituite nella fase edipica. In ogni caso, nella misura in cui l’Io cede all’Es, anche il
Super-Io - il complesso di funzioni concernenti il sistema delle norme morali e sociali
- perde il suo carattere in favore di un Super-Es.
L’Io del bambino [tradizionale], infatti, alleandosi con le pretese dei genitori, nel
far fronte alle imponenti richieste parricide e incestuose dell’Es, finisce con l’identificarsi ai genitori, interiorizzandone divieti, ideali, valori, in una parola, la loro morale.
Una famiglia formata di un solo genitore, elimina nel bambino la dialettica edipica.
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I due modelli dell’apparato psichico
Anche una famiglia con due genitori dello stesso sesso elimina nel bambino la scelta
del genitore da amare sessualmente. In ogni caso, qualche “previsione dei tempi” non
sarebbe azzardata: una pluralità di tipologie familiari potrebbe favorire una pluralità di
sentire differenti, che renderà impossibile ogni forma di con-senso nei vari domini del
vivere sociale, frazionando la “maggioranza” in una pluralità di minoranze, ossia in una
molteplicità di “minidentità”, pronte a colludere con qualunque “banda psicotica”, o
“barbarica invasione”, pur di salvaguardare il proprio “particulare”. Fortuna virtutem
vicit.
Secondo il pensiero psicoanalitico, il Super-io nasce come una specializzazione
dell’Io, segnando il tramonto dell’Edipo. Questa parte specializzata dell’Io è chiamata
anche «coscienza morale».
In che modo possiamo renderci conto dell’esistenza di questa istanza in noi? Intanto bisogna chiarire che Es, Io e Super-io non coabitano in noi in tre “camere” distinte e
separate, ossia non sono parti di noi scisse ma congiunte, ed operano essenzialmente a
livello inconscio. Il Super-io per la maggior parte è inconscio, seppure presenti aspetti
consci; similmente l’Io ha parti inconsce; tuttavia, gran parte di esso è accessibile alla
coscienza. L’Io, infatti, dimentica molte cose, ed è del tutto ignaro di quel che dimentica, del momento in cui ha dimenticato, e di cosa ha fatto per dimenticare. Questo
dimostra che l’Io conscio non sa molte cose di se stesso; è inconsapevole di quel che
avviene nell’Es, che sguazza nell’inconscio, ed è ignaro delle operazioni del Super-io
inconscio. Queste istanze possono essere colte soltanto nelle nostre azioni, in quanto si
combinano nel momento in cui pensiamo o facciamo qualcosa. In ogni attività, infatti,
è possibile rilevare l’opera congiunta delle tre istanze.
Facciamo un esempio: insorge in noi il desiderio di leccare un gelato [il desiderio è
un derivato conscio della pulsione che proviene dall’Es], a questo punto la pulsione va
a bussare a quella parte della psiche chiamata Io e le dice: «Domse n’andi!», che tradotto
in gergo suona: «Strillati un po’!», mentre in italiano significa: «Datti una svegliata e
comincia a fare qualcosa!». L’Io, stimolato dall’Es, inizia così a pensare dove andare a
comprare il gelato: passa in rassegna i gelatai del quartiere, valuta dove il gelato sia più
buono, identifica la cremeria più idonea, si fa i conti in tasca, cerca di tenere a freno la
voglia di gelato dell’impaziente Es e, infine, mette in azione il suo sistema percettivomotorio e si avventura alla ricerca del cono gelato, gusto crema di latte, cioccolato e
banana. L’Io compie una scelta e decide di eseguire il compito: decisione ed esecuzione
costituiscono l’aspetto conscio dell’Io. Tuttavia, questo succede se l’Io non è a dieta per
via della prova «costume da bagno». In caso di dieta, infatti, l’Io si opporrà alla richiesta
dell’Es; se non riuscisse a farcela, potrebbe entrare in azione il Super-io, che disapproverebbe apertamente un eventuale cedimento dell’Io alle voglie dell’Es. A differenza
dell’Io che si fa forte contro l’Es pensando alla “mostra” del suo ombelico, il Super-io
incoraggia l’Io, arrivando, in caso di cedimento, a minacciarlo di debolezza e di inettitudine, e, soprattutto, facendolo sentire in colpa. Il senso di colpa, che ci avvisa dello
stato di tensione nel quale ci troviamo, è l’aspetto conscio del Super-io. Un tale aspetto
di coscienza morale conscia è, tuttavia, la parte più superficiale della nostra profonda
coscienza morale inconscia.
Es, Io e Super-io stringono sovente alleanze, oppure “chiozzeggiano” tra loro senza coinvolgere la nostra consapevolezza; per questo non sempre riusciamo a capire
65
Della Psicoanalisi
quello che ci sta succedendo. Può capitare, per esempio, che alla morte del nostro
capoufficio noi ci mettiamo a criticare la ditta presso la quale lavoriamo. Il Consiglio
di Amministrazione, per risposta, non ci promuove a succedere nella direzione dell’ufficio, ma affida l’incarico ad un altro con minore esperienza di noi e con meno anni di
anzianità. Abbiamo sperato molto in quella promozione, non aspettavamo altro nella
nostra esistenza, siamo vissuti nella speranza di trasferirci nell’ufficio del capo e mandare finalmente in pensione la vecchia segretaria, eppure…! Siamo riusciti a rovinare
tutto! Com’è possibile? Inconsciamente abbiamo evitato il successo nella nostra attività
lavorativa, siamo stati gli unici artefici del nostro fallimento, anche se incolperemo
quel “lecchino” che ci ha sottratto la poltrona del capo. Cosa è dunque avvenuto nella
nostra psiche? L’Es era pronto a “far fuori” quel vecchio barbagianni del capo, che non
mollava neppure dopo il terzo infarto, mentre l’Io, dal canto suo, cercava di tenere a
bada l’ira funesta del suo Pelide Es; tuttavia, il vecchio, per l’età, per il ruolo e per gli
atteggiamenti che assumeva verso di noi, ci ricordava un altro grande vecchio, quello
che c’impediva di usurpargli il posto accanto alla mamma. In altre parole, il capoufficio
era diventato un sostituto paterno, e aveva attivato le nostre pretese edipiche (sedere
sulla poltrona inconsciamente aveva assunto il significato di sedere sulle ginocchia della mamma). Con il desiderio di volere la mamma tutta per noi si attivano, tuttavia,
anche le nostre paure di castrazione. Noi potevamo “desiderare”, senza troppi sensi
di colpa, la morte del capo finché era vivo, ma ora che è morto e la poltrona è vuota
ci sentiamo responsabili. Ecco che le richieste dell’Es, del tipo: «Fatti avanti e faglielo
vedere!», attivano, all’insaputa dell’Io, il Super-io, che inconsciamente risponde facendo insorgere in noi i sentimenti di colpa per l’eliminazione del “capo-padre”, e per la
possibilità di subentrare nell’uso della “poltrona- mamma”. In altre parole, il Super-io
ci sta accusando di aver desiderato la morte del “vecchio rivale”, ed è pronto a punirci
se ci avviciniamo alla poltrona della “Jocasta-works”. Per salvarci dalle accuse e minacce
del Super-Io, dobbiamo negare ogni coinvolgimento in quella morte e dimostrare la
nostra estraneità. Ora, c’è un solo modo per convincerci di essere innocenti e alleviare
la colpa, rinunciare ad entrare in possesso del posto tanto agognato. Inoltre, mediante
la rinuncia, evitiamo l’angoscia di castrazione resa operante dalla meta raggiunta.
In breve, il Super-io, al fine di evitare sentimenti dolorosi in conseguenza di un
Edipo non risolto, ha chiesto all’Io di fare qualcosa, e l’Io lo ha fatto, mettendosi a
criticare la gestione dell’azienda. Di tutto quello che è successo, l’Io sa soltanto di
aver espresso alcuni giudizi negativi, ma non sa perché lo abbia fatto. Ora che non ha
avuto la promozione e sta per essere licenziato si sta dando del cretino, mortificandosi
per la sua stupidità, senza trovare alcuna giustificazione per il suo comportamento. È
avvenuto come se il Super-io avesse suggerito all’Io di criticare l’azienda dopo averlo
ipnotizzato.
Un consiglio per le mogli: se vostro marito ha una vita lavorativa fallimentare, non
angustiatevi! Il fallimento nella carriera è sinonimo di una felice vita matrimoniale. Non
è un caso che quanti fanno carriera hanno improvvisamente poco tempo da dedicare
alle mogli; in realtà, non è una questione di tempo, ma di calo di potenza sessuale. Il
successo riattiva infatti l’angoscia di castrazione, che talora si rivela con l’impotenza
sessuale: la colpa di una simile insufficienza è dai mariti attribuita immancabilmente
alle mogli, che sarebbero, secondo loro, senza fantasia, né passione. E cosa dire di tutte
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I due modelli dell’apparato psichico
quelle segretarie di cui gli uomini di successo si circondano? Il “bello” della psicoanalisi è
che trova sempre una risposta. Ipotizziamo che Carlo Felice sia stato eletto manager nella
fabbrica dove lavora, la Bromide-factory. Nervosismo, agitazione, palpitazione, insonnia,
ma soprattutto astinenza sessuale, hanno caratterizzato il primo periodo di questo suo
cambiamento: egli è alle prese con il suo Edipo, e il suo vero problema è come far fronte
alla paura di una castrazione che lo rende impotente a casa e insicuro sul lavoro. La soluzione arriva con l’esibizione della sua “nuova potenza” che si chiama Juanita.
Tutto questo può lasciare perplessi, o addirittura preoccupare. Per tranquillizzare si
può affermare che, per quanto l’Es sia sovreccitato e per quanto il Super-io sia minaccioso, la decisione ultima, nel bene e nel male, è presa dalla parte conscia dell’Io. L’Io
soltanto può muovere le mani, i piedi, ed altro ancora, oppure può fare una doccia e
lavarsi tutto.
Il Super-io non è una specie di Superuomo nietzscheiano, tuttavia, ha qualcosa di
Nembo Kid, con la fissazione di salvare le fanciulle dai cattivi soggetti, e di prevenire il
crimine. Il problema è che, a differenza di Nembo Kid, il Super-Io, pur volendo salvare
le giovani donne in pericolo arriva sempre quando tutto è compiuto; in pratica, è come
la polizia, con una funzione essenzialmente punitiva. Lo si potrebbe considerare anche
una sorta di “Io rafforzato” dall’educazione, dalla religione, dai principi etici, e anche
dalle sanzioni e dalle minacce. A questo punto penso che sia importante comprendere
la struttura del Super-io, se vogliamo capire alcune cose. Perché i nostri genitori riescono a farci sentire sempre in colpa quando diciamo di voler vivere per conto nostro?
Perché nostra moglie riesce puntualmente a farci sentire piccoli e meschini, quando
osiamo pensar male di lei, che parla con il vicino palestrato, mentre prende il sole in
topless? Perché il nostro capo ufficio, infine, riesce a farci sentire straordinariamente
insicuri e insufficienti, anche quando ci frega l’idea e il progetto? In una domanda,
perché, quando sentiamo di “avercela fatta”, tutti riescono a farci sentire come chi deve
vergognarsi per “averla fatta” e, soprattutto, per “averla fatta grossa”?
I genitori, per il piccolo, sono persone di autorità, modelli da imitare e a cui voler
bene, ma sono anche persone da temere e a cui ubbidire: il loro amore dona sicurezza al
bambino, ma le loro richieste possono generare insicurezza. L’Io del bambino, per tenere a bada lo strapotere dell’Es ha bisogno di identificarsi ai genitori, di fare propri tutti
i loro divieti e ingiunzioni, e dare così vita al Super-io. Questo sistema nasce per offrire
sicurezza al bambino, ma la sua costituzione comporta anche insicurezze. Il Super-io,
per il suo carattere di critica e di accusa ma anche di sorveglianza e di approvazione,
ripete gli stessi tratti comportamentali dei genitori. Il bambino interiorizza le loro figure sia come modelli, sia come censori; essi, da un lato, rappresentano, infatti, gli ideali
da perseguire, dall’altro, dànno vita alla “voce della coscienza”. Il Super-io è pertanto
costituito di due dimensioni: una è rappresentata dall’ideale dell’Io, l’altra è formata di
divieti, di proibizioni, d’interdizioni, ossia dalla coscienza morale.
L’Io, che nella creazione del Super-io aveva pensato ad un sostegno per arginare
l’Es, si trova così a dover affrontare un Super-io nel suo duplice aspetto: ideale e vietante. In breve, l’Io, nel quotidiano confronto con l’ideale dell’Io, si sente spesso mancante, e ciò genera sentimenti d’inferiorità; nel suo rapporto, invece, con la coscienza
morale si sente giudicato e condannato. Il Super-io, diventato il nuovo padrone dell’Io,
è la causa dei sentimenti d’inadeguatezza e di colpa del nostro povero Io.
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Della Psicoanalisi
Vediamo di chiarire questi concetti con degli esempi. Pensate ad una giovane moglie [l’Io], devota di santa Maria Goretti, che, non sapendo gestire i bollenti spiriti del
marito [l’Es], è costretta a cercare aiuto presso il parroco [Super-io]. La poverina va a
confessarsi e si trova di fronte don Matteo che, da un lato, le parla della perfezione che
bisogna avere per andare in paradiso - il che vuol dire avere rapporti con il marito senza
ulteriori apporti - dall’altro, le parla dell’orrore dell’inferno nel quale la poverina andrà
se continuerà ad assecondare le performance del marito. Allo stesso modo, l’Io, che sperava in qualche forma di soccorso dal Super-io, viene a trovarsi a dover fronteggiare le
richieste, ben più esigenti, di un nuovo padrone.
L’uomo è eternamente diviso tra la vocina seducente e suadente dell’Es [il Serpente], e il vocione aulico e intimorente del Super-io [il Padre]. L’Io è al centro di una lotta,
e qualunque cosa decida è tormentato da entrambi i lati, precisamente tra il tormento
di voler “guardare” senza poter allungare la mano, e la paura di avere la “mano” mozzata
per averla allungata. La condizione dell’Io, per vocazione mediatore tra l’Es e la realtà,
può diventare molto critica.
Un Io alleato con il Super-io, contrastando la carica istintuale erotica, ben presto
comincerà a sviluppare una gran quantità di atti mancati, di dimenticanze, di malesseri
vari, di sintomi nevrotici, fino alle allucinazioni. In altre parole, se vostro marito sente
un’improvvisa chiamata alla castità e, per difendersi dalle vostre malie seduttrici, va a
vivere nel Sahara, dopo un po’ di continenza comincerà ad allucinarvi e ad inseguirvi
per tutto il deserto. Nel caso fosse vostro figlio adolescente a lavarsi ogni dieci minuti le
mani, fino a screpolarsele, dovreste domandarvi se, in qualche occasione, non gli avete
severamente vietato di esplorare i “Paesi Bassi”. Se non gli avete vietato nulla, e non gli
avete parlato dell’inferno, allora cercate di appurare se di recente ha incontrato gli Hare
Krishna, oppure la setta dei Purissimi. In quanto a voi, se uscendo di casa per andare al
mercato, vi capita di non chiudere la porta di casa: forse custodite l’inconscio desiderio di ritrovare vostro marito di ritorno dal deserto. Se invece lasciate il gas acceso, si
potrebbe interpretare un tale atto come un inconscio desiderio di bruciare la casa, e di
garantirvi che più nessuno possa farvi ritorno.
L’Io può allearsi anche con l’Es; neppure in questo caso le cose vanno bene. Facciamo un esempio: Geraldo incontra in città la bagnina conosciuta al mare, ve la ricordate? L’Es del Nostro avanza immediatamente la sua istanza, con supplica, implorazioni,
scongiuri e invocazioni. L’Io, dotato di buon senso, riflette sui vent’anni di differenza,
sui problemi che ne potrebbero sorgere, sulle difficoltà pratiche che ne seguirebbero.
«Macchè - dice l’Es -, quali difficoltà? Sei il solito indeciso! Vivi per una volta! Carpe diem! C’è il casotto d’Entracque, con il camino e il lettone. Tanto tua moglie è contenta,
quando la lasci in pace, e poi hai visto che “figo” ti rimira dallo specchio?
Di fronte alle vaghe forme della bagnina anche il Super-io di Geraldo tace. L’Io
inizia così le grandi manovre e, con l’aiuto di santa Rita da Cascia, riesce nell’impresa.
Per alcune ore, l’Es e l’Io sembrano due vecchi amici di taverna; se la godono e se la
spassano, intonando la “Canzona di Bacco” che pare recitare: «Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia! chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza».
Non appena tutto è finito, qualcosa comincia a non andare. Spossato, l’Es si è
addormentato, l’Io intanto sta fumando la sua sigaretta, quand’ecco venire fuori, come
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I due modelli dell’apparato psichico
da una botola situata sotto il letto, il Super-io, con una faccia che non promette nulla
di buono: ha, infatti, la stessa faccia di Mosè di Michelangelo, lo sguardo di fra Cristoforo de I Promessi Sposi, e gli occhi della suocera Benedetta Pestaceci. In altre parole,
voi state vivendo lo stesso dramma di Adamo e di Eva. Eva, nella parte dell’Es, dice a
Adamo: «Me voici! Eh bien? Qu’en penses-tu?». Adamo, nella parte dell’Io, risponde:
« Eh bien, j’sais pas!». Ma poi si affida ad Eva che gli mostra comment il faut procéder.
Sul più bello, mentre si facevano i complimenti, arriva la voce del Padrone, nella veste
del Super-io, chiedendo: «What’s the matter with you?». Prima infonde vergogna, e
poi minaccia sofferenze e dolori vari. Un supplemento di punizione è stato inflitto al
povero serpente. Nessuna meraviglia se il poverino, condannato a strisciare, da quel
momento, ha avuto qualche difficoltà a tenersi ritto davanti ad Eva.
L’alleanza tra Io ed Es non è mai un buon affare per la nostra psiche. Dopo ogni
misfatto, il Super-io scatena l’inferno. Al “figo” del nostro esempio [Geraldo], il Superio elenca tutte le norme morali violate, le promesse coniugali infrante, i comandamenti
di Domeneddio trasgrediti, il tradimento consumato, ed infine emette un verdetto e
una condanna senza appello. Il fedifrago è così consegnato alle Eumenidi, le dee della
vendetta, che non a caso sono creature femminili. Hanno serpenti intrecciati nei capelli
e occhi stillanti sangue; sono le implacabili vendicatrici e punitrici ispiranti intollerabili
sensi di colpa e di rimorso. Promettono di placarsi e di andar via a condizione che lo
sventurato Geraldino confessi il suo misfatto alla moglie Geronima. Lui ci casca: dopo
la rovinosa caduta a destra, si sfracella a sinistra. Riferisce tutto alla moglie, che riporta
tutto alle consuocere riunite, e finalmente le tre Eumenidi, eufemisticamente dette “benevole”, si trasformano nelle tre Erinni, ma la peggiore resta sempre (quella) Megera,
che non ha mai approvato il matrimonio della figlia con un crin com col, ossia “con un
maiale come quello”.
L’azione punitrice del Super-io può essere devastante, poiché opera in conformità a principi morali molto primitivi. Intanto, il Super-io si forma ad un’età in cui il
bambino non distingue chiaramente la differenza tra fantasia e realtà; di conseguenza,
da un lato, non discrimina fra azione desiderata e azione compiuta, dall’altro, applica
la legge del taglione, che recita «occhio per occhio, dente per dente». In altre parole, la
punizione da infliggere deve essere pari al delitto commesso, in modo che chi ha compiuto il male possa subirlo a sua volta negli stessi termini. Questo primitivo concetto
di giustizia persiste inconsciamente anche nella vita adulta. In verità, se ël crin, ossia il
traditore summenzionato, non confessa e non beve il calice della sua passione, con le
tre Furie ai piedi della sua croce, il Super-io gli scaglia contro il Destino, dal quale l’Io
fedifrago [fellone, infedele, infido e perfido] è perseguitato fino all’ultimo dei suoi giorni. Si aprono così gli scenari degli sfigati a vita, ossia di quanti sono immancabilmente
nel posto delle bombe, nel momento in cui cadono. D’altra parte, se, per avventura
costoro dovessero, per una volta nella vita, trovarsi nel posto delle fragole, nel momento
in cui maturano, ecco verificarsi subito l’imponderabile, l’evento che accade una tantum ogni cento anni. Se si trovano in automobile, vanno a schiantarsi contro l’unico
albero “in circolazione” nel raggio di dieci chilometri. Se sono sul treno, si accorgono
di aver preso quello con destinazione ignota. Se sono in barca, urteranno contro l’unico
scoglio che affiora soltanto con la bassa marea. Se in mare non ci sono scogli, allora
resteranno senza carburante su una barca senza vele. Se la barca ha le vele, cadrà il vento
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Della Psicoanalisi
e resteranno su una barca senza remi. E se hanno preso tutte le precauzioni, il Superio inconscio li porterà incontro all’onda anomala, o li condurrà in mezzo all’uragano,
o li guiderà nel punto esatto di collisione con un asteroide, oppure con uno sputnik
sovietico mandato in pensione.
Il Super-io non è un giudice qualunque, ma è molto preciso nell’emettere le sue
sanzioni: ogni delitto comporta una precisa condanna, e impone all’Io l’esecuzione.
Perché l’Io ubbidisce? Perché l’Io ama il Super-io! Non dimentichiamo che il Super-io
non è altro che la coppia genitoriale interiorizzata, e l’Io non tollera la sua disapprovazione.
Tuo marito si dà una martellata sulle dita? Consolatelo! Ma se la cosa dovesse
ripetersi abitualmente, cominciate a sospettare che si stia punendo per qualcosa che
non avrebbe dovuto fare. Magari ha infilato le dita dove non doveva. Se poi coinvolge
l’intera mano nelle sue punizioni (sperando che non la lasci sotto una pressa), potrebbe
trattarsi di qualcosa di più serio; per esempio, potrebbe aver sottratto del denaro dalla
banca presso la quale lavora, e probabilmente sta pensando di scappare, con la solita
bagnina, alle isole Kaiman. Tu non puoi dire di non aver avuto motivo di sospettare,
poiché lui (a parte il fatto che si chiama Geraldo), se pure a modo suo, ti ha avvertito.
Se punisce, infine, l’intero braccio, spezzandoselo per essere scivolato sui tuoi bigodini
sparsi per terra, probabilmente ha spostato la punizione da un organo ad un altro.
La sostituzione non è casuale ma calcolata; infatti, perché si possa compiere lo scambio, i due organi devono avere qualche caratteristica in comune; nel caso del braccio,
se volessimo individuare l’organo colpevole, dovremmo cercare un organo parimente
erettile, estensibile e pieghevole.
Una raccomandazione, Geronima non dove pensare che le colpe del marito Geraldo siano sempre reali, possono essere anche solo immaginarie: come già detto, il Superio punisce gli atti fantasticati alla stregua di quelli compiuti. Vi sembra crudele questo
Super-io? Voi cosa fareste al suo posto, se scopriste che, mentre è a letto con voi, l’Io di
vostro marito sta immaginando la solita “dolce” dirimpettaia del quinto piano?
Il lavoro del Super-io è anche quello di provocare, in corrispondenza con un crimine inconscio, un inconscio bisogno di espiazione: coloro che da piccoli hanno desiderato la morte del fratellino potrebbero sentire il bisogno di riparare, magari occupandosi
d’infanzia abbandonata. Un forte bisogno di espiazione può indurre molte persone a
giocare d’azzardo, a distruggere la loro vita bevendo, oppure facendo penitenza attraverso atti di filantropia. Persino il criminale può iniziare la sua carriera per l’inconscio
bisogno di essere punito e alleviare il suo senso di colpa (Freud, 1924c). Un delinquente liberato con un indulto cercherà in tutti i modi di far ritorno in carcere: la liberazione è per lui un danno al quale porrà rimedio alla prima occasione, con buona pace di
tutte le retoriche dei politici e dei magistrati.
D’altronde, i criminali si comportano come vostro marito dopo che vi ha tradito,
lasciando indizi del misfatto ovunque; anche la sua difesa non è diversa. Egli chiama
sempre a testimoniare il suo migliore amico, suo complice fedele. Come alibi, riferisce il solito imbottigliamento nel traffico, è sempre pronto a giurare sulla testa dei
figli, tanto sa che voi non glielo permetterete, e come attenuante invoca la seminfermità mentale, sostenendo di non sapere quello che faceva, e intanto ha eseguito ogni
cosa come doveva essere eseguita. In questi casi, è come se il Super-io sfidasse l’Io a
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I due modelli dell’apparato psichico
commettere qualche errore, blandendolo: «Tanto non sarai mai scoperto, sei troppo
intelligente». L’Io del marito sa molto bene che l’Io della moglie è più intelligente,
ed è proprio perché il marito confida nell’intelligenza della moglie che sbadatamente commette un errore. La moglie, poiché, oltre ad essere più intelligente, è anche
migliore di lui, farà finta di nulla, diventerà più gentile e innamorata, e così lo farà
piombare nei più struggenti sensi di colpa, a condizione che un tale marito abbia un
Super-io.
Esaminiamo un caso in cui il Super-io ha esercitato la sua funzione di pubblico
accusatore e di giudice. Un giovane sposo, di nome Ernestino, durante la luna di miele
alle isole Diomedee, si è gravemente ferito, urtando con la testa contro uno scoglio.
Prelevato dall’elicottero e portato all’ospedale più vicino, vi rimase, assistito dalla giovane moglie, di nome Giacinta, per tutto il tempo previsto per la loro vacanza nuziale.
Consideriamo l’incidente attraverso la ricostruzione fatta in analisi con il protagonista
della vicenda. Gli scogli erano in realtà grossi massi affioranti dal mare, poco distanti
dalla riva. Il Nostro aveva fatto snorkeling, lungo la costa, seguito dai teneri sguardi
della sua Giancy. Si apprestava ad uscire dall’acqua, e ricordava di essere salito su uno
di quei massi. Da quella posizione, poteva scorgere la moglie al sole, distesa sulla scogliera, e, non distante dalla moglie, una ragazza che aveva notato quel mattino nella
sala ristorante dell’albergo. Riferì che si mise a fissarla nel tentativo di richiamare, con
la sua versione maschile della sirenetta di Copenaghen, l’attenzione della probabile
vichinga. La sposina lo notò e, vedendolo in erezione sullo scoglio con il boccaglio
ancora in bocca, lo chiamò. Il Super-io di Ernestino si mise subito ad accusare il suo
Io, che aveva per un attimo dato ascolto alla sirena venuta dall’Es, e gli suggerì di
mostrare alla moglie il suo fermo e solido amore, spiccando un salto verso di lei. L’Io
aveva avvertito Ernestino che gli scogli erano scivolosi, e che lui aveva pure le pinne,
ma il Super-io lo accusò di essere un imbelle, e l’Io saltò. Il risultato era prevedibile:
oltre a punirsi, il Nostro, riuscì a “mandare a monte” anche una luna di miele per lui
non particolarmente coinvolgente. La punizione non colpì soltanto il nostro nuotatore
sub, ma anche la giovane moglie, che aveva affrettato il matrimonio per un “ritardo”, in
seguito rivelatosi un falso allarme. La signora Giacinta fu, così, costretta a passare la vacanza nuziale in ospedale, dove, proprio accanto al letto del marito, giaceva chi avrebbe
risolto tutti i suoi problemi. Lei, infatti, s’innamorò del motocrossista ivi ricoverato
per un incidente, e lasciò nuovamente libero Ernestino. È difficile dire se quel salto fu
un caso di adversa o di prospera fortuna. Si potrebbe anche indagare sulla mogliettina,
che, secondo il Nostro, lo istigò a compiere quel salto. Ci sono casi in cui il Super-io
inconscio dell’uno comunica con l’Es inconscio dell’altro. Il destino dell’Io è passare la
vita a cercar di capire quel che (…) gli è successo!
Ritornando al nostro Super-io, appare chiaro che se è troppo severo, con spiccate
tendenze punitive, l’Io è costretto a ricorrere ai ripari. Normalmente il rapporto tra Io
e Super-io è affatto simile a quello tra due coniugi sado-maso; tuttavia, talora, l’Io è
costretto a misure drastiche per difendersi dall’implacabile crudeltà del Super-io.
In molti casi, l’Io è come quella moglie che convinse il suo amante a prestare una
forte somma di denaro al marito [qui nei panni del Super-io], il quale non potendo
restituire i soldi decise di non vedere quel che avveniva tra i due. In questo modo, la
donna salvò il marito dal debito e dalla prigione, e indusse a credere che non lo facesse
71
Della Psicoanalisi
per proprio piacere, ma per amore del marito. Nello stesso modo, noi possiamo appagare le nostre tendenze aggressive diventando pacifisti e, in nome della pace, aggredire
e dichiarare guerra a quanti non sono per la pace; oppure se amiamo la pornografia
possiamo diventare dei censori moralisti, arruolarci nella squadra del buoncostume e
perseguitare gli spacciatori di figure oscene, sequestrandole dopo averle accuratamente
visionate.
Un altro modo per tenere buono il Super-io è entrare a far parte di una setta,
che può essere politica, o religiosa, per delinquere, purché vi sia un capo dall’autorità
assoluta e indiscussa. Il capo nel quale i membri s’identificano si trasforma nel Superio comune, la coscienza morale del gruppo. La sua volontà diventa l’espressione del
bene, mentre l’ubbidienza dei membri è la virtù più importante. È quanto è successo
nella Germania di Hitler: la morale del fuhrer ha soppiantato ogni morale individuale, e ha reso lecito l’illecito, concepibile l’inconcepibile, ordinario lo straordinario più
inaudito. Eliminare l’estraneo e il diverso diventò un dovere morale per il Super-io degli
esecutori, e i sensi di colpa si trasformarono magicamente nelle nuove virtù cardinali.
Adolf Eichmann poté così difendersi in tribunale dai crimini di genocidio, dicendo di
non avere alcuna responsabilità, se non quella di aver eseguito ordini, come un vero
soldato è tenuto a fare in periodo di guerra. Hitler non sarà mai un caso isolato, perché
sono i nostri Io che hanno bisogno di «rendere virtuoso il male», per poter soddisfare
le incessanti richieste dell’Es, senza incontrare sensi di colpa. Nessun capo è più amato
dal popolo di quello che individua un nemico esterno: il nemico, suo malgrado, ci dà
l’opportunità di violare le norme e di uccidere senza rimorsi chiunque non sia a nostra
immagine e somiglianza.
La pulsione erotica, dunque, crea oggetti da amare in vista della scarica; per lo
stesso motivo, anche la pulsione aggressiva crea oggetti da odiare e distruggere. Ogni
generazione cerca un leader che sappia offrirgli un oggetto su cui scaricare la propria
aggressività. Bin Laden è stato uno di questi leader, e ha individuato nell’Occidente,
opulento e cristiano, la fonte del male suo, della sua gente e del mondo intero. Nel corso della storia si avvicendarono molti leader e ognuno seppe individuare un nemico che
finì decapitato a Place de la Concorde, sotto gli occhi soddisfatti dell’Io tricoteur, oppure
finì nel sistema di direzione dei campi di lavoro correttivi, o più semplicemente Gulag.
Il successo di ogni dittatore è racchiuso nella ricetta del pasto donato al popolo per
macellare carni senza pagare tasse alla coscienza morale. Nerone resta un vero maestro;
non per nulla fu l’imperatore più amato dai Romani.
Il nemico tuttavia non deve mai fare troppa paura, ossia non deve essere in grado
di reagire, minacciando di castrazione. La paura per il nemico quando diventa troppo
forte ci “converte” in difensori delle buone ragioni degli aggressori, oppure ci acceca
fino a non farci più vedere alcun nemico [Politically Correct]. È successo anche l’Undici
settembre, con il tentativo di trasformare l’attentato subito in un’orchestrata macchinazione di qualche agenzia di governo. Un nemico debole e inerme è sempre disumanizzato; un nemico che incute paura, per quanto si comporti in modo bestiale, ha tutte le
ragioni umanamente corrette, mediante il riconoscimento di tutte le attenuanti per le
violazioni delle sue sacre “sensibilità”. Il bambino si sente sempre in colpa di fronte al
papà che, a torto o a ragione, urla e sbraita.
Vi è un altro modo per disinnescare il Super-io, e renderlo più conciliante e ac72
I due modelli dell’apparato psichico
condiscendente, oppure meno spietato e severo. Diciamo subito che tale rigidità non
dipende dalla severità dei genitori e dai loro interventi educativi, ma prioritariamente
dall’aggressività che il piccolo ha nutrito nei confronti dei genitori che “si sbaciucchiavano” in sua presenza. Un genitore più è aggredito, se pure soltanto in fantasia, e più,
nell’immaginario del bambino, diventa pericoloso e vendicativo. Sono appunto i genitori immaginati come crudeli e spietati ad essere interiorizzati dal bambino e a formare
il nucleo del suo Super-io. A questo punto per rendere più flessibile e meno minaccioso
il Super-io non resta che eliminare l’Edipo, ossia realizzare una società senza padre (cosa che stiamo già facendo). Non consiglierei davvero mai di percorrere una simile strada
ma hélas! l’umanità l’ha già imboccata. Senza il padre, per il piccolino, non vi sarebbe
più nessuna gelosia, né invidia, né paura di essere puniti, ma anche più nessuna morale,
niente più adulti, niente più donne da amare, ma solo mamme e madonne da venerare
e adorare. Senza il Super-io, anche L’Es potrebbe finalmente espandersi, senza doversi
confrontare con un ideale dell’Io, e senza una coscienza che minaccia sensi di colpa,
castighi e pene dell’inferno. Ora, un inferno non paventato non tarda a trasferirsi nella
realtà.
Certo c’è l’Io, con i suoi pensieri laici, che da solo dovrebbe bastare a proibire stupri e assassini, e tenere sotto custodia la parte più primitiva della psiche. L’Io, infatti, è
la nostra parte ragionevole, e suo compito è di far ragionare quello psicopatico dell’Es.
L’unico problema è che l’Es è mentalmente ritardato, non in grado di intendere e di
volere, non sa usare le parole, né la penna, ed è contro ogni libertà altrui che ostacoli
le sue scariche; tuttavia, l’uomo moderno, ateo per vocazione, è chiamato a credere
contra spem in spem, in pratica ad aver fede nella ragione, la quale dà ragione a tutti, e
da sempre ci fa litigare. D’altra parte, il padre è morto già da tempo: qualcuno lo ha
sepolto nel 1968, accanto al sepolcro di Dio.
Forse vi state chiedendo se esista una via di mezzo tra la scelta di un padre padrone
e la scelta di non avere un padre? Certamente! Freud, tuttavia, non ne ha parlato, e io
non ne voglio parlare, non vorrei rimetterci, se pur modeste, le piume della mia coda.
D’altra parte, essa è così personale e intima da essere incomunicabile, e chi la comunica
la perde.
Letture consigliate
Freud S., [1905], Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, vol. IV, Torino, Boringhieri, 1975,
1970.
Freud S., [1915], Metapsicologia, in Opere, vol. VIII, Torino, Boringhieri, 1976.
Freud S., [1922], L’Io e l’Es, in Opere, vol. IX, Torino, Boringhieri 1977,
Freud S., [1924], Il problema economico del masochismo, in Opere, vol. X, Torino, Boringhieri, 1978.
Freud S., [1927], L’avvenire di un’illusione, in Il disagio della civiltà e altri saggi, in Opere,
vol. X, Torino, Boringhieri, 1978.
Freud S., [1933], Introduzione alla psicoanalisi. Prima e seconda serie di lezioni, in Opere,
vol. XI, Torino, Boringhieri, 1978.
73
CAPITOLO 7
I dieci meccanismi di difesa dell’Io
Quanti sono i meccanismi di difesa? Nessuno lo sa con certezza. Qualunque lista,
oltre ad essere incompleta, farebbe insorgere qualche devoto ortodosso di S. Freud.
Vi sono, infatti, opinioni diverse circa gli atteggiamenti dell’Io, che possono essere
identificati come meccanismi di difesa. Si potrebbe allora obiettare sul numero dieci, e
con ragione. D’altronde, quando ogni numero può essere sbagliato, ogni numero può
essere anche giusto.
Vediamo, in questo capitolo, per quale motivo l’Io elabora le sue operazioni difensive. Abbiamo già considerato la delicata posizione dell’Io all’interno dell’apparato
psichico. In questa specie di condominio, l’Io, in qualità di economo, deve coabitare
con l’Es, l’inquilino più anziano e in piena sindrome di Alzheimer, e con il Super-io,
una specie di Savonarola con copricapo da Talebano. L’Io deve assicurare la soddisfazione degli istinti, smorzandone l’eccitazione sessuale e la violenza aggressiva, sia per
non entrare in conflitto con il “Savonarola”, sia per non incorrere nella disapprovazione
sociale, rimettendoci la faccia. In breve, deve mantenere un equilibrio ottimo fra le diverse istanze. L’Io, opponendosi ad ogni soddisfazione dell’Es, metterebbe in pericolo
l’integrità stessa dell’apparato psichico, con conseguente ricovero coatto nel reparto
“Malattie nervose”. Tuttavia, l’Io è costretto a frustrare buona parte delle richieste istintuali dell’Es, per non essere coinvolto nelle sue torbide concupiscenze e nelle sue brutali
crudeltà, e (seppure improbabile) per non finire in prigione. Sono due i luoghi cui l’Io
deve sfuggire in questa vita: il manicomio e la casa di pena circondariale. Dell’inferno
del Super-io si è già parlato.
L’Io, di fronte al compito di padroneggiare gli istinti insoddisfatti, o trova “sottomano” un appagamento sostitutivo, o costruisce delle barriere sempre più “alte” per
impedire il loro accesso nel sistema conscio. Queste barriere sono rappresentate da una
serie di meccanismi mentali inconsci, definiti appunto meccanismi di difesa. In pratica,
ecco quel che succede. Gerardo, marito di Gertrude, prende nota che il vicino di casa,
il civettone del quartiere, è gentile con la moglie “un tantino tanto”, e che la moglie
mostra di apprezzare la cosa “tanto tanto”. Ora, mentre il confinante Rudy Fagiano
sfoga i suoi bollori con una soddisfazione sostitutiva, declamando per esempio i versi
de Il passero solitario, Gerardo, non riconoscendo la propria gelosia, considerata non
75
Della Psicoanalisi
degna di lui, inibisce i suoi istinti frustrati. In altre parole, Gerardo è inconsciamente
geloso. A livello conscio, egli avverte un leggero fastidio, ma, nelle segrete del suo Es,
ha già allestito una camera di tortura degna di Torquemada. Le sue inconsce fantasie
stanno infatti rosolando allo spiedo l’ignaro vicino. Tali fantasie sono quindi mantenute nell’inconscio dall’Io il quale, con una contro-carica di energia, si oppone all’energia
aggressiva che cerca di farsi largo fino alla coscienza con un desiderio manifesto, o con
una sadica rappresentazione mentale di impalamento.
Gertrude, intanto, ha notato che Gerardo non è particolarmente gentile con il vicino, che sta sfacciatamente cicisbeando con lei. Ora, se vi trovate nei panni di Gertrude,
non chiedete a Gerardo se per caso sia geloso del flavo limitrofo. Se doveste farlo, lo fareste arrabbiare e vi risponderebbe seccamente di no: è sincero, ma non riferisce la verità,
per davvero egli non sa di essere geloso, anche se non sopporta il Rudy. Se voi insistete, vi
aggredirà e scaricherà l’aggressività che ha inconsciamente accumulato contro il “biondo
di Bitonto” [come lo chiama lui] su di voi. Ora, se voi non gli chiedete nulla e continuate a parlare e a ridere alle “insulse” battute del “fulvo perticone” [come lo chiamate voi],
a vostro marito potrebbe improvvisamente nascere la passione per la caccia, spostando
così le cariche aggressive su un oggetto sostitutivo del finitimo [Si tratta sempre del vicino]. Per cena, quella sera, vostro marito vi porterà un dorato fagiano.
Non sempre riusciamo a risolvere il problema con un semplice spostamento
dell’energia, che è uno dei meccanismi di difesa; quando, infatti, la carica energetica
è prossima alla motilità e all’esecuzione, dando luogo ad un surriscaldamento della
“guerra fredda”, intervengono altri meccanismi di difesa volti a vietare, diminuire, frantumare e quindi inibire la scarica. La psiche non seleziona tali meccanismi, valutandoli
ad uno ad uno, per vedere qual è il più efficace in una determinata situazione e per
una specifica richiesta dell’Es, ma, nel modo che non sappiamo, ne adotta uno. La
psiche è una e mette in atto i suoi processi complessivamente e senza necessariamente coinvolgere la parte cosciente: i meccanismi di difesa, se pure idealmente separati,
si presentano insieme a mo’ di grappolo d’uva. Noi li considereremo separatamente
per comodità, iniziando dal meccanismo della rimozione: accompagna tutti gli altri
meccanismi, è il più importante nella formazione dei sintomi nevrotici, ed è il primo
meccanismo scoperto da Freud.
La rimozione
Nel suo significato più ampio, la rimozione consiste nell’azione dell’Io volta ad
impedire ai contenuti dell’inconscio la via d’accesso alla coscienza. In altre parole, tutti
gli impulsi indesiderati provenienti dall’Es, e tutti i loro derivati (rappresentazioni,
fantasie, ricordi, pensieri, emozioni, desideri), i quali, se salissero in superficie, ci provocherebbero angoscia, sono mantenuti, grazie all’impiego di controcariche, nell’inconscio. Esistono dunque in noi sentimenti inaccettabili, che il nostro Io avverte come
pericolosi e minacciosi, e per questo li esclude dalla nostra consapevolezza.
L’Io è la nostra parte rispettabile, vive di quello che gli altri dicono di lui. Potremmo paragonarlo ad un signore che, diventato ricco, si vergogna della famiglia d’origine,
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I dieci meccanismi di difesa dell’io
la quale vanta un efficace campione costituito per metà di casi psichiatrici e per metà di
delinquenti abituali. Il problema è che l’Io ripulito non riesce a liberarsi dei suoi sordidi
parenti, che, attendati davanti al cancello della sua villa, minacciano costantemente di
fare irruzione nel salotto buono dove sono riuniti gli ospiti di riguardo, ossia i pensieri
puliti, buoni, altruisti, caritatevoli, o semplicemente convenzionali. Quando un desiderio inconscio irrompe succedono sempre guai.
I problemi tra Mafalda, di professione psicoanalista, e Giorgino, professore di
matematica, felicemente sposati, almeno nel giorno del loro matrimonio, iniziarono
ad una festa tra colleghi di lavoro; mentre si discuteva dell’operato di una collega, la
signora Marilyn, al Nostro scappò di dire di non approvare quello che aveva fatto la
Merlin. L’allusione alla legge Merlin, con la quale si aboliva la regolamentazione della
prostituzione, rivelò alla moglie alcune non sane abitudini del marito.
L’Io per affrontare i compiti quotidiani ha bisogno di serenità, e la ottiene esercitando autocontrollo; così, se un impulso minaccia il suo equilibrio, prima ancora
di prenderne coscienza, gli oppone una forte resistenza. Facciamo qualche esempio.
Gertrude è riuscita finalmente ad incontrare nell’ascensore l’inquilino che da qualche
tempo occupa l’attico del suo stabile, un tipo educato e a modo. Una volta in casa, il
marito Gerardo coglie in lei un evidente turbamento. Naturalmente Gertrude fa bene
a non dirgli dell’inquilino scapolo che da qualche tempo occupa l’attico, ma sa che
qualcosa in quell’incontro l’ha effettivamente turbata; non sa spiegarsi il suo stato, e
non trova alcuna giustificazione, a parte “quel certo non so che” di penetrante che l’individuo in questione le ha comunicato. Vediamo ora cosa è successo nelle zone antiche
della sua psiche.
L’incontro ha risvegliato in lei un preciso desiderio sepolto da lungo tempo; ossia
un tratto, o un gesto, o una parola del “tipo” era sul punto di far rivivere in lei un
sentimento adolescenziale di cui non aveva più memoria. L’Io, presagendo la richiesta
dell’Es e avvertendola come pericolosa, si spaventa e produce angoscia. Può quindi
succedere che improvvisamente Gertrude dimentichi ogni cosa, vale a dire il nome del
tizio, la sua faccia e persino di averlo incontrato. Senza averne coscienza, il suo Io ha
operato una rimozione. Con questo non sto dicendo che la storia finisce qui, ma spero
di essere riuscito a spiegare il meccanismo di cui parliamo. Certo un fuoco si è acceso
nell’inconscio di Gertrude, ora dipende dai successivi incontri che farà con il tipo
dell’attico. Se inconsciamente Gertrude comincia a fare la sonnambula, camminando
di notte sui tetti, è facile che il fuoco prima o poi divampi fino a surriscaldare il piano
superiore.
Pur di evitare l’angoscia, grazie alla rimozione, noi dimentichiamo gli appuntamenti, dimentichiamo i nomi delle persone che ci hanno offeso, e persino i ricordi
collegati a una esperienza dolorosa. Riusciamo talora a dimenticare di esserci sposati,
o la stessa luna di miele. Lo stesso Freud riporta il caso di una signora, che a passeggio
con la sorella per le vie di Vienna, scorgendo un signore chiese se il tipo non fosse per
caso il signor Tal dei Tali, dimenticando di essere appena tornata dalla luna di miele
trascorsa con quel signore. Evidentemente non deve essere accaduto nulla degno di
rimembranza in quella luna di miele.
Vi sono casi in cui la rimozione opera su intere famiglie di ricordi, in quanto associate le une alle altre. Invitato ad una festa insieme con la moglie, il signor Marcello
77
Della Psicoanalisi
non riusciva più a ricordare né il nome della via, né quello del suo ospite. Li aveva
segnati sull’agenda dimenticata in ufficio. Quando finalmente riuscirono ad arrivare
scoprì di aver dimenticato di portare il vino che gli era stato commissionato. Il signor
Marcello non aveva nulla contro la festa, tuttavia qualcosa lo turbava e al fine di passare
una serata priva di preoccupazioni continuava a dimenticare tutto quello che poteva
angosciarlo. Così dimenticò il nome della via [via Fontanarossa], il nome dell’ospite
[signor Sanguin], e il barbera [vino rosso] che doveva comprare, poiché il ricordo di
ognuno di questi nomi poteva richiamare alla sua mente un evento che lo preoccupava,
vale a dire il ritardo mestruale di Sophie, la sua novella segretaria.
Rimuovere, tuttavia, non vuol dire annullare; quel che è rimosso cerca continuamente di riaffiorare alla coscienza, per far valere i suoi diritti alla catarsi. Vediamo come
funziona! Ipotizziamo che voi dimentichiate un appuntamento; tuttavia, qualcosa vi
turba, e l’impressione di aver scordato qualcosa vi tormenta, anche se non sapete né
cosa avete eliminato dalla mente, né quando lo avete cancellato. Se dovesse succedere,
non preoccupatevi, il ricordo dell’appuntamento vi tornerà tempestivamente in mente,
quando ormai sarà troppo tardi. La rimozione vi ha protetto da un incontro che non
vi convinceva.
Il processo della rimozione per alcuni aspetti richiama il processo di addormentarsi: gradualmente disinvestiamo il mondo esterno, e ci addormentiamo senza essere
coscienti del momento in cui siamo caduti addormentati. Allo stesso modo, con la
rimozione è come se i nostri contenuti psichici fossero messi a dormire. Possono essere
risvegliati, ma soltanto a certe condizioni; infatti, noi tutti non pensiamo mai di poter
desiderare e fare certe cose, anzi non ne sopportiamo neppure l’idea, fino a quando
non siamo sedotti. Il problema è che la seduzione ha semplicemente risvegliato un
derivato istintuale ben presente nella nostra psiche inconscia. Il principe che con un
bacio risveglia la principessa è un’illustrazione di come un contenuto inconscio ma
attivo sia richiamato allo stato di veglia; nello stesso modo, se la sonnambula Gertrude
ricevesse un bacio dal tizio dell’attico, il suo inconscio desiderio di tradire il marito le
apparirebbe immediatamente “buono da gustare, bello da desiderare e piacevole per
essere realizzato”.
Non bisogna confondere la repressione con la rimozione. Quest’ultima opera di
sotto il livello di coscienza; la prima, invece, è un vano quanto patetico tentativo di reprimere consapevolmente qualche nostro desiderio istintuale. La repressione è dunque
frutto soprattutto della nostra educazione che ci impone regole e norme cui attenerci.
In conclusione, se il tizio dell’attico mette in apprensione Gertrude, è perché il suo Io
sta lottando contro l’impulso proveniente dall’Es di saltargli addosso alla prima occasione; al contrario, se Gertrude ha piena coscienza dei suoi sentimenti verso il tizio, le
convenienze sociali e il pensiero di Gerardo potrebbero indurla a reprimere l’idea che,
con minigonna e borsetta, da qualche tempo le passeggia tra i neuroni all’incrocio con
la sessantanovesima sinapsi. Quando decidiamo di non pensare più, o di rinunciare
all’oggetto del nostro desiderio, noi non lo inviamo nel nostro inconscio; al più riusciamo a confinarlo nel nostro preconscio. Ciò che reprimiamo continua ad aggirarsi
intorno a noi come un fantasma, e non ci dà pace finché non lo porteremo fuori a
vedere le stelle.
78
I dieci meccanismi di difesa dell’io
La formazione reattiva
Per comprendere questo meccanismo è necessario sperimentarlo; pertanto, può
essere utile entrare nei panni del protagonista del prossimo esempio, un certo Ezechiele, uno studente del Dams al primo anno d’Università. È questo l’anno dei sogni
e soprattutto della libertà di vivere lontano dai genitori. Finalmente, dopo diversi tentativi, Ez [per le amiche] è riuscito ad organizzare una serata da trascorrere con una
ragazza da delirio: si tratta di Madeleine [Mad, per gli amici], la francesina arrivata
con il progetto Erasmus. Tralasciando i particolari dell’allestimento, dei preparativi,
delle abluzioni e della vestizione, finalmente, Ez l’accoglie nella sua tana di lupo bigio,
un bilocale sul ballatoio al quarto piano con vista Mole. Modestino, il coinquilino,
è andato gentilmente a Teatro. Ez e Mad hanno ben quattro ore per elaborare una
sceneggiatura e tradurla in un provino. In breve, si tratta di consumare un consommé
d’antica ricetta. Ez ha preparato la cena, ha apparecchiato la tavola, ha sistemato i fiori,
ha acceso le candele profumate e, infine, ha toccato il corno della fortuna. Poi…, è
arrivata lei, absolument charmante, e gli ha riempito la vita di promesse a breve termine.
Ez è riuscito a rimanere in piedi, persino a farle cenno con la testa di entrare. Qualcosa,
infine, è riuscito a dire. Esauriti i convenevoli, calmato il respiro, bloccate le ginocchia
vacillanti, nel primo momento clou della serata, ecco suonare alla porta; neppure le
sette trombe dell’Apocalisse, in una circostanza simile, potrebbero far sobbalzare di
più. Ez non aspetta nessuno, ha staccato il telefonino, ha chiuso a chiave la porta, ma
non ha pensato di divellere il campanello del portone, che intanto continua a squillare.
La prima reazione è di smarrimento, quindi, di disappunto, infine, di rabbia: non può
che essere quella cima di rapa di Modestino. Con un’espressione da Caron dimonio, Ez
attende, mentre ripassa il suo Bignamino di parole “dotte”, finché non vede un’ombra
dietro i vetri della sua porta. Apre e vede, e per poco non cade «come corpo morto cade»! Proprio davanti a lui c’è la mamma, in posizione defilata, il papà: segue la sorellina
preadolescente e, infine, la zia Genuflessa, dell’ordine delle “Pie Sofferenti del Divin
Cordoglio”. Erano in città e si sono detti: «Perché non facciamo una sorpresa al nostro
Ezechiele, che studia tanto?».
Lo so! La faccenda, anche a voi, ha boulversé la digestion del consommé. Tuttavia,
a parte la parigina, che potrebbe passare per un’amica innocente come l’acqua della
Senna, e i petali di rose sparsi sul letto, che potrebbero creare qualche imbarazzo a suor
Genuflessa, non sono queste le cose che preoccuperebbero maggiormente Ez. Ora, egli
deve pensare a nascondere a tutti i costi il suo disappunto, senza far trasparire nulla della sua ira funesta. La tribù dei parenti è convinta di avergli fatto la sorpresa più gradita
del mondo, facendogli l’inattesa visita, e si aspettano di vederlo trasudare gioia anche
dai pori delle orecchie. Ez non può deluderli! Deve, dunque, nascondere il suo fastidio
e mostrarsi contento quam qui maxime, vale a dire, come se danzasse su Marte in congiunzione con Venere. Anzi, più avvertirà in lui crescere l’avversione nei confronti dei
suoi, e più deve cercare di dissimularla con le sue proteste di contentezza sfrenata.
La mamma, con spirito fanciullesco: Cucù c’est nous!
Ez, con la faccia di pietra di Luserna: «Ma che bella sorpresa!»
La mamma, con finta innocenza: «Disturbiamo?»
79
Della Psicoanalisi
Ez, come sopra: «Ma scherzate!»
Il papà, con aria rassegnata: «Passavamo di qua, e allora abbiamo pensato…».
Ez, sempre come sopra: «Avete pensato davvero bene».
La mamma, mentre sbircia: «Ma non sei da solo!»
Ez, con nonchalance: «No, c’è un’amica. È di Parigi, sapete! Scambi Erasmus. Mi
dà qualche ripassata con la lingua francese; ho un esame…. Ma guarda c’è pure zia
Genuflessa!».
Zia genuflessa, con occhio vispo incollato sulla francesina: «Ma che bravi! Oh! La
langue française, Quelle émotion!».
Il papà, con aria nostalgico-invidiosa: «Ai miei tempi non c’era l’Erasmus!».
La mamma, con aria di mamma: «Ma come sei sciupato! Ma come ti sei ridotto
senza la tua mamma!».
La sorella Oronzina: «Guardate! Quanti petali di rose sul letto!».
Il meccanismo della formazione reattiva funziona nello stesso modo, soltanto che
il mascheramento del disappunto in Ez avviene in modo automatico e fuori della coscienza. I sentimenti non esprimibili sono rimossi e sostituiti con sentimenti contrari
e di pari intensità. Più esattamente, quel che nella dissimulazione avviene a livello di
coscienza, nel meccanismo della formazione reattiva avviene inconsciamente. La formazione reattiva consiste dunque in un meccanismo inconscio che ci fa assumere, a
livello cosciente, un comportamento che è esattamente l’opposto dei nostri sentimenti,
o desideri inconsci. L’Io maschera così le emozioni intollerabili, e quindi rimosse, manifestando emozioni di segno contrapposto. In questo modo, l’odio può essere inconscio e si cerca di mantenerlo tale, supervalutando l’amore; oppure impulsi di crudeltà
possono essere controllati e conservati inconsci mediante l’espressione di un atteggiamento di gran tenerezza. Questo non vuol significare che tuo marito, se ti dovesse mostrare amore o tenerezza, stia inconsciamente covando sentimenti di odio e di sadismo
nei tuoi confronti. È necessario, affinché si possa parlare di formazione reattiva, che il
comportamento manifesto sia stucchevolmente esagerato. Quando dovresti cominciare
a sospettare qualcosa? Un marito che improvvisamente comincia ad essere affettuoso e
gentile in modo stonato, ossia fuori luogo e fuori tempo, potrebbe indurti a riflettere se
non stia inconsciamente lottando contro una nascente ostilità nei tuoi confronti. Forse
sarebbe il caso che tu smettessi di parlargli continuamente del signor Contiguo [È il
solito vicino superormonizzato Rudy].
La formazione reattiva potrebbe creare qualche ambiguità nei rapporti coniugali.
Se per esempio lui ti regalasse un mazzo di fiori ogni giorno, penseresti che lui ti ami,
mentre lui, regalandoti i fiori si convince di amarti. Si potrebbe quasi concludere: «…e
continuarono a vivere felici e contenti». Per sapere se il suo è vero amore bisogna che tu
faccia un esame di coscienza. Sei una moglie che vuole avere sempre ragione? Lo svaluti
come una vecchia lira. Decidi sempre tu dove trascorrere le ferie? Lo declassi a bagaglio
a mano. Sei tu a decidere il colore della sua biancheria intima? Gli rinfaccia di non
avere gli addominali di Rudy? Se le cose stanno così, considerati fortunata se ti regala
i fiori mettendo in atto il meccanismo della formazione reattiva. A livello inconscio,
egli si sente aggredito, e risponde inconsciamente in modo da nascondere l’ostilità che
prova, ossia con un comportamento d’amicizia e di benevolenza.
80
I dieci meccanismi di difesa dell’io
Qualcuna di voi potrebbe esclamare: «Viva la formazione reattiva!». Vi assicuro
che non è il meccanismo di difesa delle rose e dei fiori, perché dopo un po’ avere un
marito caramelloso, dolce e zuccherino non solo è stomacante, ma può far venire il
diabete mellito. Volete un consiglio? Lasciate stare il Propinquo Rudy [ha un Longinquo per la testa], e vostro marito ritornerà ad essere il duro, l’incivile e l’insensibile
che avete conosciuto, quando vi ha pestato il piede nell’affollatissima aula 3, ai tempi
dell’università.
In ogni caso, se la vostra migliore amica si comporta in modo più gentile del solito,
come una gallina che fa le fusa, significa che l’amicizia sta per finire. La formazione reattiva è il meccanismo del canto del cigno; forse, sarebbe più opportuno dire, del gallo
di un certo Pietro.
Inconsci inoltre possono essere anche i sentimenti positivi, che a livello cosciente
appaiono sostituiti da sentimenti negativi. Vi è certamente capitato di non sopportare
qualcuno e sentire addirittura fastidio alla sua presenza, e poi inspiegabilmente ve lo
siete ritrovato nel vostro letto, naturalmente dopo il matrimonio. Disprezziamo sempre, all’inizio, le persone non disponibili, o inaccessibili, o poco interessate a noi, finché uno spiraglio di speranza di far breccia non capovolge i nostri sentimenti. Quanti
fidanzati delle vostre migliori amiche vi è capitato di denigrare? Ora, però non commettete l’errore opposto, vale a dire di pensare che tutti quelli che non vi sopportano in
realtà sarebbero inconsciamente innamorati di voi. Forse non vi sopportano e basta.
Facciamo ancora qualche esempio di formazioni reattive. Sei una persona troppo
generosa e vuoi pagare sempre tu? Stai lottando contro la tua inconscia avarizia. Sei,
invece, una persona troppo avara? Sei avara e basta! Tuttavia, non sempre chi è generoso
con gli amici nasconde avarizia; il più delle volte, ha amici avari.
Il tuo ragazzo è un fanatico pacifista? Sta lottando contro forti impulsi aggressivi;
infatti, in nome della pace è pronto a dichiarare guerra a tutti quelli che non sono pacifisti. Mostra una gran pietà per i torturati ed è un esaltato di Amnesty International? Sta
inconsciamente invidiando i torturatori. La prova? Parla incessantemente delle torture,
con dovizia di particolari, inflitte ai torturati. Esibisce una supervirilità? Lascialo immediatamente! Ora, se lo sposi e ti dichiara un amore grande quanto il mondo, profondo
quanto il mare, largo quanto il cielo, lungo quanto... non so come cosa, se ti accontenti
delle parole, può essere un matrimonio felice.
La tua amica ti confida che sua figlia, pur maggiorenne, si scandalizza a sentir parlare di sesso, non svelarle che in realtà ne ha una voglia da far impallidire suor Celeste
Addolorata dell’Ordine delle Taidine. Se poi ti confessa che non si scandalizza più, è la
prova che si è tolta la voglia. D’altronde, anche un’attività sessuale fuori controllo può
nascondere una profonda paura del sesso. Un bisogno eccessivo d’igiene del corpo, o
della casa, può celare un desiderio per le cose considerate sporche.
Per quanto riguarda voi mariti, anche se vi può far piacere avere una moglie costantemente preoccupata che possa succedervi qualcosa, e che, in preda all’ansia, telefona a
tutti gli obitori della città ogni volta che fate tardi per il lavoro, vi conviene controllate
lo stato dei freni della vostra automobile, quando uscite di casa.
In conclusione, se il vostro coniuge non è particolarmente sollecito nei vostri confronti, può significare due cose, o il suo Io non ha nulla da nascondere nell’inconscio,
oppure al suo Io cosciente non gliene frega nulla di voi.
81
Della Psicoanalisi
La proiezione
Sicuramente vi sarà successo di pensare almeno una volta nella vita che tutti vi
fossero ostili. Vi sarà anche capitato di pensare che negli altri, in fondo, non ci fosse
nulla di buono. Freud stesso alla fine della sua vita disse di non aver conosciuto molti
galantuomini ma tanti mascalzoni. I nostri giudizi tuttavia finiscono sempre con il
rivolgersi contro di noi. È scritto infatti: «Con il giudizio con il quale giudicate, sarete
giudicati». In breve, noi abbiamo la disposizione naturale ad attribuire agli altri desideri e sentimenti che ci appartengono. Quando, per esempio, v’infastidisce il modo di
vestire della vostra migliore amica, considerandolo troppo osé per la sua età, possiamo
dedurre che vi state preoccupando di non essere più seducenti, e che attribuite alla
vostra amica un desiderio di seduzione. In altre parole, vi sembra di aver “riconosciuto”
nell’amica un desiderio, che, se pure inconscio, è vostro. Ipotizziamo che in seguito la
vostra migliore amica cominci a civettare con il giovane e aitante commesso del negozio
da voi preferito per la toeletta del cane, voi cosa pensereste? Probabilmente, che ella stia
cercando di sedurlo. In realtà, noi non sappiamo quale sia il desiderio della vostra migliore amica, né se ci stia provando. Sappiamo, tuttavia, quale sia il desiderio che voi le
attribuite. Potreste difendervi dicendo che voi non fareste mai la corte a quel commesso
dai modi affettati e con il codino da pechinese; infatti, il solo pensiero vi fa stare male.
Ora, è proprio questo male a costituire la prova che una difesa è stata mobilitata contro
un desiderio inaccettabile per la vostra coscienza. Il problema non è stabilire quanto le
vostre supposizioni circa le tendenze della vostra migliore amica, siano vere, ma quanto
disagio tali supposizioni creano in voi.
Secondo Freud, ci vuole pur sempre un ladro per riconoscere un altro ladro, e,
una volta riconosciutolo, ci si allarma. Sovente le nostre proiezioni indovinano, ma
spesso calunniano il prossimo. Qualcuno potrebbe chiedersi: «Che cosa succederebbe,
se non proiettassimo?». Certamente non riconosceremmo il ladro. Risultato? Saremmo
derubati. In breve, quel che Freud vuole dire è che se in noi non c’è un desiderio non
potremmo neppure riconoscerlo nell’altro.
Di fronte ad un’idea sgradevole, noi possiamo reagire in diversi modi, per esempio,
trasferirla nel mondo esterno e attribuirla ad altri. Tendenze, impulsi, pensieri evacuati
da noi e spostati sugli altri definiscono il meccanismo chiamato proiezione. La proiezione è un sistema difensivo che non solo respinge un moto istintivo avvertito come
pericoloso per il proprio equilibrio, ma lo addossa agli altri con convinzione.
Il vostro fidanzato è geloso di voi? Entro certi limiti va bene. Vi accusa di volerlo
tradire? Vi sta attribuendo il suo desiderio. Volete convincerlo che i suoi timori sono
infondati? Tutto tempo sprecato! Lui è certo di quel che pensa, come è certo del desiderio che ha di volervi tradire. Lui non può accettare che quel desiderio alberghi in
lui, mentre trova plausibile che alberghi in voi. Un consiglio, cercate pure di difendervi
dalle accuse che vi rivolge, ma non cercate mai di dirgli quel che avete letto in questo
libro, ossia che si tratta di una proiezione di un suo desiderio: potrebbe venirgli voglia
di andare a caccia e fare una spiedata di quaglie. Cosa potete fare? Di fronte ad accuse
generiche non si può far nulla, ma se vi accusa di desiderare il suo migliore amico,
chiedetegli se lui trova così irresistibile il suo migliore amico. Si affretterà a rispondere
di no, anzi potrebbe diventare aggressivo. Poi cercherà di giustificare i suoi timori di
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I dieci meccanismi di difesa dell’io
essere tradito, affermando che il suo migliore amico potrebbe anche apparire interessante se guardato con occhi femminili. A questo punto, guardategli bene negli occhi e
chiedetegli con severità: «E tu cosa ne sai di occhi femminili?». Dovrebbe bastare, ma
se continuasse, ditegli che ha avuto sempre ragione e fatevi consolare dal suo migliore
amico. In fondo, un fidanzato geloso desidera essere tradito, e inconsciamente suggerisce alla fidanzata non solo l’idea del tradimento, ma anche gli individui con i quali lei
dovrebbe tradirlo.
Questo discorso vale anche per le fidanzate gelose, soprattutto per quelle che camminando per strada con il fidanzato, o uscendo da un negozio, cominciano a rimproverargli: «Ti ho visto, sai? Ho visto che guardavi la commessa!». Lui, il solito mentolone,
chiede: «Quale commessa?», e intanto si guarda in giro per assumere un’aria meno
cretina. E lei: «È inutile che fai finta di cascare dalle nuvole, ti ho visto bene come la
guardavi». Così facendo lei “imprudentemente” non solo instilla in lui un’idea che
probabilmente aveva già, ma gli sottopone a giudizio anche la brunetta superlaccata del
negozio di biancheria intima con taglie aderenti.
Non troviamo la proiezione all’opera soltanto nei casi di gelosia, ma anche in quelli d’intolleranza verso gli stranieri e i nemici, sui quali proiettiamo le nostre tendenze
peggiori. Questa sarebbe un’ottima occasione per fare l’inventario dei contenuti del
nostro inconscio. Quando l’altro è utilizzato come la pattumiera della nostra “monnezza”, ossia un ricettacolo delle nostre “cattive” tendenze, lo trasformiamo in un malevolo
avversario, e ci sentiamo autorizzati a rivolgergli contro tutta la nostra aggressività. È
questo un modo per dare sfogo ai nostri più crudeli e morbosi istinti, sotto l’egida del
Super-Io, dell’ideale dell’Io e persino di Dio. A questo proposito “grande” fu Pietro
l’eremita con il suo «Dio lo vuole», che ora ci ricade addosso in modo conforme alla
legge del taglione. È infinitamente gratificante poter dare libero sfogo all’Es, che potrà
infine farsi acclamare patriota, eroe e martire.
Noi non sopportiamo negli altri quello che vi proiettiamo. Qualcuno potrebbe
dire di non sopportare gli avari, e considerare questo come lodevole. In realtà, è cosa
lodevole la generosità, e per essere generoso non è necessario esprimere intolleranza
verso gli avari. Lo stesso discorso si può estendere a tutte le categorie sociali. Quel che
non è in noi avvertito come inaccettabile non può infastidirci, e quel che è avvertito
come buono difficilmente lo attribuiamo agli altri.
Il meccanismo della proiezione è messo in atto di continuo da tutti per indebolire
le tensioni promosse sia dall’ostilità, sia da un insoddisfacente assetto sessuale. In generale, è normale se un automobilista, investendo il solito vitellino fermo in mezzo alla
strada, attribuisce la colpa alla mucca “pazza”. Normale può essere considerata anche la
reazione dell’automobilista alticcio che, dopo essere finito con l’automobile contro un
albero, lo prenda a calci, inveendo contro chi lo ha piantato in quel posto. È senz’altro
normale attribuire agli altri i nostri errori, le nostre fragilità, i nostri desideri. Lo facciamo per apparire migliori di quello che siamo, addossando il negativo che è in noi agli
altri. Non è, però, un atteggiamento sano, quando attribuiamo tutto il male agli altri
e assegniamo tutto il bene a noi stessi. Una società manichealmente divisa non può
durare, al pari del regno diviso contro se stesso, di cui si parla nei Vangeli.
Talora possiamo proiettare anche sentimenti positivi e stabilire buoni legami con
gli altri. Anna Freud descrive un caso di “rinuncia altruistica” di desideri propri a fa83
Della Psicoanalisi
vore di altre persone. Una giovane donna, pur avendo da bambina desiderato bei vestiti e tanti bambini, per essere ammirata e invidiata, sviluppò da adulta un carattere
improntato alla modestia, non manifestando alcuna pretesa. Nubile, con vestiti poco
appariscenti e senza figli aveva sviluppato un acceso interesse per la vita amorosa, per
l’abbigliamento delle sue amiche, e persino per i loro bambini. Era, infatti, prodiga di
consigli, affinché avessero successo con i partner; si preoccupava della loro apparenza,
anteponendo le loro esigenze alle proprie. In breve, dedicava tutte le sue energie per la
felicità degli altri. Un Super-io rigido le impediva di soddisfare i suoi desideri di esibirsi
e di essere ammirata. Ella, quindi, trovò delle sostitute; vale a dire, proiettò i propri
desideri sulle amiche, che ne divennero le depositarie. La giovane donna poté così appagare la propria vanità mediante le amiche, come anche tutti i suoi impulsi amorosi
proibiti. A queste condizioni, il suo Super-io riusciva ad essere più tollerante, e consentiva che lei appagasse, mediante altri, le sue tendenze e curiosità sessuali. Alla base di
questa forma di altruismo si possono, dunque, ritrovare significati egoistici.
Non è diverso il comportamento di una madre la quale lasci ampia libertà sessuale
alla figlia, giustificandosi con le mode dei tempi. In realtà, i tempi non hanno alcun potere di cambiarci, ma siamo noi che abbiamo cambiato i tempi. In questa cessione dei
nostri impulsi sessuali agli altri vi è anche l’espressione di forti cariche aggressive. Nel
caso della madre con una sessualità mortificata, si può ravvisare una sorta di rivendicazione verso i propri genitori di una libertà negata. L’aspetto negativo è che una libertà
non conquistata in prima persona, ma graziosamente elargita, resta priva di significato
e non genera valori. Conquistare vuole dire ampliare il proprio recinto e riorganizzare
nuove convivenze; ricevere in dono vuole dire eliminare il recinto e annullare i rapporti.
Le nuove generazioni potrebbero barattare la propria libertà di solitudine con recinti di
ferro spinato. Anche una camicia di forza può rivelarsi provvidenziale per chi è nudo.
L’identificazione all’aggressore
L’identificazione è uno dei processi più importanti per lo sviluppo dell’Io. Identificarsi ad una persona vuol dire diventare come quella persona nel suo modo di pensare
e di comportarsi. In questo modo, i bambini assumono aspetti della personalità dei
genitori, gli allievi degli insegnanti, gli adolescenti dei loro idoli. Noi c’identifichiamo
generalmente con le persone che amiamo, e che sentiamo importanti: una tendenza
sempre viva in noi, a qualunque età. Il nostro Io, in realtà, si forma esattamente come
il vestito d’Arlecchino. Niente è più sbagliato e privo di senso dell’espressione: «Essere
se stessi». Certamente noi ci sentiamo uno, ma si tratta di un’unità collettiva, come
quando diciamo “una folla di persone”, la folla è una, ma le persone sono tante. Noi
siamo abitati, talora posseduti, da una legione di esseri, in parte “buoni”, in parte “cattivi”. Di solito i nostri genitori ci fanno l’elenco delle persone che ospitiamo; ecco un
esempio di quello che una madre potrebbe dire alla figlia: «Sei priva di grazia come le
mie cognate, maldestra e goffa come tua nonna paterna, e hai il brutto carattere di tuo
padre; ma per fortuna hai gli stessi occhi e il sorriso di mia madre, e inoltre sei sensibile
e intelligente come me».
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I dieci meccanismi di difesa dell’io
In breve, noi non siamo mai veramente soli; il nostro Io è più affollato del Parlamento italiano quando vota la fiducia al governo. L’Io, come abbiamo visto, posto tra
l’Es e il Super-Io, deve conciliare esigenze diverse e contrapposte. Da un lato, Egli deve
fare i conti con la radicale richiesta di pane gratis, di giochi senza “frontiere”, di sesso da
laringospasmo blu, di vita senza vecchiaia, di morte in buona salute; dall’altro deve fare
i conti con il terribile soglio del Super-io, dove si esige digiuno e astinenza. Il comportamento dell’Io dipende in gran parte dalla sua formazione, che avviene in conseguenza
delle identificazioni cui l’individuo, fin da bambino, è stato esposto. L’Io, pertanto, è
sovente lacerato da una miriade di voci, e ognuna canta una canzone diversa.
È più facile spiegare la condizione dell’Io ricorrendo ad un esempio. Immaginate,
anche se preferireste dimenticare, la prima notte passata con vostro marito, in luna
di miele. Qualcosa non andò secondo le previsioni, e voi vi sentiste in colpa. Non fu
colpa vostra, e neppure sua, ma fu tutta colpa di vostra suocera, che, in quella stanza
d’albergo, non volle andarsene e lasciarvi da soli. Certo, vostra suocera era mille leghe
lontano da voi, ma il novello sposo avvertiva la sua presenza, come se fosse ai piedi
del letto, con lo sguardo arcigno e le braccia incrociate: voleva proprio vedere come
potesse il figlio consumare quel tradimento nei suoi confronti. Non dico che vostro
marito avesse le allucinazioni, ma il fantasma di sua madre aveva il 50% delle azioni
del suo Io. Una sola azione in più e la momentanea impotenza si sarebbe trasformata,
intorno ai 40 anni, in una crisi d’identità di genere e in un’irresistibile voglia di cambiare sesso.
Ora, ritornate idealmente alla prima notte, nella stanza dell’Hotel Mirabelcielo,
otto stelle stralusso, anche se voi di stelle non ne avete vista neppure una. Eccolo che
ha cominciato a criticare il servizio in camera, la stanza troppo piccola, la tappezzeria
fuori moda e la vista dei bidoni della spazzatura nel cortile: non era lui a parlare, ma era
vostra suocera. Poi, mettendosi comodo, ha iniziato a pianificare la giornata, a indicare
i musei da visitare, i monumenti da non perdere, i percorsi da percorrere: neppure
questo era lui, ma era quell’ossessivo di suo padre, pignolo, perfezionista e saccente.
Finalmente è andato in bagno e, qui, ha cominciato a trafficare con i servizi igienici,
che non funzionavano come avrebbero dovuto: si era lamentato soprattutto dell’assenza del bidet [l’Hotel è in Scozia]. A Parlare nel bagno era il suo istruttore, il sergente
maggiore comandante della sua squadra del genio militare pontiere. Intanto, vi stavate
chiedendo: «Ma quando tira fuori il Valentin che è in lui?». Per un attimo ci avete sperato, quando, avvolto nel suo accappatoio, vi era sembrato Il figlio dello sceicco. Voi eravate pronta al contrattacco, ma lui aveva qualcosa da chiedervi: ha voluto consacrare la
prima notte di matrimonio alla beata zia, suor Apollonia, badessa delle suffragette per
il diritto al voto di castità. Mi dispiace, nel suo Io c’era anche lo zio prete, don Bartolo,
che ha pensato bene di esorcizzare il nipote.
Sì, siamo un agglomerato di persone, e ognuna fa da portavoce per le altre. Immaginate l’Io come fosse un condominio, abitato da un numero imprecisato di persone.
I genitori sono abitualmente collocati al piano nobile; gli insegnanti, una volta, situati
in alloggi con vista panoramica, sono stati progressivamente spostati fino in soffitta,
anche se i loro alloggi sono rimasti vuoti. Quando l’Io interagisce con un’altra persona
avviene come se qualcuno si affacciasse alla finestra del condominio, e comunicasse le
proprie idee. Così se al condominio di vostro marito si affaccia la suocera, e al vostro
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Della Psicoanalisi
condominio si affaccia la mamma, probabilmente non avrete notti serene. Nel matrimonio, una sola è l’accoppiata vincente Paride-Elena all’Hotel Troia. Paride ed Elena
sono due personaggi fantastici, che pur in un mondo di greci pronti a rapire lei e a far
qualcosuccia a lui, vengono fuori in noi solo quando siamo disposti a non temere la nostra follia. In ogni caso, evitate l’Hotel Troy in Scozia, troppe gonnelle in giro, possono
essere una tentazione per entrambi.
Resta ancora da riferire che, purtroppo, noi non c’identifichiamo soltanto con le
persone che amiamo, ma anche con quelle che temiamo e ci fanno paura. Esiste, infatti, un tipo d’identificazione, chiamato da Anna Freud Identificazione all’aggressore, in
virtù del quale superiamo le nostre paure. Una bambina sgridata dalla mamma sgriderà
a sua volta la bambola, oppure il fratellino più piccolo. Il bambino che, all’asilo, imita
il lupo, cercando di far paura agli altri bambini, sta negando la sua paura del lupo. Il
suo ragionamento è: «Se io sono il lupo cattivo, non devo avere paura di nessun lupo».
Per questo motivo abbiamo “rispetto” delle persone che c’incutono timore, mentre
disprezziamo le persone non aggressive, scambiando educazione e nobiltà d’animo con
debolezza. Non è insolito che i rapiti solidarizzino con i rapitori, e se sono fanciulle se
ne innamorino [sindrome di Stoccolma]. In amore corriamo, sovente, dietro la persona
che più ci maltratta, e se dovessimo valutare la bontà di un matrimonio dalla sua durata, potremmo concludere che i matrimoni riusciti sono quelli sado/maso.
Questo meccanismo spiega alcuni nostri comportamenti che riteniamo incomprensibili. I bambini prepotenti sono sempre i più popolari. I figli di genitori violenti
diventano, a loro volta, violenti. I bambini picchiati dai genitori, una volta adulti,
picchiano i loro bambini. Le bambine, le cui madri sono state maltrattate, sposano
normalmente un uomo maltrattante.
Quando la paura incussa in noi non può essere controllata con la ragione, allora
la ragione fa proprie le ragioni del terrore. Questo meccanismo fa riflettere: i barbari
vincono sempre! Il terrore fa alle anime di un popolo quel che l’atomica fa ai beni materiali di una nazione, ossia fa tabula rasa della sua civiltà, delle sue tradizioni, della sua
cultura, dei suoi valori, del suo Dio.
Benito era un bambino di 5 anni, e destava non poche preoccupazioni sia ai genitori, sia alle insegnanti. Il piccolo era solito andare in giro per la casa, marciando e
salutando come un nazista. All’asilo era aggressivo e, se gli capitava una bambola tra le
mani, riusciva ad insegnare qualcosa ad un killer seriale. I genitori non comprendevano quel comportamento: riferivano di essere dei convinti pacifisti e che educavano il
bambino ad empatizzare con le vittime e mai con i carnefici. La comprensione del comportamento del piccolo nazi giunse quando il padre comunicò di aver fatto vedere, per
fini educativi, alcune trasmissioni televisive che proponevano programmi sulla shoàh.
Il padre aveva l’intenzione di insegnare al figlio ad identificare i buoni e a non fare
come i cattivi; tuttavia, l’educazione non passa soltanto attraverso le informazioni, ma
soprattutto attraverso le emozioni. Ora, nessun bambino è capace di identificarsi con
una persona vinta e umiliata. Una tale identificazione è difficile anche per noi adulti.
Nessuno simpatizza a scuola con le vittime dei bulli. Nessuno di noi simpatizza con la
vittima predestinata del capoufficio. Noi ridiamo delle vittime, e le consideriamo persino responsabili per quello che succede loro. Tra una persona che incute paura e una
che non genera paura ci schieriamo sempre con la prima.
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I dieci meccanismi di difesa dell’io
Grazie all’identificazione all’aggressore, noi inconsapevolmente assumiamo il ruolo dell’aggressore, trasformandoci da soggetti deboli, passivi, inermi, minacciati, in soggetti forti, attivi, armati, minaccianti. È quanto è successo ai Kapò nei campi di concentramento: identificati ai loro aguzzini hanno infierito sui propri fratelli, contribuendo a
rendere ancora più amara l’esistenza di questi ultimi.
Che cosa possiamo fare? Nulla! La storia si ripete perché la conosciamo; se non
la conoscessimo non potremmo proporla di nuovo. Passano i secoli, ma permangono
sempre identici i protagonisti della storia. A noi la scelta: possiamo trasformarci in
compiacenti lupi che ululano alla luna con gobba a ponente, oppure cessare di aver
paura, e tendere una mano aperta ma ferma.
Lo spostamento
Abbiamo già accennato a questo meccanismo di difesa, ma è utile soffermarvisi
ulteriormente. Un desiderio di origine istintuale può essere ritenuto inaccettabile per
la nostra morale, per le convenzioni e norme sociali, ma anche perché non più confacenti con la nostra età cronologica. Se il vostro ragazzo venticinquenne vi confessa
che gli piace ancora andare sul cavallo a dondolo, non ci vuole molto per capire che
ha perduto qualche treno. Una volta che siamo cresciuti, infatti, non possiamo più
appagare i nostri impulsi orali, succhiando il capezzolo, o il succhiotto, o il pollice.
Possiamo, tuttavia, continuare ad appagarli, spostando il nostro interesse su altri oggetti:
non è infrequente vedere persone stringere qualcosa tra i denti, o succhiare caramelle,
o mordicchiare matite, bastoncini di liquirizia, le unghie delle dita. Ne segue che, se
una forte carica aggressiva è diretta verso la rappresentazione psichica di nostro padre,
grazie al meccanismo dello spostamento, possiamo trasferirla su qualsiasi altra persona,
purché abbia un tratto somatico, comportamentale, o di altro tipo, che ci permetta di
associarlo a nostro padre. Accade così che un insopprimibile fastidio potrebbe coglierci
tutte le volte che ci troviamo alla presenza di persone in posizione di autorità. È come
dire che le persone hanno le caratteristiche per risultare antipatiche o simpatiche prima
ancora di incontrarle.
Anche l’affetto che abbiamo provato da bambini per i nostri genitori è in seguito
spostato sul partner. In una coppia, l’uno è il bambino-peluche dell’altra, e insieme
rimettono in scena un’antica situazione infantile. So di distruggere una cosa bella, ma
devo comunicarvi che voi [in pieno primo amore] non siete l’oggetto originale del vostro “orsetto lavatore”, o della vostra “leprotta rosa”, ma un oggetto al più “ritrovato”.
Siete una lei? Avrete allora sicuramente notato che lui per prima cosa, la prima volta, al
primo impulso, si è nuovamente attaccato al seno. Siete un lui, sicuramente avete già
sperimentato che a lei piace fare cavalluccio sulle vostre gambe. In sintesi, tutte le volte
che proviamo simpatia, che ci innamoriamo, o, al contrario, che proviamo antipatia,
che odiamo, noi attuiamo uno spostamento della nostra energia sessuale e aggressiva da
un oggetto ad un altro, o da una situazione emotiva ad un’altra.
In principio, i sentimenti sono tutti associati alle figure dei genitori, poi si ridestano ogni qual volta una persona ci richiama inconsapevolmente un loro aspetto
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Della Psicoanalisi
positivo, oppure negativo. Noi potremmo perfino comprendere quali sono stati i reali
sentimenti provati per i nostri genitori, se fossimo in grado di considerare i sentimenti
che governano i nostri rapporti con il prossimo, in particolare con il coniuge. Quel che
non riusciamo a perdonare ai nostri genitori neppure lo perdoniamo al nostro partner.
Così non perdoneremo mai un tradimento, se non avremo perdonato quel che hanno
combinato i nostri genitori per farci nascere, o peggio per far nascere il fratellino o la
sorellina. D’altra parte, ci siamo innamorati e sposati per «quel certo non so che», che
soltanto noi abbiamo disgraziatamente visto in una persona, la quale sciaguratamente
rispose al nostro saluto. Normalmente, ci vogliono sette anni, prima che anche noi
riusciamo a vedere, nel nostro coniuge, quel che gli altri hanno sempre visto: lui finalmente si rende conto che la moglie ha la stessa taglia robusta di sua madre; lei scopre
che il marito ha gli stessi tic nervosi del padre.
Grazie al trasferimento (transfert) dei nostri sentimenti, in origine associati alle
figure dei genitori, sulla figura dell’analista, in situazione terapeutica, noi riviviamo
e arriviamo a prendere coscienza dei problemi rimasti irrisolti. La psicoterapia è una
sorta di riesumazione dei nostri vissuti più arcaici, nel tentativo di farci accettare “quei
due”, verso i quali nutriamo una devozione sospetta mista ad odio ambiguo, per averci
fatto nascere, come dice Freud, citando un Padre del deserto, “tra urina e feci”.
Il processo di transfert, in ogni modo, non si limita al trattamento psicoanalitico, ma funziona molto bene anche nelle situazioni matrimoniali. Vi chiederete allora:
«Perché la psicoanalista riesce con mio marito là dove io, in quanto moglie, non riesco?». Provate a farvi pagare anche voi!
Il piacere che proviamo, in qualunque rapporto successivo a quello con le figure
parentali, non potrà mai eguagliare il piacere originale. Eva non gustò mai più una
mela come quella del serpente. La pulsione orale è pienamente soddisfatta nel bambino
dal seno della madre; in un adulto tale pulsione è “spostata” per esempio sulle sigarette,
o sulle gomme americane, oppure è spostata sul bisogno di bere alcolici, o di mangiare
con i tre sensi: occhi, olfatto e gusto. I seni di una moglie non sono forse originali? Sì,
per il suo bambino, ma non per il marito, per quanto lui li adori e sia pronto a pagare
qualunque cifra per vederli prosperare.
Lo spostamento non decide soltanto dei nostri sentimenti di amore e odio, ma
anche delle nostre fobie. Ora, se il vostro partner comincia ad avere paura del lupo cattivo, è inutile assicurargli che i lupi cattivi esistono soltanto nelle fiabe, poiché un’antica paura legata alla situazione edipica è riemersa. Di quale paura si tratta? Per caso è
costretto a ricorrere alla pillola blu? Vuol dire che i terrori della castrazione sono, per
qualche motivo, riaffiorati. È colto da improvvisa aracnofobia (vale a dire dalla paura
dei ragni)? Allora la minaccia di castrazione non viene dal padre, ma dalla madre, il cui
fantasma, dopo aver immobilizzato la sua preda, la divora. Dietro ogni fobia c’è sempre
uno spostamento; perciò, se il vostro partner continua ad aver paura di qualche animale – selvatico, domestico, o anche fantastico – bisogna risalire alla paura originale,
ma è bene che arrivi a scoprirla con il suo analista. Si tratta, infatti, di paura inconscia
degli organi genitali dei genitori. Di quale dei due genitori? Dipende! Ha paura degli
elefanti, oppure della vedova nera?
Se invece il vostro partner sviluppa un lungo e intricato rituale, che nel tempo si
complica sempre di più, significa che gli spostamenti sono stati tanti da rendere irri88
I dieci meccanismi di difesa dell’io
conoscibile l’idea ossessiva iniziale. Facciamo un esempio! Il rituale di Berta, prima di
raggiungere il marito a letto, si prolunga con il passare del tempo: dapprima rimette a
posto ogni cosa nella stanza, verifica se tutti i ninnoli sono presenti, poi ripassa il panno
antipolvere, il lucido che fa brillare il legno, lo smacchiante che ridona luce alle maniglie; infine, segue una procedura nello svestirsi che non deve subire cambiamenti, nel
mettere in ordine impeccabile i propri vestiti, nel risistemare il letto con il marito dentro, nel battere tre volte i cuscini per parte. Se non ci sono stati errori di esecuzione può
finalmente entrare a letto e forse svegliare il marito russante. In caso di qualche errore,
pur piccolo, l’intero rituale va ripetuto daccapo. Il significato di tutto questo? Diciamo
che all’inizio c’è il timore di perdere il controllo, e, attraverso il rituale, c’è un tentativo
di avere tutto sotto controllo. Non a caso i rituali più complicati avvengono nel momento dell’evacuazione. C’è chi si accende la sigaretta, chi sgranocchia pannocchie, chi
sorseggia un goccetto dopo l’altro, chi legge e persino chi canta: «Rose rosse per te…».
In ogni caso, anche il marito, mentre è a letto, facendo finta di leggere il giornale, si è
accorto che la moglie non gradisce molto il rapporto erotico. Se il marito vuole aiutare
la moglie a non dover prolungare il suo rituale fino alle tre del mattino, prenda una
pillola bianca, ossia un sonnifero, e si auguri un bel sogno. Il lieto fine di ogni storia
d’amore non è: «Vissero felici e contenti», ma «Dormirono felici e contenti».
La negazione
Il tuo bambino di tre anni ti dice di non aver paura del lupo cattivo, perché è diventato buono e gli è amico? Ecco un esempio di negazione. Il bambino semplicemente
nega, attraverso una fantasia, la propria paura del lupo. Anna Freud [1956] riporta
il caso di un bambino di sette anni che fantasticava di avere un leone addomesticato
molto affezionato a lui, ma feroce con tutti gli altri. Il piccolo domatore, inoltre, fantasticava ad occhi aperti, immaginando di andare ai balli mascherati insieme con il suo
leone. Godeva nel vagheggiare la paura degli altri se avessero saputo della presenza di
un animale feroce, reso irriconoscibile dalla maschera. Il leone, come tutti gli animali
feroci, rappresenta un sostituto del padre, figura amata, temuta e odiata. L’angoscia del
bimbo vissuta nei confronti del padre fu, in un primo momento, spostata sul leone,
in seguito, fu negata: quel che era spiacevole fu trasformato, mediante la fantasia, in
qualcosa di dilettevole. Il leone, da animale terrorizzante, si era trasformato in amico
e protettore, e la sua pericolosità divenne un elemento da sfruttare per difendersi dagli
altri.
Nella psicoanalisi di Freud, il padre è bifronte: modello ideale e aggressore evirante, egli ha un ruolo che genera necessariamente ambivalenza nel bambino. La sua
figura è sempre associata ad animali e a personaggi malvagi: egli è l’orco cattivo che il
bambino deve conquistare, rendendolo suo amico, oppure inoffensivo. La fantasia ha
il potere di rovesciare la realtà e capovolgere le situazioni. Solo essa consente al debole
bambino di dominare sulle crudeli bestie della foresta, e, con il loro aiuto, raggiungere
il castello, liberare la principessa e portarla lontano, sul suo cavallo bianco.
Ora, se il tuo bambino sogna ad occhi aperti scenari tolkieniani, non necessaria89
Della Psicoanalisi
mente il padre lo terrorizza. In ogni modo, finché a “ballare” con lupi e leoni è il tuo
bambino di sette anni, va tutto bene. Va anche bene se tuo figlio adolescente fantastica
di essere Robin Hood, o Robin, il giovane assistente di Batman, l’eroe di Gotham City.
Mediante la fantasia, si ha l’opportunità di vivere una realtà parallela e capovolta, nella
quale ogni fonte di paura e di dolore è negata. I problemi iniziano quando a fantasticare è tuo marito nelle vesti di Terminator, compromettendo il suo esame di realtà (ossia
la capacità di distinguere i prodotti della fantasia con i contenuti della percezione).
Il signor De Fabris conduceva un’esistenza che definirla piatta non rende giustizia,
in quanto i suoi giorni non si scostavano uno dall’altro neppure per un passo in più.
All’età di quarant’anni anni non aveva ancora conosciuto donna, viveva con i genitori
e leggeva fumetti. Pur avendo conseguito una laurea in Psicologia - dopo tre lustri di
studi -, faceva l’inserviente galoppino in una comunità di casi psichiatrici. A questa
povertà esistenziale, tuttavia, egli contrapponeva una lussureggiante e lussuriosa vita
fantastica, in cui, di volta in volta, egli era Lancillotto del Lago, o Tarzan della foresta
in persona, concedendosi ogni licenza di amare e di uccidere. Si sentiva così realizzato
nel suo mondo immaginario da negare di vivere una vita fallimentare sul piano dei
rapporti sia affettivi, sia professionali. Un giorno, incontrò una psicologa e i due vissero
psichicamente felici.
Ora, il bambino che fantastica non confonde mai la fantasia con la realtà: non si
può dire con certezza di un adulto che sogna di essere Spiderman. Vi è un momento,
infatti, in cui le fantasie potrebbero diventare così “nitide” da apparire vere e trasformarsi in apparizioni. Ora, se tuo marito ti comunica di vedere Marilyn Monroe, o che
la cantante Madonna gli fa visita tutte le notti, vuol dire che le immagini sono diventate allucinazioni, ma finché non le insegue nudo per casa, non mi preoccuperei. In
ogni modo, se tuo marito si estranea dalla realtà per chiudersi nel suo mondo privato,
probabilmente sta sognando le Maldive, e sicuramente tu non sei con lui. Ti consiglierei di portarlo e, poiché non c’è realtà che non deluda il sogno, lasciarlo da solo, per 40
giorni, su un atollo deserto: sarà la tua vendetta.
La realtà non è negata soltanto mediante la fantasia, ma anche con le parole e con
gli atti. Ora, se la tua migliore amica pesa centodieci chili e tu le dici che è una falsa
grassa, questa è una grossa bugia; ma se la tua migliore amica si convincesse di essere
una silhouette e di avere la taglia 42, sta semplicemente negando un certo numero di
taglie e di chili. D’altra parte, tutti noi neghiamo di avere certi pensieri, desideri, o
sentimenti, fino ad esserne convinti. Quel che neghiamo continuamente a noi stessi è
la verità, e la verità si può dire ad una sola condizione, negandola. Anzi, riusciamo a
dirla ad una sola condizione: negandola.
Quando il tuo fidanzato, alla proposta di matrimonio, esordisce con le parole:
«Cara non è che io non voglia sposarti, la verità è che…» [segue una bugia], in questo
caso la verità è che non vuole proprio saperne di sposarti. In breve, ogni volta che qualcuno inizia un discorso con l’espressione: «Non è che io non voglia farlo, la verità è…»,
oppure: «Non è che io pensi male di te, la verità è…», o ancora: «Non è che io abbia
qualcosa contro di te, la verità è…», vi sta comunicando che non vuole fare quel che gli
chiedete, che pensa male di voi, e che ha certamente qualcosa contro di voi.
Prima domanda: «Come si fa a sapere se uno sta negando la realtà?». Beh! Se voi
avete la stessa misura della vostra migliore amica, con taglia 50, e vostro marito vi re90
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gala una taglia misura 40, forse sta negando qualcosa; e se voi la indossaste, a negare
qualcosa siete in due.
Seconda domanda: «Quando questo meccanismo non è più una semplice bugia,
ma è da considerarsi espressione di un vero disagio psichico?». Ora, finché tuo marito
dice di essere un grand’uomo, lasciaglielo dire; anche se non tutti lo dicono, tutti lo
pensano. Se comincia a girare per casa con un copricapo sormontato da una “N” aureolata, allora è in atto una negazione della sua insipida e sciatta esistenza. Anche se si
trova in salotto, immobile sul sofà, il suo spirito sta rivivendo le gesta del Corso durante
la battaglia di Millesimo, con disfatta dell’esercito piemontèis (nel caso abbiate sposato
uno del mesdì). Se tuo marito, invece, è della stessa città di Bersezio, allora sta sbarcando a Marsala, alla testa dei Mille, per far fuori tutti i Mandarin terrùn.
È da precisare che è difficile valutare quando i meccanismi di difesa siano da considerarsi normali, oppure patologici. Ipotizziamo che voi diciate di sentirvi una Pompadour, negando in questo modo un sentimento d’inadeguatezza, sarebbe facile immaginare i sorrisetti delle vostre migliori amiche; ma se voi improvvisamente sposaste,
per uno di quei casi della vita, un “Presidente” di una repubblica d’oltralpe, allora più
nessuno sorriderebbe alla vostra dichiarazione, anzi vi proclamerebbero erede di Maria
Antonietta. Hitler se, prima del 1933, avesse detto di sentirsi un superuomo, sarebbe
finito in un lager; ma, dopo quella data, furono gli altri a convincerlo che lui era esattamente il superuomo che lui aveva sempre saputo di essere. Furono così risparmiati i
soldi per un ricovero coatto, e nei lager finirono gli altri.
Più che l’adesione alla realtà, è il potere che ci fa sentire “normali”, in quanto ci
consente di adattare la realtà ai nostri desideri. Ora, se un maschietto, con verga e testicoli, nega di essere maschio, non necessariamente nega la realtà: è sufficiente che un
politico verghi una legge che dichiari donne i possessori di verghe, e consideri la verga
in sé un pleonasmo, o un eccesso della natura. Potrebbe esserci così un genere femminile con mentula, e la psicologia non avrebbe nulla da obiettare [Burr, 1998]. Acquisire
il potere di negare persino la negazione è la via maestra per diventare un normalissimo
eroe. Negare quel che si è, e convincere gli altri di essere quel che ogni uomo vorrebbe
essere, è il modo più diretto per essere eletto uomo dell’anno. Il vero segreto dell’uomo
di successo è nello slogan che nega la paura più profonda dell’uomo, ossia la castrazione. Yes, we are the best! Chi di noi non vorrebbe far parte di un tale gruppo?
L’inibizione del fine
All’inizio, il bambino è essenzialmente un corpo, anche il suo Io è corporeo, nel
senso che tutte le sue manifestazioni affettive sono espresse con il corpo. I suoi impulsi
libidici sono sempre accompagnati da eccitamenti sessuali, che fanno riferimento a
precise zone erogene. La sessualità del bambino nei confronti della madre deve essere necessariamente inibita: in questo modo, egli è “costretto” ad amarla soltanto con
l’anima. In altre parole, il piccolo può esprimere la sua energia istintuale sotto forma di
sentimenti di tenerezza. Il rapporto del bambino con la madre, da puramente corporeo, diventa fondamentalmente psichico.
91
Della Psicoanalisi
Nell’innamoramento adolescenziale è il corpo a riprendere potere sulla mente, e
la relazione con il partner, che è pur sempre un sostituto materno, ridiventa principalmente corporea. La prima intesa tra i due è decisa dalle risposte che il corpo elice.
Tuttavia, se dopo il settimo mese di matrimonio il corpo di vostro marito diventa
quiescente, non significa che sia in atto un’inibizione del fine delle forze istintuali e
che ora lui vi ami platonicamente. Normalmente, affinché, alla primitiva e travolgente
sessualità, subentri una tenera e delicata sensualità fatta di pensierini alla «mon chéri» e
di baci alla perugina, è necessario che passi almeno il canonico settimo anno. Al vostro
posto, comincerei a fare qualche indagine in giro, presso le migliori amiche. Inutile
perdere tempo con consulenti familiari, psicologi, sessuologi, terapeuti della famiglia,
psichiatri, saltateli tutti e rivolgetevi ad un bravo avvocato matrimonialista: si tratta
della sindrome del “don Giovanni”.
D’altra parte, l’inibizione del fine ci consente di avere rapporti di buona amicizia
con gli altri; infatti, inibite le mete degli impulsi primitivi, ossia prettamente sessuali,
noi possiamo dar loro uno sbocco e una gratificazione, entrando in rapporti di amicizia con persone di entrambi i sessi. Questo non deve indurvi a temere per le amicizie
maschili di vostro marito. Fino a quando vostro marito vi parla apertamente del suo
migliore amico, di solito marito della vostra migliore amica, è chiaro che gli impulsi
omosessuali sono inibiti, e voi non dovete preoccuparvi. Grazie a questa inibizione del
fine, egli potrà fare tante escursioni con il suo amico, e parlare cameratescamente delle
altre donne. Quel che cerco di dire è che, in genere, le amicizie tra persone dello stesso
sesso si fondano su un sentimento di simpatia e di ammirazione nato dall’inibizione di
fini erotici, ed è quel che deve succedere in uno sviluppo “normale”. Qualcuna di voi
potrebbe domandarsi: «E se tra i due l’inibizione del fine dovesse venir meno?». Nel caso l’inibizione venisse meno, i due inventerebbero un pretesto e si “appiccicherebbero”
alla napoletana, ossia passerebbero a vie di fatto, nel senso che si azzufferebbero, e non
nell’altro senso; salvo che non nascondano «i segreti di brokenback mountain».
Gli aspetti più preoccupanti possono insorgere quando una idealizzazione si verifica in un gruppo di individui, tutti dello stesso sesso, verso una persona con un
particolare carisma politico. Per un qualche motivo, vi sono persone che riescono ad attivare negli altri questo meccanismo, che consiste nell’inibizione di parte degli impulsi
sessuali rimossi, in questo caso impulsi omosessuali, e nella sublimazione degli impulsi
residui. Quando il meccanismo contagia le masse può costituire un serio pericolo per la
convivenza civile: pensate a quel che può succedere quando un intero popolo idealizza
un “condottiero”, magari ex caporale, o ex imbianchino, o ex maestro elementare. In
questi casi la traballante virilità è supportata da divise, esibizioni marziali, inni di forza,
ma soprattutto con il cameratismo, dal quale è normalmente escluso non il sesso, ma
il genere femminile.
La regressione
La regressione ci riporta allo stato infantile della nostra organizzazione psichica; noi
tutti regrediamo, quando ci addormentiamo, quando ci ritiriamo da una realtà impe92
I dieci meccanismi di difesa dell’io
gnativa e cominciamo a sognare ad occhi aperti, quando cominciamo a ideare scherzi
e dispetti.
Abbiamo visto che la libido, o energia pulsionale, nel corso dello sviluppo psicosessuale investe nuovi oggetti (seno – feci - pene) e nuove modalità di scarica (suzione
– trattenere/espellere - intrusione). Può capitare che, di fronte a situazioni ansiogene o
a frustrazioni, la libido tenda a regredire, quasi ci fosse un riflusso, reinvestendo oggetti
di una fase già superata. Facciamo l’esempio del bambino che a 4 anni si diverte moltissimo in modo conforme alla sua età, ma improvvisamente la mamma porta a casa un
fratellino. Il piccolo teme di aver perduto l’amore della madre, e tenta un recupero delle
sue attenzioni, regredendo verso anteriori forme di organizzazione della libido, In parole semplici, riprende a succhiarsi il dito e pretende nuovamente il biberon. Possiamo
affermare che la libido del bambino ha reinvestito un precedente oggetto (il pollice), e
un precedente modo di trarre piacere (succhiare).
Dopo aver litigato, due novelli sposi di solito regrediscono: lei lascia l’oggettomarito e ritorna dall’oggetto-mamma; lui, invece, va a far rifornimento al seno-bar.
Sovente le donne regrediscono frequentando cremerie (piaceri orali), oppure negozi d’abbigliamento (gioie anali). Gli uomini, invece, regredendo, sono più proclivi ad
attaccar briga, o ad atti di gratuita spavalderia. Luogo preferito è lo stadio, dove possono sgranocchiare popcorn, bere birra, dire parolacce, insultare e mostrare il dito medio
o il pugno chiuso, esaurendo così l’intera gamma delle gratificazioni pregenitali.
Nel caso degli sposini, lei di ritorno dalla mamma, lui, dagli amici del bar, i due,
prima di tornare al loro solito rapporto, ripercorrono tutte le fasi dello sviluppo psicosessuale. Lei, per farsi perdonare, prepara per lui le lasagne al forno, lui risponde con le
coccole e le paroline dolci sussurrate all’orecchio e che tanto fanno impazzire lei (fase
orale). In seguito, lei fa vedere a lui l’intimo che ha appena comprato al body shop, She
for her, e lui, in cambio, la chiama la sua “sorcetta”, o “porcellina d’India”, o ancora la
sua “topolona al gorgonzola”, che in quanto a lezzo non scherza (fase anale). Lei, proficiente, si ammira e si lascia ammirare in tanga; lui si stira, si gonfia come un piccione, e accenna a qualche passo di tango (fase fallica). Esauriti i preliminari pregenitali,
possono infine consumare e scaricare l’energia sessuale all’insegna del primato genitale,
dando inizio al primo round.
Le regressioni di solito sono parziali, interessando aspetti specifici della personalità. Vi sono persone che mostrano un’organizzazione dell’Io perfettamente adulta,
tuttavia una parte, in particolari circostanze di stress, tende a regredire. A tutti può
capitare, tornando a casa, dopo una giornata di lavoro in ufficio, di gradire le coccole
del partner.
Il meccanismo della regressione fa sempre riferimento alla fissazione; in pratica,
ognuno di noi regredisce ad una fase dello sviluppo in cui è rimasta fissata una parte
considerevole di libido. Una fissazione per esempio ad una modalità di soddisfacimento
orale o anale, segna il punto di regressione della libido. Così, se in caso di frustrazione
lei si reca in pasticceria, e lui si arena in un bar e si ubriaca, significa che entrambi hanno una fissazione alla fase orale. La regressione, dunque, è un defluire dell’energia in
quei punti in cui si è verificata una fissazione, e che continuano ad esercitare un potere
di attrazione. Non è raro che una moglie osservi nel marito, in caso di malattia, una
“totale” regressione, fino a farsi imboccare e cullare, mentre invoca la mamma.
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Della Psicoanalisi
In caso di regressione persistente e massiccia, può verificarsi una vera e propria
introversione. Quando in lui cessano gli interessi per i rapporti sociali, per l’attività lavorativa, per i contatti affettivi con il partner, significa che ha scaricato la principessa da
qualche parte, si è ripreso il suo pisello e non ricorda più dove lo ha nascosto. Quando,
invece, è lei a cadere in depressione, scende da materassi e cuscini, e fa salire lui sul suo
pisello.
La razionalizzazione
Conoscete sicuramente la favola di Esopo, che racconta di una volpe vogliosa dei
grappoli succosi di un’uva dai tralci alti e irraggiungibili. Dopo alcuni inutili tentativi,
la poveretta commentò il suo insuccesso all’incirca con queste parole: «A dire il vero,
non ho un gran desiderio di uva. Adesso che ci penso, non mi è neppure mai piaciuta
più di tanto. E poi, quest’uva è ancora acerba!». In altre parole, la volpe ha fatto lo stesso commento di tuo marito Geraldo quando si è invaghito della bagnina. Era andato
a correre, per un’intera settimana, tutte le mattine sulla spiaggia per incontrarla. A te
diceva che lo faceva per smaltire la brioche, ma poi si spaparanzava a pancia al cielo
proprio davanti al gabbiotto con la bandierina rossa. La cosa è andata avanti finché
la bagnina non fu raggiunta dal suo bagnino, con pettorali e addominali da Cappella
Sistina. Epa contro ape e il suo pungiglione non lasciava grandi speranze di successo. La
cosa peggiore per Geraldo fu incrociare lo sguardo della bagnina, pietoso fino alla pietà.
Al ritorno, a te che chiedevi: «Caro, com’è andato il footing? Ho visto che è arrivato
anche il bagnino!», lui rispondeva: «Sì, ho visto! Non è che poi sia un granché, ma per
la verità neppure lei è più di tanto. In ogni caso, non è davvero il mio tipo».
Razionalizzare significa dare una spiegazione logica, giustificando, da un punto di
vista morale, comportamenti, pensieri e sentimenti, le cui motivazioni profonde sono
inaccettabili. Ma affinché una razionalizzazione sia veramente tale, è necessario che chi
razionalizza sia fermamente convinto delle proprie spiegazioni. In breve, tuo marito,
con le sue spiegazioni, non ti ha mai mentito, ed era inconsapevole di ingannare se
stesso.
Si tratta di un meccanismo che vuole apparire intelligente e furbo, ma non ha mai
convinto nessuno; anzi, forse non è neppure un vero meccanismo di difesa, in quanto
non impedisce il soddisfacimento pulsionale, ma cerca di assecondarlo, camuffandolo
con una parvenza di razionalità. Noi tutti ricorriamo alla razionalizzazione del continuo. Facciamo un altro esempio! Tuo marito si ferma volentieri a parlare con la nuova
vicina di casa, Maria Luz, ex badante del fu Mattia Pasquale. Nel suo comportamento
non c’è nulla che lasci trasparire un interesse diverso da una semplice amicizia di buon
vicinato; tuttavia, notate che tutte le volte che esce da casa, o che rientra dal lavoro,
guarda verso il giardino della guatemalteca, e trova sempre un valido pretesto per attirare la sua attenzione e attaccare bottoni e fibbie. Ormai, hai capito cosa pensa la
psicoanalisi di queste cose; vale a dire che motivazione centrale, fondamentale e unica
di tutti i nostri comportamenti è, sempre, soltanto e semplicemente, il sesso. Tu, però,
non puoi accusare di nulla tuo marito, tuttavia è lecito chiedergli qualche spiegazione
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I dieci meccanismi di difesa dell’io
del tipo: «Caro, come mai ti fermi a parlare sempre con guapa, la quale ha sempre
puntualmente della biancheria intima da stendere al sole?». Tuo marito, se non mette
in atto il meccanismo della negazione, facendo lo gnorri e chiedendo: «Ma cara, quale
guapa?», e se non proietta le sue intenzioni sulla vicina, asserendo: «Non sono io che mi
fermo a parlare con lei, ma è lei che vuole parlare con me», e se è un aspirante scrittore,
potrebbe razionalizzare dicendo: «Sto studiando il personaggio del mio nuovo thriller;
lei m’ispira la protagonista, un’etèra in fuga per sfuggire ai narcotrafficanti boliviani,
che l’hanno inseguita fin qui, a Trofarello, per violentarla e ucciderla, ma non conosco
ancora il finale». Tu ricorda che lui sta razionalizzando, e quindi è in buona fede, perciò
potresti aiutarlo, suggerendogli il finale: «Caro, non hai pensato che potresti salvarla tu
dai boliviani, e diventare così l’eroe di Trofarello?». Ci sono buone probabilità che tuo
marito si concentri di più sul suo personaggio, e meno su quel che farebbe alla guapa
nelle vesti dei boliviani.
La spiegazione di tuo marito, in ogni caso, è sicuramente plausibile, e lui è talmente convinto di quello che dice che potrebbe convincerti; meglio, avrebbe potuto
convincerti se tu non stessi leggendo questo libro. In altre parole, lui è convinto dei
motivi riferiti, e ha formulato delle giustificazioni che risultano coerenti e socialmente
accettabili; in realtà, egli non si rende conto di aver giustificato una condotta inconsciamente ispirata da un sentimento che non può riconoscere, a motivo dei suoi principi
morali. In poche parole, la vicina esercita su di lui un’attrazione fatale e lui non è del
tutto consapevole di quel che succede negli strati profondi della sua psiche. So che tu
non sei per niente convinta che tuo marito non si renda conto di ingannare se stesso
con le sue razionalizzazioni. Neppure io sono del tutto convinto, ma le convinzioni
dipendono da quanto noi vogliamo convincerci di quello che diciamo. La nostra psiche
compie molti sforzi a livello inconscio per non prendere coscienza della realtà. Dopo
la débâcle con la bagnina, si concede qualche sogno con la guatemalteca. In breve, tuo
marito sta facendo inconsci salti mortali brioché per non accettare la sua realtà di uomo in brachette e in stato di avanzata stagionatura. Riconoscere una sconfitta con la
bagnina sarebbe troppo mortificante, per questo il suo Io attiva il processo di razionalizzazione che nega un interesse sessuale per la bagnina e, in connivenza con gli sforzi
inconsci, favorisce l’oscuramento della realtà delle cose. A questo punto, tuo marito si è
pienamente convinto che la bagnina non sia interessante, come è convinto che lui non
ci stia provando con la guapa.
Capita a tutti dover rinunciare a qualcosa; anche la tua vicina di ombrellone, che
ha superato i sessant’anni può soltanto guardare e respingere i pensieri come si scacciano le mosche, non appena si presentano, ossia prima ancora che si depositino sulla
pelle e facciano venire voglia di grattarsi. Le razionalizzazioni sono i nostri ventagli
scacciamosche. Prova ad ascoltare l’ultrasessantenne sotto l’ombrellone accanto al tuo:
intanto non toglie gli occhi di dosso da tutti quelli che passano, e riserva ad ognuno
un commento, che diventa tanto più acido quanto maggiore è l’attrazione che inconsciamente avverte. Ella, infatti, toglie fascino a tutti gli under trenta, definendoli poco
intelligenti, tanto immaturi, cretini quanto basta.
Noi siamo essere razionali e abbiamo bisogno di dare spiegazioni logiche dei nostri
pensieri e delle nostre emozioni. Con la razionalizzazione l’impulso non è ostacolato,
ma reso accettabile. In altre parole, razionalizzando, tuo marito non si difende dal suo
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Della Psicoanalisi
bisogno di parlare con la vicina, ma trova un valido motivo per parlare con lei. In breve,
la razionalizzazione fa di noi dei complici di noi stessi. La razionalizzazione non nega
la verità di quel che appare, si limita a truccarla. D’altra parte, la verità è come il sesso,
è molto più eccitante quando la si intravede. Da qualche parte è scritto che il cuore
umano è insanabilmente maligno, forse per questo siamo sempre pronti ad offrirlo,
con tanto amore.
La conclusione è che tutte le nostre argomentazioni per spiegare i mille ragionevoli
motivi che ci portano a simpatizzare per alcuni, e gli altri mille motivi, che giustificano
la nostra antipatia verso tutto il resto dell’umanità, sono razionalizzazioni. Il guaio
è che anche quando ci innamoriamo noi non sappiamo perché sia nato in noi quel
particolare sentimento, ma non per questo ci turbiamo: e poi è sufficiente guardare la
persona amata per capire i diecimila motivi che ci hanno fatto innamorare. Sapremo
trovare il milione di motivi di segno opposto dopo i famosi sette anni di convivenza.
Lasciamo ora perdere le razionalizzazioni di tuo marito, e occupiamoci del meccanismo di difesa di tuo figlio adolescente, si tratta dell’intellettualizzazione. Questo
meccanismo è molto simile alla razionalizzazione, ma in modo solo apparente. In altre
parole, se tuo marito fa apparire plausibile l’innocenza della sua simpatia per la vicina
di casa, tuo figlio ricorre ad altre strategie. Di fronte alla pressione degli istinti egli
cerca una via di fuga, attraverso speculazioni filosofiche intorno alla vita e all’amore,
e discussioni intellettuali circa la società e la politica. A differenza del padre, sempre
alla ricerca di pensieri che giustifichino i suoi istinti, tuo figlio adolescente cerca di dominare i propri processi istintuali ricorrendo all’attività del pensiero, ed elabora teorie
circa il migliore governo della cosa pubblica, la fedeltà coniugale, l’eterno valore delle
promesse, gli ideali dell’amicizia. Non devi però credere che tuo figlio, pur teorizzando
gli ideali dell’amicizia, si senta vincolato da ciò che predica. Il suo è soltanto un tentativo di dominare i processi istintuali, intellettualizzando la sua vita sessuale; ma alla
prima occasione non rinuncerà all’opportunità di “fregare” la ragazza al suo migliore
amico. Oggi i nostri adolescenti, con le loro serate da sballo, non intellettualizzano più
la pulsione erotica. Quella che fu una intellettualizzazione sessantottina del libero amore, oggi è semplicemente una “normale” e banale pratica, spoglia di ogni sentimento e
coinvolgimento relazionale. Tuttavia, finché tuo figlio intellettualizza la pulsione erotica va bene, qualche guaio potrebbe sorgere con l’intellettualizzazione della pulsione
aggressiva, la quale, ricevuta la sua benedizione dalla dea Ragione o direttamente dal
Cielo, può diventare esplosivamente “santa”. D’altronde, la pulsione aggressiva è sempre congiunta con quella erotica; non si aggredisce il padre, o le sue figure sostitutive,
togliendogli potere senza inconsciamente agognare il premio della madre-donna. Nel
’68 si è consumata una delle rivolte più importanti contro il principio di autorità. La
fine del padre è stata, nel mondo occidentale, intellettualizzata nel ’68. Eliminato il
padre, i figli si sono concessi idealmente la madre con la libertà sessuale. Con l’uccisione del padre, tuttavia, è stata eliminata anche la moglie e la madre, ed è rimasta la
donna con i suoi compagni. Con la detronizzazione del padre si ha l’eliminazione del
principio, della regola e della norma, e quindi, la possibilità di intellettualizzare. Con
il venir meno della capacità di questo meccanismo, nella società dei figli, non resta che
ricorrere ad una sempre più massiccia e precoce razionalizzazione degli istinti, ossia
delle «voglie più antiche e più forti degli uomini» (Freud, 1912-13).
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I dieci meccanismi di difesa dell’io
La sublimazione
Per illustrare il concetto di sublimazione prendiamo, come esempio, due famiglie:
quella della vicina e la tua. Non preoccuparti, le persone normali sublimano, quelle che
non sublimano sono nevrotiche. La sublimazione esprime, infatti, il funzionamento
normale dell’Io. La tua vicina è, dunque, una famosa pittrice, suo marito è un famoso
scultore e il figlio si specializza con successo in restaurazioni di antiche opere d’arte.
Veniamo alla seconda famiglia: tu sei un’attrice di successo, tuo marito è un pianista di
fama internazionale, tua figlia è una brillante fotomodella.
In ognuna di queste attività vi è gratificazione, ossia una scarica di energia libidica,
anche se la natura di tale energia è irriconoscibile; infatti, i fini della pulsione sessuale
hanno subito un radicale e permanente cambiamento. Nel caso della prima famiglia,
il successo artistico e professionale dei diversi membri attinge a chiari e inequivocabili
impulsi anali di origine infantile. Consideriamo, ora, come è avvenuto il passaggio
dalle prime attività legate alle funzioni escretorie ai successivi interessi estetici. Tutti i
bambini amano giocare con i propri prodotti intestinali, ma la disapprovazione degli
adulti e le interferenze del Super-io li distolgono da tali interessi. In breve, l’impulso erotico perde il suo carattere sessuale, ed è deviato verso altri scopi, per esempio
modellare o dipingere, mentre le feci sono sostituite da altro materiale, come fango,
plastilina, creta, colori. In casi di abilità individuali e di risposte gratificanti da parte
dell’ambiente, bambini con impulsi anali accentuati possono sviluppare interesse per
l’arte, scegliendo un percorso di studi attinente, e diventando pittore, scultore, restauratore, amatore d’arte.
Nel caso della seconda famiglia, la tua, gli impulsi soddisfatti mediante le attività
professionali anch’esse artistiche non hanno origine nei prodotti fecali, ma nel bisogno infantile di esibirsi, proprio della fase fallica. La disapprovazione sociale e l’azione
del Super-io, anche in questo caso, hanno modificato in forma accettabile, mediante comportamenti sostitutivi, gli impulsi originari di esibire i propri organi genitali.
Naturalmente l’impulso primitivo è diventato inconscio, mentre le attività sostitutive
continuano a soddisfare, se pur parzialmente, gli impulsi infantili.
Con il meccanismo della sublimazione, l’Io mette d’accordo le esigenze dell’istinto
con le esigenze sociali. L’energia sessuale è desessualizzata e l’attività sostitutiva consente
di ottenere il massimo di soddisfazione istintuale nel modo più socialmente accettabile,
e persino utile. Ora, non in tutte le attività professionali è presente una sublimazione: a
decidere se sublimiamo oppure no è il quantum di soddisfazione che le attività sostitutive forniscono. Se il tuo vicino è specialista in parassiti intestinali, perché era rimasto
un solo posto per potersi iscrivere ad uno dei corsi di specializzazione, sicuramente non
sta sublimando, e non proverà nessun piacere a rovistare tra le feci, e meno che mai si
sentirà realizzato; al contrario, se ha una fissazione della libido nella fase anale, saprà
trarre grandi soddisfazioni da questo suo onesto lavoro.
Lo stesso vale per il chirurgo che sublima i suoi impulsi, magari sadici, provando un forte piacere a intervenire sulle persone. Guai a noi se egli non sublimasse gli
infantili impulsi di crudele sadismo, potrebbe nascondere in sé un Mister Hide, o
un certo Jack di Londra. Seguire la propria vocazione in fondo vuol dire gratificare
impulsi ignobili per una nobile causa. Anche l’amore per la conoscenza e la passione
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per la scienza si basano sulla curiosità, la stessa che da bambini si aveva per le cose
del sesso.
La capacità di sublimare ci consente di avere stabilità e di vivere una vita “normale”. Come riconoscere individui con un meccanismo di sublimazione efficiente? Niente
di più facile! Prima di sposare qualcuno fate bene a misurare sia la capacità che il vostro
pretendente ha di impegnarsi con il lavoro, sia la capacità che ha di divertirsi in svaghi
e passatempi sociali, valutando l’equilibrio esistente tra le due capacità.
Un’eventuale lettrice, tuttavia, non deve pensare che il marito abbia una sublimazione in atto, se improvvisamente, all’età 40 anni, perdesse interesse sessuale per
lei. In questo caso, è molto probabile che si tratti di uno spostamento di oggetto, vale
a dire di un passaggio dei suoi impulsi erotici da un oggetto più vecchio ad uno più
“recente”. Se poi non ci fosse nessun nuovo oggetto, e lui persistesse in una “giullaresca” castità, e cominciasse a vestirsi come un Hare Krishna, suonando il tamburello e
i piattini a mezzanotte per scacciare i demoni della lussuria, neppure in questo caso si
tratterebbe di sublimazione, ma avremmo a che fare con un meccanismo che avrebbe
dovuto abbandonare da almeno un paio di decenni, si tratta dell’ascetismo. Il meccanismo dell’ascetismo colpisce soprattutto gli adolescenti. Questi, infatti, di fronte agli
eccessi istintuali, s’interdicono ogni espressione della loro vita istintuale, proibendosi il
più piccolo soddisfacimento. Essi diffidano del piacere e negano a loro stessi, in modo
severo e rigoroso, ogni desiderio legato al godimento. Se avete un adolescente in questa
condizione, vale a dire che non si concede svaghi con gli amici, castigando la carne con
flagello e cilicio, con un’alimentazione insipida, con digiuni, con docce fredde, con
litanie notturne, e con il pallino di fare il monaco trappista, non disperate, basta saper
pazientemente aspettare. Il tempo dirà se è soltanto una fase francescana transitoria,
oppure un principio di disturbo psicotico. Se è una fase transitoria la guarigione appare
spontaneamente, e l’adolescente finisce con il concedersi tutto quello di cui si è privato,
diventando un vero gaudente e libertino. Se comincia a parlare agli uccelli forse è una
santa vocazione; ma se dice che sono gli uccelli a parlargli, allora è il caso di preoccuparsi; ci troviamo di fronte ad un disturbo psicotico con allucinazioni visive e uditive.
Letture consigliate
Burr V., [1998], psicologia delle differenze di genere, Bologna, Il Mulino, 2000.
Freud A., [1956], L’Io e i meccanismi di difesa, Firenze, Martinelli, 1961.
Freud S., [1912-13], Totem e tabù, in Opere, vol. VII, Torino, Boringhieri, 1975.
Freud S., [1923], L’Io e l’Es, in Opere, vol. IX, Torino, Boringhieri, 1977.
Freud S., [1926], Inibizione, sintomo e angoscia, in Opere, vol. X, Torino, Boringhieri,
1978.
CAPITOLO 8
Tutti i sogni in una vita
Perché sogniamo? Un bambino diede questa risposta: «Perché di notte non abbiamo niente da fare». Non avere nulla da fare, infatti, è la condizione prima per addormentarsi. Fino a quando il nostro apparato mentale è eccitato per un pensiero che
c’inquieta, per una contrarietà, o semplicemente per i canti di un paio di ubriachi che
si sono stanziati sotto la nostra finestra, il sonno tarda a venire. In breve, è necessario
spegnere non soltanto la luce, ma anche tutti gli stimoli interni ed esterni per favorire
il ritiro d’ogni nostro interesse dal mondo e, quindi, l’abbandono tra le braccia del dio
Morfeo. Tuttavia gli stimoli, una volta assopiti, non cessano di disturbare il nostro sonno. Facciamo un esempio, avete mangiato caviale per cena e durante la notte una gran
sete stimola il vostro apparato psichico con la richiesta di acqua. C’è un solo modo per
non svegliarvi, sognare la fontana di Trevi e dissetarvi. Il sogno non elimina la sete, ma
serve a ritardare il risveglio. L’esempio opposto è quello di chi ha bevuto molto, prima
di andare a letto; egli potrebbe, allora, sognare di essere alla ricerca di un “angolino”
appartato per trovare sollievo. Da un lato, dunque, c’è l’Es che vuole dormire e mingere, dall’altro, c’è l’Io che viene in soccorso, “inventando” il sogno dell’angolo nascosto.
In questo modo è salvaguardato il sonno. Di solito, in questi sogni, quando finalmente
stiamo per raggiungere l’angolino, ci ritroviamo immancabilmente in Piazza Castello,
dove tutta la città si è riversata a far festa, affollando il nostro sogno. Non si tratta di
una forma di sadismo dell’Io, che promette “angoli” e ci squaderna “piazze”, ma è
l’unico modo per farci continuare a dormire e preservare le lenzuola da un diluvio. Lo
stato di tensione, ad un certo livello, induce al risveglio, facendoci correre in bagno; in
casi particolari, potrebbe accadere che l’Io provveda all’Es di un provvidenziale albero
onirico, permettendo al sognatore di trovare il suo sospirato sollievo, almeno finché un
gelo bagnato non sveglia la moglie. Anche la moglie, in tali circostanze, può avere il suo
sogno custode, e il sonno si prolunga in un soggiorno “inclusive terms” ad Hammerfest, finché non incontra l’uomo delle nevi.
In breve, possiamo sintetizzare:
1) il sogno si organizza intorno ad uno stimolo che perturba il nostro sonno,
2) il sogno serve a soddisfare un desiderio,
3) il sogno tende a preservare il sonno.
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Della Psicoanalisi
Prima di esaminare meglio questi aspetti del sogno, vediamo di identificare i suoi
elementi.
Tua moglie, nel cuore della notte, ti sveglia, e ti racconta di aver sognato che stava
ballando con uno sconosciuto dai capelli bianchi, in una stanza d’ospedale, e lei era
stranamente eccitata. Nel sogno, poi, lo sconosciuto si era trasformato nel collega del
marito, e l’ospedale era diventato il mercato di Porta Palazzo, dove c’era tanta frutta
esotica. Nell’ultima parte del sogno lei e l’altro, nel frattempo diventato un altro collega del marito, rimanevano soli, danzando e roteando mentre salivano sul pinnacolo
del Museo del Cinema, ossia la Mole Antonelliana. In cima, l’altro scompariva, e lei si
ritrovava sola aggrappata alla punta della stella, in preda alla paura di cadere, finché non
si svegliò in un lago di sudore.
Quel che tua moglie ti ha raccontato non è tutto il sogno, anche se non ti sta
nascondendo nulla, ma è la parte palese del sogno, vale a dire il contenuto onirico manifesto. Esistono, infatti, altri elementi del sogno, che non sono evidenti, come i desideri,
i pensieri, i sentimenti inconsci. L’insieme di questi stimoli, che disturbano il sonno e
cercano di svegliare il dormiente, costituiscono il contenuto onirico latente. Nel sogno
della fontana di Trevi, vi è uno stimolo corporeo, la sete, che per analogia potrebbe aver
svegliato un altro stimolo, legato ad un’altra sete, di origine ben più profonda, e che
soltanto nelle vesti di Mastroianni sarebbe stato possibile soddisfare. All’origine del sogno possiamo trovarvi elementi sessuali di cui non abbiamo coscienza, e che si rivelano
inconfessabili allo stesso sognatore.
Il sogno comprende ancora una terza parte, costituita dall’insieme di tutte le operazioni psichiche inconsce, che trasformano il contenuto onirico latente in sogno manifesto, si tratta del lavoro onirico. Facciamo un esempio: un individuo con una fissazione al seno materno e un inconscio bisogno orale di gratificazione, durante il sonno - in
cui è in atto una regressione e un allentamento delle difese dell’Io - ha l’opportunità
di appagare alcune richieste istintuali. D’altronde tali richieste, se non fossero accolte,
creerebbero tensione ed eccitazione al soggetto addormentato, provocando una brusca
interruzione del sonno. Si mette allora in opera il lavoro onirico. L’Io allora elabora
una fantasia con le immagini che conserva nel suo magazzino della memoria, e cerca
in qualche modo di realizzare, mediante un’allucinazione onirica, il desiderio di una
gratificazione orale. Il sogno prodotto, che costituisce la parte manifesta, altro non è
che la fantasia di un desiderio latente gratificato. Il lavoro onirico ha dunque rimediato
a selezionare le immagini, componendo una fantasia mediante cui tradurre e realizzare
il desiderio sotto forma di rappresentazione visiva.
Per il soggetto, tuttavia, sognarsi nell’atto di succhiare direttamente al seno di una
donna, sarebbe un’immagine troppo vicina al desiderio rimosso, e creerebbe qualche
problema a livello di coscienza. Possiamo immaginare che l’Io crei invece una situazione in cui il desiderio latente è soddisfatto senza essere riconosciuto immediatamente.
Il sogno potrebbe essere quello del dormiente che sogna una donna con due grandi
seni nudi, cui associa un eccitamento sessuale. In quanto ancora troppo esplicita, anche quest’espressione onirica potrebbe essere ostacolata dalle difese dell’Io. Il dreamer
potrebbe allora finalmente sognare la scena del film La dolce vita, in cui egli fa il bagno con la prosperosa Anita in uno stato d’eccitazione. Poniamo il caso che l’Io non
accetti neppure questa immagine, e purifichi ulteriormente le scene del sogno: in tal
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Tutti i sogni in una vita
caso, potrebbe scomparire l’eccitamento sessuale e, al posto di Anita, comparire suor
Letizia che si limita a sguazzare, come una colomba, con i piedi nudi nella fontana. Il
sognatore potrebbe essere un giovane seminarista, e le difese dell’Io potrebbero opporsi
anche a questa ideazione onirica: la fantasia appropriata diventa dunque il Nostro che
si toglie la tonaca, entra nella fontana e va a salvare suor Letizia che sta affogando, e
magari ci scappa anche la respirazione vocca-bouche [lui è napoletano, lei di Besançon].
A questo punto, l’Io non ha più alcuna obiezione da fare, il sogno passa la censura e
può persino essere raccontato. La fantasia primaria è ormai irriconoscibile, rimpiazzata
da un’innocente fontana con delfini e tritoni.
Non bisogna però pensare che l’Io lavori secondo le modalità dell’esempio riportato, ossia provando e scartando, di volta in volta, i prodotti fantastici. Il sogno appare
confezionato in modo immediato, se pure è plausibile pensare che l’Io abbia valutato
le forze istintuali del contenuto onirico latente, e le forze delle difese. Se tuo marito
sogna donnine nude, non si può certo sostenere che il suo Io si sia dato molto da fare
per vestirle e camuffare i suoi orgiastici desideri. Un Io in allerta, invece, imbastisce un
sogno in modo che l’impulso originario, sempre sessuale e d’origine infantile, possa
trovare un soddisfacimento in modo parziale e in forma mascherata. In questo modo,
suor Gertrude potrebbe sognare il tipo della parabola evangelica, nudo e ferito sul ciglio della strada, che lei puntualmente trova sempre nello stesso posto e amorevolmente
cura come Dio comanda.
A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare che i sogni non sono sempre a lieto
fine, talora sono così bizzarri, astrusi, tristi, deprimenti e persino paurosi, che è impossibile possano realizzare un desiderio.
Nei bambini piccoli, è facile individuare quali desideri sono soddisfatti nei sogni.
Non è raro che un bambino, al suo risveglio, chieda alla mamma dove sia il cioccolato che stava mangiando, o il giocattolo con il quale giocava. Un neonato affamato
sicuramente sogna di succhiare il capezzolo. Nei sogni dei bambini è evidente la relazione tra contenuto onirico latente e sogno manifesto. Nei bambini più grandi, tale
relazione può apparire meno evidente. Nel caso in cui la mamma regali un fratellino
non richiesto al piccolo Adolfino, possiamo supporre che il piccolo non gradisca un
cotale rivale in amore, e desideri la sua eliminazione fisica. Quel che Adolfino non sa
ancora fare nella realtà potrebbe allestirlo in sogno e soddisfare, così, il suo impulso
aggressivo. La fabbrica del sogno dipende dalle difese che l’Io mette in atto per non
rendere angosciante l’esecuzione del crimine. Vi è una diversa responsabilità onirica
nel sognare il nuovo nato che, fatte le valigie, spontaneamente sale sul primo treno
e sparisce, oppure nel sognare il nuovo nato che è portato via da una strega cattiva,
o, infine, sognare il neonato che è divorato dall’orco malvagio con un solo boccone.
Con l’aumentare delle difese il contenuto manifesto subisce travestimenti e deformazioni da rendere irriconoscibile la realizzazione del desiderio originario. Chissà
quante volte il povero Caino ha sognato il piccolo Abele che era portato via dagli angeli del Signore! L’episodio di Caino e Abele c’insegna che è un guaio quando i sogni
non si avverano. Nel sogno ricorrente di un paziente, il fratello più giovane vinceva
una borsa di studio presso una prestigiosa Università degli Stati Uniti d’America. Chi
potrebbe riconoscere un impulso aggressivo in un sogno che augura successo e gloria?
Altre volte, la deformazione onirica è così marcata che il sogno appare assurdo e privo
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Della Psicoanalisi
d’ogni possibile senso; talora è così sgradevole da non avere alcuna eco d’esaudimento
di un desiderio.
Vediamo un po’ più da vicino in cosa consiste il lavoro onirico. Nell’esprimere un
impulso di natura sessuale, o aggressiva, il lavoro onirico fa costante riferimento alle difese dell’Io, che contribuiscono nella scelta delle immagini di superficie, sostituendole
a quelle profonde. Così se tuo marito sogna la statua della libertà, questo non significa
che desidera portarti a conoscere New York: molto più semplicemente egli ha rimpiazzato il suo desiderio di “libertà”, con un’immagine di per sé non compromettente.
In sintesi, il lavoro onirico consiste dunque nella traduzione del contenuto latente,
ossia di desideri, pensieri, sentimenti inconsci, nel linguaggio del processo primario, una
modalità del funzionamento dell’apparato psichico arcaica e primitiva. Questo processo, tipico dell’infanzia, perdura nel delirio e nel sogno. Nel sogno non vi è un linguaggio sottomesso a regole grammaticali e sintattiche, non esiste il tempo, gli opposti coesistono e, soprattutto, ogni singolo elemento può condensare molti altri elementi. Così
nel sogno della statua della libertà di tuo marito possono nascondersi molti pensieri e
una ridda di figure femminili, a cominciare da quella della vicina di casa [lato destro],
che esce in giardino a mezzanotte in sottoveste alla ricerca del gatto perduto, a quella
della vicina di casa [lato sinistro], arrestata e immediatamente liberata (siamo sempre
a Trofarello) per adescamento, e via via fino ad arrivare all’immagine della propria
madre. D’altronde, la statua della libertà ebbe come ispiratrice la madre dell’artista. In
ogni caso, capita a tutti di sognare una persona che conosciamo bene, la quale è simultaneamente un’altra persona, e un’altra ancora, come se avesse un disturbo multiplo di
personalità. Nei deliri psicotici avviene la stessa cosa.
Se tuo marito, mentre è andato a trovare la vicina liberata in attesa di giudizio è
colto in flagrante dalla polizia, in gergo, chiamata “la Madama”, potrebbe sviluppare
un delirio, nel giorno in cui tu decida di farti accompagnare a visitare il museo di Palazzo Madama. Senza una ragione apparente, egli potrebbe scagliarsi contro il ritratto
della Madama Reale, deturpandolo. Il gesto per quanto assurdo e ingiustificabile (a
parte la bruttezza della signora del ritratto), pure ha una sua logica, quella del sistema
inconscio. Qui, infatti, si sono determinati alcuni legami associativi, in base ad un comune elemento di somiglianza, la parola “madama”. La rabbia repressa di tuo marito
contro la polizia, per aver arrestata la vicina, è stata inconsciamente spostata e scaricata
sul dipinto.
Oltre al meccanismo della condensazione vi è anche quello dello spostamento: un
contenuto latente, per esempio il solito desiderio sessuale, potrebbe essere rappresentato nel sogno da un contenuto manifesto insignificante. Per esempio una sognatrice
ancora adolescente potrebbe sognare le classiche “violette” di cui parla Freud, oppure
fiori sfioriti, che potrebbero essere immagini allusive al desiderio di deflorazione. D’altra parte, i maschi che regalano fiori implicitamente richiedono una restituzione di un
dono uguale e contrario. L’azione combinata di condensazione e spostamento contribuisce non poco a distorcere il contenuto manifesto del sogno.
Vi è ancora un meccanismo che rende incomprensibile il sogno, la drammatizzazione, che contribuisce a recuperare le memorie dell’infanzia e a tradurle in immagini
visive e acustiche; in questo modo, il contenuto latente è rappresentato come in uno
spettacolo di teatro. I pensieri e le parole, che significano gli oggetti della realtà, sono
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Tutti i sogni in una vita
trasformati per effetto dell’attività onirica e della regressione in immagini e idee primitive. In breve, i desideri profondi possono essere tranquillamente soddisfatti attraverso
l’allucinazione. Le immagini oniriche dunque sono in stretta relazione, mediante un
linguaggio simbolico, con i contenuti inconsci. I simboli, pur numerosi, rappresentano
in realtà pochi temi principali, che riguardano la nascita, il parto, il rapporto sessuale,
gli organi genitali, la morte. Sono simboli con un significato relativamente costante in
tutte le culture, ossia sono universali e appartenenti al patrimonio genetico dell’umanità. Nessuno può meravigliarsi, dunque, se i genitali sono rappresentati da una gran
varietà di simboli. Serpenti, coltelli, bastoni, ma anche torri, campanili, minareti sono
comunemente simboli fallici. La casa, la borsa, il recinto, invece, sono simboli dei genitali femminili.
Il vero significato simbolico di quel che sogniamo, tuttavia, sfugge alla nostra
conoscenza, perciò non agitarti se tua moglie sogna pitoni giganti, o se tuo marito oniricamente visita ogni notte la cattedrale di santa Genoveffa, e si sveglia stanco per aver
suonato le campane a distesa.
Un paio di sorelle ha sempre una qualche relazione con le mammelle, i gemelli
simboleggiano gli organi genitali maschili, come anche il bagaglio. Gli insetti normalmente stanno per i bambini. Un ragno che lotta con un serpente è una scena di coito.
Il viaggio sta per la morte; uscire dall’acqua per la nascita. Sognare di finire nelle feci
equivale a nuotare nell’oro. Il registro dei simboli è una sorta di linguaggio segreto,
da sempre usato inconsapevolmente, pur senza una sua chiara comprensione. Se tuo
marito al risveglio ti racconta di aver perduto un dente, anche se il sogno non appare
terribile, non avrai difficoltà ad avvertire in lui un gran turbamento. Qual è il messaggio del sogno? Perdere i denti vuol dire perdere potenza. Tra gli incubi ricorrenti degli
uomini c’è il sogno di aver perduto tutti i denti; peggiore di questo, è il sogno di essere
inseguiti da una dentiera inferocita, che poi si trasforma in una banda di 32 pellirosse
con tomahawk roteante, con piuma d’aquila rapax dritta, e con Cavallo Pazzo in testa.
Il sogno è dunque una formazione di compromesso, i cui elementi costitutivi sono
il risultato di forze [eccitamenti inconsci e difese dell’Io] tra loro in conflitto. In breve, i desideri di origine sessuale non possono essere soddisfatti a causa del sonno, che
inibisce ogni movimento, e sono quindi gratificati in modo allucinatorio. Tuttavia, la
censura onirica interviene, mascherando la natura dell’impulso. I desideri, infatti, se
non subissero una trasformazione e non fossero resi irriconoscibili, sveglierebbero il
sognatore. Il contenuto manifesto appare pertanto assurdo e privo di senso per le varie
forme di distorsione che deve subire.
L’ultimo lavoro di deformazione è compiuto dall’Io, l’elaborazione secondaria. L’Io,
in tutto quel guazzabuglio di immagini insensate, in quanto parte razionale della psiche, cerca di dare al contenuto onirico manifesto una parvenza di logica e di coerenza,
creando una specie di racconto e fornendo di senso gli eventi onirici.
Per quanto ora possa essere accettabile la formula dei sogni come realizzazione
fantastica di desideri in forma mascherata, pure alcuni sogni appaiono tanto paurosi e
terrorizzanti da indurre in uno stato di prostrazione il sognatore: sono i sogni d’ansia. Il
desiderio è irriconoscibile, quando la deformazione e il travestimento sono veramente
accentuati, e il sogno appare come un insieme di parti slegate tra loro e prive di senso.
Nel caso invece che le operazioni difensive dell’Io falliscano, e la deformazione non sia
103
Della Psicoanalisi
sufficiente a rendere irriconoscibile l’impulso onirico latente, ecco esplodere l’ultima
difesa, l’ansia.
Facciamo un esempio: Geronima sogna la morte del marito Geraldo [quello della
bagnina]. In sogno, mentre la poverina contempla il marito nella sua bara, si sente preda dell’angoscia più disperata. Il dolore è tale che alla fine Geronima si sveglia, e realizza
con sollievo che si è trattato soltanto di un brutto sogno. Difficile per Geronima pensare che quel sogno possa aver realizzato un suo inconscio desiderio. Se qualche incauto
“uccellino”, della famiglia coturnix, dovesse suggerirle una cosa del genere, rischierebbe
di trovarsi, penne all’aria, infilato in un vol-au-vent offerto alla tavola del pranzo di
Babette. Eppure è così! Secondo Freud, nel sogno di Geronima, un desiderio inconscio
è stato appagato: nonostante i controdesideri delle difese dell’Io, un appetito è riuscito
a forzare il blocco della censura ed arrivare nudus et crudus nel sogno manifesto. L’Io di
Geronima si è trovato così un cadavere per le mani e nessuna possibilità di nasconderlo:
unica alternativa, per ingannare la coscienza, è rendere a Geraldo tutte le pompe degne
di un funerale di eccellenza. Il morto appare appena uscito da un trattamento di chirurgia estetica, bello come non è mai stato in vita sua: di solito è ringiovanito, ha un bel
colorito roseo, è vestito in doppio petto, è amorevolmente composto sul catafalco con
ceri e fiori, e qualche volta parla persino. Preparato il cadavere con tutte le magnificenze, all’Io non resta che mascherarsi da prefica e ricorrere al rimedio estremo, esprimere
dolore per quella morte inattesa, prematura e tanto “amata” [la morte]. L’Io attiva,
infatti, tutta l’angoscia di cui dispone per negare ogni responsabilità per quanto sta accadendo. L’angoscia sperimentata è la prova più convincente, per l’Io, che quella morte
non è stata né provocata né desiderata. In questi casi, al risveglio, non è insolito che la
moglie aggredisca il marito per averla fatta soffrire in sogno. Lo stesso meccanismo può
innescarsi anche in situazione di veglia: per esempio, se una persona, in uno stato di
obnubilamento della coscienza, uccide un famigliare, nel momento in cui l’Io riprende
il controllo sugli impulsi dell’Es, la parte razionale e cosciente dell’Io può negare di
aver commesso il fatto, e si addolora per quel che è successo di un dolore sincero. Noi
possiamo essere sinceri, ma non necessariamente affermiamo la verità. Come facciamo
a sapere che, nel sogno di Geronima, l’angoscia è un espediente di copertura di un
misfatto a lungo desiderato? In primo luogo, quando Geronima si è svegliata e si è resa
conto di aver sofferto in sogno mentre “lui” dormiva beatamente, ha avvertito una gran
rabbia e ha allungato almeno un paio di calci a Geraldo, reo d’averla fatta soffrire in
sogno con la sua morte mentitrice. In secondo luogo, in base alla credenza popolare,
Geronima comunicherà a Geraldo di avergli allungato la vita, e pertanto merita almeno
un abito nuovo. In terzo luogo, da qualche tempo Geronima racconta al suo analista,
Mister Quail, di sognare isole lontane, vestita con il gonnellino da indigena, mentre
s’ingozza con tanta frutta esotica comprata a Porta Palazzo in compagnia del nuovo
collega di lavoro del marito, ex giocatore della nazionale di palla a mano, mentre balla
sulla Mole di Antonello.
Non sono rari i sogni in cui un affetto inconscio è rappresentato, nel sogno manifesto, da una tonalità di segno opposto. Se vostro marito sogna la vicina di casa nuda
e vi racconta di aver provato ripugnanza, il sogno è vero, ma il sognatore è falso come
Giuda Iscariota. D’altra parte, un’attrazione per una persona avvertita come pericolosa
può generare in noi ripugnanza verso quella persona. Se poi egli vi racconta di aver
104
Tutti i sogni in una vita
sognato la suocera e che sentiva molto amore nei suoi confronti, nel caso ci sia una
sua visita in programma alloggiate vostra madre al piano terreno, evitandole di dover
scendere per le scale.
Vi è, infine, un’ultima categoria di sogni, noti come sogni di punizione. Facciamo
un esempio, la signora Guardini sogna di scivolare sulla buccia di una “classica” banana,
mentre cammina per le viuzze della contrada dei guardinfanti, procurandosi un gran
dolore ad una gamba. Certo nessuno ha il desiderio di cadere e fracassarsi una gamba!
Eppure, in questo sogno, un desiderio ha trovato un modo per esprimersi. Ricorrendo
al “metodo delle libere associazioni”, non è difficile appurare il motivo per cui la signora del sogno passeggi in quella contrada da sola, e, con un po’ di fortuna, scoprire il
nome della persona che ha mangiato la banana, e persino quello del proprietario della
banana. Rovistando tra le parole della sognatrice, non ci vorrà molto prima che venga
fuori “casualmente” il nome di un certo Fanti, il nuovo collega del marito, quello della
palla a mano, occasionalmente staffettista. Se poi mettiamo insieme Guardini e Fanti
non è neppure difficile indovinare cosa potrebbe significare guard-in-fanti, e intuire
cosa possa essere accaduto prima della caduta. Il sogno potrebbe essere interpretato in
questo modo: la signora, tenuta a dieta dal marito, nottetempo va a fregare le banane in
contrada dei guardinfanti e, presa dai sensi di colpa, si punisce; ad accusarla è la buccia
sulla quale cade. Ma voi non interpretate mai i sogni in questo modo, fareste arrabbiare
la signora, già arrabbiata per non ricordarsi di nessuna banana.
L’appagamento è dunque inconscio; la parte più scabrosa è stata oscurata dall’Io,
mentre il Super-io accetta, purché al piacere segua il dolore della punizione. Non è
escluso che a stimolare il sogno sia stato il dolore provato dalla sognatrice, a causa del
calcio che il marito le ha inferto in sogno. Probabilmente, anche lui stava sognando di
danzare e saltare da qualche parte con un’indigena verace.
So che, a questo punto, il nuovo sesso forte vorrebbe sapere qualcosa di più del sogno di Geronima, che si trova aggrappata alla punta della stella della Mole. Mi dispiace
lasciarvi sospese ad un interrogativo, ma se vi identificate con la bella addormentata
potreste anche voi approfittare della situazione e godervi il meraviglioso panorama
della città, senza incorrere nella maledizione che colpirebbe le vergini che vi salgono
prima della laurea. In ogni modo, non disperate, i pompieri non si faranno attendere, e
sicuramente troverete qualcuno disposto a spiegarvi il significato del sogno.
Volete sapere della maledizione che aleggia nella città magica circa le vergini che
salgono sulla Mole prima di laurearsi? Non arriveranno mai vergini alla laurea.
Letture consigliate
Freud S., (1900), L’interpretazione dei sogni, in Opere, vol. III, Torino, Boringhieri, 1966.
Freud S., (1901), Il sogno, in Opere, vol. IV, Torino, Boringhieri, 1970.
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Commiato
A questo punto, spero di non aver ulteriormente incasinato la vostra esistenza e il
vostro matrimonio. Se è così, forse avete preso troppo sul serio questo scritto, o forse
prendete tutto troppo sul serio; in ogni modo, quando pensiamo di essere persone serie, allora abbiamo un serio problema. Non necessariamente la serietà è quella cosa che
pensiamo quando siamo depressi.
Molti anni fa, ho conosciuto una coppia: lei molto seria, politicamente impegnata
sempre nelle estreme posizioni, lui politicamente disimpegnato cantava nel coro parrocchiale: «Noi vogliam Dio…». Lei era socialmente impegnata in tutti i dibattiti sindacali; lui, socialmente disimpegnato e occupato in lavori di bricolage. Lei era civilmente impegnata a salvare i gatti e i cani randagi del quartiere; lui, incivilmente impegnato
a buttarli fuori di casa. Lei era culturalmente impegnata nel teatro sperimentale; lui,
culturalmente impegnato a sperimentare le culture dell’orto. In breve, se lei pensava a
Kandinsky, lui meditava sui peperoni e sulle melanzane del vicino, immancabilmente
più grossi dei suoi. Se lei inorridiva per un errore di grammatica di lui; lui rideva per il
modo di inorridire di lei. Si erano rivolti a me, perché non riuscivano più a fare sesso:
lei diceva di non poterlo fare con uno che si metteva a ridere sul più bello. Lui affermava che non era colpa sua se la moglie sembrava Valentina Tereshkova, sorpresa da un
fotografo nel momento del lancio nello spazio. I due decisero di separarsi dopo che lei
sorprese il marito a cantare, mentre la televisione trasmetteva un servizio sui bambini
che morivano di fame nel Burkina Faso. La risposta data da lui: «Se smetto di cantare,
mangiano?», fu davvero troppo per lei!
Non sto sostenendo che non bisogna essere seri, sto semplicemente suggerendo di
riuscire a prendere seriamente anche il lato comico della vita, per bilanciare le tragedie
che inevitabilmente si abbattono su di noi. Imparare a ridere di sé è il primo passo verso la salute mentale, e costa meno dell’analisi. Se decidete, invece, di rivolgervi ad un
esperto della psiche, dopo alcuni anni di sedute, capirete infine che tutti i vostri problemi sono infantili, e che voi siete ancora arrabbiati con il mondo, per via di un ciuccio
perduto. In fondo anche la guerra di Troia è scoppiata perché Paride “ha fregato” un
paio di “ciucci” a Menelao. D’altra parte, ogni conquista di potere consente di ciucciare di più; in altre parole, chi comanda può aumentarsi lo stipendio. Torniamo ora ad
essere seri: vi chiedete come si possa guarire dall’infanzia? Vi sono due modi, il primo,
è prendere sul serio la psicoanalisi e diventare psicoterapeuta; il secondo è prendere sul
serio la vita e diventare adulti. Come si diventa adulti? Ecco una bella domanda!
Gli unici adulti che conosciamo furono Adamo ed Eva, ma alla prova del fico
fallirono. C’è anche un certo Siddhartha Gautama Sakyamuni, alias il Buddha, che ha
107
Della Psicoanalisi
fatto un corso, sotto un albero di pippala [nient’altro che un fico], per diventare adulto,
ma non so se essere adulto significa diventare imperturbabile. Io ho qualche perplessità circa il diventare adulti con una tecnica, o mediante una comprensione mentale
dell’esistenza. Il suo pensiero, che può essere riassunto in: «Non attaccarti a me che io
non mi attacco a te», francamente richiama molto da vicino l’unico meccanismo di
difesa, l’isolamento dell’affetto, di cui non abbiamo parlato, e che serve a tener lontano
da noi proprio la sofferenza. Questo meccanismo, chiamato anche rimozione dell’emozione, consiste nel separare la fantasia dall’emozione che suscita. Facciamo un esempio,
se Cassiodoro pensa alla vicina che gira seminuda per casa, oppure se Cassiopea pensa
al vicino pompiere in tenuta da lavoro, alle fantasie, che spontaneamente si producono
nella loro mente, è indissolubilmente associata un’emozione, ossia una passione, che
nel suo significato originario vuol dire sofferenza. Il meccanismo dell’isolamento comporta una separazione della fantasia che genera pathos, turbamento, dall’emotività a lei
connessa. L’affetto rimosso consente a Cassiodoro di poter continuare a contemplare
la vicina che gira in topless, senza batticuore, e a Cassiopea di guardare il vicino, che si
esercita con l’estintore, senza più caldane. Voi vi chiederete: «Perché i due continuano
a guardare se non succede più niente?». Era soltanto un esempio! In breve, quando si
adotta il meccanismo dell’isolamento, le persone non avvertono più emozioni, restando impassibili davanti ad un incidente mortale; inoltre, se la rimozione di emozioni
penose o inquietanti si spingesse troppo avanti, ogni loro accesso alla coscienza sarebbe impedito e se ne perderebbe ogni consapevolezza. Nell’antica Grecia abbiamo
avuto gli stoici, che consideravano la serenità dell’animo l’ideale più alto cui potesse
aspirare l’uomo. Fuggire la sofferenza può essere forse una forma di saggezza, ma non
è detto che faccia diventare adulti. Lo stato adulto non ha come meta la serenità, ma
la maturità del sentimento di sé. Ora, maturo è il sentimento generato dal senso della
preoccupazione per l’altro, sia egli esistente o non ancora nato, e dal senso della gratitudine per l’altro, sia egli esistente o da tempo morto. Non si tratta di un sentimento
compassionevole che comprende uomini, animali e vegetali, ma di un sentimento che
ci fa rispettare, ogni volta, tutto quello che ci è accanto: persona, animale o fiore.
Essere adulto vuol dire in fondo diventare una persona normale, ed è questa la cosa
più difficile: accettare di essere uguale a tutti gli altri, superando invidia e disprezzo, è
arduo e faticoso, ma è la condizione per poter gioire di quel che si è, e della presenza
intorno a noi degli altri, per quel che sono. Riuscire a dare un significato alla nostra nascita e a quello che ci accade è molto più umano di ogni serena imperturbabilità. Adulti
sono tutti quelli che cantano con tutte le loro emozioni, anche quando sono rinchiusi
nelle parti più interne delle proprie e altrui prigioni.
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Schede riassuntive
Psicoanalisi
[Scomposizione delle attività psichiche]
Metodo basato sull’associazione libera per esprimere il significato di eventi psichici
[parole, azioni, sogni, deliri] che sfuggono al controllo della coscienza individuale. Il
metodo d’indagine di processi psichici inconsci di conseguenza si trasforma in una tecnica terapeutica per la cura dei disturbi nevrotici. L’insieme delle conoscenze acquisite
sono organizzate nel complesso di teorie note con il nome di psicoanalisi.
La psicoanalisi pertanto è un metodo di ricerca, una tecnica di trattamento finalizzata all’esplicazione di contenuti psichici rimossi, un insieme di teorie che formano
una definita disciplina nell’ambito delle scienze psicologiche.
Associazione libera
Metodo volto a promuovere l’espressione di tutti i pensieri che gradualmente si
presentano alla mente in una catena associativa. Il processo può avere inizio da un
elemento selezionato, oppure in modo spontaneo. La sospensione di ogni giudizio e
controllo intenzionale sulle associazioni prodotte è fondamentale per aggirare le difese
e mettere in luce i contenuti inconsci.
Le due ipotesi della psicoanalisi
Il determinismo psichico. Ogni evento mentale non emerge casualmente, ma è determinato da eventi che lo hanno preceduto. I fenomeni psichici, in analogia ai fenomeni fisici, sono tra loro causalmente connessi.
Esistenza di processi mentali inconsci. Gli eventi mentali apparentemente accidentali hanno connessioni con eventi di cui non si è consapevoli. La seconda ipotesi della
psicoanalisi si basa pertanto sul presupposto che la discontinuità nei legami causali tra
gli eventi psichici è dovuta a un qualche processo mentale inconscio.
109
Della Psicoanalisi
Pulsione
Forza costitutiva delle tensioni generate dai bisogni. Si tratta di una carica energetica che provoca tensione o eccitazione nell’organismo, facendolo tendere verso una
meta. In breve, la pulsione è contraddistinta da uno stato iniziale di tensione, da un’attività motoria capace di mettere fine all’eccitazione e dalla cessazione dello stato di tensione, avvertita come gratificante. Tale cessazione è raggiunta mediante un “oggetto”.
La pulsione è da Freud distinta in quattro elementi: fonte, spinta, meta, oggetto.
Fonte della pulsione
Il termine fonte indica il luogo, interno all’organismo, in cui si verifica l’eccitamento; più precisamente è il processo organico, che ha luogo in un organo o zona del
corpo, percepito come eccitamento.
Spinta della pulsione
La spinta o impulso è l’elemento motorio della pulsione, vale a dire il fattore che
fa agire l’organismo verso il soddisfacimento.
Meta della pulsione
La meta è rappresentata dal soddisfacimento e, quindi, dalla soppressione della
tensione interna.
Oggetto della pulsione
L’oggetto sul quale si dirige la pulsione può essere una persona o una parte del
corpo [seno, feci, pene] sia reale, sia nel suo equivalente simbolico e, mediante il quale,
la pulsione cerca di ottenere soddisfacimento.
La natura della pulsione
Freud postula l’esistenza di due pulsioni aventi rispettivamente una natura sessuale
e una aggressiva. Nell’ultima teoria delle pulsioni la pulsione sessuale è assimilata alla
pulsione di vita [Eros], e la pulsione di aggressione alla pulsione di morte [Thanatos].
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Schede riassuntive
La pulsione sessuale o di vita
In un primo momento fu concepita come strettamente connessa al principio di
piacere; successivamente, in quanto incorporata alla pulsione di vita, fu concepita come una forza volta ad unire e ad aggregare le unità vitali in antagonismo alla pulsione
di morte. L’energia psichica associata alla pulsione sessuale costituente la componente
erotica dell’attività mentale è chiamata con il nome di libido.
La pulsione di aggressione o di morte
In opposizione alla pulsione sessuale, la pulsione di aggressione tende all’azzeramento delle tensioni, riportando l’essere vivente al suo primitivo stato inorganico.
Essa alimenta le componenti aggressive della mente, le quali, in un primo momento,
sarebbero rivolte verso l’interno favorendo l’autodistruzione, e successivamente verso
l’esterno esprimendosi in forma distruttiva. L’energia psichica associata alla pulsione
aggressiva è chiamata con il nome di destrudo o più semplicemente energia aggressiva.
Impasto delle pulsioni
Le due specie di pulsioni, sessuale e aggressiva, non funzionano in modo separato,
ma operano insieme, se pure con una diversa partecipazione in termini di proporzioni.
In ogni comportamento concreto è dunque possibile osservare la loro azione variamente combinata. In breve, vi è una mescolanza o impasto delle due pulsioni. La libido in
quanto fattore di legame tende all’impasto delle pulsioni, l’aggressività tende invece alla
dissoluzione del legame, realizzando un disimpasto pulsionale.
Gli elemeni espressivi della pulsione
L’affetto
Ogni pulsione si esprime come affetto e come rappresentazione. Con il termine
affetto si vuole significare l’esperienza affettiva (o la risonanza emozionale di un’esperienza), che può avere un tono penoso o piacevole indotto da un eccitamento di origine
pulsionale. Uno stato di tensione sessuale, per esempio, ha inizialmente una qualità
piacevole; ma ad un certo livello, la tensione non scaricata acquisirà progressivamente
una tonalità penosa. La quantità di piacere, ossia l’espressione qualitativa, è dunque in
relazione alla quantità della scarica di energia pulsionale prodotta.
111
Della Psicoanalisi
Gli elemeni espressivi della pulsione
La rappresentazione
La rappresentazione, o rappresentante psichico della pulsione, designa l’espressione psichica delle eccitazioni di origine somatica. La pulsione generata dai fenomeni
organici crea tensione e quindi una stimolazione a livello della mente. Gli stimoli,
provenienti dal corpo, pervengono dunque alla mente trovando, qui, una rappresentanza ideativa. La relazione tra somatico e psichico va concepita sul modello relazionale
esistente tra il mandante e il suo delegato.
La metapsicologia
[È la psicologia «…che conduce di là della coscienza»]
La metapsicologia fa riferimento al costrutto ipotetico della psicoanalisi ed elabora
modelli concettuali capaci di fornire una spiegazione del comportamento umano. Essa
descrive i processi psichici nei loro rapporti dinamici, topici ed economici.
Spiegare un processo psichico da un punto di vista dinamico significa analizzarlo
con riferimento alla dinamica delle forze coinvolte tra loro sovente in contrapposizione.
Tali forze pulsionali dirette a mete tra loro incompatibili danno origine ai conflitti.
Secondo la prospettiva economica il fenomeno psichico è considerato con riferimento all’aumento o alla diminuzione dell’eccitamento. L’incremento della pressione
pulsionale è collegato con il dispiacere; la diminuzione della tensione provoca piacere.
Il punto di vista topico esamina gli eventi psichici, in particolare i conflitti, con
riferimento ai tre sistemi [inconscio, preconscio, conscio] che compongono l’apparato
psichico.
Il principio di piacere
Evitare il dispiacere e ottenere piacere costituisce il principio regolatore del funzionamento mentale. Il dispiacere è connesso con l’aumento della quantità di eccitazione, il piacere con la sua riduzione. Scaricare la tensione pulsionale e conseguire il
soddisfacimento consente il ripristino del precedente livello dell’energia. Le prime fasi
di sviluppo sono governate da questo principio; in seguito interviene a contrastarlo il
principio di realtà.
112
Schede riassuntive
Il principio di realtà
Insieme con il principio di piacere, il principio di realtà è l’altro principio che regola l’attività psichica. La sua funzione è di differire il soddisfacimento, che è conseguito
non per la via più breve, ma per vie che tengono conto delle condizioni più opportune
e convenienti imposte dal mondo esterno. Il principio di realtà, da un punto di vista
topico, è connesso al sistema preconscio-conscio; dal punto di vista dinamico, fa riferimento all’energia pulsionale al servizio dell’Io.
La struttura dell’apparato psichico
L’apparato psichico fa riferimento ad un’organizzazione possibile della mente.
Esso ha quindi valore di modello per «rendere comprensibile la complessità dell’attività psichica» (Freud, 1900). Esso è concepito pertanto come una struttura scomponibile, le cui singole componenti assolverebbero specifiche prestazioni. Freud ha
elaborato diversi modelli, tra cui i più importanti sono il modello topografico e il
modello strutturale.
Il modello topografico
Con il termine topico Freud non vuole determinare precise località psichiche in
senso anatomico, ma fa riferimento ad un’ipotesi di separazione tra diversi sistemi psichici, ciascuno è dotato di un particolare carattere e di proprie funzioni. Si distinguono
due differenziazioni topiche dell’apparato psichico. La prima topica distingue i sistemi:
inconscio, preconscio e conscio. La seconda topica [modello strutturale] distingue tre
diverse istanze: l’Es, l’Io, il Super-io.
Prima topica
L’apparato psichico è stato inizialmente concepito da Freud come costituito da tre
differenti sistemi, dal momento che il sistema conscio non esauriva l’intero psichismo,
e molti “contenuti” non possedevano la qualità della consapevolezza. La scoperta che
molti pensieri nella vita psichica siano inconsci, seppure operanti, ha suggerito a Freud
la distinzione dei sistemi inconscio, preconscio e conscio.
L’inconscio
L’inconscio è costituito da contenuti rifiutati dal sistema preconscio-conscio e
quindi rimossi. Tali contenuti (pensieri, idee, immagini, ricordi ecc) costituiscono i
rappresentanti delle pulsioni, ossia sono gli elementi mediante i quali la pulsione riesce
113
Della Psicoanalisi
ad esprimersi psichicamente. I contenuti dell’inconscio sono retti dal processo primario
e, di conseguenza, dal principio di piacere.
Il termine inconscio, usato come aggettivo, indica processi e contenuti psichici
non presenti nel campo della coscienza. Tali contenuti sono, inoltre, tenuti fuori della
coscienza da una forza (censura) operante nella stessa mente.
Il preconscio
A differenza dei contenuti inconsci, quelli del sistema preconscio possono essere
resi coscienti con uno sforzo. Sono quindi conoscenze, ricordi, immagini ecc. non presenti nell’attualità ma che sono accessibili alla coscienza, ponendo su essi attenzione.
Questo sistema, separato dall’inconscio da una censura o barriera, è regolato dal processo secondario ed è sottoposto al principio di realtà.
La coscienza
La coscienza è il sistema che designa la consapevolezza. Essa è posta da Freud alla
periferia dell’apparato psichico, ricevendo attraverso i sensi e le percezioni le qualità
sensibili e le informazioni provenienti dal mondo esterno. Inoltre, mediante le sensazioni, la riflessione e i ricordi, riceve anche informazioni del mondo interno. La coscienza è considerata da Freud un dato dell’esperienza di ciascun individuo. «Quando
si parla di coscienza, -scrive – ciascuno sa benissimo, in base alla propria esperienza più
intima, che cosa si intende» (Freud 1938)
Modello strutturale
[Seconda topica]
Nella prima topica, i processi e i contenuti mentali erano raggruppati in base al
criterio del loro essere rifiutati dal sistema preconscio-conscio. In seguito, Freud elaborò un nuovo modello esplicativo dell’apparato mentale. Nella proposta dell’ipotesi
strutturale, egli definì i contenuti e i processi mentali con riferimento alle funzioni da
essi svolte. Le differenze funzionali identificate hanno così indicati nuovi raggruppamenti o strutture: ciascuna struttura mentale risulta pertanto costituita da processi e
contenuti mentali funzionalmente correlati tra loro. Le tre strutture o istanze sono state
rispettivamente chiamate con il nome di Es, Io, Super-io.
L’istanza dell’es
L’Es è «il grande serbatoio» dell’energia pulsionale e ricopre i contenuti attribuiti,
nella prima topica, al sistema inconscio. Esso è quindi il polo pulsionale della perso114
Schede riassuntive
nalità e comprende i rappresentanti psichici delle pulsioni. I suoi contenuti [inconsci]
sono in parte ereditari e innati, in parte rimossi e acquisiti; inoltre, sono regolati dal
processo primario e, quindi, funzionano secondo il principio di piacere.
All’inizio l’intero apparato psichico è governato dall’Es, dal quale successivamente
si differenziano le altre due istanze, l’Io e il Super-io.
L’istanza dell’io
L’Io è costituito dal gruppo di funzioni psichiche che presiedono alle relazioni fra
l’individuo e il mondo esterno. Funzioni dell’Io sono il controllo motorio, la percezione, la memoria, il pensiero, il linguaggio ecc. e si sviluppano progressivamente, in
conseguenza della maturazione e dell’esperienza.
L’Io, che funziona secondo il principio di realtà, deve far fronte alle richieste provenienti dall’Es. In quanto polo difensivo della personalità, la sua funzione principale è
di mediare le rivendicazioni di origine pulsionale con le esigenze della realtà. Tra i suoi
compiti, pertanto, vi è quello di controllare la scarica dell’eccitamento pulsionale e di
ritardare il soddisfacimento dei bisogni, in modo che la gratificazione risulti socialmente non riprovevole.
L’Io, inoltre, elabora una serie di operazioni difensive, in gran parte inconsce, per
arginare le tendenze antisociali provenienti dall’Es.
L’istanza del super-io
È la terza istanza della personalità elaborata da Freud nell’ambito dell’ipotesi strutturale dell’apparato psichico. Descritta come l’erede del complesso edipico, a causa delle
interiorizzazioni dei divieti dei genitori, essa si oppone, insieme con l’Io, alle richieste
pulsionali dell’Es. Tuttavia esercita anche una funzione pari a quella di un censore o di
un giudice nei confronti dell’Io.
Questa istanza comprende prescrizioni e principi morali, regole e norme sociali,
valori e modelli ideali.
Processo primario, processo secondario
[con riferimento all’energia psichica]
Descrivono due modalità di funzionamento dell’apparato psichico. Processo primario e processo secondario indicano sia due diverse forme di scaricare l’energia, sia
due differenti tipi di pensiero.
Nel caso del processo primario, che caratterizza il sistema inconscio, l’energia psichica è libera o mobile e quindi tende alla gratificazione immediata - in accordo con
il principio di piacere -, passando da una rappresentazione all’altra o da un oggetto
115
Della Psicoanalisi
all’altro, mediante i meccanismi di spostamento e di condensazione.
L’Es funziona in modo conforma al processo primario, come anche l’Io ancora
immaturo.
Nel caso del processo secondario, che caratterizza il sistema preconscio-conscio,
l’energia è legata e non fluisce liberamente; le rappresentazioni, inoltre, sono più saldamente investite e il soddisfacimento o la scarica di energia è ritardata. Il ritardo consente di saggiare le opportunità offerte dalle circostanze ambientali.
Il processo secondario si sviluppa gradualmente e caratterizza il funzionamento
dell’Io maturo.
Processo primario, processo secondario
[con riferimento al pensiero]
Il processo primario esprime una modalità di pensiero che si riscontra nei bambini piccoli, quando l’Io è ancora immaturo -, ma anche in casi di importanti malattie
mentali. Tuttavia, alcune sue caratteristiche persistono, lungo l’arco della vita, nei sogni
ad occhi aperti, nei motti di spirito, nell’attività onirica. Caratterizzato dai meccanismi
di spostamento e di condensazione, in questo tipo di pensiero possono coesistere giudizi
contraddittori, idee contrarie tra loro possono sostituirsi l’una all’altra, una sola immagine può rappresentare molte immagini. Infine, nella comunicazione verbale predomina l’imperativo, ed è assente il condizionale.
Il processo secondario indica, invece, il modo di pensare quotidiano rispettoso delle regole grammaticali e delle norme della sintassi. In breve, designa il pensiero logico
o ipotetico-deduttivo, ed è proprio dell’Io maturo.
Spostamento
Si tratta del meccanismo di trasferimento dell’energia di investimento da una rappresentazione all’altra lungo vie associative. Il processo di spostamento è evidente nel
sogno e nella formazione di sintomi nevrotici. Dettagli minimi e rappresentazioni indifferenti sono così privilegiati in luogo di rappresentazioni importanti e di intenso
significato. Lo spostamento è alla base della rappresentazione simbolica nel suo senso
analitico.
Condensazione
Il termine condensazione indica una rappresentazione capace di elicere varie catene associative. In altre parole, una singola parola o immagine può esprimere molte idee,
116
Schede riassuntive
pensieri e concetti. Il molto è concentrato nel poco. Questo meccanismo, insieme con
lo spostamento, è caratteristico del processo del pensiero primario.
La teoria del conflitto psichico
[Livello topico]
Una situazione conflittuale è generata nell’individuo dalla contrapposizione di esigenze interne antagoniste. Il conflitto può essere palese o celato; sovente si esprime
attraverso la formazione di sintomi e di disturbi della condotta. Il conflitto può essere
considerato sotto diversi aspetti.
Nel quadro della prospettiva della prima topica, il conflitto è concepito come
un’opposizione tra i sistemi Inconscio e Preconscio, tra loro separati dalla censura. Le
forze antitetiche sono rappresentate da un lato dalla sessualità, o meglio dai desideri
inconsci, dall’altro da una censura [una forza rimovente] che sbarra l’accesso ai derivati
della sessualità nel sistema preconscio-conscio.
La teoria del conflitto psichico
[Livello economico-dinamico: tra Es e Io]
Nel quadro della seconda topica, il conflitto è tra le varie istanze animate dalle
forze delle pulsioni. Ne segue un nuovo modello di conflitto, inteso come opposizione
tra pulsioni, e quindi tra due forze contrastanti, di cui una è la sessualità con i suoi derivati, l’altra è rappresentata dall’istanza dell’Io, ma anche dalla pulsione di morte. L’Io
all’inizio è un semplice esecutore delle richieste pulsionali e, in caso di conflitto con la
realtà ambientale, è un alleato dell’Es. In seguito l’Io tende a fare proprie le esigenze
dell’ambiente per non incorrere nella disapprovazione e si oppone al soddisfacimento
delle richieste provenienti dall’Es. Si verifica in questo modo un conflitto fra l’Io e
l’Es, o tra le esigenze del mondo esterno rappresentate dall’Io e i desideri [sessuali e
aggressivi] dell’Es. Al fine di bloccare i derivati pulsionali, l’Io mette in opera diversi
mezzi e meccanismi di difesa. Quando un derivato pulsionale è sul punto di diventare
manifesto, irrompendo nella coscienza, dal conflitto più o meno violento fra l’Io e l’Es
può emergere una formazione di compromesso chiamata sintomo nevrotico.
La teoria del conflitto psichico
[Livello economico-dinamico: tra Eros e Thanatos]
Nel quadro di una rielaborazione ultima della teoria delle pulsioni, Freud identifica una categoria di pulsioni, ossia le pulsioni di morte, le quali sembrano impersonare
117
Della Psicoanalisi
il principio stesso della lotta, in quanto si opporrebbero naturalmente alle pulsioni di
vita. Secondo questa visione, la mescolanza o impasto delle pulsioni di vita e di morte
[oppure di sessualità e aggressività] ha in sé la sorgente del disimpasto in vista del ritorno alla primordiale quiete dell’inorganico.
La teoria dell’angoscia
[Angoscia automatica]
Una prima elaborazione, di impostazione biologica, considera l’angoscia come
il risultato di una trasformazione dell’energia libidica non scaricata. Successivamente
Freud pone la fonte dell’angoscia nell’istanza dell’Io. Essa diviene così un segnale che
l’Io attiva tutte le volte che esperisce una situazione di pericolo. In breve, l’angoscia da
energia non scaricata diventa indizio dell’incapacità dell’Io di far fronte e dominare una
certa quantità di energia.
Si distingue normalmente tra angoscia automatica e angoscia d’allarme. La prima
si verifica quando la psiche deve far fronte ad una vera propria inondazione di stimoli
[situazioni traumatiche]. In questi casi si ha un’incapacità da parte dell’Io a reggere e
dominare l’afflusso di eccitazioni. Queste eccitazioni possono essere di origine interna,
ossia provenienti dall’Es e da operazioni pulsionali, oppure di origine esterna [angoscia
reale], indotte da pericoli che rappresentano una minaccia reale.
La teoria dell’angoscia
[Angoscia segnale]
Quando l’evento traumatico è anticipato, l’Io reagisce con angoscia al fine di evitare la situazione di pericolo. Il segnale di angoscia serve dunque a mobilitare le forze
dell’Io, facendo funzionare le operazioni di difesa.
I meccanismi di difesa
Sono operazioni attivate dalla parte inconscia dell’Io, il quale si oppone all’emergere di impulsi avvertiti come pericolosi e provenienti dall’Es. L’operazione difensiva
dell’Io è volta dunque al contenimento dell’angoscia e al mantenimento dell’equilibrio
dell’apparato psichico. Il nome di «meccanismi di difesa» si deve ad Anna Freud, che
scrive: «Senza l’intervento dell’Io o delle forze del mondo esterno che si fanno rappresentare dall’Io, ogni pulsione non avrebbe che un unico destino: quello del soddisfacimento» (A. Freud, 1961).
118
Schede riassuntive
I meccanismi di difesa
Rimozione
Attività dell’Io che sospinge nell’inconscio l’insieme delle rappresentazioni (idee,
immagini, ricordi, pensieri, desideri) legate ad una pulsione. La rimozione, il cui processo è inconscio, si verifica nei casi in cui un derivato pulsionale, di per sé piacevole, è
avvertito come capace di provocare dispiacere a motivo di altre esigenze.
Il materiale rimosso ha la via bloccata verso la coscienza dall’impiego dell’Io di una
contro-carica psichica, le cui forze sono in equilibrio variabile con quelle delle cariche
pulsionali.
Accanto a questo tipo di rimozione detta anche secondaria, vi è una rimozione originaria o primaria, che indica la prima attività della rimozione e quindi la formazione
di un rimosso originario. Con l’istaurarsi di un tal rimosso si originano le prime formazioni inconsce e si costituisce il primo contenuto inconscio capace di attrarre altre
rappresentazioni dando vita così alla rimozione propriamente detta.
I meccanismi di difesa
La formazione reattiva
Questo meccanismo si verifica quando le contro-cariche si organizzano stabilmente e investono idee, desideri e tendenze di segno antitetico a quelle rimosse. In questo
modo un’inconscia ostilità potrebbe suscitare una formazione reattiva e quindi una
supervalutazione di immagini e sentimenti d’amore. L’odio verso qualcuno è così mantenuto inconscio con esagerate manifestazioni d’amore. Nello stesso modo gli impulsi
sadici a livello inconscio sono sostituiti a livello conscio con comportamenti molto
affettuosi.
In breve, un elemento di una coppia di atteggiamenti è mantenuto inconscio
mediante un rafforzamento dell’elemento contrario. Un forte senso del pudore può
nascondere tendenze esibizionistiche; una gentilezza esagerata può costituirsi come
formazione reattiva contro impulsi di crudeltà, sentimenti di pietà fuori dell’ordinario
contro desideri di fare del male, un forte senso di pulizia del corpo, della casa o della
mente contro un inconscio piacere per desideri e fantasie “sporche”.
I meccanismi di difesa
La proiezione
Azione con cui il soggetto attribuisce propri desideri, qualità, sentimenti, tendenze
ad un’altra persona. Normalmente si espelle da sé tutto quello che non si vuole rico119
Della Psicoanalisi
noscere come proprio e lo si localizza fuori di sé. In questo modo, nel caso in cui un
individuo proiettasse i propri impulsi ostili su un collega, si sentirebbe minacciato dal
collega. Questo meccanismo molto primitivo è particolarmente utilizzato dalle personalità paranoiche, ma è presente anche nella superstizione.
I meccanismi di difesa
L’identificazione all’aggressore
Si tratta di un particolare tipo di identificazione, e si attiva quando il soggetto si
trova a far fronte ad un pericolo esterno, di solito rappresentato da una persona avvertita come aggressiva, nei propri confronti. Il soggetto, identificandosi al suo aggressore
e assumendo i tratti aggressivi della sua personalità, cerca di superare la paura che l’altro
incute.
I meccanismi di difesa
Lo spostamento
Questo meccanismo consente il trasferimento dell’energia pulsionale, e quindi
dell’interesse o degli affetti, da una rappresentazione ad un’altra, originariamente neutra, tra loro collegate associativamente. In questo modo l’interesse orale per il capezzolo
può essere spostato al pollice, oppure le ansie genitali possono trasferirsi su altri organi
come gli occhi o il naso.
I meccanismi di difesa
La negazione
Il meccanismo di difesa della negazione fa riferimento al diniego di una percezione
di un evento della realtà esterna. Un aspetto della realtà indesiderato può essere negato
con una fantasia. Esempi di negazione si hanno quando neghiamo un desiderio che
ci appartiene, reagendo con ribellione di fronte alla possibilità di averlo coltivato. La
ribellione, infatti, tradisce la presenza di quel che neghiamo.
A tale riguardo Freud scrive: «La negazione è un modo di prendere conoscenza del
rimosso» (Freud, 1925).
120
Schede riassuntive
I meccanismi di difesa
L’inibizione del fine
Nell’inibizione del fine gli impulsi pulsionali, bloccati nel soddisfacimento diretto,
ossia nella meta, trovano espressione in attività sostitutive più o meno lontane dalla
meta originaria. Gli impulsi libidici del bambino verso i genitori ostacolati nella meta
possono così esprimersi in modo attenuato sotto forma di sentimenti di tenerezza, di
ammirazione e di idealizzazione. Si consente così un’approssimativa e parziale soddisfazione della carica originaria.
I meccanismi di difesa
La regressione
Per regressione si intende il ritorno a modalità espressive e a comportamenti propri
di una fase di sviluppo precedente. Essa si verifica in caso di conflitto tra i desideri di
una fase dello sviluppo psicosessuale e le richieste ambientali. Tali desideri possono
essere abbandonati e il soggetto può ritornare a forme precedenti di soddisfacimento.
I meccanismi di difesa
La razionalizzazione
La psiche è naturalmente portata a spiegare in termini razionali i pensieri, i sentimenti e i comportamenti e, in questo modo, cela a se stessa i veri motivi delle proprie
condotte. Il processo di razionalizzazione, pertanto, è il tentativo di fornire una spiegazione che sia logica e moralmente accettabile. Questo meccanismo non è presente
soltanto nel pensiero normale ma anche nel delirio e nell’attività onirica. Nel delirio, il
tentativo è quello di fornire una parvenza di coerenza e di giustificazione alle idee che
si esprimono; nei sogni si presenta come elaborazione secondaria, che è il tentativo di
organizzare in una trama coerente le immagini oniriche.
A differenza degli altri meccanismi di difesa la razionalizzazione non è un procedimento contro il soddisfacimento pulsionale, ma in un certo senso maschera i derivati
di origine pulsionale.
I meccanismi di difesa
La sublimazione
La sublimazione ha luogo se la pulsione, soprattutto quella erotica, sia stata devia121
Della Psicoanalisi
ta verso una meta non sessuale, fini sostitutivi sono così forniti agli impulsi frustrati;
inoltre, è necessario che lo spostamento tenda verso oggetti o attività socialmente importanti. In breve, vi sono due fasi perché si verifichi la sublimazione: l’energia libidica deve modificarsi, ossia desessualizzarsi, ed essere deviata verso nuovi fini o oggetti
socialmente valorizzati. In questo modo, gli impulsi anali e gli interessi per la manipolazione delle feci possono essere sublimati, trovando espressione nella produzione
artistica di pitture e di sculture.
La validità e l’efficacia della sublimazione si possono rilevare dalla capacità dell’individuo di saper trarre gratificazione e divertimento dal lavoro, dagli svaghi e dalle
attività ricreative.
Lo sviluppo psicosessuale
La sessualità infantile evolve progressivamente, attraversando una serie di fasi o
di periodi evolutivi, in cui i desideri e le gratificazioni si organizzano in differenti zone
erogene. Freud distingue tre fasi nello sviluppo psicosessuale del bambino: orale, anale
e fallico. La fase genitale indica invece l’organizzazione sessuale adulta che si costituisce
nel periodo puberale..
Zona erogena
Si identifica come zona erogena quel luogo del corpo idoneo a rispondere alla stimolazione con una eccitazione di tipo sessuale. Alcune parti del corpo, tuttavia, sono
particolarmente adatte a tale tipo di eccitamento, come se fossero preordinate a funzionare come zona erogena. Tali zone sono: la regione orale, anale, fallica-clitoridea.
Zona orale
Nel primo anno di vita l’energia libidica è localizzata nell’apparato orale; segue
che labbra e cavità della bocca sono eccitabili. Le principali forme di gratificazione o
fonti di piacere sessuale sono pertanto legate alle attività orali. Questa prima fase della
sessualità ha dunque come fonte la zona orale, l’oggetto è strettamente connesso con
l’alimentazione, la meta è l’incorporazione mediante l’attività della suzione.
Zona anale
Nel secondo e nel terzo anno di vita, le principali tensioni e gratificazioni sessuali
si localizzano all’estremità opposta dell’apparato alimentare, cioè nella zona anale. Si
inaugura così la seconda fase dello sviluppo dell’energia libidica, in cui la zona erogena
anale acquista il primato della nuova organizzazione della sessualità infantile. L’ero122
Schede riassuntive
tismo anale è in relazione alla defecazione e alla ritenzione del prodotto fecale, che
diviene l’oggetto di maggior interesse del bambino.
Zona fallica
Dal quarto anno di vita, i desideri e gli interessi di natura sessuale sono progressivamente assunti dalla zona genitale. Tale fase, chiamata fallica, vede il pene costituirsi
come oggetto di premura e di attrattiva, in quanto organo di eccitamento e di piacere
sessuale.
Questa fase non differenzia ancora gli organi sessuali con riferimento ai due generi, ma conosce soltanto un tipo di genitale, quello maschile [il clitoride è considerato
omologo al pene]; di qui il primato fallico, e l’interesse unito all’invidia della bambina
per il pene.
Fissazione
La libido può, in particolari casi, restare legata a persone, a oggetti, a zone erogene,
e a modalità di soddisfacimento proprie di una fase dello sviluppo psicosessuale. In una
visione evolutiva della libido che segue una direzione prestabilita e ordinata, la fissazione può comportare un arresto parziale o totale. La fissazione libidica riveste così un
ruolo molto importante nell’insorgenza dei disturbi psichici, e più ancora nell’eziologia
delle perversioni.
Regressione
La libido può fluire nel corso dello sviluppo psicosessuale, ma può anche rifluire,
cioè tornare a rinvestire oggetti, forme di gratificazione, modelli relazionali di fasi dello
sviluppo precedentemente superate. Il ritorno della libido tuttavia si verifica nelle posizioni preparate dalla fissazione. Inoltre più è importante il quantum di energia libidica
fissata, meno energia sarà disponibile per l’evoluzione successiva e maggiori saranno le
probabilità che si producano delle regressioni.
Il complesso edipico
Complesso di fantasie associate con desideri di amore e odio esperiti dal bambino
nei riguardi dei genitori. Si presenta in due forme, positiva e negativa. Nella forma
positiva, il bambino è dominato dal desiderio di sostituire il padre, rivale gelosamente
odiato, nel suo rapporto con la madre. Nella forma negativa, l’amore del bambino è
123
Della Psicoanalisi
rivolto al genitore dello stesso sesso, mentre il suo odio è rivolto al genitore di sesso
opposto. Nella forma completa il complesso di Edipo è un atteggiamento ambivalente
verso ciascuno dei genitori.
Il complesso di Edipo si esprime particolarmente durante la fase fallica, ossia tra i
tre e i cinque anni. Dopo tale età ha inizio il periodo detto di latenza.
Complesso di castrazione
Il desiderio del bambino di costituire il solo oggetto d’amore della mamma unito
al desiderio di eliminare il padre rivale gli è causa della paura della vendetta da parte
del padre, peraltro oggetto anche di amore e di ammirazione. La vendetta paventata
dal bambino per i suoi desideri edipici è la privazione del pene, ossia la castrazione.
La paura di una tale possibilità lo induce a ripudiare i suoi desideri edipici, che vanno
incontro a rimozione.
Invidia del pene
È l’equivalente nella bambina dell’angoscia di castrazione. In analogia con il bambino anche nella bambina esiste un’organizzazione fallica. La scoperta della differenza
tra i sessi susciterebbe l’invidia per l’organo maschile. L’assenza, avvertita come una
mancanza, inducono la bambina a desiderare un pene orientando in seguito il suo
desiderio sessuale ad ottenere un pene, soprattutto attraverso l’equivalenza simbolica
tra pene e bambino.
Il periodo di latenza
Si designa con questo termine una sorta di latenza sessuale. L’inizio di questo
periodo [quinto/sesto anno] coincide, infatti, con il declino del complesso di Edipo e
della sessualità infantile. Con la rimozione dei desideri edipici e la comparsa del sentimento del pudore si verificherebbe una diminuzione dell’interesse sessuale. L’energia
desessualizzata può quindi essere impiegata per attività cognitive e sublimate.
La fase genitale
Segna la fase dell’organizzazione sessuale adulta che si costituisce durante la pubertà. In questa fase le organizzazioni pregenitali si riorganizzano sotto il primato dei
genitali; in altre parole, le pulsioni parziali proprie della sessualità infantile acquistano
124
Schede riassuntive
la funzione di preliminari, assumendo un valore subordinato al primato genitale.
Due caratteri contraddistinguono la fase genitale da quella fallica: il primo è relativo alla capacità di giungere all’orgasmo; il secondo è la subordinazione del primato
genitale alla procreazione.
Il sogno
Il sogno è stato definito da Freud [1933] «una formazione di compromesso» tra
forze contrastanti. La sua funzione è di custodire il sonno: impulsi inconsci, infatti,
sveglierebbero il soggetto che dorme se non fossero parzialmente gratificati in fantasia
attraverso il sogno. Freud considera i sogni la via regale che conduce all’inconscio.
Le parti costitutive del sogno sono:
il sogno manifesto
il contenuto onirico latente
il lavoro onirico
Sogno manifesto
Il sogno manifesto o contenuto onirico manifesto è la versione cosciente del sogno,
vale a dire l’esperienza soggettiva rievocata e riferita dopo il risveglio. Le immagini
soprattutto visive sono il risultato di una trasformazione e un di mascheramento, per
effetto della censura, degli impulsi provenienti dall’inconscio. Residui diurni, sensazioni e ricordi concorrono nella formazione della fantasia onirica.
Contenuto onirico latente
L’insieme di impulsi, pensieri e desideri inconsci che premono per essere soddisfatti, perturbando il sonno, costituiscono il contenuto onirico latente. Esso è divisibile in
tre categorie:
- le espressioni sensoriali che stimolano gli organi sensoriali durante il sonno;
- pensieri, idee, timori legati alle inquietudini e preoccupazioni della vita quotidiana;
- gli impulsi provenienti dall’Es ed esclusi dalla coscienza a causa delle difese
dell’Io.
125
Della Psicoanalisi
Lavoro onirico
Il lavoro onirico designa le operazioni psichiche inconsce che trasformano il contenuto onirico latente nel prodotto onirico manifesto.
Questa terza parte del sogno costituisce la vera essenza dell’attività onirica. Il sogno come non si identifica con il contenuto manifesto, non coincide neppure con i
pensieri o impulsi latenti, ma è essenzialmente lavoro onirico.
L’elaborazione secondaria
L’elaborazione secondaria è la fase finale o seconda fase del lavoro onirico. Si tratta
di un processo di ricomposizione del sogno manifesto secondo una trama relativamente logica e coerente. La sua azione è esercitata sui prodotti del lavoro onirico, derivanti
da un lato dalla traduzione del contenuto latente nel linguaggio dei processi primari,
dall’altro dalle operazioni difensive dell’Io.
Riferimenti bibliografici
Freud A., (1961), tr. it. L’Io e i meccanismi di difesa, in Opere, vol. I, Torino, Boringhieri, 1966.
Freud S., (1900), tr. it. L’interpretazione dei sogni, in Opere, vol. III, Torino, Boringhieri, 1966.
Freud S., (1925), tr. it. La negazione, in Opere, vol. X, Torino, Boringhieri, 1978.
Freud S., (1933), tr. it. Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni), in Opere,
vol. XI, Torino, Boringhieri, 1978.
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