Dichiarazioni_a_reticolo - Master universitario Criminologia
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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA FACOLTÀ DI PSICOLOGIA Master di II livello in PSICOPATOLOGIA E NEUROPSICOLOGIA FORENSE Direttore: Prof. Giuseppe Sartori DICHIARAZIONI A RETICOLO: ASPETTI TEORICI E PROPOSTA DI UNA NUOVA TIPOLOGIA DI RETICOLO (TRIDIMENSIONALE) SULLA BASE DI UN CASO ITALIANO RELATORE: Chiar.mo Prof. Giuseppe Sartori CORRELATORE: Chiar.mo Prof. Lino Rossi CANDIDATO: Dott. Benatti Fabio n° matr. 886258 Anno Accademico 2005/06 Indice I PARTE – PREMESSE TEORICHE .................................................... pag. 009 Capitolo 1 – Introduzione......................................................................... pag. 011 1.1. La caccia alle streghe di Salem ....................................................... pag. 011 1.2. Dalla caccia alle streghe alla caccia ai pedofili............................... pag. 023 Capitolo 2 – La memoria in età evolutiva ............................................... pag. 029 2.1. Che cosa e come ricorda un bambino.............................................. pag. 029 2.2. La suggestionabilità dei bambini..................................................... pag. 032 2.3. Verità, menzogne e false convinzioni: norme di sviluppo .............. pag. 034 Capitolo 3 – L’abuso all’infanzia............................................................. pag. 045 3.1. Il problema della valutazione delle denunce fatte da minori........... pag. 050 3.2. Abuso sessuale ritualistico .............................................................. pag. 052 3.3. Valutazione delle ipotesi alternative ............................................... pag. 057 3.3.1. Fraintendimento....................................................................... pag. 058 3.3.2. Suggestione o persuasione....................................................... pag. 058 3.3.3. Disturbo psicotico condiviso (Folie à deux)............................ pag. 059 3.3.4. Iperidealizzazione di una figura genitoriale ............................ pag. 060 3.3.5. Sostituzione dell’abusatore...................................................... pag. 060 3.3.6. Esagerazione ............................................................................ pag. 060 3.3.7. Sindrome dei falsi ricordi (implanted memories).................... pag. 061 Capitolo 4 – Dichiarazioni a reticolo ....................................................... pag. 063 4.1. Definizione di dichiarazione a reticolo............................................ pag. 063 4.2. Abusi sessuali ritualistici ovvero dichiarazioni a reticolo ............... pag. 064 4.3. Il reticolo tridimensionale................................................................ pag. 071 II PARTE – PRESENTAZIONE DEL CASO ITALIANO................... pag. 073 Capitolo 5 – Introduzione al caso italiano ............................................... pag. 075 5.1. Analisi cronologica dei fatti............................................................. pag. 076 Capitolo 6 – Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto ......................................................................................... pag. 079 6.1. La presenza di più presunte vittime appartenenti al medesimo contesto.............................................................................. pag. 080 6.2. Le accuse rivolte a più presunti abusanti appartenenti al medesimo contesto.............................................................................. pag. 081 6.3. La presenza di rivelazioni che si sovrappongono solo parzialmente .................................................................................... pag. 082 6.4. Il coinvolgimento nei racconti dei bambini, di altri bambini .......... pag. 088 6.5. I contenuti “bizzarri” ....................................................................... pag. 088 6.6. L’assenza di prove ........................................................................... pag. 090 6.7. L’origine delle “dichiarazioni a reticolo” ........................................ pag. 095 6.8. La “costruzione collettiva del ricordo”............................................ pag. 101 CONCLUSIONI ........................................................................................ pag. 113 BIBLIOGRAFIA ....................................................................................... pag. 115 – I PARTE – PREMESSE TEORICHE - Capitolo 1 - Introduzione 1.1. La caccia alle streghe di Salem Salem Village, Massachusetts, nel 1642 era una comunità rurale satellite staccatosi dal nucleo di Salem Town (il luogo dell’antica Salem Village corrisponde all’incirca all’odierna Danvers) formata da emigranti di seconda e terza generazione, molto attivi e dotati di iniziativa personale e senso corporativo. Gli abitanti della Nuova Inghilterra erano “un popolo scelto da Dio perchè colonizzasse quei territori che una volta erano del diavolo”, scrisse Cotton Mather, uno dei più noti ministri della colonia. La gente di Salem, come tutti i coloni puritani del Massachusetts, si consideravano soldati sempre in guerra contro il diavolo e il suo operato. Gli anni immediatamente precedenti il 1692 non erano stati facili. Invasioni di locuste e ripetuti periodi di siccità avevano distrutto i raccolti in tutta la regione, causando ristrettezze e miseria per la maggior parte dei coloni, la sua sopravvivenza era legata ai frutti della terra. Come se tutto ciò non bastasse, un enorme incendio scoppiò a Boston nel 1691 distruggendo quasi tutta la città. Poco dopo questa tragedia giunse il terribile terremoto che rase al suolo Port Royal in Giamaica uccidendo circa duemila persone, per la maggior parte parenti e amici dei coloni del Massachusetts. A molti sembrò che questi disastri fossero parte di un piano del diavolo per cacciarli dalla Nuova Inghilterra e riprendersi i suoi territori. Capitolo 1 Fu in questa atmosfera di superstizione e crescente panico che nel 1692 scoppiò l’isterica caccia alle streghe. Con la rivelazione che alcuni di loro “erano in combutta col diavolo”, per dare una spiegazione alle loro sfortune la gente trovò capri espiatori nel piccolo villaggio di Salem, che per dodici mesi, visse nell’incubo di una selvaggia caccia alle streghe. Salem si era già guadagnato una certa reputazione per liti tra cricche rivali che desideravano controllare il paese, e due ministri del culto se ne erano andati dopo essersi scontrati con la congregazione. Il loro successore fu il reverendo Samuel Parris, e i fatti che dovevano scuotere la tranquilla vita di Salem cominciarono proprio attorno al focolare della sua cucina. In precedenza Parris aveva commerciato nelle Indie Occidentali, ed era tornato dall’isola di Barbados con due schiavi: John Indian, un purosangue caraibico, e la moglie Tituba, la cui ascendenza era metà caraibica e metà africana. Essa era a conoscenza dell’obeah, la magia delle Indie Occidentali giunta dall’Africa con i suoi antenati. Nei primi mesi dell’anno 1962 Tituba cominciò a mostrare i trucchi e gli incantesimi che conosceva alle due fanciulle della casa, Elizabeth e Abigail. Elizabeth, figlia di Parris, era una bimba tranquilla e ubbidiente di nove anni, mentre Abigail Williams, cugina e più vecchia di due anni, era di uno stampo diverso, maliziosa, infida e insincera. Non era interamente colpa sua, perchè i rigori di un’educazione puritana pesavano terribilmente sull’esuberanza di una ragazza che viveva in quei luoghi. A Salem erano poche le vie d’uscita dalla severa atmosfera, e nella casa dei Parris non ve ne erano del tutto, tranne che in cucina. Durante i lunghi pomeriggi invernali, ogni volta che lo zio e la zia erano fuori casa, Abigail correva ad ascoltare le storie di magia di Tituba, pregandola di leggere anche nel futuro. Elizabeth, per la quale la schiava nutriva un particolare affetto, veniva con la cugina e ne condivideva le gioie del proibito. Ben presto la cucina dei Parris fu meta di molte altre ragazze desiderose di sentirsi leggere il futuro. Tra queste Mary Walcott e Susanna Sheldon che vivevano vicino alla parrocchia. Da più lontano veniva la dodicenne Ann Putnam, figlia di una madre nevrotica, e Mercy Lewis, domestica in casa Putnam, una fanciulla particolarmente curiosa e portata ad origliare. Queste ragazze portarono con sé amiche e cameriere: Sarah Churchill, domestica in casa del vecchio George 12 Introduzione Jacobs; Elizabeth Hubbard, nipote della moglie del dottor Griggs, il medico del villaggio e domestica nella sua casa; Mary Warren, domestica in casa di John ed Elizabeth Proctor. Il gruppo, composto da circa dieci ragazze, tutte al di sotto dei vent'anni, provò per la prima volta una sensazione eccitante che rompeva la monotonia della loro vita quotidiana, nonostante quel che facevano fosse assai pericoloso perchè severe leggi dettate da un rigoroso puritanesimo vietavano di leggere nel futuro, considerandola una prerogativa del diavolo che portava a dannazione certa e al fuoco eterno dell’inferno. Preoccupate per quel che avevano visto e sentito esse caddero ammalate e cominciarono a comportarsi in modo strano. La piccola Elizabeth Parris cadeva in trance guardando a lungo fissamente nel vuoto, dopo di che cominciava a gridare e si lasciava cadere a terra, con bestemmie ed attacchi epilettici. Abigail si comportava allo stesso modo, emettendo dei suoni gutturali come se stesse soffocando, abbaiava come un cane e camminava carponi su mani e piedi. Quando Parris pregava per la loro guarigione, Abigail si tappava le orecchie alle sante parole ed Elizabeth gridava e gettava attraverso la stanza la Bibbia di famiglia. Profondamente allarmato da questo comportamento, Parris chiamò il dottor Griggs che curò le bimbe con varie medicine, senza tuttavia ottenere alcun miglioramento. Alla fine scosse la testa e diagnosticò che erano in preda a un maleficio. I vicini colsero al volo la frase e dissero che le due ragazzine erano stregate. Mary Walcott e Susanna Sheldon ebbero delle convulsioni. Ann Putnam si muoveva carponi con movenze animalesche. L’intero villaggio era preoccupato: che cosa si poteva fare per aiutare le povere ragazze? Parris chiamò aiuto dall’esterno, e in risposta alla sua supplica giunsero una mezza dozzina di ministri del culto da Salem Town e dalla vicina Beverly per pregare con le ragazze. All’inizio esse ascoltarono tranquillamente, ma presto un moto di insofferenza serpeggiò tra loro e cominciarono ad agitarsi ogni volta che veniva citato il nome di Dio. Alla fine si contorcevano sul pavimento, e le loro grida echeggiavano talmente alte da costringere i pastori ad abbandonare le loro preghiere. Parris allora si ricordò della schiava Tituba. Durante i suoi viaggi nelle Indie Occidentali aveva sentito parlare di “obeah” e “voodoo”. I disturbi accusati dalla figlia potevano essere causati da qualche diavoleria del genere? Egli osservò 13 Capitolo 1 attentamente Tituba, e un giorno la vide prendere qualcosa dalla cenere del camino e darla da mangiare al cane. Quando le chiese di che cosa si trattasse si sentì rispondere: “Una torta, signore”. Parris si rese conto che la donna aveva preparato una “torta della strega”. La torta della strega era fatta con farina di segale impastata con urina di bimbo e data in pasto a un cane. Si credeva che se il cane avesse cominciato a tremare, il bimbo sarebbe guarito. Tituba stava cercando di far guarire la sua amata Elizabeth. Alla scoperta della torta, Parris fu assalito da un attacco di collera violenta e fustigò Tituba finché questa confessò di aver appreso le arti magiche nel suo paese, ma negò di essere una strega. Parris fece poi delle domande a Elizabeth sui suoi rapporti con Tituba finché la bimba scoppiò in pianto e confessò tutto sugli incontri che avvenivano in cucina. Dapprima le altre ragazze negarono la storia di Elizabeth, ma alla fine ammisero tutto quanto. Anche a questo punto la situazione avrebbe potuto essere contenuta entro certi limiti se Parris non avesse posto la domanda fatale. “Chi oltre a Tituba, è coinvolto in questa storia?”. “Goody Abigail Good”. rispose: (“Goody”, abbreviazione di goodwife è Figura 1 – Raffigurazione dell’epoca sui processi alle streghe di Salem. intraducibile. Assieme al maschile goodman, questi due appellativi venivano usati per capifamiglia e denotavano rispetto e quasi deferenza nei confronti delle persone anziane e stimate. Alcune volte, come in questo caso, sono attribuiti anche a persone di condizione sociale inferiore, mai però a schiavi o servi). Sarah Good era una mezza vagabonda dalla reputazione piuttosto dubbia, che si arrangiava a forza di espediente, fumava la pipa, ed era disprezzata da tutti. “Chi altro?” “Goody Osborne”. Anch’essa era considerata una donna di dubbia moralità. Benestante e a quanto pare un po’ svanita di cervello e molto malata. Sposatasi tre volte, con l’ultimo marito aveva convissuto per un certo tempo 14 Introduzione prima di sposarlo (da qui la fama di immoralità), nessuno l’aveva mai vista in chiesa. Il 29 febbraio 1692 vennero emessi mandati di cattura per Tituba, Sarah Good e Sarah Osborne. Le ragazzine raccontarono di aver visto uomini volare su manici di scopa ed alcuni abitanti del villaggio ordinare agli insetti di depositare nelle loro pance unghie ricurve e fermagli (che poi venivano vomitati dalle ragazze durante le testimonianze). Giurarono anche di aver avuto apparizioni celestiali nelle vesti di animali parlanti. Le giovani, inoltre, dichiararono di soffrire di alcuni sintomi in seguito agli atti di stregoneria. Il giorno successivo fecero ingresso nel villaggio due magistrati di Salem Town: John Hathorne, antenato dello scrittore Nathaniel Hawthorne, e Jonathan Corwin. Gli interrogatori si tennero nella Casa delle Adunanze di Salem Village, edificio dove avvenivano le riunioni della congregazione. La prima ad essere sottoposta a interrogatorio fu Sarah Good, che negò di aver mai fatto ricorso a pratiche di stregoneria. Hathorne ordinò che tutte le bambine la guardassero bene per vedere se era lei la persona che le tormentava; allora esse la guardarono e dichiararono che era proprio lei. Subito dopo caddero in preda ai tormenti gridando che era lo spettro di Sarah Good a morsicarle e pizzicarle. La folla adunata nella sala osservava quel che stava succedendo con terrore, convinta che tutto ciò era dovuto al diavolo. Questi invisibili attacchi alle bambine dovevano giocare un ruolo essenziale nell’esame di tutti gli accusati, e nei successivi processi. Senza questa “prova diabolica”, come venne chiamata, nessuno dei prigionieri avrebbe potuto essere imprigionato. La prova diabolica era basata sulla convinzione che il diavolo potesse assumere la forma fisica di una strega, e sotto tali spoglie ingannare il marito giacendo al suo fianco mentre essa presenziava a un sabba o, come a Salem, molestava coloro che la accusavano. Solo coloro che venivano tormentati riuscivano a vedere questi spettri, ma la loro esistenza venne comunque considerata un fatto reale. Si credeva inoltre che il diavolo potesse assumere le sembianze di una persona solo col suo permesso e non avrebbe mai potuto farlo con un innocente. Di conseguenza, chiunque fosse stato visto da uno degli accusatori veniva ritenuto colpevole e non serviva a nulla produrre un alibi. Il corpo fisico di una persona poteva benissimo stare alla 15 Capitolo 1 presenza di un centinaio di testimoni, ma il suo spirito, col suo permesso, poteva tormentare gli accusatori. Sottoposta a interrogatorio, Sarah Osborne negò di aver mai seviziato le ragazze. Le suddette fanciulle, presenti in aula, l’accusarono, dopo di che si agitarono e urlarono come se fossero sottoposte a ogni sorta di violenza. Hathorne chiese alla Osborne perchè facesse loro del male, ma essa negò ogni addebito. Richiesta di spiegare come facesse a tormentarle a quel modo, pur restando fisicamente lontana, negò di aver mai fatto qualcosa del genere. Le venne chiesto allora chi fosse a farlo in vece sua. Essa avanzò l’ipotesi che fosse il diavolo ad assumere le sue sembianze senza che lei lo sapesse, ma la corte non la prese neppure in considerazione. Sarah Osborne venne rinchiusa in prigione dove morì due mesi dopo. Alla fine comparve Tituba e la sua entrata venne accolta da violentissime reazioni da parte delle ragazze accusatrici, probabilmente terrorizzate all’idea di quel che poteva rivelare sugli incontri che avvenivano nella cucina dei Parris. Ma la sfortunata Tituba aveva imparato qualcosa dal duro trattamento riservatole dal padrone. Quando aveva negato di conoscere l’arte della stregoneria era stata picchiata, quando invece aveva Figura 2 – Dipinto del XIX secolo raffigurante l’esecuzione di Bridget Bishop; gli abitanti di Salem assistono all’esecuzione lanciando insulti ed esultando quando il laccio viene passato intorno al collo della donna. “confessato” la punizione era cessata. Dinanzi ai magistrati cercò di usare la stessa tattica, e di nuovo funzionò. Hathorne le chiese: “Hai mai visto il diavolo?”. Tituba rispose: “Il diavolo è venuto a trovarmi e mi ha ordinato di servirlo”. Il pandemonio in aula cessò. Tutti gli occhi erano puntati su Tituba mentre narrava la sua storia. Così come una volta aveva tenuto le ragazze incantate accanto al fuoco, ora il pubblico non perdeva 16 Introduzione una parola di quanto diceva. Per tre giorni consecutivi narrò meraviglie. Il diavolo le si era presentato qualche volta sotto forma di gatto o di topo o di rospo, anche se la maggior parte delle volte compariva sotto le spoglie di un uomo di alta statura, vestito di nero e dai capelli bianchi. Egli le disse di essere Dio e le chiese di scrivere il suo nome nel libro che aveva con sé. Essa ubbidì firmando con “un segno rosso come il sangue”. Era volata a un sabba e aveva incontrato delle streghe provenienti da Boston e da altre parti. Le forme di Sarah Osborne e Sarah Good, e di altre di cui non conosceva il nome, le avevano ordinato che tormentasse le bambine, anche la sua amata Elizabeth. Le persone presenti si sentirono sollevate all’idea che almeno una strega si fosse redenta e confessasse le sue malefatte, anche se davano loro fastidio “quelle altre forme”. Chi potevano essere? Salem Village non doveva aspettare a lungo le altre candidate all’accusa. Martha Corey, con il suo ironico disinteresse per la spettacolare scenografia montata dalle ragazzine, fu la prima. Ann Putnam l’additò gridando, e venne arrestata. “Io sono una donna che vive secondo il Vangelo”, essa disse alla corte. “È una strega del vangelo!” gridò una delle ragazze, e tutte le altre presero a cantare in coro: “Strega del Vangelo! Strega del Vangelo!”. Una di esse indicò la finestra e disse che riusciva a vedere le streghe che si raccoglievano in quello stesso istante per un sabba sul prato antistante la Casa delle Adunanze. Gli astanti erano terrorizzati. Ann Putnam identificò in una strega Rebecca Nurse, da tutti considerata una santa donna. Anche l’inflessibile John Hathorne parlò in termini gentili a Rebecca quando gliela condussero dinanzi. Vecchia, fragile e sorda, madre amata di quattro maschi e quattro femmine, rispose alle domande che le venivano poste protestando la propria innocenza. La sua sincerità era tale che, nonostante il vociare delle ragazze, sembrò che il caso contro di lei venisse chiuso. Poi la voce della madre di Ann Putnam si levò sopra tutte: “Non ti sei portata appresso l’Uomo Nero? Non mi hai minacciato di strapparmi l’anima dal corpo, ripudiando con parole oscene e orrendamente blasfeme il Signore Iddio benedetto?”. “Mio Dio aiutami!”, gridò Rebecca e tese le proprie mani in segno di sgomenta costernazione. Al che le fanciulle presenti tesero anch’esse le loro mani e da quel momento presero a copiare esattamente ogni gesto che la sfortunata prigioniera faceva. Gli spettatori 17 Capitolo 1 cominciarono a nutrire dei dubbi sulla innocenza di Rebecca, e la corte concluse che aveva stregato le bambine davanti ai loro occhi. La caccia alle streghe stava avendo un crescendo vertiginoso e seguiva un tracciato prestabilito. Le fanciulle gridavano il nome di una persona, asserendo che il suo spettro le aveva tormentate, e quella persona veniva arrestata. Ad un primo interrogatorio l’accusato negava di praticare la stregoneria, al che le fanciulle venivano colte dai soliti attacchi. Questo fatto costituiva l’inconfutabile colpa del prigioniero che veniva condotto in attesa del giudizio. Con tale sistema vennero imprigionate le sorelle di Rebecca Nurse. Il 4 aprile venne arrestata anche Elizabeth Proctor, presso cui lavorava come domestica Mary Warren, una delle tormentate. John e Elizabeth Proctor abitavano in una fattoria di loro proprietà che confinava con quelle di George Jacobs senior e di Giles Corey. Essi vennero coinvolti nella caccia alle streghe soprattutto a causa di Mary Warren, i loro beni vennero confiscati, i figli incarcerati uno dopo l’altro, ed uno di essi (William) torturato. John fu impiccato; Elizabeth, condannata a morte, si salvò solo perchè incinta (in questi casi la legge inglese sospendeva l’esecuzione fin dopo il parto). Quando Elizabeth era stata arrestata, al marito, che era intervenuto in sua difesa, fu riservato lo stesso trattamento. In precedenza John Proctor aveva detto che le ragazzine avrebbero dovuto essere frustate ben bene perchè “se le lasceremo fare, diventeremo tutti quanti diavoli e streghe”. Le sue parole si rivelarono successivamente vere. Due delle ragazze tormentate cominciarono a cambiare contegno cercando invano di sfuggire alla folle rete di accuse che aveva ormai imprigionato Salem. Quando John Proctor venne arrestato, Mary Warren si staccò dal gruppo delle accustrici e le incolpò di simulazione: subito fu a sua volta accusata di stregoneria, denunciata e arrestata. Tentò di resistere, ma non vi riuscì; dopo un penoso alternarsi di dichiarazioni d’innocenza e di svenimenti, rientrò nel ruolo che le imponevano sia le sue compagne sia i magistrati e i concittadini. Anche Sarah Churchill ebbe un breve attimo di ripensamento dopo l’arresto del suo datore di lavoro, il vecchio George Jacobs ma, come Mary Warren, cedette ai pressanti interrogatori dei magistrati e testimoniò che Jacobs l’aveva costretta a firmare il libro del diavolo. Più tardi disse al pastore di Boston che l’aveva interrogata: “Se soltanto avessi detto al signor Noyer una volta di aver messo il 18 Introduzione mio nome sul libro, mi avrebbe creduto. Ma se gli avessi detto cento volte di no non mi avrebbe creduto”. In aprile Salem raggiunse il culmine della psicosi grazie alla giovane Ann Putnam, leader degli accusatori, e spinta dalla madre nevrotica. Essa stava camminando accanto al prato della parrocchia, luogo identificato come punto dove le streghe si raccoglievano per i loro diabolici pasti a base di pane rosso e di sangue. Improvvisamente Ann Putnam si fermò e gridò: “Oh, povera me! Viene un pastore. Ma adesso anche i pastori sono streghe?”. Essa non ne riconobbe le sembianze ma disse il nome. Era il reverendo George Burroughs, ex-pastore di Salem. Non è sorprendente che i magistrati esitassero prima di trarlo in arresto, ma la storia di Ann Putnam venne confermata da Mercy Lewis, che prima di essere domestica a casa Putnam lo era stata da Borroughs. I magistrati emisero un mandato di cattura. Burrough era pastore in una parrocchia nel lontano Maine, ma il lungo braccio della legge lo raggiunse e lo afferrò nel mezzo di un pasto. La legge catturò anche, su indicazione delle fanciulle, il capitano John Alden, un rispettabile capitano di mare la cui famiglia era giunta in America nel 1620 a bordo del “Mayflower”. Quando guardò le fanciulle esse si mistero a gridare e caddero in preda alle convulsioni. Egli si volse ai magistrati e disse: “Perchè non cadete a terra anche voi quando vi guardo?”. Essi ignorarono la domanda e lo mandarono in prigione. Alden, deciso a non finire i suoi giorni appeso a una corda per le accuse di alcune ragazzine folli, corruppe il carceriere, e una mattina fuggì al galoppo in un luogo dove si tenne nascosto fino a quando la grande caccia alle streghe fu terminata. In giugno le fanciulle avevano accusato altre cento persone, abitanti di Salem e di città e villaggi vicini. Le prigioni straripavano, ed era giunta ormai l’ora di portare alcune streghe a giudizio. Giunse il nuovo governatore britannico del Massachusetts, William Phips, che nominò un tribunale speciale, composto da sette giudici e presieduto da William Stoughton, di 61 anni. Uomo freddo e spietato, agì con implacabile fermezza, fu un inflessibile fautore della caccia alle streghe e non ebbe mai dubbi sulla correttezza dei processi del 1692. Il 2 giugno entrò in aula la prima sospetta strega, Bridget Bishop, che gestiva una specie di taverna. Certi lati del carattere di Bridget urtavano l’etica puritana: ossia il fatto 19 Capitolo 1 che il suo mestiere fosse legato al gioco e al divertimento e che si vestisse in un certo modo (usava insolita biancheria di pizzo). Parecchi uomini testimoniarono di averla sognata, o meglio essa aveva inviato la propria immagine a disturbare il loro sonno. Giudicata colpevole, il 10 giugno venne impiccata per stregoneria su un’altura appena fuori città, chiamata poi Collina delle streghe. Quando la corte si riunì di nuovo alla fine di giugno fu il turno di Rebecca Nurse, che venne giudicata assieme ad altre quattro donne, tra le quali v’era Sarah Good. La giuria non ebbe difficoltà a trovare le altre quattro colpevoli, ma quando toccò a Rebecca che continuò a ripetere di “non avere mai tormentato un bimbo, no, proprio mai”, la giuria non riuscì a mettere in dubbio le sue parole. C’era anche la testimonianza di sua figlia Sarah che colse in flagrante simulazione una delle accusatrici. “...la vidi tirar fuori dagli abiti alcuni spilli, metterseli tra le dita, e quindi afferrarsi le ginocchia con ambo le mani: e poi ella gridò accusando Goody Nurse di pizzicarla e tormentarla”. La giuria trovò che Rebecca Nurse non era colpevole. Stoughton si sentì oltraggiato e pregò la corte di riconsiderare il verdetto. Questa volta essi emisero la sentenza che desiderava: colpevole, il 19 luglio Rebecca Nurse fu impiccata insieme alle altre quattro. Questa seconda ondata di impiccagioni gettò il panico tra le rimanenti accusate e coloro che le ritenevano innocenti. Alcune delle giustiziate avevano una reputazione dubbia, ma se la giuria aveva trovato colpevole Rebecca Nurse, non v’era via di scampo per nessuno. Alcune accusate cominciarono a “confessare”, perchè era risaputo che chiunque avesse ammesso di essere una strega veniva risparmiata. Dissero di essere state visitate dal diavolo sotto varie forme d’animale per persuaderle a far del male ai loro vicini. Più tardi tutte quante ritrattarono queste confessioni dicendo che lo avevano fatto solo per avere salva la vita. Presumibilmente le autorità tennero in vita coloro che avevano confessato nella speranza che potessero incriminare altre persone. Qualunque sia la ragione, rimane il fatto che soltanto coloro che avevano continuato a professare la loro innocenza salirono al patibolo. In agosto il terzo gruppo di prigionieri venne processato, e tutti vennero giudicati colpevoli. Ormai, però, alcuni abitanti del Massachusetts cominciarono a organizzare petizioni chiedendo processi più onesti e imparziali. Ma il movimento non era ancora sufficientemente forte per 20 Introduzione sopraffare la credenza popolare che il diavolo girava per le strade del Massachusetts cercando di sovvertire il governo di Dio sulla Terra avvalendosi delle macchinazioni delle sue streghe. Come si poteva mettere in dubbio la malvagità dei prigionieri, si chiedevano coloro che credevano nella stregoneria, quando gli effetti sulle fanciulle tormentate erano visibili a tutti coloro che partecipavano ai processi? Cotton Mather, un convinto assertore della stregoneria i cui scritti sull’argomento erano ampiamente letti a Salem, si recò al villaggio e prese parte al processo di George Burroughs, dichiarando che era tutto in regola. Quando Burroughs fu condotto al patibolo successe una cosa incredibile: col cappio attorno al collo cominciò a recitare il Padre Nostro. La folla si aspettava che facesse l’inevitabile errore, si supponeva infatti che le streghe non fossero capaci di recitare questa preghiera correttamente perchè ai sabba la recitavano all’incontrario. Ma Burroughs lo recitò in modo perfetto e con un sentimento tale che tra la folla cominciò a serpeggiare la convinzione che, dopo tutto, non poteva essere colpevole. Vi fu perfino un tentativo per rilasciarlo, che sarebbe anche riuscito se Cotton Mather non avesse arringato la folla dicendo che, qualche volta, il diavolo poteva camuffarsi da angelo del cielo. Così Burroughs fu impiccato. Tra quelli giudicati colpevoli assieme a Burroughs c’erano George Jacobs e John ed Elizabeth Proctor. Jacobs e Proctor vennero impiccati, ma la data dell’esecuzione di Elizabeth venne posticipata perchè la donna era incinta. Il 22 settembre si ebbe l’ultima e più numerosa ondata di impiccagioni. I processi si svolsero tra il 9 e il 17 e si conclusero con ben quindici sentenze capitali, di cui solo otto furono eseguite. Tra le accusate Tituba e Martha Cory, già incontrata perchè derideva le ragazze. Una sedicesima Figura 3 – Cotton Mather, uno dei principali accusatori. persona, l’ottantenne marito di Martha Cory, Giles, era stata portata in giudizio, ma il suo caso presentava un problema. Alla domanda di rito: “Vi ritenete colpevole o innocente?”, Giles Cory si rifiutò di rispondere. Secondo le leggi 21 Capitolo 1 inglesi, e quindi della Nuova Inghilterra, rifiutarsi di rispondere a questa domanda preliminare costituiva reato di insolenza contro l’autorità e ribellione alla legge. Il silenzio era punito con la cosiddetta “peine forte et dure”. L’imputato veniva messo a giacere sotto un enorme peso, e di tanto in tanto gli si faceva nuovamente la domanda; se persisteva nel silenzio, il peso veniva lentamente aumentato fino a che o si aveva la risposta (e quindi ne seguiva il processo) o si aveva la morte per stritolamento. I giudici ordinarono che a Cory fosse inflitta la “peine forte et dure” e venne portato in un campo presso il tribunale. Dopo due giorni di agonia Giles Cory moriva. Tre giorni dopo sua moglie, assieme ad altre sette, veniva impiccata. Gli altri riconosciuti colpevoli, tra cui Tituba, avendo confessato, vennero rimandati in prigione. Prima che la Corte si riunisse nuovamente le fanciulle superarono se stesse. La gente aveva pensato che giustiziare le streghe avrebbe ridotto le sofferenze delle ragazze, ma doveva ben presto scoprire che le cose non sarebbero affatto andate in questo modo. Ad ogni strega che saliva al patibolo le ragazze trovavano qualcun altro da accusare. Alla fine esse gridavano nomi che anche gli inquisitori più influenzabili non potevano accettare, ad esempio alcuni parenti dei giudici e la moglie del governatore, Lady Phips. Durante la maggior parte del processo alle streghe il governatore era stato a combattere gli Indiani presso il confine canadese. Quando apprese quel che era successo in sua assenza, egli insultò aspramente Stoughton e fece fermare ogni attività della sua Corte Suprema. Alla fine le voci più sagge vennero ascoltate. Le implicazioni teologiche furono esaminate da un certo numero di pastori, nessuno così credulo come Samuel Parris o Cotton Mather. Il padre di Cotton, Increase Mather, presidente dell’Harvard College, dichiarò: “È meglio che dieci streghe sospette sfuggano alla morte piuttosto che una sola innocente sia condannata”. Nominata una nuova Corte, la prova diabolica non venne più riconosciuta. Le esecuzioni dei prigionieri vennero sospese, le accuse contro di loro caddero e le prigioni cominciarono a svuotarsi. Il 14 gennaio 1693 il governatore Phips concesse perdono a tutti coloro che erano stati accusati di stregoneria: il Massachusetts si era liberato dall’incubo delle streghe. Durante il periodo d’isterismo, le fanciulle si erano rese responsabili dell’arresto di quasi duecento persone, di cui trenta vennero condannate a morte. 22 Introduzione Diciannove furono impiccate, due esecuzioni rinviate perchè le donne erano incinte, vennero alla fine sospese, e cinque sfuggirono alla morte dopo che era stata emessa la sentenza. Quando la tempesta si calmò più di centocinquanta streghe rimasero in prigione, e nonostante fosse stata sospesa l’esecuzione, prima di essere rilasciate dovettero pagare le spese giudiziarie e di detenzione. Tituba fu tra le ultime a essere rilasciata perchè Parris si rifiutò di pagare per lei, e per far fronte alle spese, fu venduta a un altro padrone. Parris stesso, nel 1697, fu costretto a rassegnare le dimissioni da ministro di Salem. 1.2. Dalla caccia alle streghe alla caccia ai pedofili Cosa ha spinto le bambine e le ragazze di Salem ad accusare gli adulti di atti di stregoneria? Per Morison (1972) una possibile causa fu l’esibizionismo e la paura: le ragazze godettero, in un primo momento, dell’attenzione che veniva loro riservata e si spinsero poi talmente oltre da temere di essere scoperte e punite. Inoltre, potrebbe essere entrata in gioco anche la suggestione: pare, infatti, che alcune bambine vennero incarcerate ed interrogate incessantemente per giorni interi. La caccia alle streghe può essere iniziata come una “confusione mentale” venutasi a creare in alcune delle ragazze più impressionabili, come Elizabeth Parris, ma venne rinfocolata da ripicco, dispetto, desiderio di essere al centro dell’attenzione e di provare nuove ed eccitanti sensazioni. “Lo abbiamo fatto per divertimento”, ammise una delle ragazze. “Dovevamo pure divertirci un po’”. Questo caso rimane attuale per i dubbi che solleva, i quali sono gli stessi che seguono a tanti processi odierni in cui sono coinvolti minori. I dubbi riguardano la memoria dei bambini, l’attendibilità dei minori testimoni, la capacità dei giudici di discernere le dichiarazioni vere da quelle false. Ci si può chiedere se le modalità di intervista possono essere così suggestive da far descrivere ai bambini interrogati fatti mai vissuti, nei minimi particolari. Come mettono in evidenza Caffo e coll. (2002) la vicenda di Salem è spesso citata nella letteratura soprattutto per due motivi: - perché ha influenzato a lungo l’atteggiamento nei confronti dell’attendibilità della testimonianza minorile. Negli Stati Uniti, l’interesse 23 Capitolo 1 e l’impegno da parte dei ricercatori rispetto alla questione della competenza testimoniale dei minori furono pressoché assenti fino alla seconda metà del XX secolo. Ciò è in parte dovuto allo scetticismo nei confronti dei bambini destato dal caso di Salem. I giuristi hanno ripetutamente citato questo caso, come base su cui fondare la loro opinione negativa sull’attendibilità delle testimonianze dei minori; - perché si presta a diversi parallelismi con i processi attuali di abuso sui minori. Infatti, alcuni autori, tra cui Gardner (1995) paragonano le denunce di abuso sessuale avvenute negli asili americani a fenomeni di isteria collettiva (sex-abuse hysteria) e la caccia ai pedofili alla caccia alle streghe di Salem. Nel presunto caso di pedofilia, presentato nella seconda parte del lavoro, ho rinvenuto una estrema somiglianza con la dinamica del caso di Salem. I tratti salienti di questa vicenda, la quale verrà esaustivamente analizzata nella seconda parte del lavoro, sono i seguenti. La vicenda si è svolta in una ricca città della Lombardia, ma in clima socioeconomico di disagio, dal momento che molte delle famiglie coinvolte erano di immigrati e vivano in case popolari, con lavori umili o sussidi di disoccupazione; anche il livello culturale delle persone coinvolte era estremamente basso. In questa stessa città era già scoppiato uno scandalo simile, in un’altra scuola materna, per presunti abusi sessuali perpetrati dal personale docente ed ausiliario, ma le persone coinvolte era state scagionate per l’assenza di prove in merito. Un giorno di maggio 2003 un bambino ha raccontato alla madre che la maestra lo ha portato fuori dalla scuola e gli ha fatto incontrare degli uomini africani che gli hanno accarezzato i capelli. Dopo questo iniziale racconto, altri bambini cominciarono a raccontare altri episodi equivoci che potevano essere assimilati a presunti fatti di abuso. Vennero coinvolti come abusatori altre maestre della scuola, gli ausiliari ed infine anche un sacerdote. Due personaggi autorevoli, una psicologa ed un sacerdote, hanno concretizzato i timori dei genitori sostenendo che quello che i bambini raccontavano era veramente successo. Per poter 24 Introduzione comprendere lo svolgimento dei fatti, i genitori hanno ripetutamente interrogato i bambini con tecniche suggestive ed inducenti. In un substrato di emarginazione i racconti dei bambini hanno trovato un ambiente fertile in cui svilupparsi: i genitori si sono riuniti in gruppo e, pensando di agire per il bene dei propri figli, si sono scambiati le informazioni raccontate dai vari bambini ed interrogando i propri figli hanno ricercato la conferma di questi racconti. A causa di questa attività di gruppo, i racconti dei bambini sono aumentati di numero ed intensità: sempre più bambini confermavano i racconti fatti dai compagni di scuola e vi aggiungevano dettagli sempre più raccapriccianti. La comunità si è stretta intorno ai bambini e alle loro famiglie, mobilitando il Comune, il Clero e le associazioni contro la pedofilia. Nessuno ha messo in discussione la credibilità di questi bambini, poiché come diceva il sacerdote della città “i bambini non possono mentire”. Il Comune e le associazioni locali hanno stanziato fondi (alcune migliaia di euro per ogni famiglia coinvolta) prima ancora che l’autorità giudiziaria desse un giudizio di innocenza o colpevolezza nei confronti dei presunti abusatori. Questo ha avuto l’effetto di incrementare ancora di più il numero di bambini coinvolti e ciò è stato presumibilmente dovuto all’incentivo economico dato alle famiglie coinvolte, che è servito in molti casi a pagare affitti o bollette, piuttosto che terapie psicologiche per bambini abusati. Nel giro di pochi mesi, la comunità ed in primis il gruppo dei genitori si sono convinti che le maestre dell’asilo fossero a capo di una organizzazione internazionale di pedofili dedita al commercio di materiale pedo-pornografico. Nella tabella 1 sono schematizzati i principali elementi di analogia che permettono di stabilire un parallelo tra la vicenda di Salem ed il caso presentato nella seconda parte del presente lavoro. 25 Capitolo 1 Tabella 1 – Principali elementi di analogia tra il caso di Salem ed il caso presentato nel lavoro Elementi di analogia Caso di Salem Caso proposto - Livello socioeconomico delle persone coinvolte - Livello culturale delle persone coinvolte - - Episodi accaduti poco prima dei fatti oggetto di indagine giudiziaria - Il livello culturale delle persone coinvolte era estremamente basso. Invasioni di locuste; ripetuti periodi di siccità che avevano distrutto i raccolti in tutta la regione, causando ristrettezze e miseria per la maggior parte dei coloni; un enorme incendio scoppiò a Boston nel 1691 distruggendo quasi tutta la città; poco dopo questa tragedia giunse il terribile terremoto che rase al suolo Port Royal in Giamaica uccidendo circa duemila persone, per la maggior parte parenti e amici dei coloni del Massachusetts; tutti questi episodi erano interpretati come azione del diavolo per cacciare i coloni dal Nuovo Mondo. Due bambine cominciano a soffrire di problemi psicologici, presumibilmente disturbi somatoformi. - Tutte le bambine frequentavano la cucina della schiava Tituba. - I presunti abusanti appartengono ai margini della società: Tituba - la schiava caraibica, Sarah Good - una mezza vagabonda, Goody Osborne - una donna di dubbia moralità. All’inizio vennero arrestate 3 donne; alla fine della vicenda vennero arrestate quasi 200 persone, di cui 30 vennero condannate a morte e 19 furono impiccate. Presunti abusanti appartenenti al medesimo contesto - Aumento delle persone accusate dai bambini 26 - - Fatto scatenante Vittime appartenenti al medesimo contesto Situazione di grave disagio; ristrettezze e miseria per la maggior parte dei coloni a causa dei magri raccolti dei campi. Situazione di disagio dal momento che molte delle famiglie coinvolte erano di immigrati; molte famiglie vivevano in case popolari e con sussidi di disoccupazione. Il livello culturale delle persone coinvolte era estremamente basso. In questa stessa città era già scoppiato uno scandalo simile, in un’altra scuola materna, per presunti abusi sessuali perpetrati dal personale docente ed ausiliario, ma le persone coinvolte era state scagionate per l’assenza di prove in merito; nella città erano presenti associazioni contro la pedofilia che offrivano aiuto psicologico ed organizzavano convegni sul tema; dopo lo scandalo di quell’altro asilo vi era stato un imponente volantinaggio in tutta la città contro la pedofilia; dopo questi avvenimenti in città si riteneva ci fosse una imponente organizzazione di pedofili. Un bambino che la maestra gli ha fatto incontrare degli uomini africani che gli hanno accarezzato i capelli. - Tutti i bambini coinvolti appartengono alla stessa scuola materna. - Tutti i presunti abusanti fanno parte del personale docente ed ausiliario della scuola materna: le cinque maestre e la cuoca; alla fine viene accusato anche un sacerdote. - All’inizio viene accusata la maestra 1; poi vengono accusate le maestra 2, 3, 4 e 5 insieme alla cuoca della scuola; infine, viene accusato anche don X. Introduzione Rivelazioni che si sovrappongono solo parzialmente Coinvolgimento nei racconti dei bambini di altri bambini - - - Contenuti bizzarri nei racconti dei bambini - - - Modalità di raccolta delle informazioni - Le bambine effettuano dei racconti fra loro simili, ma ognuna di loro aggiunge particolari od episodi differenti. All’inizio parlano solo due ragazzine, poi vengono coinvolte tutte le ragazze del gruppo che frequentavano la schiava Tituba. Le ragazzine raccontarono di aver visto uomini volare su manici di scopa; degli abitanti del villaggio avrebbero ordinato agli insetti di depositare nelle loro pance unghie ricurve e fermagli (che poi venivano vomitati dalle ragazze durante le testimonianze); giurarono anche di aver avuto apparizioni celestiali nelle vesti di animali parlanti; le giovani dichiararono di soffrire di alcuni sintomi in seguito agli atti di stregoneria; “prova diabolica”: venivano tormentate dallo spettro di Sarah Good che le morsicava e le pizzicava. Domande suggestive ed inducenti; confessioni estorte con la tortura e la minaccia di morte. - - - - - - - - - - Assenza di prove Le uniche prove che erano considerate valide erano le “prove diaboliche”, ma non è stata trovata alcuna prova dei racconti delle ragazze. - - - I bambini effettuano dei racconti fra loro simili, ma ognuno di loro aggiunge particolari od episodi differenti. I bambini coinvolgono nei loro racconti i propri compagni di classe o i propri amici dell’asilo appartenenti ad altre sezioni. I bambini sarebbero andati nel castello e nel teatro del paese attraverso dei tunnel; avrebbero incontrato degli uomini, alcuni vestiti di nero con croci insanguinate disegnate sul petto, altri vestiti da personaggi delle favole ed altri ancora vestiti da fragole giganti; i bambini sarebbero stati coinvolti in squallide pratiche sessuali, fotografati e filmati; i bambini hanno raccontato di aver ingerito escrementi, bevuto del sangue, leccato parti intime cosparse di miele e di aver subito ripetute penetrazioni anali e vaginali. Domande suggestive ed inducenti; racconti “confermati” dai bambini con informazioni dette dagli altri bambini. Nessun testimone ha confermato i racconti dei bambini; non sono stati individuati gli uomini mascherati; non sono stati individuati i luoghi in cui gli abusi sarebbero avvenuti; dopo visita medico-legale in nessun bambino sono state individuate lesioni ascrivibili ad abuso sessuale; non sono stati trovati filmati o foto compatibili con i racconti dei bambini; dopo indagini della polizia bancaria non sono stati trovati i conti segreti in cui le maestre avrebbero accumulato il denaro ottenuto dal commercio di materiale pedo-pornografico. 27 - Capitolo 2 - La memoria in età evolutiva 2.1. Che cosa e come ricorda un bambino Oggi sia in Italia sia all’estero si accetta che i bambini siano sentiti come testimoni, e questo ha sollevato lunghe ed animate discussioni sulla loro attendibilità (Mazzoni 1995). Mentre un tempo si tendeva a negare che un bambino di età inferiore ad una certa soglia (ad esempio un bambino di 5 anni) fosse in grado di fornire testimonianze attendibili, oggi numerosi studiosi hanno rilevato che anche in bambini di quell’età il ricordo può essere accurato (Goodman e Reed 1986; Dent 1988). I ricercatori hanno messo in evidenza che il ricordo libero di bambini anche molto piccoli (4 anni) può essere accurato come il ricordo dell’adulto. Un ricordo libero è il ricordo non sollecitato da domande specifiche da parte di un intervistatore, per cui l’intervistatore si limita a domande molto generiche del tipo “Che cosa ricordi della situazione?”. Un resoconto di una procedura di ricordo libero contiene tutto quello che un individuo riesce a recuperare dalla memoria senza aiuti esterni. Gli elementi che il bambino ricorda tramite il ricordo libero, dicono le ricerche, sono di solito corretti, ossia sono elementi che erano effettivamente presenti nell’episodio originale. Purtroppo il ricordo libero del bambino molto piccolo è quasi sempre molto povero, nettamente inferiore al ricordo dell’adulto per cui un bambino ricorderà pochi o pochissimi elementi di un episodio (Goodman e Reed, 1986). I bambini hanno difficoltà a ricordare dettagli non salienti, o periferici, rispetto all’evento (Gobbo e Fregoni, 1995), mentre ricordano meglio aspetti più salienti. Non Capitolo 2 necessariamente gli aspetti salienti che, in una data situazione, potrebbe cogliere un adulto sono gli stessi che potrebbe cogliere un bambino, infatti dipende da come il bambino inquadra la situazione e dai fattori che modulano la direzione della sua attenzione: ricorderà bene gli elementi sui quali avrà focalizzato la propria attenzione. Da ciò deriva che quanto codificato dal bambino dipende strettamente da dove ha diretto la sua attenzione al momento della codifica (ossia mentre era presente all’evento), o da ciò che ha catturato la sua attenzione. Quindi centralità e salienza di un evento sono concetti che vanno tarati sul bambino e non sull’adulto. Di un episodio che ha vissuto, un bambino ricorderà in particolare gli elementi per lui più salienti. È stato anche notato che i bambini, quando ripetono il loro resoconto, non aggiungono elementi di fantasia od invenzioni, a meno che non considerino la situazione in cui viene loro chiesto di raccontare quanto accaduto come una situazione di gioco fantastico. Quindi è possibile che ripetizioni successive delle stesso racconto non presentino informazioni completamente nuove, od intrusioni, e che siano di conseguenza resoconti attendibili. Va sottolineato che questo è vero solo nel caso in cui i bambini non siano sottoposti a nuove interviste o colloqui contenenti nuove informazioni. In questo caso il resoconto successivo dello stesso episodio risentirà del contenuto dei colloqui fatti e conterrà, con molta probabilità, le nuove informazioni ricevute nel corso delle conversazioni precedenti. La ripetizione sarà quindi una versione corretta dei fatti solo se nell’intervallo di tempo non sono state fatte domande o non sono state fornite altre informazioni con un contenuto di suggestione. Anche in un compito di riconoscimento la quantità di elementi che si è in grado di riconoscere è inferiore nel bambino rispetto ad un adulto, e lo stesso riconoscimento di volti è più problematico e meno accurato. Il problema del riconoscimento sta nell’elevato numero di falsi positivi riconosciuti. Ciò dipende dal fatto che i bambini tendono a “riconoscere” anche quando l’elemento non era stato presentato in precedenza. L’accuratezza sembra però aumentare se nel momento del recupero dalla memoria (ossia quando si chiede al bambino di riconoscere qualcosa) viene reinstaurato lo stesso contesto in cui si è svolto l’episodio iniziale (Wilkinson, 1988) e questo è uno degli elementi che talvolta 30 La memoria in età evolutiva viene utilizzato nel corso delle interviste proprio per ovviare al problema dei falsi riconoscimenti così frequenti nei bambini. Un ulteriore problema creato dalla tendenza dei bambini a dire “sì” anche quando dovrebbero dire “no” sta nel fatto che i bambini tendono a rispondere affermativamente a molte domande poste in modo diretto. Un esempio di domanda diretta “pericolosa” è la seguente: “Hai visto un uomo scendere le scale?”. In questo caso un bambino risponderà di sì anche quando in realtà non ha visto nessun uomo scendere la scale, solo perché la domanda è stata posta in modo da avere una risposta dicotomica sì/no, e in genere i bambini tendono a dare risposte positive. Un esempio di domanda relativamente “meno pericolosa”, anche se diretta, è il seguente: “Sai il nome dell’uomo che hai visto?”. Si tratta di una domanda diretta perché tramite essa si vuole avere un’informazione precisa (il nome); è meno pericolosa perché l’informazione di base (la presenza di un uomo) già la si possedeva, e nella forma non prevede una risposta sì/no. La domanda, nel modo in cui è formulata nel primo caso, andrebbe sempre evitata, perché non potremo mai sapere se la risposta data dal bambino è dovuta alla tendenza spontanea a dire sì, oppure è dovuta al fatto che effettivamente ha visto un uomo scendere le scale, si possono invece fare domande del secondo tipo se il bambino ha già fornito in prima persona, nel resoconto libero iniziale, i dati su cui si basa la domanda (per esempio se nel resoconto libero ha detto di aver visto un uomo). Se non ne ha parlato, occorre formulare la domanda diversamente per evitare di fornire informazioni che non sappiamo se siano vere (c’era un uomo), e per controllare la tendenza del bambino a rispondere sì. La ricerca ha messo in luce, inoltre, che in un bambino la memoria di un evento sembra sia migliore se l’evento è stato vissuto in prima persona, o se il bambino è personalmente coinvolto nell’episodio anziché esserne semplicemente spettatore (Rudy e Goodman, 1991). Tuttavia una memoria migliore non necessariamente comporta una maggiore resistenza ad informazioni capaci di suggestionare, come risulta da altre ricerche in cui si è tentato di lavorare su eventi il più possibile simili a situazioni di abuso. Si tratta di situazioni che comportano un certo stress e riguardano il corpo del bambino, quali ad esempio un’iniezione, un piccolo intervento chirurgico od un clistere. Mentre alcuni lavori 31 Capitolo 2 indicherebbero che è più difficile che il bambino ricordi cose suggerite se l’accaduto riguarda il suo corpo (Saywitz et al., 1991), altri studi mostrano, con un buon grado di certezza, che i bambini sono suggestionabili anche rispetto a fatti accaduti al loro corpo, e che quindi possono ricordare, ad esempio, di aver ricevuto un’iniezione, anche se la cosa non è accaduta (Ornstein, Gordon e Larus, 1992). In un lavoro piuttosto recente (Bruck, ceci e Hembrook, 1997), è stato chiaramente dimostrato che interviste ripetute, in cui vengono suggerite informazioni non vere rispetto ad una visita medica, determinano nel bambino un ricordo che contiene tali informazioni. 2.2. La suggestionabilità dei bambini La ricerca ha messo in evidenza che i bambini risultano più suggestionabili degli adulti: hanno maggiore tendenza a ricordare l’informazione errata presentata successivamente rispetto agli adulti, e questo è tanto più vero quanto più chi pone le domande viene percepito come una figura autorevole. Ad esempio, i bambini sono più suggestionabili se la domanda viene posta da un adulto piuttosto che da un bambino (Ceci, Ross e Toglia, 1987). Ora sappiamo che, nel caso di sospetto abuso sessuale, le domande vengono sempre poste da adulti, e da adulti che si presentano anche come adulti autorevoli, o che in ogni caso vengono percepiti dal bambino come tali. La variabile “autorevolezza”, con il rischio di maggiore suggestionabilità che comporta, non viene mai meno nel caso di interviste, colloqui ed interrogatori con i bambini, neppure quando si cerca di eliminare questa differenza attraverso il gioco. Per questo motivo alcuni esperti di colloquio con bambini che si sospetta siano stati oggetto di abuso consigliano di comportarsi in modo onesto con il bambino, da adulto a bambino, dichiarando il motivo dell’incontro, e semplicemente ponendo le domande in modo corretto, per non indurre il bambino a dare risposte compiacenti, o in modo da non suggerire informazioni aggiuntive probabilmente non vere. Occorre utilizzare in questi casi un linguaggio comprensibile per il bambino, ma non occorre cercare di farsi passare per un non-adulto. 32 La memoria in età evolutiva Benché i bambini più piccoli (4-5 anni) siano risultati quelli più facilmente suggestionabili, anche i bambini di 6-7 anni sono più suggestionabili di quelli di 9 anni. In una ricerca (Mazzoni, 1998) i bambini assistevano ad una scena. Il giorno dopo venivano fatte loro delle domande fuorvianti sull’evento a cui avevano assistito. Ad esempio veniva chiesto: “Ti ricordi a che ora è entrato in classe il signore che aveva una cartella rossa sotto il braccio?” mentre invece l’uomo aveva un libro in mano. Nel compito di riconoscimento successivo, che avveniva dopo una settimana, il 60% circa dei bambini di 6 anni ha scelto la risposta suggestiva nella domanda, mentre la percentuale dei bambini di 9 anni era un po’ inferiore al 40%. Risultati come questo indicano che è infondo sufficiente una sola domanda mal fatta perché la maggioranza di un gruppo di bambini di 6 anni nel successivo compito di memoria riportino l’informazione suggerita anziché ciò che avevano visto realmente. Va aggiunto però che anche a 9 anni i bambini sono suggestionabili e modificano la loro memoria se ricevono informazioni false. La suggestionabilità della memoria dei bambini è stata confermata oggi da molte ricerche (rassegna di Ceci e Bruck, 1993; Bruck e Ceci, 1997). Ma la suggestionabilità non si limita all’aggiunta o alla modifica di uno o più elementi di una scena. Ci sono risultati che sono stati confermati più volte che mostrano come sia addirittura possibile indurre bambini a ricordare eventi che non sono ma accaduti. In un lavoro molto noto e molto discusso, Elizabeth Loftus (Loftus e Pickrell, 1995) ha mostrato che è possibile indurre degli adolescenti a “ricordare” un evento che non era loro mai accaduto, come ad esempio l’essersi persi in un centro commerciale da bambini. In questo lavoro, che è stato poi confermato su bambini più piccoli e con eventi diversi (Hyman, Husband e Billings, 1995), e anche su adulti (Mazzoni e Loftus, 1998; Loftus e Mazzoni, 1998; Mazzoni, Loftus, Seitz e Lynn, 1999), si sceglievano adolescenti che sostenevano di non essersi mai persi in un centro commerciale, cosa confermata dai loro genitorii. Si chiedeva poi al soggetto di immaginare la scena che sarebbe potuta accadere se egli si fosse davvero perso in un centro commerciale quando era piccolo. Si suggeriva di immaginare con chi era, dove si trovava, che cosa stava facendo, e poi di immaginare il momento in cui si perdeva, … Gli si diceva inoltre (e questo non era vero) che il fratello/sorella maggiore ricordava il fatto. Dopo qualche 33 Capitolo 2 tempo si chiedeva infine al soggetto se ricordava qualcosa di quando si era perso da piccolo in un centro commerciale. Ebbene, gli adolescenti intervistati a questo punto affermavano che era molto probabile che si fossero persi, e addirittura ricordavano alcuni aspetti dell’evento, arrivando perfino ad arricchire la scena con dettagli aggiuntivi rispetto all’evento immaginato inizialmente. Questi dati indicano che la possibilità di modificare la memoria attraverso un intervento esterno è molto ampia, che procedure inducenti possono facilmente creare distorsioni nel ricordo, producendo talvolta ricordi totalmente falsi di episodi mai accaduti. 2.3. Verità, menzogne e false convinzioni: norme di sviluppo È importante tenere presente che i bambini, a seconda delle varie età, hanno concetti molto diversi di “verità”, “menzogna”, “false convinzioni”, non riuscendo, talora, a distinguere tra questi diversi tipi di stato cognitivo. Perry (1995) riporta un’utile progressione cronologica, relativa all’acquisizione di tali concetti da parte di minori di varie età. Tabella 2 – Cronologia dei concetti di “verità”, “menzogna” e “false convinzioni” (da Perry, 1995) Età di conseguimento Abilità 3-4 Sa ingannare manipolando i comportamenti (piuttosto che le convinzioni), ma non molto abilmente. 4 Sa distinguere gli errori dalle menzogne, ma tende ancora a caratterizzare le false dichiarazioni come menzogne. 4-5 6 5-7 7 8 34 Sa distinguere le menzogne ingannatrici dalle menzogne scherzose ed innocenti. Sa ingannare, manipolando le convinzioni dell’ascoltatore, circa le affermazioni di chi parla (piuttosto che circa le intenzioni di chi parla). Sa comprendere il concetto di menzogna. Sa distinguere le bugie innocenti o pietose dall’ironia, se interrogato circa le intenzioni di chi parla. Sa ingannare, manipolando le convinzioni dell’ascoltatore, circa le intenzioni di chi parla (piuttosto che circa le sole affermazioni). Sa mentire abilmente. Sa distinguere il sarcasmo da altre forme di falsità. La memoria in età evolutiva Lickona (1983) ha riveduto gli stadi del ragionamento morale, elaborati da Kohlberg (1963); da tale concettualizzazione è possibile trarre alcune conseguenze utili in merito ai mezzi più idonei per ottenere affermazioni veritiere, a seconda dell’età del bambino. Tabella 3 – Stadi del ragionamento morale e massimizzazione delle risposte veritiere (Da: Dèttore e Fuligni, 1999). Età di raggiungimento Livello Stadio 1 Premio e punizione Prima dei 4 anni 2 Obbedienza all’autorità 5-6 3 Vantaggi reciproci 7-8 4 “Brava ragazza”/ “Bravo ragazzo” 9-12 5 Contratto sociale Adolescenza 6 Principi di azione Alcuni adulti Motivazione del buon comportamento Tecniche per massimizzare risposte veritiere Chiedere semplici descrizioni di azioni specifiche; non chiedere conclusioni o inferenze. Imprimere nella mente del Essere percepiti bambino il concetto che il come ubbidienti. giudice deve essere ubbidito. Spiegare, in termini semplici, Aiutare gli altri, come la testimonianza nella misura in cui veritiera sarà utile alla se ne può trarre giustizia e nel contempo di beneficio personale. beneficio al bambino. Ottenere premi ed evitare punizioni. Essere percepiti come “bravi”. Fare apparire chiaramente al bambino che dire la verità è “bene”. Spiegare come si ritiene Conservare l’ordine debba funzionare il sistema sociale. giudiziario. Adeguarsi ad alcuni Non sono necessari né principi etici spiegazioni né promemoria. universali. “Se le parti E e F del racconto di un bambino sono difficilmente credibili, o assolutamente non credibili, quanto credito si potrà dare alle parti A, B e C?” (Everson, 1997). Secondo la definizione di Yuille e coll. (1995), vanno considerate false anche le dichiarazioni che contengono una combinazione di elementi corrispondenti ai fatti e di altri non appartenenti all’evento originale. Everson e Boat (1989) hanno evidenziato che una eventuale ritrattazione da parte del bambino e il motivo più frequentemente addotto per il giudizio di infondatezza è rappresentato dalla presenza di elementi “improbabili”. Everson (1997) sostiene, al contrario, che la presenza di elementi strani, improbabili, 35 Capitolo 2 fantastici nelle rivelazioni dei bambini non deve condurre al rifiuto della denuncia senza prima aver considerato la presenza di possibili meccanismi che li giustifichino. L’Autore ha rilevato 24 meccanismi esplicativi divisibili in tre gruppi. 1) Interazione dell'episodio d’abuso con le caratteristiche del bambino. Un comportamento poco comune, insolito e bizzarro, non deve essere screditato solo sulla base della sua rarità o particolarità. Un esperto impegnato nella valutazione dovrebbe considerare l’ipotesi che il bambino riferisca una descrizione accurata della realtà per quanto essa non appartenga al dominio delle sue esperienze o delle sue aspettative. Va anche considerata la possibilità che la rivelazione “strana” sia il prodotto della manipolazione del perpetratore, il quale attraverso l’inganno o l’uso di sostanze tenta di confondere, screditare o intimidire il bambino. La vivida immaginazione dei bambini, associata a errori nei processi di source monitoring e reality monitoring, possono far si che essi introducano nel racconto elementi contenuti nelle minacce del perpetratore. Un inserimento di minacce può spiegare perché vengano a volte aggiunti, nelle dichiarazioni d’abuso, racconti di animali e bambini che vengono uccisi. In condizioni di forte stress emozionale, i bambini possono infatti sperimentare alterazioni nella percezione sensoriale. Tali rievocazioni impropriamente si associano a eventi e stimoli “neutri” e possono deformare la percezione del bambino. Il bambino cerca infatti di integrarli in schemi mentali già esistenti, producendo di conseguenza una ricostruzione non fedele. L’ipotesi di Ganaway (1989) è che i bambini con disturbi dissociativi utilizzino parole o immagini provenienti dall’esterno per creare racconti provvisti di un personale significato. Gli alti livelli di attivazione emozionale sperimentata durante il trauma possono esitare in “percezioni errate di origine traumatica” attraverso tre tipi di meccanismi. - Nel primo, gli alti livelli di eccitazione emozionale al momento del trauma determinano errori di percezione. 36 La memoria in età evolutiva - Nel secondo, avviene una contaminazione di eventi “neutrali” (ovvero di situazioni di non-abuso) da parte di frammenti di memoria traumatica non integrati. - Nel terzo, si verificano un “blocco dissociativo” nella formazione dei ricordi ed errori nella memoria episodica relativa alla ricostruzione sequenziale dell'evento. Il secondo e il terzo meccanismo sarebbero ascrivibili a un “collasso” del sistema di memoria linguistico derivante da condizioni di intenso stress, tale da produrre sintomi dissociativi. Anche le strategie consce e inconsce che un bambino pone in atto per far fronte alla paura, all’ansia e alla confusione contribuiscono a creare distorsioni nel racconto. Il senso di impotenza che il bambino prova durante il trauma e durante il racconto, possono indurlo a introdurre nel racconto stesso elementi di “fantasie d’onnipotenza” in cui vengono descritte reazioni agli atti d’abuso in realtà mai avvenute, ma solo desiderate, o l’intervento di eroi e soccorritori immaginari. Il bambino può anche riferire dettagli bizzarri, frutto dell’utilizzazione di metafore e iperbole nel tentativo di controllare le proprie ansie e di reificarne l’impatto emotivo. Tra le difese attuate consapevolmente dal bambino, vanno considerate tutte le strategie per deviare la responsabilità dal vero abusante o per negare la propria vittimizzazione. Un esempio “bizzarro” di sostituzione del perpetratore coincide con l’attribuzione di responsabilità a un personaggio irreale, fantastico, soprannaturale. Anche l’immaturità cognitiva del bambino può giustificare molte descrizioni inusuali. Durante le dichiarazioni d’abuso, spesso i bambini raccontano di essere stati penetrati con strumenti o altro, associando erroneamente alla sensazione fisica sperimentata la rappresentazione di oggetti conosciuti in grado di produrla. Tale fenomeno può comparire anche nelle descrizioni di bambini più grandi che riferiscono situazioni di abuso precedentemente vissute, in quanto la forma linguistica con cui un elemento è stato identificato riveste molta importanza anche al momento del suo successivo recupero mnestico. 37 Capitolo 2 2) Interazione del processo di valutazione diagnostica con le caratteristiche del bambino. In questo gruppo vengono descritti da Everson dieci diversi meccanismi che possono essere disposti lungo un continuum in base al contributo ascrivibile al bambino o all’intervistatore nella produzione del materiale “bizzarro”. A un estremo possono essere collocati gli errori a cui il bambino contribuisce solo in minima parte. Questi sono il frutto di defaillance dell’intervistatore che, per esempio, riporta la narrazione ascoltata dal bambino in maniera errata, o in modo da essere frainteso dai colleghi. Sono comprese in questo gruppo anche le domande mal poste alle quali il bambino si adegua. Al centro del continuum, gli errori sono causati da entrambe le parti. Da un lato l’intervistatore incauto suggerisce attraverso le domande e l’uso di strumenti dell’assessment alcuni ricordi, dall’altro il bambino vulnerabile li assimila. All’estremità opposta l’Autore colloca i processi basati sull’inganno di cui il principale “responsabile” è il bambino. È il caso delle esagerazioni prodotte per ottenere l’attenzione e l’approvazione dell’intervistatore. Un iniziale rivelazione d’abuso viene spesso accolta con grande interesse ed empatia da parte dell’ascoltatore, mentre nelle interviste successive lo stesso materiale, avendo perso il carattere di novità, non provoca la stessa reazione e il bambino può decidere di aggiungere particolari o di ingigantire quelli già rivelati. Non è raro, inoltre, che i bambini più grandi inventino accuse per ottenere vantaggi personali. Le bugie possono essere raccontate per mascherarne altre e aggiungere maggiore credibilità ai precedenti racconti o per fare in modo che le accuse vengano più seriamente considerate e che il perpetratore venga punito. Alcuni racconti insoliti possono essere forniti senza una motivazione ben individuabile: è il caso delle menzogne basate sulla fantasia (fantasy lying). Secondo Everson, queste compaiono raramente nei bambini normali e, in genere, coloro che indulgono in questo tipo di menzogne lo fanno su un'ampia gamma di argomenti, anche al di fuori dell’esperienza di abuso. 38 La memoria in età evolutiva 3) Interazione tra influenze estrinseche e caratteristiche del bambino. In alcuni casi un’errata attribuzione della fonte dell’informazione genera distorsioni nel racconto. Il bambino può inserire dichiarazioni ascoltate da altri bambini (come nel caso della cross contamination, ove diversi bambini sono stati sottoposti a varie sedute) o informazioni ricavate dai media o, ancora, tracce provenienti da materiale onirico (sogno) nella propria memoria episodica. I bambini piccoli e minori si dimostrano particolarmente sensibili alla suggestione sociale e all’influenza di materiale proveniente da fonti interne (sogni, rappresentazioni, fissazioni dovute a processi psicotici). I meccanismi presentati non costituiscono categorie esplicative indipendenti o tali da escludersi a vicenda; inoltre, per la maggior parte essi si propongono come puramente speculativi, convalidati per via aneddotica o tramite l’intuizione clinica. Everson suggerisce che essi vengano utilizzati come supporto per l’analisi obiettiva delle dichiarazioni d’abuso e auspica un’espansione della gamma di ipotesi considerate valide. Tale ampliamento necessita anche di uno sviluppo metodologico per la diagnosi. I possibili meccanismi esplicativi delle dichiarazioni caratterizzate da elementi bizzarri e le motivazioni alla base dei racconti falsi possono essere utilizzati come guida nel processo decisionale volto alla valutazione della credibilità. I meccanismi rilevati da Everson, e le diverse cause di false rivelazioni citate in precedenza, rappresenterebbero solo una parte dell’intera gamma di possibilità da vagliare; possono essere considerate come ipotesi al fine di corroborarne altre. Un esperto dovrà naturalmente dare la precedenza a quelle dimostrate empiricamente piuttosto che a quelle basate sull’intuizione, accettando inoltre la relatività delle ipotesi stesse ed essendo pronto a rimetterle in discussione. Più volte nel corso dell’esame di un procedimento è stato evidenziato e sottolineato la prospettiva di un falso abuso, con la mancata attivazione di tutti quei meccanismi che i ricercatori hanno posto in evidenza, ciò è dovuto essenzialmente al profilo delle politiche sociali e del bene comune a discapito del valore dominante della libertà individuale. E proprio in merito agli indicatori di credibilità (e falsità) nei racconti d’abuso la letteratura specialistica ha posto in evidenza criteri definiti come credibility 39 Capitolo 2 enhancer, legati alla cosiddetta “prova logica”. Sono stati sollevati spesso dubbi sulla validità di tali criteri e sulle modalità di intervista che si basano su di essi. Una delle critiche avanzate consiste nell’osservazione che il gruppo dei bambini abusati risulta troppo eterogeneo per cercare di identificare un gruppo di risposte comportamentali comuni. Tuttavia, se gli indicatori non sono utilizzati come indici specifici di abuso e se vengono integrati in un approccio valutativo multidimensionale possono aiutare l'esperto nel processo decisionale valutandone: - Spontaneità. Questo indicatore può essere inteso in due accezioni. La prima, si riferisce alla modalità secondo la quale il bambino si decide a compiere la rivelazione, ossia autonomamente o a seguito dell’iniziativa di terzi. La seconda accezione si riferisce al modo in cui viene verbalizzata l’esperienza di abuso durante l’intervista. La situazione ideale coincide con il racconto spontaneo dell’esperienza sessuale di cui il bambino è stato vittima. Gardner (1995) fa notare che i bambini indotti, persuasi a rivelare l’abuso, si comportano diversamente. Essi tendono a fornire le informazioni (false) relative al presunto abuso con sollecitudine e presentano quasi subito la loro versione dei fatti, riconoscendo all’istante il momento in cui devono verbalizzare direttamente le informazioni indotte. I bambini “programmati” sanno che quando viene pronunciata la parola “verità” è il momento di descrivere lo scenario dell’abuso. Quest’ultimo viene recitato come una poesia o “litania” appresa, senza emozioni. I bambini indotti a rivelare accuse false non hanno alle spalle i segreti, le minacce o i ricatti vissuti dai bambini realmente abusati. Non compare vergogna o senso di colpa per la partecipazione ad atti sessuali. La spontaneità (e l’espressione delle emozioni in genere) va considerata come un indicatore da valutare con molte cautele in quanto anche bambini realmente abusati possono divenire insensibili, e “abituarsi” a parlare dell'abuso, specie dopo molteplici interviste. Wehrspann e coll. (1987) considerano un tipo particolare di risposta spontanea denominata embedded response. Fanno parte di questa categoria le dichiarazioni che emergono a seguito di un’associazione tra uno stimolo neutro e la situazione d’abuso. 40 La memoria in età evolutiva - Dettagli. La presenza di dettagli nel racconto libero rappresenta l’indicatore più citato in letteratura. I bambini dai tre anni circa in su, realmente vittimizzati, sono spesso in grado di fornire descrizioni e dettagli specifici riguardo ai fatti e allo scenario d’abuso. Questi, spesso, sono resi con un linguaggio concreto e idiosincrasico appropriato all’età, legato a conoscenze che difficilmente vengono mostrate dai loro coetanei. La memoria visiva permette ai bambini di descrivere dettagli periferici rispetto alla scena d’abuso, come il colore delle tende nella stanza, il luogo in cui altre persone in quel momento si trovavano ecc. Dai racconti emergono anche dettagli relativi alle parole e ad altri suoni e rumori emessi dal perpetratore, ai suoi movimenti, ai vestiti che indossava. I dettagli riferiti alle circostanze temporali risultano in genere difficili da ottenere nei bambini piccoli, i quali mostrano spesso difficoltà nel riferire la durata dei singoli episodi, il numero delle volte in cui si sono ripetuti e la loro cronologia, in parte a causa di limiti cognitivi, in parte perché l’evento traumatico può interferire sulla percezione del tempo. Avviene sovente che i bambini realmente abusati sessualmente riportino inoltre una serie di dettagli tipici della fenomenologia dell’abuso. Riferiscono i segreti (secrecy details), le minacce, i ricatti, le ricompense verbalizzate dall’autore dell’abuso. Sono anche in grado di riferire, in maniera dettagliata, le modalità di “aggancio”, utilizzate dal perpetratore, per coinvolgerli emotivamente rispetto a ciò in cui vengono implicati. Nelle varie interviste possono aggiungere dettagli nuovi anche se il racconto d’abuso rimane invariato nelle sue parti principali. I bambini indotti a rivelare false accuse, invece, non avendo a disposizione una rappresentazione visiva dell’evento né conoscenze sufficienti in materia sessuale, tendono a non fornire spontaneamente dettagli specifici e rispondono “non lo so” o “l’ho dimenticato” alle domande dell’intervistatore volte a ottenere informazioni. È possibile, tuttavia, che a seguito delle domande rivolte loro nelle varie interviste i bambini “imparino” a descrivere dettagli di minacce, ingiunzioni del segreto e così via, perché si accorgono che ciò corrisponde a quello che gli intervistatosi si aspettano di ascoltare. Le esperienze 41 Capitolo 2 raccolte da altri (attraverso i media, la scuola, o altri compagni come nel caso della cross-contamination possono costituire una fonte per la costruzione di rappresentazioni dettagliate di scene d’abuso mai vissute, ma che vengono raccontate con modalità simili a quelle proprie dei ricordi “veri” (Mazzoni, 1998). - Linguaggio inappropriato. Anche bambini piccoli, a volte, si riferiscono alla propria esperienza con termini quali “molestie sessuali”, “abusi” o “penetrazione”. Può accadere che i bambini realmente abusati ascoltino gli intervistatosi stessi che utilizzano questi termini e che li adottino, sviluppando nel corso delle varie interviste una “litania” simile a quelle prodotte dai bambini “programmati”. Quando essa si realizza durante la prima rivelazione può far nascere il sospetto di un’induzione. Occorre comunque tenere presente che il linguaggio dei bambini è anche frutto del contesto familiare e sociale in cui essi vivono. - Storia raccontata dal punto di vista del bambino. I bambini narrano le loro esperienze discriminando e interpretando gli elementi in base allo stadio di sviluppo in cui si trovavano al momento dell’esperienza o al momento dell’intervista. - Consistenza. Poiché la memoria è fallibile, c’è da attendersi che l’iniziale rivelazione subisca variazioni, soprattutto quando viene riportata a distanza di molto tempo dall’evento originale e nel corso di numerose interviste con adulti diversi. I bambini realmente abusati, inoltre, spesso aggiungono particolari che fanno realmente parte dell’evento originale frutto della ricostruzione mnestica. Gli stati d’animo variamente sperimentati e i diversi indizi forniti dagli adulti o dal contesto possono facilitare la comparsa di nuovi frammenti. È probabile, invece, che i bambini che non hanno vissuto realmente l’abuso non si ricordino ciò che hanno detto precedentemente e si contraddicano o, al contrario, riportino la rivelazione sempre con le stesse parole e forniscano sempre le medesime informazioni. Wahrespan e coll. (1987) considerano più accezioni di questo indicatore: 1. ripetizione delle stesse dichiarazioni in più interviste; 2. consistenza delle dichiarazioni rese allo stesso intervistatone; 42 La memoria in età evolutiva 3. ripetizione dello stesso tema attraverso più mezzi di comunicazione (disegni, bambole anatomiche, comportamento, gestualità ecc.); 4. conferme attraverso dichiarazioni rese da altri bambini. Gli Autori, inoltre, considerano anche un altro tipo di indicatore ancora legato alla consistenza: la consistenza in presenza di “opposizioni”. Secondo loro la credibilità aumenta allorché i bambini confermano le accuse anche in presenza di un atteggia mento oppositivo da parte dell’interlocutore. - Rivelazioni "in progress". Questo indicatore è apparentemente in contraddizione con il precedente. È stato osservato che alcuni bambini recuperano i ricordi a poco a poco, per vari motivi (stati d’animo diversi, indizi vari ecc.) e che pertanto i contenuti delle interviste possono essere caratterizzati da aggiunte successive. Le rivelazioni caratterizzate da un’aggiunta progressiva di particolari rappresentano tuttavia anche una caratteristica delle esagerazioni tipiche delle accuse “a reticolo” o dei bambini che cercano di mantenere l’attenzione dell’intervistatore o che, per coprire le bugie precedenti, sono costretti a inventarne altre. - Candid style. È uno dei criteri citati dall’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry (1997) e consiste nelle correzioni spontanee da parte dei bambini e nell’ammissione da parte loro di non ricordare alcuni dettagli. - Affettività appropriata. Anche attraverso il canale non verbale il bambino fornisce importanti informazioni. Herinan (1990) suggerisce di osservare il tono, le espressioni, i gesti, eventuali cambiamenti emozionali correlati al tema dell’abuso, e la corrispondenza tra il contenuto narrato e il comportamento non verbale. Alcuni bambini, passando da temi neutrali a quelli specifici della loro esperienza traumatica, mutano tono e volume della voce, evitano il contatto oculare, piangono, manifestano rabbia, si muovono agitatamente. Spesso c’è congruenza tra il contenuto della narrazione e l’emozione espressa attraverso il canale non verbale (e vocale - non verbale), ma tale indicatore può talora trarre in inganno; anche nei bambini sinceri può non essere correttamente decodificata dall’ascoltatore 43 Capitolo 2 un’evidente risposta di carattere emozionale. I bambini che vengono indotti a false rivelazioni producono sovente narrazioni apparentemente caratterizzate da mancanza di partecipazione emotiva, “robotiche” (robotlike). Le loro rivelazioni, tuttavia, se attentamente esaminate risultano essere tutt’altro che prive di reazioni emotive in quanto la paura di essere scoperti, di essersi sbagliati o di non essere creduti può manifestarsi attraverso il canale non verbale e vocale - non verbale. Questo indicatore presenta anche un’altra accezione: il tipo di affetto esperito dai bambini nei confronti del genitore. È stato già osservato come spesso i bambini provino difficoltà a esprimere i propri sentimenti, specie sulla base di una forte ambivalenza affettiva. Inoltre, le numerose dinamiche, interne ed esterne, che intervengono nell’abuso rendono altrettanto varie le risposte possibili da parte del bambino, sì da rendere assai difficile stabilire quale sia l’affetto “appropriato”. Il modo di descrivere i propri sentimenti e di proporsi del bambino, rappresenta l’elemento diagnostico più controverso, in quanto dipende dall’interazione di più fattori. Secondo Heiman (1992) questi sono: 1. il timing dell'intervista ( è la prima o l'ultima di una lunga serie?); 2. il tipo di supporto offerto al bambino; 3. le conseguenze della rivelazione; 4. la severità dell'abuso e gli effetti sulla personalità del bambino. Riguardo a quest'ultimo fattore, l’Autrice puntualizza che i meccanismi dissociativi e il diniego possono dar luogo a reazioni non prevedibili e paradossali. - Plausibilità della narrazione. Secondo Gardner (1995), i bambini realmente abusati forniscono facilmente descrizioni credibili delle loro esperienze, mentre i bambini “programmati” inseriscono eventi, elementi poco plausibili se non impossibili: “if it sounds incredible, it probably isn’t true”. Alla luce di quanto osservato da Everson (1997), la plausibilità non andrebbe valutata in base alle aspettative rispetto alla sessualità, alle preferenze sessuali e ad altri criteri autoreferenziali, ma attraverso le leggi della fisica e della biologia. 44 - Capitolo 3 - L’abuso all’infanzia L’abuso sessuale su minore è un fenomeno difficile da evidenziare in quanto raramente emergono le prove oggettive dell’avvenuto abuso ed i bambini risultano i soli testimoni dei presunti fatti. Dopo il periodo di sensibilizzazione sul fenomeno degli abusi sessuali che ha visto intorno agli anni 1970, soprattutto nel Nord America, il proliferare di una vasta letteratura che indicava le modalità con le quali si potevano evidenziare, mediante i cosiddetti “indicatori”, gli abusi sessuali sui bambini anche in assenza di prove oggettive e di testimonianze certe, la comunità scientifica internazionale ha cominciato a manifestare forti dubbi e perplessità sull’entità di tale fenomeno e sull’infallibilità delle modalità di indagine. Anche in Italia, a partire dagli anni 1990, alcuni studiosi hanno evidenziato le difficoltà nell’espletare le indagini per sospetto abuso sessuale e a mettere in luce le frequenti fonti di errore degli “esperti”, nonché i preconcetti e le deformazioni professionali degli stessi (si ricordano gli Atti del Convegno di Noto, 1996 e fra i tanti autori: Montecchi,1994 Gulotta, 1991 e 1996 - De Cataldo, 1999 - Mazzoni, 2000 - Di Cori e Sabatello, 2000). Merita ricordare che il clima di paura e di caccia alle streghe in una comunità in cui si presume che vi sia stato un abuso sessuale provoca morbose suggestioni che tuttavia non possono essere scientificamente supportate. Questo fenomeno è riportato anche in letteratura (Wakefield, Underwager, 1988): nelle comunità sconvolte dal clamore di una vicenda inerente un sospetto di abuso sessuale, sono frequenti segnalazioni differite nel tempo, soprattutto se il clamore della vicenda Capitolo 3 continua ad essere mantenuto vivo dai media, in concomitanza di eventi giudiziari che riguardano tale vicenda. Negli ultimi anni vi è stata una vorticosa crescita di abusi sessuali di bambini, sia perché la legge è in vigore da solo un decennio (1996), sia perché fino ad allora l’opinione pubblica non era stata sensibilizzata a denunciare tali reati. La quasi totalità degli abusi si sostanzia tra le mura famigliari e difficilmente emergono per ovvi motivi, mentre un fenomeno classificato fra quelli famigliari che provoca una quantità notevole di falsi abusi deriva dalle denuncie prodotte dalle madri divorziate o separate per finalità di affidamento dei figli o per fraintendimento. Basti pensare che anche i mass media si sono occupati di questo fenomeno ed una pubblicazione del settimanale “Panorama” del 19 giugno 2003 indica che il 75% delle denuncie vengono archiviate perché infondate. Il fenomeno degli abusi sui minori difficilmente emerge e solo quando intervengono divergenze per finalità di affidamento, fraintendimenti, rivalità politiche o altro fra coniugi e terzi potrà essere concretamente denunciato, inoltre è stato dimostrato che i genitori, ma non solo loro, non avendo una conoscenza dell’età evolutiva sessuale degli infanti adeguata, ogni atto a loro sconosciuto rappresenta una preoccupazione di abuso, grazie anche alle esagerazioni dei mass media, congiuntamente al fenomeno del protagonismo, pregiudizio e della tendenza di pensiero del gruppo o centri d’aiuto d’appartenenza dei psicologi e neopsichiatri infantili. La stessa legge 66/96, peraltro, si propone all’interprete anche per alcune singolarità o difetti; ad esempio: - manca la definizione di atto sessuale e, quindi, rimane il problema di come esso si differenzia e si distingua; - non è definito il concetto di gruppo, anche se è prevedibile che siano sufficienti due soli soggetti; - manca una correlazione con le norme che puniscono l’incesto. Un aspetto molto importante da sottolineare e da evidenziare, nasce dalla considerazione che il legislatore ha consentito l’indeterminatezza dell’atto sessuale, lasciando la più libera e ampia definizione e interpretazione alle parti 46 L’abuso all’infanzia come fatto illecito o lecito, senza una precisa azione delittuosa, così come vuole la nostra Costituzione. La norma cui si fa riferimento è l’art. 609 bis c.p. 9 che rappresenta, in un certo senso, il pilastro su cui poggiano tutte le altre disposizioni della legge, descrivendo il reato di violenza sessuale avvalendosi della generica espressione “atti sessuali” e così facendo si prescinde, in sede giudiziaria, dalle modalità materiali del fatto. D’altro canto le problematiche connesse all’abuso sessuale sono studiate da diversi anni, gli studiosi non sono ancora giunti a fornire una definizione condivisa di violenza sessuale nei confronti dei minori. Per esempio secondo la definizione proposta al IV colloquio criminologico del Consiglio d’Europa, per abuso sessuale di un minore deve intendersi “ogni atto sessuale che provochi lesioni fisiche ed ogni atto sessuale imposto al bambino non rispettando il suo libero consenso. Inoltre, il recente lavoro di analisi da Finkelhor (1994) su dati di 21 indagini epidemiologiche appartenenti ognuna ad un paese diverso, rappresenta un valido contributo alla conoscenza sull’effettiva estensione dell’abuso sessuale compiuto sui minori, sottolineando come quello dell’abuso si configuri come un problema internazionale, sia per le diverse aree geografiche, sia per il grado di cultura e sviluppo economico delle stesse. A tutt’oggi non esiste un piano strettamente operativo per la clinica e il diritto su cosa si intende per abuso sessuale. L’unica accezione che trova accomunati la maggior parte degli studiosi è nel ritenere che l’abuso sessuale consiste nel coinvolgimento di minori, soggetti per definizione immaturi e psicologicamente dipendenti in attività sessuali che essi non comprendono ancora completamente, alle quali non sono in grado di acconsentire con totale consapevolezza. In tempi meno recenti si tendeva a includere nella definizione di abuso un’ampia gamma di atti, comprendente il rapporto sessuale, la masturbazione, l’esposizione degli organi genitali, la visione di filmati pornografici e il discutere di argomenti sessuali in modo erotico, distinti nelle categorie di “abuso con contatto” e “abuso senza contatto”. Ultimamente i confini tornano a sfumare al punto che alcuni autori la definizione è lasciata agli stessi soggetti, ovvero una definizione meno restrittiva, 47 Capitolo 3 che consideri abuso sessuale nei confronti di un minore qualsiasi approccio o azione di natura sessuale che coinvolga un bambino che causi in lui disagio o sofferenza psicologica (Briere, Henschell, Smil, Anich, 1992; Violato, 1994). Vi rientrano, dunque, non soltanto comportamenti di tipo commissivo, entro i quali vanno annoverati maltrattamenti di ordine fisico, sessuale o psicologico, ma anche di tipo omissivo, legati cioè all’incapacità più o meno accentuata, da parte dei genitori, di fornire cure adeguate a livello materiale ed emotivo al proprio figlio. Anche per la legge l’abuso sessuale è una formula generica che definisce un comportamento sessuale violento e attuato senza il consenso dell’altra persona. A questo va aggiunto che in ambito legale è utile una definizione circostanziata relativa all’abuso che specifichi quali atti siano concessi e quali no, quale sia l’età critica che trasforma un atto sessuale in un atto di abuso, per poter pervenire a una decisione in merito alla colpevolezza dell’imputato e all’entità del danno subito dal bambino. Diviene spesso difficile decidere a quale soggetti devono essere dirette le pratiche d’intervento o quali soggetti possono divenire oggetto di sanzioni penali. Nell’ambito della ricerca i risultati non possono essere confrontati o sono poco generalizzabili, ovvero poco attendibili, poiché la selezione dei campioni e delle variabili da controllare/esaminare si fonda, come si è già accennato, sulla definizione di abuso sessuale infantile è sulla sua operazionalizzazione. La verità dei contesti, delle politiche e degli obiettivi specifici non consentono per ora di pervenire a un’unica definizione (ampia o ristretta che sia). Le distinzioni categoriali che i vari ricercatori e autori cercano di porre in rilievo in questa materia possiedono un valore soprattutto “scolastico”, ma non rispecchiano una realtà articolata come quella che si può osservare nella clinica. Ogni abuso “fisico” reca conseguenze di ordine psicologico ed emozionale; lo stesso abuso sessuale è difficilmente isolabile dall’abuso fisico e dal maltrattamento psicologico, e così via. Nella pratica clinica, ci si trova per lo più di fronte a situazioni “miste” nelle quali può risultare arbitrario enfatizzare una dimensione piuttosto che un’altra, occupandosi esclusivamente di questo o quell’aspetto (Ney e coll., 1994), ovvero considerare gli stati emozionali di paure, 48 L’abuso all’infanzia silenzi, omissioni, disegni e atteggiamenti corporali come segni sostanziali di un abuso sessuale. A questo si deve aggiungere il contesto sociale del periodo in esame e dello sviluppo economico raggiunto dalla classe sociale, in quanto le considerazioni fatte nel nostro paese non possono essere applicate ai paesi in via di sviluppo, poiché si dovrebbe allontanare tutti i bambini dalle loro famiglie per porli sotto la tutela della legge e tutti i genitori a custodia cautelare. L’abuso sessuale ricade tra i comportamenti attivi o, in alcuni casi, in quelle condotte che vengono definite commissive mediante omissione; si ha abuso sessuale sia che si compiono atti sessuali sul corpo del bambino, sia che il bambino venga costretto ad assistere a rapporti sessuali. Merita ricordare, come ampiamente riportato dalla letteratura scientifica, che vi sono fenomeni naturali e prevedibili nello sviluppo evolutivo dell’infante che per curiosità di conoscenza infantile gli stessi sono portati ad esplorare la diversità fra i sessi, senza che il fatto sia da attribuire a manifestazioni di un contatto, interessamento e seduzione rivolte dall’adulto ad un bambino. Si osserva che la scienza ha sostanziato che l’intensità maggiore di curiosità sessuale avviene fra i tre e i sei anni per diminuire costantemente fino all’età di nove anni. È stata rilevata, per esempio, da più insegnanti delle elementari che la masturbazione, in ambo i sessi, è maggiormente presente nei primi due anni di inizio della scuola dell’obbligo; spesso e volentieri anche durante l’orario scolastico, come dimostrazione di evento naturale e prevedibile, connesso al meccanismo del piacere, senza che tali comportamenti siano da attribuire ad una fattispecie generica di reato da parte di adulti. La letteratura più accreditata in merito ai criteri che costituiscono da soli o insieme altri elementi, nel caso in cui la prova debba essere ricercata, sono del tipo cognitivo, fisico, comportamentale ed emotivo. Dobbiamo precisare che non è infrequente che vengano attuate da parte di più soggetti forme plurime di violenze sessuali (ad esempio, abuso sessuale intrafamiliare e contemporaneamente sfruttamento sessuale a fini di lucro). Sono, inoltre, frequenti nell’ambito degli abusi intrafamiliari violenze su più minori, di entrambi i sessi, della stessa famiglia nucleare e di quella allargata. 49 Capitolo 3 Come si può notare nel tentativo di definire le violenze sessuali si è costretti a ricorrere a dei macrocriteri come ad esempio quelli relativi all’azione o alla figura dell’abusante. Il problema dell’esistenza della grande varietà di definizioni merita un’attenzione particolare. In effetti diversi soggetti professionali si incontrano sul terreno dell’intervento psicosociale e giudiziario: medici, magistrati, psicologi, insegnanti, forze dell’ordine, avvocati, operatori sociali. Allo stato attuale non è possibile di stabilire indicatori specifici di abuso sessuale sul minore (Giordano, 2001). 3.1. Il problema della valutazione delle denunce fatte da minori Jones e McGraw (1987) studiarono 576 rapporti di abuso sessuale ricevuti dal Denver Department of Social Services nel corso del 1983; sebbene tale ufficio avesse definito come “infondato” il 47% di questi casi, i ricercatori ritennero che meno dell’8% dei resoconti fosse veramente falso. Il termine “infondato”, purtroppo, non si riferisce in genere solo a denunce false ma anche a denunce in relazione alle quali le investigazioni compiute non hanno acquisito elementi sufficienti per l’esercizio di un’azione penale. Inoltre, pare che il numero di false denunce stia crescendo nelle cause di affidamento e custodia di figli, in seguito a separazione. Sebbene negli USA meno del 2% dei casi di affidamento contestato coinvolga denunce di abuso sessuale (Thoennes e Tjaden, 1990), le false denunce, anche in tali contesti, possono raggiungere il 35% (Kaplan e Kaplan, 1981; Brant e Sink, 1984; Benedek e Schetky, 1985; Jones e Seig, 1988). I motivi per cui soggetti in età evolutiva possono effettuare denunce false sono vari. Un adolescente potrebbe farlo per desiderio di vendetta o per ottenere un certo grado di controllo in particolari situazioni, per esempio in relazione alla famiglia affidataria. Il farlo con efficacia non è certo facile, ma mancano purtroppo statistiche ufficiali in proposito. In altri casi, alcuni bambini denunciano di essere stati vittima di un abuso ma, per il timore delle conseguenze negative, non rivelano il nome del responsabile. La denuncia, in tal caso, può essere ritenuta “infondata” anche se i particolari dell’abuso sono, invece, veritieri. Altri esempi sono rappresentati da minori che 50 L’abuso all’infanzia accusano deliberatamente una persona innocente, in luogo del vero responsabile dell’abuso (“sostituzione del responsabile”). Anche di questi casi è tuttora ignota l’incidenza. Una denuncia falsa può verificarsi anche senza alcuna responsabilità del minore. Per esempio, un genitore, durante le dispute di un affidamento in causa di separazione, potrebbe effettuare una denuncia falsa portando il figlio a credervi; oppure, il genitore o il figlio potrebbero convincersi dell’esistenza di un abuso, in seguito al fraintendimento di taluni comportamenti dell’altro genitore. La decisione di ritenere falsa la denuncia può anche derivare da inadeguate procedure di colloquio e d’intervista col bambino, presunta vittima dell’abuso. Celebre è il caso di abuso presso l’asilo di Manhattan Beach in California, nel quale le persone accusate vennero prosciolte dopo 6 anni di processi e un costo di 15 milioni di dollari, non perché la giuria fosse sicura della loro innocenza, ma solo perchè le interviste originarie con i bambini coinvolti vennero condotte così malamente da impedire l’attuazione della condanna. Intervistatori non debitamente preparati possono incorrere in errori per diverse ragioni: - Incomprensione dei cambiamenti evolutivi nelle capacità linguistiche e nella cognizione. Un fraintendimento delle parole del bambino, l’uso – da parte dell’intervistatore – di un linguaggio fuorviante e non adeguato all’età del minore, così come la mancata consapevolezza che i bambini concettualizzano gli eventi differentemente dagli adulti, possono portare ad errori. - La formulazione, da parte degli intervistatori, di domande suggestive o tendenziose a cui, soprattutto i bambini in età prescolare, sono particolarmente sensibili. - L’impiego di bambole anatomicamente corrette può costituire una forma particolare di suggestione, anch’essa potenzialmente problematica. - Le tendenze pregiudiziali o ideologiche (biases) degli intervistatori. Ritenere sempre i bambini testimoni non attendibili o escludere fermamente ogni possibilità che possono mentire riguardo a un abuso sono entrambi esempi di biases che interferiscono con un’adeguata comprensione dei fatti. 51 Capitolo 3 Le modalità del colloquio con il bambino possono rispettare i postulati della conversazione descritti da Grice (1967): - Sincerità. - Chiarezza: evitare ambiguità e formulare enunciati brevi e sequenzialmente ordinati. - Pertinenza: rimanere aderenti al tema trattato. Giusta quantità d’informazione evitando la ridondanza. Il rispetto di tali regole consente all’ascoltatore, in questo caso al bambino, di formulare un numero minore di inferenze (implicazioni conversazionali) e di rispondere con modalità più “aderenti” alle richieste. Il racconto libero da parte del bambino degli eventi che sono capitati rappresenta la modalità da privilegiare per l’accuratezza e l’attendibilità del resoconto. In u secondo momento, e seguendo le modalità descritte, si possono formulare domande aperte. Domande più specifiche vanno espresse con le attenzioni segnalate e solo quando lo si ritenga strettamente necessario (particolarmente con i bambini più piccoli). Naturalmente, per quanto sia generalmente opportuno ridurre il numero delle interviste, non sempre questo è possibile, soprattutto con i bambini piccoli o con portatori di handicap cognitivi. 3.2. Abuso sessuale ritualistico Finkelhor e Williams (1988) considerano “abuso ritualistico” ogni abuso che “avviene in un contesto legato ad alcuni simboli e attività di gruppo che hanno una connotazione religiosa, magica o sovrannaturale, e dove le invocazioni di questi simboli o attività sono ripetute nel tempo e vengono usate per spaventare e intimidire i bambini”. Questa definizione viene considerata una delle più ampie: considera i diversi tipi di abusi, riconosce la presenza del gruppo e il contesto religioso, sottolinea la presenza di attività-riti ripetuti nel tempo, ma senza suggerire che siano motivati dalle sole credenze religiose. Le dichiarazioni di abuso ritualistico contengono spesso descrizioni bizzarre o macabre legate agli abusi subiti. Alcune vittime raccontano di essere state 52 L’abuso all’infanzia rinchiuse in spazi ristretti come bare, tombe, gabbie talvolta piene di insetti, rettili o altri animali. Vengono riferite anche l’applicazione di elettrodi, l’inserimento di oggetti nelle cavità del corpo e l’assunzione di droghe. Alcune vittime dichiarano di aver dovuto ingerire sangue, escrementi, urina, carne umana o di aver partecipato a sacrifici umani e mutilazioni. Vengono descritte anche le minacce subite dai perpetratori: minacce di morte (propria o di altri), di mutilazione, di intervento da parte di forze sovrannaturali. Per quanto riguarda gli abusi sessuali, questi riguardano penetrazioni anali e vaginali, toccamenti, rapporti orali. I bambini raccontano talvolta di essere stati filmati, di essere stati obbligati ad attività sessuali con altri bambini e descrivono adulti mascherati o travestiti da diavoli. Secondo Jones (1991) non è necessario, ma può essere anzi controindicato definire una categoria separata di abuso, come “abuso ritualistico” o “abuso satanico”, poiché questo potrebbe suggerire la possibilità che determinate attività possano avere uno speciale significato mistico. Esistono cinque potenziali fonti di evidenze nei casi di abuso sessuale ritualistico: i racconti dei bambini, i racconti autobiografici di abuso ritualistico infantile da parte di adulti, le confessioni dei perpetratori, i testimoni terzi e le investigazioni effettuate sulla scena del crimine. Young e collaboratori (1991), per esempio, riscontrano la presenza di otto sintomi nella maggior parte dei 37 pazienti adulti che avevano rivelato esperienze di abuso ritualistico infantile e che erano in trattamento a causa di disturbi dissociativi (vedi tab. 1). Tabella 4 – Percentuale di pazienti che manifestano i sintomi correlati alle rivelazioni di abuso sessuale ritualistico (Da: Young e coll., 1991). Sequela Pazienti % Grave Disturbo Post-traumatico da Stress 37 100 Stati dissociativi con temi satanici 37 100 Senso di colpa da sopravvissuto 36 97 Credenze indotte 35 94 Paure inusuali 34 91 Sessualizzazione di impulsi sadici 32 86 Auto-abuso bizzarro 31 83 Abuso di sostanze 23 62 53 Capitolo 3 Attraverso uno studio basato su tre successive interviste ai genitori di 87 bambini facenti parte di un gruppo di presunte vittime di abusi ritualistici avvenuti nei Paesi Bassi alla fine degli anni 1980, Jonker e Jonker-Bakker (1997) individuarono una serie di comportamenti e segni fisici nei bambini di età compresa tra i 3 e i 10 anni. Nell’arco di 7 anni, a partire dalle prime rivelazioni, i comportamenti maggiormente esibiti dai maschi consistevano in disturbi del sonno (79%), sonnambulismo (79%) e aggressività (83%); le femmine manifestavano aggressività (87%), ansia e nervosismo (77%) e disturbi del sonno (79%). I maschi, inoltre presentavano in maniera più frequente sonnolenza (35%), lividi in zone inusuali (33%), defecazione dolorosa (25%) e prurito nella zona anale (25%). I genitori delle bambine riferirono soprattutto lividi in zone anomale (44%), sonnolenza (41%) e la presenza di macchie nella biancheria intima (36%). Nei due studi sopraccitati manca il gruppo di controllo, ed è di conseguenza impossibile accertare la specificità dei sintomi rilevati. Secondo Putnam (1991), la serie di sintomi elencati da Young non risulta distinguibile da quelle pubblicate nelle descrizioni dei pazienti con Sindrome di Munchausen per Procura (MPS), mentre i comportamenti e i sintomi rilevati da Jonker e Jonker-Bakker sono assimilabili a quelli che seguono ad altre esperienze traumatiche nei bambini. I racconti degli abusi in entrambi gli studi sono basati sulla memoria degli intervistati che presentano tra l’altro disturbi dissociativi e dunque rilevanti difficoltà nel ricordare gli eventi traumatici. Questi ultimi, inoltre, sono emersi durante sedute di ipnosi, spesso criticate per i possibile effetto suggestivo esercitato sui pazienti. In entrambi gli articoli viene precisato che le rilevazioni emergono in maniera indipendente le une dalle altre e ciononostante presentano dettagli molto simili. Young e coll. (1991) sottolineano la diversa provenienza geografica dei pazienti, Jonker e Jonker-Bakker l’estraneità dei bambini tra loro. Secondo Putnam (1991), queste osservazioni rispecchiano un modello “ingenuo” di contagio, basato sull’idea che gli individui debbano entrare in contatto diretto per potersi scambiare informazioni. Nonostante le numerose indagini seguite ai racconti resi dalle presunte vittime, non sono mai state trovate prove di abuso ritualistico sulla scena del crimine 54 L’abuso all’infanzia (Lanning, 1991). Non va ovviamente escluso che ciò sia dovuto alla particolare perizia dei perpetratori nel cancellare ogni traccia. Secondo Lanning “qualche cosa riferito dalle vittime può essere vero ed accurato, qualche cosa può essere stato percepito male o distorto, qualche cosa può essere simbolico e qualche cosa può essere “contaminato” o falso. Il problema, tuttavia, è determinare cosa è cosa. Credo che la maggior parte delle vittime che riferiscono abusi rituali siano, effettivamente, vittime di qualche forma di abuso”. Anche secondo Jones (1991) si può assumere che alcuni eventi ricordati siano frutto di esperienze realmente vissute mentre altri risultino fittizi. L’Autore propone che alcuni fattori insorti dopo l’esperienza traumatica dell’abuso influiscano sulla memoria della vittima in modo tale da rendere il ricordo difficilmente recuperabile e/o difficilmente credibile. Nella figura 4 vengono riportati alcuni fattori che possono agire in queste situazioni. Influenza dei genitori Interviste/terapie Contagio sociale Elaborazione difensiva Effetti post-traumatici Droghe, sostanze Tattiche confusive: separazione, paura, rituali, minacce, alleanze Rivelazione Intervista Intervista Effetto/i traumatico/i Tempo Figura 4 – Fattori che influenzano il ricordo di eventi traumatici nei bambini. (Da: Jones, 1991). 55 Capitolo 3 Secondo Jones (1991) va valutata la possibilità di un’eventuale elaborazione difensiva, ovvero la presenza di elaborazioni fantastiche presenti nel racconto e originate da specifici meccanismi di difesa. Anche l’influenza dei genitori, degli operatori sociali e dei media sui bambini va presa in considerazione, così come sostengono in maniera particolare quegli Autori che evidenziano la presenza di un “contagio sociale” alla base di molti racconti di abuso. In un’ottica simile, si può osservare una sorta di elaborazione difensiva in bambini che presentano un disturbo dissociativo, i quali sperimentando vissuti di ansia legati ad un individuo o a un evento avvenuto in passato, imbastiscono rapidamente un racconto, a volte non plausibile, per spiegare l’origine della loro ansietà. Ganaway (1989) ha proposto che bambini e adulti con disturbo dissociativo possano attingere alla fantasia, prima ancora che alle esperienze dissociative e alle immagini provenienti da fonti esterne come i media, per creare una narrazione personale che fornisca senso e logica a quello che per loro costituirebbe altrimenti un’esperienza “illogica” e priva di senso. Tale narrazione può anche includere, secondo l’Autore, dettagli su rituali connessi all’abuso. “Indipendentemente da quanto atroci le esperienze d’abuso sessuale possano essere, esse sono sempre più tollerabili per i pazienti di quanto non lo siano le esperienze che rimangono senza significato” (Ganaway, 1989). Rispetto al ruolo dei professionisti (e in particolare dei terapeuti), Lanning (1991) fa notare che questi ultimi possono scegliere di prestar fede ai racconti di abuso ritualistico semplicemente perché il paziente stesso crede nella vittimizzazione e la descrive in maniera vivida ed efficace. La necessità di corroborazione può essere minima perché la rivelazione riguarda solamente il rapporto tra il terapeuta e il paziente. Che effetto può sortire una prolungata terapia tra un paziente vulnerabile e un terapeuta volto alla ricerca di conferme? La “confessione” dell’abuso ritualistico è una co-creazione di una storia eccitante e reciprocamente lusinghiera secondo la quale i cliente ha vissuto torture orribili ma sta per raggiungere la catarsi, affrontando in maniera eroica il maligno oppressore, accettata in maniera incondizionata da un terapeuta empatico e una comunità di amorevoli compagni sopravvissuti, e in alcuni casi riconciliandosi 56 L’abuso all’infanzia anche con Dio. Nello stesso tempo, il terapeuta, incapace di vedere il suo contributo alla creazione della storia, è in grado di considerarsi un grande terapeuta, un liberatore degli oppressi, una guida spirituale, e un furbo detective (Bottoms e Davis, 1997). Quando alla rivelazione avvenuta durante una seduta segue una denuncia, quando il terapeuta e altri professionisti iniziano a condurre progetti di formazione, pubblicano articoli e comunicano attraverso i media, le conseguenze possono divenire ben più gravi e, dunque, il processo di raccolta delle prove e la necessità di vagliarne l’attendibilità divengono critici. L’eccesso di informazione sul fenomeno ottiene l’effetto di incoraggiarne la ricerca; i rischi di “contagio” della vittima e di “isteria di massa” rappresentano un potenziale pericolo conseguente alla divulgazione delle informazioni. 3.3. Valutazione delle ipotesi alternative Il valutatore di un caso di presunto abuso sessuale deve sempre tenere presenti alcune ipotesi alternative che potrebbero spiegare le dichiarazioni o gli altri segni comportamentali e non, presentati dal minore o da altre persone. Tali ipotesi vanno analizzate ed eventualmente scartate in base alle informazioni sul caso che sono pervenute da varie fonti e che il valutatore deve, comunque, attivamente ricercare proprio a tal proposito. Alcune delle circostanze che potrebbero essere all’origine di una falsa denuncia di abuso sono: disturbo psicotico del minore, dispute di affidamento fra i genitori, vendetta e/o risentimento da parte del minore (nei confronti di insegnanti o genitori affidatari o altre persone, da cui il minore si può sentire ingiustamente trattato), vendetta e/o risentimento da parte di adulti vicini al minore (nonni, parenti o altri che, più o meno inconsapevolmente, possono costruire un’accusa, per esempio di incesto contro un genitore del bambino verso cui nutrono sentimenti negativi). Vi sono, inoltre, alcune ulteriori ipotesi alternative che vanno prese in considerazione: - fraintendimento; - suggestione o persuasione; 57 Capitolo 3 - disturbo psicotico condiviso (Folie à deux); - iperidealizzazione di una figura genitoriale; - sostituzione dell’abusatore; - esagerazione; - sindrome dei falsi ricordi (implanted memories) - dichiarazioni a reticolo (latticed allegations). 3.3.1. Fraintendimento Nei casi in cui la denuncia nasce all’interno di una situazione conflittuale fra i coniugi o fra un genitore ed alcuni parenti, non sempre l’accusa viene deliberatamente costruita ed il bambino viene plagiato o “istruito” a raccontare una determinata storia: più spesso, la denuncia può nascere da un fraintendimento di un evento reale, di per sé innocente, che viene interpretato in senso negativo da persone che nutrono verso il presunto abusatore atteggiamenti prevenuti e risentimenti ormai consolidati (e talora sostenuti dalla pesante presenza nei mass media di notizie circa abusi sessuali sui minori). Così, per esempio, il fatto che un padre separato esegua, per la prima volta, personalmente l’igiene intima della figlioletta che trascorre presso di lui il fine settimana, può costituire per la piccola un evento sufficientemente strano da indurla a riportarlo alla madre con termini ambigui, in grado di far sorgere sospetti nella donna, sostenuti da una situazione di profonda discordia con l’ex coniuge. In tal modo successivi interrogatori e involontari suggerimenti possono indurre la bambina a costruire un’accusa infondata. Il fraintendimento, talora, può avvenire anche da parte del minore stesso. 3.3.2. Suggestione o persuasione I minori possono essere portati, senza volerlo, da genitori o parenti o altre persone loro vicine a ripetere delle storie e a giungere a credere (o a far finta di credere) ad esse, attraverso interventi suggestivi graduali e ripetuti nel tempo, tramite cui la denuncia viene a poco a poco costruita. Talora, però, un intervento suggestivo non è dovuto alle persone che vivono col minore ma, purtroppo, a chi è incaricato dell’accertamento della denuncia. Ogni professionista tende a 58 L’abuso all’infanzia presentare dei biases peculiari: diffidare sistematicamente delle dichiarazioni perché in genere sarebbero false oppure, al contrario, credere che i casi di presunto abuso sessuale siano sempre autentici. Ciò può portare a modulare l’intervista in modo pesantemente suggestivo, sia attraverso una comunicazione metaverbale sia mediante lo stesso contenuto. In letteratura sono stati riportati casi (per esempio Gulotta et al. 1996; de Cataldo Neuburger, 1997) di periti che promettono un premio al minore nel caso che racconti loro quanto è accaduto, che si mostrano palesemente interessati solo a questioni relative alla sessualità o, addirittura, consigliano al genitore non abusante di indurre il figlio a raccontargli ogni giorno l’episodio dell’abuso. Si tratta di gravissime incompetenze professionali, che derivano da una mancata formazione nel particolare tipo di perizia sull’abuso sessuale ai minori. Nessun professionista, per quanto esperto nel campo psichiatrico, psicologico o psicoterapeutico, dovrebbe avventurarsi in tale pericoloso campo senza una preparazione adeguata. 3.3.3. Disturbo psicotico condiviso (Folie à deux) È possibile che fra u genitore ed un figlio si instauri una relazione simbiotica; in questi casi il genitore è iperprotettivo, troppo sollecito e tende a trattare il figlio come se fosse un’estensione di sé, oppure è eccessivamente dominante e desidera mantenere il figlio passivo e dipendente. Se vi sono, dunque, aspetti deliranti nell’adulto, questi possono venite assunti dal figlio, parte più debole, non solo per il suo ruolo di minore potere, ma anche in base al suo grado di suggestionabilità. Un bambino molto suggestionabile può impiegare più tempo per acquisire delle idee deliranti, ma, una volta conseguite, le mantiene più a lungo (Dewhurst e Todd, 1956). Così il genitore ed il bambino si alleano contro un nemico comune, cioè il coniuge accusato di abusare il figlio. In base alla letteratura, è difficile valutare la rilevanza dei casi di folie à deux riportati in associazione a false dichiarazioni di abuso sessuale sui minori. Jones e Seig (1988) affermano che “relazioni invischiate, simbiotiche, furono riscontrate in due terzi dei casi fittizi coinvolgenti una madre ed un figlio”, però non è chiaro se con tali termini gli autori intendessero realmente una folie à deux. Jones e McGraw (1987) riportano 59 Capitolo 3 il caso di due adulti che avevano emesso dichiarazioni false di abuso “agendo in base ai loro deliri”, ma anche in questo caso non è chiaro l’inquadramento diagnostico. Comunque, si tratta di una possibilità da tenere in considerazione, soprattutto nei casi in cui il minore vittima presunta di abuso, se lasciato raccontare il fatto in presenza del genitore non abusante, “controlla” l’espressione del viso e il contatto oculare del genitore prima di procedere a qualunque affermazione. 3.3.4. Iperidealizzazione di una figura genitoriale Un forte investimento affettivo su una figura genitoriale (soprattutto da parte di una figlia verso il padre) può portare a una forma di “innamoramento” del minore, che si esprime in dichiarazioni e talora comportamenti che possono fare sospettare fra i due un legame che sconfina nel sessuale. Ma in casi del genere, di solito, non sono presenti quegli aspetti di vergogna, di sofferenza, di spiacevolezza, che contraddistinguono l’abuso reale. 3.3.5. Sostituzione dell’abusatore La dimostrazione che l’abuso sessuale non è stato perpetrato dalla persona accusata non significa necessariamente che la vittimizzazione non sia avvenuta affatto. Infatti, può accadere che il minore indichi come colpevole dell’abuso una persona diversa (in genere esterna alla famiglia), in quanto è per lui più accettabile fare la denuncia in questi termini. Oppure, come è stato riportato da Yuille e coll. (1995), una ragazza, effettivamente abusata dal padre, trovandosi presso una famiglia affidataria da lei detestata, può incolpare il padre affidatario di abuso sessuale, sfruttando le conoscenze acquisite nel corso della vittimizzazione da parte del padre stesso, la quale peraltro perdura durante la sua permanenza presso la famiglia affidataria. 3.3.6. Esagerazione La maggior parte dei casi di abuso sessuale sui minori comporta accarezzamenti genitali (Sorenson e Snow, 1991; Yuille et al., 1993), ma se il bambino vuole che l’abusatore venga severamente punito (per desiderio di 60 L’abuso all’infanzia vendetta o per timore delle eventuali ritorsioni dell’accusato) potrebbe, se non proprio aggravare deliberatamente l’atto di cui è stato vittima, magari “cedere” ad una domanda suggestiva rispetto ad un’eventuale forma di abuso più invasiva e quindi ammettere un vero e proprio rapporto sessuale. Se tale evento viene escluso in base ad altre fonti di prova come un esame medico, l’intera testimonianza del minore potrebbe essere screditata, quando invece un abuso, seppure non penetrativo, è realmente accaduto. Anche in casi del genere, quindi, è necessario tenere presente tutto l’insieme delle dichiarazioni del bambino e del quadro clinico, senza concentrarsi unicamente su di un particolare che viene sconfermato. 3.3.7. Sindrome dei falsi ricordi (implanted memories) Un altro possibile errore, da parte di professionisti, in grado di produrre false denunce di abuso sessuale, deriva da psicoterapeuti fuorvianti che assumono impropriamente e incautamente il ruolo di investigatori. Gli ultimi anni hanno assistito, soprattutto in ambito statunitense, ad un enorme fiorire di accuse di incesto o comunque di abuso sessuale infantile, prodotte da pazienti in età adolescenziale o anche adulta, nel corso di una psicoterapia tendente proprio a far emergere tali presunti eventi traumatici, in genere condotta da terapeuti convinti che l’eziologia di alcune psicopatologie dell’età adulta (se non di tutte) possa essere ricondotta a forme di abuso in età evolutiva. È così sorto un acceso dibattito, che ha contrapposto quanti sostengono che si tratti solo di un’epidemia di false accuse a coloro che invece dichiarano che se una persona ha la sensazione di avere patito qualche atto abusivo nell’infanzia e mostra da adulto dei sintomi, allora senza dubbio è stato vittima di tale vittimizzazione infantile. Dichiarazioni a reticolo (latticed allegations): cfr. capitolo successivo 61 - Capitolo 4 - Dichiarazioni a Reticolo 4.1. Definizione di dichiarazione a reticolo Il termine “Dichiarazione a reticolo” (latticed allegations), come viene riportato da Dèttore e Fuligni (1999) è stato “coniato da Yuille e coll. (1995), si riferisce a quei casi in cui vi sono diverse presunte vittime e vari sospetti abusatori; ogni minore denuncia solo una parte dei presunti abusatori e tali denuncie si sovrappongono solo parzialmente fra loro; i bambini e i sospetti provengono da un contesto comune o comunque sono legati fra loro (una stessa scuola, uno stesso centro diurno, ecc.); i bambini sono stati intervistati più volte e con metodologie spesso non corrette (domande suggestive); sovente i mass media sono pesantemente coinvolti; così le dichiarazioni tendono a crescere in numero e in gravità col passare del tempo, coinvolgendo sempre più persone, fino a raggiungere limiti quasi fantastici (mostri, omicidi di massa, cannibalismo, riti satanici, abuso rituale). Si tratta in genere di casi (rari in Italia, ma più frequenti negli Stati Uniti) che portano a investigazioni che non giungono ad alcuna soluzione definita. Si ritiene che tali dichiarazioni a reticolo partano da una denuncia reale e fondata, ma poi si perdano in un complesso di contagi reciproci, prodotti – come la ricerca ha messo in risalto – soprattutto da ripetute interviste, mal condotte. Questo dato pone, ancora una volta, in rilevo l’importanza di limitare il più possibile il numero delle interviste cui il minore viene sottoposto, affidando le pochissime necessarie a professionisti esperti e formati nel settore”. Capitolo 4 Nella letteratura internazionale sono riportate decine di casi simili, definiti di Sexual Ritual Abuse. Quelli elencati di seguito sono i più noti: - McMartin Preschool - Manhattan Beach (California USA); - Little Rascals - Edenton (NC - USA); - Broxtowe Case - Nottinghamshire (UK). Bambino A Bambino B Bambino D Bambino C Bambino E Bambino G Bambino F Bambino H Bambino L Bambino I Figura 5 – Schema ipotetico di dichiarazioni a reticolo entro un gruppo di bambini. 4.2. Abusi sessuali ritualistici ovvero dichiarazioni a reticolo La letteratura italiana in materia di abuso all’infanzia, ha rivolto, successivamente al contributo fornito da Dèttore e Fuligni, numerose volte l’attenzione a questo fenomeno che, ben noto agli studiosi americani, si è diffuso solo negli ultimi anni in Italia. In particolare, hanno destato molto interesse i casi dei cosiddetti “Abusi Sessuali Ritualistici”, casi cioè, di “Dichiarazioni a Reticolo” in cui i racconti prodotti dalle presunte vittime, includono figure diaboliche, vampiri, mostri, “messe nere”, torture, cimiteri, ecc. È proprio negli USA che in tempi relativamente recenti si è sviluppato un fenomeno sociale: la denuncia di riti satanici in cui le vittime sono sottoposte ad 64 Dichiarazioni a reticolo abuso sessuale. Questo fenomeno si è diffuso in Europa in modo curioso, interessando in primo luogo la Gran Bretagna, paese di lingua inglese, per espandersi poi verso paesi di ceppo germanico, e per approdare, infine, dopo i soliti vent’anni, nei paesi neolatini. In Italia si sono verificati casi di riti satanici in varie zone della penisola, ma fino a qualche anno fa i resoconti erano fatti da adulti pentiti. Oggi si assiste ad un diffondersi di episodi di abusi rituali satanici raccontati da bambini, in zone diverse da quelle tradizionali. Mazzoni, nel suo lavoro del 2003, propone l’analisi di un caso concreto, mettendo in rilievo la discrepanza esistente tra la gravità dei fatti narrati dai bambini coinvolti, l’assenza totale di prove concrete e i risultati contrastanti degli esami medici peritali sui minori, per giungere a ricercare elementi comuni nei casi di “abusi satanici”. I casi di abuso sessuale rituale satanico sono in Italia poco frequenti, così come poco frequenti sono stati in altri paesi europei. Vi sono però alcuni aspetti che è importante sottolineare. Mazzoni affronta il tema centrale, chiedendosi “[…] se e in che misura sia possibile costruire ricordi falsi di eventi così terribili, ricordi della cui verità si è convinti senza che i fatti siano in realtà accaduti”. La risposta al quesito, viene raggiunta dall’Autrice, attraverso il riconoscimento degli elementi sorprendentemente ricorrenti che accomunano questa tipologia di dichiarazioni. “Il primo riguarda i contenuti dei racconti fatti dai bambini, che riportavano “tombe”, adulti vestiti da diavolo, bambini che vengono abusati e violentati, indotti ad adescare ed ad usare violenza contro altri bambini; bambini torturati con uncini, bevute di sangue umano, ecc. La seconda caratteristica che rende il caso italiano simile ad altri riguarda la modalità di rivelazione: tutto inizia dalle presunte rivelazioni di un bambino, che coinvolge non solo adulti, ma anche altri bambini nel ruolo di vittima con racconti che diventano nel corso dei mesi e degli anni sempre più raccapriccianti e, devo aggiungere, sempre più incredibili. Gli operatori (psicologi, assistenti sociali) possono rivestire un ruolo cruciale nel determinare il contenuto di quello che un bambino racconta. L’esame dei casi rivela che i bambini erano stati ripetutamente 65 Capitolo 4 sentiti dallo stesso operatore (o dagli stessi operatori), che i bambini si vedevano tra loro, e che gli operatori comunicavano ai bambini ciò che gli altri bambini raccontavano. Nasce quindi il sospetto che anche il caso italiano sia il frutto di un processo analogo a quello degli episodi americani, in cui i resoconti dei bambini sono risultati frutto di una costruzione collettiva di eventi che in realtà non erano mai accaduti. Un ulteriore elemento su cui soffermarsi riguarda il percorso giudiziario dei casi americani. Occorre far notare che oggi una parte di essi sono stati rivisti in sede di corte d’appello, e che la sentenza iniziale è stata rovesciata, per cui gli imputati sono stati assolti per non aver commesso il fatto. In alcune situazioni restano imputazioni e condanne per abuso sessuale ma queste riguardano un solo minore, un numero molto limitato di adulti e non ci sono condanne connesse con l’abuso rituale satanico. Un terzo aspetto riguarda l’opinione degli operatori statunitensi in merito a queste situazioni. Dopo un periodo in cui era diffusa la convinzione che i bambini raccontassero necessariamente fatti veri quando parlavano di riti satanici, oggi la maggior parte degli assistenti sociali e degli psicologi che si occupano di questi casi non credono più all’esistenza dell’abuso rituale satanico, come ha recentemente affermato Mitchell Eisen perito per il tribunale di Los Angeles, California e docente presso la California State University. La convinzione deriva sia da un esame della letteratura, che mette in luce la modalità di “costruzione collettiva” di ricordi simili e quindi ne inficia la credibilità, sia di alcune ricerche su larghissima scala condotte da centri di ricerca statunitensi e dal Federal Bureau of Investigation (FBI – Kenneth Lanning), che non hanno trovato nessuna prova esistente a favore dell’esistenza di rituali di abuso satanico. Ci si chiede quindi se in entrambe le situazioni, statunitense e italiana, non ci si trovi in realtà di fronte ad un fenomeno di psicologia di gruppo, in cui genitori, operatori, poliziotti, giudici, contribuiscano tutti in vario grado a costruire in modo collettivo il ricordo di eventi che non sono accaduti”. Mazzoni, chiarisce poi in modo più approfondito le modalità attraverso le quali è possibile che si costruisca un “ricordo collettivo”: “Nei casi di presunto abuso rituale satanico il processo di costruzione del ricordo è piuttosto chiaro. Si parte 66 Dichiarazioni a reticolo dalla convinzione di base, secondo la quale, se un bambino racconta un episodio traumatico, il racconto deve essere vero. A questa si accompagnano altre convinzioni, che possono essere più o meno corrette: le persone si sentono più libere di denunciare atti di abuso; la realtà supera la fantasia; l'abuso sessuale è un fenomeno comune, molto più comune di quanto si pensi ecc. Guidati da simili convinzioni, gli adulti che si sono trovati ad interagire con il primo bambino che ha denunciato gli episodi di abuso, gli hanno creduto, ed hanno creduto che i nomi da lui fatti corrispondessero a persone vere, adulti e bambini. Si sono messi poi a cercare adulti e bambini con quei nomi, e dopo i colloqui, sono arrivati ad un primo livello di conferma delle loro convinzioni. Nell’interazione con queste persone sono state create nuove convinzioni e ricordi in parte falsi. La procedura si è ripetuta con le persone che hanno avuto la sfortuna di avere i nomi che questo secondo gruppo di bambini aveva fatto. In sintesi, è accaduto che ai bambini è stato “insegnato” a condividere le convinzioni proprie degli adulti da cui erano stati intervistati, i quali a loro volta vedevano in questo modo confermate le proprie convinzioni. Nel corso dell’interazione venivano creati nuovi ricordi che coinvolgevano altri bambini ai quali veniva nuovamente insegnato a credere nelle convinzioni dell'adulto. Un simile meccanismo interattivo ha portato alla costruzione di un ricco bagaglio di ricordi falsi che, come testimoniano i documenti, sono stati via via modificati, dettagliati, ripuliti, affinati con il procedere delle interviste e dei colloqui. Tutti parlavano tra di loro, bambini e adulti, dando così corpo ad una grande ed elaborata memoria collettiva che, nonostante il suo contenuto bizzarro, è stata considerata credibile perché confermava le convinzioni e gli stereotipi degli operatori coinvolti nel caso”. K. Lanning è certamente l’autore che, dal punto di vista storico, fra i primi si è occupato, fin dalla metà degli anni Ottanta, di delitti rituali su minori. Egli osserva che i cosiddetti Multidimensional Child Sex Rings (MCSR) posseggono tutti delle caratteristiche comuni: - più di una vittima è coinvolta nel contesto di abuso (vero o presunto): le vittime, quasi sempre sotto i dieci anni, descrivono numerosi bambini abusati all’interno del medesimo ambiente; 67 Capitolo 4 - è presente più di un molestatore: le vittime riferiscono di diversi soggetti abusanti; - la paura come controllo: le vittime raccontano di essere state ripetutamente minacciate; - rituali: le vittime descrivono ritualismi come cannibalismo, vampirismo, uso di urina e feci, mutilazioni, torture e sacrifici di animali e bambini commessi durante l’abuso; - pluralità di motivazioni: sentimenti di rabbia, risentimento e volontà di potere, desiderio di umiliare e sessualità distorta alla base delle aggressioni; - la notizia dei casi emerge da situazioni diverse: ricordi recuperati in sedute di psicoterapia, casi di separazione e divorzio, racconti di bambini che dichiarano di essere stati abusati dal personale delle scuole e degli asili. Zappalà (2004), citando Lanning stesso e altri, spiega l’emergere di simili affermazioni indicando l’insorgenza di disturbi mentali nella vittima-testimone, e la creazione di pseudomemorie. Queste pseudomemorie (Dietz, 2001, comunicazione personale in Lanning 1992) non sono fantasmi mentali o deliri, ma avrebbero origine da sogni, dalle influenze di racconti prodotti da altre persone o addirittura da immagini raccolte da film o programmi televisivi. Lanning stesso attribuisce alla televisione un ruolo fondamentale nell’ambito delle possibili finti dalle quali le “vittime” possono attingere per costruire i loro bizzarri racconti. Altre ipotesi esplicative possono riguardare la traumaticità del danno subito mediante l’abuso e l’attività fantastica che comunque appartiene al mondo infantile e che permea la produzione mentale dei bambini, specie quelli di minore età. I reati connessi al mondo rituale occulto sono per Lanning i seguenti: 1) vandalismo; 2) profanazione di chiese e cimiteri; 3) furti da chiese e cimiteri; 4) mutilazioni di animali; 5) suicidio di adolescenti; 6) abuso su bambini; 7) rapimenti; 8) omicidio e sacrifici umani. 68 Dichiarazioni a reticolo Egli rileva poi che la casistica relativa ai punti 6-8 non ha mai fornito prove certe, al contrario di quanto prodotto nei punti 1-5. Gli obiettivi dell’indagine sui presunti abusi sessuali ritualistici dovrebbero essere ricondotti ad alcuni elementi che compongono una sorta di linea guida d’investigazione che l’FBI propone. Si tratta del frutto del lungo lavoro d’indagine effettuato dal gruppo di Lanning. Ne riassumiamo i punti, riprendendo da Zappalà (2004): - background della vittima (rendimento scolastico del bambino, eventuali paure, manifestazioni di disagio, abitudini alimentari, sonno, ecc.); - background dei genitori de delle persone accusate; - clima familiare (tensioni, separazioni, divorzi, dispute sull’affidamento del bambino, ecc.); - conoscenze sessuali della vittima la sessualità della famiglia; - uso e abuso di droghe in casa; - credenze religiose e superstiziose in casa; - interazioni tra le vittime che fanno le stesse dichiarazioni; - uso della paura per minacciare il bambino; - uso di droga durante gli abusi; - uso di materiale pornografico; - chi ha raccolto, e con quale metodologia, i racconti della vittima. L’Autrice prosegue citando altri casi tra cui quello di bambini di una scuola materna statunitense che hanno raccontato di essere stati abusati dagli insegnanti e dai custodi sottolineando la diffusione del fenomeno in vari Stati e ribadendo, tra le varie ipotesi esplicative, quella di “ricordi falsi relativi ad eventi non esistenti che vengono costruiti in modo collettivo. In questo caso non sarebbero i bambini ad essere i soli costruttori del ricordo, ma ne sarebbe responsabile l’intera collettività di cui i bambini fanno parte”. Di come ciò possa avvenire, G. Mazzoni fornisce una lunga spiegazione che richiama l’induzione nei bambini, mediante le numerose interviste, di quelli che, in realtà, sono i timori degli adulti interlocutori, scaturiti da una serie di convinzioni e “leggende metropolitane”, che fanno parte del patrimonio di conoscenza collettivo. Dall’altro lato ci sono errori e trappole nel nostro modo di 69 Capitolo 4 ragionare che portano tutti alla creazione di convinzioni senza reale fondamento. Ricordiamo tra questi la tendenza a confermare le nostre ipotesi trascurando completamente il processo di falsificazione; gli errori nello stimare la frequenza e la probabilità con cui avvengono i fenomeni; gli errori nello stabilire una relazione di causa-effetto tra gli eventi, per cui rapporti temporali vengono scambiati per rapporti causali (B è accaduto immediatamente dopo A, quindi A ha causato B); la scarsa capacità di calibrare i giudizi (tendiamo di solito a sovrastimare, talvolta a sottostimare, e molto raramente il giudizio soggettivo corrisponde alla misura oggettiva del fenomeno); gli errori nel valutare la credibilità di un’affermazione e molti altri ancora. In altri termini, tutti questi elementi portano alla creazione di dicerie, pettegolezzi, leggende. La letteratura in materia di abuso sessuale all’infanzia riporta concordemente come comuni alle situazioni di “Dichiarazioni a Reticolo” connotate da “Abusi Sessuali Ritualistici” le seguenti singole caratteristiche: 1) la presenza di più presunte vittime appartenenti al medesimo contesto; 2) le accuse rivolte a più presunti abusanti appartenenti al medesimo contesto; 3) la presenza di rivelazioni che si sovrappongono solo parzialmente; 4) il coinvolgimento nei racconti dei bambini, di altri bambini; 5) i contenuti “bizzarri”; 6) l’assenza di prove; 7) l’origine delle “Dichiarazioni a Reticolo”; 8) la “costruzione collettiva del ricordo”. 70 Dichiarazioni a reticolo 4.3. Il reticolo tridimensionale Nel caso illustrato nella seconda parte del presente lavoro si è riscontrata la presenza di un reticolo assai più complesso di quello illustrato in letteratura. Infatti, solitamente si delinea un reticolo sviluppato su di un solo piano, quello appunto delle dichiarazioni dei bambini, mentre nel caso affrontato è stata elaborata dal prof. Lino Rossi l’ipotesi di un “reticolo tridimensionale”. Vi è stata una traslazione da un modello costruito mediante la “geometria piana” ad un modello costruito con la “geometria solida”; si sarebbe creato inizialmente, quindi, un reticolo dei genitori il quale ha prodotto il sottostante reticolo dei bambini. Poiché finora in letteratura sono stati descritti solamente reticoli di bambini, il primo elemento di novità è costituito dalla iniziale creazione di un reticolo dei genitori. Questo reticolo è potuto nascere grazie all’apporto di conoscenze di due persone estranee al gruppo dei genitori: uno psicologo ed un sacerdote. Il secondo elemento di novità è dato dal fatto che questo reticolo dei genitori ha influenzato, mediante un processo comunicativo dall’alto in basso, i singoli figli degli adulti appartenenti al reticolo: infatti, come vedremo, ogni genitore apprendeva sempre nuove informazioni dal reticolo dei genitori e le “verificava” nel proprio figlio. Questo processo ha portato a sua volta alla creazione di un secondo reticolo, quello appunto dei bambini, che hanno cominciato ad influenzarsi a vicenda, secondo le classiche modalità individuate dalla letteratura. Dopo la nascita di questo secondo reticolo i due reticoli, quello dei genitori e quello dei bambini, hanno cominciato ad influenzarsi vicendevolmente, sia mediante processi dall’alto in basso, sia mediante processi dal basso verso l’alto. Infine, l’ultimo elemento di novità è dato dall’elevato numero di bambini coinvolti nel reticolo (24 bambini) che rende questa vicenda il più grande caso, finora documentato, di dichiarazioni a reticolo in Europa. Si è reso, quindi, necessario ipotizzare un nuovo modello di reticolo per poter spiegare la complessità della vicenda: il reticolo tridimensionale. Nella figura 6 vi è la rappresentazione schematica del reticolo tridimensionale ipotizzato dal prof. Lino Rossi. 71 Capitolo 4 Don X Psicologo Y Coniugi A Coniugi B Coniugi D Coniugi E Coniugi C Coniugi F Coniugi G Bambino C Bambino A Bambino B Bambino D Bambino E Bambino F Bambino G Figura 6 – Il reticolo tridimensionale: schema delle dichiarazioni a reticolo che si sono sviluppate all’interno del gruppo dei genitori, creando a loro volta il reticolo interno al gruppo dei bambini. L’influenzamento è orizzontale su ogni piano e verticale dal gruppo in alto verso il gruppo in basso e viceversa. 72 – II PARTE – PRESENTAZIONE DEL CASO ITALIANO - Capitolo 5 - Introduzione al caso italiano Il caso che intendo illustrare, come esempio di “Dichiarazione a Reticolo Tridimensionale” nel contesto italiano, è stato da me osservato durante lo stage presso la “Associazione Italiana Psicologia Investigativa (AIPI)” di Reggio Emilia, grazie all’attenta supervisione del prof. Lino Rossi, della dott.sa Cinzia Gimelli e della dott.sa Melania Lugli. Per il rispetto della privacy delle persone coinvolte nella vicenda tutti i nomi di persona sono stati criptati con simboli alfanumerici ed i nomi dei luoghi sono stati omessi. Il caso ha come contesto una ricca città della Lombardia, dove ha sede una scuola materna. Alcuni allievi frequentanti tale scuola sembra siano stati vittime di abusi da parte di maestre, ausiliari e perfino di un sacerdote. La prima denuncia è scaturita da una dichiarazione di un bambino fatta alla madre, cui ha fatto seguito, nel giro di breve tempo, una serie di successive denunce da parte di altri genitori. Capitolo 5 5.1. Analisi cronologica dei fatti – 16 maggio 2003 La mattina i bambini della scuola materna parteciparono alla Festa della Primavera, una festa di paese in cui i bambini si scambiarono dei fiori con gli abitanti del quartiere e fecero una piccola recita teatrale su un palco vestiti da personaggi delle fiabe. La sera il bambino A tenne un comportamento insistente e fastidioso e venne sgridato energicamente dal padre. Il bambino A cominciò a piangere e chiudendosi in bagno con la mamma cominciò a raccontare della Festa della Primavera in cui i bambini erano entrati in contatto con la gente del quartiere cui offrivano dei fiori. Introdusse nel racconto una serie di elementi: uomini africani, cinema, castello, torte e feste, spettacoli a teatro, fragoloni che facevano cose sciocche, spettacoli in cui erano travestiti da personaggi delle fiabe. Il bambino A nominò nel suo racconto il bambino E, il bambino C, il bambino H, il bambino D, Bambino I, Bambino L ed il bambino M. La sera stessa, dopo avere messo a letto il bambino A, la sig.ra A, dopo avere espresso le proprie preoccupazioni al marito A, contattò la psicologa Y raccontando quello che il bambino A aveva detto. – 17 maggio 2003 I coniugi A si rivolsero al sig. B che li consigliò di rivolgersi a Don X, esperto di pedofilia, che suggerì alla sig.ra A di registrare i successivi colloqui con il bambino A. La sig.ra A interrogò nuovamente il bambino A il quale affermò subito che quello dei fragoloni era un gioco finto. Il bambino A continuò a parlare della Festa della Primavera, del teatro e della maestra 1 e della maestra 2 che guidavano la macchina. Lo stesso pomeriggio Don X contattò l’avvocato dell’associazione contro la pedofilia di cui faceva parte riferendo di fatti gravi di abuso accaduti sui bambini della scuola materna. – 18 maggio 2003 I coniugi B contattarono i genitori dei bambini nominati dal bambino A ed i rappresentanti delle tre sezioni della scuola materna per una riunione a 76 Introduzione al caso italiano casa loro. A questa prima riunione partecipano: il sig. B, i coniugi A, i coniugi D, la sig.ra E, i coniugi H, la sig.ra V, il sig. N, il sig. O, il sig. P, la sig.ra T, Don X e la psicologa Y. Nella riunione i coniugi A espongono tutto il racconto fatto dal bambino A. I genitori dei bambini rimangono sconvolti e agitati e questa loro angoscia viene amplificata dalle dichiarazioni di Don X che dice che qualcosa è realmente accaduto. Nel corso della riunione viene spiegato il caso di una altra scuola materna della città in cui vi era stata un’accusa di abuso sessuale verso le maestre e gli ausiliari e vengono informati i genitori del trasferimento di alcune maestre da quella scuola incriminata alla scuola dei loro figli. Programmano una riunione per la sera successiva per verificare ulteriori racconti dei bambini. – 19 maggio 2003 La mattina i genitori cominciarono ad interrogare i propri figli. Sempre al mattino si tenne un incontro presso l’Avvocatura Civica tra l’avvocato, la psicologa Z, Don X, sig. A e sig. C per esporre la vicenda accaduta alla scuola materna. Nel pomeriggio altri genitori interrogarono i figli. La sera si svolse la seconda riunione a casa dei coniugi B. A questo incontro erano presenti gli stessi partecipanti della sera precedente con l’aggiunta dei coniugi C. La sig.ra E ed il sig. D comunicarono che i loro figli avevano “confermato” il racconto fatto dal bambino A. I coniugi H, C e F dissero che i loro figli non avevano confermato. La psicologa Y spiegò ai genitori le modalità con cui interrogare i bambini e come gestire questa paura. – 20 maggio 2003 Al mattino il sig. B informò altre madri all’entrata della scuola materna spiegando l’indagine in corso sui fatti di pedofilia e chiedendo loro i numeri dei cellulari. La sera avvenne il terzo incontro tra i genitori a cui si aggiunsero il sig. F e la sig.ra O. La psicologa Y spiegò come cogliere i segni di disagio nei bambini e quali fossero le paure (ad es. quella del buio) e i comportamenti che potrebbero fare sospettare un abuso, in particolare, “i comportamenti sessualizzati”. 77 - Capitolo 6 - Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto Nella parte teorica sono state analizzate le caratteristiche che la letteratura, in materia di abuso sessuale all’infanzia, riporta concordemente come comuni alle situazioni di “Dichiarazioni a Reticolo” connotate da “Abusi Sessuali Ritualistici”. Successivamente è stata argomentata la necessità di introdurre una nuova tipologia di dichiarazioni a reticolo, il “Reticolo Tridimensionale”, per poter comprendere il caso in oggetto. Diviene ora necessario porre al vaglio l’innovativa ipotesi teorica proposta, con le caratteristiche del caso verificatosi alla scuola materna presa in esame. Abbiamo ritenuto opportuno analizzare questo caso mediante le classiche caratteristiche individuate dalla letteratura, poiché anche se tridimensionale, il reticolo al suo interno segue le stesse dinamiche del reticolo tradizionale. Per questo, di seguito, verranno analizzati i singoli aspetti costituenti delle dichiarazioni a reticolo: 1) la presenza di più presunte vittime appartenenti al medesimo contesto; 2) le accuse rivolte a più presunti abusanti appartenenti al medesimo contesto; 3) la presenza di rivelazioni che si sovrappongono solo parzialmente; 4) il coinvolgimento nei racconti dei bambini, di altri bambini; 5) i contenuti “bizzarri”; 6) l’assenza di prove; 7) l’origine delle “Dichiarazioni a Reticolo”; 8) la “costruzione collettiva del ricordo”; Capitolo 6 6.1. La presenza di più presunte vittime appartenenti al medesimo contesto Al fine di verificare tale criterio teorico si consideri, in primo luogo, il progressivo aumento del numero dei minori che hanno riferito azioni di presunto abuso sessuale e parallelamente l’ampliamento progressivo del numero dei sospettati autori (identificati od ignoti): bambino A, bambino A2, bambino B, bambino C, bambino D, bambino E, bambino F, bambino G, bambino H, bambino M, bambino N, bambino O, bambino P, bambino Q, bambino R, bambino S, bambino T, bambino U, bambino V, bambino Z, bambino J, bambino K, bambino W e bambino X. D’altro canto, se si analizzano le dichiarazioni dei singoli bambini, si rileva in esse un graduale aggravamento dei contenuti in maniera proporzionale al numero di ascolti ed interrogatori. Analizzando le date delle “prime presunte rivelazioni” dei bambini, senza per il momento considerare, né in che cosa consistano (uscite dalla scuola non autorizzate, spettacoli a teatro, cinema, castello, uomini africani, fragoloni, travestimenti dei minori, ecc), né come siano state ottenute (spontaneamente o dietro specifiche richieste formulate attraverso domande suggestive ed inducenti), si evince che a partire dalle dichiarazioni del bambino A, databili il 16/05/03, sono scaturite quelle degli altri minori nominati nei racconti dello stesso. Questo a causa del fatto che le riunioni organizzate dai coniugi A, tenutesi nel locale messo a disposizione dai coniugi B, successivamente alle presunte rivelazioni del bambino A, si sono svolte quasi tutti i giorni fino ai mesi di giugno e luglio. Tali riunioni sono iniziate con l’intento di contattare i genitori dei minori che venivano nominati dal bambino A e descritti come coinvolti nei presunti fatti in oggetto. Sono proseguite allo scopo di assicurarsi che tali genitori si accertassero, tramite “inchieste ed interrogatori” rivolti ai rispettivi figli, se quanto aveva riferito il bambino A fosse verosimile, confermando quindi i suoi racconti ed aggiungendo eventualmente ulteriori dettagli. Dalle prime riunioni, svoltesi il 18-19-20/05/03 ed i giorni successivi, è emersa una nuova “ondata” di bambini che, su specifica richiesta di chiarimenti da parte 80 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto dei rispettivi genitori, hanno fornito dichiarazioni contenenti riferimenti di carattere sessuale. Nella prima riunione del 18/05/03, i coniugi A espongono agli altri genitori tutto i dettagli forniti dal bambino A all’interno del suo racconto, omettendo tuttavia alcuni dati essenziali: - che tutto il racconto del bambino A traeva origine dalla Festa di Primavera avvenuta il 16 maggio 2003, ovvero il giorno stesso; - che più volte durante questo racconto il bambino A aveva ribadito “(…) scherzo…, non era vero, … facevo finta!”. 6.2. Le accuse rivolte a più presunti abusanti appartenenti al medesimo contesto Per quanto riguarda i “presunti abusatori”, essi appartengono tutti al medesimo contesto, ovvero al personale docente e/o ausiliario della scuola materna. I bambini, inoltre, nominano progressivamente sempre più persone: Bambino A: - la maestra 1 e la maestra 2; - gli “uomini travestiti da fragoloni”, non identificati. Bambino D: - la maestra 1; - quattro maschi non identificati, vestiti da pagliacci; - un pagliaccio non identificato che faceva le fotografie; - l’ausiliaria della scuola materna; - la maestra 2. Bambino F: - la maestra 1 e la maestra 2. Bambino R: - la maestra 3. Bambino O: - la maestra 3 e la maestra 4. 81 Capitolo 6 Bambino B: - dodici uomini mascherati non identificati; Altri minori, in sede di Incidente Probatorio, nominano altre maestre, quali la maestra 3, la maestra 4, la maestra 5, l’ausiliario della scuola materna e Don X. Come è chiaramente possibile constatare, dunque, sono numerosi i nominativi comparsi nelle dichiarazioni dei minori, alcuni si ripetono, altri compaiono solo in alcuni racconti. Nell’elenco sono identificabili nomi probabilmente fantastici o riconducibili alle classiche figure che intimoriscono i bambini (ci si riferisce ai frammenti di racconto in cui diversi minori nominano “i cattivi”, i “fragoloni”, “gli uomini neri”, “gli uomini africani”, “gli uomini mascherati”, “i mostri nudi”, ecc). A questo proposito, si sottolinea come l’alterazione dei tratti fisiognomici consueti, spesso, susciti paure nei bambini, soprattutto tra i più piccoli. D’altro canto, il binomio brutto-cattivo, è ricorrente. 6.3. La presenza di rivelazioni che si sovrappongono solo parzialmente Un ulteriore elemento riguarda il fatto che ad ogni nuovo racconto dei bambini si aggiungono nuovi elementi; il “ricordo collettivo” viene a delinearsi proprio in ragione di questi particolari che si aggiungono progressivamente e non vengono confermati dai racconti di altri bambini. A partire dalla prima dichiarazione, quella del bambino A, da una parte si riscontrano conferme ai dettagli contenuti nel racconto dello stesso, come ad esempio quella delle uscite non autorizzate con la maestra 1 e la maestra 2, i travestimenti dei bambini, la partecipazione a spettacoli a teatro, la presenza di fragoloni e uomini che compivano atti sessuali, ecc.; dall’altra parte, all’interno dei racconti resi da altri minori, emergono nuovi dettagli, forniti singolarmente da alcuni bambini che non trovano conferma nei racconti degli altri. Se ne forniscono di seguito alcuni esempi: - il bambino D riferisce di visite con la maestra 1 al parco della città; - il bambino F parla per la prima volta di una visita a casa della maestra 1; inoltre, lo stesso bambino riferisce l’episodio descrivendolo come 82 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto un’esperienza piacevole, a differenza del bambino A che parlava di esperienza “fastidiosa”; - il bambino G introduce il nuovo elemento della “casa delle meraviglie”; - il bambino B introduce il dettagli della “casa delle ragnatele”. Un altro elemento da considerare è inoltre l’ingresso di conoscenze quotidiane all’interno di dichiarazioni relative a fatti peculiari, in questo caso, percosse ed atti sessuali. In tale meccanismo possono rientrare individuazioni di: azioni, nomi, consuetudini ecc. “[...] condizioni significative di paura, ansietà e stress emozionale aumentino la probabilità che si verifichino distorsioni dell’esame di realtà, per l’elevata eccitazione, per la possibile intrusione di frammenti di memoria traumatici in eventi neutri, per errori nella ricostruzione sequenziale dell’evento” (Malacrea e Lorenzini, 2002). A questo proposito si pensi ad esempio ai contenuti del primo racconto fornito dal bambino A in data 16 maggio 2003. Il bambino A racconta della Festa della Primavera avvenuta la mattina stessa nella piazza della chiesa, introducendo una serie di elementi neutri ed esperienze realmente vissute in diversi contesti, quali: - uomini africani; - cinema; - castello (uscita che avevano svolto i minori insieme alle maestre nel corso del novembre 2002); - torte e feste; - spettacolo in cui i minori erano travestiti; - spettacoli a teatro; - fragoloni che facevano cose sciocche, cadevano a terra, si toglievano le scarpe, ecc. Emerge successivamente un elemento che si riferisce ad un’esperienza direttamente vissuta dal bambino A: il bambino afferma di aver disegnato tutte le sue paure e di aver chiesto allo zio di bruciarle come si fa con il “Rogo della Vecchia”. Si può ragionevolmente sostenere che il dettaglio fornito dal bambino A rappresenti una fusione tra due elementi temporalmente disgiunti, ma 83 Capitolo 6 contestualmente appartenenti al medesimo contesto originario, ovvero quello relativo alla scuola materna: - le maestre, nel periodo del marzo 2003, nell’ambito dell’attività didattica, avevano fatto svolgere ai bambini disegni che rappresentavano le loro paure; - i bambini si erano recati con le maestre ad assistere al “Rogo della Vecchia” nella piazza della città. Vale la pena citare un ulteriore dettaglio, riferito in sede di Incidente Probatorio dal bambino R. Egli ha riferito che “la maestra 3 prende il ketchup in vetro e lo spalma sulle sue figlie e poi le lecca (…) la maestra 3 mi ha minacciato di non dire niente alla mamma altrimenti mette le mie ossa in una vetrina”. Si sottolinea a questo proposito come, poco tempo prima, i bambini si erano recati, nel corso di una visita guidata, al museo della chiesa della città, in cui avevano visto delle ossa all’interno di una vetrina. Un altro aspetto che accomuna la vicenda in oggetto con la tipologia delle “Dichiarazioni a Reticolo” è il contesto comune da cui sono provenute tutte le dichiarazioni d’abuso dei bambini della scuola materna. Ciò rende necessario vagliare anche ipotesi di “contagio”, in primo luogo tra coetanei: i bambini si parlano e si trasmettono i loro vissuti e le loro paure. Da qui emergono certo altri problemi, tipici delle narrazioni dei bambini, ovvero i cosiddetti “source monitoring” e il “reality monitoring”. “I concetti di reality monitoring e source monitoring coincidono quando si cerca di ricordare se un evento è stato effettivamente vissuto o se lo si è immaginato, sognato, appreso da altri. Così facendo, si prova a distinguere la realtà dall’immaginazione e viene cercata l’origine del ricordo. Nel processo ricostruttivo che permette di giungere al ricordo completo di un episodio è possibile operare confusione tra contenuti mentali di origine diversa. È possibile, per esempio, considerare come ricordo quello che in realtà era solo la parte di un sogno, di un’immagine, di un contenuto di un video, di un racconto ecc.” (Mazzoni, 1999). La confusione relativa alla fonte dell’informazione è stata indicata come una delle possibili cause della suggestione e dell’emergere dei falsi ricordi. Se, infatti, non viene ricordata l’origine di un’informazione errata fornita dallo sperimentatore, si può attribuire 84 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto erroneamente tale informazione all’evento originario. “La memoria della fonte decade più rapidamente del ricordo del contenuto. Le persone possono dunque ricordare il suggerimento falso, dimenticarne l’origine, e attribuire la fonte alla propria memoria (Hyman e Kleinknecht, 1999)” (Caffo et al., 2002). Il problema del cosiddetto “falso ricordo”, che più avanti si prenderà in considerazione nello specifico, dunque, può scaturire dall’ingresso nella memoria del bambino di informazioni tratte da altre fonti: da altre persone (bambini e adulti), dal mondo fantastico, dai sogni, da vicende che si sono solamente osservate e non vissute. Il “falso ricordo” che interviene quando il soggetto immagazzina come vero un evento che tale non è, può avere effetti devastanti sulla testimonianza (Loftus, 1994, Briere, 1996), infatti “una volta che i processi cognitivi hanno costruito un falso ricordo e confermato un certo evento, può essere molto difficile convincere il soggetto che “il fatto che ricorda” non è mai avvenuto e riportarlo alla realtà dei fatti sperimentati. Questa mistificazione è facilitata, nel minore, dalla facilità con cui è portato a confondere gli elementi percepiti con quelli immaginati, con la conseguenza che nella sua memoria il ricordo di quanto immaginato diventa altrettanto reale di quello percepito. Una straordinaria quanto inattesa conferma a queste osservazioni è venuta da ricerche scientifiche condotte a livello neuronale attraverso le quali si è accertato che nel nostro cervello esistono centri nervosi che si attivano, sia quando vediamo qualcosa, sia quando ci immaginiamo di vedere quella stessa cosa. (Kosslyn, 1980; 1994)” (De Cataldo Neuburger, 2001). È opportuno a questo punto precisare che fenomeni di “falso ricordo” si possono verificare anche in relazione ad avvenimenti che coinvolgono il corpo del bambino. Oltre a quanto già detto, poi, si tenga presente che non è infrequente che i bambini riferiscano dettagli inaccurati riguardanti il loro corpo in modo tale da far sorgere il sospetto di abuso. Per esempio, alcuni bambini piccoli dichiararono falsamente che un uomo aveva introdotto qualche cosa di sgradevole nella loro bocca (Pool e Lindsay, 1995). In un’altra ricerca, bambini di tre anni riportarono, in maniera inaccurata, che il pediatra aveva inserito un dito o un bastone nei loro genitali (Bruck e coll., 1995). Nella vicenda in esame, dunque, non si può escludere che l’innegabile e comprensibile clima di angoscia che aveva colto 85 Capitolo 6 genitori ed insegnanti, alla notizia di presunti abusi sessuali ai danni dei bambini, abbia indotto gli interlocutori ad interpretare frasi ambigue inerenti la corporeità, profferite dai bambini, in un’ottica di abuso sessuale. Questo, dunque, anche senza che fossero gli adulti stessi ad iniziare lo scambio conversazionale mediante domande dirette. Non siamo in questo caso, all’interno della franca suggestione, vale a dire di un adulto che pone al bambino direttamente quesiti su argomenti da lui non trattati. Siamo in presenza, invece, di un fenomeno più complesso, ed ancora più insidioso perché, a partire da affermazioni del minore, interpretate dall’adulto in una prospettiva d’abuso, possono seguire domande di approfondimento, ritenute legittime da chi le formula, ma in realtà che tendono a confermare l’ipotesi scaturita. È a questo livello che possono essere utilizzate domande suggestive, che influenzando il minore ed inducono ulteriori domande. A questo proposito, la letteratura, parla di “suggestione per causalità circolare”, che verrà in seguito approfondita. Non è, d’altro canto, possibile escludere che i bambini fossero al corrente delle vicende di supposto abuso narrate da altri, e quindi scartare il fenomeno del “contagio” e del “falso ricordo” derivato da informazioni apprese da altri, sognate o immaginate. Resta chiaramente da definire in che modo il contagio abbia potuto influenzare o meno le dichiarazioni emerse successivamente dagli altri minori. Oltre alle due possibilità estreme di “rivelazioni” completamente mutuate da altri o del tutto autonome, non può essere tralasciata l’ipotesi di una commistione di vari elementi. Scrive a proposito Caffo e coll.: “Il bambino può inserire dichiarazioni ascoltate da altri bambini (come nel caso della cross-contamination) o informazioni ricavate dai media, o ancora, tracce provenienti da materiale onirico nella propria memoria episodica. I bambini piccoli e i minori che soffrono di disturbi mentali si dimostrano particolarmente sensibili alla suggestione sociale e all’influenza di materiale proveniente da fonti interne (sogni, rappresentazioni, fissazioni dovute a processi psicotici)” (Caffo et al., 2002). Nel caso di bambini piccoli, come quelli in oggetto, un ulteriore problema deriva, dunque, dal possibile ingresso nelle narrazioni di materiale che proviene da fonti interne od oniriche. Ipotesi tanto più da considerarsi in quei casi, come quello presente, in cui emergono elementi bizzarri o incredibili. A ciò si aggiunge 86 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto che, “Fonti interne di confusione possono essere sogni inseriti nei contenuti delle dichiarazioni: Dalemberg (1996) ha spiegato che gli incubi che avvengono in un periodo limitato di tempo in cui l’esame di realtà è indebolito, possono generare elementi fantastici nelle successive dichiarazioni sulla esperienza traumatica” (Malacrea e Lorenzini, 2002). In questo senso, se per un momento considerassimo come comprovato il fatto che i bambini in questione abbiano subito un’esperienza traumatica, comprenderemmo come possono unirsi elementi del quotidiano a contenuti anomali. È d’altro canto noto come nei sogni si sovrappongano, mescolandosi, residui del quotidiano a rappresentazioni di vissuti psichici concretizzati in immagini. Così è esperienza comune fare sogni in cui si uniscono luoghi, tempi e persone tra loro inconciliabili; per esempio luoghi sconosciuti in cui gli attori sono invece persone note. Allo stesso modo meccanismi di associazione rispetto al dato originario, possono aver trascinato nel ricordo, elementi che non ne facevano parte (azioni, luoghi, persone, ecc.). Né d’altro canto è possibile escludere che meccanismi di tipo confabulatorio abbiano portato a “riempire vuoti di memoria”. La confabulazione può agire principalmente attraverso due modalità per colmare mancanze nei ricordi o nelle conoscenze: mediante l’uso di copioni consuetudinari (“script”) consolidati o attraverso l’utilizzo di elementi di natura fantastica. Nel primo caso, la carenza nel ricordo o la mancanza di conoscenza su un elemento che viene richiesto, può essere colmata dalla traccia mnestica di ciò che abitualmente il bambino esperisce. Così, il chiaro ingresso di descrizioni delle manovre di accudimento, che si ritrova nelle dichiarazioni dei minori (come si è già avuto modo di citare in precedenza), potrebbe essere ricondotto proprio a questo meccanismo, oltremodo come il riferimento a persone conosciute e deputate a tali compiti. 87 Capitolo 6 6.4. Il coinvolgimento nei racconti dei bambini, di altri bambini Per quanto riguarda il coinvolgimento nei racconti dei bambini di altri bambini, si riportano di seguito alcuni nomi dei minori nominati nei diversi racconti forniti: - Bambino A: Bambino E, Bambino D, Bambino C, Bambino H, Bambino I, Bambino L, Bambino M, Bambino G, Bambino K e Bambino F; - Bambino D: Bambino A e Bambino E; - Bambino G: Bambino D e Bambino E; - Bambino Q: Bambino A, Bambino E, Bambino D, Bambino C e Bambino F; - Bambino F: Bambino C e Bambino H; - Bambino K: Bambino A e Bambino Q; - Bambino W: Bambino C, Bambino D e Bambino E; - Bambino B: Bambino L, Bambino L e Bambino K; - ……… 6.5. I contenuti “bizzarri” Riguardo alla presenza di “contenuti bizzarri” nei racconti dei bambini si consideri innanzitutto che “anche la tendenza di alcuni bambini a confabulare o a colmare lacune nella memoria in modo fantastico a causa della fatica del colloquio può causare la produzione di materiale improbabile. Un ultimo tipo di distorsioni è attribuibile a errori di rappresentazione volontari e a comportamenti ingannevoli del bambino, per attirare l’attenzione su di sé, sotto forma di bugie per coprirne altre ed evitare di essere scoperti o di deliberate esagerazioni per essere creduti ancor meglio” (Malacrea e Lorenzini, 2002). Il linguaggio dei bambini, soprattutto se piccoli, non deve essere valutato alla stregua di ciò che avviene per quello adulto, ma deve essere “tradotto” in base alle conoscenze sul linguaggio infantile. “Tradotto”, in questa accezione, non significa interpretato sulla base di pregiudizi (accusatori o difensivi che siano) che incanalino le parole del bambino in un assunto dell’adulto, ma trasposto con riguardo alle informazioni in possesso del minore e ai dati di realtà conosciuti. 88 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto Per esempio, una volta assunto tramite valutazione svolta dagli organi competenti, che un dato elemento non può corrispondere a realtà, diviene necessario considerare che cosa il bambino intendesse esprimere con quei termini e se questi possano essere ascrivibili alla dimensione del quotidiano, dell’immaginazione, del gioco, del sogno, ecc. È invece alquanto estraneo al contesto peritale (al contrario di ciò che avverrebbe in un ambito psicoterapeutico), il cercare di trovare in tutti i modi una spiegazione “psicologica profonda” e indimostrabile, pur di sostenere la credibilità di tutto quanto viene affermato dai bambini. In questa prospettiva, deve essere considerato, l’impegno nella “traduzione” delle parole del bambini. Senza ricondurre automaticamente tutto quanto narrato al piano di realtà e, dove non è possibile, cimentarsi in interpretazioni “psicologiche profonde” che, prive di adeguato substrato conoscitivo, finiscono per essere solo tentativi di conferma di un pregiudizio, è necessario addentrarsi nell’immaginario, nel contesto e nella psicologia del minore, per potergli riconoscere, come a lui dovuto, anche la possibilità di funzionare su un piano che trascende la realtà. In questo senso, trova collocazione il ruolo del Consulente Tecnico, atto a identificare le dinamiche psichiche proprie di un dato minore e di una data fase evolutiva, al fine di fornire all’Autorità Giudiziaria gli spunti per differenziare ciò che può essere oggetto di reato da ciò che ne costituisce un’elaborazione fantasiosa. Un altro esempio riguardo ai possibili processi mentali del minore, è inerente la modalità fortemente associazionista di funzionamento del pensiero che, da un concetto, ne trascina con sé altri, senza consapevolezza del percorso in atto. Si consideri, per esempio, l’etichetta di “cattivi” che porta con sé le caratteristiche e i comportamenti dei “personaggi cattivi” che i bambini conoscono e che apprendono dai loro contesti di vita quotidiani (ci si riferisce ad esempio ai “mostri”, “Power Rangers”, “diavoli”, ed altri personaggi nominati da diversi bambini all’interno dei loro racconti). 89 Capitolo 6 Si forniscono di seguito alcuni esempi di contenuti bizzarri che emergono all’interno dei racconti dei diversi minori: - bambino D: afferma che erano andati alla “Casa delle Meraviglie” e che c’erano dei topi e un lupo nero che volevano morderli; - bambino G: afferma che i bambini e le maestre hanno dormito fuori per strada e che i capelli delle persone presenti nel “Castello delle Meraviglie” erano blu; - bambino Q: riferisce che quelle persone le avevano messo la sigaretta davanti e dietro, che i cattivi le avrebbero dato una moneta che poi avrebbero ripreso e che si sarebbero recati nella “Casa degli Elfi”; - bambino V: racconta che in palestra c’erano dei draghi e dei serpenti che volevano ucciderlo e che mangiava le feci di uomini travestiti da maiali che si rotolavano nel fango. L’analisi del funzionamento del pensiero e del linguaggio infantile non è un problema marginale nello studio della testimonianza dei minori. Ciò perché non sempre quando un bambino utilizza un termine si riferisce a quello per cui viene usato dagli adulti. Per esempio, i bambini utilizzano termini “passe-partout” per definire stati d’animo e giudizi molto diversi, non posseggono terminologie articolate per definire le emozioni, che spesso classificano secondo un criterio bene/male. Così, non ha alcun senso chiedere ad un bambino piccolo se è imbarazzato, poiché non sa cosa significhi questo termine. Sarebbe possibile fare innumerevoli esempi di come queste semplici nozioni siano state del tutto ignorate dagli intervistatori (genitori, maestre, persone deputate all’inchiesta) che hanno parlato con i bambini. 6.6. L’assenza di prove Il fraintendimento delle parole del bambino da parte dell’adulto e viceversa non è una questione marginale in quanto non si esaurisce in una semplice incomprensione puntiforme, ma può dar luogo ad una catena di suggestioni e fraintendimenti, che poi, risulta difficile da individuare nell’impossibilità di conoscerne tutti i passaggi conversazionali tra bambino ed adulto. La maggior 90 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto parte del materiale di questo caso, infatti, consiste nella narrazione, da parte delle figure che hanno accolto le testimonianze dei bambini, di ciò che questi hanno riferito e non in trascrizioni letterali e registrazioni di ciò che hanno detto e che è stato detto nello scambio verbale. Il rischio in situazioni come quella in esame, è che si verifichi la già citata “suggestione per causalità circolare”. Scrive a riguardo Luisella De Cataldo Neuburger (2001): “È stata individuata dalla ricerca una “suggestione per causalità circolare”. I bambini, come detto, tendono a conformarsi alle aspettative che percepiscono nelle domande loro rivolte dagli adulti. Ma può accadere che anche gli adulti siano suggestionabili dai bambini, senza contare che spesso chi interroga, possiede un proprio patrimonio di preconcetti, di pregiudizi per cui può essere già convinto che una cosa sia accaduta o non sia accaduta, a prescindere da quello che dirà il bambino”. In questo senso, un comportamento o una frase ambigua del bambino spinge l’adulto a porgli alcune domande, che soprattutto qualora quest’ultimo sia mosso da preoccupazione o pregiudizio, possono risultare suggestive; il minore corrisponde a queste richieste e l’adulto si convince ancor più della fondatezza della sua idea; di rimando, il bambino, progressivamente assume come sue tali convinzioni. “In questa causalità circolare è spesso impossibile individuare la causa prima: ossia chi innesca il processo, l’adulto o il bambino. Spesso è solo possibile verificare la presenza di questa dinamica circolare e come essa agisca come rinforzo reciproco: il bambino e l’adulto confermano le reciproche aspettative che presto diventano convinzioni” (De Cataldo Neuburger, 2001). In un clima come quello creatosi alla scuola materna dopo le prime rivelazioni del bambino A e dopo che tra i genitori e le maestre era circolata, fin dal maggio 2003, la “convinzione che diversi bambini erano stati portati fuori dalle maestre in uscite non autorizzate dai genitori ed avevano subito atti di natura sessuale”, non si può escludere che gli adulti abbiano utilizzato una chiave di lettura viziata di comportamenti e affermazioni dei bambini. Così, il dire che qualcuno era “cattivo” (termine generico utilizzato dai bambini) può aver suscitato negli ascoltatori il timore che tale etichetta nascondesse atti riprovevoli e indotto domande mirate. Con ciò non si vuole asserire che “tutti” i genitori hanno adottato 91 Capitolo 6 comportamenti suggestivi, o che “tutti” i bambini sono stati suggestionati. La suggestionabilità, infatti, deriva da diverse variabili che dipendono da caratteristiche individuali, dal rapporto che intercorre tra i soggetti dell’interazione, dalla diversa consistenza e frequenza delle domande. Tuttavia, quella di una suggestione operata su alcuni bambini da interventi esterni, in questo caso, è un’ipotesi che non può essere assolutamente scartata. Ne sono prova alcune dichiarazioni dei bambini che, per quanto indichino figure “cattive”, o che hanno fatto del “male”, in realtà poi, non portano esempi calzanti. In sostanza hanno corrisposto positivamente alle richieste relative alla “cattiveria” di alcune figure con cui erano a contatto, incorporando tale etichetta, ma senza comprendere la corrispondenza tra il termine e le azioni che lo motiverebbero. D’altro canto, l’adulto, sulla base della preoccupazione e del pregiudizio che poteva provenire dalla conoscenza dei fatti in oggetto, può aver accolto le affermazioni dei bambini, facendole rientrare nelle proprie categorie mentali e di significati. Né d’altro canto è possibile dimenticare l’effetto che ripetuti interrogatori possono avere sui bambini, soprattutto se piccoli e condotti da figure ritenute dal minore autorevoli: “Gli errori commessi dagli adulti nel porre le domande e nel valutare le risposte possono condurre ad un’errata comprensione circa la natura dell’eventuale abuso. Gli enunciati mal compresi, inoltre, facilitano la proposta di ulteriori domande basate sull’informazione errata, aumentando il rischio di suggestione e di errore da parte del bambino” (Caffo et al., 2002). Gli stessi tecnici spesso incorrono in errori quali il ripetere la stessa domanda dando al bambino l’impressione di dover cambiare la risposta data al principio, proporre domande a scelta vincolata (spesso con solo due opzioni) impedendo risposte diverse o ancora peggio, introdurre nella domanda temi di cui il bambino non ha ancora parlato, portandolo a credere di “non aver detto abbastanza” e che l’intervistatore si attende una risposta affermativa. Certamente non è possibile pretendere che un genitore, spesso mosso dall’ansia e dalla preoccupazione che suscitano il sospetto che il proprio figlio sia stato oggetto di attenzioni di natura sessuale, conosca e rispetti tali regole. Ma, se pure comprensibili, interventi errati sono criticabili nella misura in cui possono alterare 92 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto irrimediabilmente il ricordo di un evento, fino a stravolgerlo e a creare quello che viene comunemente denominato come fenomeno del “falso ricordo”. Scrivono a proposito Caffo e coll. (2002): “I fattori cognitivi e i fattori sociali vanno interpretati anche nelle loro interrelazioni. È infatti possibile che ciò che in un primo momento viene ripetuto solo per accondiscendere alle convinzioni dell’intervistatore (incidenza di fattori sociali) divenga poi parte integrante della memoria del bambino (incidenza dei fattori cognitivi). […] La memoria episodica dei bambini possiede, come si è detto, un carattere ricostruttivo, e non riproduttivo. Nel suo racconto, nel corso del tempo, specie se viene ripetuto più volte, il soggetto incorpora le informazioni e le suggestioni che via via riceve dagli interlocutori, soprattutto se si tratta di adulti dotatati di pregiudizi (bias) e che esercitano su di lui un potere derivato o dalla loro importanza affettiva, o dalla loro autorità. I bambini utilizzano il linguaggio verbale per organizzare il ricordo delle proprie esperienze e per attribuire loro un significato; in altre parole, mentre un adulto racconta in base a ciò che ricorda, un bambino ricorda in base a ciò che racconta (Gagliano, 2000). Ciò lo rende fortemente suggestionabile, in quanto può essere indotto a fare proprie le parole e le interpretazioni proposte dagli adulti con i quali interloquisce, specie quando desidera compiacerli per avere la loro approvazione”. In questo modo, “oltre alle distorsioni dovute all’errata interpretazione della realtà, alle variazioni della traccia mnestica, ai pregiudizi, alle inferenze, …, può succedere che quanto entra nella memoria del bambino, e vi resta come ricordo, possa non corrispondere ad un fatto realmente accaduto, ma al ricordo di un evento indotto”. E ciò sembra trovare maggiori riscontri nei casi di bambini molto piccoli: “[...] soprattutto quelli in età prescolare, sono maggiormente vulnerabili alla suggestione in rapporto ad una varietà di argomenti, inclusi quelli che contengono temi sessuali e coinvolgono il loro corpo”. Dello stesso parere è Luisella De Cataldo Neuburger (2001) quando afferma che “[...] le informazioni su eventi personali, che bambini in età prescolare sono in grado di dare, dipendono largamente dalle domande che vengono loro rivolte”, cosa che li rende molto suscettibili al “falso ricordo”. 93 Capitolo 6 Allo stesso modo Giuliana Mazzoni (2000) afferma che “La costruzione di ricordi falsi, abbiamo visto, dipende largamente dall’intervento esterno, e in particolare dall’informazione che viene fornita ai soggetti da figure autorevoli. Quando c’è un inizio sospetto abuso i bambini vengono bombardati di domande e di informazioni. [...] Un simile modo di procedere nell’esame di un caso, benché sia naturale, è tuttavia assai pericoloso, poiché chi fa le domande non è preparato a porle in modo corretto e non inducente, e può suggerire, talvolta in modo insistente, informazioni che non sono vere, ma che rischiano di diventare vere col tempo. Queste informazioni, abbiamo visto, possono entrare a far parte del bagaglio di memoria dei bambini, che ricorderanno ciò che è stato suggerito nel corso dei colloqui e delle interviste come se invece fosse parte dell’evento originale”. La stessa Autrice ribadisce: “Mesi di interviste, colloqui, domande, suggerimenti, possono produrre una sorta di “narrazione collettiva” di eventi mai accaduti. L’aspetto stupefacente è che i bambini si dicono certi della bontà della realtà dei ricordi. Il fatto è che la qualità di un ricordo falso ad un certo punto diventa paragonabile a quello di un ricordo vero. Proprio per questo un ricordo falso non è facilmente distinguibile da un ricordo vero, non solo da giudici, giurati, personale di polizia, …, ma anche dal soggetto stesso che lo produce nel quale, ad un certo punto, la costruzione (immagine, narrazione) diventa così simile ad un ricordo vero in termini di chiarezza e di dettagli percettivi contenuti, da risultare irriconoscibile come ricordo costruito” (Mazzoni, 1999). Infine, anche Malacrea riporta: “Studi sperimentali con bambini di 4 anni e di 2,5 anni (Tessler, Nelson, 1994; Haden, Hain, Fivush, 1997) provano che non viene ricordato ciò che è osservato al momento dei fatti, ma piuttosto ciò che viene condiviso a livello conversazionale.” (Malacrea e Lorenzini, 2002). Gli scambi verbali tra adulto e bambino, creano dunque un narrato, in cui vengono scambiate reciprocamente informazioni che si influenzano l’una con l’altra. Uno dei rischi di ciò risiede nel passaggio di “stereotipi”. Il fenomeno dell’“induzione di stereotipi” (Leichtman, Ceci, 1995), è stato provato in uno studio ormai noto in cui a bambini tra i tre e i sei anni veniva presentato negativamente un uomo e dopo averli fatti trascorrere un po’ di tempo con lui gli 94 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto veniva richiesto se questo avesse commesso alcune specifiche azioni negative (in realtà mai avvenute): il 72% dei più piccoli rispose affermativamente. Così, il fatto che, già da tempo, circolassero sospetti riguardo a maestre provenienti dall’altra scuola materna può aver condotto ad un passaggio di giudizi e pregiudizi. D’altro canto la trasposizione di stereotipi personali a categorie di appartenenza, è un fenomeno frequente, anche tra gli adulti. In un clima di questo tipo, è comprensibile l’atteggiamento dei genitori volto, a posteriori, a comprendere se qualcosa di inadeguato fosse successo anche ai loro figli, cosa che ha portato ad una rilettura di segnali, sintomi, affermazioni. Ciò che in precedenza era stato attribuito ad altre cause o considerato come una normale manifestazione, è così divenuto un sintomo d’abuso. Sintomi fortemente aspecifici quali ansia, irrequietezza, stanchezza, aggressività, molto comuni nei bambini, hanno assunto il rango di specificità, così come comportamenti molto frequenti per l’età dei minori, come per esempio la masturbazione, sono divenuti indicatori significativi. 6.7. L’origine delle “dichiarazioni a reticolo” L’origine delle “dichiarazioni a reticolo” può essere fatta risalire a fine marzo 2003, mese in cui la sig.ra A, madre del bambino A, ha partecipato ad una riunione di un’associazione contro la pedofilia nella stessa città di residenza. Tra queste madri vi era la psicologa Y, che tenne una relazione sui rapporti di coppia. Al termine di questa relazione, la sig.ra A chiese alla psicologa Y se fossero rilevabili dei “segni patognomonici nei bambini rispetto ad un disagio che la coppia potesse vivere”. La psicologa, nel rispondere a questa domanda, mise in luce la difficoltà nel cogliere i sintomi di disagio dei bambini, esponendo un caso da lei personalmente trattato di una bambina di una scuola materna della città, che era stata presumibilmente coinvolta in una vicenda di abuso sessuale e che mostrava come segni di malessere solamente dei piccoli incubi notturni. Sempre rispondendo alla domanda della sig.ra A la psicologa Y raccontò che questi bambini “venivano portati fuori da scuola e li accompagnavano in un percorso lungo (su una macchina) in modo che i bambini fossero deviati dal 95 Capitolo 6 capire dove stessero andando, che passavano in una prima casa e poi in una seconda dove avvenivano gli abusi e poi riportati a scuola e minacciati molto gravemente in modo che non parlassero degli avvenimenti”. Da questo intervento della psicologa le madri rimasero letteralmente “sconcertate”, come riferito dalla sig.ra A e dalla sig.ra B, mostrando “ansia e preoccupazione”. Qualche giorno dopo, il 27 marzo 2003, in occasione della festa del “Rogo della Vecchia”, la sig.ra A comunicò alla sig.ra B di avere scoperto che le maestre, che lavoravano nella scuola materna nominata dalla psicologa Y, l’anno prima erano le insegnanti di suo figlio. Questo significava che le insegnanti presumibilmente implicate nella torbida vicenda di abusi sessuali erano state le insegnanti di suo figlio A. Quindi, nel periodo di fine marzo ed inizio maggio 2003, è lecito supporre che la sig.ra A fosse estremamente preoccupata per il figlio e fosse estremamente ricettiva ad ogni manifestazione di possibile disagio, così come suggerito dalla psicologa Y, nel corso della riunione tenutasi pochi giorni prima. A questo punto, è giustificabile l’interpretazione data dalla sig.ra A al racconto fatto dal bambino A la sera del venerdì 16 maggio 2003. Il bambino A alla mattina aveva partecipato alla “Festa della Primavera” (festa in cui i bambini erano entrati in contatto con la gente del quartiere a cui offrivano dei fiori). Durante la giornata il bambino A aveva avuto un comportamento particolarmente insistente e fastidioso ed era stato per questo sgridato energicamente dal padre. Questo rimprovero l’aveva fatto piangere a dirotto, tanto che chiese alla madre di accompagnarlo in bagno. In questa situazione che possiamo immaginare di notevole stress emotivo per il bambino A (era stato appena sgridato duramente dal padre), il bambino cominciò a raccontare alla madre della Festa tenutasi al mattino all’asilo e parlò di uomini africani che gli davano fastidio e che facevano rumore. La madre chiese quindi preoccupata al figlio cosa le avessero fatto questi uomini, se per caso l’avevano toccato e il bambino avrebbe risposto “mi hanno accarezzato i capelli”. La madre rimase profondamente turbata dall’ansia del bambino A nell’esporle questo banale avvenimento e cominciò a porgli altre domande per capire lo 96 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto svolgimento dei fatti. Il bambino cominciò a raccontare di frequenti uscite settimanali in cui c’erano torte, feste, spettacoli, cinema e visite al castello. La sig.ra A chiese dettagli sugli spettacoli e il bambino spiegò che i bambini si travestivano da personaggi delle fiabe e si davano dei baci sulle guance; la madre chiese dove si svolgevano questi spettacoli ed il bambino rispose che si svolgevano a teatro; parlò anche di “fragoloni” e dietro una richiesta di spiegazione della madre disse che i fragoloni erano i parenti. Il bambino A quindi, raccontando alla madre della “Festa della Primavera” avvenuta la mattina stessa nella piazza della chiesa, introdusse una serie di elementi neutri: - uomini africani; - cinema; - castello (uscita che avevano svolto a novembre 2002); - torte e feste; - spettacolo in cui i minori erano mascherati; - spettacoli a teatro; - fragoloni che facevano cose sciocche, cadevano a terra, si toglievano le scarpe, … È da rilevare che la sig.ra A disse che il bambino interruppe varie volte questo racconto (durato circa trenta minuti ed in un clima emotivo agitato) dicendo “No, facevo finta”. La sig.ra A, come ha testualmente riferito: - aveva notato un’irrequietezza di elevata intensità nel bambino durante il racconto (probabilmente dovuta alla “ramanzina” del padre); - non ha interpretato il racconto fatto dal bambino quella sera come il racconto della “Festa della Primavera”, bensì come racconti di esperienze negative vissute dal bambino in altri momenti, durante uscite di cui lei non era a conoscenza; - di avere percepito che il bambino avesse bisogno di essere rassicurato; - di non aver chiesto a nessuno in che cosa esattamente fosse consistito lo spettacolo del “Rogo della Vecchia” e della “Festa della Primavera”. 97 Capitolo 6 È qui che possiamo rilevare l’inizio vero e proprio della vicenda delle “dichiarazioni a reticolo”: in un clima socio-familiare teso (a causa delle vicende di pedofilia presumibilmente avvenute nell’altra scuola materna della città, della relazione della psicologa Y che fece molta impressione alle madri presenti alla riunione ed al litigio avvenuto all’interno della famiglia A la sera del venerdì 16 marzo 2003) la sig.ra A ha interpretato in maniera arbitraria il racconto di una festa tenutasi all’asilo come il racconto di esperienze traumatiche vissute dal figlio. La sera stessa del venerdì 16 marzo 2003, dopo aver messo a letto il bambino, la sig.ra A, dopo aver espresso le proprie preoccupazioni al marito, contattò la psicologa Y raccontando quello che il bambino le aveva detto. La psicologa Y disse alla madre che “era poco probabile che potesse essere una fantasia, e invece, era molto probabile che fossero... eventi reali” e le consigliò di rivolgersi ad un neuropsichiatra infantile e ad un legale poiché coglieva molte similitudini col racconto dei bambini abusati nell’altra scuola materna della città. Ovviamente questa telefonata non fece altro che rendere reali le paure e le ansie fino ad allora latenti della sig.ra A. Infatti, come afferma lei stessa, lei ed il marito rimasero “un po’ storditi da tutto questo” e furono molto preoccupati anche per i bambini che erano stati nominati dal loro bambino. La sera stessa (23:39 del 16 marzo 2003) la psicologa Y inviò un SMS alla sig.ra A in cui scriveva “ Vi penso, vi sono vicina, so che state offrendo il meglio alla vostro bambino”. Come riferito dal sig. A, quella sera stessa, lui e la moglie collegarono il racconto fatto dal proprio bambino, alla “sospetta” provenienza delle maestre. L’esistenza di una indagine in corso su presunti fatti di pedofilia presso l’altra scuola materna della città ha poi presumibilmente influenzato la valutazione dei racconti fatti dal bambino. Come ha dichiarato il sig. A: “Nello scambiarci le impressioni su questi racconti ci siamo ovviamente detti: ma le uscite dalla scuola possono essere in relazione a dei fatti di pedofilia perché ne abbiamo già sentito parlare per quell’altra scuola e perché le maestre che ci sono qui adesso sono le stesse che erano là in quella scuola!”. 98 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto La sfavorevole evoluzione del ruolo di don X e del suo legame con i genitori fornisce un ulteriore esempio di come le “dichiarazioni a reticolo” o “latticed allegations”, per citare la letteratura anglosassone dalla quale questo termine proviene (McMartin Preschool – Manhattan Beach California; Little Rascals Edenton NC USA; Broxtowe Case Notthingham Share UK), ci dimostra come denunce apparentemente fondate e reali si perdano in un complesso di contagi reciproci prodotti, come la letteratura ha messo in risalto, soprattutto da ripetute interviste mal condotte. Dal 17 maggio 2003 don X è confidente, consigliere e fornisce sostegno “psicologico” alle famiglie coinvolte definendosi, lui stesso, “esperto” di pedofilia in quanto esponente dell’associazione di volontari contro la pedofilia presente in città, che si prende cura delle persone che soffrono di disagio psichico affrontando anche i temi della pedofilia e dell’abuso su minori. Il sig. B presenta don X ai coniugi A, dopo le rivelazioni del bambino A. Don X conosce anche la moglie del sig. B, così come i figli, perchè è curato della chiesa che viene frequentata assiduamente dai coniugi B. Fin dal primo racconto del bambino A, don X, con estrema sicurezza, comunica che ciò che il bambino A racconta sono effettivamente fatti di pedofilia. Nelle riunioni avute con le famiglie ribadisce questo suo pensiero. Don X svolge un ruolo preponderante fin dall’inizio della vicenda: mette in contatto i genitori con l’Avvocatura Civica, riferisce che la maestra 1 proviene dall’altro asilo incriminato, si interessa di una sua possibile iscrizione nel registro degli indagati ed infine accompagna i coniugi A e D in Questura per effettuare la prima denuncia. È lui medesimo ad affermare che “i bambini non mentono mai” e di avere la “certezza morale che i fatti erano successi”. L’apodittica discriminante per don X è: “finché è solo un bambino che parla sono fantasie (cioè un abuso non potrà mai essere preso in considerazione se ad essere vittima è un solo bambino!) ma quando sono tre, quattro, cinque bambini che parlano allora è un fatto e qui siamo di fronte a un fatto”. È don X, a proposito della metodologia di raccolta delle informazioni, a suggerire alla sig.ra A di registrare le conversazioni col bambino, prestandole anche il registratore ed utilizzando lo stesso metodo con gli altri genitori. 99 Capitolo 6 Don X fornisce anche indicazioni su come catalogare i disegni dei bambini e per il bambino B ne dà anche l’interpretazione! (La validazione scientifica dei test carta e matita è altamente controversa ma don X, pur non avendo nessuna specializzazione in materia, si propone come grande esperto). Don X era per molti genitori un vero e proprio amico, con cui condividere iniziative, commenti, riflessioni e conclusioni anche fuori dal “gruppo genitori”, compresa la teoria per cui in città dovesse esserci una potentissima e diffusissima organizzazione, anche ad alti livelli, tesa ad approfittare dei bambini e produrre materiale pedo-pornografico. Improvvisamente, dopo le rivelazioni del bambino B, bambino P, bambino V, bambino E, bambino C e del bambino A, il “caro” don X diventa un “mostro” anche lui, un pedofilo (come riferisce il sig. B in udienza). Per meglio comprendere come questa modificazione negli schemi e nelle credenze dei genitori può essere avvenuta, passando da un’immagine totalmente positiva di don X ad un’immagine totalmente negativa, è utile avvalersi di ciò che fornisce la letteratura in psicologia clinica. Entrare in contatto, per un genitore, con argomenti di tale complessità promuove l’emergere di uno stato mentale chiamato “ansia”. Il processo ansiogeno che si innesca può far emergere elementi prevalentemente materiali oppure possono essere dominanti situazioni affettive, come nel caso in questione. Quel che è certo che solo raramente il contenuto della paura appare con chiarezza e, dunque, con altrettanta difficoltà è semplice affrontarlo. Quanto più le emozioni sono aliene a sottoporsi alla disciplina della “razionalità” tanto più l’ansia che le accompagna è destinata a salire. Ogni singolo individuo adotta un’ottica di “ingrandimento” o di “rimpicciolimento” di meccanismi e temi relativi alla regolazione emozionale. D’altra parte risulta decisivo il vissuto di ognuno ed è intuitivo che “traumi” o esperienze particolarmente stressanti (è sufficiente che siano percepite come tali, non è necessario che siano materialmente accadute) condizionano moltissimo l’esclusione selettiva di certi comportamenti e l’adozione di comportamenti di significato opposto. 100 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto La logica adattiva di tali comportamenti corrisponde ad una deliberazione comportamentale condivisa da tutti gli esseri viventi, quella antalgica, per la quale la situazione che si è percepita come dolorosa, faticosa o disfunzionale tende ad essere incasellata con un preciso significato. Quando l’individuo riesce ad integrare positivamente l’esperienza o l’evento emotivamente discrepante nel contesto della propria storia avviene una sorta di “addomesticamento” di ciò che inizialmente era incompatibile con pensieri, ricordi, percezioni già integrati nella memoria. Tale addomesticamento modula la risposta emotiva ansiogena al ribasso. Esistono delle vie più battute (perchè più efficaci) per ottenere l’addomesticamento. Tali vie sono accomunate dalla necessità della rievocazione dell’evento perturbante. Si può rievocare (con mille modalità) con gli altri, ed allora si ha la “rievocazione sociale”. La rievocazione delle emozioni è “una particolare operazione di elaborazione dell’informazione, un tentativo di trasferire un’esperienza globale, intensa e privata, in un codice e in un linguaggio socialmente condiviso”. È importante rievocare “gli aspetti dinamici, i sommovimenti interiori” degli avvenimenti emotivi anche per collocarli in una dimensione spazio-temporale. Parlare nuovamente con un interlocutore reale od immaginario, in forma scritta od orale le emozioni sperimentate sembra rispondere alla necessità di mettere ordine nel magma emotivo nel quale si precipita quando entriamo in collisione con sensazioni forti che sembrano destabilizzare gli equilibri raggiunti. Per questi motivi, i genitori traevano giovamento nel confrontarsi rispetto ai propri vissuti senza sapere che innescavano un processo ansiogeno al rialzo dal quale non sarebbero più riusciti ad estraniarsi. 6.8. La “costruzione collettiva del ricordo” La costruzione collettiva del ricordo comincia a partire dal giorno successivo alla prima rivelazione del bambino A, il 17 maggio 2003, giorno in cui i coniugi A cominciano a parlare con altri genitori dell’asilo dei fatti narrati dal loro figlio. 101 Capitolo 6 Sono quindi rilevabili le tappe che hanno portato alla costruzione collettiva del ricordo: - 17 maggio 2003 La mattina successiva all’iniziale racconto del bambino A, i coniugi A, convinti della necessità di avvertire i genitori dei bambini “nominati dal bambino”, decidono di parlarne con il sig. B che a sua volta li consiglia di rivolgersi a don X, esperto di pedofilia, il quale afferma: - che si trattava sicuramente di eventi reali; - che la realtà espressa dai bambini è sempre di portata minore di quello della realtà stessa; - che per come il bambino A si esprime si può pensare ad un episodio di pedofilia. Don X suggerisce alla sig.ra A di registrare i successivi colloqui col bambino. La sig.ra A interroga il bambino, che afferma subito che quello dei fragoloni era un gioco finto. Il bambino A aggiunge dei dettagli: - continua a riferirsi alla “Festa della Primavera”; - parla del teatro; - afferma che le maestre 1 e 2 guidavano la macchina; Al termine di tutto il bambino, notando la reazione ansiosa e preoccupata della madre afferma: “No e dico per finta io. Ma mamma io scherzo non so niente!”. Lo stesso pomeriggio don X contatta l’avvocato dell’associazione di cui fa parte, riferendo di gravi fatti di abuso a danno di bambini avvenuti alla scuola materna del paese. - 18 maggio 2003 La sig.ra A continua ad interrogare il figlio ed è da qui che iniziano ad emergere, all’interno dei racconti del bambino, dettagli fantastici e contenuti bizzarri. Emerge un elemento che si riferisce ad un’esperienza direttamente vissuta dal bambino: sostiene di aver disegnato tutte le sue paure e di aver chiesto allo zio di bruciarle come si fa nel “Rogo della Vecchia”. Vi è quindi una probabile fusione tra due elementi reali: il “Rogo della Vecchia” ed i disegni della paura e degli incubi fatti a scuola durante l’anno scolastico. 102 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto Fin dall’inizio della vicenda il sig. B assume un ruolo di leader e di coordinatore del gruppo dei genitori della scuola materna: i coniugi B contattano i genitori dei bambini nominati dal bambino A ed i rappresentanti delle tre sezioni dell’asilo per una riunione a casa loro, anticipando già al telefono che si sarebbe parlato di fatti di pedofilia avvenuti all’interno dell’asilo. Parteciparono a questa prima riunione: il sig. B, i coniugi A, i coniugi D, la sig.ra E, i coniugi H, la sig.ra Q, il sig. N, il sig. O, il sig. P e la sig.ra Z. Era poi presente anche don X. In questa riunione i coniugi A espongono agli altri genitori tutto il racconto fatto dal loro bambino ma omettono dei dati essenziali: - che tutto il racconto del bambino parte dalla “Festa di Primavera” avvenuta il 16 maggio 2003; - che più volte durante questo racconto il bambino dice “scherzo…, non era vero, … facevo finta”. In questa riunione don X afferma “che i bambini dicono sempre la verità” e che si deve “credere ai bambini”. I genitori rimangono comprensibilmente sconvolti ed agitati e questa loro angoscia viene amplificata dalle dichiarazioni di don X e della psicologa Y che dicono che qualcosa è sicuramente accaduto. Don X illustra ai genitori il modo corretto per porre domande ai bambini (domande non suggestive e non dirette) in modo da far loro emergere gli eventi traumatici. Nel corso della riunione viene spiegato il precedente caso avvenuto nell’altro asilo della città e vengono informati i genitori del trasferimento di alcune maestre da quell’asilo a quello attuale dei loro figli. Quando escono dalla riunione i genitori sono convinti che i loro figli siano stati abusati e che la responsabile sia la maestra 1. La riunione si conclude con l’accordo da parte dei presenti di ritrovarsi la sera successiva e, come afferma in dibattimento il sig. A, con “l’intenzione espressa dai genitori dei bambini che erano stati menzionati dal bambino A di provare a chiedere ai propri figli conferme di questo”. Il sig. B, a sua 103 Capitolo 6 volta, conferma che l’incontro della sera dopo aveva tra i suoi scopi quello di “verificare se c’erano stati racconti di altri bambini”. - 19 maggio 2003 La mattina i genitori cominciano ad interrogare i loro figli cercando le conferme del racconto fatto dal bambino A: - il sig. D fa parlare il figlio D utilizzando il “gioco del sogno” che fanno spesso; - la sig.ra E fa parlare il figlio E dicendo di aver parlato con la maestra 1; - la sig.ra H porta il figlio H a scuola, ma poi non se la sente di farlo entrare. Sempre al mattino si tiene un incontro presso l’Avvocatura Civica tra l’avvocato dell’associazione contro la pedofilia della città, la dott.sa 1, don X, il sig. A ed il sig. C per esporre la vicenda accaduta alla scuola materna. La dott.sa 1 sentendo parlare della maestra 1 esclama “Un’altra volta!” spiegando lei stessa ai genitori il parallelismo con la vicenda dell’altra scuola materna. Questa cosa allarma ulteriormente i genitori presenti a questo incontro. Nel pomeriggio altri genitori interrogano i figli: - la sig.ra F interroga il figlio F dicendo che la maestra le aveva parlato di uscite in auto; - la sig.ra G interroga il figlio G utilizzando la stessa modalità della sig.ra F, dicendo che la maestra le aveva parlato di uscite in auto. La sera si svolge la seconda riunione dei genitori; a questo incontro erano presenti gli stessi partecipanti della riunione svoltasi la sera precedente, con l’aggiunta dei coniugi C e della psicologa Y. Esprimendo una forte carica di emotività, la sig.ra E, piangendo, e il sig. D comunicarono che i rispettivi figli (bambino E e bambino D) avevano “confermato” il racconto del bambino A. Il sig. A riferisce che, diversamente dai genitori E e D, altri genitori (H, C e Q) dissero che “i loro figli non avevano dato a un primo contatto risposte che confermassero queste cose”. 104 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto Tra gli altri la sig.ra A testimonia, con riferimento allo stato d’animo dei presenti alla riunione, che “la preoccupazione, il dolore, la sofferenza era tanta”. Il sig. A, da parte sua, dà conto del fatto che alcuni genitori piangevano. In dibattimento è emerso che in questa riunione si parlò dell’incontro in Avvocatura Civica e delle denuncie presentate in Questura. Si parlò, nuovamente, della precedente scuola coinvolta e dei comportamenti “anomali” dei bambini. La sig.ra A riferisce di aver parlato di arrossamenti genitali rilevati sul bambino A e che la mamma del bambino H sosteneva che anche il figlio aveva avuto “questo tipo di problemi”, “per cui, in qualche modo, si era messo in comune questo”. Quanto alla presenza della psicologa Y, la stessa riferisce che “entrando nel gruppo, capii che c’era già tutta un’organizzazione, un essersi già accordati su come muoversi… sono andata in un contesto in cui c’era già un gruppo”. Con riguardo alla condizione in cui la psicologa si presentò, la sig.ra E dichiara che anche la psicologa, così come don X, era convinta che si trattava di un caso di pedofilia. La stessa psicologa Y riferisce che, quando si è recata all’incontro aveva saputo che i bambini citati dal bambino A avevano confermato e perciò “dava per scontato che non si mettesse in dubbio che erano successi dei casi di abuso e quindi di pedofilia naturalmente”. Secondo quanto riferito da don X e confermato dai genitori, la psicologa intervenne spiegando le modalità con cui interrogare i bambini. A dire del sacerdote, la psicologa diede gli stessi consigli che lui stesso aveva dato la sera precedente. La psicologa Y parlò poi del rapporto tra genitori e figli, di come “gestire questa paura”. Al riguardo la psicologa afferma al dibattimento che, “dato per scontato che i bambini parlavano e i genitori soffrivano, stavano male, io davo dei consigli”. Don X afferma poi che la psicologa disse ai genitori di fare pure “sentire la rabbia ai figli”. In questo incontro si colloca l’introduzione, da parte di don X, del concetto di “certezza morale” con riguardo all’effettivo verificarsi di quanto detto 105 Capitolo 6 dai bambini. Come afferma il sig. B, infatti, il sacerdote disse: “Dobbiamo avere la certezza morale che qualcosa è accaduto”. Don X, da parte sua, in dibattimento spiega in che cosa consisteva: “Anche se non ci sono prove, per noi è certo”. Altra affermazione fatta quella sera da don X e ricordata da più di un genitore fu la seguente: “I bambini su queste cose non mentono mai”. Al riguardo il sig. B chiarisce che, dopo che i genitori di E e D avevano comunicato che i loro figli, interpellati, accennarono a delle uscite “fu lì che prese corpo questo discorso della certezza morale, non tanto di un accadimento, quanto di un coinvolgimento rispetto ad alcuni eventi da parte di (più) bambini, e quindi di una situazione, diciamo, piuttosto seria. E questo dal punto di vista emotivo, ovviamente, per dei genitori non è una buona cosa, e quindi pensare che ci fossero altri bambini che facevano racconti simili a quelli del bambino A in questo contesto era una cosa molto preoccupante. Quindi, una parte della riunione si svolse rispetto a questo confronto, e quindi anche, non so, genitori che dicevano: “Adesso mi ricordo, quando voleva venire a letto con me, quando non si voleva far lavare”, quindi anche un po’ rispetto alla sintomatologia, sui comportamenti, sugli atteggiamenti, il papà che dice: “Non voleva più starmi…”. La sig.ra Z, madre del bambino Z della sezione verde, che aveva partecipato anche al primo incontro come parente dei coniugi H, uscendo dalla seconda riunione disse a don X, come dichiarato dalla stessa in dibattimento, “Madonna, speriamo che alla mia bambina non sia successo niente di queste cose!”. - 20 maggio 2003 Alla mattina il sig. B ferma le madri all’entrata della scuola spiegando loro l’indagine in corso sui fatti di pedofilia dell’asilo e chiedendo i numeri di cellulare per potersi tenere in contatto. La sera del martedì si tenne il terzo incontro tra i genitori. Erano presenti gli stessi partecipanti alle riunioni precedenti e a loro si aggiunsero i coniugi F. Il sig. F dichiara: “mi colpì il fatto che era presente don X e 106 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto c’erano tutte persone per bene. Per il quartiere di cui stiamo parlando, che è un quartiere dove dieci persone così devi rastrellarle, questa cosa mi colpì”. La sig.ra F, da parte sua, ha dichiarato che alla riunione era presente la psicologa Y e che costei spiegava come cogliere i segni di disagio nei bambini e quali fossero le paure (ad esempio, quella del buio) ed i comportamenti che potessero fare sospettare un abuso, in particolare i comportamenti sessualizzati. Aggiunse che i genitori erano “molto confusi e molto scioccati”; riferì poi di avere appreso che alcuni genitori avevano già fatto denuncia per ipotesi di abuso e pedofilia. Sempre la sig.ra F dichiarò che tutti i genitori presenti all’incontro erano “lì perché tutti vittime di questa cosa incredibile”. - 22 maggio 2003 Si svolge un incontro presso la sede dell’Assessorato alla Pubblica Istruzione tra i coniugi A, il sig. O, il sig. C, il sig. D, il sig. E e l’assessore, la dott.sa 1, il vice-sindaco, don X ed il dott. 2. I genitori espongono il caso dell’asilo ed affermano di ritenere che in città sia presente una organizzazione criminale e che i pedofili siano organizzati in rete. In dibattimento è altresì emerso che il 22 maggio 2003 il bambino A fa il primo “racconto” riferito al miele. Al riguardo la deposizione della sig.ra A è la seguente: “Il giovedì (22 maggio) ho un ricordo dei miei figli A e A2 che facevano una specie di girotondo sul letto matrimoniale e dicevano: “Il miele, il miele”, e ridacchiavano facendo questo girotondo sul letto. Poi scendevano e correvano per tutta la casa insieme, ritornavano, il bambino A si fermava e mi diceva: “Ma sai mamma che la maestra 1 mi ha insegnato a cucinare il miele!. Si prende dal freezer, si fanno i pezzettini e si scalda sul microonde. Poi ha fatto anche la casetta del paese delle meraviglie”. Poi A e A2 hanno proseguito il tragitto verso il letto matrimoniale dove si sono presi per mano di nuovo a fare questo girotondo dicendo: “Facciamo il gioco del miele caldo”. Erano molti esuberanti, molto vivaci e anche piuttosto agitati, non sereni. Cioè, non era un 107 Capitolo 6 gioco allegro di vivacità serena. Era un ridacchiare un po’ così, diverso dal solito. Per cui ho detto: “Adesso basta, finiamo questa corsa sul letto”, A2 è andato via, mentre A è rimasto con me in camera. Allora ho chiesto a mio figlio A: “Ma cos’è questo gioco del miele caldo?”. A si è sdraiato sul letto, ha tirato verso di sé il mio tronco perché io mi avvicinassi molto a lui, proprio per avere uno stretto contatto oculare tra me e lui, e non riusciva a parlare serenamente ma sussurrava delle parole e poi si spiegava a gesti. Allora era nata questa intesa che praticamente io, per capire, se ho capito, ripetevo ciò che mi indicava con le dita e delle parole sussurrate e lui mi correggeva se non avevo capito giusto, ripetendo ciò che voleva dire, sempre con parole sussurrate e con i gesti. Poi A mi cominciava ad indicare con il dito le sue labbra e anche i denti, proprio uno alla volta, sotto e sopra, e lui mi indicava il miele, poi la parola sussurrata e poi mi indicava che fosse stata messa. Io ho chiesto conferma e lui mi annuiva. Poi indicava, sempre con il dito, che il miele fosse stato messo sul mento, sulla guancia, sugli occhi, sulle orecchie, sulle pieghe interne del gomito, dietro le ginocchia e sui piedi e anche nella zona genitale ed anale. Poi mi diceva: “Io non volevo che mi leccavano, mi dava fastidio”. Quando lui diceva questo era proprio angosciato, stava per piangere ed era molto sofferente nel raccontare questo”. La stessa sig.ra A, in sede di controesame, dichiara che il bambino A conosceva i racconti di Winnie the Pooh e che in casa avevano materiale vario (libri e cassette) relativo a questo personaggio della Walt Disney, molto amato dal fratello maggiore di A quando lo stesso era più piccolo. La sig.ra, in particolare, afferma che tra le cassette dei figli vi è anche quella in cui viene narrata la storia di Winnie the Pooh che, nel bere il miele, se ne rovescia un po’ addosso: “La cassetta dove c’è questo episodio a casa senz’altro c’è”. 108 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto - 23 maggio 2003 Proprio il giorno successivo, ossia venerdì 23 maggio, il bambino D, secondo la testimonianza della madre, parla a sua volta del miele caldo. Al riguardo va sottolineato che la sig.ra D, in dibattimento, ha dichiarato che prima di quel giorno, nel corso di una riunione di genitori, aveva già sentito parlare del miele spalmato su un bambino, riferendo quanto segue: “(Prima del 23 maggio) avevo sentito dire che c’era un bambino che aveva una scottatura sul braccio e che diceva appunto che era stato cosparso di miele caldo. […] Non ricordo se fosse il bambino A o un altro bambino. Non ricordo! Qualcuno l’aveva detto, non mi ricordo chi. […] Era stato detto in una delle sedute che erano avvenute la sera. Perché appunto un genitore non mi ricordo chi aveva detto che il suo bambino aveva un segno evidente sul braccio di una scottatura riportata da questo miele caldo che diceva gli spalmassero sul corpo. […] Sono rimasta un po’ scioccata, decisamente”. La psicologa Y riferisce, senza collocarlo temporalmente, che alle riunioni dei genitori si parlò del fatto che il miele venisse messo sui bambini e leccato. La sig.ra H, madre del bambino H, dichiara a sua volta di aver sentito parlare la madre del bambino A, nel corso di una delle prime riunioni, “di questo miele e questa cioccolata che veniva spalmato sopra il corpo dei bambini e poi che, comunque, qualcuno li leccava, li puliva da questa cosa dolce”. La stessa afferma di aver sentito parlare di miele anche la “madre del bambino D, però in un secondo momento, non subito”. La sig.ra Z, madre del bambino Z, riferisce di aver sentito parlare la sig.ra A di una “scottatura e che la madre aveva chiesto (al figlio) come si era provocato questa scottatura”. Aggiunge: “Al momento mi sono agitata perché, nel sentirla parlare, ho pensato: “Stai a vedere che anche il mio non voleva mai andare all’asilo per queste cose qua. Anche i morsi che aveva, magari non è vero che…”. Però era un mio pensiero, quindi entravo ed uscivo, perché poi, non avendo 109 Capitolo 6 seguito dall’inizio, anche se mi aveva raccontato il riassunto, non è che avessi capito più di tanto”. La sig.ra B, madre del bambino B, scrive una lettera alla maestra 2 per esortarla a raccontare la verità sugli abusi perpetrati dalla sua collega, la maestra 1, a carico dei bambini della scuola materna, utilizzando argomentazioni a sfondo cattolico (“Voglia lo Spirito Santo illuminare il suo cuore…”). - 24 maggio 2003 La giornalista 1, della più seguita televisione locale, telefonò all’assessore dicendogli che c’erano voci in Procura circa un’indagine in corso su casi di pedofilia in una seconda scuola e che la notizia “era stata confermata dai genitori”. Il 30 maggio fu pubblicato il primo articolo di stampa in cui si diede notizia dei fatti oggetto d’indagine con il riferimento a numerosi particolari dei “racconti” dei bambini. - Le successive riunioni I genitori esaminati al dibattimento, in particolare il sig. O e la sig.ra A, hanno riferito il fatto che, nella settimana successiva alla prima riunione di domenica 18 maggio, vi furono incontri tra i genitori “quasi tutti i giorni” e che questi proseguirono nei mesi di giugno e luglio. Nel parlare delle riunioni susseguitesi tra maggio e giugno, la sig.ra A dichiara che “le riunioni assumevano… sempre di più una chiara connotazione in cui la prima parte era dedicata allo scambio delle emozioni rispetto all’accogliere le testimonianze dei bambini piuttosto che della gestione della propria emotività inerente la fatica di ascoltare i bambini quando raccontavano le loro testimonianze e anche la fatica degli altri genitori a gestire la preoccupazione eventuale di avere a rischio i propri figli”. I genitori intervenuti successivamente alle prime settimane danno comunque conto del fatto che anche in quella fase la tensione emotiva era estremamente elevata. 110 Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto La sig.ra G, ad esempio, ha dichiarato “in queste riunioni c’erano tutti questi genitori disperati, che continuavano a piangere dei loro figli perchè uno non parlava, non sapeva in che modo far tirar fuori le cose, che magari qualche bambina aveva detto qualcosina in più… ricordo che la sig.ra E era disperatissima e anche la sig.ra A era disperata”. Aggiunge che una delle ragioni di disperazione di alcuni genitori stava nel fatto di non riuscire a far parlare i figli nonostante questi fossero stati “nominati” da altri bambini e che la psicologa dava consigli su come farli parlare. In dibattimento la stessa si esprime sul punto in questi termini: “Non sapevamo come far uscire dai bambini le cose… La sig.ra A… ci aveva portato anche una psicologa per aiutarci in quel senso lì: per aiutare i genitori che erano in difficoltà con i bambini… a fare in modo di far parlare questi bambini nella maniera meno scioccante possibile”. La sig.ra G ribadisce che “c’erano dei genitori che sapevano che i loro bambini, magari dai racconti di altri bambini, sono stati in queste gite eppure i loro bambini negavano la cosa, cioè quel motivo [...] tipo il bambino C, mi ricordo che non parlava proprio con i suoi genitori, anche se il suo nome è stato nominato, che era già uscito in queste gite. E lui non diceva mai niente. Cioè, non parlava. […] C’era poi il bambino F che parlava anche lui poco, come mio figlio”. - Settembre 2003 Dopo il periodo estivo, in cui parecchie famiglie coinvolte nel caso sono state in villeggiatura, i genitori hanno ricominciato le riunioni per tenersi aggiornati sulle “rivelazioni” dei bambini. Tuttavia, è da rilevare come da questo punto in poi i racconti si siano “uniformati” tra di loro e quasi tutti i bambini abbiano “confermato” in tutto od in parte il racconto iniziale del bambino A. Possiamo quindi affermare, che verso il settembre 2003, la “costruzione collettiva del ricordo” sia ormai terminata. 111 Conclusioni I periti nominati dal GIP hanno preso in esame le situazioni dei singoli bambini considerandole come delle storie isolate, disancorate da un contesto di riferimento, costituito dalla rete dei genitori e rafforzato dalla presenza-guida di presunti “esperti”, in grado di cementare, sotto la pressione delle emozioni negative, le convinzioni dei genitori rispetto ai fatti di abuso, che sono state poi consolidate in una logica di gruppo. Questa guida, condotta dalla psicologa Y e da don X, ha fornito lo spunto ideologico di base da cui il reticolo delle dichiarazioni ha preso corpo. In modo particolare la psicologa Y ha svolto il ruolo centrale di ispiratrice della lettura del disagio del bambino A come suggestivo di un abuso sessuale, connettendolo direttamente all’esperienza da lei svolta nei confronti di un bambino dell’altra scuola materna della città e quindi creando una connessione immediata fra gli episodi di pedofilia ipotizzati presso questa realtà educativa e quelli invece riportati sulla scuola in oggetto. La funzione di don X invece si è caratterizzata come identificazione di un dovere morale nei genitori di condanna nei confronti dei reati commessi a danno dei figli, instillando nel gruppo dei genitori, “disperati” e “in grande agitazione”, la certezza che i figli fossero stati oggetto di turpi interessi di natura sessuale. È da considerarsi in questo senso il concetto di “certezza morale”, che ha spinto i genitori a cercare le conferme ai racconti del bambino A, orientati dai ricordi del bambino sugli amici coinvolti. Le testimonianze fornite dai bambini non possono essere considerate in alcun modo credibili, né sono utilizzabili in quanto assunte attraverso metodologie di indagine che la letteratura scientifica più accreditata sull’argomento definisce inadeguate. Il GIP ha sottoposto i minori ad interviste di carattere pesantemente suggestivo ed inducente. Essendo la tipologia dell’intervista la prima delle tre Conclusioni parti essenziali di cui si compone lo strumento SVA, strumento attualmente di elezione per la valutazione della credibilità di un racconto a contenuto di abuso sessuale, si comprende l’importanza di tale osservazione. Si sottolinea inoltre, che, in ogni caso, i racconti resi dai diversi minori in sede di incidente probatorio apparivano già fortemente contaminati dalle modalità attraverso le quali, i genitori, avevano in precedenza “interrogato” i rispettivi figli. Comprensibile appare, anche in conseguenza dell’origine del reticolo, il turbamento emotivo e la forte apprensività dei genitori stessi, di fronte all’ipotesi che i loro figli fossero stati vittime di reali atti di pedofilia; tuttavia, tale atteggiamento ha fortemente influenzato la genuinità dei racconti resi dai minori e impedito una valutazione scientificamente accettabile della credibilità delle stesse dichiarazioni. L’obiettivo della valutazione consiste sempre nella necessità di accertare la compatibilità tra le dichiarazioni intorno ai fatti e le ipotesi alternative; agendo così, i Periti, sarebbero andati verso la ricerca della “verità psicologica”, collaborando, dunque alla ricostruzione della “verità giudiziale”, agendo in un’ottica falsificazionista. I Periti hanno invece interpretato il fatto come se le ipotesi stesse fossero già state provate, senza ricercare prove a disconferma dell’“enunciato fattuale”, all’insegna di un atteggiamento di tipo verificazionista. “Agendo in un’ottica verificazionista gli esperti spesso rendono infalsificabili le accuse e costruiscono delle gabbie nelle quali l’imputato rimane incastrato” (Gulotta e coll., 1996). L’approfondita analisi che è stata compiuta ha mostrato come l’articolazione della vicenda connessa alla scuola materna appartenga al campo delle cosiddette “dichiarazioni a reticolo”, con tutti i riscontri che si possono elencare dallo studio della letteratura specialistica e la comparazione con altre situazioni che si sono manifestate anche all’interno del nostro Paese. Si ritiene inoltre di aver portato sufficienti argomentazioni a sostegno dell’individuazione di una nuova tipologia di “dichiarazioni a reticolo”, il “reticolo tridimensionale”, e di aver così trovato un modello sufficientemente esaustivo per poter descrivere il caso affrontato. 114 Bibliografia Cabras, C., (a cura di), Psicologia della prova, Collana di Psicologia giuridica e criminale diretta da Guglielmo Gulotta, Giuffrè Editore, Milano, 1996. Caffo, E., Camerini, G.B., Florit, G., Criteri di valutazione dell’abuso all’infanzia. Elementi clinici e forensi, McGraw-Hill, Milano, 2002. Condé, M., Io, Tituba strega nera di Salem, Giunti Editore, Firenze, 2001. De Cataldo Neuburger, L., L’idoneità del minore a rendere a testimonianza, in A. Forza, P. Michielin, G. Sergio, (a cura di), Difendere valutare e giudicare il minore, Collana di psicologia giuridica e criminale diretta da Guglielmo Gulotta, Giuffrè Editore, Milano, 2001. 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