Dichiarazioni_a_reticolo - Master universitario Criminologia

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Dichiarazioni_a_reticolo - Master universitario Criminologia
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
FACOLTÀ DI PSICOLOGIA
Master di II livello in
PSICOPATOLOGIA E NEUROPSICOLOGIA
FORENSE
Direttore: Prof. Giuseppe Sartori
DICHIARAZIONI A RETICOLO:
ASPETTI TEORICI E PROPOSTA DI UNA NUOVA
TIPOLOGIA DI RETICOLO (TRIDIMENSIONALE)
SULLA BASE DI UN CASO ITALIANO
RELATORE:
Chiar.mo Prof. Giuseppe Sartori
CORRELATORE:
Chiar.mo Prof. Lino Rossi
CANDIDATO:
Dott. Benatti Fabio
n° matr. 886258
Anno Accademico 2005/06
Indice
I PARTE – PREMESSE TEORICHE .................................................... pag. 009
Capitolo 1 – Introduzione......................................................................... pag. 011
1.1. La caccia alle streghe di Salem ....................................................... pag. 011
1.2. Dalla caccia alle streghe alla caccia ai pedofili............................... pag. 023
Capitolo 2 – La memoria in età evolutiva ............................................... pag. 029
2.1. Che cosa e come ricorda un bambino.............................................. pag. 029
2.2. La suggestionabilità dei bambini..................................................... pag. 032
2.3. Verità, menzogne e false convinzioni: norme di sviluppo .............. pag. 034
Capitolo 3 – L’abuso all’infanzia............................................................. pag. 045
3.1. Il problema della valutazione delle denunce fatte da minori........... pag. 050
3.2. Abuso sessuale ritualistico .............................................................. pag. 052
3.3. Valutazione delle ipotesi alternative ............................................... pag. 057
3.3.1. Fraintendimento....................................................................... pag. 058
3.3.2. Suggestione o persuasione....................................................... pag. 058
3.3.3. Disturbo psicotico condiviso (Folie à deux)............................ pag. 059
3.3.4. Iperidealizzazione di una figura genitoriale ............................ pag. 060
3.3.5. Sostituzione dell’abusatore...................................................... pag. 060
3.3.6. Esagerazione ............................................................................ pag. 060
3.3.7. Sindrome dei falsi ricordi (implanted memories).................... pag. 061
Capitolo 4 – Dichiarazioni a reticolo ....................................................... pag. 063
4.1. Definizione di dichiarazione a reticolo............................................ pag. 063
4.2. Abusi sessuali ritualistici ovvero dichiarazioni a reticolo ............... pag. 064
4.3. Il reticolo tridimensionale................................................................ pag. 071
II PARTE – PRESENTAZIONE DEL CASO ITALIANO................... pag. 073
Capitolo 5 – Introduzione al caso italiano ............................................... pag. 075
5.1. Analisi cronologica dei fatti............................................................. pag. 076
Capitolo 6 – Analisi della corrispondenza tra assunti teorici
e caso in oggetto ......................................................................................... pag. 079
6.1. La presenza di più presunte vittime appartenenti
al medesimo contesto.............................................................................. pag. 080
6.2. Le accuse rivolte a più presunti abusanti appartenenti
al medesimo contesto.............................................................................. pag. 081
6.3. La presenza di rivelazioni che si sovrappongono
solo parzialmente .................................................................................... pag. 082
6.4. Il coinvolgimento nei racconti dei bambini, di altri bambini .......... pag. 088
6.5. I contenuti “bizzarri” ....................................................................... pag. 088
6.6. L’assenza di prove ........................................................................... pag. 090
6.7. L’origine delle “dichiarazioni a reticolo” ........................................ pag. 095
6.8. La “costruzione collettiva del ricordo”............................................ pag. 101
CONCLUSIONI ........................................................................................ pag. 113
BIBLIOGRAFIA ....................................................................................... pag. 115
– I PARTE –
PREMESSE TEORICHE
- Capitolo 1 -
Introduzione
1.1. La caccia alle streghe di Salem
Salem Village, Massachusetts, nel 1642 era una comunità rurale satellite
staccatosi dal nucleo di Salem Town (il luogo dell’antica Salem Village
corrisponde all’incirca all’odierna Danvers) formata da emigranti di seconda e
terza generazione, molto attivi e dotati di iniziativa personale e senso corporativo.
Gli abitanti della Nuova Inghilterra erano “un popolo scelto da Dio perchè
colonizzasse quei territori che una volta erano del diavolo”, scrisse Cotton
Mather, uno dei più noti ministri della colonia. La gente di Salem, come tutti i
coloni puritani del Massachusetts, si consideravano soldati sempre in guerra
contro il diavolo e il suo operato.
Gli anni immediatamente precedenti il 1692 non erano stati facili. Invasioni di
locuste e ripetuti periodi di siccità avevano distrutto i raccolti in tutta la regione,
causando ristrettezze e miseria per la maggior parte dei coloni, la sua
sopravvivenza era legata ai frutti della terra. Come se tutto ciò non bastasse, un
enorme incendio scoppiò a Boston nel 1691 distruggendo quasi tutta la città. Poco
dopo questa tragedia giunse il terribile terremoto che rase al suolo Port Royal in
Giamaica uccidendo circa duemila persone, per la maggior parte parenti e amici
dei coloni del Massachusetts. A molti sembrò che questi disastri fossero parte di
un piano del diavolo per cacciarli dalla Nuova Inghilterra e riprendersi i suoi
territori.
Capitolo 1
Fu in questa atmosfera di superstizione e crescente panico che nel 1692
scoppiò l’isterica caccia alle streghe. Con la rivelazione che alcuni di loro “erano
in combutta col diavolo”, per dare una spiegazione alle loro sfortune la gente
trovò capri espiatori nel piccolo villaggio di Salem, che per dodici mesi, visse
nell’incubo di una selvaggia caccia alle streghe. Salem si era già guadagnato una
certa reputazione per liti tra cricche rivali che desideravano controllare il paese, e
due ministri del culto se ne erano andati dopo essersi scontrati con la
congregazione. Il loro successore fu il reverendo Samuel Parris, e i fatti che
dovevano scuotere la tranquilla vita di Salem cominciarono proprio attorno al
focolare della sua cucina.
In precedenza Parris aveva commerciato nelle Indie Occidentali, ed era tornato
dall’isola di Barbados con due schiavi: John Indian, un purosangue caraibico, e la
moglie Tituba, la cui ascendenza era metà caraibica e metà africana. Essa era a
conoscenza dell’obeah, la magia delle Indie Occidentali giunta dall’Africa con i
suoi antenati. Nei primi mesi dell’anno 1962 Tituba cominciò a mostrare i trucchi
e gli incantesimi che conosceva alle due fanciulle della casa, Elizabeth e Abigail.
Elizabeth, figlia di Parris, era una bimba tranquilla e ubbidiente di nove anni,
mentre Abigail Williams, cugina e più vecchia di due anni, era di uno stampo
diverso, maliziosa, infida e insincera. Non era interamente colpa sua, perchè i
rigori di un’educazione puritana pesavano terribilmente sull’esuberanza di una
ragazza che viveva in quei luoghi. A Salem erano poche le vie d’uscita dalla
severa atmosfera, e nella casa dei Parris non ve ne erano del tutto, tranne che in
cucina. Durante i lunghi pomeriggi invernali, ogni volta che lo zio e la zia erano
fuori casa, Abigail correva ad ascoltare le storie di magia di Tituba, pregandola di
leggere anche nel futuro. Elizabeth, per la quale la schiava nutriva un particolare
affetto, veniva con la cugina e ne condivideva le gioie del proibito.
Ben presto la cucina dei Parris fu meta di molte altre ragazze desiderose di
sentirsi leggere il futuro. Tra queste Mary Walcott e Susanna Sheldon che
vivevano vicino alla parrocchia. Da più lontano veniva la dodicenne Ann Putnam,
figlia di una madre nevrotica, e Mercy Lewis, domestica in casa Putnam, una
fanciulla particolarmente curiosa e portata ad origliare. Queste ragazze portarono
con sé amiche e cameriere: Sarah Churchill, domestica in casa del vecchio George
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Introduzione
Jacobs; Elizabeth Hubbard, nipote della moglie del dottor Griggs, il medico del
villaggio e domestica nella sua casa; Mary Warren, domestica in casa di John ed
Elizabeth Proctor. Il gruppo, composto da circa dieci ragazze, tutte al di sotto dei
vent'anni, provò per la prima volta una sensazione eccitante che rompeva la
monotonia della loro vita quotidiana, nonostante quel che facevano fosse assai
pericoloso perchè severe leggi dettate da un rigoroso puritanesimo vietavano di
leggere nel futuro, considerandola una prerogativa del diavolo che portava a
dannazione certa e al fuoco eterno dell’inferno.
Preoccupate per quel che avevano visto e sentito esse caddero ammalate e
cominciarono a comportarsi in modo strano. La piccola Elizabeth Parris cadeva in
trance guardando a lungo fissamente nel vuoto, dopo di che cominciava a gridare
e si lasciava cadere a terra, con bestemmie ed attacchi epilettici. Abigail si
comportava allo stesso modo, emettendo dei suoni gutturali come se stesse
soffocando, abbaiava come un cane e camminava carponi su mani e piedi. Quando
Parris pregava per la loro guarigione, Abigail si tappava le orecchie alle sante
parole ed Elizabeth gridava e gettava attraverso la stanza la Bibbia di famiglia.
Profondamente allarmato da questo comportamento, Parris chiamò il dottor
Griggs che curò le bimbe con varie medicine, senza tuttavia ottenere alcun
miglioramento. Alla fine scosse la testa e diagnosticò che erano in preda a un
maleficio. I vicini colsero al volo la frase e dissero che le due ragazzine erano
stregate. Mary Walcott e Susanna Sheldon ebbero delle convulsioni. Ann Putnam
si muoveva carponi con movenze animalesche.
L’intero villaggio era preoccupato: che cosa si poteva fare per aiutare le povere
ragazze? Parris chiamò aiuto dall’esterno, e in risposta alla sua supplica giunsero
una mezza dozzina di ministri del culto da Salem Town e dalla vicina Beverly per
pregare con le ragazze. All’inizio esse ascoltarono tranquillamente, ma presto un
moto di insofferenza serpeggiò tra loro e cominciarono ad agitarsi ogni volta che
veniva citato il nome di Dio. Alla fine si contorcevano sul pavimento, e le loro
grida echeggiavano talmente alte da costringere i pastori ad abbandonare le loro
preghiere. Parris allora si ricordò della schiava Tituba. Durante i suoi viaggi nelle
Indie Occidentali aveva sentito parlare di “obeah” e “voodoo”. I disturbi accusati
dalla figlia potevano essere causati da qualche diavoleria del genere? Egli osservò
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Capitolo 1
attentamente Tituba, e un giorno la vide prendere qualcosa dalla cenere del
camino e darla da mangiare al cane. Quando le chiese di che cosa si trattasse si
sentì rispondere: “Una torta, signore”. Parris si rese conto che la donna aveva
preparato una “torta della strega”. La torta della strega era fatta con farina di
segale impastata con urina di bimbo e data in pasto a un cane. Si credeva che se il
cane avesse cominciato a tremare, il bimbo sarebbe guarito. Tituba stava cercando
di far guarire la sua amata Elizabeth. Alla scoperta della torta, Parris fu assalito da
un attacco di collera violenta e fustigò Tituba finché questa confessò di aver
appreso le arti magiche nel suo paese, ma negò di essere una strega. Parris fece
poi delle domande a Elizabeth sui suoi rapporti con Tituba finché la bimba
scoppiò in pianto e confessò tutto sugli incontri che avvenivano in cucina.
Dapprima le altre ragazze
negarono la storia di Elizabeth,
ma alla fine ammisero tutto
quanto. Anche a questo punto la
situazione avrebbe potuto essere
contenuta entro certi limiti se
Parris
non
avesse
posto
la
domanda fatale. “Chi oltre a
Tituba, è coinvolto in questa
storia?”.
“Goody
Abigail
Good”.
rispose:
(“Goody”,
abbreviazione di goodwife è
Figura 1 – Raffigurazione dell’epoca sui processi
alle streghe di Salem.
intraducibile. Assieme al maschile goodman, questi due appellativi venivano usati
per capifamiglia e denotavano rispetto e quasi deferenza nei confronti delle
persone anziane e stimate. Alcune volte, come in questo caso, sono attribuiti
anche a persone di condizione sociale inferiore, mai però a schiavi o servi). Sarah
Good era una mezza vagabonda dalla reputazione piuttosto dubbia, che si
arrangiava a forza di espediente, fumava la pipa, ed era disprezzata da tutti. “Chi
altro?” “Goody Osborne”. Anch’essa era considerata una donna di dubbia
moralità. Benestante e a quanto pare un po’ svanita di cervello e molto malata.
Sposatasi tre volte, con l’ultimo marito aveva convissuto per un certo tempo
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Introduzione
prima di sposarlo (da qui la fama di immoralità), nessuno l’aveva mai vista in
chiesa. Il 29 febbraio 1692 vennero emessi mandati di cattura per Tituba, Sarah
Good e Sarah Osborne.
Le ragazzine raccontarono di aver visto uomini volare su manici di scopa ed
alcuni abitanti del villaggio ordinare agli insetti di depositare nelle loro pance
unghie ricurve e fermagli (che poi venivano vomitati dalle ragazze durante le
testimonianze). Giurarono anche di aver avuto apparizioni celestiali nelle vesti di
animali parlanti. Le giovani, inoltre, dichiararono di soffrire di alcuni sintomi in
seguito agli atti di stregoneria.
Il giorno successivo fecero ingresso nel villaggio due magistrati di Salem
Town: John Hathorne, antenato dello scrittore Nathaniel Hawthorne, e Jonathan
Corwin. Gli interrogatori si tennero nella Casa delle Adunanze di Salem Village,
edificio dove avvenivano le riunioni della congregazione. La prima ad essere
sottoposta a interrogatorio fu Sarah Good, che negò di aver mai fatto ricorso a
pratiche di stregoneria. Hathorne ordinò che tutte le bambine la guardassero bene
per vedere se era lei la persona che le tormentava; allora esse la guardarono e
dichiararono che era proprio lei. Subito dopo caddero in preda ai tormenti
gridando che era lo spettro di Sarah Good a morsicarle e pizzicarle.
La folla adunata nella sala osservava quel che stava succedendo con terrore,
convinta che tutto ciò era dovuto al diavolo. Questi invisibili attacchi alle bambine
dovevano giocare un ruolo essenziale nell’esame di tutti gli accusati, e nei
successivi processi. Senza questa “prova diabolica”, come venne chiamata,
nessuno dei prigionieri avrebbe potuto essere imprigionato. La prova diabolica era
basata sulla convinzione che il diavolo potesse assumere la forma fisica di una
strega, e sotto tali spoglie ingannare il marito giacendo al suo fianco mentre essa
presenziava a un sabba o, come a Salem, molestava coloro che la accusavano.
Solo coloro che venivano tormentati riuscivano a vedere questi spettri, ma la loro
esistenza venne comunque considerata un fatto reale. Si credeva inoltre che il
diavolo potesse assumere le sembianze di una persona solo col suo permesso e
non avrebbe mai potuto farlo con un innocente. Di conseguenza, chiunque fosse
stato visto da uno degli accusatori veniva ritenuto colpevole e non serviva a nulla
produrre un alibi. Il corpo fisico di una persona poteva benissimo stare alla
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Capitolo 1
presenza di un centinaio di testimoni, ma il suo spirito, col suo permesso, poteva
tormentare gli accusatori. Sottoposta a interrogatorio, Sarah Osborne negò di aver
mai seviziato le ragazze. Le suddette fanciulle, presenti in aula, l’accusarono,
dopo di che si agitarono e urlarono come se fossero sottoposte a ogni sorta di
violenza. Hathorne chiese alla Osborne perchè facesse loro del male, ma essa
negò ogni addebito. Richiesta di spiegare come facesse a tormentarle a quel modo,
pur restando fisicamente lontana, negò di aver mai fatto qualcosa del genere. Le
venne chiesto allora chi fosse a farlo in vece sua. Essa avanzò l’ipotesi che fosse il
diavolo
ad
assumere
le
sue
sembianze
senza
che
lei
lo
sapesse,
ma la corte non la prese neppure in considerazione. Sarah Osborne venne
rinchiusa in prigione dove morì due mesi dopo.
Alla fine comparve Tituba e
la sua entrata venne accolta da
violentissime reazioni da parte
delle
ragazze
accusatrici,
probabilmente
terrorizzate
all’idea di quel che poteva
rivelare
sugli
incontri
che
avvenivano nella cucina dei
Parris. Ma la sfortunata Tituba
aveva imparato qualcosa dal
duro trattamento riservatole dal
padrone. Quando aveva negato
di
conoscere
l’arte
della
stregoneria era stata picchiata,
quando
invece
aveva
Figura 2 – Dipinto del XIX secolo raffigurante
l’esecuzione di Bridget Bishop; gli abitanti di Salem
assistono all’esecuzione lanciando insulti ed
esultando quando il laccio viene passato intorno al
collo della donna.
“confessato” la punizione era
cessata. Dinanzi ai magistrati cercò di usare la stessa tattica, e di nuovo funzionò.
Hathorne le chiese: “Hai mai visto il diavolo?”. Tituba rispose: “Il diavolo è
venuto a trovarmi e mi ha ordinato di servirlo”. Il pandemonio in aula cessò. Tutti
gli occhi erano puntati su Tituba mentre narrava la sua storia. Così come una volta
aveva tenuto le ragazze incantate accanto al fuoco, ora il pubblico non perdeva
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Introduzione
una parola di quanto diceva. Per tre giorni consecutivi narrò meraviglie. Il diavolo
le si era presentato qualche volta sotto forma di gatto o di topo o di rospo, anche
se la maggior parte delle volte compariva sotto le spoglie di un uomo di alta
statura, vestito di nero e dai capelli bianchi. Egli le disse di essere Dio e le chiese
di scrivere il suo nome nel libro che aveva con sé. Essa ubbidì firmando con “un
segno rosso come il sangue”. Era volata a un sabba e aveva incontrato delle
streghe provenienti da Boston e da altre parti. Le forme di Sarah Osborne e Sarah
Good, e di altre di cui non conosceva il nome, le avevano ordinato che
tormentasse le bambine, anche la sua amata Elizabeth. Le persone presenti si
sentirono sollevate all’idea che almeno una strega si fosse redenta e confessasse le
sue malefatte, anche se davano loro fastidio “quelle altre forme”.
Chi potevano essere? Salem Village non doveva aspettare a lungo le altre
candidate all’accusa. Martha Corey, con il suo ironico disinteresse per la
spettacolare scenografia montata dalle ragazzine, fu la prima. Ann Putnam
l’additò gridando, e venne arrestata. “Io sono una donna che vive secondo il
Vangelo”, essa disse alla corte. “È una strega del vangelo!” gridò una delle
ragazze, e tutte le altre presero a cantare in coro: “Strega del Vangelo! Strega del
Vangelo!”. Una di esse indicò la finestra e disse che riusciva a vedere le streghe
che si raccoglievano in quello stesso istante per un sabba sul prato antistante la
Casa delle Adunanze. Gli astanti erano terrorizzati. Ann Putnam identificò in una
strega Rebecca Nurse, da tutti considerata una santa donna. Anche l’inflessibile
John Hathorne parlò in termini gentili a Rebecca quando gliela condussero
dinanzi. Vecchia, fragile e sorda, madre amata di quattro maschi e quattro
femmine, rispose alle domande che le venivano poste protestando la propria
innocenza. La sua sincerità era tale che, nonostante il vociare delle ragazze,
sembrò che il caso contro di lei venisse chiuso. Poi la voce della madre di Ann
Putnam si levò sopra tutte: “Non ti sei portata appresso l’Uomo Nero? Non mi hai
minacciato di strapparmi l’anima dal corpo, ripudiando con parole oscene e
orrendamente blasfeme il Signore Iddio benedetto?”. “Mio Dio aiutami!”, gridò
Rebecca e tese le proprie mani in segno di sgomenta costernazione. Al che le
fanciulle presenti tesero anch’esse le loro mani e da quel momento presero a
copiare esattamente ogni gesto che la sfortunata prigioniera faceva. Gli spettatori
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Capitolo 1
cominciarono a nutrire dei dubbi sulla innocenza di Rebecca, e la corte concluse
che aveva stregato le bambine davanti ai loro occhi.
La caccia alle streghe stava avendo un crescendo vertiginoso e seguiva un
tracciato prestabilito. Le fanciulle gridavano il nome di una persona, asserendo
che il suo spettro le aveva tormentate, e quella persona veniva arrestata. Ad un
primo interrogatorio l’accusato negava di praticare la stregoneria, al che le
fanciulle venivano colte dai soliti attacchi. Questo fatto costituiva l’inconfutabile
colpa del prigioniero che veniva condotto in attesa del giudizio. Con tale sistema
vennero imprigionate le sorelle di Rebecca Nurse. Il 4 aprile venne arrestata anche
Elizabeth Proctor, presso cui lavorava come domestica Mary Warren, una delle
tormentate. John e Elizabeth Proctor abitavano in una fattoria di loro proprietà che
confinava con quelle di George Jacobs senior e di Giles Corey. Essi vennero
coinvolti nella caccia alle streghe soprattutto a causa di Mary Warren, i loro beni
vennero confiscati, i figli incarcerati uno dopo l’altro, ed uno di essi (William)
torturato. John fu impiccato; Elizabeth, condannata a morte, si salvò solo perchè
incinta (in questi casi la legge inglese sospendeva l’esecuzione fin dopo il parto).
Quando Elizabeth era stata arrestata, al marito, che era intervenuto in sua difesa,
fu riservato lo stesso trattamento. In precedenza John Proctor aveva detto che le
ragazzine avrebbero dovuto essere frustate ben bene perchè “se le lasceremo fare,
diventeremo tutti quanti diavoli e streghe”. Le sue parole si rivelarono
successivamente vere. Due delle ragazze tormentate cominciarono a cambiare
contegno cercando invano di sfuggire alla folle rete di accuse che aveva ormai
imprigionato Salem. Quando John Proctor venne arrestato, Mary Warren si staccò
dal gruppo delle accustrici e le incolpò di simulazione: subito fu a sua volta
accusata di stregoneria, denunciata e arrestata. Tentò di resistere, ma non vi riuscì;
dopo un penoso alternarsi di dichiarazioni d’innocenza e di svenimenti, rientrò nel
ruolo che le imponevano sia le sue compagne sia i magistrati e i concittadini.
Anche Sarah Churchill ebbe un breve attimo di ripensamento dopo l’arresto del
suo datore di lavoro, il vecchio George Jacobs ma, come Mary Warren, cedette ai
pressanti interrogatori dei magistrati e testimoniò che Jacobs l’aveva costretta a
firmare il libro del diavolo. Più tardi disse al pastore di Boston che l’aveva
interrogata: “Se soltanto avessi detto al signor Noyer una volta di aver messo il
18
Introduzione
mio nome sul libro, mi avrebbe creduto. Ma se gli avessi detto cento volte di no
non mi avrebbe creduto”.
In aprile Salem raggiunse il culmine della psicosi grazie alla giovane Ann
Putnam, leader degli accusatori, e spinta dalla madre nevrotica. Essa stava
camminando accanto al prato della parrocchia, luogo identificato come punto
dove le streghe si raccoglievano per i loro diabolici pasti a base di pane rosso e di
sangue. Improvvisamente Ann Putnam si fermò e gridò: “Oh, povera me! Viene
un pastore. Ma adesso anche i pastori sono streghe?”. Essa non ne riconobbe le
sembianze ma disse il nome. Era il reverendo George Burroughs, ex-pastore di
Salem. Non è sorprendente che i magistrati esitassero prima di trarlo in arresto,
ma la storia di Ann Putnam venne confermata da Mercy Lewis, che prima di
essere domestica a casa Putnam lo era stata da Borroughs. I magistrati emisero un
mandato di cattura. Burrough era pastore in una parrocchia nel lontano Maine, ma
il lungo braccio della legge lo raggiunse e lo afferrò nel mezzo di un pasto. La
legge catturò anche, su indicazione delle fanciulle, il capitano John Alden, un
rispettabile capitano di mare la cui famiglia era giunta in America nel 1620 a
bordo del “Mayflower”. Quando guardò le fanciulle esse si mistero a gridare e
caddero in preda alle convulsioni. Egli si volse ai magistrati e disse: “Perchè non
cadete a terra anche voi quando vi guardo?”. Essi ignorarono la domanda e lo
mandarono in prigione. Alden, deciso a non finire i suoi giorni appeso a una corda
per le accuse di alcune ragazzine folli, corruppe il carceriere, e una mattina fuggì
al galoppo in un luogo dove si tenne nascosto fino a quando la grande caccia alle
streghe fu terminata.
In giugno le fanciulle avevano accusato altre cento persone, abitanti di Salem e
di città e villaggi vicini. Le prigioni straripavano, ed era giunta ormai l’ora di
portare alcune streghe a giudizio. Giunse il nuovo governatore britannico del
Massachusetts, William Phips, che nominò un tribunale speciale, composto da
sette giudici e presieduto da William Stoughton, di 61 anni. Uomo freddo e
spietato, agì con implacabile fermezza, fu un inflessibile fautore della caccia alle
streghe e non ebbe mai dubbi sulla correttezza dei processi del 1692. Il 2 giugno
entrò in aula la prima sospetta strega, Bridget Bishop, che gestiva una specie di
taverna. Certi lati del carattere di Bridget urtavano l’etica puritana: ossia il fatto
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Capitolo 1
che il suo mestiere fosse legato al gioco e al divertimento e che si vestisse in un
certo modo (usava insolita biancheria di pizzo). Parecchi uomini testimoniarono
di averla sognata, o meglio essa aveva inviato la propria immagine a disturbare il
loro sonno. Giudicata colpevole, il 10 giugno venne impiccata per stregoneria su
un’altura appena fuori città, chiamata poi Collina delle streghe. Quando la corte si
riunì di nuovo alla fine di giugno fu il turno di Rebecca Nurse, che venne
giudicata assieme ad altre quattro donne, tra le quali v’era Sarah Good. La giuria
non ebbe difficoltà a trovare le altre quattro colpevoli, ma quando toccò a Rebecca
che continuò a ripetere di “non avere mai tormentato un bimbo, no, proprio mai”,
la giuria non riuscì a mettere in dubbio le sue parole. C’era anche la testimonianza
di sua figlia Sarah che colse in flagrante simulazione una delle accusatrici. “...la
vidi tirar fuori dagli abiti alcuni spilli, metterseli tra le dita, e quindi afferrarsi le
ginocchia con ambo le mani: e poi ella gridò accusando Goody Nurse di pizzicarla
e tormentarla”. La giuria trovò che Rebecca Nurse non era colpevole. Stoughton si
sentì oltraggiato e pregò la corte di riconsiderare il verdetto. Questa volta essi
emisero la sentenza che desiderava: colpevole, il 19 luglio Rebecca Nurse fu
impiccata insieme alle altre quattro.
Questa seconda ondata di impiccagioni gettò il panico tra le rimanenti accusate
e coloro che le ritenevano innocenti. Alcune delle giustiziate avevano una
reputazione dubbia, ma se la giuria aveva trovato colpevole Rebecca Nurse, non
v’era via di scampo per nessuno. Alcune accusate cominciarono a “confessare”,
perchè era risaputo che chiunque avesse ammesso di essere una strega veniva
risparmiata. Dissero di essere state visitate dal diavolo sotto varie forme d’animale
per persuaderle a far del male ai loro vicini. Più tardi tutte quante ritrattarono
queste confessioni dicendo che lo avevano fatto solo per avere salva la vita.
Presumibilmente le autorità tennero in vita coloro che avevano confessato nella
speranza che potessero incriminare altre persone. Qualunque sia la ragione,
rimane il fatto che soltanto coloro che avevano continuato a professare la loro
innocenza salirono al patibolo. In agosto il terzo gruppo di prigionieri venne
processato, e tutti vennero giudicati colpevoli. Ormai, però, alcuni abitanti del
Massachusetts cominciarono a organizzare petizioni chiedendo processi più onesti
e imparziali. Ma il movimento non era ancora sufficientemente forte per
20
Introduzione
sopraffare la credenza popolare che il diavolo girava per le strade del
Massachusetts cercando di sovvertire il governo di Dio sulla Terra avvalendosi
delle macchinazioni delle sue streghe.
Come si poteva mettere in dubbio la malvagità dei prigionieri, si chiedevano
coloro che credevano nella stregoneria, quando gli effetti sulle fanciulle
tormentate erano visibili a tutti coloro che partecipavano ai processi? Cotton
Mather, un convinto assertore della stregoneria i cui scritti sull’argomento erano
ampiamente letti a Salem, si recò al villaggio e prese parte al processo di George
Burroughs, dichiarando che era tutto in regola. Quando Burroughs fu condotto al
patibolo successe una cosa incredibile: col cappio attorno al collo cominciò a
recitare il Padre Nostro. La folla si aspettava che facesse l’inevitabile errore, si
supponeva infatti che le streghe non fossero capaci di recitare questa preghiera
correttamente perchè ai sabba la recitavano all’incontrario. Ma Burroughs lo
recitò in modo perfetto e con un sentimento tale che tra la folla cominciò a
serpeggiare la convinzione che, dopo tutto, non poteva essere colpevole. Vi fu
perfino un tentativo per rilasciarlo, che sarebbe anche riuscito se Cotton Mather
non avesse arringato la folla dicendo che, qualche volta, il diavolo poteva
camuffarsi da angelo del cielo. Così Burroughs fu impiccato. Tra quelli giudicati
colpevoli assieme a Burroughs c’erano George
Jacobs e John ed Elizabeth Proctor. Jacobs e
Proctor
vennero
impiccati,
ma
la
data
dell’esecuzione di Elizabeth venne posticipata
perchè la donna era incinta.
Il 22 settembre si ebbe l’ultima e più numerosa
ondata di impiccagioni. I processi si svolsero tra il
9 e il 17 e si conclusero con ben quindici sentenze
capitali, di cui solo otto furono eseguite. Tra le
accusate Tituba e Martha Cory, già incontrata
perchè derideva le ragazze. Una sedicesima
Figura 3 – Cotton Mather, uno
dei principali accusatori.
persona, l’ottantenne marito di Martha Cory, Giles, era stata portata in giudizio,
ma il suo caso presentava un problema. Alla domanda di rito: “Vi ritenete
colpevole o innocente?”, Giles Cory si rifiutò di rispondere. Secondo le leggi
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Capitolo 1
inglesi, e quindi della Nuova Inghilterra, rifiutarsi di rispondere a questa domanda
preliminare costituiva reato di insolenza contro l’autorità e ribellione alla legge. Il
silenzio era punito con la cosiddetta “peine forte et dure”. L’imputato veniva
messo a giacere sotto un enorme peso, e di tanto in tanto gli si faceva nuovamente
la domanda; se persisteva nel silenzio, il peso veniva lentamente aumentato fino a
che o si aveva la risposta (e quindi ne seguiva il processo) o si aveva la morte per
stritolamento. I giudici ordinarono che a Cory fosse inflitta la “peine forte et dure”
e venne portato in un campo presso il tribunale. Dopo due giorni di agonia Giles
Cory moriva. Tre giorni dopo sua moglie, assieme ad altre sette, veniva impiccata.
Gli altri riconosciuti colpevoli, tra cui Tituba, avendo confessato, vennero
rimandati in prigione.
Prima che la Corte si riunisse nuovamente le fanciulle superarono se stesse. La
gente aveva pensato che giustiziare le streghe avrebbe ridotto le sofferenze delle
ragazze, ma doveva ben presto scoprire che le cose non sarebbero affatto andate in
questo modo. Ad ogni strega che saliva al patibolo le ragazze trovavano qualcun
altro da accusare. Alla fine esse gridavano nomi che anche gli inquisitori più
influenzabili non potevano accettare, ad esempio alcuni parenti dei giudici e la
moglie del governatore, Lady Phips. Durante la maggior parte del processo alle
streghe il governatore era stato a combattere gli Indiani presso il confine canadese.
Quando apprese quel che era successo in sua assenza, egli insultò aspramente
Stoughton e fece fermare ogni attività della sua Corte Suprema. Alla fine le voci
più sagge vennero ascoltate. Le implicazioni teologiche furono esaminate da un
certo numero di pastori, nessuno così credulo come Samuel Parris o Cotton
Mather. Il padre di Cotton, Increase Mather, presidente dell’Harvard College,
dichiarò: “È meglio che dieci streghe sospette sfuggano alla morte piuttosto che
una sola innocente sia condannata”. Nominata una nuova Corte, la prova diabolica
non venne più riconosciuta. Le esecuzioni dei prigionieri vennero sospese, le
accuse contro di loro caddero e le prigioni cominciarono a svuotarsi. Il 14 gennaio
1693 il governatore Phips concesse perdono a tutti coloro che erano stati accusati
di stregoneria: il Massachusetts si era liberato dall’incubo delle streghe.
Durante il periodo d’isterismo, le fanciulle si erano rese responsabili
dell’arresto di quasi duecento persone, di cui trenta vennero condannate a morte.
22
Introduzione
Diciannove furono impiccate, due esecuzioni rinviate perchè le donne erano
incinte, vennero alla fine sospese, e cinque sfuggirono alla morte dopo che era
stata emessa la sentenza. Quando la tempesta si calmò più di centocinquanta
streghe rimasero in prigione, e nonostante fosse stata sospesa l’esecuzione, prima
di essere rilasciate dovettero pagare le spese giudiziarie e di detenzione. Tituba fu
tra le ultime a essere rilasciata perchè Parris si rifiutò di pagare per lei, e per far
fronte alle spese, fu venduta a un altro padrone. Parris stesso, nel 1697, fu
costretto a rassegnare le dimissioni da ministro di Salem.
1.2. Dalla caccia alle streghe alla caccia ai pedofili
Cosa ha spinto le bambine e le ragazze di Salem ad accusare gli adulti di atti di
stregoneria? Per Morison (1972) una possibile causa fu l’esibizionismo e la paura:
le ragazze godettero, in un primo momento, dell’attenzione che veniva loro
riservata e si spinsero poi talmente oltre da temere di essere scoperte e punite.
Inoltre, potrebbe essere entrata in gioco anche la suggestione: pare, infatti, che
alcune bambine vennero incarcerate ed interrogate incessantemente per giorni
interi. La caccia alle streghe può essere iniziata come una “confusione mentale”
venutasi a creare in alcune delle ragazze più impressionabili, come Elizabeth
Parris, ma venne rinfocolata da ripicco, dispetto, desiderio di essere al centro
dell’attenzione e di provare nuove ed eccitanti sensazioni. “Lo abbiamo fatto per
divertimento”, ammise una delle ragazze. “Dovevamo pure divertirci un po’”.
Questo caso rimane attuale per i dubbi che solleva, i quali sono gli stessi che
seguono a tanti processi odierni in cui sono coinvolti minori. I dubbi riguardano la
memoria dei bambini, l’attendibilità dei minori testimoni, la capacità dei giudici
di discernere le dichiarazioni vere da quelle false. Ci si può chiedere se le
modalità di intervista possono essere così suggestive da far descrivere ai bambini
interrogati fatti mai vissuti, nei minimi particolari.
Come mettono in evidenza Caffo e coll. (2002) la vicenda di Salem è spesso
citata nella letteratura soprattutto per due motivi:
-
perché
ha
influenzato
a
lungo
l’atteggiamento
nei
confronti
dell’attendibilità della testimonianza minorile. Negli Stati Uniti, l’interesse
23
Capitolo 1
e l’impegno da parte dei ricercatori rispetto alla questione della competenza
testimoniale dei minori furono pressoché assenti fino alla seconda metà del
XX secolo. Ciò è in parte dovuto allo scetticismo nei confronti dei bambini
destato dal caso di Salem. I giuristi hanno ripetutamente citato questo caso,
come base su cui fondare la loro opinione negativa sull’attendibilità delle
testimonianze dei minori;
-
perché si presta a diversi parallelismi con i processi attuali di abuso sui
minori. Infatti, alcuni autori, tra cui Gardner (1995) paragonano le denunce
di abuso sessuale avvenute negli asili americani a fenomeni di isteria
collettiva (sex-abuse hysteria) e la caccia ai pedofili alla caccia alle streghe
di Salem.
Nel presunto caso di pedofilia, presentato nella seconda parte del lavoro, ho
rinvenuto una estrema somiglianza con la dinamica del caso di Salem. I tratti
salienti di questa vicenda, la quale verrà esaustivamente analizzata nella seconda
parte del lavoro, sono i seguenti.
La vicenda si è svolta in una ricca città della Lombardia, ma in clima socioeconomico di disagio, dal momento che molte delle famiglie coinvolte erano di
immigrati e vivano in case popolari, con lavori umili o sussidi di disoccupazione;
anche il livello culturale delle persone coinvolte era estremamente basso. In
questa stessa città era già scoppiato uno scandalo simile, in un’altra scuola
materna, per presunti abusi sessuali perpetrati dal personale docente ed ausiliario,
ma le persone coinvolte era state scagionate per l’assenza di prove in merito.
Un giorno di maggio 2003 un bambino ha raccontato alla madre che la maestra
lo ha portato fuori dalla scuola e gli ha fatto incontrare degli uomini africani che
gli hanno accarezzato i capelli. Dopo questo iniziale racconto, altri bambini
cominciarono a raccontare altri episodi equivoci che potevano essere assimilati a
presunti fatti di abuso. Vennero coinvolti come abusatori altre maestre della
scuola, gli ausiliari ed infine anche un sacerdote. Due personaggi autorevoli, una
psicologa ed un sacerdote, hanno concretizzato i timori dei genitori sostenendo
che quello che i bambini raccontavano era veramente successo. Per poter
24
Introduzione
comprendere lo svolgimento dei fatti, i genitori hanno ripetutamente interrogato i
bambini con tecniche suggestive ed inducenti.
In un substrato di emarginazione i racconti dei bambini hanno trovato un
ambiente fertile in cui svilupparsi: i genitori si sono riuniti in gruppo e, pensando
di agire per il bene dei propri figli, si sono scambiati le informazioni raccontate
dai vari bambini ed interrogando i propri figli hanno ricercato la conferma di
questi racconti. A causa di questa attività di gruppo, i racconti dei bambini sono
aumentati di numero ed intensità: sempre più bambini confermavano i racconti
fatti dai compagni di scuola e vi aggiungevano dettagli sempre più raccapriccianti.
La comunità si è stretta intorno ai bambini e alle loro famiglie, mobilitando il
Comune, il Clero e le associazioni contro la pedofilia. Nessuno ha messo in
discussione la credibilità di questi bambini, poiché come diceva il sacerdote della
città “i bambini non possono mentire”.
Il Comune e le associazioni locali hanno stanziato fondi (alcune migliaia di
euro per ogni famiglia coinvolta) prima ancora che l’autorità giudiziaria desse un
giudizio di innocenza o colpevolezza nei confronti dei presunti abusatori. Questo
ha avuto l’effetto di incrementare ancora di più il numero di bambini coinvolti e
ciò è stato presumibilmente dovuto all’incentivo economico dato alle famiglie
coinvolte, che è servito in molti casi a pagare affitti o bollette, piuttosto che
terapie psicologiche per bambini abusati.
Nel giro di pochi mesi, la comunità ed in primis il gruppo dei genitori si sono
convinti che le maestre dell’asilo fossero a capo di una organizzazione
internazionale di pedofili dedita al commercio di materiale pedo-pornografico.
Nella tabella 1 sono schematizzati i principali elementi di analogia che
permettono di stabilire un parallelo tra la vicenda di Salem ed il caso presentato
nella seconda parte del presente lavoro.
25
Capitolo 1
Tabella 1 – Principali elementi di analogia tra il caso di Salem ed il caso presentato nel lavoro
Elementi di
analogia
Caso di Salem
Caso proposto
-
Livello socioeconomico delle
persone coinvolte
-
Livello culturale delle persone
coinvolte
-
-
Episodi accaduti
poco prima dei
fatti oggetto di
indagine
giudiziaria
-
Il livello culturale delle persone coinvolte era estremamente
basso.
Invasioni di locuste;
ripetuti periodi di siccità che
avevano distrutto i raccolti in
tutta la regione, causando
ristrettezze e miseria per la
maggior parte dei coloni;
un enorme incendio scoppiò a
Boston nel 1691 distruggendo
quasi tutta la città;
poco dopo questa tragedia
giunse il terribile terremoto che
rase al suolo Port Royal in
Giamaica uccidendo circa
duemila persone, per la
maggior parte parenti e amici
dei coloni del Massachusetts;
tutti questi episodi erano
interpretati come azione del
diavolo per cacciare i coloni dal
Nuovo Mondo.
Due bambine cominciano a
soffrire di problemi psicologici,
presumibilmente disturbi
somatoformi.
-
Tutte le bambine frequentavano
la cucina della schiava Tituba.
-
I presunti abusanti
appartengono ai margini della
società: Tituba - la schiava
caraibica, Sarah Good - una
mezza vagabonda, Goody
Osborne - una donna di dubbia
moralità.
All’inizio vennero arrestate 3
donne;
alla fine della vicenda vennero
arrestate quasi 200 persone, di
cui 30 vennero condannate a
morte e 19 furono impiccate.
Presunti abusanti
appartenenti al
medesimo
contesto
-
Aumento delle
persone accusate
dai bambini
26
-
-
Fatto scatenante
Vittime
appartenenti al
medesimo
contesto
Situazione di grave disagio;
ristrettezze e miseria per la
maggior parte dei coloni a
causa dei magri raccolti dei
campi.
Situazione di disagio dal
momento che molte delle
famiglie coinvolte erano di
immigrati;
molte famiglie vivevano in case
popolari e con sussidi di
disoccupazione.
Il livello culturale delle persone
coinvolte era estremamente
basso.
In questa stessa città era già
scoppiato uno scandalo simile,
in un’altra scuola materna, per
presunti abusi sessuali
perpetrati dal personale docente
ed ausiliario, ma le persone
coinvolte era state scagionate
per l’assenza di prove in
merito;
nella città erano presenti
associazioni contro la pedofilia
che offrivano aiuto psicologico
ed organizzavano convegni sul
tema;
dopo lo scandalo di quell’altro
asilo vi era stato un imponente
volantinaggio in tutta la città
contro la pedofilia;
dopo questi avvenimenti in
città si riteneva ci fosse una
imponente organizzazione di
pedofili.
Un bambino che la maestra gli
ha fatto incontrare degli uomini
africani che gli hanno
accarezzato i capelli.
-
Tutti i bambini coinvolti
appartengono alla stessa scuola
materna.
-
Tutti i presunti abusanti fanno
parte del personale docente ed
ausiliario della scuola materna:
le cinque maestre e la cuoca;
alla fine viene accusato anche
un sacerdote.
-
All’inizio viene accusata la
maestra 1;
poi vengono accusate le
maestra 2, 3, 4 e 5 insieme alla
cuoca della scuola; infine,
viene accusato anche don X.
Introduzione
Rivelazioni che si sovrappongono
solo parzialmente
Coinvolgimento
nei racconti dei
bambini di altri
bambini
-
-
-
Contenuti
bizzarri nei
racconti dei
bambini
-
-
-
Modalità di
raccolta delle
informazioni
-
Le bambine effettuano dei
racconti fra loro simili, ma
ognuna di loro aggiunge
particolari od episodi differenti.
All’inizio parlano solo due
ragazzine, poi vengono
coinvolte tutte le ragazze del
gruppo che frequentavano la
schiava Tituba.
Le ragazzine raccontarono di
aver visto uomini volare su
manici di scopa;
degli abitanti del villaggio
avrebbero ordinato agli insetti
di depositare nelle loro pance
unghie ricurve e fermagli (che
poi venivano vomitati dalle
ragazze durante le
testimonianze);
giurarono anche di aver avuto
apparizioni celestiali nelle vesti
di animali parlanti;
le giovani dichiararono di
soffrire di alcuni sintomi in
seguito agli atti di stregoneria;
“prova diabolica”: venivano
tormentate dallo spettro di
Sarah Good che le morsicava e
le pizzicava.
Domande suggestive ed
inducenti;
confessioni estorte con la
tortura e la minaccia di morte.
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
Assenza di prove
Le uniche prove che erano
considerate valide erano le
“prove diaboliche”, ma non è
stata trovata alcuna prova dei
racconti delle ragazze.
-
-
-
I bambini effettuano dei
racconti fra loro simili, ma
ognuno di loro aggiunge
particolari od episodi differenti.
I bambini coinvolgono nei loro
racconti i propri compagni di
classe o i propri amici
dell’asilo appartenenti ad altre
sezioni.
I bambini sarebbero andati nel
castello e nel teatro del paese
attraverso dei tunnel;
avrebbero incontrato degli
uomini, alcuni vestiti di nero
con croci insanguinate
disegnate sul petto, altri vestiti
da personaggi delle favole ed
altri ancora vestiti da fragole
giganti;
i bambini sarebbero stati
coinvolti in squallide pratiche
sessuali, fotografati e filmati;
i bambini hanno raccontato di
aver ingerito escrementi,
bevuto del sangue, leccato parti
intime cosparse di miele e di
aver subito ripetute
penetrazioni anali e vaginali.
Domande suggestive ed
inducenti;
racconti “confermati” dai
bambini con informazioni dette
dagli altri bambini.
Nessun testimone ha
confermato i racconti dei
bambini;
non sono stati individuati gli
uomini mascherati;
non sono stati individuati i
luoghi in cui gli abusi
sarebbero avvenuti;
dopo visita medico-legale in
nessun bambino sono state
individuate lesioni ascrivibili
ad abuso sessuale;
non sono stati trovati filmati o
foto compatibili con i racconti
dei bambini;
dopo indagini della polizia
bancaria non sono stati trovati i
conti segreti in cui le maestre
avrebbero accumulato il denaro
ottenuto dal commercio di
materiale pedo-pornografico.
27
- Capitolo 2 -
La memoria in età evolutiva
2.1. Che cosa e come ricorda un bambino
Oggi sia in Italia sia all’estero si accetta che i bambini siano sentiti come
testimoni, e questo ha sollevato lunghe ed animate discussioni sulla loro
attendibilità (Mazzoni 1995). Mentre un tempo si tendeva a negare che un
bambino di età inferiore ad una certa soglia (ad esempio un bambino di 5 anni)
fosse in grado di fornire testimonianze attendibili, oggi numerosi studiosi hanno
rilevato che anche in bambini di quell’età il ricordo può essere accurato
(Goodman e Reed 1986; Dent 1988). I ricercatori hanno messo in evidenza che il
ricordo libero di bambini anche molto piccoli (4 anni) può essere accurato come il
ricordo dell’adulto. Un ricordo libero è il ricordo non sollecitato da domande
specifiche da parte di un intervistatore, per cui l’intervistatore si limita a domande
molto generiche del tipo “Che cosa ricordi della situazione?”. Un resoconto di una
procedura di ricordo libero contiene tutto quello che un individuo riesce a
recuperare dalla memoria senza aiuti esterni. Gli elementi che il bambino ricorda
tramite il ricordo libero, dicono le ricerche, sono di solito corretti, ossia sono
elementi che erano effettivamente presenti nell’episodio originale.
Purtroppo il ricordo libero del bambino molto piccolo è quasi sempre molto
povero, nettamente inferiore al ricordo dell’adulto per cui un bambino ricorderà
pochi o pochissimi elementi di un episodio (Goodman e Reed, 1986). I bambini
hanno difficoltà a ricordare dettagli non salienti, o periferici, rispetto all’evento
(Gobbo e Fregoni, 1995), mentre ricordano meglio aspetti più salienti. Non
Capitolo 2
necessariamente gli aspetti salienti che, in una data situazione, potrebbe cogliere
un adulto sono gli stessi che potrebbe cogliere un bambino, infatti dipende da
come il bambino inquadra la situazione e dai fattori che modulano la direzione
della sua attenzione: ricorderà bene gli elementi sui quali avrà focalizzato la
propria attenzione. Da ciò deriva che quanto codificato dal bambino dipende
strettamente da dove ha diretto la sua attenzione al momento della codifica (ossia
mentre era presente all’evento), o da ciò che ha catturato la sua attenzione. Quindi
centralità e salienza di un evento sono concetti che vanno tarati sul bambino e non
sull’adulto. Di un episodio che ha vissuto, un bambino ricorderà in particolare gli
elementi per lui più salienti.
È stato anche notato che i bambini, quando ripetono il loro resoconto, non
aggiungono elementi di fantasia od invenzioni, a meno che non considerino la
situazione in cui viene loro chiesto di raccontare quanto accaduto come una
situazione di gioco fantastico. Quindi è possibile che ripetizioni successive delle
stesso racconto non presentino informazioni completamente nuove, od intrusioni,
e che siano di conseguenza resoconti attendibili. Va sottolineato che questo è vero
solo nel caso in cui i bambini non siano sottoposti a nuove interviste o colloqui
contenenti nuove informazioni. In questo caso il resoconto successivo dello stesso
episodio risentirà del contenuto dei colloqui fatti e conterrà, con molta probabilità,
le nuove informazioni ricevute nel corso delle conversazioni precedenti. La
ripetizione sarà quindi una versione corretta dei fatti solo se nell’intervallo di
tempo non sono state fatte domande o non sono state fornite altre informazioni
con un contenuto di suggestione.
Anche in un compito di riconoscimento la quantità di elementi che si è in grado
di riconoscere è inferiore nel bambino rispetto ad un adulto, e lo stesso
riconoscimento di volti è più problematico e meno accurato. Il problema del
riconoscimento sta nell’elevato numero di falsi positivi riconosciuti. Ciò dipende
dal fatto che i bambini tendono a “riconoscere” anche quando l’elemento non era
stato presentato in precedenza. L’accuratezza sembra però aumentare se nel
momento del recupero dalla memoria (ossia quando si chiede al bambino di
riconoscere qualcosa) viene reinstaurato lo stesso contesto in cui si è svolto
l’episodio iniziale (Wilkinson, 1988) e questo è uno degli elementi che talvolta
30
La memoria in età evolutiva
viene utilizzato nel corso delle interviste proprio per ovviare al problema dei falsi
riconoscimenti così frequenti nei bambini.
Un ulteriore problema creato dalla tendenza dei bambini a dire “sì” anche
quando dovrebbero dire “no” sta nel fatto che i bambini tendono a rispondere
affermativamente a molte domande poste in modo diretto. Un esempio di
domanda diretta “pericolosa” è la seguente: “Hai visto un uomo scendere le
scale?”. In questo caso un bambino risponderà di sì anche quando in realtà non ha
visto nessun uomo scendere la scale, solo perché la domanda è stata posta in
modo da avere una risposta dicotomica sì/no, e in genere i bambini tendono a dare
risposte positive. Un esempio di domanda relativamente “meno pericolosa”, anche
se diretta, è il seguente: “Sai il nome dell’uomo che hai visto?”. Si tratta di una
domanda diretta perché tramite essa si vuole avere un’informazione precisa (il
nome); è meno pericolosa perché l’informazione di base (la presenza di un uomo)
già la si possedeva, e nella forma non prevede una risposta sì/no.
La domanda, nel modo in cui è formulata nel primo caso, andrebbe sempre
evitata, perché non potremo mai sapere se la risposta data dal bambino è dovuta
alla tendenza spontanea a dire sì, oppure è dovuta al fatto che effettivamente ha
visto un uomo scendere le scale, si possono invece fare domande del secondo tipo
se il bambino ha già fornito in prima persona, nel resoconto libero iniziale, i dati
su cui si basa la domanda (per esempio se nel resoconto libero ha detto di aver
visto un uomo). Se non ne ha parlato, occorre formulare la domanda diversamente
per evitare di fornire informazioni che non sappiamo se siano vere (c’era un
uomo), e per controllare la tendenza del bambino a rispondere sì.
La ricerca ha messo in luce, inoltre, che in un bambino la memoria di un
evento sembra sia migliore se l’evento è stato vissuto in prima persona, o se il
bambino è personalmente coinvolto nell’episodio anziché esserne semplicemente
spettatore (Rudy e Goodman, 1991). Tuttavia una memoria migliore non
necessariamente comporta una maggiore resistenza ad informazioni capaci di
suggestionare, come risulta da altre ricerche in cui si è tentato di lavorare su eventi
il più possibile simili a situazioni di abuso. Si tratta di situazioni che comportano
un certo stress e riguardano il corpo del bambino, quali ad esempio un’iniezione,
un piccolo intervento chirurgico od un clistere. Mentre alcuni lavori
31
Capitolo 2
indicherebbero che è più difficile che il bambino ricordi cose suggerite se
l’accaduto riguarda il suo corpo (Saywitz et al., 1991), altri studi mostrano, con un
buon grado di certezza, che i bambini sono suggestionabili anche rispetto a fatti
accaduti al loro corpo, e che quindi possono ricordare, ad esempio, di aver
ricevuto un’iniezione, anche se la cosa non è accaduta (Ornstein, Gordon e Larus,
1992). In un lavoro piuttosto recente (Bruck, ceci e Hembrook, 1997), è stato
chiaramente dimostrato che interviste ripetute, in cui vengono suggerite
informazioni non vere rispetto ad una visita medica, determinano nel bambino un
ricordo che contiene tali informazioni.
2.2. La suggestionabilità dei bambini
La ricerca ha messo in evidenza che i bambini risultano più suggestionabili
degli adulti: hanno maggiore tendenza a ricordare l’informazione errata presentata
successivamente rispetto agli adulti, e questo è tanto più vero quanto più chi pone
le domande viene percepito come una figura autorevole. Ad esempio, i bambini
sono più suggestionabili se la domanda viene posta da un adulto piuttosto che da
un bambino (Ceci, Ross e Toglia, 1987). Ora sappiamo che, nel caso di sospetto
abuso sessuale, le domande vengono sempre poste da adulti, e da adulti che si
presentano anche come adulti autorevoli, o che in ogni caso vengono percepiti dal
bambino come tali. La variabile “autorevolezza”, con il rischio di maggiore
suggestionabilità che comporta, non viene mai meno nel caso di interviste,
colloqui ed interrogatori con i bambini, neppure quando si cerca di eliminare
questa differenza attraverso il gioco. Per questo motivo alcuni esperti di colloquio
con bambini che si sospetta siano stati oggetto di abuso consigliano di comportarsi
in modo onesto con il bambino, da adulto a bambino, dichiarando il motivo
dell’incontro, e semplicemente ponendo le domande in modo corretto, per non
indurre il bambino a dare risposte compiacenti, o in modo da non suggerire
informazioni aggiuntive probabilmente non vere. Occorre utilizzare in questi casi
un linguaggio comprensibile per il bambino, ma non occorre cercare di farsi
passare per un non-adulto.
32
La memoria in età evolutiva
Benché i bambini più piccoli (4-5 anni) siano risultati quelli più facilmente
suggestionabili, anche i bambini di 6-7 anni sono più suggestionabili di quelli di 9
anni. In una ricerca (Mazzoni, 1998) i bambini assistevano ad una scena. Il giorno
dopo venivano fatte loro delle domande fuorvianti sull’evento a cui avevano
assistito. Ad esempio veniva chiesto: “Ti ricordi a che ora è entrato in classe il
signore che aveva una cartella rossa sotto il braccio?” mentre invece l’uomo aveva
un libro in mano. Nel compito di riconoscimento successivo, che avveniva dopo
una settimana, il 60% circa dei bambini di 6 anni ha scelto la risposta suggestiva
nella domanda, mentre la percentuale dei bambini di 9 anni era un po’ inferiore al
40%. Risultati come questo indicano che è infondo sufficiente una sola domanda
mal fatta perché la maggioranza di un gruppo di bambini di 6 anni nel successivo
compito di memoria riportino l’informazione suggerita anziché ciò che avevano
visto realmente. Va aggiunto però che anche a 9 anni i bambini sono
suggestionabili e modificano la loro memoria se ricevono informazioni false.
La suggestionabilità della memoria dei bambini è stata confermata oggi da
molte ricerche (rassegna di Ceci e Bruck, 1993; Bruck e Ceci, 1997). Ma la
suggestionabilità non si limita all’aggiunta o alla modifica di uno o più elementi
di una scena. Ci sono risultati che sono stati confermati più volte che mostrano
come sia addirittura possibile indurre bambini a ricordare eventi che non sono ma
accaduti. In un lavoro molto noto e molto discusso, Elizabeth Loftus (Loftus e
Pickrell, 1995) ha mostrato che è possibile indurre degli adolescenti a “ricordare”
un evento che non era loro mai accaduto, come ad esempio l’essersi persi in un
centro commerciale da bambini. In questo lavoro, che è stato poi confermato su
bambini più piccoli e con eventi diversi (Hyman, Husband e Billings, 1995), e
anche su adulti (Mazzoni e Loftus, 1998; Loftus e Mazzoni, 1998; Mazzoni,
Loftus, Seitz e Lynn, 1999), si sceglievano adolescenti che sostenevano di non
essersi mai persi in un centro commerciale, cosa confermata dai loro genitorii. Si
chiedeva poi al soggetto di immaginare la scena che sarebbe potuta accadere se
egli si fosse davvero perso in un centro commerciale quando era piccolo. Si
suggeriva di immaginare con chi era, dove si trovava, che cosa stava facendo, e
poi di immaginare il momento in cui si perdeva, … Gli si diceva inoltre (e questo
non era vero) che il fratello/sorella maggiore ricordava il fatto. Dopo qualche
33
Capitolo 2
tempo si chiedeva infine al soggetto se ricordava qualcosa di quando si era perso
da piccolo in un centro commerciale. Ebbene, gli adolescenti intervistati a questo
punto affermavano che era molto probabile che si fossero persi, e addirittura
ricordavano alcuni aspetti dell’evento, arrivando perfino ad arricchire la scena con
dettagli aggiuntivi rispetto all’evento immaginato inizialmente. Questi dati
indicano che la possibilità di modificare la memoria attraverso un intervento
esterno è molto ampia, che procedure inducenti possono facilmente creare
distorsioni nel ricordo, producendo talvolta ricordi totalmente falsi di episodi mai
accaduti.
2.3. Verità, menzogne e false convinzioni: norme di sviluppo
È importante tenere presente che i bambini, a seconda delle varie età, hanno
concetti molto diversi di “verità”, “menzogna”, “false convinzioni”, non
riuscendo, talora, a distinguere tra questi diversi tipi di stato cognitivo. Perry
(1995) riporta un’utile progressione cronologica, relativa all’acquisizione di tali
concetti da parte di minori di varie età.
Tabella 2 – Cronologia dei concetti di “verità”, “menzogna” e “false convinzioni” (da Perry, 1995)
Età di
conseguimento
Abilità
3-4
Sa ingannare manipolando i comportamenti (piuttosto che le convinzioni),
ma non molto abilmente.
4
Sa distinguere gli errori dalle menzogne, ma tende ancora a caratterizzare
le false dichiarazioni come menzogne.
4-5
6
5-7
7
8
34
Sa distinguere le menzogne ingannatrici dalle menzogne scherzose ed
innocenti.
Sa ingannare, manipolando le convinzioni dell’ascoltatore, circa le
affermazioni di chi parla (piuttosto che circa le intenzioni di chi parla).
Sa comprendere il concetto di menzogna.
Sa distinguere le bugie innocenti o pietose dall’ironia, se interrogato circa
le intenzioni di chi parla.
Sa ingannare, manipolando le convinzioni dell’ascoltatore, circa le
intenzioni di chi parla (piuttosto che circa le sole affermazioni).
Sa mentire abilmente.
Sa distinguere il sarcasmo da altre forme di falsità.
La memoria in età evolutiva
Lickona (1983) ha riveduto gli stadi del ragionamento morale, elaborati da
Kohlberg (1963); da tale concettualizzazione è possibile trarre alcune
conseguenze utili in merito ai mezzi più idonei per ottenere affermazioni veritiere,
a seconda dell’età del bambino.
Tabella 3 – Stadi del ragionamento morale e massimizzazione delle risposte veritiere (Da: Dèttore
e Fuligni, 1999).
Età di
raggiungimento
Livello
Stadio
1
Premio e
punizione
Prima dei 4 anni
2
Obbedienza
all’autorità
5-6
3
Vantaggi
reciproci
7-8
4
“Brava
ragazza”/
“Bravo
ragazzo”
9-12
5
Contratto
sociale
Adolescenza
6
Principi di
azione
Alcuni adulti
Motivazione del
buon
comportamento
Tecniche per
massimizzare risposte
veritiere
Chiedere semplici descrizioni
di azioni specifiche; non
chiedere conclusioni o
inferenze.
Imprimere nella mente del
Essere percepiti
bambino il concetto che il
come ubbidienti.
giudice deve essere ubbidito.
Spiegare, in termini semplici,
Aiutare gli altri,
come la testimonianza
nella misura in cui
veritiera sarà utile alla
se ne può trarre
giustizia e nel contempo di
beneficio personale.
beneficio al bambino.
Ottenere premi ed
evitare punizioni.
Essere percepiti
come “bravi”.
Fare apparire chiaramente al
bambino che dire la verità è
“bene”.
Spiegare come si ritiene
Conservare l’ordine
debba funzionare il sistema
sociale.
giudiziario.
Adeguarsi ad alcuni
Non sono necessari né
principi etici
spiegazioni né promemoria.
universali.
“Se le parti E e F del racconto di un bambino sono difficilmente credibili, o
assolutamente non credibili, quanto credito si potrà dare alle parti A, B e C?”
(Everson, 1997).
Secondo la definizione di Yuille e coll. (1995), vanno considerate false anche
le dichiarazioni che contengono una combinazione di elementi corrispondenti ai
fatti e di altri non appartenenti all’evento originale.
Everson e Boat (1989) hanno evidenziato che una eventuale ritrattazione da
parte del bambino e il motivo più frequentemente addotto per il giudizio di
infondatezza è rappresentato dalla presenza di elementi “improbabili”. Everson
(1997) sostiene, al contrario, che la presenza di elementi strani, improbabili,
35
Capitolo 2
fantastici nelle rivelazioni dei bambini non deve condurre al rifiuto della denuncia
senza prima aver considerato la presenza di possibili meccanismi che li
giustifichino. L’Autore ha rilevato 24 meccanismi esplicativi divisibili in tre
gruppi.
1) Interazione dell'episodio d’abuso con le caratteristiche del bambino.
Un comportamento poco comune, insolito e bizzarro, non deve essere
screditato solo sulla base della sua rarità o particolarità. Un esperto impegnato
nella valutazione dovrebbe considerare l’ipotesi che il bambino riferisca una
descrizione accurata della realtà per quanto essa non appartenga al dominio delle
sue esperienze o delle sue aspettative. Va anche considerata la possibilità che la
rivelazione “strana” sia il prodotto della manipolazione del perpetratore, il quale
attraverso l’inganno o l’uso di sostanze tenta di confondere, screditare o intimidire
il bambino. La vivida immaginazione dei bambini, associata a errori nei processi
di source monitoring e reality monitoring, possono far si che essi introducano nel
racconto elementi contenuti nelle minacce del perpetratore. Un inserimento di
minacce può spiegare perché vengano a volte aggiunti, nelle dichiarazioni
d’abuso, racconti di animali e bambini che vengono uccisi. In condizioni di forte
stress emozionale, i bambini possono infatti sperimentare alterazioni nella
percezione sensoriale. Tali rievocazioni impropriamente si associano a eventi e
stimoli “neutri” e possono deformare la percezione del bambino. Il bambino cerca
infatti di integrarli in schemi mentali già esistenti, producendo di conseguenza una
ricostruzione non fedele.
L’ipotesi di Ganaway (1989) è che i bambini con disturbi dissociativi utilizzino
parole o immagini provenienti dall’esterno per creare racconti provvisti di un
personale significato. Gli alti livelli di attivazione emozionale sperimentata
durante il trauma possono esitare in “percezioni errate di origine traumatica”
attraverso tre tipi di meccanismi.
-
Nel primo, gli alti livelli di eccitazione emozionale al momento del trauma
determinano errori di percezione.
36
La memoria in età evolutiva
-
Nel secondo, avviene una contaminazione di eventi “neutrali” (ovvero di
situazioni di non-abuso) da parte di frammenti di memoria traumatica non
integrati.
-
Nel terzo, si verificano un “blocco dissociativo” nella formazione dei ricordi
ed errori nella memoria episodica relativa alla ricostruzione sequenziale
dell'evento.
Il secondo e il terzo meccanismo sarebbero ascrivibili a un “collasso” del
sistema di memoria linguistico derivante da condizioni di intenso stress, tale da
produrre sintomi dissociativi.
Anche le strategie consce e inconsce che un bambino pone in atto per far fronte
alla paura, all’ansia e alla confusione contribuiscono a creare distorsioni nel
racconto. Il senso di impotenza che il bambino prova durante il trauma e durante il
racconto, possono indurlo a introdurre nel racconto stesso elementi di “fantasie
d’onnipotenza” in cui vengono descritte reazioni agli atti d’abuso in realtà mai
avvenute, ma solo desiderate, o l’intervento di eroi e soccorritori immaginari. Il
bambino può anche riferire dettagli bizzarri, frutto dell’utilizzazione di metafore e
iperbole nel tentativo di controllare le proprie ansie e di reificarne l’impatto
emotivo.
Tra le difese attuate consapevolmente dal bambino, vanno considerate tutte le
strategie per deviare la responsabilità dal vero abusante o per negare la propria
vittimizzazione. Un esempio “bizzarro” di sostituzione del perpetratore coincide
con l’attribuzione di responsabilità a un personaggio irreale, fantastico,
soprannaturale. Anche l’immaturità cognitiva del bambino può giustificare molte
descrizioni inusuali. Durante le dichiarazioni d’abuso, spesso i bambini
raccontano di essere stati penetrati con strumenti o altro, associando erroneamente
alla sensazione fisica sperimentata la rappresentazione di oggetti conosciuti in
grado di produrla. Tale fenomeno può comparire anche nelle descrizioni di
bambini più grandi che riferiscono situazioni di abuso precedentemente vissute, in
quanto la forma linguistica con cui un elemento è stato identificato riveste molta
importanza anche al momento del suo successivo recupero mnestico.
37
Capitolo 2
2) Interazione del processo di valutazione diagnostica con le caratteristiche
del bambino.
In questo gruppo vengono descritti da Everson dieci diversi meccanismi che
possono essere disposti lungo un continuum in base al contributo ascrivibile al
bambino o all’intervistatore nella produzione del materiale “bizzarro”.
A un estremo possono essere collocati gli errori a cui il bambino contribuisce
solo in minima parte. Questi sono il frutto di defaillance dell’intervistatore che,
per esempio, riporta la narrazione ascoltata dal bambino in maniera errata, o in
modo da essere frainteso dai colleghi. Sono comprese in questo gruppo anche le
domande mal poste alle quali il bambino si adegua.
Al centro del continuum, gli errori sono causati da entrambe le parti. Da un lato
l’intervistatore incauto suggerisce attraverso le domande e l’uso di strumenti
dell’assessment alcuni ricordi, dall’altro il bambino vulnerabile li assimila.
All’estremità opposta l’Autore colloca i processi basati sull’inganno di cui il
principale “responsabile” è il bambino. È il caso delle esagerazioni prodotte per
ottenere l’attenzione e l’approvazione dell’intervistatore. Un iniziale rivelazione
d’abuso viene spesso accolta con grande interesse ed empatia da parte
dell’ascoltatore, mentre nelle interviste successive lo stesso materiale, avendo
perso il carattere di novità, non provoca la stessa reazione e il bambino può
decidere di aggiungere particolari o di ingigantire quelli già rivelati.
Non è raro, inoltre, che i bambini più grandi inventino accuse per ottenere
vantaggi personali. Le bugie possono essere raccontate per mascherarne altre e
aggiungere maggiore credibilità ai precedenti racconti o per fare in modo che le
accuse vengano più seriamente considerate e che il perpetratore venga punito.
Alcuni racconti insoliti possono essere forniti senza una motivazione ben
individuabile: è il caso delle menzogne basate sulla fantasia (fantasy lying).
Secondo Everson, queste compaiono raramente nei bambini normali e, in genere,
coloro che indulgono in questo tipo di menzogne lo fanno su un'ampia gamma di
argomenti, anche al di fuori dell’esperienza di abuso.
38
La memoria in età evolutiva
3) Interazione tra influenze estrinseche e caratteristiche del bambino.
In alcuni casi un’errata attribuzione della fonte dell’informazione genera
distorsioni nel racconto. Il bambino può inserire dichiarazioni ascoltate da altri
bambini (come nel caso della cross contamination, ove diversi bambini sono stati
sottoposti a varie sedute) o informazioni ricavate dai media o, ancora, tracce
provenienti da materiale onirico (sogno) nella propria memoria episodica. I
bambini piccoli e minori si dimostrano particolarmente sensibili alla suggestione
sociale e all’influenza di materiale proveniente da fonti interne (sogni,
rappresentazioni, fissazioni dovute a processi psicotici).
I meccanismi presentati non costituiscono categorie esplicative indipendenti o
tali da escludersi a vicenda; inoltre, per la maggior parte essi si propongono come
puramente speculativi, convalidati per via aneddotica o tramite l’intuizione
clinica. Everson suggerisce che essi vengano utilizzati come supporto per l’analisi
obiettiva delle dichiarazioni d’abuso e auspica un’espansione della gamma di
ipotesi considerate valide. Tale ampliamento necessita anche di uno sviluppo
metodologico per la diagnosi.
I possibili meccanismi esplicativi delle dichiarazioni caratterizzate da elementi
bizzarri e le motivazioni alla base dei racconti falsi possono essere utilizzati come
guida nel processo decisionale volto alla valutazione della credibilità. I
meccanismi rilevati da Everson, e le diverse cause di false rivelazioni citate in
precedenza, rappresenterebbero solo una parte dell’intera gamma di possibilità da
vagliare; possono essere considerate come ipotesi al fine di corroborarne altre.
Un esperto dovrà naturalmente dare la precedenza a quelle dimostrate
empiricamente piuttosto che a quelle basate sull’intuizione, accettando inoltre la
relatività delle ipotesi stesse ed essendo pronto a rimetterle in discussione.
Più volte nel corso dell’esame di un procedimento è stato evidenziato e
sottolineato la prospettiva di un falso abuso, con la mancata attivazione di tutti
quei meccanismi che i ricercatori hanno posto in evidenza, ciò è dovuto
essenzialmente al profilo delle politiche sociali e del bene comune a discapito del
valore dominante della libertà individuale.
E proprio in merito agli indicatori di credibilità (e falsità) nei racconti d’abuso
la letteratura specialistica ha posto in evidenza criteri definiti come credibility
39
Capitolo 2
enhancer, legati alla cosiddetta “prova logica”. Sono stati sollevati spesso dubbi
sulla validità di tali criteri e sulle modalità di intervista che si basano su di essi.
Una delle critiche avanzate consiste nell’osservazione che il gruppo dei bambini
abusati risulta troppo eterogeneo per cercare di identificare un gruppo di risposte
comportamentali comuni.
Tuttavia, se gli indicatori non sono utilizzati come indici specifici di abuso e se
vengono integrati in un approccio valutativo multidimensionale possono aiutare
l'esperto nel processo decisionale valutandone:
-
Spontaneità. Questo indicatore può essere inteso in due accezioni. La
prima, si riferisce alla modalità secondo la quale il bambino si decide a
compiere la rivelazione, ossia autonomamente o a seguito dell’iniziativa di
terzi. La seconda accezione si riferisce al modo in cui viene verbalizzata
l’esperienza di abuso durante l’intervista. La situazione ideale coincide con
il racconto spontaneo dell’esperienza sessuale di cui il bambino è stato
vittima. Gardner (1995) fa notare che i bambini indotti, persuasi a rivelare
l’abuso, si comportano diversamente. Essi tendono a fornire le
informazioni (false) relative al presunto abuso con sollecitudine e
presentano quasi subito la loro versione dei fatti, riconoscendo all’istante il
momento in cui devono verbalizzare direttamente le informazioni indotte. I
bambini “programmati” sanno che quando viene pronunciata la parola
“verità” è il momento di descrivere lo scenario dell’abuso. Quest’ultimo
viene recitato come una poesia o “litania” appresa, senza emozioni. I
bambini indotti a rivelare accuse false non hanno alle spalle i segreti, le
minacce o i ricatti vissuti dai bambini realmente abusati. Non compare
vergogna o senso di colpa per la partecipazione ad atti sessuali. La
spontaneità (e l’espressione delle emozioni in genere) va considerata come
un indicatore da valutare con molte cautele in quanto anche bambini
realmente abusati possono divenire insensibili, e “abituarsi” a parlare
dell'abuso, specie dopo molteplici interviste. Wehrspann e coll. (1987)
considerano un tipo particolare di risposta spontanea denominata embedded
response. Fanno parte di questa categoria le dichiarazioni che emergono a
seguito di un’associazione tra uno stimolo neutro e la situazione d’abuso.
40
La memoria in età evolutiva
-
Dettagli. La presenza di dettagli nel racconto libero rappresenta l’indicatore
più citato in letteratura. I bambini dai tre anni circa in su, realmente
vittimizzati, sono spesso in grado di fornire descrizioni e dettagli specifici
riguardo ai fatti e allo scenario d’abuso. Questi, spesso, sono resi con un
linguaggio concreto e idiosincrasico appropriato all’età, legato a
conoscenze che difficilmente vengono mostrate dai loro coetanei. La
memoria visiva permette ai bambini di descrivere dettagli periferici rispetto
alla scena d’abuso, come il colore delle tende nella stanza, il luogo in cui
altre persone in quel momento si trovavano ecc. Dai racconti emergono
anche dettagli relativi alle parole e ad altri suoni e rumori emessi dal
perpetratore, ai suoi movimenti, ai vestiti che indossava. I dettagli riferiti
alle circostanze temporali risultano in genere difficili da ottenere nei
bambini piccoli, i quali mostrano spesso difficoltà nel riferire la durata dei
singoli episodi, il numero delle volte in cui si sono ripetuti e la loro
cronologia, in parte a causa di limiti cognitivi, in parte perché l’evento
traumatico può interferire sulla percezione del tempo. Avviene sovente che
i bambini realmente abusati sessualmente riportino inoltre una serie di
dettagli tipici della fenomenologia dell’abuso. Riferiscono i segreti (secrecy
details), le minacce, i ricatti, le ricompense verbalizzate dall’autore
dell’abuso. Sono anche in grado di riferire, in maniera dettagliata, le
modalità di “aggancio”, utilizzate dal perpetratore, per coinvolgerli
emotivamente rispetto a ciò in cui vengono implicati. Nelle varie interviste
possono aggiungere dettagli nuovi anche se il racconto d’abuso rimane
invariato nelle sue parti principali. I bambini indotti a rivelare false accuse,
invece, non avendo a disposizione una rappresentazione visiva dell’evento
né conoscenze sufficienti in materia sessuale, tendono a non fornire
spontaneamente dettagli specifici e rispondono “non lo so” o “l’ho
dimenticato” alle domande dell’intervistatore volte a ottenere informazioni.
È possibile, tuttavia, che a seguito delle domande rivolte loro nelle varie
interviste i bambini “imparino” a descrivere dettagli di minacce,
ingiunzioni del segreto e così via, perché si accorgono che ciò corrisponde
a quello che gli intervistatosi si aspettano di ascoltare. Le esperienze
41
Capitolo 2
raccolte da altri (attraverso i media, la scuola, o altri compagni come nel
caso della cross-contamination possono costituire una fonte per la
costruzione di rappresentazioni dettagliate di scene d’abuso mai vissute, ma
che vengono raccontate con modalità simili a quelle proprie dei ricordi
“veri” (Mazzoni, 1998).
-
Linguaggio inappropriato. Anche bambini piccoli, a volte, si riferiscono
alla propria esperienza con termini quali “molestie sessuali”, “abusi” o
“penetrazione”. Può accadere che i bambini realmente abusati ascoltino gli
intervistatosi stessi che utilizzano questi termini e che li adottino,
sviluppando nel corso delle varie interviste una “litania” simile a quelle
prodotte dai bambini “programmati”. Quando essa si realizza durante la
prima rivelazione può far nascere il sospetto di un’induzione. Occorre
comunque tenere presente che il linguaggio dei bambini è anche frutto del
contesto familiare e sociale in cui essi vivono.
-
Storia raccontata dal punto di vista del bambino. I bambini narrano le loro
esperienze discriminando e interpretando gli elementi in base allo stadio di
sviluppo in cui si trovavano al momento dell’esperienza o al momento
dell’intervista.
-
Consistenza. Poiché la memoria è fallibile, c’è da attendersi che l’iniziale
rivelazione subisca variazioni, soprattutto quando viene riportata a distanza
di molto tempo dall’evento originale e nel corso di numerose interviste con
adulti diversi. I bambini realmente abusati, inoltre, spesso aggiungono
particolari che fanno realmente parte dell’evento originale frutto della
ricostruzione mnestica. Gli stati d’animo variamente sperimentati e i diversi
indizi forniti dagli adulti o dal contesto possono facilitare la comparsa di
nuovi frammenti. È probabile, invece, che i bambini che non hanno vissuto
realmente l’abuso non si ricordino ciò che hanno detto precedentemente e
si contraddicano o, al contrario, riportino la rivelazione sempre con le
stesse parole e forniscano sempre le medesime informazioni. Wahrespan e
coll. (1987) considerano più accezioni di questo indicatore:
1. ripetizione delle stesse dichiarazioni in più interviste;
2. consistenza delle dichiarazioni rese allo stesso intervistatone;
42
La memoria in età evolutiva
3. ripetizione dello stesso tema attraverso più mezzi di comunicazione
(disegni, bambole anatomiche, comportamento, gestualità ecc.);
4. conferme attraverso dichiarazioni rese da altri bambini.
Gli Autori, inoltre, considerano anche un altro tipo di indicatore ancora
legato alla consistenza: la consistenza in presenza di “opposizioni”.
Secondo loro la credibilità aumenta allorché i bambini confermano le
accuse anche in presenza di un atteggia mento oppositivo da parte
dell’interlocutore.
-
Rivelazioni "in progress". Questo indicatore è apparentemente in
contraddizione con il precedente. È stato osservato che alcuni bambini
recuperano i ricordi a poco a poco, per vari motivi (stati d’animo diversi,
indizi vari ecc.) e che pertanto i contenuti delle interviste possono essere
caratterizzati da aggiunte successive. Le rivelazioni caratterizzate da
un’aggiunta progressiva di particolari rappresentano tuttavia anche una
caratteristica delle esagerazioni tipiche delle accuse “a reticolo” o dei
bambini che cercano di mantenere l’attenzione dell’intervistatore o che,
per coprire le bugie precedenti, sono costretti a inventarne altre.
-
Candid style. È uno dei criteri citati dall’American Academy of Child and
Adolescent Psychiatry (1997) e consiste nelle correzioni spontanee da
parte dei bambini e nell’ammissione da parte loro di non ricordare alcuni
dettagli.
-
Affettività appropriata. Anche attraverso il canale non verbale il bambino
fornisce importanti informazioni. Herinan (1990) suggerisce di osservare il
tono, le espressioni, i gesti, eventuali cambiamenti emozionali correlati al
tema dell’abuso, e la corrispondenza tra il contenuto narrato e il
comportamento non verbale. Alcuni bambini, passando da temi neutrali a
quelli specifici della loro esperienza traumatica, mutano tono e volume
della voce, evitano il contatto oculare, piangono, manifestano rabbia, si
muovono agitatamente. Spesso c’è congruenza tra il contenuto della
narrazione e l’emozione espressa attraverso il canale non verbale (e vocale
- non verbale), ma tale indicatore può talora trarre in inganno; anche nei
bambini sinceri può non essere correttamente decodificata dall’ascoltatore
43
Capitolo 2
un’evidente risposta di carattere emozionale. I bambini che vengono
indotti a false rivelazioni producono sovente narrazioni apparentemente
caratterizzate da mancanza di partecipazione emotiva, “robotiche” (robotlike). Le loro rivelazioni, tuttavia, se attentamente esaminate risultano
essere tutt’altro che prive di reazioni emotive in quanto la paura di essere
scoperti, di essersi sbagliati o di non essere creduti può manifestarsi
attraverso il canale non verbale e vocale - non verbale. Questo indicatore
presenta anche un’altra accezione: il tipo di affetto esperito dai bambini
nei confronti del genitore. È stato già osservato come spesso i bambini
provino difficoltà a esprimere i propri sentimenti, specie sulla base di una
forte ambivalenza affettiva. Inoltre, le numerose dinamiche, interne ed
esterne, che intervengono nell’abuso rendono altrettanto varie le risposte
possibili da parte del bambino, sì da rendere assai difficile stabilire quale
sia l’affetto “appropriato”. Il modo di descrivere i propri sentimenti e di
proporsi del bambino, rappresenta l’elemento diagnostico più controverso,
in quanto dipende dall’interazione di più fattori. Secondo Heiman (1992)
questi sono:
1. il timing dell'intervista ( è la prima o l'ultima di una lunga serie?);
2. il tipo di supporto offerto al bambino;
3. le conseguenze della rivelazione;
4. la severità dell'abuso e gli effetti sulla personalità del bambino.
Riguardo a quest'ultimo fattore, l’Autrice puntualizza che i meccanismi
dissociativi e il diniego possono dar luogo a reazioni non prevedibili e
paradossali.
-
Plausibilità della narrazione. Secondo Gardner (1995), i bambini
realmente abusati forniscono facilmente descrizioni credibili delle loro
esperienze, mentre i bambini “programmati” inseriscono eventi, elementi
poco plausibili se non impossibili: “if it sounds incredible, it probably isn’t
true”. Alla luce di quanto osservato da Everson (1997), la plausibilità non
andrebbe valutata in base alle aspettative rispetto alla sessualità, alle
preferenze sessuali e ad altri criteri autoreferenziali, ma attraverso le leggi
della fisica e della biologia.
44
- Capitolo 3 -
L’abuso all’infanzia
L’abuso sessuale su minore è un fenomeno difficile da evidenziare in quanto
raramente emergono le prove oggettive dell’avvenuto abuso ed i bambini risultano
i soli testimoni dei presunti fatti.
Dopo il periodo di sensibilizzazione sul fenomeno degli abusi sessuali che ha
visto intorno agli anni 1970, soprattutto nel Nord America, il proliferare di una
vasta letteratura che indicava le modalità con le quali si potevano evidenziare,
mediante i cosiddetti “indicatori”, gli abusi sessuali sui bambini anche in assenza
di prove oggettive e di testimonianze certe, la comunità scientifica internazionale
ha cominciato a manifestare forti dubbi e perplessità sull’entità di tale fenomeno e
sull’infallibilità delle modalità di indagine.
Anche in Italia, a partire dagli anni 1990, alcuni studiosi hanno evidenziato le
difficoltà nell’espletare le indagini per sospetto abuso sessuale e a mettere in luce
le frequenti fonti di errore degli “esperti”, nonché i preconcetti e le deformazioni
professionali degli stessi (si ricordano gli Atti del Convegno di Noto, 1996 e fra i
tanti autori: Montecchi,1994 Gulotta, 1991 e 1996 - De Cataldo, 1999 - Mazzoni,
2000 - Di Cori e Sabatello, 2000).
Merita ricordare che il clima di paura e di caccia alle streghe in una comunità
in cui si presume che vi sia stato un abuso sessuale provoca morbose suggestioni
che tuttavia non possono essere scientificamente supportate. Questo fenomeno è
riportato anche in letteratura (Wakefield, Underwager, 1988): nelle comunità
sconvolte dal clamore di una vicenda inerente un sospetto di abuso sessuale, sono
frequenti segnalazioni differite nel tempo, soprattutto se il clamore della vicenda
Capitolo 3
continua ad essere mantenuto vivo dai media, in concomitanza di eventi giudiziari
che riguardano tale vicenda.
Negli ultimi anni vi è stata una vorticosa crescita di abusi sessuali di bambini,
sia perché la legge è in vigore da solo un decennio (1996), sia perché fino ad
allora l’opinione pubblica non era stata sensibilizzata a denunciare tali reati.
La quasi totalità degli abusi si sostanzia tra le mura famigliari e difficilmente
emergono per ovvi motivi, mentre un fenomeno classificato fra quelli famigliari
che provoca una quantità notevole di falsi abusi deriva dalle denuncie prodotte
dalle madri divorziate o separate per finalità di affidamento dei figli o per
fraintendimento. Basti pensare che anche i mass media si sono occupati di questo
fenomeno ed una pubblicazione del settimanale “Panorama” del 19 giugno 2003
indica che il 75% delle denuncie vengono archiviate perché infondate.
Il fenomeno degli abusi sui minori difficilmente emerge e solo quando
intervengono divergenze per finalità di affidamento, fraintendimenti, rivalità
politiche o altro fra coniugi e terzi potrà essere concretamente denunciato, inoltre
è stato dimostrato che i genitori, ma non solo loro, non avendo una conoscenza
dell’età evolutiva sessuale degli infanti adeguata, ogni atto a loro sconosciuto
rappresenta una preoccupazione di abuso, grazie anche alle esagerazioni dei mass
media, congiuntamente al fenomeno del protagonismo, pregiudizio e della
tendenza di pensiero del gruppo o centri d’aiuto d’appartenenza dei psicologi e
neopsichiatri infantili.
La stessa legge 66/96, peraltro, si propone all’interprete anche per alcune
singolarità o difetti; ad esempio:
-
manca la definizione di atto sessuale e, quindi, rimane il problema di come
esso si differenzia e si distingua;
-
non è definito il concetto di gruppo, anche se è prevedibile che siano
sufficienti due soli soggetti;
-
manca una correlazione con le norme che puniscono l’incesto.
Un aspetto molto importante da sottolineare e da evidenziare, nasce dalla
considerazione che il legislatore ha consentito l’indeterminatezza dell’atto
sessuale, lasciando la più libera e ampia definizione e interpretazione alle parti
46
L’abuso all’infanzia
come fatto illecito o lecito, senza una precisa azione delittuosa, così come vuole la
nostra Costituzione.
La norma cui si fa riferimento è l’art. 609 bis c.p. 9 che rappresenta, in un certo
senso, il pilastro su cui poggiano tutte le altre disposizioni della legge,
descrivendo il reato di violenza sessuale avvalendosi della generica espressione
“atti sessuali” e così facendo si prescinde, in sede giudiziaria, dalle modalità
materiali del fatto. D’altro canto le problematiche connesse all’abuso sessuale
sono studiate da diversi anni, gli studiosi non sono ancora giunti a fornire una
definizione condivisa di violenza sessuale nei confronti dei minori. Per esempio
secondo la definizione proposta al IV colloquio criminologico del Consiglio
d’Europa, per abuso sessuale di un minore deve intendersi “ogni atto sessuale che
provochi lesioni fisiche ed ogni atto sessuale imposto al bambino non rispettando
il suo libero consenso.
Inoltre, il recente lavoro di analisi da Finkelhor (1994) su dati di 21 indagini
epidemiologiche appartenenti ognuna ad un paese diverso, rappresenta un valido
contributo alla conoscenza sull’effettiva estensione dell’abuso sessuale compiuto
sui minori, sottolineando come quello dell’abuso si configuri come un problema
internazionale, sia per le diverse aree geografiche, sia per il grado di cultura e
sviluppo economico delle stesse.
A tutt’oggi non esiste un piano strettamente operativo per la clinica e il diritto
su cosa si intende per abuso sessuale. L’unica accezione che trova accomunati la
maggior parte degli studiosi è nel ritenere che l’abuso sessuale consiste nel
coinvolgimento di minori, soggetti per definizione immaturi e psicologicamente
dipendenti in attività sessuali che essi non comprendono ancora completamente,
alle quali non sono in grado di acconsentire con totale consapevolezza. In tempi
meno recenti si tendeva a includere nella definizione di abuso un’ampia gamma di
atti, comprendente il rapporto sessuale, la masturbazione, l’esposizione degli
organi genitali, la visione di filmati pornografici e il discutere di argomenti
sessuali in modo erotico, distinti nelle categorie di “abuso con contatto” e “abuso
senza contatto”.
Ultimamente i confini tornano a sfumare al punto che alcuni autori la
definizione è lasciata agli stessi soggetti, ovvero una definizione meno restrittiva,
47
Capitolo 3
che consideri abuso sessuale nei confronti di un minore qualsiasi approccio o
azione di natura sessuale che coinvolga un bambino che causi in lui disagio o
sofferenza psicologica (Briere, Henschell, Smil, Anich, 1992; Violato, 1994).
Vi rientrano, dunque, non soltanto comportamenti di tipo commissivo, entro i
quali vanno annoverati maltrattamenti di ordine fisico, sessuale o psicologico, ma
anche di tipo omissivo, legati cioè all’incapacità più o meno accentuata, da parte
dei genitori, di fornire cure adeguate a livello materiale ed emotivo al proprio
figlio.
Anche per la legge l’abuso sessuale è una formula generica che definisce un
comportamento sessuale violento e attuato senza il consenso dell’altra persona. A
questo va aggiunto che in ambito legale è utile una definizione circostanziata
relativa all’abuso che specifichi quali atti siano concessi e quali no, quale sia l’età
critica che trasforma un atto sessuale in un atto di abuso, per poter pervenire a una
decisione in merito alla colpevolezza dell’imputato e all’entità del danno subito
dal bambino.
Diviene spesso difficile decidere a quale soggetti devono essere dirette le
pratiche d’intervento o quali soggetti possono divenire oggetto di sanzioni penali.
Nell’ambito della ricerca i risultati non possono essere confrontati o sono poco
generalizzabili, ovvero poco attendibili, poiché la selezione dei campioni e delle
variabili da controllare/esaminare si fonda, come si è già accennato, sulla
definizione di abuso sessuale infantile è sulla sua operazionalizzazione.
La verità dei contesti, delle politiche e degli obiettivi specifici non consentono
per ora di pervenire a un’unica definizione (ampia o ristretta che sia).
Le distinzioni categoriali che i vari ricercatori e autori cercano di porre in
rilievo in questa materia possiedono un valore soprattutto “scolastico”, ma non
rispecchiano una realtà articolata come quella che si può osservare nella clinica.
Ogni abuso “fisico” reca conseguenze di ordine psicologico ed emozionale; lo
stesso abuso sessuale è difficilmente isolabile dall’abuso fisico e dal
maltrattamento psicologico, e così via. Nella pratica clinica, ci si trova per lo più
di fronte a situazioni “miste” nelle quali può risultare arbitrario enfatizzare una
dimensione piuttosto che un’altra, occupandosi esclusivamente di questo o
quell’aspetto (Ney e coll., 1994), ovvero considerare gli stati emozionali di paure,
48
L’abuso all’infanzia
silenzi, omissioni, disegni e atteggiamenti corporali come segni sostanziali di un
abuso sessuale.
A questo si deve aggiungere il contesto sociale del periodo in esame e dello
sviluppo economico raggiunto dalla classe sociale, in quanto le considerazioni
fatte nel nostro paese non possono essere applicate ai paesi in via di sviluppo,
poiché si dovrebbe allontanare tutti i bambini dalle loro famiglie per porli sotto la
tutela della legge e tutti i genitori a custodia cautelare.
L’abuso sessuale ricade tra i comportamenti attivi o, in alcuni casi, in quelle
condotte che vengono definite commissive mediante omissione; si ha abuso
sessuale sia che si compiono atti sessuali sul corpo del bambino, sia che il
bambino venga costretto ad assistere a rapporti sessuali. Merita ricordare, come
ampiamente riportato dalla letteratura scientifica, che vi sono fenomeni naturali e
prevedibili nello sviluppo evolutivo dell’infante che per curiosità di conoscenza
infantile gli stessi sono portati ad esplorare la diversità fra i sessi, senza che il
fatto sia da attribuire a manifestazioni di un contatto, interessamento e seduzione
rivolte dall’adulto ad un bambino.
Si osserva che la scienza ha sostanziato che l’intensità maggiore di curiosità
sessuale avviene fra i tre e i sei anni per diminuire costantemente fino all’età di
nove anni. È stata rilevata, per esempio, da più insegnanti delle elementari che la
masturbazione, in ambo i sessi, è maggiormente presente nei primi due anni di
inizio della scuola dell’obbligo; spesso e volentieri anche durante l’orario
scolastico, come dimostrazione di evento naturale e prevedibile, connesso al
meccanismo del piacere, senza che tali comportamenti siano da attribuire ad una
fattispecie generica di reato da parte di adulti.
La letteratura più accreditata in merito ai criteri che costituiscono da soli o
insieme altri elementi, nel caso in cui la prova debba essere ricercata, sono del
tipo cognitivo, fisico, comportamentale ed emotivo.
Dobbiamo precisare che non è infrequente che vengano attuate da parte di più
soggetti forme plurime di violenze sessuali (ad esempio, abuso sessuale
intrafamiliare e contemporaneamente sfruttamento sessuale a fini di lucro). Sono,
inoltre, frequenti nell’ambito degli abusi intrafamiliari violenze su più minori, di
entrambi i sessi, della stessa famiglia nucleare e di quella allargata.
49
Capitolo 3
Come si può notare nel tentativo di definire le violenze sessuali si è costretti a
ricorrere a dei macrocriteri come ad esempio quelli relativi all’azione o alla figura
dell’abusante. Il problema dell’esistenza della grande varietà di definizioni merita
un’attenzione particolare. In effetti diversi soggetti professionali si incontrano sul
terreno dell’intervento psicosociale e giudiziario: medici, magistrati, psicologi,
insegnanti, forze dell’ordine, avvocati, operatori sociali.
Allo stato attuale non è possibile di stabilire indicatori specifici di abuso
sessuale sul minore (Giordano, 2001).
3.1. Il problema della valutazione delle denunce fatte da minori
Jones e McGraw (1987) studiarono 576 rapporti di abuso sessuale ricevuti dal
Denver Department of Social Services nel corso del 1983; sebbene tale ufficio
avesse definito come “infondato” il 47% di questi casi, i ricercatori ritennero che
meno dell’8% dei resoconti fosse veramente falso. Il termine “infondato”,
purtroppo, non si riferisce in genere solo a denunce false ma anche a denunce in
relazione alle quali le investigazioni compiute non hanno acquisito elementi
sufficienti per l’esercizio di un’azione penale. Inoltre, pare che il numero di false
denunce stia crescendo nelle cause di affidamento e custodia di figli, in seguito a
separazione. Sebbene negli USA meno del 2% dei casi di affidamento contestato
coinvolga denunce di abuso sessuale (Thoennes e Tjaden, 1990), le false denunce,
anche in tali contesti, possono raggiungere il 35% (Kaplan e Kaplan, 1981; Brant
e Sink, 1984; Benedek e Schetky, 1985; Jones e Seig, 1988).
I motivi per cui soggetti in età evolutiva possono effettuare denunce false sono
vari. Un adolescente potrebbe farlo per desiderio di vendetta o per ottenere un
certo grado di controllo in particolari situazioni, per esempio in relazione alla
famiglia affidataria. Il farlo con efficacia non è certo facile, ma mancano
purtroppo statistiche ufficiali in proposito.
In altri casi, alcuni bambini denunciano di essere stati vittima di un abuso ma,
per il timore delle conseguenze negative, non rivelano il nome del responsabile.
La denuncia, in tal caso, può essere ritenuta “infondata” anche se i particolari
dell’abuso sono, invece, veritieri. Altri esempi sono rappresentati da minori che
50
L’abuso all’infanzia
accusano deliberatamente una persona innocente, in luogo del vero responsabile
dell’abuso (“sostituzione del responsabile”). Anche di questi casi è tuttora ignota
l’incidenza.
Una denuncia falsa può verificarsi anche senza alcuna responsabilità del
minore. Per esempio, un genitore, durante le dispute di un affidamento in causa di
separazione, potrebbe effettuare una denuncia falsa portando il figlio a credervi;
oppure, il genitore o il figlio potrebbero convincersi dell’esistenza di un abuso, in
seguito al fraintendimento di taluni comportamenti dell’altro genitore.
La decisione di ritenere falsa la denuncia può anche derivare da inadeguate
procedure di colloquio e d’intervista col bambino, presunta vittima dell’abuso.
Celebre è il caso di abuso presso l’asilo di Manhattan Beach in California, nel
quale le persone accusate vennero prosciolte dopo 6 anni di processi e un costo di
15 milioni di dollari, non perché la giuria fosse sicura della loro innocenza, ma
solo perchè le interviste originarie con i bambini coinvolti vennero condotte così
malamente da impedire l’attuazione della condanna.
Intervistatori non debitamente preparati possono incorrere in errori per diverse
ragioni:
-
Incomprensione dei cambiamenti evolutivi nelle capacità linguistiche e
nella cognizione. Un fraintendimento delle parole del bambino, l’uso – da
parte dell’intervistatore – di un linguaggio fuorviante e non adeguato all’età
del minore, così come la mancata consapevolezza che i bambini
concettualizzano gli eventi differentemente dagli adulti, possono portare ad
errori.
-
La formulazione, da parte degli intervistatori, di domande suggestive o
tendenziose a cui, soprattutto i bambini in età prescolare, sono
particolarmente sensibili.
-
L’impiego di bambole anatomicamente corrette può costituire una forma
particolare di suggestione, anch’essa potenzialmente problematica.
-
Le tendenze pregiudiziali o ideologiche (biases) degli intervistatori.
Ritenere sempre i bambini testimoni non attendibili o escludere fermamente
ogni possibilità che possono mentire riguardo a un abuso sono entrambi esempi di
biases che interferiscono con un’adeguata comprensione dei fatti.
51
Capitolo 3
Le modalità del colloquio con il bambino possono rispettare i postulati della
conversazione descritti da Grice (1967):
-
Sincerità.
-
Chiarezza: evitare ambiguità e formulare enunciati brevi e sequenzialmente
ordinati.
-
Pertinenza:
rimanere
aderenti
al
tema
trattato.
Giusta
quantità
d’informazione evitando la ridondanza.
Il rispetto di tali regole consente all’ascoltatore, in questo caso al bambino, di
formulare un numero minore di inferenze (implicazioni conversazionali) e di
rispondere con modalità più “aderenti” alle richieste.
Il racconto libero da parte del bambino degli eventi che sono capitati
rappresenta la modalità da privilegiare per l’accuratezza e l’attendibilità del
resoconto. In u secondo momento, e seguendo le modalità descritte, si possono
formulare domande aperte. Domande più specifiche vanno espresse con le
attenzioni segnalate e solo quando lo si ritenga strettamente necessario
(particolarmente con i bambini più piccoli). Naturalmente, per quanto sia
generalmente opportuno ridurre il numero delle interviste, non sempre questo è
possibile, soprattutto con i bambini piccoli o con portatori di handicap cognitivi.
3.2. Abuso sessuale ritualistico
Finkelhor e Williams (1988) considerano “abuso ritualistico” ogni abuso che
“avviene in un contesto legato ad alcuni simboli e attività di gruppo che hanno
una connotazione religiosa, magica o sovrannaturale, e dove le invocazioni di
questi simboli o attività sono ripetute nel tempo e vengono usate per spaventare e
intimidire i bambini”.
Questa definizione viene considerata una delle più ampie: considera i diversi
tipi di abusi, riconosce la presenza del gruppo e il contesto religioso, sottolinea la
presenza di attività-riti ripetuti nel tempo, ma senza suggerire che siano motivati
dalle sole credenze religiose.
Le dichiarazioni di abuso ritualistico contengono spesso descrizioni bizzarre o
macabre legate agli abusi subiti. Alcune vittime raccontano di essere state
52
L’abuso all’infanzia
rinchiuse in spazi ristretti come bare, tombe, gabbie talvolta piene di insetti, rettili
o altri animali. Vengono riferite anche l’applicazione di elettrodi, l’inserimento di
oggetti nelle cavità del corpo e l’assunzione di droghe. Alcune vittime dichiarano
di aver dovuto ingerire sangue, escrementi, urina, carne umana o di aver
partecipato a sacrifici umani e mutilazioni. Vengono descritte anche le minacce
subite dai perpetratori: minacce di morte (propria o di altri), di mutilazione, di
intervento da parte di forze sovrannaturali.
Per quanto riguarda gli abusi sessuali, questi riguardano penetrazioni anali e
vaginali, toccamenti, rapporti orali. I bambini raccontano talvolta di essere stati
filmati, di essere stati obbligati ad attività sessuali con altri bambini e descrivono
adulti mascherati o travestiti da diavoli.
Secondo Jones (1991) non è necessario, ma può essere anzi controindicato
definire una categoria separata di abuso, come “abuso ritualistico” o “abuso
satanico”, poiché questo potrebbe suggerire la possibilità che determinate attività
possano avere uno speciale significato mistico.
Esistono cinque potenziali fonti di evidenze nei casi di abuso sessuale
ritualistico: i racconti dei bambini, i racconti autobiografici di abuso ritualistico
infantile da parte di adulti, le confessioni dei perpetratori, i testimoni terzi e le
investigazioni effettuate sulla scena del crimine. Young e collaboratori (1991), per
esempio, riscontrano la presenza di otto sintomi nella maggior parte dei 37
pazienti adulti che avevano rivelato esperienze di abuso ritualistico infantile e che
erano in trattamento a causa di disturbi dissociativi (vedi tab. 1).
Tabella 4 – Percentuale di pazienti che manifestano i sintomi correlati alle rivelazioni di abuso
sessuale ritualistico (Da: Young e coll., 1991).
Sequela
Pazienti
%
Grave Disturbo Post-traumatico da Stress
37
100
Stati dissociativi con temi satanici
37
100
Senso di colpa da sopravvissuto
36
97
Credenze indotte
35
94
Paure inusuali
34
91
Sessualizzazione di impulsi sadici
32
86
Auto-abuso bizzarro
31
83
Abuso di sostanze
23
62
53
Capitolo 3
Attraverso uno studio basato su tre successive interviste ai genitori di 87
bambini facenti parte di un gruppo di presunte vittime di abusi ritualistici avvenuti
nei Paesi Bassi alla fine degli anni 1980, Jonker e Jonker-Bakker (1997)
individuarono una serie di comportamenti e segni fisici nei bambini di età
compresa tra i 3 e i 10 anni. Nell’arco di 7 anni, a partire dalle prime rivelazioni, i
comportamenti maggiormente esibiti dai maschi consistevano in disturbi del
sonno (79%), sonnambulismo (79%) e aggressività (83%); le femmine
manifestavano aggressività (87%), ansia e nervosismo (77%) e disturbi del sonno
(79%). I maschi, inoltre presentavano in maniera più frequente sonnolenza (35%),
lividi in zone inusuali (33%), defecazione dolorosa (25%) e prurito nella zona
anale (25%). I genitori delle bambine riferirono soprattutto lividi in zone anomale
(44%), sonnolenza (41%) e la presenza di macchie nella biancheria intima (36%).
Nei due studi sopraccitati manca il gruppo di controllo, ed è di conseguenza
impossibile accertare la specificità dei sintomi rilevati. Secondo Putnam (1991), la
serie di sintomi elencati da Young non risulta distinguibile da quelle pubblicate
nelle descrizioni dei pazienti con Sindrome di Munchausen per Procura (MPS),
mentre i comportamenti e i sintomi rilevati da Jonker e Jonker-Bakker sono
assimilabili a quelli che seguono ad altre esperienze traumatiche nei bambini.
I racconti degli abusi in entrambi gli studi sono basati sulla memoria degli
intervistati che presentano tra l’altro disturbi dissociativi e dunque rilevanti
difficoltà nel ricordare gli eventi traumatici. Questi ultimi, inoltre, sono emersi
durante sedute di ipnosi, spesso criticate per i possibile effetto suggestivo
esercitato sui pazienti.
In entrambi gli articoli viene precisato che le rilevazioni emergono in maniera
indipendente le une dalle altre e ciononostante presentano dettagli molto simili.
Young e coll. (1991) sottolineano la diversa provenienza geografica dei pazienti,
Jonker e Jonker-Bakker l’estraneità dei bambini tra loro. Secondo Putnam (1991),
queste osservazioni rispecchiano un modello “ingenuo” di contagio, basato
sull’idea che gli individui debbano entrare in contatto diretto per potersi
scambiare informazioni.
Nonostante le numerose indagini seguite ai racconti resi dalle presunte vittime,
non sono mai state trovate prove di abuso ritualistico sulla scena del crimine
54
L’abuso all’infanzia
(Lanning, 1991). Non va ovviamente escluso che ciò sia dovuto alla particolare
perizia dei perpetratori nel cancellare ogni traccia.
Secondo Lanning “qualche cosa riferito dalle vittime può essere vero ed
accurato, qualche cosa può essere stato percepito male o distorto, qualche cosa
può essere simbolico e qualche cosa può essere “contaminato” o falso. Il
problema, tuttavia, è determinare cosa è cosa. Credo che la maggior parte delle
vittime che riferiscono abusi rituali siano, effettivamente, vittime di qualche forma
di abuso”. Anche secondo Jones (1991) si può assumere che alcuni eventi
ricordati siano frutto di esperienze realmente vissute mentre altri risultino fittizi.
L’Autore propone che alcuni fattori insorti dopo l’esperienza traumatica
dell’abuso influiscano sulla memoria della vittima in modo tale da rendere il
ricordo difficilmente recuperabile e/o difficilmente credibile. Nella figura 4
vengono riportati alcuni fattori che possono agire in queste situazioni.
Influenza dei genitori
Interviste/terapie
Contagio sociale
Elaborazione difensiva
Effetti post-traumatici
Droghe, sostanze
Tattiche confusive:
separazione, paura,
rituali, minacce,
alleanze
Rivelazione
Intervista
Intervista
Effetto/i traumatico/i
Tempo
Figura 4 – Fattori che influenzano il ricordo di eventi traumatici nei bambini. (Da: Jones, 1991).
55
Capitolo 3
Secondo Jones (1991) va valutata la possibilità di un’eventuale elaborazione
difensiva, ovvero la presenza di elaborazioni fantastiche presenti nel racconto e
originate da specifici meccanismi di difesa.
Anche l’influenza dei genitori, degli operatori sociali e dei media sui bambini
va presa in considerazione, così come sostengono in maniera particolare quegli
Autori che evidenziano la presenza di un “contagio sociale” alla base di molti
racconti di abuso.
In un’ottica simile, si può osservare una sorta di elaborazione difensiva in
bambini che presentano un disturbo dissociativo, i quali sperimentando vissuti di
ansia legati ad un individuo o a un evento avvenuto in passato, imbastiscono
rapidamente un racconto, a volte non plausibile, per spiegare l’origine della loro
ansietà. Ganaway (1989) ha proposto che bambini e adulti con disturbo
dissociativo possano attingere alla fantasia, prima ancora che alle esperienze
dissociative e alle immagini provenienti da fonti esterne come i media, per creare
una narrazione personale che fornisca senso e logica a quello che per loro
costituirebbe altrimenti un’esperienza “illogica” e priva di senso. Tale narrazione
può anche includere, secondo l’Autore, dettagli su rituali connessi all’abuso.
“Indipendentemente da quanto atroci le esperienze d’abuso sessuale possano
essere, esse sono sempre più tollerabili per i pazienti di quanto non lo siano le
esperienze che rimangono senza significato” (Ganaway, 1989).
Rispetto al ruolo dei professionisti (e in particolare dei terapeuti), Lanning
(1991) fa notare che questi ultimi possono scegliere di prestar fede ai racconti di
abuso ritualistico semplicemente perché il paziente stesso crede nella
vittimizzazione e la descrive in maniera vivida ed efficace. La necessità di
corroborazione può essere minima perché la rivelazione riguarda solamente il
rapporto tra il terapeuta e il paziente. Che effetto può sortire una prolungata
terapia tra un paziente vulnerabile e un terapeuta volto alla ricerca di conferme?
La “confessione” dell’abuso ritualistico è una co-creazione di una storia
eccitante e reciprocamente lusinghiera secondo la quale i cliente ha vissuto torture
orribili ma sta per raggiungere la catarsi, affrontando in maniera eroica il maligno
oppressore, accettata in maniera incondizionata da un terapeuta empatico e una
comunità di amorevoli compagni sopravvissuti, e in alcuni casi riconciliandosi
56
L’abuso all’infanzia
anche con Dio. Nello stesso tempo, il terapeuta, incapace di vedere il suo
contributo alla creazione della storia, è in grado di considerarsi un grande
terapeuta, un liberatore degli oppressi, una guida spirituale, e un furbo detective
(Bottoms e Davis, 1997).
Quando alla rivelazione avvenuta durante una seduta segue una denuncia,
quando il terapeuta e altri professionisti iniziano a condurre progetti di
formazione, pubblicano articoli e comunicano attraverso i media, le conseguenze
possono divenire ben più gravi e, dunque, il processo di raccolta delle prove e la
necessità di vagliarne l’attendibilità divengono critici. L’eccesso di informazione
sul fenomeno ottiene l’effetto di incoraggiarne la ricerca; i rischi di “contagio”
della vittima e di “isteria di massa” rappresentano un potenziale pericolo
conseguente alla divulgazione delle informazioni.
3.3. Valutazione delle ipotesi alternative
Il valutatore di un caso di presunto abuso sessuale deve sempre tenere presenti
alcune ipotesi alternative che potrebbero spiegare le dichiarazioni o gli altri segni
comportamentali e non, presentati dal minore o da altre persone. Tali ipotesi
vanno analizzate ed eventualmente scartate in base alle informazioni sul caso che
sono pervenute da varie fonti e che il valutatore deve, comunque, attivamente
ricercare proprio a tal proposito.
Alcune delle circostanze che potrebbero essere all’origine di una falsa denuncia
di abuso sono: disturbo psicotico del minore, dispute di affidamento fra i genitori,
vendetta e/o risentimento da parte del minore (nei confronti di insegnanti o
genitori affidatari o altre persone, da cui il minore si può sentire ingiustamente
trattato), vendetta e/o risentimento da parte di adulti vicini al minore (nonni,
parenti o altri che, più o meno inconsapevolmente, possono costruire un’accusa,
per esempio di incesto contro un genitore del bambino verso cui nutrono
sentimenti negativi). Vi sono, inoltre, alcune ulteriori ipotesi alternative che vanno
prese in considerazione:
-
fraintendimento;
-
suggestione o persuasione;
57
Capitolo 3
-
disturbo psicotico condiviso (Folie à deux);
-
iperidealizzazione di una figura genitoriale;
-
sostituzione dell’abusatore;
-
esagerazione;
-
sindrome dei falsi ricordi (implanted memories)
-
dichiarazioni a reticolo (latticed allegations).
3.3.1. Fraintendimento
Nei casi in cui la denuncia nasce all’interno di una situazione conflittuale fra i
coniugi o fra un genitore ed alcuni parenti, non sempre l’accusa viene
deliberatamente costruita ed il bambino viene plagiato o “istruito” a raccontare
una determinata storia: più spesso, la denuncia può nascere da un fraintendimento
di un evento reale, di per sé innocente, che viene interpretato in senso negativo da
persone che nutrono verso il presunto abusatore atteggiamenti prevenuti e
risentimenti ormai consolidati (e talora sostenuti dalla pesante presenza nei mass
media di notizie circa abusi sessuali sui minori). Così, per esempio, il fatto che un
padre separato esegua, per la prima volta, personalmente l’igiene intima della
figlioletta che trascorre presso di lui il fine settimana, può costituire per la piccola
un evento sufficientemente strano da indurla a riportarlo alla madre con termini
ambigui, in grado di far sorgere sospetti nella donna, sostenuti da una situazione
di profonda discordia con l’ex coniuge. In tal modo successivi interrogatori e
involontari suggerimenti possono indurre la bambina a costruire un’accusa
infondata. Il fraintendimento, talora, può avvenire anche da parte del minore
stesso.
3.3.2. Suggestione o persuasione
I minori possono essere portati, senza volerlo, da genitori o parenti o altre
persone loro vicine a ripetere delle storie e a giungere a credere (o a far finta di
credere) ad esse, attraverso interventi suggestivi graduali e ripetuti nel tempo,
tramite cui la denuncia viene a poco a poco costruita. Talora, però, un intervento
suggestivo non è dovuto alle persone che vivono col minore ma, purtroppo, a chi è
incaricato dell’accertamento della denuncia. Ogni professionista tende a
58
L’abuso all’infanzia
presentare dei biases peculiari: diffidare sistematicamente delle dichiarazioni
perché in genere sarebbero false oppure, al contrario, credere che i casi di
presunto abuso sessuale siano sempre autentici.
Ciò può portare a modulare l’intervista in modo pesantemente suggestivo, sia
attraverso una comunicazione metaverbale sia mediante lo stesso contenuto. In
letteratura sono stati riportati casi (per esempio Gulotta et al. 1996; de Cataldo
Neuburger, 1997) di periti che promettono un premio al minore nel caso che
racconti loro quanto è accaduto, che si mostrano palesemente interessati solo a
questioni relative alla sessualità o, addirittura, consigliano al genitore non
abusante di indurre il figlio a raccontargli ogni giorno l’episodio dell’abuso. Si
tratta di gravissime incompetenze professionali, che derivano da una mancata
formazione nel particolare tipo di perizia sull’abuso sessuale ai minori. Nessun
professionista, per quanto esperto nel campo psichiatrico, psicologico o
psicoterapeutico, dovrebbe avventurarsi in tale pericoloso campo senza una
preparazione adeguata.
3.3.3. Disturbo psicotico condiviso (Folie à deux)
È possibile che fra u genitore ed un figlio si instauri una relazione simbiotica;
in questi casi il genitore è iperprotettivo, troppo sollecito e tende a trattare il figlio
come se fosse un’estensione di sé, oppure è eccessivamente dominante e desidera
mantenere il figlio passivo e dipendente. Se vi sono, dunque, aspetti deliranti
nell’adulto, questi possono venite assunti dal figlio, parte più debole, non solo per
il suo ruolo di minore potere, ma anche in base al suo grado di suggestionabilità.
Un bambino molto suggestionabile può impiegare più tempo per acquisire delle
idee deliranti, ma, una volta conseguite, le mantiene più a lungo (Dewhurst e
Todd, 1956). Così il genitore ed il bambino si alleano contro un nemico comune,
cioè il coniuge accusato di abusare il figlio. In base alla letteratura, è difficile
valutare la rilevanza dei casi di folie à deux riportati in associazione a false
dichiarazioni di abuso sessuale sui minori. Jones e Seig (1988) affermano che
“relazioni invischiate, simbiotiche, furono riscontrate in due terzi dei casi fittizi
coinvolgenti una madre ed un figlio”, però non è chiaro se con tali termini gli
autori intendessero realmente una folie à deux. Jones e McGraw (1987) riportano
59
Capitolo 3
il caso di due adulti che avevano emesso dichiarazioni false di abuso “agendo in
base ai loro deliri”, ma anche in questo caso non è chiaro l’inquadramento
diagnostico. Comunque, si tratta di una possibilità da tenere in considerazione,
soprattutto nei casi in cui il minore vittima presunta di abuso, se lasciato
raccontare il fatto in presenza del genitore non abusante, “controlla” l’espressione
del viso e il contatto oculare del genitore prima di procedere a qualunque
affermazione.
3.3.4. Iperidealizzazione di una figura genitoriale
Un forte investimento affettivo su una figura genitoriale (soprattutto da parte di
una figlia verso il padre) può portare a una forma di “innamoramento” del minore,
che si esprime in dichiarazioni e talora comportamenti che possono fare sospettare
fra i due un legame che sconfina nel sessuale. Ma in casi del genere, di solito, non
sono presenti quegli aspetti di vergogna, di sofferenza, di spiacevolezza, che
contraddistinguono l’abuso reale.
3.3.5. Sostituzione dell’abusatore
La dimostrazione che l’abuso sessuale non è stato perpetrato dalla persona
accusata non significa necessariamente che la vittimizzazione non sia avvenuta
affatto. Infatti, può accadere che il minore indichi come colpevole dell’abuso una
persona diversa (in genere esterna alla famiglia), in quanto è per lui più accettabile
fare la denuncia in questi termini. Oppure, come è stato riportato da Yuille e coll.
(1995), una ragazza, effettivamente abusata dal padre, trovandosi presso una
famiglia affidataria da lei detestata, può incolpare il padre affidatario di abuso
sessuale, sfruttando le conoscenze acquisite nel corso della vittimizzazione da
parte del padre stesso, la quale peraltro perdura durante la sua permanenza presso
la famiglia affidataria.
3.3.6. Esagerazione
La maggior parte dei casi di abuso sessuale sui minori comporta
accarezzamenti genitali (Sorenson e Snow, 1991; Yuille et al., 1993), ma se il
bambino vuole che l’abusatore venga severamente punito (per desiderio di
60
L’abuso all’infanzia
vendetta o per timore delle eventuali ritorsioni dell’accusato) potrebbe, se non
proprio aggravare deliberatamente l’atto di cui è stato vittima, magari “cedere” ad
una domanda suggestiva rispetto ad un’eventuale forma di abuso più invasiva e
quindi ammettere un vero e proprio rapporto sessuale. Se tale evento viene
escluso in base ad altre fonti di prova come un esame
medico, l’intera
testimonianza del minore potrebbe essere screditata, quando invece un abuso,
seppure non penetrativo, è realmente accaduto. Anche in casi del genere, quindi, è
necessario tenere presente tutto l’insieme delle dichiarazioni del bambino e del
quadro clinico, senza concentrarsi unicamente su di un particolare che viene
sconfermato.
3.3.7. Sindrome dei falsi ricordi (implanted memories)
Un altro possibile errore, da parte di professionisti, in grado di produrre false
denunce di abuso sessuale, deriva da psicoterapeuti fuorvianti che assumono
impropriamente e incautamente il ruolo di investigatori. Gli ultimi anni hanno
assistito, soprattutto in ambito statunitense, ad un enorme fiorire di accuse di
incesto o comunque di abuso sessuale infantile, prodotte da pazienti in età
adolescenziale o anche adulta, nel corso di una psicoterapia tendente proprio a far
emergere tali presunti eventi traumatici, in genere condotta da terapeuti convinti
che l’eziologia di alcune psicopatologie dell’età adulta (se non di tutte) possa
essere ricondotta a forme di abuso in età evolutiva. È così sorto un acceso
dibattito, che ha contrapposto quanti sostengono che si tratti solo di un’epidemia
di false accuse a coloro che invece dichiarano che se una persona ha la sensazione
di avere patito qualche atto abusivo nell’infanzia e mostra da adulto dei sintomi,
allora senza dubbio è stato vittima di tale vittimizzazione infantile.
Dichiarazioni a reticolo (latticed allegations): cfr. capitolo successivo
61
- Capitolo 4 -
Dichiarazioni a Reticolo
4.1. Definizione di dichiarazione a reticolo
Il termine “Dichiarazione a reticolo” (latticed allegations), come viene
riportato da Dèttore e Fuligni (1999) è stato “coniato da Yuille e coll. (1995), si
riferisce a quei casi in cui vi sono diverse presunte vittime e vari sospetti
abusatori; ogni minore denuncia solo una parte dei presunti abusatori e tali
denuncie si sovrappongono solo parzialmente fra loro; i bambini e i sospetti
provengono da un contesto comune o comunque sono legati fra loro (una stessa
scuola, uno stesso centro diurno, ecc.); i bambini sono stati intervistati più volte e
con metodologie spesso non corrette (domande suggestive); sovente i mass media
sono pesantemente coinvolti; così le dichiarazioni tendono a crescere in numero e
in gravità col passare del tempo, coinvolgendo sempre più persone, fino a
raggiungere limiti quasi fantastici (mostri, omicidi di massa, cannibalismo, riti
satanici, abuso rituale).
Si tratta in genere di casi (rari in Italia, ma più frequenti negli Stati Uniti) che
portano a investigazioni che non giungono ad alcuna soluzione definita. Si ritiene
che tali dichiarazioni a reticolo partano da una denuncia reale e fondata, ma poi si
perdano in un complesso di contagi reciproci, prodotti – come la ricerca ha messo
in risalto – soprattutto da ripetute interviste, mal condotte. Questo dato pone,
ancora una volta, in rilevo l’importanza di limitare il più possibile il numero delle
interviste cui il minore viene sottoposto, affidando le pochissime necessarie a
professionisti esperti e formati nel settore”.
Capitolo 4
Nella letteratura internazionale sono riportate decine di casi simili, definiti di
Sexual Ritual Abuse. Quelli elencati di seguito sono i più noti:
-
McMartin Preschool - Manhattan Beach (California USA);
-
Little Rascals - Edenton (NC - USA);
-
Broxtowe Case - Nottinghamshire (UK).
Bambino A
Bambino B
Bambino D
Bambino C
Bambino E
Bambino G
Bambino F
Bambino H
Bambino L
Bambino I
Figura 5 – Schema ipotetico di dichiarazioni a reticolo entro un gruppo di bambini.
4.2. Abusi sessuali ritualistici ovvero dichiarazioni a reticolo
La letteratura italiana in materia di abuso all’infanzia, ha rivolto,
successivamente al contributo fornito da Dèttore e Fuligni, numerose volte
l’attenzione a questo fenomeno che, ben noto agli studiosi americani, si è diffuso
solo negli ultimi anni in Italia. In particolare, hanno destato molto interesse i casi
dei cosiddetti “Abusi Sessuali Ritualistici”, casi cioè, di “Dichiarazioni a
Reticolo” in cui i racconti prodotti dalle presunte vittime, includono figure
diaboliche, vampiri, mostri, “messe nere”, torture, cimiteri, ecc.
È proprio negli USA che in tempi relativamente recenti si è sviluppato un
fenomeno sociale: la denuncia di riti satanici in cui le vittime sono sottoposte ad
64
Dichiarazioni a reticolo
abuso sessuale. Questo fenomeno si è diffuso in Europa in modo curioso,
interessando in primo luogo la Gran Bretagna, paese di lingua inglese, per
espandersi poi verso paesi di ceppo germanico, e per approdare, infine, dopo i
soliti vent’anni, nei paesi neolatini.
In Italia si sono verificati casi di riti satanici in varie zone della penisola, ma
fino a qualche anno fa i resoconti erano fatti da adulti pentiti. Oggi si assiste ad un
diffondersi di episodi di abusi rituali satanici raccontati da bambini, in zone
diverse da quelle tradizionali.
Mazzoni, nel suo lavoro del 2003, propone l’analisi di un caso concreto,
mettendo in rilievo la discrepanza esistente tra la gravità dei fatti narrati dai
bambini coinvolti, l’assenza totale di prove concrete e i risultati contrastanti degli
esami medici peritali sui minori, per giungere a ricercare elementi comuni nei casi
di “abusi satanici”.
I casi di abuso sessuale rituale satanico sono in Italia poco frequenti, così come
poco frequenti sono stati in altri paesi europei. Vi sono però alcuni aspetti che è
importante sottolineare.
Mazzoni affronta il tema centrale, chiedendosi “[…] se e in che misura sia
possibile costruire ricordi falsi di eventi così terribili, ricordi della cui verità si è
convinti senza che i fatti siano in realtà accaduti”. La risposta al quesito, viene
raggiunta
dall’Autrice,
attraverso
il
riconoscimento
degli
elementi
sorprendentemente ricorrenti che accomunano questa tipologia di dichiarazioni.
“Il primo riguarda i contenuti dei racconti fatti dai bambini, che riportavano
“tombe”, adulti vestiti da diavolo, bambini che vengono abusati e violentati,
indotti ad adescare ed ad usare violenza contro altri bambini; bambini torturati con
uncini, bevute di sangue umano, ecc.
La seconda caratteristica che rende il caso italiano simile ad altri riguarda la
modalità di rivelazione: tutto inizia dalle presunte rivelazioni di un bambino, che
coinvolge non solo adulti, ma anche altri bambini nel ruolo di vittima con racconti
che diventano nel corso dei mesi e degli anni sempre più raccapriccianti e, devo
aggiungere, sempre più incredibili. Gli operatori (psicologi, assistenti sociali)
possono rivestire un ruolo cruciale nel determinare il contenuto di quello che un
bambino racconta. L’esame dei casi rivela che i bambini erano stati ripetutamente
65
Capitolo 4
sentiti dallo stesso operatore (o dagli stessi operatori), che i bambini si vedevano
tra loro, e che gli operatori comunicavano ai bambini ciò che gli altri bambini
raccontavano. Nasce quindi il sospetto che anche il caso italiano sia il frutto di un
processo analogo a quello degli episodi americani, in cui i resoconti dei bambini
sono risultati frutto di una costruzione collettiva di eventi che in realtà non erano
mai accaduti.
Un ulteriore elemento su cui soffermarsi riguarda il percorso giudiziario dei
casi americani. Occorre far notare che oggi una parte di essi sono stati rivisti in
sede di corte d’appello, e che la sentenza iniziale è stata rovesciata, per cui gli
imputati sono stati assolti per non aver commesso il fatto. In alcune situazioni
restano imputazioni e condanne per abuso sessuale ma queste riguardano un solo
minore, un numero molto limitato di adulti e non ci sono condanne connesse con
l’abuso rituale satanico.
Un terzo aspetto riguarda l’opinione degli operatori statunitensi in merito a
queste situazioni. Dopo un periodo in cui era diffusa la convinzione che i bambini
raccontassero necessariamente fatti veri quando parlavano di riti satanici, oggi la
maggior parte degli assistenti sociali e degli psicologi che si occupano di questi
casi non credono più all’esistenza dell’abuso rituale satanico, come ha
recentemente affermato Mitchell Eisen perito per il tribunale di Los Angeles,
California e docente presso la California State University. La convinzione deriva
sia da un esame della letteratura, che mette in luce la modalità di “costruzione
collettiva” di ricordi simili e quindi ne inficia la credibilità, sia di alcune ricerche
su larghissima scala condotte da centri di ricerca statunitensi e dal Federal Bureau
of Investigation (FBI – Kenneth Lanning), che non hanno trovato nessuna prova
esistente a favore dell’esistenza di rituali di abuso satanico.
Ci si chiede quindi se in entrambe le situazioni, statunitense e italiana, non ci si
trovi in realtà di fronte ad un fenomeno di psicologia di gruppo, in cui genitori,
operatori, poliziotti, giudici, contribuiscano tutti in vario grado a costruire in
modo collettivo il ricordo di eventi che non sono accaduti”.
Mazzoni, chiarisce poi in modo più approfondito le modalità attraverso le quali
è possibile che si costruisca un “ricordo collettivo”: “Nei casi di presunto abuso
rituale satanico il processo di costruzione del ricordo è piuttosto chiaro. Si parte
66
Dichiarazioni a reticolo
dalla convinzione di base, secondo la quale, se un bambino racconta un episodio
traumatico, il racconto deve essere vero. A questa si accompagnano altre
convinzioni, che possono essere più o meno corrette: le persone si sentono più
libere di denunciare atti di abuso; la realtà supera la fantasia; l'abuso sessuale è un
fenomeno comune, molto più comune di quanto si pensi ecc. Guidati da simili
convinzioni, gli adulti che si sono trovati ad interagire con il primo bambino che
ha denunciato gli episodi di abuso, gli hanno creduto, ed hanno creduto che i nomi
da lui fatti corrispondessero a persone vere, adulti e bambini. Si sono messi poi a
cercare adulti e bambini con quei nomi, e dopo i colloqui, sono arrivati ad un
primo livello di conferma delle loro convinzioni. Nell’interazione con queste
persone sono state create nuove convinzioni e ricordi in parte falsi. La procedura
si è ripetuta con le persone che hanno avuto la sfortuna di avere i nomi che questo
secondo gruppo di bambini aveva fatto. In sintesi, è accaduto che ai bambini è
stato “insegnato” a condividere le convinzioni proprie degli adulti da cui erano
stati intervistati, i quali a loro volta vedevano in questo modo confermate le
proprie convinzioni. Nel corso dell’interazione venivano creati nuovi ricordi che
coinvolgevano altri bambini ai quali veniva nuovamente insegnato a credere nelle
convinzioni dell'adulto. Un simile meccanismo interattivo ha portato alla
costruzione di un ricco bagaglio di ricordi falsi che, come testimoniano i
documenti, sono stati via via modificati, dettagliati, ripuliti, affinati con il
procedere delle interviste e dei colloqui. Tutti parlavano tra di loro, bambini e
adulti, dando così corpo ad una grande ed elaborata memoria collettiva che,
nonostante il suo contenuto bizzarro, è stata considerata credibile perché
confermava le convinzioni e gli stereotipi degli operatori coinvolti nel caso”.
K. Lanning è certamente l’autore che, dal punto di vista storico, fra i primi si è
occupato, fin dalla metà degli anni Ottanta, di delitti rituali su minori. Egli osserva
che i cosiddetti Multidimensional Child Sex Rings (MCSR) posseggono tutti delle
caratteristiche comuni:
-
più di una vittima è coinvolta nel contesto di abuso (vero o presunto): le
vittime, quasi sempre sotto i dieci anni, descrivono numerosi bambini
abusati all’interno del medesimo ambiente;
67
Capitolo 4
-
è presente più di un molestatore: le vittime riferiscono di diversi soggetti
abusanti;
-
la paura come controllo: le vittime raccontano di essere state ripetutamente
minacciate;
-
rituali: le vittime descrivono ritualismi come cannibalismo, vampirismo,
uso di urina e feci, mutilazioni, torture e sacrifici di animali e bambini
commessi durante l’abuso;
-
pluralità di motivazioni: sentimenti di rabbia, risentimento e volontà di
potere, desiderio di umiliare e sessualità distorta alla base delle aggressioni;
-
la notizia dei casi emerge da situazioni diverse: ricordi recuperati in sedute
di psicoterapia, casi di separazione e divorzio, racconti di bambini che
dichiarano di essere stati abusati dal personale delle scuole e degli asili.
Zappalà (2004), citando Lanning stesso e altri, spiega l’emergere di simili
affermazioni indicando l’insorgenza di disturbi mentali nella vittima-testimone, e
la creazione di pseudomemorie. Queste pseudomemorie (Dietz, 2001,
comunicazione personale in Lanning 1992) non sono fantasmi mentali o deliri, ma
avrebbero origine da sogni, dalle influenze di racconti prodotti da altre persone o
addirittura da immagini raccolte da film o programmi televisivi. Lanning stesso
attribuisce alla televisione un ruolo fondamentale nell’ambito delle possibili finti
dalle quali le “vittime” possono attingere per costruire i loro bizzarri racconti.
Altre ipotesi esplicative possono riguardare la traumaticità del danno subito
mediante l’abuso e l’attività fantastica che comunque appartiene al mondo
infantile e che permea la produzione mentale dei bambini, specie quelli di minore
età. I reati connessi al mondo rituale occulto sono per Lanning i seguenti:
1) vandalismo;
2) profanazione di chiese e cimiteri;
3) furti da chiese e cimiteri;
4) mutilazioni di animali;
5) suicidio di adolescenti;
6) abuso su bambini;
7) rapimenti;
8) omicidio e sacrifici umani.
68
Dichiarazioni a reticolo
Egli rileva poi che la casistica relativa ai punti 6-8 non ha mai fornito prove
certe, al contrario di quanto prodotto nei punti 1-5.
Gli obiettivi dell’indagine sui presunti abusi sessuali ritualistici dovrebbero
essere ricondotti ad alcuni elementi che compongono una sorta di linea guida
d’investigazione che l’FBI propone. Si tratta del frutto del lungo lavoro
d’indagine effettuato dal gruppo di Lanning.
Ne riassumiamo i punti, riprendendo da Zappalà (2004):
-
background della vittima (rendimento scolastico del bambino, eventuali
paure, manifestazioni di disagio, abitudini alimentari, sonno, ecc.);
-
background dei genitori de delle persone accusate;
-
clima familiare (tensioni, separazioni, divorzi, dispute sull’affidamento del
bambino, ecc.);
-
conoscenze sessuali della vittima la sessualità della famiglia;
-
uso e abuso di droghe in casa;
-
credenze religiose e superstiziose in casa;
-
interazioni tra le vittime che fanno le stesse dichiarazioni;
-
uso della paura per minacciare il bambino;
-
uso di droga durante gli abusi;
-
uso di materiale pornografico;
-
chi ha raccolto, e con quale metodologia, i racconti della vittima.
L’Autrice prosegue citando altri casi tra cui quello di bambini di una scuola
materna statunitense che hanno raccontato di essere stati abusati dagli insegnanti e
dai custodi sottolineando la diffusione del fenomeno in vari Stati e ribadendo, tra
le varie ipotesi esplicative, quella di “ricordi falsi relativi ad eventi non esistenti
che vengono costruiti in modo collettivo. In questo caso non sarebbero i bambini
ad essere i soli costruttori del ricordo, ma ne sarebbe responsabile l’intera
collettività di cui i bambini fanno parte”.
Di come ciò possa avvenire, G. Mazzoni fornisce una lunga spiegazione che
richiama l’induzione nei bambini, mediante le numerose interviste, di quelli che,
in realtà, sono i timori degli adulti interlocutori, scaturiti da una serie di
convinzioni e “leggende metropolitane”, che fanno parte del patrimonio di
conoscenza collettivo. Dall’altro lato ci sono errori e trappole nel nostro modo di
69
Capitolo 4
ragionare che portano tutti alla creazione di convinzioni senza reale fondamento.
Ricordiamo tra questi la tendenza a confermare le nostre ipotesi trascurando
completamente il processo di falsificazione; gli errori nello stimare la frequenza e
la probabilità con cui avvengono i fenomeni; gli errori nello stabilire una relazione
di causa-effetto tra gli eventi, per cui rapporti temporali vengono scambiati per
rapporti causali (B è accaduto immediatamente dopo A, quindi A ha causato B); la
scarsa capacità di calibrare i giudizi (tendiamo di solito a sovrastimare, talvolta a
sottostimare, e molto raramente il giudizio soggettivo corrisponde alla misura
oggettiva del fenomeno); gli errori nel valutare la credibilità di un’affermazione e
molti altri ancora. In altri termini, tutti questi elementi portano alla creazione di
dicerie, pettegolezzi, leggende.
La letteratura in materia di abuso sessuale all’infanzia riporta concordemente
come comuni alle situazioni di “Dichiarazioni a Reticolo” connotate da “Abusi
Sessuali Ritualistici” le seguenti singole caratteristiche:
1) la presenza di più presunte vittime appartenenti al medesimo contesto;
2) le accuse rivolte a più presunti abusanti appartenenti al medesimo contesto;
3) la presenza di rivelazioni che si sovrappongono solo parzialmente;
4) il coinvolgimento nei racconti dei bambini, di altri bambini;
5) i contenuti “bizzarri”;
6) l’assenza di prove;
7) l’origine delle “Dichiarazioni a Reticolo”;
8) la “costruzione collettiva del ricordo”.
70
Dichiarazioni a reticolo
4.3. Il reticolo tridimensionale
Nel caso illustrato nella seconda parte del presente lavoro si è riscontrata la
presenza di un reticolo assai più complesso di quello illustrato in letteratura.
Infatti, solitamente si delinea un reticolo sviluppato su di un solo piano, quello
appunto delle dichiarazioni dei bambini, mentre nel caso affrontato è stata
elaborata dal prof. Lino Rossi l’ipotesi di un “reticolo tridimensionale”.
Vi è stata una traslazione da un modello costruito mediante la “geometria
piana” ad un modello costruito con la “geometria solida”; si sarebbe creato
inizialmente, quindi, un reticolo dei genitori il quale ha prodotto il sottostante
reticolo dei bambini.
Poiché finora in letteratura sono stati descritti solamente reticoli di bambini, il
primo elemento di novità è costituito dalla iniziale creazione di un reticolo dei
genitori. Questo reticolo è potuto nascere grazie all’apporto di conoscenze di due
persone estranee al gruppo dei genitori: uno psicologo ed un sacerdote.
Il secondo elemento di novità è dato dal fatto che questo reticolo dei genitori ha
influenzato, mediante un processo comunicativo dall’alto in basso, i singoli figli
degli adulti appartenenti al reticolo: infatti, come vedremo, ogni genitore
apprendeva sempre nuove informazioni dal reticolo dei genitori e le “verificava”
nel proprio figlio. Questo processo ha portato a sua volta alla creazione di un
secondo reticolo, quello appunto dei bambini, che hanno cominciato ad
influenzarsi a vicenda, secondo le classiche modalità individuate dalla letteratura.
Dopo la nascita di questo secondo reticolo i due reticoli, quello dei genitori e
quello dei bambini, hanno cominciato ad influenzarsi vicendevolmente, sia
mediante processi dall’alto in basso, sia mediante processi dal basso verso l’alto.
Infine, l’ultimo elemento di novità è dato dall’elevato numero di bambini
coinvolti nel reticolo (24 bambini) che rende questa vicenda il più grande caso,
finora documentato, di dichiarazioni a reticolo in Europa.
Si è reso, quindi, necessario ipotizzare un nuovo modello di reticolo per poter
spiegare la complessità della vicenda: il reticolo tridimensionale.
Nella figura 6 vi è la rappresentazione schematica del reticolo tridimensionale
ipotizzato dal prof. Lino Rossi.
71
Capitolo 4
Don X
Psicologo Y
Coniugi A
Coniugi B
Coniugi D
Coniugi E
Coniugi C
Coniugi F
Coniugi G
Bambino C
Bambino A
Bambino B
Bambino D
Bambino E
Bambino F
Bambino G
Figura 6 – Il reticolo tridimensionale: schema delle dichiarazioni a reticolo che si sono sviluppate
all’interno del gruppo dei genitori, creando a loro volta il reticolo interno al gruppo dei bambini.
L’influenzamento è orizzontale su ogni piano e verticale dal gruppo in alto verso il gruppo in
basso e viceversa.
72
– II PARTE –
PRESENTAZIONE DEL
CASO ITALIANO
- Capitolo 5 -
Introduzione al caso italiano
Il caso che intendo illustrare, come esempio di “Dichiarazione a Reticolo
Tridimensionale” nel contesto italiano, è stato da me osservato durante lo stage
presso la “Associazione Italiana Psicologia Investigativa (AIPI)” di Reggio
Emilia, grazie all’attenta supervisione del prof. Lino Rossi, della dott.sa Cinzia
Gimelli e della dott.sa Melania Lugli.
Per il rispetto della privacy delle persone coinvolte nella vicenda tutti i nomi di
persona sono stati criptati con simboli alfanumerici ed i nomi dei luoghi sono stati
omessi.
Il caso ha come contesto una ricca città della Lombardia, dove ha sede una
scuola materna. Alcuni allievi frequentanti tale scuola sembra siano stati vittime
di abusi da parte di maestre, ausiliari e perfino di un sacerdote.
La prima denuncia è scaturita da una dichiarazione di un bambino fatta alla
madre, cui ha fatto seguito, nel giro di breve tempo, una serie di successive
denunce da parte di altri genitori.
Capitolo 5
5.1. Analisi cronologica dei fatti
–
16 maggio 2003
La mattina i bambini della scuola materna parteciparono alla Festa della
Primavera, una festa di paese in cui i bambini si scambiarono dei fiori con
gli abitanti del quartiere e fecero una piccola recita teatrale su un palco
vestiti da personaggi delle fiabe. La sera il bambino A tenne un
comportamento insistente e fastidioso e venne sgridato energicamente dal
padre. Il bambino A cominciò a piangere e chiudendosi in bagno con la
mamma cominciò a raccontare della Festa della Primavera in cui i bambini
erano entrati in contatto con la gente del quartiere cui offrivano dei fiori.
Introdusse nel racconto una serie di elementi: uomini africani, cinema,
castello, torte e feste, spettacoli a teatro, fragoloni che facevano cose
sciocche, spettacoli in cui erano travestiti da personaggi delle fiabe. Il
bambino A nominò nel suo racconto il bambino E, il bambino C, il
bambino H, il bambino D, Bambino I, Bambino L ed il bambino M. La
sera stessa, dopo avere messo a letto il bambino A, la sig.ra A, dopo avere
espresso le proprie preoccupazioni al marito A, contattò la psicologa Y
raccontando quello che il bambino A aveva detto.
–
17 maggio 2003
I coniugi A si rivolsero al sig. B che li consigliò di rivolgersi a Don X,
esperto di pedofilia, che suggerì alla sig.ra A di registrare i successivi
colloqui con il bambino A. La sig.ra A interrogò nuovamente il bambino A
il quale affermò subito che quello dei fragoloni era un gioco finto. Il
bambino A continuò a parlare della Festa della Primavera, del teatro e
della maestra 1 e della maestra 2 che guidavano la macchina. Lo stesso
pomeriggio Don X contattò l’avvocato dell’associazione contro la
pedofilia di cui faceva parte riferendo di fatti gravi di abuso accaduti sui
bambini della scuola materna.
–
18 maggio 2003
I coniugi B contattarono i genitori dei bambini nominati dal bambino A ed
i rappresentanti delle tre sezioni della scuola materna per una riunione a
76
Introduzione al caso italiano
casa loro. A questa prima riunione partecipano: il sig. B, i coniugi A, i
coniugi D, la sig.ra E, i coniugi H, la sig.ra V, il sig. N, il sig. O, il sig. P,
la sig.ra T, Don X e la psicologa Y. Nella riunione i coniugi A espongono
tutto il racconto fatto dal bambino A. I genitori dei bambini rimangono
sconvolti e agitati e questa loro angoscia viene amplificata dalle
dichiarazioni di Don X che dice che qualcosa è realmente accaduto. Nel
corso della riunione viene spiegato il caso di una altra scuola materna della
città in cui vi era stata un’accusa di abuso sessuale verso le maestre e gli
ausiliari e vengono informati i genitori del trasferimento di alcune maestre
da quella scuola incriminata alla scuola dei loro figli. Programmano una
riunione per la sera successiva per verificare ulteriori racconti dei bambini.
–
19 maggio 2003
La mattina i genitori cominciarono ad interrogare i propri figli. Sempre al
mattino si tenne un incontro presso l’Avvocatura Civica tra l’avvocato, la
psicologa Z, Don X, sig. A e sig. C per esporre la vicenda accaduta alla
scuola materna. Nel pomeriggio altri genitori interrogarono i figli. La sera
si svolse la seconda riunione a casa dei coniugi B. A questo incontro erano
presenti gli stessi partecipanti della sera precedente con l’aggiunta dei
coniugi C. La sig.ra E ed il sig. D comunicarono che i loro figli avevano
“confermato” il racconto fatto dal bambino A. I coniugi H, C e F dissero
che i loro figli non avevano confermato. La psicologa Y spiegò ai genitori
le modalità con cui interrogare i bambini e come gestire questa paura.
–
20 maggio 2003
Al mattino il sig. B informò altre madri all’entrata della scuola materna
spiegando l’indagine in corso sui fatti di pedofilia e chiedendo loro i
numeri dei cellulari. La sera avvenne il terzo incontro tra i genitori a cui si
aggiunsero il sig. F e la sig.ra O. La psicologa Y spiegò come cogliere i
segni di disagio nei bambini e quali fossero le paure (ad es. quella del
buio) e i comportamenti che potrebbero fare sospettare un abuso, in
particolare, “i comportamenti sessualizzati”.
77
- Capitolo 6 -
Analisi della corrispondenza tra
assunti teorici e caso in oggetto
Nella parte teorica sono state analizzate le caratteristiche che la letteratura, in
materia di abuso sessuale all’infanzia, riporta concordemente come comuni alle
situazioni di “Dichiarazioni a Reticolo” connotate da “Abusi Sessuali
Ritualistici”. Successivamente è stata argomentata la necessità di introdurre una
nuova tipologia di dichiarazioni a reticolo, il “Reticolo Tridimensionale”, per
poter comprendere il caso in oggetto. Diviene ora necessario porre al vaglio
l’innovativa ipotesi teorica proposta, con le caratteristiche del caso verificatosi
alla scuola materna presa in esame. Abbiamo ritenuto opportuno analizzare questo
caso mediante le classiche caratteristiche individuate dalla letteratura, poiché
anche se tridimensionale, il reticolo al suo interno segue le stesse dinamiche del
reticolo tradizionale. Per questo, di seguito, verranno analizzati i singoli aspetti
costituenti delle dichiarazioni a reticolo:
1) la presenza di più presunte vittime appartenenti al medesimo contesto;
2) le accuse rivolte a più presunti abusanti appartenenti al medesimo contesto;
3) la presenza di rivelazioni che si sovrappongono solo parzialmente;
4) il coinvolgimento nei racconti dei bambini, di altri bambini;
5) i contenuti “bizzarri”;
6) l’assenza di prove;
7) l’origine delle “Dichiarazioni a Reticolo”;
8) la “costruzione collettiva del ricordo”;
Capitolo 6
6.1. La presenza di più presunte vittime appartenenti al
medesimo contesto
Al fine di verificare tale criterio teorico si consideri, in primo luogo, il
progressivo aumento del numero dei minori che hanno riferito azioni di presunto
abuso sessuale e parallelamente l’ampliamento progressivo del numero dei
sospettati autori (identificati od ignoti): bambino A, bambino A2, bambino B,
bambino C, bambino D, bambino E, bambino F, bambino G, bambino H, bambino
M, bambino N, bambino O, bambino P, bambino Q, bambino R, bambino S,
bambino T, bambino U, bambino V, bambino Z, bambino J, bambino K, bambino
W e bambino X.
D’altro canto, se si analizzano le dichiarazioni dei singoli bambini, si rileva in
esse un graduale aggravamento dei contenuti in maniera proporzionale al numero
di ascolti ed interrogatori.
Analizzando le date delle “prime presunte rivelazioni” dei bambini, senza per il
momento considerare, né in che cosa consistano (uscite dalla scuola non
autorizzate, spettacoli a teatro, cinema, castello, uomini africani, fragoloni,
travestimenti dei minori, ecc), né come siano state ottenute (spontaneamente o
dietro specifiche richieste formulate attraverso domande suggestive ed inducenti),
si evince che a partire dalle dichiarazioni del bambino A, databili il 16/05/03,
sono scaturite quelle degli altri minori nominati nei racconti dello stesso. Questo a
causa del fatto che le riunioni organizzate dai coniugi A, tenutesi nel locale messo
a disposizione dai coniugi B, successivamente alle presunte rivelazioni del
bambino A, si sono svolte quasi tutti i giorni fino ai mesi di giugno e luglio.
Tali riunioni sono iniziate con l’intento di contattare i genitori dei minori che
venivano nominati dal bambino A e descritti come coinvolti nei presunti fatti in
oggetto. Sono proseguite allo scopo di assicurarsi che tali genitori si accertassero,
tramite “inchieste ed interrogatori” rivolti ai rispettivi figli, se quanto aveva
riferito il bambino A fosse verosimile, confermando quindi i suoi racconti ed
aggiungendo eventualmente ulteriori dettagli.
Dalle prime riunioni, svoltesi il 18-19-20/05/03 ed i giorni successivi, è emersa
una nuova “ondata” di bambini che, su specifica richiesta di chiarimenti da parte
80
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
dei rispettivi genitori, hanno fornito dichiarazioni contenenti riferimenti di
carattere sessuale.
Nella prima riunione del 18/05/03, i coniugi A espongono agli altri genitori
tutto i dettagli forniti dal bambino A all’interno del suo racconto, omettendo
tuttavia alcuni dati essenziali:
-
che tutto il racconto del bambino A traeva origine dalla Festa di Primavera
avvenuta il 16 maggio 2003, ovvero il giorno stesso;
-
che più volte durante questo racconto il bambino A aveva ribadito “(…)
scherzo…, non era vero, … facevo finta!”.
6.2. Le accuse rivolte a più presunti abusanti appartenenti al
medesimo contesto
Per quanto riguarda i “presunti abusatori”, essi appartengono tutti al medesimo
contesto, ovvero al personale docente e/o ausiliario della scuola materna.
I bambini, inoltre, nominano progressivamente sempre più persone:
Bambino A:
-
la maestra 1 e la maestra 2;
-
gli “uomini travestiti da fragoloni”, non identificati.
Bambino D:
-
la maestra 1;
-
quattro maschi non identificati, vestiti da pagliacci;
-
un pagliaccio non identificato che faceva le fotografie;
-
l’ausiliaria della scuola materna;
-
la maestra 2.
Bambino F:
-
la maestra 1 e la maestra 2.
Bambino R:
-
la maestra 3.
Bambino O:
-
la maestra 3 e la maestra 4.
81
Capitolo 6
Bambino B:
-
dodici uomini mascherati non identificati;
Altri minori, in sede di Incidente Probatorio, nominano altre maestre, quali la
maestra 3, la maestra 4, la maestra 5, l’ausiliario della scuola materna e Don X.
Come è chiaramente possibile constatare, dunque, sono numerosi i nominativi
comparsi nelle dichiarazioni dei minori, alcuni si ripetono, altri compaiono solo in
alcuni racconti. Nell’elenco sono identificabili nomi probabilmente fantastici o
riconducibili alle classiche figure che intimoriscono i bambini (ci si riferisce ai
frammenti di racconto in cui diversi minori nominano “i cattivi”, i “fragoloni”,
“gli uomini neri”, “gli uomini africani”, “gli uomini mascherati”, “i mostri nudi”,
ecc). A questo proposito, si sottolinea come l’alterazione dei tratti fisiognomici
consueti, spesso, susciti paure nei bambini, soprattutto tra i più piccoli. D’altro
canto, il binomio brutto-cattivo, è ricorrente.
6.3. La presenza di rivelazioni che si sovrappongono solo
parzialmente
Un ulteriore elemento riguarda il fatto che ad ogni nuovo racconto dei bambini
si aggiungono nuovi elementi; il “ricordo collettivo” viene a delinearsi proprio in
ragione di questi particolari che si aggiungono progressivamente e non vengono
confermati dai racconti di altri bambini.
A partire dalla prima dichiarazione, quella del bambino A, da una parte si
riscontrano conferme ai dettagli contenuti nel racconto dello stesso, come ad
esempio quella delle uscite non autorizzate con la maestra 1 e la maestra 2, i
travestimenti dei bambini, la partecipazione a spettacoli a teatro, la presenza di
fragoloni e uomini che compivano atti sessuali, ecc.; dall’altra parte, all’interno
dei racconti resi da altri minori, emergono nuovi dettagli, forniti singolarmente da
alcuni bambini che non trovano conferma nei racconti degli altri.
Se ne forniscono di seguito alcuni esempi:
-
il bambino D riferisce di visite con la maestra 1 al parco della città;
-
il bambino F parla per la prima volta di una visita a casa della maestra 1;
inoltre, lo stesso bambino riferisce l’episodio descrivendolo come
82
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
un’esperienza piacevole, a differenza del bambino A che parlava di
esperienza “fastidiosa”;
-
il bambino G introduce il nuovo elemento della “casa delle meraviglie”;
-
il bambino B introduce il dettagli della “casa delle ragnatele”.
Un altro elemento da considerare è inoltre l’ingresso di conoscenze quotidiane
all’interno di dichiarazioni relative a fatti peculiari, in questo caso, percosse ed atti
sessuali. In tale meccanismo possono rientrare individuazioni di: azioni, nomi,
consuetudini ecc. “[...] condizioni significative di paura, ansietà e stress
emozionale aumentino la probabilità che si verifichino distorsioni dell’esame di
realtà, per l’elevata eccitazione, per la possibile intrusione di frammenti di
memoria traumatici in eventi neutri, per errori nella ricostruzione sequenziale
dell’evento” (Malacrea e Lorenzini, 2002).
A questo proposito si pensi ad esempio ai contenuti del primo racconto fornito
dal bambino A in data 16 maggio 2003.
Il bambino A racconta della Festa della Primavera avvenuta la mattina stessa
nella piazza della chiesa, introducendo una serie di elementi neutri ed esperienze
realmente vissute in diversi contesti, quali:
-
uomini africani;
-
cinema;
-
castello (uscita che avevano svolto i minori insieme alle maestre nel corso
del novembre 2002);
-
torte e feste;
-
spettacolo in cui i minori erano travestiti;
-
spettacoli a teatro;
-
fragoloni che facevano cose sciocche, cadevano a terra, si toglievano le
scarpe, ecc.
Emerge successivamente un elemento che si riferisce ad un’esperienza
direttamente vissuta dal bambino A: il bambino afferma di aver disegnato tutte le
sue paure e di aver chiesto allo zio di bruciarle come si fa con il “Rogo della
Vecchia”. Si può ragionevolmente sostenere che il dettaglio fornito dal bambino
A rappresenti una fusione tra due elementi temporalmente disgiunti, ma
83
Capitolo 6
contestualmente appartenenti al medesimo contesto originario, ovvero quello
relativo alla scuola materna:
-
le maestre, nel periodo del marzo 2003, nell’ambito dell’attività didattica,
avevano fatto svolgere ai bambini disegni che rappresentavano le loro
paure;
-
i bambini si erano recati con le maestre ad assistere al “Rogo della
Vecchia” nella piazza della città.
Vale la pena citare un ulteriore dettaglio, riferito in sede di Incidente
Probatorio dal bambino R. Egli ha riferito che “la maestra 3 prende il ketchup in
vetro e lo spalma sulle sue figlie e poi le lecca (…) la maestra 3 mi ha minacciato
di non dire niente alla mamma altrimenti mette le mie ossa in una vetrina”. Si
sottolinea a questo proposito come, poco tempo prima, i bambini si erano recati,
nel corso di una visita guidata, al museo della chiesa della città, in cui avevano
visto delle ossa all’interno di una vetrina.
Un altro aspetto che accomuna la vicenda in oggetto con la tipologia delle
“Dichiarazioni a Reticolo” è il contesto comune da cui sono provenute tutte le
dichiarazioni d’abuso dei bambini della scuola materna. Ciò rende necessario
vagliare anche ipotesi di “contagio”, in primo luogo tra coetanei: i bambini si
parlano e si trasmettono i loro vissuti e le loro paure.
Da qui emergono certo altri problemi, tipici delle narrazioni dei bambini,
ovvero i cosiddetti “source monitoring” e il “reality monitoring”. “I concetti di
reality monitoring e source monitoring coincidono quando si cerca di ricordare se
un evento è stato effettivamente vissuto o se lo si è immaginato, sognato, appreso
da altri. Così facendo, si prova a distinguere la realtà dall’immaginazione e viene
cercata l’origine del ricordo. Nel processo ricostruttivo che permette di giungere
al ricordo completo di un episodio è possibile operare confusione tra contenuti
mentali di origine diversa. È possibile, per esempio, considerare come ricordo
quello che in realtà era solo la parte di un sogno, di un’immagine, di un contenuto
di un video, di un racconto ecc.” (Mazzoni, 1999). La confusione relativa alla
fonte dell’informazione è stata indicata come una delle possibili cause della
suggestione e dell’emergere dei falsi ricordi. Se, infatti, non viene ricordata
l’origine di un’informazione errata fornita dallo sperimentatore, si può attribuire
84
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
erroneamente tale informazione all’evento originario. “La memoria della fonte
decade più rapidamente del ricordo del contenuto. Le persone possono dunque
ricordare il suggerimento falso, dimenticarne l’origine, e attribuire la fonte alla
propria memoria (Hyman e Kleinknecht, 1999)” (Caffo et al., 2002).
Il problema del cosiddetto “falso ricordo”, che più avanti si prenderà in
considerazione nello specifico, dunque, può scaturire dall’ingresso nella memoria
del bambino di informazioni tratte da altre fonti: da altre persone (bambini e
adulti), dal mondo fantastico, dai sogni, da vicende che si sono solamente
osservate e non vissute. Il “falso ricordo” che interviene quando il soggetto
immagazzina come vero un evento che tale non è, può avere effetti devastanti
sulla testimonianza (Loftus, 1994, Briere, 1996), infatti “una volta che i processi
cognitivi hanno costruito un falso ricordo e confermato un certo evento, può
essere molto difficile convincere il soggetto che “il fatto che ricorda” non è mai
avvenuto e riportarlo alla realtà dei fatti sperimentati. Questa mistificazione è
facilitata, nel minore, dalla facilità con cui è portato a confondere gli elementi
percepiti con quelli immaginati, con la conseguenza che nella sua memoria il
ricordo di quanto immaginato diventa altrettanto reale di quello percepito. Una
straordinaria quanto inattesa conferma a queste osservazioni è venuta da ricerche
scientifiche condotte a livello neuronale attraverso le quali si è accertato che nel
nostro cervello esistono centri nervosi che si attivano, sia quando vediamo
qualcosa, sia quando ci immaginiamo di vedere quella stessa cosa. (Kosslyn,
1980; 1994)” (De Cataldo Neuburger, 2001).
È opportuno a questo punto precisare che fenomeni di “falso ricordo” si
possono verificare anche in relazione ad avvenimenti che coinvolgono il corpo del
bambino. Oltre a quanto già detto, poi, si tenga presente che non è infrequente che
i bambini riferiscano dettagli inaccurati riguardanti il loro corpo in modo tale da
far sorgere il sospetto di abuso. Per esempio, alcuni bambini piccoli dichiararono
falsamente che un uomo aveva introdotto qualche cosa di sgradevole nella loro
bocca (Pool e Lindsay, 1995). In un’altra ricerca, bambini di tre anni riportarono,
in maniera inaccurata, che il pediatra aveva inserito un dito o un bastone nei loro
genitali (Bruck e coll., 1995). Nella vicenda in esame, dunque, non si può
escludere che l’innegabile e comprensibile clima di angoscia che aveva colto
85
Capitolo 6
genitori ed insegnanti, alla notizia di presunti abusi sessuali ai danni dei bambini,
abbia indotto gli interlocutori ad interpretare frasi ambigue inerenti la corporeità,
profferite dai bambini, in un’ottica di abuso sessuale. Questo, dunque, anche
senza che fossero gli adulti stessi ad iniziare lo scambio conversazionale mediante
domande dirette. Non siamo in questo caso, all’interno della franca suggestione,
vale a dire di un adulto che pone al bambino direttamente quesiti su argomenti da
lui non trattati. Siamo in presenza, invece, di un fenomeno più complesso, ed
ancora più insidioso perché, a partire da affermazioni del minore, interpretate
dall’adulto
in
una
prospettiva
d’abuso,
possono
seguire
domande
di
approfondimento, ritenute legittime da chi le formula, ma in realtà che tendono a
confermare l’ipotesi scaturita. È a questo livello che possono essere utilizzate
domande suggestive, che influenzando il minore ed inducono ulteriori domande.
A questo proposito, la letteratura, parla di “suggestione per causalità circolare”,
che verrà in seguito approfondita.
Non è, d’altro canto, possibile escludere che i bambini fossero al corrente delle
vicende di supposto abuso narrate da altri, e quindi scartare il fenomeno del
“contagio” e del “falso ricordo” derivato da informazioni apprese da altri, sognate
o immaginate. Resta chiaramente da definire in che modo il contagio abbia potuto
influenzare o meno le dichiarazioni emerse successivamente dagli altri minori.
Oltre alle due possibilità estreme di “rivelazioni” completamente mutuate da altri
o del tutto autonome, non può essere tralasciata l’ipotesi di una commistione di
vari elementi. Scrive a proposito Caffo e coll.: “Il bambino può inserire
dichiarazioni ascoltate da altri bambini (come nel caso della cross-contamination)
o informazioni ricavate dai media, o ancora, tracce provenienti da materiale
onirico nella propria memoria episodica. I bambini piccoli e i minori che soffrono
di disturbi mentali si dimostrano particolarmente sensibili alla suggestione sociale
e all’influenza di materiale proveniente da fonti interne (sogni, rappresentazioni,
fissazioni dovute a processi psicotici)” (Caffo et al., 2002).
Nel caso di bambini piccoli, come quelli in oggetto, un ulteriore problema
deriva, dunque, dal possibile ingresso nelle narrazioni di materiale che proviene
da fonti interne od oniriche. Ipotesi tanto più da considerarsi in quei casi, come
quello presente, in cui emergono elementi bizzarri o incredibili. A ciò si aggiunge
86
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
che, “Fonti interne di confusione possono essere sogni inseriti nei contenuti delle
dichiarazioni: Dalemberg (1996) ha spiegato che gli incubi che avvengono in un
periodo limitato di tempo in cui l’esame di realtà è indebolito, possono generare
elementi fantastici nelle successive dichiarazioni sulla esperienza traumatica”
(Malacrea e Lorenzini, 2002).
In questo senso, se per un momento considerassimo come comprovato il fatto
che i bambini in questione abbiano subito un’esperienza traumatica,
comprenderemmo come possono unirsi elementi del quotidiano a contenuti
anomali. È d’altro canto noto come nei sogni si sovrappongano, mescolandosi,
residui del quotidiano a rappresentazioni di vissuti psichici concretizzati in
immagini. Così è esperienza comune fare sogni in cui si uniscono luoghi, tempi e
persone tra loro inconciliabili; per esempio luoghi sconosciuti in cui gli attori sono
invece persone note.
Allo stesso modo meccanismi di associazione rispetto al dato originario,
possono aver trascinato nel ricordo, elementi che non ne facevano parte (azioni,
luoghi, persone, ecc.).
Né d’altro canto è possibile escludere che meccanismi di tipo confabulatorio
abbiano portato a “riempire vuoti di memoria”. La confabulazione può agire
principalmente attraverso due modalità per colmare mancanze nei ricordi o nelle
conoscenze: mediante l’uso di copioni consuetudinari (“script”) consolidati o
attraverso l’utilizzo di elementi di natura fantastica.
Nel primo caso, la carenza nel ricordo o la mancanza di conoscenza su un
elemento che viene richiesto, può essere colmata dalla traccia mnestica di ciò che
abitualmente il bambino esperisce. Così, il chiaro ingresso di descrizioni delle
manovre di accudimento, che si ritrova nelle dichiarazioni dei minori (come si è
già avuto modo di citare in precedenza), potrebbe essere ricondotto proprio a
questo meccanismo, oltremodo come il riferimento a persone conosciute e
deputate a tali compiti.
87
Capitolo 6
6.4. Il coinvolgimento nei racconti dei bambini, di altri bambini
Per quanto riguarda il coinvolgimento nei racconti dei bambini di altri bambini,
si riportano di seguito alcuni nomi dei minori nominati nei diversi racconti forniti:
-
Bambino A: Bambino E, Bambino D, Bambino C, Bambino H, Bambino I,
Bambino L, Bambino M, Bambino G, Bambino K e Bambino F;
-
Bambino D: Bambino A e Bambino E;
-
Bambino G: Bambino D e Bambino E;
-
Bambino Q: Bambino A, Bambino E, Bambino D, Bambino C e Bambino
F;
-
Bambino F: Bambino C e Bambino H;
-
Bambino K: Bambino A e Bambino Q;
-
Bambino W: Bambino C, Bambino D e Bambino E;
-
Bambino B: Bambino L, Bambino L e Bambino K;
-
………
6.5. I contenuti “bizzarri”
Riguardo alla presenza di “contenuti bizzarri” nei racconti dei bambini si
consideri innanzitutto che “anche la tendenza di alcuni bambini a confabulare o a
colmare lacune nella memoria in modo fantastico a causa della fatica del
colloquio può causare la produzione di materiale improbabile. Un ultimo tipo di
distorsioni è attribuibile a errori di rappresentazione volontari e a comportamenti
ingannevoli del bambino, per attirare l’attenzione su di sé, sotto forma di bugie
per coprirne altre ed evitare di essere scoperti o di deliberate esagerazioni per
essere creduti ancor meglio” (Malacrea e Lorenzini, 2002).
Il linguaggio dei bambini, soprattutto se piccoli, non deve essere valutato alla
stregua di ciò che avviene per quello adulto, ma deve essere “tradotto” in base alle
conoscenze sul linguaggio infantile. “Tradotto”, in questa accezione, non significa
interpretato sulla base di pregiudizi (accusatori o difensivi che siano) che
incanalino le parole del bambino in un assunto dell’adulto, ma trasposto con
riguardo alle informazioni in possesso del minore e ai dati di realtà conosciuti.
88
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
Per esempio, una volta assunto tramite valutazione svolta dagli organi
competenti, che un dato elemento non può corrispondere a realtà, diviene
necessario considerare che cosa il bambino intendesse esprimere con quei termini
e se questi possano essere ascrivibili alla dimensione del quotidiano,
dell’immaginazione, del gioco, del sogno, ecc. È invece alquanto estraneo al
contesto peritale (al contrario di ciò che avverrebbe in un ambito
psicoterapeutico), il cercare di trovare in tutti i modi una spiegazione “psicologica
profonda” e indimostrabile, pur di sostenere la credibilità di tutto quanto viene
affermato dai bambini.
In questa prospettiva, deve essere considerato, l’impegno nella “traduzione”
delle parole del bambini. Senza ricondurre automaticamente tutto quanto narrato
al piano di realtà e, dove non è possibile, cimentarsi in interpretazioni
“psicologiche profonde” che, prive di adeguato substrato conoscitivo, finiscono
per essere solo tentativi di conferma di un pregiudizio, è necessario addentrarsi
nell’immaginario, nel contesto e nella psicologia del minore, per potergli
riconoscere, come a lui dovuto, anche la possibilità di funzionare su un piano che
trascende la realtà. In questo senso, trova collocazione il ruolo del Consulente
Tecnico, atto a identificare le dinamiche psichiche proprie di un dato minore e di
una data fase evolutiva, al fine di fornire all’Autorità Giudiziaria gli spunti per
differenziare ciò che può essere oggetto di reato da ciò che ne costituisce
un’elaborazione fantasiosa.
Un altro esempio riguardo ai possibili processi mentali del minore, è inerente la
modalità fortemente associazionista di funzionamento del pensiero che, da un
concetto, ne trascina con sé altri, senza consapevolezza del percorso in atto. Si
consideri, per esempio, l’etichetta di “cattivi” che porta con sé le caratteristiche e i
comportamenti dei “personaggi cattivi” che i bambini conoscono e che
apprendono dai loro contesti di vita quotidiani (ci si riferisce ad esempio ai
“mostri”, “Power Rangers”, “diavoli”, ed altri personaggi nominati da diversi
bambini all’interno dei loro racconti).
89
Capitolo 6
Si forniscono di seguito alcuni esempi di contenuti bizzarri che emergono
all’interno dei racconti dei diversi minori:
-
bambino D: afferma che erano andati alla “Casa delle Meraviglie” e che
c’erano dei topi e un lupo nero che volevano morderli;
-
bambino G: afferma che i bambini e le maestre hanno dormito fuori per
strada e che i capelli delle persone presenti nel “Castello delle Meraviglie”
erano blu;
-
bambino Q: riferisce che quelle persone le avevano messo la sigaretta
davanti e dietro, che i cattivi le avrebbero dato una moneta che poi
avrebbero ripreso e che si sarebbero recati nella “Casa degli Elfi”;
-
bambino V: racconta che in palestra c’erano dei draghi e dei serpenti che
volevano ucciderlo e che mangiava le feci di uomini travestiti da maiali che
si rotolavano nel fango.
L’analisi del funzionamento del pensiero e del linguaggio infantile non è un
problema marginale nello studio della testimonianza dei minori. Ciò perché non
sempre quando un bambino utilizza un termine si riferisce a quello per cui viene
usato dagli adulti. Per esempio, i bambini utilizzano termini “passe-partout” per
definire stati d’animo e giudizi molto diversi, non posseggono terminologie
articolate per definire le emozioni, che spesso classificano secondo un criterio
bene/male. Così, non ha alcun senso chiedere ad un bambino piccolo se è
imbarazzato, poiché non sa cosa significhi questo termine.
Sarebbe possibile fare innumerevoli esempi di come queste semplici nozioni
siano state del tutto ignorate dagli intervistatori (genitori, maestre, persone
deputate all’inchiesta) che hanno parlato con i bambini.
6.6. L’assenza di prove
Il fraintendimento delle parole del bambino da parte dell’adulto e viceversa
non è una questione marginale in quanto non si esaurisce in una semplice
incomprensione puntiforme, ma può dar luogo ad una catena di suggestioni e
fraintendimenti, che poi, risulta difficile da individuare nell’impossibilità di
conoscerne tutti i passaggi conversazionali tra bambino ed adulto. La maggior
90
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
parte del materiale di questo caso, infatti, consiste nella narrazione, da parte delle
figure che hanno accolto le testimonianze dei bambini, di ciò che questi hanno
riferito e non in trascrizioni letterali e registrazioni di ciò che hanno detto e che è
stato detto nello scambio verbale.
Il rischio in situazioni come quella in esame, è che si verifichi la già citata
“suggestione per causalità circolare”. Scrive a riguardo Luisella De Cataldo
Neuburger (2001): “È stata individuata dalla ricerca una “suggestione per
causalità circolare”. I bambini, come detto, tendono a conformarsi alle aspettative
che percepiscono nelle domande loro rivolte dagli adulti. Ma può accadere che
anche gli adulti siano suggestionabili dai bambini, senza contare che spesso chi
interroga, possiede un proprio patrimonio di preconcetti, di pregiudizi per cui può
essere già convinto che una cosa sia accaduta o non sia accaduta, a prescindere da
quello che dirà il bambino”. In questo senso, un comportamento o una frase
ambigua del bambino spinge l’adulto a porgli alcune domande, che soprattutto
qualora quest’ultimo sia mosso da preoccupazione o pregiudizio, possono risultare
suggestive; il minore corrisponde a queste richieste e l’adulto si convince ancor
più della fondatezza della sua idea; di rimando, il bambino, progressivamente
assume come sue tali convinzioni. “In questa causalità circolare è spesso
impossibile individuare la causa prima: ossia chi innesca il processo, l’adulto o il
bambino. Spesso è solo possibile verificare la presenza di questa dinamica
circolare e come essa agisca come rinforzo reciproco: il bambino e l’adulto
confermano le reciproche aspettative che presto diventano convinzioni” (De
Cataldo Neuburger, 2001).
In un clima come quello creatosi alla scuola materna dopo le prime rivelazioni
del bambino A e dopo che tra i genitori e le maestre era circolata, fin dal maggio
2003, la “convinzione che diversi bambini erano stati portati fuori dalle maestre in
uscite non autorizzate dai genitori ed avevano subito atti di natura sessuale”, non
si può escludere che gli adulti abbiano utilizzato una chiave di lettura viziata di
comportamenti e affermazioni dei bambini. Così, il dire che qualcuno era
“cattivo” (termine generico utilizzato dai bambini) può aver suscitato negli
ascoltatori il timore che tale etichetta nascondesse atti riprovevoli e indotto
domande mirate. Con ciò non si vuole asserire che “tutti” i genitori hanno adottato
91
Capitolo 6
comportamenti suggestivi, o che “tutti” i bambini sono stati suggestionati. La
suggestionabilità, infatti, deriva da diverse variabili che dipendono da
caratteristiche
individuali,
dal
rapporto
che
intercorre
tra
i
soggetti
dell’interazione, dalla diversa consistenza e frequenza delle domande.
Tuttavia, quella di una suggestione operata su alcuni bambini da interventi
esterni, in questo caso, è un’ipotesi che non può essere assolutamente scartata. Ne
sono prova alcune dichiarazioni dei bambini che, per quanto indichino figure
“cattive”, o che hanno fatto del “male”, in realtà poi, non portano esempi calzanti.
In sostanza hanno corrisposto positivamente alle richieste relative alla “cattiveria”
di alcune figure con cui erano a contatto, incorporando tale etichetta, ma senza
comprendere la corrispondenza tra il termine e le azioni che lo motiverebbero.
D’altro canto, l’adulto, sulla base della preoccupazione e del pregiudizio che
poteva provenire dalla conoscenza dei fatti in oggetto, può aver accolto le
affermazioni dei bambini, facendole rientrare nelle proprie categorie mentali e di
significati.
Né d’altro canto è possibile dimenticare l’effetto che ripetuti interrogatori
possono avere sui bambini, soprattutto se piccoli e condotti da figure ritenute dal
minore autorevoli: “Gli errori commessi dagli adulti nel porre le domande e nel
valutare le risposte possono condurre ad un’errata comprensione circa la natura
dell’eventuale abuso. Gli enunciati mal compresi, inoltre, facilitano la proposta di
ulteriori domande basate sull’informazione errata, aumentando il rischio di
suggestione e di errore da parte del bambino” (Caffo et al., 2002).
Gli stessi tecnici spesso incorrono in errori quali il ripetere la stessa domanda
dando al bambino l’impressione di dover cambiare la risposta data al principio,
proporre domande a scelta vincolata (spesso con solo due opzioni) impedendo
risposte diverse o ancora peggio, introdurre nella domanda temi di cui il bambino
non ha ancora parlato, portandolo a credere di “non aver detto abbastanza” e che
l’intervistatore si attende una risposta affermativa.
Certamente non è possibile pretendere che un genitore, spesso mosso dall’ansia
e dalla preoccupazione che suscitano il sospetto che il proprio figlio sia stato
oggetto di attenzioni di natura sessuale, conosca e rispetti tali regole. Ma, se pure
comprensibili, interventi errati sono criticabili nella misura in cui possono alterare
92
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
irrimediabilmente il ricordo di un evento, fino a stravolgerlo e a creare quello che
viene comunemente denominato come fenomeno del “falso ricordo”.
Scrivono a proposito Caffo e coll. (2002): “I fattori cognitivi e i fattori sociali
vanno interpretati anche nelle loro interrelazioni. È infatti possibile che ciò che in
un primo momento viene ripetuto solo per accondiscendere alle convinzioni
dell’intervistatore (incidenza di fattori sociali) divenga poi parte integrante della
memoria del bambino (incidenza dei fattori cognitivi). […] La memoria episodica
dei bambini possiede, come si è detto, un carattere ricostruttivo, e non
riproduttivo. Nel suo racconto, nel corso del tempo, specie se viene ripetuto più
volte, il soggetto incorpora le informazioni e le suggestioni che via via riceve
dagli interlocutori, soprattutto se si tratta di adulti dotatati di pregiudizi (bias) e
che esercitano su di lui un potere derivato o dalla loro importanza affettiva, o dalla
loro autorità. I bambini utilizzano il linguaggio verbale per organizzare il ricordo
delle proprie esperienze e per attribuire loro un significato; in altre parole, mentre
un adulto racconta in base a ciò che ricorda, un bambino ricorda in base a ciò che
racconta (Gagliano, 2000). Ciò lo rende fortemente suggestionabile, in quanto può
essere indotto a fare proprie le parole e le interpretazioni proposte dagli adulti con
i quali interloquisce, specie quando desidera compiacerli per avere la loro
approvazione”. In questo modo, “oltre alle distorsioni dovute all’errata
interpretazione della realtà, alle variazioni della traccia mnestica, ai pregiudizi,
alle inferenze, …, può succedere che quanto entra nella memoria del bambino, e
vi resta come ricordo, possa non corrispondere ad un fatto realmente accaduto, ma
al ricordo di un evento indotto”. E ciò sembra trovare maggiori riscontri nei casi
di bambini molto piccoli: “[...] soprattutto quelli in età prescolare, sono
maggiormente vulnerabili alla suggestione in rapporto ad una varietà di
argomenti, inclusi quelli che contengono temi sessuali e coinvolgono il loro
corpo”.
Dello stesso parere è Luisella De Cataldo Neuburger (2001) quando afferma
che “[...] le informazioni su eventi personali, che bambini in età prescolare sono in
grado di dare, dipendono largamente dalle domande che vengono loro rivolte”,
cosa che li rende molto suscettibili al “falso ricordo”.
93
Capitolo 6
Allo stesso modo Giuliana Mazzoni (2000) afferma che “La costruzione di
ricordi falsi, abbiamo visto, dipende largamente dall’intervento esterno, e in
particolare dall’informazione che viene fornita ai soggetti da figure autorevoli.
Quando c’è un inizio sospetto abuso i bambini vengono bombardati di domande e
di informazioni. [...] Un simile modo di procedere nell’esame di un caso, benché
sia naturale, è tuttavia assai pericoloso, poiché chi fa le domande non è preparato
a porle in modo corretto e non inducente, e può suggerire, talvolta in modo
insistente, informazioni che non sono vere, ma che rischiano di diventare vere col
tempo. Queste informazioni, abbiamo visto, possono entrare a far parte del
bagaglio di memoria dei bambini, che ricorderanno ciò che è stato suggerito nel
corso dei colloqui e delle interviste come se invece fosse parte dell’evento
originale”. La stessa Autrice ribadisce: “Mesi di interviste, colloqui, domande,
suggerimenti, possono produrre una sorta di “narrazione collettiva” di eventi mai
accaduti. L’aspetto stupefacente è che i bambini si dicono certi della bontà della
realtà dei ricordi. Il fatto è che la qualità di un ricordo falso ad un certo punto
diventa paragonabile a quello di un ricordo vero. Proprio per questo un ricordo
falso non è facilmente distinguibile da un ricordo vero, non solo da giudici,
giurati, personale di polizia, …, ma anche dal soggetto stesso che lo produce nel
quale, ad un certo punto, la costruzione (immagine, narrazione) diventa così
simile ad un ricordo vero in termini di chiarezza e di dettagli percettivi contenuti,
da risultare irriconoscibile come ricordo costruito” (Mazzoni, 1999).
Infine, anche Malacrea riporta: “Studi sperimentali con bambini di 4 anni e di
2,5 anni (Tessler, Nelson, 1994; Haden, Hain, Fivush, 1997) provano che non
viene ricordato ciò che è osservato al momento dei fatti, ma piuttosto ciò che
viene condiviso a livello conversazionale.” (Malacrea e Lorenzini, 2002).
Gli scambi verbali tra adulto e bambino, creano dunque un narrato, in cui
vengono scambiate reciprocamente informazioni che si influenzano l’una con
l’altra. Uno dei rischi di ciò risiede nel passaggio di “stereotipi”. Il fenomeno
dell’“induzione di stereotipi” (Leichtman, Ceci, 1995), è stato provato in uno
studio ormai noto in cui a bambini tra i tre e i sei anni veniva presentato
negativamente un uomo e dopo averli fatti trascorrere un po’ di tempo con lui gli
94
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
veniva richiesto se questo avesse commesso alcune specifiche azioni negative (in
realtà mai avvenute): il 72% dei più piccoli rispose affermativamente.
Così, il fatto che, già da tempo, circolassero sospetti riguardo a maestre
provenienti dall’altra scuola materna può aver condotto ad un passaggio di giudizi
e pregiudizi. D’altro canto la trasposizione di stereotipi personali a categorie di
appartenenza, è un fenomeno frequente, anche tra gli adulti.
In un clima di questo tipo, è comprensibile l’atteggiamento dei genitori volto, a
posteriori, a comprendere se qualcosa di inadeguato fosse successo anche ai loro
figli, cosa che ha portato ad una rilettura di segnali, sintomi, affermazioni. Ciò che
in precedenza era stato attribuito ad altre cause o considerato come una normale
manifestazione, è così divenuto un sintomo d’abuso. Sintomi fortemente
aspecifici quali ansia, irrequietezza, stanchezza, aggressività, molto comuni nei
bambini, hanno assunto il rango di specificità, così come comportamenti molto
frequenti per l’età dei minori, come per esempio la masturbazione, sono divenuti
indicatori significativi.
6.7. L’origine delle “dichiarazioni a reticolo”
L’origine delle “dichiarazioni a reticolo” può essere fatta risalire a fine marzo
2003, mese in cui la sig.ra A, madre del bambino A, ha partecipato ad una
riunione di un’associazione contro la pedofilia nella stessa città di residenza. Tra
queste madri vi era la psicologa Y, che tenne una relazione sui rapporti di coppia.
Al termine di questa relazione, la sig.ra A chiese alla psicologa Y se fossero
rilevabili dei “segni patognomonici nei bambini rispetto ad un disagio che la
coppia potesse vivere”. La psicologa, nel rispondere a questa domanda, mise in
luce la difficoltà nel cogliere i sintomi di disagio dei bambini, esponendo un caso
da lei personalmente trattato di una bambina di una scuola materna della città, che
era stata presumibilmente coinvolta in una vicenda di abuso sessuale e che
mostrava come segni di malessere solamente dei piccoli incubi notturni.
Sempre rispondendo alla domanda della sig.ra A la psicologa Y raccontò che
questi bambini “venivano portati fuori da scuola e li accompagnavano in un
percorso lungo (su una macchina) in modo che i bambini fossero deviati dal
95
Capitolo 6
capire dove stessero andando, che passavano in una prima casa e poi in una
seconda dove avvenivano gli abusi e poi riportati a scuola e minacciati molto
gravemente in modo che non parlassero degli avvenimenti”.
Da questo intervento della psicologa le madri rimasero letteralmente
“sconcertate”, come riferito dalla sig.ra A e dalla sig.ra B, mostrando “ansia e
preoccupazione”.
Qualche giorno dopo, il 27 marzo 2003, in occasione della festa del “Rogo
della Vecchia”, la sig.ra A comunicò alla sig.ra B di avere scoperto che le
maestre, che lavoravano nella scuola materna nominata dalla psicologa Y, l’anno
prima erano le insegnanti di suo figlio. Questo significava che le insegnanti
presumibilmente implicate nella torbida vicenda di abusi sessuali erano state le
insegnanti di suo figlio A.
Quindi, nel periodo di fine marzo ed inizio maggio 2003, è lecito supporre che
la sig.ra A fosse estremamente preoccupata per il figlio e fosse estremamente
ricettiva ad ogni manifestazione di possibile disagio, così come suggerito dalla
psicologa Y, nel corso della riunione tenutasi pochi giorni prima.
A questo punto, è giustificabile l’interpretazione data dalla sig.ra A al racconto
fatto dal bambino A la sera del venerdì 16 maggio 2003. Il bambino A alla
mattina aveva partecipato alla “Festa della Primavera” (festa in cui i bambini
erano entrati in contatto con la gente del quartiere a cui offrivano dei fiori).
Durante la giornata il bambino A aveva avuto un comportamento particolarmente
insistente e fastidioso ed era stato per questo sgridato energicamente dal padre.
Questo rimprovero l’aveva fatto piangere a dirotto, tanto che chiese alla madre di
accompagnarlo in bagno. In questa situazione che possiamo immaginare di
notevole stress emotivo per il bambino A (era stato appena sgridato duramente dal
padre), il bambino cominciò a raccontare alla madre della Festa tenutasi al mattino
all’asilo e parlò di uomini africani che gli davano fastidio e che facevano rumore.
La madre chiese quindi preoccupata al figlio cosa le avessero fatto questi uomini,
se per caso l’avevano toccato e il bambino avrebbe risposto “mi hanno
accarezzato i capelli”.
La madre rimase profondamente turbata dall’ansia del bambino A nell’esporle
questo banale avvenimento e cominciò a porgli altre domande per capire lo
96
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
svolgimento dei fatti. Il bambino cominciò a raccontare di frequenti uscite
settimanali in cui c’erano torte, feste, spettacoli, cinema e visite al castello. La
sig.ra A chiese dettagli sugli spettacoli e il bambino spiegò che i bambini si
travestivano da personaggi delle fiabe e si davano dei baci sulle guance; la madre
chiese dove si svolgevano questi spettacoli ed il bambino rispose che si
svolgevano a teatro; parlò anche di “fragoloni” e dietro una richiesta di
spiegazione della madre disse che i fragoloni erano i parenti.
Il bambino A quindi, raccontando alla madre della “Festa della Primavera”
avvenuta la mattina stessa nella piazza della chiesa, introdusse una serie di
elementi neutri:
-
uomini africani;
-
cinema;
-
castello (uscita che avevano svolto a novembre 2002);
-
torte e feste;
-
spettacolo in cui i minori erano mascherati;
-
spettacoli a teatro;
-
fragoloni che facevano cose sciocche, cadevano a terra, si toglievano le
scarpe, …
È da rilevare che la sig.ra A disse che il bambino interruppe varie volte questo
racconto (durato circa trenta minuti ed in un clima emotivo agitato) dicendo “No,
facevo finta”.
La sig.ra A, come ha testualmente riferito:
-
aveva notato un’irrequietezza di elevata intensità nel bambino durante il
racconto (probabilmente dovuta alla “ramanzina” del padre);
-
non ha interpretato il racconto fatto dal bambino quella sera come il
racconto della “Festa della Primavera”, bensì come racconti di esperienze
negative vissute dal bambino in altri momenti, durante uscite di cui lei non
era a conoscenza;
-
di avere percepito che il bambino avesse bisogno di essere rassicurato;
-
di non aver chiesto a nessuno in che cosa esattamente fosse consistito lo
spettacolo del “Rogo della Vecchia” e della “Festa della Primavera”.
97
Capitolo 6
È qui che possiamo rilevare l’inizio vero e proprio della vicenda delle
“dichiarazioni a reticolo”: in un clima socio-familiare teso (a causa delle vicende
di pedofilia presumibilmente avvenute nell’altra scuola materna della città, della
relazione della psicologa Y che fece molta impressione alle madri presenti alla
riunione ed al litigio avvenuto all’interno della famiglia A la sera del venerdì 16
marzo 2003) la sig.ra A ha interpretato in maniera arbitraria il racconto di una
festa tenutasi all’asilo come il racconto di esperienze traumatiche vissute dal
figlio.
La sera stessa del venerdì 16 marzo 2003, dopo aver messo a letto il bambino,
la sig.ra A, dopo aver espresso le proprie preoccupazioni al marito, contattò la
psicologa Y raccontando quello che il bambino le aveva detto.
La psicologa Y disse alla madre che “era poco probabile che potesse essere una
fantasia, e invece, era molto probabile che fossero... eventi reali” e le consigliò di
rivolgersi ad un neuropsichiatra infantile e ad un legale poiché coglieva molte
similitudini col racconto dei bambini abusati nell’altra scuola materna della città.
Ovviamente questa telefonata non fece altro che rendere reali le paure e le
ansie fino ad allora latenti della sig.ra A. Infatti, come afferma lei stessa, lei ed il
marito rimasero “un po’ storditi da tutto questo” e furono molto preoccupati anche
per i bambini che erano stati nominati dal loro bambino.
La sera stessa (23:39 del 16 marzo 2003) la psicologa Y inviò un SMS alla
sig.ra A in cui scriveva “ Vi penso, vi sono vicina, so che state offrendo il meglio
alla vostro bambino”.
Come riferito dal sig. A, quella sera stessa, lui e la moglie collegarono il
racconto fatto dal proprio bambino, alla “sospetta” provenienza delle maestre.
L’esistenza di una indagine in corso su presunti fatti di pedofilia presso l’altra
scuola materna della città ha poi presumibilmente influenzato la valutazione dei
racconti fatti dal bambino. Come ha dichiarato il sig. A: “Nello scambiarci le
impressioni su questi racconti ci siamo ovviamente detti: ma le uscite dalla scuola
possono essere in relazione a dei fatti di pedofilia perché ne abbiamo già sentito
parlare per quell’altra scuola e perché le maestre che ci sono qui adesso sono le
stesse che erano là in quella scuola!”.
98
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
La sfavorevole evoluzione del ruolo di don X e del suo legame con i genitori
fornisce un ulteriore esempio di come le “dichiarazioni a reticolo” o “latticed
allegations”, per citare la letteratura anglosassone dalla quale questo termine
proviene (McMartin Preschool – Manhattan Beach California; Little Rascals
Edenton NC USA; Broxtowe Case Notthingham Share UK), ci dimostra come
denunce apparentemente fondate e reali si perdano in un complesso di contagi
reciproci prodotti, come la letteratura ha messo in risalto, soprattutto da ripetute
interviste mal condotte.
Dal 17 maggio 2003 don X è confidente, consigliere e fornisce sostegno
“psicologico” alle famiglie coinvolte definendosi, lui stesso, “esperto” di pedofilia
in quanto esponente dell’associazione di volontari contro la pedofilia presente in
città, che si prende cura delle persone che soffrono di disagio psichico affrontando
anche i temi della pedofilia e dell’abuso su minori.
Il sig. B presenta don X ai coniugi A, dopo le rivelazioni del bambino A. Don
X conosce anche la moglie del sig. B, così come i figli, perchè è curato della
chiesa che viene frequentata assiduamente dai coniugi B.
Fin dal primo racconto del bambino A, don X, con estrema sicurezza,
comunica che ciò che il bambino A racconta sono effettivamente fatti di pedofilia.
Nelle riunioni avute con le famiglie ribadisce questo suo pensiero.
Don X svolge un ruolo preponderante fin dall’inizio della vicenda: mette in
contatto i genitori con l’Avvocatura Civica, riferisce che la maestra 1 proviene
dall’altro asilo incriminato, si interessa di una sua possibile iscrizione nel registro
degli indagati ed infine accompagna i coniugi A e D in Questura per effettuare la
prima denuncia. È lui medesimo ad affermare che “i bambini non mentono mai” e
di avere la “certezza morale che i fatti erano successi”.
L’apodittica discriminante per don X è: “finché è solo un bambino che parla
sono fantasie (cioè un abuso non potrà mai essere preso in considerazione se ad
essere vittima è un solo bambino!) ma quando sono tre, quattro, cinque bambini
che parlano allora è un fatto e qui siamo di fronte a un fatto”. È don X, a proposito
della metodologia di raccolta delle informazioni, a suggerire alla sig.ra A di
registrare le conversazioni col bambino, prestandole anche il registratore ed
utilizzando lo stesso metodo con gli altri genitori.
99
Capitolo 6
Don X fornisce anche indicazioni su come catalogare i disegni dei bambini e
per il bambino B ne dà anche l’interpretazione! (La validazione scientifica dei test
carta e matita è altamente controversa ma don X, pur non avendo nessuna
specializzazione in materia, si propone come grande esperto).
Don X era per molti genitori un vero e proprio amico, con cui condividere
iniziative, commenti, riflessioni e conclusioni anche fuori dal “gruppo genitori”,
compresa la teoria per cui in città dovesse esserci una potentissima e diffusissima
organizzazione, anche ad alti livelli, tesa ad approfittare dei bambini e produrre
materiale pedo-pornografico.
Improvvisamente, dopo le rivelazioni del bambino B, bambino P, bambino V,
bambino E, bambino C e del bambino A, il “caro” don X diventa un “mostro”
anche lui, un pedofilo (come riferisce il sig. B in udienza).
Per meglio comprendere come questa modificazione negli schemi e nelle
credenze dei genitori può essere avvenuta, passando da un’immagine totalmente
positiva di don X ad un’immagine totalmente negativa, è utile avvalersi di ciò che
fornisce la letteratura in psicologia clinica. Entrare in contatto, per un genitore,
con argomenti di tale complessità promuove l’emergere di uno stato mentale
chiamato “ansia”. Il processo ansiogeno che si innesca può far emergere elementi
prevalentemente materiali oppure possono essere dominanti situazioni affettive,
come nel caso in questione. Quel che è certo che solo raramente il contenuto della
paura appare con chiarezza e, dunque, con altrettanta difficoltà è semplice
affrontarlo.
Quanto più le emozioni sono aliene a sottoporsi alla disciplina della
“razionalità” tanto più l’ansia che le accompagna è destinata a salire. Ogni singolo
individuo adotta un’ottica di “ingrandimento” o di “rimpicciolimento” di
meccanismi e temi relativi alla regolazione emozionale. D’altra parte risulta
decisivo il vissuto di ognuno ed è intuitivo che “traumi” o esperienze
particolarmente stressanti (è sufficiente che siano percepite come tali, non è
necessario che
siano
materialmente
accadute)
condizionano moltissimo
l’esclusione selettiva di certi comportamenti e l’adozione di comportamenti di
significato opposto.
100
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
La logica adattiva di tali comportamenti corrisponde ad una deliberazione
comportamentale condivisa da tutti gli esseri viventi, quella antalgica, per la quale
la situazione che si è percepita come dolorosa, faticosa o disfunzionale tende ad
essere incasellata con un preciso significato.
Quando l’individuo riesce ad integrare positivamente l’esperienza o l’evento
emotivamente discrepante nel contesto della propria storia avviene una sorta di
“addomesticamento” di ciò che inizialmente era incompatibile con pensieri,
ricordi, percezioni già integrati nella memoria. Tale addomesticamento modula la
risposta emotiva ansiogena al ribasso. Esistono delle vie più battute (perchè più
efficaci) per ottenere l’addomesticamento. Tali vie sono accomunate dalla
necessità della rievocazione dell’evento perturbante. Si può rievocare (con mille
modalità) con gli altri, ed allora si ha la “rievocazione sociale”. La rievocazione
delle emozioni è “una particolare operazione di elaborazione dell’informazione,
un tentativo di trasferire un’esperienza globale, intensa e privata, in un codice e in
un linguaggio socialmente condiviso”. È importante rievocare “gli aspetti
dinamici, i sommovimenti interiori” degli avvenimenti emotivi anche per
collocarli in una dimensione spazio-temporale. Parlare nuovamente con un
interlocutore reale od immaginario, in forma scritta od orale le emozioni
sperimentate sembra rispondere alla necessità di mettere ordine nel magma
emotivo nel quale si precipita quando entriamo in collisione con sensazioni forti
che sembrano destabilizzare gli equilibri raggiunti. Per questi motivi, i genitori
traevano giovamento nel confrontarsi rispetto ai propri vissuti senza sapere che
innescavano un processo ansiogeno al rialzo dal quale non sarebbero più riusciti
ad estraniarsi.
6.8. La “costruzione collettiva del ricordo”
La costruzione collettiva del ricordo comincia a partire dal giorno successivo
alla prima rivelazione del bambino A, il 17 maggio 2003, giorno in cui i coniugi
A cominciano a parlare con altri genitori dell’asilo dei fatti narrati dal loro figlio.
101
Capitolo 6
Sono quindi rilevabili le tappe che hanno portato alla costruzione collettiva del
ricordo:
-
17 maggio 2003
La mattina successiva all’iniziale racconto del bambino A, i coniugi A,
convinti della necessità di avvertire i genitori dei bambini “nominati dal
bambino”, decidono di parlarne con il sig. B che a sua volta li consiglia di
rivolgersi a don X, esperto di pedofilia, il quale afferma:
-
che si trattava sicuramente di eventi reali;
-
che la realtà espressa dai bambini è sempre di portata minore di quello
della realtà stessa;
-
che per come il bambino A si esprime si può pensare ad un episodio di
pedofilia.
Don X suggerisce alla sig.ra A di registrare i successivi colloqui col
bambino. La sig.ra A interroga il bambino, che afferma subito che quello
dei fragoloni era un gioco finto. Il bambino A aggiunge dei dettagli:
-
continua a riferirsi alla “Festa della Primavera”;
-
parla del teatro;
-
afferma che le maestre 1 e 2 guidavano la macchina;
Al termine di tutto il bambino, notando la reazione ansiosa e preoccupata
della madre afferma: “No e dico per finta io. Ma mamma io scherzo non so
niente!”. Lo stesso pomeriggio don X contatta l’avvocato dell’associazione
di cui fa parte, riferendo di gravi fatti di abuso a danno di bambini avvenuti
alla scuola materna del paese.
-
18 maggio 2003
La sig.ra A continua ad interrogare il figlio ed è da qui che iniziano ad
emergere, all’interno dei racconti del bambino, dettagli fantastici e
contenuti bizzarri.
Emerge un elemento che si riferisce ad un’esperienza direttamente vissuta
dal bambino: sostiene di aver disegnato tutte le sue paure e di aver chiesto
allo zio di bruciarle come si fa nel “Rogo della Vecchia”. Vi è quindi una
probabile fusione tra due elementi reali: il “Rogo della Vecchia” ed i
disegni della paura e degli incubi fatti a scuola durante l’anno scolastico.
102
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
Fin dall’inizio della vicenda il sig. B assume un ruolo di leader e di
coordinatore del gruppo dei genitori della scuola materna: i coniugi B
contattano i genitori dei bambini nominati dal bambino A ed i
rappresentanti delle tre sezioni dell’asilo per una riunione a casa loro,
anticipando già al telefono che si sarebbe parlato di fatti di pedofilia
avvenuti all’interno dell’asilo.
Parteciparono a questa prima riunione: il sig. B, i coniugi A, i coniugi D, la
sig.ra E, i coniugi H, la sig.ra Q, il sig. N, il sig. O, il sig. P e la sig.ra Z.
Era poi presente anche don X.
In questa riunione i coniugi A espongono agli altri genitori tutto il racconto
fatto dal loro bambino ma omettono dei dati essenziali:
-
che tutto il racconto del bambino parte dalla “Festa di Primavera”
avvenuta il 16 maggio 2003;
-
che più volte durante questo racconto il bambino dice “scherzo…, non
era vero, … facevo finta”.
In questa riunione don X afferma “che i bambini dicono sempre la verità” e
che si deve “credere ai bambini”.
I genitori rimangono comprensibilmente sconvolti ed agitati e questa loro
angoscia viene amplificata dalle dichiarazioni di don X e della psicologa Y
che dicono che qualcosa è sicuramente accaduto.
Don X illustra ai genitori il modo corretto per porre domande ai bambini
(domande non suggestive e non dirette) in modo da far loro emergere gli
eventi traumatici.
Nel corso della riunione viene spiegato il precedente caso avvenuto
nell’altro asilo della città e vengono informati i genitori del trasferimento di
alcune maestre da quell’asilo a quello attuale dei loro figli.
Quando escono dalla riunione i genitori sono convinti che i loro figli siano
stati abusati e che la responsabile sia la maestra 1.
La riunione si conclude con l’accordo da parte dei presenti di ritrovarsi la
sera successiva e, come afferma in dibattimento il sig. A, con “l’intenzione
espressa dai genitori dei bambini che erano stati menzionati dal bambino A
di provare a chiedere ai propri figli conferme di questo”. Il sig. B, a sua
103
Capitolo 6
volta, conferma che l’incontro della sera dopo aveva tra i suoi scopi quello
di “verificare se c’erano stati racconti di altri bambini”.
-
19 maggio 2003
La mattina i genitori cominciano ad interrogare i loro figli cercando le
conferme del racconto fatto dal bambino A:
-
il sig. D fa parlare il figlio D utilizzando il “gioco del sogno” che fanno
spesso;
-
la sig.ra E fa parlare il figlio E dicendo di aver parlato con la maestra 1;
-
la sig.ra H porta il figlio H a scuola, ma poi non se la sente di farlo
entrare.
Sempre al mattino si tiene un incontro presso l’Avvocatura Civica tra
l’avvocato dell’associazione contro la pedofilia della città, la dott.sa 1, don
X, il sig. A ed il sig. C per esporre la vicenda accaduta alla scuola materna.
La dott.sa 1 sentendo parlare della maestra 1 esclama “Un’altra volta!”
spiegando lei stessa ai genitori il parallelismo con la vicenda dell’altra
scuola materna. Questa cosa allarma ulteriormente i genitori presenti a
questo incontro.
Nel pomeriggio altri genitori interrogano i figli:
-
la sig.ra F interroga il figlio F dicendo che la maestra le aveva parlato di
uscite in auto;
-
la sig.ra G interroga il figlio G utilizzando la stessa modalità della sig.ra
F, dicendo che la maestra le aveva parlato di uscite in auto.
La sera si svolge la seconda riunione dei genitori; a questo incontro erano
presenti gli stessi partecipanti della riunione svoltasi la sera precedente, con
l’aggiunta dei coniugi C e della psicologa Y.
Esprimendo una forte carica di emotività, la sig.ra E, piangendo, e il sig. D
comunicarono che i rispettivi figli (bambino E e bambino D) avevano
“confermato” il racconto del bambino A.
Il sig. A riferisce che, diversamente dai genitori E e D, altri genitori (H, C e
Q) dissero che “i loro figli non avevano dato a un primo contatto risposte
che confermassero queste cose”.
104
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
Tra gli altri la sig.ra A testimonia, con riferimento allo stato d’animo dei
presenti alla riunione, che “la preoccupazione, il dolore, la sofferenza era
tanta”. Il sig. A, da parte sua, dà conto del fatto che alcuni genitori
piangevano. In dibattimento è emerso che in questa riunione si parlò
dell’incontro in Avvocatura Civica e delle denuncie presentate in Questura.
Si parlò, nuovamente, della precedente scuola coinvolta e dei
comportamenti “anomali” dei bambini.
La sig.ra A riferisce di aver parlato di arrossamenti genitali rilevati sul
bambino A e che la mamma del bambino H sosteneva che anche il figlio
aveva avuto “questo tipo di problemi”, “per cui, in qualche modo, si era
messo in comune questo”.
Quanto alla presenza della psicologa Y, la stessa riferisce che “entrando nel
gruppo, capii che c’era già tutta un’organizzazione, un essersi già accordati
su come muoversi… sono andata in un contesto in cui c’era già un gruppo”.
Con riguardo alla condizione in cui la psicologa si presentò, la sig.ra E
dichiara che anche la psicologa, così come don X, era convinta che si
trattava di un caso di pedofilia.
La stessa psicologa Y riferisce che, quando si è recata all’incontro aveva
saputo che i bambini citati dal bambino A avevano confermato e perciò
“dava per scontato che non si mettesse in dubbio che erano successi dei
casi di abuso e quindi di pedofilia naturalmente”.
Secondo quanto riferito da don X e confermato dai genitori, la psicologa
intervenne spiegando le modalità con cui interrogare i bambini. A dire del
sacerdote, la psicologa diede gli stessi consigli che lui stesso aveva dato la
sera precedente.
La psicologa Y parlò poi del rapporto tra genitori e figli, di come “gestire
questa paura”. Al riguardo la psicologa afferma al dibattimento che, “dato
per scontato che i bambini parlavano e i genitori soffrivano, stavano male,
io davo dei consigli”. Don X afferma poi che la psicologa disse ai genitori
di fare pure “sentire la rabbia ai figli”.
In questo incontro si colloca l’introduzione, da parte di don X, del concetto
di “certezza morale” con riguardo all’effettivo verificarsi di quanto detto
105
Capitolo 6
dai bambini. Come afferma il sig. B, infatti, il sacerdote disse: “Dobbiamo
avere la certezza morale che qualcosa è accaduto”. Don X, da parte sua, in
dibattimento spiega in che cosa consisteva: “Anche se non ci sono prove,
per noi è certo”. Altra affermazione fatta quella sera da don X e ricordata
da più di un genitore fu la seguente: “I bambini su queste cose non mentono
mai”.
Al riguardo il sig. B chiarisce che, dopo che i genitori di E e D avevano
comunicato che i loro figli, interpellati, accennarono a delle uscite “fu lì
che prese corpo questo discorso della certezza morale, non tanto di un
accadimento, quanto di un coinvolgimento rispetto ad alcuni eventi da parte
di (più) bambini, e quindi di una situazione, diciamo, piuttosto seria. E
questo dal punto di vista emotivo, ovviamente, per dei genitori non è una
buona cosa, e quindi pensare che ci fossero altri bambini che facevano
racconti simili a quelli del bambino A in questo contesto era una cosa
molto preoccupante. Quindi, una parte della riunione si svolse rispetto a
questo confronto, e quindi anche, non so, genitori che dicevano: “Adesso
mi ricordo, quando voleva venire a letto con me, quando non si voleva far
lavare”,
quindi
anche
un
po’
rispetto
alla
sintomatologia,
sui
comportamenti, sugli atteggiamenti, il papà che dice: “Non voleva più
starmi…”.
La sig.ra Z, madre del bambino Z della sezione verde, che aveva
partecipato anche al primo incontro come parente dei coniugi H, uscendo
dalla seconda riunione disse a don X, come dichiarato dalla stessa in
dibattimento, “Madonna, speriamo che alla mia bambina non sia successo
niente di queste cose!”.
-
20 maggio 2003
Alla mattina il sig. B ferma le madri all’entrata della scuola spiegando loro
l’indagine in corso sui fatti di pedofilia dell’asilo e chiedendo i numeri di
cellulare per potersi tenere in contatto.
La sera del martedì si tenne il terzo incontro tra i genitori. Erano presenti
gli stessi partecipanti alle riunioni precedenti e a loro si aggiunsero i
coniugi F. Il sig. F dichiara: “mi colpì il fatto che era presente don X e
106
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
c’erano tutte persone per bene. Per il quartiere di cui stiamo parlando, che è
un quartiere dove dieci persone così devi rastrellarle, questa cosa mi colpì”.
La sig.ra F, da parte sua, ha dichiarato che alla riunione era presente la
psicologa Y e che costei spiegava come cogliere i segni di disagio nei
bambini e quali fossero le paure (ad esempio, quella del buio) ed i
comportamenti che potessero fare sospettare un abuso, in particolare i
comportamenti sessualizzati. Aggiunse che i genitori erano “molto confusi
e molto scioccati”; riferì poi di avere appreso che alcuni genitori avevano
già fatto denuncia per ipotesi di abuso e pedofilia. Sempre la sig.ra F
dichiarò che tutti i genitori presenti all’incontro erano “lì perché tutti
vittime di questa cosa incredibile”.
-
22 maggio 2003
Si svolge un incontro presso la sede dell’Assessorato alla Pubblica
Istruzione tra i coniugi A, il sig. O, il sig. C, il sig. D, il sig. E e l’assessore,
la dott.sa 1, il vice-sindaco, don X ed il dott. 2. I genitori espongono il caso
dell’asilo ed affermano di ritenere che in città sia presente una
organizzazione criminale e che i pedofili siano organizzati in rete.
In dibattimento è altresì emerso che il 22 maggio 2003 il bambino A fa il
primo “racconto” riferito al miele. Al riguardo la deposizione della sig.ra A
è la seguente:
“Il giovedì (22 maggio) ho un ricordo dei miei figli A e A2 che
facevano una specie di girotondo sul letto matrimoniale e dicevano:
“Il miele, il miele”, e ridacchiavano facendo questo girotondo sul
letto. Poi scendevano e correvano per tutta la casa insieme,
ritornavano, il bambino A si fermava e mi diceva: “Ma sai mamma
che la maestra 1 mi ha insegnato a cucinare il miele!. Si prende dal
freezer, si fanno i pezzettini e si scalda sul microonde. Poi ha fatto
anche la casetta del paese delle meraviglie”.
Poi A e A2 hanno proseguito il tragitto verso il letto matrimoniale
dove si sono presi per mano di nuovo a fare questo girotondo
dicendo: “Facciamo il gioco del miele caldo”. Erano molti esuberanti,
molto vivaci e anche piuttosto agitati, non sereni. Cioè, non era un
107
Capitolo 6
gioco allegro di vivacità serena. Era un ridacchiare un po’ così,
diverso dal solito.
Per cui ho detto: “Adesso basta, finiamo questa corsa sul letto”, A2 è
andato via, mentre A è rimasto con me in camera. Allora ho chiesto a
mio figlio A: “Ma cos’è questo gioco del miele caldo?”. A si è
sdraiato sul letto, ha tirato verso di sé il mio tronco perché io mi
avvicinassi molto a lui, proprio per avere uno stretto contatto oculare
tra me e lui, e non riusciva a parlare serenamente ma sussurrava delle
parole e poi si spiegava a gesti.
Allora era nata questa intesa che praticamente io, per capire, se ho
capito, ripetevo ciò che mi indicava con le dita e delle parole
sussurrate e lui mi correggeva se non avevo capito giusto, ripetendo
ciò che voleva dire, sempre con parole sussurrate e con i gesti.
Poi A mi cominciava ad indicare con il dito le sue labbra e anche i
denti, proprio uno alla volta, sotto e sopra, e lui mi indicava il miele,
poi la parola sussurrata e poi mi indicava che fosse stata messa. Io ho
chiesto conferma e lui mi annuiva.
Poi indicava, sempre con il dito, che il miele fosse stato messo sul
mento, sulla guancia, sugli occhi, sulle orecchie, sulle pieghe interne
del gomito, dietro le ginocchia e sui piedi e anche nella zona genitale
ed anale. Poi mi diceva: “Io non volevo che mi leccavano, mi dava
fastidio”. Quando lui diceva questo era proprio angosciato, stava per
piangere ed era molto sofferente nel raccontare questo”.
La stessa sig.ra A, in sede di controesame, dichiara che il bambino A
conosceva i racconti di Winnie the Pooh e che in casa avevano materiale
vario (libri e cassette) relativo a questo personaggio della Walt Disney,
molto amato dal fratello maggiore di A quando lo stesso era più piccolo. La
sig.ra, in particolare, afferma che tra le cassette dei figli vi è anche quella in
cui viene narrata la storia di Winnie the Pooh che, nel bere il miele, se ne
rovescia un po’ addosso: “La cassetta dove c’è questo episodio a casa
senz’altro c’è”.
108
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
-
23 maggio 2003
Proprio il giorno successivo, ossia venerdì 23 maggio, il bambino D,
secondo la testimonianza della madre, parla a sua volta del miele caldo. Al
riguardo va sottolineato che la sig.ra D, in dibattimento, ha dichiarato che
prima di quel giorno, nel corso di una riunione di genitori, aveva già sentito
parlare del miele spalmato su un bambino, riferendo quanto segue:
“(Prima del 23 maggio) avevo sentito dire che c’era un bambino che
aveva una scottatura sul braccio e che diceva appunto che era stato
cosparso di miele caldo. […] Non ricordo se fosse il bambino A o un
altro bambino. Non ricordo! Qualcuno l’aveva detto, non mi ricordo
chi. […] Era stato detto in una delle sedute che erano avvenute la
sera. Perché appunto un genitore non mi ricordo chi aveva detto che
il suo bambino aveva un segno evidente sul braccio di una scottatura
riportata da questo miele caldo che diceva gli spalmassero sul corpo.
[…] Sono rimasta un po’ scioccata, decisamente”.
La psicologa Y riferisce, senza collocarlo temporalmente, che alle riunioni
dei genitori si parlò del fatto che il miele venisse messo sui bambini e
leccato.
La sig.ra H, madre del bambino H, dichiara a sua volta di aver sentito
parlare la madre del bambino A, nel corso di una delle prime riunioni, “di
questo miele e questa cioccolata che veniva spalmato sopra il corpo dei
bambini e poi che, comunque, qualcuno li leccava, li puliva da questa cosa
dolce”. La stessa afferma di aver sentito parlare di miele anche la “madre
del bambino D, però in un secondo momento, non subito”.
La sig.ra Z, madre del bambino Z, riferisce di aver sentito parlare la sig.ra
A di una “scottatura e che la madre aveva chiesto (al figlio) come si era
provocato questa scottatura”.
Aggiunge: “Al momento mi sono agitata perché, nel sentirla parlare, ho
pensato: “Stai a vedere che anche il mio non voleva mai andare all’asilo per
queste cose qua. Anche i morsi che aveva, magari non è vero che…”. Però
era un mio pensiero, quindi entravo ed uscivo, perché poi, non avendo
109
Capitolo 6
seguito dall’inizio, anche se mi aveva raccontato il riassunto, non è che
avessi capito più di tanto”.
La sig.ra B, madre del bambino B, scrive una lettera alla maestra 2 per
esortarla a raccontare la verità sugli abusi perpetrati dalla sua collega, la
maestra 1, a carico dei bambini della scuola materna, utilizzando
argomentazioni a sfondo cattolico (“Voglia lo Spirito Santo illuminare il
suo cuore…”).
-
24 maggio 2003
La giornalista 1, della più seguita televisione locale, telefonò all’assessore
dicendogli che c’erano voci in Procura circa un’indagine in corso su casi di
pedofilia in una seconda scuola e che la notizia “era stata confermata dai
genitori”.
Il 30 maggio fu pubblicato il primo articolo di stampa in cui si diede notizia
dei fatti oggetto d’indagine con il riferimento a numerosi particolari dei
“racconti” dei bambini.
-
Le successive riunioni
I genitori esaminati al dibattimento, in particolare il sig. O e la sig.ra A,
hanno riferito il fatto che, nella settimana successiva alla prima riunione di
domenica 18 maggio, vi furono incontri tra i genitori “quasi tutti i giorni” e
che questi proseguirono nei mesi di giugno e luglio.
Nel parlare delle riunioni susseguitesi tra maggio e giugno, la sig.ra A
dichiara che “le riunioni assumevano… sempre di più una chiara
connotazione in cui la prima parte era dedicata allo scambio delle emozioni
rispetto all’accogliere le testimonianze dei bambini piuttosto che della
gestione della propria emotività inerente la fatica di ascoltare i bambini
quando raccontavano le loro testimonianze e anche la fatica degli altri
genitori a gestire la preoccupazione eventuale di avere a rischio i propri
figli”.
I genitori intervenuti successivamente alle prime settimane danno
comunque conto del fatto che anche in quella fase la tensione emotiva era
estremamente elevata.
110
Analisi della corrispondenza tra assunti teorici e caso in oggetto
La sig.ra G, ad esempio, ha dichiarato “in queste riunioni c’erano tutti
questi genitori disperati, che continuavano a piangere dei loro figli perchè
uno non parlava, non sapeva in che modo far tirar fuori le cose, che magari
qualche bambina aveva detto qualcosina in più… ricordo che la sig.ra E era
disperatissima e anche la sig.ra A era disperata”. Aggiunge che una delle
ragioni di disperazione di alcuni genitori stava nel fatto di non riuscire a far
parlare i figli nonostante questi fossero stati “nominati” da altri bambini e
che la psicologa dava consigli su come farli parlare. In dibattimento la
stessa si esprime sul punto in questi termini: “Non sapevamo come far
uscire dai bambini le cose… La sig.ra A… ci aveva portato anche una
psicologa per aiutarci in quel senso lì: per aiutare i genitori che erano in
difficoltà con i bambini… a fare in modo di far parlare questi bambini nella
maniera meno scioccante possibile”. La sig.ra G ribadisce che “c’erano dei
genitori che sapevano che i loro bambini, magari dai racconti di altri
bambini, sono stati in queste gite eppure i loro bambini negavano la cosa,
cioè quel motivo [...] tipo il bambino C, mi ricordo che non parlava proprio
con i suoi genitori, anche se il suo nome è stato nominato, che era già
uscito in queste gite. E lui non diceva mai niente. Cioè, non parlava. […]
C’era poi il bambino F che parlava anche lui poco, come mio figlio”.
-
Settembre 2003
Dopo il periodo estivo, in cui parecchie famiglie coinvolte nel caso sono
state in villeggiatura, i genitori hanno ricominciato le riunioni per tenersi
aggiornati sulle “rivelazioni” dei bambini.
Tuttavia, è da rilevare come da questo punto in poi i racconti si siano
“uniformati” tra di loro e quasi tutti i bambini abbiano “confermato” in
tutto od in parte il racconto iniziale del bambino A.
Possiamo quindi affermare, che verso il settembre 2003, la “costruzione
collettiva del ricordo” sia ormai terminata.
111
Conclusioni
I periti nominati dal GIP hanno preso in esame le situazioni dei singoli bambini
considerandole come delle storie isolate, disancorate da un contesto di
riferimento, costituito dalla rete dei genitori e rafforzato dalla presenza-guida di
presunti “esperti”, in grado di cementare, sotto la pressione delle emozioni
negative, le convinzioni dei genitori rispetto ai fatti di abuso, che sono state poi
consolidate in una logica di gruppo. Questa guida, condotta dalla psicologa Y e da
don X, ha fornito lo spunto ideologico di base da cui il reticolo delle dichiarazioni
ha preso corpo. In modo particolare la psicologa Y ha svolto il ruolo centrale di
ispiratrice della lettura del disagio del bambino A come suggestivo di un abuso
sessuale, connettendolo direttamente all’esperienza da lei svolta nei confronti di
un bambino dell’altra scuola materna della città e quindi creando una connessione
immediata fra gli episodi di pedofilia ipotizzati presso questa realtà educativa e
quelli invece riportati sulla scuola in oggetto. La funzione di don X invece si è
caratterizzata come identificazione di un dovere morale nei genitori di condanna
nei confronti dei reati commessi a danno dei figli, instillando nel gruppo dei
genitori, “disperati” e “in grande agitazione”, la certezza che i figli fossero stati
oggetto di turpi interessi di natura sessuale. È da considerarsi in questo senso il
concetto di “certezza morale”, che ha spinto i genitori a cercare le conferme ai
racconti del bambino A, orientati dai ricordi del bambino sugli amici coinvolti.
Le testimonianze fornite dai bambini non possono essere considerate in alcun
modo credibili, né sono utilizzabili in quanto assunte attraverso metodologie di
indagine che la letteratura scientifica più accreditata sull’argomento definisce
inadeguate. Il GIP ha sottoposto i minori ad interviste di carattere pesantemente
suggestivo ed inducente. Essendo la tipologia dell’intervista la prima delle tre
Conclusioni
parti essenziali di cui si compone lo strumento SVA, strumento attualmente di
elezione per la valutazione della credibilità di un racconto a contenuto di abuso
sessuale, si comprende l’importanza di tale osservazione.
Si sottolinea inoltre, che, in ogni caso, i racconti resi dai diversi minori in sede
di incidente probatorio apparivano già fortemente contaminati dalle modalità
attraverso le quali, i genitori, avevano in precedenza “interrogato” i rispettivi figli.
Comprensibile appare, anche in conseguenza dell’origine del reticolo, il
turbamento emotivo e la forte apprensività dei genitori stessi, di fronte all’ipotesi
che i loro figli fossero stati vittime di reali atti di pedofilia; tuttavia, tale
atteggiamento ha fortemente influenzato la genuinità dei racconti resi dai minori e
impedito una valutazione scientificamente accettabile della credibilità delle stesse
dichiarazioni.
L’obiettivo della valutazione consiste sempre nella necessità di accertare la
compatibilità tra le dichiarazioni intorno ai fatti e le ipotesi alternative; agendo
così, i Periti, sarebbero andati verso la ricerca della “verità psicologica”,
collaborando, dunque alla ricostruzione della “verità giudiziale”, agendo in
un’ottica falsificazionista.
I Periti hanno invece interpretato il fatto come se le ipotesi stesse fossero già
state provate, senza ricercare prove a disconferma dell’“enunciato fattuale”,
all’insegna di un atteggiamento di tipo verificazionista. “Agendo in un’ottica
verificazionista gli esperti spesso rendono infalsificabili le accuse e costruiscono
delle gabbie nelle quali l’imputato rimane incastrato” (Gulotta e coll., 1996).
L’approfondita analisi che è stata compiuta ha mostrato come l’articolazione
della vicenda connessa alla scuola materna appartenga al campo delle cosiddette
“dichiarazioni a reticolo”, con tutti i riscontri che si possono elencare dallo studio
della letteratura specialistica e la comparazione con altre situazioni che si sono
manifestate anche all’interno del nostro Paese. Si ritiene inoltre di aver portato
sufficienti argomentazioni a sostegno dell’individuazione di una nuova tipologia
di “dichiarazioni a reticolo”, il “reticolo tridimensionale”, e di aver così trovato un
modello sufficientemente esaustivo per poter descrivere il caso affrontato.
114
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