Dispense agg Omosessualità 3

Transcript

Dispense agg Omosessualità 3
ORIENTAMENTO SESSUALE E
OMOSESSUALITÀ
Davide Dèttore
Università degli Studi di Firenze
Istituto Miller, Genova
L’orientamento sessuale (I)
• Tale termine viene concettualizzato come la tendenza a rispondere a certi
stimoli sessuali, che sono costituiti dagli oggetti (persone o, talora, anche
cose o situazioni) che riescono a indurre nel soggetto attivazione e interesse
sessuale. La dimensione probabilmente più saliente dell’orientamento
sessuale è il sesso del proprio partner. Questa classe di stimoli riguarda
ovviamente il fatto che la persona si definisca eterosessuale, omosessuale o
bisessuale.
• Esso è in parte ma non del tutto legato all’identità e al ruolo di genere e ne
è altrettanto dipendente in un circuito riverberante di cui è impossibile
determinare il punto d’inizio. È fondamentale, però, non associare
completamente il concetto di orientamento sessuale a quello di identità di
genere; infatti, il primo è un elemento del secondo, ma questo non coincide
con quello e il loro rapporto reciproco è assai complesso e non ancora ben
chiarito (Sandfort, 2005). Una persona, per esempio, potrebbe essere
eccitata in modo predominante da stimoli omosessuali, eppure non
considerarsi per una qualunque ragione “omosessuale”. I sociologi
(soprattutto quelli della scuola dei “copioni sociali” e i “costruzionisti sociali”)
hanno sottolineato questo punto molto potentemente, sostenendo che
l’incorporazione dell’orientamento sessuale nel proprio senso d’identità è un
fenomeno relativamente recente, culturalmente variabile, che costituisce il
risultato di un gioco complesso di eventi sociali.
1
L’orientamento sessuale (II)
• Dunque, contrariamente all’andamento bipolare dell’orientamento sessuale
descritto dalla “Scala Kinsey” (Kinsey et al., 1948; 1953), pur molto
avanzata per la sua epoca in quanto introduce il concetto di un continuum
che si estende fra i due poli opposti di omosessualità ed eterosessualità
pure, attualmente l’orientamento sessuale viene concettualizzato in modo
multidimensionale, come dimostrano i due fondamentali modelli di Klein e
Coleman.
L’orientamento sessuale (III)
• Lo psichiatra Fritz Klein (Klein et al., 1985; Klein, 1993) ha proposto una
griglia di valutazione dell’orientamento sessuale, denominata Klein Sexual
Orientation Grid (KSOG), che, accanto alla misurazione del comportamento
sessuale, pone altre sei variabili: l’attrazione e le fantasie sessuali, le
preferenze sociali ed emotive, l’autoidentificazione e lo stile di vita. Queste
variabili vengono considerate in relazione al passato, al presente ed alla
dimensione ideale. Viene così a crearsi una griglia costituita da 21 caselle
all’interno della quale le sette variabili sono valutate su di una scala da 1 a
7, simile a quella da 0 a 6 della Scala Kinsey, con la quale si intende cogliere
il continuum eterosessuale-omosessuale.
• Con la stessa intenzione, lo psicologo Eli Coleman (1987) ha costruito uno
strumento di assessment dell’orientamento sessuale nell’ambito
dell’intervista clinica comprensivo di nove dimensioni:
–
–
–
–
1) presenza o assenza di una relazione nella vita attuale della persona;
2) autoidentificazione attuale per quanto riguarda l’orientamento sessuale;
3) autoidentificazione ideale relativa all’orientamento sessuale;
4) grado di auto-accettazione relativamente all’integrazione nella propria identità
sessuale dell’orientamento sessuale;
– 5) identità fisica, con riferimento alla dotazione cromosomica;
– 6) identità di genere, cioè il senso psicologico o le convinzioni di base di essere
un maschio o una femmina;
2
L’orientamento sessuale (IV)
– 8) identità di orientamento sessuale, che viene valutata tramite misurazioni
distinte del comportamento sessuale, delle fantasie sessuali e dell’attaccamento
emotivo;
– 9) identità sessuale ideale, che comprende la valutazione dei quattro elementi
appena descritti in relazione ad un ideale futuro, così da potere appurare il grado
di permanenza nel tempo dell’orientamento e ulteriormente stimare l’autoaccettazione del soggetto.
• Non affermiamo certo qualcosa di nuovo dicendo che il processo di
fissazione dell’orientamento sessuale maschile è più soggetto, rispetto a
quello femminile, a variazioni di percorso e quindi si presenta come
maggiormente incline a produrre esiti alternativi.
• L’omosessualità maschile esclusiva è presente (cfr. Laumann et al., 1994) in
una percentuale che è doppia rispetto a quella femminile (2,8% vs. 1,4%);
inoltre, come rileva il DSM-IV-TR (APA, 2000), le parafilie sono un disturbo
prevalentemente maschile: il feticismo è appannaggio pressoché esclusivo
degli uomini e, con l’eccezione del masochismo sessuale, per cui si stima che
vi sia una donna ogni venti uomini con tale disturbo, tutte le altre parafilie
non vengono in genere quasi mai diagnosticate nel sesso femminile,
sebbene ne siano stati riportati alcuni casi.
• Perché tale la situazione?
Problemi nella differenziazione sessuale
nella vita intrauterina (I)
• L’evoluzione in senso femminile dei genitali interni, iniziante nel terzo mese
di vita uterina, appare essere quella di “default”, in quanto si verifica sia che
vi siano le ovaie sia che esse siano assenti; la presenza invece di un testicolo
induce la differenziazione in senso maschile dei dotti. Nei casi di
ermafroditismo in cui vi è un testicolo e un’ovaia, si ha differenziazione dei
dotti di Wolff dal lato del testicolo e di quelli di Müller dalla parte dell’ovaia.
• La differenziazione dei genitali esterni inizia dopo l’ottava settimana di vita
fetale; fino ad allora gli abbozzi dei genitali esterni sono identici e possono
differenziarsi in ambedue i sensi. Anche in questo caso lo sviluppo in senso
femminile è indipendente dalla presenza delle ovaie e appare di “default”,
mentre la differenziazione in senso maschile è strettamente dipendente dagli
androgeni, e più precisamente dal diidrotestosterone, ormone in cui il
testosterone circolante viene convertito dall’enzima microsomiale 5α
reduttasi.
• Esempi di alterazione di tale processo possono essere trovati nella
cosiddetta sindrome da insensibilità agli androgeni (un tempo erroneamente
detta “del testicolo femminilizzante”) e la sindrome adrenogenitale.
• Lo stesso discorso vale per la differenziazione cerebrale, che produce
strutture sessualmente dimorfiche, che si producono in senso femminile, di
“default”, se non avviene una sufficiente produzione di androgeni nel corso
delle fasi sensibili sopra indicate.
3
Problemi nella differenziazione sessuale
nella vita intrauterina (II)
• Le teorie biologiche relative allo sviluppo dell’identità di genere e
dell’orientamento sessuale si sono concentrate recentemente sul dimorfismo
cerebrale nella convinzione che vi siano delle differenze genere-specifiche
nei meccanismi ipotalamici e ipofisari che regolano l’ormone follicolostimolante e quello luteinizzante. La teoria dell’ormone prenatale trova
alcune fonti di conferma anche in risultati di varie sperimentazioni.
• Innanzitutto vi sono i dati derivanti dalle differenze neuroanatomiche fra
maschi e femmine, omosessuali ed eterosessuali, transessuali ed
eterosessuali:
– il nucleo sessualmente dimorfico dell’area preottica dell’ipotalamo, che è più grande negli
uomini rispetto alle donne (ma non vi è differenza fra omosessuali ed eterosessuali);
– i nuclei interstiziali dell’ipotalamo anteriore (INAH-2 e INAH-3) che sono di maggiori
dimensioni negli uomini rispetto alle donne, ma nei maschi omosessuali sembrano essere di
dimensioni più simili a quelle delle donne;
– il nucleo soprachiasmatico non è dimorfico fra maschi e femmine eterosessuali, ma è
invece di dimensioni maggiori negli uomini omosessuali rispetto agli eterosessuali e tale
fatto può essere correlato al ciclo sonno-veglia, in quanto tale nucleo presenta una marcata
ritmicità endogena e quindi ciò potrebbe essere connesso al fatto dimostrato che gli
omosessuali, maschi e femmine, si svegliano più presto al mattino rispetto agli
eterosessuali;
– il nucleo BSTc della stria terminale che è anch’esso più grande negli uomini rispetto alle
donne, mentre nei transessuali uomo-donna ha dimensioni più simili a quello delle donne;
– il corpo calloso delle donne, specie nella sua parte caudale (lo splenio), è più voluminoso e
bulboso nelle donne che negli uomini e così pure la commessura anteriore. Quest’ultima
negli omosessuali maschi ha dimensioni simili a quelle delle donne.
Problemi nella differenziazione sessuale
nella vita intrauterina (III)
• Seguono, quindi, i ben noti risultati relativi alle differenze temperamentali:
– i livelli di attività e di gioco violento e turbolento sono maggiori nei maschi rispetto alle
femmine;
– questi stessi livelli invece appaiono indeboliti nei maschi con disturbo dell’identità di
genere, mentre sono più elevati nelle bambine con sindrome adrenogenitale.
• Vi sono differenze legate all’aspetto fisico:
– i maschi mostrano un numero totale di creste cutanee (dermatoglifi sui polpastrelli delle
dita) maggiore delle femmine e queste ne hanno di più sulla mano sinistra che in quella
destra; gli uomini omosessuali non mostrano differenze di numero totale di dermatoglifi
rispetto agli uomini eterosessuali, però evidenziano una maggiore tendenza ad averne di
più sulla mano sinistra rispetto alla destra, come le donne;
– i maschi eterosessuali presentano un rapporto fra la lunghezza del secondo dito della mano
rispetto al quarto dito minore di quello delle femmine e ciò sembra essere legato
all’esposizione prenatale ad androgeni; tale relazione appare invertita, almeno secondo
alcuni studi, negli omosessuali maschi;
– gli omosessuali maschi hanno maggiori dimensioni del pene rispetto agli eterosessuali
maschi.
• Differenze oto-acustiche:
– Le donne lesbiche hanno emissioni otoacustiche (OAEs, otoacoustic emissions, deboli suoni
emessi dall’orecchio interno, spontanei o i9ndotti da clic, sono più numerosi nelle donne
rispetto ai maschi nell’orecchio destro rispetto al sinustro) mascolinizzate rispetto alle
donne eterosessuali (McFadden e Pasanen, 1999). Non vi è differenza nei maschi gay negli
OAEs rispetto a quelli eterosessuali.
– Analogamente nelle donne lesbiche i potenziali uditivi evocati tendono ad avere
caratteristiche più mascoline rispetto alle donne eterosessuali, mentre invece i maschi
omosessuali hanno caratteristiche dei potenziali evocati uditivi ipermascoline.
4
Problemi nella differenziazione sessuale
nella vita intrauterina (IV)
• Abbiamo quindi i dati derivanti da condizioni innate o acquisite:
– le donne con iperplasia surrenalica congenita presentano maggiori tassi di omosessualità o
bisessualità nel comportamento e/o nelle fantasie rispetto ai controlli;
– donne, le cui madri durante la gravidanza erano state trattate con dietilstilbestrolo (un
estrogeno sintetico che, erroneamente, si credeva in grado di prevenire l’aborto),
presentano rispetto ai controlli maggiori tassi di omosessualità o bisessualità (oltre che di
tumori cervicali), dimostrando così anche nella specie umana l’effetto virilizzante degli
estrogeni sul comportamento (ma non sui genitali esterni) che si riscontra nelle femmine di
animali.
• Ecco poi aspetti genetici o legati all’ordine di genitura:
– gli studi sui gemelli omozigoti (soprattutto di sesso maschile) indicano un maggiore tasso di
concordanza dell’orientamento sessuale rispetto a quelli dizigoti e ciò è presente sia nelle
coppie di gemelli allevati insieme sia (dato più importante) in quelli allevati separatamente;
– è stata individuata una porzione del cromosoma X (la porzione distale di Xq28) che appare
geneticamente legata a una forma di omosessualità trasmessa dal lato materno;
– rispetto all’ordine di nascita, numerosi studi hanno dimostrato che negli uomini
omosessuali, e solo in essi, vi è una significativa tendenza a nascere più tardi nella serie dei
fratelli e inoltre ad avere un numero maggiore di fratelli maggiori maschi; ciò potrebbe
essere dovuto a una reazione immunitaria materna, provocata solo da feti maschi, che
cresce d’intensità a ogni gravidanza di tal genere, in quanto il sistema immunitario materno
costituisce l’unico sistema biologico in grado di “ricordare” il numero dei feti maschi (e non
femmina), producendo una riposta anticorpale che potrebbe alterare l’androgenizzazione
fetale.
Problemi nella differenziazione sessuale
nella vita intrauterina (V)
• Vi sono infine i dati relativi alle differenze nelle abilità cognitive basate sulle
ricerche neuropsicologiche:
• i maschi sono superiori nelle abilità visuo-spaziali e di orientamento, mentre
•
•
•
•
le femmine evidenziano maggiori abilità verbali, nell’articolazione ed
espressione del linguaggio;
gli omosessuali maschi mostrano minori capacità visuo-motorie rispetto agli
eterosessuali maschi;
i transessuali MtF danno prove migliori ai test verbali degli uomini di controllo
e i bambini maschi con disturbo dell’identità di genere evidenziano la stessa
tendenza rispetto alle abilità verbali, mentre sono più carenti in quelle visuospaziali;
alcuni studi mostrano che la somministrazione di androgeni produrrebbe un
aumento delle abilità visuo-spaziali in donne transessuali nel corso del
trattamento ormonale che precede la riattribuzione chirurgica di sesso;
lo stesso miglioramento nelle abilità visuo-spaziali è presente nelle donne
normali in certi periodi del ciclo in cui sono più elevati i livelli di androgeni.
5
Problemi nella differenziazione sessuale
nella vita intrauterina (VI)
• Tutti questi dati sembrano indurre a pensare che vi siano almeno alcuni
fattori contribuenti su base probabilmente genetica che intervengono nel
generare le differenze uomo-donna e anche nella produzione dell’identità di
genere e dell’orientamento sessuale. Tali effetti sono probabilmente mediati
dalla produzione ormonale, prenatale e postnatale.
• Relativamente all’orientamento sessuale, alcuni autori ipotizzano la presenza
di una programmazione, almeno negli uomini, a preferire stimoli specifici per
l’attivazione sessuale (Quinsey e Lalumière, 1995): in particolare figure
femminili con un peso medio ma soprattutto un rapporto fianchi/vita
prototipico femminile (Quinsey et al., 1993; Singh, 1993; Singh e Luis,
1995) e di età compresa fra i 18 e i 30 anni (Quinsey et al., 1975; Quinsey
et al., 1993; Harris et al., 1996). Tali tendenze appaiono degli universali e
quindi probabilmente legate a fattori geneticamente sviluppati.
• In base a tali considerazioni può apparire che il processo di differenziazione
sessuale maschile, e quindi anche il definirsi dell’orientamento sessuale (in
tale ottica biologica ed evoluzionistica), sia più a rischio di quello femminile,
che appare di “default”, in quanto dipendente da una produzione di ormoni
di tipo androgenico che si sono sviluppati come percorso alternativo a quello
precedente e consueto in senso femminile. Tale percorso alternativo può
andare maggiormente soggetto a blocchi, alterazioni, in grado di produrre
mancate androgenizzazioni genitali, ma soprattutto cerebrali, con le possibili
conseguenze rilevate sulle preferenze sessuali.
Maggiore condizionabilità delle risposte
sessuali nei maschi (I)
• Ma il fissarsi delle preferenze sessuali può non dipendere, almeno
esclusivamente, da processi geneticamente innati; possono intervenire e
collaborare potentemente anche fattori legati a processi di apprendimento.
Ma anche su questo aspetto, il sesso maschile appare più fragile.
• Ramsey (1943), lavorando con Kinsey, ha evidenziato che i ragazzi
prepuberi comunemente possono provare erezioni dinanzi a una varietà di
stimoli non sessuali ma attivanti (eccitanti o piacevolmente spaventosi, come
l’essere inseguiti, compiere salti elevati, andare in altalena molto forte,
eccetera). Tale reattività generalizzata cala verso i 12-13 anni; in tal modo
può intervenire l’apprendimento, mediato dalle risposte dei pari, che
indicano gli stimoli sessualmente rilevanti o meno, accettati o inaccettabili.
Ma in taluni casi, specialmente in soggetti isolati da gruppi di coetanei,
stimoli non sessuali possono essere sessualizzati, così da formare preferenze
sessuali anormali, portando a deviazioni sessuali o al feticismo.
• A questo proposito può esservi un’importante differenza fra i sessi.
Contrariamente ai maschi, nella ragazza prepubere e adolescente le risposte
genitali, in seguito alla struttura più interna dei genitali, possono avvenire
senza essere riconosciute, per cui la sessualità femminile è molto meno
orientata genitalmente durante questa fase cruciale per lo stabilirsi delle
preferenze sessuali. Così l’effetto produttore di confusione generato da un
anomalo condizionamento genitale sarà meno evidente.
6
Maggiore condizionabilità delle risposte
sessuali nei maschi (II)
• McGuire et al. (1965) hanno elaborato un’ipotesi interpretativa della
fissazione delle preferenze sessuali che si basa su processi di
condizionamento operante o strumentale durante fantasie elaborate nel
corso di masturbazione: l’oggetto della fantasia sessuale immediatamente
precedente l’orgasmo verrebbe rinforzato da questo e quindi la fantasia di
masturbazione costituirebbe la prima vera esperienza di eccitamento
sessuale. Ciò non spiega, però, come viene indotto il primo eccitamento
sessuale.
• L’ipotesi sopra esposta potrebbe contribuire a colmare la lacuna. Poiché,
come è ben noto (cfr. Dèttore, 2001) i maschi presentano, molto
probabilmente su base innata, livelli più elevati di desiderio sessuale e più
alti tassi di masturbazione, il condizionamento durante tali pratiche solitarie
potrebbe coinvolgere più spesso nel genere maschile aspetti non
prettamente sessuali o comunque sessualmente alternativi, portando così
alla più frequente presenza in questo genere di omosessualità e parafilie.
Maggiore rigidità del ruolo maschile
• Un ultimo aspetto che riteniamo particolarmente importante nel produrre le
differenze relative alla maggiore frequenza di moduli di orientamento
sessuale alternativi nei maschi è costituito dalla più elevata rigidità dei ruoli
di genere che sono culturalmente imposti agli uomini.
• Nello nostra società, le donne vengono allevate in un modo meno
polarizzato rispetto al sesso in confronto agli uomini. Relativamente ai
ragazzi, le ragazze vengono meno punite per comportamenti non conformi
al proprio sesso e, come rileva Bell et al. (1981a, b), tendono a impegnarsi
in attività tipiche ma anche non tipiche rispetto al sesso e ad avere
compagni di gioco di entrambi i sessi, aspetti entrambi che sono invece
molto meno frequenti nei ragazzi. Ciò implica che le ragazze hanno minori
occasioni di sentirsi diverse dai coetanei dello stesso e dell’opposto sesso,
con molto probabili conseguenze sullo sviluppo dell’orientamento sessuale.
• Proprio a questo proposito, ci sembra rilevante porre in relazione tali
osservazioni con un recente contributo in cui le variabili biologiche vengono
considerate interagire con i fattori socioculturali e l’esperienza
nell’influenzare l’orientamento sessuale appunto. Si tratta della cosiddetta
teoria EBE (Exotic-Becomes-Erotic, l’esotico diviene erotico) proposta da
Bem (1996; 2000).
7
LA teoria EBE (Exotic-Becomes-Erotic)
proposta da Bem (1996; 2000). (I)
• Essa prende in considerazione i passaggi sotto elencati.
– A, variabili biologiche: in base alla teoria, le variabili biologiche (i geni o gli ormoni
prenatali) non influenzano l’orientamento sessuale di per se stesse, ma tramite il tipo di
temperamento;
– B, temperamento infantile: preferenza per certe attività a discapito di altre, come il gioco
attivo e violento e gli sport competitivi (attività tipicamente maschili) oppure la tranquilla
socializzazione e giochi più calmi (attività tipicamente femminili);
– C, preferenze per attività tipiche o atipiche rispetto al sesso di appartenenza (conformità o
non conformità di genere): i bambini preferiscono condividere tali attività con i coetanei
che mostrano le stesse loro preferenze e quindi quelli che preferiscono attività tipiche del
proprio sesso e giocano con compagni del proprio stesso sesso, vengono considerati
conformi rispetto al genere, mentre quelli che scelgono attività non tipiche del proprio
sesso e giocano con i coetanei dell’altro sesso, sono detti non conformi rispetto al genere;
– D, sentirsi diversi dai coetanei del sesso opposto o del proprio stesso sesso (“essere
esotico”): i bambini conformi rispetto al genere si sentono diversi dai coetanei dell’altro
sesso, mentre quelli non conformi rispetto al genere provano una sensazione di diversità
rispetto ai coetanei del proprio stesso sesso;
– E, attivazione fisiologica dinanzi ai coetanei del sesso opposto o del proprio stesso sesso:
questi sentimenti di diversità producono un’elevazione nei livelli di attivazione fisiologica; i
bambini conformi rispetto al genere provano tale attivazione nei confronti di quelli di sesso
opposto; i bambini invece non conformi rispetto al genere possono provare paura e rabbia
nei confronti dei coetanei del proprio stesso sesso, che li prendono di solito in giro in
quanto appunto non conformi alle attività tipiche del loro sesso;
– F, attrazione erotica verso le persone del sesso opposto o del proprio stesso sesso: tale
attivazione, che in origine non è colorata affettivamente né percepita coscientemente,
viene a poco a poco trasformata in attrazione erotica, trasformando così le sensazioni di
non conformità (di essere “esotico” appunto) in sentimenti connotati eroticamente.
LA teoria EBE (Exotic-Becomes-Erotic)
proposta da Bem (1996; 2000). (II)
• Dunne et al. (2000) hanno studiato un campione di ben 4.901 gemelli
omozigoti adulti di età compresa fra i 19 e i 52 anni, appurandone mediante
questionari specificamente elaborati le condotte e l’orientamento sessuale,
correlandole con misure di non conformità di genere durante l’infanzia. Tali
autori hanno posto in evidenza che la non conformità di genere nel corso
dell’infanzia è massimamente elevata in coloro (sia maschi sia femmine) che
si dichiaravano omosessuali, raggiunge valori intermedi in quanti riferivano
occasionali condotte omosessuali o di essersi sentiti talora attratti
sessualmente da persone del proprio stesso sesso, e mostra i valori meno
elevati nelle persone che si definivano come nettamente eterosessuali.
• In base a tale teoria, si può dedurre che le ragazze, essendo allevate in
modo meno polarizzato rispetto al sesso in confronto ai ragazzi, dovrebbero
avere minori probabilità di sentirsi differenti e atipiche nei loro
comportamenti relativamente ai coetanei del proprio sesso e quindi di
sviluppare orientamenti di tipo non eterosessuale.
• Tale ipotesi viene confermata anche dal fatto che l’orientamento sessuale
delle donne appare più fluido di quello degli uomini. Diversi studi (fra cui
Laumann et al., 1994) hanno posto in luce che è più probabile che le donne
siano bisessuali piuttosto che esclusivamente omosessuali, mentre negli
uomini si verifica il contrario. Le donne non eterosessuali tendono
maggiormente a considerare il proprio orientamento sessuale come
flessibile, addirittura in taluni casi come “prescelto”, mentre gli uomini più
spesso lo vivono come innato e immutabile (Whisman, 1996).
8
L’omosessualità è adattativa? (I)
• L’omosessualità non è di per sé un comportamento adattivo. Nessun
antenato di nessuno potrebbe essere stato esclusivamente omosessuale o
non avrebbe avuto modo di guadagnarsi l’appellativo di antenato.
• La bisessualità, invece, ha un impatto minimo sull’evoluzione e forse, per
certi versi, può essere o essere stata considerata adattiva.
• Secondo E.O Wilson (1975) l’omosessualità può diventare adattiva, se
l’omosessuale lavora per il benessere dei suoi consanguinei portando un
contributo indiretto ai suoi geni. Tale impostazione è stata avanzata dal
sociobiologo nell’ambito della teoria dell’“altruismo di parentela” (Hamilton,
1964), che pone l’aumento di fitness inclusiva nel soggetto che cura non
solo la propria prole ma anche quella dei parenti stretti, perché in tal modo
aumenta la probabilità che i copie dei propri stessi geni, presenti nei parenti,
si diffondano. Tale teoria non pare però confermata dalla sperimentazione.
• Trivers (1973), il padre dell’“altruismo reciproco (1971), sostenne che i
genitori potrebbero indurre nei figli l’omosessualità regolando le risorse o
socializzandoli in modo da indurli a essere meno competitivi nei ruoli
riproduttivi, al fine di favorire la futura riproduzione dei genitori e di
assistere i fratelli nella riproduzione di questi.
L’omosessualità è adattativa? (II)
• Più recentemente, Miller (2000) ha proposto una spiegazione complessa di
tipo evoluzionistico del perché la predisposizione umana all’omosessualità si
sarebbe mantenuta per selezione naturale, sebbene questo risultato possa
essere controintuitivo, e nel contempo ha fornito un’ipotesi circa
l’associazione fra omosessualità e ordine tardivo di nascita.
• In quest’ottica l’orientamento sessuale sarebbe un tratto influenzato da geni
pleiotropici, che opererebbero durante lo sviluppo in modo da deviarlo da
modalità maschili a quelle femminili, anche rispetto alle strutture cerebrali.
Se, per caso, un maschio eredita numerosi alleli che lo spingono in direzione
femminile, diviene omosessuale o bisessuale, ma più spesso vengono
ereditati anche alleli che spingono in direzione maschile, rendendolo
eterosessuale. L’effetto di degli alleli sarebbe quindi limitato a dotarlo di
maggiore sensibilità, empatia, tenerezza e gentilezza.
• La pleiotropia o pleiofenia si riferisce in genetica al controllo, da parte di un
unico gene, di più feni (caratteristiche) ereditati in modo congiunto. Per un
fene può essere dominante, per un altro recessivo, per cui le sue mutazioni
possono avere effetti solo di un fene, su molti o su tutti.
9
L’omosessualità è adattativa? (III)
• Dunque essi renderebbero i maschi che li recano dei padri migliori e dei
compagni più attraenti. Fintantoché tali alleli portano talvolta
all’omosessualità, l’evoluzione tenderà ad aumentare la frequenza di altri
alleli che producono maschi eccessivamente mascolini per un successo
riproduttivo massimo. Si creerebbe così un polimorfismo equilibrato in cui
l’effetto femminilizzante di alcuni alleli negli eterosessuali controbilancia gli
effetti negativi (rispetto al successo riproduttivo) degli stessi, quando, se
troppo numerosi nello stesso individuo, portino all’omosessualità. Un simile
effetto è ipotizzabile per i geni dell’omosessualità femminile.
• L’intero sistema sopravvive e si mantiene perché fornisce un maggiore grado
di variabilità nella prole, diversificandola e riducendo la competizione
all’interno della stessa nicchia ecologica.
• Così l’effetto dell’ordine di nascita sull’omosessualità viene interpretato come
un prodotto collaterale del meccanismo che devia le personalità dei figli più
tardivi nella serie di generazione in direzione femminile, riducendo la
probabilità che questi s’impegnino in una competizione improduttiva fra di
loro, in quanto dotati (eventualmente mediante effetti ormonali prenatali) di
caratteristiche di maggiore sensibilità e di minore aggressività. Un figlio
minore più sensibile e flessibile facilita la sua competizione per le risorse nel
corso della fanciullezza e in età adulta evita la lotta con i fratelli maggiori.
L’omosessualità è adattativa? (IV)
• La teoria di Miller ha avuto un precursore in quella di McKnight (1997),
anch’essa comportante un polimorfismo bilanciato. Tale autore sostiene che
che gli uomini eterosessuali che possiedono un allele gay presenterebbero
un incremento della pulsione sessuale, che esiterebbe in un maggiore output
riproduttivo e nel mantenimento del gene o dei geni bilanciati
dell’omosessualità. Nei gay la presenza di tutti i geni dell’omosessualità
porterebbe al loro maggiore desiderio sessuale e alla presenza di molteplici
partner.
• Tale situazione verrebbe mantenuta dalla scelta delle donne. Mentre molte
donne preferiscono, come sostenuto da Miller, uomini con caratteristiche più
soft e femminili, ve ne sarebbe una minoranza portata invece a gravitare
intorno a uomini eccessivamente macho e psicopatici, nella gamma che va
da coloro che picchiano le partner ai serial killer.
• Al contrario Muscarella (1999) e Kirkpatrick (2000) hanno posto in rilievo la
funzione dell’omosessualità nel prevenire l’aggressività inter-gruppo e intragruppo (soprattutto nei maschi). L’omosessualità favorirebbe l’affiliazione fra
le persone dello stesso sesso (in particolare di adolescenti marginalizzati),
riducendo i conflitti fatali fra di essi, promuovendo alleanze e quindi
aumentando il loro futuro successo riproduttivo. Ciò trova la controparte
animale nell’omosessualità delle scimmie bonobo, che ha più a che fare coi
legami sociali e la limitazione dell’aggressività, piuttosto che con aspetti
legati alla riproduzione.
10
L’omosessualità è adattativa? (V)
• Rahman e Wilson (2003; 2005), riprendendo Miller, hanno sostenuto che le
mutazioni genetiche hanno portato all’emergere di un genotipo di maschi
ancestrali più femminili nei tratti comportamentali, oltre che essere
bisessuali nelle preferenze sessuali. Questi tratti erano favorevoli
all’affiliazione fra i soggetti dello stesso sesso e permettevano il
mantenimento di alleanze. Le femmine erano attratte da questi maschi a
causa delle loro qualità femminili (lealtà, gentilezza e aggressività ridotta);
nel contempo la concomitante riduzione dell’infanticidio, le maggiori abilità
genitoriali, l’impegno e l’affiliazione con altri maschi potenti, proprie di questi
maschi più femminili, portavano a maggiori opportunità di sopravvivenza dei
figli di tali femmine.
• Si tratterebbe di un caso di “selezione sessualmente antagonistica”, per cui
la selezione di tratti ottimali in un sesso favorisce geni che come effetto
collaterale abbassano la fitness se espressi nell’altro sesso.
• Nel caso dell’omosessualità, gli alleli che incrementano il successo
genitoriale possono invadere il pool genetico anche se essi riducono il
successo riproduttivo degli uomini che li recano (Getz, 1993). Infatti il loro
successo nella generazione di figli e nella loro sopravvivenza, che sono
centrali per le femmine, bilanciano gli effetti deleteri sui maschi e così
mantengono gli alleli dell’omosessualitò in un polimorfismo bilanciato.
Conclusioni (I)
• Non pretendiamo che i tre fattori sopra individuati siano da soli responsabili
dei più elevati tassi di orientamento sessuale alternativo che si riscontrano
nel sesso maschile, ma riteniamo che rappresentino tre elementi molto
importanti e da tenere in considerazione in ogni teoria eziologica e
nell’eventuale trattamento che può essere dedicato ad alcune persone così
orientate.
• Senza dubbio la teoria EBE può in certa misura porre in relazione i tre fattori
sopra discussi; inoltre, stabilisce un ponte, una connessione, fra i fattori
biologici, come il genotipo, gli ormoni prenatali e la neuroanatomia
cerebrale, e il successivo orientamento sessuale di un individuo. Però, tale
connessione sarebbe di tipo indiretto, in quanto il fattore mediazionale
sarebbe costituito dal “temperamento”.
• Gli elementi caratterizzanti questi aspetti comportamentali potrebbero
essere (cfr. Bem, 2000; Dèttore, 2001) il comportamento aggressivo, il
gioco fisico e violento e il livello di attività. Tutti e tre questi aspetti
diversificano significativamente i sessi e sono presenti in forma non
conforme al proprio genere nei bambini con disturbo dell’identità di genere
(Zucker e Bradley, 1995).
• Elementi legati all’apprendimento (eventuali condizionamenti) e derivanti
dalla maggiore o minore rigidità dei ruoli di genere imposti dalla cultura
possono contribuire come ulteriori fattori intervenienti a rendere più o meno
non conformi al genere taluni comportamenti, innescando in modo
variamente potente la successiva catena di eventi che può portare ad
orientamenti sessuali alternativi.
11
Conclusioni (II)
• A nostro parere va anche tenuto presente il fatto che, come mettono in
risalto alcuni autori (per esempio Fox, 1996a; 1996b; Rubington e
Weinberg, 2005), è possibile che gli esseri umani siano, in parte almeno,
preprogrammati con una tendenza verso la bisessualità. Tale tesi riprende,
in termini più moderni, quella del classico libro di Otto Weininger, Sesso e
carattere (1903), ed è coerente con recenti prospettive di impostazione
cognitivista (Doorn et al., 1994; Dèttore e Fuligni, 1999; Dèttore, 2001;
2005), relative al più ampio concetto di identità di genere.
• All’interno di questo punto di vista, il concetto di identità di genere può
essere considerato un aggregato parziale, un sottosistema, rispetto
all’organizzazione del sistema del Sé, costituito da un numero più o meno
elevato di versioni di sé relative ai vari aspetti legati e pertinenti alle diverse
componenti della caratterizzazione sessuale, come per esempio
l’orientamento e le preferenze sessuali, le modalità specifiche di
elaborazione dell’informazione, i gusti per l’abbigliamento, le abitudini
motorie, lo schema corporeo, gli ideali estetici, gli interessi lavorativi e ludici,
le regole sociali differenziate a seconda dei sessi, eccetera.
• Ciascuna di queste versioni sarebbe caratterizzata in senso prevalentemente
maschile o femminile (sia secondo una programmazione biologica sia in base
ai condizionamenti culturali e le esperienze di vita) e la derivante di tutti
questi elementi sarebbe l’identità di genere del singolo individuo.
Conclusioni (III)
• Si tratterebbe di un’organizzazione anch’essa non unitaria e non sempre del
tutto stabile, ma più o meno molteplice e talora discontinua, con elementi
sia maschili sia femminili in rapporto reciproco variabile, sebbene con alcune
caratteristiche dominanti portanti alle nostre grossolane categorizzazioni.
• L’orientamento sessuale non sarebbe così biologicamente preordinato
rigidamente verso un dato sesso, ma solo preferenzialmente indirizzato, di
solito in senso eterosessuale. Rimarrebbe, quindi, un certo grado di
totipotenza, che permetterebbe lo svilupparsi della varianza di orientamento
sessuale, in base a processi di apprendimento ed eventi di vita.
• Tale considerazione è del tutto compatibile sia con un’ottica evoluzionistica,
che, ai fini della conservazione della specie, vede come facilitato, almeno in
modo tendenziale, un orientamento eterosessuale, sia con una prospettiva
di tipo socio-culturale, che considera le preferenze sessuali potentemente
influenzate dalla storia individuale e dalla cultura.
• Quindi, la varianza dell’orientamento sessuale dipenderebbe in parte da
aspetti biologici (che influiscono sul grado e la direzione della direzione di
preferenza sessuale preprogrammata, sulla base di una certa totipotenza di
partenza) e in parte da fattori di apprendimento, che potrebbero
ulteriormente ampliare e potenziare tale preferenza (come accade nella
maggioranza dei casi, almeno nella nostra cultura), oppure orientare il grado
di bisessualità di base verso direzioni alternative diverse, in funzione di
fattori socio-culturali e di storia individuale.
12
Conclusioni (IV)
• In tal modo verrebbero spiegati i numerosi esempi di condotte omosessuali
obbligate o comunque estese a gran parte della popolazione (di solito
maschile) in talune epoche o in determinati gruppi. Basti pensare alla
pederastia tipica delle classi elevati di diverse polis greche, ai diffusissimi
comportamenti omosessuali con schiavi o ragazzi accettati nella società
romana, e alle fasi di omosessualità obbligata, specie durante l’adolescenza,
in talune società di interesse etnologico (Bullough, 1976; Boswell, 1980;
Gregersen, 1982).
• In queste società tali condotte omosessuali erano totalmente ammissibili
relativamente a un’identità e un ruolo di genere di tipo maschile, in quanto
la virilità non era definita dal sesso del partner, ma dallo status di squilibrio
di potere, tutto a favore dell’uomo, che in quell’epoca era presente nella
relazione padrone-schiavo, adulto-ragazzo, ma anche uomo-donna. In tali
società, invece, rapporti omosessuali fra due uomini di pari età o di
condizione sociale libera erano disprezzati e condannati, in quanto non
permettevano da parte dell’uomo quella posizione di potere e di dominanza
che contraddistingueva allora il ruolo maschile, appunto.
• Tali esempi storici e antropologici sarebbero impossibili se l’orientamento
sessuale fosse rigidamente determinato dalla biologia, mentre sono del tutto
comprensibili nell’ottica sopra esposta.
Conclusioni (V)
• Inoltre, il modello qui sostenuto è del tutto compatibile con il numero
sempre crescente di osservazioni (D’Augelli, 1994; Kitzinger e Wilkinson,
1995; Baumeister, 2000; Diamond e Saving-Williams, 2000; 2003; Kinnish et
al., 2005), che dimostrano come l’orientamento sessuale non sia un dato
fissato una volta per tutte e per sempre in un individuo, ma presenti una
natura più mutevole e “diffusa”, in grado di suggerire fortemente una
partenza da una bisessualità di fondo, seppure tendenzialmente sbilanciata
nella maggior parte delle persone, in modo più o meno rilevante, verso
l’eterosessualità. Il fatto che le donne mostrino una maggiore flessibilità
dell’orientamento sessuale, come dimostrato dagli studi sopra elencati,
potrebbe essere spiegato in un’ottica culturale e costruzionista, in base alle
considerazioni precedenti relative alla maggiore rigidità del ruolo di genere
maschile nella nostra cultura.
• Ci sembra che tale modello interpretativo costituisca una proposta che può
essere sottoposta a indagine sperimentale e comunque sufficientemente
ricca e duttile da offrire spiegazioni, seppure per ora solo provvisorie, alla
varietà dei tipi di orientamento sessuale umano.
13