Dispensa cinema francese
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Dispensa cinema francese
Dalle origini al surr ealismo È la sera del 28 dicembre del 1895, siamo a Parigi, nel Salon Indien del Gran Café, in Boulevard des Capucine 14. Nella sala non ci sono molti spettatori: solo 33 paganti e qualche invitato. Si spengono le luci e il telone bianco si illumina, mostrando un immagine fissa sul portone di una fabbrica. Improvvisamente, le porte si aprono e delle figure cominciano a muoversi sullo schermo. Ha inizio il Cinematografo. La Sortie des usines Lumière, non era altro che pochi metri di pellicola girati piazzando la camera fissa davanti all’uscita della fabbrica Lumière a Lione. Nulla d’eccezionale, oggi; ma a quel tempo fu sicuramente qualche cosa di sensazionale. I fratelli Louis e Auguste Lumière, tuttavia, non ebbero particolare fiducia in questo nuovo mezzo espressivo, tant’è che furono spinti a dichiarare che “Il cinema è un’arte senza futuro”. Ben presto, infatti, cessarono quest’attività, tornando a lavorare su lastre fotografiche, sperimentando tecniche di fotografia a colori con un procedimento di “autocromia” cercando di riprodurre i colori della pittura espressionista. Altre immagini proiettate in seguito furono L’arrivo del treno nella stazione di La Ciotat (una stazione, una signora con un grande Louis e Auguste Lumiere: L’arrivo del cappello e treno nella stazione di La Ciotat un treno che pareva dovesse bucare lo schermo, con grande sgomento degli spettatori), Le dejeuner d’un bèbè e quello che è considerato il primo film di finzione della storia del cinema: L’arroseur arrosé (L’innaffiatore annaffiato). Presto, però, il cinematorafo entra in crisi. A questo contribuì non poco l’incendio del Gran Bazar de la Charité, che provocò numerose vittime. La Dall’alto: i fratelli Lumière; Georges stampa arrivò Méliès a definire il cinema uno spettacolo pericoloso. Il cinema, però, non scomparve. Abbandonò quasi del tutto le grandi città per ritirarsi, si può dire, in campagna, per un pubblico più popolare. Parigino, contemporaneo dei Lumière, Georges Méliès è considerato il primo autore di film di finzione. Si preoccupò di utilizzare il cinema non solo per riprendere scene di vita quotidiana, ma anche per sviluppare veri e propri racconti. Operò dal 1896 sino al 1913, realizzando migliaia di filmati della durata di pochi minuti. Molti di questi filmati erano di genere comico; tutti, comunque, avevano la caratteristica di rappresentare quanto di più favoloso ed irreale potesse esserci. D’altronde Méliès era un ex prestigiatore, uomo di spettacolo e proprietario del Teatro Robert-Houdin, dedicato alla magia. Egli, 1 utilizzando varie tecniche che andavano dal ralenti all’accelerazione, sperimentò numerosi trucchi. La maggior parte di questi i più grandi scrittori di storie fantastiche. Nonostante il successo ottenuto con questi ed altri film girati successivamente, Méliès andò incontro ad un veloce declino a causa dell’incapacità di gestirsi commercialmente, tanto che, come molti altri pionieri del cinema, finì la sua vita in miseria all’ospizio dei vecchi del cinema di Orly, dove morì nel 1938. A sinistra: Charles Pathè e Ferdinand Zecca; a destra Louis Gaumont Nei primi anni del secolo ci si convinse che il successo del cinema in fiere e sagre paesane aveva contribuito a creare un folto gruppo di appassionati, soprattutto nei ceti popolari. Ecco allora che il cinema tende a industrializzarsi. Con Charles Pathé e Leon Gaumont emergono in Francia i primi grandi produttori e distributori. Pathé, con alcuni fratelli, fonda, grazie ai finanziamenti del Credyt Lyonnaise, la Pathé Frères. In collaborazione con un certo Ferdinand Zecca che, nel 1901, diventerà regista, amplia il catalogo della sua casa di produzione. Verranno così messi in scena film di ricostruzione storica (Quo Vadis), film comici, melodrammi, sino ad arrivare grazie proprio a Zecca, alla realizzazione di film dove i temi sono estremamente realistici, come ad esempio, la scena di un delitto raccontata direttamente dall’assassino nella sua cella (L’histoire d’un crime, 1901) o l’alcolismo (Les victimes de l’alcoolisme, 1902). In pochi anni la Pathé assume un’importanza enorme nell’ambito della distribuzione partecipando alla fondazione della Société du film d’Art. La Film d’Art produsse film destinati a spettatori più colti, come ad esempio L’assassinat de Duc de Guise con accompagnamento musicale di Camille de Saint Saens, La dame aux camélias, con Sarah Bernhardt, Cyrano de Bergerac, Faust tratto trucchi, come ammise lo stesso Méliès, fu frutto del caso, come ad esempio l’autobus che, improvvisamente, si trasforma in carro funebre: ciò fu dovuto semplicemente al fatto che la pellicola che scorreva nell’ap- Georges Méliès: Voyage dans la lune parecchio si era inceppata. Non si era fermato invece il traffico che aveva continuato a scorrere normalmente, incurante dell’incidente tecnico… Spesso Méliès utilizzava la sovrimpressione, tecnica per altro già sperimentata in fotografia. Ne L’homme orchestre (L’uomo orchestra, 1900), utilizzando varie maschere poste davanti all’obbiettivo e sovrimpressionando la stessa pellicola, permette allo stesso personaggio di interpretare più orchestrali. Di Méliès il film più celebre è, senz’altro, Voyage dans la lune (Viaggio nella luna), del 1902, ispirato ai libri di Jules Verne, uno fra 2 Louis Feuillade; dall’alto in basso: Les Vampires; Fantômas da Gounod e con, fra le comparse, Mata Hari. Lo scopo di quei film, pienamente rag- giunto, era quello di far appassionare alla nuova arte anche il pubblico borghese. Ma con la guerra la potenza della Pathè andò via via a scemare, diventando nel 1918 solo un circuito di sale, per fallire definitivamente nel 1939. La Gaumont, fondata da Leon Gaumont, inizia la sua produzione con documentari, passando poi a veri e propri film di genere più svariato, dalle comiche ai polizieschi, dai cartoni animati ai cinegiornali, alle serie, cioè film legati da un argomento o ad uno o più personaggi, come, ad esempio quelle realizzate da Louis Feuillade: Fantômas, Les vampires, Judex che consolidano il rapporto fra cinema e letteratura popolare. Anche per la Gaumont la guerra segnerà un momento di crisi obbligandola, per sopravvivere, a cercare nuove strade. Gli anni Venti: l’impr essionismo Fin da prima della guerra alcuni intellettuali teorizzavano le proprie idee circa il cinema inteso come “arte”, ma è solo nel primo dopoguerra che queste teorie iniziano a prendere piede. Vengono scritti saggi sul cinema, nascono riviste attorno alle quali si riuniscono gruppi di registi. Tra queste ricordiamo Ciné-club (che diventerà in seguito Cinéa), fondata dal critico e poi regista Louis Delluc e attorno al quale si riuniscono vari autori quali Abel Gance, Jean Epstein, Marcel L'Herbier e Germaine Dulac, a formare quella scuola normalmente conosciuta con il termine di “impressionista”. Proprio Delluc sviluppa e pone al centro della sua opera il concetto di fotogenia, cioè la qualità poetica e intima delle cose, svelata in maniera esemplare dal cinema in quanto arte visiva. È del 1921 il suo film Fièvre, ambientato in un bar di Marsiglia, con il quale riesce a illustrare la sua teoria del “visualismo” mediante atmosfere estremamente caratterizzate e le sottolineature poetiche. Seguirà, nel 1922, La femme de nulle part, con il quale Delluc approfondisce la psicologia della protagonista interpretata dalla moglie Eve Francis. La morte coglierà Delluc nel 1924 a soli 34 anni. Degli altri autori della scuola impressionista francese, Germaine Dulac, che nel 1919 aveva realizzato la Fête espagnole da una sceneggiatura delle stesso Delluc, gira, nel 1923, La souriante Madame Beudet, una visione della coppia borghese dal punto di vista femminile e un poco femminista. Marcel L'Herbier realizza L'homme du large Il regista Marcel L’Herbier 3 (La giustizia del mare, 1920); Eldorado (1921) e L’Inhumaine (Futurismo, 1924). Una storia, quest’ultima, ricca di innovazioni tecniche e di scenografie artdéco e cubiUna scena del film di ste, disegnate, Marcel L’Herbier L’hinumaine fra gli altri, dall’architetto Robert Mallet-Stevens, dal pittore e cineasta Fernand Léger, e da Claude Autant-Lara che, a sua volta, diverrà regista. Il film, considerato la risposta francese all’espressionismo tedesco, suscitò numerosi dibattiti e contestazioni e venne apprezzato solo in un secondo momento per la sua ricchezza figurativa. Abel Gance, come L’Herbier, amava accoppiare melodramma a sperimentazione. È del 1922 il film La roue (La rosa sulle rotaie), nel quale la storia, melodrammatica, viene immersa in una serie di simbolismi mediante alcuni elementi figurativi (il cerchio, le ruote del treno che rimandano al destino) e a un montaggio sperimentale. Nel 1927 Gance realizza Napoléon, grandiosa biografia dell’imperatore, dalla adolescenza alla campagna d’Italia del 1796. Questo film, unico dei sei episodi che Gance aveva in mente, venne finanziato da un gruppo di banchieri e produttori, fra cui Pathé, che misero a disposizione la cifra stratosferica per quei tempi di 18 milioni di franchi. In questa opera, Gance sperimenta il sistema della polyvision, con tre schermi affiancati che allargano la visione, prefigurando così gli schermi panoramici di mezzo secolo dopo (cinemascope, cinerama). Altre arditezze tecniche per quei tempi sono la divisione delle inquadrature in più immagini e il movimento notevole della macchina (usa la macchina a mano, la colloca su veicoli leggeri in grado di spostarsi ovunque, utilizzando dei cavi la appende sul dorso dei cavalli al galoppo) e le numerose sequenze girate in soggettiva, in maniera tale che lo spettatore si “incorpori al dramma visivo”. La realizzazione del Napoléon e la sua distribuzione crearono notevoli problemi, tanto che il 7 aprile 1927 ne fu proiettata solo una minima parte all’Opéra di Parigi. Il pubblico, ormai abituato al sonoro, lo boccia senza possibilità di appello. Come L’attore Albert Dieudonné nel Napoléon di Gance già era avvenuto in America per il capolavoro di Griffith, Intolerance, fu un fiasco colossale. Soltanto nel 1981 Francis Ford Coppola ne recuperò una copia restaurandola e facendola circolare in tutto il mondo. 4 L'avanguardia (dadaismo e surr ealismo) A differenza del movimento impressionista, dove le innovazioni tecniche venivano innestate su una robusta struttura narrativa, nel dadaismo e nel surrealismo vi è un processo di destrutturazione del racconto, riprendendo quanto già avvenuto nella lettera- Una scena di Entr’acte, di René Clair tura e nella pittura. In questi film vengono meno i rapporti di consequenzialità tra un avvenimento e l’altro e le immagini e i fatti si susseguono apparentemente senza alcun nesso, cioè senza tener conto del rapporto causa-effetto. Vengono utilizzate le tecniche più svariate, dal ralenti all’accelerazione, dai disegni animati alle ottiche deformanti, alle sovraimpressioni. I movimenti di avanguardia si sviluppano grazie anche all’interesse da parte degli intellettuali al cinema. È il caso, ad esempio, di Léger o Man Ray (Retour à la raison; Emak Bakia; L’étoile de mer) che diventano essi stessi registi o scrittori quali Colette, Cocteau (anch'esso passato dietro la macchina da presa), Cendrars, Apollinaire che dibattono e scrivono di cinema. Il pittore cubista Fernand Léger, ad esempio, con Ballet mecanique, cortometraggio del 1924, dichiara il proprio intento di dissoluzione dell’intreccio (la marionetta raffigurante Charlot che si scompone in mille pezzi). Del 1924 è anche il famoso Entr’acte di René Clair, con soggetto e sceneggiatura dello scrittore dadaista Francis Picabia. In questo film le immagini scorrono sullo schermo legate solo da associazioni visive o casuali; non esiste in alcun modo un rapporto causa-effetto o un rapporto consequenziale spazio-tempo. Compaiono nel film molti degli esponenti dell’avanguardia parigina di quel tempo, Picabia stesso, Man Ray, Marcel Duchamp, Erik Satie (che ne compone anche le musiche). Tra le esperienze più significative del surrealismo vi è La coquille et le clergyman di Germaine Dulac, un film del 1926 sceneggiato da Antonin Artaud, dove un ufficiale, un prete e una donna sono impegnati in una La locandina del film L’age d’or di Luis Buñuel 5 serie di azioni completamente assurde e prive di logica, tanto che le immagini sembrano provenire dal sogno come proiezione dell’inconscio. Ma fra le opere maggiormente significative di questo periodo vi sono i due primi film di un giovane regista spagnolo: Luis Buñuel, trasferitosi a Parigi insieme all’amico pittore Salvador Dalì. Insieme realizzeranno Un chien andalou (1929) e L’âge d’or (1930), opere che risentono del fermento culturale che si respirava in quegli anni a Parigi. Nel Chien andalou alcune immagini, estremamente forti ancora oggi (un occhio tagliato dalla lama di un rasoio, mani piene di formiche) ne fanno un’opera fondamentale per il movimento surrealista. Anche qui le scene si susseguono con una casualità assoluta e ogni sequenza ha in sé delle implicazioni psicologiche. Presentato allo Studio des Ursulines di Parigi, venne accolto con qualche critica anche da parte degli stessi surrealisti, anche se poi, a Parigi, rimase in programmazione per più di un mese. Ne L'âge d’or, le sperimentazioni sono le stesse del film precedente, anche se qui le scene sono di più facile lettura. In questo film il regista sviluppa alcuni temi che poi rappresenteranno l’asse portante di tutta la sua produzione: gli attacchi alla religione, all’ordine sociale, l’amour fou. Anche l'uscita de L’âge d'or provocò scandalo nella società benpensante. Le effusioni erotiche fra un uomo e una donna, la fellatio che la donna pratica al dito del piede di una statua, Cristo che esce dal castello delle 120 Giornate di Sodoma, rientrandovi per uccidere l’ultima testimone delle depravazioni che vi sono avvenute, portarono i militanti di Action français, un gruppo di integralisti cattolici, ad assaltare i cinema che proiettavano l’opera, tanto che il prefetto parigino di allora, Chiappe, ordinò il sequestro definitivo del film. Tutto questo costrinse Buñuel ad abbandonare per molti anni la macchina da presa. Tornò a girare film solamente vent'anni dopo, in Messico, dopo aver fatto, per sbarcare il lunario, la comparsa e il caratterista a Hollywood. Negli anni Venti, l’avanguardia influenzerà anche il documentario, dove la realtà viene riletta alla luce della creazioni di immagini astratte. L'esempio più significativo è sicuramente A propos de Nice, di Jean Vigo (1929). Agli spettatori Vigo spiegherà il significato del suo cinéma social, nel quale si inserisce il suo cortometraggio e con il quale vuole mostrare “quanto siano diffuse quelle volgari voluttà poste sotto il segno del grottesco, della carne e della morte e che costituiscono gli estremi sussulti di una società che rinnega se stessa fino a provocare in te la nausea e la voglia di una soluzione rivoluzionaria”. Nel documentario le immagini di Nizza con la fatuità della vita turistica (il casinò, il carnevale, la spiaggia, i bar con i tavolini al sole), viene messa in rilievo da un montaggio incalzante e provocatorio, dall’accostamento di immagini irreali, quali donne sedute al bar e improvvisamente denudate, o dall’emergere del grottesco. *** Ma il cinema degli anni Venti in Francia, ovviamente, non era solo surrealismo. Il cinema commerciale continuava a produrre opere e a importarne dagli Stati uniti. In ogni caso l’influenza dell’avanguardia si avverte in molte opere di registi quali, ad esempio, Réne Clair che dopo Entr’acte, gira Un chapeau de paille d’Italie, in cui il ritmo armonico si lega a una comicità leggera e travolgente. 6 Pur girando film in un periodo in cui il sonoro stava già prendendo piede, Clair rifiuta tale innovazione, prediligendo i film muti, almeno sino a quando gli interessi commerciali non lo costrinsero ad adattarsi al sono- ro, come avvenne in Sous les toits de Paris e A nous la liberté, entrambi del 1931, sfruttando però tale tecnica per raggiungere un nuovo livello di spettacolarizzazione dell’arte cinematografica. 7 Gli anni Tr enta. Il r ealismo C on La chienne, del 1931, Jean Renoir compie una svolta che influenzerà notevolmente il suo cinema e quello francese in generale. Con questo film si sviluppa un nuovo modo di narrare, sviluppando temi legati alla realtà e alla critica sociale. È la storia, ambientata a Parigi, di un cassiere, interpretato da Michel Simon che, per amore di una prostituta, uccide e finisce per diventare un clochard. È un’indagine realistica della città che continua anche nell'opera successiva di Renoir: Boudu sauvè des eaux (Boudu salvato dalle acque), sempre con Simon protagonista che interpreta un barbone irriverente che sconvolge la vita di una famiglia borghese prima di riacquistare la libertà. Lo stesso Simon sarà anche il protagonista dell’ultimo, grande, film che Jean Vigo, prima di morire in giovane età e dopo aver girato Zéro de conduite (1933), realizza: L'Atalante (1934). Il film, ambientato su una chiatta, l'Atalante appunto, che percorre i canali francesi, narra una delicata storia dove la protagonista rischia di perdere l’amore lasciando la noiosa vita sulla barca. Ma la Parigi che lei trova fuggendo è una città dura e ostile e solo grazie all’aiuto del vecchio marinaio père Jules (Simon), riuscirà a ritrovare il marito sulla chiatta in un lungo abbraccio finale. È forse in questo film che il realismo poetico, che caratterizzerà molti film degli anni Trenta, trova la sua prima espressione. Vigo, in questo film, approfondisce alcune tematiche sociali già toccate nel suo A propos de Nice, cogliendo i legami tra i personaggi e l’ambiente in cui agiscono, mescolando lirismo e dramma ed esplorando, grazie alla consulenza dello scrittore Georges Simenon che lo conduce lungo i canali e le chiuse, ambienti allora inusuali per il cinema, che lui conosce bene, utilizzandoli spes- so come ambientazione dei suoi romanzi. La vittoria delle sinistre unite nel Fronte popolare e la quasi immediata caduta del primo governo a guida socialista a causa di gravi problemi economici che diventavano man mano sempre più pesanti, si ripercuote sul cinema di quegli anni. Le opere del realismo poetico sono pervase da un pessimi- L’atalante di Jean Vigo smo di fondo, quasi come una sorta di presentimento per quello che, di lì a poco, sarebbe successo in Francia e, in generale, in Europa. Sono rari i legami diretti fra il Fronte e il cinema. Due fra i pochi esempi di opere realizzate grazie a finanziamenti politici sono La vie est à nous (1936) e La Marseillaise (La Marsigliese, 1937) entrambi di Jean Renoir. Il primo, un film di propaganda elettorale per il Partito comunista francese, fu affidato a Renoir, ma venne realizzato in forma collettiva anche da Jacques Becker, Henri-Cartier Bresson, Jean-Paul Le Chanois e altri. Si tratta, in ogni caso, di un film poco riuscito, ideologico e manicheista, ben lontano dal realismo e dalla critica sociale di altre opere del perio8 do. Il secondo venne realizzato grazie a una sottoscrizione del maggiore sindacato francese, la CGT. Lo stesso Renoir realizza in quel periodo film di maggior spessore, quali, ad esempio, La règle du jeu (La regola del gioco,1939). Alla sua uscita venne criticato perché accusato di discostarsi troppo dal realismo poetico. Come in molti altri casi fu poi riscoperto dai cinefili della generazione dei Cahiers du cinéma (tanto che Truffaut arrivò a definirlo “il credo dei cinéphiles”). Si tratta, in ogni caso, del capolavoro del cineasta francese. Ambientato durante una battuta di caccia alla lepre, in cui le regole del gioco impongono tolleranza e ipocrisia, descrive lucidamente la decadenza della borghesia, giungendo alla conclusione che la vita e l’amore sono un gioco del quale si può impunemente trasgredire le regole. Si tratta, sicuramente, di un film con una forte carica eversiva che, proprio a causa di questa sua trasgressione, subì violente censure e drastici tagli. E sempre Renoir realizza in quel periodo uno fra i capolavori del cinema antimilitarista e pacifista di tutti i tempi: La grande illusion (La grande illusione, 1937). Si tratta di un film di notevole spessore, un grido L’attore Eric von Stroheim in una scena del film di Jean Renoir La grande illusion pacifista alle soglie della Seconda guerra mondiale, in cui Jean Gabin rende estremamente efficace la figura popolare di un tenente che nella vita civile è meccanico. Il film, realizzato da un regista dichiaratamente di sinistra, fu premiato con la coppa Volpi al festival di Venezia, nonostante le proteste della critica fascista. Il r ealismo poetico maniera, retorica e melodramma sono i difetti in cui cade questo film, dedicato a Francisco Franco non ancora ribelle ai repubblicani. Sono storie cupe, pessimistiche, dove il fato assume dimensioni tragiche. L’eroe è spesso impotente di fronte al Destino (con la D maiuscola). Questo è vero soprattutto nei film realizzati da Marcel Carné (e Jacques Prévert come sceneggiatore), come, ad esempio, Quai des brumes (Il porto delle nebbie, 1938), che può essere considerato larchetipo del realismo poetico. Anche in questo caso il tema È stato il critico cinematografico Georges Sadoul a coniare il terminre “realismo poetico”. Amicizia, amour fou, ambientazioni popolari, una società vissuta ai margini, sono i temi cardine su cui si basano queste opere, dove la figura simbolo è quella che Jean Gabin andrà perfezionando di film in film a partire da La bandéra (1935) di Julien Duvivier. Qui il grande attore francese interpreta la figura di un assassino che, per sfuggire alla giustizia, si rifugia nella Legione straniera e colpito a morte in battaglia stringe un patto d'amicizia con il poliziotto che lo aveva seguito per arrestarlo. Esotismo di 9 della fuga (Gabin è un disertore che arriva a Le Havre) si combina a quello dell’amore per una donna (Michèle Morgan) e a quello della morte del protagonista. Carné si avvale della fotografia di Eugen Scufftan, già collaboratore di Pabst, che sfrutta un’ambientazione immersa nella notte e nella pioggia, rendendo mitici e oggetto di riferimenti cinefili il selciato bagnato, l’impermeabile della Morgan, il bar dove si svolgono molte scene. Questo romanticismo così cupo si perfeziona in Le jour se lève (Alba tragica, 1939), sempre con Jean Gabin, affiancato, questa volta, da Arletty. Anche qui il destino non è modificabile, lo spettatore sa già, sin dall’inizio, che François (Gabin) morirà per aver ammazzato per amore. È sicuramente il capolavoro di Carné, dove alla bellezza delle immagini, si uniscono i dialoghi eccellenti di Prévert e al talento di tutti gli attori. Ogni immagine del film riflette il clima cupo dell’epoca. Siamo nel 1939, l’esperienza del Fronte popolare è finita, in Spagna Franco ha preso il potere e su tutta l’Europa si stanno allungando le ombre lugubri del nazismo e della guerra. Non c’è più speranza sembra volerci dire Carné e la sirena della fabbrica che accoglie François all’uscita da casa sembra la sirena che accompagna la gente nei rifugi antiaerei. La disillusione dei protagonisti è la disillusione dei popoli e l’alba livida che si leva sul cadavere di François è la stessa che sorge sul mondo sconvolto da milioni di morti. A sinistra la locandina de Il porto delle nebbie; a destra Jean Gabin e Arletty ne Le jour se léve 10 La guerra - Il dopoguerra La guerra Con l’occupazione tedesca molti protagonisti del cinema francese abbandonano la Francia. Renoir, Feyder, Duvivier, René Clair emigrano negli Stati uniti. Tra gli attori, Jean Gabin e Michéle Morgan prendono la via dell’esilio. Altri restano in Francia ma trovano grandi difficoltà a dare spazio, con i loro film, a quella critica sociale che caratterizzava le loro opere negli anni Trenta. In Laissez-passer, un film del 2001 di Bertrand Tavernier, vengono narrate le vicende di coloro che, operatori del cinema, furono costretti a lavorare sotto l’occupazione tedesca. Molte di queste maestranze, pur con tutte le difficoltà derivanti dall’operare sotto un regime, riescono a svolgere il loro lavoro con dignità, magari aderendo segretamente al Comité de liberation du cinéma français. La possibilità di continuare a girare film di un certo valore artistico è data da un abile personaggio, Alfred Greven, fedele consigliere di Göering e incaricato di fondare a Parigi una casa di produzione francese, anche se sotto il controllo dei tedeschi, la Continental Film. Greven, contravvenendo a quanto indicato da Goebbels che voleva film esclusivamente di propaganda, capisce che la strada da percorrere è un’altra, quella di un cinema popolare, di cassetta sì, ma di qualità. L’interesse di Greven, tuttavia, non è tanto artistico quanto commerciale. Egli comprende che l’unico modo per contrastare il cinema anglo americano è quello di puntare sulla cinematografia francese, secon- Una scena de Il corvo da al mondo per qualità e organizzazione. E anche se non fa nulla per contrastare le epurazioni e le persecuzioni degli ebrei allontanati dal mondo del cinema cerca, comunque, di impedire l’ulteriore fuga dei talenti del cinema d’Oltralpe. Molti registi e sceneggiatori rimasti in patria, per tentare di sfuggire alla censura imposta dal regime, abbandonano le loro normali tematiche, e scelgono altre strade. Carnè e Prévert, ad esempio, si affidano al fantastico come mezzo di espressione. Ne Les visiteurs du soir (in italiano L’amore e il diavolo, conosciuto anche con il titolo A sera due viandanti, 1942), favola ambientata nel Quattrocento, Arletty e Alain Cuny sono due menestrelli inviati dal diavolo a portare scompiglio nel castello del barone la cui figlia sta per sposarsi. Sarà l’amore a trionfare sul male, dando un messaggio di ottimismo in un periodo di scarsa speranza. Anche Jean Grémillon resta in Francia dove gira alcuni film fra cui il suo capolavoro Le ciel est à vous (1944). Il film, girato per la tedesca UFA, diventa paradossalmente una sorta di inno al patriottismo francese. Anche il lieto fine rappresenta un messaggio di speranza e di incoraggiamento ai francesi a resistere contro l’invasore tedesco. Nel frattempo si affacciano sul set nuovi registi fra i quali Henri-Georges Clouzot, il quale realizza per la Continental Le corbeau (Il corvo, 1943) film che ha la struttura tipica del giallo ma che in realtà 11 è solo un pretesto per l’autore, a cui non interessa più di tanto il congegno dell’enigma, per descrivere la perfidia dei rapporti che si instaurano fra gli abitanti di una cittadina della provincia francese colpiti da una serie di lettere anonime che accusano tutti delle peggiori nefandezze. Il film è uno spietato ritratto in nero della borghesia francese in un periodo (l’occupazione nazista) in cui il tema della delazione, dello spionaggio, del collaborazionismo, era tristemente popolare in Francia. Dopo la liberazione Clouzot ebbe molti problemi, anche perché, in maniera assolutamente idiota, il suo film venne interpretato come un atto di accusa contro il popolo francese e contro la Resistenza. La conseguenza fu che il film, nonostante che in Germania fosse stato vietato a causa dei contenuti ritenuti antigermanici, fu bloccato in Francia per due anni dopo la Liberazione e il regista e lo sceneggiatore (Louis Chavance) furono sospesi dall’attività per sei mesi. Altro regista che raggiunse in seguito vette di assoluta grandezza è Robert Bresson che gira, nel 1943, il suo primo lungometraggio, Les anges du péché (La conversa di Belfort). In questo primo film, come pure nel successivo Les dames du Bois de Boulogne (Perfidia, 1944, con la sceneggiatura di Jean Cocteau) sono già ben visibili gli elementi che caratterizzeranno tutta l’opera del grande regista francese: la lotta fra il Bene e il Male; un grande rigore morale dei personaggi; uno stile dove ogni elemento è ridotto all'essenziale; una grande sobrietà visiva. Considerato fra i più importanti registi francesi di tutti i tempi, Bresson non ebbe, però, un inizio di carriera facile. Les dames, ad esempio, all’uscita vennero stroncate da pubblico e critica, la quale impiegò anni per fare ammenda dei propri errori. Il dopoguerra Nel 1945, immediatamente alla fine della guerra, esce Les enfants du paradis di Marcel Carné, un film della durata di tre ore e un quarto che in Italia uscì in versione ridotta col titolo di Amanti perduti. Ambientato nel mondo del teatro di varietà e del melodramma dei primi decenni dell’Ottocento, è un film in cui il lirismo romantico appare, forse, un po’ datato ma non per questo non può non essere considerato uno dei capolavori della storia del cinema, per la ricostruzione esemplare del mondo del teatro, per l’affresco di un’epoca e per la rappresentazione accorata e romantica della passione amorosa. Nel frattempo, in Francia, iniziano a farsi sentire gli echi del neorealismo italiano in film quali La bataille du rail (Operazione Apfelkern, 1946) di René Clément; Farrebique di Georges Rouquier o Les Frères Bouquinquant (1947) e Le point du jour (1949), entrambi di Louis Daquin. Micheline Presle e Gérard Philipe in una scena del film Il diavolo in corpo di Claude AutantLara, tratto dal romanzo omonimo di Raymond Radiguet E nel 1947 scoppia lo scandalo de Le diable au corps (Il diavolo in corpo) di Claude Autant-Lara, tratto dal romanzo di Raymond Radiguet. Ambientato durante la Prima guerra mondiale, è la storia dell’amore fra il giovane François (interpretato da Gérard Philipe) e la sua amante Marthe 12 (Micheline Presle) che morirà di parto. Lo scandalo fu dato non tanto dall’erotismo permeante il film, quanto dallo spirito antimilitarista (il marito tradito è al fronte a fare il suo dovere di soldato). In Italia venne censurato e ridotto di 15’. alcuni registi che si affermeranno in seguito; tra questi Jean-Pierre Melville con Le silence de la mer (Il silenzio del mare, 1948) e Jacques Tati che con Jour de fête (1949) tratteggia un ritratto della provincia rurale francese mescolando poesia e comicità. Infine, gli anni Quaranta vedono l'esordio di 13 Gli anni Cinquanta È un periodo di prosperità per il cinema francese che gode di grandi possibilità finanziarie. Registi affermatisi prima della guerra continuano la loro attività con risultati altalenanti. Renoir, appena rientrato dagli Stati uniti gira Le carrosse d’or (La carrozza d’oro, 1952), un film in costume ambientato nel Settecento in un Perù ipotetico, che traccia un quadro della Commedia dell’arte tra il magico e il realistico. Anna Magnani ne è la protagonista, interpretando la parte di Camilla, un’attrice dotata di grande umanità. Anche Renè Clair tenta di far rivivere il suo mondo poetico con Les grandes manoeuvres (Le grandi manovre, 1955), con Michèle Morgan affiancata da giovani attori quali Gérard Philippe e Brigitte Bardot, o con Porte de Lilas (Quartiere dei lillà), affresco parigino con, fra gli altri, lo chansonnier Georges Brassens. Altro grande che in questo periodo rientra in Francia è Max Ophuls. Ebreo della Saar, aveva optato, nel 1938, per la nazionalità francese e, quindi, costretto all’esilio dopo l'occupazione nazista. Ophuls, negli anni Cinquanta realizza alcune delle sue opere migliori, fra le quali, Robert Bresson Serge Reggiani e Simone Signoret in una scena del film Casco d’oro, di Jacques Becker in particolare, La ronde (La ronde - Il piacere e l'amore, 1950), tratto dall'opera teatrale Reigen (Girotondo) di Arthur Schnitzler. Attraversando la scena teatrale e il set cinematografico, il Presentatore introduce le storie collegate tra loro attraverso i personaggi, di dieci coppie, nella Vienna dei primi del Novecento. Con impietosa ironia Ophuls descrive le ipocrisie di una società in cui a ogni gradino sociale si tenta di abbellire l’istinto sessuale. L’assoluta mancanza di moralismi e la leggerezza con cui Ophuls descrive le storie che si susseguono come in un girotondo, fanno di questo film un capolavoro. In Italia uscì una versione con tagli per 10’ che ne snaturarono il senso. La versione sottotitolata è, invece, integrale. Altro grande classico di tutti i tempi è il film che Jacques Becker gira, nel 1952, Casque d’or (Casco d’oro) con una strepitosa interpretazione di Simone Signoret, qui all’apice della sua bellezza e Serge Reggiani. Descrivendo la storia tragica fra Maria, una bella prostituta e Manda, un carpentiere che per amore ne uccide il protettore, Becker realizzò un film sui grandi sentimenti quali 14 l’amore, la lealtà, l’amicizia dando una dimensione politica alla storia, facendo di Manda un ribelle chiaramente anarchico. Stupenda la ricostruzione storica (siamo ai primi del secolo a Parigi, nel quartiere di Belleville, tra donne di vita e apache (cioè i malavitosi di quel periodo). Per descrivere i due protagonisti Truffaut definì Reggiani “un gattino randagio, tutto nervi” e Signoret “una bella pianta carnivora che non disdegna il formaggio”. ma Robert Bresson: Le journal d’un curé de campagne (Il diario di un curato di campagna, 1951), tratto dall’opera letteraria di Georges Bernanos e Un condamné à mort s’est échappé (Un condannato a morte è fuggito, 1956). Film, quest’ultimo, che narra la storia del partigiano Fontaine, condannato a morte dai nazisti e della sua fuga. Rigore descrittivo, primissimi piani e dissolvenze sugli oggetti che serviranno a Fontaine per la sua evasione: il cinema di Bresson diventa sempre più rigoroso e ascetico ma nonostante ciò, o meglio, proprio grazie a questo, di grande impatto emotivo. Degli anni Cinquanta sono anche due importanti film del grande maestro di cine- 15 Il cinema poliziesco francese, o “polar” L a storia del cinema poliziesco francese non può prescindere dai feuilleton neri che, a partire dalla metà dell’800, si svilupparono in Francia. Eugène Sue con I misteri di Parigi, Ponson du Terrail con Vidocq, il poliziotto privato da lui inventato, sono stati i precursori del genere che ha avuto largo successo fin verso il primo decennio del XX secolo. Uno dei personaggi di maggior successo della letteratura nera di inizio ’900, Fantômas, diede lo spunto per una delle più fortunate serie del cinema. Infatti il Fantômas prodotto dalla Gaumont con la regia di Louis Feuillade nel 1913, è appunto concepito come un serial. E proprio a quest’opera si può far risalire l’inizio del cinema poliziesco francese, o polar come verrà chiamato più avanti con un neologismo derivante dai termini policier e noir. Fantômas, ladro antisistema che si fa beffe della polizia, ebbe un notevole successo di pubblico e di critica, la quale credette di scorgere nell’opera di Feuillade un intento espressionista. Niente di più errato. Feuillade concepiva il cinema come un mezzo per descrivere la realtà, riuscendo a cogliere la vera anima della Parigi di inizio secolo, con i suoi tetti, i suoi muri grigi, i fiacre, la gente comune colta dalla macchina da presa nella sua quotidianità. Con lo scoppio della Prima guerra mondia- le la serie di Fantômas si interruppe, ma non l’attività di Feuillade che, fra il 1915 e il 1916 realizza Les Vampires, altra serie di film dove i protagonisti fanno parte di una inafferrabile banda di ladri. Tra Il Fantômas di Louis Feuillade, 1913 questi spicca il personaggio di Irma Vep (anagramma di “vampire”) interpretato dalla diva del momento Musidora. Con gli anni Venti il noir formato feuilleton ha un inesorabile declino. Per vedere risorgere il genere bisognerà attendere il decennio successivo, con i film imperniati sulla figura del Commissario Maigret, il famoso poliziotto creato dalla penna dello scrittore belga Georges Simenon. In questi film si comincia a porre particolare attenzione alle psicologie dei personaggi. Nel film di Jean Renoir La nuit du Carrefour (1932, inedito in Italia) ad esempio, Maigret è visto come un’ombra fra le ombre, “un predatore notturno costretto a muoversi nell’oscurità e a fidarsi soltanto del proprio istinto”, come lo descrive il critico Jean Basseyre nella sua recensione. In questo film Maigret è interpretato dal fratello del regista, Pierre Renoir, che ne fa un’interpretazione riuscitissima e molto apprezzata dallo stesso Simenon. Quello di Pierre Renoir è sicuramente uno dei Maigret più intensi del cinema, anche se altri, successivi, non sono da disprezzare, Lo scrittore Georges Simenon, creatore del Commissario Maigret. Da molti suoi romanzi sono stati tratti film noir di successo 16 come, ad esempio quello interpretato da Jean Gabin in alcuni film quali Il Commissario Maigret, Maigret e il caso S a i n t - F i a c re (entrambi di Jean Delannoy) e Maigret e i gangster. sce la moglie di un ricco industriale e se ne innamora. Si ucciderà alla fine del film, disperato per la partenza della donna amata. La produzione di opere cinematografiche in Francia, come già è La disillusione stato detto, non per il fallimento si ferma con lo dell’esperienza scoppio della del Fronte Seconda guerPopolare e l’ara mondiale. vanzata delle Tra gli altri, Jean Gabin in una scena de Pépé le Moko, di julien Duvivier destre in Europa numerosi sono ebbero ripercusi polizieschi sioni anche sul cinema di genere noir. prodotti per lo più dalla Continental. Tra Come già detto parlando di realismo poetiquesti Il corvo di Clouzot. co, prendono piede storie dalle atmosfere Saranno, tuttavia, gli anni Cinquanta a rapcupe, drammatiche. Molti sono i noir di quel presentare l’età d’oro del polar, in concomiperiodo. Oltre ai già visti Il porto delle nebtanza con l’uscita della serie di romanzi bie e Alba tragica, possiamo ricordare Le polizieschi più famosa del mondo: la Série crime de Monsieur Lange (Il delitto del Noir. Nel cinema il genere si appropria degli Signor Lange, 1935) di Jean Renoir e, schemi dei film d'azione americani e del soprattutto, Pépé le Moko (Il bandito della realismo poetico francese degli anni Trenta. Casbah, 1936) di Julien Duvivier, unico Fra tutti i registi che si cimentano con quevero noir in senso stretto. I protagonisti, che sto genere, svetta Henry-Georges Clouzot vengono sempre dal popolo, sono affetti dal con film quali Le salaire de la peur (Vite male di vivere, che può avere origini divervendute, 1953), giocato tutto sulla suspence, se: sociali (disoccupazione), esistenziali dove domina un realismo violento che esa(disillusione), sentimentali (la passione che spera le situazioni e Les diaboliques (I diaspinge al delitto, l’amore visto come illusiobolici, 1954), tratto da un romanzo di ne). Quella che viene normalmente definita Boileau & Narcejac. Il film, inferiore sicucome “mitologia del fallimento” è un trait ramente a Vite vendute, divenne tuttavia d'union fra tutti gli autori del realismo poecampione di incassi e il maggior successo tico e, anche successivamente, non abbancommerciale del regista. donerà mai del tutto il polar. È, tuttavia, Jacques Becker con Touchez pas In questo film, ambientato nella Casbah di au grisbi (Grisbi, 1954) ad affermarsi e ad Algeri, Gabin interpreta un bandito romantiattirare l’attenzione su questo genere del co, che pensa costantemente a un “altrove” quale fino ad allora gli americani deteneva(la nostalgia per Parigi lo porta a sentire no l'esclusiva. Tratto da un romanzo di vecchi dischi di bal musette consumati dalAlbert Simonin, Grisbi è un film sulla mala, l’uso). Braccato da un commissario, conodove si utilizza l’argot tipico della mala (il 17 “grisbi” è, nel gergo, la refurtiva) e i personaggi, interpretati da attori del calibro di Jean Gabin, Jean Moreau, Lino Ventura, si muovono e parlano come dei duri. Becker rielabora la materia del romanzo e la trasporta sullo schermo come se si trattasse di un film nero americano (si pensi ad esempio a Giungla d’asfalto di John Huston), adottando uno stile estremamente asciutto, dove i personaggi sono caratterizzati con pochi tratti e si muovono e parlano solo per dire e fare l’essenziale. D’altronde, come dice lo stesso Becker, “ciò che mi interessa sono anzitutto i personaggi” e il vero tema del film, come sottolinea Truffaut nel suo libro I film della mia vita, è quello dell’invecchiare e dell’amicizia. Sicuramente uno dei migliori film francesi di tutti i tempi, che ha anche il merito di connotare le differenze tra il noir francese e l’hard boiled americano. Il lavoro di sottrazione degli elementi narrativi compiuto da Becker ha il fine di ricercare, dietro le maschere, gli uomini. Per questo viene dato molto risalto ai gesti quotidiani, quali imburrarsi una fetta di pane, lavarsi i denti o infilarsi di nascosto gli occhiali. Grisbi è, in fondo, un monologo interiore; la riflessione di un gangster che vive, suo malgrado, una situazione inaspettata e che vede svanire il sogno di potersi godere, da pensionato, il malloppo. L’anno successivo il regista statunitense Jules Dassin che, per sfuggire alla persecu- Locandina del film di Melville, Le doulos zione del maccartismo, era stato costretto a lasciare la madre patria dopo aver realizzato uno dei classici del genere (The Naked City, Città nuda), gira Du rififi chez les hommes (Rififi, 1955), un noir tratto da un romanzo di Auguste le Breton che, come già aveva fatto Simonin, utilizza ampiamente l’argot Du rififi chez hommes, di Jules Dassin (“rififi” significa “bagarre” e tra i due scrittori si sviluppa una polemica legata all’utilizzazione del gergo). Nel film di Dassin vengono sapientemente mescolate caratteristiche tipiche del cinema francese e situazioni del cinema di genere americano (si vedano, ad esempio, le scene della rapina e delle fughe). Nel 1955 Jean-Pierre Melville (pseudonimo di Jean-Pierre Grumbach) che aveva esordito nel ’47 con Il silenzio del mare, approda al polar, genere che lo caratterizzerà per tutta la sua carriera e che gli permetterà di diventare uno dei più importanti cineasti di tutta la storia del cinema. In questo anno realizza Bob le flambeur (Bob il giocatore), ritratto malinconico di un quartiere Montmartre - e di un uomo che tenta di svaligiare un casinò per saldare i debiti di gioco. Esaltato dai Cahiers du cinéma, Bob il giocatore è, effettivamente, uno dei più bei noir del cinema francese e, a differenza di altri film del genere che hanno avuto successo in quel periodo (Grisbi, La grande razzia di Henri Decoin), appare meno malinconico, meno romantico. In fondo in 18 Bob le flambeur non c'è un finale dove il destino ha il sopravvento, con il protagonista sconfitto. Bob, dopo essere stato per tutto il film un perdente, vince alla roulette, si scorda dei suoi piani per svaligiare il casinò e limita i danni. L’idillio con i critici della futura Nouvelle vague terminerà presto, sia per divergenze politiche (Melville è profondamente antimarxista) sia per ragioni più propriamente artistiche. Dopo Bob il giocatore, Melville firmerà altri polar memorabili. Basti citare, fra tutti, Le doulos (Lo spione, 1962) e Le deuxieme souffle (Tutte le ore feriscono, l'ultima uccide!, 1966). Il primo è la storia di un gangster che, uscito di prigione, inizia a regolare i conti in sospeso. Melville inserisce atmosfere e situazioni classiche dei film americani con temi tipici dei film francesi, quali l’amicizia virile e la morte. Ottima prova degli attori, del calibro di Serge Reggiani, Michel Piccoli e Jean Paul Belmondo (che aveva già girato A bout de souffle, capolavoro di Godard e film-manifesto della Nouvelle vague, e di cui parleremo diffusamente nella prossima puntata). Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide!, è tratto da un romanzo di José Giovanni, un corso uscito di galera a trentatré anni che inizia a scrivere romanzi traendo lo spunto dalle proprie esperienze personali. I polizieschi di Giovanni otterranno un grande successo di pubblico e critica e forniranno lo spunto per una numerosa serie di film noir dei quali egli stesso sarà lo sceneggiatore o, in alcuni casi, il regista. Il film rappresenta un po’ l’epicentro di tutta l’opera di Melville, racchiudendo temi e stili dei suoi film precedenti e di quelli successivi. Melville, con una scrittura secca e realistica, mette sullo stesso piano malviventi e polizia e, grazie anche alla bravura dei protagonisti (Lino Ventura e Paul Meurisse sopra tutti), Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide! viene considerato il suo capolavoro. Melville continuerà a realizzare film fino alla sua morte, avvenuta prematuramente nel 1973 a causa di un arresto cardiaco. Fra tutti bisogna ricordare i polizieschi Le samouraï, del 1967 (pessimo il titolo italiano: Frank Costello faccia d'angelo), con Alain Delon e Le cercle rouge (I senza nome, 1970) con Delon, Gian Maria Volonté e Yves Montand e L’Armée des ombres (L’armata degli eroi, 1969) un film sulla resistenza francese con Lino Ventura, la Signoret e Paul Meurisse. Altri autori si cimenteranno con il genere poliziesco. Claude Sautet con Classe tous risques (Asfalto che scotta, 1960); René Clement con Plein soleil (Delitto in pieno sole, 1959); Jacques Deray con La piscine (La piscina, 1968) e Borsalino (1970), Pierre Granier-Deferre con La Veuve Couderc (L’evaso, 1971), tratto da un romanzo di Simenon; il già citato José Giovanni con Dernier domicile connu (Ultimo domicilio conosciuto, 1970), dove Lino Ventura interpreta la parte di un poliziotto violento ma tutto d’un pezzo, impotente di fronte alle ingiustizie del sistema. Si arriva quindi agli anni Settanta in cui il polar, così come altri generi, si ammanta di ideologia. Come esempio è possibile citare il film di Yves Boisset Un condé (L’uomo venuto da Chicago, 1970), vietato dal Ministero degli Interni per la sequenza iniziale nella quale si allude a torture inflitte dai poliziotti a un indiziato. Il noir francese sarà oggetto di interesse anche da parte di molti dei “giovani turchi”, i cineasti della Nouvelle vague. Basti pensare al già citato A bout de souffle di Godard; a Truffaut che dopo il suo esordio con I quattrocento colpi girerà Tirez sur le pianiste (Tirate sul pianista), un noir con protagonista lo chansonnier Charles Aznavour ; a Louis Malle che con Ascenseur pour l’echafaud (Ascensore per il patibolo, 1957) 19 rompe con il realismo o pseudorealismo del polar per avvicinarsi agli stilemi di quella che diverrà appunto la Nouvelle vague. Celebri la camminata notturna di Jeanne Moreau in una Parigi inedita e le musiche di Miles Davis, si dice realizzate improvvisando direttamente sulle immagini. Infine, a Claude Chabrol che farà del noir il genere di quasi tutta la sua filmografia. 20 Nouvelle vague ma non solo F rançois Truffaut prima di diventare quel geniale regista che fu, scriveva di cinema su riviste specializzate. Nel 1954, in un articolo redatto per i Cahiers du cinéma, la più autorevole rivista di cinema francese, si scagliava duramente contro il cinema d’Oltralpe attaccandone la sua rigida struttura produttiva che impediva l’esordio a chi non si adattava alle esigenze di mercato. Era il cosiddetto cinéma de papa ad essere messo sotto accusa da Truffaut e dagli altri giovani critici che sarebbero diventati, di lì a poco, a loro volta innovativi registi (Chabrol, Godard, Rivette, Rhomer fra gli altri). Germain des Prés, che raccoglie i consensi del pubblico ma non quello dei Cahiers. Miglior sorte accade a René Clément che, sempre nel 1959, con Plein soleil (Delitto in pieno sole) adatta un romanzo di Patricia Highsmith, lanciando sullo schermo un giovane Alain Delon. Ma è Robert Bresson a suscitare l’entusiasmo dei giovani critici dei Cahiers realizzando Pickpocket (Diario di un ladro, 1959). Un film che Louis Malle, giovane regista vicino alla Nouvelle vague definisce “profondamente ispirato, libero, istintivo, ardente, imperfetto e sconvolgente”. Bresson realizza il suo film analizzando senza preconcetti l’attività di un borsaiolo, registrandone minuziosamente i movimenti, con una magistrale rigorosità stilistica che, come già abbiamo avuto modo di sottolineare, contraddistingue tutte le sue opere. Quando, alla fine, il protagonista riceve in carcere la visita della donna che scopre di amare, raggiunge la pace con se stesso: raggiunge, cioè, la Grazia. Anche Jacques Becker, che realizza in quel periodo le ultime sue opere (morirà nel 1960 per un tumore), suscita gli entusiasmi dei giovani critici dei Cahiers. Proprio nell’anno della sua scomparsa realizza Le trou (Il buco), un film sconvolgente per essenzialità. È la storia di un’evasione fallita di un gruppo di carcerati a causa del tradimento di uno di essi. Becker amplifica l’ossessione per una società chiusa e ostile, rappresentandola come un carcere, dove l’evasione rappresenta il tentativo di rompere il muro, cercando di ritrovare i valori perduti. Film di estrema disillusione, film sull’amicizia e sul tradimento, è una delle opere più alte di Becker, uscito postumo e montato da JeanLuc Godard, a causa della morte del regista. Jacques Becker A modello vengono presi autori quali Bresson e Hitchcock che, sino ad allora, era considerato poco più che un autore commerciale e che venne rivalutato proprio dai giovani della Nouvelle vague. Di fronte a questo movimento rivoluzionario del cinema francese e mondiale, i vecchi autori, quelli del cinéma de papa, sembrano avvertirne i fermenti e tentano di reagire. Marcel Carnè gira Les tricheurs (Peccatori in blue jeans, 1959), una storia melodrammatica sui giovani sbandati di Saint 21 La Nouvelle vague Dura solo pochi anni la nuova ondata che italiano non significa assolutamente nulla). spazzerà via il vecchio cinema francese, È la storia, quasi un’autobiografia del regiaccademico, retaggio del modo di fare film sta, di un adolescente nel quartiere di degli anni Trenta. Clichy. Truffaut riesce a dipingere un ritratSolo pochi anni, dal 1959 al 1963, ma così to del protagonista, svelandone la sua intensi che cambieranno la maniera di fare profonda solitudine, utilizzando una maccinema. Non più attori affermati, che con il china da presa estremamente mobile e legloro nome erano in grado di attirare il pubgera (la camera-stylo, cioè la macchina da blico. I giovani registi della Nouvelle vague presa utilizzata come la stilografica di uno predicavano il ritorno della macchina da scrittore); con dissolvenze incrociate tronpresa nelle strade, a confrontarsi con il che, con una alternanza di carrellate e primi mondo reale; volevano nomi nuovi, sconosciuti, ma proprio perché sconosciuti in grado di infondere credibilità ai personaggi da loro interpretati. Bassi costi di produzione, nuovi modelli di sceneggiatura slegata dai vecchi cliché con l’abbandono della consequenzialità spazio-temporale, caratteristica del cinema tradizionale. Abbandono degli studi e fotografia che si avvicinava sempre di più a quella del documentario. Possibilità per tutti di dedicarsi Jean Paul Belmondo e Jean Seberg in una scena di A bout de souffle alla regia (si calcola che nei pochi anni di vita di questo movimento furono in 220 a cimentarsi con piani raccordati in maniera quasi invisibile. la settima arte. Di questi, quasi la metà non Antoine Doinel, questo il nome del protagoandò oltre il primo film e molti ancora giranista, è interpretato da Jean-Pierre Leaud, rono in 16 mm, a livello quasi dilettantesco, attore feticcio di Truffaut, che sarà presente con pochissime possibilità di entrare nei cirin quasi tutti i film del regista di quel periocuiti normali di distribuzione. do. E proprio Antoine/Truffaut ci regala un La Nouvelle vague poteva benissimo essere finale da brivido con quel suo sguardo che, considerata espressione di quel fermento fisso su noi spettatori, ci interroga e, forse, intellettuale giovanile caratterizzante i primi ci giudica. anni Sessanta e che sfociò nel Sessantotto. Nello stesso anno de I quattrocento colpi, esce sugli schermi Hiroshima mon amour È del 1959 Le quatre cents coups di di Alain Resnais. Entrambi i film vinceranFrançois Truffaut (ancora una volta è pessino premi a Cannes: il film di Truffaut la ma la traduzione italiana: I quattrocento Palma d’Oro, mentre il film di Resnais alcucolpi. In francese “faire les quatre cents ni premi minori. coups” significa “farne di tutti i colori”; in Con questo film Resnais, come già aveva 22 fatto nel 1955 con Nuit et brouillard (Notte regista. Si pensò che Godard avesse voluto e nebbia), dove parlava dei campi di concreare un film “anarchico” per sottolineare centramento nazisti, pone l’accento sul prol’aspetto anarcoide del protagonista. Viene blema della memoria, su come, cioè, sia invece proposta la dimensione del mito fondamentale non dimenticare. In (Belmondo che riprende un gesto tipico di Hiroshima mon amour Resnais mescola Humphrey Bogart), lasciandoci intendere sapientemente documentario e fiction rapche nel cinema tutto è finzione, improvvisapresentando una storia d’amore fra una giozione, casualità. vane attrice francese (Emmanuelle Riva) e Per quanto detto, per il modo in cui venne un uomo giapponegirato (in quattro setse. Ricordando l’atimane, a bassissimo more che la donna costo, fuori dai teatri provò per un soldadi posa), questo film to tedesco durante divenne il simbolo la guerra, un’amore del “nuovo cinema”. costato caro, ReOttenne un grande snais fa affiorare le successo, sia di critiimmagini del passaca che di pubblico, to, un passato che, segno che questo ci dice, non deve cinema era in grado essere per nessun di imporre all’attenmotivo dimenticato. zione del grande Il 1959 segna l’epubblico i suoi caratsordio, fra gli altri, teri innovativi. anche di Eric Rhomer, con Le signe Come detto furono du Lion. Ma è del moltissimi gli autori 1960 il film simbolo che afferirono a quedella Nouvelle vasto movimento, ma gue: A bout de soufpochi furono quelli fle (Fino all’ultimo che si affermarono. respiro) di Jean Luc Oltre a quelli già La locandina de I quattrocento colpi di François Truffaut Godard su soggetto citati, meritano di di Truffaut. Omagessere ricordati gio evidente ai film noir hollywoodiani, Jacques Rivette, anche lui redattore dei Godard ricerca la spontaneità nel modo di Cahiers, che nel 1960 girò Paris nous recitare, nelle riprese, nella fotografia. Il appartient; Jacques Demy con Lola (Lola film, alla sua uscita, creò sconcerto per le Donna di vita, 1961) e la moglie Agnés trasgressioni alle regole linguistiche norVarda con Cléo de cinq à sept (Cleo dalle malmente usate (sguardo in macchina, raccinque alle sette, 1961), storia di una donna cordi “sbagliati”, tempi morti. Nacque il che durante le due ore del titolo attende di concetto di “disordine” dei film di questo sapere se è o no affetta da tumore. 23 Dopo la Nouvelle vague G li autori del nuovo cinema francese prendono, ben presto, strade diverse. I due più autorevoli esponenti di questa corrente imboccano, anche in maniera piuttosto traumatica, vie contrapposte. Godard continua ad affrontare un cinema che scardina tutte le regole linguistiche con film quali Le petit soldat (1960), Une femme est une femme (La donna è donna, 1961), Vivre sa vie (Questa è la mia vita, 1962). Affrontando temi assai diversi fra loro, come la guerra d’Algeria, la condizione della donna, la prostituzione, ecc., Godard destruttura i normali meccanismi realizzando opere in cui vengono abbattute le barrie- re fra gli attori e la troupe, fra la verità e la finzione, fra la storia e il documentario. Con le tecniche di recitazione e di ripresa basate sull’improvvisazione (reale o simulata, non importa), con le tecniche di montaggio noncuranti delle regole classiche che garantiscono fluidità alle storie, si ha una destrutturazione della continuità filmica e una scompaginazione del flusso narrativo. Godard approderà, dopo il 1968, a una militanza marxista-leninista che lo porterà quasi a negare il cinema attraverso il cinema stesso. Truffaut, dal canto suo, si dedicherà ad un cinema più fluido, più comprensibile dallo spettatore cosiddetto medio. Dopo il successo dei 400 colpi e dopo Tirez sur le pianiste, (Tirate sul pianista, 1960),un noir ben accolto dal pubblico anche per la presenza del famoso chansonnier Charles Aznavour, realizzerà, nel 1961, una delle sue opere migliori: Jules et Jim (Jules e Jim), storia di una donna, Catherine, interpretata da Jeanne Moreau, di cui si innamorano due uomini, uno francese e l’altro austriaco, agli inizi del Novecento. Una riflessione su un amore a tre, sull’impossibilità della coppia e sull’impossibilità/non volontà di Catherine di scegliere. Truffaut continuerà sino agli anni Ottanta (morirà nel 1984) a realizzare opere di assoluta levità nelle quali emerge un grande amore nei confronti dei propri personaggi. Contemporaneamente i registi affermatisi negli anni della Nouvelle vague, continueranno a realizzare opere che, in molti casi, sono risultate essere tappe importanti del cinema francese degli ultimi trent'anni. Chabrol realizzerà film che vanno dal poliziesco al noir, con titoli quali La décade prodigeuse (Dieci incredibili giorni, 1971) La locandina di Jules et Jim di François Truffaut 24 tratto da un romanzo di Ellery Queen e con Orson Welles, Anthony Perkins e Michel Piccoli fra gli interpreti; Violette Nozière (1978) con Isabelle Huppert. Resnais confermerà il successo nel 1980 con Mon oncle d'Amerique; Rohmer che, come Resnais, raggiungerà il successo relativamente tardi, realizzerà storie raffinate dove al centro colloca figure femminili, come in La collectionneuse (La collezionista, 1967), Ma nuit chez Maud (La mia notte con Maud, 1969); Louis Malle che, dopo aver girato Zazie dans le metro (Zazie nel metro, 1960), realizza Vie privé (Vita privata, 1962) con Brigitte Bardot; Viva Maria (1965) ancora con la Bardot e con Jeanne Moreau; Lacombe Lucien (Cognome e nome: Lacombe Luciene, 1973), prima di trasferirsi negli Stati uniti. Frattanto, nel 1967, si rivede in Francia Louis Buñuel che torna in Europa dopo il lungo soggiorno americano, realizzando le sue ultime opere riprendendo tematiche e sintassi narrative tipiche del surrealismo. Nel 1967 esce Belle de jour (Bella di giorno) con Catherine Deneuve, e negli anni Settanta, Le charme discret de la bourgeoisie (Il fascino discreto della borghesia, 1972), Le fantome de la libertè (Il fantasma della libertà, 1974) e Cet obscur object du désir (Quell'oscuro oggetto del desiderio, 1977) suo ultimo film. Il 1968 Il 1968 per il cinema francese inizia con la destituzione, da parte delle autorità, di Henry Langlois dalla direzione della Cinémathèque française. La Cinémathèque, che lo stesso Langlois aveva fondato nel 1935, era divenuta oramai una vera e propria istituzione per tutti i cinefili francesi, tra i quali i “ragazzi” della Nouvelle vague, che avevano “appreso” il cinema proprio dallo schermo della Cinémathèque. Tale decisione, apparentemente dettata da problemi nella gestione amministrativa, scatenò una vera e propria rivolta da parte del mondo del cinema. Attori, registi, critici cinematografici si scagliarono contro l’allora ministro della cultura André Malraux, come viene ben rappresentato da Bernardo Bertolucci nel suo ultimo film The Dreamers - I sognatori (2003). La protesta per la cacciata di Langlois inizia il 12 febbraio 1968 con una prima manifestazione alla quale ne seguono altre con una partecipazione via via sempre più crescente. Le manifestazioni, che la polizia aveva tentato di contrastare con attacchi e scontri, e l’istituzione di un Comitato per la difesa della Cinémathèque, del quale facevano parte, fra gli altri, registi del calibro di Truffaut, Godard, Chabrol, Resnais e i “vecchi” Renoir e Carné, permise a Langlois di riottenere il proprio posto. Ma gli scontri alla Cinémathèque non furono che l'inizio di una protesta che sfociò, nel maggio di quell’anno, al Festival di Cannes. Mentre per le strade di Parigi ferveva la rivolta studentesca, Godard e Truffaut irruppero al festival impedendo le proiezioni. Louis Malle, si dimise dalla giuria, convincendo a fare lo stesso anche tutti gli altri giurati. Il Festival venne interrotto anche perché i vari registi ritirarono a poco a poco i propri film dal concorso. Contemporaneamente alla Sorbona si discute di cinema e nasce la Société des réalisateurs de films (SFR) , che organizzerà al Festival di Cannes, a partire dal 1969, la Quinzaine de la critique, che offrirà un grande spazio ai giovani registi e alle cinematografie emergenti. 25 Il “maggio” produce una generazione di registi militanti, mentre i registi della Nouvelle vague consolidano la loro presenza nel panorama cinematografico. Godard aveva già anticipato i tempi girando nel 1967 La chinoise (La cinese), opera nella quale viene anticipato, in maniera quasi profetica il tema del terrorismo. E, nel 1972, realizza Tout va bien (Crepa padrone, tutto va bene) con Yves Montand e l’attrice americana Jane Fonda. Si rivelerà un insuccesso che lo spingerà ad autoisolarsi dalla grossa distribuzione per rivolgersi verso circuiti alternativi e verso la televisione. Tornerà sul grande schermo solo negli anni Ottanta. Truffaut dirigerà nel 1969 L'enfant sauvage (Il ragazzo selvaggio). È la storia, ambientata nel 1797, di un bambino che viene trovato in una foresta dove vive allo stato selvaggio. Portato in città, verrà raccolto dal professor Itard (interpretato dallo stesso regista), persuaso che potrà fare del selvag- gio un uomo normale. I temi trattati nel film, quello dell’insegnamento, quello dell’infanzia, erano molto cari a Truffaut che già li aveva sviluppati nei suoi primi film. Del 1968 è , invece, Les Anarchistes, poi reintitolato La Banda Bonnot, un piccolo ma interessante film di Philippe Fourastié, già assistente di Chabrol e Godard. Ambientato all’inizio del secolo narra, in una suggestiva ambientazione liberty, le vicende di una banda di rapinatori anarchici. Bella la prova del cantante belga Jacques Brel. Crepa padrone, tutto va bene, di Jean-Luc Godard Gli anni Settanta e Ottanta Mentre i vari registi della Nouvelle vague avanzano in ordine sparso, si affacciano alla ribalta nuovi autori. Alcuni si dedicheranno alla sperimentazione, altri percorreranno strade più classiche. Tra i primi ricordiamo la coppia Jean-Marie Straub e Danielle Huillet, che realizza film affascinanti ma spesso ostici e che difficilmente rientrano nei normali circuiti di programmazione. È del 1979 Dalla nube alla resistenza, film girato con attori per lo più non professionisti e diviso in due parti ben distinte fra loro. La prima è tratta da alcuni dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. La seconda da La luna e i falò, sempre dello scrittore piemontese e raffigura l’incontro fra un uomo tornato dall’America dopo la Liberazione e Nuto, il falegname-musicista ammirato durante l’infanzia. Per quanto riguarda il cinema più tradizionale, ricordiamo Bertrand Tavernier, un critico cinematografico che esordisce nel La coppia di registi Jean-Marie Straub e Danielle Huillet 26 A sinistra, il sassofonista jazz Dexter Gordon, protagonista di ‘Round Midnight; sopra Michel Piccoli ed Emmanuelle Béart ne La belle noiseuse 1974 con un noir, L'horloger de Saint Paul (L’orologiaio di Saint Paul), tratto da un romanzo di Georges Simenon, con un grande Philippe Noiret come protagonista. Tavernier immerge i personaggi nell’atmosfera pesante e soffocante della provincia francese (il film è ambientato a Lione, città di Tavernier) e obbliga il protagonista, un uomo normale, ad abbandonare il solito tran tran quotidiano e ad aprire gli occhi sul mondo circostante, permettendogli di sviluppare un legame di solidarietà con il figlio assassino di un ex-parà fascista. Ancora Tavernier gira, verso la metà degli anni ’80, il bellissimo ’Round midnight (’Round midnight - A mezzanotte circa, 1986) vero atto d’amore per il jazz. Il film narra la drammatica storia, romanzandola, del musicista Bud Powell (interpretato da uno strepitoso Dexter Gordon, a sua volta, uno dei più grandi suonatori di jazz della storia) e della sua amicizia con il francese Francis Paudras. Sempre in quegli anni si rivede Agnès Varda che, nel 1985 realizza Sans toit, ni loi (Senza tetto né legge), ritratto di una donna d'oggi, e dell’incapacità da parte della società del benessere ad accettarne la voglia di libertà. Infine, nel 1991, Jacques Rivette con La belle noiseuse (La bella scontrosa), realizza un bellissimo film che narra il rapporto ambiguo tra un artista (qui in crisi di creatività) e la sua modella (metafora della relazione di un regista con i suoi attori). Splendidi gli attori, da Michel Piccoli, a Jane Birkin, a Emmanuelle Béart nel ruolo della modella. Il film, che in origine era di quattro ore, è stato ridotto a due dallo stesso Rivette. 27 I frammenti di film pr oiettati sono stati tratti da: La sortie des usines Lumière. Louis e Auguste Lumière, 1895 Arrivée d’un train en gare de La Ciotat. Louis e Auguste Lumière, 1896 Le dejeneur d’un bèbè. Louis e Auguste Lumière, 1896 L’arroseur arrosée. Louis e Auguste Lumière, 1896 L’homme orchestre. Georges Méliès, 1900 Voyage dans la lune (Viaggio nella luna). Georges Méliès, 1902 Irma Vep. Olivier Assayas, 1996 L’Inhumaine (Futurismo). Marcel L ‘Herbier, 1924 Retour à la raison. Man Ray Ballet mécanique. Fernand Lèger, 1924 Entr’acte. René Clair, 1924 La coquille et le clergyman. Germaine Dulac, 1926 Napoléon. Abel Gance, 1927 Un chien andalou. Luis Buñuel, 1929 L’âge d’or. Luis Buñuel, 1930 A nous la liberté. René Clair, 1931 Boudu sauvé des eaux (Boudu salvato dalle acque), Jean Renoir, 1932 Zéro de conduit. Jean Vigo, 1932 L’Atalante. Jean Vigo, 1934 La vie est à nous. Jean Renoir, 1936 La grande illusion (La grande illusione). Jean Renoir, 1937 Quai des brumes (Il porto delle nebbie). Marcel Carné, 1938 La règle du jeu (La regola del gioco). Jean Renoir, 1939 Le jour se lève (Alba tragica). Marcel Carnè, 1939 Laissez-passer. Bertrand Tavernier, 2001 Le corbeau (Il corvo). Henri-Georges Clouzot, 1943 Les dames du Bois de Boulogne (Perfidia). Robert Bresson, 1944 Les enfants du paradis (Amanti perduti). Marcel Carnè, 1945 Le diable au corps (Il diavolo in corpo). Claude Autant-Lara, 1947 Le silence de la mer (Il silenzio del mare). Jean-Pierre Melville, 1948 Jour de fête. Jacques Tati, 1949 La ronde (La ronde – Il piacere e l’amore). Max Ophuls, 1950 Casque d’or (Casco d’oro). Jacques Becker, 1952 Un condamnée à mort s’est échappè (Un condannato a morte è fuggito). Robert Bresson, 1956 Porte des Lilas (Il quartiere dei lillà). René Clair, 1957 Fantômas. Louis Feuillade, 1913 Maigret et l’affaire Saint-Fiacre (Maigret e il caso Saint-Fiacre). Jean Delannoy, 1959 Pépé le Moko (Il bandito della Casbah). Julien Duvivier, 1936 Les diaboliques (I diabolici). Henri-Georges Clouzot, 1954 Touchez pas au grisbi (Grisbi). Jacques Becker, 1954 Du rififi chez les hommes (Rififi). Jules Dassin, 1955 28 Bob le flambeur (Bob il giocatore). Jean-Pierre Melville, 1955 Le doulos (Lo spione). Jean-Pierre Melville, 1962 Le deuxieme souffle (Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide!). Jean-Pierre Melville, 1966 Ascenseur pour l’echafaud (Ascensore per il patibolo). Louis Malle, 1957 Pickpocket (Diario di un ladro). Robert Bresson, 1959 Le trou (Il buco). Jacques Becker, 1960 Le quatre cents coupe (I quattrocento colpi). François Truffaut, 1959 Nuit e brouillard (Notte e nebbia). Alain Resnais, 1955 Hiroshima mon amour. Alain Resnais, 1959 A bout de souffle (Fino all’ultimo respiro). Jean-Luc Godard, 1960 Jules et Jim (Jules e Jim). François Truffaut, 1961 Belle de jour (Bella di giorno). Luis Buñuel, 1967 Les Anarchistes o La Banda Bonnot. Philippe Fourastié, 1968 The dreamers - I sognatori. Bernardo Bertolucci, 2003 Tout va bien (Crepa padrone, tutto va bene), Jean-Luc Godard, 1972 Dalla nube alla resistenza. Jean-Marie Straub e Danielle Huillet, 1972 L’horloger de Saint Paul (L’orologiaio di Saint Paul). Bertrand Tavernier, 1974 Sans toit, ni loi (senza tetto né legge). Agnès Varda, 1985 ’Round midnight (’Round midnight - A mezzanotte circa). Bertrand Tavernier, 1986 La belle noiseuse (La bella scontrosa). Jacques Rivette, 1991 29 BIBLIOGRAFIA Alberto Barbera, Umberto Mosca. François Truffaut. Il Castoro. Letizia Bellocchio. Appunti su Napoléon vu par Abel Gance. In Millimetri; anno 1, numero 2 - Dicembre 2001. Cristina Bragaglia. Storia del cinema francese. Newton Compton editori. Fulvio Capezzuoli. Evoluzione del linguaggio cinematografico nel tempo. Dispense del Circolo familiare di unità proletaria. Alberto Cattini. Luis Buñuel. Il Castoro. Alberto Farassino. Jean-Luc Godard. Il Castoro. Bruno Fornara. Geografia del cinema. Rizzoli. Mauro Gervasini. Cinema poliziesco francese. Le Mani. 2003. Giovanna Grignaffini. René Clair. Il Castoro. Paolo Mereghetti. Il Mereghetti. Dizionario dei film 2004. Baldini Castoldi Dalai editore. 2003. Massimo Moscati. Breve storia del cinema. Bompiani. Rosa Pavone. Napoléon vu par Abel Gance visto da Kevin Brownlow, ovvero: come Gance ha realizzato Napoléon. In Millimetri; anno 1, numero 2 - Dicembre 2001. Georges Sadoul. Manuale del cinema. Einaudi. Emmanuelle Toulet. Il cinematografo invenzione del secolo. Electa /Gallimard. François Truffaut. I film della mia vita. Marsilio. Aldo Viganò. Storia del cinema storico in cento film. Le Mani. 30 RINGRAZIAMENTI Ad Alessandro che, trovando per mesi il videoregistratore occupato, ha dovuto rinunciare a vedere i suoi cartoni animati; a Maria Rosa; a Luciana e a Cesare del Circolo familiare di unità proletaria, che hanno “acquistato” il prodotto a scatola chiusa; a Toni Tamagni e Fulvio Capezzuoli; ad Anna Sparapano, Diego Ritella e Carlo Tomassi, per avermi aiutato a recupare materiale; a Maner Maletti, per la pubblicità. 31