Documenti - Dehoniane
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Documenti - Dehoniane
2013
quindicinale di attualità e documenti
17
Documenti
513 Francesco: pace, dialogo, dignità
Gli interventi di Francesco in favore della pace in Siria; la sua lettera
a chi non crede; la speranza al cuore della sua visita pastorale a Cagliari.
530 CEI: tempo di discernimento
Con la sessione autunnale del Consiglio permanente la CEI
avvia la recezione delle indicazioni offerte da papa Francesco.
556 L’evangelizzazione in Asia
Il vescovo indiano mons. Menamparampil propone una
guida per gli evangelizzatori nel continente asiatico.
568 Chiesa universale e Chiesa locale
Una proposta ortodossa, alla luce della riflessione di Zizioulas,
si inserisce nel dibattito postconciliare sull’ecclesiologia di comunione.
Anno LVIII - N. 1152 - 1 ottobre 2013 - IL REGNO - Via Scipione Dal Ferro 4 - 40138 Bologna - Tel. 051/3941511 - ISSN 0034-3498 - Il mittente chiede la restituzione
e s’impegna a pagare la tassa dovuta - Tariffa ROC: “Poste Italiane spa - Sped. in A.P. - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Bologna”
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quindicinale di attualità e documenti
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1.10.2013 - n. 17 (1152)
Caro lettore,
mentre le consegniamo questo
nuovo fascicolo seguiamo con
emozione e partecipazione le
tracce di cambiamento che questa
stagione ecclesiale sta portando
sotto la guida di papa Francesco.
«Inizia un tempo», scrivevamo
prima dell’estate, e nell’autunno
incipiente questo cammino sembra
conoscere un’accelerazione. Le
proponiamo, come sempre, i testi
che ci sembrano più significativi,
da conservare e rimeditare con
attenzione e cura.
Caro lettore, è uno straordinario
cambio d’epoca quello che stiamo
vivendo, soprattutto nella
Chiesa, e siamo convinti che ci
chiami tutti a uno sforzo ancora
maggiore di ricerca
e interpretazione, se vogliamo
comprendere il presente e
accompagnare il cambiamento.
Continui ad affiancarci nella
comprensione di questo momento
cruciale della vita della Chiesa,
ci sostenga nel tentativo di
offrirne una lettura fatta di
confronto e dialogo, di memoria
e novità, ci suggerisca anche
temi e modalità nuovi per
venire incontro all’esigenza di
interpretare oggi la sfida
del credere.
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Francesco
513
Nel silenzio della croce
tacciono le armi
{ Gli interventi in favore della pace
in Siria e in Medio Oriente }
L’appello del papa
(All’Angelus del 1° settembre)
Cercate una soluzione pacifica
(Lettera a Putin, presidente del G20)
«Non più gli uni contro gli altri»
(Omelia nella veglia di preghiera)
A che serve fare guerre…?
(All’Angelus dell’8 settembre)
518
Lettera a chi non crede
{ In risposta a Eugenio Scalfari
sul quotidiano La Repubblica }
521
Nella crisi, vie di speranza
{ Visita pastorale a Cagliari }
Senza lavoro non c’è dignità
(Incontro con il mondo del lavoro)
Vie oltre la crisi
(Incontro con il mondo
della cultura)
Studi e commenti
526
L’Europa vista da Est
{ Conferenza del card. Péter Erdő
(Metz, 8.9.2013) }
Chiesa in Italia
530
542
Scrivo a te famiglia
{ Lettera pastorale
del card. Angelo Bagnasco,
arcivescovo di Genova }
545
La Chiesa madre dei credenti
{ Lettera pastorale
di mons. Bruno Forte,
arcivescovo di Chieti-Vasto }
Chiese nel mondo
549
Dopo la legge sul
matrimonio omosessuale
{ Nota della Commissione
Famiglia e società della
Conferenza dei vescovi di Francia }
Carta della laicità a scuola
Studi e commenti
556
La missione in Asia
{ Mons. Thomas Menamparampil,
arcivescovo emerito
di Guwahati, India }
Una guida per evangelizzatori
Far conoscere Cristo
I religiosi in Asia
568
Le Chiese locali
e la Chiesa universale
{ Archimandrita A. Miltos, diocesi
di Démétrias, Volos (Grecia) }
Avviato un percorso
di discernimento
{ CEI – Consiglio permanente
Sessione autunnale (23-25.9.2013) }
534
Gli educatori nella comunità
{ Relazione di mons. Gianni
Ambrosio alla LXV Assemblea
generale della CEI }
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pace
Nel silenzio
della croce
tacciono le armi
Gli interventi in favore della pace
in Siria e in Medio Oriente
«Con tutta la mia forza, chiedo alle
parti in conflitto di ascoltare la voce
della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come a un fratello e di
intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione». Sono risuonate con forza
in tutto il mondo le parole di papa
Francesco – e il suo invito a una giornata di digiuno e preghiera per la pace
(7.9.2013) – proclamate all’Angelus del
1° settembre, in aperta crisi siriana, di
fronte all’annuncio americano di un
possibile intervento militare. Pubblichiamo di seguito anche gli altri interventi di papa Bergoglio in favore della
pace tra l’1 e l’8 settembre: la lettera a
Vladimir Putin in qualità di presidente
del G20 di San Pietroburgo (4.9.2013),
con l’invito ai partecipanti a «non rimanere inerti» e a «favorire ogni iniziativa» per la pace e l’assistenza umanitaria; l’omelia nella veglia di preghiera in piazza San Pietro (7.9.2013) e
l’Angelus dell’8 settembre, contenente
un’espressa denuncia: «Questa guerra
di là, quest’altra di là (…) è davvero
una guerra per problemi o è una guerra
commerciale per vendere queste armi
nel commercio illegale?».
Stampa (20.9.2013) da sito web www.vatican.
va. Titolazione redazionale.
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documenti
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L’appello del papa
All’Angelus del 1° settembre
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Quest’oggi, cari fratelli e sorelle, vorrei farmi interprete del grido che sale da ogni parte della terra, da
ogni popolo, dal cuore di ognuno, dall’unica grande
famiglia che è l’umanità, con angoscia crescente: è il
grido della pace! È il grido che dice con forza: vogliamo
un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di
pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata
da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la
guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo
prezioso, che deve essere promosso e tutelato.
Vivo con particolare sofferenza e preoccupazione le
tante situazioni di conflitto che ci sono in questa nostra
terra, ma, in questi giorni, il mio cuore è profondamente ferito da quello che sta accadendo in Siria e angosciato per i drammatici sviluppi che si prospettano.
Rivolgo un forte appello per la pace, un appello
che nasce dall’intimo di me stesso! Quanta sofferenza,
quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta
l’uso delle armi in quel martoriato paese, specialmente
tra la popolazione civile e inerme! Pensiamo: quanti
bambini non potranno vedere la luce del futuro! Con
particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche! Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore
le terribili immagini dei giorni scorsi! C’è un giudizio di
Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a
cui non si può sfuggire! Non è mai l’uso della violenza
che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza
chiama violenza!
Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto
di ascoltare la voce della propria coscienza, di non
chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro
come a un fratello e di intraprendere con coraggio e
con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione. Con altrettanta
forza esorto anche la comunità internazionale a fare
ogni sforzo per promuovere, senza ulteriore indugio,
iniziative chiare per la pace in quella nazione, basate
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sul dialogo e sul negoziato, per il bene dell’intera popolazione siriana.
Non sia risparmiato alcuno sforzo per garantire
assistenza umanitaria a chi è colpito da questo terribile conflitto, in particolare agli sfollati nel paese e
ai numerosi profughi nei paesi vicini. Agli operatori
umanitari, impegnati ad alleviare le sofferenze della
popolazione, sia assicurata la possibilità di prestare il
necessario aiuto.
Che cosa possiamo fare noi per la pace nel mondo?
Come diceva papa Giovanni: a tutti spetta il compito
di ricomporre i rapporti di convivenza nella giustizia e
nell’amore (cf. Giovanni XXIII, lett. enc. Pacem in terris,
11.4.1963, n. 87; in AAS 55[1963], 301-302; EV 2/59).
Una catena di impegno per la pace unisca tutti
gli uomini e le donne di buona volontà! È un forte e
pressante invito che rivolgo all’intera Chiesa cattolica,
ma che estendo a tutti i cristiani di altre confessioni,
agli uomini e donne di ogni religione e anche a quei
fratelli e sorelle che non credono: la pace è un bene
che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta
l’umanità.
Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro,
la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura
dell’incontro, la cultura del dialogo; questa è l’unica
strada per la pace.
Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore
di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare
dall’anelito di pace.
Per questo, fratelli e sorelle, ho deciso di indire per
tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo, vigilia della
ricorrenza della Natività di Maria, regina della pace,
una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in
Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero, e anche
invito a unirsi a questa iniziativa, nel modo che riterranno più opportuno, i fratelli cristiani non cattolici,
gli appartenenti alle altre religioni e gli uomini di
buona volontà.
Il 7 settembre in Piazza San Pietro – qui – dalle ore
19.00 alle ore 24.00, ci riuniremo in preghiera e in spirito
di penitenza per invocare da Dio questo grande dono
per l’amata nazione siriana e per tutte le situazioni di
conflitto e di violenza nel mondo. L’umanità ha bisogno
di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e
di pace! Chiedo a tutte le Chiese particolari che, oltre a
vivere questo giorno di digiuno, organizzino qualche atto
liturgico secondo questa intenzione.
A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo,
della riconciliazione e dell’amore. Lei è madre: che lei ci
aiuti a trovare la pace; tutti noi siamo i suoi figli! Aiutaci,
Maria, a superare questo difficile momento e a impegnarci a costruire ogni giorno e in ogni ambiente un’autentica cultura dell’incontro e della pace. Maria, regina
della pace, prega per noi!
Piazza San Pietro, 1° settembre 2013.
Francesco
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documenti
Cercate una
soluzione pacifica
Lettera a Putin, presidente del G20
A sua eccellenza
il sig. Vladimir Putin,
presidente della Federazione russa.
Nell’anno in corso, ella ha l’onore e la responsabilità
di presiedere il gruppo delle venti più grandi economie
mondiali (G20). Sono consapevole che la Federazione
russa ha partecipato a tale gruppo sin dalla sua creazione
e ha svolto sempre un ruolo positivo nella promozione
della governabilità delle finanze mondiali, profondamente colpite dalla crisi iniziata nel 2008.
Il contesto attuale, altamente interdipendente, esige
una cornice finanziaria mondiale, con proprie regole giuste e chiare, per conseguire un mondo più equo e solidale,
in cui sia possibile sconfiggere la fame, offrire a tutti un
lavoro degno, un’abitazione decorosa e la necessaria assistenza sanitaria. La sua presidenza del G20 per l’anno
in corso ha assunto l’impegno di consolidare la riforma
delle organizzazioni finanziarie internazionali e di arrivare a un consenso sugli standard finanziari adatti alle
circostanze odierne. Ciononostante, l’economia mondiale
potrà svilupparsi realmente nella misura in cui sarà in
grado di consentire una vita degna a tutti gli esseri umani,
dai più anziani ai bambini ancora nel grembo materno,
non solo ai cittadini dei paesi membri del G20, ma a ogni
abitante della terra, persino a coloro che si trovano nelle
situazioni sociali più difficili o nei luoghi più sperduti.
In quest’ottica, appare chiaro che nella vita dei popoli
i conflitti armati costituiscono sempre la deliberata negazione di ogni possibile concordia internazionale, creando
divisioni profonde e laceranti ferite che richiedono molti
anni per rimarginarsi. Le guerre costituiscono il rifiuto
pratico a impegnarsi per raggiungere quelle grandi mete
economiche e sociali che la comunità internazionale si è
data, quali sono, per esempio, i Millennium Development
Goals (cf. Regno-doc. 1,2010,44). Purtroppo, i molti conflitti armati che ancora oggi affliggono il mondo ci presentano, ogni giorno, una drammatica immagine di miseria, fame, malattie e morte. Infatti, senza pace non c’è
alcun tipo di sviluppo economico. La violenza non porta
mai alla pace condizione necessaria per tale sviluppo.
L’incontro dei capi di stato e di governo delle venti
maggiori economie, che rappresentano due terzi della popolazione e il 90% del PIL mondiale, non ha la sicurezza
internazionale come suo scopo principale. Tuttavia, non
potrà far a meno di riflettere sulla situazione in Medio
Oriente e in particolare in Siria. Purtroppo, duole costatare
che troppi interessi di parte hanno prevalso da quando è
iniziato il conflitto siriano, impedendo di trovare una soluzione che evitasse l’inutile massacro a cui stiamo assistendo.
I leader degli stati del G20 non rimangano inerti di
fronte ai drammi che vive già da troppo tempo la cara
popolazione siriana e che rischiano di portare nuove
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A CURA DI
sofferenze a una regione tanto provata e bisognosa di
ALBERTO D’ANNA - EMANUELA VALERIANI
pace. A tutti loro, e a ciascuno di loro, rivolgo un sentito
appello perché aiutino a trovare vie per superare le diverse contrapposizioni e abbandonino ogni vana pretesa
di una soluzione militare. Ci sia, piuttosto, un nuovo impegno a perseguire, con coraggio e determinazione, una
soluzione pacifica attraverso il dialogo e il negoziato tra
le parti interessate con il sostegno concorde della comunità internazionale. Inoltre, è un dovere morale di tutti
i governi del mondo favorire ogni iniziativa volta a promuovere l’assistenza umanitaria a coloro che soffrono a
causa del conflitto dentro e fuori dal paese.
Il ruolo dell’Anticristo
Signor presidente, sperando che queste riflessioni
possano costituire un valido contributo spirituale al vonel cristianesimo antico e tardoantico
stro incontro, prego per un esito fruttuoso dei lavori del
G20. Invoco abbondanti benedizioni sul vertice di San
Pietroburgo, su tutti i partecipanti, sui cittadini di tutti
gli stati membri e su tutte le attività e gli impegni della
presidenza russa del G20 nell’anno 2013.
Nel chiederle di pregare per me, profitto dell’opporR1f_Grilli:Layout 1 12-09-2013 8:27 Pagina 1
tunità per esprimere, signor presidente, i miei più alti
sentimenti di stima.
L’ultimo
nemico di Dio
Dal Vaticano, 4 settembre 2013.
Francesco
MASSIMO GRILLI
«Non più gli uni
contro gli altri»
Omelia nella veglia di preghiera
«Dio vide che era cosa buona» (Gen 1,12.18.21.25).
Il racconto biblico dell’inizio della storia del mondo e
dell’umanità ci parla di Dio che guarda alla creazione,
quasi la contempla, e ripete: è cosa buona. Questo, carissimi fratelli e sorelle, ci fa entrare nel cuore di Dio e,
proprio dall’intimo di Dio, riceviamo il suo messaggio.
Possiamo chiederci: che significato ha questo messaggio?
Che cosa dice questo messaggio a me, a te, a tutti noi?
La «casa dell’armonia e della pace»
1. Ci dice semplicemente che questo nostro mondo
nel cuore e nella mente di Dio è la «casa dell’armonia
e della pace» ed è il luogo in cui tutti possono trovare il
proprio posto e sentirsi «a casa», perché è «cosa buona».
Tutto il creato forma un insieme armonioso, buono, ma
soprattutto gli umani, fatti a immagine e somiglianza di
Dio, sono un’unica famiglia, in cui le relazioni sono segnate da una fraternità reale non solo proclamata a parole: l’altro e l’altra sono il fratello e la sorella da amare,
e la relazione con Dio, che è amore, fedeltà, bontà, si
riflette su tutte le relazioni tra gli esseri umani e porta
armonia all’intera creazione.
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L’opera di Luca
2. Atti degli Apostoli,
e rappresentazioni letterarie dell’Anticristo
il viaggio
della Parola
sono modalità attraverso le quali varie forme
L
della teologia antica e tardoantica hanno interli Atti degli apostoli non sono una biopretato situazioni di conflitto vissute dalle comugrafia di personaggi eminenti della
nitàma
cristiane.
Il volume
riunisce i contributi di
Chiesa primitiva,
il racconto
del viaggio
della Parola studiosi
che copredella
l’arco
tra GerusaAssociation
pour l’étude de la littélemme e Roma.
Un
viaggio
sopratutto
teorature apocryphe chrétienne. Presenta, inoltre,
logico. Il testo rielabora le conferenze che
la traduzione
italiana
di E. Norelli di un inedito
l’autore ha tenuto
al 31° convegno
di Parola
J.-D. Kaestli:
Spirito e Vita, scoperto
svoltosi a da
Camaldoli
(AR) nell’Apocalisse del beato
giugno 2012. Giovanni apostolo ed evangelista.
G
«BIBLICA»
pp. 120 - € 11,00
DELLO
STESSO
«PRIMI SECOLI»
pp. 152
- €AUTORE
13,50
L’OPERA DI LUCA. 1. IL VANGELO DEL VIANDANTE
pp. 152 - € 14,00
Edizioni
Dehoniane
Bologna
Via Scipione dal Ferro, 4 - 40138 Bologna
Tel. 051 3941511 - Fax 051 3941299
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Il mondo di Dio è un mondo in cui ognuno si sente
responsabile dell’altro, del bene dell’altro. Questa sera,
nella riflessione, nel digiuno, nella preghiera, ognuno di
noi, tutti pensiamo nel profondo di noi stessi: non è forse
questo il mondo che io desidero? Non è forse questo il
mondo che tutti portiamo nel cuore? Il mondo che vogliamo non è forse un mondo di armonia e di pace, in noi
stessi, nei rapporti con gli altri, nelle famiglie, nelle città,
nelle e tra le nazioni? E la vera libertà nella scelta delle
strade da percorrere in questo mondo non è forse solo
quella orientata al bene di tutti e guidata dall’amore?
Sono forse il custode di mio fratello?
2. Ma domandiamoci adesso: è questo il mondo in
cui viviamo? Il creato conserva la sua bellezza che ci riempie di stupore, rimane un’opera buona. Ma ci sono
anche «la violenza, la divisione, lo scontro, la guerra».
Questo avviene quando l’uomo, vertice della creazione,
lascia di guardare l’orizzonte della bellezza e della bontà
e si chiude nel proprio egoismo.
Quando l’uomo pensa solo a se stesso, ai propri interessi e si pone al centro, quando si lascia affascinare dagli
idoli del dominio e del potere, quando si mette al posto di
Dio, allora guasta tutte le relazioni, rovina tutto; e apre
la porta alla violenza, all’indifferenza, al conflitto. Esattamente questo è ciò che vuole farci capire il brano della
Genesi in cui si narra il peccato dell’essere umano: l’uomo
entra in conflitto con se stesso, si accorge di essere nudo e
si nasconde perché ha paura (cf. Gen 3,10), ha paura dello
sguardo di Dio; accusa la donna, colei che è carne della sua
carne (cf. Gen 3,12); rompe l’armonia con il creato, arriva
ad alzare la mano contro il fratello per ucciderlo. Possiamo
dire che dall’armonia si passa alla «disarmonia»? Possiamo
dire questo: che dall’armonia si passa alla «disarmonia»?
No, non esiste la «disarmonia»: o c’è armonia o si cade nel
caos, dove è violenza, contesa, scontro, paura…
Proprio in questo caos è quando Dio chiede alla coscienza dell’uomo: «Dov’è Abele tuo fratello?». E Caino
risponde: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Anche a noi è rivolta questa domanda
e anche a noi farà bene chiederci: Sono forse io il custode
di mio fratello? Sì, tu sei custode di tuo fratello! Essere
persona umana significa essere custodi gli uni degli altri!
E invece, quando si rompe l’armonia, succede una metamorfosi: il fratello da custodire e da amare diventa l’avversario da combattere, da sopprimere.
Quanta violenza viene da quel momento, quanti
conflitti, quante guerre hanno segnato la nostra storia!
Basta vedere la sofferenza di tanti fratelli e sorelle. Non si
tratta di qualcosa di congiunturale, ma questa è la verità:
in ogni violenza e in ogni guerra noi facciamo rinascere
Caino. Noi tutti! E anche oggi continuiamo questa storia
di scontro tra i fratelli, anche oggi alziamo la mano contro chi è nostro fratello. Anche oggi ci lasciamo guidare
dagli idoli, dall’egoismo, dai nostri interessi; e questo atteggiamento va avanti: abbiamo perfezionato le nostre
armi, la nostra coscienza si è addormentata, abbiamo
reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci. Come se
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fosse una cosa normale, continuiamo a seminare distruzione, dolore, morte! La violenza, la guerra portano solo
morte, parlano di morte! La violenza e la guerra hanno
il linguaggio della morte!
Dopo il caos del diluvio, ha smesso di piovere, si vede
l’arcobaleno e la colomba porta un ramo di ulivo. Penso
anche oggi a quell’ulivo che i rappresentanti delle diverse
religioni abbiamo piantato a Buenos Aires, in Plaza de
Mayo, nel 2000, chiedendo che non ci sia più il caos,
chiedendo che non ci sia più guerra, chiedendo pace.
Sì, è possibile per tutti!
3. E a questo punto mi domando: è possibile percorrere la strada della pace? Possiamo uscire da questa
spirale di dolore e di morte? Possiamo imparare di nuovo
a camminare e percorrere le vie della pace? Invocando
l’aiuto di Dio, sotto lo sguardo materno della Salus populi romani, regina della pace, voglio rispondere: sì, è
possibile per tutti! Questa sera vorrei che da ogni parte
della terra noi gridassimo: sì, è possibile per tutti! Anzi
vorrei che ognuno di noi, dal più piccolo al più grande,
fino a coloro che sono chiamati a governare le nazioni,
rispondesse: sì, lo vogliamo!
La mia fede cristiana mi spinge a guardare alla croce.
Come vorrei che per un momento tutti gli uomini e le
donne di buona volontà guardassero alla croce! Lì si può
leggere la risposta di Dio: lì, alla violenza non si è risposto
con violenza, alla morte non si è risposto con il linguaggio
della morte. Nel silenzio della croce tace il fragore delle
armi e parla il linguaggio della riconciliazione, del perdono, del dialogo, della pace. Vorrei chiedere al Signore,
questa sera, che noi cristiani e i fratelli delle altre religioni,
ogni uomo e donna di buona volontà gridasse con forza:
la violenza e la guerra non sono mai la via della pace!
Ognuno si animi a guardare nel profondo della propria coscienza e ascolti quella parola che dice: esci dai
tuoi interessi che atrofizzano il cuore, supera l’indifferenza verso l’altro che rende insensibile il cuore, vinci
le tue ragioni di morte e apriti al dialogo, alla riconciliazione: guarda al dolore del tuo fratello – penso ai bambini: soltanto a quelli… – guarda al dolore del tuo fratello, e non aggiungere altro dolore, ferma la tua mano,
ricostruisci l’armonia che si è spezzata; e questo non con
lo scontro, ma con l’incontro!
Finisca il rumore delle armi! La guerra segna sempre il fallimento della pace, è sempre una sconfitta per
l’umanità. Risuonino ancora una volta le parole di Paolo
VI: «Mai più gli uni contro gli altri, mai, mai più!... non
più la guerra, non più la guerra!» (Paolo VI, Discorso
alle Nazioni Unite, 4.10.1965; in AAS 57[1965] 881; EV
1/384*). «La pace si afferma solo con la pace, quella non
disgiunta dai doveri della giustizia, ma alimentata dal sacrificio proprio, dalla clemenza, dalla misericordia, dalla
carità» (Paolo VI, Messaggio per Giornata mondiale
della pace 1976; in AAS 67[1975] 671).
Fratelli e sorelle, perdono, dialogo, riconciliazione
sono le parole della pace: nell’amata nazione siriana, nel
Medio Oriente, in tutto il mondo! Preghiamo, questa
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sera, per la riconciliazione e per la pace, lavoriamo per
la riconciliazione e per la pace, e diventiamo tutti, in ogni
ambiente, uomini e donne di riconciliazione e di pace.
Così sia.
Piazza San Pietro, 7 settembre 2013.
Francesco
A che serve
fare guerre…?
All’Angelus dell’8 settembre
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nel Vangelo di oggi Gesù insiste sulle condizioni per
essere suoi discepoli: non anteporre nulla all’amore per
lui, portare la propria croce e seguirlo. Molta gente infatti
si avvicinava a Gesù, voleva entrare tra i suoi seguaci; e
questo accadeva specialmente dopo qualche segno prodigioso, che lo accreditava come il messia, il re d’Israele.
Ma Gesù non vuole illudere nessuno. Lui sa bene che
cosa lo attende a Gerusalemme, qual è la via che il Padre
gli chiede di percorrere: è la via della croce, del sacrificio
di se stesso per il perdono dei nostri peccati.
Seguire Gesù non significa partecipare a un corteo
trionfale! Significa condividere il suo amore misericordioso, entrare nella sua grande opera di misericordia per
ogni uomo e per tutti gli uomini. L’opera di Gesù è proprio un’opera di misericordia, di perdono, di amore! È
tanto misericordioso Gesù! E questo perdono universale,
questa misericordia, passa attraverso la croce. Gesù non
vuole compiere questa opera da solo: vuole coinvolgere
anche noi nella missione che il Padre gli ha affidato. Dopo
la risurrezione dirà ai suoi discepoli: «Come il Padre ha
mandato me, anche io mando voi (…). A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,21.22). Il
discepolo di Gesù rinuncia a tutti i beni perché ha trovato
in lui il bene più grande, nel quale ogni altro bene riceve
il suo pieno valore e significato: i legami familiari, le altre
relazioni, il lavoro, i beni culturali ed economici e così
via… Il cristiano si distacca da tutto e ritrova tutto nella
logica del Vangelo, la logica dell’amore e del servizio.
No alle armi!
No al loro commercio illegale!
Per spiegare questa esigenza, Gesù usa due parabole:
quella della torre da costruire e quella del re che va alla
guerra. Questa seconda parabola dice così: «Quale re,
partendo in guerra contro un altro re, non siede prima
a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi
gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è
ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere
la pace» (Lc 14,31-32). Qui Gesù non vuole affrontare il
tema della guerra, è solo una parabola. Però, in questo
momento in cui stiamo fortemente pregando per la pace,
questa parola del Signore ci tocca sul vivo, e in sostanza ci
dice: c’è una guerra più profonda che dobbiamo combattere, tutti! È la decisione forte e coraggiosa di rinunciare
al male e alle sue seduzioni e di scegliere il bene, pronti a
pagare di persona: ecco il seguire Cristo, ecco il prendere
la propria croce! Questa guerra profonda contro il male!
A che serve fare guerre, tante guerre, se tu non sei capace di fare questa guerra profonda contro il male? Non
serve a niente! Non va… Questo comporta, tra l’altro,
questa guerra contro il male comporta dire no all’odio fratricida e alle menzogne di cui si serve; dire no alla violenza
in tutte le sue forme; dire no alla proliferazione delle armi
e al loro commercio illegale. Ce n’è tanto! Ce n’è tanto!
E sempre rimane il dubbio: questa guerra di là, quest’altra di là – perché dappertutto ci sono guerre – è davvero
una guerra per problemi o è una guerra commerciale per
vendere queste armi nel commercio illegale? Questi sono i
nemici da combattere, uniti e con coerenza, non seguendo
altri interessi se non quelli della pace e del bene comune.
Cari fratelli, oggi ricordiamo anche la Natività della
vergine Maria, festa particolarmente cara alle Chiese
orientali. E tutti noi, adesso, possiamo inviare un bel saluto a tutti i fratelli, sorelle, vescovi, monaci, monache
delle Chiese orientali, ortodosse e cattoliche: un bel saluto! Gesù è il sole, Maria è l’aurora che preannuncia il
suo sorgere. Ieri sera abbiamo vegliato affidando alla sua
intercessione la nostra preghiera per la pace nel mondo,
specialmente in Siria e in tutto il Medio Oriente. La invochiamo ora come regina della pace. Regina della pace
prega per noi! Regina della pace prega per noi!
[Dopo la recita dell’Angelus]
Vorrei ringraziare tutti coloro che, in diversi modi,
hanno aderito alla veglia di preghiera e digiuno di ieri sera.
Ringrazio tante persone che hanno unito l’offerta delle loro
sofferenze. Ringrazio le autorità civili, come pure i membri
di altre comunità cristiane o di altre religioni, e uomini e
donne di buona volontà che hanno vissuto, in questa circostanza, momenti di preghiera, di digiuno, di riflessione.
Ma l’impegno continua: andiamo avanti con la preghiera e con opere di pace! Vi invito a continuare a pregare perché cessi subito la violenza e la devastazione in
Siria e si lavori con rinnovato impegno per una giusta
soluzione al conflitto fratricida. Preghiamo anche per gli
altri paesi del Medio Oriente, particolarmente per il Libano, perché trovi la desiderata stabilità e continui a essere modello di convivenza; per l’Iraq, perché la violenza
settaria lasci il passo alla riconciliazione; e per il processo
di pace tra israeliani e palestinesi, perché progredisca con
decisione e coraggio. E preghiamo per l’Egitto, affinché
tutti gli egiziani, musulmani e cristiani, s’impegnino a costruire insieme la società per il bene dell’intera popolazione. La ricerca della pace è lunga, e richiede pazienza
e perseveranza! Andiamo avanti con la preghiera!
Piazza San Pietro, 8 settembre 2013.
Francesco
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DIALOGHI
Lettera
a chi non crede
P
In risposta a Eugenio Scalfari
sul quotidiano La Repubblica
«Il peccato, anche per chi non crede,
c’è quando si va contro la coscienza».
«La verità è una relazione», si dà a
noi «sempre e solo come un cammino
di vita». «Dio non dipende dal nostro
pensiero». Papa Francesco prende sul
serio alcuni interrogativi a lui rivolti
dal fondatore di Repubblica, E. Scalfari, in due editoriali scritti a partire
dall’enciclica Lumen fidei, e gli si
rivolge attraverso una lettera (che il
quotidiano pubblica, con comprensibile enfasi, l’11 settembre), motivata
con la scelta conciliare di riaprire il
dialogo tra cultura cristiana e cultura
illuminista. Tra i principali seguiti
dell’iniziativa, che non ha precedenti,
a tutt’oggi segnaliamo: il 24 settembre, sempre su Repubblica, una lettera del papa emerito Benedetto XVI
al prof. P. Odifreddi, in quanto autore nel 2011 del libretto Caro papa
ti scrivo; il 25 settembre la realizzazione a Roma, presieduta dal card.
Ravasi, di una sessione del Cortile
dei gentili denominata «Cortile dei
giornalisti», presenti lo stesso Scalfari e i direttori dei maggiori quotidiani italiani; il 1° ottobre la pubblicazione, sempre su Repubblica,
di una lunga intervista di Scalfari a
papa Francesco.
Stampa (30.9.2013) da sito web www.vatican.
va. Sottotitoli redazionali.
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regiatissimo dottor Scalfari,
è con viva cordialità che, sia pure solo a grandi
linee, vorrei cercare con questa mia di rispondere
alla lettera che, dalle pagine di Repubblica, mi ha
voluto indirizzare il 7 luglio con una serie di sue personali
riflessioni, che poi ha arricchito sulle pagine dello stesso
quotidiano il 7 agosto. La ringrazio, innanzi tutto, per l’attenzione con cui ha voluto leggere l’enciclica Lumen fidei.
Essa, infatti, nell’intenzione del mio amato predecessore, Benedetto XVI, che l’ha concepita e in larga misura redatta, e
dal quale, con gratitudine, l’ho ereditata, è diretta non solo
a confermare nella fede in Gesù Cristo coloro che in essa
già si riconoscono, ma anche a suscitare un dialogo sincero
e rigoroso con chi, come lei, si definisce «un non credente
da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di
Gesù di Nazaret».
Mi pare dunque sia senz’altro positivo, non solo per noi
singolarmente ma anche per la società in cui viviamo, soffermarci a dialogare su di una realtà così importante come la
fede, che si richiama alla predicazione e alla figura di Gesù.
Penso vi siano, in particolare, due circostanze che rendono oggi doveroso e prezioso questo dialogo. Esso, del
resto, costituisce, come è noto, uno degli obiettivi principali
del concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, e del
ministero dei papi che, ciascuno con la sua sensibilità e il suo
apporto, da allora sino a oggi hanno camminato nel solco
tracciato dal Concilio.
La prima circostanza – come si richiama nelle pagine iniziali dell’enciclica – deriva dal fatto che, lungo i secoli della
modernità, si è assistito a un paradosso: la fede cristiana, la
cui novità e incidenza sulla vita dell’uomo sin dall’inizio sono
state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, è stata
spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone
alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d’impronta illuminista, dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità.
È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato
appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti
che riapra le porte per un serio e fecondo incontro.
La seconda circostanza, per chi cerca di essere fedele al
dono di seguire Gesù nella luce della fede, deriva dal fatto
che questo dialogo non è un accessorio secondario dell’esistenza del credente: ne è invece un’espressione intima e in-
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dispensabile. Mi permetta di citarle in proposito un’affermazione a mio avviso molto importante dell’enciclica: poiché
la verità testimoniata dalla fede è quella dell’amore — vi si
sottolinea — «risulta chiaro che la fede non è intransigente,
ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente
non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo
che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in
cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con
tutti» (n. 34; Regno-doc. 13,2013,395). È questo lo spirito che
anima le parole che le scrivo.
Gesù parla con autorità
La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un
indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo
stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità
di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l’accesso
all’intelligenza della sacra Scrittura, alla vita nuova che
come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri,
immagine vera del Signore.
Senza la Chiesa – mi creda – non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso
dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della
nostra umanità. Ora, è appunto a partire di qui, da questa
personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi
trovo a mio agio nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con lei, le strade lungo le quali possiamo, forse,
cominciare a fare un tratto di cammino insieme.
Mi perdoni se non seguo passo passo le argomentazioni
da lei proposte nell’editoriale del 7 luglio. Mi sembra più
fruttuoso – o se non altro mi è più congeniale – andare in
certo modo al cuore delle sue considerazioni. Non entro
neppure nella modalità espositiva seguita dall’enciclica, in
cui lei ravvisa la mancanza di una sezione dedicata specificamente all’esperienza storica di Gesù di Nazaret.
Osservo soltanto, per cominciare, che un’analisi del genere non è secondaria. Si tratta infatti, seguendo del resto
la logica che guida lo snodarsi dell’enciclica, di fermare l’attenzione sul significato di ciò che Gesù ha detto e ha fatto
e così, in definitiva, su ciò che Gesù è stato ed è per noi. Le
Lettere di Paolo e il Vangelo di Giovanni, a cui si fa particolare riferimento nell’enciclica, sono costruiti, infatti, sul
solido fondamento del ministero messianico di Gesù di Nazaret giunto al suo culmine risolutivo nella Pasqua di morte
e risurrezione.
Dunque, occorre confrontarsi con Gesù, direi, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda, così come ci è narrata soprattutto dal più antico dei Vangeli, quello di Marco.
Si costata allora che lo «scandalo» che la parola e la prassi di
Gesù provocano attorno a lui derivano dalla sua straordinaria «autorità»: una parola, questa, attestata fin dal Vangelo
di Marco, ma che non è facile rendere bene in italiano. La
parola greca è exousia, che alla lettera rimanda a ciò che
«proviene dall’essere» che si è. Non si tratta di qualcosa di
esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana
da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce,
spiazza, innova a partire – egli stesso lo dice – dal suo rapporto con Dio, chiamato familiarmente Abbà, il quale gli
consegna questa «autorità» perché egli la spenda a favore
degli uomini.
L’incarnazione è il cardine
Così Gesù predica «come uno che ha autorità», guarisce, chiama i discepoli a seguirlo, perdona... cose tutte che,
nell’Antico Testamento, sono di Dio e soltanto di Dio. La
domanda che più volte ritorna nel Vangelo di Marco: «Chi è
costui che...?», e che riguarda l’identità di Gesù, nasce dalla
costatazione di un’autorità diversa da quella del mondo,
un’autorità che non è finalizzata a esercitare un potere sugli
altri, ma a servirli, a dare loro libertà e pienezza di vita. E
questo sino al punto di mettere in gioco la propria stessa
vita, sino a sperimentare l’incomprensione, il tradimento, il
rifiuto, sino a essere condannato a morte, sino a piombare
nello stato di abbandono sulla croce.
Ma Gesù resta fedele a Dio, sino alla fine.
Ed è proprio allora – come esclama il centurione romano ai piedi della croce, nel Vangelo di Marco – che Gesù
si mostra, paradossalmente, come il Figlio di Dio! Figlio di
un Dio che è amore e che vuole, con tutto se stesso, che
l’uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch’egli come suo vero
figlio. Questo, per la fede cristiana, è certificato dal fatto
che Gesù è risorto: non per riportare il trionfo su chi l’ha
rifiutato, ma per attestare che l’amore di Dio è più forte
della morte, il perdono di Dio è più forte di ogni peccato, e
che vale la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per
testimoniare questo immenso dono.
La fede cristiana crede questo: che Gesù è il Figlio di Dio
venuto a dare la sua vita per aprire a tutti la via dell’amore.
Ha perciò ragione, egregio dott. Scalfari, quando vede
nell’incarnazione del Figlio di Dio il cardine della fede cristiana. Già Tertulliano scriveva «caro cardo salutis», «la
carne (di Cristo) è il cardine della salvezza». Perché l’incarnazione, cioè il fatto che il Figlio di Dio sia venuto nella nostra carne e abbia condiviso gioie e dolori, vittorie e sconfitte
della nostra esistenza, sino al grido della croce, vivendo ogni
cosa nell’amore e nella fedeltà all’Abbà, testimonia l’incredibile amore che Dio ha per ogni uomo, il valore inestimabile
che gli riconosce.
Ognuno di noi, per questo, è chiamato a far suo lo
sguardo e la scelta di amore di Gesù, a entrare nel suo modo
di essere, di pensare e di agire. Questa è la fede, con tutte le
espressioni che sono descritte puntualmente nell’enciclica.
Amore, servizio, attesa
Sempre nell’editoriale del 7 luglio, lei mi chiede inoltre
come capire l’originalità della fede cristiana in quanto essa
fa perno appunto sull’incarnazione del Figlio di Dio, rispetto
ad altre fedi che gravitano invece attorno alla trascendenza
assoluta di Dio.
L’originalità, direi, sta proprio nel fatto che la fede ci fa
partecipare, in Gesù, al rapporto che egli ha con Dio che è
Abbà e, in questa luce, al rapporto che egli ha con tutti gli
altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell’amore. In altri
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termini, la figliolanza di Gesù, come ce la presenta la fede
cristiana, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra Gesù e tutti gli altri: ma per dirci che, in lui,
tutti siamo chiamati a essere figli dell’unico Padre e fratelli
tra di noi.
La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per
l’esclusione. Certo, da ciò consegue anche – e non è una
piccola cosa – quella distinzione tra la sfera religiosa e la
sfera politica che è sancita nel «dare a Dio quel che è di Dio
e a Cesare quel che è di Cesare», affermata con nettezza da
Gesù e su cui, faticosamente, si è costruita la storia dell’Occidente. La Chiesa, infatti, è chiamata a seminare il lievito e il
sale del Vangelo, e cioè l’amore e la misericordia di Dio che
raggiungono tutti gli uomini, additando la meta ultraterrena
e definitiva del nostro destino, mentre alla società civile e
politica tocca il compito arduo di articolare e incarnare nella
giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita
sempre più umana.
Per chi vive la fede cristiana, ciò non significa fuga dal
mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma servizio
all’uomo, a tutto l’uomo e a tutti gli uomini, a partire dalle
periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza
che spinge a operare il bene nonostante tutto e guardando
sempre al di là.
Lei mi chiede anche, a conclusione del suo primo articolo, che cosa dire ai fratelli ebrei circa la promessa fatta loro
da Dio: è essa del tutto andata a vuoto? È questo – mi creda
– un interrogativo che ci interpella radicalmente, come cristiani, perché, con l’aiuto di Dio, soprattutto a partire dal
concilio Vaticano II, abbiamo riscoperto che il popolo ebreo
è tuttora, per noi, la radice santa da cui è germinato Gesù.
Anch’io, nell’amicizia che ho coltivato lungo tutti questi anni
con i fratelli ebrei, in Argentina, molte volte nella preghiera
ho interrogato Dio, in modo particolare quando la mente
andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah.
Quel che le posso dire, con l’apostolo Paolo, è che mai è
venuta meno la fedeltà di Dio all’alleanza stretta con Israele
e che, attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei
hanno conservato la loro fede in Dio. E di questo, a loro, non
saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche
come umanità. Essi poi, proprio perseverando nella fede nel
Dio dell’alleanza, richiamano tutti, anche noi cristiani, al
fatto che siamo sempre in attesa, come dei pellegrini, del
ritorno del Signore e che dunque sempre dobbiamo essere
aperti verso di lui e mai arroccarci in ciò che abbiamo già
raggiunto.
Se chi non ha la fede…
Vengo così alle tre domande che mi pone nell’articolo
del 7 agosto. Mi pare che, nelle prime due, ciò che le sta a
cuore è capire l’atteggiamento della Chiesa verso chi non
condivide la fede in Gesù. Innanzi tutto, mi chiede se il Dio
dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che – ed è la cosa fondamentale – la misericordia di
Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e
contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non
ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare
e obbedire a essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò
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che viene percepito come bene o come male. E su questa
decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.
In secondo luogo, mi chiede se il pensiero secondo il
quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità
assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia
un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei,
nemmeno per chi crede, di verità «assoluta», nel senso che
assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione.
Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio
per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione!
Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e
la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla
situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia
variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà
a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha
detto forse Gesù stesso: «Io sono la via, la verità, la vita»?
In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con
l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa.
Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse,
per uscire dalle strettoie di una contrapposizione... assoluta,
reimpostare in profondità la questione. Penso che questo sia
oggi assolutamente necessario per intavolare quel dialogo
sereno e costruttivo che auspicavo all’inizio di questo mio
dire. Nell’ultima domanda mi chiede se, con la scomparsa
dell’uomo sulla terra, scomparirà anche il pensiero capace
di pensare Dio. Certo, la grandezza dell’uomo sta nel poter
pensare Dio. E cioè nel poter vivere un rapporto consapevole e responsabile con lui.
Ma il rapporto è tra due realtà. Dio – questo è il mio
pensiero e questa la mia esperienza, ma quanti, ieri e oggi,
li condividono! – non è un’idea, sia pure altissima, frutto
del pensiero dell’uomo. Dio è Realtà con la «R» maiuscola.
Gesù ce lo rivela – e vive il rapporto con lui – come un Padre
di bontà e misericordia infinita. Dio non dipende, dunque,
dal nostro pensiero. Del resto, anche quando venisse a finire
la vita dell’uomo sulla terra – e per la fede cristiana, in ogni
caso, questo mondo così come lo conosciamo è destinato
a venir meno –, l’uomo non terminerà di esistere e, in un
modo che non sappiamo, anche l’universo creato con lui.
La Scrittura parla di «cieli nuovi e terra nuova» e afferma
che, alla fine, nel dove e nel quando che è al di là di noi, ma
verso il quale, nella fede, tendiamo con desiderio e attesa,
Dio sarà «tutto in tutti».
Egregio dott. Scalfari, concludo così queste mie riflessioni,
suscitate da quanto ha voluto comunicarmi e chiedermi. Le
accolga come la risposta tentativa e provvisoria, ma sincera e
fiduciosa, all’invito che vi ho scorto di fare un tratto di strada
insieme. La Chiesa, mi creda, nonostante tutte le lentezze, le
infedeltà, gli errori e i peccati che può aver commesso e può
ancora commettere in coloro che la compongono, non ha
altro senso e fine se non quello di vivere e testimoniare Gesù:
lui che è stato mandato dall’Abbà «a portare ai poveri il lieto
annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare
l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
Con fraterna vicinanza,
Francesco
Dal Vaticano, 4 settembre 2013.
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Nella crisi,
vie di speranza
Senza lavoro
non c’è dignità
Visita pastorale a Cagliari
Incontro con il mondo del lavoro
«Penso (…) che proprio il momento
storico che viviamo ci spinga a cercare e trovare vie di speranza, che
aprano orizzonti nuovi alla nostra
società» (Al mondo della cultura).
Raccontando la visita pastorale di
papa Francesco a Cagliari del 22
settembre scorso (la seconda in Italia, dopo quella a Lampedusa), i titoli dei giornali hanno enfatizzato
soprattutto la sua denuncia: «Senza
lavoro non c’è dignità», e la sua insistenza sul rapporto tra l’idolatria
«globale» del denaro e la crisi economica e sociale. Una denuncia che
è un giudizio ma è anche un atto di
solidarietà. E infatti, accostando al
discorso al mondo del lavoro quello
al mondo della cultura, si coglie
come il papa ha saputo andare ben
oltre quella denuncia. Ha interpretato la crisi come opportunità e ha
spiegato, a ben vedere, lo stile con
cui egli stesso la affronta: leggere
seriamente la realtà ed elaborare
una cultura della prossimità, così
da aprire un orizzonte di speranza.
Stampa (30.9.2013) da sito web www.vatican.va. Sottotitoli redazionali.
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Vi saluto cordialmente: lavoratori, imprenditori,
autorità, famiglie presenti, in particolare l’arcivescovo,
mons. Arrigo Miglio, e i tre di voi che hanno manifestato i vostri problemi, le vostre attese, anche le vostre
speranze. Questa visita – come dicevate – inizia proprio
con voi, che formate il mondo del lavoro. Con questo incontro desidero soprattutto esprimervi la mia vicinanza,
specialmente alle situazioni di sofferenza: a tanti giovani
disoccupati, alle persone in cassa integrazione o precarie, agli imprenditori e commercianti che fanno fatica ad
andare avanti. È una realtà che conosco bene per l’esperienza avuta in Argentina.
Io non l’ho conosciuta, ma la mia famiglia sì: mio
papà, giovane, è andato in Argentina pieno di illusioni
a «farsi l’America». E ha sofferto la terribile crisi degli
anni Trenta. Hanno perso tutto! Non c’era lavoro! E io
ho sentito, nella mia infanzia, parlare di questo tempo,
a casa… Io non l’ho visto, non ero ancora nato, ma ho
sentito dentro casa questa sofferenza, parlare di questa
sofferenza. Conosco bene questo! Ma devo dirvi: «Coraggio!». Ma anche sono cosciente che devo fare tutto
da parte mia, perché questa parola «coraggio» non sia
una bella parola di passaggio! Non sia soltanto un sorriso di impiegato cordiale, un impiegato della Chiesa che
viene e vi dice: «Coraggio!». No! Questo non lo voglio! Io
vorrei che questo coraggio venga da dentro e mi spinga
a fare di tutto come pastore, come uomo. Dobbiamo affrontare con solidarietà, fra voi – anche fra noi –, tutti,
con solidarietà e intelligenza, questa sfida storica.
Questa è la seconda città che visito in Italia. È curioso:
tutte e due – la prima e questa – sono isole. Nella prima
ho visto la sofferenza di tanta gente che cerca, rischiando
la vita, dignità, pane, salute: il mondo dei rifugiati. E ho
visto la risposta di quella città, che – essendo isola – non ha
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voluto isolarsi e riceve quello, lo fa suo; ci dà un esempio di
accoglienza: sofferenza e risposta positiva. Qui, in questa
seconda città, isola che visito, anche qui trovo sofferenza.
Una sofferenza che uno di voi ha detto che «ti indebolisce
e finisce per rubarti la speranza». Una sofferenza, la mancanza di lavoro, che ti porta – scusatemi se sono un po’
forte, ma dico la verità – a sentirti senza dignità! Dove non
c’è lavoro, manca la dignità! E questo non è un problema
della Sardegna soltanto – ma c’è forte qui! – non è un
problema soltanto dell’Italia o di alcuni paesi di Europa, è
la conseguenza di una scelta mondiale, di un sistema economico che porta a questa tragedia; un sistema economico
che ha al centro un idolo, che si chiama denaro.
Dio ha voluto che al centro del mondo non sia un
idolo, sia l’uomo, l’uomo e la donna, che portino avanti,
col proprio lavoro, il mondo. Ma adesso, in questo sistema senza etica, al centro c’è un idolo e il mondo è
diventato idolatra di questo «dio-denaro». Comandano i
soldi! Comanda il denaro! Comandano tutte queste cose
che servono a lui, a questo idolo.
Comanda il dio denaro
E cosa succede? Per difendere questo idolo si ammucchiano tutti al centro e cadono gli estremi, cadono gli
anziani perché in questo mondo non c’è posto per loro!
Alcuni parlano di questa abitudine di «eutanasia nascosta», di non curarli, di non averli in conto… «Sì, lasciamo
perdere…». E cadono i giovani che non trovano il lavoro
e la loro dignità. Ma pensa, un mondo dove i giovani
– due generazioni di giovani – non hanno lavoro. Non
ha futuro questo mondo. Perché? Perché loro non hanno
dignità! È difficile avere dignità senza lavorare. Questa è
la vostra sofferenza qui. Questa è la preghiera che voi di
là gridavate: «Lavoro», «Lavoro», «Lavoro».
È una preghiera necessaria. Lavoro vuol dire dignità,
lavoro vuol dire portare il pane a casa, lavoro vuol dire
amare! Per difendere questo sistema economico idolatrico
si instaura la «cultura dello scarto»: si scartano i nonni e
si scartano i giovani. E noi dobbiamo dire «no» a questa
«cultura dello scarto». Noi dobbiamo dire: «Vogliamo
un sistema giusto! Un sistema che ci faccia andare avanti
tutti». Dobbiamo dire: «Noi non vogliamo questo sistema
economico globalizzato, che ci fa tanto male!». Al centro
ci deve essere l’uomo e la donna, come Dio vuole, e non
il denaro!
Io avevo scritto alcune cose per voi, ma, guardandovi,
sono venute queste parole. Io consegnerò al vescovo queste parole scritte come se fossero state dette. Ma ho preferito dirvi quello che mi viene dal cuore guardandovi in
questo momento! Guardate è facile dire non perdere la
speranza. Ma a tutti, a tutti voi, quelli che avete lavoro e
quelli che non avete lavoro, dico: «Non lasciatevi rubare
la speranza! Non lasciatevi rubare la speranza!». Forse la
speranza è come le braci sotto la cenere; aiutiamoci con
la solidarietà, soffiando sulle ceneri, perché il fuoco venga
un’altra volta. Ma la speranza ci porta avanti. Quello non
è ottimismo, è un’altra cosa. Ma la speranza non è di uno,
la speranza la facciamo tutti! La speranza dobbiamo so-
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stenerla fra tutti, tutti voi e tutti noi che siamo lontani. La
speranza è una cosa vostra e nostra. È cosa di tutti!
Per questo vi dico: «Non lasciatevi rubare la speranza!». Ma siamo furbi, perché il Signore ci dice che gli
idoli sono più furbi di noi. Il Signore ci invita ad avere
la furbizia del serpente, con la bontà della colomba. Abbiamo questa furbizia e diciamo le cose col proprio nome.
In questo momento, nel nostro sistema economico, nel
nostro sistema proposto globalizzato di vita, al centro c’è
un idolo e questo non si può fare! Lottiamo tutti insieme
perché al centro, almeno della nostra vita, sia l’uomo e
la donna, la famiglia, tutti noi, perché la speranza possa
andare avanti… «Non lasciatevi rubare la speranza!».
Adesso vorrei finire pregando con tutti voi, in silenzio,
in silenzio, pregando con tutti voi. Io dirò quello che mi
viene dal cuore e voi, in silenzio, pregate con me.
Signore Dio guardaci! Guarda questa città, questa isola.
Guarda le nostre famiglie. / Signore, a Te, non è mancato il
lavoro, hai fatto il falegname, Eri felice. / Signore, ci manca
il lavoro.
Gli idoli vogliono rubarci la dignità. I sistemi ingiusti
vogliono rubarci la speranza. / Signore, non ci lasciare soli.
Aiutaci ad aiutarci fra noi; che dimentichiamo un po’
l’egoismo e sentiamo nel cuore il «noi», / noi popolo che
vuole andare avanti.
Signore Gesù, a Te non mancò il lavoro, / dacci lavoro
e insegnaci a lottare per il lavoro e benedici tutti noi. / Nel
nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Grazie tante e pregate per me!
Cagliari, largo Carlo Felice, 22 settembre 2013.
Francesco
Tre punti, una speranza
[A seguire le altre parole che papa Francesco aveva preparato e che ha consegnato all’arcivescovo di Cagliari dandole per lette].
Vorrei condividere con voi tre punti semplici ma decisivi.
Il primo: rimettere al centro la persona e il lavoro. La
crisi economica ha una dimensione europea e globale; ma
la crisi non è solo economica, è anche etica, spirituale e
umana. Alla radice c’è un tradimento del bene comune,
sia da parte di singoli che di gruppi di potere. È necessario
quindi togliere centralità alla legge del profitto e della rendita e ricollocare al centro la persona e il bene comune. E
un fattore molto importante per la dignità della persona
è proprio il lavoro; perché ci sia un’autentica promozione
della persona va garantito il lavoro. Questo è un compito
che appartiene alla società intera, per questo va riconosciuto un grande merito a quegli imprenditori che, nonostante tutto, non hanno smesso di impegnarsi, di investire
e di rischiare per garantire occupazione.
La cultura del lavoro, in confronto a quella dell’assistenzialismo, implica educazione al lavoro fin da giovani,
accompagnamento al lavoro, dignità per ogni attività
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ANNAMARIA CORALLO
lavorativa, condivisione del lavoro, eliminazione di ogni
lavoro nero. In questa fase, tutta la società, in tutte le sue
componenti, faccia ogni sforzo possibile perché il lavoro,
che è sorgente di dignità, sia preoccupazione centrale! La
vostra condizione insulare poi rende ancora più urgente
questo impegno da parte di tutti, soprattutto delle istanze
politiche ed economiche.
Secondo elemento: il Vangelo della speranza. La Sardegna è una terra benedetta da Dio con tante risorse umane
e ambientali, ma come nel resto dell’Italia serve nuovo
slancio per ripartire. E i cristiani possono e debbono fare la
loro parte, portando il loro contributo specifico: la visione
evangelica della vita. Ricordo le parole del papa Benedetto
XVI nella sua visita a Cagliari del 2008: occorre «evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica,
che necessita di una nuova generazione di laici cristiani
impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile» (Omelia, 7.9.2008).
I vescovi della Sardegna sono particolarmente sensibili
a queste realtà, specialmente a quella del lavoro. Voi, cari
vescovi, indicate la necessità di un discernimento serio,
realistico, ma orientate anche verso un cammino di speranza, come avete scritto nel Messaggio in preparazione
a questa visita. Questo è importante, questa è la risposta
giusta! Guardare in faccia la realtà, conoscerla bene, capirla, e cercare insieme delle strade, con il metodo della
collaborazione e del dialogo, vivendo la vicinanza per
portare speranza. Mai offuscare la speranza! Non confonderla con l’ottimismo – che dice semplicemente un
atteggiamento psicologico – o con altre cose. La speranza
è creativa, è capace di creare futuro.
Terzo: un lavoro dignitoso per tutti. Una società aperta
alla speranza non si chiude in se stessa, nella difesa degli
interessi di pochi, ma guarda avanti nella prospettiva del
bene comune. E ciò richiede da parte di tutti un forte
senso di responsabilità. Non c’è speranza sociale senza un
lavoro dignitoso per tutti. Per questo occorre «perseguire
quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo
mantenimento per tutti» (Benedetto XVI, lett. enc. Caritas in veritate, 29.6.2009, n. 32; EV 26/721).
Ho detto lavoro «dignitoso», e lo sottolineo, perché
purtroppo, specialmente quando c’è crisi e il bisogno è
forte, aumenta il lavoro disumano, il lavoro-schiavo, il
lavoro senza la giusta sicurezza, oppure senza il rispetto
del creato, o senza rispetto del riposo, della festa e della
famiglia, il lavorare di domenica quando non è necessario. Il lavoro dev’essere coniugato con la custodia del
creato, perché questo venga preservato con responsabilità
per le generazioni future. Il creato non è merce da sfruttare, ma dono da custodire. L’impegno ecologico stesso è
occasione di nuova occupazione nei settori ad esso collegati, come l’energia, la prevenzione e l’abbattimento delle
diverse forme di inquinamento, la vigilanza sugli incendi
del patrimonio boschivo, e così via. Custodire il creato,
custodire l’uomo con un lavoro dignitoso sia impegno di
tutti! Ecologia… e anche «ecologia umana»!
Cari amici, vi sono particolarmente vicino, mettendo
nelle mani del Signore e di Nostra Signora di Bonaria
tutte le vostre ansie e preoccupazioni. Il beato Giovanni
Paolo II sottolineava che Gesù «ha lavorato con le pro-
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F
rancesco
prie mani. Anzi, il suo lavoro, che è stato un vero lavoro
fisico, ha occupato la maggior parte della sua vita su questa terra, ed è così entrato nell’opera della redenzione
dell’uomo e del mondo» (Discorso ai lavoratori, Terni,
19.3.1981). È importante dedicarsi al proprio lavoro con
assiduità, dedizione e competenza, è importante avere
l’abitudine al lavoro.
Auspico che, nella logica della gratuità e della solidarietà, si possa uscire insieme da questa fase negativa, affinché sia assicurato un lavoro sicuro, dignitoso e stabile.
Portate il mio saluto alle vostre famiglie, ai bambini,
ai giovani, agli anziani. Anch’io vi porto con me, specialmente nella mia preghiera. E imparto di cuore la Benedizione su di voi, sul vostro lavoro e sul vostro impegno
sociale.
Vie oltre la crisi
Incontro con il mondo della cultura
Cari amici, buon pomeriggio!
Rivolgo a tutti il mio saluto cordiale. Ringrazio il
padre preside e i rettori magnifici per le loro parole di
accoglienza, e auguro ogni bene per il lavoro delle tre istituzioni. Mi piace aver sentito che lavorano insieme, come
amici: e questo è buono! Ringrazio e incoraggio la Pontificia facoltà teologica, che ci ospita, in particolare i padri
gesuiti, che vi svolgono con generosità il loro prezioso servizio, e l’intero corpo accademico. La preparazione dei
candidati al sacerdozio rimane un obiettivo primario, ma
anche la formazione dei laici è molto importante.
Non voglio fare una lezione accademica, anche se il
contesto e voi che siete un gruppo qualificato forse lo richiederebbero. Preferisco offrire alcune riflessioni a voce
alta che partono dalla mia esperienza di uomo e di pastore della Chiesa. E per questo mi lascio guidare da un
brano del Vangelo, facendone una lettura «esistenziale»,
quello dei discepoli di Emmaus: due discepoli di Gesù
che, dopo la sua morte, se ne vanno da Gerusalemme e
tornano al paese. Ho scelto tre parole chiave: disillusione,
rassegnazione, speranza.
1. Questi due discepoli portano nel cuore la sofferenza
e il disorientamento per la morte di Gesù, sono delusi
per come sono andate a finire le cose. Un sentimento
analogo lo ritroviamo anche nella nostra situazione attuale: la delusione, la disillusione, a causa di una crisi
economico-finanziaria, ma anche ecologica, educativa,
morale, umana. È una crisi che riguarda il presente e il
futuro storico, esistenziale dell’uomo in questa nostra civiltà occidentale, e che finisce poi per interessare il mondo
intero. E quando dico crisi, non penso a una tragedia. I
cinesi, quando vogliono scrivere la parola crisi, la scrivono
con due caratteri: il carattere del pericolo e il carattere
dell’opportunità. Quando parliamo di crisi, parliamo di
pericoli, ma anche di opportunità. Questo è il senso in cui
io utilizzo la parola.
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Certo, ogni epoca della storia porta in sé elementi critici, ma, almeno negli ultimi quattro secoli, non si sono viste
così scosse le certezze fondamentali che costituiscono la vita
degli esseri umani come nella nostra epoca. Penso al deterioramento dell’ambiente: questo è pericoloso, pensiamo
un po’ avanti, alla guerra dell’acqua che viene; agli squilibri
sociali; alla terribile potenza delle armi – ne abbiamo parlato tanto, in questi giorni; al sistema economico-finanziario, il quale ha al centro non l’uomo, ma il denaro, il dio denaro; allo sviluppo e al peso dei mezzi di informazione, con
tutta la loro positività, di comunicazione, di trasporto. È un
cambiamento che riguarda il modo stesso in cui l’umanità
porta avanti la sua esistenza nel mondo.
2. Di fronte a questa realtà quali sono le reazioni?
Ritorniamo ai due discepoli di Emmaus: delusi di fronte
alla morte di Gesù, si mostrano rassegnati e cercano di
fuggire dalla realtà, lasciano Gerusalemme. Gli stessi atteggiamenti li possiamo leggere anche in questo momento
storico. Di fronte alla crisi ci può essere la rassegnazione,
il pessimismo verso ogni possibilità di efficace intervento.
In un certo senso è un «chiamarsi fuori» dalla stessa dinamica dell’attuale tornante storico, denunciandone gli
aspetti più negativi con una mentalità simile a quel movimento spirituale e teologico del II secolo dopo Cristo che
viene chiamato «apocalittico». Noi ne abbiamo la tentazione, pensare in chiave apocalittica.
Questa concezione pessimistica della libertà umana e
dei processi storici porta a una sorta di paralisi dell’intelligenza e della volontà. La disillusione porta anche a una
sorta di fuga, a ricercare «isole» o momenti di tregua. È
qualcosa di simile all’atteggiamento di Pilato, il «lavarsi le
mani». Un atteggiamento che appare «pragmatico», ma
che di fatto ignora il grido di giustizia, di umanità e di responsabilità sociale e porta all’individualismo, all’ipocrisia, se non a una sorta di cinismo. Questa è la tentazione
che noi abbiamo davanti, se andiamo per questa strada
della disillusione o della delusione.
Cosa può fare l’università
3. A questo punto ci chiediamo: c’è una via da percorrere in questa nostra situazione? Dobbiamo rassegnarci?
Dobbiamo lasciarci oscurare la speranza? Dobbiamo
fuggire dalla realtà? Dobbiamo «lavarci le mani» e chiuderci in noi stessi? Penso non solo che ci sia una strada
da percorrere, ma che proprio il momento storico che
viviamo ci spinga a cercare e trovare vie di speranza, che
aprano orizzonti nuovi alla nostra società. E qui è prezioso il ruolo dell’università. L’università come luogo di
elaborazione e trasmissione del sapere, di formazione alla
«sapienza» nel senso più profondo del termine, di educazione integrale della persona. In questa direzione, vorrei
offrire alcuni brevi spunti su cui riflettere.
a) L’università come luogo del discernimento. È importante leggere la realtà, guardandola in faccia. Le letture
ideologiche o parziali non servono, alimentano solamente
l’illusione e la disillusione. Leggere la realtà, ma anche
vivere questa realtà, senza paure, senza fughe e senza catastrofismi. Ogni crisi, anche quella attuale, è un passag-
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gio, il travaglio di un parto che comporta fatica, difficoltà,
sofferenza, ma che porta in sé l’orizzonte della vita, di un
rinnovamento, porta la forza della speranza. E questa non
è una crisi di «cambio»: è una crisi di «cambio di epoca».
È un’epoca, quella che cambia. Non sono cambiamenti
epocali superficiali. La crisi può diventare momento di
purificazione e di ripensamento dei nostri modelli economico-sociali e di una certa concezione del progresso che
ha alimentato illusioni, per recuperare l’umano in tutte le
sue dimensioni.
Il discernimento non è cieco, né improvvisato: si realizza sulla base di criteri etici e spirituali, implica l’interrogarsi su ciò che è buono, il riferimento ai valori propri
di una visione dell’uomo e del mondo, una visione della
persona in tutte le sue dimensioni, soprattutto in quella
spirituale, trascendente; non si può considerare mai la
persona come «materiale umano»! Questa è forse la
proposta nascosta del funzionalismo. L’università come
luogo di «sapienza» ha una funzione molto importante
nel formare al discernimento per alimentare la speranza.
Quando il viandante sconosciuto, che è Gesù Risorto,
si accosta ai due discepoli di Emmaus, tristi e sconsolati, non cerca di nascondere la realtà della crocifissione,
dell’apparente sconfitta che ha provocato la loro crisi,
al contrario li invita a leggere la realtà per guidarli alla
luce della sua Risurrezione: «Stolti e lenti di cuore…
Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per
entrare nella gloria?» (Lc 24,25-26). Fare discernimento
significa non fuggire, ma leggere seriamente, senza pregiudizi, la realtà.
b) Un altro elemento: l’università come luogo in cui si
elabora la cultura della prossimità. Questa è una proposta:
cultura della prossimità, cultura della vicinanza. L’isolamento e la chiusura in sé stessi o nei propri interessi non
sono mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento, ma è la vicinanza, è la cultura dell’incontro. L’isolamento, no; la vicinanza, sì. Cultura dello scontro, no;
cultura dell’incontro, sì. L’università è luogo privilegiato
in cui si promuove, si insegna, si vive questa cultura del
dialogo, che non livella indiscriminatamente differenze e
pluralismi – uno dei rischi della globalizzazione è questo
–, e neppure li estremizza facendoli diventare motivo di
scontro, ma apre al confronto costruttivo. Questo significa comprendere e valorizzare le ricchezze dell’altro,
considerandolo non con indifferenza o con timore, ma
come fattore di crescita.
Solidarietà genera armonia
Le dinamiche che regolano i rapporti tra persone,
tra gruppi, tra nazioni spesso non sono di vicinanza, di
incontro, ma di scontro. Mi richiamo ancora al brano
evangelico. Quando Gesù si avvicina ai due discepoli
di Emmaus, condivide il loro cammino, ascolta la loro
lettura della realtà, la loro delusione, e dialoga con loro;
proprio in questo modo riaccende nei loro cuori la speranza, apre nuovi orizzonti che erano già presenti, ma
che solo l’incontro con il Risorto permette di riconoscere.
Non abbiate mai paura dell’incontro, del dialogo, del
confronto, anche tra università. A tutti i livelli. Qui siamo
nella sede della Facoltà teologica. Permettetemi di dirvi:
non abbiate timore di aprirvi anche agli orizzonti della
trascendenza, all’incontro con Cristo o di approfondire il
rapporto con lui. La fede non riduce mai lo spazio della
ragione, ma lo apre a una visione integrale dell’uomo e
della realtà, e difende dal pericolo di ridurre l’uomo a
«materiale umano».
c) Un ultimo elemento: l’università come luogo di formazione alla solidarietà. La parola solidarietà non appartiene solo al vocabolario cristiano, è una parola fondamentale del vocabolario umano. Come ho detto oggi, è
una parola che in questa crisi rischia di essere cancellata
dal dizionario. Il discernimento della realtà, assumendo
il momento di crisi, la promozione di una cultura dell’incontro e del dialogo, orientano verso la solidarietà, come
elemento fondamentale per un rinnovamento delle nostre
società. L’incontro, il dialogo tra Gesù e i due discepoli di
Emmaus, che riaccende la speranza e rinnova il cammino
della loro vita, porta alla condivisione: lo riconobbero
nello spezzare il pane. È il segno dell’eucaristia, di Dio
che si fa così vicino in Cristo da farsi presenza costante,
da condividere la sua stessa vita. E questo dice a tutti,
anche a chi non crede, che è proprio in una solidarietà
non detta, ma vissuta, che i rapporti passano dal considerare l’altro come «materiale umano» o come «numero»,
al considerarlo come persona.
Non c’è futuro per nessun paese, per nessuna società,
per il nostro mondo, se non sapremo essere tutti più solidali. Solidarietà quindi come modo di fare la storia, come
ambito vitale in cui i conflitti, le tensioni, anche gli opposti
raggiungono un’armonia che genera vita. In questo, pensando a questa realtà dell’incontro nella crisi, ho trovato
nei politici giovani un’altra maniera di pensare la politica.
Non dico migliore o non migliore ma un’altra maniera.
Parlano diversamente, stanno cercando… la musica loro
è diversa dalla musica nostra. Non abbiamo paura! Sentiamoli, parliamo con loro. Loro hanno un’intuizione:
apriamoci alla loro intuizione. È l’intuizione della vita
giovane. Dico i politici giovani perché è quello che ho
sentito, ma i giovani in genere cercano questa chiave diversa. Per aiutarci all’incontro, ci aiuterà sentire la musica
di questi politici, «scientifici», pensatori giovani.
Prima di concludere, permettetemi di sottolineare che
a noi cristiani la fede stessa dona una speranza solida che
spinge a discernere la realtà, a vivere la vicinanza e la
solidarietà, perché Dio stesso è entrato nella nostra storia, diventando uomo in Gesù, si è immerso nella nostra
debolezza, facendosi vicino a tutti, mostrando solidarietà
concreta, specialmente ai più poveri e bisognosi, aprendoci un orizzonte infinito e sicuro di speranza.
Cari amici, grazie per questo incontro e per la vostra
attenzione; la speranza sia la luce che illumina sempre
il vostro studio e il vostro impegno. E il coraggio sia il
tempo musicale per andare avanti! Che il Signore vi benedica!
Cagliari, Facoltà teologica regionale, 22 settembre 2013.
Francesco
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tudi e commenti |
UNIONE EUROPEA
L’Europa
vista da Est
C o n f e r e n z a d e l c a r d . P é t e r E r d ő
(Metz, 8.9.2013)
S
In occasione del 50° anniversario
della morte di R. Schuman, a Metz,
– città in cui visse – l’Istituto S. Benedetto patrono d’Europa, promotore
della causa di beatificazione dello statista, ha organizzato una conferenza
a lui dedicata dal 6 all’8 settembre
(cf. il resoconto sul prossimo numero
di Regno-att.). Qui pubblichiamo la
relazione del card. Erdő, arcivescovo
di Esztergom-Budapest e presidente
del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, intitolata «L’Europa
di R. Schuman: una comunità di popoli uniti dalle loro radici cristiane».
In essa egli mette in luce il sentimento dei paesi dell’Europa centroorientale che hanno vissuto l’entrata
nella Comunità Europea, prima, e
nell’Unione, poi, come una forzatura
delle proprie economie e delle proprie identità culturali e religiose. Nel
momento in cui la parte occidentale
vive una crisi economica e culturale
in cui ha trascinato anche i nuovi
paesi, il cardinale chiede di rivisitare
i valori della solidarietà e della sussidiarietà: valori cristiani e allo stesso
tempo fondamenta dell’edificio europeo sognato e voluto dai padri fondatori come Schuman.
Originale digitale in nostro possesso; nostra
traduzione dal francese; sottotitolazione redazionale.
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ignore e signori,
siamo qui riuniti per onorare la memoria di Robert Schuman, deceduto cinquant’anni fa non
lontano dalla città di Metz. In quanto presidente
del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, desidero rivolgere i miei saluti più cordiali a tutti i
partecipanti a questo congresso così importante, organizzato a conclusione dell’anno dedicato a Robert Schuman.
1. Quando Robert Schuman, ministro degli esteri
della Francia, il 9 maggio 1950, invita gli stati democratici europei ad associarsi liberamente per costruire,
insieme, «una comunità di destino», compie probabilmente un gesto che influenzerà profondamente la storia
del nostro continente.
2. Si parlava in passato – oggi forse un po’ meno, ma
comunque si continua – di Schuman, Adenauer e De
Gasperi come dei padri della Comunità Europea, che ha
preceduto quella che noi oggi chiamiamo Unione Europea. La presentazione delle loro intenzioni, la nobiltà
delle loro idee, servono spesso a giustificare e comparare
le situazioni attuali che sembrano frequentemente molto
complesse e contraddittorie. Ma le loro idee possono
essere anche limpide sorgenti di speranza se acquistano
maggiore forza nella coscienza dei popoli e dei responsabili del continente. Per avviare una riflessione su questo
possibile rinnovamento, vorrei fare alcune considerazioni
alla luce dell’attuale realtà europea.
Esperienze storiche diverse
3. Cercare di fare un bilancio dell’evoluzione europea
chiedendosi se la Comunità e, in seguito, l’Unione Europea abbia seguito veramente le idee di Robert Schuman
sarebbe prematuro e troppo indefinito. D’altra parte, la
domanda può essere affrontata da molti punti di vista. Il
punto di vista dei paesi fondatori è noto, sia a livello ufficiale sia a livello di pensatori appartenenti a correnti diverse (cristiane e non cristiane, credenti e non credenti).
Un altro punto di vista potrebbe essere quello dei nuovi
paesi membri dell’Unione, specialmente quelli dell’Europa centrale e orientale, che hanno vissuto esperienze
storiche molto diverse.
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Anzitutto, nel 1950, Robert Schuman parla dell’associazione di paesi democratici europei. Ovviamente,
in questo senso, non si poteva tener conto dell’altra
parte del continente, dominata dal comunismo stalinista. La ragione di questa dominazione sovietica è
stata, fra l’altro, l’accordo di Yalta in base al quale le
potenze occidentali hanno ceduto la parte centrale e
orientale del continente all’Unione Sovietica come sua
zona d’influenza.
Se parliamo di comunità di destino per gli «stati
democratici europei», non possiamo dimenticare che
anche dall’altra parte del continente c’era una comunità di destino. Tutti i popoli dell’area comunista,
indipendentemente dalla posizione adottata dai loro
paesi durante la guerra, hanno avuto la stessa sorte.
I vincitori hanno ricevuto come premio esattamente
quello che i vinti hanno ricevuto come punizione. E
non abbiamo ancora parlato dell’impossibilità della
responsabilità morale collettiva di interi popoli. In definitiva, questi paesi non hanno potuto ricevere l’aiuto
economico del famoso piano Marshall che ha permesso
la ricostruzione dell’economia della parte occidentale
del continente.
Nonostante le numerose rivolte contro il comunismo
scoppiate nel 1953 nella Germania orientale, nel 1956
in Ungheria, nel 1968 in Cecoslovacchia e ripetutamente, in forme diverse, in Polonia, il cambiamento del
sistema non è derivato da questi movimenti, ma è stato
piuttosto la conseguenza del cambiamento delle circostanze economiche e politiche mondiali. Questo spiega
la sensazione dei paesi dell’Europa centrale e orientale,
per i quali il cambiamento è stato un destino, per alcuni
addirittura un dono della divina provvidenza. Ben pochi
hanno pensato seriamente che sia stata una vittoria conseguita con le loro forze.
Ecco perché, già negli anni 1990, in quei paesi, molti
parlavano della necessità storica di entrare nell’Unione
Europea, che all’epoca si chiamava ancora Comunità
Europea. Alcuni desideravano entrare anche in questa Comunità: un desiderio motivato dalla speranza di
poter avere una vita piacevole come quella che si viveva
in Germania e in altri paesi occidentali.
Un’altra ragione alla base di questo desiderio era un
certo malessere provato da quei cittadini della nuova
Europa, che si sentivano come appartenenti a una categoria inferiore. Ad esempio, arrivando negli aeroporti
internazionali dell’Europa occidentale, dovevano fare
lunghe code a un banco su cui era scritto «extracomunitari», mentre gli altri passeggeri, quelli che provenivano dalla parte del continente più fortunata, potevano
passare le frontiere senza aver bisogno di mostrare i
propri documenti.
In preparazione alla votazione organizzata all’inizio degli anni 2000 nei paesi candidati all’Unione, nella
campagna elettorale gli esperti occidentali mettevano
l’accento sull’utilità dell’ingresso nell’Unione Europea
per quei popoli e altri, appartenenti per lo più agli stessi
popoli candidati, sottolineavano il fatto di appartenere
anch’essi da sempre, culturalmente, a quella comunità
che si chiama Europa.
Le argomentazioni storiche sulla questione non mancavano, perché una separazione così rigida come quella
della cortina di ferro non era mai esistita fra queste due
parti del continente. Specialmente in Europa centrale, i
popoli di cultura latina occidentale si consideravano da
sempre parte integrante dell’Occidente e per loro l’Europa orientale era composta unicamente da paesi di cultura bizantina. I paesi di cultura occidentale dell’Europa
centrale erano Slovenia, Croazia, Ungheria, Repubblica
Ceca, Slovacchia, Polonia e Paesi baltici.
Il sentimento di disuguaglianza
e di subordinazione
Prima dell’ingresso dei nuovi membri nell’Unione,
vi sono stati numerosi negoziati che mettevano a tema
le condizioni della loro ammissione. C’era una grande
necessità – considerata da alcuni una forte pressione – di
cambiare tutta la legislazione, nonché tutta l’amministrazione e tutta l’economia di quei paesi, per renderle conformi all’Europa. Questo significava che fin dall’inizio il
sentimento dominante in quei paesi era quello della disuguaglianza e della subordinazione rispetto a una realtà
preesistente e molto più forte.
Perciò la posizione di quei paesi era radicalmente diversa rispetto a quella dei paesi fondatori dell’Unione.
Essi avevano la sensazione di essere degli scolaretti: i professori assegnavano i compiti da fare a casa e poi valutavano i risultati conseguiti. C’erano ovviamente anche dei
politici nei paesi candidati che, quando volevano adottare misure impopolari e poco simpatiche, facevano appello alla necessità di adeguarsi alle norme dell’Unione.
Il sentimento delle popolazioni dopo l’ingresso
nell’Unione Europea nel 2004 è dipeso fortemente dalla
struttura ereditata da quei paesi, ma anche dal comportamento della classe dirigente. In un certo numero
di paesi, la maggior parte della gente non ha ottenuto
alcun vantaggio dall’adesione all’Unione; al contrario,
il loro tenore di vita è spesso peggiorato. In altri paesi
invece i vantaggi economici hanno raggiunto strati più
ampi della società.
In questo quadro, molti percepivano nei nuovi paesi
membri una debole comprensione e uno scarso interesse per la loro sorte da parte degli occidentali. Con
questo stato d’animo, i valori e gli ideali fondamentali
dell’Unione, quali la solidarietà e la sussidiarietà, apparivano concetti troppo astratti e lontani, poco rappresentati nella vita quotidiana. Questo sentimento, presente in
molti dei nuovi paesi membri dell’Unione, era rafforzato
dall’esperienza storica di quei popoli.
Infatti, i paesi della regione erano stati spesso costretti
a vivere in una situazione di dipendenza dai grandi imperi, come l’Impero romano germanico, l’Impero austro-ungarico, la Russia o l’Impero ottomano. Così nella
mente di alcuni è cominciata ad affiorare l’analogia che
mostrava la situazione attuale come una posizione di subordinazione e di sfruttamento.
Ma gli effetti economici negativi che emergevano
dopo il cambiamento del sistema non erano collegati
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tudi e commenti
BERNHARD HÄRING
direttamente con l’Unione Europea. Era stata piuttosto
l’introduzione del capitalismo totalmente liberale senza
un’efficace protezione del bene comune a favorire unilateralmente gli attori più forti dell’economia, come le
grandi società internazionali.
Le conseguenze di questo fenomeno sono state l’aumento della disoccupazione, la crisi del settore sociale
dell’insegnamento e di molte altre istituzioni. In alcuni
casi, una delle ragioni per le quali questo cambiamento
ha causato anche molte conseguenze negative è stata la
sopravvivenza di strutture comuniste o la corruzione.
Dopo l’ingresso di questi paesi nell’Unione Europea,
alcuni avevano la sensazione che tutto questo non avesse
turbato le autorità di Bruxelles. Poco tempo dopo è apparsa anche la cosiddetta cristi monetaria che ha provocato un certo malessere non solo nei paesi del Sud,
ma anche nei paesi dell’Europa centrale e orientale. Si
aveva infatti l’impressione che alcuni si sforzassero di
predicare l’uguaglianza di tutti, benché alcuni lo fossero
più di altri; in altre parole, l’uguaglianza riguardava in
realtà solo alcuni.
Nei dibattiti degli ultimi anni si sono a volte persino
lanciati attacchi che hanno molto stupito ampi strati
della popolazione, la quale spesso si è resa conto che i
paesi occidentali criticano certi paesi senza conoscerli,
senza volerli comprendere e che non di rado l’approccio
adottato è quello dei due pesi e due misure.
Pastorale
dei divorziati
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a situazione ecclesiastica dei divorziati
risposati rientra nelle questioni più urgenti della cura pastorale quotidiana. Con
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pastorale che lo hanno contraddistinto, nel
1990 l’autore sviluppava proposte concrete
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Valorizzare le diversità culturali
4. Come si può rispondere non solo a questi fenomeni, ma anche a molti altri, basandosi sulle nobili idee
di Robert Schuman?
Anzitutto, bisogna esaminare e approfondire queste idee nel loro insieme.1 Secondo Schuman, la democrazia, nel senso più ampio e attuale del termine, deve
la propria esistenza al cristianesimo, perché è stato il
cristianesimo a presentare la dignità dell’essere umano
anche nella sua libertà individuale. In altri termini, la
novità di Gesù Cristo ha molto a che vedere con l’ideale europeo della democrazia. «L’Europa deve darsi
un’anima».2
I paesi entrati nell’Unione a partire dal 2004 non
hanno fatto l’esperienza della preistoria dell’Unione Europea. Hanno fatto invece l’esperienza del comunismo,
nel quale le menzogne ideologiche erano frequenti.
Quando oggi si parla di questi valori europei, bisogna
anche fare in modo che si possa vedere concretamente il
valore di questi principi nelle diverse strutture e realtà.
È proprio nel corso di questi ultimi anni che molti
hanno avuto l’impressione che dall’Occidente – non
solo dalle strutture dell’Unione Europea – venissero attacchi continui contro il cristianesimo e anche contro
le istituzioni che sono alla base della società, non solo
in Europa.
La solidarietà e la fraternità fra i popoli esigerebbero che i nuovi paesi membri possano continuare a
produrre beni importanti, almeno nei settori nei quali
le loro circostanze naturali sono favorevoli a queste at-
ALESSANDRO MANENTI
Comprendere
e accompagnare
la persona umana
Manuale teorico e pratico per il formatore psico-spirituale
A
ccompagnare le persone nella
crescita psico-spirituale richiede
teoria, strategia e una serie di tecniche.
Sulla scia di elementi teorici essenziali,
il volume illustra nel dettaglio i metodi
più comuni per iniziare i colloqui, raccogliere i dati, affrontare le resistenze.
L’obiettivo è intercettare le domande
nascoste nella cronaca e familiarizzare
con la dimensione interiore degli uomini.
Edizioni
Dehoniane
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«PSICOLOGIA E FORMAZIONE»
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tività. Non solo a causa delle politiche dell’Unione Europea, ma anche a causa dell’intera logica del capitalismo così scarsamente regolamentato, è spesso accaduto
che proprietari occidentali abbiano comprato a basso
costo interi settori dell’industria, del commercio, dei
servizi pubblici e anche reti di fornitura di gas, acqua,
le reti di distribuzione ecc., poi abbiano deciso di fermare tutta la produzione per crearsi un mercato o per
aumentare radicalmente il costo dei servizi indispensabili per la popolazione.
In una prospettiva di fraternità, bisognerebbe che
vi fossero possibilità di protezione contro questo genere di esiti che non fanno che peggiorare la situazione
d’indebitamento dei paesi e dei cittadini. D’altro canto,
dovrebbe essere una preoccupazione e un interesse comune assicurare che i cittadini dei nuovi stati membri
dell’Unione Europea abbiamo sufficienti posti di lavoro
nei loro paesi.
Un’altra questione che devono affrontare specialmente i popoli meno numerosi, la cui lingua materna non è molto conosciuta a livello internazionale,
è propriamente di ordine culturale. Se osserviamo le
proprietà specifiche dell’Europa notiamo che uno dei
fenomeni tipicamente europei è l’esistenza di nazioni
culturali e politiche, con la loro lingua, la loro esperienza storica, la loro ricchezza culturale, altrettanti
elementi che costituiscono un valore importante per
tutta l’umanità.
Volendo sintetizzare il pensiero di Robert Schuman, potremmo dire che l’unità politica non implica
l’assorbimento di una nazione o la soppressione della
sua sovranità nazionale. Queste idee sono importanti
per l’avvenire di tutta l’Unione Europea.
Su questo punto, bisogna oltrepassare i principi astratti. L’esperienza postbellica della Germania e della Francia, come quella che caratterizza attualmente l’Europa
centrale e orientale, ci mostra giustamente che l’Unione
Europea può essere una buona cornice per la riconciliazione dei popoli, un buon strumento per superare i conflitti storici.
Non si tratta unicamente di pacificazione, ma piuttosto di una vera simpatia e amicizia che deve unire i
popoli del nostro continente, tenere presenti e conservare gli elementi culturali comuni, come l’eredità cristiana. Infatti tutte le culture nazionali del continente si
sono sviluppate in stretta relazione con il cristianesimo,
che, lungi dall’aver cancellato le caratteristiche tipiche
dei vari popoli, ha piuttosto contribuito a sviluppare il
genio di ciascuno.
Riandare al cristianesimo
Alla fine del XIX secolo, in seno all’Impero austroungarico si è cominciato a comprendere che i popoli che
vivevano insieme in quell’impero non si conoscevano
abbastanza. Questo spiegava l’assenza quasi totale del
sentimento di comunione degli uni verso gli altri. Così
sotto l’egida del principe Rodolfo d’Austria, morto tragicamente poco dopo, si cominciò a stampare una collana
di libri intitolata: «Österreich-Ungarn in Wort und Bild»
(La monarchia austro-ungarica in parole e immagini). I
volumi della collana furono redatti da commissioni provenienti dai vari paesi dell’Impero.
Ognuno vi ha descritto la propria storia, la propria
cultura e la propria geografia, poi i volumi sono stati tradotti in tutte le lingue. Ovviamente non si doveva parlare in alcun caso di odio o di antipatia verso gli altri.
Ma quest’iniziativa è intervenuta troppo tardi per poter
creare veramente una comunità formata da tutti i popoli
di quel vecchio Impero, ormai sepolto nelle profondità
della storia.
Tuttavia, l’idea di far conoscere la realtà, la cultura
dei vari popoli agli altri, resta attuale nell’Europa di
oggi. Infatti potremmo chiederci quale conoscenza può
avere un comune cittadino ungherese della storia del
Portogallo? O un inglese della storia dell’Ungheria?
Per sentirci legati, uniti, per comprenderci dobbiamo
conoscerci.
Oggi disponiamo di molti mezzi di comunicazione,
di infinite possibilità di redigere delle presentazioni dei
paesi dell’Unione, anche in forma audiovisiva: sono
altrettante possibilità di introdurre conoscenze del genere anche nell’insegnamento scolastico dei paesi. Ma
tutto questo non può essere fatto senza quella buona
volontà, senza quel pensiero nobile che ha caratterizzato Robert Schuman e gli altri grandi fondatori della
Comunità Europea.
5. Il segreto di quest’atteggiamento è stato il cristianesimo del cuore dei grandi fondatori. Così come lo ha
chiesto quasi profeticamente il beato Giovanni Paolo
II: «Non è significativo che, tra i principali promotori
dell’unificazione del continente, vi siano uomini animati da profonda fede cristiana? Non fu forse dai valori
evangelici della libertà e della solidarietà che essi trassero
ispirazione per il loro coraggioso disegno? Un disegno,
peraltro, che a essi appariva giustamente realistico, nonostante le prevedibili difficoltà, per la lucida consapevolezza che essi avevano del ruolo svolto dal cristianesimo
nella formazione e nello sviluppo delle culture presenti
nei diversi paesi del continente».3
Ecco il senso dell’eredità di Robert Schuman. È la
strada che dobbiamo ritrovare e che dobbiamo continuare a percorrere con rinnovato coraggio, anche oggi.
Grazie per la vostra attenzione!
✠ Péter card. Erdő ,
arcivescovo di Esztergom-Budapest,
presidente del Consiglio delle conferenze episcopali
d’Europa
1 Cf. «Chartre de l’Europe unie d’après Robert Schuman, «père
de l’Europe», initiateur de l’Europe communautaire, in R. Lejeune,
Robert Schuman, Un père pour l’Europe, Fayard, Paris 22013, Annexe
2, 206.
2 Ivi.
3 Giovanni Paolo II, Lettera ai vescovi italiani su «le responsabilità dei cattolici di fronte alle sfide dell’attuale momento storico». Appello
ad una grande preghiera del popolo italiano, in Giovanni Paolo II,
Profezia per l’Europa, a cura di M. Spezzibottiani, Piemme, Casale
Monferrato (AL) 1999, 694-695, n. 1228, 3; Regno-doc.3,1994,79).
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hiesa in Italia |
CONFERENZA EPISCOPALE
Avviato
un percorso
di discernimento
CEI – Consiglio permanente,
Sessione autunnale (23-25.9.2013)
L
«Le indicazioni offerte da papa Francesco all’Assemblea generale dello
scorso maggio sono state il primo
materiale di confronto e di approfondimento della sessione autunnale del Consiglio episcopale permanente», e insieme a esse le ulteriori
linee approfondite nelle udienze
del papa con il card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza
episcopale italiana (CEI). Nel corso
della sessione autunnale del Consiglio episcopale permanente (Roma,
23-25 settembre 2013), l’episcopato
italiano ha dunque avviato un percorso di discernimento sulle forme
della collegialità, sul ruolo delle conferenze episcopali regionali e sulle
modalità di elezione del presidente
e del segretario, finora nominati dal
papa anziché eletti dai vescovi. Un
percorso che porterà la CEI ad approvare nuovi statuti nel giro di alcuni mesi. I lavori del Consiglio si
sono poi concentrati sul V Convegno
nazionale della Chiesa italiana, che
avrà luogo a Firenze nel novembre
2015, con la valutazione di un primo
strumento, chiamato Invito, con
il quale si chiama ad accogliere il
tema («In Gesù Cristo il nuovo umanesimo») e a comprenderne il senso.
Stampa (1.10.2013) da sito web www.chiesacattolica.it.
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o sfondo attorno a cui si è svolta la sessione
autunnale del Consiglio Episcopale Permanente – riunito a Roma da lunedì 23 a mercoledì 25 settembre 2013, sotto la guida del
Card. Angelo Bagnasco – è stato l’altare della
Confessione. Con la memoria del cuore, infatti, i Vescovi hanno ripreso e fatto proprie le indicazioni offerte da Papa Francesco lo scorso maggio, nell’incontro
avuto sulla tomba di Pietro con tutta la Conferenza
Episcopale Italiana. In quell’occasione, il Papa rinnovava la propria fiducia nei Pastori, li incoraggiava
a continuare l’apprezzato cammino della Chiesa in
Italia, indicando con chiarezza ambiti di competenza
e, prima ancora, condizioni per assumerli con convinzione: «Non siamo espressione di una struttura o di
una necessità organizzativa: anche con il servizio della
nostra autorità siamo chiamati a essere segno della
presenza e dell’azione del Signore risorto, a edificare,
quindi, la comunità nella carità fraterna».
Quelle indicazioni, approfondite nelle udienze del
Papa con il Cardinale Presidente, nei lavori di questi
giorni hanno avviato un percorso di discernimento a
tutti i livelli. A far da filo conduttore domande precise: «Quale disponibilità ci chiede il Santo Padre?
Che forme si aspetta che assuma la nostra collegialità?
Come possiamo favorire tra noi una maggiore partecipazione?».
A partire dai contenuti offerti nella prolusione, non
è mancato il confronto sul momento storico, contrassegnato da un autentico cambiamento d’epoca. Insieme a
una pastorale di prossimità e di cura, i Vescovi hanno
evidenziato l’importanza di non far mancare una lettura teologica, capace di portare anche a revisione il
linguaggio della fede. Nella preoccupazione per le condizioni di tante famiglie, hanno richiamato la politica
a fare la sua parte, evitando inutili litigiosità e impegnandosi a non perdere il treno della ripresa. Preghiera
e solidarietà sono state espresse per la Siria e per i cristiani perseguitati.
I lavori del Consiglio Permanente si sono, quindi,
concentrati sul Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze, per il quale è stata presentata una lettera di Invito; sono state approvate due richieste di Commissioni
Episcopali per altrettante Note pastorali sull’Ordo Vir-
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ginum e sulla scuola; sono stati raccolti suggerimenti
per metodi e contenuti con cui dare continuità al cammino del Progetto culturale.
Sullo sfondo degli Orientamenti pastorali del decennio, una comunicazione ha riguardato una prima ricognizione delle «buone pratiche educative» diffuse nel
Paese.
Il Consiglio Permanente ha, infine, approvato il
messaggio per la prossima Giornata Nazionale per la
Vita, nonché alcune modifiche statutarie di un’associazione di fedeli e ha provveduto ad alcune nomine.
Alla scuola di Papa Francesco
«Voi avete tanti compiti: la Chiesa in Italia, …il
dialogo con le istituzioni culturali, sociali, politiche…
il lavoro di fare forte le Conferenze regionali, perché
siano la voce di tutte le regioni, tanto diverse… e
anche il lavoro per ridurre un po’ il numero delle diocesi tanto pesanti… Andate avanti con fratellanza».
Le indicazioni offerte da Papa Francesco all’Assemblea Generale dello scorso maggio sono state il
primo materiale di confronto e di approfondimento
della sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente.
La ricchezza di quell’incontro è viva nel cuore
di tutti i Vescovi: nella meditazione, in particolare,
Papa Francesco aveva riproposto con forza l’attualità della domanda posta dal Risorto a Pietro – «Mi
ami tu? Mi sei amico?» –, «unica questione veramente
essenziale, premessa e condizione per pascere le sue
pecore, i suoi agnelli, la sua Chiesa». Nel contempo,
aveva pure ricordato la natura della Chiesa: «Non
siamo espressione di una struttura o di una necessità
organizzativa: anche con il servizio della nostra autorità siamo chiamati a essere segno della presenza e
dell’azione del Signore risorto, a edificare, quindi, la
comunità nella carità fraterna».
Le indicazioni del Magistero pontificio sono state
confermate e approfondite nei recenti colloqui con
il Cardinale Presidente, nel corso dei quali il Santo
Padre ha espresso la volontà che, nel segno della collegialità, la partecipazione dei Vescovi alla vita della
Conferenza Episcopale Italiana sia sempre maggiore:
per un’assunzione ampia e attiva di orientamenti e decisioni sempre meglio condivise, per un giudizio concorde e scelte corrispondenti in ordine alle circostanze
pastorali di questo tempo.
Tali indicazioni sono state fatte proprie prontamente con piena e cordiale disponibilità dalla Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, che le ha
quindi portate in Consiglio Permanente per un primo
scambio e l’avvio di un processo di sereno approfondimento.
Nel corso della discussione – insieme alla gratitudine per le proposte e gli stimoli offerti dal Papa,
del quale si è evidenziato una volta di più il peculiare legame con la Conferenza Episcopale Italiana
– i Vescovi hanno sottolineato che prima e più di un
eventuale rinnovamento dei profili organizzativi, le
indicazioni pontificie inseriscono nella Conferenza
Episcopale Italiana un nuovo dinamismo, una visione
e uno stile di Chiesa; favoriscono il coinvolgimento,
l’unità e una crescente e più incisiva corresponsabilità.
A tal fine in Consiglio Permanente è emersa la necessità di modulare gli interventi e iniziative a partire
da un profondo ascolto del Magistero pontificio, con
costante attenzione al dialogo con il mondo cattolico.
In questa prospettiva, il cammino di preparazione al
Convegno Ecclesiale Nazionale di metà decennio, le
Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, le iniziative
del Progetto culturale e gli stessi Congressi Eucaristici
Nazionali, sono avvertiti come opportunità da valorizzare per un maggiore coinvolgimento del laicato
cattolico, di cui si intende non soltanto incoraggiare
la formazione alla Dottrina Sociale della Chiesa, ma
anche promuovere un’autentica valorizzazione, attraverso la creazione di nuovi spazi di dibattito.
Nel mettere a fuoco il ruolo odierno della Conferenza Episcopale Italiana – le forme di attuazione
della comunione ecclesiale ed episcopale – il Consiglio
Permanente ha sottolineato la necessità di riflettere
sulla sua evoluzione storica.
Dal Concilio a oggi – è stato evidenziato – la
Chiesa in Italia si è strutturata, ha preso forma, ha
rinnovato catechesi, liturgia e carità: anche gli aspetti
organizzativi, per essere compresi, vanno ricondotti
all’interno di questa ricchezza.
La sollecitazione a una maggiore compartecipazione ha portato il Consiglio Permanente a voler
coinvolgere tutti i Vescovi nelle rispettive Conferenze
Episcopali Regionali, consultandoli in particolare sui
seguenti temi: valorizzazione del ruolo e del contributo delle Conferenze Episcopali Regionali; proposte
sulla modalità di svolgimento del compito delle Commissioni Episcopali; valutazioni circa le modalità di
nomina delle diverse figure della Presidenza, alla luce
del peculiare legame tra la Chiesa in Italia e il Santo
Padre; considerazioni in merito alle procedure di lavoro del Consiglio Episcopale Permanente e dell’Assemblea Generale.
All’insegna dello «stare con»
Sollecitati dai contenuti della prolusione, nel confronto i Vescovi hanno ripreso innanzitutto la cifra
dell’individualismo, riconosciuta quale «radice avvelenata» che, mentre impoverisce «il suolo umano»
svuotandolo di relazioni e di responsabilità, consegna
un uomo appesantito, stanco e triste; un uomo che si
limita a considerare lo Stato come il «nobile notaio»,
chiamato a riconoscergli desideri, istanze e pretese.
Tale situazione – è stato evidenziato – ha le sue
ricadute sul piano pastorale: senza ridursi a interpretare la Chiesa come una ONG, si avverte che lo stesso
annuncio deve passare da un preciso atteggiamento,
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hiesa in Italia
PIER GIORGIO GIANAZZA
dal prendersi cura di ogni ambito della vita umana.
Si riconosce come «vero metodo pastorale» lo «stare
con», rispecchiando così la compagnia di Gesù e rimandando a Lui, imparando a «dire e ascoltare», a
«dare e ricevere»: vale con i giovani – hanno sottolineato i Vescovi – come più in generale con tutto il
laicato.
Ciò comporta anche un confronto culturale sostenuto da un «pensare teologicamente il presente»: al di
là delle analisi sociologiche, i Pastori rilanciano una
Chiesa che – secondo le parole di Romano Guardini,
riprese nella prima enciclica di Papa Francesco – «è la
portatrice storica dello sguardo plenario di Cristo sul
mondo». Parte da qui anche l’attenzione a tradurre il
linguaggio della fede all’interno di una società fattasi
plurale, priva ormai dello spessore del vocabolario cristiano.
Questo contesto riverbera segni di debolezza
all’interno della stessa comunità cristiana: ad esempio, nella pastorale familiare, dove – quando manca
chiarezza di contenuti teologici – si finisce per essere
«difensivi, più che propositivi». E debolezza si rileva
anche sul piano politico, dove proprio la famiglia,
«capitale che genera ricchezza per la società intera»,
non riscontra l’impegno e la mediazione di risposta
alcuna.
In questa direzione, il richiamo dei Vescovi ai rappresentanti del bene comune si è esteso alla necessità
di evitare in ogni modo inutili divisioni, destinate unicamente ad allontanare il treno della ripresa economica.
Un’attenzione, espressa a più voci, è stata rivolta
alla situazione che sta travagliando la Siria e, più in
generale, i Paesi del Nord Africa: si avverte l’importanza di dare continuità alla giornata di digiuno e
preghiera indetta dal Papa per lo scorso 7 settembre,
puntando a promuovere iniziative nelle Chiese diocesane. Caritas Italiana rimane il soggetto deputato a
raccogliere eventuali offerte di solidarietà per i profughi di questi Paesi.
Infine, una particolare vicinanza il Consiglio Permanente l’ha espressa ai cristiani che soffrono forme
di discriminazione, d’intolleranza e di persecuzione a
causa della loro fede.
I figli
del Corano
L’islam oltre i luoghi comuni
C
hi sono i musulmani? In che cosa credono? Quali
sono le loro pratiche religiose e le loro norme
morali? In che modo si interpretano dal punto di vista
religioso e in relazione alla società? Con grande competenza, l’autore racconta l’islam «oltre i luoghi comuni»: l’immensa comunità della ùmmah che è condivisa, nonché i modi diversi e spesso contrapposti di
interpretare e vivere l’islam.
3. Firenze, tempo d’Invito
«ITINERARI»
pp. 120 - € 10,00
È entrata nel vivo la preparazione al 5° Convegno
Ecclesiale Nazionale (Firenze, 9-13 novembre 2015)
con la valutazione da parte del Consiglio Permanente
di un primo strumento, chiamato Invito, con il quale
si chiama ad accoglierne il tema («In Gesù Cristo il
nuovo umanesimo») e a comprenderne il significato.
Si vuole pure verificare le vie in atto nelle Diocesi per
incarnare l’umanesimo cristiano in proposte di vita
capaci di animare iniziative pastorali di nuova evangelizzazione nei diversi contesti dell’esistenza umana.
I destinatari dell’Invito sono essenzialmente i Consigli presbiterali e pastorali diocesani, le Consulte per
DELLO STESSO AUTORE
CATTOLICI DI RITO ORIENTALE E CHIESA
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l’apostolato dei laici e le principali realtà associative e
di movimento laicale, le Facoltà teologiche e gli Istituti superiori di Scienze Religiose.
Il testo contiene un appello a «muoversi subito
e insieme», riconoscendosi nella scia conciliare e, in
particolare, all’interno del processo educativo a cui
sono dedicati gli Orientamenti pastorali del decennio;
recupera la testimonianza di incarnazione del messaggio cristiano, che parla attraverso le cattedrali e i santi
e porta a convergere su Gesù Cristo, fulcro dell’umanesimo, che ha il suo cuore nell’Eucaristia celebrata e
vissuta con fede e coerenza morale.
La riflessione intende avviare anche l’individuazione di qualche esperienza significativa, oltre a raccogliere suggerimenti e proposte per la stesura del documento preparatorio, che nell’anno pastorale 20142015 sarà rivolto a tutte le componenti del popolo di
Dio, a cominciare dalle comunità parrocchiali.
4. Note pastorali e Progetto culturale
Un congruo spazio di confronto i Vescovi l’hanno
dedicato al Progetto culturale orientato in senso cristiano, rivisitandone metodi e contenuti. In particolare, è stato valorizzato lo stile di lavoro del Comitato, come pure le iniziative realizzate, dai Convegni
internazionali ai tre volumi del Rapporto-proposta.
Il Consiglio Permanente ha evidenziato l’importanza
di continuare l’efficace attività di promozione realizzata dal Servizio nel territorio, dove l’attenzione alla
dimensione culturale si è tradotta nel sostegno a numerose iniziative locali e nazionali.
Il Consiglio Permanente ha approvato la richiesta
di predisporre due Note pastorali, relative rispettivamente all’Ordo Virginum e alla scuola cattolica in
Italia.
La prima, affidata alla Commissione Episcopale
per il clero e la vita consacrata, è suggerita dalla
nuova fioritura in Italia dell’antico Ordine delle Vergini, presente in 113 Diocesi di tutte le Regioni ecclesiastiche.
La seconda Nota, che si vuole capace di esprimere
l’attenzione della Chiesa a tutta la scuola e alla sua
promozione, è affidata alla Commissione Episcopale
per l’educazione cattolica, la scuola e l’università;
mira anche ad aiutare il superamento di pregiudizi
e posizioni ideologiche, che si rivelano incapaci di riconoscere la libertà educativa e continuano di fatto a
penalizzare la scuola paritaria.
In particolare, in vista dell’iniziativa «La Chiesa
per la scuola» – che culminerà il prossimo 10 maggio
in un incontro del mondo della scuola italiana con il
Santo Padre, a Roma, in Piazza San Pietro – il Consiglio Permanente ha deciso di predisporre una letterainvito, che favorisca la preparazione e la partecipazione alla mobilitazione.
È stata presentata ai Vescovi una prima ricognizione sulle «buone pratiche educative» presenti nelle
Diocesi, con l’intento di favorirne la conoscenza e lo
scambio.
Il Consiglio Permanente ha, quindi, approvato il
Messaggio per la 36ª Giornata Nazionale per la Vita
(2 febbraio 2014), nonché la modifica statutaria richiesta dall’associazione di fedeli Opera Assistenza
Malati Impediti (OAMI).
5. Nomine
Nel corso dei lavori, il Consiglio Permanente ha
proceduto alle seguenti nomine:
– Membri della Commissione Episcopale per il
servizio della carità e la salute: S.E. Mons. Corrado
Pizziolo, Vescovo di Vittorio Veneto; S.E. Mons.
Douglas Regattieri, Vescovo di Cesena - Sarsina.
– Membro della Presidenza di Caritas Italiana:
S.E. Mons. Luigi Bressan, Arcivescovo di Trento.
– Direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi
sociali e il lavoro: Mons. Fabiano Longoni (Venezia).
– Direttore dell’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso: Don Cristiano Bettega
(Trento).
– Responsabile del Servizio per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo: Don Leonardo Di Mauro (San Severo).
– Presidente dell’Associazione dei bibliotecari ecclesiastici italiani: S.E. Mons. Francesco Milito, Vescovo di Oppido Mamertina-Palmi.
– Presidente del Centro di Azione Liturgica: S.E.
Mons. Alceste Catella, Vescovo di Casale Monferrato.
– Assistente ecclesiastico nazionale del Movimento
Ecclesiale di Impegno Culturale: Don Giovanni Tangorra (Palestrina).
– Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’Azione
Cattolica Italiana per il Movimento Lavoratori: Don
Emilio Centomo (Vicenza).
– Coordinatore nazionale della pastorale per gli
immigrati greco-cattolici romeni in Italia: Don Ioan
Alexandru Pop (Oradea-Romania).
– Consulente ecclesiastico della Confederazione
italiana consultori familiari di ispirazione cristiana:
Don Edoardo Algeri (Bergamo).
La Presidenza, nella riunione del 23 settembre, ha
proceduto alle seguenti nomine:
– Presidente della Commissione Nazionale Valutazione Film: Don Ivan Maffeis, Vice Direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI.
– Segretario del Comitato per la promozione del
sostegno economico alla Chiesa Cattolica: Sig.ra Patrizia Falla.
– Assistente Ecclesiastico dell’Università Cattolica
del Sacro Cuore-sede di Milano: Padre Enzo Viscardi
(Missionari della Consolata, IMC).
– Assistente Ecclesiastico dell’Università Cattolica
del Sacro Cuore-sede di Piacenza: Don Mauro Bianchi (Piacenza-Bobbio).
Roma, 27 settembre 2013.
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hiesa in Italia |
pastorale
Gli educatori
nella comunità
Relazione di mons. Gianni Ambrosio
alla LXV Assemblea generale
della CEI
Nella scelta dell’Episcopato italiano
di assumere l’educazione come tema
centrale degli Orientamenti pastorali del decennio, mons. Gianni
Ambrosio, alla LXI Assemblea generale della Conferenza episcopale
italiana (Roma, 20-24 maggio 2013),
riflette sugli educatori. Le indicazioni sono concrete e progettuali,
utili a futuri approfondimenti nei rispettivi gruppi di studio e comunità
ecclesiali. Evidenziando il legame tra
Chiesa ed educatore e il rapporto di
circolarità tra educazione e formazione, mons. Ambrosio suggerisce i
criteri di scelta e i percorsi dei formatori nella missione ecclesiale. A
chi prova paura davanti al compito di
educare, le parole di Benedetto XVI
invitano alla fiducia: «Chi crede in
Gesù Cristo ha un ulteriore e più forte
motivo per non avere paura: sa infatti
che Dio non ci abbandona, che il suo
amore ci raggiunge là dove siamo e
così come siamo, con le nostre miserie e debolezze, per offrirci una nuova
possibilità di bene». Infine, l’esempio
di mons. Luigi Novarese e di don Pino
Puglisi, recentemente beatificati, attesta «che Dio continua oggi l’opera
educativa e continua a chiamare noi
a collaborare alla sua opera».
Stampa (26.9.2013) da sito web www.webdiocesi.chiesacattolica.it. Titolazione redazionale.
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Introduzione
«Da sempre la Chiesa riserva peculiare attenzione
all’educazione»: tuttavia, all’inizio del nuovo millennio,
l’Episcopato italiano ha scelto di assumere l’educazione
quale tema portante degli Orientamenti pastorali del decennio.1 Questa scelta della Chiesa italiana di pensare e
attuare la missione pastorale come missione educativa è
emersa progressivamente: «Si è fatta strada la consapevolezza che è proprio l’educazione la sfida che ci attende
nei prossimi anni: (…) l’urgenza di dedicarsi alla formazione delle nuove generazioni» richiede «un investimento
educativo capace di rinnovare gli itinerari formativi».2
Benedetto XVI, nel suo discorso alla LXI Assemblea
generale della Conferenza episcopale italiana (CEI), «ci
ha incoraggiati in questa direzione», evidenziando con
lucidità le radici antropologiche della crisi educativa che
rendono arduo l’impegno pedagogico. Nella convinzione
che «anima dell’educazione, come dell’intera vita, può
essere solo una speranza affidabile», che è Cristo risuscitato da morte, siamo sospinti a percorrere la strada
dell’impegno educativo per «dare un di più di umanità
alla storia», pronti «a mettere con umiltà» noi stessi e i
nostri progetti «sotto il giudizio di una verità e di una
promessa che supera ogni attesa umana».3
Nell’intento di risvegliare «nelle nostre comunità
quella passione educativa, che è una passione dell’“io”
per il “tu”, per il “noi”, per Dio»,4 dedichiamo la nostra attenzione agli educatori nella comunità cristiana.
La sfida educativa passa dagli educatori: sono i primi a
far fronte a tale sfida. Una Chiesa vigile e responsabile
è attenta alle figure degli educatori e promuove la loro
formazione, ben consapevole che l’attuale contesto culturale non favorisce la crescita di vocazioni educative e
rende difficile il compito educativo.
La nostra riflessione è orientata da questa esigenza
di suscitare e promuovere le vocazioni educative e di favorire la loro formazione. Il tema, di grande rilevanza,
è molto vasto. Per rispondere a esigenze di concretezza
e di progettualità, la riflessione non si sofferma a lungo
sulla figura dell’educatore ma si limita a mettere a fuoco
alcune dinamiche che interpellano la capacità delle no-
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stre comunità di generare, di far crescere e di valorizzare
le vocazioni educative. Le indicazioni vogliono suggerire
proposte per una più ampia riflessione nei nostri gruppi
di studio e all’interno della comunità ecclesiale.
Suddivido l’esposizione in quattro momenti. Nel
primo momento ci soffermiamo sul legame tra la Chiesa
e l’educatore, mentre nel secondo evidenziamo il rapporto di continuità e di circolarità tra l’educazione e la
formazione. Nel terzo e nel quarto momento, vengono
proposti alcuni suggerimenti pratici per rispondere ai
due interrogativi: quali criteri di scelta e quali percorsi
di formazione degli educatori all’interno della missione
ecclesiale.
1. La comunità educante
e gli educatori
1.1. La Chiesa, comunità educante e vigile
Il soggetto dell’educazione cristiana è la Chiesa, «discepola, madre e maestra».5 La Chiesa – nell’ascolto
della Parola, nell’incontro con il Risorto nella celebrazione liturgica, nella testimonianza e nel servizio della
carità – è la via di una progressiva conformazione a Cristo, fine ultimo dell’educazione cristiana. La comunità
ecclesiale educa conducendo ogni uomo alla sequela
dell’unico e vero Maestro. La «vita buona del Vangelo»
che essa promuove nei suoi figli «non è frutto di uno
sforzo volontaristico, ma è un cammino attraverso il
quale il Maestro interiore apre la mente e il cuore alla
comprensione del mistero di Dio e dell’uomo».6 Tutta
la vita ecclesiale, nelle sue diverse dimensioni e articolazioni, ha un’intrinseca forza educativa. Per questo ogni
attività ecclesiale va considerata secondo questo alto profilo, senza riduzionismi o impoverimenti: il servizio (ministero) della comunità consiste nel generare alla vita di
fede e nel formare alla vita buona annunciando l’amore
di Dio che in Gesù si è fatto prossimo a ciascuno. Ogni
ambiente di vita ecclesiale è un luogo educativo, ricco di
relazioni e di testimonianze, di valori e proposte coinvolgenti, un luogo in cui crescere insieme nelle differenze di
età, di vocazioni, di sensibilità, di responsabilità.
La Chiesa deve vigilare perché i fondamentali luoghi dell’educazione non siano viziati da visioni distorte.
Forse un accenno ad alcune di queste visioni è opportuno, in quanto possono essere presenti anche nella comunità cristiana.
Quando si ritiene che l’educazione si risolva nel solo
informare e nel solo avvisare, si rischia di non dare neppure inizio a un cammino educativo. È uno dei problemi
spinosi dell’attuale momento pedagogico: si suppone che
l’educando trovi da solo la sua strada, senza offrigli una
1 Cf. Conferenza episcopale italiana, Educare alla vita
buona del Vangelo. Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020,
4.10.2010, nn. 1-2; ECEI 8/3693-3699ss.
2 Ivi, n. 3; ECEI 8/3700ss.
3
Ivi, n. 5; ECEI 8/3705ss.
4 Benedetto XVI, Discorso alla LXI Assemblea generale della
CEI, 27.5.2010; Regno-doc. 19,2010,623ss.
5 Conferenza episcopale italiana, Educare alla vita buona del
Vangelo, n. 20.
mappa orientativa, al più avvisandolo che forse sta andando fuori strada. È necessario ricordare che proprio la
mappa orientativa e anche la correzione di rotta fanno
parte di ogni percorso educativo.
Quando si arriva a confondere la libertà e la spontaneità, si rischia di ritenere che sia sufficiente qualche
regola per moderare e disciplinare la spontaneità. Ma
questo è solo l’inizio di un lungo cammino, perché la
libertà necessita di essere educata, rispettandola e sostenendola, in quanto non è mai posseduta in forma piena e
matura: solo con il tempo la libertà cresce e diventa quel
bene prezioso che permette a ognuno di essere se stesso
e di assumersi le proprie responsabilità. «Il rapporto educativo è (…) l’incontro di due libertà e l’educazione ben
riuscita è formazione al retto uso della libertà».7
Quando si esalta la relazione educativa fino a intenderla come una relazione fra uguali, si rischia di perdere
il valore e il senso dell’autorità. Ma l’opera educativa è
destinata al fallimento senza l’autorità dell’educatore, il
quale esprime questa sua autorità in una precisa proposta di vita, testimoniata dal proprio modo di pensare e di
agire. Per questo il rapporto educativo esige per sua natura la figura dell’adulto: l’educatore che, per la sua giovane età o per il suo stile di relazione, fosse quasi come
uno del «gruppo dei pari», non svolge la sua missione
propriamente educativa.8
1.2. La rilevanza dell’educatore
e dell’ambiente educativo
La figura dell’educatore è centrale. Scriveva R. Guardini: «La posizione dell’educatore nell’esistenza è importante – anzi ha una rilevanza che può far paura».9 La nostra esperienza personale può attestare questa centralità.
L’umanità di ciascuno di noi è stata (ed è) plasmata dalla
qualità umana delle relazioni che ha vissuto (e che vive),
la nostra vita è strettamente collegata ai volti degli educatori. Siamo stati accompagnati nel nostro processo di
crescita dai genitori, dagli insegnanti, dai sacerdoti, dagli
amici. Abbiamo imparato ad accogliere e apprezzare la
vita, a fidarci e a credere, abbiamo intuito il fascino di
certi valori, abbiamo scelto determinati cammini. «Io
credo grazie agli incontri», affermava con efficacia il filosofo J. Guitton.
Ma la rilevanza della figura dell’educatore non deve
suscitare paura. In primo luogo, l’educatore cristiano
deve essere serenamente consapevole dei suoi limiti e
delle sue fragilità e deve sempre ricordare di poter confidare nell’aiuto di Dio. San Paolo ci ricorda che siamo
il corpo di Cristo e membra di esso e che a ogni membro
Dio affida un compito, una missione con le risorse necessarie (cf. 1Cor 12,27-31). In secondo luogo, occorre
tenere sempre presente il fatto che il cammino di forma 6 Ivi, n. 22.
7 Benedetto XVI, Il compito urgente dell’educazione. Lettera alla
diocesi e alla città di Roma, 21.01.2008; EV 25/51.
8 Cf. Comitato per il Progetto culturale della CEI, La
sfida educativa, Laterza, Roma-Bari 2009.
9 R. Guardini, Etica, Morcelliana, Brescia 2001, 910.
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hiesa in Italia
MASSIMO GRILLI
zione di una persona non coincide semplicemente con
gli educatori che incontra, perché la responsabilità educativa è sempre una responsabilità condivisa. Lo stesso
Guardini lo ha ricordato: «Il processo educativo è fatto
di molti elementi. In esso operano atteggiamenti, energie, relazioni della più diversa natura».10 L’umanità di
ciascuno di noi è plasmata infatti anche dalla qualità dei
contesti che abitiamo e frequentiamo e dal clima pedagogico che respiriamo. Anche le esperienze dolorose, le
difficoltà relazionali, le ferite e le lacerazioni hanno contribuito, nella sofferenza, alla nostra formazione umana
e spirituale.
Per questo non avrebbe molto senso focalizzare
esclusivamente la nostra attenzione sugli educatori delle
nostre comunità perdendo di vista la comunità ecclesiale, la sua vitalità e la sua capacità educativa. Tutta la
comunità è educatrice e c’è bisogno di comunità vitali
grazie alla celebrazione dei santi misteri, all’ascolto obbediente del Signore, alla presenza di persone radicate
nella fede, capaci di dedicarsi con passione e con spirito
di collaborazione.
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li Atti degli apostoli non sono una biografia di personaggi eminenti della
Chiesa primitiva, ma il racconto del viaggio
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2. La circolarità dell’educazione
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2.1 Avere cura e custodire
Le parole di papa Francesco pronunciate nella festa
di san Giuseppe, durante la santa messa di inizio del pontificato, possono illuminare la missione educativa. Partendo dalla missione di san Giuseppe, papa Francesco
ha affermato: egli «è “custode”, perché sa ascoltare Dio
(…). In lui, cari amici, vediamo come si risponde alla
vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza». Poi
lo sguardo del papa si allarga fino a coinvolgere tutti gli
uomini: «La vocazione del custodire (…) ha una dimensione (…) umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero
creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel
libro della Genesi. È il custodire la gente, l’aver cura di
tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso
sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno
dell’altro nella famiglia (…). In fondo, tutto è affidato
alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci
riguarda tutti». Il papa ha inoltre precisato: «Vediamo
anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo!
Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli
altri, per custodire il creato!».11
Alla luce di queste parole che richiamano la vocazione e la responsabilità di tutti, possiamo evidenziare
l’importanza dell’aver cura e del custodire con amore
da parte della famiglia e della comunità ecclesiale. È
fondamentale questa missione educativa che si attua
nella vita ordinaria, nella trama della prossimità quotidiana, nell’eloquenza silenziosa dell’amore, nel clima
di fiducia.
La famiglia è il luogo primario dell’educazione.
L’esperienza di generazione e di prossimità primaria
conferisce un decisivo rilievo educativo al rapporto tra
genitori e figli, rilievo che precede la stessa consapevo-
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della carità
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e opere di misericordia, spirituale e corporale, una volta si imparavano a memoria al catechismo. Poi sono scomparse,
dal libro e talvolta anche dalla vita. Giovanni Nervo (1918-2013), primo presidente
di Caritas Italiana, si interroga sul loro significato e sull’attualità della loro pratica alla
luce delle beatitudini indicate dal Vangelo.
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lezza dei genitori. Il significato iscritto in quell’esperienza
elementare assume una originaria valenza morale e religiosa.12 È oggi decisivo aiutare a cogliere e approfondire il nesso che lega generazione ed educazione, affetti
e significati, in quanto la secolarizzazione della cultura
ha eliminato il loro riferimento religioso. Così è stata
rimossa la questione della formazione della coscienza,
cancellando quei significati radicali della vita che dicono
e definiscono la visione umana del mondo.
La Chiesa è chiamata a suscitare la consapevolezza
della missione educativa della famiglia soprattutto attraverso le famiglie cristiane che, oltre a essere oggetto
di evangelizzazione della Chiesa, sono anche – e soprattutto – il soggetto insostituibile di evangelizzazione
nel quotidiano, nel vissuto. Illuminata dalla luce del
Vangelo, la famiglia cristiana fa valere in modo concreto e visibile quei significati elementari della vita disattesi dalla cultura secolare. Così la famiglia cristiana
svolge la sua missione, non solo educa al suo interno
ma anche presso altre famiglie e nell’ambiente nel
quale essa è inserita.
La comunità ecclesiale diventa punto di riferimento
autorevole della vita buona, se ogni suo membro – soprattutto quando agisce a nome della comunità – avverte
di essere chiamato a educare e svolge questo compito con
passione: attraverso la sua persona e il suo operato, viene
espressa la cura/custodia della Chiesa tutta, viene delineato il suo volto di «discepola, di madre e di maestra»,
viene edificata come comunità educante.
Altre persone hanno poi la possibilità di contribuire
in modo più diretto alla missione educativa, favorendo
la crescita umana e cristiana di coloro con cui vengono
a contatto, in quanto operano direttamente, con compiti diversificati, nell’accoglienza, nell’ascolto, nell’insegnamento, nell’accompagnamento, nella consolazione.
Con la loro parola e con il loro esempio, queste persone
svolgono la missione educativa, rispondono alla vocazione cristiana, favoriscono l’incontro con la parola liberante del Vangelo, concorrono allo sviluppo della vita
secondo lo Spirito.
Occorre prestare la dovuta attenzione a questa basilare educazione alla fede. Nella vicenda quotidiana,
nella polvere della strada, nel frastuono della piazza,
questa educazione di base lascia trasparire, con lo
stile di vita dei credenti, la verità fondamentale: tutto
nasce dall’amore di Dio e tutto tende al suo amore.
Dio si è rivelato a noi manifestandoci il desiderio di
farci partecipi della sua vita: chi vive nella fede e di
fede, trasmette il grande dono che ha ricevuto e offre
a tutti l’esperienza della carità di Dio. Alle sorgenti
di ogni educazione – e in modo del tutto particolare
dell’educazione alla fede –, c’è sempre l’amore. Ed è
sempre per amore che ci si aiuta, ricercando insieme
la luce del volto del Padre per illuminare i nostri volti.
A volte, anzi assai spesso, si tratta di un amore ferito.
Come quello, ad esempio, di genitori che vedono i loro
figli allontanarsi dalla vita di fede, come quello di chi
ha responsabilità pastorali e sperimenta quanto sia
difficile far intuire la bellezza della fede agli altri, specialmente ai giovani che vivono nel rumore assordante
delle nostre piazze materiali e virtuali. Ma proprio il
desiderio di comunicare la luce, la bellezza e la gioia
della fede sfida ogni amore ferito e lo spinge a non
arrendersi. Perché il cammino educativo cristiano contempla sempre il momento difficile ma fondamentale
della rottura con il passato, della svolta decisiva, della
conversione: «Convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc
1,15). La parola di Gesù è sempre decisiva non solo
all’inizio di un cammino educativo ma anche durante
tutto il processo educativo: senza la conversione che
tocca il cuore, l’educazione cristiana non avviene, non
raggiunge la sua verità.
2.2 Educare e formare
Insieme all’aver cura, occorre formare. Si tratta di
dare il giusto risalto a figure che agiscono a livelli di educazione ove è richiesta una dedizione specifica, intenzionale e continuativa, insieme ad alcune determinate
competenze, riconosciute – in modo più o meno ufficiale
– dalla comunità ecclesiale. Possono rientrare in questa
categoria i responsabili dei percorsi di iniziazione cristiana, gli animatori dei corsi di preparazione al sacramento del matrimonio, i formatori dei catechisti e dei
responsabili per le diverse età della vita, le persone che
operano con una responsabilità riconosciuta nel campo
della carità, della liturgia, dell’oratorio.
Il termine educatore è più appropriato a questo secondo livello e la nostra riflessione si sofferma sui criteri
e sui percorsi degli educatori-formatori.
Ma non bisogna mai dimenticare che la formazione
è sempre al servizio dell’impegno educativo di base
della Chiesa, con la proposta cristiana della vita. La
Chiesa non è – e non deve diventare – un’associazione
di specialisti. È il popolo di Dio in cammino edificato
dalla parola di Dio, dall’eucaristia e dalla comunione
fraterna. La Chiesa in Italia è «Chiesa di popolo» perché nelle comunità cristiane si sperimentano relazioni
significative e fraterne, caratterizzate da un impegno
educativo condiviso che si esprime nella preghiera,
nell’attenzione all’altro, nella passione civile, nella ricerca della giustizia e del bene comune. La Chiesa è
la comunità in cui le giovani generazioni possono trovare la speranza affidabile e avere così la fiducia nella
forza del bene che vince, anche se a volte il bene può
apparire sconfitto dalla sopraffazione e dalla furbizia.
In questa «Chiesa di popolo» che nel quotidiano svolge
la missione educativa, un ruolo di prima grandezza è
svolto dall’insegnamento e dalla testimonianza dei
santi, che sono come una parola di Dio incarnata, rivolta a noi qui e ora.13
10 Guardini, Etica, 883.
11 Francesco, Omelia alla santa messa per l’inizio del ministero
petrino del vescovo di Roma, 19.03.2013; Regno-doc. 7,2013,193.
12 Ricordiamo ancora R. Guardini, «La credibilità dell’educatore», in Id., Persona e libertà, La Scuola, Brescia 1987, 234: «Il
mistero della nascita (…). È un mistero il fatto che ad un certo punto
abbiamo cominciato ad esistere (…). Tutto quanto si chiama “educazione” significa in fondo permanere in questo mistero».
13 Cf. Concilio ecumenico Vaticano II, cost. dogm. Lumen
gentium (LG) sulla Chiesa, n. 50; EV 1/420ss.
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hiesa in Italia
ROCCO D’AMBROSIO
2.3 Prendere forma e dare forma
Luoghi comuni
Coloro che svolgono in senso più specifico il compito
di educatori, devono essere accompagnati in un cammino di formazione perché svolgano il loro servizio con
consapevolezza, con responsabilità, con competenza.
Il termine formazione merita qualche precisazione. Si
può intendere la formazione in modo debole, come un
insieme di tecniche adatte ad acquisire una specifica
abilità. Questa declinazione del concetto è lontana dal
modo con cui è inteso dalle filosofie dell’educazione di
ispirazione cristiana e dallo stesso magistero. La formazione è in realtà una nozione forte, utilizzabile secondo
due prospettive tra loro strettamente collegate: il prendere
forma e il fare formazione.
Nella prima prospettiva (prendere forma), la formazione
è intesa come il processo attraverso il quale la coscienza
di una persona si struttura e acquisisce una propria configurazione. Si tratta di un processo dinamico che consente
alla coscienza della persona, attraverso una più profonda
consapevolezza di sé e della realtà, di appropriarsi di valori e di comportamenti con essi coerenti. Nella seconda
prospettiva (fare formazione), la formazione è intesa come
attività educativa specifica e intenzionale che favorisce
la competenza di educatori che debbono operare in un
particolare ambito di attività. La competenza richiama il
potere, cioè la capacità di operare con interventi sicuri e
precisi e con una responsabilità continuativa.
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3. Criteri di scelta
A CURA DI
J
OSÉ
OVIRA ARUMÍ
CARLA BUSATO BRARBAGLIO
- ALFIO
3.1 Le caratteristiche dell’educatore
nella comunità cristiana
FILIPPI
Sappiamo che oggi non è possibile dare per scontata la
formazione delle molteplici figure di educatori, sia quelle
tradizionali e consolidate sia quelle nascenti. Per questo
motivo appare utile delineare, seppure a grandi linee, alcune caratteristiche di fondo verso cui dovrebbero tendere
tutti coloro che, nella comunità cristiana, sono impegnati
direttamente nell’accogliere e accompagnare le persone.
Ogni ambito ha, logicamente, peculiarità proprie
che chiedono alle persone che vi operano una precisa
competenza, ma vi sono caratteristiche trasversali. La
presentazione rapida di alcune di queste caratteristiche
comuni può essere di aiuto alle comunità e ai sacerdoti
per far sorgere la vocazione al servizio e, in particolare,
per attribuire compiti con chiara valenza educativa, e
non in base all’urgenza e neppure solo perché qualcuno
si rende disponibile.
La prima caratteristica di coloro che sono impegnati
in un compito educativo, più o meno esplicito, all’interno
della comunità cristiana è la loro fede. Solo se, in prima
persona, si diventa discepoli di Gesù e ci si mette alla sua
sequela, si può educare alla vita cristiana, far conoscere
l’amore di Dio in maniera credibile, e cioè con la testimonianza della parola e della vita. Questo non significa
che l’educatore sia già arrivato alla perfezione della vita
cristiana: anch’egli, come l’educando, è in cammino, sempre in continua ricerca. «Abbiamo creduto all’amore di Dio
– così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale
La
vita
Disperare
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consacrata
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e risorgere
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della sua vita».14 Di questa gioiosa esperienza, di questa
scelta decisiva l’educatore è testimone. Poiché la vita cristiana si presenta come un cammino continuo, coloro che
svolgono un compito educativo devono avere un’attenzione particolare alla cura della propria vita spirituale e
alla partecipazione alla vita della comunità. Vale anche
per la fede il detto di san Francesco di Sales: «Insegnare è
la base per imparare».
La seconda caratteristica dell’educatore è che sia membro consapevole della comunità, con un senso vivo di appartenenza alla Chiesa: deve considerare il suo impegno
come un mandato da parte della Chiesa, anche nel caso in
cui non sia stato esplicitato o ufficializzato. La terza caratteristica è che abbia una buona capacità di costruire
relazioni positive con gli altri, di porsi nei confronti delle
persone che incontra con un atteggiamento costruttivo e
dialogico, teso a valorizzare le risorse presenti in ciascuno.
La quarta caratteristica è la disponibilità ad affinare la
competenza specifica rispetto al servizio che è chiamato a
svolgere, partecipando a proposte formative mirate.
La quinta caratteristica è la disponibilità a collaborare
con altre figure educative della comunità ecclesiale e a costruire collaborazioni e alleanze con le risorse educative
del territorio.
3.2 Criteri di riferimento
Naturalmente è assai difficile che le persone posseggano da subito questo profilo. Tuttavia appare molto
importante avere come riferimento una figura alta di
educatore: può infatti aiutare ad arginare la prassi spesso
presente di scegliere solo in base a criteri occasionali e
poveri. Per affidare a una persona un compito educativo
è invece importante:
– verificare attraverso un colloquio la presenza di alcuni aspetti riconducibili alle caratteristiche e alle disposizioni sopra elencate;
– verificare dopo un certo periodo come l’educatore
(o il gruppo di educatori) sta vivendo il proprio impegno;
– verificare la disponibilità a un impegno sulla propria
formazione.
4. Figure e percorsi formativi
4.1 La formazione
per accogliere e accompagnare
La missione educativa della comunità cristiana si
esplica attraverso una pluralità di figure che operano a
livello dell’educazione sia in modo informale sia in forma
più formalizzata: tutte hanno bisogno di una certa cura
formativa.
Interessarsi della formazione delle figure educative del
livello informale significa, innanzi tutto, preoccuparsi della
formazione umana e cristiana dei genitori e del sostegno
al loro compito educativo. Come sappiamo, la genitorialità è poco considerata e poco sostenuta dal punto di vista
culturale e politico. Dal punto di vista pastorale, già parecchio è stato fatto, ma occorre rendere più solido e più
consapevole questo sostegno. Questo vale per ogni altro
contesto di vita e di attività pastorale: appare necessario
mettere a tema la formazione di coloro che svolgono un
servizio di accoglienza e di animazione, in quanto sono
un punto importante di riferimento per la rete relazionale
delle comunità.
Interessarsi poi della formazione delle figure educative
del livello più formale significa prendere in considerazione
la molteplicità delle persone impegnate più o meno direttamente in campo educativo. Nella comunità ecclesiale vi sono persone che, a nome della comunità stessa,
operano per promuovere nei bambini, nei giovani, negli
adulti l’apprendimento della verità cristiana, l’appropriazione di determinati valori e di comportamenti coerenti.
Si tratta di un accompagnamento prezioso che sostiene il
cammino soprattutto in momenti di particolare significato
o di difficoltà e costruisce un contesto relazionale positivo.
È difficile fare un elenco esaustivo, peraltro non necessario. In una parola, si può dire che la Chiesa esiste per
educare a vivere secondo il Vangelo ricevuto, per formare
il cristiano a vivere in Cristo e quindi per aiutare a far sì
che ogni vissuto umano sia posto in Cristo, a cominciare
dall’essere padre e madre fino all’attività professionale,
alla vita sociale e politica, all’esperienza della sofferenza e
della morte.
Notiamo solo che alla tradizionale figura dei catechisti
dell’iniziazione cristiana dei bambini e ragazzi, si sono
aggiunte da tempo figure di educatori per le altre età e
per altri ambiti o condizioni di vita. Non solo: ogni ambito della pastorale è stato invitato a mettere in luce tutta
la valenza educativa della propria azione pastorale, prevedendo anche, al suo interno, specifiche figure formative. Pensiamo alla liturgia, con la capacità di condurci
alla vita in Cristo attraverso il linguaggio simbolico-rituale della liturgia stessa. Pensiamo alla carità: nell’attenzione e nella cura del povero si manifesta la vocazione
cristiana, si forma la coscienza credente e si favorisce la
crescita personale verso un’umanità aperta e ricca. Pensiamo alla scuola, ai docenti, agli insegnanti di religione
cattolica, alle associazioni di genitori: per favorire una
collaborazione permanente tra la comunità cristiana e il
mondo della scuola, si esige una particolare cura formativa dei cristiani che, a vario titolo, operano nell’ambito
del sistema scolastico. Tra l’altro è bene ricordare che,
per circa il 7-8%, gli scolari della scuola primaria sono
figli di immigrati, percentuale che sale al 30% in alcune
zone metropolitane.
Si potrebbe continuare in rapporto alla pastorale vocazionale, giovanile, missionaria, ecumenica, della famiglia, del tempo libero, della comunicazione, della salute.
Occorre che la comunità diventi educante vivendo
prima di tutto al suo interno l’«alleanza educativa» di soggetti che operano in ambiti diversi. Pensiamo, ad esempio,
ai rapporti tra i genitori dei ragazzi e i catechisti, tra gli
animatori dell’oratorio e gli educatori delle associazioni
ecclesiali. Certamente la tentazione della delega, o anche
della competizione, non è estranea: si tratta di favorire
l’incontro di persone che si spendono con gratuità intes-
14 Benedetto XVI, lett. enc. Deus caritas est sull’amore cristiano,
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hiesa in Italia
A CURA DI
MARCELLO MILANI - MARCO ZAPPELLA
sendo rapporti significativi con autorevolezza e con affidabilità. Gli educatori nella comunità cristiana devono
costituire una realtà plurale e differenziata. Ma devono in
primo luogo essere accomunati dal desiderio di accogliere
e di accompagnare e dunque essere capaci di confrontarsi
e di lavorare insieme. Se è giusto e doveroso, davanti alle
domande che la cultura diffusa pone come provocazioni
per la vita cristiana, individuare nuovi profili educativi
– ad esempio nel campo delle nuove forme di comunicazione o del tempo libero –, questo non significa rincorrere le mode del momento ma chiedersi come meglio
rispondere oggi alla sfida educativa. Essa stessa, in fondo,
è – nelle sue opportunità e nei suoi aspetti problematici –
un segno dei nostri tempi.
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4.2 La formazione riferita agli ambiti della vita
Se prendiamo come mappa di riferimento gli ambiti
scelti dal Convegno ecclesiale di Verona, come è stato
fatto negli Orientamenti pastorali,15 possiamo suggerire
qualche approfondimento.
Certamente all’interno dell’ambito fondamentale della
tradizione, appare oggi urgente formare persone capaci
di aiutare a superare il sentimento di estraneità di molti
che progressivamente perdono le nostre radici culturali.
Si tratta di riscoprire e di far valere il valore culturale,
artistico e spirituale che, nel corso dei secoli, ha caratterizzato la nostra storia. Questa esigenza è particolarmente
avvertita in riferimento alle nuove generazioni, ma anche
rispetto agli adulti è diventata necessaria una riscoperta
del significato culturale di quei beni che «riscaldano e nutrono l’anima e senza i quali (...) una vita “umana” non
è possibile».16 Occorre ovviare alla carenza di figure formative preparate sia per dare vita a percorsi che sappiano
riprendere il filo di una «tradizione interrotta», sia per riscoprire l’importanza di una visione di fede rispetto alle
questioni del mondo odierno.
Sempre all’interno di questo ambito, un altro compito riguarda il sostegno ai genitori e ai docenti perché
accrescano la loro capacità di rendere la vita di famiglia e
la vita scolastica luoghi di educazione umana e cristiana.
Occorre perciò pensare a persone capaci di aiutare a scoprire l’importanza della tradizione culturale, come pure
dei gesti semplici ma fondamentali del vivere quotidiano
che diventano una reale esperienza di vita buona.
All’interno dell’ambito della fragilità, si vanno facendo
strada molti bisogni. Le persone sperimentano con sempre
maggior forza il bisogno di essere ascoltate nei momenti
di stanchezza, sconforto, incertezza, di essere sostenute
nei momenti di difficoltà, consolate nei momenti di dolore, consigliate e accompagnate nel discernimento nei
momenti di dubbio e nei momenti di scelta. Accanto al
sacerdote è importante che la comunità ecclesiale pensi
a formare persone che educano non attraverso un insegnamento diretto, ma attraverso la pratica dell’ascolto, del
sostegno, del discernimento.
Anche l’ambito dell’affettività richiede oggi un impegno forte da parte della comunità cristiana per favorire
una formazione più completa di coloro che operano con
i giovani e con le famiglie. Si pensi alla formazione di
educatori in ordine alla loro capacità di far crescere nelle
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A CURA DI
CARLA BUSATO BARBAGLIO
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Disperare e sperare,
morire e risorgere
C
he cosa significa oggi sperare e risorgere? Come trovare nella quotidianità
gli elementi per armonizzare la speranza e
la vita? Come riconoscere le tante risurrezioni che già avvengono, in attesa di quella
dei morti? Il volume propone le relazioni e
gli interventi del convegno svoltosi a Roma
nel marzo 2012, in ricordo del biblista Giuseppe Barbaglio.
«BIBLICA - SEZ. SCRITTI DI GIUSEPPE BARBAGLIO»
Edizioni
Dehoniane
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nuove generazioni l’importanza di una vita affettiva vissuta nell’ottica del dono di sé. Si pensi alla formazione di
coloro che collaborano alla preparazione al sacramento
del matrimonio e alla necessità che la comunità cristiana
disponga di persone che sappiano accompagnare i coniugi
che vivono forti difficoltà relazionali.
Anche gli ambiti della cittadinanza, del lavoro e della
festa richiedono una rinnovata attenzione formativa per
favorire la crescita dell’impegno per il bene comune e per
le tematiche sociali, non solo di alcuni ma di tutta la comunità. Non si trascuri, infine, il profondo mutamento che i
nuovi mass media stanno generando: ciò significa porre
una particolare attenzione alla formazione di persone capaci di valorizzare appieno le nuove tecnologie come strumenti a servizio del bene di tutti, soprattutto dei giovani.
4.3 La formazione specialistica
nella pastorale integrata
Di fronte a una realtà molto variegata che esige un’attenzione specifica e competente, diventa ancora più necessario lavorare insieme in una seria prospettiva di pastorale integrata. Proprio la necessità di favorire una certa
specializzazione esige che le comunità ecclesiali e le unità
pastorali convergano su alcuni impegni fondamentali.
Il primo è quello di riconoscere l’importanza del presbitero e della sua missione educativa. Da un lato, egli
opera come educatore sia a livello informale sia a livello
formale, dall’altro lato ha il compito di guidare e coordinare le attività e le varie figure educative di tutta la comunità. Per questo motivo si è scelto di dedicare al compito
educativo del ministero sacerdotale un approfondimento
specifico in una futura occasione.
Il secondo impegno è quello di sostenere la crescita
umana e cristiana della famiglia e la vocazione educativa
dei genitori. Non a caso, negli Orientamenti decennali è
stato dedicato uno spazio preciso al primato educativo
della famiglia. La formazione dei genitori però non può
essere pensata come un aspetto a se stante, ma deve rientrare nella cura della comunità cristiana e della sua vitalità, con figure formative capaci di dialogare e accompagnare i genitori.
Il terzo impegno è l’attenzione alle nuove urgenze formative: la comunità deve chiedersi se in questo momento
non vi siano ambiti o luoghi o situazioni che richiedono
persone adeguatamente preparate.
Per concludere
Il cammino formativo di coloro che svolgono un servizio educativo nella comunità ecclesiale deve tener conto
di alcune condizioni e prevedere alcuni rischi.
Per una formazione non estemporanea, con poca radice, occorre che essa:
– sia pensata, ossia diventi oggetto di confronto e di
progettazione comune all’interno delle diocesi affinché i
percorsi di formazione di base e di formazione specifica
non siano tra loro in conflitto e in contraddizione;
– sia attenta a valorizzare le risorse umane e materiali
e le strutture già presenti;
– sia in grado di favorire il lavoro comune e il confronto tra coloro che operano educativamente nello stesso
ambito;
– sia ispiratrice di un vivo senso di appartenenza alla
comunità ecclesiale in coloro che si formano come educatori all’interno di un ambito specifico;
Per quanto concerne i rischi, è bene evitare l’eccessiva
strutturazione dei percorsi formativi, peraltro difficilmente
compatibile con i ritmi di vita e di lavoro della maggior
parte delle persone. Nello stesso tempo, è bene evitare la
dispersione delle proposte. Infine è opportuno ricordare
sempre, data l‘interazione dei fattori che sono in gioco nel
campo educativo, l’interdipendenza tra l’educazione di
base e la formazione specifica che, insieme, concorrono a
rendere educante la comunità cristiana.
Ogni educatore può superare la paura che la sua missione può incutere, ricordando che l’opera educativa non
è nostra, ma è del Signore che ha educato e educa ciascuno di noi e tutti noi. «Chi crede in Gesù Cristo ha un
ulteriore e più forte motivo per non avere paura: sa infatti
che Dio non ci abbandona, che il suo amore ci raggiunge
là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e
debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene»: così
ha detto Benedetto XVI.17
Ho citato più sopra la costituzione dogmatica Lumen
gentium che invita a scorgere nei santi il segno dell’amore
di Dio che si dona a noi: «In loro (i santi) è egli stesso che
ci parla e ci mostra il segno del suo regno».18 Consentitemi
di ricordare qui un segno di questo amore di Dio per la
nostra Chiesa in Italia: lo vediamo in due splendide figure
di educatori, due nostri sacerdoti che, a distanza di pochi
giorni, vengono proclamati beati in questo mese di maggio. Il primo è mons. Luigi Novarese, proclamato beato
l’11 maggio scorso. Egli ha dedicato la sua vita alla promozione umana e spirituale del malato, mettendo in luce la
sua vocazione in quanto persona ammalata e rendendolo
soggetto attivo di evangelizzazione. Il 25 maggio verrà
proclamato beato don Pino Puglisi, parroco palermitano,
ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. Seppe coniugare,
soprattutto nel suo impegno educativo tra i giovani del
quartiere Brancaccio di Palermo, l’evangelizzazione e la
promozione umana che configurano l’orizzonte grande di
quella carità in senso ampio che, nell’eucaristia, ha la sua
origine e il suo compimento. Questi nuovi beati ci attestano che Dio continua oggi l’opera educativa e continua
a chiamare noi a collaborare alla sua opera.
Roma, 21 maggio 2013.
✠ Gianni Ambrosio,
vescovo di Piacenza-Bobbio,
presidente della Commissione episcopale
per l’educazione cattolica, la scuola e l’università
15 Cf. Conferenza episcopale italiana, Educare alla vita buona
del Vangelo, n. 54; ECEI 8/3880ss.
16 S. Weil, L’ombra e la grazia, Bompiani, Milano 2002, 252.
17 Benedetto XVI, lett. Il compito urgente dell’educazione alla
diocesi e alla città di Roma, 21.1.2008; EV 25/47.
18 LG 50; EV 1/421.
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genova
Scrivo a te
famiglia
Lettera pastorale
del card. Angelo Bagnasco,
arcivescovo di Genova
«Dobbiamo riscoprire l’elogio della
vita quotidiana che si ripete giorno
dopo giorno, poiché, nella solidità, si
gusta la gioia genuina come il pane
di casa». La lettera pastorale Scrivo
a te famiglia, indirizzata ai fedeli di
Genova dal loro arcivescovo card.
Angelo Bagnasco (che è anche presidente della Conferenza episcopale
italiana), vuole riportare al centro
dell’attenzione quella «luce dell’universo», che è la famiglia, all’inizio
dell’Anno diocesano a essa dedicato, il 2013-2014. Datata 29 agosto,
la lettera offre spunti di riflessione
spirituali e domande per l’esame di
coscienza, ma anche considerazioni
sulle difficoltà e gli ostacoli che la
famiglia deve affrontare oggi nella
società, dallo scarso aiuto che riceve dallo stato alle minacce della
cultura relativista. Con un pensiero
affettuoso per le difficoltà dei divorziati risposati: «La Chiesa è maestra
e madre: è vicina con cuore di misericordia nella verità del Vangelo e
nella fiducia. Essa non esclude nessuno dal suo seno».
Opuscolo, Genova 2013.
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La luce della famiglia
Tra le luci dell’universo, vi è la famiglia: vedere un papà
e una mamma con i loro figli, commuove e apre al sorriso.
Certo, non bisogna correre sulle cose, vivere distratti così da
non vedere altro che noi stessi e i nostri interessi. Ognuno ha
i suoi compiti, ma niente dovrebbe occuparci a tal punto da
riempire tutto lo sguardo rispetto agli altri, al mondo. Ogni
cosa, infatti, è più di ciò che appare a prima vista.
Andando per strada – spesso per i vicoli del centro storico – incontro nuclei familiari con figli piccoli, adolescenti,
più grandi; e sento la grandezza unica e incomparabile di
questa realtà, grembo d’amore che genera nuove vite, scuola
e palestra di umanità. Se cristiana, la famiglia è anche luogo
di fede. La coppia è legame, cosa che oggi è spesso percepita
come un limite insopportabile. Ma la questione non è il legame, bensì l’amore. è l’amore, infatti, il legame fondamentale e la sorgente di ogni altro vincolo. Il matrimonio è scelta
d’amore – è noto – però si sta dimenticando che l’amore
non è solo sensibilità e sentimento, ma volontà e decisione.
è scelta di accogliere per sempre l’altra persona nella vita: è
legarsi per donarsi.
L’innamoramento iniziale deve mettere radici profonde
nei due cuori, altrimenti inaridisce. Deve diventare amore
attraverso i piccoli atti quotidiani, quei gesti che – nel sentire
generale – vengono ritenuti noiosi e pesanti; che sembrano
mortificare la spontaneità del singolo, il suo slancio vitale, i
suoi interessi. Come se scegliere qualcosa non fosse necessariamente rinunciare a qualcos’altro. Non si può pretendere o
illudersi di poter scegliere tutto, perché altrimenti ci si sente
prigionieri e depressi. Scegliere una strada è escluderne altre:
fare coppia e sposarsi è scegliere non solo una persona (la
moglie o il marito), ma una forma di vita. Qui sta la grandezza della famiglia, e prima ancora della persona. L’amore
di coppia non è sempre effervescente e facile, senza sacrificio.
Credere o aspettarsi questo, è credere a una devastante bugia
– oggi molto pubblicizzata – che crea delusione e infelicità.
Specialmente l’amore coniugale – come ogni forma
d’amore – non si nutre di esperienze eccezionali, di estasi,
ma del quotidiano dove ognuno fa i conti con i propri limiti,
umori, sensibilità, entusiasmi e aspirazioni. E con quelli del
coniuge e degli altri. Ma è proprio questo il terreno buono
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dell’amore di coppia e di famiglia. Dobbiamo riscoprire l’elogio della vita quotidiana che si ripete giorno dopo giorno,
poiché, nella solidità, si gusta la gioia genuina come il pane
di casa. Fuori da questa logica, si ricerca l’ebbrezza, si corre
dietro a ciò che scintilla e promette, ma che è come le stelle
cadenti nella notte. Un attimo e ritorna il buio.
Ci poniamo ora due domande: riesco a vedere gli altri, la
bellezza e la bontà che mi circonda, oppure sono assorbito
da me stesso? Dobbiamo curare gli occhi col collirio della
saggezza, della fede e della preghiera. Abituarci a vedere la
luce non significa non rilevare le ombre, ma impedire che il
cuore diventi buio. Sono convinto che, in famiglia, l’amore
si costruisce giorno per giorno con pazienza e fiducia nella
fedeltà alle cose quotidiane? Oppure vivo la vita ordinaria
come monotonia e peso? Sarebbe il modo di rendere banali
anche le cose grandi, perché private dell’amore.
Dio è amore
Dio ci ha creati per amore e ci ha fatti per amare: fuori
da questa esperienza, la persona non sa più chi sia, dove
stia andando e quale senso abbia il suo vivere. è un albero
secco, un deserto arido e senz’acqua. Ma, se tutti siamo impastati d’amore e abbiamo bisogno di amare ed essere amati,
l’amore però è realtà seria e impegnativa.
Dio ci insegna cos’è l’amore: egli, nell’intimità del suo
cuore, è comunione fedele e feconda. Il mistero della santissima Trinità ci rivela che l’unico Dio-amore è Dio-comunione. Potremmo dire che Dio è famiglia: Padre-Figlio-Spirito Santo.
Ma c’è un’altra manifestazione dell’amore vero: l’incarnazione del Figlio Gesù. è un atto di salvezza, un atto di
amore: Dio, nel Figlio, è uscito da sé per venirci a cercare
e per ricondurci a casa, il suo cuore. L’amore è un continuo «esodo» per andare incontro alla persona che si ama;
è rinunciare a qualcosa di sé, dei propri gusti e programmi.
Non è perdere la propria personalità, ma arricchirla nella
comunione con l’altro.
Gesù ci dona la vita fino alla croce. Ecco il volto
dell’amore: essere dono. Il dono esce da sé per offrirsi all’altro, in un certo senso non s’appartiene. Se questo accade nel
rapporto dell’uomo con Dio, vale anche tra noi. Il «per sempre» dell’amore di Dio per il mondo si riflette nel «per sempre» dell’amore coniugale. La «fecondità» dell’amore di Dio
si riflette nel «grembo fecondo» della coppia. La «gelosia» di
Dio si riflette nell’«unicità» sponsale di un solo uomo e di una
sola donna.
Perché questa meraviglia risplenda nel mondo, affinché
l’uomo e la donna siano l’espressione visibile dell’«immagine
e somiglianza di Dio» e segno dell’amore perenne di Cristo
per la Chiesa, Gesù stesso è entrato nell’amore coniugale con
la sua grazia di luce e di gioia: è il sacramento nuziale.
Siamo giunti, così, a una terza domanda: cerco di vivere
l’amore in famiglia come «dono», accettando di uscire da
me stesso, di superare i miei confini di idee, umori, sensibilità, aspettative…? Oppure più spesso non cedo? Se siamo
sposi cristiani, pensiamo al sacramento di cui siamo mi-
nistri e che ci assicura la grazia per vivere il matrimonio
in qualunque circostanza? Oppure è solo un ricordo più o
meno lontano? Una fotografia? Preghiamo insieme?
La grazia dei figli
Ho detto prima che, girando per la diocesi, sorrido non
appena vedo una famiglia. Guardo il papà e la mamma nella
loro unione e nel loro delicato compito di educare i figli.
Penso che essi inconsapevolmente costruiscono il mondo,
fanno storia, edificano il futuro.
Molte sono le vocazioni e le responsabilità su questa terra,
ma quella di generare ed educare i figli è una delle più umili
e grandiose. Procreare un uomo ha un tempo, ma educare
una persona non ha tempo. Dura tutta la vita dei genitori e
continuerà dal cielo.
Esisterebbe il futuro senza i figli, e senza accompagnare
il loro aprirsi alla vita e il loro crescere? La società che cosa
sarà se i genitori – nella reciprocità e ricchezza delle loro
differenze – non educheranno delle persone mature, solide,
che sappiano stare in piedi davanti ai colpi rudi del tempo,
capaci di assumere responsabilità e di educare a loro volta
nuove generazioni?
Uno dei pericoli maggiori che vediamo è il «si» (si pensa,
si fa, si dice), cioè uno schema anonimo e impersonale di
pensare e agire che toglie responsabilità e uniforma dentro
a una massa indistinta. Diminuendo la capacità di giudizio
critico, naturalmente qualcuno ci guadagna. Per questo il
giovane deve essere aiutato a scoprire la distinzione del vero
dal falso, del bene dal male, del giusto dall’ingiusto, e apprendere quella buona severità che consiste nell’unione di verità,
fedeltà e coraggio.
Quanta fiducia e pazienza, quanta forza e tenerezza
occorrono per educare i ragazzi e i giovani! Essi avranno
fiducia in sé stessi se sentiranno la fiducia dei genitori; saranno sereni se respireranno serenità in casa; impareranno
ad amare se saranno amati; forti nel bene se sentiranno la
solidità affidabile della famiglia; scopriranno il Signore, se la
casa sarà una «piccola Chiesa».
Per educare, i genitori devono essere loro per primi delle
persone mature: la loro stabilità interiore non deve dipendere
dal denaro e dalla carriera, dal successo, dalla salute e dalla
apparenza; ma dall’essere ognuno ben radicato dentro di sé.
Che abbia carattere! Ciò non significa essere rigidi nei propri atteggiamenti, ma consiste nel legame del pensiero, del
sentimento e della volontà con il proprio «centro spirituale».
Altrimenti vi è la dispersione della persona, si cercano falsi
«centri» fuori della propria anima. è lo smarrimento.
Oggi forse sembra un’illusione tutto questo, una realtà di
tempi andati. Ma è davvero così? O non è quanto si vuole far
credere per screditare e indebolire la famiglia? Per accusarla
di tutti i mali presenti? Per descriverla come un’oppressione
da cui liberarsi in nome di altre possibilità più «normali» per
l’uomo d’oggi? Mi chiedo: il cosiddetto uomo moderno è più
felice di quello «antico»? A me sembra più insoddisfatto e
smarrito, anche se il suo cuore non cambia, perché cerca e
cercherà sempre la felicità piena e duratura.
Tutti conosciamo – ieri e oggi – difficoltà e prove in
ogni coppia e famiglia. Ma sappiamo anche che fanno parte
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hiesa in Italia
JEAN-LOUIS SKA
dell’amore: quanto più esso mette radici, tanto più può incontrare ostacoli nel sottosuolo di ognuno. Ma anche sappiamo
che, con la grazia di Dio e la forza del sacramento, l’amore
ne esce più maturo. Ci sono anche ferite gravi e situazioni
dolorose in cui si trovano non pochi fedeli che, dopo aver
celebrato il matrimonio, hanno divorziato e contratto nuove
nozze. La Chiesa è maestra e madre: è vicina con cuore di
misericordia nella verità del Vangelo e nella fiducia. Essa non
esclude nessuno dal suo seno.
Si dirà che, se Dio li manda, i figli sono una grazia, ma
che lo Stato non aiuta nel grande compito. è vero, aiuta
troppo poco! E per questo – senza entrare nei particolari –
bisogna che la collettività si faccia sentire e insista: la famiglia,
infatti, è la comunità originaria, la cellula vitale, il domani.
A ben vedere, la società ne è consapevole poiché – almeno per principio – riconosce nell’uomo e nella donna che
si sposano la nascita di un «soggetto» con doveri e diritti ai
quali lo stato si obbliga. Esso attesta che il nuovo nucleo è una
realtà stabile che genera futuro per tutti, essenziale non solo
per la continuità ma anche per l’organizzazione pratica del
vivere comune. Se i giovani sono pochi e la società invecchia,
ad esempio, con quali fondi saranno pagate le pensioni e le
altre previdenze?
è vero che per una coppia non sempre è possibile la
grazia dei figli nonostante il desiderio e la disponibilità. La
Chiesa, però, ha sempre affermato che la fecondità non è
legata esclusivamente alla generazione dei figli, ma si allarga
alla cura degli altri, piccoli e grandi che siano. E i casi sono
innumerevoli.
Il cantiere
del Pentateuco. 1
Problemi di composizione e di interpretazione
I
l Pentateuco è un «cantiere sempre aperto», come dimostrano ampiamente gli
studi biblici degli ultimi decenni. Lo stato
dei lavori viene illustrato attraverso alcuni
saggi da uno dei massimi esegeti contemporanei. Sono presi in esame profili letterari, storici e teologici.
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Emerge così un’ultima domanda: come genitore, parente,
formatore in generale, curo la mia formazione spirituale
per essere riferimento educativo? Riferimento, non perché
dà delle cose, ma per il patrimonio spirituale e morale che
lo rende affidabile agli occhi dei ragazzi e dei giovani? Ho
un «centro spirituale» che unifica sentimenti, pensieri, volontà? E come mi prendo cura degli altri fuori della famiglia nei limiti delle mie possibilità?
MASSIMO GRILLI
Atti degli Apostoli
Il viaggio della Parola
Cari amici, sono alcune considerazioni su una realtà meravigliosa – la famiglia – che avrebbe bisogno di ben altro
spazio rispetto a una lettera. Siamo nel decennio pastorale sul
tema dell’educazione. I vescovi italiani intendono rilanciare
– insieme alla missionarietà – l’avventura educativa. Dopo
l’Anno degli adolescenti e quello della fede, vivremo l’«Anno
della famiglia».
Invito tutti a camminare insieme: ognuno come meglio
può e ritiene. La preghiera, la riflessione su questa lettera pastorale, la partecipazione alla Scuola vicariale di formazione
e ogni altra iniziativa diocesana, vicariale o parrocchiale,
sono occasioni offerte a tutti e a ciascuno.
Vi ringrazio per la vostra attenzione e con affetto vi benedico, chiedendo la vostra preghiera e assicurando la mia per
voi e per le vostre famiglie.
Parola Spirito e Vita
Convegno di Camaldoli 2012
I
l cofanetto propone le conferenze che
l’autore ha tenuto al 31° convegno di Parola Spirito e Vita, svoltosi a Camaldoli (AR)
dal 25 al 29 giugno 2012. L’itinerario guida
alla comprensione e all’approfondimento
degli Atti degli Apostoli con rigore scientifico e chiarezza espositiva, per un ascolto
interessante e piacevole a un tempo.
«LETTURA DELLA BIBBIA»
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Genova, 29 agosto 2013, festa della Madonna della
Guardia.
✠ Angelo card. BAgnASco,
arcivescovo metropolita di Genova
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CHIETI-VASTO
La Chiesa
madre dei credenti
Lettera pastorale
di mons. Bruno Forte,
arcivescovo di Chieti-Vasto
Amo la Chiesa!
«È nel desiderio di farla conoscere e
amare che scrivo questa lettera sulla
Chiesa, non da spettatore distaccato,
ma da testimone che da essa ha ricevuto il dono più grande, la fede». È
con il cuore e «lo sguardo della fede»
che mons. Bruno Forte, arcivescovo
di Cheti-Vasto, descrive la Chiesa
– «che amo e in cui credo» – nella
lettera pastorale scritta per l’anno
diocesano 2013-2014 e recentemente
presentata. Una Chiesa «del dialogo
e della missione», che ha il volto
bello e riconoscibile della Chiesa del
Concilio, a cominciare dalla centralità assegnata al «mistero della presenza di Dio», che la rende «icona
della Trinità, comunione di uomini
e donne, adulti e responsabili». Una
comunione che è necessaria per vivere, scrive Forte, «di fronte all’arcipelago, che è spesso la società in cui
viviamo», dove la Chiesa deve suscitare e coltivare «relazioni di rispetto
e di amore, che siano un’immagine
eloquente della comunione trinitaria
e accendano in chi è lontano il desiderio di Dio e dell’esperienza del suo
amore». È il volto di una comunità
profetica, capace di «trasmettere la
gioia e la bellezza» del Vangelo.
Originale digitale in nostro possesso.
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1. Nella lettera enciclica Lumen fidei papa Francesco
scrive: «La trasmissione della fede (…) passa anche attraverso l’asse del tempo, di generazione in generazione.
Poiché la fede nasce da un incontro che accade nella storia e illumina il nostro cammino nel tempo, essa si deve
trasmettere lungo i secoli. È attraverso una catena ininterrotta di testimonianze che arriva a noi il volto di Gesù.
(…) Il passato della fede, quell’atto di amore di Gesù che
ha generato nel mondo una nuova vita, ci arriva nella memoria di altri, dei testimoni, con servato vivo in quel soggetto unico di memoria che è la Chiesa. La Chiesa è una
madre che ci insegna a parlare il linguaggio della fede» (n.
38; Regno-doc. 13,2013,397). La fede non si riceve né si
vive da navigatori solitari, ma nella barca di Pietro, nella
comunità che annuncia la Parola della salvezza, celebra i
sacramenti e agisce nella storia come segno e strumento
della carità divina.
Nell’educazione alla fede ha perciò un ruolo centrale
la Chiesa, madre che genera figli per Dio nell’acqua del
battesimo e li aiuta a crescere nella vita secondo lo Spirito.
È allora importante comprendere che cos’è la Chiesa e
come essa può educarci a credere in Dio e a vivere nell’alleanza con lui. È nel desiderio di farla conoscere e amare
che scrivo questa lettera sulla Chiesa, non da spettatore distaccato, ma da testimone che da essa ha ricevuto il dono
più grande, la fede. Parlo della Chiesa come un figlio parla
della madre, che gli ha dato la vita e gliela ha fatta amare.
Sì: amo la Chiesa! La amo di un amore filiale, la trovo
bella e degna d’amore, anche quando qualche ruga copre
il suo volto. Se penso al dono che la Chiesa mi ha fatto generandomi alla vita divina col battesimo, o all’aiuto che mi
ha dato per crescere nella fede alla scuola della Parola di
Dio, se rifletto su come mi ha nutrito e mi nutre col Pane
di vita, o ricordo tutte le volte che ha perdonato i miei peccati col sacramento della riconciliazione, se medito sulla
grazia della mia vocazione e missione, sento la gratitudine
riempirmi il cuore. Per me la Chiesa è stata ed è grembo
materno, e come tale vorrei proporla a tutti. Vorrei che
essa potesse essere per tutti madre amorevole! Vorrei che
quanti l’hanno potuta conoscere e amare testimoniassero
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hiesa in Italia
in maniera credibile questo suo volto accogliente! Provo,
allora, a chiedere a te che leggi: hai fatto esperienza di questa Chiesa, «madre» nella fede? Vorresti farla? Sei pronto a
vivere la tua fede non da navigatore solitario, ma come chi
sa di doverla condividere con altri?
Credo la Chiesa!
2. È mia convinzione profonda che la Chiesa è madre
non perché nasca da interessi umani o dallo slancio di
qualche cuore generoso, ma perché è dono dall’alto, frutto
dell’iniziativa divina. È Dio Trinità ad avercela donata ed
è la Chiesa a farci incontrare il Dio che è amore.
Con gli occhi della fede contemplo questo popolo di
Dio come voluto da sempre nel disegno del Padre, lo riconosco preparato attraverso l’alleanza con il popolo eletto,
Israele, affinché, compiutisi i tempi, fosse donato agli uomini come la casa e la scuola della comunione, grazie alla
missione del Figlio e all’effusione dello Spirito Santo. È
così che posso dire con fiducia, come insegna il Simbolo
della fede, credo la Chiesa! Credo che essa è opera di Dio e
non dell’uomo, inaccessibile nella sua natura più profonda
a uno sguardo puramente umano. Credo che la Chiesa
è «mistero», tenda di Dio fra gli uomini, frammento di
carne e di tempo in cui lo Spirito dell’Eterno ha preso
dimora. E perciò so che la Chiesa non s’inventa né si produce, ma si riceve: è dono che va accolto con l’invocazione
e il rendimento di grazie, in uno stile di vita contemplativo
ed eucaristico.
Allo sguardo della fede la Chiesa si offre come «icona
della Trinità», immagine vivente della comunione del Dio
che è amore, popolo generato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Perciò, prego per la Chiesa e
chiedo a Dio di farcela amare come suo dono prezioso,
volto della sua tenerezza e abbraccio del suo amore che
accoglie e rigenera. E tu? Riconosci nella Chiesa il mistero
della presenza di Dio? O la vedi come una semplice rete di
amicizie o di interessi umani?
La Chiesa comunione
3. Con gli occhi della fede riconosco nella varietà dei
doni e dei servizi, presenti nella Chiesa, non un’invenzione
umana, né il frutto di giochi di potere o di ambizioni terrene, ma un’opera di Dio. Nella Chiesa ogni dono viene
dall’alto, ogni vocazione è chiamata, rivolta da Dio a ciascuno per il bene di tutti. Proprio così, la varietà dei carismi
e dei ministeri ecclesiali non compromette, ma esprime la
profonda unità del popolo di Dio.
In questa luce, riconosco quali segni e strumenti del
dono divino dell’unità i pastori, dal papa, vescovo della
Chiesa di Roma che presiede nell’amore, ai vescovi in comunione con lui, ai sacerdoti che in ogni comunità sono
inviati dal vescovo, ai diaconi, collaboratori del vescovo. È
così che nell’amore al papa e al vescovo, nella docilità alla
loro guida, quanti hanno accolto i doni dall’alto possono
entrare in dialogo fra loro e crescere nella comunione. È la
comunione di un popolo di credenti adulti e responsabili,
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capaci di pronunciare con la vita tre grandi «no» e tre
grandi «sì».
Il primo «no» è al disimpegno, cui nessuno ha diritto,
perché i doni di Dio vanno vissuti nel servizio degli altri:
a questo «no» deve corrispondere il «sì» alla corresponsabilità, per cui ognuno si faccia carico per la propria parte
del bene comune da realizzare secondo il disegno di Dio.
Il secondo «no» è alla divisione, cui nessuno può sentirsi
autorizzato, perché i carismi vengono dall’unico Signore
e sono orientati alla costruzione dell’unico corpo, che è la
Chiesa: il «sì» che ne consegue è quello al dialogo fraterno,
rispettoso della diversità e volto alla costante ricerca della
volontà divina per ciascuno e per tutti. Il terzo «no» è alla
stasi e alla nostalgia del passato, cui nessuno deve acconsentire, perché lo Spirito è sempre vivo e operante nella
storia: a esso corrisponde il «sì» alla continua riforma, per
la quale ognuno possa realizzare sempre più fedelmente la
chiamata di Dio e la Chiesa tutta possa celebrarne la gloria.
Attraverso questo triplice «no» e questo triplice «sì», la
Chiesa si costruisce come icona della Trinità, comunione
di uomini e donne, adulti e responsabili nella loro diversità, uniti fra loro nell’amore e testimoni del dono di Dio a
tutto l’uomo, a ogni uomo. Ti chiedo, allora, di verificare
la tua vita alla luce del triplice «sì» e del triplice «no», provando a capire quale dei tre è più urgente per te.
Una comunione necessaria per vivere!
4. Quanto bisogno c’è di questa comunione! Di fronte
all’arcipelago, che è spesso la società in cui viviamo, la
comunione della Chiesa rappresenta una buona novella
contro la solitudine. È così che vorrei si offrisse a tutti
la nostra Chiesa, suscitando e coltivando relazioni di
rispetto e di amore, che siano un’immagine eloquente
della comunione trinitaria e accendano in chi è lontano
il desiderio di Dio e dell’esperienza del suo amore, offerta
nella Chiesa.
Queste relazioni vanno vissute anzitutto nella vita quotidiana, a cominciare da quella vissuta in famiglia, «piccola Chiesa», luogo fondamentale e originario dell’educazione a credere. I genitori sono chiamati a essere per i figli
i primi testimoni della fede. In questo consiste, peraltro,
la missione affidata a ciascun battezzato: essere luce delle
genti, attrarre gli uomini a Dio con vincoli di amore, mostrando a tutti la bellezza dell’incontro con Gesù, vissuto
nella Chiesa. Il Signore ci aiuti a essere una Chiesa ospitale e ognuno di noi s’impegni nell’esercizio della carità
che tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
In questa prospettiva, faccio mie le riflessioni che tanti
(a cominciare dall’Azione cattolica diocesana) mi hanno
inviato, in risposta alla mia richiesta di descrivere la Chiesa
che vorremmo. Eccone i tratti fondamentali. La Chiesa che
amiamo sia una comunità che sa spendersi per gli altri, annunciando e vivendo la parola di Gesù: una Chiesa viva
non è mai autoreferenziale, perché la fede adulta si dona
senza misura. Chi si sa amato dal Signore non esita ad agire
tra le piaghe della storia, per mediare con generosità tra le
attese degli uomini e la luce del Vangelo. Si coglie qui la
grande responsabilità dei laici, chiamati in prima persona
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A CURATDI
ANNALENA
ONELLI
a rendere presente il Dio vivente fra gli uomini, aiutando
A
LBERTO D’ANNA - EMANUELA VALERIANI
ciascuno a mettersi in gioco in ciò che il Signore gli affida.
La Chiesa che amiamo sia una comunità che promuove
la giustizia, vivendo l’alleanza con Dio: se vogliamo essere
annunciatori credibili del Regno che verrà, dobbiamo impegnarci a far risorgere le esistenze lacerate, le prossimità
dilaniate, le fragilità abbrutenti, con la forza dell’amore
che viene dall’alto. È così che la comunità ecclesiale si
offre come testimone umile ed eloquente della misericordia di Dio per tutte le miserie umane. La Chiesa che
amiamo sia una comunità capace di porsi domande vere per
leggere la realtà cui si rivolge e offrire risposte credibili: come
Il ruolo dell’Anticristo
viviamo il dialogo con il mondo circostante, presupposto
e via maestra per qualsiasi evangelizzazione? Per risponA nel
cura di
Bruno Tonelli, Enzaantico
Laporta, e
Maria
Teresa Battistini
cristianesimo
tardoantico
dere a questi interrogativi, occorre coniugare l’impegno
nella fede con lo slancio generoso sulle frontiere della vita
PREFAZIONE DI GIANFRANCO BRUNELLI
professionale, del dibattito culturale, della promozione del
bene comune e della responsabilità civile.
Ponendosi così, la Chiesa che amiamo sia una comunità
profetica, che alla scuola della parola di Dio, ascoltata e proR1f_Grilli:Layout 1 12-09-2013 8:27 Pagina 1
clamata, sappia rinnovare le modalità del suo annuncio
e
dell’educazione alla fede, ricercando un rapporto sempre
nuovo con la gente, per essere strumento di un cristianesimo credibile e incisivo nella storia. Le comunità parrocchiali non siano ripiegate nella sola gestione dell’esistente,
ma pronte a raggiungere tutti: i lontani, gli indifferenti,
quelli fuori dal «giro» o ai margini della società, coloro che
vivono in situazioni di degrado sociale e ambientale senza
ASSIMO RILLI
vedere via di uscita, quanti hanno abbandonato la fede
per le più disparate motivazioni o non hanno più ragioni
per continuare a vivere e sperare. Vuoi contribuire anche tu
a costruire una Chiesa che sia comunità profetica attraverso
l’ascolto attento della parola di Dio e dei bisogni degli altri,
spendendoti per la giustizia, annunciando con fiducia il
Vangelo, cercando di raggiungere con simpatia i lontani?
e rappresentazioni letterarie dell’Anticristo
Lettere
L’ultimo
dal Kenya
nemico
di Dio
1969-1985
M
Una comunità che educa evangelizzando
5. Da quanto detto si capisce come l’azione educativa
della Chiesa sia tutt’uno con il suo servizio al Vangelo e
non possa prescindere dall’ambiente e dal momento storico in cui si compie. Mondo e Vangelo, umanità e salvezza in Gesù Cristo, sono i riferimenti dell’agire educativo
della comunità ecclesiale, avvertito come impegno primario e irrinunciabile.
Annunciare Cristo, vero Dio e vero uomo, significa
portare a pienezza l’umanità, unendo fedeltà alla storia
e fedeltà all’Eterno. L’educazione è l’identità stessa della
Chiesa, che Cristo ha voluto con il preciso scopo di prolungare la sua azione salvifica, dando concretezza nel
tempo al compito da lui affidato: «Andate e fate discepoli
tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19). La missione che
ci attende è quella di favorire l’incontro dell’uomo d’oggi
con il Dio che è amore, in un fecondo rapporto tra fede e
ragione, così che i credenti possano mostrare a tutti come
la proposta cristiana sia via di vera umanizzazione e ben
corrisponda all’anelito di verità, di libertà, di giustizia e di
pace, presente nel cuore dell’uomo.
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documenti
17/2013
G
L’opera di Luca
2. Atti degli Apostoli,
il viaggio
della
Parola
iciassette
anni
dopo la
sua scomparsa,
sono
modalità
attraverso
le quali
varie forme
LD
Lettere antica
che Annalena
Tonellihanno
avevainterindidella leteologia
e tardoantica
li Atti degli
apostoli
sono
una ebiorizzato
ad non
amici
intimi
familiari sono oggi alpretato situazioni di conflitto vissute dalle comugrafia di l’attenzione
personaggi del
eminenti
lettore,della
che “avrà saputo ascolnità
cristiane.
Il
volume
riunisce i contributi di
Chiesa primitiva,
ma
il
racconto
del
viaggio
tare” vivide testimonianze di una fraternità laica
della Parola studiosi
che copredella
l’arco
tra GerusaAssociation
pour l’étude de la littévissuta fra le popolazioni nomadi del Kenya e
lemme e Roma.
Un
viaggio
sopratutto
teoratureSomalia.
apocryphe
Presenta,
Testichrétienne.
che che
narrano
la veritàinoltre,
evanlogico. Il testodella
rielabora le conferenze
la
traduzione
italiana
di E. Norelli
di un ineditoe
gelica
attraverso
esperienze
di insegnamento
l’autore ha tenuto
al 31°
convegno
di Parola
J.-D. cura
Kaestli:
del beato
Spirito e Vita, scoperto
svoltosi a da
Camaldoli
(AR)degli
nell’Apocalisse
alfabetizzazione,
orfani e particolare
giugno 2012. Giovanni
attenzioneapostolo
verso i ed
malati
di tubercolosi.
evangelista.
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hiesa in Italia
La responsabilità educativa investe, dunque, direttamente la comunità cristiana, chiamata a ripensare sempre
di nuovo il suo stile di evangelizzazione, affinché la fede
in Cristo s’incarni nell’attualità e diventi fonte di speranza
per tutti. In quest’impegno convinto di educazione a vivere
della bellezza di Dio, la Chiesa dovrà testimoniare di essere
una comunità felice, ricca della gioia che nasce dalla fede.
Felice perché sperimenta e annuncia la tenerezza del Signore e vive la speranza, che non conosce rassegnazione,
indifferenza, divisione. Felice perché vive del comandamento dell’amore e del programma di vita del Vangelo,
che riconosce nelle beatitudini il manifesto della relazione
vera e vivificante con gli altri, per assaporare in profondità
l’esistenza umana e gustare l’intimità con Gesù.
Riflettiamo, allora, sullo stile delle nostre comunità
cristiane: sanno trasmettere la gioia e la bellezza di Cristo?
O vivono di una «routine» più o meno stanca e ripetitiva?
Come rinnovarle secondo il Vangelo?
La Chiesa del dialogo e della missione
6. È così che vorrei la Chiesa che amo: sempre più
missionaria, non in uno spirito di conquista, che sappia di
potere umano, ma in una passione d’amore, in uno slancio
di servizio e di dono, che dica a tutti quanto è bello essere
discepoli di Gesù!
Certo, la Chiesa è e resta un popolo in cammino, pellegrino verso la patria del cielo. Ogni presunzione di essere arrivati va considerata una tentazione: non dobbiamo
dimenticare i nostri peccati, le nostre fragilità e paure.
Fiduciosi nella tenerezza di Dio, non rinunciamo però a
sognare la Chiesa impegnata nella sua continua purificazione e riforma, inappagata da qualsiasi conquista umana,
solidale con il povero e con l’oppresso, povera e sobria nel
suo stile di vita, amica degli uomini e accogliente per tutti,
vigile e critica verso tutte le miopi realizzazioni mondane.
Beninteso, questo non significherà disimpegno o annuncio a buon mercato: la vigilanza che ci è chiesta è costosa
ed esigente. Si tratta di assumere le speranze umane e di
verificarle al vaglio della risurrezione di Cristo, che da
una parte sostiene ogni impegno autentico di liberazione
dell’uomo, dall’altra contesta ogni assolutizzazione di mete
terrene. La patria, che ci fa stranieri e pellegrini in questo
mondo, non è sogno che alieni dal reale, ma stimolo all’impegno per la giustizia e per la pace nell’oggi del mondo.
Sogno che la Chiesa – nutrita dal pane eucaristico –
sia sempre più testimone della gioia e della speranza che
non delude, libera e generosa nel suo servizio alla giustizia,
promotrice del dialogo e della pace fra gli uomini. Sogno
che questa Chiesa dell’amore, una, santa, cattolica e apostolica, sia non di meno aperta al riconoscimento di tutto
il patrimonio di grazia e di santità che lo Spirito rende
presente nelle tradizioni cristiane, che non sono in piena
comunione con lei e con cui deve dialogare, offrendo loro
i doni di cui è portatrice e ricevendo da esse la testimonianza del bene, che il Signore opera in loro, in vista del
comune annuncio del Vangelo agli uomini.
Sogno che questa Chiesa, fedele alla propria origine,
avverta l’esigenza del dialogo con Israele, con cui sa di
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avere un rapporto privilegiato ed esclusivo, perché la fede
del popolo eletto è la «santa radice», su cui l’olivo del cristianesimo è innestato (cf. Rm 11,16-24), e il popolo della
prima alleanza resta avvolto dalla grazia dell’elezione divina. Sogno una Chiesa attiva nel dialogo, tesa a realizzare
il progetto divino di unità e di pace per tutti. Se condividi
il sogno di questa Chiesa dell’amore, chiediti con me quali
scelte e azioni concrete potremmo compiere perché questo
sogno diventi realtà.
La Chiesa dell’amore
7. Infine, nell’epoca del «villaggio globale», sogno un
nuovo incontro fra i credenti delle diverse religioni, con
cui la Chiesa si riconosce chiamata al comune servizio
all’uomo a favore della giustizia e della pace e alla testimonianza del divino nella storia.
Le grandi religioni sono accomunate da una sorta di
dovere dell’ascolto, che implica l’apertura radicale del
cuore all’Eterno, nella disponibilità a lasciarsi gestire la
vita da lui. Il cristiano non rinuncerà mai ad annunciare
con dolcezza e rispetto che Dio si è coinvolto nella storia
con l’incarnazione del Verbo e la missione dello Spirito:
è questo un annuncio d’amore, che dovrà coniugare la
proclamazione del Vangelo, cui tutti hanno diritto, con
l’autenticità del dialogo, per far avanzare l’intera famiglia
umana verso la pienezza del tempo in cui «Dio sarà tutto
in tutti» (1Cor 15,28) e il mondo intero sarà la sua patria.
Questa Chiesa del dialogo e della missione non potrà
mai escludere chi non crede e chiunque sia alla ricerca
del volto di Dio: verso costoro avrà anzi un atteggiamento
di attenzione e rispetto, mostrando anche così di essere
la Chiesa per cui Gesù ha pregato: «Come tu, Padre, sei
in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo
creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). È la Chiesa
dell’amore, di cui sono chiamati a essere segno umile e
profetico i consacrati, dono prezioso per tutta la comunità.
È la Chiesa che vedo realizzata in Maria, vergine madre
del Figlio, che accoglie il dono di Dio e lo dona, pronta
sempre a intercedere per noi. È la Chiesa che vorrei costruire insieme a ciascuno di voi con l’aiuto del Signore,
cui vi invito a rivolgervi con me nella fiducia dell’intercessione di Gesù, sommo ed eterno sacerdote:
Dio, Padre nostro, da te viene la Chiesa, popolo che
hai suscitato nel tempo per rendere gli uomini partecipi
della vita divina, chiamandoli a celebrare senza fine la
lode della tua gloria. In te vive la Chiesa, icona dell’eterno
amore, comunione nel dialogo e nel servizio della carità,
a immagine e somiglianza della Trinità santa. Verso di te
tende la Chiesa, pellegrina della speranza, segno e strumento dell’opera di riconciliazione e di pace del tuo Figlio incarnato, nella forza dello Spirito Santo. Donaci di
amare questa Chiesa come madre nostra nella fede e di
volerla sposa bella del tuo Cristo, senza macchia né ruga,
partecipe e trasparente della vita dell’eterno Amore, per
essere luce di salvezza per tutte le genti. Amen!
✠ Bruno Forte,
arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto
17/2013
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hiese nel mondo |
francia
Dopo la legge
sul matrimonio
omosessuale
P
Nota della Commissione Famiglia
e società della Conferenza
dei vescovi di Francia
Preso atto che l’approvazione del progetto di legge sull’apertura dell’istituto matrimoniale a coppie dello
stesso sesso nell’aprile scorso non
rifletteva la propria visione, la Conferenza dei vescovi di Francia «ha invitato i cattolici a comportarsi come
cittadini che in democrazia assumono
una posizione minoritaria». Nel documento, a firma della Commissione
Famiglia e società, Continuiamo nel
dialogo, reso noto in maggio, non solo
ribadiscono la propria posizione, ma
fanno il punto su come procedere.
Essi prendono atto che continuando
a riflettere «sulle nostre visioni del
mondo e le loro conseguenze per la
vita di tutti e particolarmente dei più
vulnerabili fra di noi», si possono trovare nuovi spunti di convergenza con
i tanti che, pur favorevoli alla nuova
legge, hanno «espresso l’auspicio che
si tenga in maggiore considerazione il
superiore interesse della prole». I vescovi concludono il testo con l’invito
ai cattolici di dare prova «di maturità
spirituale» non solo pronunciando
«parole per esprimere una convinzione» ma soprattutto mettendo in
atto «la testimonianza e l’impegno di
una vita al servizio del prossimo, nutrita dalla fede in Cristo».
Stampa (15.9.2013) da sito web www.eglise.catholique.fr; nostra traduzione dal francese.
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documenti
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roseguiamo il dialogo!
Le prospettive dopo l’approvazione
della legge che apre il matrimonio
alle persone dello stesso sesso
I dibattiti e le manifestazioni che si sono avuti in relazione alla legge che apre il matrimonio alle persone dello
stesso sesso hanno dato modo di constatare che questo
progetto di riforma ha diviso la comunità nazionale. Si
è prodotta un’incomprensione fra sostenitori e avversari
della riforma e sono nate divergenze sul modo d’esprimere i disaccordi. Oggi è possibile notare una radicalizzazione delle posizioni, che ha riscontro anche all’interno
delle comunità cattoliche, e i responsabili della pastorale
delle famiglie, fra gli altri, hanno espresso la necessità
di disporre di elementi per il discernimento e di piste di
lavoro per proseguire la riflessione.
La Commissione Famiglia e società della Conferenza dei vescovi di Francia propone dunque questo
testo per aiutare le comunità cattoliche a superare le
differenze d’approccio e ad approfondire il dialogo. Se
la fede cristiana è una ricchezza che dà senso alla nostra vita, è possibile mettersi in ascolto e intendersi per
presentare come, all’interno di una società pluralista e
secolarizzata, essa sia oggi fonte d’orientamento e d’ispirazione etica.
L’oggetto della riforma
Il presente testo si pone in continuità con la nota pubblicata dalla Commissione Famiglia e società nel settembre 2012.1 Occorre ricordare che a quel tempo non era
prevista e nemmeno possibile alcuna discussione. Il progetto di legge faceva parte del programma del candidato
François Hollande, e dunque agli occhi del governo esso
raccoglieva automaticamente l’adesione della maggioranza dei francesi.
In quella nota la Commissione Famiglia e società
aveva operato la scelta di porre il proprio intervento sul
terreno giuridico e antropologico, per favorire il dialogo
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hiese nel mondo
con il più vasto numero di persone possibile. Vi chiariva
le ragioni che potevano condurre a contestare questa trasformazione del matrimonio civile. Spiegava altresì i motivi per cui tale trasformazione del matrimonio appariva
una risposta inadeguata alla richiesta di riconoscimento
da parte delle persone dello stesso sesso.
Invitava il legislatore a non lasciarsi bloccare in una
disputa sui diritti individuali, ma a cercare di salvaguardare il bene comune. Sottolineava infine che il matrimonio era una istituzione, non riducibile all’amore fra due
persone, e come tale instaurava per la società un legame
fra l’amore fedele di un uomo e di una donna e la nascita
di un figlio. Questa istituzione palesava a tutti che la vita
è un dono, che i due sessi sono uguali e indispensabili alla
vita e che la comprensibilità della filiazione è essenziale
per la prole.
La riforma aveva per oggetto tutto questo, e non soltanto la questione dell’uguaglianza di trattamento fra
coppie dello stesso sesso e le altre. La vastità della posta
in gioco per l’insieme della società richiedeva che sul
testo pubblicato nel settembre 2012 venisse aperto un
ampio dibattito. Esso offriva anche ai cattolici elementi
di discernimento per parteciparvi, e tante comunità cattoliche vi si sono riferite per organizzare incontri.
Nel frattempo il progetto di legge è stato esaminato
dall’Assemblea
nazionale
e dal Pagina
Senato 1per essere infine
R1f_Ferdinandi:Layout
1 4-09-2013
14:16
approvato in seconda lettura dall’Assemblea nazionale
il 23 aprile 2013, in una versione vicina alla proposta
iniziale del governo che apre alle coppie dello stesso sesso
A CURA DI
SALVATORE FERDINANDI
Memoria e profezia
per testimoniare la carità
N
el corso di un trentennio (1971-2001)
alla guida di Caritas Italiana si sono
succeduti tre direttori: G. Nervo, G. Pasini
ed E. Damoli. Il DVD è una testimonianza
della carità vissuta in modo profetico
dentro eventi e cambiamenti che hanno
fortemente segnato quel tempo. Accanto
ai direttori vengono presentate sei figure
che con loro hanno condiviso il servizio
agli ultimi.
«FEDE E ANNUNCIO»
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il matrimonio e l’adozione «plenière». Dopo l’approvazione da parte del Consiglio costituzionale, la legge è
stata promulgata dal presidente della Repubblica il 18
maggio 2013.
Numerose divergenze
Durante tutto questo tempo, il dibattito che era stato
sollecitato ha certamente avuto luogo ed è stato possibile
esporre i contributi delle varie parti, religioni comprese.
Resta tuttavia la sensazione che tali contributi non siano
stati ascoltati o intesi. La vastità delle manifestazioni pubbliche è per gran parte conseguenza dell’idea che obiezioni
di carattere fondamentale, che vanno oltre il campo della
religione e toccano le basi della vita comune, siano state respinte o ignorate. In generale e per ragioni diverse in tanti
hanno vissuto con malessere questo periodo di dibattito.
Così, con qualche semplificazione, alcuni ritengono
che la riforma non modifichi affatto il matrimonio in
quanto questo riconosce l’amore fra due esseri, mentre altri pensano che essa svuoti il matrimonio della sua
sostanza in quanto ignora la differenza sessuale. Alcuni
considerano la riforma un progresso in riferimento alla
parità dei diritti, altri temono il crollo della società incapace di riconoscere la differenza quale modalità d’identificazione umana.
Alcuni negano alla Chiesa il diritto d’intervenire sulle
questioni sociali, altri vorrebbero che essa guidasse la
lotta politica. Alcuni invocano l’amore misericordioso di
Dio a sostegno della legge, altri l’amore creatore di Dio
per avversarla. Alcuni pensano che il dibattito politico sia
stato eluso, altri che sia stato eluso il dibattito all’interno
della Chiesa.
Come andare oltre tali contrapposizioni?
La complessità del giudizio etico
In realtà sono tanti quelli che avevano colto i differenti
aspetti che sembrano opporsi, e si sentivano lacerati fra la
volontà di dare al matrimonio basato sull’alterità dei sessi
tutto il senso che gli spetta e la volontà di non respingere
le persone omosessuali. Il progetto di riforma li forzava a
scegliere. Le controproposte che ricercavano una conciliazione fra i due aspetti non hanno avuto eco politica.
Ma, al di là del problema della formulazione politica
del progetto di riforma, questi divari, vissuti dolorosamente
nell’intimo delle persone come all’interno delle comunità
cristiane, rivelano anche la complessità del giudizio etico
in una situazione pluralista e invitano ad approfondire la
nostra riflessione. Segnalano che il giudizio etico stesso è
divenuto pluralista. Ognuno invoca la propria coscienza
e non si riesce più a cogliere se esistano ancora dei fondamenti comuni per pronunciarsi su queste grandi questioni
nelle quali si disegna l’avvenire dell’uomo.
Così si assiste all’emergere inquietante di nuovi modi
di giudicare le situazioni. A seconda delle emozioni,
della narrazione o del sentire individuale, questi lasciano
poco spazio agli argomenti della ragione. È un dato di
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fatto che deve essere tenuto presente da chiunque voglia
praticare il dialogo: occorre prendere in considerazione
anche la storia personale di ognuno e lì tentare di raggiungerlo, il che significa ugualmente assumere la propria storia.
Questa complessità del giudizio etico in una società
pluralista e secolarizzata non impedisce, da una parte,
di trarre degli insegnamenti positivi da questo tempo di
dibattito e, dall’altra parte, di elaborare delle piste di riflessione per approfondire il dialogo.
1. Gli insegnamenti positivi
di questo tempo di dibattito
Questi ultimi mesi hanno dimostrato quanto sia impegnativo vivere in democrazia. Hanno fatto emergere
problematiche fondamentali riguardo al superiore interesse della prole, alla situazione della condizione omosessuale e al rifiuto dell’omofobia. Sono acquisizioni
positive del dibattito.
1.1. Vivere l’impegno democratico
L’esercizio della democrazia presuppone di accettare
fin dall’inizio che le divergenze d’opinione siano legittime. Su questa base, i cittadini e le loro organizzazioni
possono esprimere liberamente il proprio punto di vista,
nel rispetto degli altri. Ognuno merita così d’essere ascoltato e rispettato nelle proprie convinzioni profonde. Il
dibattito deve consentire il miglioramento di un progetto
in modo da poter raccogliere l’adesione più ampia possibile. Il disprezzo, la violenza verbale o fisica non hanno
spazio in ambito democratico. Sono, per i cristiani, in
contraddizione con la libertà religiosa che essi invocano.
Rispettare la laicità
La laicità dello stato, così come si è sviluppata in Francia a partire dalla legge del 1905 che ne definisce le regole,
non pone ostacolo all’espressione delle religioni nel pubblico dibattito. La laicità dello stato non implica una laicità della società. La laicità accoglie opinioni e contributi
nello spazio pubblico alla ricerca dell’interesse generale,
espressi in nome di una convinzione religiosa o spirituale,
poiché essa riconosce la ricchezza del pluralismo.
La Chiesa, come ogni associazione, può fare sentire le
proprie ragioni; i cattolici come tutti i cittadini possono
prendere la parola. Certamente non si tratta d’imporre
la fede o un punto di vista religioso. La partecipazione
dei cattolici al dibattito pubblico si dà a partire da una
visione dell’uomo che trova la propria fonte nella ragione
rischiarata dalla fede cristiana.
Assumere una posizione minoritaria
I cattolici oggi si rendono conto che tale visione non
è più conosciuta né condivisa da tutti. Anche quando
essa è condivisa, le conseguenze politiche da trarne possono divergere. All’interno della comunità cattolica tali
divergenze non mettono in pericolo l’unità ecclesiale,
così come il risultato di un voto democratico non pone
i cattolici al di fuori della comunità nazionale. Durante
l’ultima assemblea plenaria, per voce del proprio presidente, la Conferenza dei vescovi di Francia si è pronunciata sulla situazione che si è venuta a creare in seguito
all’adozione del progetto di legge e del suo effetto sulla
coesione nazionale. Ha inoltre invitato i cattolici a comportarsi come cittadini che in democrazia assumono una
posizione minoritaria.
È prova di maturità democratica accettare senza
violenza che il proprio punto di vista non venga accolto.
È prova di maturità sociale riconoscere che il dibattito
politico non esaurisce il dibattito etico e antropologico
sulle grandi questioni del senso dell’esistenza. È possibile continuare in molti modi a stimolare la riflessione
sulle nostre visioni del mondo e le loro conseguenze per
la vita di tutti e particolarmente dei più vulnerabili fra
di noi. È prova di maturità spirituale credere che non
sono importanti le parole per esprimere una convinzione, ma prima ancora vengono la testimonianza e
l’impegno di una vita al servizio del prossimo, nutrita
dalla fede in Cristo.
A tal proposito le comunità cattoliche dovranno
impegnarsi anche ad accompagnare i tanti giovani che
spontaneamente e pacificamente hanno preso parte ai
dibattiti e alle manifestazioni. Si tratta di riconoscere e
insieme sostenere il loro impegno, assicurandone la formazione specialmente nel campo della dottrina sociale,
per favorire questa testimonianza alla sequela di Cristo.
1.2. L’interesse superiore della prole
Una corrente molto ampia, superando le divergenze
riguardo al matrimonio aperto alle persone dello stesso
sesso, ha espresso l’auspicio che si tenga in maggiore considerazione il superiore interesse della prole nel contesto
della legge sull’allargamento del matrimonio, e in generale in quello delle riforme previste che vanno a toccare
la vita familiare, la protezione dell’infanzia e della gioventù, la vita scolastica.
Questo concetto di superiore interesse della prole ha
il supporto a livello internazionale della Convenzione
delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia del 20 novembre 1989, ratificata dal nostro paese, sulla quale veglia
in Francia il «difensore dei diritti» (autorità amministrativa indipendente col compito di difendere i diritti dei
cittadini di fronte alle amministrazioni, con prerogative
speciali in materia di promozione, fra l’altro, dei diritti
dei bambini; ndt).
Meglio spiegato e meglio compreso, questo concetto
avrebbe permesso di chiarire i malintesi fra diversi punti
di vista che invocano il bene dei bambini già nati o che
ancora devono nascere. Avrebbe anche permesso a tante
persone, favorevoli al «matrimonio per tutti» ma ostili
all’adozione, di comprendere lo stretto legame fra l’accesso al matrimonio e l’accesso all’adozione. La richiesta di preservare una filiazione comprensibile per tutti
1
Commissione Famiglia e società della Conferenza
dei vescovi di F rancia , Allargare il matrimonio alle persone
dello stesso sesso? Apriamo il dibattito, 27.9.2012; Regno-doc.
19,2012,621.
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hiese nel mondo
Carta della laicità a scuola
i
l 9 settembre il ministro per l’educazione nazionale francese, Vincent peillon, ha reso nota una circolare nella quale è
contenuta la Carta della laicità a scuola. il documento è nato
all’interno del programma di «rifondazione della scuola della
Repubblica» che a partire dal luglio scorso si prefigge di ridare
centralità alla «trasmissione del senso del bene comune e delle
regole» all’interno del percorso scolastico. La Carta sarà da affiggere in ogni scuola perché genitori e allievi la conoscano.
secondo la circolare ministeriale, infatti, «la laicità e gli altri
principi e valori della repubblica» troppo spesso patiscono
«una scarsa conoscenza o un’incomprensione». al contrario «la
laicità deve essere compresa come un valore positivo d’emancipazione e non come una costrizione che vuole limitare le
libertà individuali» (www.eduscol.education.fr; nostra traduzione dal francese).
La nazione affida alla scuola la missione di condividere con gli
allievi i valori della Repubblica.
1) La Francia è una Repubblica indivisibile, laica, democratica
e sociale. Essa assicura l’uguaglianza di fronte alla legge, sull’insieme del proprio territorio, di tutti i cittadini. Essa rispetta tutte
le credenze.
2) La Repubblica laica organizza la separazione delle religioni
dallo stato. Lo stato è neutrale nei confronti delle convinzioni
religiose o spirituali. Non esiste religione di stato.
3) La laicità garantisce la libertà di coscienza per tutti. Ciascuno è libero di credere o di non credere. Essa consente la libera
espressione delle proprie convinzioni, nel rispetto di quelle altrui
nei limiti dell’ordine pubblico.
4) La laicità permette l’esercizio della cittadinanza, conciliando
la libertà di ciascuno con l’uguaglianza e la fraternità di tutti
avendo a cuore l’interesse generale.
5) La Repubblica assicura nelle proprie scuole il rispetto di ciascuno di questi principi.
6) La laicità della scuola offre agli allievi le condizioni per forgiare la loro personalità, per esercitare il loro libero arbitrio e per
i bambini è stata chiaramente espressa, ma non è stata
presa in considerazione dal legislatore.
Nella delibera del 17 maggio 2013, il Consiglio costituzionale ha elevato «l’interesse del bambino» a esigenza
costituzionale. Questo rafforza l’esigenza che qualunque
procedimento d’adozione debba essere conforme all’interesse del minore. Il Consiglio ha inoltre ritenuto che la
legge non abbia né per oggetto né per effetto il riconoscimento di un «diritto al figlio». Il rifiuto molto deciso
di qualunque strumentalizzazione offre la speranza che
questa cura nella protezione del minore, la figura del più
debole fra di noi, permetterà di raccogliere una maggioranza per opporsi a un allargamento dei casi autorizzati
per la procreazione medicalmente assistita e alla legalizzazione della maternità surrogata.
1.3. L’aCCoGLieNza NeLLa CHiesa
DeLLe persoNe omosessuaLi
Come denunciava il testo precedente della Commissione Famiglia e società, l’omofobia esiste ancora nella
società e nelle nostre comunità cattoliche. Il dibattito
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compiere una prima formazione sul concetto di cittadinanza. Essa
li protegge da ogni proselitismo e da ogni pressione che voglia
impedire loro di fare le proprie scelte.
7) La laicità assicura agli allievi l’accesso a una cultura comune
e condivisa.
8) La laicità permette l’esercizio della libertà d’espressione
degli allievi nel limite del buon funzionamento della scuola
come del rispetto dei valori repubblicani e del pluralismo delle
convinzioni.
9) La laicità implica il rifiuto di ogni violenza e di ogni discriminazione, garantisce l’uguaglianza tra le ragazze e i ragazzi e
poggia su una cultura del rispetto e della comprensione dell’altro.
10) È compito di tutto il personale trasmettere agli allievi il
senso e il valore della laicità così come degli altri principi fondamentali della Repubblica. Esso vigila sulla loro applicazione
nell’ambito scolastico. Spetta a esso far conoscere la presente
Carta ai genitori degli alunni.
11) Il personale ha il dovere di rigorosa neutralità: non deve
manifestare le proprie convinzioni politiche o religiose nell’esercizio delle proprie funzioni.
12) Gli insegnamenti sono laici. Al fine di garantire agli allievi
una presentazione più obiettiva possibile rispetto alla diversità
delle visioni del mondo così come all’estensione e alla precisione
dei saperi, nessuna materia è esclusa a priori dalla discussione
scientifica e pedagogica. Nessun allievo può invocare una convinzione religiosa o politica per contestare a un insegnante il diritto
di trattare una questione in programma.
13) Nessuno può approfittare della propria appartenenza religiosa per rifiutare di adeguarsi alle regole applicabili nelle scuole
della Repubblica.
14) Nelle scuole pubbliche le regole di vita dei diversi spazi,
precisate nel regolamento interno, sono rispettose della laicità. È
vietato portare segni o un abbigliamento tramite i quali gli allievi
manifestino ostensibilmente un’appartenenza religiosa.
15) Attraverso le loro riflessioni e le loro attività gli allievi contribuiscono a far vivere la laicità all’interno della propria scuola.
riguardo al progetto di legge ha avuto un duplice effetto. Da un lato, un’omofobia fino allora latente si è
manifestata con una violenza soprattutto di tipo verbale ma in alcuni casi anche fisica. Ciò è inammissibile
e deve essere fermamente condannato. Tali espressioni
omofobe hanno ferito e turbato tanti. Dall’altro lato,
le accuse ripetute e generalizzate di omofobia all’indirizzo di quanti si opponevano al progetto di legge
hanno ingiustamente squalificato le motivazioni profonde che li animavano.
accoglienza incondizionata
L’omofobia, come ogni forma di discriminazione, è
inaccettabile. Per le comunità cattoliche l’accoglienza
incondizionata di ogni persona viene prima di qualunque altra cosa. Ogni persona, indipendentemente dal suo
percorso di vita, è innanzitutto un fratello o una sorella
in Cristo, un figlio di Dio. Questa filiazione divina trascende qualsiasi legame umano familiare.
Ogni persona ha diritto a un’amorevole accoglienza,
così com’è, senza dover nascondere questo o quell’altro
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aspetto della propria personalità. L’accoglienza incondizionata della persona non comporta assolutamente l’approvazione di tutte le sue azioni, ma costituisce la prima
condizione di qualunque relazione, secondo l’esempio
dato da Cristo stesso.
La misericordia e la legge
Le comunità cristiane non devono scegliere fra legge
e misericordia per accogliere. È la misericordia che apre
la strada sulla quale ogni persona, restituita alla propria
dignità e alla propria libertà, può impegnarsi liberamente
con un cammino esigente di conversione e di crescita.
Ciò che la fede indica come legge non è un diktat morale,
ma il segno che, con un atteggiamento d’umiltà, diventa
possibile l’incontro con l’amore divino.
È l’incontro con Cristo che condurrà la persona a
operare dei cambiamenti nella propria vita. Le comunità
cristiane, anche se consapevoli che si tratta di qualcosa
che sfugge loro, devono favorire questo incontro, testimoniare l’azione di Dio nella vita di ciascuno e accompagnare i cammini, senza mai giudicare i cuori.
Da questo punto di vista, la Commissione Famiglia e
società riconosce che molto ancora può essere fatto per
accogliere e accompagnare meglio le persone omosessuali e le loro famiglie. Le incomprensioni sorte a proposito della legge in seno alle comunità cattoliche rivelano
questa situazione ma allo stesso tempo possono anche
portare a prendere maggiore consapevolezza di questa
responsabilità da parte delle comunità che sono invitate
ad approfondire il dibattito sui diversi aspetti.
2. Nuovi argomenti d’approfondimento
La riflessione sulla riforma del diritto di famiglia ha
portato tanti cattolici a interrogarsi sulle proprie prese di
posizione e sulle loro motivazioni. Essere cattolici implica
essere sempre «contro» le riforme della società che altri
presentano come progressi? Dopo aver fugato le accuse
di omofobia, come riuscire a spiegare la peculiare ricchezza del matrimonio cristiano, che merita essere perseguita e che si vorrebbe condividere?
Sono interrogativi più lontani dal dibattito politico,
per i quali il Consiglio famiglia e società propone alcuni
elementi di discernimento. Le piste che vengono presentate qui di seguito vogliono incoraggiare i cattolici ad approfondire insieme queste tematiche e a dibatterne con
tutte le persone di buona volontà.
2.1. Una visione dell’uomo…
Nella visione cristiana, l’uomo è un essere relazionale. Creato a immagine e somiglianza del Dio trinitario, nasce da una relazione e si costruisce in quanto
persona attraverso molteplici relazioni, in primo luogo
quelle familiari. L’essere umano non è dunque un individuo isolato, un isolotto in mezzo al mare. È una
persona, sempre in rapporto con altre persone. La sua
libertà e la sua indipendenza non esistono al di fuori
degli altri o facendo astrazione dagli altri. Esse esistono
solamente nella retta relazione con gli altri. Cristo, mediante la sua vita, morte e risurrezione, ci mostra lo
stretto legame che lo unisce al Padre. Ci insegna così
che essere, è essere in relazione.
Tutti responsabili di tutti
Se le relazioni sono dunque costitutive del nostro
essere, non possiamo rimanere indifferenti davanti alle
persone con le quali siamo in rapporto. La nostra interdipendenza chiama alla solidarietà fra di noi. Questa
solidarietà non è «un sentimento di vaga compassione o
di superficiale intenerimento per i mali di tante persone,
vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e
perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il
bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente
responsabili di tutti».2
Da questa interdipendenza, da questa responsabilità per gli altri, deriva un’attenzione particolare per i
più piccoli, i più deboli fra di noi, che si ritrova nel comandamento evangelico di nutrire e vestire i bisognosi,
d’accogliere lo straniero, di visitare i malati e i prigionieri (cf. Mt 25).
Un’attenzione ai più vulnerabili
È questa convinzione fondamentale che ispira i cattolici in prima persona a mettersi al servizio dei poveri
per accogliere in essi Cristo e a opporsi a quanto presenta
il rischio di privare il minore dei suoi diritti, della sua
iscrizione in una storia e in una genealogia. A partire
da questa visione dell’uomo, e da questa attenzione al
più vulnerabile, la Chiesa chiederà tanto di accogliere lo
straniero quanto d’accogliere il figlio che deve nascere.
Entrambi possono annunciarsi in modo imprevisto, in
un momento che giudichiamo scelto male. Ma Cristo ci
chiede d’accogliere ogni persona come accoglieremmo
lui stesso...
È sempre a partire da questa visione che la Chiesa
condanna il licenziamento dei dipendenti senza concertazione o la brutale espulsione dei rom. Nelle decisioni
economiche o politiche, deve rimanere primaria l’attenzione all’uomo, e la sua dignità deve essere rispettata.
È ancora questa visione che spinge la Chiesa nei suoi
interventi per il rispetto delle persone indebolite dall’età
o dall’handicap.
È sulla base di questa visione dell’uomo, e di questa
attenzione a dare ai più bisognosi in mezzo a noi tutto il
posto che loro spetta, che 12.000 persone si sono riunite
a Lourdes all’inizio di maggio nel quadro di Diaconia
2013 attorno al tema «Serviamo la fraternità».
Allora sì che questa preoccupazione per il più debole si può tradurre in un’opposizione a dei progetti
di riforma, ma non è per un riflesso conservatore,
bensì per la preoccupazione che la dignità dell’uomo
resti bene al centro dell’attenzione di un mondo in
piena evoluzione.
2
Giovanni Paolo II, lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 30.12.1987,
n. 38; EV 10/2650.
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hiese nel mondo
PIERPAOLO CASPANI
Una dignità che per il cristiano non è legata a un
elenco di qualità fisiche, intellettuali o morali e nemmeno
alla nostra stessa capacità di comunicare o di porci in
relazione con gli altri. La dignità è fondata sul fatto che
ogni creatura è creata a immagine di Dio. In colui che
non ha ancora sviluppato un linguaggio o in colui che
l’ha perduto, in colui la cui libertà è ostacolata o ridotta
da una causa psichica o fisiologica, in colui che, vulnerabile, è abbandonato interamente nelle nostre mani, il
cristiano riconoscerà un fratello in umanità che deve essere rispettato senza alcuna condizione.
Chi è Gesù
I
l messaggio e l’opera di Gesù si riducono
solo a un insegnamento morale? A uno
stile di vita affascinante, ma irraggiungibile? Il libro si propone di mettere a fuoco
il cuore del suo messaggio, cioè l’annuncio
del Regno, per considerare poi il centro
della sua storia, il mistero della croce e risurrezione, e concludere con alcune riflessioni circa la sua identità profonda.
«CAMMINI DI CHIESA»
2.2. …CoereNte CoN uNa VisioNe
DeL matrimoNio
Se l’uomo è un essere relazionale, l’unione di un
uomo e di una donna nel matrimonio, come la famiglia
che nasce da tale istituzione, sono luoghi privilegiati per
fare esperienza di questa relazione. La fede cristiana ci
conduce a una determinata visione tanto dell’uomo e
della donna quanto del matrimonio.
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una crescente distanza fra matrimonio civile
e matrimonio religioso
DELLO STESSO AUTORE
VIVIAMO LA MESSA
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A CURA DI
8:26
I quattro pilastri del matrimonio cristiano sono
l’unità, l’indissolubilità, la fedeltà e l’apertura alla vita.
Per lungo tempo il matrimonio civile ha rispecchiato
questa medesima concezione di matrimonio. Con l’apparire del divorzio, e più particolarmente dopo l’introduzione della separazione consensuale nel 1975, il pilastro
dell’indissolubilità è venuto meno nel matrimonio civile
aprendo un divario rispetto al matrimonio religioso.
Questo divario si è allargato con la scomparsa
dell’apertura alla vita come elemento essenziale del matrimonio civile. Esso si aggrava ancora di più in quanto
la differenza sessuale tra uomo e donna, elemento fondamentale per pensare l’alleanza feconda a immagine
di Dio, viene espulsa o relativizzata nella definizione del
matrimonio civile. Occorre dunque prendere atto del
fatto che matrimonio civile e matrimonio religioso non
comportano più lo stesso tipo di impegno.
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VERONICA DONATELLO
Una fede
per tutti
Persone disabili nella comunità cristiana
Le conseguenze
– Gli sposi cattolici, contraendo il matrimonio civile,
continuano a rispettare i doveri civili ed etici di solidarietà e d’impegno nei confronti dei figli e dei terzi che
il matrimonio civile, in quanto istituzione, continua a
stabilire. L’apertura alle persone dello stesso sesso non
modifica i doveri giuridici del matrimonio fissati dal Codice civile.
– Scegliere di sposarsi religiosamente significa consentire liberamente a una serie di doveri che completano
e oltrepassano quelli che continuano a essere richiesti dal
matrimonio civile. Questi doveri conservano oggi tutto il
loro senso, un senso che rafforza ulteriormente il carattere di una scelta minoritaria e liberamente compiuta.
L
a presenza dei disabili nelle comunità
cristiane esige cura particolare, soprattutto in ordine alla catechesi e alla vita
sacramentale. Il testo costituisce uno strumento per un’accoglienza vera e arricchente. In appendice il documento dell’Ufficio Catechistico Nazionale L’iniziazione
cristiana alle persone disabili (2004).
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Gustare la vita di Dio
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risposta personale all’invito a gustare in qualche misura la vita di Dio. La fedeltà e l’indissolubilità sono
esigenze forti, che possono sembrare irrealistiche allo
sguardo umano, ma che ci invitano a nutrirci della
straordinaria fedeltà di Dio che si estende di generazione in generazione per rispecchiarne qualcosa nelle
nostre vite.
L’apertura alla vita vuol dire che le nostre relazioni
amorose non sono destinate a chiuderci in un a tu per tu
egoista, ma ci spingono ad accogliere gli altri. La Bibbia
ci mostra il volto di Dio, infinitamente fedele, che perdona sempre e continuamente gli errori del suo popolo.
Cristo ci mostra una dinamica relazionale d’amore capace di accogliere tutti e ciascuno.
Anche se i nostri matrimoni non sono sempre all’altezza di questa sovrabbondanza d’amore di cui ci gratifica Dio, si tratta ugualmente di un’avventura che vale
la pena vivere ed è una felicità per coloro che arrivano a
percorrere il cammino insieme.
Così, questo matrimonio con i suoi doveri è importante per noi, non perché ci può proteggere da
incertezze e rischi – che non ci sono risparmiati –,
ma perché permette di vivere nella verità dell’amore
un’esperienza umana unica ove possiamo presentire un
gusto d’eternità.
2.3. Ritrovare il senso dell’amicizia
Infine, il dibattito riguardo all’omosessualità ci invita
anche a riscoprire la forza e il senso dell’amicizia e della
castità. Le amicizie forti sono sempre esistite ed esistono
ancora, fra uomini, fra donne o fra uomo e donna. Oggi
le amicizie caste sono svalutate di fronte a una sorta d’ingiunzione mediatica del «tutto e subito».
In una società fortemente erotizzata, ove la trasgressione è talvolta presentata come un atto di coraggio senza
riguardi per il senso comunitario dell’esistenza, l’amicizia
casta passa per essere impossibile o ingannevole. Così
viene inventato di sana pianta uno schema culturale che
di fatto impoverisce le relazioni interpersonali, e su ogni
legame forte d’amicizia viene gettato il sospetto di prendere una piega sessuale.
L’attrazione fisica o anche il desiderio sessuale possono esistere in una relazione d’amicizia, ma le persone
possono anche scegliere di non cedervi, proprio per
preservare e coltivare un legame d’amicizia che è un
bene in sé. L’amicizia si poggia su una distanza benefica
dei corpi. Essa non è né possessiva né esclusiva. Essa si
nutre della presenza gratuita dell’altro, della ricchezza
del suo essere.
Non tutte le persone eterosessuali riescono a vivere
una relazione di amicizia casta con una persona dell’altro sesso. Non tutte le persone omosessuali riescono a
vivere una relazione d’amicizia casta con una persona
dello stesso sesso. Ma il fatto che non tutti vi riescano non
sminuisce questa esperienza. Quelle e quelli che vivono
un simile legame d’amicizia testimoniano volentieri la
ricchezza che rappresenta e l’importanza che esso riveste
nella loro vita.
I legami d’amicizia comportano inoltre un’apertura agli altri e possiedono un’autentica fecondità so-
ciale. Le persone celibi o nubili, le persone che vivono
la castità consacrata possono testimoniare di una fecondità su un piano diverso da quello della procreazione. Queste ricche esperienze umane rischiano di
essere spazzate via da un certo libertarismo. Vi è dunque l’urgenza di lavorare all’educazione relazionale,
affettiva e sessuale dei giovani. I cristiani sono chiamati a testimoniare che altri modi di vivere le relazioni
umane sono possibili.
In conclusione
La comunione ecclesiale non è cosa evidente. Fin
dalle origini, i cristiani sono invitati all’unità, segno di
quella che esiste nel seno stesso del Dio trinità nel quale
credono. Fin dalle origini, conflitti e strappi vengono a
indebolire la testimonianza dei cristiani e a straziare il
corpo di Cristo nel quale ognuno è stato battezzato.
Fin dalle origini, nelle nostre comunità vi è stato bisogno di perdono e di carità. Ciò significa che la nostra
lotta è prima di tutto quella di una conversione personale affinché la nostra vita sia una vera buona novella
coerente con il Vangelo e mostri agli altri il gusto di
viverla.
La nostra parola più convincente prende prima di
tutto la forma di un impegno e di un servizio. A questa
condizione non dobbiamo aver timore che i nostri modi
di vivere entrino in contraddizione con le norme della
società. L’importante è che le nostre vite siano regolate
sul sole di Cristo e che si possa affermare che la nostra
testimonianza non è giudizio sull’altro, ma semplicemente coerenza fra la nostra fede e le nostre azioni.
Seguendo Cristo, venuto in questo mondo portatovi
dall’amore del Padre per il mondo, non siamo soli sul
cammino. Solidali con tutti coloro che ci circondano,
possiamo mettere in pratica azioni che diano testimonianza di un rispetto senza condizioni per ogni essere
umano e garanzia di un avvenire per i più vulnerabili.
Spetta a ognuno coltivare sempre meglio l’attenzione alla vita comune che rispetta la dignità della
persona umana, attenzione alla vita comune sociale e
politica, sempre meglio orientata verso la giustizia, la
pace e la solidarietà.
Maggio 2013.
La Commissione Famiglia e società*
* La Commissione è composta da mons. Jean-Luc Brunin, vescovo di Le Havre, presidente; mons. Yves Boivineau, vescovo di
Annecy; mons. Gérard Coliche, vescovo ausiliario di Lille; mons.
François Jacolin, vescovo di Mende; mons. Christian Kratz, vescovo
ausiliare di Strasbourg; mons. Dominique Lebrun, vescovo di SaintEtienne; mons. Armand Maillard, arcivescovo di Bourges; Monique
Baujard, direttrice del Servizio nazionale Famiglia e società; Françoise
Dekeuwer-Défossez, docente di diritto; P. Gildas Kerhuel, segretario
generale aggiunto della Conferenza dei vescovi di Francia; suor Geneviève Médevielle, docente di teologia morale; Jérôme Vignon, presidente delle Settimane sociali di Francia.
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S
tudi e commenti |
asia
La missione
in Asia
Mons. Thomas Menamparampil sdb,
arcivescovo emerito di Guwahati,
India
Lo stile evangelico dell’evangelizzazione: così si potrebbe sintetizzare la
serie di riflessioni affidate da mons.
Thomas Menamparampil, arcivescovo emerito di Guwahati nello
stato indiano nord-orientale dell’Assam, alla rivista dei missionari comboniani in Asia World mission. Si
tratta di riprendere lo sforzo dell’inculturazione: «L’evangelizzatore in
Asia oggi dovrebbe essere autenticamente asiatico e profondamente cristiano». Di lasciare da parte le dispute dogmatiche per testimoniare
personalmente il Vangelo. Si tratta,
per i religiosi cui è specificamente
dedicato un intervento, di essere i
profeti del proprio tempo e i visionari del futuro. Mons. Menamparampil è stato dal 1986 al 1992 presidente dell’Ufficio per l’evangelizzazione della Federazione delle conferenze episcopali d’Asia (FABC), e
nel 1998 segretario dell’Assemblea
speciale per l’Asia del Sinodo dei vescovi. Nel 2011 è stato candidato al
premio Nobel per la pace per il suo
ruolo di mediazione nei conflitti tra i
diversi gruppi etnici nell’Assam.
World Mission 24(2012), ottobre 2012, 1431. Nostra traduzione dall’inglese.
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Una guida
per evangelizzatori
Vi sono così tante idee sbagliate riguardo all’evangelizzazione, che devo cominciare col dire qualche parola su
quello che essa non è. L’evangelizzazione non è una forma
di campagna politica, uno spot pubblicitario, una propaganda ideologica, un dibattito teso a confutare tutti, una
competizione che mette in ridicolo gli «avversari», un’arrogante rivendicazione di superiorità, una jihad religiosa.
Non è un incontro di pugilato spirituale per mettere KO
tutti quelli che si trovano sul ring. Non è una minaccia al
patrimonio culturale di un popolo, alle identità etniche,
al retaggio dei valori di una nazione, a tradizioni sane e
solide, alla diversità antropologica, alla saggezza antica,
ai vincoli e ai legami di parentela ereditati, al patrimonio
di idee ricevuto in eredità, agli archetipi culturali, né al
genio religioso indigeno dei popoli asiatici. Cristo viene
per confermare ed elevare, per portare a compimento e a
perfezione, per risanare e potenziare, non per danneggiare
e distruggere, non per denunciare e traviare, non per negare e rifiutare tutto ciò che ha un valore per l’umanità.
«Non contesterà né griderà, né si udrà sulle piazze la sua
voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà
una fiamma smorta, finché non abbia fatto trionfare la
giustizia; nel suo nome spereranno le nazioni» (Mt 12,1921; cf. Is 42,1-4).
Non nego che l’attività dell’evangelizzazione possa essere svolta in una maniera offensiva, ed è il motivo per
cui uno studio della cultura con cui si entra in relazione
è molto importante. È chiaro che sono necessarie e fondamentali una vigilanza e un’autocritica costanti quando
stiamo offrendo un qualche tipo di servizio interculturale,
sia esso nel campo dell’educazione, dell’assistenza sanitaria o dell’assistenza sociale. L’opera di evangelizzazione,
come qualsiasi altro servizio umano, può essere condotta
e gestita in modo sbagliato. In effetti siamo esseri umani limitati, e tutto quello che facciamo reca il segno della fragilità umana. Tuttavia non dobbiamo lasciarci scoraggiare.
Una madre che si occupa con amore del proprio figlio
può non avere un diploma di assistenza all’infanzia, può
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svolgere il suo compito in maniera imperfetta, ma le sue
azioni sono necessarie per mantenere in vita e perpetuare
la razza umana.
L’evangelizzazione è la missione centrale della Chiesa.
È quest’attività che mantiene la comunità cristiana viva ed
efficace nel servire il Signore e l’umanità. Se è avulsa da
tutto questo, la Chiesa cessa di essere significativa, di avere
energie; smette persino di esistere. L’evangelizzazione rappresenta la benevolenza amorevole di Dio che giunge in
aiuto a ogni persona della società umana attraverso organizzazioni umane e la sua premurosa sollecitudine per
l’intera creazione. È la mano di un amico amorevole tesa
in aiuto; è una parola di incoraggiamento e di rassicurazione da parte di un fratello o di una sorella premurosi.
Questo è il motivo per cui i religiosi e le religiose hanno
un ruolo speciale in questa nobile missione. È un privilegio
essere chiamati ad assistere Dio nella sua opera.
Entrare nella vita delle persone
La prima cosa da fare, se siamo seriamente intenzionati a svolgere un’opera di evangelizzazione, è entrare
nella vita delle persone. Non possiamo rimanere in disparte e organizzare quest’opera importante da lontano.
Saremmo anche in grado di tenere sotto controllo una potente macchina organizzativa guidandola con un telecomando, ma sarebbe una struttura priva di vitalità. Questo
è il motivo per cui alcune nostre parrocchie e istituzioni
sono diventate inerti e asfittiche. È quando le cose avvengono in questo modo che le nostre opere mancano della
vitalità e dell’energia proprie di un organismo vivente.
Esse non riescono a crescere, e non riescono a produrre i
frutti desiderati.
Siamo sbalorditi per il modo in cui Gesù riusciva a
entrare nella vita delle persone. Egli coglie le persone di
sorpresa. Entra nella vita di Andrea e di Pietro, di Giacomo e di Giovanni mentre questi sono affaccendati a
pescare; chiama Levi mentre è seduto al banco delle imposte; chiama Filippo e Natanaele che stanno sul margine
della strada; sorprende Zaccheo auto-invitandosi nella sua
casa. È sempre sensibile ai bisogni delle persone. Entra
nella casa di Pietro e guarisce sua suocera. Chiama a sé un
uomo con una mano paralizzata e lo guarisce, senza che
gli venga neppure chiesto. Purifica diversi lebbrosi; guarisce persone affette da ogni genere di malattia; risuscita i
morti. Ciò che spicca con evidenza è il suo profondo, appassionato interesse per l’altra persona: il suo calore, la sua
empatia. Non sempre è lui a offrire aiuto: anch’egli chiede
aiuto. Chiede da bere alla donna samaritana. Chiede la
compagnia e l’ospitalità di Zaccheo. Si riposa nella casa
di Marta, Maria e Lazzaro. Cena con Simone il lebbroso.
Accetta l’invito a pranzo di Simone il fariseo (cf. Lc 7,36);
partecipa a un banchetto nuziale a Cana (cf. Gv 2,1-2).
Se volete essere dei buoni missionari dovete coinvolgervi nella vita delle persone. Accoglierete con gioia le
persone nella vostra casa, le farete sentire a proprio agio.
Sarete ugualmente felici di andare a trovarle a casa loro,
di entrare in dialogo con loro, di parlare di argomenti
d’interesse comune; vi interesserete dei loro figli e della
loro educazione, dei loro campi e dei loro raccolti, dei
loro problemi economici e delle loro preoccupazioni, dei
loro contrasti familiari e della loro ricerca di pace, dei loro
conflitti spirituali e delle loro aspirazioni religiose. Il vostro dialogo può spostarsi su livelli più profondi e andare
a toccare ambiti di auto-comprensione e della presenza di
Dio nella loro vita. È in momenti simili che Dio rivela il
suo volto in maniera del tutto inattesa a nuove persone e
a nuove comunità. E accadono miracoli.
Tra le persone più istruite oggi è probabile che vi
imbattiate in uomini e donne che vivono secondo una
filosofia di generico pluralismo, di vaga e indistinta apertura mentale a tutto, di eclettica spiritualità, di ambiguità
interiore e indeterminatezza spirituale, di disponibilità a
un’appartenenza religiosa multiforme e poliedrica, privi
di entusiasmo per qualsiasi religione strutturata e ostili
verso le istituzioni. Atteggiamenti che noi definiamo postmoderni non sono mai assenti nella tradizione asiatica. In
primo luogo, non si può dire che l’élite asiatica, in generale, sia secolarizzata. Vi è un’apertura alla spiritualità,
anche se non ad appartenenze religiose specifiche. Tuttavia le società più semplici hanno meno inibizioni, in special modo le comunità indigene (tribali) e quelle che praticano religioni ataviche tradizionali. E davvero in regioni
inimmaginabili e imprevedibili accadono miracoli. Nel
Wuan, nel Nord della Cina, in meno di dieci anni (19962003), grazie all’attività di evangelizzatori laici, i cristiani
sono aumentati di sei volte. Nella diocesi di Inchon, in
Corea, durante il ministero pastorale di un solo vescovo, i
cristiani si sono decuplicati.
La cosa importante è che noi andiamo avanti, non
recandoci soltanto in nuove aree geografiche, e non rivolgendoci solo a nuovi singoli individui e a nuove comunità,
ma spingendoci all’interno di nuovi ambiti della vita e attività umane. Abbiamo bisogno di esplorare le «frontiere»
di ogni pensiero, di ogni aspirazione e di ogni impegno
che accendono e animano le persone, e di esplorare la
linea che separa il possibile dall’impossibile! Sì, noi dobbiamo continuare ad «andare».
Rimuovere le barriere
Quando inizierete un’attività in un territorio nuovo
o stabilirete dei contatti con una comunità nuova per la
prima volta, alcune persone potranno apparire ostili. Ma
quando entrerete in dialogo con loro, vi accorgerete che
vi trovate semplicemente di fronte a persone normali con
aspirazioni e obiettivi umani normali e comuni. Se state
progettando una qualche opera benefica nel loro territorio, potete stare certi che anche loro ne saranno interessati; anch’essi vogliono che il loro territorio e la loro comunità si sviluppino, ma vogliono sapere che cosa questo
«estraneo» ha intenzione di fare. Dovete spiegare loro le
vostre intenzioni, associarvi alle cose buone che stanno
già facendo nella zona, riconoscere il ruolo dei capi locali
e mantenere un dialogo stimolante e vivo con la comunità
locale a mano a mano che il vostro lavoro procede e progredisce. Vi è un dialogo che è inteso a risolvere i problemi
immediati. Vi è un’altra forma di dialogo che è orientata
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a far sì che persone di culture e religioni diverse s’aiutino
a vicenda e collaborino per lo sviluppo della comunità locale e per la promozione di valori umani autentici. Vi è
ancora un altro tipo di dialogo, a un livello più profondo,
che va alla ricerca di ciò che è vero e buono, che è la fonte
primaria della vostra ispirazione e della vostra forza, con
il sincero desiderio di scoprire la presenza di Dio in varie
culture, il suo operare in varie società, il suo essere attivo
nei cuori umani, e con la disponibilità ad andare dove egli
ci guiderà.
Il dialogo è un processo di apprendimento. Francesco
d’Assisi fu profondamente colpito dalle abitudini di preghiera che aveva visto nella società islamica. Charles de
Foucauld riscoprì la sua fede cristiana nel Sahara, vivendo
tra i suoi amici musulmani. Ma anche voi avete l’opportunità di condividere la vostra percezione della verità, la
vostra comprensione di Dio e del suo progetto per il bene
e la felicità della razza umana. Il dialogo, in ultima analisi, riguarda la relazione, l’impegno comune per ciò che è
buono, non le sottigliezze ideologiche e le argomentazioni.
È orientato verso un senso di reciproca appartenenza che
ciascuno desidera ardentemente.
Quando cominciate a dialogare con loro a fondo, scoprite che il loro punto di partenza è diverso dal vostro. La
loro struttura mentale non è influenzata dalla disciplina
intellettuale aristotelica, dalla teologia tomista, dalla tradizione catechetica cattolica o dai tipi di spiritualità e di
concetti metafisici che voi avete ereditato dalla tradizione
cristiana. Le parole che usate, specialmente riguardo alle
realtà religiose, hanno altre connotazioni. I simbolismi che
vi sono familiari possono non evocare la stessa risposta.
Gli inni che cantate possono non suscitare gli stessi sentimenti religiosi. Se fate riferimento alla messa e agli altri
sacramenti, queste realtà possono apparire loro oscure.
Alcune delle norme della Chiesa possono sembrare loro
arbitrarie e prive di un collegamento con la religione (ad
esempio i contributi economici destinati alla Chiesa, i registri, le disposizioni relative ai matrimoni ecc.). Termini
come «cattolico» o «apostolico» hanno significati diversi
nella tradizione cattolica, in quella ortodossa e in quella
protestante. Le nozioni cristiane di Dio e della vita ultraterrena sono diverse da quelle delle nostre sorelle e dei
nostri fratelli induisti, musulmani e buddhisti. Un missionologo ricorda che, quando l’espressione «Signore, abbi
misericordia» venne tradotta in un dialetto del Ghana, si
trasformò in qualcosa di simile a «Signore, sii miserabile»!
Costruire ponti
Alcuni neo-convertiti hanno ravvisato una relazione
tra l’ottuplice sentiero del Buddha e le beatitudini. Oggi
ciò di cui abbiamo più bisogno sono persone che possano
costruire dei ponti tra le diverse comunità e le loro differenti visioni della realtà. A mano a mano che il mondo sta
diventando sempre più globalizzato, stiamo acquisendo
una consapevolezza sempre più profonda delle nette differenze nei punti di vista, negli interessi collettivi, nelle opinioni politiche, nelle identità culturali, nelle prospettive
filosofiche, nelle strutture mentali legate alle varie civiltà.
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Ricordiamo come, anche nella Chiesa primitiva, vi fossero
delle differenze tra i cristiani ellenisti e i giudeo-cristiani
(cf. At 6,1ss). Abbiamo bisogno di uomini e donne capaci
di fare da intermediari tra le diverse parti, di attraversare
tali barriere con agilità e naturalezza e di aiutare gli altri
a «negoziare» e a trovare una via comune attraverso le
posizioni contraddittorie che spesso le persone assumono,
conducendoli a una comprensione reciproca. Noi, in Asia,
dobbiamo trattare contemporaneamente con persone di
religioni diverse.
Quando pensatori di culture differenti, riflettendo sulle
esperienze storiche delle loro rispettive società, propongono soluzioni a determinati problemi umani, sono tentati di elevarle a principi universalmente validi. E possono
benissimo esserlo! Tuttavia non sarà difficile notare che
teorie psicologiche e sociali che si sono sviluppate in un
particolare contesto culturale, in un particolare periodo
storico, dovranno essere modificate e cambiate quando
vengono applicate a un altro contesto culturale e storico.
Le parole hanno significati diversi, le idee hanno connotazioni diverse, le immagini suscitano consonanze diverse in
situazioni diverse. Al suo tempo san Paolo raccomandava:
«Il vostro parlare sia sempre gentile, sensato, in modo da
saper rispondere a ciascuno come si deve» (Col 4,6). Solo
quando saremo consapevoli delle sottili differenze esistenti
nelle parole e nei significati noi, come evangelizzatori, saremo capaci di costruire ponti tra diversi modi di pensare.
Prendiamo ad esempio parole come «democrazia», «progresso», «disciplina» in bocca a Stalin, a Mao, a Gandhi
o a Nehru. Ciascuno di essi ha una comprensione diversa
della nozione espressa dalla stessa parola.
«Giovanni usò i metodi della propaganda ebraica
ellenistica al fine di trasmettere al mondo greco il contenuto originariamente semitico del cristianesimo primitivo» (C.K. Barrett). Il Saulo semitico fu anche il Paolo
romano. Paolo fu accusato di dire «il “sì, sì” e il “no, no”»
(2Cor 1,17). Si tratta evidentemente di un riferimento ai
suoi modi flessibili e concilianti di trattare con comunità
diverse, cercando di farsi tutto a tutti. Nei concili di Nicea,
di Calcedonia e di Efeso vediamo gli sforzi di inculturazione fatti della Chiesa primitiva nel tentativo di esprimere
la dottrina in un linguaggio adeguato al mondo greco.
L’evangelizzatore in Asia oggi dovrebbe essere autenticamente asiatico e profondamente cristiano. Essere autenticamente asiatico non significa usare un linguaggio aggressivo per difendere gli interessi dell’Asia, e ancor meno assumere atteggiamenti aggressivi. Non significa crogiolarsi
in forme esagerate di nazionalismo che, purtroppo, trova
persino un’espressione teologica non del tutto buona. Diventare costruttori di ponti è qualcosa di molto diverso.
Strutture che si sono sviluppate in una particolare
cultura, come la forma di democrazia parlamentare di
Westminster, non è detto che debbano necessariamente
funzionare bene in un altro contesto culturale. In India
siamo stati abbastanza fortunati a essere riusciti a preservare il modello che abbiamo ereditato dagli inglesi.
Quando si adottano prassi e consuetudini predominanti
in un’altra società per risolvere un problema sociale, può
darsi che ci sia bisogno di affrontare la realtà nella sua
interezza in modo diverso, di spostare l’attenzione su altri
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aspetti e di ridefinire le priorità. La maniera giapponese
di affrontare i problemi di economia sorprende le persone
che sono cresciute con tradizioni economiche anglosassoni. Piani d’azione avanzati e altamente sviluppati «importati» o ispirati da esperienze straniere possono aver
bisogno di una riformulazione per essere adeguati alle necessità locali, o addirittura sostituiti. La globalizzazione ha
reso la gente sempre più consapevole del fatto che le persone appartenenti alla cultura occidentale, o confuciana, o
asiatica meridionale (induista-buddhista) o islamica hanno
visioni molto diverse tra loro. E anche queste classificazioni complessive sono ingannevoli, perché vi sono ulteriori differenze interne a questi gruppi generici d’insieme,
cui è necessario prestare attenzione.
La tazza indiana
Quanto abbiamo esposto sopra può insegnare molto
anche agli evangelizzatori. È necessario che essi adattino
le vie di approccio che hanno studiato e di cui hanno letto,
o sentito descrivere o visto con i loro occhi altrove. Dopo
aver lavorato insieme a un gruppo etnico, quando si trasferiscono a un altro gruppo può capitare debbano imparare tutto da capo: come rapportarsi con questa nuova
comunità e come offrire un servizio efficace alla sua gente.
In India dobbiamo trattare contemporaneamente con
persone di tradizioni culturali e religiose diverse.
In India vi è un modo di pensare e di agire tipicamente
indiano. Sadhu Sunder Singh ha detto: «Dateci l’acqua
della vita in una tazza indiana», ossia in un modo che
sia comprensibile e significativo per la mentalità indiana.
Tuttavia è ben lungi da esistere un unico approccio alle
comunità che si ritiene appartengano alla tradizione induista. Alcuni ignorano totalmente – anche se non necessariamente li rifiutano – i testi che sono considerati sacri
dalle caste superiori. Ciascuna comunità ha le proprie credenze, le proprie pratiche e celebrazioni che differiscono
notevolmente da quelle di altre comunità. Alcuni possono
essere considerati induisti semplicemente nel senso che
hanno accettato una posizione nella gerarchia induista
delle caste.
Dal punto di vista storico è avvenuto che queste persone sono state di fatto costrette ad accettare tale posizione
per ottenere un ruolo nella società in cui dovevano vivere.
Esse stanno aggrappate alle tradizioni della loro casta (per
loro, questo è il dharma) come un modo per affermare
con fierezza la propria identità e la propria distinzione, da
un lato, e per rivendicare la propria superiorità rispetto
a certe altre comunità, dall’altro. Contrariamente al loro
massimo desiderio, può accadere che debbano riconoscere una posizione di superiorità a certe altre caste. Tale
conflitto inter-castale è sempre continuato, ininterrotto,
nel corso della nostra storia nazionale. Ma quello che desidero sottolineare qui è il fatto che non vi è un solo e
unico approccio alla società induista nel suo complesso.
Piuttosto vi è un approccio diverso e appropriato per ciascuna singola comunità che ha un’identità e una coesione
interna sua propria, vivendo in una situazione geografica
e sociale specifica.
È interessante constatare come la sensibilità religiosa
di comunità diverse si diversifichi. I nostri amici induisti
appartenenti a una casta elevata, in special modo quelli
di origine braminica, si sentiranno attratti dalla profondità religiosa del messaggio cristiano, dal risalto che esso
dà all’interiorità, alla contemplazione, al silenzio, alla rinuncia, alla disciplina spirituale, all’ascesi. Coloro invece
che appartengono alle caste medie hanno una visione
più pragmatica e ammireranno l’efficienza delle opere
cristiane nel campo dell’educazione, della salute e simili.
Gli induisti delle caste più umili e quelli che hanno un
retroterra di tipo tribale troveranno conforto e incoraggiamento nel servizio gratuito e generoso offerto dagli
operatori cristiani nel campo della promozione sociale,
dello sviluppo, dell’assistenza e della riabilitazione. Essi si
identificheranno con la pietà popolare, piuttosto che con
le disquisizioni spirituali elaborate e complesse o con la
contemplazione mistica. La vera bravura dell’evangelizzatore consiste nello scoprire dove stanno il cuore e la mente
del suo interlocutore, quali sono le sue aspirazioni, le sue
ambizioni e i suoi conflitti esistenziali e farne il punto di
partenza del suo dialogo.
Bisogni differenti
La solidarietà con i bisognosi sta al centro dell’attività dell’evangelizzazione. Dovremmo considerarla come
il cammino verso la progressiva perdita dell’ego e verso
Dio. Un autentico evangelizzatore cerca di stare accanto
ai sofferenti, ai malati, agli anziani, ai disabili, ai carcerati,
ai profughi, agli immigrati, agli abitanti delle baraccopoli,
agli orfani. Assiste gli alcolizzati, i tossicodipendenti, i malati di AIDS. Gioisce del misticismo del servizio generoso.
Vincenzo de’ Paoli, ad esempio, sperimentava l’estasi nel
sentirsi proiettato al di fuori di se stesso e tutto incentrato
sui poveri. Considerava questo stato come un incontro
con Dio. Diceva: «In questo è glorificato il Padre mio: che
portiate molto frutto» (Gv 15,8). Incoraggiò le sue suore
ad affittare una stanza, facendone la propria cella, per essere vicine alla gente, e a considerare le strade della città
come il loro convento. «I poveri sono i nostri padroni –
diceva –, sono i nostri re. Noi dobbiamo loro obbedire».
Madre Teresa usava espressioni simili. Se gli evangelizzatori desiderano essere profondamente spirituali, devono
restare accanto ai poveri. Questo è il luogo dell’incontro
con Dio. Vincenzo de’ Paoli considerava inutile il misticismo senza il servizio. Aveva una certa diffidenza verso
le estasi mistiche. Le forme esasperate di penitenza, di digiuno, le esternazioni profetiche, le visioni e la ricerca del
miracoloso e del sensazionale non hanno niente a che fare
con la vera spiritualità.
Come troverete singoli individui che hanno dei bisogni
specifici, così incontrerete anche delle comunità che si trovano schiacciate da un’oppressione eccessiva. San Francesco Saverio andò in aiuto dei pescatori che venivano
sfruttati; fr. Lievens lottò per il riscatto delle popolazioni
tribali del Chotanagpur che stavano perdendo i diritti di
proprietà della loro terra. Oggi sono fortemente oppressi
i dalit e diversi gruppi tribali: perdita della terra, inde-
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bolimento della loro identità, rischio di distruzione della
loro cultura, svilimento della dignità, estraniazione dalla
tradizione, senso di sradicamento, emarginazione sociale,
mancanza di uno spazio in economia, la percezione di essere usati dai potenti come uno strumento per perseguire
i loro propri fini. Un evangelizzatore non può restare indifferente di fronte a una simile condizione di impotenza
dei tribali o dalit.
La moltitudine di gente che affolla le grandi metropoli dell’Asia ha bisogno di attenzione e di aiuto. John
Naisbitt osserva che sette delle tredici megalopoli del
mondo si trovano in Asia. Questa gente, sradicata com’è
dalla propria cultura peculiare dei villaggi rurali e trovandosi ammassata insieme in agglomerati urbani, ha
una psicologia sua propria. Affamate della solidarietà di
cui avvertono acutamente la mancanza, queste persone
tendono a ricreare un «villaggio» nel loro ambiente urbano. Allo stesso modo gli immigrati (alcuni dei quali definiti «illegali») in cerca di un destino migliore finiscono
col trovarsi in situazioni simili di assoluta vulnerabilità
e impotenza. Anch’essi sono in cerca di solidarietà e di
assistenza. L’evangelizzatore può aiutarli nel loro sforzo
di sbarcare il lunario e di lottare per la giustizia. I rifugiati politici ugualmente hanno bisogno di sostegno
e di assistenza. Poi vi sono problemi specifici di singoli
paesi, come ad esempio la Cambogia, che è disseminata
di mine antiuomo che esplodono all’improvviso. Si dice
che in Asia vi siano più di 100.000 persone che hanno
subito amputazioni e che sono state rese disabili a causa
delle mine antiuomo e che, ogni mese, tra le 200 e le
300 persone ne siano vittime. Tutti questi feriti hanno
bisogno di essere curati e riabilitati.
Questo senso di responsabilità indurrà gli evangelizzatori a intraprendere una grande varietà di attività. In
cosa dovrebbero consistere tali attività può essere determinato solo dai bisogni della situazione concreta. Tra i
compiti che in questi ultimi anni sono stati posti al centro
dell’attenzione vi sono: iniziative di pace in contesti di
contrasti inter-etnici e interni alle comunità (cf. Mt 5,9;
Col 3,15; Fil 4,7; Ef 2,1ss); cooperazione ecumenica; lotta
contro forme locali di ingiustizia; sostegno di programmi
di sviluppo; attività di promozione, tutela e patrocinio
dei gruppi di popolazione vulnerabili e dei diritti delle
persone; interventi a sostegno di scuole che non funzionano; programmi sanitari; interventi per l’efficienza del
governo; attività per l’uguaglianza dei generi e contro l’infanticidio delle bambine, il matrimonio in età infantile, il
sistema della dote, la violenza domestica, la violenza di
stato; tutela delle ragazze madri e dei loro figli; sensibilizzazione a problemi ecologici come la deforestazione,
campagne di pulizia ambientale; assistenza alle persone
affette da AIDS/HIV; promozione dei diritti dell’infanzia, programmi di alfabetizzazione, attività nei quartieri
poveri, gruppi di auto-aiuto, micro-finanziamenti, empowerment economico; promozione della cultura; sostegno
alla lotta per la libertà, alla lotta contro gli abusi di potere,
all’affermazione dei diritti umani. Tuttavia la lotta non
dovrebbe trasformarsi in ostilità e sfociare in conflitto.
Questi sono solo alcuni dei bisogni urgenti che in Asia
richiedono speciale attenzione.
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La battaglia per la giustizia
Dobbiamo ricordare che «la Chiesa non può e non
deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve
mettersi al posto dello stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve
inserirsi in essa per la via dell’argomentazione razionale
e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare. La società giusta non può essere opera
della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l’adoperarsi per la giustizia lavorando per l’apertura
dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la
interessa profondamente» (Benedetto XVI, Deus caritas
est, n. 28; EV 23/1583).
Lo zelo per fare il bene non dovrebbe condurci a esagerazioni: ad esempio, durante il primo periodo coloniale
persone troppo zelanti cercarono di ottenere conversioni
con la forza o di fare delle «guerre sante»; durante il tardo
periodo coloniale, propagandisti del colonialismo giustificarono l’imperialismo con l’intento dichiarato di «civilizzare» i «nativi» attraverso la conquista e il dominio imperiale; attualmente i diritti umani sono invocati per camuffare varie forme di egoismo, personale e collettivo; leader
mossi da interessi egoistici portano intere comunità alla
violenza dando voce a rivendicazioni di giustizia, senza lasciare spazio alcuno alla compassione ed escludendo il trascendente. L’intervento dell’evangelizzatore nell’interesse
delle comunità invece è diverso da quello dell’assistente
sociale. Egli sente che attraverso di lui agisce la potenza di
Dio. Cerca di essere un’icona dell’amore di Dio per il suo
popolo. Dialoga con il pensiero e con l’elemento dinamico
presenti in una comunità e orienta al Vangelo l’anima di
essa. Nelle parole che ho appena detto è nascosto un insegnamento fondamentale. Solo l’evangelizzatore che ha
una profonda conoscenza dell’identità interiore di una
comunità può sapere in che modo avvicinarsi alla sua essenza più intima e spronarla a vivere con la potenza della
parola di Dio e con il tocco di Gesù Cristo.
Nonostante tutto il nostro orgoglioso vantarci del rapido sviluppo di varie parti dell’Asia, constatiamo che il
potere e le risorse vengono velocemente a essere concentrate nelle mani di pochi. Questo avviene in situazioni
di socialismo di stato, di capitalismo irresponsabile o di
governo monarchico/oligarchico. Per le fasce più deboli
della società, le minoranze etniche e religiose, la vita è una
continua lotta contro l’ingiustizia sotto regimi che possono
essere definiti come semi-militari, autoritari, democraticoelitari o maggioritari. Ma anche nel lottare per ciò che è
giusto vi è uno stile evangelico. La giustizia di Dio è una
giustizia che difende, non che distrugge. Lo zelo per la giustizia che non sia un’espressione di amore può diventare
un mostro indomabile. La denuncia che non finisca con
una parola di benedizione può rivelarsi di fatto una maledizione. La critica dura e severa, anche quando giustamente meritata, dovrebbe avere in sé qualche tratto d’incoraggiamento. Le accuse avranno un buon risultato solo
se vi saranno anche parole di fiducia e di approvazione. I
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veri profeti non sono ispirati dall’ira, ma dall’amore. Gustavo Gutiérrez, il padre della teologia della liberazione,
dice che se il compito della Chiesa è la denuncia, suo compito è anche l’annuncio.
Nella nostra lotta per la giustizia, allora, non si combatte una forma di egoismo collettivo con un’altra forma
di autoaffermazione collettiva ugualmente egoistica, ma
con le energie spirituali che derivano dalla «mescolanza
mistica» di una forte affermazione di sé stessi e di un’energica rivendicazione di diritti con una pacata rinuncia a sé
stessi e con un’ardente sollecitudine per gli altri; di una
fiera lealtà alla propria comunità con un impegno radicale
per il bene a lungo termine della società nel suo complesso.
In tal modo, per fare un piccolo esempio, all’eurocentrismo non si giustappone l’indocentrismo, il sinocentrismo o
l’asiacentrismo, ma una fratellanza/sorellanza universale.
Una felice mescolanza di quelli che appaiono come
opposti non è né impossibile né indesiderabile. Armonizzare gli opposti viene generalmente considerato uno degli
aspetti del genio asiatico. È il non riuscire a elaborare
una felice sintesi e a raggiungere una nuova armonia, un
nuovo equilibrio nel pensiero, che porta i processi umani
a oscillare da un’esagerazione a un’altra, da un punto di
vista radicale a un altro. È stato Paulo Freire a dire che
l’oppresso, una volta liberato, diventa un oppressore. Il
pendolo continuerà a oscillare finché vi sarà un calcolato
squilibrio da un lato o dall’altro. Occorre innestare delle
influenze moderatrici nei meccanismi di pressione per i
diritti o per gli interessi della propria comunità. Un tale
atteggiamento scaturisce dalla propria sollecitudine per
gli altri e dalla salda fiducia che il futuro appartiene alle
«vittime della storia».
Le beatitudini offrono la più affidabile garanzia di
tempi migliori per le vittime della storia. «Beati quelli che
soffrono…». Ma quando le vittime cercano di punire in
modo troppo severo gli oppressori invece di avviare un
dialogo critico con loro e iniziano ad agire in modo aggressivo nei confronti degli aggressori, «il futuro» scivola
con grande rapidità dalle loro mani a quelle delle nuove
vittime della storia. In altre parole, a meno che non elaboriamo una situazione di «armonia stimolante» e non
diamo inizio a una «cultura della responsabilità» gli uni
per gli altri, la società non farà un solo passo avanti. Ci
sarà un gruppo che continuerà a trascinarsi l’altro dietro.
Mettere a frutto la creatività
Siamo in cerca di modi creativi e innovativi di condividere il Vangelo. Sorprendentemente, in molti ambiti
della vita la creatività non sta tra i gruppi dominanti o tra
i leader intellettuali, ma tra la gente che si trova ai margini
della società; non tra le élite che sono alla ricerca di realizzazione o che soffrono di ferite all’ego, ma tra i gruppi più
deboli che lottano per la mera sopravvivenza e che hanno
una serena fiducia nel loro destino; non tra coloro che si
basano su risposte preconfezionate e le cui riflessioni si
perdono in stereotipi e in logori linguaggi gergali, ma tra
coloro che devono affrontare nella vita reale dei problemi
umani concreti con le loro molteplici manifestazioni; non
tra chi è legato alle regole ed è soddisfatto di come funzionano i modelli precostituiti, ma tra chi si assume dei
rischi e si avventura in nuove direzioni; non tra coloro
che pongono tutta la loro fiducia nelle loro abbondanti
risorse e nella loro inesauribile ingegnosità, ma tra coloro
che semplicemente fanno affidamento su Dio.
Quando ci si impegna nella lotta per la giustizia, bisogna ricordare che la creatività dei poveri si esprime soprattutto non nella rabbia e nell’aggressività, ma nel perdono e nella fede. È la capacità di perdonare che accresce
l’umanità degli emarginati, dà loro una speciale dignità
e li fornisce di un senso di eguaglianza persino con i più
potenti della terra. Il grido dei poveri non è un grido di
guerra incitato da attivisti sociali, ma l’espressione di una
fame spirituale, della fiducia in colui che, essi lo sanno,
interverrà sicuramente a loro favore. È la creatività dei
poveri a dare nuove direzioni alla storia umana. Arnold
Toynbee, nel suo monumentale saggio Panorami della storia, fa continuamente riferimento al contributo creativo
dei poveri («proletariato interno», come lui li chiama) nel
campo della religione e della civilizzazione.
Abbiamo davvero bisogno di discutere, come facciamo
oggi, di concetti e di approcci collegati all’evangelizzazione, al dialogo, all’inculturazione, all’organizzazione
della sanità e dell’istruzione, alla lotta per la giustizia e così
via. Ma la creatività si rivelerà solo in situazioni concrete:
un missionario che sperimenta nuovi modi di condividere
il Vangelo con risultati straordinari, senza precedenti,
senza attrezzature o metodi sofisticati e senza programmi
o corsi di formazione elaborati; un gruppo cristiano locale che ottiene risultati inimmaginabili nell’ambito della
giustizia, dello sviluppo, della riconciliazione o della pace.
Non possiamo che incoraggiare i promotori di queste iniziative, imparare dalle loro esperienze e proporre dei validi modelli per emularli. Anche così, in parte resteranno
sempre inimitabili. La diversità culturale stessa è una fonte
di creatività. I giovani elaborano più idee nuove di coloro i cui pensieri hanno iniziato a congelarsi. Le donne
hanno uno stile unico di innovare. Gli outsider presentano
dei punti di vista nuovi e originali. L’entusiasmo per gli
obiettivi provoca nuovi modi di pensare. Le informazioni
riguardo alla riuscita di recenti iniziative creative stimola
ulteriore creatività.
Far conoscere Cristo
Non intendiamo negare le difficoltà che l’evangelizzatore sperimenta in Asia. La parola «conversione» ha
acquisito una connotazione negativa in molti paesi del
nostro continente. Non è raro che la gente associ a questa
parola un cambiamento di religione avvenuto sotto coercizione, con un inganno o un adescamento. Sappiamo
che una conversione autentica è qualcosa di diverso. Tuttavia, se questa parola o qualche altro termine offende
qualcuno dovremmo optare per altre espressioni. Nondimeno, se è legittimo pretendere che ogni persona abbia il
diritto di scegliere la propria religione, è anche giusto che
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abbia la libertà di partecipare ad altri la propria fede. Le
più aspre opposizioni a tali diritti sono di solito sollevate
da coloro che hanno una nozione etnica della religione.
Alcuni paesi in Asia manifestano questa tendenza. Una
religione universale, come tutti i veri ideali umani, non
conosce confini. Nessuna nazione o nessun gruppo etnico
che rispetti la libertà dell’uomo ha mai tentato di interferire nella scelta religiosa dei suoi membri. Si tratta della
scelta più personale, anche paragonata a quella politica,
economica o culturale; è il diritto più sacro. In tempi recenti vi sono stati molti casi di vessazioni perpetrate contro cristiani in diversi paesi dell’Asia: sono state bruciate
Bibbie e chiese, è stato imposto un abbigliamento particolare, sono state promulgate leggi contro la conversione,
sono stati picchiati dei predicatori e sono stati addirittura
commessi degli omicidi (India). Il governo ha approvato
leggi e imposto restrizioni: leggi sulla blasfemia (Pakistan), regolamenti relativi alla religione (Cina, Vietnam).
Elementi estremisti della comunità maggioritaria hanno
attuato campagne di riconversione, usando la violenza e
offrendo allettamenti.
Non è vero che uno spirito missionario è proprio solo
del cristianesimo e che è un segno d’intolleranza. Ogni
religione universale ha avuto tra i suoi aspetti principali il
desiderio di condividere il suo messaggio con l’intera umanità. Nel Rig Veda si legge: «Questo messaggio che garantisce il bene ultimo deve essere trasmesso a tutti gli uomini». Il Buddha ha comandato: «Ora andate, o monaci,
per il bene di molti, per il benessere del genere umano;
abbiate compassione del mondo. Predicate la dottrina che
è gloriosa al principio, gloriosa nel mezzo e gloriosa alla
fine». Il Corano insegna: «Non mandammo gli inviati se
non come nunzi e ammonitori: quanto a chi crede e si
emenda, non avrà nulla da temere e non sarà afflitto. Il
castigo toccherà coloro che smentiscono i nostri segni, per
il loro perverso agire» (Corano VI, 48-49). Così è anche
per altre religioni. È del tutto ingiusto dire che soltanto il
cristianesimo crede nell’auto-propagazione. Accade qualcosa di stupefacente quando le persone si confrontano con
la parola di Dio. In che modo la sua Parola tocchi il cuore
umano resta sempre un mistero. Essa trasforma la vita
delle persone.
L’unicità della figura di Cristo
Nel cuore di molti credenti cristiani è andata recentemente aumentando la paura che, a differenza dell’insegnamento di Cristo riguardo alla fratellanza – che in
Asia è bene accolto – l’unicità della sua persona sia vista
come un ostacolo. Tale timore è ampiamente percepito da
coloro che non hanno mai avuto un’esperienza concreta
della rivelazione di Cristo a chi è in ricerca. Siamo assolutamente certi che la persona di Cristo non è un ostacolo,
ma la forza più seducente e la figura più ispiratrice del
continente asiatico. Non è forse lui il più eminente dei figli
dell’Asia?
Il problema in realtà non riguarda l’immagine di Cristo in sé. Le difficoltà possono sorgere altrove. Possono esserci dei ricordi coloniali non guariti di ingiustizie storiche
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da parte di paesi considerati cristiani. Ancor oggi ci può
essere la percezione di minacce politiche ed economiche
da parte di queste nazioni, e vanno prese attentamente in
considerazione. Fa parte infatti della missione dell’evangelizzatore guarire le memorie di ferite storiche della società
in cui vive. L’unica via verso il futuro è il perdono. Tuttavia quello che è importante per noi è comprendere che
non vi è alcuna avversione né nei confronti della persona
di Cristo né verso ciò che egli rappresenta.
Chiunque abbia esperienza di condivisione della fede
sa che il discutere sull’unicità o meno di Cristo è un esercizio vano. Porre chi è in fervida ricerca di fronte a divergenze teologiche serve solo a soffocare il suo entusiasmo.
Le persone al servizio del Vangelo devono smettere di
fare i provocatori e tenersi lontano da sterili apologetiche.
Riveliamo, piuttosto, Cristo per quello che è veramente,
come egli è presentato nelle Scritture. Questo è sufficiente.
Lasciamoli cercare da soli. Lasciamo che siano loro i giudici. «Venite e vedrete», disse Gesù ai discepoli di Giovanni Battista (Gv 1,39). Conoscetelo da voi: Cristo, la
sua vita, il suo amore, le sue parole benevole, il suo aiuto,
le sue guarigioni, lo stile dei suoi rapporti con gli altri, la
maniera così rara di accettare le sofferenze, il modo straordinario in cui rinuncia alla propria vita. Perdonare! Non è
forse unico? E se non lo è Gesù, chi altri lo è? Artisti asiatici di diverse religiosi hanno dipinto l’immagine di Cristo,
hanno composto poesie, scritto romanzi, recitato drammi,
prodotto film interpretando la personalità e il messaggio
di Cristo con una bravura che sorprende il credente cristiano. Essi hanno agito come se Cristo appartenesse loro.
Ed è vero: Cristo appartiene a tutti.
Gli evangelizzatori che svolgono in Asia la loro missione da molto tempo ci dicono che certi approcci al Vangelo sono di cattivo gusto: discutere in modo dogmatico
e polemico; passare fra le culture dichiarando la gente
peccatrice; condurre «crociate» e campagne di evangelizzazione aggressive; rivendicare un gran numero di fedeli.
Nello stesso modo dobbiamo stare attenti a non abusare di
certe immagini, anche quando sono teologicamente corrette. La giustizia del Padre che esige lo spargimento del
sangue di una vittima innocente appare iniqua e immorale
a molte persone che sono in ricerca. Per contro è fonte di
ispirazione l’amore compassionevole di Gesù che l’ha portato al sacrificio supremo. L’offerta del suo sangue come
bevanda è un pensiero terribile. Il dono della sua vita per
la redenzione dell’umanità è molto più comprensibile. I
miracoli non impressionano comunità che già sono culturalmente inclini a credere in maniera addirittura eccessiva
ai prodigi operati da loro uomini santi o dalle loro divinità.
Ma gli insegnamenti di Gesù suscitano sempre grande meraviglia negli asiatici. Fanno tesoro delle sue parole. In realtà, «mai un uomo ha parlato così!» (Gv 7,46). Gesù non
è forse unico?
Un mondo affamato di Dio
Stiamo attraversando tempi tormentati. Vediamo nazioni in conflitto, società che continuano a frantumarsi e
gruppi etnici che si scontrano; notiamo che va aumen-
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tando la mancanza di rispetto per valori tradizionali e
che stanno rapidamente svanendo i consueti e consolidati
punti di riferimento. Vi sono incertezza, confusione, disperazione, ma anche – grazie a Dio – attese e speranze.
Dio sta scuotendo ancora una volta le nazioni. È giunta
di nuovo l’ora del Vangelo. Le persone sono in cerca del
vigoroso, incisivo intervento di Dio nella storia umana e
della sua parola riconciliatrice. C’è una crescente fame di
Dio, della quale molti pensatori e pastori cristiani sono
poco consapevoli.
La comparsa di nuovi movimenti religiosi, il rinascere
di religioni tradizionali e l’emergere di nuove forme di spiritualità (connesse con l’ecologia, le tradizioni tribali, le
identità indigene, la guarigione, le esperienze esoteriche)
ci stanno dicendo qualcosa. Vi sono leader religiosi che
non vedono l’ora di presentare idee e programmi perfezionati, dichiarazioni sulla missione e sul loro punto di vista,
ma purtroppo non Dio. Magari sviluppassero quella straordinaria capacità di offrire a un mondo affamato di Dio
il suo messaggio che trasforma! Questo può essere fatto al
meglio da un gruppo di persone ebbre di Dio: i religiosi.
Decidere a chi sussurrare il Vangelo in maniera diretta, quando e come farlo, chi invitare a una scelta e a
una decisione definitive… è un talento spirituale per il
quale un evangelizzatore dovrebbe pregare ogni giorno.
L’anima dell’Asia attende questo messaggio! Una scelta
radicale di Cristo è sempre un prodigio. È semplicemente
un miracolo. Come questo accada nessuno può dirlo. Ma
accade. Accade per mezzo di te e di me. Accade nonostante me… e tuttavia accade anche attraverso di me. Io
ho un ruolo insostituibile in questa economia divina. Se
fallisco, la missione che Dio mi ha assegnato non sarà
compiuta. Nessun altro può eseguire il compito che è
stato assegnato proprio a me. Che il Signore possa rendermi capace di scoprire questo ruolo insostituibile. Possa
egli concedere questa stessa capacità a tutti noi. «Grandi
cose fa’ per noi, o Signore, perché tu sei potente e santo è
il tuo nome».
I religiosi in Asia
Vi sono ambiti in cui i religiosi danno il meglio di sé.
Se la ricerca di Dio è l’obiettivo centrale della vita religiosa in sé, puntare a Dio è, di conseguenza, un dovere
correlato. La gioia assoluta dell’evangelizzatore religioso
è parlare di Dio e del suo meraviglioso piano per il bene
ultimo del suo popolo. Questo è ciò che gli asiatici si
aspettano da un maestro religioso. Nonostante un apparente desiderio di cose superficiali della vita (denaro, piaceri e divertimenti, eccitazione, continui cambiamenti),
l’umanità non ha perso il gusto di qualcosa di più serio:
qualcosa dal significato più profondo, dal destino più elevato. Questo è precisamente l’ambito in cui ci si aspetta
che i religiosi siano particolarmente preparati. Se sapete
come sintonizzarvi sulla lunghezza d’onda di singoli individui e di comunità, vi conquistate la possibilità di farvi
ascoltare. Parlate di qualcosa che tocchi da vicino la loro
vita – non importa quanto serio sia l’argomento – e vi
saranno degli ascoltatori. Anche se alcuni, a causa della
loro superficialità, prendono le distanze da questi messaggi, altri si avvicinano. Persino nel drastico rifiuto del
trascendente da parte di alcuni, noterete nel loro profondo una fame di invisibile.
L’epoca della religione non è finita, è solo all’inizio.
Quando le persone abbandonano le pratiche religiose
formali, rifiutano la religione eccessivamente strutturata preferendo esperienze religiose vissute ed emozioni
scaturenti dalla preghiera viva, non significa che stiano
abbandonando la religione; stanno solo esprimendo la
loro serietà religiosa e la loro fame spirituale per ciò che
costituisce l’interesse fondamentale della religione. Inconsciamente stanno anche denunciando la mancanza
di autenticità e di serietà che esse avvertono in troppe
nostre pratiche religiose. Diamo a queste pratiche e a
queste tradizioni profondità, significato e consistenza e le
persone ritorneranno. Si affretteranno a tornare quando
troveranno nei nostri riti religiosi una reale autenticità e
un vero incontro con Dio. I luoghi di pellegrinaggio asiatici sono affollati. Vengono continuamente eretti nuovi
templi e nuove moschee.
I lunghi dibattiti sull’unicità di Cristo, le opinioni pro
e contro la teologia del «fuori della Chiesa non c’è salvezza», la «demitizzazione» ecc. possono non avere alcuna rilevanza in un dialogo tra una persona in ricerca e
un evangelizzatore. Indipendentemente dal dibattito teologico riguardo all’unicità di Cristo, è proprio la sua «unicità» ad attirare uomini e donne alla fede. Cristo rimane
una figura affascinante nel corso di tutta la storia umana.
Le sue parole conquistano con la loro forza e, mentre lasciano sbalorditi, portano a una comprensione nuova della
realtà. Non dovremmo mai essere esitanti a presentare la
persona di Cristo alla gente. È lui che dà significato a tutto
ciò che è cristiano.
Vi è qualcosa di simile a un «linguaggio della fede».
Un musulmano comune crede che non vi sia salvezza
fuori dell’islam. Per un devoto di Krishna, Krishna è tutto.
Per un devoto buddhista, tutto è destinato alla «buddhità»
(lo stato di perfetta illuminazione; ndt). Un cristiano non
considera la fede di altre persone come una minaccia, ma
come una risorsa. È la persona spinta da motivazioni politiche a opporsi nettamente alle dichiarazioni di fede di
altri. È la persona religiosa con motivazioni secolari ad
affrettarsi a fare l’apologia della propria fede.
Le persone ricercano la profondità
In Asia non viviamo in un mondo secolarizzato, ma in
una società che prende sul serio la religione. Qui non sta
guadagnando terreno una teologia della «morte di Dio»,
ma la ferma convinzione che «Dio è vivo». Ciò contro cui
dobbiamo lottare non è l’ateismo, ma l’uso scorretto della
religione per scopi politici e di parte. Il nostro compito
non è quello di seminare il germe della fede nel cuore degli
uomini (vi si trova già), ma quello di incanalare le energie,
già alimentate dalla fede, di uomini e donne in direzione
della loro crescita come persone umane, come ha fatto
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Gesù. Per questo indichiamo la via percorsa e insegnata
da Gesù. Perché Gesù è la via, la verità e la vita.
Per essere in grado di fare questo è necessario che
siamo persone di profonda fede. È in questo campo che i
religiosi possono essere degli esperti. Tuttavia accade che,
quando una persona in ricerca si rivolge a un evangelizzatore, rimane sorpresa nello scoprire che il portatore di un
così profondo messaggio manca totalmente di profondità:
profondità come persona, profondità nel dialogo, profondità nelle relazioni, profondità nella comprensione della
parola di Dio, profondità nella relazione con Dio. Alcuni
evangelizzatori sono completamente immersi in problemi
amministrativi, altri in discussioni su nozioni astratte, e
altri ancora nell’esibizionismo e nell’autoreferenzialità.
Dov’è l’uomo di Dio?, chiede colui che è in ricerca. Dov’è
la persona impegnata?
Senza dubbio un tratto che in Asia viene universalmente riconosciuto come caratteristico di una persona
impegnata è un certo grado di rinuncia. Nelle culture
orientali la rinuncia è considerata la pietra di paragone
dell’autenticità di un uomo di Dio. Silenzio, autocontrollo, calma serenità interiore, dolcezza, gioia tranquilla,
umile servizio, un approccio rispettoso a persone e a
tradizioni: queste e molte altre sono le qualità che ci si
attende di vedere attuate nella vita delle persone realizzate in Dio. In quale altro modo si potrebbe descrivere
il religioso? Persino la persona più occupata in attività
pratiche deve lasciare spazio, come madre Teresa, alla
vicinanza contemplativa a Dio. Tagore cantò: «Riempi
la mia mente con la musica del silenzio mentre attraverso
il deserto del rumore».
Come religiosi abbiamo bisogno di prendere la nostra
vita religiosa sul serio. Subito dopo il concilio Vaticano
II, le varie congregazioni hanno dovuto aggiornarsi e ridimensionare le loro comunità. Le domande che hanno
dovuto porsi riguardavano gli orari e i programmi della
giornata, le strutture, il rilassamento delle regole, l’ampliamento delle libertà ecc. Oggi i religiosi e le religiose
si pongono domande molto più profonde: che cos’è la
vita religiosa? Che cosa si attendono uomini e donne ogni
razza e di ogni fede religiosa da persone che si sono donate
totalmente alla propria religione (consacrati; sannyasi;
monaci, chierici)? Se si aspettano profondità spirituale,
serietà religiosa, distacco, separatezza, sacrificio, non c’è
modo di aggirare questi comportamenti senza rinunciare
alla nostra identità. Non è più una questione di negoziare
con Roma, di mobilitare opinioni all’interno di capitoli
e di consigli o di destituire qualche autorità religiosa. È
piuttosto una questione di accettare o negare la propria
identità religiosa di fronte alla società asiatica.
Diventare icone di amore
I religiosi sono i profeti del nostro tempo e i visionari
del futuro. Noi adempiremo a questa missione diventando
icone dell’amore di Dio per il suo popolo. Nelle icone c’è
qualcosa di unico e di straordinario. Esse parlano all’inconscio collettivo di intere comunità. Parlano agli analfabeti. Parlano alle masse. Parlano alle persone che sono
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sensibili alla poesia. Parlano a coloro che sono aperti alla
dimensione religiosa. Le icone influenzano la cultura a
un livello molto profondo. Orientano la psiche umana al
Vangelo. Questo è il motivo per cui l’icona di madre Teresa era incredibilmente comprensibile alle masse indiane
che, per questo, la accettarono. Questo è il motivo per cui
ai nostri giorni anche Giovanni Paolo II è apparso come
un’icona ricca di significato e affascinante. In maniera simile anche Gandhi è stato un’icona per milioni di indiani.
Gli innumerevoli martiri che vi sono stati in Asia sono le
icone del coraggio evangelico e della fedeltà dei nostri antenati. I religiosi che propongono di vivere il messaggio del
Vangelo in maniera radicale annunceranno questo messaggio nel modo più eloquente lasciandosi trasformare in
icone dell’amore di Dio per il suo popolo.
Le immagini hanno un grande significato per una società in cui la comunicazione non verbale ha un ruolo di
primo piano, in cui la condivisione non discorsiva è la modalità comunicativa più pregnante ed efficace nel campo
della religione. Noi asiatici abbiamo un talento particolare
nel comunicare attraverso le immagini. Il mahatma Gandhi fu un vero mago della creazione di immagini: il perizoma, il filatoio a mano, la marcia del sale, gli incontri interreligiosi, il suo abitare tra persone della casta più umile,
i periodi di silenzio: tutto questo ebbe un formidabile significato simbolico che esercitò un grande fascino sulla
popolazione indiana. Gandhi incitò moltitudini di milioni
di persone inerti e passive all’azione come pochi altri nella
storia hanno mai fatto. Fu dalle tradizioni giainiste e induiste che il mahatma Gandhi trasse l’ispirazione di usare dei
simboli, anche se spesso il messaggio che comunicava era
un messaggio cristiano. In effetti l’induismo comunica e si
diffonde maggiormente attraverso l’uso di simboli che per
mezzo di catechismi e di professioni di fede: feste, digiuni,
numeri, colori, fiumi sacri, immersioni e abluzioni purificatrici, montagne sante, alberi sacri, forme di ascetismo.
Quando Mao disse che le donne reggevano l’altra metà
del cielo, il significato fu assolutamente chiaro. Oppure,
quando Deng disse che non importava se il gatto fosse
bianco o nero purché catturasse i topi, intendeva chiaramente mettere in evidenza che era irrilevante preferire il
sistema comunista piuttosto che quello capitalista, purché
al popolo potesse essere assicurata la prosperità.
Immagini vive
Gesù parlò per immagini: la luce, il sale, la lampada, la
rete, la moneta, il seme di senape, l’albero di fico, l’acqua
viva, la pecora smarrita. Anche la Chiesa usa delle immagini nell’educare le persone alla fede: l’acqua, il fuoco,
l’olio, le ceneri, la candela, l’uso di diversi colori liturgici,
l’utilizzazione dell’arte, dell’architettura, di vetrate colorate. La Riforma inaugurò in Occidente un’era della «cultura della Parola». Statue, dipinti e molte altre immagini
religiose vennero bandite dai luoghi di culto, e dalla vita
cristiana furono bandite pratiche e cerimonie religiose. Il
successivo successo delle scienze esatte non fece che rafforzare questa tendenza e instillare una fiducia eccessiva nella
potenza della «parola». La filosofia greca era già stata in-
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cline a questo orientamento. Ma in epoca moderna con
la popolarità della TV stiamo tornando di nuovo a un’era
caratterizzata dall’uso di immagini. E abbiamo visto come
le immagini dei mass media sappiano parlare, influenzare
la mente, cambiare le mentalità, trasformare le culture e
rivoluzionare intere società, persino quelle dei gruppi con
livelli di istruzione più elevati che vivono nelle regioni più
sviluppate del mondo. Le immagini possono irretire, asservire le persone o dare loro più prestigio e più potere. Mentre, da un lato, la TV e gli altri media visivi possono trarre
in inganno e confondere, dall’altro possono anche diventare dei «teologi narrativi». I manuali migliori non sono
pieni di lamentele e di discussioni teologiche e di dispute
sociali ideologicamente tendenziose, ma le opere vive di
artisti che sono collegati con le sorgenti della fantasia.
Le guarigioni che Gesù operava e le sue azioni fatte
per sfamare le persone puntavano al di là del beneficio
immediato che tali azioni producevano. Egli spiegava
il significato e la portata di ciò che aveva compiuto con
la parola pronunciata. Fu solo dopo che ebbe aperto gli
occhi del cieco che Gesù parlò di sé come luce del mondo.
Fu solo dopo che ebbe sfamato le folle che Gesù definì se
stesso come il pane di vita. La «parola» spiegava l’«immagine», e l’immagine «incarnava» la parola. Se la nostra
opera educativa, sanitaria e di trasformazione sociale non
è portatrice di alcun valore di segno, ha perso il suo scopo;
è un servizio senz’anima. Se la nostra opera non parla di
qualcosa che va al di là di se stessa e dei suoi fini immediati, è priva di vita e del suo significato primo. Gli obiettivi visibili devono essere trascesi. È il valore del segno a
fare la differenza nel lungo termine. Qualcuno ha detto
che è solo quando cominciamo a gettare lo sguardo al di là
degli scopi visibili che gli scopi visibili stessi possono essere
raggiunti in maniera positiva e costruttiva.
Una persona religiosa che opera nel sociale rende testimonianza dell’amore premuroso di Dio per il suo popolo;
un medico o un infermiere rendono testimonianza del Suo
tocco risanatore. Persone che appartengono a culture diverse, vivendo e pregando insieme in una comunità religiosa, rendono testimonianza dell’unità del genere umano
e del suo destino di eternità; sono segni della presenza e
dell’azione di Dio nel mondo cui non è possibile resistere;
traducono il Vangelo nella vita concreta e scrivono le sue
realizzazioni all’interno della storia umana. I religiosi,
per mezzo della loro vita profondamente autentica, sono
evangelizzatori efficaci e convincenti anche in mezzo agli
ostacoli più grossi. Sono come una città posta sopra un
monte che non può essere nascosta. Sono come una lampada messa su una base. Costituiscono ciò che può essere definita una «immagine vivente». Anthony Wessels
chiama tale «immagine vivente» il quinto Vangelo, specialmente quando esso usa lo stesso linguaggio dell’amore
che usava madre Teresa.
Secondo alcuni studi, le Chiese che in certi paesi del
mondo si sono poste al servizio di un cristianesimo meramente «sociale» hanno scoperto di aver imboccato la
via del declino, una volta raggiunti loro obiettivi sociali.
In realtà, coloro che in un primo tempo avevano rifiutato
le Chiese sono stati proprio quelli hanno tratto i benefici maggiori dai loro programmi sociali. D’altro canto
le Chiese che, invece, hanno offerto un «cristianesimo
pastorale», ossia quelle che hanno lasciato spazio alla
componente del «mistero» nella loro vita e nella loro organizzazione, presentandola come parte integrante della
Chiesa e del cristianesimo stessi, pur non trascurando i bisogni sociali della comunità, hanno continuato a crescere.
Queste Chiese si sono messe al servizio di fini sociali, ma
hanno puntato al di là di essi, al destino di eternità che
hanno gli esseri umani. Questi diversi esiti hanno molto
da insegnarci. Coloro che strumentalizzano la religione
per un tornaconto personale, per interessi ideologici o per
un avanzamento politico degradano quanto vi è di meglio nella vita umana. Coloro che si limitano a un servizio
meramente laico e sociale, senza alcuno scopo ulteriore,
svolgono un compito lacunoso e parziale. Voltaire una
volta disse che sarebbe stato ben lieto di raccomandare la
religione a sua moglie di modo che lei potesse rimanergli
fedele, così come l’avrebbe volentieri raccomandata al
suo macellaio e al suo droghiere di modo che potessero
restare onesti. Ma la religione si riduce solo a questo?
Non vi sono in più un elemento mistico e un incontro con
le realtà ultime?
Incontro personale
I servizi nel campo dell’educazione, della salute, dello
sviluppo e del cambiamento sociale sono tutti possibili
contesti d’incontro. Se non avviene un incontro autentico
tra l’evangelizzatore e la persona (le persone) da evangelizzare il servizio non porta alcun frutto. Questo incontro
non può essere automatizzato e attuato in maniera impersonale attraverso un contatto di massa, ad esempio
mediante appelli televisivi, benché simili contatti possano
servire da punto di partenza. La cosa importante è che
colui (o colei) che è in cerca di una dimensione spirituale
scopra la fede viva del credente, e non un elenco privo di
vita e insignificante di dottrine, teorie, regole e pratiche.
Un incontro personale cambia completamente le cose.
È attraverso interazioni frequenti, la stretta collaborazione in un impegno comune, o attraverso la condivisione
di idee e di ideali che si costruiscono relazioni, si accresce
l’amicizia e si comunica la fede. L’evangelizzatore è il «fratello» (o la «sorella») universale di cui parla la Redemptoris
missio. Questa fratellanza universale deve esprimersi ed
esternarsi nella comprensione empatica, nel calore umano
e nell’amore premuroso. Non v’è dubbio che le persone
che riescono a stabilire un contatto caloroso, intenso e
personale e sono capaci di relazioni profonde e durature
operano grandi miracoli di apostolato e di evangelizzazione. Il calore accende calore, la fiducia genera fiducia,
l’attenzione e la sollecitudine stimolano attenzione e sollecitudine… e la fede dà vita alla fede.
In strutture cristiane, attraverso il ricco e oculato
uso del simbolismo cristiano, si può creare un’atmosfera
adatta a favorire tali incontri personali: la croce, statue
e dipinti, brevi e incisive scritte tratte dalla Bibbia. Una
stanza adibita alla preghiera o una cappella invitano
le persone a entrare in intimità con Dio. Un centro di
ascolto o di accompagnamento spirituale offre loro la
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possibilità di chiedere assistenza spirituale. Tuttavia
nulla può sostituire un incontro amichevole informale
con studenti, con genitori, con ammalati, con visitatori e
passanti occasionali.
I giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni (diciamo,
anche fino ai 30) in tutte le società sono i principali promotori di innovazioni. Adottano nuovi modi di vestire.
Sperimentano nuovi tipi di cibo. Inventano concetti nuovi
e provano nuovi stili di vita. Danno il via a nuove tendenze culturali. Vanno in cerca di nuove ideologie. Intraprendono nuovi percorsi religiosi. Alcuni vanno avanti e
diventano dei rivoluzionari. Altri invece possono divenire
dei riformatori. Altri ancora possono lanciare un vigoroso
programma di rinnovamento. Certi possono diventare
seguaci entusiasti di una nuova fede per la quale sono disposti persino a dare la propria vita. Timoteo, Tito, Sila
e altri furono appunto dei giovani che scelsero di seguire
Cristo con entusiasmo. I missionari che sanno sfruttare e
valorizzare l’intraprendenza dei giovani hanno fatto miracoli. Il vostro interesse per gli anziani è una cosa che le
persone noteranno con un certo stupore. Gli anziani avvertono che tutti i successi che hanno raggiunto nel corso
della loro vita vengano dimenticati troppo presto; e così
la loro dignità personale ne viene sminuita. Date loro un
riconoscimento per quello che hanno fatto nel passato,
create con loro un contatto empatico nelle loro sofferenze
del presente e farete loro ritrovare ancora una volta la giovinezza perduta. L’ammalato chiede attenzione. Spesso
accade che i sentimenti mutino improvvisamente quando
una persona di fede prega su un ammalato e gli porta la
guarigione. È Gesù che guarisce, ed è lui a trasformare il
cuore dell’uomo.
La ricerca di Dio
La domanda che poniamo, quindi, non è se il Vangelo abbia qualcosa da offrire agli uomini e alle donne
del nostro tempo, ma in che modo possiamo renderlo
comprensibile e credibile; come possiamo far sì che
il Vangelo si rivolga alle problematiche di oggi e ispiri
possibilità umane più vaste. Si dice che la ragione del
successo del Discorso di Gettysburg di Lincoln e del discorso inaugurale di Kennedy fu il fatto che in essi i due
oratori espressero in sintesi efficacissima i sentimenti della
nazione e diedero voce allo stato d’animo del popolo in
un dato momento storico. Bisogna che il Vangelo sia rivolto a un popolo (tribù, casta, comunità, gruppo etnico,
società) in modo tale che esso risponda ai bisogni di quel
popolo, alle sue aspirazioni e ai suoi desideri profondi
in un particolare periodo storico. E allora, certamente,
il messaggio diventa veramente vivo. Un tale annuncio
del Vangelo non è semplicemente una questione di eccellenza accademica, di abilità oratoria o demagogica, ma
la corretta interpretazione della storia, la corretta comprensione dell’epoca in cui si vive, una capacità di reinterpretare tale comprensione per il preciso ambito in cui
una persona lavora, una solida conoscenza delle diverse
tendenze sociali e delle forze in conflitto in campo, una
ricerca lucida e obiettiva del proprio ruolo in questa com-
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plessa situazione. Risposte eccessivamente semplicistiche,
ideologicamente tendenziose, infarcite di espressioni gergali possono solo indurre in errore.
L’evangelizzazione nella nostra epoca, pertanto, dovrebbe andare al di là della mera predicazione di routine, della ripetizione di luoghi comuni e della denuncia
di quello che in tutta evidenza viene condannato. Tutto
questo, senza dubbio, è necessario, ma non basta. La
proposta del Vangelo oggi dovrebbe includere l’esercizio di un’influenza morale sulla società in modo tale che
questa si senta sollecitata a rivedere i propri presupposti
fondamentali, a ripensare il proprio sistema di valori, a
riformare le proprie norme di vita e a riorganizzare le
energie impiegate per migliorare se stessa in base a determinati codici di comportamento umano universalmente
accettabili.
Qualsiasi presa di coscienza, qualsiasi «organizzazione
degli oppressi» o qualsiasi lotta per la giustizia che non
apporti un contributo significativo a questa forma di rigenerazione culturale, alla riaffermazione di valori morali,
al riconoscimento della necessità di maggiore trasparenza,
al rifiuto di una cultura di morte, alla promozione di un
senso di appartenenza reciproca e di preoccupazioni e
interessi comuni sarà ritenuta e dichiarata inadeguata.
L’autorità morale si fonda sulla legittimità sociale costruita mediante il nostro impegno a favore del bene comune.
Giovanni Paolo II ai nostri giorni è stato un meraviglioso
esempio di tutto questo.
La necessità di prendersi per mano
Notiamo un divario che si va sempre più allargando tra
religione e irreligione. Qui non stiamo parlando di forme
legittime di laicismo. Ci riferiamo piuttosto a una forma
di consumismo servile, a un materialismo piatto e vuoto
e a un tipo di egocentrismo che cerca di schiacciare e annientare l’esistenza dell’«altro». Di fronte a questa visione
della vita e a queste realtà squallide e del tutto prive della
dimensione dell’«alterità» è minacciata qualsiasi forma di
religione. Tale visione minaccia di non risparmiare alcuna
fede e alcuna filosofia, alcun codice etico, o alcuna società
o civiltà. Questo è il motivo per cui tutte le religioni e, di
conseguenza, tutte le civiltà oggi sono in crisi.
Può un nuovo consenso su valori comuni condivisi contribuire alla sopravvivenza dell’umanità? Potremo subordinare convinzioni di fede e valori umani universalmente
riconosciuti a vantaggi politici immediati, o a interessi economici, o a obiettivi ideologici continuamente mutevoli?
È nel cercare di rispondere a domande così complesse che
il messaggio del Vangelo ha qualcosa da offrire. T.S. Eliot
esprime questa idea in un modo molto efficace e intenso:
«Proprio ora, in sordidi particolari, l’eterno disegno può
apparire» (T.S. Eliot, Assassinio nella cattedrale).
I futuri conflitti non saranno tra religioni, come sostiene Hans Küng; non tra civiltà, come asserisce Samuel
Huntington, ma tra coloro che promuovono lo spirito
umano e coloro che cercano di spegnerlo. Pur partendo da
una forma sana e legittima di secolarismo, ampi segmenti
della società umana si stanno completamente estraniando
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da tutto ciò che fa riferimento a una fede religiosa. Se la
società asiatica non cambierà strada rimanendo ancorata
ai valori spirituali, l’élite asiatica sarà fortemente tentata di
andare nella direzione che la allontana da questi valori. Lo
spirito umano sembra non trovare alcun riconoscimento
nella moderna società secolarizzata, e sembra che si stia
cercando invano di porre da qualche parte le basi di una
società moralmente sana. La sterilità del materialismo e
del nichilismo egoistico non offre alcuna speranza. «Se gli
uomini pensassero a Dio tanto quanto pensano al mondo,
chi non raggiungerebbe la salvezza?», chiedeva un antico
saggio indiano (Maitri Upanishad 6,24).
Sta per giungere il tempo in cui i credenti in una religione dovranno prendersi tutti insieme per mano per preservare e rafforzare la propria fede in Dio e promuovere
quei valori che nutriranno e sosterranno lo spirito umano.
I credenti dovranno continuare a condurre la battaglia già
in atto contro le forze dell’irreligione che stanno tentando
di stabilire il loro predominio sulla storia umana. Nel corso
di questa lotta apparirà evidente che si dovrà combattere
contro le convinzioni completamente secolarizzate presenti anche tra le file dei credenti, dei religiosi e all’interno
del proprio cuore. Quindi una lotta tra le nostre stesse file
e un conflitto all’interno del nostro stesso cuore! I sociologi non ritengono che l’Asia abbia imboccato la strada
della totale secolarizzazione. Tuttavia vi è il pericolo che
si espanda un tipo di fervore religioso del tutto privo di
un qualsiasi riferimento a un comportamento etico e a un
impegno sociale.
Per prima cosa la critica della religione da parte di
critici laici purifica la nostra comprensione della religione, ci libera dalla superstizione e dall’egoismo collettivo. E una critica del cristianesimo da parte di persone
di altre convinzioni (e anche dal suo interno) purifica la
società cristiana. Solo coloro che hanno le motivazioni
più elevate e la fede più salda resisteranno. Ma dopo che
saranno stati purificati interiormente, essi diventeranno
testimoni invincibili della verità ed efficaci annunciatori del Vangelo. Saranno veramente i messaggeri che
hanno fatto esperienza di Dio, che l’Asia sta aspettando.
Condivideranno le realtà che hanno sperimentato personalmente nell’intimo del loro cuore. Ripeteranno con
Giovanni: «Quello che era da principio, quello che noi
abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri
occhi, quello che contemplammo e ciò che le nostre mani
toccarono del Verbo della vita (…), quello che abbiamo
veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché
anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo» (1Gv
1,1-3). E conquisteranno il mondo!
Fidarsi della parola di Dio
Avviene qualcosa di stupefacente quando le persone si
confrontano con la parola di Dio. In che modo essa tocchi
il cuore umano resta sempre un mistero. Se ha toccato il
vostro cuore, toccherà anche il cuore di altri. Ciascuno ha
il proprio modo e il proprio tempo. Sappiamo di casi in
cui è bastata una sola riga della Scrittura per trasformare
la vita di qualcuno. Se le persone possono avere facilmente
a disposizione passi scelti della Bibbia; se bacheche, quadri, manifesti, volantini, danza, canzoni, opere teatrali o
fiction comunicano la parola di Dio in forme piacevoli e
belle, da qualche parte qualcuno ne sarà toccato. Non sottovalutate mai la parola di Dio… nella conversione di altri
e neppure nella vostra.
Ponete l’arte al servizio del Vangelo. Incoraggiate la
comunicazione del messaggio cristiano attraverso l’arte.
Il mondo può essere conquistato a Dio solo mediante
la bellezza, non con ragionamenti astratti. Ricercate la
bellezza nelle sue miriadi di forme e ponetela al servizio
del messaggio di Dio. L’arte religiosa insegna. La musica
evangelizza. Dovremmo incoraggiare sempre musicisti
e compositori a infondere la parola di Dio nel profondo
dei cuori umani. Noi viviamo fidandoci delle promesse
di Dio. In un’epoca in cui la condivisione del Vangelo
è considerata una nozione antiquata, un’attività antipatriottica, una violenza perpetrata contro le culture, bisogna cercare una forza spirituale sovrumana e un’ispirazione divina per adempiere al mandato missionario di
Cristo. Davvero!
Quando la fede religiosa viene disprezzata e messa in
ridicolo, e quando lo zelo cristiano è qualificato come straniero e antipatriottico e vi si minaccia di finire in carcere
o di essere multati perché alimentate le speranze del Vangelo, avete bisogno di ricorrere all’incrollabile e fidata parola di Dio e di contare sulle sue promesse. «Non abbiate
paura», ha detto Gesù (Mt 10,26.28.31). «Non preoccupatevi», egli insiste (Mt 6,25.31.34). Quando tragedie come
quella dell’11 settembre o quella dello tsunami colpiscono
duramente l’umanità, le persone si rendono conto del proprio bisogno assoluto di Dio. L’Organizzazione mondiale
della sanità rende noto che ogni anno 1 milione di persone
si suicida (un numero superiore a quello delle vittime degli
omicidi e delle guerre messe insieme). Ed è shoccante che
il numero delle persone che tentano il suicidio senza riuscirvi sia compreso tra i 10 e i 20 milioni. Il nostro compito
è quello di alimentare la speranza in tutte queste persone
disperate. E siate «pronti sempre a rispondere a chiunque
vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15).
Non dobbiamo mai vergognarci del Vangelo.
È di queste persone fragili e deboli che Dio si preoccupa: «Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti curi, il figlio
dell’uomo perché te ne curi?» (Sal 8,5). Eppure l’essere
umano è grande perché è stato fatto a immagine di Dio
ed è stato chiamato a un destino grandioso. Questo è il
motivo della sua fiducia in se stesso. Dice il salmista: «Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore
lo hai coronato» (Sal 8,6). La presenza di Dio nella vita
umana è la ragione della speranza nel futuro. «Dio è per
noi rifugio e fortezza, aiuto infallibile si è mostrato nelle
angosce. Perciò non temiamo se trema la terra, se vacillano i monti nel fondo del mare. Fremano, si gonfino le
sue acque, si scuotano i monti per i suoi flutti» (Sal 46,2-4).
Il compito dell’evangelizzazione è precisamente questo:
invitare le persone a riconoscere sia la propria fragilità e
debolezza sia i propri punti di forza, e consentire loro di
vedere sia i limiti di ogni sforzo umano sia le possibilità
illimitate che abbiamo di aprirci all’Infinito.
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tudi e commenti |
ECCLESIOLOGIA
Le Chiese locali
e la Chiesa universale
Archimandrita Amphilochios Miltos,
diocesi di Démétrias, Volos (Grecia)
I
Il dibattito decennale che ha impegnato i cardinali Ratzinger e Kasper
sul rapporto tra Chiesa universale
e Chiesa locale (e sulla questione
del primato) ha ricevuto grande attenzione, non soltanto accademica,
trattandosi di una questione al cuore
dell’ecclesiologia del Vaticano II. A
partire dalla lettera Communionis
notio (1992), Ratzinger ha sostenuto
«la priorità della Chiesa universale»
a difesa dell’«unità interiore della
Chiesa e del ministero del papa»,
mentre Kasper ha denunciato il
possibile «svuotamento dell’importanza della Chiesa locale» in favore
del centralismo romano. Quale contributo può portare un’ecclesiologia
ortodossa, segnatamente quella del
metropolita Giovanni Zizioulas, a un
dibattito apparentemente giunto a
un vicolo cieco? È quanto si propone
di mostrare il saggio che pubblichiamo – intitolato Le Chiese locali
e la Chiesa universale. Una rilettura
ortodossa del dibattito Ratzinger-Kasper –, nel quale il pensiero ecclesiologico di Zizioulas viene presentato
nelle sue linee fondamentali e proposto quale soluzione per chiarire e
far avanzare una questione aperta e
decisiva non solo per la teologia.
Istina 58(2013) 1, 23-39. Nostra traduzione dal francese.
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l concilio Vaticano II, di cui abbiamo appena celebrato il 50° anniversario dell’apertura, è stato
l’occasione, fra molte altre, di una riscoperta del
significato teologico della Chiesa locale o particolare, specialmente in relazione al ministero dei
vescovi. Dopo il Concilio, alcune riflessioni sulla Chiesa
locale hanno suscitato qualche tensione riguardo alla
modalità del suo rapporto con la Chiesa universale.
Un’espressione di questa tensione è stato il dibattito
recente e cruciale fra due eminenti teologi cattolici: Joseph Ratzinger (il futuro papa Benedetto XVI) e Walter
Kasper. Il dibattito è durato quasi un decennio e ha approfondito la fragile articolazione fra Chiesa particolare
e Chiesa intera.
Nel quadro della ricezione del concilio Vaticano II
incentrata soprattutto sull’ecclesiologia, molte ricerche e pubblicazioni hanno riguardato sia il rapporto
fra Chiesa universale e Chiesa locale sia il dibattito fra
Ratzinger e Kasper. Ci si può quindi legittimamente
chiedere la ragione di un ritorno su questa controversia
che sembra conclusa ormai da dieci anni.
A questa domanda si possono dare risposte diverse,
ma qui a noi importa constatare che il dibattito riflette
esplicitamente una problematica latente, cioè l’articolazione fra un’ecclesiologia che valorizza la Chiesa locale
con un altro paradigma o un’altra ecclesiologia piuttosto universale, come quella del concilio Vaticano I;
si tratta essenzialmente di una problematica che non
sembra essere stata risolta dal dibattito, ma che resta
interamente aperta per la teologia cattolica.1 Del resto,
recentemente, Benedetto XVI ha ripreso in un testo
ufficiale la posizione da lui sostenuta all’epoca del dibattito, cioè il primato della Chiesa universale, che era
proprio il pomo della discordia.2
Questa problematica ha anche un’importanza ecumenica, perché tocca varie questioni del dialogo fra
Occidente e Oriente cristiani. Riteniamo quindi utile
intraprendere una rilettura del dibattito, ma in questo
caso da un punto di vista ortodosso. Per rispondere a
questa sfida, ricorreremo all’ecclesiologia di un grande
teologo ortodosso, il metropolita di Pergamo Giovanni
Zizioulas, la cui riflessione ecclesiologica ci sembra poter
contribuire alla conciliazione delle concezioni locale e
universale della Chiesa. La nostra esposizione cercherà
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di affrontare questo dibattito indiscutibilmente difficile
e complesso e di ricollocarlo in un dialogo fecondo con
l’ecclesiologia di Zizioulas. Anzitutto, ricostruiremo
brevemente le origini del dibattito e mostreremo l’esito
di quella discussione. Poi cercheremo di presentare tre
presupposti ecclesiologici di Zizioulas. Infine, tenteremo
di far emergere sia il contributo originale di Zizioulas
sulle principali questioni del dibattito sia la necessità di
rinnovare la terminologia utilizzata.
Origini del dibattito
Il dibattito fra i due cardinali e grandi teologi è
stato innescato da vari testi. Si ritiene che il punto di
partenza sia stata la Communionis notio su «alcuni
aspetti della Chiesa intesa come comunione», la lettera della Congregazione per la dottrina della fede ai
vescovi della Chiesa cattolica, pubblicata nel 1992.3
Ma, alcuni anni prima, il cardinale Ratzinger, prefetto
della Congregazione, aveva espresso l’idea centrale
del dibattito, poi sviluppata nella lettera Communionis notio, cioè la priorità temporale e ontologica della
Chiesa universale.4
Dopo aver sottolineato l’importanza del concetto di
comunione per l’ecclesiologia, la lettera Communionis
notio identifica la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica con la Chiesa universale e con «l’universale comunità dei discepoli di Cristo».5 Riguardo al suo rapporto
con le Chiese particolari, la Chiesa universale può essere
detta «corpo delle Chiese» e «comunione di Chiese».
Contro un’«unilateralità ecclesiologica», che considera
la Chiesa particolare come completa in se stessa, la
Congregazione afferma che la Chiesa universale non è
«il risultato della loro comunione, ma, nel suo essenziale
mistero, è una realtà ontologicamente e temporalmente
previa a ogni singola Chiesa particolare».6
Per dimostrare la sua tesi della doppia priorità, la
lettera pone l’accento sulla preesistenza della Chiesa,
secondo i Padri, come mistero prima della creazione
(priorità ontologica) e sul racconto della Pentecoste
negli Atti degli apostoli (priorità temporale). Inoltre,
nei sacramenti del battesimo e dell’eucaristia appare il
rapporto di una «mutua interiorità» fra la Chiesa universale e le Chiese particolari. Gli altri paragrafi della
lettera stabiliscono dei legami con l’episcopato e con il
primato di Roma. Nel 1993, a un anno di distanza dalla
sua pubblicazione, un articolo de L’Osservatore romano
rispondeva alle critiche contro la lettera Communionis
notio, trattando in modo esaustivo gli argomenti della
priorità ontologica e temporale della Chiesa universale.7
Nel 1999, Walter Kasper, allora vescovo di Stoccarda, pubblicò un articolo contenente alcune osservazioni sulla relazione fra il collegio episcopale e il ministero petrino e sul rapporto fra Chiesa locale e Chiesa
universale.8 Kasper esprime delle riserve riguardo
all’affermazione della Comunionis notio secondo cui la
Chiesa universale precede ontologicamente e temporalmente le Chiese locali. Condivide l’idea di una «mutua
interiorità»9 e le formule «la Chiesa nelle e a partire
dalle Chiese» (Ecclesia in et ex Ecclesiis)10, e «le Chiese
nella e a partire dalla Chiesa» (Ecclesiae in et ex Ecclesia),11 ma sospetta che la Communionis notio identifichi
la Chiesa universale con la Chiesa di Roma, il papa e
la curia, e continua: «Se così è, la lettera della Congregazione per la dottrina della fede non può essere considerata un aiuto per la chiarificazione dell’ecclesiologia
di comunione, ma deve essere considerata il rifiuto di
questa ecclesiologia e un tentativo di restaurazione teologica del centralismo romano».12
In seguito a questa critica, il cardinal Ratzinger
prende posizione, nel 2000, prima in un discorso,13 poi
1 Cf. l’osservazione di Maurice Vidal: «Il concilio Vaticano II
ha cercato, senza riuscire veramente a trovarlo, un equilibrio fra
l’ecclesiologia della Chiesa universale, di cui era esso stesso una
conferma, anche con la sua valorizzazione del collegio dei vescovi,
come si può vedere, ad esempio, in Karl Rahner, e l’ecclesiologia
della comunione delle Chiese particolari. Anche la recezione del
Concilio non è riuscita a coniugare bene l’una con l’altra» (M.
Vidal, «Églises locales et Église universelle», in P. Debergé (a
cura di), L’Église à la croisée des chemins. Hommage amical à Jean
Rigal par la faculté de théologie de Toulouse, Éd. du Cerf, Paris
2002, 134).
2 Cf. Benedetto XVI, es. ap. postsinodale Ecclesia in Medio
Oriente, 14.9.2012, n. 38; Regno-doc. 17,2012,520. Il papa rinvia alla
lettera Communionis notio e ripete la sua tesi nel quadro della comunione fra l’universale e il particolare. Varrebbe la pena commentare
questo passo, ma supera il nostro argomento. In ogni caso, esso dimostra l’attualità della questione.
3 Cf. Congregazione per la dottrina della fede, lett. Communionis notio ai vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della
Chiesa intesa come comunione, 28.5.1992; EV 13/1774-1807.
4 Cf. J. Komonchak, «À propos de la priorité de l’Église universelle: analyse et questions», in G. Routhier, L. Villemin (a cura
di), Nouveaux apprentissages pour l’Église. Mélanges offerts à Hervé
Legrand, Éd. du Cerf, Paris 2006, 246-249. Komonchak cita quattro
testi di Ratzinger risalenti agli anni 1983-1990, che mostrano la sua
difesa di questa tesi.
5 Congregazione per la dottrina della fede, Communionis
notio, n. 7; EV 13/1784.
6 Ivi, n. 9; EV 13/1787.
7 Cf. L’Osservatore romano, 23.6.1993; cf. anche P. McPartlan,
«The Local Church and the Univer sal Church: Zizioulas and the
Ratzinger-Kasper Debate», in D.H. Knight (a cura di), The Theology of John Zizioulas: Personhood and the Church, Ashgate, Aidershot
2007, 177-178.
8 Cf. W. Kasper, «Zur Theologie und Praxis des bischöflichen
Amtes», in W. Schreer, G. Steins (a cura di), Auf eine neue Art Kirche Sein: Wirklichkeiten-Herausfoderungen-Wandlungen, Bernward
bei Don Bosco, Münich 1999, 32-48. Per una presentazione del contenuto di questo testo, cf. K. McDonnell, «The Ratzinger-Kasper
debate: the universal Church and local churches», in Theological
Studies 63(2002), 227-250, che abbiamo consultato.
9 Congregazione per la dottrina della fede, Communionis
notio, n. 9; EV 13/1787.
10 Ivi; EV 13/1789; citato del resto da Lumen gentium, n. 23:
«(…) nelle quali e a partire dalle quali [le Chiese particolari] esiste la
sola e unica Chiesa cattolica» (EV 1/338).
11 Ivi.
12 Kasper, «Zur Theologie und Praxis des bischöflichen
Amtes», citato da McPartlan, «The Local Church and the Universal Church», 178. Cf. anche McDonnell, «The Ratzinger-Kasper
debate», 231.
13 Cf. J. Ratzinger, «L’ecclesiologia della Lumen gentium»,
conferenza al Congresso internazionale di studi sull’attuazione del
concilio Vaticano II, Roma, 20.2.2000; in Regno-doc. 7,2000,233238. Per un’analisi cf. Komonchak, «À propos de la priorité de
l’Église universelle», 255-258.
Breve presentazione del dibattito
fra Joseph Ratzinger e Walter Kasper
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tudi e commenti
INNOCENZO GARGANO
in un articolo,14 accusando Kasper, citato per nome,
di mal interpretare il concilio Vaticano II. Rigetta la
tesi secondo la quale a Pentecoste la Chiesa di Gerusalemme era contemporaneamente locale e universale e nega al tempo stesso che la lettera Communionis
notio identifichi tacitamente la Chiesa universale con la
Chiesa romana. Egli ritiene che i sacramenti del battesimo e dell’eucaristia, e anche i ministeri, in quanto
eventi teologici, provengano dall’unica Chiesa (universale) e quindi dal di fuori della Chiesa particolare. Infine, sottolinea che se non si riconosce questa priorità si
riduce necessariamente la Chiesa a una realtà empirica
e sociologica, a un’organizzazione umana senza profondità teologica. Perciò, per Ratzinger, la profondità
teologica si trova nel concetto di Chiesa universale.
«Lectio divina»
su il Vangelo di Marco/4
Dalla cananea al cieco di Gerico (cc. 8,27–10,52)
P
rosegue la lectio divina sul Vangelo di
Marco. Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme inizia con la guarigione della figlia
di una donna siro-fenicia; poi il cieco di
Gerico, figlio di Timeo. Da una parte la forza
della fede di una pagana e dall’altra la
forza della fede di un giudeo: siamo di
fronte a una grande, eloquente inclusione.
«CONVERSAZIONI BIBLICHE»
Esito del dibattito e sua valutazione
Dopo aver presentato molto brevemente i primi elementi, dobbiamo esaminare l’esito di questo dibattito,
così come risulta dagli ultimi tre articoli che ciascuno
dei due teologi ha indirizzato direttamente al suo interlocutore.
In risposta alla conferenza del cardinal Ratzinger,
Kasper redige un articolo15 nel quale illustra anzitutto
l’aspetto pastorale del problema. In quanto vescovo,
egli deve armonizzare il suo doppio dovere nei riguardi
dell’unità (da una parte, come membro dell’episcopato
e, dall’altra, come pastore della sua Chiesa locale), un
dovere che risulta spesso difficile quando bisogna applicare le leggi della Chiesa universale a livello locale.
Perciò, a suo avviso, l’autorità e la responsabilità del
vescovo, che non è un «delegato del papa, ma un mandatario di Gesù Cristo»,16 dipendono dal modo d’intendere la relazione fra la Chiesa universale e le Chiese
locali. Prima di lanciarsi nella sua critica della priorità
della Chiesa universale, Kasper sottolinea di essersi personalmente battuto contro una «riduzione sociologica
della Chiesa a semplici comunità». Egli si sente obbligato a esporre, nella prima parte del suo articolo, la
realtà storica della Chiesa, perché ritiene che Ratzinger
la affronti in modo teorico, «astratto e deduttivo».
Attraverso gli scritti neotestamentari (Paolo e Luca)
e patristici, egli ricostruisce a grandi linee l’ecclesiologia del primo millennio, che non è affatto unilaterale a
differenza di quella del secondo, nel quale, per ragioni
storiche, s’impose una concezione unilaterale della
Chiesa. Secondo Kasper, il concilio Vaticano II ha nuovamente valorizzato «le concezioni ecclesiali primitive»,
rendendole al tempo stesso «compatibili» con il concilio
Vaticano I. Ma il primato attribuito dalla lettera Communionis notio alla Chiesa universale crea dei problemi.
Per confutare l’argomento di Ratzinger a favore della
priorità storica o temporale della Chiesa universale, basato sulla descrizione dell’evento della Pentecoste, Kasper ricorda che si tratta di una costruzione lucana e che
non è una prova sufficiente. Riguardo al primato ontologico, Kasper concorda sulla preesistenza della Chiesa,
ma ritiene che essa possa fondare anche «la tesi della
simultaneità della Chiesa universale e delle Chiese particolari». Alla fine, egli caratterizza la divergenza come
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una «disputa di scuola» sostenuta da filosofie diverse e
segnala la dimensione ecumenica della questione.
In risposta a Kasper, Ratzinger rifiuta questa caratterizzazione in un articolo redatto su invito della rivista
America.17 Il cardinale raccomanda ai lettori di leggere
tutti i testi del dibattito e sottolinea che la Communionis
notio non è uno scritto personale (e che la sua teologia
non è «platonica»), bensì una lettera della Congregazione per la dottrina della fede. Inoltre, nota con piacere i comuni fondamenti ecclesiologi e il significato
attribuito da Kasper alla preesistenza della Chiesa. Il
passo avanti nel dibattito è costituito dall’accettazione
da parte di Ratzinger della simultaneità proposta da
Kasper, anche se essa (per Ratzinger) vale unicamente
«per la vita della Chiesa nella storia».18
Ratzinger cerca di precisare che l’argomento relativo alla preesistenza mira a esprimere il fine della storia
sacra, cioè la riunificazione degli uomini con Dio nel
corpo di Cristo, perché esiste una sola sposa e un solo
corpo. Perciò egli afferma che il principio superiore è
l’unità ultima, qualcosa che (per lui) rende legittima la
probabilità di una priorità «teleologica» invece di una
priorità ontologica. Ma qui bisogna osservare che la
priorità è accordata da Ratzinger all’idea divina della
Chiesa mentre, per confutare l’accusa del centralismo
romano, egli ripete ancora una volta la tesi secondo cui
la Chiesa di Roma è una Chiesa locale e non una Chiesa
universale, aggiungendo che «la precedenza dell’idea
divina dell’unica Chiesa, dell’unica sposa, su tutte le sue
realizzazioni empiriche nelle Chiese particolari non ha
nulla a che vedere con la questione del centralismo».19
Con la sua breve risposta sulla rivista America,20 Kasper conclude il dibattito, esprimendo la propria soddisfazione su due punti: Ratzinger non lo accusa più
di ridurre la Chiesa a una costruzione sociologica e, al
tempo stesso, accetta la tesi secondo cui le Chiese locali
e la Chiesa universale sono incorporate l’una nell’altra
e si compenetrano in modo tale da poter parlare della
loro simultaneità. Secondo Kasper, la vera posta in
gioco è la simultaneità, mentre la questione della preesistenza, essendo speculativa, è meno importante. Infine,
nota che il suo interlocutore, grazie a questo dialogo,
ha trasformato «la sua tesi della priorità della Chiesa
universale in una tesi della priorità dell’unità interiore».
In effetti, notiamo un cambiamento nella prospettiva di Ratzinger e più precisamente nella sua posizione
originaria sulla priorità ontologica. Dopo le precisazioni
dell’ultimo testo, egli ha sostituito l’idea relativa alla
Chiesa universale con l’idea dell’unità interiore della
Chiesa nel disegno eterno di Dio. Volendo ricapitolare
il compromesso finale del dibattito, possiamo affermare
che alla fine i due cardinali concordano su tre punti: la
relazione di «mutua interiorità» o «mutua reciprocità»
fra la Chiesa universale e le Chiese locali; la preesistenza
dell’idea divina della Chiesa; la simultaneità fra Chiesa
universale e Chiesa locale, perlomeno in campo storico.
In verità, nessuno ha mai messo in discussione le prime
due affermazioni, anche se il contenuto degli enunciati
non è stato sempre chiaro.
Che cosa resta ancora aperto nel dibattito dopo una
lunga discussione durata quasi un decennio? Anzitutto,
la questione (posta da Kasper) delle applicazioni concrete di una priorità dell’idea divina dell’unica Chiesa.
Ratzinger aveva applicato questa cosiddetta priorità ontologica alla Chiesa universale e ai sacramenti, mentre
Kasper ha sempre insistito sul fatto che la simultaneità
e il «rapporto di pericoresi»21 appaiono soprattutto nei
sacramenti. In secondo luogo, il significato dell’espressione «Chiesa universale» resta determinante, perché la
sua utilizzazione, nel corso del dibattito, non è affatto
chiara e precisa.22 In terzo luogo, la vera posta in gioco
del dibattito consiste negli obiettivi ben espressi dai due
teologi. Ratzinger ha difeso la priorità della Chiesa universale per denunciare un unilateralismo della Chiesa
locale che, a suo avviso, costituisce una minaccia per
l’unità interiore della Chiesa e in particolare per il ministero del papa.23 Pur avendo cercato di tenere distinti
il tema del dibattito e la questione del papato, nel 2000
Ratzinger ha affermato: «Questo ministero di Pietro e
la sua responsabilità non potrebbero neppure esistere,
se non esistesse innanzitutto la Chiesa universale. Si
muoverebbe infatti nel vuoto e rappresenterebbe una
pretesa assurda».24
Da parte sua, Kasper vi ha percepito uno svuotamento dell’importanza della Chiesa locale che rafforza
il centralismo di Roma.25 Considerando le intenzioni
originarie degli interlocutori e l’esito del dibattito, ci troviamo in un vicolo cieco. Da una parte, la priorità della
14 Cf. J. Ratzinger, «Bezüglich des Verhältnisses der Weltkirche zur Ortskirche im Vatikan II», in Frankurter Allgemeine Zeitung,
22.12.2000. La citazione si trova in McDonnell, «The RatzingerKasper debate», dove c’è anche una presentazione di questo documento alle pp. 233-239.
15 W. Kasper, «Das Verhältnis von Universalkirche und Ortskirche: Freundschaftliche Auseinandersetzung mit der Kritik von
Joseph Kardinal Ratzinger», in Stimmen der Zeit 128(2000) 12,
795-804.
16 Ivi.
17 J. Ratzinger, «The Local Church and the Universal
Church: A Response to Walter Kasper», in America 185(2001) 16,
19.11.2001.
18 «As it lives in history», ivi.
19 Ivi.
20 W. Kasper, «From the President of the Council for Promoting Christian Unity», in America 185(2001) 17, 26.11.2001.
21 Kasper, «Das Verhältnis von Universalkirche und Ortskirche».
22 A volte indica la Chiesa come mistero o come idea divina e
a volte come Chiesa nella sua totalità. Cf. Komonchak, «À propos
de la priorité de l’Église universelle», 264-265; McPartlan, «The
Local Church and the Universal Church», 181.
23 Bisogna notare con Komonchak che il problema di un tale
unilateralismo non è mai esistito; un’opinione che giustifica il fatto
che in fondo Ratzinger vi vede soprattutto una minaccia contro il ministero papale. Cf. Komonchak, «À propos de la priorité de l’Église
universelle», 262-263.
24 Ratzinger, «L’ecclesiologia della Lumen gentium»; Regnodoc. 7,2000,237.
25 Le osservazioni di McPartlan sono rivelatrici al riguardo: «He
[Kasper] simply objects to this being taught in terms of the priority
of the “universal Church”, which generally means the worldwide
Church in normal Catholic usage. If the worldwide Church has priority, then Rome and the curia naturally have a higher profile than
they do if the worldwide Church and the local church are interpenetrating and simultaneous» (McPartlan, «The Local Church and
the Universal Church», 181).
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Chiesa universale svaluta realmente la Chiesa locale e,
dall’altra, la loro simultaneità non esplicita sufficientemente un’unità della Chiesa una, né il primato papale.
In breve, dietro il dibattito si nasconde la ricerca di una
valida riconciliazione fra un’ecclesiologia universalistica
e un’ecclesiologia di comunione delle Chiese locali. Se si
chiedesse aiuto a un’ecclesiologia basata sulla sensibilità
ortodossa, quale potrebbe essere il suo contributo alla
questione di cui qui ci occupiamo?
Gli assi dell’ecclesiologia di Giovanni Zizioulas
Prima di mettere in dialogo l’ecclesiologia di Giovanni Zizioulas con i temi del dibattito, è indispensabile
cercare gli assi fondamentali della sua opera ecclesiologica sui quali basare le principali questioni affrontate
nella nostra indagine.
La sintesi fra cristologia e pneumatologia
Secondo Zizioulas, il modo di articolare cristologia e pneumatologia gioca un ruolo determinante per
l’ecclesiologia. Perciò egli propone una sintesi nella
quale la pneumatologia ha un carattere non supplementare ma «costitutivo» sia in cristologia sia in ecclesiologia.26 In altri termini, la pneumatologia non
si aggiunge a posteriori all’edificio cristologico, ma
condiziona l’essere stesso di Cristo e della Chiesa. Lo
Spirito Santo non si limita a continuare l’opera di Cristo dopo di lui, ma è già presente e operante dal suo
concepimento e dal suo battesimo fino alla sua resurrezione, che avviene del resto per opera dello Spirito.
Le due concezioni o tipi di pneumatologia coesistono
soprattutto nel Vangelo di Luca e in Paolo: lo Spirito è inviato da Cristo risorto, ma è all’opera anche
prima, costituendo, inoltre, «la sua stessa identità in
quanto Cristo».27
Nell’economia divina, probabilmente solo il Figlio
«diventa storia» in senso proprio, nonostante il coinvolgimento delle altre persone trinitarie nella storia. La
particolarità dello Spirito consiste nel liberare l’evento
Cristo dalla schiavitù della storia. Zizioulas lo vede nella
Pentecoste, che non è un evento esclusivamente pneumatologico, ma fa parte della storia della salvezza, cioè
dell’evento Cristo, e introduce «nella storia gli ultimi
giorni, l’eschaton».28 Perciò il carattere fondamentale
della pneumatologia è escatologico.
Riguardo all’escatologia, si può cogliere meglio questa sintesi nell’eucaristia, nella quale lo Spirito Santo fa
la Chiesa in quanto corpo di Cristo. Secondo Zizioulas, lo Spirito non «anima» una Chiesa già esistente,
ma la crea realmente, la costituisce ontologicamente.
L’applicazione di questo legame risulta molto concreta
nell’esistenza paradossale di una sola Chiesa e di molte
Chiese al tempo stesso. «Se la pneumatologia non è
ontologicamente costitutiva della cristologia, questo
potrebbe significare che c’è anzitutto una Chiesa, poi
molte Chiese (…). L’evento pentecostale è un evento
ecclesiologicamente costitutivo. L’unico evento Cristo
prende la forma di “eventi” (plurali) che sono “ontologi-
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camente primari” come l’unico evento Cristo. In ecclesiologia le Chiese locali sono primarie come la Chiesa
universale».29
Perciò Zizioulas non può che essere contrario a ogni
priorità della Chiesa locale sulla Chiesa universale e
pensa che la loro «simultaneità» trovi espressione soprattutto nell’eucaristia. In breve, egli sostiene che questa sintesi è possibile solo se s’introducono nell’ontologia di Cristo e della Chiesa «due ingredienti particolari
della pneumatologia»: la comunione e l’escatologia.
Parleremo più avanti di questi due aspetti comuni alla
pneumatologia, alla cristologia e all’escatologia.
La comunione come unità
dell’«Uno» e del «molteplice»
Un elemento molto caratteristico e originale della
teologia del metropolita Giovanni Zizioulas è il principio dell’unità dell’«Uno» e del «molteplice», che designa la nozione di comunione e ritorna a più riprese
nei suoi scritti.30 Questo principio deriva dalla teologia
trinitaria, ma si applica alla cristologia, alla pneumatologia e all’eucaristia.31 Nella teologia dei Padri cappadoci, specialmente in quella di san Basilio, Zizioulas
scopre una tendenza significativa: la preferenza per il
termine koinonia al posto del termine sostanza quando
si parla della natura di Dio. Per essi l’unità di Dio risiede nella comunione delle tre persone; la natura di
Dio è veramente comunione. Ciò significa che non vi
è alcuna priorità, ma che la sostanza di Dio coincide
con la comunione delle persone.32 Altrove, Zizioulas
cita Karl Rahner, il quale ha mostrato come la priorità della sostanza divina sia da considerarsi erronea
e come non si possa parlare anzitutto di un Dio uno
e poi delle tre persone,33 giungendo alla conclusione
che, all’interno della Trinità, l’Uno è costitutivo del
molteplice e viceversa.
In cristologia, Zizioulas applica lo stesso principio per riferimento alla pneumatologia. Cristo che è
l’«Unto» dello Spirito (Christos) è inconcepibile senza
lo Spirito.34 In Paolo, lo Spirito è legato alla concezione della comunione (2Cor 13,13) e parallelamente
lo Spirito Santo realizza l’evento Cristo in quanto
«personalità corporativa».35 Secondo il nostro autore,
Cristo è al tempo stesso uno e molteplice, perché non
si può concepire la testa senza il corpo e Cristo senza
lo Spirito. Anche la santa eucaristia afferma questa
stessa verità, che spiega la ragione per cui l’unica eucaristia offerta per tutto il mondo è al tempo stesso
molte eucaristie. La soluzione è la simultaneità e
l’unità dell’uno e del molteplice simile a quella che
esiste «nell’essere di Dio come Trinità, e nella persona
di Cristo come essere pneumatico».36 Riguardo alla
sua applicazione ecclesiologica, Zizioulas sottolinea:
«A me sembra che l’ecclesiologia ortodossa abbia applicato questo [principio] alla relazione fra la Chiesa
locale e la Chiesa universale. C’è una Chiesa una,
come c’è una natura di Dio. Ma il modo migliore di
esprimere questa Chiesa è la comunione delle molte
Chiese locali. In ecclesiologia, comune e unicità coincidono».37
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Zizioulas condivide l’approccio di Kasper?
La risposta alla domanda sembra, a prima vista, positiva. Evidentemente nel dibattito Zizioulas adotterà
piuttosto la posizione di Kasper. Ma non è corretto affermare un’assoluta identificazione delle opinioni teologiche; per tale ragione vale la pena esaminare i punti in
comune, ma anche i presupposti e le implicazioni che si
sono differenziate.
In Zizioulas è sviluppato pienamente l’argomento
di Kasper secondo cui la comunione delle Chiese locali (che non sono isolate) si manifesta nell’ordinazione
del vescovo da parte di tre vescovi e nell’istituzione dei
sinodi.42 D’altra parte, Kasper sottolinea che è necessario attuare «la relazione fra Chiesa universale e Chiesa
locale come unità nella molteplicità e come molteplicità nell’unità».43 Questa formula fa eco al principio
dell’«unità dell’uno e del molteplice», assolutamente dominante nell’ecclesiologia di Zizioulas. Inoltre, quest’ultimo condivide verosimilmente la tesi principale della
simultaneità e della reciprocità interna, che si manifestano nella celebrazione dell’eucaristia. Quale può essere quindi il contributo specifico di Zizioulas?
Analizzando più attentamente i testi, si può constatare che la sua comprensione della problematica è
fondamentalmente diversa. Per Kasper, la questione si
pone «riguardo ai problemi storici»; egli parte da una
prospettiva storica, ponendo l’accento sulla Chiesa in
quanto realtà storica contro una considerazione astratta
che è, a suo avviso, quella del suo interlocutore. Colpisce
la vistosa assenza di una prospettiva escatologica, come
quella elaborata da Zizioulas. Paul McPartlan ha ben
sottolineato che i due cardinali si collocano in un quadro
propriamente storico e ha proposto una ricollocazione
escatologica che va cercata invece in Zizioulas.44 Si coglie
bene questo scarto (fra storico ed escatologico) riguardo
alla simultaneità, che i tre teologi condividono. Ratzinger accetta la compenetrazione fra Chiesa universale e
Chiesa locale, ma presupponendo che si parli della sua
realtà storica. Nel suo ultimo articolo, Kasper esprime
soddisfazione per l’accettazione da parte di Ratzinger di
tale formulazione: «Le Chiese locali e la Chiesa universale sono incorporate l’una nell’altra e si compenetrano
in modo tale da poter parlare della loro simultaneità».45
Si comprende dunque che, secondo Kasper, la «simultaneità» rinvia piuttosto a una correlazione, a una «reciprocità interna», a «un rapporto di pericoresi», come egli afferma. Per comprenderlo meglio, è decisivo vedere (subito
dopo quest’affermazione) in che modo egli intende l’unità
della Chiesa: un mistero formato a immagine della Trinità.
26 Cf. J. Zizioulas, «Christologie, pneumatologie et institutions
ecclésiales. Un point de vue orthodoxe», in Id., L’Église et ses institutions, coll. «Orthodoxie» (vol. 3), Éd. du Cerf, Paris 2011, 18.
27 Ivi, 13. Per un’analisi di questi due tipi di pneumatologia, cf.
l’articolo J. Zizioulas, «Implications ecclésiologiques de deux types
de pneumatologie», Id., L’Église et ses institutions, 29-47.
28 Ivi, 16.
29 Ivi, 18.
30 Riguardo all’unione dell’uno e del molteplice, scriveva Yves
Congar: «È una categoria molto interessante che Zizioulas utilizza
in modo eccellente» (Y. Congar, «Bulletin d’ecclésiologie», in Revue
des Sciences Philosophiques et Théologiques 66(1982) 1, 89).
31 Cf. J. Zizioulas, «La primauté dans l’Église. Une approche
orthodoxe», in Id., L’Église et ses institutions, 217-218.
32 Cf. Zizioulas, «Christologie, pneumatologie et institutions
ecclésiales», 20.
33 Cf. Zizioulas, «La primauté dans l’Église», 217.
34 Ivi, 218.
35 J. Zizioulas, «L’Église comme communion», in Id., L’Église
et ses institutions, 106. Per il significato della nozione di «personalità
corporativa» cf., ad esempio, J. Zizioulas, «La communauté eucharistique et la catholicité de l’Église», in Id., L’être ecclésial, coll. «Perspective orthodoxe» (vol. 3), Labor et Fides, Genève 1981, 113-116.
36 Zizioulas, «La primauté dans l’Église», 218.
37 Zizioulas, «Christologie, pneumatologie et institutions ecclésiales», 21.
38 Cf. R. Chèno, «Eschatologie et communion: les conséquences d’une constitution pneumatologique de l’ecclésiologie selon J.
Zizioulas», in Istina 51(2006), 375-412.
39 Cf. Zizioulas, «Christologie, pneumatologie et institutions
ecclésiales», 14-15 e 26.
40 Solo il Figlio «diventa storia» in senso proprio, ma è lo Spirito
a permettere all’evento Cristo di non restare imprigionato nella storia.
41 J. Zizioulas, «L’Église locale dans une perspective eucharistique», in Id., L’être ecclésial, 188.
42 Cf. Zizioulas, «La primauté dans l’Église», 219-220; Id., «La
communauté eucharistique et la catholicité de l’Église», 122.
43 Kasper, «Das Verhältnis von Universalkirche und Ortskirche».
44 Cf. McPartlan, «The Local Church and the Universal
Church», 180-182. McPartlan ha sostenuto giustamente che la risposta di Zizioulas alla posta in gioco del dibattito – il mantenimento
dell’unità senza proclamare la priorità – è l’escatologia. Ma, a nostro
avviso, la dimensione escatologica deve essere collocata nel quadro
dell’ecclesiologia eucaristica di Zizioulas, dove trova il suo posto la
dialettica dell’uno e del molteplice.
45 Kasper, «From the President of the Council for Promoting
Christian Unity»; traduzione francese della citazione in Komonchak, «À propos de la priorité de l’Église universelle», 261.
L’importanza dell’escatologia
Grazie all’eucaristia si può comprendere anche l’altra componente della pneumatologia: l’escatologia.38
Zizioulas constata spesso che l’Occidente, per varie ragioni, privilegia la storicità e accorda una priorità alla
cristologia, mentre l’Oriente (forse per reazione) mette
spesso l’accento sulla pneumatologia e soffre talvolta
di meta-storicismo.39 Perciò la sua sintesi di cristologia e pneumatologia stabilisce un equilibrio fra la storia e l’escatologia, una dialettica fra il «già» e il «non
ancora». La pneumatologia, come abbiamo ricordato,
apre la prospettiva escatologica dell’evento Cristo e libera il Cristo dalla storia.40
L’eucaristia non è solo un evento di comunione, ma
anche un evento escatologico che conferisce alla Chiesa
la sua identità: lì la Chiesa è ciò che sarà, cioè il regno
di Dio. Qui si tratta di ciò che Zizioulas chiama, con
un’altra espressione, ontologia iconica. Nell’eucaristia la
Chiesa riflette il futuro, il Regno, con una funzione iconica, che spiega la ragione per cui nella preghiera eucaristica della liturgia bizantina esiste il paradosso del fare
memoria della parousia, una «anamnesi del futuro».41
In tale prospettiva, l’escatologia non schiaccia la vita
concreta della Chiesa, ma la illumina e le dà senso. Per
la nostra riflessione occorre custodire questi elementi,
che permettono un nuovo approccio alla problematica.
Il dibattito da un punto di vista ortodosso:
un dialogo fecondo con Giovanni Zizioulas
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Scrive Kasper: «L’unità non significa uniformità; l’unità
della Chiesa non esclude la molteplicità, ma la include».46
Kasper e Zizioulas parlano della simultaneità e
dell’unità nella molteplicità, ma non intendono la stessa
cosa. Per Zizioulas, simultaneità non è solo reciprocità,
ma in qualche modo identificazione. Egli parla esplicitamente della simultaneità come di «un’unità nell’identità».47 L’uno non «include» il molteplice, ma «coincide»
con il molteplice. Né l’uno senza il molteplice né il molteplice senza l’uno. Perciò, applicando l’identificazione, egli
afferma che la Chiesa è locale e universale al tempo stesso.
Notiamo che Kasper concepisce diversamente questo
rapporto ed è la ragione per la quale, al termine del dibattito, accetta la tesi modificata di Ratzinger sulla «priorità
dell’unità interna».48 La conferma dell’unità della Chiesa
era una delle grandi questioni del dibattito. Ma, secondo
Zizioulas, l’unità resta «intrinsecamente legata»49 all’escatologia grazie all’eucaristia, che è un evento escatologico
per eccellenza. La natura escatologica dell’eucaristia indica la simultaneità del locale e dell’universale nell’ecclesiologia, secondo l’unità dell’uno e del molteplice.50
La sintesi fra località e cattolicità
In ogni caso, c’è un’altra differenza più concreta fra
Zizioulas e i due cardinali riguardo al sacramento dell’eucaristia.
e tre fanno
a essa
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Pagina
1 per sostenere la
loro tesi, ma le loro concezioni sono diverse. Non potendo
procedere in questa sede a un’analisi esaustiva, ci limiteremo a due esempi relativi al primato e all’episcopato.
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Ratzinger, per il quale l’eucaristia «non nasce dalla
Chiesa locale»,51 collega il primato del papa alla priorità
della Chiesa universale.52 Kasper non spiega in che modo
armonizza concretamente la simultaneità locale-universale
(che è presente nell’eucaristia) e la giurisdizione del papa.
Egli ha affermato anzitutto di non vedere alcuna contraddizione con il ministero papale, ma non ha portato in seguito alcuna conseguenza concreta ad esempio.53 Zizioulas,
che ha difeso la necessità di un primato a livello universale
come una condizione per la cattolicità della Chiesa, propone un’articolazione basata sul principio «dell’uno e del
molteplice», in coerenza con la categoria della comunione.
L’esempio pratico e normativo è il canone 34 dei cosiddetti
Canoni apostolici, secondo il quale il primate non può fare
nulla senza il sinodo dei vescovi e i vescovi non possono
decidere nulla senza il primate. Perciò, anche il molteplice
è costitutivo dell’uno. Secondo Zizioulas, questo canone
potrebbe essere la regola d’oro di un primato compatibile
con il principio della comunione, che permette la cattolicità di ogni Chiesa locale espressa nell’eucaristia.54
Inoltre, nella sua argomentazione Ratzinger ha utilizzato l’evento della Pentecoste, nel quale si manifesta
(secondo lui) la Chiesa universale, con gli apostoli-fondatori delle Chiese particolari e Pietro alla loro testa.55 Al
riguardo, Zizioulas si chiede invece se il collegio apostolico sia «all’origine di ogni Chiesa locale o della Chiesa
universale».56 A suo avviso, nel primo caso, ogni vescovo
è il successore di Pietro (come in Cipriano e Ignazio di
Antiochia) e il presbyterium (è il successore) degli apostoli;
mentre nel secondo, ogni vescovo fa parte del collegio universale e anche ogni Chiesa locale fa parte della Chiesa
universale. Di conseguenza, il secondo caso riflette una
visione universalistica, mentre il primo rivela la pienezza
della Chiesa locale. Ratzinger supera il rischio di considerare unilateralmente la Chiesa locale come entità sufficiente, affermando che il vescovo, l’eucaristia e il battesimo vengono dal di fuori della Chiesa locale e rinviano
direttamente alla Chiesa universale.57 Ma, per Zizioulas,
ogni comunità eucaristica manifesta «in un determinato
luogo il Cristo totale e l’unità escatologica finale di tutti in
lui»58 e, nello stesso tempo, il ministero episcopale legato
all’istituzione sinodale funge da intermediario fra località
e universalità.59
Da ciò che precede risulta che l’eucaristia è la chiave
della sintesi fra località e universalità, un dato che spiega
la ragione per cui, nel corso dei primi secoli, l’espressione
«Chiesa cattolica» (katholiké ekklesìa) indicava sia la Chiesa
locale (che celebra l’eucaristia) sia tutta la Chiesa. Il ministero del vescovo che presiede sia l’eucaristia sia la Chiesa
locale è il legame fra la sua diocesi e la Chiesa universale,60
e il sistema sinodale esiste per servire e assicurare la comunione delle Chiese.61
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mente teologico, perché significanti diversi rinviano a
significati diversi. Perciò, prima di concludere la nostra
rilettura, ci sembra importante ricordare la necessità di
un rinnovamento della terminologia utilizzata.
Anzitutto, «locale» è più pertinente di «particolare»
per indicare una Chiesa diocesana. La formula «Chiesa
particolare» è un «neologismo»,63 utilizzato nei testi del
Vaticano II, che, secondo Hervé Legrand, può indurre
«una comprensione inadeguata dell’articolazione fra la
diocesi e tutta la Chiesa». G. Routhier ha mostrato con
chiarezza e finezza che, per ragioni propriamente teologiche, l’espressione «Chiesa locale» è più pertinente
e preferibile a «Chiesa particolare».64 L’aggettivo «particolare» stabilisce un’opposizione fra la Chiesa locale
e tutta la Chiesa e presenta vari rischi «per una sana
teologia della Chiesa».65 Anche Zizioulas condividerebbe queste riserve, perché ha sviluppato l’unità di
ecclesialità e località nel quadro della sua ecclesiologia
eucaristica.66
Mentre gli aggettivi «locale» e «particolare» intendono descrivere la realtà di una diocesi, la questione
posta dall’aggettivo «universale» riferito alla Chiesa è
più complessa e difficile da risolvere. Tuttavia ciò che
è significato dalla formula «Chiesa universale» riveste
un’importanza capitale per l’ecclesiologia. Poiché la
lunga discussione richiesta dalla questione oltrepassa
i limiti di quest’articolo, ci limitiamo ad alcune riflessioni strettamente relative al nostro tema. Abbiamo
già notato che, nel dibattito, il significato dell’aggettivo
«universale» è piuttosto ambiguo, perché indica realtà
diverse: l’insieme delle Chiese; il mistero eterno di Dio;
l’idea divina della Chiesa; la realtà della comunione
cristiana. Ma la questione decisiva è sapere se si tratta
di un’entità completamente indipendente dalla Chiese
concrete. Secondo Komonchak, usando l’espressione
universa Ecclesia («tutta la Chiesa, la Chiesa intera»)
«si evita il pericolo di ipostatizzare la Chiesa universale
o di dimenticare che la distinzione è inadeguata, come
dicono gli scolastici, perché l’unica Chiesa, la Chiesa
intera, la Chiesa nella sua totalità non esiste indipendentemente dalla moltitudine delle Chiese».67
Vale la pena ricordare che, almeno nel corso dei
primi secoli, nelle fonti patristiche troviamo le espressioni «Chiesa cattolica locale» e «Chiese cattoliche»;
l’aggettivo «cattolico» qualifica sia la Chiesa locale sia
tutta la Chiesa, la Chiesa intera.68 Secondo Yves Congar, è stato Agostino a collegare all’aggettivo cattolico
«l’idea dell’universalità geografica»,69 che prevale sul
valore di totalità, di verità e di autenticità che comportava originariamente l’aggettivo. Zizioulas denuncia
ripetutamente e con forza «ogni universalizzazione
strutturale della Chiesa», che vuole creare «un’entità
ecclesiale chiamata “Chiesa universale”», perché «ogni
struttura che mira a facilitare l’universalità della Chiesa
crea una rete di Chiese in comunione, non una nuova
forma di Chiesa».70 «Il fatto che la Chiesa sia una nel
mondo non fa di essa una struttura accanto alle, o «al
di sopra» delle, Chiese locali».71
46 Kasper, «Da Verhältnis von Universalkirche und Ortskirche».
47 J. Zizioulas, «La communauté eucharistique et la catholicité
de l’Église», 124, nota 66.
48 Kasper, «From the President of the Council for Promoting
Christian Unity».
49 J. Zizioulas, «Eschatologie et société», in Id., L’Église et ses
institutions, 490.
50 Per Zizioulas l’unità non viene dal passato (di una storia lineare) ma dal futuro, perché Dio oltrepassa il tempo.
51 J. Ratzinger, «L’ecclesiologia della Lumen gentium», Regnodoc. 7,2000,236.
52 Questo legame passa attraverso l’eucaristia. Cf. Komomchak,
«À propos de la priorité de l’Église universelle», 257; McPartlan,
«The Local Church and the Universal Church», 272.
53 Non abbiamo potuto consultare la sua opera Katholische Kirche. Wesen. Wirklichkeit, Sendung, Herder, Freiburg 2012.
54 Cf. Zizioulas, «La primauté dans l’Église», 222-223.
55 Cf. Congregazione per la dottrina della fede, Communionis notio, n. 9, EV 13/1788; Komonchak, «À propos de la priorité de l’Église universelle», 252-253.
56 J. Zizioulas, «Les conférences épiscopales comme institution
“causa nostra agitur”? Point de vue orthodoxe», in Id., L’Église et ses
institutions, 169.
57 Cf. J. Ratzinger, «L’ecclesiologia della Lumen gentium»,
Regno-doc. 7,2000,236; cf. anche McDonnell, «The Ratzinger-Kasper debate», 238; Vidal, «Églises locales et Église universelle», 130.
Inoltre, anche la lettera Communionis notio considera separatamente
l’eucaristia e il vescovo; cf. nn. 11-14.
58 Zizioulas, «La communauté eucharistique et la catholicité de
l’Eglise», 124.
59 Cf. ivi, 122. Bisogna notare che Zizioulas ha criticato a più
riprese l’ecclesiologia del celebre teologo ortodosso N. Afanasiev per
la sua concezione erronea della località. Per un’analisi esaustiva, cf.
J. Zizioulas, «Eucharistic Ecclesiology in the orthodox tradition»,
in J.-M. Van Cangh (a cura di), L’ecclésiologie eucharistique, coll.
«Académie internationale des Sciences Religieuses», Éd. du Cerf,
Bruxelles 2009, 187-202.
60 Zizioulas sottolinea che l’ordinazione del vescovo richiede la
partecipazione di più vescovi e conferisce immediatamente il diritto
di partecipare al sinodo regionale o universale (cf. Zizioulas, «La
primauté dans l’Église», 219-220).
61 Ivi. Zizioulas insiste sul fatto che, grazie alla sinodalità, la cattolicità della Chiesa locale è garantita.
62 Cf. Komonchak, «À propos de la priorité de l’Église universelle», 267-268; McPartlan, «The Local Church and the Universal
Church», 181; Vidal, «Églises locales et Église universelle», 136.
63 H. Legrand, voce «Particulière Église», in J.-Y. Lacoste (a
cura di), Dictionnaire critique de théologie, PUF, Paris 32007, 1032-1033.
64 Cf. G. Routhier, «Église locale ou Église particulière:
querelle sémantique ou option théologique», in Studia canonica
25(1991), 277-344; in particolare 332-334. L. Villemin, «Le diocèse
est une Église locale ou une Église particulière? Quel est l’enjeu de
ce vocabulaire?», in H. Legrand, C. Theobald (a cura di), Le ministère des évêques au concile Vatican II et depuis. Hommage à Mgr Guy
Herbulot, Éd. du Cerf, Paris 2001.
65 Ivi, 333.
66 Cf. Zizioulas, «L’Église locale dans une perspective eucharistique», 187-191. Al contrario, studiando il pensiero di Ratzinger,
si osserva spesso una visione piuttosto sociologica ed empirica della
Chiesa locale, che manca di una vera profondità teologica. Lo si può
notare quando egli considera i sacramenti soprattutto come forma di
socializzazione in una Chiesa locale. Cf., ad esempio, Ratzinger,
«The Local Church and the Universal Church». G. Routhier ha notato questa tendenza di Ratzinger anche in altri suoi scritti teologici:
cf. G. Routhier, «Église locale ou Église particulière», 290, nota 34.
67 Komonchak, «À propos de la priorité de l’Église universelle», 268.
68 Cf. Y. Congar, «Romanité et catholicité. Histoire de la conjonction changeante de deux dimensions de l’Église», in Revue des
sciences philosophiques et théologiques 71(1987), 161-163; J. Zizioulas, «La communauté eucharistique et la catholicité de l’Eglise»,
111-112, e la nota 3; Id., «La primauté dans l’Église», 219.
69 Ivi, 163.
70 Zizioulas, «L’Église locale dans une perspective eucharistique», 192.
71 Ivi, nota 15
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S
tudi e commenti
In breve, anche se lo stesso Zizioulas usa l’aggettivo
«universale» per indicare la Chiesa «una, santa, cattolica e
apostolica», nel suo caso bisogna intendere la Chiesa «diffusa nell’universo». È l’espressione che si trova nei testi
patristici e nei canoni del primo millennio72 e noi crediamo
che debba essere preferita per evitare ogni malinteso.
Osservazioni conclusive
È certamente impossibile esaurire in questo spazio
l’argomento o analizzare i suoi molteplici aspetti, che
meritano ricerche più approfondite. Il nostro obiettivo
era quello di stimolare un dialogo fecondo con un’ecclesiologia ortodossa, quella di Jean Zizioulas, che da
anni mostra un’intenzionalità decisamente ecumenica.
In realtà, nei limiti di questo breve contributo, abbiamo
solo ricordato alcuni punti che ci sono parsi di primaria
importanza.
Nello spirito del concilio Vaticano II e del Sinodo
straordinario del 198573 (che ha proposto il concetto di
«comunione», koinonia, come filo conduttore dell’ecclesiologia del Concilio), la lettera Communionis notio (1992)
riprende la formula che la Chiesa unica è una comunione
di Chiese e che esiste solo in esse e a partire da esse. È
una verità che tutti accettano. Il problema sorge quando
si pone tacitamente la questione della relazione esatta fra
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N. 2237 del 24.10.1957.
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la Chiesa e le Chiese, nonché quella del primato. Per rispondere alla sfida della comprensione della nozione di
comunione e legarla all’unità, Ratzinger ricorre alla priorità, idea di cui Kasper ha mostrato la debolezza.
Per Zizioulas, come abbiamo visto, una priorità
della Chiesa universale significherebbe una priorità
della sostanza di Dio rispetto alle tre persone divine;
o una priorità della cristologia sulla pneumatologia;
o una struttura ecclesiale universale al di sopra delle
Chiese.74 Attraverso il rapporto fra l’uno e il molteplice, fondato all’interno della santa Trinità, Zizioulas
ha mostrato che la comunione è costitutiva dell’unità,
che comunione e unicità coincidono.75 Se si interpreta
in questo modo la comunione, si può comprendere la
simultaneità della Chiesa tutta e una (detta universale) e
della Chiesa locale, una simultaneità che si manifesta in
maniera eminente nell’eucaristia. Secondo Zuzioulas,
le istituzioni che salvaguardano l’equilibrio fra la comunione e l’unità, fra la cattolicità delle Chiese locali e
l’unicità della Chiesa cattolica a livello universale, sono
la sinodalità e il primato. Un primato che non subordina le Chiese ma instaura la comunione, come indicato
dal canone apostolico 34.
I contributi di un’ecclesiologia ortodossa riguardo al
dibattito latino fra Ratzinger e Kasper, che abbiamo
cercato di presentare da una nuova prospettiva, si possono compendiare in un’interpretazione della comunione ben equilibrata e nelle implicazioni concrete del
rapporto fra le Chiese locali e la Chiesa una e intera
«diffusa nell’universo». A nostro avviso, il contributo
più importante di Zizioulas a questo dialogo aperto
resta il suo approccio teologico, che cerca di legare
questioni come la priorità della Chiesa universale alla
verità dogmatica, all’essere stesso di Dio. Come spesso
sottolinea Zizioulas, questi problemi non riguardano il
«bene esse», ma l’essere stesso della Chiesa. «Abbiamo
bisogno che la comunione [proposta dal Vaticano II]
condizioni l’essere stesso della Chiesa, non il suo benessere, ma il suo essere».76 Proprio per questo, ai nostri
giorni, la chiarificazione teologica di tali questioni assume un’importanza capitale sia per la Chiesa cattolica
sia per la Chiesa ortodossa, ma anche per il loro dialogo
di verità.
amphIlochIos (thomas) mIltos
72
Cf. zIzIoulas, «La communauté eucharistique et la catholicité de l’Église», 112, nota 3.
73
Si tratta della II Assemblea generale straordinaria del Sinodo
dei vescovi (Roma, 24.11-8.12.1985) sul tema: «Il ventesimo anniversario della conclusione del concilio Vaticano II».
74
Cf. J. zIzIoulas, Qevmata Ekklhsiologiva, Pubblicazioni
dell’Università Aristotele, Tessalonica 1991, 69-70 (in greco). Accessibile in inglese al punto 3 (Commentary on Western Ecclesiology)
degli Ecclesiological topics nella versione inglese del sito web www.
oodegr.com. Nell’articolo Zizioulas analizza i presupposti filosofici
della priorità della Chiesa universale nella teologia occidentale in
generale.
75
Cf. zIzIoulas, «L’Église comme communion», 111.
76
zIzIoulas, «Christologie, pneumatologie et institutions ecclésiales», 28.
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