Diocesi di Cagliari
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www.chiesadicagliari.it CAGLIARI pagina 2 pagina 3 pagina 4 Convegno del clero: gli orientamenti per il nuovo anno Basilica di Bonaria, ecco l’incontro dei giovani Unitalsi Fra’ Nazareno: il Cappuccino dal sorriso mite irca 100 i partecipanti alragazzi provenienti da tutta orto 22 anni fa, è ancora l’annuale iniziativa nel corl’isola si sono dati appunta- Mvivo in molti il ricordo del C I so della quale il vescovo Miglio mento a Cagliari per fare il pun- religioso cappuccino, conosciuha annunciato gli orientamenti per il prossimo anno pastorale. Presente anche il presidente della Commissione episcopale per il laicato, monsignor Domenico Sigalini. A cura dell'Ufficio Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi di Cagliari Domenica, 15 giugno 2014 Redazione: Via Monsignor G. Cogoni, 9 - 09121 Cagliari Supplemento di Avvenire Tel e fax: 070.52843234 - cell.: +39.3925029202 Direttore responsabile: don Giulio Madeddu E-mail: [email protected] to sui prossimi appuntamenti che li vedranno coinvolti nell’assistenza ai malati in viaggio verso il santuario di Lourdes. Hanno vissuto una giornata di intensa riflessione spirituale. to per la sua attività di questuante. Ai sardi che incontrava, il suo confratello san Padre Pio diceva di rivolgersi a lui per avere una grazia. E sono tanti coloro che l’hanno ricevuta. Gli istituti paritari accanto ai genitori per favorire validi percorsi di formazione La libera scelta dell’offerta educativa l’incontro A Roma con il Papa nche la diocesi, come dimostra la foto qui a A destra, ha partecipato l’impegno In cammino con i giovani a Scuola salesiana ha origine dall’esperienza educativa dell’Oratorio di L Valdocco, dove San Giovanni Bosco, mosso non solo da progetto umano, ma per iniziativa divina, intraprese la sua opera avviando diverse attività e progetti a favore dei giovani, specialmente piuÌ poveri. Lo scopo principale della Scuola è formare e fare dei giovani, onesti cittadini e buoni cristiani. Negli anni, attraverso la creativita e la fecondita del carisma salesiano, si è sviluppata una forte tradizione educativa e scolastica, partecipando in pieno alla missione della Chiesa. La Scuola salesiana è un luogo di crescita in cui non si cresce da soli, ma è un incontro di persone, educatori e destinatari. Come ci ha ricordato Papa Francesco nell’incontro con il mondo della scuola, «andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E noi non abbiamo diritto ad aver paura della realtà! La scuola ci insegna a capire la realtà. E questo è bellissimo!». Francesco De Ruvo all’incontro del mondo della scuola con papa Francesco. «È stato un miracolo essere a Roma», rivela suor Luciana, insegnante della scuola dell’infanzia delle Ancelle della Sacra Famiglia di Margine Rosso a Quartu Sant’Elena. «Eravamo in pochi – continua – ma abbiamo vissuto questo appuntamento insieme a diversi genitori che sono voluti mancare in piazza San Pietro. Le parole del Papa ci hanno rinvigorito e incoraggiato. Sono state così forti da farci dimenticare il sacrificio fatto per essere presenti all’incontro». Suor Luciana si è detta «molto colpita dalle parole pronunciate sulla scuola e sulla famiglia come fonte di valori. Ritengo molto importante questo passaggio». I bambini non hanno potuto abbracciare il Papa, ma il suo sguardo si è posato su di loro. Viaggio tra le diverse realtà scolastiche ecclesiali, vera risorsa per il Paese e luoghi di istruzione originali e attenti ai cammini di crescita delle nuove generazioni DI GIORGIO TUBEROSO * L a scuola paritaria, a cui lo Stato riconosce la funzione di servizio pubblico, deve farsi carico in parte o, nel caso della scuola secondaria, del tutto, dei costi di gestione, che vengono sostenuti dalle famiglie degli studenti mediante il pagamento di una retta. Per questo motivo è indispensabile fornire un servizio di qualità superiore rispetto a quello che si può avere, gratuitamente, nelle scuole statali. Gli studenti e le loro famiglie cercano nella scuola paritaria, in particolare quella cattolica, una formazione disciplinare rigorosa, ma anche una attenzione complessiva a tutte le dimensioni della crescita della persona sotto diversi aspetti: relazionale, caratteriale, affettiva, spirituale, valoriale. Nella realizzazione di un’offerta di qualità, la scuola paritaria ha però alcuni vantaggi rispetto alla statale. In particolare ha la possibilità, da parte del gestore, di selezionare il personale, permette la formazione di un corpo docente qualificato non solo dal punto di E l’avvio alla professione? DI SIMONE INDIATI * U na contraddizione che possiamo rinvenire in questa bella terra di Sardegna è la mancanza di una legge che regolamenti la formazione professionale iniziale. Mentre in altre regioni d’Italia un ragazzo dopo la scuola media può intraprendere un percorso di istruzione e formazione professionale e conseguire una qualifica entro il diciottesimo anno di età, in Sardegna questo non è possibile, perché la regione a cui è delegata la competenza della formazione professionale, dopo anni non ha ancora legiferato in materia per regolamentarla. La contraddizione sta nel fatto che la Sardegna detiene il triste primato della dispersione scolastica e i percorsi di istruzione e formazione professionale so- il liceo Tommaseo no proprio la risposta vincente per contrastare questa piaga. Probabilmente il primato la Sardegna se lo terrà ancora, visto che in altre regioni e in Europa la sperimentazione in questo campo è finita da un pezzo e questi percorsi hanno assunto la stessa dignità di quelli tradizionali integrandosi perfettamente e sfruttando l’esperienza decennale maturata all’interno degli enti storici. Guardando indietro occorre ricordare che la sperimentazione dei percorsi triennali di cui stiamo parlando fu avviata anche qui in Sardegna e ha formato, riscattandoli dalla strada, centinaia di ragazzi spesso raggiungendoli in modo capillare vicino al loro paese di residenza. Quello che è mancato è stato un controllo dei flussi di denaro pubblico destinati alla formazione, flussi che e- il metodo. In aula nelle scuole salesiane per una crescita integrale dei ragazzi videntemente sono stati dirottati altrove. In Sardegna, la chiusura fu motivata dal fatto che gli enti, mancando la funzione di controllo, si sono moltiplicati a dismisura, inquinando il settore e abbassando la qualità dell’offerta, generando una situazione di fatto ingovernabile. Non si tenne conto che si cancellavano di fatto altri enti storici che lavoravano con passione educativa e ottenevano con questi ragazzi a rischio degli ottimi risultati. Stessa sorte quindi, per gli avventurieri della formazione improvvisata e per coloro che avevano accumulato secoli di esperienza, creato nel tempo strutture e laboratori invidiabili, curato personale appositamente formato e metodologie educative vincenti. * referente regionale Centro nazionale opere salesiane L’allievo al centro er tanti anni è stato un punto di riferiP mento come istituto e scuola magistrale. L’istituto non c’è più dal 2007, ma continua con la nuova denominazione ministeriale di Liceo delle scienze umane. Il “Nicolò Tommaseo” è presenza storica a Cagliari: le Figlie della Carità lo hanno portato avanti con impegno e passione. Da tre anni è gestito da una cooperativa di docenti, ma la continuità dello spirito vincenziano della scuola è assicurato, anche perché la preside è da anni suor Elisabetta Cossu. Centralità dell’allievo è stato ed è sempre il segno distintivo di questa scuola. (A.A.) vista disciplinare, ma anche sotto quegli aspetti difficilmente verificabili tramite le prove concorsuali, quali capacità comunicativa, di gestione della classe, amore per la propria materia, interesse alla crescita culturale e umana degli studenti. Inoltre ogni scuola paritaria ha un progetto educativo preciso, che tutti i docenti devono condividere. Per questo motivo tutte le attività didattiche e formative possono essere coerentemente orientate al medesimo fine. Aspetto qualificante per il conseguimento di tale obiettivo è una programmazione interdisciplinare che permetta agli studenti uno studio più razionale, che favorisca una visione più organica del sapere, e che solleciti l’applicazione a diversi ambiti delle competenze acquisite, e nella quale sia integrato un percorso formativo della persona nel suo complesso. In questo modo sarà possibile realizzare il progetto educativo, che nella scuola cattolica è la sintesi tra fede, cultura e vita, e la crescita della persona umana alla luce del messaggio evangelico e dei valori che la Chiesa promuove. * docente di lettere presso l’Istituto Don Bosco di Cagliari DI SERGIO NUCCITELLI * I l «Don Bosco» di Cagliari è un’opera complessa di 100 anni di vita che comprende tre tipi di scuola: infanzia lieta (nido, materna, elementare), media e due licei (classico–scientifico). Una scuola in cui gli allievi trascorrono la maggior parte della giornata e gli anni più delicati e decisivi della loro vita. Qui incontrano coetanei, amici più piccoli e più grandi, dialogano e giocano con docenti e salesiani, si confrontano con proposte culturali, formative e religiose, che li aiuta a elaborare un modo di pensare e li rende responsabili della propria vita. Gli educatori e gli alunni condividono un’unica esperienza di vita in un clima di famiglia, di fiducia e di dialogo. Seguono il metodo educativo di don Bosco che fa appello alle risorse dell’intelligenza, del cuore e del Materne cattoliche: una rete capillare desiderio di Dio. È una scuola paritaria, non privata, abilitata a rilasciare titoli di studio. Riconosciuta giuridicamente dallo Stato verso il quale ha tutti i doveri, ma dal quale non riceve gli stessi diritti di quella statale (e questo solo in Italia). Paritaria nei doveri, discriminata nei diritti, perché alla scuola paritaria non viene riconosciuto il diritto allo studio e alla libera scelta educativa. È una scuola attenta agli alunni, basata sul sistema preventivo di Don Bosco, costituito dal trinomio ragione, religione, amorevolezza. Accoglie il ragazzo così com’è, lo accompagna nella crescita integrale, favorisce i rapporti interpersonali, promuove la solidarietà e l’amicizia, garantisce un ambiente di impegno, di gioia e di fiducia sia nelle attività di studio che in quelle dello sport, della musica e del teatro. * direttore Istituto salesiano don Bosco Perché la scuola sia davvero plurale DI ARRIGO MIGLIO * l capitolo della scuola cattolica in Italia Iparadossali. presenta alcuni aspetti a dir poco Negli ultimi decenni continuiamo ad assistere a una drastica diminuzione della sua presenza. E si è registrato un importante passo grazie al ministro Berlinguer, che ha riconosciuto alle scuole non statali la qualifica di scuole paritarie, cioè pubbliche. Questa consapevolezza non è ancora entrata pienamente nella nostra cultura, perché non ha avuto le indispensabili conseguenze di carattere economico e perché troppa gente continua a parlare di scuola «privata», identificando lo spazio pubblico con la gestione statale. Il riconoscimento della legge Berlinguer ha accompagnato una positiva evoluzione culturale delle motivazioni che oggi ci spingono a sostenere lo sviluppo di una scuola paritaria cattolica, che pochi nostalgici considerano ancora «scuola bigotta per ambienti sociali ricchi e ipocriti», mentre appare sempre più evidente la necessità di una sana competizione anche in campo scolastico. Oggi scuola cattolica significa attuazione concreta di pluralismo culturale, oltreché riconoscimento del diritto che le famiglie hanno di scegliere l’indirizzo educativo per i propri figli, senza essere penalizzate pagando due volte il servizio scolastico rispetto a quanto pagano le famiglie i cui figli frequentano la scuola statale. Questa situazione anomala pone l’Italia come fanalino di coda rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea, dove laicità e laicismo non hanno impedito lo sviluppo di un sistema scolastico integrato e più democratico. La Mons. Miglio recente Settimana Sociale dei Cattolici Italiani del 2013 ha parlato di ridare spessore alla libertà educativa, poiché «le famiglie devono poter esercitare un peso maggiore nella valutazione e nella selezione d’offerta di cui avvalersi […] senza sostenere per questo carichi ingiusti e insopportabili». Servirà almeno a far riflettere lo Stato la considerazione di quanto esso sta risparmiando, se si considera il costo sostenuto per un alunno delle scuole statali e quello di molto inferiore che sostiene per ogni alunno delle paritarie? * arcivescovo di Cagliari con i bambini a cambiato denominazione da qualche anno: è diventata scuola dell’infanzia, ma per tutti H continua ad essere la «materna». Forse per sottoli- agli anni venti lavorano con i D bambini delle ele- neare quel ruolo educativo che svolge. Molte di esse sono gestite da religiose che costituiscono per i più piccoli delle seconde mamme. Nel territorio diocesano, le materne gestite dalle suore sono 73, di queste, 65 fanno parte della Federazione italiana scuole materne, associazione riconosciuta dalla Cei. Nella diocesi cagliaritana i bambini che frequentano le scuole dell’infanzia gestite da religiose sono quasi 4.500. «Garantiamo – dice Matteo Sardu, presidente provinciale della Fism – continuità didattica, certezza dell’insegnamento, assenza di rigidità degli orari. Per noi sono importanti i principi di solidarietà e assistenza, accoglienza del bambino anche a titolo gratuito sia per i servizi didattici che per quelli sussidiari». Nelle scuole materne cattoliche, tutte paritarie, si vuole «indirizzare» il bambino alla solidarietà verso gli altri. È questo l’impegno delle tante religiose appartenenti alle diverse congregazioni. Alessandro Atzeri mentari. Le suore mercedarie di via Barone Rossi credono nella scuola come valore educativo e i principi evangelici diventano il valore aggiunto per aiutare gli alunni in una sintesi tra fede e vita. La scuola è frequentata da 140 bambini. Una scuola che vuole dotare il bambino di una educazione cristiana e mercedaria. (A.A.) Fin dalle elementari con le mercedarie 1 in diocesi 2 Domenica 15 giugno 2014 Una comunità in cammino alla scoperta della chiamata on la chiusura dell’anno scolastico e l’avvicinarsi dell’estate, è terminato anche l’anno del Seminario arcivescovile. È dunque tempo di bilanci per questa importante realtà di discernimento e di accompagnamento alla scoperta della chiamata vocazionale. «L’esperienza del Seminario – spiega il rettore don Paolo Sanna – è sempre caratterizzata da una vita comunitaria, realizzata quest’anno da tre ragazzi: Leonardo, in quarta ginnasio, Antonio e Samuele, in quinta ginnasio. Il tempo in seminario è scandito anzitutto dalla vita scolastica. Al mattino i ragazzi sono impegnati a scuola, mentre al pomeriggio diverse ore sono dedicate allo studio. Le dinamiche all’interno di questa realtà sono molto significative dal C il fatto. I sacerdoti a convegno per cercare nuovi itinerari per l’annuncio nel prossimo anno pastorale Il ruolo del laicato DI ROBERTO COMPARETTI D ue mattinate di lavoro per gli oltre 100 presbiteri della diocesi di Cagliari che hanno partecipato al convegno diocesano del clero sul tema «Unti per il popolo». Due le relazioni proposte: una del vescovo di Cagliari, monsignor Arrigo Miglio, su «Luoghi e momenti critici della pastorale diocesana a seguito delle “Indicazioni per il triennio” e degli “Orientamenti 2013/14”», l’altra proposta da monsignor Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e presidente della Commissione Episcopale per il laicato, sul tema «Panorama degli orientamenti pastorali della Chiesa italiana alla luce del Magistero pastorale di papa Francesco e del sussidio “Invito a Firenze”». Monsignor Miglio nel suo intervento ha delineato lo scenario che al momento caratterizza la vita della diocesi cagliaritana, sottolineando come «il clero sia chiamato – ha affermato – a far crescere il popolo di Dio nel numero, ma soprattutto come coscienza sacerdotale da loro posseduta, in virtù del battesimo. Siamo chiamati a far sviluppare il sacerdozio ricevuto nel battesimo e nella cresima, andando quindi contro un atteggiamento che spesso emerge, quello della concorrenza tra preti, diaconi e laici. Dovremmo invece indirizzarci verso una strada di concorrenza, nel senso etimologico, quindi del correre insieme verso la realizzazione della pienezza del sacerdozio di Cristo, donato a tutti i discepoli». Un altro passaggio dell’intervento di monsignor Miglio ha avuto come oggetto i laici. «Il rapporto con loro – ha detto il vescovo – mette in gioco il rapporto tra la parrocchia e le aggregazioni laicali. Da entrambi le parti c’è bisogno di una conversione, Estate vocazionale punto di vista del cammino formativo. Un ragazzo che decide di vivere questa esperienza ha la possibilità infatti di verificare e correggere gli aspetti che eventualmente necessitano di revisione». I ragazzi sono stati affiancati da un’equipe di sacerdoti. «Quest’anno il Seminario – sottolinea don Paolo – ha visto la presenza di don Davide Curreli, che ha ricoperto l’incarico di animatore. E ha avuto un ruolo nelle attività anche don Giulio Madeddu, direttore spirituale del Seminario arcivescovile. Durante l’anno, abbiamo anche preso parte con i ragazzi a diversi momenti extra– seminaristici. In modo particolare abbiamo partecipato, con i ragazzi, agli incontri diocesani dei giovani». Andrea Pala Come da tradizione, il mese di giugno è caratterizzato dall’incontro di programmazione e verifica per il clero diocesano Campi scuola biblici per giovani: una fede che cresce nell’ascolto tempo di vacanze. Ma è anche il momento giusto per realizzare i campi È scuola e altre attività con finalità educative. La pastorale vocazionale della diocesi di Cagliari ha previsto per i mesi a seguire diversi momenti. «Si comincia a luglio con due campi scuola per i ministranti – dice don Davide Curreli, giovane sacerdote e animatore del Seminario arcivescovile – che saranno realizzati a Villaputzu dal 9 al 12 luglio e dal 14 al 17 per la fascia 9–13 anni. Ma quest’anno faremo anche un’esperienza di gemellaggio con la missione diocesana di Nanyuki. Dal 28 luglio al 28 agosto, insieme a tre ragazzi dell’equipe di pastorale vocazionale, andremo in Kenya per realizzare questa esperienza pilota, in vista di ulteriori novità al riguardo». Le attività estive non si fermano qui. A fine stagione è prevista una nuova esperienza, con la partecipazione anche del vescovo Arrigo Miglio. «Entro metà settembre – riferisce don Davide – con i tre seminaristi ci recheremo in Francia tra Ars e Taizé, alla scoperta di questi luoghi testimoni dello sbocciare di molte vocazioni». e allarghiamo gli orizzonti anche ai territori non diocesani, troviamo diverse proposte estive rivolte ai giovani. Alcune di queste sono organizzate dal Centro Spiritualità Giovani – Casa Santissima Annunziata di Cuglieri, che da oltre 30 anni accoglie gruppi parrocchiali e non solo provenienti da tutta l’isola. Da domenica 27 a giovedì 31 luglio è prevista l’iniziativa «Lectio divina per i giovani», un appuntamento rivolto in modo particolare ai giovani di età compresa tra i 19 e i 30 anni. A guidare i momenti di riflessione è monsignor Mauro Maria Morfino, vescovo di Alghero–Bosa e biblista. Ma al presule è affidata anche la quarta edizione di «Icone bibliche per la pastorale giovanile», prevista da mercoledì 27 a sabato 30 agosto. Monsignor Morfino illustrerà ai S presenti alcuni passaggi chiave della Bibbia, presentando spunti utili per le attività di animazione giovanile. Le catechesi saranno trasmesse in diretta al mattino su Radio Kalaritana e su Radio Planargia. Prima di questo appuntamento, però, da domenica 17 a giovedì 21 è prevista un’altra iniziativa rivolta a coloro che sono o intendono diventare animatori di gruppi parrocchiali o di oratorio. Il nome scelto è «Animatori 2.0: un ruolo e uno stile da ri(s)coprire». A cavallo tra i mesi di luglio e di agosto è previsto invece un campo laboratorio per giovani animatori della comunicazione, a cura dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Cagliari. L’iniziativa comincia domenica giovedì 31 luglio e si conclude domenica 3 agosto. al termine delle attività annuali, con lo sguardo rivolto verso il Convegno ecclesiale nazionale previsto a Firenze nel 2015 Monsignor Sigalini, vescovo di Palestrina e segretario della commissione episcopale per le migrazioni della CEI, interviene al convegno diocesano del clero Consacrati per il popolo perché a volte i laici fanno tutto o quasi e qui scatta la possibile concorrenza tra le parti, che invece devono lavorare insieme per il bene comune». Monsignor Domenico Sigalini nel suo intervento ha fatto riferimento alla parrocchia e agli spazi educativi che essa può offrire. «Uno degli spazi che la comunità può offrire – ha affermato il presule – è quello del dialogo sui grandi problemi della vita. Questo richiede una competenza umana che può avere soltanto un giovane che vuol diventare adulto o un adulto nella fede. Richiede una persona in grado di assumersi la responsabilità delle sue posizioni nel momento che vive assieme agli altri le inquietudini della sua esistenza. Il rapporto con il laicato – ha concluso monsignor Sigalini riprendendo quanto detto da monsignor Miglio – è assolutamente necessario. Non è pensabile che la Chiesa sia fatta da preti audaci, perché noi non siamo la Chiesa». Nella prima giornata il dibattito scaturito dalle due relazioni è stato particolarmente vivace, con diversi interventi dei sacerdoti «dai quali traspariva la loro voglia di I sacerdoti durante i lavori del convegno diocesano lavorare» – come ha sottolineato monsignor Sigalini. Il secondo giorno di convegno si è invece i lavori sviluppato nei lavori di gruppo, su quattro grandi Quattro ambiti per la riflessione aree – tematiche: uattro gli ambiti di discussione nei gruppi. In quell’iniziazione cristiana pre e lo dedicato ad oratori, pastorale giovanile e vocapost battesimale, oratori e zionale è anche scaturita la possibilità di affiancare ai pastorale giovanile, catechisti gli animatori di oratorio. Nell’ambito della inipastorale familiare e ziazione pre e post battesimale è emerso come le diverpreparazione al se situazioni ambientali delle parrocchie meritano un matrimonio, religiosità e approccio diverso tra parrocchia urbana ed una delle pietà popolare. zone interne. Nel gruppo impegnato sui temi della paUn’ora circa di lavoro nei storale familiare e matrimoniale è scaturita la costatadiversi gruppi, con zione che la preparazione al matrimonio porta a scopriproficui scambi di vedute re o a riscoprire la comunità di appartenenza. Quanto tra i sacerdoti e la stesura poi al gruppo relativo alla religiosità popolare, è emerso di un documento finale che se questa viene continuamente evangelizzata, può per ciascun gruppo diventare strumento di azione pastorale. (R.C.) presentato poi in un momento assembleare. Q Un impegno pastorale che punta all’educazione elatore e tutor del convegno del clero, monsignor Domenico Sigalini è vescovo di Palestrina ed anche presidente della Commissione episcopale per il laicato. Lei ha parlato di orientamenti pastorali. A che punto siamo nel cammino tracciato? Stiamo cercando di realizzare il cammino decennale già avviato, collegato al tema dell’educazione. Non una semplice constatazione di come la gente sia villana, quanto il fatto che il tema educativo è antropologico – umano e quindi necessario. Dobbiamo imparare a vivere e gli orientamenti puntano su questo, facendo cogliere quanto sia bello educare le persone, suggerendo ragioni per una vita felice. Da cinque anni è questo l’impegno della Chiesa italiana, per dimostrare che educare non significa fare un po’ di pedagogia per tenere buone le persone, quanto bisogna andare alla radice dell’educazione, e quindi alla concezione umana che sta sotto, l’antropologia. È qui nascono le difficoltà. Si spieghi meglio. Le faccio un esempio. Tutta la questione sorta negli ultimi tempi in Italia riguardo la teoria del genere e quella sui testi usati a scuola contro il bullismo, in pratica fanno passare l’idea di un uomo capace di scegliere da solo la sua sessualità, indipendentemente dal suo corpo. Sono questioni che ci hanno sconvolto, non tanto perché toccano il campo della fede, quanto perché cambiano la concezione di uomo e di donna. La ripresa degli orientamenti ci mettono in dialogo con tutti gli attori sociali. Benedetto XVI puntava molto sul tema dell’educazione. Con papa Francesco come vanno le cose? Direi ottimamente. Se Benedetto XVI lo segnalava come prioritario, Papa Francesco lo evidenza con la sua vivacità, spronando tutta la Chiesa ad essere capace di uscire. Eravamo già in questa prospettiva e continuiamo a seguire il Papa. Nel 2015 è previsto il convegno ecclesiale di Firenze, che ha al centro il tema dell’umanesimo. Perché? Per i motivi di cui dicevo prima. È un concetto importante, che non può essere la somma delle percezioni sensoriali, ma deve essere collocato ad una prospettiva anche trascende, per chi come noi crede. Siamo fatti ad immagine di Dio, dobbiamo avere degli ideali alti, grandi, non solo i soldi o le altre fatiche quotidiane. Lei presiede la Commissione episcopale per il laicato. Quale ruolo per i laici? La Chiesa è formata per la maggior parte dai laici, dice Papa Francesco: a loro viene richiesto di stare nel mondo, di agire e di diventare protagonisti nella vita pubblica, portando i valori dei quali sono portatori. (R.C.) R le parole di Miglio Il percorso futuro «P er me è stato un grande conforto». Così, in chiusura del convegno diocesano del clero, il vescovo Arrigo Miglio ha definito l’opera svolta dai gruppi di lavoro. «L’impegno è stato profuso – ha messo in evidenza il presule – non solo per noi che abbiamo preso parte al convegno, ma anche per tutta la diocesi, tenendo presente tutte le realtà. Ho colto questo spirito. Se impariamo a lavorare insieme, con spirito di condivisione, diventa più facile decidere l’orientamento e capire le priorità». Il vescovo ha annunciato di essere proiettato già al prossimo autunno, quando saranno resi noti gli orientamenti pastorali per il prossimo anno. «Entro il mese di giugno – ha dichiarato – ci sarà l’incontro con i responsabili dei diversi uffici pastorali. Un momento importante per avviare il confronto su quanto emerso nel corso del convegno. A settembre si terrà il convegno pastorale e serve approfondire il tema del laicato, definito da papa Francesco come la grande maggioranza della Chiesa. Non comune manovalanza, ma bensì popolo consacrato in virtù dell’unzione ricevuta attraverso i sacramenti del Battesimo e della Cresima». Dunque per il vescovo Miglio «è necessario guardare con più attenzione all’iniziazione cristiana, avendo in mente verso quale cristiano vogliamo orientarci e quale tipo di Chiesa vogliamo costruire». Giovanni Paolo II ha la sua prima chiesa DI VIOLA BELLISAI L a nuova chiesa parrocchiale di Muravera, consacrata oggi, sorge nella zona di “Su Cunventu”, area periferica del paese. Dedicata alla Vergine di Nazaret, patrona della famiglia e a Giovanni Paolo II, l’edificazione della struttura ha scatenato alcune Il nuovo tempio di Muravera polemiche relative al suo a chiesa sorge su un’area di circa un etposizionamento, problemi taro. La struttura comprende anche urisolti dal comune con lo na parte in seminterrato. Estesa in lunspostamento di alcuni metri ghezza più che in larghezza (150x300m) è della zona interessata dai situata a 10 metri dagli altri edifici come lavori. da norma urbanistica. Il progetto è stato «Lo stile è moderno, molto firmato dall’ingegnere Paolo Orrù, che ha particolare», spiega il seguito anche la direzione dei lavori, e dalparroco don Emilio Manca, l’architetto Salvatore Cabras. (V.B.) dal 1973 alla guida della parrocchia di San Nicola di Bari, una chiesa che L Vista dall’alto della nuova parrocchiale di Muravera accoglie poco più di 150 persone al suo interno. «La nuova chiesa riesce ad unire l’esigenza dell’arte e della liturgia, di tempio come luogo di preghiera e segno della presenza del Corpo di Cristo che è contenuto al suo interno”, prosegue entusiasta il parroco. «L’architetto Salvatore Cabras – sottolinea don Emilio – si è ispirato all’arte moderna e ha voluto, nella sua opera, simboleggiare la Chiesa stessa segno di pace. Il tetto è una specie di foglia di ulivo, simbolo di pace, che va a posarsi su Muravera, quasi come se poggiasse sulla luce in quanto i pontelli che lo sorreggono sono invisibili. La vetrata è stata invece pensata per dare proprio l’impressione che il tetto sia sospeso sulla struttura, come un messaggio che viene a posarsi dal cielo». La nuova costruzione è un luogo accogliente e capiente in grado di rispondere, finalmente, alle esigenze di un paese che si è evoluto e ampliato negli ultimi anni. Particolare attenzione è stata rivolta anche alla visibilità ottimale dei luoghi più importanti dove si svolge la liturgia per i fedeli riuniti in assemblea. «L’ambiente – sottolinea don Emilio – è costituito è un’unica navata ovoidale dove i fuochi liturgici sono tutti presenti in un unico sguardo senza che ci si debba muovere dal posto». E ancora «la Parola di Dio ha il suo luogo privilegiato e così pure il luogo del Santissimo Sacramento entrambi valorizzati con opere artistiche di pregio». La chiesa, dopo i problemi riscontrati nella fase iniziale dei lavori, oggi è pienamente accolta dalla comunità cittadina. Integrata nel tessuto urbano, riscuote anche un discreto consenso da parte dei visitatori nonostante sia molto distante dai canoni estetici ai quali molti sono tradizionalmente abituati. nel mondo Domenica 15 giugno 2014 3 Salvatore Schirru, un sacerdote con l’Africa nel cuore La testimonianza di un prete, originario di Serramanna, per più di vent’anni missionario in Kenya DI IGNAZIO BOI orride don Salvatore alla richiesta di S un’intervista sull’esperienza in missione. ‘è preistoria’ scherza, ma occhi lucidi e gioia con cui accoglie rivelano che ha segnato la sua vita e un po’ di nostalgia per quella porzione di chiesa. Diocesi di Fano anni 70: nasce un seminario per vocazioni adulte inserite nel mondo del lavoro, animate dall’idea di una comunità sacerdotale aperta al ministero inteso come mandato universale. Salvatore Schirru, classe 1945 di Serramanna, parte verso la diocesi marchigiana e ordinato nel 1976. Nel 1986, galeotta una lettera dell’Ufficio Missionario della CEI che cerca preti under 40 disponibili all’invio fidei donum, giunge in Kenya. Prima a Tagaya, diocesi di Meru, con don Luigi Locati, divenuto poi vescovo di Isiolo, assassinato nel 2005, poi nel 1992 va in quella diocesi con don Luciano Gattei, a Ngaremara, una serie di villaggi sparsi in piena savana, senza asfalto, energia elettrica e telefono; il governo è assente e educazione, salute e servizi sono affidati al duro lavoro dei missionari. La popolazione è formata da due tribù (Turkana e Samburu) di nomadi allevatori di bovini, cammelli e capre, che si nutrono di latte e sangue con la tecnica del salasso, e da agglomerati di famiglie (magnata) composti prevalentemente da vecchi, donne e bambini, vivono in capanne in condizioni di povertà estrema. La missione diventa presto luogo nel quale scoprire il vero volto dell’Africa. A Fano si formano gruppi di singoli, giovani e famiglie disponibili a un periodo di permanenza per poi al rientro essere coinvolti in iniziative di sensibilizzazione in scuole e parrocchie. Una missione nella missione, fondamentale per rendere corresponsabile la comunità che invia. L’impegno di don Salvatore si profonde in vari campi. Alfabetizzazione: in missione operano 5 scuole elementari e 19 asili; il governo manda insegnanti mediocri e lascia il resto ai missionari, molti giovani diversamente privati del sogno di un futuro migliore sono avviati all’università. Assistenza sanitaria: non essendo garantita specie alle donne in attesa, si ovvia con dispensario medico, clinica mobile e campagne di vaccinazione Unicef. La Casa di accoglienza per minori con handicap spesso orfani Alakara (benedizione) provvede a cure e istruzione; vi operano due volontari sardi e quattro suore indiane Nirmala Sisters. Lavoro: con il “Progetto Capretta” ad ogni orfano è garantito un gregge di venti capre; con trentamila lire si acquista una capretta, con la “tessera dell’amicizia” si mobilitano le parrocchie di Fano per comunioni e cresime. Il rischio di essere considerati come operatori sociali, fa nascere l’esigenza di una chiesa. Un architetto del Centro Missionario presenta il progetto di un edificio ovale, rispettoso delle usanze locali e della disposizione assembleare a semicerchio. La chiesa è costruita, dedicata a san Giovanni Evangelista e consacrata dall’attuale vescovo di Loreto il 21 agosto 2005, un mese dopo l’assassinio del vescovo Locati. Il 2008 è anno di verifica. Don Salvatore torna in Sardegna. Nel 2010 è parroco a Gergei, dall’ottobre 2013 Cappellano dell’Ospedale SS.Trinità a Cagliari. «La gioia dell’africano non dipende da quanto possiede – dice – ma da quanto da. Questo fa riflettere: anche nel disagio l’africano sorride sempre. Dovremmo riscoprire il valore del sorriso nelle nostre comunità». Il resto è storia di oggi, mentre si aggira tra i padiglioni sanitari ripensando ancora, c’è da scommetterci, alla «preistoria» e ai sorrisi della sua gente di Ngaramara. Il tempo estivo è, per molti, l’occasione per vivere le ferie come un momento da dedicare non solo al riposo fisico ma anche allo spirito A Lourdes per servire i malati DI FRANCESCO ARESU U n’esperienza di servizio al prossimo in totale gratuità, quasi a sfidare la società individualista del Mors tua, vita mea come unica soluzione per uscire dalla morsa della crisi. È uno degli aspetti che caratterizza l’operato dei giovani volontari dell’Unitalsi della Sezione sarda sud, associazione impegnata nel servizio ai disabili, che il prossimo 4 luglio saliranno sul traghetto che da Cagliari li porterà a Civitavecchia, prima tappa del pellegrinaggio a Lourdes. I giovani dell’Unitalsi provenienti da tutta la regione si sono dati appuntamento per vivere una giornata di intensa riflessione e di crescita spirituale un cristiano praticante, cosa vado a fare?”. Non sapevo nulla di Lourdes ma, pur con qualche dubbio, mi sentii pronto ad aprire una nuova pagina della mia vita. Oggi, dopo vari pellegrinaggi, mi sento fortunato: io mi dono per la causa di chi soffre, che però è portatore di una gioia che realizza l’arricchimento reciproco. È la forza del sorriso di chi avrebbe mille motivi per lamentarsi ma non lo fa». Partire a Lourdes a luglio per un giovane significa rinunciare a giorni di vacanza, relax e divertimento. Ma solo in teoria, come racconta Valentina Porceddu, studentessa di 22 anni e volontaria da un anno: «Il pellegrinaggio é un momento di grande gioia e condivisione. È l’occasione principe per riunirsi con gli amici disabili e stare bene insieme. Viviamo momenti spensierati e di fatica, sia fisica che economica, ma se potessi andrei a Lourdes ogni anno, perché lì mi sento una persona migliore. Non rispetto agli altri, però, con cui anzi si lavora uniti per realizzare un unico obiettivo: la carità». Il passo successivo, per tutti, è quello di raccogliere nella vita di tutti i giorni quanto seminato durante il pellegrinaggio a Lourdes. Ma non è sempre facile. «Devo ammettere che è difficile tradurre la ricchezza di questa esperienza nelle mie giornate – commenta Enrico – perché, a differenza del pellegrinaggio, viviamo una quotidianità poco propensa alla carità nei confronti dei bisognosi, grazie a una società che dà troppo peso al denaro». Parole di speranza nel presente e nel futuro, che fanno capire il «segreto» di Lourdes: è bello donare sé stessi, così come è bello ricevere, nel segno della gratuità. Quasi due giorni di viaggio tra nave e treno prima di arrivare alla meta, quella grotta di Massabielle dove nel 1858 la piccola Bernadette vide apparire per la prima volta la Signora. Chi ha vissuto questa esperienza sa che la tratta Civitavecchia–Lourdes in treno (oltre 20 ore di viaggio) rappresenta un pellegrinaggio in sé, con le calde temperature di luglio che mettono a dura prova la pazienza dei pellegrini. Un’esperienza tutt’altro che comoda ma che non lascia indifferente chi la vive, specialmente tra i giovani. Pur con le innegabili difficoltà economiche (gli elevati costi dei trasporti, ancor più alti per i pellegrini sardi) o legate allo studio, come la concomitanza di sessioni d’esame per universitari e maturandi. l’appuntamento Eppure la volontà di partire supera tutto ciò. A Lourdes Prima in Seminario, poi a Bonaria si va per essere utili a chi ne distanza di sette anni dal precedente, lo scorso 25 ha davvero bisogno, in maggio si è tenuto a Cagliari l’incontro regionale un’ottica di dono reciproco, dei Giovani unitalsiani. Oltre cinquanta giovani, gran senza distinzione di età. Tra parte dei quali provenienti dalla Sezione Sarda Nord, si i giovani la spinta sono ritrovati nella cornice del Seminario regionale per emozionale è unica, come condividere il primo passo di un cammino associativo spiega Enrico Giorgetti, comune. Durante la giornata spazio alla formazione studente universitario: «La (con la catechesi tenuta da don Giulio Madeddu sul temia esperienza da ma del servizio al prossimo) e ad alcuni giochi a squapellegrino – racconta il dre utili per coltivare nuove amicizie. Dopo il pranzo venticinquenne, barelliere comunitario, la comitiva si è recata verso la Basilica di Unitalsi dal 2006 – è nata Bonaria dove ha partecipato alla Messa presieduta da negli anni del liceo, quasi don Carlo Rotondo (assistente spirituale della Sarda per caso. Alla proposta Sud), all’interno della quale è avvenuta la consegna ricevuta diedi la mia piena delle reliquie di san Giovanni Paolo II, fino ad allora disponibilità a partire tra la detenute dalla Sarda Nord. (F.A.) curiosità dei miei compagni. Mi chiesi: “Io che non sono A Sulla via di san Giacomo alla ricerca di Dio e di se stessi Quella del pellegrinaggio è un’esperienza che coinvolge tante persone che si mettono in marcia per ridare fondamento alla propria fede. Il santuario di Santiago de Compostela è tra le mete che attraggono non solo i più giovani, ma anche adulti e intere famiglie. La testimonianza di due coniugi che hanno vissuto questa avventura n tanti, sulle orme di san Giacomo, hanno trovato o riscoperto la fede. Fare il Icammino di Santiago de Compostela, soprattutto nella sua interezza, è certo un’esperienza faticosa. Mitigata e alleviata però dal desiderio di relazionarsi con Dio e, anche, dai tanti bei paesaggi e luoghi che si visitano lungo il cammino. In tanti dalla diocesi hanno deciso di compiere questo percorso. Spesso sono giovani, ma non mancano le coppie che, insieme, decidono di mettersi in marcia verso Santiago. «È stata una bella esperienza – raccontano Piero e Romina, marito e moglie, residenti a Ussana – che abbiamo affrontato senza particolari aspettative, ma con il desiderio di vivere un’esperienza nel modo più semplice possibile. Siamo partiti con altre 3 coppie, ma non abbiamo sempre camminato insieme. C’era infatti chi allungava, chi rallentava, ma è stato bello incontrare coppie non solo provenienti dal resto d’Europa, ma anche da altre nazioni del mondo». I coniugi non hanno compiuto il percorso in tutta la sua interezza. Hanno infatti soltanto 115 degli oltre 800 chilometri che costituisco il cosiddetto «cammino francese». Ma si dicono pronti, appena possibile, a realizzarlo per intero dai Pirenei fino a Santiago de Compostela. «L’arrivo nella piazza della cattedrale – ricordano Piero e Romina – è stato quasi liberatorio, dopo aver camminato per oltre 100 chilometri. Abbiamo assistito alla messa del pellegrino, ultimo atto del percorso, e, come tutti, ci siamo messi in fila per ottenere la “compostela”, la pergamena che attesta il completamento del cammino». Dopo l’arrivo a Santiago, non sono pochi coloro che completano il cammino fino a Finisterrae, località sull’oceano Atlantico considerata dalle antiche popolazioni la fine del mondo conosciuto. (A.P.) Dal Senegal in Sardegna in cerca di occupazione Parlano i rappresentanti del Paese africano: grande in loro il desiderio di piena integrazione ede e solidarietà caratterizzano la comunità senegalese, da anni ben radicata nell’Isola. Inizialmente maschile, oggi crescono le donne e le seconde generazioni, grazie ai ricongiungimenti familiari. Una comunità che è riuscita a creare rapporti di fiducia con popolazione e istituzioni locali, tanto che da quattro anni il comune di Monserrato le ha riconosciuto ufficialmente la Giornata internazionale della Muridiya, il 22 giugno, intitolata al fondatore Cheikh Ahmadou Bamba. «Essa F – spiega Abdou Ndiaye, presidente dell’Associazione dei senegalesi nella provincia di Cagliari e responsabile Ufficio immigrazione del patronato Inas–Cisl – è fondata sul dialogo interreligioso, ma anche sull’integrazione, fratellanza, cooperazione». Un atto che rafforza il gemellaggio tra la città sarda e quella di Saint–Louis, nato una decina d’anni fa, anche grazie all’associazione Unione culturale islamica e a quella dei senegalesi nella provincia di Cagliari. Un traguardo per una comunità animata da una devozione profonda, tanto da riuscire ad acquistare, attraverso auto–finanziamenti, una propria sede, Touba–Cagliari, adibita a moschea. Una comunità aperta al dialogo, anche nel suo interno. Cecile Bdiouf, 30 anni, è arrivata a Cagliari due anni fa, badante e volontaria al Kepos della Caritas diocesana: «Per me è fondamentale, come cristiana, fare volontariato, lo facevo anche in Senegal». Tra le preoccupazioni maggiori, la mancanza di prospettive per i giovani, che spesso passano il tempo nei parcheggi. «Mancano alternative, occorre promuovere percorsi di formazione professionale», spiega Ndiaye. Tra le attività a loro rivolte quelle sportive. «Abbiamo – spiega – una squadra di calcio: 25 ragazzi tesserati; la finalità è l’integrazione, ma potrebbe essere anche una buona “vetrina”, per farli conoscere». C’è anche chi, nonostante la crisi, riesce a lavorare. Mama Thiam, 49 anni, arrivato a Cagliari da Dakar 24 anni fa, da sei anni è riuscito ad aprire un’azienda in via Tempio. «Certo, il lavoro è diminuito – spiega – ma riesco ad andare avanti, grazie a rapporti di fiducia consolidati. Vorrei aprire una scuola di tappezzeria, con qualche sostegno delle istituzioni locali, per insegnare ai giovani disoccupati, immigrati e sardi, questo mestiere». «Il modo per aiutare questi ragazzi – spiega Ndama Kane Loum, conosciuto come Samba, a Cagliari dal 1991, mediatore culturale, collaboratore del Caf– Patronato a Quartu – è creare reali progetti di sviluppo, non solo in Sardegna, ma nei loro paesi d’origine». Nei mesi scorsi la fraternità della Misericordia di Quartu gli ha donato un’ambulanza, che lui, a sua volta, ha voluto regalare all’ospedale del suo villaggio nativo, Colobane. «Ho guidato per giorni – ricorda – e ho portato abiti, materiale per bimbi, attrezzature sanitarie: lì ancora le donne muoiono di parto, ora finalmente potranno contare su un’ambulanza. Vorrei aiutare ad attivare anche progetti agricoli; basterebbe qualche attrezzo adeguato, come un trattore, per coltivare la terra: molti ragazzi, anziché imbarcarsi per l’Europa, potrebbero lavorare in Senegal». Maria Chiara Cugusi nella storia 4 Domenica 15 giugno 2014 La chiesa parrocchiale di Sant’Avendrace e l’antico culto al vescovo cagliaritano DI TERENZIO PUDDU A l centro del borgo, oggi divenuto fra i più dinamici quartieri della città di Cagliari, è localizzata la chiesa parrocchiale di Sant’Avendrace. La data di fondazione della chiesa, tutt’oggi sconosciuta, generalmente si ricollega al culto del vescovo Avendrace, che la tradizione vuole sepolto nell’ipogeo annesso alla chiesa e sopra il quale fu eretta la struttura chiesastica. Non abbiamo notizia certa della chiesa in epoca giudicale, però possiamo ipotizzare che la sua posizione, in prossimità della laguna e quindi della città di Santa Igia, abbia conferito alla chiesa un ruolo importante, stante anche il fatto che il culto di Avendrace risalirebbe, come da tradizione, all’incirca al 200 d. C. La più antica memoria iconografica dell’edificio risale al 1631 in un manoscritto del Carmona; nel modesto disegno assonometrico è raffigurata una chiesetta in stile romanico a navata unica con il campanile nel lato sinistro e l’abside a copertura semisferica. Resta a tutt’oggi ignota anche la data di erezione della parrocchia, i suoi registri dei sacramenti (Quinque Libri) iniziano dall’anno 1643. La chiesa, nella prima metà del 1600, era costituita probabilmente da un’aula unica, ma aveva accesso sul fronte opposto a quello attuale, pertanto l’ipogeo, noto come la tomba del Santo, si doveva trovare ai piedi dell’altare maggiore. Le vicende edilizie della Chiesa non sono note, così come la sequenza di eventi costruttivi e distruttivi che ha dato al monumento la sua veste attuale. L’attuale prospetto è caratterizzato da un campanile a vela a due luci che sovrasta una semplice parete nella quale si apre il portale. L’interno dell’edificio, a una navata, è scandito da archi a diaframma a sesto acuto che ripartiscono il carico di una copertura in legno, mentre le cappelle laterali sono concluse da volte a botte. In prossimità dell’ingresso, sul pavimento, è praticabile un passaggio che immette nella cripta. La famiglia francescana, custode dell’eredità spirituale di sant’Ignazio da Laconi e del beato Nicola da Gesturi, Alle radici storiche della diocesi Un ricco patrimonio ormai disperso ino agli anni Cinquanta del secolo scorso l’interno della chiesa presentava una ricca decorazione parietale e conservava pregevoli arredi lignei e marmorei d’epoca, oggi purtroppo quasi tutti dispersi. In quegli anni, infatti, l’edificio è stato sottoposto a pesanti e compromettenti manomissioni. Tra gli elementi di un certo pregio artistico si possono menzionare alcuni dipinti risalenti al 1700 e al 1800: l’adorazione dei pastori, l’Addolorata e una decina di piccoli tondi raffiguranti i Misteri del Rosario, che in origine ornavano la nicchia della Madonna del Rosario, posta nella prima cappella a sinistra la quale fu sede dell’omonima confraternita fondata nel 1845. Il canonico Giovanni Spano nella sua Guida di Cagliari riteneva i tondi «dipinti con tanta finezza, sebbene copiati». Lo Spano ricordava anche le statue della Madonna del Rosario, opera dello scultore Antioco Pili e quella del Risorto realizzata dal Lonis; anche queste ultime perdute. (T.P.) oggi propone come modello di perfezione evangelica la figura di un altro confratello nativo della terra sarda a tradizione ci ha tramandato che Avendrace era cittadino di Hypis o Gippi, antico villaggio localizzato nell’odierno territorio di Serramanna, e dopo aver ricevuto un’istruzione cristiana, fu battezzato e assai presto ordinato sacerdote. Nell’anno 70 assumeva il governo della diocesi cagliaritana come vescovo guadagnando molte anime alla fede. La sua predicazione e il suo zelo gli procurarono persecuzioni da parte dei pagani. Fu in questa occasione che un cavaliere cristiano gli offrì la possibilità di nascondersi in un luogo segreto, una grotta. In questo luogo vi rimase per due anni, ma braccato dai suoi persecutori dovette abbandonarlo, finché nell’anno 77 fu condannato alla pena della decapitazione e sepolto nella grotta dove in vita trovò rifugio. In sardo è chiamato Santa Tennera. (T.P.) F L La chiesa di sant’Avendrace prima dei radicali interventi che eliminarono le ricche decorazioni e gli arredi che la impreziosivano Lo sguardo mite di fra’ Nazareno Il religioso cappuccino originario di Pula, del quale è in corso il processo di beatificazione, è sempre ricordato per il suo sorriso e la sua semplicità DI MARIA LUISA SECCHI G iovanni Zucca, questo il nome di fra Nazareno, è nato a Pula il 21 gennaio 1911. Sesto di nove figli ha frequentato solo le scuole elementari perché subito impegnato ad aiutare il padre nei lavori della campagna. All’età di 25 anni è partito per l’Africa orientale dove ha intrapreso un’attività di ristorazione. Con l’inizio della guerra è stato arruolato nell’artiglieria. Con il passare del tempo si è fatto più impellente in lui il desiderio di consacrarsi a Dio. L’incontro e l’intervento di san Pio da Pietrelcina è stato determinante in questo senso. Il 23 dicembre del 1950 Giovanni ha fatto al padre provinciale dei Cappuccini della Sardegna la richiesta per essere accettato nell’Ordine, come fratello laico «avendo grande desiderio di abbracciare la vita di San Francesco, ad imitazione del Beato Ignazio» e il 23 settembre dell’anno successivo, a Sanluri, ha ricevuto l’abito dei Cappuccini, dalle mani di padre Innocenzo Demontis, mutando il suo nome in quello di fra Nazareno. Nel novembre del 1955 la professione dei voti perpetui, sempre a Sanluri. È stato quindi inviato a Sassari e a Iglesias con l’ufficio della questua. Presto sono emersi in lui i doni speciali ricevuti da Dio. Dal 1958 ha svolto l’ufficio di questuante a Cagliari, raccogliendo l’eredità lasciata da fra Nicola da Gesturi che lo aveva preceduto. Il 1977 è stato l’anno del suo trasferimento a Sorso dove è rimasto fino al 1986. La fama di fra Nazareno si è sparsa così anche nel nord della Sardegna. Dal 1986 fino alla morte avvenuta a Cagliari il 29 febbraio del 1992, ha fatto parte della fraternità del convento di Cagliari, anche se, prima saltuariamente, e poi in modo permanente, ha vissuto in una casa di campagna a Pula dove è stato sempre disponibile all’accoglienza e all’ascolto delle persone che, sempre più numerose, a lui ricorrevano provenienti da tutta l’Isola. Ai suoi funerali, presieduti dall’allora vescovo di Cagliari, Ottorino Pietro Alberti, avevano partecipato decine di migliaia di persone e la città si era fermata per alcune ore ricordando la sua figura. Le nuove nomine di Miglio in diocesi l vescovo Arrigo Miglio ha nominato, dal 1 luglio, il nuovo cancelliere arcivescovile. È monsignor Ottavio Utzeri. Mentre don Ferdinando Loddo è il nuovo direttore dell’archivio diocesano. Novità anche in Seminario arcivescovile. Don Michele Fadda, infatti, dal 1 settembre, è il nuovo rettore e anche direttore dell’Ufficio per la pastorale vocazionale. Suo vice, in entrambi gli incarichi, è don Davide Curreli. Il vescovo ha designato anche un nuovo economo. È don Marco Orrù, attuale parroco di San Pietro in Assemini, nominato anche vicario episcopale per i problemi amministrativi. Don Marco I mantiene l’incarico di direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale familiare, ma lascia la parrocchia, affidata dal 1 settembre a don Paolo Sanna, rettore uscente del Seminario. Don Marcello Lanero, attuale economo, è il nuovo parroco di Sant’Ambrogio in Monserrato a partire dal 1 agosto. Subentra a monsignor Gianni Sanna, chiamato dalla Conferenza episcopale sarda all’incarico di direttore spirituale del Pontificio seminario Regionale della Sardegna, a decorrere dal 1 settembre. Don Giulio Madeddu entra a far parte come canonico effettivo del capitolo metropolitano. Il calendario pastorale del mese Ecco i principali appuntamenti in diocesi per i mesi di giugno e luglio. Oggi alle 18, in Seminario arcivescovile a Cagliari, è previsto un concerto di solidarietà dal titolo “Benvenuto fratello ... al concerto Pro– Caritas”, organizzato dalla Caritas diocesana e dall’associazione Beata suor Giuseppina Nicoli. Chi vuole può donare un’offerta destinata alla mensa dei fratelli in difficoltà. Fra Nazareno, religioso cappuccino morto nel 1992. Servo di Dio, è in corso il processo di beatificazione Oggi alle 18.30, il vescovo Arrigo Miglio presiede a Muravera la celebrazione eucaristica di consacrazione della nuova chiesa succursale dedicata alla Vergine di Nazareth, regina della famiglia, e a san Giovanni Paolo secondo. il ricordo Un testimone di carità alla scuola del Vangelo dell’ufficio della questua ha fatto emergere tra gente i doni speciali di cui il Signore aveva dotato fra NazaLlao svolgimento reno, il quale nulla ha fatto per alimentare queste voci. Molto hanno visto in lui il continuatore dell’opera di fra Nicola, che era passato per Cagliari facendo del bene. La gente ha iniziato così a ricorrere a lui per chiedere intercessioni e conforto. Centinaia i casi di guarigione, spesso inspiegabili, dopo una semplice imposizione delle mani o uno sguardo rivolto al cielo. L’allora vescovo Ottorino Pietro Alberti durante i funerali di fra Nazareno disse: «Il nostro fratello ha risposto alla propria chiamata divina, alla santità, in un modo davvero non ordinario ed evidente a quanti abbiano avuto la ventura di avvicinarlo e di godere del suo amore fraterno e paterno, della sua incomparabile carità». (M.L.S.) una conferenza–dibattito sul tema “Oltre l’identità sessuale? Il fascino ambiguo della teoria del gender”. Interviene Carlo Cirotto, presidente nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale. Sabato 21 giugno alle 12.30, nella chiesa Cattedrale di Cagliari il vescovo Arrigo Miglio presiede la Messa in onore di san Josemaria Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei. Saranno disponibili sacerdoti per le confessioni. Giovedì 19 giugno alle 9, nella basilica di Nostra Signora di Bonaria, cominciano i lavori del Convegno regionale dell’Apostolato della Preghiera. Il tema scelto quest’anno è “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Il cuore di Gesù nel cuore del discepolo”. È previsto l’intervento di padre Maurizio Teani, preside della Facoltà teologica della Sardegna. Alle 11 il vescovo Arrigo Miglio presiede la concelebrazione eucaristica. Al pomeriggio, dalle 15.30, si terrà l’adorazione eucaristica. Domenica 22 giugno alle 18, il vescovo Arrigo Miglio presiede nella chiesa Cattedrale la Messa in occasione della solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, con la partecipazione di tutti i parroci della città di Cagliari. Per questo motivo, nelle parrocchie cittadine, non si terranno altre celebrazioni vespertine. Al termine della Messa avrà inizia dalla Cattedrale la processione eucaristica con il seguente itinerario: piazza Palazzo, via Martini, porta Cristina, viale Buon Cammino, via Is Mirrionis. La conclusione è prevista presso l’Ospedale Santissima Trinità con la Benedizione eucaristica e con una particolare preghiera per tutti gli ammalati. Venerdì 20 giugno alle 18.30, presso l’aula magna della Pontificia facoltà teologica della Sardegna in via Sanjust a Cagliari, è prevista Mercoledì 9 luglio iniziano a Villaputzu i campi scuola estivi per i ministranti delle parrocchie della diocesi. Organi a canne dell’isola, una storia affascinante DI DAMIANO ARESU «N Roberto Milleddu di fronte all’organo settecentesco di Sardara Con l’opera «Arte organaria in Sardegna. Costruttori e strumenti tra XVI e XX secolo», il musicologo Roberto Milleddu consegna un rilevante capitolo fra passato e presente ella Chiesa si abbia in grande onore l’organo a canne, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti». Così si è espresso il Concilio Vaticano secondo nel documento Sacrosanctum Concilium. E a 50 anni da queste parole abbiamo intervistato Roberto Milleddu, uno dei maggiori esperti isolani di organi, autore del volume “Arte organaria in Sardegna. Costruttori e strumenti tra XVI e XX secolo”, pubblicato nelle settimane scorse. Una passione nata quasi trent’anni fa. «Passai l’estate del 1985 – ricorda – a girare per le chiese di Cagliari, vedendo e provando gli organi esistenti: da lì nacque una curiosità quasi morbosa. L’aver visto alcuni organi antichi (per primo quello di san Michele, grazie alla disponibilità del compianto padre Piras) fu la chiave decisiva». La storia musicale della Sardegna è assai particolare, tuttavia la produzione organaria isolana presenta influenze giunte dall’altra sponda del Tirreno. «Dalla fine del XV secolo – precisa Milleddu – ogni paese ha elaborato un suo tipo d’organo, con precise caratteristiche. In Sardegna si impose quello largamente influenzato dalla scuola napoletana, la quale predilige le sonorità del ripieno (dal tipico suono cristallino e solenne), senza grandi concessioni ai registri di colore. Nella seconda metà dell’Ottocento, invece, vennero importati organi di dimensioni considerevoli come, ad esempio, quelli presenti nella chiesa di sant’Eulalia a Cagliari e nella cattedrale di Sassari, entrambi andati perduti». Ma negli ultimi decenni abbiamo assistito a un sempre più ampio utilizzo di tastiere e chitarre. «Questa è una nota dolente – afferma l’esperto di organi – e l’apertura del Concilio a una prassi musicale più partecipata non significa che l’organo e il gregoriano siano stati messi alla porta: i documenti ufficiali ribadiscono il loro primato nella liturgia. La questione va posta su un piano culturale. In Italia anche la Chiesa si è adeguata al modello dominante della canzone pop, rifiutando il professionismo degli organisti e dei maestri di cappella. Per contro – conclude Roberto Milleddu – il prestigio di cui gode l’organo negli altri Paesi europei, fino agli Stati Uniti e all’Australia, mostra in tutta evidenza come il secolare primato dell’organo nella musica sacra non sia affatto superato. E su questo, da noi, sarebbe opportuno avviare una riflessione». Gli strumenti sardi? Originali Il più antico organo, portato da Roma nella seconda metà del ‘600, si può ammirare nella cattedrale di Ales. L’organo del convento di Orani, datato 1735, presenta un’insolita facciata su quattro campate ed elementi tecnici rari nell’isola. Decisamente «fuori norma» gli organi ottocenteschi della chiesa del Carmine a Bosa, costruito intorno al 1844, e (1887) della chiesa di sant’Antonio Abate a Cagliari, l’unico in Sardegna con due tastiere e numerosi registri «di concerto».