Diocesi di Cagliari

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Diocesi di Cagliari
www.chiesadicagliari.it
CAGLIARI
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Convegno del clero:
gli orientamenti
per il nuovo anno
Basilica di Bonaria,
ecco l’incontro
dei giovani Unitalsi
Fra’ Nazareno:
il Cappuccino
dal sorriso mite
irca 100 i partecipanti alragazzi provenienti da tutta
orto 22 anni fa, è ancora
l’annuale iniziativa nel corl’isola si sono dati appunta- Mvivo in molti il ricordo del
C
I
so della quale il vescovo Miglio
mento a Cagliari per fare il pun- religioso cappuccino, conosciuha annunciato gli orientamenti per il prossimo anno pastorale. Presente anche il presidente della Commissione episcopale per il laicato, monsignor Domenico Sigalini.
A cura dell'Ufficio Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi di Cagliari
Domenica, 15 giugno 2014
Redazione: Via Monsignor G. Cogoni, 9 - 09121 Cagliari
Supplemento di Avvenire
Tel e fax: 070.52843234 - cell.: +39.3925029202
Direttore responsabile: don Giulio Madeddu E-mail: [email protected]
to sui prossimi appuntamenti
che li vedranno coinvolti nell’assistenza ai malati in viaggio
verso il santuario di Lourdes.
Hanno vissuto una giornata di
intensa riflessione spirituale.
to per la sua attività di questuante. Ai sardi che incontrava, il suo confratello san Padre
Pio diceva di rivolgersi a lui per
avere una grazia. E sono tanti
coloro che l’hanno ricevuta.
Gli istituti paritari accanto ai genitori
per favorire validi percorsi di formazione
La libera scelta
dell’offerta
educativa
l’incontro
A Roma con il Papa
nche la diocesi, come
dimostra la foto qui a
A
destra, ha partecipato
l’impegno
In cammino con i giovani
a Scuola salesiana ha origine dall’esperienza educativa dell’Oratorio di
L
Valdocco, dove San Giovanni Bosco,
mosso non solo da progetto umano, ma
per iniziativa divina, intraprese la sua opera avviando diverse attività e progetti a favore dei giovani, specialmente
piuÌ poveri. Lo scopo principale della
Scuola è formare e fare dei giovani, onesti cittadini e buoni cristiani. Negli
anni, attraverso la creativita e la fecondita del carisma salesiano, si è sviluppata
una forte tradizione educativa e scolastica, partecipando in pieno alla missione della Chiesa. La Scuola salesiana
è un luogo di crescita in cui non si cresce da soli, ma è un incontro di persone, educatori e destinatari. Come ci ha
ricordato Papa Francesco nell’incontro
con il mondo della scuola, «andare a
scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E noi non
abbiamo diritto ad aver paura della
realtà! La scuola ci insegna a capire la
realtà. E questo è bellissimo!».
Francesco De Ruvo
all’incontro del mondo della
scuola con papa Francesco. «È
stato un miracolo essere a
Roma», rivela suor Luciana,
insegnante della scuola
dell’infanzia delle Ancelle della
Sacra Famiglia di Margine Rosso
a Quartu Sant’Elena. «Eravamo
in pochi – continua – ma
abbiamo vissuto questo
appuntamento insieme a diversi
genitori che sono voluti mancare
in piazza San Pietro. Le parole
del Papa ci hanno rinvigorito e
incoraggiato. Sono state così
forti da farci dimenticare il
sacrificio fatto per essere
presenti all’incontro». Suor
Luciana si è detta «molto colpita
dalle parole pronunciate sulla
scuola e sulla famiglia come
fonte di valori. Ritengo molto
importante questo passaggio». I
bambini non hanno potuto
abbracciare il Papa, ma il suo
sguardo si è posato su di loro.
Viaggio tra le diverse
realtà scolastiche ecclesiali,
vera risorsa per il Paese
e luoghi di istruzione
originali e attenti
ai cammini di crescita
delle nuove generazioni
DI
GIORGIO TUBEROSO *
L
a scuola paritaria, a cui lo Stato
riconosce la funzione di servizio
pubblico, deve farsi carico in parte o,
nel caso della scuola secondaria, del
tutto, dei costi di gestione, che vengono
sostenuti dalle famiglie degli studenti
mediante il pagamento di una retta. Per
questo motivo è indispensabile fornire un
servizio di qualità superiore rispetto a
quello che si può avere, gratuitamente,
nelle scuole statali.
Gli studenti e le loro famiglie cercano
nella scuola paritaria, in particolare
quella cattolica, una formazione
disciplinare rigorosa, ma anche una
attenzione complessiva a tutte le
dimensioni della crescita della persona
sotto diversi aspetti: relazionale,
caratteriale, affettiva, spirituale, valoriale.
Nella realizzazione di un’offerta di
qualità, la scuola paritaria ha però alcuni
vantaggi rispetto alla statale. In
particolare ha la possibilità, da parte del
gestore, di selezionare il personale,
permette la formazione di un corpo
docente qualificato non solo dal punto di
E l’avvio alla professione?
DI SIMONE INDIATI *
U
na contraddizione che
possiamo rinvenire in
questa bella terra di Sardegna è la mancanza di una
legge che regolamenti la formazione professionale iniziale.
Mentre in altre regioni d’Italia
un ragazzo dopo la scuola media può intraprendere un percorso di istruzione e formazione professionale e conseguire
una qualifica entro il diciottesimo anno di età, in Sardegna
questo non è possibile, perché
la regione a cui è delegata la
competenza della formazione
professionale, dopo anni non
ha ancora legiferato in materia
per regolamentarla. La contraddizione sta nel fatto che la
Sardegna detiene il triste primato della dispersione scolastica e i percorsi di istruzione e
formazione professionale so-
il liceo Tommaseo
no proprio la risposta vincente per contrastare questa piaga.
Probabilmente il primato la
Sardegna se lo terrà ancora, visto che in altre regioni e in Europa la sperimentazione in
questo campo è finita da un
pezzo e questi percorsi hanno
assunto la stessa dignità di
quelli tradizionali integrandosi perfettamente e sfruttando
l’esperienza decennale maturata all’interno degli enti storici. Guardando indietro occorre ricordare che la sperimentazione dei percorsi triennali di
cui stiamo parlando fu avviata
anche qui in Sardegna e ha formato, riscattandoli dalla strada, centinaia di ragazzi spesso
raggiungendoli in modo capillare vicino al loro paese di residenza. Quello che è mancato è stato un controllo dei flussi di denaro pubblico destinati alla formazione, flussi che e-
il metodo. In aula nelle scuole salesiane
per una crescita integrale dei ragazzi
videntemente sono stati dirottati altrove.
In Sardegna, la chiusura fu motivata dal fatto che gli enti,
mancando la funzione di controllo, si sono moltiplicati a dismisura, inquinando il settore
e abbassando la qualità dell’offerta, generando una situazione di fatto ingovernabile.
Non si tenne conto che si cancellavano di fatto altri enti storici che lavoravano con passione educativa e ottenevano con
questi ragazzi a rischio degli ottimi risultati. Stessa sorte quindi, per gli avventurieri della formazione improvvisata e per coloro che avevano accumulato
secoli di esperienza, creato nel
tempo strutture e laboratori invidiabili, curato personale appositamente formato e metodologie educative vincenti.
* referente regionale Centro
nazionale opere salesiane
L’allievo al centro
er tanti anni è stato
un punto di riferiP
mento come istituto e
scuola magistrale. L’istituto non c’è più dal 2007,
ma continua con la nuova denominazione ministeriale di Liceo delle
scienze umane. Il “Nicolò
Tommaseo” è presenza
storica a Cagliari: le Figlie
della Carità lo hanno portato avanti con impegno
e passione. Da tre anni è
gestito da una cooperativa di docenti, ma la continuità dello spirito vincenziano della scuola è
assicurato, anche perché
la preside è da anni suor
Elisabetta Cossu. Centralità dell’allievo è stato ed
è sempre il segno distintivo di questa scuola. (A.A.)
vista disciplinare, ma anche sotto quegli
aspetti difficilmente verificabili tramite le
prove concorsuali, quali capacità
comunicativa, di gestione della classe,
amore per la propria materia, interesse
alla crescita culturale e umana degli
studenti.
Inoltre ogni scuola paritaria ha un
progetto educativo preciso, che tutti i
docenti devono condividere. Per questo
motivo tutte le attività didattiche e
formative possono essere coerentemente
orientate al medesimo fine.
Aspetto qualificante per il conseguimento
di tale obiettivo è una programmazione
interdisciplinare che permetta agli
studenti uno studio più razionale, che
favorisca una visione più organica del
sapere, e che solleciti l’applicazione a
diversi ambiti delle competenze acquisite,
e nella quale sia integrato un percorso
formativo della persona nel suo
complesso.
In questo modo sarà possibile realizzare
il progetto educativo, che nella scuola
cattolica è la sintesi tra fede, cultura e
vita, e la crescita della persona umana alla
luce del messaggio evangelico e dei valori
che la Chiesa promuove.
* docente di lettere presso
l’Istituto Don Bosco di Cagliari
DI SERGIO NUCCITELLI *
I
l «Don Bosco» di Cagliari è
un’opera complessa di 100 anni
di vita che comprende tre tipi di
scuola: infanzia lieta (nido, materna,
elementare), media e due licei
(classico–scientifico). Una scuola in
cui gli allievi trascorrono la maggior
parte della giornata e gli anni più
delicati e decisivi della loro vita. Qui
incontrano coetanei, amici più
piccoli e più grandi, dialogano e
giocano con docenti e salesiani, si
confrontano con proposte culturali,
formative e religiose, che li aiuta a
elaborare un modo di pensare e li
rende responsabili della propria
vita.
Gli educatori e gli alunni
condividono un’unica esperienza di
vita in un clima di famiglia, di
fiducia e di dialogo. Seguono il
metodo educativo di don Bosco che
fa appello alle risorse
dell’intelligenza, del cuore e del
Materne cattoliche:
una rete capillare
desiderio di Dio. È una scuola
paritaria, non privata, abilitata a
rilasciare titoli di studio.
Riconosciuta giuridicamente dallo
Stato verso il quale ha tutti i doveri,
ma dal quale non riceve gli stessi
diritti di quella statale (e questo solo
in Italia). Paritaria nei doveri,
discriminata nei diritti, perché alla
scuola paritaria non viene
riconosciuto il diritto allo studio e
alla libera scelta educativa.
È una scuola attenta agli alunni,
basata sul sistema preventivo di Don
Bosco, costituito dal trinomio
ragione, religione, amorevolezza.
Accoglie il ragazzo così com’è, lo
accompagna nella crescita integrale,
favorisce i rapporti interpersonali,
promuove la solidarietà e l’amicizia,
garantisce un ambiente di impegno,
di gioia e di fiducia sia nelle attività
di studio che in quelle dello sport,
della musica e del teatro.
* direttore Istituto salesiano
don Bosco
Perché la scuola
sia davvero plurale
DI
ARRIGO MIGLIO *
l capitolo della scuola cattolica in Italia
Iparadossali.
presenta alcuni aspetti a dir poco
Negli ultimi decenni continuiamo
ad assistere a una drastica diminuzione della
sua presenza. E si è registrato un importante
passo grazie al ministro Berlinguer, che ha
riconosciuto alle scuole non statali la qualifica
di scuole paritarie, cioè pubbliche. Questa
consapevolezza non è ancora entrata
pienamente nella nostra cultura, perché non
ha avuto le indispensabili conseguenze di
carattere economico e perché troppa gente
continua a parlare di scuola «privata»,
identificando lo spazio pubblico con la
gestione statale. Il riconoscimento della legge
Berlinguer ha accompagnato una positiva
evoluzione culturale delle motivazioni che
oggi ci spingono a sostenere lo sviluppo di
una scuola paritaria cattolica, che pochi
nostalgici considerano ancora «scuola bigotta
per ambienti sociali ricchi e ipocriti», mentre
appare sempre più evidente la necessità di
una sana competizione anche in campo
scolastico. Oggi scuola cattolica significa
attuazione concreta di pluralismo culturale,
oltreché riconoscimento del diritto che le
famiglie hanno di scegliere l’indirizzo
educativo per i propri figli, senza essere
penalizzate pagando due volte il servizio
scolastico rispetto a quanto pagano le
famiglie i cui figli frequentano la scuola
statale. Questa
situazione anomala
pone l’Italia come
fanalino di coda
rispetto agli altri
Paesi dell’Unione
Europea, dove laicità
e laicismo non hanno
impedito lo sviluppo
di un sistema
scolastico integrato e
più democratico. La
Mons. Miglio
recente Settimana
Sociale dei Cattolici
Italiani del 2013 ha parlato di ridare spessore
alla libertà educativa, poiché «le famiglie
devono poter esercitare un peso maggiore
nella valutazione e nella selezione d’offerta di
cui avvalersi […] senza sostenere per questo
carichi ingiusti e insopportabili». Servirà
almeno a far riflettere lo Stato la
considerazione di quanto esso sta
risparmiando, se si considera il costo
sostenuto per un alunno delle scuole statali e
quello di molto inferiore che sostiene per
ogni alunno delle paritarie?
* arcivescovo di Cagliari
con i bambini
a cambiato denominazione da qualche anno:
è diventata scuola dell’infanzia, ma per tutti
H
continua ad essere la «materna». Forse per sottoli-
agli anni venti
lavorano con i
D
bambini delle ele-
neare quel ruolo educativo che svolge. Molte di esse sono gestite da religiose che costituiscono per i più
piccoli delle seconde mamme. Nel territorio diocesano, le materne gestite dalle suore sono 73, di queste, 65 fanno parte della Federazione italiana scuole materne, associazione riconosciuta dalla Cei. Nella diocesi cagliaritana i bambini che frequentano le
scuole dell’infanzia gestite da religiose sono quasi
4.500. «Garantiamo – dice Matteo Sardu, presidente provinciale della Fism – continuità didattica, certezza dell’insegnamento, assenza di rigidità degli orari. Per noi sono importanti i principi di solidarietà
e assistenza, accoglienza del bambino anche a titolo gratuito sia per i servizi didattici che per quelli sussidiari». Nelle scuole materne cattoliche, tutte paritarie, si vuole «indirizzare» il bambino alla solidarietà
verso gli altri. È questo l’impegno delle tante religiose
appartenenti alle diverse congregazioni.
Alessandro Atzeri
mentari. Le suore
mercedarie di via
Barone Rossi credono nella scuola come
valore educativo e i
principi evangelici
diventano il valore
aggiunto per aiutare
gli alunni in una sintesi tra fede e vita.
La scuola è frequentata da 140 bambini.
Una scuola che vuole
dotare il bambino di
una educazione cristiana e mercedaria.
(A.A.)
Fin dalle elementari
con le mercedarie
1
in diocesi
2
Domenica
15 giugno 2014
Una comunità in cammino
alla scoperta della chiamata
on la chiusura dell’anno
scolastico e l’avvicinarsi
dell’estate, è terminato anche
l’anno del Seminario arcivescovile.
È dunque tempo di bilanci per
questa importante realtà di
discernimento e di
accompagnamento alla scoperta
della chiamata vocazionale.
«L’esperienza del Seminario –
spiega il rettore don Paolo Sanna –
è sempre caratterizzata da una vita
comunitaria, realizzata quest’anno
da tre ragazzi: Leonardo, in quarta
ginnasio, Antonio e Samuele, in
quinta ginnasio. Il tempo in
seminario è scandito anzitutto
dalla vita scolastica. Al mattino i
ragazzi sono impegnati a scuola,
mentre al pomeriggio diverse ore
sono dedicate allo studio. Le
dinamiche all’interno di questa
realtà sono molto significative dal
C
il fatto. I sacerdoti
a convegno per
cercare nuovi
itinerari per
l’annuncio
nel prossimo
anno pastorale
Il ruolo del laicato
DI
ROBERTO COMPARETTI
D
ue mattinate di lavoro per
gli oltre 100 presbiteri della
diocesi di Cagliari che
hanno partecipato al convegno
diocesano del clero sul tema «Unti
per il popolo».
Due le relazioni proposte: una del
vescovo di Cagliari, monsignor
Arrigo Miglio, su «Luoghi e
momenti critici della pastorale
diocesana a seguito delle
“Indicazioni per il triennio” e
degli “Orientamenti 2013/14”»,
l’altra proposta da monsignor
Domenico Sigalini, vescovo di
Palestrina e presidente della
Commissione Episcopale per il
laicato, sul tema «Panorama degli
orientamenti pastorali della
Chiesa italiana alla luce del
Magistero pastorale di papa
Francesco e del sussidio “Invito a
Firenze”».
Monsignor Miglio nel suo
intervento ha delineato lo scenario
che al momento caratterizza la
vita della diocesi cagliaritana,
sottolineando come «il clero sia
chiamato – ha affermato – a far
crescere il popolo di Dio nel
numero, ma soprattutto come
coscienza sacerdotale da loro
posseduta, in virtù del battesimo.
Siamo chiamati a far sviluppare il
sacerdozio ricevuto nel battesimo
e nella cresima, andando quindi
contro un atteggiamento che
spesso emerge, quello della
concorrenza tra preti, diaconi e
laici. Dovremmo invece
indirizzarci verso una strada di
concorrenza, nel senso
etimologico, quindi del correre
insieme verso la realizzazione
della pienezza del sacerdozio di
Cristo, donato a tutti i discepoli».
Un altro passaggio dell’intervento
di monsignor Miglio ha avuto
come oggetto i laici. «Il rapporto
con loro – ha detto il vescovo –
mette in gioco il rapporto tra la
parrocchia e le aggregazioni
laicali. Da entrambi le parti c’è
bisogno di una conversione,
Estate vocazionale
punto di vista del cammino
formativo. Un ragazzo che decide
di vivere questa esperienza ha la
possibilità infatti di verificare e
correggere gli aspetti che
eventualmente necessitano di
revisione».
I ragazzi sono stati affiancati da
un’equipe di sacerdoti.
«Quest’anno il Seminario –
sottolinea don Paolo – ha visto la
presenza di don Davide Curreli, che
ha ricoperto l’incarico di animatore.
E ha avuto un ruolo nelle attività
anche don Giulio Madeddu,
direttore spirituale del Seminario
arcivescovile. Durante l’anno,
abbiamo anche preso parte con i
ragazzi a diversi momenti extra–
seminaristici. In modo particolare
abbiamo partecipato, con i ragazzi,
agli incontri diocesani dei giovani».
Andrea Pala
Come da tradizione, il mese
di giugno è caratterizzato
dall’incontro di programmazione
e verifica per il clero diocesano
Campi scuola biblici per giovani:
una fede che cresce nell’ascolto
tempo di vacanze. Ma è anche il
momento giusto per realizzare i campi
È
scuola e altre attività con finalità educative.
La pastorale vocazionale della diocesi di
Cagliari ha previsto per i mesi a seguire
diversi momenti. «Si comincia a luglio con
due campi scuola per i ministranti – dice
don Davide Curreli, giovane sacerdote e
animatore del Seminario arcivescovile – che
saranno realizzati a Villaputzu dal 9 al 12
luglio e dal 14 al 17 per la fascia 9–13 anni.
Ma quest’anno faremo anche un’esperienza
di gemellaggio con la missione diocesana di Nanyuki. Dal 28
luglio al 28 agosto, insieme a tre ragazzi dell’equipe di
pastorale vocazionale, andremo in Kenya per realizzare questa
esperienza pilota, in vista di ulteriori novità al riguardo». Le
attività estive non si fermano qui. A fine stagione è prevista
una nuova esperienza, con la partecipazione anche del
vescovo Arrigo Miglio. «Entro metà settembre – riferisce don
Davide – con i tre seminaristi ci recheremo in Francia tra Ars e
Taizé, alla scoperta di questi luoghi testimoni dello sbocciare
di molte vocazioni».
e allarghiamo gli orizzonti
anche ai territori non diocesani,
troviamo diverse proposte
estive rivolte ai giovani. Alcune di
queste sono organizzate dal Centro
Spiritualità Giovani – Casa
Santissima Annunziata di Cuglieri,
che da oltre 30 anni accoglie gruppi
parrocchiali e non solo provenienti
da tutta l’isola. Da domenica 27 a
giovedì 31 luglio è prevista
l’iniziativa «Lectio divina per i
giovani», un appuntamento rivolto
in modo particolare ai giovani di
età compresa tra i 19 e i 30 anni. A
guidare i momenti di riflessione è
monsignor Mauro Maria Morfino,
vescovo di Alghero–Bosa e biblista.
Ma al presule è affidata anche la
quarta edizione di «Icone bibliche
per la pastorale giovanile», prevista
da mercoledì 27 a sabato 30 agosto.
Monsignor Morfino illustrerà ai
S
presenti alcuni passaggi chiave della
Bibbia, presentando spunti utili per
le attività di animazione giovanile.
Le catechesi saranno trasmesse in
diretta al mattino su Radio
Kalaritana e su Radio Planargia.
Prima di questo appuntamento,
però, da domenica 17 a giovedì 21 è
prevista un’altra iniziativa rivolta a
coloro che sono o intendono
diventare animatori di gruppi
parrocchiali o di oratorio. Il nome
scelto è «Animatori 2.0: un ruolo e
uno stile da ri(s)coprire». A cavallo
tra i mesi di luglio e di agosto è
previsto invece un campo
laboratorio per giovani animatori
della comunicazione, a cura
dell’Ufficio comunicazioni sociali
della diocesi di Cagliari. L’iniziativa
comincia domenica giovedì 31
luglio e si conclude domenica 3
agosto.
al termine delle attività annuali,
con lo sguardo rivolto verso
il Convegno ecclesiale nazionale
previsto a Firenze nel 2015
Monsignor Sigalini,
vescovo di Palestrina e
segretario della
commissione
episcopale per le
migrazioni della CEI,
interviene al convegno
diocesano del clero
Consacrati
per il popolo
perché a volte i laici fanno tutto o
quasi e qui scatta la possibile
concorrenza tra le parti, che invece
devono lavorare insieme per il
bene comune».
Monsignor Domenico Sigalini nel
suo intervento ha fatto riferimento
alla parrocchia e agli spazi
educativi che essa può offrire.
«Uno degli spazi che la comunità
può offrire – ha affermato il
presule – è quello del dialogo sui
grandi problemi della vita. Questo
richiede una competenza umana
che può avere soltanto un giovane
che vuol diventare adulto o un
adulto nella fede. Richiede una
persona in grado di assumersi la
responsabilità delle sue posizioni
nel momento che vive assieme
agli altri le inquietudini della sua
esistenza. Il rapporto con il laicato
– ha concluso monsignor Sigalini
riprendendo quanto detto da
monsignor Miglio – è
assolutamente necessario. Non è
pensabile che la Chiesa sia fatta da
preti audaci, perché noi non
siamo la Chiesa».
Nella prima giornata il dibattito
scaturito dalle due relazioni è
stato particolarmente vivace, con
diversi interventi dei sacerdoti «dai
quali traspariva la loro voglia di
I sacerdoti durante i lavori del convegno diocesano
lavorare» – come ha sottolineato
monsignor Sigalini.
Il secondo giorno di
convegno si è invece
i lavori
sviluppato nei lavori di
gruppo, su quattro grandi
Quattro ambiti per la riflessione
aree – tematiche:
uattro gli ambiti di discussione nei gruppi. In quell’iniziazione cristiana pre e
lo dedicato ad oratori, pastorale giovanile e vocapost battesimale, oratori e
zionale è anche scaturita la possibilità di affiancare ai
pastorale giovanile,
catechisti gli animatori di oratorio. Nell’ambito della inipastorale familiare e
ziazione pre e post battesimale è emerso come le diverpreparazione al
se situazioni ambientali delle parrocchie meritano un
matrimonio, religiosità e
approccio diverso tra parrocchia urbana ed una delle
pietà popolare.
zone interne. Nel gruppo impegnato sui temi della paUn’ora circa di lavoro nei
storale familiare e matrimoniale è scaturita la costatadiversi gruppi, con
zione che la preparazione al matrimonio porta a scopriproficui scambi di vedute
re o a riscoprire la comunità di appartenenza. Quanto
tra i sacerdoti e la stesura
poi al gruppo relativo alla religiosità popolare, è emerso
di un documento finale
che se questa viene continuamente evangelizzata, può
per ciascun gruppo
diventare strumento di azione pastorale. (R.C.)
presentato poi in un
momento assembleare.
Q
Un impegno pastorale
che punta all’educazione
elatore e tutor del convegno del clero, monsignor Domenico
Sigalini è vescovo di Palestrina ed anche presidente della
Commissione episcopale per il laicato.
Lei ha parlato di orientamenti pastorali. A che punto siamo nel cammino tracciato?
Stiamo cercando di realizzare il cammino decennale già avviato,
collegato al tema dell’educazione. Non una semplice constatazione di
come la gente sia villana, quanto il fatto che il tema educativo è
antropologico – umano e quindi necessario. Dobbiamo imparare a
vivere e gli orientamenti puntano su questo, facendo cogliere quanto sia
bello educare le persone, suggerendo ragioni per una vita felice. Da
cinque anni è questo l’impegno della Chiesa italiana, per dimostrare che
educare non significa fare un po’ di pedagogia per tenere buone le
persone, quanto bisogna andare alla radice dell’educazione, e quindi alla
concezione umana che sta sotto, l’antropologia. È qui nascono le
difficoltà.
Si spieghi meglio.
Le faccio un esempio. Tutta la questione sorta negli ultimi tempi in Italia
riguardo la teoria del genere e quella sui testi usati a scuola contro il
bullismo, in pratica fanno passare l’idea di un uomo capace di scegliere
da solo la sua sessualità, indipendentemente dal suo corpo. Sono
questioni che ci hanno sconvolto, non tanto perché toccano il campo
della fede, quanto perché cambiano la concezione di uomo e di donna.
La ripresa degli orientamenti ci mettono in dialogo con tutti gli attori
sociali.
Benedetto XVI puntava molto sul tema dell’educazione. Con papa
Francesco come vanno le cose?
Direi ottimamente. Se Benedetto XVI lo segnalava come prioritario, Papa
Francesco lo evidenza con la sua vivacità, spronando tutta la Chiesa ad
essere capace di uscire. Eravamo già in questa prospettiva e continuiamo
a seguire il Papa.
Nel 2015 è previsto il convegno ecclesiale di Firenze, che ha al centro
il tema dell’umanesimo. Perché?
Per i motivi di cui dicevo prima. È un concetto importante, che non può
essere la somma delle percezioni sensoriali, ma deve essere collocato ad
una prospettiva anche trascende, per chi come noi crede. Siamo fatti ad
immagine di Dio, dobbiamo avere degli ideali alti, grandi, non solo i
soldi o le altre fatiche quotidiane.
Lei presiede la Commissione episcopale per il laicato. Quale ruolo
per i laici?
La Chiesa è formata per la maggior parte dai laici, dice Papa Francesco: a
loro viene richiesto di stare nel mondo, di agire e di diventare protagonisti nella vita pubblica, portando i valori dei quali sono portatori. (R.C.)
R
le parole di Miglio
Il percorso futuro
«P
er me è stato un grande
conforto». Così, in
chiusura del convegno
diocesano del clero, il vescovo
Arrigo Miglio ha definito l’opera
svolta dai gruppi di lavoro.
«L’impegno è stato profuso – ha
messo in evidenza il presule –
non solo per noi che abbiamo
preso parte al convegno, ma
anche per tutta la diocesi,
tenendo presente tutte le
realtà. Ho colto questo spirito.
Se impariamo a lavorare
insieme, con spirito di
condivisione, diventa più facile
decidere l’orientamento e
capire le priorità». Il vescovo ha
annunciato di essere proiettato
già al prossimo autunno,
quando saranno resi noti gli
orientamenti pastorali per il
prossimo anno. «Entro il mese
di giugno – ha dichiarato – ci
sarà l’incontro con i
responsabili dei diversi uffici
pastorali. Un momento
importante per avviare il
confronto su quanto emerso
nel corso del convegno. A
settembre si terrà il convegno
pastorale e serve approfondire
il tema del laicato, definito da
papa Francesco come la grande
maggioranza della Chiesa. Non
comune manovalanza, ma
bensì popolo consacrato in
virtù dell’unzione ricevuta
attraverso i sacramenti del
Battesimo e della Cresima».
Dunque per il vescovo Miglio «è
necessario guardare con più
attenzione all’iniziazione
cristiana, avendo in mente
verso quale cristiano vogliamo
orientarci e quale tipo di Chiesa
vogliamo costruire».
Giovanni Paolo II ha la sua prima chiesa
DI
VIOLA BELLISAI
L
a nuova chiesa parrocchiale di
Muravera, consacrata oggi, sorge nella
zona di “Su Cunventu”, area
periferica del paese. Dedicata alla Vergine
di Nazaret, patrona della famiglia e a
Giovanni Paolo II,
l’edificazione della struttura
ha scatenato alcune
Il nuovo tempio di Muravera
polemiche relative al suo
a chiesa sorge su un’area di circa un etposizionamento, problemi
taro. La struttura comprende anche urisolti dal comune con lo
na parte in seminterrato. Estesa in lunspostamento di alcuni metri
ghezza più che in larghezza (150x300m) è
della zona interessata dai
situata a 10 metri dagli altri edifici come
lavori.
da norma urbanistica. Il progetto è stato
«Lo stile è moderno, molto
firmato dall’ingegnere Paolo Orrù, che ha
particolare», spiega il
seguito anche la direzione dei lavori, e dalparroco don Emilio Manca,
l’architetto Salvatore Cabras. (V.B.)
dal 1973 alla guida della
parrocchia di San Nicola di
Bari, una chiesa che
L
Vista dall’alto della nuova parrocchiale di Muravera
accoglie poco più di 150 persone al suo
interno. «La nuova chiesa riesce ad unire
l’esigenza dell’arte e della liturgia, di
tempio come luogo di preghiera e segno
della presenza del Corpo di Cristo che è
contenuto al suo interno”, prosegue
entusiasta il parroco. «L’architetto
Salvatore Cabras – sottolinea don Emilio
– si è ispirato all’arte moderna e ha
voluto, nella sua opera, simboleggiare la
Chiesa stessa segno di pace. Il tetto è una
specie di foglia di ulivo, simbolo di pace,
che va a posarsi su Muravera, quasi come
se poggiasse sulla luce in quanto i
pontelli che lo sorreggono sono invisibili.
La vetrata è stata invece pensata per dare
proprio l’impressione che il tetto sia
sospeso sulla struttura, come un
messaggio che viene a posarsi dal cielo».
La nuova costruzione è un luogo
accogliente e capiente in grado di
rispondere, finalmente, alle esigenze di un
paese che si è evoluto e ampliato negli
ultimi anni. Particolare attenzione è stata
rivolta anche alla visibilità ottimale dei
luoghi più importanti dove si svolge la
liturgia per i fedeli riuniti in assemblea.
«L’ambiente – sottolinea don Emilio – è
costituito è un’unica navata ovoidale dove
i fuochi liturgici sono tutti presenti in un
unico sguardo senza che ci si debba
muovere dal posto». E ancora «la Parola
di Dio ha il suo luogo privilegiato e così
pure il luogo del Santissimo Sacramento
entrambi valorizzati con opere artistiche
di pregio».
La chiesa, dopo i problemi riscontrati
nella fase iniziale dei lavori, oggi è
pienamente accolta dalla comunità
cittadina. Integrata nel tessuto urbano,
riscuote anche un discreto consenso da
parte dei visitatori nonostante sia molto
distante dai canoni estetici ai quali molti
sono tradizionalmente abituati.
nel mondo
Domenica
15 giugno 2014
3
Salvatore Schirru, un sacerdote con l’Africa nel cuore
La testimonianza di un prete,
originario di Serramanna,
per più di vent’anni
missionario in Kenya
DI IGNAZIO
BOI
orride don Salvatore alla richiesta di
S
un’intervista sull’esperienza in missione.
‘è preistoria’ scherza, ma occhi lucidi e gioia
con cui accoglie rivelano che ha segnato la
sua vita e un po’ di nostalgia per quella
porzione di chiesa. Diocesi di Fano anni 70:
nasce un seminario per vocazioni adulte
inserite nel mondo del lavoro, animate
dall’idea di una comunità sacerdotale aperta
al ministero inteso come mandato universale.
Salvatore Schirru, classe 1945 di Serramanna,
parte verso la diocesi marchigiana e ordinato
nel 1976. Nel 1986, galeotta una lettera
dell’Ufficio Missionario della CEI che cerca
preti under 40 disponibili all’invio fidei
donum, giunge in Kenya. Prima a Tagaya,
diocesi di Meru, con don Luigi Locati,
divenuto poi vescovo di Isiolo, assassinato nel
2005, poi nel 1992 va in quella diocesi con
don Luciano Gattei, a Ngaremara, una serie di
villaggi sparsi in piena savana, senza asfalto,
energia elettrica e telefono; il governo è
assente e educazione, salute e servizi sono
affidati al duro lavoro dei missionari. La
popolazione è formata da due tribù (Turkana
e Samburu) di nomadi allevatori di bovini,
cammelli e capre, che si nutrono di latte e
sangue con la tecnica del salasso, e da
agglomerati di famiglie (magnata) composti
prevalentemente da vecchi, donne e
bambini, vivono in capanne in condizioni di
povertà estrema. La missione diventa presto
luogo nel quale scoprire il vero volto
dell’Africa. A Fano si formano gruppi di
singoli, giovani e famiglie disponibili a un
periodo di permanenza per poi al rientro
essere coinvolti in iniziative di
sensibilizzazione in scuole e parrocchie. Una
missione nella missione, fondamentale per
rendere corresponsabile la comunità che
invia.
L’impegno di don Salvatore si profonde in
vari campi. Alfabetizzazione: in missione
operano 5 scuole elementari e 19 asili; il
governo manda insegnanti mediocri e lascia
il resto ai missionari, molti giovani
diversamente privati del sogno di un futuro
migliore sono avviati all’università. Assistenza
sanitaria: non essendo garantita specie alle
donne in attesa, si ovvia con dispensario
medico, clinica mobile e campagne di
vaccinazione Unicef. La Casa di accoglienza
per minori con handicap spesso orfani
Alakara (benedizione) provvede a cure e
istruzione; vi operano due volontari sardi e
quattro suore indiane Nirmala Sisters. Lavoro:
con il “Progetto Capretta” ad ogni orfano è
garantito un gregge di venti capre; con
trentamila lire si acquista una capretta, con la
“tessera dell’amicizia” si mobilitano le
parrocchie di Fano per comunioni e cresime.
Il rischio di essere considerati come operatori
sociali, fa nascere l’esigenza di una chiesa. Un
architetto del Centro Missionario presenta il
progetto di un edificio ovale, rispettoso delle
usanze locali e della disposizione
assembleare a semicerchio. La chiesa è
costruita, dedicata a san Giovanni Evangelista
e consacrata dall’attuale vescovo di Loreto il
21 agosto 2005, un mese dopo l’assassinio del
vescovo Locati.
Il 2008 è anno di verifica. Don Salvatore torna
in Sardegna. Nel 2010 è parroco a Gergei,
dall’ottobre 2013 Cappellano dell’Ospedale
SS.Trinità a Cagliari. «La gioia dell’africano
non dipende da quanto possiede – dice – ma
da quanto da. Questo fa riflettere: anche nel
disagio l’africano sorride sempre. Dovremmo
riscoprire il valore del sorriso nelle nostre
comunità». Il resto è storia di oggi, mentre si
aggira tra i padiglioni sanitari ripensando
ancora, c’è da scommetterci, alla «preistoria»
e ai sorrisi della sua gente di Ngaramara.
Il tempo estivo è, per molti, l’occasione per
vivere le ferie come un momento da dedicare
non solo al riposo fisico ma anche allo spirito
A Lourdes per servire i malati
DI FRANCESCO ARESU
U
n’esperienza di servizio al
prossimo in totale gratuità, quasi a
sfidare la società individualista del
Mors tua, vita mea come unica soluzione
per uscire dalla morsa della crisi. È uno
degli aspetti che caratterizza l’operato dei
giovani volontari dell’Unitalsi della
Sezione sarda sud, associazione
impegnata nel servizio ai disabili, che il
prossimo 4 luglio saliranno sul traghetto
che da Cagliari li porterà a Civitavecchia,
prima tappa del pellegrinaggio a Lourdes.
I giovani dell’Unitalsi
provenienti da tutta la regione
si sono dati appuntamento
per vivere una giornata
di intensa riflessione
e di crescita spirituale
un cristiano praticante, cosa vado a fare?”.
Non sapevo nulla di Lourdes ma, pur con
qualche dubbio, mi sentii pronto ad
aprire una nuova pagina della mia vita.
Oggi, dopo vari pellegrinaggi, mi sento
fortunato: io mi dono per la causa di chi
soffre, che però è portatore di una gioia
che realizza l’arricchimento reciproco. È
la forza del sorriso di chi avrebbe mille
motivi per lamentarsi ma non lo fa».
Partire a Lourdes a luglio per un giovane
significa rinunciare a giorni di vacanza,
relax e divertimento. Ma solo in teoria,
come racconta Valentina Porceddu,
studentessa di 22 anni e volontaria da un
anno: «Il pellegrinaggio é un momento
di grande gioia e condivisione. È
l’occasione principe per riunirsi con gli
amici disabili e stare bene insieme.
Viviamo momenti spensierati e di fatica,
sia fisica che economica, ma se potessi
andrei a Lourdes ogni anno, perché lì mi
sento una persona migliore. Non rispetto
agli altri, però, con cui anzi si lavora uniti
per realizzare un unico obiettivo: la
carità».
Il passo successivo, per tutti, è quello di
raccogliere nella vita di tutti i giorni
quanto seminato durante il
pellegrinaggio a Lourdes. Ma non è
sempre facile. «Devo ammettere che è
difficile tradurre la ricchezza di questa
esperienza nelle mie giornate –
commenta Enrico – perché, a differenza
del pellegrinaggio, viviamo una
quotidianità poco propensa alla carità
nei confronti dei bisognosi, grazie a una
società che dà troppo peso al denaro».
Parole di speranza nel presente e nel
futuro, che fanno capire il «segreto» di
Lourdes: è bello donare sé stessi, così
come è bello ricevere, nel segno della
gratuità.
Quasi due giorni di viaggio tra nave e
treno prima di arrivare alla meta, quella
grotta di Massabielle dove nel 1858 la
piccola Bernadette vide apparire per la
prima volta la Signora.
Chi ha vissuto questa esperienza sa che la
tratta Civitavecchia–Lourdes in treno
(oltre 20 ore di viaggio) rappresenta un
pellegrinaggio in sé, con le calde
temperature di luglio che mettono a dura
prova la pazienza dei pellegrini.
Un’esperienza tutt’altro che comoda ma
che non lascia indifferente chi la vive,
specialmente tra i giovani. Pur con le
innegabili difficoltà economiche (gli
elevati costi dei trasporti, ancor più alti
per i pellegrini sardi) o legate allo studio,
come la concomitanza di
sessioni d’esame per
universitari e maturandi.
l’appuntamento
Eppure la volontà di partire
supera tutto ciò. A Lourdes
Prima in Seminario, poi a Bonaria
si va per essere utili a chi ne
distanza di sette anni dal precedente, lo scorso 25
ha davvero bisogno, in
maggio si è tenuto a Cagliari l’incontro regionale
un’ottica di dono reciproco,
dei Giovani unitalsiani. Oltre cinquanta giovani, gran
senza distinzione di età. Tra
parte dei quali provenienti dalla Sezione Sarda Nord, si
i giovani la spinta
sono ritrovati nella cornice del Seminario regionale per
emozionale è unica, come
condividere il primo passo di un cammino associativo
spiega Enrico Giorgetti,
comune. Durante la giornata spazio alla formazione
studente universitario: «La
(con la catechesi tenuta da don Giulio Madeddu sul temia esperienza da
ma del servizio al prossimo) e ad alcuni giochi a squapellegrino – racconta il
dre utili per coltivare nuove amicizie. Dopo il pranzo
venticinquenne, barelliere
comunitario, la comitiva si è recata verso la Basilica di
Unitalsi dal 2006 – è nata
Bonaria dove ha partecipato alla Messa presieduta da
negli anni del liceo, quasi
don Carlo Rotondo (assistente spirituale della Sarda
per caso. Alla proposta
Sud), all’interno della quale è avvenuta la consegna
ricevuta diedi la mia piena
delle reliquie di san Giovanni Paolo II, fino ad allora
disponibilità a partire tra la
detenute dalla Sarda Nord. (F.A.)
curiosità dei miei compagni.
Mi chiesi: “Io che non sono
A
Sulla via di san Giacomo alla ricerca di Dio e di se stessi
Quella del pellegrinaggio
è un’esperienza che
coinvolge tante persone
che si mettono in marcia
per ridare fondamento
alla propria fede.
Il santuario di Santiago
de Compostela è tra le mete
che attraggono non solo
i più giovani, ma anche
adulti e intere famiglie.
La testimonianza
di due coniugi che hanno
vissuto questa avventura
n tanti, sulle orme di san Giacomo, hanno
trovato o riscoperto la fede. Fare il
Icammino
di Santiago de Compostela,
soprattutto nella sua interezza, è certo
un’esperienza faticosa. Mitigata e alleviata
però dal desiderio di relazionarsi con Dio e,
anche, dai tanti bei paesaggi e luoghi che si
visitano lungo il cammino.
In tanti dalla diocesi hanno deciso di
compiere questo percorso. Spesso sono
giovani, ma non mancano le coppie che,
insieme, decidono di mettersi in marcia verso
Santiago. «È stata una bella esperienza –
raccontano Piero e Romina, marito e moglie,
residenti a Ussana – che abbiamo affrontato
senza particolari aspettative, ma con il
desiderio di vivere un’esperienza nel modo
più semplice possibile. Siamo partiti con altre
3 coppie, ma non abbiamo sempre
camminato insieme. C’era infatti chi
allungava, chi rallentava, ma è stato bello
incontrare coppie non solo provenienti dal
resto d’Europa, ma anche da altre nazioni del
mondo».
I coniugi non hanno compiuto il percorso in
tutta la sua interezza. Hanno infatti soltanto
115 degli oltre 800 chilometri che costituisco il
cosiddetto «cammino francese». Ma si dicono
pronti, appena possibile, a realizzarlo per intero dai Pirenei fino a Santiago de Compostela.
«L’arrivo nella piazza della cattedrale – ricordano Piero e Romina – è stato quasi liberatorio, dopo aver camminato per oltre 100 chilometri. Abbiamo assistito alla messa del pellegrino, ultimo atto del percorso, e, come tutti,
ci siamo messi in fila per ottenere la “compostela”, la pergamena che attesta il completamento del cammino». Dopo l’arrivo a Santiago, non sono pochi coloro che completano il
cammino fino a Finisterrae, località sull’oceano Atlantico considerata dalle antiche popolazioni la fine del mondo conosciuto. (A.P.)
Dal Senegal in Sardegna in cerca di occupazione
Parlano i rappresentanti
del Paese africano:
grande in loro il desiderio
di piena integrazione
ede e solidarietà caratterizzano la
comunità senegalese, da anni ben
radicata nell’Isola. Inizialmente
maschile, oggi crescono le donne e le
seconde generazioni, grazie ai
ricongiungimenti familiari. Una comunità
che è riuscita a creare rapporti di fiducia
con popolazione e istituzioni locali, tanto
che da quattro anni il comune di
Monserrato le ha riconosciuto
ufficialmente la Giornata internazionale
della Muridiya, il 22 giugno, intitolata al
fondatore Cheikh Ahmadou Bamba. «Essa
F
– spiega Abdou Ndiaye, presidente
dell’Associazione dei senegalesi nella
provincia di Cagliari e responsabile Ufficio
immigrazione del patronato Inas–Cisl – è
fondata sul dialogo interreligioso, ma
anche sull’integrazione, fratellanza,
cooperazione». Un atto che rafforza il
gemellaggio tra la città sarda e quella di
Saint–Louis, nato una decina d’anni fa,
anche grazie all’associazione Unione
culturale islamica e a quella dei senegalesi
nella provincia di Cagliari. Un traguardo
per una comunità animata da una
devozione profonda, tanto da riuscire ad
acquistare, attraverso auto–finanziamenti,
una propria sede, Touba–Cagliari, adibita a
moschea.
Una comunità aperta al dialogo, anche nel
suo interno. Cecile Bdiouf, 30 anni, è
arrivata a Cagliari due anni fa, badante e
volontaria al Kepos della Caritas
diocesana: «Per me è fondamentale, come
cristiana, fare volontariato, lo facevo anche
in Senegal».
Tra le preoccupazioni maggiori, la
mancanza di prospettive per i giovani, che
spesso passano il tempo nei parcheggi.
«Mancano alternative, occorre promuovere
percorsi di formazione professionale»,
spiega Ndiaye. Tra le attività a loro rivolte
quelle sportive. «Abbiamo – spiega – una
squadra di calcio: 25 ragazzi tesserati; la
finalità è l’integrazione, ma potrebbe
essere anche una buona “vetrina”, per farli
conoscere». C’è anche chi, nonostante la
crisi, riesce a lavorare. Mama Thiam, 49
anni, arrivato a Cagliari da Dakar 24 anni
fa, da sei anni è riuscito ad aprire
un’azienda in via Tempio. «Certo, il lavoro
è diminuito – spiega – ma riesco ad andare
avanti, grazie a rapporti di fiducia
consolidati. Vorrei aprire una scuola di
tappezzeria, con qualche
sostegno delle istituzioni
locali, per insegnare ai
giovani disoccupati,
immigrati e sardi, questo
mestiere».
«Il modo per aiutare questi
ragazzi – spiega Ndama
Kane Loum, conosciuto
come Samba, a Cagliari dal
1991, mediatore culturale,
collaboratore del Caf–
Patronato a Quartu – è creare reali progetti
di sviluppo, non solo in Sardegna, ma nei
loro paesi d’origine». Nei mesi scorsi la
fraternità della Misericordia di Quartu gli
ha donato un’ambulanza, che lui, a sua
volta, ha voluto regalare all’ospedale del
suo villaggio nativo, Colobane. «Ho
guidato per giorni – ricorda – e ho portato
abiti, materiale per bimbi, attrezzature
sanitarie: lì ancora le donne muoiono di
parto, ora finalmente potranno contare su
un’ambulanza. Vorrei aiutare ad attivare
anche progetti agricoli; basterebbe qualche
attrezzo adeguato, come un trattore, per
coltivare la terra: molti ragazzi, anziché
imbarcarsi per l’Europa, potrebbero
lavorare in Senegal».
Maria Chiara Cugusi
nella storia
4
Domenica
15 giugno 2014
La chiesa parrocchiale di Sant’Avendrace
e l’antico culto al vescovo cagliaritano
DI TERENZIO PUDDU
A
l centro del borgo, oggi divenuto fra i più
dinamici quartieri della città di Cagliari, è
localizzata la chiesa parrocchiale di
Sant’Avendrace. La data di fondazione della
chiesa, tutt’oggi sconosciuta, generalmente si
ricollega al culto del vescovo Avendrace, che la
tradizione vuole sepolto nell’ipogeo annesso
alla chiesa e sopra il quale fu eretta la struttura
chiesastica. Non abbiamo notizia certa della
chiesa in epoca giudicale, però possiamo
ipotizzare che la sua posizione, in prossimità
della laguna e quindi della città di Santa Igia,
abbia conferito alla chiesa un ruolo importante,
stante anche il fatto che il culto di Avendrace
risalirebbe, come da tradizione, all’incirca al
200 d. C. La più antica memoria iconografica
dell’edificio risale al 1631 in un manoscritto del
Carmona; nel modesto disegno assonometrico è
raffigurata una chiesetta in stile romanico a
navata unica con il campanile nel lato sinistro e
l’abside a copertura semisferica.
Resta a tutt’oggi ignota anche la data di
erezione della parrocchia, i suoi registri dei
sacramenti (Quinque Libri) iniziano dall’anno
1643. La chiesa, nella prima metà del 1600, era
costituita probabilmente da un’aula unica, ma
aveva accesso sul fronte opposto a quello
attuale, pertanto l’ipogeo, noto come la tomba
del Santo, si doveva trovare ai piedi dell’altare
maggiore.
Le vicende edilizie della Chiesa non sono note,
così come la sequenza di eventi costruttivi e
distruttivi che ha dato al monumento la sua
veste attuale.
L’attuale prospetto è caratterizzato da un
campanile a vela a due luci che sovrasta una
semplice parete nella quale si apre il portale.
L’interno dell’edificio, a una navata, è scandito
da archi a diaframma a sesto acuto che
ripartiscono il carico di una copertura in legno,
mentre le cappelle laterali sono concluse da
volte a botte. In prossimità dell’ingresso, sul
pavimento, è praticabile un passaggio che
immette nella cripta.
La famiglia francescana,
custode dell’eredità spirituale
di sant’Ignazio da Laconi
e del beato Nicola da Gesturi,
Alle radici storiche della diocesi
Un ricco patrimonio ormai disperso
ino agli anni Cinquanta del
secolo scorso l’interno della
chiesa presentava una ricca decorazione parietale e conservava pregevoli arredi lignei e marmorei d’epoca, oggi purtroppo
quasi tutti dispersi. In quegli anni, infatti, l’edificio è stato sottoposto a pesanti e compromettenti manomissioni. Tra gli
elementi di un certo pregio artistico si possono menzionare alcuni dipinti risalenti al 1700 e al 1800: l’adorazione dei pastori,
l’Addolorata e una decina di piccoli tondi raffiguranti i Misteri del Rosario, che in origine ornavano la nicchia della Madonna del Rosario, posta
nella prima cappella a sinistra la quale fu sede
dell’omonima confraternita fondata nel 1845. Il
canonico Giovanni Spano nella sua Guida di Cagliari riteneva i tondi «dipinti con tanta finezza,
sebbene copiati». Lo Spano ricordava anche le
statue della Madonna del Rosario, opera dello
scultore Antioco Pili e quella del Risorto realizzata dal Lonis; anche queste ultime perdute. (T.P.)
oggi propone come modello
di perfezione evangelica
la figura di un altro confratello
nativo della terra sarda
a tradizione ci ha tramandato che Avendrace era cittadino di Hypis o
Gippi, antico villaggio localizzato nell’odierno territorio di Serramanna, e
dopo aver ricevuto un’istruzione cristiana, fu battezzato e assai presto ordinato sacerdote. Nell’anno 70 assumeva il governo della diocesi cagliaritana
come vescovo guadagnando molte anime alla fede. La sua predicazione e il
suo zelo gli procurarono persecuzioni da parte dei pagani. Fu in questa occasione che un cavaliere cristiano gli offrì la possibilità di nascondersi in un
luogo segreto, una grotta. In questo luogo vi rimase per due anni, ma braccato dai suoi persecutori dovette abbandonarlo, finché nell’anno 77 fu condannato alla pena della decapitazione e sepolto nella grotta dove in vita
trovò rifugio. In sardo è chiamato Santa Tennera. (T.P.)
F
L
La chiesa di sant’Avendrace
prima dei radicali interventi
che eliminarono le ricche
decorazioni e gli arredi che la
impreziosivano
Lo sguardo mite di fra’ Nazareno
Il religioso cappuccino originario di Pula, del quale è in corso il processo
di beatificazione, è sempre ricordato per il suo sorriso e la sua semplicità
DI MARIA LUISA SECCHI
G
iovanni Zucca,
questo il nome di fra
Nazareno, è nato a
Pula il 21 gennaio 1911.
Sesto di nove figli ha
frequentato solo le scuole
elementari perché subito
impegnato ad aiutare il
padre nei lavori della
campagna. All’età di 25
anni è partito per l’Africa
orientale dove ha intrapreso
un’attività di ristorazione.
Con l’inizio della guerra è
stato arruolato
nell’artiglieria. Con il
passare del tempo si è fatto
più impellente in lui il
desiderio di consacrarsi a
Dio. L’incontro e
l’intervento di san Pio da
Pietrelcina è stato
determinante in questo
senso. Il 23 dicembre del
1950 Giovanni ha fatto al
padre provinciale dei
Cappuccini della Sardegna
la richiesta per essere
accettato nell’Ordine, come
fratello laico «avendo
grande desiderio di
abbracciare la vita di San
Francesco, ad imitazione
del Beato Ignazio» e il 23
settembre dell’anno
successivo, a Sanluri, ha
ricevuto l’abito dei
Cappuccini, dalle mani di
padre Innocenzo
Demontis, mutando il suo
nome in quello di fra
Nazareno. Nel novembre
del 1955 la professione dei
voti perpetui, sempre a
Sanluri.
È stato quindi inviato a
Sassari e a Iglesias con
l’ufficio della questua.
Presto sono emersi in lui i
doni speciali ricevuti da
Dio. Dal 1958 ha svolto
l’ufficio di questuante a
Cagliari, raccogliendo
l’eredità lasciata da fra
Nicola da Gesturi che lo
aveva preceduto. Il 1977 è
stato l’anno del suo
trasferimento a Sorso dove
è rimasto fino al 1986. La
fama di fra Nazareno si è
sparsa così anche nel nord
della Sardegna. Dal 1986
fino alla morte avvenuta a
Cagliari il 29 febbraio del
1992, ha fatto parte della
fraternità del convento di
Cagliari, anche se, prima
saltuariamente, e poi in
modo permanente, ha
vissuto in una casa di
campagna a Pula dove è
stato sempre disponibile
all’accoglienza e all’ascolto
delle persone che, sempre
più numerose, a lui
ricorrevano provenienti da
tutta l’Isola. Ai suoi
funerali, presieduti
dall’allora vescovo di
Cagliari, Ottorino Pietro
Alberti, avevano partecipato
decine di migliaia di
persone e la città si era
fermata per alcune ore
ricordando la sua figura.
Le nuove nomine di Miglio in diocesi
l vescovo Arrigo Miglio ha nominato, dal
1 luglio, il nuovo cancelliere
arcivescovile. È monsignor Ottavio Utzeri.
Mentre don Ferdinando Loddo è il nuovo
direttore dell’archivio diocesano. Novità
anche in Seminario arcivescovile. Don
Michele Fadda, infatti, dal 1 settembre, è il
nuovo rettore e anche direttore dell’Ufficio
per la pastorale vocazionale. Suo vice, in
entrambi gli incarichi, è don Davide
Curreli. Il vescovo ha designato anche un
nuovo economo. È don Marco Orrù, attuale
parroco di San Pietro in Assemini,
nominato anche vicario episcopale per i
problemi amministrativi. Don Marco
I
mantiene l’incarico di direttore dell’Ufficio
diocesano per la pastorale familiare, ma
lascia la parrocchia, affidata dal 1
settembre a don Paolo Sanna, rettore
uscente del Seminario. Don Marcello
Lanero, attuale economo, è il nuovo
parroco di Sant’Ambrogio in Monserrato a
partire dal 1 agosto. Subentra a monsignor
Gianni Sanna, chiamato dalla Conferenza
episcopale sarda all’incarico di direttore
spirituale del Pontificio seminario
Regionale della Sardegna, a decorrere dal 1
settembre. Don Giulio Madeddu entra a far
parte come canonico effettivo del capitolo
metropolitano.
Il calendario pastorale del mese
Ecco i principali appuntamenti in diocesi per i mesi di giugno e luglio.
Oggi alle 18, in Seminario arcivescovile a Cagliari, è previsto un concerto di solidarietà dal
titolo “Benvenuto fratello ... al concerto Pro–
Caritas”, organizzato dalla Caritas diocesana
e dall’associazione Beata suor Giuseppina Nicoli. Chi vuole può donare un’offerta destinata
alla mensa dei fratelli in difficoltà.
Fra Nazareno,
religioso cappuccino
morto nel 1992.
Servo di Dio, è in corso
il processo di beatificazione
Oggi alle 18.30, il vescovo Arrigo Miglio presiede a Muravera la celebrazione eucaristica di
consacrazione della nuova chiesa succursale
dedicata alla Vergine di Nazareth, regina della famiglia, e a san Giovanni Paolo secondo.
il ricordo
Un testimone di carità alla scuola del Vangelo
dell’ufficio della questua ha fatto emergere tra
gente i doni speciali di cui il Signore aveva dotato fra NazaLlao svolgimento
reno, il quale nulla ha fatto per alimentare queste voci. Molto
hanno visto in lui il continuatore dell’opera di fra Nicola, che era
passato per Cagliari facendo del bene. La gente ha iniziato così a
ricorrere a lui per chiedere intercessioni e conforto. Centinaia i
casi di guarigione, spesso inspiegabili, dopo una semplice imposizione delle mani o uno sguardo rivolto al cielo. L’allora vescovo
Ottorino Pietro Alberti durante i funerali di fra Nazareno disse:
«Il nostro fratello ha risposto alla propria chiamata divina, alla
santità, in un modo davvero non ordinario ed evidente a quanti
abbiano avuto la ventura di avvicinarlo e di godere del suo amore fraterno e paterno, della sua incomparabile carità». (M.L.S.)
una conferenza–dibattito sul tema “Oltre l’identità sessuale? Il fascino ambiguo della teoria del gender”. Interviene Carlo Cirotto, presidente nazionale del Movimento ecclesiale
di impegno culturale.
Sabato 21 giugno alle 12.30, nella chiesa Cattedrale di Cagliari il vescovo Arrigo Miglio presiede la Messa in onore di san Josemaria Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei.
Saranno disponibili sacerdoti per le confessioni.
Giovedì 19 giugno alle 9, nella basilica di Nostra Signora di Bonaria, cominciano i lavori del
Convegno regionale dell’Apostolato della Preghiera. Il tema scelto quest’anno è “Abbiate in
voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Il cuore di Gesù nel cuore del discepolo”. È previsto
l’intervento di padre Maurizio Teani, preside
della Facoltà teologica della Sardegna. Alle 11
il vescovo Arrigo Miglio presiede la concelebrazione eucaristica. Al pomeriggio, dalle
15.30, si terrà l’adorazione eucaristica.
Domenica 22 giugno alle 18, il vescovo Arrigo Miglio presiede nella chiesa Cattedrale la
Messa in occasione della solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, con la partecipazione di tutti i parroci della città di Cagliari.
Per questo motivo, nelle parrocchie cittadine,
non si terranno altre celebrazioni vespertine.
Al termine della Messa avrà inizia dalla Cattedrale la processione eucaristica con il seguente itinerario: piazza Palazzo, via Martini,
porta Cristina, viale Buon Cammino, via Is
Mirrionis. La conclusione è prevista presso l’Ospedale Santissima Trinità con la Benedizione eucaristica e con una particolare preghiera
per tutti gli ammalati.
Venerdì 20 giugno alle 18.30, presso l’aula
magna della Pontificia facoltà teologica della
Sardegna in via Sanjust a Cagliari, è prevista
Mercoledì 9 luglio iniziano a Villaputzu i
campi scuola estivi per i ministranti delle parrocchie della diocesi.
Organi a canne dell’isola, una storia affascinante
DI DAMIANO ARESU
«N
Roberto Milleddu di fronte all’organo settecentesco di Sardara
Con l’opera «Arte organaria in Sardegna.
Costruttori e strumenti tra XVI e XX secolo»,
il musicologo Roberto Milleddu consegna
un rilevante capitolo fra passato e presente
ella Chiesa si abbia in grande
onore l’organo a canne, il cui
suono è in grado di aggiungere
un notevole splendore alle cerimonie e di
elevare potentemente gli animi a Dio e alle
cose celesti». Così si è espresso il Concilio
Vaticano secondo nel documento
Sacrosanctum Concilium. E a 50 anni da
queste parole abbiamo intervistato Roberto
Milleddu, uno dei maggiori esperti isolani
di organi, autore del volume “Arte
organaria in Sardegna. Costruttori e
strumenti tra XVI e XX secolo”, pubblicato
nelle settimane scorse. Una passione nata
quasi trent’anni fa. «Passai l’estate del 1985
– ricorda – a girare per le chiese di Cagliari,
vedendo e provando gli organi esistenti: da
lì nacque una curiosità quasi morbosa.
L’aver visto alcuni organi antichi (per
primo quello di san Michele, grazie alla
disponibilità del compianto padre Piras) fu
la chiave decisiva».
La storia musicale della Sardegna è assai
particolare, tuttavia la produzione
organaria isolana presenta influenze giunte
dall’altra sponda del Tirreno. «Dalla fine
del XV secolo – precisa Milleddu – ogni
paese ha elaborato un suo tipo d’organo,
con precise caratteristiche. In Sardegna si
impose quello largamente influenzato
dalla scuola napoletana, la quale predilige
le sonorità del ripieno (dal tipico suono
cristallino e solenne), senza grandi
concessioni ai registri di colore. Nella
seconda metà dell’Ottocento, invece,
vennero importati organi di dimensioni
considerevoli come, ad esempio, quelli
presenti nella chiesa di sant’Eulalia a
Cagliari e nella cattedrale di Sassari,
entrambi andati perduti».
Ma negli ultimi decenni abbiamo assistito
a un sempre più ampio utilizzo di tastiere e
chitarre. «Questa è una nota dolente –
afferma l’esperto di organi – e l’apertura del
Concilio a una prassi musicale più
partecipata non significa che l’organo e il
gregoriano siano stati messi alla porta: i
documenti ufficiali ribadiscono il loro
primato nella liturgia. La questione va
posta su un piano culturale. In Italia anche
la Chiesa si è adeguata al modello
dominante della canzone pop, rifiutando il
professionismo degli organisti e dei maestri
di cappella. Per contro – conclude Roberto
Milleddu – il prestigio di cui gode l’organo
negli altri Paesi europei, fino agli Stati Uniti
e all’Australia, mostra in tutta evidenza
come il secolare primato dell’organo nella
musica sacra non sia affatto superato. E su
questo, da noi, sarebbe opportuno avviare
una riflessione».
Gli strumenti sardi? Originali
Il più antico organo, portato
da Roma nella seconda metà
del ‘600, si può ammirare
nella cattedrale di Ales.
L’organo del convento di
Orani, datato 1735, presenta
un’insolita facciata su
quattro campate ed elementi
tecnici rari nell’isola.
Decisamente «fuori norma»
gli organi ottocenteschi della
chiesa del Carmine a Bosa,
costruito intorno al 1844, e
(1887) della chiesa di
sant’Antonio Abate a
Cagliari, l’unico in Sardegna
con due tastiere e numerosi
registri «di concerto».