del Libro

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del Libro
La tutela della salute del detenuto: il r uolo della Polizia Penitenziaria
Progetto Shut-Out
Sezione patologie
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a cura di Wilma Leti e Agapito Tarasi
Presentazione
G. E. Cangemi
Centralità degli agenti della Polizia
Penitenziaria
A. Forte
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Permeabilità dell’ambiente penitenziario
P. E. Irmici
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Recupero dalle tossicodipendenze
A. Lucchini
5
Le possibilità di cura in ambiente penitenziario
E. Sagnelli
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Tossicodipendenza e carcere
C. Leonardi
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Assistenza ai malati psichiatrici
A. Angeletti
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Prevenzione e sicurezza individuale
A. Franceschini
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Tra passato presente e futuro
F. Gui
12
I problemi dell’assistenza sanitaria
D. Capece
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Disagio e carcere
E. Sbriglia
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Riflessioni e ipotesi sulla umanizzazione
del carcere
Leonardo Scarcella
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Shut Out: Outcast But Free
R. Z. Bongiovanni
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Progetto Shut Out
L’inziativa è realizzata con il contributo di:
Assessorato Enti Locali e Sicurezza
con il sostegno incondizionato di:
una produzione di:
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Ieri e oggi... luci e ombre
F. Montella
Sommario
GARANTIRE LA SPERANZA
È IL NOSTRO COMPITO
Malattie Sessualmente Trasmissibili
Prevenzione mst
Profilassi
Le Malattie Infettive nel Penitenziario
Pediculosi
Dermatofiti
Tinea
Scabbia
Epatite C
Epatite B
Epatite A
Mononucleosi
Varicella
Herpes
HIV
Tubercolosi
HPV
Condilomi
Sifilide
Candidosi
Clamidia
Linfogranuloma venereo
Cancroide, balanite e balanopostite
Gonorrea
Pityriasis
Tricomoniasi
Influenza
con il patrocinio di:
Ministero della Salute
Ministero della Giustizia
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Aldo Forte
Assessore agli Enti Locali e alle Politiche della Sicurezza della Regione Lazio
Assessore ai Ser vizi Sociali della Regione Lazio
Il sistema penitenziario della Regione Lazio coinvolge un numero di cittadini che supera le 15.000
unità, tra operatori sanitari, assistenti sociali, poliziotti penitenziari, detenuti. Questa numerosa
popolazione condivide una condizione di disagio
derivante da una serie di fattori che combinano
difficoltà di tipo pratico con situazioni di tensione
psicologica.
L’Assessorato Enti Locali e Sicurezza della Regione Lazio ha tra le sue funzioni quella di promuovere iniziative volte ad assicurare il miglioramento
delle condizioni di lavoro del personale appartenente alla polizia penitenziaria e agli altri operatori che lavorano all’interno delle carceri.
Sono particolarmente felice di presentare questa
iniziativa editoriale che associa ad informazioni di
grande utilità pratica, un aspetto estremamente
invitante grazie alla veste grafica e all’accessibilità dei contenuti, raggiungendo così un duplice
obiettivo:
• Informare i poliziotti penitenziari sulle cause,
i sintomi e le precauzioni da porre in essere di
fronte alle patologie più frequenti in ambito car-
cerario, facendo specifico riferimento alle condizioni che si presentano all’interno del carcere. In
un quadro che ponga la tutela della salute e della
sicurezza sul lavoro del personale di polizia penitenziaria come uno degli obiettivi fondamentali di
questa amministrazione.
• Rappresentare il desiderio espresso dalla socie-
tà civile di esprimere la propria solidarietà verso
le difficoltà in cui opera la polizia penitenziaria e
su come questo impegno debba riscuotere un riconoscimento adeguato dell’intera collettività.
In questo caso la partecipazione degli oltre 60 artisti al progetto è un indicatore di quanto i cittadini, posti di fronte ad una realtà sociale importante, possano rivelarsi reattivi nella risposta.
Pensiamo che partendo da questa iniziativa editoriale si possa iniziare un percorso virtuoso che,
attraverso l’informazione ragionata, faccia sorgere nuovi progetti in cui la solidarietà e l’esperienza possano essere utilizzati come spunti essenziali
per un dialogo proficuo sia all’interno del corpo
della polizia penitenziaria che tra i cittadini interessati alle istanze della società civile.
L’importanza di questa pubblicazione è doppia.
Da un lato, perché rappresenta un prezioso strumento per il necessario investimento formativo
rivolto agli agenti di polizia penitenziaria, il cui
ruolo è di centrale importanza nella vita del detenuto. Dall’altro perché, grazie alla sua particolare
formula, quella cioè di un testo che tiene assieme
manualistica sanitaria e arte contemporanea, si
pone l’obiettivo di raggiungere anche i cittadini
che vivono al di fuori della realtà carceraria. Cittadini che possono, quindi, intraprendere un percorso di consapevolezza rispetto alla condizione
detentiva e alle sue problematiche.
La situazione delle carceri in Italia, infatti, richiede consapevolezza e nuovi strumenti per essere
affrontata nelle sue diverse prospettive e garantire non solo la funzione rieducativa della pena,
ma anche la sicurezza sul luogo di lavoro. Nuovi strumenti rivolti in primo luogo agli agenti di
polizia penitenziaria che spesso sono chiamati a
svolgere la loro funzione in condizioni difficili da
gestire, come nel caso specifico della presenza di
un’alta percentuale di detenuti affetti da malattie
infettive. Condizioni che proprio grazie alla loro
professionalità non sfociano in un malessere generalizzato.
Quella delle malattie infettive è una problematica
alla quale questa iniziativa fornisce risposte qualificate, contenendo informazioni e modalità operative frutto del lavoro di medici ed esperti del
settore, nonché un utile apparato iconografico realizzato da importanti artisti contemporanei. Forme di linguaggio nuove e attraenti per spingere,
non solo gli addetti ai lavori, ma anche i cittadini a
entrare nella dinamica di quei processi partecipati
che innescano le buone pratiche. E partecipare attivamente alla realtà penitenziaria, contribuendo
al futuro reinserimento sociale dei detenuti.
Eloisa CASTROVILLARI
Verso la primavera
Vito gemmati
Grigio rosa
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S.
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A. Forte CENTRALITÀ DEGLI AGENTI DI POLIZIA PENITENZIARIA
G. E. Cangemi PRESENTAZIONE
Giuseppe Emanuele Cangemi
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Evangelista Sagnelli
Vicepresidente Commissione Affari Costituzionali e Statutari
Direttore dell’UOC di malattie infettive A.O.R.N. di Caserta
La centralità della persona come valore condiviso e
la valorizzazione dei rapporti umani costituiscono
la base ineludibile per valutare e vivere con una
nuova prospettiva molti aspetti della realtà che ci
circonda. Riteniamo quindi che sull’idea di una
società articolata sulla libera cooperazione tra
persone sia possibile inverare i valori di reciprocità
che il mondo contemporaneo ha molto spesso
sottovalutato, ignorando e rimuovendo tutto ciò che
non è immediatamente coinvolgente.
In questa prospettiva il penitenziario con tutti coloro
che lo abitano - operatori sanitari, assistenti sociali,
poliziotti penitenziari, detenuti - interagisce con il
mondo esterno che deve farsi carico delle emergenze
derivanti da una situazione assai complessa, come è
appunto quella carceraria.
Il merito di questo manuale consiste nel voler
riaffermare, in una visione olistica, il principio etico
dell’amore per l’esistenza: un valore condiviso e
riconosciuto non solo come fatto umano ma come
Assicuro i lettori di questo libro che, malgrado la
lunga esperienza nel campo della medicina è stato importante per me partecipare ad un recente
dibattito tecnico-politico nel carcere di Regina
Coeli in Roma, ove ho potuto interloquire con
importanti autorità del settore ed ascoltare da alcune persone detenute la loro storia di pazienti
sofferenti per il dover espiare una pena per errori
commessi e per il portare nel contempo i segni di
malattie croniche debilitanti.
La domanda che pongo a me e a voi lettori è se si
possa trovare un altro modo per affrontare il difficile problema di curare in carcere, con l’assiduità
necessaria e per i lunghi tempi previsti, pazienti
con epatite cronica da HBV, da HCV, con infezione da HIV o con tubercolosi, per i quali è difficile
assicurare una continuità di cura ottimale anche
in regime di libertà.
Sono convinto che non siano i medici a dover dare
risposte concrete a questa domanda, ma ho anche
certezza che se altri debbono trovare la soluzione,
a noi medici è riservato il ruolo di presentare correttamente e con insistenza il problema sanitario,
con la disponibilità a collaborare per soluzioni efficaci.
dato centrale della vita sociale. La comunità di
artisti che ha partecipato a questo progetto sta a
dimostrare come l’intera società si possa rapportare
con un atteggiamento positivo e di sostegno nei
confronti dell’attività della polizia penitenziaria.
L’informazione, la collaborazione e il rispetto
della dignità della persona pervadono questa
pubblicazione che nasce dal supporto di un numero
considerevole di contributi. Le opere realizzate dagli
artisti all’interno di questa iniziativa evidenziano
come la polizia penitenziaria meriterebbe un
maggiore riconoscimento da parte della nostra
società, che finora si è occupata troppo poco,
vagamente e con scarsa chiarezza della valorizzare
del lavoro degli agenti di custodia. Questa iniziativa,
dunque, ha il merito di porre l’obiettivo di colmare
questa grave carenza e gettare le premesse per
addivenire a una situazione nuova dove il ruolo degli
agenti di custodia sia positivamente riconosciuto e
pienamente messo in risalto.
Alfio Lucchini
Presidente Nazionale della Federazione Italiana degli Operatori del Dipartimento dei Ser vizi delle
Dipendenze (FeDerSerD)
La tossicodipendenza rappresenta un problema che
investe circa il 30% di tutta la popolazione detenuta.
Le patologie, in particolare infettive, correlate allo
stato di tossicodipendenza, ma non solo, sono fonte
di grande preoccupazione.
Il carcere è l’anello estremo di una catena d’eventi che segna un punto di emarginazione sociale per
qualsiasi individuo, ma rappresenta anche l’occasione estrema per cercare di attivare una strategia di
affrancamento dal crimine e di riabilitazione sociale
del condannato.
Qualunque sia il piano terapeutico che si mette in
atto a favore dei tossicodipendenti condannati, la
continuità del trattamento fra periodo penitenziario e momento della libertà, il perfezionamento del
programma terapeutico e l’eventuale supporto dei
servizi comunitari rappresentano tre aspetti imprescindibili e decisivi per la piena riabilitazione sociale del tossicodipendente.
Alla base delle difficoltà del recupero del tossicodipendente detenuto si possono collocare diversi punti di riflessione:
• le carceri sono istituzioni complesse che privano
della libertà personale e per questo producono nei
detenuti una serie di conseguenze riflesse rappresentante principalmente da aggressività, rabbia, depressione, impotenza morale, fallimento e vergogna.
• il sovraffollamento delle strutture carcerarie è
spesso causa di problemi gestionali interni, percezione di negatività e clima di sopraffazione.
• la cultura carceraria caratterizzata da precetti
propri, codici e gerarchie è spesso in conflitto con
il mandato e le finalità delle terapie riabilitative.
• la difficoltà del tossicodipendente a gestire una
vita quotidiana, mortificata dalle condizioni di detenzione e di scarsa integrazione aggravati dall’eventuale comparsa di crisi di astinenza e/o di episodi di
overdose.
A questo si aggiungano le difficoltà ad organizzare
un adeguato programma di trattamento sanitario,
psicopedagogico e riabilitativo indotto dalle regole
rigide imposte dalla detenzione e dalle consuetudini interne.
Grande attenzione deve essere rivolta al diritto alla
cura in carcere, sia per lo stato di dipendenza patologica, sia per le patologie correlate quali AIDS ed
epatiti per il versante infettivologico, e le comorbilità psichiatriche, tutt’altro che rare.
É per tali motivi che si ritiene quanto mai opportuna
una pubblicazione di questo tenore che permetta, a
tutti i professionisti del settore e a tutto il personale
sanitario che opera all’interno di istituti penitenziari, di intervenire secondo protocolli basati sulle evidenze scientifiche, nonché sull’esperienza maturata
all’interno degli istituti stessi.
I problemi sollevati dalle patologie infettive in
carcere sono sostanzialmente di due tipi:
- in primo luogo la difficoltà di osser vare e curare
i pazienti con infezioni croniche, per periodi molto lunghi e con farmaci impegnativi e costosi;
- in secondo luogo la difficoltà di evitare la diffusione delle infezioni in ambienti confinati e sovraffollati, condizioni queste frequenti nelle carceri italiane.
Per quel che concerne il primo punto, non vi è
dubbio che si dovrà assicurare ad ogni singolo paziente detenuto un regime carcerario compatibile
con il suo stato di salute, somministrare il trattamento terapeutico più idoneo ed individuare un
iter all’interno del sistema detentivo che consenta
la continuità delle cure.
Il secondo punto è estremamente complesso e
vede alla base della sua soluzione una struttura
carceraria adeguata al numero delle persone detenute, alle diversificate esigenze nella loro permanenza in carcere, alla prevenzione della diffusione
delle infezioni che includa anche la possibilità di
sorveglianza sui comportamenti a rischio. Non è
oggi ben conosciuta la situazione epidemiologica
dell’infezione da HIV, tubercolosi ed epatiti croniche virali all’interno della singole strutture car-
cerarie e ciò in primis per la insufficiente verifica
con screening specifici che, per i rapidi cambiamenti nella composizione della popolazione carceraria, dovrebbero essere frequenti.
Non vi sono dati certi, ma studi epidemiologici
condotti spesso con discutibile metodologia scientifica ed in tempi passati, e quindi solo approssimativamente rappresentativi della condizione attuale, che mostrano percentuali molto elevate di
soggetti con infezione cronica:
- HBsAg positività in circa il 7% dei casi
- Anti-HCV positività nel 20-30%
- Anti-HIV positività nel 3% in alcune osservazioni
- positività al test della tubercolina nel 20% circa
in alcuni rapporti.
Questi dati non debbono però essere direttamente attribuiti solo all’eventuale diffusione delle infezioni all‘interno delle nostre carceri, ma anche,
ed in modo prevalente, alle elevate percentuali di
soggetti infetti tra le popolazioni dei tossicodipendenti e dei migranti provenienti da aree ad elevata
endemicità; queste popolazioni costituiscono più
della metà dei detenuti nelle carceri italiane.
Tuttavia, una certa responsabilità, in vero poco documentata per insufficiente screening periodico,
può essere attribuita al sovraffollamento che, indipendentemente dal carcere, è fattore di rischio
per la diffusione di numerose malattie infettive.
Concludo invitando i lettori ad una approfondita riflessione sulle condizioni fisiche e psichiche
dei nostri detenuti, ricordando che la salute fisica
e psichica è bene di primaria importanza da non
perdere, ma eventualmente da riguadagnare anche in carcere. A questa riflessione può giovare la
lettura del libro.
E. Sagnelli LE POSSIBILITÀ DI CURA IN AMBIENTE PENITENZIARIO
P. E. Irmici PERMEABILITÀ DELL’AMBIENTE PENITENZIARIO
A. Lucchini RECUPERO DALLE TOSSICODIPENDENZE
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Pier Ernesto Irmici
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Direttore UOC Prevenzione e Cura Tossicodipendenze ed Alcolismo ASL RMC,
Presidente FeDerSerD Lazio
Le più recenti acquisizioni in ambito neurobiologico ci permettono tranquillamente di confermare
e giustificare quanto l’O.M.S. aveva già dichiarato
alcuni anni fa riguardo la tossicodipendenza da
sostanze stupefacenti (addiction), identificandola
come un disturbo mentale ad andamento cronicorecidivante che si sviluppa a partire da complesse
interazioni tra variabili biologiche ed ambientali.
L’assunzione della sostanza d’abuso soddisfa una
dinamica di tipo compulsivo; la capacità di controllarne il consumo è abbondantemente inadeguata; la sfera mentale del soggetto “addicted”,
ovvero tossicodipendente, è attraversata da periodiche fasi di intenso desiderio (craving) per la sostanza, che può diventare irrefrenabile in presenza di persone, luoghi, o oggetti precedentemente
associati all’uso della sostanza stessa.
Da un punto di vista neurobiologico, le alterazioni
psicopatologiche e comportamentali che si osservano nella tossicodipendenza sono interpretabili
sulla base del modello della “brain-reward” (ricompensa cerebrale), e cioè che le droghe d’abuso producono effetti “rewarding”, ovvero “gratificanti” e ritenuti fortemente euforizzanti dal
consumatore, e “reinforcing”, ovvero “ripetitivi”
in quanto rinforzanti una serie di comportamenti
associati al consumo rituale di tali sostanze.
La considerevole entrata di tossicodipendenti nelle carceri italiane, a partire dagli anni ’80, ha trasferito drammaticamente queste problematiche
all’interno degli istituti penitenziari dove, condizioni logistiche e risorse umane e strumentali
“particolari”, rendono quanto mai complesse tutte
le fasi diagnostiche e terapeutiche della malattia
tossicodipendenza.
Da molti anni i Ser.T. curano i tossicodipendenti ristretti negli istituti di pena, ed i recenti cambiamenti normativi hanno dato nuovo impulso e
aperto nuove problematiche nella gestione di questi specifici servizi collocati all’interno di altrettanto specifici contesti, e cioè:
• Curare i tossicodipendenti negli istituti di
pena significa soltanto restringere queste persone all’interno di uno spazio custodito garantendo
in questa maniera una protezione per chi rimane
“fuori”, oppure, potendo utilizzare correttamente
tutti i presidi terapeutici consentiti dalle evidenze
scientifiche, poter instaurare dei percorsi riabilitativi per chi rimane “dentro”?
• Quali sono le garanzie che uno staff multidisci-
plinare che opera nel Ser.T. ha di poter trasferire le
proprie competenze in un ambiente carcerario?
• Come le giuste restrizioni impediscono ai professionisti dei Ser.T. di sviluppare correttamente
la loro diagnosi e le loro terapie?
• In quale maniera si conciliano le esigenze collegate alla punizione del reato commesso con la necessità di favorire attraverso una terapia farmacologica (se serve) e di sostegno psicologico la cura
della malattia tossicodipendenza?
• Come si conciliano le due “necessità” sopra
esposte in un ambiente votato ed organizzato principalmente a favorire l’espiazione di una pena?
A tutt’oggi è estremamente difficile rispondere a
tutti i precedenti quesiti con la certezza nel contempo che circa il 30% della popolazione carceraria è rappresentato da tossicodipendenti che necessitano, in maniera oserei dire assoluta, di un
trattamento farmacologico prima e psico-rieducativo poi.
A questi problemi generici si associano, inoltre,
altri problemi specifici analogamente importanti
rappresentati dall’incremento delle detenzioni riguardanti minorenni utilizzanti droghe ed il problema degli extracomunitari.
D’altronde l’uso di sostanze stupefacenti è drammaticamente collegato ad una serie reiterabile di
azioni illecite rappresentate, nella maggior parte
dei casi, da reati di detenzione e spaccio di sostanze da parte di chi anche usa le stesse per proprio
conto; reati, appunto, collegati alla ricerca di risorse finanziarie necessarie per procurarsi la droga e reati definibili di “complicità” collegati allo
stile di vita dei soggetti, alle “amicizie” frequentate, anch’esse potenziale veicolo verso il consumo
di sostanze.
In sostanza sono molteplici le difficoltà nel curare i tossicodipendenti reclusi nelle carceri e nella
fattispecie sono rappresentate:
• dalla continua evoluzione delle normative a riguardo e dalle specifiche forme di organizzazione
che si determinano nel singolo carcere
• dalla complessità della malattia tossicodipendenza
• dal livello di formazione dei professionisti, anche dei Ser.T., che si ritrovano ad affrontare questa malattia in un ambiente particolare e complesso come il carcere
• dall’adeguatezza o meno dei programmi riabilitativi eseguibili in condizione di detenzione
• dal sovraffollamento delle carceri con conse-
guente sviluppo di condizioni di promiscuità che
sfavoriscono le diverse fasi di recupero del tossicodipendente
• dai “movimenti” del carcerato nell’ambito di diversi istituti penitenziari, molto spesso in assenza
di una documentazione clinica di accompagnamento dello stesso da un carcere all’altro
• dal pregiudizio, la sotto cultura e/o la cultura
custodialistica del personale non sanitario operante nelle carceri che non poco ostacola i programmi di recupero dei tossicodipendenti reclusi
• dalla scarsa motivazione al cambiamento in un
ambiente dove il modello predominante è quello
della violenza e della sopravvivenza a tutti i costi.
É per tutti questi motivi che da più tempo si invoca la definizione di linee guida condivise sia per
chi ha la responsabilità della custodia sia per chi
ha invece la responsabilità della cura, al fine di
creare dei collegamenti terapeutici e riabilitativi
specifici indipendentemente dall’istituto di pena
dove si sviluppa l’intervento del Ser.T.
Nell’ambito di queste notevoli difficoltà, laddove
possibile, l’intervento clinico del Ser.T. è garantito da personale sanitario specialistico rappresentato da medici, infermieri professionali, assistenti
sanitari, psicologi, psichiatri ed educatori.
Stati di politossicodipendenza associati a stress,
depressione, condizioni di astinenza forzata, episodi di autolesionismo protratti e reiterati, tentativi di suicidio e specifiche manifestazioni cliniche
collegate a patologie psichiatriche preesistenti,
rappresentano i quadri sindromici e sintomatologici che più frequentemente si osservano nei detenuti abusatori “all’esterno” di sostanze ad azione
psicotropa.
Le terapie farmacologiche possono essere di tipo:
- agonista (metadone o buprenorfina)
- antidolorifiche (FANS)
- psicofarmacologiche.
É facilmente intuibile come la gestione dei farmaci in alcune carceri può essere particolarmente
problematica, ma ad oggi nella a maggior parte
delle carceri italiane, almeno per quanto riguarda le terapie agoniste, ansiolitiche ed antidolorifiche, non sussistono gravi difficoltà.
Dai dati epidemiologici a nostra disposizione risulta che nella maggior parte dei casi i detenuti dichiaratisi tossicodipendenti usano l’eroina come
sostanza primaria di abuso, mentre le sostanze
secondarie sono rappresentate rispettivamente
da cocaina, alcol e cannabinoidi. Considerando la
somma dell’uso primario e dell’uso secondario, la
cocaina diventa la sostanza maggiormente utilizzata. Solo una piccola percentuale dei tossicodipendenti detenuti giunge in carcere già in fase di
trattamento agonista rappresentato nella maggior
parte dei casi dal metadone. Molti di loro giungono spesso da altre carceri in trattamento con farmaci sintomatici, particolarmente con benzodiazepine e neurolettici tanto che è possibile affermare
che, nonostante la possibilità di effettuare terapie
agoniste, nelle carceri prevale l’erroneo orientamento a trattare in prima battuta i detenuti tossicodipendenti con farmaci alternativi, non propriamente idonei. Inoltre, la complessità del contesto
carcerario induce i sanitari ad effettuare troppo
frequentemente trattamenti agonisti a scalare con
rapida introduzione negli stessi di psicofarmaci,
erroneamente considerati meno pericolosi. Tale
orientamento favorisce molto frequentemente lo
scarso controllo di una eventuale sindrome di astinenza, l’emergere di turbe psichiche sottese con
conseguente incremento delle ricadute nell’uso di
sostanza, degli episodi di overdose da sommazione
dell’effetto oppioide con quello dei farmaci ansiolitici e/o degli ipnotici, nonché degli episodi di
aggressività ed autolesionismo.
Il trattamento farmacologico della tossicodipendenza da sostanze psicotrope al di fuori degli istituti di pena prevede, in accordo con le evidenze
scientifiche:
- una fase di induzione
- una fase di stabilizzazione
- una di mantenimento
- una di dismissione
Pur con tutte le riserve collegate alla organizzazione interna del carcere e alle direttive imposte,
noi riteniamo che queste specifiche fasi possano e
debbano essere rispettate anche all’interno degli
istituti di detenzione. Questo al fine di garantire
la migliore valutazione diagnostica del soggetto,
il suo corretto trattamento esente da episodi di
astinenza e di ricaduta ma, soprattutto, al fine di
ridurre il craving e di prevenire così quelle ricadute nell’uso di sostanza che spesso caratterizzano
le fasi di uscita dal carcere e che altrettanto spesso esitano nella morte improvvisa dell’ex detenuto
tossicodipendente mal curato.
C. Leonardi TOSSICODIPENDENZA E CARCERE
C. Leonardi TOSSICODIPENDENZA E CARCERE
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Claudio Leonardi
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Vice Direttore della Casa Circondariale di Regina Coeli
L’Amministrazione Penitenziaria prima del transito del servizio sanitario al servizio sanitario nazionale , nell’intento di tutelare la salute mentale
della popolazione detenuta, ha dovuto tener in
debito conto che il problema delle malattie psichiatriche dei soggetti ristretti nelle strutture penitenziarie riguarda:
• soggetti autori di reato riconosciuti non imputabili per vizio totale di mente ma considerati
socialmente pericolosi e pertanto internati negli
ospedali psichiatrici giudiziari
• soggetti che nonostante siano affetti da una
malattia mentale, essendo riconosciuti imputabili, espiano una condanna definitiva a pena detentiva
• soggetti che presentano disturbi mentali nei cui
confronti non si è ancora concluso l’iter processuale e che sono sottoposti alla misura preventiva della custodia cautelare in carcere anziché di
quella di cui all’art. all’art. 286 c.p.p – custodia
cautelare in luogo di cura
• soggetti condannati con pena diminuita per vizio parziale di mente - seminfermità mentale.
Tale distinzione, avallata da un sistema eterogeneo di norme inserite in modo non organico nel
codice penale, in quello di procedura penale,
nella legge 354/1975- (Legge sull’ordinamento
penitenziario) e relativo regolamento d’esecuzione, nonché nella legge 833\1078, costringe molto
spesso gli operatori penitenziari ad un lavoro di
interpretazione ermeneutica non sempre agevole.
Tale situazione era ben chiara anche al legislatore
della L. 354/75 che, oltre a dettare disposizioni
specifiche per gli O.P.G. e per gli istituti di esecuzione delle altre misure di sicurezza (case di
cura e custodia - case di lavoro - colonie agricole)
nell’art. 11 dedicato al servizio sanitario in generale, stabilisce testualmente, diversamente dalle altre branche specialistiche, che ogni Istituto
Penitenziario e quindi non solo gli O.P.G. debba
avvalersi dell’opera di almeno uno specialista in
psichiatria.
È noto infatti, a chi frequenta il carcere, che il disturbo mentale non è evento che riguarda solo gli
internati o pochi detenuti per i quali potrebbero
bastare alcune misure di contenimento. Si tratta
purtroppo di un problema diffuso negli Istituti di
pena ordinari.
L’obiettivo che si è inteso da tempo perseguire, aprendo un percorso, pur consapevole delle
enormi difficoltà ad esso legate, sostenuto anche
dalla normativa vigente, è quello di operare un
profondo riassetto delle premesse teorico-organizzative che informano il sistema dell’assistenza
psichiatrica penitenziaria, per un recupero psichico, nell’ambito delle individuali possibilità dei pazienti detenuti ed internati, mediante l’organizzazione e la realizzazione di un servizio psichiatrico
intramurario in grado di assicurare la continuità
terapeutica e di lavorare per una integrazione del
paziente detenuto nel contesto di appartenenza,
laddove possibile. Nell’ambito della psichiatria
penitenziaria si è posta da tempo come prioritaria l’esigenza di integrare il servizio psichiatrico
penitenziario con quello territoriale al fine di un
reinserimento sociale del soggetto ristretto.
La funzione rieducativa della pena, di cui all’art.
27 della Costituzione, non può infatti attuarsi nei
confronti dei detenuti psichiatrici anche se non
internati e quindi riconosciuti imputabili , se non
coordinata da un piano di assistenza e di cura.
È noto infatti che la finalità della legge Basaglia
(L. 80/1978) è quella di considerare il malato di
mente come un soggetto da non isolare dal contesto territoriale, tratto tipico di una concezione
lombrosiana ormai superata, e questa concezione
non può non riguardare anche i malati di mente autori di reato, nonostante la suindicata legge non prenda in considerazione né gli internati
negli O.P.G. né gli altri autori di reato, che pur
affetti da malattia mentale sono stati riconosciuti
imputabili.
Tenendo ben in mente tale concetto, il legislatore già prima del transito della sanità alle regioni
aveva emanato numerose disposizioni in tal senso
tra cui primeggia il D. Lgs 230/99 e, in materia di
psichiatria, il progetto obiettivo per la tutela della
salute in ambito penitenziario pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 21/4/2000, che prevedeva una
sorta di collegamento tra servizi fin dall’ingresso
del detenuto nella struttura penitenziaria attraverso il coinvolgimento di varie professionalità
(psichiatri, infermieri, psicologi, assistenti sociali,
educatori, agenti di polizia penitenziaria).
Gli obiettivi di salute dei detenuti e degli internati
e gli strumenti da impiegare per raggiungerli, focalizzati dal progetto obiettivo sono stati successivamente assorbiti e fatti propri dal D.P.R. 230/2000
(Nuovo regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario). In particolare, nell’art . 20
il legislatore, nel dettare disposizioni particolari
per gli infermi e seminfermi di mente, diversamente da quanto indicato in via generale dall’art.
17, che per l’assistenza sanitaria ai detenuti intesa
in senso generale rimanda alla normativa vigente,
specifica che nei confronti non solo degli internati infermi o seminfermi di mente ma anche dei detenuti, il servizio sanitario pubblico può accedere
in istituto per rilevare le condizioni e le esigenze
degli interessati e concordare con gli operatori
penitenziari l’individuazione delle risorse esterne
utili per la loro presa in carico, necessaria per il
loro successivo reinserimento sociale.
Viene quindi evidenziata normativamente la necessità che l’assistenza sanitaria per il detenuto sia
organizzata in maniera tale che l’intervento psichiatrico abbia una sua continuità anche attraverso forme di collaborazione con i Dipartimenti di
Salute Mentale (D.S.M.).
L’intento, soprattutto nell’ambito della tutela della salute mentale è stato quindi da tempo quello
di creare un collegamento effettivo tra istituzione penitenziaria, servizio sanitario nazionale e
società esterna in modo da assicurare la globalità
dell’intervento delle professionalità sia del servizio sanitario sia dell’istituzione penitenziaria,
coinvolte nella gestione del detenuto fin dall’ingresso in istituto penitenziario.
Tale esigenza si è rilevata talmente pregnante che
lo stesso legislatore è intervenuto direttamente
prevedendo, nelle linee guida allegate al D.P.C.M.
(entrato in vigore il 14 giugno 2008), che nell’ambito della tutela della salute mentale, sia favorita e
implementata la cooperazione tra area sanitaria e
area trattamentale, in modo che gli obiettivi trattamentali propri dell’amministrazione penitenziaria, si possano coniugare con quelli della tutela e
della promozione della salute mentale attraverso
gli interventi più adeguati, sia a tutela della salute
della persona che a tutela della sicurezza sociale.
Tale prassi deve essere attuata già al primo ingresso, tramite il servizio Nuovi Giunti e perseguita in
tutto il periodo di permanenza nell’istituto.
Altro problema legato alla tutela della salute mentale è quello di arginare il fenomeno dell’autolesionismo e del suicidio correlato sia alla presenza di
patologie psichiatriche sia ad un mero disturbo di
carattere psicologico legato ai soggetti ristretti.
Partendo dal presupposto, suffragato da indagini
statistiche, che il compimento di gesti autolesivi si verifica tra i detenuti nuovi giunti a seguito
dell’impatto con il contesto carcerario, nel 1987
con la circolare n°3233/5689 è stato istituito il
servizio psicologico Nuovi Giunti. All’interno di
questo servizio lo psicologo riveste un ruolo di
estrema importanza in quanto, dovendo valutare
i rischi di autolesionismo e di suicidio del detenuto nuovo giunto, è in grado di segnalare ad altre
figure professionali, situazioni critiche permettendo così l’adozione di misure precauzionali atte
a scongiurare la messa in atto di gesti autolesivi
(grandi sorveglianze e sorveglianze a vista). Tale
servizio è stato quindi attivato solo negli istituti
penitenziari che hanno un numero rilevante di
ingressi giornalieri. Gli istituti penitenziari privi
del presidio psicologico Nuovi Giunti hanno comunque a disposizione altri servizi per limitare la
diffusione del disagio mentale.
Considerata l’importanza del lavoro in rete al
riguardo è importante che attraverso protocolli operativi tra direzione dell’Asl e direzione
dell’Istituto Penitenziario le situazioni di fragilità dei detenuti vengano monitorate fin dall’ingresso in istituto da parte di uno staff multidisciplinare in cui l’apporto di varie professionalità
trovi un punto di convergenza proprio nella presa in carico del paziente-detenuto.
A. Angeletti ASSISTENZA AI MALATI PSICHIATRICI
A. Angeletti ASSISTENZA AI MALATI PSICHIATRICI
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Anna Angeletti
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Direttore UOC di Medicina Penitenziaria RMA
La Polizia Penitenziaria rappresenta un corpo professionalmente preparato per la gestione di persone detenute in regime di sicurezza. Il materiale su cui si lavora
è l’Uomo, perché l’impostazione dei rapporti interpersonali e la conoscenza della personalità di chi si ha
di fronte sono strumenti indispensabili sia dal punto
di vista del trattamento, sia da quello della gestione
quotidiana delle regole. Alle volte tra questi fattori si
introducono anche quelli relativi alla salute delle singole persone con le quali si ha la necessità di rapporto
nello svolgimento del proprio ruolo professionale.
L’informazione sulle malattie trasmissibili rappresenta
un primo momento nel percorso di prevenzione associata al ruolo professionale, perché se da un lato aiuta
ad inquadrare in maniera più definita le dinamiche
di tali malattie in relazione alle possibilità di contagio, dall’ altro circoscrive sicuramente il livello di “pericolosità” comunemente immaginato. Se conosci, sai
come regolarti, e gli articoli informativi sono stati proposti proprio con questo scopo. L’informazione infatti
è un prodotto esportabile, per il bene proprio, delle
famiglie e di amici e conoscenti. Nelle dinamiche della vita penitenziaria vi sono alcuni aspetti di contatto
interpersonale che possono costituire un aumento di
rischio di contagio, e per il quale esistono comunque
regole e mezzi per limitarlo in maniera efficace attraverso strumenti di prevenzione e di sicurezza individuale.
La vaccinazione per l’ epatite B e per l’influenza (la
malattia in assoluto più infettiva) rappresentano un
mezzo per aumentare le proprie difese immunologiche, e sono disponibili gratuitamente per il Personale
di Polizia Penitenziaria proprio in relazione al servizio
svolto.
Si potrebbe pensare che se si potessero conoscere le malattie degli altri ci si potrebbe difendere meglio, ma non è possibile conoscere l’esatta
situazione clinica delle persone con cui si hanno contatti, a causa delle norme che regolano la
riservatezza dei dati sanitari e del diritto alla privacy,
ma anche perché, essendo la disponibilità alla esecuzione degli esami diagnostici su base volontaria, non
tutti si sottopongono ai test rimanendo così “sconosciuti” anche allo stesso personale sanitario.
La prima regola di salvaguardia comportamentale,
dunque, è considerare tutti come potenzialmente affetti da malattie trasmissibili.
La seconda regola ha a che fare con il contatto con
il sangue, perché quando questo esce dall’organismo
rappresenta un possibile mezzo di contagio. Il criterio
generale, per quanto possa sembrare semplicistico, è
quello di prevenire quelle situazioni (autolesionismi
ecc) che sfociano in perdite di sangue: non manca agli
agenti di polizia penitenziaria la capacità e l’ autorevo-
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lezza per intervenire in tali situazioni prima che avvenga l’irreparabile.
Nello svolgimento del servizio vi sono, poi, specifiche
situazioni che richiedono comunque un contatto diretto sia con le persone che con gli oggetti potenzialmente contagiosi:
- Perquisizioni di persone
- Perquisizioni di oggetti o effetti personali
- Perquisizioni ambientali
- Interventi di forza
In questi casi vengono in aiuto come mezzi di prevenzione i cosiddetti Dispositivi di Protezione Individuale
(D.I.P.) che l’ Amministrazione Penitenziaria, come
datore di lavoro, deve mettere a disposizione di chi
opera in tali situazioni e che devono essere strumenti
adeguati al loro scopo di protezione. Si tratta principalmente di:
- Tute ( anche quelle tattiche ) meglio delle divise, perché più protetta è la superficie corporea meno probabilità di contatto ci sono.
- Guanti in lattice di tipo chirurgico, che consentono
di mantenere la sensibilità tattile offrendo una buona
resistenza alla rottura e, non richiedendo la sterilità,
possono essere usati più volte. Non sono invece adeguati i guanti di plastica da supermercato o quelli di
gomma o vinile per uso domestico.
Le perquisizioni devono essere sempre effettuate con
movimenti cauti, per il pericolo di “incontrare” oggetti taglienti o aghi che possono determinare la rottura
dei guanti in lattice con il pericolo di ferimento, per
quanto solitamente abbastanza robusti per resistere ad
aghi e bisturi in sala operatoria.
La cautela in questi casi è uno strumento altrettanto
prezioso quanto i DIP!
Vi sono poi situazioni nelle quali è necessario che da
parte del Personale Sanitario vengano date indicazioni
più specifiche:
- Isolamento sanitario
- Traduzioni di isolati sanitari
- Piantonamenti in reparti di malattie respiratorie o
infettive
Tali situazioni richiedono spesso, e ne deve essere fornita indicazione dai tecnici, l’ uso di camici usa e getta
e mascherine filtro naso-buccali, oltre i DIP già menzionati. Alcune malattie, infatti, per quanto non così
frequenti come le epatiti o le malattie parassitarie o
quelle sessualmente trasmissibili, hanno una via di trasmissione aerea che richiede la difesa delle vie respiratorie e la difesa del vestiario da quelle goccioline che
si emettono con il respiro.
Oltre ai DIP è necessario che siano approntati degli
specifici percorsi e procedure perché sia chiaro cosa si
deve fare e chi lo deve fare: per esempio quale è la procedura per affrontare un caso di scabbia, dalle moda-
lità necessarie per l’ isolamento sanitario, alla terapia
del paziente, allo smaltimento degli effetti di vestiario
e letterecci, al controllo dermatologico dei compagni
di cella ecc.
Ogni istituto penitenziario ha le proprie caratteristiche sia strutturali che culturali, ma su tali procedure
è necessario che si intervenga con criteri omogenei e
soddisfacenti, con l’attuazione della sorveglianza sanitaria da parte dei medici penitenziari, ma anche di
quegli elementi di percorso studiati da parte del consulente medico del lavoro e dei preposti per la sicurezza nel luogo di lavoro.
Fabio Gui
Segretario generale del Forum nazionale della sanità penitenziaria
Questo volume raccoglie gli atti del convegno tenutosi lo scorso 11 febbraio 2010 presso la storica
“rotonda” presente all’interno dell’Istituto Penitenziario di Regina Coeli a Roma.
La scelta del luogo non è stata affatto casuale:
quella rotonda è stata testimone nel corso degli
anni di alcuni degli eventi che – più di altri – hanno contribuito a costruire prima, e poi a rafforzare il rapporto tra carcere e società civile.
Anche la scelta dell’uditorio non è stata casuale,
perché per la prima volta un convegno sulla salute
in carcere ha visto partecipi non soltanto tecnici
ed istituzioni da sempre impegnate sul punto, ma
anche una nutrita presenza di detenuti che vivono
letteralmente sulla loro pelle il tema della tutela
della salute in carcere.
La formula è senz’altro risultata efficace: i detenuti infatti non sono rimasti passivi spettatori
dell’evento, ma con numerose domande ed interventi hanno contribuito in maniera significativa
a centrare l’attenzione degli astanti su quelli che
erano i veri problemi della salute, emersi dalla
viva voce dei primi fruitori.
Il risultato di questa innovativa formula è stato
quello di un convegno originale, forse meno rispondente ai consueti canoni accademici di rigore scientifico e di necessaria astrazione nell’esame
delle tematiche, ma certamente più attento alle
reali esigenze della popolazione detenuta e degli
operatori.
Un tale segno di pragmatismo è tanto più necessario in un settore come quello della salute in carcere che oggi, affermato il necessario principio
dell’universalità della tutela del diritto alla salute
e della parità di diritti in tema di sanità tra cittadini liberi e popolazione ristretta, necessita soprattutto di concretezza e di soluzioni pratiche.
Nelle carceri sempre più sovraffollate, infatti, ad
oggi mancano personale, attrezzature sanitarie e
strutture adeguate, che consentano di tradurre in
pratica i dettami del D.lvo 230/99 e del D.P.C.M.
del 1 aprile 2008.
Come è noto infatti il carcere intercetta sempre
più soggetti portatori di patologie correlate con
la marginalità che spesso sta dietro il reato ( si
pensi ai tossicodipendenti, ai senza fissa dimora,
al disagio psichico, agli stranieri, ecc).
Il Forum Nazionale per la sanità Penitenziaria è
stato tra i primi a battersi per l’effettivo passaggio
delle competenze dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al S.S. Regionale. Un primo successo lo si è avuto con il citato DPCM del
1 aprile 2008, che ha reso irreversibile la Riforma
del 1999.
Adesso la battaglia – tutt’altro che finita - si sposta dal piano normativo a quello più strettamente
amministrativo e culturale: spetta ora alle Regioni
sviluppare i progetti sulla salute in carcere e individuare le principali criticità su cui intervenire.
Per fare questo è necessaria una profonda conoscenza delle peculiarità che caratterizzano la domanda di salute in carcere.
Questo è stato uno dei principali scopi dell’evento
in questione: far apprezzare dalla viva voce degli
interessati i problemi e le difficoltà che quotidianamente le molte persone malate in carcere devono affrontare.
A questo punto è indispensabile e urgente che le
Regioni, preso atto delle criticità, adottino specifici programmi di formazione del personale che
dovrà garantire l’erogazione delle prestazioni sanitarie in carcere.
F. Gui TRA PASSATO PRESENTE E FUTURO
A. Franceschini PREVENZIONE E SICUREZZA INDIVIDUALE
Andrea Franceschini
Da parte nostra il Forum sarà come sempre disponibile ad offrire il proprio contributo di competenze e di esperienze, al fine del raggiungimento
dell’obiettivo della tutela del diritto alla salute in
carcere in conformità a quanto prescritto dalla
nostra carta costituzionale.
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Enrico Sbriglia
Segretario Nazionale Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria
Segretario Nazionale Sindacato Direttori Penitenziari SI.DI.PE.
La salute è un bene primario, è un diritto dell’individuo e un interesse della collettività, tutelato
anche dall’articolo 32 della Costituzione.
É necessario, soffermarsi in modo più peculiare
sul D.P.C.M. 30 maggio 2008, con cui sono state
trasferite al SSN, e quindi alle Regioni e alle ASL,
tutte le competenze sanitarie della medicina generale e specialistica, i rapporti di lavoro e le risorse
economiche e strumentali prima in capo al Ministero della Giustizia.
In proposito, occorre dire che esercitare l’assistenza sanitaria in carcere non è semplice, per gli
aspetti così particolari legati all’ambiente in cui si
opera e a seconda del destinatario. D’altronde, la
medicina penitenziaria consiste proprio nella capacità di operare secondo scienza e coscienza, in
un settore esso stesso causa di patologie dal quale
non può prescindersi.
Chiunque eserciti la medicina penitenziaria deve
anche saper cogliere i bisogni del detenuto, senza però prestarsi a strumentalizzazioni da qualsiasi parte provenienti, perché, per motivi di salute,
si possono ottenere alternative alla detenzione in
carcere.
Vi sono aspetti, quindi, che rendono il carcere un
ambiente specifico dal punto di vista assistenziale
per il concentramento di malattie, dal punto di
vista medico-legale, per gli aspetti relativi al costante colloquio con l’autorità giudiziaria e perché gli atti clinici possono influire in maniera
significativa non solo sulla salute ma sull’intera
storia processuale del detenuto, e dal punto di vista organizzativo, per l’impossibilità del paziente
detenuto di scegliere liberamente i servizi sanitari
a cui rivolgersi.
Non si tratta di affidare le competenze ad uno piuttosto che a un altro, ma di riformulare un servizio
che per oltre un secolo ha svolto compiti istituzionali delicati e sconosciuti a chi oggi deve provvedere alla erogazione delle prestazioni sanitarie sia
quando una persona è libera, poi detenuta, e poi,
ancora libera.
L’impulso impresso al passaggio in questi ultimi
mesi è stato forse troppo veloce per consentire
una transizione adeguata nella metodologia.
Non sembra che siano stati definiti modelli operativi adeguati attraverso i quali assicurare l’assistenza in carcere.
La situazione di crisi finanziaria di alcune Regioni
relega questa area dell’assistenza in un ruolo residuale, pur se di significativa importanza in ambito
clinico, epidemiologico e sociale.
Si concretano sia una diminuzione dell’assistenza
Chi viene prima?
La salute, la condanna, la sicurezza, la giustizia?
Chi si accomoderà in prima fila e sarà servito per primo?
É logico assicurare alla persona detenuta un trattamento
sanitario “tal quale” a quello che viene riservato al
cittadino libero, talché dovrà attendere la stessa tempistica
nelle prenotazioni, nelle visite, etc. etc., seguendo le stesse
procedure sia che si tratti di urgenze che di patologie
semmai banali?
É percepito in modo “banale”, da parte di una persona
privata della libertà, anche un semplice mal di denti
oppure esso può provocare reazioni di stress finanche
violente e/o autolesionistiche?
É il carcere stesso, la situazione di privazione di libertà, una
causa che sollecita se non addirittura scatena uno stato di
malessere ed inquietudine che può favorire l’insorgenza
di malattie fisiche e di disagio psichico le quali possono
interessare non solo le figure delle persone ristrette ma
anche quelle degli stessi operatori penitenziari?
É il carcere in se stesso una situazione comunque non
fisiologica dell’uomo, talché lo sforzo continuo delle
istituzioni e degli operatori deve essere rivolto a limare
costantemente le gratuite dolorosità, al fine di limitarsi
alla sua funzione “secca” di una momentanea sottrazione
della libertà individuale, ben sapendo che comunque vi
rimarranno strascichi quantomeno psicologici in quanti
l’avranno sperimentata, sia nella veste di prigionieri che
di sorveglianti?
Sono queste le domande che da operatore penitenziario
mi pongo praticamente ogni giorno e che provo a fare
a quanti, con sicumera istituzionale e con il piglio di chi
tutto sa e comprende, si avvicendano, periodicamente,
nell’orrido penitenziario nel quale mi sono cacciato per
passione, per impegno civile, per professione.
All’inizio credevo di dovermi occupare solo di libertà,
quella degli altri, quella delle persone che mi sarebbero
state affidate, invece anche della salute devo interessarmi
se non solo principalmente di quella, perché sulla sua
qualità respira o rantola il carcere, perché solo su quella si
possono spegnere le luci della coscienza.
Ed è sempre più solo su quella il mio personale di polizia
è costretto a sopportare responsabilità artificiosamente
cucitegli addosso e vivere l’ansia di non riuscire a spiegare
l’inevitabilità di drammi preannunciati in storie replicate
di sofferenza che non fa giustizia e non consolerà quanti
siano stati vittime di reati.
La salute in carcere è sinonimo di una diversa dimensione
della libertà, di rispetto concreto dei diritti umani, di
efficienza o deficienza del carcere: mentre gradualmente
e velocemente tutti noi operatori penitenziari ce ne
rendiamo sempre più conto, ci accorgiamo di come,
pur convinti che soluzioni anche pragmatiche ci siano,
continuiamo a sentirci illusi, insieme ai detenuti, in
sia l’aumento vertiginoso delle visite dei ristretti,
trasportati in strutture sanitarie esterne anche per
semplici prestazioni cliniche e per patologie prima trattate all’interno del carcere.
La situazione complessiva rischia di sfuggire di
mano, e si riflette anche sulla sicurezza e sul mantenimento dell’ordine, essenziali ai fini del trattamento e di quella rieducazione sancita dall’art. 27
della Costituzione.
Non può sfuggire certamente il fatto di potenziali
e costanti conseguenze che possono determinarsi,
nonostante monitoraggi a livello locale.
Non è possibile dimenticare, poi, quelle infermità che necessitano di una particolare profilassi e
di una attività di prevenzione, che devono essere
compatibili con la custodia e con la sicurezza.
Risulta che il progetto “luce e libertà”, finanziato
in parte dalla Cassa delle Ammende, è rivolto a favorire l’inserimento lavorativo di alcuni internati:
l’obiettivo è quello di attivare percorsi di occupabilità, di sviluppo, coesione ed economia sociale,
fondati su tecnologie ambientali di produzione
energetica.
Il fenomeno deve essere affrontato con senso di
responsabilità, perché, proprio in virtù di principi costituzionali ineludibili, ancor più deve essere
garantita la salvaguardia della salute a chi si trova
in una posizione di sofferenza, di limitazione della libertà.
Il SAPPE, si batte affinché, nell’ambito di una completa attivazione del D.P.C.M. richiamato, si possa
formalizzare il ruolo dei Medici penitenziari, che
provvederanno, per competenza istituzionale, al
personale del Corpo e alla popolazione ristretta,
alla stregua di quanto in essere nella Polizia di
Stato e nelle FF.AA.: una battaglia importante, finalizzata a collaborare con gli altri ruoli dell’Amministrazione Penitenziaria per una funzionalità
organizzativa e assistenziale davvero efficace ed efficiente. Si deve garantire la dignità della persona
pur nelle avversità, non dimenticando che la vita,
come la salute, è un bene primario da tutelare ad
ogni costo.
quanto le risposte che vorremmo non hanno le uniformi
degli infermieri, la competenza dei medici, i presidi
farmaceutici, gli ambienti confortanti e lindi delle stanze di
ospedale o anche di una modesta pensione per studenti…
I detenuti ormai da tempo, nel mio istituto, giacciono
spesso per terra, neanche se ne lamentano più, sono
pedine rassegnate, sanno che a noi non fa piacere e che
fingiamo di non vedere per non vergognarci: “Lo Stato
non può vergognarsi…”.
Quegli stessi agenti, quegli stessi operatori penitenziari
che vedono le cose che non vorrebbero, a fine turno
torneranno a casa e trascineranno il ricordo delle
immagini. Mi chiedo: come influenzerà la loro vita, la loro
socialità, la propria autostima?
Ho conosciuto la sorella di Stefano Cucchi, ho dovuto
farmi coraggio per guardarla negli occhi.
Non mi importa sapere se Stefano fosse un santo o un
diavolo, so soltanto che lo Stato dovrebbe, nel momento in
cui ti raccoglie, difenderti, che lo Stato dovrebbe aiutare
ad alzarti, che lo Stato “naturalmente e fisiologicamente”
rispetta almeno le sue leggi.
Che delusione vedere spesso il lanciare accuse agli agenti!
Ormai sono loro, gioco forza, i nostri psicologi h. 24, sono
loro gli sciamani penitenziari in carceri dove i medici
sono pochi e finanche non motivati lì dove ancora siano
in attesa di una stabilizzazione dell’impiego.
A loro si aggiungono gli operatori penitenziari in via
d’estinzione ed il senso di solitudine che deriva dal non
sentirsi parte di un disegno globale che ne riconosca il
ruolo attivo e non soltanto quello del parafulmine.
Scorro con la memoria i miei 20 anni nel carcere del
Coroneo, il carcere di Trieste; in tutto ho contato tre
suicidi, mi dicono che sia una sorta di record, non lo so,
non mi importa, so soltanto che se questo numero, il quale
per alcuni “è basso”, è pure conseguenza dell’impegno
dei tanti anonimi poliziotti penitenziari arrivati per
tempo, prima che una corda rudimentale o un collant
si stringessero al collo, prima che la lametta recidesse
l’arteria, prima che il cocktail di farmaci spegnesse la
luce…
Quanto durerà il primato?
Allora, e concludo, è giunto il momento di gettare la
maschera e dire forte e chiaro: così non si può continuare!
Se davvero volete un sistema sanitario penitenziario civile
abbiate il coraggio di intervenire con risorse umane,
scelte tra le migliori, con “soldi sonanti”, con strutture
architettoniche adeguate che non siano già di per se
stesse degrado e malattia, con norme che aiutino e non
distruggano per sempre, con compassione ed intelligenza,
altrimenti, almeno, non diteci nulla.
Siamo infatti stanchi di recite istituzionali che umiliano la
Costituzione e ci rubano la libertà della dignità.
E. Sbriglia DISAGIO E CARCERE
D. Capece I PROBLEMI DELL’ASSISTENZA SANITARIA
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Donato Capece
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Architetto
L’epoca storica cui usualmente viene fatta risalire la nascita del nuovo penitenziario, luogo fisico-spaziale della
detenzione come pena, è collocata tra la seconda metà
del XVII secolo e l’inizio del XVIII, con le Carceri Nuove fatte edificare in Roma da Papa Innocenzo X.
Occorre riflettere sulla circostanza che prima della comparsa della carcerazione punitiva, la condanna era intesa come una reazione vendicativa che puniva il condannato. Si avevano allora contenitori indifferenziati nei
quali diverse categorie di emarginati condividevano, in
un regime di spaventosa promiscuità e totale precarietà
igienico-sanitaria, l’attesa della sorte loro destinata.
La costruzione, tra il 1652 e il 1655, delle Carceri Nuove
di via Giulia, su progetto di Antonio del Grande, seguita nel 1704 dall’entrata in funzione dal carcere minorile di San Michele a Ripa progettato da Carlo Fontana,
assegna pertanto allo Stato Pontificio un primato nella
realizzazione del principio di coincidenza tra tipologia
edilizia (cellulare) e ipotesi trattamentale (emenda del reo
mediante l’isolamento e il lavoro), elogiato da Sir John
Howard nel famoso rapporto The state of the prisons
del 1777 per il sensibile miglioramento delle condizioni
ambientali e di vita che quelle nuove carceri romane
consentivano.
Oggi può apparire assurdo ma all’epoca la reclusione in
un penitenziario fu considerata umana, o quanto meno
molto più umana delle pene capitali e corporali ereditate dall’Inghilterra e da altri paesi europei. Il castigo
era, sostanzialmente, una rappresentazione pubblica
perché le pene erano volte a produrre l’effetto maggiore non tanto sulla persona punita quanto sulla folla
degli spettatori. Foucault apre il suo studio, Sorvegliare
e punire: nascita della prigione, con una vivida descrizione di un’esecuzione a Parigi nel 1757. Il condannato a morte era stato prima sottoposto a terribili torture
ordinate dal tribunale. Gli era stata strappata la carne
dagli arti con tenaglie incandescenti e sulle ferite gli era
stata versata una miscela di piombo fuso, olio e resina
bollenti e altre sostanze. Alla fine era stato sventrato e
fatto a pezzi, il suo corpo era stato bruciato e le ceneri
sparse al venti.
I più illuminati riformatori europei e americani si adoperarono per porre fine a esecuzioni macabre come
queste e anche ad altri tipi di pene corporali quali la
gogna, la fustigazione, la marchiatura e le amputazioni.
Alla metà del XVIII Cesare Beccaria con il suo Dei Diritti e delle Pene si fece promotore di alcuni principi
innovatori, che potremmo sommariamente riassumere
come segue:
• umanizzazione della pena, intesa come castigo inflitto
in proporzione alla gravità del crimine commesso e non
secondo l’arbitrio del giudice
• pena come mezzo di prevenzione e sicurezza sociale
e non solo come deterrente in virtù della sua crudeltà.
I nuovi principi nati con l’Illuminismo, oltre al ripensamento sul sistema delle pene fino a quel punto in uso,
diedero anche il via a un movimento per trasformare
le prigioni da “luoghi di infamia e crudeltà” in luoghi di
“espiazione” e “rigenerazione del reo”.
John Howard in Inghilterra o Benjamin Rush in Pennsylvania, ad esempio, sostennero che la pena, se attuata nell’isolamento, tra le mura di un carcere, avrebbe
smesso di essere una vendetta e avrebbe portato al ravvedimento di coloro che avevano infranto la legge e il
filosofo utilitarista Jeremy Bentham tra il 1787 e il 1791
pubblicò le sue lettere, nelle quali descriveva un modello di carcere, da lui chiamato Panopticon, in cui i detenuti fossero alloggiati in celle singole, disposte su piani
circolari, che davano tutte su una torre di guardia a più
livelli da cui un sorvegliante potesse controllarli. Il modello, secondo Bentham, aveva il vantaggio di abolire il
deprecabile uso dell’incatenamento, ridurre al minimo
il dispendioso utilizzo di sorveglianti e consentire di adibire i condannati alle attività di lavoro senza pericolosi
spostamenti.
Oggi l’isolamento, accanto alla tortura, o come forma
di tortura, è considerato la pena peggiore che si possa immaginare, seconda solo alla morte. Allora, però,
si credeva che avesse un effetto liberatorio. Il corpo era
posto in condizioni di segregazione e solitudine affinché l’anima potesse redimersi. Non è un caso che la
maggioranza dei riformatori dell’epoca fossero profondamente religiosi e quindi concepissero l’architettura e
i regimi del penitenziario come un’emulazione dell’architettura e dei regimi della vita monastica, organizzati
intorno ai principi del silenzio, dell’isolamento e della
laboriosità (ora et labora).
Eppure alcuni osservatori del “nuovo penitenziario” intuivano già allora che avrebbe potuto condurre alla pazzia. In un brano spesso citato del suo L’America, Charles Dickens descrive la visita fatta nel 1842 all’Eastern
Penitentiary, osservando che «il sistema consiste nella più
rigida, stretta e disperata segregazione, e credo che nelle sue
conseguenze sia non solo crudele ma soprattutto sbagliato [...]
Ho voluto qui richiamare per sommi capi alcune principali tappe della storia del carcere per ricordare come,
sin dalle sue origini, per l’Istituzione carceraria la gestione della pena detentiva si sia sostanziata nel problema di controllo/protezione dei corpi dei detenuti.
Tale riflessione porta direttamente ed inevitabilmente
a confrontarsi sui temi della “salute” e della “malattia”,
anch’essi per la verità non nuovi nel dibattito intorno
al carcere.
Oggi, tuttavia, alla luce di una matura sensibilità democratica e ricordando l’articolo 27 della Costituzione che
recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del
condannato” questo conflitto di sempre tra controllo dei
corpi detenuti e protezione della sanità psico-fisica delle persone acquista un rilievo diverso e, nella situazione
attuale di emergenza del sistema carcerario, un carattere di vera urgenza.
Nel recente (25 giugno 2010) “Il suicidio in carcere.
Orientamenti bioetici” Parere del Comitato Nazionale
per la Bioetica possiamo leggere che «In ultima analisi, la perdita della libertà si sostanzia nella “consegna” del
corpo all’istituzione carceraria. Il corpo è dunque lo spazio
di comunicazione che viene ad essere comune sia al detenuto che all’istituzione. In questo senso, il carcere è il luogo per
eccellenza del “linguaggio del corpo”. Secondo il Comitato
Nazionale per la Bioetica, «Nella situazione del carcere, la
responsabilità sociale è particolarmente chiamata in causa per
le caratteristiche di vulnerabilità bio psico sociale dei detenuti.
I carcerati non rappresentano lo specchio della società di fuori.
Sono più giovani, più poveri, meno integrati in termini sociali,
economici, culturali. Sono più affetti da malattie fisiche e psichiche.» L’approccio utilizzato dal Comitato Nazionale
per la Bioetica per studiare un aspetto dell’emergenza
carcere di così elevato allarme, è particolarmente utile
perchè guarda al problema dell’incremento degli episodi suicidari cerca di cogliere, oltre l’atto in sé, l’aspetto
meta-comunicativo. Il Comitato suggerisce di affrontare
il problema con un approccio comunitario e non specialistico (psichiatrizzazione dei casi singoli) che coinvolga
il personale tutto e gli stessi detenuti nella creazione di
un carcere più “sano” o, almeno, meno “malato”. Inoltre «non vanno dimenticati i casi di suicidio fra gli agenti di
polizia penitenziaria: dal 1997 al 2007 si sono uccisi 64 agenti e molte di queste morti sono state collegate al malessere per la
condizione lavorativa e al burn out. [...] un piano d’intervento organico dovrebbe prendere in considerazione anche i fattori
di stress della quotidianità in carcere per chi vi lavora[...]». In
tale ambito è di tutta evidenza la centralità dell’apporto che può venire da iniziative di formazione specifica
degli operatori con particolare riferimento al miglioramento della comunicazione fra i detenuti e il personale;
in particolare la creazione di reti informali di ascolto e
di supporto che utilizzi tutte le risorse disponibili, formali e informali (dagli operatori di ogni professionalità
ai detenuti ), per tempestivi “interventi sulla crisi”.
Ancora nell’ottica del “carcere che ammala”, è indispensabile, infine, interrogarsi su quanto decida la qualità
di una struttura edilizia penitenziaria (rapporti spaziali,
prospettici, funzionali, cromatici, allestitivi, condizioni
igienico sanitarie, eccetera) nel determinare condizioni di vita e di lavoro “non malate” per le persone che vi
sono ristrette e per gli operatori che a vario titolo vi lavorano. Attraverso una buona architettura l’uomo ha modo
di realizzare le condizioni migliori per vivere lo spazio
e il tempo in maniera decorosa e sicura. Ciò è possibile
perché l’Architettura tras-forma lo spazio in luogo che
possiamo definire struttura dell’ambiente umano, insieme di prospettive, di spazi e volumi, di odori e colori e
di relazioni che ci consente di sentirci affettivamente
appagati e, quindi, sicuri.
Al concetto di luogo è sempre più in uso contrapporre
il concetto di non luogo, riferito a tutte quelle situazioni
ambientali destinate ad attività di passaggio (aeroporti, stazioni, centri commerciali ecc.) nelle quali ormai
l’uomo contemporaneo trascorre unità di tempo sempre più lunghe, fino alcune volte a prevalere (pendo-
lari) sui tempi riservati alla vita familiare e di relazione.
Lo spazio del non luogo non crea né identità singola, né
relazione, bensì solitudine, similitudine, insicurezza.
E fragilità. I non luoghi per il loro carattere anonimo e
transitorio risultano spersonalizzanti e ansiogeni.
Il luogo dell’uomo per antonomasia è la casa e, insieme ad
essa, il vicinato, la piazza, il quartiere, la città. Il carcere,
pur costituendo per i detenuti (nel tempo, lungo o breve, che vi sono co-stretti) l’insieme di queste funzioni
presenta i caratteri di un non luogo, spazio privo delle
espressioni simboliche di identità, relazioni, storia.
Una buona edilizia penitenziaria dovrebbe ricercare
la possibilità di agire rapporti spaziali molteplici, più
ricchi e meno schematici, attraverso la gradazione del
regime di sicurezza, ma anche, e soprattutto, attraverso
nuove formulazioni, ambientali, allestitive e spaziali.
Alla situazione di drammatico sovraffollamento che,
con numeri che appaiono in inarrestabile ascesa, da
alcuni anni congestiona il sistema penitenziario italiano si intende porre soluzione attraverso un Piano di
emergenza che prevede la realizzazione di circa 20.000
posti-detenuto che si otterranno grazie alla costruzione
di padiglioni all’interno di strutture preesistenti e alla
realizzazione di un congruo numero di edifici ex-novo.
Si tratta, visti i numeri importanti di cui si è sentito parlare, di un intervento straordinario di dimensioni senza
precedenti con il quale dare risposta alla mancanza di
spazi non solo nell’immediato ma per lungo tempo.
Di fronte alla inusitata radicalità con la quale l’Amministrazione si accinge a incidere profondamente e forse
indelebilmente nel corpo stesso dell’edilizia penitenziaria, è più che legittimo chiedere con quale progetto e
con quale strategia di azione funzionale ed economica
si procederà alla realizzazione degli ampliamenti e alla
costruzione dei nuovi istituti.
Questo perchè l’emergenza, esperienza ordinaria del
carcere, è il più formidabile ostacolo di qualsiasi volontà
di miglioramento, mentre più giusta sarebbe una risposta di programmazione, per tempo e in scala nazionale
e regionale, delle strutture di cui l’amministrazione ha
bisogno, ripartite per ordine e grado dei livelli di trattamento e di sicurezza.
A tal fine, occorrerebbe ridisegnare, in un piano di riassetto territoriale, la rete del servizio civile penitenziario,
individuando e utilizzando specifici sistemi architettonici, articolati, di facile adeguamento con interventi allestitivi mirati.
In altri termini, mentre le risposte che si profilano
all’orizzonte per rispondere all’emergenza del sovraffollamento del carcere sembrano orientate al mantenimento dell’omologazione strutturale, ci sembra
opportuno, ancora una volta, richiamare i principi di
diversificazione e differenziazione enunciati dall’Ordinamento vigente come più rispondenti alla umanizzazione del carcere e alla individualizzazione del trattamento detentivo e riabilitativo.
L. Scarcella RIFLESSIONI E IPOTESI SULLA UMANIZZAZIONE
DEL CARCERE
L. Scarcella RIFLESSIONI E IPOTESI SULLA UMANIZZAZIONE
DEL CARCERE
14
Leonardo Scarcella
15
R. Z. Bongiovanni SHUT OUT: OUTCAST BUT FREE
16
Raimonda Z. Bongiovanni
Curatore del progetto artistico SHUT OUT
E la vita era la luce degli uomini.
La luce splende nelle tenebre e
le tenebre non l’hanno sopraffatta.
Vangelo secondo Giovanni 1, 1-18
Accettare questo strano appuntamento
è stata una pazzia.
Ornella Vanoni
É un’avventura. Una sfida. Un’esperienza professionale e di vita quasi irripetibile.
Mi trovo nel pieno della tempesta, cavalco lo tsunami riparandomi sul fondo di un mare molto impetuoso. Perché è così che sto vivendo SHUT OUT.
Uso il termine “vivere” perché mentre alcune mostre si organizzano, si pianificano, si gestiscono, ce
ne sono altre, come questa nello specifico, che si trasformano in percorsi di vita ed il lato professionale
è consequenziale alla filosofia che si sviluppa in noi
stessi nel corso di queste esperienze.
Ho riportato la frase di una canzone della Vanoni
perché ascoltandola, mi sono ritrovata nell’atmosfera di quest’ultimo mese ma nel senso più vertiginoso
e stupefacente che io possa trasmettere. Perché per
proporre e per accettare – ribadisco – determinate
sfide, è necessaria una buona dose di pazzia, quasi
fosse il carburante necessario per far funzionare una
macchina dotata di ali straordinarie.
Ho in mente la chiamata di Roberto Lucifero,
quest’uomo esplosivo e portatore di luce, che m’invita a Roma fornendomi pochissime spiegazioni.
Arrivo a Regina Coeli in un gelido giorno di febbraio, entro nel carcere, meta che durante gli anni
di università di legge avevo sempre rimandato di visitare con i colleghi studenti perché ritenevo fosse
un luogo impressionante. Sento un dolore contraddittorio, perché descrivere il carcere non è facile e
grazie al cielo, non è mio compito in questa sede.
Solo un dettaglio: nell’agorà Roberto e Andrea hanno allestito la scenografia per il convegno da loro
organizzato sul tema LA RIFORMA SANITARIA IN
AMBIENTE PENITENZIARIO A 18 MESI DALL’ENTRATA IN VIGORE e due palchi a forma d’ali blu
– simbolo di libertà e liberazione – posti al centro
dell’ottagono “virtualmente” dividono il mondo.
CHI STA DENTRO, CHI STA FUORI.
É un’emozione fortissima ma ci tengo a ripetere,
profondamente contraddittoria. Penso che l’arte –
in tutte le sue forme – sia l’antidoto alla fredda considerazione di una realtà dolorosa che è davanti ai
nostri occhi ma che non possiamo vederla solamente perché si trova di là da un muro.
Con Roberto cominciamo a parlare di questo libro,
del progetto della mostra, della volontà di riportare
all’arte e tramite questa, mitigare la prospettiva di
dolore che questi luoghi generano.
Per questa ragione ho citato il Vangelo secondo Giovanni, perché voglio pensare che su questi luoghi ci
sia già una prospettiva di luce, che le tenebre non riescano a sopraffare una speranza di miglioramento,
sotto ogni punto di vista.
Penso agli artisti e con Roberto ed Andrea decidiamo di spingere su questo tasto: cercare nell’iconografia di artisti consacrati ed emergenti, italiani e
stranieri, laici e credenti, l’immagine che ciascuno
di loro ha pensato per questo tema, così delicato,
come quello del carcere, dei detenuti e di tutti coloro che in questo ambiente lavorano.
LIBERI. NONOSTANTE TUTTO. Mi dice Roberto
al telefono.
Un pugno allo stomaco però mi piace, perché le parole, la musica, l’arte, hanno un potere fortissimo.
Fortunatamente sono armi docili, non fanno sanguinare, però ispirano, trasmettono.
Voglio pensare anche che riescano a cambiare.
Quando vado alla Cappella Orsini, mi sembra sempre di tornare a casa.
Durante una piovosa mattina romana, con Roberto,
Andrea e Mila ragioniamo sulle linee guida di questo progetto pensando a come trasformare in immagini le nostre idee: gli artisti da scegliere.
Idea che diventa immagine che diventa messaggio:
ecco la forza prorompente dell’arte.
Sulle note ripetitive del treno che mi riporta in città,
rifletto su quello che si annuncia come un periodo
davvero intenso. Temo sempre il termine “prorompente” ma è questo che in cuor mio, penso ed è così
che giudico questo progetto.
Chiamo la mia famiglia – luce che riluce – ed il mio
staff .
“ Tutto bene. Lunedì partiamo”- dico solo questo.
Questo progetto è un lavoro di tante persone, sinceramente e sentitamente ispirate per un lavoro ed
un tema non facile. Chi nella difficoltà non perde
speranza , al contrario la alimenta con nuove idee,
soluzioni, propositi, è foriero di successo per se stesso e per gli altri.
Perché chi legge questo libro, chi ha assistito al convegno, chi vivrà il progetto di Shut Out si carichi un
po’ di quella luce che noi vogliamo portare dentro e
fuori dal carcere.
Noi che di libertà ne abbiamo tantissima …allora
proviamo con l’emozione dell’arte a trasmetterne
un po’.
Curiosità
Trasmissione
Le origini della pediculosi risalgono a tempi davvero lontani.
Basti pensare che, secondo studi scientifici, la differenziazione
tra pidocchio della testa e del corpo risale a circa 70.000 anni
fa. Che i pidocchi facessero compagnia agli uomini sin dai tempi più remoti è del resto confermato anche dai reperti storici: i
pidocchi sono citati nella Bibbia e nei papiri egizi mentre le lendini sono state rinvenute nei capelli di
mummie preistoriche e in antichi ritrovamenti con datazione storica tra il 6900 e il 6300 a.C. In ogni
caso, per tutta l'antichità e per molti secoli successivi, la medicina non ha saputo fornire spiegazione
alla malattia che è stata a lungo (ed erroneamente) considerata "un’alterazione degli umori dalla cui
corruzione nascevano gli insetti molesti". Anche i rimedi per curarla furono tanti e singolari: si passò
dall'aglio bevuto in un decotto di origano, all'uso della pasta al miele consigliata dalla cultura araba,
dallo "spidocchiamento" in uso in tutto il mondo, e praticato anche tra i primati. Per arrivare alla svolta decisiva si dovette attendere il XX secolo quando, con la II Guerra Mondiale, fecero il loro ingresso
sul mercato i primi insetticidi sintetici dell'era moderna. Gli Insetticidi (il sopracitato DDT), tuttavia,
furono banditi definitivamente nel 1972 quando ne vennero accertati i nocivi effetti ambientali.
Contatto diretto o indiretto con vestiario, biancheria intima o da letto, spazzole, pettini ecc. Per
la forma di pediculosi del pube la trasmissione avviene durante i rapporti sessuali.
ANDREA MARTINUCCI
Crampi mentali
La pediculosi è un’infestazione clinica
causata dai pidocchi.
I pidocchi sono piccoli insetti privi di
ali, ectoparassiti (parassiti che vivono
all'esterno dell'organismo ospite) dei
mammiferi.
Il sangue è l'unico nutrimento per le
specie che parassitano l'uomo e tutte
sono provviste di un apparato buccale pungitore e succhiatore. Gli occhi
sono piccoli o mancano e le appendici
sono corte e tozze in modo che l'insetto possa aggrapparsi ai peli. Inoltre
i pidocchi sono vettori di numerose
malattie infettive provocate da batteri
chiamati “rickettsia”: il tifo, la febbre
recidivante e la febbre delle trincee.
Poiché le più diffuse classificazioni
indicano come sottospecie i pidocchi
del capo e del corpo, noi seguiremo
questo stesso criterio indicando i pidocchi del capo come Pediculus huma-
34
Asipjok
Reclusi, mezzi morti
S.
o.
nus capitis, i pidocchi del corpo Pediculus humanus corporis e Phtirus pubis i
pidocchi della regione pubica.
Le carceri sovraffollate come quelle italiane favoriscono la diffusione
dell'infestazione da pidocchi poiché
quelli del corpo e del capo sono trasmessi per contatto diretto interumano e in seguito a contaminazione
della biancheria o del vestiario. I pidocchi del pube (le piattole) invece
passano di ospite in ospite durante i
rapporti sessuali.
La pediculosi può instaurarsi oltre
che per il trasferimento dei maschi
e delle femmine adulti o di sole
femmine gravide, anche mediante
il passaggio di uova vitali presenti
sugli indumenti e più abbondanti
sulle cuciture. Sebbene il tempo di
incubazione delle uova sia di circa 8
giorni, esse possono rimanere vitali
Prevenzione
fino a 35 giorni e non si schiudono a
temperature inferiori a 22°C.
I pidocchi del capo e del corpo raggiungono lo stato adulto in 10 giorni mentre le piattole in 15. La vita
media è di 30-45 giorni a seconda
della temperatura e della disponibilità di cibo. Una femmina depone
da 50 a 300 uova nel suo ciclo vitale
generalmente durante la notte attaccandole ai peli. La temperatura ottimale per la sopravvivenza è intorno
ai 30°C e anche piccole variazioni di
temperatura favoriscono la loro fuga
dall'ospite. Queste “bestioline” sono
assai voraci e succhiano il sangue almeno 5 volte al giorno.
Segni e sintomi
La manifestazione più frequente è il
prurito. Le secrezioni salivari dell'insetto, inoculate nei tessuti dell'ospi-
te durante la suzione del sangue,
possono essere causa d’irritazione e
quindi di prurito locale.
I problemi seri nascono dalle infezioni batteriche secondarie alle
escoriazioni che l'ospite si provoca
col grattamento delle sedi irritate.
Le conseguenti impetigine (malattia
cutanea con pustole) e foruncolosi
possono portare a linfoadenopatia
cervicale ed a lesioni eczematose.
La diagnosi
Essa si fonda sul ritrovamento dei pidocchi o delle uova lungo l'asse dei
capelli o dei peli estirpati dall'ospite.
Poiché le diverse specie mostrano in
genere una specificità di sede, i pi-
S.
o.
La misura profilattica principale consiste innanzitutto nel segnalare l’infestazione. La prevenzione
dell'infestazione è basata essenzialmente sull'igiene.
Alcune precauzioni possono essere prese anche prima che l'invasore attacchi ma non esistono prodotti
specifici per prevenire i pidocchi. La miglior prevenzione è basata sull'igiene dei capelli, che vanno
lavati frequentemente con i normali shampoo e controllati regolarmente, soprattutto nei soggetti che
vivono in comunità affollate come le prigioni. Le
teste vanno tenute sotto controllo soprattutto nelle
zone della nuca, dietro le orecchie e sulle tempie.
Inoltre tutte le persone che hanno avuto contatti
con il soggetto infestato devono fare un controllo
accurato per escludere la presenza del parassita. La
biancheria personale va accuratamente disinfestata;
i vestiti devono essere trattati con insetticidi da contatto; i pettini e le spazzole devono essere trattati
con acqua a 65° per 10 minuti o in soluzioni insetticidi per un’ora.
docchi del capo sono quelli riscontrati in corrispondenza della nuca,
mentre quelli del corpo si trovano
più frequentemente sulle spalle e
sui polsi. Le piattole infine si trovano nella regione inguinale, sulle cosce e occasionalmente sulle ascelle.
Come si eliminano
i pidocchi
Un tempo si ricorreva a metodi
drastici come la rasatura dei capelli e di tutti i peli.
Ora il trattamento si basa sull'applicazione locale dell'esaclorobenzene
in lozione o in shampoo per capelli,
che è in grado di uccidere le forme
adulte. Per distruggere le successive generazioni di pidocchi originati
dalle uova presenti sull'ospite, è necessario ripetere il trattamento dopo
14 giorni.
La lesione cutanea
PEDICULOSI
PEDICULOSI
Pediculus humanus (Pidocchio)
Fare uno shampoo a cadenza regolare (es. settimanale) con prodotti
antiparassitari non previene l'infestazione: infatti nessun prodotto antiparassitario è in grado di svolgere
un'azione preventiva. Anzi, l'impiego indiscriminato e prolungato di
questi prodotti, espone inutilmente il soggetto alla seppur modesta
tossicità del prodotto e potrebbe
contribuire all'insorgenza di resistenze. È molto più efficace e sicuro un controllo periodico del cuoio
capelluto. L'asciugatura forzata e
la stiratura degli indumenti e della
biancheria da letto uccidono pidocchi e lendini, come pure la pulitura
a secco. L'uso del DDT, nonostante
le controindicazioni di tipo ecologico, costituisce ancora oggi il mezzo
migliore per la distruzione dei pidocchi.
35
Le dermatofitosi sono da sempre conosciute dall’uomo: alcune forme come la, per certi versi temibile,
tinea capitis favosa, erano talmente frequenti sino a qualche decennio or sono, che sono pervenute ai
nostri giorni numerose testimonianze pittoriche di soggetti affetti da tale forma morbosa. Molti soggetti affetti da favo, soprattutto appartenenti alle classi sociali più povere, sono stati infatti raffigurati,
in numerose opere pittoriche, anche da illustri artisti, specialmente da quelli vissuti nel ‘600 e nel
‘700. É dall’osservazione e dallo studio dei casi di questa particolare forma di tinea che, di fatto, ha
avuto inizio la storia moderna della micologia.
Le dermatofitosi, come patologia cutanea nell’uomo, sono conosciute sin dai tempi degli antichi
Greci che le avevano descritte oltre 2000 anni fa; più recentemente, nel XVI secolo, anche gli Olandesi, nel loro peregrinare per i mari del mondo alla ricerca di nuove terre da conquistare, avevano
descritto una forma molto particolare di tinea corporis, la tinea imbricata, dermatofitosi rinvenibile solo
in alcune isole dell’Oceania ed in alcune aree del Nuovo Mondo.
Con lo studio scientifico dei dermatofiti prende l’avvio la micologia medica umana moderna, essendo
stati essi i primi miceti ad essere considerati come possibile causa di patologia negli umani. Il loro studio è iniziato a metà circa del XIX secolo grazie all’interesse di alcuni studiosi europei nei confronti
del favo, una forma di infezione sostenuta da un dermatofita, assai frequente all’epoca in Europa, che
aveva carattere epidemico, colpendo larghe fasce della popolazione. Uno studioso francese, Raimond
Sabouraud, compì fondamentali studi sui dermatofiti; i suoi lavori furono raccolti nel volume “Les
Teignes” pubblicato nel 1910 a Parigi. Sviluppò un terreno, utilizzabile anche per la coltura dei dermatofiti, che fu chiamato in suo onore Sabouraud agar; questo metodo, benché modificato, è ancora
oggi utilizzato e rappresenta il terreno di coltura di riferimento per molti gruppi di funghi.
Le dermatofitosi o dermatofizia sono
delle infezioni causate dai dermatofiti, che sono un gruppo di funghi cheratinofili, in grado di parassitare i tessuti cheratinizzati: lo strato corneo1
dell’epidermide e gli annessi cutanei
(capelli, peli e unghie nell’uomo). Non
possono invece parassitare le mucose.
I dermatofiti, come del resto gli altri
funghi, crescono preferenzialmente in ambiente umido e poco areato
condizioni che si verificano soprattutto nelle pieghe cutanee.
Le dermatofitosi vengono denominate internazionalmente con il termine latino tinea (verme o larva di
insetto), seguito dalla specificazione, del sito anatomico parassitato:
ad esempio, la dermatofizia dell’unghia prende il nome di tinea unguium, la dermatofitosi della piega
dell’inguine viene definita tinea cruris, l’infezione del cuoio capelluto
e dei suoi annessi si denomina tinea
capitis.
In Italia queste dermatiti sono comunemente note come “tigne”, mentre
36
TINEA
Dermatofiti
Curiosità
il termine popolano “tignoso”, che
indica colui che è affetto da tigna, è
carico di numerosi significati negativi (fastidioso, puntiglioso, stizzoso)
ad indicare il senso di fastidio, di
sofferenza, di malessere e, in senso
lato, la negatività che poteva provocare nell’immaginario collettivo una
patologia un tempo molto frequente, non facilmente curabile.
Le dermatofitosi sono micosi superficiali poiché i dermatofiti non sono
capaci di parassitare il derma e di
diffondere negli organi interni.
Il contagio può avvenire sia per via
diretta (come per tinea cruris inquadrabile anche come malattia sessualmente trasmissibile), sia per via indiretta (per mezzo di cappelli, vestiti,
lenzuola, rasoi, forbici, pettini, spalliere di poltrone di cinematografi e
teatri ecc.), sia ancora per autoinoculazione (come per tinea unguium).
Le strutture associate al contagio
sono gli artroconidi e le clamidospore
che si trovano all’interno o all’ester-
no dei capelli o delle squame cutanee.
Quelle di talune specie possono persistere nell’ambiente per molti mesi,
forse per anni, soprattutto se presenti
all’interno dei peli o delle squame.
La trasmissione delle strutture infettanti attraverso l’aria è stata valutata
in alcuni studi, attraverso vari sistemi
di captazione delle stesse; sono state
così rinvenute, nell’aria, spore appartenenti ad alcune specie dermatofitiche. Il ruolo nella diffusione delle
dermatofitosi per mezzo del veicolo
atmosferico è però tuttora da verificare, anche se teoricamente possibile.
1
Strato corneo
Strato superficiale dell’epidermide. L’epidermide è costituita da diversi strati e lo
strato coreo rappresenta “la cute”. Lo strato
corneo è composto da due parti: una porzione profonda costituita da cellule dette
corneociti e una porzione superficiale dove
le cellule tendono a separarsi per desquamazione e sono dette “squame cornee”.
ANDREA Pacini
cattività
In generale si utilizza il termine
tinea per identificare un’infezione
da dermatofita seguito dal nome
del sito coinvolto (tinea capitis per
indicare l’infezione del capillizio,
tinea manuum per indicare l’infezione della mano ecc).
Le tinee o dermatofitosi sono infezioni estremamente frequenti e
tra queste infezioni la tinea pedis.
Quando la dermatofitosi è causata da un dermatofita antropofilico
(es: tinea pedis causata da tinea rubrum) la lesione cutanea tende ad
essere cronica, persistente e recalcitrante alla terapia.
Sebbene non vi siano resistenze
particolari agli antimicotici la ricorrenza arriva fino al 70% dei
casi. Questa può essere causata
sia dal fallimento nello sradicare
l’infezione originale sia da rein-
S.
o.
fezione. Si ritiene tuttavia che il
maggior fattore di ricorrenza sia
la persistenza di spore all’interno
delle strutture cutanee. Un’altra
causa di ricorrenza è l’interruzione precoce del trattamento quando le manifestazioni cutanee sono
risolte. Le dermatofitosi possono
diventare particolarmente virulente nei soggetti immunodepressi.
I criteri diagnostici sono clinici e
di laboratorio.
Diversi sono i fattori che possono
favorire lo sviluppo dei dermatofiti
sulla cute:
• condizioni fisiologiche
• caratteristiche anatomiche.
I capelli sembra possano catturare
le artrospore veicolate dall’aria;
l’incavo dello strato corneo della lamina distale dell’unghia può
catturare i dermatofiti; gli spazi
interdigitali dei piedi e le pieghe
crurali nel maschio sono fisiologicamente occlusi e perciò favoriscono lo sviluppo dell’infezione;
probabilmente ciò è dovuto all’aumento di idratazione dell’epidermide occlusa ed all’emissione di
diossido di carbonio che potrebbe
favorire la crescita dei dermatofiti;
l’ipercheratosi fisiologica palmoplantare favorisce l’impianto dei
dermatofiti; l’età avanzata sembra
predisporre alle dermatofitosi; il
gruppo sanguigno A sembra predisporre alla cronicizzazione delle
dermatofitosi.
È noto che, condizioni climatiche
particolari, ove l’alto tasso di umidità relativa dell’aria è associata a
temperature medie elevate (clima
caldo umido), si associano a prevalenze elevate di dermatofitosi.
• Tinea pedis o piede d’atleta: si osserva di preferenza al quarto spazio
37
TINEA
TINEA
Lucia Di Pasqua
Stretti di mano
interdigitale dove si nota una macerazione della cute al fondo dello
spazio stesso oppure uno spacco ragadiforme. Altri spazi possono essere interessati. Spesso si accompagna
con eritema e vescicolazione al dorso
dell’avampiede o in sede plantare.
• Tinea corporis: si presenta come
un anello infiammatorio desquamante con qualche vescicola al
tronco e agli arti. Nelle lesioni datate si possono osservare più cerchi
o semicerchi.
• Tinea cruris: anch’essa molto frequente e si associa spesso alla tinea
pedis. Si presenta come un eritema
desquamante che termina a margine netto coinvolgendo la piega
inguinale e la faccia interna delle
cosce.
• Tinea unguium: più frequente alle lamine ungueali dei piedi,
spesso in associazione con la tinea
pedis, la lamina più colpita è quella
38
S.
o.
dell’alluce. L’unghia appare friabile, con perdita della trasparenza e
con assunzione di colorazioni varie
dal giallo al verde al blu.
• Tinea capitis: colpisce il capillizio
e si manifesta solo nell’età prepubere o nel grande anziano. Si manifesta con chiazze alopeciche per
rottura del capello allo sbocco follicolare. L’agente più comune. Altre
Tinee abbastanza comuni sono: tinea barbae, tinea manuum.
Diagnosi
La diagnosi può essere posta attraverso l’esame microscopico diretto che si effettua prelevando con
una lama da bisturi le squame dal
bordo della lesione, frammenti di
unghie o di capelli. Si ricercano le
ife settate caratteristiche dei dermatofiti.
Per l'esame colturale si prelevano
squame o frammenti di unghie o
di capelli e si seminano sul terreno
colturale. La crescita dei dermatofiti è lenta e occorrono 15-20 giorni per avere una risposta.
L’esame microscopico diretto identifica nella cute la presenza di ife
fungine, l’esame colturale identifica la specie
Cura
La maggior parte delle Tinee può
essere trattata con terapia topica
mentre la tinea capitis e la tinea unguium richiedono il più delle volte
la terapia topica e sistemica. In generale il trattamento deve protrarsi per tempi lunghi anche dopo la
regressione delle manifestazioni
cliniche.
La maggior parte delle dermatofitosi si manifesta in zone cutanee
umide, calde e poco ventilate, occorre pertanto consigliare l’asciugatura completa, indumenti e calzari areati.
Augusto Orestini
Chiusi fuori
Il trattamento si avvale di agenti
non specifici e di agenti fungini
veri e propri. Il più famoso tra gli
agenti non specifici è la Tintura di
Castellani o fucsina fenicata. Molto
usata in passato specie in ambiente
militare è oggi in disuso soprattutto per la colorazione rossa e i possibili effetti tossici.
Il trattamento con crema a base di
zolfo è invece ancora attuale. Lo
zolfo specie nella forma colloidale,
ha una decisa azione antifungina
formando, a contatto con la cute,
una sostanza particolamente tossica per i funghi. Lo zolfo ha il vantaggio, rispetto ai farmaci antimicotici, di legarsi allo strato corneo
e far perdurare la sua azione per
lungo tempo. In pratica si può utilizzare come trattamento tramite
una applicazione al giorno e come
mantenimento tramite una applicazione settimanale.
Per favorire il distacco e l’eliminazione delle squame parassitate,
S.
o.
allo zolfo si può associare l’acido
salicilico.
Gli agenti antifungini sono divisi
in topici e sistemici. Per le dermatofitosi i farmaci sistemici si utilizzano in particolari condizioni quali l’impossibilità di far penetrare
il farmaco per via topica oppure
in condizioni di infezione molto
estesa, in pazienti intolleranti alla
terapia topica, quando la terapia
topica ha fallito, in pazienti immunosoppressi.
39
La scabbia è una malattia conosciuta da tempi antichi, grazie a studi archeologici sull'Egitto si pensa che sia stata
scoperta oltre 2.500 anni fa; ne parla Aristotele (384 - 322 AC) in un passo nel quale cita il termine "acaro". In seguito il medico dell'antica Roma Celsus ne descrisse per primo le caratteristiche cliniche, e a lui si deve l'origine del
nome della malattia: scabbia. Molti furono gli scritti che ne descrivevano le manifestazioni, fra cui quello del medico arabo Abu el Hasan Ahmed el Tabari nel 970. L'eziologia è stata descritta per la prima volta da Giovanni Cosimo Bonomo e Cestoni nel 687, non in un documento ufficiale ma in una lettera. Per una pubblicazione medica al
riguardo si dovette aspettare sino al 1868. Pare che Giovanni Boccaccio sia morto per complicanze della scabbia.
Inferno canto XXIX
La gran rabbia del pizzicor,
che non ha più soccorso,
e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.
“O tu che con le dita ti dismaglie”
Cominciò l’ duca mio a l’un di loro
“e che fai d’esse tal volta tanaglie”
dinne s’alcun Latino è tra costoro
che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti
letteralmente a cotesto lavoro
Segni e sintomi
Prurito che insorge dopo 6-7 settimane dal contagio, lesioni cutanee pruriginose che interessano mani, ascelle, ombelico, zona
mammaria e zona genitale maschile. Segno clinico tipico è il cunicolo, che appare come una sottile rilevatezza lineare della cute.
SCABBIA
SCABBIA
Curiosità
Dante Alighieri
Trasmissione
Può avvenire tramite contatti diretti e contatti indiretti (uso promiscuo d’indumenti e asciugami).
Diagnosi
Esaminare le zone tipiche di presenza dei cunicoli e delle lesioni. Diagnosi certa: mediante estrazione
del parassita dalla lesione cutanea.
Prevenzione
La contagiosità della scabbia richiede l’allontanamento dei malati e il trattamento precauzionale dei
soggetti che sono venuti a contatto con il soggetto infetto. Rispettare le norme igieniche personali e
dell’ambiente dove è importante fare una disinfezione. Lavare indumenti a 60°.
La scabbia è una malattia infettiva altamente contagiosa, causata
dall’acaro Sarcoptes scabiei.
Il parassita ha una forma ovoidale
e sulla superficie ventrale possiede
4 paia di zampette, mentre sulla superficie dorsale due antenne dirette verso l’indietro. Appartenente
all’ordine degli Artropodi 1 è in grado di vivere e di riprodursi solo su
ospiti a sangue caldo (uomini e animali). L’acaro riesce a invadere gli
strati più superficiali dell’epidermide, formando gallerie (cunicoli) che
si estendono a volte fino allo strato
granuloso.
Gli acari della scabbia sono diffusi in
tutto il mondo. Questa patologia non
è limitata alle classi povere, secondo
una comune ma errata credenza, ma
può verificarsi in individui di qualsiasi
classe sociale, con qualsiasi tipo di occupazione e di tutte le età. È più frequente nei giovani adulti al di sotto
40
dei 30 anni e nei bambini, nei dormitori, nelle scuole e non da ultimo nelle carceri, perché in queste comunità
le persone sono a stretto contatto gli
uni con gli altri, dato che la trasmissione della scabbia avviene per contatto interumano diretto.
Il soggetto infestato in genere ospita
circa 10 femmine adulte e numerosi maschi e ninfe. Le femmine sono
molto mobili e sono capaci di penetrare per una profondità di circa 2,5
cm nell'epidermide in 20 minuti.
Il ciclo vitale inizia quando questi
perfidi animaletti vengono trasmessi a un ospite per contatto fisico. Le
femmine si accoppiano sulla superficie della cute e scavano subito dopo
nella cute cominciando la deposizione delle uova circa due giorni dopo.
Ogni femmina ne depone da due a
quattro al giorno nella galleria scavata nella pelle. Le uova sono soli-
tamente mescolate agli escrementi
dell'artropode. Dopo 4-6 giorni dalle uova fuoriescono le ninfe (larve
dell'acaro) che migrano sulla superficie cutanea, dove mutano e di nuovo penetrano nella pelle. Nelle gallerie le larve mutano altre due volte
prima di raggiungere la maturità. A
questo punto ritornano sulla superficie per accoppiarsi e ricominciare
il ciclo. Il ciclo vitale in buona sostanza dura 14-17 giorni.
Gli acari sono presenti in misura più
abbondante sulle mani e sui polsi
dove si nutrono dei tessuti cutanei.
Sintomi e Diagnosi
Il paziente con la scabbia (la rogna)
lamenta principalmente un intenso prurito notturno, che in realtà è
di origine allergica per una reazione di sensibilizzazione dell’ospite e
compare soltanto diverse settimane
dopo l’infestazione.
Enrico Blasi
Ubar Takua
Non c’è relazione tra sede delle lesioni e distribuzione degli acari. Le papule eritematose che costituiscono le
tipiche lesioni osservabili sul tronco
e sull’addome, si riscontrano anche
in corrispondenza delle ascelle, della
vita, dei polsi, dell’inguine, delle natiche, delle ginocchia e delle piante dei
piedi; sono comuni anche lesioni del
pene, sullo scroto.
Poiché le papule persistono anche diverse settimane dopo la distruzione
degli acari, è opportuno avvisare il paziente in modo da evitare che egli prolunghi inutilmente la terapia.
Poiché l’aspetto delle papule della
scabbia non è peculiare, la diagnosi
eziologica dipende dal ritrovamento degli acari, delle loro uova o dei
prodotti fecali; la ricerca si esegue su
S.
o.
materiale prelevato per scarificazione
della cute in corrispondenza di papule di recente formazione, mediante
un bisturi sterile precedentemente
immerso in olio minerale. L’olio minerale scorre sopra la papula che poi
va energicamente scarnificata più volte
con la lama. Una volta distrutta la papula, si trasferisce il materiale cutaneo
con l’olio su un vetrino che viene esaminato al microscopio ottico.
re per tutta la notte prima di toglierlo
con il lavaggio. Il crotamitone si usa in
maniera simile, soltanto che va massaggiato energicamente perché penetri
nella pelle. È opportuno praticare una
seconda applicazione dopo 24 ore. Lo
zolfo è utilizzato in preparati a base di
petrolio e deve essere applicato per tre
notti consecutive.
1
Artropodi
Con questo termine si indicano animali invertebrati provvisti di uno scheletro esterno (esoscheletro) e di zampette articolate
(da cui deriva la terminologia artropode).
Sono in grado di vivere e di riprodursi solo
su ospiti a sangue caldo (uomini e animali).
Cura
Scabicidi di uso comune sono l'esaclorobenzene, il crotamitone, e lo zolfo.
Quello che attualmente è prescritto con
maggiore frequenza è l'esaclorobenzene. Si applicano circa 30 g del farmaco
su tutta la superficie corporea, esclusa
la testa, ed è consigliabile lasciarlo agi-
41
Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiero del carcere oiné
Io mi chiamo Cafiero Pasquale,
sto a Poggio Reale dal cinquantatré
E al centesimo catenaccio
alla sera mi sento uno straccio
Per fortuna che al braccio speciale
c’è un uomo geniale che parla con me...
...ma alla fine m’assetto papale,
mi sbottono e mi leggo ‘o giornale
Mi consiglio con don Raffaé
mi spiega che penso e bevimmo ‘o café
GRELO
Libero arbitrio
A che bello ‘o café,
pure in carcere ‘o sanno fa
Co’ a ricetta che a Ciccirinella,
compagno di cella, c’ha dato mammà...
S.
o.
EPATITE C
EPATITE C
Don Raffaè
Fabrizio De Andrè
Adrian Tranquilli
I’ll never get to you
L'epatite C è una malattia importante del fegato, causata dal virus
dell'epatite C, che determina danni al fegato fino alla cirrosi epatica
e in alcuni casi la morte.
Il virus dell'epatite C può essere
trasmesso sessualmente o per contatto con sangue o liquidi del corpo (sperma, infezioni vaginali e
latte materno) di individui infetti.
Esso può essere trasmesso attraverso:
• Scambio di siringhe e droghe
• Esposizione al sangue o altri liquidi corporei di una persona infetta
• Trasfusione di sangue o terapia
con emoderivati infetti
• Contatto sessuale (vaginale, anale o orale) con una persona infetta
• Uso di lamette da barba o aghi
per tatuaggi contaminati
• Gravidanza e/o parto (esposizione perinatale)
42
A differenza dell'epatite B, non esiste alcun vaccino protettivo contro
l'epatite C, e la prima infezione del
virus dell'epatite C non protegge
contro successive infezioni come è
nel caso dell'epatite B.
Sintomi e decorso
Per ridurre i rischi:
• Evitare di scambiare le siringhe
incaso di uso di droghe
• Evitare la foratura della pelle
(piercing) e i tatuaggi
• Seguire sempre le precauzioni
standard se si lavora in strutture
sanitarie
• Usare cautela quando si maneggiano oggetti che possono presentare sangue infetto dal virus
dell'epatite C su di essi (come lamette da barba, spazzolini da denti, forbicine per le unghie, assorbenti igienici)
• Sebbene il rischio di trasmissione del virus dell'epatite C sia basso, usare profilattici di lattice o di
poliuretano con tutti i partner sessuali casuali.
L'epatite C può causare:
• Affaticamento
• Nausea o vomito
• Febbre e brividi di freddo
• Urina color scuro
• Feci chiare
• Colorazione gialla degli occhi e
della pelle (ittero)
• Dolore nel fianco destro, che
può diffondersi nella schiena
Molte persone infettate con l'epatite
C non presentano sintomi o ne presentano solo lievi. Generalmente i
sintomi dell'epatite C non sono tanto gravi come quelli dell'epatite B.
Il 50-80% delle persone infette sono
incapaci di azzerare l'infezione e diventano portatori cronici. Dei portatori cronici, il 50-70% svilupperà
un'epatite attiva cronica e sarà a rischio maggiore di cirrosi, insufficienza epatica e cancro del fegato. Tutte
le persone con il virus dell'epatite C
sono potenzialmente contagiose.
Epatite e gravidanza
Non esiste alcuna prova concreta che le donne con l'infezione
dell'epatite C siano a rischio maggiore di avere complicazioni durante la gravidanza, ma le donne con
malattia del fegato avanzata sono
a rischio più alto di soffrire complicazioni durante tale periodo. Le
donne con l'infezione dell'epatite
C di solito hanno bambini sani. La
trasmissione dell'epatite C dalla
madre al bambino può accadere,
ma appare essere relativamente
rara, seguendo procedure come il
taglio cesareo.
Diagnosi e cura
L'epatite C può essere diagnosticata con diversi esami del sangue.
Questi esami determinano la presenza di anticorpi contro il virus
dell'epatite C, oppure quantificano esattamente le unità del virus
present nel plasma di un paziente.
La terapia a base di interferone è
efficace in circa il 20% dei pazienti
con il virus dell'epatite C.
A differenza del trattamento per
l’HIV, quello per l’epatite C non
dura tutta la vita. Esso consiste in 24
o 48 settimane di trattamento e la
durata del trattamento dipenderà
dal genotipo del virus dell’epatite
C responsabile dell’infezione. Un
esame effettuato dopo 12 settimane di trattamento può predire se il
soggetto risponderà al trattamento.
Attualmente la terapia per l’epati-
te C si basa sull’uso di interferone
peghilato e ribavirina.
Il trattamento con una combinazione di interferone peghilato e
ribavirina è oggi il trattamento
standard poiché fornisce i risultati
migliori ed è il livello di cura raccomandato dalle linee guida internazionali.
I sintomi dell'epatite possono essere curati.
Per esempio il limitare i grassi e il
bere molti liquidi può aiutare ad
alleviare i sintomi come nausea,
vomito, e diarrea.
Inoltre viene raccomandato che gli
individui con l'epatite C:
• si riposino molto
• bevano molti liquidi
• seguano una dieta con prevalenza di carboidrati e normolipidica
• evitino l'alcool
43
S.
o.
Per la profilassi è importante l’educazione sanitaria dei portatori cronici e dei loro conviventi così come
quella dei gruppi a rischio di trasmissione sessuale e con sangue infetto. Bisogna evitare i rapporti a rischio
e l’uso in comune di aghi, rasoi, spazzolini da denti, forbici, e altri strumenti pungenti e taglienti per l’igiene personale. Utilizzare aghi e siringhe monouso o adeguatamente sterilizzati. Per la profilassi specifica è
disponibile un vaccino altamente protettivo e privo di rischi. Il vaccino è obbligatorio dal 1991 per tutti i
nuovi nati. Inoltre il vaccino deve essere effettuato a soggetti considerati categorie a rischio tra cui rientrano
i detenuti degli istituti di prevenzione e di pena. Per l’epatite B così come per l’HIV esiste una profilassi post
esposizione nei casi considerati a rischio.
Nel caso in cui si debba intervenire in una situazione nella quale un detenuto ha compiuto gesti di
autolesionismo e sia presente sangue bisogna necessariamente ricorrere all’utilizzo di guanti, mascherine, e occhialini per evitare il rischio di manipolare sangue potenzialmente infetto. NON manipolare mai il sangue potenzialmente infetto senza opportuna cautela.
Danno epatico
Il virus dell’epatite B non causa un vero e proprio danno alla cellula epatica, perché questa è in grado di tollerare
l’infezione che viene causata da questo potente virus. Il vero danno alla cellula epatica è provocato dal sistema immunitario, che determina la morte della cellula con un processo denominato necrosi. Per questo motivo l’infezione
non determina sempre l’epatite, perché si può creare una situazione in cui il virus, pur replicandosi nelle cellule si
nasconde al sistema immunitario e non provoca danno alle cellule epatiche. Si crea cosi uno stato definito di “immunotolleranza”, in cui il sistema immunitario non “vede” il virus che ha infettato la cellula e non mette in atto i meccanismi di “distruzione cellulare”. Quando invece il virus scopre le sue armi sulla superficie cellulare epatica, il sistema
immunitario riconosce il virus e mette in atto una risposta che determinerà il danno epatico (citotossicità). Se il sistema
immunitario non riesce a eliminare completamente il virus, l’epatite evolve nella forma definita “epatite cronica”.
L’epatite B è una malattia del fegato, causata dal virus dell'epatite B,
che attacca direttamente il fegato
e può portare a una sintomatologia
molto intensa, danni importanti al
fegato, e in alcuni casi alla morte.
La malattia è estremamente contagiosa (fino a 100 volte in più rispetto ad HIV) e può essere trasmessa
sessualmente o per contatto con
sangue o liquidi del corpo infetti.
Sebbene il virus dell'epatite B possa infettare le persone di tutte le
età, i giovani adulti e gli adolescenti sono quelli a rischio maggiore.
Sebbene non esista alcuna cura per
l'epatite B, esiste un vaccino sicuro ed efficace che può prevenire la
malattia.
Il virus dell'epatite B è altamente
contagioso e si diffonde attraverso
contatto con il sangue e con altri
liquidi del corpo (inclusi lo sper-
44
EPATITE B
EPATITE B
Profilassi e vaccino
ma, secrezioni vaginali, saliva e latte materno) di individui infetti.
Esso può essere trasmesso attraverso:
• il contatto sessuale (vaginale,
anale o orale) con una persona infetta
• emotrasfusioni o emoderivati
• scambio di siringhe, droghe e gli
arnesi della droga
• impiego di oggetti taglienti
(spazzolini, forbici, pettini, rasoi,
spazzole da bagno contaminate da
sangue infetto)
• esposizione occupazionale al
sangue o altri liquidi corporei di
una persona infetta
• gravidanza e/o parto (esposizione perinatale)
Il virus resiste in ambienti esterni
fino a 7 giorni, per cui il contagio
è possibile anche per contatto con
oggetti contaminati. Sebbene sia
raro, la trasmissione in famiglia
(trasmissione senza una riconosciuta esposizione al sangue, sessuale o perinatale) dell'epatite B è
stata documentata soprattutto fra
i bambini che vivono con membri
familiari che sono portatori di epatite B. Viene ritenuto che il virus
sia trasmesso probabilmente per
esposizione non riconosciuta alle
membrane mucose o lievi tagli nella pelle.
Per l’epatite B esiste un vaccino
preventivo sicuro ed efficace. Questo vaccino, reso disponibile sin
dal 1982, fornisce protezione contro l'epatite B in 90-95% di soggetti
vaccinati. Essere vaccinati è la migliore maniera di ridurre il rischio
di contrarre l'epatite B.
Il periodo di incubazione varia fra
45 e 180 giorni, ma si attesta solitamente fra 60 e 90 giorni.
Francesco Romagnoli
Ferro-Vetro-Aria-Cielo
Sintomi e decorso
Molte persone con l'epatite B
sono asintomatiche o presentano solo lievi sintomi. Tuttavia,
alcune persone provano sintomi simili all'influenza o possono
sviluppare l'ittero (colorazione
gialla degli occhi e della pelle).
I sintomi dell'epatite B comprendono :
• affaticamento (astenia),
• nausea
• vomito,
• disturbi addominali,
• febbre,
• urina di colore scuro,
• feci chiare,
• ittero (colorazione gialla degli
occhi e della pelle),
• dolore nel fianco destro, che può
diffondersi nella schiena.
Un piccolo numero di individui
(5-10%) è incapace di azzerare
l'infezione e diventa portatore
cronico.
S.
o.
Dei portatori cronici, il 10-30% svilupperà malattia del fegato cronica
o cirrosi. Inoltre i portatori cronici
possono infettare gli altri durante
tutta la loro vita, e il loro rischio di
sviluppare cancro al fegato è 200
volte superiore.
Epatite e gravidanza
La donna incinta affetta da epatite
B può trasmettere il virus al bambino durante il parto.
La maggior parte dei bambini infetti che non vengono curati immediatamente diventeranno portatori
cronici e saranno a rischio più alto
di cirrosi del fegato, insufficienza
epatica e cancro del fegato. Pertanto tutte le donne in gravidanza
devono essere esaminate per il virus dell'epatite B. Se una donna incinta viene trovata positiva al virus,
una terapia per il bambino deve
iniziare immediatamente dopo il
parto.
La terapia per i neonati infatti include il vaccino dell'epatite
B come pure l'immunoglobulina
del virus dell'epatite B. Inoltre il
bambino riceverà le due punture
aggiuntive di vaccinazione durante le successive visite. Le donne
con malattia del fegato avanzata sono a più alto rischio di complicazioni durante la gravidanza.
Diagnosi e cura
Non esiste nessuna specifica terapia o cura per l'epatite acuta e nessun farmaco può alterare il corso
dell'infezione una volta che qualcuno si ammala.
Tuttavia per gli individui con epatite cronica, la terapia a base di interferone può aiutare. Alcune volte, nei casi più gravi, è necessario il
trapianto del fegato.
45
EPATITE A
EPATITE A
Sauro todaro
Wild cherry
S.
o.
enterite e guarire spontaneamente
senza venire a conoscenza delle sue
reali condizioni di salute.
L'epatite A è una malattia altamente contagiosa che interessa il
fegato. Ne è responsabile un piccolo virus ad RNA, chiamato dagli
anglosassoni HAV (virus dell'epatite A), che si trasmette attraverso
il consumo di alimenti e bevande
contaminate o tramite il contatto
diretto con persone infette.
Fortunatamente, la A non è così pericolosa come le altre forme di epatite,
ma, seppur raramente, può complicarsi nella temibile epatite fulminante specialmente in quei soggetti affetti da altre epatopatie. Per questo
motivo, è bene non sottovalutarla e
adottare tutte le norme necessarie
a prevenirla, prima fra tutte la vaccinazione delle persone a rischio.
Il virus dell'epatite A si replica nel
fegato e viene eliminato all'esterno
tramite le feci.
46
In presenza di un'infezione lieve, la
malattia si risolve spontaneamente
anche in assenza di trattamento
medico. A differenza dell'epatite B
e C, l'infiammazione epatica sostenuta dall'HAV ha un decorso acuto,
non cronicizza, non facilita l'insorgenza di cirrosi e cancro del fegato
nel lungo periodo e non lascia la
condizione di portatore cronico.
Il virus dell'epatite A, comune in
condizioni igieniche carenti, ha un
periodo d’incubazione che va dai 6
ai 50 giorni (in genere 30), al termine del quale il paziente può accusare febbre e malessere. Alcune
persone, comunque, non presentano alcun segno o sintomo.
Sintomi
Insorgono spesso improvvisamente, tanto che il malato può confonderli con quelli tipici di una gastro-
I sintomi più comuni sono la stanchezza, nausea, vomito e diarrea,
dolori muscolari e addominali, localizzati soprattutto nell'area epatica (lato destro del corpo al di sotto delle ultime coste), perdita di
appetito, colorazione scura delle
urine, febbre leggera e prurito.
Dopo circa una settimana la pelle
e la parte bianca degli occhi possono assumere un colorito giallastro
(ittero), che talvolta persiste sino a
tre settimane.
Le complicazioni gravi dell'epatite
A sono estremamente rare, tanto
che la maggior parte delle persone
colpite va in contro ad una spontanea remissione dei sintomi entro
uno o due mesi; più raramente, la
malattia può causare recidive che
ne prolungano i tempi di guarigione oltre i sei mesi.
Trasmissione
Il virus dell'epatite A si trasmette
generalmente per via oro-fecale,
vale a dire attraverso il consumo
di acqua ed alimenti contaminati
da feci infette. È quindi sufficiente che una persona portatrice del
virus manipoli del cibo, senza essersi accuratamente lavata le mani
dopo un soggiorno alla toilette,
per trasformarlo in un pericoloso
veicolo di infezione.
Il virus dell'epatite A è abbastanza
resistente alle alte temperature,
ma muore dopo una bollitura di
5-10 minuti. Per questo motivo il
rischio di infezione è elevato in
presenza di condizioni igieniche
carenti ed in assenza di un'adeguata cottura degli alimenti.
Abbastanza diffusa risulta la trasmissione dell'epatite A tramite
rapporti sessuali di natura proctogenitale o ano-linguale.
L'infettività è massima nel periodo
compreso tra le due settimane che
precedono l'esordio della malat-
MAGHI SPANI
Evasione
tia e i 7 giorni che lo seguono. In
questo periodo, il virus si concentra nelle feci, ma si riscontra, in
minime quantità, anche nel sangue e nella saliva. Di conseguenza,
l'epatite A è contagiosa già nella
fase di incubazione, ancor prima
che compaiano i sintomi ad essa
riconducibili.
L'epatite A è quindi più diffusa
tra:
• persone che hanno rapporti sessuali non protetti di natura anale
ed ano-linguale
• persone che si sono iniettate
droghe o hanno condiviso la siringa assieme ad altri
• persone che utilizzano droghe
non iniettabili (il rischio è minore
rispetto al punto precedente, ma
bisogna considerare che la tossicodipendenza si accompagna spesso
a scarse norme igieniche persona-
S.
o.
li e che le droghe possono essere
occultate nel tratto intestinale o
contaminate in altro modo)
• persone che contraggono rapporti stretti con individui infetti.
Diagnosi
L'infezione da epatite A può essere facilmente diagnosticata da un
semplice esame del sangue, anche
in assenza di sintomi. I valori della bilirubina e delle transaminasi
salgono in caso di danno epatico, a maggior ragione se indotto
dall'HVA.
Per porre una diagnosi certa bisogna trovare gli anticorpi specifici
contro l'epatite A. Dal momento
che questi appaiono nel sangue
solamente dopo settimane o addirittura mesi dal contagio, eseguire
il monitoraggio delle immunoglobuline anti HAV in epoca precoce
comporta un alto numero di falsi
47
Per la profilassi è importante l’educazione sanitaria dei portatori cronici e dei loro conviventi, così come quella dei
gruppi a rischio di trasmissione sessuale e con sangue infetto. Bisogna evitare i rapporti a rischio e l’uso in comune
di aghi, rasoi, spazzolini da denti, forbici, e altri strumenti pungenti e taglienti per l’igiene personale. Utilizzare
aghi e siringhe monouso o adeguatamente sterilizzati. Per la profilassi specifica è disponibile un vaccino altamente protettivo e privo di rischi. Il vaccino è obbligatorio dal 1991 per tutti i nuovi nati. Inoltre il vaccino deve
essere effettuato a soggetti considerati categorie a rischio tra cui rientrano i detenuti degli istituti di prevenzione
e di pena. Per l’epatite B così come per l’HIV esiste una profilassi post esposizione nei casi considerati a rischio.
Complicanze
In linea di massima, la gravità della malattia è direttamente proporzionale all’età del soggetto infetto.
Fortunatamente, l’infezione è generalmente autolimitante, nel senso che il fegato guarisce completamente, di solito nel giro di uno o due mesi, senza subire danni permanenti. Gli anziani e le persone
che soffrono di malattie debilitanti, come anemia, diabete o problemi cardiaci, sono più esposti a ricadute e richiedono un tempo superiore per guarire. La complicanza più grave dell’epatite A, anche
se estremamente rara, è l’epatite fulminante.
Si tratta di una condizione molto grave, che causa insufficienza epatica e può mettere a serio rischio
la sopravvivenza stessa del paziente. Il rischio è maggiore per le persone con un fegato già sofferente
a causa di determinate patologie (altre forme di epatite) o dell’abuso di alcol o di determinati farmaci. Come accennato, non sembra che questo virus abbia un ruolo nell’induzione dell’epatite cronica
attiva o della cirrosi.
negativi (persone che, pur essendo ammalate, appaiano sane alla
luce dei risultati forniti dal test).
Per questo motivo, la diagnosi si
basa soprattutto sulla ricerca di
anticorpi IgM anti-HAV, che compaiono precocemente e scompaiono con altrettanta rapidità dopo
pochi mesi.
Gli anticorpi IgG anti-HAV, invece, compaiono durante la fase di
convalescenza e permangono per
tutta la vita.
Di conseguenza, gli anticorpi IgM
rappresentano un marker di infezione acuta, mentre gli IgG testimoniano una pregressa esposizione al virus dell'epatite A e
l'immunità nei suoi confronti.
Cura
Per l'epatite A la miglior cura è la
prevenzione.
Non è infatti disponibile una cura
specifica contro l'HAV, se non la
precoce somministrazione di gam-
48
EPATITE A
EPATITE A
Profilassi e vaccino
maglobuline standard (anticorpi)
entro 7-14 giorni dal contagio.
Di conseguenza, se i sintomi sono
già comparsi, questa strada non
è più percorribile e ci si limita a
monitorare la progressione della malattia, che, nella stragrande
maggioranza dei casi, regredisce
spontaneamente.
Per non stressare ulteriormente
un fegato già provato dall'infezione, il paziente viene spesso invitato a seguire alcune semplici
norme dietetiche. Innanzitutto,
l'ammontare calorico quotidiano
viene suddiviso in tanti piccoli
spuntini.
Contemporaneamente, andrà ridotto il consumo di alimenti troppo grassi, specie se fritti o bruciacchiati, a favore di pietanze
facilmente digeribili, come brodo, zuppe, yogurt, frutta e verdure. Imperativo è l'allontanamento
dell'alcol, almeno sino alla completa remissione dei sintomi.
In presenza di epatite A è importante comunicare al medico tutti i
medicinali che si stanno assumendo, compresi i prodotti da banco
per il mal di testa o i dolori mestruali. Alcuni di questi, infatti,
possono produrre metaboliti tossici per il fegato.
Se la malattia si complica in epatite fulminante è richiesto il ricovero medico, necessario per fronteggiare tempestivamente eventuali
emergenze e fornire al paziente
trattamenti dietetici e farmacologici particolari.
La profilassi dell'epatite A si basa,
oltre che sul rispetto di determinate norme igieniche e comportamentali, sulla vaccinazione e
sull'immunizzazione passiva tramite gammaglobuline standard
(anticorpi). Quest'ultimo trattamento è efficace nel produrre
una immunità a breve termine
(circa tre mesi), mentre il vaccino
antiepatite-A offre una protezione
duratura (10-20 anni o più).
Il vaccino necessita di un richiamo
a distanza di 6 e 12 mesi.
La vaccinazione è indicata per tossicodipendenti, omosessuali attivi,
pazienti affetti da epatiti croniche
virali e soggetti portatori di malattie croniche del fegato o che richiedono trasfusioni (emofilia). Il
vaccino richiede circa tre-quattro
settimane per fornire la protezione desiderata, mentre le immunoglobuline sono attive sin da subito,
con una copertura dell'85% (contro il 97% della vaccinazione).
Mentre il vaccino protegge il soggetto dall'epatite A per almeno
un decennio, l'effetto delle immunoglobuline esogene si esaurisce
nell'arco di 3-6 mesi.
Al di là della preventiva vaccina-
FRANK martinangeli
In trappola
zione od immunizzazione passiva,
chiunque voglia evitare il contagio
deve rispettare alcune semplici regole, come il fatto di risciacquare
abbondantemente la verdura e la
frutta, e sbucciare quest'ultima
prima del consumo.
S.
o.
bicchieri e asciugamani dovrebbero essere ad utilizzo strettamente
personale.
Molto importante, inoltre, il fatto
di mangiare carne e pesce, in particolare i frutti di mare, soltanto
dopo una lunga cottura. La prevenzione individuale dell’epatite
A si completa con le comuni norme di igiene personale, come l’accurato e frequente lavaggio delle
mani, in particolar modo dopo essere stati alla toilette e prima di
manipolare gli alimenti.
Oggetti come spazzolini, posate,
49
shut-out
Progetto
Guido Fabrizi
Amnesty
S.
o.
A via de la Lungara
ce sta ‘n gradino chi
nun salisce quelo nun è
romano, nun è romano
e né trasteverino
A utore A nonimo
Angelo accardi
Regina coeli
S.
o.
17
Alcuni dati statistici rappresentano in modo inequivocabile la complessità del mondo carcerario:
i detenuti all’interno degli istituti penitensziari sono 67.615, di cui 24.865 sono stranieri, a fronte
di una capienza regolamentare di 45.284 unità. Sono in attesa di giudizio 28.478. Nella Regione
Lazio i detenuti presenti nelle carceri sono 6.462, di cui stranieri 2.561, a fronte di una capienza
regolamentare di 4.661, in attesa di giudizio 3.000.
I detenuti in attesa di giudizio, al 28/02/2011, sono circa il 52% del totale e tra coloro che stanno
scontando una pena definitiva il 32% ha un residuo di pena inferiore ad un anno e il 65% ha un
residuo di pena inferiore ai tre anni.
Nel Lazio su 3.445 detenuti per una condanna definitiva 1.681 devono scontare una pena fino a 3
anni. Il 38% circa dei detenuti totali è imputato o condannato per la violazione del DPR 309/1990
relativa alla disciplina sugli stupefacenti. I tossicodipendenti in carcere sono 28.200 corrispondenti
al 27% del totale.
Il 52% dei detenuti è in attesa di giudizio, il 50% dei detenuti stranieri è imputato o detenuto per
violazione della legislazione in materia di stupefacenti.
sabrina palmerone
Click! Click!
Il costo medio di un detenuto è di circa 155€ al giorno di cui circa 3€ per i tre pasti giornalieri e circa
5€ per la salute.
Il 36% dei detenuti soffre di una forma di disagio psichico; il 50% dei detenuti è soggetto, sia pur
occasionalmente, a trattamento con psicofarmaci; il 5% dei detenuti soffre di ipertensione; il 2% dei
detenuti soffre di diabete; 1% è affetto da patologie gastrointestinali; il 2,7% è affetto da HIV; il
40% de detenuti è affetto da epatite C; il 6 – 7% è affetto da epatite B; le persone risultate positive
alla tubercolina sono il 12-16%.
Il Lazio, detiene il record dei detenuti con HIV: sono il 3,33%, quasi il doppio rispetto alla media
italiana dell’ 1,98%. Circa 200 dei 2500 sieropositivi che vivono nelle carceri italiane si trovano negli
istituti penitenziari del Lazio, dilaga l’epatite, con oltre 2.000 detenuti affetti da epatite virale cronica B
e C poco meno del 40 per cento dei detenuti è affetto da epatite virale cronica B e C, sopratutto tra i
tossicodipendenti (71% dei casi) che rappresentano il 26,8% del totale, sono in forte aumento i casi di TBC.
I detenuti con patologie che necessitano di intervento medico sono il 62%, di questi il 27% soffre di
problemi psicologico – psichiatrici (un detenuto su due è stato trattato con psicofarmaci) il 17,4%
di malattie virali croniche, il 10,1% di patologie osteoarticolari, il 9,7% di problemi cardiovascolari,
il 6,8% di problemi legati al metabolismo, il 6,7% di malattie dermatologiche (la psoriasi: colpisce il
5% dei detenuti contro il dato della popolazione italiana che è del 3%).
Gli agenti di polizia penitenziaria sono 37.000 su un organico di 42.000 che ogni giorno devono
vigilare in 230 istituti penitenziari. Nel Lazio sono circa 4.200 ma l’organico effettivamente presente
negli istituti carcerari è di 3.300 unità.
Negli ultimi dieci anni sono 70 gli agenti di polizia penitenziaria deceduti per suicidio.
Nel Lazio sono presenti 14 istituti di pena e un carcere minorile.
18
shut-out
Oggi, più che mai, le situazioni sono permeabili tra di loro e il penitenziario con tutti coloro che
lo abitano, operatori sanitari, assistenti sociali, poliziotti penitenziari, detenuti, interagisce con il
mondo esterno che deve farsi carico delle emergenze derivanti da una situazione complessa come
questa rendendoci tutti partecipi di questa realtà.
Progetto
shut-out
Progetto
L’ambiente penitenziario
Il Centro studi Cappella Orsini
sviluppa progetti di informazione
scientifica che si avvalgono dell’arte contemporanea come “attrattore” che faciliti il “racconto”, spesso
impervio. L’obiettivo è informare
il cittadino favorendo quel processo di consapevolezza che migliora
la qualità della vita dell’intera comunità.
La centralità della persona come
valore condiviso e la valorizzazione
dei rapporti umani costituiscono
una grande occasione per guardare e vivere con una nuova prospettiva molte realtà che ci circondano
e che spesso non ci coinvolgono
direttamente, situazioni non percepite, quindi facili da ignorare.
Questa visione, che parte dall’ idea
di una società fondata sulla cooperazione tra persone, cerca di recuperare quei valori di reciprocità
che il mondo contemporaneo ha
in gran parte dimenticato portandoci ad ignorare e rimuovere tutte
quelle realtà che non ci coinvolgo-
no in prima persona. Spesso non
ci rendiamo conto che il sistema
in cui viviamo costituisce una rete
fittissima in cui tutti interagiamo e
ci influenziamo reciprocamente e
l’oblio del principio di reciprocità
rappresenterebbe una perdita gravissima per la società futura, una
vera perdita di quel filo di continuità che ci ricongiunga ad una storia di solidarietà come fondamento
della convivenza civile.
Il progetto
Da qui nasce il progetto “Shout Out
Chiusi Fuori” all’indomani del convegno svolto a Roma l’11 febbraio
2010 presso la Casa circondariale di
Regina Coeli dal tema: “La riforma
sanitaria in ambiente Penitenziario
a 18 mesi dall’entrata in vigore” in
collaborazione con il Garante dei
Detenuti del Lazio, promosso dalla
Regione Lazio e con il Patrocinio
del Ministero della Giustizia, del
Ministero della Salute, dell’Ordine
degli Avvocati di Roma, della So-
S.
o.
cietà Italiana di Malattie Infettive,
della Federazione Nazionale degli
Operatori dei SERT.
Obiettivo del progetto è cercare
di abbattere quel muro di disinteresse che divide la vita all’interno
del penitenziario da quella al di
fuori di esso. Questa pubblicazione
nasce dal desiderio di migliorare la
qualità della vita all’interno del penitenziario senza entrare nel merito delle evidenti problematiche
del sovraffollamento o della generale inadeguatezza delle strutture,
istanze che vengono affrontate in
altri contesti.
Le patologie infettive costituiscono una delle problematiche presenti all’interno delle carceri e
questa pubblicazione vuole essere
uno strumento informativo per la
presa di coscienza di questo fenomeno. Un’informazione sistematica e mirata rivolta alla polizia
penitenziaria può agevolare i rap-
19
Alfelf
Inter
shut-out
S.
o.
jack frankfurter
Prison
porti e la qualità della vita all’interno del penitenziario.
L’attività di prevenzione
del Centro Studi Cappella
Orsini
Le malattie infettive, in un ambiente “chiuso” ad alta densità
abitativa in cui il disagio psicologico è diffuso, vanno ad aggravare
ulteriormente lo stato di tensione
generale. Una buona conoscenza di questo tipo di patologie da
parte della polizia penitenziaria
costituisce un elemento rilevante
per intraprendere un percorso di
rilassamento nelle relazioni interpersonali in carcere.
Il Centro Studi Cappella Orsini si occupa da oltre 10 anni delle malattie
contagiose interessandosi all’approccio psicologico rispetto ad esse e a
come un’azione meramente comunicativa possa indurre comportamenti
virtuosi e consapevoli rispetto a questo tipo di patologie.
20
S.
o.
Cappella Orsini divisa in 2 sezioni:
2) Un percorso didattico che permetteva di conoscere il virus dal
punto di vista scientifico;
Il progetto
Hiv info-pass
Come esempio di intervento realizzato dal Centro Studi Cappella
Orsini si ricorda il progetto “HIV
info PASS” costituito da:
1) Totem realizzato accanto a piazza
Campo dei Fiori che rappresentava
il virus dell’HIV, opera monumentale che costringeva il cittadino a
rapportarsi in modo consapevole
rispetto al contagio e alla pratica
del sesso sicuro. Il totem fungeva
inoltre da cartello indicatore per la
visita della mostra nel Centro studi
Progetto
Progetto
shut-out
Valerio musocco
Stanco di attendere
S.
o.
L’insieme delle 3 iniziative ha avuto la funzione di rendere partecipe il pubblico di una realtà importante ma non evidente ossia quella
di una patologia che può colpire
qualsiasi persona che non usi le
dovute precauzioni. La conoscenza dell’HIV in termini scientifici
e della sua evoluzione all’interno
dell’organismo ci rende più attenti
e meno timorosi allo stesso tempo,
e rimuove il tabù mantenendo alta
la soglia di attenzione.
3) Una mostra commemorativa intitolata: “Una generazione perduta” dedicata ad alcuni artisti morti
di Aids negli anni 80.
Totem che rappresenta il virus dell’HIV
a Piazza del Biscione, Roma
Immagini della mostra didattica sul virus
HIV al Centro Studi Cappella Orsini
Alcune immagini della mostra “Una generazione perduta”
al Centro Studi Cappella Orsini
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Tale adesione si rende ancora più necessaria alla luce dei numerosissimi casi di autolesionismo tra
la popolazione carceraria (circa 4.517 casi dal 1 gennaio al 11 ottobre 2010 secondo i dati del DAP).
In tale quadro il manuale vuole essere uno strumento messo a disposizione degli agenti di polizia
penitenziaria.
xxxxx
22
L’introduzione del Sistema sanitario nazionale all’interno del mondo penitenziario, al di là delle
questioni di ordine pratico, ha rappresentato un momento importante nel riconoscimento dei diritti
dei cittadini detenuti.
L’idea di penitenziario come mondo a sé viene infatti scardinata da questo nuovo ordinamento che
immette nelle carceri il personale sanitario delle ASL, garantendo al detenuto un trattamento sanitario
paritetico rispetto al cittadino comune.
Certo, questa situazione può determinare anche nuove dinamiche relazionali all’interno della vita
penitenziaria, ed è su questa idea che abbiamo sviluppato il progetto del libro: “Garantire la speranza
è il nostro compito. La tutela della salute del detenuto: il ruolo della polizia penitenziaria”, e abbiamo
concentrato il nostro interesse sul rapporto tra polizia penitenziaria e detenuti.
Questo libro-manuale cerca di illustrare dette patologie in modo discorsivo e schematico allo stesso
tempo, corredando i testi di una serie di finestre di approfondimento e illustrazioni che ne rendono
agile l’utilizzo.
L’iniziativa di questa pubblicazione nasce all’interno di una visione della vita basata sull’importanza
del dialogo, dell’empatia e dei rapporti interpersonali.
Con questo manuale si rende legittima la conoscenza da parte del poliziotto penitenziario della
condizione sanitaria del detenuto, riaffermando il principio etico che l’amore per la vita è un valore
condiviso e riconosciuto non solo come fatto umano ma come istanza sociale.
Il progetto Spogliatoi
Alcune scene dello spettacolo
“Spogliatoi”al Teatro Eliseo, Roma
Il senso di questa pubblicazione
shut-out
Tali protocolli prevedono, nel rispetto del principio della privacy della popolazione detenuta in
merito all’esistenza di specifiche patologie, di adottare tutte quelle misure che riducano al minimo
ogni possibile rischio infettivo attraverso il contatto con ogni tipo di liquido biologico potenzialmente
portatore di agenti infettivi (il sangue e/o altre lesioni epidermiche) durante lo svolgimento delle
doverose azioni di controllo e vigilanza.
“Garantire la speranza è il nostro compito: la tutela della
salute del detenuto, il r uolo della polizia penitenziaria”
Progetto
Al fine di promuovere la tutela della salute degli stessi agenti di polizia penitenziaria, è necessario
sottolineare quanto sia importante promuovere l’adesione ai protocolli di igiene e profilassi nell’ambito
delle comunità “chiuse” quali il carcere.
Progetto
shut-out
Percezione del rischio
Locandina dello spettacolo “Spogliatoi”
L’erede del progetto “Hiv-info-pass”
è stato lo spettacolo “Spogliatoi”.
Uno spettacolo ambientato nello spogliatoio di un centro sportivo in cui
ragazzi e ragazze si interrogano su
quelle tematiche legate all’intimità
e alla sessualità che possono emergere facilmente in contesti del genere.
Lo spettacolo, facendo leva sull’etica
sportiva “mens sana in corpore sano”
induceva i giovani a riflettere sulla
necessità di assumere comportamenti responsabili al fine di garantire a
se tessi e agli altri una buona salute
indirizzandoli in particolar modo
alla buona pratica di effettuare il test
per l’HIV. Il dialogo tra i personaggi illustrava in modo accattivante
quali sono gli atteggiamenti corretti rispetto alle situazioni a rischio
di fronte alle quali chiunque si può
trovare. Lo spettacolo è stato messo
in scena in occasione della Giornata mondiale per la lotta all’Aids, il
primo dicembre 2008, presentato da
Fabrizio Frizzi.
Storia del progetto
“Shut out, chiusi fuori”
Per quanto riguarda questo progetto il nostro primo contatto con
il mondo penitenziario è stato il
convegno “La riforma sanitaria in
ambiente penitenziario” che ci ha
permesso di prendere coscienza
delle dinamiche relazionali che si
sviluppano all’interno del complesso mondo carcerario. Ci siamo resi
conto che una tensione inevitabile
pervade il penitenziario e domina
come un rumore di fondo su ogni
cosa. Per superarla abbiamo pensato che il recupero di quei valori
che fanno riferimento ai rapporti
umani e alla dignità della persona
costituisca un percorso possibile.
Il ruolo dell’arte
contemporanea in questa
pubblicazione
Al fine di confermare questa visione il cui presupposto è la comunione di intenti all’interno del “patto
sociale” abbiamo coinvolto la co-
munità artistica nazionale attraverso la rappresentanza di oltre 60 artisti che hanno realizzato opere sul
tema della restrizione delle libertà
per dimostrare la loro solidarietà
con il mondo penitenziario.
Un artista chiamato a raccontare
una realtà che non conosce non
può che cercare di immaginarla.
Raccontare qualcosa che non si
è sperimentato in prima persona
può apparire un’ ambizione vana.
In realtà quando sono in più di 60
a cercare di raccontare la loro visione di questo mondo “altro” ne
emerge il desiderio di condividere
la realtà del carcere con chi passa
la vita al suo interno.
Cercare di immaginare come percepisca questo ambiente chi dedica la vita ad applicare l’ordinamento per mantenere una situazione
di controllo all’interno di esso
richiede un processo di immedesimazione creativa che forse tutti
dovremmo fare come gli oltre 60
artisti hanno fatto.
Per facilitare questo processo di
immedesimazione sarebbe utile
che ci venisse data la possibilità di
vivere il contatto diretto con l’ambiente carcerario in prima persona.
Questa esperienza, oltre a metterci
di fronte ad un’evidente situazione
di disagio strutturale, aggravato da
una contingenza ancora più esasperata, ci costringerebbe a capire
che se il detenuto è la vittima tutto
l’ambiente carcerario è coinvolto
in questo stato di malessere che
vede la polizia penitenziaria in
prima linea. La realtà carceraria
è così estrema da richiedere una
disciplina ferrea e una dedizione
difficili da mantenere senza che
ci sia un adeguato riconoscimento
dell’intera società verso chi svolge
questa funzione necessaria.
Questa iniziativa intende essere un
tributo a quanti svolgono quotidianamente questo lavoro condotto
nell’ombra in un quadro disciplinare rigidissimo. Il poliziotto penitenziario opera in una condizione
23
Anna coppi
Lotta: corpi contro il cielo
24
S.
o.
S.
o.
di solitudine in cui l’esperienza assume un ruolo fondamentale nella
capacità di orientarsi nella complessità dell’ambiente penitenziario.
Questa pubblicazione colleziona
quindi una serie di contributi diversi che vanno da interventi di operatori all’interno del penitenziario
all’analisi delle patologie contagiose che affliggono i detenuti, che poi
sono le stesse chi colpiscono l’umanità in genere. Inoltre un ricco corredo iconografico cerca di rendere
più scorrevole la lettura del testo
ed è costituito da: il catalogo delle opere d’arte appositamente realizzate; illustrazioni riguardanti le
patologie descritte; foto di scena di
film e sceneggiati di argomento carcerario, corredati di un testo che li
descrive.
È proprio questa ultima serie di immagini che fa capire come la polizia
penitenziaria meriterebbe un maggiore riconoscimento da parte della
comunità che ha saputo idealizzare
il detenuto eroe, ma poco si è oc-
Corrado bonicatti
Porto azzurro, pensieri di evasione
cupata di valorizzare il lavoro degli
agenti di custodia, senza i quali sarebbe impossibile gestire la sicurezza nazionale.
Vengono inoltre presentati interventi che affrontano tematiche collaterali non specificatamente inerenti alle malattie contagiose ma
rilevanti per la consapevolezza del
poliziotto nella gestione del rapporto con il detenuto.
Prospettive future
Dopo la pubblicazione di questo
libro che verrà distribuito a tutti i
poliziotti penitenziari della Regione Lazio immaginiamo possibili
percorsi che seguano gli stessi criteri che lo hanno ispirato: “aprire” il
carcere al mondo esterno, renderlo
sistematicamente visitabile, trasformarlo in un luogo “partecipato”
dalla comunità, rimuovendo quel
tabù che confina questo mondo a
una dimensione altra, come se non
fosse parte della vita della società
intera. Questo per quanto riguarda
la necessità di rendere partecipe la
società civile di quello che avviene
in un mondo apparentemente chiuso e che, paradossalmente, proprio
attraverso le malattie infettive si dimostra essere un luogo in comunicazione permanente con il mondo
esterno.
Per ciò che attiene le dinamiche
interne al mondo penitenziario
pensiamo che la condivisione delle esperienze di lavoro ma anche
di emozioni indotte dalla funzione
professionale potrebbe confortare
e arricchire molto la polizia penitenziaria: il veterano ricco di esperienza che si racconta alle “nuove
leve” può essere molto più efficace
di un corso di aggiornamento tenuto da specialisti che il contatto
quotidiano con il detenuto non lo
potranno mai aver vissuto come gli
agenti della vecchia guardia. Inoltre la massa di soggetti provenienti
da culture diverse e poco familiari
per un italiano(rumeni, senegalesi etc…) ci constringe a conosce-
Progetto
shut-out
shut-out
Progetto
Marco diStefano
Shut-out
S.
o.
re quei mondi e cercare di capire
come queste persone si relazionino
e vivano, altrimenti non possono
che sorgere equivoci e dispersioni
di energie. A tal fine lo scambio con
persone esterne all’ambiente penitenziario ,ma provenienti dalle culture e dai paesi maggiormente rappresentati in questo habitat potrebbe dare chiavi di lettura illuminanti
sia sulle reazioni che sui comportamenti che i soggetti provenienti da
altre realtà culturali hanno e che
differiscono dai nostri.
Immaginiamo un portale internet
in cui possano confluire queste riflessioni e questi contributi, un luogo virtuale interattivo che permetta
di divulgare le esperienze più significative e illuminanti che rendono
il lavoro del poliziotto penitenziario un lavoro molto duro ma ricco
di umanità.
25
Sto a ffà la caccia, casoche mmommone
Passassi pe dde cquela pasciocca,
Che vva strillanno c ottanta de bbocca:
So ccanniti le pera cotte bbone.
Chè la vorìa schiaffà ddrento a ‘n portone
E ppo’ ingrufalla indove tocca, tocca;
Sibbè che mm’ abbi ditto Delarocca,
C’ho la pulenta e mmò mme viè un tincone.
Lei l’attaccò ll’antr’anno a ccinqu’o ssei?
Dunque che cc’è dde male si cquest’anno
Se trova puro chi ll’attacca a llei?
Le cose de sto monno accusì vvanno.
Chi ccasca casca: si cce sei sce sei.
Alegria! Chi sse scortica su’ danno.
Giuseppe Gioacchino Belli
Francesco Montella
Direttore UOC Medicina V
(Indirizzo Immunologico)
dell’Azienda Ospedaliera San
giovanni Addolorata
Dal giorno in cui Giuseppe Gioacchino Belli scriveva i suoi sonetti,
dipingendo mirabilmente la vita
quotidiana e le abitudini dei suoi
concittadini, molta acqua è passata sotto i ponti del Tevere. Sono
trascorsi quasi due secoli, ma certe abitudini ed attitudini non sono
molto cambiate. La “pulenta” (blenorragia) il “tincone” (granuloma
inguinale) e le altre infezioni sessualmente trasmesse rappresentano ancora oggi uno dei maggiori
rischi per la salute di tutti noi e, soprattutto, dei più giovani fra noi.
Inoltre, negli ultimi anni del secolo scorso, tre cavalieri dell’apocalisse, spesso compagni di merenda,
hanno fatto la loro comparsa sulla scena mondiale. L’infezione da
26
Michele Tripisciano, Monumento in Piazza
Gioacchino Belli, Roma
HIV, l’Epatite virale (di tipo B o C)
e la Tubercolosi, hanno provocato,
insieme, più vittime degli ultimi
conflitti mondiali ed hanno dato
modo al Quarto Cavaliere di sorridere soddisfatto.
Una delle caratteristiche più singolari delle epidemie nell’ultimo
secolo è che, a considerarle attentamente, sembrano un gioco di
scatole cinesi. Rassomigliano ad
una matrioska. Ogni singola epidemia (AIDS, Epatite, Tubercolosi ecc.) è la matrioska madre che
nel suo corpo cavo contiene tante
bamboline. E le bamboline sono
le singole epidemie di cui si compone la pandemia madre. Esistono andamenti epidemiologici “figli” nei diversi “gruppi a rischio”
(omosessuali, tossicodipendenti,
politrasfusi, eterosessuali promiscui ecc.) ed aree geografiche diverse con diverse caratteristiche di
trasmissione delle infezioni. Anche
per questo lo studio dell’andamen-
to epidemiologico di tali malattie
dal punto di vista sovranazionale e
globale è molto difficile.
L’arma fondamentale per opporsi
a siffatte epidemie le quali spesso,
come l’araba fenice, rinascono dalle proprie ceneri in virtù della “collaborazione” di nuove emergenze
(vedi la nuova emergenza di tubercolosi di sifilide e di altre infezioni
opportunistiche che “accompagna”
l’epidemia di AIDS) rimane quella
dell’ informazione corretta delle
persone.
La pubblicazione di questo libro va
vista direttamente in tal senso.
L’ambiente carcerario è giustappunto una delle realtà “singolari”
in cui le diverse epidemie coesistono ed assumono un andamento
diverso rispetto a quanto accade
nell’ambiente esterno al carcere.
Il sovraffollamento, la concentrazione in spazi comuni di persone
che spesso condividono abitudini
“a rischio”, prime fra tutte la tossi-
codipendenza e la promiscuità sessuale, i possibili episodi di violenza
che talvolta accadono contribuiscono a strutturare un particolare
substrato epidemiologico, diverso
da quello consueto al quale sono
abituati i medici infettivologi e gli
operatori sanitari. Al contesto medico inusitato si accompagna spesso un atteggiamento psicologico
ugualmente diverso che talvolta
perpetua, anche in persone private
della libertà personale, i gravi effetti di ciò che normalmente viene
indicato come lo “stigma” nei confronti delle persone affette da malattie epidemiche.
In questo libro sono raccolti gli
atti di un convegno tenuto a Roma
sulle malattie infettive in ambiente carcerario. Accanto agli atti del
convegno sono state preparate alcune “schede” sulle principali malattie trasmissibili, specialmente
importanti per le persone ristrette
in carcere. Queste schede, nelle
massimo greco
Cerveaux
quali il contenuto medico è accoppiato ad una veste grafica molto
curata e ad opere di artisti contemporanei, sono state preparate
con un linguaggio il più possibile
“non medico”. Il tentativo è stato quello di usare le stesse parole
che, quotidianamente, si usano nei
nostri ambulatori per illustrare ai
pazienti la propria malattia con un
linguaggio fruibile anche dai non
addetti ai lavori.
Il “target” al quale la pubblicazione è diretta è quello degli agenti
di custodia, per un duplice motivo.
Innanzitutto per dotare questi operatori di un bagaglio di conoscenze
utile sia per il loro lavoro che per
la loro vita. In seconda istanza per
S.
o.
far sì che gli agenti di custodia, informati dei rischi e correttamente
“formati”, possano passare l’informazione ai loro contatti sia in ambiente familiare che lavorativo.
Speriamo che la fatica degli artisti
e dei medici che hanno preso parte
alla stesura di queste pagine possa essere ricompensata almeno da
un aumento della consapevolezza
che anche le malattie infettive più
temibili possono essere prevenute.
Se il nostro sforzo sarà stato utile
e il nostro impegno sarà valso ad
aumentare il livello di conoscenza
degli agenti di custodia e dei detenuti, il tempo impiegato da coloro
che hanno lavorato a quest’opera
non sarà stato speso invano.
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F. Montella IERI E OGGI... LUCI E OMBRE
F. Montella IERI E OGGI... LUCI E OMBRE
La peracottara
S.
o.
Vincenzo Baldini
Liberi, nonostante tutto
Le malattie trasmesse sessualmente (MST) sono malattie infettive,
causate da batteri, virus, funghi o
parassiti, che si trasmettono per via
sessuale, ma si differenziano per la
contagiosità, il decorso della malattia e le possibilità di cura e prevenzione.
Ogni anno in tutto il mondo 330
milioni di persone contraggono una
malattia a trasmissione sessuale. La
MST più temibile è oggi certamente l’HIV poiché non è stato ancora
messo a punto un farmaco in grado
di sradicare l’infezione e non esiste
ancora un vaccino. Il contagio avviene generalmente durante i rapporti
sessuali attraverso il contatto diretto
di liquidi organici infetti (sperma e
secrezioni vaginali) con le mucose.
La maggior parte delle MST, in particolare le infezioni da herpes, sono
trasmissibili anche tramite rapporti
orali, baci e petting (contatto diretto con i liquidi organici infetti). Il
contagio per HIV, epatite C (HCV) e
28
epatite B (HBV) può avvenire anche
tra una madre sieropositiva e il feto
o il neonato. Epatite B/C, malattia
da HIV/AIDS e sifilide possono essere trasmesse tramite emotrasfusioni
e somministrazione di emoderivati
oppure tramite lo scambio di siringhe tra tossicodipendenti. Nei comuni contatti sociali (lavori di casa,
ufficio, mezzi pubblici, viaggi e simili) è impossibile infettarsi a condizione che si rispettino le comuni
norme igieniche.
Le MST possono essere asintomatiche oppure i sintomi compaiono
tardivamente. Tale caratteristica
comporta la facile trasmissibilità
dell’infezione durante i rapporti
sessuali non protetti ed è anche
il motivo per cui l’apparenza sana
del proprio partner sessuale, non
costituisce garanzia di non rischiare di acquisire una MST.
Per alcune MST, tuttavia, già dopo
alcuni giorni dall’acquisizione
Malattie Sessualmente Trasmissibili
Malattie Sessualmente Trasmissibili
franco bianchi
Chiusi fuori
S.
o.
dell’infezione, si possono manifestare nella donna:
• leucorrea (secrezione bianco/
giallastra vaginale)
• prurito o bruciore vulvare
• dolore pelvico
• dispareunia (dolore durante i
rapporti sessuali)
• sanguinamento post-coitale
nell’uomo:
• secrezione giallastra dal pene
in entrambi:
• disuria (bruciore ad urinare)
• aumento di volume dei linfonodi
inguinali
• vescicole e/o ulcere genitali
• arrossamento dei genitali
Mucosa: è il rivestimento delle cavità dell’organismo che comunicano con l’esterno tramite orifizi naturali. La funzione delle mucose è
quella di rivestire e proteggere le
superfici. Svolge inoltre attività secretive e/o di assorbimento.
Massimo di clemente
Storie di vita
S.
o.
29
prevenzione mst
prevenzione mst
PEP
La PEP (Post exposere prophilaxis) è la profilassi che viene applicata in seguito a una possibile esposizione al virus HIV. La profilassi post esposizione può essere OCCUPAZIONALE (sia in operatore
sanitario che non come gli operatori di pubblica sicurezza), quando si verifica in caso d’infortunio
sul lavoro,oppure NON OCCUPAZIONALE (nPEP) per qualsiasi altra situazione considerata a rischio
come ad esempio la rottura del preservativo durante un rapporto sessuale a rischio o lo scambio di
siringhe. La PEP per HIV è un trattamento di emergenza che utilizza farmaci antiretrovirali che dura
4 settimane e deve essere iniziato il prima possibile o comunque entro le 72 ore dall’esposizione.
Il sesso sicuro comprende ogni attività sessuale che riduca il rischio di
contrarre o trasmettere una MST.
Sesso sicuro significa soprattutto sesso protetto tramite l’uso del
preservativo:
• L’Organizzazione Mondiale della
Sanità ha riassunto in cinque punti
le indicazioni per il sesso sicuro:
• usare il preservativo ogni volta
che si fa sesso, per ogni rapporto
(vaginale, anale e oro-genitale) e
in particolare con i nuovi partner
• ridurre il numero dei partner
• evitare le pratiche violente che
possono provocare lacerazioni
• nel caso di rapporti anali, usare
sempre il preservativo con lubrificanti poiché la mucosa anale può
lacerarsi facilmente
• evitare i rapporti con penetrazione e il sesso orale se uno dei partner ha ulcere genitali o secrezioni
anomale.
30
Tutto quello che previene l’HIV,
previene la maggior parte delle altre MST.
Occorre però ricordare che alcuni rapporti considerati sicuri, ad
esempio i rapporti orali, possono
avere una minore percentuale di
rischio, comunque presente, per
l’HIV ma sono il veicolo per trasmettere sifilide, gonorrea, clamidia o herpes.
Il sesso orale
É una pratica particolarmente frequente, a torto ritenuta sicura contro le malattie.
Molte MST infatti possono essere
trasmesse con il sesso orale, tra cui
gonorrea, herpes, sifilide, epatite
B, HIV, clamidia, e parassitosi intestinali come giardiasi e amebiasi.
É difficile stabilire con esattezza le
probabilità di trasmissione, ma va
ricordato che il più delle volte il
sesso orale è praticato insieme con
altri rapporti rischiosi, come le
penetrazioni anali o vaginali. Nel
caso dell’HIV ci sono inoltre situazioni che concorrono ad aumentare il rischio di trasmissione orale:
la presenza di ulcere, gengive sanguinanti o di altre MST.
Il preser vativo
Il preservativo (o profilattico o condom) rappresenta il mezzo più sicuro per proteggersi dalle infezioni
sessualmente trasmissibili e va usato
in occasione di ogni rapporto sessuale: vaginale, anale e orale. Il preservativo infatti diminuisce il rischio
del contagio in quanto crea una
barriera per i fluidi potenzialmente
infettanti (sangue, sperma, secrezioni vaginali) e tra le mucose che
possono essere infettate. Purché utilizzato in modo corretto, il preservativo protegge efficacemente da HIV,
gonorrea, clamidia, tricomoniasi.
Per l’herpes e la sifilide il grado di
protezione può essere più basso perché queste infezioni possono essere
trasmesse attraverso il contatto con
zone cutanee o superfici di mucosa
Alfonso m. isonzo
Liberi?
molto ampie e o non proteggibili
dal condom (ad esempio la bocca).
Nonostante ciò, l’utilizzo del profilattico è importantissimo ed è assolutamente raccomandabile.
L’uso del preservativo è assolutamente indicato:
• con i nuovi partner, soprattutto se
i partner cambiano con frequenza
• quando uno dei partner ha avuto recentemente rapporti sessuali
non protetti con un’altra persona
• durante il periodo che precede
un test che certifichi l’assenza di
una MST in entrambi i partner (ricordare che devono passare almeno 3-6 mesi dal rapporto a rischio
prima che gli anticorpi diretti contro il virus dell’HIV siano rilevabile
nel sangue)
• dopo una diagnosi di MST, per
tutto il periodo che il medico ha
indicato
S.
o.
E se il preser vativo si rompe?
Se il preservativo si lacera o si sfila
durante il rapporto, non offre più
alcuna protezione contro le MST.
Se uno dei partner è sieropositivo, i medici specialisti nella cura
dell’HIV possono proporre alla
persona sieronegativa la cosiddetta profilassi post-esposizione HIV
(PEP).
Si tratta di un trattamento di emergenza con farmaci antiretrovirali
che dura quattro settimane e deve
essere iniziato prima possibile e
comunque entro 72 ore dall’esposizione al virus.
HIV è un virus appartenente alla
famiglia dei retrovirus e la terapia
antiretrovirale ha lo scopo d’impedire la moltiplicazione del virus.
I retrovirus possiedono RNA anziché DNA e per potersi moltiplicare hanno bisogno di enzimi che
trasformino l’RNA in DNA con un
processo biologico noto come “retrotrascrizione”. Con la retrotrascrizione verrà sintetizzato il DNA
e HIV sarà così capace d’infettare
l’organismo. Vi sono in commercio
diversi farmaci antiretrovirali che
possono agire sulle diverse fasi del
ciclo vitale di HIV.
DNA: il dna è la molecola che
contiene l’informazione genetica.
Questo viene complessato, nelle
cellule con il nucleo, nei cromosomi. Nelle cellule che non possiedono il nucleo può essere più o meno
complessato nei cromosomi.
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Le malattie infettive sono un problema importante nelle comunità penitenziarie in cui si verificano
situazioni abitative, alimentari e comportamentali che ne facilitano la diffusione e l’acquisizione.
L’eterogeneità della provenienza della popolazione detenuta costituisce un rischio rilevante per
l’importazione e la diffusione di patologie non presenti o non più comuni nel nostro paese.
L’analisi delle patologie infettive più frequentemente segnalate negli istituti penali indica che la
prevalenza massima di infezioni è determinata dalle epatopatie C-correlate e dall’infezione HIV,
entrambe in diversi stadi di evoluzione. Inoltre, altri stati morbosi segnalati di frequente in carcere
sono la scabbia, le dermatofitosi, la pediculosi, la tubercolosi e la varicella. Alcune patologie sono
acquisite prima dell’ingresso nell’istituto penale, anche se casi di trasmissione possono verificarsi
durante la reclusione attraverso rapporti sessuali, procedure di tatuaggio, scambio di siringhe e oggetti
taglienti, etc. Altre patologie sono prevalentemente acquisite per trasmissione persona-persona a
seguito dell’ingresso di un soggetto infestato.
Segue tabella riassuntiva delle patologie MST trattate in questa pubblicazione.
Paolo viterbini
Altrove
La profilassi si divide in:
• Profilassi GENERICA
• Profilassi SPECIFICA
La profilassi GENERICA include tutte
quelle misure atte a impedire il contatto tra agente patogeno e uomo e comprende:
• La notifica alle autorità Sanitarie
dell’avvenuta presenza di un nuovo caso
o di sospetto di malattia contagiosa.
Questa procedura deve essere fatta dal
personale sanitario che invierà alla ASL
competente le notizie relative al caso.
• L’isolamento dei malati, cioè la separazione del soggetto malato da tutte le
altre persone, in strutture idonee, escluso il personale sanitario.
• La contumacia, ossia l’obbligo di rimanere in un determinato luogo (ad
esempio l’ospedale) per un determinato periodo osservando le norme igieniche sanitarie indicate dalle autorità
sanitarie.
32
S.
o.
Malattia
Causa
Dal contagio
alla malattia
Terapia
note
La parola “profilassi” ha origine dal termine greco “prophylàsso”
che significa difendere o prevenire in anticipo. Infatti per profilassi
s’intende qualsiasi atto medico o di sanità pubblica capace di prevenire le malattie.
Sifilide
3 settimane
antibiotici
giorni
antibiotici
giorni
antibiotici
• Disinfezione e disinfestazione dell’ambiente. Mediante la disinfezione si realizza la distruzione dei microrganismi patogeni che si trovano nell’ambiente, negli
oggetti di uso comune e nel vestiario. La
disinfezione ha lo scopo di impedire la
persistenza e la diffusione nell’ambiente
degli agenti patogeni mediante l’utilizzo
di mezzi chimici e fisici. La disinfestazione è l’insieme di operazioni tendenti
all’eliminazione, o per lo meno alla limitazione, dei parassiti e dei loro danni,
dalla semplice applicazione di prodotti
spray in ambiente domestico, a veri e
propri piani di lotta. La disinfestazione
si riferisce alla lotta contro gli insetti,
mentre le operazioni contro i ratti sono
definite “derattizzazione”.
capacità di potersi difendere contro singole malattie infettive con l’utilizzo di:
Linfogranuloma
inguinale
giorni
antibiotici
guarigione completa se
diagnosi e cura precoci
guarigione completa se
diagnosi e cura precoci
guarigione completa se
diagnosi e cura precoci
guarigione completa se
diagnosi e cura precoci
• I vaccini rappresentano l’arma di memoria per il nostro sistema immunitario.
Infatti questi hanno la capacità di imitare in una maniera non dannosa per il
nostro organismo gli effetti patologici
della malattia.
Infezioni da
clamidia
Infezione HIV
Aids
Treponema
pallidum
Neisseria
gonorrhoeae
Haemophilus
ducreyi
Soprattutto ceppi
di chlamydia
Trachomatis
Chlamydia
trachomatis
giorni
antibiotici
guarigione completa se
diagnosi e cura precoci
Virus HIV 1/2
test HIV positivo
dopo 2 – 6 settimane, al più tardi
dopo 3 mesi
settimane o mesi
farmaci
antiretrovirali
Herpes simplex,
Virus 2
Papillomavirus
giorni
sintomatica
4 settimane
chirurgica
Trichomonas
vaginalis
Candida albicans
giorni
antiparassitari
non sradicabile, il virus resta
nell’organismo; moderne
terapie prolungano la vita,
migliorano la qualità di vita
guarigione spontanea o
cronicizzazione, possibile
terapia antivirale;
vaccinazione
guarigione parziale, virus può
restare nell’organismo
guarigione possibile, rischio
di cancro della cervice
uterina
possibile guarigione
giorni
antimicotici
possibile guarigione
Phthirus pubis
giorni
antiparassitari
possibile guarigione
Sarcoptes scabiei
settimane
antiparassitari
possibile guarigione
• Si adottano inoltre misure igieniche
sanitarie verso i conviventi.
La profilassi SPECIFICA consiste in
misure specificatamente indirizzate a
prevenire un’infezione in previsione di
un’eventuale esposizione o contagio. Ha
quindi lo scopo di dare all’individuo la
• Somministrazione di anticorpi preformati sotto forma di immunoglobuline
umane e di siero di animali vaccinati contro una determinata malattia. Quest’ultimo tipo di profilassi ha il vantaggio
d’instaurarsi molto velocemente ma non
supera una durata di protezione di 3-4
settimane. Quelle più in uso sono contro il morbillo, l’epatite B, la rosolia, la
parotite, la pertosse, il tetano, il virus varicella zoster e la rabbia.
• La chemioprofilassi consiste nella
somministrazione di farmaci specifici in
persone che sono state esposte al rischio
di contagio ed è protettiva e limitante al
periodo di assunzione farmacologica.
Gonorrea
Ulcera molle
Epatite B
HBV/HCV
Epatite C
Her pes genitale
Condilomi
Tricomoniasi
Infezioni fungine
Piattole
Scabbia
sintomatica,
farmaci antivirali
Le Malattie Infettive nel Penitenziario
Profilassi
Generalità
33
Curiosità
Trasmissione
Le origini della pediculosi risalgono a tempi davvero lontani.
Basti pensare che, secondo studi scientifici, la differenziazione
tra pidocchio della testa e del corpo risale a circa 70.000 anni
fa. Che i pidocchi facessero compagnia agli uomini sin dai tempi più remoti è del resto confermato anche dai reperti storici: i
pidocchi sono citati nella Bibbia e nei papiri egizi mentre le lendini sono state rinvenute nei capelli di
mummie preistoriche e in antichi ritrovamenti con datazione storica tra il 6900 e il 6300 a.C. In ogni
caso, per tutta l'antichità e per molti secoli successivi, la medicina non ha saputo fornire spiegazione
alla malattia che è stata a lungo (ed erroneamente) considerata "un’alterazione degli umori dalla cui
corruzione nascevano gli insetti molesti". Anche i rimedi per curarla furono tanti e singolari: si passò
dall'aglio bevuto in un decotto di origano, all'uso della pasta al miele consigliata dalla cultura araba,
dallo "spidocchiamento" in uso in tutto il mondo, e praticato anche tra i primati. Per arrivare alla svolta decisiva si dovette attendere il XX secolo quando, con la II Guerra Mondiale, fecero il loro ingresso
sul mercato i primi insetticidi sintetici dell'era moderna. Gli Insetticidi (il sopracitato DDT), tuttavia,
furono banditi definitivamente nel 1972 quando ne vennero accertati i nocivi effetti ambientali.
Contatto diretto o indiretto con vestiario, biancheria intima o da letto, spazzole, pettini ecc. Per
la forma di pediculosi del pube la trasmissione avviene durante i rapporti sessuali.
ANDREA MARTINUCCI
Crampi mentali
La pediculosi è un’infestazione clinica
causata dai pidocchi.
I pidocchi sono piccoli insetti privi di
ali, ectoparassiti (parassiti che vivono
all'esterno dell'organismo ospite) dei
mammiferi.
Il sangue è l'unico nutrimento per le
specie che parassitano l'uomo e tutte
sono provviste di un apparato buccale pungitore e succhiatore. Gli occhi
sono piccoli o mancano e le appendici
sono corte e tozze in modo che l'insetto possa aggrapparsi ai peli. Inoltre
i pidocchi sono vettori di numerose
malattie infettive provocate da batteri
chiamati “rickettsia”: il tifo, la febbre
recidivante e la febbre delle trincee.
Poiché le più diffuse classificazioni
indicano come sottospecie i pidocchi
del capo e del corpo, noi seguiremo
questo stesso criterio indicando i pidocchi del capo come Pediculus huma-
34
Asipjok
Reclusi, mezzi morti
S.
o.
nus capitis, i pidocchi del corpo Pediculus humanus corporis e Phtirus pubis i
pidocchi della regione pubica.
Le carceri sovraffollate come quelle italiane favoriscono la diffusione
dell'infestazione da pidocchi poiché
quelli del corpo e del capo sono trasmessi per contatto diretto interumano e in seguito a contaminazione
della biancheria o del vestiario. I pidocchi del pube (le piattole) invece
passano di ospite in ospite durante i
rapporti sessuali.
La pediculosi può instaurarsi oltre
che per il trasferimento dei maschi
e delle femmine adulti o di sole
femmine gravide, anche mediante
il passaggio di uova vitali presenti
sugli indumenti e più abbondanti
sulle cuciture. Sebbene il tempo di
incubazione delle uova sia di circa 8
giorni, esse possono rimanere vitali
Prevenzione
fino a 35 giorni e non si schiudono a
temperature inferiori a 22°C.
I pidocchi del capo e del corpo raggiungono lo stato adulto in 10 giorni mentre le piattole in 15. La vita
media è di 30-45 giorni a seconda
della temperatura e della disponibilità di cibo. Una femmina depone
da 50 a 300 uova nel suo ciclo vitale
generalmente durante la notte attaccandole ai peli. La temperatura ottimale per la sopravvivenza è intorno
ai 30°C e anche piccole variazioni di
temperatura favoriscono la loro fuga
dall'ospite. Queste “bestioline” sono
assai voraci e succhiano il sangue almeno 5 volte al giorno.
Segni e sintomi
La manifestazione più frequente è il
prurito. Le secrezioni salivari dell'insetto, inoculate nei tessuti dell'ospi-
te durante la suzione del sangue,
possono essere causa d’irritazione e
quindi di prurito locale.
I problemi seri nascono dalle infezioni batteriche secondarie alle
escoriazioni che l'ospite si provoca
col grattamento delle sedi irritate.
Le conseguenti impetigine (malattia
cutanea con pustole) e foruncolosi
possono portare a linfoadenopatia
cervicale ed a lesioni eczematose.
La diagnosi
Essa si fonda sul ritrovamento dei pidocchi o delle uova lungo l'asse dei
capelli o dei peli estirpati dall'ospite.
Poiché le diverse specie mostrano in
genere una specificità di sede, i pi-
S.
o.
La misura profilattica principale consiste innanzitutto nel segnalare l’infestazione. La prevenzione
dell'infestazione è basata essenzialmente sull'igiene.
Alcune precauzioni possono essere prese anche prima che l'invasore attacchi ma non esistono prodotti
specifici per prevenire i pidocchi. La miglior prevenzione è basata sull'igiene dei capelli, che vanno
lavati frequentemente con i normali shampoo e controllati regolarmente, soprattutto nei soggetti che
vivono in comunità affollate come le prigioni. Le
teste vanno tenute sotto controllo soprattutto nelle
zone della nuca, dietro le orecchie e sulle tempie.
Inoltre tutte le persone che hanno avuto contatti
con il soggetto infestato devono fare un controllo
accurato per escludere la presenza del parassita. La
biancheria personale va accuratamente disinfestata;
i vestiti devono essere trattati con insetticidi da contatto; i pettini e le spazzole devono essere trattati
con acqua a 65° per 10 minuti o in soluzioni insetticidi per un’ora.
docchi del capo sono quelli riscontrati in corrispondenza della nuca,
mentre quelli del corpo si trovano
più frequentemente sulle spalle e
sui polsi. Le piattole infine si trovano nella regione inguinale, sulle cosce e occasionalmente sulle ascelle.
Come si eliminano
i pidocchi
Un tempo si ricorreva a metodi
drastici come la rasatura dei capelli e di tutti i peli.
Ora il trattamento si basa sull'applicazione locale dell'esaclorobenzene
in lozione o in shampoo per capelli,
che è in grado di uccidere le forme
adulte. Per distruggere le successive generazioni di pidocchi originati
dalle uova presenti sull'ospite, è necessario ripetere il trattamento dopo
14 giorni.
La lesione cutanea
PEDICULOSI
PEDICULOSI
Pediculus humanus (Pidocchio)
Fare uno shampoo a cadenza regolare (es. settimanale) con prodotti
antiparassitari non previene l'infestazione: infatti nessun prodotto antiparassitario è in grado di svolgere
un'azione preventiva. Anzi, l'impiego indiscriminato e prolungato di
questi prodotti, espone inutilmente il soggetto alla seppur modesta
tossicità del prodotto e potrebbe
contribuire all'insorgenza di resistenze. È molto più efficace e sicuro un controllo periodico del cuoio
capelluto. L'asciugatura forzata e
la stiratura degli indumenti e della
biancheria da letto uccidono pidocchi e lendini, come pure la pulitura
a secco. L'uso del DDT, nonostante
le controindicazioni di tipo ecologico, costituisce ancora oggi il mezzo
migliore per la distruzione dei pidocchi.
35
Le dermatofitosi sono da sempre conosciute dall’uomo: alcune forme come la, per certi versi temibile,
tinea capitis favosa, erano talmente frequenti sino a qualche decennio or sono, che sono pervenute ai
nostri giorni numerose testimonianze pittoriche di soggetti affetti da tale forma morbosa. Molti soggetti affetti da favo, soprattutto appartenenti alle classi sociali più povere, sono stati infatti raffigurati,
in numerose opere pittoriche, anche da illustri artisti, specialmente da quelli vissuti nel ‘600 e nel
‘700. É dall’osservazione e dallo studio dei casi di questa particolare forma di tinea che, di fatto, ha
avuto inizio la storia moderna della micologia.
Le dermatofitosi, come patologia cutanea nell’uomo, sono conosciute sin dai tempi degli antichi
Greci che le avevano descritte oltre 2000 anni fa; più recentemente, nel XVI secolo, anche gli Olandesi, nel loro peregrinare per i mari del mondo alla ricerca di nuove terre da conquistare, avevano
descritto una forma molto particolare di tinea corporis, la tinea imbricata, dermatofitosi rinvenibile solo
in alcune isole dell’Oceania ed in alcune aree del Nuovo Mondo.
Con lo studio scientifico dei dermatofiti prende l’avvio la micologia medica umana moderna, essendo
stati essi i primi miceti ad essere considerati come possibile causa di patologia negli umani. Il loro studio è iniziato a metà circa del XIX secolo grazie all’interesse di alcuni studiosi europei nei confronti
del favo, una forma di infezione sostenuta da un dermatofita, assai frequente all’epoca in Europa, che
aveva carattere epidemico, colpendo larghe fasce della popolazione. Uno studioso francese, Raimond
Sabouraud, compì fondamentali studi sui dermatofiti; i suoi lavori furono raccolti nel volume “Les
Teignes” pubblicato nel 1910 a Parigi. Sviluppò un terreno, utilizzabile anche per la coltura dei dermatofiti, che fu chiamato in suo onore Sabouraud agar; questo metodo, benché modificato, è ancora
oggi utilizzato e rappresenta il terreno di coltura di riferimento per molti gruppi di funghi.
Le dermatofitosi o dermatofizia sono
delle infezioni causate dai dermatofiti, che sono un gruppo di funghi cheratinofili, in grado di parassitare i tessuti cheratinizzati: lo strato corneo1
dell’epidermide e gli annessi cutanei
(capelli, peli e unghie nell’uomo). Non
possono invece parassitare le mucose.
I dermatofiti, come del resto gli altri
funghi, crescono preferenzialmente in ambiente umido e poco areato
condizioni che si verificano soprattutto nelle pieghe cutanee.
Le dermatofitosi vengono denominate internazionalmente con il termine latino tinea (verme o larva di
insetto), seguito dalla specificazione, del sito anatomico parassitato:
ad esempio, la dermatofizia dell’unghia prende il nome di tinea unguium, la dermatofitosi della piega
dell’inguine viene definita tinea cruris, l’infezione del cuoio capelluto
e dei suoi annessi si denomina tinea
capitis.
In Italia queste dermatiti sono comunemente note come “tigne”, mentre
36
TINEA
Dermatofiti
Curiosità
il termine popolano “tignoso”, che
indica colui che è affetto da tigna, è
carico di numerosi significati negativi (fastidioso, puntiglioso, stizzoso)
ad indicare il senso di fastidio, di
sofferenza, di malessere e, in senso
lato, la negatività che poteva provocare nell’immaginario collettivo una
patologia un tempo molto frequente, non facilmente curabile.
Le dermatofitosi sono micosi superficiali poiché i dermatofiti non sono
capaci di parassitare il derma e di
diffondere negli organi interni.
Il contagio può avvenire sia per via
diretta (come per tinea cruris inquadrabile anche come malattia sessualmente trasmissibile), sia per via indiretta (per mezzo di cappelli, vestiti,
lenzuola, rasoi, forbici, pettini, spalliere di poltrone di cinematografi e
teatri ecc.), sia ancora per autoinoculazione (come per tinea unguium).
Le strutture associate al contagio
sono gli artroconidi e le clamidospore
che si trovano all’interno o all’ester-
no dei capelli o delle squame cutanee.
Quelle di talune specie possono persistere nell’ambiente per molti mesi,
forse per anni, soprattutto se presenti
all’interno dei peli o delle squame.
La trasmissione delle strutture infettanti attraverso l’aria è stata valutata
in alcuni studi, attraverso vari sistemi
di captazione delle stesse; sono state
così rinvenute, nell’aria, spore appartenenti ad alcune specie dermatofitiche. Il ruolo nella diffusione delle
dermatofitosi per mezzo del veicolo
atmosferico è però tuttora da verificare, anche se teoricamente possibile.
1
Strato corneo
Strato superficiale dell’epidermide. L’epidermide è costituita da diversi strati e lo
strato coreo rappresenta “la cute”. Lo strato
corneo è composto da due parti: una porzione profonda costituita da cellule dette
corneociti e una porzione superficiale dove
le cellule tendono a separarsi per desquamazione e sono dette “squame cornee”.
ANDREA Pacini
cattività
In generale si utilizza il termine
tinea per identificare un’infezione
da dermatofita seguito dal nome
del sito coinvolto (tinea capitis per
indicare l’infezione del capillizio,
tinea manuum per indicare l’infezione della mano ecc).
Le tinee o dermatofitosi sono infezioni estremamente frequenti e
tra queste infezioni la tinea pedis.
Quando la dermatofitosi è causata da un dermatofita antropofilico
(es: tinea pedis causata da tinea rubrum) la lesione cutanea tende ad
essere cronica, persistente e recalcitrante alla terapia.
Sebbene non vi siano resistenze
particolari agli antimicotici la ricorrenza arriva fino al 70% dei
casi. Questa può essere causata
sia dal fallimento nello sradicare
l’infezione originale sia da rein-
S.
o.
fezione. Si ritiene tuttavia che il
maggior fattore di ricorrenza sia
la persistenza di spore all’interno
delle strutture cutanee. Un’altra
causa di ricorrenza è l’interruzione precoce del trattamento quando le manifestazioni cutanee sono
risolte. Le dermatofitosi possono
diventare particolarmente virulente nei soggetti immunodepressi.
I criteri diagnostici sono clinici e
di laboratorio.
Diversi sono i fattori che possono
favorire lo sviluppo dei dermatofiti
sulla cute:
• condizioni fisiologiche
• caratteristiche anatomiche.
I capelli sembra possano catturare
le artrospore veicolate dall’aria;
l’incavo dello strato corneo della lamina distale dell’unghia può
catturare i dermatofiti; gli spazi
interdigitali dei piedi e le pieghe
crurali nel maschio sono fisiologicamente occlusi e perciò favoriscono lo sviluppo dell’infezione;
probabilmente ciò è dovuto all’aumento di idratazione dell’epidermide occlusa ed all’emissione di
diossido di carbonio che potrebbe
favorire la crescita dei dermatofiti;
l’ipercheratosi fisiologica palmoplantare favorisce l’impianto dei
dermatofiti; l’età avanzata sembra
predisporre alle dermatofitosi; il
gruppo sanguigno A sembra predisporre alla cronicizzazione delle
dermatofitosi.
È noto che, condizioni climatiche
particolari, ove l’alto tasso di umidità relativa dell’aria è associata a
temperature medie elevate (clima
caldo umido), si associano a prevalenze elevate di dermatofitosi.
• Tinea pedis o piede d’atleta: si osserva di preferenza al quarto spazio
37
TINEA
TINEA
Lucia Di Pasqua
Stretti di mano
interdigitale dove si nota una macerazione della cute al fondo dello
spazio stesso oppure uno spacco ragadiforme. Altri spazi possono essere interessati. Spesso si accompagna
con eritema e vescicolazione al dorso
dell’avampiede o in sede plantare.
• Tinea corporis: si presenta come
un anello infiammatorio desquamante con qualche vescicola al
tronco e agli arti. Nelle lesioni datate si possono osservare più cerchi
o semicerchi.
• Tinea cruris: anch’essa molto frequente e si associa spesso alla tinea
pedis. Si presenta come un eritema
desquamante che termina a margine netto coinvolgendo la piega
inguinale e la faccia interna delle
cosce.
• Tinea unguium: più frequente alle lamine ungueali dei piedi,
spesso in associazione con la tinea
pedis, la lamina più colpita è quella
38
S.
o.
dell’alluce. L’unghia appare friabile, con perdita della trasparenza e
con assunzione di colorazioni varie
dal giallo al verde al blu.
• Tinea capitis: colpisce il capillizio
e si manifesta solo nell’età prepubere o nel grande anziano. Si manifesta con chiazze alopeciche per
rottura del capello allo sbocco follicolare. L’agente più comune. Altre
Tinee abbastanza comuni sono: tinea barbae, tinea manuum.
Diagnosi
La diagnosi può essere posta attraverso l’esame microscopico diretto che si effettua prelevando con
una lama da bisturi le squame dal
bordo della lesione, frammenti di
unghie o di capelli. Si ricercano le
ife settate caratteristiche dei dermatofiti.
Per l'esame colturale si prelevano
squame o frammenti di unghie o
di capelli e si seminano sul terreno
colturale. La crescita dei dermatofiti è lenta e occorrono 15-20 giorni per avere una risposta.
L’esame microscopico diretto identifica nella cute la presenza di ife
fungine, l’esame colturale identifica la specie
Cura
La maggior parte delle Tinee può
essere trattata con terapia topica
mentre la tinea capitis e la tinea unguium richiedono il più delle volte
la terapia topica e sistemica. In generale il trattamento deve protrarsi per tempi lunghi anche dopo la
regressione delle manifestazioni
cliniche.
La maggior parte delle dermatofitosi si manifesta in zone cutanee
umide, calde e poco ventilate, occorre pertanto consigliare l’asciugatura completa, indumenti e calzari areati.
Augusto Orestini
Chiusi fuori
Il trattamento si avvale di agenti
non specifici e di agenti fungini
veri e propri. Il più famoso tra gli
agenti non specifici è la Tintura di
Castellani o fucsina fenicata. Molto
usata in passato specie in ambiente
militare è oggi in disuso soprattutto per la colorazione rossa e i possibili effetti tossici.
Il trattamento con crema a base di
zolfo è invece ancora attuale. Lo
zolfo specie nella forma colloidale,
ha una decisa azione antifungina
formando, a contatto con la cute,
una sostanza particolamente tossica per i funghi. Lo zolfo ha il vantaggio, rispetto ai farmaci antimicotici, di legarsi allo strato corneo
e far perdurare la sua azione per
lungo tempo. In pratica si può utilizzare come trattamento tramite
una applicazione al giorno e come
mantenimento tramite una applicazione settimanale.
Per favorire il distacco e l’eliminazione delle squame parassitate,
S.
o.
allo zolfo si può associare l’acido
salicilico.
Gli agenti antifungini sono divisi
in topici e sistemici. Per le dermatofitosi i farmaci sistemici si utilizzano in particolari condizioni quali l’impossibilità di far penetrare
il farmaco per via topica oppure
in condizioni di infezione molto
estesa, in pazienti intolleranti alla
terapia topica, quando la terapia
topica ha fallito, in pazienti immunosoppressi.
39
La scabbia è una malattia conosciuta da tempi antichi, grazie a studi archeologici sull'Egitto si pensa che sia stata
scoperta oltre 2.500 anni fa; ne parla Aristotele (384 - 322 AC) in un passo nel quale cita il termine "acaro". In seguito il medico dell'antica Roma Celsus ne descrisse per primo le caratteristiche cliniche, e a lui si deve l'origine del
nome della malattia: scabbia. Molti furono gli scritti che ne descrivevano le manifestazioni, fra cui quello del medico arabo Abu el Hasan Ahmed el Tabari nel 970. L'eziologia è stata descritta per la prima volta da Giovanni Cosimo Bonomo e Cestoni nel 687, non in un documento ufficiale ma in una lettera. Per una pubblicazione medica al
riguardo si dovette aspettare sino al 1868. Pare che Giovanni Boccaccio sia morto per complicanze della scabbia.
Inferno canto XXIX
La gran rabbia del pizzicor,
che non ha più soccorso,
e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.
“O tu che con le dita ti dismaglie”
Cominciò l’ duca mio a l’un di loro
“e che fai d’esse tal volta tanaglie”
dinne s’alcun Latino è tra costoro
che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti
letteralmente a cotesto lavoro
Segni e sintomi
Prurito che insorge dopo 6-7 settimane dal contagio, lesioni cutanee pruriginose che interessano mani, ascelle, ombelico, zona
mammaria e zona genitale maschile. Segno clinico tipico è il cunicolo, che appare come una sottile rilevatezza lineare della cute.
SCABBIA
SCABBIA
Curiosità
Dante Alighieri
Trasmissione
Può avvenire tramite contatti diretti e contatti indiretti (uso promiscuo d’indumenti e asciugami).
Diagnosi
Esaminare le zone tipiche di presenza dei cunicoli e delle lesioni. Diagnosi certa: mediante estrazione
del parassita dalla lesione cutanea.
Prevenzione
La contagiosità della scabbia richiede l’allontanamento dei malati e il trattamento precauzionale dei
soggetti che sono venuti a contatto con il soggetto infetto. Rispettare le norme igieniche personali e
dell’ambiente dove è importante fare una disinfezione. Lavare indumenti a 60°.
La scabbia è una malattia infettiva altamente contagiosa, causata
dall’acaro Sarcoptes scabiei.
Il parassita ha una forma ovoidale
e sulla superficie ventrale possiede
4 paia di zampette, mentre sulla superficie dorsale due antenne dirette verso l’indietro. Appartenente
all’ordine degli Artropodi 1 è in grado di vivere e di riprodursi solo su
ospiti a sangue caldo (uomini e animali). L’acaro riesce a invadere gli
strati più superficiali dell’epidermide, formando gallerie (cunicoli) che
si estendono a volte fino allo strato
granuloso.
Gli acari della scabbia sono diffusi in
tutto il mondo. Questa patologia non
è limitata alle classi povere, secondo
una comune ma errata credenza, ma
può verificarsi in individui di qualsiasi
classe sociale, con qualsiasi tipo di occupazione e di tutte le età. È più frequente nei giovani adulti al di sotto
40
dei 30 anni e nei bambini, nei dormitori, nelle scuole e non da ultimo nelle carceri, perché in queste comunità
le persone sono a stretto contatto gli
uni con gli altri, dato che la trasmissione della scabbia avviene per contatto interumano diretto.
Il soggetto infestato in genere ospita
circa 10 femmine adulte e numerosi maschi e ninfe. Le femmine sono
molto mobili e sono capaci di penetrare per una profondità di circa 2,5
cm nell'epidermide in 20 minuti.
Il ciclo vitale inizia quando questi
perfidi animaletti vengono trasmessi a un ospite per contatto fisico. Le
femmine si accoppiano sulla superficie della cute e scavano subito dopo
nella cute cominciando la deposizione delle uova circa due giorni dopo.
Ogni femmina ne depone da due a
quattro al giorno nella galleria scavata nella pelle. Le uova sono soli-
tamente mescolate agli escrementi
dell'artropode. Dopo 4-6 giorni dalle uova fuoriescono le ninfe (larve
dell'acaro) che migrano sulla superficie cutanea, dove mutano e di nuovo penetrano nella pelle. Nelle gallerie le larve mutano altre due volte
prima di raggiungere la maturità. A
questo punto ritornano sulla superficie per accoppiarsi e ricominciare
il ciclo. Il ciclo vitale in buona sostanza dura 14-17 giorni.
Gli acari sono presenti in misura più
abbondante sulle mani e sui polsi
dove si nutrono dei tessuti cutanei.
Sintomi e Diagnosi
Il paziente con la scabbia (la rogna)
lamenta principalmente un intenso prurito notturno, che in realtà è
di origine allergica per una reazione di sensibilizzazione dell’ospite e
compare soltanto diverse settimane
dopo l’infestazione.
Enrico Blasi
Ubar Takua
Non c’è relazione tra sede delle lesioni e distribuzione degli acari. Le papule eritematose che costituiscono le
tipiche lesioni osservabili sul tronco
e sull’addome, si riscontrano anche
in corrispondenza delle ascelle, della
vita, dei polsi, dell’inguine, delle natiche, delle ginocchia e delle piante dei
piedi; sono comuni anche lesioni del
pene, sullo scroto.
Poiché le papule persistono anche diverse settimane dopo la distruzione
degli acari, è opportuno avvisare il paziente in modo da evitare che egli prolunghi inutilmente la terapia.
Poiché l’aspetto delle papule della
scabbia non è peculiare, la diagnosi
eziologica dipende dal ritrovamento degli acari, delle loro uova o dei
prodotti fecali; la ricerca si esegue su
S.
o.
materiale prelevato per scarificazione
della cute in corrispondenza di papule di recente formazione, mediante
un bisturi sterile precedentemente
immerso in olio minerale. L’olio minerale scorre sopra la papula che poi
va energicamente scarnificata più volte
con la lama. Una volta distrutta la papula, si trasferisce il materiale cutaneo
con l’olio su un vetrino che viene esaminato al microscopio ottico.
re per tutta la notte prima di toglierlo
con il lavaggio. Il crotamitone si usa in
maniera simile, soltanto che va massaggiato energicamente perché penetri
nella pelle. È opportuno praticare una
seconda applicazione dopo 24 ore. Lo
zolfo è utilizzato in preparati a base di
petrolio e deve essere applicato per tre
notti consecutive.
1
Artropodi
Con questo termine si indicano animali invertebrati provvisti di uno scheletro esterno (esoscheletro) e di zampette articolate
(da cui deriva la terminologia artropode).
Sono in grado di vivere e di riprodursi solo
su ospiti a sangue caldo (uomini e animali).
Cura
Scabicidi di uso comune sono l'esaclorobenzene, il crotamitone, e lo zolfo.
Quello che attualmente è prescritto con
maggiore frequenza è l'esaclorobenzene. Si applicano circa 30 g del farmaco
su tutta la superficie corporea, esclusa
la testa, ed è consigliabile lasciarlo agi-
41
Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiero del carcere oiné
Io mi chiamo Cafiero Pasquale,
sto a Poggio Reale dal cinquantatré
E al centesimo catenaccio
alla sera mi sento uno straccio
Per fortuna che al braccio speciale
c’è un uomo geniale che parla con me...
...ma alla fine m’assetto papale,
mi sbottono e mi leggo ‘o giornale
Mi consiglio con don Raffaé
mi spiega che penso e bevimmo ‘o café
GRELO
Libero arbitrio
A che bello ‘o café,
pure in carcere ‘o sanno fa
Co’ a ricetta che a Ciccirinella,
compagno di cella, c’ha dato mammà...
S.
o.
EPATITE C
EPATITE C
Don Raffaè
Fabrizio De Andrè
Adrian Tranquilli
I’ll never get to you
L'epatite C è una malattia importante del fegato, causata dal virus
dell'epatite C, che determina danni al fegato fino alla cirrosi epatica
e in alcuni casi la morte.
Il virus dell'epatite C può essere
trasmesso sessualmente o per contatto con sangue o liquidi del corpo (sperma, infezioni vaginali e
latte materno) di individui infetti.
Esso può essere trasmesso attraverso:
• Scambio di siringhe e droghe
• Esposizione al sangue o altri liquidi corporei di una persona infetta
• Trasfusione di sangue o terapia
con emoderivati infetti
• Contatto sessuale (vaginale, anale o orale) con una persona infetta
• Uso di lamette da barba o aghi
per tatuaggi contaminati
• Gravidanza e/o parto (esposizione perinatale)
42
A differenza dell'epatite B, non esiste alcun vaccino protettivo contro
l'epatite C, e la prima infezione del
virus dell'epatite C non protegge
contro successive infezioni come è
nel caso dell'epatite B.
Sintomi e decorso
Per ridurre i rischi:
• Evitare di scambiare le siringhe
incaso di uso di droghe
• Evitare la foratura della pelle
(piercing) e i tatuaggi
• Seguire sempre le precauzioni
standard se si lavora in strutture
sanitarie
• Usare cautela quando si maneggiano oggetti che possono presentare sangue infetto dal virus
dell'epatite C su di essi (come lamette da barba, spazzolini da denti, forbicine per le unghie, assorbenti igienici)
• Sebbene il rischio di trasmissione del virus dell'epatite C sia basso, usare profilattici di lattice o di
poliuretano con tutti i partner sessuali casuali.
L'epatite C può causare:
• Affaticamento
• Nausea o vomito
• Febbre e brividi di freddo
• Urina color scuro
• Feci chiare
• Colorazione gialla degli occhi e
della pelle (ittero)
• Dolore nel fianco destro, che
può diffondersi nella schiena
Molte persone infettate con l'epatite
C non presentano sintomi o ne presentano solo lievi. Generalmente i
sintomi dell'epatite C non sono tanto gravi come quelli dell'epatite B.
Il 50-80% delle persone infette sono
incapaci di azzerare l'infezione e diventano portatori cronici. Dei portatori cronici, il 50-70% svilupperà
un'epatite attiva cronica e sarà a rischio maggiore di cirrosi, insufficienza epatica e cancro del fegato. Tutte
le persone con il virus dell'epatite C
sono potenzialmente contagiose.
Epatite e gravidanza
Non esiste alcuna prova concreta che le donne con l'infezione
dell'epatite C siano a rischio maggiore di avere complicazioni durante la gravidanza, ma le donne con
malattia del fegato avanzata sono
a rischio più alto di soffrire complicazioni durante tale periodo. Le
donne con l'infezione dell'epatite
C di solito hanno bambini sani. La
trasmissione dell'epatite C dalla
madre al bambino può accadere,
ma appare essere relativamente
rara, seguendo procedure come il
taglio cesareo.
Diagnosi e cura
L'epatite C può essere diagnosticata con diversi esami del sangue.
Questi esami determinano la presenza di anticorpi contro il virus
dell'epatite C, oppure quantificano esattamente le unità del virus
present nel plasma di un paziente.
La terapia a base di interferone è
efficace in circa il 20% dei pazienti
con il virus dell'epatite C.
A differenza del trattamento per
l’HIV, quello per l’epatite C non
dura tutta la vita. Esso consiste in 24
o 48 settimane di trattamento e la
durata del trattamento dipenderà
dal genotipo del virus dell’epatite
C responsabile dell’infezione. Un
esame effettuato dopo 12 settimane di trattamento può predire se il
soggetto risponderà al trattamento.
Attualmente la terapia per l’epati-
te C si basa sull’uso di interferone
peghilato e ribavirina.
Il trattamento con una combinazione di interferone peghilato e
ribavirina è oggi il trattamento
standard poiché fornisce i risultati
migliori ed è il livello di cura raccomandato dalle linee guida internazionali.
I sintomi dell'epatite possono essere curati.
Per esempio il limitare i grassi e il
bere molti liquidi può aiutare ad
alleviare i sintomi come nausea,
vomito, e diarrea.
Inoltre viene raccomandato che gli
individui con l'epatite C:
• si riposino molto
• bevano molti liquidi
• seguano una dieta con prevalenza di carboidrati e normolipidica
• evitino l'alcool
43
S.
o.
Per la profilassi è importante l’educazione sanitaria dei portatori cronici e dei loro conviventi così come
quella dei gruppi a rischio di trasmissione sessuale e con sangue infetto. Bisogna evitare i rapporti a rischio
e l’uso in comune di aghi, rasoi, spazzolini da denti, forbici, e altri strumenti pungenti e taglienti per l’igiene personale. Utilizzare aghi e siringhe monouso o adeguatamente sterilizzati. Per la profilassi specifica è
disponibile un vaccino altamente protettivo e privo di rischi. Il vaccino è obbligatorio dal 1991 per tutti i
nuovi nati. Inoltre il vaccino deve essere effettuato a soggetti considerati categorie a rischio tra cui rientrano
i detenuti degli istituti di prevenzione e di pena. Per l’epatite B così come per l’HIV esiste una profilassi post
esposizione nei casi considerati a rischio.
Nel caso in cui si debba intervenire in una situazione nella quale un detenuto ha compiuto gesti di
autolesionismo e sia presente sangue bisogna necessariamente ricorrere all’utilizzo di guanti, mascherine, e occhialini per evitare il rischio di manipolare sangue potenzialmente infetto. NON manipolare mai il sangue potenzialmente infetto senza opportuna cautela.
Danno epatico
Il virus dell’epatite B non causa un vero e proprio danno alla cellula epatica, perché questa è in grado di tollerare
l’infezione che viene causata da questo potente virus. Il vero danno alla cellula epatica è provocato dal sistema immunitario, che determina la morte della cellula con un processo denominato necrosi. Per questo motivo l’infezione
non determina sempre l’epatite, perché si può creare una situazione in cui il virus, pur replicandosi nelle cellule si
nasconde al sistema immunitario e non provoca danno alle cellule epatiche. Si crea cosi uno stato definito di “immunotolleranza”, in cui il sistema immunitario non “vede” il virus che ha infettato la cellula e non mette in atto i meccanismi di “distruzione cellulare”. Quando invece il virus scopre le sue armi sulla superficie cellulare epatica, il sistema
immunitario riconosce il virus e mette in atto una risposta che determinerà il danno epatico (citotossicità). Se il sistema
immunitario non riesce a eliminare completamente il virus, l’epatite evolve nella forma definita “epatite cronica”.
L’epatite B è una malattia del fegato, causata dal virus dell'epatite B,
che attacca direttamente il fegato
e può portare a una sintomatologia
molto intensa, danni importanti al
fegato, e in alcuni casi alla morte.
La malattia è estremamente contagiosa (fino a 100 volte in più rispetto ad HIV) e può essere trasmessa
sessualmente o per contatto con
sangue o liquidi del corpo infetti.
Sebbene il virus dell'epatite B possa infettare le persone di tutte le
età, i giovani adulti e gli adolescenti sono quelli a rischio maggiore.
Sebbene non esista alcuna cura per
l'epatite B, esiste un vaccino sicuro ed efficace che può prevenire la
malattia.
Il virus dell'epatite B è altamente
contagioso e si diffonde attraverso
contatto con il sangue e con altri
liquidi del corpo (inclusi lo sper-
44
EPATITE B
EPATITE B
Profilassi e vaccino
ma, secrezioni vaginali, saliva e latte materno) di individui infetti.
Esso può essere trasmesso attraverso:
• il contatto sessuale (vaginale,
anale o orale) con una persona infetta
• emotrasfusioni o emoderivati
• scambio di siringhe, droghe e gli
arnesi della droga
• impiego di oggetti taglienti
(spazzolini, forbici, pettini, rasoi,
spazzole da bagno contaminate da
sangue infetto)
• esposizione occupazionale al
sangue o altri liquidi corporei di
una persona infetta
• gravidanza e/o parto (esposizione perinatale)
Il virus resiste in ambienti esterni
fino a 7 giorni, per cui il contagio
è possibile anche per contatto con
oggetti contaminati. Sebbene sia
raro, la trasmissione in famiglia
(trasmissione senza una riconosciuta esposizione al sangue, sessuale o perinatale) dell'epatite B è
stata documentata soprattutto fra
i bambini che vivono con membri
familiari che sono portatori di epatite B. Viene ritenuto che il virus
sia trasmesso probabilmente per
esposizione non riconosciuta alle
membrane mucose o lievi tagli nella pelle.
Per l’epatite B esiste un vaccino
preventivo sicuro ed efficace. Questo vaccino, reso disponibile sin
dal 1982, fornisce protezione contro l'epatite B in 90-95% di soggetti
vaccinati. Essere vaccinati è la migliore maniera di ridurre il rischio
di contrarre l'epatite B.
Il periodo di incubazione varia fra
45 e 180 giorni, ma si attesta solitamente fra 60 e 90 giorni.
Francesco Romagnoli
Ferro-Vetro-Aria-Cielo
Sintomi e decorso
Molte persone con l'epatite B
sono asintomatiche o presentano solo lievi sintomi. Tuttavia,
alcune persone provano sintomi simili all'influenza o possono
sviluppare l'ittero (colorazione
gialla degli occhi e della pelle).
I sintomi dell'epatite B comprendono :
• affaticamento (astenia),
• nausea
• vomito,
• disturbi addominali,
• febbre,
• urina di colore scuro,
• feci chiare,
• ittero (colorazione gialla degli
occhi e della pelle),
• dolore nel fianco destro, che può
diffondersi nella schiena.
Un piccolo numero di individui
(5-10%) è incapace di azzerare
l'infezione e diventa portatore
cronico.
S.
o.
Dei portatori cronici, il 10-30% svilupperà malattia del fegato cronica
o cirrosi. Inoltre i portatori cronici
possono infettare gli altri durante
tutta la loro vita, e il loro rischio di
sviluppare cancro al fegato è 200
volte superiore.
Epatite e gravidanza
La donna incinta affetta da epatite
B può trasmettere il virus al bambino durante il parto.
La maggior parte dei bambini infetti che non vengono curati immediatamente diventeranno portatori
cronici e saranno a rischio più alto
di cirrosi del fegato, insufficienza
epatica e cancro del fegato. Pertanto tutte le donne in gravidanza
devono essere esaminate per il virus dell'epatite B. Se una donna incinta viene trovata positiva al virus,
una terapia per il bambino deve
iniziare immediatamente dopo il
parto.
La terapia per i neonati infatti include il vaccino dell'epatite
B come pure l'immunoglobulina
del virus dell'epatite B. Inoltre il
bambino riceverà le due punture
aggiuntive di vaccinazione durante le successive visite. Le donne
con malattia del fegato avanzata sono a più alto rischio di complicazioni durante la gravidanza.
Diagnosi e cura
Non esiste nessuna specifica terapia o cura per l'epatite acuta e nessun farmaco può alterare il corso
dell'infezione una volta che qualcuno si ammala.
Tuttavia per gli individui con epatite cronica, la terapia a base di interferone può aiutare. Alcune volte, nei casi più gravi, è necessario il
trapianto del fegato.
45
EPATITE A
EPATITE A
Sauro todaro
Wild cherry
S.
o.
enterite e guarire spontaneamente
senza venire a conoscenza delle sue
reali condizioni di salute.
L'epatite A è una malattia altamente contagiosa che interessa il
fegato. Ne è responsabile un piccolo virus ad RNA, chiamato dagli
anglosassoni HAV (virus dell'epatite A), che si trasmette attraverso
il consumo di alimenti e bevande
contaminate o tramite il contatto
diretto con persone infette.
Fortunatamente, la A non è così pericolosa come le altre forme di epatite,
ma, seppur raramente, può complicarsi nella temibile epatite fulminante specialmente in quei soggetti affetti da altre epatopatie. Per questo
motivo, è bene non sottovalutarla e
adottare tutte le norme necessarie
a prevenirla, prima fra tutte la vaccinazione delle persone a rischio.
Il virus dell'epatite A si replica nel
fegato e viene eliminato all'esterno
tramite le feci.
46
In presenza di un'infezione lieve, la
malattia si risolve spontaneamente
anche in assenza di trattamento
medico. A differenza dell'epatite B
e C, l'infiammazione epatica sostenuta dall'HAV ha un decorso acuto,
non cronicizza, non facilita l'insorgenza di cirrosi e cancro del fegato
nel lungo periodo e non lascia la
condizione di portatore cronico.
Il virus dell'epatite A, comune in
condizioni igieniche carenti, ha un
periodo d’incubazione che va dai 6
ai 50 giorni (in genere 30), al termine del quale il paziente può accusare febbre e malessere. Alcune
persone, comunque, non presentano alcun segno o sintomo.
Sintomi
Insorgono spesso improvvisamente, tanto che il malato può confonderli con quelli tipici di una gastro-
I sintomi più comuni sono la stanchezza, nausea, vomito e diarrea,
dolori muscolari e addominali, localizzati soprattutto nell'area epatica (lato destro del corpo al di sotto delle ultime coste), perdita di
appetito, colorazione scura delle
urine, febbre leggera e prurito.
Dopo circa una settimana la pelle
e la parte bianca degli occhi possono assumere un colorito giallastro
(ittero), che talvolta persiste sino a
tre settimane.
Le complicazioni gravi dell'epatite
A sono estremamente rare, tanto
che la maggior parte delle persone
colpite va in contro ad una spontanea remissione dei sintomi entro
uno o due mesi; più raramente, la
malattia può causare recidive che
ne prolungano i tempi di guarigione oltre i sei mesi.
Trasmissione
Il virus dell'epatite A si trasmette
generalmente per via oro-fecale,
vale a dire attraverso il consumo
di acqua ed alimenti contaminati
da feci infette. È quindi sufficiente che una persona portatrice del
virus manipoli del cibo, senza essersi accuratamente lavata le mani
dopo un soggiorno alla toilette,
per trasformarlo in un pericoloso
veicolo di infezione.
Il virus dell'epatite A è abbastanza
resistente alle alte temperature,
ma muore dopo una bollitura di
5-10 minuti. Per questo motivo il
rischio di infezione è elevato in
presenza di condizioni igieniche
carenti ed in assenza di un'adeguata cottura degli alimenti.
Abbastanza diffusa risulta la trasmissione dell'epatite A tramite
rapporti sessuali di natura proctogenitale o ano-linguale.
L'infettività è massima nel periodo
compreso tra le due settimane che
precedono l'esordio della malat-
MAGHI SPANI
Evasione
tia e i 7 giorni che lo seguono. In
questo periodo, il virus si concentra nelle feci, ma si riscontra, in
minime quantità, anche nel sangue e nella saliva. Di conseguenza,
l'epatite A è contagiosa già nella
fase di incubazione, ancor prima
che compaiano i sintomi ad essa
riconducibili.
L'epatite A è quindi più diffusa
tra:
• persone che hanno rapporti sessuali non protetti di natura anale
ed ano-linguale
• persone che si sono iniettate
droghe o hanno condiviso la siringa assieme ad altri
• persone che utilizzano droghe
non iniettabili (il rischio è minore
rispetto al punto precedente, ma
bisogna considerare che la tossicodipendenza si accompagna spesso
a scarse norme igieniche persona-
S.
o.
li e che le droghe possono essere
occultate nel tratto intestinale o
contaminate in altro modo)
• persone che contraggono rapporti stretti con individui infetti.
Diagnosi
L'infezione da epatite A può essere facilmente diagnosticata da un
semplice esame del sangue, anche
in assenza di sintomi. I valori della bilirubina e delle transaminasi
salgono in caso di danno epatico, a maggior ragione se indotto
dall'HVA.
Per porre una diagnosi certa bisogna trovare gli anticorpi specifici
contro l'epatite A. Dal momento
che questi appaiono nel sangue
solamente dopo settimane o addirittura mesi dal contagio, eseguire
il monitoraggio delle immunoglobuline anti HAV in epoca precoce
comporta un alto numero di falsi
47
Per la profilassi è importante l’educazione sanitaria dei portatori cronici e dei loro conviventi, così come quella dei
gruppi a rischio di trasmissione sessuale e con sangue infetto. Bisogna evitare i rapporti a rischio e l’uso in comune
di aghi, rasoi, spazzolini da denti, forbici, e altri strumenti pungenti e taglienti per l’igiene personale. Utilizzare
aghi e siringhe monouso o adeguatamente sterilizzati. Per la profilassi specifica è disponibile un vaccino altamente protettivo e privo di rischi. Il vaccino è obbligatorio dal 1991 per tutti i nuovi nati. Inoltre il vaccino deve
essere effettuato a soggetti considerati categorie a rischio tra cui rientrano i detenuti degli istituti di prevenzione
e di pena. Per l’epatite B così come per l’HIV esiste una profilassi post esposizione nei casi considerati a rischio.
Complicanze
In linea di massima, la gravità della malattia è direttamente proporzionale all’età del soggetto infetto.
Fortunatamente, l’infezione è generalmente autolimitante, nel senso che il fegato guarisce completamente, di solito nel giro di uno o due mesi, senza subire danni permanenti. Gli anziani e le persone
che soffrono di malattie debilitanti, come anemia, diabete o problemi cardiaci, sono più esposti a ricadute e richiedono un tempo superiore per guarire. La complicanza più grave dell’epatite A, anche
se estremamente rara, è l’epatite fulminante.
Si tratta di una condizione molto grave, che causa insufficienza epatica e può mettere a serio rischio
la sopravvivenza stessa del paziente. Il rischio è maggiore per le persone con un fegato già sofferente
a causa di determinate patologie (altre forme di epatite) o dell’abuso di alcol o di determinati farmaci. Come accennato, non sembra che questo virus abbia un ruolo nell’induzione dell’epatite cronica
attiva o della cirrosi.
negativi (persone che, pur essendo ammalate, appaiano sane alla
luce dei risultati forniti dal test).
Per questo motivo, la diagnosi si
basa soprattutto sulla ricerca di
anticorpi IgM anti-HAV, che compaiono precocemente e scompaiono con altrettanta rapidità dopo
pochi mesi.
Gli anticorpi IgG anti-HAV, invece, compaiono durante la fase di
convalescenza e permangono per
tutta la vita.
Di conseguenza, gli anticorpi IgM
rappresentano un marker di infezione acuta, mentre gli IgG testimoniano una pregressa esposizione al virus dell'epatite A e
l'immunità nei suoi confronti.
Cura
Per l'epatite A la miglior cura è la
prevenzione.
Non è infatti disponibile una cura
specifica contro l'HAV, se non la
precoce somministrazione di gam-
48
EPATITE A
EPATITE A
Profilassi e vaccino
maglobuline standard (anticorpi)
entro 7-14 giorni dal contagio.
Di conseguenza, se i sintomi sono
già comparsi, questa strada non
è più percorribile e ci si limita a
monitorare la progressione della malattia, che, nella stragrande
maggioranza dei casi, regredisce
spontaneamente.
Per non stressare ulteriormente
un fegato già provato dall'infezione, il paziente viene spesso invitato a seguire alcune semplici
norme dietetiche. Innanzitutto,
l'ammontare calorico quotidiano
viene suddiviso in tanti piccoli
spuntini.
Contemporaneamente, andrà ridotto il consumo di alimenti troppo grassi, specie se fritti o bruciacchiati, a favore di pietanze
facilmente digeribili, come brodo, zuppe, yogurt, frutta e verdure. Imperativo è l'allontanamento
dell'alcol, almeno sino alla completa remissione dei sintomi.
In presenza di epatite A è importante comunicare al medico tutti i
medicinali che si stanno assumendo, compresi i prodotti da banco
per il mal di testa o i dolori mestruali. Alcuni di questi, infatti,
possono produrre metaboliti tossici per il fegato.
Se la malattia si complica in epatite fulminante è richiesto il ricovero medico, necessario per fronteggiare tempestivamente eventuali
emergenze e fornire al paziente
trattamenti dietetici e farmacologici particolari.
La profilassi dell'epatite A si basa,
oltre che sul rispetto di determinate norme igieniche e comportamentali, sulla vaccinazione e
sull'immunizzazione passiva tramite gammaglobuline standard
(anticorpi). Quest'ultimo trattamento è efficace nel produrre
una immunità a breve termine
(circa tre mesi), mentre il vaccino
antiepatite-A offre una protezione
duratura (10-20 anni o più).
Il vaccino necessita di un richiamo
a distanza di 6 e 12 mesi.
La vaccinazione è indicata per tossicodipendenti, omosessuali attivi,
pazienti affetti da epatiti croniche
virali e soggetti portatori di malattie croniche del fegato o che richiedono trasfusioni (emofilia). Il
vaccino richiede circa tre-quattro
settimane per fornire la protezione desiderata, mentre le immunoglobuline sono attive sin da subito,
con una copertura dell'85% (contro il 97% della vaccinazione).
Mentre il vaccino protegge il soggetto dall'epatite A per almeno
un decennio, l'effetto delle immunoglobuline esogene si esaurisce
nell'arco di 3-6 mesi.
Al di là della preventiva vaccina-
FRANK martinangeli
In trappola
zione od immunizzazione passiva,
chiunque voglia evitare il contagio
deve rispettare alcune semplici regole, come il fatto di risciacquare
abbondantemente la verdura e la
frutta, e sbucciare quest'ultima
prima del consumo.
S.
o.
bicchieri e asciugamani dovrebbero essere ad utilizzo strettamente
personale.
Molto importante, inoltre, il fatto
di mangiare carne e pesce, in particolare i frutti di mare, soltanto
dopo una lunga cottura. La prevenzione individuale dell’epatite
A si completa con le comuni norme di igiene personale, come l’accurato e frequente lavaggio delle
mani, in particolar modo dopo essere stati alla toilette e prima di
manipolare gli alimenti.
Oggetti come spazzolini, posate,
49
Terapia
C’è chi fin là
non giunge mai
è li che muore il mondo
e la città
oltre non va
dove anche un cielo è di fango
La terapia tende ad alleviare
la sintomatologia con l’utilizzo del paracetamolo come
antipiretico. Per il prurito
possono essere utilizzati antistaminici.
Renato Zero
Profilassi
Non esiste un vaccino specifico.
In soggetti immunocompromessi e in situazioni
particolari si possono usare immunoglobuline specifiche.
Prevenzione
Importante è l’igiene personale con un
frequente lavaggio delle mani. Lavaggio
accurato ad alte temperature delle stoviglie e degli oggetti personali.
Raffaella Curti
Jail’s balloon
lidia Bachis
Sakhine
S.
o.
La diagnosi si basa sulle caratteristiche della sintomatologia e del rash
cutaneo ma la diagnosi di certezza
può essere fatta ricercando il virus
nel liquido contenuto nelle vescicole.
Virus di Epstein-Barr (EBV).
Incubazione
La varicella è una malattia esantematica altamente contagiosa causata dal virus Varicella Zoster (VZV)
lo stesso virus che causa l’herpes
zoster, comunemente chiamato
fuoco di San’Antonio. 2-5 settimane prima dell’esordio
dei sintomi.
Segni e sintomi
Nel 10% dei casi è presente una
manifestazione cutanea simile a
quella del morbillo (esantema maculo papuloso).
Diagnosi
La diagnosi si basa sulla presenza
di febbre, aumento delle dimensio-
50
S.
o.
Diagnosi
Agente eziologico
Febbre; linfadenopatia in particolare dei linfonodi ai lati del collo,
ascellari, sotto mascellari, inguinali; senso di malessere e stanchezza;
aumento delle dimensioni della
milza (splenomegalia) e del fegato
(epatomegalia).
VARICELLA
MONONUCLEOSI
Periferia
Incubazione
ni dei linfonodi e mal di gola.
Agli esami del sangue è evidente
un aumento dei linfociti. A livello
anticorpale, durante la fase acuta,
si ha la presenza di IgM anti VCA
(antigene virocapsidico) e anti EA
(antigene precoce).
Nella remissione della sintomatologia si evidenziano IgG anti VCA
e anti EBNA (Antigene nucleare)
che persistono per tutta la vita.
Modalità di contagio
Gli adolescenti e gli adulti si infettano mediante contatti personali
ravvicinati e, in alcuni casi, attraverso le trasfusioni di sangue.
Terapia
La terapia si basa sulla cura dei sintomi. Per la febbre si consiglia il
paracetamolo.
Presenta un periodo d’incubazione
tra le 2-3 settimane.
Segni, sintomi e decorso
Successivamente al periodo d’incubazione appare una manifestazione cutanea (rash cutaneo) con
macchie pruriginose e vescicolari
(esantema cutaneo o rash), accompagnate da febbre non elevata
e malessere generalizzato (astenia), a volte con mal di testa. Per 3
o 4 giorni le piccole papule pruri-
ginose di colore rosaceo compaiono prima sul tronco, poi in periferia sugli arti e sul viso compreso il
cuoio capelluto, la bocca, il naso,
le orecchie e i genitali e non compaiono sul palmo delle mani e sulla pianta dei piedi. L’eruzione cutanea inizia con piccole e multiple
protuberanze rosse che sembrano
brufoli o morsi di insetto, sviluppa
quindi delle sottili vesciche piene
di liquido chiaro, che diventano
torbide. La pelle della vescichetta
si rompe, lasciando una piaga aperta, che infine sviluppa una crosta
che diventa secca e marrone. Le
vescicole della varicella hanno di
solito meno di mezzo centimetro
di larghezza, hanno un colore rossastro alla base e appaiono in più
riprese da 2 a 4 giorni.
Modalità di contagio Il contagio avviene per via aerea mediante le goccioline respiratorie (goccioline di Flugge) diffuse nell’aria
quando una persona infettata dal virus tossisce, starnutisce o tramite contatto diretto con una lesione cutanea.
La contagiosità inizia da 1 o 2 giorni
prima della comparsa dell’eruzione e
può durare fino alla comparsa delle
croste. Le vesciche che si vengono a
formare nel corso della malattia rappresentano un elemento di contagio
attraverso il liquido contenuto nelle
vescicole. In caso di rottura la lesione
deve essere coperta e il liquido drenato con garze imbevute di disinfettanti. Durante la gravidanza, il virus
può essere trasmesso all’embrione o
al feto attraverso la placenta.
51
HERPES
HERPES
Modalità di contagio
L'Herpes si diffonde attraverso contatto intimo della pelle con un individuo infetto. Benché il virus
si possa diffondere attraverso contatto con lesioni o secrezioni, la maggior parte della trasmissione
accade per lesioni non riconosciute o perdita asintomatica. La trasmissione del virus può accadere
quando il partner infetto non ha vescicole, ulcere o altri sintomi. Alcuni individui potrebbero non
avere mai sintomi e non sapere di essere infettati dal virus dell'Herpes. Tuttavia essi possono persino
trasmettere il virus agli altri. L'Herpes orale può diffondersi attraverso i baci.
L'Herpes genitale è trasmesso attraverso contatto sessuale (vaginale, anale ed orale).
Il virus può essere trasmesso dalle regioni orali a quelle genitali e viceversa durante il sesso orale.
Prevenzione
La possibilità di diventare infetti con l'Herpes può essere ridotta evitando comportamenti sessuali
rischiosi.
Per ridurre i rischi:
- L’uso di profilattici di lattice o di poliuretano durante i rapporti sessuali può aiutare a ridurre il rischio di trasmissione, ma la trasmissione può ancora accadere se le lesioni dell’Herpes sono su parti
del corpo non coperte dal profilattico
- Limitate il numero di partner di sesso
Il Virus dell'Herpes Simplex (HSV)
di tipo 1 o 2, può causare vesciche e ulcere sulla bocca, sulla faccia, sui genitali o attorno all'ano.
Una volta che una persona è infetta dall'Herpes rimane infettata per
tutta la vita. Tuttavia il virus spesso
è nascosto e non causa sintomi per
lunghi periodi di tempo.
Sintomi e decorso
Molti individui infetti dall'Herpes
non hanno mai nessun sintomo e
non sanno di essere infetti.
L'infezione dell'Herpes iniziale
può essere accompagnata da sintomi simili all'influenza, come febbre,
affaticamento, dolori ai muscoli e
ghiandole gonfie (linfonodi) oltre
a vesciche ed ulcere su e attorno ai
genitali, alle cosce, alle natiche ed
all'ano o sulle labbra, sulla bocca,
sulla gola, sulla lingua e sulle gengive.
Le lesioni si possono trovare anche
dentro la vagina e sulla cervice.
52
Nel caso dell'infezione genitale ci
può essere anche dolore e prurito
nel luogo in cui la ferita è individuata oppure bruciore durante la
minzione. Alla fine queste vesciche
si incrostano, formano una crosta
e infine guariscono, di solito entro
1-3 settimane.
Una volta che l'infezione iniziale
è risolta, alcune persone presentano vescicole, ulcere o piccole ferite genitali, che possono trovarsi
sul pene, sulla vulva, sull'ano, sulle
natiche, e/o cosce. Prurito e formicolio nei genitali sono spesso un
segnale di avvertimento prematuro
di eruzioni.
La frequenza e la gravità delle eruzioni varia da persona a persona.
Le lesioni generalmente durano
3-7 giorni e non sono così dolorose
come quelle dell'infezione iniziale,
e sintomi sistematici sono rari. Tuttavia parecchie persone possono
sentire ulcere genitali dolorose e
ricorrenti.
Paolo Hermanin
Parva lux sed lux
Herpes e gravidanza
Lesione cutanea causata
dall’infezione
Nei pazienti con immunità cellulomediata depressa per un'infezione
da HIV o per altre cause, oppure
con lesioni di lunga durata o progressive, i sintomi possono persistere per settimane o più. Pertanto,
frequenti ricadute o difficoltà di
guarigione, indicano la necessità
di indagare in direzione di un'infezione da HIV.
L'Herpes può anche aumentare il
rischio di trasmissione o acquisizione dell'infezione HIV.
L'Herpes può essere trasmesso dalla madre al bambino, più rischiosa è la trasmissione se l'infezione
iniziale avviene in prossimità del
parto. Il virus può essere trasmesso
al bambino nell'utero o durante il
parto.
L'infezione durante la gravidanza
porta ad un aumento del rischio di
aborto, diminuzione dello sviluppo
del feto, e doglie premature.
Circa il 50% dei neonati che sono
nati da una madre con l'infezione
iniziale diventano infetti dal virus
dell'Herpes. Se una donna ha un
eruzione attiva dell'Herpes genitale al momento del parto, il bambino di solito sarà partorito con il
taglio cesareo per prevenire la trasmissione dell'Herpes.
Dei neonati infetti con l'Herpes
alla nascita, il 30-60% muore entro il primo mese. I sopravvissuti possono avere complicazioni a
lungo periodo come ritardo e crisi
mentale.
Per prevenire la trasmissione ai
loro bambini, le donne in gravidanza dovrebbero discutere qualunque storia passata di Herpes con i
loro assistenti sanitari e prendere
misure adeguate per prevenire l'infezione durante la gravidanza.
S.
o.
un'ulcera o da una vescica. Non vi
è nessun esame del sangue affidabile prontamente disponibile per il
virus, e non esiste nessuna diagnosi certa per gli individui che sono
asintomatici.
Per la terapia si utilizzano farmaci o
creme antivirali (come l'Acyclovir).
Durante un'eruzione, una terapia
sintomatica si ottiene mantenendo
la zona colpita pulita e asciutta, assumendo analgesici (come aspirina
o ibuprofen).
Diagnosi e cura
L'Herpes può essere diagnosticato
esaminando un campione preso da
53
AIDS (Acquired Immune Deficiency Sindrome) o “Sindrome da Immunodeficienza Acquisita” è una
malattia caratterizzata da un progressivo deterioramento del sistema immunitario, causato dal virus
HIV, che lo rende alla fine incapace di contrastare l’attacco di microorganismi, detti “opportunisti”
o la comparsa di tumori insoliti.
Questo può provocare l’insorgenza di alcune infezioni gravi tipiche
della fase sintomatica dell’infezione da HIV.
Se un soggetto viene infettato dal
virus, proverà a combattere l’infezione generando “anticorpi”, speciali molecole che testimoniano
l’avvenuta infezione ma non sono
in grado di debellarla.
Il test HIV ricerca tali anticorpi:
quando sono presenti nel sangue
significa che il soggetto ha contratto l’infezione.
54
S.
o.
Le persone che hanno
gli anticorpi anti-HIV sono
chiamate “sieropositive”.
Il sangue, le secrezioni vaginali, il liquido seminale e
il latte materno di persone sieropositive contengono sufficienti quantità di virus tali da potere infettare
altre persone.
Si contrae HIV:
• durante rapporti sessuali non
protetti,
• contatto di sangue attraverso lo
scambio di siringhe, rasoi o con emotrasfusione di sangue o somministrazione di emoderivati infetti,
• dalla mamma sieropositiva al bambino durante la gravidanza, il parto
o l'allattamento al seno. Il rischio di
trasmissione dell'HIV da madre a figlio può ridursi con l’impiego della
terapia antiretrovirale durante la gravidanza, il parto cesareo e il latte in
polvere.
Non ci sono casi documentati di
HIV
HIV
Paolo BIELLI
Lo stigma delle patologie infettive
HIV
trasmesso tramite
lacrime o saliva, ma è possibile contrarre
l'infezione praticando
• sesso orale non protetto o in presenza di ferite sanguinanti in bocca o di ulcere genitali.
Trasmissione
Il virus è presente in grande concentrazione
• nel sangue,
• nello sperma,
• nel liquido amniotico,
• nel latte materno,
• in concentrazione più bassa, nelle secrezioni vaginali.
Per prevenire l’infezione da HIV
è importante l’utilizzo sempre
del preservativo nei rapporti sessuali penetrativi e nel caso di
rapporti anali, anche un lubrificante a base d’acqua. Nei rapporti orali non è così facile individuare esattamente il grado di
Alessandra de sanctis
Parità diversa
rischio che questa pratica comporta, e che comunque esiste.
Iniettarsi una qualsiasi sostanza
con un ago usato da un’altra persona è il modo più diretto per la
trasmissione del virus e, per questa ragione, se si fa uso di sostanze
per via iniettiva non si deve permettere a nessuno di utilizzare
la siringa già usata e non si deve
usare la siringa usata da altri. Anche lo scambio del rasoio o di altri
oggetti taglienti di uso personale
può essere causa di infezione: è
quindi opportuno non scambiarsi
questi oggetti.
Come non si trasmette
Nei contatti quotidiani. Nessun familiare di una persona sieropositiva è mai stato infettato.
In caso di convivenza con una persona sieropositiva é sufficiente rispettare le comuni norme igieniche: non usare oggetti che possono
entrare in contatto con il sangue,
cioè spazzolini da denti e oggetti
taglienti come forbici, rasoi, ecc.
Il virus HIV non si trasmette:
• Abbracciandosi: l’atto di abbrac-
ciarsi e stringersi non trasmette
l’infezione.
• Accarezzandosi: l'HIV non si trasmette scambiandosi carezze.
• Baciandosi: non è mai stato segnalato un caso di contagio attraverso il bacio.
• Facendo il bagno o la doccia insieme.
• Usando la stessa biancheria e le
stesse stoviglie.
• Tramite le punture di insetti, i
morsi di cane o gli animali domestici.
• Il piercing o i tatuaggi sono sicuri per quanto riguarda un’infezione da HIV, solo se le persone si
attengono alle norme igieniche.
• Non esiste rischio di trasmissione
dell’HIV tossendo o starnutendo.
S.
o.
Diagnosi e test
La diagnosi di infezione da HIV
si basa principalmente sulla ricerca degli anticorpi specifici
(cioè diretti contro il virus HIV)
nel sangue.
Inoltre si basa su parametri clinici
e su esami per valutare quanto velocemente il virus si moltiplica (carica virale o viral load), o quanto
il sistema immunitario è stato danneggiato.
È possibile misurare la replicazione
del virus HIV e quindi i danni arrecati al sistema immunitario attraverso l’individuazione della cosiddetta carica virale (viremia plasmatica
o viral load = quantità di virus per
millilitro di sangue): più elevata è la
carica virale e più veloce sarà la distruzione del sistema immunitario.
La quantità di linfociti TCD4+, misurati per millilitro di sangue, (il
cosiddetto valore CD4), fornisce
informazioni sulle condizioni del
55
Curiosità
“...Mamma, ho appena ucciso un uomo
Gli ho puntato una pistola alla testa
Ho premuto il grilletto e ora è morto
Mamma, la vita era appena iniziata
Ma ora l’ho lasciata e l’ho buttata via
Mamma ooh
Non volevo farti piangere
Se non sarò tornato a quest’ora domani
Va’ avanti, va’ avanti,
come se niente fosse stato…”
Un virus molto simile all’HIV è stato individuato in Africa in determinate specie di scimpanzé. Si
tratta del virus SIV (Simian Immunodeficiency Virus). È fortemente probabile che il virus HIV derivi
da una mutazione (alterazione genetica spontanea) di tale «virus di scimmia». Il passaggio del virus
dalla scimmia all’uomo deve essere avvenuto negli anni trenta. Da allora, il virus si sta diffondendo
nel mondo. Ma fu soltanto nei primi anni ottanta, quando in America si iniziò a constatare una concentrazione di quadri clinici prima molto rari e inabituali, che si riconobbe la «nuova» sindrome.
Nel 1983/84 fu scoperto il virus HIV-1 e, poco dopo, si riuscì a individuare il virus HIV-2. Le due
tipologie di virus, come pure i loro sottogruppi (subtipologie), presentano caratteristiche specifiche.
Spesso la loro incidenza varia considerevolmente a seconda del continente.
Le possibilità di protezione sono però le stesse per tutte le tipologie.
La UNAIDS e il WHO stimano 25 milioni di morti dalla scoperta della sindrome, il che ne ha fatto una
delle più terribili epidemie della storia.
sistema immunitario: meno numerosi sono i linfociti e più avanzata è la deficienza immunitaria.
Gli anticorpi anti-HIV si sviluppano dopo circa 1-3 mesi dal momento del contagio e possono
essere rilevabili nel sangue anche dopo 6 mesi dal contagio.
Il tempo durante il quale un soggetto che ha contratto il virus
HIV non ha ancora sviluppato gli
anticorpi specifici, viene definito “periodo finestra” e, in questo
periodo, la persona risulterà negativa al test per gli anticorpi pur
essendo stata contagiata dal virus.
Una persona contagiata può trasmettere il virus anche durante il
periodo finestra.
In caso di esposizione a rischio si
consiglia:
• colloquio medico per valutare
correttamente il tipo di rischio;
56
• eseguire il test per la ricerca de-
gli anticorpi anti-HIV seguendo il
seguente calendario:
• a distanza di 1 e 3 mesi dal presunto contagio;
• a distanza di 6 mesi dal presunto
contagio, in caso di negatività del
test eseguito a 3 mesi dal contagio.
Nella maggior parte dei casi un test
negativo a distanza di 6 mesi dal
presunto contagio è considerato
definitivo per quel dato episodio
a rischio, in assenza di esposizione
ad ulteriori rischi.
Non si può essere sottoposti, senza consenso, ad analisi tendenti
ad accertare l’infezione da Hiv.
Il test è assolutamente volontario e, perché venga eseguito, è
necessario il consenso esplicito del paziente, dopo ricevuto
tutte le necessarie informazioni sulle caratteristiche del test.
Anche in caso di ricovero ospedaliero il test non può essere effettua-
to a insaputa del paziente, ma solo
con il suo consenso scritto. Anche
in carcere, il test Hiv non può essere effettuato senza l’autorizzazione
dell’interessato.
Al lavoratore o alla persona che
compie una selezione per l’assunzione non può essere chiesto di sottoporsi all’esecuzione del test Hiv.
La malattia da HIV segue un decorso diverso da persona a persona.
Generalmente l’infezione primaria
da HIV (contagio iniziale) è sintomatica con manifestazioni simil influenzali, con febbre, linfadenopatia, artromialgie, cefalea etc.
Poco tempo dopo il contagio con
il virus HIV e per un periodo passeggero, il virus si replica molto
rapidamente. Nelle prime settimane dell’infezione una quota di pazienti accusa sintomi simili a quelli
dell’influenza, che scompaiono poi
nel giro di due o tre settimane.
Tali disturbi nel decorso dell’infezione regrediscono spontaneamen-
HIV
HIV
Bohemian Rhapsody
Freddy Mercury
Eliana BArtoszewski
Urlo in gabbia
te. Il virus in questa fase si dissemina in tutti gli organi e tessuti.
Dopo la fase iniziale, l’infezione
da HIV decorre dapprima senza
particolari manifestazioni. Questa fase può durare alcuni mesi o
molti anni. Tuttavia il virus continua a proliferare, danneggiando
il sistema immunitario. A un certo
momento possono insorgere i primi sintomi quali, per esempio, un
aumento persistente del volume
dei linfonodi in più sedi (sotto le
ascelle, nella zona inguinale), forte sudorazione notturna, e diarrea
di lunga durata.
Si parla di AIDS quando per la grave immunodeficienza causata da
HIV si manifestano determinate
«malattie che definiscono l’AIDS».
Rientrano in tale categoria, per
esempio, la polmonite da Pneumocistis Carinii o Jiroveci (PcP, una
forma particolare di polmonite), la
toxoplasmosi cerebrale o altre infezioni opportunistiche come, per
esempio la candidosi esofagea.
Le più frequenti malattie da tumori definenti l’Aids sono tipi di cancro di origine virale, quali ad esempio il sarcoma di Kaposi e linfomi
maligni del sistema immunitario.
L’HIV può danneggiare anche le
cellule del sistema nervoso centrale
e periferico, causando anche nevriti
e/o disturbi delle capacità cerebrali.
S.
o.
L’evoluzione da sieropositività ad
AIDS è dovuta alla progressiva distruzione del sistema immunitario
a causa del virus HIV.
L’AIDS è la fase sintomatica
dell’infezione da HIV durante la
quale, a seguito della progressiva
immunodepressione causata dal
virus stesso, si manifestano le maggiori infezioni opportunistiche o
tumori HIV-correlati (es. Sarcoma
di Kaposi).
57
Edvard Munch noto pittore norvegese ha dato vita nei suoi quadri al dolore e all’angoscia da lui provata per la morte della mamma, prima, e della tanto amata sorella Sophie più tardi, di tubercolosi. Queste morti segnarono il futuro della vita artistica di questo
grande pittore il cui filo conduttore fu l’amore, la morte e più tardi la vita.
Munch amava molto Sophie e la sua morte creò in lui un lungo e penoso tormento. Realizzò cosi due grandi opere “Morte nella stanza della
malata” e la “Bambina malata.” Nell’opera “La morte nella stanza della
malata” si respira il ricordo della sofferenza di un momento nella vita del
pittore in cui la famiglia si stringe intorno a Sophie morta di tubercolosi. Questa malattia ha turbato la vita e le
opere di questo pittore che ha portato sempre nei suoi quadri l’angoscia
e i dolore del suo vissuto, dell’aver vissuto una malattia con tutte le sue
sfaccettature che aveva portato tragicamente alla morte le persone a lui
care. In questo quadro la famigli si stringe intorno a Sophie e l’intento
dell’autore è stato anche quello di evidenziare il confronto della sua
famiglia con la morte risvegliando il ricordo della malattia fatale della
sorella e della mamma, morta quando il pittore aveva solo 15 anni.
La tubercolosi è oggi uno dei problemi di salute pubblica tra i più gravi e
più trascurati al mondo.
Secondo alcune affidabili stime nel
periodo 1990-1999 si sono verificati
globalmente circa 90 milioni di casi
di tubercolosi con 30 milioni di morti; nel decennio 2000-2010 più del
14% dei nuovi casi sono correlabili
all’infezione da HIV. Nei paesi industrializzati la diminuzione dei casi di
tubercolosi proseguita fino al 1983
ha subito un’inversione di tendenza
a partire dal 1986 con un incremento di nuovi casi negli Stati Uniti e in
diversi paesi europei tra cui l’Italia.
L’aumento dei casi di tubercolosi
nei paesi industrializzati deve essere
in buona sostanza ricondotto ai seguenti motivi:
• tossicodipendenti per via EV
• infezione da HIV
• nuove fasce di emarginati
• extracomunitari provenienti da
paesi ad alta endemia
É facile intuire le implicazioni di
tutto ciò all’interno degli istituti di
58
“Dipingo non quello che vedo, ma quello che ho visto”
Edvard munch
prevenzione e pena, ove in particolare la concentrazione di gruppi
a rischio d’infezione (HIV positivi,
alcolisti, extracomunitari, ecc.) costituisce una pericolosissima cassa di
risonanza per l’epidemia.
Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, nel giugno
1995 costituì un gruppo di lavoro
interministeriale con l’obiettivo di
individuare, sulla base di considerazioni tecniche e amministrative, le
modalità d’intervento per arginare
il fenomeno TBC nelle carceri. Una
delle prime iniziative promosse dalla Commissione fu di effettuare una
rilevazione su scala nazionale del fenomeno. Uno studio di prevalenza
fu compiuto il 30 giugno 1995.
I casi notificati o accertati indicano
nel 1994 nelle carceri un’incidenza
di 290 casi per 100.000 (30 volte maggiore dell’incidenza nella popolazione italiana pari al 9,6 per 100.000).
Si possono fare alcune considerazio-
ni analizzando i dati dello studio di
prevalenza. Il numero di casi e l’incidenza della tubercolosi nelle case
circondariali italiane è in sicuro aumento.
La positività della intradermoreazione di Mantoux nelle carceri è
notevolmente superiore a quella osservata tra la popolazione generale.
Trovano conferma precedenti osservazioni di una maggiore correlazione tra cutipositività e provenienza
da Paesi extracomunitari, rispetto
alla sieropositività per HIV.
Appare necessario sottolineare che i
detenuti HIV positivi avevano un numero medio di CD4 maggiore di 500
cellule/mm3. Conseguentemente la
non responsività ai test cutanei per
la tubercolosi non è riconducibile a
deficit immunitari.
Per quanto riguarda i detenuti extracomunitari provenienti da paesi
africani la maggior presenza di cutipositività potrebbe spiegarsi con
l’obbligatorietà della vaccinazione an-
Elisabetta corona
Senza titolo
titubercolare vigente in tali nazioni.
Tra i vari fattori di rischio responsabili
dell’aumento della TBC in Italia e più
in particolare tra i detenuti, gli extracomunitari rappresentano la categoria con il maggior numero di infetti.
Tutto ciò accade perché l’immigrato reca con sé e moltiplica il rischio
di ammalarsi di TBC in seguito alle
pessime condizioni igienico sanitarie e nutrizionali in cui è costretto a
vivere quando arriva nel nostro paese. Ecco perché il rischio di ammalarsi è maggiore nei primi due anni
di permanenza nel nostro paese.
Inoltre, gli extracomunitari usano
riunirsi periodicamente, rispettando strettamente le etnie di origine,
mentre hanno in genere contatti
molto limitati con la popolazione
autoctona. Infine, gli extracomunitari presenti negli istituti italiani
sono nella stragrande maggioranza
giovani provenienti dai paesi del ter-
zo mondo coinvolti in reati che comprendo il traffico e il consumo delle
sostanze stupefacenti.
Come proteggersi
La percentuale di cuticonversione
tra il personale sanitario può arrivare al 10% l’anno e vi sono numerose dimostrazioni dell’esistenza e
dell’importanza del coinvolgimento
del personale sanitario nelle epidemie di tubercolosi intranosocomiali.
Appare necessario quindi adottare
tutte quelle misure di protezione
individuale e ambientale contenute
nelle Linee Guida per la lotta alla
tubercolosi.
Tali interventi preventivi si basano
• sullo screening tubercolinico
• sulla vaccinazione anti-TBC
• sulla chemioprofilassi
• sull’utilizzo dei DIPR (dispositivi
individuali di protezione)
S.
o.
TUBERCOLOSI
TUBERCOLOSI
La tubercolosi nella vita di Edvard Munch
Tutto il personale dovrebbe sottoporsi all’atto dell’assunzione ad una
intradermoreazione con PPD secondo Mantoux (5 U.I.) con cadenza
quinquennale o, in caso di operatori impiegati presso centri clinici, annuale. In quest’ultimo caso appare
indicato consigliare a tutto il personale, la vaccinazione antitubercolare nonostante i noti contrasti sul
grado di immunizzazione raggiungibile con il vaccino.
L’utilizzo dei DIPR appare assai controverso. Di sicuro non sono idonee
le normali mascherine in uso per
la chirurgia, in quanto sono state
studiate per evitare che l’operatore contamini il campo operatorio e
non viceversa.
I Centers for Diseases Control di Atlanta USA hanno indicato i requisiti
per i DIPR:
a) penetrazione attraverso il filtro
59
Le prime osservazioni sulla malattia tubercolare ci provengono dall’antichità. Tracce della malattia sono
state trovate su scheletri del neolitico (oltre 4000 anni a.c.). Infatti, già in mummie egiziane si sono riscontrate alterazioni dello scheletro caratteristiche della tubercolosi ossea. Ippocrate ha descritto dettagliatamente la tisi come malattia che distrugge il polmone ed Aristotele aveva ipotizzato il contagio della
tubercolosi attraverso l’aria respirata dal soggetto sano in vicinanza del malato. Sembra che i cinesi avessero
identificato la tubercolosi sin dai tempi dell’imperatore Chin-Nong, padre della medicina (3216 a. C.). I
medici cinesi formulavano la prognosi palpando il polso dell’arteria omerale. Se il polso era forte e duro,
la malattia veniva giudicata incurabile e l’ammalato abbandonato a se stesso. Notizie sulla malattia sono
rintracciabili negli scritti persiani ed egizi. La conoscenza della tubercolosi da parte delle Scuole mediche
greche è essenzialmente basata sull’osservazione dell’ammalato: accurate descrizioni del morbo si trovano negli scritti di Areteo di Cappadocia, nelle opere di Galeno e negli «Aforismi» di Ippocrate, il quale
per primo ha codificato ciò che si tramandava con la tradizione orale. Nel Medioevo andavano celebrati
i precetti igienici, dietetici e curativi della Scuola Salernitana. Nel secolo XVI si trovano i primi concetti sulla predisposizione, sull’ereditarietà e sul contagio tubercolare. Interessante è la teoria di Gerolamo
Fracastoro, assertore dell’esistenza di semi contagiosi invisibili ad affinità elettiva per il polmone. Giovan
Battista Montano (1488-1550), docente di medicina a Pavia, seguendo i concetti di Fracastoro, affermava
che è pericoloso sputare nell’ambiente, essendo persino possibile, ponendo il piede nudo sull’escreato
di un tisico, contrarre la malattia. La scoperta dell’agente patogeno (R. KOCH, 1882) e l’ideazione del
pneumo-torace artificiale terapeutico (C. FORLANINI, 1888) segnavano due tappe fondamentali nella conoscenza della malattia e della sua terapia. In passato la tubercolosi è stata chiamata mal sottile o consunzione, poiché sembrava consumare le persone da dentro, con fuoriuscita di sangue dalla bocca, febbre,
pallore e un lungo deperimento. Altri nomi includono phthisis (parola greca per consunzione) e phthisis
pulmonalis; scrofula (negli adulti), che colpiva il sistema linfatico e provocava il gonfiore delle ghiandole
del collo; tabes mesenterica, tubercolosi dell’addome, e lupus vulgaris, tubercolosi della pelle; malattia del
deperimento, peste bianca, poiché le vittime avevano un aspetto pallido; male del re, perché era credenza
popolare che il tocco di un re potesse curare la scrofula; e morbo di Pott o gobba per la tubercolosi ossea.
minore 5% per particelle di 1 micron;
b) perdita del bordo di tenuta non
superiore al 10% in condizioni
d’uso;
c)disponibilità di almeno tre taglie
per garantire un buon adattamento
al volto.
La normativa europea UNIEN 149
classifica i filtranti facciali in tre
classi e due sottoclassi in base alla
perdita e alla penetrazione attraverso il materiale filtrante, prevedendo
l’uso dei filtranti a protezione maggiore (FFP3SL) in situazioni più a
rischio.
Nei centri clinici con detenuti affetti
da TBC, o sospetti esserlo, il miglior
rapporto costo efficacia è offerto
dal DIPR di classe FFP2 da utilizzare almeno per un turno lavorativo.
Per il personale esposto a contatto prolungato con malato TBC (ad
60
TUBERCOLOSI
TUBERCOLOSI
Curiosità
esempio agenti impiegati nelle sezioni dove si è verificato un caso di
TBC bacillifera) va coordinato l’invio presso gli ambulatori ASL, dove
si provvederà a svolgere le necessarie
indagini per evidenziare l’eventuale
presenza di infezione o malattia tubercolare oltre che a instaurare i necessari provvedimenti di profilassi o
terapeutici.
Batteri tubercolari
resistenti
Nei pazienti affetti da tubercolosi,
l’esame colturale permette di identificare ceppi di batteri resistenti agli
antitubercolari. Una resistenza agli
antitubercolari può essere primaria
(identificazione di batteri tubercolari resistenti in un malato mai curato
in passato con antitubercolari) o secondaria (resistenza in un paziente i
cui micobatteri erano stati sensibili
all’inizio del trattamento). Si deve
supporre una resistenza quando i
pazienti già trattati con antitubercolari non reagiscono più alla terapia,
se due mesi dopo l’inizio della cura
si continuano a identificare batteri
persistenti nell’espettorato o in colture oppure in caso di recidiva dopo
trattamento. Una tubercolosi è definita multi-resistente quando l’agente causale è resistente a isozianide
e rifampicina, i due antitubercolari
più efficaci. Inoltre sono frequenti
le resistenze contro altri antitubercolari di prima scelta come pirazinamide ed etambutolo. La multiresistenza può insorgere in pazienti
senza precedente trattamento con
antitubercolari oppure come resistenza acquisita in pazienti dopo un
precedente trattamento con tali farmaci. La mortalità dei pazienti con
tubercolosi multi-resistente è cresciuta. La virulenza dei batteri tubercolari multi-resistenti non è più elevata di quella dei batteri sensibili; la
lunga durata della contagiosità dei
pasquale pontidoro S.
Moto inconscio
o.
pazienti aumenta invece il pericolo
di contagio per altre persone. La resistenza verso più antitubercolari,
segnatamente isozianide e rifampicina, può pregiudicare la guarigione della tubercolosi; in questi
casi è indicato un trattamento da
parte dello specialista. L’insorgere di multi-resistenze acquisite è
soprattutto conseguenza di una
cura antitubercolare insufficiente
(schema terapeutico inadeguato
o dosaggio insufficiente) oppure
di una conformità insufficiente
da parte del paziente. Raramente
anche un ridotto riassorbimento
gastrointestinale degli antituber-
colari può essere responsabile di
un effetto insufficiente e quindi di
una selezione degli agenti causali
resistenti.
Nelle nazioni industrializzate occidentali, i problemi legati alla resistenza sono osservati soprattutto
negli stranieri provenienti da paesi
con elevata prevalenza della tubercolosi e infrastrutture mediche insufficienti, come anche in persone
di gruppi ai margini della società.
I pazienti più giovani sono sovente portatori di batteri tubercolari
multi-resistenti, a differenza delle
persone relativamente anziane, che
sono state infettate per lo più in
gioventù da agenti causali sensibili. Negli ultimi tempi, la resistenza
è un problema anche nei pazienti
con infezione da HIV. Negli Stati
Uniti, dopo un aumento temporaneo al 9% la quota di agenti causali
multi-resistenti nei pazienti tubercolotici è di nuovo regredita.
Il 60% circa dei pazienti con tubercolosi multi-resistente presentava fattori di rischio (precedente
cura, infezione da HIV, migranti).
Si sono osservati problemi particolari concernenti l’ambiente soprattutto in istituzioni come ospedali,
penitenziari o asili per senzatetto.
Il principale fattore di rischio di
61
La farmacoterapia della tubercolosi si fonda su due
principi di base: la somministrazione simultanea
di più medicinali mira da un lato a un rapido effetto battericida (diminuzione della contagiosità) e
dall’altro a impedire che si sviluppi una resistenza.
La lunga durata della terapia ha l’obiettivo di eliminare i batteri persistenti e quindi di impedire le recidive. La farmacoterapia della tubercolosi consiste
di regola nella somministrazione di 4 antitubercolari
(isozianide [H], rifampicina [R], pirazinamide [Z]
ed etambutolo [E]) per 2 mesi, seguita dalla somministrazione di 2 antitubercolari (isozianide e rifampicina) per 4 mesi (2 HRZE/4 HR). Una buona
collaborazione, ossia l’assunzione di medicamenti in
dosi efficaci e per tutta la durata prevista, è la condizione assoluta per la guarigione e l’unica via per
impedire una recidiva o l’insorgere di farmacoresistenze agli antitubercolari.
É competenza del Clinico decidere la terapia più idonea in base a dettagliate informazioni raccolte sulla
base degli esami e della storia clinica del paziente.
lele de bonis
S.
Il trattamento con farmaci antitubercolari, una volta iniziato, va seguito scrupolosamente e accompaL’angelo incatenato
o.
gnato da esami di controllo che forniscono ulteriori
informazioni sull’andamento del processo di guarigione o su eventuali necessità di cambiamento della
terapia. La terapia dovrebbe essere iniziata presso gli ambulatori specialistici o in regime di ricovero
ospedaliero per i casi più complessi o più gravi. La terapia può durare dai 6 mesi ai 18-24 mesi.
una multi-resistenza è un precedente trattamento antitubercolare
inadeguato. I farmaci antitubercolari utilizzati oggi sono quindi: Isoniazide, Rifampicina, Pirazinamide,
Streptomicina, Etambutolo, in diverse combinazioni tra loro per la
terapia di “attacco” e la successiva
terapia di mantenimento.
Prevenzione generale
della tubercolosi
La chiave per la prevenzione della
tubercolosi è la diagnosi precoce
della malattia attiva e la cura proseguita sistematicamente sino alla
fine per interrompere la trasmissione. Un tubercolotico contagioso
può restarlo in generale per 10-14
giorni dopo l’inizio di una terapia
adeguata. In caso di tubercolosi
multi-resistente o di cura insufficiente, il periodo di contagiosità
62
TUBERCOLOSI
TUBERCOLOSI
Principi terapeutici
della tubercolosi
può tuttavia durare a lungo. Secondo l’esito della visita, il paziente dovrebbe essere isolato nell’ospedale
o lasciato nel suo consueto ambiente domestico. La terapia deve avere per obiettivo la guarigione delle
persone trattate; questo risultato
deve essere conseguito limitando
quanto più possibile l’insorgenza
e la diffusione di resistenze ai farmaci antimicrobici e nel modo più
efficiente possibile.
Misure generali per ridurre il rischio di contagio del personale
d’assistenza
Misure igieniche
generali
Trattamento
Una misura importante per limitare
il rischio di tubercolosi è data dalla formazione e dall’informazione
regolare del personale in merito al
quadro clinico e ai problemi connessi. Soltanto gli assistenti che conoscono i sintomi che fanno sospettare
Accanto all’identificazione precoce,
assume importanza anche il rapido
avvio di un corretto trattamento antitubercolare. Di regola la terapia
dura 6 mesi e viene attuata mediante
una combinazione di medicamenti.
È ovvio che in caso di tubercolosi,
come per le altre malattie infettive,
vadano consigliate misure igieniche
generali inclusa un’igiene sistematica per le mani. Tra queste misure
vanno annoverati l’evitare i luoghi
affollati e la sistemazione in locali
sufficientemente grandi, puliti e con
ventilazione naturale i quali, se possibile, devono essere illuminati con la
luce del giorno.
Informazione e
formazione
Identificazione
precoce
Per l’identificazione precoce
dei casi di tubercolosi è importante che le persone presentanti
tosse, espettorato, sudorazione
aumentata, perdita di peso siano riconosciute. Ciò contribuisce anche a ridurre il rischio di
contagio per il personale.
Uno screening di routine della
tubercolosi presso i detenuti in
penitenziari e presso i clienti di
altre istituzioni serve parimenti
all’identificazione precoce.
una tubercolosi sono in grado di osservare a tale riguardo i detenuti e di
informare nei casi sospetti il servizio
medico competente.
Strutture sanitarie
Indipendentemente dall’adozione
delle necessarie misure di protezione individuale è necessario ricordare che la TBC è una malattia a trasmissione aerea e che quindi tutti i
soggetti con il sospetto di tubercolosi
polmonare o laringea dovrebbero
essere immediatamente trasferiti in
stanze di isolamento presso l’infermeria.
I centri deputati al controllo della TBC dovrebbero essere dotati di
zone d’isolamento e di zone filtro. Le
stanze dei pazienti dovrebbero essere
fornite di un sistema di ventilazione
artificiale a pressione negativa, che
garantisca il ricircolo e almeno 6 ricambi d’aria per ora, e di lampade a
raggi UV con una lunghezza d’onda
di 250, 260 nm. Alternativa a quanto
carolina Ferrara
Verde
sopra potrebbe essere data da sistemi di filtrazione dell’aria con filtri
HEPA che hanno la capacità di trattenere il 99.97% delle particelle di
diametro fino a 0,3 micron. In questo
caso però è necessario garantire che
tutta l’aria della stanza circoli attraverso essi.
Nel caso il detenuto debba essere
condotto per qualsiasi motivo fuori
dall’isolamento è opportuno fargli
indossare una mascherina di tipo
chirurgico. Nessuna particolare precauzione va presa per l’arredo o gli
oggetti di uso personale dei pazienti.
S.
o.
La condizione d’isolamento respiratorio dovrebbe perdurare per un
periodo di tempo variabile che tenga
conto: della data di inizio della terapia, del miglioramento delle condizioni cliniche del paziente e soprattutto dalla negatività per bacillo di
Koch (B.K.) di 3 espettorati raccolti
in 3 giorni consecutivi. Il prolungamento del periodo d’isolamento
dovrebbe essere preso in considerazione invece nel sospetto di casi di tubercolosi sostenute da ceppi di B.K.
resistenti alle terapie.
63
Il pap test è un test di screening di prevenzione secondaria ed
ha quindi come obiettivo l’ identificazione precoce delle lesioni precancerose e la guarigione dei casi di malattia con conseguente diminuzione della mortalità. Deve essere effettuato ogni
3 anni in donne in età fertile (tra i 25 e i 64 anni). Il test deve essere effettuato almeno 5 giorni dopo la fine del ciclo mestruale;
Spatola di Ayre
almeno 5 giorni prima del probabile giorno d’inizio inoltre deve
essere effettuato almeno 2 giorni dopo l’ultimo rapporto sessuale, almeno 5 giorni dopo la terapia locale (ovuli, creme vaginali,
irrigazioni ecc..) e almeno 5 giorni dopo l’utilizzo del diaframma. Per effettuare il pap test nelle donne viene introdotto lo speculum all’interno del canale vaginale che permetterà di vedere
la cervice uterina e, mediante l’utilizzo di una spatola
di legno o plastica (spatola
di Ayre) ed uno spazzolino
(Cytobrush) verrà effettuato
Modalità di prelievo
il prelievo di alcune cellule.
con Cytobr ush
Le cellule vengono poi strisciate su un vetrino, che successivamente verrà esaminato da un
laboratorio che le osserverà al microscopio dopo aver colorato i
vetrini con una speciale tecnica di colorazione detta colorazione
Cytobr ush
di papanicolau.
Il papilloma virus (HPV) è il virus che causa il carcinoma della
cervice uterina, primo tumore riconosciuto
dall’Organizzazione
Mondiale della Sanità come totalmente causato da un’infezione.
Vi sono circa 120 genotipi di HPV 1:
alcuni sono responsabili di verruche cutanee, altri di condilomi
genitali ed infine alcuni possono
causare tumori maligni quale il
cancro del collo dell’utero e del
pene e dell’ano.
I condilomi sono delle escrescenze della pelle di tipo verrucoso
che generalmente colpiscono le
parti genitali, sia nel maschio
(glande, prepuzio, pene e scroto)
sia nella femmina (collo dell’utero, vulva, vagina, perineo 2).
La maggior parte delle infezioni
causate dall’HPV sono transitorie
in quanto vengono eliminate dal
sistema immunitario prima di sviluppare un effetto patogeno. Nel
caso in cui l’infezione persiste
64
HPV
HPV
Pap test
il tempo che passa dal momento
dell’infezione all’insorgenza delle lesioni precancerose è circa 5
anni.
Per quanto riguarda l’insorgenza
del tumore della cervice possono
passare anche più di 20 anni. Tra
i diversi genotipi di Virus HPV,
il tipo 16 e il tipo 18 sono considerati ad “alto rischio” e sono la
causa di circa il 70% dei casi di
cancro alla cer vice uterina 3; i genotipi 6 e 11 sono responsabili
del 90% dei condilomi genitali.
L’età avanzata, l’uso prolungato
di contraccettivi orali, il fumo e la
sieropositività nelle donne affette
da HPV possono essere fattori di
maggior rischio di carcinoma della cervice.
Modalità di trasmissione
L’HPV si trasmette soprattutto per
via sessuale (rapporti vaginali, anali, orali).
Nei rapporti sessuali è consigliato
sempre l’uso del profilattico anche se non è protettivo al 100%, in
quanto il virus HPV può trasmettersi anche attraverso il contatto
delle secrezioni infette con la pelle
esterna delle parti intime.
Le pazienti con malattia da HIV/
AIDS sono a maggior rischio di
contrarre il virus HPV, a causa della compromissione del sistema immunitario.
È possibile anche la modalità di
trasmissione verticale perinatale
durante il passaggio del feto nel
canale del parto infetto.
Sintomi
Questa patologia è molto spesso asintomatica, per questo è
fondamentale l’esecuzione periodica del Pap-test e, in caso
di positività, di ulteriori indagini di 2° livello (colposcopia 4).
Attualmente non esiste una cura
per l’infezione ma sono trattabili
le lesioni provocate dal virus.
sabrina carletti
Incubazione
Prevenzione
È difficile prevenire l’HPV, in quanto è molto diffuso soprattutto tra
la popolazione giovane, anche in
considerazione del fatto che l’infezione può essere trasmessa anche
a pazienti asintomatici. Si calcola
che circa l’80% della popolazione
sessualmente attiva contragga l’infezione da HPV almeno una volta
nel corso della vita.
Vaccino
In Italia esistono due vaccini i quali
sono un importante mezzo di prevenzione primaria del carcinoma
della cervice uterina, e sono:
• Gardasil, vaccino tetravalente,
che protegge contro i genotipi 1618 dell’HPV, responsabili di circa il
70% dei casi di carcinoma uterino,
e i genotipi 6 e 11, responsabili del
90% dei condilomi,
• Cervarix, vaccino bivalente, attivo contro i genotipi 16 e 18, responsabili di circa il 70% dei casi
di carcinoma uterino.
S.
o.
Il
vaccino
è
gratuito per le
bambine tra gli
undici e i dodici anni, perché
la vaccinazione
prima dell’inizio dell’attività
sessuale aumenta la protezione prima di un
eventuale contagio con il virus HPV, inoltre
a questa età la
risposta immunitaria è più efficace rispetto alle donne in fasce di
età maggiore. Il vaccino è rivolto
a tutte le donne che non sono mai
venute a contatto con il Papillomavirus. Il vaccino per l’HPV è controindicato in gravidanza
3
Cervice uterina: porzione inferiore dell’utero
di cui una parte protrude all’interno del canale vaginale formando il cosi detto “muso
di tinca”.
4
Colposcopia: è un esame diagnostico che
sfrutta le proprietà del colposcopio (strumento ottico) permettendo di visionare a forte ingrandimento la superficie della vagina e il collo
dell’utero.
1
Genotipo virus HPV: costituzione genetica
del virus.
2
Perineo nella donna: porzione cutanea tra
orifizio vaginale e ano.
65
...Amore, amore, manname un saluto;
sto drento a San Michele carcerato
me sento come n’arbero caduto,
da amichi e da parenti abbandonato...
Lando Fiorini
Valerio musocco
Un anno eccezionale
Condilomi genitali
I condilomi genitali appaiono
come escrescenze verrucose. Solitamente sono piccole formazioni
peduncolate sulla pelle. Crescono
rapidamente e spesso si ritrovano
in grappoli.
Spesso l’infezione è asintomatica
per la difficile rilevabilità soggettiva delle lesioni.
Nelle donne, i condilomi possono comparire sia all’interno che
all’esterno della vagina, sulla cervice, o in corrispondenza dell’ano.
Nei maschi i condilomi possono comparire sul pene o intorno
all’ano.
Sono particolarmente frequenti
nella regione perianale e all’interno del retto nei maschi omosessuali e possono essere più gravi e più
66
CONDILOMI
CONDILOMI
Er canto dei carcerati
S.
o.
difficili da trattare nei pazienti immunosoppressi. La velocità di crescita è variabile, ma la gravidanza,
l’immunosoppressione o la macerazione della cute, possono accelerare sia la crescita sia la diffusione
delle singole lesioni.
Alcune forme di condilomi sono
associate con un aumentato rischio
di cancro cervicale o anale, e questo rischio è aumentato dell’eventuale coinfezione con l’HIV.
Diagnosi
I condilomi genitali sono diagnosticati tramite ispezione dell’area
genitale ed anale.
Il PAP test è la procedura diagnostica che individua precocemente
displasie precancerose. La maggior
parte delle donne conosce il PAP
Test come uno striscio cervicale. Il
PAP Test consiste nel prendere una
piccola porzione di cellule dalla
Publia cruciani
tre pensieri liberi
cervice per esaminare cambiamenti cellulari.
Nelle donne HIV positive è raccomandata l’esecuzione del PAP
Test alla diagnosi di HIV, sei mesi
più tardi e quindi una volta all’anno. Il valore dello screening del
canale anale per le cellule precancerose è tuttora sotto studio.
Medicamenti topici vengono molto
usati, ma solitamente richiedono
applicazioni ripetute per settimane o mesi e spesso non ottengono
buoni risultati.
Elettrocauterizzazione o bruciatura: è una tecnica elettrochirurgica
che sfrutta mediante una piccola
Trattamento
Nessuna forma di terapia risulta
pienamente soddisfacente.
Le recidive sono frequenti e richiedono una nuova terapia.
S.
o.
sonda, le proprietà dell’elettricità
per demolire il tessuto.
Crioterapia:
la crioterapia sfrutta le proprietà dell’azoto liquido
che viene applicato ad
una temperatura di 196˚ C. In tal modo la
verruca viene congelata e intorno a
questa si forma una
vescicola. Il tessuto
della pelle morta
cade nel giro di una
settimana circa.
Le verruche genitali possono essere eliminate mediante:
• elettrocauterizzazione,
• laser-terapia,
• crioterapia,
• escissione chirurgica in anestesia locale o generale.
Muso di Tinca
67
SIFILIDE
SIFILIDE
Sifilide e infezione da HIV
La sifilide è particolarmente frequente nei soggetti con infezione da HIV per le analoghe modalità
di trasmissione. La presenza di ulcere sifilitiche a livello dei genitali costituisce un’importante porta
d’ingresso del virus. A livello della lesione sifilitica vi è un particolare afflusso di cellule (macrofagi
e linfociti attivati) che determinano un ambiente favorevole e ricco di recettori per HIV. Nei soggetti
affetti da HIV la sifilide secondaria tende ad assumere aspetti più floridi, con una violenta eruzione
ulcero-nodulare. Il rischio di sifilide neurale è superiore rispetto alla popolazione sieronegativa e può
manifestarsi in maniera precoce.
Curiosità
Numerosi personaggi illustri dell’arte sono stati affetti dalla sifilide
come Manet, Lautrec, Van Gogh, Gaugain e Goya. Questi hanno tramandato nei loro quadri gli effetti della malattia sulla psiche e sul
corpo. Nelle “pitture nere” di Goya e in particolare nell’autoritratto
del pittore con il dottor Arrieta è raffigurata la situazione drammatica dell’interessamento cardiaco che affliggeva il poeta nella sifilide
terziaria.
monticelli e pagone
Ror-Out
La sifilide è causata dal batterio
treponema pallidum. È una malattia
complessa che causa vari sintomi
nelle diverse fasi dell’infezione.
Se non viene curata, la sifilide può
avere complicazioni molto serie.
La sifilide si trasmette di persona
in persona direttamente attraverso le ferite e le ulcere che si formano nelle zone genitali, rettali e
sulla bocca a seguito di contatto
sessuale.
La malattia si sviluppa in diversi
stadi, ciascuno caratterizzato da
sintomi e decorso diverso.
La malattia può facilmente essere
trasmessa fin dal primo stadio. Poiché le ferite sono spesso indolori,
le persone non sanno di essere infette.
La possibilità di diventare infetti
con la sifilide può essere ridotta
evitando comportamenti sessuali
rischiosi.
68
Per ridurre i rischi:
• Usare profilattici di lattice o di
poliuretano durante i rapporti sessuali.
• Limitare il numero di partner
Se si è stati curati recentemente o
si sta per essere curati per la sifilide, è necessario assicurarsi che il
proprio (o i propri) partner ricevano anche loro le cure per evitare di
essere infettati nuovamente.
I partner di una persona infettata
devono ricevere le cure anche se
non hanno nessun sintomo.
Si considerano partner a rischio
quelli nei tre mesi precedenti la
comparsa dei sintomi della sifilide
primaria e/o i sei mesi precedenti
la comparsa dei sintomi di quella
secondaria e almeno un anno per
la sifilide latente.
Tutti i pazienti cui è stata diagnosticata la sifilide devono sottoporsi
al test HIV.
Sintomi e decorso
• Sifilide secondaria
Nel decorso della malattia si distinguono:
Inizia quando si ha l’insorgenza di
una eruzione cutanea in più punti,
senza prurito. Questa eruzione può
comparire durante la fase di scomparsa della ferita, o anche dopo settimane. L’eruzione è solitamente
rossastra o bruna, con macchie sia
sui palmi delle mani e dei piedi o in
altre parti del corpo. A volte le macchie sono diverse e ricordano eruzioni tipiche di altre malattie. Anche
senza alcun trattamento, l’eruzione
sparisce da sola.
Tra i sintomi tipici di questo stadio
possono esserci febbre, linfonodi ingrossati, mal di gola, perdita di capelli a chiazze, mal di testa, perdita di
peso, dolori muscolari, stanchezza.
• Sifilide primaria
Tra l’infezione e l’insorgenza dei
primi sintomi possono passare da
10 a 90 giorni (mediamente venti
giorni). Questo stadio è caratterizzato dalla comparsa di una singola
ferita, o da più pustole. Normalmente la ferita è consistente, tonda, piccola e indolore e compare
nel punto in cui avviene l’infezione batterica. Questa ferita (sifiloma) dura 3-6 settimane e guarisce
da sola. Se la malattia non è trattata in questa fase, evolve verso uno
stadio secondario.
Lesione cutanea nella sif ilide
pr imar ia
S.
o.
• Sifilide avanzata
ni interni, al cervello, ai nervi, agli
occhi, al cuore e ai vasi sanguigni,
al fegato, alle ossa e alle giunture. I
danni interni possono manifestarsi
anche anni dopo la comparsa dei
primi sintomi. A questo punto la
sifilide entra nel terzo stadio, anche se danni neurologici possono
manifestarsi già dal secondo stadio (sifilide neurale). In questa
fase l’individuo perde la capacità
di controllare i movimenti muscolari, può avere delle paralisi, confusione mentale, cecità graduale e
sviluppo di demenza. Il danno può
essere tanto serio da portare alla
morte.
L’infezione della sifilide può incrementare il rischio di acquisizione o
trasmissione dell’infezione HIV, il
virus che causa l’AIDS.
(Stato latente e terziaria)
Alla scomparsa dei sintomi del secondo stadio, la persona è ancora
malata anche se non mostra più i
sintomi evidenti. In questa fase,
possono iniziare i danni agli orga-
• Sifilide congenita
A seconda dello stato d’infezione
della madre, la malattia può essere
trasmessa al feto causando morte
in utero (40 % dei casi) o la nasci-
ta di un bimbo già infetto, con sifilide congenita (70 % dei casi). Se
la madre ha avuto la malattia nei 4
anni precedenti la gravidanza, il rischio di trasmissione al feto è molto elevato. I sintomi possono anche
essere assenti al momento della nascita e comparire successivamente
causando, se non trattati adeguatamente, anche serie complicazioni
allo sviluppo del bambino.
Diagnosi e cura
La sifilide può essere diagnosticata
tramite un esame del sangue oppure
un campione della ferita della sifilide
esaminato al microscopio. La sifilide
viene curata con la penicillina (un
farmaco antibiotico). Le persone che
hanno avuto la sifilide per meno di
un anno possono essere curate con
una dose di penicillina. Per le persone che hanno avuto la sifilide per più
tempo, saranno richieste più dosi di
penicillina. È importante che anche
il partner riceva la terapia per evitare
di essere nuovamente infettati.
69
CANDIDOSI
CANDIDOSI
Prevenzione e
consigli utili
Per prevenire l’infezione da candida è
importante eseguire correttamente le
norme igieniche personali fondamentali
facendo attenzione ad asciugare le parti intime poiché la candida predilige gli
ambienti caldo-umidi. Evitare la condivisione di asciugamani. Preferire intimo di
cotone per favorire la traspirazione evitando cosi il proliferare del fungo. Evitare l’uso di spray genitali. Evitare saponi
o sostanze che possano determinare irritazione prediligendo saponi neutri e non
profumati. Nei rapporti sessuali utilizzare il preservativo.
antonio marino
S.
Omnia mea mecum porto o.
La candidosi è la più frequente
infezione micotica (provocata da
funghi) che colpisce l’apparato
genitale.
La candida albicans, normale costituente della flora batterica vaginale, è la principale responsabile
di tali infezioni, anche se sono in
aumento quelle causate da altre
specie di candida e le infezioni
miste (funghi e batteri insieme).
Le infezioni da funghi del tratto
genitale, di solito causate da candida albicans, sono molto frequenti nelle donne, ma di norma non
sono acquisite per via sessuale.
La via sessuale di trasmissione
della candida è tuttavia confer-
70
mata dal picco di prevalenza che
si osserva durante l’età sessualmente attiva e dalla possibilità di
contagiare il partner (Warnock,
1979). I rapporti genito-anali ed
urogenitali favoriscono la contaminazione.
L’alta incidenza della candidosi
vaginale scaturisce dall’uso diffuso di antibiotici a largo spettro,
dall’uso dei contraccettivi orali,
dalla gravidanza, dal flusso mestruale, dal diabete mellito 1 , dalla
biancheria intima troppo stretta e
dalla soppressione dell’immunità
cellulo-mediata a seguito dell’uso
di farmaci o dell’infezione da
HIV.
patrizia trevisi
Aggregazione coatta
Sintomi e decorso
Le donne presentano spesso irritazione vulvare e secrezione vaginale. L’irritazione è spesso grave
e la secrezione scarsa. La vulva
può essere infiammata, con escoriazioni e fissurazioni.
La parete vaginale è di solito ricoperta da colonie di lieviti biancastre.
I maschi sono spesso portatori
asintomatici, anche se a volte possono notare una lieve secrezione
uretrale.
Possono lamentare irritazione e
dolenzia al glande e al prepuzio,
in modo particolare dopo il coito. Glande e prepuzio appaiono
arrossati e può esserci: materiale
biancastro, vesciche o erosioni.
Nei casi più gravi può esserci edema del prepuzio, con fimosi.
S.
o.
frono di episodi ricorrenti, ai casi
in cui l’infezione risulti sostenuta
da candida non albicans.
Diagnosi e cura
Per la diagnosi l’esame microscopico riveste importanza capitale.
Una volta valutati i sintomi e formulata la diagnosi di candidosi, si
prescrive solitamente una terapia
locale (con ovuli o creme vaginali) a base di antimicotici da protrarsi per un periodo variabile da
tre a sette giorni.
1
Diabete mellito
Il diabete mellito è una sindrome caratterizzata da iperglicemia, secondaria a un
difetto di secrezione o di attività dell’insulina (ormone prodotto dal pancreas),
o più spesso di entrambi.
Lesione candida cavità buccale.
Il trattamento è altamente efficace nelle forme acute di candidosi.
La terapia per via orale in genere
è riservata alle persone che sof-
71
CLAMIDIA
CLAMIDIA
Le carcere
Uscii quer giorno che Ppapa Leone
fu incoronato: ma tte do un avviso,
che mejo cosa che de stà in priggione
sì e nò ppo trovasse in paradiso.
Clamidia e gravidanza
La clamidia può essere trasmessa da madre a bambino durante
la nascita. L’infezione da clamidia nei neonati può causare una
congiuntivite neonatale (un’infezione degli occhi del bambino)
e polmonite. Senza una cura immediata, gli occhi del neonato
possono essere danneggiati seriamente e permanentemente.
Lì maggni pane, vino, carne e riso,
e l’oste nun te mette suggizione:
trovi in cammera tua tutto priciso,
senza pagà né serva né piggione.
Lì drento nun ce piove e nun ce fiocca,
e nun c’è né governo né curato
che tte levino er pane da la bocca.
Lì nun lavori mai, sei rispettato,
fai er commido tuo, e nun te tocca
er risico d’annà mai carcerato.
Gioacchino Belli
La clamidia è molto comune tra gli
adulti giovani e tra gli adolescenti. Le manifestazioni sintomatiche
sono molto leggere, tanto da non
essere spesso riconosciute dalle persone che ne sono colpite, può essere comunque causa di seri danni
all’apparato riproduttivo femminile,
fino a dare infertilità. Nella maggior
parte dei casi l’infezione colpisce le
donne.
Circa il 75% delle donne infette e
metà degli uomini infetti non presentano sintomi di clamidia.
La clamidia è trasmessa attraverso
contatto sessuale (soprattutto vaginale o anale) con una persona infetta. Se siete stati curati recentemente
o state per essere curati per la clamidia, dovete assicurarvi che il vostro
(o i vostri) partner effettui le cure
per evitare di essere infettati nuovamente. I partner devono ricevere
le cure anche se non hanno nessun
sintomo.
Le donne affette da clamidia hanno
una probabilità di rischio di contrar-
72
re il virus dell’AIDS cinque volte più
alta. La possibilità di infettarsi con
la clamidia può essere ridotta evitando comportamenti sessuali rischiosi.
Per ridurre i rischi: usate profilattici
di lattice o di poliuretano nei rapporti sessuali.
Sintomi e decorso
Circa il 75% delle donne e il 50%
degli uomini con la clamidia non
hanno sintomi di infezione.
La clamidia è definita un’infezione silenziosa, perché nella grande maggioranza dei casi i sintomi non sono evidenti, e se si
manifestano, compaiono da una
a tre settimane dopo l’infezione.
Nelle donne, il batterio infetta la
cervice e l’uretra, causando:
• perdite vaginali anomale o una
sensazione di irritazione
• l’infezione si espande poi alle tube,
causando in alcune persone dolori
addominali al basso ventre, alla schiena, nausea, febbre perdite sanguino-
lente anche al di fuori del ciclo mestruale. Dalla cervice, l’infezione può
eventualmente espandersi al retto.
Negli uomini, i sintomi possono manifestarsi come:
• perdite dal pene
• sensazione di irritazione e prurito
durante la minzione
• raramente, si hanno infiammazioni e ingrossamento dei testicoli.
Se trasmessa attraverso un rapporto anale, la clamidia può infettare
il retto e dare dolori, perdite e sanguinamenti. Se trasmessa attraverso un rapporto orale, può infettare
la gola. Quando non viene curata,
la clamidia può incrementare il rischio di acquisizione o trasmissione
dell’infezione HIV.
Nelle donne, una clamidia non curata può diffondersi nella zona pelvica
e infettare l’utero, le tube di Falloppio e le ovaie, portando alla Malattia
Infiammatoria Pelvica.
I sintomi della Malattia Infiammatoria Pelvica includono:
• Dolore addominale
• Dolore posteriore
• Dolore durante i rapporti sessuali
• Emorragia durante i cicli mestruali
• Febbre
La Malattia Infiammatoria Pelvica
può essere una condizione molto
seria e richiede cure mediche immediate. Essa può causare danni
permanenti agli organi riproduttivi della donna e può portare alla
sterilità, dolore pelvico cronico, e
un rischio maggiore di gravidanza
extrauterina.
Negli uomini, una clamidia non
curata può avere un effetto deleterio sui testicoli, portando a gonfiori e dolore.
Complicazioni collegate possono
portare alla sterilità.
alessandro mele
Jail
Diagnosi e cura
Date le possibili serie conseguenze
‘silenti’ dell’infezione, viene raccomandato uno screening annuale per tutte le donne sessualmente
attive sotto i 25 anni di età, o per
le donne più vecchie che cambiano
frequentemente partner sessuali, e
per tutte le donne in stato di gravidanza.
C’è una varietà di esami di laboratorio che può essere usata per diagnosticare la clamidia.
Gli esami vengono fatti o tramite
un campione di urina o tramite un
campione ottenuto dalla cervice
della donna o dall’uretra dell’uomo, usando un tampone di cotone.
La clamidia può essere facilmente
S.
o.
curata con antibiotici. Poiché gli
uomini e le donne infettati dalla
clamidia spesso presentano anche
la gonorrea, anche la terapia per la
gonorrea viene fornita.
Oltre al soggetto interessato, è necessario che anche tutti i partner
sessuali vengano testati per la presenza del batterio ed eventualmente trattati. Il rischio di re-infezione
in pazienti esposti a soggetti infetti
è molto elevato, e aumenta notevolmente la possibilità che le conseguenze dell’infezione siano molto serie.
Le persone infette dovrebbero astenersi da qualsiasi attività sessuale ed
effettuare un nuovo test tre-quattro
mesi dopo la cura.
73
Linfogranuloma venereo
Malattia sessualmente trasmessa da
chlamydia trachomatis, caratterizzata
da una lesione primaria transitoria
seguita da una linfadenite suppurativa, da linfangite e da gravi complicanze locali.
Sintomi
Dopo un periodo d’incubazione da
3 a 12 giorni, compare una piccola lesione vescicolare non indurita
che si ulcera rapidamente, guarisce prontamente e può passare
inosservata.
Il primo sintomo abitualmente è
l’aumento monolaterale e dolente al tatto dei linfonodi inguinali,
che poi formano una grande massa
fluttuante e dolente che aderisce ai
piani profondi e infiamma la cute
sovrastante.
Vi possono essere fistole multiple
che emettono materiale purulento
o striato di sangue.
74
Alla guarigione compaiono solitamente cicatrici, mentre le fistole
possono permanere o recidivare.
La sintomatologia sistemica può
consistere in malessere generale,
febbre, cefalea, dolori articolari,
anoressia e vomito.
Nelle donne è frequente riscontrare lombalgia, le lesioni iniziali
possono essere cervicali o vaginali,
provocando dilatazione e suppurazione dei linfatici pelvici e perirettali. L’interessamento della parete
del retto, nelle donne e negli uomini omosessuali può provocare
proctite ulcerativa con secrezioni
rettali purulente e striate di sangue.
Un processo infiammatorio cronico determina l’ostruzione dei vasi
linfatici, portando alla fine un’elefantiasi dei genitali. Nelle donne e
nei maschi omosessuali si possono
riscontrare stenosi rettali.
S.
o.
Fattori di rischio sono rappresentati da:
• sesso maschile
• basse condizioni socio economiche
• rapporti omosessuali
I neonati esposti all’infezione durante il passaggio del canale del
parto possono acquisire l’infezione
e sviluppare diverse forme cliniche
tra cui congiuntivite e polmonite.
Terapia
In terapia è consigliato l’uso delle
tetracicline.
Linfadenite suppurativa: è un’infiammazione dei linfonodi con la
presenza di pus.
Linfangite: è un’infiammazione della parete che costituisce i vasi linfatici.
Fistole perianali: la fistola anale è
una comunicazione anomala fra il
canale anale e la cute perianale.
Proctite: la proctite è un’infiammazione che interessa la mucosa del
retto.
luigi petracchi
liberi nonostante: legge - amore
S.
o.
Cancroide
Balanite e balanopostite
Malattia contagiosa acuta a carico
della cute dei genitali o le membrane mucose causata da haemophilus ducreyi. La sintomatologia,
dopo un periodo d’incubazione di
3-7 giorni, è caratterizzata da piccole papule che si rompono determinando ulcere dolorose di varie
dimensioni che possono confluire
provocando profonde erosioni e
da suppurazione dei linfonodi inguinali. Nuove lesioni si possono
generare per autoinfezione.
La balanite è un’infiammazione della testa del glande spesso estesa anche al prepuzio, in tal caso è detta
balanopostite. La balanopostite o
balanite (nei soggetti circoncisi) può
essere una complicanza di candidosi,
gonorrea, uretrite da clamidia, tricomoniasi, herpes simplex, scabbia
o sifilide primaria e secondaria. La
balanopostite si associa spesso a inadeguata igiene dovuta a un prepuzio
aderente. Le secrezioni sottoprepuziali possono infettarsi con batteri
anaerobi determinando infiammazione. Il diabete mellito è una patologia predisponente la balanopostite
in particolare quella candidosica.
La diagnosi solitamente è clinica,
perché la coltura del microrganismo è difficoltosa e la flora polimicrobica delle ulcere rende incerta
l’identificazione. Le complicanze
comprendono fimosi, stenosi e fistole uretrali ed estese distruzioni
tissutali.
La sintomatologia è caratterizzata da
dolore, irritazione e secrezione sottoprepuziale generalmente 2-3 giorni
dopo un rapporto sessuale. Possono
aversi fimosi (restringimento del prepuzio a causa dell’edema superficiale del glande e del prepuzio stesso)
ulcerazioni superficiali o aumento di
volume dei linfonodi inguinali.
Devono essere indagate le condizioni patologiche sopra indicate, specialmente la candidosi, e controllato
un eventuale diabete. Va esaminata la
cute del paziente alla ricerca di lesioni che possono indicare un interessamento del tratto genitale con una
dermatosi più diffusa. Se si rinviene
una causa specifica, si dovrà procedere a una terapia appropriata e andranno messe in atto misure igieniche generali. Per la fimosi può essere
necessario eseguire irrigazioni sottoprepuziali, per allontanare secrezioni e detriti. Nei pazienti con fimosi
persistente si dovrà prendere in considerazione la possibilità di eseguire
la circoncisione dopo la risoluzione
dell’infiammazione.
CANCROIDE, BALANITE E BALANOPOSTITE
LINFOGRANULOMA VENEREO
sergio ceccotti
Purgatorio
75
La profilassi per la gonorrea è analoga a
quella di tutte le malattie sessualmente trasmesse e consiste in evitare casi sospetti o
nel praticarli con mezzi di protezione eseguendo un’abbondante detersione dopo
l’atto sessuale. È importante evitare rapporti sessuali fino alla completa guarigione.
Dopo un rapporto a rischio è consigliabile
l’assunzione di 200 mg di minociclina o di
penicillina-benzatina.
Curiosità
Vincent Van Gogh nel 1882
si ammala di gonorrea e
per questo viene ricoverato
in ospedale per tre settimane. In quel periodo fece il
ritratto al medico che lo
ebbe in cura ma quest’opera è andata perduta.
emo formichi
La chiave dimenticata
La gonorrea è una MTS batterica
causata da un gonococco (neisseria
gonorrhoeae) ed è popolarmente nominata “scolo”.
Il nome gonorrea deriva dal greco gonos = seme e reo = flusso e fu
coniato dal medico greco Galeno
dall’errata convinzione che il caratteristico quadro sintomatologico dominato dallo scolo fosse
causato dalla perdita di liquido seminale. Successivamente il medico
Maimonide dimostrò che la secrezione presente nella gonorrea era
materiale purulento e non liquido
seminale.
S.
o.
una persona con l’HIV ad essere
più infettante. Avere la gonorrea
può anche rendere più facile per
una persona HIV negativa essere
infettata se esposta al virus.
La gonorrea può anche essere trasmessa dalla madre al bambino al
momento del parto e può causare
infezione agli occhi del figlio, portando cecità se non trattata.
Sintomi
La gonorrea può essere trasmessa
durante rapporti anali, vaginali,
orali e oro-anali.
I sintomi della gonorrea solitamente compaiono da due giorni
a due settimane dopo l’infezione.
Tuttavia alcune persone possono
non rendersi conto dell’infezione
poiché i sintomi spesso non sono
presenti oppure sono lievi.
La gonorrea può colpire l’ano, il
pene, la cervice e la gola. Una gonorrea non trattata può portare
Nel maschio i sintomi di solito consistono in una perdita giallastra o
verdastra dal pene e in una sensa-
76
GONORREA
GONORREA
Prevenzione e
profilassi
zione di bruciore nell’urinare. I
testicoli possono essere gonfi e dolenti.
Nelle donne i sintomi possono includere una sensazione di bruciore
durante la minzione ed una secrezione muco-purulenta o sanguinolenta dalla vagina.
Se l’infezione è rettale sia negli uomini che nelle donne si potrebbe
notare dolore perianale, una secrezione di muco e pus dalla mucosa
anale, o un dolore durante i rapporti anali.
La gonorrea a livello della gola
può causare mal di gola, ma generalmente è poco frequente.
Se non trattata la gonorrea può causare problemi molto seri alla salute
che includono infezioni pelviche
nelle donne, l’insorgenza di dolori,
l’infertilità, gravidanze ectopiche e
emo formichi
La legge è uguale per tutti
problemi ai testicoli negli uomini.
La gonorrea non trattata può anche espandersi nel circolo ematico
portando febbre e può colpire le
articolazioni causando dolore e tumefazione simil artritica. L’artrite
colpisce prevalentemente l’articolazione del ginocchio, la caviglia,
il polso, l’articolazione coxo femorale. L’articolazione appare arrossata, edematosa.
Gravidanza ectopica: condizione patologica in cui l’impianto
dell’embrione avviene in sedi diverse dalla cavità uterina.
Diagnosi
Il test per la gonorrea consiste in
un tampone alla punta del pene
o della cervice. Se si pratica sesso
S.
o.
orale o anale, i tamponi dovrebbero essere fatti anche dalla gola
e/o dall’ano. Può inoltre essere
preso un campione di urine. È abitualmente possibile dire immediatamente se la gonorrea è presente
nel pene, e in molti casi nella cervice dall’analisi dei tamponi, ma la
gonorrea a livello della gola è la
sola che può essere diagnosticata
più tardi. Tuttavia, qualsiasi sia il
sito dell’infezione, possono essere
richiesti almeno tre giorni dal test
per ottenere i risultati conclusivi.
Trattamento
La gonorrea è trattata con antibiotici somministrata generalmente
per via parenterale. Non è necessario sottoporre a test il paziente
subito dopo il trattamento anti-
gonococcico per confermare che
il paziente non sia più contagioso
sempre che la risposta sintomatica
sia stata adeguata. La ripetizione
dello screening per un’eventuale
reinfezione da clamidia o da gonococco è consigliata dopo almeno 4
settimane. Verrà consigliato probabilmente di non fare sesso, (anche
con il preservativo), prima che sia
terminato il periodo di trattamento. Questo serve per prevenire una
re-infezione.
Via parenterale: La via parenterale è
una modalità di somministrazione dei
farmaci che può utilizzare la via endovenosa, la via sottocutanea, e la via intramuscolare. Per via enterale s’intende l’ingestione orale del farmaco.
77
PITYRIASIS
PITYRIASIS
doretta bottos
Fuori!
Col termine pityriasis versicolor o
tinea versicolor si intende una comune infezione fungina della cute
causata da malassezia spp.
La pityriasis versicolor è un’infezione superficiale che interessa la
parte alta del tronco, delle braccia,
il collo e qualche volta il volto. Il
nome è dovuto al fatto che le colonie fungine possono apparire di
vario colore dal rosa fino al marrone scuro.
Il fungo è un saprofita che include molte specie lipofiliche che
possono essere isolate dalla cute
dell’uomo.
La pityriasis versicolor è la più comune tra le infezioni fungine negli
adolescenti e nei giovani adulti.
A causa della lipofilia della Malas-
78
S.
o.
sezia è raro osservare la pityriasis
versicolor nella popolazione prepubere quando le ghiandole sebacee
non sono in funzione.
Vengono considerati fattori di sviluppo:
• l’uso di contraccettivi orali
• l’uso di steroidi
• l’immunosoppressione
• l’iperidrosi.
La pityriasis versicolor è più frequente in estate rispetto all’inverno.
Inoltre le lesioni sono spesso
confinate nelle aree coperte dai
vestiti suggerendo che l’aumento dell’umidità e del calore può
avere un ruolo patogenetico.
L’uso di creme o unguenti può
favorire lo sviluppo delle lesioni.
La pityriasis versicolor è una manifestazione cutanea con aspetti diversi
da caso a caso. Può apparire come
piccole macchie appena più scure
del colorito della cute centrate da
un follicolo pilifero, nelle sedi di
elezione. In altri casi si osservano
macchie più estese di forma ovalare, isolate o confluenti a formare
estese macchie a margini figurati.
Osservando da vicino una singola
lesione si può apprezzare una fine
desquamazione definita come furfuracea.
Non è infrequente osservare nello
stesso individuo chiazze pigmentate accanto ad altre depigmentate o
ipocromiche. Queste ultime vengono ritenute come l’esito dell’allontanamento spontaneo o indotto della
colonia fungina. Il fenomeno della
ipopigmentazione diventa più evidente durante l’esposizione al sole
per i pazienti che si espongono con
la cute interessata da colonie fungine. Infatti il sole, i bagni e gli indumenti leggeri di per sè favoriscono
l’allontanamento delle colonie dalla
cute.
La contemporanea pigmentazione
favorita dall’esposizione al sole fa
aumentare la differenza cromatica
tra cute normalmente abbronzata
e cute ipopigmentata perchè precedentemente interessata da una
colonia fungina.
Per questo motivo spesso il paziente si accorge di essere affetto da
pityriasis versicolor proprio durante
il soggiorno estivo quando compaiono evidenti le macchie bianche
non essendosi accorto di quelle
scure durante gli altri mesi.
Da qui la denominazione popolare di “fungo di mare” data a questa affezione.
Mark h. cottle
The sindone
Diagnosi
Normalmente la diagnosi di pityriasis versicolor è una diagnosi clinica;
tuttavia nei casi di dubbio si può
ricorrere all’esame con la lampada
di Wood o all’esame microscopico
diretto.
Le lesioni di pityriasis versicolor, illuminate dalla lampada di Wood
(raggi UV filtrati a 365nm), emettono una fluorescenza gialla. Questo esame è tuttavia poco specifico.
L’esame microscopico diretto si
esegue prelevando le squame dalle
lesioni come nelle Dermatofitosi.
Cura
Il trattamento della pityriasis versicolor è essenzialmente con terapia
topica anche se in casi particolari
S.
o.
viene proposta la terapia sistemica. Il trattamento sistemico deve
essere considerato un trattamento
eccezionale e non un trattamento
che miri all’eradicazione dell’infezione. Si tratta infatti di un lievito
saprofita che non può essere eradicato. Le ricorrenze per la pityriasis
versicolor sono le stesse dopo terapia topica o terapia sistemica.
La terapia topica si avvale principalmente dell’uso dei derivati azolici in crema, lozione, spray da applicare una volta al giorno per un
ciclo di 10-15 giorni.
Il trattamento con agenti non specifici prevede, come per i Dermatofiti, l’uso di creme contenenti zolfo
e acido salicilico.
79
Una ricorrenza di colonizzazione
cutanea può quindi avvenire quando le condizioni permissive siano
presenti. Per questo motivo non
si può parlare di sradicazione ma
semplicemente di controllo della
crescita dei lieviti. In pratica dopo
il trattamento principale per la pityriasis versicolor occorre stabilire
con il paziente un piano per il controllo delle recidive.
Per prima cosa occorre segnalare al
paziente che le recidive avverranno preferenzialmente in autunno e
in primavera e che non necessaria-
80
mente il paziente sarà in grado di
conoscere l’evento. Infatti, la ripresa di colonizzazione cutanea nelle
fasi iniziali è del tutto asintomatica
e spesso per osservarla occorre un
esame alla luce di Wood.
É buona regola pertanto praticare un ciclo di antimicotico topico
per 10 giorni consecutivi tutti gli
autunni e le primavere indipendentemente dall’osservazione delle lesioni cutanee. Al distacco delle
colonie di malassezia spp. dalla superficie cutanea rimane sulla cute
un’impronta ipocromica. Questa
chiazza bianca è dovuta sia alla eccessiva desquamazione causata dal
lievito sia a prodotti specifici del
lievito ad azione inibente la pigmentazione. Il distacco delle colonie cutanee può avvenire in seguito
a terapia, in seguito all’esposizione
al sole o spontaneamente.
Quando le chiazze bianche compaiono dopo la terapia, queste ingenerano confusione nel paziente.
S.
o.
Infatti, prima del trattamento il paziente poteva a malapena quantificare la presenza di colonie fungine
cutanee; ma dopo il trattamento la
presenza delle macchie bianche,
più evidenti di quelle della pityriasis versicolor, fa ritenere al paziente
di essere peggiorato.
Questo atteggiamento può comportare sia una sfiducia nel trattamento prescritto sia l’accanimento
terapeutico nel tentativo di annullare le macchie bianche.
Qualsiasi trattamento antimicotico
sulle macchie bianche non sortisce
alcun esito.
Spesso si assiste a un’inerzia nella ripigmentazione delle macchie
bianche che può durare anche due
o tre mesi.
Tutti questi concetti devono essere
trasmessi al paziente affinché possa rendersi conto del problema.
ROBERTO LUCIFERO
500 pillole
Il trichomonas vaginalis è un organismo che causa la malattia Tricomoniasi che può essere trasmessa sessualmente da persona a persona.
La tricomoniasi è trasmessa attraverso rapporti di sesso vaginale con
una persona infetta.
La possibilità di diventare infetti
con la tricomoniasi può essere ridotta evitando comportamenti sessuali rischiosi.
Per ridurre i rischi:
• Usare profilattici di lattice o
di poliuretano durante i rapporti
sessuali
• Limitare il numero di partner
Se si è stati curati recentemente o
si sta per essere curati per la tricomoniasi, bisogna assicurarsi che il
proprio (o i propri) partner ricevano anche loro le cure per evitare di
essere infettati nuovamente.
I partner devono ricevere le cure
anche se non hanno nessun sintomo.
TRICOMONIASI
PITYRIASIS
Le malassezie spp. sono saprofiti
abituali della cute dell’uomo e il
loro habitat naturale è all’interno
dei follicoli pilo-sebacei.
Quando le colonie si espandono
sulla superficie cutanea è verosimile che vi sia una condizione permissiva alla loro crescita. Questa condizione peraltro sconosciuta può
essere indotta da fattori esogeni ed
endogeni.
Piera scognamiglio
Shadows and light
S.
o.
Sintomi e decorso
Diagnosi e cura
Sia gli uomini sia le donne possono essere infettate dalla tricomoniasi. Molte persone che sono infette
non presentano nessun sintomo.
Più comunemente la tricomoniasi è diagnosticata esaminando un
campione di secreto vaginale o del
pene attraverso un microscopio.
Nelle donne i sintomi includono:
• p r o f u s a secrezione vaginale
(schiumosa, verde giallastra e alcalina) con un odore sgradevole
• disuria e la dispareunia
• prurito, bruciore o arrossamento
della vulva e della vagina
• questi sintomi compaiono, spesso, dopo le mestruazioni
La tricomoniasi può essere facilmente curata con antibiotici (metronidazolo). Questa terapia può causare effetti collaterali come nausea
leggera, vomito e sapore metallico
nella bocca.
È importante prendere i medicinali come vengono prescritti; essi
possono causare una reazione dannosa se mischiati con l’alcool; evitare di bere nelle 24 ore successive
all’acquisizione della medicina.
È importante che vi assicuriate che
anche il vostro partner riceva la
terapia per evitare di essere nuovamente infettati. Evitate di fare
sesso mentre siete curati per ridurre le possibilità di ottenere nuovamente l’infezione o di trasmetterla
a qualcun altro.
Negli uomini includono:
• Secrezione dal pene
• Bruciore durante la minzione
La tricomoniasi non porta a complicazioni serie.
Quando non viene curata, essa può
incrementare il rischio di acquisizione o trasmissione dell’infezione
HIV.
81
Appendici, sommario
Il vaccino per l’influenza viene aggiornato ogni anno ed ha lo scopo di proteggere l’individuo singolo e la
collettività in cui vive il soggetto per impedire cosi la diffusione del virus.
Il Ministero della Salute indica che il vaccino antinfluenzale non deve essere somministrato a:
- Lattanti al di sotto dei sei mesi (per mancanza di studi clinici che dimostrino l’innoquità del vaccino in
tali fasce d’età).
- Soggetti che abbiano manifestato reazioni di tipo anafilattico ad una precedente vaccinazione o ad uno
dei suoi componenti.
- Una malattia acuta di media o grave entità, con o senza febbre, costituisce una controindicazione temporanea alla vaccinazione, che va rimandata a guarigione avvenuta
- Un’anamnesi positiva per sindrome di Guillain Barrè costituisce motivo di precauzione riguardo alla
somministrazione di vaccino antinfluenzale.
84 1. Appendice: La riforma sanitaria in ambiente penitenzirio
Il carcere nel cinema e nella fiction
M. Panerai
84
86 86 87 False controindicazioni:
- Allergia alle proteine dell’uovo, con manifestazioni non anafilattiche
- Malattie acute di lieve entità
- Infezione da HIV ed altre immunodeficienze congenite o acquisite.
87 88 La condizione di immunodepressione non costituisce una controindicazione alla somministrazione della
vaccinazione antinfluenzale. La somministrazione del vaccino potrebbe non evocare una adeguata risposta immune. Una seconda dose di vaccino non migliora la risposta anticorpale in modo sostanziale.
90 91 92 L’influenza è una malattia infettiva altamente contagiosa causata dai virus influenzali A, B e C appartenenti alla famiglia degli orthomyxoviridae.
La malattia è molto diffusa nelle stagioni fredde e nelle collettività a causa delle
frequenti occasioni di contatto e di sovraffollamento.
Il virus si trasmette con i colpi di tosse, gli
starnuti delle persone infette, attraverso
le goccioline di saliva e il contatto con
superfici contaminate.
Sintomatologia e diagnosi
La sintomatologia dell’influenza è generalmente aspecifica, in quanto è riscontrabile in altre patologie infettive come la
tonsillite e il comune raffreddore.
È caratterizzata dalla cosi detta sindrome
influenzale che comprende:
• Brividi e sudorazione
• Febbre talvolta elevata con durata tra i
3 e i 4 giorni
• Mal di testa
• Malessere generalizzato e dolori ossei
e muscolari, sensazione di affaticamento e debolezza (astenia)
82
• Congestione nasale (Naso chiuso)
• Starnuti
• Mal di gola e tosse
• Mancanza d’appetito (anoressia)
• Fotofobia
In alcuni casi si può avere: vomito, nausea, diarrea e dolori addominali.
Nel periodo influenzale soggetti più deboli o affetti da altre patologie croniche
sono più suscettibili a sviluppare altre malattie respiratorie come bronchiti e polmoniti e malattie neurologiche che possono peggiorare e complicare il quadro
clinico. Generalmente si risolve nell’arco
di 4 5 giorni.Per la diagnosi di certezza
è opportuno effettuare esami di approfondimento con l’isolamento del virus da
tamponi nasali o del’escreato.
Terapia
Si consiglia il riposo a letto, l’utilizzo di
antipiretici per cercare di diminuire la
temperatura corporea e, se presente la
tosse, è necessario utilizzare sedativi per
alleviare il sintomo. Nelle forme complicate con infezione respiratoria da batteri
si consiglia l’utilizzo di antibiotici come le
penicilline o le cefalosporine
94 Prevenzione
Il lavaggio accurato delle mani resta la misura igienica fondamentale. Il periodo di
maggior contagio è tra il secondo e terzo
giorno successivo all’infezione. L’infettività dura per circa 10 giorni. È importante
porre la mano davanti la bocca quando
si tossisce, per non propagare l’infezione
nell’ambiente, e lavarsi successivamente
in maniera molto accurata le mani per
impedire di contaminare gli oggetti che
vengono utilizzati e che potrebbero venir
utilizzati da altri. Per le zone in cui c’è
un malato d’influenza è utile disinfettare accuratamente le superfici possibili
di contaminazione con alcool. Il vaccino
antinfluenzale viene consigliato a soggetti potenzialmente a rischio delle complicanze che può causare l’influenza. Per
questo motivo il vaccino è indicato: per
gli anziani, i soggetti diabetici, i cardiopatici, i pazienti con malattia respiratoria e i
soggetti affetti da patologie neoplastiche
o con deficit immunitari.
95 96 97 Sommario
INFLUENZA
Vaccino antinfluenzale
Mauro Mariani
Direttore della Casa Circondariale di Regina Coeli, Roma
Santi Consolo
Vice capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Ministero di Giustizia
Angelo Zaccagnino
Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria del Lazio
Cristiano Conte
Foro di Roma in rappresentanza dell’Avvocatura di Roma
Livia Turco
Commisione Parlamentare di Inchiesta sugli errori in campo sanitario
Angiolo Marroni
Garante dei Diritti dei Detenuti per la Regione Lazio
Fabio Gui
Forum Nazionale per il Diritto alla salute dei detenuti e delle detenute
Enrico Rinaldi Della Ratta
Magistrato di Sorveglianza di Roma
Evangelista Sagnelli
Presidente della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali
Claudio Leonardi
Presidente della Federazione della Regione Lazio degli operatori dei servizi pubblici
per le tossicodipendenze
Giulio Star nini
Infettivologo Ospedale Belcolle, Viterbo, Responsabile dell’Unità Operativa
di Medicina Protetta di Malattie infettive
Annarita Plastina
Psichiatra, Responsabile dell’ambulatorio malattie infettive della ASL RMA e del counselling
98 Padre Vittorio Trani e Padre Er nesto Piacentini
Cappellani del Carcere
99 Inter vento dei detenuti
102 Donato Capece
Segretario Generale del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria
103 Vincenzo Saulino
104
105
Forum Regionale per il Diritto alla Salute
2. Appendice: Il burnout degli operatori penitenziari
S. Pasquali
Opere d’arte e carcere
M. Panerai
Gli atti seguono l’ordine degli interventi al convegno
83
Il carcere e la vita al suo interno, è
un tema molto ricorrente nel mondo del cinema, soprattutto in quello
americano, tanto da essere diventato un genere a sé, detto “prisonmovie”.
Questo genere di film spesso rappresenta una metafora esasperata della
società. Esasperazione che nasce
dalla privazione della libertà cui le
persone recluse sono sottoposte. Il
protagonista in genere è il carcerato. Meglio se non del tutto “cattivo”
in modo da permettere allo spettatore di identificarsi con il protagonista, rappresentato come un indivi-
ATTI DEL CONVEGNO
duo scaltro e intelligente, simpatico
quasi buono, oppure se il film è di
tono drammatico, “innocente” o comunque meno cattivo delle persone
che lo circondano.
Il cinema tende a escludere che il
protagonista del prison-movie possa
essere negativo, perché deve farne
un eroe; al più a interpretare il cattivo c’è qualche compagno di reclusione o qualche agente penitenziario particolarmente sadico, quando
non il sistema penitenziario stesso,
visto come un luogo da film dell’orrore. La regola sembra essere che,
se il carcerato nella realtà percepito come il “male”, nel film diventa
il buono, allora la sua controparte,
1.
Appendice:
La riforma sanitaria in
ambiente penitenziario
“La completa attuazione della Riforma
sanitaria penitenziaria per affrontare
l’emergenza sanitaria nelle carceri laziali” è stato questo il tema del convegno svoltosi l’11 febbraio 2010 nel carcere romano di Regina Coeli al quale
hanno partecipato medici, personale
penitenziario, detenuti e associazioni del terzo Settore, ideato dal Centro
Studi Cappella Orsini, promosso dalla
Regione Lazio in collaborazione con
l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti del Lazio e il Forum nazionale per
il diritto alla salute dei detenuti e delle
detenute.
L’attuazione della Riforma Sanitaria
Penitenziaria ha introdotto il principio universalistico del diritto alla salute
“senza distinzione di condizioni individuali o sociali”. Obiettivo è proprio
riscoprire la centralità della persona,
nella convinzione che, per superare il
sovraffollamento delle carceri, si debba
puntare su percorsi di sostegno, accompagnati dalla “restrizione dell’area detentiva”, con la riforma del codice penale, la depenalizzazione dei reati e il
ricorso alle pene non detentive.
Alcuni dati
Il 62% dei detenuti ha patologie che
richiedono un intervento medico, quasi il 40% è affetto da epatite cronica, il
27% soffre di problemi psicologici - psichiatrici. Inoltre al Lazio spetta il record
dei detenuti affetti da Hiv, con una percentuale del 3,33% (quasi il doppio rispetto alla media italiana) e aumentano
anche i casi di tubercolosi e di Aids. È
questo il quadro dell’emergenza sanitaria che affligge le carceri laziali. Secondo i dati presentati al convegno, lo stato
di salute delle strutture penitenziarie
è dunque peggiore nel Lazio rispetto
alle altre regioni italiane. Circa 200 dei
2500 sieropositivi detenuti nelle carceri
italiane, vivono negli istituti di pena del-
Il carcere
nel cinema
e nella fiction
cioè chi esercita la giustizia nella
realtà percepito come “buono”, nel
film deve diventare il cattivo. Questo perché (specie nei film americani) il carcere è spesso usato come
specchio della società corrotta in
cui l’uomo vive. Così l’uomo medio
che finisce in carcere, nei film, diventa consapevole della società in
cui vive solo attraverso la violenza e
la corruzione che trova all’interno
del penitenziario.
I prison-movie si possono isolare in
alcuni sottogeneri: nel cinema americano a farla da padrone è sicuramente il tema dell’evasione, che
ben si adatta a creare film a vocazione avventurosa, come ad esempio
Fuga da Alcatraz (1979) e Papillon
(1973).
Molto successo riscuote anche il
tema dell’innocente condannato
ingiustamente (Tim Robbins in Le
ali della libertà del 1994), o quello
la regione e poco meno di un detenuto
su tre soffre di disagi psichici. Oltre ai
problemi psicologici (un detenuto su
due è stato trattato con psicofarmaci),
le patologie diffuse sono le malattie
virali croniche (circa il 17% dei detenuti), patologie osteoarticolari (10%),
problemi cardiovascolari (oltre il 9%),
problemi legati al metabolismo (6,8%),
malattie dermatologiche (6,7%). Problemi aggravati dalla carenza delle
strutture e dal loro sovraffollamento,
con il rischio di contagio per gli agenti di Polizia penitenziaria (sono oltre
5 mila nel Lazio), che spesso lavorano
in condizioni critiche. Inoltre risultano
insufficienti anche le risorse finanziarie
destinate alla salute dei reclusi: appena
5 euro dei 157 spesi ogni giorno dallo
Stato, per ciascun detenuto.
Già il decreto legislativo 230/99 conteneva norme per il riordino della medicina penitenziaria, stabilendo che “i
detenuti e gli internati hanno diritto
al pari dei cittadini in stato di libertà,
all’erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazio-
Sezione media
Sciuscià
(1946) Vittorio De Sica
Per comprare un cavallo bianco che due piccoli sciuscià
(da “shoe-shine”, lustrare scarpe) napoletani, si lasciano
coinvolgere senza volerlo in un furto a casa di una chiromante, ingannati dal fratello più grande di uno dei due.
Arrestati e rinchiusi in un carcere minorile, dopo essere riusciti a comprare il cavallo, cadranno in una spirale
d’inganno e vendetta.
I soliti ignoti
(1958) Mario Monicelli
Progetto
Mauro Panerai
Il Convegno
84
S.o.
shut-out
Sezione media
Un gruppo di ladruncoli incapaci, cappeggiati da Peppe
(Vittorio Gassman), un pugile fallito appena uscito dal carcere, decide di scassinare una cassaforte sfondando il sottile
muro che divide una casa dal monte dei pegni. A causa del
cambio di disposizione di mobili di cui non sono a conoscenza, sfondano il muro sbagliato e si ritrovano nella cucina dello stesso appartamento. Dopo aver trovato pasta e ceci, si
siedono a mangiare prima di darsi alla fuga.
ne, efficaci ed appropriate sulla base
degli obiettivi di salute e dei livelli essenziali ed uniformi di assistenza individuati nel piano sanitario nazionale, nei
piani Regionali e in quelli locali”. Solo
con la legge finanziaria del 2007 è stato disposto il trasferimento al servizio
sanitario nazionale di tutte le funzioni
sanitarie carcerarie, con l’integrazione
dell’intero personale medico e paramedico carcerario nel SSN e nelle relative
ASL territoriali.
Il numero dei suicidi che nel corso del
2009 ha raggiunto la punta massima
dell’intera storia repubblicana, cioè 72.
Il numero di suicidi è 16-17 volte maggiore della frequenza dei suicidi nella
popolazione nazionale, quella libera.
L’Italia ha un numero di suicidi fuori dalle sbarre, nella vita normale, tra
i più bassi d’Europa e dietro le sbarre
il più alto; non solo, mentre fuori la
frequenza dei suicidi è maggiore nelle
fasce anziane, all’interno del carcere
è maggiore nelle fasce giovanili. Una
considerazione altrettanto significativa
è che più frequente è il suicidio tra co-
loro che si trovano da tre, sette, quindici giorni, un mese, cioè il suicidio è la
disperata reazione rispetto all’impatto
con un universo sconosciuto, in persone che magari sono alla loro prima
esperienza di detenzione.
Milleduecento detenuti in più rispetto
al numero consentito, un aumento di
oltre il 50% dal 2001 al 2008, oltre settanta suicidi durante il 2009. Sono i dati
relativi alle carceri laziali, presentati dagli organizzatori del convegno realizzato nel carcere di Regina Coeli. Nelle
strutture penitenziarie della Regione,
i reclusi sono oltre cinquemila (il 10%
degli oltre 64mila in Italia), il 55% di
questi è in attesa della condanna definitiva, contro una media europea del
25%. Al sovraffollamento, si aggiunge
la mancanza di personale: solo tra gli
agenti di polizia penitenziaria delle carceri laziali mancano oltre cinquemila
unità. Aumento del numero dei suicidi:
175 morti in carcere nel corso del 2009,
tra cui 72 suicidi; inoltre 15 suicidi nei
soli primi tre mesi del 2010.
Sotto accusa soprattutto la carenza del-
le strutture e del personale. “L’incremento dei casi di suicidio o dei tentativi
di suicidio - spiega l’avvocato Renato
Borzone, segretario dell’Unione Camere Penali Italiane - è dovuto anche ad
una carente struttura carceraria parallela, cioè quella costituita dagli assistenti,
psicologi e parroci che potrebbero essere un supporto fondamentale per chi
è psicologicamente più fragile e non riesce a sopportare il regime carcerario”.
Tra le priorità da affrontare: la “restrizione dell’area detentiva”, la depenalizzazione dei reati e il ricorso alle pene
alternative, con un occhio di riguardo
ai tossicodipendenti (su oltre 53mila
detenuti, più di 14mila assumono droghe pesanti, cioè circa uno su tre).
I relatori hanno fornito elementi fondamentali di riflessione utili alla costruzione di nuove istanze di pensiero e di
lavoro.
Gli interventi succedutisi sono stati introdotti e puntualizzati nei passaggi salienti dalla moderatrice Dottoressa Daniela De Robert. Seguono gli interventi
di alcuni partecipanti al convegno.
85
ATTI DEL CONVEGNO
Progetto
shut-out
S.o.
ATTI DEL CONVEGNO
Direttore della Casa Circondariale
di Regina Coeli, Roma
Garantire il miglioramento qualitativo
e quantitativo dell’assistenza sanitaria
penitenziaria, per assicurare ai detenuti
internati livelli di prestazione, prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione analoghi a quelli garantiti ai cittadini liberi.
A mio avviso, per quella che è stata la
mia esperienza fino ad ora, questo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso
un’effettiva, efficace collaborazione tra
le due istituzioni, quella penitenziaria e
quella sanitaria, che realizzi la concreta
interazione tra le esigenze di sicurezza
e la garanzia della salute, perciò sono
estremamente importanti i protocolli
d’intesa a livello regionale e territoriale
per realizzare questa interazione. Il pericolo che a volte abbiamo riscontrato è
quello dell’autoreferenzialità dei due sistemi, quello penitenziario e quello sanitario. Per quanto riguarda quest’ultimo,
sia all’interno degli istituti penitenziari
sia all’esterno, questa autoreferenzialità
Ci sono poi i film di stampo biografico, che raccontano storie di personaggi realmente esistiti che hanno
conosciuto il carcere. Si va dai già
citati L’uomo di Alcatraz, Dead man
walking e Papillon a film come Nel
nome del padre (1993) e Il colore
della libertà (2007), che racconta
la storia dell’agente penitenziario
James Gregory e della sua amicizia
con il detenuto e leader degli africani Nelson Mandela.
Un altro “agente penitenziario” protagonista di un film è quello interpretato da Billy Bob Thornton, nel
drammatico Monster ball (2001),
che racconta la storia d’amore di un
agente penitenziario con la vedova
di un condannato a morte. Anche lo
spagnolo Cella 211 (2009) ha come
protagonista un agente penitenziario, che però durante una rivolta nel
carcere, per sopravvivere è costretto
a fingersi detenuto.
I “prison-movie” però non sono solo
di stampo avventuroso e drammatico; esiste anche tutto un filone di
porta ad assolvere e tutelare esclusivamente gli adempimenti che sono dovuti
a ciascuna delle due amministrazioni.
Santi Consolo
Vice capo del Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria,
Ministero di Giustizia
L’Amministrazione non ha inteso, in
applicazione della legge, spogliarsi di
un problema e trasferirlo ad altri, bensì
condividere le problematiche nell’interesse primario del diritto alla salute dei
detenuti. Con forte spirito collaborativo
si sono ottenuti importanti risultati come
l’adeguamento degli ambienti sanitari
all’interno dell’Istituto, il trasferimento
delle attrezzature, l’onere del cablaggio
per le postazioni dei computer per agevolare l’informatizzazione in relazione
alla situazione di ciascun detenuto. Per
gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari si è
discusso della problematica del letto di
contenzione e dei protocolli che devono
essere osservati in relazione al trattamento dell’internato malato, e in relazione a
Il carcere
nel cinema
e nella fiction
commedie di ambito carcerario. Ne
è un esempio, un film come Prendi
i soldi e scappa (1969) di e con Woody Allen, che racconta, attraverso
un finto documentario le vicende
dell’evaso Virgil Starkwell, un rapinatore tanto incapace da arrivare
ad accumulare, una condanna a 850
anni di galera.
Sono commedie ed entrambe di tipo
musicale anche The blues brothers
(1980) e Fratello dove sei? (2000)
che partono dall’uscita dal carcere
(evasione nel caso di Fratello dove
sei?) per raccontare la storia di personaggi mascalzoni ma simpatici,
che per fare la cosa giusta rischiano
di tornare dietro le sbarre.
Dove il carcere è spesso nucleo o
sfondo di situazioni comiche o tragicomiche, è nei film italiani. È il
caso di film come A cavallo della
tigre (1961) e I soliti ignoti (1958),
per quel che riguarda il comico e
questo è stata affrontata la problematica della decarcerizzazione. D’importante
rilievo è il progetto Luce e Libertà che
prevede un accompagnamento di ben 56
internati nel mondo libero con possibilità
di lavoro e di autofinanziamento, il tutto
utilizzando anche i beni confiscati alla
criminalità organizzata. Il problema del
sovraffollamento del carcere deve essere
considerato parallelamente alle possibilità
del detenuto nel mondo del lavoro. Una
forte problematica che si avverte è quella
della tossicodipendenza, drammatica laddove una persona si trova in stato detentivo: sta per iniziare un’attività ricognitiva
e conoscitiva della realtà all’interno degli
istituti penitenziari, delle strutture disponibili. La salute non è un compartimento
stagno, la salute è un bene, quindi il diritto a trattamenti sanitari è un’aspettativa
più che legittima per ciascuno di noi e si
deve correlare con altri elementi, cioè un
interesse alla vita, una dignità attraverso
il lavoro e una dimensione personale positiva che possa aiutare le persone detenute a reintegrarsi nell’ambiente libero.
Sezione media
Nella città l’inferno
(1958) Renato Castellani
Il film, è tratto dal romanzo di Isa Mari Via delle Mantellate e racconta la storia di
alcune donne recluse in un carcere romano, soffermandosi in particolare sul rapporto tra la prostituta Egle e Lina una ragazza ingiustamente accusata di complicità
in un furto. Egle insegna a Lina a “farsi furba” per adeguarsi alla realtà. Quando
Lina, riconosciuta innocente lascia il carcere, è trasformata, ma anche Egle
è destinata a subire una trasformazione altrettanto profonda. Infatti, la
conoscenza con Marietta, una giovane carcerata pentita, che aspira con tutte le forze a
redimersi, scuote l’animo di Egle.
A cavallo della tigre
(1961) Luigi Comencini
shut-out
del colpevole che arriva a riabilitarsi dopo un percorso travagliato e
tormentato, come il naziskin Derek
(interpretato da Edward Norton) in
American Histor y X (1998) o come
il protagonista de L’uomo di Alcatraz (1962), interpretato da Burt
Lancaster, che in carcere diventa un
esperto e famoso ornitologo, dopo
una lunga detenzione in isolamento
(vera storia di Robert Stroud).
Affrontato più volte, è poi, anche il
tema dei detenuti condannati a morte in attesa dell’esecuzione, genere
questo, quasi a totale appannaggio
del cinema americano: come Dead
man walking (1995), che rappresenta una forte presa di posizione
contro la pena di morte; il Miglio
verde (1999), che fra l’altro è uno
dei pochi a mostrare l’agente penitenziario come una figura positiva e
Dancer in the dark (2000), musical
drammatico. Tutti film accomunati
dalla volontà di mostrare la condanna a morte per quello che è, una
pratica disumana e tragica.
Mauro Mariani
86
S.o.
Progetto
Sezione media
Giacinto Rossi, detenuto per simulazione di reato, è trasferito in una
cella dove tre detenuti stanno preparando un tentativo di evasione.
Nonostante non voglia partecipare, è costretto dai compagni di cella
a evadere con loro. Dopo la fuga, Giacinto si rifugia con uno dei suoi
compagni in una nave in demolizione. Il piano è di emigrare clande-stinamente. Alla ricerca dei soldi
per emigrare, il protagonista raggiunge la moglie, ma scopre che convive con un altro uomo. Giacinto si
convince che la cosa migliore da fare è ritornare in prigione e per incassare la taglia si fa denunciare, dalla
moglie e dal suo amante che, riscuotendo la ricompensa, possono pagare i debiti.
Angelo Zaccagnino
Provveditore Regionale
dell’Amministrazione
Penitenziaria del Lazio
I problemi all’interno del carcere sono
tanti ma tra questi la salute è il prioritario. C’è la necessità di fare in modo
che il sistema penitenziario e quello
della sanità possano coesistere. I principali problemi dell’Amministrazione
Penitenziaria riguardano le risorse di
uomini e di mezzi insufficienti a tenere
il passo con le richieste della medicina
e del Sistema sanitario nazionale. Le
norme, le leggi, prevedono che la sanità penitenziaria si faccia nell’ambito
penitenziario; quello che è accaduto
negli ultimi 18 mesi è però una cosa
un po’ diversa, soprattutto per quel
che riguarda la specialistica. A livello
degli istituti di pena è diminuita la presenza dei medici specialisti per le varie
branche, è aumentata invece, in modo
incredibile di due o tre volte a seconda
degli istituti, la richiesta di interventi
specialistici all’esterno della struttura.
Questo per l’ Amministrazione, visto
che i detenuti non possono andare a
fare visite specialistiche presso gli ospedali e presso luoghi esterni di cura da
soli, comporta un impegno che, in
questo momento, sta diventando gravosissimo perché significa cadenzare
troppo spesso le necessità mediche alle
necessità di custodia, alle possibilità di
tradurre gli ammalati nei luoghi in cui
devono essere curati. Questo è uno dei
tanti problemi ed è quello principale
su cui voglio richiamare l’attenzione
perché si faccia qualcosa, perché siano
aumentate le nostre risorse e delle ASL
per portare i detenuti all’esterno nei
luoghi di cura, negli ospedali quando
effettivamente non sia possibile prestare l’assistenza all’interno degli istituti.
Bisognerà lavorare insieme non soltanto alla firma dei protocolli, ma con
la firma dei singoli protocolli si dovrà
individuare, quanto meno per la città
di Roma, una regia più generale che
consenta di muovere i nostri uomini e
le risorse del sistema sanitario in modo
funzionale, quindi mettere in rete gli
ospedali, mettere in rete i centri di
cura, mettere in rete le unità sanitarie
degli istituti penitenziari.
Cristiano Conte
Foro di Roma in rappresentanza
dell’Avvocatura di Roma
Sono qui per testimoniare l’interesse
dell’avvocatura alla problematica della
sanità nel carcere, una problematica
che porta i detenuti a scontare delle
pene ulteriori rispetto alla privazione
della libertà e quindi lo testimonio personalmente e l’ho testimoniato nel tempo collaborando con il Centro Studi
Cappella Orsini per la progettazione di
questo evento e lo testimonia l’Ordine
degli Avvocati che ha voluto patrocinare l’evento. Questa riforma costituisce
l’occasione per trasformare radicalmente la sanità all’interno e all’esterno del
carcere per i detenuti affinché abbiano
gli stessi diritti di tutti gli altri cittadini e
questo convegno ha lo scopo di far parlare tutte le Amministrazioni affinché
sia garantito questo diritto.
87
ATTI DEL CONVEGNO
Progetto
shut-out
S.o.
ATTI DEL CONVEGNO
Commisione Parlamentare
di Inchiesta sugli errori
in campo sanitario
Prima di venire qua ho voluto rileggere l’articolo 27 della nostra costituzione che conoscete tutti, ma a volte serve rileggere alcune cose a voce
alta. Afferma “le pene non possono
consistere in trattamenti contrari al
senso di umanità e devono tendere
alla rieducazione del condannato” e
quindi il carcere deve recuperare il
senso di questo articolo della nostra
costituzione. Voglio ringraziare chi
fa di tutto perché sia rispettato: mi
riferisco ai volontari, agli operatori,
agli amministratori locali. Facemmo
il trasferimento di competenze della cura, dell’assistenza, della tutela
della salute delle persone che sono
in carcere, dal Ministero di Grazia e
Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale, animati da questo articolo della Costituzione e da un’altra grande
legge la 833 istitutiva del servizio
conta le vicende delle persone che
si trovano al loro interno: detenuti,
agenti penitenziari, personale medico. Il secondo è un serial, di tipo
avventuroso, che nella prima e nella
terza serie è ambientato all’interno
di un carcere, da cui il protagonista deve evadere per poi sventare un
complotto fantapolitico.
È quindi, quello dei prison-movie,
un genere ricco di contenuti e storie, che si muovono in più direzioni,
anche se la costante comune è quella della creazione di personaggi “galeotti” con cui entrare in empatia,
nonostante il loro stare dalla “parte
sbagliata” delle sbarre, nonostante
il loro essere “chiusi fuori”.
Il poliziotto penitenziario
al cinema
Cosa accomuna la stragrande maggioranza dei film di ambiente carcerario? È la presenza di personaggi
particolarmente sadici e violenti: i
poliziotti penitenziari.
sanitario pubblico, universalistico e
solidale, la quale legge propone un
concetto di salute che è universale,
indivisibile e che parla di globalità
della persona. Abbiamo avuto molte complicanze nel trasferimento di
competenze, ma ciò che ci interessa
è: quali sono gli strumenti che rendono effettivo il diritto alla salute e
il trasferire al Servizio Sanitario Nazionale la tutela del diritto alla salute, così come è indicato nella legge
833 che parla di universalità, di solidarietà, globalità della persona, di
prevenzione, cura, presa in carico.
Per fare questo, il luogo più appropriato è il Servizio Sanitario Nazionale, sono le ASL, è il Ministero della
Salute, sono le Regioni. Per questo
abbiamo voluto quel trasferimento
di competenze, non per dare più
potere al Ministero della Salute e togliere potere al Ministero di Grazia e
Giustizia. Smettiamola una volta per
tutte, perché questo è stato alla base
di tante difficoltà nel trasferimento delle risorse e di quell’azione di
Il carcere
nel cinema
e nella fiction
Perché il cinema rappresenta così
il poliziotto penitenziario? Innanzitutto perché se lo spettatore deve
identificarsi nel detenuto e “tifare”
per lui, allora un nemico ci deve essere per forza e l’ambientazione dei
prison-movie è fatta apposta per riservare all’autorità il ruolo del cattivo, questo sempre tenendo presente
la logica a “rovescio” dei prison-movie, per cui il “cattivo” nella realtà è
il buono nel film e viceversa. Ed è
qui che entra in gioco il poliziotto
penitenziario, mero esecutore degli
ordini di qualche direttore sadico,
oppure egli stesso votato anima e
corpo a dar “noie” ai detenuti.
Questo accade per più di un motivo, innanzitutto perché il poliziotto
penitenziario, già per il solo indossare una divisa, è un individuo senza
identità specifica (confondibile con
tutti i suoi simili: i colleghi) e quindi
trasferimento non a caso quello che
considero il punto più importante,
troppe volte dimenticato e che mi ha
fatto piacere sentire ricordato da voi,
dal forum sulla salute nelle carceri.
Sono le linee guida che definiscono le modalità della presa in carico
delle persone che sono in carcere,
le linee guida che dicono come deve
essere garantito il diritto alla salute,
la prevenzione, la presa in carico, le
priorità degli obiettivi di salute. Consentitemi di riproporre il senso forte
di quel trasferimento di competenze,
a che punto siamo? Credo si sia registrato un faticoso impasse, che si sia
perso il senso di questo trasferimento di competenze, il senso di questa
riforma. Ci sono dei ritardi e ancora una volta delle disomogeneità tra
regioni e quindi quello che possiamo fare nel luogo in cui siamo che
è una Commissione parlamentare, è
di ricostruire una sinergia, che ci sia
quel lavoro concertato tra Ministero
di Grazia e Giustizia, Ministero della Salute e Regioni perché ciascuno
Sezione media
Una vita difficile
(1961) Dino Risi
È la storia di Silvio Magnozzi (Alberto Sordi), ex partigiano, che finita
la guerra diventa giornalista sognando di far carriera nel mondo della
carta stampata. Durante il tentativo di scalata professionale, dopo il
25 luglio del 1948 finisce in prigione. Dopo vari altri tentativi di fare
strada onestamente e in modo
intransigente, il protagonista
comprende di vivere in un mondo che premia solo arrivisti e
gente senza scrupoli e così dopo
un lungo travaglio si arrende al
sistema, fino al riscatto finale.
Progetto
Una vita difficile (1961) e Detenuto in attesa di giudizio (1971), per
quel che riguarda il tragicomico,
con il secondo che, nonostante le
“situazioni comiche”, vira più decisamente sul drammatico raccontando l’odissea giudiziaria di un uomo
ingiustamente incarcerato.
Dichiaratamente drammatici sono
invece Sciuscià (1946) che affronta
il tema della carcerazione minorile
e Nella città l’inferno (1958), uno
dei pochi film ad affrontare il tema
della detenzione femminile senza
sfociare nel sottogenere WIP ossia
“women in prison”, filone di film
erotici e violenti, che talune volte
sfociano (specie dagli anni Settanta) nella pornografia.
Da ricordare infine che negli ultimi
anni anche la fiction televisiva si è
dedicata a storie di ambientazione
carceraria con serial come Oz (19972003) e Prison break (2005-2009). Il
primo, un serial di tipo drammatico
e molto violento, è ambientato interamente dentro un carcere e rac-
Livia Turco
88
S.o.
shut-out
Sezione media
Prendi i soldi e scappa
(1969) Woody Allen
Il film è un falso documentario che racconta la storia di un ladro
fallito e complessato, Virgil Starkwell (Woody Allen).Il “documentario” racconta i primi colpi e la carriera criminale di Virgil,
oltre che la sua prima detenzione in carcere, l’evasione, la creazione di una famiglia e l’arresto finale da parte del FBI.
faccia la sua parte. E fare la propria
parte significa che le Regioni comunque fanno la loro parte perché
loro hanno accettato il trasferimento di competenze, lo hanno voluto e
quindi non possono trincerarsi dietro a problemi reali come la carenza di risorse, perché l’hanno voluto
questo trasferimento di competenze,
sono loro i più grandi titolari della
Sanità e quindi non ci può essere un
gioco allo scarica barile. Non può essere che la Toscana e il Lazio facciano bene ed altre non facciano. Tutte
devono fare bene e quindi credo che
si debba esigere dalle Regioni una
piena assunzione di responsabilità.
Se però poi c’è un motore resta il Ministero della salute. In Commissione
Affari sociali abbiamo posto il tema
“attuare questa riforma” e abbiamo
chiesto che si facciano delle audizioni dei soggetti interessati, a partire dal Ministro della Salute che ci
venga a dire a che punto è in modo
dettagliato. Poi le Regioni e gli altri
soggetti che sono interessati, perché
abbiamo bisogno di una sede istituzionale, la più istituzionale, quella
che deve lavorare per il dialogo, deve
mettere insieme i pezzi, per fare il
punto in modo compiuto e soprattutto per superare i ritardi. I ritardi
sono i trasferimenti, le risorse che
devono essere compiutamente trasferite, risolvere la questione del personale, in particolare degli psicologi e
rendere organiche quelle linee guida all’interno del patto per la salute.
Bisogna che quelle linee guida e che
la salute nelle carceri siano parte integrante del patto per la salute che è
l’indirizzo. Poi ci sono i livelli essenziali di assistenza che devono anche
qui garantire la prevenzione, la cura,
la riabilitazione delle persone che
sono in carcere, quindi dovremmo
fare questo per recuperare i ritardi
che ci sono e soprattutto per creare
armonia. Colgo l’occasione per dire
che sono qui come persona che si è
impegnata su questo tema che le sta
molto a cuore. Sono anche qui come
una forza politica che, per fortuna,
dopo molti ritardi, sta affrontando il
tema delle carceri. Vi chiedo quindi
di sollecitarci perché abbiamo istituito un gruppo di lavoro stabile che
vuole occuparsi del carcere tutti i
giorni, a partire dal problema del
sovraffollamento. Poi sempre come
opinione personale credo che la salute significhi anche evitare il carcere,
trovare soluzioni alternative. Sono
molto preoccupata del fatto che lo
stato sociale è sostituito da uno stato penale, che lo strumento sociale
sia troppe volte abbandonato per ricorrere a quello penale. Mi riferisco
all’alto numero di tossicodipendenti
in carcere, ai quali il carcere non serve, mi riferisco ai problemi dell’immigrazione, e allora ci sono alcune
leggi che, in radice, vanno cambiate
perché sono qui anche a dirvi, nel
mio piccolo, che quelle leggi sulla
tossicodipendenza, sull’immigrazione in modo particolare, siano radicalmente cambiate.
89
ATTI DEL CONVEGNO
Progetto
shut-out
S.o.
È, infatti, nella questione dell’accettazione da parte della società che
sta il nucleo della questione, quello
che rende (nei prison-movie) il poliziotto penitenziario perfetto per
fare il cattivo, o più spesso l’esecutore materiale del male, e cioè il suo
essere, nella realtà di tutti i giorni,
“invisibile” agli occhi della società.
Del resto quando sentiamo parlare
dei problemi del carcere, a farla da
padrone è sempre la questione del
sovraffollamento e delle condizioni
dei detenuti all’interno del peniten-
ATTI DEL CONVEGNO
Garante dei Diritti dei Detenuti
per la Regione Lazio
Penso che il sistema carcerario in
Italia e anche nel Lazio stia andando
verso un collasso generale. Il carcere
si trova a dover affrontare una situazione drammatica con mancanza di
personale (psicologi, educatori, polizia penitenziaria). Le misure alternative non camminano, anzi, le misure
alternative stanno vivendo una crisi
profonda, il Tribunale di sorveglianza del Lazio non riesce ad accogliere
le domande di misure alternative in
quanto gli è stata caricata la responsabilità non solo di tutti i collaboratori di giustizia, ma anche di tutti i
41 bis d’Italia. Questo Tribunale con
poco personale non riesce a far fronte alle domande dei detenuti, perché
vengono prima quelle altre e allora
siamo di fronte a questa situazione
drammatica.
In carcere si muore, non solo per suicidi, ma anche per malasanità. Nel
ziario. Ignorando che se c’è sovraffollamento per i detenuti c’è anche
per chi ci lavora.
Non sono solo i detenuti a essere
rimossi dal pensiero collettivo della società, ma anche chi sta più a
contatto con loro: i poliziotti penitenziari e tutte le altre persone
che lavorano all’interno del carcere. Queste persone quando finisce
il proprio turno di lavoro, devono
trasformarsi in qualcosa di diverso,
perché “fuori” non esistono, quasi
estranei per la cosiddetta società civile. Probabilmente questo accade
perché c’è la volontà da parte della
società di “dimenticare” i reclusi e
di conseguenza di ignorare anche
chi con loro ci lavora. È quindi la
stessa istituzione del carcere nel
suo complesso a essere rimossa e
nascosta.
Ne va da sé, quindi, che il cinema,
di solito sempre attento a non offendere minoranze e categorie par-
carcere dal punto di vista della sanità,
noi come garanti, abbiamo distribuito
un opuscoletto in più lingue ai detenuti e alla polizia per dire che si deve
stare attenti ai contagi, perché ci sono
delle malattie contagiose che si sono
diffuse, epatite virale, HIV, la tubercolosi, il disagio psichico, ma c’è anche
perfino il ritorno di alcune cose che
da tempo non c’erano più: la scabbia, i pidocchi. Abbiamo affrontato
il tema dei soldi perché il ministero
non ha trasferito i soldi alle regioni. La Regione Lazio ha anticipato i
fondi per la sostituzione della strumentazione sanitaria nelle carceri,
vecchia e fuori norma, per metterne
una a norma perché la Regione non
poteva prendere una strumentazione
fuori norma, ha speso di tasca propria
sottraendo ad altre finalità. Inoltre
abbiamo creato ormai un osservatorio
sulla sanità penitenziaria. Seguiamo e
monitoriamo la sanità penitenziaria
in tutte le ASL del Lazio, perché nel
Lazio ci sono 14 istituti carcerari più il
minorile e noi seguiamo e monitoria-
Il carcere
nel cinema
e nella fiction
ticolari di persone, sia in qualche
modo “legittimato” dalla società a
fare quello che vuole del poliziotto
penitenziario; perché non è protetto, non è riconosciuto.
Con chi può identificarsi allora il
poliziotto penitenziario che va al cinema? È destinato forse a fare il tifo
come tutti per il detenuto, o può
farlo per la sua trasposizione sullo
schermo? Questa seconda ipotesi è
la più difficile, ma non impossibile:
se si cerca bene qualche poliziotto penitenziario “positivo” nei film
si trova. Impossibile dimenticare
quel Paul Edgecomb (Tom Hanks)
che nel Miglio verde (1999) tratta
umanamente tutti i detenuti e con
affetto il condannato a morte John
Coffey; ma non è il solo, oltre a lui
si può citare James Gregory (Joseph
Fiennes), da Il colore della libertà
(2007), il poliziotto penitenziario
mo questo passaggio di competenze
in modo tale che tutte le ASL abbiano
lo stesso comportamento. Penso che
noi dobbiamo porre un problema più
di fondo, capisco che il sogno spesso
porta lontano ma non al concreto.
I tossicodipendenti devono stare per
forza tutti in carcere? Questa è una
domanda. Se hanno commesso piccoli reati e inoltre devono essere curati
da questa dipendenza, hanno bisogno
di comunità terapeutiche, strutture,
dove ci può essere una cura per questo tipo di disagio psichico. Questo
già porterebbe fuori dal carcere molti
detenuti, calcoliamo che nelle carceri
in Italia ci sono circa 25.000 detenuti
che sono tossicodipendenti. Secondo:
è possibile che ci siano tanti detenuti
che non hanno ancora una sentenza
definitiva? Abbiamo nel Lazio il 50%
circa dei detenuti che non hanno una
sentenza definitiva, e che, in linea di
principio, sono innocenti finché non
condannati. Questo è un dato che esiste, e pone il problema di come funziona la magistratura, la tempestività,
Sezione media
Detenuto in attesa in giudizio
(1971) Nanny Loi
Alberto Sordi, interpreta Giuseppe Di Noi un geometra emigrato in
Svezia, che al momento del suo ritorno in Italia, per una vacanza con
la sua famiglia, è arrestato, senza sapere perché. Chiuso in carcere e
maltrattato Di Noi è trasferito due volte subendo sempre violenze e
umiliazioni. In preda a una violenta crisi nervosa viene ricoverato nel
manicomio giudiziario. Finalmente il giudice esamina il
suo caso e si rende conto che l’accusa di aver provocato la
morte di un tedesco è infondata e così Di Noi è prosciolto
e scarcerato. Ma l’uomo è ormai segnato, fisicamente e
psicologicamente.
Papillon
(1973) Franklin J. Schaffner
shut-out
riesce più facile vederlo come qualcosa di lontano, di cattivo, con cui
è impossibile identificarsi pensando
che forse anche noi saremmo cattivi
se costretti a quel tipo di lavoro.
Poi, anche perché, sempre in nome
della scarsa riconoscibilità e visibilità della categoria, è più facile
prendersela con il poliziotto penitenziario, piuttosto che con qualche
rappresentante di qualche categoria
più visibile e accettata dalla società.
Angiolo Marroni
90
S.o.
Progetto
Sezione media
Tratto dall’autobiografia di Henri Charrière, detto “Papillon” (per via di una farfalla tatuata sul torace) e interpretato da Steve McQueen, racconta la storia di un condannato ai lavori forzati (per omicidio che non ha commesso)
nel bagno penale della Guyana, che cerca più volte, nel
corso degli anni, di evadere. Insieme con lui l’amico-nemico Louis Dega
(Dustin Hoffman). Il film è tutto incentrato sull’immane voglia di libertà,
del protagonista, insofferente a qualsiasi prigione o barriera.
la capacità di intervento. Infine se vogliamo guardare a una nuova edilizia
penitenziaria, io non sono contrario
che ci siano nuove carceri migliori di
Regina Coeli, so che c’è chi è affezionato a Regina Coeli, io per niente. È
un carcere che non rispetta la costituzione perché non ci sono le aree per
il trattamento, non ci sono le aree verdi, non c’è lo spazio e la possibilità di
ospitare i famigliari.
Questo carcere è ormai vecchio e andrebbe chiuso, trasferito e trasformato in altro. So che tanti detenuti vogliono andare a Rebibbia nuovo o a
Rebibbia penale, anche io se fossi qui
vorrei andare a Rebibbia penale o a
Rebibbia nuovo complesso. L’edilizia penitenziaria è un problema che
non si risolve a breve, per costruire
un carcere ci vogliono anni e i disagi dei detenuti aumentano, allora il
problema è cambiare la legislazione:
pensare che la pena carceraria debba
essere la pena estrema e per tutto il
resto si debbano avere pene diverse
dal carcere.
Fabio Gui
Forum Nazionale per il Diritto alla
salute dei detenuti e delle detenute
Il diritto che prima non c’era, ad avere
pari dignità, prevenzione, diagnosi e
cura, come i cittadini liberi, è la storia
del Forum. Sono 10 anni che insistiamo, prima a chiedere l’applicazione e
adesso a cercare che questa applicazione sia effettiva. Il Forum è un’associazione che si è costituita con dei volontari
che, parlando con detenuti e operatori
penitenziari, conoscono bene la realtà del carcere. Per questo sosteniamo
che bisogna parlare di sanità dentro il
carcere, con voi, perché siete voi quelli
che la ricevono, ma che anche la subiscono. Questo per noi è importante e
siamo contenti che il convegno, questo
importante avvenimento, per la prima
volta lo facciamo qui, in mezzo ai rumori del carcere, in mezzo alla sofferenza
e alla malattia, perché dobbiamo dire
che in carcere ci sono anche tanti malati. Incontriamo anziani, ragazzi tossicodipendenti, che avrebbero bisogno
di un sostegno che non c’è. Come Forum abbiamo voluto questo convegno
per fare il punto della situazione, per
chiedervi e chiederci a che punto stiamo. Il Forum è questo, chiedere alle
persone che partecipano al convegno
a che punto stiamo, come sono passati
questi 18 mesi. Siamo preoccupati ma
non allarmisti, continuiamo ad ascoltare quello che voi ci dite e a dire questo
alle Regioni, alle Aziende Sanitarie, ai
medici. Spesso nella riforma si parla di
provvedimenti economici, di problemi
del personale. Noi partiamo dalla centralità della persona, cioè da voi e da
noi perché un carcere sano vuol dire
una società sana. La riforma è un pensiero nuovo sulla sanità e sulla salute.
Noi sosteniamo che nei prossimi mesi
ci sarà bisogno di un pensiero e di una
sanità nuova che rompa il muro che di
fatto c’è, ma che soprattutto faccia prevenzione, diagnosi e cura. Noi ascoltiamo come operatori tante situazioni
critiche che forse non escono fuori.
E vogliamo che questo momento sia un
momento chiaro e di confronto.
91
ATTI DEL CONVEGNO
Progetto
shut-out
S.o.
Ciò che accomuna questi personaggi, è che (a esclusione del Paul Edgecomb de il Miglio Verde e del James
Gregory de Il colore della libertà)
ATTI DEL CONVEGNO
Magistrato di Sor veglianza
di Roma
I detenuti quando hanno un problema di disfunzionamento della
sanità soffrono di una pena aggiuntiva. Questa dimensione del problema è una dimensione di una gravità
fortissima, in quanto gli elementi di
criticità della sanità in carcere sono
elementi che fanno venir meno il
fondamento etico della esecuzione
della penale, il fondamento etico della giustizia. È una crisi di sistema, una
crisi generale, nel momento in cui un
detenuto soffre di una pena aggiuntiva, direi anche di una pena corporale per il fatto di non essere adeguatamente curato in carcere, succede
che in un sistema, di fatto, c’è una
pena corporale e questa è una cosa
che è assolutamente inaccettabile.
I momenti di crisi in cui si trova la
sanità in carcere sono momenti che
investono il fondamento etico del
funzionamento della giustizia in Ita-
nessuno di loro è il protagonista del
film. Per scovare dei poliziotti penitenziari protagonisti, possiamo citare, allora, due altri film: Monster
Ball (2001) e Cella 211 (2009). Nel
primo, non solo il protagonista è un
poliziotto penitenziario, ma anche
suo padre e suo figlio lo sono. Certo Hans Grotowski (Billy Bob Thornton) non è il prototipo del personaggio positivo, è infatti razzista e
responsabile morale del suicidio
del figlio, ma se non altro cerca di
liberarsi dell’odio e del dolore che
ha in sé attraverso la storia d’amore
con Leticia (Halle Berry) la vedova
di colore dell’ultimo condannato a
morte “seguito” da Hank prima di
licenziarsi. Si può vederlo quindi
come un personaggio negativo in
cerca di riscatto, sempre meglio di
certi personaggi di poliziotti penitenziari che nei film picchiano e basta. Il secondo film, invece presenta
come protagonista il futuro poliziotto penitenziario Juan Oliver (Alberto Ammann), che il giorno prima di
lia e sono anche degli elementi di
crisi che riflettono alcune connotazioni, alcune linee di tendenza in cui
sta andando la società nel suo complesso, in primo luogo questa deriva
amministrativo-contabile, nella quale
sono inquadrati tutti i problemi. La
situazione paradigmatica, critica, è
quella di un detenuto il quale ha un
problema sanitario e deve attendere
dei tempi che sono eccessivamente
prolungati per avere una diagnosi e
per avere una cura. Con il passaggio
di competenza all’Istituzione Sanitaria, al Ministero della Salute, non
basta che l’istituzione alla quale si
rivolgono i detenuti sia la stessa istituzione alla quale si rivolgono i cittadini liberi perché si abbia una parità
di trattamento fra detenuti e cittadini
liberi. Non basta che sia la ASL ad occuparsi dei detenuti per poter dire: è
rispettato il principio di uguaglianza
tra detenuti e cittadini liberi. Infatti
quando un detenuto sta in una lista
di attesa per avere una ecografia che
magari gli deve dare una risposta ad
Il carcere
nel cinema
e nella fiction
prendere servizio si reca in visita al
carcere dove dovrà lavorare, rimanendo però coinvolto in una rivolta
dei detenuti, che lo costringerà per
sopravvivere a fingersi uno di loro.
In conclusione, possiamo ammettere che la vita del poliziotto penitenziario al cinema, tranne alcuni
casi particolari, non è un gran bel
vedere, ma del resto la situazione rispecchia la realtà della nostra società. Forse un domani se ci sarà una
maggiore consapevolezza del ruolo
di chi lavora nelle carceri, si potrà
sperare nella realizzazione di film
in cui i poliziotti penitenziari non
siano semplici esecutori del male.
Ma bisognerà tenere sempre presente che al cinema i cattivi e i mascalzoni hanno sempre più fascino e
che quindi non si potrà pretendere
troppo.
un interrogativo molto inquietante
sulla possibilità dell’esistenza di una
malattia grave, aspetta dei mesi per
poter avere l’ecografia (per quanto
riguarda quegli istituti in cui non c’è
un ecografo). Sembrerebbe che si è
rispettato un criterio di uguaglianza, nel senso che anche il cittadino
libero aspetta 4 mesi se si reca presso una ASL a chiedere una ecografia.
Allora ci si chiede perché il detenuto dovrebbe essere “privilegiato”,
perché il detenuto dovrebbe avere
invece tempi più brevi? Il principio
di uguaglianza sancito dall’articolo
3 della nostra costituzione, stabilisce che le situazioni simili devono
essere trattate in modo simile, però
c’è un corollario importantissimo di
questo principio di uguaglianza. Le
situazioni diverse devono essere trattate in modo diverso, ora cerchiamo
di rispondere alla domanda perché il
detenuto dovrebbe avere una risposta in tempi più rapidi. Ci sono risposte possibili, io proverò, sollevando
proprio il tema da un punto di vista
Sezione media
The blues brothers
(1980) John Landis
Jake (John Belushi), appena uscito dal carcere, trova ad aspettarlo suo fratello Elwood (Dan Aykroyd);
saputo che l’orfanotrofio in cui sono cresciuti sta
per chiudere, a causa dei debiti, i due decidono di
procurarsi i soldi necessari a impedirlo, organizzando un concerto. Partono così alla ricerca di tutti i
vecchi membri della loro band musicale, ma durante la ricerca ne combinano talmente tante che si ritrovano a essere inseguiti da tutta la polizia di
Chicago.
Daunbailò
(1986) Jim Jarmush
Roberto Benigni interpreta un turista italiano in America, finito in cella a causa di un omicidio involontario. Qui
conosce due delinquenti: Zack, un disc jockey-truffatore e
Jack, uno sfruttatore di prostitute. Dopo un’iniziale diffidenza, i tre fanno amicizia e decidono di evadere. Durante la
fuga, dopo essersi separati, i tre si riuniscono e giungono
in una casa sperduta nella foresta. Qui Benigni s’innamora della proprietaria e decide di rimanere a vivere con lei,
mentre i suoi compagni ripartono dopo una notte di riposo,
separandosi al primo bivio che incontrano lungo la strada.
anche giuridico dell’uguaglianza tra
liberi e detenuti, proverò a dare delle
risposte. Perché il detenuto deve avere una risposta connotata da caratteri
di efficienza? Innanzitutto i cittadini
liberi possono curarsi altrove , possono scegliere le strutture sanitarie private e i detenuti no, già questo è un
motivo importante. In secondo luogo, l’Onorevole Turco parlava prima
di una sanità intorno alla persona,
penso con la mia esperienza di paziente, che ho avuto nel corso della
vita, che un esempio di sanità intorno
alla persona sia data da quei medici
che, quando mi visitano non è che
scrivono su un foglietto il nome della
medicina senza neanche guardarmi,
ma che magari scrivono l’età, le malattie che ho avuto, la professione,
perché l’intervento sanitario è differenziato a seconda della tipologia di
persona. La condizione di detenuto
è una condizione che di per sé merita un approccio sanitario diverso,
per il semplice fatto che il soggetto è
detenuto, quindi si trova in una con-
dizione molto particolare. Poi c’è un
altro punto particolarmente delicato,
se un detenuto è in attesa di avere
accertamenti sanitari (e poi veniamo
anche al lavoro svolto dalla Magistratura di Sorveglianza) per stabilire se
ha una malattia grave o meno, se questi accertamenti arrivano dopo mesi e
hanno come loro esito il fatto che il
detenuto è effettivamente malato, a
quel punto magari il detenuto ottiene una misura alternativa in ragione
della malattia. I quattro mesi di detenzione che ha espiato, da quando
si è aperta la sua richiesta a quando
viene diagnosticata la malattia, sono
quattro mesi di detenzione espiata in
carcere quando il detenuto era gravemente ammalato e aveva diritto di
usufruire della misura alternativa,
quindi i tempi di risposta della sanità
fanno sì che ci siano dei periodi che,
tecnicamente non si possono definire
di ingiusta detenzione, ma che sono
sicuramente, sostanzialmente qualcosa di molto simile all’ingiusta detenzione. Un altro punto è questo, la vita
shut-out
che stringe amicizia con Nelson
Mandela durante la sua detenzione.
Da citare anche il capitano Meissner
(John Amos) del film d’azione Sorvegliato speciale (1989), che nonostante la sua apparente rigidezza
(veniva definito ironicamente dal
protagonista “il capitano dal sorriso smagliante”) e durezza, non esita
alla fine del film a schierarsi dalla
parte del detenuto Frank Leone
(Sylvester Stallone), contro il sadico
direttore del carcere. Altro poliziotto penitenziario che si può definire
“buono” è il capitano Knauer (William Fichtner) del film L’altra sporca ultima meta (2005) che rifiuta
l’ordine del direttore del carcere
di colpire a morte il detenuto Paul
Crewe (Adam Sandler) alla fine della partita di football tra detenuti e
guardie di sorveglianza.
Enrico Rinaldi Della Ratta
92
S.o.
Progetto
Sezione media
quotidiana del detenuto, il parlare
con i familiari, la pulizia della stanza , il lavoro, tutto quello che per i
liberi è vita quotidiana, viene visto in
una ottica di rieducazione, di trattamento, lavorare è trattamento, scrivere ed avere colloqui con i familiari è
trattamento. Allora un altro elemento che fa parte della vita quotidiana
delle persone libere, cioè curare la
propria salute, potrebbe essere uno
strumento di trattamento formidabile, perché se per sanità intendiamo
non soltanto curare le patologie, ma
anche curare la salute nel suo complesso, curare la salute anche quando non si ha una malattia, cercare di
avere uno stile di vita sano e anche
essere consapevoli del funzionamento del proprio corpo, questo significa
appropriarsi della propria vita. E che
cosa è il trattamento penitenziario,
se non cercare di dare la possibilità
alle persone di essere maggiormente
padrone per l’avvenire della propria
vita, più di quanto non lo siano state
prima?
93
ATTI DEL CONVEGNO
Progetto
shut-out
S.o.
L’affollamento delle carceri crea
molti problemi, uno di questi è anche quello infettivologico perché
vi sono patologie che nell’affollamento trovano la possibilità di una
maggiore diffusione. Sappiamo che
nelle carceri vi sono molti soggetti
con patologia da virus dell’epatite
C, circa il 30 % delle persone è portatore consapevole o inconsapevole
di questa infezione, il 6-7% è portatore dell’infezione da virus dell’epatite B consapevole o inconsapevole
e il 2-3% della popolazione in media è portatrice da virus dell’HIV.
Già questo è fonte di attenta meditazione e ci pone il problema di un
intervento speciale particolare. Noi
infettivologi avevamo pensato che
in questo estendere il Sistema Sanitario Nazionale alla popolazione
carceraria avremmo potuto trovare
la soluzione di questi problemi, per-
Il film è tratto dal libro autobiografico di suor Helen Prejean e
racconta la storia di una suora cattolica (Susan Sarandon) che fa
visita in carcere a Matthew Poncelet (Sean Penn), condannato
a morte per stupro e duplice omicidio. Divenuta suo assistente
spirituale, nei suoi ultimi sei giorni prima della condanna, lo aiuterà a trovare la forza di assumersi la responsabilità dei crimini
commessi e di pentirsi.
Le ali della libertà
(1994) Frank Daranbot
American histor y X
Tratto dal racconto Rita Hayworth and the Shawshank Redemption di Stephen King, il film racconta la storia di un direttore di banca (Tim Robbins), condannato ingiustamente
per l’omicidio della moglie e del suo amante, e incarcerato
a Shawshank. Qui nonostante ripetute violenze e umiliazioni subite, riesce lo stesso a sopravvivere grazie all’amicizia
con un ergastolano nero (Morgan Freeman) e alle sue competenze fiscali.
cioè nel carcere c’è chi entra e chi
esce. Chi è entrato uscirà e chi non
è entrato potrà entrare, quindi la
problematica va vista come dell’intera popolazione. Prevenire la diffusione delle infezioni, controllarla
bene nelle carceri, effettuare bene
le terapie all’interno del carcere è
di fondamentale importanza. Per
esempio nell’infezione da HIV oggi
l’applicazione della terapia antiretrovirale è abbastanza soddisfacente, nel senso che circa l’80% delle
persone che debbono essere trattate
sono trattate. Abbastanza non significa del tutto e quindi tutti devono
essere trattati; inoltre c’è il problema della aderenza alle terapie per
cui l’azione dell’infettivologo è fondamentale a far si che i pazienti siano aderenti alle cure, non saltino le
compresse, prendano tutti i farmaci
che devono prendere altrimenti i
virus si riattivano e mutano e si creano mutanti virali che possono poi
essere pericolosi all’interno del carcere e fuori.
(1998) Tony Kaye
Derek (Edward Norton), è un giovane naziskin che riacquista la libertà dopo aver scontato tre anni di carcere per l’omicidio di due
ragazzi di colore che stavano per rubargli l’auto. Accolto come un
eroe dagli amici del movimento neonazista di cui faceva parte e dal
fratello più piccolo, suo emulo, Derek si rivela però cambiato e deciso a “salvare” suo fratello.
Claudio Leonardi
Presidente della Federazione
della Regione Lazio degli operatori
dei servizi pubblici per
le tossicodipendenze
Di tossicodipendenze si è parlato
molto, ma la cosa fondamentale
che mi preme dire è che la tossicodipendenza è una malattia e
quando all’interno degli istituti
penitenziari andiamo a verificare
la percentuale dei tossicodipendenti che corrisponde a circa il
25% dell’intera popolazione, ci
troviamo di fronte probabilmente
alla malattia più importante.
è una malattia che colpisce il cervello, la psiche e gli aspetti psichiatrici.
è una malattia a carattere sociale perché nella maggior parte dei
casi, chi deve continuare ad usare
sostanze stupefacenti, perché se
no sta male, spesso è portato a delinquere e finisce in carcere sottoposto ad una astinenza forzata.
shut-out
(1995) Tim Robbins
Ispirato a una storia vera, il film narra le vicende di quattro
proletari irlandesi che nel 1974, sono scambiati per terroristi dell’IRA e incarcerati come autori di una strage in un
pub. Con loro sono condannati a pene minori parenti e amici. Anche il padre di Gerry (il protagonista, interpretato da
Daniel Day-Lewis), è imprigionato e in seguito,
nel 1980, muore in carcere. Gerry e i suoi amici
resteranno in carcere quindici anni prima di essere riconosciuti innocenti.
Presidente della Società Italiana
Malattie Infettive e Tropicali
ATTI DEL CONVEGNO
Dead man walking
(1993) Jim Sheridan
lomeno un controllo attento, quel
che si dice una riduzione del rischio.
Certamente ci lascia perplessi questa applicazione a pelle di leopardo,
in alcune regioni sì, in altre regioni
molto poco, e ci lascia ampiamente
insoddisfatti. Importante è la presenza del medico infettivologo nel
carcere che ha la possibilità di svolgere numerose funzioni, non solo
quella di curare gli ammalati, ma
anche quella di epidemiologo perché l’epidemiologia è alla base delle
malattie infettive, quindi anche di
dare istruzioni per trovare soluzioni
ai problemi, limitare la diffusione
delle infezioni in carcere. Inoltre
fare formazione perché bisogna ben
spiegare alle persone come comportarsi per prevenire le malattie infettive, questo vale sia nel carcere che
fuori dal carcere, e questo lo devono sapere i detenuti e le guardie di
sorveglianza. Il carcere è un sistema
con membrana semipermeabile, si
può dire da un punto di vista un po’
scientifico, ma è facile il concetto,
Sezione media
Non viene sottoposto alla terapia
che magari ha fatto fino al giorno
precedente all’interno del servizio per le tossicodipendenze, non
è considerato come tutti gli altri
un malato al cento per cento.
Da qui nascono i problemi, che
non sono solo legati al fatto se ci
siano gli specialisti, ma dal fatto
che all’interno degli Istituti penitenziari mancano gli strumenti, manca una organizzazione che
permetta tra le diverse realtà di
specialisti che vi operano di poter
lavorare tra loro, il problema fondamentale è che soprattutto a livello dirigenziale capiscano che la
tossicodipendenza è una malattia
e come tale va rispettata e curata
anche all’interno del carcere.
ATTI DEL CONVEGNO
Nel nome del padre
Evangelista Sagnelli
94
S.o.
Progetto
Sezione media
Progetto
shut-out
S.o.
95
ATTI DEL CONVEGNO
Monster ball
(1999) Frank Daranbot
(2001) Marc Forster
Paul Edgecomb (Tom Hanks) è un anziano pensionato che racconta a una sua amica la storia di quando sessanta anni prima lavorava come capo delle guardie nel braccio della morte del penitenziario
di Could Mountain. Qui Edgecomb si occupava di quattro assassini
condannati a morte, che attendevano il giorno della loro esecuzione, quando avrebbero compiuto il “Miglio verde”, un corridoio rivestito di linoleum verde che li avrebbe condotti nella stanza della sedia elettrica. Tra di loro spicca John
Coffey, un uomo dalla stazza enorme, condannato per l’omicidio e lo stupro di due gemelline di nove
anni; Paul scopre che John è buono e dotato di poteri soprannaturali e che non è
colpevole del reato di cui è accusato.
Infettivologo Ospedale Belcolle,
Viterbo, Responsabile dell’Unità
Operativa di Medicina Protetta di
Malattie infettive
Sono un medico, lo sono dal 1983,
nell’84 sono entrato in carcere per la
prima volta, i problemi sono enormi,
l’emergenza non c’è solo in questo
periodo, l’emergenza c’è sempre, costante, mi disturba parlare di emergenza. La realtà è che nel carcere ci
entrano persone che hanno problemi di salute importanti, se li portano
dentro da fuori. Dico sempre ai miei
pazienti: ora che ci siamo dentro, vediamo se possiamo fare qualche cosa
per occupare questo tempo, cerchiamo magari di capire come è possibile
guarire da certe malattie che abbiamo.
Purtroppo la prevalenza dell’AIDS,
della tubercolosi, dell’epatite è alta,
di malati ce ne sono tanti e i malati
vanno curati, vanno garantiti gli stessi
diritti. Noi ce la mettiamo tutta come
medici, come infermieri, come tecni-
Sezione media
Dancer in the dark
Hans Grotowski (Billy Bob Thornton) lavora nel braccio della morte di una prigione in Georgia, insieme a suo padre e
suo figlio Sonny (Heath Ledger). I Grotowski sono razzisti
(tranne Sonny) e hanno rapporti difficili fra loro. Soprattutto Hans ha problemi con il figlio che tratta talmente male, da
spingerlo al suicidio. Dopo questo fatto Hans si licenzia; in
seguito conosce Leticia (Halle Barry) una donna di colore. I
due s’innamorano ma Hans scopre che Leticia è la moglie di
Lawrence Musgrove, l’ultimo condannato a morte di cui si è occupato, ma non riesce a
trovare il coraggio di dirle che è stato lui ad accompagnare Lawrence
alla morte.
Il colore della libertà
(2000) Lars Von Trier
shut-out
Il miglio verde
Giulio Star nini
96
S.o.
Ambientato nella provincia americana, durante gli anni 70’, il film racconta la storia dell’operaia Selma (Bjork), immigrata cecoslovacca, appassionata di musical e affetta da una grave malattia ereditaria che porta
alla cecità. Per salvare il figlio dalla sua stessa malattia lavora duramente per pagare l’operazione ma raggiunta finalmente la cifra necessaria,
è derubata dal padrone di casa. Selma disperata lo uccide. Arrestata
e condannata a morte, si rifiuta di usare il denaro destinato
all’operazione del figlio per fare ricorso contro la sentenza.
ci per offrire una salute, non identica ma superiore, perché il problema
delle liste di attesa è un problema che
va affrontato. Le liste di attesa sono
un problema anche per chi sta fuori.
Come si risolve? Io ho proposto nella mia ASL il sistema del doppio binario che prevede due liste di attesa:
chi è normalmente in lista di attesa
ad un numero altissimo può decidere
di andare in un’altra Asl, voi detenuti questo non lo potete fare ed è per
questo che ho chiesto di fare i doppi
binari, per chi sta nel Lazio, è detenuto e non può scegliere di andarsene
via. Con due liste d’attesa non vuol
dire che non c’è uguaglianza di diritti, voi dovete essere più uguali degli
altri perché i vostri diritti sono compressi. Spesso mi è capitato di vedere
come infettivologo qualcuno di voi:
curatevi, affidatevi a bravi medici; se
bravi medici non sono, fatevi sentire,
sono disponibile per voi come reparto
per le malattie infettive, ma non solo.
Approfittiamo che stiamo qui almeno
per curarci visto che il SSN offre que-
sto. Non giocate con la vostra salute,
un detenuto ha detto: per esercitare il
mio diritto a non subire il fumo passivo a chi mi devo rivolgere?
È un problema che prima nell’Amministrazione Penitenziaria e oggi nelle
ASL è molto dibattuto, il carcere è un
luogo pubblico tanto è vero che in carcere sono vietati per esempio gli atti
sessuali, infatti sarebbero atti osceni
in luogo pubblico, ma non vale per il
fumo. Questo comprime fortemente i
diritti, dovrebbero esserci delle celle
detentive per non fumatori. Questo
è uno sforzo che normalmente qualche direzione fa, non conosco personalmente la realtà di Regina Coeli se
esista o non esista, ma so per averlo
letto e visto come circolare dell’Amministrazione Penitenziaria, che ci
sono le celle per non fumatori, so per
certo che alcune direzioni, quando
possibile e possibile vuol dire non una
situazione come quella attuale di sovraffollamento, spesso lo seguono. È
un diritto sacrosanto che va più volte
rimarcato.
Progetto
(2007) Bille August
Sudafrica, 1969: James Gregory (Joseph Fiennes) e la sua famiglia, si trasferiscono verso l’isola prigione di Robben Island, dove James deve prendere servizio come guardia carceraria. Qui è incaricato di censurare le
lettere che arrivavano ai carcerati e di tenere d’occhio il loro capo, Nelson Mandela (Dennis Haysbert). James però attraverso la conoscenza del
leader sudafricano, riesce a capire le ragioni della rivoluzione dei neri e
comincia così a difendere gli ideali di Mandela e del suo popolo.
Annarita Plastina
Psichiatra, Responsabile
dell’ambulatorio malattie infettive
della ASL RMA e del counselling
Il carcere esprime, come mandato sociale ineliminabile, il problema della
sicurezza; è un meccanismo disciplinare antichissimo ed è difficile pensare di sostituirlo, però si può migliorare. La psichiatria e la salute mentale,
ma soprattutto il benessere psichico
all’interno del carcere, dipendono
da moltissime cose, c’è chi dice che
il carcere è un ospedale psichiatrico misconosciuto, del resto come si
può pensare di stare bene, segregati
e privati della socialità. D’altro canto
trasgredire a delle norme sociali, significa incorrere quanto meno in una
sanzione.
La sanzione, soprattutto nel passato,
era quella di allontanare i reietti, i folli, i trasgressori, i colpevoli. Il carcere
è scomodo per chi sta dentro, ma molto comodo per chi sta fuori perché lì
si allontanano le persone che hanno
sbagliato, hanno commesso reati a
volte inenarrabili; a volte sono innocenti, a volte no, a volte sono dentro
in attesa di giudizio. D’altro canto la
società esterna è quella stessa che scriveva sugli istituti penitenziari “istituti
di rieducazione e pena”. La rieducazione e la pena passano attraverso una
assunzione di responsabilità: il carcere è fatto da persone che scontano la
pena e anche da persone che ci lavorano. La rieducazione passa attraverso la consapevolezza, attraverso la responsabilizzazione, purtroppo quello
che accade come diceva Adriano Sofri
che ha passato in carcere tanto tempo, è che “spesso si esce dal carcere
sani malgrado il carcere”. La burocratizzazione di un’Istituzione Totale
come il carcere è un meccanismo di
difesa dall’ansia di non saper che cosa
fare, quindi ci si attiene alle mansioni,
alle circolari, a quello che dice il capo
del capo del capo.
Una problematicità negli ultimi anni
in carcere è nata dal fatto che, come
dicono gli stessi detenuti, non ci sono
più quelli che ti sanno fare la galera.
Questa è un’espressione che ho imparato a Roma, saper fare la galera può
significare anche rispettare quello che
è il lavoro dell’altro e farsi rispettare.
La psichiatria in carcere è ineliminabile, dovrebbe essere innanzitutto eliminata l’istanza di sedare per rendere
tutti tranquilli. Il disturbo del comportamento in carcere, l’autolesionismo, il suicidio, spesso vengono evitati o limitati soltanto contenendo. C’è
un’altra cosa importante e fondamentale soprattutto pensando all’ingresso
in carcere del SSN.
Ci sono riforme che si basano solo su
leggi: senza modificare la cultura che
sta alla base di queste leggi, non è possibile creare collaborazione e integrazione. Gli stessi operatori hanno bisogno di essere formati e per operatori
intendo gli agenti di polizia penitenziaria che come gli infermieri degli
ospedali sono quelli che stanno più a
contatto con gli infermi, i detenuti, i
reclusi, molte più ore di chi parla a
volte senza essere presente.
97
ATTI DEL CONVEGNO
Sezione media
Progetto
shut-out
S.o.
(1957) Richard Thorpe
Padre Vittorio Trani e
Padre Ernesto Piacentini
ATTI DEL CONVEGNO
Cappellani del Carcere
Per esperienza so che chi approda
qui, per qualsiasi ragione, torna
come ambasciatore diverso fuori.
Quando ci si avvicina e si conosce
il carcere e le persone che ci vivono, si cambia atteggiamento e si
diventa un po’ ambasciatori dei
colloqui, dei dialoghi, delle discussioni. È vero si tratta di persone che hanno sbagliato, ma, c’è
sempre un “ma” che segue, sono
persone che devono essere aiutate, che devono trovare solidarietà
e questa è una cosa molto bella.
Ho notato una mancanza fortissima rispetto a questa riforma
ed esorterei tutti coloro, che si
preoccupano di questa a livello
legislativo, di procurare qualcosa
che curi anche i problemi fuori
dal carcere che aggravano le condizioni dei detenuti ammalati.
98
Vince Everett (Elvis Presley) durante una lite uccide non volendolo
un uomo e per questo è arrestato. Durante la sua detenzione conosce
Hank, un cantante country che gli insegna a cantare e suonare la
chitarra. Scontata la sua condanna, Vince esce dalla prigione e
diventa una rockstar; ma si dimentica ben presto di chi lo ha aiutato
quando era in carcere. Solo il successivo scontro con Hank, nel
frattempo uscito di prigione che lo ferisce alla gola, permette a Vince
di comprendere, durante la sua degenza in ospedale, i propri errori,
tanto da convincerlo a ricucire i rapporti con i suoi amici.
Cella 211
(2009) Daniel Monzón
L’uomo di Alcatraz
Juan Oliver (Alberto Ammann) è in procinto di cominciare il suo
nuovo lavoro di secondino in un carcere di massima sicurezza.
Decide così di visitare una sezione del carcere ma ferito alla testa
da un pezzo d’intonaco, caduto da una parete in ristrutturazione,
è adagiato dai secondini su una brandina di una cella momentaneamente vuota, la 211. Scoppia una rivolta, le guardie fuggono
e Juan Oliver rimane bloccato nel carcere; così per sopravvivere
decide di fingersi un detenuto.
ROBERTO LUCIFERO
Il contagio
La sanità psicologica deve essere
curata per esempio mettendo a
disposizione alcune persone che
vadano in visita al detenuto e alla
famiglia in modo da rassicurarlo
e dargli serenità.
S.
o.
(1962) John Frankenheimer
Progetto
Il film, è il seguito di Nemico pubblico N. 1 - L’istinto di morte,
che racconta la storia vera del gangster francese Jacques Mesrine
(interpretato da Vincent Cassel). Ambientato nel 1972, racconta
il ritorno in patria del protagonista dopo quattro anni in Canada.
Una volta a casa si allea con un killer soprannominato “La portaerei” con il quale, dopo
una serie di rapine, finisce in prigione. Riuscito a evadere, Jacques fa la conoscenza della sua futura compagna Sylvia e si avvicina agli ideali di estrema sinistra, ma la polizia
francese è alla sua ricerca.
shut-out
(2008) Jean-François Richet
Il film racconta la vera storia di Robert Stroud (interpretato da Burt Lancaster), che in carcere dal
1909 per aver ucciso un uomo, diventa nel corso degli anni un esperto di fama mondiale sulla vita degli
uccelli.
Inter vento dei detenuti
Anonimo A
Vorrei permettermi di suggerire alcune indicazioni in materia di giustizia per spiegarvi come noi detenuti
viviamo in questo istituto, incominciando dall’area sanitaria. Da quando è subentrata la ASL, noi detenuti
ci sentiamo definitivamente abbandonati a noi stessi. Dovrebbe esistere un iter per tutti i detenuti, soprattutto per quelli con serie patologie,
eppure in carcere ci sono persone
anziane, ultrasettantenni, che non
dovrebbero starci trovandosi in serio pericolo di vita, oltre a persone
diabetiche, obese, operate al cuore,
senza che nessuno prenda provvedimenti. Le celle, come tutte le sezioni
del carcere, sono disastrate e anche
il centro clinico è degradato come in
tutte le carceri italiane. La direzione
dovrà prendere atto del fatto che
le tabelle ipocaloriche ministeriali,
che prevedono il vitto spettante a
ogni detenuto, non sono rispettate,
nonostante siano la base più importante per ogni detenuto affetto da
una patologia. Il mangiare è scarso
e non cambia niente nel cambio di
stagione. Mi domando dove siano i
diritti umani. In confronto ad altri
paesi e carceri europei l’Italia è molto indietro. Mi domando quanti altri
morti debbano espiare la loro pena,
come se non bastasse essere privati
della libertà. Credetemi i detenuti
sono privati della loro dignità, stando chiusi 21 ore al giorno nell’apatia
più assoluta. Questo è il disagio del
detenuto, per alleviare il quale credo che si possa fare uno strappo alla
farraginosità del sistema, allo stesso
modo in cui crediamo che si possa
legiferare urgentemente per levare
gli handicappati, le persone anziane, i malati gravi e i sieropositivi dal
carcere, che sono un numero elevatissimo e per i quali si possono adottare misure di sorveglianza, come
la detenzione domiciliare o la telesorveglianza. In questo modo sarebbero fatte salve le esigenze di sicu-
rezza della collettività e le garanzie
del cittadino detenuto, sarebbe salva
la civiltà giuridica del nostro paese
che forte del dettato costituzionale
articolo 27, vedrebbe eliminata una
situazione di fatto contraria al senso
di umanità, che procura al cittadino
detenuto una doppia pena. Chiediamo un maggior numero di educatori
penitenziari, insufficienti anche sul
piano funzionale, per svolgere la rieducazione del detenuto, che è di
fatto lettera morta. Chiediamo che
vengano applicate le norme vigenti
che ci consentano di pagare le nostre
pene con dignità e umanità. Chiediamo un maggior numero di Magistrati di Sorveglianza. Purtroppo c’è
però sempre chi vuole stringere le
mura, quando più intelligentemente si potrebbe andare alla radice del
problema ed impedire che le mura
si riempiano ancora di più. Non si fa
che ribadire di costruire nuove carceri e credo che sia giunta l’ora che
questo Governo prenda seri provvedimenti per il sovraffollamento del-
99
ATTI DEL CONVEGNO
Jailhouse rock
Progetto
shut-out
Nemico pubblico N. 1 – L’ora della fuga
Ambientato in Mississippi, sul finire degli anni trenta,
il film racconta la storia di Ulysses Everett McGill (George Clooney), Delmar O’Donnell (Tim Blake Nelson)
e Pete Hogwallop (John Turturro) tre detenuti appena
evasi dai lavori forzati. Everett guida i due compagni alla ricerca di 1,2 milioni di dollari da lui nascosti nei pressi di una diga. In realtà il bottino non esiste, infatti, il vero scopo dell’evasione di Everett
è impedire le seconde nozze dell’ex moglie Penelope (Holly Hunter).
Sor vegliato speciale
L’altra sporca ultima meta
(1989) John Flynn
(2005) Peter Segal.
Poco prima della fine della sua condanna, il detenuto
Frank Leone (Sylvester Stallone) viene trasferito in un
altro carcere. A capo della prigione c’è però Warden
Drumgoole (Donald Sutherland), che vuole vendicarsi
su Leone, per una sua evasione di qualche anno prima. Sottoposto a torture psicologiche e fisiche,
Frank cercherà di resistere, fino all’inevitabile scontro finale con il direttore.
Anonimo B
Molti di noi si sono battuti ed impegnati per sentirsi parte integrante di
una società che tende ad escludere i
più deboli e a santificare i più ricchi e
i più potenti, ma è anche vero che in
fondo siamo tutti sulla stessa barca:
a qualcuno tocca il remo, ad altri il
timone, ma la vera democrazia è proprio l’interscambiabilità dei ruoli in
alcuni momenti. Uno dei problemi
su cui vogliamo portare l’attenzione
è quello relativo alla somministrazione degli psicofarmaci all’interno
degli Istituti e in particolare qui a
Regina Coeli. C’è una statistica crescente, una smodata assunzione dei
più forti sonniferi in commercio,
il 70% della popolazione detenuta
assume pillole per dormire, per riposare, per non guardare, per stare
buono e per oscurare un po’ tutto.
Crediamo quindi che la somministrazione di psicofarmaci non sia
dovuta solo al sovraffollamento e
neanche tanto alla carenza di attività, al contrario siamo convinti che
sia un modus operandi vero e proprio.
Siamo anche del parere che considerare la persona detenuta come un
paziente che se sedato può soffrire
di meno e dare meno fastidio, sia
anche un modo per non prendersi
carico delle problematiche. Solo da
svegli ci si rialza e solo stando bene
attenti ci si rialza in piedi. Le sezioni
sono ormai piene di corpi deambulanti, intontiti dai farmaci e i reparti assomigliano sempre più a Centri
di Igiene Mentale che ad Istituti di
Pena. Molte trasformazioni hanno
bisogno anche delle scelte coraggiose dei medici, siate quindi anche voi
un po’ il timone di questa barca, che
è bella malandata.
Anonimo C
Nella mia stanza ho una persona con
due bypass, non può camminare e
non è autosufficiente. Il medico di
reparto ha scritto che può restare
qui nella terza sezione e gli nega la
possibilità di andare al centro clinico. A un altro mio amico era scoppiato un petardo in mano. Non poteva più usare le mani, ero io che gli
lavavo i denti, gli facevo persino il
bidè. Il medico scrisse che aveva delle ustioni al gomito e lo rimandò in
reparto. Io stesso ho dei problemi e
dovrei avere l’ossigeno in stanza.
Il dottore non ti visita, ti guarda e
dice: “Una tachipirina. Puoi andare”. Gli agenti penitenziari, sono
loro tante volte a darci una mano.
Ho sbagliato e sto pagando, con la
Ex giocatore di football, caduto in disgrazia dopo aver
venduto una partita, Paul Crewe (Adam Sandler), viene
arrestato per guida in stato di ubriachezza. Durante la
sua detenzione in carcere accetta di guidare una squadra di detenuti nella sfida contro la squadra delle guardie carcerarie.
shut-out
(2000) Joel Coen, Ethan Coen
Progetto
(1979) Don Siegel
calma e la pazienza. Ma qui bisogna
intervenire subito. Sono tante le persone che muoiono in carcere. Sono
morti molti miei amici qui dentro.
Anonimo D
Sono un detenuto straniero Marocchino, ringrazio tutti per farmi sentire in un paese democratico perché sto parlando come voglio. In
carcere c’è bisogno di trattare tutti
i detenuti con psicologia e con intelligenza. Parlo del mio caso, per
esempio quando entro nell’infermeria chiedo una pasticca per dormire
e se un dottore mi parla intelligentemente e mi dice che questa pasticca
mi fa male e mi rende dipendente,
io capisco e esco contento perché il
dottore intelligente ha parlato con
me bene, educatamente. Ci sono altri che quando entro dicono vattene
che non sei più malato. L’unica cura
in questo carcere è la psicologia,
l’intelligenza e l’essere amabili con
i detenuti.
ATTI DEL CONVEGNO
shut-out
Progetto
ATTI DEL CONVEGNO
Fratello dove sei?
Frank Morris (Clint Eastwood), dopo varie evasioni da alcuni
carceri statunitensi, viene rinchiuso ad Alcatraz. Nonostante
sia un carcere di massima sicurezza, su un’isola, Frank riesce
lo stesso a fuggire insieme con altri due detenuti, facendo perdere le proprie tracce.
le carceri. Ci sentiamo cavie gettate
in queste gabbie così sporche e fatiscenti; è forse questa la rieducazione cui deve tendere la pena? Vorrei
inoltre sottolineare che il Garante
dovrebbe poter fare le visite senza
permesso, mentre per come stanno
le cose, sembra che abbiamo qualcosa da nascondere; si tratta infatti
non di un bandito, bensì di un rappresentante della società civile, che
teoricamente dovrebbe avere più diritti in questa isola civile, l’isola dei
non famosi.
100
Fuga da Alcatraz
Manifesto del convegno “La riforma sanitaria in ambiente
penitenziario” tenuto nel Carcere di Regina Coeli, Roma,
11 febbraio 2010
101
Donato Capece
ATTI DEL CONVEGNO
Segretario Generale del Sindacato
Autonomo di Polizia Penitenziaria
Chiunque eserciti la medicina penitenziaria deve saper cogliere i bisogni
inespressi del detenuto, senza prestarsi
però a strumentalizzazioni provenienti
da qualsiasi parte. Per molti motivi di salute si possono ottenere alternative alla
detenzione in carcere. Inoltre occorre
saper intercettare la malattia quando simulata, quando esasperata da una percezione eccessiva della stessa, e quando
viceversa, inconsciamente o volutamente è sottovalutata dai diretti interessati.
L’esperienza maturata da centinaia di
operatori sanitari, che per decenni hanno lavorato all’interno degli istituti di
pena, non può essere cancellata in un
attimo da una legge che inseguendo una
malintesa logica del risparmio, ha fatto
tabula rasa di questo immenso patrimonio di professionalità e di umanità, affidando la gestione della medicina penitenziaria alle ASL. All’atto pratico poi, la
riforma ha addirittura fatto lievitare al-
102
shut-out
È una serie televisiva statunitense, che racconta in modo veritiero e violento la vita all’interno dell’immaginario penitenziario di Oz (“Oswald State Penitentiary”). Tutti gli episodi
sono girati all’interno del carcere e a introdurre ogni puntata
e ogni personaggio c’è il detenuto Augustus Hill (Harold Perrineau Jr). In particolare si raccontano le vicende di una sezione, detta “Paradiso”, creata da Tim McManus (Terry Kinney)
per rieducare e riabilitare i detenuti.
cuni costi, in primis quelli relativi al personale di polizia penitenziaria che viene
impiegato in quel turismo penitenziario
che porta gli agenti ad accompagnare i
detenuti in ospedale, per effettuare visite, esami diagnostici, ricoveri e controlli, contribuendo per altro a sguarnire
di personale le sezioni all’interno degli
istituti. Come si può comprendere non
si tratta semplicemente di affidare le
competenze ad uno piuttosto che ad un
altro, ma di riformulare completamente
il servizio che per oltre un secolo ha svolto compiti istituzionali delicati e riconosciuti. Allo stato non sembra che siano
stati definiti modelli operativi adeguati
attraverso i quali assicurare l’assistenza
in carcere, ed è ambigua la previsione
dei contratti di lavoro e dei ruoli professionali che dovranno essere proposti al
SSN. Non si possono dimenticare quelle
infermità che necessitano di una particolare profilassi e di un’attività di prevenzione che devono essere compatibili con
la custodia e con la sicurezza. Il SAPPE si
batterà affinché nell’ambito di completa
attuazione del DPCM richiamato, si pos-
sa costituire un ruolo di medici penitenziari che provvederanno per competenza istituzionale al personale del corpo e
alla popolazione ristretta, alla stregua di
quanto in essere nella Polizia di Stato e
nell’ambito delle Forze Armate. In conclusione alla luce di una riforma più demagogica che realista, più populista che
realmente efficace, è necessario porre in
essere una profonda riflessione da parte di tutti gli addetti ai lavori, contemplando, se necessario, anche un totale
ripensamento per una marcia indietro
per affidare nuovamente al Sistema Penitenziario la gestione e l’organizzazione di questo delicatissimo settore. Non
sempre quella che sembra una rivoluzione copernicana, quello che è ispirato al
principio della razionalizzazione della
spesa, solo nelle intenzioni però, rappresenta la via verso il progresso; talvolta il
bagaglio di esperienza, di professionalità e di conoscenza rappresentano la vera
ricchezza di una scelta in cui proiettarsi
nel futuro, la quale dovrebbe derivare
da una migliore organizzazione in chiave operativa di questo sapere.
Vincenzo Saulino
Forum Regionale per il Diritto alla
Salute
Abbiamo sancito con la 230 il diritto
all’uguaglianza di trattamento tra cittadini liberi e cittadini detenuti, un concetto
che in una società civile è scontato, ma
che nella nostra, oggi come oggi, non lo
era; così come non erano scontate altre
cose, che nella nostra società poi lo sono
diventate. Quando penso alla legge 180 e
alla legge 230, a quella legge che oggi in
teoria rivendica per voi gli stessi diritti sanitari di tutti i cittadini, penso che siano
molto simili perché entrambe cambiano
un meccanismo e insistono in un meccanismo che è identico, un’istituzione totale, chiusa, come questa del carcere. Parlare di salute in carcere non è un fatto
tecnico, dire quanti farmaci o quanti interventi una persona possa fare. Bisogna
avere il coraggio di confrontarsi sul concetto di salute all’interno di una struttura come questa a dimensione totale e su
quale sia la lettura della richiesta di salute. Qualcuno che dice che dovremmo
adoperarci dentro il carcere come dentro un ospedale e non ha capito niente,
per quello che mi riguarda: questo non
è un ospedale. La richiesta che arriva al
medico o all’infermiere è una lettura di
disagio. C’è tutto dentro, non c’è soltanto quello che spesso e volentieri è stato
rinfacciato come strumentalità, come
possibilità di trovare un escamotage, questo fa parte del carcere, su questo penso
che gli operatori siano sempre il contraltare. Dobbiamo andare oltre, capire che
questo contesto determina un disagio
alla salute e a tutti, perché il problema
della salute in carcere non riguarda soltanto gli operatori, ma riguarda anche
chi lavora qua dentro, riguarda la Polizia Penitenziaria. Quando parliamo di
suicidi in carcere, non parliamo soltanto
di suicidi in carcere, e non sono pochi,
perché quei numeri terrificanti non stanno nella brochure, stanno nella realtà.
Quando parliamo di salute in carcere ci
mettiamo anche la Polizia Penitenziaria
che è soggetta ad un intervento di un
logorio psichico assolutamente pesante
e quindi questa cosa è anche per loro,
Progetto
Nel “paradiso” i detenuti sono chiusi in stanze con i
vetri in plexiglas, guardati a vista dagli agenti penitenziari, ma con la possibilità di passare la giornata
nell’atrio della sezione dove si trovano televisione,
tavoli per giocare a carte e stanze con i computer.
Dietro l’apparenza di un penitenziario modello, i detenuti combattono ferocemente tra loro
(divisi per bande e gruppi etnici), per la supremazia all’interno del carcere.
non contro, perché il principio di reale
collaborazione, fa parte della normativa
di legge, perché questo deve permettere
di passare anche a un concetto diverso.
Oggi si parla sempre di sanità e sicurezza, sono termini che non vanno abbinati così, perché per noi la sicurezza è la
garanzia dei diritti, del rispetto, questa è
sicurezza, questa riduce il conflitto, se è
risposta al disagio. Se oggi pensiamo che
questa legge sia semplicemente il trasferimento di competenze da un Ministero
ad un altro, quindi un cambio di etichette applicando le stesse modalità, non
abbiamo fatto niente altro che reiterare
nuovamente quel modello. Questo modello va cambiato in base ad un’analisi
che ci porti a concepire la salute dentro
l’Istituto in maniera completamente diversa da come noi, spesso e volentieri,
la trattiamo anche all’esterno. Capire la
peculiarità della difficoltà di stare dentro
un carcere perché abbiamo il coraggio
di attivare una lettura fino in fondo vera
di quello che è il contesto. Se non facciamo questo non riusciremo a fare niente.
I diritti vanno realizzati.
ATTI DEL CONVEGNO
(1997-2003)
Progetto
shut-out
OZ
103
2.
Appendice:
Il burnout degli
operatori penitenziari
Psicologa
Intervento di Simona Pasquali
Oggi l’arte contemporanea è in un certo senso “chiusa fuori”, prigioniera di se stessa, o meglio dei suoi riti, dei luoghi cui è deputata. È
un’arte in larga parte da addetti ai lavori, che fatica a raggiungere
un grande pubblico. È quindi un’arte “prigioniera”. A ben pensarci però, l’arte per vari motivi è sempre stata prigioniera: dei committenti, dei personaggi e delle storie che doveva rappresentare. Più
precisamente erano gli artisti a essere “prigionieri”. Ed è qui la differenza sostanziale; una volta a essere “prigionieri” erano gli artisti,
oggi lo è l’opera d’arte contemporanea che difficilmente riesce a
“uscire fuori” dai confini del proprio mondo per addetti ai lavori.
Nel passato invece erano gli artisti a essere “prigionieri”; alcuni poi
lo sono stati in senso letterale, per aver avuto problemi con la giustizia. Fra tutti spicca Michelangelo Merisi da Caravaggio, il quale,
oltre a varie condanne, per rissa, diffamazione di colleghi, possesso
abusivo d’armi e ingiurie contro le guardie, venne anche condannato
per omicidio.La notte del 28 maggio 1606, infatti, l’artista, durante una rissa scaturita per un fallo nel
gioco della pallacorda, colpisce a morte Ranuccio Tommasoni, con cui aveva già avuto altre “discussioni” in passato. La condanna stabilita per Caravaggio fu la decapitazione; all’artista non rimase che darsi
alla fuga, così scappò da Roma, per non farvi mai più ritorno; l’artista morì, infatti, nel 1610, proprio
mentre tentava di tornare a Roma dopo aver saputo che papa Paolo V stava per revocare la sua condanna
a morte. Durante la sua latitanza l’artista dipinse molti quadri, fra cui possiamo ricordare Davide con
la testa di Golia (realizzato probabilmente alla fine del 1609), in cui dà le sue fattezze, o meglio i suoi
lineamenti alla testa di Golia, alludendo probabilmente alla sua condanna a morte per decapitazione.
Serie televisiva statunitense di stampo avventuroso, fantapolitico,
racconta nella prima serie (ambientata quasi interamente all’interno di un carcere), le vicende di Michael Scofield (Wentworth
Miller) un giovane e geniale ingegnere, che commette un furto
per essere rinchiuso nel carcere di Fox River, dove si trova il fratello condannato a morte ingiustamente, con lo scopo di farlo evadere. Riuscita l’evasione, anche grazie alla dottoressa del carcere di
cui il protagonista s’innamora, ricambiato, Michael e il fratello si
danno alla fuga con alcuni compagni di prigionia. In seguito (nella terza serie), Michael è imprigionato in un carcere di Panama,
ma riesce a evadere anche da qui, per poi dedicarsi a sventare il
complotto in cui lui e suo fratello sono coinvolti.
Il burnout è una sindrome, la cui definizione classica, che rimanda agli indicatori di
esaurimento emotivo, depersonalizzazione
e ridotta autoefficacia lavorativa, sottolinea
le manifestazioni a livello individuale di un
rapporto cortocircuitato tra l’operatore e
l’organizzazione di appartenenza, mediato
dalle doti di resistenza e capacità di coping1
del singolo, che si esprime in una serie di
sintomi somatici, derivanti dall’iperattivazione costante del sistema noradrenergico, atto
a scatenare la reazione d’allarme:
• stanchezza
• disturbi del sonno (insonnia di varo grado, risvegli frequenti, ipersonnia)
• disturbi dell’alimentazione e a carico
dell’apparato gastrointestinale
• somatizzazioni varie dell’ansia, come dolori diffusi
1
Per “coping” si intende la capacità di fronteggiare attivamente una situazione stressante, di
porre in atto insomma una risposta efficace al
problema.
• tensione muscolare
sintomi cognitivi:
• difficoltà di concentrazione
• scarsa attenzione sul presente
• disturbi della memoria
• ipervigilanza
• irritabilità
• senso di noia, vuoto, inutilità
• cinismo
• demotivazione
sintomi emotivi:
• inquietudine
• apatia
• distacco
• irrequietezza
• nervosismo
• litigiosità
A partire dalla lettura dei suddetti sintomi,
occorre effettuare una prima distinzione importante tra reazione di stress e burn out,
evidenziando quali processi, a partire dalla
semplice e di per sé funzionale reazione di
stress, esitano in un vero e proprio burn out,
definibile come sindrome dell’operatore
“bruciato e usurato”.
Se la reazione di stress evidenzia una difficol-
tà a fronteggiare un surplus di stimolazioni,
facendo leva sulle risorse disponibili (interne
ed esterne), il processo che evolve nel burn
out evidenzia proprio un loop2 consistente
nel fatto che usuraio e usurato coincidono,
identificandosi nella stessa persona: il logoramento in corso viene infatti fronteggiato
in questo caso con un ulteriore investimento
energetico.
L’operatore in burn out finisce così con il
reiterare lo stesso approccio all’intervento e
si rivela incapace di sottrarsi all’incastro originato dalle ambivalenze e contraddizioni
che permeano la realtà penitenziaria, rappresentandone la cosiddetta componente di
istituzione, contraddistinta dal posizionarsi
su un livello di funzionamento a-razionale e
inconscio.
É perciò necessario interiorizzare il principio che se si perde il contatto con le proprie emozioni e il proprio corpo, e non si
focalizza la triade pensiero-emozione e gesto
nei comportamenti quotidianamente agiti,
2
Ossia una reazione di avvitamento su sé stessi,
tipica del cosiddetto circolo vizioso.
è difficile riuscire poi ad attivare le risorse
personali e professionali necessarie per il
raggiungimento e mantenimento di un’efficacia professionale.
Il burn out esprime un logoramento del rapporto tra l’individuo e il suo lavoro che in
forma sottile, graduale e costante intacca il
livello di investimento emotivo, motivazionale e valoriale. Occorre infatti considerare
il limite estremo di tale processo di logoramento della capacità di investimento e di
crescita nel ruolo professionale, che può
essere nocivo dal punto di vista volitivo ed
energetico, comportando nell’ipotesi migliore l’abbandono del posto di lavoro, nella
peggiore il ricorso ad atti auto lesivi, o autosoppressivi, con un effetto di contagio non
trascurabile sul clima organizzativo, sulla
capacità di tenuta del tessuto umano, sulla
capacità di rispondere alle richieste poste
dall’utenza secondo il dettato normativo e le
finalità istituzionali.
Il circolo vizioso che mantiene in vita il fenomeno è riconducibile oltretutto proprio
ad alcuni tratti caratteristici della sindrome:
la solitudine, il senso di abbandono, l’idea
di non avere più riferimenti, anche intesi
come rete di sostegno formale o informale.
Un’analisi più compiuta della problematica
in esame chiama in gioco dunque l’insieme
dei fattori che contribuiscono a generare
una buona qualità di vita per i lavoratori. Ciò
richiede l’articolazione di molteplici livelli
di analisi, passando da una prospettiva psicologica clinica ad un approccio di stampo
organizzativo, come parte di un continuum
che richiede l’attivazione di risorse finalizzate in un’ottica di promozione del benessere
(mediante azioni di sviluppo organizzativo)3,
di prevenzione del burn out (con progetti di
ricerca-intervento e miglioramento del modello di organizzazione del lavoro) e infine
di cura (mediante azioni di sostegno e consulenza psicoterapeutica, che evidentemen3
É negli anni ’80 che si registra il passaggio da
un approccio di intervento centrato sulla prevenzione di infortuni e sulla protezione della
salute a un’idea di promozione del benessere,
che consiste nel motivare le persone a far scelte
ragionate riguardo al mantenimento e miglioramento del proprio benessere. Nasce L’Occupational Healt Psychology, nuova materia
interdisciplinare, che applica la psicologia nei
setting organizzativi per il miglioramento della
vita lavorativa e la promozione della salute nei
luoghi di lavoro.
shut-out
(2005-2009)
Simona Pasquali
104
Opere d’arte e carcere
Progetto
shut-out
Progetto
Prison Break
te vanno proiettate all’esterno del contesto
lavorativo).
Precursore di tale orientamento è stata una
delle più grandi studiose del fenomeno,
C. Maslach, che ha messo chiaramente in
evidenza il ruolo esercitato da disfunzioni
e/o lacune organizzative, in primo luogo
nell’ambito delle strategie e delle politiche
di gestione, nel creare i presupposti per lo
sviluppo della sindrome del burn out, enucleando cinque dimensioni cruciali di indagine e monitoraggio, sia in un’ottica di prevenzione del fenomeno, in modo da attivarsi
ai primi accenni di malessere e disfunzione,
che in quella di uno sviluppo ulteriore delle condizioni di salute: il sovraccarico lavorativo, la mancanza di equità, lo scarso senso di
appartenenza e riconoscimento in un collettivo, la
non chiara definizione della mission e l’assenza
di coerenza tra le finalità dichiarate e le strategie
effettivamente poste in essere nell’ambito della
gestione operativa dei processi di lavoro.
É possibile riassumere i fondamenti basilari
di un approccio coerente e dirimente alla
problematica qui trattata:
• Il burn out non coincide con lo stress ma
ne costituisce uno degli esiti possibili solo
105
in presenza di determinate condizioni, che
chiamano in gioco fattori individuali, organizzativi e politico sociali interconnessi.
• La condizione di burn out presuppone
una motivazione fortemente connotata da
un alto senso di idealità, da un intenso investimento valoriale ed intrapsichico: nella maggioranza dei soggetti appartenenti
alla polizia penitenziaria è possibile rilevare come, più che essere in presenza di un
operatore “bruciato”, che in ogni caso sconterebbe il fatto di essersi in precedenza “infiammato” per la funzione di aiuto chiamato
a svolgere, si è alle prese con un lavoratore
“wornout”, ossia semplicemente esausto, sfinito, esaurito, pur avendo intrapreso questo
mestiere con una motivazione priva di elementi di idealizzazione, o addirittura connotata, se ci riferiamo alle suddette figure,
in senso più che altro strumentale4. Questa
4
I candidati ai concorsi pubblici, attraverso cui
si accede al Corpo di polizia penitenziaria, risultano essere sempre più giovani e sono spesso
spinti a concorrere per la ricerca di un posto
di lavoro stabile e sicuro, come attesta anche
l’esperienza dell’autore nell’ambito delle selezioni attitudinali di ingresso
106
tipologia di lavoratore “scarico” non avrebbe
subito quindi il trauma narcisistico caratteristico degli operatori in burnout: “coloro
che oggi appaiono come wornout sembra
che abbiano rinunciato a perseguire progetti idealizzati; invece nei burnout è possibile
che abbia prevalso la percezione che l’idealizzazione, sconfitta nel sociale, per poter
sopravvivere doveva (e poteva) essere mantenuta a livello individuale” (Del Rio, 1993).
Ciò non significa naturalmente che si possa
e si debba sottovalutare i diversi indicatori di
una possibile discordanza tra obiettivi, valori e motivazioni all’impegno dei lavoratori e
finalità, valori, aspettative organizzative, sia
esplicite che implicite. La suddetta precisazione terminologica impone perciò di attenersi rigorosamente alle categorie del pensiero scientifico attualmente in uso, in modo
da immaginare linee di azione consone alla
natura delle problematiche evidenziate.
• Se negli anni ’70 e ’80 gli studi e le ricerche sul fenomeno del burn out ne hanno
messo in luce la connotazione di sindrome
tipica delle professioni di aiuto che si esplicano in ambito sanitario e nel sociale, di recente l’attenzione si è spostata sul contenuto
relazionale del lavoro e su una serie di condizioni organizzative5 la cui assenza produce
malessere, in quanto priva di un sostegno
fondamentale, se non costituisce addirittura
una serie di limitazioni pesantemente condizionanti, per l’operatore comunque chiamato ad offrire un servizio in cui la qualità
del rapporto con il suo beneficiario segna
la differenza in termini qualitativi. Riconducendo l’analisi al contesto penitenziario
risulta evidente l’elevata densità relaziona5
Solo per citare una recente sistematizzazione
di tali condizioni, operata da Avallone F., Pamplomatas A. (Milano, 2005) si citano le seguenti: allestimento di un ambiente di lavoro salubre
e accogliente, chiarezza di obiettivi e coerenza
tra enunciati e prassi, riconoscimento e valorizzazione delle competenze, capacità di ascolto
e negoziazione, disponibilità di informazioni
pertinenti al lavoro, gestione del conflitto, un
ambiente relazionale franco, comunicativo, rapidità di decisione e scorrevolezza operativa,
equità di trattamento e delle opportunità di
avanzamento, equilibrio tra carico lavorativo,
risorse e responsabilità, capacità di conferire
senso al lavoro e di stimolare sentimento di
utilità, capacità di prevenire infortuni e rischi
professionali, adeguata definizione dei compiti
dei singoli e dei gruppi garantendone la sostenibilità, apertura all’ambiente esterno e all’innovazione tecnologica e culturale
Ma il più “famoso” carcerato
della storia dell’arte è Cristo
arrestato nell’orto dei Getsemani, tradito da Giuda Iscariota. Questa parte della vita
di Gesù, è stata spesso rappresentata attraverso affreschi e
dipinti a olio che lo raffigurano o al momento dell’arresto,
o “in manette” durante il processo. Si va dagli affreschi di Giotto nella
Cappella degli Scrovegni (ciclo del 1304-1306) che rappresentano entrambi i momenti, quello dell’arresto (Il Bacio di Giuda) e quello del
processo (Cristo davanti a Caifa), alle interpretazioni che nel corso
della storia ci forniscono artisti come Hans Holbein il Giovane (Cattura di Cristo del 1523) e Caravaggio (Cattura di Cristo del 1598),
le6 del lavoro eseguito in carcere, a prescindere dal ruolo e dalla funzione svolta dalle
figure che vi operano, così come l’elevata
complessità delle dinamiche stesse che contraddistinguono, nella sovrapposizione di
logiche e finalità variabilmente intrecciate,
l’operatività in un ambito che rimane pur
sempre, ferma restando la tendenza innegabile verso un’apertura alla società esterna,
l’esemplificazione più tipica dell’istituzione
totale. É proprio nel prendere in considerazione il contenuto relazionale della professione che emergono le indicazioni più interessanti, in particolare per quanto concerne
la rappresentazione dell’identità professionale che emerge dai resoconti della polizia
penitenziaria. Il compito percepito come
fondamentale da questi operatori, riferito
6
Risultano a tal proposito quanto mai appropriate le parole di E. Goffman: “In questo contesto, la prima cosa da dire sullo staff è che il
suo lavoro, quindi il suo stesso mondo, ha unicamente a che fare con persone. Questo genere
di lavoro, il cui oggetto è costituto da persone,
non è come un’attività che implica rapporti con
il personale o quella di chi si occupa di relazioni di servizio; qui gli oggetti ed i prodotti del
lavoro sono uomini” (Asylums. Le istituzioni totali, Milano, Edizioni di comunità, 2001)
al mandato della sicurezza, si intreccia con
una funzione che risulta alla fine preponderante, costituita dal dover attivarsi per dare
una risposta alle tante necessità e richieste
provenienti da una popolazione detenuta
in pressoché totale posizione di dipendenza
per la soddisfazione dei bisogni vitali, anzi
occorre dire che proprio per evitare il verificarsi di situazioni di pericolo e disordini,
garantendo la sicurezza, occorre in realtà
riuscire a destreggiarsi in una miriade di
micro-situazioni che contrassegnano la quotidianità lavorativa, riuscendo a trovare ogni
volta il giusto equilibrio tra una posizione di
autorità, che si esprime in termini di concessioni e dinieghi, e di servizio, ossia di ascolto, supporto, presa in carico del problema
segnalato. Ne deriva il rilievo centrale, per
così dire strategico delle competenze interpersonali, in quanto “la relazione di servizio
non è senza contraddizioni. Proprio in virtù della dipendenza dei detenuti essa esige
grande disponibilità da parte dei poliziotti
penitenziari: le domande possono essere
infinite, appesantendo un carico di lavoro
già gravoso” (A. Chauvenet, F. Orlich, G.
Benguigui, 1994), che implica la capacità di
shut-out
Altri santi che sono stati “onorati”
da un’opera che li raffigura carcerati sono stati Sant’Eustachio
(Sant’Eustachio in prigione di Bartolomeo Litterini del XVIII secolo)
e San Giovanni Battista, spesso rappresentato al momento della morte per decapitazione, dopo essere stato imprigionato da Erode Antipa (La decollazione di san Giovanni Battista, 1630, di Massimo Stanzione).
Progetto
shut-out
Progetto
Nella storia dell’arte, oltre agli artisti incarcerati, si
possono trovare anche opere che possono definirsi di
ambito carcerario.
Una cospicua parte proviene da opere di stampo religioso, che rappresentano momenti della vita di santi
perseguitati e incarcerati. Uno dei carcerati più importanti è San Pietro, che possiamo trovare rappresentato
in vari modi: al momento della liberazione dal carcere,
come nell’opera di Raffaello nella Stanza di Eliodoro
nei palazzi Vaticani (Liberazione di San Pietro dal carcere, 1513).
Oppure raffigurato “ammanettato” sulla via del martirio,
come nell’opera di Giovanni Serodine, Incontro di San Pietro
e San Paolo sulla via del martirio del 1624-25, o mentre cura
Sant’Agata in carcere nell’opera di Lanfranco Giovanni, San
Pietro risana Sant’Agata del 1613-14.
tener conto oltre che dei vincoli normativi,
anche delle contingenze organizzative, delle
carenze strutturali e delle dinamiche interpersonali. É chiara l’estrema complessità del
compito da assolvere, che si caratterizza per
un elevato grado di situazionalità, richiedente una capacità iper-flessibile di riflessione,
di mediazione e di decisione, in una cornice
di regole che prescrive procedure e prassi
rigorosamente standardizzate, cui riferirsi
nel qui ed ora della singola evenienza, certamente simile ma mai del tutto identica ad
altre situazioni precedenti.
Per affrontare efficacemente il problema del
burn out degli operatori penitenziari occorre quindi coniugare diversi piani di analisi
del fenomeno, ricercandone le matrici di
contesto nell’universo carcere, di cui va innanzitutto riconosciuta l’intrinseca complessità, che richiede di procedere in via preliminare all’individuazione di nessi generativi
e virtuosi tra ricerca, formazione e sviluppo
organizzativo, secondo le seguenti direttrici
di sviluppo:
• La prospettiva psico-sociale di intervento,
funzionale ad inquadrare la sindrome del
burn out, che esprime una problematica di
107
Rientrano poi nella galleria dei “personaggi famosi” carcerati anche l’incisione raffigurante l’assassina di Marat,
Charlotte Corday in prigione (di Charles Louis Muller) e
la regina Maria Antonietta (Maria Antonietta con l’abito
da lutto nella prigione del Tempio, della Marchesa De Brehan, 1794).
natura comportamentale con sintomatologia
aspecifica, non come un fenomeno ascrivibile a lacune o incompatibilità di natura personale.
• La centratura sull’azione di prevenzione
del burn out, che si situa ad un livello intermedio tra il versante della cura – che rimanda logicamente ad un intervento riparativo
del danno presente, quindi ad un appropriato percorso psicoterapeutico, quando
non a un vero e proprio abbandono del lavoro, e quello della cosiddetta promozione
del benessere, intesa come qualità della vita
lavorativa, in un’accezione diversa da quella
che fa riferimento al paradigma della salute
come semplice assenza di malattia o al modello normativo. Occorre diffondere, anche
utilizzando la leva della formazione in modo
più incisivo, un adeguato livello di consapevolezza del valore che la salute e l’integrità
psicofisica rivestono in sé, della loro capacità
di contagio positivo, nel momento in cui si
afferma una cultura del benessere che pone
al primo posto l’importanza della persona. É
necessario implementare politiche capaci di
integrare l’individuo nel tessuto socio-umano
di cui è parte, recuperando senso di appar-
108
tenenza ed identità, non solo per il singolo
ma a beneficio dell’organizzazione stessa, in
quanto proprio il vissuto di solitudine, derivante anche dall’assenza di riferimenti ad un
comune modus operandi, incide sul senso di
controllo percepito7, e quindi sulla capacità
di auto-riconoscersi competenze di gestione
delle situazioni e degli eventi, che in carcere
7
A tal proposito sembra che una costante del lavoro del poliziotto penitenziario sia rappresentata
da una percezione del rischio sempre presente che
seppur è innegabilmente riferibile a dati di realtà incontrovertibili, può essere letta anche come la spia
di un’insicurezza di fondo, aggravata dall’assenza di
riferimenti ad un insieme di coordinate orientative,
capaci di tratteggiare un orizzonte di senso comune,
al cui interno sia possibile conciliare la discrezionalità delle scelte e la differenza di stile comportamentale riferendole alla specificità delle richieste poste
dalla singola situazione operativa, in un quadro di
complementarietà e reciprocità che assurge ad una
sintesi superiore, definibile come modello operativo.
Altro aspetto da considerare è quello della cosiddetta “invisibilità”, quale tratto caratteristico del lavoro in sezione, dove “si è soli” nel prendere le tante
micro-decisioni necessarie per mantenere l’ordine e
la sicurezza, ma si è responsabili a tutti gli effetti di
ciò che succede, soprattutto se si verificano disordini
e/o incidenti: in altre parole l’autorità decisionale di
cui si dispone, non è tale da sostenere l’effettiva discrezionalità delle scelte, assumendosene in toto, sia
nel bene che nel male, la relativa responsabilità.
presentano un alto tasso di imprevedibilità e
un potenziale di criticità ineliminabile, connaturato alle dinamiche proprie di quest’istituzione totale. Per questa ragione i diversi
progetti presentati hanno fatto leva sulla
dimensione del gruppo, dal momento che
nel gruppo “vengono condivise con gli altri e
tra gli altri le proprie ed altrui esperienze; si
parla del proprio burnout; si sente ciò che gli
altri hanno da dire sul loro burnout; e infine
si acquisisce la capacità di prevenire il burnout stesso” (Freudenberger, 1974).
• Attivazione “dal basso” in base ad una rilevazione di bisogni, criticità , risorse e opportunità rilevate nel contesto locale, riconoscendo la specificità di situazioni e contesti,
in cui va necessariamente calata l’esplorazione e la sperimentazione attuativa di prassi,
modalità operative, processi di riorganizzazione atti ad uno sviluppo complessivo del
grado di funzionalità e salute delle realtà
lavorative. Sarà così possibile disporre, ad
un livello centrale di monitoraggio e coordinamento, di una pluralità di punti di vista e
prospettive da porre a confronto sia rispetto
alle metodologie di intervento che ai risultati
conseguiti.
• L’approccio della ricerca-intervento La
metodologia della ricerca intervento è indicata come approccio volto a favorire la
costruzione progressiva , nell’ambito di un
processo di confronto e scambio, di una
rappresentazione della realtà organizzativo
-istituzionale, e della collocazione di ciascuna professionalità al suo interno, che possa
essere armonica e coerente con le esperienze, i vissuti, le risorse personali e le aspettative dei singoli partecipanti, in modo da
integrarsi in una salda identità di ruolo. Ma
anche per affermare l’esigenza, ineludibile
ormai per professioni come quella dell’operatore penitenziario, di un superamento del
convincimento che possano esistere soluzioni valide una volta per tutte ai complessi
problemi che affliggono l’istituzione penitenziaria e la vita nelle carceri.
• Il carattere interprofessionale del target,
indispensabile per riuscire ad operare una
lettura delle condizioni predisponenti al
burn out, non limitata alla situazione lavorativa di una categoria professionale, ma capace di considerare tutta la rete dei rapporti
interni ed esterni all’organizzazione, per
offrire elementi utili alla messa in opera di
interventi di prevenzione e promozione del
benessere capaci effettivamente di incidere
sui processi di lavoro. Occorre ricordare che
l’attenzione prioritaria che di solito si riserva al personale di polizia penitenziaria, in
primo luogo agli operatori in servizio nella
sezione detentiva, è stata dettata dal riconoscimento del carattere fortemente stressante
del lavoro di questa categoria per le sue caratteristiche di servizio a stretto contatto con
un’utenza disagiata, per periodi di tempo
prolungato, spesso su più quadranti orari,
che richiedono un dispendio notevole di risorse psicofisiche.
In sintesi è possibile estrapolare alcune aree
di miglioramento ineludibile, valevoli come
indicazioni di intervento:
• L’esigenza di bilanciare il rapporto sperequato tra responsabilità, carichi di lavoro e
risorse messe a disposizione, a livello di organico, disponibilità di spazi e strutture adeguate, risorse professionali e finanziarie.
• L’esigenza di meglio chiarire i confini, ma
anche le ambivalenze e le sottili implicazioni del binomio sicurezza e trattamento, che
per integrarsi nel punto più alto di espressione richiedono un equilibrio e una consa-
shut-out
Fra i personaggi più rappresentati ci sono Galileo Galilei (Galileo Galilei di fronte all’Inquisizione di Cristiano Banti,
1857) e Giordano Bruno (Giordano Bruno rinchiuso nelle
carceri di Roma rifiuta di sconfessare le sue dottrine, nella quadreria della provincia di Napoli).
C’è poi, nell’Ottocento
(specie in Italia nel periodo del Risorgimento), la tendenza a raffigurare vicende storiche
ed episodi della vita di
personaggi positivi. Ad
esempio Silvestro Lega
in Bersaglieri che conducono prigionieri austriaci (1862), oppure artisti come Giuseppe Sciuti (Prigionieri di
Castelnuovo dopo la capitolazione del 1799, opera del 1871) e Gioacchino Toma (Luisa Sanfelice in carcere, 1874), che raffigurano
vicende e personaggi della Repubblica napoletana.
Nella galleria dei personaggi “edificanti” rappresentati in manette,
rientra no Vettor Pisani (Vettor Pisani liberato dal carcere di Francesco Hayez, 1840) )
e Silvio Pellico (Arresto di Silvio Pellico
e Piero Maroncelli di
Carlo Felice Biscarra,
1822).
Progetto
shut-out
Progetto
Con il passare del tempo si passa dalla rappresentazione di temi religiosi a quella di temi laici.
Gli artisti, infatti, cominciano a creare dipinti che
rappresentino scene di vita carceraria del proprio
tempo o storiche, ma di stampo laico. Si va dal
ciclo di otto dipinti della Carriera del libertino di
William Hogarth (in particolare né La prigione),
che il pittore esegue all’inizio degli anni ’30 del
Settecento, con la volontà di rappresentare “soggetti morali moderni” dal momento dell’ascesa a
quello del declino, alle Scene di prigione di Goya
(1808-10).
pevolezza avvertita del ruolo istituzionale e
della parte giocata dalla polizia penitenziaria all’interno del processo di trattamento,
ma anche solide competenze comunicative e
interattive da esprimersi in situazione, e corrispondenti capacità di gestione delle relazioni organizzative a tutti i livelli (gerarchico ed
orizzontale, intra ed inter-ruolo, interno ed
esterno), in un quadro in cui il proliferare
continuo di norme e minute regolamentazioni8. É rispetto a tale complessità che alcuni
rappresentanti del Corpo di Polizia Penitenziaria esprimono la sensazione di non essere
sufficientemente preparati, forse per il timore, espresso in particolare da coloro che hanno una maggiore anzianità professionale, di
non riuscire a fronteggiare adeguatamente il
cambiamento culturale richiesto, ma anche
8
Risulta molto calzante quanto scrive a tal proposito Goffman in Asylums.Le Istituzioni totali, Milano
2001: “Il carcere è una comunità in continua mutazione. Mutano le persone e quindi gli equilibri, i
timori e quindi le regole poste a contenimento dei
primi (…). In una tale situazione l’insicurezza, l’incertezza, l’imprevedibilità, fanno sì che si ricerchi
continuamente ed ossessivamente un equilibrio impossibile quanto rassicurante, giungendo all’implementazione di una regolamentazione inflazionata
quanto dettagliatissima”
109
perché stenta a trovare un riconoscimento
“ufficiale”, quanto meno esplicito nell’ambito di un “discorso pubblico”9, l’insieme delle
competenze, invero sofisticate, che il lavoro
dei poliziotti penitenziari richiede per essere svolto efficacemente, specie se operato in
quello spazio limite, di confine estremo tra
la società esterna e la comunità reclusa, che
è rappresentato dalle sezioni detentive.
• La problematicità dei rapporti umani e
professionali sia in senso orizzontale che
verticale. A tal proposito è opportuno evidenziare la difficile situazione dei vertici del
Corpo, stretti tra richieste avanzate dalla popolazione detenuta, esigenze espresse dai
9
Ci si riferisce alla condivisione e appropriazione
dei luoghi comuni che dominano la rappresentazione sociale corrente sul carcere: “La pervasività di
questo luogo comune non è priva di effetti: si tratta
di un vero e proprio mito che domina le rappresentazioni correnti sul carcere e, paradossalmente, anche quelle degli stessi poliziotti penitenziari,
soprattutto quando questi ultimi devono definire,
condividendolo tra colleghi, il discorso pubblico
nel quale riconoscersi e attraverso il quale farsi riconoscere all’esterno del mondo penitenziario”
(The prison , University of Chicago Press, Chicago
1976), cit. in A. Chauvenet, F. Orlic, G. Benguigui.
Le monde des surveillants de prison, Presse Universitaires de France, Paris 1994.
110
collaboratori, direttive impartite dalla Direzione, necessità di integrazione con le altre
aree operative dell’Istituto: tale complessità
richiederebbe una formazione molto approfondita su tale pletora di compiti e funzioni, esplorando al contempo le possibilità di
sviluppo insite nel modello organizzativo
attuale, per esplicitare più compiutamente
le aspettative di ruolo dell’Amministrazione
nei confronti dei vertici direttivi del Corpo.
• L’assenza di una comunicazione reale,
che vada al di là delle semplici consegne e
delle informazioni scambiate nella conferenza di servizio, per un impiego della pratica del feedback inerente le decisioni prese
nei casi specifici, per segnalare eventi o situazioni cui prestare particolare attenzione,
per un confronto che stimoli una partecipazione attiva alla vita nelle sezioni, e che trovi
aree utili di convergenza con il lavoro svolto
dalle professionalità dell’area del trattamento, rendendosi spendibile appunto come
contributo al processo rieducativo. Occorre
rimarcare come l’assenza di comunicazione
infici la stessa disponibilità di informazioni
talvolta indispensabili per assolvere alle funzioni demandate, accentuando quella con-
dizione di ambiguità di ruolo (dipendente
da carenza di informazioni sul modo più
efficace per svolgere il proprio compito),
che insieme all’elemento della conflittualità
del ruolo (derivante dal riferimento ad attese contraddittorie), rappresenta una delle
“cause organizzative” specificamente associate al burnout.
• Il difficile rapporto con le istanze sociali,
e in particolare la percezione di ambivalenza
e contraddittorietà delle richieste provenienti dalla comunità esterna, nei confronti del
ruolo di operatore penitenziario, che paradossalmente esprime a ondate tendenze giustizialiste, rivendicando la necessità di pene
certe e di più carcere, per poi disinteressarsi
dell’universo penitenziario, in una sorta di
rimozione collettiva delle istanze repressive,
con tutto quel che ne consegue in termine
di immagine esterna e di rappresentazione
sociale degli operatori, in particolare della
polizia penitenziaria. Il dato interessante che
emerge a tal riguardo è che lo stesso operatore penitenziario interiorizza tale rappresentazione sociale proiettandola poi all’esterno,
vivendo così una sorta di “doppio discorso”,
in cui all’immagine lavorativa esternata non
corrisponde la percezione intima del ruolo,
rivelata invece in situazioni di colloquio individuale approfondito, laddove risulta intrisa delle connotazioni proprie dei lavori di
accompagnamento e sostegno di un’utenza
che versa in condizioni di disagio e marginalità. Da qui deriva il fenomeno dell’ignoranza multipla, consistente nel ritenere erroneamente che l’immagine disincantata e cinica
talvolta esternata da parte del personale di
polizia penitenziaria, corrisponda davvero
alla realtà dei vissuti e rappresentazioni di
ruolo coltivati nella interiorità dai singoli.
• La scarsa coerenza dei messaggi culturali veicolati a vari livelli dell’organizzazione.
Un’altra competenza di importanza strategica per un efficace svolgimento del ruolo è
risultata quella di saper discernere e valutare i fattori in gioco, in ogni specifico caso
e nelle singole situazioni, riuscendo a prefigurare l’impatto della propria decisione,
con particolare riguardo al valore di metacomunicazione trasmesso dall’intervento,
al rispetto della legalità e dei diritti umani
e non ultimo alla considerazione di ciò che
è praticabile con le risorse esistenti. Diventa essenziale, per l’implementazione di tali
competenze soft, una formazione di stampo
psicologico che prepari a ben gestire il carico emotivo derivante dalle molteplici e contrastanti istanze, presentate il più delle volte
con drammatica urgenza, ponendo spesso
l’operatore in una situazione di “doppio legame”. Si può sviluppare la capacità di muoversi con curiosità in contesti mobili, incerti,
articolati in forme organizzative complesse
e caotiche, quindi una maggiore flessibilità
attiva” (A. Orsenigo, 2005). É questo il tratto distintivo quindi di una formazione che
sia effettivamente rivolta alla persona, considerata centrale in una visione dell’organizzazione del lavoro strutturata per processi e
in grado di produrre benessere. A partire da
un confronto sulle prassi in uso si può pervenire a una definizione dei processi di lavoro
che dia luogo all’individuazione di protocolli operativi, in modo da implementare la
capacità di assicurare standard qualitativi di
intervento tali da riverberarsi positivamente sull’autostima e il senso di autoefficacia
professionale, spezzando oltretutto quella
catena di rivendicazioni frequenti, sostenute
anche dalle organizzazioni sindacali, che sottendono un senso di mancata valorizzazione
shut-out
Nel Novecento le opere “carcerarie” continuano il percorso di quelle ottocentesche, ossia seguono il filone laico, virando sul civile e sulla denuncia
dei soprusi. Una delle ingiustizie più clamorose, che l’arte ha denunciato, è
quella della condanna a morte di Bartolomeo Sacco e Nicola Vanzetti, i due
anarchici italiani ingiustamente condannati a morte per due omicidi mai
commessi. La vicenda di Sacco e Vanzetti, destò molto scalpore, perché era
chiaro alla maggior parte dell’opinione pubblica e degli intellettuali americani, che i due fossero innocenti e che pagassero il razzismo e la volontà di punire gli anarchici che
pervadevano all’epoca il governo americano; ma neanche le numerose proteste e gli appelli in loro favore
poterono niente e i due dopo sette anni di processo furono condannati a morte sulla sedia elettrica nel
1927. Circa quattro anni dopo, Ben Shahn pittore dal chiaro impegno sociale, realizza delle opere ispirandosi al processo di Sacco e Vanzetti. Una di queste, Bartolomeo Sacco e Nicola Vanzetti (1931-32), ritrae i
due seduti l’uno accanto all’altro, in catene. Nella seconda metà del Novecento, sempre in America, a occuparsi di prigionieri e sedie elettriche (ma senza nessuna volontà di denuncia o intenti moraleggianti) è
Andy Warhol il quale dal 1963, realizza serigrafie di sedie elettriche (Big Electric Chair,
1967) con colori accesi e violenti. In Warhol,
non c’è nessuna volontà di denuncia, ma
solo l’intento di fissare su tela uno dei tanti simboli (anche se negativo) dell’America.
L’artista realizza anche, nel 1964, Thirteen
Most Wanted Men (un’installazione per il
Padiglione Americano alla Fiera Mondiale
di New York), serigrafia dei ritratti dei tredici criminali più ricercati d’America, ma anche questa volta non c’è nessuna volontà di denuncia.
Progetto
shut-out
Progetto
Sempre nell’Ottocento, ma nella seconda metà del secolo, a rinverdire i “fasti”
degli artisti incarcerati, troviamo Gustave Courbet il quale, dopo essere stato
(nel 1871) durante il periodo di governo della Comune di Parigi, a capo di tutti
i musei della città, è processato e incarcerato, perché ritenuto responsabile della
distruzione della Colonna della grande Armée di Place Vendôme. Così, il 2 settembre 1871, l’artista è condannato dalla corte marziale di Versailles a sei mesi
di carcere e al pagamento di una multa di 500 franchi. Dall’esperienza in carcere
nasce, nel 1872 Autoritratto in prigione. Altro artista ad avere avuto guai con la
legge (appena diciassette anni dopo Courbet), è stato Vincent Van Gogh che
il 24 dicembre 1888 fu fatto ricoverare dalla polizia in ospedale, a seguito della lite con Gauguin che lo
portò a tagliarsi (o almeno così riportano la maggior parte delle ricostruzioni) metà dell’orecchio sinistro. Van Gogh rimase internato in ospedale fino al 7 gennaio 1889. Purtroppo per lui la libertà non durò
molto, infatti, a seguito di una petizione firmata da ottanta cittadini di Arles, nel mese di marzo Van Gogh
venne di nuovo condotto dalla polizia in ospedale. Da lì, l’otto di maggio, Van Gogh si trasferì
nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence. Qui dipinse, nel 1890, il quadro La ronda
dei prigionieri (o dei carcerati). L’opera non è
un soggetto originale, si tratta, infatti, della copia
di un’incisione di Gustave Doré (pubblicata nel
volume Londra, un pellegrinaggio, da Blanchard
Jerrold nel 1872) e in essa alcuni studiosi hanno
riconosciuto nel carcerato in primo piano, un autoritratto di Van Gogh, leggendovi una sorta di
“denuncia” del proprio stato di reclusione.
da parte dell’Amministrazione e di scarso riconoscimento. Da questo punto di vista il riconoscimento veramente atteso dalla polizia
penitenziaria, consisterebbe nel far emergere, con un passaggio dal piano della conoscenza tacita ed implicita a quella esplicita, il
dato di fatto che per lavorare in un contesto
come quello penitenziario occorre mettere
in gioco parti importanti di sé, salvaguardando in qualche modo l’equilibrio personale.
Ne consegue la necessità di porre in essere
interventi, sia formativi che di gestione in
senso lato del fattore umano nelle organizzazioni, armonici e coerenti sul piano dei
messaggi culturali veicolati, in modo da evidenziare il riferimento ad orientamenti strategici chiari, tali da realizzare una convergenza tra specifiche linee di azione e gli obiettivi
con esse perseguiti. Si fa riferimento a titolo
esemplificativo all’avvertita esigenza di una
professionalizzazione da parte della polizia
penitenziaria: occorre ammettere che la tendenza prevalente sembra attualmente quella
di ricercare una visibilità in quanto Corpo
all’esterno delle mura dei penitenziari, attraverso il riconoscimento formale di varie specializzazioni che spostano il fulcro dell’inte-
111
shut-out
Progetto
Alla fine fra “artisti” carcerati e opere “carcerarie” cosa resta ancora da analizzare? La liberazione o
meglio la scarcerazione. A tal proposito ci viene incontro l’opera Ordine di scarcerazione (1853) di
John Everett Millais: il quadro rappresenta la scarcerazione di un detenuto, il suo abbraccio con la
moglie e il figlio, sotto gli occhi del carceriere che legge l’ordine di liberazione. Quest’opera può simboleggiare per noi (aldilà del suo reale valore e significato), la volontà di andare oltre, di portare alla
luce ciò che è chiuso dentro, anzi “chiuso fuori” (come il
titolo della mostra), ciò che è rimosso dalle nostre menti di
persone libere e cioè le difficoltà e i problemi di chi “vive”
all’interno dei penitenziari, siano essi detenuti o personale
penitenziario. Perché fra il mondo esterno e quello del carcere non devono esserci muri invisibili, rimozioni mentali e
sociali e l’arte probabilmente può aiutare a sfatare il tabù
per cui tutto ciò che è carcere, deve essere “chiuso fuori”
dal resto del mondo. Sono gli artisti di oggi che possono
raccontare e attirare l’attenzione su questo mondo e sulle
persone che lo vivono, aiutando a far emergere le loro esigenze e speranze.
resse verso ambiti di applicazione altri (solo
per citarne alcune: istruttori di tiro, sommozzatori, elicotteristi, cinofili, cavalieri) rispetto a quello che dovrebbe essere e tuttora
è l’impiego prevalente all’interno degli istituti. Se tale eccesso di proiezione all’esterno
può rappresentare una sorta di “fuga”10 dalla
complessità insita nel lavoro del poliziotto
penitenziario, un modo per ottenere al contempo una sorta di riscatto dall’immagine
sociale di “guardie”, in realtà evidenzia anche una difficoltà di elaborazione dei vissuti
connessi alla densità di compiti e funzioni
qui rappresentata, che necessiterebbero ben
altre risposte, quali la prefigurazione di spazi
di ascolto e restituzione, confronto, assimilazione dei cambiamenti intervenuti sul piano
normativo, che sollecitano l’abbandono di
10
Si ricorda a tal proposito che l’evitamento fa parte
proprio delle strategie di coping a cui è possibile far
ricorso, rientrando nel gruppo delle strategie centrate sull’emozione, che mirano cioè a tenere sotto
controllo le reazioni emotive di sconforto generate
dall’evento stressante. Un altro tipo di strategie, definibile come centrato sul problema, prevede invece l’attivazione del soggetto per modificare direttamente la situazione problematica vissuta, dotandosi
delle risorse e dei mezzi necessari allo scopo.
112
schemi e mentalità non più adeguati. Per
quanto concerne invece le linee di azione
mirate a ricucire il rapporto, definibile come
contratto psicologico tra l’individuo e l’Organizzazione, sarebbe opportuno individuare le priorità su cui intervenire, concernenti
in primo luogo il tipo di cultura che ancora
ispira il sistema della gestione delle risorse
umane. É attraverso un’unitaria e coerente
impostazione delle diverse attività afferenti
al grande capitolo delle risorse umane: dalla
selezione di ingresso e per specifici incarichi,
alla formazione, valutazione, e avanzamento
in carriera, che gli appartenenti ad un’organizzazione possono rinforzare l’impegno e
la loro adesione alla missione istituzionale,
se questa non è nei fatti contraddetta dalle
politiche attuate, sia per quanto concerne
la possibilità di investire realmente sulla finalità del reinserimento sociale dei reclusi,
che di essere riconosciuti e adeguatamente
valorizzati, nella propria professionalità e integrità personale.
In conclusione si richiama, a suggello di
quanto fin qui esposto, una ricerca condotta
dal “Federal Bureau of Prison” in 73 penitenziari statunitensi, i cui esiti indicano che
“una maggiore partecipazione nei processi
di decision-making e l’incremento dell’autonomia sul lavoro migliorano i risultati dei lavoratori, producono un elevato impegno nei
confronti dell’istituzione, maggiore efficacia
nel lavoro con i detenuti e meno stress”.11
11
Wright K., Saylor W., Gilman E., Camp S., Job
control and occupational outcomes among prison
workers, in “Justice QuarterlY”, 14, 3-1997, p. 537