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La tutela della salute del detenuto: il r uolo della Polizia Penitenziaria Progetto Shut-Out Sezione patologie 2 26 3 a cura di Wilma Leti e Agapito Tarasi Presentazione G. E. Cangemi Centralità degli agenti della Polizia Penitenziaria A. Forte 4 Permeabilità dell’ambiente penitenziario P. E. Irmici 4 Recupero dalle tossicodipendenze A. Lucchini 5 Le possibilità di cura in ambiente penitenziario E. Sagnelli 6 Tossicodipendenza e carcere C. Leonardi 8 Assistenza ai malati psichiatrici A. Angeletti 10 Prevenzione e sicurezza individuale A. Franceschini 11 Tra passato presente e futuro F. Gui 12 I problemi dell’assistenza sanitaria D. Capece 13 Disagio e carcere E. Sbriglia 14 Riflessioni e ipotesi sulla umanizzazione del carcere Leonardo Scarcella 16 Shut Out: Outcast But Free R. Z. Bongiovanni 17 Progetto Shut Out L’inziativa è realizzata con il contributo di: Assessorato Enti Locali e Sicurezza con il sostegno incondizionato di: una produzione di: 28 30 32 33 34 36 37 40 42 44 46 50 51 52 54 58 64 66 68 70 72 74 75 76 78 81 82 Ieri e oggi... luci e ombre F. Montella Sommario GARANTIRE LA SPERANZA È IL NOSTRO COMPITO Malattie Sessualmente Trasmissibili Prevenzione mst Profilassi Le Malattie Infettive nel Penitenziario Pediculosi Dermatofiti Tinea Scabbia Epatite C Epatite B Epatite A Mononucleosi Varicella Herpes HIV Tubercolosi HPV Condilomi Sifilide Candidosi Clamidia Linfogranuloma venereo Cancroide, balanite e balanopostite Gonorrea Pityriasis Tricomoniasi Influenza con il patrocinio di: Ministero della Salute Ministero della Giustizia 1 Aldo Forte Assessore agli Enti Locali e alle Politiche della Sicurezza della Regione Lazio Assessore ai Ser vizi Sociali della Regione Lazio Il sistema penitenziario della Regione Lazio coinvolge un numero di cittadini che supera le 15.000 unità, tra operatori sanitari, assistenti sociali, poliziotti penitenziari, detenuti. Questa numerosa popolazione condivide una condizione di disagio derivante da una serie di fattori che combinano difficoltà di tipo pratico con situazioni di tensione psicologica. L’Assessorato Enti Locali e Sicurezza della Regione Lazio ha tra le sue funzioni quella di promuovere iniziative volte ad assicurare il miglioramento delle condizioni di lavoro del personale appartenente alla polizia penitenziaria e agli altri operatori che lavorano all’interno delle carceri. Sono particolarmente felice di presentare questa iniziativa editoriale che associa ad informazioni di grande utilità pratica, un aspetto estremamente invitante grazie alla veste grafica e all’accessibilità dei contenuti, raggiungendo così un duplice obiettivo: • Informare i poliziotti penitenziari sulle cause, i sintomi e le precauzioni da porre in essere di fronte alle patologie più frequenti in ambito car- cerario, facendo specifico riferimento alle condizioni che si presentano all’interno del carcere. In un quadro che ponga la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro del personale di polizia penitenziaria come uno degli obiettivi fondamentali di questa amministrazione. • Rappresentare il desiderio espresso dalla socie- tà civile di esprimere la propria solidarietà verso le difficoltà in cui opera la polizia penitenziaria e su come questo impegno debba riscuotere un riconoscimento adeguato dell’intera collettività. In questo caso la partecipazione degli oltre 60 artisti al progetto è un indicatore di quanto i cittadini, posti di fronte ad una realtà sociale importante, possano rivelarsi reattivi nella risposta. Pensiamo che partendo da questa iniziativa editoriale si possa iniziare un percorso virtuoso che, attraverso l’informazione ragionata, faccia sorgere nuovi progetti in cui la solidarietà e l’esperienza possano essere utilizzati come spunti essenziali per un dialogo proficuo sia all’interno del corpo della polizia penitenziaria che tra i cittadini interessati alle istanze della società civile. L’importanza di questa pubblicazione è doppia. Da un lato, perché rappresenta un prezioso strumento per il necessario investimento formativo rivolto agli agenti di polizia penitenziaria, il cui ruolo è di centrale importanza nella vita del detenuto. Dall’altro perché, grazie alla sua particolare formula, quella cioè di un testo che tiene assieme manualistica sanitaria e arte contemporanea, si pone l’obiettivo di raggiungere anche i cittadini che vivono al di fuori della realtà carceraria. Cittadini che possono, quindi, intraprendere un percorso di consapevolezza rispetto alla condizione detentiva e alle sue problematiche. La situazione delle carceri in Italia, infatti, richiede consapevolezza e nuovi strumenti per essere affrontata nelle sue diverse prospettive e garantire non solo la funzione rieducativa della pena, ma anche la sicurezza sul luogo di lavoro. Nuovi strumenti rivolti in primo luogo agli agenti di polizia penitenziaria che spesso sono chiamati a svolgere la loro funzione in condizioni difficili da gestire, come nel caso specifico della presenza di un’alta percentuale di detenuti affetti da malattie infettive. Condizioni che proprio grazie alla loro professionalità non sfociano in un malessere generalizzato. Quella delle malattie infettive è una problematica alla quale questa iniziativa fornisce risposte qualificate, contenendo informazioni e modalità operative frutto del lavoro di medici ed esperti del settore, nonché un utile apparato iconografico realizzato da importanti artisti contemporanei. Forme di linguaggio nuove e attraenti per spingere, non solo gli addetti ai lavori, ma anche i cittadini a entrare nella dinamica di quei processi partecipati che innescano le buone pratiche. E partecipare attivamente alla realtà penitenziaria, contribuendo al futuro reinserimento sociale dei detenuti. Eloisa CASTROVILLARI Verso la primavera Vito gemmati Grigio rosa 2 S. o. S. o. A. Forte CENTRALITÀ DEGLI AGENTI DI POLIZIA PENITENZIARIA G. E. Cangemi PRESENTAZIONE Giuseppe Emanuele Cangemi 3 Evangelista Sagnelli Vicepresidente Commissione Affari Costituzionali e Statutari Direttore dell’UOC di malattie infettive A.O.R.N. di Caserta La centralità della persona come valore condiviso e la valorizzazione dei rapporti umani costituiscono la base ineludibile per valutare e vivere con una nuova prospettiva molti aspetti della realtà che ci circonda. Riteniamo quindi che sull’idea di una società articolata sulla libera cooperazione tra persone sia possibile inverare i valori di reciprocità che il mondo contemporaneo ha molto spesso sottovalutato, ignorando e rimuovendo tutto ciò che non è immediatamente coinvolgente. In questa prospettiva il penitenziario con tutti coloro che lo abitano - operatori sanitari, assistenti sociali, poliziotti penitenziari, detenuti - interagisce con il mondo esterno che deve farsi carico delle emergenze derivanti da una situazione assai complessa, come è appunto quella carceraria. Il merito di questo manuale consiste nel voler riaffermare, in una visione olistica, il principio etico dell’amore per l’esistenza: un valore condiviso e riconosciuto non solo come fatto umano ma come Assicuro i lettori di questo libro che, malgrado la lunga esperienza nel campo della medicina è stato importante per me partecipare ad un recente dibattito tecnico-politico nel carcere di Regina Coeli in Roma, ove ho potuto interloquire con importanti autorità del settore ed ascoltare da alcune persone detenute la loro storia di pazienti sofferenti per il dover espiare una pena per errori commessi e per il portare nel contempo i segni di malattie croniche debilitanti. La domanda che pongo a me e a voi lettori è se si possa trovare un altro modo per affrontare il difficile problema di curare in carcere, con l’assiduità necessaria e per i lunghi tempi previsti, pazienti con epatite cronica da HBV, da HCV, con infezione da HIV o con tubercolosi, per i quali è difficile assicurare una continuità di cura ottimale anche in regime di libertà. Sono convinto che non siano i medici a dover dare risposte concrete a questa domanda, ma ho anche certezza che se altri debbono trovare la soluzione, a noi medici è riservato il ruolo di presentare correttamente e con insistenza il problema sanitario, con la disponibilità a collaborare per soluzioni efficaci. dato centrale della vita sociale. La comunità di artisti che ha partecipato a questo progetto sta a dimostrare come l’intera società si possa rapportare con un atteggiamento positivo e di sostegno nei confronti dell’attività della polizia penitenziaria. L’informazione, la collaborazione e il rispetto della dignità della persona pervadono questa pubblicazione che nasce dal supporto di un numero considerevole di contributi. Le opere realizzate dagli artisti all’interno di questa iniziativa evidenziano come la polizia penitenziaria meriterebbe un maggiore riconoscimento da parte della nostra società, che finora si è occupata troppo poco, vagamente e con scarsa chiarezza della valorizzare del lavoro degli agenti di custodia. Questa iniziativa, dunque, ha il merito di porre l’obiettivo di colmare questa grave carenza e gettare le premesse per addivenire a una situazione nuova dove il ruolo degli agenti di custodia sia positivamente riconosciuto e pienamente messo in risalto. Alfio Lucchini Presidente Nazionale della Federazione Italiana degli Operatori del Dipartimento dei Ser vizi delle Dipendenze (FeDerSerD) La tossicodipendenza rappresenta un problema che investe circa il 30% di tutta la popolazione detenuta. Le patologie, in particolare infettive, correlate allo stato di tossicodipendenza, ma non solo, sono fonte di grande preoccupazione. Il carcere è l’anello estremo di una catena d’eventi che segna un punto di emarginazione sociale per qualsiasi individuo, ma rappresenta anche l’occasione estrema per cercare di attivare una strategia di affrancamento dal crimine e di riabilitazione sociale del condannato. Qualunque sia il piano terapeutico che si mette in atto a favore dei tossicodipendenti condannati, la continuità del trattamento fra periodo penitenziario e momento della libertà, il perfezionamento del programma terapeutico e l’eventuale supporto dei servizi comunitari rappresentano tre aspetti imprescindibili e decisivi per la piena riabilitazione sociale del tossicodipendente. Alla base delle difficoltà del recupero del tossicodipendente detenuto si possono collocare diversi punti di riflessione: • le carceri sono istituzioni complesse che privano della libertà personale e per questo producono nei detenuti una serie di conseguenze riflesse rappresentante principalmente da aggressività, rabbia, depressione, impotenza morale, fallimento e vergogna. • il sovraffollamento delle strutture carcerarie è spesso causa di problemi gestionali interni, percezione di negatività e clima di sopraffazione. • la cultura carceraria caratterizzata da precetti propri, codici e gerarchie è spesso in conflitto con il mandato e le finalità delle terapie riabilitative. • la difficoltà del tossicodipendente a gestire una vita quotidiana, mortificata dalle condizioni di detenzione e di scarsa integrazione aggravati dall’eventuale comparsa di crisi di astinenza e/o di episodi di overdose. A questo si aggiungano le difficoltà ad organizzare un adeguato programma di trattamento sanitario, psicopedagogico e riabilitativo indotto dalle regole rigide imposte dalla detenzione e dalle consuetudini interne. Grande attenzione deve essere rivolta al diritto alla cura in carcere, sia per lo stato di dipendenza patologica, sia per le patologie correlate quali AIDS ed epatiti per il versante infettivologico, e le comorbilità psichiatriche, tutt’altro che rare. É per tali motivi che si ritiene quanto mai opportuna una pubblicazione di questo tenore che permetta, a tutti i professionisti del settore e a tutto il personale sanitario che opera all’interno di istituti penitenziari, di intervenire secondo protocolli basati sulle evidenze scientifiche, nonché sull’esperienza maturata all’interno degli istituti stessi. I problemi sollevati dalle patologie infettive in carcere sono sostanzialmente di due tipi: - in primo luogo la difficoltà di osser vare e curare i pazienti con infezioni croniche, per periodi molto lunghi e con farmaci impegnativi e costosi; - in secondo luogo la difficoltà di evitare la diffusione delle infezioni in ambienti confinati e sovraffollati, condizioni queste frequenti nelle carceri italiane. Per quel che concerne il primo punto, non vi è dubbio che si dovrà assicurare ad ogni singolo paziente detenuto un regime carcerario compatibile con il suo stato di salute, somministrare il trattamento terapeutico più idoneo ed individuare un iter all’interno del sistema detentivo che consenta la continuità delle cure. Il secondo punto è estremamente complesso e vede alla base della sua soluzione una struttura carceraria adeguata al numero delle persone detenute, alle diversificate esigenze nella loro permanenza in carcere, alla prevenzione della diffusione delle infezioni che includa anche la possibilità di sorveglianza sui comportamenti a rischio. Non è oggi ben conosciuta la situazione epidemiologica dell’infezione da HIV, tubercolosi ed epatiti croniche virali all’interno della singole strutture car- cerarie e ciò in primis per la insufficiente verifica con screening specifici che, per i rapidi cambiamenti nella composizione della popolazione carceraria, dovrebbero essere frequenti. Non vi sono dati certi, ma studi epidemiologici condotti spesso con discutibile metodologia scientifica ed in tempi passati, e quindi solo approssimativamente rappresentativi della condizione attuale, che mostrano percentuali molto elevate di soggetti con infezione cronica: - HBsAg positività in circa il 7% dei casi - Anti-HCV positività nel 20-30% - Anti-HIV positività nel 3% in alcune osservazioni - positività al test della tubercolina nel 20% circa in alcuni rapporti. Questi dati non debbono però essere direttamente attribuiti solo all’eventuale diffusione delle infezioni all‘interno delle nostre carceri, ma anche, ed in modo prevalente, alle elevate percentuali di soggetti infetti tra le popolazioni dei tossicodipendenti e dei migranti provenienti da aree ad elevata endemicità; queste popolazioni costituiscono più della metà dei detenuti nelle carceri italiane. Tuttavia, una certa responsabilità, in vero poco documentata per insufficiente screening periodico, può essere attribuita al sovraffollamento che, indipendentemente dal carcere, è fattore di rischio per la diffusione di numerose malattie infettive. Concludo invitando i lettori ad una approfondita riflessione sulle condizioni fisiche e psichiche dei nostri detenuti, ricordando che la salute fisica e psichica è bene di primaria importanza da non perdere, ma eventualmente da riguadagnare anche in carcere. A questa riflessione può giovare la lettura del libro. E. Sagnelli LE POSSIBILITÀ DI CURA IN AMBIENTE PENITENZIARIO P. E. Irmici PERMEABILITÀ DELL’AMBIENTE PENITENZIARIO A. Lucchini RECUPERO DALLE TOSSICODIPENDENZE 4 Pier Ernesto Irmici 5 Direttore UOC Prevenzione e Cura Tossicodipendenze ed Alcolismo ASL RMC, Presidente FeDerSerD Lazio Le più recenti acquisizioni in ambito neurobiologico ci permettono tranquillamente di confermare e giustificare quanto l’O.M.S. aveva già dichiarato alcuni anni fa riguardo la tossicodipendenza da sostanze stupefacenti (addiction), identificandola come un disturbo mentale ad andamento cronicorecidivante che si sviluppa a partire da complesse interazioni tra variabili biologiche ed ambientali. L’assunzione della sostanza d’abuso soddisfa una dinamica di tipo compulsivo; la capacità di controllarne il consumo è abbondantemente inadeguata; la sfera mentale del soggetto “addicted”, ovvero tossicodipendente, è attraversata da periodiche fasi di intenso desiderio (craving) per la sostanza, che può diventare irrefrenabile in presenza di persone, luoghi, o oggetti precedentemente associati all’uso della sostanza stessa. Da un punto di vista neurobiologico, le alterazioni psicopatologiche e comportamentali che si osservano nella tossicodipendenza sono interpretabili sulla base del modello della “brain-reward” (ricompensa cerebrale), e cioè che le droghe d’abuso producono effetti “rewarding”, ovvero “gratificanti” e ritenuti fortemente euforizzanti dal consumatore, e “reinforcing”, ovvero “ripetitivi” in quanto rinforzanti una serie di comportamenti associati al consumo rituale di tali sostanze. La considerevole entrata di tossicodipendenti nelle carceri italiane, a partire dagli anni ’80, ha trasferito drammaticamente queste problematiche all’interno degli istituti penitenziari dove, condizioni logistiche e risorse umane e strumentali “particolari”, rendono quanto mai complesse tutte le fasi diagnostiche e terapeutiche della malattia tossicodipendenza. Da molti anni i Ser.T. curano i tossicodipendenti ristretti negli istituti di pena, ed i recenti cambiamenti normativi hanno dato nuovo impulso e aperto nuove problematiche nella gestione di questi specifici servizi collocati all’interno di altrettanto specifici contesti, e cioè: • Curare i tossicodipendenti negli istituti di pena significa soltanto restringere queste persone all’interno di uno spazio custodito garantendo in questa maniera una protezione per chi rimane “fuori”, oppure, potendo utilizzare correttamente tutti i presidi terapeutici consentiti dalle evidenze scientifiche, poter instaurare dei percorsi riabilitativi per chi rimane “dentro”? • Quali sono le garanzie che uno staff multidisci- plinare che opera nel Ser.T. ha di poter trasferire le proprie competenze in un ambiente carcerario? • Come le giuste restrizioni impediscono ai professionisti dei Ser.T. di sviluppare correttamente la loro diagnosi e le loro terapie? • In quale maniera si conciliano le esigenze collegate alla punizione del reato commesso con la necessità di favorire attraverso una terapia farmacologica (se serve) e di sostegno psicologico la cura della malattia tossicodipendenza? • Come si conciliano le due “necessità” sopra esposte in un ambiente votato ed organizzato principalmente a favorire l’espiazione di una pena? A tutt’oggi è estremamente difficile rispondere a tutti i precedenti quesiti con la certezza nel contempo che circa il 30% della popolazione carceraria è rappresentato da tossicodipendenti che necessitano, in maniera oserei dire assoluta, di un trattamento farmacologico prima e psico-rieducativo poi. A questi problemi generici si associano, inoltre, altri problemi specifici analogamente importanti rappresentati dall’incremento delle detenzioni riguardanti minorenni utilizzanti droghe ed il problema degli extracomunitari. D’altronde l’uso di sostanze stupefacenti è drammaticamente collegato ad una serie reiterabile di azioni illecite rappresentate, nella maggior parte dei casi, da reati di detenzione e spaccio di sostanze da parte di chi anche usa le stesse per proprio conto; reati, appunto, collegati alla ricerca di risorse finanziarie necessarie per procurarsi la droga e reati definibili di “complicità” collegati allo stile di vita dei soggetti, alle “amicizie” frequentate, anch’esse potenziale veicolo verso il consumo di sostanze. In sostanza sono molteplici le difficoltà nel curare i tossicodipendenti reclusi nelle carceri e nella fattispecie sono rappresentate: • dalla continua evoluzione delle normative a riguardo e dalle specifiche forme di organizzazione che si determinano nel singolo carcere • dalla complessità della malattia tossicodipendenza • dal livello di formazione dei professionisti, anche dei Ser.T., che si ritrovano ad affrontare questa malattia in un ambiente particolare e complesso come il carcere • dall’adeguatezza o meno dei programmi riabilitativi eseguibili in condizione di detenzione • dal sovraffollamento delle carceri con conse- guente sviluppo di condizioni di promiscuità che sfavoriscono le diverse fasi di recupero del tossicodipendente • dai “movimenti” del carcerato nell’ambito di diversi istituti penitenziari, molto spesso in assenza di una documentazione clinica di accompagnamento dello stesso da un carcere all’altro • dal pregiudizio, la sotto cultura e/o la cultura custodialistica del personale non sanitario operante nelle carceri che non poco ostacola i programmi di recupero dei tossicodipendenti reclusi • dalla scarsa motivazione al cambiamento in un ambiente dove il modello predominante è quello della violenza e della sopravvivenza a tutti i costi. É per tutti questi motivi che da più tempo si invoca la definizione di linee guida condivise sia per chi ha la responsabilità della custodia sia per chi ha invece la responsabilità della cura, al fine di creare dei collegamenti terapeutici e riabilitativi specifici indipendentemente dall’istituto di pena dove si sviluppa l’intervento del Ser.T. Nell’ambito di queste notevoli difficoltà, laddove possibile, l’intervento clinico del Ser.T. è garantito da personale sanitario specialistico rappresentato da medici, infermieri professionali, assistenti sanitari, psicologi, psichiatri ed educatori. Stati di politossicodipendenza associati a stress, depressione, condizioni di astinenza forzata, episodi di autolesionismo protratti e reiterati, tentativi di suicidio e specifiche manifestazioni cliniche collegate a patologie psichiatriche preesistenti, rappresentano i quadri sindromici e sintomatologici che più frequentemente si osservano nei detenuti abusatori “all’esterno” di sostanze ad azione psicotropa. Le terapie farmacologiche possono essere di tipo: - agonista (metadone o buprenorfina) - antidolorifiche (FANS) - psicofarmacologiche. É facilmente intuibile come la gestione dei farmaci in alcune carceri può essere particolarmente problematica, ma ad oggi nella a maggior parte delle carceri italiane, almeno per quanto riguarda le terapie agoniste, ansiolitiche ed antidolorifiche, non sussistono gravi difficoltà. Dai dati epidemiologici a nostra disposizione risulta che nella maggior parte dei casi i detenuti dichiaratisi tossicodipendenti usano l’eroina come sostanza primaria di abuso, mentre le sostanze secondarie sono rappresentate rispettivamente da cocaina, alcol e cannabinoidi. Considerando la somma dell’uso primario e dell’uso secondario, la cocaina diventa la sostanza maggiormente utilizzata. Solo una piccola percentuale dei tossicodipendenti detenuti giunge in carcere già in fase di trattamento agonista rappresentato nella maggior parte dei casi dal metadone. Molti di loro giungono spesso da altre carceri in trattamento con farmaci sintomatici, particolarmente con benzodiazepine e neurolettici tanto che è possibile affermare che, nonostante la possibilità di effettuare terapie agoniste, nelle carceri prevale l’erroneo orientamento a trattare in prima battuta i detenuti tossicodipendenti con farmaci alternativi, non propriamente idonei. Inoltre, la complessità del contesto carcerario induce i sanitari ad effettuare troppo frequentemente trattamenti agonisti a scalare con rapida introduzione negli stessi di psicofarmaci, erroneamente considerati meno pericolosi. Tale orientamento favorisce molto frequentemente lo scarso controllo di una eventuale sindrome di astinenza, l’emergere di turbe psichiche sottese con conseguente incremento delle ricadute nell’uso di sostanza, degli episodi di overdose da sommazione dell’effetto oppioide con quello dei farmaci ansiolitici e/o degli ipnotici, nonché degli episodi di aggressività ed autolesionismo. Il trattamento farmacologico della tossicodipendenza da sostanze psicotrope al di fuori degli istituti di pena prevede, in accordo con le evidenze scientifiche: - una fase di induzione - una fase di stabilizzazione - una di mantenimento - una di dismissione Pur con tutte le riserve collegate alla organizzazione interna del carcere e alle direttive imposte, noi riteniamo che queste specifiche fasi possano e debbano essere rispettate anche all’interno degli istituti di detenzione. Questo al fine di garantire la migliore valutazione diagnostica del soggetto, il suo corretto trattamento esente da episodi di astinenza e di ricaduta ma, soprattutto, al fine di ridurre il craving e di prevenire così quelle ricadute nell’uso di sostanza che spesso caratterizzano le fasi di uscita dal carcere e che altrettanto spesso esitano nella morte improvvisa dell’ex detenuto tossicodipendente mal curato. C. Leonardi TOSSICODIPENDENZA E CARCERE C. Leonardi TOSSICODIPENDENZA E CARCERE 6 Claudio Leonardi 7 Vice Direttore della Casa Circondariale di Regina Coeli L’Amministrazione Penitenziaria prima del transito del servizio sanitario al servizio sanitario nazionale , nell’intento di tutelare la salute mentale della popolazione detenuta, ha dovuto tener in debito conto che il problema delle malattie psichiatriche dei soggetti ristretti nelle strutture penitenziarie riguarda: • soggetti autori di reato riconosciuti non imputabili per vizio totale di mente ma considerati socialmente pericolosi e pertanto internati negli ospedali psichiatrici giudiziari • soggetti che nonostante siano affetti da una malattia mentale, essendo riconosciuti imputabili, espiano una condanna definitiva a pena detentiva • soggetti che presentano disturbi mentali nei cui confronti non si è ancora concluso l’iter processuale e che sono sottoposti alla misura preventiva della custodia cautelare in carcere anziché di quella di cui all’art. all’art. 286 c.p.p – custodia cautelare in luogo di cura • soggetti condannati con pena diminuita per vizio parziale di mente - seminfermità mentale. Tale distinzione, avallata da un sistema eterogeneo di norme inserite in modo non organico nel codice penale, in quello di procedura penale, nella legge 354/1975- (Legge sull’ordinamento penitenziario) e relativo regolamento d’esecuzione, nonché nella legge 833\1078, costringe molto spesso gli operatori penitenziari ad un lavoro di interpretazione ermeneutica non sempre agevole. Tale situazione era ben chiara anche al legislatore della L. 354/75 che, oltre a dettare disposizioni specifiche per gli O.P.G. e per gli istituti di esecuzione delle altre misure di sicurezza (case di cura e custodia - case di lavoro - colonie agricole) nell’art. 11 dedicato al servizio sanitario in generale, stabilisce testualmente, diversamente dalle altre branche specialistiche, che ogni Istituto Penitenziario e quindi non solo gli O.P.G. debba avvalersi dell’opera di almeno uno specialista in psichiatria. È noto infatti, a chi frequenta il carcere, che il disturbo mentale non è evento che riguarda solo gli internati o pochi detenuti per i quali potrebbero bastare alcune misure di contenimento. Si tratta purtroppo di un problema diffuso negli Istituti di pena ordinari. L’obiettivo che si è inteso da tempo perseguire, aprendo un percorso, pur consapevole delle enormi difficoltà ad esso legate, sostenuto anche dalla normativa vigente, è quello di operare un profondo riassetto delle premesse teorico-organizzative che informano il sistema dell’assistenza psichiatrica penitenziaria, per un recupero psichico, nell’ambito delle individuali possibilità dei pazienti detenuti ed internati, mediante l’organizzazione e la realizzazione di un servizio psichiatrico intramurario in grado di assicurare la continuità terapeutica e di lavorare per una integrazione del paziente detenuto nel contesto di appartenenza, laddove possibile. Nell’ambito della psichiatria penitenziaria si è posta da tempo come prioritaria l’esigenza di integrare il servizio psichiatrico penitenziario con quello territoriale al fine di un reinserimento sociale del soggetto ristretto. La funzione rieducativa della pena, di cui all’art. 27 della Costituzione, non può infatti attuarsi nei confronti dei detenuti psichiatrici anche se non internati e quindi riconosciuti imputabili , se non coordinata da un piano di assistenza e di cura. È noto infatti che la finalità della legge Basaglia (L. 80/1978) è quella di considerare il malato di mente come un soggetto da non isolare dal contesto territoriale, tratto tipico di una concezione lombrosiana ormai superata, e questa concezione non può non riguardare anche i malati di mente autori di reato, nonostante la suindicata legge non prenda in considerazione né gli internati negli O.P.G. né gli altri autori di reato, che pur affetti da malattia mentale sono stati riconosciuti imputabili. Tenendo ben in mente tale concetto, il legislatore già prima del transito della sanità alle regioni aveva emanato numerose disposizioni in tal senso tra cui primeggia il D. Lgs 230/99 e, in materia di psichiatria, il progetto obiettivo per la tutela della salute in ambito penitenziario pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 21/4/2000, che prevedeva una sorta di collegamento tra servizi fin dall’ingresso del detenuto nella struttura penitenziaria attraverso il coinvolgimento di varie professionalità (psichiatri, infermieri, psicologi, assistenti sociali, educatori, agenti di polizia penitenziaria). Gli obiettivi di salute dei detenuti e degli internati e gli strumenti da impiegare per raggiungerli, focalizzati dal progetto obiettivo sono stati successivamente assorbiti e fatti propri dal D.P.R. 230/2000 (Nuovo regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario). In particolare, nell’art . 20 il legislatore, nel dettare disposizioni particolari per gli infermi e seminfermi di mente, diversamente da quanto indicato in via generale dall’art. 17, che per l’assistenza sanitaria ai detenuti intesa in senso generale rimanda alla normativa vigente, specifica che nei confronti non solo degli internati infermi o seminfermi di mente ma anche dei detenuti, il servizio sanitario pubblico può accedere in istituto per rilevare le condizioni e le esigenze degli interessati e concordare con gli operatori penitenziari l’individuazione delle risorse esterne utili per la loro presa in carico, necessaria per il loro successivo reinserimento sociale. Viene quindi evidenziata normativamente la necessità che l’assistenza sanitaria per il detenuto sia organizzata in maniera tale che l’intervento psichiatrico abbia una sua continuità anche attraverso forme di collaborazione con i Dipartimenti di Salute Mentale (D.S.M.). L’intento, soprattutto nell’ambito della tutela della salute mentale è stato quindi da tempo quello di creare un collegamento effettivo tra istituzione penitenziaria, servizio sanitario nazionale e società esterna in modo da assicurare la globalità dell’intervento delle professionalità sia del servizio sanitario sia dell’istituzione penitenziaria, coinvolte nella gestione del detenuto fin dall’ingresso in istituto penitenziario. Tale esigenza si è rilevata talmente pregnante che lo stesso legislatore è intervenuto direttamente prevedendo, nelle linee guida allegate al D.P.C.M. (entrato in vigore il 14 giugno 2008), che nell’ambito della tutela della salute mentale, sia favorita e implementata la cooperazione tra area sanitaria e area trattamentale, in modo che gli obiettivi trattamentali propri dell’amministrazione penitenziaria, si possano coniugare con quelli della tutela e della promozione della salute mentale attraverso gli interventi più adeguati, sia a tutela della salute della persona che a tutela della sicurezza sociale. Tale prassi deve essere attuata già al primo ingresso, tramite il servizio Nuovi Giunti e perseguita in tutto il periodo di permanenza nell’istituto. Altro problema legato alla tutela della salute mentale è quello di arginare il fenomeno dell’autolesionismo e del suicidio correlato sia alla presenza di patologie psichiatriche sia ad un mero disturbo di carattere psicologico legato ai soggetti ristretti. Partendo dal presupposto, suffragato da indagini statistiche, che il compimento di gesti autolesivi si verifica tra i detenuti nuovi giunti a seguito dell’impatto con il contesto carcerario, nel 1987 con la circolare n°3233/5689 è stato istituito il servizio psicologico Nuovi Giunti. All’interno di questo servizio lo psicologo riveste un ruolo di estrema importanza in quanto, dovendo valutare i rischi di autolesionismo e di suicidio del detenuto nuovo giunto, è in grado di segnalare ad altre figure professionali, situazioni critiche permettendo così l’adozione di misure precauzionali atte a scongiurare la messa in atto di gesti autolesivi (grandi sorveglianze e sorveglianze a vista). Tale servizio è stato quindi attivato solo negli istituti penitenziari che hanno un numero rilevante di ingressi giornalieri. Gli istituti penitenziari privi del presidio psicologico Nuovi Giunti hanno comunque a disposizione altri servizi per limitare la diffusione del disagio mentale. Considerata l’importanza del lavoro in rete al riguardo è importante che attraverso protocolli operativi tra direzione dell’Asl e direzione dell’Istituto Penitenziario le situazioni di fragilità dei detenuti vengano monitorate fin dall’ingresso in istituto da parte di uno staff multidisciplinare in cui l’apporto di varie professionalità trovi un punto di convergenza proprio nella presa in carico del paziente-detenuto. A. Angeletti ASSISTENZA AI MALATI PSICHIATRICI A. Angeletti ASSISTENZA AI MALATI PSICHIATRICI 8 Anna Angeletti 9 Direttore UOC di Medicina Penitenziaria RMA La Polizia Penitenziaria rappresenta un corpo professionalmente preparato per la gestione di persone detenute in regime di sicurezza. Il materiale su cui si lavora è l’Uomo, perché l’impostazione dei rapporti interpersonali e la conoscenza della personalità di chi si ha di fronte sono strumenti indispensabili sia dal punto di vista del trattamento, sia da quello della gestione quotidiana delle regole. Alle volte tra questi fattori si introducono anche quelli relativi alla salute delle singole persone con le quali si ha la necessità di rapporto nello svolgimento del proprio ruolo professionale. L’informazione sulle malattie trasmissibili rappresenta un primo momento nel percorso di prevenzione associata al ruolo professionale, perché se da un lato aiuta ad inquadrare in maniera più definita le dinamiche di tali malattie in relazione alle possibilità di contagio, dall’ altro circoscrive sicuramente il livello di “pericolosità” comunemente immaginato. Se conosci, sai come regolarti, e gli articoli informativi sono stati proposti proprio con questo scopo. L’informazione infatti è un prodotto esportabile, per il bene proprio, delle famiglie e di amici e conoscenti. Nelle dinamiche della vita penitenziaria vi sono alcuni aspetti di contatto interpersonale che possono costituire un aumento di rischio di contagio, e per il quale esistono comunque regole e mezzi per limitarlo in maniera efficace attraverso strumenti di prevenzione e di sicurezza individuale. La vaccinazione per l’ epatite B e per l’influenza (la malattia in assoluto più infettiva) rappresentano un mezzo per aumentare le proprie difese immunologiche, e sono disponibili gratuitamente per il Personale di Polizia Penitenziaria proprio in relazione al servizio svolto. Si potrebbe pensare che se si potessero conoscere le malattie degli altri ci si potrebbe difendere meglio, ma non è possibile conoscere l’esatta situazione clinica delle persone con cui si hanno contatti, a causa delle norme che regolano la riservatezza dei dati sanitari e del diritto alla privacy, ma anche perché, essendo la disponibilità alla esecuzione degli esami diagnostici su base volontaria, non tutti si sottopongono ai test rimanendo così “sconosciuti” anche allo stesso personale sanitario. La prima regola di salvaguardia comportamentale, dunque, è considerare tutti come potenzialmente affetti da malattie trasmissibili. La seconda regola ha a che fare con il contatto con il sangue, perché quando questo esce dall’organismo rappresenta un possibile mezzo di contagio. Il criterio generale, per quanto possa sembrare semplicistico, è quello di prevenire quelle situazioni (autolesionismi ecc) che sfociano in perdite di sangue: non manca agli agenti di polizia penitenziaria la capacità e l’ autorevo- 10 lezza per intervenire in tali situazioni prima che avvenga l’irreparabile. Nello svolgimento del servizio vi sono, poi, specifiche situazioni che richiedono comunque un contatto diretto sia con le persone che con gli oggetti potenzialmente contagiosi: - Perquisizioni di persone - Perquisizioni di oggetti o effetti personali - Perquisizioni ambientali - Interventi di forza In questi casi vengono in aiuto come mezzi di prevenzione i cosiddetti Dispositivi di Protezione Individuale (D.I.P.) che l’ Amministrazione Penitenziaria, come datore di lavoro, deve mettere a disposizione di chi opera in tali situazioni e che devono essere strumenti adeguati al loro scopo di protezione. Si tratta principalmente di: - Tute ( anche quelle tattiche ) meglio delle divise, perché più protetta è la superficie corporea meno probabilità di contatto ci sono. - Guanti in lattice di tipo chirurgico, che consentono di mantenere la sensibilità tattile offrendo una buona resistenza alla rottura e, non richiedendo la sterilità, possono essere usati più volte. Non sono invece adeguati i guanti di plastica da supermercato o quelli di gomma o vinile per uso domestico. Le perquisizioni devono essere sempre effettuate con movimenti cauti, per il pericolo di “incontrare” oggetti taglienti o aghi che possono determinare la rottura dei guanti in lattice con il pericolo di ferimento, per quanto solitamente abbastanza robusti per resistere ad aghi e bisturi in sala operatoria. La cautela in questi casi è uno strumento altrettanto prezioso quanto i DIP! Vi sono poi situazioni nelle quali è necessario che da parte del Personale Sanitario vengano date indicazioni più specifiche: - Isolamento sanitario - Traduzioni di isolati sanitari - Piantonamenti in reparti di malattie respiratorie o infettive Tali situazioni richiedono spesso, e ne deve essere fornita indicazione dai tecnici, l’ uso di camici usa e getta e mascherine filtro naso-buccali, oltre i DIP già menzionati. Alcune malattie, infatti, per quanto non così frequenti come le epatiti o le malattie parassitarie o quelle sessualmente trasmissibili, hanno una via di trasmissione aerea che richiede la difesa delle vie respiratorie e la difesa del vestiario da quelle goccioline che si emettono con il respiro. Oltre ai DIP è necessario che siano approntati degli specifici percorsi e procedure perché sia chiaro cosa si deve fare e chi lo deve fare: per esempio quale è la procedura per affrontare un caso di scabbia, dalle moda- lità necessarie per l’ isolamento sanitario, alla terapia del paziente, allo smaltimento degli effetti di vestiario e letterecci, al controllo dermatologico dei compagni di cella ecc. Ogni istituto penitenziario ha le proprie caratteristiche sia strutturali che culturali, ma su tali procedure è necessario che si intervenga con criteri omogenei e soddisfacenti, con l’attuazione della sorveglianza sanitaria da parte dei medici penitenziari, ma anche di quegli elementi di percorso studiati da parte del consulente medico del lavoro e dei preposti per la sicurezza nel luogo di lavoro. Fabio Gui Segretario generale del Forum nazionale della sanità penitenziaria Questo volume raccoglie gli atti del convegno tenutosi lo scorso 11 febbraio 2010 presso la storica “rotonda” presente all’interno dell’Istituto Penitenziario di Regina Coeli a Roma. La scelta del luogo non è stata affatto casuale: quella rotonda è stata testimone nel corso degli anni di alcuni degli eventi che – più di altri – hanno contribuito a costruire prima, e poi a rafforzare il rapporto tra carcere e società civile. Anche la scelta dell’uditorio non è stata casuale, perché per la prima volta un convegno sulla salute in carcere ha visto partecipi non soltanto tecnici ed istituzioni da sempre impegnate sul punto, ma anche una nutrita presenza di detenuti che vivono letteralmente sulla loro pelle il tema della tutela della salute in carcere. La formula è senz’altro risultata efficace: i detenuti infatti non sono rimasti passivi spettatori dell’evento, ma con numerose domande ed interventi hanno contribuito in maniera significativa a centrare l’attenzione degli astanti su quelli che erano i veri problemi della salute, emersi dalla viva voce dei primi fruitori. Il risultato di questa innovativa formula è stato quello di un convegno originale, forse meno rispondente ai consueti canoni accademici di rigore scientifico e di necessaria astrazione nell’esame delle tematiche, ma certamente più attento alle reali esigenze della popolazione detenuta e degli operatori. Un tale segno di pragmatismo è tanto più necessario in un settore come quello della salute in carcere che oggi, affermato il necessario principio dell’universalità della tutela del diritto alla salute e della parità di diritti in tema di sanità tra cittadini liberi e popolazione ristretta, necessita soprattutto di concretezza e di soluzioni pratiche. Nelle carceri sempre più sovraffollate, infatti, ad oggi mancano personale, attrezzature sanitarie e strutture adeguate, che consentano di tradurre in pratica i dettami del D.lvo 230/99 e del D.P.C.M. del 1 aprile 2008. Come è noto infatti il carcere intercetta sempre più soggetti portatori di patologie correlate con la marginalità che spesso sta dietro il reato ( si pensi ai tossicodipendenti, ai senza fissa dimora, al disagio psichico, agli stranieri, ecc). Il Forum Nazionale per la sanità Penitenziaria è stato tra i primi a battersi per l’effettivo passaggio delle competenze dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al S.S. Regionale. Un primo successo lo si è avuto con il citato DPCM del 1 aprile 2008, che ha reso irreversibile la Riforma del 1999. Adesso la battaglia – tutt’altro che finita - si sposta dal piano normativo a quello più strettamente amministrativo e culturale: spetta ora alle Regioni sviluppare i progetti sulla salute in carcere e individuare le principali criticità su cui intervenire. Per fare questo è necessaria una profonda conoscenza delle peculiarità che caratterizzano la domanda di salute in carcere. Questo è stato uno dei principali scopi dell’evento in questione: far apprezzare dalla viva voce degli interessati i problemi e le difficoltà che quotidianamente le molte persone malate in carcere devono affrontare. A questo punto è indispensabile e urgente che le Regioni, preso atto delle criticità, adottino specifici programmi di formazione del personale che dovrà garantire l’erogazione delle prestazioni sanitarie in carcere. F. Gui TRA PASSATO PRESENTE E FUTURO A. Franceschini PREVENZIONE E SICUREZZA INDIVIDUALE Andrea Franceschini Da parte nostra il Forum sarà come sempre disponibile ad offrire il proprio contributo di competenze e di esperienze, al fine del raggiungimento dell’obiettivo della tutela del diritto alla salute in carcere in conformità a quanto prescritto dalla nostra carta costituzionale. 11 Enrico Sbriglia Segretario Nazionale Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Segretario Nazionale Sindacato Direttori Penitenziari SI.DI.PE. La salute è un bene primario, è un diritto dell’individuo e un interesse della collettività, tutelato anche dall’articolo 32 della Costituzione. É necessario, soffermarsi in modo più peculiare sul D.P.C.M. 30 maggio 2008, con cui sono state trasferite al SSN, e quindi alle Regioni e alle ASL, tutte le competenze sanitarie della medicina generale e specialistica, i rapporti di lavoro e le risorse economiche e strumentali prima in capo al Ministero della Giustizia. In proposito, occorre dire che esercitare l’assistenza sanitaria in carcere non è semplice, per gli aspetti così particolari legati all’ambiente in cui si opera e a seconda del destinatario. D’altronde, la medicina penitenziaria consiste proprio nella capacità di operare secondo scienza e coscienza, in un settore esso stesso causa di patologie dal quale non può prescindersi. Chiunque eserciti la medicina penitenziaria deve anche saper cogliere i bisogni del detenuto, senza però prestarsi a strumentalizzazioni da qualsiasi parte provenienti, perché, per motivi di salute, si possono ottenere alternative alla detenzione in carcere. Vi sono aspetti, quindi, che rendono il carcere un ambiente specifico dal punto di vista assistenziale per il concentramento di malattie, dal punto di vista medico-legale, per gli aspetti relativi al costante colloquio con l’autorità giudiziaria e perché gli atti clinici possono influire in maniera significativa non solo sulla salute ma sull’intera storia processuale del detenuto, e dal punto di vista organizzativo, per l’impossibilità del paziente detenuto di scegliere liberamente i servizi sanitari a cui rivolgersi. Non si tratta di affidare le competenze ad uno piuttosto che a un altro, ma di riformulare un servizio che per oltre un secolo ha svolto compiti istituzionali delicati e sconosciuti a chi oggi deve provvedere alla erogazione delle prestazioni sanitarie sia quando una persona è libera, poi detenuta, e poi, ancora libera. L’impulso impresso al passaggio in questi ultimi mesi è stato forse troppo veloce per consentire una transizione adeguata nella metodologia. Non sembra che siano stati definiti modelli operativi adeguati attraverso i quali assicurare l’assistenza in carcere. La situazione di crisi finanziaria di alcune Regioni relega questa area dell’assistenza in un ruolo residuale, pur se di significativa importanza in ambito clinico, epidemiologico e sociale. Si concretano sia una diminuzione dell’assistenza Chi viene prima? La salute, la condanna, la sicurezza, la giustizia? Chi si accomoderà in prima fila e sarà servito per primo? É logico assicurare alla persona detenuta un trattamento sanitario “tal quale” a quello che viene riservato al cittadino libero, talché dovrà attendere la stessa tempistica nelle prenotazioni, nelle visite, etc. etc., seguendo le stesse procedure sia che si tratti di urgenze che di patologie semmai banali? É percepito in modo “banale”, da parte di una persona privata della libertà, anche un semplice mal di denti oppure esso può provocare reazioni di stress finanche violente e/o autolesionistiche? É il carcere stesso, la situazione di privazione di libertà, una causa che sollecita se non addirittura scatena uno stato di malessere ed inquietudine che può favorire l’insorgenza di malattie fisiche e di disagio psichico le quali possono interessare non solo le figure delle persone ristrette ma anche quelle degli stessi operatori penitenziari? É il carcere in se stesso una situazione comunque non fisiologica dell’uomo, talché lo sforzo continuo delle istituzioni e degli operatori deve essere rivolto a limare costantemente le gratuite dolorosità, al fine di limitarsi alla sua funzione “secca” di una momentanea sottrazione della libertà individuale, ben sapendo che comunque vi rimarranno strascichi quantomeno psicologici in quanti l’avranno sperimentata, sia nella veste di prigionieri che di sorveglianti? Sono queste le domande che da operatore penitenziario mi pongo praticamente ogni giorno e che provo a fare a quanti, con sicumera istituzionale e con il piglio di chi tutto sa e comprende, si avvicendano, periodicamente, nell’orrido penitenziario nel quale mi sono cacciato per passione, per impegno civile, per professione. All’inizio credevo di dovermi occupare solo di libertà, quella degli altri, quella delle persone che mi sarebbero state affidate, invece anche della salute devo interessarmi se non solo principalmente di quella, perché sulla sua qualità respira o rantola il carcere, perché solo su quella si possono spegnere le luci della coscienza. Ed è sempre più solo su quella il mio personale di polizia è costretto a sopportare responsabilità artificiosamente cucitegli addosso e vivere l’ansia di non riuscire a spiegare l’inevitabilità di drammi preannunciati in storie replicate di sofferenza che non fa giustizia e non consolerà quanti siano stati vittime di reati. La salute in carcere è sinonimo di una diversa dimensione della libertà, di rispetto concreto dei diritti umani, di efficienza o deficienza del carcere: mentre gradualmente e velocemente tutti noi operatori penitenziari ce ne rendiamo sempre più conto, ci accorgiamo di come, pur convinti che soluzioni anche pragmatiche ci siano, continuiamo a sentirci illusi, insieme ai detenuti, in sia l’aumento vertiginoso delle visite dei ristretti, trasportati in strutture sanitarie esterne anche per semplici prestazioni cliniche e per patologie prima trattate all’interno del carcere. La situazione complessiva rischia di sfuggire di mano, e si riflette anche sulla sicurezza e sul mantenimento dell’ordine, essenziali ai fini del trattamento e di quella rieducazione sancita dall’art. 27 della Costituzione. Non può sfuggire certamente il fatto di potenziali e costanti conseguenze che possono determinarsi, nonostante monitoraggi a livello locale. Non è possibile dimenticare, poi, quelle infermità che necessitano di una particolare profilassi e di una attività di prevenzione, che devono essere compatibili con la custodia e con la sicurezza. Risulta che il progetto “luce e libertà”, finanziato in parte dalla Cassa delle Ammende, è rivolto a favorire l’inserimento lavorativo di alcuni internati: l’obiettivo è quello di attivare percorsi di occupabilità, di sviluppo, coesione ed economia sociale, fondati su tecnologie ambientali di produzione energetica. Il fenomeno deve essere affrontato con senso di responsabilità, perché, proprio in virtù di principi costituzionali ineludibili, ancor più deve essere garantita la salvaguardia della salute a chi si trova in una posizione di sofferenza, di limitazione della libertà. Il SAPPE, si batte affinché, nell’ambito di una completa attivazione del D.P.C.M. richiamato, si possa formalizzare il ruolo dei Medici penitenziari, che provvederanno, per competenza istituzionale, al personale del Corpo e alla popolazione ristretta, alla stregua di quanto in essere nella Polizia di Stato e nelle FF.AA.: una battaglia importante, finalizzata a collaborare con gli altri ruoli dell’Amministrazione Penitenziaria per una funzionalità organizzativa e assistenziale davvero efficace ed efficiente. Si deve garantire la dignità della persona pur nelle avversità, non dimenticando che la vita, come la salute, è un bene primario da tutelare ad ogni costo. quanto le risposte che vorremmo non hanno le uniformi degli infermieri, la competenza dei medici, i presidi farmaceutici, gli ambienti confortanti e lindi delle stanze di ospedale o anche di una modesta pensione per studenti… I detenuti ormai da tempo, nel mio istituto, giacciono spesso per terra, neanche se ne lamentano più, sono pedine rassegnate, sanno che a noi non fa piacere e che fingiamo di non vedere per non vergognarci: “Lo Stato non può vergognarsi…”. Quegli stessi agenti, quegli stessi operatori penitenziari che vedono le cose che non vorrebbero, a fine turno torneranno a casa e trascineranno il ricordo delle immagini. Mi chiedo: come influenzerà la loro vita, la loro socialità, la propria autostima? Ho conosciuto la sorella di Stefano Cucchi, ho dovuto farmi coraggio per guardarla negli occhi. Non mi importa sapere se Stefano fosse un santo o un diavolo, so soltanto che lo Stato dovrebbe, nel momento in cui ti raccoglie, difenderti, che lo Stato dovrebbe aiutare ad alzarti, che lo Stato “naturalmente e fisiologicamente” rispetta almeno le sue leggi. Che delusione vedere spesso il lanciare accuse agli agenti! Ormai sono loro, gioco forza, i nostri psicologi h. 24, sono loro gli sciamani penitenziari in carceri dove i medici sono pochi e finanche non motivati lì dove ancora siano in attesa di una stabilizzazione dell’impiego. A loro si aggiungono gli operatori penitenziari in via d’estinzione ed il senso di solitudine che deriva dal non sentirsi parte di un disegno globale che ne riconosca il ruolo attivo e non soltanto quello del parafulmine. Scorro con la memoria i miei 20 anni nel carcere del Coroneo, il carcere di Trieste; in tutto ho contato tre suicidi, mi dicono che sia una sorta di record, non lo so, non mi importa, so soltanto che se questo numero, il quale per alcuni “è basso”, è pure conseguenza dell’impegno dei tanti anonimi poliziotti penitenziari arrivati per tempo, prima che una corda rudimentale o un collant si stringessero al collo, prima che la lametta recidesse l’arteria, prima che il cocktail di farmaci spegnesse la luce… Quanto durerà il primato? Allora, e concludo, è giunto il momento di gettare la maschera e dire forte e chiaro: così non si può continuare! Se davvero volete un sistema sanitario penitenziario civile abbiate il coraggio di intervenire con risorse umane, scelte tra le migliori, con “soldi sonanti”, con strutture architettoniche adeguate che non siano già di per se stesse degrado e malattia, con norme che aiutino e non distruggano per sempre, con compassione ed intelligenza, altrimenti, almeno, non diteci nulla. Siamo infatti stanchi di recite istituzionali che umiliano la Costituzione e ci rubano la libertà della dignità. E. Sbriglia DISAGIO E CARCERE D. Capece I PROBLEMI DELL’ASSISTENZA SANITARIA 12 Donato Capece 13 Architetto L’epoca storica cui usualmente viene fatta risalire la nascita del nuovo penitenziario, luogo fisico-spaziale della detenzione come pena, è collocata tra la seconda metà del XVII secolo e l’inizio del XVIII, con le Carceri Nuove fatte edificare in Roma da Papa Innocenzo X. Occorre riflettere sulla circostanza che prima della comparsa della carcerazione punitiva, la condanna era intesa come una reazione vendicativa che puniva il condannato. Si avevano allora contenitori indifferenziati nei quali diverse categorie di emarginati condividevano, in un regime di spaventosa promiscuità e totale precarietà igienico-sanitaria, l’attesa della sorte loro destinata. La costruzione, tra il 1652 e il 1655, delle Carceri Nuove di via Giulia, su progetto di Antonio del Grande, seguita nel 1704 dall’entrata in funzione dal carcere minorile di San Michele a Ripa progettato da Carlo Fontana, assegna pertanto allo Stato Pontificio un primato nella realizzazione del principio di coincidenza tra tipologia edilizia (cellulare) e ipotesi trattamentale (emenda del reo mediante l’isolamento e il lavoro), elogiato da Sir John Howard nel famoso rapporto The state of the prisons del 1777 per il sensibile miglioramento delle condizioni ambientali e di vita che quelle nuove carceri romane consentivano. Oggi può apparire assurdo ma all’epoca la reclusione in un penitenziario fu considerata umana, o quanto meno molto più umana delle pene capitali e corporali ereditate dall’Inghilterra e da altri paesi europei. Il castigo era, sostanzialmente, una rappresentazione pubblica perché le pene erano volte a produrre l’effetto maggiore non tanto sulla persona punita quanto sulla folla degli spettatori. Foucault apre il suo studio, Sorvegliare e punire: nascita della prigione, con una vivida descrizione di un’esecuzione a Parigi nel 1757. Il condannato a morte era stato prima sottoposto a terribili torture ordinate dal tribunale. Gli era stata strappata la carne dagli arti con tenaglie incandescenti e sulle ferite gli era stata versata una miscela di piombo fuso, olio e resina bollenti e altre sostanze. Alla fine era stato sventrato e fatto a pezzi, il suo corpo era stato bruciato e le ceneri sparse al venti. I più illuminati riformatori europei e americani si adoperarono per porre fine a esecuzioni macabre come queste e anche ad altri tipi di pene corporali quali la gogna, la fustigazione, la marchiatura e le amputazioni. Alla metà del XVIII Cesare Beccaria con il suo Dei Diritti e delle Pene si fece promotore di alcuni principi innovatori, che potremmo sommariamente riassumere come segue: • umanizzazione della pena, intesa come castigo inflitto in proporzione alla gravità del crimine commesso e non secondo l’arbitrio del giudice • pena come mezzo di prevenzione e sicurezza sociale e non solo come deterrente in virtù della sua crudeltà. I nuovi principi nati con l’Illuminismo, oltre al ripensamento sul sistema delle pene fino a quel punto in uso, diedero anche il via a un movimento per trasformare le prigioni da “luoghi di infamia e crudeltà” in luoghi di “espiazione” e “rigenerazione del reo”. John Howard in Inghilterra o Benjamin Rush in Pennsylvania, ad esempio, sostennero che la pena, se attuata nell’isolamento, tra le mura di un carcere, avrebbe smesso di essere una vendetta e avrebbe portato al ravvedimento di coloro che avevano infranto la legge e il filosofo utilitarista Jeremy Bentham tra il 1787 e il 1791 pubblicò le sue lettere, nelle quali descriveva un modello di carcere, da lui chiamato Panopticon, in cui i detenuti fossero alloggiati in celle singole, disposte su piani circolari, che davano tutte su una torre di guardia a più livelli da cui un sorvegliante potesse controllarli. Il modello, secondo Bentham, aveva il vantaggio di abolire il deprecabile uso dell’incatenamento, ridurre al minimo il dispendioso utilizzo di sorveglianti e consentire di adibire i condannati alle attività di lavoro senza pericolosi spostamenti. Oggi l’isolamento, accanto alla tortura, o come forma di tortura, è considerato la pena peggiore che si possa immaginare, seconda solo alla morte. Allora, però, si credeva che avesse un effetto liberatorio. Il corpo era posto in condizioni di segregazione e solitudine affinché l’anima potesse redimersi. Non è un caso che la maggioranza dei riformatori dell’epoca fossero profondamente religiosi e quindi concepissero l’architettura e i regimi del penitenziario come un’emulazione dell’architettura e dei regimi della vita monastica, organizzati intorno ai principi del silenzio, dell’isolamento e della laboriosità (ora et labora). Eppure alcuni osservatori del “nuovo penitenziario” intuivano già allora che avrebbe potuto condurre alla pazzia. In un brano spesso citato del suo L’America, Charles Dickens descrive la visita fatta nel 1842 all’Eastern Penitentiary, osservando che «il sistema consiste nella più rigida, stretta e disperata segregazione, e credo che nelle sue conseguenze sia non solo crudele ma soprattutto sbagliato [...] Ho voluto qui richiamare per sommi capi alcune principali tappe della storia del carcere per ricordare come, sin dalle sue origini, per l’Istituzione carceraria la gestione della pena detentiva si sia sostanziata nel problema di controllo/protezione dei corpi dei detenuti. Tale riflessione porta direttamente ed inevitabilmente a confrontarsi sui temi della “salute” e della “malattia”, anch’essi per la verità non nuovi nel dibattito intorno al carcere. Oggi, tuttavia, alla luce di una matura sensibilità democratica e ricordando l’articolo 27 della Costituzione che recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” questo conflitto di sempre tra controllo dei corpi detenuti e protezione della sanità psico-fisica delle persone acquista un rilievo diverso e, nella situazione attuale di emergenza del sistema carcerario, un carattere di vera urgenza. Nel recente (25 giugno 2010) “Il suicidio in carcere. Orientamenti bioetici” Parere del Comitato Nazionale per la Bioetica possiamo leggere che «In ultima analisi, la perdita della libertà si sostanzia nella “consegna” del corpo all’istituzione carceraria. Il corpo è dunque lo spazio di comunicazione che viene ad essere comune sia al detenuto che all’istituzione. In questo senso, il carcere è il luogo per eccellenza del “linguaggio del corpo”. Secondo il Comitato Nazionale per la Bioetica, «Nella situazione del carcere, la responsabilità sociale è particolarmente chiamata in causa per le caratteristiche di vulnerabilità bio psico sociale dei detenuti. I carcerati non rappresentano lo specchio della società di fuori. Sono più giovani, più poveri, meno integrati in termini sociali, economici, culturali. Sono più affetti da malattie fisiche e psichiche.» L’approccio utilizzato dal Comitato Nazionale per la Bioetica per studiare un aspetto dell’emergenza carcere di così elevato allarme, è particolarmente utile perchè guarda al problema dell’incremento degli episodi suicidari cerca di cogliere, oltre l’atto in sé, l’aspetto meta-comunicativo. Il Comitato suggerisce di affrontare il problema con un approccio comunitario e non specialistico (psichiatrizzazione dei casi singoli) che coinvolga il personale tutto e gli stessi detenuti nella creazione di un carcere più “sano” o, almeno, meno “malato”. Inoltre «non vanno dimenticati i casi di suicidio fra gli agenti di polizia penitenziaria: dal 1997 al 2007 si sono uccisi 64 agenti e molte di queste morti sono state collegate al malessere per la condizione lavorativa e al burn out. [...] un piano d’intervento organico dovrebbe prendere in considerazione anche i fattori di stress della quotidianità in carcere per chi vi lavora[...]». In tale ambito è di tutta evidenza la centralità dell’apporto che può venire da iniziative di formazione specifica degli operatori con particolare riferimento al miglioramento della comunicazione fra i detenuti e il personale; in particolare la creazione di reti informali di ascolto e di supporto che utilizzi tutte le risorse disponibili, formali e informali (dagli operatori di ogni professionalità ai detenuti ), per tempestivi “interventi sulla crisi”. Ancora nell’ottica del “carcere che ammala”, è indispensabile, infine, interrogarsi su quanto decida la qualità di una struttura edilizia penitenziaria (rapporti spaziali, prospettici, funzionali, cromatici, allestitivi, condizioni igienico sanitarie, eccetera) nel determinare condizioni di vita e di lavoro “non malate” per le persone che vi sono ristrette e per gli operatori che a vario titolo vi lavorano. Attraverso una buona architettura l’uomo ha modo di realizzare le condizioni migliori per vivere lo spazio e il tempo in maniera decorosa e sicura. Ciò è possibile perché l’Architettura tras-forma lo spazio in luogo che possiamo definire struttura dell’ambiente umano, insieme di prospettive, di spazi e volumi, di odori e colori e di relazioni che ci consente di sentirci affettivamente appagati e, quindi, sicuri. Al concetto di luogo è sempre più in uso contrapporre il concetto di non luogo, riferito a tutte quelle situazioni ambientali destinate ad attività di passaggio (aeroporti, stazioni, centri commerciali ecc.) nelle quali ormai l’uomo contemporaneo trascorre unità di tempo sempre più lunghe, fino alcune volte a prevalere (pendo- lari) sui tempi riservati alla vita familiare e di relazione. Lo spazio del non luogo non crea né identità singola, né relazione, bensì solitudine, similitudine, insicurezza. E fragilità. I non luoghi per il loro carattere anonimo e transitorio risultano spersonalizzanti e ansiogeni. Il luogo dell’uomo per antonomasia è la casa e, insieme ad essa, il vicinato, la piazza, il quartiere, la città. Il carcere, pur costituendo per i detenuti (nel tempo, lungo o breve, che vi sono co-stretti) l’insieme di queste funzioni presenta i caratteri di un non luogo, spazio privo delle espressioni simboliche di identità, relazioni, storia. Una buona edilizia penitenziaria dovrebbe ricercare la possibilità di agire rapporti spaziali molteplici, più ricchi e meno schematici, attraverso la gradazione del regime di sicurezza, ma anche, e soprattutto, attraverso nuove formulazioni, ambientali, allestitive e spaziali. Alla situazione di drammatico sovraffollamento che, con numeri che appaiono in inarrestabile ascesa, da alcuni anni congestiona il sistema penitenziario italiano si intende porre soluzione attraverso un Piano di emergenza che prevede la realizzazione di circa 20.000 posti-detenuto che si otterranno grazie alla costruzione di padiglioni all’interno di strutture preesistenti e alla realizzazione di un congruo numero di edifici ex-novo. Si tratta, visti i numeri importanti di cui si è sentito parlare, di un intervento straordinario di dimensioni senza precedenti con il quale dare risposta alla mancanza di spazi non solo nell’immediato ma per lungo tempo. Di fronte alla inusitata radicalità con la quale l’Amministrazione si accinge a incidere profondamente e forse indelebilmente nel corpo stesso dell’edilizia penitenziaria, è più che legittimo chiedere con quale progetto e con quale strategia di azione funzionale ed economica si procederà alla realizzazione degli ampliamenti e alla costruzione dei nuovi istituti. Questo perchè l’emergenza, esperienza ordinaria del carcere, è il più formidabile ostacolo di qualsiasi volontà di miglioramento, mentre più giusta sarebbe una risposta di programmazione, per tempo e in scala nazionale e regionale, delle strutture di cui l’amministrazione ha bisogno, ripartite per ordine e grado dei livelli di trattamento e di sicurezza. A tal fine, occorrerebbe ridisegnare, in un piano di riassetto territoriale, la rete del servizio civile penitenziario, individuando e utilizzando specifici sistemi architettonici, articolati, di facile adeguamento con interventi allestitivi mirati. In altri termini, mentre le risposte che si profilano all’orizzonte per rispondere all’emergenza del sovraffollamento del carcere sembrano orientate al mantenimento dell’omologazione strutturale, ci sembra opportuno, ancora una volta, richiamare i principi di diversificazione e differenziazione enunciati dall’Ordinamento vigente come più rispondenti alla umanizzazione del carcere e alla individualizzazione del trattamento detentivo e riabilitativo. L. Scarcella RIFLESSIONI E IPOTESI SULLA UMANIZZAZIONE DEL CARCERE L. Scarcella RIFLESSIONI E IPOTESI SULLA UMANIZZAZIONE DEL CARCERE 14 Leonardo Scarcella 15 R. Z. Bongiovanni SHUT OUT: OUTCAST BUT FREE 16 Raimonda Z. Bongiovanni Curatore del progetto artistico SHUT OUT E la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta. Vangelo secondo Giovanni 1, 1-18 Accettare questo strano appuntamento è stata una pazzia. Ornella Vanoni É un’avventura. Una sfida. Un’esperienza professionale e di vita quasi irripetibile. Mi trovo nel pieno della tempesta, cavalco lo tsunami riparandomi sul fondo di un mare molto impetuoso. Perché è così che sto vivendo SHUT OUT. Uso il termine “vivere” perché mentre alcune mostre si organizzano, si pianificano, si gestiscono, ce ne sono altre, come questa nello specifico, che si trasformano in percorsi di vita ed il lato professionale è consequenziale alla filosofia che si sviluppa in noi stessi nel corso di queste esperienze. Ho riportato la frase di una canzone della Vanoni perché ascoltandola, mi sono ritrovata nell’atmosfera di quest’ultimo mese ma nel senso più vertiginoso e stupefacente che io possa trasmettere. Perché per proporre e per accettare – ribadisco – determinate sfide, è necessaria una buona dose di pazzia, quasi fosse il carburante necessario per far funzionare una macchina dotata di ali straordinarie. Ho in mente la chiamata di Roberto Lucifero, quest’uomo esplosivo e portatore di luce, che m’invita a Roma fornendomi pochissime spiegazioni. Arrivo a Regina Coeli in un gelido giorno di febbraio, entro nel carcere, meta che durante gli anni di università di legge avevo sempre rimandato di visitare con i colleghi studenti perché ritenevo fosse un luogo impressionante. Sento un dolore contraddittorio, perché descrivere il carcere non è facile e grazie al cielo, non è mio compito in questa sede. Solo un dettaglio: nell’agorà Roberto e Andrea hanno allestito la scenografia per il convegno da loro organizzato sul tema LA RIFORMA SANITARIA IN AMBIENTE PENITENZIARIO A 18 MESI DALL’ENTRATA IN VIGORE e due palchi a forma d’ali blu – simbolo di libertà e liberazione – posti al centro dell’ottagono “virtualmente” dividono il mondo. CHI STA DENTRO, CHI STA FUORI. É un’emozione fortissima ma ci tengo a ripetere, profondamente contraddittoria. Penso che l’arte – in tutte le sue forme – sia l’antidoto alla fredda considerazione di una realtà dolorosa che è davanti ai nostri occhi ma che non possiamo vederla solamente perché si trova di là da un muro. Con Roberto cominciamo a parlare di questo libro, del progetto della mostra, della volontà di riportare all’arte e tramite questa, mitigare la prospettiva di dolore che questi luoghi generano. Per questa ragione ho citato il Vangelo secondo Giovanni, perché voglio pensare che su questi luoghi ci sia già una prospettiva di luce, che le tenebre non riescano a sopraffare una speranza di miglioramento, sotto ogni punto di vista. Penso agli artisti e con Roberto ed Andrea decidiamo di spingere su questo tasto: cercare nell’iconografia di artisti consacrati ed emergenti, italiani e stranieri, laici e credenti, l’immagine che ciascuno di loro ha pensato per questo tema, così delicato, come quello del carcere, dei detenuti e di tutti coloro che in questo ambiente lavorano. LIBERI. NONOSTANTE TUTTO. Mi dice Roberto al telefono. Un pugno allo stomaco però mi piace, perché le parole, la musica, l’arte, hanno un potere fortissimo. Fortunatamente sono armi docili, non fanno sanguinare, però ispirano, trasmettono. Voglio pensare anche che riescano a cambiare. Quando vado alla Cappella Orsini, mi sembra sempre di tornare a casa. Durante una piovosa mattina romana, con Roberto, Andrea e Mila ragioniamo sulle linee guida di questo progetto pensando a come trasformare in immagini le nostre idee: gli artisti da scegliere. Idea che diventa immagine che diventa messaggio: ecco la forza prorompente dell’arte. Sulle note ripetitive del treno che mi riporta in città, rifletto su quello che si annuncia come un periodo davvero intenso. Temo sempre il termine “prorompente” ma è questo che in cuor mio, penso ed è così che giudico questo progetto. Chiamo la mia famiglia – luce che riluce – ed il mio staff . “ Tutto bene. Lunedì partiamo”- dico solo questo. Questo progetto è un lavoro di tante persone, sinceramente e sentitamente ispirate per un lavoro ed un tema non facile. Chi nella difficoltà non perde speranza , al contrario la alimenta con nuove idee, soluzioni, propositi, è foriero di successo per se stesso e per gli altri. Perché chi legge questo libro, chi ha assistito al convegno, chi vivrà il progetto di Shut Out si carichi un po’ di quella luce che noi vogliamo portare dentro e fuori dal carcere. Noi che di libertà ne abbiamo tantissima …allora proviamo con l’emozione dell’arte a trasmetterne un po’. Curiosità Trasmissione Le origini della pediculosi risalgono a tempi davvero lontani. Basti pensare che, secondo studi scientifici, la differenziazione tra pidocchio della testa e del corpo risale a circa 70.000 anni fa. Che i pidocchi facessero compagnia agli uomini sin dai tempi più remoti è del resto confermato anche dai reperti storici: i pidocchi sono citati nella Bibbia e nei papiri egizi mentre le lendini sono state rinvenute nei capelli di mummie preistoriche e in antichi ritrovamenti con datazione storica tra il 6900 e il 6300 a.C. In ogni caso, per tutta l'antichità e per molti secoli successivi, la medicina non ha saputo fornire spiegazione alla malattia che è stata a lungo (ed erroneamente) considerata "un’alterazione degli umori dalla cui corruzione nascevano gli insetti molesti". Anche i rimedi per curarla furono tanti e singolari: si passò dall'aglio bevuto in un decotto di origano, all'uso della pasta al miele consigliata dalla cultura araba, dallo "spidocchiamento" in uso in tutto il mondo, e praticato anche tra i primati. Per arrivare alla svolta decisiva si dovette attendere il XX secolo quando, con la II Guerra Mondiale, fecero il loro ingresso sul mercato i primi insetticidi sintetici dell'era moderna. Gli Insetticidi (il sopracitato DDT), tuttavia, furono banditi definitivamente nel 1972 quando ne vennero accertati i nocivi effetti ambientali. Contatto diretto o indiretto con vestiario, biancheria intima o da letto, spazzole, pettini ecc. Per la forma di pediculosi del pube la trasmissione avviene durante i rapporti sessuali. ANDREA MARTINUCCI Crampi mentali La pediculosi è un’infestazione clinica causata dai pidocchi. I pidocchi sono piccoli insetti privi di ali, ectoparassiti (parassiti che vivono all'esterno dell'organismo ospite) dei mammiferi. Il sangue è l'unico nutrimento per le specie che parassitano l'uomo e tutte sono provviste di un apparato buccale pungitore e succhiatore. Gli occhi sono piccoli o mancano e le appendici sono corte e tozze in modo che l'insetto possa aggrapparsi ai peli. Inoltre i pidocchi sono vettori di numerose malattie infettive provocate da batteri chiamati “rickettsia”: il tifo, la febbre recidivante e la febbre delle trincee. Poiché le più diffuse classificazioni indicano come sottospecie i pidocchi del capo e del corpo, noi seguiremo questo stesso criterio indicando i pidocchi del capo come Pediculus huma- 34 Asipjok Reclusi, mezzi morti S. o. nus capitis, i pidocchi del corpo Pediculus humanus corporis e Phtirus pubis i pidocchi della regione pubica. Le carceri sovraffollate come quelle italiane favoriscono la diffusione dell'infestazione da pidocchi poiché quelli del corpo e del capo sono trasmessi per contatto diretto interumano e in seguito a contaminazione della biancheria o del vestiario. I pidocchi del pube (le piattole) invece passano di ospite in ospite durante i rapporti sessuali. La pediculosi può instaurarsi oltre che per il trasferimento dei maschi e delle femmine adulti o di sole femmine gravide, anche mediante il passaggio di uova vitali presenti sugli indumenti e più abbondanti sulle cuciture. Sebbene il tempo di incubazione delle uova sia di circa 8 giorni, esse possono rimanere vitali Prevenzione fino a 35 giorni e non si schiudono a temperature inferiori a 22°C. I pidocchi del capo e del corpo raggiungono lo stato adulto in 10 giorni mentre le piattole in 15. La vita media è di 30-45 giorni a seconda della temperatura e della disponibilità di cibo. Una femmina depone da 50 a 300 uova nel suo ciclo vitale generalmente durante la notte attaccandole ai peli. La temperatura ottimale per la sopravvivenza è intorno ai 30°C e anche piccole variazioni di temperatura favoriscono la loro fuga dall'ospite. Queste “bestioline” sono assai voraci e succhiano il sangue almeno 5 volte al giorno. Segni e sintomi La manifestazione più frequente è il prurito. Le secrezioni salivari dell'insetto, inoculate nei tessuti dell'ospi- te durante la suzione del sangue, possono essere causa d’irritazione e quindi di prurito locale. I problemi seri nascono dalle infezioni batteriche secondarie alle escoriazioni che l'ospite si provoca col grattamento delle sedi irritate. Le conseguenti impetigine (malattia cutanea con pustole) e foruncolosi possono portare a linfoadenopatia cervicale ed a lesioni eczematose. La diagnosi Essa si fonda sul ritrovamento dei pidocchi o delle uova lungo l'asse dei capelli o dei peli estirpati dall'ospite. Poiché le diverse specie mostrano in genere una specificità di sede, i pi- S. o. La misura profilattica principale consiste innanzitutto nel segnalare l’infestazione. La prevenzione dell'infestazione è basata essenzialmente sull'igiene. Alcune precauzioni possono essere prese anche prima che l'invasore attacchi ma non esistono prodotti specifici per prevenire i pidocchi. La miglior prevenzione è basata sull'igiene dei capelli, che vanno lavati frequentemente con i normali shampoo e controllati regolarmente, soprattutto nei soggetti che vivono in comunità affollate come le prigioni. Le teste vanno tenute sotto controllo soprattutto nelle zone della nuca, dietro le orecchie e sulle tempie. Inoltre tutte le persone che hanno avuto contatti con il soggetto infestato devono fare un controllo accurato per escludere la presenza del parassita. La biancheria personale va accuratamente disinfestata; i vestiti devono essere trattati con insetticidi da contatto; i pettini e le spazzole devono essere trattati con acqua a 65° per 10 minuti o in soluzioni insetticidi per un’ora. docchi del capo sono quelli riscontrati in corrispondenza della nuca, mentre quelli del corpo si trovano più frequentemente sulle spalle e sui polsi. Le piattole infine si trovano nella regione inguinale, sulle cosce e occasionalmente sulle ascelle. Come si eliminano i pidocchi Un tempo si ricorreva a metodi drastici come la rasatura dei capelli e di tutti i peli. Ora il trattamento si basa sull'applicazione locale dell'esaclorobenzene in lozione o in shampoo per capelli, che è in grado di uccidere le forme adulte. Per distruggere le successive generazioni di pidocchi originati dalle uova presenti sull'ospite, è necessario ripetere il trattamento dopo 14 giorni. La lesione cutanea PEDICULOSI PEDICULOSI Pediculus humanus (Pidocchio) Fare uno shampoo a cadenza regolare (es. settimanale) con prodotti antiparassitari non previene l'infestazione: infatti nessun prodotto antiparassitario è in grado di svolgere un'azione preventiva. Anzi, l'impiego indiscriminato e prolungato di questi prodotti, espone inutilmente il soggetto alla seppur modesta tossicità del prodotto e potrebbe contribuire all'insorgenza di resistenze. È molto più efficace e sicuro un controllo periodico del cuoio capelluto. L'asciugatura forzata e la stiratura degli indumenti e della biancheria da letto uccidono pidocchi e lendini, come pure la pulitura a secco. L'uso del DDT, nonostante le controindicazioni di tipo ecologico, costituisce ancora oggi il mezzo migliore per la distruzione dei pidocchi. 35 Le dermatofitosi sono da sempre conosciute dall’uomo: alcune forme come la, per certi versi temibile, tinea capitis favosa, erano talmente frequenti sino a qualche decennio or sono, che sono pervenute ai nostri giorni numerose testimonianze pittoriche di soggetti affetti da tale forma morbosa. Molti soggetti affetti da favo, soprattutto appartenenti alle classi sociali più povere, sono stati infatti raffigurati, in numerose opere pittoriche, anche da illustri artisti, specialmente da quelli vissuti nel ‘600 e nel ‘700. É dall’osservazione e dallo studio dei casi di questa particolare forma di tinea che, di fatto, ha avuto inizio la storia moderna della micologia. Le dermatofitosi, come patologia cutanea nell’uomo, sono conosciute sin dai tempi degli antichi Greci che le avevano descritte oltre 2000 anni fa; più recentemente, nel XVI secolo, anche gli Olandesi, nel loro peregrinare per i mari del mondo alla ricerca di nuove terre da conquistare, avevano descritto una forma molto particolare di tinea corporis, la tinea imbricata, dermatofitosi rinvenibile solo in alcune isole dell’Oceania ed in alcune aree del Nuovo Mondo. Con lo studio scientifico dei dermatofiti prende l’avvio la micologia medica umana moderna, essendo stati essi i primi miceti ad essere considerati come possibile causa di patologia negli umani. Il loro studio è iniziato a metà circa del XIX secolo grazie all’interesse di alcuni studiosi europei nei confronti del favo, una forma di infezione sostenuta da un dermatofita, assai frequente all’epoca in Europa, che aveva carattere epidemico, colpendo larghe fasce della popolazione. Uno studioso francese, Raimond Sabouraud, compì fondamentali studi sui dermatofiti; i suoi lavori furono raccolti nel volume “Les Teignes” pubblicato nel 1910 a Parigi. Sviluppò un terreno, utilizzabile anche per la coltura dei dermatofiti, che fu chiamato in suo onore Sabouraud agar; questo metodo, benché modificato, è ancora oggi utilizzato e rappresenta il terreno di coltura di riferimento per molti gruppi di funghi. Le dermatofitosi o dermatofizia sono delle infezioni causate dai dermatofiti, che sono un gruppo di funghi cheratinofili, in grado di parassitare i tessuti cheratinizzati: lo strato corneo1 dell’epidermide e gli annessi cutanei (capelli, peli e unghie nell’uomo). Non possono invece parassitare le mucose. I dermatofiti, come del resto gli altri funghi, crescono preferenzialmente in ambiente umido e poco areato condizioni che si verificano soprattutto nelle pieghe cutanee. Le dermatofitosi vengono denominate internazionalmente con il termine latino tinea (verme o larva di insetto), seguito dalla specificazione, del sito anatomico parassitato: ad esempio, la dermatofizia dell’unghia prende il nome di tinea unguium, la dermatofitosi della piega dell’inguine viene definita tinea cruris, l’infezione del cuoio capelluto e dei suoi annessi si denomina tinea capitis. In Italia queste dermatiti sono comunemente note come “tigne”, mentre 36 TINEA Dermatofiti Curiosità il termine popolano “tignoso”, che indica colui che è affetto da tigna, è carico di numerosi significati negativi (fastidioso, puntiglioso, stizzoso) ad indicare il senso di fastidio, di sofferenza, di malessere e, in senso lato, la negatività che poteva provocare nell’immaginario collettivo una patologia un tempo molto frequente, non facilmente curabile. Le dermatofitosi sono micosi superficiali poiché i dermatofiti non sono capaci di parassitare il derma e di diffondere negli organi interni. Il contagio può avvenire sia per via diretta (come per tinea cruris inquadrabile anche come malattia sessualmente trasmissibile), sia per via indiretta (per mezzo di cappelli, vestiti, lenzuola, rasoi, forbici, pettini, spalliere di poltrone di cinematografi e teatri ecc.), sia ancora per autoinoculazione (come per tinea unguium). Le strutture associate al contagio sono gli artroconidi e le clamidospore che si trovano all’interno o all’ester- no dei capelli o delle squame cutanee. Quelle di talune specie possono persistere nell’ambiente per molti mesi, forse per anni, soprattutto se presenti all’interno dei peli o delle squame. La trasmissione delle strutture infettanti attraverso l’aria è stata valutata in alcuni studi, attraverso vari sistemi di captazione delle stesse; sono state così rinvenute, nell’aria, spore appartenenti ad alcune specie dermatofitiche. Il ruolo nella diffusione delle dermatofitosi per mezzo del veicolo atmosferico è però tuttora da verificare, anche se teoricamente possibile. 1 Strato corneo Strato superficiale dell’epidermide. L’epidermide è costituita da diversi strati e lo strato coreo rappresenta “la cute”. Lo strato corneo è composto da due parti: una porzione profonda costituita da cellule dette corneociti e una porzione superficiale dove le cellule tendono a separarsi per desquamazione e sono dette “squame cornee”. ANDREA Pacini cattività In generale si utilizza il termine tinea per identificare un’infezione da dermatofita seguito dal nome del sito coinvolto (tinea capitis per indicare l’infezione del capillizio, tinea manuum per indicare l’infezione della mano ecc). Le tinee o dermatofitosi sono infezioni estremamente frequenti e tra queste infezioni la tinea pedis. Quando la dermatofitosi è causata da un dermatofita antropofilico (es: tinea pedis causata da tinea rubrum) la lesione cutanea tende ad essere cronica, persistente e recalcitrante alla terapia. Sebbene non vi siano resistenze particolari agli antimicotici la ricorrenza arriva fino al 70% dei casi. Questa può essere causata sia dal fallimento nello sradicare l’infezione originale sia da rein- S. o. fezione. Si ritiene tuttavia che il maggior fattore di ricorrenza sia la persistenza di spore all’interno delle strutture cutanee. Un’altra causa di ricorrenza è l’interruzione precoce del trattamento quando le manifestazioni cutanee sono risolte. Le dermatofitosi possono diventare particolarmente virulente nei soggetti immunodepressi. I criteri diagnostici sono clinici e di laboratorio. Diversi sono i fattori che possono favorire lo sviluppo dei dermatofiti sulla cute: • condizioni fisiologiche • caratteristiche anatomiche. I capelli sembra possano catturare le artrospore veicolate dall’aria; l’incavo dello strato corneo della lamina distale dell’unghia può catturare i dermatofiti; gli spazi interdigitali dei piedi e le pieghe crurali nel maschio sono fisiologicamente occlusi e perciò favoriscono lo sviluppo dell’infezione; probabilmente ciò è dovuto all’aumento di idratazione dell’epidermide occlusa ed all’emissione di diossido di carbonio che potrebbe favorire la crescita dei dermatofiti; l’ipercheratosi fisiologica palmoplantare favorisce l’impianto dei dermatofiti; l’età avanzata sembra predisporre alle dermatofitosi; il gruppo sanguigno A sembra predisporre alla cronicizzazione delle dermatofitosi. È noto che, condizioni climatiche particolari, ove l’alto tasso di umidità relativa dell’aria è associata a temperature medie elevate (clima caldo umido), si associano a prevalenze elevate di dermatofitosi. • Tinea pedis o piede d’atleta: si osserva di preferenza al quarto spazio 37 TINEA TINEA Lucia Di Pasqua Stretti di mano interdigitale dove si nota una macerazione della cute al fondo dello spazio stesso oppure uno spacco ragadiforme. Altri spazi possono essere interessati. Spesso si accompagna con eritema e vescicolazione al dorso dell’avampiede o in sede plantare. • Tinea corporis: si presenta come un anello infiammatorio desquamante con qualche vescicola al tronco e agli arti. Nelle lesioni datate si possono osservare più cerchi o semicerchi. • Tinea cruris: anch’essa molto frequente e si associa spesso alla tinea pedis. Si presenta come un eritema desquamante che termina a margine netto coinvolgendo la piega inguinale e la faccia interna delle cosce. • Tinea unguium: più frequente alle lamine ungueali dei piedi, spesso in associazione con la tinea pedis, la lamina più colpita è quella 38 S. o. dell’alluce. L’unghia appare friabile, con perdita della trasparenza e con assunzione di colorazioni varie dal giallo al verde al blu. • Tinea capitis: colpisce il capillizio e si manifesta solo nell’età prepubere o nel grande anziano. Si manifesta con chiazze alopeciche per rottura del capello allo sbocco follicolare. L’agente più comune. Altre Tinee abbastanza comuni sono: tinea barbae, tinea manuum. Diagnosi La diagnosi può essere posta attraverso l’esame microscopico diretto che si effettua prelevando con una lama da bisturi le squame dal bordo della lesione, frammenti di unghie o di capelli. Si ricercano le ife settate caratteristiche dei dermatofiti. Per l'esame colturale si prelevano squame o frammenti di unghie o di capelli e si seminano sul terreno colturale. La crescita dei dermatofiti è lenta e occorrono 15-20 giorni per avere una risposta. L’esame microscopico diretto identifica nella cute la presenza di ife fungine, l’esame colturale identifica la specie Cura La maggior parte delle Tinee può essere trattata con terapia topica mentre la tinea capitis e la tinea unguium richiedono il più delle volte la terapia topica e sistemica. In generale il trattamento deve protrarsi per tempi lunghi anche dopo la regressione delle manifestazioni cliniche. La maggior parte delle dermatofitosi si manifesta in zone cutanee umide, calde e poco ventilate, occorre pertanto consigliare l’asciugatura completa, indumenti e calzari areati. Augusto Orestini Chiusi fuori Il trattamento si avvale di agenti non specifici e di agenti fungini veri e propri. Il più famoso tra gli agenti non specifici è la Tintura di Castellani o fucsina fenicata. Molto usata in passato specie in ambiente militare è oggi in disuso soprattutto per la colorazione rossa e i possibili effetti tossici. Il trattamento con crema a base di zolfo è invece ancora attuale. Lo zolfo specie nella forma colloidale, ha una decisa azione antifungina formando, a contatto con la cute, una sostanza particolamente tossica per i funghi. Lo zolfo ha il vantaggio, rispetto ai farmaci antimicotici, di legarsi allo strato corneo e far perdurare la sua azione per lungo tempo. In pratica si può utilizzare come trattamento tramite una applicazione al giorno e come mantenimento tramite una applicazione settimanale. Per favorire il distacco e l’eliminazione delle squame parassitate, S. o. allo zolfo si può associare l’acido salicilico. Gli agenti antifungini sono divisi in topici e sistemici. Per le dermatofitosi i farmaci sistemici si utilizzano in particolari condizioni quali l’impossibilità di far penetrare il farmaco per via topica oppure in condizioni di infezione molto estesa, in pazienti intolleranti alla terapia topica, quando la terapia topica ha fallito, in pazienti immunosoppressi. 39 La scabbia è una malattia conosciuta da tempi antichi, grazie a studi archeologici sull'Egitto si pensa che sia stata scoperta oltre 2.500 anni fa; ne parla Aristotele (384 - 322 AC) in un passo nel quale cita il termine "acaro". In seguito il medico dell'antica Roma Celsus ne descrisse per primo le caratteristiche cliniche, e a lui si deve l'origine del nome della malattia: scabbia. Molti furono gli scritti che ne descrivevano le manifestazioni, fra cui quello del medico arabo Abu el Hasan Ahmed el Tabari nel 970. L'eziologia è stata descritta per la prima volta da Giovanni Cosimo Bonomo e Cestoni nel 687, non in un documento ufficiale ma in una lettera. Per una pubblicazione medica al riguardo si dovette aspettare sino al 1868. Pare che Giovanni Boccaccio sia morto per complicanze della scabbia. Inferno canto XXIX La gran rabbia del pizzicor, che non ha più soccorso, e sì traevan giù l’unghie la scabbia, come coltel di scardova le scaglie o d’altro pesce che più larghe l’abbia. “O tu che con le dita ti dismaglie” Cominciò l’ duca mio a l’un di loro “e che fai d’esse tal volta tanaglie” dinne s’alcun Latino è tra costoro che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti letteralmente a cotesto lavoro Segni e sintomi Prurito che insorge dopo 6-7 settimane dal contagio, lesioni cutanee pruriginose che interessano mani, ascelle, ombelico, zona mammaria e zona genitale maschile. Segno clinico tipico è il cunicolo, che appare come una sottile rilevatezza lineare della cute. SCABBIA SCABBIA Curiosità Dante Alighieri Trasmissione Può avvenire tramite contatti diretti e contatti indiretti (uso promiscuo d’indumenti e asciugami). Diagnosi Esaminare le zone tipiche di presenza dei cunicoli e delle lesioni. Diagnosi certa: mediante estrazione del parassita dalla lesione cutanea. Prevenzione La contagiosità della scabbia richiede l’allontanamento dei malati e il trattamento precauzionale dei soggetti che sono venuti a contatto con il soggetto infetto. Rispettare le norme igieniche personali e dell’ambiente dove è importante fare una disinfezione. Lavare indumenti a 60°. La scabbia è una malattia infettiva altamente contagiosa, causata dall’acaro Sarcoptes scabiei. Il parassita ha una forma ovoidale e sulla superficie ventrale possiede 4 paia di zampette, mentre sulla superficie dorsale due antenne dirette verso l’indietro. Appartenente all’ordine degli Artropodi 1 è in grado di vivere e di riprodursi solo su ospiti a sangue caldo (uomini e animali). L’acaro riesce a invadere gli strati più superficiali dell’epidermide, formando gallerie (cunicoli) che si estendono a volte fino allo strato granuloso. Gli acari della scabbia sono diffusi in tutto il mondo. Questa patologia non è limitata alle classi povere, secondo una comune ma errata credenza, ma può verificarsi in individui di qualsiasi classe sociale, con qualsiasi tipo di occupazione e di tutte le età. È più frequente nei giovani adulti al di sotto 40 dei 30 anni e nei bambini, nei dormitori, nelle scuole e non da ultimo nelle carceri, perché in queste comunità le persone sono a stretto contatto gli uni con gli altri, dato che la trasmissione della scabbia avviene per contatto interumano diretto. Il soggetto infestato in genere ospita circa 10 femmine adulte e numerosi maschi e ninfe. Le femmine sono molto mobili e sono capaci di penetrare per una profondità di circa 2,5 cm nell'epidermide in 20 minuti. Il ciclo vitale inizia quando questi perfidi animaletti vengono trasmessi a un ospite per contatto fisico. Le femmine si accoppiano sulla superficie della cute e scavano subito dopo nella cute cominciando la deposizione delle uova circa due giorni dopo. Ogni femmina ne depone da due a quattro al giorno nella galleria scavata nella pelle. Le uova sono soli- tamente mescolate agli escrementi dell'artropode. Dopo 4-6 giorni dalle uova fuoriescono le ninfe (larve dell'acaro) che migrano sulla superficie cutanea, dove mutano e di nuovo penetrano nella pelle. Nelle gallerie le larve mutano altre due volte prima di raggiungere la maturità. A questo punto ritornano sulla superficie per accoppiarsi e ricominciare il ciclo. Il ciclo vitale in buona sostanza dura 14-17 giorni. Gli acari sono presenti in misura più abbondante sulle mani e sui polsi dove si nutrono dei tessuti cutanei. Sintomi e Diagnosi Il paziente con la scabbia (la rogna) lamenta principalmente un intenso prurito notturno, che in realtà è di origine allergica per una reazione di sensibilizzazione dell’ospite e compare soltanto diverse settimane dopo l’infestazione. Enrico Blasi Ubar Takua Non c’è relazione tra sede delle lesioni e distribuzione degli acari. Le papule eritematose che costituiscono le tipiche lesioni osservabili sul tronco e sull’addome, si riscontrano anche in corrispondenza delle ascelle, della vita, dei polsi, dell’inguine, delle natiche, delle ginocchia e delle piante dei piedi; sono comuni anche lesioni del pene, sullo scroto. Poiché le papule persistono anche diverse settimane dopo la distruzione degli acari, è opportuno avvisare il paziente in modo da evitare che egli prolunghi inutilmente la terapia. Poiché l’aspetto delle papule della scabbia non è peculiare, la diagnosi eziologica dipende dal ritrovamento degli acari, delle loro uova o dei prodotti fecali; la ricerca si esegue su S. o. materiale prelevato per scarificazione della cute in corrispondenza di papule di recente formazione, mediante un bisturi sterile precedentemente immerso in olio minerale. L’olio minerale scorre sopra la papula che poi va energicamente scarnificata più volte con la lama. Una volta distrutta la papula, si trasferisce il materiale cutaneo con l’olio su un vetrino che viene esaminato al microscopio ottico. re per tutta la notte prima di toglierlo con il lavaggio. Il crotamitone si usa in maniera simile, soltanto che va massaggiato energicamente perché penetri nella pelle. È opportuno praticare una seconda applicazione dopo 24 ore. Lo zolfo è utilizzato in preparati a base di petrolio e deve essere applicato per tre notti consecutive. 1 Artropodi Con questo termine si indicano animali invertebrati provvisti di uno scheletro esterno (esoscheletro) e di zampette articolate (da cui deriva la terminologia artropode). Sono in grado di vivere e di riprodursi solo su ospiti a sangue caldo (uomini e animali). Cura Scabicidi di uso comune sono l'esaclorobenzene, il crotamitone, e lo zolfo. Quello che attualmente è prescritto con maggiore frequenza è l'esaclorobenzene. Si applicano circa 30 g del farmaco su tutta la superficie corporea, esclusa la testa, ed è consigliabile lasciarlo agi- 41 Io mi chiamo Pasquale Cafiero e son brigadiero del carcere oiné Io mi chiamo Cafiero Pasquale, sto a Poggio Reale dal cinquantatré E al centesimo catenaccio alla sera mi sento uno straccio Per fortuna che al braccio speciale c’è un uomo geniale che parla con me... ...ma alla fine m’assetto papale, mi sbottono e mi leggo ‘o giornale Mi consiglio con don Raffaé mi spiega che penso e bevimmo ‘o café GRELO Libero arbitrio A che bello ‘o café, pure in carcere ‘o sanno fa Co’ a ricetta che a Ciccirinella, compagno di cella, c’ha dato mammà... S. o. EPATITE C EPATITE C Don Raffaè Fabrizio De Andrè Adrian Tranquilli I’ll never get to you L'epatite C è una malattia importante del fegato, causata dal virus dell'epatite C, che determina danni al fegato fino alla cirrosi epatica e in alcuni casi la morte. Il virus dell'epatite C può essere trasmesso sessualmente o per contatto con sangue o liquidi del corpo (sperma, infezioni vaginali e latte materno) di individui infetti. Esso può essere trasmesso attraverso: • Scambio di siringhe e droghe • Esposizione al sangue o altri liquidi corporei di una persona infetta • Trasfusione di sangue o terapia con emoderivati infetti • Contatto sessuale (vaginale, anale o orale) con una persona infetta • Uso di lamette da barba o aghi per tatuaggi contaminati • Gravidanza e/o parto (esposizione perinatale) 42 A differenza dell'epatite B, non esiste alcun vaccino protettivo contro l'epatite C, e la prima infezione del virus dell'epatite C non protegge contro successive infezioni come è nel caso dell'epatite B. Sintomi e decorso Per ridurre i rischi: • Evitare di scambiare le siringhe incaso di uso di droghe • Evitare la foratura della pelle (piercing) e i tatuaggi • Seguire sempre le precauzioni standard se si lavora in strutture sanitarie • Usare cautela quando si maneggiano oggetti che possono presentare sangue infetto dal virus dell'epatite C su di essi (come lamette da barba, spazzolini da denti, forbicine per le unghie, assorbenti igienici) • Sebbene il rischio di trasmissione del virus dell'epatite C sia basso, usare profilattici di lattice o di poliuretano con tutti i partner sessuali casuali. L'epatite C può causare: • Affaticamento • Nausea o vomito • Febbre e brividi di freddo • Urina color scuro • Feci chiare • Colorazione gialla degli occhi e della pelle (ittero) • Dolore nel fianco destro, che può diffondersi nella schiena Molte persone infettate con l'epatite C non presentano sintomi o ne presentano solo lievi. Generalmente i sintomi dell'epatite C non sono tanto gravi come quelli dell'epatite B. Il 50-80% delle persone infette sono incapaci di azzerare l'infezione e diventano portatori cronici. Dei portatori cronici, il 50-70% svilupperà un'epatite attiva cronica e sarà a rischio maggiore di cirrosi, insufficienza epatica e cancro del fegato. Tutte le persone con il virus dell'epatite C sono potenzialmente contagiose. Epatite e gravidanza Non esiste alcuna prova concreta che le donne con l'infezione dell'epatite C siano a rischio maggiore di avere complicazioni durante la gravidanza, ma le donne con malattia del fegato avanzata sono a rischio più alto di soffrire complicazioni durante tale periodo. Le donne con l'infezione dell'epatite C di solito hanno bambini sani. La trasmissione dell'epatite C dalla madre al bambino può accadere, ma appare essere relativamente rara, seguendo procedure come il taglio cesareo. Diagnosi e cura L'epatite C può essere diagnosticata con diversi esami del sangue. Questi esami determinano la presenza di anticorpi contro il virus dell'epatite C, oppure quantificano esattamente le unità del virus present nel plasma di un paziente. La terapia a base di interferone è efficace in circa il 20% dei pazienti con il virus dell'epatite C. A differenza del trattamento per l’HIV, quello per l’epatite C non dura tutta la vita. Esso consiste in 24 o 48 settimane di trattamento e la durata del trattamento dipenderà dal genotipo del virus dell’epatite C responsabile dell’infezione. Un esame effettuato dopo 12 settimane di trattamento può predire se il soggetto risponderà al trattamento. Attualmente la terapia per l’epati- te C si basa sull’uso di interferone peghilato e ribavirina. Il trattamento con una combinazione di interferone peghilato e ribavirina è oggi il trattamento standard poiché fornisce i risultati migliori ed è il livello di cura raccomandato dalle linee guida internazionali. I sintomi dell'epatite possono essere curati. Per esempio il limitare i grassi e il bere molti liquidi può aiutare ad alleviare i sintomi come nausea, vomito, e diarrea. Inoltre viene raccomandato che gli individui con l'epatite C: • si riposino molto • bevano molti liquidi • seguano una dieta con prevalenza di carboidrati e normolipidica • evitino l'alcool 43 S. o. Per la profilassi è importante l’educazione sanitaria dei portatori cronici e dei loro conviventi così come quella dei gruppi a rischio di trasmissione sessuale e con sangue infetto. Bisogna evitare i rapporti a rischio e l’uso in comune di aghi, rasoi, spazzolini da denti, forbici, e altri strumenti pungenti e taglienti per l’igiene personale. Utilizzare aghi e siringhe monouso o adeguatamente sterilizzati. Per la profilassi specifica è disponibile un vaccino altamente protettivo e privo di rischi. Il vaccino è obbligatorio dal 1991 per tutti i nuovi nati. Inoltre il vaccino deve essere effettuato a soggetti considerati categorie a rischio tra cui rientrano i detenuti degli istituti di prevenzione e di pena. Per l’epatite B così come per l’HIV esiste una profilassi post esposizione nei casi considerati a rischio. Nel caso in cui si debba intervenire in una situazione nella quale un detenuto ha compiuto gesti di autolesionismo e sia presente sangue bisogna necessariamente ricorrere all’utilizzo di guanti, mascherine, e occhialini per evitare il rischio di manipolare sangue potenzialmente infetto. NON manipolare mai il sangue potenzialmente infetto senza opportuna cautela. Danno epatico Il virus dell’epatite B non causa un vero e proprio danno alla cellula epatica, perché questa è in grado di tollerare l’infezione che viene causata da questo potente virus. Il vero danno alla cellula epatica è provocato dal sistema immunitario, che determina la morte della cellula con un processo denominato necrosi. Per questo motivo l’infezione non determina sempre l’epatite, perché si può creare una situazione in cui il virus, pur replicandosi nelle cellule si nasconde al sistema immunitario e non provoca danno alle cellule epatiche. Si crea cosi uno stato definito di “immunotolleranza”, in cui il sistema immunitario non “vede” il virus che ha infettato la cellula e non mette in atto i meccanismi di “distruzione cellulare”. Quando invece il virus scopre le sue armi sulla superficie cellulare epatica, il sistema immunitario riconosce il virus e mette in atto una risposta che determinerà il danno epatico (citotossicità). Se il sistema immunitario non riesce a eliminare completamente il virus, l’epatite evolve nella forma definita “epatite cronica”. L’epatite B è una malattia del fegato, causata dal virus dell'epatite B, che attacca direttamente il fegato e può portare a una sintomatologia molto intensa, danni importanti al fegato, e in alcuni casi alla morte. La malattia è estremamente contagiosa (fino a 100 volte in più rispetto ad HIV) e può essere trasmessa sessualmente o per contatto con sangue o liquidi del corpo infetti. Sebbene il virus dell'epatite B possa infettare le persone di tutte le età, i giovani adulti e gli adolescenti sono quelli a rischio maggiore. Sebbene non esista alcuna cura per l'epatite B, esiste un vaccino sicuro ed efficace che può prevenire la malattia. Il virus dell'epatite B è altamente contagioso e si diffonde attraverso contatto con il sangue e con altri liquidi del corpo (inclusi lo sper- 44 EPATITE B EPATITE B Profilassi e vaccino ma, secrezioni vaginali, saliva e latte materno) di individui infetti. Esso può essere trasmesso attraverso: • il contatto sessuale (vaginale, anale o orale) con una persona infetta • emotrasfusioni o emoderivati • scambio di siringhe, droghe e gli arnesi della droga • impiego di oggetti taglienti (spazzolini, forbici, pettini, rasoi, spazzole da bagno contaminate da sangue infetto) • esposizione occupazionale al sangue o altri liquidi corporei di una persona infetta • gravidanza e/o parto (esposizione perinatale) Il virus resiste in ambienti esterni fino a 7 giorni, per cui il contagio è possibile anche per contatto con oggetti contaminati. Sebbene sia raro, la trasmissione in famiglia (trasmissione senza una riconosciuta esposizione al sangue, sessuale o perinatale) dell'epatite B è stata documentata soprattutto fra i bambini che vivono con membri familiari che sono portatori di epatite B. Viene ritenuto che il virus sia trasmesso probabilmente per esposizione non riconosciuta alle membrane mucose o lievi tagli nella pelle. Per l’epatite B esiste un vaccino preventivo sicuro ed efficace. Questo vaccino, reso disponibile sin dal 1982, fornisce protezione contro l'epatite B in 90-95% di soggetti vaccinati. Essere vaccinati è la migliore maniera di ridurre il rischio di contrarre l'epatite B. Il periodo di incubazione varia fra 45 e 180 giorni, ma si attesta solitamente fra 60 e 90 giorni. Francesco Romagnoli Ferro-Vetro-Aria-Cielo Sintomi e decorso Molte persone con l'epatite B sono asintomatiche o presentano solo lievi sintomi. Tuttavia, alcune persone provano sintomi simili all'influenza o possono sviluppare l'ittero (colorazione gialla degli occhi e della pelle). I sintomi dell'epatite B comprendono : • affaticamento (astenia), • nausea • vomito, • disturbi addominali, • febbre, • urina di colore scuro, • feci chiare, • ittero (colorazione gialla degli occhi e della pelle), • dolore nel fianco destro, che può diffondersi nella schiena. Un piccolo numero di individui (5-10%) è incapace di azzerare l'infezione e diventa portatore cronico. S. o. Dei portatori cronici, il 10-30% svilupperà malattia del fegato cronica o cirrosi. Inoltre i portatori cronici possono infettare gli altri durante tutta la loro vita, e il loro rischio di sviluppare cancro al fegato è 200 volte superiore. Epatite e gravidanza La donna incinta affetta da epatite B può trasmettere il virus al bambino durante il parto. La maggior parte dei bambini infetti che non vengono curati immediatamente diventeranno portatori cronici e saranno a rischio più alto di cirrosi del fegato, insufficienza epatica e cancro del fegato. Pertanto tutte le donne in gravidanza devono essere esaminate per il virus dell'epatite B. Se una donna incinta viene trovata positiva al virus, una terapia per il bambino deve iniziare immediatamente dopo il parto. La terapia per i neonati infatti include il vaccino dell'epatite B come pure l'immunoglobulina del virus dell'epatite B. Inoltre il bambino riceverà le due punture aggiuntive di vaccinazione durante le successive visite. Le donne con malattia del fegato avanzata sono a più alto rischio di complicazioni durante la gravidanza. Diagnosi e cura Non esiste nessuna specifica terapia o cura per l'epatite acuta e nessun farmaco può alterare il corso dell'infezione una volta che qualcuno si ammala. Tuttavia per gli individui con epatite cronica, la terapia a base di interferone può aiutare. Alcune volte, nei casi più gravi, è necessario il trapianto del fegato. 45 EPATITE A EPATITE A Sauro todaro Wild cherry S. o. enterite e guarire spontaneamente senza venire a conoscenza delle sue reali condizioni di salute. L'epatite A è una malattia altamente contagiosa che interessa il fegato. Ne è responsabile un piccolo virus ad RNA, chiamato dagli anglosassoni HAV (virus dell'epatite A), che si trasmette attraverso il consumo di alimenti e bevande contaminate o tramite il contatto diretto con persone infette. Fortunatamente, la A non è così pericolosa come le altre forme di epatite, ma, seppur raramente, può complicarsi nella temibile epatite fulminante specialmente in quei soggetti affetti da altre epatopatie. Per questo motivo, è bene non sottovalutarla e adottare tutte le norme necessarie a prevenirla, prima fra tutte la vaccinazione delle persone a rischio. Il virus dell'epatite A si replica nel fegato e viene eliminato all'esterno tramite le feci. 46 In presenza di un'infezione lieve, la malattia si risolve spontaneamente anche in assenza di trattamento medico. A differenza dell'epatite B e C, l'infiammazione epatica sostenuta dall'HAV ha un decorso acuto, non cronicizza, non facilita l'insorgenza di cirrosi e cancro del fegato nel lungo periodo e non lascia la condizione di portatore cronico. Il virus dell'epatite A, comune in condizioni igieniche carenti, ha un periodo d’incubazione che va dai 6 ai 50 giorni (in genere 30), al termine del quale il paziente può accusare febbre e malessere. Alcune persone, comunque, non presentano alcun segno o sintomo. Sintomi Insorgono spesso improvvisamente, tanto che il malato può confonderli con quelli tipici di una gastro- I sintomi più comuni sono la stanchezza, nausea, vomito e diarrea, dolori muscolari e addominali, localizzati soprattutto nell'area epatica (lato destro del corpo al di sotto delle ultime coste), perdita di appetito, colorazione scura delle urine, febbre leggera e prurito. Dopo circa una settimana la pelle e la parte bianca degli occhi possono assumere un colorito giallastro (ittero), che talvolta persiste sino a tre settimane. Le complicazioni gravi dell'epatite A sono estremamente rare, tanto che la maggior parte delle persone colpite va in contro ad una spontanea remissione dei sintomi entro uno o due mesi; più raramente, la malattia può causare recidive che ne prolungano i tempi di guarigione oltre i sei mesi. Trasmissione Il virus dell'epatite A si trasmette generalmente per via oro-fecale, vale a dire attraverso il consumo di acqua ed alimenti contaminati da feci infette. È quindi sufficiente che una persona portatrice del virus manipoli del cibo, senza essersi accuratamente lavata le mani dopo un soggiorno alla toilette, per trasformarlo in un pericoloso veicolo di infezione. Il virus dell'epatite A è abbastanza resistente alle alte temperature, ma muore dopo una bollitura di 5-10 minuti. Per questo motivo il rischio di infezione è elevato in presenza di condizioni igieniche carenti ed in assenza di un'adeguata cottura degli alimenti. Abbastanza diffusa risulta la trasmissione dell'epatite A tramite rapporti sessuali di natura proctogenitale o ano-linguale. L'infettività è massima nel periodo compreso tra le due settimane che precedono l'esordio della malat- MAGHI SPANI Evasione tia e i 7 giorni che lo seguono. In questo periodo, il virus si concentra nelle feci, ma si riscontra, in minime quantità, anche nel sangue e nella saliva. Di conseguenza, l'epatite A è contagiosa già nella fase di incubazione, ancor prima che compaiano i sintomi ad essa riconducibili. L'epatite A è quindi più diffusa tra: • persone che hanno rapporti sessuali non protetti di natura anale ed ano-linguale • persone che si sono iniettate droghe o hanno condiviso la siringa assieme ad altri • persone che utilizzano droghe non iniettabili (il rischio è minore rispetto al punto precedente, ma bisogna considerare che la tossicodipendenza si accompagna spesso a scarse norme igieniche persona- S. o. li e che le droghe possono essere occultate nel tratto intestinale o contaminate in altro modo) • persone che contraggono rapporti stretti con individui infetti. Diagnosi L'infezione da epatite A può essere facilmente diagnosticata da un semplice esame del sangue, anche in assenza di sintomi. I valori della bilirubina e delle transaminasi salgono in caso di danno epatico, a maggior ragione se indotto dall'HVA. Per porre una diagnosi certa bisogna trovare gli anticorpi specifici contro l'epatite A. Dal momento che questi appaiono nel sangue solamente dopo settimane o addirittura mesi dal contagio, eseguire il monitoraggio delle immunoglobuline anti HAV in epoca precoce comporta un alto numero di falsi 47 Per la profilassi è importante l’educazione sanitaria dei portatori cronici e dei loro conviventi, così come quella dei gruppi a rischio di trasmissione sessuale e con sangue infetto. Bisogna evitare i rapporti a rischio e l’uso in comune di aghi, rasoi, spazzolini da denti, forbici, e altri strumenti pungenti e taglienti per l’igiene personale. Utilizzare aghi e siringhe monouso o adeguatamente sterilizzati. Per la profilassi specifica è disponibile un vaccino altamente protettivo e privo di rischi. Il vaccino è obbligatorio dal 1991 per tutti i nuovi nati. Inoltre il vaccino deve essere effettuato a soggetti considerati categorie a rischio tra cui rientrano i detenuti degli istituti di prevenzione e di pena. Per l’epatite B così come per l’HIV esiste una profilassi post esposizione nei casi considerati a rischio. Complicanze In linea di massima, la gravità della malattia è direttamente proporzionale all’età del soggetto infetto. Fortunatamente, l’infezione è generalmente autolimitante, nel senso che il fegato guarisce completamente, di solito nel giro di uno o due mesi, senza subire danni permanenti. Gli anziani e le persone che soffrono di malattie debilitanti, come anemia, diabete o problemi cardiaci, sono più esposti a ricadute e richiedono un tempo superiore per guarire. La complicanza più grave dell’epatite A, anche se estremamente rara, è l’epatite fulminante. Si tratta di una condizione molto grave, che causa insufficienza epatica e può mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del paziente. Il rischio è maggiore per le persone con un fegato già sofferente a causa di determinate patologie (altre forme di epatite) o dell’abuso di alcol o di determinati farmaci. Come accennato, non sembra che questo virus abbia un ruolo nell’induzione dell’epatite cronica attiva o della cirrosi. negativi (persone che, pur essendo ammalate, appaiano sane alla luce dei risultati forniti dal test). Per questo motivo, la diagnosi si basa soprattutto sulla ricerca di anticorpi IgM anti-HAV, che compaiono precocemente e scompaiono con altrettanta rapidità dopo pochi mesi. Gli anticorpi IgG anti-HAV, invece, compaiono durante la fase di convalescenza e permangono per tutta la vita. Di conseguenza, gli anticorpi IgM rappresentano un marker di infezione acuta, mentre gli IgG testimoniano una pregressa esposizione al virus dell'epatite A e l'immunità nei suoi confronti. Cura Per l'epatite A la miglior cura è la prevenzione. Non è infatti disponibile una cura specifica contro l'HAV, se non la precoce somministrazione di gam- 48 EPATITE A EPATITE A Profilassi e vaccino maglobuline standard (anticorpi) entro 7-14 giorni dal contagio. Di conseguenza, se i sintomi sono già comparsi, questa strada non è più percorribile e ci si limita a monitorare la progressione della malattia, che, nella stragrande maggioranza dei casi, regredisce spontaneamente. Per non stressare ulteriormente un fegato già provato dall'infezione, il paziente viene spesso invitato a seguire alcune semplici norme dietetiche. Innanzitutto, l'ammontare calorico quotidiano viene suddiviso in tanti piccoli spuntini. Contemporaneamente, andrà ridotto il consumo di alimenti troppo grassi, specie se fritti o bruciacchiati, a favore di pietanze facilmente digeribili, come brodo, zuppe, yogurt, frutta e verdure. Imperativo è l'allontanamento dell'alcol, almeno sino alla completa remissione dei sintomi. In presenza di epatite A è importante comunicare al medico tutti i medicinali che si stanno assumendo, compresi i prodotti da banco per il mal di testa o i dolori mestruali. Alcuni di questi, infatti, possono produrre metaboliti tossici per il fegato. Se la malattia si complica in epatite fulminante è richiesto il ricovero medico, necessario per fronteggiare tempestivamente eventuali emergenze e fornire al paziente trattamenti dietetici e farmacologici particolari. La profilassi dell'epatite A si basa, oltre che sul rispetto di determinate norme igieniche e comportamentali, sulla vaccinazione e sull'immunizzazione passiva tramite gammaglobuline standard (anticorpi). Quest'ultimo trattamento è efficace nel produrre una immunità a breve termine (circa tre mesi), mentre il vaccino antiepatite-A offre una protezione duratura (10-20 anni o più). Il vaccino necessita di un richiamo a distanza di 6 e 12 mesi. La vaccinazione è indicata per tossicodipendenti, omosessuali attivi, pazienti affetti da epatiti croniche virali e soggetti portatori di malattie croniche del fegato o che richiedono trasfusioni (emofilia). Il vaccino richiede circa tre-quattro settimane per fornire la protezione desiderata, mentre le immunoglobuline sono attive sin da subito, con una copertura dell'85% (contro il 97% della vaccinazione). Mentre il vaccino protegge il soggetto dall'epatite A per almeno un decennio, l'effetto delle immunoglobuline esogene si esaurisce nell'arco di 3-6 mesi. Al di là della preventiva vaccina- FRANK martinangeli In trappola zione od immunizzazione passiva, chiunque voglia evitare il contagio deve rispettare alcune semplici regole, come il fatto di risciacquare abbondantemente la verdura e la frutta, e sbucciare quest'ultima prima del consumo. S. o. bicchieri e asciugamani dovrebbero essere ad utilizzo strettamente personale. Molto importante, inoltre, il fatto di mangiare carne e pesce, in particolare i frutti di mare, soltanto dopo una lunga cottura. La prevenzione individuale dell’epatite A si completa con le comuni norme di igiene personale, come l’accurato e frequente lavaggio delle mani, in particolar modo dopo essere stati alla toilette e prima di manipolare gli alimenti. Oggetti come spazzolini, posate, 49 shut-out Progetto Guido Fabrizi Amnesty S. o. A via de la Lungara ce sta ‘n gradino chi nun salisce quelo nun è romano, nun è romano e né trasteverino A utore A nonimo Angelo accardi Regina coeli S. o. 17 Alcuni dati statistici rappresentano in modo inequivocabile la complessità del mondo carcerario: i detenuti all’interno degli istituti penitensziari sono 67.615, di cui 24.865 sono stranieri, a fronte di una capienza regolamentare di 45.284 unità. Sono in attesa di giudizio 28.478. Nella Regione Lazio i detenuti presenti nelle carceri sono 6.462, di cui stranieri 2.561, a fronte di una capienza regolamentare di 4.661, in attesa di giudizio 3.000. I detenuti in attesa di giudizio, al 28/02/2011, sono circa il 52% del totale e tra coloro che stanno scontando una pena definitiva il 32% ha un residuo di pena inferiore ad un anno e il 65% ha un residuo di pena inferiore ai tre anni. Nel Lazio su 3.445 detenuti per una condanna definitiva 1.681 devono scontare una pena fino a 3 anni. Il 38% circa dei detenuti totali è imputato o condannato per la violazione del DPR 309/1990 relativa alla disciplina sugli stupefacenti. I tossicodipendenti in carcere sono 28.200 corrispondenti al 27% del totale. Il 52% dei detenuti è in attesa di giudizio, il 50% dei detenuti stranieri è imputato o detenuto per violazione della legislazione in materia di stupefacenti. sabrina palmerone Click! Click! Il costo medio di un detenuto è di circa 155€ al giorno di cui circa 3€ per i tre pasti giornalieri e circa 5€ per la salute. Il 36% dei detenuti soffre di una forma di disagio psichico; il 50% dei detenuti è soggetto, sia pur occasionalmente, a trattamento con psicofarmaci; il 5% dei detenuti soffre di ipertensione; il 2% dei detenuti soffre di diabete; 1% è affetto da patologie gastrointestinali; il 2,7% è affetto da HIV; il 40% de detenuti è affetto da epatite C; il 6 – 7% è affetto da epatite B; le persone risultate positive alla tubercolina sono il 12-16%. Il Lazio, detiene il record dei detenuti con HIV: sono il 3,33%, quasi il doppio rispetto alla media italiana dell’ 1,98%. Circa 200 dei 2500 sieropositivi che vivono nelle carceri italiane si trovano negli istituti penitenziari del Lazio, dilaga l’epatite, con oltre 2.000 detenuti affetti da epatite virale cronica B e C poco meno del 40 per cento dei detenuti è affetto da epatite virale cronica B e C, sopratutto tra i tossicodipendenti (71% dei casi) che rappresentano il 26,8% del totale, sono in forte aumento i casi di TBC. I detenuti con patologie che necessitano di intervento medico sono il 62%, di questi il 27% soffre di problemi psicologico – psichiatrici (un detenuto su due è stato trattato con psicofarmaci) il 17,4% di malattie virali croniche, il 10,1% di patologie osteoarticolari, il 9,7% di problemi cardiovascolari, il 6,8% di problemi legati al metabolismo, il 6,7% di malattie dermatologiche (la psoriasi: colpisce il 5% dei detenuti contro il dato della popolazione italiana che è del 3%). Gli agenti di polizia penitenziaria sono 37.000 su un organico di 42.000 che ogni giorno devono vigilare in 230 istituti penitenziari. Nel Lazio sono circa 4.200 ma l’organico effettivamente presente negli istituti carcerari è di 3.300 unità. Negli ultimi dieci anni sono 70 gli agenti di polizia penitenziaria deceduti per suicidio. Nel Lazio sono presenti 14 istituti di pena e un carcere minorile. 18 shut-out Oggi, più che mai, le situazioni sono permeabili tra di loro e il penitenziario con tutti coloro che lo abitano, operatori sanitari, assistenti sociali, poliziotti penitenziari, detenuti, interagisce con il mondo esterno che deve farsi carico delle emergenze derivanti da una situazione complessa come questa rendendoci tutti partecipi di questa realtà. Progetto shut-out Progetto L’ambiente penitenziario Il Centro studi Cappella Orsini sviluppa progetti di informazione scientifica che si avvalgono dell’arte contemporanea come “attrattore” che faciliti il “racconto”, spesso impervio. L’obiettivo è informare il cittadino favorendo quel processo di consapevolezza che migliora la qualità della vita dell’intera comunità. La centralità della persona come valore condiviso e la valorizzazione dei rapporti umani costituiscono una grande occasione per guardare e vivere con una nuova prospettiva molte realtà che ci circondano e che spesso non ci coinvolgono direttamente, situazioni non percepite, quindi facili da ignorare. Questa visione, che parte dall’ idea di una società fondata sulla cooperazione tra persone, cerca di recuperare quei valori di reciprocità che il mondo contemporaneo ha in gran parte dimenticato portandoci ad ignorare e rimuovere tutte quelle realtà che non ci coinvolgo- no in prima persona. Spesso non ci rendiamo conto che il sistema in cui viviamo costituisce una rete fittissima in cui tutti interagiamo e ci influenziamo reciprocamente e l’oblio del principio di reciprocità rappresenterebbe una perdita gravissima per la società futura, una vera perdita di quel filo di continuità che ci ricongiunga ad una storia di solidarietà come fondamento della convivenza civile. Il progetto Da qui nasce il progetto “Shout Out Chiusi Fuori” all’indomani del convegno svolto a Roma l’11 febbraio 2010 presso la Casa circondariale di Regina Coeli dal tema: “La riforma sanitaria in ambiente Penitenziario a 18 mesi dall’entrata in vigore” in collaborazione con il Garante dei Detenuti del Lazio, promosso dalla Regione Lazio e con il Patrocinio del Ministero della Giustizia, del Ministero della Salute, dell’Ordine degli Avvocati di Roma, della So- S. o. cietà Italiana di Malattie Infettive, della Federazione Nazionale degli Operatori dei SERT. Obiettivo del progetto è cercare di abbattere quel muro di disinteresse che divide la vita all’interno del penitenziario da quella al di fuori di esso. Questa pubblicazione nasce dal desiderio di migliorare la qualità della vita all’interno del penitenziario senza entrare nel merito delle evidenti problematiche del sovraffollamento o della generale inadeguatezza delle strutture, istanze che vengono affrontate in altri contesti. Le patologie infettive costituiscono una delle problematiche presenti all’interno delle carceri e questa pubblicazione vuole essere uno strumento informativo per la presa di coscienza di questo fenomeno. Un’informazione sistematica e mirata rivolta alla polizia penitenziaria può agevolare i rap- 19 Alfelf Inter shut-out S. o. jack frankfurter Prison porti e la qualità della vita all’interno del penitenziario. L’attività di prevenzione del Centro Studi Cappella Orsini Le malattie infettive, in un ambiente “chiuso” ad alta densità abitativa in cui il disagio psicologico è diffuso, vanno ad aggravare ulteriormente lo stato di tensione generale. Una buona conoscenza di questo tipo di patologie da parte della polizia penitenziaria costituisce un elemento rilevante per intraprendere un percorso di rilassamento nelle relazioni interpersonali in carcere. Il Centro Studi Cappella Orsini si occupa da oltre 10 anni delle malattie contagiose interessandosi all’approccio psicologico rispetto ad esse e a come un’azione meramente comunicativa possa indurre comportamenti virtuosi e consapevoli rispetto a questo tipo di patologie. 20 S. o. Cappella Orsini divisa in 2 sezioni: 2) Un percorso didattico che permetteva di conoscere il virus dal punto di vista scientifico; Il progetto Hiv info-pass Come esempio di intervento realizzato dal Centro Studi Cappella Orsini si ricorda il progetto “HIV info PASS” costituito da: 1) Totem realizzato accanto a piazza Campo dei Fiori che rappresentava il virus dell’HIV, opera monumentale che costringeva il cittadino a rapportarsi in modo consapevole rispetto al contagio e alla pratica del sesso sicuro. Il totem fungeva inoltre da cartello indicatore per la visita della mostra nel Centro studi Progetto Progetto shut-out Valerio musocco Stanco di attendere S. o. L’insieme delle 3 iniziative ha avuto la funzione di rendere partecipe il pubblico di una realtà importante ma non evidente ossia quella di una patologia che può colpire qualsiasi persona che non usi le dovute precauzioni. La conoscenza dell’HIV in termini scientifici e della sua evoluzione all’interno dell’organismo ci rende più attenti e meno timorosi allo stesso tempo, e rimuove il tabù mantenendo alta la soglia di attenzione. 3) Una mostra commemorativa intitolata: “Una generazione perduta” dedicata ad alcuni artisti morti di Aids negli anni 80. Totem che rappresenta il virus dell’HIV a Piazza del Biscione, Roma Immagini della mostra didattica sul virus HIV al Centro Studi Cappella Orsini Alcune immagini della mostra “Una generazione perduta” al Centro Studi Cappella Orsini 21 Tale adesione si rende ancora più necessaria alla luce dei numerosissimi casi di autolesionismo tra la popolazione carceraria (circa 4.517 casi dal 1 gennaio al 11 ottobre 2010 secondo i dati del DAP). In tale quadro il manuale vuole essere uno strumento messo a disposizione degli agenti di polizia penitenziaria. xxxxx 22 L’introduzione del Sistema sanitario nazionale all’interno del mondo penitenziario, al di là delle questioni di ordine pratico, ha rappresentato un momento importante nel riconoscimento dei diritti dei cittadini detenuti. L’idea di penitenziario come mondo a sé viene infatti scardinata da questo nuovo ordinamento che immette nelle carceri il personale sanitario delle ASL, garantendo al detenuto un trattamento sanitario paritetico rispetto al cittadino comune. Certo, questa situazione può determinare anche nuove dinamiche relazionali all’interno della vita penitenziaria, ed è su questa idea che abbiamo sviluppato il progetto del libro: “Garantire la speranza è il nostro compito. La tutela della salute del detenuto: il ruolo della polizia penitenziaria”, e abbiamo concentrato il nostro interesse sul rapporto tra polizia penitenziaria e detenuti. Questo libro-manuale cerca di illustrare dette patologie in modo discorsivo e schematico allo stesso tempo, corredando i testi di una serie di finestre di approfondimento e illustrazioni che ne rendono agile l’utilizzo. L’iniziativa di questa pubblicazione nasce all’interno di una visione della vita basata sull’importanza del dialogo, dell’empatia e dei rapporti interpersonali. Con questo manuale si rende legittima la conoscenza da parte del poliziotto penitenziario della condizione sanitaria del detenuto, riaffermando il principio etico che l’amore per la vita è un valore condiviso e riconosciuto non solo come fatto umano ma come istanza sociale. Il progetto Spogliatoi Alcune scene dello spettacolo “Spogliatoi”al Teatro Eliseo, Roma Il senso di questa pubblicazione shut-out Tali protocolli prevedono, nel rispetto del principio della privacy della popolazione detenuta in merito all’esistenza di specifiche patologie, di adottare tutte quelle misure che riducano al minimo ogni possibile rischio infettivo attraverso il contatto con ogni tipo di liquido biologico potenzialmente portatore di agenti infettivi (il sangue e/o altre lesioni epidermiche) durante lo svolgimento delle doverose azioni di controllo e vigilanza. “Garantire la speranza è il nostro compito: la tutela della salute del detenuto, il r uolo della polizia penitenziaria” Progetto Al fine di promuovere la tutela della salute degli stessi agenti di polizia penitenziaria, è necessario sottolineare quanto sia importante promuovere l’adesione ai protocolli di igiene e profilassi nell’ambito delle comunità “chiuse” quali il carcere. Progetto shut-out Percezione del rischio Locandina dello spettacolo “Spogliatoi” L’erede del progetto “Hiv-info-pass” è stato lo spettacolo “Spogliatoi”. Uno spettacolo ambientato nello spogliatoio di un centro sportivo in cui ragazzi e ragazze si interrogano su quelle tematiche legate all’intimità e alla sessualità che possono emergere facilmente in contesti del genere. Lo spettacolo, facendo leva sull’etica sportiva “mens sana in corpore sano” induceva i giovani a riflettere sulla necessità di assumere comportamenti responsabili al fine di garantire a se tessi e agli altri una buona salute indirizzandoli in particolar modo alla buona pratica di effettuare il test per l’HIV. Il dialogo tra i personaggi illustrava in modo accattivante quali sono gli atteggiamenti corretti rispetto alle situazioni a rischio di fronte alle quali chiunque si può trovare. Lo spettacolo è stato messo in scena in occasione della Giornata mondiale per la lotta all’Aids, il primo dicembre 2008, presentato da Fabrizio Frizzi. Storia del progetto “Shut out, chiusi fuori” Per quanto riguarda questo progetto il nostro primo contatto con il mondo penitenziario è stato il convegno “La riforma sanitaria in ambiente penitenziario” che ci ha permesso di prendere coscienza delle dinamiche relazionali che si sviluppano all’interno del complesso mondo carcerario. Ci siamo resi conto che una tensione inevitabile pervade il penitenziario e domina come un rumore di fondo su ogni cosa. Per superarla abbiamo pensato che il recupero di quei valori che fanno riferimento ai rapporti umani e alla dignità della persona costituisca un percorso possibile. Il ruolo dell’arte contemporanea in questa pubblicazione Al fine di confermare questa visione il cui presupposto è la comunione di intenti all’interno del “patto sociale” abbiamo coinvolto la co- munità artistica nazionale attraverso la rappresentanza di oltre 60 artisti che hanno realizzato opere sul tema della restrizione delle libertà per dimostrare la loro solidarietà con il mondo penitenziario. Un artista chiamato a raccontare una realtà che non conosce non può che cercare di immaginarla. Raccontare qualcosa che non si è sperimentato in prima persona può apparire un’ ambizione vana. In realtà quando sono in più di 60 a cercare di raccontare la loro visione di questo mondo “altro” ne emerge il desiderio di condividere la realtà del carcere con chi passa la vita al suo interno. Cercare di immaginare come percepisca questo ambiente chi dedica la vita ad applicare l’ordinamento per mantenere una situazione di controllo all’interno di esso richiede un processo di immedesimazione creativa che forse tutti dovremmo fare come gli oltre 60 artisti hanno fatto. Per facilitare questo processo di immedesimazione sarebbe utile che ci venisse data la possibilità di vivere il contatto diretto con l’ambiente carcerario in prima persona. Questa esperienza, oltre a metterci di fronte ad un’evidente situazione di disagio strutturale, aggravato da una contingenza ancora più esasperata, ci costringerebbe a capire che se il detenuto è la vittima tutto l’ambiente carcerario è coinvolto in questo stato di malessere che vede la polizia penitenziaria in prima linea. La realtà carceraria è così estrema da richiedere una disciplina ferrea e una dedizione difficili da mantenere senza che ci sia un adeguato riconoscimento dell’intera società verso chi svolge questa funzione necessaria. Questa iniziativa intende essere un tributo a quanti svolgono quotidianamente questo lavoro condotto nell’ombra in un quadro disciplinare rigidissimo. Il poliziotto penitenziario opera in una condizione 23 Anna coppi Lotta: corpi contro il cielo 24 S. o. S. o. di solitudine in cui l’esperienza assume un ruolo fondamentale nella capacità di orientarsi nella complessità dell’ambiente penitenziario. Questa pubblicazione colleziona quindi una serie di contributi diversi che vanno da interventi di operatori all’interno del penitenziario all’analisi delle patologie contagiose che affliggono i detenuti, che poi sono le stesse chi colpiscono l’umanità in genere. Inoltre un ricco corredo iconografico cerca di rendere più scorrevole la lettura del testo ed è costituito da: il catalogo delle opere d’arte appositamente realizzate; illustrazioni riguardanti le patologie descritte; foto di scena di film e sceneggiati di argomento carcerario, corredati di un testo che li descrive. È proprio questa ultima serie di immagini che fa capire come la polizia penitenziaria meriterebbe un maggiore riconoscimento da parte della comunità che ha saputo idealizzare il detenuto eroe, ma poco si è oc- Corrado bonicatti Porto azzurro, pensieri di evasione cupata di valorizzare il lavoro degli agenti di custodia, senza i quali sarebbe impossibile gestire la sicurezza nazionale. Vengono inoltre presentati interventi che affrontano tematiche collaterali non specificatamente inerenti alle malattie contagiose ma rilevanti per la consapevolezza del poliziotto nella gestione del rapporto con il detenuto. Prospettive future Dopo la pubblicazione di questo libro che verrà distribuito a tutti i poliziotti penitenziari della Regione Lazio immaginiamo possibili percorsi che seguano gli stessi criteri che lo hanno ispirato: “aprire” il carcere al mondo esterno, renderlo sistematicamente visitabile, trasformarlo in un luogo “partecipato” dalla comunità, rimuovendo quel tabù che confina questo mondo a una dimensione altra, come se non fosse parte della vita della società intera. Questo per quanto riguarda la necessità di rendere partecipe la società civile di quello che avviene in un mondo apparentemente chiuso e che, paradossalmente, proprio attraverso le malattie infettive si dimostra essere un luogo in comunicazione permanente con il mondo esterno. Per ciò che attiene le dinamiche interne al mondo penitenziario pensiamo che la condivisione delle esperienze di lavoro ma anche di emozioni indotte dalla funzione professionale potrebbe confortare e arricchire molto la polizia penitenziaria: il veterano ricco di esperienza che si racconta alle “nuove leve” può essere molto più efficace di un corso di aggiornamento tenuto da specialisti che il contatto quotidiano con il detenuto non lo potranno mai aver vissuto come gli agenti della vecchia guardia. Inoltre la massa di soggetti provenienti da culture diverse e poco familiari per un italiano(rumeni, senegalesi etc…) ci constringe a conosce- Progetto shut-out shut-out Progetto Marco diStefano Shut-out S. o. re quei mondi e cercare di capire come queste persone si relazionino e vivano, altrimenti non possono che sorgere equivoci e dispersioni di energie. A tal fine lo scambio con persone esterne all’ambiente penitenziario ,ma provenienti dalle culture e dai paesi maggiormente rappresentati in questo habitat potrebbe dare chiavi di lettura illuminanti sia sulle reazioni che sui comportamenti che i soggetti provenienti da altre realtà culturali hanno e che differiscono dai nostri. Immaginiamo un portale internet in cui possano confluire queste riflessioni e questi contributi, un luogo virtuale interattivo che permetta di divulgare le esperienze più significative e illuminanti che rendono il lavoro del poliziotto penitenziario un lavoro molto duro ma ricco di umanità. 25 Sto a ffà la caccia, casoche mmommone Passassi pe dde cquela pasciocca, Che vva strillanno c ottanta de bbocca: So ccanniti le pera cotte bbone. Chè la vorìa schiaffà ddrento a ‘n portone E ppo’ ingrufalla indove tocca, tocca; Sibbè che mm’ abbi ditto Delarocca, C’ho la pulenta e mmò mme viè un tincone. Lei l’attaccò ll’antr’anno a ccinqu’o ssei? Dunque che cc’è dde male si cquest’anno Se trova puro chi ll’attacca a llei? Le cose de sto monno accusì vvanno. Chi ccasca casca: si cce sei sce sei. Alegria! Chi sse scortica su’ danno. Giuseppe Gioacchino Belli Francesco Montella Direttore UOC Medicina V (Indirizzo Immunologico) dell’Azienda Ospedaliera San giovanni Addolorata Dal giorno in cui Giuseppe Gioacchino Belli scriveva i suoi sonetti, dipingendo mirabilmente la vita quotidiana e le abitudini dei suoi concittadini, molta acqua è passata sotto i ponti del Tevere. Sono trascorsi quasi due secoli, ma certe abitudini ed attitudini non sono molto cambiate. La “pulenta” (blenorragia) il “tincone” (granuloma inguinale) e le altre infezioni sessualmente trasmesse rappresentano ancora oggi uno dei maggiori rischi per la salute di tutti noi e, soprattutto, dei più giovani fra noi. Inoltre, negli ultimi anni del secolo scorso, tre cavalieri dell’apocalisse, spesso compagni di merenda, hanno fatto la loro comparsa sulla scena mondiale. L’infezione da 26 Michele Tripisciano, Monumento in Piazza Gioacchino Belli, Roma HIV, l’Epatite virale (di tipo B o C) e la Tubercolosi, hanno provocato, insieme, più vittime degli ultimi conflitti mondiali ed hanno dato modo al Quarto Cavaliere di sorridere soddisfatto. Una delle caratteristiche più singolari delle epidemie nell’ultimo secolo è che, a considerarle attentamente, sembrano un gioco di scatole cinesi. Rassomigliano ad una matrioska. Ogni singola epidemia (AIDS, Epatite, Tubercolosi ecc.) è la matrioska madre che nel suo corpo cavo contiene tante bamboline. E le bamboline sono le singole epidemie di cui si compone la pandemia madre. Esistono andamenti epidemiologici “figli” nei diversi “gruppi a rischio” (omosessuali, tossicodipendenti, politrasfusi, eterosessuali promiscui ecc.) ed aree geografiche diverse con diverse caratteristiche di trasmissione delle infezioni. Anche per questo lo studio dell’andamen- to epidemiologico di tali malattie dal punto di vista sovranazionale e globale è molto difficile. L’arma fondamentale per opporsi a siffatte epidemie le quali spesso, come l’araba fenice, rinascono dalle proprie ceneri in virtù della “collaborazione” di nuove emergenze (vedi la nuova emergenza di tubercolosi di sifilide e di altre infezioni opportunistiche che “accompagna” l’epidemia di AIDS) rimane quella dell’ informazione corretta delle persone. La pubblicazione di questo libro va vista direttamente in tal senso. L’ambiente carcerario è giustappunto una delle realtà “singolari” in cui le diverse epidemie coesistono ed assumono un andamento diverso rispetto a quanto accade nell’ambiente esterno al carcere. Il sovraffollamento, la concentrazione in spazi comuni di persone che spesso condividono abitudini “a rischio”, prime fra tutte la tossi- codipendenza e la promiscuità sessuale, i possibili episodi di violenza che talvolta accadono contribuiscono a strutturare un particolare substrato epidemiologico, diverso da quello consueto al quale sono abituati i medici infettivologi e gli operatori sanitari. Al contesto medico inusitato si accompagna spesso un atteggiamento psicologico ugualmente diverso che talvolta perpetua, anche in persone private della libertà personale, i gravi effetti di ciò che normalmente viene indicato come lo “stigma” nei confronti delle persone affette da malattie epidemiche. In questo libro sono raccolti gli atti di un convegno tenuto a Roma sulle malattie infettive in ambiente carcerario. Accanto agli atti del convegno sono state preparate alcune “schede” sulle principali malattie trasmissibili, specialmente importanti per le persone ristrette in carcere. Queste schede, nelle massimo greco Cerveaux quali il contenuto medico è accoppiato ad una veste grafica molto curata e ad opere di artisti contemporanei, sono state preparate con un linguaggio il più possibile “non medico”. Il tentativo è stato quello di usare le stesse parole che, quotidianamente, si usano nei nostri ambulatori per illustrare ai pazienti la propria malattia con un linguaggio fruibile anche dai non addetti ai lavori. Il “target” al quale la pubblicazione è diretta è quello degli agenti di custodia, per un duplice motivo. Innanzitutto per dotare questi operatori di un bagaglio di conoscenze utile sia per il loro lavoro che per la loro vita. In seconda istanza per S. o. far sì che gli agenti di custodia, informati dei rischi e correttamente “formati”, possano passare l’informazione ai loro contatti sia in ambiente familiare che lavorativo. Speriamo che la fatica degli artisti e dei medici che hanno preso parte alla stesura di queste pagine possa essere ricompensata almeno da un aumento della consapevolezza che anche le malattie infettive più temibili possono essere prevenute. Se il nostro sforzo sarà stato utile e il nostro impegno sarà valso ad aumentare il livello di conoscenza degli agenti di custodia e dei detenuti, il tempo impiegato da coloro che hanno lavorato a quest’opera non sarà stato speso invano. 27 F. Montella IERI E OGGI... LUCI E OMBRE F. Montella IERI E OGGI... LUCI E OMBRE La peracottara S. o. Vincenzo Baldini Liberi, nonostante tutto Le malattie trasmesse sessualmente (MST) sono malattie infettive, causate da batteri, virus, funghi o parassiti, che si trasmettono per via sessuale, ma si differenziano per la contagiosità, il decorso della malattia e le possibilità di cura e prevenzione. Ogni anno in tutto il mondo 330 milioni di persone contraggono una malattia a trasmissione sessuale. La MST più temibile è oggi certamente l’HIV poiché non è stato ancora messo a punto un farmaco in grado di sradicare l’infezione e non esiste ancora un vaccino. Il contagio avviene generalmente durante i rapporti sessuali attraverso il contatto diretto di liquidi organici infetti (sperma e secrezioni vaginali) con le mucose. La maggior parte delle MST, in particolare le infezioni da herpes, sono trasmissibili anche tramite rapporti orali, baci e petting (contatto diretto con i liquidi organici infetti). Il contagio per HIV, epatite C (HCV) e 28 epatite B (HBV) può avvenire anche tra una madre sieropositiva e il feto o il neonato. Epatite B/C, malattia da HIV/AIDS e sifilide possono essere trasmesse tramite emotrasfusioni e somministrazione di emoderivati oppure tramite lo scambio di siringhe tra tossicodipendenti. Nei comuni contatti sociali (lavori di casa, ufficio, mezzi pubblici, viaggi e simili) è impossibile infettarsi a condizione che si rispettino le comuni norme igieniche. Le MST possono essere asintomatiche oppure i sintomi compaiono tardivamente. Tale caratteristica comporta la facile trasmissibilità dell’infezione durante i rapporti sessuali non protetti ed è anche il motivo per cui l’apparenza sana del proprio partner sessuale, non costituisce garanzia di non rischiare di acquisire una MST. Per alcune MST, tuttavia, già dopo alcuni giorni dall’acquisizione Malattie Sessualmente Trasmissibili Malattie Sessualmente Trasmissibili franco bianchi Chiusi fuori S. o. dell’infezione, si possono manifestare nella donna: • leucorrea (secrezione bianco/ giallastra vaginale) • prurito o bruciore vulvare • dolore pelvico • dispareunia (dolore durante i rapporti sessuali) • sanguinamento post-coitale nell’uomo: • secrezione giallastra dal pene in entrambi: • disuria (bruciore ad urinare) • aumento di volume dei linfonodi inguinali • vescicole e/o ulcere genitali • arrossamento dei genitali Mucosa: è il rivestimento delle cavità dell’organismo che comunicano con l’esterno tramite orifizi naturali. La funzione delle mucose è quella di rivestire e proteggere le superfici. Svolge inoltre attività secretive e/o di assorbimento. Massimo di clemente Storie di vita S. o. 29 prevenzione mst prevenzione mst PEP La PEP (Post exposere prophilaxis) è la profilassi che viene applicata in seguito a una possibile esposizione al virus HIV. La profilassi post esposizione può essere OCCUPAZIONALE (sia in operatore sanitario che non come gli operatori di pubblica sicurezza), quando si verifica in caso d’infortunio sul lavoro,oppure NON OCCUPAZIONALE (nPEP) per qualsiasi altra situazione considerata a rischio come ad esempio la rottura del preservativo durante un rapporto sessuale a rischio o lo scambio di siringhe. La PEP per HIV è un trattamento di emergenza che utilizza farmaci antiretrovirali che dura 4 settimane e deve essere iniziato il prima possibile o comunque entro le 72 ore dall’esposizione. Il sesso sicuro comprende ogni attività sessuale che riduca il rischio di contrarre o trasmettere una MST. Sesso sicuro significa soprattutto sesso protetto tramite l’uso del preservativo: • L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riassunto in cinque punti le indicazioni per il sesso sicuro: • usare il preservativo ogni volta che si fa sesso, per ogni rapporto (vaginale, anale e oro-genitale) e in particolare con i nuovi partner • ridurre il numero dei partner • evitare le pratiche violente che possono provocare lacerazioni • nel caso di rapporti anali, usare sempre il preservativo con lubrificanti poiché la mucosa anale può lacerarsi facilmente • evitare i rapporti con penetrazione e il sesso orale se uno dei partner ha ulcere genitali o secrezioni anomale. 30 Tutto quello che previene l’HIV, previene la maggior parte delle altre MST. Occorre però ricordare che alcuni rapporti considerati sicuri, ad esempio i rapporti orali, possono avere una minore percentuale di rischio, comunque presente, per l’HIV ma sono il veicolo per trasmettere sifilide, gonorrea, clamidia o herpes. Il sesso orale É una pratica particolarmente frequente, a torto ritenuta sicura contro le malattie. Molte MST infatti possono essere trasmesse con il sesso orale, tra cui gonorrea, herpes, sifilide, epatite B, HIV, clamidia, e parassitosi intestinali come giardiasi e amebiasi. É difficile stabilire con esattezza le probabilità di trasmissione, ma va ricordato che il più delle volte il sesso orale è praticato insieme con altri rapporti rischiosi, come le penetrazioni anali o vaginali. Nel caso dell’HIV ci sono inoltre situazioni che concorrono ad aumentare il rischio di trasmissione orale: la presenza di ulcere, gengive sanguinanti o di altre MST. Il preser vativo Il preservativo (o profilattico o condom) rappresenta il mezzo più sicuro per proteggersi dalle infezioni sessualmente trasmissibili e va usato in occasione di ogni rapporto sessuale: vaginale, anale e orale. Il preservativo infatti diminuisce il rischio del contagio in quanto crea una barriera per i fluidi potenzialmente infettanti (sangue, sperma, secrezioni vaginali) e tra le mucose che possono essere infettate. Purché utilizzato in modo corretto, il preservativo protegge efficacemente da HIV, gonorrea, clamidia, tricomoniasi. Per l’herpes e la sifilide il grado di protezione può essere più basso perché queste infezioni possono essere trasmesse attraverso il contatto con zone cutanee o superfici di mucosa Alfonso m. isonzo Liberi? molto ampie e o non proteggibili dal condom (ad esempio la bocca). Nonostante ciò, l’utilizzo del profilattico è importantissimo ed è assolutamente raccomandabile. L’uso del preservativo è assolutamente indicato: • con i nuovi partner, soprattutto se i partner cambiano con frequenza • quando uno dei partner ha avuto recentemente rapporti sessuali non protetti con un’altra persona • durante il periodo che precede un test che certifichi l’assenza di una MST in entrambi i partner (ricordare che devono passare almeno 3-6 mesi dal rapporto a rischio prima che gli anticorpi diretti contro il virus dell’HIV siano rilevabile nel sangue) • dopo una diagnosi di MST, per tutto il periodo che il medico ha indicato S. o. E se il preser vativo si rompe? Se il preservativo si lacera o si sfila durante il rapporto, non offre più alcuna protezione contro le MST. Se uno dei partner è sieropositivo, i medici specialisti nella cura dell’HIV possono proporre alla persona sieronegativa la cosiddetta profilassi post-esposizione HIV (PEP). Si tratta di un trattamento di emergenza con farmaci antiretrovirali che dura quattro settimane e deve essere iniziato prima possibile e comunque entro 72 ore dall’esposizione al virus. HIV è un virus appartenente alla famiglia dei retrovirus e la terapia antiretrovirale ha lo scopo d’impedire la moltiplicazione del virus. I retrovirus possiedono RNA anziché DNA e per potersi moltiplicare hanno bisogno di enzimi che trasformino l’RNA in DNA con un processo biologico noto come “retrotrascrizione”. Con la retrotrascrizione verrà sintetizzato il DNA e HIV sarà così capace d’infettare l’organismo. Vi sono in commercio diversi farmaci antiretrovirali che possono agire sulle diverse fasi del ciclo vitale di HIV. DNA: il dna è la molecola che contiene l’informazione genetica. Questo viene complessato, nelle cellule con il nucleo, nei cromosomi. Nelle cellule che non possiedono il nucleo può essere più o meno complessato nei cromosomi. 31 Le malattie infettive sono un problema importante nelle comunità penitenziarie in cui si verificano situazioni abitative, alimentari e comportamentali che ne facilitano la diffusione e l’acquisizione. L’eterogeneità della provenienza della popolazione detenuta costituisce un rischio rilevante per l’importazione e la diffusione di patologie non presenti o non più comuni nel nostro paese. L’analisi delle patologie infettive più frequentemente segnalate negli istituti penali indica che la prevalenza massima di infezioni è determinata dalle epatopatie C-correlate e dall’infezione HIV, entrambe in diversi stadi di evoluzione. Inoltre, altri stati morbosi segnalati di frequente in carcere sono la scabbia, le dermatofitosi, la pediculosi, la tubercolosi e la varicella. Alcune patologie sono acquisite prima dell’ingresso nell’istituto penale, anche se casi di trasmissione possono verificarsi durante la reclusione attraverso rapporti sessuali, procedure di tatuaggio, scambio di siringhe e oggetti taglienti, etc. Altre patologie sono prevalentemente acquisite per trasmissione persona-persona a seguito dell’ingresso di un soggetto infestato. Segue tabella riassuntiva delle patologie MST trattate in questa pubblicazione. Paolo viterbini Altrove La profilassi si divide in: • Profilassi GENERICA • Profilassi SPECIFICA La profilassi GENERICA include tutte quelle misure atte a impedire il contatto tra agente patogeno e uomo e comprende: • La notifica alle autorità Sanitarie dell’avvenuta presenza di un nuovo caso o di sospetto di malattia contagiosa. Questa procedura deve essere fatta dal personale sanitario che invierà alla ASL competente le notizie relative al caso. • L’isolamento dei malati, cioè la separazione del soggetto malato da tutte le altre persone, in strutture idonee, escluso il personale sanitario. • La contumacia, ossia l’obbligo di rimanere in un determinato luogo (ad esempio l’ospedale) per un determinato periodo osservando le norme igieniche sanitarie indicate dalle autorità sanitarie. 32 S. o. Malattia Causa Dal contagio alla malattia Terapia note La parola “profilassi” ha origine dal termine greco “prophylàsso” che significa difendere o prevenire in anticipo. Infatti per profilassi s’intende qualsiasi atto medico o di sanità pubblica capace di prevenire le malattie. Sifilide 3 settimane antibiotici giorni antibiotici giorni antibiotici • Disinfezione e disinfestazione dell’ambiente. Mediante la disinfezione si realizza la distruzione dei microrganismi patogeni che si trovano nell’ambiente, negli oggetti di uso comune e nel vestiario. La disinfezione ha lo scopo di impedire la persistenza e la diffusione nell’ambiente degli agenti patogeni mediante l’utilizzo di mezzi chimici e fisici. La disinfestazione è l’insieme di operazioni tendenti all’eliminazione, o per lo meno alla limitazione, dei parassiti e dei loro danni, dalla semplice applicazione di prodotti spray in ambiente domestico, a veri e propri piani di lotta. La disinfestazione si riferisce alla lotta contro gli insetti, mentre le operazioni contro i ratti sono definite “derattizzazione”. capacità di potersi difendere contro singole malattie infettive con l’utilizzo di: Linfogranuloma inguinale giorni antibiotici guarigione completa se diagnosi e cura precoci guarigione completa se diagnosi e cura precoci guarigione completa se diagnosi e cura precoci guarigione completa se diagnosi e cura precoci • I vaccini rappresentano l’arma di memoria per il nostro sistema immunitario. Infatti questi hanno la capacità di imitare in una maniera non dannosa per il nostro organismo gli effetti patologici della malattia. Infezioni da clamidia Infezione HIV Aids Treponema pallidum Neisseria gonorrhoeae Haemophilus ducreyi Soprattutto ceppi di chlamydia Trachomatis Chlamydia trachomatis giorni antibiotici guarigione completa se diagnosi e cura precoci Virus HIV 1/2 test HIV positivo dopo 2 – 6 settimane, al più tardi dopo 3 mesi settimane o mesi farmaci antiretrovirali Herpes simplex, Virus 2 Papillomavirus giorni sintomatica 4 settimane chirurgica Trichomonas vaginalis Candida albicans giorni antiparassitari non sradicabile, il virus resta nell’organismo; moderne terapie prolungano la vita, migliorano la qualità di vita guarigione spontanea o cronicizzazione, possibile terapia antivirale; vaccinazione guarigione parziale, virus può restare nell’organismo guarigione possibile, rischio di cancro della cervice uterina possibile guarigione giorni antimicotici possibile guarigione Phthirus pubis giorni antiparassitari possibile guarigione Sarcoptes scabiei settimane antiparassitari possibile guarigione • Si adottano inoltre misure igieniche sanitarie verso i conviventi. La profilassi SPECIFICA consiste in misure specificatamente indirizzate a prevenire un’infezione in previsione di un’eventuale esposizione o contagio. Ha quindi lo scopo di dare all’individuo la • Somministrazione di anticorpi preformati sotto forma di immunoglobuline umane e di siero di animali vaccinati contro una determinata malattia. Quest’ultimo tipo di profilassi ha il vantaggio d’instaurarsi molto velocemente ma non supera una durata di protezione di 3-4 settimane. Quelle più in uso sono contro il morbillo, l’epatite B, la rosolia, la parotite, la pertosse, il tetano, il virus varicella zoster e la rabbia. • La chemioprofilassi consiste nella somministrazione di farmaci specifici in persone che sono state esposte al rischio di contagio ed è protettiva e limitante al periodo di assunzione farmacologica. Gonorrea Ulcera molle Epatite B HBV/HCV Epatite C Her pes genitale Condilomi Tricomoniasi Infezioni fungine Piattole Scabbia sintomatica, farmaci antivirali Le Malattie Infettive nel Penitenziario Profilassi Generalità 33 Curiosità Trasmissione Le origini della pediculosi risalgono a tempi davvero lontani. Basti pensare che, secondo studi scientifici, la differenziazione tra pidocchio della testa e del corpo risale a circa 70.000 anni fa. Che i pidocchi facessero compagnia agli uomini sin dai tempi più remoti è del resto confermato anche dai reperti storici: i pidocchi sono citati nella Bibbia e nei papiri egizi mentre le lendini sono state rinvenute nei capelli di mummie preistoriche e in antichi ritrovamenti con datazione storica tra il 6900 e il 6300 a.C. In ogni caso, per tutta l'antichità e per molti secoli successivi, la medicina non ha saputo fornire spiegazione alla malattia che è stata a lungo (ed erroneamente) considerata "un’alterazione degli umori dalla cui corruzione nascevano gli insetti molesti". Anche i rimedi per curarla furono tanti e singolari: si passò dall'aglio bevuto in un decotto di origano, all'uso della pasta al miele consigliata dalla cultura araba, dallo "spidocchiamento" in uso in tutto il mondo, e praticato anche tra i primati. Per arrivare alla svolta decisiva si dovette attendere il XX secolo quando, con la II Guerra Mondiale, fecero il loro ingresso sul mercato i primi insetticidi sintetici dell'era moderna. Gli Insetticidi (il sopracitato DDT), tuttavia, furono banditi definitivamente nel 1972 quando ne vennero accertati i nocivi effetti ambientali. Contatto diretto o indiretto con vestiario, biancheria intima o da letto, spazzole, pettini ecc. Per la forma di pediculosi del pube la trasmissione avviene durante i rapporti sessuali. ANDREA MARTINUCCI Crampi mentali La pediculosi è un’infestazione clinica causata dai pidocchi. I pidocchi sono piccoli insetti privi di ali, ectoparassiti (parassiti che vivono all'esterno dell'organismo ospite) dei mammiferi. Il sangue è l'unico nutrimento per le specie che parassitano l'uomo e tutte sono provviste di un apparato buccale pungitore e succhiatore. Gli occhi sono piccoli o mancano e le appendici sono corte e tozze in modo che l'insetto possa aggrapparsi ai peli. Inoltre i pidocchi sono vettori di numerose malattie infettive provocate da batteri chiamati “rickettsia”: il tifo, la febbre recidivante e la febbre delle trincee. Poiché le più diffuse classificazioni indicano come sottospecie i pidocchi del capo e del corpo, noi seguiremo questo stesso criterio indicando i pidocchi del capo come Pediculus huma- 34 Asipjok Reclusi, mezzi morti S. o. nus capitis, i pidocchi del corpo Pediculus humanus corporis e Phtirus pubis i pidocchi della regione pubica. Le carceri sovraffollate come quelle italiane favoriscono la diffusione dell'infestazione da pidocchi poiché quelli del corpo e del capo sono trasmessi per contatto diretto interumano e in seguito a contaminazione della biancheria o del vestiario. I pidocchi del pube (le piattole) invece passano di ospite in ospite durante i rapporti sessuali. La pediculosi può instaurarsi oltre che per il trasferimento dei maschi e delle femmine adulti o di sole femmine gravide, anche mediante il passaggio di uova vitali presenti sugli indumenti e più abbondanti sulle cuciture. Sebbene il tempo di incubazione delle uova sia di circa 8 giorni, esse possono rimanere vitali Prevenzione fino a 35 giorni e non si schiudono a temperature inferiori a 22°C. I pidocchi del capo e del corpo raggiungono lo stato adulto in 10 giorni mentre le piattole in 15. La vita media è di 30-45 giorni a seconda della temperatura e della disponibilità di cibo. Una femmina depone da 50 a 300 uova nel suo ciclo vitale generalmente durante la notte attaccandole ai peli. La temperatura ottimale per la sopravvivenza è intorno ai 30°C e anche piccole variazioni di temperatura favoriscono la loro fuga dall'ospite. Queste “bestioline” sono assai voraci e succhiano il sangue almeno 5 volte al giorno. Segni e sintomi La manifestazione più frequente è il prurito. Le secrezioni salivari dell'insetto, inoculate nei tessuti dell'ospi- te durante la suzione del sangue, possono essere causa d’irritazione e quindi di prurito locale. I problemi seri nascono dalle infezioni batteriche secondarie alle escoriazioni che l'ospite si provoca col grattamento delle sedi irritate. Le conseguenti impetigine (malattia cutanea con pustole) e foruncolosi possono portare a linfoadenopatia cervicale ed a lesioni eczematose. La diagnosi Essa si fonda sul ritrovamento dei pidocchi o delle uova lungo l'asse dei capelli o dei peli estirpati dall'ospite. Poiché le diverse specie mostrano in genere una specificità di sede, i pi- S. o. La misura profilattica principale consiste innanzitutto nel segnalare l’infestazione. La prevenzione dell'infestazione è basata essenzialmente sull'igiene. Alcune precauzioni possono essere prese anche prima che l'invasore attacchi ma non esistono prodotti specifici per prevenire i pidocchi. La miglior prevenzione è basata sull'igiene dei capelli, che vanno lavati frequentemente con i normali shampoo e controllati regolarmente, soprattutto nei soggetti che vivono in comunità affollate come le prigioni. Le teste vanno tenute sotto controllo soprattutto nelle zone della nuca, dietro le orecchie e sulle tempie. Inoltre tutte le persone che hanno avuto contatti con il soggetto infestato devono fare un controllo accurato per escludere la presenza del parassita. La biancheria personale va accuratamente disinfestata; i vestiti devono essere trattati con insetticidi da contatto; i pettini e le spazzole devono essere trattati con acqua a 65° per 10 minuti o in soluzioni insetticidi per un’ora. docchi del capo sono quelli riscontrati in corrispondenza della nuca, mentre quelli del corpo si trovano più frequentemente sulle spalle e sui polsi. Le piattole infine si trovano nella regione inguinale, sulle cosce e occasionalmente sulle ascelle. Come si eliminano i pidocchi Un tempo si ricorreva a metodi drastici come la rasatura dei capelli e di tutti i peli. Ora il trattamento si basa sull'applicazione locale dell'esaclorobenzene in lozione o in shampoo per capelli, che è in grado di uccidere le forme adulte. Per distruggere le successive generazioni di pidocchi originati dalle uova presenti sull'ospite, è necessario ripetere il trattamento dopo 14 giorni. La lesione cutanea PEDICULOSI PEDICULOSI Pediculus humanus (Pidocchio) Fare uno shampoo a cadenza regolare (es. settimanale) con prodotti antiparassitari non previene l'infestazione: infatti nessun prodotto antiparassitario è in grado di svolgere un'azione preventiva. Anzi, l'impiego indiscriminato e prolungato di questi prodotti, espone inutilmente il soggetto alla seppur modesta tossicità del prodotto e potrebbe contribuire all'insorgenza di resistenze. È molto più efficace e sicuro un controllo periodico del cuoio capelluto. L'asciugatura forzata e la stiratura degli indumenti e della biancheria da letto uccidono pidocchi e lendini, come pure la pulitura a secco. L'uso del DDT, nonostante le controindicazioni di tipo ecologico, costituisce ancora oggi il mezzo migliore per la distruzione dei pidocchi. 35 Le dermatofitosi sono da sempre conosciute dall’uomo: alcune forme come la, per certi versi temibile, tinea capitis favosa, erano talmente frequenti sino a qualche decennio or sono, che sono pervenute ai nostri giorni numerose testimonianze pittoriche di soggetti affetti da tale forma morbosa. Molti soggetti affetti da favo, soprattutto appartenenti alle classi sociali più povere, sono stati infatti raffigurati, in numerose opere pittoriche, anche da illustri artisti, specialmente da quelli vissuti nel ‘600 e nel ‘700. É dall’osservazione e dallo studio dei casi di questa particolare forma di tinea che, di fatto, ha avuto inizio la storia moderna della micologia. Le dermatofitosi, come patologia cutanea nell’uomo, sono conosciute sin dai tempi degli antichi Greci che le avevano descritte oltre 2000 anni fa; più recentemente, nel XVI secolo, anche gli Olandesi, nel loro peregrinare per i mari del mondo alla ricerca di nuove terre da conquistare, avevano descritto una forma molto particolare di tinea corporis, la tinea imbricata, dermatofitosi rinvenibile solo in alcune isole dell’Oceania ed in alcune aree del Nuovo Mondo. Con lo studio scientifico dei dermatofiti prende l’avvio la micologia medica umana moderna, essendo stati essi i primi miceti ad essere considerati come possibile causa di patologia negli umani. Il loro studio è iniziato a metà circa del XIX secolo grazie all’interesse di alcuni studiosi europei nei confronti del favo, una forma di infezione sostenuta da un dermatofita, assai frequente all’epoca in Europa, che aveva carattere epidemico, colpendo larghe fasce della popolazione. Uno studioso francese, Raimond Sabouraud, compì fondamentali studi sui dermatofiti; i suoi lavori furono raccolti nel volume “Les Teignes” pubblicato nel 1910 a Parigi. Sviluppò un terreno, utilizzabile anche per la coltura dei dermatofiti, che fu chiamato in suo onore Sabouraud agar; questo metodo, benché modificato, è ancora oggi utilizzato e rappresenta il terreno di coltura di riferimento per molti gruppi di funghi. Le dermatofitosi o dermatofizia sono delle infezioni causate dai dermatofiti, che sono un gruppo di funghi cheratinofili, in grado di parassitare i tessuti cheratinizzati: lo strato corneo1 dell’epidermide e gli annessi cutanei (capelli, peli e unghie nell’uomo). Non possono invece parassitare le mucose. I dermatofiti, come del resto gli altri funghi, crescono preferenzialmente in ambiente umido e poco areato condizioni che si verificano soprattutto nelle pieghe cutanee. Le dermatofitosi vengono denominate internazionalmente con il termine latino tinea (verme o larva di insetto), seguito dalla specificazione, del sito anatomico parassitato: ad esempio, la dermatofizia dell’unghia prende il nome di tinea unguium, la dermatofitosi della piega dell’inguine viene definita tinea cruris, l’infezione del cuoio capelluto e dei suoi annessi si denomina tinea capitis. In Italia queste dermatiti sono comunemente note come “tigne”, mentre 36 TINEA Dermatofiti Curiosità il termine popolano “tignoso”, che indica colui che è affetto da tigna, è carico di numerosi significati negativi (fastidioso, puntiglioso, stizzoso) ad indicare il senso di fastidio, di sofferenza, di malessere e, in senso lato, la negatività che poteva provocare nell’immaginario collettivo una patologia un tempo molto frequente, non facilmente curabile. Le dermatofitosi sono micosi superficiali poiché i dermatofiti non sono capaci di parassitare il derma e di diffondere negli organi interni. Il contagio può avvenire sia per via diretta (come per tinea cruris inquadrabile anche come malattia sessualmente trasmissibile), sia per via indiretta (per mezzo di cappelli, vestiti, lenzuola, rasoi, forbici, pettini, spalliere di poltrone di cinematografi e teatri ecc.), sia ancora per autoinoculazione (come per tinea unguium). Le strutture associate al contagio sono gli artroconidi e le clamidospore che si trovano all’interno o all’ester- no dei capelli o delle squame cutanee. Quelle di talune specie possono persistere nell’ambiente per molti mesi, forse per anni, soprattutto se presenti all’interno dei peli o delle squame. La trasmissione delle strutture infettanti attraverso l’aria è stata valutata in alcuni studi, attraverso vari sistemi di captazione delle stesse; sono state così rinvenute, nell’aria, spore appartenenti ad alcune specie dermatofitiche. Il ruolo nella diffusione delle dermatofitosi per mezzo del veicolo atmosferico è però tuttora da verificare, anche se teoricamente possibile. 1 Strato corneo Strato superficiale dell’epidermide. L’epidermide è costituita da diversi strati e lo strato coreo rappresenta “la cute”. Lo strato corneo è composto da due parti: una porzione profonda costituita da cellule dette corneociti e una porzione superficiale dove le cellule tendono a separarsi per desquamazione e sono dette “squame cornee”. ANDREA Pacini cattività In generale si utilizza il termine tinea per identificare un’infezione da dermatofita seguito dal nome del sito coinvolto (tinea capitis per indicare l’infezione del capillizio, tinea manuum per indicare l’infezione della mano ecc). Le tinee o dermatofitosi sono infezioni estremamente frequenti e tra queste infezioni la tinea pedis. Quando la dermatofitosi è causata da un dermatofita antropofilico (es: tinea pedis causata da tinea rubrum) la lesione cutanea tende ad essere cronica, persistente e recalcitrante alla terapia. Sebbene non vi siano resistenze particolari agli antimicotici la ricorrenza arriva fino al 70% dei casi. Questa può essere causata sia dal fallimento nello sradicare l’infezione originale sia da rein- S. o. fezione. Si ritiene tuttavia che il maggior fattore di ricorrenza sia la persistenza di spore all’interno delle strutture cutanee. Un’altra causa di ricorrenza è l’interruzione precoce del trattamento quando le manifestazioni cutanee sono risolte. Le dermatofitosi possono diventare particolarmente virulente nei soggetti immunodepressi. I criteri diagnostici sono clinici e di laboratorio. Diversi sono i fattori che possono favorire lo sviluppo dei dermatofiti sulla cute: • condizioni fisiologiche • caratteristiche anatomiche. I capelli sembra possano catturare le artrospore veicolate dall’aria; l’incavo dello strato corneo della lamina distale dell’unghia può catturare i dermatofiti; gli spazi interdigitali dei piedi e le pieghe crurali nel maschio sono fisiologicamente occlusi e perciò favoriscono lo sviluppo dell’infezione; probabilmente ciò è dovuto all’aumento di idratazione dell’epidermide occlusa ed all’emissione di diossido di carbonio che potrebbe favorire la crescita dei dermatofiti; l’ipercheratosi fisiologica palmoplantare favorisce l’impianto dei dermatofiti; l’età avanzata sembra predisporre alle dermatofitosi; il gruppo sanguigno A sembra predisporre alla cronicizzazione delle dermatofitosi. È noto che, condizioni climatiche particolari, ove l’alto tasso di umidità relativa dell’aria è associata a temperature medie elevate (clima caldo umido), si associano a prevalenze elevate di dermatofitosi. • Tinea pedis o piede d’atleta: si osserva di preferenza al quarto spazio 37 TINEA TINEA Lucia Di Pasqua Stretti di mano interdigitale dove si nota una macerazione della cute al fondo dello spazio stesso oppure uno spacco ragadiforme. Altri spazi possono essere interessati. Spesso si accompagna con eritema e vescicolazione al dorso dell’avampiede o in sede plantare. • Tinea corporis: si presenta come un anello infiammatorio desquamante con qualche vescicola al tronco e agli arti. Nelle lesioni datate si possono osservare più cerchi o semicerchi. • Tinea cruris: anch’essa molto frequente e si associa spesso alla tinea pedis. Si presenta come un eritema desquamante che termina a margine netto coinvolgendo la piega inguinale e la faccia interna delle cosce. • Tinea unguium: più frequente alle lamine ungueali dei piedi, spesso in associazione con la tinea pedis, la lamina più colpita è quella 38 S. o. dell’alluce. L’unghia appare friabile, con perdita della trasparenza e con assunzione di colorazioni varie dal giallo al verde al blu. • Tinea capitis: colpisce il capillizio e si manifesta solo nell’età prepubere o nel grande anziano. Si manifesta con chiazze alopeciche per rottura del capello allo sbocco follicolare. L’agente più comune. Altre Tinee abbastanza comuni sono: tinea barbae, tinea manuum. Diagnosi La diagnosi può essere posta attraverso l’esame microscopico diretto che si effettua prelevando con una lama da bisturi le squame dal bordo della lesione, frammenti di unghie o di capelli. Si ricercano le ife settate caratteristiche dei dermatofiti. Per l'esame colturale si prelevano squame o frammenti di unghie o di capelli e si seminano sul terreno colturale. La crescita dei dermatofiti è lenta e occorrono 15-20 giorni per avere una risposta. L’esame microscopico diretto identifica nella cute la presenza di ife fungine, l’esame colturale identifica la specie Cura La maggior parte delle Tinee può essere trattata con terapia topica mentre la tinea capitis e la tinea unguium richiedono il più delle volte la terapia topica e sistemica. In generale il trattamento deve protrarsi per tempi lunghi anche dopo la regressione delle manifestazioni cliniche. La maggior parte delle dermatofitosi si manifesta in zone cutanee umide, calde e poco ventilate, occorre pertanto consigliare l’asciugatura completa, indumenti e calzari areati. Augusto Orestini Chiusi fuori Il trattamento si avvale di agenti non specifici e di agenti fungini veri e propri. Il più famoso tra gli agenti non specifici è la Tintura di Castellani o fucsina fenicata. Molto usata in passato specie in ambiente militare è oggi in disuso soprattutto per la colorazione rossa e i possibili effetti tossici. Il trattamento con crema a base di zolfo è invece ancora attuale. Lo zolfo specie nella forma colloidale, ha una decisa azione antifungina formando, a contatto con la cute, una sostanza particolamente tossica per i funghi. Lo zolfo ha il vantaggio, rispetto ai farmaci antimicotici, di legarsi allo strato corneo e far perdurare la sua azione per lungo tempo. In pratica si può utilizzare come trattamento tramite una applicazione al giorno e come mantenimento tramite una applicazione settimanale. Per favorire il distacco e l’eliminazione delle squame parassitate, S. o. allo zolfo si può associare l’acido salicilico. Gli agenti antifungini sono divisi in topici e sistemici. Per le dermatofitosi i farmaci sistemici si utilizzano in particolari condizioni quali l’impossibilità di far penetrare il farmaco per via topica oppure in condizioni di infezione molto estesa, in pazienti intolleranti alla terapia topica, quando la terapia topica ha fallito, in pazienti immunosoppressi. 39 La scabbia è una malattia conosciuta da tempi antichi, grazie a studi archeologici sull'Egitto si pensa che sia stata scoperta oltre 2.500 anni fa; ne parla Aristotele (384 - 322 AC) in un passo nel quale cita il termine "acaro". In seguito il medico dell'antica Roma Celsus ne descrisse per primo le caratteristiche cliniche, e a lui si deve l'origine del nome della malattia: scabbia. Molti furono gli scritti che ne descrivevano le manifestazioni, fra cui quello del medico arabo Abu el Hasan Ahmed el Tabari nel 970. L'eziologia è stata descritta per la prima volta da Giovanni Cosimo Bonomo e Cestoni nel 687, non in un documento ufficiale ma in una lettera. Per una pubblicazione medica al riguardo si dovette aspettare sino al 1868. Pare che Giovanni Boccaccio sia morto per complicanze della scabbia. Inferno canto XXIX La gran rabbia del pizzicor, che non ha più soccorso, e sì traevan giù l’unghie la scabbia, come coltel di scardova le scaglie o d’altro pesce che più larghe l’abbia. “O tu che con le dita ti dismaglie” Cominciò l’ duca mio a l’un di loro “e che fai d’esse tal volta tanaglie” dinne s’alcun Latino è tra costoro che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti letteralmente a cotesto lavoro Segni e sintomi Prurito che insorge dopo 6-7 settimane dal contagio, lesioni cutanee pruriginose che interessano mani, ascelle, ombelico, zona mammaria e zona genitale maschile. Segno clinico tipico è il cunicolo, che appare come una sottile rilevatezza lineare della cute. SCABBIA SCABBIA Curiosità Dante Alighieri Trasmissione Può avvenire tramite contatti diretti e contatti indiretti (uso promiscuo d’indumenti e asciugami). Diagnosi Esaminare le zone tipiche di presenza dei cunicoli e delle lesioni. Diagnosi certa: mediante estrazione del parassita dalla lesione cutanea. Prevenzione La contagiosità della scabbia richiede l’allontanamento dei malati e il trattamento precauzionale dei soggetti che sono venuti a contatto con il soggetto infetto. Rispettare le norme igieniche personali e dell’ambiente dove è importante fare una disinfezione. Lavare indumenti a 60°. La scabbia è una malattia infettiva altamente contagiosa, causata dall’acaro Sarcoptes scabiei. Il parassita ha una forma ovoidale e sulla superficie ventrale possiede 4 paia di zampette, mentre sulla superficie dorsale due antenne dirette verso l’indietro. Appartenente all’ordine degli Artropodi 1 è in grado di vivere e di riprodursi solo su ospiti a sangue caldo (uomini e animali). L’acaro riesce a invadere gli strati più superficiali dell’epidermide, formando gallerie (cunicoli) che si estendono a volte fino allo strato granuloso. Gli acari della scabbia sono diffusi in tutto il mondo. Questa patologia non è limitata alle classi povere, secondo una comune ma errata credenza, ma può verificarsi in individui di qualsiasi classe sociale, con qualsiasi tipo di occupazione e di tutte le età. È più frequente nei giovani adulti al di sotto 40 dei 30 anni e nei bambini, nei dormitori, nelle scuole e non da ultimo nelle carceri, perché in queste comunità le persone sono a stretto contatto gli uni con gli altri, dato che la trasmissione della scabbia avviene per contatto interumano diretto. Il soggetto infestato in genere ospita circa 10 femmine adulte e numerosi maschi e ninfe. Le femmine sono molto mobili e sono capaci di penetrare per una profondità di circa 2,5 cm nell'epidermide in 20 minuti. Il ciclo vitale inizia quando questi perfidi animaletti vengono trasmessi a un ospite per contatto fisico. Le femmine si accoppiano sulla superficie della cute e scavano subito dopo nella cute cominciando la deposizione delle uova circa due giorni dopo. Ogni femmina ne depone da due a quattro al giorno nella galleria scavata nella pelle. Le uova sono soli- tamente mescolate agli escrementi dell'artropode. Dopo 4-6 giorni dalle uova fuoriescono le ninfe (larve dell'acaro) che migrano sulla superficie cutanea, dove mutano e di nuovo penetrano nella pelle. Nelle gallerie le larve mutano altre due volte prima di raggiungere la maturità. A questo punto ritornano sulla superficie per accoppiarsi e ricominciare il ciclo. Il ciclo vitale in buona sostanza dura 14-17 giorni. Gli acari sono presenti in misura più abbondante sulle mani e sui polsi dove si nutrono dei tessuti cutanei. Sintomi e Diagnosi Il paziente con la scabbia (la rogna) lamenta principalmente un intenso prurito notturno, che in realtà è di origine allergica per una reazione di sensibilizzazione dell’ospite e compare soltanto diverse settimane dopo l’infestazione. Enrico Blasi Ubar Takua Non c’è relazione tra sede delle lesioni e distribuzione degli acari. Le papule eritematose che costituiscono le tipiche lesioni osservabili sul tronco e sull’addome, si riscontrano anche in corrispondenza delle ascelle, della vita, dei polsi, dell’inguine, delle natiche, delle ginocchia e delle piante dei piedi; sono comuni anche lesioni del pene, sullo scroto. Poiché le papule persistono anche diverse settimane dopo la distruzione degli acari, è opportuno avvisare il paziente in modo da evitare che egli prolunghi inutilmente la terapia. Poiché l’aspetto delle papule della scabbia non è peculiare, la diagnosi eziologica dipende dal ritrovamento degli acari, delle loro uova o dei prodotti fecali; la ricerca si esegue su S. o. materiale prelevato per scarificazione della cute in corrispondenza di papule di recente formazione, mediante un bisturi sterile precedentemente immerso in olio minerale. L’olio minerale scorre sopra la papula che poi va energicamente scarnificata più volte con la lama. Una volta distrutta la papula, si trasferisce il materiale cutaneo con l’olio su un vetrino che viene esaminato al microscopio ottico. re per tutta la notte prima di toglierlo con il lavaggio. Il crotamitone si usa in maniera simile, soltanto che va massaggiato energicamente perché penetri nella pelle. È opportuno praticare una seconda applicazione dopo 24 ore. Lo zolfo è utilizzato in preparati a base di petrolio e deve essere applicato per tre notti consecutive. 1 Artropodi Con questo termine si indicano animali invertebrati provvisti di uno scheletro esterno (esoscheletro) e di zampette articolate (da cui deriva la terminologia artropode). Sono in grado di vivere e di riprodursi solo su ospiti a sangue caldo (uomini e animali). Cura Scabicidi di uso comune sono l'esaclorobenzene, il crotamitone, e lo zolfo. Quello che attualmente è prescritto con maggiore frequenza è l'esaclorobenzene. Si applicano circa 30 g del farmaco su tutta la superficie corporea, esclusa la testa, ed è consigliabile lasciarlo agi- 41 Io mi chiamo Pasquale Cafiero e son brigadiero del carcere oiné Io mi chiamo Cafiero Pasquale, sto a Poggio Reale dal cinquantatré E al centesimo catenaccio alla sera mi sento uno straccio Per fortuna che al braccio speciale c’è un uomo geniale che parla con me... ...ma alla fine m’assetto papale, mi sbottono e mi leggo ‘o giornale Mi consiglio con don Raffaé mi spiega che penso e bevimmo ‘o café GRELO Libero arbitrio A che bello ‘o café, pure in carcere ‘o sanno fa Co’ a ricetta che a Ciccirinella, compagno di cella, c’ha dato mammà... S. o. EPATITE C EPATITE C Don Raffaè Fabrizio De Andrè Adrian Tranquilli I’ll never get to you L'epatite C è una malattia importante del fegato, causata dal virus dell'epatite C, che determina danni al fegato fino alla cirrosi epatica e in alcuni casi la morte. Il virus dell'epatite C può essere trasmesso sessualmente o per contatto con sangue o liquidi del corpo (sperma, infezioni vaginali e latte materno) di individui infetti. Esso può essere trasmesso attraverso: • Scambio di siringhe e droghe • Esposizione al sangue o altri liquidi corporei di una persona infetta • Trasfusione di sangue o terapia con emoderivati infetti • Contatto sessuale (vaginale, anale o orale) con una persona infetta • Uso di lamette da barba o aghi per tatuaggi contaminati • Gravidanza e/o parto (esposizione perinatale) 42 A differenza dell'epatite B, non esiste alcun vaccino protettivo contro l'epatite C, e la prima infezione del virus dell'epatite C non protegge contro successive infezioni come è nel caso dell'epatite B. Sintomi e decorso Per ridurre i rischi: • Evitare di scambiare le siringhe incaso di uso di droghe • Evitare la foratura della pelle (piercing) e i tatuaggi • Seguire sempre le precauzioni standard se si lavora in strutture sanitarie • Usare cautela quando si maneggiano oggetti che possono presentare sangue infetto dal virus dell'epatite C su di essi (come lamette da barba, spazzolini da denti, forbicine per le unghie, assorbenti igienici) • Sebbene il rischio di trasmissione del virus dell'epatite C sia basso, usare profilattici di lattice o di poliuretano con tutti i partner sessuali casuali. L'epatite C può causare: • Affaticamento • Nausea o vomito • Febbre e brividi di freddo • Urina color scuro • Feci chiare • Colorazione gialla degli occhi e della pelle (ittero) • Dolore nel fianco destro, che può diffondersi nella schiena Molte persone infettate con l'epatite C non presentano sintomi o ne presentano solo lievi. Generalmente i sintomi dell'epatite C non sono tanto gravi come quelli dell'epatite B. Il 50-80% delle persone infette sono incapaci di azzerare l'infezione e diventano portatori cronici. Dei portatori cronici, il 50-70% svilupperà un'epatite attiva cronica e sarà a rischio maggiore di cirrosi, insufficienza epatica e cancro del fegato. Tutte le persone con il virus dell'epatite C sono potenzialmente contagiose. Epatite e gravidanza Non esiste alcuna prova concreta che le donne con l'infezione dell'epatite C siano a rischio maggiore di avere complicazioni durante la gravidanza, ma le donne con malattia del fegato avanzata sono a rischio più alto di soffrire complicazioni durante tale periodo. Le donne con l'infezione dell'epatite C di solito hanno bambini sani. La trasmissione dell'epatite C dalla madre al bambino può accadere, ma appare essere relativamente rara, seguendo procedure come il taglio cesareo. Diagnosi e cura L'epatite C può essere diagnosticata con diversi esami del sangue. Questi esami determinano la presenza di anticorpi contro il virus dell'epatite C, oppure quantificano esattamente le unità del virus present nel plasma di un paziente. La terapia a base di interferone è efficace in circa il 20% dei pazienti con il virus dell'epatite C. A differenza del trattamento per l’HIV, quello per l’epatite C non dura tutta la vita. Esso consiste in 24 o 48 settimane di trattamento e la durata del trattamento dipenderà dal genotipo del virus dell’epatite C responsabile dell’infezione. Un esame effettuato dopo 12 settimane di trattamento può predire se il soggetto risponderà al trattamento. Attualmente la terapia per l’epati- te C si basa sull’uso di interferone peghilato e ribavirina. Il trattamento con una combinazione di interferone peghilato e ribavirina è oggi il trattamento standard poiché fornisce i risultati migliori ed è il livello di cura raccomandato dalle linee guida internazionali. I sintomi dell'epatite possono essere curati. Per esempio il limitare i grassi e il bere molti liquidi può aiutare ad alleviare i sintomi come nausea, vomito, e diarrea. Inoltre viene raccomandato che gli individui con l'epatite C: • si riposino molto • bevano molti liquidi • seguano una dieta con prevalenza di carboidrati e normolipidica • evitino l'alcool 43 S. o. Per la profilassi è importante l’educazione sanitaria dei portatori cronici e dei loro conviventi così come quella dei gruppi a rischio di trasmissione sessuale e con sangue infetto. Bisogna evitare i rapporti a rischio e l’uso in comune di aghi, rasoi, spazzolini da denti, forbici, e altri strumenti pungenti e taglienti per l’igiene personale. Utilizzare aghi e siringhe monouso o adeguatamente sterilizzati. Per la profilassi specifica è disponibile un vaccino altamente protettivo e privo di rischi. Il vaccino è obbligatorio dal 1991 per tutti i nuovi nati. Inoltre il vaccino deve essere effettuato a soggetti considerati categorie a rischio tra cui rientrano i detenuti degli istituti di prevenzione e di pena. Per l’epatite B così come per l’HIV esiste una profilassi post esposizione nei casi considerati a rischio. Nel caso in cui si debba intervenire in una situazione nella quale un detenuto ha compiuto gesti di autolesionismo e sia presente sangue bisogna necessariamente ricorrere all’utilizzo di guanti, mascherine, e occhialini per evitare il rischio di manipolare sangue potenzialmente infetto. NON manipolare mai il sangue potenzialmente infetto senza opportuna cautela. Danno epatico Il virus dell’epatite B non causa un vero e proprio danno alla cellula epatica, perché questa è in grado di tollerare l’infezione che viene causata da questo potente virus. Il vero danno alla cellula epatica è provocato dal sistema immunitario, che determina la morte della cellula con un processo denominato necrosi. Per questo motivo l’infezione non determina sempre l’epatite, perché si può creare una situazione in cui il virus, pur replicandosi nelle cellule si nasconde al sistema immunitario e non provoca danno alle cellule epatiche. Si crea cosi uno stato definito di “immunotolleranza”, in cui il sistema immunitario non “vede” il virus che ha infettato la cellula e non mette in atto i meccanismi di “distruzione cellulare”. Quando invece il virus scopre le sue armi sulla superficie cellulare epatica, il sistema immunitario riconosce il virus e mette in atto una risposta che determinerà il danno epatico (citotossicità). Se il sistema immunitario non riesce a eliminare completamente il virus, l’epatite evolve nella forma definita “epatite cronica”. L’epatite B è una malattia del fegato, causata dal virus dell'epatite B, che attacca direttamente il fegato e può portare a una sintomatologia molto intensa, danni importanti al fegato, e in alcuni casi alla morte. La malattia è estremamente contagiosa (fino a 100 volte in più rispetto ad HIV) e può essere trasmessa sessualmente o per contatto con sangue o liquidi del corpo infetti. Sebbene il virus dell'epatite B possa infettare le persone di tutte le età, i giovani adulti e gli adolescenti sono quelli a rischio maggiore. Sebbene non esista alcuna cura per l'epatite B, esiste un vaccino sicuro ed efficace che può prevenire la malattia. Il virus dell'epatite B è altamente contagioso e si diffonde attraverso contatto con il sangue e con altri liquidi del corpo (inclusi lo sper- 44 EPATITE B EPATITE B Profilassi e vaccino ma, secrezioni vaginali, saliva e latte materno) di individui infetti. Esso può essere trasmesso attraverso: • il contatto sessuale (vaginale, anale o orale) con una persona infetta • emotrasfusioni o emoderivati • scambio di siringhe, droghe e gli arnesi della droga • impiego di oggetti taglienti (spazzolini, forbici, pettini, rasoi, spazzole da bagno contaminate da sangue infetto) • esposizione occupazionale al sangue o altri liquidi corporei di una persona infetta • gravidanza e/o parto (esposizione perinatale) Il virus resiste in ambienti esterni fino a 7 giorni, per cui il contagio è possibile anche per contatto con oggetti contaminati. Sebbene sia raro, la trasmissione in famiglia (trasmissione senza una riconosciuta esposizione al sangue, sessuale o perinatale) dell'epatite B è stata documentata soprattutto fra i bambini che vivono con membri familiari che sono portatori di epatite B. Viene ritenuto che il virus sia trasmesso probabilmente per esposizione non riconosciuta alle membrane mucose o lievi tagli nella pelle. Per l’epatite B esiste un vaccino preventivo sicuro ed efficace. Questo vaccino, reso disponibile sin dal 1982, fornisce protezione contro l'epatite B in 90-95% di soggetti vaccinati. Essere vaccinati è la migliore maniera di ridurre il rischio di contrarre l'epatite B. Il periodo di incubazione varia fra 45 e 180 giorni, ma si attesta solitamente fra 60 e 90 giorni. Francesco Romagnoli Ferro-Vetro-Aria-Cielo Sintomi e decorso Molte persone con l'epatite B sono asintomatiche o presentano solo lievi sintomi. Tuttavia, alcune persone provano sintomi simili all'influenza o possono sviluppare l'ittero (colorazione gialla degli occhi e della pelle). I sintomi dell'epatite B comprendono : • affaticamento (astenia), • nausea • vomito, • disturbi addominali, • febbre, • urina di colore scuro, • feci chiare, • ittero (colorazione gialla degli occhi e della pelle), • dolore nel fianco destro, che può diffondersi nella schiena. Un piccolo numero di individui (5-10%) è incapace di azzerare l'infezione e diventa portatore cronico. S. o. Dei portatori cronici, il 10-30% svilupperà malattia del fegato cronica o cirrosi. Inoltre i portatori cronici possono infettare gli altri durante tutta la loro vita, e il loro rischio di sviluppare cancro al fegato è 200 volte superiore. Epatite e gravidanza La donna incinta affetta da epatite B può trasmettere il virus al bambino durante il parto. La maggior parte dei bambini infetti che non vengono curati immediatamente diventeranno portatori cronici e saranno a rischio più alto di cirrosi del fegato, insufficienza epatica e cancro del fegato. Pertanto tutte le donne in gravidanza devono essere esaminate per il virus dell'epatite B. Se una donna incinta viene trovata positiva al virus, una terapia per il bambino deve iniziare immediatamente dopo il parto. La terapia per i neonati infatti include il vaccino dell'epatite B come pure l'immunoglobulina del virus dell'epatite B. Inoltre il bambino riceverà le due punture aggiuntive di vaccinazione durante le successive visite. Le donne con malattia del fegato avanzata sono a più alto rischio di complicazioni durante la gravidanza. Diagnosi e cura Non esiste nessuna specifica terapia o cura per l'epatite acuta e nessun farmaco può alterare il corso dell'infezione una volta che qualcuno si ammala. Tuttavia per gli individui con epatite cronica, la terapia a base di interferone può aiutare. Alcune volte, nei casi più gravi, è necessario il trapianto del fegato. 45 EPATITE A EPATITE A Sauro todaro Wild cherry S. o. enterite e guarire spontaneamente senza venire a conoscenza delle sue reali condizioni di salute. L'epatite A è una malattia altamente contagiosa che interessa il fegato. Ne è responsabile un piccolo virus ad RNA, chiamato dagli anglosassoni HAV (virus dell'epatite A), che si trasmette attraverso il consumo di alimenti e bevande contaminate o tramite il contatto diretto con persone infette. Fortunatamente, la A non è così pericolosa come le altre forme di epatite, ma, seppur raramente, può complicarsi nella temibile epatite fulminante specialmente in quei soggetti affetti da altre epatopatie. Per questo motivo, è bene non sottovalutarla e adottare tutte le norme necessarie a prevenirla, prima fra tutte la vaccinazione delle persone a rischio. Il virus dell'epatite A si replica nel fegato e viene eliminato all'esterno tramite le feci. 46 In presenza di un'infezione lieve, la malattia si risolve spontaneamente anche in assenza di trattamento medico. A differenza dell'epatite B e C, l'infiammazione epatica sostenuta dall'HAV ha un decorso acuto, non cronicizza, non facilita l'insorgenza di cirrosi e cancro del fegato nel lungo periodo e non lascia la condizione di portatore cronico. Il virus dell'epatite A, comune in condizioni igieniche carenti, ha un periodo d’incubazione che va dai 6 ai 50 giorni (in genere 30), al termine del quale il paziente può accusare febbre e malessere. Alcune persone, comunque, non presentano alcun segno o sintomo. Sintomi Insorgono spesso improvvisamente, tanto che il malato può confonderli con quelli tipici di una gastro- I sintomi più comuni sono la stanchezza, nausea, vomito e diarrea, dolori muscolari e addominali, localizzati soprattutto nell'area epatica (lato destro del corpo al di sotto delle ultime coste), perdita di appetito, colorazione scura delle urine, febbre leggera e prurito. Dopo circa una settimana la pelle e la parte bianca degli occhi possono assumere un colorito giallastro (ittero), che talvolta persiste sino a tre settimane. Le complicazioni gravi dell'epatite A sono estremamente rare, tanto che la maggior parte delle persone colpite va in contro ad una spontanea remissione dei sintomi entro uno o due mesi; più raramente, la malattia può causare recidive che ne prolungano i tempi di guarigione oltre i sei mesi. Trasmissione Il virus dell'epatite A si trasmette generalmente per via oro-fecale, vale a dire attraverso il consumo di acqua ed alimenti contaminati da feci infette. È quindi sufficiente che una persona portatrice del virus manipoli del cibo, senza essersi accuratamente lavata le mani dopo un soggiorno alla toilette, per trasformarlo in un pericoloso veicolo di infezione. Il virus dell'epatite A è abbastanza resistente alle alte temperature, ma muore dopo una bollitura di 5-10 minuti. Per questo motivo il rischio di infezione è elevato in presenza di condizioni igieniche carenti ed in assenza di un'adeguata cottura degli alimenti. Abbastanza diffusa risulta la trasmissione dell'epatite A tramite rapporti sessuali di natura proctogenitale o ano-linguale. L'infettività è massima nel periodo compreso tra le due settimane che precedono l'esordio della malat- MAGHI SPANI Evasione tia e i 7 giorni che lo seguono. In questo periodo, il virus si concentra nelle feci, ma si riscontra, in minime quantità, anche nel sangue e nella saliva. Di conseguenza, l'epatite A è contagiosa già nella fase di incubazione, ancor prima che compaiano i sintomi ad essa riconducibili. L'epatite A è quindi più diffusa tra: • persone che hanno rapporti sessuali non protetti di natura anale ed ano-linguale • persone che si sono iniettate droghe o hanno condiviso la siringa assieme ad altri • persone che utilizzano droghe non iniettabili (il rischio è minore rispetto al punto precedente, ma bisogna considerare che la tossicodipendenza si accompagna spesso a scarse norme igieniche persona- S. o. li e che le droghe possono essere occultate nel tratto intestinale o contaminate in altro modo) • persone che contraggono rapporti stretti con individui infetti. Diagnosi L'infezione da epatite A può essere facilmente diagnosticata da un semplice esame del sangue, anche in assenza di sintomi. I valori della bilirubina e delle transaminasi salgono in caso di danno epatico, a maggior ragione se indotto dall'HVA. Per porre una diagnosi certa bisogna trovare gli anticorpi specifici contro l'epatite A. Dal momento che questi appaiono nel sangue solamente dopo settimane o addirittura mesi dal contagio, eseguire il monitoraggio delle immunoglobuline anti HAV in epoca precoce comporta un alto numero di falsi 47 Per la profilassi è importante l’educazione sanitaria dei portatori cronici e dei loro conviventi, così come quella dei gruppi a rischio di trasmissione sessuale e con sangue infetto. Bisogna evitare i rapporti a rischio e l’uso in comune di aghi, rasoi, spazzolini da denti, forbici, e altri strumenti pungenti e taglienti per l’igiene personale. Utilizzare aghi e siringhe monouso o adeguatamente sterilizzati. Per la profilassi specifica è disponibile un vaccino altamente protettivo e privo di rischi. Il vaccino è obbligatorio dal 1991 per tutti i nuovi nati. Inoltre il vaccino deve essere effettuato a soggetti considerati categorie a rischio tra cui rientrano i detenuti degli istituti di prevenzione e di pena. Per l’epatite B così come per l’HIV esiste una profilassi post esposizione nei casi considerati a rischio. Complicanze In linea di massima, la gravità della malattia è direttamente proporzionale all’età del soggetto infetto. Fortunatamente, l’infezione è generalmente autolimitante, nel senso che il fegato guarisce completamente, di solito nel giro di uno o due mesi, senza subire danni permanenti. Gli anziani e le persone che soffrono di malattie debilitanti, come anemia, diabete o problemi cardiaci, sono più esposti a ricadute e richiedono un tempo superiore per guarire. La complicanza più grave dell’epatite A, anche se estremamente rara, è l’epatite fulminante. Si tratta di una condizione molto grave, che causa insufficienza epatica e può mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del paziente. Il rischio è maggiore per le persone con un fegato già sofferente a causa di determinate patologie (altre forme di epatite) o dell’abuso di alcol o di determinati farmaci. Come accennato, non sembra che questo virus abbia un ruolo nell’induzione dell’epatite cronica attiva o della cirrosi. negativi (persone che, pur essendo ammalate, appaiano sane alla luce dei risultati forniti dal test). Per questo motivo, la diagnosi si basa soprattutto sulla ricerca di anticorpi IgM anti-HAV, che compaiono precocemente e scompaiono con altrettanta rapidità dopo pochi mesi. Gli anticorpi IgG anti-HAV, invece, compaiono durante la fase di convalescenza e permangono per tutta la vita. Di conseguenza, gli anticorpi IgM rappresentano un marker di infezione acuta, mentre gli IgG testimoniano una pregressa esposizione al virus dell'epatite A e l'immunità nei suoi confronti. Cura Per l'epatite A la miglior cura è la prevenzione. Non è infatti disponibile una cura specifica contro l'HAV, se non la precoce somministrazione di gam- 48 EPATITE A EPATITE A Profilassi e vaccino maglobuline standard (anticorpi) entro 7-14 giorni dal contagio. Di conseguenza, se i sintomi sono già comparsi, questa strada non è più percorribile e ci si limita a monitorare la progressione della malattia, che, nella stragrande maggioranza dei casi, regredisce spontaneamente. Per non stressare ulteriormente un fegato già provato dall'infezione, il paziente viene spesso invitato a seguire alcune semplici norme dietetiche. Innanzitutto, l'ammontare calorico quotidiano viene suddiviso in tanti piccoli spuntini. Contemporaneamente, andrà ridotto il consumo di alimenti troppo grassi, specie se fritti o bruciacchiati, a favore di pietanze facilmente digeribili, come brodo, zuppe, yogurt, frutta e verdure. Imperativo è l'allontanamento dell'alcol, almeno sino alla completa remissione dei sintomi. In presenza di epatite A è importante comunicare al medico tutti i medicinali che si stanno assumendo, compresi i prodotti da banco per il mal di testa o i dolori mestruali. Alcuni di questi, infatti, possono produrre metaboliti tossici per il fegato. Se la malattia si complica in epatite fulminante è richiesto il ricovero medico, necessario per fronteggiare tempestivamente eventuali emergenze e fornire al paziente trattamenti dietetici e farmacologici particolari. La profilassi dell'epatite A si basa, oltre che sul rispetto di determinate norme igieniche e comportamentali, sulla vaccinazione e sull'immunizzazione passiva tramite gammaglobuline standard (anticorpi). Quest'ultimo trattamento è efficace nel produrre una immunità a breve termine (circa tre mesi), mentre il vaccino antiepatite-A offre una protezione duratura (10-20 anni o più). Il vaccino necessita di un richiamo a distanza di 6 e 12 mesi. La vaccinazione è indicata per tossicodipendenti, omosessuali attivi, pazienti affetti da epatiti croniche virali e soggetti portatori di malattie croniche del fegato o che richiedono trasfusioni (emofilia). Il vaccino richiede circa tre-quattro settimane per fornire la protezione desiderata, mentre le immunoglobuline sono attive sin da subito, con una copertura dell'85% (contro il 97% della vaccinazione). Mentre il vaccino protegge il soggetto dall'epatite A per almeno un decennio, l'effetto delle immunoglobuline esogene si esaurisce nell'arco di 3-6 mesi. Al di là della preventiva vaccina- FRANK martinangeli In trappola zione od immunizzazione passiva, chiunque voglia evitare il contagio deve rispettare alcune semplici regole, come il fatto di risciacquare abbondantemente la verdura e la frutta, e sbucciare quest'ultima prima del consumo. S. o. bicchieri e asciugamani dovrebbero essere ad utilizzo strettamente personale. Molto importante, inoltre, il fatto di mangiare carne e pesce, in particolare i frutti di mare, soltanto dopo una lunga cottura. La prevenzione individuale dell’epatite A si completa con le comuni norme di igiene personale, come l’accurato e frequente lavaggio delle mani, in particolar modo dopo essere stati alla toilette e prima di manipolare gli alimenti. Oggetti come spazzolini, posate, 49 Terapia C’è chi fin là non giunge mai è li che muore il mondo e la città oltre non va dove anche un cielo è di fango La terapia tende ad alleviare la sintomatologia con l’utilizzo del paracetamolo come antipiretico. Per il prurito possono essere utilizzati antistaminici. Renato Zero Profilassi Non esiste un vaccino specifico. In soggetti immunocompromessi e in situazioni particolari si possono usare immunoglobuline specifiche. Prevenzione Importante è l’igiene personale con un frequente lavaggio delle mani. Lavaggio accurato ad alte temperature delle stoviglie e degli oggetti personali. Raffaella Curti Jail’s balloon lidia Bachis Sakhine S. o. La diagnosi si basa sulle caratteristiche della sintomatologia e del rash cutaneo ma la diagnosi di certezza può essere fatta ricercando il virus nel liquido contenuto nelle vescicole. Virus di Epstein-Barr (EBV). Incubazione La varicella è una malattia esantematica altamente contagiosa causata dal virus Varicella Zoster (VZV) lo stesso virus che causa l’herpes zoster, comunemente chiamato fuoco di San’Antonio. 2-5 settimane prima dell’esordio dei sintomi. Segni e sintomi Nel 10% dei casi è presente una manifestazione cutanea simile a quella del morbillo (esantema maculo papuloso). Diagnosi La diagnosi si basa sulla presenza di febbre, aumento delle dimensio- 50 S. o. Diagnosi Agente eziologico Febbre; linfadenopatia in particolare dei linfonodi ai lati del collo, ascellari, sotto mascellari, inguinali; senso di malessere e stanchezza; aumento delle dimensioni della milza (splenomegalia) e del fegato (epatomegalia). VARICELLA MONONUCLEOSI Periferia Incubazione ni dei linfonodi e mal di gola. Agli esami del sangue è evidente un aumento dei linfociti. A livello anticorpale, durante la fase acuta, si ha la presenza di IgM anti VCA (antigene virocapsidico) e anti EA (antigene precoce). Nella remissione della sintomatologia si evidenziano IgG anti VCA e anti EBNA (Antigene nucleare) che persistono per tutta la vita. Modalità di contagio Gli adolescenti e gli adulti si infettano mediante contatti personali ravvicinati e, in alcuni casi, attraverso le trasfusioni di sangue. Terapia La terapia si basa sulla cura dei sintomi. Per la febbre si consiglia il paracetamolo. Presenta un periodo d’incubazione tra le 2-3 settimane. Segni, sintomi e decorso Successivamente al periodo d’incubazione appare una manifestazione cutanea (rash cutaneo) con macchie pruriginose e vescicolari (esantema cutaneo o rash), accompagnate da febbre non elevata e malessere generalizzato (astenia), a volte con mal di testa. Per 3 o 4 giorni le piccole papule pruri- ginose di colore rosaceo compaiono prima sul tronco, poi in periferia sugli arti e sul viso compreso il cuoio capelluto, la bocca, il naso, le orecchie e i genitali e non compaiono sul palmo delle mani e sulla pianta dei piedi. L’eruzione cutanea inizia con piccole e multiple protuberanze rosse che sembrano brufoli o morsi di insetto, sviluppa quindi delle sottili vesciche piene di liquido chiaro, che diventano torbide. La pelle della vescichetta si rompe, lasciando una piaga aperta, che infine sviluppa una crosta che diventa secca e marrone. Le vescicole della varicella hanno di solito meno di mezzo centimetro di larghezza, hanno un colore rossastro alla base e appaiono in più riprese da 2 a 4 giorni. Modalità di contagio Il contagio avviene per via aerea mediante le goccioline respiratorie (goccioline di Flugge) diffuse nell’aria quando una persona infettata dal virus tossisce, starnutisce o tramite contatto diretto con una lesione cutanea. La contagiosità inizia da 1 o 2 giorni prima della comparsa dell’eruzione e può durare fino alla comparsa delle croste. Le vesciche che si vengono a formare nel corso della malattia rappresentano un elemento di contagio attraverso il liquido contenuto nelle vescicole. In caso di rottura la lesione deve essere coperta e il liquido drenato con garze imbevute di disinfettanti. Durante la gravidanza, il virus può essere trasmesso all’embrione o al feto attraverso la placenta. 51 HERPES HERPES Modalità di contagio L'Herpes si diffonde attraverso contatto intimo della pelle con un individuo infetto. Benché il virus si possa diffondere attraverso contatto con lesioni o secrezioni, la maggior parte della trasmissione accade per lesioni non riconosciute o perdita asintomatica. La trasmissione del virus può accadere quando il partner infetto non ha vescicole, ulcere o altri sintomi. Alcuni individui potrebbero non avere mai sintomi e non sapere di essere infettati dal virus dell'Herpes. Tuttavia essi possono persino trasmettere il virus agli altri. L'Herpes orale può diffondersi attraverso i baci. L'Herpes genitale è trasmesso attraverso contatto sessuale (vaginale, anale ed orale). Il virus può essere trasmesso dalle regioni orali a quelle genitali e viceversa durante il sesso orale. Prevenzione La possibilità di diventare infetti con l'Herpes può essere ridotta evitando comportamenti sessuali rischiosi. Per ridurre i rischi: - L’uso di profilattici di lattice o di poliuretano durante i rapporti sessuali può aiutare a ridurre il rischio di trasmissione, ma la trasmissione può ancora accadere se le lesioni dell’Herpes sono su parti del corpo non coperte dal profilattico - Limitate il numero di partner di sesso Il Virus dell'Herpes Simplex (HSV) di tipo 1 o 2, può causare vesciche e ulcere sulla bocca, sulla faccia, sui genitali o attorno all'ano. Una volta che una persona è infetta dall'Herpes rimane infettata per tutta la vita. Tuttavia il virus spesso è nascosto e non causa sintomi per lunghi periodi di tempo. Sintomi e decorso Molti individui infetti dall'Herpes non hanno mai nessun sintomo e non sanno di essere infetti. L'infezione dell'Herpes iniziale può essere accompagnata da sintomi simili all'influenza, come febbre, affaticamento, dolori ai muscoli e ghiandole gonfie (linfonodi) oltre a vesciche ed ulcere su e attorno ai genitali, alle cosce, alle natiche ed all'ano o sulle labbra, sulla bocca, sulla gola, sulla lingua e sulle gengive. Le lesioni si possono trovare anche dentro la vagina e sulla cervice. 52 Nel caso dell'infezione genitale ci può essere anche dolore e prurito nel luogo in cui la ferita è individuata oppure bruciore durante la minzione. Alla fine queste vesciche si incrostano, formano una crosta e infine guariscono, di solito entro 1-3 settimane. Una volta che l'infezione iniziale è risolta, alcune persone presentano vescicole, ulcere o piccole ferite genitali, che possono trovarsi sul pene, sulla vulva, sull'ano, sulle natiche, e/o cosce. Prurito e formicolio nei genitali sono spesso un segnale di avvertimento prematuro di eruzioni. La frequenza e la gravità delle eruzioni varia da persona a persona. Le lesioni generalmente durano 3-7 giorni e non sono così dolorose come quelle dell'infezione iniziale, e sintomi sistematici sono rari. Tuttavia parecchie persone possono sentire ulcere genitali dolorose e ricorrenti. Paolo Hermanin Parva lux sed lux Herpes e gravidanza Lesione cutanea causata dall’infezione Nei pazienti con immunità cellulomediata depressa per un'infezione da HIV o per altre cause, oppure con lesioni di lunga durata o progressive, i sintomi possono persistere per settimane o più. Pertanto, frequenti ricadute o difficoltà di guarigione, indicano la necessità di indagare in direzione di un'infezione da HIV. L'Herpes può anche aumentare il rischio di trasmissione o acquisizione dell'infezione HIV. L'Herpes può essere trasmesso dalla madre al bambino, più rischiosa è la trasmissione se l'infezione iniziale avviene in prossimità del parto. Il virus può essere trasmesso al bambino nell'utero o durante il parto. L'infezione durante la gravidanza porta ad un aumento del rischio di aborto, diminuzione dello sviluppo del feto, e doglie premature. Circa il 50% dei neonati che sono nati da una madre con l'infezione iniziale diventano infetti dal virus dell'Herpes. Se una donna ha un eruzione attiva dell'Herpes genitale al momento del parto, il bambino di solito sarà partorito con il taglio cesareo per prevenire la trasmissione dell'Herpes. Dei neonati infetti con l'Herpes alla nascita, il 30-60% muore entro il primo mese. I sopravvissuti possono avere complicazioni a lungo periodo come ritardo e crisi mentale. Per prevenire la trasmissione ai loro bambini, le donne in gravidanza dovrebbero discutere qualunque storia passata di Herpes con i loro assistenti sanitari e prendere misure adeguate per prevenire l'infezione durante la gravidanza. S. o. un'ulcera o da una vescica. Non vi è nessun esame del sangue affidabile prontamente disponibile per il virus, e non esiste nessuna diagnosi certa per gli individui che sono asintomatici. Per la terapia si utilizzano farmaci o creme antivirali (come l'Acyclovir). Durante un'eruzione, una terapia sintomatica si ottiene mantenendo la zona colpita pulita e asciutta, assumendo analgesici (come aspirina o ibuprofen). Diagnosi e cura L'Herpes può essere diagnosticato esaminando un campione preso da 53 AIDS (Acquired Immune Deficiency Sindrome) o “Sindrome da Immunodeficienza Acquisita” è una malattia caratterizzata da un progressivo deterioramento del sistema immunitario, causato dal virus HIV, che lo rende alla fine incapace di contrastare l’attacco di microorganismi, detti “opportunisti” o la comparsa di tumori insoliti. Questo può provocare l’insorgenza di alcune infezioni gravi tipiche della fase sintomatica dell’infezione da HIV. Se un soggetto viene infettato dal virus, proverà a combattere l’infezione generando “anticorpi”, speciali molecole che testimoniano l’avvenuta infezione ma non sono in grado di debellarla. Il test HIV ricerca tali anticorpi: quando sono presenti nel sangue significa che il soggetto ha contratto l’infezione. 54 S. o. Le persone che hanno gli anticorpi anti-HIV sono chiamate “sieropositive”. Il sangue, le secrezioni vaginali, il liquido seminale e il latte materno di persone sieropositive contengono sufficienti quantità di virus tali da potere infettare altre persone. Si contrae HIV: • durante rapporti sessuali non protetti, • contatto di sangue attraverso lo scambio di siringhe, rasoi o con emotrasfusione di sangue o somministrazione di emoderivati infetti, • dalla mamma sieropositiva al bambino durante la gravidanza, il parto o l'allattamento al seno. Il rischio di trasmissione dell'HIV da madre a figlio può ridursi con l’impiego della terapia antiretrovirale durante la gravidanza, il parto cesareo e il latte in polvere. Non ci sono casi documentati di HIV HIV Paolo BIELLI Lo stigma delle patologie infettive HIV trasmesso tramite lacrime o saliva, ma è possibile contrarre l'infezione praticando • sesso orale non protetto o in presenza di ferite sanguinanti in bocca o di ulcere genitali. Trasmissione Il virus è presente in grande concentrazione • nel sangue, • nello sperma, • nel liquido amniotico, • nel latte materno, • in concentrazione più bassa, nelle secrezioni vaginali. Per prevenire l’infezione da HIV è importante l’utilizzo sempre del preservativo nei rapporti sessuali penetrativi e nel caso di rapporti anali, anche un lubrificante a base d’acqua. Nei rapporti orali non è così facile individuare esattamente il grado di Alessandra de sanctis Parità diversa rischio che questa pratica comporta, e che comunque esiste. Iniettarsi una qualsiasi sostanza con un ago usato da un’altra persona è il modo più diretto per la trasmissione del virus e, per questa ragione, se si fa uso di sostanze per via iniettiva non si deve permettere a nessuno di utilizzare la siringa già usata e non si deve usare la siringa usata da altri. Anche lo scambio del rasoio o di altri oggetti taglienti di uso personale può essere causa di infezione: è quindi opportuno non scambiarsi questi oggetti. Come non si trasmette Nei contatti quotidiani. Nessun familiare di una persona sieropositiva è mai stato infettato. In caso di convivenza con una persona sieropositiva é sufficiente rispettare le comuni norme igieniche: non usare oggetti che possono entrare in contatto con il sangue, cioè spazzolini da denti e oggetti taglienti come forbici, rasoi, ecc. Il virus HIV non si trasmette: • Abbracciandosi: l’atto di abbrac- ciarsi e stringersi non trasmette l’infezione. • Accarezzandosi: l'HIV non si trasmette scambiandosi carezze. • Baciandosi: non è mai stato segnalato un caso di contagio attraverso il bacio. • Facendo il bagno o la doccia insieme. • Usando la stessa biancheria e le stesse stoviglie. • Tramite le punture di insetti, i morsi di cane o gli animali domestici. • Il piercing o i tatuaggi sono sicuri per quanto riguarda un’infezione da HIV, solo se le persone si attengono alle norme igieniche. • Non esiste rischio di trasmissione dell’HIV tossendo o starnutendo. S. o. Diagnosi e test La diagnosi di infezione da HIV si basa principalmente sulla ricerca degli anticorpi specifici (cioè diretti contro il virus HIV) nel sangue. Inoltre si basa su parametri clinici e su esami per valutare quanto velocemente il virus si moltiplica (carica virale o viral load), o quanto il sistema immunitario è stato danneggiato. È possibile misurare la replicazione del virus HIV e quindi i danni arrecati al sistema immunitario attraverso l’individuazione della cosiddetta carica virale (viremia plasmatica o viral load = quantità di virus per millilitro di sangue): più elevata è la carica virale e più veloce sarà la distruzione del sistema immunitario. La quantità di linfociti TCD4+, misurati per millilitro di sangue, (il cosiddetto valore CD4), fornisce informazioni sulle condizioni del 55 Curiosità “...Mamma, ho appena ucciso un uomo Gli ho puntato una pistola alla testa Ho premuto il grilletto e ora è morto Mamma, la vita era appena iniziata Ma ora l’ho lasciata e l’ho buttata via Mamma ooh Non volevo farti piangere Se non sarò tornato a quest’ora domani Va’ avanti, va’ avanti, come se niente fosse stato…” Un virus molto simile all’HIV è stato individuato in Africa in determinate specie di scimpanzé. Si tratta del virus SIV (Simian Immunodeficiency Virus). È fortemente probabile che il virus HIV derivi da una mutazione (alterazione genetica spontanea) di tale «virus di scimmia». Il passaggio del virus dalla scimmia all’uomo deve essere avvenuto negli anni trenta. Da allora, il virus si sta diffondendo nel mondo. Ma fu soltanto nei primi anni ottanta, quando in America si iniziò a constatare una concentrazione di quadri clinici prima molto rari e inabituali, che si riconobbe la «nuova» sindrome. Nel 1983/84 fu scoperto il virus HIV-1 e, poco dopo, si riuscì a individuare il virus HIV-2. Le due tipologie di virus, come pure i loro sottogruppi (subtipologie), presentano caratteristiche specifiche. Spesso la loro incidenza varia considerevolmente a seconda del continente. Le possibilità di protezione sono però le stesse per tutte le tipologie. La UNAIDS e il WHO stimano 25 milioni di morti dalla scoperta della sindrome, il che ne ha fatto una delle più terribili epidemie della storia. sistema immunitario: meno numerosi sono i linfociti e più avanzata è la deficienza immunitaria. Gli anticorpi anti-HIV si sviluppano dopo circa 1-3 mesi dal momento del contagio e possono essere rilevabili nel sangue anche dopo 6 mesi dal contagio. Il tempo durante il quale un soggetto che ha contratto il virus HIV non ha ancora sviluppato gli anticorpi specifici, viene definito “periodo finestra” e, in questo periodo, la persona risulterà negativa al test per gli anticorpi pur essendo stata contagiata dal virus. Una persona contagiata può trasmettere il virus anche durante il periodo finestra. In caso di esposizione a rischio si consiglia: • colloquio medico per valutare correttamente il tipo di rischio; 56 • eseguire il test per la ricerca de- gli anticorpi anti-HIV seguendo il seguente calendario: • a distanza di 1 e 3 mesi dal presunto contagio; • a distanza di 6 mesi dal presunto contagio, in caso di negatività del test eseguito a 3 mesi dal contagio. Nella maggior parte dei casi un test negativo a distanza di 6 mesi dal presunto contagio è considerato definitivo per quel dato episodio a rischio, in assenza di esposizione ad ulteriori rischi. Non si può essere sottoposti, senza consenso, ad analisi tendenti ad accertare l’infezione da Hiv. Il test è assolutamente volontario e, perché venga eseguito, è necessario il consenso esplicito del paziente, dopo ricevuto tutte le necessarie informazioni sulle caratteristiche del test. Anche in caso di ricovero ospedaliero il test non può essere effettua- to a insaputa del paziente, ma solo con il suo consenso scritto. Anche in carcere, il test Hiv non può essere effettuato senza l’autorizzazione dell’interessato. Al lavoratore o alla persona che compie una selezione per l’assunzione non può essere chiesto di sottoporsi all’esecuzione del test Hiv. La malattia da HIV segue un decorso diverso da persona a persona. Generalmente l’infezione primaria da HIV (contagio iniziale) è sintomatica con manifestazioni simil influenzali, con febbre, linfadenopatia, artromialgie, cefalea etc. Poco tempo dopo il contagio con il virus HIV e per un periodo passeggero, il virus si replica molto rapidamente. Nelle prime settimane dell’infezione una quota di pazienti accusa sintomi simili a quelli dell’influenza, che scompaiono poi nel giro di due o tre settimane. Tali disturbi nel decorso dell’infezione regrediscono spontaneamen- HIV HIV Bohemian Rhapsody Freddy Mercury Eliana BArtoszewski Urlo in gabbia te. Il virus in questa fase si dissemina in tutti gli organi e tessuti. Dopo la fase iniziale, l’infezione da HIV decorre dapprima senza particolari manifestazioni. Questa fase può durare alcuni mesi o molti anni. Tuttavia il virus continua a proliferare, danneggiando il sistema immunitario. A un certo momento possono insorgere i primi sintomi quali, per esempio, un aumento persistente del volume dei linfonodi in più sedi (sotto le ascelle, nella zona inguinale), forte sudorazione notturna, e diarrea di lunga durata. Si parla di AIDS quando per la grave immunodeficienza causata da HIV si manifestano determinate «malattie che definiscono l’AIDS». Rientrano in tale categoria, per esempio, la polmonite da Pneumocistis Carinii o Jiroveci (PcP, una forma particolare di polmonite), la toxoplasmosi cerebrale o altre infezioni opportunistiche come, per esempio la candidosi esofagea. Le più frequenti malattie da tumori definenti l’Aids sono tipi di cancro di origine virale, quali ad esempio il sarcoma di Kaposi e linfomi maligni del sistema immunitario. L’HIV può danneggiare anche le cellule del sistema nervoso centrale e periferico, causando anche nevriti e/o disturbi delle capacità cerebrali. S. o. L’evoluzione da sieropositività ad AIDS è dovuta alla progressiva distruzione del sistema immunitario a causa del virus HIV. L’AIDS è la fase sintomatica dell’infezione da HIV durante la quale, a seguito della progressiva immunodepressione causata dal virus stesso, si manifestano le maggiori infezioni opportunistiche o tumori HIV-correlati (es. Sarcoma di Kaposi). 57 Edvard Munch noto pittore norvegese ha dato vita nei suoi quadri al dolore e all’angoscia da lui provata per la morte della mamma, prima, e della tanto amata sorella Sophie più tardi, di tubercolosi. Queste morti segnarono il futuro della vita artistica di questo grande pittore il cui filo conduttore fu l’amore, la morte e più tardi la vita. Munch amava molto Sophie e la sua morte creò in lui un lungo e penoso tormento. Realizzò cosi due grandi opere “Morte nella stanza della malata” e la “Bambina malata.” Nell’opera “La morte nella stanza della malata” si respira il ricordo della sofferenza di un momento nella vita del pittore in cui la famiglia si stringe intorno a Sophie morta di tubercolosi. Questa malattia ha turbato la vita e le opere di questo pittore che ha portato sempre nei suoi quadri l’angoscia e i dolore del suo vissuto, dell’aver vissuto una malattia con tutte le sue sfaccettature che aveva portato tragicamente alla morte le persone a lui care. In questo quadro la famigli si stringe intorno a Sophie e l’intento dell’autore è stato anche quello di evidenziare il confronto della sua famiglia con la morte risvegliando il ricordo della malattia fatale della sorella e della mamma, morta quando il pittore aveva solo 15 anni. La tubercolosi è oggi uno dei problemi di salute pubblica tra i più gravi e più trascurati al mondo. Secondo alcune affidabili stime nel periodo 1990-1999 si sono verificati globalmente circa 90 milioni di casi di tubercolosi con 30 milioni di morti; nel decennio 2000-2010 più del 14% dei nuovi casi sono correlabili all’infezione da HIV. Nei paesi industrializzati la diminuzione dei casi di tubercolosi proseguita fino al 1983 ha subito un’inversione di tendenza a partire dal 1986 con un incremento di nuovi casi negli Stati Uniti e in diversi paesi europei tra cui l’Italia. L’aumento dei casi di tubercolosi nei paesi industrializzati deve essere in buona sostanza ricondotto ai seguenti motivi: • tossicodipendenti per via EV • infezione da HIV • nuove fasce di emarginati • extracomunitari provenienti da paesi ad alta endemia É facile intuire le implicazioni di tutto ciò all’interno degli istituti di 58 “Dipingo non quello che vedo, ma quello che ho visto” Edvard munch prevenzione e pena, ove in particolare la concentrazione di gruppi a rischio d’infezione (HIV positivi, alcolisti, extracomunitari, ecc.) costituisce una pericolosissima cassa di risonanza per l’epidemia. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, nel giugno 1995 costituì un gruppo di lavoro interministeriale con l’obiettivo di individuare, sulla base di considerazioni tecniche e amministrative, le modalità d’intervento per arginare il fenomeno TBC nelle carceri. Una delle prime iniziative promosse dalla Commissione fu di effettuare una rilevazione su scala nazionale del fenomeno. Uno studio di prevalenza fu compiuto il 30 giugno 1995. I casi notificati o accertati indicano nel 1994 nelle carceri un’incidenza di 290 casi per 100.000 (30 volte maggiore dell’incidenza nella popolazione italiana pari al 9,6 per 100.000). Si possono fare alcune considerazio- ni analizzando i dati dello studio di prevalenza. Il numero di casi e l’incidenza della tubercolosi nelle case circondariali italiane è in sicuro aumento. La positività della intradermoreazione di Mantoux nelle carceri è notevolmente superiore a quella osservata tra la popolazione generale. Trovano conferma precedenti osservazioni di una maggiore correlazione tra cutipositività e provenienza da Paesi extracomunitari, rispetto alla sieropositività per HIV. Appare necessario sottolineare che i detenuti HIV positivi avevano un numero medio di CD4 maggiore di 500 cellule/mm3. Conseguentemente la non responsività ai test cutanei per la tubercolosi non è riconducibile a deficit immunitari. Per quanto riguarda i detenuti extracomunitari provenienti da paesi africani la maggior presenza di cutipositività potrebbe spiegarsi con l’obbligatorietà della vaccinazione an- Elisabetta corona Senza titolo titubercolare vigente in tali nazioni. Tra i vari fattori di rischio responsabili dell’aumento della TBC in Italia e più in particolare tra i detenuti, gli extracomunitari rappresentano la categoria con il maggior numero di infetti. Tutto ciò accade perché l’immigrato reca con sé e moltiplica il rischio di ammalarsi di TBC in seguito alle pessime condizioni igienico sanitarie e nutrizionali in cui è costretto a vivere quando arriva nel nostro paese. Ecco perché il rischio di ammalarsi è maggiore nei primi due anni di permanenza nel nostro paese. Inoltre, gli extracomunitari usano riunirsi periodicamente, rispettando strettamente le etnie di origine, mentre hanno in genere contatti molto limitati con la popolazione autoctona. Infine, gli extracomunitari presenti negli istituti italiani sono nella stragrande maggioranza giovani provenienti dai paesi del ter- zo mondo coinvolti in reati che comprendo il traffico e il consumo delle sostanze stupefacenti. Come proteggersi La percentuale di cuticonversione tra il personale sanitario può arrivare al 10% l’anno e vi sono numerose dimostrazioni dell’esistenza e dell’importanza del coinvolgimento del personale sanitario nelle epidemie di tubercolosi intranosocomiali. Appare necessario quindi adottare tutte quelle misure di protezione individuale e ambientale contenute nelle Linee Guida per la lotta alla tubercolosi. Tali interventi preventivi si basano • sullo screening tubercolinico • sulla vaccinazione anti-TBC • sulla chemioprofilassi • sull’utilizzo dei DIPR (dispositivi individuali di protezione) S. o. TUBERCOLOSI TUBERCOLOSI La tubercolosi nella vita di Edvard Munch Tutto il personale dovrebbe sottoporsi all’atto dell’assunzione ad una intradermoreazione con PPD secondo Mantoux (5 U.I.) con cadenza quinquennale o, in caso di operatori impiegati presso centri clinici, annuale. In quest’ultimo caso appare indicato consigliare a tutto il personale, la vaccinazione antitubercolare nonostante i noti contrasti sul grado di immunizzazione raggiungibile con il vaccino. L’utilizzo dei DIPR appare assai controverso. Di sicuro non sono idonee le normali mascherine in uso per la chirurgia, in quanto sono state studiate per evitare che l’operatore contamini il campo operatorio e non viceversa. I Centers for Diseases Control di Atlanta USA hanno indicato i requisiti per i DIPR: a) penetrazione attraverso il filtro 59 Le prime osservazioni sulla malattia tubercolare ci provengono dall’antichità. Tracce della malattia sono state trovate su scheletri del neolitico (oltre 4000 anni a.c.). Infatti, già in mummie egiziane si sono riscontrate alterazioni dello scheletro caratteristiche della tubercolosi ossea. Ippocrate ha descritto dettagliatamente la tisi come malattia che distrugge il polmone ed Aristotele aveva ipotizzato il contagio della tubercolosi attraverso l’aria respirata dal soggetto sano in vicinanza del malato. Sembra che i cinesi avessero identificato la tubercolosi sin dai tempi dell’imperatore Chin-Nong, padre della medicina (3216 a. C.). I medici cinesi formulavano la prognosi palpando il polso dell’arteria omerale. Se il polso era forte e duro, la malattia veniva giudicata incurabile e l’ammalato abbandonato a se stesso. Notizie sulla malattia sono rintracciabili negli scritti persiani ed egizi. La conoscenza della tubercolosi da parte delle Scuole mediche greche è essenzialmente basata sull’osservazione dell’ammalato: accurate descrizioni del morbo si trovano negli scritti di Areteo di Cappadocia, nelle opere di Galeno e negli «Aforismi» di Ippocrate, il quale per primo ha codificato ciò che si tramandava con la tradizione orale. Nel Medioevo andavano celebrati i precetti igienici, dietetici e curativi della Scuola Salernitana. Nel secolo XVI si trovano i primi concetti sulla predisposizione, sull’ereditarietà e sul contagio tubercolare. Interessante è la teoria di Gerolamo Fracastoro, assertore dell’esistenza di semi contagiosi invisibili ad affinità elettiva per il polmone. Giovan Battista Montano (1488-1550), docente di medicina a Pavia, seguendo i concetti di Fracastoro, affermava che è pericoloso sputare nell’ambiente, essendo persino possibile, ponendo il piede nudo sull’escreato di un tisico, contrarre la malattia. La scoperta dell’agente patogeno (R. KOCH, 1882) e l’ideazione del pneumo-torace artificiale terapeutico (C. FORLANINI, 1888) segnavano due tappe fondamentali nella conoscenza della malattia e della sua terapia. In passato la tubercolosi è stata chiamata mal sottile o consunzione, poiché sembrava consumare le persone da dentro, con fuoriuscita di sangue dalla bocca, febbre, pallore e un lungo deperimento. Altri nomi includono phthisis (parola greca per consunzione) e phthisis pulmonalis; scrofula (negli adulti), che colpiva il sistema linfatico e provocava il gonfiore delle ghiandole del collo; tabes mesenterica, tubercolosi dell’addome, e lupus vulgaris, tubercolosi della pelle; malattia del deperimento, peste bianca, poiché le vittime avevano un aspetto pallido; male del re, perché era credenza popolare che il tocco di un re potesse curare la scrofula; e morbo di Pott o gobba per la tubercolosi ossea. minore 5% per particelle di 1 micron; b) perdita del bordo di tenuta non superiore al 10% in condizioni d’uso; c)disponibilità di almeno tre taglie per garantire un buon adattamento al volto. La normativa europea UNIEN 149 classifica i filtranti facciali in tre classi e due sottoclassi in base alla perdita e alla penetrazione attraverso il materiale filtrante, prevedendo l’uso dei filtranti a protezione maggiore (FFP3SL) in situazioni più a rischio. Nei centri clinici con detenuti affetti da TBC, o sospetti esserlo, il miglior rapporto costo efficacia è offerto dal DIPR di classe FFP2 da utilizzare almeno per un turno lavorativo. Per il personale esposto a contatto prolungato con malato TBC (ad 60 TUBERCOLOSI TUBERCOLOSI Curiosità esempio agenti impiegati nelle sezioni dove si è verificato un caso di TBC bacillifera) va coordinato l’invio presso gli ambulatori ASL, dove si provvederà a svolgere le necessarie indagini per evidenziare l’eventuale presenza di infezione o malattia tubercolare oltre che a instaurare i necessari provvedimenti di profilassi o terapeutici. Batteri tubercolari resistenti Nei pazienti affetti da tubercolosi, l’esame colturale permette di identificare ceppi di batteri resistenti agli antitubercolari. Una resistenza agli antitubercolari può essere primaria (identificazione di batteri tubercolari resistenti in un malato mai curato in passato con antitubercolari) o secondaria (resistenza in un paziente i cui micobatteri erano stati sensibili all’inizio del trattamento). Si deve supporre una resistenza quando i pazienti già trattati con antitubercolari non reagiscono più alla terapia, se due mesi dopo l’inizio della cura si continuano a identificare batteri persistenti nell’espettorato o in colture oppure in caso di recidiva dopo trattamento. Una tubercolosi è definita multi-resistente quando l’agente causale è resistente a isozianide e rifampicina, i due antitubercolari più efficaci. Inoltre sono frequenti le resistenze contro altri antitubercolari di prima scelta come pirazinamide ed etambutolo. La multiresistenza può insorgere in pazienti senza precedente trattamento con antitubercolari oppure come resistenza acquisita in pazienti dopo un precedente trattamento con tali farmaci. La mortalità dei pazienti con tubercolosi multi-resistente è cresciuta. La virulenza dei batteri tubercolari multi-resistenti non è più elevata di quella dei batteri sensibili; la lunga durata della contagiosità dei pasquale pontidoro S. Moto inconscio o. pazienti aumenta invece il pericolo di contagio per altre persone. La resistenza verso più antitubercolari, segnatamente isozianide e rifampicina, può pregiudicare la guarigione della tubercolosi; in questi casi è indicato un trattamento da parte dello specialista. L’insorgere di multi-resistenze acquisite è soprattutto conseguenza di una cura antitubercolare insufficiente (schema terapeutico inadeguato o dosaggio insufficiente) oppure di una conformità insufficiente da parte del paziente. Raramente anche un ridotto riassorbimento gastrointestinale degli antituber- colari può essere responsabile di un effetto insufficiente e quindi di una selezione degli agenti causali resistenti. Nelle nazioni industrializzate occidentali, i problemi legati alla resistenza sono osservati soprattutto negli stranieri provenienti da paesi con elevata prevalenza della tubercolosi e infrastrutture mediche insufficienti, come anche in persone di gruppi ai margini della società. I pazienti più giovani sono sovente portatori di batteri tubercolari multi-resistenti, a differenza delle persone relativamente anziane, che sono state infettate per lo più in gioventù da agenti causali sensibili. Negli ultimi tempi, la resistenza è un problema anche nei pazienti con infezione da HIV. Negli Stati Uniti, dopo un aumento temporaneo al 9% la quota di agenti causali multi-resistenti nei pazienti tubercolotici è di nuovo regredita. Il 60% circa dei pazienti con tubercolosi multi-resistente presentava fattori di rischio (precedente cura, infezione da HIV, migranti). Si sono osservati problemi particolari concernenti l’ambiente soprattutto in istituzioni come ospedali, penitenziari o asili per senzatetto. Il principale fattore di rischio di 61 La farmacoterapia della tubercolosi si fonda su due principi di base: la somministrazione simultanea di più medicinali mira da un lato a un rapido effetto battericida (diminuzione della contagiosità) e dall’altro a impedire che si sviluppi una resistenza. La lunga durata della terapia ha l’obiettivo di eliminare i batteri persistenti e quindi di impedire le recidive. La farmacoterapia della tubercolosi consiste di regola nella somministrazione di 4 antitubercolari (isozianide [H], rifampicina [R], pirazinamide [Z] ed etambutolo [E]) per 2 mesi, seguita dalla somministrazione di 2 antitubercolari (isozianide e rifampicina) per 4 mesi (2 HRZE/4 HR). Una buona collaborazione, ossia l’assunzione di medicamenti in dosi efficaci e per tutta la durata prevista, è la condizione assoluta per la guarigione e l’unica via per impedire una recidiva o l’insorgere di farmacoresistenze agli antitubercolari. É competenza del Clinico decidere la terapia più idonea in base a dettagliate informazioni raccolte sulla base degli esami e della storia clinica del paziente. lele de bonis S. Il trattamento con farmaci antitubercolari, una volta iniziato, va seguito scrupolosamente e accompaL’angelo incatenato o. gnato da esami di controllo che forniscono ulteriori informazioni sull’andamento del processo di guarigione o su eventuali necessità di cambiamento della terapia. La terapia dovrebbe essere iniziata presso gli ambulatori specialistici o in regime di ricovero ospedaliero per i casi più complessi o più gravi. La terapia può durare dai 6 mesi ai 18-24 mesi. una multi-resistenza è un precedente trattamento antitubercolare inadeguato. I farmaci antitubercolari utilizzati oggi sono quindi: Isoniazide, Rifampicina, Pirazinamide, Streptomicina, Etambutolo, in diverse combinazioni tra loro per la terapia di “attacco” e la successiva terapia di mantenimento. Prevenzione generale della tubercolosi La chiave per la prevenzione della tubercolosi è la diagnosi precoce della malattia attiva e la cura proseguita sistematicamente sino alla fine per interrompere la trasmissione. Un tubercolotico contagioso può restarlo in generale per 10-14 giorni dopo l’inizio di una terapia adeguata. In caso di tubercolosi multi-resistente o di cura insufficiente, il periodo di contagiosità 62 TUBERCOLOSI TUBERCOLOSI Principi terapeutici della tubercolosi può tuttavia durare a lungo. Secondo l’esito della visita, il paziente dovrebbe essere isolato nell’ospedale o lasciato nel suo consueto ambiente domestico. La terapia deve avere per obiettivo la guarigione delle persone trattate; questo risultato deve essere conseguito limitando quanto più possibile l’insorgenza e la diffusione di resistenze ai farmaci antimicrobici e nel modo più efficiente possibile. Misure generali per ridurre il rischio di contagio del personale d’assistenza Misure igieniche generali Trattamento Una misura importante per limitare il rischio di tubercolosi è data dalla formazione e dall’informazione regolare del personale in merito al quadro clinico e ai problemi connessi. Soltanto gli assistenti che conoscono i sintomi che fanno sospettare Accanto all’identificazione precoce, assume importanza anche il rapido avvio di un corretto trattamento antitubercolare. Di regola la terapia dura 6 mesi e viene attuata mediante una combinazione di medicamenti. È ovvio che in caso di tubercolosi, come per le altre malattie infettive, vadano consigliate misure igieniche generali inclusa un’igiene sistematica per le mani. Tra queste misure vanno annoverati l’evitare i luoghi affollati e la sistemazione in locali sufficientemente grandi, puliti e con ventilazione naturale i quali, se possibile, devono essere illuminati con la luce del giorno. Informazione e formazione Identificazione precoce Per l’identificazione precoce dei casi di tubercolosi è importante che le persone presentanti tosse, espettorato, sudorazione aumentata, perdita di peso siano riconosciute. Ciò contribuisce anche a ridurre il rischio di contagio per il personale. Uno screening di routine della tubercolosi presso i detenuti in penitenziari e presso i clienti di altre istituzioni serve parimenti all’identificazione precoce. una tubercolosi sono in grado di osservare a tale riguardo i detenuti e di informare nei casi sospetti il servizio medico competente. Strutture sanitarie Indipendentemente dall’adozione delle necessarie misure di protezione individuale è necessario ricordare che la TBC è una malattia a trasmissione aerea e che quindi tutti i soggetti con il sospetto di tubercolosi polmonare o laringea dovrebbero essere immediatamente trasferiti in stanze di isolamento presso l’infermeria. I centri deputati al controllo della TBC dovrebbero essere dotati di zone d’isolamento e di zone filtro. Le stanze dei pazienti dovrebbero essere fornite di un sistema di ventilazione artificiale a pressione negativa, che garantisca il ricircolo e almeno 6 ricambi d’aria per ora, e di lampade a raggi UV con una lunghezza d’onda di 250, 260 nm. Alternativa a quanto carolina Ferrara Verde sopra potrebbe essere data da sistemi di filtrazione dell’aria con filtri HEPA che hanno la capacità di trattenere il 99.97% delle particelle di diametro fino a 0,3 micron. In questo caso però è necessario garantire che tutta l’aria della stanza circoli attraverso essi. Nel caso il detenuto debba essere condotto per qualsiasi motivo fuori dall’isolamento è opportuno fargli indossare una mascherina di tipo chirurgico. Nessuna particolare precauzione va presa per l’arredo o gli oggetti di uso personale dei pazienti. S. o. La condizione d’isolamento respiratorio dovrebbe perdurare per un periodo di tempo variabile che tenga conto: della data di inizio della terapia, del miglioramento delle condizioni cliniche del paziente e soprattutto dalla negatività per bacillo di Koch (B.K.) di 3 espettorati raccolti in 3 giorni consecutivi. Il prolungamento del periodo d’isolamento dovrebbe essere preso in considerazione invece nel sospetto di casi di tubercolosi sostenute da ceppi di B.K. resistenti alle terapie. 63 Il pap test è un test di screening di prevenzione secondaria ed ha quindi come obiettivo l’ identificazione precoce delle lesioni precancerose e la guarigione dei casi di malattia con conseguente diminuzione della mortalità. Deve essere effettuato ogni 3 anni in donne in età fertile (tra i 25 e i 64 anni). Il test deve essere effettuato almeno 5 giorni dopo la fine del ciclo mestruale; Spatola di Ayre almeno 5 giorni prima del probabile giorno d’inizio inoltre deve essere effettuato almeno 2 giorni dopo l’ultimo rapporto sessuale, almeno 5 giorni dopo la terapia locale (ovuli, creme vaginali, irrigazioni ecc..) e almeno 5 giorni dopo l’utilizzo del diaframma. Per effettuare il pap test nelle donne viene introdotto lo speculum all’interno del canale vaginale che permetterà di vedere la cervice uterina e, mediante l’utilizzo di una spatola di legno o plastica (spatola di Ayre) ed uno spazzolino (Cytobrush) verrà effettuato Modalità di prelievo il prelievo di alcune cellule. con Cytobr ush Le cellule vengono poi strisciate su un vetrino, che successivamente verrà esaminato da un laboratorio che le osserverà al microscopio dopo aver colorato i vetrini con una speciale tecnica di colorazione detta colorazione Cytobr ush di papanicolau. Il papilloma virus (HPV) è il virus che causa il carcinoma della cervice uterina, primo tumore riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come totalmente causato da un’infezione. Vi sono circa 120 genotipi di HPV 1: alcuni sono responsabili di verruche cutanee, altri di condilomi genitali ed infine alcuni possono causare tumori maligni quale il cancro del collo dell’utero e del pene e dell’ano. I condilomi sono delle escrescenze della pelle di tipo verrucoso che generalmente colpiscono le parti genitali, sia nel maschio (glande, prepuzio, pene e scroto) sia nella femmina (collo dell’utero, vulva, vagina, perineo 2). La maggior parte delle infezioni causate dall’HPV sono transitorie in quanto vengono eliminate dal sistema immunitario prima di sviluppare un effetto patogeno. Nel caso in cui l’infezione persiste 64 HPV HPV Pap test il tempo che passa dal momento dell’infezione all’insorgenza delle lesioni precancerose è circa 5 anni. Per quanto riguarda l’insorgenza del tumore della cervice possono passare anche più di 20 anni. Tra i diversi genotipi di Virus HPV, il tipo 16 e il tipo 18 sono considerati ad “alto rischio” e sono la causa di circa il 70% dei casi di cancro alla cer vice uterina 3; i genotipi 6 e 11 sono responsabili del 90% dei condilomi genitali. L’età avanzata, l’uso prolungato di contraccettivi orali, il fumo e la sieropositività nelle donne affette da HPV possono essere fattori di maggior rischio di carcinoma della cervice. Modalità di trasmissione L’HPV si trasmette soprattutto per via sessuale (rapporti vaginali, anali, orali). Nei rapporti sessuali è consigliato sempre l’uso del profilattico anche se non è protettivo al 100%, in quanto il virus HPV può trasmettersi anche attraverso il contatto delle secrezioni infette con la pelle esterna delle parti intime. Le pazienti con malattia da HIV/ AIDS sono a maggior rischio di contrarre il virus HPV, a causa della compromissione del sistema immunitario. È possibile anche la modalità di trasmissione verticale perinatale durante il passaggio del feto nel canale del parto infetto. Sintomi Questa patologia è molto spesso asintomatica, per questo è fondamentale l’esecuzione periodica del Pap-test e, in caso di positività, di ulteriori indagini di 2° livello (colposcopia 4). Attualmente non esiste una cura per l’infezione ma sono trattabili le lesioni provocate dal virus. sabrina carletti Incubazione Prevenzione È difficile prevenire l’HPV, in quanto è molto diffuso soprattutto tra la popolazione giovane, anche in considerazione del fatto che l’infezione può essere trasmessa anche a pazienti asintomatici. Si calcola che circa l’80% della popolazione sessualmente attiva contragga l’infezione da HPV almeno una volta nel corso della vita. Vaccino In Italia esistono due vaccini i quali sono un importante mezzo di prevenzione primaria del carcinoma della cervice uterina, e sono: • Gardasil, vaccino tetravalente, che protegge contro i genotipi 1618 dell’HPV, responsabili di circa il 70% dei casi di carcinoma uterino, e i genotipi 6 e 11, responsabili del 90% dei condilomi, • Cervarix, vaccino bivalente, attivo contro i genotipi 16 e 18, responsabili di circa il 70% dei casi di carcinoma uterino. S. o. Il vaccino è gratuito per le bambine tra gli undici e i dodici anni, perché la vaccinazione prima dell’inizio dell’attività sessuale aumenta la protezione prima di un eventuale contagio con il virus HPV, inoltre a questa età la risposta immunitaria è più efficace rispetto alle donne in fasce di età maggiore. Il vaccino è rivolto a tutte le donne che non sono mai venute a contatto con il Papillomavirus. Il vaccino per l’HPV è controindicato in gravidanza 3 Cervice uterina: porzione inferiore dell’utero di cui una parte protrude all’interno del canale vaginale formando il cosi detto “muso di tinca”. 4 Colposcopia: è un esame diagnostico che sfrutta le proprietà del colposcopio (strumento ottico) permettendo di visionare a forte ingrandimento la superficie della vagina e il collo dell’utero. 1 Genotipo virus HPV: costituzione genetica del virus. 2 Perineo nella donna: porzione cutanea tra orifizio vaginale e ano. 65 ...Amore, amore, manname un saluto; sto drento a San Michele carcerato me sento come n’arbero caduto, da amichi e da parenti abbandonato... Lando Fiorini Valerio musocco Un anno eccezionale Condilomi genitali I condilomi genitali appaiono come escrescenze verrucose. Solitamente sono piccole formazioni peduncolate sulla pelle. Crescono rapidamente e spesso si ritrovano in grappoli. Spesso l’infezione è asintomatica per la difficile rilevabilità soggettiva delle lesioni. Nelle donne, i condilomi possono comparire sia all’interno che all’esterno della vagina, sulla cervice, o in corrispondenza dell’ano. Nei maschi i condilomi possono comparire sul pene o intorno all’ano. Sono particolarmente frequenti nella regione perianale e all’interno del retto nei maschi omosessuali e possono essere più gravi e più 66 CONDILOMI CONDILOMI Er canto dei carcerati S. o. difficili da trattare nei pazienti immunosoppressi. La velocità di crescita è variabile, ma la gravidanza, l’immunosoppressione o la macerazione della cute, possono accelerare sia la crescita sia la diffusione delle singole lesioni. Alcune forme di condilomi sono associate con un aumentato rischio di cancro cervicale o anale, e questo rischio è aumentato dell’eventuale coinfezione con l’HIV. Diagnosi I condilomi genitali sono diagnosticati tramite ispezione dell’area genitale ed anale. Il PAP test è la procedura diagnostica che individua precocemente displasie precancerose. La maggior parte delle donne conosce il PAP Test come uno striscio cervicale. Il PAP Test consiste nel prendere una piccola porzione di cellule dalla Publia cruciani tre pensieri liberi cervice per esaminare cambiamenti cellulari. Nelle donne HIV positive è raccomandata l’esecuzione del PAP Test alla diagnosi di HIV, sei mesi più tardi e quindi una volta all’anno. Il valore dello screening del canale anale per le cellule precancerose è tuttora sotto studio. Medicamenti topici vengono molto usati, ma solitamente richiedono applicazioni ripetute per settimane o mesi e spesso non ottengono buoni risultati. Elettrocauterizzazione o bruciatura: è una tecnica elettrochirurgica che sfrutta mediante una piccola Trattamento Nessuna forma di terapia risulta pienamente soddisfacente. Le recidive sono frequenti e richiedono una nuova terapia. S. o. sonda, le proprietà dell’elettricità per demolire il tessuto. Crioterapia: la crioterapia sfrutta le proprietà dell’azoto liquido che viene applicato ad una temperatura di 196˚ C. In tal modo la verruca viene congelata e intorno a questa si forma una vescicola. Il tessuto della pelle morta cade nel giro di una settimana circa. Le verruche genitali possono essere eliminate mediante: • elettrocauterizzazione, • laser-terapia, • crioterapia, • escissione chirurgica in anestesia locale o generale. Muso di Tinca 67 SIFILIDE SIFILIDE Sifilide e infezione da HIV La sifilide è particolarmente frequente nei soggetti con infezione da HIV per le analoghe modalità di trasmissione. La presenza di ulcere sifilitiche a livello dei genitali costituisce un’importante porta d’ingresso del virus. A livello della lesione sifilitica vi è un particolare afflusso di cellule (macrofagi e linfociti attivati) che determinano un ambiente favorevole e ricco di recettori per HIV. Nei soggetti affetti da HIV la sifilide secondaria tende ad assumere aspetti più floridi, con una violenta eruzione ulcero-nodulare. Il rischio di sifilide neurale è superiore rispetto alla popolazione sieronegativa e può manifestarsi in maniera precoce. Curiosità Numerosi personaggi illustri dell’arte sono stati affetti dalla sifilide come Manet, Lautrec, Van Gogh, Gaugain e Goya. Questi hanno tramandato nei loro quadri gli effetti della malattia sulla psiche e sul corpo. Nelle “pitture nere” di Goya e in particolare nell’autoritratto del pittore con il dottor Arrieta è raffigurata la situazione drammatica dell’interessamento cardiaco che affliggeva il poeta nella sifilide terziaria. monticelli e pagone Ror-Out La sifilide è causata dal batterio treponema pallidum. È una malattia complessa che causa vari sintomi nelle diverse fasi dell’infezione. Se non viene curata, la sifilide può avere complicazioni molto serie. La sifilide si trasmette di persona in persona direttamente attraverso le ferite e le ulcere che si formano nelle zone genitali, rettali e sulla bocca a seguito di contatto sessuale. La malattia si sviluppa in diversi stadi, ciascuno caratterizzato da sintomi e decorso diverso. La malattia può facilmente essere trasmessa fin dal primo stadio. Poiché le ferite sono spesso indolori, le persone non sanno di essere infette. La possibilità di diventare infetti con la sifilide può essere ridotta evitando comportamenti sessuali rischiosi. 68 Per ridurre i rischi: • Usare profilattici di lattice o di poliuretano durante i rapporti sessuali. • Limitare il numero di partner Se si è stati curati recentemente o si sta per essere curati per la sifilide, è necessario assicurarsi che il proprio (o i propri) partner ricevano anche loro le cure per evitare di essere infettati nuovamente. I partner di una persona infettata devono ricevere le cure anche se non hanno nessun sintomo. Si considerano partner a rischio quelli nei tre mesi precedenti la comparsa dei sintomi della sifilide primaria e/o i sei mesi precedenti la comparsa dei sintomi di quella secondaria e almeno un anno per la sifilide latente. Tutti i pazienti cui è stata diagnosticata la sifilide devono sottoporsi al test HIV. Sintomi e decorso • Sifilide secondaria Nel decorso della malattia si distinguono: Inizia quando si ha l’insorgenza di una eruzione cutanea in più punti, senza prurito. Questa eruzione può comparire durante la fase di scomparsa della ferita, o anche dopo settimane. L’eruzione è solitamente rossastra o bruna, con macchie sia sui palmi delle mani e dei piedi o in altre parti del corpo. A volte le macchie sono diverse e ricordano eruzioni tipiche di altre malattie. Anche senza alcun trattamento, l’eruzione sparisce da sola. Tra i sintomi tipici di questo stadio possono esserci febbre, linfonodi ingrossati, mal di gola, perdita di capelli a chiazze, mal di testa, perdita di peso, dolori muscolari, stanchezza. • Sifilide primaria Tra l’infezione e l’insorgenza dei primi sintomi possono passare da 10 a 90 giorni (mediamente venti giorni). Questo stadio è caratterizzato dalla comparsa di una singola ferita, o da più pustole. Normalmente la ferita è consistente, tonda, piccola e indolore e compare nel punto in cui avviene l’infezione batterica. Questa ferita (sifiloma) dura 3-6 settimane e guarisce da sola. Se la malattia non è trattata in questa fase, evolve verso uno stadio secondario. Lesione cutanea nella sif ilide pr imar ia S. o. • Sifilide avanzata ni interni, al cervello, ai nervi, agli occhi, al cuore e ai vasi sanguigni, al fegato, alle ossa e alle giunture. I danni interni possono manifestarsi anche anni dopo la comparsa dei primi sintomi. A questo punto la sifilide entra nel terzo stadio, anche se danni neurologici possono manifestarsi già dal secondo stadio (sifilide neurale). In questa fase l’individuo perde la capacità di controllare i movimenti muscolari, può avere delle paralisi, confusione mentale, cecità graduale e sviluppo di demenza. Il danno può essere tanto serio da portare alla morte. L’infezione della sifilide può incrementare il rischio di acquisizione o trasmissione dell’infezione HIV, il virus che causa l’AIDS. (Stato latente e terziaria) Alla scomparsa dei sintomi del secondo stadio, la persona è ancora malata anche se non mostra più i sintomi evidenti. In questa fase, possono iniziare i danni agli orga- • Sifilide congenita A seconda dello stato d’infezione della madre, la malattia può essere trasmessa al feto causando morte in utero (40 % dei casi) o la nasci- ta di un bimbo già infetto, con sifilide congenita (70 % dei casi). Se la madre ha avuto la malattia nei 4 anni precedenti la gravidanza, il rischio di trasmissione al feto è molto elevato. I sintomi possono anche essere assenti al momento della nascita e comparire successivamente causando, se non trattati adeguatamente, anche serie complicazioni allo sviluppo del bambino. Diagnosi e cura La sifilide può essere diagnosticata tramite un esame del sangue oppure un campione della ferita della sifilide esaminato al microscopio. La sifilide viene curata con la penicillina (un farmaco antibiotico). Le persone che hanno avuto la sifilide per meno di un anno possono essere curate con una dose di penicillina. Per le persone che hanno avuto la sifilide per più tempo, saranno richieste più dosi di penicillina. È importante che anche il partner riceva la terapia per evitare di essere nuovamente infettati. 69 CANDIDOSI CANDIDOSI Prevenzione e consigli utili Per prevenire l’infezione da candida è importante eseguire correttamente le norme igieniche personali fondamentali facendo attenzione ad asciugare le parti intime poiché la candida predilige gli ambienti caldo-umidi. Evitare la condivisione di asciugamani. Preferire intimo di cotone per favorire la traspirazione evitando cosi il proliferare del fungo. Evitare l’uso di spray genitali. Evitare saponi o sostanze che possano determinare irritazione prediligendo saponi neutri e non profumati. Nei rapporti sessuali utilizzare il preservativo. antonio marino S. Omnia mea mecum porto o. La candidosi è la più frequente infezione micotica (provocata da funghi) che colpisce l’apparato genitale. La candida albicans, normale costituente della flora batterica vaginale, è la principale responsabile di tali infezioni, anche se sono in aumento quelle causate da altre specie di candida e le infezioni miste (funghi e batteri insieme). Le infezioni da funghi del tratto genitale, di solito causate da candida albicans, sono molto frequenti nelle donne, ma di norma non sono acquisite per via sessuale. La via sessuale di trasmissione della candida è tuttavia confer- 70 mata dal picco di prevalenza che si osserva durante l’età sessualmente attiva e dalla possibilità di contagiare il partner (Warnock, 1979). I rapporti genito-anali ed urogenitali favoriscono la contaminazione. L’alta incidenza della candidosi vaginale scaturisce dall’uso diffuso di antibiotici a largo spettro, dall’uso dei contraccettivi orali, dalla gravidanza, dal flusso mestruale, dal diabete mellito 1 , dalla biancheria intima troppo stretta e dalla soppressione dell’immunità cellulo-mediata a seguito dell’uso di farmaci o dell’infezione da HIV. patrizia trevisi Aggregazione coatta Sintomi e decorso Le donne presentano spesso irritazione vulvare e secrezione vaginale. L’irritazione è spesso grave e la secrezione scarsa. La vulva può essere infiammata, con escoriazioni e fissurazioni. La parete vaginale è di solito ricoperta da colonie di lieviti biancastre. I maschi sono spesso portatori asintomatici, anche se a volte possono notare una lieve secrezione uretrale. Possono lamentare irritazione e dolenzia al glande e al prepuzio, in modo particolare dopo il coito. Glande e prepuzio appaiono arrossati e può esserci: materiale biancastro, vesciche o erosioni. Nei casi più gravi può esserci edema del prepuzio, con fimosi. S. o. frono di episodi ricorrenti, ai casi in cui l’infezione risulti sostenuta da candida non albicans. Diagnosi e cura Per la diagnosi l’esame microscopico riveste importanza capitale. Una volta valutati i sintomi e formulata la diagnosi di candidosi, si prescrive solitamente una terapia locale (con ovuli o creme vaginali) a base di antimicotici da protrarsi per un periodo variabile da tre a sette giorni. 1 Diabete mellito Il diabete mellito è una sindrome caratterizzata da iperglicemia, secondaria a un difetto di secrezione o di attività dell’insulina (ormone prodotto dal pancreas), o più spesso di entrambi. Lesione candida cavità buccale. Il trattamento è altamente efficace nelle forme acute di candidosi. La terapia per via orale in genere è riservata alle persone che sof- 71 CLAMIDIA CLAMIDIA Le carcere Uscii quer giorno che Ppapa Leone fu incoronato: ma tte do un avviso, che mejo cosa che de stà in priggione sì e nò ppo trovasse in paradiso. Clamidia e gravidanza La clamidia può essere trasmessa da madre a bambino durante la nascita. L’infezione da clamidia nei neonati può causare una congiuntivite neonatale (un’infezione degli occhi del bambino) e polmonite. Senza una cura immediata, gli occhi del neonato possono essere danneggiati seriamente e permanentemente. Lì maggni pane, vino, carne e riso, e l’oste nun te mette suggizione: trovi in cammera tua tutto priciso, senza pagà né serva né piggione. Lì drento nun ce piove e nun ce fiocca, e nun c’è né governo né curato che tte levino er pane da la bocca. Lì nun lavori mai, sei rispettato, fai er commido tuo, e nun te tocca er risico d’annà mai carcerato. Gioacchino Belli La clamidia è molto comune tra gli adulti giovani e tra gli adolescenti. Le manifestazioni sintomatiche sono molto leggere, tanto da non essere spesso riconosciute dalle persone che ne sono colpite, può essere comunque causa di seri danni all’apparato riproduttivo femminile, fino a dare infertilità. Nella maggior parte dei casi l’infezione colpisce le donne. Circa il 75% delle donne infette e metà degli uomini infetti non presentano sintomi di clamidia. La clamidia è trasmessa attraverso contatto sessuale (soprattutto vaginale o anale) con una persona infetta. Se siete stati curati recentemente o state per essere curati per la clamidia, dovete assicurarvi che il vostro (o i vostri) partner effettui le cure per evitare di essere infettati nuovamente. I partner devono ricevere le cure anche se non hanno nessun sintomo. Le donne affette da clamidia hanno una probabilità di rischio di contrar- 72 re il virus dell’AIDS cinque volte più alta. La possibilità di infettarsi con la clamidia può essere ridotta evitando comportamenti sessuali rischiosi. Per ridurre i rischi: usate profilattici di lattice o di poliuretano nei rapporti sessuali. Sintomi e decorso Circa il 75% delle donne e il 50% degli uomini con la clamidia non hanno sintomi di infezione. La clamidia è definita un’infezione silenziosa, perché nella grande maggioranza dei casi i sintomi non sono evidenti, e se si manifestano, compaiono da una a tre settimane dopo l’infezione. Nelle donne, il batterio infetta la cervice e l’uretra, causando: • perdite vaginali anomale o una sensazione di irritazione • l’infezione si espande poi alle tube, causando in alcune persone dolori addominali al basso ventre, alla schiena, nausea, febbre perdite sanguino- lente anche al di fuori del ciclo mestruale. Dalla cervice, l’infezione può eventualmente espandersi al retto. Negli uomini, i sintomi possono manifestarsi come: • perdite dal pene • sensazione di irritazione e prurito durante la minzione • raramente, si hanno infiammazioni e ingrossamento dei testicoli. Se trasmessa attraverso un rapporto anale, la clamidia può infettare il retto e dare dolori, perdite e sanguinamenti. Se trasmessa attraverso un rapporto orale, può infettare la gola. Quando non viene curata, la clamidia può incrementare il rischio di acquisizione o trasmissione dell’infezione HIV. Nelle donne, una clamidia non curata può diffondersi nella zona pelvica e infettare l’utero, le tube di Falloppio e le ovaie, portando alla Malattia Infiammatoria Pelvica. I sintomi della Malattia Infiammatoria Pelvica includono: • Dolore addominale • Dolore posteriore • Dolore durante i rapporti sessuali • Emorragia durante i cicli mestruali • Febbre La Malattia Infiammatoria Pelvica può essere una condizione molto seria e richiede cure mediche immediate. Essa può causare danni permanenti agli organi riproduttivi della donna e può portare alla sterilità, dolore pelvico cronico, e un rischio maggiore di gravidanza extrauterina. Negli uomini, una clamidia non curata può avere un effetto deleterio sui testicoli, portando a gonfiori e dolore. Complicazioni collegate possono portare alla sterilità. alessandro mele Jail Diagnosi e cura Date le possibili serie conseguenze ‘silenti’ dell’infezione, viene raccomandato uno screening annuale per tutte le donne sessualmente attive sotto i 25 anni di età, o per le donne più vecchie che cambiano frequentemente partner sessuali, e per tutte le donne in stato di gravidanza. C’è una varietà di esami di laboratorio che può essere usata per diagnosticare la clamidia. Gli esami vengono fatti o tramite un campione di urina o tramite un campione ottenuto dalla cervice della donna o dall’uretra dell’uomo, usando un tampone di cotone. La clamidia può essere facilmente S. o. curata con antibiotici. Poiché gli uomini e le donne infettati dalla clamidia spesso presentano anche la gonorrea, anche la terapia per la gonorrea viene fornita. Oltre al soggetto interessato, è necessario che anche tutti i partner sessuali vengano testati per la presenza del batterio ed eventualmente trattati. Il rischio di re-infezione in pazienti esposti a soggetti infetti è molto elevato, e aumenta notevolmente la possibilità che le conseguenze dell’infezione siano molto serie. Le persone infette dovrebbero astenersi da qualsiasi attività sessuale ed effettuare un nuovo test tre-quattro mesi dopo la cura. 73 Linfogranuloma venereo Malattia sessualmente trasmessa da chlamydia trachomatis, caratterizzata da una lesione primaria transitoria seguita da una linfadenite suppurativa, da linfangite e da gravi complicanze locali. Sintomi Dopo un periodo d’incubazione da 3 a 12 giorni, compare una piccola lesione vescicolare non indurita che si ulcera rapidamente, guarisce prontamente e può passare inosservata. Il primo sintomo abitualmente è l’aumento monolaterale e dolente al tatto dei linfonodi inguinali, che poi formano una grande massa fluttuante e dolente che aderisce ai piani profondi e infiamma la cute sovrastante. Vi possono essere fistole multiple che emettono materiale purulento o striato di sangue. 74 Alla guarigione compaiono solitamente cicatrici, mentre le fistole possono permanere o recidivare. La sintomatologia sistemica può consistere in malessere generale, febbre, cefalea, dolori articolari, anoressia e vomito. Nelle donne è frequente riscontrare lombalgia, le lesioni iniziali possono essere cervicali o vaginali, provocando dilatazione e suppurazione dei linfatici pelvici e perirettali. L’interessamento della parete del retto, nelle donne e negli uomini omosessuali può provocare proctite ulcerativa con secrezioni rettali purulente e striate di sangue. Un processo infiammatorio cronico determina l’ostruzione dei vasi linfatici, portando alla fine un’elefantiasi dei genitali. Nelle donne e nei maschi omosessuali si possono riscontrare stenosi rettali. S. o. Fattori di rischio sono rappresentati da: • sesso maschile • basse condizioni socio economiche • rapporti omosessuali I neonati esposti all’infezione durante il passaggio del canale del parto possono acquisire l’infezione e sviluppare diverse forme cliniche tra cui congiuntivite e polmonite. Terapia In terapia è consigliato l’uso delle tetracicline. Linfadenite suppurativa: è un’infiammazione dei linfonodi con la presenza di pus. Linfangite: è un’infiammazione della parete che costituisce i vasi linfatici. Fistole perianali: la fistola anale è una comunicazione anomala fra il canale anale e la cute perianale. Proctite: la proctite è un’infiammazione che interessa la mucosa del retto. luigi petracchi liberi nonostante: legge - amore S. o. Cancroide Balanite e balanopostite Malattia contagiosa acuta a carico della cute dei genitali o le membrane mucose causata da haemophilus ducreyi. La sintomatologia, dopo un periodo d’incubazione di 3-7 giorni, è caratterizzata da piccole papule che si rompono determinando ulcere dolorose di varie dimensioni che possono confluire provocando profonde erosioni e da suppurazione dei linfonodi inguinali. Nuove lesioni si possono generare per autoinfezione. La balanite è un’infiammazione della testa del glande spesso estesa anche al prepuzio, in tal caso è detta balanopostite. La balanopostite o balanite (nei soggetti circoncisi) può essere una complicanza di candidosi, gonorrea, uretrite da clamidia, tricomoniasi, herpes simplex, scabbia o sifilide primaria e secondaria. La balanopostite si associa spesso a inadeguata igiene dovuta a un prepuzio aderente. Le secrezioni sottoprepuziali possono infettarsi con batteri anaerobi determinando infiammazione. Il diabete mellito è una patologia predisponente la balanopostite in particolare quella candidosica. La diagnosi solitamente è clinica, perché la coltura del microrganismo è difficoltosa e la flora polimicrobica delle ulcere rende incerta l’identificazione. Le complicanze comprendono fimosi, stenosi e fistole uretrali ed estese distruzioni tissutali. La sintomatologia è caratterizzata da dolore, irritazione e secrezione sottoprepuziale generalmente 2-3 giorni dopo un rapporto sessuale. Possono aversi fimosi (restringimento del prepuzio a causa dell’edema superficiale del glande e del prepuzio stesso) ulcerazioni superficiali o aumento di volume dei linfonodi inguinali. Devono essere indagate le condizioni patologiche sopra indicate, specialmente la candidosi, e controllato un eventuale diabete. Va esaminata la cute del paziente alla ricerca di lesioni che possono indicare un interessamento del tratto genitale con una dermatosi più diffusa. Se si rinviene una causa specifica, si dovrà procedere a una terapia appropriata e andranno messe in atto misure igieniche generali. Per la fimosi può essere necessario eseguire irrigazioni sottoprepuziali, per allontanare secrezioni e detriti. Nei pazienti con fimosi persistente si dovrà prendere in considerazione la possibilità di eseguire la circoncisione dopo la risoluzione dell’infiammazione. CANCROIDE, BALANITE E BALANOPOSTITE LINFOGRANULOMA VENEREO sergio ceccotti Purgatorio 75 La profilassi per la gonorrea è analoga a quella di tutte le malattie sessualmente trasmesse e consiste in evitare casi sospetti o nel praticarli con mezzi di protezione eseguendo un’abbondante detersione dopo l’atto sessuale. È importante evitare rapporti sessuali fino alla completa guarigione. Dopo un rapporto a rischio è consigliabile l’assunzione di 200 mg di minociclina o di penicillina-benzatina. Curiosità Vincent Van Gogh nel 1882 si ammala di gonorrea e per questo viene ricoverato in ospedale per tre settimane. In quel periodo fece il ritratto al medico che lo ebbe in cura ma quest’opera è andata perduta. emo formichi La chiave dimenticata La gonorrea è una MTS batterica causata da un gonococco (neisseria gonorrhoeae) ed è popolarmente nominata “scolo”. Il nome gonorrea deriva dal greco gonos = seme e reo = flusso e fu coniato dal medico greco Galeno dall’errata convinzione che il caratteristico quadro sintomatologico dominato dallo scolo fosse causato dalla perdita di liquido seminale. Successivamente il medico Maimonide dimostrò che la secrezione presente nella gonorrea era materiale purulento e non liquido seminale. S. o. una persona con l’HIV ad essere più infettante. Avere la gonorrea può anche rendere più facile per una persona HIV negativa essere infettata se esposta al virus. La gonorrea può anche essere trasmessa dalla madre al bambino al momento del parto e può causare infezione agli occhi del figlio, portando cecità se non trattata. Sintomi La gonorrea può essere trasmessa durante rapporti anali, vaginali, orali e oro-anali. I sintomi della gonorrea solitamente compaiono da due giorni a due settimane dopo l’infezione. Tuttavia alcune persone possono non rendersi conto dell’infezione poiché i sintomi spesso non sono presenti oppure sono lievi. La gonorrea può colpire l’ano, il pene, la cervice e la gola. Una gonorrea non trattata può portare Nel maschio i sintomi di solito consistono in una perdita giallastra o verdastra dal pene e in una sensa- 76 GONORREA GONORREA Prevenzione e profilassi zione di bruciore nell’urinare. I testicoli possono essere gonfi e dolenti. Nelle donne i sintomi possono includere una sensazione di bruciore durante la minzione ed una secrezione muco-purulenta o sanguinolenta dalla vagina. Se l’infezione è rettale sia negli uomini che nelle donne si potrebbe notare dolore perianale, una secrezione di muco e pus dalla mucosa anale, o un dolore durante i rapporti anali. La gonorrea a livello della gola può causare mal di gola, ma generalmente è poco frequente. Se non trattata la gonorrea può causare problemi molto seri alla salute che includono infezioni pelviche nelle donne, l’insorgenza di dolori, l’infertilità, gravidanze ectopiche e emo formichi La legge è uguale per tutti problemi ai testicoli negli uomini. La gonorrea non trattata può anche espandersi nel circolo ematico portando febbre e può colpire le articolazioni causando dolore e tumefazione simil artritica. L’artrite colpisce prevalentemente l’articolazione del ginocchio, la caviglia, il polso, l’articolazione coxo femorale. L’articolazione appare arrossata, edematosa. Gravidanza ectopica: condizione patologica in cui l’impianto dell’embrione avviene in sedi diverse dalla cavità uterina. Diagnosi Il test per la gonorrea consiste in un tampone alla punta del pene o della cervice. Se si pratica sesso S. o. orale o anale, i tamponi dovrebbero essere fatti anche dalla gola e/o dall’ano. Può inoltre essere preso un campione di urine. È abitualmente possibile dire immediatamente se la gonorrea è presente nel pene, e in molti casi nella cervice dall’analisi dei tamponi, ma la gonorrea a livello della gola è la sola che può essere diagnosticata più tardi. Tuttavia, qualsiasi sia il sito dell’infezione, possono essere richiesti almeno tre giorni dal test per ottenere i risultati conclusivi. Trattamento La gonorrea è trattata con antibiotici somministrata generalmente per via parenterale. Non è necessario sottoporre a test il paziente subito dopo il trattamento anti- gonococcico per confermare che il paziente non sia più contagioso sempre che la risposta sintomatica sia stata adeguata. La ripetizione dello screening per un’eventuale reinfezione da clamidia o da gonococco è consigliata dopo almeno 4 settimane. Verrà consigliato probabilmente di non fare sesso, (anche con il preservativo), prima che sia terminato il periodo di trattamento. Questo serve per prevenire una re-infezione. Via parenterale: La via parenterale è una modalità di somministrazione dei farmaci che può utilizzare la via endovenosa, la via sottocutanea, e la via intramuscolare. Per via enterale s’intende l’ingestione orale del farmaco. 77 PITYRIASIS PITYRIASIS doretta bottos Fuori! Col termine pityriasis versicolor o tinea versicolor si intende una comune infezione fungina della cute causata da malassezia spp. La pityriasis versicolor è un’infezione superficiale che interessa la parte alta del tronco, delle braccia, il collo e qualche volta il volto. Il nome è dovuto al fatto che le colonie fungine possono apparire di vario colore dal rosa fino al marrone scuro. Il fungo è un saprofita che include molte specie lipofiliche che possono essere isolate dalla cute dell’uomo. La pityriasis versicolor è la più comune tra le infezioni fungine negli adolescenti e nei giovani adulti. A causa della lipofilia della Malas- 78 S. o. sezia è raro osservare la pityriasis versicolor nella popolazione prepubere quando le ghiandole sebacee non sono in funzione. Vengono considerati fattori di sviluppo: • l’uso di contraccettivi orali • l’uso di steroidi • l’immunosoppressione • l’iperidrosi. La pityriasis versicolor è più frequente in estate rispetto all’inverno. Inoltre le lesioni sono spesso confinate nelle aree coperte dai vestiti suggerendo che l’aumento dell’umidità e del calore può avere un ruolo patogenetico. L’uso di creme o unguenti può favorire lo sviluppo delle lesioni. La pityriasis versicolor è una manifestazione cutanea con aspetti diversi da caso a caso. Può apparire come piccole macchie appena più scure del colorito della cute centrate da un follicolo pilifero, nelle sedi di elezione. In altri casi si osservano macchie più estese di forma ovalare, isolate o confluenti a formare estese macchie a margini figurati. Osservando da vicino una singola lesione si può apprezzare una fine desquamazione definita come furfuracea. Non è infrequente osservare nello stesso individuo chiazze pigmentate accanto ad altre depigmentate o ipocromiche. Queste ultime vengono ritenute come l’esito dell’allontanamento spontaneo o indotto della colonia fungina. Il fenomeno della ipopigmentazione diventa più evidente durante l’esposizione al sole per i pazienti che si espongono con la cute interessata da colonie fungine. Infatti il sole, i bagni e gli indumenti leggeri di per sè favoriscono l’allontanamento delle colonie dalla cute. La contemporanea pigmentazione favorita dall’esposizione al sole fa aumentare la differenza cromatica tra cute normalmente abbronzata e cute ipopigmentata perchè precedentemente interessata da una colonia fungina. Per questo motivo spesso il paziente si accorge di essere affetto da pityriasis versicolor proprio durante il soggiorno estivo quando compaiono evidenti le macchie bianche non essendosi accorto di quelle scure durante gli altri mesi. Da qui la denominazione popolare di “fungo di mare” data a questa affezione. Mark h. cottle The sindone Diagnosi Normalmente la diagnosi di pityriasis versicolor è una diagnosi clinica; tuttavia nei casi di dubbio si può ricorrere all’esame con la lampada di Wood o all’esame microscopico diretto. Le lesioni di pityriasis versicolor, illuminate dalla lampada di Wood (raggi UV filtrati a 365nm), emettono una fluorescenza gialla. Questo esame è tuttavia poco specifico. L’esame microscopico diretto si esegue prelevando le squame dalle lesioni come nelle Dermatofitosi. Cura Il trattamento della pityriasis versicolor è essenzialmente con terapia topica anche se in casi particolari S. o. viene proposta la terapia sistemica. Il trattamento sistemico deve essere considerato un trattamento eccezionale e non un trattamento che miri all’eradicazione dell’infezione. Si tratta infatti di un lievito saprofita che non può essere eradicato. Le ricorrenze per la pityriasis versicolor sono le stesse dopo terapia topica o terapia sistemica. La terapia topica si avvale principalmente dell’uso dei derivati azolici in crema, lozione, spray da applicare una volta al giorno per un ciclo di 10-15 giorni. Il trattamento con agenti non specifici prevede, come per i Dermatofiti, l’uso di creme contenenti zolfo e acido salicilico. 79 Una ricorrenza di colonizzazione cutanea può quindi avvenire quando le condizioni permissive siano presenti. Per questo motivo non si può parlare di sradicazione ma semplicemente di controllo della crescita dei lieviti. In pratica dopo il trattamento principale per la pityriasis versicolor occorre stabilire con il paziente un piano per il controllo delle recidive. Per prima cosa occorre segnalare al paziente che le recidive avverranno preferenzialmente in autunno e in primavera e che non necessaria- 80 mente il paziente sarà in grado di conoscere l’evento. Infatti, la ripresa di colonizzazione cutanea nelle fasi iniziali è del tutto asintomatica e spesso per osservarla occorre un esame alla luce di Wood. É buona regola pertanto praticare un ciclo di antimicotico topico per 10 giorni consecutivi tutti gli autunni e le primavere indipendentemente dall’osservazione delle lesioni cutanee. Al distacco delle colonie di malassezia spp. dalla superficie cutanea rimane sulla cute un’impronta ipocromica. Questa chiazza bianca è dovuta sia alla eccessiva desquamazione causata dal lievito sia a prodotti specifici del lievito ad azione inibente la pigmentazione. Il distacco delle colonie cutanee può avvenire in seguito a terapia, in seguito all’esposizione al sole o spontaneamente. Quando le chiazze bianche compaiono dopo la terapia, queste ingenerano confusione nel paziente. S. o. Infatti, prima del trattamento il paziente poteva a malapena quantificare la presenza di colonie fungine cutanee; ma dopo il trattamento la presenza delle macchie bianche, più evidenti di quelle della pityriasis versicolor, fa ritenere al paziente di essere peggiorato. Questo atteggiamento può comportare sia una sfiducia nel trattamento prescritto sia l’accanimento terapeutico nel tentativo di annullare le macchie bianche. Qualsiasi trattamento antimicotico sulle macchie bianche non sortisce alcun esito. Spesso si assiste a un’inerzia nella ripigmentazione delle macchie bianche che può durare anche due o tre mesi. Tutti questi concetti devono essere trasmessi al paziente affinché possa rendersi conto del problema. ROBERTO LUCIFERO 500 pillole Il trichomonas vaginalis è un organismo che causa la malattia Tricomoniasi che può essere trasmessa sessualmente da persona a persona. La tricomoniasi è trasmessa attraverso rapporti di sesso vaginale con una persona infetta. La possibilità di diventare infetti con la tricomoniasi può essere ridotta evitando comportamenti sessuali rischiosi. Per ridurre i rischi: • Usare profilattici di lattice o di poliuretano durante i rapporti sessuali • Limitare il numero di partner Se si è stati curati recentemente o si sta per essere curati per la tricomoniasi, bisogna assicurarsi che il proprio (o i propri) partner ricevano anche loro le cure per evitare di essere infettati nuovamente. I partner devono ricevere le cure anche se non hanno nessun sintomo. TRICOMONIASI PITYRIASIS Le malassezie spp. sono saprofiti abituali della cute dell’uomo e il loro habitat naturale è all’interno dei follicoli pilo-sebacei. Quando le colonie si espandono sulla superficie cutanea è verosimile che vi sia una condizione permissiva alla loro crescita. Questa condizione peraltro sconosciuta può essere indotta da fattori esogeni ed endogeni. Piera scognamiglio Shadows and light S. o. Sintomi e decorso Diagnosi e cura Sia gli uomini sia le donne possono essere infettate dalla tricomoniasi. Molte persone che sono infette non presentano nessun sintomo. Più comunemente la tricomoniasi è diagnosticata esaminando un campione di secreto vaginale o del pene attraverso un microscopio. Nelle donne i sintomi includono: • p r o f u s a secrezione vaginale (schiumosa, verde giallastra e alcalina) con un odore sgradevole • disuria e la dispareunia • prurito, bruciore o arrossamento della vulva e della vagina • questi sintomi compaiono, spesso, dopo le mestruazioni La tricomoniasi può essere facilmente curata con antibiotici (metronidazolo). Questa terapia può causare effetti collaterali come nausea leggera, vomito e sapore metallico nella bocca. È importante prendere i medicinali come vengono prescritti; essi possono causare una reazione dannosa se mischiati con l’alcool; evitare di bere nelle 24 ore successive all’acquisizione della medicina. È importante che vi assicuriate che anche il vostro partner riceva la terapia per evitare di essere nuovamente infettati. Evitate di fare sesso mentre siete curati per ridurre le possibilità di ottenere nuovamente l’infezione o di trasmetterla a qualcun altro. Negli uomini includono: • Secrezione dal pene • Bruciore durante la minzione La tricomoniasi non porta a complicazioni serie. Quando non viene curata, essa può incrementare il rischio di acquisizione o trasmissione dell’infezione HIV. 81 Appendici, sommario Il vaccino per l’influenza viene aggiornato ogni anno ed ha lo scopo di proteggere l’individuo singolo e la collettività in cui vive il soggetto per impedire cosi la diffusione del virus. Il Ministero della Salute indica che il vaccino antinfluenzale non deve essere somministrato a: - Lattanti al di sotto dei sei mesi (per mancanza di studi clinici che dimostrino l’innoquità del vaccino in tali fasce d’età). - Soggetti che abbiano manifestato reazioni di tipo anafilattico ad una precedente vaccinazione o ad uno dei suoi componenti. - Una malattia acuta di media o grave entità, con o senza febbre, costituisce una controindicazione temporanea alla vaccinazione, che va rimandata a guarigione avvenuta - Un’anamnesi positiva per sindrome di Guillain Barrè costituisce motivo di precauzione riguardo alla somministrazione di vaccino antinfluenzale. 84 1. Appendice: La riforma sanitaria in ambiente penitenzirio Il carcere nel cinema e nella fiction M. Panerai 84 86 86 87 False controindicazioni: - Allergia alle proteine dell’uovo, con manifestazioni non anafilattiche - Malattie acute di lieve entità - Infezione da HIV ed altre immunodeficienze congenite o acquisite. 87 88 La condizione di immunodepressione non costituisce una controindicazione alla somministrazione della vaccinazione antinfluenzale. La somministrazione del vaccino potrebbe non evocare una adeguata risposta immune. Una seconda dose di vaccino non migliora la risposta anticorpale in modo sostanziale. 90 91 92 L’influenza è una malattia infettiva altamente contagiosa causata dai virus influenzali A, B e C appartenenti alla famiglia degli orthomyxoviridae. La malattia è molto diffusa nelle stagioni fredde e nelle collettività a causa delle frequenti occasioni di contatto e di sovraffollamento. Il virus si trasmette con i colpi di tosse, gli starnuti delle persone infette, attraverso le goccioline di saliva e il contatto con superfici contaminate. Sintomatologia e diagnosi La sintomatologia dell’influenza è generalmente aspecifica, in quanto è riscontrabile in altre patologie infettive come la tonsillite e il comune raffreddore. È caratterizzata dalla cosi detta sindrome influenzale che comprende: • Brividi e sudorazione • Febbre talvolta elevata con durata tra i 3 e i 4 giorni • Mal di testa • Malessere generalizzato e dolori ossei e muscolari, sensazione di affaticamento e debolezza (astenia) 82 • Congestione nasale (Naso chiuso) • Starnuti • Mal di gola e tosse • Mancanza d’appetito (anoressia) • Fotofobia In alcuni casi si può avere: vomito, nausea, diarrea e dolori addominali. Nel periodo influenzale soggetti più deboli o affetti da altre patologie croniche sono più suscettibili a sviluppare altre malattie respiratorie come bronchiti e polmoniti e malattie neurologiche che possono peggiorare e complicare il quadro clinico. Generalmente si risolve nell’arco di 4 5 giorni.Per la diagnosi di certezza è opportuno effettuare esami di approfondimento con l’isolamento del virus da tamponi nasali o del’escreato. Terapia Si consiglia il riposo a letto, l’utilizzo di antipiretici per cercare di diminuire la temperatura corporea e, se presente la tosse, è necessario utilizzare sedativi per alleviare il sintomo. Nelle forme complicate con infezione respiratoria da batteri si consiglia l’utilizzo di antibiotici come le penicilline o le cefalosporine 94 Prevenzione Il lavaggio accurato delle mani resta la misura igienica fondamentale. Il periodo di maggior contagio è tra il secondo e terzo giorno successivo all’infezione. L’infettività dura per circa 10 giorni. È importante porre la mano davanti la bocca quando si tossisce, per non propagare l’infezione nell’ambiente, e lavarsi successivamente in maniera molto accurata le mani per impedire di contaminare gli oggetti che vengono utilizzati e che potrebbero venir utilizzati da altri. Per le zone in cui c’è un malato d’influenza è utile disinfettare accuratamente le superfici possibili di contaminazione con alcool. Il vaccino antinfluenzale viene consigliato a soggetti potenzialmente a rischio delle complicanze che può causare l’influenza. Per questo motivo il vaccino è indicato: per gli anziani, i soggetti diabetici, i cardiopatici, i pazienti con malattia respiratoria e i soggetti affetti da patologie neoplastiche o con deficit immunitari. 95 96 97 Sommario INFLUENZA Vaccino antinfluenzale Mauro Mariani Direttore della Casa Circondariale di Regina Coeli, Roma Santi Consolo Vice capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Ministero di Giustizia Angelo Zaccagnino Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria del Lazio Cristiano Conte Foro di Roma in rappresentanza dell’Avvocatura di Roma Livia Turco Commisione Parlamentare di Inchiesta sugli errori in campo sanitario Angiolo Marroni Garante dei Diritti dei Detenuti per la Regione Lazio Fabio Gui Forum Nazionale per il Diritto alla salute dei detenuti e delle detenute Enrico Rinaldi Della Ratta Magistrato di Sorveglianza di Roma Evangelista Sagnelli Presidente della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali Claudio Leonardi Presidente della Federazione della Regione Lazio degli operatori dei servizi pubblici per le tossicodipendenze Giulio Star nini Infettivologo Ospedale Belcolle, Viterbo, Responsabile dell’Unità Operativa di Medicina Protetta di Malattie infettive Annarita Plastina Psichiatra, Responsabile dell’ambulatorio malattie infettive della ASL RMA e del counselling 98 Padre Vittorio Trani e Padre Er nesto Piacentini Cappellani del Carcere 99 Inter vento dei detenuti 102 Donato Capece Segretario Generale del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria 103 Vincenzo Saulino 104 105 Forum Regionale per il Diritto alla Salute 2. Appendice: Il burnout degli operatori penitenziari S. Pasquali Opere d’arte e carcere M. Panerai Gli atti seguono l’ordine degli interventi al convegno 83 Il carcere e la vita al suo interno, è un tema molto ricorrente nel mondo del cinema, soprattutto in quello americano, tanto da essere diventato un genere a sé, detto “prisonmovie”. Questo genere di film spesso rappresenta una metafora esasperata della società. Esasperazione che nasce dalla privazione della libertà cui le persone recluse sono sottoposte. Il protagonista in genere è il carcerato. Meglio se non del tutto “cattivo” in modo da permettere allo spettatore di identificarsi con il protagonista, rappresentato come un indivi- ATTI DEL CONVEGNO duo scaltro e intelligente, simpatico quasi buono, oppure se il film è di tono drammatico, “innocente” o comunque meno cattivo delle persone che lo circondano. Il cinema tende a escludere che il protagonista del prison-movie possa essere negativo, perché deve farne un eroe; al più a interpretare il cattivo c’è qualche compagno di reclusione o qualche agente penitenziario particolarmente sadico, quando non il sistema penitenziario stesso, visto come un luogo da film dell’orrore. La regola sembra essere che, se il carcerato nella realtà percepito come il “male”, nel film diventa il buono, allora la sua controparte, 1. Appendice: La riforma sanitaria in ambiente penitenziario “La completa attuazione della Riforma sanitaria penitenziaria per affrontare l’emergenza sanitaria nelle carceri laziali” è stato questo il tema del convegno svoltosi l’11 febbraio 2010 nel carcere romano di Regina Coeli al quale hanno partecipato medici, personale penitenziario, detenuti e associazioni del terzo Settore, ideato dal Centro Studi Cappella Orsini, promosso dalla Regione Lazio in collaborazione con l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti del Lazio e il Forum nazionale per il diritto alla salute dei detenuti e delle detenute. L’attuazione della Riforma Sanitaria Penitenziaria ha introdotto il principio universalistico del diritto alla salute “senza distinzione di condizioni individuali o sociali”. Obiettivo è proprio riscoprire la centralità della persona, nella convinzione che, per superare il sovraffollamento delle carceri, si debba puntare su percorsi di sostegno, accompagnati dalla “restrizione dell’area detentiva”, con la riforma del codice penale, la depenalizzazione dei reati e il ricorso alle pene non detentive. Alcuni dati Il 62% dei detenuti ha patologie che richiedono un intervento medico, quasi il 40% è affetto da epatite cronica, il 27% soffre di problemi psicologici - psichiatrici. Inoltre al Lazio spetta il record dei detenuti affetti da Hiv, con una percentuale del 3,33% (quasi il doppio rispetto alla media italiana) e aumentano anche i casi di tubercolosi e di Aids. È questo il quadro dell’emergenza sanitaria che affligge le carceri laziali. Secondo i dati presentati al convegno, lo stato di salute delle strutture penitenziarie è dunque peggiore nel Lazio rispetto alle altre regioni italiane. Circa 200 dei 2500 sieropositivi detenuti nelle carceri italiane, vivono negli istituti di pena del- Il carcere nel cinema e nella fiction cioè chi esercita la giustizia nella realtà percepito come “buono”, nel film deve diventare il cattivo. Questo perché (specie nei film americani) il carcere è spesso usato come specchio della società corrotta in cui l’uomo vive. Così l’uomo medio che finisce in carcere, nei film, diventa consapevole della società in cui vive solo attraverso la violenza e la corruzione che trova all’interno del penitenziario. I prison-movie si possono isolare in alcuni sottogeneri: nel cinema americano a farla da padrone è sicuramente il tema dell’evasione, che ben si adatta a creare film a vocazione avventurosa, come ad esempio Fuga da Alcatraz (1979) e Papillon (1973). Molto successo riscuote anche il tema dell’innocente condannato ingiustamente (Tim Robbins in Le ali della libertà del 1994), o quello la regione e poco meno di un detenuto su tre soffre di disagi psichici. Oltre ai problemi psicologici (un detenuto su due è stato trattato con psicofarmaci), le patologie diffuse sono le malattie virali croniche (circa il 17% dei detenuti), patologie osteoarticolari (10%), problemi cardiovascolari (oltre il 9%), problemi legati al metabolismo (6,8%), malattie dermatologiche (6,7%). Problemi aggravati dalla carenza delle strutture e dal loro sovraffollamento, con il rischio di contagio per gli agenti di Polizia penitenziaria (sono oltre 5 mila nel Lazio), che spesso lavorano in condizioni critiche. Inoltre risultano insufficienti anche le risorse finanziarie destinate alla salute dei reclusi: appena 5 euro dei 157 spesi ogni giorno dallo Stato, per ciascun detenuto. Già il decreto legislativo 230/99 conteneva norme per il riordino della medicina penitenziaria, stabilendo che “i detenuti e gli internati hanno diritto al pari dei cittadini in stato di libertà, all’erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazio- Sezione media Sciuscià (1946) Vittorio De Sica Per comprare un cavallo bianco che due piccoli sciuscià (da “shoe-shine”, lustrare scarpe) napoletani, si lasciano coinvolgere senza volerlo in un furto a casa di una chiromante, ingannati dal fratello più grande di uno dei due. Arrestati e rinchiusi in un carcere minorile, dopo essere riusciti a comprare il cavallo, cadranno in una spirale d’inganno e vendetta. I soliti ignoti (1958) Mario Monicelli Progetto Mauro Panerai Il Convegno 84 S.o. shut-out Sezione media Un gruppo di ladruncoli incapaci, cappeggiati da Peppe (Vittorio Gassman), un pugile fallito appena uscito dal carcere, decide di scassinare una cassaforte sfondando il sottile muro che divide una casa dal monte dei pegni. A causa del cambio di disposizione di mobili di cui non sono a conoscenza, sfondano il muro sbagliato e si ritrovano nella cucina dello stesso appartamento. Dopo aver trovato pasta e ceci, si siedono a mangiare prima di darsi alla fuga. ne, efficaci ed appropriate sulla base degli obiettivi di salute e dei livelli essenziali ed uniformi di assistenza individuati nel piano sanitario nazionale, nei piani Regionali e in quelli locali”. Solo con la legge finanziaria del 2007 è stato disposto il trasferimento al servizio sanitario nazionale di tutte le funzioni sanitarie carcerarie, con l’integrazione dell’intero personale medico e paramedico carcerario nel SSN e nelle relative ASL territoriali. Il numero dei suicidi che nel corso del 2009 ha raggiunto la punta massima dell’intera storia repubblicana, cioè 72. Il numero di suicidi è 16-17 volte maggiore della frequenza dei suicidi nella popolazione nazionale, quella libera. L’Italia ha un numero di suicidi fuori dalle sbarre, nella vita normale, tra i più bassi d’Europa e dietro le sbarre il più alto; non solo, mentre fuori la frequenza dei suicidi è maggiore nelle fasce anziane, all’interno del carcere è maggiore nelle fasce giovanili. Una considerazione altrettanto significativa è che più frequente è il suicidio tra co- loro che si trovano da tre, sette, quindici giorni, un mese, cioè il suicidio è la disperata reazione rispetto all’impatto con un universo sconosciuto, in persone che magari sono alla loro prima esperienza di detenzione. Milleduecento detenuti in più rispetto al numero consentito, un aumento di oltre il 50% dal 2001 al 2008, oltre settanta suicidi durante il 2009. Sono i dati relativi alle carceri laziali, presentati dagli organizzatori del convegno realizzato nel carcere di Regina Coeli. Nelle strutture penitenziarie della Regione, i reclusi sono oltre cinquemila (il 10% degli oltre 64mila in Italia), il 55% di questi è in attesa della condanna definitiva, contro una media europea del 25%. Al sovraffollamento, si aggiunge la mancanza di personale: solo tra gli agenti di polizia penitenziaria delle carceri laziali mancano oltre cinquemila unità. Aumento del numero dei suicidi: 175 morti in carcere nel corso del 2009, tra cui 72 suicidi; inoltre 15 suicidi nei soli primi tre mesi del 2010. Sotto accusa soprattutto la carenza del- le strutture e del personale. “L’incremento dei casi di suicidio o dei tentativi di suicidio - spiega l’avvocato Renato Borzone, segretario dell’Unione Camere Penali Italiane - è dovuto anche ad una carente struttura carceraria parallela, cioè quella costituita dagli assistenti, psicologi e parroci che potrebbero essere un supporto fondamentale per chi è psicologicamente più fragile e non riesce a sopportare il regime carcerario”. Tra le priorità da affrontare: la “restrizione dell’area detentiva”, la depenalizzazione dei reati e il ricorso alle pene alternative, con un occhio di riguardo ai tossicodipendenti (su oltre 53mila detenuti, più di 14mila assumono droghe pesanti, cioè circa uno su tre). I relatori hanno fornito elementi fondamentali di riflessione utili alla costruzione di nuove istanze di pensiero e di lavoro. Gli interventi succedutisi sono stati introdotti e puntualizzati nei passaggi salienti dalla moderatrice Dottoressa Daniela De Robert. Seguono gli interventi di alcuni partecipanti al convegno. 85 ATTI DEL CONVEGNO Progetto shut-out S.o. ATTI DEL CONVEGNO Direttore della Casa Circondariale di Regina Coeli, Roma Garantire il miglioramento qualitativo e quantitativo dell’assistenza sanitaria penitenziaria, per assicurare ai detenuti internati livelli di prestazione, prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione analoghi a quelli garantiti ai cittadini liberi. A mio avviso, per quella che è stata la mia esperienza fino ad ora, questo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso un’effettiva, efficace collaborazione tra le due istituzioni, quella penitenziaria e quella sanitaria, che realizzi la concreta interazione tra le esigenze di sicurezza e la garanzia della salute, perciò sono estremamente importanti i protocolli d’intesa a livello regionale e territoriale per realizzare questa interazione. Il pericolo che a volte abbiamo riscontrato è quello dell’autoreferenzialità dei due sistemi, quello penitenziario e quello sanitario. Per quanto riguarda quest’ultimo, sia all’interno degli istituti penitenziari sia all’esterno, questa autoreferenzialità Ci sono poi i film di stampo biografico, che raccontano storie di personaggi realmente esistiti che hanno conosciuto il carcere. Si va dai già citati L’uomo di Alcatraz, Dead man walking e Papillon a film come Nel nome del padre (1993) e Il colore della libertà (2007), che racconta la storia dell’agente penitenziario James Gregory e della sua amicizia con il detenuto e leader degli africani Nelson Mandela. Un altro “agente penitenziario” protagonista di un film è quello interpretato da Billy Bob Thornton, nel drammatico Monster ball (2001), che racconta la storia d’amore di un agente penitenziario con la vedova di un condannato a morte. Anche lo spagnolo Cella 211 (2009) ha come protagonista un agente penitenziario, che però durante una rivolta nel carcere, per sopravvivere è costretto a fingersi detenuto. I “prison-movie” però non sono solo di stampo avventuroso e drammatico; esiste anche tutto un filone di porta ad assolvere e tutelare esclusivamente gli adempimenti che sono dovuti a ciascuna delle due amministrazioni. Santi Consolo Vice capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Ministero di Giustizia L’Amministrazione non ha inteso, in applicazione della legge, spogliarsi di un problema e trasferirlo ad altri, bensì condividere le problematiche nell’interesse primario del diritto alla salute dei detenuti. Con forte spirito collaborativo si sono ottenuti importanti risultati come l’adeguamento degli ambienti sanitari all’interno dell’Istituto, il trasferimento delle attrezzature, l’onere del cablaggio per le postazioni dei computer per agevolare l’informatizzazione in relazione alla situazione di ciascun detenuto. Per gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari si è discusso della problematica del letto di contenzione e dei protocolli che devono essere osservati in relazione al trattamento dell’internato malato, e in relazione a Il carcere nel cinema e nella fiction commedie di ambito carcerario. Ne è un esempio, un film come Prendi i soldi e scappa (1969) di e con Woody Allen, che racconta, attraverso un finto documentario le vicende dell’evaso Virgil Starkwell, un rapinatore tanto incapace da arrivare ad accumulare, una condanna a 850 anni di galera. Sono commedie ed entrambe di tipo musicale anche The blues brothers (1980) e Fratello dove sei? (2000) che partono dall’uscita dal carcere (evasione nel caso di Fratello dove sei?) per raccontare la storia di personaggi mascalzoni ma simpatici, che per fare la cosa giusta rischiano di tornare dietro le sbarre. Dove il carcere è spesso nucleo o sfondo di situazioni comiche o tragicomiche, è nei film italiani. È il caso di film come A cavallo della tigre (1961) e I soliti ignoti (1958), per quel che riguarda il comico e questo è stata affrontata la problematica della decarcerizzazione. D’importante rilievo è il progetto Luce e Libertà che prevede un accompagnamento di ben 56 internati nel mondo libero con possibilità di lavoro e di autofinanziamento, il tutto utilizzando anche i beni confiscati alla criminalità organizzata. Il problema del sovraffollamento del carcere deve essere considerato parallelamente alle possibilità del detenuto nel mondo del lavoro. Una forte problematica che si avverte è quella della tossicodipendenza, drammatica laddove una persona si trova in stato detentivo: sta per iniziare un’attività ricognitiva e conoscitiva della realtà all’interno degli istituti penitenziari, delle strutture disponibili. La salute non è un compartimento stagno, la salute è un bene, quindi il diritto a trattamenti sanitari è un’aspettativa più che legittima per ciascuno di noi e si deve correlare con altri elementi, cioè un interesse alla vita, una dignità attraverso il lavoro e una dimensione personale positiva che possa aiutare le persone detenute a reintegrarsi nell’ambiente libero. Sezione media Nella città l’inferno (1958) Renato Castellani Il film, è tratto dal romanzo di Isa Mari Via delle Mantellate e racconta la storia di alcune donne recluse in un carcere romano, soffermandosi in particolare sul rapporto tra la prostituta Egle e Lina una ragazza ingiustamente accusata di complicità in un furto. Egle insegna a Lina a “farsi furba” per adeguarsi alla realtà. Quando Lina, riconosciuta innocente lascia il carcere, è trasformata, ma anche Egle è destinata a subire una trasformazione altrettanto profonda. Infatti, la conoscenza con Marietta, una giovane carcerata pentita, che aspira con tutte le forze a redimersi, scuote l’animo di Egle. A cavallo della tigre (1961) Luigi Comencini shut-out del colpevole che arriva a riabilitarsi dopo un percorso travagliato e tormentato, come il naziskin Derek (interpretato da Edward Norton) in American Histor y X (1998) o come il protagonista de L’uomo di Alcatraz (1962), interpretato da Burt Lancaster, che in carcere diventa un esperto e famoso ornitologo, dopo una lunga detenzione in isolamento (vera storia di Robert Stroud). Affrontato più volte, è poi, anche il tema dei detenuti condannati a morte in attesa dell’esecuzione, genere questo, quasi a totale appannaggio del cinema americano: come Dead man walking (1995), che rappresenta una forte presa di posizione contro la pena di morte; il Miglio verde (1999), che fra l’altro è uno dei pochi a mostrare l’agente penitenziario come una figura positiva e Dancer in the dark (2000), musical drammatico. Tutti film accomunati dalla volontà di mostrare la condanna a morte per quello che è, una pratica disumana e tragica. Mauro Mariani 86 S.o. Progetto Sezione media Giacinto Rossi, detenuto per simulazione di reato, è trasferito in una cella dove tre detenuti stanno preparando un tentativo di evasione. Nonostante non voglia partecipare, è costretto dai compagni di cella a evadere con loro. Dopo la fuga, Giacinto si rifugia con uno dei suoi compagni in una nave in demolizione. Il piano è di emigrare clande-stinamente. Alla ricerca dei soldi per emigrare, il protagonista raggiunge la moglie, ma scopre che convive con un altro uomo. Giacinto si convince che la cosa migliore da fare è ritornare in prigione e per incassare la taglia si fa denunciare, dalla moglie e dal suo amante che, riscuotendo la ricompensa, possono pagare i debiti. Angelo Zaccagnino Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria del Lazio I problemi all’interno del carcere sono tanti ma tra questi la salute è il prioritario. C’è la necessità di fare in modo che il sistema penitenziario e quello della sanità possano coesistere. I principali problemi dell’Amministrazione Penitenziaria riguardano le risorse di uomini e di mezzi insufficienti a tenere il passo con le richieste della medicina e del Sistema sanitario nazionale. Le norme, le leggi, prevedono che la sanità penitenziaria si faccia nell’ambito penitenziario; quello che è accaduto negli ultimi 18 mesi è però una cosa un po’ diversa, soprattutto per quel che riguarda la specialistica. A livello degli istituti di pena è diminuita la presenza dei medici specialisti per le varie branche, è aumentata invece, in modo incredibile di due o tre volte a seconda degli istituti, la richiesta di interventi specialistici all’esterno della struttura. Questo per l’ Amministrazione, visto che i detenuti non possono andare a fare visite specialistiche presso gli ospedali e presso luoghi esterni di cura da soli, comporta un impegno che, in questo momento, sta diventando gravosissimo perché significa cadenzare troppo spesso le necessità mediche alle necessità di custodia, alle possibilità di tradurre gli ammalati nei luoghi in cui devono essere curati. Questo è uno dei tanti problemi ed è quello principale su cui voglio richiamare l’attenzione perché si faccia qualcosa, perché siano aumentate le nostre risorse e delle ASL per portare i detenuti all’esterno nei luoghi di cura, negli ospedali quando effettivamente non sia possibile prestare l’assistenza all’interno degli istituti. Bisognerà lavorare insieme non soltanto alla firma dei protocolli, ma con la firma dei singoli protocolli si dovrà individuare, quanto meno per la città di Roma, una regia più generale che consenta di muovere i nostri uomini e le risorse del sistema sanitario in modo funzionale, quindi mettere in rete gli ospedali, mettere in rete i centri di cura, mettere in rete le unità sanitarie degli istituti penitenziari. Cristiano Conte Foro di Roma in rappresentanza dell’Avvocatura di Roma Sono qui per testimoniare l’interesse dell’avvocatura alla problematica della sanità nel carcere, una problematica che porta i detenuti a scontare delle pene ulteriori rispetto alla privazione della libertà e quindi lo testimonio personalmente e l’ho testimoniato nel tempo collaborando con il Centro Studi Cappella Orsini per la progettazione di questo evento e lo testimonia l’Ordine degli Avvocati che ha voluto patrocinare l’evento. Questa riforma costituisce l’occasione per trasformare radicalmente la sanità all’interno e all’esterno del carcere per i detenuti affinché abbiano gli stessi diritti di tutti gli altri cittadini e questo convegno ha lo scopo di far parlare tutte le Amministrazioni affinché sia garantito questo diritto. 87 ATTI DEL CONVEGNO Progetto shut-out S.o. ATTI DEL CONVEGNO Commisione Parlamentare di Inchiesta sugli errori in campo sanitario Prima di venire qua ho voluto rileggere l’articolo 27 della nostra costituzione che conoscete tutti, ma a volte serve rileggere alcune cose a voce alta. Afferma “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e quindi il carcere deve recuperare il senso di questo articolo della nostra costituzione. Voglio ringraziare chi fa di tutto perché sia rispettato: mi riferisco ai volontari, agli operatori, agli amministratori locali. Facemmo il trasferimento di competenze della cura, dell’assistenza, della tutela della salute delle persone che sono in carcere, dal Ministero di Grazia e Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale, animati da questo articolo della Costituzione e da un’altra grande legge la 833 istitutiva del servizio conta le vicende delle persone che si trovano al loro interno: detenuti, agenti penitenziari, personale medico. Il secondo è un serial, di tipo avventuroso, che nella prima e nella terza serie è ambientato all’interno di un carcere, da cui il protagonista deve evadere per poi sventare un complotto fantapolitico. È quindi, quello dei prison-movie, un genere ricco di contenuti e storie, che si muovono in più direzioni, anche se la costante comune è quella della creazione di personaggi “galeotti” con cui entrare in empatia, nonostante il loro stare dalla “parte sbagliata” delle sbarre, nonostante il loro essere “chiusi fuori”. Il poliziotto penitenziario al cinema Cosa accomuna la stragrande maggioranza dei film di ambiente carcerario? È la presenza di personaggi particolarmente sadici e violenti: i poliziotti penitenziari. sanitario pubblico, universalistico e solidale, la quale legge propone un concetto di salute che è universale, indivisibile e che parla di globalità della persona. Abbiamo avuto molte complicanze nel trasferimento di competenze, ma ciò che ci interessa è: quali sono gli strumenti che rendono effettivo il diritto alla salute e il trasferire al Servizio Sanitario Nazionale la tutela del diritto alla salute, così come è indicato nella legge 833 che parla di universalità, di solidarietà, globalità della persona, di prevenzione, cura, presa in carico. Per fare questo, il luogo più appropriato è il Servizio Sanitario Nazionale, sono le ASL, è il Ministero della Salute, sono le Regioni. Per questo abbiamo voluto quel trasferimento di competenze, non per dare più potere al Ministero della Salute e togliere potere al Ministero di Grazia e Giustizia. Smettiamola una volta per tutte, perché questo è stato alla base di tante difficoltà nel trasferimento delle risorse e di quell’azione di Il carcere nel cinema e nella fiction Perché il cinema rappresenta così il poliziotto penitenziario? Innanzitutto perché se lo spettatore deve identificarsi nel detenuto e “tifare” per lui, allora un nemico ci deve essere per forza e l’ambientazione dei prison-movie è fatta apposta per riservare all’autorità il ruolo del cattivo, questo sempre tenendo presente la logica a “rovescio” dei prison-movie, per cui il “cattivo” nella realtà è il buono nel film e viceversa. Ed è qui che entra in gioco il poliziotto penitenziario, mero esecutore degli ordini di qualche direttore sadico, oppure egli stesso votato anima e corpo a dar “noie” ai detenuti. Questo accade per più di un motivo, innanzitutto perché il poliziotto penitenziario, già per il solo indossare una divisa, è un individuo senza identità specifica (confondibile con tutti i suoi simili: i colleghi) e quindi trasferimento non a caso quello che considero il punto più importante, troppe volte dimenticato e che mi ha fatto piacere sentire ricordato da voi, dal forum sulla salute nelle carceri. Sono le linee guida che definiscono le modalità della presa in carico delle persone che sono in carcere, le linee guida che dicono come deve essere garantito il diritto alla salute, la prevenzione, la presa in carico, le priorità degli obiettivi di salute. Consentitemi di riproporre il senso forte di quel trasferimento di competenze, a che punto siamo? Credo si sia registrato un faticoso impasse, che si sia perso il senso di questo trasferimento di competenze, il senso di questa riforma. Ci sono dei ritardi e ancora una volta delle disomogeneità tra regioni e quindi quello che possiamo fare nel luogo in cui siamo che è una Commissione parlamentare, è di ricostruire una sinergia, che ci sia quel lavoro concertato tra Ministero di Grazia e Giustizia, Ministero della Salute e Regioni perché ciascuno Sezione media Una vita difficile (1961) Dino Risi È la storia di Silvio Magnozzi (Alberto Sordi), ex partigiano, che finita la guerra diventa giornalista sognando di far carriera nel mondo della carta stampata. Durante il tentativo di scalata professionale, dopo il 25 luglio del 1948 finisce in prigione. Dopo vari altri tentativi di fare strada onestamente e in modo intransigente, il protagonista comprende di vivere in un mondo che premia solo arrivisti e gente senza scrupoli e così dopo un lungo travaglio si arrende al sistema, fino al riscatto finale. Progetto Una vita difficile (1961) e Detenuto in attesa di giudizio (1971), per quel che riguarda il tragicomico, con il secondo che, nonostante le “situazioni comiche”, vira più decisamente sul drammatico raccontando l’odissea giudiziaria di un uomo ingiustamente incarcerato. Dichiaratamente drammatici sono invece Sciuscià (1946) che affronta il tema della carcerazione minorile e Nella città l’inferno (1958), uno dei pochi film ad affrontare il tema della detenzione femminile senza sfociare nel sottogenere WIP ossia “women in prison”, filone di film erotici e violenti, che talune volte sfociano (specie dagli anni Settanta) nella pornografia. Da ricordare infine che negli ultimi anni anche la fiction televisiva si è dedicata a storie di ambientazione carceraria con serial come Oz (19972003) e Prison break (2005-2009). Il primo, un serial di tipo drammatico e molto violento, è ambientato interamente dentro un carcere e rac- Livia Turco 88 S.o. shut-out Sezione media Prendi i soldi e scappa (1969) Woody Allen Il film è un falso documentario che racconta la storia di un ladro fallito e complessato, Virgil Starkwell (Woody Allen).Il “documentario” racconta i primi colpi e la carriera criminale di Virgil, oltre che la sua prima detenzione in carcere, l’evasione, la creazione di una famiglia e l’arresto finale da parte del FBI. faccia la sua parte. E fare la propria parte significa che le Regioni comunque fanno la loro parte perché loro hanno accettato il trasferimento di competenze, lo hanno voluto e quindi non possono trincerarsi dietro a problemi reali come la carenza di risorse, perché l’hanno voluto questo trasferimento di competenze, sono loro i più grandi titolari della Sanità e quindi non ci può essere un gioco allo scarica barile. Non può essere che la Toscana e il Lazio facciano bene ed altre non facciano. Tutte devono fare bene e quindi credo che si debba esigere dalle Regioni una piena assunzione di responsabilità. Se però poi c’è un motore resta il Ministero della salute. In Commissione Affari sociali abbiamo posto il tema “attuare questa riforma” e abbiamo chiesto che si facciano delle audizioni dei soggetti interessati, a partire dal Ministro della Salute che ci venga a dire a che punto è in modo dettagliato. Poi le Regioni e gli altri soggetti che sono interessati, perché abbiamo bisogno di una sede istituzionale, la più istituzionale, quella che deve lavorare per il dialogo, deve mettere insieme i pezzi, per fare il punto in modo compiuto e soprattutto per superare i ritardi. I ritardi sono i trasferimenti, le risorse che devono essere compiutamente trasferite, risolvere la questione del personale, in particolare degli psicologi e rendere organiche quelle linee guida all’interno del patto per la salute. Bisogna che quelle linee guida e che la salute nelle carceri siano parte integrante del patto per la salute che è l’indirizzo. Poi ci sono i livelli essenziali di assistenza che devono anche qui garantire la prevenzione, la cura, la riabilitazione delle persone che sono in carcere, quindi dovremmo fare questo per recuperare i ritardi che ci sono e soprattutto per creare armonia. Colgo l’occasione per dire che sono qui come persona che si è impegnata su questo tema che le sta molto a cuore. Sono anche qui come una forza politica che, per fortuna, dopo molti ritardi, sta affrontando il tema delle carceri. Vi chiedo quindi di sollecitarci perché abbiamo istituito un gruppo di lavoro stabile che vuole occuparsi del carcere tutti i giorni, a partire dal problema del sovraffollamento. Poi sempre come opinione personale credo che la salute significhi anche evitare il carcere, trovare soluzioni alternative. Sono molto preoccupata del fatto che lo stato sociale è sostituito da uno stato penale, che lo strumento sociale sia troppe volte abbandonato per ricorrere a quello penale. Mi riferisco all’alto numero di tossicodipendenti in carcere, ai quali il carcere non serve, mi riferisco ai problemi dell’immigrazione, e allora ci sono alcune leggi che, in radice, vanno cambiate perché sono qui anche a dirvi, nel mio piccolo, che quelle leggi sulla tossicodipendenza, sull’immigrazione in modo particolare, siano radicalmente cambiate. 89 ATTI DEL CONVEGNO Progetto shut-out S.o. È, infatti, nella questione dell’accettazione da parte della società che sta il nucleo della questione, quello che rende (nei prison-movie) il poliziotto penitenziario perfetto per fare il cattivo, o più spesso l’esecutore materiale del male, e cioè il suo essere, nella realtà di tutti i giorni, “invisibile” agli occhi della società. Del resto quando sentiamo parlare dei problemi del carcere, a farla da padrone è sempre la questione del sovraffollamento e delle condizioni dei detenuti all’interno del peniten- ATTI DEL CONVEGNO Garante dei Diritti dei Detenuti per la Regione Lazio Penso che il sistema carcerario in Italia e anche nel Lazio stia andando verso un collasso generale. Il carcere si trova a dover affrontare una situazione drammatica con mancanza di personale (psicologi, educatori, polizia penitenziaria). Le misure alternative non camminano, anzi, le misure alternative stanno vivendo una crisi profonda, il Tribunale di sorveglianza del Lazio non riesce ad accogliere le domande di misure alternative in quanto gli è stata caricata la responsabilità non solo di tutti i collaboratori di giustizia, ma anche di tutti i 41 bis d’Italia. Questo Tribunale con poco personale non riesce a far fronte alle domande dei detenuti, perché vengono prima quelle altre e allora siamo di fronte a questa situazione drammatica. In carcere si muore, non solo per suicidi, ma anche per malasanità. Nel ziario. Ignorando che se c’è sovraffollamento per i detenuti c’è anche per chi ci lavora. Non sono solo i detenuti a essere rimossi dal pensiero collettivo della società, ma anche chi sta più a contatto con loro: i poliziotti penitenziari e tutte le altre persone che lavorano all’interno del carcere. Queste persone quando finisce il proprio turno di lavoro, devono trasformarsi in qualcosa di diverso, perché “fuori” non esistono, quasi estranei per la cosiddetta società civile. Probabilmente questo accade perché c’è la volontà da parte della società di “dimenticare” i reclusi e di conseguenza di ignorare anche chi con loro ci lavora. È quindi la stessa istituzione del carcere nel suo complesso a essere rimossa e nascosta. Ne va da sé, quindi, che il cinema, di solito sempre attento a non offendere minoranze e categorie par- carcere dal punto di vista della sanità, noi come garanti, abbiamo distribuito un opuscoletto in più lingue ai detenuti e alla polizia per dire che si deve stare attenti ai contagi, perché ci sono delle malattie contagiose che si sono diffuse, epatite virale, HIV, la tubercolosi, il disagio psichico, ma c’è anche perfino il ritorno di alcune cose che da tempo non c’erano più: la scabbia, i pidocchi. Abbiamo affrontato il tema dei soldi perché il ministero non ha trasferito i soldi alle regioni. La Regione Lazio ha anticipato i fondi per la sostituzione della strumentazione sanitaria nelle carceri, vecchia e fuori norma, per metterne una a norma perché la Regione non poteva prendere una strumentazione fuori norma, ha speso di tasca propria sottraendo ad altre finalità. Inoltre abbiamo creato ormai un osservatorio sulla sanità penitenziaria. Seguiamo e monitoriamo la sanità penitenziaria in tutte le ASL del Lazio, perché nel Lazio ci sono 14 istituti carcerari più il minorile e noi seguiamo e monitoria- Il carcere nel cinema e nella fiction ticolari di persone, sia in qualche modo “legittimato” dalla società a fare quello che vuole del poliziotto penitenziario; perché non è protetto, non è riconosciuto. Con chi può identificarsi allora il poliziotto penitenziario che va al cinema? È destinato forse a fare il tifo come tutti per il detenuto, o può farlo per la sua trasposizione sullo schermo? Questa seconda ipotesi è la più difficile, ma non impossibile: se si cerca bene qualche poliziotto penitenziario “positivo” nei film si trova. Impossibile dimenticare quel Paul Edgecomb (Tom Hanks) che nel Miglio verde (1999) tratta umanamente tutti i detenuti e con affetto il condannato a morte John Coffey; ma non è il solo, oltre a lui si può citare James Gregory (Joseph Fiennes), da Il colore della libertà (2007), il poliziotto penitenziario mo questo passaggio di competenze in modo tale che tutte le ASL abbiano lo stesso comportamento. Penso che noi dobbiamo porre un problema più di fondo, capisco che il sogno spesso porta lontano ma non al concreto. I tossicodipendenti devono stare per forza tutti in carcere? Questa è una domanda. Se hanno commesso piccoli reati e inoltre devono essere curati da questa dipendenza, hanno bisogno di comunità terapeutiche, strutture, dove ci può essere una cura per questo tipo di disagio psichico. Questo già porterebbe fuori dal carcere molti detenuti, calcoliamo che nelle carceri in Italia ci sono circa 25.000 detenuti che sono tossicodipendenti. Secondo: è possibile che ci siano tanti detenuti che non hanno ancora una sentenza definitiva? Abbiamo nel Lazio il 50% circa dei detenuti che non hanno una sentenza definitiva, e che, in linea di principio, sono innocenti finché non condannati. Questo è un dato che esiste, e pone il problema di come funziona la magistratura, la tempestività, Sezione media Detenuto in attesa in giudizio (1971) Nanny Loi Alberto Sordi, interpreta Giuseppe Di Noi un geometra emigrato in Svezia, che al momento del suo ritorno in Italia, per una vacanza con la sua famiglia, è arrestato, senza sapere perché. Chiuso in carcere e maltrattato Di Noi è trasferito due volte subendo sempre violenze e umiliazioni. In preda a una violenta crisi nervosa viene ricoverato nel manicomio giudiziario. Finalmente il giudice esamina il suo caso e si rende conto che l’accusa di aver provocato la morte di un tedesco è infondata e così Di Noi è prosciolto e scarcerato. Ma l’uomo è ormai segnato, fisicamente e psicologicamente. Papillon (1973) Franklin J. Schaffner shut-out riesce più facile vederlo come qualcosa di lontano, di cattivo, con cui è impossibile identificarsi pensando che forse anche noi saremmo cattivi se costretti a quel tipo di lavoro. Poi, anche perché, sempre in nome della scarsa riconoscibilità e visibilità della categoria, è più facile prendersela con il poliziotto penitenziario, piuttosto che con qualche rappresentante di qualche categoria più visibile e accettata dalla società. Angiolo Marroni 90 S.o. Progetto Sezione media Tratto dall’autobiografia di Henri Charrière, detto “Papillon” (per via di una farfalla tatuata sul torace) e interpretato da Steve McQueen, racconta la storia di un condannato ai lavori forzati (per omicidio che non ha commesso) nel bagno penale della Guyana, che cerca più volte, nel corso degli anni, di evadere. Insieme con lui l’amico-nemico Louis Dega (Dustin Hoffman). Il film è tutto incentrato sull’immane voglia di libertà, del protagonista, insofferente a qualsiasi prigione o barriera. la capacità di intervento. Infine se vogliamo guardare a una nuova edilizia penitenziaria, io non sono contrario che ci siano nuove carceri migliori di Regina Coeli, so che c’è chi è affezionato a Regina Coeli, io per niente. È un carcere che non rispetta la costituzione perché non ci sono le aree per il trattamento, non ci sono le aree verdi, non c’è lo spazio e la possibilità di ospitare i famigliari. Questo carcere è ormai vecchio e andrebbe chiuso, trasferito e trasformato in altro. So che tanti detenuti vogliono andare a Rebibbia nuovo o a Rebibbia penale, anche io se fossi qui vorrei andare a Rebibbia penale o a Rebibbia nuovo complesso. L’edilizia penitenziaria è un problema che non si risolve a breve, per costruire un carcere ci vogliono anni e i disagi dei detenuti aumentano, allora il problema è cambiare la legislazione: pensare che la pena carceraria debba essere la pena estrema e per tutto il resto si debbano avere pene diverse dal carcere. Fabio Gui Forum Nazionale per il Diritto alla salute dei detenuti e delle detenute Il diritto che prima non c’era, ad avere pari dignità, prevenzione, diagnosi e cura, come i cittadini liberi, è la storia del Forum. Sono 10 anni che insistiamo, prima a chiedere l’applicazione e adesso a cercare che questa applicazione sia effettiva. Il Forum è un’associazione che si è costituita con dei volontari che, parlando con detenuti e operatori penitenziari, conoscono bene la realtà del carcere. Per questo sosteniamo che bisogna parlare di sanità dentro il carcere, con voi, perché siete voi quelli che la ricevono, ma che anche la subiscono. Questo per noi è importante e siamo contenti che il convegno, questo importante avvenimento, per la prima volta lo facciamo qui, in mezzo ai rumori del carcere, in mezzo alla sofferenza e alla malattia, perché dobbiamo dire che in carcere ci sono anche tanti malati. Incontriamo anziani, ragazzi tossicodipendenti, che avrebbero bisogno di un sostegno che non c’è. Come Forum abbiamo voluto questo convegno per fare il punto della situazione, per chiedervi e chiederci a che punto stiamo. Il Forum è questo, chiedere alle persone che partecipano al convegno a che punto stiamo, come sono passati questi 18 mesi. Siamo preoccupati ma non allarmisti, continuiamo ad ascoltare quello che voi ci dite e a dire questo alle Regioni, alle Aziende Sanitarie, ai medici. Spesso nella riforma si parla di provvedimenti economici, di problemi del personale. Noi partiamo dalla centralità della persona, cioè da voi e da noi perché un carcere sano vuol dire una società sana. La riforma è un pensiero nuovo sulla sanità e sulla salute. Noi sosteniamo che nei prossimi mesi ci sarà bisogno di un pensiero e di una sanità nuova che rompa il muro che di fatto c’è, ma che soprattutto faccia prevenzione, diagnosi e cura. Noi ascoltiamo come operatori tante situazioni critiche che forse non escono fuori. E vogliamo che questo momento sia un momento chiaro e di confronto. 91 ATTI DEL CONVEGNO Progetto shut-out S.o. Ciò che accomuna questi personaggi, è che (a esclusione del Paul Edgecomb de il Miglio Verde e del James Gregory de Il colore della libertà) ATTI DEL CONVEGNO Magistrato di Sor veglianza di Roma I detenuti quando hanno un problema di disfunzionamento della sanità soffrono di una pena aggiuntiva. Questa dimensione del problema è una dimensione di una gravità fortissima, in quanto gli elementi di criticità della sanità in carcere sono elementi che fanno venir meno il fondamento etico della esecuzione della penale, il fondamento etico della giustizia. È una crisi di sistema, una crisi generale, nel momento in cui un detenuto soffre di una pena aggiuntiva, direi anche di una pena corporale per il fatto di non essere adeguatamente curato in carcere, succede che in un sistema, di fatto, c’è una pena corporale e questa è una cosa che è assolutamente inaccettabile. I momenti di crisi in cui si trova la sanità in carcere sono momenti che investono il fondamento etico del funzionamento della giustizia in Ita- nessuno di loro è il protagonista del film. Per scovare dei poliziotti penitenziari protagonisti, possiamo citare, allora, due altri film: Monster Ball (2001) e Cella 211 (2009). Nel primo, non solo il protagonista è un poliziotto penitenziario, ma anche suo padre e suo figlio lo sono. Certo Hans Grotowski (Billy Bob Thornton) non è il prototipo del personaggio positivo, è infatti razzista e responsabile morale del suicidio del figlio, ma se non altro cerca di liberarsi dell’odio e del dolore che ha in sé attraverso la storia d’amore con Leticia (Halle Berry) la vedova di colore dell’ultimo condannato a morte “seguito” da Hank prima di licenziarsi. Si può vederlo quindi come un personaggio negativo in cerca di riscatto, sempre meglio di certi personaggi di poliziotti penitenziari che nei film picchiano e basta. Il secondo film, invece presenta come protagonista il futuro poliziotto penitenziario Juan Oliver (Alberto Ammann), che il giorno prima di lia e sono anche degli elementi di crisi che riflettono alcune connotazioni, alcune linee di tendenza in cui sta andando la società nel suo complesso, in primo luogo questa deriva amministrativo-contabile, nella quale sono inquadrati tutti i problemi. La situazione paradigmatica, critica, è quella di un detenuto il quale ha un problema sanitario e deve attendere dei tempi che sono eccessivamente prolungati per avere una diagnosi e per avere una cura. Con il passaggio di competenza all’Istituzione Sanitaria, al Ministero della Salute, non basta che l’istituzione alla quale si rivolgono i detenuti sia la stessa istituzione alla quale si rivolgono i cittadini liberi perché si abbia una parità di trattamento fra detenuti e cittadini liberi. Non basta che sia la ASL ad occuparsi dei detenuti per poter dire: è rispettato il principio di uguaglianza tra detenuti e cittadini liberi. Infatti quando un detenuto sta in una lista di attesa per avere una ecografia che magari gli deve dare una risposta ad Il carcere nel cinema e nella fiction prendere servizio si reca in visita al carcere dove dovrà lavorare, rimanendo però coinvolto in una rivolta dei detenuti, che lo costringerà per sopravvivere a fingersi uno di loro. In conclusione, possiamo ammettere che la vita del poliziotto penitenziario al cinema, tranne alcuni casi particolari, non è un gran bel vedere, ma del resto la situazione rispecchia la realtà della nostra società. Forse un domani se ci sarà una maggiore consapevolezza del ruolo di chi lavora nelle carceri, si potrà sperare nella realizzazione di film in cui i poliziotti penitenziari non siano semplici esecutori del male. Ma bisognerà tenere sempre presente che al cinema i cattivi e i mascalzoni hanno sempre più fascino e che quindi non si potrà pretendere troppo. un interrogativo molto inquietante sulla possibilità dell’esistenza di una malattia grave, aspetta dei mesi per poter avere l’ecografia (per quanto riguarda quegli istituti in cui non c’è un ecografo). Sembrerebbe che si è rispettato un criterio di uguaglianza, nel senso che anche il cittadino libero aspetta 4 mesi se si reca presso una ASL a chiedere una ecografia. Allora ci si chiede perché il detenuto dovrebbe essere “privilegiato”, perché il detenuto dovrebbe avere invece tempi più brevi? Il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della nostra costituzione, stabilisce che le situazioni simili devono essere trattate in modo simile, però c’è un corollario importantissimo di questo principio di uguaglianza. Le situazioni diverse devono essere trattate in modo diverso, ora cerchiamo di rispondere alla domanda perché il detenuto dovrebbe avere una risposta in tempi più rapidi. Ci sono risposte possibili, io proverò, sollevando proprio il tema da un punto di vista Sezione media The blues brothers (1980) John Landis Jake (John Belushi), appena uscito dal carcere, trova ad aspettarlo suo fratello Elwood (Dan Aykroyd); saputo che l’orfanotrofio in cui sono cresciuti sta per chiudere, a causa dei debiti, i due decidono di procurarsi i soldi necessari a impedirlo, organizzando un concerto. Partono così alla ricerca di tutti i vecchi membri della loro band musicale, ma durante la ricerca ne combinano talmente tante che si ritrovano a essere inseguiti da tutta la polizia di Chicago. Daunbailò (1986) Jim Jarmush Roberto Benigni interpreta un turista italiano in America, finito in cella a causa di un omicidio involontario. Qui conosce due delinquenti: Zack, un disc jockey-truffatore e Jack, uno sfruttatore di prostitute. Dopo un’iniziale diffidenza, i tre fanno amicizia e decidono di evadere. Durante la fuga, dopo essersi separati, i tre si riuniscono e giungono in una casa sperduta nella foresta. Qui Benigni s’innamora della proprietaria e decide di rimanere a vivere con lei, mentre i suoi compagni ripartono dopo una notte di riposo, separandosi al primo bivio che incontrano lungo la strada. anche giuridico dell’uguaglianza tra liberi e detenuti, proverò a dare delle risposte. Perché il detenuto deve avere una risposta connotata da caratteri di efficienza? Innanzitutto i cittadini liberi possono curarsi altrove , possono scegliere le strutture sanitarie private e i detenuti no, già questo è un motivo importante. In secondo luogo, l’Onorevole Turco parlava prima di una sanità intorno alla persona, penso con la mia esperienza di paziente, che ho avuto nel corso della vita, che un esempio di sanità intorno alla persona sia data da quei medici che, quando mi visitano non è che scrivono su un foglietto il nome della medicina senza neanche guardarmi, ma che magari scrivono l’età, le malattie che ho avuto, la professione, perché l’intervento sanitario è differenziato a seconda della tipologia di persona. La condizione di detenuto è una condizione che di per sé merita un approccio sanitario diverso, per il semplice fatto che il soggetto è detenuto, quindi si trova in una con- dizione molto particolare. Poi c’è un altro punto particolarmente delicato, se un detenuto è in attesa di avere accertamenti sanitari (e poi veniamo anche al lavoro svolto dalla Magistratura di Sorveglianza) per stabilire se ha una malattia grave o meno, se questi accertamenti arrivano dopo mesi e hanno come loro esito il fatto che il detenuto è effettivamente malato, a quel punto magari il detenuto ottiene una misura alternativa in ragione della malattia. I quattro mesi di detenzione che ha espiato, da quando si è aperta la sua richiesta a quando viene diagnosticata la malattia, sono quattro mesi di detenzione espiata in carcere quando il detenuto era gravemente ammalato e aveva diritto di usufruire della misura alternativa, quindi i tempi di risposta della sanità fanno sì che ci siano dei periodi che, tecnicamente non si possono definire di ingiusta detenzione, ma che sono sicuramente, sostanzialmente qualcosa di molto simile all’ingiusta detenzione. Un altro punto è questo, la vita shut-out che stringe amicizia con Nelson Mandela durante la sua detenzione. Da citare anche il capitano Meissner (John Amos) del film d’azione Sorvegliato speciale (1989), che nonostante la sua apparente rigidezza (veniva definito ironicamente dal protagonista “il capitano dal sorriso smagliante”) e durezza, non esita alla fine del film a schierarsi dalla parte del detenuto Frank Leone (Sylvester Stallone), contro il sadico direttore del carcere. Altro poliziotto penitenziario che si può definire “buono” è il capitano Knauer (William Fichtner) del film L’altra sporca ultima meta (2005) che rifiuta l’ordine del direttore del carcere di colpire a morte il detenuto Paul Crewe (Adam Sandler) alla fine della partita di football tra detenuti e guardie di sorveglianza. Enrico Rinaldi Della Ratta 92 S.o. Progetto Sezione media quotidiana del detenuto, il parlare con i familiari, la pulizia della stanza , il lavoro, tutto quello che per i liberi è vita quotidiana, viene visto in una ottica di rieducazione, di trattamento, lavorare è trattamento, scrivere ed avere colloqui con i familiari è trattamento. Allora un altro elemento che fa parte della vita quotidiana delle persone libere, cioè curare la propria salute, potrebbe essere uno strumento di trattamento formidabile, perché se per sanità intendiamo non soltanto curare le patologie, ma anche curare la salute nel suo complesso, curare la salute anche quando non si ha una malattia, cercare di avere uno stile di vita sano e anche essere consapevoli del funzionamento del proprio corpo, questo significa appropriarsi della propria vita. E che cosa è il trattamento penitenziario, se non cercare di dare la possibilità alle persone di essere maggiormente padrone per l’avvenire della propria vita, più di quanto non lo siano state prima? 93 ATTI DEL CONVEGNO Progetto shut-out S.o. L’affollamento delle carceri crea molti problemi, uno di questi è anche quello infettivologico perché vi sono patologie che nell’affollamento trovano la possibilità di una maggiore diffusione. Sappiamo che nelle carceri vi sono molti soggetti con patologia da virus dell’epatite C, circa il 30 % delle persone è portatore consapevole o inconsapevole di questa infezione, il 6-7% è portatore dell’infezione da virus dell’epatite B consapevole o inconsapevole e il 2-3% della popolazione in media è portatrice da virus dell’HIV. Già questo è fonte di attenta meditazione e ci pone il problema di un intervento speciale particolare. Noi infettivologi avevamo pensato che in questo estendere il Sistema Sanitario Nazionale alla popolazione carceraria avremmo potuto trovare la soluzione di questi problemi, per- Il film è tratto dal libro autobiografico di suor Helen Prejean e racconta la storia di una suora cattolica (Susan Sarandon) che fa visita in carcere a Matthew Poncelet (Sean Penn), condannato a morte per stupro e duplice omicidio. Divenuta suo assistente spirituale, nei suoi ultimi sei giorni prima della condanna, lo aiuterà a trovare la forza di assumersi la responsabilità dei crimini commessi e di pentirsi. Le ali della libertà (1994) Frank Daranbot American histor y X Tratto dal racconto Rita Hayworth and the Shawshank Redemption di Stephen King, il film racconta la storia di un direttore di banca (Tim Robbins), condannato ingiustamente per l’omicidio della moglie e del suo amante, e incarcerato a Shawshank. Qui nonostante ripetute violenze e umiliazioni subite, riesce lo stesso a sopravvivere grazie all’amicizia con un ergastolano nero (Morgan Freeman) e alle sue competenze fiscali. cioè nel carcere c’è chi entra e chi esce. Chi è entrato uscirà e chi non è entrato potrà entrare, quindi la problematica va vista come dell’intera popolazione. Prevenire la diffusione delle infezioni, controllarla bene nelle carceri, effettuare bene le terapie all’interno del carcere è di fondamentale importanza. Per esempio nell’infezione da HIV oggi l’applicazione della terapia antiretrovirale è abbastanza soddisfacente, nel senso che circa l’80% delle persone che debbono essere trattate sono trattate. Abbastanza non significa del tutto e quindi tutti devono essere trattati; inoltre c’è il problema della aderenza alle terapie per cui l’azione dell’infettivologo è fondamentale a far si che i pazienti siano aderenti alle cure, non saltino le compresse, prendano tutti i farmaci che devono prendere altrimenti i virus si riattivano e mutano e si creano mutanti virali che possono poi essere pericolosi all’interno del carcere e fuori. (1998) Tony Kaye Derek (Edward Norton), è un giovane naziskin che riacquista la libertà dopo aver scontato tre anni di carcere per l’omicidio di due ragazzi di colore che stavano per rubargli l’auto. Accolto come un eroe dagli amici del movimento neonazista di cui faceva parte e dal fratello più piccolo, suo emulo, Derek si rivela però cambiato e deciso a “salvare” suo fratello. Claudio Leonardi Presidente della Federazione della Regione Lazio degli operatori dei servizi pubblici per le tossicodipendenze Di tossicodipendenze si è parlato molto, ma la cosa fondamentale che mi preme dire è che la tossicodipendenza è una malattia e quando all’interno degli istituti penitenziari andiamo a verificare la percentuale dei tossicodipendenti che corrisponde a circa il 25% dell’intera popolazione, ci troviamo di fronte probabilmente alla malattia più importante. è una malattia che colpisce il cervello, la psiche e gli aspetti psichiatrici. è una malattia a carattere sociale perché nella maggior parte dei casi, chi deve continuare ad usare sostanze stupefacenti, perché se no sta male, spesso è portato a delinquere e finisce in carcere sottoposto ad una astinenza forzata. shut-out (1995) Tim Robbins Ispirato a una storia vera, il film narra le vicende di quattro proletari irlandesi che nel 1974, sono scambiati per terroristi dell’IRA e incarcerati come autori di una strage in un pub. Con loro sono condannati a pene minori parenti e amici. Anche il padre di Gerry (il protagonista, interpretato da Daniel Day-Lewis), è imprigionato e in seguito, nel 1980, muore in carcere. Gerry e i suoi amici resteranno in carcere quindici anni prima di essere riconosciuti innocenti. Presidente della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali ATTI DEL CONVEGNO Dead man walking (1993) Jim Sheridan lomeno un controllo attento, quel che si dice una riduzione del rischio. Certamente ci lascia perplessi questa applicazione a pelle di leopardo, in alcune regioni sì, in altre regioni molto poco, e ci lascia ampiamente insoddisfatti. Importante è la presenza del medico infettivologo nel carcere che ha la possibilità di svolgere numerose funzioni, non solo quella di curare gli ammalati, ma anche quella di epidemiologo perché l’epidemiologia è alla base delle malattie infettive, quindi anche di dare istruzioni per trovare soluzioni ai problemi, limitare la diffusione delle infezioni in carcere. Inoltre fare formazione perché bisogna ben spiegare alle persone come comportarsi per prevenire le malattie infettive, questo vale sia nel carcere che fuori dal carcere, e questo lo devono sapere i detenuti e le guardie di sorveglianza. Il carcere è un sistema con membrana semipermeabile, si può dire da un punto di vista un po’ scientifico, ma è facile il concetto, Sezione media Non viene sottoposto alla terapia che magari ha fatto fino al giorno precedente all’interno del servizio per le tossicodipendenze, non è considerato come tutti gli altri un malato al cento per cento. Da qui nascono i problemi, che non sono solo legati al fatto se ci siano gli specialisti, ma dal fatto che all’interno degli Istituti penitenziari mancano gli strumenti, manca una organizzazione che permetta tra le diverse realtà di specialisti che vi operano di poter lavorare tra loro, il problema fondamentale è che soprattutto a livello dirigenziale capiscano che la tossicodipendenza è una malattia e come tale va rispettata e curata anche all’interno del carcere. ATTI DEL CONVEGNO Nel nome del padre Evangelista Sagnelli 94 S.o. Progetto Sezione media Progetto shut-out S.o. 95 ATTI DEL CONVEGNO Monster ball (1999) Frank Daranbot (2001) Marc Forster Paul Edgecomb (Tom Hanks) è un anziano pensionato che racconta a una sua amica la storia di quando sessanta anni prima lavorava come capo delle guardie nel braccio della morte del penitenziario di Could Mountain. Qui Edgecomb si occupava di quattro assassini condannati a morte, che attendevano il giorno della loro esecuzione, quando avrebbero compiuto il “Miglio verde”, un corridoio rivestito di linoleum verde che li avrebbe condotti nella stanza della sedia elettrica. Tra di loro spicca John Coffey, un uomo dalla stazza enorme, condannato per l’omicidio e lo stupro di due gemelline di nove anni; Paul scopre che John è buono e dotato di poteri soprannaturali e che non è colpevole del reato di cui è accusato. Infettivologo Ospedale Belcolle, Viterbo, Responsabile dell’Unità Operativa di Medicina Protetta di Malattie infettive Sono un medico, lo sono dal 1983, nell’84 sono entrato in carcere per la prima volta, i problemi sono enormi, l’emergenza non c’è solo in questo periodo, l’emergenza c’è sempre, costante, mi disturba parlare di emergenza. La realtà è che nel carcere ci entrano persone che hanno problemi di salute importanti, se li portano dentro da fuori. Dico sempre ai miei pazienti: ora che ci siamo dentro, vediamo se possiamo fare qualche cosa per occupare questo tempo, cerchiamo magari di capire come è possibile guarire da certe malattie che abbiamo. Purtroppo la prevalenza dell’AIDS, della tubercolosi, dell’epatite è alta, di malati ce ne sono tanti e i malati vanno curati, vanno garantiti gli stessi diritti. Noi ce la mettiamo tutta come medici, come infermieri, come tecni- Sezione media Dancer in the dark Hans Grotowski (Billy Bob Thornton) lavora nel braccio della morte di una prigione in Georgia, insieme a suo padre e suo figlio Sonny (Heath Ledger). I Grotowski sono razzisti (tranne Sonny) e hanno rapporti difficili fra loro. Soprattutto Hans ha problemi con il figlio che tratta talmente male, da spingerlo al suicidio. Dopo questo fatto Hans si licenzia; in seguito conosce Leticia (Halle Barry) una donna di colore. I due s’innamorano ma Hans scopre che Leticia è la moglie di Lawrence Musgrove, l’ultimo condannato a morte di cui si è occupato, ma non riesce a trovare il coraggio di dirle che è stato lui ad accompagnare Lawrence alla morte. Il colore della libertà (2000) Lars Von Trier shut-out Il miglio verde Giulio Star nini 96 S.o. Ambientato nella provincia americana, durante gli anni 70’, il film racconta la storia dell’operaia Selma (Bjork), immigrata cecoslovacca, appassionata di musical e affetta da una grave malattia ereditaria che porta alla cecità. Per salvare il figlio dalla sua stessa malattia lavora duramente per pagare l’operazione ma raggiunta finalmente la cifra necessaria, è derubata dal padrone di casa. Selma disperata lo uccide. Arrestata e condannata a morte, si rifiuta di usare il denaro destinato all’operazione del figlio per fare ricorso contro la sentenza. ci per offrire una salute, non identica ma superiore, perché il problema delle liste di attesa è un problema che va affrontato. Le liste di attesa sono un problema anche per chi sta fuori. Come si risolve? Io ho proposto nella mia ASL il sistema del doppio binario che prevede due liste di attesa: chi è normalmente in lista di attesa ad un numero altissimo può decidere di andare in un’altra Asl, voi detenuti questo non lo potete fare ed è per questo che ho chiesto di fare i doppi binari, per chi sta nel Lazio, è detenuto e non può scegliere di andarsene via. Con due liste d’attesa non vuol dire che non c’è uguaglianza di diritti, voi dovete essere più uguali degli altri perché i vostri diritti sono compressi. Spesso mi è capitato di vedere come infettivologo qualcuno di voi: curatevi, affidatevi a bravi medici; se bravi medici non sono, fatevi sentire, sono disponibile per voi come reparto per le malattie infettive, ma non solo. Approfittiamo che stiamo qui almeno per curarci visto che il SSN offre que- sto. Non giocate con la vostra salute, un detenuto ha detto: per esercitare il mio diritto a non subire il fumo passivo a chi mi devo rivolgere? È un problema che prima nell’Amministrazione Penitenziaria e oggi nelle ASL è molto dibattuto, il carcere è un luogo pubblico tanto è vero che in carcere sono vietati per esempio gli atti sessuali, infatti sarebbero atti osceni in luogo pubblico, ma non vale per il fumo. Questo comprime fortemente i diritti, dovrebbero esserci delle celle detentive per non fumatori. Questo è uno sforzo che normalmente qualche direzione fa, non conosco personalmente la realtà di Regina Coeli se esista o non esista, ma so per averlo letto e visto come circolare dell’Amministrazione Penitenziaria, che ci sono le celle per non fumatori, so per certo che alcune direzioni, quando possibile e possibile vuol dire non una situazione come quella attuale di sovraffollamento, spesso lo seguono. È un diritto sacrosanto che va più volte rimarcato. Progetto (2007) Bille August Sudafrica, 1969: James Gregory (Joseph Fiennes) e la sua famiglia, si trasferiscono verso l’isola prigione di Robben Island, dove James deve prendere servizio come guardia carceraria. Qui è incaricato di censurare le lettere che arrivavano ai carcerati e di tenere d’occhio il loro capo, Nelson Mandela (Dennis Haysbert). James però attraverso la conoscenza del leader sudafricano, riesce a capire le ragioni della rivoluzione dei neri e comincia così a difendere gli ideali di Mandela e del suo popolo. Annarita Plastina Psichiatra, Responsabile dell’ambulatorio malattie infettive della ASL RMA e del counselling Il carcere esprime, come mandato sociale ineliminabile, il problema della sicurezza; è un meccanismo disciplinare antichissimo ed è difficile pensare di sostituirlo, però si può migliorare. La psichiatria e la salute mentale, ma soprattutto il benessere psichico all’interno del carcere, dipendono da moltissime cose, c’è chi dice che il carcere è un ospedale psichiatrico misconosciuto, del resto come si può pensare di stare bene, segregati e privati della socialità. D’altro canto trasgredire a delle norme sociali, significa incorrere quanto meno in una sanzione. La sanzione, soprattutto nel passato, era quella di allontanare i reietti, i folli, i trasgressori, i colpevoli. Il carcere è scomodo per chi sta dentro, ma molto comodo per chi sta fuori perché lì si allontanano le persone che hanno sbagliato, hanno commesso reati a volte inenarrabili; a volte sono innocenti, a volte no, a volte sono dentro in attesa di giudizio. D’altro canto la società esterna è quella stessa che scriveva sugli istituti penitenziari “istituti di rieducazione e pena”. La rieducazione e la pena passano attraverso una assunzione di responsabilità: il carcere è fatto da persone che scontano la pena e anche da persone che ci lavorano. La rieducazione passa attraverso la consapevolezza, attraverso la responsabilizzazione, purtroppo quello che accade come diceva Adriano Sofri che ha passato in carcere tanto tempo, è che “spesso si esce dal carcere sani malgrado il carcere”. La burocratizzazione di un’Istituzione Totale come il carcere è un meccanismo di difesa dall’ansia di non saper che cosa fare, quindi ci si attiene alle mansioni, alle circolari, a quello che dice il capo del capo del capo. Una problematicità negli ultimi anni in carcere è nata dal fatto che, come dicono gli stessi detenuti, non ci sono più quelli che ti sanno fare la galera. Questa è un’espressione che ho imparato a Roma, saper fare la galera può significare anche rispettare quello che è il lavoro dell’altro e farsi rispettare. La psichiatria in carcere è ineliminabile, dovrebbe essere innanzitutto eliminata l’istanza di sedare per rendere tutti tranquilli. Il disturbo del comportamento in carcere, l’autolesionismo, il suicidio, spesso vengono evitati o limitati soltanto contenendo. C’è un’altra cosa importante e fondamentale soprattutto pensando all’ingresso in carcere del SSN. Ci sono riforme che si basano solo su leggi: senza modificare la cultura che sta alla base di queste leggi, non è possibile creare collaborazione e integrazione. Gli stessi operatori hanno bisogno di essere formati e per operatori intendo gli agenti di polizia penitenziaria che come gli infermieri degli ospedali sono quelli che stanno più a contatto con gli infermi, i detenuti, i reclusi, molte più ore di chi parla a volte senza essere presente. 97 ATTI DEL CONVEGNO Sezione media Progetto shut-out S.o. (1957) Richard Thorpe Padre Vittorio Trani e Padre Ernesto Piacentini ATTI DEL CONVEGNO Cappellani del Carcere Per esperienza so che chi approda qui, per qualsiasi ragione, torna come ambasciatore diverso fuori. Quando ci si avvicina e si conosce il carcere e le persone che ci vivono, si cambia atteggiamento e si diventa un po’ ambasciatori dei colloqui, dei dialoghi, delle discussioni. È vero si tratta di persone che hanno sbagliato, ma, c’è sempre un “ma” che segue, sono persone che devono essere aiutate, che devono trovare solidarietà e questa è una cosa molto bella. Ho notato una mancanza fortissima rispetto a questa riforma ed esorterei tutti coloro, che si preoccupano di questa a livello legislativo, di procurare qualcosa che curi anche i problemi fuori dal carcere che aggravano le condizioni dei detenuti ammalati. 98 Vince Everett (Elvis Presley) durante una lite uccide non volendolo un uomo e per questo è arrestato. Durante la sua detenzione conosce Hank, un cantante country che gli insegna a cantare e suonare la chitarra. Scontata la sua condanna, Vince esce dalla prigione e diventa una rockstar; ma si dimentica ben presto di chi lo ha aiutato quando era in carcere. Solo il successivo scontro con Hank, nel frattempo uscito di prigione che lo ferisce alla gola, permette a Vince di comprendere, durante la sua degenza in ospedale, i propri errori, tanto da convincerlo a ricucire i rapporti con i suoi amici. Cella 211 (2009) Daniel Monzón L’uomo di Alcatraz Juan Oliver (Alberto Ammann) è in procinto di cominciare il suo nuovo lavoro di secondino in un carcere di massima sicurezza. Decide così di visitare una sezione del carcere ma ferito alla testa da un pezzo d’intonaco, caduto da una parete in ristrutturazione, è adagiato dai secondini su una brandina di una cella momentaneamente vuota, la 211. Scoppia una rivolta, le guardie fuggono e Juan Oliver rimane bloccato nel carcere; così per sopravvivere decide di fingersi un detenuto. ROBERTO LUCIFERO Il contagio La sanità psicologica deve essere curata per esempio mettendo a disposizione alcune persone che vadano in visita al detenuto e alla famiglia in modo da rassicurarlo e dargli serenità. S. o. (1962) John Frankenheimer Progetto Il film, è il seguito di Nemico pubblico N. 1 - L’istinto di morte, che racconta la storia vera del gangster francese Jacques Mesrine (interpretato da Vincent Cassel). Ambientato nel 1972, racconta il ritorno in patria del protagonista dopo quattro anni in Canada. Una volta a casa si allea con un killer soprannominato “La portaerei” con il quale, dopo una serie di rapine, finisce in prigione. Riuscito a evadere, Jacques fa la conoscenza della sua futura compagna Sylvia e si avvicina agli ideali di estrema sinistra, ma la polizia francese è alla sua ricerca. shut-out (2008) Jean-François Richet Il film racconta la vera storia di Robert Stroud (interpretato da Burt Lancaster), che in carcere dal 1909 per aver ucciso un uomo, diventa nel corso degli anni un esperto di fama mondiale sulla vita degli uccelli. Inter vento dei detenuti Anonimo A Vorrei permettermi di suggerire alcune indicazioni in materia di giustizia per spiegarvi come noi detenuti viviamo in questo istituto, incominciando dall’area sanitaria. Da quando è subentrata la ASL, noi detenuti ci sentiamo definitivamente abbandonati a noi stessi. Dovrebbe esistere un iter per tutti i detenuti, soprattutto per quelli con serie patologie, eppure in carcere ci sono persone anziane, ultrasettantenni, che non dovrebbero starci trovandosi in serio pericolo di vita, oltre a persone diabetiche, obese, operate al cuore, senza che nessuno prenda provvedimenti. Le celle, come tutte le sezioni del carcere, sono disastrate e anche il centro clinico è degradato come in tutte le carceri italiane. La direzione dovrà prendere atto del fatto che le tabelle ipocaloriche ministeriali, che prevedono il vitto spettante a ogni detenuto, non sono rispettate, nonostante siano la base più importante per ogni detenuto affetto da una patologia. Il mangiare è scarso e non cambia niente nel cambio di stagione. Mi domando dove siano i diritti umani. In confronto ad altri paesi e carceri europei l’Italia è molto indietro. Mi domando quanti altri morti debbano espiare la loro pena, come se non bastasse essere privati della libertà. Credetemi i detenuti sono privati della loro dignità, stando chiusi 21 ore al giorno nell’apatia più assoluta. Questo è il disagio del detenuto, per alleviare il quale credo che si possa fare uno strappo alla farraginosità del sistema, allo stesso modo in cui crediamo che si possa legiferare urgentemente per levare gli handicappati, le persone anziane, i malati gravi e i sieropositivi dal carcere, che sono un numero elevatissimo e per i quali si possono adottare misure di sorveglianza, come la detenzione domiciliare o la telesorveglianza. In questo modo sarebbero fatte salve le esigenze di sicu- rezza della collettività e le garanzie del cittadino detenuto, sarebbe salva la civiltà giuridica del nostro paese che forte del dettato costituzionale articolo 27, vedrebbe eliminata una situazione di fatto contraria al senso di umanità, che procura al cittadino detenuto una doppia pena. Chiediamo un maggior numero di educatori penitenziari, insufficienti anche sul piano funzionale, per svolgere la rieducazione del detenuto, che è di fatto lettera morta. Chiediamo che vengano applicate le norme vigenti che ci consentano di pagare le nostre pene con dignità e umanità. Chiediamo un maggior numero di Magistrati di Sorveglianza. Purtroppo c’è però sempre chi vuole stringere le mura, quando più intelligentemente si potrebbe andare alla radice del problema ed impedire che le mura si riempiano ancora di più. Non si fa che ribadire di costruire nuove carceri e credo che sia giunta l’ora che questo Governo prenda seri provvedimenti per il sovraffollamento del- 99 ATTI DEL CONVEGNO Jailhouse rock Progetto shut-out Nemico pubblico N. 1 – L’ora della fuga Ambientato in Mississippi, sul finire degli anni trenta, il film racconta la storia di Ulysses Everett McGill (George Clooney), Delmar O’Donnell (Tim Blake Nelson) e Pete Hogwallop (John Turturro) tre detenuti appena evasi dai lavori forzati. Everett guida i due compagni alla ricerca di 1,2 milioni di dollari da lui nascosti nei pressi di una diga. In realtà il bottino non esiste, infatti, il vero scopo dell’evasione di Everett è impedire le seconde nozze dell’ex moglie Penelope (Holly Hunter). Sor vegliato speciale L’altra sporca ultima meta (1989) John Flynn (2005) Peter Segal. Poco prima della fine della sua condanna, il detenuto Frank Leone (Sylvester Stallone) viene trasferito in un altro carcere. A capo della prigione c’è però Warden Drumgoole (Donald Sutherland), che vuole vendicarsi su Leone, per una sua evasione di qualche anno prima. Sottoposto a torture psicologiche e fisiche, Frank cercherà di resistere, fino all’inevitabile scontro finale con il direttore. Anonimo B Molti di noi si sono battuti ed impegnati per sentirsi parte integrante di una società che tende ad escludere i più deboli e a santificare i più ricchi e i più potenti, ma è anche vero che in fondo siamo tutti sulla stessa barca: a qualcuno tocca il remo, ad altri il timone, ma la vera democrazia è proprio l’interscambiabilità dei ruoli in alcuni momenti. Uno dei problemi su cui vogliamo portare l’attenzione è quello relativo alla somministrazione degli psicofarmaci all’interno degli Istituti e in particolare qui a Regina Coeli. C’è una statistica crescente, una smodata assunzione dei più forti sonniferi in commercio, il 70% della popolazione detenuta assume pillole per dormire, per riposare, per non guardare, per stare buono e per oscurare un po’ tutto. Crediamo quindi che la somministrazione di psicofarmaci non sia dovuta solo al sovraffollamento e neanche tanto alla carenza di attività, al contrario siamo convinti che sia un modus operandi vero e proprio. Siamo anche del parere che considerare la persona detenuta come un paziente che se sedato può soffrire di meno e dare meno fastidio, sia anche un modo per non prendersi carico delle problematiche. Solo da svegli ci si rialza e solo stando bene attenti ci si rialza in piedi. Le sezioni sono ormai piene di corpi deambulanti, intontiti dai farmaci e i reparti assomigliano sempre più a Centri di Igiene Mentale che ad Istituti di Pena. Molte trasformazioni hanno bisogno anche delle scelte coraggiose dei medici, siate quindi anche voi un po’ il timone di questa barca, che è bella malandata. Anonimo C Nella mia stanza ho una persona con due bypass, non può camminare e non è autosufficiente. Il medico di reparto ha scritto che può restare qui nella terza sezione e gli nega la possibilità di andare al centro clinico. A un altro mio amico era scoppiato un petardo in mano. Non poteva più usare le mani, ero io che gli lavavo i denti, gli facevo persino il bidè. Il medico scrisse che aveva delle ustioni al gomito e lo rimandò in reparto. Io stesso ho dei problemi e dovrei avere l’ossigeno in stanza. Il dottore non ti visita, ti guarda e dice: “Una tachipirina. Puoi andare”. Gli agenti penitenziari, sono loro tante volte a darci una mano. Ho sbagliato e sto pagando, con la Ex giocatore di football, caduto in disgrazia dopo aver venduto una partita, Paul Crewe (Adam Sandler), viene arrestato per guida in stato di ubriachezza. Durante la sua detenzione in carcere accetta di guidare una squadra di detenuti nella sfida contro la squadra delle guardie carcerarie. shut-out (2000) Joel Coen, Ethan Coen Progetto (1979) Don Siegel calma e la pazienza. Ma qui bisogna intervenire subito. Sono tante le persone che muoiono in carcere. Sono morti molti miei amici qui dentro. Anonimo D Sono un detenuto straniero Marocchino, ringrazio tutti per farmi sentire in un paese democratico perché sto parlando come voglio. In carcere c’è bisogno di trattare tutti i detenuti con psicologia e con intelligenza. Parlo del mio caso, per esempio quando entro nell’infermeria chiedo una pasticca per dormire e se un dottore mi parla intelligentemente e mi dice che questa pasticca mi fa male e mi rende dipendente, io capisco e esco contento perché il dottore intelligente ha parlato con me bene, educatamente. Ci sono altri che quando entro dicono vattene che non sei più malato. L’unica cura in questo carcere è la psicologia, l’intelligenza e l’essere amabili con i detenuti. ATTI DEL CONVEGNO shut-out Progetto ATTI DEL CONVEGNO Fratello dove sei? Frank Morris (Clint Eastwood), dopo varie evasioni da alcuni carceri statunitensi, viene rinchiuso ad Alcatraz. Nonostante sia un carcere di massima sicurezza, su un’isola, Frank riesce lo stesso a fuggire insieme con altri due detenuti, facendo perdere le proprie tracce. le carceri. Ci sentiamo cavie gettate in queste gabbie così sporche e fatiscenti; è forse questa la rieducazione cui deve tendere la pena? Vorrei inoltre sottolineare che il Garante dovrebbe poter fare le visite senza permesso, mentre per come stanno le cose, sembra che abbiamo qualcosa da nascondere; si tratta infatti non di un bandito, bensì di un rappresentante della società civile, che teoricamente dovrebbe avere più diritti in questa isola civile, l’isola dei non famosi. 100 Fuga da Alcatraz Manifesto del convegno “La riforma sanitaria in ambiente penitenziario” tenuto nel Carcere di Regina Coeli, Roma, 11 febbraio 2010 101 Donato Capece ATTI DEL CONVEGNO Segretario Generale del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria Chiunque eserciti la medicina penitenziaria deve saper cogliere i bisogni inespressi del detenuto, senza prestarsi però a strumentalizzazioni provenienti da qualsiasi parte. Per molti motivi di salute si possono ottenere alternative alla detenzione in carcere. Inoltre occorre saper intercettare la malattia quando simulata, quando esasperata da una percezione eccessiva della stessa, e quando viceversa, inconsciamente o volutamente è sottovalutata dai diretti interessati. L’esperienza maturata da centinaia di operatori sanitari, che per decenni hanno lavorato all’interno degli istituti di pena, non può essere cancellata in un attimo da una legge che inseguendo una malintesa logica del risparmio, ha fatto tabula rasa di questo immenso patrimonio di professionalità e di umanità, affidando la gestione della medicina penitenziaria alle ASL. All’atto pratico poi, la riforma ha addirittura fatto lievitare al- 102 shut-out È una serie televisiva statunitense, che racconta in modo veritiero e violento la vita all’interno dell’immaginario penitenziario di Oz (“Oswald State Penitentiary”). Tutti gli episodi sono girati all’interno del carcere e a introdurre ogni puntata e ogni personaggio c’è il detenuto Augustus Hill (Harold Perrineau Jr). In particolare si raccontano le vicende di una sezione, detta “Paradiso”, creata da Tim McManus (Terry Kinney) per rieducare e riabilitare i detenuti. cuni costi, in primis quelli relativi al personale di polizia penitenziaria che viene impiegato in quel turismo penitenziario che porta gli agenti ad accompagnare i detenuti in ospedale, per effettuare visite, esami diagnostici, ricoveri e controlli, contribuendo per altro a sguarnire di personale le sezioni all’interno degli istituti. Come si può comprendere non si tratta semplicemente di affidare le competenze ad uno piuttosto che ad un altro, ma di riformulare completamente il servizio che per oltre un secolo ha svolto compiti istituzionali delicati e riconosciuti. Allo stato non sembra che siano stati definiti modelli operativi adeguati attraverso i quali assicurare l’assistenza in carcere, ed è ambigua la previsione dei contratti di lavoro e dei ruoli professionali che dovranno essere proposti al SSN. Non si possono dimenticare quelle infermità che necessitano di una particolare profilassi e di un’attività di prevenzione che devono essere compatibili con la custodia e con la sicurezza. Il SAPPE si batterà affinché nell’ambito di completa attuazione del DPCM richiamato, si pos- sa costituire un ruolo di medici penitenziari che provvederanno per competenza istituzionale al personale del corpo e alla popolazione ristretta, alla stregua di quanto in essere nella Polizia di Stato e nell’ambito delle Forze Armate. In conclusione alla luce di una riforma più demagogica che realista, più populista che realmente efficace, è necessario porre in essere una profonda riflessione da parte di tutti gli addetti ai lavori, contemplando, se necessario, anche un totale ripensamento per una marcia indietro per affidare nuovamente al Sistema Penitenziario la gestione e l’organizzazione di questo delicatissimo settore. Non sempre quella che sembra una rivoluzione copernicana, quello che è ispirato al principio della razionalizzazione della spesa, solo nelle intenzioni però, rappresenta la via verso il progresso; talvolta il bagaglio di esperienza, di professionalità e di conoscenza rappresentano la vera ricchezza di una scelta in cui proiettarsi nel futuro, la quale dovrebbe derivare da una migliore organizzazione in chiave operativa di questo sapere. Vincenzo Saulino Forum Regionale per il Diritto alla Salute Abbiamo sancito con la 230 il diritto all’uguaglianza di trattamento tra cittadini liberi e cittadini detenuti, un concetto che in una società civile è scontato, ma che nella nostra, oggi come oggi, non lo era; così come non erano scontate altre cose, che nella nostra società poi lo sono diventate. Quando penso alla legge 180 e alla legge 230, a quella legge che oggi in teoria rivendica per voi gli stessi diritti sanitari di tutti i cittadini, penso che siano molto simili perché entrambe cambiano un meccanismo e insistono in un meccanismo che è identico, un’istituzione totale, chiusa, come questa del carcere. Parlare di salute in carcere non è un fatto tecnico, dire quanti farmaci o quanti interventi una persona possa fare. Bisogna avere il coraggio di confrontarsi sul concetto di salute all’interno di una struttura come questa a dimensione totale e su quale sia la lettura della richiesta di salute. Qualcuno che dice che dovremmo adoperarci dentro il carcere come dentro un ospedale e non ha capito niente, per quello che mi riguarda: questo non è un ospedale. La richiesta che arriva al medico o all’infermiere è una lettura di disagio. C’è tutto dentro, non c’è soltanto quello che spesso e volentieri è stato rinfacciato come strumentalità, come possibilità di trovare un escamotage, questo fa parte del carcere, su questo penso che gli operatori siano sempre il contraltare. Dobbiamo andare oltre, capire che questo contesto determina un disagio alla salute e a tutti, perché il problema della salute in carcere non riguarda soltanto gli operatori, ma riguarda anche chi lavora qua dentro, riguarda la Polizia Penitenziaria. Quando parliamo di suicidi in carcere, non parliamo soltanto di suicidi in carcere, e non sono pochi, perché quei numeri terrificanti non stanno nella brochure, stanno nella realtà. Quando parliamo di salute in carcere ci mettiamo anche la Polizia Penitenziaria che è soggetta ad un intervento di un logorio psichico assolutamente pesante e quindi questa cosa è anche per loro, Progetto Nel “paradiso” i detenuti sono chiusi in stanze con i vetri in plexiglas, guardati a vista dagli agenti penitenziari, ma con la possibilità di passare la giornata nell’atrio della sezione dove si trovano televisione, tavoli per giocare a carte e stanze con i computer. Dietro l’apparenza di un penitenziario modello, i detenuti combattono ferocemente tra loro (divisi per bande e gruppi etnici), per la supremazia all’interno del carcere. non contro, perché il principio di reale collaborazione, fa parte della normativa di legge, perché questo deve permettere di passare anche a un concetto diverso. Oggi si parla sempre di sanità e sicurezza, sono termini che non vanno abbinati così, perché per noi la sicurezza è la garanzia dei diritti, del rispetto, questa è sicurezza, questa riduce il conflitto, se è risposta al disagio. Se oggi pensiamo che questa legge sia semplicemente il trasferimento di competenze da un Ministero ad un altro, quindi un cambio di etichette applicando le stesse modalità, non abbiamo fatto niente altro che reiterare nuovamente quel modello. Questo modello va cambiato in base ad un’analisi che ci porti a concepire la salute dentro l’Istituto in maniera completamente diversa da come noi, spesso e volentieri, la trattiamo anche all’esterno. Capire la peculiarità della difficoltà di stare dentro un carcere perché abbiamo il coraggio di attivare una lettura fino in fondo vera di quello che è il contesto. Se non facciamo questo non riusciremo a fare niente. I diritti vanno realizzati. ATTI DEL CONVEGNO (1997-2003) Progetto shut-out OZ 103 2. Appendice: Il burnout degli operatori penitenziari Psicologa Intervento di Simona Pasquali Oggi l’arte contemporanea è in un certo senso “chiusa fuori”, prigioniera di se stessa, o meglio dei suoi riti, dei luoghi cui è deputata. È un’arte in larga parte da addetti ai lavori, che fatica a raggiungere un grande pubblico. È quindi un’arte “prigioniera”. A ben pensarci però, l’arte per vari motivi è sempre stata prigioniera: dei committenti, dei personaggi e delle storie che doveva rappresentare. Più precisamente erano gli artisti a essere “prigionieri”. Ed è qui la differenza sostanziale; una volta a essere “prigionieri” erano gli artisti, oggi lo è l’opera d’arte contemporanea che difficilmente riesce a “uscire fuori” dai confini del proprio mondo per addetti ai lavori. Nel passato invece erano gli artisti a essere “prigionieri”; alcuni poi lo sono stati in senso letterale, per aver avuto problemi con la giustizia. Fra tutti spicca Michelangelo Merisi da Caravaggio, il quale, oltre a varie condanne, per rissa, diffamazione di colleghi, possesso abusivo d’armi e ingiurie contro le guardie, venne anche condannato per omicidio.La notte del 28 maggio 1606, infatti, l’artista, durante una rissa scaturita per un fallo nel gioco della pallacorda, colpisce a morte Ranuccio Tommasoni, con cui aveva già avuto altre “discussioni” in passato. La condanna stabilita per Caravaggio fu la decapitazione; all’artista non rimase che darsi alla fuga, così scappò da Roma, per non farvi mai più ritorno; l’artista morì, infatti, nel 1610, proprio mentre tentava di tornare a Roma dopo aver saputo che papa Paolo V stava per revocare la sua condanna a morte. Durante la sua latitanza l’artista dipinse molti quadri, fra cui possiamo ricordare Davide con la testa di Golia (realizzato probabilmente alla fine del 1609), in cui dà le sue fattezze, o meglio i suoi lineamenti alla testa di Golia, alludendo probabilmente alla sua condanna a morte per decapitazione. Serie televisiva statunitense di stampo avventuroso, fantapolitico, racconta nella prima serie (ambientata quasi interamente all’interno di un carcere), le vicende di Michael Scofield (Wentworth Miller) un giovane e geniale ingegnere, che commette un furto per essere rinchiuso nel carcere di Fox River, dove si trova il fratello condannato a morte ingiustamente, con lo scopo di farlo evadere. Riuscita l’evasione, anche grazie alla dottoressa del carcere di cui il protagonista s’innamora, ricambiato, Michael e il fratello si danno alla fuga con alcuni compagni di prigionia. In seguito (nella terza serie), Michael è imprigionato in un carcere di Panama, ma riesce a evadere anche da qui, per poi dedicarsi a sventare il complotto in cui lui e suo fratello sono coinvolti. Il burnout è una sindrome, la cui definizione classica, che rimanda agli indicatori di esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta autoefficacia lavorativa, sottolinea le manifestazioni a livello individuale di un rapporto cortocircuitato tra l’operatore e l’organizzazione di appartenenza, mediato dalle doti di resistenza e capacità di coping1 del singolo, che si esprime in una serie di sintomi somatici, derivanti dall’iperattivazione costante del sistema noradrenergico, atto a scatenare la reazione d’allarme: • stanchezza • disturbi del sonno (insonnia di varo grado, risvegli frequenti, ipersonnia) • disturbi dell’alimentazione e a carico dell’apparato gastrointestinale • somatizzazioni varie dell’ansia, come dolori diffusi 1 Per “coping” si intende la capacità di fronteggiare attivamente una situazione stressante, di porre in atto insomma una risposta efficace al problema. • tensione muscolare sintomi cognitivi: • difficoltà di concentrazione • scarsa attenzione sul presente • disturbi della memoria • ipervigilanza • irritabilità • senso di noia, vuoto, inutilità • cinismo • demotivazione sintomi emotivi: • inquietudine • apatia • distacco • irrequietezza • nervosismo • litigiosità A partire dalla lettura dei suddetti sintomi, occorre effettuare una prima distinzione importante tra reazione di stress e burn out, evidenziando quali processi, a partire dalla semplice e di per sé funzionale reazione di stress, esitano in un vero e proprio burn out, definibile come sindrome dell’operatore “bruciato e usurato”. Se la reazione di stress evidenzia una difficol- tà a fronteggiare un surplus di stimolazioni, facendo leva sulle risorse disponibili (interne ed esterne), il processo che evolve nel burn out evidenzia proprio un loop2 consistente nel fatto che usuraio e usurato coincidono, identificandosi nella stessa persona: il logoramento in corso viene infatti fronteggiato in questo caso con un ulteriore investimento energetico. L’operatore in burn out finisce così con il reiterare lo stesso approccio all’intervento e si rivela incapace di sottrarsi all’incastro originato dalle ambivalenze e contraddizioni che permeano la realtà penitenziaria, rappresentandone la cosiddetta componente di istituzione, contraddistinta dal posizionarsi su un livello di funzionamento a-razionale e inconscio. É perciò necessario interiorizzare il principio che se si perde il contatto con le proprie emozioni e il proprio corpo, e non si focalizza la triade pensiero-emozione e gesto nei comportamenti quotidianamente agiti, 2 Ossia una reazione di avvitamento su sé stessi, tipica del cosiddetto circolo vizioso. è difficile riuscire poi ad attivare le risorse personali e professionali necessarie per il raggiungimento e mantenimento di un’efficacia professionale. Il burn out esprime un logoramento del rapporto tra l’individuo e il suo lavoro che in forma sottile, graduale e costante intacca il livello di investimento emotivo, motivazionale e valoriale. Occorre infatti considerare il limite estremo di tale processo di logoramento della capacità di investimento e di crescita nel ruolo professionale, che può essere nocivo dal punto di vista volitivo ed energetico, comportando nell’ipotesi migliore l’abbandono del posto di lavoro, nella peggiore il ricorso ad atti auto lesivi, o autosoppressivi, con un effetto di contagio non trascurabile sul clima organizzativo, sulla capacità di tenuta del tessuto umano, sulla capacità di rispondere alle richieste poste dall’utenza secondo il dettato normativo e le finalità istituzionali. Il circolo vizioso che mantiene in vita il fenomeno è riconducibile oltretutto proprio ad alcuni tratti caratteristici della sindrome: la solitudine, il senso di abbandono, l’idea di non avere più riferimenti, anche intesi come rete di sostegno formale o informale. Un’analisi più compiuta della problematica in esame chiama in gioco dunque l’insieme dei fattori che contribuiscono a generare una buona qualità di vita per i lavoratori. Ciò richiede l’articolazione di molteplici livelli di analisi, passando da una prospettiva psicologica clinica ad un approccio di stampo organizzativo, come parte di un continuum che richiede l’attivazione di risorse finalizzate in un’ottica di promozione del benessere (mediante azioni di sviluppo organizzativo)3, di prevenzione del burn out (con progetti di ricerca-intervento e miglioramento del modello di organizzazione del lavoro) e infine di cura (mediante azioni di sostegno e consulenza psicoterapeutica, che evidentemen3 É negli anni ’80 che si registra il passaggio da un approccio di intervento centrato sulla prevenzione di infortuni e sulla protezione della salute a un’idea di promozione del benessere, che consiste nel motivare le persone a far scelte ragionate riguardo al mantenimento e miglioramento del proprio benessere. Nasce L’Occupational Healt Psychology, nuova materia interdisciplinare, che applica la psicologia nei setting organizzativi per il miglioramento della vita lavorativa e la promozione della salute nei luoghi di lavoro. shut-out (2005-2009) Simona Pasquali 104 Opere d’arte e carcere Progetto shut-out Progetto Prison Break te vanno proiettate all’esterno del contesto lavorativo). Precursore di tale orientamento è stata una delle più grandi studiose del fenomeno, C. Maslach, che ha messo chiaramente in evidenza il ruolo esercitato da disfunzioni e/o lacune organizzative, in primo luogo nell’ambito delle strategie e delle politiche di gestione, nel creare i presupposti per lo sviluppo della sindrome del burn out, enucleando cinque dimensioni cruciali di indagine e monitoraggio, sia in un’ottica di prevenzione del fenomeno, in modo da attivarsi ai primi accenni di malessere e disfunzione, che in quella di uno sviluppo ulteriore delle condizioni di salute: il sovraccarico lavorativo, la mancanza di equità, lo scarso senso di appartenenza e riconoscimento in un collettivo, la non chiara definizione della mission e l’assenza di coerenza tra le finalità dichiarate e le strategie effettivamente poste in essere nell’ambito della gestione operativa dei processi di lavoro. É possibile riassumere i fondamenti basilari di un approccio coerente e dirimente alla problematica qui trattata: • Il burn out non coincide con lo stress ma ne costituisce uno degli esiti possibili solo 105 in presenza di determinate condizioni, che chiamano in gioco fattori individuali, organizzativi e politico sociali interconnessi. • La condizione di burn out presuppone una motivazione fortemente connotata da un alto senso di idealità, da un intenso investimento valoriale ed intrapsichico: nella maggioranza dei soggetti appartenenti alla polizia penitenziaria è possibile rilevare come, più che essere in presenza di un operatore “bruciato”, che in ogni caso sconterebbe il fatto di essersi in precedenza “infiammato” per la funzione di aiuto chiamato a svolgere, si è alle prese con un lavoratore “wornout”, ossia semplicemente esausto, sfinito, esaurito, pur avendo intrapreso questo mestiere con una motivazione priva di elementi di idealizzazione, o addirittura connotata, se ci riferiamo alle suddette figure, in senso più che altro strumentale4. Questa 4 I candidati ai concorsi pubblici, attraverso cui si accede al Corpo di polizia penitenziaria, risultano essere sempre più giovani e sono spesso spinti a concorrere per la ricerca di un posto di lavoro stabile e sicuro, come attesta anche l’esperienza dell’autore nell’ambito delle selezioni attitudinali di ingresso 106 tipologia di lavoratore “scarico” non avrebbe subito quindi il trauma narcisistico caratteristico degli operatori in burnout: “coloro che oggi appaiono come wornout sembra che abbiano rinunciato a perseguire progetti idealizzati; invece nei burnout è possibile che abbia prevalso la percezione che l’idealizzazione, sconfitta nel sociale, per poter sopravvivere doveva (e poteva) essere mantenuta a livello individuale” (Del Rio, 1993). Ciò non significa naturalmente che si possa e si debba sottovalutare i diversi indicatori di una possibile discordanza tra obiettivi, valori e motivazioni all’impegno dei lavoratori e finalità, valori, aspettative organizzative, sia esplicite che implicite. La suddetta precisazione terminologica impone perciò di attenersi rigorosamente alle categorie del pensiero scientifico attualmente in uso, in modo da immaginare linee di azione consone alla natura delle problematiche evidenziate. • Se negli anni ’70 e ’80 gli studi e le ricerche sul fenomeno del burn out ne hanno messo in luce la connotazione di sindrome tipica delle professioni di aiuto che si esplicano in ambito sanitario e nel sociale, di recente l’attenzione si è spostata sul contenuto relazionale del lavoro e su una serie di condizioni organizzative5 la cui assenza produce malessere, in quanto priva di un sostegno fondamentale, se non costituisce addirittura una serie di limitazioni pesantemente condizionanti, per l’operatore comunque chiamato ad offrire un servizio in cui la qualità del rapporto con il suo beneficiario segna la differenza in termini qualitativi. Riconducendo l’analisi al contesto penitenziario risulta evidente l’elevata densità relaziona5 Solo per citare una recente sistematizzazione di tali condizioni, operata da Avallone F., Pamplomatas A. (Milano, 2005) si citano le seguenti: allestimento di un ambiente di lavoro salubre e accogliente, chiarezza di obiettivi e coerenza tra enunciati e prassi, riconoscimento e valorizzazione delle competenze, capacità di ascolto e negoziazione, disponibilità di informazioni pertinenti al lavoro, gestione del conflitto, un ambiente relazionale franco, comunicativo, rapidità di decisione e scorrevolezza operativa, equità di trattamento e delle opportunità di avanzamento, equilibrio tra carico lavorativo, risorse e responsabilità, capacità di conferire senso al lavoro e di stimolare sentimento di utilità, capacità di prevenire infortuni e rischi professionali, adeguata definizione dei compiti dei singoli e dei gruppi garantendone la sostenibilità, apertura all’ambiente esterno e all’innovazione tecnologica e culturale Ma il più “famoso” carcerato della storia dell’arte è Cristo arrestato nell’orto dei Getsemani, tradito da Giuda Iscariota. Questa parte della vita di Gesù, è stata spesso rappresentata attraverso affreschi e dipinti a olio che lo raffigurano o al momento dell’arresto, o “in manette” durante il processo. Si va dagli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni (ciclo del 1304-1306) che rappresentano entrambi i momenti, quello dell’arresto (Il Bacio di Giuda) e quello del processo (Cristo davanti a Caifa), alle interpretazioni che nel corso della storia ci forniscono artisti come Hans Holbein il Giovane (Cattura di Cristo del 1523) e Caravaggio (Cattura di Cristo del 1598), le6 del lavoro eseguito in carcere, a prescindere dal ruolo e dalla funzione svolta dalle figure che vi operano, così come l’elevata complessità delle dinamiche stesse che contraddistinguono, nella sovrapposizione di logiche e finalità variabilmente intrecciate, l’operatività in un ambito che rimane pur sempre, ferma restando la tendenza innegabile verso un’apertura alla società esterna, l’esemplificazione più tipica dell’istituzione totale. É proprio nel prendere in considerazione il contenuto relazionale della professione che emergono le indicazioni più interessanti, in particolare per quanto concerne la rappresentazione dell’identità professionale che emerge dai resoconti della polizia penitenziaria. Il compito percepito come fondamentale da questi operatori, riferito 6 Risultano a tal proposito quanto mai appropriate le parole di E. Goffman: “In questo contesto, la prima cosa da dire sullo staff è che il suo lavoro, quindi il suo stesso mondo, ha unicamente a che fare con persone. Questo genere di lavoro, il cui oggetto è costituto da persone, non è come un’attività che implica rapporti con il personale o quella di chi si occupa di relazioni di servizio; qui gli oggetti ed i prodotti del lavoro sono uomini” (Asylums. Le istituzioni totali, Milano, Edizioni di comunità, 2001) al mandato della sicurezza, si intreccia con una funzione che risulta alla fine preponderante, costituita dal dover attivarsi per dare una risposta alle tante necessità e richieste provenienti da una popolazione detenuta in pressoché totale posizione di dipendenza per la soddisfazione dei bisogni vitali, anzi occorre dire che proprio per evitare il verificarsi di situazioni di pericolo e disordini, garantendo la sicurezza, occorre in realtà riuscire a destreggiarsi in una miriade di micro-situazioni che contrassegnano la quotidianità lavorativa, riuscendo a trovare ogni volta il giusto equilibrio tra una posizione di autorità, che si esprime in termini di concessioni e dinieghi, e di servizio, ossia di ascolto, supporto, presa in carico del problema segnalato. Ne deriva il rilievo centrale, per così dire strategico delle competenze interpersonali, in quanto “la relazione di servizio non è senza contraddizioni. Proprio in virtù della dipendenza dei detenuti essa esige grande disponibilità da parte dei poliziotti penitenziari: le domande possono essere infinite, appesantendo un carico di lavoro già gravoso” (A. Chauvenet, F. Orlich, G. Benguigui, 1994), che implica la capacità di shut-out Altri santi che sono stati “onorati” da un’opera che li raffigura carcerati sono stati Sant’Eustachio (Sant’Eustachio in prigione di Bartolomeo Litterini del XVIII secolo) e San Giovanni Battista, spesso rappresentato al momento della morte per decapitazione, dopo essere stato imprigionato da Erode Antipa (La decollazione di san Giovanni Battista, 1630, di Massimo Stanzione). Progetto shut-out Progetto Nella storia dell’arte, oltre agli artisti incarcerati, si possono trovare anche opere che possono definirsi di ambito carcerario. Una cospicua parte proviene da opere di stampo religioso, che rappresentano momenti della vita di santi perseguitati e incarcerati. Uno dei carcerati più importanti è San Pietro, che possiamo trovare rappresentato in vari modi: al momento della liberazione dal carcere, come nell’opera di Raffaello nella Stanza di Eliodoro nei palazzi Vaticani (Liberazione di San Pietro dal carcere, 1513). Oppure raffigurato “ammanettato” sulla via del martirio, come nell’opera di Giovanni Serodine, Incontro di San Pietro e San Paolo sulla via del martirio del 1624-25, o mentre cura Sant’Agata in carcere nell’opera di Lanfranco Giovanni, San Pietro risana Sant’Agata del 1613-14. tener conto oltre che dei vincoli normativi, anche delle contingenze organizzative, delle carenze strutturali e delle dinamiche interpersonali. É chiara l’estrema complessità del compito da assolvere, che si caratterizza per un elevato grado di situazionalità, richiedente una capacità iper-flessibile di riflessione, di mediazione e di decisione, in una cornice di regole che prescrive procedure e prassi rigorosamente standardizzate, cui riferirsi nel qui ed ora della singola evenienza, certamente simile ma mai del tutto identica ad altre situazioni precedenti. Per affrontare efficacemente il problema del burn out degli operatori penitenziari occorre quindi coniugare diversi piani di analisi del fenomeno, ricercandone le matrici di contesto nell’universo carcere, di cui va innanzitutto riconosciuta l’intrinseca complessità, che richiede di procedere in via preliminare all’individuazione di nessi generativi e virtuosi tra ricerca, formazione e sviluppo organizzativo, secondo le seguenti direttrici di sviluppo: • La prospettiva psico-sociale di intervento, funzionale ad inquadrare la sindrome del burn out, che esprime una problematica di 107 Rientrano poi nella galleria dei “personaggi famosi” carcerati anche l’incisione raffigurante l’assassina di Marat, Charlotte Corday in prigione (di Charles Louis Muller) e la regina Maria Antonietta (Maria Antonietta con l’abito da lutto nella prigione del Tempio, della Marchesa De Brehan, 1794). natura comportamentale con sintomatologia aspecifica, non come un fenomeno ascrivibile a lacune o incompatibilità di natura personale. • La centratura sull’azione di prevenzione del burn out, che si situa ad un livello intermedio tra il versante della cura – che rimanda logicamente ad un intervento riparativo del danno presente, quindi ad un appropriato percorso psicoterapeutico, quando non a un vero e proprio abbandono del lavoro, e quello della cosiddetta promozione del benessere, intesa come qualità della vita lavorativa, in un’accezione diversa da quella che fa riferimento al paradigma della salute come semplice assenza di malattia o al modello normativo. Occorre diffondere, anche utilizzando la leva della formazione in modo più incisivo, un adeguato livello di consapevolezza del valore che la salute e l’integrità psicofisica rivestono in sé, della loro capacità di contagio positivo, nel momento in cui si afferma una cultura del benessere che pone al primo posto l’importanza della persona. É necessario implementare politiche capaci di integrare l’individuo nel tessuto socio-umano di cui è parte, recuperando senso di appar- 108 tenenza ed identità, non solo per il singolo ma a beneficio dell’organizzazione stessa, in quanto proprio il vissuto di solitudine, derivante anche dall’assenza di riferimenti ad un comune modus operandi, incide sul senso di controllo percepito7, e quindi sulla capacità di auto-riconoscersi competenze di gestione delle situazioni e degli eventi, che in carcere 7 A tal proposito sembra che una costante del lavoro del poliziotto penitenziario sia rappresentata da una percezione del rischio sempre presente che seppur è innegabilmente riferibile a dati di realtà incontrovertibili, può essere letta anche come la spia di un’insicurezza di fondo, aggravata dall’assenza di riferimenti ad un insieme di coordinate orientative, capaci di tratteggiare un orizzonte di senso comune, al cui interno sia possibile conciliare la discrezionalità delle scelte e la differenza di stile comportamentale riferendole alla specificità delle richieste poste dalla singola situazione operativa, in un quadro di complementarietà e reciprocità che assurge ad una sintesi superiore, definibile come modello operativo. Altro aspetto da considerare è quello della cosiddetta “invisibilità”, quale tratto caratteristico del lavoro in sezione, dove “si è soli” nel prendere le tante micro-decisioni necessarie per mantenere l’ordine e la sicurezza, ma si è responsabili a tutti gli effetti di ciò che succede, soprattutto se si verificano disordini e/o incidenti: in altre parole l’autorità decisionale di cui si dispone, non è tale da sostenere l’effettiva discrezionalità delle scelte, assumendosene in toto, sia nel bene che nel male, la relativa responsabilità. presentano un alto tasso di imprevedibilità e un potenziale di criticità ineliminabile, connaturato alle dinamiche proprie di quest’istituzione totale. Per questa ragione i diversi progetti presentati hanno fatto leva sulla dimensione del gruppo, dal momento che nel gruppo “vengono condivise con gli altri e tra gli altri le proprie ed altrui esperienze; si parla del proprio burnout; si sente ciò che gli altri hanno da dire sul loro burnout; e infine si acquisisce la capacità di prevenire il burnout stesso” (Freudenberger, 1974). • Attivazione “dal basso” in base ad una rilevazione di bisogni, criticità , risorse e opportunità rilevate nel contesto locale, riconoscendo la specificità di situazioni e contesti, in cui va necessariamente calata l’esplorazione e la sperimentazione attuativa di prassi, modalità operative, processi di riorganizzazione atti ad uno sviluppo complessivo del grado di funzionalità e salute delle realtà lavorative. Sarà così possibile disporre, ad un livello centrale di monitoraggio e coordinamento, di una pluralità di punti di vista e prospettive da porre a confronto sia rispetto alle metodologie di intervento che ai risultati conseguiti. • L’approccio della ricerca-intervento La metodologia della ricerca intervento è indicata come approccio volto a favorire la costruzione progressiva , nell’ambito di un processo di confronto e scambio, di una rappresentazione della realtà organizzativo -istituzionale, e della collocazione di ciascuna professionalità al suo interno, che possa essere armonica e coerente con le esperienze, i vissuti, le risorse personali e le aspettative dei singoli partecipanti, in modo da integrarsi in una salda identità di ruolo. Ma anche per affermare l’esigenza, ineludibile ormai per professioni come quella dell’operatore penitenziario, di un superamento del convincimento che possano esistere soluzioni valide una volta per tutte ai complessi problemi che affliggono l’istituzione penitenziaria e la vita nelle carceri. • Il carattere interprofessionale del target, indispensabile per riuscire ad operare una lettura delle condizioni predisponenti al burn out, non limitata alla situazione lavorativa di una categoria professionale, ma capace di considerare tutta la rete dei rapporti interni ed esterni all’organizzazione, per offrire elementi utili alla messa in opera di interventi di prevenzione e promozione del benessere capaci effettivamente di incidere sui processi di lavoro. Occorre ricordare che l’attenzione prioritaria che di solito si riserva al personale di polizia penitenziaria, in primo luogo agli operatori in servizio nella sezione detentiva, è stata dettata dal riconoscimento del carattere fortemente stressante del lavoro di questa categoria per le sue caratteristiche di servizio a stretto contatto con un’utenza disagiata, per periodi di tempo prolungato, spesso su più quadranti orari, che richiedono un dispendio notevole di risorse psicofisiche. In sintesi è possibile estrapolare alcune aree di miglioramento ineludibile, valevoli come indicazioni di intervento: • L’esigenza di bilanciare il rapporto sperequato tra responsabilità, carichi di lavoro e risorse messe a disposizione, a livello di organico, disponibilità di spazi e strutture adeguate, risorse professionali e finanziarie. • L’esigenza di meglio chiarire i confini, ma anche le ambivalenze e le sottili implicazioni del binomio sicurezza e trattamento, che per integrarsi nel punto più alto di espressione richiedono un equilibrio e una consa- shut-out Fra i personaggi più rappresentati ci sono Galileo Galilei (Galileo Galilei di fronte all’Inquisizione di Cristiano Banti, 1857) e Giordano Bruno (Giordano Bruno rinchiuso nelle carceri di Roma rifiuta di sconfessare le sue dottrine, nella quadreria della provincia di Napoli). C’è poi, nell’Ottocento (specie in Italia nel periodo del Risorgimento), la tendenza a raffigurare vicende storiche ed episodi della vita di personaggi positivi. Ad esempio Silvestro Lega in Bersaglieri che conducono prigionieri austriaci (1862), oppure artisti come Giuseppe Sciuti (Prigionieri di Castelnuovo dopo la capitolazione del 1799, opera del 1871) e Gioacchino Toma (Luisa Sanfelice in carcere, 1874), che raffigurano vicende e personaggi della Repubblica napoletana. Nella galleria dei personaggi “edificanti” rappresentati in manette, rientra no Vettor Pisani (Vettor Pisani liberato dal carcere di Francesco Hayez, 1840) ) e Silvio Pellico (Arresto di Silvio Pellico e Piero Maroncelli di Carlo Felice Biscarra, 1822). Progetto shut-out Progetto Con il passare del tempo si passa dalla rappresentazione di temi religiosi a quella di temi laici. Gli artisti, infatti, cominciano a creare dipinti che rappresentino scene di vita carceraria del proprio tempo o storiche, ma di stampo laico. Si va dal ciclo di otto dipinti della Carriera del libertino di William Hogarth (in particolare né La prigione), che il pittore esegue all’inizio degli anni ’30 del Settecento, con la volontà di rappresentare “soggetti morali moderni” dal momento dell’ascesa a quello del declino, alle Scene di prigione di Goya (1808-10). pevolezza avvertita del ruolo istituzionale e della parte giocata dalla polizia penitenziaria all’interno del processo di trattamento, ma anche solide competenze comunicative e interattive da esprimersi in situazione, e corrispondenti capacità di gestione delle relazioni organizzative a tutti i livelli (gerarchico ed orizzontale, intra ed inter-ruolo, interno ed esterno), in un quadro in cui il proliferare continuo di norme e minute regolamentazioni8. É rispetto a tale complessità che alcuni rappresentanti del Corpo di Polizia Penitenziaria esprimono la sensazione di non essere sufficientemente preparati, forse per il timore, espresso in particolare da coloro che hanno una maggiore anzianità professionale, di non riuscire a fronteggiare adeguatamente il cambiamento culturale richiesto, ma anche 8 Risulta molto calzante quanto scrive a tal proposito Goffman in Asylums.Le Istituzioni totali, Milano 2001: “Il carcere è una comunità in continua mutazione. Mutano le persone e quindi gli equilibri, i timori e quindi le regole poste a contenimento dei primi (…). In una tale situazione l’insicurezza, l’incertezza, l’imprevedibilità, fanno sì che si ricerchi continuamente ed ossessivamente un equilibrio impossibile quanto rassicurante, giungendo all’implementazione di una regolamentazione inflazionata quanto dettagliatissima” 109 perché stenta a trovare un riconoscimento “ufficiale”, quanto meno esplicito nell’ambito di un “discorso pubblico”9, l’insieme delle competenze, invero sofisticate, che il lavoro dei poliziotti penitenziari richiede per essere svolto efficacemente, specie se operato in quello spazio limite, di confine estremo tra la società esterna e la comunità reclusa, che è rappresentato dalle sezioni detentive. • La problematicità dei rapporti umani e professionali sia in senso orizzontale che verticale. A tal proposito è opportuno evidenziare la difficile situazione dei vertici del Corpo, stretti tra richieste avanzate dalla popolazione detenuta, esigenze espresse dai 9 Ci si riferisce alla condivisione e appropriazione dei luoghi comuni che dominano la rappresentazione sociale corrente sul carcere: “La pervasività di questo luogo comune non è priva di effetti: si tratta di un vero e proprio mito che domina le rappresentazioni correnti sul carcere e, paradossalmente, anche quelle degli stessi poliziotti penitenziari, soprattutto quando questi ultimi devono definire, condividendolo tra colleghi, il discorso pubblico nel quale riconoscersi e attraverso il quale farsi riconoscere all’esterno del mondo penitenziario” (The prison , University of Chicago Press, Chicago 1976), cit. in A. Chauvenet, F. Orlic, G. Benguigui. Le monde des surveillants de prison, Presse Universitaires de France, Paris 1994. 110 collaboratori, direttive impartite dalla Direzione, necessità di integrazione con le altre aree operative dell’Istituto: tale complessità richiederebbe una formazione molto approfondita su tale pletora di compiti e funzioni, esplorando al contempo le possibilità di sviluppo insite nel modello organizzativo attuale, per esplicitare più compiutamente le aspettative di ruolo dell’Amministrazione nei confronti dei vertici direttivi del Corpo. • L’assenza di una comunicazione reale, che vada al di là delle semplici consegne e delle informazioni scambiate nella conferenza di servizio, per un impiego della pratica del feedback inerente le decisioni prese nei casi specifici, per segnalare eventi o situazioni cui prestare particolare attenzione, per un confronto che stimoli una partecipazione attiva alla vita nelle sezioni, e che trovi aree utili di convergenza con il lavoro svolto dalle professionalità dell’area del trattamento, rendendosi spendibile appunto come contributo al processo rieducativo. Occorre rimarcare come l’assenza di comunicazione infici la stessa disponibilità di informazioni talvolta indispensabili per assolvere alle funzioni demandate, accentuando quella con- dizione di ambiguità di ruolo (dipendente da carenza di informazioni sul modo più efficace per svolgere il proprio compito), che insieme all’elemento della conflittualità del ruolo (derivante dal riferimento ad attese contraddittorie), rappresenta una delle “cause organizzative” specificamente associate al burnout. • Il difficile rapporto con le istanze sociali, e in particolare la percezione di ambivalenza e contraddittorietà delle richieste provenienti dalla comunità esterna, nei confronti del ruolo di operatore penitenziario, che paradossalmente esprime a ondate tendenze giustizialiste, rivendicando la necessità di pene certe e di più carcere, per poi disinteressarsi dell’universo penitenziario, in una sorta di rimozione collettiva delle istanze repressive, con tutto quel che ne consegue in termine di immagine esterna e di rappresentazione sociale degli operatori, in particolare della polizia penitenziaria. Il dato interessante che emerge a tal riguardo è che lo stesso operatore penitenziario interiorizza tale rappresentazione sociale proiettandola poi all’esterno, vivendo così una sorta di “doppio discorso”, in cui all’immagine lavorativa esternata non corrisponde la percezione intima del ruolo, rivelata invece in situazioni di colloquio individuale approfondito, laddove risulta intrisa delle connotazioni proprie dei lavori di accompagnamento e sostegno di un’utenza che versa in condizioni di disagio e marginalità. Da qui deriva il fenomeno dell’ignoranza multipla, consistente nel ritenere erroneamente che l’immagine disincantata e cinica talvolta esternata da parte del personale di polizia penitenziaria, corrisponda davvero alla realtà dei vissuti e rappresentazioni di ruolo coltivati nella interiorità dai singoli. • La scarsa coerenza dei messaggi culturali veicolati a vari livelli dell’organizzazione. Un’altra competenza di importanza strategica per un efficace svolgimento del ruolo è risultata quella di saper discernere e valutare i fattori in gioco, in ogni specifico caso e nelle singole situazioni, riuscendo a prefigurare l’impatto della propria decisione, con particolare riguardo al valore di metacomunicazione trasmesso dall’intervento, al rispetto della legalità e dei diritti umani e non ultimo alla considerazione di ciò che è praticabile con le risorse esistenti. Diventa essenziale, per l’implementazione di tali competenze soft, una formazione di stampo psicologico che prepari a ben gestire il carico emotivo derivante dalle molteplici e contrastanti istanze, presentate il più delle volte con drammatica urgenza, ponendo spesso l’operatore in una situazione di “doppio legame”. Si può sviluppare la capacità di muoversi con curiosità in contesti mobili, incerti, articolati in forme organizzative complesse e caotiche, quindi una maggiore flessibilità attiva” (A. Orsenigo, 2005). É questo il tratto distintivo quindi di una formazione che sia effettivamente rivolta alla persona, considerata centrale in una visione dell’organizzazione del lavoro strutturata per processi e in grado di produrre benessere. A partire da un confronto sulle prassi in uso si può pervenire a una definizione dei processi di lavoro che dia luogo all’individuazione di protocolli operativi, in modo da implementare la capacità di assicurare standard qualitativi di intervento tali da riverberarsi positivamente sull’autostima e il senso di autoefficacia professionale, spezzando oltretutto quella catena di rivendicazioni frequenti, sostenute anche dalle organizzazioni sindacali, che sottendono un senso di mancata valorizzazione shut-out Nel Novecento le opere “carcerarie” continuano il percorso di quelle ottocentesche, ossia seguono il filone laico, virando sul civile e sulla denuncia dei soprusi. Una delle ingiustizie più clamorose, che l’arte ha denunciato, è quella della condanna a morte di Bartolomeo Sacco e Nicola Vanzetti, i due anarchici italiani ingiustamente condannati a morte per due omicidi mai commessi. La vicenda di Sacco e Vanzetti, destò molto scalpore, perché era chiaro alla maggior parte dell’opinione pubblica e degli intellettuali americani, che i due fossero innocenti e che pagassero il razzismo e la volontà di punire gli anarchici che pervadevano all’epoca il governo americano; ma neanche le numerose proteste e gli appelli in loro favore poterono niente e i due dopo sette anni di processo furono condannati a morte sulla sedia elettrica nel 1927. Circa quattro anni dopo, Ben Shahn pittore dal chiaro impegno sociale, realizza delle opere ispirandosi al processo di Sacco e Vanzetti. Una di queste, Bartolomeo Sacco e Nicola Vanzetti (1931-32), ritrae i due seduti l’uno accanto all’altro, in catene. Nella seconda metà del Novecento, sempre in America, a occuparsi di prigionieri e sedie elettriche (ma senza nessuna volontà di denuncia o intenti moraleggianti) è Andy Warhol il quale dal 1963, realizza serigrafie di sedie elettriche (Big Electric Chair, 1967) con colori accesi e violenti. In Warhol, non c’è nessuna volontà di denuncia, ma solo l’intento di fissare su tela uno dei tanti simboli (anche se negativo) dell’America. L’artista realizza anche, nel 1964, Thirteen Most Wanted Men (un’installazione per il Padiglione Americano alla Fiera Mondiale di New York), serigrafia dei ritratti dei tredici criminali più ricercati d’America, ma anche questa volta non c’è nessuna volontà di denuncia. Progetto shut-out Progetto Sempre nell’Ottocento, ma nella seconda metà del secolo, a rinverdire i “fasti” degli artisti incarcerati, troviamo Gustave Courbet il quale, dopo essere stato (nel 1871) durante il periodo di governo della Comune di Parigi, a capo di tutti i musei della città, è processato e incarcerato, perché ritenuto responsabile della distruzione della Colonna della grande Armée di Place Vendôme. Così, il 2 settembre 1871, l’artista è condannato dalla corte marziale di Versailles a sei mesi di carcere e al pagamento di una multa di 500 franchi. Dall’esperienza in carcere nasce, nel 1872 Autoritratto in prigione. Altro artista ad avere avuto guai con la legge (appena diciassette anni dopo Courbet), è stato Vincent Van Gogh che il 24 dicembre 1888 fu fatto ricoverare dalla polizia in ospedale, a seguito della lite con Gauguin che lo portò a tagliarsi (o almeno così riportano la maggior parte delle ricostruzioni) metà dell’orecchio sinistro. Van Gogh rimase internato in ospedale fino al 7 gennaio 1889. Purtroppo per lui la libertà non durò molto, infatti, a seguito di una petizione firmata da ottanta cittadini di Arles, nel mese di marzo Van Gogh venne di nuovo condotto dalla polizia in ospedale. Da lì, l’otto di maggio, Van Gogh si trasferì nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence. Qui dipinse, nel 1890, il quadro La ronda dei prigionieri (o dei carcerati). L’opera non è un soggetto originale, si tratta, infatti, della copia di un’incisione di Gustave Doré (pubblicata nel volume Londra, un pellegrinaggio, da Blanchard Jerrold nel 1872) e in essa alcuni studiosi hanno riconosciuto nel carcerato in primo piano, un autoritratto di Van Gogh, leggendovi una sorta di “denuncia” del proprio stato di reclusione. da parte dell’Amministrazione e di scarso riconoscimento. Da questo punto di vista il riconoscimento veramente atteso dalla polizia penitenziaria, consisterebbe nel far emergere, con un passaggio dal piano della conoscenza tacita ed implicita a quella esplicita, il dato di fatto che per lavorare in un contesto come quello penitenziario occorre mettere in gioco parti importanti di sé, salvaguardando in qualche modo l’equilibrio personale. Ne consegue la necessità di porre in essere interventi, sia formativi che di gestione in senso lato del fattore umano nelle organizzazioni, armonici e coerenti sul piano dei messaggi culturali veicolati, in modo da evidenziare il riferimento ad orientamenti strategici chiari, tali da realizzare una convergenza tra specifiche linee di azione e gli obiettivi con esse perseguiti. Si fa riferimento a titolo esemplificativo all’avvertita esigenza di una professionalizzazione da parte della polizia penitenziaria: occorre ammettere che la tendenza prevalente sembra attualmente quella di ricercare una visibilità in quanto Corpo all’esterno delle mura dei penitenziari, attraverso il riconoscimento formale di varie specializzazioni che spostano il fulcro dell’inte- 111 shut-out Progetto Alla fine fra “artisti” carcerati e opere “carcerarie” cosa resta ancora da analizzare? La liberazione o meglio la scarcerazione. A tal proposito ci viene incontro l’opera Ordine di scarcerazione (1853) di John Everett Millais: il quadro rappresenta la scarcerazione di un detenuto, il suo abbraccio con la moglie e il figlio, sotto gli occhi del carceriere che legge l’ordine di liberazione. Quest’opera può simboleggiare per noi (aldilà del suo reale valore e significato), la volontà di andare oltre, di portare alla luce ciò che è chiuso dentro, anzi “chiuso fuori” (come il titolo della mostra), ciò che è rimosso dalle nostre menti di persone libere e cioè le difficoltà e i problemi di chi “vive” all’interno dei penitenziari, siano essi detenuti o personale penitenziario. Perché fra il mondo esterno e quello del carcere non devono esserci muri invisibili, rimozioni mentali e sociali e l’arte probabilmente può aiutare a sfatare il tabù per cui tutto ciò che è carcere, deve essere “chiuso fuori” dal resto del mondo. Sono gli artisti di oggi che possono raccontare e attirare l’attenzione su questo mondo e sulle persone che lo vivono, aiutando a far emergere le loro esigenze e speranze. resse verso ambiti di applicazione altri (solo per citarne alcune: istruttori di tiro, sommozzatori, elicotteristi, cinofili, cavalieri) rispetto a quello che dovrebbe essere e tuttora è l’impiego prevalente all’interno degli istituti. Se tale eccesso di proiezione all’esterno può rappresentare una sorta di “fuga”10 dalla complessità insita nel lavoro del poliziotto penitenziario, un modo per ottenere al contempo una sorta di riscatto dall’immagine sociale di “guardie”, in realtà evidenzia anche una difficoltà di elaborazione dei vissuti connessi alla densità di compiti e funzioni qui rappresentata, che necessiterebbero ben altre risposte, quali la prefigurazione di spazi di ascolto e restituzione, confronto, assimilazione dei cambiamenti intervenuti sul piano normativo, che sollecitano l’abbandono di 10 Si ricorda a tal proposito che l’evitamento fa parte proprio delle strategie di coping a cui è possibile far ricorso, rientrando nel gruppo delle strategie centrate sull’emozione, che mirano cioè a tenere sotto controllo le reazioni emotive di sconforto generate dall’evento stressante. Un altro tipo di strategie, definibile come centrato sul problema, prevede invece l’attivazione del soggetto per modificare direttamente la situazione problematica vissuta, dotandosi delle risorse e dei mezzi necessari allo scopo. 112 schemi e mentalità non più adeguati. Per quanto concerne invece le linee di azione mirate a ricucire il rapporto, definibile come contratto psicologico tra l’individuo e l’Organizzazione, sarebbe opportuno individuare le priorità su cui intervenire, concernenti in primo luogo il tipo di cultura che ancora ispira il sistema della gestione delle risorse umane. É attraverso un’unitaria e coerente impostazione delle diverse attività afferenti al grande capitolo delle risorse umane: dalla selezione di ingresso e per specifici incarichi, alla formazione, valutazione, e avanzamento in carriera, che gli appartenenti ad un’organizzazione possono rinforzare l’impegno e la loro adesione alla missione istituzionale, se questa non è nei fatti contraddetta dalle politiche attuate, sia per quanto concerne la possibilità di investire realmente sulla finalità del reinserimento sociale dei reclusi, che di essere riconosciuti e adeguatamente valorizzati, nella propria professionalità e integrità personale. In conclusione si richiama, a suggello di quanto fin qui esposto, una ricerca condotta dal “Federal Bureau of Prison” in 73 penitenziari statunitensi, i cui esiti indicano che “una maggiore partecipazione nei processi di decision-making e l’incremento dell’autonomia sul lavoro migliorano i risultati dei lavoratori, producono un elevato impegno nei confronti dell’istituzione, maggiore efficacia nel lavoro con i detenuti e meno stress”.11 11 Wright K., Saylor W., Gilman E., Camp S., Job control and occupational outcomes among prison workers, in “Justice QuarterlY”, 14, 3-1997, p. 537