Sud Africa 2010

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Sud Africa 2010
n.8
Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n°46) art. 1, comma 1, DCB Vicenza - Anno 37 - N. 8 Ottobre 2009 - Mensile
Ottobre 2009
Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori
Azzurri qualificati
Verso
Sud Africa 2010
Speciale
Polizza Convenzione
Fondiaria-SAI / Aic
per calciatori e calciatrici dilettanti
Stagione sportiva 2009/10
ottobre 2009
L’Intervista: Marco Di Vaio
attaccante del Bologna
Calcio Femminile:
Interessante novità a Siena
Speciale: Polizza per
calciatori/trici dilettanti
La mia famiglia,
l’ho ereditata. Da te.
Un
testamento a favore di Ai.Bi.
significa lasciare un segno di te nel futuro dei bambini abbandonati. Un gesto molto semplice
ma concreto, che potrà contribuire a dare loro la speranza di essere accolti da una famiglia.
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editoriale
di Sergio Campana
Lippi difende il gruppo
Blatter: no al Salary Cap
Intervistato come di consueto in campo
subito dopo la partita Italia-Cipro, Marcello Lippi stavolta è andato giù di brutto:
il bersaglio è stato il pubblico di Parma,
o quella minoranza che comunque si era
fatta sentire insultando i nostri giocatori
e invocandone altri (Cassano in testa e
poi Totti) che il Commissario Tecnico si
ostina a non convocare. «È una vergogna
- ha detto Lippi visibilmente adirato - che
non ci sia rispetto per questi giocatori che
sono campioni del mondo e che comunque danno tutto in campo. Ricordiamoci
che dopo la partita con l’Irlanda ho schierato undici nuovi giocatori e quindi non si
può pretendere subito coesione e gioco
corale. Ripeto, è una vergogna che si urli
nei loro confronti un “andate a lavorare”
che è offensivo e denigratorio».
Subito i critici si sono scatenati nei confronti del Commissario Tecnico e occorre
dire che la maggioranza, forse memore
di attacchi di Lippi contro la stampa, l’ha
censurato. Si sostiene che il pubblico va
rispettato, che è libero di manifestare il
proprio dissenso nei confronti dei giocatori se la loro prestazione non è apprezzabile, insomma che il pubblico può gridare
e urlare purché il suo comportamento sia
contenuto in termini civili. E ciò è avvenuto a Parma.
L’impressione è che Lippi, che non è uno
sprovveduto, sapesse benissimo che il suo
sfogo avrebbe provocato certe reazioni,
ma sapesse altrettanto bene che doveva
farlo per difendere i giocatori. Lippi ha
vinto un mondiale e quindi le sue capacità
sono fuori discussione, ma lui è convinto
soprattutto che certi successi sono dovuti, ancora più che alle doti tecniche, alla
solidità del gruppo. Con l’esternazione di
Parma, di sicuro ha guadagnato dai propri
giocatori ancor più stima e credibilità; e ha
messo un altro mattone nella costruzione
del gruppo. Lippi ha condotto la squadra al
titolo mondiale, ha guadagnato la qualificazione a Sud Africa 2010 con anticipo e senza sconfitte, e quindi appare molto sicuro
di sé e incurante delle critiche. Tanto sa
bene che la sua intoccabilità dipenderà dal
cammino della nostra Nazionale al prossimo mondiale. Ora sta sperimentando il
tormentone delle esclusioni dall’attuale
gruppo (Cassano, Totti, Nesta, Amauri),
ma Lippi ha le idee chiare. Ha in mente, sopra ogni cosa, il gruppo e la convocazione
di qualche nuovo giocatore dipenderà, più
che da prestazioni positive, dalle sue attitudini ad inserirsi, appunto, nel gruppo.
Tutti i suoi predecessori (da Bearzot a Zoff,
da Vicini a Maldini, da Sacchi a Trapattoni)
hanno dovuto sopportare le stesse pressioni da parte della stampa sull’opportunità di convocare questo o quel giocatore
(Beccalossi è stato il Cassano ante litteram) e tutti hanno dimostrato di seguire
le proprie convinzioni. Lippi sul punto
sembra essere il più determinato di tutti
e certamente le sue scelte non saranno
condizionate dalle indicazioni di giornalisti
o dall’opinione pubblica. Ora il campionato, che è ancora agli inizi, offrirà a Lippi le
certezze e gli toglierà qualche dubbio. Ma
sarà lui e solo lui a decidere.
Il presidente della Fifa, Blatter, ha concesso un’intervista che analizza il calcio a
360 gradi. L’inizio del discorso riguarda il
prossimo Mondiale del 2010, che secondo
Blatter sarà di alto livello, favorito anche
dalle condizioni climatiche (si giocherà in
altura) nettamente migliori di quelle di
Germania 2006, caratterizzate da un caldo
opprimente. Alla domanda se stavolta sarà
lui a consegnare la coppa ai campioni del
mondo (a Berlino si notò la sua misteriosa, ma non troppo, assenza) il presidente
della Fifa ha assicurato che in Africa è di
casa e che sarà lui a premiare i vincitori.
Interrogato sull’opportunità di ammettere di diritto alla fase finale del Mondiale
i campioni uscenti, Blatter ha detto di no:
si continua così, anche i campioni devono
guadagnarsi il posto.
Gli è stato poi chiesto quali siano le sue valutazioni sull’esperimento dei cinque arbitri
(due dietro le porte), caldeggiato da Platini
e qui Blatter si è dichiarato possibilista, in
attesa di esaminare i primi risultati, escludendo peraltro che oltre all’arbitro, qualcuno degli assistenti possa entrare in campo.
Altro argomento, l’inserimento della tecnologia nel calcio, moviola in testa. Qui
Blatter ha espresso netta chiusura, pur
ammettendo che si può sperimentare il sistema adottato dal tennis e l’introduzione
del pallone col chip. A proposito di questo è stato chiesto al presidente della Fifa
se è a conoscenza dei sensori sulle porte
sperimentati a Udine. La risposta è stata
scoraggiante: mai visto un progetto presentato dall’Italia, al Board lo stanno ancora aspettando.
Sulla crisi economica del calcio, Blatter
ha assicurato che il grande calcio è forte,
soprattutto perché le televisioni pagano;
semmai soffre il calcio minore, che ha entrate molto meno consistenti.
Interrogato sul comportamento dei grandi padroni dei club (Berlusconi, Moratti,
Abramovic), il presidente della Fifa è categorico: «Finalmente si sono accorti degli
sprechi e ora invocano il Salary Cap. Ma il
Salary Cap no; non si può intervenire in un
sistema di mercato, di domanda e di offerta. La soluzione è un’altra». E qui Blatter
tira fuori uno dei suoi progetti preferiti,
il suo cavallo di battaglia: l’ormai famoso
6+5 (sei italiani e cinque stranieri in campo), che fa crescere i giocatori, normalizza il mercato e tutela le rappresentative
nazionali. Egli sa benissimo che l’Unione
Europea si oppone, ma assicura che la
posizione della Commissione può essere
superata dal Parlamento Europeo che la
pensa diversamente.
Insomma Blatter è più vivo che mai e dimostra che il potere non l’ha logorato.
Tanto è vero che afferma: «Non ho finito
la mia missione nel calcio, ho bisogno di altro tempo, spero che il congresso nel 2011
ne prenda atto».
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NASCE AriSLA
CRESCE LA SPERANZA
Chi siamo
L’Agenzia di Ricerca per la Sclerosi Laterale
Amiotrofica promuove e finanzia attività di
ricerca scientifica sulla SLA. AriSLA nasce
dalla comune volontà di Fondazione Cariplo,
Fondazione Telethon, Fondazione Vialli e
Mauro per la Ricerca e lo Sport ed AISLA.
Per le sue caratteristiche e finalità AriSLA
rappresenta una realtà unica in Italia ed
in Europa e si candida a divenire punto
di riferimento per la comunità scientifica
impegnata nella sfida contro la SLA.
Il nostro obiettivo
Obiettivo principale di AriSLA è quello
di offrire ai malati speranze di cura e
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Il nostro impegno quotidiano per un futuro
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concreta con il sostegno di chi condivide
con noi il raggiungimento di questa meta.
Grazie al prezioso contributo di tutti
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dei migliori progetti di ricerca.
Come aiutarci
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• attraverso il tuo 5x1000 (nel modulo della
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lucrative di utilità sociale e inserisci il
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Sommario
Sommario
l’intervista
di Pino Lazzaro
editoriale di Sergio Campana
Lippi difende il gruppo. Blatter: no al Salary Cap
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attività aic di Nicola Bosio
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primo piano di Barnaba Ungaro
Il C.T. Francesco Rocca: “Un sogno spezzato”
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l’inchiesta di Barnaba Ungaro
Giovani? Niente di nuovo sotto il sole…
Bologna gli sta regalando emozioni che da tempo non
provava: Marco Di Vaio si racconta tra una città che trova bellissima ed uno stile di vita, quello dei bolognesi, che
gradisce per quella “normalità” che lo fa sentire rispettato
come persona. E a Bologna si trova pure per la prima volta
a portare al braccio la fascia di capitano; quasi un esordio a
33 anni, dopo una carriera più che importante.
n.8
Ottobre 2009
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Calcio e legge di Stefano Sartori
Denuncia penale e violazione clausola compromissoria
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6
ilCalciatore
segreteria di Umberto Calcagno
Convenzione Aic/Fondiaria-Sai
18
Calcio femminile di Pino Lazzaro
A Siena qualcosa si muove?
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Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori
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stampa e impaginazione
REG.TRIB.VI
Sergio Campana
Gianni Grazioli
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Stefano Sartori
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Barnaba Ungaro
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Arcugnano (VI)
N.289 del 15-11-1972
Lega Pro di Pino Lazzaro
Carmine Cerchia: “L’Aic è un punto di riferimento”
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segreteria di Diego Murari
In viaggio con Diego/10
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come stai? di Pino Lazzaro
Stefano Cusin
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ha scritto per noi di Alessandro Comi
Roberto Cretaz: “La regola dei giovani penalizza la Serie D”
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internet di Stefano Fontana
Oddo e Rosina: chi viene e chi va
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tempo libero
Speciale
Questo periodico
è iscritto all’USPI
Unione Stampa
Periodica Italiana
Member of
direttore
direttore responsabile
condirettore
redazione
Finito di stampare il 31-10-2009
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Pubblichiamo questo mese, come inserto da
staccare e conservare, il testo della Polizza
per la stagione sportiva 2009/10 nato dalla convenzione tra Aic e Fondiaria-Sai riservata ai
calciatori e alle calciatrici dilettanti. Maggiori
dettagli nel commento di Umberto Calcagno
alle pagine 18 e 19 della rivista.
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l’intervista
di Pino Lazzaro
Marco Di Vaio,
attaccante del Bologna
“I calciatori?
Una categoria che sta
Privilegio e passione
Riconosce che di squadre ne ha cambiate fin troppe e che comunque adesso Bologna gli sta regalando emozioni che
da tempo non provava, che trova la stessa città bellissima, che pure gli piace lo stile di vita dei bolognesi, anche in
quel loro modo di rapportarsi con loro, con i calciatori: certo appassionati ma il tutto si concentra in gran parte giusto sulla domenica, che quando è fuori dal campo gli capita di sentirsi proprio rispettato come persona. La gradisce
proprio quella “normalità” che in quell’ambiente ha modo di vivere.
Marco Di Vaio lì a Bologna si trova pure per la prima volta a portare al braccio la fascia di capitano; quasi un esordio
a 33 anni, dopo una carriera più che importante. Grandi squadre, la Nazionale, esperienze all’estero e un racconto
questo suo in cui ha modo di soffermarsi su cosa abbia significato e cosa ancora voglia dire per lui fare il calciatore,
avere insomma questo privilegio, soprattutto perché, come sottolinea, lui in fondo pensa d’averci messo di suo “solo”
la passione. Naturalmente non è così, o non unicamente così, ma anche questo può servire a provare a leggere come
lui abbia attraversato questi suoi anni di calcio. Certamente con orgoglio (nemmeno poi sbandierato) ma pure con
qualche rimpianto per un carattere che dice non l’ha poi aiutato più di tanto, spingendolo fin troppo, ancora e ancora,
a mettersi in discussione. Come dire insomma che un po’ più di sfrontatezza gli sarebbe stata utile, sì.
Buona lettura.
“Penso che questo mio legame col
calcio sia partito dalla passione che
mio padre ha sempre avuto per il
pallone e così per quel che ricordo
mi pare d’aver iniziato da subito, in
casa e sottocasa, avevo cinque anni
e mezzo quando sono entrato nella
mia prima società, la Storta; c’è ancora lì a Roma, sempre settore giovanile mentre mi pare che abbiano
adesso anche una squadra di amatori. Poco lontano da casa, dieci minuti
e lì ci sono stato sino a dieci anni finché non mi videro quelli della Lazio.
S’andò a giocare un torneo all’Acquacetosa, era sette contro sette,
una delle partite era proprio contro
la Lazio e lì c’erano anche Felice Pulici che era il responsabile del settore
giovanile e Patarca, l’allenatore degli
esordienti, lo ricordo proprio come
un maestro: sono stati loro due a
portarmi alla Lazio. Era la squadra
di mio padre, era pure la mia, lui mi
portava allo stadio a vedere la Lazio
e dopo essere passato con loro avevamo anche la tessera per le partite;
l’anno prima c’era stata la possibilità
di passare alla Roma, mio padre aveva preferito rifiutare. Passare alla Lazio ha voluto anche dire andare mol-
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to più lontano per gli allenamenti, in
pratica dall’altra parte di Roma, una
settantina di chilometri tra andata
e ritorno. Non lontano da casa mia
vivevano altri miei compagni, così
le famiglie si erano organizzate e ci
portavano a turno. Finché erano due
volte la settimana non era poi così
pesante ma crescendo diventarono
tre e poi ancora di più, praticamente
quasi tutti i giorni, è stata mia madre quella che più insomma ricordo
come “tassista”. Con la scuola sono
comunque andato avanti, ho il diploma di ragioniere ma nemmeno
ricordo con che voto sono uscito;
comunque sia ho preso poca roba,
sono arrivato sino in fondo soprattutto per i miei ed è una cosa questa di cui mi pento, avrei potuto fare
meglio a scuola ma al solito si capiscono dopo le cose”.
“Quando ritorno a quei miei anni di
settore giovanile li vedo come il periodo più bello della mia vita, io ero
uno proprio innamorato del calcio,
ore e ore a giocare, non mi stancavo
mai. Sì, lì alla Lazio mi hanno trattato
proprio bene, stavano attenti anche
a come s’andava a scuola, ricordo
che c’è stato un periodo alle medie
in cui non facevo bene e così mi hanno fermato due settimane, niente
pallone, dovevo mostrare di recuperare, li volevano vedere i risultati.
In effetti non si può sapere se quel
che crescono diventerà un campione
o no, uno che riesce ad arrivare o
no; hanno una responsabilità non da
poco, hanno in mano il futuro di una
persona. Per me è stato uno spartiacque l’esordio in serie A che ho
fatto con la Lazio contro il Padova,
avevo 18 anni. È stato lì che ho capito di aver fatto un passo importante,
che insomma potevo proprio farcela: del resto era proprio il calciatore
quel che volevo fare, era quello il sogno, non necessariamente legato alla
categoria, alla serie A per dire, era
fare giusto il calciatore quel che mi
immaginavo e fantasticavo. Per quel
che riguarda il distacco dalla compagnia, dal non fare le cose che i miei
amici facevano, non mi pare d’aver
fatto poi fatica. È stato a 16 anni
che per la prima volta è stata un po’
dura, la mia prima ragazza, lì ho un
po’ sofferto. Ero comunque già con
la Primavera, per me il calcio stava in
ogni caso diventando un po’ diverso
l’intervista
crescendo”
Marco di Vaio con la maglia “storica”
appositamente riprodotta per celebrare i cento anni del Bologna. Da
quest’anno è diventato il capitano dei
felsinei.
7
l’intervista
da prima, capitava anche di allenarsi
con quelli della prima squadra, ero
ormai “formato” in un certo modo.
Come detto sentivo della sofferenza i fine settimana ma devo dire che
restava sempre la domenica mattina
il momento più atteso, quello della
partita, non era il sabato. Così penso
d’essere stato uno “serio” ma senza
per questo costringermi a fare delle scelte, sentendo per dire che mi
privavo di qualcosa: la volontà era
quella di fare il calciatore, di andare
a giocare, non mi sono mai trovato
a dover decidere se fare una cosa o
l’altra, era insomma sempre il pallone quel che importava di più. Chi
più degli altri posso ricordare qui
per quei miei anni con la Lazio è il
nostro mister della Primavera, Mimmo Caso, ci sono stato assieme per
tre anni, sono stati anche anni buoni, abbiamo fatto bene. Per noi era
proprio un papà e mi sento ancora
con lui”.
“Sarà l’età che ho, sarà così che in
campo per dire ho meno ansia di
prima e così le leggo magari diversamente da prima le situazioni, ma
a me pare che come categoria in
generale noi si stia crescendo,
per me pure tra noi calciatori
c’è più rispetto di prima, si sta
così via via completando una
crescita. E questo per me dipende dal fatto che sono ormai parecchi tra i calciatori
quelli che sono cresciuti
con le televisioni in campo, quindi con la consapevolezza per chi
gioca che sei scrutato
in ogni istante, che sei
sotto gli occhi di tutti,
che avere un comportamento esemplare è un
passaggio in più, che la
tua professionalità può
essere sempre messa in discussione, che
ci devi stare attento.
Sono cose queste che
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di tanto in tanto circolano anche nello spogliatoio, capita di commentare
tra noi un determinato episodio, ci si
ragiona e il tutto te lo riporti poi sul
campo. Sì, io penso che noi calciatori
dovremmo e potremmo fare di più
lì sul campo, prendere a volte delle
posizioni nette, cercare comunque
sempre di far passare quello che è il
messaggio del calcio. Penso al razzismo per esempio: il calcio non è né
bianco né nero, il calcio è un qualcosa che unisce e non che separa, il tutto vale soprattutto proprio per noi
calciatori. A chi ha idee come quelle,
io gli farei fare un anno dentro a un
gruppo, dentro a uno spogliatoio;
credo che capirebbe molte più cose,
gli sarebbe proprio utile: quando sei
in campo e hai bisogno dei compagni, hai giusto bisogno di loro, che
c’entra il colore della pelle?”
“Per me non c’è un limite preciso dove nasce o finisce lo
“spogliatoio”, credo che
dipenda molto da come
ti alleni, da come ti poni
sul campo. È vero, si parla sempre di gruppo,
sempre di lì si
deve passare ma
in questo specifico a me
pare che sia
sempre e
comunque fondamentale
il messaggio
che sa dare
l’allenatore, la
coerenza tra quel
che dice e quel
che fa, penso che è
proprio lì che tanto
possa poi formarsi. Il
gruppo per me ha bisogno di un leader esterno, di una guida esterna,
è lui che può portare la
squadra a un certo dato
di partenza, a una unione
d’intenti, al fatto che ci si riconosce
intanto su quel che l’allenatore propone: è lui il garante di un equilibrio
che sempre ci deve essere in una
squadra”.
“Sì, sono il capitano, lo sono da questa scorsa estate ed è la prima volta
nella mia carriera che porto la fascia.
Prima qui il capitano era Terzi, ora
lui è andato via; è stato proprio lui
a dirmi che gli sarebbe piaciuto che
fossi stato io a continuare al suo posto. Sono andato dai compagni, ho
chiesto se era una cosa questa che
poteva andare bene al gruppo e la
risposta che ho avuto ha fatto sì che
me la prendessi questa responsabilità. D’accordo, adesso ho la fascia,
sono dunque riconosciuto come il
capitano ma è vero che ce ne sono
sempre tanti di capitani. Dipende
Sopra e a fianco
due momenti della
carriera di Di Vaio:
con la maglia del
Parma (contrastato da Ciro Ferrara)
e con quella della
Juventus (contro il
Milan di Maldini)
l’intervista
sempre come ci si pone, gli interessi
del gruppo che vengono prima dei
propri, anche come ci si allena, la
professionalità che si ha, i valori che
ciascuno può dare agli altri”.
“Per quel che riguarda il lavoro sul
campo, come porsi negli allenamenti, su come le fai le cose, per me è
stata importante l’esperienza alla
Juventus, è stato lì che qualcosa mi
è scattato dentro. E a farmi capire
il valore del lavoro è stata soprattutto la forza nell’applicazione che
mi dimostravano proprio i giocatori
più grandi, quelli più importanti. Lì,
tutti i giorni, il rispetto che avevano
e hanno della loro professione: così
ho potuto capire quel che serve per
giocare o no. Come capitano non
sono uno che sta zitto, solo che cerco sempre coerenza tra le parole e
i comportamenti, altrimenti si perde
in credibilità. Con i giovani penso di
poter dire che sono uno che ha con
loro un buon rapporto; non posso
certo dimenticare che anch’io ero
come loro, diciamo esuberante, che
a certe cose proprio non ci facevo
caso, che è sulla propria pelle che si
imparano le cose e che pure loro le
impareranno. Credo anche che sia
giusto si possa essere per dire sbadati a 18 anni, quel che conta è che
siano seri e abbiano voglia di fare
bene. Da loro ci si attende molto ed
è giusto dunque trattarli come gli al-
tri, riproporre cose del passato tipo
il portare le borse è un qualcosa che
non ha senso per la strada che è stata fatta in questi anni”.
“Sono convinto anch’io che come si
suol dire la parte migliore del calcio
sia rappresentata dai calciatori. Sono
loro che vanno in campo, che danno il cosiddetto spettacolo e tutto
l’esterno che c’è attorno al campo
non è detto né fatto dai calciatori.
Possiamo fare bene o male, ma sul
campo ci siamo noi, cosa questa che
non accade invece nella gestione del
calcio. Vedi nella stessa Lega, sono
altri i protagonisti, non ci sono calciatori e così anche il percorso che è
stato preso, quello del business, non
è stato scelto da noi. Secondo me invece la presenza dei calciatori sarebbe fondamentale proprio per capire
cos’è anche il calcio, come lo viviamo
noi da dentro. Se ne parla ma davvero sono cose che non si sanno. Ecco
perché pensando agli allenamenti
e alle partite vedo nei calciatori la
parte migliore; le tante chiacchiere
che ci sono poi possono essere giuste o sbagliate, ma non sono quelle
dei veri protagonisti. Dai, i bambini
si innamorano dei calciatori, non dei
commentatori. Ecco perché per tanti
di noi tutto quel che è fuori dal campo è un qualcosa spesso da evitare e
personalmente quel che proprio non
mi piacciono sono i toni che vengono usati, l’approccio insomma che si
ha verso il pallone”.
“È vero, di squadre ne ho cambiate
tante ma non l’ho mai fatto con in
testa l’idea dei soldi, cambiare per
prendere comunque di più, in fondo
posso dire che nei miei anni i guadagni sono rimasti sostanzialmente simili, non sono mai insomma cambiati
poi tanto. Spesso a spingermi è stata
invece la voglia di “fuggire”, pensando che andando via da una situazione avrei potuto magari trovare un
posto migliore. Quel che invece mi
si sono riproposti sono stati in fondo
gli stessi problemi di prima, solo con
facce diverse. A volte sono stato io a
forzare le cose, altre sono venute da
sole e con l’esperienza che ho fatto
capisco che degli trasferimenti avrei
potuto evitarli. Adesso mi rendo
conto che stare di più invece in una
stessa squadra ti dà la possibilità di
misurare meglio la situazione, conoscere di più l’ambiente e le persone,
sapere anche chi ti può per davvero
o meno dare una mano”.
“Credo proprio che avrei potuto
fare ancora di più col calcio. Quando
sono arrivato al top rappresentato
per me dalla Juventus non ero ancora maturo per un salto del genere; avevo sì 26 anni ma ho sofferto,
specie il primo anno. Quel che credo
mi abbia limitato è stato il fatto che
non sono mai stato, come dire, uno
sfrontato, sempre vedevo gli altri
come avessero qualcosa più di me.
È una parte questa del mio carattere
che non mi ha tanto aiutato; vedevo
negli altri una convinzione e una si-
9
l’intervista
curezza nei propri mezzi che a me è
mancata. Sì, potevo far meglio e questo mio continuamente mettermi in
discussione è stato insomma un limite, del resto così siamo fatti. No,
se penso al dopo non mi vedo come
allenatore, mi piacerebbe piuttosto
stare con i bambini, insegnar loro
qualcosa, aiutarli. Non insomma a livello di professionisti, dove contano
così tanto gli interessi personali. Per
quel che ho detto prima non credo
d’essere portato come carattere a
poter determinare la strada per 25
teste. Il calcio mi piace sempre tanto, mi rendo conto che adesso lo
guardo con occhi anche diversi, vedo
magari di più ma non mi piace e non
mi è mai piaciuto entrare in questioni tecniche. Quel che continua soprattutto a piacermi è lo spirito del
gioco, questo sì”.
“Le partite continuo a sentirle per
bene, è la domenica mattina che il
tutto si muove. Comincio a immaginare le sensazioni e ci arrivo piano
piano, non sono di quelli che sanno
per dire scherzare e fare battute
fin 5’ prima di cominciare. Sul cam-
po riesco a isolarmi, la vivo molto
sul piano personale la partita, io e
i compagni, non faccio più di tanto
caso all’esterno. L’espulsione che
ho preso adesso a Genova contro
la Sampdoria è la terza che ho in
carriera; la prima da giovanissimo,
la seconda quand’ero al Genoa: entrambe me le meritavo, questa invece a mio modo di vedere no. Mi
rendo conto certo che per loro, per
gli arbitri, non è certo facile, hanno
davanti intanto noi 22 in campo, poi
le panchine, la gente che giudica eccetera. Anche nel loro caso ci sono
i caratteri diversi, c’è chi tiene più o
meno le pressioni e da questo dipende anche il loro di comportamento.
Chi le subisce di più può essere così
più nervoso ed è insomma la stessa
storia in fondo di un calciatore. Quel
che in assoluto più a me dà fastidio è
la prepotenza che a volte hanno nel
rapportarsi con i calciatori”.
“Ai più giovani? Mah, ognuno ha il suo
percorso, il suo carattere. L’unica
cosa che mi sentirei di dire è allora
di riflettere su quanto sia importante l’allenamento, il lavoro giornaliero, la costruzione di sé stessi. A 18
anni non si è magari ancora pronti
ma già a 19 si può essere più forti
e più pronti di prima. L’idea di fare
bene ogni giorno ti può così portare
a un livello più importante, magari
anche in serie A, il poterti togliere
delle soddisfazioni davvero grandi.
Allora direi loro di far presto a capire il significato di allenarsi. Certo
che mi sento e sono un privilegiato,
non ho nessun dubbio, lo sono alla
grande tanto è vero che quel che
penso d’aver messo soprattutto di
mio è stata la passione”.
Nei suoi 15 anni di carriera ha avuto modo
di indossare le maglie di ben dieci società
diverse, vincendo una Coppa Italia e una Supercoppa italiana con il Parma e uno scudetto e ancora una Supercoppa italiana con la
Juventus.
La scheda
Classe 1976, Marco Di Vaio è nato a Roma e
le sue “misure” sull’Almanacco Panini sono m.
1,79x77 kg. Cresciuto nel settore giovanile della Lazio ha esordito in prima squadra (con gol)
esattamente il 20 novembre del 1994 contro il
Padova. Quella partita finì 5 a 1 per la Lazio,
Marco entrò al 68’ al posto di Casiraghi e andò
in gol al 77’; in panchina c’era Zeman.
Sono 14 le sue presenze (due gol) con la Nazionale maggiore e l’esordio, con Trapattoni quale
c.t., l’ha fatto a Piacenza nel settembre del 2001
nella gara amichevole contro il Marocco vinta
dai nostri per 1 a 0 (gol di Tommasi), facendo
poi parte del gruppo azzurro impegnato in Portogallo all’Europeo 2004.
È sposato con Malisa e ha due figlie, Sara e Sofia.
Stagione
Squadra
Cat.
P.
7
G.
2009-10
Bologna
A
2008-09
Bologna
A
38 24
2
2007-08
Genoa
A
22
3
2006-07 (gen)
Genoa
B
22
9
2006-07
Monaco
A
14
3
2005-06 (gen)
Monaco
A
15
5
2005-06
Valencia
A
5
0
2004-05
Valencia
A
30
11
2003-04
Juventus
A
29
11
2002-03
Juventus
A
26
7
2001-02
Parma
A
33 20
2000-01
Parma
A
27 15
1999-00
Parma
A
23
1998-99
Salernitana
A
30 10
6
1997-98
Salernitana
B
36 21
1996-97
Bari
B
27
3
1995-96 (nov)
Verona
B
7
1
1995-96
Lazio
A
0
0
1994-95
Lazio
A
8
3
1993-94
Lazio
A
0
0
attività aic
Avvenimenti
Incontri
Calendario
16 ven
Web Editor’s Meeting
Si è svolto nella sede della Fifpro a
Hoofddorp, il 15 e 16 ottobre scorso,
il web editor’s meeting nel corso del
quale è stato presentato il nuovo sito
internet della federazione mondiale dei
sindacati dei calciatori. Nell’occasione è
stata presentata anche l’edizione 2009
del Fifpro World XI Player Awards la
cui serata di premiazione si terrà a Zurigo il prossimo dicembre. Presente per
l’Aic il responsabile dell’Ufficio Stampa
Nicola Bosio.
16 ven
Mercato “fuori lista” Serie B
Si comunica che i calciatori Pedotti
(Crotone), Mandorlini (Gallipoli), Balestri (Mantova), Baù e Mazzocco (Padova), Fusco - Peccarisi e Fragiello (Salernitana), Perrulli (Vicenza), attualmente
“fuori lista” e tesserati per società di
Serie B hanno - sin d’ora - la possibilità
di tessersi per altre squadre in qualsiasi
momento della stagione sportiva
14 lun
FIFPro World XI Player Awards
2009
Inviate segreteria Aic a tutti i rappresentanti di squadra le schede di votazione con cui la FIFPro (la federazione
mondiale dei sindacati dei calciatori) celebra l’edizione 2009 del FIFPro World
XI Player Awards il premio che viene
assegnato annualmente agli “11 calciatori migliori” dell’annata sportiva. È
importante sottolineare che saranno gli
oltre 45.000 calciatori associati di più
di quaranta sindacati a scegliere i “top
players” del 2009 e che nelle
precedenti quattro edizioni
ben dieci giocatori che militavano nel campionato italiano
hanno fatto parte della lista
finale dei più votati (Buffon,
Cannavaro, Nesta, Zambrotta, Maldini, Pirlo e gli “stranieri” Shevchenko, Cafù, Thuram
e Kakà).
Il Galà di premiazione si svolgerà a Zurigo il prossimo dicembre e incoronerà il successore di Cristiano Ronaldo,
vincitore assoluto della passata stagione.
Cambio di indirizzo
Commissione
Accordi Economici
Si segnala che la Commissione Accordi Economici
(CAE) ha traslocato i propri uffici da Via Po a Piazzale Flaminio, 9 - 00198 Roma - e che pertanto i
ricorsi dovranno essere inviati al nuovo indirizzo.
Ricordiamo inoltre che, per richiedere ogni informazione utile, in particolare sul calendario delle
riunioni e l’esito delle vertenze, la Segreteria della
CAE (Sig. Ciuffa) è a disposizione al seguente numero telefonico, attivo dal lunedì al venerdì dalle
ore 9.00 alle 12.00: 335/6329113.
Il 16 novembre
prossimo a Milano
Workshop internazionale
Peak Performance
Lunedì 16 novembre 2009 a Milano all’Hotel
Michelangelo (Via Scarlatti, 33 - Zona Stazione Centrale), inizio ore 10:30, si terrà un
importante Workshop internazionale intitolato “Peak performance – neurofeedback e
Biofeedback: le nuove frontiere dell’empowerment nell’azienda e nello sport”.
L’iniziativa è promossa dalla società Mind
Room International in partnership con l’Associazione Italiana Calciatori e Confidustria
Vicenza. Patrocinano l’evento l’Associazione
Italiana Direttori Personale e l’Associazione
Italiana preparatori atletici calcio.
Il convegno si incentra sugli importanti benefici che l’applicazione delle neuroscienze
è in grado portare nella ricerca della peak
performance sia nei contesti aziendali sia
in quelli sportivi. A tal fine saranno esaminate con particolare attenzione le moderne metodologie del Neurofeedback e del
Biofeedback.
Porteranno la loro testimonianza alcuni tra
i massimi esperti di livello internazionale del
settore.
Nel corso dell’incontro verrà anche illustrata
la metodologia “Mind
Room” che negli ultimi tempi sta riscontrando un particolare
interesse - nell’impresa e nello sport - per
favorire nelle persone la possibilità di accrescere le loro performance nel contesto di
un innovativo percorso di promozione del
benessere.
Il Workshop è rivolto agli psicologi dello
sport e del lavoro, ai responsabili delle risorse umane delle aziende, ai medici dello
sport, ai preparatori atletici e a tutti coloro
che sono alla ricerca di sistemi per elevare le
prestazioni e le capacità personali a beneficio
dei singoli e dei contesti nei quali operano.
11
primo piano
di Barnaba Ungaro
Il Mondiale Under 20 in Egitto
Il C.T. Francesco
Negli ottavi di finale, l’exploit: un
secco 3 a 1 alla Spagna, una delle
favorite, e gli azzurrini di Francesco
Rocca cominciano a sognare. Nei
quarti, contro l’Ungheria, l’incubo:
sotto di un gol su calcio di rigore
dopo appena due minuti, poi emozioni a non finire e tre espulsioni.
Soprattutto, però, un risultato che
non perdona: i magiari vincono 3 a 2
ai supplementari, al 90’ la situazione
era in parità, 1 a 1.
Il mondiale Under 20 egiziano è uno
spaccato dei pregi e difetti di chi è
poco più che maggiorenne. La carica
che trasforma tutti in campioncini
quando il vento soffia in poppa, l’impulsività cieca che invece imperversa
nei momenti di difficoltà.
Francesco Rocca, il Commissario
Tecnico azzurro che da sempre sceglie prima gli uomini e poi i giocatori,
a caldo non concede attenuanti ai
suoi: “Sono molto arrabbiato con
loro, occasioni così non ricapitano”.
Questo si legge nei quotidiani dopo
l’eliminazione. Ed a distanza di alcune settimane, qual è la sua considerazione? “È peggiorata”. Così, senza
mezzi termini, come sin dal primo
“Un sogno
momento Rocca ci ha abituati. Pane
al pane e vino al vino.
“È peggiorata perché nonostante siano
passati un po’ di giorni ci rimango ancora male. Non elimini la Spagna come
siamo riusciti a fare per poi perdere in
quel modo. Avevamo fatto allenamenti durissimi, eravamo in crescita, avrei
immaginato un finale diverso”.
Il nocciolo sta lì, nel black out di
“quella partita”, come la definisce lo
stesso Commissario Tecnico. Ma dovuto a che cosa? “Superficialità. Non
puoi incassare un rigore dopo due
minuti, non si può rimanere in otto
perché ci si attacca ai pantaloncini
degli avversari. Qui c’è un discorso
di responsabilità da fare. Ad ognuno il suo, ed i ragazzi non possono
commettere certi errori. Educatissimi, d’accordo, ma è nella mentalità
che non tornano i conti. E certi treni
passano solo una volta; l’ho ricordato prima di tutto ai miei giocatori”.
Anche a distanza di tempo, Rocca
non ammorbidisce la sua valutazione
post mondiale. “Siamo stati baciati
dalla popolarità per qualche giorno,
poi basta”. Ecco spiegato il concetto
di occasioni che non si ripetono. Perché il rischio è che per molti ragazzi
adesso si apra una carriera nell’anonimato. Il C.T. lo aveva sottolineato
al momento di ritornare in Italia.
I quarti di finale, quindi, non vanno
giù, all’ex terzino della Roma, da
quasi trent’anni sulle panchine azzurre. Per il modo con cui è arrivata
la sconfitta contro l’Ungheria. Però,
l’attaccamento ai suoi ragazzi emerge
quando sente parlare di una Nazionale di seconde scelte. Chissà, forse
con chi invece è rimasto in Italia si
sarebbe potuto andare più avanti…
“Non ho mai accampato scuse” –
chiude Rocca – “i giocatori che sono
venuti con me erano i migliori. Ab-
primo piano
Rocca:
spezzato”
Ottorino Giugni, capo delegazione
“Giovani bravi. Serve
più coraggio a lanciarli”
In queste immagini alcuni momenti della
partita persa dall’Italia contro l’Ungheria ai
quarti di finale. Sopra, il difensore Marco Calderoni (Piacenza), a fianco Michelangelo Albertazzi (Milan) e a sinistra Mattia Mustacchio
(Ancona).
biamo fatto allenamenti durissimi, lo
ripeto. Alcuni ragazzi sono scappati
dal campo durante le varie convocazioni, altri magari non ce li hanno
mandati. Quelli che invece c’erano è
perché lo volevano, quindi per me
erano la miglior Under 20 che potessi portare al mondiale”.
E se un nuovo treno passasse nuovamente anche per loro, il primo ad
esserne felice, ne siamo convinti, sarebbe proprio Rocca. L’esperienza,
in fin dei conti, serve per il futuro,
no?
Quando si parla del mondiale Under 20, la
prima cosa che viene in mente all’avvocato
Fiduciario Aic Ottorino Giugni, consigliere federale e capo delegazione in Egitto, “è
come la FIFA possa organizzare questa manifestazione quando i vari campionati nazionali
siano già cominciati. Avete visto? Mancavano
alcuni giocatori che ormai gravitano nelle prime squadre, e senza che vi fosse un obbligo
specifico di rispondere alla convocazione. Francamente, non lo capisco”.
Degli azzurrini presenti, però, va rimarcato l’ottimo comportamento. “Educati e
rispettosi” – sottolinea Giugni – “disciplinati, sempre pronti ad ascoltare. Tutti bravi ragazzi, senza dubbio. L’intera spedizione, comunque, ha affrontato nel migliore
dei modi il mondiale egiziano. Il C.T. Rocca è un gran lavoratore, lo sappiamo, così
come tutto lo staff federale, persone sempre pronte a dare il loro contributo”.
Peccato per quel quarto di finale con l’Ungheria… Dopo l’impresa contro la Spagna. “Eh sì, croce e delizia dello stesso risvolto. I ragazzi si erano visti definire
dalla stampa “seconde scelte”, viste le assenze di cui, ripeto, non riesco a dare una
spiegazione logica, e probabilmente per una reazione d’orgoglio hanno trovato la
forza e la capacità per battere una delle favorite, la Spagna. Poi, contro l’Ungheria,
è subentrato quel pizzico di ingenuità, che a catena ha coinvolto un po’ tutta la
squadra. Davvero un peccato, perché i ragazzi non mi sono assolutamente dispiaciuti. Anzi, tra loro c’è chi veramente ha un futuro davanti”.
Ingenuità contro l’Ungheria. Solo quella? Oppure anche superficialità? “No, solo
ingenuità. È mancata l’esperienza nel momento cruciale. D’altra parte molti di questi
ragazzi si ritrovano come in una sorta di limbo: fuori età per la categoria Primavera,
ma non ancora inseriti da protagonisti nelle prime squadre. Molti, in sostanza, sono
in attesa di una collocazione, di una loro dimensione, ed è davvero un peccato. Sapete cosa mi viene in mente, ancora? Ai tanti calciatori stranieri che ci sono in Italia,
arrivati e già messi in campo”.
Sarebbe più opportuno dare maggior
fiducia ai ragazzi di casa nostra? Più
coraggio nel lanciarli? “Beh, mi sembra il minimo”.
Qui a fianco, il capo delegazione Ottorino Giugni, consigliere federale e Fiduciario Aic, in tribuna con il Commissario Tecnico Francesco Rocca. Sopra,
la formazione scesa in campo contro
l’Ungheria.
13
l’inchiesta
di Barnaba Ungaro
Analisi dei trasferimenti in Serie A
Giovani? Niente di nuovo
sotto il sole…
Sono 17 i calciatori, lo scorso anno
Under 21 militanti in Serie B, passati
in estate a clubs di Serie A: questo il
bilancio dopo la chiusura al 31 agosto della campagna trasferimenti.
Considerando anche i giovani delle
società promosse nella massima categoria e poi confermati (una mezza dozzina, il barese Ranocchia ed il
parmense Mariga su tutti, tanto per
dare un’idea), in pratica si viaggia ad
una media di un giocatore nato nel
1987 ed anni successivi approdato in
Serie A.
Troppo poco? Forse sì, tenendo presente la regola che in Serie B non
include gli Under 21 nelle rose a
numero limitato. Una disposizione,
questa, nata per contenere i costi e
per rendere la cadetteria una rampa di lancio verso il grande calcio,
ma che evidentemente deve ancora
sortire gli effetti sperati. Sui 52 giocatori trasferiti in estate dalla Serie
B alla Serie A, solo 17 erano Under
21, in pratica 1 su 3; molti i giocatori
rientrati alla base dopo un prestito
oppure una comproprietà (Poli della
Sampdoria, ad esempio), ed altrettanto cospicuo il numero di calciatori controllati da società di Serie A e
“promossi” a maturare nella massima divisione. Davvero pochi, quindi,
i giovani cresciuti effettivamente nei
clubs di Serie B che in estate hanno
compiuto il grande salto.
C’è molto da lavorare, quindi, nei vivai della Serie B, anche se non manca qualche bagliore di speranza. Per
intanto, però, in Serie A si continua
a puntare sui giovani stranieri. Tra
loro, sono 16 quelli nati dal 1987 in
poi arrivati in Italia quest’anno, 10
solo delle classi 1988 e 1989. Aggiungendo i 5 calciatori non italiani
della stessa età saliti dalla B alla A,
il conteggio è presto fatto: su com-
14
plessivi 33 calciatori Under 21 del
2008-2009 trasferiti in Serie A, troviamo 21 stranieri e 12 italiani. In sostanza, due su tre non sono cresciuti
nei settori giovanili di casa nostra:
se si reputa che le prospettive di chi
viene dall’estero siano più vantaggiose anche delle possibili difficoltà di
ambientamento ed adattamento, c’è
senza dubbio da riflettere.
Capitolo giocatori passati dalla Lega
Pro alla Serie A. Qui c’è un dato incoraggiante: sugli 11 trasferimenti
complessivi, 8 riguardano calciatori
nati dopo il 1987, di cui 2 stranieri.
Stessa tendenza anche per i neo tesseramenti dalla Lega Nazionale Dilettanti: sono 3, tutti Under 21, di cui
1 non italiano. La A guarda ancora
ai giovani delle Leghe inferiori, anche
se sembrano davvero lontani i tempi
di un certo Moreno Torricelli, balzato senza passaggi intermedi dai dilettanti all’Olimpo del grande calcio.
Sui settori giovanili italiani, quindi, si
può costruire ancora molto. In quelli
di Serie A la qualità è generalmente
in aumento, e molti tra gli addetti ai
lavori lo riconoscono, come avevamo già scritto in occasione del Torneo di Viareggio; sui vivai delle altre
categorie si può e si deve migliorare,
soprattutto nella qualità e nel coraggio di lanciare effettivamente i nostri
giovani. Spetterà poi alla massima categoria, a sua volta, “rischiare” con
più convinzione nel made in Italy.
A tale conclusione si giunge dall’analisi del calciomercato estivo 2009, con
una precisazione doverosa: le comparazioni numeriche con i calciatori
stranieri non vogliono assolutamente discriminare i giocatori cresciuti
all’estero, ma semplicemente dimostrare come anche in Italia sarebbe
importante recuperare la giusta attenzione verso i giovani nostrani. La
stessa che invece si mantiene con i
calciatori formati al di fuori dei nostri settori giovanili. A tal guardo,
ci viene in mente la battuta di Sebastian Giovinco, classe 1987, dopo essere subentrato al brasiliano Diego
in Lazio-Juventus: “Ho un solo difetto, sono italiano. Se fossi straniero
giocherei di più”. Poche parole per
condensare una tendenza esterofila
che si è manifestata anche nell’ultima
campagna trasferimenti.
In chiusura, un dato significativo:
sono ben 11 i calciatori italiani tornati in estate in Serie A dopo l’esperienza all’estero. Una riscoperta del
made in Italy di… importazione.
l’inchiesta
Acquisti Serie A calciomercato estivo 2009
ATALANTA
Provenienti dalla Serie B
MADONNA Nicola
1986 (c) (Albinoleffe)
RADOVANOVIC Ivan
1988 (c) (Pisa) Serbia
Provenienti dalla Prima Divisione
TIBONI Christian
1988 (a) (Verona)
Stranieri provenienti dall’estero
CRNCIC Leon
1990 (a) (Nk Alumini) Slovenia
LAYUN Miguel Arturo
1988 (c) (Veracruz) Messico
BARI
Provenienti dalla Serie B
ALLEGRETTI Riccardo
1978 (c) (Triestina)
ALVAREZ Edgar
1980 (c) (Pisa) Honduras
ANTONELLI Filippo
1978 (c) (Triestina)
BONUCCI Leonardo
1987(d) (Pisa)
GRECO Giuseppe
1983(a) (Pisa)
KOMAN Vladimir
1989 (c) (Avellino) Ucraina
MEGGIORINI Riccardo
1985 (a) (Cittadella)
PADELLI Daniele
1985(p) (Avellino)
SFORZINI Ferdinando
1984 (a) (Avellino)
VISCONTI Armando
1989(a) (Avellino)
Provenienti dalla Serie D
LAMBERTI Ilario
1988 (p) (Sapri)
BOLOGNA
Provenienti dalla Serie B
VIVIANO Emiliano
1985 (p) (Brescia)
Provenienti dalla Seconda Divisione
SPITONI Filippo
1984 (p) (Andria)
Provenienti dall’estero
GIMENEZ Henry
1986 (a) (River Plate M.) Uruguay
SANTOS Rafael
1984 (d) (Atletico Paranaense) Brasile
CAGLIARI
Provenienti dalla Serie B
MARZORATTI Lino
1986 (d) (Empoli)
Provenienti dalla Prima Divisione
COTZA Enrico
1988 (c) (Foligno)
Provenienti dall’estero
BRKLJACA Mario
1985 (c) (Hajduk Spalato) Croazia
LARRIVEY Joaquin
1984 (a) (Velez Sarsfield) Argentina
NENE’ Miguel
1983 (a) (Nacional Madeira) Brasile
CATANIA
Provenienti dalla Serie B
AUGUSTYN Blazej
1988 (d) (Rimini) Polonia
BELLUSCI Giuseppe
1989 (d) (Ascoli)
MARCHESE Giovanni
1984 (d) (Salernitana)
RICCHIUTI Adrian
1978 (c) (Rimini) Argentina
PESCE Simone
1982 (c) (Ascoli)
Provenienti dalla Seconda Divisione
MORETTI Federico
1988 (c) (Varese)
Provenienti dall’estero
ANDUJAR Mariano
1983 (p) (Estudiantes) Argentina
BARRIENTOS Pablo
1985 (c) (San Lornzo) Argentina
SPOLLI Nicolàs
1983 (d) (Newell’s Old Boys) Argentina
CHIEVO
Provenienti dalla Serie B
GASPARETTO Mirco
1980 (a) (Pisa)
GRANOCHE Pablo
1983 (a) (Triestina) Uruguay
IORI Manuel
1982 (c) (Cittadella)
PICCOLO Felice
1983 (d) (Empoli)
Provenienti dalla Prima Divisione
DE PAULA Marcos
1983 (c) (Foligno) Brasile
Qui sotto, tre giovani arrivati quest’anno in Serie A: Salvatore Sirigu (dall’Ancona al Palermo), Leonardo Bonucci
(dal Pisa al Bari) e Christian Tiboni
(dal Verona all’Atalanta).
FIORENTINA
Provenienti dalla Serie B
DI TACCHIO Francesco
1990 (c) (Ascoli)
Provenienti dalla Prima Divisione
ARATI Matteo
1990 (c) (Reggiana)
Stranieri provenienti dall’estero
SAVIO Nsereko
1989 (c) (West Ham) Germania
GENOA
Provenienti dalla Serie B
FATIC Ivan
1988 (d) (Salernitana) Montenegro
Provenienti dalla Prima Divisione
RUSSO Danilo
1987 (p) (Pergocrema)
Stranieri provenienti dall’estero
FIGUEROA Lucho
1981 (a) (Boca Juniors) Argentina
PALACIO Rodrigo
1982 (a) (Boca Juniors) Argentina
TOMOVIC Nenad
1987 (d) (Stella Rossa) Serbia
ZAPATER Alberto
1985 (c) (Saragozza) Spagna
INTER
Stranieri provenienti dall’estero
ARNAUTOVIC Marko
1989 (a) (Twente) Austria
ETO’O Samuel
1981 (a) (Barcellona) Camerun
LUCIO Da Silva
1978 (d) (Bayern Monaco) Brasile
QUARESMA Andrade
1983 (c) (Chelsea) Portogallo
SNEIJDER Wesley
1984 (c) (Real Madrid) Olanda
SUAZO Davd
1979 (a) (Benfica) Honduras
JUVENTUS
Stranieri provenienti dall’estero
CACERES Martin
1987 (d) (Barcellona) Uruguay
DIEGO Ribas
1985 (c) (Werder Brema) Brasile
KIREV Mario
1989 (p) (Grasshoppers) Bulgaria
LAZIO
Provenienti dalla Serie B
ARTIPOLI Ivan
1986 (d) (Modena)
BARONIO Roberto
1977 (c) (Brescia)
BONETTO Riccardo
1979 (d) (Livorno)
Stranieri provenienti dall’estero
ELISEU Pereira
1983 (c) (Malaga) Portogallo
SCALONI Lionel
1978 (d) (Maiorca) Argentina
LIVORNO
Provenienti dalla Serie B
LUCARELLI Cristiano
1975 (a) (Parma)
MORO Davide
1982 (c) (Empoli)
RAIMONDI Cristian
1981 (c) (Vicenza)
Provenienti dalla Prima Divisione
DINIZ Marcus
1987 (d) (Crotone) Brasile
Provenienti dalla Seconda Divisione
DIONISI Federico
1987 (a) (Olimpia Celano)
Stranieri provenienti dall’estero
MOZART Junior
1979 (c) (Palmeiras) Brasile
MILAN
Provenienti dalla Serie B
ZIGONI Gianmarco
1991 (a) (Treviso)
Stranieri provenienti dall’estero
HUNTELAAR Klaas
1983 (a) (Real Madrid) Olanda
ONYEWU Oguchi
1982 (d) (Standard Liegi) Usa
THIAGO SILVA
1984 (d) (Fluminense) Brasile
NAPOLI
Provenienti dalla Serie B
RULLO Erminio
1984 (d) (Triestina)
Stranieri provenienti dall’estero
HOFFER Erwin
1987 (a) (Rapid Vienna) Austria
PALERMO
Provenienti dalla Serie B
SIRIGU Salvatore
1987 (p) (Ancona)
Provenienti dalla Prima Divisione
BRICHETTO Giacomo
1983 (p) (Novara)
Stranieri provenienti dall’estero
BERTOLO Nicolas
1986 (c) (Banfield) Argentina
GOIAN Dorin
1980 (d) (Steaua Bucarest) Romania
MELINTE Cristian
1988 (d) (Dinam Bucarest) Romania
PASTORE Javier
1989 (c) (Huracan) Argentina
PARMA
Provenienti dalla Serie B
BIABIANY Jonathan
1988 (a) (Modena) Francia
CORDOVA Nicolas
1979 (c) (Grosseto) Cile
LANZAFAME Davide
1987 (a) (Bari)
Provenienti dal Campionato Nazionale Dilettanti
RUSSO Stefano
1989 (p) (Brindisi)
Provenienti dai Dilettanti
TRAORE Mohamed
1991 (d) (Dorando Pietri Carpi) Guinea
Stranieri provenienti dall’estero
BOJINOV Valeri
1986 (a) (Manchester City) Bulgaria
FONTANELLO Pablo
1984 (d) (Tigre) Argentina
ROMA
Provenienti dalla Serie B
ANDREOLLI Marco
1986 (d) (Sassuolo)
GRECO Leandro
1986 (c) (Pisa)
OKAKA Stefano
1989 (a) (Brescia)
GUBERTI Stefano
1984 (c) (Bari)
Stranieri provenienti dall’estero
FATY Ricardo
1986 (c) (Nantes) Francia
LOBONT Bogdan
1978 (p) (Dinamo Bucarest) Romania
SAMPDORIA
Provenienti dalla Serie B
FOTI Salvatore
1988 (a) (Treviso)
GUARDALBEN Matteo
1974 (p) (Treviso)
POLI Andrea
1989 (c) (Sassuolo)
POZZI Nicola
1986 (a) (Empoli)
ROSSI Marco
1987 (d) (Parma)
SIENA
Provenienti dalla Serie B
GAROFALO Agostino
1984 (d) (Grosseto)
GENEVIER Gael
1982 (c) (Pisa) Francia
PEGOLO Gianluca
1981 (p) (Parma)
REGINALDO Ferreira
1983 (a) (Parma) Brasile
ROSI Aleandro
1987 (c) (Livorno)
Provenienti dalla Seconda Divisione
JAAKKOLA Anssi
1987 (p) (Colligiana) Finlandia
Stranieri provenienti dall’estero
JAJALO Mate
1988 (c) (Slaven Belupo) Croazia
UDINESE
Provenienti dalla Serie B
LODI Francesco
1984 (c) (Empoli)
Stranieri provenienti dall’estero
ALEMAO Tofolo
1989 (a) (Santos) Brasile
CUADRADO Guillerme
1988 (d) (Ind. Medellin) Colombia
KITOKO Ritchie
1988 (c) (Albacete) Belgio
ROMERO Jaime
1990 (c) (Albacete) Spagna
ROMO Rafael
1990 (p) (Llaneros) Venezuela
Tabella riassuntiva provenienze
SQUADRA
Atalanta
Bari
Bologna
Cagliari
Catania
Chievo
Fiorentina
Genoa
Inter
Juventus
Lazio
Livorno
Milan
Napoli
Palermo
Parma
Roma
Sampdoria
Siena
Udinese
Totale
PROVENIENTI
SERIE A
PROVENIENTI
SERIE B
PROVENIENTI
1^ E 2^ DIV.
PROVENIENTI
DILETTANTI
ITALIANI
PROVENIENTI
DALL’ESTERO
STRANIERI
PROVENIENTI
DALL’ESTERO
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4
2
2
0
1
5
45
N.B. Nei calcoli delle tabelle riportate, sono considerati i trasferimenti a qualsiasi titolo (compresi quindi anche
i prestiti e rientro dai prestiti e le comproprietà) di giocatori che abbiano di fatto “cambiato maglia”.
15
calcio e legge
di Stefano Sartori
Questo mese parliamo di…
Denuncia penale e viol
clausola compromi
La Commissione Disciplinare Nazionale, con comunicato ufficiale n°
8 del 14 luglio 2009, ha emesso una
decisione che qualifica molto chiaramente il rapporto tra la materia penale e la clausola compromissoria.
Il caso nasce da una decisione della
Commissione Disciplinare Territoriale del C.R. Sardegna con la quale
un calciatore, deferito per aver presentato denuncia-querela nei confronti di altro tesserato in assenza
di autorizzazione da parte del Consiglio Federale e quindi in violazione
della clausola compromissoria, viene
prosciolto.
La decisione della C.D.T. si basava
sull’interpretazione del rapporto tra
l’ordinamento statuale e quello sportivo così come regolato dalla Legge n°
280/2003, nella quale benché si “riconosca e favorisca l’autonomia dell’ordinamento sportivo” si afferma altresì che l’autonomia è limitata e che nei
casi in cui la giurisdizione sportiva sia
insufficiente ad esaurire “le aspettative legittime del soggetto titolare del
diritto leso”, si debba lasciare campo
libero a quella ordinaria.
Pertanto, la materia penale deve
essere sottratta alla giurisdizione
sportiva e devoluta esclusivamente a
quella dello Stato, e quindi l’art. 30
dello Statuto Federale deve, sempre
in ambito penale, intendersi inapplicabile.
Fin qui la C.D.T., ed è proprio
sull’esplicazione di questo concetto
e sul conseguente proscioglimento
del calciatore che interviene l’impugnazione della Procura Federale, basata in particolare sulla differenza tra
l’ipotesi in cui il tesserato presenti
all’A.G.O. una denuncia per un reato perseguibile d’ufficio e quella in
16
cui venga presentata una denunciaquerela per reati perseguibili solo
per impulso di parte. In questo caso,
sussiste indubbiamente l’obbligo di
richiedere l’autorizzazione prevista
dall’art. 30 dello Statuto Federale,
obbligo che non lede il diritto della
persona offesa dal reato, che peraltro ha 3 mesi di tempo per proporre
querela e quindi, nel frattempo, di
chiedere l’autorizzazione da parte
del Consiglio Federale.
E proprio sulla base di queste considerazioni la Commissione Disciplinare Nazionale ha accolto l’appello
proposto dalla Procura Federale,
argomentando che l’esistenza della
clausola compromissoria non impedisce al in alcun modo al tesserato
l’esercizio dei propri diritti costituzionalmente garantiti. Inoltre, non è
ravvisabile un contrasto tra l’autonomia dell’ordinamento sportivo e la
giurisdizione ordinaria, dal momento
che, come sostenuto dalla Procura,
il calciatore tesserato leso da un
fatto commesso da altro tesserato
e perseguibile con denuncia-querela, ha tutto il tempo di richiedere
l’autorizzazione prescritta ai sensi
dell’art. 30 dello Statuto FIGC, essendo di tre mesi dal fatto il termine,
prescritto a pena di decadenza dalla
legge, entro cui va presentata la denuncia all’A.G.O.
Pertanto, prescindere da tale principio e quindi agire in violazione della
clausola compromissoria giustifica il
deferimento iniziale e da ciò consegue la riforma del provvedimento di
proscioglimento preso inizialmente
dal C.D.T. e quindi l’irrogazione della
sanzione prevista dall’art. 15 del Codice di Giustizia Sportiva e pari a sei
mesi di squalifica.
Articolo 10
Accordo Collettivo
Ancora sulla r
del calci
Due successive delibere del Collegio
Arbitrale Lega Pro/AIC hanno ulteriormente definito i confini di applicabilità
dell’art. 10 dell’Accordo Collettivo in
vigore: “In ogni caso il calciatore ha
diritto a partecipare agli allenamenti e
alla preparazione precampionato con la
prima squadra”.
Nel primo caso, C.U. 19/07.02.09, un
calciatore della società U.S. Itala San
Marco chiedeva la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni sostenendo di aver risposto alla convocazione
d’inizio stagione presentandosi regolarmente per la disputa degli allenamenti,
mentre la società affermava esattamente il contrario aggiungendo inoltre che il
proprio tesserato non si era presentato
nemmeno alle visite mediche. In sostanza, come ribadito in udienza, la società
affermava di aver rifiutato la presenza
del calciatore agli allenamenti in quanto
sprovvisto di idonea certificazione di
idoneità agonistica.
Come si può notare, siamo nel ben noto
e delicato ambito costituito dal rapporto convocazione per la preparazione
precampionato/certificato di idoneità
all’attività agonistica.
Ora, il Collegio ha accertato quanto
segue:
a)la società non ha mai inviato una formale intimazione a presentarsi per le
calcio e legge
olazione
missoria
reintegrazione
iatore
visite mediche al calciatore contestandogli solo di ”non aver mai cercato
di contattare la scrivente società per
sottoporsi agli esami di laboratorio,
accertamenti strumentali e visita specialistica per l’ottenimento del certificato di idoneità sportivo agonistico
professionistico”;
b)il calciatore ha prodotto un certificato di idoneità rilasciato da una struttura privata, non contestato dal club
nella sua provenienza ed attendibilità,
ma soltanto in quanto non aderente
alla normativa federale;
c)benché la certificazione prodotta dal
calciatore non fosse completa e quindi autorizzasse la società a non far
partecipare il medesimo ai primi allenamenti precampionato, è da considerare decisivo il fatto che l’ U.S. Itala
San Marco non ha però mai espressamente convocato il calciatore presso
strutture idonee al rilascio della corretta certificazione di idoneità, soprattutto mancando di predisporre
una corretta convocazione nella lettera con cui ha contestato la validità
certificazione inviata dal calciatore.
In definitiva, è in ciò sta l’aspetto essenziale della vicenda, se il Collegio ha
ritenuto il comportamento del calciatore corretto ed in buona fede, non
altrettanto può essere definito quello
del club che, al contrario e come molte altre società in passato, ha utilizzato
strumentalmente l’obbligo di sottoporre il calciatore alle visite mediche per
tentare di ostacolare e ritardare a tempo indeterminato la sua inclusione della
cosiddetta “rosa” di prima squadra.
Il ricorso è stato quindi accolto.
Nel secondo simile caso, C.U. 2/11.09.09,
un calciatore della U.S. Cremonese ha
ugualmente chiedeva la reintegrazione
e il risarcimento dei danni, esponendo
la seguente vicenda:
a)non essendo stato convocato per il
ritiro, inviava formale telegramma
con richiesta di reintegrazione;
b) “via telefono”, la segretaria della società gli comunicava che avrebbe ricevuto un fax di convocazione per il
giorno successivo ma, una volta presentatosi nel luogo convenuto, veniva
ricevuto dal responsabile del settore
giovanile solo quando la comitiva era
già partita;
c)in ogni caso, riceveva conferma che
non avrebbe partecipato all’attività
della c.d. “rosa” ma sarebbe stato
soggetto ad una preparazione ad
personam.
L’U.S. Cremonese replicava che il calciatore, evidentemente impazzito (n.d.a.),
non si era presentato all’ora comunicata
dalla segretaria della società né alle visite mediche e, di conseguenza, chiedeva
che fosse accertato l’inadempimento
del calciatore e che venisse irrogata la
sanzione consistente nella riduzione dei
compensi.
Ora, il Collegio, accertato che risultavano provate documentalmente il luogo
e l’ora di convocazione del calciatore e
che la squadra era invece partita parecchie ore prima e che, soprattutto, nei
giorni precedenti aveva fatto svolgere le
rituali visite mediche a tutti i tesserati
ma all’insaputa del calciatore, ha conseguentemente accolto la richiesta di
reintegrazione condannando la società
al risarcimento dei danni.
17
segreteria
di Umberto Calcagno
Polizza contro gli infortuni e caso Morte. Capitale massimo
assicurabile € 500.000. Franchigia al 3% fino ad € 250.000
Convenzione Aic/Fondiaria
per calciatori e calciatrici d
Nuovo accordo stipulato per la stagione sportiva 2009/2010
L’attività sportiva dilettantistica ha
subìto negli ultimi tempi grandi trasformazioni; le modifiche regolamentari intervenute in materia di Accordi
Economici e Rimborsi Spese hanno
di fatto accompagnato la progressiva
crescita dei settori dell’Interregionale, della serie A Calcio a 5 e della
serie A Calcio Femminile. Questa
piccola rivoluzione ha in parte inciso
sulla mentalità dei tesserati di queste
categorie d’eccellenza del mondo dilettantistico, facendo nascere in loro
esigenze di carattere assicurativo
molto simili a quelle dei calciatori
professionisti.
Indubbiamente in questi anni anche
la normale attività di allenamento si
è tendenzialmente uniformata verso
l’alto e sempre più la cadenza delle sedute settimanali ed i metodi di
preparazione fisica sono somiglianti
a quelli svolti a livello professionale;
si assottigliando sempre più i margini
tecnici tra questi due settori, nonostante restino molto marcate le differenze di tutele in caso di infortunio.
Infatti, in forza delle previsioni contenute negli Accordi Collettivi, le società professionistiche sono tenute al
rimborso delle “spese di assistenza
sanitaria e farmaceutica, degli eventuali interventi chirurgici e quelle di
degenza in Istituti ospedalieri o in
Case di cura, per quanto non sia coperto dalle prestazioni del servizio
sanitario nazionale” e, per questo,
le polizze che riguardano i calciatori professionisti normalmente non
contengono tali previsioni di indennizzo (così anche la nostra Polizza
Convenzione in atto con Generali e
Fondiaria-SAI).
Per quanto concerne il mondo di-
18
lettantistico, invece, le N.O.I.F. non
contengono alcuna simile previsione
e tutte le bozze di modifica proposte
dall’A.i.c. in tal senso non hanno in
oggi trovato ancora riscontro. Abbiamo anche in atto una specifica trattativa con la Lega Nazionale Dilettati
finalizzata ad alcune modifiche nel testo di polizza Convenzione in vigore
con CARIGE ASS.NI (obbligatoria ex
art. 45 N.O.I.F.): le nostre proposte,
attualmente al vaglio della compagnia, riguardano in particolare:
la modifica dell’Art. 42 “Spese di
cura pre-post intervento chirurgico”: il limite al rimborso oggi fissato
in Euro 2.000,00 è a nostro avviso
penalizzante, considerato che tali importi sono corrisposti solo “in caso
di intervento chirurgico conseguente ad infortuni indennizzabili ai sensi di Polizza”. Queste somme sono
probabilmente inadeguate anche se
rapportate alle categorie inferiori del
dilettantismo, soprattutto in relazione al limite imposto “per le spese relative a trattamenti fisioterapici” (fissato in Euro 500,00 per sinistro, con
franchigia fissa ed assoluta di Euro
100,00 sul totale). L’innalzamento di
questi rimborsi potrebbe inizialmente riguardare le sole società appartenenti alle categorie superiori;
la possibile creazione di una nuova
e diversa sezione di polizza operante
per le “prime categorie” dilettantistiche finalizzata, come detto, all’innalzamento di alcuni parametri di
indennizzo (tabella lesioni inclusa).
In attesa dei futuri sviluppi, indubbiamente le spese che si sostengono per
gli interventi chirurgici e le successive
riabilitazioni, pesano spesso in modo
preponderante sulle finanze dei tes-
serati dilettanti che, lo rammentiamo, possono al massimo percepire
una somma lorda stagionale pari ad
Euro 25.800.
Per questi motivi consigliano ai nostri
associati di assicurarsi anche privatamente contro il rischio di infortuni
che possano limitare o impedire non
solo lo svolgimento dell’attività sportiva dilettantistica, ma anche e soprattutto la normale attività lavorativa; in quest’ottica abbiamo cercato di
rintracciare sul mercato le condizioni
contrattuali ritenute necessarie per
una garanzia completa e soprattutto complementare rispetto a quella
contenuta nella polizza obbligatoria
sopra menzionata.
Nello specifico abbiamo condiviso questo nuovo progetto insieme
a FONDIARIA-SAI, compagnia da
sempre impegnata nel settore e da
due anni partner nella polizza A.i.c.
per calciatori professionisti; un risultato molto importante, ottenuto
anche grazie al lavoro svolto dal broker AON S.p.A., nostro consulente
professionale.
Riportiamo qui di seguito i punti salienti del prodotto predisposto per
darvi un’idea della bontà dell’iniziativa:
Invalidità permanente e caso
morte
La nostra polizza ad adesione individuale, che tutti i calciatori e le
calciatrici dilettanti potranno autonomamente sottoscrivere in applicazione alla Convenzione che l’AIC ha
predisposto per loro, ha un impianto
normativo che comprende un ottimo sistema di indennizzo operante
24 ore su 24, con Tabella INAIL e la
possibilità di assicurarsi fino ad una
somma pari a 500.000 Euro (importi
uguali per I.P. e caso Morte), abbinabile ad una diaria da ricovero fino a
segreteria
- SAI
ilettanti
100 Euro giornaliere ed un rimborso
spese mediche fino a 15.000 Euro.
Quest’ultima condizione rende molto competitiva la nostra polizza,
considerato poi che fino ad 250.000
Euro la franchigia rimane fissata al
3%! Le altre caratteristiche principali
di questa Convenzione sono:
• Tassi lordi annui per attività professionale senza lavoro manuale: Morte
0,60 per mille; Invalidità Permanente 1,70 per mille; Indennità da Ricovero Ospedaliero 0,35 per Euro;
Rimborso Spese di Cura 1,2%.
• Tassi lordi annui per attività professionale con lavoro manuale: Morte
0,95 per mille; Invalidità Permanente 2,13 per mille; Indennità da Ricovero Ospedaliero 0,50 per Euro;
Rimborso Spese di Cura 1,9%;
• somme assicurabili: Morte da
50.000 a 500.000 Euro; Invalidità Permanente 50.000 a 500.000
Euro; Indennità da Ricovero Ospedaliero fino ad un max di Euro 100;
Rimborso Spese di Cura fino ad un
max di Euro 15.000,00;
• franchigia del 3% fino a 250.000
Euro di somma assicurata, 7% oltre (tali franchigie non verranno
applicate in caso di I.P. accertata
superiore al 25% della totale).;
• copertura dei rischi derivanti dalla
pratica dell’attività sportiva del calcio e calcetto purchè effettuata a livello dilettantistico (con esclusione
quindi della pratica del calcio esercitato professionalmente) nonché
di quelli derivanti dallo svolgimento
di attività professionali ed extraprofessionali e del tempo libero;
• invalidità permanente parziale da infortunio valutata in base alle Tabelle
INAIL con percentuale di danno da
liquidare sull’intera somma garantita;
• possibilità di rateizzazione del premio.
Per sottoscrivere la polizza sarà suf-
ALCUNE IPOTESI DI COPERTURA
ATTIVITÀ PROFESSIONALE SENZA LAVORO MANUALE
Garanzie
Somma
Somma
Somma
assicurata assicurata assicurata assicurata assicurata
ficiente collegarsi al nostro sito internet www.assocalciatori.it e, dopo
essere entrati nell’area Convenzioni,
cliccare su Polizza Fondiaria-SAI per
calciatori dilettanti; in seguito apparirà
una schermata riproducente l’articolo
esplicativo della polizza con, in fondo,
la possibilità di scaricare il testo di polizza ed il modulo di adesione.
Una volta compilato, tale formulario
calcolerà automaticamente il premio
da versare per le coperture opzionate e basterà stamparlo ed inviarlo
debitamente sottoscritto a mezzo
fax all’Agenzia Fondiaria-SAI di Milano, unitamente a copia del bonifico
attestante l’avvenuto pagamento del
premio. L’assicurazione ha effetto
dalle ore 24 del giorno di pagamento del premio. In alternativa, per la
sottoscrizione, è comunque possibile contattare direttamente l’agenzia
competente ai riferimenti di seguito
evidenziati:
Agenzia Generale Milano “DUOMO”
piazza Castello, 9 - 20121 Milano
tel. +39 02 58327147 fax +39 02 58325049
e-mail: [email protected]
Contestualmente alla firma di adesione per l’emissione del contratto
d’assicurazione, vi verrà richiesta la
compilazione di questionari anamnestici: dichiarazioni inesatte o eventuali reticenze contenute in questi
documenti possono comportare la
non indennizzabilità dei danni.
Ricordiamo infine che in caso di Sinistro il tesserato deve darne avviso
scritto all’Agenzia alla quale è assegnata la Polizza, oppure alla Società, utilizzando il modulo scaricabile sul nostro
sito, entro quindici giorni dall’Infortunio, o dal momento in cui l’assicurato
od i beneficiari ne abbiano avuto la
possibilità. L’inadempimento di tale obbligo può comportare la perdita totale
o parziale del diritto all’Indennizzo.
Per chi volesse ottenere subito tutte
le informazioni in merito alla nuova
polizza sarà anche possibile telefonare alla Segreteria Aic (0444/233233
Avv. Umberto Calcagno).
19
femminile
Tanta curiosità attorno
ad una novità interessante
A Siena
qualcosa si
Promozione in A2, entusiasmo e curiosità. Nuove strade, nuovi stadi, nuove
squadre, anche importanti. Voglia di misurarsi. Comunque, come sempre,
con una montagna di problemi a cui dare risposta: sì, qui si parla di calcio
giocato dalle ragazze naturalmente. Dunque precarietà, mancanza di prospettive, praticamente clandestine: la normalità.
Stavolta però c’è una novità interessante, un legame concreto con la “vera” società di calcio professionistico della città. Tramite i buoni uffici del comune sponsor, ecco un inizio di collaborazione diretta: strada interessante e stimolante.
La città è Siena, bellissima. Protagonisti della storia sono il Siena Calcio
femminile, l’A.C. Siena e il Monte dei Paschi. Sì, varrà la pena di seguirla.
Diciamo che è una stagione questa
targata 2009/2010 che per le ragazze
del Siena si presenta come minimo
impegnativa. Certo sul campo (e in
società) per via della storica promozione in A2, ma anche per il fatto
che giocoforza si trovano ad avere
addosso un bel po’ di pressione per
questo “esperimento” che andranno
appunto a sperimentare: il legame
concreto con la locale società di calcio maschile, il Siena insomma. Già la
vigilia del campionato ha visto un bel
po’ di “prime volte”: una per tutte la
presentazione della squadra che stavolta è stata fatta assieme ai maschi.
Un’altra prima volta è stata l’esordio
in campionato, potendo scendere in
campo (letterale) sul prato dell’Artemio Franchi, lo stadio dei maschi
insomma, con una presenza di pubblico (sulle 800 persone) che inevitabilmente si è rivelata pure questa
una prima volta. Serie A maschile
ferma per gli impegni della Nazionale contro Irlanda e Cipro e dunque
Siena-Sezze è andata in scena in uno
stadio “vero”.
Hanno perso 3 a 1, potevano insomma fare meglio e dicono sia stata
soprattutto l’emozione a mettersi
di mezzo. Gambe pesanti, anzi di
piombo e rammarico non solo per
la sconfitta ma anche per una piccola
occasione perduta visto che in fondo
era quello un “evento” che significava qualcosa di più dei soliti tre punti.
Comunque sia hanno come si suol
dire tutta la stagione davanti; da una
parte come detto la scoperta di un
nuovo campionato, dall’altra la verifica di quel che potrà significare la
“vicinanza” della società professionistica maschile.
Anche da quelle parti il calcio femminile è passato tra fusioni varie e l’attuale società (l’unica femminile della
Figc senese) è nata nel 2003.
Testimone di un po’ tutta la storia
è Elena Nardi, la nostra rappresentante Aic della squadra. Ecco cosa
ci ha raccontato: “Intanto la partita
col Sezze io l’ho vista dalla postazione televisiva, ho fatto il commento
tecnico, sono infatti infortunata e ne
avrò ancora per un po’ di settimane. Sì, è andata male ma la partita
è stata comunque buona, credo che
come potenziale potremo fare bene.
20
Sopra, la capitana Valentina Fambrini. In
basso, un’immagine della gara tra il Siena e il
Sezze giocata all’Artemio Franchi e, a destra, il
presidente Giacomo Rossi.
Tanta emozione e tanta foga: stavamo spingendo per pareggiare, tutte
avanti e ci hanno fatto il terzo gol
su contropiede. Già a me in tribuna
stampa tremavano le gambe, chissà
loro sul campo. Qui siamo una società giovane, anche gli stessi dirigenti
lo sono. In questi anni siamo molto
cresciuti, c’è un bel settore giovanile, tra tutte le tesserate sono un’ottantina e ora c’è pure questa novità
del legame col calcio maschile: noi
ragazze siamo contente e anche un
po’ preoccupate a dir la verità, speriamo di far bene. La squadra è stata
rinforzata ma del campionato si sa
poco, è tutta una novità. Di allenamenti ne facciamo tre la settimana,
a Cerchiaia, è una zona di Siena, il
campo è in sintetico. Ci alleniamo di
sera, cominciamo per le 20 e il salto di livello lo vedremo anche dalle
stesse trasferte: andremo due volte
in Sardegna e una in Sicilia.
Quel che posso dire è che mi auguro
che vengano in tanti a vederci, ce n’è
tanto di pregiudizio nei nostri confronti, intendo verso le ragazze che
giocano a calcio, prima di giudicare
femminile
muove?
meglio venire a vedere le partite.
Vorrei vedere se anche alle ragazzine fossero date le stesse opportunità con il calcio dei maschi, non solo
per dire pallavolo o danza. Questa di
Siena è magari un’isola felice, stiamo
crescendo e a poco a poco anche
l’attenzione verso di noi sta arrivando. Qui in Italia siamo comunque
discriminate; dicono che ci mancano
i risultati importanti che possono
smuovere le cose ma cosa è cambiato dopo una prestigiosa vittoria
come l’Europeo Under 19? Nei giornali vedo al lunedì le cronache anche
della Terza categoria maschile, noi se
va bene ci entriamo al mercoledì: è il
pregiudizio l’ostacolo più grosso”.
Col Presidente
Giacomo Rossi
Un’idea da portare avanti
“Gli accordi di questa stagione sono
il frutto di un lavoro che è iniziato
parecchio tempo fa, prima con l’amministrazione comunale e poi con
l’istituto del Monte dei Paschi che è
presente praticamente in tutte le realtà sportive della città. Di discorsi a
favore del calcio femminile ne potrei
fare molti, basterebbe credo il solo
tema delle pari opportunità, con in
più che nel 2015 Siena si presenta
come capitale europea della cultura
e non è anche questo un fatto di cultura? Grazie così all’interessamento
della Montepaschi siamo arrivati a
un accordo che prevede: stesso materiale sportivo dell’Ac Siena (prima
squadra e settore giovanile); il poter
fare riferimento allo stesso studio
medico-fisioterapico; una collaborazione tecnica che prevede pure incontri tra i vari tecnici”.
“In futuro? Io credo che una strada da percorrere dovrebbe essere
quella d’arrivare a società professionistiche maschili che aprano nei
loro settori giovanili pure alle ragazzine, ma non fermarsi a una o due
come adesso. No, penso proprio a
squadre femminili che facciano parte integrante della società maschile,
nel nostro caso proprio dell’Ac Siena insomma. Una strada che va incentivata, tipo con l’esenzione della
quota d’iscrizione a un campionato
giovanile maschile se una società nel
proprio settore giovanile ha una formazione di ragazzine. Per noi la partita contro il Sezze ci è costata ben
1500 euro, con in più 20 giorni di lavoro e tanto impegno anche sul piano della comunicazione. Uno sforzo
per cui non siamo attrezzati, non ne
ho proprio la struttura, la società
professionistica certo che ce l’ha.
C’è proprio tanto da fare. A me pare
proprio una cosa incredibile: in tutta
Europa c’è una crescita esponenziale
del calcio femminile, solo qui in Italia
tutto è fermo. E la responsabilità è
della Federazione che non investe,
fa quel che fa perché è obbligata ma
non c’è nessuna progettualità. In un
momento poi in cui il calcio maschile mostra una certa saturazione con
società che si fondono e tanti ragazzi che smettono l’attività. Ce ne sarebbero tantissime di ragazzine che
vorrebbero/potrebbero giocare ma
non ci sono strutture, non ci sono
professionalità adatte, non ci sono
investimenti e progetti, non c’è una
prospettiva. Il tutto potrebbe pure
dare alle stesse società la possibilità di poter offrire alle ragazze anche
dei trattamenti diversi e anche questo sarebbe un ulteriore incentivo”.
pianeta Lega Pro
di Pino Lazzaro
Rappresentante Aic del Südtirol
Carmine Cerchia:
“L’Aic è un punto
“Vengo da una famiglia in cui il calcio
è stata ed è una grande passione. Anche mia madre ha giocato, ha fatto
anche la serie A, a quel tempo c’era
una squadra lì ad Avellino che faceva
appunto la A, si chiamava Borrelli Arredamenti; giocava da centrocampista, anch’io gioco lì in mezzo. Anche
mio padre ha giocato, lui è arrivato
alla D di allora, ha poi cominciato ad
allenare, è con lui che ho iniziato alla
scuola calcio ad Avellino. Io sono nato
a Monteforte Irpino, appena fuori
Avellino, giusto un paio di chilometri;
ho fatto parte del settore giovanile
prima del Napoli, poi dell’Avellino e
ho cominciato a farmi le ossa andando a giocare prima in Promozione ad
Ariano Irpino e poi in Eccellenza a
Montefalcione e a Nola dove abbiamo vinto la Coppa Italia Dilettanti: è
stato da Nola che sono poi arrivato a
giocare in C2 col Sant’Anastasia. Con
la scuola sono andato avanti, me la
sono sempre cavata abbastanza bene,
mai un debito e mi sono diplomato
perito informatico. Il pallone non mi
ha mai creato problemi alle superiori;
loro sono poi però arrivati più avanti,
mi sono iscritto a Scienze Motorie a
Napoli, ho anche fatto la metà degli
esami e mi spiace ora come ora di
non poter continuare, magari potrò
riprendere se tornerò a giocare non
troppo lontano da Bolzano ma ora
come ora devo lasciar stare”.
“Il motivo per cui a suo tempo sono
passato al Sant’Anastasia, la mia prima
squadra professionistica, sta nel fatto
che facevo parte di una rappresentativa di giovani ragazzi che era stata messa assieme da un tecnico di Avellino,
esperto di settore giovanile; la fortuna
ha voluto che facessimo un’amichevole proprio contro il Sant’Anastasia. Il
loro allenatore era Silva; mi vide e nonostante la società fosse in difficoltà
per questioni di bilancio, fece in modo
che potessi andar lì da loro, intanto ad
allenarmi: dopo un paio di mesi mi tesserarono e cominciai così a giocare. È
stato lì insomma che ho capito che ci
avrei potuto stare anch’io, ho saputo
tener duro e il mio carattere s’era comunque rinforzato anche perché avevo dovuto reagire, a suo tempo, avevo
18 anni, a una batosta grande quale la
scomparsa di mia madre: alla voglia
che naturalmente c’è sempre stata si
aggiungeva la consapevolezza che vedevo che in campo riuscivo a trovare
spazio. Sì, sinora ho giocato sempre e
solo in serie C e la possibilità di andare
in serie B l’ho sfiorata nei playoff che
a suo tempo col Benevento facemmo
contro il Crotone. Andò male e ricordo che poi sempre l’allenatore Silva,
che mi conosceva e mi apprezzava,
mi avrebbe voluto portare con sé ad
Ascoli ma rimasi legato contrattualmente al Benevento e così andarono
le cose. Può darsi che sia troppo per
me, non so, già comunque stare in un
contesto quale la serie C di adesso,
implica avere sempre parecchia ambizione altrimenti si rischia di perdere
anche quel che si ha. Agli inizi non è
che potessi definirmi il top come professionista ma ho fatto presto a capire
che se volevo starci dovevo starmi attento. Ora sono così uno serio, come
si dice, magari anche troppo visto
quanto rigoroso sia anche nell’alimentazione, nel prepararmi per bene per
gli allenamenti, anche per come sempre li faccio”.
A fianco, una formazione del Sudtirol Alto
Adige di questa stagione. Sotto, Carmine Cerchia, nato a Monteforte Irpino (Av) nell’aprile
del 1980. È cresciuto calcisticamente nel vivaio
del Napoli.
pianeta Lega Pro
di riferimento”
“Dopo tanti anni di centro-sud, è la
prima volta che sono al nord e una
delle molle che mi ha fatto decidere è la voglia di conoscere un girone
che non avevo mai fatto. Quando mi
è stata presentata questa opportunità, mi sono informato, sono venuto a
sapere che questa è una società seria
e ambiziosa e ci sono venuto volentieri. Del resto i cosiddetti sacrifici li
si devono fare e poi venivo da annate
tormentate, con società in difficoltà.
No, il freddo non è che mi preoccupi;
a parte che la stessa Avellino non è
che abbia una temperatura tipo Maldive, ho giocato anche a Teramo e
pure lì d’inverno non si scherza. Comunque sia sinora la stagione è stata
molto bella e si sta proprio bene”.
“Faccio il rappresentante di squadra
soprattutto per il buon rapporto che
negli anni ho potuto avere con Umberto Calcagno, lui che fa l’avvocato
e lavora per l’Associazione Calciatori. Di mio ho sempre cercato di stare
attento alle situazioni, di capirle; così
come ho sempre cercato di informarmi e certo te ne insegna tante di
cose l’Associazione che è stata così
un mio punto di riferimento. Poi è
arrivata la conoscenza diretta di Umberto che ha seguito sia il fallimento
del Benevento, una storia tuttora
aperta, che quell’altro che ho sperimentato a Teramo”.
“Qui l’obiettivo della società è di fare
un campionato d’alta classifica; siamo
un gruppo complessivamente giovane
ma sto vedendo della buona qualità,
con un mix di giusta esperienza e tante motivazioni da parte dei giovani.
Tornando al ruolo di rappresentante
di squadra, devo dire che maggiori
difficoltà nel “presentare” l’Aic l’ho
avuta in effetti lo scorso anno a Man-
fredonia, lì ero anche il capitano, anche se poi alla fine quasi tutti decisero
di iscriversi. Qui invece mi sono reso
conto che sono stati loro, i giovani,
a venire da me a chiedere: l’Associazione insomma è conosciuta e poi c’è
sempre qualche “anziano” che dice
e spiega. Come detto qui su a Bolzano mi trovo bene e l’unica pecca,
se così vogliamo chiamarla, è quella
dei terreni di gioco, c’è la necessità
di salvaguardarli e non sempre sono
così disponibili”.
“Per quel che riguarda il pubblico è
chiaro che giocare al sud è un’altra
cosa. Ancora non abbiamo affrontato
squadre di piazze cosiddette calde,
penso qui in questo nostro girone
allo Spezia, ma negli stadi che vedo
adesso non c’è né l’affluenza, né il calore del sud, anche se devo dire che
pure giù il tutto sta scemando rispetto a prima. Le partite comunque le
sento sempre tanto; a volte mi capita
di rilassarmi un po’ ma sempre cerco
di rientrare nella tensione, per me è
meglio viverlo così il campo”.
“Quando ero giovane io, ero uno dei
pochi in squadra, adesso è l’inverso.
Uno così alla mia età, a 29 anni, quasi passa per vecchio ma certo io non
mi sento tale dentro e anche questo
continuo rapporto con i giovani serve
appunto per stare sempre ben svegli. Con loro credo di avere un buon
rapporto anche perché sono uno
aperto al dialogo e non ho il difetto
di essere permaloso. Con gli arbitri
qualche volta m’è capitato in passato di perdere un po’ la testa, sono
così stato espulso e sicuramente ero
io quello che avevo torto. Poi con gli
anni e l’esperienza uno migliora: sono
diventato più tranquillo in campo e
pure portando la fascia di capitano
La scheda
Stagione
Squadra
Cat.
P.
G.
2009-10
Alto Adige
C2 A
6
0
2008-09
Manfredonia
C2 C
29
2
2007-08
Teramo
C2 B
24
1
2006-07 (gen)
Nocerina
C2 C
14
0
2006-07
Cavese
C1 B
1
0
2005-06 (gen)
Cisco Roma
C2 C
11
0
2005-06
Cavese
C2 B
12
0
2004-05
Benevento
C1 B
24
0
2003-04
Benevento
C1 B
24
1
2002-03
Benevento
C1 B
13
0
2001-02
Sant'Anastasia
C2 C
17
1
2000-01
Avellino
C1 B
0
0
ho sempre cercato di instaurare un
buon rapporto, una cosa questa che
certamente aiuta nella gestione della partita, sia da parte dei calciatori
ma anche dalla parte dell’arbitro. Al
dopo ci sto pensando ma nemmeno poi tanto, soprattutto perché il
pensare al dopo calcio è un qualcosa
che inevitabilmente mi porta dentro dell’ansia e questo è comunque
un qualcosa di non positivo, meglio
insomma non “distrarsi” con questo
tipo di pensieri. Dell’università ti ho
detto, la laurea in Scienze Motorie non è insomma un sogno ma un
obiettivo: ora come ora però, qui da
Bolzano, non è proponibile”.
23
segreteria
di Diego Murari
Uno per tutti,
tutti per Unico1
In viaggio
con Diego/10
Nuova puntata di questa nostra rubrica dedicata e pure affidata a Diego Murari. Della storia di Diego abbiamo avuto
modo di scrivere più volte qui sul Calciatore, come pure della
sua straordinaria volontà, del suo essere insomma agonista
pur nella malattia che lo ha colpito, anche pensando “a tutti
coloro che saranno in futuro costretti a confrontarsi con la
mia stessa patologia”. Uno spazio questo che possa magari
anche stimolare delle iniziative che aiutino a veicolare ancor
più il marchio “Unico 1”.
Ciao ragazzi straordinari. Anche in
questo mese appena trascorso ho
avuto la fortuna e l’onore di avervi
sempre vicino. Eccomi qui, pronto a
raccontarvi le emozioni che grazie a
voi ho potuto vivere e soprattutto
quel che ho tentato di trasmettere a
tante persone un po’ meno fortunate. Anche in questo periodo infatti mi
sono spesso ritrovato in quel solito
lettino, in quel solito reparto e in quel
solito ospedale. Ma non importa, più
mi sento triste o più forte sento il dolore, la fatica, le terapie, più mi sento
vicino a voi. Leggo i vostri messaggi
ogni mattina, ascolto la vostra voce
al telefono o sogno i momenti che
mi regalate accogliendomi ai vostri allenamenti o alle vostre partite. Ed è
tutto questo che mi regala il sorriso:
siete voi la differenza, la forza, il coraggio, la fede.
E io sono semplicemente un ragazzo
fortunato, perché mi sono ammalato
e così ho capito quanto sia meraviglioso vivere, quanti momenti unici
e stupendi non riusciamo a vedere,
quante volte non ci rendiamo conto di
quante persone meravigliose abbiamo
a fianco, quanto sia speciale e preziosa la nostra famiglia, i figli, i genitori.
E tutto questo fa parte di una sola e
piccola parola: la vita.
Ed è proprio questa parola che in questi soliti lettini, nei soliti reparti, nei
soliti ospedali, diventa la più importante e preziosa. Cerchiamo di capire
24
quanto è bello svegliarsi, andare al lavoro o allenarsi; sedersi
a tavola con la famiglia,
ascoltando ogni voce
o ogni profumo di caffè, accompagnare il figlio a scuola o ritrovarsi tutti
insieme al campo ad allenarsi.
Grazie a voi io ho capito tutto questo e grazie a voi sto regalando gioia e
forza a tantissime persone che come
me non sanno più per quanto tempo possono ancora sperare di non
perdere per sempre quella splendida
piccola parola di nome “vita”. Credetemi meravigliosi marinai, il vostro
esempio è per noi tutti il sorriso di
svegliarsi domani, di guardarvi in televisione, di leggervi sui giornali. In
questa parte del mondo dove viviamo
noi non ci sono più vittorie, né sconfitte. Non c’è più la fatica del lavoro o
dell’allenamento e nemmeno ci sono
più i profumi del sudore, del campo o
del caffè. Per tanti, in questa parte del
mondo, non c’è neanche più il tempo
di rivedere il giorno dopo.
Grazie perché grazie al vostro cuore
noi viviamo giorni di emozioni e gioie
in un solo giorno di vita.
Col Team Hockey Cortina
Vi racconto ora una mia giornata un
po’ diversa, comunque densa di felicità, che ho trascorso con i miei
vecchietti (mamma e papà) in quel
meraviglioso posto di nome Cortina
d’Ampezzo, con la possibilità di avvicinarmi a uno sport a me in parte
sconosciuto: l’hockey. Ho infatti avuto
la fortuna di conoscere il grande capitano della Nazionale e dell’Hockey
Cortina, Giorgio De Bettin che mi ha
invitato a raggiungerlo. Pochi giorni
dopo, appena mi sono sentito un po’
meglio, ho raccolto i miei 50 kg e con
i miei vecchietti ho raggiunto la meta
in tarda mattinata.
Giorgio ci stava aspettando, mi ha
fatto salire in auto con lui e ci siamo avviati verso lo stadio del ghiaccio. Mentre guidava, lo guardavo e lo
ascoltavo; mi chiedevo come fosse
possibile che in un fisico così possente
e sicuro di sé si nascondesse in realtà un grande cuore, sempre attento e
pronto ai miei disagi o alle mie paure. Arrivammo prima nella sede del
team: mi presentò il presidente e la
sua preziosa signora. Dopo 5 minuti
avevo già le lacrime per le emozioni:
ho capito che davanti a me avevo delle persone rare, pronte subito a mettermi a mio agio. Sandro ed Elisabetta
(presidente e signora) mi coccolarono
come fossi uno di loro: ho passato una
fantastica mattina, non dimenticherò
mai quei sorrisi e quella voglia di vita
che mi trasmettevano. Il pomeriggio
Per chi vuole
saperne di più
(con grande sforzo per me, non più
abituato a simili faticate) siamo andati
allo “stadio”: non avevo mai visto uno
spettacolo simile (né avevo mai patito
così tanto freddo). Entrarono in pista
subito un sacco di splendidi bambini,
tutti in tuta da hockey; dal centro del
campo poi, con giochi di luci e suoni,
venne chiamato a gran voce ogni singolo giocatore che entrava sui pattini
tra gli applausi e l’esultanza di moltissimi tifosi. Qualche minuto prima
li avevo conosciuti nello spogliatoio
e, credetemi, sono veramente dei
giganti buoni. Mi fecero sedere con
loro finché si stavano vestendo con
le loro impressionanti protezioni e
divise. Ciò che mi colpì fu la loro sensibilità nel farmi sentire uno di loro;
la maggior parte dei giocatori arriva
dall’estero e io perciò (tra le lacrime
di emozione) non ci capivo proprio
nulla di ciò che mi dicevano. Per fortuna il grande capitano De Bettin mi
traduceva ogni parola e assieme ad
Andrea Moser, altro campione di vita
e di sport, mi stringevano a loro come
un fratello più piccolo. Alla fine della
presentazione chiamarono anche me
al centro del campo e accompagnato
da un grandissimo applauso e da un
nodo alla gola, mi ritrovai a parlare
al microfono. Con onore e orgoglio
ringraziai il Team Hockey Cortina di
avermi fatto il loro partner ufficiale come Unico 1; tra vere e semplici
lacrime dissi di aver vissuto una meravigliosa avventura. Grazie Hockey
Cortina di essere tutti prodi marinai
speciali. Dal mio cuore.
Con la Triestina
Infine ancora qualche riga per ringraziare la Triestina Calcio per avermi
invitato nel loro ritiro alla vigilia della
partita a Vicenza. Di questi momenti di vita ringrazio dal cuore Michael
Agazzi che mi ha organizzato una mattinata densa di emozioni e di sorrisi
assieme alla squadra. Quando arrivai
infatti nel loro hotel, Michael mi attendeva e mi fece accomodare al meglio
in una sala, prendendosi cura di me.
Poco dopo arrivò il capitano, Nicola
Princivalli; già io (tanto per cambiare)
avevo gli occhi che lacrimavano come
un bambino. Poi arrivarono tutti gli altri ragazzi e si sedettero ascoltando
con vero interesse la mia favola, del
mio triste e fortunato viaggio in questo mare in tempesta che da qualche
tempo accompagna ogni mio risveglio.
Mi donarono una maglia, una promessa, una speranza di vita. Mi donarono
la Triestina nel cuore. Grazie Michael,
grazie a Nicola e a tutti quei compagni
straordinari. Un grazie anche a Marco
Cernaz, team manager della Triestina,
per la sua preziosa presenza e infine
complimenti al Presidente diventato
da pochi giorni splendido papà.
Ora purtroppo devo buttare l’ancora
perché per l’ennesima volta mi devo
stendere in quel solito lettino per la
mia solita terapia. In queste ultime
righe, di questo mio viaggiare in un
oceano di sofferenze, pianti e medicine, ricordo con tanta gioia nel cuore
che posso sempre contare nel mio
stupendo equipaggio. Già a partire dal
ponte di comando dove in ogni momento di difficoltà o di tristezza trovo
sempre l’Associazione Italiana Calciatori, guidata con cuore e coraggio dal
presidente signor Sergio, dal vicecomandante Gianni.
E poi ci siete voi splendidi marinai. Ci
siete voi che in ogni partita mi regalate le emozioni più grandi, mi mandate una maglia, un gol, una parata.
Mi donate la gioia di parlare di voi a
tutti i bambini che incontro in questo
pietoso e disperato mare di sogni per-
www.unico1.it
www.unico1.it è già in linea da qualche tempo e racconta la sua storia, la
sua vicenda, contiene una ricca galleria fotografica, la rassegna stampa con
ritagli di articoli sul suo caso e una pagina da cui si può spedire una e-mail.
Anche un breve messaggio di solidarietà è importante per Diego che non
smette mai di insistere sul fatto che
chi lo sostiene, in qualunque modo, lo
aiuta a restare attaccato alla vita.
Qualche tempo fa, in un’intervista
pubblicata su questa rivista, Diego ci
preannunciò la sua intenzione di avviare un’iniziativa di solidarietà a favore
dell’infanzia. Il nome era già pronto:
Unico1, con riferimento al tradizionale numero di maglia del portiere. Ora
l’iniziativa si è concretizzata in una
fondazione Onlus grazie all’aiuto di
diversi calciatori, e di altri sportivi,
ed è stata lanciata una linea di abbigliamento sportivo col marchio Unico1, il ricavato della
cui vendita sarà utilizzato
per finanziare la Onlus.
duti. E allora quando vi vedo, vi sento,
vi ascolto, io ringrazio il mio Dio per
avermi dato la fortuna di conoscere il
vostro grande cuore, di Numeri 1.
Vi prego, non mollate voi o mollo
anch’io.
P.S. Un grande abbraccio a Fabio Grosso e ringrazio tutti i nuovi arrivati, che
ogni mese si aggiungono a questo stupendo equipaggio; telefonandomi, o
con gli sms che ogni giorno mi arrivano. Grazie di aver capito, grazie a tutti di aver capito che la vita è sempre
meravigliosa. Ciao Roby, ciao Francesco, Sergio, Fabio, ciao “vecio”. Il mio
numero è 339.1082481, chiamatemi o
scrivetemi: mi regalerete un semplice
ma grande sorriso.
25
l’incontro
Come stai?
Stefano Cusin,
allenatore
Di anni ne ha 41, nessuna parentela
con Nello Cusin, a suo tempo portiere tra gli altri di Bologna e Brescia. I suoi sono originari di Castiglion Fiorentino (Arezzo), è nato in
Canada ed è stato in Francia, dove è
cresciuto, che ha cominciato col calcio, era una mezzapunta. Ha poi giocato in Svizzera, nei Caraibi e come
allenatore ha iniziato in Francia, col
Roanne, poco lontano da Lione; negli anni ha messo assieme esperienze
importanti in Camerun, nel Benin
e in Congo. Nel 2007/2008 è col
Botev Plovdiv nella serie A bulgara
mentre lo sorso campionato è arrivato lo squillo dello scudetto vinto
nella Premiere League libica con l’Al
Ittihad di Tripoli, la squadra di proprietà della famiglia Gheddafi. Una
sorta di giramondo insomma questo
Stefano Cusin che abbiamo contattato, tra l’altro in un momento per
lui proprio particolare. Sentiamolo.
“Sì, la vittoria dello scudetto in Libia
mi ha permesso di raggiungere un
traguardo a cui miravo: diventare un
allenatore diciamo così internazionale e pure vincente e anche questo
conta. Avevo da tempo un sogno e
credo proprio, grazie allo scudetto
vinto in Libia, che ora ci siano davvero le probabilità per realizzarlo.
Peccato che non possa, giusto per
correttezza, ancora rivelare il nome
della Nazionale (importante) con cui
ho già firmato un pre-contratto. L’ho
fatto col loro ministro dello sport, lì
26
stanno cambiando la dirigenza della
Federazione e una volta nominato il
nuovo presidente, diciamo che la notizia dovrebbe essere ufficiale. Questo mio è un pre-accordo che scade
per fine ottobre, in ogni caso non
manca molto”.
Ci pare giusto assecondare la richieste di Cusin (l’abbiamo sentito verso
metà ottobre e magari torneremo
su questa storia nel prossimo numero del Calciatore) e andiamo avanti:
come mai non è comunque rimasto a
Tripoli dopo aver vinto lo scudetto?
“Per come sono fatto, per quello
che è il mio approccio alle cose, quel
che più conta non è tanto vincere,
quanto continuare ad avere motivazioni. Una di queste motivazioni è
quella sempre di migliorarsi, di fare
qualcosa in più e questa condizione
secondo me a Tripoli non ci sarebbe stata. E’ stata certo un’esperienza importante, mi sono confrontato con una realtà in cui c’è grande
passione popolare ma quel che avrei
avuto davanti sarebbe stato unicamente un gestire la situazione. Sono
e mi sento ancora giovane, non sono
i soldi quel che adesso sto cercando.
Sì, avrei potuto starci, nessun problema di soldi, me ne avrebbero dati
così tanti da poter di certo sistemare
anche la mia famiglia, ma per me c’è
ancora altro nella vita, ci sono anche
i rapporti tra le persone e così, se
mai dovesse capitare di tornare da
quelle parti per la Coppa d’Africa del
2014, ecco che mi piacerebbe essere
accolto come un amico, non come
un mercenario”.
“In effetti mi sento un cittadino del
mondo e proprio per le esperienze
che ho fatto posso dire che come
calcio noi in Italia si è davvero molto avanti. E dovunque io sia stato
ho sempre avvertito verso il nostro
Paese rispetto e ammirazione, con
l’eccezione della Francia, lì invece ci
giudicano poco affidabili, dei furbacchioni, capaci di tutto pur di arrivare
al risultato. Altrove invece, e parlo
per esempio dei paesi dell’Asia che
ho visitato e dell’Africa, siamo molto ammirati, con quest’Italia che ha
questo suo fascino legato sì all’arte
ma con l’idea che quando noi italiani ci mettiamo d’impegno a fare una
cosa, ecco che siamo dei “campioni
del mondo” ed è così per la moda, la
Ferrari, il calcio eccetera. Nel Qatar
per esempio hanno messo su adesso
una New Town e così hanno pensato
bene di ricostruire Venezia, tanto per
dire quanto attirano le nostre cose”.
“Nel nostro modo di fare calcio qui
da noi ci si abitua a una grande disciplina, che so, l’andare a letto presto, stare attenti a tavola, tutti zitti e
concentrati prima della partita. Ma
girando per il mondo vedi che le cose
cambiano, non c’è insomma una sola
verità, come non c’è solo un modo
per fare spogliatoio. Ricordo con la
nazionale giovanile del Camerun, tutti lì tra musica e ballo già nel bus che
ci stava portando allo stadio, partita
importante: approcci che non impediscono poi grandi prestazioni, anzi.
Devo dire che ogni volta che torno
in Italia vedo quanto sia diversa qui
la vita... l’ho sempre nel cuore l’Italia
ma credo che farei fatica ora come
ora a fare l’allenatore qui, girando il
mondo sono diventato più democratico, più tollerante, anche più aperto
e non è così che funzionano le cose
qui adesso. Proposte ne avrei anche
avute ma dietro non c’era un progetto, società di Seconda divisione e un
sacco di giovani: partire per provare
a salvarsi e un allenatore parafulmine
che se a dicembre le cose non vanno
bene si fa presto a esonerare”.
“Me la cavo benissimo col francese,
direi quasi meglio dell’italiano visto
che lì ci sono cresciuto; bene anche
l’inglese e adesso pure in arabo qualcosa riesco a dirla. Tornando all’Africa, sono le nazionali della Costa
Ovest quelle più forti, lì sì ci sono
talenti straordinari, favoriti da delle
capacità fisiche effettivamente superiori. Il problema sono le federazioni che non sanno offrire condizioni
favorevoli perché questi talenti possano crescere ed esprimersi; ecco
perché praticamente tutti, penso
per esempio a Eto’o che è arrivato in
Spagna che aveva 14 anni, sono dovuti venire in Europa molto giovani per
riuscire ad affermarsi. Come strut-
ture sono molto carenti e su questo
punto anche noi qui in Italia siamo
comunque indietro. Va bene gli stadi,
che in tanta parte d’Europa, specialmente al nord, sono davvero un’altra
cosa, ma direi in generale anche per
gli stessi spazi dedicati alla pratica
sportiva. In Francia per esempio i
comuni allestiscono strutture libere
in cui poter praticare tennis, basket,
altro ancora. Ci sono così maggiori
opportunità, il tutto è insomma più
democratico e tornando all’Africa
quel che manca di base è la distribuzione delle risorse”.
“Una cosa la vorrei dire ai calciatori
italiani, visto che in parecchi faranno
poi gli allenatori. Sforzarsi di imparare una o più lingue straniere. Dal
punto di vista calcistico, di quel che
si può vedere qui da noi sul campo,
siamo come detto molto avanti e il
tutto può diventare una grande opportunità. Sforzandosi così di imparare qualche lingua, almeno l’inglese,
e aprendosi a quelle che sono le realtà e le culture di altri posti, ecco che
potrebbero fare veramente bene in
giro per il mondo”.
Sotto, alcune immagini della carriera di Stefano
Cusin, sulle panchine della squadra polacca del
Botev Plovdiv e con quella libica del Al Ittihad
Tripoli con la quale ha vinto lo scudetto.
La scheda
Stefano Cusin nasce in Canada il 28
ottobre 1968. Ancora giovanissimo
si trasferisce con la famiglia in Francia, dove inizia a tirare i primi calci
nel settore giovanile del Tolone, di
cui ne effettua tutta la trafila, per approdare in Svizzera e giocarsi i primi
campionati importanti con Servette
in serie A e Caruge in serie B. Si trasferisce ai Caraibi, per restare qualche stagione a disposizione del San
Marten, quindi il ritorno in Francia
e concludere la carriera di calciatore
in serie B con il Roanne. Agli inizi degli anni novanta, mette su famiglia ad
Arezzo e comincia ad allenare squadre giovanili, ripartendo proprio dal
Roanne in Francia e poi anche in Italia. Ecco la sua carriera:
Stagione
Squadra
Nazione
Ruolo
1994/95
A.S. Roanne Francia
Settore
giovanile
1995/96
A.S. Roanne Francia
Settore
giovanile
1996/97
Arezzo
Italia
Settore
giovanile
1997/98
Arezzo
Italia
Settore
giovanile
1998/99
Fiorentina
Italia
Osservatore
1999/00
Arezzo
Italia
Settore
giovanile
2000/01
Arezzo
Italia
Settore
giovanile
2001/02
Arezzo
Italia
Settore
giovanile
2002/03
Montevarchi Italia
Settore
giovanile
2003/04
Team
Cameroon
Cameroon
Allenatore
Under 20
2004/05
Acada
Sports
Cameroon
Direttore
Tecnico
2005/06
Acada
Sports
Cameroon
Direttore
Tecnico
2006/07
Congo
Federation
Congo
Direttore Tecnico
Under 21
2007/08
Botev
Plovdiv
Bulgaria
Allenatore
1ª squadra
2008/09
Al Ittihad
Tripoli
Libia
Allenatore
1ª squadra
27
ha scritto per noi
di Alessandro Comi
Roberto Cretaz,
centrocampista del Carpi
“La regola dei giovani
penalizza la Serie D”
Nel suo piccolo Roberto Cretaz detiene un “record”: negli ultimi tre anni ha
conquistato tre promozioni consecutive con tre squadre differenti, vincendo
il campionato di serie D con Canavese,
Alessandria e Pro Belvedere, un vero e
proprio “portafortuna” se consideriamo anche la promozione ottenuta con
la Biellese nella stagione ‘96-‘97.
Roberto Cretaz è nato ad Aosta il 15
maggio del 1977. Centrocampista dalle
lunghe leve (è alto ben 185 centimetri
per un peso di 75 chili) si può considerare un interditore di centrocampo di
peso e quantità, e qualche volta anche
finalizzatore con un buon fiuto del gol,
grazie ad inserimenti mirati sfruttando
molto le sue potenzialità fisiche.
In carriera ha giocato per Biellese (DC2), Monza (B), Novara e Pro Vercelli
(C2), Brescello (C1), Pro Sesto (C2), 4
stagioni alla Cossatese (D), Cuneo (C2),
Canavese, Alessandria, Pro Belvedere
ed ora Carpi (D).
Si dice in giro che le squadre ti cercano
perché dove vai tu si vince: 3 promozioni di fila fanno di te un vero portafortuna. Qual è il segreto?
“Che dire, ultimamente mi è andata
molto bene, non è da tutti vincere tre
campionati di seguito in serie D con
3 squadre diverse. Evidentemente ho
fatto delle scelte giuste e ho trovato
ambienti, squadre e società ideali per
poter raggiungere il massimo obiettivo.
Tenendo presente che in passato ho
vinto anche con la Biellese e sono ar-
rivato vicino ad altre 2 promozioni con
la Cossatese (2 secondi posti) e con il
Cuneo (persi playoff per salire in C1),
non posso proprio lamentarmi delle
mie scelte societarie.
Vista la tua propensione alla vittoria nei
campionati dilettanti, prediligi questa
categoria a quella professionistica?
“Diciamo che da una parte preferisco
rimanere protagonista in serie D piuttosto che girare e giocare poco, come mi è
capitato in passato in serie C, in secondo
luogo ho anche altri interessi che mi legano alla mia terra, come un’attività che gestisco con i miei familiari a Pont-S.Martin
in Val D’Aosta e la mia dolce compagna
Federica con cui sono sposato.
Quale la vittoria che più ti è rimasta più
nel cuore? E quale il rammarico?
“Delle promozioni, quella che più mi ha
dato soddisfazione è stata quelle nella
stagione 1996-1997 a Biella con la Biellese, un anno indimenticabile dove vincemmo il campionato imbattuti e fummo anche Campioni d’Italia dilettanti,
con la conquista della poule scudetto di
tutte le vincenti dei vari gironi di serie
D. Il mio rammarico più grande invece
è stato dopo il passaggio dalla Biellese
(C2) al Monza in serie B (in prestito
via Milan, fui pagato 400 milioni per il
cartellino e mi fecero 5 anni di contratto): feci un bel campionato con 15 presenze nel girone di ritorno (ero al mio
debutto tra i cadetti) ma sfortuna volle
che l’anno successivo, in piena rampa di
lancio per la mia carriera, mi infortunai
seriamente con conseguenti tre operazioni e successive complicazioni dovute
a un recupero non facile”.
Qui a fianco, Roberto Cretaz con la maglia
dell’Alessandria e con quella attuale del Carpi.
Il centrocampista valdostano ha giocato anche
con Biellese, Monza, Novara, Pro Vercelli, Brescello, Pro Sesto, Cossatese, Cuneo, Canavese e Pro Belvedere.
28
Da ormai navigato giocatore del campionato Dilettanti, che lacune hai notato in questa categoria?
“Sicuramente ho notato un abbassamento del livello qualitativo, ci sono più difficoltà a esprimere un bel gioco dovute
soprattutto alle regole sui giovani: 5 giovani sono veramente tanti da far giocare
obbligatoriamente. Secondo me è una
politica troppo a discapito dell’esperienza e di quei giocatori che possono
esprimere un bel calcio, così costretti ad
emigrare in categorie ancora inferiori.
La molta inesperienza in serie D abbassa così la qualità e inoltre mancano
sempre più punti di riferimento per i
giovani in campo e nelle squadre.
Cosa vedi nel tuo futuro, oltre magari
un ulteriore vittoria con il Carpi?
“Per adesso spero di vincere ancora:
Carpi è un’ottima società e un’ottima
squadra con le carte in regola per provare a centrare l’obiettivo promozione,
anche se so benissimo che non è facile
ripetersi. In un futuro prossimo mi piacerebbe fare o il direttore sportivo o il
procuratore”.
amarcord
La partita
che non dimentico
Mi ritorni
in mente…
Giorgio Bianchi (Cremonese)
“Anch’io ricordo in particolare una
partita che è già entrata in questa
rubrica, la stessa ricordata tempo fa
da Bertoni, era lui il nostro capitano allora alla
Cremonese. È
la partita della
finale di ritorno dei playoff,
nel 2004, contro il Südtirol,
l’Alto Adige
insomma. Da
loro avevamo
vinto 2 a 1 e lo stesso risultato l’abbiamo ottenuto poi in casa ma non
è stato certo facile come magari potrebbe sembrare, abbiamo sofferto
parecchio quel giorno. Anch’io ho fatto bene quel giorno, era importante,
davanti avevamo la prospettiva della
C1. La parata che posso qui ricordare
è stata quella dopo 10’, poteva cambiare la partita ma sul colpo di testa
del loro trequartista, quello bravo,
adesso non mi ricordo il nome, sono
quasi arrivato sul sette e l’ho deviata
in calcio d’angolo. Alla fine, dopo il
nostro 2 a 0, mancavano 5’ alla fine
e dovevano farcene tre di gol; non
dico che mi sia distratto ma insomma ho avuto tempo di guardarmi anche un po’ attorno, posso rivedere
la soddisfazione e la gioia della gente
e ricordo benissimo, l’avevo proprio
davanti a me, il pianto di Bertoni che
ancora mancavano 5’, quello stesso
pianto che lui ha in effetti ricordato
qui sul Calciatore. Confermo quel
che ha detto lui, fu un anno molto
duro, al di là di come finì. La società
allora non era forte come lo è adesso e nonostante per tutta la stagione
fossimo sempre davanti in classifica,
primi o secondi, ci fu una ininterrotta
sequenza di scontri con la società. Fu
lì che riuscimmo almeno a creare tra
noi un grande gruppo, è stato proprio quell’anno che ho toccato con
mano e ho per davvero capito quanto sia effettivamente importante il
cosiddetto gruppo”.
William Pianu (Gallipoli)
“Dai, lascia che te ne dica due. La prima è quando col Treviso siamo andati
a vincere a Palermo. Eravamo in serie
B, loro quell’anno sono poi saliti in
serie A, avevano Guidolin allenatore,
il nostro era Buffoni. Pareva alla vigi-
lia che non ci potesse essere partita,
noi tra l’altro neo promossi dalla C1,
stadio pieno. Invece vincemmo con
una grandissima prestazione; ricordo che loro lì davanti avevano quello
che poi è diventato un campione del
mondo, Luca Toni e in mezzo al campo c’era Corini, non so se mi spiego.
Da Treviso erano arrivati quel giorno
alla Favorita anche una decina di nostri tifosi, il gruppo storico, che ebbe
anche modo di salutare una ex bandiera del Treviso, Bortoluzzi, era lui
il secondo di Guidolin.
La seconda è quando col Bari, sempre in B, andammo a vincere a Lec-
ce, avevano Zeman come allenatore,
Maran per noi. Erano un bel po’ di
anni che quel cosiddetto derby del
sud non si disputava e anche quella fu
una grandissima soddisfazione”.
Luca Rossettini (Siena)
“Certamente l’esordio in serie A che
ho fatto qui col Siena contro il Milan, io poi che del Milan sono sempre stato un tifoso. Quella partita
capitò dopo una sosta; nella gara prima, contro la Roma, s’era fatto male
Bertotto e io ero arrivato dal Padova
(C1) al Siena
giusto
prima la partita
con la Roma.
Subito l’allenatore aveva
cominciato
a provarmi
come terzino destro, a
dir la verità
nemmeno ce
n’erano altri:
non che avessi la sicurezza che avrei
giocato io ma insomma anche a me
pareva parecchio probabile. E così
andò, dalla mia parte avevo Gourcuff
e Seedorf, era quello un posticipo, si
giocava di sera: già di mio le sento
per bene le partite, quella cento volte di più. L’ho fatta tutta, ho spinto
proprio poco lungo quella fascia ma
come difensore adattato sulla fascia
ho anche avuto poi una buona valutazione. Ricordo che in attesa di quella
partita ero arrivato alla conclusione
che era inutile esasperare più di tanto
l’attesa; ero in effetti arrivato a una di
quelle prime volte che uno sogna per
tutta la vita, tanto valeva cercare di
viverla bene, di godermela insomma.
Pensa che rischiammo anche di vincere, loro pareggiarono al 94’”.
29
internet
di Mario Dall’Angelo
I link utili
In ricordo di
Andrea Fortunato
I grandi progressi della scienza medica e della medicina sportiva in particolare non devono mai far calare la
guardia riguardo l’insorgenza di patologie negli atleti. La diagnosi precoce è
sempre il modo migliore di affrontarle. Su questa linea si pone l’Associazione Onlus “Fioravante Polito”, che
come apprendiamo dal sito internet
«è nata per uno scopo ben preciso,
quello di rendere obbligatorio per tutte
le discipline e a tutte le età, soprattutto per i bambini, i controlli ematologici
completi da fare prima di essere iscritti
alle diverse squadre sportive. Questi
esami devono comprendere: emocromo, reticolociti, sideremia, transferrina insatura, indice di saturazione della
transferrina, ferritina, LDH, dosaggio
eritropoietina, elettroforesi proteica,
transaminasi, gamma-GT, fosfatasi alcalina, azotemia, creatininemia, uricemia,
elettroliti, urine». Anche il profano di
medicina si rende conto che i controlli
sostenuti dalla Onlus sono decisamente
completi a livello di visita sportiva, pur
essendo effettuabili con i semplici prelievi di sangue e urine.
La “Fioravante Polito”, inoltre punta
a creare nell’ambiente dello sport una
vera e propria cultura della prevenzione. Sempre sul web leggiamo che
«l’Associazione “Fioravante Polito” farà
tutto il possibile per diffondere notizie
e informazioni sulle patologie che possono colpire gli atleti di tutti gli sport
affinché ci siano più controlli, più completi e assidui, per rimediare in tempo
ad eventuali malattie, fino ad arrivare
all’introduzione di una legge per l’esame
dei valori ematici obbligatori dai 6 ai 18
anni, occorrenti per il rilascio della certificazione medica per i praticanti sportivi agonistici e non».
La Onlus è stata creata nel 2006 e ha
ottenuto il patrocinio di Federcalcio,
Aic, Lega professionisti e Lega dilet-
30
tanti. Ha un sito contattabile all’indirizzo www.asfioravantepolito.it. Sulla
home page, nella grafica della testata,
compare una bella foto di Andrea For-
tunato, l’indimenticato difensore di fascia scomparso nell’aprile del 1995 a
soli 24 anni. La scelta non è casuale:
cliccando il collegamento che porta
il nome del giocatore della Juventus
nella colonna di destra, si entra nella
sezione dedicata al “Premio Andrea
Fortunato – Lo Sport è vita”. La prima edizione ha visto la premiazione
il 26 gennaio 2009 a Civitavecchia, a
bordo della nave MSC Fantasia. Premiato il ct della Nazionale, Marcello
Lippi, per i grandi risultati conseguiti
in carriera.
Già in questa sezione si può notare
che il sito è decisamente orientato
secondo le tendenze più aggiornate
di condivisione di contenuti e di social
networking. Infatti, le foto non sono
ospitate dal sito ma da Flickr, uno dei
più noti portali dedicati alla condivisione di immagini. Mentre i filmati
linkati sono su Youtube, il più celebre
luogo virtuale per la messa in rete di
video. Ma l’apetto più interessante
è la presenza del logo di Facebook.
Cliccandolo si viene trasferiti sul sito
del noto sito di social networking e
più precisamente sulla pagina della biblioteca dell’Associazione.
La Onlus, infatti, non ha dedicato solo
un premio a Fortunato, ma anche una
biblioteca, una delle rare in Italia ad
esclusiva tematica sportiva. La presentazione della “Biblioteca e museo
del calcio Andrea Fortunato” si svolse
a Napoli, l’8 gennaio 2007, a bordo
della nave Musica, della flotta MSC
Crociere. Il comitato bibliotecario è
composto da personaggi decisamente
competenti: il presidente è Antonio
Ghirelli, affiancato in qualità di sostenitori da Giuseppe Iannicelli, Gigi
Maifredi, Eugenio Bersellini, Giacomo
Gattuso, Flavio Falzetti, Massimiliano
Castellani, Salvatore Gagliano, Stefano
Tacconi, Fabrizio Ravanelli, Vincenzo
Leccese e Daniele Balli. Al momento
in cui scriviamo, la biblioteca contiene
303 libri, i cui elenco è consultabile
cliccando il link “libri in biblioteca”.
Il sito, tra l’altro ospita delle interviste esclusive ad autorevoli personaggi
e osservatori del mondo dello sport,
come Edio Costantini, presidente della Fondazione “Giovanni Paolo II per
lo sport”. Oppure Gianpaolo Ormezzano, il notissimo giornalista e scrittore, che conclude il suo intervento
con un’importante considerazione
sulla costituzione della biblioteca intitolata a Fortunato: «In un paese civile
questa sarebbe notizia da prima pagina
di un giornale sportivo». Sono presenti
sul sito anche interviste a calciatori,
come quelle a Raffaele Palladino e
Cristiano Doni.
Nella pagina che si apre cliccando sul
collegamento “donatori”, si legge un
elenco decisamente importante, con
i nomi di singoli, di istituzioni dello
sport e società calcistiche di altissimo livello. Nella pagina dei contatti,
si trovano tutti gli indirizzi e i numeri
per chiamare la sede, che si trova a
S.Maria di Castellabate, in provincia
di Salerno, e per offrire un eventuale
contributo.
internet
di Stefano Fontana
Calciatori
in rete
Oddo e Rosina:
chi viene e chi va
www.massimooddo.com
Sito ufficiale per Massimo Oddo, terzino destro in forze al Milan, campione
del Mondo nel 2006 con la Nazionale
di Lippi. Giocatore capace di fondere
ottime doti tecniche a superbe prestazioni atletiche, Oddo è ovunque rispettato e ben voluto per il suo carattere
solare e per l’assoluta lealtà e corret-
tezza sempre dimostrata in campo.
Vediamo ora alcuni cenni biografici tratti dall’apposita sezione del sito.
Oddo nasce a Città Sant’Angelo e ha
iniziato a giocare come professionista
nel Fiorenzuola in Serie C1, per poi
giocare negli anni successivi, sempre
nella stessa serie, nel Monza, nel Prato
e nel Lecco. Ha esordito in Serie B con
il Monza, con il Verona gioca i sui primi
due campionati in Serie A, ma è con
la Lazio dove ha avuto modo di porsi all’attenzione del maggior pubblico
ed esordire in Nazionale il 21 agosto
2002 nella partita persa per 1-0 contro
la Slovenia. Nel gennaio 2007 è acquistato dal Milan. Nell’agosto del 2008
passa in prestito con diritto di riscatto
alla squadra tedesca del Bayern Monaco, dove già militava il suo compagno di
Nazionale Luca Toni. Successivamente
rientra nelle fila del Milan.
Lo spazio internet di Massimo Oddo è
ricco di informazioni e materiale fotografico, il tutto confezionato con mae-
stria e proposto in una gradevole veste
grafica. La navigazione tra i vari menù
del sito è veloce ed intuitiva, grazie ad
una ben congeniata struttura “a pioggia”. Tra le sezioni che meritano particolare attenzione citiamo quella dedicata alle news, aggiornate con frequenza
regolare ed utili per conoscere tutte le
novità su Oddo, sull’andamento del Milan e sulla nazionale italiana. La gallery
del sito è molto nutrita, ricca di scatti di Massimo in azione sul campo da
gioco. Una menzione particolare per lo
spazio “fuori dal campo”, un profondo
e dettagliato sguardo sull’uomo indissolubilmente legato al calciatore che costituisce la persona di Massimo Oddo.
Questa dicotomia trova la sua massima
espressione nell’associazione Massimo
Oddo Onlus, nata con l’intento di portare aiuto ai più deboli e già concretizzatasi in molteplici iniziative benefiche.
www.alessandrorosina.it
Alessandro Rosina è un attaccante italiano in forze allo Zenit San Pietroburgo. Attaccante, trequartista di indubbio
talento, Alessandro Rosina è cresciuto
calcisticamente nelle giovanili del Parma
sin dall’età di nove anni. Nato a Belvedere Marittimo in provincia di Cosenza,
Rosina si allena e gioca con costanza e
dedizione a tal punto che il suo nome fa
presto ad essere inserito sui taccuini di
diversi osservatori di club blasonati, tra
i quali la Juventus. La società bianconera crede fortemente in Alessandro, ma
il papà preferisce, come già citato, cedere alle lusinghe del Parma. È il 16 febbraio del 2003 quando Prandelli, all’ 84
di un Parma-Juventus (terminato 1-2),
lo lancia per la prima volta nella mischia
inserendolo al posto del giapponese
Nakata. Rosina si segnala subito per
vivacità e intraprendenza. Successivamente, nel mese di maggio, in occasione della gara interna contro il Piacenza,
Alessandro gioca 45 minuti da applausi. Entrato in campo dal primo minuto
del secondo tempo, confeziona due
assist spettacolari e trascina i gialloblù
in una insperata rimonta (dallo 0-2 al
3-2). Prandelli lo rimanda in campo da
titolare all’ultima di campionato, ed è
ancora un successo: 0-2 per il Parma ad
Empoli. Rosina chiude al meglio questa
sua prima stagione tra i professionisti,
segnalandosi come uno dei giovani più
promettenti del campionato italiano di
serie A. Questi dati sono tratti direttamente dalla sezione biografica del sito
internet di Alessandro Rosina, fonte
di informazioni e materiale foto/video
sull’attaccante italiano particolarmente
preziosa e comoda da consultare.
La pagina ufficiale del trequartista cosentino contiene molto altro: i patiti
delle statistiche, ad esempio, troveranno pane per i loro denti, mentre i tifosi
hanno a disposizione un vivace forum
ove scambiare le proprie opinioni. La
grafica del sito è lineare e gradevole,
giocata sui colori sociali dello Zenit San
Pietroburgo (ovvero azzurro tenue e
bianco). La galleria fotografica del sito
è realizzata con cura e ricca di scatti,
mentre la colonna destra dell’homepage ospita una serie di simpatici gadget
come sfondi da scaricare per il desktop.
Non manca la possibilità di scrivere una
mail annullando di fatto la distanza tra
tifoso e giocatore.
31
sfogliando
di Nicola Bosio
frasi, mezze frasi, motti, credi proclamati come
parabole, spesso vere e proprie “poesie”
Alle volte il calcio p
diverte di più
Marcello Lippi
C.T. Nazionale
“Ma cos’è questa crisi…”
La crisi economica sta rinsavendo il
mondo del calcio, riportandolo coi
piedi per terra e rendendolo più
sano. La crisi economica ha fatto
emergere la volontà di tanti dirigenti, la quasi totalità, di ridimensionare
questo giocattolo. Ridimensionare
significa non buttare via, non spendere cifre esagerate per andare a
comprare determinati giocatori e
dover, di conseguenza, dare loro un
ingaggio adeguato, per poi adeguare
quelli degli altri che non vogliono essere da meno. È questo che poi fa
lievitare i costi.
Ho litigato con allenatori. Succede. Anche
con giornalisti. Ma finisce il giorno stesso:
ognuno difende le sue convinzioni, ci si
manda a quel paese e l’indomani si prende un caffè assieme. Marcello Lippi (C.T.
Nazionale) Abbassare i costi è diventata
una esigenza vitale. L’unica via di uscita è
rappresentata dalla cessione dei giocatori
più appetibili sul mercato e dalla capacità
di reinvestire sul vivaio. Salvatore Campilongo (Empoli) Il calcio non è un business,
i presidenti di certo non ci fanno molti
soldi. Negli anni i debiti si accumulano
finché diventa inevitabile sacrificare i pezzi migliori. Alessandro Nesta (Milan) Fuo-
32
ri dall’Italia non mi sono mai vergognato
di essere italiano, mi sono vergognato in
Italia. Marcello Lippi (C.T. Nazionale) In
Italia esiste troppa pressione e chi può si
dirige verso campionati dove si vive meglio il calcio durante la settimana. Daniele Galloppa (Parma) Preferisco il calcio
inglese a quello italiano. Meno pressioni,
più lavoro, e stadi migliori. Quelli italiani
sono vecchi, con barriere e tanta polizia.
Qui c’e’ più rispetto per il tecnico e i giocatori. In Italia sei costantemente sotto
esame. Carlo Ancelotti (Chelsea) Il calcio tedesco è molto più fisico e atletico:
sono fenomeni tutta grinta. Però in un
anno io non ho mai fatto un allenamento
tattico. Cristian Zaccardo (Parma) Il calcio italiano sta peggiorando e se avessimo avuto l’organizzazione degli Europei
ci sarebbe stata almeno l’occasione per
migliorare gli stadi. Ma il nostro calcio
ha ancora delle qualità e dobbiamo invogliare la gente a continuare a seguirlo. Alessandro Nesta (Milan) Mi sono
venuti presto i capelli bianchi: vuol dire
che sono nato per fare l’allenatore. Giuseppe Papadopulo (Bologna) L’allenatore deve togliersi al più presto possibile
i panni del calciatore. Le sensazioni che
ti regala il campo sono completamente
diverse da quelli che provi gestendo il
gruppo. Salvatore Campilongo (Empoli)
Un allenatore è sempre sotto pressione, perché per il ruolo che ricopre tutti
vogliono dimostrare che non ha ragione.
Leonardo (Milan) I giovani vanno aiutati.
Se metti loro pressione puoi ritardarne la crescita. Claudio Ranieri (Roma)
Noi siamo l’unica nazione al mondo che
ha quattro quotidiani sportivi, per non
parlare poi dello spazio che quelli politici danno al calcio. Marcello Lippi (C.T.
Nazionale) Se c’è allegria, anche il rendimento in campo ne risente. Ronaldinho
(Milan) Quando sei abituato a giocare
per vincere, se te la giochi solo un po’, il
rendimento scade. Gianluigi Buffon (Ju-
ventus) Le vittorie aiutano. Angelo Palombo (Sampdoria) Le grandi delusioni
professionali aiutano a maturare. Salvatore Campilongo (Empoli) Dalle batoste
si riparte più forti. Andrea Pirlo (Milan)
Con tutti rispetto per i soldi, nella vita
ci sono cose impagabili. Gianluigi Buffon
Esteban Cambiasso
centrocampista dell’Inter
“Razzismo, che fare? (1)”
Sui cori razzisti non spetta ai giocatori prendere certe decisioni. Possiamo sì andarcene dal campo, ma poi
bisognerebbe fare i conti con le possibili conseguenze in materia di ordine
pubblico. Se in un derby ci sono 80
mila persone e tu te ne vai, fuori potrebbero esserci grossi problemi.
(Juventus) Uno stipendio si decide, si
alza o si riduce di comune accordo con
la società. Andrea Pirlo (Milan) Un grande calciatore deve essere prima di tutto
un uomo vero. Coraggioso, tutto d’un
pezzo. Mathieu Flamini (Milan) Il calciatore è come il marito cornuto: è l’ultimo
a sapere. Gianluigi Buffon (Juventus) Io
penso a fare bene il mio lavoro, e il mio
lavoro è fare gol. Il calcio per me è la
sfogliando
parlato
del calcio giocato
vita, è tutto. Alexandre Pato (Milan) Il
gol è un attimo: quando cambi idea o ti
fermi a pensare, non segni più. Leonardo
(Milan) Il calcio è un gioco fisico, non si
può prescindere dal contatto, dal duello.
Io personalmente paragono un bel takle
a un assist o, addirittura, ad un gol. Ma-
Cesare Prandelli
allenatore della Fiorentina
“Razzismo che fare? (2)”
Quando sento certi cori provo imbarazzo ad essere lì. Vorrei che un giorno, dopo un coro razzista o offensivo,
i giocatori smettessero di giocare e la
partita finisse lì. Non possiamo svegliarci solo quando muore qualcuno.
Altrimenti diventiamo tutti complici.
Piangere dopo non serve a nessuno.
Piangere dopo non cambia niente.
thieu Flamini (Milan) Il calcio ha la memoria corta: ieri non conta, conta solo
quello che accade oggi. Samuel Eto’o
(Inter) Penso che un calciatore moderno
debba avere un repertorio vasto e completo e debba essere più decisivo possibile. Mathieu Flamini (Milan) Ti alleni e
lavori, sudi tutta la settimana e poi gioca
chi merita. Se sto bene posso giocarmela con tutti, ma se segno il merito è di
tutti i miei compagni. Vincenzo Iaquinta (Juventus) Quando si perde la colpa
non è solo di un reparto, ma dell’insieme. Emiliano Moretti (Genoa) Non si
può imputare ad un solo reparto una
sconfitta. Ormai nel calcio di oggi non
si può ragionare a compartimenti stagni.
Luciano Zauri (Sampdoria) Gli schemi a
volte mortificano le caratteristiche dei
giocatori. Salvatore Campilongo (Empoli) Dire no è come dire sì. Devi farlo, se
hai un ruolo che ti obbliga a scegliere.
Marcello Lippi (C.T. Nazionale) Di sicuro
non temo i confronti: nel calcio non si
può avere paura di nulla. Samuel Eto’o
(Inter) Lasciare qualcuno in panchina è
spiacevole, non difficile. Ecco perché gli
allenatori chiedono l’allargamento delle
panchine: per coinvolgere più giocatori
possibile. Marcello Lippi (C.T. Nazionale) Quando il morale è alto non si deve
stare tranquilli, perché poi quando cadi ti
fai male. Gestiamo con intelligenza i momenti positivi, perché poi arriveranno
quelli negativi. Ciro Ferrara (Juventus)
Quando inizi un lavoro, devi avere la pazienza di saper gestire i momenti negativi. Il calcio è anche fatto di brutte partite
e di sconfitte, ma io preferisco sempre
pensare alle cose positive. Walter Zenga
(Palermo) Quando si perde una partita è
un bene che si torni a giocare dopo tre
giorni. Emiliano Moretti (Genoa) Quando si gioca ogni tre giorni, cambiare è necessario. Gian Piero Gasperini (Genoa)
Aver giocato a calcio a certi livelli aiuta
a capire: non il fatto tecnico, ma le dinamiche psicologiche. Quel che succede
quando si vince o si perde. Marcello Lippi
(C.T. Nazionale) Solo il campo stabilisce
se è vero quello che è scritto sulla carta. Ciro Ferrara (Juventus) I giornalisti
scrivono troppe cattiverie. Comunque
quando mi danno per morto mi portano
fortuna. Alessandro Nesta (Milan) Come
in tutte le categorie, anche tra gli opinionisti c’è il buono e il cattivo. Sicuramente
non sono tutti preparati. C’è parecchio
di buono, ma anche parecchio di cattivo.
Marcello Lippi (C.T. Nazionale) Il pallone
in area avversaria non ci arriva per conto
suo. Walter Zenga (Palermo) Da allenatore non mi va che si parli di un solo giocatore per spiegare cosa non va. Walter
Zenga (Palermo) I complimenti sinceramente fanno piacere, ma non danno
punti in classifica. Massimiliano Allegri
(Cagliari) In Italia per toglierti un’etichetta di dosso deve accadere l’apocalisse.
Di fatto uno è marchiato a vita. Antonio
Cassano (Sampdoria) A volte nel calcio
basta un episodio per cambiare indirizzo
alla partita. Luciano Zauri (Sampdoria)
Andare in svantaggio non significa perdere. Puoi andare sotto e poi vincere.
Julio Cesar Leon (Torino)
Ciro Ferrara
allenatore della Juventus
“Ai mie tempi…”
Una volta esisteva un rapporto diverso tra stampa e calciatore, tra
calciatore e tifoso. C’erano meno
soldi, meno tv, meno interessi. Il
problema non è il progresso, ma
tutto questo ha fatto perdere la giusta dimensione. Ci sono ragazzi che
dopo la prima in serie A chiedono
ingaggi stratosferici e c’è chi li vuole
subito in Nazionale. Ai miei tempi ne
dovevi fare di partite per arrivarci.
33
tempo libero
musica
libreria
Laruffa Editore
Un carcere nel pallone
di Francesco Ceniti – 220 pagine - € 15,00
Nel carcere milanese di Opera nasce nel 2003 una squadra di calcio
formata interamente da detenuti. Il gruppo si dà un assetto professionale, con tanto di allenatore dal passato calcistico di un certo rilievo e
si iscrive a un torneo ufficiale della FIGC, seppure al gradino più basso,
la Terza categoria.
Della vicenda arriva ad occuparsene anche la televisione, seguendo il cammino del Free
Opera attraverso l’innovativa trasmissione Sfide. La compagine dei detenuti vince il campionato ed è promossa in Seconda categoria. Con loro si allena un giornalista appassionato di calcio, dalla grande sensibilità umana e sociale. Quasi ogni giorno entra ed
esce dal carcere, ne respira angosce e speranze. Si chiama Francesco Ceniti. È l’autore
del libro che vanta la prefazione di Candido Cannavò. Un libro che verte sulle grandi
potenzialità dello sport come mezzo efficace per il reinserimento sociale dei detenuti,
come occasione per rinforzare l’autostima di chi è caduto nel girone dei reietti, come
possibilità di riscatto per chi ha voglia di rifarsi una vita.
Edizioni Piemme
Tutta colpa di Paolo Rossi
di Beppe Di Corrado – 222 pagine - €14,50
Sono le 23.47 del 9 luglio 2006. Berlino. Fabio Cannavaro alza la coppa
del mondo. L’Italia vince con dietro un Paese sconvolto dall’inchiesta sul
pallone truccato, sulle partite addomesticate, sugli arbitri telecomandati. Dovrebbe essere una vittoria meravigliosa, ma l’euforia collettiva
dura poco, c’è nell’aria una strana sensazione, traducibile in un pensiero: «Però nel 1982 fu più bello».
Eccoci qua: Paolo Rossi, Bruno Conti, Dino Zoff, Enzo Bearzot. La retorica degli eroi scoloriti. Il ricordo, la malinconia, la nostalgia. Il peggiore dei mali del calcio: credere che ieri
sia sempre meglio di oggi, illudendosi che il passato sia senza macchia e quindi più degno
di essere ricordato.
Contro la tentazione di lasciarsi andare alla nostalgia, basta andare indietro nel tempo e
constatare, senza falsi pudori, che Moggi e Calciopoli sono figli di atteggiamenti che affondano le radici negli anni ’70 e che si sono diffusi nei decenni successivi.
Questo libro è una storia personale, e forse anche collettiva. Aneddoti, curiosità, numeri,
personaggi. È il racconto di quasi trent’anni di football moderno, a colori e in diretta. È un
viaggio nel cuore del pallone e dei suoi protagonisti, un tuffo nei suoi segreti e nelle sue
passioni. Per chi non smette di credere che il fascino del calcio non tramonterà mai.
Rizzoli Editore
Ultimo stadio
di Michele Monina – 247 pagine - €17,00
112 pagine – €25,00
“Ultimo stadio” affronta il mondo degli ultra del calcio partendo dai due
fatti di cronaca del 2007 che hanno riempito le prime pagine dei giornali:
l’omicidio dell’ispettore Filippo Raciti a Catania e l’uccisione del tifoso
laziale Gabriele Sandri da parte di un poliziotto in un autogrill vicino ad Arezzo. Senza
mai abbandonare la cronaca, ma con uno stile da new journalism che utilizza abilmente gli
strumenti della fiction, Monina ci presenta il mondo del tifo organizzato raccontando la
curva dal punto di vista di chi la anima, senza filtri e senza giudizi, mescolando interviste
a scene vissute.
34
Muse
The Resistance
Registrato in Italia (con un’orchestra di 40 elementi) lo scorso anno
e prodotto dalla stessa band, è uscito l’11 settembre (data non casuale)
“The Resistance”, quinto album dei
Muse, band inglese capitanata da
Matt Bellamy. Il trio di Teignmouth
(paesino nel Devonshire dove sono
nati), ha scelto la pace del Lago di
Como per concepire il nuovo lavoro, ispirato dalla musica classica di
Chopin, dal saggio di Nicholas Taleb
“Il cigno nero”, dal penultimo G20
di Londra, dalla resistenza underground del libro “1984” di George
Orwell e dall’erba del mitico stadio
di Wembley.
“The Resistance” celebra in qualche
modo i 10 anni di attività dei Muse (il
primo album, Showbiz, vide la luce
nel 1999 anche se la band è attiva da
17 anni), ed è totalmente diverso da
quanto era stato fin qui pubblicato:
11 brani che si smarcano dalla formula degli ultimi successi, influenzati
dall’r&b contemporaneo, con una
prima parte orecchiabile ed una seconda che ha una svolta decisa verso
la musica classica. Chitarre taglienti
messe un po’ da parte, più spazio al
basso, pianoforte “pulito” a discapito delle tastiere “synth” e Matt
Bellamy un po’ meno “acuto” rispetto al passato. Un esperimento ben
riuscito da parte di un gruppo che
certamente rimane tra i più interessanti del filone “rock” odierno, che è
riuscito a mettere d’accordo rapper
e metallari, che continua a rinnovarsi
e che non ha ceduto alla tentazione
di commercializzarsi.
C
LE P OLLEZIO
CARODTENTIS NA
SPEC SIME
IALI