Dimenticai chi ero… la speranza di Hany

Transcript

Dimenticai chi ero… la speranza di Hany
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DIMENTICAI CHI ERO…
LA SPERANZA DI HANY
Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo
Associazione di Enti Locali per l’Educational e la Cultura - Ente Formatore per Docenti
Istituzione Promotrice della Staffetta di Scrittura Bimed/Exposcuola in Italia e all’Estero
Partendo dall’incipit di Karim Metref e con il coordinamento dei propri
docenti, hanno scritto il racconto gli studenti delle scuole e delle
classi appresso indicate:
Liceo Scientifico “E. Vittorini” di Napoli – classe IVH
Liceo scientifico “G. Siani” di Aversa (CE) - classi IV/VD - IVF
Liceo Scientifico “Andrea Bafile” L’Aquila (AQ) – classe IVF
Liceo Scientifico “Marie Curie” di Pinerolo (TO) – classe VBNR
IIS “Carlo Ubertini” DI Caluso (TO) – classi IVA/B
I.P.S.A.R. “Ten M. Pittoni” di Pagani (SA) – classi VA/VB
IPSSAR “U. Tognazzi” di Velletri (RM) – classi VA ristorazione – VA ricevimento
Liceo Statale “P. E. Imbriani” di Avellino – classe IV DL
ISIS “V. Cuoco - O. Fascitelli” di Isernia – gruppo misto
Istituto Liceale “Matilde Canossa” di Reggio Emilia – classe VD
Editing a cura di: Alfonso Tramontano Guerritore
Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo Associazione di Enti Locali
Ente Formatore per docenti accreditato MIUR
Il racconto è pubblicato in seno alla Collana dei Raccontiadiecimilamani
Staffetta Bimed/Exposcuola 2013
La pubblicazione rientra tra i prodotti del Percorso di Formazione per Docenti “La Scrittura
Strumento indispensabile di evoluzione e civiltà” II livello. Il Percorso di Formazione è promosso
dal MIUR Dipartimento per l’Istruzione Direzione Generale per il Personale Scolastico Ufficio
VI e si organizza in interazione con l’Istituto Comprensivo “A. De Caro” di Lancusi/Fisciano (SA)
Direzione e progetto scientifico
Andrea Iovino
Monitoraggio dell’azione
e delle attività formative collegate
Maurizio Ugo Parascandolo
Responsabili di Area per le comunicazioni, il
coordinamento didattico, l’organizzazione
degli Stages, le procedure e l’interazione con
le scuole, le istituzioni e i fruitori del Percorso
di Formazione collegato alla Staffetta 2013
Linda Garofano
Marisa Coraggio
Andrea Iovino
Area Nord
Area Centro
Area Sud
Segreteria di Redazione
e Responsabile delle procedure
Giovanna Tufano
Staff di Direzione
e gestione delle procedure
Angelo Di Maso, Adele Spagnuolo
Responsabile per l’impianto editoriale
Alfonso Tramontano Guerritore
Grafica di copertina:
Valentina Caffaro Rore, Elisa Costanza
Giuseppina Camurati, Iulia Dimboiu, Giulia
Maschio, Giulio Mosca, Raffaella Petrucci,
Dajana Stano, Angelica Vanni - Studenti
del Corso di Grafica dell’Istituto Europeo
di Design di Torino, Docente Sandra Raffini
Impaginazione
Bimed Edizioni
Relazioni Istituzionali
Nicoletta Antoniello
Piattaforma BIMEDESCRIBA
Gennaro Coppola
Amministrazione
Rosanna Crupi
I libretti della Staffetta non possono essere in alcun modo posti in distribuzione Commerciale
RINGRAZIAMENTI
I racconti pubblicati nella Collana della
Staffetta di Scrittura Bimed/ExpoScuola
2013 si realizzano anche grazie al contributo erogato in favore dell’azione dai
Comuni che la finanziano perché ritenuta
esercizio di rilevante qualità per la formazione delle nuove generazioni. Tra gli
Enti che contribuiscono alla pubblicazione della Collana Staffetta 2013 citiamo: Siano, Bellosguardo, Pisciotta,
Cetara, Pinerolo, Moncalieri, Susa, SaintVincent, Castellamonte, Torre Pellice, Castelletto Monferrato, Forno Canavese,
Rivara, Ivrea, Chivasso, Cuorgnè, Santena, Agliè, Favignana, Lanzo Torinese. Si
ringrazia, inoltre, il Consorzio di Solidarierà Sociale “Oscar Romero” di Reggio
Emilia, Casa Angelo Custode di Alessandria, Società Istituto Valdisavoia s.r.l. di
Catania, Associazione Culturale “Il Contastorie” di Alessandria, Fondazione
Banca del Monte di Rovigo.
La Staffetta di Scrittura riceve un rilevante contributo per l’organizzazione
degli Eventi di presentazione dei Racconti 2013 dai Comuni di Bellosguardo,
Moncalieri, Ivrea, Salerno, Pinerolo, Saint
Vincent, Procida e dal Parco Nazionale
del Gargano/Riserva Naturale Marina
Isole Tremiti.
Si coglie l’occasione per ringraziare i tantissimi uomini e donne che hanno operato
per il buon esito della Staffetta 2013 e
che nella Scuola, nelle istituzioni e nel
mondo delle associazioni promuovono
l’interazione con i format che Bimed annualmente pone in essere in favore delle
nuove generazioni. Ringraziamenti e
tanta gratitudine per gli scrittori che annualmente redigono il proprio incipit per
la Staffetta e lo donano a questa straordinaria azione qualificando lo start up
dell’iniziativa. Un ringraziamento particolare alle Direzioni Regionali Scolastiche
e agli Uffici Scolastici Provinciali che si
sono prodigati in favore dell’iniziativa. Infine, ringraziamenti ossequiosi vanno a S.
E. l’On. Giorgio Napolitano che ha insignito la Staffetta 2013 con uno dei premi
più ambiti per le istituzioni che operano
in ambito alla cultura e al fare cultura, la
Medaglia di Rappresentanza della Repubblica Italiana giusto dispositivo Prot.
SCA/GN/0776-8 del 24/09/2012.
Partner Tecnico Staffetta 2013
Si ringraziano per l’impagabile apporto
fornito alla Staffetta 2013:
i Partner tecnici
UNISA – Salerno, Dip. di Informatica;
Istituto Europeo di Design - Torino;
Cartesar Spa e Sabox Eco Friendly
Company;
ADD e EDT Edizioni - Torino;
il partner Must
Certipass, Ente Internazionale Erogatore
delle Certificazioni Informatiche EIPASS
By Bimed Edizioni
Dipartimento tematico della Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo
(Associazione di Enti Locali per l’Educational e la Cultura)
Via della Quercia, 64 – 84080 Capezzano (SA), ITALY
Tel. 089/2964302-3 fax 089/2751719 e-mail: [email protected]
La Collana dei Raccontiadiecimilamani 2013 viene stampata in parte su
carta riciclata. È questa una scelta importante cui giungiamo grazie al contributo di autorevoli partner (Sabox e Cartesar) che con noi condividono il
rispetto della tutela ambientale come vision culturale imprescindibile per chi
intende contribuire alla qualificazione e allo sviluppo della società contemporanea anche attraverso la preservazione delle risorse naturali. E gli alberi sono
risorse ineludibili per il futuro di ognuno di noi…
Parte della carta utilizzata per stampare i racconti proviene da station di
recupero e riciclo di materiali di scarto.
La Pubblicazione è inserita nella collana della Staffetta di Scrittura
Bimed/Exposcuola 2012/2013
Riservati tutti i diritti, anche di traduzione, in Italia e all’estero.
Nessuna parte può essere riprodotta (fotocopia, microfilm o altro mezzo)
senza l’autorizzazione scritta dell’Editore.
La pubblicazione non è immessa nei circuiti di distribuzione e commercializzazione e rientra tra i prodotti formativi di Bimed destinati
unicamente alle scuole partecipanti l’annuale Staffetta di Scrittura
Bimed/ExpoScuola.
PRESENTAZIONE
dedicato alle maestre e ai maestri
… ai professori e alle professoresse,
insomma, a quell’esercito di oltre mille
uomini e donne che anno dopo anno
ci affiancano in questo esercizio
straordinario che è la Staffetta, per
il sottoscritto, un miracolo che annualmente si ripete. In un tempo in cui
non si ha la consapevolezza necessaria a comprendere che dietro un
qualunque prodotto vi è il fare dell’essere che è, poi, connotativo della
qualità di un’esistenza, la Staffetta è
una esemplarità su cui riflettere. Forse,
la linea di demarcazione che divide i
nativi digitali dalle generazioni precedenti non è nel fatto che da una
parte vi sono quelli capaci di sentire
la rete come un’opportunità e dall’altra quelli che no. Forse, la differenza è
nel fatto che il contesto digitale che
sempre di più attraversa i nostri giovani porta gli individui, tutti, a ottenere delle risposte senza la necessità
di porsi delle domande. Così, però, è
tutto scontato, basta uno schermo a
risolvere i nostri bisogni… Nel con-
tempo, riflettere sul senso della nostra
esistenza è sempre meno un bisogno
e il soddisfacimento dei bisogni ci appare come il senso. Non è così, per
l’uomo, l’essere, non può essere così.
Ritengo l’innovazione una delle più rilevanti chiavi per il futuro e, ovviamente, non sono contrario alle LIM, a
internet e ai contesti digitali in generale, sono per me un motore straordinario e funzionale anche per la
relazione tra conoscenza e nuove
generazioni, ma la conoscenza è
altro, non è mai e in nessun caso l’arrivo, l’appagamento del bisogno…
La conoscenza è nella capacità di
guardare l’orizzonte con la curiosità, il
piacere e la voglia di conquistarlo,
questo è! Con la staffetta il corpo docente di questo Paese prova a rideterminare una relazione con l’orizzonte,
con quel divenire che accomuna e
unisce gli uomini e le donne in un afflato di cui è parte integrante il compagno di banco ma, pure, il coetaneo
che a mille chilometri di distanza ac-
coglie la tua storia, la fa sua e continua il racconto della vita insieme a
te… In una visione di globalizzazione
positiva. Tutto questo ci emoziona
anche perché è in questo modo che
al bisogno proprio (l’egoismo patologico del nostro tempo), si sostituisce il
sogno di una comunità che attraverso
la scrittura, insieme, evolve, cresce, si
migliora. E se è vero come è vero che
appartiene alla nostra natura l’essere
parte di una comunità, la grande
scommessa su cui ci stiamo impegnando è proprio nel rideterminare
con la Staffetta una proficua interazione formativa tra l’innovazione e la
cultura tipica dei tanti che nell’insegnare hanno trovato… il senso.
Dedico questo breve scritto ai docenti ma vorrei che fossero i genitori e
gli studenti, gli amministratori e le imprese, la comunità e l’attorno, a prendere consapevolezza del fatto che è
proprio ri/partendo dalla Scuola che
potremo determinare l’evoluzione e la
qualificazione del nostro tempo e
dello spazio in cui viviamo. Diamoci
una mano, entriamo nello spirito della
Staffetta, non dividiamo più i primi
dagli ultimi, i sud dai nord, i potenti
dai non abbienti…
La Staffetta è, si, un esercizio di scrittura che attraversando l’intero impianto curriculare qualifica il contesto
formativo interno alla Scuola e, pure,
l’insieme che dall’esterno ha relazione
organica e continuativa con il fare
Scuola, ma la Staffetta è, innanzitutto,
un nuovo modo di esprimersi che enuclea nella possibilità di rendere protagonisti quanti sono in grado di
esaltare il proprio se nel confronto,
nel rispetto e nella comunanza con
l’altro.
Andrea Iovino
L’innovazione e la Staffetta: una opportunità per la Scuola
italiana.
Quando Bimed ci ha proposto di
operare in partnership in questa importante avventura non ho potuto far a
meno di pensare a quale straordinaria
opportunità avessimo per sensibilizzare un così grande numero di persone sull’attualissimo, quanto per molti
ancora sconosciuto, tema di “innovazione e cultura digitale”.
Sentiamo spesso parlare di innovazione, di tecnologia, di Rete e di 2.0,
ma cosa sono in realtà e quali sono le
opportunità, i vantaggi e anche i pericoli che dal loro utilizzo possono derivare?
La Società sta cambiando e la
Scuola non può restare ferma di
fronte al cambiamento che l’introduzione delle nuove tecnologie ha
portato anche nella didattica: cambia il metodo di apprendimento e
quello di insegnamento non è che una
conseguenza naturale e necessaria
per preparare gli “adulti di domani”.
Con il concetto di “diffusione della
cultura digitale” intendiamo lo svi-
luppo del pensiero critico e delle
competenze digitali che, insieme all’alfabetizzazione, aiutano i nostri ragazzi
a districarsi nella giungla tecnologica
che viviamo quotidianamente.
L’informatica entra a Scuola in modo
interdisciplinare e trasversale: entra
perché i ragazzi di oggi sono i “nativi
digitali”, sono nati e cresciuti con tecnologie di cui non è più possibile ignorarne i vantaggi e le opportunità e
che porta inevitabilmente la Scuola a
ridisegnare il proprio ruolo nel nostro
tempo.
Certipass promuove la diffusione della
cultura digitale e opera in linea con le
Raccomandazioni Comunitarie in materia, che indicano nell’innovazione e
nell’acquisizione delle competenze digitali la vera possibilità evolutiva del
contesto sociale contemporaneo.
Poter anche soltanto raccontare a
una comunità così vasta com’è quella
di Bimed delle grandi opportunità che
derivano dalla cultura digitale e dalla
capacità di gestire in sicurezza la re-
lazione con i contesti informatici, è di
per sé una occasione imperdibile. Premesso che vi sono indagini internazionali da cui si evince l’esigenza di
organizzare una forte strategia di ripresa culturale per il nostro Paese e
considerato anche che è acclarato il
dato che vuole l’Italia in una condizione di regressione economica proprio a causa del basso livello di
alfabetizzazione (n.d.r. Attilio Stajano,
Research, Quality, Competitiveness.
European Union Technology Policy for
Information Society II- Springer 2012)
non soltanto di carattere digitale, ci è
apparso doveroso partecipare con
slancio a questo format che opera
proprio verso la finalità di determinare
una cultura in grado di collegare la
creatività e i saperi tradizionali alle
moderne tecnologie e a un’idea di digitale in grado di determinare confronto, contaminazione, incontro,
partecipazione e condivisione… I
docenti chiamati a utilizzare una piattaforma telematica, i giovani a inventarsi un pezzo di una storia che poi
vivono e condividono grazie al web
con tanti altri studenti che altrimenti,
molto probabilmente, non avrebbero
mai incontrato e, dulcis in fundo, le
pubblicazioni…
Il libro che avrete tra le mani quando
leggerete questo scritto è la prova
tangibile di un lavoro unico nel suo
genere, dai tantissimi valori aggiunti
che racchiude in sé lo slancio nel liberare futuro collegando la nostra storia,
le nostre tradizioni e la nostra civiltà
all’innovazione tecnologica e alla
cultura digitale. Certipass è ben lieta
di essere parte integrante di questo
percorso, perché l’innovazione è cultura, prima che procedimento tecnologico.
Il Presidente
Domenico PONTRANDOLFO
INCIPIT
KARIM METREF
Hany spense il computer, si coprì la faccia con le mani e si chinò in avanti fino ad
appoggiare i gomiti sulle ginocchia. Tre singhiozzi lo scossero violentemente e poi
dal profondo del suo corpo si sprigionò un pianto. Un pianto rumoroso, violento,
liberatorio, che lo faceva vibrare come fosse un motore a scoppio. Aveva capito
d’un colpo di aver sbagliato tutto. Il mondo gli era passato accanto durante
tutti i primi anni della sua giovane vita e lui non l’aveva mai visto. Aveva vissuto
in un mondo parallelo, superficiale, fasullo... Una parodia della vita riservata a
pochi privilegiati: una gabbia d’oro... Una gabbia!
Entrai in contatto con Hany, qualche anno fa, tramite Melissa, una mia giovanissima cugina di quarto grado. L’ultima immagine di Melissa che mi rimane in mente
è quella di una bimba di due anni bionda e paffutella, sempre sorridente, trascinata da sua madre per le strade del nostro paesino di montagna, nel nord dell’Algeria. La mamma non aveva dove lasciarla e quindi se la portava il mattino
presto al lavoro e poi se la riportava a casa a fine turno, verso le tre del pomeriggio. Passava Melissa davanti a casa nostra e salutava: «Buongiolno». E noi la
salutavamo con gioia: «Ciao Melissa. Dove vai così?» La risposta era sempre la
stessa: «Al lavolo».
Ricordi di tanti anni fa. Ricordi di un’altra vita. Ricordi che vanno a nascondersi
nei meandri della nostra coscienza, che non ricordiamo di ricordare, finché, d’un
colpo, vengono a galla all’occasione di un incontro improvviso.
Fu uno di quelli incontri “moderni”, sulla rete. Stavo su facebook quando arrivò
un «Ciao». In genere si comincia così.
«Ciao Melissa. Abbiamo lo stesso cognome. Sei una parente?»
«Non lo so. Io sono originaria di...»
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In poche battute scoprii che la piccola Melissa era diventata una bella ragazza
di 24 anni, che non andava più al “lavolo” ma all’università. E da lì, la nostra relazione “facebookiana” continuò in modo normale. Qualche saluto ogni tanto,
qualche “mi piace”, qualche commento...
Fino al giorno in cui vidi un’ accesa discussione tra lei e Hany, un ragazzo egiziano, che cominciava con un appello postato da quest’ultimo sulla sua bacheca.
«Venerdì, partita : Arab Contractors Vs J.S.Kabylia.
È l’ora della vendetta. Il sangue algerino deve scorrere».
Arab Contractors è una delle 3 grandi squadre del Cairo. La J.S. Kabylia è la
squadra della nostra città, Tizi Ouzou, in Algeria. Tra l’Algeria e l’Egitto la fase finale del torneo di selezione ai mondiali del 2010 fu drammatica. I due regimi entrambi in difficoltà misero molte speranze sul successo della propria nazionale di
calcio per calmare un po’ la rabbia dei propri popoli. Quando rimasero in finale
uno contro l’altro la stampa di regime da entrambe le parti fu sguinzagliata per
fomentare una vera e propria guerra tra popoli. Caccia all’algerino nelle strade
del Cairo e Caccia all’egiziano nelle strade di Algeri. Poi, poco a poco, passati
i mondiali, le acque si calmarono. Eravamo a settembre del 2010 e la stagione
calcistica riprendeva la sua normale attività. L’incontro annunciato da Hany era
una normale partita di Coppa della Caf (Confederazione Africana di Calcio).
Cominciai a cercare di ragionare con lui. Provai a spiegargli che sbagliavamo
a farci la guerra tra poveri, mentre i nostri due regimi ci tenevano nella povertà
e nell’ignoranza... Cominciai anche a curiosare nel suo profilo, nel suo blog personale... Scoprii che lui non era affatto povero. Faceva parte della gioventù dorata del Cairo. I suoi interessi erano il calcio, la squadra del cuore, il Zamalek del
Cairo, prima di tutto. Poi la musica, quella musica pop egiziana che scorre tutti i
giorni sui canali satellitari per giovani. Poi i vestiti, la moda... Poi basta.
Non riuscii in nessun modo a portarlo a ragionare sulla situazione del suo popolo.
Rifiutava qualsiasi argomento che avesse a che fare con la politica. Era pronto
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ad andare allo stadio a pestare il primo sfigato vestito con colori diversi dai
suoi, ma rifiutava di azzardare la minima critica sui governi dei nostri paesi. Pur essendo intelligente, Hany impediva al suo cervello di funzionare e si accontentava
di slogan e di soluzioni facili.
Finché un giorno la realtà lo prese a bastonate sulla testa. Andando in città a
comprarsi l’ennesimo paio di scarpe firmate, si imbatté nelle prime proteste di
piazza Tahrir...
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CAPITOLO PRIMO
Padri e figli
Setif, piccola località turistica sulle coste dell’Algeria, è una delle poche città
specializzate nella produzione di tappeti. I soldi girano con facilità fra un ristretto
gruppo di cittadini, mentre il resto della popolazione è in condizioni pessime.
Hany, giovane diciassettenne figlio di un grande industriale, nacque nel centro
del paese del Maghreb, prima di trasferirsi in Egitto con tutta la sua famiglia. Col
padre, Karim Maher, imprenditore tutto d’un pezzo, non c’era mai stato un rapporto affettivo intenso. I due erano diversi sotto molti aspetti. Karim era un uomo
energico e carismatico, che sembrava vivere al solo scopo di fare soldi. Hany,
ragazzo dai tratti mediterranei, riservato e riflessivo, era uno studente modello
che frequentava l’ultimo anno di un istituto tecnico. Si riconosceva a distanza
dalla sua folta capigliatura, scura e riccia, che nascondeva i grandi occhi marroni. Karim, più per un senso di colpa che per amore paterno, non aveva mai
fatto mancare niente a suo figlio. Hany non aveva fratelli ed anche per questo
era molto legato alla madre, Muna, che gli dedicava totale attenzione, colmando così l’assenza dell’altro genitore, preso dal lavoro. Per il suo carattere introverso Hany non aveva molti amici, tranne Alì, l’unico compagno conosciuto
sin dall’asilo. Alì apparteneva a una famiglia povera e viveva nella periferia del
Cairo. Nonostante la sua vita difficile era un ragazzo sempre disponibile con
tutti, accompagnato sempre da un velo di tristezza negli occhi. Anche se i due
si conoscevano da molti anni non avevano instaurato una vera e propria amicizia. Nonostante fossero diversi, avevano sempre avuto una scintilla comune, qualcosa che li legava in modo profondo, come un mondo segreto dove capirsi e
dialogare senza parole. Legati dalla passione per la fotografia, qualche volta
andavano in spiaggia per immortalare il momento della giornata che entrambi
preferivano: il tramonto.
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Padri e figli
Alì usava una vecchia polaroid compratagli dal padre a buon prezzo in un bazar
di periferia, mentre Hany portava sempre con sé un paio di fotocamere di ultima
generazione. Hany riguardava spesso le foto scattate insieme all’amico e, un
giorno, notò che il suo compagno indossava sempre gli stessi vestiti da tre settimane. Più osservava quegli scatti, più si chiedeva come avesse fatto a non accorgersene prima. Questo gli aprì gli occhi. Cosa sapeva lui veramente di Alì? E
cosa gli stava succedendo? I dubbi sfociarono presto in curiosità, soprattutto
quando una ragazza gli confermò quelle voci di corridoio che circolavano da
tempo. Il padre di Alì, come tanti altri abitanti della zona, si era trovato all’improvviso senza lavoro a causa della chiusura di una fabbrica. Ma la goccia che fece
traboccare il vaso fu l’assenza prolungata di Alì dalla scuola. Hany era preoccupato, non riusciva ad avere notizie del suo amico. Così iniziò delle ricerche via
web per capire qualcosa in più degli accadimenti nella regione, che potessero
in qualche modo aver coinvolto il padre del suo compagno di classe. Hany si trovava davanti al grande e sottile schermo del pc nella sua camera, una grande
stanza quadrata piena di poster e fotografie, illuminata soltanto da una soffusa
luce rossa in un angolo. Girovagando nella rete scoprì che le cose andavano
male per la popolazione dei paesi più interni, e molti blog spingevano i giovani
alla rivolta. Da alcuni mesi erano frequenti le manifestazioni di piazza, che non
sempre avevano un volto pacifico. In rete impazzavano vari video che incitavano sempre di più i giovani. Dicembre era quasi finito, ma il freddo non sembrava
raffreddare gli animi accesi dalla Primavera Araba. Hany restò scioccato in particolare dal video che mostrava il suicidio di un disoccupato, un poveraccio
datosi fuoco durante la fase più accesa di una manifestazione. Tra i commenti del
cronista risaltava un cognome: Munir. Lo stesso di Alì. Per un attimo, la stanza sembrò girare intorno ad Hany. Inizialmente non voleva crederci e provò a scacciare
quella specie di fortissimo dolore. Munir è un cognome molto diffuso in tutto il
mondo arabo, e quello che gli passò per la testa in quei lunghissimi istanti fu il
pensiero che fosse solo una coincidenza. Ma poi tutto tornò. Il nome era solo
Capitolo primo
19
l’ultimo tassello del puzzle. L’assenza di Alì da scuola e la sua somiglianza con
quell’uomo nel video non lasciavano spazio ad alcun dubbio. A distoglierlo dai
suoi tormenti ci pensò la cameriera che salì a chiamarlo per la cena. Fatte di
corsa tutte le scale, Hany arrivò nel grande salone dalle pareti dipinte di verde
dove trovò, già seduti a tavola, i genitori ad aspettarlo. La stanza era rettangolare e arredata in modo elegante, un mix di tradizione araba e particolari occidentali. La punteggiavano sui lati centinaia di candele verdi profumate di mela.
Sulle pareti c’erano grossi arazzi appartenenti da anni e anni alla famiglia Maher.
Dopo la preghiera, i genitori di Hany cominciarono a conversare.
«Avete sentito della manifestazione di inizio mese e dell’uomo che si è tolto la
vita?» chiese Hany.
«Veramente no…» rispose vaga la madre, per poi cambiare immediatamente discorso.
«Avevo pensato di trascorrere le vacanze di Capodanno a Istanbul, sai, per
staccare da tutto per un po’. Potremmo anche invitare i Badar e quei tuoi nuovi
soci, e se il tempo sarà buono, possiamo organizzare una festa… che ve ne
pare?» La domanda di Hany non lasciò tracce neanche per Karim, che non disse
niente. Rimase assente, chiuso in un suo pensiero qualunque, mentre Muna continuava a fantasticare sulle sue vacanze. Il discorso rimase nel vuoto, e Hany si
chiese perché la madre lo eludesse. Alla fine il ragazzo si arrese e restò in silenzio
per tutta la durata della cena, per poi ritornare in camera sua. Voleva capirne
di più. La mancata risposta della madre e la strana reazione del padre avevano
acceso i suoi interrogativi. Così continuò a cercare notizie su quel suicidio finché
non trovò in un articolo la ragione di quel comportamento strano. La fabbrica
chiusa di recente, per cui erano state organizzate le manifestazioni, apparteneva
a Karim Maher. Era la fabbrica di suo padre. La sorpresa fu un colpo incredibile,
un pugno nello stomaco. Hany era davvero sconvolto, il nome di suo padre rimbalzava da un network all’altro, i rivoltosi lo accusavano e lo volevano morto. I
blog non facevano sconti. Per loro quel suicidio era colpa di Karim. Migliaia di
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Padri e figli
commenti parlavano delle sue illegalità e perfidie commesse a scapito di quegli
operai. Lo definivano un ladro senza scrupoli, un assassino. Hany pianse. Le lacrime bollenti gli attraversavano le gote ancora intonse. Forse per la prima volta
nella sua giovane vita si ritrovava in balìa del dolore. Così solo non si era sentito
mai. Pianse e si rende conto di essere stato superficiale ed ingenuo. La propria
vita, che gli era sempre sembrata fantastica e naturale, aveva un risvolto scuro.
Come una grande e cieca illusione di felicità nel mezzo di un inferno in rivolta.
Karim era un uomo calcolatore, forse egoista, sempre freddo col figlio. Ma era
davvero spregevole come lo descrivevano i blog?
Hany era combattuto tra l’affetto che nutriva per il padre, nonostante ne riconoscesse i limiti, la chiusura di un uomo distante, e il volto in mutamento dell’Egitto,
scoperto nel web. Dentro di lui, nato in Algeria, appassionato di calcio, da sempre ultras della nazionale Egiziana fino a partecipare a durissimi scontri con i
tifosi avversari, crebbe la voglia di rendersi utile, la smania sfrenata di riscattarsi
dopo diciassette anni di agi. Voleva capire la sua strada, mentre la scuola e i
progetti per il futuro di colpo svanirono davanti alle foto di altri ragazzi come lui
che combattevano per un paese migliore. Provò pena per suo padre, stentava
ancora a credere che fosse un uomo perduto, cattivo. Provò pena per quelle famiglie povere che avevano perso le loro speranze insieme al lavoro. Provò pena
per Alì. Hany sentì di dover fare qualcosa. Ma che cosa?
Capitolo primo
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CAPITOLO SECONDO
La scoperta
Mille pensieri tormentarono le restanti ore di quella notte, priva di sonno e certezze. Nella mente di Hany restavano solamente le macerie delle sue false convinzioni, rase al suolo nelle ore precedenti. Le immagini che aveva visto lo
costrinsero ad una dolorosa e interminabile veglia. Le parole che aveva letto gli
tuonavano violente nella testa. Quando le prime luci dell’alba finalmente giunsero, Hany era già pronto. Doveva uscire di nascosto da quella casa per guardare con i propri occhi la triste realtà. Appena fuori, il freddo pungente del
mattino gli accarezzò il viso, profondamente solcato dall’inquietudine. Voltando
lo sguardo al cielo notò il fumo nero, proveniente dal centro della città, che si
innalzava minaccioso, oscurando l’alba.
Percorse correndo Talaat Harb, una delle vie principali del paese, che portava
in piazza Tahrir, infelice scenario delle manifestazioni dei giorni precedenti. Hany
ebbe l’impressione di camminare sui cavi di un ordigno, pronto ad esplodere da
un momento all’altro, nell’inquieta attesa di una nuova scintilla. La sua corsa
venne bruscamente interrotta quando inciampò in una figura rannicchiata all’ingresso della piazza. Sconvolto, pensò fosse un cadavere, ma avvicinandosi si
rese conto che quell’uomo non era del tutto morto. Era un corpo completamente
sfigurato, agonizzante, in bilico. Hany si allontanò sconcertato, mentre lo guardava esalare l’ultimo respiro. Alle sue spalle un negoziante, intento a spazzare
ciò che restava del suo esercizio, pronunciò come un rabbioso lamento.
«È già il terzo che vedo morire così… siano maledetti Maher e tutti i suoi compari…»
Alzò lo sguardo al resto della piazza e dinanzi ai suoi occhi si aprì uno scenario
che non avrebbe mai dimenticato. L’enorme piazza era immersa in una pozza di
sangue, coi corpi inermi privi di vita ai lati delle strade.
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La scoperta
Erano corpi bruciati come vecchie bambole, pedine mangiate da un avversario
troppo grande. Quando il sole cominciò ad illuminare la piazza, macabri particolari si fecero più evidenti agli occhi di Hany, che si ritrovò di fronte alle stesse
crude immagini che lo avevano assillato durante la notte. Hany si sentì pietrificare,
non riusciva a muovere un solo muscolo e il fiato gli si era mozzato in gola. Negli
orecchi risuonavano feroci le parole di quell’uomo accompagnate dall’eco del
suo cuore, coi battiti in preda alla furia. Quando riprese sensibilità, come un animale braccato, cominciò a divincolarsi in cerca di una via di fuga in quell’enorme
e desolata piazza. Si girò di scatto e prese a correre velocemente, come se
fosse inseguito da qualcuno o qualcosa. Nel petto del giovane Hany cresceva
un sentimento di repulsione verso suo padre, verso la società, ma soprattutto
verso se stesso, reso cieco dalle effimere necessità di cui sono piene le vite degli
adolescenti del suo ceto, fatte di lusso e desideri esauditi. Come spinto da quell’impulso d’avversità, sentì il bisogno di scappare da quella piazza e quasi inconsciamente si ritrovò sulla spiaggia che aveva fatto da sfondo alla sua amicizia.
Hany e Alì, semplici bambini che si rincorrevano, scattandosi foto, tra la sabbia
che si alzava e le onde che si infrangevano sugli scogli vicini. Su quella spiaggia
sembravano ancora riecheggiare le loro grida allegre, mascherate dal pesante
soffio del vento. Hany si lasciò cadere sulla sabbia e, dopo essersi finalmente
disteso, chiuse gli occhi. Il vento impetuoso soffiava sbuffi di sabbia sul suo viso,
fiumi di granelli gli scivolavano addosso lasciandogli piccoli mucchietti nei pugni
serrati. Hany si chiese quanto somigliasse a quei granelli. Fino a quel momento, inconsapevolmente, si era lasciato dominare dal vento senza opporsi. Perché non
poteva essere come gli scogli, che si ergono audaci contro il vento e contro il
mare? Si alzò, aprì le mani e lasciò che il vento soffiasse via i granelli rimasti. Si
avvicinò alla riva e contemplò per qualche momento il cielo cupo all’orizzonte,
che rispecchiava il suo stato emotivo. Immaginò che quelle nere nuvole celassero
il tramonto, che amavano immortalare tra un click e l’altro, o piuttosto… una
nuova alba.
Capitolo secondo
23
«Tempi duri…» disse una voce familiare alle sue spalle.
Voltandosi di scatto, quasi spaventato, intravide la figura di un uomo, tremendamente segnato dall’ incedere del tempo, che si sorreggeva a stento con un bastone di legno. Sobbalzò e d’un tratto associò quell’anziano signore ad alcuni
ricordi infantili, abbandonati negli oscuri meandri della memoria. Quell’uomo,
quando lui era ancora in fasce, gli cantava una ninna nanna dolce e incomprensibile. Era suo nonno, e adesso sorrideva beffardo, con lo sguardo fisso all’orizzonte. Hany notò il nerume dei suoi occhi, profondi e agitati come il mare.
«Sai Hany, amo questo posto. Le onde in pochi secondi ti riempiono la testa e
quando sono qui dimentico il mondo intero! Mi piacerebbe lasciar affogare ogni
ricordo tra queste onde. È vero, ormai sono vecchio, ma certi ricordi nemmeno il
tempo o il mare potrà mai cancellarli. Resteranno segnati per sempre come cicatrici sul cuore».
Hany si avvicinò e lo abbracciò calorosamente. Finalmente poteva stringere
l’unica persona della sua vita che credeva potesse essere sincera fino in fondo.
Si incamminarono insieme sulle dorate spiagge egiziane, come se fossero tornati
indietro di dieci anni, quando il nonno lo accompagnava a scuola tenendogli
la mano. Hany era così felice di ritrovare quell’uomo, che cominciò a riempirlo di
domande, col nonno ormai quasi sordo che cercava di rispondergli il più possibile.
«Raccontami un po’ dove sei stato in questi anni, che cosa hai fatto, quali posti
hai visitato…» chiese Hany.
Con una voce tenue e stanca il nonno cominciò:
«Nipote mio, in questi anni ho girovagato per il mondo, in cerca di quelle emozioni, di quelle sensazioni che mi sono state tolte quando sono dovuto fuggire.
Strappato dalla mia terra, strappato dai miei affetti, ho cercato di rifarmi una
vita, ma fuori da questo paese la vita non mi ha offerto particolari aspirazioni.
Rieccomi qui, a passeggiare con mio nipote nella mia terra!»
«Nonno! Perché sei fuggito? Soprattutto perché sei tornato proprio...?»
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La scoperta
Non fece in tempo a finire di pronunciare l’ultima parola che inciampò. Aveva
messo i piedi su qualcosa di familiare. Prese in mano quell’oggetto e fece l’amara
scoperta. Quella era la macchina fotografica di Alì. Vicino c’era anche un’istantanea, un po’ sbiadita dalla sabbia. La raccolse e… non gli sembrava vero,
quello raffigurato nella foto era un uomo sulla ventina, alto, ossuto, che portava
uno strano cappello, come un fungo, quelli con il gambo lungo, quelli che la
madre cucinava il venerdì, nei giorni di festa. Hany si rispecchiò in quella foto
senza focalizzarne il contenuto. Era stanco, i passi di quel lungo tragitto dalla
piazza alla costa orientale si facevano sentire. La foto rimase ancora lì, tra le sue
mani. Lui lanciò un occhio al cielo, poi tornò a guardare l’immagine. Intuì, capì o
forse no. Forse non era come pensava. Solo il nonno gli avrebbe potuto dare la
conferma. L’uomo fotografato era troppo simile a Karim. Ma non era lui, ne era sicuro. Guardò con più attenzione. Quello non era suo padre, ma gli assomigliava
tantissimo. Preso allora dallo stupore e dall’incomprensione, decise di chiedere
spiegazioni al nonno.
«Guarda qui, questo nella foto sembra mio padre, quel figlio che tu abbandonasti
tanti anni fa!»
Il nonno scosse la testa e con un soffio di voce disse: «Questo non è tuo padre,
questo è il padre di Alì…»
In pochi attimi Hany venne preso come da un mancamento. Alì era suo cugino e
solo ora ne era venuto a conoscenza. Quella forte amicizia tra loro affondava
nello stesso sangue. Tutto era chiaro. All’improvviso ci fu un colpo sordo. Poi il
buio. Hany non sarebbe mai stato capace di raccontare quei momenti. Riuscì a
sentire solo la risposta del nonno e nulla più. Hany si ritrovò tra le braccia il cadavere di quell’uomo venuto direttamente dalla sua infanzia, da quei giorni felici
che aveva fissi nella mente…
Capitolo secondo
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CAPITOLO TERZO
Oltre il dolore
Ad Hany sembrava che il mondo avesse rallentato il suo moto solo per poter amplificare il suo dolore. Era tutto così chiaro e così incerto. Poteva sentire il peso
del corpo privo di vita del nonno tra le sue mani, il sangue che fuoriusciva dal
cuore scorrere copioso, e allo stesso tempo non controllava nessuna delle sue
emozioni. Gocce bollenti affioravano dai suoi occhi mentre la sua mente si riempì
completamente di un ricordo nitido, dove suo nonno gli parlava delle lacrime.
“Sono salate per il dolore, ma calde per l’amore e nascono dagli occhi, per poi
scorrere dolcemente sulle guance di ognuno di noi”. Dopo averlo guardato ancora, Hany adagiò il nonno sulla sabbia e gli chiuse delicatamente le palpebre,
si piegò sul cadavere e gli baciò la fronte, solcata dai segni del passato. Suo
nonno era la sua infanzia. Fu allora che il suo sguardo si posò nuovamente sulla
foto che poco prima gli aveva rivelato una verità tanto evidente, quanto difficile
da accettare. Quel colpo sordo gliel’aveva fatta scivolare dalle mani, giusto in
tempo per prendere il corpo del nonno. Ora era lì, nella sabbia dove l’aveva trovata un attimo prima, stavolta girata. E come l’altra faccia di una medaglia,
adesso la foto rivelava un altro indizio. Sul retro c’era una scritta. Khond Tolosyan
11. Era un indirizzo della periferia del Cairo. Mise l’istantanea in tasca, si guardò
le mani macchiate di sangue e le fissò lungamente, cercando una risposta. Corse
a lavarsele nel fiume, si inginocchiò sulla sabbia, immerse le mani nell’acqua
fredda del mattino e cominciò a strofinarle. Quando il rosso era sparito, Hany
continuò a sfregarle a lungo, quasi nel tentativo di eliminare, insieme al sangue,
gli attimi interminabili di angoscia e dolore. Si fece coraggio, si alzò e lasciò
asciugare le mani al vento mentre sbuffi d’aria gli muovevano i capelli. Riportato
alla realtà da rumori provenienti da piazza Tahir, decise che era ora di andare.
Ripercorse i propri passi fino alla piazza, poi imboccò via Noubar. Teneva un’an-
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Oltre il dolore
datura leggera e decisa, con lo sguardo rivolto alle punte dei piedi. Conosceva
quelle strade, ma lo stato d’animo con cui le percorreva in quei momenti era del
tutto differente. Arrivò a Kabri Al Azhar. Sui marciapiedi c’era una patina chiara
e rifiuti tutto intorno. C’erano ancora miriadi di piccole tende, bivacchi di protesta che da qualche mese erano diventate case. Quegli edifici intorno, invece,
sembravano pronti a franare al suolo di quella terra ferita, macchiata, offesa. Gli
occhi delle persone intorno a lui erano cupi, ma Hany notò che tutti si muovevano
come a rallentatore, con circospezione. Alcune madri tenevano i propri figli attaccati alle gambe, cingendoli con le braccia, altre asciugavano le loro lacrime
o li pulivano dalla polvere con l’orlo delle lunghe niquab a coprire quasi del
tutto i loro volti. Degli uomini correvano, altri discutevano strattonandosi l’un l’altro. A tratti si udivano degli scoppi e Hany sobbalzava. Ogni tanto inciampava
in tubi, recipienti, bastoni di legno. Passo dopo passo vide piccoli mercati coperti
da teli colorati, strappati in più punti, bancarelle e mercanti. Dei ragazzi gli corsero incontro senza neanche guardarlo. Forse era diventato trasparente e nessuno lo avrebbe più visto. In un angolo donne e uomini cercavano di spegnere
un incendio in un palazzo usando dei secchi d’acqua, mentre lingue di fuoco
uscivano dalle finestre. Il giallo, il grigio e il marroncino delle pareti che lo circondavano gli davano un senso di nausea. Hany avanzò fino alla vista della moschea, dove si affollavano le persone per la preghiera di mezzogiorno. Continuò
a camminare verso la periferia mentre mille domande gli occupavano la mente.
Perché era stato così cieco fino a quel giorno? Perché suo nonno? Perché in
quel modo? Perché era stato via così a lungo ed ora era tornato? Perché proprio
ora?
Proseguì ancora e si ritrovò nella Città dei Morti, un quartiere talmente povero
da distruggere tutto lo sprezzo dei racconti di suo padre. Cercò di non far caso
alle tremende condizioni in cui versava quella parte della città, fino a quel giorno
mai vista né conosciuta. Continuò a procedere, quasi in punta di piedi, quasi
avesse terrore di un possibile contatto con quel mondo così distante. Teneva lo
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Capitolo terzo
sguardo fisso al suolo, alzandolo di tanto in tanto per controllare le rare indicazioni. Andava dritto verso un edificio che gli avrebbe potuto parlare di sé. Riuscì
a muoversi inosservato all’interno della periferia, spostandosi come ombra tra
ombre, finché una donna gli si parò davanti. Hany alzò lo sguardo, la fissò, fece
un passo indietro per guardarla meglio e il sangue gli si ghiacciò nelle vene. Era
una donna sulla cinquantina, vestita di stracci, malmessa e consumata. Ciocche
di capelli neri e spettinati fuoriuscivano dal suo hjab, sul volto segnato dai dardi
degli anni, zeppo di rughe profonde. Il tempo non aveva avuto pietà. Lei non indossava scarpe né calzini ed emanava un fetore sgradevole. Ma a sconcertare
Hany furono i suoi occhi, fissi di dolore e angoscia. Erano occhi rassegnati di una
donna in guerra, per tenere in vita sé e i propri figli. Occhi che ora lo fissavano,
lasciando trapelare un immenso dolore. Hany non poté fare a meno, ancora una
volta, di prendersela con se stesso, con la sua ingenuità che lo aveva reso cieco
nei confronti di un popolo che invocava disperatamente aiuto. Per attimi interminabili i loro sguardi si scontrarono, finché la donna parlò, sbarrando lo sguardo
e invocando il cielo.
«Che cosa porta un ragazzo come te in questo posto dimenticato da tutti, un
posto in cui nemmeno la grazia del Signore arriva più?» Hany per un momento
pensò di scappare, correre, arrivare a casa e chiudersi della propria abitazione,
ma poi la donna puntò nuovamente lo sguardo, e il giovane non poté far altro
che alzare la fotografia e sussurrare:
«Sto… sto cercando di raggiungere questo indirizzo».
La donna strizzò gli occhi, fissò per qualche istante quella scritta, e poi alzò stancamente la mano, indicando una piccolissima abitazione in fondo alla strada. Era
una minuscola casa fatta di argilla e malta.
«Quello è il posto che cerchi» disse «figlio di Karim Maher». A quelle parole, Hany
rimase di sasso: quella donna lo conosceva. Sapeva che Karim Maher, l’uomo
che aveva rovinato le vite di tanti cairoti, era suo padre. Se lo avesse detto
lungo le vie di quella periferia, Hany si sarebbe trovato in un mare di odio. Le mani
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Oltre il dolore
gli si paralizzarono, le gambe cominciarono a tremare, il respiro si fece affannoso,
poi, la donna riprese la parola: «Tranquillo ragazzo, non è mai giusto che i figli
paghino per le azioni dei propri padri». Pronunciata la frase, riprese a camminare,
superò la figura immobile di Hany, e si dileguò tra le vie della periferia. Il giovane
cadde in ginocchio, lunghe scie di lacrime gli bagnarono le guance. Era un
pianto liberatorio. Quella donna, nonostante la sua vita disperata, non serbava
rancore per il figlio di un uomo cieco, responsabile di tante sofferenze. Hany girò
lo sguardo al luogo mostrato dalla donna, e più che mai scosso, si alzò in piedi,
si asciugò il volto e andò verso l’abitazione. Camminava con calma, quasi dovesse dare al proprio corpo il giusto tempo di abituarsi. Arrivato di fronte all’entrata, notò una targhetta a lato della porta, coperta di mosche, polvere e
sporco. Non era un campanello, ma un modo per indicare il cognome di quelli che
abitavano in quella specie di casa. Hany alzò il braccio, passò il pollice sulla targhetta per pulirla e leggere la scritta celata dallo sporco. Lo shock fu enorme
quando il passaggio del pollice di Hany rivelò il cognome “Munir”.
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Capitolo terzo
CAPITOLO QUARTO
La fuga
Dopo aver letto quel nome, con la mano tremante d’emozione Hany suonò il campanello della piccola abitazione. Poiché sembrava che in casa non ci fosse nessuno, si avvicinò alla porta d’ingresso e lentamente abbassò la maniglia. La porta
era solo accostata e così il ragazzo poté entrare. La casa dei Munir era piccola,
spoglia e povera come i suoi abitanti. Le pareti erano grezze, coi mattoni a vista,
dal soffitto pendeva una lampada ad olio che emanava una luce fioca. Una
stufa a legna se ne stava in piedi al centro della stanza, per riscaldare l’ambiente
e per cuocervi sopra il cibo. Il soffitto era annerito a causa del fumo. Da una
porta laterale si intravedeva un bagno, nel quale, al posto del lavandino, c’era
un semplice catino. Esattamente come in cucina. Hany suppose quindi che nella
casa non ci fosse nemmeno l’acqua corrente. Non fu tanto l’ambiente, così diverso
dal ricco palazzo dove viveva nel lusso, a sconvolgere Hany, quanto una foto,
circondata da candele accese, che campeggiava su di un malandato mobiletto
posto nel buio ingresso. C’era un uomo quarantenne dai capelli neri e occhi intensi che Hany aveva visto al telegiornale qualche giorno prima, quando si era
dato fuoco per protestare contro la chiusura della fabbrica in cui lavorava: era
il padre di Alì. Hany si avvicinò alla fotografia per osservarla meglio. Il signor
Munir era incredibilmente simile a suo padre Karim, ma aveva un lampo ironico
negli occhi ed un sorriso gioviale che Hany non aveva mai visto comparire sul viso
di suo padre.
«Si assomigliavano molto, vero?»
La voce bassa e roca interruppe i pensieri di Hany, che si voltò di scatto, spaventato. Dietro di lui c’era una donna che doveva essere stata molto bella in
passato ma che ora era consumata da anni di fatiche e stenti. I suoi occhi, grandi
e neri, erano come trattenuti. Hany si perse per un istante in quello sguardo.
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La fuga
«Si» rispose Hany.
«Mi dispiace per...»
«No. Non essere dispiaciuto. Tu non c’entri... è stata la guerra. Mi ha portato via
mio marito e anche Alì». Le lacrime rigavano il viso di Hamidae, davanti a quella
scena, Hany si sentì veramente impotente.
«Non so cosa sia accaduto ad Alì; eravamo amici ma ora mi accorgo che non
sapevamo niente l’uno dell’altro».
Hamidae si avvicinò ad Hany e gli chiese:
«Posso fidarmi di te?»
«Si» rispose Hany senza esitare.
Hamidae entrò in quella che doveva essere la sua camera da letto e, quando
ne uscì, teneva tra le mani una busta ingiallita.
«Alì ha portato via tutte le sue cose. Deve essere andato lontano. Ha lasciato
solo questa...» disse la donna porgendo la busta ad Hany. All’interno, su un foglietto spiegazzato ed umido per le lacrime, c’era scritto “Mamma, ho deciso di
andare via da questo schifo. Qui non c’è alcun futuro per me. Non cercarmi e
non preoccuparti per me: Melissa mi aiuterà. Ti voglio bene. Alì”.
Hany fissò la donna che gli stava di fronte e, in cuor suo, promise che avrebbe
fatto tutto il possibile per ritrovarle il figlio.
«So chi è Melissa ma non ho idea di dove sia. Ho sentito dire che era andata all’estero per studiare... comunque non preoccuparti: so come rintracciarla! Grazie
di tutto... zia».
Pronunciate queste parole Hany si voltò ed uscì dalla casa, lasciando sola Hamidae. Gettato un ultimo sguardo all’abitazione iniziò a correre verso casa sua,
che si trovava dall’altra parte della città, carico di aspettative e speranze. Questo incontro aveva innescato in lui un conflitto interiore. In una sola giornata, la
sua vita era stata sconvolta, dal momento che non solo aveva scoperto che il
suo unico amico era in realtà suo cugino, ma anche che il padre era il probabile
responsabile della morte di suo zio. Inoltre, il nonno era morto tra le sue braccia
Capitolo quarto
31
e tutto questo l’aveva gettato in uno stato di sconforto. Sperava, però, che ritrovando Alì avrebbe rimesso insieme i pezzi della sua vita. Quando si trovò davanti al palazzo in cui viveva non poté fare a meno di paragonarlo alla casa
povera ma ricca di amore in cui Alì era vissuto. Hany viveva nella zona residenziale più sfarzosa del Cairo e, per tutta la sua vita, era stato rinchiuso dai suoi
genitori in una gabbia dorata, un mondo utopico e perfetto in cui, però, non era
stato felice. Trovare Alì era la sua occasione per iniziare a conoscere il mondo
reale, abbandonando tutte le sicurezze che fino ad allora l’avevano accompagnato. Hany aprì il portone d’ingresso, salì velocemente le scale di marmo bianco
ed entrò nella sua stanza. Questa era grande, rettangolare, con mobili in legno
chiaro contro i muri, un piccolo frigo, una tv al plasma posta vicino ad un grande
stereo a filodiffusione in tutta la camera, una libreria, due poltrone, un divano, un
letto a due piazze, con una coperta di seta nera, e una scrivania piuttosto disordinata sulla quale campeggiava un computer di ultima generazione. Le pareti
azzurre erano tappezzate di poster di cantanti rock e calciatori e dal soffitto
pendeva un lampadario dalle forme futuristiche. A ricoprire la gran parte del pavimento vi era un grande tappeto di pelle di cammello. Hany si sedette sulla poltroncina davanti alla scrivania, prese un lungo respiro e aprì la chat di Facebook
dal suo computer. Melissa era online. Senza alcuna attenzione ai convenevoli,
Hany le scrisse subito.
«Tu sai dove è Alì, vero?»
La risposta di Melissa arrivò in pochi secondi:
«Si, è qui con me, a Torino».
«A Torino?! In Italia?!»
«Si, mi sono trasferita qui qualche anno fa per studiare italiano».
«Alì sta bene?»
«È a pezzi... non vuole dirmi cosa l’ha costretto a scappare dall’Egitto. Sono sicura che ha bisogno di te».
Hany stava per inviarle una risposta quando lei si disconnesse improvvisamente.
32
La fuga
Non riusciva a spiegarsi l’insolito comportamento di Melissa. Era sicuro che ci
fosse qualcosa che non andava. Senza sapere come ci fosse arrivato, come
mosso da una forza inconscia, si trovò nel sito di una compagnia aerea egiziana.
Prenotò il primo volo disponibile per Torino il giorno successivo. Per la prima volta
nella sua vita si sentì orgoglioso di sé. Aveva agito, aveva preso una decisione
che probabilmente gli avrebbe cambiato la vita senza riflettere, d’istinto. Fece
per alzarsi per andare a parlare ai genitori del suo viaggio quando un pensiero
lo bloccò. Karim e Muna di certo non gli avrebbero permesso di partire così, da
un giorno all’altro, per andare in una città in cui non conosceva praticamente
nessuno e nemmeno la lingua. Così Hany prese la seconda decisione improvvisa
della sua vita. Sarebbe partito di nascosto, all’alba del giorno successivo. Prese
uno zaino da un armadio in fondo alla stanza, lo riempì con alcuni indumenti ed
altre cose strettamente necessarie e lo nascose sotto il letto. Durante il pomeriggio cercò di tenersi impegnato leggendo ed ascoltando musica, ma l’ansia di essere scoperto dai genitori durante la fuga e l’eccitazione che provava al
pensiero della sua avventura lo tormentavano. Dopo aver cenato velocemente,
accampò la scusa di un terribile mal di testa ed andò a stendersi sul letto, dove
la sua mente agitata si abbandonò ad un sonno costellato di sogni confusi. Il
giorno successivo si svegliò all’alba e, recuperati lo zaino ed i documenti, scese
di soppiatto le scale, facendo molta attenzione a non svegliare Karim e Muna.
Arrivato nel soggiorno, scrisse su di un foglio un veloce messaggio per i genitori
ed uscì di casa dove fermò il taxi che lo portò all’aeroporto. Qui, dopo un paio
d’ore, si imbarcò sull’aereo che lo avrebbe portato a Torino, da Alì. Il viaggio fu
lungo ma i molti pensieri tennero occupata la sua mente. Atterrato all’aeroporto
di Caselle, la prima sensazione che provò fu di freddo, poiché la temperatura era
molto diversa da quella alla quale era abituato. Non aveva idea delle difficoltà
che lo avrebbero atteso al suo arrivo, dalla lingua alle poche informazioni. Sapeva di dover cercare l’università di Lettere, in via Verdi, da come aveva letto
dal profilo Facebook di Melissa. Seguendo la folla che si dirigeva verso l’uscita
Capitolo quarto
33
dell’aeroporto, salì su un pullman. Durante il viaggio rimase affascinato dall’ambiente torinese. Vide la Mole Antonelliana, il maestoso edificio di Palazzo Madama, il Giardino di Palazzo Reale, la Basilica di Superga, situata su una collina
e il Castello del Valentino, affacciato sul Po, che gli ricordava la sua città, attraversata dal Nilo. Nonostante questo, l’ambiente in cui si era catapultato si distingueva molto da quello in cui Hany era cresciuto. Non c’erano più le moderne
strutture del Cairo, ma le antiche e imponenti costruzioni torinesi. L’autobus, intanto, era giunto al capolinea e Hany dovette scendere. Dopo aver chiesto informazioni su come raggiungere l’università di Lettere in un inglese improvvisato,
giunse finalmente alla sede. Qui venne travolto da una folla di studenti, tra i quali
sperava di trovare Melissa, che l’avrebbe finalmente portato dal suo amico Alì.
34
La fuga
CAPITOLO QUINTO
L’incontro
«Scusi conosce questa ragazza? Si chiama Melissa» chiese Hany in un inglese
abbozzato, mostrando una fotografia.
«Non capisco».
«Conosce Melissa, una ragazza di origini egiziane?»
«No, mi spiace non è nel mio corso. Provi a rivolgersi in segreteria, si trova all’entrata sulla destra».
Hany incoraggiato dalla preziosa informazione,percorse rapidamente le due
rampe di scale, in cima a esse proseguì per un corridoio dove vi erano tante
porte che indicavano aule e uffici, finalmente davanti a una di esse comprese
che l’insegna indicava la segreteria, ma la trovò chiusa. Ripercorse il lungo corridoio, scese le scale sconfortato e decise di farsi un giro. Era incuriosito dalla
nuova città, dai grandi palazzi, dai parchi e dai tanti negozi. Camminando lungo
i portici di via Po, si fermò a osservare i negozi, rimanendo particolarmente incuriosito dalle bancarelle che vendevano libri usati. Dopo qualche passo notò
un’insegna a lui familiare. Era l’insegna di un kebab. In quell’istante realizzò di non
aver mangiato da quando era arrivato in aeroporto. Il locale era modesto e di
poche pretese, ma l’odore accendeva nel ragazzo i ricordi dell’infanzia nel suo
Paese di origine, trascorsa lungo le rive del fiume Nilo, con lo Scirocco che gli
accarezzava il viso. I ricordi non facevano altro che rievocare in Hany la mancanza dell’amico Alì. Così Hany uscì dal locale con un kebab in mano e la testa
colma di pensieri e uno struggente sentimento di nostalgia. Stanco e spossato dal
lungo viaggio si sedette su una panchina nelle vicinanze e lì, anche se infreddolito dal clima rigido del Piemonte, si assopì. Al suo risveglio era notte fonda. Doveva cercarsi un albergo. Fece per alzarsi e cercare indicazioni quando
improvvisamente, si sentì scivolare lo zaino via dalle spalle e una brusca spinta
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L’incontro
gli fece perdere l’equilibrio. Hany, cadendo, sbattè violentemente il ginocchio sul
cemento del marciapiede.
«Lo zaino! Maledizione, il portafoglio, i documenti, senza quelli sono fottuto!»
Prima che Hany avesse il tempo di reagire, un colpo in faccia lo risbattè a terra
stordito. Riprese conoscenza soltanto alle prime luci dell’alba, quando si rimise
in piedi e si lasciò andare in un pianto liberatorio. Tutto quello che gli era appena
accaduto lo fece riflettere. Pensò cosa avrebbe fatto Alì, suo cugino, scoprendo
che suo zio era responsabile della morte del padre. Pensava alla loro amicizia
e alla promessa fatta a sua zia Hamidae. Disperato prese un fazzoletto dalla
tasca per asciugarsi le lacrime, ma con sua sorpresa trovò il cellulare. I ladri non
l’avevano trovato. Così si affrettò a raggiungere il bar più vicino all’università e
provò a collegarsi a internet. Aprì la pagina di Facebook e con gran sollievo
vide Melissa in linea. Senza perdere tempo le scrisse un messaggio dicendole
che era a Torino, che gli avevano rubato lo zaino e chiese indicazioni per la sua
abitazione. Appena inviato il messaggio sentì una voce in sottofondo ai suoi
pensieri.
«Ehi ragazzo, se non consumi devi uscire, mi dispiace, le regole non le faccio io».
Era il cameriere del bar. Hany vide che Melissa stava scrivendo il messaggio di
risposta quando improvvisamente la batteria del cellulare si scaricò completamente. Hany imprecò tra sé e uscì dal locale, stanco, angosciato e soprattutto
solo. Melissa ricevette il messaggio di Hany nel quale le diceva che si trovava a
Torino, senza soldi, solo e disperato e vedendo che non rispondeva provò a
contattarlo telefonicamente. Il suo telefono non era raggiungibile. Nel frattempo
Hany, cercava un modo per racimolare qualche spicciolo. Nel pomeriggio si dissetò a una fontana pubblica, una delle tante dalla caratteristica forma di toro
e dal colore verde, e mentre beveva si accorse che sul fondo qualcosa brillava.
Si sporse e raccolse quel piccolo bagliore e capì che erano monetine, ma siccome era giorno e i passanti erano numerosi lasciò perdere.
“Meglio tornare di notte”, pensò.
Capitolo quinto
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La sera stessa tornò sul posto e racimolò un bel gruzzolo, poi si recò in una
panetteria. Mentre comprava il pane lesse un annuncio. Cercavano un aiutante.
Lui subito, senza pensarci due volte, si offrì. Il panettiere sulle prime mostrò qualche perplessità perché il ragazzo era molto giovane, ma poi decise di assumerlo in quanto il lavoro da svolgere era tanto. Hany iniziò subito a lavorare
con solerzia e attenzione, impressionando favorevolmente il datore di lavoro.
Nella tarda mattinata si presentò una cliente che frequentava quotidianamente
quel negozio per i suoi buonissimi grissini tipici, i ‘rubatà’. Vedendo il nuovo
commesso scambiò con lui qualche parola in inglese e Hany scoprì che questa
ragazza, di nome Olivia, incredibilmente conosceva Melissa. Era un colpo di
fortuna. A quel punto si misero d’accordo per trovarsi la sera stessa con Melissa
davanti a Palazzo Madama in piazza Castello. A fine giornata, dopo il lavoro,
Hany era a pezzi. Passeggiava per le vie del centro, per la prima volta sfinito
da un’esperienza mai vissuta. Per tutta la vita era stato circondato da personale di servitù a sua completa disposizione. E adesso era stanco dopo una
giornata di lavoro in panetteria. La gente attorno a lui camminava frenetica e
lui si sentiva strano, in pace con se stesso. Era una sensazione nuova e indescrivibile. Nella sua testa si affollavano mille pensieri, ma uno prevaleva più di
tutti: desiderava vedere Melissa, com’era il suo volto, ascoltare la sua voce,
iniziare il rapporto che il tempo aveva impedito. Le ore passavano lente e l’attesa lo stava facendo impazzire. Era in anticipo ma decise di recarsi nel luogo
dell’incontro. Avrebbe aspettato l’arrivo di Olivia e Melissa. Dopo circa mezz’ora vide avvicinarsi due ragazze. Il cuore gli batté forte e loro si avvicinavano sempre di più. Olivia gli andò incontro, lo salutò calorosamente e gli
presentò Melissa. La prima sensazione fu quella di una bella ragazza algerina
che gli ricordava la sua prima fiamma. Aveva i capelli mossi, neri e gli occhi azzurri come il cielo dell’Egitto. Indossava una giacca beige, un paio di jeans
colorati e un berretto color panna che metteva in risalto i suoi capelli.
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L’incontro
«Allora sei tu il ragazzo che non si era accorto di quello che gli succedeva intorno. Ho accettato di incontrarti ma non illuderti. Sono arrabbiata con te!»
«Sì, hai ragione» rispose lui «ero nel mio mondo. Ma ora ho bisogno di parlare con
Alì. È importante».
«Bene» gli rispose Melissa «se hai tanta voglia di vederlo, andiamo subito a casa
mia, lui è là, non sa del nostro incontro e pensa che io sia uscita con Olivia per
incontrare altre amiche».
«Ragazzi io devo andare a casa, mio padre mi ha chiamato;» disse Olivia «ci vediamo presto e buona fortuna!»
Arrivati sulla porta di casa, Melissa si rivolse ad Hany e cambiò tono.
«Grazie per esserti confidato con me, per avermi raccontato ciò che è successo
tra di voi. Spero che riuscirai a far capire anche ad Alì il tuo punto di vista. Non
dimenticare che lui è molto arrabbiato con la tua famiglia».
Hany ringraziò ed entrando in casa vide Alì sdraiato sul divano che guardava
la TV.
«Ciao Melissa!» disse Alì. Lei non rispose. Lui si voltò e vide con sua grande sorpresa che la sua amica non era sola. C’era anche Hany. Di scatto si alzò dirigendosi verso di lui, colmo di rabbia e rosso in faccia. Esplose in un grido furioso.
«Hai anche avuto il coraggio di venire qui? Vattene, non ti voglio vedere, è tutta
colpa della tua famiglia!»
Hany aveva pensato a lungo a cosa dire ad Alì. Aveva provato e riprovato un
lungo discorso. Ma ora di fronte ad Alì furioso cominciò a piangere e a singhiozzare, senza riuscire a controllarsi, senza dire una sola delle parole che aveva
pensato, accasciandosi a terra esausto e nascondendo tra le mani il viso bagnato di pianto.
Capitolo quinto
39
CAPITOLO SESTO
La consapevolezza
Hany, anche se preso dal pianto, cercò di esternare tutta la sua sofferenza legata alla situazione.
«I figli non possono pagare per gli errori dei propri genitori» diceva come per discolparsi.
«Sono vittima del sistema in cui ho vissuto. La colpa che mi riconosco è quella di
essermi disinteressato di ciò che succedeva fuori. Non ho fatto nulla per gli altri,
mi sono solo circondato di beni materiali».
Alì ribatté con voce pacata, senza rabbia né voglia di accusare, ma scandendo
con durezza ogni parola, per sottolineare la gravità degli episodi che andava
raccontando.
«Vedi Hany, io e te abbiamo stretto un rapporto che giudichiamo d’amicizia, ma
che in realtà è basato su una conoscenza quasi nulla delle nostre vite. Io sapevo
molto di te, delle tue origini e della tua famiglia, ma tu non ti preoccupavi di
avere informazioni o curiosità che riguardassero me. Non mi hai mai chiesto se
avessi dei fratelli o che volessi fare da grande. Vedi, io per te sono stato come
un diario segreto dove rivangavi tutti i sogni e le paure, ma il tuo errore più grave
è stato proprio quello di non soffermarti mai a leggere le pagine di quel diario.
Se solo tu lo avessi fatto, avresti letto stralci della mia esistenza e forse oggi non
saremmo qui. Ebbene Hany, voglio leggerti quel diario di cui tu ignoravi perfino
l’esistenza».
Alì parlò come se stesse raccontando una storia. La sua. E lo faceva guardando
dritto negli occhi di Hany.
«La mia famiglia è molto povera. Vivevamo in una baracca e a stento riuscivamo
a consumare un pasto decente al giorno. Nonostante queste misere condizioni
eravamo molto ricchi. Non parlo di una ricchezza tangibile, ma di qualcosa che
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La consapevolezza
apparteneva solo a noi membri, che nessuno ci avrebbe mai portato via. Era
l’amore che provavamo gli uni nei confronti degli altri, era il senso di rispetto, di
appartenenza che ci legava indissolubilmente. Eravamo forti perché eravamo
deboli insieme, eravamo sazi poiché la fame ci accomunava facendo sparire
quell’insopportabile morsa allo stomaco. Eravamo felici di averci a vicenda perché sapevamo che se uno di noi si fosse ferito, l’altro avrebbe urlato di dolore.
Questa era la situazione, Hany, finché tu e la tua famiglia non ci avete divisi per
sempre portandomi via l’unico bene prezioso: mio padre.
«Sai» continuava Alì stringendo gli occhi «quando non si ha niente si capisce
davvero il valore delle persone. Viviamo in un mondo dove si hanno più cellulari
che numeri in rubrica, il portafogli più pieno, ma l’animo più solo e sconsolato. Io
non ho mai posseduto nulla ma ho avuto la fortuna di apprezzare le persone che
mi circondavano».
Quelle parole difficili divennero durissime quando toccarono il cuore della vicenda.
«Tuo padre ha reso impossibile la mia vita e quella della mia famiglia. Mio padre
si è suicidato! Non sai quant’era difficile dopo scuola, arrivare a casa e vedere
mia madre con gli occhi pieni di tristezza e di insoddisfazione, continuamente
preoccupata che qualcosa potesse accadere anche a me. La cosa più triste è
che tutto questo mi ha portato a scappare via, lasciandola sola. Oramai aveva
solo me e io l’ho delusa. Ancora una volta ha dovuto subire le scelte dei suoi due
uomini. Ma la ragione da che parte sta? Immagina la perdita di mio padre, immagina dove mi sono perso. Se credi che il semplice fatto di essere venuto qui basti
per farti perdonare, ti sbagli! Non ho più nulla e ora devo ricostruirmi una vita».
Hany, scosso dalle parole dell’amico, iniziò a riflettere su quale fosse la sua vera
identità. Fino a quel momento era stato viziato e disponibile solo ai suoi piaceri.
Pensò ai suoi sbagli, alla necessaria consapevolezza dell’accaduto. Respirò
profondamente, come per liberarsi di un peso e, con voce fioca e tremante, si
alzò e prese l’amico per le mani.
41
Capitolo sesto
«Alì, c’è una cosa che ho scoperto e che devi sapere. Io e te siamo cugini, abbiamo lo stesso sangue, anch’io sono la tua famiglia e da oggi voglio essere la
persona di cui fidarti».
Il silenzio si impossessò della stanza, lasciandoli come sospesi, un attimo eterno
in cui tutto parve fermarsi. Le lancette dell’orologio sulla parete, di fronte ad Alì,
parevano immobili, fuori dalla finestra una foglia era ferma al fischiare del vento.
Poi Alì si avvicinò lentamente, i due si abbracciarono stretti e il rancore, nei loro
occhi si affievolì. Sia Hany che Alì provavano qualcosa di indefinibile quasi a
raggiungere la convinzione di ritornare nel loro paese, alla normalità. Bisognava
crederci. Il pensiero di libertà stava impossessandosi a tal punto della loro anima,
che non riuscivano a dire alcuna parola. Volevano soltanto sognare ad occhi
aperti. Non era quello il momento di arrendersi.
Intanto, Muna cercava in tutti i modi di poter parlare al marito dell’improvvisa
partenza di Hany e della situazione che si era verificata. Così, una sera, dopo
cena, facendosi coraggio, gli disse, con tono deciso i suoi pensieri.
«Karim, mio figlio deve ritornare a casa! Abbiamo sbagliato nei confronti di Hany.
Tu, costantemente preso dai tuoi problemi, hai ignorato qualsiasi suo bisogno
affettivo, ti sei preoccupato solo di non fargli mancare nulla, non gli hai mai regalato un abbraccio ed io, troppo debole per affrontarti, non te l’ho mai impedito».
Dopo un breve silenzio Karim si alzò, avrebbe voluto parlarle, spiegarle i sensi
di colpa che gli attanagliavano lo stomaco, ma non lo fece. Scoprì in quel momento che tutto sbiadiva in un grande sconforto e abbandonò la stanza, riparandosi nel suo ufficio. Karim, elaborata la delusione per l’allontanamento del
figlio, ammise i suoi errori e guardandosi allo specchio strinse forte i pugni, ben
determinato ad agire. Era chiaro che non poteva rassegnarsi. Solo lui, il capofamiglia, poteva fare l’impossibile per ritrovarlo. Ricongiungendosi con Hany lo
avrebbe ascoltato. L’unica cosa che ora desiderava era abbracciarlo. Con aria
addolorata, teneva tra le mani un album pieno di foto di Hany. Appena nato, i
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La consapevolezza
primi passi, il primo compleanno, era lì il suo bambino, che adesso stava diventando uomo. Lo dimostrava il fatto che, scappando, avesse preso posizione. In
tutti questi anni non si era accorto del continuo cambiamento del figlio.
Hany e Alì intanto, carichi di borse e valigie, si apprestavano a salutare Olivia
e Melissa. Olivia, pallida in viso, non riusciva a trattenere le lacrime. No, non
erano di addio, ma in ogni lacrima era impresso un arrivederci. Assaporava il
piacere di vedere ancora gli occhi di Hany scintillare. Non le importava il rischio
di non vederlo più. Melissa sapeva che poteva contare sul suo legame con lui
che non l’avrebbe certo dimenticata. Aveva la certezza impertinente di vincere
la sfida e sperare nel futuro con Hany. Lì, in Italia, rimanevano i ricordi belli del
loro stare insieme e questo rappresentava per lei una polizza sulla felicità. Erano
pronti, quando la tv parlò della disastrosa situazione del loro paese. Le proteste
diventavano sempre più violente e le repressioni sempre più agghiaccianti. Hany
e Alì si guardarono e senza parlare capirono che non c’era altro tempo da perdere. Dovevano agire e combattere per la loro libertà e quella dei loro connazionali. Si ritornava in Egitto, con uno spirito e una consapevolezza del tutto
nuovi e con una voglia di difendere i loro diritti più forte che mai.
43
Capitolo sesto
CAPITOLO SETTIMO
Tra sogno e realtà
«Eccolo, si sta svegliando… sta aprendo gli occhi».
Era la voce di mia madre che provava a chiamarmi, da lontano, ma... non riuscivo
a capacitarmi della mia situazione, ero tutto indolenzito e addormentato, un dolore sottile mi attanagliava il cranio e la vista non riusciva a mettere a fuoco.
«Dove sono?»
Le parole uscivano confuse, ero sbigottito, provai ad alzarmi e non ci riuscii, il mio
corpo non ne voleva sapere.
«Ahi, ho male alla testa!»
Quasi urlai per il dolore, mi rassegnai e rimasi sdraiato. Una mano familiare afferrò
dolcemente il mio polso e tranquillizzandomi, mi voltai.
«Hany! Sono io, mamma. Stai tranquillo…»
«Mamma… mamma, cos’è successo? Dove sono?» chiesi sconcertato.
«Sei in ospedale, sei stato portato qui da due manifestanti».
«Un agente ti ha aggredito, pensando tu avessi ucciso l’uomo a terra».
«Ma quale manifestazione! Io sono andato a cercare Alì… Ho perso tutto, lo
zaino, i soldi, i documenti… Il nonno è morto… Alì… Alì è mio cugino… Tu sei il
fratello… Sono andato a lavorare… Melissa, Olivia, era a Torino…» farfugliai
confusamente.
«Tesoro ma cosa stai dicendo? Cerca di riposare e poi ci spiegherai».
Ero veramente confuso, molte immagini si affollavano nella mia mente. Allora
avevo sognato tutto? Nonostante tutto decisi di seguire il consiglio di mia madre.
Dopo un lungo riposo mi svegliai, vidi mio padre assopito, probabilmente aveva
passato la notte in ospedale, per vegliare su di me. Era la prima volta che mi dedicava tante attenzioni. Presi coraggio e decisi finalmente di parlargli, ma lui mi
anticipò.
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Tra sogno e realtà
«Hany, ti senti meglio?»
«Sì, ma ho bisogno di alcuni chiarimenti. Veramente la fabbrica è in condizioni critiche? È a causa tua che quell’uomo si è dato fuoco? Tutto il paese è contro di
te! Come si è arrivati a questo punto!?»
«Sono stato costretto a licenziare molta gente; non era mia intenzione lasciarli
in miseria, ma non riuscivo a coprire i costi della fabbrica… non ho più finanziamenti; la situazione è tragica, la crisi sta colpendo anche noi. Non so più che
fare…»
«Ma lo sai che in questo modo hai portato al suicidio il padre di Alì?»
«Ma che dici!? Cosa c’entra il padre di Alì? Perché, Hammami era suo padre?»
«No! No… voglio parlare con Alì. Voglio capire di più! Ho una tale confusione in
testa…»
«Non appena sarai dimesso andremo a cercarlo».
Stavamo percorrendo la strada che porta a piazza Tahrir, da lontano si sentivano le grida dei manifestanti. Un uomo passò accanto a noi, gridava e aveva
un cartello in mano: “NO More Silence! Stop The Dictatorship! Give Back Our
Freedom!” (Non staremo più in silenzio. Basta con la dittatura, ridateci la nostra
libertà).
Mio padre cominciò a spiegarmi cosa stava succedendo nel nostro paese. A
questo punto capii le vere cause del malcontento. Era la prima volta che parlando con lui non provavo quel senso di inettitudine, di inadeguatezza! “Forse…
forse non è troppo tardi. Forse possiamo recuperare il tempo perduto, forse possiamo far nascere un vero rapporto, come avrei voluto che fosse...”
Guardai fuori dal finestrino, vidi il disagio e la povertà. L’aria era nera, scura, opprimente, densa di smog e fuliggine. Attraversammo quei quartieri, come estranei,
come qualcuno che viene da un altro mondo, ci addentrammo nella miseria fino
all’indirizzo che tenevo stretto nel pugno. Arrivammo davanti alla casa e spegnemmo il motore, la facciata necessitava di una pesante ristrutturazione e l’intonaco cedeva lasciando cadere grandi porzioni del colore biancastro che la
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Capitolo settimo
copriva. Occhi curiosi si affacciavano dalle finestre, un gruppo di bambini si avvicinò correndo, colpiti dalla lucentezza della nostra macchina. Nonostante fossi
frastornato e impotente, mi avviai verso una realtà che non mi apparteneva, presi
coraggio e bussai. Venne ad aprirmi una donna dal viso segnato e stanco, tradito da occhi luminosi e profondi. Nel suo sguardo c’era una speranza. Intimorita,
fece per richiudere la porta:
«Aspetti, non abbia paura, cerco Alì, sono Hany, un suo amico! E questo è mio
padre».
«Alì non c’è. Entrate».
La casa, molto umile, era composta da un’unica grande stanza, delle tende variopinte dividevano gli ambienti e un odore di cucina e incenso permeava l’aria.
Davanti ad una tazza di té chiesi preoccupato:
«Dov’è Alì… perché non è venuto a scuola? L’ho cercato dappertutto, persino
alla manifestazione di piazza Tahrir. Credevo che quell’uomo che si è dato fuoco
fosse suo marito, ero preoccupatissimo per Alì e per la sua reazione! Per fortuna
mio padre mi ha tranquillizzato, mi ha detto che non era lui e mi ha spiegato la
situazione drammatica della fabbrica e del paese!»
Hamidae sommersa da tutte quelle domande e affermazioni poggiò la tazza del
tè affrettandosi a parlare.
«No! No! No! Non è successo nulla di tutto questo! Alì sta bene e anche mio marito,
sono solo andati...»
Hamidae fece una pausa sgranando gli occhi:
«… Non so se… se posso… ancora non ci credo nemmeno io, è talmente incredibile, tutto così improvviso, la nostra vita che sta per cambiare così bruscamente…»
Scoppiò a piangere e le lacrime le rigarono il volto. Ci rivelò che il nonno di Alì
era morto e gli aveva lasciato una grossa somma di denaro poiché era il suo
unico nipote.
«Come, denaro? Perché Alì non mi ha detto nulla? E perché…»
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Tra sogno e realtà
La mia domanda fu interrotta dal rumore della porta che si apriva…
«Hany…!»
«Alì…!»
«Lei! Cosa ci fa a casa mia? Dopo tutto il male che ha fatto alla mia famiglia ed
al paese?» Le parole brusche e durissime erano di Bashir, il padre di Alì, rincasato
col figlio. Mio padre, letteralmente assalito dal suo dipendente, cercò, a disagio,
di spiegarsi. Raccontò delle difficoltà della fabbrica e della crisi di fondi. Io nel
frattempo dissi ad Alì quello che mi era successo negli ultimi giorni, fino all’incredibile sogno… la spiaggia… il sangue… Torino… Melissa… la manifestazione…
l’uomo bruciato che avevo creduto fosse suo padre… l’aggressione… e poi…
il buio, e il risveglio in ospedale. Ci eravamo ormai ritrovati, la nostra amicizia si
rafforzava. Decidemmo insieme ad Alì e Bashir che dovevamo fare qualcosa.
Forse era ancora possibile salvare la fabbrica e contribuire a risollevare, almeno
in parte, le sorti del paese. Non ero mai entrato nella fabbrica di mio padre. Nel
capannone sentivo rabbia, stupore, frustrazione, appagamento e curiosità, tutte
insieme, e improvvisamente capii quanto fossi coinvolto. Ero cambiato, questa
esperienza mi aveva fatto crescere. Seguirono giorni e giorni di trattative tra i nostri padri, alle quali assistemmo anche noi. C’erano tanti i punti da affrontare e risolvere. Fu convocato il Consiglio di Amministrazione straordinario che votò a
favore dell’ingresso di Bashir come nuovo socio dell’azienda. Mio padre e Bashir
si strinsero la mano. Il cenno di intesa tra me e Alì si trasformò in un’emozione profonda per quello che stava succedendo. Mentre all’interno della fabbrica si respirava un’atmosfera di sollievo per l’accordo raggiunto, all’esterno il caos
aumentava a dismisura. Impauriti, io e Alì corremmo alla finestra in tempo per vedere gli operai che stavano sfondando i cancelli e si apprestavano a occupare
la fabbrica.
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Capitolo settimo
CAPITOLO OTTAVO
Finalmente la verità
Sul viso di ogni operaio rabbia e indignazione accompagnavano gesti violenti
e rapidi, come se tutta la loro vita, le loro famiglie e lo scopo della loro esistenza, dipendessero da quegli attimi che li separavano dall’ingresso della
fabbrica e da quella protesta. Karim, forse grazie alla conoscenza di Bashir,
per la prima volta li guardò come uomini e non come operai. Era necessario
svoltare. Tutti i licenziamenti che era stato costretto a fare erano il prodotto di
un paese che andava lacerandosi. Sul fondo della sua coscienza gravava il
peso di quegli uomini che lottavano con le unghie e con i denti per il pane. I
dipendenti si riversavano nei corridoi e nelle stanze del pianterreno, pretendendo di parlare con il direttore. Erano spaventati per il loro futuro e adirati
con chi glielo aveva negato. Alle grida di quella protesta, nei cuori dei due ragazzi si mescolavano diverse emozioni in contrasto. Alì era contento che finalmente la fortuna girasse dalla sua parte, ma era sovrastato dal senso di colpa
perché conosceva il vero significato della fame e della povertà, mentre Hany
, tutto di un colpo si trovava di fronte alla realtà finora ignorata. All’improvviso
un urlo squarciò l’aria sconvolgendo la folla, tutti gli sguardi erano rivolti verso
un’impalcatura su cui era salito un uomo che minacciava di suicidarsi.
«Dopo aver buttato il sangue in questa fabbrica, non tollero che il mio futuro
sia nelle mani di due ragazzini inesperti; come possono sistemare le cose se
non l’ha saputo fare un esperto in economia che fa questo lavoro da anni?
Come possiamo assicurarci che farete i nostri interessi, se già uno di noi si è venduto? Ed ora quello che era un povero uomo come noi si ritrova a capo della
fabbrica, mentre mia moglie è incinta e ho già tre figli da sfamare, mentre tutti
sono nella mia stessa condizione se non peggio. Adesso basta!»
48
Finalmente la verità
Hany sempre più scioccato, assillava il padre domandandogli cosa potessero
fare per placare la rivolta. Karim, incapace di prendere qualsiasi decisione diede
ragione agli operai, pensò solo alla sicurezza del figlio e gli ordinò bruscamente
di tornare a casa. Alì, avendo assistito alla sfuriata di Karim decise di seguire il
suo amico.
«Non voglio tornare a casa» disse Hany accorgendosi che Alì lo stava seguendo.
«Non posso abbandonare la situazione in questo momento così tragico, quegli
uomini lì fuori hanno bisogno di essere rassicurati».
Tornarono indietro, la loro unione dava loro la forza di affrontare Karim e di potergli presentare il programma di ristrutturazione della fabbrica. Karim, di fronte
alla determinazione dei due giovani e alla concretezza delle proposte non poté
opporsi. Chiamò il capo della rivolta e gli illustrò il progetto. Per quel giorno tutti
ritornarono a casa più fiduciosi.
Arrivati a casa, Alì non diede il tempo di parlare alla madre che subito iniziò a
fare mille domande sul nonno. La donna gli disse di rivolgersi a sua cugina Melissa,
era stata lei ad informarla. Immediatamente. I due si attivarono per contattare
Melissa, la quale dispiaciuta per non poter spiegare l’intera faccenda al cugino,
gli annunciò del suo arrivo imminente in Egitto per un articolo sulle varie sommosse.
Fu lei, appena arrivata a Il Cairo, a rievocare la verità, scoperta durante il lavoro
per un giornale italiano, quando era una stagista e l’avevano mandata al carcere di Poggioreale per incontrare un criminale africano, entrato nella camorra.
Era una storia surreale, che iniziava con un secondino che l’aveva scortata in una
stanza. Era un uomo dalla carnagione scura, stempiato, con la barba incolta e
la testa fra le mani.
«Signor Sahid Hossan cosa l’ha spinta ad entrare a far parte della malavita Italiana?»
L’uomo si schiarì la voce.
«Lei cosa farebbe se avesse fame e nessuno fosse disposto ad offrirle un onesto
posto di lavoro?»
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Capitolo ottavo
L’uomo alzò gli occhi e continuò: «Non volevo diventare un criminale, cercavo lavoro per sfamare la mia famiglia. Ma nessuno era disposto a dare un lavoro ad
un egiziano. Non potevo tornare. Non potevo vivere».
Melissa ascoltava attentamente quell’uomo. Sembrava pentito e nei suoi occhi
spenti c’era qualcosa di familiare. L’intervista continuò, la ragazza lo tempestò di
domande ma non riusciva a capire come quest’uomo fosse diventato un criminale.
«Lei sembra una brava persona, come ha fatto a resistere nella camorra? Come
ha potuto uccidere delle persone?» L’uomo a quella domanda sgranò gli occhi,
era un argomento che lo feriva.
«La mia fedina penale non si è mai macchiata di sangue. Ho fatto cose di cui mi
pento amaramente, ma non ho mai ucciso nessuno».
Il silenzio calò, interrotto solo da due secondini che presero il detenuto.
«Prima di andare faccia delle ricerche su queste associazioni» disse Sahid porgendole un foglietto «così tutto le sarà più chiaro».
Melissa lo lesse e, prima che potesse dire qualcosa, i secondini avevano già
scortato fuori il recluso.
Il racconto terminò e Melissa tornò alla realtà. Hany era muto. Alì era sconvolto.
«Cosa c’entra questo con nostro nonno?» disse deluso.
«Quel signore era nostro nonno» ribatté Melissa.
«Tornata a casa feci delle ricerche su di lui e, a parte tutti i suoi delitti, non c’era
altro. Sahid era scomparso nel nulla. Feci delle ricerche su quei nomi che mi aveva
dato e scoprii che erano delle associazioni di beneficenza che accoglievano
senzatetto e stranieri. E Il fondatore era lo stesso Sahid. Aveva mantenuto la sua
vecchia identità costruendo qualcosa con i soldi guadagnati nella malavita».
«Come puoi dire che questo criminale sia in realtà nostro nonno?»
Alì era indignato. Melissa, che aveva avuto più tempo per abituarsi all’idea, rispose con calma
«Ne sono certa Alì. Le mie ricerche mi hanno condotto al vero nome. Hassan Munir.
I miei sospetti erano fondati, mio padre mi ha parlato della loro vita disagiata e
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Finalmente la verità
della partenza del nonno per l’Italia, dopo la quale non ebbero più notizie. Mi
sono fatta mandare foto e qualunque documento che potesse confutare la mia
ipotesi ed alla fine ho dovuto accettare la realtà. Da allora, ogni volta che potevo sono andata da lui. Sai Alì, voleva conoscerti e si era ripromesso che un
giorno sarebbe tornato, ma purtroppo non ne ha avuto la possibilità».
Alì era sopraffatto dagli eventi, non sapeva cosa dire. Fu Hany a parlare.
«So cosa fare! Nella mia vita ho sempre messo al primo posto le mie necessità, ma
non sono più disposto a farlo. Questi soldi sono tutto ciò che ti resta di tuo nonno,
tienili per te, escogiteremo qualcos’altro per risollevare l’azienda».
Il tempo passava e Alì continuava a guardare nel vuoto senza fiatare. Melissa e
Hany si scambiarono sguardi preoccupati, quando finalmente Alì parlò.
«Non posso tenere questi soldi, sono sporchi! Tutto ciò che posso fare è consegnarli a chi di dovere e accettare le conseguenze».
«Non puoi!» gridò Melissa.
«Questi soldi ci servono».
«Ha ragione ti servono! La tua famiglia ne ha bisogno!» ribatté Hany
«Non voglio che sprechi quest’occasione, fra di noi sei la persona che più la merita!»
Ma Alì era deciso, era tempo di fare la cosa giusta, non poteva accettare quel
denaro conoscendone la provenienza. L’idea balenò nella sua testa come se
fosse sempre stata dentro di lui.
«Parto per l’Italia, vado a restituire ciò che mio nonno ha rubato, è da qui che
devo partire se voglio dare valore alla mia vita, al mio futuro. Al futuro della fabbrica penseremo dopo».
51
Capitolo ottavo
CAPITOLO NONO
Il diario di Hassan
Arrivarono a Napoli confusi dalle paure e dalle preoccupazioni. Quando Hany
ruppe il silenzio erano appena atterrati. «Sei proprio sicuro di volerci andare,
Alì?»
«Un paio d’ore non cambiano niente» disse Melissa intervenendo «andremo prima
in banca. Sahid desiderava ardentemente che tu vedessi quella cassetta di cui
ti ho parlato: forse troveremo qualcosa d’interessante. So che è difficile accettarlo, lo è stato anche per me. Ma lo faremo insieme».
Hany continuò «Certo Alì, Melissa ha ragione! Resteremo al tuo fianco!»
Alì rimase zitto e pensieroso. Guardò entrambi e fece un segno di assenso con la
testa. Arrivati in banca, chiesero della cassetta di sicurezza di Sahid Hassan. Il
direttore, nel sentire il nome del celebre camorrista, li invitò con modi poco garbati ad abbandonare l’edificio, spingendoli verso l’uscita mentre proclamava
sdegnato l’onestà della sua impresa. Alì, che non capiva le parole pronunciate
da quell’uomo austero, fece un balzo in avanti mettendosi di fronte a lui, quasi a
sfidarlo, infastidito dai toni con i quali aveva reagito.
«Dobbiamo accedere alla cassetta di Hassan Munir» spiegò Melissa insistendo.
A queste parole il direttore guardò Alì e qualcosa cambiò nella sua espressione.
Balzò nei suoi occhi un lampo di curiosità, cui subentrò un senso di consapevolezza.
«Solamente una volta ho visto questo sguardo negli occhi di qualcuno. Era un
uomo dal portamento fiero, si chiamava Hassan. Sembrava sicuro di sé, ma nel
profondo dei suoi occhi si leggeva la paura».
Gli tornò in mente il bambino di cui quel giorno Hassan gli aveva parlato con
una malinconia infinita nell’animo. La malinconia di qualcuno che sa cosa lo
aspetta. Solo qualche giorno dopo era venuto a sapere dell’arresto di quel-
52
Il diario di Hassan
l’uomo, che aveva deciso di non voler più vivere una vita nella menzogna e nella
disonestà. Hassan gli aveva consegnato un diario come ultimo atto da uomo libero. In quel momento l’uomo di allora e il ragazzo di adesso erano uguali, se non
per le guance di quest’ultimo solcate da lacrime di rabbia. Così il direttore li
scortò nella stanza in cui si trovavano le cassette di sicurezza. Rivolto ad Alì gli
consegnò il messaggio che da quel giorno aveva custodito.
«Ognuno possiede la chiave della propria felicità». Melissa lo guardò insistentemente, come in attesa di qualcosa, l’uomo invece si allontanò con discrezione,
lasciandoli soli.
«Cosa ha detto? La combinazione?» chiese impaziente Hany a Melissa, convinto
che ragazza la conoscesse. «Non saprei» rispose fissando la parete di fronte a
loro, «il nonno mi disse che il direttore della banca ci avrebbe fornito una
chiave».
«A quanto pare abbiamo solo perso tempo. Avremmo dovuto rispettare i piani»
disse Alì deluso e irrequieto.
«Non credo, mi fido del nonno» replicò Melissa, avvicinandosi alla cassetta, da
cui non aveva mai distolto lo sguardo.
«Il direttore ha parlato di una chiave e della felicità. Strano messaggio, ma
forse… è un indizio» e si mise ad armeggiare con le combinazioni.
«Hai letto troppi libri, Melissa! Smettiamola di giocare e facciamo quello per cui
siamo venuti» propose Hany, mettendo la mano sulla spalla di Alì per rassicurarlo.
Dopo vari tentativi falliti, Melissa inserì in successione i numeri 1-10-9. Nello stupore generale, la cassetta si aprì e Hany, incuriosito, chiese come ci fosse riuscita.
Melissa iniziò a spiegare con tono orgoglioso e con quello spirito da saputella
che la contraddistingueva la soluzione:
«Il numero 1 è la A, il 10 è la L e il 9 è la I» Alì. «Parlando con Sahid, ho scoperto
che amava l’enigmistica e poi il messaggio…» mentre i due parlavano, Hany
aveva già afferrato un libricino che Alì gli sottrasse rapidamente e iniziò a sfogliare. Era un diario aggiornato giorno per giorno, pieno di parole e ricordi del
Capitolo nono
53
nonno. Una pagina in particolare catturò la loro attenzione. Era più sgualcita rispetto
alle altre e sembrava scritta di fretta e furia. Curiosi, incominciarono a leggere:
“12 Marzo 2012. Non ce la faccio più. Oggi è ritornata mia nipote Melissa…
non sono riuscito a dirle tutta la verità e ad esprimere ciò che sento. Avrei voluto
raccontarle tante cose.. avrei voluto dirle che mi dispiace di non essere stato vicino alla mia famiglia come desideravo, di non essere stato un buon nonno per
lei e Alì… come avrei voluto vederlo crescere, abbracciarlo, consolarlo come
aveva fatto mio nonno con me! Narrargli di quando avevo la sua età, dei giochi
sfrenati per le vie di Moqattam, del desiderio di fuga dalla miseria di quella vita,
dei grandi occhi dolci di sua nonna e di come non abbia mai dimenticato la
prima volta che li vidi. Se solo l’avessi ascoltata quando mi diceva di mettere da
parte l’orgoglio, quando mi diceva di soffrire a causa della lontananza della famiglia. Mi sono reso conto dei miei sbagli troppo tardi, non ho avuto nemmeno il
tempo di chiederle scusa… solo quando non l’ho avuta più al mio fianco, mi sono
reso conto di essere totalmente solo e di aver sbagliato tutto! Ora spero di poter
rimediare e sono sicuro di poter contare sull’appoggio di Melissa…”
Continuarono a leggere con avidità. Hassan immaginava che i soldi sporchi accumulati nella camorra sarebbero stati confiscati in seguito all’arresto. Ma Il conto
lasciato ad Alì era il frutto di una vincita di lotteria di tanti anni prima, soldi documentati che non erano stati toccati. I tre, sbalorditi, rimasero un momento in silenzio.
Hany esclamò all’improvviso fuori di sé dalla gioia: «Alì, ma ti rendi conto? Questa
notizia cambierà la tua vita, la nostra! Finalmente potremo risanare la fabbrica
e mantenere tutte le promesse fatte agli operai! Dobbiamo tornare in Egitto!»
Non finì la frase che già si stava avviando verso l’uscita. Alì lo trattenne ed
esclamò infuriato.
«Il nostro compito non è ancora finito. Apri gli occhi Hany. Per il mondo Hassan
non è che un vile sfruttatore degli altri! Un camorrista! Io so che era innocente e
qui ci sono le prove. Andiamo dalla polizia e riferiamo loro l’accaduto».
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Il diario di Hassan
Hany si mostrò titubante, ma Melissa riuscì a convincerlo: «Alì ha scoperto la verità. È giusto che tutti sappiano». Usciti dalla banca si diressero alla stazione di
polizia più vicina. Dopo il colloquio con le autorità competenti i loro volti facevano trasparire un senso di sollievo: dopotutto erano partiti con l’idea di arrivare
in Italia per restituire il denaro, invece ora stavano per tornare in Egitto con i
soldi ed il desiderio di scoprire tutto sul nonno. Durante il tragitto verso l’aeroporto Alì non staccò mai gli occhi dal diario: leggeva, divorava notizie su suo
nonno e, se Hany o Melissa tentavano di parlargli, non rispondeva. Non rivolgeva
loro una parola da più di un’ora ormai. Quando ebbero finito il check-in, si rivolse
verso Hany e Melissa con gli occhi lucidi chiedendo loro di ascoltare un passo
del diario. Era datato 4 aprile 1994:
“Alì è nato. Come passa il tempo. Sembra ieri che Bashir è tornato in Egitto per
raggiungere quella donna. Non riesco ad accettare che abbia rinunciato a vivere con me in Italia e fare una vita invidiabile solo per stare con lei. Si dice che
il tempo sani ogni ferita, ma non sempre è così”.
Alì ruppe la lettura tra le lacrime e passò il diario ad Hany.
“Mio figlio ha continuato a scrivermi” proseguì l’amico “nonostante, per stupido
orgoglio, io non gli abbia mai risposto… figlio mio, se solo tu potessi sentirmi, ti
direi che, malgrado le apparenze, sei la cosa più importante della mia vita. Troverò un modo per rimediare. Te lo giuro! Spero solo che un giorno Alì possa conoscere suo nonno”.
Capitolo nono
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CAPITOLO DECIMO
Il dono
Appena arrivato nella piazza, vide una folla, grande, immensa. Erano tutte donne.
Donne che si agitavano, intonavano cori, urlavano, combattevano. Tutte le voci
si sovrapponevano tra loro, era impossibile distinguere il contenuto dei loro discorsi. Ma una cosa era chiara. Erano arrabbiate. Hany non riusciva a comprendere il perché di tutto ciò, così fece spallucce ed entrò nel negozio per comprare
le scarpe. Ne provò circa dieci paia, e pensava continuamente a ciò che prima
aveva visto. Una volta finito l’acquisto, uscì dal negozio. Non sapeva bene se
tutte quelle donne che protestavano fossero mosse dallo stesso motivo. Ma presto tale motivo si presentò sotto i suoi occhi. Camminando in mezzo alla piazza,
in mezzo a tutte quelle donne, Hany intravide Melissa. Gli occhi dei due crearono
per mezzo di uno sguardo, un legame, quasi premonitore. Il ragazzo stava per avvicinarsi a lei, ma venne subito bloccato dalla sicurezza. Accerchiarono Melissa
ed altre tre ragazze, le mani di quegli uomini iniziarono a spintonare i corpi esili
delle giovani, dalle spinte si passò alle percosse, e poi alle umiliazioni. Fu tutto
veloce, rapido, incomprensibile. Fu la prima volta che Hany capì che la violenza
ingiustificata era veramente una crudeltà. E si sentiva impotente. I sensi di colpa
si fecero sentire dal profondo del suo stomaco, non riusciva a parlare. Era inerme.
Come Melissa. Madida di sudore, stanca, gettata per terra in preda al terrore.
Aveva un labbro spaccato, Melissa. Lei e tutta la sua bellezza in un colpo solo
vennero annientate, distrutte. Era proprio per questo che quelle donne stavano
manifestando. Erano stanche. Stanche di essere inferiori, stanche di essere umiliate, picchiate. Avevano i loro diritti, e per quelli erano pronte a farsi sentire.
Possedevano un cervello. Erano come e meglio degli uomini. Hany si accinse velocemente a soccorrere Melissa. La persona che più amava si trovava tra le sue
mani, senza forze, senza parole, senza orgoglio. Dalle labbra della ragazza usci-
56
Il dono
rono poche parole, incomprensibili. Hany riuscì a capire solo: “La violenza si combatte con la speranza”. La speranza di un cambiamento? La speranza di un
mondo migliore?
Gli uomini non pensano mai al bene, sono desiderosi di fama, gloria, successo.
Non importa come si raggiunge uno scopo, l’importante per loro è arrivare, sempre.
Dov’era arrivato adesso lui?
Hany era un ragazzo benestante che si nascondeva dietro manifestazioni calcistiche dove il tifo si trasformava spesso in violenza. Non gli mancava nulla, eppure
in un attimo le sue convinzioni e le sue idee erano crollate come una torre di
carte. Hany capì che a questo mondo non vi è rispetto per le persone. Lo capì
nel momento in cui ciò che amava chiedeva aiuto. Non sempre le cose più ovvie
sono le più immediate. Nessuno però si chiede cosa fare per cambiare. Se ci fosse
più armonia, più consapevolezza di se stessi, più conoscenza, tutto potrebbe
assumere una dimensione più giusta. Ci sono cose che non si possono comprendere da soli. C’è bisogno di qualcuno. Bisogna guardare il prossimo e affermare
la propria posizione nel mondo. Bisogna dar voce ai propri pensieri, lottare, pagare. Non esistono persone cattive e chi lo è, è soltanto perché è solo e non ha
termini di confronto. Hany da quel momento vide la sua vita cambiata. Capì che
bisogna lottare solamente per qualcosa che valga la pena. E non solo per il
gusto di divertirsi, di giocare a guardie e ladri . Capì che il cielo è abbastanza
grande per coprire tutti. Capì finalmente che la vita è un dono.
Capitolo decimo
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APPENDICE
1. Padri e figli
Liceo Scientifico “E. Vittorini” di Napoli – classe IVH
Dirigente Scolastico
Rosanna Videtta
Docente referente della Staffetta
Loredana Troise
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Vincenza Alfano
Classe che ha composto il capitolo: IVH
APPENDICE
2. La scoperta
Liceo scientifico “G. Siani” di Aversa (CE) - classi IV/VD - IVF
Dirigente Scolastico
Dolores Russo
Docente referente della Staffetta
Stefania Febbraro
Docenti responsabili dell’Azione Formativa
Mariateresa Stanzione, Sandra Di Gioia
Gli studenti/scrittori delle classi
IVD - Eliseo Antonio Nardaccio
VD - Guido della Gatta, Agostino Luise, Pasquale Vitale
IVF - Teresa Fabozzi, Daniela Farina, Federica Colella, Marimila Diretto, Mariachiara
Zaccariello, Mariarosaria Martino, Raffaela Scarano, Ortucci Nicoletta, Maria
Ronza, Lucia Fusco, Francesca Capone, Federica Melillo, Nicola Di Grazia
Hanno scritto dell’esperienza:
“…Per alcuni, questo è stato il terzo anno che partecipiamo alla staffetta creativa, per altri invece è stato il primo. Nonostante ciò l’entusiasmo è stato sempre
lo stesso, leggere insieme l’incipit ed il primo capitolo ha fatto emergere idee individuali in merito al prosieguo del racconto. Gli alunni coinvolti hanno collaborato tra di loro fin dall’inizio ognuno a modo suo, attraverso ricerche di
informazioni, revisionando il testo, o semplicemente dando idee sullo svolgimento
dei fatti. Alla fine, dopo la lettura della stesura finale, tutti sono stati soddisfatti
del testo prodotto consapevoli di aver contribuito insieme al racconto. L’esperienza è stata coinvolgente anche per noi docenti, è sempre bello vedere i propri
alunni impegnarsi in iniziative di gruppo come questa...”
per leggere l’intero commento www.bimed.net link: staffetta di scrittura creativa
APPENDICE
3. Oltre il dolore
Liceo Scientifico “Andrea Bafile” L’Aquila (AQ) – classe IVF
Dirigente Scolastico
Natale De Angelo
Docente referente della Staffetta
Corridore Cinzia
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Corridore Cinzia
Gli studenti/scrittori della classe IVF
Giuseppe Angelone, Federica Antolini, Carla Anzuini, Antonio Bernardi, Chiara
Capretti, Francesca Catonica, Federico Cialente, Pierpaolo Ciccone, Silvia
Cipriani,Vincenza Corazza, Corrado Costanzi, Gabriele De Meo, Nicolas Di
Iulio, Marco Emanuele, Angelo Feliciani, Greta Francesconi, Eleonora Lalli, Andrea Micarelli, Sebastiano Montuori, Luca Olivieri, Giulia Prosperini, Veronica
Tomei
Hanno scritto dell’esperienza:
“…L’esperienza ci è sembrata nuova ed entusiasmante: nuova perché non eravamo mai stati creatori di un vero e proprio racconto da condividere tra di noi
e con altri ragazzi di scuole d’Italia; entusiasmante perché abbiamo dovuto
documentarci, indagare, approfondire e prendere consapevolezza circa una
realtà di cui troppo spesso avevamo sentito parlare ma sulla quale non ci eravamo mai molto soffermati a riflettere.
Ci è piaciuto molto il lavorare insieme, attorno al tavolo della nostra biblioteca e riuscire a conservare la nostra diversità di opinioni, pur confluendo in un
racconto che ci rappresentasse tutti”.
APPENDICE
4. La fuga
Liceo Scientifico “Marie Curie” di Pinerolo (TO) – classe VBNR
Dirigente Scolastico
Marco Bolla
Docente referente della Staffetta
Pasquale Simonetti
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Pasquale Simonetti
Gli studenti/scrittori della classe VBNR
Pierre Cuku, Eleonora Litterio, Laura Margiotta, Morena Motatto, Linda Musso
Hanno scritto dell’esperienza:
“…L’esperienza alla quale abbiamo partecipato è stata diversa e più creativa
rispetto alle altre proposteci in precedenza.
Abbiamo avuto la possibilità di confrontare idee diverse e dare libero sfogo alla
nostra fantasia, inserendo nel nostro capitolo una descrizione del nostro capoluogo, Torino, in modo che potesse essere conosciuto anche dai ragazzi di altre
città.
L’unica nota negativa è stata riscontrare, nei primi capitoli, alcune incongruenze
con l’incipit; questo, però, ci ha spronati a riorganizzare la trama e ad inserire personaggi che erano scomparsi durante la narrazione, in modo che siano di spunto
per coloro che scriveranno i prossimi capitoli”.
APPENDICE
5. L’incontro
IIS “Carlo Ubertini” di Caluso (TO) – classi IVA/B
Dirigente Scolastico
Franco Zanet
Docente referente della Staffetta
Manuela Muzzolini
Docenti responsabili dell’Azione Formativa
Mariella Settia, Debora Masoero
Gli studenti/scrittori delle classi
IVA - Emanuele Barengo, Lara Bersano, Giulia Calia, Roberta Cavalieri D’Oro,
Igor Compagno, Mattia Didonè, Enrico Edile, Samuele Ercolini, Gabriele Ferrando,
Enrico Ferrero, Paolo Fioraso, Matteo Frola Giovannelli, Riccardo Milani, Ruben
Petiti, Alessandra Savio
IVB - Andrea Acquaviva, Giorgio Arnodo Pier, Nicole Boscolo, Elisa Cardia,
Carlo Cavallo, Luca Cornelio, Gabriel Daniele, Claudio Gioannini, Luca Lano,
Davide Martini, Sofia Regano, Daniela Riva, Maurizio Rolando, Paolo Rosso,
Paolo Trovero
Hanno scritto dell’esperienza:
“…Il lavoro ha consentito a questi alunni di un istituto professionale di avvicinarsi
alla composizione scritta, migliorando le dinamiche di gruppo e stimolando il lavoro sinergico e le loro capacità critiche.
Inoltre ha consentito una riflessione sugli argomenti proposti, che data la loro attualità, hanno suscitato interesse e dibattito”.
APPENDICE
6. La consapevolezza
I.P.S.A.R. “Ten M. Pittoni” di Pagani (SA) – classi VA/VB
Dirigente Scolastico
Rosa Rosanna
Docenti responsabili dell’Azione Formativa
Patrizia Pappalardo, Rosa Zito
Gli studenti/scrittori delle classi
VA - Arianna Aprea, Pierpaolo Attianese, Gaetano Cesarano, Mario Contaldo,
Attilio Ferraioli, Martino Forino, Paquito Marrazzo, Rossella Marrazzo, Antonio
Nasti, Immacolata Soriente, Francesca Spanò, Fiorella Tartaglione
VB - Davide Accardi, Aniello Annunziata, Rosaria Cesarano, Antonio Chirico,
Rosa De Prisco, Daniela Fiamma, Pasquale Lauria, Giusy Lauro, Luana Mariamburgo Coppola, Mario Nitto, Simone Novi, Francesco Raiola, Fabio Russo, Antonio Sessa
Hanno scritto dell’esperienza:
“…Quando abbiamo saputo di essere stati coinvolti nella staffetta di scrittura ne
siamo stati felici ed entusiasti anche se un po’ timorosi. Appena letto l’incipit ha
prevalso però l’entusiasmo e ci siamo subito messi al lavoro leggendo insieme
alle nostre insegnanti i capitoli che di volta in volta venivano pubblicati. Appena
è uscito il V capitolo, lo abbiamo letto, ne abbiamo discusso e abbiamo provato
ad immaginare come la storia di Hany e Alì potesse proseguire. Ci siamo divisi in
sei gruppi e ogni gruppo ha prodotto una proposta di sesto capitolo. Successivamente abbiamo scelto quello che ci sembrava il più adatto e coerente. Ci
siamo soffermati soprattutto sulla consapevolezza di quanto era accaduto ai
due cugini, sul loro ricongiungimento e sulla volontà di impegnarsi attivamente per
il loro Paese”.
APPENDICE
7. Tra sogno e realtà
IPSSAR “Ugo Tognazzi” di Velletri (ROMA) – classi VA ristorazione – VA ricevimento
Dirigente Scolastico
Adele Bianco
Docente referente della Staffetta
Francesca Leonardo
Docenti responsabili dell’Azione Formativa
Antonella Paternoster, Gianna Nanni
Gli studenti/scrittori della classe
VA Ristorazione - Gianluca Prosperi, Danilo Fasciani, Davide Sergio, Simone Celluccci, Emanuela Cimini, Arianna Tedesco, Francesca Orizio, Selvaggia Di Stazio,
Leonardo Lascala, Andrea Digiacomantonio, Sara Di Lauro, Matteo Mason,
Giampietro Gentili
VA Ricevimento - Gaia Tegon, Ramona Mavei, Matteo Virgini, Matteo De Cave,
Daniele Gameri, Riccardo Palombi, Noemi Carletti, Silvia Cavatrunci, Elisa Ronci
IA - Marco Donzelli
Hanno scritto dell’esperienza:
“…Grazie per averci fatto partecipare.
Questa esperienza ci ha aiutato ad interagire l’uno con l’altro facendoci conoscere meglio, lavorando insieme c’è stata la possibilità di confrontare le nostre
idee, ed ognuno ha esternato la propria fantasia.
Tutto ciò ci ha fatto crescere perché il lavoro in sinergia ha tirato fuori il meglio
che c’è in noi, portandoci ad ottimi risultati, per scrivere questo capitolo. Ci siamo
divertiti, scandalizzati da alcune proposte, scontri, mediazioni, ma alla fine tutti
siamo rimasti entusiasti del capitolo finito. Noi speriamo e vogliamo vincere”.
APPENDICE
8. Finalmente la verità
Liceo Statale “P.E.Imbriani” di Avellino – classe IV DL
Dirigente Scolastico
Luciano Di Rienzo
Docente referente della Staffetta
Angelina D’Amato
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Lucia Scotto Di Clemente
Gli studenti/scrittori della classe IV DL
Laura Autolino, Lina Caruso, Karin Cella, Alejandra Contreras Salazar, Francesca
Di Prisco, Jessica Esposito, Ilaria Feoli, Alessia Figus, Valentina Fiore, Fabiola Fioretti, Anna Freni, Francesca Lionetti, Luca Longo, Benedetta Matteis, Maria
Chiara Mazzariello, Erika Melchiorre, Benedetta Oliviero, Anita Lucia Petruzziello,
Carmelina Sarno, Alessia Spagnuolo, Laura Tammaro, Ylenia Tarantino, Ionela Iuliana Tarnauceanu, Oscar Tulimiero, Francesca Viscione
Hanno scritto dell’esperienza:
“…Abbiamo partecipato per il secondo anno a questa esperienza, che si è rivelata molto educativa sia per chi già aveva partecipato precedentemente,
sia per chi vi ha preso parte per la prima volta.
Quest’anno abbiamo dovuto affrontare un tema molto delicato riguardante la
legalità: i problemi sociali in Egitto, soprattutto nell’ambito lavorativo. La partecipazione a questo progetto ci ha reso particolarmente uniti e ci ha permesso
di riflettere con maggiore attenzione sulle disuguaglianze sociali, facendoci
comprendere la necessità di superare le differenze e le divisioni in ogni ambito
della vita”.
APPENDICE
9. Il diario di Hassan
I.S.I.S “V.Cuoco O. Fascitelli” di Isernia – classi III/IVB VA/B Liceo Classico
“O. Fascitelli” - IVF Liceo Socio-Psicopedagico “V. Cuoco”
Dirigente Scolastico
Michele Siravo
Docente referente della Staffetta
Giuseppina Faralli
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Giuseppina Faralli
Gli studenti/scrittori delle classi
IIIB Liceo Classico “O. Fascitelli”- Mario De Pasquale, Simone Buffolo, Arianna
Staffieri, Chiara Caccia, Gabriella Di Tullio, Lucia Di Ciuccio, Federica Sammarone, Gaia Zarlenga, Francesca Zullo, Benedetta Mingione
IVB Liceo Classico “O. Fascitelli” - Ilaria Tedeschi, Chiara Giallorenzo, Nadia Raimo,
Camilla Moscato, Giuseppina Tropeano, Veronica Cicchino, Giulia Di Pilla, Camilla
De Pinto, Camilla Rossi, Alessia Zullo, Federica Nobile, Claudia Di Mascia
VA Liceo Classico “O. Fascitelli”- Nicole Patete
VB Liceo Classico “O. Fascitelli” - Davide Sellitto, Franco Minutillo
IVF Liceo Socio-Psicopedagico “V. Cuoco” - Serena Forte, Pecorelli Sabrina
Hanno scritto dell’esperienza:
“…All’inizio dell’anno scolastico la protesta messa in atto da studenti e insegnanti nei confronti di provvedimenti che minacciavano la serenità della scuola
italiana sembrava dovesse paralizzare tutte le attività programmate, tra cui la
“Staffetta”...”
per leggere l’intero commento www.bimed.net link: staffetta di scrittura creativa
APPENDICE
10. Il dono
Istituto Superiore Liceale “Matilde di Canossa” di Reggio Emilia – classe VD
Dirigente Scolastico
Lorella Bonicelli
Docente referente della Staffetta
Katya Malaguti
Docente responsabile dell’Azione Formativa
Katya Malaguti
Classe che ha composto il capitolo: VD
NOTE
NOTE
INDICE
Incipit di KARIM METREF ..................................................................................pag
14
Cap. 1 Padri e figli ..................................................................................................»
18
Cap. 2 La scoperta ................................................................................................»
22
Cap. 3 Oltre il dolore ............................................................................................»
26
Cap. 4 La fuga ........................................................................................................»
30
Cap. 5 L’incontro ......................................................................................................»
36
Cap. 6 La consapevolezza ................................................................................»
40
Cap. 7 Tra sogno e realtà ..................................................................................»
44
Cap. 8 Finalmente la verità ..................................................................................»
48
Cap. 9 Il diario di Hassan......................................................................................»
52
Cap. 10 Il dono ........................................................................................................»
56
Appendici ..................................................................................................................»
58
Finito di stampare nel mese di aprile 2013
dalla Tipografia Gutenberg Srl – Fisciano (SA)
ISBN 978-8897890-84-3