Dimenticai chi ero… la speranza di Hany
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Dimenticai chi ero… la speranza di Hany
EATBPE YFUORC ZQ YF UOTC FR AG NE ZN AG AO GU C A O Q KSJQ LP FCABWI BA VICLWBE HU PE OI PR TW P TE R A XS VI CL XPEC SX TBP RDDIMENTICAI CHI MP NF FC AG MD RO FI IT DI HANY LA SE SPERANZA GY VE AO ER ERO... AB BU MZ NV AH BG CAD RC AG CI SL NE AG PO HR GM ECWB TE MD TE RR I EA VA VI CL GMD ABWI NF XMFCABWI WQ Z DIMENTICAI CHI ERO… LA SPERANZA DI HANY Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo Associazione di Enti Locali per l’Educational e la Cultura - Ente Formatore per Docenti Istituzione Promotrice della Staffetta di Scrittura Bimed/Exposcuola in Italia e all’Estero Partendo dall’incipit di Karim Metref e con il coordinamento dei propri docenti, hanno scritto il racconto gli studenti delle scuole e delle classi appresso indicate: Liceo Scientifico “E. Vittorini” di Napoli – classe IVH Liceo scientifico “G. Siani” di Aversa (CE) - classi IV/VD - IVF Liceo Scientifico “Andrea Bafile” L’Aquila (AQ) – classe IVF Liceo Scientifico “Marie Curie” di Pinerolo (TO) – classe VBNR IIS “Carlo Ubertini” DI Caluso (TO) – classi IVA/B I.P.S.A.R. “Ten M. Pittoni” di Pagani (SA) – classi VA/VB IPSSAR “U. Tognazzi” di Velletri (RM) – classi VA ristorazione – VA ricevimento Liceo Statale “P. E. Imbriani” di Avellino – classe IV DL ISIS “V. Cuoco - O. Fascitelli” di Isernia – gruppo misto Istituto Liceale “Matilde Canossa” di Reggio Emilia – classe VD Editing a cura di: Alfonso Tramontano Guerritore Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo Associazione di Enti Locali Ente Formatore per docenti accreditato MIUR Il racconto è pubblicato in seno alla Collana dei Raccontiadiecimilamani Staffetta Bimed/Exposcuola 2013 La pubblicazione rientra tra i prodotti del Percorso di Formazione per Docenti “La Scrittura Strumento indispensabile di evoluzione e civiltà” II livello. Il Percorso di Formazione è promosso dal MIUR Dipartimento per l’Istruzione Direzione Generale per il Personale Scolastico Ufficio VI e si organizza in interazione con l’Istituto Comprensivo “A. De Caro” di Lancusi/Fisciano (SA) Direzione e progetto scientifico Andrea Iovino Monitoraggio dell’azione e delle attività formative collegate Maurizio Ugo Parascandolo Responsabili di Area per le comunicazioni, il coordinamento didattico, l’organizzazione degli Stages, le procedure e l’interazione con le scuole, le istituzioni e i fruitori del Percorso di Formazione collegato alla Staffetta 2013 Linda Garofano Marisa Coraggio Andrea Iovino Area Nord Area Centro Area Sud Segreteria di Redazione e Responsabile delle procedure Giovanna Tufano Staff di Direzione e gestione delle procedure Angelo Di Maso, Adele Spagnuolo Responsabile per l’impianto editoriale Alfonso Tramontano Guerritore Grafica di copertina: Valentina Caffaro Rore, Elisa Costanza Giuseppina Camurati, Iulia Dimboiu, Giulia Maschio, Giulio Mosca, Raffaella Petrucci, Dajana Stano, Angelica Vanni - Studenti del Corso di Grafica dell’Istituto Europeo di Design di Torino, Docente Sandra Raffini Impaginazione Bimed Edizioni Relazioni Istituzionali Nicoletta Antoniello Piattaforma BIMEDESCRIBA Gennaro Coppola Amministrazione Rosanna Crupi I libretti della Staffetta non possono essere in alcun modo posti in distribuzione Commerciale RINGRAZIAMENTI I racconti pubblicati nella Collana della Staffetta di Scrittura Bimed/ExpoScuola 2013 si realizzano anche grazie al contributo erogato in favore dell’azione dai Comuni che la finanziano perché ritenuta esercizio di rilevante qualità per la formazione delle nuove generazioni. Tra gli Enti che contribuiscono alla pubblicazione della Collana Staffetta 2013 citiamo: Siano, Bellosguardo, Pisciotta, Cetara, Pinerolo, Moncalieri, Susa, SaintVincent, Castellamonte, Torre Pellice, Castelletto Monferrato, Forno Canavese, Rivara, Ivrea, Chivasso, Cuorgnè, Santena, Agliè, Favignana, Lanzo Torinese. Si ringrazia, inoltre, il Consorzio di Solidarierà Sociale “Oscar Romero” di Reggio Emilia, Casa Angelo Custode di Alessandria, Società Istituto Valdisavoia s.r.l. di Catania, Associazione Culturale “Il Contastorie” di Alessandria, Fondazione Banca del Monte di Rovigo. La Staffetta di Scrittura riceve un rilevante contributo per l’organizzazione degli Eventi di presentazione dei Racconti 2013 dai Comuni di Bellosguardo, Moncalieri, Ivrea, Salerno, Pinerolo, Saint Vincent, Procida e dal Parco Nazionale del Gargano/Riserva Naturale Marina Isole Tremiti. Si coglie l’occasione per ringraziare i tantissimi uomini e donne che hanno operato per il buon esito della Staffetta 2013 e che nella Scuola, nelle istituzioni e nel mondo delle associazioni promuovono l’interazione con i format che Bimed annualmente pone in essere in favore delle nuove generazioni. Ringraziamenti e tanta gratitudine per gli scrittori che annualmente redigono il proprio incipit per la Staffetta e lo donano a questa straordinaria azione qualificando lo start up dell’iniziativa. Un ringraziamento particolare alle Direzioni Regionali Scolastiche e agli Uffici Scolastici Provinciali che si sono prodigati in favore dell’iniziativa. Infine, ringraziamenti ossequiosi vanno a S. E. l’On. Giorgio Napolitano che ha insignito la Staffetta 2013 con uno dei premi più ambiti per le istituzioni che operano in ambito alla cultura e al fare cultura, la Medaglia di Rappresentanza della Repubblica Italiana giusto dispositivo Prot. SCA/GN/0776-8 del 24/09/2012. Partner Tecnico Staffetta 2013 Si ringraziano per l’impagabile apporto fornito alla Staffetta 2013: i Partner tecnici UNISA – Salerno, Dip. di Informatica; Istituto Europeo di Design - Torino; Cartesar Spa e Sabox Eco Friendly Company; ADD e EDT Edizioni - Torino; il partner Must Certipass, Ente Internazionale Erogatore delle Certificazioni Informatiche EIPASS By Bimed Edizioni Dipartimento tematico della Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo (Associazione di Enti Locali per l’Educational e la Cultura) Via della Quercia, 64 – 84080 Capezzano (SA), ITALY Tel. 089/2964302-3 fax 089/2751719 e-mail: [email protected] La Collana dei Raccontiadiecimilamani 2013 viene stampata in parte su carta riciclata. È questa una scelta importante cui giungiamo grazie al contributo di autorevoli partner (Sabox e Cartesar) che con noi condividono il rispetto della tutela ambientale come vision culturale imprescindibile per chi intende contribuire alla qualificazione e allo sviluppo della società contemporanea anche attraverso la preservazione delle risorse naturali. E gli alberi sono risorse ineludibili per il futuro di ognuno di noi… Parte della carta utilizzata per stampare i racconti proviene da station di recupero e riciclo di materiali di scarto. La Pubblicazione è inserita nella collana della Staffetta di Scrittura Bimed/Exposcuola 2012/2013 Riservati tutti i diritti, anche di traduzione, in Italia e all’estero. Nessuna parte può essere riprodotta (fotocopia, microfilm o altro mezzo) senza l’autorizzazione scritta dell’Editore. La pubblicazione non è immessa nei circuiti di distribuzione e commercializzazione e rientra tra i prodotti formativi di Bimed destinati unicamente alle scuole partecipanti l’annuale Staffetta di Scrittura Bimed/ExpoScuola. PRESENTAZIONE dedicato alle maestre e ai maestri … ai professori e alle professoresse, insomma, a quell’esercito di oltre mille uomini e donne che anno dopo anno ci affiancano in questo esercizio straordinario che è la Staffetta, per il sottoscritto, un miracolo che annualmente si ripete. In un tempo in cui non si ha la consapevolezza necessaria a comprendere che dietro un qualunque prodotto vi è il fare dell’essere che è, poi, connotativo della qualità di un’esistenza, la Staffetta è una esemplarità su cui riflettere. Forse, la linea di demarcazione che divide i nativi digitali dalle generazioni precedenti non è nel fatto che da una parte vi sono quelli capaci di sentire la rete come un’opportunità e dall’altra quelli che no. Forse, la differenza è nel fatto che il contesto digitale che sempre di più attraversa i nostri giovani porta gli individui, tutti, a ottenere delle risposte senza la necessità di porsi delle domande. Così, però, è tutto scontato, basta uno schermo a risolvere i nostri bisogni… Nel con- tempo, riflettere sul senso della nostra esistenza è sempre meno un bisogno e il soddisfacimento dei bisogni ci appare come il senso. Non è così, per l’uomo, l’essere, non può essere così. Ritengo l’innovazione una delle più rilevanti chiavi per il futuro e, ovviamente, non sono contrario alle LIM, a internet e ai contesti digitali in generale, sono per me un motore straordinario e funzionale anche per la relazione tra conoscenza e nuove generazioni, ma la conoscenza è altro, non è mai e in nessun caso l’arrivo, l’appagamento del bisogno… La conoscenza è nella capacità di guardare l’orizzonte con la curiosità, il piacere e la voglia di conquistarlo, questo è! Con la staffetta il corpo docente di questo Paese prova a rideterminare una relazione con l’orizzonte, con quel divenire che accomuna e unisce gli uomini e le donne in un afflato di cui è parte integrante il compagno di banco ma, pure, il coetaneo che a mille chilometri di distanza ac- coglie la tua storia, la fa sua e continua il racconto della vita insieme a te… In una visione di globalizzazione positiva. Tutto questo ci emoziona anche perché è in questo modo che al bisogno proprio (l’egoismo patologico del nostro tempo), si sostituisce il sogno di una comunità che attraverso la scrittura, insieme, evolve, cresce, si migliora. E se è vero come è vero che appartiene alla nostra natura l’essere parte di una comunità, la grande scommessa su cui ci stiamo impegnando è proprio nel rideterminare con la Staffetta una proficua interazione formativa tra l’innovazione e la cultura tipica dei tanti che nell’insegnare hanno trovato… il senso. Dedico questo breve scritto ai docenti ma vorrei che fossero i genitori e gli studenti, gli amministratori e le imprese, la comunità e l’attorno, a prendere consapevolezza del fatto che è proprio ri/partendo dalla Scuola che potremo determinare l’evoluzione e la qualificazione del nostro tempo e dello spazio in cui viviamo. Diamoci una mano, entriamo nello spirito della Staffetta, non dividiamo più i primi dagli ultimi, i sud dai nord, i potenti dai non abbienti… La Staffetta è, si, un esercizio di scrittura che attraversando l’intero impianto curriculare qualifica il contesto formativo interno alla Scuola e, pure, l’insieme che dall’esterno ha relazione organica e continuativa con il fare Scuola, ma la Staffetta è, innanzitutto, un nuovo modo di esprimersi che enuclea nella possibilità di rendere protagonisti quanti sono in grado di esaltare il proprio se nel confronto, nel rispetto e nella comunanza con l’altro. Andrea Iovino L’innovazione e la Staffetta: una opportunità per la Scuola italiana. Quando Bimed ci ha proposto di operare in partnership in questa importante avventura non ho potuto far a meno di pensare a quale straordinaria opportunità avessimo per sensibilizzare un così grande numero di persone sull’attualissimo, quanto per molti ancora sconosciuto, tema di “innovazione e cultura digitale”. Sentiamo spesso parlare di innovazione, di tecnologia, di Rete e di 2.0, ma cosa sono in realtà e quali sono le opportunità, i vantaggi e anche i pericoli che dal loro utilizzo possono derivare? La Società sta cambiando e la Scuola non può restare ferma di fronte al cambiamento che l’introduzione delle nuove tecnologie ha portato anche nella didattica: cambia il metodo di apprendimento e quello di insegnamento non è che una conseguenza naturale e necessaria per preparare gli “adulti di domani”. Con il concetto di “diffusione della cultura digitale” intendiamo lo svi- luppo del pensiero critico e delle competenze digitali che, insieme all’alfabetizzazione, aiutano i nostri ragazzi a districarsi nella giungla tecnologica che viviamo quotidianamente. L’informatica entra a Scuola in modo interdisciplinare e trasversale: entra perché i ragazzi di oggi sono i “nativi digitali”, sono nati e cresciuti con tecnologie di cui non è più possibile ignorarne i vantaggi e le opportunità e che porta inevitabilmente la Scuola a ridisegnare il proprio ruolo nel nostro tempo. Certipass promuove la diffusione della cultura digitale e opera in linea con le Raccomandazioni Comunitarie in materia, che indicano nell’innovazione e nell’acquisizione delle competenze digitali la vera possibilità evolutiva del contesto sociale contemporaneo. Poter anche soltanto raccontare a una comunità così vasta com’è quella di Bimed delle grandi opportunità che derivano dalla cultura digitale e dalla capacità di gestire in sicurezza la re- lazione con i contesti informatici, è di per sé una occasione imperdibile. Premesso che vi sono indagini internazionali da cui si evince l’esigenza di organizzare una forte strategia di ripresa culturale per il nostro Paese e considerato anche che è acclarato il dato che vuole l’Italia in una condizione di regressione economica proprio a causa del basso livello di alfabetizzazione (n.d.r. Attilio Stajano, Research, Quality, Competitiveness. European Union Technology Policy for Information Society II- Springer 2012) non soltanto di carattere digitale, ci è apparso doveroso partecipare con slancio a questo format che opera proprio verso la finalità di determinare una cultura in grado di collegare la creatività e i saperi tradizionali alle moderne tecnologie e a un’idea di digitale in grado di determinare confronto, contaminazione, incontro, partecipazione e condivisione… I docenti chiamati a utilizzare una piattaforma telematica, i giovani a inventarsi un pezzo di una storia che poi vivono e condividono grazie al web con tanti altri studenti che altrimenti, molto probabilmente, non avrebbero mai incontrato e, dulcis in fundo, le pubblicazioni… Il libro che avrete tra le mani quando leggerete questo scritto è la prova tangibile di un lavoro unico nel suo genere, dai tantissimi valori aggiunti che racchiude in sé lo slancio nel liberare futuro collegando la nostra storia, le nostre tradizioni e la nostra civiltà all’innovazione tecnologica e alla cultura digitale. Certipass è ben lieta di essere parte integrante di questo percorso, perché l’innovazione è cultura, prima che procedimento tecnologico. Il Presidente Domenico PONTRANDOLFO INCIPIT KARIM METREF Hany spense il computer, si coprì la faccia con le mani e si chinò in avanti fino ad appoggiare i gomiti sulle ginocchia. Tre singhiozzi lo scossero violentemente e poi dal profondo del suo corpo si sprigionò un pianto. Un pianto rumoroso, violento, liberatorio, che lo faceva vibrare come fosse un motore a scoppio. Aveva capito d’un colpo di aver sbagliato tutto. Il mondo gli era passato accanto durante tutti i primi anni della sua giovane vita e lui non l’aveva mai visto. Aveva vissuto in un mondo parallelo, superficiale, fasullo... Una parodia della vita riservata a pochi privilegiati: una gabbia d’oro... Una gabbia! Entrai in contatto con Hany, qualche anno fa, tramite Melissa, una mia giovanissima cugina di quarto grado. L’ultima immagine di Melissa che mi rimane in mente è quella di una bimba di due anni bionda e paffutella, sempre sorridente, trascinata da sua madre per le strade del nostro paesino di montagna, nel nord dell’Algeria. La mamma non aveva dove lasciarla e quindi se la portava il mattino presto al lavoro e poi se la riportava a casa a fine turno, verso le tre del pomeriggio. Passava Melissa davanti a casa nostra e salutava: «Buongiolno». E noi la salutavamo con gioia: «Ciao Melissa. Dove vai così?» La risposta era sempre la stessa: «Al lavolo». Ricordi di tanti anni fa. Ricordi di un’altra vita. Ricordi che vanno a nascondersi nei meandri della nostra coscienza, che non ricordiamo di ricordare, finché, d’un colpo, vengono a galla all’occasione di un incontro improvviso. Fu uno di quelli incontri “moderni”, sulla rete. Stavo su facebook quando arrivò un «Ciao». In genere si comincia così. «Ciao Melissa. Abbiamo lo stesso cognome. Sei una parente?» «Non lo so. Io sono originaria di...» 14 In poche battute scoprii che la piccola Melissa era diventata una bella ragazza di 24 anni, che non andava più al “lavolo” ma all’università. E da lì, la nostra relazione “facebookiana” continuò in modo normale. Qualche saluto ogni tanto, qualche “mi piace”, qualche commento... Fino al giorno in cui vidi un’ accesa discussione tra lei e Hany, un ragazzo egiziano, che cominciava con un appello postato da quest’ultimo sulla sua bacheca. «Venerdì, partita : Arab Contractors Vs J.S.Kabylia. È l’ora della vendetta. Il sangue algerino deve scorrere». Arab Contractors è una delle 3 grandi squadre del Cairo. La J.S. Kabylia è la squadra della nostra città, Tizi Ouzou, in Algeria. Tra l’Algeria e l’Egitto la fase finale del torneo di selezione ai mondiali del 2010 fu drammatica. I due regimi entrambi in difficoltà misero molte speranze sul successo della propria nazionale di calcio per calmare un po’ la rabbia dei propri popoli. Quando rimasero in finale uno contro l’altro la stampa di regime da entrambe le parti fu sguinzagliata per fomentare una vera e propria guerra tra popoli. Caccia all’algerino nelle strade del Cairo e Caccia all’egiziano nelle strade di Algeri. Poi, poco a poco, passati i mondiali, le acque si calmarono. Eravamo a settembre del 2010 e la stagione calcistica riprendeva la sua normale attività. L’incontro annunciato da Hany era una normale partita di Coppa della Caf (Confederazione Africana di Calcio). Cominciai a cercare di ragionare con lui. Provai a spiegargli che sbagliavamo a farci la guerra tra poveri, mentre i nostri due regimi ci tenevano nella povertà e nell’ignoranza... Cominciai anche a curiosare nel suo profilo, nel suo blog personale... Scoprii che lui non era affatto povero. Faceva parte della gioventù dorata del Cairo. I suoi interessi erano il calcio, la squadra del cuore, il Zamalek del Cairo, prima di tutto. Poi la musica, quella musica pop egiziana che scorre tutti i giorni sui canali satellitari per giovani. Poi i vestiti, la moda... Poi basta. Non riuscii in nessun modo a portarlo a ragionare sulla situazione del suo popolo. Rifiutava qualsiasi argomento che avesse a che fare con la politica. Era pronto 15 ad andare allo stadio a pestare il primo sfigato vestito con colori diversi dai suoi, ma rifiutava di azzardare la minima critica sui governi dei nostri paesi. Pur essendo intelligente, Hany impediva al suo cervello di funzionare e si accontentava di slogan e di soluzioni facili. Finché un giorno la realtà lo prese a bastonate sulla testa. Andando in città a comprarsi l’ennesimo paio di scarpe firmate, si imbatté nelle prime proteste di piazza Tahrir... 16 17 CAPITOLO PRIMO Padri e figli Setif, piccola località turistica sulle coste dell’Algeria, è una delle poche città specializzate nella produzione di tappeti. I soldi girano con facilità fra un ristretto gruppo di cittadini, mentre il resto della popolazione è in condizioni pessime. Hany, giovane diciassettenne figlio di un grande industriale, nacque nel centro del paese del Maghreb, prima di trasferirsi in Egitto con tutta la sua famiglia. Col padre, Karim Maher, imprenditore tutto d’un pezzo, non c’era mai stato un rapporto affettivo intenso. I due erano diversi sotto molti aspetti. Karim era un uomo energico e carismatico, che sembrava vivere al solo scopo di fare soldi. Hany, ragazzo dai tratti mediterranei, riservato e riflessivo, era uno studente modello che frequentava l’ultimo anno di un istituto tecnico. Si riconosceva a distanza dalla sua folta capigliatura, scura e riccia, che nascondeva i grandi occhi marroni. Karim, più per un senso di colpa che per amore paterno, non aveva mai fatto mancare niente a suo figlio. Hany non aveva fratelli ed anche per questo era molto legato alla madre, Muna, che gli dedicava totale attenzione, colmando così l’assenza dell’altro genitore, preso dal lavoro. Per il suo carattere introverso Hany non aveva molti amici, tranne Alì, l’unico compagno conosciuto sin dall’asilo. Alì apparteneva a una famiglia povera e viveva nella periferia del Cairo. Nonostante la sua vita difficile era un ragazzo sempre disponibile con tutti, accompagnato sempre da un velo di tristezza negli occhi. Anche se i due si conoscevano da molti anni non avevano instaurato una vera e propria amicizia. Nonostante fossero diversi, avevano sempre avuto una scintilla comune, qualcosa che li legava in modo profondo, come un mondo segreto dove capirsi e dialogare senza parole. Legati dalla passione per la fotografia, qualche volta andavano in spiaggia per immortalare il momento della giornata che entrambi preferivano: il tramonto. 18 Padri e figli Alì usava una vecchia polaroid compratagli dal padre a buon prezzo in un bazar di periferia, mentre Hany portava sempre con sé un paio di fotocamere di ultima generazione. Hany riguardava spesso le foto scattate insieme all’amico e, un giorno, notò che il suo compagno indossava sempre gli stessi vestiti da tre settimane. Più osservava quegli scatti, più si chiedeva come avesse fatto a non accorgersene prima. Questo gli aprì gli occhi. Cosa sapeva lui veramente di Alì? E cosa gli stava succedendo? I dubbi sfociarono presto in curiosità, soprattutto quando una ragazza gli confermò quelle voci di corridoio che circolavano da tempo. Il padre di Alì, come tanti altri abitanti della zona, si era trovato all’improvviso senza lavoro a causa della chiusura di una fabbrica. Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu l’assenza prolungata di Alì dalla scuola. Hany era preoccupato, non riusciva ad avere notizie del suo amico. Così iniziò delle ricerche via web per capire qualcosa in più degli accadimenti nella regione, che potessero in qualche modo aver coinvolto il padre del suo compagno di classe. Hany si trovava davanti al grande e sottile schermo del pc nella sua camera, una grande stanza quadrata piena di poster e fotografie, illuminata soltanto da una soffusa luce rossa in un angolo. Girovagando nella rete scoprì che le cose andavano male per la popolazione dei paesi più interni, e molti blog spingevano i giovani alla rivolta. Da alcuni mesi erano frequenti le manifestazioni di piazza, che non sempre avevano un volto pacifico. In rete impazzavano vari video che incitavano sempre di più i giovani. Dicembre era quasi finito, ma il freddo non sembrava raffreddare gli animi accesi dalla Primavera Araba. Hany restò scioccato in particolare dal video che mostrava il suicidio di un disoccupato, un poveraccio datosi fuoco durante la fase più accesa di una manifestazione. Tra i commenti del cronista risaltava un cognome: Munir. Lo stesso di Alì. Per un attimo, la stanza sembrò girare intorno ad Hany. Inizialmente non voleva crederci e provò a scacciare quella specie di fortissimo dolore. Munir è un cognome molto diffuso in tutto il mondo arabo, e quello che gli passò per la testa in quei lunghissimi istanti fu il pensiero che fosse solo una coincidenza. Ma poi tutto tornò. Il nome era solo Capitolo primo 19 l’ultimo tassello del puzzle. L’assenza di Alì da scuola e la sua somiglianza con quell’uomo nel video non lasciavano spazio ad alcun dubbio. A distoglierlo dai suoi tormenti ci pensò la cameriera che salì a chiamarlo per la cena. Fatte di corsa tutte le scale, Hany arrivò nel grande salone dalle pareti dipinte di verde dove trovò, già seduti a tavola, i genitori ad aspettarlo. La stanza era rettangolare e arredata in modo elegante, un mix di tradizione araba e particolari occidentali. La punteggiavano sui lati centinaia di candele verdi profumate di mela. Sulle pareti c’erano grossi arazzi appartenenti da anni e anni alla famiglia Maher. Dopo la preghiera, i genitori di Hany cominciarono a conversare. «Avete sentito della manifestazione di inizio mese e dell’uomo che si è tolto la vita?» chiese Hany. «Veramente no…» rispose vaga la madre, per poi cambiare immediatamente discorso. «Avevo pensato di trascorrere le vacanze di Capodanno a Istanbul, sai, per staccare da tutto per un po’. Potremmo anche invitare i Badar e quei tuoi nuovi soci, e se il tempo sarà buono, possiamo organizzare una festa… che ve ne pare?» La domanda di Hany non lasciò tracce neanche per Karim, che non disse niente. Rimase assente, chiuso in un suo pensiero qualunque, mentre Muna continuava a fantasticare sulle sue vacanze. Il discorso rimase nel vuoto, e Hany si chiese perché la madre lo eludesse. Alla fine il ragazzo si arrese e restò in silenzio per tutta la durata della cena, per poi ritornare in camera sua. Voleva capirne di più. La mancata risposta della madre e la strana reazione del padre avevano acceso i suoi interrogativi. Così continuò a cercare notizie su quel suicidio finché non trovò in un articolo la ragione di quel comportamento strano. La fabbrica chiusa di recente, per cui erano state organizzate le manifestazioni, apparteneva a Karim Maher. Era la fabbrica di suo padre. La sorpresa fu un colpo incredibile, un pugno nello stomaco. Hany era davvero sconvolto, il nome di suo padre rimbalzava da un network all’altro, i rivoltosi lo accusavano e lo volevano morto. I blog non facevano sconti. Per loro quel suicidio era colpa di Karim. Migliaia di 20 Padri e figli commenti parlavano delle sue illegalità e perfidie commesse a scapito di quegli operai. Lo definivano un ladro senza scrupoli, un assassino. Hany pianse. Le lacrime bollenti gli attraversavano le gote ancora intonse. Forse per la prima volta nella sua giovane vita si ritrovava in balìa del dolore. Così solo non si era sentito mai. Pianse e si rende conto di essere stato superficiale ed ingenuo. La propria vita, che gli era sempre sembrata fantastica e naturale, aveva un risvolto scuro. Come una grande e cieca illusione di felicità nel mezzo di un inferno in rivolta. Karim era un uomo calcolatore, forse egoista, sempre freddo col figlio. Ma era davvero spregevole come lo descrivevano i blog? Hany era combattuto tra l’affetto che nutriva per il padre, nonostante ne riconoscesse i limiti, la chiusura di un uomo distante, e il volto in mutamento dell’Egitto, scoperto nel web. Dentro di lui, nato in Algeria, appassionato di calcio, da sempre ultras della nazionale Egiziana fino a partecipare a durissimi scontri con i tifosi avversari, crebbe la voglia di rendersi utile, la smania sfrenata di riscattarsi dopo diciassette anni di agi. Voleva capire la sua strada, mentre la scuola e i progetti per il futuro di colpo svanirono davanti alle foto di altri ragazzi come lui che combattevano per un paese migliore. Provò pena per suo padre, stentava ancora a credere che fosse un uomo perduto, cattivo. Provò pena per quelle famiglie povere che avevano perso le loro speranze insieme al lavoro. Provò pena per Alì. Hany sentì di dover fare qualcosa. Ma che cosa? Capitolo primo 21 CAPITOLO SECONDO La scoperta Mille pensieri tormentarono le restanti ore di quella notte, priva di sonno e certezze. Nella mente di Hany restavano solamente le macerie delle sue false convinzioni, rase al suolo nelle ore precedenti. Le immagini che aveva visto lo costrinsero ad una dolorosa e interminabile veglia. Le parole che aveva letto gli tuonavano violente nella testa. Quando le prime luci dell’alba finalmente giunsero, Hany era già pronto. Doveva uscire di nascosto da quella casa per guardare con i propri occhi la triste realtà. Appena fuori, il freddo pungente del mattino gli accarezzò il viso, profondamente solcato dall’inquietudine. Voltando lo sguardo al cielo notò il fumo nero, proveniente dal centro della città, che si innalzava minaccioso, oscurando l’alba. Percorse correndo Talaat Harb, una delle vie principali del paese, che portava in piazza Tahrir, infelice scenario delle manifestazioni dei giorni precedenti. Hany ebbe l’impressione di camminare sui cavi di un ordigno, pronto ad esplodere da un momento all’altro, nell’inquieta attesa di una nuova scintilla. La sua corsa venne bruscamente interrotta quando inciampò in una figura rannicchiata all’ingresso della piazza. Sconvolto, pensò fosse un cadavere, ma avvicinandosi si rese conto che quell’uomo non era del tutto morto. Era un corpo completamente sfigurato, agonizzante, in bilico. Hany si allontanò sconcertato, mentre lo guardava esalare l’ultimo respiro. Alle sue spalle un negoziante, intento a spazzare ciò che restava del suo esercizio, pronunciò come un rabbioso lamento. «È già il terzo che vedo morire così… siano maledetti Maher e tutti i suoi compari…» Alzò lo sguardo al resto della piazza e dinanzi ai suoi occhi si aprì uno scenario che non avrebbe mai dimenticato. L’enorme piazza era immersa in una pozza di sangue, coi corpi inermi privi di vita ai lati delle strade. 22 La scoperta Erano corpi bruciati come vecchie bambole, pedine mangiate da un avversario troppo grande. Quando il sole cominciò ad illuminare la piazza, macabri particolari si fecero più evidenti agli occhi di Hany, che si ritrovò di fronte alle stesse crude immagini che lo avevano assillato durante la notte. Hany si sentì pietrificare, non riusciva a muovere un solo muscolo e il fiato gli si era mozzato in gola. Negli orecchi risuonavano feroci le parole di quell’uomo accompagnate dall’eco del suo cuore, coi battiti in preda alla furia. Quando riprese sensibilità, come un animale braccato, cominciò a divincolarsi in cerca di una via di fuga in quell’enorme e desolata piazza. Si girò di scatto e prese a correre velocemente, come se fosse inseguito da qualcuno o qualcosa. Nel petto del giovane Hany cresceva un sentimento di repulsione verso suo padre, verso la società, ma soprattutto verso se stesso, reso cieco dalle effimere necessità di cui sono piene le vite degli adolescenti del suo ceto, fatte di lusso e desideri esauditi. Come spinto da quell’impulso d’avversità, sentì il bisogno di scappare da quella piazza e quasi inconsciamente si ritrovò sulla spiaggia che aveva fatto da sfondo alla sua amicizia. Hany e Alì, semplici bambini che si rincorrevano, scattandosi foto, tra la sabbia che si alzava e le onde che si infrangevano sugli scogli vicini. Su quella spiaggia sembravano ancora riecheggiare le loro grida allegre, mascherate dal pesante soffio del vento. Hany si lasciò cadere sulla sabbia e, dopo essersi finalmente disteso, chiuse gli occhi. Il vento impetuoso soffiava sbuffi di sabbia sul suo viso, fiumi di granelli gli scivolavano addosso lasciandogli piccoli mucchietti nei pugni serrati. Hany si chiese quanto somigliasse a quei granelli. Fino a quel momento, inconsapevolmente, si era lasciato dominare dal vento senza opporsi. Perché non poteva essere come gli scogli, che si ergono audaci contro il vento e contro il mare? Si alzò, aprì le mani e lasciò che il vento soffiasse via i granelli rimasti. Si avvicinò alla riva e contemplò per qualche momento il cielo cupo all’orizzonte, che rispecchiava il suo stato emotivo. Immaginò che quelle nere nuvole celassero il tramonto, che amavano immortalare tra un click e l’altro, o piuttosto… una nuova alba. Capitolo secondo 23 «Tempi duri…» disse una voce familiare alle sue spalle. Voltandosi di scatto, quasi spaventato, intravide la figura di un uomo, tremendamente segnato dall’ incedere del tempo, che si sorreggeva a stento con un bastone di legno. Sobbalzò e d’un tratto associò quell’anziano signore ad alcuni ricordi infantili, abbandonati negli oscuri meandri della memoria. Quell’uomo, quando lui era ancora in fasce, gli cantava una ninna nanna dolce e incomprensibile. Era suo nonno, e adesso sorrideva beffardo, con lo sguardo fisso all’orizzonte. Hany notò il nerume dei suoi occhi, profondi e agitati come il mare. «Sai Hany, amo questo posto. Le onde in pochi secondi ti riempiono la testa e quando sono qui dimentico il mondo intero! Mi piacerebbe lasciar affogare ogni ricordo tra queste onde. È vero, ormai sono vecchio, ma certi ricordi nemmeno il tempo o il mare potrà mai cancellarli. Resteranno segnati per sempre come cicatrici sul cuore». Hany si avvicinò e lo abbracciò calorosamente. Finalmente poteva stringere l’unica persona della sua vita che credeva potesse essere sincera fino in fondo. Si incamminarono insieme sulle dorate spiagge egiziane, come se fossero tornati indietro di dieci anni, quando il nonno lo accompagnava a scuola tenendogli la mano. Hany era così felice di ritrovare quell’uomo, che cominciò a riempirlo di domande, col nonno ormai quasi sordo che cercava di rispondergli il più possibile. «Raccontami un po’ dove sei stato in questi anni, che cosa hai fatto, quali posti hai visitato…» chiese Hany. Con una voce tenue e stanca il nonno cominciò: «Nipote mio, in questi anni ho girovagato per il mondo, in cerca di quelle emozioni, di quelle sensazioni che mi sono state tolte quando sono dovuto fuggire. Strappato dalla mia terra, strappato dai miei affetti, ho cercato di rifarmi una vita, ma fuori da questo paese la vita non mi ha offerto particolari aspirazioni. Rieccomi qui, a passeggiare con mio nipote nella mia terra!» «Nonno! Perché sei fuggito? Soprattutto perché sei tornato proprio...?» 24 La scoperta Non fece in tempo a finire di pronunciare l’ultima parola che inciampò. Aveva messo i piedi su qualcosa di familiare. Prese in mano quell’oggetto e fece l’amara scoperta. Quella era la macchina fotografica di Alì. Vicino c’era anche un’istantanea, un po’ sbiadita dalla sabbia. La raccolse e… non gli sembrava vero, quello raffigurato nella foto era un uomo sulla ventina, alto, ossuto, che portava uno strano cappello, come un fungo, quelli con il gambo lungo, quelli che la madre cucinava il venerdì, nei giorni di festa. Hany si rispecchiò in quella foto senza focalizzarne il contenuto. Era stanco, i passi di quel lungo tragitto dalla piazza alla costa orientale si facevano sentire. La foto rimase ancora lì, tra le sue mani. Lui lanciò un occhio al cielo, poi tornò a guardare l’immagine. Intuì, capì o forse no. Forse non era come pensava. Solo il nonno gli avrebbe potuto dare la conferma. L’uomo fotografato era troppo simile a Karim. Ma non era lui, ne era sicuro. Guardò con più attenzione. Quello non era suo padre, ma gli assomigliava tantissimo. Preso allora dallo stupore e dall’incomprensione, decise di chiedere spiegazioni al nonno. «Guarda qui, questo nella foto sembra mio padre, quel figlio che tu abbandonasti tanti anni fa!» Il nonno scosse la testa e con un soffio di voce disse: «Questo non è tuo padre, questo è il padre di Alì…» In pochi attimi Hany venne preso come da un mancamento. Alì era suo cugino e solo ora ne era venuto a conoscenza. Quella forte amicizia tra loro affondava nello stesso sangue. Tutto era chiaro. All’improvviso ci fu un colpo sordo. Poi il buio. Hany non sarebbe mai stato capace di raccontare quei momenti. Riuscì a sentire solo la risposta del nonno e nulla più. Hany si ritrovò tra le braccia il cadavere di quell’uomo venuto direttamente dalla sua infanzia, da quei giorni felici che aveva fissi nella mente… Capitolo secondo 25 CAPITOLO TERZO Oltre il dolore Ad Hany sembrava che il mondo avesse rallentato il suo moto solo per poter amplificare il suo dolore. Era tutto così chiaro e così incerto. Poteva sentire il peso del corpo privo di vita del nonno tra le sue mani, il sangue che fuoriusciva dal cuore scorrere copioso, e allo stesso tempo non controllava nessuna delle sue emozioni. Gocce bollenti affioravano dai suoi occhi mentre la sua mente si riempì completamente di un ricordo nitido, dove suo nonno gli parlava delle lacrime. “Sono salate per il dolore, ma calde per l’amore e nascono dagli occhi, per poi scorrere dolcemente sulle guance di ognuno di noi”. Dopo averlo guardato ancora, Hany adagiò il nonno sulla sabbia e gli chiuse delicatamente le palpebre, si piegò sul cadavere e gli baciò la fronte, solcata dai segni del passato. Suo nonno era la sua infanzia. Fu allora che il suo sguardo si posò nuovamente sulla foto che poco prima gli aveva rivelato una verità tanto evidente, quanto difficile da accettare. Quel colpo sordo gliel’aveva fatta scivolare dalle mani, giusto in tempo per prendere il corpo del nonno. Ora era lì, nella sabbia dove l’aveva trovata un attimo prima, stavolta girata. E come l’altra faccia di una medaglia, adesso la foto rivelava un altro indizio. Sul retro c’era una scritta. Khond Tolosyan 11. Era un indirizzo della periferia del Cairo. Mise l’istantanea in tasca, si guardò le mani macchiate di sangue e le fissò lungamente, cercando una risposta. Corse a lavarsele nel fiume, si inginocchiò sulla sabbia, immerse le mani nell’acqua fredda del mattino e cominciò a strofinarle. Quando il rosso era sparito, Hany continuò a sfregarle a lungo, quasi nel tentativo di eliminare, insieme al sangue, gli attimi interminabili di angoscia e dolore. Si fece coraggio, si alzò e lasciò asciugare le mani al vento mentre sbuffi d’aria gli muovevano i capelli. Riportato alla realtà da rumori provenienti da piazza Tahir, decise che era ora di andare. Ripercorse i propri passi fino alla piazza, poi imboccò via Noubar. Teneva un’an- 26 Oltre il dolore datura leggera e decisa, con lo sguardo rivolto alle punte dei piedi. Conosceva quelle strade, ma lo stato d’animo con cui le percorreva in quei momenti era del tutto differente. Arrivò a Kabri Al Azhar. Sui marciapiedi c’era una patina chiara e rifiuti tutto intorno. C’erano ancora miriadi di piccole tende, bivacchi di protesta che da qualche mese erano diventate case. Quegli edifici intorno, invece, sembravano pronti a franare al suolo di quella terra ferita, macchiata, offesa. Gli occhi delle persone intorno a lui erano cupi, ma Hany notò che tutti si muovevano come a rallentatore, con circospezione. Alcune madri tenevano i propri figli attaccati alle gambe, cingendoli con le braccia, altre asciugavano le loro lacrime o li pulivano dalla polvere con l’orlo delle lunghe niquab a coprire quasi del tutto i loro volti. Degli uomini correvano, altri discutevano strattonandosi l’un l’altro. A tratti si udivano degli scoppi e Hany sobbalzava. Ogni tanto inciampava in tubi, recipienti, bastoni di legno. Passo dopo passo vide piccoli mercati coperti da teli colorati, strappati in più punti, bancarelle e mercanti. Dei ragazzi gli corsero incontro senza neanche guardarlo. Forse era diventato trasparente e nessuno lo avrebbe più visto. In un angolo donne e uomini cercavano di spegnere un incendio in un palazzo usando dei secchi d’acqua, mentre lingue di fuoco uscivano dalle finestre. Il giallo, il grigio e il marroncino delle pareti che lo circondavano gli davano un senso di nausea. Hany avanzò fino alla vista della moschea, dove si affollavano le persone per la preghiera di mezzogiorno. Continuò a camminare verso la periferia mentre mille domande gli occupavano la mente. Perché era stato così cieco fino a quel giorno? Perché suo nonno? Perché in quel modo? Perché era stato via così a lungo ed ora era tornato? Perché proprio ora? Proseguì ancora e si ritrovò nella Città dei Morti, un quartiere talmente povero da distruggere tutto lo sprezzo dei racconti di suo padre. Cercò di non far caso alle tremende condizioni in cui versava quella parte della città, fino a quel giorno mai vista né conosciuta. Continuò a procedere, quasi in punta di piedi, quasi avesse terrore di un possibile contatto con quel mondo così distante. Teneva lo 27 Capitolo terzo sguardo fisso al suolo, alzandolo di tanto in tanto per controllare le rare indicazioni. Andava dritto verso un edificio che gli avrebbe potuto parlare di sé. Riuscì a muoversi inosservato all’interno della periferia, spostandosi come ombra tra ombre, finché una donna gli si parò davanti. Hany alzò lo sguardo, la fissò, fece un passo indietro per guardarla meglio e il sangue gli si ghiacciò nelle vene. Era una donna sulla cinquantina, vestita di stracci, malmessa e consumata. Ciocche di capelli neri e spettinati fuoriuscivano dal suo hjab, sul volto segnato dai dardi degli anni, zeppo di rughe profonde. Il tempo non aveva avuto pietà. Lei non indossava scarpe né calzini ed emanava un fetore sgradevole. Ma a sconcertare Hany furono i suoi occhi, fissi di dolore e angoscia. Erano occhi rassegnati di una donna in guerra, per tenere in vita sé e i propri figli. Occhi che ora lo fissavano, lasciando trapelare un immenso dolore. Hany non poté fare a meno, ancora una volta, di prendersela con se stesso, con la sua ingenuità che lo aveva reso cieco nei confronti di un popolo che invocava disperatamente aiuto. Per attimi interminabili i loro sguardi si scontrarono, finché la donna parlò, sbarrando lo sguardo e invocando il cielo. «Che cosa porta un ragazzo come te in questo posto dimenticato da tutti, un posto in cui nemmeno la grazia del Signore arriva più?» Hany per un momento pensò di scappare, correre, arrivare a casa e chiudersi della propria abitazione, ma poi la donna puntò nuovamente lo sguardo, e il giovane non poté far altro che alzare la fotografia e sussurrare: «Sto… sto cercando di raggiungere questo indirizzo». La donna strizzò gli occhi, fissò per qualche istante quella scritta, e poi alzò stancamente la mano, indicando una piccolissima abitazione in fondo alla strada. Era una minuscola casa fatta di argilla e malta. «Quello è il posto che cerchi» disse «figlio di Karim Maher». A quelle parole, Hany rimase di sasso: quella donna lo conosceva. Sapeva che Karim Maher, l’uomo che aveva rovinato le vite di tanti cairoti, era suo padre. Se lo avesse detto lungo le vie di quella periferia, Hany si sarebbe trovato in un mare di odio. Le mani 28 Oltre il dolore gli si paralizzarono, le gambe cominciarono a tremare, il respiro si fece affannoso, poi, la donna riprese la parola: «Tranquillo ragazzo, non è mai giusto che i figli paghino per le azioni dei propri padri». Pronunciata la frase, riprese a camminare, superò la figura immobile di Hany, e si dileguò tra le vie della periferia. Il giovane cadde in ginocchio, lunghe scie di lacrime gli bagnarono le guance. Era un pianto liberatorio. Quella donna, nonostante la sua vita disperata, non serbava rancore per il figlio di un uomo cieco, responsabile di tante sofferenze. Hany girò lo sguardo al luogo mostrato dalla donna, e più che mai scosso, si alzò in piedi, si asciugò il volto e andò verso l’abitazione. Camminava con calma, quasi dovesse dare al proprio corpo il giusto tempo di abituarsi. Arrivato di fronte all’entrata, notò una targhetta a lato della porta, coperta di mosche, polvere e sporco. Non era un campanello, ma un modo per indicare il cognome di quelli che abitavano in quella specie di casa. Hany alzò il braccio, passò il pollice sulla targhetta per pulirla e leggere la scritta celata dallo sporco. Lo shock fu enorme quando il passaggio del pollice di Hany rivelò il cognome “Munir”. 29 Capitolo terzo CAPITOLO QUARTO La fuga Dopo aver letto quel nome, con la mano tremante d’emozione Hany suonò il campanello della piccola abitazione. Poiché sembrava che in casa non ci fosse nessuno, si avvicinò alla porta d’ingresso e lentamente abbassò la maniglia. La porta era solo accostata e così il ragazzo poté entrare. La casa dei Munir era piccola, spoglia e povera come i suoi abitanti. Le pareti erano grezze, coi mattoni a vista, dal soffitto pendeva una lampada ad olio che emanava una luce fioca. Una stufa a legna se ne stava in piedi al centro della stanza, per riscaldare l’ambiente e per cuocervi sopra il cibo. Il soffitto era annerito a causa del fumo. Da una porta laterale si intravedeva un bagno, nel quale, al posto del lavandino, c’era un semplice catino. Esattamente come in cucina. Hany suppose quindi che nella casa non ci fosse nemmeno l’acqua corrente. Non fu tanto l’ambiente, così diverso dal ricco palazzo dove viveva nel lusso, a sconvolgere Hany, quanto una foto, circondata da candele accese, che campeggiava su di un malandato mobiletto posto nel buio ingresso. C’era un uomo quarantenne dai capelli neri e occhi intensi che Hany aveva visto al telegiornale qualche giorno prima, quando si era dato fuoco per protestare contro la chiusura della fabbrica in cui lavorava: era il padre di Alì. Hany si avvicinò alla fotografia per osservarla meglio. Il signor Munir era incredibilmente simile a suo padre Karim, ma aveva un lampo ironico negli occhi ed un sorriso gioviale che Hany non aveva mai visto comparire sul viso di suo padre. «Si assomigliavano molto, vero?» La voce bassa e roca interruppe i pensieri di Hany, che si voltò di scatto, spaventato. Dietro di lui c’era una donna che doveva essere stata molto bella in passato ma che ora era consumata da anni di fatiche e stenti. I suoi occhi, grandi e neri, erano come trattenuti. Hany si perse per un istante in quello sguardo. 30 La fuga «Si» rispose Hany. «Mi dispiace per...» «No. Non essere dispiaciuto. Tu non c’entri... è stata la guerra. Mi ha portato via mio marito e anche Alì». Le lacrime rigavano il viso di Hamidae, davanti a quella scena, Hany si sentì veramente impotente. «Non so cosa sia accaduto ad Alì; eravamo amici ma ora mi accorgo che non sapevamo niente l’uno dell’altro». Hamidae si avvicinò ad Hany e gli chiese: «Posso fidarmi di te?» «Si» rispose Hany senza esitare. Hamidae entrò in quella che doveva essere la sua camera da letto e, quando ne uscì, teneva tra le mani una busta ingiallita. «Alì ha portato via tutte le sue cose. Deve essere andato lontano. Ha lasciato solo questa...» disse la donna porgendo la busta ad Hany. All’interno, su un foglietto spiegazzato ed umido per le lacrime, c’era scritto “Mamma, ho deciso di andare via da questo schifo. Qui non c’è alcun futuro per me. Non cercarmi e non preoccuparti per me: Melissa mi aiuterà. Ti voglio bene. Alì”. Hany fissò la donna che gli stava di fronte e, in cuor suo, promise che avrebbe fatto tutto il possibile per ritrovarle il figlio. «So chi è Melissa ma non ho idea di dove sia. Ho sentito dire che era andata all’estero per studiare... comunque non preoccuparti: so come rintracciarla! Grazie di tutto... zia». Pronunciate queste parole Hany si voltò ed uscì dalla casa, lasciando sola Hamidae. Gettato un ultimo sguardo all’abitazione iniziò a correre verso casa sua, che si trovava dall’altra parte della città, carico di aspettative e speranze. Questo incontro aveva innescato in lui un conflitto interiore. In una sola giornata, la sua vita era stata sconvolta, dal momento che non solo aveva scoperto che il suo unico amico era in realtà suo cugino, ma anche che il padre era il probabile responsabile della morte di suo zio. Inoltre, il nonno era morto tra le sue braccia Capitolo quarto 31 e tutto questo l’aveva gettato in uno stato di sconforto. Sperava, però, che ritrovando Alì avrebbe rimesso insieme i pezzi della sua vita. Quando si trovò davanti al palazzo in cui viveva non poté fare a meno di paragonarlo alla casa povera ma ricca di amore in cui Alì era vissuto. Hany viveva nella zona residenziale più sfarzosa del Cairo e, per tutta la sua vita, era stato rinchiuso dai suoi genitori in una gabbia dorata, un mondo utopico e perfetto in cui, però, non era stato felice. Trovare Alì era la sua occasione per iniziare a conoscere il mondo reale, abbandonando tutte le sicurezze che fino ad allora l’avevano accompagnato. Hany aprì il portone d’ingresso, salì velocemente le scale di marmo bianco ed entrò nella sua stanza. Questa era grande, rettangolare, con mobili in legno chiaro contro i muri, un piccolo frigo, una tv al plasma posta vicino ad un grande stereo a filodiffusione in tutta la camera, una libreria, due poltrone, un divano, un letto a due piazze, con una coperta di seta nera, e una scrivania piuttosto disordinata sulla quale campeggiava un computer di ultima generazione. Le pareti azzurre erano tappezzate di poster di cantanti rock e calciatori e dal soffitto pendeva un lampadario dalle forme futuristiche. A ricoprire la gran parte del pavimento vi era un grande tappeto di pelle di cammello. Hany si sedette sulla poltroncina davanti alla scrivania, prese un lungo respiro e aprì la chat di Facebook dal suo computer. Melissa era online. Senza alcuna attenzione ai convenevoli, Hany le scrisse subito. «Tu sai dove è Alì, vero?» La risposta di Melissa arrivò in pochi secondi: «Si, è qui con me, a Torino». «A Torino?! In Italia?!» «Si, mi sono trasferita qui qualche anno fa per studiare italiano». «Alì sta bene?» «È a pezzi... non vuole dirmi cosa l’ha costretto a scappare dall’Egitto. Sono sicura che ha bisogno di te». Hany stava per inviarle una risposta quando lei si disconnesse improvvisamente. 32 La fuga Non riusciva a spiegarsi l’insolito comportamento di Melissa. Era sicuro che ci fosse qualcosa che non andava. Senza sapere come ci fosse arrivato, come mosso da una forza inconscia, si trovò nel sito di una compagnia aerea egiziana. Prenotò il primo volo disponibile per Torino il giorno successivo. Per la prima volta nella sua vita si sentì orgoglioso di sé. Aveva agito, aveva preso una decisione che probabilmente gli avrebbe cambiato la vita senza riflettere, d’istinto. Fece per alzarsi per andare a parlare ai genitori del suo viaggio quando un pensiero lo bloccò. Karim e Muna di certo non gli avrebbero permesso di partire così, da un giorno all’altro, per andare in una città in cui non conosceva praticamente nessuno e nemmeno la lingua. Così Hany prese la seconda decisione improvvisa della sua vita. Sarebbe partito di nascosto, all’alba del giorno successivo. Prese uno zaino da un armadio in fondo alla stanza, lo riempì con alcuni indumenti ed altre cose strettamente necessarie e lo nascose sotto il letto. Durante il pomeriggio cercò di tenersi impegnato leggendo ed ascoltando musica, ma l’ansia di essere scoperto dai genitori durante la fuga e l’eccitazione che provava al pensiero della sua avventura lo tormentavano. Dopo aver cenato velocemente, accampò la scusa di un terribile mal di testa ed andò a stendersi sul letto, dove la sua mente agitata si abbandonò ad un sonno costellato di sogni confusi. Il giorno successivo si svegliò all’alba e, recuperati lo zaino ed i documenti, scese di soppiatto le scale, facendo molta attenzione a non svegliare Karim e Muna. Arrivato nel soggiorno, scrisse su di un foglio un veloce messaggio per i genitori ed uscì di casa dove fermò il taxi che lo portò all’aeroporto. Qui, dopo un paio d’ore, si imbarcò sull’aereo che lo avrebbe portato a Torino, da Alì. Il viaggio fu lungo ma i molti pensieri tennero occupata la sua mente. Atterrato all’aeroporto di Caselle, la prima sensazione che provò fu di freddo, poiché la temperatura era molto diversa da quella alla quale era abituato. Non aveva idea delle difficoltà che lo avrebbero atteso al suo arrivo, dalla lingua alle poche informazioni. Sapeva di dover cercare l’università di Lettere, in via Verdi, da come aveva letto dal profilo Facebook di Melissa. Seguendo la folla che si dirigeva verso l’uscita Capitolo quarto 33 dell’aeroporto, salì su un pullman. Durante il viaggio rimase affascinato dall’ambiente torinese. Vide la Mole Antonelliana, il maestoso edificio di Palazzo Madama, il Giardino di Palazzo Reale, la Basilica di Superga, situata su una collina e il Castello del Valentino, affacciato sul Po, che gli ricordava la sua città, attraversata dal Nilo. Nonostante questo, l’ambiente in cui si era catapultato si distingueva molto da quello in cui Hany era cresciuto. Non c’erano più le moderne strutture del Cairo, ma le antiche e imponenti costruzioni torinesi. L’autobus, intanto, era giunto al capolinea e Hany dovette scendere. Dopo aver chiesto informazioni su come raggiungere l’università di Lettere in un inglese improvvisato, giunse finalmente alla sede. Qui venne travolto da una folla di studenti, tra i quali sperava di trovare Melissa, che l’avrebbe finalmente portato dal suo amico Alì. 34 La fuga CAPITOLO QUINTO L’incontro «Scusi conosce questa ragazza? Si chiama Melissa» chiese Hany in un inglese abbozzato, mostrando una fotografia. «Non capisco». «Conosce Melissa, una ragazza di origini egiziane?» «No, mi spiace non è nel mio corso. Provi a rivolgersi in segreteria, si trova all’entrata sulla destra». Hany incoraggiato dalla preziosa informazione,percorse rapidamente le due rampe di scale, in cima a esse proseguì per un corridoio dove vi erano tante porte che indicavano aule e uffici, finalmente davanti a una di esse comprese che l’insegna indicava la segreteria, ma la trovò chiusa. Ripercorse il lungo corridoio, scese le scale sconfortato e decise di farsi un giro. Era incuriosito dalla nuova città, dai grandi palazzi, dai parchi e dai tanti negozi. Camminando lungo i portici di via Po, si fermò a osservare i negozi, rimanendo particolarmente incuriosito dalle bancarelle che vendevano libri usati. Dopo qualche passo notò un’insegna a lui familiare. Era l’insegna di un kebab. In quell’istante realizzò di non aver mangiato da quando era arrivato in aeroporto. Il locale era modesto e di poche pretese, ma l’odore accendeva nel ragazzo i ricordi dell’infanzia nel suo Paese di origine, trascorsa lungo le rive del fiume Nilo, con lo Scirocco che gli accarezzava il viso. I ricordi non facevano altro che rievocare in Hany la mancanza dell’amico Alì. Così Hany uscì dal locale con un kebab in mano e la testa colma di pensieri e uno struggente sentimento di nostalgia. Stanco e spossato dal lungo viaggio si sedette su una panchina nelle vicinanze e lì, anche se infreddolito dal clima rigido del Piemonte, si assopì. Al suo risveglio era notte fonda. Doveva cercarsi un albergo. Fece per alzarsi e cercare indicazioni quando improvvisamente, si sentì scivolare lo zaino via dalle spalle e una brusca spinta 36 L’incontro gli fece perdere l’equilibrio. Hany, cadendo, sbattè violentemente il ginocchio sul cemento del marciapiede. «Lo zaino! Maledizione, il portafoglio, i documenti, senza quelli sono fottuto!» Prima che Hany avesse il tempo di reagire, un colpo in faccia lo risbattè a terra stordito. Riprese conoscenza soltanto alle prime luci dell’alba, quando si rimise in piedi e si lasciò andare in un pianto liberatorio. Tutto quello che gli era appena accaduto lo fece riflettere. Pensò cosa avrebbe fatto Alì, suo cugino, scoprendo che suo zio era responsabile della morte del padre. Pensava alla loro amicizia e alla promessa fatta a sua zia Hamidae. Disperato prese un fazzoletto dalla tasca per asciugarsi le lacrime, ma con sua sorpresa trovò il cellulare. I ladri non l’avevano trovato. Così si affrettò a raggiungere il bar più vicino all’università e provò a collegarsi a internet. Aprì la pagina di Facebook e con gran sollievo vide Melissa in linea. Senza perdere tempo le scrisse un messaggio dicendole che era a Torino, che gli avevano rubato lo zaino e chiese indicazioni per la sua abitazione. Appena inviato il messaggio sentì una voce in sottofondo ai suoi pensieri. «Ehi ragazzo, se non consumi devi uscire, mi dispiace, le regole non le faccio io». Era il cameriere del bar. Hany vide che Melissa stava scrivendo il messaggio di risposta quando improvvisamente la batteria del cellulare si scaricò completamente. Hany imprecò tra sé e uscì dal locale, stanco, angosciato e soprattutto solo. Melissa ricevette il messaggio di Hany nel quale le diceva che si trovava a Torino, senza soldi, solo e disperato e vedendo che non rispondeva provò a contattarlo telefonicamente. Il suo telefono non era raggiungibile. Nel frattempo Hany, cercava un modo per racimolare qualche spicciolo. Nel pomeriggio si dissetò a una fontana pubblica, una delle tante dalla caratteristica forma di toro e dal colore verde, e mentre beveva si accorse che sul fondo qualcosa brillava. Si sporse e raccolse quel piccolo bagliore e capì che erano monetine, ma siccome era giorno e i passanti erano numerosi lasciò perdere. “Meglio tornare di notte”, pensò. Capitolo quinto 37 La sera stessa tornò sul posto e racimolò un bel gruzzolo, poi si recò in una panetteria. Mentre comprava il pane lesse un annuncio. Cercavano un aiutante. Lui subito, senza pensarci due volte, si offrì. Il panettiere sulle prime mostrò qualche perplessità perché il ragazzo era molto giovane, ma poi decise di assumerlo in quanto il lavoro da svolgere era tanto. Hany iniziò subito a lavorare con solerzia e attenzione, impressionando favorevolmente il datore di lavoro. Nella tarda mattinata si presentò una cliente che frequentava quotidianamente quel negozio per i suoi buonissimi grissini tipici, i ‘rubatà’. Vedendo il nuovo commesso scambiò con lui qualche parola in inglese e Hany scoprì che questa ragazza, di nome Olivia, incredibilmente conosceva Melissa. Era un colpo di fortuna. A quel punto si misero d’accordo per trovarsi la sera stessa con Melissa davanti a Palazzo Madama in piazza Castello. A fine giornata, dopo il lavoro, Hany era a pezzi. Passeggiava per le vie del centro, per la prima volta sfinito da un’esperienza mai vissuta. Per tutta la vita era stato circondato da personale di servitù a sua completa disposizione. E adesso era stanco dopo una giornata di lavoro in panetteria. La gente attorno a lui camminava frenetica e lui si sentiva strano, in pace con se stesso. Era una sensazione nuova e indescrivibile. Nella sua testa si affollavano mille pensieri, ma uno prevaleva più di tutti: desiderava vedere Melissa, com’era il suo volto, ascoltare la sua voce, iniziare il rapporto che il tempo aveva impedito. Le ore passavano lente e l’attesa lo stava facendo impazzire. Era in anticipo ma decise di recarsi nel luogo dell’incontro. Avrebbe aspettato l’arrivo di Olivia e Melissa. Dopo circa mezz’ora vide avvicinarsi due ragazze. Il cuore gli batté forte e loro si avvicinavano sempre di più. Olivia gli andò incontro, lo salutò calorosamente e gli presentò Melissa. La prima sensazione fu quella di una bella ragazza algerina che gli ricordava la sua prima fiamma. Aveva i capelli mossi, neri e gli occhi azzurri come il cielo dell’Egitto. Indossava una giacca beige, un paio di jeans colorati e un berretto color panna che metteva in risalto i suoi capelli. 38 L’incontro «Allora sei tu il ragazzo che non si era accorto di quello che gli succedeva intorno. Ho accettato di incontrarti ma non illuderti. Sono arrabbiata con te!» «Sì, hai ragione» rispose lui «ero nel mio mondo. Ma ora ho bisogno di parlare con Alì. È importante». «Bene» gli rispose Melissa «se hai tanta voglia di vederlo, andiamo subito a casa mia, lui è là, non sa del nostro incontro e pensa che io sia uscita con Olivia per incontrare altre amiche». «Ragazzi io devo andare a casa, mio padre mi ha chiamato;» disse Olivia «ci vediamo presto e buona fortuna!» Arrivati sulla porta di casa, Melissa si rivolse ad Hany e cambiò tono. «Grazie per esserti confidato con me, per avermi raccontato ciò che è successo tra di voi. Spero che riuscirai a far capire anche ad Alì il tuo punto di vista. Non dimenticare che lui è molto arrabbiato con la tua famiglia». Hany ringraziò ed entrando in casa vide Alì sdraiato sul divano che guardava la TV. «Ciao Melissa!» disse Alì. Lei non rispose. Lui si voltò e vide con sua grande sorpresa che la sua amica non era sola. C’era anche Hany. Di scatto si alzò dirigendosi verso di lui, colmo di rabbia e rosso in faccia. Esplose in un grido furioso. «Hai anche avuto il coraggio di venire qui? Vattene, non ti voglio vedere, è tutta colpa della tua famiglia!» Hany aveva pensato a lungo a cosa dire ad Alì. Aveva provato e riprovato un lungo discorso. Ma ora di fronte ad Alì furioso cominciò a piangere e a singhiozzare, senza riuscire a controllarsi, senza dire una sola delle parole che aveva pensato, accasciandosi a terra esausto e nascondendo tra le mani il viso bagnato di pianto. Capitolo quinto 39 CAPITOLO SESTO La consapevolezza Hany, anche se preso dal pianto, cercò di esternare tutta la sua sofferenza legata alla situazione. «I figli non possono pagare per gli errori dei propri genitori» diceva come per discolparsi. «Sono vittima del sistema in cui ho vissuto. La colpa che mi riconosco è quella di essermi disinteressato di ciò che succedeva fuori. Non ho fatto nulla per gli altri, mi sono solo circondato di beni materiali». Alì ribatté con voce pacata, senza rabbia né voglia di accusare, ma scandendo con durezza ogni parola, per sottolineare la gravità degli episodi che andava raccontando. «Vedi Hany, io e te abbiamo stretto un rapporto che giudichiamo d’amicizia, ma che in realtà è basato su una conoscenza quasi nulla delle nostre vite. Io sapevo molto di te, delle tue origini e della tua famiglia, ma tu non ti preoccupavi di avere informazioni o curiosità che riguardassero me. Non mi hai mai chiesto se avessi dei fratelli o che volessi fare da grande. Vedi, io per te sono stato come un diario segreto dove rivangavi tutti i sogni e le paure, ma il tuo errore più grave è stato proprio quello di non soffermarti mai a leggere le pagine di quel diario. Se solo tu lo avessi fatto, avresti letto stralci della mia esistenza e forse oggi non saremmo qui. Ebbene Hany, voglio leggerti quel diario di cui tu ignoravi perfino l’esistenza». Alì parlò come se stesse raccontando una storia. La sua. E lo faceva guardando dritto negli occhi di Hany. «La mia famiglia è molto povera. Vivevamo in una baracca e a stento riuscivamo a consumare un pasto decente al giorno. Nonostante queste misere condizioni eravamo molto ricchi. Non parlo di una ricchezza tangibile, ma di qualcosa che 40 La consapevolezza apparteneva solo a noi membri, che nessuno ci avrebbe mai portato via. Era l’amore che provavamo gli uni nei confronti degli altri, era il senso di rispetto, di appartenenza che ci legava indissolubilmente. Eravamo forti perché eravamo deboli insieme, eravamo sazi poiché la fame ci accomunava facendo sparire quell’insopportabile morsa allo stomaco. Eravamo felici di averci a vicenda perché sapevamo che se uno di noi si fosse ferito, l’altro avrebbe urlato di dolore. Questa era la situazione, Hany, finché tu e la tua famiglia non ci avete divisi per sempre portandomi via l’unico bene prezioso: mio padre. «Sai» continuava Alì stringendo gli occhi «quando non si ha niente si capisce davvero il valore delle persone. Viviamo in un mondo dove si hanno più cellulari che numeri in rubrica, il portafogli più pieno, ma l’animo più solo e sconsolato. Io non ho mai posseduto nulla ma ho avuto la fortuna di apprezzare le persone che mi circondavano». Quelle parole difficili divennero durissime quando toccarono il cuore della vicenda. «Tuo padre ha reso impossibile la mia vita e quella della mia famiglia. Mio padre si è suicidato! Non sai quant’era difficile dopo scuola, arrivare a casa e vedere mia madre con gli occhi pieni di tristezza e di insoddisfazione, continuamente preoccupata che qualcosa potesse accadere anche a me. La cosa più triste è che tutto questo mi ha portato a scappare via, lasciandola sola. Oramai aveva solo me e io l’ho delusa. Ancora una volta ha dovuto subire le scelte dei suoi due uomini. Ma la ragione da che parte sta? Immagina la perdita di mio padre, immagina dove mi sono perso. Se credi che il semplice fatto di essere venuto qui basti per farti perdonare, ti sbagli! Non ho più nulla e ora devo ricostruirmi una vita». Hany, scosso dalle parole dell’amico, iniziò a riflettere su quale fosse la sua vera identità. Fino a quel momento era stato viziato e disponibile solo ai suoi piaceri. Pensò ai suoi sbagli, alla necessaria consapevolezza dell’accaduto. Respirò profondamente, come per liberarsi di un peso e, con voce fioca e tremante, si alzò e prese l’amico per le mani. 41 Capitolo sesto «Alì, c’è una cosa che ho scoperto e che devi sapere. Io e te siamo cugini, abbiamo lo stesso sangue, anch’io sono la tua famiglia e da oggi voglio essere la persona di cui fidarti». Il silenzio si impossessò della stanza, lasciandoli come sospesi, un attimo eterno in cui tutto parve fermarsi. Le lancette dell’orologio sulla parete, di fronte ad Alì, parevano immobili, fuori dalla finestra una foglia era ferma al fischiare del vento. Poi Alì si avvicinò lentamente, i due si abbracciarono stretti e il rancore, nei loro occhi si affievolì. Sia Hany che Alì provavano qualcosa di indefinibile quasi a raggiungere la convinzione di ritornare nel loro paese, alla normalità. Bisognava crederci. Il pensiero di libertà stava impossessandosi a tal punto della loro anima, che non riuscivano a dire alcuna parola. Volevano soltanto sognare ad occhi aperti. Non era quello il momento di arrendersi. Intanto, Muna cercava in tutti i modi di poter parlare al marito dell’improvvisa partenza di Hany e della situazione che si era verificata. Così, una sera, dopo cena, facendosi coraggio, gli disse, con tono deciso i suoi pensieri. «Karim, mio figlio deve ritornare a casa! Abbiamo sbagliato nei confronti di Hany. Tu, costantemente preso dai tuoi problemi, hai ignorato qualsiasi suo bisogno affettivo, ti sei preoccupato solo di non fargli mancare nulla, non gli hai mai regalato un abbraccio ed io, troppo debole per affrontarti, non te l’ho mai impedito». Dopo un breve silenzio Karim si alzò, avrebbe voluto parlarle, spiegarle i sensi di colpa che gli attanagliavano lo stomaco, ma non lo fece. Scoprì in quel momento che tutto sbiadiva in un grande sconforto e abbandonò la stanza, riparandosi nel suo ufficio. Karim, elaborata la delusione per l’allontanamento del figlio, ammise i suoi errori e guardandosi allo specchio strinse forte i pugni, ben determinato ad agire. Era chiaro che non poteva rassegnarsi. Solo lui, il capofamiglia, poteva fare l’impossibile per ritrovarlo. Ricongiungendosi con Hany lo avrebbe ascoltato. L’unica cosa che ora desiderava era abbracciarlo. Con aria addolorata, teneva tra le mani un album pieno di foto di Hany. Appena nato, i 42 La consapevolezza primi passi, il primo compleanno, era lì il suo bambino, che adesso stava diventando uomo. Lo dimostrava il fatto che, scappando, avesse preso posizione. In tutti questi anni non si era accorto del continuo cambiamento del figlio. Hany e Alì intanto, carichi di borse e valigie, si apprestavano a salutare Olivia e Melissa. Olivia, pallida in viso, non riusciva a trattenere le lacrime. No, non erano di addio, ma in ogni lacrima era impresso un arrivederci. Assaporava il piacere di vedere ancora gli occhi di Hany scintillare. Non le importava il rischio di non vederlo più. Melissa sapeva che poteva contare sul suo legame con lui che non l’avrebbe certo dimenticata. Aveva la certezza impertinente di vincere la sfida e sperare nel futuro con Hany. Lì, in Italia, rimanevano i ricordi belli del loro stare insieme e questo rappresentava per lei una polizza sulla felicità. Erano pronti, quando la tv parlò della disastrosa situazione del loro paese. Le proteste diventavano sempre più violente e le repressioni sempre più agghiaccianti. Hany e Alì si guardarono e senza parlare capirono che non c’era altro tempo da perdere. Dovevano agire e combattere per la loro libertà e quella dei loro connazionali. Si ritornava in Egitto, con uno spirito e una consapevolezza del tutto nuovi e con una voglia di difendere i loro diritti più forte che mai. 43 Capitolo sesto CAPITOLO SETTIMO Tra sogno e realtà «Eccolo, si sta svegliando… sta aprendo gli occhi». Era la voce di mia madre che provava a chiamarmi, da lontano, ma... non riuscivo a capacitarmi della mia situazione, ero tutto indolenzito e addormentato, un dolore sottile mi attanagliava il cranio e la vista non riusciva a mettere a fuoco. «Dove sono?» Le parole uscivano confuse, ero sbigottito, provai ad alzarmi e non ci riuscii, il mio corpo non ne voleva sapere. «Ahi, ho male alla testa!» Quasi urlai per il dolore, mi rassegnai e rimasi sdraiato. Una mano familiare afferrò dolcemente il mio polso e tranquillizzandomi, mi voltai. «Hany! Sono io, mamma. Stai tranquillo…» «Mamma… mamma, cos’è successo? Dove sono?» chiesi sconcertato. «Sei in ospedale, sei stato portato qui da due manifestanti». «Un agente ti ha aggredito, pensando tu avessi ucciso l’uomo a terra». «Ma quale manifestazione! Io sono andato a cercare Alì… Ho perso tutto, lo zaino, i soldi, i documenti… Il nonno è morto… Alì… Alì è mio cugino… Tu sei il fratello… Sono andato a lavorare… Melissa, Olivia, era a Torino…» farfugliai confusamente. «Tesoro ma cosa stai dicendo? Cerca di riposare e poi ci spiegherai». Ero veramente confuso, molte immagini si affollavano nella mia mente. Allora avevo sognato tutto? Nonostante tutto decisi di seguire il consiglio di mia madre. Dopo un lungo riposo mi svegliai, vidi mio padre assopito, probabilmente aveva passato la notte in ospedale, per vegliare su di me. Era la prima volta che mi dedicava tante attenzioni. Presi coraggio e decisi finalmente di parlargli, ma lui mi anticipò. 44 Tra sogno e realtà «Hany, ti senti meglio?» «Sì, ma ho bisogno di alcuni chiarimenti. Veramente la fabbrica è in condizioni critiche? È a causa tua che quell’uomo si è dato fuoco? Tutto il paese è contro di te! Come si è arrivati a questo punto!?» «Sono stato costretto a licenziare molta gente; non era mia intenzione lasciarli in miseria, ma non riuscivo a coprire i costi della fabbrica… non ho più finanziamenti; la situazione è tragica, la crisi sta colpendo anche noi. Non so più che fare…» «Ma lo sai che in questo modo hai portato al suicidio il padre di Alì?» «Ma che dici!? Cosa c’entra il padre di Alì? Perché, Hammami era suo padre?» «No! No… voglio parlare con Alì. Voglio capire di più! Ho una tale confusione in testa…» «Non appena sarai dimesso andremo a cercarlo». Stavamo percorrendo la strada che porta a piazza Tahrir, da lontano si sentivano le grida dei manifestanti. Un uomo passò accanto a noi, gridava e aveva un cartello in mano: “NO More Silence! Stop The Dictatorship! Give Back Our Freedom!” (Non staremo più in silenzio. Basta con la dittatura, ridateci la nostra libertà). Mio padre cominciò a spiegarmi cosa stava succedendo nel nostro paese. A questo punto capii le vere cause del malcontento. Era la prima volta che parlando con lui non provavo quel senso di inettitudine, di inadeguatezza! “Forse… forse non è troppo tardi. Forse possiamo recuperare il tempo perduto, forse possiamo far nascere un vero rapporto, come avrei voluto che fosse...” Guardai fuori dal finestrino, vidi il disagio e la povertà. L’aria era nera, scura, opprimente, densa di smog e fuliggine. Attraversammo quei quartieri, come estranei, come qualcuno che viene da un altro mondo, ci addentrammo nella miseria fino all’indirizzo che tenevo stretto nel pugno. Arrivammo davanti alla casa e spegnemmo il motore, la facciata necessitava di una pesante ristrutturazione e l’intonaco cedeva lasciando cadere grandi porzioni del colore biancastro che la 45 Capitolo settimo copriva. Occhi curiosi si affacciavano dalle finestre, un gruppo di bambini si avvicinò correndo, colpiti dalla lucentezza della nostra macchina. Nonostante fossi frastornato e impotente, mi avviai verso una realtà che non mi apparteneva, presi coraggio e bussai. Venne ad aprirmi una donna dal viso segnato e stanco, tradito da occhi luminosi e profondi. Nel suo sguardo c’era una speranza. Intimorita, fece per richiudere la porta: «Aspetti, non abbia paura, cerco Alì, sono Hany, un suo amico! E questo è mio padre». «Alì non c’è. Entrate». La casa, molto umile, era composta da un’unica grande stanza, delle tende variopinte dividevano gli ambienti e un odore di cucina e incenso permeava l’aria. Davanti ad una tazza di té chiesi preoccupato: «Dov’è Alì… perché non è venuto a scuola? L’ho cercato dappertutto, persino alla manifestazione di piazza Tahrir. Credevo che quell’uomo che si è dato fuoco fosse suo marito, ero preoccupatissimo per Alì e per la sua reazione! Per fortuna mio padre mi ha tranquillizzato, mi ha detto che non era lui e mi ha spiegato la situazione drammatica della fabbrica e del paese!» Hamidae sommersa da tutte quelle domande e affermazioni poggiò la tazza del tè affrettandosi a parlare. «No! No! No! Non è successo nulla di tutto questo! Alì sta bene e anche mio marito, sono solo andati...» Hamidae fece una pausa sgranando gli occhi: «… Non so se… se posso… ancora non ci credo nemmeno io, è talmente incredibile, tutto così improvviso, la nostra vita che sta per cambiare così bruscamente…» Scoppiò a piangere e le lacrime le rigarono il volto. Ci rivelò che il nonno di Alì era morto e gli aveva lasciato una grossa somma di denaro poiché era il suo unico nipote. «Come, denaro? Perché Alì non mi ha detto nulla? E perché…» 46 Tra sogno e realtà La mia domanda fu interrotta dal rumore della porta che si apriva… «Hany…!» «Alì…!» «Lei! Cosa ci fa a casa mia? Dopo tutto il male che ha fatto alla mia famiglia ed al paese?» Le parole brusche e durissime erano di Bashir, il padre di Alì, rincasato col figlio. Mio padre, letteralmente assalito dal suo dipendente, cercò, a disagio, di spiegarsi. Raccontò delle difficoltà della fabbrica e della crisi di fondi. Io nel frattempo dissi ad Alì quello che mi era successo negli ultimi giorni, fino all’incredibile sogno… la spiaggia… il sangue… Torino… Melissa… la manifestazione… l’uomo bruciato che avevo creduto fosse suo padre… l’aggressione… e poi… il buio, e il risveglio in ospedale. Ci eravamo ormai ritrovati, la nostra amicizia si rafforzava. Decidemmo insieme ad Alì e Bashir che dovevamo fare qualcosa. Forse era ancora possibile salvare la fabbrica e contribuire a risollevare, almeno in parte, le sorti del paese. Non ero mai entrato nella fabbrica di mio padre. Nel capannone sentivo rabbia, stupore, frustrazione, appagamento e curiosità, tutte insieme, e improvvisamente capii quanto fossi coinvolto. Ero cambiato, questa esperienza mi aveva fatto crescere. Seguirono giorni e giorni di trattative tra i nostri padri, alle quali assistemmo anche noi. C’erano tanti i punti da affrontare e risolvere. Fu convocato il Consiglio di Amministrazione straordinario che votò a favore dell’ingresso di Bashir come nuovo socio dell’azienda. Mio padre e Bashir si strinsero la mano. Il cenno di intesa tra me e Alì si trasformò in un’emozione profonda per quello che stava succedendo. Mentre all’interno della fabbrica si respirava un’atmosfera di sollievo per l’accordo raggiunto, all’esterno il caos aumentava a dismisura. Impauriti, io e Alì corremmo alla finestra in tempo per vedere gli operai che stavano sfondando i cancelli e si apprestavano a occupare la fabbrica. 47 Capitolo settimo CAPITOLO OTTAVO Finalmente la verità Sul viso di ogni operaio rabbia e indignazione accompagnavano gesti violenti e rapidi, come se tutta la loro vita, le loro famiglie e lo scopo della loro esistenza, dipendessero da quegli attimi che li separavano dall’ingresso della fabbrica e da quella protesta. Karim, forse grazie alla conoscenza di Bashir, per la prima volta li guardò come uomini e non come operai. Era necessario svoltare. Tutti i licenziamenti che era stato costretto a fare erano il prodotto di un paese che andava lacerandosi. Sul fondo della sua coscienza gravava il peso di quegli uomini che lottavano con le unghie e con i denti per il pane. I dipendenti si riversavano nei corridoi e nelle stanze del pianterreno, pretendendo di parlare con il direttore. Erano spaventati per il loro futuro e adirati con chi glielo aveva negato. Alle grida di quella protesta, nei cuori dei due ragazzi si mescolavano diverse emozioni in contrasto. Alì era contento che finalmente la fortuna girasse dalla sua parte, ma era sovrastato dal senso di colpa perché conosceva il vero significato della fame e della povertà, mentre Hany , tutto di un colpo si trovava di fronte alla realtà finora ignorata. All’improvviso un urlo squarciò l’aria sconvolgendo la folla, tutti gli sguardi erano rivolti verso un’impalcatura su cui era salito un uomo che minacciava di suicidarsi. «Dopo aver buttato il sangue in questa fabbrica, non tollero che il mio futuro sia nelle mani di due ragazzini inesperti; come possono sistemare le cose se non l’ha saputo fare un esperto in economia che fa questo lavoro da anni? Come possiamo assicurarci che farete i nostri interessi, se già uno di noi si è venduto? Ed ora quello che era un povero uomo come noi si ritrova a capo della fabbrica, mentre mia moglie è incinta e ho già tre figli da sfamare, mentre tutti sono nella mia stessa condizione se non peggio. Adesso basta!» 48 Finalmente la verità Hany sempre più scioccato, assillava il padre domandandogli cosa potessero fare per placare la rivolta. Karim, incapace di prendere qualsiasi decisione diede ragione agli operai, pensò solo alla sicurezza del figlio e gli ordinò bruscamente di tornare a casa. Alì, avendo assistito alla sfuriata di Karim decise di seguire il suo amico. «Non voglio tornare a casa» disse Hany accorgendosi che Alì lo stava seguendo. «Non posso abbandonare la situazione in questo momento così tragico, quegli uomini lì fuori hanno bisogno di essere rassicurati». Tornarono indietro, la loro unione dava loro la forza di affrontare Karim e di potergli presentare il programma di ristrutturazione della fabbrica. Karim, di fronte alla determinazione dei due giovani e alla concretezza delle proposte non poté opporsi. Chiamò il capo della rivolta e gli illustrò il progetto. Per quel giorno tutti ritornarono a casa più fiduciosi. Arrivati a casa, Alì non diede il tempo di parlare alla madre che subito iniziò a fare mille domande sul nonno. La donna gli disse di rivolgersi a sua cugina Melissa, era stata lei ad informarla. Immediatamente. I due si attivarono per contattare Melissa, la quale dispiaciuta per non poter spiegare l’intera faccenda al cugino, gli annunciò del suo arrivo imminente in Egitto per un articolo sulle varie sommosse. Fu lei, appena arrivata a Il Cairo, a rievocare la verità, scoperta durante il lavoro per un giornale italiano, quando era una stagista e l’avevano mandata al carcere di Poggioreale per incontrare un criminale africano, entrato nella camorra. Era una storia surreale, che iniziava con un secondino che l’aveva scortata in una stanza. Era un uomo dalla carnagione scura, stempiato, con la barba incolta e la testa fra le mani. «Signor Sahid Hossan cosa l’ha spinta ad entrare a far parte della malavita Italiana?» L’uomo si schiarì la voce. «Lei cosa farebbe se avesse fame e nessuno fosse disposto ad offrirle un onesto posto di lavoro?» 49 Capitolo ottavo L’uomo alzò gli occhi e continuò: «Non volevo diventare un criminale, cercavo lavoro per sfamare la mia famiglia. Ma nessuno era disposto a dare un lavoro ad un egiziano. Non potevo tornare. Non potevo vivere». Melissa ascoltava attentamente quell’uomo. Sembrava pentito e nei suoi occhi spenti c’era qualcosa di familiare. L’intervista continuò, la ragazza lo tempestò di domande ma non riusciva a capire come quest’uomo fosse diventato un criminale. «Lei sembra una brava persona, come ha fatto a resistere nella camorra? Come ha potuto uccidere delle persone?» L’uomo a quella domanda sgranò gli occhi, era un argomento che lo feriva. «La mia fedina penale non si è mai macchiata di sangue. Ho fatto cose di cui mi pento amaramente, ma non ho mai ucciso nessuno». Il silenzio calò, interrotto solo da due secondini che presero il detenuto. «Prima di andare faccia delle ricerche su queste associazioni» disse Sahid porgendole un foglietto «così tutto le sarà più chiaro». Melissa lo lesse e, prima che potesse dire qualcosa, i secondini avevano già scortato fuori il recluso. Il racconto terminò e Melissa tornò alla realtà. Hany era muto. Alì era sconvolto. «Cosa c’entra questo con nostro nonno?» disse deluso. «Quel signore era nostro nonno» ribatté Melissa. «Tornata a casa feci delle ricerche su di lui e, a parte tutti i suoi delitti, non c’era altro. Sahid era scomparso nel nulla. Feci delle ricerche su quei nomi che mi aveva dato e scoprii che erano delle associazioni di beneficenza che accoglievano senzatetto e stranieri. E Il fondatore era lo stesso Sahid. Aveva mantenuto la sua vecchia identità costruendo qualcosa con i soldi guadagnati nella malavita». «Come puoi dire che questo criminale sia in realtà nostro nonno?» Alì era indignato. Melissa, che aveva avuto più tempo per abituarsi all’idea, rispose con calma «Ne sono certa Alì. Le mie ricerche mi hanno condotto al vero nome. Hassan Munir. I miei sospetti erano fondati, mio padre mi ha parlato della loro vita disagiata e 50 Finalmente la verità della partenza del nonno per l’Italia, dopo la quale non ebbero più notizie. Mi sono fatta mandare foto e qualunque documento che potesse confutare la mia ipotesi ed alla fine ho dovuto accettare la realtà. Da allora, ogni volta che potevo sono andata da lui. Sai Alì, voleva conoscerti e si era ripromesso che un giorno sarebbe tornato, ma purtroppo non ne ha avuto la possibilità». Alì era sopraffatto dagli eventi, non sapeva cosa dire. Fu Hany a parlare. «So cosa fare! Nella mia vita ho sempre messo al primo posto le mie necessità, ma non sono più disposto a farlo. Questi soldi sono tutto ciò che ti resta di tuo nonno, tienili per te, escogiteremo qualcos’altro per risollevare l’azienda». Il tempo passava e Alì continuava a guardare nel vuoto senza fiatare. Melissa e Hany si scambiarono sguardi preoccupati, quando finalmente Alì parlò. «Non posso tenere questi soldi, sono sporchi! Tutto ciò che posso fare è consegnarli a chi di dovere e accettare le conseguenze». «Non puoi!» gridò Melissa. «Questi soldi ci servono». «Ha ragione ti servono! La tua famiglia ne ha bisogno!» ribatté Hany «Non voglio che sprechi quest’occasione, fra di noi sei la persona che più la merita!» Ma Alì era deciso, era tempo di fare la cosa giusta, non poteva accettare quel denaro conoscendone la provenienza. L’idea balenò nella sua testa come se fosse sempre stata dentro di lui. «Parto per l’Italia, vado a restituire ciò che mio nonno ha rubato, è da qui che devo partire se voglio dare valore alla mia vita, al mio futuro. Al futuro della fabbrica penseremo dopo». 51 Capitolo ottavo CAPITOLO NONO Il diario di Hassan Arrivarono a Napoli confusi dalle paure e dalle preoccupazioni. Quando Hany ruppe il silenzio erano appena atterrati. «Sei proprio sicuro di volerci andare, Alì?» «Un paio d’ore non cambiano niente» disse Melissa intervenendo «andremo prima in banca. Sahid desiderava ardentemente che tu vedessi quella cassetta di cui ti ho parlato: forse troveremo qualcosa d’interessante. So che è difficile accettarlo, lo è stato anche per me. Ma lo faremo insieme». Hany continuò «Certo Alì, Melissa ha ragione! Resteremo al tuo fianco!» Alì rimase zitto e pensieroso. Guardò entrambi e fece un segno di assenso con la testa. Arrivati in banca, chiesero della cassetta di sicurezza di Sahid Hassan. Il direttore, nel sentire il nome del celebre camorrista, li invitò con modi poco garbati ad abbandonare l’edificio, spingendoli verso l’uscita mentre proclamava sdegnato l’onestà della sua impresa. Alì, che non capiva le parole pronunciate da quell’uomo austero, fece un balzo in avanti mettendosi di fronte a lui, quasi a sfidarlo, infastidito dai toni con i quali aveva reagito. «Dobbiamo accedere alla cassetta di Hassan Munir» spiegò Melissa insistendo. A queste parole il direttore guardò Alì e qualcosa cambiò nella sua espressione. Balzò nei suoi occhi un lampo di curiosità, cui subentrò un senso di consapevolezza. «Solamente una volta ho visto questo sguardo negli occhi di qualcuno. Era un uomo dal portamento fiero, si chiamava Hassan. Sembrava sicuro di sé, ma nel profondo dei suoi occhi si leggeva la paura». Gli tornò in mente il bambino di cui quel giorno Hassan gli aveva parlato con una malinconia infinita nell’animo. La malinconia di qualcuno che sa cosa lo aspetta. Solo qualche giorno dopo era venuto a sapere dell’arresto di quel- 52 Il diario di Hassan l’uomo, che aveva deciso di non voler più vivere una vita nella menzogna e nella disonestà. Hassan gli aveva consegnato un diario come ultimo atto da uomo libero. In quel momento l’uomo di allora e il ragazzo di adesso erano uguali, se non per le guance di quest’ultimo solcate da lacrime di rabbia. Così il direttore li scortò nella stanza in cui si trovavano le cassette di sicurezza. Rivolto ad Alì gli consegnò il messaggio che da quel giorno aveva custodito. «Ognuno possiede la chiave della propria felicità». Melissa lo guardò insistentemente, come in attesa di qualcosa, l’uomo invece si allontanò con discrezione, lasciandoli soli. «Cosa ha detto? La combinazione?» chiese impaziente Hany a Melissa, convinto che ragazza la conoscesse. «Non saprei» rispose fissando la parete di fronte a loro, «il nonno mi disse che il direttore della banca ci avrebbe fornito una chiave». «A quanto pare abbiamo solo perso tempo. Avremmo dovuto rispettare i piani» disse Alì deluso e irrequieto. «Non credo, mi fido del nonno» replicò Melissa, avvicinandosi alla cassetta, da cui non aveva mai distolto lo sguardo. «Il direttore ha parlato di una chiave e della felicità. Strano messaggio, ma forse… è un indizio» e si mise ad armeggiare con le combinazioni. «Hai letto troppi libri, Melissa! Smettiamola di giocare e facciamo quello per cui siamo venuti» propose Hany, mettendo la mano sulla spalla di Alì per rassicurarlo. Dopo vari tentativi falliti, Melissa inserì in successione i numeri 1-10-9. Nello stupore generale, la cassetta si aprì e Hany, incuriosito, chiese come ci fosse riuscita. Melissa iniziò a spiegare con tono orgoglioso e con quello spirito da saputella che la contraddistingueva la soluzione: «Il numero 1 è la A, il 10 è la L e il 9 è la I» Alì. «Parlando con Sahid, ho scoperto che amava l’enigmistica e poi il messaggio…» mentre i due parlavano, Hany aveva già afferrato un libricino che Alì gli sottrasse rapidamente e iniziò a sfogliare. Era un diario aggiornato giorno per giorno, pieno di parole e ricordi del Capitolo nono 53 nonno. Una pagina in particolare catturò la loro attenzione. Era più sgualcita rispetto alle altre e sembrava scritta di fretta e furia. Curiosi, incominciarono a leggere: “12 Marzo 2012. Non ce la faccio più. Oggi è ritornata mia nipote Melissa… non sono riuscito a dirle tutta la verità e ad esprimere ciò che sento. Avrei voluto raccontarle tante cose.. avrei voluto dirle che mi dispiace di non essere stato vicino alla mia famiglia come desideravo, di non essere stato un buon nonno per lei e Alì… come avrei voluto vederlo crescere, abbracciarlo, consolarlo come aveva fatto mio nonno con me! Narrargli di quando avevo la sua età, dei giochi sfrenati per le vie di Moqattam, del desiderio di fuga dalla miseria di quella vita, dei grandi occhi dolci di sua nonna e di come non abbia mai dimenticato la prima volta che li vidi. Se solo l’avessi ascoltata quando mi diceva di mettere da parte l’orgoglio, quando mi diceva di soffrire a causa della lontananza della famiglia. Mi sono reso conto dei miei sbagli troppo tardi, non ho avuto nemmeno il tempo di chiederle scusa… solo quando non l’ho avuta più al mio fianco, mi sono reso conto di essere totalmente solo e di aver sbagliato tutto! Ora spero di poter rimediare e sono sicuro di poter contare sull’appoggio di Melissa…” Continuarono a leggere con avidità. Hassan immaginava che i soldi sporchi accumulati nella camorra sarebbero stati confiscati in seguito all’arresto. Ma Il conto lasciato ad Alì era il frutto di una vincita di lotteria di tanti anni prima, soldi documentati che non erano stati toccati. I tre, sbalorditi, rimasero un momento in silenzio. Hany esclamò all’improvviso fuori di sé dalla gioia: «Alì, ma ti rendi conto? Questa notizia cambierà la tua vita, la nostra! Finalmente potremo risanare la fabbrica e mantenere tutte le promesse fatte agli operai! Dobbiamo tornare in Egitto!» Non finì la frase che già si stava avviando verso l’uscita. Alì lo trattenne ed esclamò infuriato. «Il nostro compito non è ancora finito. Apri gli occhi Hany. Per il mondo Hassan non è che un vile sfruttatore degli altri! Un camorrista! Io so che era innocente e qui ci sono le prove. Andiamo dalla polizia e riferiamo loro l’accaduto». 54 Il diario di Hassan Hany si mostrò titubante, ma Melissa riuscì a convincerlo: «Alì ha scoperto la verità. È giusto che tutti sappiano». Usciti dalla banca si diressero alla stazione di polizia più vicina. Dopo il colloquio con le autorità competenti i loro volti facevano trasparire un senso di sollievo: dopotutto erano partiti con l’idea di arrivare in Italia per restituire il denaro, invece ora stavano per tornare in Egitto con i soldi ed il desiderio di scoprire tutto sul nonno. Durante il tragitto verso l’aeroporto Alì non staccò mai gli occhi dal diario: leggeva, divorava notizie su suo nonno e, se Hany o Melissa tentavano di parlargli, non rispondeva. Non rivolgeva loro una parola da più di un’ora ormai. Quando ebbero finito il check-in, si rivolse verso Hany e Melissa con gli occhi lucidi chiedendo loro di ascoltare un passo del diario. Era datato 4 aprile 1994: “Alì è nato. Come passa il tempo. Sembra ieri che Bashir è tornato in Egitto per raggiungere quella donna. Non riesco ad accettare che abbia rinunciato a vivere con me in Italia e fare una vita invidiabile solo per stare con lei. Si dice che il tempo sani ogni ferita, ma non sempre è così”. Alì ruppe la lettura tra le lacrime e passò il diario ad Hany. “Mio figlio ha continuato a scrivermi” proseguì l’amico “nonostante, per stupido orgoglio, io non gli abbia mai risposto… figlio mio, se solo tu potessi sentirmi, ti direi che, malgrado le apparenze, sei la cosa più importante della mia vita. Troverò un modo per rimediare. Te lo giuro! Spero solo che un giorno Alì possa conoscere suo nonno”. Capitolo nono 55 CAPITOLO DECIMO Il dono Appena arrivato nella piazza, vide una folla, grande, immensa. Erano tutte donne. Donne che si agitavano, intonavano cori, urlavano, combattevano. Tutte le voci si sovrapponevano tra loro, era impossibile distinguere il contenuto dei loro discorsi. Ma una cosa era chiara. Erano arrabbiate. Hany non riusciva a comprendere il perché di tutto ciò, così fece spallucce ed entrò nel negozio per comprare le scarpe. Ne provò circa dieci paia, e pensava continuamente a ciò che prima aveva visto. Una volta finito l’acquisto, uscì dal negozio. Non sapeva bene se tutte quelle donne che protestavano fossero mosse dallo stesso motivo. Ma presto tale motivo si presentò sotto i suoi occhi. Camminando in mezzo alla piazza, in mezzo a tutte quelle donne, Hany intravide Melissa. Gli occhi dei due crearono per mezzo di uno sguardo, un legame, quasi premonitore. Il ragazzo stava per avvicinarsi a lei, ma venne subito bloccato dalla sicurezza. Accerchiarono Melissa ed altre tre ragazze, le mani di quegli uomini iniziarono a spintonare i corpi esili delle giovani, dalle spinte si passò alle percosse, e poi alle umiliazioni. Fu tutto veloce, rapido, incomprensibile. Fu la prima volta che Hany capì che la violenza ingiustificata era veramente una crudeltà. E si sentiva impotente. I sensi di colpa si fecero sentire dal profondo del suo stomaco, non riusciva a parlare. Era inerme. Come Melissa. Madida di sudore, stanca, gettata per terra in preda al terrore. Aveva un labbro spaccato, Melissa. Lei e tutta la sua bellezza in un colpo solo vennero annientate, distrutte. Era proprio per questo che quelle donne stavano manifestando. Erano stanche. Stanche di essere inferiori, stanche di essere umiliate, picchiate. Avevano i loro diritti, e per quelli erano pronte a farsi sentire. Possedevano un cervello. Erano come e meglio degli uomini. Hany si accinse velocemente a soccorrere Melissa. La persona che più amava si trovava tra le sue mani, senza forze, senza parole, senza orgoglio. Dalle labbra della ragazza usci- 56 Il dono rono poche parole, incomprensibili. Hany riuscì a capire solo: “La violenza si combatte con la speranza”. La speranza di un cambiamento? La speranza di un mondo migliore? Gli uomini non pensano mai al bene, sono desiderosi di fama, gloria, successo. Non importa come si raggiunge uno scopo, l’importante per loro è arrivare, sempre. Dov’era arrivato adesso lui? Hany era un ragazzo benestante che si nascondeva dietro manifestazioni calcistiche dove il tifo si trasformava spesso in violenza. Non gli mancava nulla, eppure in un attimo le sue convinzioni e le sue idee erano crollate come una torre di carte. Hany capì che a questo mondo non vi è rispetto per le persone. Lo capì nel momento in cui ciò che amava chiedeva aiuto. Non sempre le cose più ovvie sono le più immediate. Nessuno però si chiede cosa fare per cambiare. Se ci fosse più armonia, più consapevolezza di se stessi, più conoscenza, tutto potrebbe assumere una dimensione più giusta. Ci sono cose che non si possono comprendere da soli. C’è bisogno di qualcuno. Bisogna guardare il prossimo e affermare la propria posizione nel mondo. Bisogna dar voce ai propri pensieri, lottare, pagare. Non esistono persone cattive e chi lo è, è soltanto perché è solo e non ha termini di confronto. Hany da quel momento vide la sua vita cambiata. Capì che bisogna lottare solamente per qualcosa che valga la pena. E non solo per il gusto di divertirsi, di giocare a guardie e ladri . Capì che il cielo è abbastanza grande per coprire tutti. Capì finalmente che la vita è un dono. Capitolo decimo 57 APPENDICE 1. Padri e figli Liceo Scientifico “E. Vittorini” di Napoli – classe IVH Dirigente Scolastico Rosanna Videtta Docente referente della Staffetta Loredana Troise Docente responsabile dell’Azione Formativa Vincenza Alfano Classe che ha composto il capitolo: IVH APPENDICE 2. La scoperta Liceo scientifico “G. Siani” di Aversa (CE) - classi IV/VD - IVF Dirigente Scolastico Dolores Russo Docente referente della Staffetta Stefania Febbraro Docenti responsabili dell’Azione Formativa Mariateresa Stanzione, Sandra Di Gioia Gli studenti/scrittori delle classi IVD - Eliseo Antonio Nardaccio VD - Guido della Gatta, Agostino Luise, Pasquale Vitale IVF - Teresa Fabozzi, Daniela Farina, Federica Colella, Marimila Diretto, Mariachiara Zaccariello, Mariarosaria Martino, Raffaela Scarano, Ortucci Nicoletta, Maria Ronza, Lucia Fusco, Francesca Capone, Federica Melillo, Nicola Di Grazia Hanno scritto dell’esperienza: “…Per alcuni, questo è stato il terzo anno che partecipiamo alla staffetta creativa, per altri invece è stato il primo. Nonostante ciò l’entusiasmo è stato sempre lo stesso, leggere insieme l’incipit ed il primo capitolo ha fatto emergere idee individuali in merito al prosieguo del racconto. Gli alunni coinvolti hanno collaborato tra di loro fin dall’inizio ognuno a modo suo, attraverso ricerche di informazioni, revisionando il testo, o semplicemente dando idee sullo svolgimento dei fatti. Alla fine, dopo la lettura della stesura finale, tutti sono stati soddisfatti del testo prodotto consapevoli di aver contribuito insieme al racconto. L’esperienza è stata coinvolgente anche per noi docenti, è sempre bello vedere i propri alunni impegnarsi in iniziative di gruppo come questa...” per leggere l’intero commento www.bimed.net link: staffetta di scrittura creativa APPENDICE 3. Oltre il dolore Liceo Scientifico “Andrea Bafile” L’Aquila (AQ) – classe IVF Dirigente Scolastico Natale De Angelo Docente referente della Staffetta Corridore Cinzia Docente responsabile dell’Azione Formativa Corridore Cinzia Gli studenti/scrittori della classe IVF Giuseppe Angelone, Federica Antolini, Carla Anzuini, Antonio Bernardi, Chiara Capretti, Francesca Catonica, Federico Cialente, Pierpaolo Ciccone, Silvia Cipriani,Vincenza Corazza, Corrado Costanzi, Gabriele De Meo, Nicolas Di Iulio, Marco Emanuele, Angelo Feliciani, Greta Francesconi, Eleonora Lalli, Andrea Micarelli, Sebastiano Montuori, Luca Olivieri, Giulia Prosperini, Veronica Tomei Hanno scritto dell’esperienza: “…L’esperienza ci è sembrata nuova ed entusiasmante: nuova perché non eravamo mai stati creatori di un vero e proprio racconto da condividere tra di noi e con altri ragazzi di scuole d’Italia; entusiasmante perché abbiamo dovuto documentarci, indagare, approfondire e prendere consapevolezza circa una realtà di cui troppo spesso avevamo sentito parlare ma sulla quale non ci eravamo mai molto soffermati a riflettere. Ci è piaciuto molto il lavorare insieme, attorno al tavolo della nostra biblioteca e riuscire a conservare la nostra diversità di opinioni, pur confluendo in un racconto che ci rappresentasse tutti”. APPENDICE 4. La fuga Liceo Scientifico “Marie Curie” di Pinerolo (TO) – classe VBNR Dirigente Scolastico Marco Bolla Docente referente della Staffetta Pasquale Simonetti Docente responsabile dell’Azione Formativa Pasquale Simonetti Gli studenti/scrittori della classe VBNR Pierre Cuku, Eleonora Litterio, Laura Margiotta, Morena Motatto, Linda Musso Hanno scritto dell’esperienza: “…L’esperienza alla quale abbiamo partecipato è stata diversa e più creativa rispetto alle altre proposteci in precedenza. Abbiamo avuto la possibilità di confrontare idee diverse e dare libero sfogo alla nostra fantasia, inserendo nel nostro capitolo una descrizione del nostro capoluogo, Torino, in modo che potesse essere conosciuto anche dai ragazzi di altre città. L’unica nota negativa è stata riscontrare, nei primi capitoli, alcune incongruenze con l’incipit; questo, però, ci ha spronati a riorganizzare la trama e ad inserire personaggi che erano scomparsi durante la narrazione, in modo che siano di spunto per coloro che scriveranno i prossimi capitoli”. APPENDICE 5. L’incontro IIS “Carlo Ubertini” di Caluso (TO) – classi IVA/B Dirigente Scolastico Franco Zanet Docente referente della Staffetta Manuela Muzzolini Docenti responsabili dell’Azione Formativa Mariella Settia, Debora Masoero Gli studenti/scrittori delle classi IVA - Emanuele Barengo, Lara Bersano, Giulia Calia, Roberta Cavalieri D’Oro, Igor Compagno, Mattia Didonè, Enrico Edile, Samuele Ercolini, Gabriele Ferrando, Enrico Ferrero, Paolo Fioraso, Matteo Frola Giovannelli, Riccardo Milani, Ruben Petiti, Alessandra Savio IVB - Andrea Acquaviva, Giorgio Arnodo Pier, Nicole Boscolo, Elisa Cardia, Carlo Cavallo, Luca Cornelio, Gabriel Daniele, Claudio Gioannini, Luca Lano, Davide Martini, Sofia Regano, Daniela Riva, Maurizio Rolando, Paolo Rosso, Paolo Trovero Hanno scritto dell’esperienza: “…Il lavoro ha consentito a questi alunni di un istituto professionale di avvicinarsi alla composizione scritta, migliorando le dinamiche di gruppo e stimolando il lavoro sinergico e le loro capacità critiche. Inoltre ha consentito una riflessione sugli argomenti proposti, che data la loro attualità, hanno suscitato interesse e dibattito”. APPENDICE 6. La consapevolezza I.P.S.A.R. “Ten M. Pittoni” di Pagani (SA) – classi VA/VB Dirigente Scolastico Rosa Rosanna Docenti responsabili dell’Azione Formativa Patrizia Pappalardo, Rosa Zito Gli studenti/scrittori delle classi VA - Arianna Aprea, Pierpaolo Attianese, Gaetano Cesarano, Mario Contaldo, Attilio Ferraioli, Martino Forino, Paquito Marrazzo, Rossella Marrazzo, Antonio Nasti, Immacolata Soriente, Francesca Spanò, Fiorella Tartaglione VB - Davide Accardi, Aniello Annunziata, Rosaria Cesarano, Antonio Chirico, Rosa De Prisco, Daniela Fiamma, Pasquale Lauria, Giusy Lauro, Luana Mariamburgo Coppola, Mario Nitto, Simone Novi, Francesco Raiola, Fabio Russo, Antonio Sessa Hanno scritto dell’esperienza: “…Quando abbiamo saputo di essere stati coinvolti nella staffetta di scrittura ne siamo stati felici ed entusiasti anche se un po’ timorosi. Appena letto l’incipit ha prevalso però l’entusiasmo e ci siamo subito messi al lavoro leggendo insieme alle nostre insegnanti i capitoli che di volta in volta venivano pubblicati. Appena è uscito il V capitolo, lo abbiamo letto, ne abbiamo discusso e abbiamo provato ad immaginare come la storia di Hany e Alì potesse proseguire. Ci siamo divisi in sei gruppi e ogni gruppo ha prodotto una proposta di sesto capitolo. Successivamente abbiamo scelto quello che ci sembrava il più adatto e coerente. Ci siamo soffermati soprattutto sulla consapevolezza di quanto era accaduto ai due cugini, sul loro ricongiungimento e sulla volontà di impegnarsi attivamente per il loro Paese”. APPENDICE 7. Tra sogno e realtà IPSSAR “Ugo Tognazzi” di Velletri (ROMA) – classi VA ristorazione – VA ricevimento Dirigente Scolastico Adele Bianco Docente referente della Staffetta Francesca Leonardo Docenti responsabili dell’Azione Formativa Antonella Paternoster, Gianna Nanni Gli studenti/scrittori della classe VA Ristorazione - Gianluca Prosperi, Danilo Fasciani, Davide Sergio, Simone Celluccci, Emanuela Cimini, Arianna Tedesco, Francesca Orizio, Selvaggia Di Stazio, Leonardo Lascala, Andrea Digiacomantonio, Sara Di Lauro, Matteo Mason, Giampietro Gentili VA Ricevimento - Gaia Tegon, Ramona Mavei, Matteo Virgini, Matteo De Cave, Daniele Gameri, Riccardo Palombi, Noemi Carletti, Silvia Cavatrunci, Elisa Ronci IA - Marco Donzelli Hanno scritto dell’esperienza: “…Grazie per averci fatto partecipare. Questa esperienza ci ha aiutato ad interagire l’uno con l’altro facendoci conoscere meglio, lavorando insieme c’è stata la possibilità di confrontare le nostre idee, ed ognuno ha esternato la propria fantasia. Tutto ciò ci ha fatto crescere perché il lavoro in sinergia ha tirato fuori il meglio che c’è in noi, portandoci ad ottimi risultati, per scrivere questo capitolo. Ci siamo divertiti, scandalizzati da alcune proposte, scontri, mediazioni, ma alla fine tutti siamo rimasti entusiasti del capitolo finito. Noi speriamo e vogliamo vincere”. APPENDICE 8. Finalmente la verità Liceo Statale “P.E.Imbriani” di Avellino – classe IV DL Dirigente Scolastico Luciano Di Rienzo Docente referente della Staffetta Angelina D’Amato Docente responsabile dell’Azione Formativa Lucia Scotto Di Clemente Gli studenti/scrittori della classe IV DL Laura Autolino, Lina Caruso, Karin Cella, Alejandra Contreras Salazar, Francesca Di Prisco, Jessica Esposito, Ilaria Feoli, Alessia Figus, Valentina Fiore, Fabiola Fioretti, Anna Freni, Francesca Lionetti, Luca Longo, Benedetta Matteis, Maria Chiara Mazzariello, Erika Melchiorre, Benedetta Oliviero, Anita Lucia Petruzziello, Carmelina Sarno, Alessia Spagnuolo, Laura Tammaro, Ylenia Tarantino, Ionela Iuliana Tarnauceanu, Oscar Tulimiero, Francesca Viscione Hanno scritto dell’esperienza: “…Abbiamo partecipato per il secondo anno a questa esperienza, che si è rivelata molto educativa sia per chi già aveva partecipato precedentemente, sia per chi vi ha preso parte per la prima volta. Quest’anno abbiamo dovuto affrontare un tema molto delicato riguardante la legalità: i problemi sociali in Egitto, soprattutto nell’ambito lavorativo. La partecipazione a questo progetto ci ha reso particolarmente uniti e ci ha permesso di riflettere con maggiore attenzione sulle disuguaglianze sociali, facendoci comprendere la necessità di superare le differenze e le divisioni in ogni ambito della vita”. APPENDICE 9. Il diario di Hassan I.S.I.S “V.Cuoco O. Fascitelli” di Isernia – classi III/IVB VA/B Liceo Classico “O. Fascitelli” - IVF Liceo Socio-Psicopedagico “V. Cuoco” Dirigente Scolastico Michele Siravo Docente referente della Staffetta Giuseppina Faralli Docente responsabile dell’Azione Formativa Giuseppina Faralli Gli studenti/scrittori delle classi IIIB Liceo Classico “O. Fascitelli”- Mario De Pasquale, Simone Buffolo, Arianna Staffieri, Chiara Caccia, Gabriella Di Tullio, Lucia Di Ciuccio, Federica Sammarone, Gaia Zarlenga, Francesca Zullo, Benedetta Mingione IVB Liceo Classico “O. Fascitelli” - Ilaria Tedeschi, Chiara Giallorenzo, Nadia Raimo, Camilla Moscato, Giuseppina Tropeano, Veronica Cicchino, Giulia Di Pilla, Camilla De Pinto, Camilla Rossi, Alessia Zullo, Federica Nobile, Claudia Di Mascia VA Liceo Classico “O. Fascitelli”- Nicole Patete VB Liceo Classico “O. Fascitelli” - Davide Sellitto, Franco Minutillo IVF Liceo Socio-Psicopedagico “V. Cuoco” - Serena Forte, Pecorelli Sabrina Hanno scritto dell’esperienza: “…All’inizio dell’anno scolastico la protesta messa in atto da studenti e insegnanti nei confronti di provvedimenti che minacciavano la serenità della scuola italiana sembrava dovesse paralizzare tutte le attività programmate, tra cui la “Staffetta”...” per leggere l’intero commento www.bimed.net link: staffetta di scrittura creativa APPENDICE 10. Il dono Istituto Superiore Liceale “Matilde di Canossa” di Reggio Emilia – classe VD Dirigente Scolastico Lorella Bonicelli Docente referente della Staffetta Katya Malaguti Docente responsabile dell’Azione Formativa Katya Malaguti Classe che ha composto il capitolo: VD NOTE NOTE INDICE Incipit di KARIM METREF ..................................................................................pag 14 Cap. 1 Padri e figli ..................................................................................................» 18 Cap. 2 La scoperta ................................................................................................» 22 Cap. 3 Oltre il dolore ............................................................................................» 26 Cap. 4 La fuga ........................................................................................................» 30 Cap. 5 L’incontro ......................................................................................................» 36 Cap. 6 La consapevolezza ................................................................................» 40 Cap. 7 Tra sogno e realtà ..................................................................................» 44 Cap. 8 Finalmente la verità ..................................................................................» 48 Cap. 9 Il diario di Hassan......................................................................................» 52 Cap. 10 Il dono ........................................................................................................» 56 Appendici ..................................................................................................................» 58 Finito di stampare nel mese di aprile 2013 dalla Tipografia Gutenberg Srl – Fisciano (SA) ISBN 978-8897890-84-3