DI PIETRA E DI LUNA di Nadia Bertolani
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DI PIETRA E DI LUNA di Nadia Bertolani
DI PIETRA E DI LUNA di Nadia Bertolani Pag. 1 O poeta é um fingidor. Finge tào completamente Que chega a fingir que é dor A dor que deveras sente. F. Pessoa Autopsicografia Il poeta è un simulatore. Simula così compiutamente Che arriva a simular che sia dolore Il dolore che sente veramente. Pag. 2 UNA PRIMAVERA ACERBA UN GIORNO, FORSE UN MARTEDI’. Dovrebbe farlo subito, e in fretta. Invece Ilaria continua a rimanere seduta, le mani inerti e rovesciate sulle ginocchia. Ai suoi piedi infilati solo per metà nelle pantofole, il giornale spalanca le pagine e offre alla luce scarsa l’annuncio stampato in neretto: Appuntamenti in libreria. Incontri con gli autori. Giovedì 17 aprile Il nuovo romanzo di Aimone Fieschi. Vicino a lei, malamente gettato di traverso sul divano, anche il libro sbadiglia dalle pagine aperte. Lo ha letto per buona parte della notte ma non lo ha terminato. Non ce n’era bisogno. E’ stata lunga, la notte. E insonne. Le prime ore passate a leggere sotto un fascio di luce circoscritto. Le ore seguenti occupate a camminare per la stanza da una parete all’altra. Infine, le ore precedenti l’alba trascorse a fissare dalla finestra una luna piena sempre più incolore, con il corpo immobile come una sentinella curva, le braccia ripiegate aderenti al corpo, il gomito destro accolto e sostenuto nella conca della mano sinistra, la sigaretta accesa nella presa molle dell’indice e del medio accostata con un breve gesto alle labbra, finché la brace avvicinata distrattamente ai capelli grigi e crespi non ha fatto sfrigolare una ciocca liberando nell’aria l’odore di bruciato. Lo ha deciso in quel momento, quando la prima luce del mattino l’ha sorpresa così com’è ora, seduta sul divano con il pacchetto delle sigarette vuoto e malinconico. Pag. 3 Adesso sono già le dieci. Dovrebbe farlo subito, e in fretta. Invece Ilaria preferisce togliersi la vestaglia e indossare sopra il pigiama l’impermeabile, quello maschile un po’ scucito che la ricopre interamente fino alle caviglie, due spiccioli in tasca per le sigarette e il giornale, i capelli grigi non ancora pettinati, gli occhiali scuri, grandi per mascherare il pallore della faccia non lavata, e la mattina è già vecchia, e non chiuderà a chiave la porta, tanto rientrerà subito, e poi lo farà, brucerà il quaderno, il taccuino con la copertina cartonata gialla a fiori rossi, quello che ha occultato per trent’anni cambiandogli di posto tanto spesso nei nascondigli più impensati, una volta dietro il termosifone per poi trovarlo dopo tre mesi avvolto in una bambagia di ragnatele a fare da nido al ragno a zampe lunghe, uno di quei ragni che di notte scorrazzano indisturbati per la casa, un’altra volta stretto fra due libri e lì era rimasto per due anni e lei l’aveva cercato affannosamente, colta dal panico all’idea che qualcuno l’avesse trovato e poi, un giorno di primavera, tolti tutti i libri dagli scaffali per eliminare la polvere in un assalto inusitato di fervore domestico, l’aveva sentito cadere ai suoi piedi con un tonfo piccolo e sordo, proprio lì dove una fascia di sole cadeva obliqua a formare una chiazza più chiara, venti centimetri per venti, sul tappeto rosso comprato in Sardegna l’anno in cui erano di moda i colori chiassosi e lei portava una gonna viola e una maglietta rosa con i profili d’argento. Raccolto da terra il quaderno, l’aveva nascosto di nuovo, da un’altra parte, sotto le scatole dei detersivi nel ripostiglio, poi in mezzo alle coperte di lana cosparse di palline di naftalina, e nella pentola a pressione e nella cesta della biancheria e così via così via per anni, come fosse destino, come se una maledizione la volesse operosa e incessante. Ma è arrivato il momento, il taccuino deve essere distrutto. Ha già preparato tutto sul tavolo della cucina: vassoio, alcool e fiammiferi. Si è ricordata però di non aver ancora comprato i giornali e soprattutto di non avere più sigarette. Allora decide di uscire immediatamente, così com’è, infilando un paio di scarpe senza le calze, presto, perché deve tornare subito per fare quello che deve, ma non potrebbe concentrarsi se la distraesse il pensiero di dover uscire, il rito è troppo importante, non potrebbe concentrarsi senza sigarette, e dunque su l’impermeabile, su gli occhiali, in tasca le chiavi e fuori di corsa, senza chiudere a chiave, per tornare poi a casa e togliere finalmente il quaderno dal nascondiglio e posarlo sul vassoio bagnato di alcool, il fiammifero nella mano destra, quella senza anelli, quella con le unghie rosicchiate, e via all’annientamento del quaderno e di molto, molto di più. E siccome è cosa da fare presto, Ilaria scende le scale in gran fretta e si trova Pag. 4 sulla strada in un attimo, e in un attimo, proprio come sono brevi gli attimi, proprio un piccolo punto nella retta del tempo, l’autobus giallo tutto decorato di disegni chiassosi e di scritte pubblicitarie, il numero 4, vivace nei suoi colori ma silenzioso, gli pneumatici soffici sull’asfalto liscio, veloce nella sua corsa, visibile, ben visibile ché quella non è giornata di nebbia, ma silenzioso, è addosso a Ilaria e Ilaria, ancora incerta se andare a destra verso la tabaccheria profumata di essenze alla menta e di liquirizia, con le cartoline della città impilate sul trespolo girevole, con una vetrinetta ricoperta di numeri per le giocate del Lotto, o a sinistra verso l’edicola che somiglia a una pagoda, Ilaria viene risucchiata in silenzio e in silenzio restituita alla strada e ai passanti che già le sono intorno, per curiosità, per raccapriccio, per sorpresa, come sempre avviene con la vita e la morte quando decidono di mostrarsi. Pag. 5 Sì, avrei dovuto farlo subito, in fretta, quando l’assedio nero della colpa perse i suoi artigli. Ma ormai “io” è solo una pietra lasciata indietro, immobile e lontana, visibile ancora per poco. Presto sbiadiranno del tutto anche gli ultimi brandelli di azzurro, si chiuderanno i pertugi di trasparenza, si spegneranno i colori del tempo. Nell’oceano che sarà tutto opaco, in questo chiarore sospeso, le voci lontane che non lasciano andare e richiamano indietro sfumeranno del tutto. Inutili, svigorite, vanitose voci. Ma le ascolterò. Finché tacerà il vento. Pag. 6 LA PRIMA MISURA DEL BIANCO PROBABILMENTE SABATO ma non per me. Per me una materia nebbiosa e avvolgente, più inconsistente di un velo di tulle. Antonia è tornata. Cammina più volte, avanti e indietro, dal corridoio alla cucina, dalla cucina al soggiorno, si accende una sigaretta, va alla finestra, scosta le tende appesantite dalla polvere e si ferma a guardare la distesa ondulata dei tetti di fronte e, più in fondo, la torre rossiccia. Come faceva da ragazza. - A cosa pensi, Antonia? - le chiedeva sua madre. - A niente, - lei rispondeva senza voltarsi e tenendo le spalle dritte. Perché voltarsi? Ovunque guardasse, vedeva una monotonia orizzontale e vischiosa. Non c’erano mai stati in passato anni diversi l’uno dall’altro, divagazioni nella corsa monotona dei giorni, scoppi di allegria che interrompessero l’abitudine alla rinuncia, momenti di svagata felicità. Né una madre diversa. La casa sembrava visitata da un insopportabile silenzio; solo una piattezza uniforme, solo una stravagante separazione dal mondo. Dalla cucina risuona una goccia che a intervalli regolari cade pesante nel lavandino. Quasi un fragore. Pag. 7 Antonia si stacca dalla finestra, entra in cucina e stringe il volantino del rubinetto. Nel lavandino un vassoio d’argento macchiato di rosa ha una patina secca, un residuo di alcool che sembra una colata di cera. Il vassoio non è l’unico elemento di disordine: quando passa in soggiorno, Antonia raccoglie da terra un libro aperto e rovesciato con la costola all’insù, lasciato cadere ai piedi del divano. Non riesce ancora a capacitarsi che sua madre sia morta. Potrebbe essere ancora lì, sua madre, in un’altra stanza, e sarebbe sorda, assente e lontana tanto quanto lo è ora, forse di più. Nulla è cambiato, Quando lei era ancora piccola e tornava da scuola e voleva raccontare le sue scoperte, il disegno di un fiore, un problema risolto, un litigio tra amiche, la voce le moriva in gola non appena guardava sua madre, sempre curva, sempre spenta, sempre pronta a smorzare i suoi entusiasmi. Aveva un modo pacato e indifferente di elogiarla o rimproverarla che soffocava sul nascere qualsiasi tipo di esaltazione. Aveva un modo di amarla tanto rassegnato che non era possibile ricambiare se non con gesti sgarbati di ribellione. Il suo mondo personale, allora, lei aveva cominciato a cercarselo lontano e si era ritagliata una vita sua. Aveva preso l’abitudine di passare le giornate dalle amiche: - Posso rimanere a dormire qui? - telefonava, - Resto a mangiare fuori, torno più tardi, - e non raccontava più nulla della scuola, più nulla di sé. Per ripicca rispondeva all’isolamento di sua madre cercando di accentuarlo, sempre in fuga, sempre lontana. E adesso che è tornata, dopo quindici anni, la casa è quella di sempre, sempre la stessa: un appartamento all’ultimo piano, senza vicini di pianerottolo, un corridoio stretto e soffocato dalle librerie alte fino al soffitto, porte che non si chiudono bene, rubinetti che perdono, l’eterno portaombrelli di plastica rossa, le stesse tende alle finestre, gli stessi manifesti attaccati al muro con il nastro adesivo annerito ai margini, la stessa testa della Medusa di bronzo a fare da fermalibri e a garantire l’immobilità. Presenze fossili, immuni allo scorrere del tempo. Antiche, eterne, potenti. E odiate. Antonia osserva le sue valigie ancora chiuse, buttate malamente vicino alla porta. Prima o poi dovrà disfarle. Spegne la sigaretta con una forza nervosa e sproporzionata. Il dispetto che prova per essere tornata la fa sentire sconfitta. “Due a zero, due a zero per mio fratello e mia madre”, pensa. Proprio lei, lei che l’ha odiata ferocemente questa casa, lei che se ne era andata per prima rifiutando in blocco e la casa e Luca e sua madre, lei che se ne era liberata, adesso è di nuovo qui. “La prigioniera di Zenda. Ridicolo”. Pag. 8 Il sorriso cattivo di Antonia somiglia a una smorfia di disperazione. E’ piena di ombre la faccia di Antonia: dall’oscurità degli occhi, dalla massa cupa dei capelli, dalle sopracciglia folte, ben disegnate e nerissime, dagli spigoli degli zigomi, le ombre ricamano tenebre fino ai lati della bocca e giù giù sul collo piccolo e corto. Sono ombre persistenti, senza guizzi, affiorate dal sottobosco di una lunga serie di sconfitte. Quando se ne era andata da casa, la prima volta, non si era allontanata molto, solo qualche isolato, ma era pronta a scommettere che non sarebbe tornata mai più. Si sbagliava. Nella prima periferia della città vecchia, vicino al parco, c’è una villetta. Antonia ci è passata davanti questa mattina venendo dalla stazione in taxi. Ha avuto per un attimo la tentazione di bloccare l’autista con un imperioso “Si fermi qui”, di scendere e guardare da vicino i muri intonacati di recente con un colore chiaro, tra il bianco e il perlaceo, e i pittospori nani nei grandi vasi di cotto, ma poi si è detta “Non sei così vecchia!”, e si è limitata a voltarsi e a vederla allontanarsi e rimpicciolire nella cornice del lunotto dell’auto. Antonia aveva vissuto in quella villetta, per non più di tre settimane, quindici anni prima, quando i muri esterni erano ancora scrostati e i vecchi arbusti di ibisco inselvatichito che segnavano il perimetro del giardino non erano ancora stati sradicati. Era stata la sua prima fuga. - Ma dove vuoi andare, non stai bene qui? - le aveva chiesto sua madre tentando di fermarla, pur sapendo che sarebbe stato inutile, come era inutile girare dall’altra parte la faccia della Medusa di bronzo che fissava tutti dalla libreria, come era inutile confidare nella sensatezza, inutile lottare. Avevo già tentato, tanto tempo prima, e mi ero fatta del male. No, lei non era mai stata bene con la madre e con suo fratello. Avevano la pretesa di proteggerla, - Stai attenta! Non farlo! Te ne pentirai! - e la sola idea la indispettiva tanto che si liberava dagli abbracci materni con un gesto brusco delle mani come se volesse strapparsi di dosso le cinture di sicurezza che la imbrigliavano e le impedivano di andare veloce. Lei, invece, amava andare di corsa e di corsa se ne era andata e sempre di corsa, euforica, aveva salito i tre gradini dell’ingresso della villetta, quella vicino al parco, quella con gli arbusti di ibisco, di corsa e tenuta per mano da lui, da Andrea, che prima di aprirle la porta le aveva chiesto serio: - E’ questa. Ti piace? Pag. 9 Andrea non sorrideva mai. Lei gli aveva stretto la mano ed era entrata senza esitazione. Quei tre gradini non li aveva discesi più per tre settimane perché se ne era stata chiusa, all’interno, nonostante fosse estate, a leggere nella penombra, a cucinare, a scrivere, ma sempre e comunque tutta concentrata nella missione di amarlo e di farsi amare: per ventuno lunghissimi giorni nelle stanze protette dal caldo dove i bagliori estivi non riuscivano a penetrare dalle imposte chiuse. Andrea rimaneva seduto sulla poltrona, ore intere con le gambe distese e la testa reclinata come un convalescente. Teneva lo sguardo fisso su di lei, ascoltava Antonia che parlava senza interruzione, sempre con una nota di indignazione nella voce, sempre in aperta ribellione contro qualcosa, ma con una sfumatura di dolcezza quando lo vedeva stanco o malinconico. Voleva ripagarlo con una felicità pari a quella che lui le dava. Ma Andrea non raggiungeva mai una vera beatitudine, nessuna che si avvicinasse a quella che gli sapeva procurare un ago infilzato nel braccio, nemmeno quando lei si sedeva ai suoi piedi e gli infilava piano piano la mano nella cerniera dei calzoni e cominciava a strofinargliela contro, a lungo, con pazienza, con fiducia. “Guardami, guardami, guarda cosa sto facendo”. Ma lui rimaneva distante. Lontanissimo dall’amore. In quel corpo minuto, quasi da ragazza, in quella sua bellezza indifesa, in quella sua capacità di scivolare e di perdersi, lei si era riconosciuta, e si era innamorata, e lo aveva seguito. E se ne era andata da casa. Solo da nomadi si vedono le albe per quel che sono davvero, si era detta, e alla fine l’aveva vista, l’alba, insieme a lui, quando la mattina del ventunesimo giorno qualcuno aveva suonato alla porta e - Vado io, resta a letto, - le aveva detto Andrea, e lei era rimasta qualche minuto tra il sonno e la veglia a guardare il disordine dei vestiti sparsi sul pavimento e a pensare che lo stesso disordine regnava in cucina dove c’erano ancora i resti della cena della sera prima e poi, non sentendo nulla, aveva gridato con la voce impastata - Chi è? - e lui aveva risposto - Nessuno, - ma lei aveva avvertito i suoi passi che si dirigevano in soggiorno e non aveva neppure fatto in tempo a chiedersi “Perché sta aprendo l’armadio dei fucili?” che il fragore dello sparo l’aveva paralizzata e prima ancora che riuscisse a balzare giù dal letto era stata sorpresa da un calpestio veloce seguito dall’apparizione nel vano della porta di tre carabinieri che erano venuti con un mandato di arresto, per Pag. 10 la seconda volta, per la terza volta, ancora una volta, e lui aveva deciso che non lo avrebbe sopportato, non più. L’amore non era bastato. Questo, Andrea non glielo aveva detto. Non le aveva detto che il suo amore non bastava, non restituiva luce agli occhi, non faceva vibrare le dita, era un amore inerte. Non glielo aveva detto ma era come se glielo stesse dicendo in quel momento mentre lei, correndo a piedi nudi dietro gli uomini in divisa lo aveva raggiunto in soggiorno e lo guardava, coricato immobile in una pozza di sangue che gli intrideva i capelli. Non era tornata a casa. Non avrebbe potuto. Così era partita per l’India. - E i soldi? - le aveva chiesto Luca. - Sei sempre stato privo di immaginazione, - gli aveva risposto. Adesso, mentre contempla di nuovo i tetti di fronte, le piacerebbe essere ancora in India tra gli dèi con la testa di elefante e le montagnole di colore delle spezie in polvere, sui treni scalcinati, sulla riva dei fiumi giallastri, in mezzo a una fiumana di gente, ai monaci in tunica arancione, tra frotte di bambini con gli occhi spenti e i capelli polverosi e comunque le piacerebbe essere ovunque piuttosto che... Ma non può, non più. Antonia si volta e si lascia alle spalle la finestra da dove ha guardato fuori a lungo. Ha avvertito la sua presenza silenziosa. Il bambino si è affacciato alla soglia della camera da letto e la guarda con la profondità che solo gli occhi neri e rotondi possono raggiungere. E’ piccolo e magro. Non parla. Non si muove. Solo il braccio destro, di tanto in tanto, si alza e si abbassa a scatti, su e giù, mentre la mano ruota come se volesse ricevere qualcosa di lieve che fluttua in caduta dall’alto, come se volesse accoglierla nel palmo e poi bruscamente gettarla lontano con un colpo deciso del dorso e un divaricarsi delle dita. - Hai fame? - gli chiede Antonia. Il bambino ha la faccia rivolta verso di lei, ma gli occhi guardano altrove, di lato, forse verso la cassapanca dove tace il telefono che poi invece squilla all’improvviso e il bambino comincia a urlare prendendo fiato con la bocca spalancata, roteando veloce entrambe le braccia, tutte e due stavolta, e le mani, e le dita, e lo sguardo sempre fisso lì, senza vedere. Pag. 11 Antonia alza il ricevitore, - Un momento, - grida, lo lascia cadere e corre ad accarezzare leggera ma da lontano, senza toccarlo, il bambino che adesso urla senza voce, con la bocca aperta e i dentini in vista, un urlo silenzioso, gli occhi sempre di lato. Torna la calma. Antonia riprende la cornetta che penzola oscillando dalla cassapanca. - Pronto? - ma sa benissimo che dall’altra parte del filo c’é Luca. - Era lui? - Sì, si è spaventato. - Perché non mi hai avvisato? Potevo venire a prenderti alla stazione. - Non ce n’era bisogno. - Ma avevi ancora le chiavi? Antonia sa cosa sta pensando suo fratello: “Come avrà fatto a non perdere le chiavi di casa, vagabonda e zingara com’è?” e infatti Luca aggiunge: - E’ sorprendente che tu le abbia ancora. Antonia non commenta e ascolta con un sottile piacere il silenzio di Luca che di secondo in secondo si addensa di imbarazzo, finché: - Resti in casa? - No, devo uscire a fare un po’ di spesa. Non c’è niente da mangiare. - Scusa, avrei dovuto pensarci. - Non preoccuparti, non toccava a te, - taglia corto Antonia. La sua borsa, quella peruviana, dove lei caccia forsennatamente tutto quello di cui ha bisogno e anche tutto quello che non le è indispensabile, la sua borsa capiente e floscia, è lì, vicino a lei, e Antonia la tocca con un gesto che indaga, come per assicurarsi che il rotolo di banconote sia ancora lì, stretto da un elastico, avvolto in un fazzoletto verde. - Senti, posso venire a trovarvi? - Quando? - Oggi stesso se vuoi. - No, oggi no, è troppo presto. Ci dobbiamo ambientare. - Allora domani? - Puoi venire domani, sì. Durante la conversazione al telefono Antonia non ha perso di vista il suo bambino neanche per un secondo... ... “E cosa farai?” le aveva scritto sua madre quattro anni prima. Dopo tanto girovagare Antonia si era definitivamente fermata a Monaco e da lì, passato qualche tempo, aveva ripreso i contatti: qualche rara lettera, qualche telefonata. Aveva ricominciato a farsi viva quando, trovandosi un giorno sola in casa, un Pag. 12 giorno di pioggia violenta, senza luce, uno di quei giorni in cui assumono una insolita attrattiva i cassetti chiusi e non più aperti da tempo, le buste gonfie di fotografie e cartoline dimenticate, le matite senza punta, un giorno di freddo e di noia, si era chiesta “Perché no?” e aveva scritto a sua madre, come si fa quando si rimette ordine tra le cose trascurate e si prova una curiosa soddisfazione, come se l’azione di riordino fosse un saggio del proprio potere di controllo e di governo sulle cose e sul mondo. Erano state lettere e telefonate rare, brevi e avare, scostanti. Ma la lettera più rude era stata quella che aveva annunciato, brusca e lapidaria: “Sono incinta”. Perché l’aveva scritta? Perché l’aveva infilata in fretta e furia nella bocca sottile della cassetta della posta? Non cercava conforto e non chiedeva consigli: la soluzione, quella più ovvia, era lì, facile. Anche se… Anche se, dopo essersi chiesta come era potuto accadere a lei, proprio a lei, quale attimo di distrazione l’avesse colta di sorpresa, quale sortilegio l’avesse precipitata nella banalità di un destino comune, si era persa in un labirinto di pensieri esoterici, in riflessioni che la solitudine di notti interminabili le suggeriva, ed era arrivata persino a incolpare la luna, a dirsi che avrebbe dovuto imparare dalle eschimesi, fare come loro che non guardano la luna per paura di restare gravide, ed era addirittura arrivata a concentrarsi in solitari ossessivi per ricevere dai tarocchi un presagio. Poi c’era stata la lettera di risposta: “E allora cosa farai?”. Nel momento stesso in cui la leggeva, Antonia aveva rivisto la testa arruffata e china di sua madre, quella sua eterna rassegnazione, quella insopportabile incapacità di gioire, quella inettitudine a vivere con coraggio, e l’aveva intuito subito: nella domanda “E allora cosa farai, cosa hai deciso?” c’era in realtà la presunzione di sua madre che per quella volta, almeno per quella volta, lei avrebbe fatto quello che tutti si aspettavano facesse. Non c’era neanche bisogno di chiedere, Avrebbe abortito, naturalmente. “E allora cosa hai deciso?” non era una vera domanda perché conteneva implicita la certezza che lei non sarebbe riuscita a sorprendere più nessuno e si sarebbe comportata come aveva sempre fatto. Antonia è egoista, pensa soltanto a sé, Antonia calpesta tutti, è uno spirito inquieto, Antonia non tollera lacci, Antonia ama troppo la sua libertà: questo avevano sempre pensato di lei gli altri, e lei stessa per prima. Ma da quando il suo amor proprio si era disciolto nella passione per Byron, lei era diventata vulnerabile e non era più riuscita a riannodare i fili della sua ribellione smagliata. C’era stato un travaso meraviglioso e terribile, e la libertà era diventata schiavitù. Pag. 13 - Non sono il tuo giocattolo! - aveva urlato a Byron poco tempo prima. - No, non lo sei, - aveva risposto lui con la voce bassa senza neppure alzare gli occhi dal libro che stava leggendo. - Tu sei solo “uno” dei miei giocattoli e nel mio gioco non sei tu che detti le regole. Poi, con un gesto indolente, rimanendo seduto, aveva proteso il braccio, aveva preso dal ripiano del cassettone un soldatino di latta della sua collezione e ne aveva caricato la molla. - Vedi? Giro la chiavetta e lui non può fare a meno di marciare, sinist- dest, sinist-dest. Guarda come marcia obbediente. Non può fare altro, è il suo destino. Poverina, non ce l’avrai mai tu, questa chiave. Non è nelle regole del gioco, capisci? In quella partita di prigionieri, in cui era sempre lei a perdere, Antonia aveva disperatamente tentato di impadronirsi della mente, della carne, dell’odore di Byron senza riuscirci mai. Ora, quando tutti erano pronti a scommettere su come si sarebbe comportata, Antonia si era messa in tasca la lettera di sua madre e si era avvicinata al cassettone: un esercito schierato di animali da cortile, di principesse magiare e di soldatini, tutti di latta, copriva interamente il ripiano. Aveva preso un soldatino con la bandoliera e lo aveva stretto nel pugno. Poi aveva allentato le dita, gli aveva estratto la chiave della molla dalla schiena e con un sorriso soddisfatto l’aveva gettata lontano. Sì, lo avrebbe avuto quel bambino, e avrebbe tenuto nelle sue mani una chiave potentissima. Estratta dalla tasca la lettera di sua madre, l’aveva stracciata in tanti piccoli coriandoli che aveva guardato soddisfatta mentre venivano risucchiati dallo sciacquone del water. Non sarebbe stata sconfitta nella sua lotta con Byron, non questa volta. - Sei sicura di volerlo? Antonia, pensaci, da sola, senza un lavoro, come farai? - l’aveva tormentata sua madre al telefono qualche giorno dopo. Lei aveva interrotto la comunicazione, e per risposta le aveva spedito una cartolina laconica e brutale che aveva scritto con un sorriso di soddisfazione incattivita, vergando le lettere in stampatello, a grossi caratteri, con un pennarello dalla punta spessa, e che era arrivata alla madre il giorno del suo compleanno: “E tu? Non hai fatto lo stesso, tu?”. Se avessi potuto, se avessi voluto, ti avrei risposto. Ma la mia risposta non ti sarebbe piaciuta. Nei mesi seguenti la madre non si era più fatta sentire. Antonia aveva contemplato i suoi fianchi diventare sempre più larghi senza Pag. 14 neppure pensare “Sono io che gioco stavolta, Sono io che ho deciso”, ma lasciandosi semplicemente trascinare dalla corrente dopo essersi tuffata. - Un bambino? - aveva commentato Byron alzando la voce. - Un piccolo mostro? E per farne che? “Vedrai”, aveva pensato Antonia, ancora convinta che sarebbe riuscita a spegnere la risata che risuonava persistente nelle stanze mentre lui non c’era già più. Quando, a otto mesi dalla sua nascita, aveva scoperto che il piccolo Anapi soffriva di una grave forma di autismo, aveva raddrizzato le spalle e si era rinsaldata nel suo proposito: nessuno l’avrebbe compianta, nessuno l’avrebbe guardata scuotendo la testa, nessuno le avrebbe detto “Ti avevo avvertita”. Non sarebbe mai più tornata a casa. Nonostante Byron. Antonia si avvicina al bambino e lo accarezza. - Perché non mi guardi? Hai fame? Il bambino ha gli occhi rivolti altrove, ma fa segno di sì con la testa. E’ un cenno piccolo e breve. Lui è un bambino che non guarda ma ascolta. E qualche volta risponde. - Posso toccarti? No? Non vuoi che ti tocchi? Ma perché? Gli accarezzerebbe volentieri la testa, Antonia, anzi la stringerebbe forte, se la nasconderebbe con violenza tra le braccia, ma si limita a parlargli: - Anapi. Sei un bambino buffo. Ma hai un nome bellissimo. Non credi? La risposta è solo un quieto movimento del braccio che si distende lungo il corpo. - Lo sai come avevo pensato di chiamarti prima di scegliere il tuo nome? Non te l’ho mai detto? Il chiarore del giorno sta già impallidendo, ma Antonia ancora non è pronta per uscire. Resterebbe a parlare per ore, a raccontare e a raccontarsi, ad alta voce, per capire meglio i pensieri e riconoscere quelli stupidi e quelli bugiardi, quelli tetri e quelli rabbiosi. E quelli teneri. - Pensavo di chiamarti Kama, come il dio dell’amore. Kama è un bambino che cavalca un pappagallo e se ne va in giro circondato dalle ninfe. Tu lo sai chi sono le ninfe? Anapi fa scivolare il braccio dietro la schiena, furtivo, come se volesse nasconderlo o proteggerlo o sottrarlo alla madre. - E l’amore, lo sai cos’è l’amore? - continua Antonia seguendo con le dita i contorni della testa del bambino senza toccarlo. - Ma Kama non andava bene, no. Non potevo darti un nome simile, ti pare? Sarebbe stato come chiamarti Eros. Pag. 15 Antonia si allontana da lui e per un attimo il bambino la guarda. - Te lo immagini? Il crepuscolo entra nella stanza. - E cosa c’entri tu con la mia passione? Uno scatto impercettibile dell’interruttore e la luce artificiale giallastra comincia la sua gara con il chiarore ormai smorzato della fine del giorno. - Non sei neppure figlio della passione, - conclude Antonia guardando il bambino in piedi, diritto, solenne come lo è ogni mistero. Di chi, di cosa è figlio Anapi? ... Si era pentita, Antonia, della sua decisione. Se ne era pentita presto, ma non in tempo. Se ne era pentita quando Byron l’aveva lasciata sola, se ne era pentita quando aveva partorito e il dolore la scuoteva in forti tremiti per tutto il corpo, se ne era pentita quando le avevano messo tra le braccia un involto bianco da cui usciva una faccia da nano, paonazza e rugosa. Aveva rasentato la disperazione quando allattandolo sentiva dolere i seni e il ventre e continuava a rimanere sola. Aveva pensato di non riconoscerlo, di darlo in adozione. Forse così Byron sarebbe tornato a giocare di nuovo con lei. Era stata sconfitta, la partita era persa. Poi, al momento di scegliere un nome, si era ricordata dei suoi anni liberi e disperati, della sua continua fuga da tutto, delle capanne indiane con il tetto di paglia, e confrontando la forza che aveva avuto in passato con la sua inermità presente aveva cominciato a scoprire che la carne del bambino era tiepida e profumava di grano, aveva imparato a vederlo, a sentirlo, e la frenesia del nuovo tipo di amore che cominciava a torturarla era così forte che avrebbe voluto infilarselo di nuovo nella pancia, su per il collo dell’utero, perché fosse di nuovo più suo, ancora dentro di lei, e nessun altro potesse toccarlo, e aveva scartato il nome di Kama, il nome della passione che brucia e rende schiavi, e aveva optato per Anapi, il nome di un piccolo ragazzo indonesiano che aveva conosciuto nel suo andare, un ragazzo con cui aveva dormito una notte umida di rugiada, l’unico con cui non avesse fatto l’amore sotto la luna... - Che ne dici, usciamo? Andiamo a comprare il pane? E il latte? E mentre veste il bambino, piano, un braccio alla volta nella felpa ormai stretta, come cresce questo bambino!, Antonia pensa che le cose andrebbero meglio se non fosse nella casa in cui è, la casa che non è mai stata sua, la casa di Ilaria, che ora non è più di nessuno. Pag. 16 DOMENICA MATTINA ma non per me. Per me qualcosa che si infittisce impercettibilmente, appena più chiuso e impastato, ma ancora inconsistente. - E’ cambiata molto Mavezia. Persino qui, nella parte vecchia. Luca osserva la sorella che ha gonfiato le guance per soffiare nella tazza di caffé bollente. Gli appare serena, indifferente, e come al solito ineffabile, capace di dire sciocchezze con la sfrontatezza di chi non si preoccupa di essere smentito. In realtà la vecchia Mavezia non è affatto cambiata. Abbracciata e chiusa per tre lati dai laghi che la lambiscono con un bacio quieto, come corolle di palude, si è arrestata nella sua crescita lenta molto tempo fa. Le case sono rimaste uguali a se stesse, alcune antiche, altre antiquate: quelle alte e imponenti dalla facciata resa ferrigna dagli anni nascondono al loro interno antichi e ampi giardini ombrosi; quelle basse, più piccole e strette, conducono a sotterranei profondi e occulti, a pozzi scavati nella torba, a corridoi umidi di salnitro. Piccole piazze gibbose, portici sotto i quali nelle giornate di vento si ammassano cartacce e sacchetti di plastica, vicoli dove cani e gatti randagi soggiornano per poche ore e poi spariscono, cespugli di malva che crescono negli interstizi dei muri, tutto conferisce alla città vecchia l’aspetto di un luogo dove nessuno si interroga più sullo scorrere del tempo. Le dieci torri medioevali, innalzate con mattoni che al tramonto assorbono e diffondono la luce rossa del sole, sono rimaste le uniche costruzioni a svettare in verticale, mai sfidate in altezza da grattacieli moderni. La città vecchia è sempre in ombra perché le case, addossate le une alle altre, stringono nell’oscurità i vicoli acciottolati privi di marciapiedi e ci si può illudere che i segreti, nella penombra, possano rimanere segreti. - Non ho ritrovato i vecchi negozi, - continua Antonia. - La latteria che c’era qui all’angolo che fine ha fatto? E’ tutto chiuso! - Sei stata via per molto, - risponde Luca. Pag. 17 Sono seduti l’uno di fronte all’altro, allo stesso tavolo della cucina dove facevano i compiti da bambini. Anche se ha passato i trent’anni, Luca ha conservato il biondo miele dei capelli e gli stessi lineamenti incerti che aveva da bambino: orecchie piccole e aderenti alla testa, naso corto e sottile, occhi di un chiarore che scompare. Una faccia senza carattere, pensa lui, difficile da descrivere se ci si affida solo al ricordo e non la si ha davanti. Contrariamente a lui Antonia non è mai passata inosservata. E’ sempre stata esuberante sua sorella. Erano stati la sua vitalità, il suo egoismo, quello sbattere le porte, quegli scatti incontrollati di furore che avevano pian piano messo sua madre in un angolo e l’avevano quasi rimpicciolita, rinchiusa nella prigione della solitudine. Luca ne è certo, sua madre non è sempre stata malinconica. A lui sembra di ricordare una donna ancora giovane che lo teneva per mano, che gli puliva il naso con un gesto veloce ed efficiente, che gli sosteneva il sellino della bicicletta mentre lui pedalava e respirava forte per la paura di cadere e anche se non sa dire con precisione come esattamente abbia avuto termine né se davvero sia mai esistita l’effervescenza giovanile di sua madre, un’allegria violenta, a volte quasi rabbiosa, sa che comunque la colpa è di Antonia. Guarda di sottecchi la sorella e non prova rimorso: l’ha avvisata tardi della morte della madre ma non se ne pente. Non si pente di averla informata con un telegramma dettato al telefono all’ultimo momento, “Tanto non arriverebbe comunque in tempo”, aveva pensato, “E forse non verrà per niente”, “E poi non so neppure se l’indirizzo è esatto”, si era detto, “E neppure il numero di telefono”... E comunque non avrebbe fatto differenza se Antonia fosse o non fosse stata avvisata in tempo. E così, nel piccolo corteo che aveva seguito il feretro tre giorni prima, Antonia non c’era. Solo lui, Sara, Guglielmo e poche altre persone, avevano lasciato lente impronte obbedienti e necessarie sul grigiore dell’asfalto bagnato. All’ingresso del cimitero gli si era avvicinata una donna, - Ti ricordi di me? -, no, Luca non se la ricordava, - Mi dispiace che io e tua madre ci siamo perse di vista, - sì, era probabile, sua madre non usciva più, non rispondeva neppure al telefono, a volte. Se sua madre era affondata nella solitudine la colpa è di Antonia, si ripete Luca. Guarda le braccia eccessivamente sottili di sua sorella e il disegno delle ossa sporgenti alla base del collo. Poi aggiunge: - Anche tu sei cambiata! Pag. 18 - Non in questo... Antonia fa un largo gesto del braccio per indicare il disordine delle colonne alte di libri impilati un po’ ovunque sul pavimento che Luca si è guardato bene dal commentare quando è entrato. - Hai intenzione di catalogarli? - e subito si pente della domanda. Antonia ride con malevolenza. - Una domanda del genere me la potevi fare solo tu. Ho bisogno di spazio. - E per fare spazio devi per forza buttare tutto all’aria? Di scatto Antonia si alza dalla sedia dove è seduta di fronte a lui, afferra un pacco enorme di riviste dal tavolo, lo solleva al di sopra della testa e lo lascia cadere con un tonfo. E rimane ferma a guardare Luca, le braccia incrociate sul petto con uno sguardo di sfida. Proprio come quando era una bambina, pensa Luca. ... Dividi le caramelle con Luca, sono troppe per te, aveva detto Ilaria, e lei era corsa fuori, sulle scale, senza rispondere, avrà avuto sì e no cinque anni, e dopo un po’ si era voltata all’improvviso, era rientrata, lo aveva raggiunto e gli aveva spinto tra le mani il cartoccio intero, con rabbia, - Tieni, Mangiatele tutte, - perché era così, Antonia, o tutto o niente, ed è ancora così, pensa Luca, è rimasta una bambina, scommette ancora su chi è più forte, ha la stessa ansia autodistruttiva di quando strappava le pagine del quaderno dove la maestra le aveva assegnato un cattivo voto, ha la stessa stizza di quando era costretta a dividere qualcosa con lui... La caduta rumorosa delle riviste ha però richiamato qualcuno sul vano della porta. Luca lo vede adesso per la prima volta. E’ da quando è entrato che lo aspetta, e anche se appena arrivato avrebbe voluto chiedere subito di lui, non lo ha fatto perché qualcosa negli occhi di Antonia glielo ha impedito. Il bambino rimane quieto, forse non vede neppure Luca perché guarda il muro, ma il suo è uno sguardo che aspetta, il corpo intero è in attesa come di chi si affaccia a una porta richiamato da un rumore pur sapendo che non vedrà altro che fantasmi. Luca rimane seduto, si sporge appena col busto verso di lui, cauto, e gli chiede a bassa voce, per non spaventarlo: - Anapi? e in quello stesso momento vede, è certo di vedere, come se non avesse trent’anni, come se fosse un bambino, quello che vede il bambino, quello che i bambini vedono quando guardano oltre: una siepe di lauro fitta e altissima e, Pag. 19 da qualche parte, in basso, dove i rami sono più radi e privi di foglie, la palla arcobaleno perduta. Bisogna mettersi carponi e cercarla tra un brulichio di vite affaccendate: un verme pronto per la merla pronta per il gatto spiato dal cane. Bisogna cercare la palla e trovare invece un involucro di stagnola attorcigliato per farci un anellino, il guscio vuoto di una tartaruga evasa dall’acquario, la figurina scolorita della raccolta di calciatori. Bisogna cercare la palla e non trovarla mai perché i veri giochi sono sempre incompiuti. - Fa’ attenzione, non vuole essere toccato dagli estranei, - interviene Antonia. E non aggiunge “Neppure da me, Neppure da me vuole essere toccato, Solo a volte, di notte, al buio”. - Gli hai parlato di me? Sa chi sono? Antonia alza gli occhi al cielo. - Senti, è appena arrivato in una casa nuova, in una città che non conosce, sono disorientata anch’io... Puoi concederci un po’ di tempo? Abbiamo tutti e due bisogno di tempo, non trovi? Luca guarda la sorella che gli volta le spalle e se ne va in cucina senza aspettare la sua risposta. Anche lui se ne andrebbe volentieri, sbattendo la porta, ma la differenza tra lui e Antonia è sempre stata questa: persino da bambino lui non faceva mai niente prima di pensarci sopra due, tre, più volte, come se anche allora sapesse che i gesti e le scelte hanno un carattere di irreversibilità che spaventa, mentre Antonia parlava, agiva, sceglieva convinta che qualsiasi cosa avesse fatto sarebbe sempre riuscita a giustificarla, soprattutto con se stessa, perché degli altri poco le importava. Era questa, principalmente questa, la differenza. E quando ai giardini, mentre Ilaria era seduta su una panchina, concentrata sulle pagine del libro che portava sempre con sé per non essere disturbata, e invece c’era sempre qualche mamma sofferente di solitudine e di noia che attaccava discorso, quando ai giardini qualcuno, guardandoli giocare, commentava che loro due non sembravano affatto dei gemelli, lei ossuta e nera di occhi e di capelli, lui biondo e morbido in una rotondità infantile che ha perso solo in parte, anche allora, anche allora lui lo sapeva che non era quella la differenza più grande. Se ne andrebbe, Luca, volentieri, se non fosse per quel nipote sconosciuto che non dice una parola, che muove una gamba roteando il ginocchio quasi obbedisse a una musica silenziosa, che si mette di traverso, per metà nascosto dallo stipite della porta come in un ostinato vivere a sghimbescio, che guarda una porzione di spazio con la coda dell’occhio perché, tanto, le cose vere non Pag. 20 sono mai di fronte. Luca resiste alla tentazione di avvicinarsi e di chinarsi verso di lui. Rimane fermo e aspetta con il fiato sospeso come faceva da bambino quando un passero veniva a becchettare le briciole della merenda cadute ai suoi piedi e lui rimaneva rigido, immobile per non spaventarlo. Non aspetta per molto. Basta poco, una piccola interruzione, un varco, un impercettibile salto, e anche Anapi, con la stessa levità di un uccellino, interrompe la sua misteriosa danza meccanica, si avvicina piano ai libri accatastati lì intorno e prende a passarli in rassegna senza guardarli, con scatti rischiosi, lanciandone in aria uno alla volta: qualche Simenon finisce scompaginato in un angolo, le sorelle Bronte planano sulle ginocchia di Luca che nel frattempo si è accucciato lentamente vicino a lui, e Freud, troppo ponderoso per prendere il volo, si concede però allo spostamento di qualche centimetro. Alcuni libri si squadernano e si vede subito quali erano i preferiti di Antonia per via delle tracce appiccicose di gelato, per le macchie di unto, per le strisciate di caffé che si stendono ai margini delle pagine o tra le righe. Luca decide di rompere il silenzio e prova a recitare ad alta voce tutti i titoli e gli autori dei libri sotto tiro con una cantilena cadenzata che si fa rito propiziatorio, una sorta di fune canora all’estremità della quale è legato Anapi che Luca tira piano piano verso di sé, un tentativo magico di far uscire il bambino dalla sua prigione: Rit-trat-to-di-si-gno-ra, Ca-sa-de-so-la-ta, O-popo-max, U-na-so-li-tu-di-ne-trop-po-ru-mo-ro-sa, Vi-ag-gio-al-ter-mi-ne-della-not-te, Un-di-vor-zio-tar-di-vo, Il-van-ge-lo-se-con-do-Ge-sù, Pos-ses-si-one, O-pe-ra-al-ne-ro... Anapi continua assorto il suo scompiglio operoso e non si scuote quando Luca interrompe la sua nenia e alza la voce per raggiungere Antonia al di là della porta chiusa: - Cosa intendi fare di questi libri, Antonia? Anapi rimane indifferente anche alla madre che si avvicina. - Non so, - risponde Antonia asciugandosi le mani con una salvietta, - mi serve spazio. Li porterò in cantina. A proposito, ci sono anche degli scatoloni in cantina, sono pieni di documenti. Se vuoi controllare... No, non controllate, vorrei dire, lasciate stare, ma tutto questo bianco me lo impedisce e si fa strada, piano piano, l’idea che nulla importa più. - Non buttare via niente per adesso, ti prego. - Va bene, ci penserò. La corrente di ostilità si è interrotta e Luca decide che è meglio avere Pag. 21 pazienza e non chiedere “A cosa ti serve tutto questo spazio se sei arrivata con due sole valigie?”. Luca sa di aver portato pazienza con lei, sempre... ... anche quando si alzava presto la mattina perché la scuola era lontana e sua sorella invece rimaneva a letto. - Lasciatemi dormire, - diceva Antonia con la faccia affondata nel cuscino, e a Luca dava fastidio che la madre lo rincorresse e gli gridasse dall’uscio - Vai tu a prendere il pane, Antonia ha mal di testa, - e poi, anni dopo, - Luca, senti, passa a pagare... - perché Antonia comprava, comprava, a credito se non trovava soldi da arraffare nei cassetti, come e quando poteva, perché Antonia se ne andava per la sua strada, voltando le spalle a tutti, perché Antonia scendeva per la sua china, perché per lei c’era solo la notte, lo spazio desiderato di un buio che pullulava di ombre ammiccanti... “Bisogna continuare ad avere pazienza”, pensa Luca, e guarda quasi riconoscente la sorella che si siede sul pavimento accanto a lui e al bambino. La sensazione di intimità è tale che gli sembra quasi di percepire l’odore di polvere che faceva di casa sua una casa speciale, diversa da tutte le altre, e di risentire il grido rauco dell’arrotino, un richiamo un po’ fastidioso un po’ struggente che saliva dalla strada attraverso le finestre aperte. Il passato lo ha catturato di sorpresa, ed è tardivamente e con un certo stupore che Luca si rende conto all’improvviso che l’appartamento è cambiato. Il disordine dei libri che lo ha colpito appena entrato gli ha anche impedito di accorgersi degli altri mutamenti: Antonia ha in effetti rivoluzionato la casa, come se pensasse di non andarsene più, quasi rassegnata a doverla adattare alle sue esigenze. Luca si accorge solo ora delle poltrone ricoperte con drappi di seta indiana, di tutti i punti di luce sostituiti da candele profumate al muschio bianco e della lampada a stelo relegata nell’angolo cieco del corridoio. C’è persino un mazzo di campanelli a cascata sulla porta d’ingresso che lo ha accolto con un tintinnio quando è entrato. Antonia, che gli legge in faccia l’espressione di sorpresa e di disappunto, si rialza e lo investe prima ancora che lui possa parlare: - Ho fatto qualche cambiamento. C’era un’atmosfera soffocante qui, non l’hai mai sentita? A me mancava l’aria... - Sembra quasi che tu ti senta in credito, - commenta Luca guardandosi intorno. Intanto Anapi ha abbandonato la sua opera di scompiglio e ha disseminato i suoi disegni sul pavimento, sul tappeto, sulle sedie e sul divano, anche quello Pag. 22 nascosto da un barluccichio di ori e di rossi. - Non sono neanche in debito, non con mia madre. - Come sei astiosa, Antonia, come sei aspra. Luca spegne il telefonino che gli ha segnalato un messaggio, poi realizza di essere ancora seduto sul pavimento, solo lui, come un bambino, e si sente ridicolo. - Dopo che te ne sei andata, - continua alzandosi e cercando un posto dove sedere, - mi chiudevo per tutto il giorno in camera mia, ne uscivo solo per dirle buona notte e la trovavo seduta in poltrona a fissare lo schermo spento del televisore. Così pensavi. In realtà guardavo sgomenta la testa della Medusa di bronzo che era appartenuta a Mary e che ci ha scrutato malevola dal ripiano della libreria per anni, e anni, e anni. Luca è attento nella scelta delle parole, frena gli impulsi e si avvicina piano piano, con cautela, alla scontrosità di Antonia. - Mettiti nei suoi panni, adesso lo puoi fare più facilmente, - le dice dando un’occhiata ad Anapi che disegna sdraiato sul pavimento. - Ha cresciuto due figli da sola, nessuno che le desse una mano. Non deve esser stato facile, questo lo puoi capire... - I soldi non le mancavano, - risponde secca Antonia mentre si accende una sigaretta e scuote nell’aria il fiammifero per spegnerlo. - I soldi! Non erano poi molti e li ha spesi per noi, non ti pare? - Non ha mai lavorato, vuol dire che bastavano. Antonia ha le braccia incrociate sul petto e la sua solita aria di sfida. Luca non può fare a meno di pensare che negli ultimi tempi, solo negli ultimi tempi, la madre si era chiusa a riccio in una solitudine ombrosa. Ma io l’ho sempre avuta dentro, quell’ombra... - No, i soldi non le bastavano più. Tu non c’eri, ma io l’ho vista eliminare via via tutte le uscite a teatro, al cinema, al ristorante, insieme alla crema per le mani, alla tinta dei capelli, alle scarpe nuove. - Può darsi... Ma io non ricordo tutte queste uscite a teatro. Tinta per capelli? Crema per le mani? Stai parlando di mia madre o della tua? Non ha eliminato niente perché non c’era niente da eliminare. Ti stai inventando. Ha vissuto senza che nessuno si accorgesse di lei, ma è stata una sua scelta. Le scelte che ha fatto sono state scelte sue. E non per mancanza di soldi, - ribatte Antonia. - No, Antonia, non può essere che stiamo parlando di soldi. Pag. 23 La voce di Luca è bassa, quasi sussurrata, e tenera. In realtà tutti e due si riferiscono ad altro, e lo sanno, ma a volte le parole si muovono in cerchi concentrici sempre più larghi, sempre più lontani dal punto in cui è caduto il sasso, cerchi che increspano appena l’acqua e poi scompaiono velocemente e l’acqua ritorna immobile e nessuno saprebbe più dire in quale punto è caduto quel sasso, in quale punto giace fermo sul fondo melmoso. Antonia tace, guarda il bambino che continua assorto i suoi disegni, anche quelli circolari, concentrici, sovrapposti, e poi decide che è arrivato il momento di scandagliare il fondo e di intorbidare le acque nel tentativo di ritrovare il sasso perduto. - Non ci ha mai detto niente di nostro padre. Ecco di cosa stiamo parlando! Mai una risposta, una, alle nostre domande. E’ inconcepibile! Per te era debole e sola. Per me era dura, invece, - e la sua voce è insolitamente priva di asprezza. - Dura? Lei? Ilaria era stata incoerente, emotiva, illogica, fastidiosa. Tutto ma non dura... ... - Luca, spalanca le finestre! - gli diceva. E lui, con una finta serietà recitata, beffarda ma affettuosa, lui chiedeva di rimando: - Non posso aprirle e basta? Se le apro invece di spalancarle non è lo stesso? E aggiungeva, a più riprese: - Sei la solita esagerata. Scegli sempre le parole estreme: spalancare, sprangare, strofinare... Sembrava che le parole non fossero mai abbastanza energiche per lei: il cibo non era banalmente cattivo, ma pessimo, i viaggi erano una tortura, la vita un inferno. Era drastica anche quando giudicava le persone: uno era un “microcefalo”, quell’altro un “minus habens”. Una volta un suo compagno delle elementari che era venuto a giocare e si era portato da casa le pantofole per non sporcarle i pavimenti l’aveva trovata talmente originale che non aveva saputo rispondere con prontezza alle sue domande e così era stato bollato per sempre con l’etichetta di ritardato. Le piaceva sentenziare, non aveva pietà. Anche i suoi comportamenti erano sempre eccessivi: un momento rideva a gola spiegata e il momento dopo si interrompeva bruscamente e si metteva a piangere... Era capace di decidere di preparare una torta, si chiudeva in cucina, cominciava a trafficare, e dopo un po’ si sentiva un grande sbatacchiare di pentole e coperchi e dalla porta del forno non usciva nessuna Pag. 24 torta... A volte si armava di scope e strofinacci, spostava mobili, arrotolava tappeti, spruzzava ovunque detersivi e lucidanti e, trascorsa la giornata, crollava sul divano a guardare con stupore il caos che era riuscita a provocare... ... - Non era dura, - riprende Luca. - Era eccessiva, esagerata, scombinata, ma non dura. Non era facile per lei toccare certi argomenti... Però non ha mai recitato la parte della donna sola e abbandonata. Antonia lo interrompe: - Certo che no, al contrario. Ne andava fiera. Ma non ti ricordi che quando eravamo bambini lei... Luca fa un gesto di stanchezza. Non vorrebbe parlarne più, ma è costretto ad aggiungere: - Può darsi che fosse orgogliosa della sua indipendenza. E del resto, ormai che importanza ha? - Che importanza ha? - la voce di Antonia sale di tono. - Che importanza ha! E tu saresti un ricercatore! Ficchi il naso in mille archivi, indaghi su gente morta da secoli, ma tuo padre no, non ti interessa. Bel ricercatore! Ah, sei esasperante, io non capisco questa tua rassegnazione. - Rassegnazione? - Sei sempre stato fiacco, fatalista. - A dir la verità, non me ne importa niente. - No, non è vero. Te ne è sempre importato, invece. Quando ti chiedevano di tuo padre tiravi fuori la storia del nonno aviatore per darti dell’importanza. Mio nonno pilota, il mio nonno inglese, il mio cognome inglese, bla-bla-bla, bla-bla-bla... Ti pavoneggiavi del tuo cognome inglese perché il cognome di tuo padre non lo sai. Hai paura, ecco cos’è, hai sempre avuto paura. ... - Salta, Luca, salta. La voce squillante di Antonia lo sfidava ai piedi del monumento di granito alto come una montagna. Si erano arrampicati scalando la cancellata e lui, dopo la prodezza, aveva sentito tremargli le gambe, sapeva di aver osato troppo seguendola in quella salita, e adesso lei, che era già scesa senza sforzo, lo aspettava con l’eccitazione negli occhi mentre altri bambini accorrevano per assistere dal basso al suo imbarazzo ed era tutto un vociare di disprezzo e di provocazione finché era intervenuta sua madre ad aiutare il suo bambino che aveva solo sei anni mentre l’altra sua bambina sembrava averne dieci di più, irrefrenabile, sicura, sempre pronta al salto anche in piscina, d’estate, quando lui preferiva leggere all’ombra di un tiglio chiudendosi le orecchie per non sentire la petulanza di Antonia: Pag. 25 - Non ti tuffi, Luca, non ti tuffi?... - Paura? Di cosa? E di chi? Di uno che nostra madre ha conosciuto chissà dove? E che poi non ha più rivisto in vita sua? Non doveva essere così importante per lei se non ce ne ha mai parlato. Uno che non immagina neppure che esistiamo, lo sai, questo Ilaria ce lo ha detto. Noi non sappiamo niente di lui e lui non sa niente di noi. E forse è pure morto. E se non è morto, chissà dove vive, chi lo sa in quale stramaledetta parte del mondo. E io dovrei fare delle ricerche per trovarlo e una volta trovato dirgli “Eccoci qua, Salve! Finalmente ti abbiamo scovato! Noi siamo i tuoi figli, ma non ci siamo mai fatti vivi prima perché nostra madre non ha voluto raccontarci niente di te, tu non eri un argomento di conversazione, però sai com’è, ci piacerebbe tanto avere un padre, abbiamo sofferto tanto da bambini, adesso abbiamo già trent’anni, è vero, ma un padre è sempre un padre e dunque...”. Che senso ha, dimmi, che senso ha? E poiché Antonia non risponde né lo aggredisce, Luca trova il coraggio di aggiungere: - Finalmente capisco quanto tu assomigli a nostra madre. Ma era vero? Che donna era, che donna era stata sua madre? Negli ultimi anni, dopo che era uscito di casa anche lui, e si era avventurato in due stanze proiettate sulla luminosità della piazzetta adiacente all’Università, tutte le volte che veniva a trovare sua madre, e percorreva le strade odorose di calce vecchia, e saliva le scale strette, e apriva la porta dopo un breve suono di campanello per avvisarla del suo arrivo, temeva, sapeva, era certo che l’avrebbe sorpresa in un silenzio sospeso, ferma con la sigaretta stretta fra l’indice e il medio a dirgli - Sto bene, Non preoccuparti, Sto bene così, - e a chiedergli - Come va? Hai abbastanza soldi? Sei contento? Che libri hai letto di recente? Ma quella della madre per lui gli era sempre sembrata una sollecitudine distratta. Non la stessa sollecitudine, non la stessa premura che aveva ricevuto invece Antonia. Non la stessa indulgenza. Lo capisce anche Antonia, all’improvviso, come se gli leggesse i pensieri e una compostezza rassegnata si apre un varco nella sua ribellione, mentre Anapi le si avvicina e si fa specchio riflettente agli sguardi di loro due, ammutoliti, uno schermo sul quale il capriccio ridisegna la trama di sempre, una donna, un uomo, un bambino che ha i lineamenti di altri due bambini, compendio di un doppio. Pag. 26 Prima di questa vastità bianca non sapevo, ma adesso ne ho la prova: il destino si annoia della monotonia delle proprie creazioni, gli stessi personaggi, lo stesso intreccio, la stessa sentenza, e per contraffare e occultare le somiglianze impone il silenzio. Ecco perché ho taciuto. Quando il bambino riprende il gioco dei libri prima interrotto, i volumi sfogliati, lanciati in aria, salvati in caduta, riempiono l’aria di una polvere impalpabile, più luminosa nella porzione di spazio che riceve luce dalle finestre. E’ una pioggia leggera di pulviscolo e pesante di libri, una discesa che potrebbe durare in eterno ma che viene interrotta quando dalle pagine di un Davide Copperfield scivolano fuori due fotografie in bianco e nero. - E queste? - chiede Antonia di nuovo catturata da tutto quel rovistare. - Fammi vedere. Sono due fotografie devastate da crepe sottili: in quella più grande, di dimensioni giuste per una cornice, una donna vestita di una longuette, le mani coperte da guanti chiari, è stata privata della testa da una sforbiciata irregolare che ha lasciato un quadretto di vuoto; l’altra, più piccola, sfigurata da segnacci rossi, riprende da lontano un aviatore in piedi vicino al suo Halifax, uno di quegli aerei inglesi che trainavano gli alianti. - Ecco dov’erano... Le riconosci? Ecco dov’erano, penso, e di nuovo al primo moto di sorpresa subentra una calma che ha lo stesso colore bianco del bianco che mi circonda. Per la prima volta da quando è arrivato, Luca vede Antonia sorridere e guardarlo senza avversione. - Ma guarda! La Decollata e l’Aviatore! - Non le ho più viste da... mah, forse da quando la mamma ci ha spedito in Inghilterra. - Sì, e quando siamo tornati aveva cambiato posto a tutto, ti ricordi? Lei stessa non riusciva a trovare più niente. - E neanche noi. No, solo voi, voi soli. C’è sempre stato, per voi, il divieto di... ... C’era sempre stato il divieto, per loro, di frugare nei cassetti, e quando erano stati sorpresi con quelle fotografie in mano, Ilaria era stata perentoria: - Ridatemele, lasciate stare. Pag. 27 Ma se poteva contare sulla remissività di Luca, non altrettanto poteva fare con Antonia che aveva cominciato a saltellarle intorno tirandole la gonna e ripetendo come in una sorta di petulanza cadenzata la stessa domanda: - Chi sono, mamma, chi sono, chi sono, chi sono? - Mia nonna. E mio padre. La risposta era stata secca e le fotografie erano scomparse con destrezza in una tasca del golf. - Tua nonna? Perché le hai tagliato la testa? Era cattiva? - Vai a giocare con Luca, adesso, vai. Ilaria aveva parlato con una voce imperiosa che non le apparteneva, ma era stata decisa. - No, dimmi perché le hai tagliato la testa! - Adesso basta, Antonia. Vai in cortile, su, vai a giocare. - Aveva una faccia brutta? Con i bitorzoli e i peli? Per quello? Le hai tolto la faccia per quello? - Non l’ho tagliata io, è sempre stata così. - Senza la testa? Non ci credo, non è vero, ce l’hanno tutti la testa! Era successa allora una cosa strabiliante: per la prima e certamente per l’ultima volta Antonia era stata trascinata da sua madre nello stanzino delle scope e lì era rimasta a strepitare a lungo dando calci contro la porta chiusa a chiave. Luca aveva assistito alla scena con sgomento, ma forse la più spaventata doveva essere stata sua madre perché, dopo averlo guardato senza dire nulla, lo aveva preso tra le braccia e aveva cominciato a cullarlo come fosse stato un bambino piccolissimo. Chi lo sa dove aveva preso il coraggio, lui, quando piano piano, con un filo di voce, ancora avvolto nell’abbraccio della madre aveva chiesto: - Mamma, e l’altro? Ilaria lo aveva staccato da sé, gli aveva arruffato i capelli e aveva risposto con un sospiro: - Quello era tuo nonno. - Cosa faceva? Era il suo aereo quello? - Sì, era il suo aereo. - C’era la guerra? - C’era la guerra, sì. Anche lui avrebbe voluto chiederle Ma perché lo hai tutto scarabocchiato?, ma si era fermato dando un’occhiata furtiva alla porta dello stanzino che continuava a tenere prigioniera un’Antonia urlante e indomita. Dopo quel giorno le fotografie erano scomparse, ma Ilaria si era dovuta piegare alle loro insistenze: i suoi racconti però restavano sempre vaghi e Pag. 28 imprecisi, avari di particolari. Della sua nonna inglese aveva raccontato molto poco. Solo per caso lui e Antonia avevano scoperto che il busto di bronzo della Medusa che faceva da fermalibri era appartenuto alla bisnonna Mary e che di lei la madre non aveva tenuto nient’altro. Un fermalibri e una fotografia tagliuzzata... Di sera, però, quando erano coricati nei loro letti, riuscivano in qualche modo a farsi raccontare la storia dell’aviatore inglese che si chiamava Lawrence Stephen e Antonia, come sempre, era quella che non si arrendeva mai: quando la storia era terminata, lei, decisa a non addormentarsi e a saperne di più ritornava alle sue domande, Il nonno era il tuo papà? E tu non lo hai mai visto? Perché? Perché era in guerra? Lo hanno abbattuto i tedeschi? E la tua mamma invece, dov’era la tua mamma? L’hai vista? Hai una sua fotografia? La luce era già stata spenta quando Ilaria, chiudendo la porta, rispondeva che no, che non l’aveva mai vista, che non c’erano fotografie e che anche lei era morta. Allora, nel buio, si alzava la protesta indignata di Antonia, Ma uffa, sono morti tutti, ma proprio tutti?, mentre lui già sognava di essere a bordo di un bombardiere e di salvare l’eroico pilota Lawrence, suo nonno. Le altre domande, tutte le altre numerose domande rimanevano sospese nell’aria. Fino al giorno dopo... La voce di Antonia riscuote Luca e lo riporta al presente: - E’ stata l’unica cosa che ti ho invidiato. - Cosa? - Ma la tua collezione di aeroplanini. Ce l’hai ancora? - Forse è ancora qui, magari in cantina. - Conoscevi tutti i nomi dei bombardieri. - E’ vero, - sorride Luca. - Era il tuo eroe, il nonno. - Un mito, sì. E per te no? - Io ero affascinata dalla Decollata, mi inventavo delle storie su di lei, storie di fantasmi e di vampiri... Nessuno parla più. Antonia riprende a sfogliare libri malconci e riviste polverose mentre Anapi continua a rimanere lontano, nel suo mondo sghembo. Luca lo guarda e prova a seguirlo sui sentieri dell’immaginazione, poi lo abbandona, si dimentica di lui, si dimentica di Antonia e vola per un po’ al di là della Manica, come faceva da piccolo quando la sera, nel suo letto, ascoltava le favole. Pag. 29 Era il mio vuoto, non il vostro, quello che cercavo di colmare ricorrendo alla leggiadria delle favole. E poiché una favola era quella che mi avevano raccontato da bambina, una bugia, un inganno, pensavo che lo stesso inganno sarebbe stato meno crudele se ve lo avessi propinato sotto forma di fiaba. E così vi raccontavo... vi raccontavo di un uomo morto lontano in una pericolosa missione di guerra... Sì, mi avevano detto proprio così... Avevano? No, aveva, aveva, era solo Mary che riusciva a raccontarmi bugie senza perdere il controllo. E forse è vero, Mary è sempre stata un corpo senza testa e senza cuore. - E’ quasi l’una, ti fermi a mangiare con noi? Antonia rompe il silenzio, un silenzio strano, intriso di nostalgia e di recriminazioni, aspro e commovente allo stesso tempo. Luca si riscuote e - Sì, - risponde, - sì, grazie, - e non gli sembra vero che la sorella gli faccia una gentilezza, quasi l’ammissione di una complicità che c’è stata, sì, c’è stata, anche se molti anni prima. - Ti aiuto a sgombrare il tavolo dai libri, - dice, e quando vede tra le mani contratte di Anapi un quaderno rivestito di carta gialla a fiori rossi, si chiede distrattamente cosa sia. Anche Antonia lo vede. - Anapi, dammelo, dobbiamo lavarci le mani adesso. Ma il bambino si stringe il quaderno al petto. Sì, tienilo stretto, non darglielo, non ancora, non sono ancora pronta, il bianco è ancora luminoso, ci vorrà un po’ di tempo, non so quanto, ma del bianco più gessoso di questo. Ma il bambino stringe il quaderno al petto, lo stringe come se fosse la sua palla arcobaleno destinata a perdersi sotto la siepe di lauro, chiude gli occhi e si allontana strascicando i piedi, la testa ricciuta e nerissima inclinata di lato, una spalla più alta dell’altra. - E’ un bel bambino, - commenta Luca. - Nonostante tutto, sì, - risponde Antonia. Pag. 30 DOMENICA NOTTE Un pallore prezioso, ancora trasparente e incorporeo al di là del quale il nulla. Fuori il silenzio è una concavità di buio. Accanto al letto dove è stesa Antonia, il comodino esibisce la sua nudità: via il tubetto di sonniferi della madre, ce ne sono ovunque, un’intera raccolta di Tavor, via la foto di lei e Luca al mare, via soprattutto la sveglia. Antonia l’ha ficcata in uno scatolone che per mezz’ora ha ingoiato con rassegnazione ogni sorta di oggetti destinati alla discarica. Quella sveglia ha scandito implacabile tutti i secondi del tempo per anni e lo aveva fatto con una risonanza che Antonia aveva giudicato sfrontata la notte in cui aveva deciso di andarsene e di non tornare più. Quel ticchettio le era sempre sembrato, e ancora adesso, antiquato e insopportabile e lo ha eliminato insieme ad altro, vasi, ceramiche, annate di riviste, asciugamani scuciti, bastoni di scope, bollitori rotti, barattoli di colla rinsecchita, insieme a tutto quello che fa male perché riporta al punto di partenza. Ci sono ancora molte altre cose che Antonia deve eliminare, perché ha bisogno di spazio, ha detto a Luca, in realtà perché ha bisogno di fare il vuoto, e perché tutti quegli oggetti le impediscono di scivolare nel sonno. Ma ci sono notti in cui non si può dormire. Ci sono notti gremite di strane presenze e la mente ne registra il ronzio frenetico e incessante. Gli occhi si aprono con stupore e vedono solo oscurità mentre voci indistinte bisbigliano all’orecchio e da lontano giungono un sospiro, un ansito, un fruscio di lenzuola, come quando si veglia in una camera d’ospedale e qualcuno versa dell’acqua in un bicchiere e un altro sospira e un altro ancora si schiarisce la gola con un colpo di tosse. Ci sono notti in cui i capelli si rizzano in testa perché un’ombra bussa alla porta a vetri e il suo profilo si staglia contro la luce che le sta alle spalle e non è ragionevole che stia lì in attesa di entrare, che insista con monotonia, i colpi alla porta frequenti e regolari, senza crescendo, non è ragionevole, perché quell’ombra chiusa in se stessa non può essere reale, è parte di un incubo... Pag. 31 Eppure, chi è steso nel letto solleva la testa dal cuscino e la vede, la sente e aspetta che le si attacchi alla gola. Lo squillo del telefono, quello sì rimasto sul comodino, è improvviso e lacerante ma non si ripete perché Antonia non dorme ed è pronta a sollevare la cornetta e a rispondere. - Chi è? - chiede, non si dice - Pronto? - nel cuore della notte, ma - Chi è? “Chi è che chiama come se bussasse dietro una porta a vetri?”. Le arriva una voce maschile: - Allora sei lì. E’ lì che siete! Antonia non risponde e sbatte giù la cornetta. Aspetta per sentire se lo squillo ha svegliato il bambino, teme che il suo respiro stesso lo possa svegliare perché è fragoroso come una cascata, ma Anapi non si è mosso e continua a dormire con il taccuino giallo a fiori rossi sotto il cuscino. Sarebbe bello poter ritornare bambina, balzare dal letto in camicia da notte, correre per il corridoio, schiacciare il marmo freddo con i piedi nudi, veloci, prima la punta e poi, leggero, il tallone, sentire la pelle sudata che aderisce al pavimento in un calpestio vischioso, correre fino alla porta d’ingresso e chiuderla a chiave con tre mandate, premerle contro il fianco e la schiena, tapparsi la bocca con entrambe le mani e pensare “Mamma”, scomporre la parola in sillabe, in lettere, pensarla tutta intera, ma non pronunciarla perché Antonia non è più una bambina e la parola appena formulata si è già annullata come i pensieri di cui ci si vergogna e che, ecco, sono già in dissolvenza. Sarebbe bello accosciarsi stretta contro il muro dopo essere scivolata giù a contatto della porta con la schiena, premere la faccia contro le ginocchia strette fra le braccia e nasconderla e non accorgersi che il buio si è fatto di nuovo silenzioso. Sarebbe bello aspettare senza muoversi che la luce lattiginosa del mattino schiarisca il profilo del suo corpo vicino alla porta. Invece, quando l’alba si insinua nelle fessure delle tapparelle lei è ancora seduta sul suo letto con le mascelle irrigidite dalla fatica di essere se stessa: una che non ha mai voluto essere consolata, una sempre in fuga. Una che adesso non ha più vie di uscita, non più, non ora, proprio quando sarebbe più che necessario scappare. Ma Antonia è intrappolata nella casa che odia perché è qui che si è rifugiata, è pur sempre una casa e lei ne ha fatto un punto d’arrivo e non di partenza, perché non sa più dove andare, perché il bambino è adesso l’ormeggio da cui non può staccarsi, e può solo rimpiangere le sue scorribande, la fuga nella villetta con giardino, l’anno passato in India, la Francia, la Spagna, ovunque purché lontano, soprattutto lontano da Monaco, proprio quando Monaco si è Pag. 32 fatta vicina più che mai, addirittura lì, sul comodino accostato al letto, dietro i fori del ricevitore del telefono, nelle vibrazioni dei suoni, nelle oscillazioni di corrente elettrica, nelle variazioni di pressione provocate nell’aria dall’onda sonora, nelle parole “Allora sei lì, E’ lì che siete”. Antonia è lì, ferma, e vorrebbe essere in viaggio, invece. E adesso so, me lo dice quest’ovatta bianca che mi circonda e che mi penetra la mente, questa nebbia che ha la consistenza dello zucchero filato e che mi dà la veggenza, adesso so come hai fatto a sopravvivere nei tuoi vagabondaggi... Con la tua disinvoltura hai travolto incurante decine di esistenze senza esitazioni, ti sei fatta gioco di sentimenti, di amicizie, cinica e convinta che la tua mancanza di scrupoli fosse coraggio. E la tua Nemesi, che era lì ad attenderti, tu l’hai trovata a Monaco, otto anni fa. ... Quando era arrivata a Monaco, otto anni prima, Antonia aveva pensato che le sue case ordinate e quasi educatamente composte al di qua e al di là del fluire dell’Isar fossero un segno del destino perché non l’aveva scelta, quella città, ma ci era capitata per caso. Aveva sbagliato treno, era scesa in fretta alla stazione di una cittadina, non ne ricorda più il nome, e ne aveva preso un altro, un lungo serpente verde e rosso di vagoni, uno già in corsa, anche lei in una corsa affannosa, appesantita dall’enorme zaino di tela mimetica sulla schiena. Non sapeva bene dove voleva andare, ma sapeva da cosa si voleva allontanare. Era la fine di settembre. Magra magra e un po’ stracciona, i piedi neri di polvere nei sandali aperti, era arrivata al grande parco del Theresienwiese proprio in occasione dell’Octoberfest e aveva trovato subito lavoro. Per un mese aveva servito birra ai tavoli numerosi, lunghi, pieni di gente. Aveva portato avanti e indietro boccali pieni e vuoti, avanti e indietro, contenta di essere estranea a tutta quella allegria eccessiva e chiassosa, contenta di non farne parte ma senza disprezzarla perché contribuiva a dissolvere le scorie della memoria e a migliorare il suo tedesco ancora incerto. Poi era stata assunta in una gelateria. Poi… ... Poi lo aveva incontrato. All’inizio dell’estate. Era seduto al tavolo di un caffè nella Marienplatz, concentrato nella lettura di un giornale italiano. Antonia ne aveva subito riconosciuto i segni: quel bastare a se stesso che si Pag. 33 traduceva nella totale incuranza verso chi gli passava accanto, quella sicurezza nel movimento brusco di chi sfoglia le pagine sapendo cosa cercare e cosa scartare, il gesto breve, consapevole e seducente delle mani passate tra i capelli, quella sordità voluta e non casuale al suono del carillon della Mariensaule e al torneo luccicante delle figure di rame e di smalti che annunciavano lo scoccare delle undici, le gambe accavallate senza tensione, in un atteggiamento di contentezza di sé, di superba autosufficienza. Antonia ne aveva visto solo il profilo, la metà del volto che nasconde le asimmetrie dell’altra metà, una parte che non può essere ricondotta alla sua unità speculare senza uno sguardo che la completi, e aveva deciso che quello sguardo doveva essere il suo, suo lo sguardo per completare l’incompiuto. Si era seduta a un tavolo vicino, l’unico libero, e aveva aspettato. Aveva ordinato un caffé. Aveva avvicinato una sigaretta alle labbra e aveva aspettato. Aveva allungato il braccio verso il tavolino di lui, aveva preso il suo accendino e solo dopo aver fatto sprigionare la fiamma aveva chiesto, con gli occhi socchiusi per difendersi dal fumo, - Posso? - e poi glielo aveva restituito e lui se l’era ripreso e l’aveva infilato nella tasca della giacca dandole solo una breve occhiata. Fino a quel momento nessuno le aveva dato solo brevi occhiate. Le era sembrato inaccessibile e dunque desiderabile. Di fronte e di profilo. Un italiano! Questo avrebbe dovuto rendere prudente Antonia che voleva solo guardare avanti, che non intendeva voltarsi, che voleva tagliare tutti i ponti, ma Antonia non aveva smentito se stessa neanche quella volta e si era tuffata. - Scusa, è il giornale di oggi? In risposta aveva ricevuto soltanto un cenno di assenso e un’occhiata distratta, le labbra sottili strette e chiuse ai sorrisi. Fino a quel momento nessuno mai le aveva lanciato occhiate distratte. Cosa dire ancora, presto, presto, per non sprecare l’istante? Ma lui si era alzato, dopo aver ripiegato il giornale, e se ne era andato lasciando alcune monete sul piattino, forse con un cenno di congedo, una lieve imbastitura di degnazione, gli occhi che non riflettevano nulla, per lo meno non lei, occhi che non la guardavano, o forse sì, occhi grandi e neri come la barba folta e i capelli lunghi fino alle spalle. Qualcuno più forte di lei non lo aveva mai incontrato e questo bastava. Si era alzata e lo aveva seguito, ridendo tra sé, incapace come sempre di accettare una sconfitta. Aveva dovuto accelerare il passo per non perderlo di vista perché lui camminava rapido come quando si è inseguiti, camminava sicuro della direzione, e Antonia aveva sperato che non se ne andasse via in Pag. 34 macchina, e per fortuna lui aveva continuato a piedi, veloce, attraversando il Ring, e quando era passato davanti alla Stadtische Galerie si era fermato, era tornato sui suoi passi ed era entrato. Antonia lo aveva seguito cercando di confondersi tra i radi gruppi di turisti e di visitatori. Si era fermata all’ingresso di una sala quando lo aveva visto da lontano, incerta se avvicinarsi o rimanere in disparte. Lui era in piedi, le voltava le spalle e guardava un quadro piccolo e scuro. “Mi sono innamorata?”, si era chiesta Antonia e “Sì, mi sono innamorata” era stata la risposta. E aveva continuato a fissarlo. “Non è alto”, aveva pensato. “Cos’è? Sono i capelli? E’ la barba? E’ la sua ostentata sicurezza? E’ il suo modo brusco di camminare, di sostare, di muoversi?” Antonia non aveva saputo darsi una risposta. Quando lui aveva lasciato la sala, Antonia si era avvicinata al quadro e aveva letto: “Gabriele Munter, Mann am Tisch, (Kandinsky), 1911”. Non era stata solo ammirazione, non era stata solo infatuazione. Era già amore quello che le aveva fatto trovare nel ritratto di Kandinsky i lineamenti scuri di lui. Era passione, era già passione forte e subitanea quella che l’aveva tenuta ferma ad ammirare nel quadro gli ocra e i verdi che aveva appena visto addosso a lui, a leggere nelle dissonanze cromatiche l’estraneità che la separava da lui, a ritrovare nello spessore dei contorni neri la forza con la quale lui si era imposto alla sua attenzione, a riconoscere nelle macchie fosche degli occhi del ritratto lo sguardo che lui le aveva rifiutato. Si era voltata per proseguire, aveva attraversato altre sale, prima camminando poi quasi di corsa, lo aveva cercato, era uscita all’aperto, ma per quel giorno, almeno per quel giorno, ne aveva perso le tracce... Adesso, a distanza di tempo, Antonia sa di aver partecipato ignara ad un gioco bello e terribile. Sa che niente è accaduto per caso, neppure quella sosta davanti a un quadro scelto per inviarle un messaggio nero come una minaccia. Come se anche allora, allo stesso modo di questa notte, lui l’avesse vista e senza voltarsi le avesse detto: - Allora sei lì, è lì che sei! La sveglia sepolta nel fondo dello scatolone è stata neutralizzata e il suo ticchettio rimanda unicamente a se stesso. Ma Antonia lo sente ugualmente e si alza. Comincia a muoversi nella casa che, dopo la telefonata, le appare sempre più una trappola senza vie d’uscita. Pag. 35 LA SECONDA MISURA DEL BIANCO LUNEDI’ Il colore del tempo, una scacchiera senza pedine fatta di avorio e di niente. La stanza dove Luca lavora e riceve i suoi studenti si affaccia su un corridoio cieco del terzo piano del Dipartimento di Storia Medioevale. La sua scrivania è addossata all’unica finestra che dà sul giardino e per lavorare alla luce Luca è costretto a voltare le spalle alla porta, ma questo gli piace: una schiena bella larga e inespressiva è il modo migliore per dimostrare la propria fisica indifferenza al mondo di fuori. Perciò, quando preceduta dall’eco dei suoi passi veloci Sara entra senza bussare e chiede - Ti disturbo? -, Luca deve voltarsi con una leggera torsione per guardarla. Le apparizioni di Sara sono sempre piacevoli e sorprendenti come atterraggi di una creatura che arriva in volo da un’altra dimensione, non dal Dipartimento di Storia dell’Arte, non dalla stessa città, non dal mondo comune, ma da qualche posto remoto a cui ha rubato tutta la luce. Sembra quasi che in un’estate lontana, quella degli anni dell’infanzia, quella degli anni della pelle di pesca, il sole imprigionato per sempre si sia addensato in una costellazione di lentiggini che le illuminano gli zigomi. Ma la magia è di breve durata, tra qualche istante Luca sarà a disagio. Gli capita sempre con Sara: dopo un po’, Luca sente la faccia indolenzita per lo sforzo di sorriderle e prova uno stordimento spiacevole che in parte gli sembra dovuto alla noia e in parte gli deriva da un senso imprecisato di Pag. 36 inadeguatezza. Non è mai se stesso con Sara, sempre teso a inseguire la sua vivacità, le sue arguzie, i suoi motti di spirito. Sara lo stanca, succede sempre così: le sue frasi sono trappole, piene di doppi sensi e di allusioni, la sua è una richiesta continua di prontezza che disorienta, la complicità che cerca nel suo interlocutore suona come la sfida a una gara di intelligenza. Ma per il momento Luca la osserva con piacere, affascinato dal suo leggero strabismo, rassicurato da quella piccola falla nella perfezione di lei. - Ho appena comprato delle frittelle. Ne vuoi? - e Sara tira fuori dalla borsa un sacchetto pieno di fragranza. Poi, senza aspettare la risposta: - Allora, a che punto siamo della notte? - E’ arrivata. - E’ ancora ricciolina e ribelle? Luca sorride. Lui non si sognerebbe mai di descrivere Antonia come ricciolina e ribelle. Come deve essere semplice la vita vista con gli occhi di Sara. - Non ti succede mai nulla di spiacevole? - le aveva chiesto un giorno in cui si sentiva particolarmente annoiato e lei lo punzecchiava, un po’ per prenderlo in giro un po’ per scuoterlo dalla sua cupezza. - Qualcosa di spiacevole? Tutti i giorni. Ma tu intendi una vera tragedia, non è così? Tipo Medea o Giocasta? - Press’a poco. - Sarebbe fuori moda, oggi. - Fuori moda? Non direi, ce ne sono ancora di tragedie, anche oggi. - Sì, ma non qui, non dove sei tu, non trovi? - Questo non è il migliore dei mondi, mi pare. - No, ma è anche vero che molta gente adora piangersi addosso. - E’ questione di temperamento, - le aveva risposto e avrebbe invece voluto dirle “E’ questione di sensibilità”. Ma lei, quasi avesse capito la larvata accusa di superficialità che lui le muoveva, aveva replicato: - E’ questione di coraggio. E aveva inevitabilmente aggiunto: - Tu sei coraggioso, Luca? Luca aveva abbassato gli occhi. - Questa è una domanda scomoda che tutte le donne amano fare a un uomo. E sembrano pretenderlo. - Ma anche questo non è più di moda, pare. Aveva sempre l’ultima parola, Sara, le riusciva naturale e facile come la vita stessa, così come era naturale che Antonia fosse ricciolina e ribelle. Pag. 37 - Devo aiutarla a trovare lavoro, altro che ribelle. Luca scivola all’indietro sulla sedia girevole, alza le braccia e se le stira accompagnando il gesto con un breve sbadiglio. - Perché non provi nella libreria di Guglielmo? - gli domanda Sara sedendosi vicino a lui e riuscendo contemporaneamente a togliersi il cappotto e a infilarsi in bocca una frittella. Luca la guarda, pesca una frittella dal sacchetto, la annusa, e prima di morderla commenta: - Guglielmo? Sì, ci stavo proprio pensando, in effetti. - Bugiardo! Quando sono arrivata stavi dormendo. Di questo passo non lo finirai mai il tuo lavoro! - E’ qui che ti sbagli. Ho già raccolto tutto il materiale, devo solo stendere il testo. - E quando conti di finirlo? - Entro due mesi. Sara si alza, si pulisce le dita sporche di zucchero, accartoccia il sacchetto di frittelle ormai vuoto e lo lancia nel cestino. Naturalmente fa centro, il tiro è stato perfetto. - Quindi non lo finirai certo nelle prossime due ore. E neanch’io il mio. Quella Medusa mascolina di Bath! Maledetta! Manda all’aria tutte le mie tesi. Dovrò rifletterci più a lungo. Per quel che ne sa Luca, nessuno ha mai capito con precisione a cosa Sara stia lavorando e quale tesi rivoluzionaria intenda dimostrare. - Ma come? Non penserai anche tu che la Medusa sia solo un mito, vero? Un mostriciattolo con la lingua di fuori! Lei in realtà è uno specchio, lo è sempre stata. Te la trovi davanti tutti i giorni. Tu la guardi, ti senti attratto perché vedi solo te stesso proprio come quando ti specchi, e poi, a un tratto, non ti riconosci più, perché stai guardando qualcosa di insopportabile. Ti si rizzano i capelli in testa, ti perdi e diventi pietra. Capisci? Uno specchio che è anche un abisso. La Medusa sei tu. - e nel dire e nel parlare di cose inquietanti, Sara mantiene quella leggerezza che Luca non ha ancora compreso se sia ottusità o sapienza. Sul tavolo da lavoro di Sara, Luca ha potuto osservare più volte le Meduse sempre uguali che lei continua a catalogare e a studiare, facce del passato e riproduzioni del presente, dalla smorfia della Medusa dell’Anfora di Eleusi a quella della Borsa Vecchia di Trieste, Meduse antiche e mitiche e Meduse ornamentali inoffensive come fregi di stucco. Sa che con il pretesto delle sue ricerche lei ha viaggiato in lungo e in largo divertendosi sempre molto. L’unica volta che non si era divertita era stato in occasione della loro gita in Pag. 38 Toscana. Avevano percorso sulla sua moto strade sinuose come nastri di grigio nella terra di Siena, con il motore ad alto regime che faceva un rumore meraviglioso, e Luca avrebbe voluto volare, ma quando si erano fermati davanti a una trattoria sulla strada e si erano tolti il casco, Sara aveva scosso i capelli, si era sfilata i guanti, prima il destro con i denti poi l’altro, e gli aveva detto decisa: - Mai più. In moto non si può parlare. E anche adesso il piglio di Sara è perentorio: - Vieni, andiamo a pranzo. L’invito di Sara è come un comando che distoglie Luca dai suoi pensieri. Si è infilata il cappotto e si sta liberando dal colletto la massa lucida dei capelli castani che ricadono pesanti sulle spalle. - Ma non hai appena finito di mangiare? - le chiede Luca prendendo il soprabito e guardandola con ammirazione. - Sì, ma le Gorgoni mettono appetito. - Diventerai una balena. - E però, carino, una balena leggera. E’ vero, Sara è alta e imponente, ma cammina con leggerezza, a scatti veloci, e Luca fatica a starle al fianco o forse le rimane un po’ indietro per nascondere il fatto che lei lo sovrasta di tutta la testa. Quando escono dalla porta che dà sul giardino dell’Università, le siepi di carpino sembrano presagire la primavera con una sorta di fremito animato ed intenso tra ramo e ramo. Il viale è abbastanza lungo da permettere che le parole di Sara, alternate ai silenzi di Luca, coincidano con i passi e le soste del loro cammino. - Allora, dove andiamo? Il solito posto? - chiede Luca con una breve occhiata all’orologio per controllare l’ora. - Ah, no. Oggi ti porto in un ristorantino per innamorati, - risponde Sara ridendo. Luca rimane in silenzio. Poi: - Non ne hai a sufficienza di innamorati? - Mille fidanzati e nessuna storia d’amore, Arpo. - Non chiamarmi Arpo. - Ricevuto. Quella di Arpo era una storia lunga: Sara lo aveva soprannominato così quando aveva perso la speranza di stanarlo dal suo mondo chiuso e ovattato. - Lo sai chi sono gli Hikikomori? – gli aveva chiesto un giorno che aveva fatto irruzione nel suo bilocale. - Sì, lo so. - Quelli che si chiudono nella loro stanza per mesi o anni e oscurano i vetri Pag. 39 con del nastro adesivo nero e… - Sì, lo so. - … e comunicano con il mondo esterno solo con dei biglietti fatti passare sotto la porta. - Lascia perdere, Sara. Quelli sono solo ragazzi… - Sì, ma tu? Perché preferisci startene da solo? Cosa risponderle? Mi piace il silenzio, le aveva detto senza guardarla. - E la musica che ascolti? E il rombo insopportabile del tuo motore? Non erano i rumori a infastidirlo… Quello che lui ha sempre detestato non sono i rumori ma le voci stridule che si sovrappongono, i discorsi interminabili, le chiacchiere… - Sei uno schifoso misantropo, Arpo. Forse. In realtà non si fida delle parole e del loro suono. E questo ha giocato nella scelta di tutti i suoi studi fino al Dottorato. - Storia Antica? E perché non Storia Contemporanea piuttosto? - gli aveva chiesto Sara. - Per non avere nulla a che fare con i documentari o i filmati… - Ma perché? - aveva insistito lei. Non era possibile cavarsela con poco quando si aveva a che fare con Sara. - Perché se il frastuono della battaglia di Waterloo fosse stato registrato, forse nessuno capirebbe a fondo Napoleone, - aveva risposto. - Persino il nitrito del cavallo di Carlo Magno metterebbe tutti su una strada sbagliata, - aveva aggiunto vedendola ridere per farla ridere ancora di più. Da quel momento Sara aveva scelto per lui il nome del dio del silenzio, Arpocrate, e non aveva mai mancato di provocarlo. E’ vero: il silenzio gli piace. Gli risulta difficile parlare del più e del meno, chiacchierare per ore, oziosamente, di donne, di calcio, come si fa nei bar quando non ci si aspetta più nulla dalla vita e della vita non si è capito nulla. Per questo lui è un solitario. Non ha mai molto da dire né lo desidera. Ha quasi il timore che potrebbe rimanere sprovvisto di parole se non ne facesse economia. Si meraviglia sempre dello spreco che ne fanno gli altri. Con i pochi amici che ha, amici di vecchia data, come Guglielmo il libraio, Luca passa le serate ad ascoltare musica e a bere birra, per lo più in silenzio. Tutto quello che c’era da dire se lo sono già detti negli anni precedenti. E’ sempre stato vero, fin dai tempi del Liceo, quando rincasava lentamente, a piedi, insieme al suo professore di filosofia, un uomo allampanato e laconico. Si scambiavano solo qualche frase e riempivano di pensieri i lunghi silenzi. Questo lo tranquillizzava. Non erano necessari molti discorsi per confermare che quello che l’uno aveva insegnato quella mattina l’altro lo aveva capito. L’uomo, la vita, la morte. Pag. 40 Ma non l’amore. Con il tempo Luca ha selezionato le nuove e le vecchie conoscenze in base alla maggiore o minore propensione alla chiacchiera delle persone. Con la sola eccezione di Sara. L’aveva presentata, un giorno, a sua madre che poi non l’aveva più vista. - Ti stordirebbe con il suo cicaleccio, - aveva risposto Luca quando la madre aveva chiesto di lei. Ma è lui che teme di essere stordito. Dai suoni e dai segni. Ci sono parole di donna che gli sembrano appartenere a una lingua straniera e quando lui cerca di tradurle la traslazione non è mai quello che dovrebbe essere: una retta tracciata su un foglio, dritta, sincera, prevedibile. Prima o poi finisce sempre per ingarbugliarsi. Si fa segmento. Si contorce. Si fa serpentina. Per quanto riguarda me, la linea è sempre stata chiusa come un cerchio opaco che non ti ho mai lasciato penetrare. Luca si sente afflitto dalla medesima cecità anche quando si tratta di decifrare le intenzioni e il significato dei gesti femminili che accompagnano le parole. Accavallare le gambe, scostare la frangia dagli occhi, stringere una cintura, raddrizzare in vita una gonna, gli sembrano messaggi che hanno un sottotesto segreto e incomprensibile E gli sguardi? E i silenzi? Cosa si nasconde dietro le labbra chiuse? Una confortante assenza di pensieri, un vuoto pneumatico, una sospensione dal vivere? Essere cresciuto in mezzo alle donne gliele ha rese straniere invece che familiari. Anche adesso, quando arrivano davanti a lui nel periodo degli esami, letteralmente gonfie di vita, gonfie le labbra, gonfio il seno, aggressive persino quando vengono disarmate dalle sue domande, lui le trova invadenti. Invadenti e golose. Ha avuto per qualche tempo una ragazza così. Golosa di vita. Prima che lui si spaventasse del tutto, lei si è stancata e lo ha lasciato. Da allora le donne continuano a respingerlo e ad attrarlo come un pericolo oscuro e hanno la stessa fascinazione dei manoscritti illeggibili e dei documenti muti: domande senza risposta, enigmi. Gli arcani. E l’ignoto ha aumentato la sua forza attrattiva quando, crescendo, lui ha maturato la nozione del tempo e ha cominciato a chiedersi chi, uomo o donna, fosse esistito prima di lui. Pag. 41 E’ stato faticoso, è stato terribile risponderti solo con delle bugie. Adesso, se ha ancora un senso la parola “adesso”, perché qui dove sono le parole si dissolvono presto in un ridicolo sbuffo di fumo, comunque adesso, sento da tutto una distanza incolmabile, anzi sono io stessa a farmi distanza. Hanno ormai percorso tutta la lunghezza del viale. Luca non ha detto una parola, ha lasciato che parlasse Sara, e solo adesso si rende conto di non averla ascoltata. Quando lei lo prende sottobraccio, la schiena e le spalle gli si irrigidiscono. Vorrebbe stringerla, e abbracciarla, è dai tempi della scuola che vorrebbe farlo, ma non ha mai osato per scongiurare il pericolo di veder liquidati con una risata il suo struggimento e la sua malinconia. Tra tutte le donne del mondo, Sara gli sembra la più imprendibile, sempre due passi più avanti, affamata di divertimenti, pronta a scherzare su tutto. - E’ venuto a trovarmi il mio ex, - dice, e sono tutti suoi ex quelli che le ruotano intorno, tutti buoni amici. Arrivano in Facoltà studenti e ricercatori, anche dall’estero, e tutti conoscono Sara e chiedono di lei come se in soli trent’anni di vita Sara avesse viaggiato per tutto il mondo intrecciando relazioni ovunque. - Vai a Budapest? Se hai bisogno, ho un caro amico all’Istituto di Italianistica, - e lo stesso è per Madrid, per Parigi, per Istanbul. Luca non potrebbe mai costringere Sara nel suo eremo. Ecco perché non l’ha mai abbracciata, né stretta, forse neppure amata. Adora il suo corpo, ma non è sicuro di poter sopportare la sua spensieratezza. - A volte penso che tu mi disprezzi, - gli aveva detto Sara una volta, e lui non aveva saputo fare altro che chiederle di rimbalzo: - E tu? Sara, diversamente da lui, non fuggiva davanti alle domande e aveva risposto: -Tu mi piaci moltissimo, ma ho paura che diventerai un vecchio professore noioso. E poi non hai talento per la conversazione. Temo che tu abbia un’anima flaccida. E si era messa a ridere. Quante volte erano arrivati vicinissimi a baciarsi? Ma tra di loro c’erano sempre la paura di lui e l’esitazione di lei. - Sei coraggiosa tu, Sara? - Non me lo sono mai chiesta. - Allora lo sei. Entrano nel ristorante piccolo e profumato di risotto ai funghi e scelgono un Pag. 42 tavolo appartato vicino alla finestra. Sono gli unici clienti.. - Dev’essere costoso, - pensa Luca con il menu tra le mani. - Senti, Luca, stavo considerando... Tua sorella è appena arrivata... Non è prematuro e anche un po’ sadico parlarle di lavoro, così, subito, con le valigie ancora da svuotare? Luca la guarda, si gratta una guancia, e accoglie l’arrivo del cameriere con sollievo. Ma sa che non può sfuggire più di tanto alla curiosità di Sara, è arrivato il momento di rispondere. E lo fa, appena ordinato il piatto più economico della lista: - Antonia ha un figlio. - Questo lo so, me lo hai già detto... In mano a Sara il coltello e la forchetta sembrano pennelli nelle mani di un artista. Luca pensa che lei è così, in tutto, perfetta, armoniosa, sicura, smisuratamente lontana e... tenace. Infatti, subito dopo: - Ma il padre? Non contribuisce in qualche modo? Luca le versa il vino nel bicchiere e aspetta. Aspetta che Sara aggiri l’ostacolo del suo silenzio. - Tu lo conosci? - No. Non so neppure come si chiama. Forse lo sapeva mia madre. Sì, io sì, ma sento che lo dimenticherò presto: qui, nelle stratificazioni del bianco, i nomi si dissolvono velocemente e quando scompaiono i nomi scompaiono anche le persone, forse è destino comune, forse anche Mary... Ma ancora per un po’, non so per quanto, il nome di Byron rimane accanto a quello di Antonia. Il sole attraversa la fitta trama di pizzo che scherma i vetri della finestra vicina al tavolo del ristorante. Mentre Luca gira il cucchiaino nella tazza del caffé senza parlare, Sara scosta la tenda per guardare fuori nella piazzetta deserta. - A cosa pensi? - gli chiede tornando a guardarlo. I capelli di Sara sono chiari, pieni di luce, e Luca si perde a immaginare “Cosa direbbe se adesso glieli accarezzassi, Cosa farebbe se la baciassi all’improvviso, Cosa...” Perciò la nuova domanda di lei - Stai pensando a tua madre? - lo coglie di sorpresa. - Tu non la conoscevi. - Ma sì, invece. Quando me l’hai presentata non era la prima volta che la vedevo. Lei non si ricordava, e neppure tu, ma ero venuta a lezione di inglese Pag. 43 a casa vostra. Facevo la seconda media. - Aveva sempre un golf largo e lungo fino alle ginocchia e nelle tasche teneva il suo pacchetto di sigarette. Per me era il prototipo della professoressa di Inglese: dita macchiate di nicotina, voce roca e scarpe da uomo. Era bravissima. Luca tace. - Mi piaceva venire a lezione. A casa tua c’era un’atmosfera particolare, si sentiva l’odore dei libri dappertutto. Era una casa piena di odori. Mi ricordo ancora quello della cera per mobili. Mi sedevo al tavolo in noce e associavo lo spelling al profumo del legno. I bambini sono molto recettivi in queste cose. - E non hai recepito nient’altro? - Cosa vuoi dire? - Che casa mia non era solo piena di odori. Luca vorrebbe non essersi spinto tanto in là. “Ora le domande di Sara non finiranno più”, pensa. - Spiegati. Forza, apriti Sesamo! - è infatti la replica di lei. Luca avverte come un formicolio il fastidio e l’imbarazzo di doversi adesso chiudere a riccio per difendersi. In segreto ha quasi la voglia di punire Sara per la sua indiscrezione, di non fargliela passare liscia, di non assolverla con una risatina liberatoria. Meglio non rispondere del tutto piuttosto che essere evasivo, meglio non guardarla e tracciare sulla tovaglia solchi profondi con i rebbi della forchetta, meglio il silenzio che suona come un’accusa, meglio un lungo indugio. Quando il cameriere porta il conto e Luca estrae il portafogli dalla tasca, Sara è più svelta di lui, lascia la sua parte sul tavolo, si alza e: - Ho capito, Arpo, oggi non sei in vena. Preso alla sprovvista anche Luca si alza in fretta per seguirla e mentre raccoglie da terra la cartella, e poi ancora la sciarpa, inutile nella giornata tiepida, che gli è scivolata dalla sedia e di nuovo gli sfugge dalle mani così che lui la calpesta e si china per raccoglierla di nuovo, fa appena in tempo a chiedere - Quando ti rivedo? - che Sara è già sulla porta del ristorante, anzi quasi già fuori nella piazzetta, e la sua risposta - Non so, ti manderò qualche segnale di fumo - lo raggiunge lontana e sfuggente, imprendibile. Come lei. Pag. 44 DI NUOVO LUNEDI’ PRIMO POMERIGGIO Bianco ancora traslucido ma più fibroso e compatto. Lo si può toccare. - Forse ti ho trovato un lavoro. Antonia non risponde. Se non fosse per Anapi, così bello nei suoi colori scuri, che in piedi vicino al tavolino del soggiorno continua a spostare pericolosamente due bicchieri, uno con una piccola quantità di succo di frutta e l’altro pieno di cannucce colorate che accartoccia con grazia distruttiva, se non fosse per lui, Luca si alzerebbe e se ne tornerebbe in Facoltà. Ha già perso del tempo, praticamente tutta la mattina, nella libreria del suo amico Guglielmo che non gli ha negato un favore e - Mandamela pure, Come no, - gli ha detto spargendo intorno l’odore dolciastro del tabacco della sua pipa. Del resto, chi se non lui? Chi se non Guglielmo che da studente aveva passato notti intere, le più nebbiose e buie dei lunghi inverni, fermo nell’anfiteatro della piazza deserta davanti al Vescovado, chiamando il Vescovo a gran voce e omaggiandolo infine dei suoi rutti più potenti? Chi se non Guglielmo che ai primi chiarori dell’alba percorreva in macchina le vie della città urlando dal finestrino aperto - Sveglia, Sveglia, Siete tutti morti? - e che vinceva le gare alcooliche gridando - E’ arrivata l’ora del vino, è arrivata l’ora delle rose! -? Chi se non lui sarebbe tanto temerario da scommettere su Antonia, conoscendola? La libreria che Guglielmo ha ereditato dal padre ha la sua sede storica nella città vecchia, mentre nella parte nuova di Mavezia una seconda libreria più moderna e recente è destinata alle conferenze, alla presentazione delle novità editoriali e agli incontri con gli autori. Anche se gli risulta più scomoda, Luca va spesso a trovare l’amico nella libreria vecchia dove il parquet è tutto segnato dalle unghie del cane Avatar. Guglielmo sostiene che i geroglifici scavati dal suo cane sul pavimento hanno un significato profondo e che prima o poi lui si prenderà la briga di decifrarli Pag. 45 e l’umanità interà ne trarrà un vantaggio. Chi se non lui, che tiene in libreria un enorme mastino napoletano, potrebbe fidarsi di Antonia? Si era comprato il cane per sostituire la moto distrutta in una curva presa troppo larga durante uno dei suoi viaggi con Luca, e lo aveva voluto grosso come la sua Enduro. Il cane sembra essere consapevole del suo ruolo compensativo, tant’è che in libreria, improvvisamente, si sveglia dal suo letargo, solleva la testa e, obbedendo a qualche invisibile richiamo, prende la rincorsa, si lancia a tutta velocità e alle curve strette del corridoio sbanda e scivola con l’enorme sedere contro gli spigoli. - Mi fa compagnia, - risponde serafico Guglielmo ai clienti che osservano il cane con inquietudine. - Il tuo cane puzza, - gli dice spesso Luca. - Mi fa compagnia, - è la inesorabile risposta. - Ma puzza. - Mai quanto la tua moto. E chi, dunque, se non Guglielmo che indossa sul torace rotondo panciotti sgargianti e papillon scozzesi, chi se non lui potrebbe dare un lavoro ad Antonia? E Luca subito a correre da lei, per darle la buona notizia, annullando impegni, spostando appuntamenti. E Antonia tace. Se ne andrebbe, Luca. Invece dice: - Grazie, mille grazie, mi hai tolto dai guai, Luca. Antonia non raccoglie il sarcasmo, non si infuria come lui si aspetterebbe ma - Non dovevi disturbarti, - risponde. - Ero già in trattative per un posto di interprete. Avevo telefonato da Monaco. Luca la guarda incredulo: - Ma quando hai... Vuoi dire che avevi già deciso di tornare? - e pensa al ritardo con il quale l’ha avvisata del funerale. - Insomma, saresti comunque tornata a casa? Anche se la mamma non fosse morta? - aggiunge. Antonia solleva lo sguardo dalla sua tazza di tè. E’ seduta sul tappeto, vicino al bambino che rimane assorto e lontano, perduto nel suo gioco. Si somigliano, scuri entrambi, tutti e due vestiti di rosso. Il silenzio ostinato di Antonia è già una risposta. Luca si agita sulla sedia e - Ma perché? E’ per il padre di Anapi che sei venuta via? - le chiede ancora. - E’ per lui? Dal silenzio di Antonia Luca ha la conferma che è così. Pag. 46 - Me ne vuoi parlare? Lei fa un cenno con la testa, - No, - e pulisce la bocca di Anapi sporca di succo di frutta, - No, non adesso. - Dimmi almeno qualcosa, dimmi come si chiama - e il pensiero di Luca corre a Sara e alle sue domande. A bassa voce, solo a bassa voce Antonia riesce a pronunciare un nome, perché il bambino non deve sentire e per fortuna non sente, perso com’è a sfogliare un vecchio quaderno con la copertina gialla a fiori rossi, e neppure lei vorrebbe sentirlo mentre lo dice... ... lui glielo aveva detto, il suo nome, al secondo casuale incontro, un incontro improbabile e sorprendente, non ai tavolini di un caffé né in una galleria d’arte ma tutti e due vicini allo scaffale degli addobbi natalizi del grande magazzino di Monaco. Antonia non lo aveva più visto dall’estate, ma non se ne era dimenticata e neanche lui, evidentemente, perché senza neppure guardarla troppo glielo aveva detto, il suo nome, e lei aveva un po’ rabbrividito sotto la pelliccia sintetica e forse era anche arrossita nel rispondere, perché temeva di essere banale, lei che non lo era mai stata, temeva che qualcosa di lei avesse la sgraziata volgarità di tutti quei globi di vetro rosso, oro e argento, delle stelle luccicanti, delle cascate trasparenti di ghirlande da appendere all’albero. La scioltezza di lui che le aveva parlato per primo l’aveva fatta sentire goffa e quella volta, per la prima volta nella vita di Antonia, il tuffo era arrivato inaspettato, contro i suoi piani, come se qualcuno l’avesse spinta. Lo stordimento era aumentato quando Byron aveva afferrato un centrotavola di pigne dorate e se lo era ficcato sotto il giaccone a scacchi prendendola sottobraccio. L’aveva poi guidata rapidamente verso l’uscita dicendole: - Questo è un omaggio gratuito per te. Vieni, andiamo a casa mia. Aveva riso per tutto il percorso, Antonia, sempre sotto braccio a lui ma letteralmente trascinata in una corsa scomposta quasi lei fosse un burattino con le gambe troppo corte e quando era entrata senza fiato in casa di lui, tre stanze dal soffitto basso, piene di collezioni di pipe, di brocche, di giocattoli di latta, aveva estratto dalla borsa una confezione di candeline rosse per stupirlo, per dirgli “Vedi? Sono alla tua altezza, Neppure io sono banale”, e gliele aveva date. - E questo è il mio piccolo omaggio per te. Gratuito anche questo. Un ladro, una ladra. Uguali. Quella notte Antonia aveva dormito nel letto di lui. Quella e tutte le notti successive. Pag. 47 Dopo due anni di convivenza nella casa di Monaco, Antonia che era sempre passata da un amore a un altro con estrema disinvoltura non era più padrona di se stessa. Viveva tra credenze e scansie traboccanti dei giocattoli di Byron che, scherzando ma non fino in fondo, faceva le sue raccolte maniacali di animali di latta, di soldatini di piombo, di cartoline, ma soprattutto incrementava il proprio egotismo e lo coltivava carezzevole nella stessa misura in cui, a tratti, diventava avaro di carezze per lei. E lei, la capricciosa, la caparbia, lo amava con una passione dolorosa, amava le pieghe amare che dalle radici del naso gli scendevano fino agli angoli della bocca, amava la sua barba ispida che gli dava un’aria malsana, i suoi capelli neri e lunghi fino alle spalle, la sua camicia a scacchi. Lo amava perché sapeva raccontare storie incredibili, perché non si lasciava ingannare, perché era incapace di amarla. Aveva smesso di lavorare nella gelateria, affascinata da quel vivere alla giornata: c’erano settimane di caviale e vini del Reno e settimane di pane e latte, c’erano giorni in cui lui scompariva e non dava notizie e giorni in cui bighellonavano insieme e rubacchiavano qua e là con spensieratezza. - Mi fai impazzire, - le diceva lui e la abbracciava con strette possessive e violente, ma subito dopo la allontanava con un gesto annoiato. La blandiva con parole d’amore e poi sapeva chiudersi in un mutismo cupo senza spiegazioni. - Signorina Senzatette, - la chiamava quando la misura del disprezzo diventava colma. Ci provava Antonia ad insorgere, ma non ne era capace. Era la prima volta. Ed era strano. Lo osservava e un calore bruciante le consumava, no, non il cuore, ma le gambe, l’interno delle cosce, e l’incendio la esauriva come cera che si scioglie, e lei dimenticava se stessa e non si chiedeva neppure cosa stesse facendo, ma era solo capace di implorare “Vieni, Vieni”, se lui non c’era, e di pensare “Guardami, Guardami”, se lui leggeva e la ignorava ostentatamente e sentendosi lo sguardo di lei sulla nuca restava estraneo alla sua richiesta con un’intenzione precisa, secondo un piano spietato e cinico, con indifferenza, già sazio di averla conquistata, a volte stanco di dominarla. Quando aveva provato a ribellarsi, Antonia non aveva trovato nei suoi occhi il timore di perderla e così era rimasta, prima per scommessa, per verificare chi sarebbe stato il più forte, poi per curiosità, per riuscire a capire chi era quel Byron che era sbucato dal nulla e che sapeva sparire nel nulla. Era vissuta in un’altalena di emozioni che si illudeva di padroneggiare, Pag. 48 perché fino ad allora era sempre riuscita ad aver la meglio su tutte le vertigini. Ma c’era in Byron qualcosa che non aveva calcolato: c’era la sua superiorità intellettuale, c’erano le sue citazioni colte che lei aveva provato a ridicolizzare come pedanterie, ma inutilmente perché lui sapeva anche spogliare le futilità più insulse della loro patina effimera e farne oggetto di analisi sofisticate con una prontezza incredibile. Smontava le cose che lei amava di più - un vestito, una canzone, un film -, ridicolizzava i deboli, disprezzava i disperati, si faceva beffe di tutto e dunque anche di lei. Trovava il suo ritmo vitale nella trasgressione, nella misantropia, nel disprezzo, nella seduzione che si sazia presto. Capovolgeva il significato dei libri che lei prediligeva, ne citava a memoria frasi intere che al suono della sua voce si snaturalizzavano di colpo diventando insulse. Antonia si trovò spiazzata. Incapace di sfidarlo su quel terreno, imparò ben presto a sue spese che anche la seduzione stava diventando un’arma spuntata. C’erano di tanto in tanto momenti di intesa, ma senza un vero affiatamento. E non era mai lei a guidare il gioco. - Te lo dirò sempre, Senzatette, ci sono cose dentro di me che terrorizzerebbero chiunque anche solo a sognarle, - le diceva. E osservandola da vicino vicino, la faccia incollata alla sua, ed era violenza, era già una violenza quel naso premuto contro la sua guancia, come per scherzo, come per finta, aggiungeva: - Sto citando Lord Byron. Lo sai chi è Byron, mio delizioso pleonasmo? “E’ un atteggiamento”, pensava Antonia, “Non può essere autentico, dovrà pur scendere sulla terra una volta tanto”. - Sei solo una pagina di cattiva letteratura, - provava a dirgli e, anche se preferiva di gran lunga quell’altro, lo sfidava chiamandolo con il suo vero nome, Davide, per dimostrargli un disprezzo che era invece amor proprio ferito. E così, quando si accorse di essere incinta, l’astuta Antonia, l’indipendente, la disinibita, pensò che quello poteva essere il terreno più idoneo a smascherare il presunto “maledettismo” di Byron. Fu soltanto una perdita ulteriore di potere e di dignità. Quando nacque il bambino fu subito chiaro che il suo roteare di braccia non avrebbe mai trovato nulla che valesse la pena di essere afferrato, e Byron se ne era già andato - Sì, sì, me lo hai già detto, un bambino, ho capito... Auguri, carissima. E chi è il padre? - lasciandola alla generosità dell’assistenza pubblica. Quattro mesi dopo tornò vestito di coloratissime giacche orientali, Pag. 49 improbabili per chiunque ma perfette addosso a lui, i capelli più lunghi, una valigia chiusa a chiave e un vistoso anello d’oro alla mano destra. Era entrato aprendo la porta senza suonare, senza bussare, padrone della casa, padrone di Antonia, il padre del bambino. - Eccomi qua, ridicolina. Il tuo Barbablù è di nuovo a casa! Cosa vogliamo fare? Dopo la paura per quell’estraneo che era penetrato in casa come un ladro, di notte, dopo il gesto istintivo di protezione, la mano sul bambino che si era svegliato per la luce accesa di colpo e che con gli occhi spalancati guardava il nulla, dopo aver provato a gettarglisi contro per tempestarlo di pugni in una colluttazione breve, senza parole, solo gli ansiti di lei fuori di sé, solo gli ansiti di lui che si difendeva senza fatica e con facilità le bloccava le braccia, appena un po’ indietro la testa per parare i colpi, e nei movimenti i capelli neri ondeggiavano, la bocca sorrideva, le parole - la mia ridicolina- passavano dal più spietato disprezzo alla più sorprendente tenerezza - così le pareva, così credeva -, dopo aver ripiegato la testa sulle sue spalle, era scoppiata in singhiozzi perché aveva riconosciuto l’antico male, il suo male oscuro, e si era dichiarata sconfitta. Nei tre anni successivi i misteriosi viaggi di Byron si fecero frequenti e prolungati ma nel cassetto dell’armadio non mancavano mai i soldi. Antonia era arrivata a un punto tale di avvilimento che durante una di quelle assenze decise di tornare a casa. “Per punirlo”, pensava. “Per mettermi in salvo”, in realtà. E quando il campanello squillò, prima due volte, poi a lungo, lei, svigorita e disperata, pensò che non gli avrebbe aperto, che avrebbe resistito ai suoi occhi neri, che si sarebbe sottratta al suo abbraccio, ma tanta determinazione fu inutile. Era solo il postino con il telegramma che ti annunciava la mia morte... E tu sei scoppiata a piangere e poi a ridere perché era il primo di aprile... - Allora, - riprende Luca, - se hai già trovato un lavoro, telefono a Guglielmo. - No, lascia stare, il lavoro non l’ho trovato. Va bene il tuo. - Sicura? E’ un lavoro part-time, così hai meno problemi con Anapi. - Sì, va bene. - Ti do l’indirizzo della libreria, puoi andarci subito, anzi è meglio che tu ci vada subito. Lo sguardo di Antonia si fa duro e Luca pensa “Ecco, adesso si alza e se ne va, adesso mi risponde che nessuno può dirle che cosa deve fare, adesso Pag. 50 manda all’aria tutto”. Invece Antonia aspetta che Luca le scriva l’indirizzo su un pezzo di carta e intanto si guarda attorno, come se cercasse qualcosa, e Anapi si avvicina a Luca e gli tende la mano piena di cannucce raggricchiate, un gesto che vale un discorso, che vuole dire “Ti ho visto, so che ci sei”. Luca fa per andarsene, poi ci ripensa e: - Antonia, tieni questi soldi, per adesso, me li ridarai quando... Antonia pensa al rotolo di banconote che ha nella borsa. - Hai capito dov’è la libreria? - continua Luca. Sì, sì, sì. - E’ proprio in fondo alla strada che... Sì, sì, sì. - Insomma, mi stai a sentire? - Ti sento, sì, è che io non sono brava come Ilaria a eliminare i fantasmi, e davanti allo smarrimento di Luca che non comprende, aggiunge: - Byron, lui, il padre di Anapi... Mi ha telefonato. - E cosa vuole? - Dice solo che sa dove sono, poi riattacca. Di notte. Due volte... Tre... C’è dell’altro. Di notte, ma forse anche di giorno. Antonia avverte la sua presenza ovunque, senza vederlo. Si sente seguita da lontano, tutte le mattine quando cammina per la strada con Anapi e la mano del bambino è finalmente nella sua, ma indocile, pronta a sciogliersi dalla stretta e lei deve essere rapida nel rincorrerlo ma solo per pochi metri perché subito il bambino si ferma incagliato in qualche sua fantasia che tenta di riprodurre nell’aria con un arpeggio di mani. E allora lei si volta all’improvviso per un formicolio che le percorre la testa e le spalle. Ma non vede nessuno. “Eppure lui c’è”, si dice convinta. Di giorno, forse, ma certamente di notte. Perché telefona quando il buio è più fitto, quando la luna scompare dal riquadro della finestra, - luna piena, luna rossa, luna clandestina - e lei vorrebbe fermarla, “Luna, non andartene così”. Telefona tutte le notti, - Vengo presto, aspettami - e lei sa perché l’ha seguita, non per amore, no, e neppure per il bambino. Le intimava - Toglimelo di torno! - quando le piccole braccia ruotavano e colpivano muri e mobili accompagnando un grido senza lacrime. - Portalo via - le diceva con la voce bassa mentre la mano forte calcava la massa dei riccioli di lei e scendeva sulla nuca per stringerla e, così stretta, la spingeva verso il letto, camminandole alle spalle senza parlare. Pag. 51 Antonia non riesce più a dormire. Antonia cammina avanti e indietro, tutte le notti, per tutta la casa, dalla porta alle finestre, dal lettino di Anapi alla libreria, senza accendere le luci, mordendosi le nocche delle mani e aprendo la bocca anche lei, come il bambino, senza urlare. - Ma dov’è? - chiede Luca allarmato. - E’ da Monaco che ti telefona o pensi che... - Non penso niente. Lascia stare, è meglio non pensare a niente, tu non c’entri, ho fatto male a dirtelo. Pensiamo ad altro. Il tono di Antonia è tornato brusco e categorico. Luca si alza infastidito. - Come vuoi, - dice, - allora pensiamo ad altro. Pensiamo alla libreria? Dallo sguardo della sorella capisce di essere stato eccessivamente sarcastico e stufo, stufo, stufo di lei. Antonia non risponde, si avvicina ad Anapi e non si volta a guardare Luca neppure quando lui se ne va seguito dallo scampannellio della porta e dalla spiacevole sensazione di non aver dato il meglio di sé. Dicono che i gemelli abbiano tra di loro un attaccamento fortissimo, ma Luca è certo che l’unica cosa che lo accomuna ad Antonia è l’essere nati lo stesso anno e lo stesso giorno. Sì, null’altro, penso, mentre qualcosa di bianco fluttua nel bianco. Pag. 52 MERCOLEDI’ Un bianco lattiginoso che non bagna. - La dottoressa Vegetti? - La stiamo aspettando. I due studenti che rispondono a Luca davanti all’aula di Sara lo guardano incerti valutando se sia il caso di prestargli un’attenzione superiore ai comuni standard della cortesia, poi decidono che Luca non ha nulla a che fare con il Dipartimento di Storia dell’Arte, di conseguenza neanche con loro, e riprendono a ripassare i loro appunti ignorandolo. E’ tempo di esami e Sara arriva a passo veloce, un po’ trafelata perché non si serve mai dell’ascensore, e accaldata perché la giornata è tiepida, quasi intorpidisce i pensieri. Luca si vede precedere dai due ragazzi e rinuncia ad andarle incontro. Rimane appoggiato alla parete finché Sara, allontanati i due dopo un breve scambio di frasi, lo raggiunge e gli dice sottovoce: - Credo di aver visto tua sorella. - Dove? - Appena fuori dalla libreria di Guglielmo. - Sì, può essere, comincia a lavorare domani. - C’era anche il bambino. Sara tace. Sembra attendere qualcosa, una frase, un commento. Lo guarda da vicino e un vago profumo di borotalco riporta Luca all’infanzia, e come nell’infanzia si sente sperduto, incerto su cosa si voglia da lui. Lo coglie uno straniamento che gli impedisce di collegare il sentore di borotalco ai seni abbondanti di Sara. La guarda interrogativo: - E? - Non mi avevi detto che il bambino ha dei problemi. Era tua sorella, vero? Magra, bruna, imbronciata. - Era sicuramente lei. Una pausa. Poi: Pag. 53 - Anapi è autistico. ... - Tua sorella ha un figlio, - gli aveva annunciato Ilaria, e lui non aveva voluto commentare né chiedere - E cosa intende farne? Lo porterà con sé in India? - e aveva guardato sua madre che si era girata di scatto verso i fornelli e tenendogli le spalle voltate gli aveva chiesto - Vuoi un caffé? - Sì, - aveva risposto lui, - senza zucchero, - e avevano bevuto insieme, seduti al tavolo della cucina, e - Non dirmi niente, non voglio sapere niente, solo questo: andrai da lei? Sua madre aveva scosso la testa, - No, sai come è fatta Antonia… Lui non era riuscito a tacere: - Chi lo sa perché si fanno i figli, - ma si era subito pentito quando sua madre gli aveva accarezzato la mano, una sola carezza ma prolungata, quasi una stretta, e gli aveva detto, ed era un congedo: - Farli... non farli… volerli... non volerli... è la stessa cosa, non c’è mai un motivo e ce ne sono mille... Sara appoggia la mano sulla sua spalla, la preme forte e: - Adesso ho gli esami, non mi posso fermare, ma possiamo vederci all’una, se vuoi. Luca fa un cenno affermativo e la guarda allontanarsi. Fatti tre passi, Sara ci ripensa, si volta di scatto e il suo vestito a pieghe le danza intorno alle gambe: - Ma tu mi aspettavi... Avevi bisogno? Nonostante qualcuno possa sentirlo, Luca risponde ad alta voce, e la sua gli sembra temerarietà: - Volevo solo darti un segnale di fumo. Sara sorride e il giallo del vestito irradia una luce che si fonde con lo scintillio degli occhi. Hai una impercettibile deviazione dello sguardo, un’inezia... Ma è un bene, perché così nessuno ti potrà pietrificare, respingerai gli occhi della Terribile proprio come lo scudo di Perseo. Purché questo avvenga prima della Grande Marea di neve. Quando scompare nell’aula chiudendo la porta dietro di sé, l’immagine di Luca nel corridoio la accompagna fino al suo tavolo. Sara si siede di fronte ai due studenti che indossano maglioni polari nonostante il caldo e li guarda. Sa già che dovrà faticare per far dire loro qualcosa di sensato, ma sa anche che Pag. 54 dovrà combattere per scacciare dalla mente la scena che ha visto mezz’ora prima... ... lontani, appena all’inizio del lungo portico, una giovane donna e un bambino: lei non gli dà la mano ma sta attenta a regolare il passo sul suo, pronta a fermarsi quando lui si ferma, pronta a riprendere il cammino, un metro, a sinistra, due metri, a destra, poi ancora una sosta, non davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli, non per accarezzare un cagnolino che trotta sul marciapiedi con la coda dritta verso l’alto, non per controllare l’attraversamento di una strada, ma così, a caso, secondo il capriccio di un pensiero incoerente. Un procedere da ubriachi, un singhiozzare di passi, una danza discontinua. Più avanti, nel mezzo del portico, fermo nel punto più in ombra, un mendicante coperto di stracci verdi guarda all’insù, la bocca aperta in una O di stupefatto smarrimento, e poi fruga in una lurida sacca di tela che porta a tracolla e consegna alla luce biglietti usati del tram e mozziconi di sigaretta. Fissa con sgomento la gente che gli gira al largo senza guardarlo, ma lui non chiede niente come se già da tempo avesse rinunciato a decifrare i segni. Non si aspetta più nulla. Rimane lì, fermo, concentrato su quella porzione di spazio e di tempo che gli è toccata in sorte e non sporge la mano per chiedere e ricevere aiuto. Quando la donna e il bambino gli passano accanto, si riscuote quietamente e senza strappi dalla sua fissità, ed è solo al bambino che si rivolge, il bambino che non lo guarda ma forse lo vede, forse lo ha visto, e ha la stessa O di stupefatto smarrimento disegnata dalla bocca aperta. - Bambino, Bambino, Dove vai? La voce del mendicante nasce roca dalla gola di cartavetrata. La donna ha come uno scarto e tenta di afferrare la mano del bambino senza riuscirci perché lui si divincola e continua il suo percorso da solo. - Ehi, bambino, da dove vieni? La voce del mendicante parte alta e poi si spegne in un sussurro. - Tutti i bambini hanno dei segreti. Li prendono dall’aria e li tengono stretti. Quante cose sai, tu, bambino? Quante? Ma non c’è risposta né del resto il mendicante sembra aspettarsela. Guarda la donna e il bambino che si allontanano chiusi in se stessi, come protetti da una bolla d’aria che li rende invisibili a tutti. Li lascia andare senza dire nulla, senza fare un gesto. Si rimette la sacca a tracolla e si allontana nella direzione opposta ai due... Sara, che si era fermata a guardare la scena da lontano, aveva ripreso a camminare di buon passo ma ancora sente che una parte di lei è rimasta là, Pag. 55 sotto quel portico, incerta, incapace di fermare la dimensione surreale che ha colto e di tradurla in qualcosa di familiare e leggibile. L’unico dato di realtà che ha registrato meccanicamente è il passo frettoloso di un uomo che l’ha urtata in una rincorsa, quasi un inseguimento, un uomo che procedeva svelto, che sembrava inseguire qualcuno, - la donna e il bambino? - e che le era sembrato, stranamente, ancora più surreale e incomprensibile... - Ripeti, per favore, mi sono distratta. E lo studente con il maglione blu guarda di sottecchi lo studente con il maglione verde, reprime una smorfia o crede di reprimerla e si prepara a riformulare la sua risposta cercando di migliorarla un po’. All’una in punto Sara esce dall’aula seguita dai due che si sono alleggeriti del maglione e di un esame di Storia dell’Arte e ritrova Luca nella stessa posizione e nello stesso punto del corridoio in cui l’ha lasciato. - Ma non ti sei mai mosso di qui? - Se non ti conoscessi potrei anche fare la fatica di risponderti, - dice Luca con un gesto pigro della mano, come se scacciasse senza convinzione una mosca importuna. - Se non ti conoscessi penserei che non lavori mai, - ribatte Sara precedendolo verso le scale, sicura che neppure lui prenderà l’ascensore, sicura di essere seguita. - E non avresti torto. Passo più tempo a casa di mia madre che a casa mia o in Facoltà. - Parlami del bambino. E’ grave? - Non so niente di preciso. Con tutto quello che è successo, non ho trovato il modo di parlarne a fondo con Antonia. Mia madre me lo aveva detto... ... gli aveva telefonato, un giorno, e senza neppure dire “Pronto”, senza preamboli, aveva annunciato con una voce incolore - Il bambino di Antonia non è normale - e senza aspettare un suo commento, senza neppure lasciargli il tempo di riaversi dalla sorpresa, aveva aggiunto – E’ colpa mia! - ed era scoppiata in singhiozzi... - Mia madre me lo aveva detto, ma non mi intendo di autismo. Lui sembra un bambino magico o un piccolo sapiente, sembra... Tu lo hai visto. - Sì, è molto bello, molto misterioso. Ha qualcosa di austero... Non parla, vero? - No, non dice nulla. E’ anche un po’ scoordinato nei movimenti, eppure in tutti i suoi gesti c’è una grazia speciale. - Ci deve essere un Centro specializzato in questi disturbi. Mi pare che sia a Milano. Vuoi che mi informi? Pag. 56 - Per adesso Antonia lo ha iscritto alla scuola materna di via Ardigò. E’ una buona scuola. La migliore. Lì il bambino potrà trovare… Ma neanche Luca sa se Anapi potrà trovare quello di cui ha bisogno, quello che cerca quando agita le mani nell’aria guardando altrove, sempre da un’altra parte, sempre dove non c’è niente da guardare... - Comunque, - riprende, - lascia che ne parli ad Antonia, prima. Temo che non veda di buon occhio il mio interessamento, sembra quasi gelosa... Eppure avrà bisogno di me se comincia a lavorare. - Non stai esagerando? Luca stringe il corrimano e lo sente sudicio e appiccicoso. - Voglio dire, - continua Sara, - non è necessario che tu ti faccia carico di tutto. - Probabilmente hai ragione, - risponde lui passandosi la mano sul tessuto della giacca, - ma è sempre stato così. Poi, per timore che Sara lo giudichi patetico, abbandona il tono lamentoso, allarga le braccia e recita con finta solennità: - Sempre stato così! Dal tempo dei tempi, signora! Sara esita qualche istante, poi il suo carattere prende il sopravvento e la risposta è sbrigativa: - A ben pensarci, so proprio poco di te, Arpo. Stanno scendendo le scale affiancati, lei una frazione di secondo più avanti, come sempre, e Luca si ferma e decide di dirle, anche se forse se ne pentirà: - Meglio così, credimi. Potrei schizzarti di fango il vestitino, Sara. Ma non c’è nulla che la spaventa e Sara voltandosi verso di lui risponde, ovviamente ridendo: - Non credo proprio! La devi smettere di pensare a me come a Biancaneve! Sei quasi offensivo. Piuttosto... - Piuttosto... Vediamo... Crudelia? - No, meglio una Cyberwoman! Luca pensa che Sara potrebbe essere davvero una replicante perché la passione non ha mai varcato la sua linea d’ombra, ma decide che quello non è un complimento e non glielo dirà. E quando arrivano alla grande porta a vetri del piano terra e lei chiede - Ristorante, Casa tua, Casa mia o... casa di Antonia? - Luca si impegna a sorridere ma quella che gli riesce è solo una smorfia che gli irrigidisce la bocca. - Casa tua, - risponde - è senz’altro più pulita. Da Antonia andrò verso sera. Ma senza di te. - Agli ordini! E quando me la farai conoscere? - Presto. E quando Sara domanda - Vi assomigliate tu e Antonia? - agli occhi di Luca Pag. 57 balza l’immagine della madre in cucina... ... quando era intenta a friggere, e si voltava verso di lui bambino e - Fermati sulla soglia, - diceva, - non oltrepassare la soglia, - e lui obbediente si fermava accanto allo stipite, incapace di fare un passo perché pensava che la cucina fosse un luogo per iniziati e quello della madre un rito misterioso, ed ecco che Antonia faceva un balzo in avanti, trasgressiva, e costringeva la madre a interrompere il lavoro per ricacciarla indietro... ... e allora Luca vorrebbe rispondere: - Ci deve essere da qualche parte una soglia che io non ho mai varcato e Antonia sì. E ancora dell’altro potrebbe dire Luca: “Veniva in camera mia e mi sussurrava all’orecchio... Faceva sempre un gioco... Mi diceva: - Io so una cosa che tu non sai, Io so una cosa che tu non sai - e mi mandava in bestia... La rincorrevo per tutta la casa, a volte riuscivo ad acchiapparla e le stringevo forte il collo ma subito allentavo la presa spaventato più da me stesso che dai suoi occhi spalancati e il ritornello riprendeva e io non le chiedevo neppure: - Cosa? - perché ero certo che lei non mi avrebbe risposto, che lei non sapeva un bel nulla, eppure me ne tornavo in camera chiudendo la porta e mi chinavo a guardare dal buco della serratura per scoprirla nell’atto di svelare o di nascondere il senso della vita”. Questo e molto altro vorrebbe rispondere a Sara. Invece si limita a dirle: - Non ci assomigliamo per niente. In realtà, né tu né Antonia avete mai capito nulla di divieti e di segreti. Quando entrano nell’appartamento di Sara, Luca non può fare a meno di paragonarlo al suo. - Vieni, entra. Non far caso al disordine. Si dice sempre così, non è vero? In realtà non c’è niente fuori posto. Nelle stanze ampie e poco luminose come in tutte le case della città vecchia, c’è un che di solido e di tranquillizzante, come se tutto, mobili, quadri, tappeti, avesse trovato la sua collocazione nel posto più “giusto” e naturale. - Puoi venire in cucina ad aiutarmi, così ti guadagni il pasto. La cucina è nella parte più lontana dall’ingresso, grande, spaziosa. - Ho dell’insalata da condire. Ti vanno gli spaghetti? Sugo al tonno e menta? Pag. 58 E’ già tutto pronto. - Sì, come vuoi. Ma che organizzazione! Come fai? - L’abitudine. Vivo sola, come te, non c’è un gran che da organizzare. - Non hai mai pensato di trasferirti? E’ così grande questa casa... - Cinque stanze! E’ vero, è grande per me, ma ci sono nata, non ci penso neanche ad andare via di qui. Dovrei buttare un sacco di roba se traslocassi in un bilocale come il tuo. Ma non potrei mai disfarmi dei ricordi di mio padre e di mia madre. Mentre parla, Sara si muove nella cucina senza sprecare un gesto, tutto calcolato, tutto armonico, semplice, facile. - E’ stato difficile per me perdere i genitori, anche se ero ormai piuttosto grandicella. Ti capisco, sai. - Non ti ho mai visto malinconica. - Oh, be’, non serve a nulla rimuginare, insomma, c’è il rischio di perdersi se... - Tutti pensano che tu... Luca si interrompe e Sara coglie la sua esitazione anche se sembra concentrata sulla cottura della pasta. - Lo so cosa pensano o, per meglio dire, so cosa pensi tu. Che ragazza fortunata è Sara. Che vita facile è stata la sua. Lo vedi che ho ragione? Anche tu, anche tu giudichi senza sapere. - No, non è vero. Ma la tua vita è stata sicuramente più allegra della mia. Devi ammettere almeno che i tuoi erano persone ben diverse da mia madre. Sara sistema il colapasta nel lavandino e infila le mani in due grosse manopole di cotone. Risponde solo quando la zuppiera di spaghetti è sul tavolo: - Siediti, è pronto. In che senso erano persone diverse? Luca si ricorda della madre di Sara. Se ne ricorda bene perché quel giorno era caduto dalla bicicletta e si era fermato in mezzo alla strada insolitamente deserta per osservare la carne scorticata del ginocchio e all’improvviso aveva sentito un vociare confuso e lontano che si stava avvicinando sempre di più finché gli era apparso il corteo, una schiera compatta di sottanone ampie e lunghe, rosse, blù, violette, decine e decine di donne con gli zoccoli di legno ai piedi... Ha ancora davanti agli occhi l’immagine della madre di Sara che cammina in prima fila, che alza e abbassa con regolarità cadenzata, secondo il ritmo degli slogan urlati, Tremate, tremate, uno dei tanti cartelli che la sovrastano e che sembrano avanzare sulla strada per moto proprio, come se nessuno li sostenesse e li agitasse, cartelli come vele fitte e colorate sopra un mare di teste e lui, un po’ per il dolore al ginocchio, un po’ per la paura che gli calpestassero la bicicletta e lo travolgessero, aveva rabbrividito davvero... Pag. 59 - Be’, tua madre andava in giro vestita come... Insomma, era multicolore tua madre! - Ah, sì, te la ricordi? Facevamo le elementari noi due... - ride Sara. - Mi sono divertita un sacco da piccola. Avevamo la casa piena zeppa di manifesti e di volantini. Ce n’erano dappertutto... E il patchouli, te lo ricordi il patchouli? - Appunto. Io non me lo ricordo, io non mi sono divertito per niente quando ero piccolo. - Tua madre però era lo stesso una donna non comune. - Mia madre era diventata Lady Scomparsa. C’era e non c’era. Luca ferma la forchettata di spaghetti a mezz’aria, quasi stupito di dire le cose che sta dicendo, ma gli occhi di Sara sono buoni e rassicuranti ed è facile continuare: - Sai, come quando hai a che fare con una persona che sembra ascoltarti e che in realtà pensa a tutt’altro. Ecco, lei era questo: una che pensa a tutt’altro. - Sapeva l’inglese a meraviglia! - Un po’ poco, non ti pare? - Sembra sempre poco quello che ci danno gli altri, ma forse... - No, no, non è questo. Lei mi ha dato molto, ma guardati attorno! Hai la casa piena zeppa di fotografie, tuo padre, tua madre, i nonni e chissà cos’altro. Io alle spalle ho solo gente che non ha lasciato impronte. Lei le ha cancellate tutte. - E tu? Non le hai mai chiesto niente? - Tu non conoscevi mia madre. “E del resto chi poteva dire di conoscerla?”. - Però ti manca. - Se è per questo, mi è sempre mancata. Poi, per timore che il discorso possa scivolare sui padri, Luca si affretta a chiedere: - Mi offri un caffé? Sara gli chiede a sua volta: - E non vuoi anche dell’acqua, per caso? Luca capisce al volo: anche se lei si mantiene seria, è solo apparenza. C’è, dietro gli occhi che brillano, c’è quel guizzo, quell’allusione, quel sorriso divertito che significa “Ti sarà venuta sete a furia di parlare! Una volta tanto! Benvenuto nel mondo di Parolandia!”. Lui decide di non raccogliere la provocazione, è già pentito di aver parlato tanto di sé. Come al solito prova fastidio per la vivacità pungente di Sara e di nuovo si sente osservato al microscopio. Così si limita a rispondere serio: - No, solo caffé, grazie. Pag. 60 Sara riempie la moka. Anche lei sembra aver capito al volo che Luca non ha voglia di scherzare. “E quando mai ne ha voglia?” sembra dire il suo broncio indispettito. Lo guarda. Gli versa il caffè nella tazzina senza commenti e forse spera che lui se ne vada subito. Pag. 61 UN GIORNO Uno qualsiasi, di alabastro. Due giornate di pioggia scrosciante hanno rinfrescato l’aria e fatto arretrare la primavera che era sembrata trionfare nella settimana precedente. La città, messa a nudo da un cielo terso che la rivela in tutti i suoi particolari e permette a chi la percorre di distinguere le guglie e le torri più lontane come attraverso una lente di ingrandimento, profuma di bagnato. La lunga fila dei bambini, a due a due, avanza composta, a due a due, sul lungolago. Nei loro giacchini rossi e berretti con la visiera, tutti alla stessa altezza, quella del parapetto, procedono silenziosi, così taciturni che persino il mutismo di Anapi non ha più nulla di ossessivo e si confonde nella luce diffusa. Luca che passava di lì per caso li ha visti, si è fermato e ora li osserva dal lato opposto della strada: sembrano tutti uguali, si tengono per mano, ma uno no, lui no; avanza da solo, la testa voltata di lato, ed è così che forse vede Luca e si ferma, come in un’istantanea bloccata; miracolosamente sembra quasi allargare le braccia e tenerle aperte come un pupazzo di stoffa sbilanciato in un equilibrio precario. Luca attraversa la strada di corsa e lo raggiunge, lo tocca appena in uno sfioramento leggero che dura un attimo. L’insegnante si avvicina allarmata e sospettosa e - Non si preoccupi, Sono lo zio di Anapi, - le dice Luca, e quella risponde - La mamma di Anapi si è raccomandata di non farlo avvicinare dagli sconosciuti, - e Luca sorride, - Lo vede che mi riconosce, - e quella ribatte - Sì, ma anche l’altro giorno ha riconosciuto un signore che si è avvicinato, e si è messo a urlare e sembrava davvero terrorizzato, - e allora Luca - Quale signore? Com’era? - e lei - Non saprei, era piccolo di statura, con i capelli molto scuri, un po’ lunghi, - e lui - Ha detto qualcosa? - e lei, perplessa, - Ha solo detto “Che bambino delizioso!”. Mi sono allontanata alla svelta con Anapi e naturalmente ho riferito tutto alla signora, c’è qualcosa che non va? -. Luca muove la testa in segno di diniego, - Grazie, no, grazie, - e anche se inutilmente si rivolge ad Pag. 62 Anapi, - Vai, adesso, vai con la tua maestra, oggi vengo a trovarti, - e il bambino rimane serio ma sembra essersi fatto più docile e riprende il suo posto nella fila. Dal lungolago alla libreria nuova di Guglielmo la strada è breve, ma non tanto da impedire a Luca di riflettere sulle parole che dirà ad Antonia. Dovrà essere cauto. Attraversa la piazza camminando sull’acciotolato diseguale e passa davanti al teatro, accanto al drappello di persone in attesa davanti alla biglietteria. Si infila nel vialetto fiancheggiato da alberi che il Comune ha appena messo a dimora e si sente stanco come se tutto quel germogliare di platani e di tigli gli costasse uno sforzo personale. Gli pare che la cartella diventi sempre più pesante e la passa nell’altra mano. Quando arriva davanti alla libreria e si specchia nell’ampia vetrina che dà sulla strada, si vede curvo, piegato, e raddrizza le spalle. Antonia lo vede entrare, lo saluta con un cenno della testa e continua il suo lavoro. Alla cassa la fila delle persone è nutrita ma paziente. - Sei in casa, oggi? - le chiede Luca a voce bassa. - Sì, perché? Il tono di Antonia non è solo distaccato, è totalmente, inequivocabilmente privo di curiosità e ha la stessa malagrazia con cui lei infila i libri nelle buste e dà il resto ai clienti o fa scorrere la carta di credito nello scanner. Luca pensa che non è simpatica e che farà perdere clienti alla libreria. Una donna lo guarda indispettita, sospettosa che lui voglia soffiarle il posto nella fila, e Luca è costretto ad alzare la voce mentre si allontana: - Ti devo parlare. Antonia non risponde subito, continua a registrare e impacchettare per qualche minuto e alla fine, senza guardarlo, Vieni dopo le quattro, dice. Luca sta per uscire ma è fermato dalla voce di Guglielmo che gli si avvicina: - Ehilà, Pauper. Ha cominciato a salutarlo così, per scherzo, negli anni dell’Università, quando Luca si era trasferito nel suo appartamento di due stanze e all’inizio non aveva neppure il tavolo e le sedie, solo un materasso che fungeva da letto e da divano. - Pensavo che fossi nell’altra libreria. Passavo di qua per... Luca è a disagio, ma Guglielmo non gli lascia il tempo di finire la frase. - No, là ho lasciato il commesso e Avatar, se la caveranno alla grande. Qui c’è un gran da fare... Sei dei nostri domani sera? - gli chiede mentre gli agita sotto il naso un libro piuttosto voluminoso. Quel libro. Pag. 63 - Ma come! - aggiunge vedendo che Luca lo guarda interrogativo. - Ci sarà la presentazione del romanzo di Aimone Fieschi. - Ah, sì, è vero, - si affretta a rispondere Luca. - Te ne sei dimenticato. Luca legge nelle parole dell’amico un rimprovero, un’accusa di ingratitudine, e pensando ad Antonia risponde proprio il contrario di quello che vorrebbe dire: - Ci sarò. - Bene. Lo sai che è il grande ritorno di Fieschi dopo anni che non pubblicava più nulla. Fieschi è un personaggio, merita di venirlo a sentire. - Ma il libro com’è? - Vuoi il parere del libraio? - No, dell’amico. - Allora te lo leggi per conto tuo, - e glielo ficca tra le mani voltandogli le spalle per rispondere a una cliente che già da un po’ gli si è avvicinata per ricevere un consiglio. E’ in quel momento che Luca si ricorda di averlo già visto, quel libro, maltrattato e abbandonato in casa di sua madre. Una copertina blu notte e il titolo “In silenzio” in grandi caratteri grigi. Se lo rigira tra le mani, legge il risvolto di copertina e sta per fare un commento ma Guglielmo, che ha capito le sue intenzioni, scuote la testa e - Niente da fare, - gli dice ridendo. - E non leggertelo qui come fai sempre, compralo e portatelo a casa. Luca si avvicina alla cassa e porge il libro ad Antonia che dopo aver guardato il titolo glielo restituisce. - Ce l’ho. Te lo do io, non comprarlo. Luca glielo rimette in mano. - No, preferisco prenderlo. - Hai deciso di contribuire al mio stipendio? - gli chiede Antonia controllando lo scontrino. - Ricambio il favore a un amico. E’ giusto, non trovi? Luca non aspetta la risposta di Antonia, esce e si dirige verso la Facoltà sperando di fare ancora in tempo a vedere Sara. La trova nella sua stanza, infatti, china sulle fotografie e sui disegni delle Gorgoni che coprono interamente la scrivania. “Come sei bella con quel golfino azzurro”, le direbbe volentieri, ma non lo fa. - Arpo, che sorpresa! Ti credevo scomparso. Ti ho avvelenato con i miei spaghetti? Non ti ho più visto da allora... Pag. 64 - Hai ragione, hai tutte le ragioni. Senti, sono passato davanti al teatro poco fa e mi sono ricordato… Ci vai domani sera? - No, non c’era più neanche un biglietto, mi sono mossa troppo tardi. Potrebbe dirgli “E’ colpa tua!”, ma non lo fa. La settimana prima, infatti, Sara gli aveva chiesto - Vieni con me al concerto? - e senza aspettare la sua risposta che tardava, come se la conoscesse già, aveva aggiunto in fretta - Io ci vado -. - Allora sei libera. Verresti con me da Guglielmo? C’è Fieschi che presenta il suo libro. Sara potrebbe rispondergli - No, grazie, - e invece commenta: - E’ ancora vivo Fieschi? Sono almeno dieci anni che non pubblica più niente. Poi osserva Luca per un po’, roteando una matita fra le dita e: - Ci sarà tua sorella? e ancora: - Perché sorridi? Luca trova il coraggio di dirle: - Perché tu fai sembrare tutto così facile. Poi, in fretta, per paura di essersi scoperto troppo, per paura di doversi scoprire di più, le chiede avvicinandosi alla porta: - Allora, vieni? - Perché no? E prima che lui chiuda la porta dietro di sé, quasi come una minaccia, quasi come una rivalsa, lei aggiunge: - Dopodomani vado a Venezia. Starò via due settimane. E poiché non ottiene risposta, aggiunge: - Forse di più. Rimasti soli, tutti e due si chiedono cosa stia loro succedendo. Ma uno solo di loro pensa: ”Siamo personaggi senza vita”. Dopo le quattro, gli ha detto Antonia, e dopo le quattro Luca sale le scale, le stesse dove da piccoli lui e sua sorella scivolavano col sedere sui gradini consumati facendo a gara a chi arrivava prima. - Non vale, tu hai i pantaloni, scivoli meglio - protestava l’Antonia di allora con le cosce nere di sudiciume sotto la sottana corta dopo aver sobbalzato sul marmo chiaro. Non valeva mai nulla per lei, le regole del gioco cambiavano come le faceva comodo, perciò Luca la lasciava da sola, nauseato, e si rifugiava in camera a leggere. Ma lei lo seguiva, apriva la porta con violenza e la maniglia sbatteva contro il muro che ancora presenta una ferita profonda Pag. 65 nell’intonaco, e dopo aver urlato - Vuoi fare il grande, ma hai solo sei anni come me, Stupido, Stupido, - aggiungeva con malizia: - Io so una cosa che tu non sai, Io so una cosa che tu non sai, ed era inaudito come se ne andasse poi chiudendo la porta piano piano, con la consapevolezza di un’attrice esperta che esce di scena. Eppure Luca si sentiva grande davvero e anche adesso, un attimo prima di premere il dito sul bottone del campanello, si sente in dovere di essere grande pensando ad Anapi che non parla ma ha bisogno di aiuto. Antonia gli apre la porta massaggiandosi la testa bagnata con una salvietta di spugna. - Entra. Mi sono lavata i capelli. Anapi è di là, sul tappeto. Sembra che stia ascoltando qualcosa. L’unico rumore che si sente è il gorgoglio della moka che proviene dalla cucina, ma Anapi, assorto e immobile, guarda da un’altra parte con la faccia rivolta alla finestra. Stringe tra le mani un quaderno, il taccuino, consunto. - Cos’è quel lerciume? Gliel’ho già visto in mano un’altra volta. Non è molto igienico. - Mah, sembra un vecchio quaderno di scuola, - risponde Antonia tornando in bagno a pettinarsi. No, è un diario. - Non puoi toglierglielo? - Figurati! Se lo porta persino a letto. Gli piacciono i colori della copertina. Gli piace la carta, gli piace l’odore della polvere, - grida Antonia dal bagno. Quando esce ritrova il suo tono spazientito: - E poi il medico mi ha detto di lasciarlo fare. Si siedono circospetti, distanti, concentrati sulle tazzine di caffè, sui cucchiaini, sullo zucchero. - Gli ho portato delle matite colorate, - dice Luca per rompere il silenzio. Antonia le prende e le mette da parte senza guardarle, si porta alle labbra la tazza e: - Perché sei venuto, Luca? Risponde a bassa voce, Luca, un po’ per non farsi sentire dal bambino che pure non si è ancora accorto della sua presenza, un po’ per delicatezza, per timore che lei lo interrompa, e racconta senza pause quello che ha scoperto la Pag. 66 mattina, quello che gli ha detto la maestra d’asilo sul lungolago. - Era lui, vero? Ma cosa è successo? Con chi ti sei messa, Antonia? Che razza di uomo è? - le chiede alla fine. Antonia non risponde subito, passa la mano sul tavolo per togliere inesistenti granelli di zucchero e lo guarda. - Vedo che qui non è cambiato molto, mancano solo le geremiadi di nostra madre. - Sei stata tu a dirmi che ti minaccia per telefono... Permetterai che mi preoccupi! E adesso il bambino! Cosa possiamo fare? - Cosa “possiamo” fare? Niente. “Io” non voglio fare niente. E neanche “tu” farai niente, almeno per ora. Luca sorvola sul sarcasmo di Antonia, e insiste: - Ma è qui, è qui a Mavezia. Antonia si alza, prende una sigaretta e si guarda attorno alla ricerca di un accendino. - Si stancherà, se ne andrà, - dice. - Sta solo giocando, mi sta mettendo alla prova. Non gliene importa nulla di me, non gliene importa nulla neanche di Anapi. “E’ dei soldi che gli importa” pensa Antonia e poi aggiunge: - Appena smetterò di aver paura mi lascerà, perderà ogni interesse. - Antonia, se dovesse succedere qualcosa al bambino... Lei ha un moto di dispetto inevitabile. - Ma sentilo! E se gli fosse successo qualcosa prima, al bambino? Al “mio” bambino? Cosa avresti fatto, l’avresti impedito? Luca si ammutolisce, ma quando sorprendentemente Antonia gli tocca la mano con un gesto stanco, si chiede come mai sua sorella, malgrado le sue parole impetuose, sembri così debole e rassegnata. - Possiamo rivolgerci alla polizia, - le suggerisce guardandola di sottecchi. - No, - risponde, - no, - dice soltanto, e dà un’occhiata al bambino che con fatica spinge la mano rigida per tracciare serpentine di colore sul foglio. Pag. 67 LA TERZA MISURA DEL BIANCO L’ALBA DI UN GIORNO IMPORTANTE Un chiarore che abbagliandoti occulta. Le tre sono un’ora strana, non più notte, non ancora giorno, un’ora inutilizzabile, quando il cervello non riesce a ingranare i pensieri e però non può neppure ritornare alle plaghe del sonno, un’ora da mangiatori di loto, un’ora dove tutto è il contrario di tutto, dove la realtà sfuma i suoi contorni e le stanze di albergo ti rimandano addosso tutta l’estraneità che avverti nel coricarti in un letto dove altri, innumerevoli altri, si sono coricati. Aimone Fieschi si gira e si rigira nel letto, scalcia via le lenzuola, si scopre e si sveglia definitivamente. Sporge il braccio a cercare l’interruttore, accende la luce e controlla l’orologio mentre un accesso di tosse gli impedisce il respiro. Le tre sono passate da poco, troppo presto per mettersi a leggere, troppo tardi per rivestirsi e scendere al bar dell’albergo a bere qualcosa. Eppure tutto va a gonfie vele, perché agitarsi, perché non dormire? Bisogna pensare a qualcosa di positivo, bisogna allettare il sonno, adescarlo con un sorriso, abbandonarsi alla soddisfazione del successo raggiunto, dire a se stesso che si è ancora in auge, che il tempo dello scoramento e dell’invidia per il successo altrui è passato, che gli anni del silenzio si sono chiusi alle sue spalle per sempre, che si scriveranno ancora tante storie, altri libri. Ma non è così. Quanto tempo gli rimane? Pag. 68 Quanto da vivere, quanto per l’amore? Gli anni sono scivolati via troppo velocemente, a tradimento. Il corpo si è appesantito e anche la mente si è afflosciata in una stanchezza greve e disperante. E’ vecchio. E questo è il suo ultimo libro. Per fortuna nessuno lo sa, nessuno lo può immaginare che lui non riuscirà a scrivere più niente. Tutte le parole del mondo sono ancora a sua disposizione, milioni di parole, ma lui non riuscirà più ad afferrarle e a metterle in fila disciplinate e obbedienti, perché non ha più nessuna storia da raccontare. Non c’è più nessun personaggio inedito, nessun evento che non si verifichi prima che lui l’abbia pensato, come se la vita avesse preso il suo posto e si rivelasse la narratrice più fertile, pronta e sorprendente. Lui le ha già raccontate tutte le storie degne di essere raccontate. Cosa c’è altro da dire, da scandagliare, da raccontare? Più nulla. Questa è la sua ultima storia. Tutto quanto è un enorme equivoco, lui stesso è un equivoco, un gigantesco inganno. Si sente come un cappotto rovesciato. Ma è necessario richiamare il sonno. Non è meglio allora pensare solo al presente e godersi questi giorni di viaggio da una città all’altra? Non è più sensato credere all’entusiasmo degli altri che ascoltare la propria inquietudine? Domani? Domani avverrà un altro salvataggio inaspettato, bisogna sperarlo, bisogna crederci. Verso l’alba si riaddormenta e si ritrova in mare aperto, un oceano color del piombo, senza fine e in tempesta. Vede e si vede: è solo, scalzo, e naviga su una zattera rudimentale inclinata sul piano delle acque e in procinto di sfasciarsi. La notte gli preclude la vista della linea dell’orizzonte. Onde gigantesche e rabbiose minacciano di ingoiarlo insieme al fasciame. Eppure tutto è stranamente silenzioso. Il sogno ha cancellato il fragore del mare ma non l’orrore né la disperazione. Terrorizzato, chiuso in una sordità oscura, lui guarda sorpreso il se stesso che invece trova il coraggio di lottare contro il vento che non fa rumore. E’ nudo, stremato, ma l’altro, che è uguale a lui, che è lui, si sente un gigante: tenta di sfruttare la dinamica delle onde che lo sospingono indietro e le cavalca, prova a superarle rimanendo in equilibrio sui tronchi scivolosi della zattera, si aggrappa ai cordami quando una raffica di vento più potente delle altre lo atterra e se lo vuole ingoiare, riesce a scivolare sui marosi, indenne, senza neppure bagnarsi. In piedi, urla contro la violenza del mare per sfidarlo senza paura. Pag. 69 Si sente invincibile. Alla fine le correnti veloci lo conducono in porto, salvo. Il suo doppio è scomparso, c’è solo lui, adesso. E ha vinto! Al risveglio, ha ancora le immagini del sogno davanti agli occhi e non riesce a distoglierne il pensiero. Quella scena, quel naufrago con il braccio teso, quello sfondo livido e angosciante, gli sono familiari, li ha già visti da qualche parte... E’ La Medusa! Sì, “La Medusa” di Gericault, sciocco. Se ne ricorda all’improvviso, del quadro, mentre si rade in bagno davanti allo specchio, con lentezza, nello sforzo di aprire le palpebre aggrumate dalla sostanza vischiosa del sonno e nel tentativo di concatenare la nebulosa dei pensieri in un intreccio logico e ordinato. Con le forbicine si taglia i peli che spuntano fitti e robusti dalle narici e sorride. Sì, va meglio, molto meglio. Sopravviverà al naufragio. Quando esce dall’albergo e sosta per qualche momento sul tappeto rosso il mondo gli appartiene ancora e ha lo stesso profumo asciutto e rassicurante del suo dopobarba. E poi, sì, c’è ancora qualcuno, per strada, che lo studia incuriosito e che mostra di riconoscerlo. Si guarda attorno inspirando forte la prima sigaretta del nuovo giorno e si incammina con entusiasmo. La città nuova è un gigantesco e invitante origami di vetro: ai piedi delle costruzioni altissime e traslucide, otto grandi anelli concentrici d’acqua, tagliati da quattro vie radiali, circondano una grande calotta azzurrina di titanio. Tutto lo attrae, tutto lo sorprende, tutto brilla di una luce inusitata. Dunque sarà così il mondo nel nuovo millennio?, si chiede cedendo il passo a un gruppo di indiani diretti al Centro delle Comunicazioni, E come sarà quando io non lo potrò più vedere? pensa contemplando le strutture di acciaio della torre della Scienza. Dal limite estremo del grande Orto Botanico contiguo all’Università, due lunghe piste ciclabili, affiancate da canalette d’acqua trasparente, corrono parallele alla strada di grande traffico e prolungano per un tratto il prodigio dei verdi e dei blu che Aimone Fieschi si lascia alle spalle. Davanti a lui, non lontano, si profila la città vecchia chiusa nel suo sipario rosso di mura; la raggiunge e si addentra in un ricamo di vicoli stretti. Suo malgrado si trova a rallentare il passo: i muri che rasenta emanano odore di muffa, le finestre inferriate sono ricoperte di ragnatele, la polvere delle strade è spessa come sabbia. E neanche un’anima in giro. Pag. 70 “Dio, qui probabilmente non nasce più nessuno da anni, si celebrano solo funerali e chissà se c’è qualcuno che fa ancora l’amore dietro i portoni chiusi”. La sensazione di abbandono gli è intollerabile e avverte subito una strana pesantezza alle gambe. Si volta e torna sui suoi passi, la visiterà più tardi, forse, un’altra volta, adesso ha voglia di bere qualcosa, e nei paraggi non c’è neanche un bar. Abbandona velocemente la solitudine più perfetta delle vecchie strade e si dirige verso gli esaltanti quartieri di quella strana città doppia e bifronte. La sera stessa affronta compiaciuto la platea numerosa che affolla la moderna libreria Orizzonti. La vetrina illuminata senza risparmio continua ad attirare altre persone che si fermano incuriosite e decidono di entrare. L’odore di morte che lo ha oppresso nella città vecchia è già stato dimenticato. Siede trionfante al centro di un tavolo stretto e lungo; alla sua destra il direttore della libreria, Guglielmo Manfredi, un uomo corpulento e imperturbabile, e alla sua sinistra il critico letterario del quotidiano locale, un certo Ponzi, un uomo della sua età, calvo e con l’alito mefitico, che piegandosi pericolosamente verso di lui gli chiede: - Le hanno fatto avere la mia recensione? Sì, l’ha avuta, gli ha dato la rassegna stampa una brunetta molto interessante, quella che adesso è in piedi in fondo alla sala dietro all’ultima fila di seggiole, tutte occupate, già. - Senta, io intendo ricalcare quello che ho scritto sul giornale. Non so se... L’impazienza del pubblico diventa palpabile. - Cominciamo? - chiede allora il critico, e senza aspettare una risposta d’assenso dà inizio alla presentazione: - Il romanzo si apre con l’ingresso delle tele di Klimt nelle sale della Nona Esposizione Internazionale d’Arte e contemporaneamente con lo sbarco a Venezia della protagonista, Mary, che nel 1910 è ancora una bambina... Le sue parole arrivano alle orecchie di Fieschi solo ad intervalli, come fastidiose interferenze che ostacolano il corso dei suoi pensieri. Fieschi sente che il romanzo che ha scritto è ancora vivo dentro di lui, e lo ripercorre frase dopo frase. Non ascolta la voce di Ponzi, ma quell’altra, quella che non gli dà tregua, che lo tortura di nuovo, allo stesso modo in cui lo ha torturato nelle sere senza via d’uscita, quando si sforzava di dare corpo ai suoi fantasmi... “... sì, una bambina, solo dodici anni, ma una grande esperienza in fatto di mari e di fiumi: una bambina che durante tutta l’infanzia aveva galleggiato serenamente sulle acque del Tamigi, dell’Oceano e lungo le coste del Pag. 71 Mediterraneo. L’acqua lagunare che l’aveva accolta il giorno del suo arrivo, però, era un’acqua speciale, non in corsa come quella dei fiumi, non inquietante e profonda come quella dell’Oceano che provoca le vertigini e pericolosamente attrae chi la fissa dal ponte di una nave, ma un’acqua scherzosa, capricciosa, imprevedibile nel lambire sciabordando i gradini muschiosi delle case e delle piazzette, senza direzione, sempre nuova nei colori del blu e del verde, alta, bassa, un tappeto di gondole, a volte torbida nei piccoli canali, a volte trasparente e chiara verso le sabbie del Lido. Le era piaciuta immensamente...” La voce di Ponzi ha un che di petulante: - In effetti nel romanzo di Fieschi abbondano i riferimenti alla pittura e approfitteremo della sua presenza qui, questa sera, per chiedergliene ragione e forse non sbaglio nel dire che è proprio Venezia ad avergli suggerito le molteplici connotazioni pittoriche che dànno colore a tante pagine... Venezia, infatti, ha un ruolo di protagonista nelle vicende del romanzo e già dalle prima pagine viene descritta con le sue suggestive vie d’acqua attraverso gli occhi di Mary... “... sì, Mary amava l’acqua e per qualche anno aveva continuato a fantasticare: sognava di essere una sirena, una creatura grondante dai capelli, dalla pelle e dalle squame, contenta dei propri occhi che in certi momenti diventavano tanto chiari da sembrare trasparenti, e dei capelli che avevano la sinuosità delle alghe marine, peccato non il colore, peccato non fossero turchesi, peccato che fossero rossi. Il suo connubio con l’acqua era però ben presto finito, - lui lo aveva fatto finire -, già l’anno dopo del suo arrivo a Venezia, quando un pittore che le aveva cominciato da poco il ritratto si era gettato dal piano alto di Palazzo Pesaro, dove aveva il suo studio, proprio mentre lei si trovava lì sotto, a passeggio con la madre Violet che l’aveva raggiunta da Londra...” - Per Mary il trauma è forte, - commenta Ponzi guardandolo come a cercare una conferma, e anche la brunetta sembra molto attenta e lo fissa dal fondo della sala. Fieschi raddrizza la schiena e ricambia lo sguardo. Il critico continua: - Per la prima volta Mary si scontra drammaticamente con la promiscuità innaturale di Venezia... “... sì, si scontrò con l’ostentata contraddizione tra la fluidità delle acque e l’immobilità solida della pietra sulla quale andò a sfracellarsi il corpo Pag. 72 dell’infelice pittore. Da quel momento Venezia perse ai suoi occhi le trasparenze di una città traforata e diafana e si tramutò nella concrezione minerale e granitica di un disegno severo. Le pietre di Venezia prendevano il sopravvento sull’elemento liquido. Mary crebbe di colpo, perse l’innocenza e insieme ai vestiti di tela azzurra abbandonò anche ogni fantasticheria e la propensione per l’acqua. Ormai era più interessata alla ricostruzione del Campanile di San Marco che non alle feste sul Canal Grande. Maturava in lei un principio di scetticismo che si sarebbe tramutato in durezza con il passare degli anni...” - Il secondo e fatale avvenimento è lo scoppio della guerra, la prima terribile Grande Guerra... “... sì, quando i treni affollati di reclute attraversavano le città di tutta Europa tra echi di bande militari e sventolio di bandiere, e la gente applaudiva eccitata, Mary non tradì la sua natura britannica e non partecipò all’ubriacatura collettiva. L’esaltazione giovanile della guerra apparì da subito a lei e alla sua famiglia come una fatale sciocchezza. E mentre tutto il mondo sembrava preda di una illusione eroica e romantica, era alle cose pratiche che Mary dedicava la sua attenzione: quando cominciarono i primi bombardamenti e Venezia venne infagottata dai sacchi di sabbia che proteggevano le facciate delle chiese e perse così tutta la sua bellezza, Mary si diede a controllare che in casa le persone di servizio coprissero i mobili con lenzuola usurate e avvolgessero i lampadari di vetro con grandi fogli di carta come se volesse riprodurre nel proprio appartamento il destino della città. Quello che vide durante la guerra, feriti distesi sulla paglia, cenci intrisi di sangue, la mancanza di morfina, di cotone, di bende pulite, l’odore di iodoformio e di acido fenico, soldati senza mani, senza mento, le gambe spappolate, il sangue che gocciolava senza posa dalle barelle al pavimento, tutto questo, e soprattutto la distruzione del soffitto degli Scalzi, poco distante da casa sua, la prosciugò e la inaridì del tutto: da creatura acquatile si trasformò definitivamente in una giovane donna rigida, il busto stretto nelle stecche del corsetto, refrattaria alle morbidezze degli abiti di Fortuny, il cuore poco incline alle tenerezze, la volontà tutta protesa a rimanere ben salda sulla terraferma. In questa disposizione d’animo, a guerra finita, sposò Paolo Piermarin, un medico dotato di un bel paio di baffi folti e di una generosa misura di galanteria. Lo conobbe durante il lavoro volontario di crocerossina che si era risolta a svolgere nell’ultimo anno di guerra, quando i feriti arrivavano sempre più Pag. 73 numerosi sui carri merci e tutte le ragazze di buona famiglia sembravano decise a imitare le arciduchesse in costume da infermiera che avevano visto sulle foto dei giornali. L’intenzione di Mary era quella di limitarsi prudentemente a scrivere cartoline azzurrognole con il lapis copiativo per i soldati feriti, ma nei momenti di emergenza si trovò costretta a condividere con loro il fetore dei disinfettanti e delle feci. Il dottore la vide per la prima volta mentre lei era in piedi, immobile, vicino a una fila di letti dove rimanevano per ore uomini sudati e intrisi di sangue. La massa dei capelli rossi, il mento aguzzo e lo smarrimento degli occhi glauchi di Mary lo commossero. E se ne innamorò...” - ... e bellissima è anche la narrazione dell’incontro tra Mary e Gabriele D’Annunzio che soggiornava in quel periodo alla Casina delle Rose. Ma sono anni infausti... Mentre il critico parla ad un pubblico attento che non dà ancora segni di stanchezza, Fieschi osserva incuriosito e vagamente sospettoso l’uomo che, entrato da poco, si affianca alla brunetta e sembra avere con lei una grande familiarità. Non resiste e - Come si chiama la sua commessa? - chiede sottovoce a Guglielmo che dal tavolo fa un cenno di saluto all’uomo e contemporaneamente risponde: - Antonia Stephen. “Che strano”, riflette Fieschi. E sempre sottovoce aggiunge: - Qualcosa a che fare con Virginia Woolf? Guglielmo lo guarda soprappensiero. Non ha capito. - Era Stephen il suo cognome da ragazza... - si affretta a precisare Fieschi Virginia Stephen... C’è qualche parentela? - ma non sente la risposta perché in quel momento il critico che sta solleticando la sua vanità lo guarda, reclama la sua attenzione e sembra volerlo coinvolgere. - ... Mary ricambia l’amore del medico? L’autore non ce lo dice, ma comprendiamo che a soli dieci anni dal giorno del suo arrivo a Venezia, la città non è più la stessa e lei è vertiginosamente cambiata... “... sì, era cambiata, era inaridita al punto che quando la madre Violet morì colpita dalla epidemia di spagnola, lei strinse le labbra, raddrizzò le spalle e non versò una lacrima. Mary divenne l’emblema di una metamorfosi: dall’umidità dell’acqua, dei sentimenti, della fragilità, della disposizione alle fantasticherie, alla durezza di cuore. Quando si sposò - lunghissimo il corteo degli sposi e degli invitati in gondola, Pag. 74 su un mare di una compiacente tranquillità, bellissima la sposa con una cuffietta di perline in testa e con uno strascico che sembrava la coda di una sirena - ricevette come regalo di nozze, tra gli altri, il busto di una Medusa che venne collocato in una stanza tappezzata di stoffa turchina, tra un camino, uno specchio, una scacchiera e la dormeuse. Negli anni immediatamente successivi, mise al mondo due figli, un maschio e una femmina, a dodici mesi di distanza l’uno dall’altro, ma la sua vita non si ridusse a questo, fu una vita intensa e interessante: frequentò Pound a Palazzo Barbaro che era diventato il centro della comunità inglese, conobbe il pittore Cagnaccio di San Pietro quando lui era a Venezia, ma poverissimo, non ancora conosciuto e ridotto a fare il decoratore, tant’è vero che Mary venne ritratta sì, ma dal marito, anche lui pittore non spregevole, con un mazzolino di violette nella scollatura... Il mondo esterno a Mary era quello dei cartelloni pubblicitari della grappa e dell’anisetta, dei balli di beneficenza al Circolo dei Commercianti, dei Café chantant, dei camerieri in marsina, del tiro al piccione all’Hotel Excelsior... Erano gli Anni Venti: le donne avevano il taglio alla Bubi e le sottane corte, i giovani abolivano i baffi, si imponeva la moda dei balli cubani, la moda del nudo, era tutta un’epoca anarchica, incredibile, pervasa dalla frenesia e dagli eccessi. Ma da tutto questo, Mary era lontana anni luce. E anche nel decennio successivo il suo temperamento inglese la preservò da qualsiasi tipo di delirio. Mary era una donna ricca che non ostentava la propria ricchezza e rifuggiva da qualsiasi forma di notorietà. Con la fronte ombreggiata da un largo cappello di paglia ornato di fiori, osservava da lontano l’enfasi del mondo al quale apparteneva, di casa ovunque ma estranea a tutto, in special modo a donne stravaganti come la Marchesa Casagrande che amava passeggiare in piazza San Marco con un leopardo al guinzaglio. Con l’età Mary raggiunse un tipo di bellezza severa: la irritavano le raffinatezze esagerate quanto la mancanza di eleganza, partecipava con calma misurata a partite di tennis, a feste, a balli. Veleggiava con la sua veletta viola tra campi e campielli, disponeva sulla consolle in una fila ordinata un branco di elefanti d’ebano arrivati dall’India, si preoccupava che il cretonne che rivestiva le poltrone fosse candeggiato con regolarità, che nelle stanze non mancasse l’acqua calda quando occorreva, che nessuno avesse il cattivo gusto di parlarle di cose intime, così spaventosamente attenta a non perdere il controllo. Mary restava fedele a se stessa, una signora sprezzante, ricca di rendite e di lasciti, l’ultimo dei quali le era arrivato inaspettatamente da una zia morta a Bombay. Pag. 75 Una signora che neppure dopo il discorso della regina dalla scalinata del Milite Ignoto si sognò di donare la fede alla “Patria”. Una signora che rimase indifferente al clamore suscitato dalle nozze di Umberto di Savoia con Maria José e da quelle di Edda Mussolini e Galeazzo Ciano. Una signora che il 12 febbraio 1932 non si sintonizzò sulle onde della radio vaticana per ascoltare la voce del papa trasmessa per la prima volta. - Sono cose che fa la mia cuoca, - diceva. Una donna superba? Una donna inglese? Una donna di pietra? Nel 1935 Mary restò vedova. Aveva solo 37 anni e il nero le donava. I suoi figli crebbero in un circuito di affetti che la escludeva o da cui lei si escludeva: amatissimi dal padre, dopo la sua morte si incamminarono su strade tutte loro, tenendosi per mano, ma l’aridità di Mary fu il deserto nel quale finirono per perdersi. I pensieri, i giorni e le notti di Federico e Virginia viaggiarono su strade sconosciute alla madre, strade solitarie e percorse da un’eccitazione segreta, strade d’acqua solo per loro. L’emotività di Federico venne letta da Mary come un segno evidente di eccezionalità e di intelligenza. Virginia invece commise l’errore di manifestare oltre alla natura visionaria dei pensieri anche quella sensuale del corpo. Era bella Virginia, con i capelli rossi e i tratti delicati della madre. Ma la linea del collo, i polsi sottili e gli occhi distanti non si prosciugavano e tutto era in lei scandalosamente umido. Tutto eccessivo. Smodate le parole, esaltati gli sguardi, smisurata la sensibilità. - A volte penso che sia colpa dello scirocco. Quando soffia, aumenta la muffa sui muri e l’argenteria ingiallisce. Mia figlia è vittima della salsedine, - si confidò Mary, un giorno, con il medico di famiglia. Salsedine o meno, ben presto, persa di vista la linea della terra, Virginia si avventurò al largo, in mare aperto, e il suo ambizioso navigare solitario divenne stravaganza superba e indecente agli occhi di tutti. Mary non lo tollerò e la confinò nella solitudine delle stanze di casa. Pur di uscirne Virginia si rese colpevole di molte stranezze, ma una soprattutto ne decretò la condanna definitiva: rimase incinta e non volle rivelare il nome dell’amante di cui nessuno seppe mai nulla. Scivolò in uno stato di prostrazione e di follia che i bagni freddi non riuscirono più a curare. Protetta dalla sua corazza, Mary guardava la figlia e non la vedeva. Pag. 76 Forse non la vide mai veramente. Quando nacque la bambina, decise di tenerla con sé e fece internare Virginia nel manicomio di S. Clemente. Era il 1940. Era il mese di aprile. In maggio Federico venne trovato riverso sul divano di velluto rosso, la testa scoppiata da un colpo partito dalla pistola del padre. In giugno Mary si preparò ad affrontare un’altra guerra con la nipote che non le somigliava e con il cuore di pietra...” - Ho svelato molte parti del romanzo non solo perché sono sicuro che tutti qui lo abbiano già letto, ma anche perché i capitoli dedicati a Mary, che pure sono numerosi e avvincenti, sono in realtà la premessa al vero tema del libro di Fieschi. Abbandonata Mary, l’autore si dedica interamente a Virginia e qui, nella seconda parte, le scene, il linguaggio, i dialoghi, pochissimi del resto, la cifra stilistica, tutto, tutto cambia. Troviamo delle pagine indimenticabili, pagine oniriche, atmosfere al limite del gotico e del romanticismo esasperato… La brunetta è più concentrata che mai, si compiace Fieschi cercando di assumere un atteggiamento tra il modesto e l’indaffarato, e prende a scribacchiare sul foglio continuando a guardarla di sottecchi. Il pubblico segue attento. La maggior parte delle persone sedute di fronte a Fieschi sono donne, un vasto campionario di giovani, anziane, bionde, brune, alcune serie, altre compiaciute del proprio sorriso appena accennato come si conviene in un’occasione pubblica, altre ancora con la testa inclinata come se solo in quella posizione fosse possibile concentrarsi sulle parole del relatore, ma Fieschi sorvola su tutte quelle teste e torna con lo sguardo su Antonia e solo su Antonia. A Fieschi che continua a osservarla, Antonia appare indifferente all’uomo in piedi vicino a lei. Lui, molto vicino, continua a guardarsi intorno nervosamente, come se cercasse qualcuno. Lei invece è attenta alle parole di Ponzi, ma fredda, le labbra strette in un’unica linea incolore. “Chissà a cosa sta pensando, chissà a quale tipo di donna appartiene”. Fieschi continua a cogliere solo brandelli del discorso di Ponzi, parole solitarie, frasi prive di conclusione, ma finge di ascoltare con attenzione, appoggiando il mento sporgente sulla mano stretta a pugno e socchiudendo gli occhi. - La parola “folle” deriva dal latino “follis” che alla lettera indica il pallone, il sacco vuoto, il sacco pieno di vento... E appunto di follia parla il romanzo... ... ma la storia... è qualcosa di più, più violenta di qualsiasi altra storia Pag. 77 analoga, perché ambientata in anni in cui la pazzia era spesso un cinico espediente per liberarsi di persone solo eccentriche o scomode o... “... sì, si affacciava alla finestra quasi nuda, in sottoveste, le calze ripiegate sulle caviglie, e stendeva le braccia tese in alto, inclinava la testa di lato così che la massa pesante dei capelli rossi arrivava a raggiungerle la vita. Giungeva dal canale una schiera di gondole o di altre imbarcazioni come ad un appuntamento e qualcuno rideva e schiamazzava al suo indirizzo, qualcun altro invece taceva perché non sapeva sottrarsi al mistero di tutta quella bellezza demente e grottesca. Lo spettacolo durò finché una mattina le imposte della finestra furono inchiodate. Con il tempo, sul davanzale di marmo corroso nidificarono due colombi...” - La follia prende le forme del delirio, e delirio etimologicamente significa “uscita dal solco”. Ma quale solco? Quello tracciato dalle convenzioni sociali, dalla rigidità di una borghesia perbenista, un solco che in tutte le epoche e in tutte le società il Potere con la P maiuscola ha imposto con la forza esplicita o con le sottili arti persuasive dell’ipocrisia. Si potrebbe pensare, allora, che il romanzo di Fieschi sia una denuncia politica e sociale, come quelle che siamo stati abituati a leggere nel suo primo grande romanzo, quello dell’esordio, o in altri suoi racconti e nei suoi numerosi articoli sempre graffianti ed efficaci... Invece no, perché... L’attenzione di Fieschi è ancora una volta catturata dall’arrivo di una donna, troppo bionda e troppo procace perché possa piacergli, che si ferma in fondo alla sala. Fieschi non può sentire quello che sussurra al suo vicino che sembra accoglierla con sollievo. La brunetta, invece, quell’Antonia, rimane dritta e rigida e guarda proprio lui, “guarda proprio me!”, pensa lo scrittore che di nuovo è chiamato a ricomporsi e a darsi un contegno. - ... questa è anche una vicenda romantica, un po’ dannunziana forse... “... sì, tutto attorno a lei era nobile, confortevole e vagamente dannunziano: tende pesanti e ricche di drappeggi, tappeti orientali soffici e spessi, cuscini imbottiti, coperte trapuntate... Eppure era solo un’imitazione di bronzi cinquecenteschi, una Medusa, l’oggetto che attirava i suoi sguardi e che alimentava le sue paure proiettandola in un deserto di pietra dove camminava a piedi nudi...” Pag. 78 - ... perché l’autore ha abbandonato la freddezza descrittiva che caratterizzava i suoi primi romanzi per sostituirla con un’ambiguità potente e densa che si può paragonare, oserei dire, all’intensità indecifrabile degli oracoli greci. A lettura ultimata, il romanzo di Fieschi “In silenzio” ci mette nella stessa condizione di chi nell’antichità interrogava l’oracolo e riceveva una risposta talmente illuminante da risultarne accecato. E finalmente la vera conclusione, pensa Fieschi, ricevendo e distribuendo applausi. Antonia continua ad attirarlo come se il suo pallore... gli sembra più pallida, sì, o forse è l’effetto delle luci al neon... in ogni caso il suo pallore ha un magnetismo che lo incanta. Vicino a lei l’uomo e la donna bionda non hanno fatto altro che parlare per tutto il tempo. Ma è arrivato il turno del pubblico, non si può più distrarre. Si prepara a rispondere alla domanda che teme di più: - Come mai tanti anni di silenzio creativo? A fargliela è un ometto piccolo e occhialuto con un leggero principio di balbuzie; a mano a mano che risponde, Fieschi si raddrizza sulla sedia, poi si alza in piedi. Sa di essere imponente, di avere una voce calda e tutte le arti della retorica come frecce al proprio arco. La sua risposta trascina la platea femminile in un entusiastico applauso, mette a tacere l’ometto e conclude la serata. Rimangono solo gli autografi da vergare con l’inchiostro verde della sua stilografica, firme e dediche scritte con mano veloce e determinata mentre gli sguardi di ringraziamento a chi si congratula con lui si alternano alle occhiate a quella brunetta, quella Antonia, guardaunpo’, Stephen. Pag. 79 Un bianco infastidito dal ronzio... In fondo alla sala, Sara ha deciso già da un po’ che la faccenda sta diventando noiosa e si rivolge a Luca sottovoce: - Insomma, Arpo, com’è questo romanzo? Bello o brutto? Come faccio a saperlo? Mi hai parlato all’orecchio tutto il tempo... vorrebbe replicare Luca, ma lei, senza aspettare la risposta e sporgendosi a guardare Antonia, chiede: - Mi presenti a tua sorella? Antonia le stringe la mano senza particolare entusiasmo e dà un’occhiata a Luca. - Come ti ha chiamato? Luca risponde a denti stretti, guardando davanti a sé: - Arpo sta per Arpocrate. - E sarebbe? Luca è costretto a rispondere anche se è l’ultima cosa al mondo che vorrebbe fare. - E’ il dio del silenzio. Antonia non fa in tempo a commentare perché Guglielmo le fa cenno di portare al tavolo altre copie del libro che sta andando a ruba e, con grande sollievo di Luca, si allontana. - Non le sono simpatica, vero? - chiede Sara. - Devo ancora trovare qualcuno che sia simpatico ad Antonia. - Forse qualcuno c’è. Guarda un po’ là in fondo. “Oh là là, la Garbo ride!”, pensa Luca. Antonia non ride, è vero però che sorride chinandosi appena verso Fieschi che prende dalle sue mani i libri da autografare e la osserva dal basso verso l’alto, lui seduto, Antonia in piedi, ma vicinissima a lui, così vicina da apparire ancora più esile in confronto alla figura massiccia dello scrittore che intanto dispensa firme, ringraziamenti e sorrisi. A Luca che li osserva i due sembrano prendere uno strano rilievo nella sala che si svuota, con le ultime comparse in uscita, con Guglielmo e il critico in disparte, e Antonia e Fieschi come due protagonisti, figure senza contorni precisi di un quadro nel quale a campeggiare sono solo il blu della giacca di lui e il giallo del vestito di lei, Pag. 80 due macchie di colore pieno a tutto tondo. - Non c’è più nessuno, avviciniamoci al grande uomo, vieni, - lo esorta Sara strizzandogli un occhio. - A fare che? No, senti, è imbarazzante, non ho nemmeno letto il libro... - Sarà ancora più divertente, no? A quel punto Guglielmo lo chiama con un cenno della mano e anche Ponzi mostra di essersi accorto di lui. Non è possibile fare altrimenti: dribblate le file di sedie in una gincana faticosa che lo fa sentire ridicolo, arrivato al tavolo, Luca lascia che Sara si avvicini da sola allo scrittore e si dirige a sinistra, verso Guglielmo. - Buonasera, Pauper. Allora? Un tuo parere... Per fortuna Ponzi risponde al posto suo: - Serata riuscitissima, pubblico caldo, un successo! Luca non ha il coraggio di confessare che non ha letto il libro. “E neanche ho ascoltato un granché”, pensa. Ma Guglielmo torna alla carica: - E Fieschi? Cosa ne pensi? - Fieschi è molto alla mano, - risponde Luca indicando Sara e Antonia che parlano e scherzano con lo scrittore. - Più che altro gli piacciono le donne! Gli occhi piccoli e lucidi di Guglielmo brillano di malizia ma Luca vi legge sotto sotto una parallela malinconia e un disappunto rassegnato. Intanto il gruppetto dei tre all’altra estremità del tavolo è molto animato, troppo, e ciascuno di loro sembra quasi recitare una parte. Ma quale? Lo scrittore sta corteggiando una delle due, certo, ma chi? Sara, maestosa quanto Fieschi, che gli parla guardandolo dritto negli occhi, sottilmente divertita nel provocare la sua vanità o Antonia che tiene la schiena dritta forse per sembrare anche lei più alta? E’ uno strano gioco di stature, di eccitazione sotterranea e di divertimento sottile. Luca si sente invaso dal malumore. Fieschi sta facendo la ruota, ha alzato la voce e parla con una sicurezza ostentata: - No, niente politica in questo libro, il fascismo solo sullo sfondo, sarà un segno dei tempi, sarà una mia involuzione, e non lo credo, diciamo un’evoluzione, fatto sta che mi sono alleggerito della mia vecchia armatura... - Del resto la caduta del muro di Berlino è stata una cesura netta… Luca dà un’occhiata a Guglielmo e ha la certezza che tutti e due stanno pensando alla stessa cosa, a un Fieschi giovane e capellone, con i fogli di Lotta Continua sotto un braccio, con il megafono accostato alla bocca e con il Pag. 81 suo bravo eskimo. E tutti e due valutano la sua giacca di buon taglio che gli scivola a pennello dalle spalle ampie e diritte. In quel momento Sara si volta verso di lui, gli sorride e lo chiama. Sarebbe davvero infantile negarsi, farle segno di no, dispettosamente, così Luca si stacca a malincuore da Ponzi e da Guglielmo e si avvicina lentamente ai tre. - ... sì, è vero, le città tedesche, anche quando sono cariche di storia, sembrano sempre nuove, perfette, come fossero vestite a festa, anche perché in gran parte sono state ricostruite... Ma davvero sei vissuta a Monaco otto anni?... Luca non riesce a trattenere un moto di sorpresa: sono passati al tu? Così presto? - ... nooo, per le città italiane è diverso. La vostra Mavezia, per esempio, è tagliata in due o meglio è bicipite, per così dire... La parte vecchia, ci sono passato proprio nel pomeriggio, gronda passato e trascuratezza, mentre quella nuova, affascinante, veramente affascinante, fa parte a sé, non c’è osmosi tra le due, vecchio e nuovo, due mondi che non si parlano... - ... ah, sicuramente, Venezia... ... sì, certo, durante la prima stesura del romanzo, per qualche mese... ... ah, lei va a Venezia domani? “Dunque il tu è per Antonia! A Sara, Fieschi si rivolge con il lei,” pensa Luca che non sa se esserne sollevato o meno. A un tratto Fieschi sembra accorgersi che in quel teatrino di parole e di sguardi Luca è una comparsa trascurata. Allora, pur continuando a guardare Antonia, si rivolge a lui gentile, condiscendente, come un principe generoso di sé: - Sua sorella mi ha detto che siete gemelli, - e non ricevendo risposta aggiunge: - Vi assomigliate ben poco però. Luca sta quasi per commentare che Antonia è stata veloce a familiarizzare, a entrare in confidenza, a parlare di sé, e tutto nel giro di pochi minuti, ma Sara lo previene: - Ma certo, Luca è unico, lo sanno tutti. Fieschi, neppure un accenno compiacente, distoglie lo sguardo da Sara e parlando ad Antonia, solo ad Antonia, continua con sussiego: - Mi ha sempre affascinato il tema del doppio, della specularità, delle corrispondenze sotterranee... Sara sorride e Luca ha la certezza che lo scrittore prova per lei una sorta di fastidio come se pensasse “Sei un’intrusa”. E’ ormai evidente che Fieschi vorrebbe essere solo con Antonia e che lui e Sara sono di troppo. Qualche metro più indietro Guglielmo ascolta rassegnato il critico Ponzi che parla senza interruzioni, visibilmente seccato di essere stato messo in disparte da Fieschi. Luca scambia con l’amico uno sguardo d’intesa. Pag. 82 “Quanto è noioso questo qui!”. La mimica di Guglielmo è così eloquente che si trasmette persino al suo papillon scozzese afflosciato e tristemente spento. “Quanto è pomposo questo tuo fenomeno di scrittore!”, gli manda a dire di rimando l’occhiata di Luca. Intanto Antonia ha ripreso a parlare di città e osserva che, tornando, ha trovato la nuova Mavezia sorprendente e Mavezia vecchia cambiata e però ancora familiare, ma non le strade, le strade no, dice, le strade hanno nomi che lei non ricorda più e che le fanno perdere l’orientamento, e Fieschi commenta - Una città con strade senza nome, affascinante idea, ma immagino che provochi una sorta di stordimento. Il gesto di Fieschi è appena accennato ma inequivocabile: un sospetto di carezza, uno sfioramento lieve dei capelli di Antonia, un’accelerazione nel respiro. Luca guarda sua sorella e tutto gli sembra chiaro. E decide che no, che non lo permetterà, che è ora di intervenire. - A che ora deve andar via la baby-sitter? - chiede come per dire Non hai più vent’anni, Stai flirtando sotto gli occhi di tutti senza un briciolo di dignità, Non è più tempo di amorazzi intrapresi in allegria, Non è il caso di catturare nuove prede. L’attimo di silenzio che segue appare talmente lungo che anche Guglielmo e il critico, all’altro capo del tavolo, si accorgono che c’è un che di insolito e smettono di parlare, si voltano incuriositi verso di loro come aspettando qualcosa e anche Sara guarda Luca con una domanda negli occhi, “Perché? Cosa significa?” mentre Fieschi quasi trattiene il respiro e non si decide a lasciarlo andare finché lo fa, con sollievo, quando alla fine di quell’interminabile attimo Antonia, per nulla impressionata, spiega imperturbabile e senza imbarazzo che a casa l’aspetta il suo bambino e poi guarda Luca con una luce di trionfo negli occhi come se gli dicesse “Vedi? Sei solo tu il pavido, te ne sei dimenticato? Non sai ancora che non mi fermerai? Che niente mi può fermare? Che io -devo- parlare con lui?” e così tutto viene ricondotto alla normalità e Fieschi si dimostra più incuriosito che a disagio per l’allusione di Luca e Sara tace e tutti sembrano dire “In che mondo vivi, Luca? Perché prendi tutto così sul tragico? Cos’è che ti dà fastidio? Non sai che la vita è questa? Uomini, donne... e i loro giochi”. Ma Luca non cede, non vuole accettare la sconfitta e rilancia guardando Fieschi negli occhi: - E lei? Ha dei figli, lei? E’ mai stato sposato? C’è qualcosa di greve che va assolutamente allontanato, una provocazione offensiva, quasi una sfida, e Fieschi si rivolge all’unica persona che può aiutarlo, Pag. 83 hai riconosciuto in Sara la leggerezza del volo, la capacità di distogliere lo sguardo per guadagnare la vittoria ed evitare di essere pietrificati, ed è a lei che si rivolge e lo fa giocando a carte scoperte, ed è così che risponde, con uno scherzo, per gioco, con disinvoltura, certo della propria impunità: - No, sposato mai, ma chissà, potrei avere dei figli in giro per il mondo, forse anche dei gemelli, - e, come si aspettava, Sara ride e Luca tace sconfitto. Antonia lo fissa scura in volto. Poi, nel giro di qualche minuto, tutto si muove: Luca, al pari di uno spettatore di teatro distratto, perde qualche movimento di scena, qualche battuta, e si ritrova al braccio di Sara, già fuori dalla libreria, senza sapere come. Voltandosi vede attraverso la vetrina l’interno illuminato, vede il critico che si congeda con una stretta di mano, qualche movimento di labbra mute come quelle di un pesce nell’acquario, e vede Antonia vicino a Fieschi. Guglielmo, a braccia conserte, sembra anche lui l’ultimo spettatore salito sulla scena dalla platea, incuriosito e sconcertato perché gli attori che dovrebbero tornare alla vita vera intendono invece continuare la loro finzione fuori dal teatro, ancora e ancora e ancora. - Cosa ne dici? Hai contato quante volte ripete “affascinante, affascinante”? Non è divinamente insopportabile? - chiede Sara fermandosi anche lei, anche lei a guardare cosa sta accadendo dentro la libreria, le luci che si abbassano, la sagoma di Guglielmo che prende dal cassetto il telecomando per la saracinesca, Fieschi vicino ad Antonia, lei vicino a lui. - E non è anche insopportabilmente vecchio? - commenta Luca prendendo il braccio di Sara per allontanarsi, per non essere raggiunto dai tre, o dai due?, che si apprestano a uscire in strada. - Vecchio? Non per Antonia. Mi pare che ad Antonia non dispiaccia, dopo tutto. - Dunque l’hai conosciuta, come mi avevi chiesto. - Come sei severo! E anche un po’ bacchettone. Non mi è piaciuta per niente la tua uscita infelice: “A che o-ra va via la ba-by-si-tter? L’imitazione di Luca è talmente riuscita che Sara stessa scoppia in una risata allegra e aggiunge: - Insomma, tua sorella è una donna libera, no? - Non del tutto. - Be’, sicuramente non deve render conto... - C’è un piccolo particolare, - sbotta Luca. - Antonia ha un bambino, ed è un bambino malato. Pag. 84 - Ma è anche una donna giovane, puoi davvero pensare che smetta di vivere? E poi, in una sera bella come questa! Sara si scioglie dal braccio di Luca, avanza di qualche passo, si ferma. Quando si volta verso di lui, Luca sta ancora guardando verso la vetrina della libreria. Sara lo affianca leggermente obliqua e il suo tono è a metà tra il paziente e il rassegnato: - Oh, senti, non sei il padre di tua sorella! - Giusto! “Sono forse io il custode di mia sorella?”. Si accorge subito, Luca, di non essere stato spiritoso, se ne accorge perché Sara si passa una mano tra i capelli con un sospiro. - Sei uno sciocco. E tu? Non pensi mai un po’ a te? A Luca piacerebbe che lei aggiungesse “E a me, a me non ci pensi?”, ma Sara non lo fa. Se lei adesso non lo lasciasse così bruscamente - Domani vado a Venezia. Ci vediamo al mio ritorno, se ti va -, se lei tornasse al suo braccio e se, anzi, lo abbracciasse, lui riuscirebbe a non pensare più ad Anapi né alle telefonate minacciose ad Antonia che in quel momento (la vede con la coda dell’occhio, girando di poco la testa) sta andando verso casa, piano piano, insieme a Fieschi. Pag. 85 Opacità del bianco. Qualcosa si calcifica. E’ notte fonda, un sospiro appena prima dell’annuncio dell’alba, quando Aimone Fieschi esce dalla casa di Antonia. Cammina spedito verso la città nuova e l’albergo, su marciapiedi deserti, passando accanto alle saracinesche chiuse dei negozi. Anche al buio la città vecchia ha lo stesso aspetto squallido e polveroso del pomeriggio. C’è una misura di irrealtà nei muri che lui sfiora passando e che si trasferisce nel suo corpo facendogli perdere consistenza. Fieschi è scontento di sé come gli succede spesso quando ha ecceduto nel bere. -E’ troppo giovane, - pensa di Antonia. Bella, bellissima e giovane. Quegli occhi strani, nerissimi e piccoli come punte di spillo. Quel muoversi a scatti, quel sedersi e quell’alzarsi improvvisi, quasi senza ragione. Storia chiusa, comunque. Tra qualche ora se ne tornerà a Milano, finita la serie di incontri nelle librerie. C’è solo da sperare che le vendite del suo libro continuino a smentire le riserve di molta critica. Il tuo libro! Non è tuo, non è il tuo libro, non è la tua storia. Tutte le volte che lo hai presentato in pubblico, ti sei guardato intorno con il timore che qualcuno si alzasse in piedi e ti puntasse l’indice contro urlandoti Impostore! Impostore! Non è successo, per tua fortuna. E poi, per tranquillizzarti, dici a te stesso che le storie appartengono a chi le racconta. Già, ma la storia della giovane veneziana folle l’aveva raccontata qualcun altro prima di te. E non a te. E il volto di chi te l’ha riportata, te lo sei dimenticato. Forse sta riaffiorando ora, senza che tu lo voglia? Devi riconoscerlo: hai compiuto un furto. L’apparizione sorprendente di una bicicletta che avanza da sola sulla strada Pag. 86 sconcerta Fieschi. Per un attimo si chiede come possa aver bevuto tanto. Solo dopo qualche incerto momento di stupore riesce a distinguere sulla sella un africano nero come la notte, vestito di nero, che pedala veloce sulla bicicletta troppo bassa per le sue gambe lunghe. Il buio nel quale va a nascondersi la sua corsa senza contorni è più fitto di quello che circonda lo scrittore. E’ ancora notte, è una notte che non si rassegna a staccarsi dal suolo, a svaporare tra i muri, è una notte che somiglia, forse, così sembra, a quelle di tanti anni prima, un milione di anni prima, quando aveva stretto fra le braccia quella donna sconosciuta, disperata, bruciata da una ribellione impotente, quella donna di cui ha presto dimenticato il nome. Eppure, eppure... Due sconosciuti... Tu non potevi sapere, non potevi capire. Avevo bisogno di uno sconosciuto per disconoscere me stessa. Prima di salire sul treno, avevo camminato per un po’ come una sonnambula ed ero passata davanti a una chiesa: la porta era spalancata sul buio delle navate. Ero entrata, come avevo fatto tanto spesso nella mia vita, ma stavolta con un’esitazione nuova, consapevole di ogni mio passo, e mi ero fermata subito di fronte ad un’impalcatura altissima, leggera e trasparente come un ricamo, addossata contro la parete dell’abside. Sospesi nell’aria, due giovani restauratori: una lei e un lui. Avevo contemplato ammirata l’horror vacui degli affreschi, tutto un pullulare di figure, di sporgenze discrete di stucchi dorati in forma di angeli. Mi ero girata su me stessa, più volte, accompagnata dalla musica dell’organo e infine lo avevo visto, lui, l’organista, che provava e riprovava con tentativi tenui e interrotti. La chiesa era tutta sua: le panche e gli inginocchiatoi erano stati accatastati ai lati e lasciavano sgombra la navata centrale dove io avevo preso a girare, girare, girare. Ero al centro di un vortice di lunotti, di vele, di timpani dispensatori di luce. Per un momento, dimentica, avevo raggiunto una specie di estasi. Ero uscita di nuovo, all’aperto, con estrema riluttanza senza sapere più chi fossi. Ma non sarei più entrata in una chiesa, mai più. Fieschi percorre un ampio portico basso e ogni colonna che supera gli fa da segnatempo, come una pietra miliare che calcola il numero degli anni, dei mesi e dei giorni e non le distanze nello spazio. Era giovane lui, allora. Pag. 87 Era al primo anno di Università. Lo aveva incuriosito quella ragazza composta che gli sedeva di fronte in treno, nessuna valigia, con una disperazione straniante con una disperazione negli occhi cerchiati che lui non aveva neppure tentato di capire fino in fondo. Né avresti potuto. Non ti ho detto “tutto”. Nel ricordo confuso che ne ha ora, Fieschi ricorda solo un orologino d’oro appeso a una lunga catenella al collo di lei. E aveva cominciato a parlarle, lo faceva sempre con tutte le ragazze che incontrava per la sete che aveva di loro. Lei lo aveva ascoltato senza interloquire. Lui aveva davanti a sé il pubblico migliore che si possa avere, silenzioso, che non contesta e non rettifica, una preda facile, una che cercava aiuto, una che non sapeva dove andare, una che si sarebbe rivelata una fonte di sorprese, una che sembrava una pagina di letteratura più che una donna vera, una docile, una che non gli piaceva neppure tanto, una che aveva studiato senza capire una virgola di quello che aveva letto, un’erudita senza spessore, ma con un bel paio di gambe e, se ne sarebbe accorto più tardi, senza problemi di soldi. Scesi dal treno era stato facile portarla con sé, lei sembrava volerlo. Un po’ di vino. E poi una settimana da esistenzialista, un’esperienza insperata, un’avventura da sottrarre agli altri, da nascondere all’avidità curiosa degli amici, qualcosa per lui solo, un percorso carnale e intellettuale senza emozioni, una settimana passata con lei, una donna più vecchia, le tasche e la borsa piene di soldi, una donna fuggita da qualcosa di insensato e di irreale. Insensato ma non irreale. Non ti ho detto il peggio. Ed è stato un bene, ne avresti ricavato un altro romanzo. Aveva passato quella settimana con lei in un albergo di periferia, in una stanza senza bagno, a giocare con la vita, io a subirla, a stupirsi di quella uscita romanzesca dalla vita di tutti i giorni, Pag. 88 io ripiegata su me stessa per non farmi schiacciare. E il suo racconto, il mio racconto una lunga narrazione interrotta da lacrime e abbracci, poi ripresa, e di nuovo interrotta, ripetuta, e sembrava non dover finire mai. Lui le stringeva i seni ed era la prima volta per lui, e io continuavo a raccontare, e lui si faceva impaziente e io piangevo e un po’ ti abbracciavo e un po’ nascondevo la testa nell’incavo del tuo collo e lei parlava, parlava, senza mai abbandonare la monotonia del sussurro, tanto che gli riusciva difficile sentirla, e tu diventavi sempre più brutale e lui la stringeva con violenza, come per restituire vita con le sue carezze a quel corpo afflosciato, il primo corpo nudo di donna che possedeva, alla soglia dei vent’anni, e io piangevo e ridevo e lei non smetteva di parlare e sembrava volerle senza volerle, le sue carezze, come per punirsi lui non sapeva di cosa, proprio per punirmi non sapevo di cosa e un uomo che consola è sempre un uomo che cerca piacere e una donna che piange e si regala è sempre una donna che fa del male a se stessa. Avevano fatto l’amore per una settimana, distesi su un prato o chiusi nella Pag. 89 camera d’albergo satura degli odori di tutti gli amanti del mondo, avevano fatto l’amore, ma dei pugni chiusi di lei, delle sue cosce, del suo profumo lui aveva dimenticato tutto, dimenticato il suo nome, ma forse lei non glielo aveva mai detto, dimenticato perché se ne era andata all’improvviso senza salutarlo, lasciando che fosse il portiere dell’albergo a dirgli che la “Signorina” era partita, dimenticato tutto, tutto tranne la storia che lei gli aveva raccontato, la storia della madre creduta morta, così mi aveva detto Mary, te ne ho parlato di Mary? Ti ho detto “chi” era veramente? una madre creduta morta e ritrovata invece in manicomio, viva, demente, estranea, dall’isola di San Clemente, da quella finestra sbarrata, lei, la folle, poteva solo ricordarsela Venezia, e le sue cento isolette, e i suoi cento canali, e poteva solo immaginare e desiderare di attraversare danzando i suoi quattrocento ponti, ritrovata in manicomio proprio il giorno prima che lui la incontrasse. Ritrovata in manicomio il giorno prima! E sai perché? Per una questione notarile. Avevo ereditato tutto da mia nonna Mary e così scoprii che nella mia eredità c’era anche una pazza e che quella pazza era mia madre. Ero vissuta tutta la vita credendola morta. Così mi aveva detto Mary. Te ne ho parlato di Mary? Ti ho detto “chi” era veramente? Quando lei è morta, ho ereditato case e terreni, perfino lingotti d’oro. E mia madre Virginia. Se era stato amore, pensa Fieschi schivando un davanzale in pietra che aggetta dal muro di una casa proprio all’altezza della sua testa, se era stato amore se ne erano disfatti tutti e due alla svelta e lui l’aveva presto dimenticata. Io no, io non ti ho dimenticato, come avrei potuto nei nove mesi successivi? E’ stato negli anni seguenti che ho deciso di fare a meno di te. Sei stato la mia salvezza, forse. Ma era la punizione quella che cercavo. Tu? Soltanto uno strumento. Pag. 90 Si può saccheggiare un fantasma? Fieschi rallenta il passo. Si può approfittare del dolore di un altro, confezionarlo in un libro e venderlo? Perché era questo che aveva fatto. Un gatto furtivo si infila velocemente nella grata di un cancello con qualcosa in bocca, una facile preda catturata al volo. Del resto, lo scrittore saccheggia, afferra le emozioni degli altri, carpisce, non può fare altro che catturare quello che gli si offre, lo diceva anche Stendhal che il romanzo è uno specchio che si porta lungo una strada. E dunque? Sono pericolosi gli specchi, e gli sguardi che pietrificano. Fa’ attenzione! Ma la fastidiosissima spina della vergogna continua a pungerlo, lui ha rubato senza dare nulla in cambio, come ha fatto spesso con le donne, con tutte le donne della sua vita, come fa ancora, come fa sempre. “Almeno ad Antonia, a lei, non ho rubato nulla, ma non per merito mio, se non ci avesse interrotto quel bambino...” pensa Fieschi incline a commuoversi come fa sempre quando ha bevuto troppo: gli occhi diventano umidi e il compiacimento di sé è alle stelle. Continua a camminare, ma della donna lontana nel tempo lui adesso vorrebbe tanto sapere almeno il nome. Sono importanti i nomi. Lui ci aveva sempre creduto nell’importanza dei nomi, nella loro ontologia, nel destino che portavano nei segni e nei suoni. Una volta aveva comprato una pianta, una syringa dal fogliame rado e asfittico. - Vuole proprio questa? - gli aveva chiesto la fioraia ipertricotica, e lui sì, voleva quella, solo perché affascinato dal nome, quello della ninfa amata dal dio Pan, una delle tante creature nate dalle acque del cielo, in fuga e sempre inseguite, pronte a trasformarsi pur di non cedere al desiderio, e anche questa si era sottratta alla caccia forsennata del dio con una metamorfosi, ed era diventata canna e Pan ne aveva fatto il suo zufolo e l’aveva finalmente posseduta, l’aveva posseduta, sì, ma solo per cantare la propria solitudine, e alla fine anche per lui, Fieschi, tutte le donne che aveva incontrato si erano dileguate trasformandosi in ricordo, rimando, segno, e quella donna lontana, anche lei come Syringa, anche lui come Pan, l’aveva posseduta realmente solo molti anni dopo averla tenuta fra le braccia, quando le aveva carpito la vita e ne aveva fatto un racconto. Pag. 91 Te lo avevo fornito io, il racconto. Ti avevo detto che quando le lasciavano aperta la porta della cella, lei usciva esitante nel vasto corridoio e lo percorreva in tutta la lunghezza, ma non girava seguendo le sue svolte perché non era indicata la strada, i muri erano senza nome, l’acqua del mare tutta prosciugata. Camminava su quel suolo calcificato e si fermava sgomenta perché erano sparite anche le chiese... Ti avevo detto che per lunghi anni si affacciò a quella finestra senza riuscire a sporgersi oltre le inferriate. Non gridava più. Non erano sue, tutte intorno a lei, le voci che si accavallavano le une sulle altre ora in crescendo ora smorzate. Ti avevo detto che lei passava le sue giornate accarezzandosi la testa dalla fronte alla nuca nuda e scoperta perché i suoi lunghi capelli rossi le erano stati tagliati. Di notte, in piedi nella stanza, fingeva di non essere prigioniera e parlava alla luna piena che rifletteva i suoi raggi sull’acqua quieta. Io l’ho vista, l’ho toccata quella donna più vecchia dei suoi anni. Io l’ho vista, l’ho toccata quella donna che non sapeva chi io fossi, che sarebbe morta di lì a poco, che mi aveva consegnato il suo taccuino sussurrandomi con gli occhi sbarrati Portalo via, Vogliono prendermelo, Nascondilo, Portalo via, e poi mi aveva chiesto Sei tu, vero? e ancora Perché non vieni più? Non avevo capito allora, ancora non avevo capito. E non le avevo risposto. Fieschi, uscito dal portico, guarda in alto alla ricerca di un raggio di luna, ma la notte è fatta solo di tenebra. Lungo il viale alberato che lo porta fuori dalla città vecchia, verso il cielo fosforescente della nuova Mavezia, la luce dei lampioni nascosti dal fogliame ormai fitto dei tigli è insufficiente a rischiarargli la strada. Fieschi rallenta il passo, abbassa gli occhi per evitare le asperità del selciato sconnesso, si ferma, infila la mano destra nella tasca del soprabito, incerto. Non fa in tempo a voltarsi del tutto verso la sorgente del rumore che viene verso di lui, uno scalpiccio frettoloso e furtivo, forse neppure reale, forse un’allucinazione alcoolica. Quando si affloscia improvvisamente a terra, sorpreso, e allenta le dita e il pacchetto di sigarette sfugge alla presa, la porzione di terra che circonda come un’isola il fusto del tiglio lo accoglie tenera mentre qualcuno si allontana correndo nella notte che ancora una volta è molestata dal suono di un gemito, dal rumore di una tapparella alzata, da qualche esclamazione sgomenta e infine dal suono lacerante e ripetuto delle sirene dell’ambulanza e Pag. 92 della polizia. - Anna?... Ilaria?... Ilaria... - sospira piano Fieschi, stupito del calore bruciante che sente all’altezza della spalla, incapace di comprendere che cosa gli sia successo, che cosa gli stia succedendo, disorientato ma felice di poter restituire almeno il nome alla donna che ha derubato, quasi come una sollecitudine tardiva verso la pianta di syringa che ha lasciato morire nell’angolo del suo balcone. Pag. 93 ALCUNI GIORNI DOPO Bianco su bianco. - Prego, si accomodi. Antonia si siede. La stanza è piccola e spoglia ma molto luminosa. Il Tenente dei carabinieri è giovane e serio, di una magrezza rigida, quasi ingessata. L’appuntato, affetto da una prognazia evidente, seduto a un tavolo vicino alla finestra aperta, digita sulla tastiera del computer il verbale che Antonia dovrà firmare alla fine del colloquio. Nel cassetto della scrivania del Tenente c’è il fascicolo dedicato ad Antonia, una carpetta rosa non molto voluminosa che non è stata ancora registrata nella banca dati del Comando. - Allora... mi dica: a che ora è uscito da casa sua il Fieschi? Antonia aspetta che anche il Tenente si sieda, detesta parlare a qualcuno che la guarda dall’alto. - Non lo so con precisione. - All’incirca? - Penso fossero le tre o le quattro del mattino. Il Tenente sfoglia delle carte, le sposta da un lato e: - Da quanto tempo lo conosceva? - Non lo avevo mai visto prima di quella sera. Il Tenente la osserva in silenzio per un attimo e pensa alla carpetta rosa. Ne ha letto il contenuto appena un’ora prima. Nella sua faccia impassibile, a tradirlo è solo il sopracciglio destro che si solleva. - E avete passato la notte insieme? - Se lei crede. - Io non credo nulla. E’ un fatto. - Passare la notte insieme ha in genere un significato che per quel che mi riguarda... Il silenzio che segue le sue parole ha la corposità di una sfida e Antonia è costretta ad arrendersi. - Abbiamo parlato. Pag. 94 - Non è un po’ strano che uno scrittore famoso abbia scelto di passare la serata, anzi la notte, con... - Con una commessa di libreria? Intendeva dire questo? - ... se non l’aveva mai vista prima. Questo intendevo dire. Antonia tace. - Non crede? Il ticchettio leggero dei tasti del computer si è interrotto. Anche l’appuntato la guarda. - Abbiamo parlato del suo libro. Il Tenente non commenta. Antonia si morde il labbro inferiore. - Le è sembrato preoccupato per qualcosa? - No. Era tranquillo. - Guglielmo Manfredi ha dichiarato che Fieschi non conosceva nessuno in città. Le risulta? - Non posso saperlo. Non credo, comunque. Al termine della presentazione del libro non gli si è avvicinato nessuno che gli fosse familiare. - Lei era a conoscenza di... Vediamo... Antonia ripensa al braccio di Fieschi attorno alle sue spalle. - Lei sapeva in quale albergo alloggiava? - Sì, gliel’ho prenotato io quando è stata decisa la data dell’incontro in libreria. - Milano non è distante. C’era bisogno di una sosta in albergo? - Fieschi veniva da Palermo o da Roma, non ricordo, comunque non da Milano. Era in giro per la promozione del suo romanzo. - Sì... Senta... Una coppia di tortore si ferma sul davanzale della finestra dopo un volo leggero e obliquo. Antonia si aspetta che comincino a tubare, ma quelle riprendono il volo. Allora si volta di nuovo a guardare davanti a sé il Tenente che la sta fissando. E’ tentata di sorridergli, ma non ne ha il tempo. - L’albergo dove alloggiava Fieschi è nella città nuova, piuttosto distante da casa sua. Non ha chiamato un taxi? - No, ha detto che preferiva camminare per schiarirsi le idee. - Schiarirsi le idee? - Sì. Aveva bevuto. Antonia non è più tentata dai sorrisi. Si risistema sulla sedia cercando una posizione più eretta e stringe le palpebre fino a una fessura sottile. - E’ sicura di non nascondermi niente? - Senta, non è successo nulla nel mio appartamento, nulla che possa interessarla o che abbia a che fare con... Io non saprei proprio... L’esitazione di Antonia viene colta al volo. Pag. 95 - Cosa? - Niente. - Lei si è trasferita qui da poco, vero? “Come se tu non lo sapessi”, pensa Antonia. - Sì, sono arrivata un mese fa, dopo la morte di mia madre. - E prima? Abitava a Monaco? - Sì. - Da molto tempo? Il Tenente non ha fretta, non ha la fretta di Antonia, ha tutto il tempo di fare mille domande, anche di più se le risposte non sono vere risposte. - Sono vissuta a Monaco otto anni. - Sola? Antonia guarda alla sua destra: l’appuntato che verbalizza toglie le mani dai tasti dopo ogni domanda, solleva la testa, si osserva le unghie, frena uno sbadiglio. Se potesse, pensa Antonia, si alzerebbe, mi verrebbe vicino, mi metterebbe le mani sulle spalle e comincerebbe a scrollarmi, forte, sempre più forte. Ma l’appuntato pare accontentarsi di far scrocchiare le nocche delle dita. - No, non sola. Con mio figlio. - Come si chiama il bambino? Perché è un bambino, vero? - Sì, ha quattro anni. Si chiama Anapi. - Anapi? - E’ un nome orientale Antonia lo guarda. Il Tenente ripensa alla carpetta rosa. - Già. Lei è stata in India per qualche tempo... - Sì. - Sì, e anche in Vietnam, e in Cambogia. E’ lì che ha avuto qualche guaio, vero? - Lei lo sa, perché me lo chiede? - E il cognome di suo figlio, qual è il cognome? - Il cognome è il mio. Stephen. Qualche attimo di silenzio. Antonia si raddrizza ancora di più e alza la testa. - Lei è ancora in contatto con il padre del bambino? E’ tedesco? - No, è italiano. Antonia si spazientisce. - Perché tutte queste domande? Questa volta è il Tenente a tardare nella risposta e Antonia capisce la natura della sua esitazione. - Mio fratello le ha forse detto...? - Sì, signora, il professore mi ha riferito delle telefonate. Stiamo facendo delle Pag. 96 indagini su Davide Cenni detto Byron, ma lei mi deve dire qualcosa di più. Può essere che...? Antonia lo guarda. - Lei conviveva con il Cenni? Nonostante tutto Antonia sorride e il Tenente non è così sprovveduto da non leggere nel viso di lei il disprezzo, la superbia, il compatimento. Allora si alza e le ripete la domanda, dall’alto, costringendola ad sollevare la testa per rispondergli. - A intervalli. Se ne andava spesso, tornava per un po’ e ripartiva. - E il bambino? - Il bambino è mio. - E allora le telefonate? Perché le telefonate? Non per il bambino, no, - Toglimelo di torno, portalo via, metti a letto il mostricciattolo, - le diceva. Allora perché? Per i soldi, era per i soldi, non poteva essere per altro che per i soldi. - Mi dica la verità, signora. Quali erano i vostri rapporti? Era un violento? incalza il Tenente muovendo qualche passo verso la finestra. L’appuntato lo guarda interrogativo. L’aria è davvero irrespirabile come sembra ad Antonia? - La verità! La verità è complicata. Antonia sente su di sé anche lo sguardo dell’appuntato seduto al computer e non si trattiene: - E lei, lei verbalizzi pure, verbalizzi e renda tutto squallido, come sapete fare voi, come fate sempre. - Signora, - la interrompe il Tenente, - lasci perdere lo squallore, la prego, perché quanto a squallore... Antonia vorrebbe insorgere, ma all’improvviso si accorge di essere sfinita. Il Tenente potrebbe completare la sua frase, estrarre dal cassetto il fascicolo di Antonia, infierire. Ma si limita a chiedere: - Che tipo è il Cenni? Ha un lavoro? - Perché me lo chiede? Cosa c’entra questo con... - Poi le dirò. Mi risponda intanto, per favore. - Nessun lavoro. Si arrangia. Il Tenente solleva un sopracciglio e quasi contemporaneamente l’appuntato al computer solleva le mani dai tasti, le tiene sospese, si volta verso di lei e aspetta. Antonia sostiene lo sguardo di entrambi. - Per esempio? - è la domanda del Tenente rassegnato alla improntitudine di Antonia. Lei ritrova intatta la propria malizia. La stanchezza si è dissipata di fronte alla Pag. 97 prospettiva di prendersi gioco dei due. Così sorride e risponde: - Import-Export. Il Tenente non commenta: ha deciso che nell’estenuante braccio di ferro con Antonia questa volta non riformulerà nessuna domanda. E aspetta. Dovrà essere lei a interrompere il silenzio gravido di tensione. Antonia lo rompe a modo suo: - Giocattoli di latta, giocattoli vecchi. Oche, bambole, soldatini... Li compra e li vende. L’appuntato interrompe il suo lavoro quasi non valesse la pena di verbalizzare l’ultima risposta di Antonia, ma stavolta non si gira a guardarla e si limita a contemplarsi le unghie con uno sguardo critico, come se avessero un urgente bisogno di manicure. - Abbiamo altre informazioni, sono ben altri i commerci del signor Cenni, commenta il Tenente che sembra non rilevare la provocazione della risposta. Il sorriso muore sulle labbra di Antonia. - E dunque? Perché chiedermelo? - Perché, signora, sospettiamo che l’autore dell’aggressione ad Aimone Fieschi sia proprio il Cenni. Era qui a Mavezia, no? Le telefonava, la seguiva... L’ha minacciata, no? - Ma cosa c’entra Fieschi? - Noi pensiamo che il movente dell’aggressione al Fieschi sia la gelosia. “No”, pensa Antonia scuotendo la testa, “non è gelosia, magari lo fosse...”. - Non è possibile che il Cenni, appostato sotto casa sua per spiarla, per minacciarla, abbia visto uscire Fieschi, lo abbia seguito e gli abbia sparato? “Possibile?” pensa Antonia, e non riesce a crederlo, non lui, non lui così attento a non farsi del male, non lui innamorato solo di se stesso. - Per un compagno geloso un uomo che esce da casa sua di notte può voler dire soltanto una cosa... Antonia tace ma il Tenente non si arrende: - E’ possibile, signora? Un uomo che esce da casa sua, di notte... Antonia lo guarda. Quante volte Byron l’aveva accarezzata, baciata, abbracciata stretta sussurrandole Solo io ti posso lasciare, Solo io, e lei aveva temuto che lui la colpisse con quella mano aperta che teneva sollevata sopra di lei... No, No, No, Non di nuovo, Non daccapo, pensa, ma stancamente, con un filo di voce, Sì, dice, sì, forse è possibile. Il Tenente le si avvicina: - Può andare adesso, - le dice. Uscita Antonia, prende la carpetta rosa dal cassetto e si rivolge al collega: - Damiani, - dice, - quando hai finito il verbale porta questa in archivio. Non Pag. 98 mi serve più. Bianco su bianco su bianco Luca è andato a prendere Anapi a scuola e l’ha portato a casa. Non gli è difficile prendersi cura di lui. Se fa attenzione, se non gli stringe troppo la mano per fargli attraversare la strada, se non alza la voce e non lo obbliga a guardarlo, Anapi gli obbedisce docile. A casa gli ha preparato la cioccolata calda e adesso lo guarda disegnare sdraiato sul pavimento a pancia in giù e con le gambe divaricate come le asticelle di un compasso. Anche lui, da piccolo, passava il tempo a leggere sdraiato per terra. Anche lui parlava poco. Anche lui era abbastanza solo. Cosa gli chiederebbe Anapi se riuscisse a parlare? E lui, cosa saprebbe rispondergli? Ci sono persone che portano sulle spalle domande che sono macigni e non si dànno risposte. E neppure le chiedono ad altri, come se la vera natura della vita fosse in quell’accettazione dell’inaccettabile, in quel proseguire il cammino dei giorni come un percorso dato, prescritto, l’unico possibile. Ce ne sono altre che non accettano i capricci degli dèi e quando non si possono più ribellare o sottrarre al proprio destino, allora fanno l’unica cosa che rimane da fare: si autopuniscono, si nascondono alla vista degli altri, nascondono il mondo intero ai loro occhi. Si accecano. Tu non lo farai, Luca, tu ti puoi sottrarre all’influsso della luna che tesse il velo cosmico e preordina i destini. Luca si lascia cadere sul divano pesantemente, è stanchissimo, ma la tempesta sembra passata. Fieschi è stato ferito solo leggermente e se ne è andato di gran carriera per sfuggire a interviste e seccature varie. Chissà se riuscirà a sottrarsi anche al ridicolo. “Chi si avvicina ad Antonia sfiora i cavi dell’alta tensione”, Luca si sorprende a ridere piano. Da tutta questa storia però Fieschi ne ha ricavato un bel vantaggio: il suo libro campeggia con grande risalto in tutte le vetrine di tutte le librerie, è ovunque, è anche lì, sul divano di sua madre. “Almeno questa vicenda Ilaria se l’è risparmiata”, pensa, Sì, sono lontana. e ricorda com’era stata la vita prima che Antonia se ne andasse, sottile e Pag. 99 scostante, prima che si innamorasse e finisse sui giornali per la tragedia della villetta, prima che scomparisse in India, prima che tornasse con un bambino per ridiventare la prima attrice nelle pagine di cronaca nera. Era stata una vita tranquilla, quieta, protetta, ne è ancora convinto. Venivano in casa, tutti i giorni, ragazzetti sgraziati, venivano ragazze ordinate e leziose nei loro grembiuli a quadretti, venivano a lezione di Inglese, così la madre arrotondava le sue rendite, e quella frotta di scolari doveva subire ogni volta le apparizioni improvvise di Antonia che si divertiva a stupirli con i suoi cappelli assurdi o con le gambe inguainate in calze di un rosso violento, e che li metteva a disagio parlandogli in inglese. Luca è sicuro che Antonia ha sofferto per la mancanza di un padre. E lui? Lui che aveva rinunciato al suo amore per le domande impossibili? - Non mi chiedi mai niente, - lo aveva rimproverato Sara un giorno. - Mi diresti la verità? - le aveva chiesto di rimando cercando di sorridere. - La verità? Non esiste. Esistono solo punti di vista. Solo quelli. Aveva sorriso anche lei, ma in un modo del tutto diverso dal suo perché la bocca di Sara non ha pieghe amare che le segnino la faccia. - Io lo conosco già il tuo punto di vista. - E allora perché non ne approfitti? E’ in quel momento, mentre Luca pensa alla stranezza della sua vita, alla totale assenza di quei momenti di piena ed esaltante felicità che vengono elargiti a tutti, prima o poi, è in quel momento che Anapi smette di disegnare e gli si avvicina lentamente, con la solennità di un piccolo sacerdote in processione, lo sguardo a metà fra il compreso e il vacuo. Gli calca sulle gambe il quaderno giallo e rosso, senza guardarlo, e poi rimane fermo accanto a lui, con gli occhi rivolti alla finestra e il labbro inferiore schiacciato fra i denti. Luca lo guarda a lungo. Perché si fanno figli? E del resto, perché non averli? Perché negarsi la vita e inseguire sempre la negazione della vita, sfuggirla come cosa insana quando è poi impossibile farlo? Cosa farà Sara? Sta già progettando un futuro dal quale lui sarà escluso per sempre, escluso nell’unica maniera che conti e cioè escluso dalle sue braccia, dalla sua lingua, dal calore che emana il suo sesso? Sara affronta la vita senza paure, come una cosa naturale, ma cosa farebbe Sara di fronte ai deragliamenti della natura e ai suoi crudeli sbagli? Anapi non si è allontanato da lui e sembra aspettare. Luca apre quel quaderno malridotto e segnato dalle righe colorate del pennarello. Lo sfoglia: alcune pagine, -molte-, sono state strappate. Comincia a leggere. Pag. 100 Quando Antonia ritorna dalla Questura, Anapi è di nuovo a terra, intento ai suoi disegni e Luca non si è mosso dal divano. Tutto sembra uguale. Ma è cambiata la luce del giorno che si è affievolita e ha restituito alla stanza i suoi angoli d’ombra. Ma è scomparso il taccuino, nascosto nella tasca della giacca di Luca con un gesto breve e furtivo. Dal suo angolo, dalla sua zona d’ombra, prima ancora di chiedere alla sorella - Com’è andata? Cosa ti hanno chiesto? -, Luca le rivolge la domanda che adesso gli sembra più importante: - Dov’è lo scatolone che hai portato su dalla cantina? Pag. 101 LA QUARTA MISURA DEL BIANCO UNA MATTINA DI MAGGIO Più bianco. Da quanto tempo non aveva più inforcato la moto? Da quanto tempo non l’aveva sentita inclinarsi sotto le sferzate del vento e non si era esaltato per la velocità in accelerazione? Da quanto tempo non aveva ascoltato il motore cantare a pieno regime, non si era rallegrato nel sentirlo rombare in salita, non si era preoccupato sentendolo scoppiettare e perdere colpi? Da un mese almeno. Ma ora, lasciata alle spalle Mavezia e i suoi cerchi d’acqua, Luca, di nuovo in sella sulla sua vecchia BMW, corre sul tratto della padana inferiore che lo separa da Montagnana. La strada è poco trafficata ed è facile scivolare con naturalezza nel paesaggio dopo una serie di curve e diventare parte della piattezza della pianura. Sotto i piedi, a pochi centimetri di distanza, scorre veloce l’asfalto. L’erba dei fossi è un’unica striscia di colore. Davanti agli occhi Luca ha un pieno di verdi e di azzurri, dietro la schiena il vuoto dell’assenza di Sara che non è seduta dietro di lui e non lo abbraccia stretto. Da lontano, non nascosto da curve o filari di alberi, è visibile e si fa sempre più vicino il prato del fossato che corre tutt’intorno e a ridosso delle mura di Montagnana. Luca entra nella cittadina a bassa velocità. Pag. 102 Tra Porta Vicenza e il Convitto di San Benedetto. Lì gli hanno detto di andare. Le strade sono deserte, ad eccezione di un segugio tricolore che annusa il selciato a testa china. La giornata è calda del sole del primo pomeriggio, ma la piazza dove Luca arriva a piedi dopo aver parcheggiato è ariosa e circondata da portici in ombra. E fresca altrettanto è la casetta bassa di Gina Pagan. Lo aspettano. Due donne. Quella bionda e magra, piuttosto alta, con un collo lungo ma forte innestato nelle spalle come una colonna, si toglie svelta il grembiule e lo fa entrare. L’altra, vicina agli ottant’anni, è seduta in una poltrona poco distante dalla finestra e appoggia entrambe le mani sul pomo di un bastone che tiene tra le gambe aperte, in mezzo alla conca di una sottana lunga, ampia, a piccoli fiori bianchi e neri. La stanza a piano terra è come Luca se l’era immaginata: non manca nulla, non i centrini a uncinetto sui mobili lucidi di cera, non l’immaginetta del Cristo con la testa coronata di spine, appesa al muro sopra un enorme televisore, non il vassoio con la bottiglia di liquore fatto in casa e sei bicchierini. - Parli forte, la zia non ci sente molto bene, - gli dice la donna più giovane versandogli del liquore di amaretto in un bicchiere piccolo come un ditale. - Ma si sieda. - Gli indica un divanetto basso, ricoperto di cuscini ricamati. Gina Pagan lo guarda attraverso il velo umido degli occhi, piegando la testa. - E così lei è il figlio di Ilaria. Il pizzo sulla spalliera della poltrona ha lo stesso colore ingiallito della sua fronte, dei lobi allungati dal peso degli orecchini, degli angoli della bocca piegati all’ingiù in due semicerchi incerti, qualcosa a metà tra il sorriso e un sospetto di pianto. - Su, su, zia, - la incoraggia la nipote appoggiandole una mano sulla spalla. - Ma com’è morta? Come è successo? - chiede Gina Pagan mettendo nella mano che va a coprire quella della nipote sulla sua spalla un’intenzione di dolore, di rimpianto e di richiesta di protezione. - Investita da un autobus. - Un autobus! Luca aspetta che l’onda lunga dell’emozione si spenga; è seduto vicino alla vecchia, proteso verso di lei. La donna più giovane, in piedi di fronte a lui, lo guarda paziente, quasi placida e ottusa. - Quanto tempo è passato, quanti anni... - sospira Gina Pagan. - Ma lei come ha fatto? Come ha fatto a trovarmi? Ilaria le ha parlato di me? - Mi è capitato tra le mani un vecchio testamento, c’era anche il suo nome, Pag. 103 così ho telefonato al notaio... E’ stato lui che mi dato l’indirizzo. - E è ancora vivo? Madonna santa! Ne deve avere degli anni! Luca ride brevemente, - Novantatré, - risponde, - ne ha novantatré. La vecchia gli osserva minuziosamente la faccia, poi dondola la testa. - Lei ha preso poco da Ilaria, - dice, ma poi ci ripensa e si corregge. - Ma sì, forse la stessa aria educata... - Zia, raccontate al signore, è venuto fin qua apposta. Ma Gina Pagan ha ancora da chiedere: - Ha avuto solo lei la mia Ilaria? - Ho una sorella gemella. - Ma guarda! E quanti anni avete? - Quasi trentatré. - Trentatré! - ripete lei. Dondola la testa, gli fa segno di avvicinarsi, gli passa la mano con le nocche nodose sulle mani che lui tiene allacciate sul ginocchio, le dita intrecciate, l’attesa frenata in tutto il corpo. - Sono stata a servizio molti anni a casa sua, le ho fatto da madre, se posso dirlo. - A Padova? - Sì, a Padova. La signora Mary si era appena trasferita a Padova da Venezia. Aveva trovato una balia per Ilaria, ma cercava anche una bambinaia. C’era la guerra, io ero ancora una bambina, avevo diciassette anni e a casa mia si faceva la fame. Eravamo in otto, tra fratelli e sorelle. Allora mi hanno mandato a servizio. Ci sono stata fino alla morte della signora. Luca ascolta senza interrompere e la nipote di Gina Pagan rimane in piedi accanto a loro, distratta, forse perché quella è una storia che ha sentito raccontare molte volte. - Ilaria era una brava bambina e poi è diventata una gran brava ragazza, sa? Pochi grilli per la testa, molto studio... Ma la signora Mary, sua nonna, era acida e dura come la pietra, se posso dirlo. Pochi grilli per la testa e molto studio... “Una” tranquilla, “una” senza fantasia, senza spinte di ribellione, contenta dei miei golfini di cachemire e del filo di perle, dei mocassini per bene e delle calze di filo chiaro, senza amori coinvolgenti, perché un conto erano i romanzi e un conto la vita vera, ricca senza sfarzo, senza esibizioni, una disciplina ferrea, non si usciva, si studiava, l’Università a due passi da casa, le sottane a pieghe lunghe sotto al ginocchio, d’estate maniche corte ma non troppo sopra al gomito, tranquille anche le amiche, senza confidenza, inviti a feste poco interessanti, gli argomenti di conversazione sempre gli stessi, le Pag. 104 vacanze con il gruppo della parrocchia, era Gina che mi portava sempre in chiesa, la religione di Mary era solo un modo di osservare le regole sociali senza partecipazione, e Gina aveva una devozione semplice al Santo, fatta di medagliette e di rosari, e per me l’odore d’incenso era una sorta di tranquillante, non ero interessante, non avevo un fondo inattingibile... - Aveva un modo di trattare, la signora Mary, che non era mica villano, sa, non era villano, anzi, ma faceva soggezione, e io... Quanto ho lavorato! Allora, sa, non c’erano mica tutte le comodità di adesso... Paola, offri dell’altro liquore al signore, qui... Come ha detto che si chiama? - Luca. - Guardi qui, signor Luca, l’artrite mi ha piegato la schiena e deformato le ossa. – Gli mostra le dita gonfie e nodose. - Non posso neanche più portare l’anello che mi ha regalato la mia Ilaria quando è andata via. Gina Pagan non pronuncia le doppie. Le sue parole sono antiquate come il nome che porta, consumate e in disuso. Eppure non hanno bisogno di traduzione e piano piano, come una lunga spirale inesorabile, conducono alla meta. - In verità, signor Luca, la vita è stata una tragedia per la mia bambina! Già. Cresciuta senza mamma, senza papà... Aveva la nonna, è vero, ma non è la stessa cosa, le pare? Io ho fatto quel che ho potuto, l’ho fatto volentieri. Mi piaceva andare a spasso con la carrozzina. La signora Mary mi aveva regalato un grembiule bianco e io mi davo un sacco d’arie... A Ilaria volevo bene come a una figlia mia, se posso dirlo. L’ho fatta crescere io, l’ho vista diventare grande, e lei mi si è attaccata come a una madre. Siamo state tranquille per tanti anni, ma poi, quando la signora si è ammalata e poi è morta, allora è cominciato un calvario, ne sono successe tante, ma proprio tante... Lei lo sa il fatto di suo padre? Del padre di lei, di Ilaria? - L’ho saputo dal notaio pochi giorni fa. Mia madre mi diceva di suo padre, che era un aviatore, così io ho sempre pensato che mio nonno fosse un pilota inglese... Lawrence Stephen… E invece… Ma mia madre? Sapeva la verità? E poi, con una titubanza malcelata, con la voce più bassa di un tono tanto che deve ripetere la domanda, Luca chiede: - L’ha sempre saputa? La vecchia si piega un po’ in avanti e: - E’ stato quando è morta la signora Mary, ecco quando lo ha saputo, solo allora, solo allora lo ha scoperto! Come ha fatto, non lo so. O ha visto delle carte in un cassetto o ha ricevuto una lettera dal signor notaio. E chi se lo poteva immaginare? La signora Mary non mi faceva mica delle confidenze a me, se posso dirlo. Non sapevo niente, io, della vita che aveva fatto a Pag. 105 Venezia. E dei genitori di Ilaria sapevo quello che mi aveva detto, che la mamma, poverina, era morta di parto e che il papà, un inglese come la signora Mary, era morto in guerra. Non mi trattava male, la signora Mary, ma per lei io non ero mica della famiglia. E io invece, se posso dirlo, ero come una mamma per Ilaria! E quel giorno, il giorno che ha saputo di essere stata adottata, Ilaria è venuta da me, ero in cucina, me lo ricordo bene, è venuta da me e mi ha detto: “Gina, mio padre non era mio padre”, e io non ho capito subito, ma lei si è seduta di botto, vicino a me e mi ha guardato e io ho lasciato lì di pelare le patate e... ma non ricordo più cosa le ho detto, cosa mi ha detto lei... Tu lo sapevi? mi ha chiesto. Ma io no, io no che non lo sapevo. Aveva in mano la fotografia di suo padre, non di suo padre vero, ma di quell’inglese, quello che l’aveva adottata, era un pilota di aeroplani ed era morto in guerra... - Sì, era un cugino. E’ morto dopo averla adottata. E’ morto nell’Operazione Market-Garden, in Olanda. - Eh, proprio, in quel paese lì... L’aveva adottata... e questa foto che aveva in mano lei me l’ha buttata tra le bucce delle patate... Non fare così, le ho detto, Non devi fare così, Fai peccato, è morto, Che colpa ne ha lui? E cosa potevo dirle? Io non sapevo niente. Si vede che era successo prima, quando la signora Mary stava ancora a Venezia, quando Ilaria era appena nata. - No, mia madre aveva già quattro anni quando si sono concluse le pratiche dell’adozione. Ma il suo vero padre chi era? - chiede Luca e per un attimo ha paura di confondersi e di chiedere “Ma mio padre chi è?”. - E chi lo sa! Lo sa lei? Io no! Forse la signora Mary lo sapeva, ma ormai era morta e non poteva dire più niente. E forse non lo sapeva neanche lei. Un mistero! - Ma il peggio, signore, se posso dirlo, è venuto qualche giorno dopo, quando la mia Ilaria è andata a Venezia dal signor notaio, era per l’eredità di sua nonna, o forse voleva sapere qualcosa di più. Era tanto bella... Aveva i capelli fini fini... Le rughe di Gina Pagan sono un reticolo disordinato senza direzione su una faccia dai contorni molli. Il tempo deve avere lavorato con impegno su di lei, come un tarlo che non avendo accesso alla sua memoria si è rifatto devastandole il corpo. Per un attimo Luca pensa a cosa sarebbe successo nel caso contrario. - Allora, è andata dal signor notaio e... Gina Pagan estrae un fazzoletto dalla tasca del vestito, uno di quei fazzoletti di una volta che nessuno usa più, un largo rettangolo di cotone, bianco con due sottilissime righe azzurre ai bordi, e mentre se lo passa sugli occhi con forza, arrossandosi la pelle delle palpebre, continua: Pag. 106 - E’ lì, dal signor notaio, che ne ha saputo un’altra. Un’altra bella sorpresa, se posso dirlo... Dopo la storia del padre, quella della madre! E’ ben dura la vita! La madre di Ilaria... sua mamma... non era mica morta di parto, sa? anzi, non era morta per niente, era ancora viva... Madonna santa, c’era, c’era sempre stata in tutti quegli anni... tutti quegli anni... e nessuno ne sapeva niente... e con che cuore la signora Mary può aver chiuso una figlia in manicomio, come ha fatto ad abbandonarla, come ha fatto, sono cose che mi fanno uscire dai sentimenti... Luca annuisce. “Ecco, ecco, ci siamo”. Gina Pagan rimette il fazzoletto nella tasca e riprende il racconto: - Me lo ricordo ancora, sa? Il giorno, il mese e l’anno mi ricordo. Lo so perché c’erano i funerali di Togliatti. Il giorno preciso mi ricordo, era il 25 agosto e l’anno era il ‘64, il 1964 era, non me lo dimenticherò mai, e la signora Mary era stata seppellita soltanto una settimana prima. Nel cimitero di Padova, non a Venezia. Aveva voluto così, Voglio essere seppellita qui, diceva negli ultimi tempi. Io non lo sapevo che c’era una tomba di famiglia a Venezia, l’ho saputo dopo. E’ là la mia Ilaria? E’ là che è sepolta? Luca fa un cenno di diniego con la testa, Ha voluto essere cremata, risponde, e vedendo lo sconcerto sulla faccia di Gina Pagan si affretta a chiedere: - E’ durata molto la malattia? - La signora Mary si era ammalata quando Ilaria ha cominciato l’università, ma a letto ci è stata per poco tempo e non si lamentava mai, anzi, sul punto di andarsene sembrava perfino sollevata, una gran signora o forse, chissà, un cuore duro, posso proprio ben dirlo, se mi è permesso... Trattare così sua figlia e sua nipote! Gina si piega in avanti verso Luca e: - Insomma, le dicevo dei funerali di Togliatti... Quel giorno Ilaria è stata chiamata dal notaio per l’eredità, è andata a Venezia, il signor notaio era di Venezia… Avrà un bel po’ di anni, adesso. E’ ancora vivo? Sì, risponde Luca con un cenno della testa, reprime un sorriso e si affretta ad aggiungere: - E abita ancora nella stessa casa. Campiello dell’Anconeta. - E com’è che si chiama, che non mi viene in mente? Luca risponde, lo sa, anche se da poco, ma lo sa. Adesso può dire di sapere molte più cose di prima, ma chissà se questa sapienza lo porterà a qualcosa. - Ah, ecco. Sì, il notaio Dorigo, il signor notaio Giovanni Dorigo, sì... Lui la conosceva bene la signora Mary, era un amico di famiglia, anzi la cuoca che era una pettegola malignava che tra il signor notaio e la signora Mary c’era del tenero, ma quella era una stupida, il signor notaio avrà avuto almeno dieci anni di meno, e insomma... Pag. 107 - Insomma, quello che il signor notaio ha detto a Ilaria quando è andata da lui... Povera bambina, mi ha telefonato, piangeva, io mi sono spaventata, e non capivo bene, poi quando sono riuscita a capire non ci potevo credere, me lo sono fatta ripetere, e io glielo ho detto di non andare, Aspetta almeno qualche giorno, le ho detto, Per calmarti, Per abituarti all’idea. Ma come si fa? Al suo posto avrei fatto lo stesso. E così Ilaria ha preso il vaporetto e è andata al manicomio. Il battello si era staccato dalla riva degli Schiavoni, aveva attraversato il Canale di S. Marco ed era uscito nella Laguna percorrendo il canale della Grazia. L’isola della Grazia aveva basse case rosse immerse nel verde. Più avanti, sulla destra, sotto il cielo biancastro della giornata afosa, l’isola di S. Clemente, con alti fabbricati bianchi. - Come è andato quell’incontro non me lo ha mai raccontato. C’era una mattonella sconnessa nel pavimento della sua stanza-cellaprigione. Lei la calpestava sempre, andando avanti e indietro, e diceva che quella era la sua gondola che l’avrebbe trasportata lontano... da “lui”. L’infermiera, con il suo carico di chiavi pesanti appese alla cintura, aveva provato a dirglielo, tutti i giorni, per anni, Se ne sono andate, le diceva, tua madre e tua figlia, se ne sono andate in un’altra città, non sono più a Venezia, e lei si chiedeva muta di cosa mai quella stesse parlando. - No, non me l’ha mai raccontato. Quella sera Ilaria è tornata pallida come uno straccio, non mi sembrava neanche più la mia Ilaria, non parlava, era muta, muta come un pesce e non ha voluto spiegarmi niente. Se l’avesse vista! Aveva una faccia... Faceva perfino soggezione... Ma non dura, sa? Non una faccia dura come quella della signora, se posso dirlo... Però era anche peggio, se posso dirlo, era contraffatta. Si è chiusa in camera sua e non ha neppure cenato. Io me ne stavo in cucina senza sapere cosa fare. Sono andata a bussare alla sua porta, le ho chiesto Vuoi mangiare qualcosa, Ilaria? ma lei non ha detto niente, e io, pensi che stupida, ho cominciato a fare una torta, ho acceso il forno ed era pieno agosto e c’era ancora tanto caldo, eppure sentivo freddo e devo aver fatto cose senza senso, tanto per tenermi occupata, per non pensare, ma non ci riuscivo, non ci riuscivo, mi immaginavo quella povera donna in manicomio... E mi tormentavo per Ilaria! C’era un silenzio... un silenzio... Allora ho guardato dal buco della serratura. Non l’avevo mai fatto prima, Pag. 108 mai... e l’ho vista Ilaria, l’ho vista che stava seduta sul suo letto a leggere. Aveva tra le mani un quaderno tutto malridotto, non so... Ma insomma mi è sembrata cheta cheta, e allora me ne sono andata a dormire e dovevo essere proprio stanca perché non ho sentito niente... Perché il peggio, se posso dirlo, è venuto la mattina dopo. Quando mi sono alzata e sono andata a bussare alla sua porta per chiederle se voleva il caffé, nessuno mi ha risposto. Ho aperto l’uscio e lei non c’era... E’ stata via una settimana, per una settimana intera è stata via, e io non avevo sue notizie e non sapevo più cosa pensare, non sapevo cosa fare... L’impulso era stato quello di scappare. Allontanarmi mi era sembrato un modo per sfuggire a me stessa: se il male era in me, forse fuggire da tutti i luoghi e da tutte le persone che mi conoscevano, dalle cose che mi circondavano, poteva essere una soluzione per darmi un’altra identità. Forse percorrere strade ignote poteva cancellare la realtà, forse gettarsi sotto un treno in corsa... Invece ci ero salita, su un treno, e su quel treno lo avevo incontrato. Parlava, parlava, ma diceva cose sconosciute. I suoi discorsi non erano piatti ma ripidi come pareti montuose affacciate su burroni profondi, erano strade tortuose che si biforcano, erano punti interrogativi senza risposta, mari in tempesta, plaghe sconosciute. Lui era il Pifferaio Magico che mi ha trascinato con sé. Gina Pagan è tornata ad appoggiarsi allo schienale della poltrona, la schiena aderente al pizzo che adesso sembra più bianco così a contrasto con la fantasia nera del vestito. Luca chiede: - Non ha mai saputo cosa c’era in quel taccuino? - Il quaderno? No, mai, non l’ho più visto, ma cosa vuole che ci fosse... Glielo avrà dato la sua povera mamma, O qualche infermiera. E Luca chiede ancora: - Ha mai sentito nominare un Federico? - Federico? No, non mi ricordo, no, non lo so, - risponde la vecchia. E Luca di nuovo: - Mia madre è andata via subito dopo aver letto quel quaderno. Gina Pagan scuote la testa. - Sarà stato che è successo tutto in una volta, così, di botto… andare in manicomio… sa come erano i manicomi una volta. E poi la signora Mary le aveva sempre detto che sua madre era morta di parto, e Ilaria che mi chiedeva Pag. 109 “E’ colpa mia, Gina? E’ colpa mia?”. E poi vedere sua madre così, in quelle condizioni, che io me la immagino, sa? Io non l’ho vista, ma me la immagino. Ci pensi, signore, in poco tempo la mia Ilaria ha saputo di non avere mai avuto un padre, un padre vero dico, sì, insomma, quell’aviatore là che lei teneva la foto sul comò non era il vero padre. E di avere invece una madre che non aveva mai visto. C’era una foto piccolina anche di lei, sempre sul comò, ma era da lontano, si vedeva poco... E questa madre Ilaria se l’è trovata in manicomio. In manicomio! C’era da diventar matti. Comunque è andata via, per disperazione è andata via, e io per riguardo non ho avvisato nessuno anche se Nando... eh?, chi era? Nando era il portiere. Nando diceva che dovevo chiamare la polizia ma io, signor Luca, sapevo che la mia Ilaria aveva la testa sulle spalle, se posso dirlo, e non avrebbe fatto sciocchezze. Giusto giusto avevo telefonato all’ospedale per essere sicura che non c’era stato nessun incidente. E mi è tornata a casa, infatti, è tornata, dopo, ma era un’altra persona, non era più lei. Io non ero più io perché lui era troppo carnale, troppo pieno di vita. Le sue profondità mi avevano accolta, i meandri del suo discutere erano la risposta, ma la luce fuori della grotta era insopportabile, non mi restava che continuare ad essere prigioniera di me stessa e complice delle mie ombre. Luca pensa alla sua moto in sosta e al quaderno con la copertina gialla a fiori rossi sotto il sedile. Ecco, ecco, ecco. La voce della donna lo richiama al racconto. - E dopo un po’... due mesi, sì, dopo due mesi, a novembre, ha deciso... non so perché... ho pensato che fosse perché poi subito dopo è morta anche sua madre, giusto il tempo di vederla tre o quattro volte... allora ho pensato che Ilaria volesse andare via perché non aveva più nessuno, anche se c’ero io... ma adesso sì, lo so forse... capisco adesso che vedo lei, signor Luca... Quanti anni ha detto che ha? Ecco, sì, allora è per quello che è andata via... ma ha sbagliato, glieli tenevo io i bambini, come ho tenuto quelli di mia sorella, come ho allevato lei... mah, si vede che aveva paura dello scandalo, ma io, se posso dirlo, cosa vuole, con tutto il male che c’è nel mondo... insomma, dopo due mesi mi dice “Gina, me ne vado”, mi dice, e non c’è stato verso di convincerla. Scappare era ciò che si avvicinava di più a gettarsi sotto un treno in corsa. Sono nata lo stesso giorno in cui Virginia Woolf decide di entrare nelle Pag. 110 acque del fiume Ouse con le tasche appesantite di sassi. Io so come ha proceduto lenta, belle pietre rotonde e lisce, levigate dalla corrente, un acciottolio confortante nelle tasche capaci, oppure no, una sola pietra, una grande adularia, la pietra della luna, e chissà se il sole davanti agli occhi o dietro le spalle, chissà se la testa, la bella testa, eretta sulle spalle fragili o inclinata per dare obliquità anche alla linea del fiume, e quel desiderio di oblio, e di notte, di un buio acquatico che poi non è buio del tutto perché le trasparenze verdastre dell’acqua, quando ce le avrà sopra di sé, faranno delle sue guance un gioco di luci, e il respiro non avrà affanni perché reso liquido, solo un niente di respiro, solo una tenacia nella ricerca del riposo, mentre i piedi, i piedi chissà se affondati nel limo o sdrucciolevoli sul muschio dei sassi, i piedi sempre in un’avanzata senza ripensamenti, senza ritorno, perché io so, io lo so che è più facile annientarsi nell’elemento traslucido dell’acqua che purifica piuttosto che decidere di rigarsi il corpo e il cuore di impurità. - “Gina, me ne vado”, ha detto. Ha venduto la casa e se ne è andata, così, di botto, Non cercarmi, mi ha detto, e piangevamo tutte e due, e mi ha dato un anello, era generosa Ilaria, mi ha dato tanti di quei soldi che non ho più avuto bisogno di lavorare anche se avevo solo quarant’anni e me ne sono venuta a stare da mia sorella che adesso non c’è più nemmeno lei, poverina e così l’ho aiutata con i bambini... Mah! - “Non mi cercare”, mi ha detto, “non cercarmi”, e allora sì che mi ha fatto male al cuore! Ha lasciato tutti, le amicizie, il lavoro... Insegnava... Aveva appena cominciato… Ha poi insegnato ancora? Luca fa un cenno con la testa ma non spiega che la madre dava solo lezioni private, che rifuggiva dai contatti sociali, che non aveva mai messo piede neppure nelle scuole dei suoi figli, che... sì, lui si è sbagliato finora, lo capisce adesso: felice e chiassosa sua madre non lo era stata mai, neppure prima che Antonia la lasciasse. - Ha fatto credere a tutti che se ne andava in Inghilterra dai suoi parenti... E le sue amiche la cercavano, volevano salutarla, “Di’ che sono malata”, “Non ci sono per nessuno”, “Di’ che sono morta, sì, sono morta”. - C’è poi andata? In Inghilterra? No? Siete sempre stati a Mavezia? Ma com’è questa città? E’ una città buona per scomparire, pensa Luca, buona per nascondere le ferite e per riaprirle in continuazione e fare in modo che non si rimarginino mai. Per un po’ Gina Pagan tace e guarda in basso come se ai suoi piedi vedesse scorrere la vita. - E lei è il figlio della mia Ilaria! Non si è fatta più viva... e Dio sa che non me Pag. 111 lo meritavo, se posso dirlo. - Non rattristatevi, zia, - le dice la nipote mettendole una mano sulla spalla. E ancora una volta la vecchia la copre con la sua e la stringe scuotendo la testa. Luca si alza, - Grazie, - dice, - Grazie di tutto. No, non mi posso fermare, devo andare, grazie ancora. Sì, verrò ancora a trovarla, presto, glielo prometto, no, ma no, lei vivrà ancora cent’anni, certo, grazie, grazie ancora, tornerò, sì, presto... Ma anche la nipote di Gina Pagan, con i suoi occhi grandi e inespressivi, sa che non è vero. Quando apre la porta, la luce che irrompe nella fresca penombra della casa è violenta e Luca si infila gli occhiali scuri prima ancora di uscire, e quando si volta per salutare trova difficile distinguere la sua narratrice seduta in poltrona vicino alla figura in piedi che ha ripreso il suo grembiule e se lo sta riannodando alla vita. Lo stesso segugio muso a terra perlustra le strade lì attorno e lo segue a distanza fino al parcheggio, poi si ferma con la zampa destra alzata e piegata, lo fissa attento e infine decide di voltarsi e di andarsene. Quando c’era Ilaria a nascondere tutto non c’era ricerca, non c’erano segugi, pensa Luca alzando il sedile della moto per prendere il casco, ma prima di infilarselo estrae dalla tasca interna della giacca il cellulare, lo guarda incerto, poi seleziona un nome e preme il tasto di chiamata. Pag. 112 POMERIGGIO Un bianco in briciole di gesso. Luca sale in moto e si lascia alle spalle Gina Pagan, Montagnana e il verde del prato che la circonda. Vorrebbe procedere veloce e arrivare presto, ma la strada per Venezia attraversa un paese dietro l’altro e non lo permette. Forse è meglio così. Quando non si può correre e bisogna rallentare per i sobbalzi della moto sull’asfalto rappezzato malamente, rallenta anche tutto il resto, anche l’ansia sfociata in eccitazione, anche la fila ordinata dei pensieri che vengono lasciati indietro e si disperdono nell’aria, svaporando mentre il motore scivola lungo il Naviglio del Brenta, dissolvendosi davanti alle ville affrescate dai colori pastello del Tiepolo e scomparendo del tutto sulla Strada del Capriccio. Prendono il loro posto immagini senza briglia, uno sfarfallìo settecentesco di sogni di felicità, sbuffi ingovernabili di grazia... Sara potrebbe... se solo avesse un neo vicino alla bocca e un ventaglio da agitare sulla scollatura... E al posto dei pensieri perduti, arriva in volo uno stormo di immagini senza parole, un film ingarbugliato, la visione dello sfondo azzurro di un cielo popolato da dèi inoffensivi, una Fama affrescata che toglie ai segreti il loro peso e li diffonde nell’aria con la sua tuba, delizie di porcellana, giochi di astuzie, l’incanto della frivolezza, bizzarrie e realtà, villa La Malcontenta, Ilaria la malcontenta, Ilaria che ha confuso il mezzo con il fine, Ilaria anche lei vestita da damina che decapita con le forbici il ritratto di Mary, un cagnolino dal pelo bianco spumeggiante ai suoi piedi, tutto è spumeggiante, spumeggiante anche il gesto del paggio che porge a Ilaria un ombrellino, e lui e Antonia dietro un cespuglio, bendati, impossibilitati a spiare e più in là Sara, ha gettato a terra il suo fisciù, qualcuno le tocca il capezzolo che sporge roseo dalla scollatura, un capezzolo rotondo da succhiare e da mordere fino a vederla rabbrividere e allora lui si rende conto di quanto abbia sognato i capezzoli di Sara, e come si sia bendato per non vederli, e poi Guglielmo, con il volto coperto dalla bautta, si sporge dal tronco di un albero dietro il quale si era nascosto e gli dice - Perché vai con le puttane? Guarda come è divertente Pag. 113 Sara con le spalle nude, - e infine nel suo sogno ad occhi aperti, dietro la visiera del casco, la dissolvenza, scompare tutto, e lui, lui solo mentre oltrepassa Marghera e si dirige a Mestre, lui solo solleva le vesti della sua damina e le infila la mano tra le cosce, e il suo sesso non sa di borotalco ma di un odore acre che lo stordisce e se lei ride non è per beffarsi di lui ma per giocare, e dal medaglione scintillante che le oscilla tra i seni parte un bagliore che acceca la Medusa, e sul ponte della Libertà, finalmente, quando dall’orizzonte emerge Venezia, tra depositi ferroviari e silos, lui stringe le manopole della moto come se fossero i polsi di Sara, per fermarla, per non lasciarla andare mai più, e mentre alla sua sinistra scorrono le isole di Murano e di S. Michele, Luca sa di non essere solo arrivato a Venezia, sa che con il viaggio è terminato il suo sonno durato una vita. Venezia è affollata di turisti. Calli e campielli pullulano di giapponesi ubriacati dal sole ormai quasi estivo che ha sfolgorato per tutto il giorno. Nella hall dell’Hotel Tiepolo è tutto un via vai nipponico e surreale di cappellini di tela che viaggiano all’altezza delle spalle del portiere mentre fattorini indaffaratissimi spostano valigie e bauli dalla porta dell’ascensore all’ingresso, con grave pericolo dei banani in vaso che riempiono tutti e quattro gli angoli dell’ampio atrio. - Pronto? La voce di Sara è chiara, allegra, squillante. - Sono arrivato, Sara. Ti aspetto qui giù, nella hall. La voce di Luca è un po’ incrinata. - Di già? Hai fatto presto! Stavo facendo la doccia... C’è una pozzanghera qui, sul tappeto. Cinque minuti, cinque minuti e sono da te. Luca si guarda attorno e “Sono felice”, pensa, “Sono sorprendentemente felice, non dovrei ma lo sono, sono felice come lo ero da bambino quando guardavo i cartoni animati”. E quando una coppia di anziani giapponesi lo sfiora per dirigersi verso l’uscita, lui si sorprende a pensare a Goldrake, a tutti gli eroi dei cartoni che lo hanno accompagnato prima che perdesse la voglia di correre, prima di rifugiarsi in una lentezza silenziosa, e non rinuncia a dire Harigatò, Ittikemas, e quelli sorridono e si piegano in un leggero inchino e anche lui si inchina e sorride, e si sente piacevolmente ridicolo e sorride ancora quando vede Sara uscire dall’ascensore, e per la prima volta la guarda, la guarda davvero, senza fughe, senza nascondimenti, sicuro che sorriderle non sarà più una fatica che gli indolenzirà la faccia, anche se è ancora troppo presto per abbracciarla, per abbracciarla davvero, senza fughe, senza nascondimenti. E Pag. 114 le va incontro. Sara si ferma a due passi da lui. C’è ancora quel piccolo spazio da colmare. ... - Ma insomma, tu e Sara? Nessuno ci capisce niente. State insieme sì o no? - era sbottato una volta Guglielmo. - Stiamo insieme a distanza, - aveva risposto lui... E adesso Luca aspetta che Sara copra quella distanza e parli per prima. - Eccomi qui, Arpo. Con i piedi nudi infilati nei sandali e i polsi coperti da sottili braccialetti di corallo, Sara è l’allegoria dell’estate. Il sole le ha schiarito i capelli e centinaia di efelidi piccolissime accendono la sua pelle e indorano di luce le guance, le braccia, l’inizio dei seni nella scollatura quadrata del vestito. - Come sei bella! Anche se non sa che le corse in moto a volte accelerano pure la vita, lei deve aver capito, o immaginato, perché lo osserva con attenzione. - E tu hai qualcosa di diverso, hai cambiato pettinatura? - Ma no, sarà stato il casco... - Sei un po’ buffo! Hai un’aria strana. Ma dimmi, sei stanco? Vuoi bere qualcosa? - Sì, ma non qui, c’è troppa confusione. Ho tante cose da raccontarti. - Hai tante cose da raccontarmi! Lo credo bene! Due settimane di silenzio! Perché non mi hai mai chiamato? Luca vorrebbe risponderle Nemmeno tu hai chiamato, ma Sara sembra leggergli nel pensiero e continua. - Guarda che io ti ho scritto almeno mille messaggi! - E quando? Non ho ricevuto niente! - Perché non te li ho mandati, li ho cancellati... Mi sono detta... Be’ lascia perdere, non ha importanza quello che mi sono detta... Intanto usciamo, poi decideremo dove andare. Fuori, Venezia risplende senza il malinconico struggimento che la vela in autunno, e il colore dell’acqua e dei palazzi è nitido e brillante come il vestito bianco di Sara. L’ultima luce del giorno. - Cosa sei andato a fare a Montagnana? - Perché... - Aspetta, aspetta, parti dal principio, prima raccontami di Fieschi. - C’è poco da dire: Fieschi è partito a spron battuto con la sua spalla fasciata e il suo momento di celebrità.. - E con un seguito di giornalisti, presumo. Era su tutte le prime pagine! Pag. 115 - Per non parlare del codazzo di cameramen. L’ha avuta la sua buona dose di pubblicità, ma non mi è sembrato contento. Del resto, anch’io da parte mia ne avrei fatto volentieri a meno, sai come sono i giornali di provincia... - Sì, lo so... Ho letto… Volevo chiamarti, te l’ho detto, anzi, ad essere sincera ti ho chiamato una volta, ma avevi il cellulare spento... Ecco, sediamoci qui... Guardami? Insomma, ti trovo meno devastato del previsto. Sul tavolino del bar dove si sono seduti, a due passi dall’acqua scura che sciaborda al passaggio di una gondola, si materializzano due Martini rossi. - Ormai è passato, è tutto passato. Brindiamo a quello che non tornerà. Qualcosa mi dice che Fieschi non ci metterà più piede, a Mavezia. - No, lo penso anch’io. E il padre di Anapi? - Lo stanno ancora cercando. Pare che non sia tornato in Germania. - E Antonia? Ha paura? - Antonia mi sembra tranquilla, tutto sommato. Del resto, è abituata a certe situazioni, lei. - Ma tu no, vero? - Io? Non posso dire di essere tranquillo, ma per altre ragioni. - Cosa succede ancora? - Nulla. E’ già successo tutto, credo. Forse. Un’ape ronza intorno ai bicchieri vuoti secondo un itinerario misterioso, tutto scatti e ripensamenti, finché decide la direzione, si ferma sul bordo zuccherato del bicchiere di Sara dove trova il suo appagamento. - O forse, - riprende Luca, - qualcosa ancora succederà. Dipende da te, penso. - Da me? Io sono quella di sempre… - Ah, ma io no! Ho perso zavorra. Mi sembra di aver cambiato persino il mio modo di camminare… Sara si alza e gli tende la mano. - Davvero? Bene, allora vediamo. Vieni. Svoltano verso le calli più deserte, dove qualche rara donna torna verso casa con le borse della spesa. Niente vetrine sfavillanti, niente turisti, silenzio. Percorrono affiancati strade strette, lunghe, tortuose. In alcune il cielo in alto si riduce a un sottilissimo nastro perché al di sopra del pianterreno i muri sono a sbalzo sui barbacani. Luca tiene stretta la mano di Sara, pronto a sopportare qualche suo motto di spirito, ma Sara tace e lo lascia fare. Camminano vicini, e Luca avverte che nei passi tranquilli di lei c’è una lentezza voluta piena di provocazione, un’intenzione di sfida sospesa, un indugio chiuso nello spazio del loro percorso. A metà di una calle, Sara si ferma davanti a una finestra chiusa. Il suo vestito bianco sembra emanare una luce fortissima in contrasto con il Pag. 116 muro ricoperto di ragnatele che le sta alle spalle. Deve avvicinarla a sé, deve impadronirsene, deve imprigionarla per non temerla più con quell’intensità dolorosa di chi non è sicuro fino a che non chiude nei propri pugni la farfalla. Ma lei riprende a muoversi e gli sfugge di nuovo. Sotto il ponte che hanno raggiunto, al termine della calle, passa una gondola, e il grido del gondoliere, a-òe, segnala la sua svolta nel canale. - Allora? Mi hai fatto rimandare la partenza! E’ arrivato il momento di raccontarmi. Sei qui per questo, no? Chissà se è ancora presto per risponderle - Sono venuto per te -. Sara lo guarda e aspetta. - Ti avverto, però, che non mi piacciono le storie tristi, - aggiunge poi, piegandosi sul parapetto verso l’acqua verdastra dove galleggia un resto di verza. Per un po’ Luca guarda la verza che nuota lenta sotto di loro, poi osserva il profilo fermo di Sara. Nelle ultime due settimane non si è mai fatto vivo con lei, ma adesso ha alle spalle il ricordo della sua infuocata corsa in moto e davanti a sé la certezza del desiderio. Allora afferra le spalle di Sara e la gira fino ad averla di fronte, vicinissima, e in fretta, molto in fretta per timore che lei voli via di nuovo, le dice: - Lo so. L’ho visto. A te piace la vita, ti piacciono i ventagli e le altalene, ti piace questo... L’abbraccio di Luca è forte e il suo bacio è deciso. Ma quando si stacca da lei, e le passa la punta dell’indice sulle labbra ancora umide, sente riaffiorare un principio di paura. Il sorriso di Sara è quello di sempre: - Sì, questo mi piace, - e si scioglie dal suo abbraccio, - ma non sono sicura che tu mi piaccia altrettanto. Il secondo bacio è una risposta prolungata, sorprendente e carica di promesse. Passa del tempo prima che Luca riesca a parlare. - Sara, tesoro… - Sara, tesoro mio, bisogna buttarsi tutto alle spalle, adesso. Anche Sara tarda a rispondere. - Riuscirai a farlo? - L’ho già fatto, quando ho deciso di venire da te. Il rosa e l’azzurro del cielo sono impalliditi. Ormai è sera. Nessuna ombra sull’acqua del rio sotto il ponte che stanno attraversando ma solo un uniforme e mite offuscamento. - Allora racconta, vieni, raccontami e tienimi stretta. - Prima promettimi che ti fermerai a Venezia anche domani. - Avevo deciso di partire oggi, stavo per farlo quando mi hai telefonato. - Hai già finito con le tue Meduse? Pag. 117 - Finito. Pietrificata. No, non tu. Tu, Sara, sfuggi alle maree, alle fasi della luna e alla durezza della pietra. Tu voli con sandali alati e hai già sventato lo sguardo della Gorgone! - Allora ascolta: è cominciato tutto quando ho rovistato negli scatoloni... Luca inizia a raccontare, mentre il buio dà vaghezza a tutte le cose, ai profili dei ponti, alle altane e ai fumaioli, al silenzio attento di Sara. Racconta con ordine, della telefonata e della visita al notaio, di Gina Pagan, delle carte dell’adozione, del testamento, senza tralasciare i particolari. Ma ancora non le dice del contenuto del taccuino. La notte circonda di velluto i marmi e rende quasi trasparente la loro luminosità. La carezza di Sara giunge a Luca come un tocco di sconosciuta felicità quando lui conclude: - Non riesco ancora a convincermi che tutto questo abbia a che fare con me! L’accenno al taccuino rimane ancora solo nella mente di Luca, lontano. Per il momento quello che conta sono solo i gesti di Sara, le sue dita tra i capelli, la carezza sulla mano. - Sai? Tra tutte le emozioni di questi giorni, sai quale è stata quella più forte? E’ stata la delusione di scoprire che l’aviatore della mia infanzia non era mio nonno. - E’ così che si diventa adulti. “All’apparir del vero…”, no? - Già. Ma questa felicità che provo… Da dove mi arriva? - Stupido! L’abbraccio è talmente lungo e forsennato e così poco innocente che una donna che si sta avvicinando a loro si ferma e decide di tornare sui suoi passi. - Stringimi. La tiene stretta, Luca. Perché solo ora, perché mai prima d’ora? Rimangono incollati l’uno all’altra, continuando a baciarsi finché si accorgono di non essere più soli. Quando riprendono a parlare e a camminare, le loro voci e i loro passi sembrano appartenere a qualcun altro. Le parole, d’ora in poi, saranno preziose e intatte, Luca ne è certo. - Sono felice. E’ il seno di Sara quello che gli sfiora il braccio. - E sei adulto! E’ sua la mano che scende in una carezza lungo la schiena di lei, giù, fino in fondo. - Ma sei anche giovane, vedo. Bada di non dimenticarlo. Pag. 118 Sembra tutto così facile, adesso. - E forse sono anche un po’ cinico. - Cinico? Perché? - Perché adesso non mi importa più di nulla. - E’ una forma di difesa, devi pure difenderti, - osserva Sara, - è giusto. - Forse. Oppure è un distacco… - Comunque, mi chiedo come abbia fatto tua madre a tenere tutto dentro di sé. Così come faccio ora, mentre questa bambagia soffocante si insinua negli anfratti di quell’astrazione che sono diventata. - Sara, mi resta solo un’ultima cosa da fare. Domani mattina. A San Michele. - Il cimitero? - Sì, una visita breve. E’ l’ultima conferma. E un omaggio. - A chi? - chiede Sara. Il gesto vago della mano di Luca è e non è una risposta. Allora lei continua: - A tua nonna? Prima che lui risponda, Sara lo previene: - Non lontano da qui, in una calle stretta, ci siamo passati prima, c’è una finestra sbarrata. Dicono che dietro le inferriate ci sia una donna trasformata in una statua di sale. Dio l’ha punita perché si era pettinata in chiesa. E’ lì da un tempo immemorabile. Pare che il mondo sia pieno di storie così... storie di vanità punita... Pare che la bellezza faccia paura a molti… E’ a tua nonna che pensi, vero? Poi, come conclusione dovuta, l’unica, Sara decide: - Va bene, verrò con te al cimitero, vorrà dire che partirò verso sera. - Sei sicura? Non potrei sopportare che... Il lungo bacio di Sara, ancora più lungo, se possibile, delle speranze di Luca, è un’indagine, una verifica e alla fine anche una risposta. E dopo, finalmente, le parole di lei sono quelle che Luca si aspetta: - Partiremo verso sera. Insieme. La notte Luca si addormenta con il corpo grande di Sara che gli riempie di morbidezza le braccia e con il sapore del suo miele sulla lingua. Un pensiero lo traghetta verso il sonno: che lei è bionda come lui e che i loro corpi nudi ricamano sulle lenzuola una magica simmetria. Luca e Sara hanno dormito a lungo ed è quasi mezzogiorno quando raggiungono la muraglia rossa di San Michele. Entrano nella penombra fresca della chiesa e si sottraggono ai bagliori violenti che lo sfavillio della laguna Pag. 119 rimanda al cielo senza nuvole. La luce calda di maggio li accoglie di nuovo quando dalla navata destra passano nel portico del chiostro e si fa abbagliante quando dal chiostro escono nel cimitero. Chiudono un attimo gli occhi e poi cercano il riparo dell’ombra dei cipressi. Dalla laguna li investe un’aria leggera e umida. - Sai dov’è? - chiede lei. E’ domenica. Camminano ora soli ora affiancati a persone che stringono nella mano mazzi di fiori recisi, camminano in silenzio in mezzo a un trionfo di marmo liberty, passano accanto alla tomba di Pound, percorrono vialetti bianchi di ghiaia. Poi la trovano. E’ una tomba piccola, senza statue, ma dignitosa anche nell’abbandono. Una tomba borghese, di marmo consumato dalla pioggia e dal vento salmastro, con le epigrafi scolorite. Sulla lapide ci sono tre nomi. Paolo Piermarin 1893-1935 Federico Piermarin 1921-1940 Virginia Piermarin 1922-1964 E’ solo uno dei tre il nome che Luca è venuto a cercare, e non è quello di Virginia. Adesso che lo vede, quel nome, adesso che lo legge inciso sul marmo, si rende conto che l’ha sempre saputo, già dalla lettura del taccuino, prima ancora che le parole rivelatrici del notaio glielo confermassero: - La morte del figlio aveva messo a dura prova la signora Mary, è stato un colpo terribile, sì... Federico aveva solo diciannove anni. Lei non lo sapeva? Si è suicidato. Federico, quello. E’ vissuto, è morto, e neanche Ilaria ha potuto cancellarne l’esistenza. Ci sono le date incise nella pietra, c’è il suo nome. Forse è il momento di parlare a Sara del quaderno, di far capire anche a lei quello che il giorno prima le ha taciuto, ma Luca esita ancora, teme che sarebbe un tradimento nei confronti di sua madre. Sara lo guarda con i suoi occhi limpidi. “Lo farò, ma non ora”, decide. Sara si è seduta sull’orlo di una tomba fastosa e mordicchia la punta di uno stelo d’erba che ha strappato. E’ chiaro che sta aspettando, ma Luca riesce solo a dirle: - Vieni, possiamo andare adesso. Lei alza la testa e lo guarda. - Possiamo andare? Luca, sii sincero, perché siamo venuti? Veramente dovrei Pag. 120 dire Perché hai portato qui anche me? - Perché ti amo. - Anch’io, ma l’amore non c’entra. C’è ancora qualcosa che non mi hai detto. Cosa siamo venuti a cercare? Di’ la verità. - Un particolare nascosto. Sara si rimette in piedi e lascia cadere il filo d’erba che vola a terra un po’ più scolorito di prima. - Io non ho trovato niente. - Aspetta... Hai mai fatto quei giochi d’attenzione che ci sono sulle riviste di enigmistica? Quelle vignette che nascondono in un disegno qualche figura? Hai presente? Una faccia nelle rughe della corteccia di un albero, un animale rovesciato, un’immagine in una nuvola... - Giochi piuttosto noiosi, direi. E li facevo da bambina... - Guardami, Sara, perché non mi guardi più? - Non so, all’improvviso ho paura. - Di cosa? - Di essermi sbagliata. E’ un passo indietro quello che stai facendo. Luca le si avvicina, le prende le spalle ma piano, con delicatezza, appena un tocco. - Sara, nessun passo indietro, te lo giuro. Io non sono più quello di prima. E’ spaventoso e meraviglioso. Terribilmente bello, come la notte che abbiamo passato insieme. Il movimento di Sara è impercettibile ma sufficiente a staccarsi da lui. - Da quanti anni assisto da lontano alla tua vita spenta, alla tua malinconia? A ripetermi che tu non sei fatto per me e a continuare ad amarti ugualmente, di nascosto, nonostante... Da quanto tempo? E adesso mi dici che ti è capitato qualcosa di straordinario, che sei cambiato, che non sei più lo stesso. Bene, e io dovrò sempre guardarti da lontano? E’ così, Luca, è così? Quanti modi ci sono di pronunciare un nome! - No, non è così, ma dammi un po’ di tempo. Presto, molto presto approfitterò della tua leggerezza. Te lo prometto. - Di quale leggerezza stai parlando? Cosa vuoi dire? - Vieni qui, vicino a me. Non ho nessuna intenzione di lasciarti andare. Tu voli sulla vita, Sara, ecco quello che intendo dire. Sara torna a guardare la tomba. - Cosa c’è lì? Cos’è che non riesco a vedere? - Il segreto di mia madre. Il segreto di Ilaria. - Che appartiene solo a te, giusto? - No, ma lascia che ne parli ad Antonia, prima. Non è una cosa facile. Dopo apparterrà anche a te. Non ti avrei portato qui, altrimenti. Tu sei il mio giorno Pag. 121 che verrà, Sara. Il silenzio intorno è rotto solo da qualche sbuffo di aria calda che muove appena le foglie. I viali del cimitero sono deserti e immobili in una teatralità assorta. Qualche tomba monumentale ritaglia geometrie di azzurro nel cielo; per il resto, c’è solo il vuoto, in alto. In basso centinaia di lapidi bianche picchiettano il verde delle aiuole. La morte, invece che evocata, sembra lontana ed estranea. Sara si guarda intorno, poi torna a rivolgersi a Luca: - Non c’è più nessuno, siamo rimasti solo noi. Andiamo, se restiamo ancora qui io rischio di diventare lagnosa e tu disgustosamente stucchevole! Abbracciami, però. Luca la abbraccia e la tiene abbracciata fino a che arrivano alle pareti di terracotta del cimitero. Il ritorno a Venezia è colorato di azzurro come un’unica grande tessera di mosaico e Sara ritrova il sorriso. Luca è sicuro: tornerà a casa con il suo corpo tiepido allacciato alla schiena, in corsa, sulla moto che fino al giorno prima lo aveva portato da solo senza condurlo da nessuna parte Sono scesi alle Fondamenta Nuove e hanno ancora del tempo davanti a loro. La solitudine di San Michele è ormai lontana e quando si avvicinano alla Scuola di San Marco la ressa dei turisti li accerchia. Sara tace. Sembra perduta in una smemoratezza tranquilla. Per la prima volta è Luca a guidare i suoi passi e si accorge che lei lo segue senza avere un’idea precisa della loro direzione. “Questo non mi piace... o invece sì? Sì, mi piace da morire!”, pensa e per la prima volta è lui a disperdere i brandelli di nebbia che non vogliono sfumare. - Fermiamoci a mangiare qualcosa, inventiamoci qualcosa di allegro, facciamo follie, spendiamo dei soldi... A proposito, devo comprare un casco, - le dice accarezzandole i capelli. Sara lo prende per mano. Sara ha delle belle braccia. Sara ha davvero il portamento di una dea. - Un casco! Scommetto che è per me. D’ora in poi sarò condannata a contemplare la tua schiena in un viaggio dove non si potrà parlare. - Indovinato. - Lo sai che sono sempre stata brava a indovinare. Be’, non sempre... - Allora vediamo se indovini anche questo: cosa ha a che fare Palazzo Contarini con noi? La conosce quell’espressione buffa che ha Sara quando qualcosa la stupisce ma lei non vuole darlo a vedere. Spalanca gli occhi e la punta del naso le si arriccia lievemente all’insù. Pag. 122 - Allora? Non hai ancora risposto. - No, però lo so cosa stai facendo, cerchi di evitare a tutti i costi che riaffiori il mio malumore, ti ho capito, sai... Comunque, forza, di quali Contarini stai parlando? Ce ne sono tanti. - Quello che dico io è un palazzo piccolo. - Secolo? - Sei tu l’esperta di Storia dell’Arte. - E’ il Palazzo Contarini Fasan? Sara lo guarda con sospetto: - Sì? E’ quello? E’ la casa di Desdemona. - Risposta esatta. - E cosa c’entra Desdemona? - Come! Amori che nascono nei palazzi di Venezia, nutriti di racconti, sentimenti travolgenti e insperati, passioni molto pericolose, mesaillances scandalose... Quindi, signora, attenzione a non perdere il vostro fazzoletto! Sara scuote la testa e non commenta. Prende dalla borsa una biro e un klenex, scarabocchia veloce qualcosa e lo getta nell’acqua. Poi si avvicina a Luca e gli sussurra all’orecchio: - L’ho annegato. Non mi sembrava adeguata una sepoltura. Siamo a Venezia, dopo tutto. Il fazzoletto di carta galleggia per un po’. Quando affonda, il nome Arpo scritto in stampatello è già stato sbiadito dalla forza dell’acqua. Pag. 123 LA MATTINA DOPO Nessuna neve è così bianca. Luca telefona ad Antonia. - Te ne sei andato senza dire niente, non è da te! - Avevi il numero del mio cellulare... - Quando torni?- gli chiede lei senza lasciargli il tempo di parlare. Per qualche minuto il tempo sarà immobile, ma non per sempre. Invece di dirle che è già tornato, Luca risponde con una bugia - Domani, penso - e non sa nemmeno lui perché. Forse per dispetto, forse per allontanare ancora un po’ il momento delle rivelazioni. - Allora fai ancora in tempo a trovarmi. Me ne vado. - Te ne vai? E dove? - Be’, non certo a Monaco. La risata di Antonia suona forzata. - Vado a Roma, da una mia amica. - E poi? - Poi vedrò. - Ma tornerai, vero? - No, non tornerò. - E Anapi? - Sta bene. Sta come al solito, è nel suo mondo. - Non pensi che un altro cambiamento potrebbe fargli male? Antonia non risponde e solo dopo qualche attimo che sembra interminabile Hai letto il libro di Fieschi? - gli chiede. Luca si lascia sfuggire un gesto di impazienza, una piccola torsione del corpo e della testa come se volesse comunicare a qualcuno che non c’è, che non è lì vicino a lui, l’irritazione che tuttavia riesce a frenare. - No, naturalmente, non ne ho avuto il tempo. Non è che muoia dalla voglia di farlo. E poi cosa... - Leggilo. Pag. 124 - Sono a Venezia. Luca si chiede perché mai stia continuando a mentirle. - Lo so. E poiché Luca tace per la sorpresa, ma è un silenzio che dura solo il tempo di un pensiero breve, del tipo “Come fa Antonia a sapere?” o “ Non le ho detto dove andavo...”, sua sorella aggiunge: - Be’, se anche non lo so, me lo immagino. Non è a Venezia la tua amica? Antonia ha un modo tutto suo di dire perfidie: la faccia le rimane totalmente priva di espressione, senza nessuna relazione con il significato delle parole, come se dicesse semplicemente - Oggi piove, - e a Luca sembra di poterla vedere... - Sara non c’entra. Era il cimitero che mi interessava. Ho visto la nostra tomba di famiglia. “... io so una cosa che tu non sai...” - Antonia, dovresti vedere una cosa, - riprende Luca. - Ah, sei ineffabile, sei davvero incredibile. - Perché? - Guarda che se stai cercando qualcosa stai cercando dalla parte sbagliata, guarda che non è sepolto lì nostro padre. Anzi non è sepolto da nessuna parte. Antonia ha parlato in fretta, mangiandosi le parole e Luca riconosce in lei l’antica furia sempre sull’orlo delle lacrime e sempre al di qua del pianto. - Antonia, ascoltami, lascia perdere nostro padre, è molto difficile quello che devo dirti. E non posso farlo per telefono. - Non sei tenuto a farlo. Luca rimane per un po’ con la cornetta alzata, vicina all’orecchio, ad ascoltare il suono della comunicazione interrotta e a chiedersi cosa fare a quel punto. Come avrebbe reagito un mese prima? Avrebbe rinunciato? Si sarebbe rifugiato nel torpore, nell’isolamento? Ma ormai la stanchezza che lo ha accompagnato per tutta la vita si è definitivamente dissolta e neppure Antonia potrebbe farla ritornare. Nel giro di pochi giorni è profondamente cambiato: il taccuino, le carte del notaio, quel lungo giro in moto su vecchie strade piene di buche, la velocità della corsa, l’asfalto a dieci centimetri dai suoi piedi, le inclinazioni del corpo in curva, l’arrivo a Montagnana come davanti ad un sipario, e poi Venezia e poi Sara... tutto questo ha sollevato le sue palpebre pesanti. E si prende un altro giorno di tempo prima di affrontare Antonia. Pag. 125 Il pomeriggio seguente la voce stridula di sua sorella copre il rumore della pioggia che scroscia sui vetri delle finestre con una violenza che Anapi osserva immobile. - Non urlare, non urlare, ascoltami, prima ascoltami, poi farai come vuoi, se hai deciso di andartene, va’, nessuno ti tiene qui con la forza. Tu mi esasperi, Antonia. Luca guarda le due valigie chiuse, pronte vicino alla porta e non sa ancora se essere preoccupato o sollevato. Anapi se ne andrà con lei e Luca non capirà mai che cosa veramente gli ha preso o gli ha donato quel bambino che davanti alla finestra seguita a guardare lontano, oltre alla siepe. Antonia interrompe il suo frenetico via vai per la stanza, quasi un volo di mosca che sbatte ronzando contro i vetri. Si siede e lo fa come se il suo corpo si afflosciasse svuotato, privo di impalcatura. Luca non può fare altro che chiederle Che cosa c’è? e mentre Antonia risponde Non dovevo tornare, Non dovevo cadere in questa trappola, avverte il peso dei pensieri di lei, macigni che spingono a terra, mani che premono, e può quasi sentire le voci che le dicono “Tu non sei più tu” e “Tu sei sempre la stessa”, e gli sembra che la sorella sarà condannata alla ripetizione, che la sua vita sarà sempre uguale, che lei non potrà fare diversamente. Prende una sedia e si siede di fronte a lei, piano, con il fiato trattenuto per timore che lei si alzi d’impulso e lo lasci solo. - Non fare così. Ormai è finita. Lui se ne è andato, no? Non tornerà, siamo al sicuro, sei al sicuro adesso. Qui la vita non sarà esaltante, ma almeno hai una casa e un lavoro. Vorrebbe aggiungere “Qui ci sono io”, ma si ferma in tempo e chiede soltanto: - Cos’è, la polizia non ti lascia in pace? Antonia solleva la testa che teneva abbassata sul petto e la bocca le si stende in un sorriso cattivo. - Ti fa paura la polizia? Ti fanno paura i giornali? Presto avrai paura di ben altro, - gli dice mentre la pioggia aumenta di violenza, la luce livida del cielo spegne i colori della stanza e il bambino sembra divenire solo ombra. Paura? ... - Bisogna avere coraggio, - gli diceva la madre quando lo mandava in cantina a prendere le bottiglie d’acqua e lui titubava davanti alla porta e a quelle scale che terminavano nel buio. “Bisogna avere coraggio”, si ripeteva lui piano e quando credeva di averlo trovato, quel coraggio, e si sentiva pronto a scendere nel tanfo dell’umidità stagnante, Antonia, arrivata dietro di Pag. 126 lui in punta di piedi, lo spingeva all’improvviso da una parte, lo sorpassava e cominciava a scendere le scale di corsa, ridendo... ... ridendo come sta facendo in questo momento, ed è inutile che lui la insegua cercando di sorpassarla perché lei lo spinge ancora indietro ed è come se scomparisse nel buio aspettandolo come allora dietro la porta della cantina, lasciando che lui senta solo quel suo ansimare che era ed è di vittoria e di scherno ma soprattutto di minaccia, perché il pericolo non era, non è, l’oscurità ma Antonia stessa. - Spiegati. Di cosa dovrei avere paura? Lei si stringe nelle spalle, prende dal pacchetto una sigaretta che tiene tra le dita senza accenderla, si alza, si dirige verso la scrivania e da una pila scomposta di libri sceglie il primo e torna verso di lui. - Leggilo. Luca prende il libro di Fieschi per compiacerla, ma se lo appoggia sulle ginocchia senza neppure guardarlo e torna ai suoi tentativi: - Prima ascoltami, è importante. Nella tomba di Venezia è sepolta... Ma lei lo interrompe con prontezza: - C’è la Decollata? La vecchia Mary? Quella che “ era sbarcata a Venezia nel 1910”... ? - No, Mary è sepolta a Padova. A Venezia è sepolta sua figlia, la nostra nonna... - Sicuro, Virginia, lei, quella che “i bagni freddi non sono riusciti a curare”... Luca si alza in piedi troppo in fretta e la sedia si rovescia con un fragore coperto solo in parte dal brontolio di un tuono lontano. Anapi si copre le orecchie, ma non si allontana dalla finestra. - Tu lo sapevi? Sapevi che è morta in manicomio? Chi te lo ha detto? La mamma? E per un attimo riaffiora in Luca il sospetto di essere stato tenuto in disparte, il figlio a cui non si raccontano i segreti, e per un attimo odia Antonia senza chiedersi se l’odio coinvolga anche la madre. - Pagina 250, capitolo ottavo. I nomi sono gli stessi, Mary e Virginia, tutte e due nella tua stimatissima tomba, pensavo, comunque almeno una di loro sepolta nella tomba della nostra stimatissima famiglia. - Ilaria non ce ne ha mai parlato, non ne ha mai parlato a nessuno. - Ah, Ilaria! Ilaria ne ha parlato, eccome, ma non a noi. - Non hai ancora pareggiato i conti con nostra madre? - No, no, mai, tutto quello che mi è successo è colpa sua, colpa della sua falsità, della sua spregiudicatezza fasulla, dei suoi silenzi. E’ solo colpa sua se io sono come sono. Pag. 127 Antonia è sconvolta, Luca lo vede, i tratti del viso si sono fatti aguzzi, sottili come aghi che pungono, sottili come la voce che si è incrinata, tagliente. - Antonia, ascoltami, se mi stai a sentire un attimo forse capirai... Quello che ho scoperto... - Quello che hai scoperto io lo so già. “... Io so una cosa che tu non sai, io so una cosa che tu non sai...” La tentazione di farle il verso, di parodiare quella sua insopportabile petulanza infantile che sopravvive a dispetto degli anni è irresistibile, eppure Luca riesce a reprimerla e usa un tono di voce sommesso, non per caso, non perché obbedisce così alla propria natura, ma con lo scopo preciso di far risaltare ancora di più l’isteria della sorella: - Cosa sai? Avanti, sentiamo. - Leggi il libro. E’ decisamente troppo, anche per lui, e così Luca perde le staffe. - Finiscila, finiscila, cosa vuoi dire? - Io? Niente. Leggi il libro. Adesso non la guarderò, pensa Luca, e parlerò senza fermarmi, e le dirò che Ilaria non ha saputo fare altro che ingannarci perché il suo peso era insopportabile. - Antonia, nostra nonna è stata rinchiusa in manicomio ma non era pazza, perché... Ma di nuovo Luca viene interrotto. - No, non lo era, “ ma tutto era scandalosamente umido in lei, tutto eccessivo.”... - Ma cosa diavolo stai dicendo? - Allora sei proprio cieco, sei cieco e sei sordo! Ascolta, - e Antonia solleva il libro che era caduto dalle ginocchia di Luca e anche il bambino si china e alza da terra una piuma d’oca sfuggita alla fodera del cuscino che porta spesso con sé, davanti alla faccia, premuto contro il naso fino a quando gli viene meno il respiro, ma la piuma gli sfugge e rotea leggera nell’aria mentre il libro no, non sfugge ad Antonia che lo apre e legge: “ Mary era impettita, seduta col busto eretto vicino alla giovane figlia, pallida e assente ma con gli occhi lucidi e un non so che di esaltato nello sguardo.” No, questo non c’entra, questo se lo deve essere inventato... Ma aspetta, aspetta... Dev’essere a pagina 250... Dov’è, dov’è, dov’è... Anapi intanto si avvicina in silenzio e chissà cosa ha sentito, chissà cosa ha avvertito. Vedere con quale frenesia Antonia sfoglia le pagine del libro e ne strappa qualcuna nella violenza del gesto è per Luca intollerabile. - Ti rendi conto? - scoppia a ridere lei, - pare che nella nostra famiglia abbondino ragazze madri e disturbi mentali e se tu non fossi il mio gemello Pag. 128 dubiterei di essere tua sorella. Sei così rassicurante, tu, così privo di immaginazione. - Sei fuori strada. Luca si rende conto di parlare senza guardare sua sorella negli occhi, preoccupato di sorvegliare Anapi chiuso in se stesso eppure attento, ci giurerebbe Luca, attento a quello che si sta consumando vicino a lui. Perciò di nuovo controlla il tono della voce anche se non può misurare la stizza. - Ragazze madri... proprio tu! Dio santo, parli come una bigotta. Comunque il problema è che Ilaria... - Ilaria, Ilaria, Ilaria! Ma smettila, era nostra madre, chiamala come si deve anche se lei non è certo stata una madre come si deve. - Antonia! - E va bene, ha scoperto che sua madre era in manicomio solo quando è morta quella vecchia che era un mostro... - E ti pare poco? - la interrompe Luca. - Ah, ma poi è tutto da vedere, non deve esser stato facile gestire nostra madre, bisognerebbe sentire anche l’altra campana... comunque te lo concedo, ti concedo tutto, ha fatto questa scoperta tardiva, va bene, ma c’era bisogno di andare a spargere la notizia ai quattro venti? C’era bisogno di raccontare ogni cosa ad un estraneo per dare a una banale scopata una patina di sublimità? - Quale estraneo? - Dio, come sei lento! Quello che trent’anni dopo da tutta questa storia ha ricavato un libro mediocre. Gli scaglia il libro addosso e si passa le mani sulla faccia, come se volesse cancellare qualcosa. Poi aggiunge: - E prova ancora a dirmi che non è colpa di “Ilaria”. Luca accarezza i capelli al bambino che sorprendentemente gli si è appoggiato sul petto. Se Anapi ha sentito il suo sussulto e le oscillazioni dell’emozione, non lo dà a vedere. La voce di Luca è bassa e come sfinita quando, dopo un tempo interminabile, chiede: - Antonia, tu pensi che Fieschi sia nostro... - Non ne ho la certezza. Ma ci sono troppe coincidenze. - Ma lui sapeva che tu... - No, non lo sapeva, non lo sa. Io non gli ho certo detto niente. Ma fin dalla sera della presentazione del libro io ho pensato... E’ vero che Mary e Virginia sono nomi abbastanza comuni, forse... ma c’è Venezia, ci sono le date che coincidono. Ho sentito come un campanello d’allarme, quella sera. Allora l’ho invitato qui per saperne di più, e ci sono riuscita nonostante tu facessi di Pag. 129 tutto per mettermi i bastoni tra le ruote. Stupido! Cosa credevi, al fascino del grande scrittore? Tu non hai sospettato niente, vero? Non ti è balenata l’idea che... Bah, lascia perdere... - Ma cosa ti ha detto? - L’ho lasciato parlare, quella sera... Ha parlato molto, ha parlato solo lui, deve essere uno senza troppe inibizioni. Ha anche bevuto molto... Ce l’aveva con un critico, ce l’aveva con il mondo intero, ma ce l’aveva soprattutto con se stesso, diceva che la vena creativa gli si era prosciugata dopo i primi successi, che si era torturato per anni senza riuscire a scrivere nulla, che aveva esaurito il suo inventario di tipi umani... E’ stato allora che gli ho chiesto cosa gli aveva dato l’ispirazione per i personaggi di questo libro... Un po’ di sesso, qualche falsità e molto cinismo, mi ha risposto. Continuavo a versargli da bere... E così mi ha confessato che il suo libro lui l’aveva scritto quasi sotto dettatura e che la narratrice che compare all’inizio non era un’invenzione, che lui l’aveva conosciuta davvero, conosciuta in senso biblico, ha aggiunto... E sai quando? Tienti forte: un anno prima che noi nascessimo! Ha detto che era stata lei a iniziarlo al sesso, lui allora era molto giovane, e poi ha fatto anche degli apprezzamenti, dovevi sentirli! Era completamente ubriaco, e io continuavo a riempire il suo bicchiere di whiskey e a fargli delle domande, ma non si ricordava nulla, ricordava solo la storia, e ha cominciato a parlare dei manicomi, di Basaglia, di quando era all’Università... Ma sai come l’ha definita nostra madre? Perché era lei, era sicuramente lei, il nome non se lo ricordava, ma ce l’aveva ben presente perché ha detto che era una borghesuccia pavida e pruriginosa, proprio così, un’eroina da melodramma che si credeva un personaggio da tragedia, così ha detto, e non aveva torto, l’ha proprio pitturata. Quando se ne è andato, ho letto il libro. Non si è neppure dato la pena di cambiare i nomi. Mary, Virginia e Venezia... Ecco, adesso sai che nostro padre non è dove l’hai cercato! Era lì, è sempre stato lì, sotto gli occhi di tutti... Luca deve chiederglielo anche se preferirebbe non farlo. Ma ormai ha deciso di non avere più paura. - Antonia, cosa c’è stato fra voi due? La risata di lei parte in sordina, prima solo un leggero scotimento di spalle, piccoli e ritmici sbuffi dal naso, poi cresce via via più sonora, più sguaiata, più volgare. Anapi si stacca da lui, raccoglie il libro e comincia pazientemente, tenace, a strappare una pagina dopo l’altra; i fogli si allargano a corolla ai piedi di Luca mentre un arcobaleno incoerente traccia il suo arco nel riquadro della finestra rigata ancora di pioggia. Con lo sguardo rivolto a quella finestra, voltandogli le spalle, Antonia ha già deciso, anche per lui. Pag. 130 - Vattene, Luca, va’ via. Uscendo, lui chiude la porta, piano, senza fare rumore. Fuori, l’odore della pioggia è ancora intenso e inebriante; tra le fessure delle pietre ineguali dei marciapiedi spuntano rinvigoriti dalla frescura ciuffi di verde punteggiati di giallo. E adesso? si chiede Luca dirigendosi a piedi verso casa. Cosa si può fare di ragionevole? Andare avanti, ecco l’unica cosa da fare, procedere sicuri senza fermarsi, senza guardare indietro, resistere al ridicolo di questa agnizione che lo ha colto di sorpresa e che ora vorrebbe prenderlo nella rete. Fieschi potrebbe davvero essere suo padre. Oppure no. Che importa? Cosa cambia? Lui non gli deve niente, neppure una briciola di rispetto. No, non si lascerà turbare dal fatto che esiste un Fieschi che una volta, per caso, ha avuto a che fare con sua madre. Comunque lui non avrà mai più a che fare con Fieschi, padre o non padre. Ci sono legami sacri nella vita? Legami che esistono al di fuori e indipendentemente da te, che ti intrappolano nelle panie delle leggi di natura, i cosiddetti legami del sangue? Legami che si impongono come un destino e si ereditano come si eredita il colore degli occhi che tu non hai scelto, come non hai scelto di essere alto, grasso, allergico, decidono loro, prevaricano la tua volontà, come se tu fossi un virus, un microrganismo, un fagiolo, ti tolgono il tuo statuto di uomo faticosamente raggiunto e proclamano la rivincita di Edipo su Prometeo. Abbasso l’acido deossiribonucleico, abbasso la teoria secondo la quale il simile produce il simile. Al diavolo il primato della biologia. Al diavolo, al diavolo i piselli di Mendel... Cosa ha ereditato lui da questo padre? Che meraviglia infischiarsene delle catene genetiche, e celebrare piuttosto l’azzardo che ti fa nascere in un certo momento e a una latitudine piuttosto che a un’altra, senza farsi domande oziose né avanzare ipotesi assurde del tipo Se mia madre avesse abortito non sarei mai diventato quel gran genio che sono, come se quello che sei, stramaledettissimo idiota, dipendesse solo dallo spermatozoo capitato per caso a un randez-vous tra milioni. Hanno un nome gli spermatozoi? Si chiamano forse Vincenzo, Raimondo, Giobatta? Hanno il potere di stabilire quello che sarai e che deciderai di essere? No, abbasso lo spermatozoo demiurgo. Fottiti, Fieschi! Alle spalle, alle spalle, via, avanti, avanti, fuori da questo reticolo di strade Pag. 131 che sanno di muffa, lontano dal vecchio se stesso che gli sta appiccicato come un’ombra e che vorrebbe riacciuffarlo, avanti, avanti, fuori dalle sabbie mobili, in fuga dalla prigione mortifera della malinconia, avanti. Luca è morto, viva Luca! L’uscita dalla città vecchia è un lungo corridoio in penombra. Al termine, la grande Porta di Ponente, l’ultimo confine della città, interrompe con un arco maestoso la barriera compatta delle mura e si apre come un’enorme finestra sullo sfondo ampio e trasparente della nuova Mavezia. Luca lo ha davanti a sé, lontano, come una meta che desidera raggiungere al più presto. A un tratto un’esplosione abbacinante lo accieca. Il sole, rispuntato in un cielo sciacquato e terso, calando verso l’orizzonte ha incanalato i suoi raggi attraverso l’apertura della Porta privandola dei suoi contorni, e adesso al suo posto, come se si fosse smaterializzata, un unico fascio di luce sfolgora basso, all’altezza degli occhi. Il contrasto tra la luce lontana e le ombre della strada è tale che Luca è costretto a procedere a testa bassa per non essere abbagliato. La strada della città vecchia restituisce una lucentezza che ha il sapore di anni lontani. Luca è solo e i pieni compatti dei muri e i vuoti delle orbite delle finestre chiuse sono tutti per lui. Sulla facciata della casa alla sua sinistra, sul marciapiedi opposto, in alto, gli si rivela una bifora inghirlandata da geometrie in cotto; è passato di lì centinaia di volte e non l’ha mai notata. Ma è così: solo in certi momenti della vita si svelano verità che la distrazione ha impedito di... Come il taccuino... Il taccuino... Cosa fare del taccuino? Buttarsi anche quello alle spalle, ecco la cosa giusta da fare... All’improvviso un gruppo di bambini esce di corsa dal portone della casa per riprendere i giochi interrotti dal temporale. Si dirigono verso la piazzetta che si apre a destra e Luca si deve fermare per non urtarli e non esserne urtato. Non è cambiato nulla da quando anche lui usciva in strada con Antonia... I muri, i portoni, i sampietrini... Anche i bambini non sono cambiati: lo stesso furore nel rincorrersi, nascondersi, intrecciare e sciogliere alleanze… e come sempre uno di loro interrompe il gioco e se ne va senza voltarsi, offeso per qualche torto subito e gli altri si fermano a guardarlo mentre si allontana, reprimono la tentazione di richiamarlo e riprendono il gioco senza di lui. Anche Antonia se ne andrà, un’altra volta, senza voltarsi, e il piccolo Anapi, il bambino che non esce correndo avanti e indietro dai portoni sulla strada, il bambino che non si allontana indispettito, il bambino che non conosce le crudeltà e le malizie dei giochi di gruppo, il bambino che non guarda da nessuna parte, che muove le mani senza scopo, - tranne una volta, una sola Pag. 132 volta, quando le ha unite attorno al quaderno e glielo ha consegnato come un prodigio d’intesa- anche lui andrà via. Il silenzio che ha tenuto in sospeso per un po’ lo spazio e il tempo, viene interrotto da gridi di richiamo, quelli delle rondini che tutte le primavere nidificano sotto le gronde dei tetti e quelli dei bambini che si rincorrono. Luca riprende il cammino. Se ne andrà davvero, Antonia? La domanda è ingenua, sua sorella non è mai venuta meno ai propri proclami, alle minacce. E forse è meglio così. Se Antonia restasse lui continuerebbe a inseguire da vicino le sue fantasie e quelle di Anapi e perderebbe il nuovo se stesso. E soprattutto perderebbe Sara. Davanti a lui un ragazzo inforca svelto la bicicletta che aveva appoggiato al muro sotto una tettoia e se ne va con una strana smorfia sulle labbra, come se avesse voglia di fischiare un motivo che non gli ritorna alla mente. E di nuovo i bagliori del sole cancellano cose e persone che hanno ripreso a popolare la via e tutto si riduce ad un pulviscolo fiammeggiante. Dev’essere questa la strada che ha fatto Fieschi di notte per tornare in albergo. All’incrocio con un vicolo, una bambina, annoiata delle chiacchiere che la madre e un’amica portano avanti con ostinazione bloccando il passaggio, si allontana e decide di schiacciare con un piede le pozzanghere che formano piccole oasi sulla strada ormai asciutta. Le gambe della signora che sventatamente passa di lì proprio in quel momento, inesorabilmente inzaccherate, danno origine a mormorii di scusa, sorrisi trattenuti, rimproveri, bronci da una parte e orgoglio o vanità ferita dall’altra. La vanità di Fieschi! Durerà a lungo quella sua insopportabile vanagloria, ma non durerà per sempre la sua beata incoscienza, Antonia partirà all’attacco, c’è da scommetterci ed é strano che lo abbia lasciato andare via indenne... Questo padre biologico e involontario che Ilaria non ha mai voluto riconoscere, un giorno dovrà fare i conti con Antonia. Ma Luca non ne vuole sapere, Fieschi è stato solo una comparsa in giacca e cravatta, un caratterista patetico che recita la sua breve battuta solo negli intervalli comici delle storie drammatiche, una diminuzione, una sottrazione, un diversivo. Tutta questa storia è conclusa. Ma cosa fare del taccuino? Antonia se ne andrà. Senza averlo letto. Se ne andrà, ancora una volta, inutile inseguirla, andrà via come ha sempre fatto, senza sapere nulla e credendo di sapere tutto. Pag. 133 “Per una volta uno a zero per me”, pensa Luca. ...Io so una cosa che tu non sai, io so una cosa che tu non sai... Se ne andrà Antonia, se ne è andato Fieschi, che sia suo padre o no, non ha nessuna importanza, e se ne andrà anche Anapi. Un rivolo d’acqua piovana corre ai bordi del marciapiede verso un tombino dove si inabissa gorgogliando e trascina con sé piccole foglie, piume perlacee e un minuscolo pezzo di carta. Tutto corre verso il proprio destino, è giusto così, è scritto... E’ vero, Anapi non gli appartiene, solo il suo gesto gli è appartenuto, due mani piccole nelle sue e quel taccuino... Distruggerà il taccuino, ecco cosa farà, ha deciso di fare terra bruciata no?, di buttarsi tutto alle spalle, e dunque brucerà il taccuino e così se ne andrà in fumo anche il segreto di Ilaria, come tutto il resto... Brucerà il taccuino, non era quello che voleva sua madre? Quel vassoio, quei fiammiferi che lui aveva guardato distrattamente al ritorno dal funerale... Era un bel rogo risanatore quello che Ilaria aveva in mente, e lui non starà ad aspettare il parere di Antonia per dare effetto al disegno di sua madre. Cammina assorto, con lo sguardo rivolto a terra per difendersi dalle ultime lame del sole che sta morendo. E’ così concentrato nei suoi pensieri che si accorge a malapena delle due donne che lo sorpassano veloci sfiorandolo con il loro profumo. Lo precedono allineate, polpacci torniti da ore di fitness, schiene senza faccia, anonime, poco interessanti, eppure il loro parlottio incessante finisce per incuriosirlo Le due donne, infatti, non smettono di parlare, quietamente, con una estenuazione quasi rassegnata l’una, quella che sembra rispondere, e con un’ostinazione instancabile l’altra, quella che sembra interrogare. Luca continua a guardarle in controluce socchiudendo gli occhi, ma la distanza gli impedisce di decifrare le loro parole. A un certo punto, tuttavia, le due donne si fermano e stavolta è Luca che le raggiunge e le sorpassa: adesso può sentirne non solo le voci, una sottile, l’altra più profonda, ma anche la domanda di una di loro, isolata, che lo raggiunge chiara e scolpita, “Ma perché, perché?”, e Luca ha la sensazione straniante che quella domanda sia rivolta a lui, come se una delle due donne si piegasse verso di lui e non verso l’amica, come se invitasse proprio lui e non l’amica a confidarsi, come se volesse estorcere proprio a lui una spiegazione, e la domanda rimane sospesa nell’aria per un po’, gli risuona nelle orecchie e finalmente gli si rivela con forza come La Domanda, realmente destinata a lui: “Ma perché?”. Sì, perché? Pag. 134 Perché sua madre aveva deciso di bruciare il taccuino? Perché risolversi a distruggerlo dopo averlo tenuto con sé per tutto quel tempo, una vita intera? Sì, questa è la domanda giusta: perché non se ne era liberata subito e lo aveva invece custodito, nascosto, difeso? Luca lo ha letto e lo sa: il taccuino le era servito per non dimenticare, mai, neppure un istante, che lei... il taccuino era stato il suo strumento di tortura. Sì, questa è la risposta giusta. Uno strumento di tortura, la conferma di una macchia, di un guasto che affondava le sue radici in qualcosa di estraneo e di indipendente da lei, più vero di un incubo, più reale di un morbo. E sua madre l’aveva coltivato questo contagio, l’aveva ascoltato, aveva teso l’orecchio al suo ronzio incessante, finché... finché non aveva letto il libro di Fieschi. Adesso Luca lo sa. Deve essere stato in quel momento, quando ha letto il libro, che l’ossessione di Ilaria si è spogliata della sua veste terribile e si è sgonfiata come un palloncino, senza rumore. Il richiamo senza fine che aveva risuonato nel buio è diventato qualcos’altro: un sussurro, un sentimento piccolo, quasi meschino, che non si ascolta perché non ha nulla da dire. Perché la vergogna non è come la colpa. Perché la vergogna non ha voce, non tortura la coscienza con i suoi echi, ma svela, ti rende visibile, apre il sipario ed espone la tua ridicola nudità agli sguardi di tutti. Vorrebbe che sua madre fosse ancora viva per dirle che se ne era accorta troppo tardi, che lo aveva capito troppo tardi il suo tragico equivoco, che si era sbagliata. Nel suo disperato desiderio di innocenza sua madre aveva rivestito di sensi di colpa la vergogna. Ed era riuscita a cucirgliela addosso, con un involontario e tremendo lavoro di tessitura. Per tutta la vita, senza nemmeno rendersene conto, lui non aveva fatto altro che provare vergogna, di Ilaria, di Antonia, della loro vita e soprattutto di se stesso... Alla fine, ma troppo tardi, Ilaria aveva capito che bastava poco, - un semplice gesto, una piccola azione vandalica - per eliminare le prove. Bastava sottrarsi al pericolo di essere vista per cancellare tutto e liberarsi così anche dalla convinzione di essere colpevole. Sua madre non aveva mai voluto che i suoi figli la “vedessero”, ma era la vergogna, solo la vergogna quella che l’aveva spinta a rifiutare la vita, a punirsi, a proibirsi tutto. Aveva frainteso, aveva custodito per anni un taccuino solo per mantenere acceso l’orrore, come una vestale, e per continuare a torturarsi assurdamente, senza ragione. Che donna era stata sua madre! Incoerente, emotiva, illogica. Ma innocente, tanto innocente da diventare un’insensata colpevole. Pag. 135 E Antonia non lo saprà mai, per sua scelta, e così nessuno lo saprà mai, nessuno leggerà mai il taccuino... Mentre percorre l’ultimo tratto in ombra prima dell’uscita da Mavezia vecchia, proprio nel punto in cui Fieschi è stato ferito, gli riappare l’immagine del piccolo Anapi che gli consegna il taccuino spingendoglielo forte sulle ginocchia: è serio, compunto, quasi investito di una solennità misteriosa e commovente. Come un ambasciatore di consapevolezza. Come un un messaggero sapiente. Gli mancherà quel bambino silenzioso, quel piccolo Mercurio alato che mette in collegamento tutte le cose lontane, sconosciute, fatali. Non gli rimarrà nessun segno del suo passaggio se lui distruggerà il taccuino. L’unico ricordo. Ma allora che senso ha? La decisione sembra nascergli improvvisa. In realtà Luca l’ha presa da tempo, fin da quando ha cominciato a indagare e ha scoperto l’origine della propria inerzia e si è accorto che niente più gli faceva paura, ché anzi il bruciore delle ferite era consolante, consolante il rifiuto di anestesia, né anestesia né narcotico, né paura di essere ferito, non più. Antonia partirà senza sapere, senza immaginare, senza decidere mai cosa volere dalla vita... Da parte sua, lui non si è mai chiesto cosa volesse dalla vita. Si è limitato a guardarla da sotto le palpebre pesanti, a osservarla da lontano, a tenerla a distanza. Se era questo che voleva, tenere la vita a distanza, fortunatamente non ha raggiunto il suo scopo. Neppure sua madre, pensa, ha raggiunto il suo. Per colpa di un autobus e di un bambino muto. Perché dunque bruciare il quaderno, come voleva fare lei? come volevo fare io Lui adesso sa, e vorrebbe poterlo dire a sua madre, quanto inutile sia la sofferenza che nasce dalla scoperta di se stessi attraverso uno sguardo malevolo che non si può sopportare; sa, ma non ha fatto in tempo a insegnarglielo, come l’innocenza sia in realtà sempre colpevole e come la colpa possa ammantarsi di una bellezza intollerabile. Luca non sente colpa né vergogna e inspira forte l’aria che gli corre incontro e gli gonfia la camicia. Il cellulare vibra nel taschino. Sul display il nome di Sara. Pag. 136 - Sto arrivando, - risponde. - Ti aspetto. Hai parlato con tua sorella? - Antonia parte. - Ah! E dove ha intenzione di andare? - A Roma, pare. Ma io... - Luca. - Sì? - Lasciala andare. - Però il bambino... Non finisce la frase perché il silenzio di Sara ha una forza maggiore di un’interruzione. Allora cambia velocemente discorso. - Sai cosa farò? Venderò la casa di mia madre, ho deciso. Mi sbarazzerò di tutto. - No, non di tutto, regalami quella tua splendida Medusa di bronzo. - E dove la metterai? - Nella nostra casa nuova. La tua è troppo piccola e la mia troppo grande. - La venderai anche tu? - Non lo so, non penso, bisogna sempre tenere una via di fuga, non credi? No, Luca non lo crede, è certo invece che lo aspetti una vita diversa nell’aria asciutta di Mavezia. E senza Meduse di bronzo, o forse sì, ormai non ha più importanza... - Ma cosa ti ha detto Antonia? - continua Sara. - Le hai parlato di noi? - Sembrava che lo sapesse già… Ma ti racconterò, ti racconterò quando arrivo. Forse non finirò mai più di raccontarti... - Tutto? Lo dirai anche a me di quel quaderno che ti trascini ovunque e che non mi hai fatto vedere? - Sì, anzi te lo regalo. Avevo pensato di bruciarlo, ma invece lo darò a te. A te non potrà fare del male. No, non distruggerà il taccuino. Il quaderno di Virginia attraverserà gli anni, forse per sempre o almeno per lungo tempo. - Sara. - Sì? Vorrebbe farle la domanda più difficile che esista, quella che ci mette più a rischio, quella che esigerebbe una risposta breve e chiara mentre non c’è risposta né breve né chiara che possa rendere davvero conto della vita che pulsa nelle profondità più lontane, là dove la mente non tenta neppure di penetrare. Così le chiede solamente: - Lo sai, vero? La risposta è immediata: - Sì, e tu? Pag. 137 - Ti bacio, - potrebbe dirle, ma sarebbe troppo poco. - Prestami le parole, le più forti che conosci, - le sussurra fermandosi. La luce si è ammorbidita e diffusa. - Te le regalerò invece, sono generosa. Ma solo quando sarai qui. Luca spegne il cellulare: adesso il silenzio è perfetto. Fuori dai confini della città vecchia che Luca si è lasciato finalmente alle spalle, oltre i suoi muri e le sue pietre che resistono sempre uguali a se stesse, oltre la Porta di Ponente c’è la Mavezia di vetro e di acciaio, traslucida e nuova. Nell’acqua delle canalette che uniscono rettilinee le due città si specchiano le sbavature rosa del cielo terso dopo la fine del temporale. Sopra la cupola di Mavezia galleggia una luna crescente ancora pallida nella luce del giorno. Luca la guarda come se sapesse. E’ con l’immagine della luna racchiusa in una pietra che Virginia Woolf si inabissa nell’acqua, è con la liquidità della luna che Virginia, l’altra, si affida all’amore, ed è con l’inesorabile durezza della pietra che Mary, arida e cieca, ha dato inizio a tutta la storia. Ci sono donne di pietra e donne di luna. Ci sono uomini che cercano di amarle, altri che sanno solo odiarle. E poi c’è chi, come Sara, riesce a sconfiggere il male deviando il suo sguardo con il vero coraggio di chi sa volare senza staccarsi da terra. Le donne non sono più indecifrabili per Luca e lui non ne ha più paura. Quando arriverà a casa, l’ultimo chiarore del giorno si sarà smorzato. Aprirà il quaderno sbocciato alla luce fredda della luna, gelosamente custodito per anni e sopravvissuto alla incapacità di guardare se stessi. Sulla prima pagina scriverà una dedica, ancora non sa quale, ma sarà una dedica a tutte le donne che sanno trasformare un gesto di vanità in superiore bellezza. E forse anche a tutti gli uomini che vinceranno la paura di amarle. Sarà una dedica a Sara. Pag. 138 Tutti i pertugi di azzurro si sono colmati. Eccolo, l’ultimo bianco, davanti a me, quello calcificato e impenetrabile, quello che si condensa negli anelli della pietra, quello che mi riporta alla mia luna. Dietro, nello spazio senza luce, la pietra di Mary. Pag. 139 Dal taccuino giallo a fiori rossi Una dedica Alla mia bambina, nel suo tredicesimo compleanno, con gli auguri che questo quaderno possa riempirsi solo dei suoi pensieri e dei suoi disegni più belli. Papà Le prime dieci pagine sono coperte da disegni, schizzi di volti e di animali o figure intere dalla linea ondulata. Le poche frasi tracciate sono illeggibili perché l’inchiostro si è stinto in macchie azzurrine informi. 2 settembre 1935 XIII Oggi è morto Paolo. Paolo è mio padre. Era. Mary mi ha comprato un taglio di tela nera per il vestito. Mary è mia madre. Non vuole che la chiami per nome, disapprova che io stia ferma davanti allo specchio, dice che parlo troppo e ad alta voce, dice che devo stare più dritta. Lei è sempre dritta, anche adesso, e piange appena, solo qualche lacrima. Bisogna essere forti, dice. Io e Federico guardiamo e ascoltiamo il mare. Ogni onda che si frange contro le pietre di Venezia risuona come un rintocco funebre. L’ha scritto Ruskin. A me piace Ruskin. Anche a Federico. Mary invece preferisce Harper’s Bazaar. Lunedì porteremo Paolo all’isola dei morti. Tutti in gondola a San Michele. 7 settembre 1935 XIII Niente regata quest’anno, niente corteo. 19 settembre 1935 XIII Sono piena di desideri. 4 ottobre 1935 XIII Le truppe italiane hanno invaso l’Etiopia. Mary scuote la testa e borbotta di Pag. 140 un imperialismo straccione. 21 novembre 1935 XIV Alla festa della Madonna della Salute quest’anno niente Paolo e niente baìcoli. Anche Federico è taciturno come la marea che sale e che scende. 18 dicembre 1935 XIV Oggi è la giornata della fede e la regina Elena ha pronunciato il suo discorso: si raccolgono le fedi nuziali, ma quando si tratta di oro Mary fa orecchie da mercante. La cuoca la guarda storto e l’ho sentita dire che non c’è da meravigliarsi, che dagli inglesi non può venire niente di buono. Io sono contenta che la fede di Mary rimanga al suo posto, lì dove l’ha messa mio padre. Mi manca! Scrivo per te, Paolo, è il mio regalo di Natale. Molte pagine strappate 6 marzo 1936 XIV E’ finito il lunghissimo inverno. Forse potrò togliermi il vestito nero, le calze nere, il fiocco nero. Mary dice che i miei capelli rossi rendono poco credibile il lutto. Anche tu hai i capelli rossi, le ho detto. Ma non tutta quella carne sotto la camicetta, ha risposto lei. Però niente Lido questa estate. Cercherò di scrivere di più per far piacere a Paolo. Però, quando intingo la penna nell’inchiostro le parole svaniscono dalla mente e mi rimane solo un vuoto d’azzurro e quando traccio le prime lettere l’inchiostro si spande sulla pagina che diventa acqua. E non si può scrivere nell’acqua. E neanche nell’aria. Solo sulle pietre. 20 aprile 1936 XIV Dopo la scuola me ne vado a leggere sull’altana. Mary non vuole che porti in giro i libri di papà. Di Paolo. Lui invece era contento quando glieli chiedevo. Ma non dovevo toccare quelli di medicina. Con il primo sole di primavera mi sono riempita di lentiggini. Mary copre le sue con la cipria. Mary non tollera imperfezioni. 9 maggio 1936 XIV Pag. 141 Mussolini ha proclamato l’Impero. Tutti abbiamo visto il sorriso di Mary. Gli Imperi sono ben altro, dice. La cuoca ha messo troppo sale nella minestra. Per fortuna tra un po’ finisce la scuola. Anche Federico è contento. 15 maggio 1936 XIV Sono andata all’Italico a vedere “Gli uomini che mascalzoni” e Federico si è arrabbiato con Mary perché sto troppo con le cameriere e faccio cose da cameriere; in effetti mi piace scambiare le cartoline degli attori con Elisa, lei ne ha moltissime in camera sua e spende tutto il suo stipendio al cinema e nella raccolta dell’Almanacco della Donna. 1 agosto 1936 XIV Ho avuto la febbre alta per non so quanto tempo. Puzzo di medicine. Soffio sul palmo della mano per controllare l’alito. Federico mi racconta che deliravo. Dice che ha scritto tutte le mie parole e ne ha fatto una poesia che però non ha molto senso. Mary mi ha proibito di leggere. Il dottor Manin mi guarda e mi fa un sacco di domande. Io non ricordo niente. 10 ottobre 1936 XIV Il sole della mia Venezia si è fatto pallido e io non so più dove siano finiti i giorni d’estate. Dal mare arriva strisciando una foschia che bagna i capelli. Ieri, dalla vera da pozzo di Campo della Maddalena è spuntato fuori all’improvviso un gatto senza coda. Era mezzogiorno e lui aveva un’ombra lunga e sottile. Nessuno mi crede, eppure era un gatto magro e nero che è corso via miagolando. Cosa c’è di buffo? 16 ottobre 1936 XIV Gloria ed Enrichetta non vengono più a casa mia e parlottano tra di loro e ridacchiano. Quando mi giro verso il loro banco, dietro di me, fingono di scrivere o di ascoltare la lezione e prendono un’aria indifferente. Mary dice che sono stata scortese con loro e che è meglio che per un po’ non vada a scuola. I professori si lamentano, dice, perché li interrompo quando spiegano. Strano, io mi limito a ridere! 31 ottobre 1936 XV La settimana scorsa ho portato le conchiglie su, nell’altana, e le ho tutte ammassate in un angolo, una sopra l’altra, in un mucchio stretto perché potessero nascondersi, perché il pericolo è in agguato. Il murex con i denti a pettine è però sbucato da sotto la mitra e le ha trafitto le Pag. 142 macchie da leopardo con la sua punta lunga. Il nautilus, invece, ha preso le distanze dal mucchio e ha scelto uno splendido isolamento. Ho appiccicato un biglietto sulle conchiglie così non me ne dimentico il nome. Spero che piova così le conchiglie ritroveranno un po’ della loro umidità. Potrei anche gettarle nel rio dalla finestra. 3 novembre 1936 XV Mary ha fatto riportare tutte le conchiglie nella vetrinetta del corridoio. Adesso se ne stanno lì, immobili e ordinate sui ripiani, al buio e all’asciutto. Questo non va bene, non è il loro posto, ma forse Mary ha paura delle conchiglie. Potrebbero farle capire chi è veramente. Molte pagine illeggibili, alcune strappate. 3 giugno 1937 XV Grande confusione in casa: uno sciame d’api è sceso giù per il camino. Non ho potuto fare a meno di urlare, non ho fatto altro che urlare e le cameriere non sapevano più di cosa avere paura, se delle punture degli insetti o di me. Federico rideva. Domani Mary mi porta dal dottore. 6 giugno 1937 XV Pare che questo sarà il mio ultimo anno di scuola. Pare che io sia isterica. Lo ha deciso Mary. Mary ha le labbra sottili e le tiene sempre strette. Forse teme che qualche gocciolina di saliva le sfugga dalla bocca quando parla, come succede sempre alla Fincato, la mia insegnante di ginnastica. Io ho smesso di fare ginnastica perché ho il terrore che mi crescano peli grossi e neri come i suoi. Non credo che sarò promossa. 20 giugno 1937 XV Ho un paio di scarpe con la suola alta di sughero. 5 luglio 1937 XV Ballo all’Excelsior. Non sono stata ferma un minuto. Ho ballato con Federico ma anche con un giovanotto con i baffi e le scarpe bianche. Qualche anno fa me ne stavo a guardare gli altri, seduta al tavolino con Mary, davanti a una granatina col seltz. Mary dice che ero più assennata una volta. Sono solo più Pag. 143 allegra, le ho risposto. Ma lei non vuole che rida per la strada e appena comincio a farlo mi riporta a casa. Federico invece mi solleva tra le braccia e mi fa girare vorticosamente. A lui non dispiace che io rida, rida, rida senza smettere mai. 10 luglio 1937 XV Mi sono svegliata in un bagno di sangue. Mary non mi ha dato importanza, mi ha detto di non fare l’isterica e ha ordinato alle cameriere di portare subito via le lenzuola. Avevano tutte la faccia impassibile, ma io so a cosa stavano pensando. Allora ho rovesciato un flacone di lavanda sul materasso. 20 luglio 1937 XV Da un po’ di tempo la testa della Medusa mi invia dal suo angolo oscuro ripetuti bagliori. E’ un messaggio. Allora mi avvicino e sfioro appena con la punta delle dita i suoi capelli di bronzo, tocco il piedistallo. Il marmo verde mi scotta le unghie. Nessuno mi crede. 2 agosto 1937 XV Per sicurezza dormo con la bottiglietta di lavanda sotto il cuscino. Al mattino, quando mi sveglio, dei sogni che ho fatto rimane solo il sentore azzurro. 10 agosto 1937 XV E’ sempre più difficile trovare Harper’s Bazaar, bisogna farlo arrivare dalla Svizzera. Così Mary legge un romanzo di Liala. Lo fa con evidente disapprovazione. Gira velocemente una pagina dopo l’altra, piega la bocca in sorrisini di superiorità, ma non posa il libro fino a che non l’ha terminato. Mary sta sempre seduta, ultimamente, e si lamenta del caldo umido. Vuole che io ricami gli orli delle lenzuola del mio corredo. C’è tempo, le ho detto. Allora mi ha battuto forte sulla testa col ditale. Federico ha riso. Poi si è fatto serio. Nessuna stella cadente. Pagine strappate 23 dicembre 1937 XVI C’erano le forbici sul tavolo. Brillavano. E’ da molto tempo che a Venezia Pag. 144 tutto luccica, marmi, vetri, acqua, cielo. In casa no, la penombra fluttua dal soffitto alle tende e solo le forbici hanno ammiccato astutamente. Le ho prese. Mi sono tagliata i capelli. Non tanto. Le ciocche che ho raccolto da terra avevano il colore dello zolfo. Hanno preso fuoco tra le mie mani. Ho gridato aiuto. 9 gennaio 1938 XVII Un nuovo medico. Anche lui mi martella di domande. Vuole anche leggere quello che scrivo. Allora ho strappato le pagine. Federico ha detto che posso tenere nascosto questo taccuino e che non mi devo tagliare più i capelli, mai più. Medicine e riposo. 12 gennaio 1938 XVI Sto meglio. Molto meglio. Ma qualcosa si spegne. 20 gennaio 1938 XVI Mary è contenta: non urlo più, non rido più. Faccio l’orlo a giorno alle lenzuola. La luce del mattino è bianco-latte. Ho perso gli orecchini. Ho comprato sei flaconi di lavanda. Mary sospira. 2 febbraio 1938 XVI Esco da sola. Da due giorni posso tornare a casa quando voglio. Pensano che non sappia che sono seguita. Io però non corro e faccio finta di passeggiare e di guardarmi attorno. In realtà ho solo in mente la Chimera della Piazzetta. Quando mi avvicino e mi metto davanti a lei, dritta come vuole Mary, la Chimera mi guarda e mi rivela tutto. Allora i piccioni svolazzano via spaventati, tutti insieme, e io torno a casa con i capelli pieni di vento. 7 febbraio 1938 XVI Mary ha comprato dei lingotti d’oro. Li ha nascosti subito nella cassaforte dietro il ritratto di mio padre. Anche l’ultima prozia inglese è morta, perciò nuove terre in eredità a Mary. Orecchini per me. Una chevaliere per Federico. 11 febbraio 1938 XVI Pare che i cerchi che ho sotto gli occhi siano troppo pronunciati. Quando ho bisbigliato al dottore che sono le ombre di Venezia, lui e Mary si sono scambiati un breve sguardo d’intesa. L’unico che ascolta veramente le mie parole è Federico. Anche lui è Pag. 145 d’accordo con me, Non puoi distinguere la città dalle sue ombre, dice, e anche altri lo pensano. Io dico che anche le pietre di Venezia sono ombre. Io lo so. Ci passo attraverso. 1 marzo 1938 XVI Due settimane di spugnature fredde. Sotto la pelle trasparente le vene si stendono placide come i canali e sono felice che Venezia si sia insinuata nelle mie braccia e nelle gambe e se ne stia come un tesoro nascosto sotto la pelle d’oca. 2 marzo 1938 XVI Ieri è morto D’Annunzio. A Mary non piaceva. Federico invece mi recita a memoria una poesia e non vuole che io muova la testa a tempo di rima. 5 marzo 1938 XVI Federico è sempre con me. Giochiamo a dama. Non sempre capisco quello che mi racconta perché parla a voce troppo bassa. Non mangio più a tavola. Mi portano il vassoio in camera. Sono spesso a letto e guardo dalla finestra. Quando mi sveglio al mattino il cielo è ancora tutto incolore, poi si ravviva di nastri gialli di luce, alcuni larghi, altri sottili, che corrono in alto. Il mare d’oro è punteggiato di ombre. Mi piace il mare. Mi alzo dal letto per sorvegliarlo meglio finché Federico apre la porta, entra nella mia stanza, si ferma accanto a me, vicino vicino, e mi accarezza a lungo la schiena. 12 marzo 1938 XVI Mary disapprova il mio rossetto sulle guance. E’ carminio. Io e Federico recitiamo. Lui vuole essere Casanova. Ci mettiamo affiancati davanti allo specchio, poi voltiamo lentamente la faccia in modo da guardarci di fronte e nello stesso tempo cerchiamo di vederci nello specchio di profilo, come due lune piene, come due spicchi di luna, come le due lune di Venezia, quella sospesa nella notte e quella galleggiante nel mare, uguali e lontane. Anche Federico si è messo il carminio, pure lui, pure lui, sulla faccia bianca di cipria. Ma di nascosto! Pag. 146 Pagine illeggibili 24 aprile 1938 XVI Contemplo la notte, tutte le notti, con Federico. Il buio arriva a tradimento, non so da dove. Al tramonto il cielo azzurro e grigio si incendia ancora all’orizzonte di strisciate rosa e rosse. Il mare ha già il colore del mercurio ma si indora di barbagli nei triangoli accesi delle onde. Poi, misteriosamente, in un attimo impreciso che non si riesce a cogliere, tutto si annera. Nessuna voce, nessun rumore. Per un po’ io e Federico guardiamo le due lune. Poi ci nascondiamo dietro la tenda di velluto e respiriamo appena. 27 aprile 1938 XVI Nei giardini pensili di fronte alla mia finestra c’è un intenso intreccio canoro e amoroso. Il vociare è assordante. Voi qui vivrete come uccelli acquatici, ha detto Cassiodoro ai primi abitanti della laguna. Me l’ha raccontato Federico. Ho cercato di cinguettare anch’io. 30 aprile 1938 XVI Ho paura. 2 maggio 1938 XVI Federico mi ha regalato un delizioso parasole cinese, ma siccome non esco quasi più di casa mi affaccio alla finestra, lo apro e mi riparo dalla luce sotto la sua carta colorata. Qualcuno dall’acqua mi grida qualcosa. Il cielo è compatto, interamente, assolutamente, infinitamente azzurro, senza sfumature. Il mare invece è celeste, con qualche increspatura di un turchino più intenso. E’ il primo pomeriggio e l’aria e l’acqua tacciono, come fossero di velluto. Io, io non, io non sono, io non sono pazza. 13 maggio 1938 XVI Pare che girare in gondola mi sia permesso. “Evviva” gridano i gondolieri. Io mi sono persa nel vento. 16 maggio 1938 XVI Quando scivolo in gondola sull’acqua, il ritmo del remo del gondoliere è sempre uguale, silenzioso ed eterno. Piccole particelle di spuma scorrono veloci sul legno, sgocciolano nell’aria quando il remo si solleva e ritornano a Pag. 147 perdersi quando il remo riaffonda nella quiete del canale. Tocco l’acqua con la mano e l’acqua mi accarezza. Federico. 17 maggio 1938 XVI Sono come un mollusco nella conchiglia. Pagine disegnate: labirinti, chimere, meduse... 19 settembre 1938 XVI Mary e Federico sono tornati tardi dal concerto. Olga Rudge ha organizzato la sua prima settimana vivaldiana nel Palazzo della Contessa Polignac. Olga Rudge ha suonato il violino. Federico mi racconta che Stravinskij, dopo averla vista in difficoltà, si è avvicinato e le ha girato lui stesso le pagine dello spartito. Mary è elegante, vestita del color della pietra. Che m’importa? Pagine senza data Anche oggi spugnature fredde. Perché non sono asciutta come pietra levigata al sole? Ho fissato lo specchio e ho visto la Medusa. Se ne stava acquattata nelle profondità dell’argento, inaccessibile e lontana. Aveva le orbite degli occhi vuote. Ho fissato la Medusa e ho visto lo specchio. Poi la Medusa ha fissato me e mi ha visto. Spugnature fredde Non bisogna prendersi gioco del desiderio! Che è umido. Come questa città. Siamo ricoperti da un velo d’acqua. Le tue parole sono minuscole goccioline di vapore. Noi due abbiamo mescolato gli umori. Mary sta leggendo “Dieci piccoli indiani”. Io dormo molto. Mi ha visitato un altro medico. Ho fatto un sogno fatto di sogni. Spugnature fredde. Pag. 148 Non bisogna prendersi gioco del desiderio! Siamo fuggiti dal deserto e abbiamo lasciato le nostre impronte profonde nella sabbia, come catini di sole. Adesso tutto intorno a noi è un giardino. Pensile. Fa’ silenzio. Oggi compio diciassette anni. Mary mi ha regalato una collana di coralli. Federico un mazzolino di violette. Ostriche e telline a pranzo. Mi sono costruita una cupola azzurra. Non bisogna prendersi gioco del desiderio! E’ stato nell’altana, di sera, sotto l’ombrello del blu. Ma poi, davvero, sotto le vele del soffitto. Sotto l’azzurro. Sotto quegli angeli dipinti con gli abiti chiari e rigonfi sulle gambe nude. Leggeri e sospesi come l’amore. Leggeri come un respiro. Le loro tube hanno suonato a lungo. Il mio amante viene di notte. La sua voce è un sussurro che arriva a intermittenza, insieme al ritmo del mare. Così è. Non bisogna prendersi gioco del desiderio. Le sue mani erano conosciute. Domestiche. Sui miei seni. Io l’ho voluto. L’imperativo è: sprofondare nella notte. Adesso che è inverno io e Federico guardiamo la doppia luna attraverso i vetri della finestra chiusa. Ormai Venezia è solo acqua e aria. E bagliori freddi di oro e vampate brucianti di azzurro. E tutto canta all’infinito. Solo dietro la tenda il canto si fa bisbiglio. Pagine strappate Da qualche mese non rovescio più la lavanda sul materasso. Mary mi osserva a lungo. Federico si è iscritto all’Università. Ma la notte è solo per noi. Ci siamo scambiati i vestiti e ci siamo guardati allo specchio. Federico era me, io ero Federico. Sulle pareti, sul soffitto, sullo specchio, su di noi, l’incanto della gibigianna del sole nell’acqua. Ho gettato via lo specchio perché al posto della Medusa c’era la faccia di Mary. Solo quando è caduto al suolo e si è frantumato in cento pezzi è cessata l’eco della sua voce che mi aveva chiamato insistente per tutto il giorno. Pag. 149 La porta della mia camera è chiusa a chiave dall’esterno. Anche se chiamo ad alta voce, anche se batto i pugni contro il muro, anche se prometto che non starò più alzata la notte per moltiplicare la luna, nessuno mi risponde. Senza di lui io non sono più io. Pare che Venezia stia scivolando sott’acqua sempre di più. Di lei non rimarrà nulla, un giorno. Di me, soltanto un po’ di bianco, questo bianco che mi penetra gli occhi. Questo bianco addensato dal vento che finalmente ha ripreso a cantare. Pag. 150 Pag. 151