DI PIETRA E DI LUNA di Nadia Bertolani

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DI PIETRA E DI LUNA di Nadia Bertolani
DI PIETRA E DI LUNA
di
Nadia Bertolani
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O poeta é um fingidor.
Finge tào completamente
Que chega a fingir que é dor
A dor que deveras sente.
F. Pessoa Autopsicografia
Il poeta è un simulatore.
Simula così compiutamente
Che arriva a simular che sia dolore
Il dolore che sente veramente.
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UNA PRIMAVERA ACERBA
UN GIORNO, FORSE UN MARTEDI’.
Dovrebbe farlo subito, e in fretta.
Invece Ilaria continua a rimanere seduta, le mani inerti e rovesciate sulle
ginocchia.
Ai suoi piedi infilati solo per metà nelle pantofole, il giornale spalanca le
pagine e offre alla luce scarsa l’annuncio stampato in neretto:
Appuntamenti in libreria.
Incontri con gli autori.
Giovedì 17 aprile Il nuovo romanzo di Aimone Fieschi.
Vicino a lei, malamente gettato di traverso sul divano, anche il libro sbadiglia
dalle pagine aperte. Lo ha letto per buona parte della notte ma non lo ha
terminato. Non ce n’era bisogno.
E’ stata lunga, la notte.
E insonne.
Le prime ore passate a leggere sotto un fascio di luce circoscritto.
Le ore seguenti occupate a camminare per la stanza da una parete all’altra.
Infine, le ore precedenti l’alba trascorse a fissare dalla finestra una luna piena
sempre più incolore, con il corpo immobile come una sentinella curva, le
braccia ripiegate aderenti al corpo, il gomito destro accolto e sostenuto nella
conca della mano sinistra, la sigaretta accesa nella presa molle dell’indice e
del medio accostata con un breve gesto alle labbra, finché la brace avvicinata
distrattamente ai capelli grigi e crespi non ha fatto sfrigolare una ciocca
liberando nell’aria l’odore di bruciato.
Lo ha deciso in quel momento, quando la prima luce del mattino l’ha sorpresa
così com’è ora, seduta sul divano con il pacchetto delle sigarette vuoto e
malinconico.
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Adesso sono già le dieci.
Dovrebbe farlo subito, e in fretta.
Invece Ilaria preferisce togliersi la vestaglia e indossare sopra il pigiama
l’impermeabile, quello maschile un po’ scucito che la ricopre interamente
fino alle caviglie, due spiccioli in tasca per le sigarette e il giornale, i capelli
grigi non ancora pettinati, gli occhiali scuri, grandi per mascherare il pallore
della faccia non lavata, e la mattina è già vecchia, e non chiuderà a chiave la
porta, tanto rientrerà subito, e poi lo farà, brucerà il quaderno, il taccuino con
la copertina cartonata gialla a fiori rossi, quello che ha occultato per
trent’anni cambiandogli di posto tanto spesso nei nascondigli più impensati,
una volta dietro il termosifone per poi trovarlo dopo tre mesi avvolto in una
bambagia di ragnatele a fare da nido al ragno a zampe lunghe, uno di quei
ragni che di notte scorrazzano indisturbati per la casa, un’altra volta stretto fra
due libri e lì era rimasto per due anni e lei l’aveva cercato affannosamente,
colta dal panico all’idea che qualcuno l’avesse trovato e poi, un giorno di
primavera, tolti tutti i libri dagli scaffali per eliminare la polvere in un assalto
inusitato di fervore domestico, l’aveva sentito cadere ai suoi piedi con un
tonfo piccolo e sordo, proprio lì dove una fascia di sole cadeva obliqua a
formare una chiazza più chiara, venti centimetri per venti, sul tappeto rosso
comprato in Sardegna l’anno in cui erano di moda i colori chiassosi e lei
portava una gonna viola e una maglietta rosa con i profili d’argento. Raccolto
da terra il quaderno, l’aveva nascosto di nuovo, da un’altra parte, sotto le
scatole dei detersivi nel ripostiglio, poi in mezzo alle coperte di lana cosparse
di palline di naftalina, e nella pentola a pressione e nella cesta della
biancheria e così via così via per anni, come fosse destino, come se una
maledizione la volesse operosa e incessante.
Ma è arrivato il momento, il taccuino deve essere distrutto.
Ha già preparato tutto sul tavolo della cucina: vassoio, alcool e fiammiferi.
Si è ricordata però di non aver ancora comprato i giornali e soprattutto di non
avere più sigarette.
Allora decide di uscire immediatamente, così com’è, infilando un paio di
scarpe senza le calze, presto, perché deve tornare subito per fare quello che
deve, ma non potrebbe concentrarsi se la distraesse il pensiero di dover
uscire, il rito è troppo importante, non potrebbe concentrarsi senza sigarette, e
dunque su l’impermeabile, su gli occhiali, in tasca le chiavi e fuori di corsa,
senza chiudere a chiave, per tornare poi a casa e togliere finalmente il
quaderno dal nascondiglio e posarlo sul vassoio bagnato di alcool, il
fiammifero nella mano destra, quella senza anelli, quella con le unghie
rosicchiate, e via all’annientamento del quaderno e di molto, molto di più.
E siccome è cosa da fare presto, Ilaria scende le scale in gran fretta e si trova
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sulla strada in un attimo, e in un attimo, proprio come sono brevi gli attimi,
proprio un piccolo punto nella retta del tempo, l’autobus giallo tutto decorato
di disegni chiassosi e di scritte pubblicitarie, il numero 4, vivace nei suoi
colori ma silenzioso, gli pneumatici soffici sull’asfalto liscio, veloce nella sua
corsa, visibile, ben visibile ché quella non è giornata di nebbia, ma silenzioso,
è addosso a Ilaria e Ilaria, ancora incerta se andare a destra verso la
tabaccheria profumata di essenze alla menta e di liquirizia, con le cartoline
della città impilate sul trespolo girevole, con una vetrinetta ricoperta di
numeri per le giocate del Lotto, o a sinistra verso l’edicola che somiglia a una
pagoda, Ilaria viene risucchiata in silenzio e in silenzio restituita alla strada e
ai passanti che già le sono intorno, per curiosità, per raccapriccio, per
sorpresa, come sempre avviene con la vita e la morte quando decidono di
mostrarsi.
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Sì,
avrei dovuto farlo subito,
in fretta,
quando l’assedio nero
della colpa
perse i suoi artigli.
Ma ormai
“io”
è solo
una pietra lasciata indietro,
immobile e lontana,
visibile ancora per poco.
Presto sbiadiranno del tutto
anche gli ultimi
brandelli di azzurro,
si chiuderanno
i pertugi di trasparenza,
si spegneranno
i colori del tempo.
Nell’oceano che sarà tutto opaco,
in questo chiarore sospeso,
le voci lontane
che non lasciano andare
e richiamano indietro
sfumeranno del tutto.
Inutili, svigorite,
vanitose voci.
Ma le ascolterò.
Finché tacerà il vento.
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LA PRIMA MISURA DEL BIANCO
PROBABILMENTE SABATO
ma non per me.
Per me
una materia
nebbiosa e avvolgente,
più inconsistente di un velo di tulle.
Antonia è tornata.
Cammina più volte, avanti e indietro, dal corridoio alla cucina, dalla cucina al
soggiorno, si accende una sigaretta, va alla finestra, scosta le tende
appesantite dalla polvere e si ferma a guardare la distesa ondulata dei tetti di
fronte e, più in fondo, la torre rossiccia.
Come faceva da ragazza.
- A cosa pensi, Antonia? - le chiedeva sua madre.
- A niente, - lei rispondeva senza voltarsi e tenendo le spalle dritte.
Perché voltarsi? Ovunque guardasse, vedeva una monotonia orizzontale e
vischiosa.
Non c’erano mai stati in passato anni diversi l’uno dall’altro, divagazioni
nella corsa monotona dei giorni, scoppi di allegria che interrompessero
l’abitudine alla rinuncia, momenti di svagata felicità.
Né una madre diversa.
La casa sembrava visitata da un insopportabile silenzio; solo una piattezza
uniforme, solo una stravagante separazione dal mondo.
Dalla cucina risuona una goccia che a intervalli regolari cade pesante nel
lavandino. Quasi un fragore.
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Antonia si stacca dalla finestra, entra in cucina e stringe il volantino del
rubinetto. Nel lavandino un vassoio d’argento macchiato di rosa ha una patina
secca, un residuo di alcool che sembra una colata di cera.
Il vassoio non è l’unico elemento di disordine: quando passa in soggiorno,
Antonia raccoglie da terra un libro aperto e rovesciato con la costola all’insù,
lasciato cadere ai piedi del divano.
Non riesce ancora a capacitarsi che sua madre sia morta. Potrebbe essere
ancora lì, sua madre, in un’altra stanza, e sarebbe sorda, assente e lontana
tanto quanto lo è ora, forse di più.
Nulla è cambiato,
Quando lei era ancora piccola e tornava da scuola e voleva raccontare le sue
scoperte, il disegno di un fiore, un problema risolto, un litigio tra amiche, la
voce le moriva in gola non appena guardava sua madre, sempre curva, sempre
spenta, sempre pronta a smorzare i suoi entusiasmi. Aveva un modo pacato e
indifferente di elogiarla o rimproverarla che soffocava sul nascere qualsiasi
tipo di esaltazione. Aveva un modo di amarla tanto rassegnato che non era
possibile ricambiare se non con gesti sgarbati di ribellione.
Il suo mondo personale, allora, lei aveva cominciato a cercarselo lontano e si
era ritagliata una vita sua. Aveva preso l’abitudine di passare le giornate dalle
amiche: - Posso rimanere a dormire qui? - telefonava, - Resto a mangiare
fuori, torno più tardi, - e non raccontava più nulla della scuola, più nulla di sé.
Per ripicca rispondeva all’isolamento di sua madre cercando di accentuarlo,
sempre in fuga, sempre lontana.
E adesso che è tornata, dopo quindici anni, la casa è quella di sempre, sempre
la stessa: un appartamento all’ultimo piano, senza vicini di pianerottolo, un
corridoio stretto e soffocato dalle librerie alte fino al soffitto, porte che non si
chiudono bene, rubinetti che perdono, l’eterno portaombrelli di plastica rossa,
le stesse tende alle finestre, gli stessi manifesti attaccati al muro con il nastro
adesivo annerito ai margini, la stessa testa della Medusa di bronzo a fare da
fermalibri e a garantire l’immobilità. Presenze fossili, immuni allo scorrere
del tempo. Antiche, eterne, potenti. E odiate.
Antonia osserva le sue valigie ancora chiuse, buttate malamente vicino alla
porta. Prima o poi dovrà disfarle.
Spegne la sigaretta con una forza nervosa e sproporzionata. Il dispetto che
prova per essere tornata la fa sentire sconfitta.
“Due a zero, due a zero per mio fratello e mia madre”, pensa.
Proprio lei, lei che l’ha odiata ferocemente questa casa, lei che se ne era
andata per prima rifiutando in blocco e la casa e Luca e sua madre, lei che se
ne era liberata, adesso è di nuovo qui.
“La prigioniera di Zenda. Ridicolo”.
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Il sorriso cattivo di Antonia somiglia a una smorfia di disperazione.
E’ piena di ombre la faccia di Antonia: dall’oscurità degli occhi, dalla massa
cupa dei capelli, dalle sopracciglia folte, ben disegnate e nerissime, dagli
spigoli degli zigomi, le ombre ricamano tenebre fino ai lati della bocca e giù
giù sul collo piccolo e corto. Sono ombre persistenti, senza guizzi, affiorate
dal sottobosco di una lunga serie di sconfitte.
Quando se ne era andata da casa, la prima volta, non si era allontanata molto,
solo qualche isolato, ma era pronta a scommettere che non sarebbe tornata
mai più.
Si sbagliava.
Nella prima periferia della città vecchia, vicino al parco, c’è una villetta.
Antonia ci è passata davanti questa mattina venendo dalla stazione in taxi. Ha
avuto per un attimo la tentazione di bloccare l’autista con un imperioso
“Si fermi qui”, di scendere e guardare da vicino i muri intonacati di recente
con un colore chiaro, tra il bianco e il perlaceo, e i pittospori nani nei grandi
vasi di cotto, ma poi si è detta “Non sei così vecchia!”, e si è limitata a
voltarsi e a vederla allontanarsi e rimpicciolire nella cornice del lunotto
dell’auto.
Antonia aveva vissuto in quella villetta, per non più di tre settimane, quindici
anni prima, quando i muri esterni erano ancora scrostati e i vecchi arbusti di
ibisco inselvatichito che segnavano il perimetro del giardino non erano ancora
stati sradicati.
Era stata la sua prima fuga.
- Ma dove vuoi andare, non stai bene qui? - le aveva chiesto sua madre
tentando di fermarla, pur sapendo che sarebbe stato inutile, come era inutile
girare dall’altra parte la faccia della Medusa di bronzo che fissava tutti dalla
libreria, come era inutile confidare nella sensatezza, inutile lottare.
Avevo già tentato, tanto tempo prima, e mi ero fatta del male.
No, lei non era mai stata bene con la madre e con suo fratello.
Avevano la pretesa di proteggerla, - Stai attenta! Non farlo! Te ne pentirai! - e
la sola idea la indispettiva tanto che si liberava dagli abbracci materni con un
gesto brusco delle mani come se volesse strapparsi di dosso le cinture di
sicurezza che la imbrigliavano e le impedivano di andare veloce.
Lei, invece, amava andare di corsa e di corsa se ne era andata e sempre di
corsa, euforica, aveva salito i tre gradini dell’ingresso della villetta, quella
vicino al parco, quella con gli arbusti di ibisco, di corsa e tenuta per mano da
lui, da Andrea, che prima di aprirle la porta le aveva chiesto serio:
- E’ questa. Ti piace?
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Andrea non sorrideva mai.
Lei gli aveva stretto la mano ed era entrata senza esitazione.
Quei tre gradini non li aveva discesi più per tre settimane perché se ne era
stata chiusa, all’interno, nonostante fosse estate, a leggere nella penombra, a
cucinare, a scrivere, ma sempre e comunque tutta concentrata nella missione
di amarlo e di farsi amare: per ventuno lunghissimi giorni nelle stanze
protette dal caldo dove i bagliori estivi non riuscivano a penetrare dalle
imposte chiuse.
Andrea rimaneva seduto sulla poltrona, ore intere con le gambe distese e la
testa reclinata come un convalescente.
Teneva lo sguardo fisso su di lei, ascoltava Antonia che parlava senza
interruzione, sempre con una nota di indignazione nella voce, sempre in
aperta ribellione contro qualcosa, ma con una sfumatura di dolcezza quando
lo vedeva stanco o malinconico.
Voleva ripagarlo con una felicità pari a quella che lui le dava.
Ma Andrea non raggiungeva mai una vera beatitudine, nessuna che si
avvicinasse a quella che gli sapeva procurare un ago infilzato nel braccio,
nemmeno quando lei si sedeva ai suoi piedi e gli infilava piano piano la mano
nella cerniera dei calzoni e cominciava a strofinargliela contro, a lungo, con
pazienza, con fiducia.
“Guardami, guardami, guarda cosa sto facendo”.
Ma lui rimaneva distante.
Lontanissimo dall’amore.
In quel corpo minuto, quasi da ragazza, in quella sua bellezza indifesa, in
quella sua capacità di scivolare e di perdersi, lei si era riconosciuta, e si era
innamorata, e lo aveva seguito.
E se ne era andata da casa.
Solo da nomadi si vedono le albe per quel che sono davvero, si era detta, e
alla fine l’aveva vista, l’alba, insieme a lui, quando la mattina del
ventunesimo giorno qualcuno aveva suonato alla porta e - Vado io, resta a
letto, - le aveva detto Andrea, e lei era rimasta qualche minuto tra il sonno e
la veglia a guardare il disordine dei vestiti sparsi sul pavimento e a pensare
che lo stesso disordine regnava in cucina dove c’erano ancora i resti della
cena della sera prima e poi, non sentendo nulla, aveva gridato con la voce
impastata - Chi è? - e lui aveva risposto - Nessuno, - ma lei aveva avvertito i
suoi passi che si dirigevano in soggiorno e non aveva neppure fatto in tempo
a chiedersi “Perché sta aprendo l’armadio dei fucili?” che il fragore dello
sparo l’aveva paralizzata e prima ancora che riuscisse a balzare giù dal letto
era stata sorpresa da un calpestio veloce seguito dall’apparizione nel vano
della porta di tre carabinieri che erano venuti con un mandato di arresto, per
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la seconda volta, per la terza volta, ancora una volta, e lui aveva deciso che
non lo avrebbe sopportato, non più.
L’amore non era bastato.
Questo, Andrea non glielo aveva detto.
Non le aveva detto che il suo amore non bastava, non restituiva luce agli
occhi, non faceva vibrare le dita, era un amore inerte.
Non glielo aveva detto ma era come se glielo stesse dicendo in quel momento
mentre lei, correndo a piedi nudi dietro gli uomini in divisa lo aveva
raggiunto in soggiorno e lo guardava, coricato immobile in una pozza di
sangue che gli intrideva i capelli.
Non era tornata a casa.
Non avrebbe potuto.
Così era partita per l’India.
- E i soldi? - le aveva chiesto Luca.
- Sei sempre stato privo di immaginazione, - gli aveva risposto.
Adesso, mentre contempla di nuovo i tetti di fronte, le piacerebbe essere
ancora in India tra gli dèi con la testa di elefante e le montagnole di colore
delle spezie in polvere, sui treni scalcinati, sulla riva dei fiumi giallastri, in
mezzo a una fiumana di gente, ai monaci in tunica arancione, tra frotte di
bambini con gli occhi spenti e i capelli polverosi e comunque le piacerebbe
essere ovunque piuttosto che...
Ma non può, non più.
Antonia si volta e si lascia alle spalle la finestra da dove ha guardato fuori a
lungo.
Ha avvertito la sua presenza silenziosa.
Il bambino si è affacciato alla soglia della camera da letto e la guarda con la
profondità che solo gli occhi neri e rotondi possono raggiungere.
E’ piccolo e magro.
Non parla.
Non si muove.
Solo il braccio destro, di tanto in tanto, si alza e si abbassa a scatti, su e giù,
mentre la mano ruota come se volesse ricevere qualcosa di lieve che fluttua in
caduta dall’alto, come se volesse accoglierla nel palmo e poi bruscamente
gettarla lontano con un colpo deciso del dorso e un divaricarsi delle dita.
- Hai fame? - gli chiede Antonia.
Il bambino ha la faccia rivolta verso di lei, ma gli occhi guardano altrove, di
lato, forse verso la cassapanca dove tace il telefono che poi invece squilla
all’improvviso e il bambino comincia a urlare prendendo fiato con la bocca
spalancata, roteando veloce entrambe le braccia, tutte e due stavolta, e le
mani, e le dita, e lo sguardo sempre fisso lì, senza vedere.
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Antonia alza il ricevitore, - Un momento, - grida, lo lascia cadere e corre ad
accarezzare leggera ma da lontano, senza toccarlo, il bambino che adesso urla
senza voce, con la bocca aperta e i dentini in vista, un urlo silenzioso, gli
occhi sempre di lato.
Torna la calma.
Antonia riprende la cornetta che penzola oscillando dalla cassapanca.
- Pronto? - ma sa benissimo che dall’altra parte del filo c’é Luca.
- Era lui?
- Sì, si è spaventato.
- Perché non mi hai avvisato? Potevo venire a prenderti alla stazione.
- Non ce n’era bisogno.
- Ma avevi ancora le chiavi?
Antonia sa cosa sta pensando suo fratello: “Come avrà fatto a non perdere le
chiavi di casa, vagabonda e zingara com’è?” e infatti Luca aggiunge:
- E’ sorprendente che tu le abbia ancora.
Antonia non commenta e ascolta con un sottile piacere il silenzio di Luca che
di secondo in secondo si addensa di imbarazzo, finché:
- Resti in casa?
- No, devo uscire a fare un po’ di spesa. Non c’è niente da mangiare.
- Scusa, avrei dovuto pensarci.
- Non preoccuparti, non toccava a te, - taglia corto Antonia.
La sua borsa, quella peruviana, dove lei caccia forsennatamente tutto quello
di cui ha bisogno e anche tutto quello che non le è indispensabile, la sua borsa
capiente e floscia, è lì, vicino a lei, e Antonia la tocca con un gesto che
indaga, come per assicurarsi che il rotolo di banconote sia ancora lì, stretto da
un elastico, avvolto in un fazzoletto verde.
- Senti, posso venire a trovarvi?
- Quando?
- Oggi stesso se vuoi.
- No, oggi no, è troppo presto. Ci dobbiamo ambientare.
- Allora domani?
- Puoi venire domani, sì.
Durante la conversazione al telefono Antonia non ha perso di vista il suo
bambino neanche per un secondo...
... “E cosa farai?” le aveva scritto sua madre quattro anni prima.
Dopo tanto girovagare Antonia si era definitivamente fermata a Monaco e da
lì, passato qualche tempo, aveva ripreso i contatti: qualche rara lettera,
qualche telefonata.
Aveva ricominciato a farsi viva quando, trovandosi un giorno sola in casa, un
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giorno di pioggia violenta, senza luce, uno di quei giorni in cui assumono una
insolita attrattiva i cassetti chiusi e non più aperti da tempo, le buste gonfie di
fotografie e cartoline dimenticate, le matite senza punta, un giorno di freddo e
di noia, si era chiesta “Perché no?” e aveva scritto a sua madre, come si fa
quando si rimette ordine tra le cose trascurate e si prova una curiosa
soddisfazione, come se l’azione di riordino fosse un saggio del proprio potere
di controllo e di governo sulle cose e sul mondo.
Erano state lettere e telefonate rare, brevi e avare, scostanti.
Ma la lettera più rude era stata quella che aveva annunciato, brusca e
lapidaria: “Sono incinta”.
Perché l’aveva scritta? Perché l’aveva infilata in fretta e furia nella bocca
sottile della cassetta della posta? Non cercava conforto e non chiedeva
consigli: la soluzione, quella più ovvia, era lì, facile. Anche se…
Anche se, dopo essersi chiesta come era potuto accadere a lei, proprio a lei,
quale attimo di distrazione l’avesse colta di sorpresa, quale sortilegio l’avesse
precipitata nella banalità di un destino comune, si era persa in un labirinto di
pensieri esoterici, in riflessioni che la solitudine di notti interminabili le
suggeriva, ed era arrivata persino a incolpare la luna, a dirsi che avrebbe
dovuto imparare dalle eschimesi, fare come loro che non guardano la luna per
paura di restare gravide, ed era addirittura arrivata a concentrarsi in solitari
ossessivi per ricevere dai tarocchi un presagio.
Poi c’era stata la lettera di risposta: “E allora cosa farai?”.
Nel momento stesso in cui la leggeva, Antonia aveva rivisto la testa arruffata
e china di sua madre, quella sua eterna rassegnazione, quella insopportabile
incapacità di gioire, quella inettitudine a vivere con coraggio, e l’aveva
intuito subito: nella domanda “E allora cosa farai, cosa hai deciso?” c’era in
realtà la presunzione di sua madre che per quella volta, almeno per quella
volta, lei avrebbe fatto quello che tutti si aspettavano facesse. Non c’era
neanche bisogno di chiedere,
Avrebbe abortito, naturalmente.
“E allora cosa hai deciso?” non era una vera domanda perché conteneva
implicita la certezza che lei non sarebbe riuscita a sorprendere più nessuno e
si sarebbe comportata come aveva sempre fatto.
Antonia è egoista, pensa soltanto a sé, Antonia calpesta tutti, è uno spirito
inquieto, Antonia non tollera lacci, Antonia ama troppo la sua libertà: questo
avevano sempre pensato di lei gli altri, e lei stessa per prima. Ma da quando il
suo amor proprio si era disciolto nella passione per Byron, lei era diventata
vulnerabile e non era più riuscita a riannodare i fili della sua ribellione
smagliata. C’era stato un travaso meraviglioso e terribile, e la libertà era
diventata schiavitù.
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- Non sono il tuo giocattolo! - aveva urlato a Byron poco tempo prima.
- No, non lo sei, - aveva risposto lui con la voce bassa senza neppure alzare
gli occhi dal libro che stava leggendo. - Tu sei solo “uno” dei miei giocattoli
e nel mio gioco non sei tu che detti le regole.
Poi, con un gesto indolente, rimanendo seduto, aveva proteso il braccio,
aveva preso dal ripiano del cassettone un soldatino di latta della sua
collezione e ne aveva caricato la molla.
- Vedi? Giro la chiavetta e lui non può fare a meno di marciare, sinist- dest,
sinist-dest. Guarda come marcia obbediente. Non può fare altro, è il suo
destino. Poverina, non ce l’avrai mai tu, questa chiave. Non è nelle regole del
gioco, capisci?
In quella partita di prigionieri, in cui era sempre lei a perdere, Antonia aveva
disperatamente tentato di impadronirsi della mente, della carne, dell’odore di
Byron senza riuscirci mai.
Ora, quando tutti erano pronti a scommettere su come si sarebbe comportata,
Antonia si era messa in tasca la lettera di sua madre e si era avvicinata al
cassettone: un esercito schierato di animali da cortile, di principesse magiare
e di soldatini, tutti di latta, copriva interamente il ripiano. Aveva preso un
soldatino con la bandoliera e lo aveva stretto nel pugno. Poi aveva allentato le
dita, gli aveva estratto la chiave della molla dalla schiena e con un sorriso
soddisfatto l’aveva gettata lontano.
Sì, lo avrebbe avuto quel bambino, e avrebbe tenuto nelle sue mani una
chiave potentissima. Estratta dalla tasca la lettera di sua madre, l’aveva
stracciata in tanti piccoli coriandoli che aveva guardato soddisfatta mentre
venivano risucchiati dallo sciacquone del water.
Non sarebbe stata sconfitta nella sua lotta con Byron, non questa volta.
- Sei sicura di volerlo? Antonia, pensaci, da sola, senza un lavoro, come
farai? - l’aveva tormentata sua madre al telefono qualche giorno dopo.
Lei aveva interrotto la comunicazione, e per risposta le aveva spedito una
cartolina laconica e brutale che aveva scritto con un sorriso di soddisfazione
incattivita, vergando le lettere in stampatello, a grossi caratteri, con un
pennarello dalla punta spessa, e che era arrivata alla madre il giorno del suo
compleanno:
“E tu? Non hai fatto lo stesso, tu?”.
Se avessi potuto, se avessi voluto, ti avrei risposto. Ma la mia risposta non ti
sarebbe piaciuta.
Nei mesi seguenti la madre non si era più fatta sentire.
Antonia aveva contemplato i suoi fianchi diventare sempre più larghi senza
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neppure pensare “Sono io che gioco stavolta, Sono io che ho deciso”, ma
lasciandosi semplicemente trascinare dalla corrente dopo essersi tuffata.
- Un bambino? - aveva commentato Byron alzando la voce. - Un piccolo
mostro? E per farne che?
“Vedrai”, aveva pensato Antonia, ancora convinta che sarebbe riuscita a
spegnere la risata che risuonava persistente nelle stanze mentre lui non c’era
già più.
Quando, a otto mesi dalla sua nascita, aveva scoperto che il piccolo Anapi
soffriva di una grave forma di autismo, aveva raddrizzato le spalle e si era
rinsaldata nel suo proposito: nessuno l’avrebbe compianta, nessuno l’avrebbe
guardata scuotendo la testa, nessuno le avrebbe detto “Ti avevo avvertita”.
Non sarebbe mai più tornata a casa.
Nonostante Byron.
Antonia si avvicina al bambino e lo accarezza.
- Perché non mi guardi? Hai fame?
Il bambino ha gli occhi rivolti altrove, ma fa segno di sì con la testa. E’ un
cenno piccolo e breve. Lui è un bambino che non guarda ma ascolta. E
qualche volta risponde.
- Posso toccarti? No? Non vuoi che ti tocchi? Ma perché?
Gli accarezzerebbe volentieri la testa, Antonia, anzi la stringerebbe forte, se la
nasconderebbe con violenza tra le braccia, ma si limita a parlargli:
- Anapi. Sei un bambino buffo. Ma hai un nome bellissimo. Non credi?
La risposta è solo un quieto movimento del braccio che si distende lungo il
corpo.
- Lo sai come avevo pensato di chiamarti prima di scegliere il tuo nome? Non
te l’ho mai detto?
Il chiarore del giorno sta già impallidendo, ma Antonia ancora non è pronta
per uscire. Resterebbe a parlare per ore, a raccontare e a raccontarsi, ad alta
voce, per capire meglio i pensieri e riconoscere quelli stupidi e quelli
bugiardi, quelli tetri e quelli rabbiosi. E quelli teneri.
- Pensavo di chiamarti Kama, come il dio dell’amore. Kama è un bambino
che cavalca un pappagallo e se ne va in giro circondato dalle ninfe. Tu lo sai
chi sono le ninfe?
Anapi fa scivolare il braccio dietro la schiena, furtivo, come se volesse
nasconderlo o proteggerlo o sottrarlo alla madre.
- E l’amore, lo sai cos’è l’amore? - continua Antonia seguendo con le dita i
contorni della testa del bambino senza toccarlo.
- Ma Kama non andava bene, no. Non potevo darti un nome simile, ti pare?
Sarebbe stato come chiamarti Eros.
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Antonia si allontana da lui e per un attimo il bambino la guarda.
- Te lo immagini?
Il crepuscolo entra nella stanza.
- E cosa c’entri tu con la mia passione?
Uno scatto impercettibile dell’interruttore e la luce artificiale giallastra
comincia la sua gara con il chiarore ormai smorzato della fine del giorno.
- Non sei neppure figlio della passione, - conclude Antonia guardando il
bambino in piedi, diritto, solenne come lo è ogni mistero.
Di chi, di cosa è figlio Anapi?
... Si era pentita, Antonia, della sua decisione.
Se ne era pentita presto, ma non in tempo.
Se ne era pentita quando Byron l’aveva lasciata sola, se ne era pentita quando
aveva partorito e il dolore la scuoteva in forti tremiti per tutto il corpo, se ne
era pentita quando le avevano messo tra le braccia un involto bianco da cui
usciva una faccia da nano, paonazza e rugosa.
Aveva rasentato la disperazione quando allattandolo sentiva dolere i seni e il
ventre e continuava a rimanere sola.
Aveva pensato di non riconoscerlo, di darlo in adozione. Forse così Byron
sarebbe tornato a giocare di nuovo con lei. Era stata sconfitta, la partita era
persa.
Poi, al momento di scegliere un nome, si era ricordata dei suoi anni liberi e
disperati, della sua continua fuga da tutto, delle capanne indiane con il tetto di
paglia, e confrontando la forza che aveva avuto in passato con la sua inermità
presente aveva cominciato a scoprire che la carne del bambino era tiepida e
profumava di grano, aveva imparato a vederlo, a sentirlo, e la frenesia del
nuovo tipo di amore che cominciava a torturarla era così forte che avrebbe
voluto infilarselo di nuovo nella pancia, su per il collo dell’utero, perché
fosse di nuovo più suo, ancora dentro di lei, e nessun altro potesse toccarlo, e
aveva scartato il nome di Kama, il nome della passione che brucia e rende
schiavi, e aveva optato per Anapi, il nome di un piccolo ragazzo indonesiano
che aveva conosciuto nel suo andare, un ragazzo con cui aveva dormito una
notte umida di rugiada, l’unico con cui non avesse fatto l’amore sotto la
luna...
- Che ne dici, usciamo? Andiamo a comprare il pane? E il latte?
E mentre veste il bambino, piano, un braccio alla volta nella felpa ormai
stretta, come cresce questo bambino!, Antonia pensa che le cose andrebbero
meglio se non fosse nella casa in cui è, la casa che non è mai stata sua, la casa
di Ilaria, che ora non è più di nessuno.
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DOMENICA MATTINA
ma non per me.
Per me
qualcosa che si infittisce impercettibilmente,
appena più chiuso e impastato,
ma ancora inconsistente.
- E’ cambiata molto Mavezia. Persino qui, nella parte vecchia.
Luca osserva la sorella che ha gonfiato le guance per soffiare nella tazza di
caffé bollente.
Gli appare serena, indifferente, e come al solito ineffabile, capace di dire
sciocchezze con la sfrontatezza di chi non si preoccupa di essere smentito.
In realtà la vecchia Mavezia non è affatto cambiata.
Abbracciata e chiusa per tre lati dai laghi che la lambiscono con un bacio
quieto, come corolle di palude, si è arrestata nella sua crescita lenta molto
tempo fa.
Le case sono rimaste uguali a se stesse, alcune antiche, altre antiquate: quelle
alte e imponenti dalla facciata resa ferrigna dagli anni nascondono al loro
interno antichi e ampi giardini ombrosi; quelle basse, più piccole e strette,
conducono a sotterranei profondi e occulti, a pozzi scavati nella torba, a
corridoi umidi di salnitro.
Piccole piazze gibbose, portici sotto i quali nelle giornate di vento si
ammassano cartacce e sacchetti di plastica, vicoli dove cani e gatti randagi
soggiornano per poche ore e poi spariscono, cespugli di malva che crescono
negli interstizi dei muri, tutto conferisce alla città vecchia l’aspetto di un
luogo dove nessuno si interroga più sullo scorrere del tempo.
Le dieci torri medioevali, innalzate con mattoni che al tramonto assorbono e
diffondono la luce rossa del sole, sono rimaste le uniche costruzioni a svettare
in verticale, mai sfidate in altezza da grattacieli moderni.
La città vecchia è sempre in ombra perché le case, addossate le une alle altre,
stringono nell’oscurità i vicoli acciottolati privi di marciapiedi e ci si può
illudere che i segreti, nella penombra, possano rimanere segreti.
- Non ho ritrovato i vecchi negozi, - continua Antonia. - La latteria che c’era
qui all’angolo che fine ha fatto? E’ tutto chiuso!
- Sei stata via per molto, - risponde Luca.
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Sono seduti l’uno di fronte all’altro, allo stesso tavolo della cucina dove
facevano i compiti da bambini.
Anche se ha passato i trent’anni, Luca ha conservato il biondo miele dei
capelli e gli stessi lineamenti incerti che aveva da bambino: orecchie piccole e
aderenti alla testa, naso corto e sottile, occhi di un chiarore che scompare.
Una faccia senza carattere, pensa lui, difficile da descrivere se ci si affida solo
al ricordo e non la si ha davanti.
Contrariamente a lui Antonia non è mai passata inosservata.
E’ sempre stata esuberante sua sorella.
Erano stati la sua vitalità, il suo egoismo, quello sbattere le porte, quegli scatti
incontrollati di furore che avevano pian piano messo sua madre in un angolo
e l’avevano quasi rimpicciolita, rinchiusa nella prigione della solitudine.
Luca ne è certo, sua madre non è sempre stata malinconica. A lui sembra di
ricordare una donna ancora giovane che lo teneva per mano, che gli puliva il
naso con un gesto veloce ed efficiente, che gli sosteneva il sellino della
bicicletta mentre lui pedalava e respirava forte per la paura di cadere e anche
se non sa dire con precisione come esattamente abbia avuto termine né se
davvero sia mai esistita l’effervescenza giovanile di sua madre, un’allegria
violenta, a volte quasi rabbiosa, sa che comunque la colpa è di Antonia.
Guarda di sottecchi la sorella e non prova rimorso: l’ha avvisata tardi della
morte della madre ma non se ne pente.
Non si pente di averla informata con un telegramma dettato al telefono
all’ultimo momento, “Tanto non arriverebbe comunque in tempo”, aveva
pensato, “E forse non verrà per niente”, “E poi non so neppure se l’indirizzo è
esatto”, si era detto, “E neppure il numero di telefono”...
E comunque non avrebbe fatto differenza se Antonia fosse o non fosse stata
avvisata in tempo.
E così, nel piccolo corteo che aveva seguito il feretro tre giorni prima,
Antonia non c’era.
Solo lui, Sara, Guglielmo e poche altre persone, avevano lasciato lente
impronte obbedienti e necessarie sul grigiore dell’asfalto bagnato.
All’ingresso del cimitero gli si era avvicinata una donna, - Ti ricordi di me? -,
no, Luca non se la ricordava, - Mi dispiace che io e tua madre ci siamo perse
di vista, - sì, era probabile, sua madre non usciva più, non rispondeva neppure
al telefono, a volte.
Se sua madre era affondata nella solitudine la colpa è di Antonia, si ripete
Luca.
Guarda le braccia eccessivamente sottili di sua sorella e il disegno delle ossa
sporgenti alla base del collo. Poi aggiunge:
- Anche tu sei cambiata!
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- Non in questo...
Antonia fa un largo gesto del braccio per indicare il disordine delle colonne
alte di libri impilati un po’ ovunque sul pavimento che Luca si è guardato
bene dal commentare quando è entrato.
- Hai intenzione di catalogarli? - e subito si pente della domanda.
Antonia ride con malevolenza.
- Una domanda del genere me la potevi fare solo tu. Ho bisogno di spazio.
- E per fare spazio devi per forza buttare tutto all’aria?
Di scatto Antonia si alza dalla sedia dove è seduta di fronte a lui, afferra un
pacco enorme di riviste dal tavolo, lo solleva al di sopra della testa e lo lascia
cadere con un tonfo.
E rimane ferma a guardare Luca, le braccia incrociate sul petto con uno
sguardo di sfida.
Proprio come quando era una bambina, pensa Luca.
... Dividi le caramelle con Luca, sono troppe per te, aveva detto Ilaria, e lei
era corsa fuori, sulle scale, senza rispondere, avrà avuto sì e no cinque anni, e
dopo un po’ si era voltata all’improvviso, era rientrata, lo aveva raggiunto e
gli aveva spinto tra le mani il cartoccio intero, con rabbia, - Tieni, Mangiatele
tutte, - perché era così, Antonia, o tutto o niente, ed è ancora così, pensa
Luca, è rimasta una bambina, scommette ancora su chi è più forte, ha la stessa
ansia autodistruttiva di quando strappava le pagine del quaderno dove la
maestra le aveva assegnato un cattivo voto, ha la stessa stizza di quando era
costretta a dividere qualcosa con lui...
La caduta rumorosa delle riviste ha però richiamato qualcuno sul vano della
porta.
Luca lo vede adesso per la prima volta. E’ da quando è entrato che lo aspetta,
e anche se appena arrivato avrebbe voluto chiedere subito di lui, non lo ha
fatto perché qualcosa negli occhi di Antonia glielo ha impedito.
Il bambino rimane quieto, forse non vede neppure Luca perché guarda il
muro, ma il suo è uno sguardo che aspetta, il corpo intero è in attesa come di
chi si affaccia a una porta richiamato da un rumore pur sapendo che non
vedrà altro che fantasmi.
Luca rimane seduto, si sporge appena col busto verso di lui, cauto, e gli
chiede a bassa voce, per non spaventarlo:
- Anapi?
e in quello stesso momento vede, è certo di vedere, come se non avesse
trent’anni, come se fosse un bambino, quello che vede il bambino, quello che
i bambini vedono quando guardano oltre: una siepe di lauro fitta e altissima e,
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da qualche parte, in basso, dove i rami sono più radi e privi di foglie, la palla
arcobaleno perduta.
Bisogna mettersi carponi e cercarla tra un brulichio di vite affaccendate: un
verme pronto per la merla pronta per il gatto spiato dal cane.
Bisogna cercare la palla e trovare invece un involucro di stagnola attorcigliato
per farci un anellino, il guscio vuoto di una tartaruga evasa dall’acquario, la
figurina scolorita della raccolta di calciatori.
Bisogna cercare la palla e non trovarla mai perché i veri giochi sono sempre
incompiuti.
- Fa’ attenzione, non vuole essere toccato dagli estranei, - interviene Antonia.
E non aggiunge “Neppure da me, Neppure da me vuole essere toccato, Solo a
volte, di notte, al buio”.
- Gli hai parlato di me? Sa chi sono?
Antonia alza gli occhi al cielo.
- Senti, è appena arrivato in una casa nuova, in una città che non conosce,
sono disorientata anch’io... Puoi concederci un po’ di tempo? Abbiamo tutti e
due bisogno di tempo, non trovi?
Luca guarda la sorella che gli volta le spalle e se ne va in cucina senza
aspettare la sua risposta.
Anche lui se ne andrebbe volentieri, sbattendo la porta, ma la differenza tra
lui e Antonia è sempre stata questa: persino da bambino lui non faceva mai
niente prima di pensarci sopra due, tre, più volte, come se anche allora
sapesse che i gesti e le scelte hanno un carattere di irreversibilità che
spaventa, mentre Antonia parlava, agiva, sceglieva convinta che qualsiasi
cosa avesse fatto sarebbe sempre riuscita a giustificarla, soprattutto con se
stessa, perché degli altri poco le importava.
Era questa, principalmente questa, la differenza.
E quando ai giardini, mentre Ilaria era seduta su una panchina, concentrata
sulle pagine del libro che portava sempre con sé per non essere disturbata, e
invece c’era sempre qualche mamma sofferente di solitudine e di noia che
attaccava discorso, quando ai giardini qualcuno, guardandoli giocare,
commentava che loro due non sembravano affatto dei gemelli, lei ossuta e
nera di occhi e di capelli, lui biondo e morbido in una rotondità infantile che
ha perso solo in parte, anche allora, anche allora lui lo sapeva che non era
quella la differenza più grande.
Se ne andrebbe, Luca, volentieri, se non fosse per quel nipote sconosciuto che
non dice una parola, che muove una gamba roteando il ginocchio quasi
obbedisse a una musica silenziosa, che si mette di traverso, per metà nascosto
dallo stipite della porta come in un ostinato vivere a sghimbescio, che guarda
una porzione di spazio con la coda dell’occhio perché, tanto, le cose vere non
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sono mai di fronte.
Luca resiste alla tentazione di avvicinarsi e di chinarsi verso di lui.
Rimane fermo e aspetta con il fiato sospeso come faceva da bambino quando
un passero veniva a becchettare le briciole della merenda cadute ai suoi piedi
e lui rimaneva rigido, immobile per non spaventarlo.
Non aspetta per molto.
Basta poco, una piccola interruzione, un varco, un impercettibile salto, e
anche Anapi, con la stessa levità di un uccellino, interrompe la sua misteriosa
danza meccanica, si avvicina piano ai libri accatastati lì intorno e prende a
passarli in rassegna senza guardarli, con scatti rischiosi, lanciandone in aria
uno alla volta: qualche Simenon finisce scompaginato in un angolo, le sorelle
Bronte planano sulle ginocchia di Luca che nel frattempo si è accucciato
lentamente vicino a lui, e Freud, troppo ponderoso per prendere il volo, si
concede però allo spostamento di qualche centimetro. Alcuni libri si
squadernano e si vede subito quali erano i preferiti di Antonia per via delle
tracce appiccicose di gelato, per le macchie di unto, per le strisciate di caffé
che si stendono ai margini delle pagine o tra le righe.
Luca decide di rompere il silenzio e prova a recitare ad alta voce tutti i titoli e
gli autori dei libri sotto tiro con una cantilena cadenzata che si fa rito
propiziatorio, una sorta di fune canora all’estremità della quale è legato Anapi
che Luca tira piano piano verso di sé, un tentativo magico di far uscire il
bambino dalla sua prigione: Rit-trat-to-di-si-gno-ra, Ca-sa-de-so-la-ta, O-popo-max, U-na-so-li-tu-di-ne-trop-po-ru-mo-ro-sa, Vi-ag-gio-al-ter-mi-ne-della-not-te, Un-di-vor-zio-tar-di-vo, Il-van-ge-lo-se-con-do-Ge-sù, Pos-ses-si-one, O-pe-ra-al-ne-ro...
Anapi continua assorto il suo scompiglio operoso e non si scuote quando
Luca interrompe la sua nenia e alza la voce per raggiungere Antonia al di là
della porta chiusa:
- Cosa intendi fare di questi libri, Antonia?
Anapi rimane indifferente anche alla madre che si avvicina.
- Non so, - risponde Antonia asciugandosi le mani con una salvietta, - mi
serve spazio. Li porterò in cantina. A proposito, ci sono anche degli scatoloni
in cantina, sono pieni di documenti. Se vuoi controllare...
No, non controllate, vorrei dire, lasciate stare, ma tutto questo bianco me lo
impedisce e si fa strada, piano piano, l’idea che nulla importa più.
- Non buttare via niente per adesso, ti prego.
- Va bene, ci penserò.
La corrente di ostilità si è interrotta e Luca decide che è meglio avere
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pazienza e non chiedere “A cosa ti serve tutto questo spazio se sei arrivata
con due sole valigie?”.
Luca sa di aver portato pazienza con lei, sempre...
... anche quando si alzava presto la mattina perché la scuola era lontana e sua
sorella invece rimaneva a letto. - Lasciatemi dormire, - diceva Antonia con la
faccia affondata nel cuscino, e a Luca dava fastidio che la madre lo
rincorresse e gli gridasse dall’uscio - Vai tu a prendere il pane, Antonia ha
mal di testa, - e poi, anni dopo, - Luca, senti, passa a pagare... - perché
Antonia comprava, comprava, a credito se non trovava soldi da arraffare nei
cassetti, come e quando poteva, perché Antonia se ne andava per la sua
strada, voltando le spalle a tutti, perché Antonia scendeva per la sua china,
perché per lei c’era solo la notte, lo spazio desiderato di un buio che pullulava
di ombre ammiccanti...
“Bisogna continuare ad avere pazienza”, pensa Luca, e guarda quasi
riconoscente la sorella che si siede sul pavimento accanto a lui e al bambino.
La sensazione di intimità è tale che gli sembra quasi di percepire l’odore di
polvere che faceva di casa sua una casa speciale, diversa da tutte le altre, e di
risentire il grido rauco dell’arrotino, un richiamo un po’ fastidioso un po’
struggente che saliva dalla strada attraverso le finestre aperte.
Il passato lo ha catturato di sorpresa, ed è tardivamente e con un certo stupore
che Luca si rende conto all’improvviso che l’appartamento è cambiato. Il
disordine dei libri che lo ha colpito appena entrato gli ha anche impedito di
accorgersi degli altri mutamenti: Antonia ha in effetti rivoluzionato la casa,
come se pensasse di non andarsene più, quasi rassegnata a doverla adattare
alle sue esigenze.
Luca si accorge solo ora delle poltrone ricoperte con drappi di seta indiana, di
tutti i punti di luce sostituiti da candele profumate al muschio bianco e della
lampada a stelo relegata nell’angolo cieco del corridoio.
C’è persino un mazzo di campanelli a cascata sulla porta d’ingresso che lo ha
accolto con un tintinnio quando è entrato.
Antonia, che gli legge in faccia l’espressione di sorpresa e di disappunto, si
rialza e lo investe prima ancora che lui possa parlare:
- Ho fatto qualche cambiamento. C’era un’atmosfera soffocante qui, non l’hai
mai sentita? A me mancava l’aria...
- Sembra quasi che tu ti senta in credito, - commenta Luca guardandosi
intorno.
Intanto Anapi ha abbandonato la sua opera di scompiglio e ha disseminato i
suoi disegni sul pavimento, sul tappeto, sulle sedie e sul divano, anche quello
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nascosto da un barluccichio di ori e di rossi.
- Non sono neanche in debito, non con mia madre.
- Come sei astiosa, Antonia, come sei aspra.
Luca spegne il telefonino che gli ha segnalato un messaggio, poi realizza di
essere ancora seduto sul pavimento, solo lui, come un bambino, e si sente
ridicolo.
- Dopo che te ne sei andata, - continua alzandosi e cercando un posto dove
sedere, - mi chiudevo per tutto il giorno in camera mia, ne uscivo solo per
dirle buona notte e la trovavo seduta in poltrona a fissare lo schermo spento
del televisore.
Così pensavi. In realtà guardavo sgomenta la testa della Medusa di bronzo
che era appartenuta a Mary e che ci ha scrutato malevola dal ripiano della
libreria per anni, e anni, e anni.
Luca è attento nella scelta delle parole, frena gli impulsi e si avvicina piano
piano, con cautela, alla scontrosità di Antonia.
- Mettiti nei suoi panni, adesso lo puoi fare più facilmente, - le dice dando
un’occhiata ad Anapi che disegna sdraiato sul pavimento.
- Ha cresciuto due figli da sola, nessuno che le desse una mano. Non deve
esser stato facile, questo lo puoi capire...
- I soldi non le mancavano, - risponde secca Antonia mentre si accende una
sigaretta e scuote nell’aria il fiammifero per spegnerlo.
- I soldi! Non erano poi molti e li ha spesi per noi, non ti pare?
- Non ha mai lavorato, vuol dire che bastavano.
Antonia ha le braccia incrociate sul petto e la sua solita aria di sfida.
Luca non può fare a meno di pensare che negli ultimi tempi, solo negli ultimi
tempi, la madre si era chiusa a riccio in una solitudine ombrosa.
Ma io l’ho sempre avuta dentro, quell’ombra...
- No, i soldi non le bastavano più. Tu non c’eri, ma io l’ho vista eliminare via
via tutte le uscite a teatro, al cinema, al ristorante, insieme alla crema per le
mani, alla tinta dei capelli, alle scarpe nuove.
- Può darsi... Ma io non ricordo tutte queste uscite a teatro. Tinta per capelli?
Crema per le mani? Stai parlando di mia madre o della tua? Non ha eliminato
niente perché non c’era niente da eliminare. Ti stai inventando. Ha vissuto
senza che nessuno si accorgesse di lei, ma è stata una sua scelta. Le scelte che
ha fatto sono state scelte sue. E non per mancanza di soldi, - ribatte Antonia.
- No, Antonia, non può essere che stiamo parlando di soldi.
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La voce di Luca è bassa, quasi sussurrata, e tenera.
In realtà tutti e due si riferiscono ad altro, e lo sanno, ma a volte le parole si
muovono in cerchi concentrici sempre più larghi, sempre più lontani dal
punto in cui è caduto il sasso, cerchi che increspano appena l’acqua e poi
scompaiono velocemente e l’acqua ritorna immobile e nessuno saprebbe più
dire in quale punto è caduto quel sasso, in quale punto giace fermo sul fondo
melmoso.
Antonia tace, guarda il bambino che continua assorto i suoi disegni, anche
quelli circolari, concentrici, sovrapposti, e poi decide che è arrivato il
momento di scandagliare il fondo e di intorbidare le acque nel tentativo di
ritrovare il sasso perduto.
- Non ci ha mai detto niente di nostro padre. Ecco di cosa stiamo parlando!
Mai una risposta, una, alle nostre domande. E’ inconcepibile! Per te era
debole e sola. Per me era dura, invece, - e la sua voce è insolitamente priva di
asprezza.
- Dura? Lei?
Ilaria era stata incoerente, emotiva, illogica, fastidiosa. Tutto ma non dura...
... - Luca, spalanca le finestre! - gli diceva.
E lui, con una finta serietà recitata, beffarda ma affettuosa, lui chiedeva di
rimando:
- Non posso aprirle e basta? Se le apro invece di spalancarle non è lo stesso?
E aggiungeva, a più riprese:
- Sei la solita esagerata. Scegli sempre le parole estreme: spalancare,
sprangare, strofinare...
Sembrava che le parole non fossero mai abbastanza energiche per lei: il cibo
non era banalmente cattivo, ma pessimo, i viaggi erano una tortura, la vita un
inferno.
Era drastica anche quando giudicava le persone: uno era un “microcefalo”,
quell’altro un “minus habens”.
Una volta un suo compagno delle elementari che era venuto a giocare e si era
portato da casa le pantofole per non sporcarle i pavimenti l’aveva trovata
talmente originale che non aveva saputo rispondere con prontezza alle sue
domande e così era stato bollato per sempre con l’etichetta di ritardato. Le
piaceva sentenziare, non aveva pietà.
Anche i suoi comportamenti erano sempre eccessivi: un momento rideva a
gola spiegata e il momento dopo si interrompeva bruscamente e si metteva a
piangere... Era capace di decidere di preparare una torta, si chiudeva in
cucina, cominciava a trafficare, e dopo un po’ si sentiva un grande
sbatacchiare di pentole e coperchi e dalla porta del forno non usciva nessuna
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torta... A volte si armava di scope e strofinacci, spostava mobili, arrotolava
tappeti, spruzzava ovunque detersivi e lucidanti e, trascorsa la giornata,
crollava sul divano a guardare con stupore il caos che era riuscita a
provocare...
... - Non era dura, - riprende Luca. - Era eccessiva, esagerata, scombinata, ma
non dura. Non era facile per lei toccare certi argomenti... Però non ha mai
recitato la parte della donna sola e abbandonata.
Antonia lo interrompe:
- Certo che no, al contrario. Ne andava fiera. Ma non ti ricordi che quando
eravamo bambini lei...
Luca fa un gesto di stanchezza. Non vorrebbe parlarne più, ma è costretto ad
aggiungere:
- Può darsi che fosse orgogliosa della sua indipendenza. E del resto, ormai
che importanza ha?
- Che importanza ha? - la voce di Antonia sale di tono. - Che importanza ha!
E tu saresti un ricercatore! Ficchi il naso in mille archivi, indaghi su gente
morta da secoli, ma tuo padre no, non ti interessa. Bel ricercatore! Ah, sei
esasperante, io non capisco questa tua rassegnazione.
- Rassegnazione?
- Sei sempre stato fiacco, fatalista.
- A dir la verità, non me ne importa niente.
- No, non è vero. Te ne è sempre importato, invece. Quando ti chiedevano di
tuo padre tiravi fuori la storia del nonno aviatore per darti dell’importanza.
Mio nonno pilota, il mio nonno inglese, il mio cognome inglese, bla-bla-bla,
bla-bla-bla... Ti pavoneggiavi del tuo cognome inglese perché il cognome di
tuo padre non lo sai. Hai paura, ecco cos’è, hai sempre avuto paura.
... - Salta, Luca, salta.
La voce squillante di Antonia lo sfidava ai piedi del monumento di granito
alto come una montagna. Si erano arrampicati scalando la cancellata e lui,
dopo la prodezza, aveva sentito tremargli le gambe, sapeva di aver osato
troppo seguendola in quella salita, e adesso lei, che era già scesa senza sforzo,
lo aspettava con l’eccitazione negli occhi mentre altri bambini accorrevano
per assistere dal basso al suo imbarazzo ed era tutto un vociare di disprezzo e
di provocazione finché era intervenuta sua madre ad aiutare il suo bambino
che aveva solo sei anni mentre l’altra sua bambina sembrava averne dieci di
più, irrefrenabile, sicura, sempre pronta al salto anche in piscina, d’estate,
quando lui preferiva leggere all’ombra di un tiglio chiudendosi le orecchie
per non sentire la petulanza di Antonia:
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- Non ti tuffi, Luca, non ti tuffi?...
- Paura? Di cosa? E di chi? Di uno che nostra madre ha conosciuto chissà
dove? E che poi non ha più rivisto in vita sua? Non doveva essere così
importante per lei se non ce ne ha mai parlato. Uno che non immagina
neppure che esistiamo, lo sai, questo Ilaria ce lo ha detto. Noi non sappiamo
niente di lui e lui non sa niente di noi. E forse è pure morto. E se non è morto,
chissà dove vive, chi lo sa in quale stramaledetta parte del mondo. E io dovrei
fare delle ricerche per trovarlo e una volta trovato dirgli “Eccoci qua, Salve!
Finalmente ti abbiamo scovato! Noi siamo i tuoi figli, ma non ci siamo mai
fatti vivi prima perché nostra madre non ha voluto raccontarci niente di te, tu
non eri un argomento di conversazione, però sai com’è, ci piacerebbe tanto
avere un padre, abbiamo sofferto tanto da bambini, adesso abbiamo già
trent’anni, è vero, ma un padre è sempre un padre e dunque...”. Che senso ha,
dimmi, che senso ha?
E poiché Antonia non risponde né lo aggredisce, Luca trova il coraggio di
aggiungere:
- Finalmente capisco quanto tu assomigli a nostra madre.
Ma era vero?
Che donna era, che donna era stata sua madre?
Negli ultimi anni, dopo che era uscito di casa anche lui, e si era avventurato
in due stanze proiettate sulla luminosità della piazzetta adiacente
all’Università, tutte le volte che veniva a trovare sua madre, e percorreva le
strade odorose di calce vecchia, e saliva le scale strette, e apriva la porta dopo
un breve suono di campanello per avvisarla del suo arrivo, temeva, sapeva,
era certo che l’avrebbe sorpresa in un silenzio sospeso, ferma con la sigaretta
stretta fra l’indice e il medio a dirgli - Sto bene, Non preoccuparti, Sto bene
così, - e a chiedergli - Come va? Hai abbastanza soldi? Sei contento? Che
libri hai letto di recente?
Ma quella della madre per lui gli era sempre sembrata una sollecitudine
distratta.
Non la stessa sollecitudine, non la stessa premura che aveva ricevuto invece
Antonia.
Non la stessa indulgenza.
Lo capisce anche Antonia, all’improvviso, come se gli leggesse i pensieri e
una compostezza rassegnata si apre un varco nella sua ribellione, mentre
Anapi le si avvicina e si fa specchio riflettente agli sguardi di loro due,
ammutoliti, uno schermo sul quale il capriccio ridisegna la trama di sempre,
una donna, un uomo, un bambino che ha i lineamenti di altri due bambini,
compendio di un doppio.
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Prima di questa vastità bianca non sapevo, ma adesso ne ho la prova: il
destino si annoia della monotonia delle proprie creazioni, gli stessi
personaggi, lo stesso intreccio, la stessa sentenza, e per contraffare e
occultare le somiglianze impone il silenzio.
Ecco perché ho taciuto.
Quando il bambino riprende il gioco dei libri prima interrotto, i volumi
sfogliati, lanciati in aria, salvati in caduta, riempiono l’aria di una polvere
impalpabile, più luminosa nella porzione di spazio che riceve luce dalle
finestre. E’ una pioggia leggera di pulviscolo e pesante di libri, una discesa
che potrebbe durare in eterno ma che viene interrotta quando dalle pagine di
un Davide Copperfield scivolano fuori due fotografie in bianco e nero.
- E queste? - chiede Antonia di nuovo catturata da tutto quel rovistare.
- Fammi vedere.
Sono due fotografie devastate da crepe sottili: in quella più grande, di
dimensioni giuste per una cornice, una donna vestita di una longuette, le mani
coperte da guanti chiari, è stata privata della testa da una sforbiciata irregolare
che ha lasciato un quadretto di vuoto; l’altra, più piccola, sfigurata da
segnacci rossi, riprende da lontano un aviatore in piedi vicino al suo Halifax,
uno di quegli aerei inglesi che trainavano gli alianti.
- Ecco dov’erano... Le riconosci?
Ecco dov’erano, penso, e di nuovo al primo moto di sorpresa subentra una
calma che ha lo stesso colore bianco del bianco che mi circonda.
Per la prima volta da quando è arrivato, Luca vede Antonia sorridere e
guardarlo senza avversione.
- Ma guarda! La Decollata e l’Aviatore!
- Non le ho più viste da... mah, forse da quando la mamma ci ha spedito in
Inghilterra.
- Sì, e quando siamo tornati aveva cambiato posto a tutto, ti ricordi? Lei
stessa non riusciva a trovare più niente.
- E neanche noi.
No, solo voi, voi soli. C’è sempre stato, per voi, il divieto di...
... C’era sempre stato il divieto, per loro, di frugare nei cassetti, e quando
erano stati sorpresi con quelle fotografie in mano, Ilaria era stata perentoria:
- Ridatemele, lasciate stare.
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Ma se poteva contare sulla remissività di Luca, non altrettanto poteva fare
con Antonia che aveva cominciato a saltellarle intorno tirandole la gonna e
ripetendo come in una sorta di petulanza cadenzata la stessa domanda:
- Chi sono, mamma, chi sono, chi sono, chi sono?
- Mia nonna. E mio padre.
La risposta era stata secca e le fotografie erano scomparse con destrezza in
una tasca del golf.
- Tua nonna? Perché le hai tagliato la testa? Era cattiva?
- Vai a giocare con Luca, adesso, vai.
Ilaria aveva parlato con una voce imperiosa che non le apparteneva, ma era
stata decisa.
- No, dimmi perché le hai tagliato la testa!
- Adesso basta, Antonia. Vai in cortile, su, vai a giocare.
- Aveva una faccia brutta? Con i bitorzoli e i peli? Per quello? Le hai tolto la
faccia per quello?
- Non l’ho tagliata io, è sempre stata così.
- Senza la testa? Non ci credo, non è vero, ce l’hanno tutti la testa!
Era successa allora una cosa strabiliante: per la prima e certamente per
l’ultima volta Antonia era stata trascinata da sua madre nello stanzino delle
scope e lì era rimasta a strepitare a lungo dando calci contro la porta chiusa a
chiave.
Luca aveva assistito alla scena con sgomento, ma forse la più spaventata
doveva essere stata sua madre perché, dopo averlo guardato senza dire nulla,
lo aveva preso tra le braccia e aveva cominciato a cullarlo come fosse stato un
bambino piccolissimo. Chi lo sa dove aveva preso il coraggio, lui, quando
piano piano, con un filo di voce, ancora avvolto nell’abbraccio della madre
aveva chiesto:
- Mamma, e l’altro?
Ilaria lo aveva staccato da sé, gli aveva arruffato i capelli e aveva risposto con
un sospiro:
- Quello era tuo nonno.
- Cosa faceva? Era il suo aereo quello?
- Sì, era il suo aereo.
- C’era la guerra?
- C’era la guerra, sì.
Anche lui avrebbe voluto chiederle Ma perché lo hai tutto scarabocchiato?,
ma si era fermato dando un’occhiata furtiva alla porta dello stanzino che
continuava a tenere prigioniera un’Antonia urlante e indomita.
Dopo quel giorno le fotografie erano scomparse, ma Ilaria si era dovuta
piegare alle loro insistenze: i suoi racconti però restavano sempre vaghi e
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imprecisi, avari di particolari. Della sua nonna inglese aveva raccontato molto
poco. Solo per caso lui e Antonia avevano scoperto che il busto di bronzo
della Medusa che faceva da fermalibri era appartenuto alla bisnonna Mary e
che di lei la madre non aveva tenuto nient’altro. Un fermalibri e una
fotografia tagliuzzata... Di sera, però, quando erano coricati nei loro letti,
riuscivano in qualche modo a farsi raccontare la storia dell’aviatore inglese
che si chiamava Lawrence Stephen e Antonia, come sempre, era quella che
non si arrendeva mai: quando la storia era terminata, lei, decisa a non
addormentarsi e a saperne di più ritornava alle sue domande, Il nonno era il
tuo papà? E tu non lo hai mai visto? Perché? Perché era in guerra? Lo hanno
abbattuto i tedeschi? E la tua mamma invece, dov’era la tua mamma? L’hai
vista? Hai una sua fotografia?
La luce era già stata spenta quando Ilaria, chiudendo la porta, rispondeva che
no, che non l’aveva mai vista, che non c’erano fotografie e che anche lei era
morta. Allora, nel buio, si alzava la protesta indignata di Antonia, Ma uffa,
sono morti tutti, ma proprio tutti?, mentre lui già sognava di essere a bordo di
un bombardiere e di salvare l’eroico pilota Lawrence, suo nonno.
Le altre domande, tutte le altre numerose domande rimanevano sospese
nell’aria.
Fino al giorno dopo...
La voce di Antonia riscuote Luca e lo riporta al presente:
- E’ stata l’unica cosa che ti ho invidiato.
- Cosa?
- Ma la tua collezione di aeroplanini. Ce l’hai ancora?
- Forse è ancora qui, magari in cantina.
- Conoscevi tutti i nomi dei bombardieri.
- E’ vero, - sorride Luca.
- Era il tuo eroe, il nonno.
- Un mito, sì. E per te no?
- Io ero affascinata dalla Decollata, mi inventavo delle storie su di lei, storie
di fantasmi e di vampiri...
Nessuno parla più.
Antonia riprende a sfogliare libri malconci e riviste polverose mentre Anapi
continua a rimanere lontano, nel suo mondo sghembo.
Luca lo guarda e prova a seguirlo sui sentieri dell’immaginazione, poi lo
abbandona, si dimentica di lui, si dimentica di Antonia e vola per un po’ al di
là della Manica, come faceva da piccolo quando la sera, nel suo letto,
ascoltava le favole.
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Era il mio vuoto, non il vostro, quello che cercavo di colmare ricorrendo alla
leggiadria delle favole. E poiché una favola era quella che mi avevano
raccontato da bambina, una bugia, un inganno, pensavo che lo stesso
inganno sarebbe stato meno crudele se ve lo avessi propinato sotto forma di
fiaba. E così vi raccontavo... vi raccontavo di un uomo morto lontano in una
pericolosa missione di guerra... Sì, mi avevano detto proprio così... Avevano?
No, aveva, aveva, era solo Mary che riusciva a raccontarmi bugie senza
perdere il controllo.
E forse è vero, Mary è sempre stata un corpo senza testa e senza cuore.
- E’ quasi l’una, ti fermi a mangiare con noi?
Antonia rompe il silenzio, un silenzio strano, intriso di nostalgia e di
recriminazioni, aspro e commovente allo stesso tempo.
Luca si riscuote e - Sì, - risponde, - sì, grazie, - e non gli sembra vero che la
sorella gli faccia una gentilezza, quasi l’ammissione di una complicità che c’è
stata, sì, c’è stata, anche se molti anni prima.
- Ti aiuto a sgombrare il tavolo dai libri, - dice, e quando vede tra le mani
contratte di Anapi un quaderno rivestito di carta gialla a fiori rossi, si chiede
distrattamente cosa sia.
Anche Antonia lo vede.
- Anapi, dammelo, dobbiamo lavarci le mani adesso.
Ma il bambino si stringe il quaderno al petto.
Sì, tienilo stretto, non darglielo, non ancora, non sono ancora pronta, il
bianco è ancora luminoso, ci vorrà un po’ di tempo, non so quanto, ma del
bianco più gessoso di questo.
Ma il bambino stringe il quaderno al petto, lo stringe come se fosse la sua
palla arcobaleno destinata a perdersi sotto la siepe di lauro, chiude gli occhi e
si allontana strascicando i piedi, la testa ricciuta e nerissima inclinata di lato,
una spalla più alta dell’altra.
- E’ un bel bambino, - commenta Luca.
- Nonostante tutto, sì, - risponde Antonia.
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DOMENICA NOTTE
Un pallore prezioso,
ancora trasparente
e incorporeo
al di là del quale
il nulla.
Fuori il silenzio è una concavità di buio.
Accanto al letto dove è stesa Antonia, il comodino esibisce la sua nudità: via
il tubetto di sonniferi della madre, ce ne sono ovunque, un’intera raccolta di
Tavor, via la foto di lei e Luca al mare, via soprattutto la sveglia.
Antonia l’ha ficcata in uno scatolone che per mezz’ora ha ingoiato con
rassegnazione ogni sorta di oggetti destinati alla discarica.
Quella sveglia ha scandito implacabile tutti i secondi del tempo per anni e lo
aveva fatto con una risonanza che Antonia aveva giudicato sfrontata la notte
in cui aveva deciso di andarsene e di non tornare più.
Quel ticchettio le era sempre sembrato, e ancora adesso, antiquato e
insopportabile e lo ha eliminato insieme ad altro, vasi, ceramiche, annate di
riviste, asciugamani scuciti, bastoni di scope, bollitori rotti, barattoli di colla
rinsecchita, insieme a tutto quello che fa male perché riporta al punto di
partenza. Ci sono ancora molte altre cose che Antonia deve eliminare, perché
ha bisogno di spazio, ha detto a Luca, in realtà perché ha bisogno di fare il
vuoto, e perché tutti quegli oggetti le impediscono di scivolare nel sonno.
Ma ci sono notti in cui non si può dormire.
Ci sono notti gremite di strane presenze e la mente ne registra il ronzio
frenetico e incessante. Gli occhi si aprono con stupore e vedono solo oscurità
mentre voci indistinte bisbigliano all’orecchio e da lontano giungono un
sospiro, un ansito, un fruscio di lenzuola, come quando si veglia in una
camera d’ospedale e qualcuno versa dell’acqua in un bicchiere e un altro
sospira e un altro ancora si schiarisce la gola con un colpo di tosse.
Ci sono notti in cui i capelli si rizzano in testa perché un’ombra bussa alla
porta a vetri e il suo profilo si staglia contro la luce che le sta alle spalle e non
è ragionevole che stia lì in attesa di entrare, che insista con monotonia, i colpi
alla porta frequenti e regolari, senza crescendo, non è ragionevole, perché
quell’ombra chiusa in se stessa non può essere reale, è parte di un incubo...
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Eppure, chi è steso nel letto solleva la testa dal cuscino e la vede, la sente e
aspetta che le si attacchi alla gola.
Lo squillo del telefono, quello sì rimasto sul comodino, è improvviso e
lacerante ma non si ripete perché Antonia non dorme ed è pronta a sollevare
la cornetta e a rispondere.
- Chi è? - chiede, non si dice - Pronto? - nel cuore della notte, ma - Chi è? “Chi è che chiama come se bussasse dietro una porta a vetri?”.
Le arriva una voce maschile:
- Allora sei lì. E’ lì che siete!
Antonia non risponde e sbatte giù la cornetta.
Aspetta per sentire se lo squillo ha svegliato il bambino, teme che il suo
respiro stesso lo possa svegliare perché è fragoroso come una cascata, ma
Anapi non si è mosso e continua a dormire con il taccuino giallo a fiori rossi
sotto il cuscino.
Sarebbe bello poter ritornare bambina, balzare dal letto in camicia da notte,
correre per il corridoio, schiacciare il marmo freddo con i piedi nudi, veloci,
prima la punta e poi, leggero, il tallone, sentire la pelle sudata che aderisce al
pavimento in un calpestio vischioso, correre fino alla porta d’ingresso e
chiuderla a chiave con tre mandate, premerle contro il fianco e la schiena,
tapparsi la bocca con entrambe le mani e pensare “Mamma”, scomporre la
parola in sillabe, in lettere, pensarla tutta intera, ma non pronunciarla perché
Antonia non è più una bambina e la parola appena formulata si è già annullata
come i pensieri di cui ci si vergogna e che, ecco, sono già in dissolvenza.
Sarebbe bello accosciarsi stretta contro il muro dopo essere scivolata giù a
contatto della porta con la schiena, premere la faccia contro le ginocchia
strette fra le braccia e nasconderla e non accorgersi che il buio si è fatto di
nuovo silenzioso.
Sarebbe bello aspettare senza muoversi che la luce lattiginosa del mattino
schiarisca il profilo del suo corpo vicino alla porta.
Invece, quando l’alba si insinua nelle fessure delle tapparelle lei è ancora
seduta sul suo letto con le mascelle irrigidite dalla fatica di essere se stessa:
una che non ha mai voluto essere consolata, una sempre in fuga.
Una che adesso non ha più vie di uscita, non più, non ora, proprio quando
sarebbe più che necessario scappare.
Ma Antonia è intrappolata nella casa che odia perché è qui che si è rifugiata, è
pur sempre una casa e lei ne ha fatto un punto d’arrivo e non di partenza,
perché non sa più dove andare, perché il bambino è adesso l’ormeggio da cui
non può staccarsi, e può solo rimpiangere le sue scorribande, la fuga nella
villetta con giardino, l’anno passato in India, la Francia, la Spagna, ovunque
purché lontano, soprattutto lontano da Monaco, proprio quando Monaco si è
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fatta vicina più che mai, addirittura lì, sul comodino accostato al letto, dietro i
fori del ricevitore del telefono, nelle vibrazioni dei suoni, nelle oscillazioni di
corrente elettrica, nelle variazioni di pressione provocate nell’aria dall’onda
sonora, nelle parole “Allora sei lì, E’ lì che siete”.
Antonia è lì, ferma, e vorrebbe essere in viaggio, invece.
E adesso so, me lo dice quest’ovatta bianca che mi circonda e che mi penetra
la mente, questa nebbia che ha la consistenza dello zucchero filato e che mi
dà la veggenza, adesso so come hai fatto a sopravvivere nei tuoi
vagabondaggi... Con la tua disinvoltura hai travolto incurante decine di
esistenze senza esitazioni, ti sei fatta gioco di sentimenti, di amicizie, cinica e
convinta che la tua mancanza di scrupoli fosse coraggio.
E la tua Nemesi, che era lì ad attenderti, tu l’hai trovata a Monaco, otto anni
fa.
... Quando era arrivata a Monaco, otto anni prima, Antonia aveva pensato che
le sue case ordinate e quasi educatamente composte al di qua e al di là del
fluire dell’Isar fossero un segno del destino perché non l’aveva scelta, quella
città, ma ci era capitata per caso. Aveva sbagliato treno, era scesa in fretta alla
stazione di una cittadina, non ne ricorda più il nome, e ne aveva preso un
altro, un lungo serpente verde e rosso di vagoni, uno già in corsa, anche lei in
una corsa affannosa, appesantita dall’enorme zaino di tela mimetica sulla
schiena.
Non sapeva bene dove voleva andare, ma sapeva da cosa si voleva
allontanare.
Era la fine di settembre.
Magra magra e un po’ stracciona, i piedi neri di polvere nei sandali aperti, era
arrivata al grande parco del Theresienwiese proprio in occasione
dell’Octoberfest e aveva trovato subito lavoro.
Per un mese aveva servito birra ai tavoli numerosi, lunghi, pieni di gente.
Aveva portato avanti e indietro boccali pieni e vuoti, avanti e indietro,
contenta di essere estranea a tutta quella allegria eccessiva e chiassosa,
contenta di non farne parte ma senza disprezzarla perché contribuiva a
dissolvere le scorie della memoria e a migliorare il suo tedesco ancora
incerto.
Poi era stata assunta in una gelateria. Poi…
... Poi lo aveva incontrato. All’inizio dell’estate.
Era seduto al tavolo di un caffè nella Marienplatz, concentrato nella lettura di
un giornale italiano.
Antonia ne aveva subito riconosciuto i segni: quel bastare a se stesso che si
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traduceva nella totale incuranza verso chi gli passava accanto, quella
sicurezza nel movimento brusco di chi sfoglia le pagine sapendo cosa cercare
e cosa scartare, il gesto breve, consapevole e seducente delle mani passate tra
i capelli, quella sordità voluta e non casuale al suono del carillon della
Mariensaule e al torneo luccicante delle figure di rame e di smalti che
annunciavano lo scoccare delle undici, le gambe accavallate senza tensione,
in un atteggiamento di contentezza di sé, di superba autosufficienza. Antonia
ne aveva visto solo il profilo, la metà del volto che nasconde le asimmetrie
dell’altra metà, una parte che non può essere ricondotta alla sua unità
speculare senza uno sguardo che la completi, e aveva deciso che quello
sguardo doveva essere il suo, suo lo sguardo per completare l’incompiuto.
Si era seduta a un tavolo vicino, l’unico libero, e aveva aspettato.
Aveva ordinato un caffé.
Aveva avvicinato una sigaretta alle labbra e aveva aspettato.
Aveva allungato il braccio verso il tavolino di lui, aveva preso il suo
accendino e solo dopo aver fatto sprigionare la fiamma aveva chiesto, con gli
occhi socchiusi per difendersi dal fumo, - Posso? - e poi glielo aveva
restituito e lui se l’era ripreso e l’aveva infilato nella tasca della giacca
dandole solo una breve occhiata.
Fino a quel momento nessuno le aveva dato solo brevi occhiate.
Le era sembrato inaccessibile e dunque desiderabile.
Di fronte e di profilo.
Un italiano! Questo avrebbe dovuto rendere prudente Antonia che voleva solo
guardare avanti, che non intendeva voltarsi, che voleva tagliare tutti i ponti,
ma Antonia non aveva smentito se stessa neanche quella volta e si era tuffata.
- Scusa, è il giornale di oggi?
In risposta aveva ricevuto soltanto un cenno di assenso e un’occhiata
distratta, le labbra sottili strette e chiuse ai sorrisi.
Fino a quel momento nessuno mai le aveva lanciato occhiate distratte.
Cosa dire ancora, presto, presto, per non sprecare l’istante?
Ma lui si era alzato, dopo aver ripiegato il giornale, e se ne era andato
lasciando alcune monete sul piattino, forse con un cenno di congedo, una
lieve imbastitura di degnazione, gli occhi che non riflettevano nulla, per lo
meno non lei, occhi che non la guardavano, o forse sì, occhi grandi e neri
come la barba folta e i capelli lunghi fino alle spalle.
Qualcuno più forte di lei non lo aveva mai incontrato e questo bastava.
Si era alzata e lo aveva seguito, ridendo tra sé, incapace come sempre di
accettare una sconfitta. Aveva dovuto accelerare il passo per non perderlo di
vista perché lui camminava rapido come quando si è inseguiti, camminava
sicuro della direzione, e Antonia aveva sperato che non se ne andasse via in
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macchina, e per fortuna lui aveva continuato a piedi, veloce, attraversando il
Ring, e quando era passato davanti alla Stadtische Galerie si era fermato, era
tornato sui suoi passi ed era entrato.
Antonia lo aveva seguito cercando di confondersi tra i radi gruppi di turisti e
di visitatori.
Si era fermata all’ingresso di una sala quando lo aveva visto da lontano,
incerta se avvicinarsi o rimanere in disparte.
Lui era in piedi, le voltava le spalle e guardava un quadro piccolo e scuro.
“Mi sono innamorata?”, si era chiesta Antonia e “Sì, mi sono innamorata” era
stata la risposta.
E aveva continuato a fissarlo.
“Non è alto”, aveva pensato. “Cos’è? Sono i capelli? E’ la barba? E’ la sua
ostentata sicurezza? E’ il suo modo brusco di camminare, di sostare, di
muoversi?”
Antonia non aveva saputo darsi una risposta.
Quando lui aveva lasciato la sala, Antonia si era avvicinata al quadro e aveva
letto: “Gabriele Munter, Mann am Tisch, (Kandinsky), 1911”.
Non era stata solo ammirazione, non era stata solo infatuazione. Era già
amore quello che le aveva fatto trovare nel ritratto di Kandinsky i lineamenti
scuri di lui. Era passione, era già passione forte e subitanea quella che l’aveva
tenuta ferma ad ammirare nel quadro gli ocra e i verdi che aveva appena visto
addosso a lui, a leggere nelle dissonanze cromatiche l’estraneità che la
separava da lui, a ritrovare nello spessore dei contorni neri la forza con la
quale lui si era imposto alla sua attenzione, a riconoscere nelle macchie
fosche degli occhi del ritratto lo sguardo che lui le aveva rifiutato.
Si era voltata per proseguire, aveva attraversato altre sale, prima camminando
poi quasi di corsa, lo aveva cercato, era uscita all’aperto, ma per quel giorno,
almeno per quel giorno, ne aveva perso le tracce...
Adesso, a distanza di tempo, Antonia sa di aver partecipato ignara ad un
gioco bello e terribile. Sa che niente è accaduto per caso, neppure quella sosta
davanti a un quadro scelto per inviarle un messaggio nero come una
minaccia. Come se anche allora, allo stesso modo di questa notte, lui l’avesse
vista e senza voltarsi le avesse detto:
- Allora sei lì, è lì che sei!
La sveglia sepolta nel fondo dello scatolone è stata neutralizzata e il suo
ticchettio rimanda unicamente a se stesso. Ma Antonia lo sente ugualmente e
si alza.
Comincia a muoversi nella casa che, dopo la telefonata, le appare sempre più
una trappola senza vie d’uscita.
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LA SECONDA MISURA DEL BIANCO
LUNEDI’
Il colore del tempo,
una scacchiera senza pedine
fatta di avorio e di niente.
La stanza dove Luca lavora e riceve i suoi studenti si affaccia su un corridoio
cieco del terzo piano del Dipartimento di Storia Medioevale.
La sua scrivania è addossata all’unica finestra che dà sul giardino e per
lavorare alla luce Luca è costretto a voltare le spalle alla porta, ma questo gli
piace: una schiena bella larga e inespressiva è il modo migliore per
dimostrare la propria fisica indifferenza al mondo di fuori.
Perciò, quando preceduta dall’eco dei suoi passi veloci Sara entra senza
bussare e chiede - Ti disturbo? -, Luca deve voltarsi con una leggera torsione
per guardarla.
Le apparizioni di Sara sono sempre piacevoli e sorprendenti come atterraggi
di una creatura che arriva in volo da un’altra dimensione, non dal
Dipartimento di Storia dell’Arte, non dalla stessa città, non dal mondo
comune, ma da qualche posto remoto a cui ha rubato tutta la luce.
Sembra quasi che in un’estate lontana, quella degli anni dell’infanzia, quella
degli anni della pelle di pesca, il sole imprigionato per sempre si sia
addensato in una costellazione di lentiggini che le illuminano gli zigomi.
Ma la magia è di breve durata, tra qualche istante Luca sarà a disagio.
Gli capita sempre con Sara: dopo un po’, Luca sente la faccia indolenzita per
lo sforzo di sorriderle e prova uno stordimento spiacevole che in parte gli
sembra dovuto alla noia e in parte gli deriva da un senso imprecisato di
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inadeguatezza. Non è mai se stesso con Sara, sempre teso a inseguire la sua
vivacità, le sue arguzie, i suoi motti di spirito.
Sara lo stanca, succede sempre così: le sue frasi sono trappole, piene di doppi
sensi e di allusioni, la sua è una richiesta continua di prontezza che disorienta,
la complicità che cerca nel suo interlocutore suona come la sfida a una gara di
intelligenza.
Ma per il momento Luca la osserva con piacere, affascinato dal suo leggero
strabismo, rassicurato da quella piccola falla nella perfezione di lei.
- Ho appena comprato delle frittelle. Ne vuoi? - e Sara tira fuori dalla borsa
un sacchetto pieno di fragranza. Poi, senza aspettare la risposta:
- Allora, a che punto siamo della notte?
- E’ arrivata.
- E’ ancora ricciolina e ribelle?
Luca sorride. Lui non si sognerebbe mai di descrivere Antonia come
ricciolina e ribelle. Come deve essere semplice la vita vista con gli occhi di
Sara.
- Non ti succede mai nulla di spiacevole? - le aveva chiesto un giorno in cui si
sentiva particolarmente annoiato e lei lo punzecchiava, un po’ per prenderlo
in giro un po’ per scuoterlo dalla sua cupezza.
- Qualcosa di spiacevole? Tutti i giorni. Ma tu intendi una vera tragedia, non
è così? Tipo Medea o Giocasta?
- Press’a poco.
- Sarebbe fuori moda, oggi.
- Fuori moda? Non direi, ce ne sono ancora di tragedie, anche oggi.
- Sì, ma non qui, non dove sei tu, non trovi?
- Questo non è il migliore dei mondi, mi pare.
- No, ma è anche vero che molta gente adora piangersi addosso.
- E’ questione di temperamento, - le aveva risposto e avrebbe invece voluto
dirle “E’ questione di sensibilità”.
Ma lei, quasi avesse capito la larvata accusa di superficialità che lui le
muoveva, aveva replicato:
- E’ questione di coraggio.
E aveva inevitabilmente aggiunto:
- Tu sei coraggioso, Luca?
Luca aveva abbassato gli occhi.
- Questa è una domanda scomoda che tutte le donne amano fare a un uomo. E
sembrano pretenderlo.
- Ma anche questo non è più di moda, pare.
Aveva sempre l’ultima parola, Sara, le riusciva naturale e facile come la vita
stessa, così come era naturale che Antonia fosse ricciolina e ribelle.
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- Devo aiutarla a trovare lavoro, altro che ribelle.
Luca scivola all’indietro sulla sedia girevole, alza le braccia e se le stira
accompagnando il gesto con un breve sbadiglio.
- Perché non provi nella libreria di Guglielmo? - gli domanda Sara sedendosi
vicino a lui e riuscendo contemporaneamente a togliersi il cappotto e a
infilarsi in bocca una frittella.
Luca la guarda, pesca una frittella dal sacchetto, la annusa, e prima di
morderla commenta:
- Guglielmo? Sì, ci stavo proprio pensando, in effetti.
- Bugiardo! Quando sono arrivata stavi dormendo. Di questo passo non lo
finirai mai il tuo lavoro!
- E’ qui che ti sbagli. Ho già raccolto tutto il materiale, devo solo stendere il
testo.
- E quando conti di finirlo?
- Entro due mesi.
Sara si alza, si pulisce le dita sporche di zucchero, accartoccia il sacchetto di
frittelle ormai vuoto e lo lancia nel cestino. Naturalmente fa centro, il tiro è
stato perfetto.
- Quindi non lo finirai certo nelle prossime due ore. E neanch’io il mio.
Quella Medusa mascolina di Bath! Maledetta! Manda all’aria tutte le mie tesi.
Dovrò rifletterci più a lungo.
Per quel che ne sa Luca, nessuno ha mai capito con precisione a cosa Sara stia
lavorando e quale tesi rivoluzionaria intenda dimostrare.
- Ma come? Non penserai anche tu che la Medusa sia solo un mito, vero? Un
mostriciattolo con la lingua di fuori! Lei in realtà è uno specchio, lo è sempre
stata. Te la trovi davanti tutti i giorni. Tu la guardi, ti senti attratto perché
vedi solo te stesso proprio come quando ti specchi, e poi, a un tratto, non ti
riconosci più, perché stai guardando qualcosa di insopportabile. Ti si rizzano i
capelli in testa, ti perdi e diventi pietra. Capisci? Uno specchio che è anche un
abisso. La Medusa sei tu. - e nel dire e nel parlare di cose inquietanti, Sara
mantiene quella leggerezza che Luca non ha ancora compreso se sia ottusità o
sapienza.
Sul tavolo da lavoro di Sara, Luca ha potuto osservare più volte le Meduse
sempre uguali che lei continua a catalogare e a studiare, facce del passato e
riproduzioni del presente, dalla smorfia della Medusa dell’Anfora di Eleusi a
quella della Borsa Vecchia di Trieste, Meduse antiche e mitiche e Meduse
ornamentali inoffensive come fregi di stucco.
Sa che con il pretesto delle sue ricerche lei ha viaggiato in lungo e in largo
divertendosi sempre molto.
L’unica volta che non si era divertita era stato in occasione della loro gita in
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Toscana. Avevano percorso sulla sua moto strade sinuose come nastri di
grigio nella terra di Siena, con il motore ad alto regime che faceva un rumore
meraviglioso, e Luca avrebbe voluto volare, ma quando si erano fermati
davanti a una trattoria sulla strada e si erano tolti il casco, Sara aveva scosso i
capelli, si era sfilata i guanti, prima il destro con i denti poi l’altro, e gli aveva
detto decisa:
- Mai più. In moto non si può parlare.
E anche adesso il piglio di Sara è perentorio:
- Vieni, andiamo a pranzo.
L’invito di Sara è come un comando che distoglie Luca dai suoi pensieri.
Si è infilata il cappotto e si sta liberando dal colletto la massa lucida dei
capelli castani che ricadono pesanti sulle spalle.
- Ma non hai appena finito di mangiare? - le chiede Luca prendendo il
soprabito e guardandola con ammirazione.
- Sì, ma le Gorgoni mettono appetito.
- Diventerai una balena.
- E però, carino, una balena leggera.
E’ vero, Sara è alta e imponente, ma cammina con leggerezza, a scatti veloci,
e Luca fatica a starle al fianco o forse le rimane un po’ indietro per
nascondere il fatto che lei lo sovrasta di tutta la testa.
Quando escono dalla porta che dà sul giardino dell’Università, le siepi di
carpino sembrano presagire la primavera con una sorta di fremito animato ed
intenso tra ramo e ramo. Il viale è abbastanza lungo da permettere che le
parole di Sara, alternate ai silenzi di Luca, coincidano con i passi e le soste
del loro cammino.
- Allora, dove andiamo? Il solito posto? - chiede Luca con una breve occhiata
all’orologio per controllare l’ora.
- Ah, no. Oggi ti porto in un ristorantino per innamorati, - risponde Sara
ridendo.
Luca rimane in silenzio. Poi:
- Non ne hai a sufficienza di innamorati?
- Mille fidanzati e nessuna storia d’amore, Arpo.
- Non chiamarmi Arpo.
- Ricevuto.
Quella di Arpo era una storia lunga: Sara lo aveva soprannominato così
quando aveva perso la speranza di stanarlo dal suo mondo chiuso e ovattato.
- Lo sai chi sono gli Hikikomori? – gli aveva chiesto un giorno che aveva
fatto irruzione nel suo bilocale.
- Sì, lo so.
- Quelli che si chiudono nella loro stanza per mesi o anni e oscurano i vetri
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con del nastro adesivo nero e…
- Sì, lo so.
- … e comunicano con il mondo esterno solo con dei biglietti fatti passare
sotto la porta.
- Lascia perdere, Sara. Quelli sono solo ragazzi…
- Sì, ma tu? Perché preferisci startene da solo?
Cosa risponderle? Mi piace il silenzio, le aveva detto senza guardarla.
- E la musica che ascolti? E il rombo insopportabile del tuo motore?
Non erano i rumori a infastidirlo… Quello che lui ha sempre detestato non
sono i rumori ma le voci stridule che si sovrappongono, i discorsi
interminabili, le chiacchiere…
- Sei uno schifoso misantropo, Arpo.
Forse. In realtà non si fida delle parole e del loro suono.
E questo ha giocato nella scelta di tutti i suoi studi fino al Dottorato.
- Storia Antica? E perché non Storia Contemporanea piuttosto? - gli aveva
chiesto Sara.
- Per non avere nulla a che fare con i documentari o i filmati…
- Ma perché? - aveva insistito lei. Non era possibile cavarsela con poco
quando si aveva a che fare con Sara.
- Perché se il frastuono della battaglia di Waterloo fosse stato registrato, forse
nessuno capirebbe a fondo Napoleone, - aveva risposto.
- Persino il nitrito del cavallo di Carlo Magno metterebbe tutti su una strada
sbagliata, - aveva aggiunto vedendola ridere per farla ridere ancora di più. Da
quel momento Sara aveva scelto per lui il nome del dio del silenzio,
Arpocrate, e non aveva mai mancato di provocarlo.
E’ vero: il silenzio gli piace. Gli risulta difficile parlare del più e del meno,
chiacchierare per ore, oziosamente, di donne, di calcio, come si fa nei bar
quando non ci si aspetta più nulla dalla vita e della vita non si è capito nulla.
Per questo lui è un solitario. Non ha mai molto da dire né lo desidera. Ha
quasi il timore che potrebbe rimanere sprovvisto di parole se non ne facesse
economia. Si meraviglia sempre dello spreco che ne fanno gli altri.
Con i pochi amici che ha, amici di vecchia data, come Guglielmo il libraio,
Luca passa le serate ad ascoltare musica e a bere birra, per lo più in silenzio.
Tutto quello che c’era da dire se lo sono già detti negli anni precedenti.
E’ sempre stato vero, fin dai tempi del Liceo, quando rincasava lentamente, a
piedi, insieme al suo professore di filosofia, un uomo allampanato e laconico.
Si scambiavano solo qualche frase e riempivano di pensieri i lunghi silenzi.
Questo lo tranquillizzava. Non erano necessari molti discorsi per confermare
che quello che l’uno aveva insegnato quella mattina l’altro lo aveva capito.
L’uomo, la vita, la morte.
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Ma non l’amore.
Con il tempo Luca ha selezionato le nuove e le vecchie conoscenze in base
alla maggiore o minore propensione alla chiacchiera delle persone.
Con la sola eccezione di Sara.
L’aveva presentata, un giorno, a sua madre che poi non l’aveva più vista.
- Ti stordirebbe con il suo cicaleccio, - aveva risposto Luca quando la madre
aveva chiesto di lei.
Ma è lui che teme di essere stordito. Dai suoni e dai segni.
Ci sono parole di donna che gli sembrano appartenere a una lingua straniera e
quando lui cerca di tradurle la traslazione non è mai quello che dovrebbe
essere: una retta tracciata su un foglio, dritta, sincera, prevedibile. Prima o
poi finisce sempre per ingarbugliarsi. Si fa segmento. Si contorce. Si fa
serpentina.
Per quanto riguarda me, la linea è sempre stata chiusa come un cerchio
opaco che non ti ho mai lasciato penetrare.
Luca si sente afflitto dalla medesima cecità anche quando si tratta di decifrare
le intenzioni e il significato dei gesti femminili che accompagnano le parole.
Accavallare le gambe, scostare la frangia dagli occhi, stringere una cintura,
raddrizzare in vita una gonna, gli sembrano messaggi che hanno un sottotesto
segreto e incomprensibile
E gli sguardi? E i silenzi? Cosa si nasconde dietro le labbra chiuse? Una
confortante assenza di pensieri, un vuoto pneumatico, una sospensione dal
vivere?
Essere cresciuto in mezzo alle donne gliele ha rese straniere invece che
familiari. Anche adesso, quando arrivano davanti a lui nel periodo degli
esami, letteralmente gonfie di vita, gonfie le labbra, gonfio il seno, aggressive
persino quando vengono disarmate dalle sue domande, lui le trova invadenti.
Invadenti e golose.
Ha avuto per qualche tempo una ragazza così.
Golosa di vita.
Prima che lui si spaventasse del tutto, lei si è stancata e lo ha lasciato. Da
allora le donne continuano a respingerlo e ad attrarlo come un pericolo oscuro
e hanno la stessa fascinazione dei manoscritti illeggibili e dei documenti
muti: domande senza risposta, enigmi.
Gli arcani.
E l’ignoto ha aumentato la sua forza attrattiva quando, crescendo, lui ha
maturato la nozione del tempo e ha cominciato a chiedersi chi, uomo o donna,
fosse esistito prima di lui.
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E’ stato faticoso, è stato terribile risponderti solo con delle bugie.
Adesso, se ha ancora un senso la parola “adesso”, perché qui dove sono le
parole si dissolvono presto in un ridicolo sbuffo di fumo, comunque adesso,
sento da tutto una distanza incolmabile, anzi sono io stessa a farmi distanza.
Hanno ormai percorso tutta la lunghezza del viale. Luca non ha detto una
parola, ha lasciato che parlasse Sara, e solo adesso si rende conto di non
averla ascoltata. Quando lei lo prende sottobraccio, la schiena e le spalle gli si
irrigidiscono.
Vorrebbe stringerla, e abbracciarla, è dai tempi della scuola che vorrebbe
farlo, ma non ha mai osato per scongiurare il pericolo di veder liquidati con
una risata il suo struggimento e la sua malinconia.
Tra tutte le donne del mondo, Sara gli sembra la più imprendibile, sempre due
passi più avanti, affamata di divertimenti, pronta a scherzare su tutto.
- E’ venuto a trovarmi il mio ex, - dice, e sono tutti suoi ex quelli che le
ruotano intorno, tutti buoni amici. Arrivano in Facoltà studenti e ricercatori,
anche dall’estero, e tutti conoscono Sara e chiedono di lei come se in soli
trent’anni di vita Sara avesse viaggiato per tutto il mondo intrecciando
relazioni ovunque.
- Vai a Budapest? Se hai bisogno, ho un caro amico all’Istituto di
Italianistica, - e lo stesso è per Madrid, per Parigi, per Istanbul.
Luca non potrebbe mai costringere Sara nel suo eremo. Ecco perché non l’ha
mai abbracciata, né stretta, forse neppure amata. Adora il suo corpo, ma non è
sicuro di poter sopportare la sua spensieratezza.
- A volte penso che tu mi disprezzi, - gli aveva detto Sara una volta, e lui non
aveva saputo fare altro che chiederle di rimbalzo:
- E tu?
Sara, diversamente da lui, non fuggiva davanti alle domande e aveva
risposto:
-Tu mi piaci moltissimo, ma ho paura che diventerai un vecchio professore
noioso. E poi non hai talento per la conversazione. Temo che tu abbia
un’anima flaccida.
E si era messa a ridere.
Quante volte erano arrivati vicinissimi a baciarsi? Ma tra di loro c’erano
sempre la paura di lui e l’esitazione di lei.
- Sei coraggiosa tu, Sara?
- Non me lo sono mai chiesta.
- Allora lo sei.
Entrano nel ristorante piccolo e profumato di risotto ai funghi e scelgono un
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tavolo appartato vicino alla finestra. Sono gli unici clienti..
- Dev’essere costoso, - pensa Luca con il menu tra le mani.
- Senti, Luca, stavo considerando... Tua sorella è appena arrivata... Non è
prematuro e anche un po’ sadico parlarle di lavoro, così, subito, con le valigie
ancora da svuotare?
Luca la guarda, si gratta una guancia, e accoglie l’arrivo del cameriere con
sollievo.
Ma sa che non può sfuggire più di tanto alla curiosità di Sara, è arrivato il
momento di rispondere.
E lo fa, appena ordinato il piatto più economico della lista:
- Antonia ha un figlio.
- Questo lo so, me lo hai già detto...
In mano a Sara il coltello e la forchetta sembrano pennelli nelle mani di un
artista. Luca pensa che lei è così, in tutto, perfetta, armoniosa, sicura,
smisuratamente lontana e... tenace. Infatti, subito dopo:
- Ma il padre? Non contribuisce in qualche modo?
Luca le versa il vino nel bicchiere e aspetta. Aspetta che Sara aggiri l’ostacolo
del suo silenzio.
- Tu lo conosci?
- No. Non so neppure come si chiama. Forse lo sapeva mia madre.
Sì, io sì, ma sento che lo dimenticherò presto: qui, nelle stratificazioni del
bianco, i nomi si dissolvono velocemente e quando scompaiono i nomi
scompaiono anche le persone, forse è destino comune, forse anche Mary...
Ma ancora per un po’, non so per quanto, il nome di Byron rimane accanto a
quello di Antonia.
Il sole attraversa la fitta trama di pizzo che scherma i vetri della finestra
vicina al tavolo del ristorante.
Mentre Luca gira il cucchiaino nella tazza del caffé senza parlare, Sara scosta
la tenda per guardare fuori nella piazzetta deserta.
- A cosa pensi? - gli chiede tornando a guardarlo.
I capelli di Sara sono chiari, pieni di luce, e Luca si perde a immaginare
“Cosa direbbe se adesso glieli accarezzassi, Cosa farebbe se la baciassi
all’improvviso, Cosa...”
Perciò la nuova domanda di lei - Stai pensando a tua madre? - lo coglie di
sorpresa.
- Tu non la conoscevi.
- Ma sì, invece. Quando me l’hai presentata non era la prima volta che la
vedevo. Lei non si ricordava, e neppure tu, ma ero venuta a lezione di inglese
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a casa vostra. Facevo la seconda media.
- Aveva sempre un golf largo e lungo fino alle ginocchia e nelle tasche teneva
il suo pacchetto di sigarette. Per me era il prototipo della professoressa di
Inglese: dita macchiate di nicotina, voce roca e scarpe da uomo. Era
bravissima.
Luca tace.
- Mi piaceva venire a lezione. A casa tua c’era un’atmosfera particolare, si
sentiva l’odore dei libri dappertutto. Era una casa piena di odori. Mi ricordo
ancora quello della cera per mobili. Mi sedevo al tavolo in noce e associavo
lo spelling al profumo del legno. I bambini sono molto recettivi in queste
cose.
- E non hai recepito nient’altro?
- Cosa vuoi dire?
- Che casa mia non era solo piena di odori.
Luca vorrebbe non essersi spinto tanto in là. “Ora le domande di Sara non
finiranno più”, pensa.
- Spiegati. Forza, apriti Sesamo! - è infatti la replica di lei.
Luca avverte come un formicolio il fastidio e l’imbarazzo di doversi adesso
chiudere a riccio per difendersi. In segreto ha quasi la voglia di punire Sara
per la sua indiscrezione, di non fargliela passare liscia, di non assolverla con
una risatina liberatoria. Meglio non rispondere del tutto piuttosto che essere
evasivo, meglio non guardarla e tracciare sulla tovaglia solchi profondi con i
rebbi della forchetta, meglio il silenzio che suona come un’accusa, meglio un
lungo indugio.
Quando il cameriere porta il conto e Luca estrae il portafogli dalla tasca, Sara
è più svelta di lui, lascia la sua parte sul tavolo, si alza e:
- Ho capito, Arpo, oggi non sei in vena.
Preso alla sprovvista anche Luca si alza in fretta per seguirla e mentre
raccoglie da terra la cartella, e poi ancora la sciarpa, inutile nella giornata
tiepida, che gli è scivolata dalla sedia e di nuovo gli sfugge dalle mani così
che lui la calpesta e si china per raccoglierla di nuovo, fa appena in tempo a
chiedere - Quando ti rivedo? - che Sara è già sulla porta del ristorante, anzi
quasi già fuori nella piazzetta, e la sua risposta - Non so, ti manderò qualche
segnale di fumo - lo raggiunge lontana e sfuggente, imprendibile.
Come lei.
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DI NUOVO LUNEDI’
PRIMO POMERIGGIO
Bianco ancora traslucido
ma più fibroso e compatto.
Lo si può toccare.
- Forse ti ho trovato un lavoro.
Antonia non risponde.
Se non fosse per Anapi, così bello nei suoi colori scuri, che in piedi vicino al
tavolino del soggiorno continua a spostare pericolosamente due bicchieri, uno
con una piccola quantità di succo di frutta e l’altro pieno di cannucce colorate
che accartoccia con grazia distruttiva, se non fosse per lui, Luca si alzerebbe e
se ne tornerebbe in Facoltà.
Ha già perso del tempo, praticamente tutta la mattina, nella libreria del suo
amico Guglielmo che non gli ha negato un favore e - Mandamela pure, Come
no, - gli ha detto spargendo intorno l’odore dolciastro del tabacco della sua
pipa. Del resto, chi se non lui?
Chi se non Guglielmo che da studente aveva passato notti intere, le più
nebbiose e buie dei lunghi inverni, fermo nell’anfiteatro della piazza deserta
davanti al Vescovado, chiamando il Vescovo a gran voce e omaggiandolo
infine dei suoi rutti più potenti? Chi se non Guglielmo che ai primi chiarori
dell’alba percorreva in macchina le vie della città urlando dal finestrino
aperto - Sveglia, Sveglia, Siete tutti morti? - e che vinceva le gare alcooliche
gridando - E’ arrivata l’ora del vino, è arrivata l’ora delle rose! -? Chi se non
lui sarebbe tanto temerario da scommettere su Antonia, conoscendola?
La libreria che Guglielmo ha ereditato dal padre ha la sua sede storica nella
città vecchia, mentre nella parte nuova di Mavezia una seconda libreria più
moderna e recente è destinata alle conferenze, alla presentazione delle novità
editoriali e agli incontri con gli autori. Anche se gli risulta più scomoda, Luca
va spesso a trovare l’amico nella libreria vecchia dove il parquet è tutto
segnato dalle unghie del cane Avatar.
Guglielmo sostiene che i geroglifici scavati dal suo cane sul pavimento hanno
un significato profondo e che prima o poi lui si prenderà la briga di decifrarli
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e l’umanità interà ne trarrà un vantaggio.
Chi se non lui, che tiene in libreria un enorme mastino napoletano, potrebbe
fidarsi di Antonia?
Si era comprato il cane per sostituire la moto distrutta in una curva presa
troppo larga durante uno dei suoi viaggi con Luca, e lo aveva voluto grosso
come la sua Enduro. Il cane sembra essere consapevole del suo ruolo
compensativo, tant’è che in libreria, improvvisamente, si sveglia dal suo
letargo, solleva la testa e, obbedendo a qualche invisibile richiamo, prende la
rincorsa, si lancia a tutta velocità e alle curve strette del corridoio sbanda e
scivola con l’enorme sedere contro gli spigoli.
- Mi fa compagnia, - risponde serafico Guglielmo ai clienti che osservano il
cane con inquietudine.
- Il tuo cane puzza, - gli dice spesso Luca.
- Mi fa compagnia, - è la inesorabile risposta.
- Ma puzza.
- Mai quanto la tua moto.
E chi, dunque, se non Guglielmo che indossa sul torace rotondo panciotti
sgargianti e papillon scozzesi, chi se non lui potrebbe dare un lavoro ad
Antonia?
E Luca subito a correre da lei, per darle la buona notizia, annullando impegni,
spostando appuntamenti.
E Antonia tace.
Se ne andrebbe, Luca. Invece dice:
- Grazie, mille grazie, mi hai tolto dai guai, Luca.
Antonia non raccoglie il sarcasmo, non si infuria come lui si aspetterebbe ma
- Non dovevi disturbarti, - risponde. - Ero già in trattative per un posto di
interprete. Avevo telefonato da Monaco.
Luca la guarda incredulo:
- Ma quando hai... Vuoi dire che avevi già deciso di tornare? - e pensa al
ritardo con il quale l’ha avvisata del funerale.
- Insomma, saresti comunque tornata a casa? Anche se la mamma non fosse
morta? - aggiunge.
Antonia solleva lo sguardo dalla sua tazza di tè. E’ seduta sul tappeto, vicino
al bambino che rimane assorto e lontano, perduto nel suo gioco. Si
somigliano, scuri entrambi, tutti e due vestiti di rosso.
Il silenzio ostinato di Antonia è già una risposta.
Luca si agita sulla sedia e - Ma perché? E’ per il padre di Anapi che sei
venuta via? - le chiede ancora.
- E’ per lui?
Dal silenzio di Antonia Luca ha la conferma che è così.
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- Me ne vuoi parlare?
Lei fa un cenno con la testa, - No, - e pulisce la bocca di Anapi sporca di
succo di frutta, - No, non adesso.
- Dimmi almeno qualcosa, dimmi come si chiama - e il pensiero di Luca corre
a Sara e alle sue domande.
A bassa voce, solo a bassa voce Antonia riesce a pronunciare un nome,
perché il bambino non deve sentire e per fortuna non sente, perso com’è a
sfogliare un vecchio quaderno con la copertina gialla a fiori rossi, e neppure
lei vorrebbe sentirlo mentre lo dice...
... lui glielo aveva detto, il suo nome, al secondo casuale incontro, un incontro
improbabile e sorprendente, non ai tavolini di un caffé né in una galleria
d’arte ma tutti e due vicini allo scaffale degli addobbi natalizi del grande
magazzino di Monaco.
Antonia non lo aveva più visto dall’estate, ma non se ne era dimenticata e
neanche lui, evidentemente, perché senza neppure guardarla troppo glielo
aveva detto, il suo nome, e lei aveva un po’ rabbrividito sotto la pelliccia
sintetica e forse era anche arrossita nel rispondere, perché temeva di essere
banale, lei che non lo era mai stata, temeva che qualcosa di lei avesse la
sgraziata volgarità di tutti quei globi di vetro rosso, oro e argento, delle stelle
luccicanti, delle cascate trasparenti di ghirlande da appendere all’albero.
La scioltezza di lui che le aveva parlato per primo l’aveva fatta sentire goffa e
quella volta, per la prima volta nella vita di Antonia, il tuffo era arrivato
inaspettato, contro i suoi piani, come se qualcuno l’avesse spinta.
Lo stordimento era aumentato quando Byron aveva afferrato un centrotavola
di pigne dorate e se lo era ficcato sotto il giaccone a scacchi prendendola
sottobraccio. L’aveva poi guidata rapidamente verso l’uscita dicendole:
- Questo è un omaggio gratuito per te. Vieni, andiamo a casa mia.
Aveva riso per tutto il percorso, Antonia, sempre sotto braccio a lui ma
letteralmente trascinata in una corsa scomposta quasi lei fosse un burattino
con le gambe troppo corte e quando era entrata senza fiato in casa di lui, tre
stanze dal soffitto basso, piene di collezioni di pipe, di brocche, di giocattoli
di latta, aveva estratto dalla borsa una confezione di candeline rosse per
stupirlo, per dirgli “Vedi? Sono alla tua altezza, Neppure io sono banale”, e
gliele aveva date.
- E questo è il mio piccolo omaggio per te. Gratuito anche questo.
Un ladro, una ladra.
Uguali.
Quella notte Antonia aveva dormito nel letto di lui. Quella e tutte le notti
successive.
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Dopo due anni di convivenza nella casa di Monaco, Antonia che era sempre
passata da un amore a un altro con estrema disinvoltura non era più padrona
di se stessa.
Viveva tra credenze e scansie traboccanti dei giocattoli di Byron che,
scherzando ma non fino in fondo, faceva le sue raccolte maniacali di animali
di latta, di soldatini di piombo, di cartoline, ma soprattutto incrementava il
proprio egotismo e lo coltivava carezzevole nella stessa misura in cui, a tratti,
diventava avaro di carezze per lei.
E lei, la capricciosa, la caparbia, lo amava con una passione dolorosa, amava
le pieghe amare che dalle radici del naso gli scendevano fino agli angoli della
bocca, amava la sua barba ispida che gli dava un’aria malsana, i suoi capelli
neri e lunghi fino alle spalle, la sua camicia a scacchi. Lo amava perché
sapeva raccontare storie incredibili, perché non si lasciava ingannare, perché
era incapace di amarla.
Aveva smesso di lavorare nella gelateria, affascinata da quel vivere alla
giornata: c’erano settimane di caviale e vini del Reno e settimane di pane e
latte, c’erano giorni in cui lui scompariva e non dava notizie e giorni in cui
bighellonavano insieme e rubacchiavano qua e là con spensieratezza.
- Mi fai impazzire, - le diceva lui e la abbracciava con strette possessive e
violente, ma subito dopo la allontanava con un gesto annoiato.
La blandiva con parole d’amore e poi sapeva chiudersi in un mutismo cupo
senza spiegazioni.
- Signorina Senzatette, - la chiamava quando la misura del disprezzo
diventava colma.
Ci provava Antonia ad insorgere, ma non ne era capace.
Era la prima volta.
Ed era strano.
Lo osservava e un calore bruciante le consumava, no, non il cuore, ma le
gambe, l’interno delle cosce, e l’incendio la esauriva come cera che si
scioglie, e lei dimenticava se stessa e non si chiedeva neppure cosa stesse
facendo, ma era solo capace di implorare “Vieni, Vieni”, se lui non c’era, e di
pensare “Guardami, Guardami”, se lui leggeva e la ignorava ostentatamente e
sentendosi lo sguardo di lei sulla nuca restava estraneo alla sua richiesta con
un’intenzione precisa, secondo un piano spietato e cinico, con indifferenza,
già sazio di averla conquistata, a volte stanco di dominarla.
Quando aveva provato a ribellarsi, Antonia non aveva trovato nei suoi occhi
il timore di perderla e così era rimasta, prima per scommessa, per verificare
chi sarebbe stato il più forte, poi per curiosità, per riuscire a capire chi era
quel Byron che era sbucato dal nulla e che sapeva sparire nel nulla.
Era vissuta in un’altalena di emozioni che si illudeva di padroneggiare,
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perché fino ad allora era sempre riuscita ad aver la meglio su tutte le vertigini.
Ma c’era in Byron qualcosa che non aveva calcolato: c’era la sua superiorità
intellettuale, c’erano le sue citazioni colte che lei aveva provato a
ridicolizzare come pedanterie, ma inutilmente perché lui sapeva anche
spogliare le futilità più insulse della loro patina effimera e farne oggetto di
analisi sofisticate con una prontezza incredibile.
Smontava le cose che lei amava di più - un vestito, una canzone, un film -,
ridicolizzava i deboli, disprezzava i disperati, si faceva beffe di tutto e dunque
anche di lei.
Trovava il suo ritmo vitale nella trasgressione, nella misantropia, nel
disprezzo, nella seduzione che si sazia presto.
Capovolgeva il significato dei libri che lei prediligeva, ne citava a memoria
frasi intere che al suono della sua voce si snaturalizzavano di colpo
diventando insulse.
Antonia si trovò spiazzata. Incapace di sfidarlo su quel terreno, imparò ben
presto a sue spese che anche la seduzione stava diventando un’arma spuntata.
C’erano di tanto in tanto momenti di intesa, ma senza un vero affiatamento. E
non era mai lei a guidare il gioco.
- Te lo dirò sempre, Senzatette, ci sono cose dentro di me che
terrorizzerebbero chiunque anche solo a sognarle, - le diceva.
E osservandola da vicino vicino, la faccia incollata alla sua, ed era violenza,
era già una violenza quel naso premuto contro la sua guancia, come per
scherzo, come per finta, aggiungeva:
- Sto citando Lord Byron. Lo sai chi è Byron, mio delizioso pleonasmo?
“E’ un atteggiamento”, pensava Antonia, “Non può essere autentico, dovrà
pur scendere sulla terra una volta tanto”.
- Sei solo una pagina di cattiva letteratura, - provava a dirgli e, anche se
preferiva di gran lunga quell’altro, lo sfidava chiamandolo con il suo vero
nome, Davide, per dimostrargli un disprezzo che era invece amor proprio
ferito.
E così, quando si accorse di essere incinta, l’astuta Antonia, l’indipendente, la
disinibita, pensò che quello poteva essere il terreno più idoneo a smascherare
il presunto “maledettismo” di Byron.
Fu soltanto una perdita ulteriore di potere e di dignità.
Quando nacque il bambino fu subito chiaro che il suo roteare di braccia non
avrebbe mai trovato nulla che valesse la pena di essere afferrato, e Byron se
ne era già andato - Sì, sì, me lo hai già detto, un bambino, ho capito... Auguri,
carissima. E chi è il padre? - lasciandola alla generosità dell’assistenza
pubblica.
Quattro mesi dopo tornò vestito di coloratissime giacche orientali,
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improbabili per chiunque ma perfette addosso a lui, i capelli più lunghi, una
valigia chiusa a chiave e un vistoso anello d’oro alla mano destra. Era entrato
aprendo la porta senza suonare, senza bussare, padrone della casa, padrone di
Antonia, il padre del bambino.
- Eccomi qua, ridicolina. Il tuo Barbablù è di nuovo a casa! Cosa vogliamo
fare?
Dopo la paura per quell’estraneo che era penetrato in casa come un ladro, di
notte, dopo il gesto istintivo di protezione, la mano sul bambino che si era
svegliato per la luce accesa di colpo e che con gli occhi spalancati guardava il
nulla, dopo aver provato a gettarglisi contro per tempestarlo di pugni in una
colluttazione breve, senza parole, solo gli ansiti di lei fuori di sé, solo gli
ansiti di lui che si difendeva senza fatica e con facilità le bloccava le braccia,
appena un po’ indietro la testa per parare i colpi, e nei movimenti i capelli
neri ondeggiavano, la bocca sorrideva, le parole - la mia ridicolina- passavano
dal più spietato disprezzo alla più sorprendente tenerezza - così le pareva,
così credeva -, dopo aver ripiegato la testa sulle sue spalle, era scoppiata in
singhiozzi perché aveva riconosciuto l’antico male, il suo male oscuro, e si
era dichiarata sconfitta.
Nei tre anni successivi i misteriosi viaggi di Byron si fecero frequenti e
prolungati ma nel cassetto dell’armadio non mancavano mai i soldi.
Antonia era arrivata a un punto tale di avvilimento che durante una di quelle
assenze decise di tornare a casa.
“Per punirlo”, pensava.
“Per mettermi in salvo”, in realtà.
E quando il campanello squillò, prima due volte, poi a lungo, lei, svigorita e
disperata, pensò che non gli avrebbe aperto, che avrebbe resistito ai suoi
occhi neri, che si sarebbe sottratta al suo abbraccio, ma tanta determinazione
fu inutile.
Era solo il postino con il telegramma che ti annunciava la mia morte... E tu
sei scoppiata a piangere e poi a ridere perché era il primo di aprile...
- Allora, - riprende Luca, - se hai già trovato un lavoro, telefono a Guglielmo.
- No, lascia stare, il lavoro non l’ho trovato. Va bene il tuo.
- Sicura? E’ un lavoro part-time, così hai meno problemi con Anapi.
- Sì, va bene.
- Ti do l’indirizzo della libreria, puoi andarci subito, anzi è meglio che tu ci
vada subito.
Lo sguardo di Antonia si fa duro e Luca pensa “Ecco, adesso si alza e se ne
va, adesso mi risponde che nessuno può dirle che cosa deve fare, adesso
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manda all’aria tutto”.
Invece Antonia aspetta che Luca le scriva l’indirizzo su un pezzo di carta e
intanto si guarda attorno, come se cercasse qualcosa, e Anapi si avvicina a
Luca e gli tende la mano piena di cannucce raggricchiate, un gesto che vale
un discorso, che vuole dire “Ti ho visto, so che ci sei”.
Luca fa per andarsene, poi ci ripensa e:
- Antonia, tieni questi soldi, per adesso, me li ridarai quando...
Antonia pensa al rotolo di banconote che ha nella borsa.
- Hai capito dov’è la libreria? - continua Luca.
Sì, sì, sì.
- E’ proprio in fondo alla strada che...
Sì, sì, sì.
- Insomma, mi stai a sentire?
- Ti sento, sì, è che io non sono brava come Ilaria a eliminare i fantasmi, e davanti allo smarrimento di Luca che non comprende, aggiunge:
- Byron, lui, il padre di Anapi... Mi ha telefonato.
- E cosa vuole?
- Dice solo che sa dove sono, poi riattacca. Di notte. Due volte... Tre...
C’è dell’altro.
Di notte, ma forse anche di giorno.
Antonia avverte la sua presenza ovunque, senza vederlo. Si sente seguita da
lontano, tutte le mattine quando cammina per la strada con Anapi e la mano
del bambino è finalmente nella sua, ma indocile, pronta a sciogliersi dalla
stretta e lei deve essere rapida nel rincorrerlo ma solo per pochi metri perché
subito il bambino si ferma incagliato in qualche sua fantasia che tenta di
riprodurre nell’aria con un arpeggio di mani. E allora lei si volta
all’improvviso per un formicolio che le percorre la testa e le spalle. Ma non
vede nessuno.
“Eppure lui c’è”, si dice convinta.
Di giorno, forse, ma certamente di notte.
Perché telefona quando il buio è più fitto, quando la luna scompare dal
riquadro della finestra, - luna piena, luna rossa, luna clandestina - e lei
vorrebbe fermarla, “Luna, non andartene così”.
Telefona tutte le notti, - Vengo presto, aspettami - e lei sa perché l’ha seguita,
non per amore, no, e neppure per il bambino.
Le intimava - Toglimelo di torno! - quando le piccole braccia ruotavano e
colpivano muri e mobili accompagnando un grido senza lacrime.
- Portalo via - le diceva con la voce bassa mentre la mano forte calcava la
massa dei riccioli di lei e scendeva sulla nuca per stringerla e, così stretta, la
spingeva verso il letto, camminandole alle spalle senza parlare.
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Antonia non riesce più a dormire.
Antonia cammina avanti e indietro, tutte le notti, per tutta la casa, dalla porta
alle finestre, dal lettino di Anapi alla libreria, senza accendere le luci,
mordendosi le nocche delle mani e aprendo la bocca anche lei, come il
bambino, senza urlare.
- Ma dov’è? - chiede Luca allarmato. - E’ da Monaco che ti telefona o pensi
che...
- Non penso niente. Lascia stare, è meglio non pensare a niente, tu non
c’entri, ho fatto male a dirtelo. Pensiamo ad altro.
Il tono di Antonia è tornato brusco e categorico.
Luca si alza infastidito.
- Come vuoi, - dice, - allora pensiamo ad altro. Pensiamo alla libreria?
Dallo sguardo della sorella capisce di essere stato eccessivamente sarcastico e
stufo, stufo, stufo di lei.
Antonia non risponde, si avvicina ad Anapi e non si volta a guardare Luca
neppure quando lui se ne va seguito dallo scampannellio della porta e dalla
spiacevole sensazione di non aver dato il meglio di sé.
Dicono che i gemelli abbiano tra di loro un attaccamento fortissimo, ma Luca
è certo che l’unica cosa che lo accomuna ad Antonia è l’essere nati lo stesso
anno e lo stesso giorno.
Sì, null’altro, penso, mentre qualcosa di bianco fluttua nel bianco.
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MERCOLEDI’
Un bianco lattiginoso
che non bagna.
- La dottoressa Vegetti?
- La stiamo aspettando.
I due studenti che rispondono a Luca davanti all’aula di Sara lo guardano
incerti valutando se sia il caso di prestargli un’attenzione superiore ai comuni
standard della cortesia, poi decidono che Luca non ha nulla a che fare con il
Dipartimento di Storia dell’Arte, di conseguenza neanche con loro, e
riprendono a ripassare i loro appunti ignorandolo.
E’ tempo di esami e Sara arriva a passo veloce, un po’ trafelata perché non si
serve mai dell’ascensore, e accaldata perché la giornata è tiepida, quasi
intorpidisce i pensieri.
Luca si vede precedere dai due ragazzi e rinuncia ad andarle incontro.
Rimane appoggiato alla parete finché Sara, allontanati i due dopo un breve
scambio di frasi, lo raggiunge e gli dice sottovoce:
- Credo di aver visto tua sorella.
- Dove?
- Appena fuori dalla libreria di Guglielmo.
- Sì, può essere, comincia a lavorare domani.
- C’era anche il bambino.
Sara tace. Sembra attendere qualcosa, una frase, un commento. Lo guarda da
vicino e un vago profumo di borotalco riporta Luca all’infanzia, e come
nell’infanzia si sente sperduto, incerto su cosa si voglia da lui. Lo coglie uno
straniamento che gli impedisce di collegare il sentore di borotalco ai seni
abbondanti di Sara. La guarda interrogativo:
- E?
- Non mi avevi detto che il bambino ha dei problemi. Era tua sorella, vero?
Magra, bruna, imbronciata.
- Era sicuramente lei.
Una pausa. Poi:
Pag. 53
- Anapi è autistico.
... - Tua sorella ha un figlio, - gli aveva annunciato Ilaria, e lui non aveva
voluto commentare né chiedere - E cosa intende farne? Lo porterà con sé in
India? - e aveva guardato sua madre che si era girata di scatto verso i fornelli
e tenendogli le spalle voltate gli aveva chiesto - Vuoi un caffé?
- Sì, - aveva risposto lui, - senza zucchero, - e avevano bevuto insieme, seduti
al tavolo della cucina, e - Non dirmi niente, non voglio sapere niente, solo
questo: andrai da lei?
Sua madre aveva scosso la testa, - No, sai come è fatta Antonia…
Lui non era riuscito a tacere:
- Chi lo sa perché si fanno i figli, - ma si era subito pentito quando sua madre
gli aveva accarezzato la mano, una sola carezza ma prolungata, quasi una
stretta, e gli aveva detto, ed era un congedo:
- Farli... non farli… volerli... non volerli... è la stessa cosa, non c’è mai un
motivo e ce ne sono mille...
Sara appoggia la mano sulla sua spalla, la preme forte e:
- Adesso ho gli esami, non mi posso fermare, ma possiamo vederci all’una, se
vuoi.
Luca fa un cenno affermativo e la guarda allontanarsi.
Fatti tre passi, Sara ci ripensa, si volta di scatto e il suo vestito a pieghe le
danza intorno alle gambe:
- Ma tu mi aspettavi... Avevi bisogno?
Nonostante qualcuno possa sentirlo, Luca risponde ad alta voce, e la sua gli
sembra temerarietà:
- Volevo solo darti un segnale di fumo.
Sara sorride e il giallo del vestito irradia una luce che si fonde con lo scintillio
degli occhi.
Hai una impercettibile deviazione dello sguardo, un’inezia...
Ma è un bene, perché così nessuno ti potrà pietrificare, respingerai gli occhi
della Terribile proprio come lo scudo di Perseo.
Purché questo avvenga prima della Grande Marea di neve.
Quando scompare nell’aula chiudendo la porta dietro di sé, l’immagine di
Luca nel corridoio la accompagna fino al suo tavolo. Sara si siede di fronte ai
due studenti che indossano maglioni polari nonostante il caldo e li guarda. Sa
già che dovrà faticare per far dire loro qualcosa di sensato, ma sa anche che
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dovrà combattere per scacciare dalla mente la scena che ha visto mezz’ora
prima...
... lontani, appena all’inizio del lungo portico, una giovane donna e un
bambino: lei non gli dà la mano ma sta attenta a regolare il passo sul suo,
pronta a fermarsi quando lui si ferma, pronta a riprendere il cammino, un
metro, a sinistra, due metri, a destra, poi ancora una sosta, non davanti alla
vetrina di un negozio di giocattoli, non per accarezzare un cagnolino che
trotta sul marciapiedi con la coda dritta verso l’alto, non per controllare
l’attraversamento di una strada, ma così, a caso, secondo il capriccio di un
pensiero incoerente. Un procedere da ubriachi, un singhiozzare di passi, una
danza discontinua.
Più avanti, nel mezzo del portico, fermo nel punto più in ombra, un
mendicante coperto di stracci verdi guarda all’insù, la bocca aperta in una O
di stupefatto smarrimento, e poi fruga in una lurida sacca di tela che porta a
tracolla e consegna alla luce biglietti usati del tram e mozziconi di sigaretta.
Fissa con sgomento la gente che gli gira al largo senza guardarlo, ma lui non
chiede niente come se già da tempo avesse rinunciato a decifrare i segni. Non
si aspetta più nulla. Rimane lì, fermo, concentrato su quella porzione di
spazio e di tempo che gli è toccata in sorte e non sporge la mano per chiedere
e ricevere aiuto. Quando la donna e il bambino gli passano accanto, si
riscuote quietamente e senza strappi dalla sua fissità, ed è solo al bambino che
si rivolge, il bambino che non lo guarda ma forse lo vede, forse lo ha visto, e
ha la stessa O di stupefatto smarrimento disegnata dalla bocca aperta.
- Bambino, Bambino, Dove vai?
La voce del mendicante nasce roca dalla gola di cartavetrata.
La donna ha come uno scarto e tenta di afferrare la mano del bambino senza
riuscirci perché lui si divincola e continua il suo percorso da solo.
- Ehi, bambino, da dove vieni?
La voce del mendicante parte alta e poi si spegne in un sussurro.
- Tutti i bambini hanno dei segreti. Li prendono dall’aria e li tengono stretti.
Quante cose sai, tu, bambino? Quante?
Ma non c’è risposta né del resto il mendicante sembra aspettarsela. Guarda la
donna e il bambino che si allontanano chiusi in se stessi, come protetti da una
bolla d’aria che li rende invisibili a tutti. Li lascia andare senza dire nulla,
senza fare un gesto.
Si rimette la sacca a tracolla e si allontana nella direzione opposta ai due...
Sara, che si era fermata a guardare la scena da lontano, aveva ripreso a
camminare di buon passo ma ancora sente che una parte di lei è rimasta là,
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sotto quel portico, incerta, incapace di fermare la dimensione surreale che ha
colto e di tradurla in qualcosa di familiare e leggibile. L’unico dato di realtà
che ha registrato meccanicamente è il passo frettoloso di un uomo che l’ha
urtata in una rincorsa, quasi un inseguimento, un uomo che procedeva svelto,
che sembrava inseguire qualcuno, - la donna e il bambino? - e che le era
sembrato, stranamente, ancora più surreale e incomprensibile...
- Ripeti, per favore, mi sono distratta.
E lo studente con il maglione blu guarda di sottecchi lo studente con il
maglione verde, reprime una smorfia o crede di reprimerla e si prepara a
riformulare la sua risposta cercando di migliorarla un po’.
All’una in punto Sara esce dall’aula seguita dai due che si sono alleggeriti del
maglione e di un esame di Storia dell’Arte e ritrova Luca nella stessa
posizione e nello stesso punto del corridoio in cui l’ha lasciato.
- Ma non ti sei mai mosso di qui?
- Se non ti conoscessi potrei anche fare la fatica di risponderti, - dice Luca
con un gesto pigro della mano, come se scacciasse senza convinzione una
mosca importuna.
- Se non ti conoscessi penserei che non lavori mai, - ribatte Sara precedendolo
verso le scale, sicura che neppure lui prenderà l’ascensore, sicura di essere
seguita.
- E non avresti torto. Passo più tempo a casa di mia madre che a casa mia o in
Facoltà.
- Parlami del bambino. E’ grave?
- Non so niente di preciso. Con tutto quello che è successo, non ho trovato il
modo di parlarne a fondo con Antonia. Mia madre me lo aveva detto...
... gli aveva telefonato, un giorno, e senza neppure dire “Pronto”, senza
preamboli, aveva annunciato con una voce incolore - Il bambino di Antonia
non è normale - e senza aspettare un suo commento, senza neppure lasciargli
il tempo di riaversi dalla sorpresa, aveva aggiunto – E’ colpa mia! - ed era
scoppiata in singhiozzi...
- Mia madre me lo aveva detto, ma non mi intendo di autismo. Lui sembra un
bambino magico o un piccolo sapiente, sembra... Tu lo hai visto.
- Sì, è molto bello, molto misterioso. Ha qualcosa di austero... Non parla,
vero?
- No, non dice nulla. E’ anche un po’ scoordinato nei movimenti, eppure in
tutti i suoi gesti c’è una grazia speciale.
- Ci deve essere un Centro specializzato in questi disturbi. Mi pare che sia a
Milano. Vuoi che mi informi?
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- Per adesso Antonia lo ha iscritto alla scuola materna di via Ardigò. E’ una
buona scuola. La migliore. Lì il bambino potrà trovare…
Ma neanche Luca sa se Anapi potrà trovare quello di cui ha bisogno, quello
che cerca quando agita le mani nell’aria guardando altrove, sempre da
un’altra parte, sempre dove non c’è niente da guardare...
- Comunque, - riprende, - lascia che ne parli ad Antonia, prima. Temo che
non veda di buon occhio il mio interessamento, sembra quasi gelosa... Eppure
avrà bisogno di me se comincia a lavorare.
- Non stai esagerando?
Luca stringe il corrimano e lo sente sudicio e appiccicoso.
- Voglio dire, - continua Sara, - non è necessario che tu ti faccia carico di
tutto.
- Probabilmente hai ragione, - risponde lui passandosi la mano sul tessuto
della giacca, - ma è sempre stato così.
Poi, per timore che Sara lo giudichi patetico, abbandona il tono lamentoso,
allarga le braccia e recita con finta solennità:
- Sempre stato così! Dal tempo dei tempi, signora!
Sara esita qualche istante, poi il suo carattere prende il sopravvento e la
risposta è sbrigativa:
- A ben pensarci, so proprio poco di te, Arpo.
Stanno scendendo le scale affiancati, lei una frazione di secondo più avanti,
come sempre, e Luca si ferma e decide di dirle, anche se forse se ne pentirà:
- Meglio così, credimi. Potrei schizzarti di fango il vestitino, Sara.
Ma non c’è nulla che la spaventa e Sara voltandosi verso di lui risponde,
ovviamente ridendo:
- Non credo proprio! La devi smettere di pensare a me come a Biancaneve!
Sei quasi offensivo. Piuttosto...
- Piuttosto... Vediamo... Crudelia?
- No, meglio una Cyberwoman!
Luca pensa che Sara potrebbe essere davvero una replicante perché la
passione non ha mai varcato la sua linea d’ombra, ma decide che quello non è
un complimento e non glielo dirà. E quando arrivano alla grande porta a vetri
del piano terra e lei chiede - Ristorante, Casa tua, Casa mia o... casa di
Antonia? - Luca si impegna a sorridere ma quella che gli riesce è solo una
smorfia che gli irrigidisce la bocca.
- Casa tua, - risponde - è senz’altro più pulita. Da Antonia andrò verso sera.
Ma senza di te.
- Agli ordini! E quando me la farai conoscere?
- Presto.
E quando Sara domanda - Vi assomigliate tu e Antonia? - agli occhi di Luca
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balza l’immagine della madre in cucina...
... quando era intenta a friggere, e si voltava verso di lui bambino e - Fermati
sulla soglia, - diceva, - non oltrepassare la soglia, - e lui obbediente si
fermava accanto allo stipite, incapace di fare un passo perché pensava che la
cucina fosse un luogo per iniziati e quello della madre un rito misterioso, ed
ecco che Antonia faceva un balzo in avanti, trasgressiva, e costringeva la
madre a interrompere il lavoro per ricacciarla indietro...
... e allora Luca vorrebbe rispondere:
- Ci deve essere da qualche parte una soglia che io non ho mai varcato e
Antonia sì.
E ancora dell’altro potrebbe dire Luca:
“Veniva in camera mia e mi sussurrava all’orecchio... Faceva sempre un
gioco... Mi diceva: - Io so una cosa che tu non sai, Io so una cosa che tu non
sai - e mi mandava in bestia...
La rincorrevo per tutta la casa, a volte riuscivo ad acchiapparla e le stringevo
forte il collo ma subito allentavo la presa spaventato più da me stesso che dai
suoi occhi spalancati e il ritornello riprendeva e io non le chiedevo neppure:
- Cosa? - perché ero certo che lei non mi avrebbe risposto, che lei non sapeva
un bel nulla, eppure me ne tornavo in camera chiudendo la porta e mi chinavo
a guardare dal buco della serratura per scoprirla nell’atto di svelare o di
nascondere il senso della vita”.
Questo e molto altro vorrebbe rispondere a Sara.
Invece si limita a dirle:
- Non ci assomigliamo per niente.
In realtà, né tu né Antonia avete mai capito nulla di divieti e di segreti.
Quando entrano nell’appartamento di Sara, Luca non può fare a meno di
paragonarlo al suo.
- Vieni, entra. Non far caso al disordine. Si dice sempre così, non è vero?
In realtà non c’è niente fuori posto. Nelle stanze ampie e poco luminose come
in tutte le case della città vecchia, c’è un che di solido e di tranquillizzante,
come se tutto, mobili, quadri, tappeti, avesse trovato la sua collocazione nel
posto più “giusto” e naturale.
- Puoi venire in cucina ad aiutarmi, così ti guadagni il pasto.
La cucina è nella parte più lontana dall’ingresso, grande, spaziosa.
- Ho dell’insalata da condire. Ti vanno gli spaghetti? Sugo al tonno e menta?
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E’ già tutto pronto.
- Sì, come vuoi. Ma che organizzazione! Come fai?
- L’abitudine. Vivo sola, come te, non c’è un gran che da organizzare.
- Non hai mai pensato di trasferirti? E’ così grande questa casa...
- Cinque stanze! E’ vero, è grande per me, ma ci sono nata, non ci penso
neanche ad andare via di qui. Dovrei buttare un sacco di roba se traslocassi in
un bilocale come il tuo. Ma non potrei mai disfarmi dei ricordi di mio padre e
di mia madre.
Mentre parla, Sara si muove nella cucina senza sprecare un gesto, tutto
calcolato, tutto armonico, semplice, facile.
- E’ stato difficile per me perdere i genitori, anche se ero ormai piuttosto
grandicella. Ti capisco, sai.
- Non ti ho mai visto malinconica.
- Oh, be’, non serve a nulla rimuginare, insomma, c’è il rischio di perdersi
se...
- Tutti pensano che tu...
Luca si interrompe e Sara coglie la sua esitazione anche se sembra
concentrata sulla cottura della pasta.
- Lo so cosa pensano o, per meglio dire, so cosa pensi tu. Che ragazza
fortunata è Sara. Che vita facile è stata la sua. Lo vedi che ho ragione? Anche
tu, anche tu giudichi senza sapere.
- No, non è vero. Ma la tua vita è stata sicuramente più allegra della mia.
Devi ammettere almeno che i tuoi erano persone ben diverse da mia madre.
Sara sistema il colapasta nel lavandino e infila le mani in due grosse
manopole di cotone. Risponde solo quando la zuppiera di spaghetti è sul
tavolo:
- Siediti, è pronto. In che senso erano persone diverse?
Luca si ricorda della madre di Sara. Se ne ricorda bene perché quel giorno era
caduto dalla bicicletta e si era fermato in mezzo alla strada insolitamente
deserta per osservare la carne scorticata del ginocchio e all’improvviso aveva
sentito un vociare confuso e lontano che si stava avvicinando sempre di più
finché gli era apparso il corteo, una schiera compatta di sottanone ampie e
lunghe, rosse, blù, violette, decine e decine di donne con gli zoccoli di legno
ai piedi... Ha ancora davanti agli occhi l’immagine della madre di Sara che
cammina in prima fila, che alza e abbassa con regolarità cadenzata, secondo il
ritmo degli slogan urlati, Tremate, tremate, uno dei tanti cartelli che la
sovrastano e che sembrano avanzare sulla strada per moto proprio, come se
nessuno li sostenesse e li agitasse, cartelli come vele fitte e colorate sopra un
mare di teste e lui, un po’ per il dolore al ginocchio, un po’ per la paura che
gli calpestassero la bicicletta e lo travolgessero, aveva rabbrividito davvero...
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- Be’, tua madre andava in giro vestita come... Insomma, era multicolore tua
madre!
- Ah, sì, te la ricordi? Facevamo le elementari noi due... - ride Sara.
- Mi sono divertita un sacco da piccola. Avevamo la casa piena zeppa di
manifesti e di volantini. Ce n’erano dappertutto... E il patchouli, te lo ricordi
il patchouli?
- Appunto. Io non me lo ricordo, io non mi sono divertito per niente quando
ero piccolo.
- Tua madre però era lo stesso una donna non comune.
- Mia madre era diventata Lady Scomparsa. C’era e non c’era.
Luca ferma la forchettata di spaghetti a mezz’aria, quasi stupito di dire le cose
che sta dicendo, ma gli occhi di Sara sono buoni e rassicuranti ed è facile
continuare:
- Sai, come quando hai a che fare con una persona che sembra ascoltarti e che
in realtà pensa a tutt’altro. Ecco, lei era questo: una che pensa a tutt’altro.
- Sapeva l’inglese a meraviglia!
- Un po’ poco, non ti pare?
- Sembra sempre poco quello che ci danno gli altri, ma forse...
- No, no, non è questo. Lei mi ha dato molto, ma guardati attorno! Hai la casa
piena zeppa di fotografie, tuo padre, tua madre, i nonni e chissà cos’altro. Io
alle spalle ho solo gente che non ha lasciato impronte. Lei le ha cancellate
tutte.
- E tu? Non le hai mai chiesto niente?
- Tu non conoscevi mia madre.
“E del resto chi poteva dire di conoscerla?”.
- Però ti manca.
- Se è per questo, mi è sempre mancata.
Poi, per timore che il discorso possa scivolare sui padri, Luca si affretta a
chiedere:
- Mi offri un caffé?
Sara gli chiede a sua volta:
- E non vuoi anche dell’acqua, per caso?
Luca capisce al volo: anche se lei si mantiene seria, è solo apparenza. C’è,
dietro gli occhi che brillano, c’è quel guizzo, quell’allusione, quel sorriso
divertito che significa “Ti sarà venuta sete a furia di parlare! Una volta tanto!
Benvenuto nel mondo di Parolandia!”.
Lui decide di non raccogliere la provocazione, è già pentito di aver parlato
tanto di sé. Come al solito prova fastidio per la vivacità pungente di Sara e di
nuovo si sente osservato al microscopio. Così si limita a rispondere serio:
- No, solo caffé, grazie.
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Sara riempie la moka. Anche lei sembra aver capito al volo che Luca non ha
voglia di scherzare.
“E quando mai ne ha voglia?” sembra dire il suo broncio indispettito.
Lo guarda. Gli versa il caffè nella tazzina senza commenti e forse spera che
lui se ne vada subito.
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UN GIORNO
Uno qualsiasi,
di alabastro.
Due giornate di pioggia scrosciante hanno rinfrescato l’aria e fatto arretrare la
primavera che era sembrata trionfare nella settimana precedente.
La città, messa a nudo da un cielo terso che la rivela in tutti i suoi particolari e
permette a chi la percorre di distinguere le guglie e le torri più lontane come
attraverso una lente di ingrandimento, profuma di bagnato.
La lunga fila dei bambini, a due a due, avanza composta, a due a due, sul
lungolago. Nei loro giacchini rossi e berretti con la visiera, tutti alla stessa
altezza, quella del parapetto, procedono silenziosi, così taciturni che persino il
mutismo di Anapi non ha più nulla di ossessivo e si confonde nella luce
diffusa.
Luca che passava di lì per caso li ha visti, si è fermato e ora li osserva dal lato
opposto della strada: sembrano tutti uguali, si tengono per mano, ma uno no,
lui no; avanza da solo, la testa voltata di lato, ed è così che forse vede Luca e
si ferma, come in un’istantanea bloccata; miracolosamente sembra quasi
allargare le braccia e tenerle aperte come un pupazzo di stoffa sbilanciato in
un equilibrio precario.
Luca attraversa la strada di corsa e lo raggiunge, lo tocca appena in uno
sfioramento leggero che dura un attimo.
L’insegnante si avvicina allarmata e sospettosa e - Non si preoccupi, Sono lo
zio di Anapi, - le dice Luca, e quella risponde - La mamma di Anapi si è
raccomandata di non farlo avvicinare dagli sconosciuti, - e Luca sorride, - Lo
vede che mi riconosce, - e quella ribatte - Sì, ma anche l’altro giorno ha
riconosciuto un signore che si è avvicinato, e si è messo a urlare e sembrava
davvero terrorizzato, - e allora Luca - Quale signore? Com’era? - e lei - Non
saprei, era piccolo di statura, con i capelli molto scuri, un po’ lunghi, - e lui
- Ha detto qualcosa? - e lei, perplessa, - Ha solo detto “Che bambino
delizioso!”. Mi sono allontanata alla svelta con Anapi e naturalmente ho
riferito tutto alla signora, c’è qualcosa che non va? -. Luca muove la testa in
segno di diniego, - Grazie, no, grazie, - e anche se inutilmente si rivolge ad
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Anapi, - Vai, adesso, vai con la tua maestra, oggi vengo a trovarti, - e il
bambino rimane serio ma sembra essersi fatto più docile e riprende il suo
posto nella fila.
Dal lungolago alla libreria nuova di Guglielmo la strada è breve, ma non
tanto da impedire a Luca di riflettere sulle parole che dirà ad Antonia. Dovrà
essere cauto.
Attraversa la piazza camminando sull’acciotolato diseguale e passa davanti al
teatro, accanto al drappello di persone in attesa davanti alla biglietteria. Si
infila nel vialetto fiancheggiato da alberi che il Comune ha appena messo a
dimora e si sente stanco come se tutto quel germogliare di platani e di tigli gli
costasse uno sforzo personale. Gli pare che la cartella diventi sempre più
pesante e la passa nell’altra mano. Quando arriva davanti alla libreria e si
specchia nell’ampia vetrina che dà sulla strada, si vede curvo, piegato, e
raddrizza le spalle.
Antonia lo vede entrare, lo saluta con un cenno della testa e continua il suo
lavoro. Alla cassa la fila delle persone è nutrita ma paziente.
- Sei in casa, oggi? - le chiede Luca a voce bassa.
- Sì, perché?
Il tono di Antonia non è solo distaccato, è totalmente, inequivocabilmente
privo di curiosità e ha la stessa malagrazia con cui lei infila i libri nelle buste
e dà il resto ai clienti o fa scorrere la carta di credito nello scanner.
Luca pensa che non è simpatica e che farà perdere clienti alla libreria.
Una donna lo guarda indispettita, sospettosa che lui voglia soffiarle il posto
nella fila, e Luca è costretto ad alzare la voce mentre si allontana:
- Ti devo parlare.
Antonia non risponde subito, continua a registrare e impacchettare per
qualche minuto e alla fine, senza guardarlo, Vieni dopo le quattro, dice.
Luca sta per uscire ma è fermato dalla voce di Guglielmo che gli si avvicina:
- Ehilà, Pauper.
Ha cominciato a salutarlo così, per scherzo, negli anni dell’Università,
quando Luca si era trasferito nel suo appartamento di due stanze e all’inizio
non aveva neppure il tavolo e le sedie, solo un materasso che fungeva da letto
e da divano.
- Pensavo che fossi nell’altra libreria. Passavo di qua per...
Luca è a disagio, ma Guglielmo non gli lascia il tempo di finire la frase.
- No, là ho lasciato il commesso e Avatar, se la caveranno alla grande. Qui
c’è un gran da fare... Sei dei nostri domani sera? - gli chiede mentre gli agita
sotto il naso un libro piuttosto voluminoso.
Quel libro.
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- Ma come! - aggiunge vedendo che Luca lo guarda interrogativo.
- Ci sarà la presentazione del romanzo di Aimone Fieschi.
- Ah, sì, è vero, - si affretta a rispondere Luca.
- Te ne sei dimenticato.
Luca legge nelle parole dell’amico un rimprovero, un’accusa di ingratitudine,
e pensando ad Antonia risponde proprio il contrario di quello che vorrebbe
dire:
- Ci sarò.
- Bene. Lo sai che è il grande ritorno di Fieschi dopo anni che non pubblicava
più nulla. Fieschi è un personaggio, merita di venirlo a sentire.
- Ma il libro com’è?
- Vuoi il parere del libraio?
- No, dell’amico.
- Allora te lo leggi per conto tuo, - e glielo ficca tra le mani voltandogli le
spalle per rispondere a una cliente che già da un po’ gli si è avvicinata per
ricevere un consiglio.
E’ in quel momento che Luca si ricorda di averlo già visto, quel libro,
maltrattato e abbandonato in casa di sua madre.
Una copertina blu notte e il titolo “In silenzio” in grandi caratteri grigi.
Se lo rigira tra le mani, legge il risvolto di copertina e sta per fare un
commento ma Guglielmo, che ha capito le sue intenzioni, scuote la testa e
- Niente da fare, - gli dice ridendo. - E non leggertelo qui come fai sempre,
compralo e portatelo a casa.
Luca si avvicina alla cassa e porge il libro ad Antonia che dopo aver guardato
il titolo glielo restituisce.
- Ce l’ho. Te lo do io, non comprarlo.
Luca glielo rimette in mano.
- No, preferisco prenderlo.
- Hai deciso di contribuire al mio stipendio? - gli chiede Antonia controllando
lo scontrino.
- Ricambio il favore a un amico. E’ giusto, non trovi?
Luca non aspetta la risposta di Antonia, esce e si dirige verso la Facoltà
sperando di fare ancora in tempo a vedere Sara.
La trova nella sua stanza, infatti, china sulle fotografie e sui disegni delle
Gorgoni che coprono interamente la scrivania.
“Come sei bella con quel golfino azzurro”, le direbbe volentieri, ma non lo fa.
- Arpo, che sorpresa! Ti credevo scomparso. Ti ho avvelenato con i miei
spaghetti? Non ti ho più visto da allora...
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- Hai ragione, hai tutte le ragioni. Senti, sono passato davanti al teatro poco fa
e mi sono ricordato… Ci vai domani sera?
- No, non c’era più neanche un biglietto, mi sono mossa troppo tardi.
Potrebbe dirgli “E’ colpa tua!”, ma non lo fa.
La settimana prima, infatti, Sara gli aveva chiesto - Vieni con me al concerto?
- e senza aspettare la sua risposta che tardava, come se la conoscesse già,
aveva aggiunto in fretta - Io ci vado -.
- Allora sei libera. Verresti con me da Guglielmo? C’è Fieschi che presenta il
suo libro.
Sara potrebbe rispondergli - No, grazie, - e invece commenta:
- E’ ancora vivo Fieschi? Sono almeno dieci anni che non pubblica più
niente.
Poi osserva Luca per un po’, roteando una matita fra le dita e:
- Ci sarà tua sorella?
e ancora:
- Perché sorridi?
Luca trova il coraggio di dirle:
- Perché tu fai sembrare tutto così facile.
Poi, in fretta, per paura di essersi scoperto troppo, per paura di doversi
scoprire di più, le chiede avvicinandosi alla porta:
- Allora, vieni?
- Perché no?
E prima che lui chiuda la porta dietro di sé, quasi come una minaccia, quasi
come una rivalsa, lei aggiunge:
- Dopodomani vado a Venezia. Starò via due settimane.
E poiché non ottiene risposta, aggiunge:
- Forse di più.
Rimasti soli, tutti e due si chiedono cosa stia loro succedendo.
Ma uno solo di loro pensa:
”Siamo personaggi senza vita”.
Dopo le quattro, gli ha detto Antonia, e dopo le quattro Luca sale le scale, le
stesse dove da piccoli lui e sua sorella scivolavano col sedere sui gradini
consumati facendo a gara a chi arrivava prima.
- Non vale, tu hai i pantaloni, scivoli meglio - protestava l’Antonia di allora
con le cosce nere di sudiciume sotto la sottana corta dopo aver sobbalzato sul
marmo chiaro. Non valeva mai nulla per lei, le regole del gioco cambiavano
come le faceva comodo, perciò Luca la lasciava da sola, nauseato, e si
rifugiava in camera a leggere. Ma lei lo seguiva, apriva la porta con violenza
e la maniglia sbatteva contro il muro che ancora presenta una ferita profonda
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nell’intonaco, e dopo aver urlato - Vuoi fare il grande, ma hai solo sei anni
come me, Stupido, Stupido, - aggiungeva con malizia:
- Io so una cosa che tu non sai, Io so una cosa che tu non sai, ed era inaudito come se ne andasse poi chiudendo la porta piano piano, con la
consapevolezza di un’attrice esperta che esce di scena.
Eppure Luca si sentiva grande davvero e anche adesso, un attimo prima di
premere il dito sul bottone del campanello, si sente in dovere di essere grande
pensando ad Anapi che non parla ma ha bisogno di aiuto.
Antonia gli apre la porta massaggiandosi la testa bagnata con una salvietta di
spugna.
- Entra. Mi sono lavata i capelli. Anapi è di là, sul tappeto. Sembra che stia
ascoltando qualcosa.
L’unico rumore che si sente è il gorgoglio della moka che proviene dalla
cucina, ma Anapi, assorto e immobile, guarda da un’altra parte con la faccia
rivolta alla finestra. Stringe tra le mani un quaderno,
il taccuino,
consunto.
- Cos’è quel lerciume? Gliel’ho già visto in mano un’altra volta. Non è molto
igienico.
- Mah, sembra un vecchio quaderno di scuola, - risponde Antonia tornando in
bagno a pettinarsi.
No, è un diario.
- Non puoi toglierglielo?
- Figurati! Se lo porta persino a letto. Gli piacciono i colori della copertina.
Gli piace la carta, gli piace l’odore della polvere, - grida Antonia dal bagno.
Quando esce ritrova il suo tono spazientito:
- E poi il medico mi ha detto di lasciarlo fare.
Si siedono circospetti, distanti, concentrati sulle tazzine di caffè, sui
cucchiaini, sullo zucchero.
- Gli ho portato delle matite colorate, - dice Luca per rompere il silenzio.
Antonia le prende e le mette da parte senza guardarle, si porta alle labbra la
tazza e:
- Perché sei venuto, Luca?
Risponde a bassa voce, Luca, un po’ per non farsi sentire dal bambino che
pure non si è ancora accorto della sua presenza, un po’ per delicatezza, per
timore che lei lo interrompa, e racconta senza pause quello che ha scoperto la
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mattina, quello che gli ha detto la maestra d’asilo sul lungolago.
- Era lui, vero? Ma cosa è successo? Con chi ti sei messa, Antonia? Che razza
di uomo è? - le chiede alla fine.
Antonia non risponde subito, passa la mano sul tavolo per togliere inesistenti
granelli di zucchero e lo guarda.
- Vedo che qui non è cambiato molto, mancano solo le geremiadi di nostra
madre.
- Sei stata tu a dirmi che ti minaccia per telefono... Permetterai che mi
preoccupi! E adesso il bambino! Cosa possiamo fare?
- Cosa “possiamo” fare? Niente. “Io” non voglio fare niente. E neanche “tu”
farai niente, almeno per ora.
Luca sorvola sul sarcasmo di Antonia, e insiste:
- Ma è qui, è qui a Mavezia.
Antonia si alza, prende una sigaretta e si guarda attorno alla ricerca di un
accendino.
- Si stancherà, se ne andrà, - dice. - Sta solo giocando, mi sta mettendo alla
prova. Non gliene importa nulla di me, non gliene importa nulla neanche di
Anapi.
“E’ dei soldi che gli importa” pensa Antonia e poi aggiunge:
- Appena smetterò di aver paura mi lascerà, perderà ogni interesse.
- Antonia, se dovesse succedere qualcosa al bambino...
Lei ha un moto di dispetto inevitabile.
- Ma sentilo! E se gli fosse successo qualcosa prima, al bambino? Al “mio”
bambino? Cosa avresti fatto, l’avresti impedito?
Luca si ammutolisce, ma quando sorprendentemente Antonia gli tocca la
mano con un gesto stanco, si chiede come mai sua sorella, malgrado le sue
parole impetuose, sembri così debole e rassegnata.
- Possiamo rivolgerci alla polizia, - le suggerisce guardandola di sottecchi.
- No, - risponde, - no, - dice soltanto, e dà un’occhiata al bambino che con
fatica spinge la mano rigida per tracciare serpentine di colore sul foglio.
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LA TERZA MISURA DEL BIANCO
L’ALBA DI UN GIORNO IMPORTANTE
Un chiarore che abbagliandoti occulta.
Le tre sono un’ora strana, non più notte, non ancora giorno, un’ora
inutilizzabile, quando il cervello non riesce a ingranare i pensieri e però non
può neppure ritornare alle plaghe del sonno, un’ora da mangiatori di loto,
un’ora dove tutto è il contrario di tutto, dove la realtà sfuma i suoi contorni e
le stanze di albergo ti rimandano addosso tutta l’estraneità che avverti nel
coricarti in un letto dove altri, innumerevoli altri, si sono coricati.
Aimone Fieschi si gira e si rigira nel letto, scalcia via le lenzuola, si scopre e
si sveglia definitivamente.
Sporge il braccio a cercare l’interruttore, accende la luce e controlla
l’orologio mentre un accesso di tosse gli impedisce il respiro.
Le tre sono passate da poco, troppo presto per mettersi a leggere, troppo tardi
per rivestirsi e scendere al bar dell’albergo a bere qualcosa.
Eppure tutto va a gonfie vele, perché agitarsi, perché non dormire?
Bisogna pensare a qualcosa di positivo, bisogna allettare il sonno, adescarlo
con un sorriso, abbandonarsi alla soddisfazione del successo raggiunto, dire a
se stesso che si è ancora in auge, che il tempo dello scoramento e dell’invidia
per il successo altrui è passato, che gli anni del silenzio si sono chiusi alle sue
spalle per sempre, che si scriveranno ancora tante storie, altri libri.
Ma non è così.
Quanto tempo gli rimane?
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Quanto da vivere, quanto per l’amore?
Gli anni sono scivolati via troppo velocemente, a tradimento.
Il corpo si è appesantito e anche la mente si è afflosciata in una stanchezza
greve e disperante.
E’ vecchio.
E questo è il suo ultimo libro.
Per fortuna nessuno lo sa, nessuno lo può immaginare che lui non riuscirà a
scrivere più niente. Tutte le parole del mondo sono ancora a sua disposizione,
milioni di parole, ma lui non riuscirà più ad afferrarle e a metterle in fila
disciplinate e obbedienti, perché non ha più nessuna storia da raccontare. Non
c’è più nessun personaggio inedito, nessun evento che non si verifichi prima
che lui l’abbia pensato, come se la vita avesse preso il suo posto e si rivelasse
la narratrice più fertile, pronta e sorprendente. Lui le ha già raccontate tutte le
storie degne di essere raccontate. Cosa c’è altro da dire, da scandagliare, da
raccontare? Più nulla.
Questa è la sua ultima storia.
Tutto quanto è un enorme equivoco, lui stesso è un equivoco, un gigantesco
inganno.
Si sente come un cappotto rovesciato.
Ma è necessario richiamare il sonno. Non è meglio allora pensare solo al
presente e godersi questi giorni di viaggio da una città all’altra? Non è più
sensato credere all’entusiasmo degli altri che ascoltare la propria
inquietudine? Domani? Domani avverrà un altro salvataggio inaspettato,
bisogna sperarlo, bisogna crederci.
Verso l’alba si riaddormenta e si ritrova in mare aperto, un oceano color del
piombo, senza fine e in tempesta. Vede e si vede: è solo, scalzo, e naviga su
una zattera rudimentale inclinata sul piano delle acque e in procinto di
sfasciarsi. La notte gli preclude la vista della linea dell’orizzonte. Onde
gigantesche e rabbiose minacciano di ingoiarlo insieme al fasciame.
Eppure tutto è stranamente silenzioso.
Il sogno ha cancellato il fragore del mare ma non l’orrore né la disperazione.
Terrorizzato, chiuso in una sordità oscura, lui guarda sorpreso il se stesso che
invece trova il coraggio di lottare contro il vento che non fa rumore. E’ nudo,
stremato, ma l’altro, che è uguale a lui, che è lui, si sente un gigante: tenta di
sfruttare la dinamica delle onde che lo sospingono indietro e le cavalca, prova
a superarle rimanendo in equilibrio sui tronchi scivolosi della zattera, si
aggrappa ai cordami quando una raffica di vento più potente delle altre lo
atterra e se lo vuole ingoiare, riesce a scivolare sui marosi, indenne, senza
neppure bagnarsi.
In piedi, urla contro la violenza del mare per sfidarlo senza paura.
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Si sente invincibile.
Alla fine le correnti veloci lo conducono in porto, salvo. Il suo doppio è
scomparso, c’è solo lui, adesso.
E ha vinto!
Al risveglio, ha ancora le immagini del sogno davanti agli occhi e non riesce
a distoglierne il pensiero. Quella scena, quel naufrago con il braccio teso,
quello sfondo livido e angosciante, gli sono familiari, li ha già visti da
qualche parte...
E’ La Medusa! Sì, “La Medusa” di Gericault, sciocco.
Se ne ricorda all’improvviso, del quadro, mentre si rade in bagno davanti allo
specchio, con lentezza, nello sforzo di aprire le palpebre aggrumate dalla
sostanza vischiosa del sonno e nel tentativo di concatenare la nebulosa dei
pensieri in un intreccio logico e ordinato. Con le forbicine si taglia i peli che
spuntano fitti e robusti dalle narici e sorride.
Sì, va meglio, molto meglio.
Sopravviverà al naufragio. Quando esce dall’albergo e sosta per qualche
momento sul tappeto rosso il mondo gli appartiene ancora e ha lo stesso
profumo asciutto e rassicurante del suo dopobarba. E poi, sì, c’è ancora
qualcuno, per strada, che lo studia incuriosito e che mostra di riconoscerlo.
Si guarda attorno inspirando forte la prima sigaretta del nuovo giorno e si
incammina con entusiasmo.
La città nuova è un gigantesco e invitante origami di vetro: ai piedi delle
costruzioni altissime e traslucide, otto grandi anelli concentrici d’acqua,
tagliati da quattro vie radiali, circondano una grande calotta azzurrina di
titanio. Tutto lo attrae, tutto lo sorprende, tutto brilla di una luce inusitata.
Dunque sarà così il mondo nel nuovo millennio?, si chiede cedendo il passo a
un gruppo di indiani diretti al Centro delle Comunicazioni, E come sarà
quando io non lo potrò più vedere? pensa contemplando le strutture di acciaio
della torre della Scienza. Dal limite estremo del grande Orto Botanico
contiguo all’Università, due lunghe piste ciclabili, affiancate da canalette
d’acqua trasparente, corrono parallele alla strada di grande traffico e
prolungano per un tratto il prodigio dei verdi e dei blu che Aimone Fieschi si
lascia alle spalle.
Davanti a lui, non lontano, si profila la città vecchia chiusa nel suo sipario
rosso di mura; la raggiunge e si addentra in un ricamo di vicoli stretti. Suo
malgrado si trova a rallentare il passo: i muri che rasenta emanano odore di
muffa, le finestre inferriate sono ricoperte di ragnatele, la polvere delle strade
è spessa come sabbia. E neanche un’anima in giro.
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“Dio, qui probabilmente non nasce più nessuno da anni, si celebrano solo
funerali e chissà se c’è qualcuno che fa ancora l’amore dietro i portoni
chiusi”.
La sensazione di abbandono gli è intollerabile e avverte subito una strana
pesantezza alle gambe.
Si volta e torna sui suoi passi, la visiterà più tardi, forse, un’altra volta, adesso
ha voglia di bere qualcosa, e nei paraggi non c’è neanche un bar.
Abbandona velocemente la solitudine più perfetta delle vecchie strade e si
dirige verso gli esaltanti quartieri di quella strana città doppia e bifronte.
La sera stessa affronta compiaciuto la platea numerosa che affolla la moderna
libreria Orizzonti. La vetrina illuminata senza risparmio continua ad attirare
altre persone che si fermano incuriosite e decidono di entrare. L’odore di
morte che lo ha oppresso nella città vecchia è già stato dimenticato. Siede
trionfante al centro di un tavolo stretto e lungo; alla sua destra il direttore
della libreria, Guglielmo Manfredi, un uomo corpulento e imperturbabile, e
alla sua sinistra il critico letterario del quotidiano locale, un certo Ponzi, un
uomo della sua età, calvo e con l’alito mefitico, che piegandosi
pericolosamente verso di lui gli chiede:
- Le hanno fatto avere la mia recensione?
Sì, l’ha avuta, gli ha dato la rassegna stampa una brunetta molto interessante,
quella che adesso è in piedi in fondo alla sala dietro all’ultima fila di seggiole,
tutte occupate, già.
- Senta, io intendo ricalcare quello che ho scritto sul giornale. Non so se...
L’impazienza del pubblico diventa palpabile.
- Cominciamo? - chiede allora il critico, e senza aspettare una risposta
d’assenso dà inizio alla presentazione:
- Il romanzo si apre con l’ingresso delle tele di Klimt nelle sale della Nona
Esposizione Internazionale d’Arte e contemporaneamente con lo sbarco a
Venezia della protagonista, Mary, che nel 1910 è ancora una bambina...
Le sue parole arrivano alle orecchie di Fieschi solo ad intervalli, come
fastidiose interferenze che ostacolano il corso dei suoi pensieri. Fieschi sente
che il romanzo che ha scritto è ancora vivo dentro di lui, e lo ripercorre frase
dopo frase. Non ascolta la voce di Ponzi, ma quell’altra, quella che non gli dà
tregua, che lo tortura di nuovo, allo stesso modo in cui lo ha torturato nelle
sere senza via d’uscita, quando si sforzava di dare corpo ai suoi fantasmi...
“... sì, una bambina, solo dodici anni, ma una grande esperienza in fatto di
mari e di fiumi: una bambina che durante tutta l’infanzia aveva galleggiato
serenamente sulle acque del Tamigi, dell’Oceano e lungo le coste del
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Mediterraneo. L’acqua lagunare che l’aveva accolta il giorno del suo arrivo,
però, era un’acqua speciale, non in corsa come quella dei fiumi, non
inquietante e profonda come quella dell’Oceano che provoca le vertigini e
pericolosamente attrae chi la fissa dal ponte di una nave, ma un’acqua
scherzosa, capricciosa, imprevedibile nel lambire sciabordando i gradini
muschiosi delle case e delle piazzette, senza direzione, sempre nuova nei
colori del blu e del verde, alta, bassa, un tappeto di gondole, a volte torbida
nei piccoli canali, a volte trasparente e chiara verso le sabbie del Lido.
Le era piaciuta immensamente...”
La voce di Ponzi ha un che di petulante:
- In effetti nel romanzo di Fieschi abbondano i riferimenti alla pittura e
approfitteremo della sua presenza qui, questa sera, per chiedergliene ragione e
forse non sbaglio nel dire che è proprio Venezia ad avergli suggerito le
molteplici connotazioni pittoriche che dànno colore a tante pagine... Venezia,
infatti, ha un ruolo di protagonista nelle vicende del romanzo e già dalle
prima pagine viene descritta con le sue suggestive vie d’acqua attraverso gli
occhi di Mary...
“... sì, Mary amava l’acqua e per qualche anno aveva continuato a
fantasticare: sognava di essere una sirena, una creatura grondante dai capelli,
dalla pelle e dalle squame, contenta dei propri occhi che in certi momenti
diventavano tanto chiari da sembrare trasparenti, e dei capelli che avevano la
sinuosità delle alghe marine, peccato non il colore, peccato non fossero
turchesi, peccato che fossero rossi. Il suo connubio con l’acqua era però ben
presto finito, - lui lo aveva fatto finire -, già l’anno dopo del suo arrivo a
Venezia, quando un pittore che le aveva cominciato da poco il ritratto si era
gettato dal piano alto di Palazzo Pesaro, dove aveva il suo studio, proprio
mentre lei si trovava lì sotto, a passeggio con la madre Violet che l’aveva
raggiunta da Londra...”
- Per Mary il trauma è forte, - commenta Ponzi guardandolo come a cercare
una conferma, e anche la brunetta sembra molto attenta e lo fissa dal fondo
della sala. Fieschi raddrizza la schiena e ricambia lo sguardo. Il critico
continua:
- Per la prima volta Mary si scontra drammaticamente con la promiscuità
innaturale di Venezia...
“... sì, si scontrò con l’ostentata contraddizione tra la fluidità delle acque e
l’immobilità solida della pietra sulla quale andò a sfracellarsi il corpo
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dell’infelice pittore. Da quel momento Venezia perse ai suoi occhi le
trasparenze di una città traforata e diafana e si tramutò nella concrezione
minerale e granitica di un disegno severo. Le pietre di Venezia prendevano il
sopravvento sull’elemento liquido.
Mary crebbe di colpo, perse l’innocenza e insieme ai vestiti di tela azzurra
abbandonò anche ogni fantasticheria e la propensione per l’acqua. Ormai era
più interessata alla ricostruzione del Campanile di San Marco che non alle
feste sul Canal Grande. Maturava in lei un principio di scetticismo che si
sarebbe tramutato in durezza con il passare degli anni...”
- Il secondo e fatale avvenimento è lo scoppio della guerra, la prima terribile
Grande Guerra...
“... sì, quando i treni affollati di reclute attraversavano le città di tutta Europa
tra echi di bande militari e sventolio di bandiere, e la gente applaudiva
eccitata, Mary non tradì la sua natura britannica e non partecipò
all’ubriacatura collettiva. L’esaltazione giovanile della guerra apparì da
subito a lei e alla sua famiglia come una fatale sciocchezza.
E mentre tutto il mondo sembrava preda di una illusione eroica e romantica,
era alle cose pratiche che Mary dedicava la sua attenzione: quando
cominciarono i primi bombardamenti e Venezia venne infagottata dai sacchi
di sabbia che proteggevano le facciate delle chiese e perse così tutta la sua
bellezza, Mary si diede a controllare che in casa le persone di servizio
coprissero i mobili con lenzuola usurate e avvolgessero i lampadari di vetro
con grandi fogli di carta come se volesse riprodurre nel proprio appartamento
il destino della città.
Quello che vide durante la guerra, feriti distesi sulla paglia, cenci intrisi di
sangue, la mancanza di morfina, di cotone, di bende pulite, l’odore di
iodoformio e di acido fenico, soldati senza mani, senza mento, le gambe
spappolate, il sangue che gocciolava senza posa dalle barelle al pavimento,
tutto questo, e soprattutto la distruzione del soffitto degli Scalzi, poco distante
da casa sua, la prosciugò e la inaridì del tutto: da creatura acquatile si
trasformò definitivamente in una giovane donna rigida, il busto stretto nelle
stecche del corsetto, refrattaria alle morbidezze degli abiti di Fortuny, il cuore
poco incline alle tenerezze, la volontà tutta protesa a rimanere ben salda sulla
terraferma. In questa disposizione d’animo, a guerra finita, sposò Paolo
Piermarin, un medico dotato di un bel paio di baffi folti e di una generosa
misura di galanteria.
Lo conobbe durante il lavoro volontario di crocerossina che si era risolta a
svolgere nell’ultimo anno di guerra, quando i feriti arrivavano sempre più
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numerosi sui carri merci e tutte le ragazze di buona famiglia sembravano
decise a imitare le arciduchesse in costume da infermiera che avevano visto
sulle foto dei giornali.
L’intenzione di Mary era quella di limitarsi prudentemente a scrivere
cartoline azzurrognole con il lapis copiativo per i soldati feriti, ma nei
momenti di emergenza si trovò costretta a condividere con loro il fetore dei
disinfettanti e delle feci.
Il dottore la vide per la prima volta mentre lei era in piedi, immobile, vicino a
una fila di letti dove rimanevano per ore uomini sudati e intrisi di sangue. La
massa dei capelli rossi, il mento aguzzo e lo smarrimento degli occhi glauchi
di Mary lo commossero.
E se ne innamorò...”
- ... e bellissima è anche la narrazione dell’incontro tra Mary e Gabriele
D’Annunzio che soggiornava in quel periodo alla Casina delle Rose.
Ma sono anni infausti...
Mentre il critico parla ad un pubblico attento che non dà ancora segni di
stanchezza, Fieschi osserva incuriosito e vagamente sospettoso l’uomo che,
entrato da poco, si affianca alla brunetta e sembra avere con lei una grande
familiarità. Non resiste e - Come si chiama la sua commessa? - chiede
sottovoce a Guglielmo che dal tavolo fa un cenno di saluto all’uomo e
contemporaneamente risponde:
- Antonia Stephen.
“Che strano”, riflette Fieschi. E sempre sottovoce aggiunge:
- Qualcosa a che fare con Virginia Woolf?
Guglielmo lo guarda soprappensiero. Non ha capito.
- Era Stephen il suo cognome da ragazza... - si affretta a precisare Fieschi Virginia Stephen... C’è qualche parentela? - ma non sente la risposta perché
in quel momento il critico che sta solleticando la sua vanità lo guarda,
reclama la sua attenzione e sembra volerlo coinvolgere.
- ... Mary ricambia l’amore del medico? L’autore non ce lo dice, ma
comprendiamo che a soli dieci anni dal giorno del suo arrivo a Venezia, la
città non è più la stessa e lei è vertiginosamente cambiata...
“... sì, era cambiata, era inaridita al punto che quando la madre Violet morì
colpita dalla epidemia di spagnola, lei strinse le labbra, raddrizzò le spalle e
non versò una lacrima. Mary divenne l’emblema di una metamorfosi:
dall’umidità dell’acqua, dei sentimenti, della fragilità, della disposizione alle
fantasticherie, alla durezza di cuore.
Quando si sposò - lunghissimo il corteo degli sposi e degli invitati in gondola,
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su un mare di una compiacente tranquillità, bellissima la sposa con una
cuffietta di perline in testa e con uno strascico che sembrava la coda di una
sirena - ricevette come regalo di nozze, tra gli altri, il busto di una Medusa
che venne collocato in una stanza tappezzata di stoffa turchina, tra un camino,
uno specchio, una scacchiera e la dormeuse. Negli anni immediatamente
successivi, mise al mondo due figli, un maschio e una femmina, a dodici mesi
di distanza l’uno dall’altro, ma la sua vita non si ridusse a questo, fu una vita
intensa e interessante: frequentò Pound a Palazzo Barbaro che era diventato il
centro della comunità inglese, conobbe il pittore Cagnaccio di San Pietro
quando lui era a Venezia, ma poverissimo, non ancora conosciuto e ridotto a
fare il decoratore, tant’è vero che Mary venne ritratta sì, ma dal marito, anche
lui pittore non spregevole, con un mazzolino di violette nella scollatura...
Il mondo esterno a Mary era quello dei cartelloni pubblicitari della grappa e
dell’anisetta, dei balli di beneficenza al Circolo dei Commercianti, dei Café
chantant, dei camerieri in marsina, del tiro al piccione all’Hotel Excelsior...
Erano gli Anni Venti: le donne avevano il taglio alla Bubi e le sottane corte, i
giovani abolivano i baffi, si imponeva la moda dei balli cubani, la moda del
nudo, era tutta un’epoca anarchica, incredibile, pervasa dalla frenesia e dagli
eccessi. Ma da tutto questo, Mary era lontana anni luce.
E anche nel decennio successivo il suo temperamento inglese la preservò da
qualsiasi tipo di delirio.
Mary era una donna ricca che non ostentava la propria ricchezza e rifuggiva
da qualsiasi forma di notorietà.
Con la fronte ombreggiata da un largo cappello di paglia ornato di fiori,
osservava da lontano l’enfasi del mondo al quale apparteneva, di casa
ovunque ma estranea a tutto, in special modo a donne stravaganti come la
Marchesa Casagrande che amava passeggiare in piazza San Marco con un
leopardo al guinzaglio.
Con l’età Mary raggiunse un tipo di bellezza severa: la irritavano le
raffinatezze esagerate quanto la mancanza di eleganza, partecipava con calma
misurata a partite di tennis, a feste, a balli.
Veleggiava con la sua veletta viola tra campi e campielli, disponeva sulla
consolle in una fila ordinata un branco di elefanti d’ebano arrivati dall’India,
si preoccupava che il cretonne che rivestiva le poltrone fosse candeggiato con
regolarità, che nelle stanze non mancasse l’acqua calda quando occorreva,
che nessuno avesse il cattivo gusto di parlarle di cose intime, così
spaventosamente attenta a non perdere il controllo.
Mary restava fedele a se stessa, una signora sprezzante, ricca di rendite e di
lasciti, l’ultimo dei quali le era arrivato inaspettatamente da una zia morta a
Bombay.
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Una signora che neppure dopo il discorso della regina dalla scalinata del
Milite Ignoto si sognò di donare la fede alla “Patria”.
Una signora che rimase indifferente al clamore suscitato dalle nozze di
Umberto di Savoia con Maria José e da quelle di Edda Mussolini e Galeazzo
Ciano.
Una signora che il 12 febbraio 1932 non si sintonizzò sulle onde della radio
vaticana per ascoltare la voce del papa trasmessa per la prima volta.
- Sono cose che fa la mia cuoca, - diceva.
Una donna superba?
Una donna inglese?
Una donna di pietra?
Nel 1935 Mary restò vedova.
Aveva solo 37 anni e il nero le donava.
I suoi figli crebbero in un circuito di affetti che la escludeva o da cui lei si
escludeva: amatissimi dal padre, dopo la sua morte si incamminarono su
strade tutte loro, tenendosi per mano, ma l’aridità di Mary fu il deserto nel
quale finirono per perdersi.
I pensieri, i giorni e le notti di Federico e Virginia viaggiarono su strade
sconosciute alla madre, strade solitarie e percorse da un’eccitazione segreta,
strade d’acqua solo per loro.
L’emotività di Federico venne letta da Mary come un segno evidente di
eccezionalità e di intelligenza.
Virginia invece commise l’errore di manifestare oltre alla natura visionaria
dei pensieri anche quella sensuale del corpo.
Era bella Virginia, con i capelli rossi e i tratti delicati della madre.
Ma la linea del collo, i polsi sottili e gli occhi distanti non si prosciugavano e
tutto era in lei scandalosamente umido. Tutto eccessivo. Smodate le parole,
esaltati gli sguardi, smisurata la sensibilità.
- A volte penso che sia colpa dello scirocco. Quando soffia, aumenta la muffa
sui muri e l’argenteria ingiallisce. Mia figlia è vittima della salsedine, - si
confidò Mary, un giorno, con il medico di famiglia.
Salsedine o meno, ben presto, persa di vista la linea della terra, Virginia si
avventurò al largo, in mare aperto, e il suo ambizioso navigare solitario
divenne stravaganza superba e indecente agli occhi di tutti.
Mary non lo tollerò e la confinò nella solitudine delle stanze di casa. Pur di
uscirne Virginia si rese colpevole di molte stranezze, ma una soprattutto ne
decretò la condanna definitiva: rimase incinta e non volle rivelare il nome
dell’amante di cui nessuno seppe mai nulla. Scivolò in uno stato di
prostrazione e di follia che i bagni freddi non riuscirono più a curare.
Protetta dalla sua corazza, Mary guardava la figlia e non la vedeva.
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Forse non la vide mai veramente.
Quando nacque la bambina, decise di tenerla con sé e fece internare Virginia
nel manicomio di S. Clemente.
Era il 1940.
Era il mese di aprile.
In maggio Federico venne trovato riverso sul divano di velluto rosso, la testa
scoppiata da un colpo partito dalla pistola del padre.
In giugno Mary si preparò ad affrontare un’altra guerra con la nipote che non
le somigliava e con il cuore di pietra...”
- Ho svelato molte parti del romanzo non solo perché sono sicuro che tutti qui
lo abbiano già letto, ma anche perché i capitoli dedicati a Mary, che pure sono
numerosi e avvincenti, sono in realtà la premessa al vero tema del libro di
Fieschi. Abbandonata Mary, l’autore si dedica interamente a Virginia e qui,
nella seconda parte, le scene, il linguaggio, i dialoghi, pochissimi del resto, la
cifra stilistica, tutto, tutto cambia. Troviamo delle pagine indimenticabili,
pagine oniriche, atmosfere al limite del gotico e del romanticismo
esasperato…
La brunetta è più concentrata che mai, si compiace Fieschi cercando di
assumere un atteggiamento tra il modesto e l’indaffarato, e prende a
scribacchiare sul foglio continuando a guardarla di sottecchi.
Il pubblico segue attento. La maggior parte delle persone sedute di fronte a
Fieschi sono donne, un vasto campionario di giovani, anziane, bionde, brune,
alcune serie, altre compiaciute del proprio sorriso appena accennato come si
conviene in un’occasione pubblica, altre ancora con la testa inclinata come se
solo in quella posizione fosse possibile concentrarsi sulle parole del relatore,
ma Fieschi sorvola su tutte quelle teste e torna con lo sguardo su Antonia e
solo su Antonia.
A Fieschi che continua a osservarla, Antonia appare indifferente all’uomo in
piedi vicino a lei. Lui, molto vicino, continua a guardarsi intorno
nervosamente, come se cercasse qualcuno. Lei invece è attenta alle parole di
Ponzi, ma fredda, le labbra strette in un’unica linea incolore.
“Chissà a cosa sta pensando, chissà a quale tipo di donna appartiene”.
Fieschi continua a cogliere solo brandelli del discorso di Ponzi, parole
solitarie, frasi prive di conclusione, ma finge di ascoltare con attenzione,
appoggiando il mento sporgente sulla mano stretta a pugno e socchiudendo
gli occhi.
- La parola “folle” deriva dal latino “follis” che alla lettera indica il pallone, il
sacco vuoto, il sacco pieno di vento... E appunto di follia parla il romanzo...
... ma la storia... è qualcosa di più, più violenta di qualsiasi altra storia
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analoga, perché ambientata in anni in cui la pazzia era spesso un cinico
espediente per liberarsi di persone solo eccentriche o scomode o...
“... sì, si affacciava alla finestra quasi nuda, in sottoveste, le calze ripiegate
sulle caviglie, e stendeva le braccia tese in alto, inclinava la testa di lato così
che la massa pesante dei capelli rossi arrivava a raggiungerle la vita.
Giungeva dal canale una schiera di gondole o di altre imbarcazioni come ad
un appuntamento e qualcuno rideva e schiamazzava al suo indirizzo, qualcun
altro invece taceva perché non sapeva sottrarsi al mistero di tutta quella
bellezza demente e grottesca.
Lo spettacolo durò finché una mattina le imposte della finestra furono
inchiodate.
Con il tempo, sul davanzale di marmo corroso nidificarono due colombi...”
- La follia prende le forme del delirio, e delirio etimologicamente significa
“uscita dal solco”. Ma quale solco? Quello tracciato dalle convenzioni sociali,
dalla rigidità di una borghesia perbenista, un solco che in tutte le epoche e in
tutte le società il Potere con la P maiuscola ha imposto con la forza esplicita o
con le sottili arti persuasive dell’ipocrisia. Si potrebbe pensare, allora, che il
romanzo di Fieschi sia una denuncia politica e sociale, come quelle che siamo
stati abituati a leggere nel suo primo grande romanzo, quello dell’esordio, o
in altri suoi racconti e nei suoi numerosi articoli sempre graffianti ed
efficaci... Invece no, perché...
L’attenzione di Fieschi è ancora una volta catturata dall’arrivo di una donna,
troppo bionda e troppo procace perché possa piacergli, che si ferma in fondo
alla sala.
Fieschi non può sentire quello che sussurra al suo vicino che sembra
accoglierla con sollievo.
La brunetta, invece, quell’Antonia, rimane dritta e rigida e guarda proprio lui,
“guarda proprio me!”, pensa lo scrittore che di nuovo è chiamato a ricomporsi
e a darsi un contegno.
- ... questa è anche una vicenda romantica, un po’ dannunziana forse...
“... sì, tutto attorno a lei era nobile, confortevole e vagamente dannunziano:
tende pesanti e ricche di drappeggi, tappeti orientali soffici e spessi, cuscini
imbottiti, coperte trapuntate... Eppure era solo un’imitazione di bronzi
cinquecenteschi, una Medusa, l’oggetto che attirava i suoi sguardi e che
alimentava le sue paure proiettandola in un deserto di pietra dove camminava
a piedi nudi...”
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- ... perché l’autore ha abbandonato la freddezza descrittiva che caratterizzava
i suoi primi romanzi per sostituirla con un’ambiguità potente e densa che si
può paragonare, oserei dire, all’intensità indecifrabile degli oracoli greci. A
lettura ultimata, il romanzo di Fieschi “In silenzio” ci mette nella stessa
condizione di chi nell’antichità interrogava l’oracolo e riceveva una risposta
talmente illuminante da risultarne accecato.
E finalmente la vera conclusione, pensa Fieschi, ricevendo e distribuendo
applausi. Antonia continua ad attirarlo come se il suo pallore... gli sembra
più pallida, sì, o forse è l’effetto delle luci al neon... in ogni caso il suo pallore
ha un magnetismo che lo incanta. Vicino a lei l’uomo e la donna bionda non
hanno fatto altro che parlare per tutto il tempo. Ma è arrivato il turno del
pubblico, non si può più distrarre. Si prepara a rispondere alla domanda che
teme di più:
- Come mai tanti anni di silenzio creativo?
A fargliela è un ometto piccolo e occhialuto con un leggero principio di
balbuzie; a mano a mano che risponde, Fieschi si raddrizza sulla sedia, poi si
alza in piedi. Sa di essere imponente, di avere una voce calda e tutte le arti
della retorica come frecce al proprio arco. La sua risposta trascina la platea
femminile in un entusiastico applauso, mette a tacere l’ometto e conclude la
serata. Rimangono solo gli autografi da vergare con l’inchiostro verde della
sua stilografica, firme e dediche scritte con mano veloce e determinata mentre
gli sguardi di ringraziamento a chi si congratula con lui si alternano alle
occhiate a quella brunetta, quella Antonia, guardaunpo’, Stephen.
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Un bianco infastidito dal ronzio...
In fondo alla sala, Sara ha deciso già da un po’ che la faccenda sta diventando
noiosa e si rivolge a Luca sottovoce:
- Insomma, Arpo, com’è questo romanzo? Bello o brutto?
Come faccio a saperlo? Mi hai parlato all’orecchio tutto il tempo... vorrebbe
replicare Luca, ma lei, senza aspettare la risposta e sporgendosi a guardare
Antonia, chiede:
- Mi presenti a tua sorella?
Antonia le stringe la mano senza particolare entusiasmo e dà un’occhiata a
Luca.
- Come ti ha chiamato?
Luca risponde a denti stretti, guardando davanti a sé:
- Arpo sta per Arpocrate.
- E sarebbe?
Luca è costretto a rispondere anche se è l’ultima cosa al mondo che vorrebbe
fare.
- E’ il dio del silenzio.
Antonia non fa in tempo a commentare perché Guglielmo le fa cenno di
portare al tavolo altre copie del libro che sta andando a ruba e, con grande
sollievo di Luca, si allontana.
- Non le sono simpatica, vero? - chiede Sara.
- Devo ancora trovare qualcuno che sia simpatico ad Antonia.
- Forse qualcuno c’è. Guarda un po’ là in fondo.
“Oh là là, la Garbo ride!”, pensa Luca.
Antonia non ride, è vero però che sorride chinandosi appena verso Fieschi
che prende dalle sue mani i libri da autografare e la osserva dal basso verso
l’alto, lui seduto, Antonia in piedi, ma vicinissima a lui, così vicina da
apparire ancora più esile in confronto alla figura massiccia dello scrittore che
intanto dispensa firme, ringraziamenti e sorrisi. A Luca che li osserva i due
sembrano prendere uno strano rilievo nella sala che si svuota, con le ultime
comparse in uscita, con Guglielmo e il critico in disparte, e Antonia e Fieschi
come due protagonisti, figure senza contorni precisi di un quadro nel quale a
campeggiare sono solo il blu della giacca di lui e il giallo del vestito di lei,
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due macchie di colore pieno a tutto tondo.
- Non c’è più nessuno, avviciniamoci al grande uomo, vieni, - lo esorta Sara
strizzandogli un occhio.
- A fare che? No, senti, è imbarazzante, non ho nemmeno letto il libro...
- Sarà ancora più divertente, no?
A quel punto Guglielmo lo chiama con un cenno della mano e anche Ponzi
mostra di essersi accorto di lui. Non è possibile fare altrimenti: dribblate le
file di sedie in una gincana faticosa che lo fa sentire ridicolo, arrivato al
tavolo, Luca lascia che Sara si avvicini da sola allo scrittore e si dirige a
sinistra, verso Guglielmo.
- Buonasera, Pauper. Allora? Un tuo parere...
Per fortuna Ponzi risponde al posto suo:
- Serata riuscitissima, pubblico caldo, un successo!
Luca non ha il coraggio di confessare che non ha letto il libro. “E neanche ho
ascoltato un granché”, pensa.
Ma Guglielmo torna alla carica:
- E Fieschi? Cosa ne pensi?
- Fieschi è molto alla mano, - risponde Luca indicando Sara e Antonia che
parlano e scherzano con lo scrittore.
- Più che altro gli piacciono le donne!
Gli occhi piccoli e lucidi di Guglielmo brillano di malizia ma Luca vi legge
sotto sotto una parallela malinconia e un disappunto rassegnato. Intanto il
gruppetto dei tre all’altra estremità del tavolo è molto animato, troppo, e
ciascuno di loro sembra quasi recitare una parte. Ma quale?
Lo scrittore sta corteggiando una delle due, certo, ma chi? Sara, maestosa
quanto Fieschi, che gli parla guardandolo dritto negli occhi, sottilmente
divertita nel provocare la sua vanità o Antonia che tiene la schiena dritta forse
per sembrare anche lei più alta?
E’ uno strano gioco di stature, di eccitazione sotterranea e di divertimento
sottile.
Luca si sente invaso dal malumore.
Fieschi sta facendo la ruota, ha alzato la voce e parla con una sicurezza
ostentata:
- No, niente politica in questo libro, il fascismo solo sullo sfondo, sarà un
segno dei tempi, sarà una mia involuzione, e non lo credo, diciamo
un’evoluzione, fatto sta che mi sono alleggerito della mia vecchia armatura...
- Del resto la caduta del muro di Berlino è stata una cesura netta…
Luca dà un’occhiata a Guglielmo e ha la certezza che tutti e due stanno
pensando alla stessa cosa, a un Fieschi giovane e capellone, con i fogli di
Lotta Continua sotto un braccio, con il megafono accostato alla bocca e con il
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suo bravo eskimo. E tutti e due valutano la sua giacca di buon taglio che gli
scivola a pennello dalle spalle ampie e diritte.
In quel momento Sara si volta verso di lui, gli sorride e lo chiama. Sarebbe
davvero infantile negarsi, farle segno di no, dispettosamente, così Luca si
stacca a malincuore da Ponzi e da Guglielmo e si avvicina lentamente ai tre.
- ... sì, è vero, le città tedesche, anche quando sono cariche di storia,
sembrano sempre nuove, perfette, come fossero vestite a festa, anche perché
in gran parte sono state ricostruite... Ma davvero sei vissuta a Monaco otto
anni?...
Luca non riesce a trattenere un moto di sorpresa: sono passati al tu? Così
presto?
- ... nooo, per le città italiane è diverso. La vostra Mavezia, per esempio, è
tagliata in due o meglio è bicipite, per così dire... La parte vecchia, ci sono
passato proprio nel pomeriggio, gronda passato e trascuratezza, mentre quella
nuova, affascinante, veramente affascinante, fa parte a sé, non c’è osmosi tra
le due, vecchio e nuovo, due mondi che non si parlano...
- ... ah, sicuramente, Venezia... ... sì, certo, durante la prima stesura del
romanzo, per qualche mese... ... ah, lei va a Venezia domani?
“Dunque il tu è per Antonia! A Sara, Fieschi si rivolge con il lei,” pensa Luca
che non sa se esserne sollevato o meno.
A un tratto Fieschi sembra accorgersi che in quel teatrino di parole e di
sguardi Luca è una comparsa trascurata. Allora, pur continuando a guardare
Antonia, si rivolge a lui gentile, condiscendente, come un principe generoso
di sé:
- Sua sorella mi ha detto che siete gemelli, - e non ricevendo risposta
aggiunge: - Vi assomigliate ben poco però.
Luca sta quasi per commentare che Antonia è stata veloce a familiarizzare, a
entrare in confidenza, a parlare di sé, e tutto nel giro di pochi minuti, ma Sara
lo previene:
- Ma certo, Luca è unico, lo sanno tutti.
Fieschi, neppure un accenno compiacente, distoglie lo sguardo da Sara e
parlando ad Antonia, solo ad Antonia, continua con sussiego:
- Mi ha sempre affascinato il tema del doppio, della specularità, delle
corrispondenze sotterranee...
Sara sorride e Luca ha la certezza che lo scrittore prova per lei una sorta di
fastidio come se pensasse “Sei un’intrusa”. E’ ormai evidente che Fieschi
vorrebbe essere solo con Antonia e che lui e Sara sono di troppo.
Qualche metro più indietro Guglielmo ascolta rassegnato il critico Ponzi che
parla senza interruzioni, visibilmente seccato di essere stato messo in disparte
da Fieschi. Luca scambia con l’amico uno sguardo d’intesa.
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“Quanto è noioso questo qui!”. La mimica di Guglielmo è così eloquente che
si trasmette persino al suo papillon scozzese afflosciato e tristemente spento.
“Quanto è pomposo questo tuo fenomeno di scrittore!”, gli manda a dire di
rimando l’occhiata di Luca.
Intanto Antonia ha ripreso a parlare di città e osserva che, tornando, ha
trovato la nuova Mavezia sorprendente e Mavezia vecchia cambiata e però
ancora familiare, ma non le strade, le strade no, dice, le strade hanno nomi
che lei non ricorda più e che le fanno perdere l’orientamento, e Fieschi
commenta - Una città con strade senza nome, affascinante idea, ma immagino
che provochi una sorta di stordimento.
Il gesto di Fieschi è appena accennato ma inequivocabile: un sospetto di
carezza, uno sfioramento lieve dei capelli di Antonia, un’accelerazione nel
respiro.
Luca guarda sua sorella e tutto gli sembra chiaro. E decide che no, che non lo
permetterà, che è ora di intervenire.
- A che ora deve andar via la baby-sitter? - chiede come per dire Non hai più
vent’anni, Stai flirtando sotto gli occhi di tutti senza un briciolo di dignità,
Non è più tempo di amorazzi intrapresi in allegria, Non è il caso di catturare
nuove prede.
L’attimo di silenzio che segue appare talmente lungo che anche Guglielmo e
il critico, all’altro capo del tavolo, si accorgono che c’è un che di insolito e
smettono di parlare, si voltano incuriositi verso di loro come aspettando
qualcosa e anche Sara guarda Luca con una domanda negli occhi, “Perché?
Cosa significa?” mentre Fieschi quasi trattiene il respiro e non si decide a
lasciarlo andare finché lo fa, con sollievo, quando alla fine di
quell’interminabile attimo Antonia, per nulla impressionata,
spiega
imperturbabile e senza imbarazzo che a casa l’aspetta il suo bambino e poi
guarda Luca con una luce di trionfo negli occhi come se gli dicesse “Vedi?
Sei solo tu il pavido, te ne sei dimenticato? Non sai ancora che non mi
fermerai? Che niente mi può fermare? Che io -devo- parlare con lui?” e così
tutto viene ricondotto alla normalità e Fieschi si dimostra più incuriosito che
a disagio per l’allusione di Luca e Sara tace e tutti sembrano dire “In che
mondo vivi, Luca? Perché prendi tutto così sul tragico? Cos’è che ti dà
fastidio? Non sai che la vita è questa? Uomini, donne... e i loro giochi”.
Ma Luca non cede, non vuole accettare la sconfitta e rilancia guardando
Fieschi negli occhi:
- E lei? Ha dei figli, lei? E’ mai stato sposato?
C’è qualcosa di greve che va assolutamente allontanato, una provocazione
offensiva, quasi una sfida, e Fieschi si rivolge all’unica persona che può
aiutarlo,
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hai riconosciuto in Sara la leggerezza del volo, la capacità di distogliere lo
sguardo per guadagnare la vittoria ed evitare di essere pietrificati,
ed è a lei che si rivolge e lo fa giocando a carte scoperte, ed è così che
risponde, con uno scherzo, per gioco, con disinvoltura, certo della propria
impunità:
- No, sposato mai, ma chissà, potrei avere dei figli in giro per il mondo, forse
anche dei gemelli, - e, come si aspettava, Sara ride e Luca tace sconfitto.
Antonia lo fissa scura in volto.
Poi, nel giro di qualche minuto, tutto si muove: Luca, al pari di uno spettatore
di teatro distratto, perde qualche movimento di scena, qualche battuta, e si
ritrova al braccio di Sara, già fuori dalla libreria, senza sapere come.
Voltandosi vede attraverso la vetrina l’interno illuminato, vede il critico che
si congeda con una stretta di mano, qualche movimento di labbra mute come
quelle di un pesce nell’acquario, e vede Antonia vicino a Fieschi.
Guglielmo, a braccia conserte, sembra anche lui l’ultimo spettatore salito
sulla scena dalla platea, incuriosito e sconcertato perché gli attori che
dovrebbero tornare alla vita vera intendono invece continuare la loro finzione
fuori dal teatro, ancora e ancora e ancora.
- Cosa ne dici? Hai contato quante volte ripete “affascinante, affascinante”?
Non è divinamente insopportabile? - chiede Sara fermandosi anche lei, anche
lei a guardare cosa sta accadendo dentro la libreria, le luci che si abbassano,
la sagoma di Guglielmo che prende dal cassetto il telecomando per la
saracinesca, Fieschi vicino ad Antonia, lei vicino a lui.
- E non è anche insopportabilmente vecchio? - commenta Luca prendendo il
braccio di Sara per allontanarsi, per non essere raggiunto dai tre, o dai due?,
che si apprestano a uscire in strada.
- Vecchio? Non per Antonia. Mi pare che ad Antonia non dispiaccia, dopo
tutto.
- Dunque l’hai conosciuta, come mi avevi chiesto.
- Come sei severo! E anche un po’ bacchettone. Non mi è piaciuta per niente
la tua uscita infelice: “A che o-ra va via la ba-by-si-tter?
L’imitazione di Luca è talmente riuscita che Sara stessa scoppia in una risata
allegra e aggiunge:
- Insomma, tua sorella è una donna libera, no?
- Non del tutto.
- Be’, sicuramente non deve render conto...
- C’è un piccolo particolare, - sbotta Luca. - Antonia ha un bambino, ed è un
bambino malato.
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- Ma è anche una donna giovane, puoi davvero pensare che smetta di vivere?
E poi, in una sera bella come questa!
Sara si scioglie dal braccio di Luca, avanza di qualche passo, si ferma.
Quando si volta verso di lui, Luca sta ancora guardando verso la vetrina della
libreria.
Sara lo affianca leggermente obliqua e il suo tono è a metà tra il paziente e il
rassegnato:
- Oh, senti, non sei il padre di tua sorella!
- Giusto! “Sono forse io il custode di mia sorella?”.
Si accorge subito, Luca, di non essere stato spiritoso, se ne accorge perché
Sara si passa una mano tra i capelli con un sospiro.
- Sei uno sciocco. E tu? Non pensi mai un po’ a te?
A Luca piacerebbe che lei aggiungesse “E a me, a me non ci pensi?”, ma Sara
non lo fa.
Se lei adesso non lo lasciasse così bruscamente - Domani vado a Venezia. Ci
vediamo al mio ritorno, se ti va -, se lei tornasse al suo braccio e se, anzi, lo
abbracciasse, lui riuscirebbe a non pensare più ad Anapi né alle telefonate
minacciose ad Antonia che in quel momento (la vede con la coda dell’occhio,
girando di poco la testa) sta andando verso casa, piano piano, insieme a
Fieschi.
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Opacità del bianco.
Qualcosa si calcifica.
E’ notte fonda, un sospiro appena prima dell’annuncio dell’alba, quando
Aimone Fieschi esce dalla casa di Antonia. Cammina spedito verso la città
nuova e l’albergo, su marciapiedi deserti, passando accanto alle saracinesche
chiuse dei negozi.
Anche al buio la città vecchia ha lo stesso aspetto squallido e polveroso del
pomeriggio. C’è una misura di irrealtà nei muri che lui sfiora passando e che
si trasferisce nel suo corpo facendogli perdere consistenza.
Fieschi è scontento di sé come gli succede spesso quando ha ecceduto nel
bere.
-E’ troppo giovane, - pensa di Antonia.
Bella, bellissima e giovane. Quegli occhi strani, nerissimi e piccoli come
punte di spillo. Quel muoversi a scatti, quel sedersi e quell’alzarsi improvvisi,
quasi senza ragione.
Storia chiusa, comunque.
Tra qualche ora se ne tornerà a Milano, finita la serie di incontri nelle librerie.
C’è solo da sperare che le vendite del suo libro continuino a smentire le
riserve di molta critica.
Il tuo libro! Non è tuo, non è il tuo libro, non è la tua storia.
Tutte le volte che lo hai presentato in pubblico, ti sei guardato intorno con il
timore che qualcuno si alzasse in piedi e ti puntasse l’indice contro urlandoti
Impostore! Impostore! Non è successo, per tua fortuna. E poi, per
tranquillizzarti, dici a te stesso che le storie appartengono a chi le racconta.
Già, ma la storia della giovane veneziana folle l’aveva raccontata qualcun
altro prima di te.
E non a te.
E il volto di chi te l’ha riportata, te lo sei dimenticato.
Forse sta riaffiorando ora, senza che tu lo voglia?
Devi riconoscerlo: hai compiuto un furto.
L’apparizione sorprendente di una bicicletta che avanza da sola sulla strada
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sconcerta Fieschi. Per un attimo si chiede come possa aver bevuto tanto. Solo
dopo qualche incerto momento di stupore riesce a distinguere sulla sella un
africano nero come la notte, vestito di nero, che pedala veloce sulla bicicletta
troppo bassa per le sue gambe lunghe. Il buio nel quale va a nascondersi la
sua corsa senza contorni è più fitto di quello che circonda lo scrittore.
E’ ancora notte, è una notte che non si rassegna a staccarsi dal suolo, a
svaporare tra i muri, è una notte che somiglia, forse, così sembra, a quelle di
tanti anni prima, un milione di anni prima, quando aveva stretto fra le braccia
quella donna sconosciuta, disperata, bruciata da una ribellione impotente,
quella donna di cui ha presto dimenticato il nome.
Eppure, eppure...
Due sconosciuti...
Tu non potevi sapere, non potevi capire.
Avevo bisogno di uno sconosciuto per disconoscere me stessa.
Prima di salire sul treno, avevo camminato per un po’ come una sonnambula
ed ero passata davanti a una chiesa: la porta era spalancata sul buio delle
navate. Ero entrata, come avevo fatto tanto spesso nella mia vita, ma stavolta
con un’esitazione nuova, consapevole di ogni mio passo, e mi ero fermata
subito di fronte ad un’impalcatura altissima, leggera e trasparente come un
ricamo, addossata contro la parete dell’abside. Sospesi nell’aria, due giovani
restauratori: una lei e un lui. Avevo contemplato ammirata l’horror vacui
degli affreschi, tutto un pullulare di figure, di sporgenze discrete di stucchi
dorati in forma di angeli. Mi ero girata su me stessa, più volte,
accompagnata dalla musica dell’organo e infine lo avevo visto, lui,
l’organista, che provava e riprovava con tentativi tenui e interrotti. La chiesa
era tutta sua: le panche e gli inginocchiatoi erano stati accatastati ai lati e
lasciavano sgombra la navata centrale dove io avevo preso a girare, girare,
girare. Ero al centro di un vortice di lunotti, di vele, di timpani dispensatori
di luce. Per un momento, dimentica, avevo raggiunto una specie di estasi.
Ero uscita di nuovo, all’aperto, con estrema riluttanza senza sapere più chi
fossi.
Ma non sarei più entrata in una chiesa, mai più.
Fieschi percorre un ampio portico basso e ogni colonna che supera gli fa da
segnatempo, come una pietra miliare che calcola il numero degli anni, dei
mesi e dei giorni e non le distanze nello spazio.
Era giovane lui, allora.
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Era al primo anno di Università.
Lo aveva incuriosito quella ragazza composta che gli sedeva di fronte in
treno, nessuna valigia,
con una disperazione straniante
con una disperazione negli occhi cerchiati che lui non aveva neppure tentato
di capire fino in fondo.
Né avresti potuto. Non ti ho detto “tutto”.
Nel ricordo confuso che ne ha ora, Fieschi ricorda solo un orologino d’oro
appeso a una lunga catenella al collo di lei. E aveva cominciato a parlarle, lo
faceva sempre con tutte le ragazze che incontrava per la sete che aveva di
loro. Lei lo aveva ascoltato senza interloquire. Lui aveva davanti a sé il
pubblico migliore che si possa avere, silenzioso, che non contesta e non
rettifica, una preda facile, una che cercava aiuto, una che non sapeva dove
andare, una che si sarebbe rivelata una fonte di sorprese, una che sembrava
una pagina di letteratura più che una donna vera, una docile, una che non gli
piaceva neppure tanto, una che aveva studiato senza capire una virgola di
quello che aveva letto, un’erudita senza spessore, ma con un bel paio di
gambe e, se ne sarebbe accorto più tardi, senza problemi di soldi.
Scesi dal treno era stato facile portarla con sé, lei sembrava volerlo.
Un po’ di vino.
E poi una settimana da esistenzialista, un’esperienza insperata, un’avventura
da sottrarre agli altri, da nascondere all’avidità curiosa degli amici, qualcosa
per lui solo, un percorso carnale e intellettuale senza emozioni, una settimana
passata con lei, una donna più vecchia, le tasche e la borsa piene di soldi, una
donna fuggita da qualcosa di insensato e di irreale.
Insensato ma non irreale.
Non ti ho detto il peggio. Ed è stato un bene, ne avresti ricavato un altro
romanzo.
Aveva passato quella settimana con lei in un albergo di periferia, in una
stanza senza bagno, a giocare con la vita,
io a subirla,
a stupirsi di quella uscita romanzesca dalla vita di tutti i giorni,
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io ripiegata su me stessa per non farmi schiacciare.
E il suo racconto,
il mio racconto
una lunga narrazione interrotta da lacrime e abbracci, poi ripresa, e di nuovo
interrotta, ripetuta, e sembrava non dover finire mai. Lui le stringeva i seni ed
era la prima volta per lui,
e io continuavo a raccontare,
e lui si faceva impaziente
e io piangevo e un po’ ti abbracciavo e un po’ nascondevo la testa
nell’incavo del tuo collo
e lei parlava, parlava, senza mai abbandonare la monotonia del sussurro, tanto
che gli riusciva difficile sentirla,
e tu diventavi sempre più brutale
e lui la stringeva con violenza, come per restituire vita con le sue carezze a
quel corpo afflosciato, il primo corpo nudo di donna che possedeva, alla
soglia dei vent’anni,
e io piangevo e ridevo
e lei non smetteva di parlare e sembrava volerle senza volerle, le sue carezze,
come per punirsi lui non sapeva di cosa,
proprio per punirmi non sapevo di cosa
e un uomo che consola è sempre un uomo che cerca piacere
e una donna che piange e si regala è sempre una donna che fa del male a se
stessa.
Avevano fatto l’amore per una settimana, distesi su un prato o chiusi nella
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camera d’albergo satura degli odori di tutti gli amanti del mondo, avevano
fatto l’amore, ma dei pugni chiusi di lei, delle sue cosce, del suo profumo lui
aveva dimenticato tutto, dimenticato il suo nome, ma forse lei non glielo
aveva mai detto, dimenticato perché se ne era andata all’improvviso senza
salutarlo, lasciando che fosse il portiere dell’albergo a dirgli che la
“Signorina” era partita, dimenticato tutto, tutto tranne la storia che lei gli
aveva raccontato, la storia della madre creduta morta,
così mi aveva detto Mary, te ne ho parlato di Mary? Ti ho detto “chi” era
veramente?
una madre creduta morta e ritrovata invece in manicomio, viva, demente,
estranea,
dall’isola di San Clemente, da quella finestra sbarrata, lei, la folle, poteva
solo ricordarsela Venezia, e le sue cento isolette, e i suoi cento canali, e
poteva solo immaginare e desiderare di attraversare danzando i suoi
quattrocento ponti,
ritrovata in manicomio proprio il giorno prima che lui la incontrasse.
Ritrovata in manicomio il giorno prima!
E sai perché? Per una questione notarile. Avevo ereditato tutto da mia nonna
Mary e così scoprii che nella mia eredità c’era anche una pazza e che quella
pazza era mia madre. Ero vissuta tutta la vita credendola morta. Così mi
aveva detto Mary. Te ne ho parlato di Mary? Ti ho detto “chi” era
veramente? Quando lei è morta, ho ereditato case e terreni, perfino lingotti
d’oro.
E mia madre Virginia.
Se era stato amore, pensa Fieschi schivando un davanzale in pietra che
aggetta dal muro di una casa proprio all’altezza della sua testa, se era stato
amore se ne erano disfatti tutti e due alla svelta e lui l’aveva presto
dimenticata.
Io no, io non ti ho dimenticato, come avrei potuto nei nove mesi successivi?
E’ stato negli anni seguenti che ho deciso di fare a meno di te.
Sei stato la mia salvezza, forse.
Ma era la punizione quella che cercavo.
Tu? Soltanto uno strumento.
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Si può saccheggiare un fantasma?
Fieschi rallenta il passo.
Si può approfittare del dolore di un altro, confezionarlo in un libro e
venderlo? Perché era questo che aveva fatto.
Un gatto furtivo si infila velocemente nella grata di un cancello con qualcosa
in bocca, una facile preda catturata al volo.
Del resto, lo scrittore saccheggia, afferra le emozioni degli altri, carpisce, non
può fare altro che catturare quello che gli si offre, lo diceva anche Stendhal
che il romanzo è uno specchio che si porta lungo una strada.
E dunque?
Sono pericolosi gli specchi, e gli sguardi che pietrificano. Fa’ attenzione!
Ma la fastidiosissima spina della vergogna continua a pungerlo, lui ha rubato
senza dare nulla in cambio, come ha fatto spesso con le donne, con tutte le
donne della sua vita, come fa ancora, come fa sempre.
“Almeno ad Antonia, a lei, non ho rubato nulla, ma non per merito mio, se
non ci avesse interrotto quel bambino...” pensa Fieschi incline a commuoversi
come fa sempre quando ha bevuto troppo: gli occhi diventano umidi e il
compiacimento di sé è alle stelle.
Continua a camminare, ma della donna lontana nel tempo lui adesso vorrebbe
tanto sapere almeno il nome.
Sono importanti i nomi. Lui ci aveva sempre creduto nell’importanza dei
nomi, nella loro ontologia, nel destino che portavano nei segni e nei suoni.
Una volta aveva comprato una pianta, una syringa dal fogliame rado e
asfittico.
- Vuole proprio questa? - gli aveva chiesto la fioraia ipertricotica, e lui sì,
voleva quella, solo perché affascinato dal nome, quello della ninfa amata dal
dio Pan, una delle tante creature nate dalle acque del cielo, in fuga e sempre
inseguite, pronte a trasformarsi pur di non cedere al desiderio, e anche questa
si era sottratta alla caccia forsennata del dio con una metamorfosi, ed era
diventata canna e Pan ne aveva fatto il suo zufolo e l’aveva finalmente
posseduta, l’aveva posseduta, sì, ma solo per cantare la propria solitudine, e
alla fine anche per lui, Fieschi, tutte le donne che aveva incontrato si erano
dileguate trasformandosi in ricordo, rimando, segno, e quella donna lontana,
anche lei come Syringa, anche lui come Pan, l’aveva posseduta realmente
solo molti anni dopo averla tenuta fra le braccia, quando le aveva carpito la
vita e ne aveva fatto un racconto.
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Te lo avevo fornito io, il racconto.
Ti avevo detto che quando le lasciavano aperta la porta della cella, lei usciva
esitante nel vasto corridoio e lo percorreva in tutta la lunghezza, ma non
girava seguendo le sue svolte perché non era indicata la strada, i muri erano
senza nome, l’acqua del mare tutta prosciugata. Camminava su quel suolo
calcificato e si fermava sgomenta perché erano sparite anche le chiese...
Ti avevo detto che per lunghi anni si affacciò a quella finestra senza riuscire
a sporgersi oltre le inferriate. Non gridava più. Non erano sue, tutte intorno
a lei, le voci che si accavallavano le une sulle altre ora in crescendo ora
smorzate.
Ti avevo detto che lei passava le sue giornate accarezzandosi la testa dalla
fronte alla nuca nuda e scoperta perché i suoi lunghi capelli rossi le erano
stati tagliati.
Di notte, in piedi nella stanza, fingeva di non essere prigioniera e parlava
alla luna piena che rifletteva i suoi raggi sull’acqua quieta.
Io l’ho vista, l’ho toccata quella donna più vecchia dei suoi anni.
Io l’ho vista, l’ho toccata quella donna che non sapeva chi io fossi, che
sarebbe morta di lì a poco, che mi aveva consegnato il suo taccuino
sussurrandomi con gli occhi sbarrati Portalo via, Vogliono prendermelo,
Nascondilo, Portalo via, e poi mi aveva chiesto Sei tu, vero? e ancora
Perché non vieni più?
Non avevo capito allora, ancora non avevo capito.
E non le avevo risposto.
Fieschi, uscito dal portico, guarda in alto alla ricerca di un raggio di luna, ma
la notte è fatta solo di tenebra.
Lungo il viale alberato che lo porta fuori dalla città vecchia, verso il cielo
fosforescente della nuova Mavezia, la luce dei lampioni nascosti dal fogliame
ormai fitto dei tigli è insufficiente a rischiarargli la strada.
Fieschi rallenta il passo, abbassa gli occhi per evitare le asperità del selciato
sconnesso, si ferma, infila la mano destra nella tasca del soprabito, incerto.
Non fa in tempo a voltarsi del tutto verso la sorgente del rumore che viene
verso di lui, uno scalpiccio frettoloso e furtivo, forse neppure reale, forse
un’allucinazione alcoolica.
Quando si affloscia improvvisamente a terra, sorpreso, e allenta le dita e il
pacchetto di sigarette sfugge alla presa, la porzione di terra che circonda
come un’isola il fusto del tiglio lo accoglie tenera mentre qualcuno si
allontana correndo nella notte che ancora una volta è molestata dal suono di
un gemito, dal rumore di una tapparella alzata, da qualche esclamazione
sgomenta e infine dal suono lacerante e ripetuto delle sirene dell’ambulanza e
Pag. 92
della polizia.
- Anna?... Ilaria?... Ilaria... - sospira piano Fieschi, stupito del calore bruciante
che sente all’altezza della spalla, incapace di comprendere che cosa gli sia
successo, che cosa gli stia succedendo, disorientato ma felice di poter
restituire almeno il nome alla donna che ha derubato, quasi come una
sollecitudine tardiva verso la pianta di syringa che ha lasciato morire
nell’angolo del suo balcone.
Pag. 93
ALCUNI GIORNI DOPO
Bianco su bianco.
- Prego, si accomodi.
Antonia si siede.
La stanza è piccola e spoglia ma molto luminosa.
Il Tenente dei carabinieri è giovane e serio, di una magrezza rigida, quasi
ingessata. L’appuntato, affetto da una prognazia evidente, seduto a un tavolo
vicino alla finestra aperta, digita sulla tastiera del computer il verbale che
Antonia dovrà firmare alla fine del colloquio.
Nel cassetto della scrivania del Tenente c’è il fascicolo dedicato ad Antonia,
una carpetta rosa non molto voluminosa che non è stata ancora registrata nella
banca dati del Comando.
- Allora... mi dica: a che ora è uscito da casa sua il Fieschi?
Antonia aspetta che anche il Tenente si sieda, detesta parlare a qualcuno che
la guarda dall’alto.
- Non lo so con precisione.
- All’incirca?
- Penso fossero le tre o le quattro del mattino.
Il Tenente sfoglia delle carte, le sposta da un lato e:
- Da quanto tempo lo conosceva?
- Non lo avevo mai visto prima di quella sera.
Il Tenente la osserva in silenzio per un attimo e pensa alla carpetta rosa. Ne
ha letto il contenuto appena un’ora prima. Nella sua faccia impassibile, a
tradirlo è solo il sopracciglio destro che si solleva.
- E avete passato la notte insieme?
- Se lei crede.
- Io non credo nulla. E’ un fatto.
- Passare la notte insieme ha in genere un significato che per quel che mi
riguarda...
Il silenzio che segue le sue parole ha la corposità di una sfida e Antonia è
costretta ad arrendersi.
- Abbiamo parlato.
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- Non è un po’ strano che uno scrittore famoso abbia scelto di passare la
serata, anzi la notte, con...
- Con una commessa di libreria? Intendeva dire questo?
- ... se non l’aveva mai vista prima. Questo intendevo dire.
Antonia tace.
- Non crede?
Il ticchettio leggero dei tasti del computer si è interrotto. Anche l’appuntato la
guarda.
- Abbiamo parlato del suo libro.
Il Tenente non commenta. Antonia si morde il labbro inferiore.
- Le è sembrato preoccupato per qualcosa?
- No. Era tranquillo.
- Guglielmo Manfredi ha dichiarato che Fieschi non conosceva nessuno in
città. Le risulta?
- Non posso saperlo. Non credo, comunque. Al termine della presentazione
del libro non gli si è avvicinato nessuno che gli fosse familiare.
- Lei era a conoscenza di... Vediamo...
Antonia ripensa al braccio di Fieschi attorno alle sue spalle.
- Lei sapeva in quale albergo alloggiava?
- Sì, gliel’ho prenotato io quando è stata decisa la data dell’incontro in
libreria.
- Milano non è distante. C’era bisogno di una sosta in albergo?
- Fieschi veniva da Palermo o da Roma, non ricordo, comunque non da
Milano. Era in giro per la promozione del suo romanzo.
- Sì... Senta...
Una coppia di tortore si ferma sul davanzale della finestra dopo un volo
leggero e obliquo. Antonia si aspetta che comincino a tubare, ma quelle
riprendono il volo. Allora si volta di nuovo a guardare davanti a sé il Tenente
che la sta fissando. E’ tentata di sorridergli, ma non ne ha il tempo.
- L’albergo dove alloggiava Fieschi è nella città nuova, piuttosto distante da
casa sua. Non ha chiamato un taxi?
- No, ha detto che preferiva camminare per schiarirsi le idee.
- Schiarirsi le idee?
- Sì. Aveva bevuto.
Antonia non è più tentata dai sorrisi. Si risistema sulla sedia cercando una
posizione più eretta e stringe le palpebre fino a una fessura sottile.
- E’ sicura di non nascondermi niente?
- Senta, non è successo nulla nel mio appartamento, nulla che possa
interessarla o che abbia a che fare con... Io non saprei proprio...
L’esitazione di Antonia viene colta al volo.
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- Cosa?
- Niente.
- Lei si è trasferita qui da poco, vero?
“Come se tu non lo sapessi”, pensa Antonia.
- Sì, sono arrivata un mese fa, dopo la morte di mia madre.
- E prima? Abitava a Monaco?
- Sì.
- Da molto tempo?
Il Tenente non ha fretta, non ha la fretta di Antonia, ha tutto il tempo di fare
mille domande, anche di più se le risposte non sono vere risposte.
- Sono vissuta a Monaco otto anni.
- Sola?
Antonia guarda alla sua destra: l’appuntato che verbalizza toglie le mani dai
tasti dopo ogni domanda, solleva la testa, si osserva le unghie, frena uno
sbadiglio. Se potesse, pensa Antonia, si alzerebbe, mi verrebbe vicino, mi
metterebbe le mani sulle spalle e comincerebbe a scrollarmi, forte, sempre più
forte. Ma l’appuntato pare accontentarsi di far scrocchiare le nocche delle
dita.
- No, non sola. Con mio figlio.
- Come si chiama il bambino? Perché è un bambino, vero?
- Sì, ha quattro anni. Si chiama Anapi.
- Anapi?
- E’ un nome orientale
Antonia lo guarda. Il Tenente ripensa alla carpetta rosa.
- Già. Lei è stata in India per qualche tempo...
- Sì.
- Sì, e anche in Vietnam, e in Cambogia. E’ lì che ha avuto qualche guaio,
vero?
- Lei lo sa, perché me lo chiede?
- E il cognome di suo figlio, qual è il cognome?
- Il cognome è il mio. Stephen.
Qualche attimo di silenzio. Antonia si raddrizza ancora di più e alza la testa.
- Lei è ancora in contatto con il padre del bambino? E’ tedesco?
- No, è italiano.
Antonia si spazientisce.
- Perché tutte queste domande?
Questa volta è il Tenente a tardare nella risposta e Antonia capisce la natura
della sua esitazione.
- Mio fratello le ha forse detto...?
- Sì, signora, il professore mi ha riferito delle telefonate. Stiamo facendo delle
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indagini su Davide Cenni detto Byron, ma lei mi deve dire qualcosa di più.
Può essere che...?
Antonia lo guarda.
- Lei conviveva con il Cenni?
Nonostante tutto Antonia sorride e il Tenente non è così sprovveduto da non
leggere nel viso di lei il disprezzo, la superbia, il compatimento. Allora si alza
e le ripete la domanda, dall’alto, costringendola ad sollevare la testa per
rispondergli.
- A intervalli. Se ne andava spesso, tornava per un po’ e ripartiva.
- E il bambino?
- Il bambino è mio.
- E allora le telefonate? Perché le telefonate?
Non per il bambino, no, - Toglimelo di torno, portalo via, metti a letto il
mostricciattolo, - le diceva.
Allora perché?
Per i soldi, era per i soldi, non poteva essere per altro che per i soldi.
- Mi dica la verità, signora. Quali erano i vostri rapporti? Era un violento? incalza il Tenente muovendo qualche passo verso la finestra. L’appuntato lo
guarda interrogativo.
L’aria è davvero irrespirabile come sembra ad Antonia?
- La verità! La verità è complicata.
Antonia sente su di sé anche lo sguardo dell’appuntato seduto al computer e
non si trattiene:
- E lei, lei verbalizzi pure, verbalizzi e renda tutto squallido, come sapete fare
voi, come fate sempre.
- Signora, - la interrompe il Tenente, - lasci perdere lo squallore, la prego,
perché quanto a squallore...
Antonia vorrebbe insorgere, ma all’improvviso si accorge di essere sfinita.
Il Tenente potrebbe completare la sua frase, estrarre dal cassetto il fascicolo
di Antonia, infierire. Ma si limita a chiedere:
- Che tipo è il Cenni? Ha un lavoro?
- Perché me lo chiede? Cosa c’entra questo con...
- Poi le dirò. Mi risponda intanto, per favore.
- Nessun lavoro. Si arrangia.
Il Tenente solleva un sopracciglio e quasi contemporaneamente l’appuntato al
computer solleva le mani dai tasti, le tiene sospese, si volta verso di lei e
aspetta. Antonia sostiene lo sguardo di entrambi.
- Per esempio? - è la domanda del Tenente rassegnato alla improntitudine di
Antonia.
Lei ritrova intatta la propria malizia. La stanchezza si è dissipata di fronte alla
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prospettiva di prendersi gioco dei due. Così sorride e risponde:
- Import-Export.
Il Tenente non commenta: ha deciso che nell’estenuante braccio di ferro con
Antonia questa volta non riformulerà nessuna domanda. E aspetta. Dovrà
essere lei a interrompere il silenzio gravido di tensione.
Antonia lo rompe a modo suo:
- Giocattoli di latta, giocattoli vecchi. Oche, bambole, soldatini... Li compra e
li vende.
L’appuntato interrompe il suo lavoro quasi non valesse la pena di
verbalizzare l’ultima risposta di Antonia, ma stavolta non si gira a guardarla e
si limita a contemplarsi le unghie con uno sguardo critico, come se avessero
un urgente bisogno di manicure.
- Abbiamo altre informazioni, sono ben altri i commerci del signor Cenni, commenta il Tenente che sembra non rilevare la provocazione della risposta.
Il sorriso muore sulle labbra di Antonia.
- E dunque? Perché chiedermelo?
- Perché, signora, sospettiamo che l’autore dell’aggressione ad Aimone
Fieschi sia proprio il Cenni. Era qui a Mavezia, no? Le telefonava, la
seguiva... L’ha minacciata, no?
- Ma cosa c’entra Fieschi?
- Noi pensiamo che il movente dell’aggressione al Fieschi sia la gelosia.
“No”, pensa Antonia scuotendo la testa, “non è gelosia, magari lo fosse...”.
- Non è possibile che il Cenni, appostato sotto casa sua per spiarla, per
minacciarla, abbia visto uscire Fieschi, lo abbia seguito e gli abbia sparato?
“Possibile?” pensa Antonia, e non riesce a crederlo, non lui, non lui così
attento a non farsi del male, non lui innamorato solo di se stesso.
- Per un compagno geloso un uomo che esce da casa sua di notte può voler
dire soltanto una cosa...
Antonia tace ma il Tenente non si arrende:
- E’ possibile, signora? Un uomo che esce da casa sua, di notte...
Antonia lo guarda.
Quante volte Byron l’aveva accarezzata, baciata, abbracciata stretta
sussurrandole Solo io ti posso lasciare, Solo io, e lei aveva temuto che lui la
colpisse con quella mano aperta che teneva sollevata sopra di lei...
No, No, No, Non di nuovo, Non daccapo, pensa, ma stancamente, con un filo
di voce, Sì, dice, sì, forse è possibile.
Il Tenente le si avvicina:
- Può andare adesso, - le dice.
Uscita Antonia, prende la carpetta rosa dal cassetto e si rivolge al collega:
- Damiani, - dice, - quando hai finito il verbale porta questa in archivio. Non
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mi serve più.
Bianco su bianco su bianco
Luca è andato a prendere Anapi a scuola e l’ha portato a casa.
Non gli è difficile prendersi cura di lui. Se fa attenzione, se non gli stringe
troppo la mano per fargli attraversare la strada, se non alza la voce e non lo
obbliga a guardarlo, Anapi gli obbedisce docile.
A casa gli ha preparato la cioccolata calda e adesso lo guarda disegnare
sdraiato sul pavimento a pancia in giù e con le gambe divaricate come le
asticelle di un compasso. Anche lui, da piccolo, passava il tempo a leggere
sdraiato per terra. Anche lui parlava poco. Anche lui era abbastanza solo.
Cosa gli chiederebbe Anapi se riuscisse a parlare? E lui, cosa saprebbe
rispondergli?
Ci sono persone che portano sulle spalle domande che sono macigni e non si
dànno risposte. E neppure le chiedono ad altri, come se la vera natura della
vita fosse in quell’accettazione dell’inaccettabile, in quel proseguire il
cammino dei giorni come un percorso dato, prescritto, l’unico possibile. Ce
ne sono altre che non accettano i capricci degli dèi e quando non si possono
più ribellare o sottrarre al proprio destino, allora fanno l’unica cosa che
rimane da fare: si autopuniscono, si nascondono alla vista degli altri,
nascondono il mondo intero ai loro occhi. Si accecano.
Tu non lo farai, Luca, tu ti puoi sottrarre all’influsso della luna che tesse il
velo cosmico e preordina i destini.
Luca si lascia cadere sul divano pesantemente, è stanchissimo, ma la tempesta
sembra passata. Fieschi è stato ferito solo leggermente e se ne è andato di
gran carriera per sfuggire a interviste e seccature varie. Chissà se riuscirà a
sottrarsi anche al ridicolo.
“Chi si avvicina ad Antonia sfiora i cavi dell’alta tensione”, Luca si sorprende
a ridere piano. Da tutta questa storia però Fieschi ne ha ricavato un bel
vantaggio: il suo libro campeggia con grande risalto in tutte le vetrine di tutte
le librerie, è ovunque, è anche lì, sul divano di sua madre.
“Almeno questa vicenda Ilaria se l’è risparmiata”, pensa,
Sì, sono lontana.
e ricorda com’era stata la vita prima che Antonia se ne andasse, sottile e
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scostante, prima che si innamorasse e finisse sui giornali per la tragedia della
villetta, prima che scomparisse in India, prima che tornasse con un bambino
per ridiventare la prima attrice nelle pagine di cronaca nera.
Era stata una vita tranquilla, quieta, protetta, ne è ancora convinto.
Venivano in casa, tutti i giorni, ragazzetti sgraziati, venivano ragazze ordinate
e leziose nei loro grembiuli a quadretti, venivano a lezione di Inglese, così la
madre arrotondava le sue rendite, e quella frotta di scolari doveva subire ogni
volta le apparizioni improvvise di Antonia che si divertiva a stupirli con i suoi
cappelli assurdi o con le gambe inguainate in calze di un rosso violento, e che
li metteva a disagio parlandogli in inglese.
Luca è sicuro che Antonia ha sofferto per la mancanza di un padre.
E lui? Lui che aveva rinunciato al suo amore per le domande impossibili?
- Non mi chiedi mai niente, - lo aveva rimproverato Sara un giorno.
- Mi diresti la verità? - le aveva chiesto di rimando cercando di sorridere.
- La verità? Non esiste. Esistono solo punti di vista. Solo quelli.
Aveva sorriso anche lei, ma in un modo del tutto diverso dal suo perché la
bocca di Sara non ha pieghe amare che le segnino la faccia.
- Io lo conosco già il tuo punto di vista.
- E allora perché non ne approfitti?
E’ in quel momento, mentre Luca pensa alla stranezza della sua vita, alla
totale assenza di quei momenti di piena ed esaltante felicità che vengono
elargiti a tutti, prima o poi, è in quel momento che Anapi smette di disegnare
e gli si avvicina lentamente, con la solennità di un piccolo sacerdote in
processione, lo sguardo a metà fra il compreso e il vacuo.
Gli calca sulle gambe il quaderno giallo e rosso, senza guardarlo, e poi
rimane fermo accanto a lui, con gli occhi rivolti alla finestra e il labbro
inferiore schiacciato fra i denti.
Luca lo guarda a lungo.
Perché si fanno figli? E del resto, perché non averli? Perché negarsi la vita e
inseguire sempre la negazione della vita, sfuggirla come cosa insana quando è
poi impossibile farlo?
Cosa farà Sara? Sta già progettando un futuro dal quale lui sarà escluso per
sempre, escluso nell’unica maniera che conti e cioè escluso dalle sue braccia,
dalla sua lingua, dal calore che emana il suo sesso?
Sara affronta la vita senza paure, come una cosa naturale, ma cosa farebbe
Sara di fronte ai deragliamenti della natura e ai suoi crudeli sbagli?
Anapi non si è allontanato da lui e sembra aspettare. Luca apre quel quaderno
malridotto e segnato dalle righe colorate del pennarello. Lo sfoglia: alcune
pagine, -molte-, sono state strappate.
Comincia a leggere.
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Quando Antonia ritorna dalla Questura, Anapi è di nuovo a terra, intento ai
suoi disegni e Luca non si è mosso dal divano.
Tutto sembra uguale.
Ma è cambiata la luce del giorno che si è affievolita e ha restituito alla stanza
i suoi angoli d’ombra.
Ma è scomparso il taccuino, nascosto nella tasca della giacca di Luca con un
gesto breve e furtivo.
Dal suo angolo, dalla sua zona d’ombra, prima ancora di chiedere alla sorella
- Com’è andata? Cosa ti hanno chiesto? -, Luca le rivolge la domanda che
adesso gli sembra più importante:
- Dov’è lo scatolone che hai portato su dalla cantina?
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LA QUARTA MISURA DEL BIANCO
UNA MATTINA DI MAGGIO
Più bianco.
Da quanto tempo non aveva più inforcato la moto?
Da quanto tempo non l’aveva sentita inclinarsi sotto le sferzate del vento e
non si era esaltato per la velocità in accelerazione?
Da quanto tempo non aveva ascoltato il motore cantare a pieno regime, non si
era rallegrato nel sentirlo rombare in salita, non si era preoccupato sentendolo
scoppiettare e perdere colpi?
Da un mese almeno.
Ma ora, lasciata alle spalle Mavezia e i suoi cerchi d’acqua, Luca, di nuovo in
sella sulla sua vecchia BMW, corre sul tratto della padana inferiore che lo
separa da Montagnana.
La strada è poco trafficata ed è facile scivolare con naturalezza nel paesaggio
dopo una serie di curve e diventare parte della piattezza della pianura. Sotto i
piedi, a pochi centimetri di distanza, scorre veloce l’asfalto. L’erba dei fossi è
un’unica striscia di colore.
Davanti agli occhi Luca ha un pieno di verdi e di azzurri, dietro la schiena il
vuoto dell’assenza di Sara che non è seduta dietro di lui e non lo abbraccia
stretto.
Da lontano, non nascosto da curve o filari di alberi, è visibile e si fa sempre
più vicino il prato del fossato che corre tutt’intorno e a ridosso delle mura di
Montagnana.
Luca entra nella cittadina a bassa velocità.
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Tra Porta Vicenza e il Convitto di San Benedetto. Lì gli hanno detto di
andare.
Le strade sono deserte, ad eccezione di un segugio tricolore che annusa il
selciato a testa china.
La giornata è calda del sole del primo pomeriggio, ma la piazza dove Luca
arriva a piedi dopo aver parcheggiato è ariosa e circondata da portici in
ombra.
E fresca altrettanto è la casetta bassa di Gina Pagan.
Lo aspettano.
Due donne. Quella bionda e magra, piuttosto alta, con un collo lungo ma forte
innestato nelle spalle come una colonna, si toglie svelta il grembiule e lo fa
entrare. L’altra, vicina agli ottant’anni, è seduta in una poltrona poco distante
dalla finestra e appoggia entrambe le mani sul pomo di un bastone che tiene
tra le gambe aperte, in mezzo alla conca di una sottana lunga, ampia, a piccoli
fiori bianchi e neri. La stanza a piano terra è come Luca se l’era immaginata:
non manca nulla, non i centrini a uncinetto sui mobili lucidi di cera, non
l’immaginetta del Cristo con la testa coronata di spine, appesa al muro sopra
un enorme televisore, non il vassoio con la bottiglia di liquore fatto in casa e
sei bicchierini.
- Parli forte, la zia non ci sente molto bene, - gli dice la donna più giovane
versandogli del liquore di amaretto in un bicchiere piccolo come un ditale.
- Ma si sieda. - Gli indica un divanetto basso, ricoperto di cuscini ricamati.
Gina Pagan lo guarda attraverso il velo umido degli occhi, piegando la testa.
- E così lei è il figlio di Ilaria.
Il pizzo sulla spalliera della poltrona ha lo stesso colore ingiallito della sua
fronte, dei lobi allungati dal peso degli orecchini, degli angoli della bocca
piegati all’ingiù in due semicerchi incerti, qualcosa a metà tra il sorriso e un
sospetto di pianto.
- Su, su, zia, - la incoraggia la nipote appoggiandole una mano sulla spalla.
- Ma com’è morta? Come è successo? - chiede Gina Pagan mettendo nella
mano che va a coprire quella della nipote sulla sua spalla un’intenzione di
dolore, di rimpianto e di richiesta di protezione.
- Investita da un autobus.
- Un autobus!
Luca aspetta che l’onda lunga dell’emozione si spenga; è seduto vicino alla
vecchia, proteso verso di lei. La donna più giovane, in piedi di fronte a lui, lo
guarda paziente, quasi placida e ottusa.
- Quanto tempo è passato, quanti anni... - sospira Gina Pagan. - Ma lei come
ha fatto? Come ha fatto a trovarmi? Ilaria le ha parlato di me?
- Mi è capitato tra le mani un vecchio testamento, c’era anche il suo nome,
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così ho telefonato al notaio... E’ stato lui che mi dato l’indirizzo.
- E è ancora vivo? Madonna santa! Ne deve avere degli anni!
Luca ride brevemente, - Novantatré, - risponde, - ne ha novantatré.
La vecchia gli osserva minuziosamente la faccia, poi dondola la testa.
- Lei ha preso poco da Ilaria, - dice, ma poi ci ripensa e si corregge.
- Ma sì, forse la stessa aria educata...
- Zia, raccontate al signore, è venuto fin qua apposta.
Ma Gina Pagan ha ancora da chiedere:
- Ha avuto solo lei la mia Ilaria?
- Ho una sorella gemella.
- Ma guarda! E quanti anni avete?
- Quasi trentatré.
- Trentatré! - ripete lei.
Dondola la testa, gli fa segno di avvicinarsi, gli passa la mano con le nocche
nodose sulle mani che lui tiene allacciate sul ginocchio, le dita intrecciate,
l’attesa frenata in tutto il corpo.
- Sono stata a servizio molti anni a casa sua, le ho fatto da madre, se posso
dirlo.
- A Padova?
- Sì, a Padova. La signora Mary si era appena trasferita a Padova da Venezia.
Aveva trovato una balia per Ilaria, ma cercava anche una bambinaia. C’era la
guerra, io ero ancora una bambina, avevo diciassette anni e a casa mia si
faceva la fame. Eravamo in otto, tra fratelli e sorelle. Allora mi hanno
mandato a servizio. Ci sono stata fino alla morte della signora.
Luca ascolta senza interrompere e la nipote di Gina Pagan rimane in piedi
accanto a loro, distratta, forse perché quella è una storia che ha sentito
raccontare molte volte.
- Ilaria era una brava bambina e poi è diventata una gran brava ragazza, sa?
Pochi grilli per la testa, molto studio... Ma la signora Mary, sua nonna, era
acida e dura come la pietra, se posso dirlo.
Pochi grilli per la testa e molto studio...
“Una” tranquilla, “una” senza fantasia, senza spinte di ribellione, contenta
dei miei golfini di cachemire e del filo di perle, dei mocassini per bene e delle
calze di filo chiaro, senza amori coinvolgenti, perché un conto erano i
romanzi e un conto la vita vera, ricca senza sfarzo, senza esibizioni, una
disciplina ferrea, non si usciva, si studiava, l’Università a due passi da casa,
le sottane a pieghe lunghe sotto al ginocchio, d’estate maniche corte ma non
troppo sopra al gomito, tranquille anche le amiche, senza confidenza, inviti a
feste poco interessanti, gli argomenti di conversazione sempre gli stessi, le
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vacanze con il gruppo della parrocchia, era Gina che mi portava sempre in
chiesa, la religione di Mary era solo un modo di osservare le regole sociali
senza partecipazione, e Gina aveva una devozione semplice al Santo, fatta di
medagliette e di rosari, e per me l’odore d’incenso era una sorta di
tranquillante, non ero interessante, non avevo un fondo inattingibile...
- Aveva un modo di trattare, la signora Mary, che non era mica villano, sa,
non era villano, anzi, ma faceva soggezione, e io... Quanto ho lavorato!
Allora, sa, non c’erano mica tutte le comodità di adesso... Paola, offri
dell’altro liquore al signore, qui... Come ha detto che si chiama?
- Luca.
- Guardi qui, signor Luca, l’artrite mi ha piegato la schiena e deformato le
ossa. – Gli mostra le dita gonfie e nodose. - Non posso neanche più portare
l’anello che mi ha regalato la mia Ilaria quando è andata via.
Gina Pagan non pronuncia le doppie. Le sue parole sono antiquate come il
nome che porta, consumate e in disuso. Eppure non hanno bisogno di
traduzione e piano piano, come una lunga spirale inesorabile, conducono alla
meta.
- In verità, signor Luca, la vita è stata una tragedia per la mia bambina! Già.
Cresciuta senza mamma, senza papà... Aveva la nonna, è vero, ma non è la
stessa cosa, le pare? Io ho fatto quel che ho potuto, l’ho fatto volentieri. Mi
piaceva andare a spasso con la carrozzina. La signora Mary mi aveva regalato
un grembiule bianco e io mi davo un sacco d’arie... A Ilaria volevo bene
come a una figlia mia, se posso dirlo. L’ho fatta crescere io, l’ho vista
diventare grande, e lei mi si è attaccata come a una madre. Siamo state
tranquille per tanti anni, ma poi, quando la signora si è ammalata e poi è
morta, allora è cominciato un calvario, ne sono successe tante, ma proprio
tante... Lei lo sa il fatto di suo padre? Del padre di lei, di Ilaria?
- L’ho saputo dal notaio pochi giorni fa. Mia madre mi diceva di suo padre,
che era un aviatore, così io ho sempre pensato che mio nonno fosse un pilota
inglese... Lawrence Stephen… E invece… Ma mia madre? Sapeva la verità?
E poi, con una titubanza malcelata, con la voce più bassa di un tono tanto che
deve ripetere la domanda, Luca chiede:
- L’ha sempre saputa?
La vecchia si piega un po’ in avanti e:
- E’ stato quando è morta la signora Mary, ecco quando lo ha saputo, solo
allora, solo allora lo ha scoperto! Come ha fatto, non lo so. O ha visto delle
carte in un cassetto o ha ricevuto una lettera dal signor notaio. E chi se lo
poteva immaginare? La signora Mary non mi faceva mica delle confidenze a
me, se posso dirlo. Non sapevo niente, io, della vita che aveva fatto a
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Venezia. E dei genitori di Ilaria sapevo quello che mi aveva detto, che la
mamma, poverina, era morta di parto e che il papà, un inglese come la
signora Mary, era morto in guerra. Non mi trattava male, la signora Mary, ma
per lei io non ero mica della famiglia. E io invece, se posso dirlo, ero come
una mamma per Ilaria! E quel giorno, il giorno che ha saputo di essere stata
adottata, Ilaria è venuta da me, ero in cucina, me lo ricordo bene, è venuta da
me e mi ha detto: “Gina, mio padre non era mio padre”, e io non ho capito
subito, ma lei si è seduta di botto, vicino a me e mi ha guardato e io ho
lasciato lì di pelare le patate e... ma non ricordo più cosa le ho detto, cosa mi
ha detto lei... Tu lo sapevi? mi ha chiesto. Ma io no, io no che non lo sapevo.
Aveva in mano la fotografia di suo padre, non di suo padre vero, ma di
quell’inglese, quello che l’aveva adottata, era un pilota di aeroplani ed era
morto in guerra...
- Sì, era un cugino. E’ morto dopo averla adottata. E’ morto nell’Operazione
Market-Garden, in Olanda.
- Eh, proprio, in quel paese lì... L’aveva adottata... e questa foto che aveva in
mano lei me l’ha buttata tra le bucce delle patate... Non fare così, le ho detto,
Non devi fare così, Fai peccato, è morto, Che colpa ne ha lui? E cosa potevo
dirle? Io non sapevo niente. Si vede che era successo prima, quando la
signora Mary stava ancora a Venezia, quando Ilaria era appena nata.
- No, mia madre aveva già quattro anni quando si sono concluse le pratiche
dell’adozione. Ma il suo vero padre chi era? - chiede Luca e per un attimo ha
paura di confondersi e di chiedere “Ma mio padre chi è?”.
- E chi lo sa! Lo sa lei? Io no! Forse la signora Mary lo sapeva, ma ormai era
morta e non poteva dire più niente. E forse non lo sapeva neanche lei. Un
mistero!
- Ma il peggio, signore, se posso dirlo, è venuto qualche giorno dopo, quando
la mia Ilaria è andata a Venezia dal signor notaio, era per l’eredità di sua
nonna, o forse voleva sapere qualcosa di più. Era tanto bella... Aveva i capelli
fini fini...
Le rughe di Gina Pagan sono un reticolo disordinato senza direzione su una
faccia dai contorni molli. Il tempo deve avere lavorato con impegno su di lei,
come un tarlo che non avendo accesso alla sua memoria si è rifatto
devastandole il corpo. Per un attimo Luca pensa a cosa sarebbe successo nel
caso contrario.
- Allora, è andata dal signor notaio e...
Gina Pagan estrae un fazzoletto dalla tasca del vestito, uno di quei fazzoletti
di una volta che nessuno usa più, un largo rettangolo di cotone, bianco con
due sottilissime righe azzurre ai bordi, e mentre se lo passa sugli occhi con
forza, arrossandosi la pelle delle palpebre, continua:
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- E’ lì, dal signor notaio, che ne ha saputo un’altra. Un’altra bella sorpresa, se
posso dirlo... Dopo la storia del padre, quella della madre! E’ ben dura la vita!
La madre di Ilaria... sua mamma... non era mica morta di parto, sa? anzi, non
era morta per niente, era ancora viva... Madonna santa, c’era, c’era sempre
stata in tutti quegli anni... tutti quegli anni... e nessuno ne sapeva niente... e
con che cuore la signora Mary può aver chiuso una figlia in manicomio, come
ha fatto ad abbandonarla, come ha fatto, sono cose che mi fanno uscire dai
sentimenti...
Luca annuisce. “Ecco, ecco, ci siamo”.
Gina Pagan rimette il fazzoletto nella tasca e riprende il racconto:
- Me lo ricordo ancora, sa? Il giorno, il mese e l’anno mi ricordo.
Lo so perché c’erano i funerali di Togliatti. Il giorno preciso mi ricordo, era il
25 agosto e l’anno era il ‘64, il 1964 era, non me lo dimenticherò mai, e la
signora Mary era stata seppellita soltanto una settimana prima. Nel cimitero
di Padova, non a Venezia. Aveva voluto così, Voglio essere seppellita qui,
diceva negli ultimi tempi. Io non lo sapevo che c’era una tomba di famiglia a
Venezia, l’ho saputo dopo. E’ là la mia Ilaria? E’ là che è sepolta?
Luca fa un cenno di diniego con la testa, Ha voluto essere cremata, risponde,
e vedendo lo sconcerto sulla faccia di Gina Pagan si affretta a chiedere:
- E’ durata molto la malattia?
- La signora Mary si era ammalata quando Ilaria ha cominciato l’università,
ma a letto ci è stata per poco tempo e non si lamentava mai, anzi, sul punto di
andarsene sembrava perfino sollevata, una gran signora o forse, chissà, un
cuore duro, posso proprio ben dirlo, se mi è permesso... Trattare così sua
figlia e sua nipote!
Gina si piega in avanti verso Luca e:
- Insomma, le dicevo dei funerali di Togliatti... Quel giorno Ilaria è stata
chiamata dal notaio per l’eredità, è andata a Venezia, il signor notaio era di
Venezia… Avrà un bel po’ di anni, adesso. E’ ancora vivo?
Sì, risponde Luca con un cenno della testa, reprime un sorriso e si affretta ad
aggiungere:
- E abita ancora nella stessa casa. Campiello dell’Anconeta.
- E com’è che si chiama, che non mi viene in mente?
Luca risponde, lo sa, anche se da poco, ma lo sa. Adesso può dire di sapere
molte più cose di prima, ma chissà se questa sapienza lo porterà a qualcosa.
- Ah, ecco. Sì, il notaio Dorigo, il signor notaio Giovanni Dorigo, sì... Lui la
conosceva bene la signora Mary, era un amico di famiglia, anzi la cuoca che
era una pettegola malignava che tra il signor notaio e la signora Mary c’era
del tenero, ma quella era una stupida, il signor notaio avrà avuto almeno dieci
anni di meno, e insomma...
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- Insomma, quello che il signor notaio ha detto a Ilaria quando è andata da
lui... Povera bambina, mi ha telefonato, piangeva, io mi sono spaventata, e
non capivo bene, poi quando sono riuscita a capire non ci potevo credere, me
lo sono fatta ripetere, e io glielo ho detto di non andare, Aspetta almeno
qualche giorno, le ho detto, Per calmarti, Per abituarti all’idea.
Ma come si fa? Al suo posto avrei fatto lo stesso.
E così Ilaria ha preso il vaporetto e è andata al manicomio.
Il battello si era staccato dalla riva degli Schiavoni, aveva attraversato il
Canale di S. Marco ed era uscito nella Laguna percorrendo il canale della
Grazia.
L’isola della Grazia aveva basse case rosse immerse nel verde.
Più avanti, sulla destra, sotto il cielo biancastro della giornata afosa, l’isola
di S. Clemente, con alti fabbricati bianchi.
- Come è andato quell’incontro non me lo ha mai raccontato.
C’era una mattonella sconnessa nel pavimento della sua stanza-cellaprigione. Lei la calpestava sempre, andando avanti e indietro, e diceva che
quella era la sua gondola che l’avrebbe trasportata lontano... da “lui”.
L’infermiera, con il suo carico di chiavi pesanti appese alla cintura, aveva
provato a dirglielo, tutti i giorni, per anni, Se ne sono andate, le diceva, tua
madre e tua figlia, se ne sono andate in un’altra città, non sono più a
Venezia, e lei si chiedeva muta di cosa mai quella stesse parlando.
- No, non me l’ha mai raccontato. Quella sera Ilaria è tornata pallida come
uno straccio, non mi sembrava neanche più la mia Ilaria, non parlava, era
muta, muta come un pesce e non ha voluto spiegarmi niente. Se l’avesse
vista! Aveva una faccia... Faceva perfino soggezione... Ma non dura, sa? Non
una faccia dura come quella della signora, se posso dirlo... Però era anche
peggio, se posso dirlo, era contraffatta. Si è chiusa in camera sua e non ha
neppure cenato.
Io me ne stavo in cucina senza sapere cosa fare. Sono andata a bussare alla
sua porta, le ho chiesto Vuoi mangiare qualcosa, Ilaria? ma lei non ha detto
niente, e io, pensi che stupida, ho cominciato a fare una torta, ho acceso il
forno ed era pieno agosto e c’era ancora tanto caldo, eppure sentivo freddo e
devo aver fatto cose senza senso, tanto per tenermi occupata, per non pensare,
ma non ci riuscivo, non ci riuscivo, mi immaginavo quella povera donna in
manicomio... E mi tormentavo per Ilaria! C’era un silenzio... un silenzio...
Allora ho guardato dal buco della serratura. Non l’avevo mai fatto prima,
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mai... e l’ho vista Ilaria, l’ho vista che stava seduta sul suo letto a leggere.
Aveva tra le mani un quaderno tutto malridotto, non so... Ma insomma mi è
sembrata cheta cheta, e allora me ne sono andata a dormire e dovevo essere
proprio stanca perché non ho sentito niente... Perché il peggio, se posso dirlo,
è venuto la mattina dopo. Quando mi sono alzata e sono andata a bussare alla
sua porta per chiederle se voleva il caffé, nessuno mi ha risposto. Ho aperto
l’uscio e lei non c’era...
E’ stata via una settimana, per una settimana intera è stata via, e io non avevo
sue notizie e non sapevo più cosa pensare, non sapevo cosa fare...
L’impulso era stato quello di scappare.
Allontanarmi mi era sembrato un modo per sfuggire a me stessa: se il male
era in me, forse fuggire da tutti i luoghi e da tutte le persone che mi
conoscevano, dalle cose che mi circondavano, poteva essere una soluzione
per darmi un’altra identità.
Forse percorrere strade ignote poteva cancellare la realtà, forse gettarsi
sotto un treno in corsa...
Invece ci ero salita, su un treno, e su quel treno lo avevo incontrato. Parlava,
parlava, ma diceva cose sconosciute. I suoi discorsi non erano piatti ma
ripidi come pareti montuose affacciate su burroni profondi, erano strade
tortuose che si biforcano, erano punti interrogativi senza risposta, mari in
tempesta, plaghe sconosciute.
Lui era il Pifferaio Magico che mi ha trascinato con sé.
Gina Pagan è tornata ad appoggiarsi allo schienale della poltrona, la schiena
aderente al pizzo che adesso sembra più bianco così a contrasto con la
fantasia nera del vestito.
Luca chiede:
- Non ha mai saputo cosa c’era in quel taccuino?
- Il quaderno? No, mai, non l’ho più visto, ma cosa vuole che ci fosse...
Glielo avrà dato la sua povera mamma, O qualche infermiera.
E Luca chiede ancora:
- Ha mai sentito nominare un Federico?
- Federico? No, non mi ricordo, no, non lo so, - risponde la vecchia.
E Luca di nuovo:
- Mia madre è andata via subito dopo aver letto quel quaderno.
Gina Pagan scuote la testa.
- Sarà stato che è successo tutto in una volta, così, di botto… andare in
manicomio… sa come erano i manicomi una volta. E poi la signora Mary le
aveva sempre detto che sua madre era morta di parto, e Ilaria che mi chiedeva
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“E’ colpa mia, Gina? E’ colpa mia?”. E poi vedere sua madre così, in quelle
condizioni, che io me la immagino, sa? Io non l’ho vista, ma me la immagino.
Ci pensi, signore, in poco tempo la mia Ilaria ha saputo di non avere mai
avuto un padre, un padre vero dico, sì, insomma, quell’aviatore là che lei
teneva la foto sul comò non era il vero padre. E di avere invece una madre
che non aveva mai visto. C’era una foto piccolina anche di lei, sempre sul
comò, ma era da lontano, si vedeva poco... E questa madre Ilaria se l’è trovata
in manicomio. In manicomio! C’era da diventar matti. Comunque è andata
via, per disperazione è andata via, e io per riguardo non ho avvisato nessuno
anche se Nando... eh?, chi era? Nando era il portiere.
Nando diceva che dovevo chiamare la polizia ma io, signor Luca, sapevo che
la mia Ilaria aveva la testa sulle spalle, se posso dirlo, e non avrebbe fatto
sciocchezze. Giusto giusto avevo telefonato all’ospedale per essere sicura che
non c’era stato nessun incidente.
E mi è tornata a casa, infatti, è tornata, dopo, ma era un’altra persona, non era
più lei.
Io non ero più io perché lui era troppo carnale, troppo pieno di vita. Le sue
profondità mi avevano accolta, i meandri del suo discutere erano la risposta,
ma la luce fuori della grotta era insopportabile, non mi restava che
continuare ad essere prigioniera di me stessa e complice delle mie ombre.
Luca pensa alla sua moto in sosta e al quaderno con la copertina gialla a fiori
rossi sotto il sedile.
Ecco, ecco, ecco.
La voce della donna lo richiama al racconto.
- E dopo un po’... due mesi, sì, dopo due mesi, a novembre, ha deciso... non
so perché... ho pensato che fosse perché poi subito dopo è morta anche sua
madre, giusto il tempo di vederla tre o quattro volte... allora ho pensato che
Ilaria volesse andare via perché non aveva più nessuno, anche se c’ero io...
ma adesso sì, lo so forse... capisco adesso che vedo lei, signor Luca... Quanti
anni ha detto che ha? Ecco, sì, allora è per quello che è andata via... ma ha
sbagliato, glieli tenevo io i bambini, come ho tenuto quelli di mia sorella,
come ho allevato lei... mah, si vede che aveva paura dello scandalo, ma io, se
posso dirlo, cosa vuole, con tutto il male che c’è nel mondo... insomma, dopo
due mesi mi dice “Gina, me ne vado”, mi dice, e non c’è stato verso di
convincerla.
Scappare era ciò che si avvicinava di più a gettarsi sotto un treno in corsa.
Sono nata lo stesso giorno in cui Virginia Woolf decide di entrare nelle
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acque del fiume Ouse con le tasche appesantite di sassi.
Io so come ha proceduto lenta, belle pietre rotonde e lisce, levigate dalla
corrente, un acciottolio confortante nelle tasche capaci, oppure no, una sola
pietra, una grande adularia, la pietra della luna, e chissà se il sole davanti
agli occhi o dietro le spalle, chissà se la testa, la bella testa, eretta sulle
spalle fragili o inclinata per dare obliquità anche alla linea del fiume, e quel
desiderio di oblio, e di notte, di un buio acquatico che poi non è buio del tutto
perché le trasparenze verdastre dell’acqua, quando ce le avrà sopra di sé,
faranno delle sue guance un gioco di luci, e il respiro non avrà affanni
perché reso liquido, solo un niente di respiro, solo una tenacia nella ricerca
del riposo, mentre i piedi, i piedi chissà se affondati nel limo o sdrucciolevoli
sul muschio dei sassi, i piedi sempre in un’avanzata senza ripensamenti,
senza ritorno, perché io so, io lo so che è più facile annientarsi nell’elemento
traslucido dell’acqua che purifica piuttosto che decidere di rigarsi il corpo e
il cuore di impurità.
- “Gina, me ne vado”, ha detto. Ha venduto la casa e se ne è andata, così, di
botto, Non cercarmi, mi ha detto, e piangevamo tutte e due, e mi ha dato un
anello, era generosa Ilaria, mi ha dato tanti di quei soldi che non ho più avuto
bisogno di lavorare anche se avevo solo quarant’anni e me ne sono venuta a
stare da mia sorella che adesso non c’è più nemmeno lei, poverina e così l’ho
aiutata con i bambini... Mah!
- “Non mi cercare”, mi ha detto, “non cercarmi”, e allora sì che mi ha fatto
male al cuore! Ha lasciato tutti, le amicizie, il lavoro... Insegnava... Aveva
appena cominciato… Ha poi insegnato ancora?
Luca fa un cenno con la testa ma non spiega che la madre dava solo lezioni
private, che rifuggiva dai contatti sociali, che non aveva mai messo piede
neppure nelle scuole dei suoi figli, che... sì, lui si è sbagliato finora, lo capisce
adesso: felice e chiassosa sua madre non lo era stata mai, neppure prima che
Antonia la lasciasse.
- Ha fatto credere a tutti che se ne andava in Inghilterra dai suoi parenti... E le
sue amiche la cercavano, volevano salutarla, “Di’ che sono malata”, “Non ci
sono per nessuno”, “Di’ che sono morta, sì, sono morta”.
- C’è poi andata? In Inghilterra? No? Siete sempre stati a Mavezia? Ma com’è
questa città?
E’ una città buona per scomparire, pensa Luca, buona per nascondere le ferite
e per riaprirle in continuazione e fare in modo che non si rimarginino mai.
Per un po’ Gina Pagan tace e guarda in basso come se ai suoi piedi vedesse
scorrere la vita.
- E lei è il figlio della mia Ilaria! Non si è fatta più viva... e Dio sa che non me
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lo meritavo, se posso dirlo.
- Non rattristatevi, zia, - le dice la nipote mettendole una mano sulla spalla. E
ancora una volta la vecchia la copre con la sua e la stringe scuotendo la testa.
Luca si alza, - Grazie, - dice, - Grazie di tutto. No, non mi posso fermare,
devo andare, grazie ancora. Sì, verrò ancora a trovarla, presto, glielo
prometto, no, ma no, lei vivrà ancora cent’anni, certo, grazie, grazie ancora,
tornerò, sì, presto...
Ma anche la nipote di Gina Pagan, con i suoi occhi grandi e inespressivi, sa
che non è vero.
Quando apre la porta, la luce che irrompe nella fresca penombra della casa è
violenta e Luca si infila gli occhiali scuri prima ancora di uscire, e quando si
volta per salutare trova difficile distinguere la sua narratrice seduta in
poltrona vicino alla figura in piedi che ha ripreso il suo grembiule e se lo sta
riannodando alla vita.
Lo stesso segugio muso a terra perlustra le strade lì attorno e lo segue a
distanza fino al parcheggio, poi si ferma con la zampa destra alzata e piegata,
lo fissa attento e infine decide di voltarsi e di andarsene.
Quando c’era Ilaria a nascondere tutto non c’era ricerca, non c’erano segugi,
pensa Luca alzando il sedile della moto per prendere il casco, ma prima di
infilarselo estrae dalla tasca interna della giacca il cellulare, lo guarda incerto,
poi seleziona un nome e preme il tasto di chiamata.
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POMERIGGIO
Un bianco in briciole
di gesso.
Luca sale in moto e si lascia alle spalle Gina Pagan, Montagnana e il verde
del prato che la circonda.
Vorrebbe procedere veloce e arrivare presto, ma la strada per Venezia
attraversa un paese dietro l’altro e non lo permette. Forse è meglio così.
Quando non si può correre e bisogna rallentare per i sobbalzi della moto
sull’asfalto rappezzato malamente, rallenta anche tutto il resto, anche l’ansia
sfociata in eccitazione, anche la fila ordinata dei pensieri che vengono
lasciati indietro e si disperdono nell’aria, svaporando mentre il motore scivola
lungo il Naviglio del Brenta, dissolvendosi davanti alle ville affrescate dai
colori pastello del Tiepolo e scomparendo del tutto sulla Strada del Capriccio.
Prendono il loro posto immagini senza briglia, uno sfarfallìo settecentesco di
sogni di felicità, sbuffi ingovernabili di grazia...
Sara potrebbe... se solo avesse un neo vicino alla bocca e un ventaglio da
agitare sulla scollatura...
E al posto dei pensieri perduti, arriva in volo uno stormo di immagini senza
parole, un film ingarbugliato, la visione dello sfondo azzurro di un cielo
popolato da dèi inoffensivi, una Fama affrescata che toglie ai segreti il loro
peso e li diffonde nell’aria con la sua tuba, delizie di porcellana, giochi di
astuzie, l’incanto della frivolezza, bizzarrie e realtà, villa La Malcontenta,
Ilaria la malcontenta, Ilaria che ha confuso il mezzo con il fine, Ilaria anche
lei vestita da damina che decapita con le forbici il ritratto di Mary, un
cagnolino dal pelo bianco spumeggiante ai suoi piedi, tutto è spumeggiante,
spumeggiante anche il gesto del paggio che porge a Ilaria un ombrellino, e lui
e Antonia dietro un cespuglio, bendati, impossibilitati a spiare e più in là
Sara, ha gettato a terra il suo fisciù, qualcuno le tocca il capezzolo che sporge
roseo dalla scollatura, un capezzolo rotondo da succhiare e da mordere fino a
vederla rabbrividere e allora lui si rende conto di quanto abbia sognato i
capezzoli di Sara, e come si sia bendato per non vederli, e poi Guglielmo, con
il volto coperto dalla bautta, si sporge dal tronco di un albero dietro il quale si
era nascosto e gli dice - Perché vai con le puttane? Guarda come è divertente
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Sara con le spalle nude, - e infine nel suo sogno ad occhi aperti, dietro la
visiera del casco, la dissolvenza, scompare tutto, e lui, lui solo mentre
oltrepassa Marghera e si dirige a Mestre, lui solo solleva le vesti della sua
damina e le infila la mano tra le cosce, e il suo sesso non sa di borotalco ma
di un odore acre che lo stordisce e se lei ride non è per beffarsi di lui ma per
giocare, e dal medaglione scintillante che le oscilla tra i seni parte un bagliore
che acceca la Medusa, e sul ponte della Libertà, finalmente, quando
dall’orizzonte emerge Venezia, tra depositi ferroviari e silos, lui stringe le
manopole della moto come se fossero i polsi di Sara, per fermarla, per non
lasciarla andare mai più, e mentre alla sua sinistra scorrono le isole di Murano
e di S. Michele, Luca sa di non essere solo arrivato a Venezia, sa che con il
viaggio è terminato il suo sonno durato una vita.
Venezia è affollata di turisti.
Calli e campielli pullulano di giapponesi ubriacati dal sole ormai quasi estivo
che ha sfolgorato per tutto il giorno.
Nella hall dell’Hotel Tiepolo è tutto un via vai nipponico e surreale di
cappellini di tela che viaggiano all’altezza delle spalle del portiere mentre
fattorini indaffaratissimi spostano valigie e bauli dalla porta dell’ascensore
all’ingresso, con grave pericolo dei banani in vaso che riempiono tutti e
quattro gli angoli dell’ampio atrio.
- Pronto?
La voce di Sara è chiara, allegra, squillante.
- Sono arrivato, Sara. Ti aspetto qui giù, nella hall.
La voce di Luca è un po’ incrinata.
- Di già? Hai fatto presto! Stavo facendo la doccia... C’è una pozzanghera
qui, sul tappeto. Cinque minuti, cinque minuti e sono da te.
Luca si guarda attorno e “Sono felice”, pensa, “Sono sorprendentemente
felice, non dovrei ma lo sono, sono felice come lo ero da bambino quando
guardavo i cartoni animati”.
E quando una coppia di anziani giapponesi lo sfiora per dirigersi verso
l’uscita, lui si sorprende a pensare a Goldrake, a tutti gli eroi dei cartoni che
lo hanno accompagnato prima che perdesse la voglia di correre, prima di
rifugiarsi in una lentezza silenziosa, e non rinuncia a dire Harigatò,
Ittikemas, e quelli sorridono e si piegano in un leggero inchino e anche lui si
inchina e sorride, e si sente piacevolmente ridicolo e sorride ancora quando
vede Sara uscire dall’ascensore, e per la prima volta la guarda, la guarda
davvero, senza fughe, senza nascondimenti, sicuro che sorriderle non sarà più
una fatica che gli indolenzirà la faccia, anche se è ancora troppo presto per
abbracciarla, per abbracciarla davvero, senza fughe, senza nascondimenti. E
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le va incontro.
Sara si ferma a due passi da lui.
C’è ancora quel piccolo spazio da colmare.
... - Ma insomma, tu e Sara? Nessuno ci capisce niente. State insieme sì o no?
- era sbottato una volta Guglielmo.
- Stiamo insieme a distanza, - aveva risposto lui...
E adesso Luca aspetta che Sara copra quella distanza e parli per prima.
- Eccomi qui, Arpo.
Con i piedi nudi infilati nei sandali e i polsi coperti da sottili braccialetti di
corallo, Sara è l’allegoria dell’estate. Il sole le ha schiarito i capelli e
centinaia di efelidi piccolissime accendono la sua pelle e indorano di luce le
guance, le braccia, l’inizio dei seni nella scollatura quadrata del vestito.
- Come sei bella!
Anche se non sa che le corse in moto a volte accelerano pure la vita, lei deve
aver capito, o immaginato, perché lo osserva con attenzione.
- E tu hai qualcosa di diverso, hai cambiato pettinatura?
- Ma no, sarà stato il casco...
- Sei un po’ buffo! Hai un’aria strana. Ma dimmi, sei stanco? Vuoi bere
qualcosa?
- Sì, ma non qui, c’è troppa confusione. Ho tante cose da raccontarti.
- Hai tante cose da raccontarmi! Lo credo bene! Due settimane di silenzio!
Perché non mi hai mai chiamato?
Luca vorrebbe risponderle Nemmeno tu hai chiamato, ma Sara sembra
leggergli nel pensiero e continua.
- Guarda che io ti ho scritto almeno mille messaggi!
- E quando? Non ho ricevuto niente!
- Perché non te li ho mandati, li ho cancellati... Mi sono detta... Be’ lascia
perdere, non ha importanza quello che mi sono detta... Intanto usciamo, poi
decideremo dove andare.
Fuori, Venezia risplende senza il malinconico struggimento che la vela in
autunno, e il colore dell’acqua e dei palazzi è nitido e brillante come il vestito
bianco di Sara. L’ultima luce del giorno.
- Cosa sei andato a fare a Montagnana?
- Perché...
- Aspetta, aspetta, parti dal principio, prima raccontami di Fieschi.
- C’è poco da dire: Fieschi è partito a spron battuto con la sua spalla fasciata e
il suo momento di celebrità..
- E con un seguito di giornalisti, presumo. Era su tutte le prime pagine!
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- Per non parlare del codazzo di cameramen. L’ha avuta la sua buona dose di
pubblicità, ma non mi è sembrato contento. Del resto, anch’io da parte mia ne
avrei fatto volentieri a meno, sai come sono i giornali di provincia...
- Sì, lo so... Ho letto… Volevo chiamarti, te l’ho detto, anzi, ad essere sincera
ti ho chiamato una volta, ma avevi il cellulare spento... Ecco, sediamoci qui...
Guardami? Insomma, ti trovo meno devastato del previsto.
Sul tavolino del bar dove si sono seduti, a due passi dall’acqua scura che
sciaborda al passaggio di una gondola, si materializzano due Martini rossi.
- Ormai è passato, è tutto passato. Brindiamo a quello che non tornerà.
Qualcosa mi dice che Fieschi non ci metterà più piede, a Mavezia.
- No, lo penso anch’io. E il padre di Anapi?
- Lo stanno ancora cercando. Pare che non sia tornato in Germania.
- E Antonia? Ha paura?
- Antonia mi sembra tranquilla, tutto sommato. Del resto, è abituata a certe
situazioni, lei.
- Ma tu no, vero?
- Io? Non posso dire di essere tranquillo, ma per altre ragioni.
- Cosa succede ancora?
- Nulla. E’ già successo tutto, credo. Forse.
Un’ape ronza intorno ai bicchieri vuoti secondo un itinerario misterioso, tutto
scatti e ripensamenti, finché decide la direzione, si ferma sul bordo
zuccherato del bicchiere di Sara dove trova il suo appagamento.
- O forse, - riprende Luca, - qualcosa ancora succederà. Dipende da te, penso.
- Da me? Io sono quella di sempre…
- Ah, ma io no! Ho perso zavorra. Mi sembra di aver cambiato persino il mio
modo di camminare…
Sara si alza e gli tende la mano.
- Davvero? Bene, allora vediamo. Vieni.
Svoltano verso le calli più deserte, dove qualche rara donna torna verso casa
con le borse della spesa. Niente vetrine sfavillanti, niente turisti, silenzio.
Percorrono affiancati strade strette, lunghe, tortuose. In alcune il cielo in alto
si riduce a un sottilissimo nastro perché al di sopra del pianterreno i muri
sono a sbalzo sui barbacani.
Luca tiene stretta la mano di Sara, pronto a sopportare qualche suo motto di
spirito, ma Sara tace e lo lascia fare. Camminano vicini, e Luca avverte che
nei passi tranquilli di lei c’è una lentezza voluta piena di provocazione,
un’intenzione di sfida sospesa, un indugio chiuso nello spazio del loro
percorso.
A metà di una calle, Sara si ferma davanti a una finestra chiusa.
Il suo vestito bianco sembra emanare una luce fortissima in contrasto con il
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muro ricoperto di ragnatele che le sta alle spalle. Deve avvicinarla a sé, deve
impadronirsene, deve imprigionarla per non temerla più con quell’intensità
dolorosa di chi non è sicuro fino a che non chiude nei propri pugni la farfalla.
Ma lei riprende a muoversi e gli sfugge di nuovo.
Sotto il ponte che hanno raggiunto, al termine della calle, passa una gondola,
e il grido del gondoliere, a-òe, segnala la sua svolta nel canale.
- Allora? Mi hai fatto rimandare la partenza! E’ arrivato il momento di
raccontarmi. Sei qui per questo, no?
Chissà se è ancora presto per risponderle - Sono venuto per te -.
Sara lo guarda e aspetta. - Ti avverto, però, che non mi piacciono le storie
tristi, - aggiunge poi, piegandosi sul parapetto verso l’acqua verdastra dove
galleggia un resto di verza.
Per un po’ Luca guarda la verza che nuota lenta sotto di loro, poi osserva il
profilo fermo di Sara. Nelle ultime due settimane non si è mai fatto vivo con
lei, ma adesso ha alle spalle il ricordo della sua infuocata corsa in moto e
davanti a sé la certezza del desiderio. Allora afferra le spalle di Sara e la gira
fino ad averla di fronte, vicinissima, e in fretta, molto in fretta per timore che
lei voli via di nuovo, le dice:
- Lo so. L’ho visto. A te piace la vita, ti piacciono i ventagli e le altalene, ti
piace questo...
L’abbraccio di Luca è forte e il suo bacio è deciso. Ma quando si stacca da
lei, e le passa la punta dell’indice sulle labbra ancora umide, sente riaffiorare
un principio di paura.
Il sorriso di Sara è quello di sempre:
- Sì, questo mi piace, - e si scioglie dal suo abbraccio, - ma non sono sicura
che tu mi piaccia altrettanto.
Il secondo bacio è una risposta prolungata, sorprendente e carica di promesse.
Passa del tempo prima che Luca riesca a parlare.
- Sara, tesoro…
- Sara, tesoro mio, bisogna buttarsi tutto alle spalle, adesso.
Anche Sara tarda a rispondere.
- Riuscirai a farlo?
- L’ho già fatto, quando ho deciso di venire da te.
Il rosa e l’azzurro del cielo sono impalliditi. Ormai è sera. Nessuna ombra
sull’acqua del rio sotto il ponte che stanno attraversando ma solo un uniforme
e mite offuscamento.
- Allora racconta, vieni, raccontami e tienimi stretta.
- Prima promettimi che ti fermerai a Venezia anche domani.
- Avevo deciso di partire oggi, stavo per farlo quando mi hai telefonato.
- Hai già finito con le tue Meduse?
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- Finito. Pietrificata.
No, non tu.
Tu, Sara, sfuggi alle maree, alle fasi della luna e alla durezza della pietra. Tu
voli con sandali alati e hai già sventato lo sguardo della Gorgone!
- Allora ascolta: è cominciato tutto quando ho rovistato negli scatoloni...
Luca inizia a raccontare, mentre il buio dà vaghezza a tutte le cose, ai profili
dei ponti, alle altane e ai fumaioli, al silenzio attento di Sara.
Racconta con ordine, della telefonata e della visita al notaio, di Gina Pagan,
delle carte dell’adozione, del testamento, senza tralasciare i particolari.
Ma ancora non le dice del contenuto del taccuino.
La notte circonda di velluto i marmi e rende quasi trasparente la loro
luminosità.
La carezza di Sara giunge a Luca come un tocco di sconosciuta felicità
quando lui conclude:
- Non riesco ancora a convincermi che tutto questo abbia a che fare con me!
L’accenno al taccuino rimane ancora solo nella mente di Luca, lontano. Per il
momento quello che conta sono solo i gesti di Sara, le sue dita tra i capelli, la
carezza sulla mano.
- Sai? Tra tutte le emozioni di questi giorni, sai quale è stata quella più forte?
E’ stata la delusione di scoprire che l’aviatore della mia infanzia non era mio
nonno.
- E’ così che si diventa adulti. “All’apparir del vero…”, no?
- Già. Ma questa felicità che provo… Da dove mi arriva?
- Stupido!
L’abbraccio è talmente lungo e forsennato e così poco innocente che una
donna che si sta avvicinando a loro si ferma e decide di tornare sui suoi passi.
- Stringimi.
La tiene stretta, Luca. Perché solo ora, perché mai prima d’ora? Rimangono
incollati l’uno all’altra, continuando a baciarsi finché si accorgono di non
essere più soli. Quando riprendono a parlare e a camminare, le loro voci e i
loro passi sembrano appartenere a qualcun altro.
Le parole, d’ora in poi, saranno preziose e intatte, Luca ne è certo.
- Sono felice.
E’ il seno di Sara quello che gli sfiora il braccio.
- E sei adulto!
E’ sua la mano che scende in una carezza lungo la schiena di lei, giù, fino in
fondo.
- Ma sei anche giovane, vedo. Bada di non dimenticarlo.
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Sembra tutto così facile, adesso.
- E forse sono anche un po’ cinico.
- Cinico? Perché?
- Perché adesso non mi importa più di nulla.
- E’ una forma di difesa, devi pure difenderti, - osserva Sara, - è giusto.
- Forse. Oppure è un distacco…
- Comunque, mi chiedo come abbia fatto tua madre a tenere tutto dentro di sé.
Così come faccio ora, mentre questa bambagia soffocante si insinua negli
anfratti di quell’astrazione che sono diventata.
- Sara, mi resta solo un’ultima cosa da fare. Domani mattina. A San Michele.
- Il cimitero?
- Sì, una visita breve. E’ l’ultima conferma. E un omaggio.
- A chi? - chiede Sara.
Il gesto vago della mano di Luca è e non è una risposta. Allora lei continua:
- A tua nonna?
Prima che lui risponda, Sara lo previene:
- Non lontano da qui, in una calle stretta, ci siamo passati prima, c’è una
finestra sbarrata. Dicono che dietro le inferriate ci sia una donna trasformata
in una statua di sale. Dio l’ha punita perché si era pettinata in chiesa. E’ lì da
un tempo immemorabile. Pare che il mondo sia pieno di storie così... storie
di vanità punita... Pare che la bellezza faccia paura a molti… E’ a tua nonna
che pensi, vero?
Poi, come conclusione dovuta, l’unica, Sara decide:
- Va bene, verrò con te al cimitero, vorrà dire che partirò verso sera.
- Sei sicura? Non potrei sopportare che...
Il lungo bacio di Sara, ancora più lungo, se possibile, delle speranze di Luca,
è un’indagine, una verifica e alla fine anche una risposta.
E dopo, finalmente, le parole di lei sono quelle che Luca si aspetta:
- Partiremo verso sera. Insieme.
La notte Luca si addormenta con il corpo grande di Sara che gli riempie di
morbidezza le braccia e con il sapore del suo miele sulla lingua. Un pensiero
lo traghetta verso il sonno: che lei è bionda come lui e che i loro corpi nudi
ricamano sulle lenzuola una magica simmetria.
Luca e Sara hanno dormito a lungo ed è quasi mezzogiorno quando
raggiungono la muraglia rossa di San Michele. Entrano nella penombra fresca
della chiesa e si sottraggono ai bagliori violenti che lo sfavillio della laguna
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rimanda al cielo senza nuvole.
La luce calda di maggio li accoglie di nuovo quando dalla navata destra
passano nel portico del chiostro e si fa abbagliante quando dal chiostro
escono nel cimitero.
Chiudono un attimo gli occhi e poi cercano il riparo dell’ombra dei cipressi.
Dalla laguna li investe un’aria leggera e umida.
- Sai dov’è? - chiede lei.
E’ domenica. Camminano ora soli ora affiancati a persone che stringono nella
mano mazzi di fiori recisi, camminano in silenzio in mezzo a un trionfo di
marmo liberty, passano accanto alla tomba di Pound, percorrono vialetti
bianchi di ghiaia.
Poi la trovano.
E’ una tomba piccola, senza statue, ma dignitosa anche nell’abbandono. Una
tomba borghese, di marmo consumato dalla pioggia e dal vento salmastro,
con le epigrafi scolorite.
Sulla lapide ci sono tre nomi.
Paolo Piermarin 1893-1935
Federico Piermarin 1921-1940
Virginia Piermarin 1922-1964
E’ solo uno dei tre il nome che Luca è venuto a cercare, e non è quello di
Virginia. Adesso che lo vede, quel nome, adesso che lo legge inciso sul
marmo, si rende conto che l’ha sempre saputo, già dalla lettura del taccuino,
prima ancora che le parole rivelatrici del notaio glielo confermassero:
- La morte del figlio aveva messo a dura prova la signora Mary, è stato un
colpo terribile, sì... Federico aveva solo diciannove anni. Lei non lo sapeva?
Si è suicidato.
Federico, quello.
E’ vissuto, è morto, e neanche Ilaria ha potuto cancellarne l’esistenza.
Ci sono le date incise nella pietra, c’è il suo nome.
Forse è il momento di parlare a Sara del quaderno, di far capire anche a lei
quello che il giorno prima le ha taciuto, ma Luca esita ancora, teme che
sarebbe un tradimento nei confronti di sua madre.
Sara lo guarda con i suoi occhi limpidi.
“Lo farò, ma non ora”, decide.
Sara si è seduta sull’orlo di una tomba fastosa e mordicchia la punta di uno
stelo d’erba che ha strappato. E’ chiaro che sta aspettando, ma Luca riesce
solo a dirle:
- Vieni, possiamo andare adesso.
Lei alza la testa e lo guarda.
- Possiamo andare? Luca, sii sincero, perché siamo venuti? Veramente dovrei
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dire Perché hai portato qui anche me?
- Perché ti amo.
- Anch’io, ma l’amore non c’entra. C’è ancora qualcosa che non mi hai detto.
Cosa siamo venuti a cercare? Di’ la verità.
- Un particolare nascosto.
Sara si rimette in piedi e lascia cadere il filo d’erba che vola a terra un po’ più
scolorito di prima.
- Io non ho trovato niente.
- Aspetta... Hai mai fatto quei giochi d’attenzione che ci sono sulle riviste di
enigmistica? Quelle vignette che nascondono in un disegno qualche figura?
Hai presente? Una faccia nelle rughe della corteccia di un albero, un animale
rovesciato, un’immagine in una nuvola...
- Giochi piuttosto noiosi, direi. E li facevo da bambina...
- Guardami, Sara, perché non mi guardi più?
- Non so, all’improvviso ho paura.
- Di cosa?
- Di essermi sbagliata. E’ un passo indietro quello che stai facendo.
Luca le si avvicina, le prende le spalle ma piano, con delicatezza, appena un
tocco.
- Sara, nessun passo indietro, te lo giuro. Io non sono più quello di prima. E’
spaventoso e meraviglioso. Terribilmente bello, come la notte che abbiamo
passato insieme.
Il movimento di Sara è impercettibile ma sufficiente a staccarsi da lui.
- Da quanti anni assisto da lontano alla tua vita spenta, alla tua malinconia? A
ripetermi che tu non sei fatto per me e a continuare ad amarti ugualmente, di
nascosto, nonostante... Da quanto tempo? E adesso mi dici che ti è capitato
qualcosa di straordinario, che sei cambiato, che non sei più lo stesso. Bene, e
io dovrò sempre guardarti da lontano? E’ così, Luca, è così?
Quanti modi ci sono di pronunciare un nome!
- No, non è così, ma dammi un po’ di tempo. Presto, molto presto approfitterò
della tua leggerezza. Te lo prometto.
- Di quale leggerezza stai parlando? Cosa vuoi dire?
- Vieni qui, vicino a me. Non ho nessuna intenzione di lasciarti andare. Tu
voli sulla vita, Sara, ecco quello che intendo dire.
Sara torna a guardare la tomba.
- Cosa c’è lì? Cos’è che non riesco a vedere?
- Il segreto di mia madre. Il segreto di Ilaria.
- Che appartiene solo a te, giusto?
- No, ma lascia che ne parli ad Antonia, prima. Non è una cosa facile. Dopo
apparterrà anche a te. Non ti avrei portato qui, altrimenti. Tu sei il mio giorno
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che verrà, Sara.
Il silenzio intorno è rotto solo da qualche sbuffo di aria calda che muove
appena le foglie. I viali del cimitero sono deserti e immobili in una teatralità
assorta. Qualche tomba monumentale ritaglia geometrie di azzurro nel cielo;
per il resto, c’è solo il vuoto, in alto. In basso centinaia di lapidi bianche
picchiettano il verde delle aiuole. La morte, invece che evocata, sembra
lontana ed estranea.
Sara si guarda intorno, poi torna a rivolgersi a Luca:
- Non c’è più nessuno, siamo rimasti solo noi. Andiamo, se restiamo ancora
qui io rischio di diventare lagnosa e tu disgustosamente stucchevole!
Abbracciami, però.
Luca la abbraccia e la tiene abbracciata fino a che arrivano alle pareti di
terracotta del cimitero.
Il ritorno a Venezia è colorato di azzurro come un’unica grande tessera di
mosaico e Sara ritrova il sorriso.
Luca è sicuro: tornerà a casa con il suo corpo tiepido allacciato alla schiena,
in corsa, sulla moto che fino al giorno prima lo aveva portato da solo senza
condurlo da nessuna parte
Sono scesi alle Fondamenta Nuove e hanno ancora del tempo davanti a loro.
La solitudine di San Michele è ormai lontana e quando si avvicinano alla
Scuola di San Marco la ressa dei turisti li accerchia. Sara tace. Sembra
perduta in una smemoratezza tranquilla. Per la prima volta è Luca a guidare i
suoi passi e si accorge che lei lo segue senza avere un’idea precisa della loro
direzione.
“Questo non mi piace... o invece sì? Sì, mi piace da morire!”, pensa e per la
prima volta è lui a disperdere i brandelli di nebbia che non vogliono sfumare.
- Fermiamoci a mangiare qualcosa, inventiamoci qualcosa di allegro,
facciamo follie, spendiamo dei soldi... A proposito, devo comprare un casco,
- le dice accarezzandole i capelli.
Sara lo prende per mano. Sara ha delle belle braccia. Sara ha davvero il
portamento di una dea.
- Un casco! Scommetto che è per me. D’ora in poi sarò condannata a
contemplare la tua schiena in un viaggio dove non si potrà parlare.
- Indovinato.
- Lo sai che sono sempre stata brava a indovinare. Be’, non sempre...
- Allora vediamo se indovini anche questo: cosa ha a che fare Palazzo
Contarini con noi?
La conosce quell’espressione buffa che ha Sara quando qualcosa la stupisce
ma lei non vuole darlo a vedere. Spalanca gli occhi e la punta del naso le si
arriccia lievemente all’insù.
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- Allora? Non hai ancora risposto.
- No, però lo so cosa stai facendo, cerchi di evitare a tutti i costi che riaffiori
il mio malumore, ti ho capito, sai... Comunque, forza, di quali Contarini stai
parlando? Ce ne sono tanti.
- Quello che dico io è un palazzo piccolo.
- Secolo?
- Sei tu l’esperta di Storia dell’Arte.
- E’ il Palazzo Contarini Fasan?
Sara lo guarda con sospetto:
- Sì? E’ quello? E’ la casa di Desdemona.
- Risposta esatta.
- E cosa c’entra Desdemona?
- Come! Amori che nascono nei palazzi di Venezia, nutriti di racconti,
sentimenti travolgenti e insperati, passioni molto pericolose, mesaillances
scandalose... Quindi, signora, attenzione a non perdere il vostro fazzoletto!
Sara scuote la testa e non commenta. Prende dalla borsa una biro e un klenex,
scarabocchia veloce qualcosa e lo getta nell’acqua. Poi si avvicina a Luca e
gli sussurra all’orecchio:
- L’ho annegato. Non mi sembrava adeguata una sepoltura. Siamo a Venezia,
dopo tutto.
Il fazzoletto di carta galleggia per un po’. Quando affonda, il nome Arpo
scritto in stampatello è già stato sbiadito dalla forza dell’acqua.
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LA MATTINA DOPO
Nessuna neve
è così bianca.
Luca telefona ad Antonia.
- Te ne sei andato senza dire niente, non è da te!
- Avevi il numero del mio cellulare...
- Quando torni?- gli chiede lei senza lasciargli il tempo di parlare.
Per qualche minuto il tempo sarà immobile, ma non per sempre.
Invece di dirle che è già tornato, Luca risponde con una bugia - Domani,
penso - e non sa nemmeno lui perché. Forse per dispetto, forse per allontanare
ancora un po’ il momento delle rivelazioni.
- Allora fai ancora in tempo a trovarmi. Me ne vado.
- Te ne vai? E dove?
- Be’, non certo a Monaco.
La risata di Antonia suona forzata.
- Vado a Roma, da una mia amica.
- E poi?
- Poi vedrò.
- Ma tornerai, vero?
- No, non tornerò.
- E Anapi?
- Sta bene. Sta come al solito, è nel suo mondo.
- Non pensi che un altro cambiamento potrebbe fargli male?
Antonia non risponde e solo dopo qualche attimo che sembra interminabile Hai letto il libro di Fieschi? - gli chiede.
Luca si lascia sfuggire un gesto di impazienza, una piccola torsione del corpo
e della testa come se volesse comunicare a qualcuno che non c’è, che non è lì
vicino a lui, l’irritazione che tuttavia riesce a frenare.
- No, naturalmente, non ne ho avuto il tempo. Non è che muoia dalla voglia
di farlo. E poi cosa...
- Leggilo.
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- Sono a Venezia.
Luca si chiede perché mai stia continuando a mentirle.
- Lo so.
E poiché Luca tace per la sorpresa, ma è un silenzio che dura solo il tempo di
un pensiero breve, del tipo “Come fa Antonia a sapere?” o “ Non le ho detto
dove andavo...”, sua sorella aggiunge:
- Be’, se anche non lo so, me lo immagino. Non è a Venezia la tua amica?
Antonia ha un modo tutto suo di dire perfidie: la faccia le rimane totalmente
priva di espressione, senza nessuna relazione con il significato delle parole,
come se dicesse semplicemente - Oggi piove, - e a Luca sembra di poterla
vedere...
- Sara non c’entra. Era il cimitero che mi interessava. Ho visto la nostra
tomba di famiglia.
“... io so una cosa che tu non sai...”
- Antonia, dovresti vedere una cosa, - riprende Luca.
- Ah, sei ineffabile, sei davvero incredibile.
- Perché?
- Guarda che se stai cercando qualcosa stai cercando dalla parte sbagliata,
guarda che non è sepolto lì nostro padre. Anzi non è sepolto da nessuna parte.
Antonia ha parlato in fretta, mangiandosi le parole e Luca riconosce in lei
l’antica furia sempre sull’orlo delle lacrime e sempre al di qua del pianto.
- Antonia, ascoltami, lascia perdere nostro padre, è molto difficile quello che
devo dirti. E non posso farlo per telefono.
- Non sei tenuto a farlo.
Luca rimane per un po’ con la cornetta alzata, vicina all’orecchio, ad
ascoltare il suono della comunicazione interrotta e a chiedersi cosa fare a quel
punto.
Come avrebbe reagito un mese prima? Avrebbe rinunciato? Si sarebbe
rifugiato nel torpore, nell’isolamento?
Ma ormai la stanchezza che lo ha accompagnato per tutta la vita si è
definitivamente dissolta e neppure Antonia potrebbe farla ritornare.
Nel giro di pochi giorni è profondamente cambiato: il taccuino, le carte del
notaio, quel lungo giro in moto su vecchie strade piene di buche, la velocità
della corsa, l’asfalto a dieci centimetri dai suoi piedi, le inclinazioni del corpo
in curva, l’arrivo a Montagnana come davanti ad un sipario, e poi Venezia e
poi Sara... tutto questo ha sollevato le sue palpebre pesanti.
E si prende un altro giorno di tempo prima di affrontare Antonia.
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Il pomeriggio seguente la voce stridula di sua sorella copre il rumore della
pioggia che scroscia sui vetri delle finestre con una violenza che Anapi
osserva immobile.
- Non urlare, non urlare, ascoltami, prima ascoltami, poi farai come vuoi, se
hai deciso di andartene, va’, nessuno ti tiene qui con la forza. Tu mi esasperi,
Antonia.
Luca guarda le due valigie chiuse, pronte vicino alla porta e non sa ancora se
essere preoccupato o sollevato.
Anapi se ne andrà con lei e Luca non capirà mai che cosa veramente gli ha
preso o gli ha donato quel bambino che davanti alla finestra seguita a
guardare lontano, oltre alla siepe.
Antonia interrompe il suo frenetico via vai per la stanza, quasi un volo di
mosca che sbatte ronzando contro i vetri. Si siede e lo fa come se il suo corpo
si afflosciasse svuotato, privo di impalcatura.
Luca non può fare altro che chiederle Che cosa c’è? e mentre Antonia
risponde Non dovevo tornare, Non dovevo cadere in questa trappola, avverte
il peso dei pensieri di lei, macigni che spingono a terra, mani che premono, e
può quasi sentire le voci che le dicono “Tu non sei più tu” e “Tu sei sempre la
stessa”, e gli sembra che la sorella sarà condannata alla ripetizione, che la sua
vita sarà sempre uguale, che lei non potrà fare diversamente.
Prende una sedia e si siede di fronte a lei, piano, con il fiato trattenuto per
timore che lei si alzi d’impulso e lo lasci solo.
- Non fare così. Ormai è finita. Lui se ne è andato, no? Non tornerà, siamo al
sicuro, sei al sicuro adesso. Qui la vita non sarà esaltante, ma almeno hai una
casa e un lavoro.
Vorrebbe aggiungere “Qui ci sono io”, ma si ferma in tempo e chiede
soltanto:
- Cos’è, la polizia non ti lascia in pace?
Antonia solleva la testa che teneva abbassata sul petto e la bocca le si stende
in un sorriso cattivo.
- Ti fa paura la polizia? Ti fanno paura i giornali? Presto avrai paura di ben
altro, - gli dice mentre la pioggia aumenta di violenza, la luce livida del cielo
spegne i colori della stanza e il bambino sembra divenire solo ombra.
Paura?
... - Bisogna avere coraggio, - gli diceva la madre quando lo mandava in
cantina a prendere le bottiglie d’acqua e lui titubava davanti alla porta e a
quelle scale che terminavano nel buio. “Bisogna avere coraggio”, si ripeteva
lui piano e quando credeva di averlo trovato, quel coraggio, e si sentiva
pronto a scendere nel tanfo dell’umidità stagnante, Antonia, arrivata dietro di
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lui in punta di piedi, lo spingeva all’improvviso da una parte, lo sorpassava e
cominciava a scendere le scale di corsa, ridendo...
... ridendo come sta facendo in questo momento, ed è inutile che lui la
insegua cercando di sorpassarla perché lei lo spinge ancora indietro ed è come
se scomparisse nel buio aspettandolo come allora dietro la porta della cantina,
lasciando che lui senta solo quel suo ansimare che era ed è di vittoria e di
scherno ma soprattutto di minaccia, perché il pericolo non era, non è,
l’oscurità ma Antonia stessa.
- Spiegati. Di cosa dovrei avere paura?
Lei si stringe nelle spalle, prende dal pacchetto una sigaretta che tiene tra le
dita senza accenderla, si alza, si dirige verso la scrivania e da una pila
scomposta di libri sceglie il primo e torna verso di lui.
- Leggilo.
Luca prende il libro di Fieschi per compiacerla, ma se lo appoggia sulle
ginocchia senza neppure guardarlo e torna ai suoi tentativi:
- Prima ascoltami, è importante. Nella tomba di Venezia è sepolta...
Ma lei lo interrompe con prontezza:
- C’è la Decollata? La vecchia Mary? Quella che “ era sbarcata a Venezia nel
1910”... ?
- No, Mary è sepolta a Padova. A Venezia è sepolta sua figlia, la nostra
nonna...
- Sicuro, Virginia, lei, quella che “i bagni freddi non sono riusciti a curare”...
Luca si alza in piedi troppo in fretta e la sedia si rovescia con un fragore
coperto solo in parte dal brontolio di un tuono lontano.
Anapi si copre le orecchie, ma non si allontana dalla finestra.
- Tu lo sapevi? Sapevi che è morta in manicomio? Chi te lo ha detto? La
mamma?
E per un attimo riaffiora in Luca il sospetto di essere stato tenuto in disparte,
il figlio a cui non si raccontano i segreti, e per un attimo odia Antonia senza
chiedersi se l’odio coinvolga anche la madre.
- Pagina 250, capitolo ottavo. I nomi sono gli stessi, Mary e Virginia, tutte e
due nella tua stimatissima tomba, pensavo, comunque almeno una di loro
sepolta nella tomba della nostra stimatissima famiglia.
- Ilaria non ce ne ha mai parlato, non ne ha mai parlato a nessuno.
- Ah, Ilaria! Ilaria ne ha parlato, eccome, ma non a noi.
- Non hai ancora pareggiato i conti con nostra madre?
- No, no, mai, tutto quello che mi è successo è colpa sua, colpa della sua
falsità, della sua spregiudicatezza fasulla, dei suoi silenzi. E’ solo colpa sua se
io sono come sono.
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Antonia è sconvolta, Luca lo vede, i tratti del viso si sono fatti aguzzi, sottili
come aghi che pungono, sottili come la voce che si è incrinata, tagliente.
- Antonia, ascoltami, se mi stai a sentire un attimo forse capirai... Quello che
ho scoperto...
- Quello che hai scoperto io lo so già.
“... Io so una cosa che tu non sai, io so una cosa che tu non sai...”
La tentazione di farle il verso, di parodiare quella sua insopportabile
petulanza infantile che sopravvive a dispetto degli anni è irresistibile, eppure
Luca riesce a reprimerla e usa un tono di voce sommesso, non per caso, non
perché obbedisce così alla propria natura, ma con lo scopo preciso di far
risaltare ancora di più l’isteria della sorella:
- Cosa sai? Avanti, sentiamo.
- Leggi il libro.
E’ decisamente troppo, anche per lui, e così Luca perde le staffe.
- Finiscila, finiscila, cosa vuoi dire?
- Io? Niente. Leggi il libro.
Adesso non la guarderò, pensa Luca, e parlerò senza fermarmi, e le dirò che
Ilaria non ha saputo fare altro che ingannarci perché il suo peso era
insopportabile.
- Antonia, nostra nonna è stata rinchiusa in manicomio ma non era pazza,
perché...
Ma di nuovo Luca viene interrotto.
- No, non lo era, “ ma tutto era scandalosamente umido in lei, tutto
eccessivo.”...
- Ma cosa diavolo stai dicendo?
- Allora sei proprio cieco, sei cieco e sei sordo! Ascolta, - e Antonia solleva il
libro che era caduto dalle ginocchia di Luca e anche il bambino si china e alza
da terra una piuma d’oca sfuggita alla fodera del cuscino che porta spesso con
sé, davanti alla faccia, premuto contro il naso fino a quando gli viene meno il
respiro, ma la piuma gli sfugge e rotea leggera nell’aria mentre il libro no,
non sfugge ad Antonia che lo apre e legge:
“ Mary era impettita, seduta col busto eretto vicino alla giovane figlia, pallida
e assente ma con gli occhi lucidi e un non so che di esaltato nello sguardo.”
No, questo non c’entra, questo se lo deve essere inventato... Ma aspetta,
aspetta... Dev’essere a pagina 250... Dov’è, dov’è, dov’è...
Anapi intanto si avvicina in silenzio e chissà cosa ha sentito, chissà cosa ha
avvertito. Vedere con quale frenesia Antonia sfoglia le pagine del libro e ne
strappa qualcuna nella violenza del gesto è per Luca intollerabile.
- Ti rendi conto? - scoppia a ridere lei, - pare che nella nostra famiglia
abbondino ragazze madri e disturbi mentali e se tu non fossi il mio gemello
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dubiterei di essere tua sorella. Sei così rassicurante, tu, così privo di
immaginazione.
- Sei fuori strada.
Luca si rende conto di parlare senza guardare sua sorella negli occhi,
preoccupato di sorvegliare Anapi chiuso in se stesso eppure attento, ci
giurerebbe Luca, attento a quello che si sta consumando vicino a lui. Perciò di
nuovo controlla il tono della voce anche se non può misurare la stizza.
- Ragazze madri... proprio tu! Dio santo, parli come una bigotta. Comunque il
problema è che Ilaria...
- Ilaria, Ilaria, Ilaria! Ma smettila, era nostra madre, chiamala come si deve
anche se lei non è certo stata una madre come si deve.
- Antonia!
- E va bene, ha scoperto che sua madre era in manicomio solo quando è morta
quella vecchia che era un mostro...
- E ti pare poco? - la interrompe Luca.
- Ah, ma poi è tutto da vedere, non deve esser stato facile gestire nostra
madre, bisognerebbe sentire anche l’altra campana... comunque te lo concedo,
ti concedo tutto, ha fatto questa scoperta tardiva, va bene, ma c’era bisogno di
andare a spargere la notizia ai quattro venti? C’era bisogno di raccontare ogni
cosa ad un estraneo per dare a una banale scopata una patina di sublimità?
- Quale estraneo?
- Dio, come sei lento! Quello che trent’anni dopo da tutta questa storia ha
ricavato un libro mediocre.
Gli scaglia il libro addosso e si passa le mani sulla faccia, come se volesse
cancellare qualcosa.
Poi aggiunge:
- E prova ancora a dirmi che non è colpa di “Ilaria”.
Luca accarezza i capelli al bambino che sorprendentemente gli si è
appoggiato sul petto. Se Anapi ha sentito il suo sussulto e le oscillazioni
dell’emozione, non lo dà a vedere.
La voce di Luca è bassa e come sfinita quando, dopo un tempo interminabile,
chiede:
- Antonia, tu pensi che Fieschi sia nostro...
- Non ne ho la certezza. Ma ci sono troppe coincidenze.
- Ma lui sapeva che tu...
- No, non lo sapeva, non lo sa. Io non gli ho certo detto niente. Ma fin dalla
sera della presentazione del libro io ho pensato... E’ vero che Mary e Virginia
sono nomi abbastanza comuni, forse... ma c’è Venezia, ci sono le date che
coincidono. Ho sentito come un campanello d’allarme, quella sera. Allora
l’ho invitato qui per saperne di più, e ci sono riuscita nonostante tu facessi di
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tutto per mettermi i bastoni tra le ruote. Stupido! Cosa credevi, al fascino del
grande scrittore? Tu non hai sospettato niente, vero? Non ti è balenata l’idea
che... Bah, lascia perdere...
- Ma cosa ti ha detto?
- L’ho lasciato parlare, quella sera... Ha parlato molto, ha parlato solo lui,
deve essere uno senza troppe inibizioni. Ha anche bevuto molto...
Ce l’aveva con un critico, ce l’aveva con il mondo intero, ma ce l’aveva
soprattutto con se stesso, diceva che la vena creativa gli si era prosciugata
dopo i primi successi, che si era torturato per anni senza riuscire a scrivere
nulla, che aveva esaurito il suo inventario di tipi umani... E’ stato allora che
gli ho chiesto cosa gli aveva dato l’ispirazione per i personaggi di questo
libro... Un po’ di sesso, qualche falsità e molto cinismo, mi ha risposto.
Continuavo a versargli da bere... E così mi ha confessato che il suo libro lui
l’aveva scritto quasi sotto dettatura e che la narratrice che compare all’inizio
non era un’invenzione, che lui l’aveva conosciuta davvero, conosciuta in
senso biblico, ha aggiunto... E sai quando? Tienti forte: un anno prima che
noi nascessimo! Ha detto che era stata lei a iniziarlo al sesso, lui allora era
molto giovane, e poi ha fatto anche degli apprezzamenti, dovevi sentirli! Era
completamente ubriaco, e io continuavo a riempire il suo bicchiere di
whiskey e a fargli delle domande, ma non si ricordava nulla, ricordava solo
la storia, e ha cominciato a parlare dei manicomi, di Basaglia, di quando era
all’Università... Ma sai come l’ha definita nostra madre? Perché era lei, era
sicuramente lei, il nome non se lo ricordava, ma ce l’aveva ben presente
perché ha detto che era una borghesuccia pavida e pruriginosa, proprio così,
un’eroina da melodramma che si credeva un personaggio da tragedia, così ha
detto, e non aveva torto, l’ha proprio pitturata. Quando se ne è andato, ho
letto il libro. Non si è neppure dato la pena di cambiare i nomi. Mary,
Virginia e Venezia... Ecco, adesso sai che nostro padre non è dove l’hai
cercato! Era lì, è sempre stato lì, sotto gli occhi di tutti...
Luca deve chiederglielo anche se preferirebbe non farlo. Ma ormai ha deciso
di non avere più paura.
- Antonia, cosa c’è stato fra voi due?
La risata di lei parte in sordina, prima solo un leggero scotimento di spalle,
piccoli e ritmici sbuffi dal naso, poi cresce via via più sonora, più sguaiata,
più volgare.
Anapi si stacca da lui, raccoglie il libro e comincia pazientemente, tenace, a
strappare una pagina dopo l’altra; i fogli si allargano a corolla ai piedi di Luca
mentre un arcobaleno incoerente traccia il suo arco nel riquadro della finestra
rigata ancora di pioggia. Con lo sguardo rivolto a quella finestra, voltandogli
le spalle, Antonia ha già deciso, anche per lui.
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- Vattene, Luca, va’ via.
Uscendo, lui chiude la porta, piano, senza fare rumore.
Fuori, l’odore della pioggia è ancora intenso e inebriante; tra le fessure delle
pietre ineguali dei marciapiedi spuntano rinvigoriti dalla frescura ciuffi di
verde punteggiati di giallo.
E adesso? si chiede Luca dirigendosi a piedi verso casa.
Cosa si può fare di ragionevole?
Andare avanti, ecco l’unica cosa da fare, procedere sicuri senza fermarsi,
senza guardare indietro, resistere al ridicolo di questa agnizione che lo ha
colto di sorpresa e che ora vorrebbe prenderlo nella rete.
Fieschi potrebbe davvero essere suo padre.
Oppure no.
Che importa? Cosa cambia? Lui non gli deve niente, neppure una briciola di
rispetto.
No, non si lascerà turbare dal fatto che esiste un Fieschi che una volta, per
caso, ha avuto a che fare con sua madre.
Comunque lui non avrà mai più a che fare con Fieschi, padre o non padre. Ci
sono legami sacri nella vita? Legami che esistono al di fuori e
indipendentemente da te, che ti intrappolano nelle panie delle leggi di natura,
i cosiddetti legami del sangue? Legami che si impongono come un destino e
si ereditano come si eredita il colore degli occhi che tu non hai scelto, come
non hai scelto di essere alto, grasso, allergico, decidono loro, prevaricano la
tua volontà, come se tu fossi un virus, un microrganismo, un fagiolo, ti
tolgono il tuo statuto di uomo faticosamente raggiunto e proclamano la
rivincita di Edipo su Prometeo.
Abbasso l’acido deossiribonucleico, abbasso la teoria secondo la quale il
simile produce il simile. Al diavolo il primato della biologia. Al diavolo, al
diavolo i piselli di Mendel... Cosa ha ereditato lui da questo padre?
Che meraviglia infischiarsene delle catene genetiche, e celebrare piuttosto
l’azzardo che ti fa nascere in un certo momento e a una latitudine piuttosto
che a un’altra, senza farsi domande oziose né avanzare ipotesi assurde del
tipo Se mia madre avesse abortito non sarei mai diventato quel gran genio che
sono, come se quello che sei, stramaledettissimo idiota, dipendesse solo dallo
spermatozoo capitato per caso a un randez-vous tra milioni. Hanno un nome
gli spermatozoi? Si chiamano forse Vincenzo, Raimondo, Giobatta? Hanno il
potere di stabilire quello che sarai e che deciderai di essere?
No, abbasso lo spermatozoo demiurgo.
Fottiti, Fieschi!
Alle spalle, alle spalle, via, avanti, avanti, fuori da questo reticolo di strade
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che sanno di muffa, lontano dal vecchio se stesso che gli sta appiccicato come
un’ombra e che vorrebbe riacciuffarlo, avanti, avanti, fuori dalle sabbie
mobili, in fuga dalla prigione mortifera della malinconia, avanti.
Luca è morto, viva Luca!
L’uscita dalla città vecchia è un lungo corridoio in penombra. Al termine, la
grande Porta di Ponente, l’ultimo confine della città, interrompe con un arco
maestoso la barriera compatta delle mura e si apre come un’enorme finestra
sullo sfondo ampio e trasparente della nuova Mavezia. Luca lo ha davanti a
sé, lontano, come una meta che desidera raggiungere al più presto.
A un tratto un’esplosione abbacinante lo accieca. Il sole, rispuntato in un
cielo sciacquato e terso, calando verso l’orizzonte ha incanalato i suoi raggi
attraverso l’apertura della Porta privandola dei suoi contorni, e adesso al suo
posto, come se si fosse smaterializzata, un unico fascio di luce sfolgora basso,
all’altezza degli occhi. Il contrasto tra la luce lontana e le ombre della strada è
tale che Luca è costretto a procedere a testa bassa per non essere abbagliato.
La strada della città vecchia restituisce una lucentezza che ha il sapore di anni
lontani.
Luca è solo e i pieni compatti dei muri e i vuoti delle orbite delle finestre
chiuse sono tutti per lui.
Sulla facciata della casa alla sua sinistra, sul marciapiedi opposto, in alto, gli
si rivela una bifora inghirlandata da geometrie in cotto; è passato di lì
centinaia di volte e non l’ha mai notata. Ma è così: solo in certi momenti della
vita si svelano verità che la distrazione ha impedito di...
Come il taccuino...
Il taccuino... Cosa fare del taccuino?
Buttarsi anche quello alle spalle, ecco la cosa giusta da fare...
All’improvviso un gruppo di bambini esce di corsa dal portone della casa per
riprendere i giochi interrotti dal temporale. Si dirigono verso la piazzetta che
si apre a destra e Luca si deve fermare per non urtarli e non esserne urtato.
Non è cambiato nulla da quando anche lui usciva in strada con Antonia... I
muri, i portoni, i sampietrini... Anche i bambini non sono cambiati: lo stesso
furore nel rincorrersi, nascondersi, intrecciare e sciogliere alleanze… e come
sempre uno di loro interrompe il gioco e se ne va senza voltarsi, offeso per
qualche torto subito e gli altri si fermano a guardarlo mentre si allontana,
reprimono la tentazione di richiamarlo e riprendono il gioco senza di lui.
Anche Antonia se ne andrà, un’altra volta, senza voltarsi, e il piccolo Anapi,
il bambino che non esce correndo avanti e indietro dai portoni sulla strada, il
bambino che non si allontana indispettito, il bambino che non conosce le
crudeltà e le malizie dei giochi di gruppo, il bambino che non guarda da
nessuna parte, che muove le mani senza scopo, - tranne una volta, una sola
Pag. 132
volta, quando le ha unite attorno al quaderno e glielo ha consegnato come un
prodigio d’intesa- anche lui andrà via.
Il silenzio che ha tenuto in sospeso per un po’ lo spazio e il tempo, viene
interrotto da gridi di richiamo, quelli delle rondini che tutte le primavere
nidificano sotto le gronde dei tetti e quelli dei bambini che si rincorrono.
Luca riprende il cammino.
Se ne andrà davvero, Antonia?
La domanda è ingenua, sua sorella non è mai venuta meno ai propri proclami,
alle minacce. E forse è meglio così.
Se Antonia restasse lui continuerebbe a inseguire da vicino le sue fantasie e
quelle di Anapi e perderebbe il nuovo se stesso. E soprattutto perderebbe
Sara.
Davanti a lui un ragazzo inforca svelto la bicicletta che aveva appoggiato al
muro sotto una tettoia e se ne va con una strana smorfia sulle labbra, come se
avesse voglia di fischiare un motivo che non gli ritorna alla mente. E di
nuovo i bagliori del sole cancellano cose e persone che hanno ripreso a
popolare la via e tutto si riduce ad un pulviscolo fiammeggiante.
Dev’essere questa la strada che ha fatto Fieschi di notte per tornare in
albergo.
All’incrocio con un vicolo, una bambina, annoiata delle chiacchiere che la
madre e un’amica portano avanti con ostinazione bloccando il passaggio, si
allontana e decide di schiacciare con un piede le pozzanghere che formano
piccole oasi sulla strada ormai asciutta. Le gambe della signora che
sventatamente passa di lì proprio in quel momento, inesorabilmente
inzaccherate, danno origine a mormorii di scusa,
sorrisi trattenuti,
rimproveri, bronci da una parte e orgoglio o vanità ferita dall’altra.
La vanità di Fieschi! Durerà a lungo quella sua insopportabile vanagloria, ma
non durerà per sempre la sua beata incoscienza, Antonia partirà all’attacco,
c’è da scommetterci ed é strano che lo abbia lasciato andare via indenne...
Questo padre biologico e involontario che Ilaria non ha mai voluto
riconoscere, un giorno dovrà fare i conti con Antonia.
Ma Luca non ne vuole sapere, Fieschi è stato solo una comparsa in giacca e
cravatta, un caratterista patetico che recita la sua breve battuta solo negli
intervalli comici delle storie drammatiche, una diminuzione, una sottrazione,
un diversivo.
Tutta questa storia è conclusa.
Ma cosa fare del taccuino?
Antonia se ne andrà. Senza averlo letto. Se ne andrà, ancora una volta, inutile
inseguirla, andrà via come ha sempre fatto, senza sapere nulla e credendo di
sapere tutto.
Pag. 133
“Per una volta uno a zero per me”, pensa Luca.
...Io so una cosa che tu non sai, io so una cosa che tu non sai...
Se ne andrà Antonia, se ne è andato Fieschi, che sia suo padre o no, non ha
nessuna importanza, e se ne andrà anche Anapi.
Un rivolo d’acqua piovana corre ai bordi del marciapiede verso un tombino
dove si inabissa gorgogliando e trascina con sé piccole foglie, piume perlacee
e un minuscolo pezzo di carta. Tutto corre verso il proprio destino, è giusto
così, è scritto... E’ vero, Anapi non gli appartiene, solo il suo gesto gli è
appartenuto, due mani piccole nelle sue e quel taccuino...
Distruggerà il taccuino, ecco cosa farà, ha deciso di fare terra bruciata no?, di
buttarsi tutto alle spalle, e dunque brucerà il taccuino e così se ne andrà in
fumo anche il segreto di Ilaria, come tutto il resto... Brucerà il taccuino, non
era quello che voleva sua madre? Quel vassoio, quei fiammiferi che lui aveva
guardato distrattamente al ritorno dal funerale... Era un bel rogo risanatore
quello che Ilaria aveva in mente, e lui non starà ad aspettare il parere di
Antonia per dare effetto al disegno di sua madre.
Cammina assorto, con lo sguardo rivolto a terra per difendersi dalle ultime
lame del sole che sta morendo. E’ così concentrato nei suoi pensieri che si
accorge a malapena delle due donne che lo sorpassano veloci sfiorandolo con
il loro profumo. Lo precedono allineate, polpacci torniti da ore di fitness,
schiene senza faccia, anonime, poco interessanti, eppure il loro parlottio
incessante finisce per incuriosirlo Le due donne, infatti, non smettono di
parlare, quietamente, con una estenuazione quasi rassegnata l’una, quella che
sembra rispondere, e con un’ostinazione instancabile l’altra, quella che
sembra interrogare. Luca continua a guardarle in controluce socchiudendo gli
occhi, ma la distanza gli impedisce di decifrare le loro parole. A un certo
punto, tuttavia, le due donne si fermano e stavolta è Luca che le raggiunge e
le sorpassa: adesso può sentirne non solo le voci, una sottile, l’altra più
profonda, ma anche la domanda di una di loro, isolata, che lo raggiunge
chiara e scolpita, “Ma perché, perché?”, e Luca ha la sensazione straniante
che quella domanda sia rivolta a lui, come se una delle due donne si piegasse
verso di lui e non verso l’amica, come se invitasse proprio lui e non l’amica a
confidarsi, come se volesse estorcere proprio a lui una spiegazione, e la
domanda rimane sospesa nell’aria per un po’, gli risuona nelle orecchie e
finalmente gli si rivela con forza come La Domanda, realmente destinata a
lui:
“Ma perché?”.
Sì, perché?
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Perché sua madre aveva deciso di bruciare il taccuino?
Perché risolversi a distruggerlo dopo averlo tenuto con sé per tutto quel
tempo, una vita intera?
Sì, questa è la domanda giusta: perché non se ne era liberata subito e lo aveva
invece custodito, nascosto, difeso?
Luca lo ha letto e lo sa: il taccuino le era servito per non dimenticare, mai,
neppure un istante, che lei... il taccuino era stato il suo strumento di tortura.
Sì, questa è la risposta giusta.
Uno strumento di tortura, la conferma di una macchia, di un guasto
che affondava le sue radici in qualcosa di estraneo e di indipendente da lei,
più vero di un incubo, più reale di un morbo. E sua madre l’aveva coltivato
questo contagio, l’aveva ascoltato, aveva teso l’orecchio al suo ronzio
incessante, finché... finché non aveva letto il libro di Fieschi.
Adesso Luca lo sa.
Deve essere stato in quel momento, quando ha letto il libro, che l’ossessione
di Ilaria si è spogliata della sua veste terribile e si è sgonfiata come un
palloncino, senza rumore. Il richiamo senza fine che aveva risuonato nel buio
è diventato qualcos’altro: un sussurro, un sentimento piccolo, quasi
meschino, che non si ascolta perché non ha nulla da dire. Perché la vergogna
non è come la colpa. Perché la vergogna non ha voce, non tortura la coscienza
con i suoi echi, ma svela, ti rende visibile, apre il sipario ed espone la tua
ridicola nudità agli sguardi di tutti.
Vorrebbe che sua madre fosse ancora viva per dirle che se ne era accorta
troppo tardi, che lo aveva capito troppo tardi il suo tragico equivoco, che si
era sbagliata. Nel suo disperato desiderio di innocenza sua madre aveva
rivestito di sensi di colpa la vergogna. Ed era riuscita a cucirgliela addosso,
con un involontario e tremendo lavoro di tessitura. Per tutta la vita, senza
nemmeno rendersene conto, lui non aveva fatto altro che provare vergogna, di
Ilaria, di Antonia, della loro vita e soprattutto di se stesso...
Alla fine, ma troppo tardi, Ilaria aveva capito che bastava poco, - un semplice
gesto, una piccola azione vandalica - per eliminare le prove.
Bastava sottrarsi al pericolo di essere vista per cancellare tutto e liberarsi così
anche dalla convinzione di essere colpevole. Sua madre non aveva mai voluto
che i suoi figli la “vedessero”, ma era la vergogna, solo la vergogna quella
che l’aveva spinta a rifiutare la vita, a punirsi, a proibirsi tutto. Aveva
frainteso, aveva custodito per anni un taccuino solo per mantenere acceso
l’orrore, come una vestale, e per continuare a torturarsi assurdamente, senza
ragione.
Che donna era stata sua madre! Incoerente, emotiva, illogica.
Ma innocente, tanto innocente da diventare un’insensata colpevole.
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E Antonia non lo saprà mai, per sua scelta, e così nessuno lo saprà mai,
nessuno leggerà mai il taccuino...
Mentre percorre l’ultimo tratto in ombra prima dell’uscita da Mavezia
vecchia, proprio nel punto in cui Fieschi è stato ferito, gli riappare
l’immagine del piccolo Anapi che gli consegna il taccuino spingendoglielo
forte sulle ginocchia: è serio, compunto, quasi investito di una solennità
misteriosa e commovente. Come un ambasciatore di consapevolezza.
Come un un messaggero sapiente.
Gli mancherà quel bambino silenzioso, quel piccolo Mercurio alato che mette
in collegamento tutte le cose lontane, sconosciute, fatali.
Non gli rimarrà nessun segno del suo passaggio se lui distruggerà il taccuino.
L’unico ricordo.
Ma allora che senso ha?
La decisione sembra nascergli improvvisa.
In realtà Luca l’ha presa da tempo, fin da quando ha cominciato a indagare e
ha scoperto l’origine della propria inerzia e si è accorto che niente più gli
faceva paura, ché anzi il bruciore delle ferite era consolante, consolante il
rifiuto di anestesia, né anestesia né narcotico, né paura di essere ferito, non
più.
Antonia partirà senza sapere, senza immaginare, senza decidere mai cosa
volere dalla vita...
Da parte sua, lui non si è mai chiesto cosa volesse dalla vita. Si è limitato a
guardarla da sotto le palpebre pesanti, a osservarla da lontano, a tenerla a
distanza.
Se era questo che voleva, tenere la vita a distanza, fortunatamente non ha
raggiunto il suo scopo.
Neppure sua madre, pensa, ha raggiunto il suo. Per colpa di un autobus e di
un bambino muto.
Perché dunque bruciare il quaderno, come voleva fare lei?
come volevo fare io
Lui adesso sa, e vorrebbe poterlo dire a sua madre, quanto inutile sia la
sofferenza che nasce dalla scoperta di se stessi attraverso uno sguardo
malevolo che non si può sopportare; sa, ma non ha fatto in tempo a
insegnarglielo, come l’innocenza sia in realtà sempre colpevole e come la
colpa possa ammantarsi di una bellezza intollerabile.
Luca non sente colpa né vergogna e inspira forte l’aria che gli corre incontro
e gli gonfia la camicia.
Il cellulare vibra nel taschino. Sul display il nome di Sara.
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- Sto arrivando, - risponde.
- Ti aspetto. Hai parlato con tua sorella?
- Antonia parte.
- Ah! E dove ha intenzione di andare?
- A Roma, pare. Ma io...
- Luca.
- Sì?
- Lasciala andare.
- Però il bambino...
Non finisce la frase perché il silenzio di Sara ha una forza maggiore di
un’interruzione. Allora cambia velocemente discorso.
- Sai cosa farò? Venderò la casa di mia madre, ho deciso. Mi sbarazzerò di
tutto.
- No, non di tutto, regalami quella tua splendida Medusa di bronzo.
- E dove la metterai?
- Nella nostra casa nuova. La tua è troppo piccola e la mia troppo grande.
- La venderai anche tu?
- Non lo so, non penso, bisogna sempre tenere una via di fuga, non credi?
No, Luca non lo crede, è certo invece che lo aspetti una vita diversa nell’aria
asciutta di Mavezia. E senza Meduse di bronzo, o forse sì, ormai non ha più
importanza...
- Ma cosa ti ha detto Antonia? - continua Sara. - Le hai parlato di noi?
- Sembrava che lo sapesse già… Ma ti racconterò, ti racconterò quando
arrivo. Forse non finirò mai più di raccontarti...
- Tutto? Lo dirai anche a me di quel quaderno che ti trascini ovunque e che
non mi hai fatto vedere?
- Sì, anzi te lo regalo. Avevo pensato di bruciarlo, ma invece lo darò a te. A te
non potrà fare del male.
No, non distruggerà il taccuino. Il quaderno di Virginia attraverserà gli anni,
forse per sempre o almeno per lungo tempo.
- Sara.
- Sì?
Vorrebbe farle la domanda più difficile che esista, quella che ci mette più a
rischio, quella che esigerebbe una risposta breve e chiara mentre non c’è
risposta né breve né chiara che possa rendere davvero conto della vita che
pulsa nelle profondità più lontane, là dove la mente non tenta neppure di
penetrare. Così le chiede solamente:
- Lo sai, vero?
La risposta è immediata:
- Sì, e tu?
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- Ti bacio, - potrebbe dirle, ma sarebbe troppo poco.
- Prestami le parole, le più forti che conosci, - le sussurra fermandosi.
La luce si è ammorbidita e diffusa.
- Te le regalerò invece, sono generosa. Ma solo quando sarai qui.
Luca spegne il cellulare: adesso il silenzio è perfetto.
Fuori dai confini della città vecchia che Luca si è lasciato finalmente alle
spalle, oltre i suoi muri e le sue pietre che resistono sempre uguali a se stesse,
oltre la Porta di Ponente c’è la Mavezia di vetro e di acciaio, traslucida e
nuova.
Nell’acqua delle canalette che uniscono rettilinee le due città si specchiano le
sbavature rosa del cielo terso dopo la fine del temporale.
Sopra la cupola di Mavezia galleggia una luna crescente ancora pallida nella
luce del giorno. Luca la guarda come se sapesse.
E’ con l’immagine della luna racchiusa in una pietra che Virginia Woolf si
inabissa nell’acqua, è con la liquidità della luna che Virginia, l’altra, si affida
all’amore, ed è con l’inesorabile durezza della pietra che Mary, arida e cieca,
ha dato inizio a tutta la storia.
Ci sono donne di pietra e donne di luna.
Ci sono uomini che cercano di amarle, altri che sanno solo odiarle.
E poi c’è chi, come Sara, riesce a sconfiggere il male deviando il suo sguardo
con il vero coraggio di chi sa volare senza staccarsi da terra.
Le donne non sono più indecifrabili per Luca e lui non ne ha più paura.
Quando arriverà a casa, l’ultimo chiarore del giorno si sarà smorzato. Aprirà
il quaderno sbocciato alla luce fredda della luna, gelosamente custodito per
anni e sopravvissuto alla incapacità di guardare se stessi.
Sulla prima pagina scriverà una dedica, ancora non sa quale, ma sarà una
dedica a tutte le donne che sanno trasformare un gesto di vanità in superiore
bellezza.
E forse anche a tutti gli uomini che vinceranno la paura di amarle.
Sarà una dedica a Sara.
Pag. 138
Tutti i pertugi di azzurro
si sono colmati.
Eccolo,
l’ultimo bianco,
davanti a me,
quello calcificato
e impenetrabile,
quello che si condensa
negli anelli della pietra,
quello che mi riporta
alla mia luna.
Dietro,
nello spazio senza luce,
la pietra di Mary.
Pag. 139
Dal taccuino giallo a fiori rossi
Una dedica
Alla mia bambina, nel suo tredicesimo compleanno, con gli auguri che questo
quaderno possa riempirsi solo dei suoi pensieri e dei suoi disegni più belli.
Papà
Le prime dieci pagine sono coperte da disegni, schizzi di volti e di animali o
figure intere dalla linea ondulata. Le poche frasi tracciate sono illeggibili
perché l’inchiostro si è stinto in macchie azzurrine informi.
2 settembre 1935 XIII
Oggi è morto Paolo.
Paolo è mio padre. Era.
Mary mi ha comprato un taglio di tela nera per il vestito.
Mary è mia madre.
Non vuole che la chiami per nome, disapprova che io stia ferma davanti allo
specchio, dice che parlo troppo e ad alta voce, dice che devo stare più dritta.
Lei è sempre dritta, anche adesso, e piange appena, solo qualche lacrima.
Bisogna essere forti, dice.
Io e Federico guardiamo e ascoltiamo il mare. Ogni onda che si frange contro
le pietre di Venezia risuona come un rintocco funebre. L’ha scritto Ruskin.
A me piace Ruskin. Anche a Federico. Mary invece preferisce Harper’s
Bazaar.
Lunedì porteremo Paolo all’isola dei morti.
Tutti in gondola a San Michele.
7 settembre 1935 XIII
Niente regata quest’anno, niente corteo.
19 settembre 1935 XIII
Sono piena di desideri.
4 ottobre 1935 XIII
Le truppe italiane hanno invaso l’Etiopia. Mary scuote la testa e borbotta di
Pag. 140
un imperialismo straccione.
21 novembre 1935 XIV
Alla festa della Madonna della Salute quest’anno niente Paolo e niente
baìcoli. Anche Federico è taciturno come la marea che sale e che scende.
18 dicembre 1935 XIV
Oggi è la giornata della fede e la regina Elena ha pronunciato il suo discorso:
si raccolgono le fedi nuziali, ma quando si tratta di oro Mary fa orecchie da
mercante. La cuoca la guarda storto e l’ho sentita dire che non c’è da
meravigliarsi, che dagli inglesi non può venire niente di buono. Io sono
contenta che la fede di Mary rimanga al suo posto, lì dove l’ha messa mio
padre. Mi manca!
Scrivo per te, Paolo, è il mio regalo di Natale.
Molte pagine strappate
6 marzo 1936 XIV
E’ finito il lunghissimo inverno. Forse potrò togliermi il vestito nero, le calze
nere, il fiocco nero. Mary dice che i miei capelli rossi rendono poco credibile
il lutto. Anche tu hai i capelli rossi, le ho detto. Ma non tutta quella carne
sotto la camicetta, ha risposto lei.
Però niente Lido questa estate.
Cercherò di scrivere di più per far piacere a Paolo. Però, quando intingo la
penna nell’inchiostro le parole svaniscono dalla mente e mi rimane solo un
vuoto d’azzurro e quando traccio le prime lettere l’inchiostro si spande sulla
pagina che diventa acqua.
E non si può scrivere nell’acqua.
E neanche nell’aria.
Solo sulle pietre.
20 aprile 1936 XIV
Dopo la scuola me ne vado a leggere sull’altana. Mary non vuole che porti in
giro i libri di papà. Di Paolo. Lui invece era contento quando glieli chiedevo.
Ma non dovevo toccare quelli di medicina.
Con il primo sole di primavera mi sono riempita di lentiggini. Mary copre le
sue con la cipria.
Mary non tollera imperfezioni.
9 maggio 1936 XIV
Pag. 141
Mussolini ha proclamato l’Impero. Tutti abbiamo visto il sorriso di Mary. Gli
Imperi sono ben altro, dice. La cuoca ha messo troppo sale nella minestra. Per
fortuna tra un po’ finisce la scuola. Anche Federico è contento.
15 maggio 1936 XIV
Sono andata all’Italico a vedere “Gli uomini che mascalzoni” e Federico si è
arrabbiato con Mary perché sto troppo con le cameriere e faccio cose da
cameriere; in effetti mi piace scambiare le cartoline degli attori con Elisa, lei
ne ha moltissime in camera sua e spende tutto il suo stipendio al cinema e
nella raccolta dell’Almanacco della Donna.
1 agosto 1936 XIV
Ho avuto la febbre alta per non so quanto tempo. Puzzo di medicine. Soffio
sul palmo della mano per controllare l’alito. Federico mi racconta che
deliravo. Dice che ha scritto tutte le mie parole e ne ha fatto una poesia che
però non ha molto senso. Mary mi ha proibito di leggere.
Il dottor Manin mi guarda e mi fa un sacco di domande.
Io non ricordo niente.
10 ottobre 1936 XIV
Il sole della mia Venezia si è fatto pallido e io non so più dove siano finiti i
giorni d’estate. Dal mare arriva strisciando una foschia che bagna i capelli.
Ieri, dalla vera da pozzo di Campo della Maddalena è spuntato fuori
all’improvviso un gatto senza coda. Era mezzogiorno e lui aveva un’ombra
lunga e sottile. Nessuno mi crede, eppure era un gatto magro e nero che è
corso via miagolando. Cosa c’è di buffo?
16 ottobre 1936 XIV
Gloria ed Enrichetta non vengono più a casa mia e parlottano tra di loro e
ridacchiano. Quando mi giro verso il loro banco, dietro di me, fingono di
scrivere o di ascoltare la lezione e prendono un’aria indifferente. Mary dice
che sono stata scortese con loro e che è meglio che per un po’ non vada a
scuola. I professori si lamentano, dice, perché li interrompo quando spiegano.
Strano, io mi limito a ridere!
31 ottobre 1936 XV
La settimana scorsa ho portato le conchiglie su, nell’altana, e le ho tutte
ammassate in un angolo, una sopra l’altra, in un mucchio stretto perché
potessero nascondersi, perché il pericolo è in agguato.
Il murex con i denti a pettine è però sbucato da sotto la mitra e le ha trafitto le
Pag. 142
macchie da leopardo con la sua punta lunga. Il nautilus, invece, ha preso le
distanze dal mucchio e ha scelto uno splendido isolamento.
Ho appiccicato un biglietto sulle conchiglie così non me ne dimentico il
nome. Spero che piova così le conchiglie ritroveranno un po’ della loro
umidità.
Potrei anche gettarle nel rio dalla finestra.
3 novembre 1936 XV
Mary ha fatto riportare tutte le conchiglie nella vetrinetta del corridoio.
Adesso se ne stanno lì, immobili e ordinate sui ripiani, al buio e all’asciutto.
Questo non va bene, non è il loro posto, ma forse Mary ha paura delle
conchiglie. Potrebbero farle capire chi è veramente.
Molte pagine illeggibili, alcune strappate.
3 giugno 1937 XV
Grande confusione in casa: uno sciame d’api è sceso giù per il camino. Non
ho potuto fare a meno di urlare, non ho fatto altro che urlare e le cameriere
non sapevano più di cosa avere paura, se delle punture degli insetti o di me.
Federico rideva.
Domani Mary mi porta dal dottore.
6 giugno 1937 XV
Pare che questo sarà il mio ultimo anno di scuola.
Pare che io sia isterica. Lo ha deciso Mary.
Mary ha le labbra sottili e le tiene sempre strette. Forse teme che qualche
gocciolina di saliva le sfugga dalla bocca quando parla, come succede sempre
alla Fincato, la mia insegnante di ginnastica.
Io ho smesso di fare ginnastica perché ho il terrore che mi crescano peli
grossi e neri come i suoi.
Non credo che sarò promossa.
20 giugno 1937 XV
Ho un paio di scarpe con la suola alta di sughero.
5 luglio 1937 XV
Ballo all’Excelsior. Non sono stata ferma un minuto. Ho ballato con Federico
ma anche con un giovanotto con i baffi e le scarpe bianche. Qualche anno fa
me ne stavo a guardare gli altri, seduta al tavolino con Mary, davanti a una
granatina col seltz. Mary dice che ero più assennata una volta. Sono solo più
Pag. 143
allegra, le ho risposto. Ma lei non vuole che rida per la strada e appena
comincio a farlo mi riporta a casa. Federico invece mi solleva tra le braccia e
mi fa girare vorticosamente. A lui non dispiace che io rida, rida, rida senza
smettere mai.
10 luglio 1937 XV
Mi sono svegliata in un bagno di sangue. Mary non mi ha dato importanza,
mi ha detto di non fare l’isterica e ha ordinato alle cameriere di portare subito
via le lenzuola. Avevano tutte la faccia impassibile, ma io so a cosa stavano
pensando. Allora ho rovesciato un flacone di lavanda sul materasso.
20 luglio 1937 XV
Da un po’ di tempo la testa della Medusa mi invia dal suo angolo oscuro
ripetuti bagliori.
E’ un messaggio.
Allora mi avvicino e sfioro appena con la punta delle dita i suoi capelli di
bronzo, tocco il piedistallo. Il marmo verde mi scotta le unghie.
Nessuno mi crede.
2 agosto 1937 XV
Per sicurezza dormo con la bottiglietta di lavanda sotto il cuscino.
Al mattino, quando mi sveglio, dei sogni che ho fatto rimane solo il sentore
azzurro.
10 agosto 1937 XV
E’ sempre più difficile trovare Harper’s Bazaar, bisogna farlo arrivare dalla
Svizzera. Così Mary legge un romanzo di Liala. Lo fa con evidente
disapprovazione. Gira velocemente una pagina dopo l’altra, piega la bocca in
sorrisini di superiorità, ma non posa il libro fino a che non l’ha terminato.
Mary sta sempre seduta, ultimamente, e si lamenta del caldo umido. Vuole
che io ricami gli orli delle lenzuola del mio corredo.
C’è tempo, le ho detto.
Allora mi ha battuto forte sulla testa col ditale.
Federico ha riso. Poi si è fatto serio.
Nessuna stella cadente.
Pagine strappate
23 dicembre 1937 XVI
C’erano le forbici sul tavolo. Brillavano. E’ da molto tempo che a Venezia
Pag. 144
tutto luccica, marmi, vetri, acqua, cielo. In casa no, la penombra fluttua dal
soffitto alle tende e solo le forbici hanno ammiccato astutamente. Le ho
prese. Mi sono tagliata i capelli. Non tanto. Le ciocche che ho raccolto da
terra avevano il colore dello zolfo. Hanno preso fuoco tra le mie mani.
Ho gridato aiuto.
9 gennaio 1938 XVII
Un nuovo medico. Anche lui mi martella di domande. Vuole anche leggere
quello che scrivo. Allora ho strappato le pagine. Federico ha detto che posso
tenere nascosto questo taccuino e che non mi devo tagliare più i capelli, mai
più.
Medicine e riposo.
12 gennaio 1938 XVI
Sto meglio. Molto meglio. Ma qualcosa si spegne.
20 gennaio 1938 XVI
Mary è contenta: non urlo più, non rido più. Faccio l’orlo a giorno alle
lenzuola. La luce del mattino è bianco-latte. Ho perso gli orecchini. Ho
comprato sei flaconi di lavanda.
Mary sospira.
2 febbraio 1938 XVI
Esco da sola. Da due giorni posso tornare a casa quando voglio. Pensano che
non sappia che sono seguita. Io però non corro e faccio finta di passeggiare e
di guardarmi attorno. In realtà ho solo in mente la Chimera della Piazzetta.
Quando mi avvicino e mi metto davanti a lei, dritta come vuole Mary, la
Chimera mi guarda e mi rivela tutto. Allora i piccioni svolazzano via
spaventati, tutti insieme, e io torno a casa con i capelli pieni di vento.
7 febbraio 1938 XVI
Mary ha comprato dei lingotti d’oro. Li ha nascosti subito nella cassaforte
dietro il ritratto di mio padre. Anche l’ultima prozia inglese è morta, perciò
nuove terre in eredità a Mary. Orecchini per me. Una chevaliere per Federico.
11 febbraio 1938 XVI
Pare che i cerchi che ho sotto gli occhi siano troppo pronunciati. Quando ho
bisbigliato al dottore che sono le ombre di Venezia, lui e Mary si sono
scambiati un breve sguardo d’intesa.
L’unico che ascolta veramente le mie parole è Federico. Anche lui è
Pag. 145
d’accordo con me, Non puoi distinguere la città dalle sue ombre, dice, e
anche altri lo pensano.
Io dico che anche le pietre di Venezia sono ombre.
Io lo so. Ci passo attraverso.
1 marzo 1938 XVI
Due settimane di spugnature fredde. Sotto la pelle trasparente le vene si
stendono placide come i canali e sono felice che Venezia si sia insinuata nelle
mie braccia e nelle gambe e se ne stia come un tesoro nascosto sotto la pelle
d’oca.
2 marzo 1938 XVI
Ieri è morto D’Annunzio. A Mary non piaceva. Federico invece mi recita a
memoria una poesia e non vuole che io muova la testa a tempo di rima.
5 marzo 1938 XVI
Federico è sempre con me. Giochiamo a dama. Non sempre capisco quello
che mi racconta perché parla a voce troppo bassa.
Non mangio più a tavola. Mi portano il vassoio in camera. Sono spesso a letto
e guardo dalla finestra. Quando mi sveglio al mattino il cielo è ancora tutto
incolore, poi si ravviva di nastri gialli di luce, alcuni larghi, altri sottili, che
corrono in alto. Il mare d’oro è punteggiato di ombre. Mi piace il mare. Mi
alzo dal letto per sorvegliarlo meglio finché Federico apre la porta, entra nella
mia stanza, si ferma accanto a me, vicino vicino, e mi accarezza a lungo la
schiena.
12 marzo 1938 XVI
Mary disapprova il mio rossetto sulle guance.
E’ carminio.
Io e Federico recitiamo.
Lui vuole essere Casanova.
Ci mettiamo affiancati davanti allo specchio, poi voltiamo lentamente la
faccia in modo da guardarci di fronte e nello stesso tempo cerchiamo di
vederci nello specchio di profilo, come due lune piene, come due spicchi di
luna, come le due lune di Venezia, quella sospesa nella notte e quella
galleggiante nel mare, uguali e lontane.
Anche Federico si è messo il carminio, pure lui, pure lui, sulla faccia bianca
di cipria.
Ma di nascosto!
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Pagine illeggibili
24 aprile 1938 XVI
Contemplo la notte, tutte le notti, con Federico.
Il buio arriva a tradimento, non so da dove.
Al tramonto il cielo azzurro e grigio si incendia ancora all’orizzonte di
strisciate rosa e rosse. Il mare ha già il colore del mercurio ma si indora di
barbagli nei triangoli accesi delle onde. Poi, misteriosamente, in un attimo
impreciso che non si riesce a cogliere, tutto si annera.
Nessuna voce, nessun rumore.
Per un po’ io e Federico guardiamo le due lune.
Poi ci nascondiamo dietro la tenda di velluto e respiriamo appena.
27 aprile 1938 XVI
Nei giardini pensili di fronte alla mia finestra c’è un intenso intreccio canoro
e amoroso. Il vociare è assordante. Voi qui vivrete come uccelli acquatici, ha
detto Cassiodoro ai primi abitanti della laguna. Me l’ha raccontato Federico.
Ho cercato di cinguettare anch’io.
30 aprile 1938 XVI
Ho paura.
2 maggio 1938 XVI
Federico mi ha regalato un delizioso parasole cinese, ma siccome non esco
quasi più di casa mi affaccio alla finestra, lo apro e mi riparo dalla luce sotto
la sua carta colorata. Qualcuno dall’acqua mi grida qualcosa. Il cielo è
compatto, interamente, assolutamente, infinitamente azzurro, senza
sfumature. Il mare invece è celeste, con qualche increspatura di un turchino
più intenso. E’ il primo pomeriggio e l’aria e l’acqua tacciono, come fossero
di velluto.
Io, io non, io non sono, io non sono pazza.
13 maggio 1938 XVI
Pare che girare in gondola mi sia permesso. “Evviva” gridano i gondolieri. Io
mi sono persa nel vento.
16 maggio 1938 XVI
Quando scivolo in gondola sull’acqua, il ritmo del remo del gondoliere è
sempre uguale, silenzioso ed eterno. Piccole particelle di spuma scorrono
veloci sul legno, sgocciolano nell’aria quando il remo si solleva e ritornano a
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perdersi quando il remo riaffonda nella quiete del canale.
Tocco l’acqua con la mano e l’acqua mi accarezza.
Federico.
17 maggio 1938 XVI
Sono come un mollusco nella conchiglia.
Pagine disegnate: labirinti, chimere, meduse...
19 settembre 1938 XVI
Mary e Federico sono tornati tardi dal concerto. Olga Rudge ha organizzato la
sua prima settimana vivaldiana nel Palazzo della Contessa Polignac. Olga
Rudge ha suonato il violino. Federico mi racconta che Stravinskij, dopo
averla vista in difficoltà, si è avvicinato e le ha girato lui stesso le pagine
dello spartito.
Mary è elegante, vestita del color della pietra.
Che m’importa?
Pagine senza data
Anche oggi spugnature fredde.
Perché non sono asciutta come pietra levigata al sole?
Ho fissato lo specchio e ho visto la Medusa. Se ne stava acquattata nelle
profondità dell’argento, inaccessibile e lontana. Aveva le orbite degli occhi
vuote.
Ho fissato la Medusa e ho visto lo specchio.
Poi la Medusa ha fissato me e mi ha visto.
Spugnature fredde
Non bisogna prendersi gioco del desiderio! Che è umido. Come questa città.
Siamo ricoperti da un velo d’acqua.
Le tue parole sono minuscole goccioline di vapore.
Noi due abbiamo mescolato gli umori.
Mary sta leggendo “Dieci piccoli indiani”. Io dormo molto. Mi ha visitato un
altro medico. Ho fatto un sogno fatto di sogni. Spugnature fredde.
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Non bisogna prendersi gioco del desiderio! Siamo fuggiti dal deserto e
abbiamo lasciato le nostre impronte profonde nella sabbia, come catini di
sole. Adesso tutto intorno a noi è un giardino. Pensile. Fa’ silenzio.
Oggi compio diciassette anni. Mary mi ha regalato una collana di coralli.
Federico un mazzolino di violette. Ostriche e telline a pranzo. Mi sono
costruita una cupola azzurra.
Non bisogna prendersi gioco del desiderio! E’ stato nell’altana, di sera, sotto
l’ombrello del blu. Ma poi, davvero, sotto le vele del soffitto. Sotto l’azzurro.
Sotto quegli angeli dipinti con gli abiti chiari e rigonfi sulle gambe nude.
Leggeri e sospesi come l’amore. Leggeri come un respiro. Le loro tube hanno
suonato a lungo.
Il mio amante viene di notte. La sua voce è un sussurro che arriva a
intermittenza, insieme al ritmo del mare. Così è. Non bisogna prendersi gioco
del desiderio.
Le sue mani erano conosciute. Domestiche. Sui miei seni. Io l’ho voluto.
L’imperativo è: sprofondare nella notte.
Adesso che è inverno io e Federico guardiamo la doppia luna attraverso i
vetri della finestra chiusa. Ormai Venezia è solo acqua e aria. E bagliori
freddi di oro e vampate brucianti di azzurro. E tutto canta all’infinito. Solo
dietro la tenda il canto si fa bisbiglio.
Pagine strappate
Da qualche mese non rovescio più la lavanda sul materasso.
Mary mi osserva a lungo.
Federico si è iscritto all’Università.
Ma la notte è solo per noi.
Ci siamo scambiati i vestiti e ci siamo guardati allo specchio. Federico era
me, io ero Federico. Sulle pareti, sul soffitto, sullo specchio, su di noi,
l’incanto della gibigianna del sole nell’acqua.
Ho gettato via lo specchio perché al posto della Medusa c’era la faccia di
Mary. Solo quando è caduto al suolo e si è frantumato in cento pezzi è cessata
l’eco della sua voce che mi aveva chiamato insistente per tutto il giorno.
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La porta della mia camera è chiusa a chiave dall’esterno. Anche se chiamo ad
alta voce, anche se batto i pugni contro il muro, anche se prometto che non
starò più alzata la notte per moltiplicare la luna, nessuno mi risponde.
Senza di lui io non sono più io.
Pare che Venezia stia scivolando sott’acqua sempre di più.
Di lei non rimarrà nulla, un giorno.
Di me, soltanto un po’ di bianco,
questo bianco che mi penetra gli occhi.
Questo bianco addensato dal vento che
finalmente
ha ripreso a cantare.
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