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DIPARTIMENTO DI SCIENZE DELL’EDUCAZIONE, UNIVERSITA’ di BOLOGNA FORMAZIONE PROFESSIONALE ITALIANA, PROVINCIA AUTONOMA di BOLZANO MASTER UNIVERSITARIO IN: MEDIATORI DEI CONFLITTI – OPERATORI DI PACE INTERNAZIONALI TESI: Popoli indigeni: l’utilizzazione della terra e gli strumenti di partecipazione e di tutela. L’esperienza peruviana. STUDENTE: MAURIZIO ALEMI Bolzano, 15 febbraio 2008 SOMMARIO § 1. I DIRITTI DEI POPOLI INDIGENI..................................................................................6 § 2. LA TERRA ED IL TERRITORIO COME DIRITTI UMANI E IN RELAZIONE AL DIRITTO ALLA TUTELA DELL’AMBIENTE........................................................................8 Il concetto di terra per gli indigeni...................................................................................................................................8 § 3. LE FONTI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE ED I SISTEMI DI TUTELA IN RELAZIONE AL DIRITTO ALLA TERRA...........................................................................10 Gli organi del sistema interamericano: la Commissione e la Corte.............................................................................12 § 4. LE FONTI DI DIRITTO NAZIONALE: LA COSTITUZIONE POLITICA DEL PERÙ..16 § 5. LE ASSOCIAZIONI DI POPOLI INDIGENI ED IL LORO RUOLO SOCIALE E POLITICO............................................................................................................................18 § 6. IL RUOLO DELLA DEFENSORIA DEL PUEBLO NELLA DIFESA DEI DIRITTI: IL CASO DELLA LEY DE LA SELVA.....................................................................................20 § 7. LA RISOLUZIONE DEI CONFLITTI PER L’UTILIZZO DELLA TERRA DEI POPOLI INDIGENI NELL’AMERICA LATINA..................................................................................22 “Un indio sin tierra es un indio muerto” (antico detto americano) 2 § 1. I diritti dei popoli indigeni Oggigiorno quando si parla di “popoli indigeni”, ci si riferisce generalmente ai discendenti diretti delle persone che abitavano la terra prima delle invasioni coloniali e che ancora sono sotto la dominazione di altri. I popoli, le nazioni e comunità indigene sono gruppi culturalmente differenziati che sono stati inglobati in società colonizzatrici che hanno imposto il loro potere con la forza e la conquista1. Le diverse comunità indio sopravvissute in America, Los Unuit y Aleut dell’Artico, i popoli aborigeni dell’Australia, i Maori della Nuova Zelanda, i popoli tribali dell’Africa e dell’Asia e gli altri gruppi simili, sono considerati generalmente come indigeni. Soni indigeni perché le loro origini ancestrali sono impiantate nella terra sulla quale vivono, o sopra la quale piacerebbe loro vivere, e questo molto più profondamente che per le altre società. Il tema dei diritti umani come fu originariamente sviluppato nei paesi occidentali prestò originariamente poca importanza ai popoli indigeni, se non per denunciare, qualche volta, gli abusi e le atrocità di cui furono vittime. Trattati come inferiori o incapaci, i popoli indigeni furono in passato, nella maggior parte dei casi, oggetto delle politiche assistenziali e di intenti di protezione istituzionale da parte di società di beneficenza, missioni religiose o da qualche struttura secondarie degli stati (come il Servicio de Protecciòn de los Indios, creato da un ufficiale dell’esercito in Brasile all’inizio del ventesimo secolo). Nel continente americano il primo congresso indigeno interamericano fu convocato nel 1940. Allo stesso parteciparono i rappresentanti dei governo e alcuni antropologi, con lo scopo di coordinare la politica del continente per i popoli indigeni. Il riconoscimento dei diritti collettivi dei popoli indigeni costituisce oggigiorno il filo conduttore che tocca tutti gli ambiti del dibattito sui diritti umani. Infatti i diritti umani non sono solo i diritti attribuiti alla persona o ai soggetti individuali: anche i gruppi ed i soggetti collettivi, in ragione di certe caratteristiche comuni, possono vantare delle pretese per interessi o necessità comuni. In queste occasioni, la comunità si esprime attraverso quello che in diritto si chiama rappresentazione di interessi di gruppo o collettivi. In tale prospettiva sono, per esempio, diritti collettivi la possibilità dei sindacati di negoziare con i datori di lavoro, o il diritti che può far valere una associazione di consumatori nei confronti del produttore, ecc.. Sono tuttavia diritti collettivi anche il diritto di un soggetto collettivo ad aggregarsi senza personalità giuridica propria: è il caso delle minoranze culturali di un determinato stato e del suo diritto a mantenere e sviluppare la propria lingua e la propria identità culturale che permette la loro sopravvivenza. Taluni studiosi2 individuano in questo il pieno diritto dei popoli indigeni alla autodeterminazione. La principale questione, sempre aperta, rimane quella di stabilire o circoscrivere quelle che sono le “unità” che possano essere riconosciute soggette di tali diritti: le comunità, le tribù, i gruppi etnico – linguistici, le comunità territoriali ecc., e quali siano i criteri utilizzabili per definirli, se si possa stabilirne i criteri e con quali propositi. S. James Anaya, Los derechos de los pueblos indìgenas, in Pueblos indìgenas y derechos humanos, Universitad de Deusto Bilbao, 2006 par. 29 2 tra i quali Marco Aparicio Wilhelmi 1 3 Non è stato infatti un processo facile che il discorso dei diritti umani, fortemente orientato alle libertà fondamentali dell’individuo, incorpori il concetto di diritto collettivo. Per i popoli indigeni il riconoscimento dei diritti collettivi include diversi fattori: territoriali, giuridici, culturali, sociali, economici e politici. In relazione ai popoli indigeni, i principali diritti collettivi oggetto di discussione sono i seguenti quattro: a. Il diritto al territorio, che sarà oggetto di esame più approfondito nel prossimo paragrafo; b. Il diritto alla cultura, che consiste nel diritto al mantenimento ed allo sviluppo della propria “comunità culturale”3. Sotto questo concetto si raggruppano diverse componenti culturali, rivestendo il termine e cultura un’accezione piuttosto ampia, come un connubio di istituzioni e comportamenti collettivi di un certo gruppo umano, con un’altra serie di valori compartiti (la lingua, le tradizioni, le credenze religiose, i costumi popolari, le istituzioni politiche e giuridiche, i tipi di proprietà, il sistema di produzione e di distribuzione dei beni economici). La nozione di comunità culturale repinge la possibilità di separare la cultura di un popolo in componenti distinti; per questo si riconosce nella “cosmovisione” indigena uno dei propri caratteri determinanti. Questa consiste nell’accettazione dell’esistenza integrale di distinti fenomeni che per il preponderante pensiero occidentale possono essere, invece, distinti ed oggetto di separato apprendimento; c. Il diritto allo sviluppo etnico: negli ultimi anni si è sviluppata l’idea di una rivendicazione consistente nell’unione della nozione di territorio e di cultura in un modello proprio di sviluppo. In tal senso, ciò che si reclama è il controllo effettivo della terra, delle risorse e l’organizzazione sociale e culturale: “lo sviluppo etnico implica processi sociali, economici, culturali e tecnologici. Gli attori sociali beneficiari attuano lo stesso, in conformità con le loro necessità, condizioni e possibilità, decidendo democraticamente il proprio destino”4. Il concetto di sviluppo etnico contiene una marcata caratterizzazione politica, in quanto rappresenta anche il modo della comunità di svilupparsi e di confrontarsi con il resto del mondo che cambia. Un riflesso di tale diritto si può trovare in tutta quelle norme che impongono ai poteri pubblici la necessità di una consultazione preventiva dei popoli indigeni in tutte le questioni che possano vedere toccato il loro habitat da misura posta in essere da uno Stato; d. Il diritto alla libera autodeterminazione: “(…) è il primo diritto collettivo che permette di esercitare a tutti. Gli strumenti internazionali ne riconoscono l’attribuzione a tutti i popoli ed è considerato come un fondamento essenziale per la sopravvivenza e la integrità delle società e delle loro culture”5. La definizione più rilevante del diritto alla autodeterminazione viene data dal Patto Internazionale Dei Diritti Economici, Sociali e Culturali adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1966) e secondo cui tutti i popoli hanno il diritto alla libera determinazione. In virtù di tale diritto stabiliscono le proprie condizioni politiche e provvedono nello stesso tempo al proprio sviluppo economico, sociale e culturale. Al fianco di queste quattro macrocategorie sono senz’altro da annoverare, per onere di completezza: così come viene riconosciuto in De Obieda Chalbaud, El derecho humano de la autodeterminaciòn de los pueblos, Tecnoc, Madrid, 1985 4 Rodolfo Stavenhagen, “Comunidades etnicàas ed Estados modernos”, America indigena, 1989 5 Lèger, M. “El reconoscimento del derecho a la libre determinaciòn de los pueblosindigenas. Minaccia o vantaggio?” http://www.ichrdd.ca/site/publications 3 4 Il diritto all’educazione (ed al mantenimento della loro lingua, talora a fianco dello studio della lingua ufficiale nello Stato); Il diritto alla salute (che si deve conciliare con la medicina tradizionale); Il diritto all’acqua (in taluni casi, considera l’importanza vitale, viene trattato autonomamente), Il diritto alla proprietà intellettuale (con particolare riguardo alla medicina tradizionale indigena). § 2. La terra ed il territorio come diritti umani e in relazione al diritto alla tutela dell’ambiente “ I non indigeni hanno preso le nostre terre per fruttare le loro risorse a loro beneficio esclusivo ed impoveriscono nostri popoli. I popoli indigeni sono vittime dello sviluppo. In molti casi i territori vengono sterminati nell’ambito di un programma di sviluppo (…)” dichiarazione di Kari - Oca, 25-30 maggio 1992, paragrafo 746 Essendo stati vittime di secolari spogli del loro territorio ancestrale e tradizionale, per molti popoli indigeni il recupero e la protezione delle loro terre e del loro habitat sono la condicio sine qua non della loro sopravvivenza come collettività. Il significato ancestrale che la terra ha per la vita dei popoli indigeni e delle loro comunità è relazionata ed intrinseca ai suoi concetti di sicurezza, protezione, riconoscimento e realizzazione dei progetti di vita. La Commissione Interamericana dei Diritti Umani ed il Comitato dei Diritti Umani della Nazioni Unite riconoscono l’importanza della terra per la sopravvivenza della cultura dei popoli indigeni. Secondo Josè Martìnes Cobo7 vi è una relazione speciale e fortemente spirituale dei popoli indigeni con la loro terra, essenziale per la loro integrale esistenza, ivi compresi la loro cultura, le loro credenze, tradizioni e costumi. Attraverso l’esercizio del diritto alla proprietà si esercitano diritti come quello all’identità culturale, all’uguaglianza, allo sviluppo,all’autonomia e tanti altri (si presenta, quindi, come un diritto umano c.d. “derivato”). Per gli indigeni la terra non è solo un oggetto ed uno strumento di possesso e produzione, non può costituire una merce materiale di scambio, ma è un elemento di cui si può godere liberamente. Nella lotta per il riconoscimento giuridico dei loro territori i popoli indigeni sono riusciti solo negli ultimi decenni a raggiungere qualche risultato, considerato che anche quando la legislazione tutelava tale loro diritto, non sempre nella pratica lo stesso veniva rispettato. Il concetto di terra per gli indigeni. Per poter approdare alla costruzione e formazione del diritto alla terra, il primo dei diritti sostanziali che rappresentano il diritto indigeno alla tutela dell’ambiente, è necessario fare uno sforzo per comprendere il significato del termine terra, al fine di http://www.idrc.ca/en/ev-30141-201-1-DO_TOPIC.html. Tale dichiarazione non è uno strumento internazionale, pur tuttavia ha una particolare rilevanza, tale da essere sta denominata Carta della terra dei popoli indigeni. 7 Anch’egli relatore speciale presso le Nazioni Unite 6 5 stabilire una differenziazione chiara e precisa rispetto al diritto al territorio, che rappresenta un altro dei diritti importanti, e soprattutto cercare di relazionarlo con i diritti umani già esistenti che facilitano la sua ricostruzione ed applicazione nel sistema internazionale dei diritti umani. Quando i popoli indigeni fanno riferimento alla loro terra ed ai loro territori, anche se a volte potrebbe sembrare che non vi è alcuna differenza, o che applicano indistintamente un termine o l’altro, esistono invece delle differenze sostanziali. Per gli indigeni la terra è sempre stata associata a ad uno spazio fisico concreto nel quale abitano le comunità, e dove realizzano la loro attività agricole, di raccolta, di caccia e che fondamentalmente utilizzano per mantenere la vita comunitaria e per proseguire lo sviluppo del proprio modello di vita fondato sulla raccolta, la caccia e la pesca. Un testo che fornisce la distinzione abbastanza valida e chiara tra il diritto alla terra ed il diritto al territorio è il Proyecto Americano de derechos humanos de los pueblos indigènas. Il diritto alla terra (art. 13) viene infatti equiparato al diritto umano all’ambiente, come riconosciuto a livello internazionale: “i popoli indigeni hanno diritto a vivere in armonia con la natura e ad ambiente di vita sano e sicuro, condizioni essenziali per il godimento del diritto alla vita, alla propria spiritualità ed al benessere collettivo”. La relazione finale della Conferenza della Nazioni Unite sull’Ambiente di Rio de Janeiro il concetto di ambiente viene esteso alla terra, all’aria, alle acque, ai mari costieri, ai ghiacci marini, alla flora, alla fauna ed a tutte le risorse (…). Si può quindi affermare che il diritto alla terra si equipari al diritto all’ambiente e quindi consista in: un diritto alla terra senza contaminazioni, libero da fattori esterni che permette condizioni di vita e di salute degne e che contempli per i suoi beneficiari il diritto alla partecipazione nei processi decisionali e nelle questioni afferenti all’ambiente e a ciò che vi sta intorno, attraverso il diritto all’informazione, alla consultazione ed alla partecipazione, così come la creazione di misure di attuazione e compensazione in caso di violazione di tale diritto. Il concetto di territorio, invece, si trova in stretto fondamento con il diritto al possesso ed allo sfruttamento delle terre e delle risorse naturali, in accordo con i costumi e le tradizioni dei popoli che le abitano. Pertanto tale concezione è strettamente legata ad un’altra serie di diritti umani tra cui il diritto al mantenimento della propria cultura, all’esercizio di detta cultura, il diritto al mantenimento delle strutture sociali, politiche ed economiche , fino a sfociare nel diritto alla autodeterminazione, in considerazione del fatto che il diritto al territorio presuppone una sovranità territoriale su un’area geografica determinata. Tuttavia taluni studiosi8 mettono tuttavia in guardia su determinati limiti del sopraccitato pensiero, evidenziando che il termine “territorio” non deve assolutamente confondersi con il concetto di “integrità territoriale”, usuale nel diritto internazionale. In tal caso non si presuppone una separazione politica del territorio dello Stato: è evidente che tutto il popolo indigeno, nell’esercizio del diritto alla propria autonomia ed all’autogoverno, resta vincolato al territorio politico e sovrano dello Stato (come per esempio il caso della Groenlandia). Da un’analisi complessiva delle diverse realtà territoriali e politiche risulta evidente che la concezione indigena di territorio differisce enormemente da connotazioni di carattere meramente politico che le vengono attribuite dal mondo non indigeno: è fondamentale dare un’interpretazione del concetto di diritto al territorio Erica Irene Daes (relatrice speciale delle Nazioni Unite ed ex presidente del gruppo di lavoro sui popoli indigeni della Nazioni Unite), Nota esplicativa “acerca del proyecto de declaracion sobre los derechos de los pueblos indìgenas”, E/CN.4/Sub.2/1993/26/Add.1, del 19 luglio 1993 8 6 positiva per i popoli indigeni, cercando di inglobare tutte le loro necessità al fine di garantire la possibilità del loro sviluppo. Attualmente molti di questi territori sono sfruttati da attività quasi incontrollabili da parte di imprese estrattive (petrolifere, minerarie, idroelettriche, per lo sfruttamento forestale) o per progetti di sviluppo (industriale, turistico, urbano, portuario) che aggrediscono l’ecosistema e il modus vivendi degli indigeni. Questi processi hanno generato molteplici conflitti sociali, legali e politici, alcuni dei quali sono sfociati poi nei tribunali così come negli scenari internazionali. Alcuni di questi processi si sono esplicati in proteste, marce ed occupazioni, altri ancora hanno generato violenza. Vedremo nel seguito della trattazione un caso specifico. § 3. Le fonti del diritto internazionale ed i sistemi di tutela in relazione al diritto alla terra Il regime internazionale dei diritti umani permette che i popoli indigeni siano oggetto di trattazione nei suoi tre pilastri fondamentali. In primo luogo, infatti, gli indigeni rivendicano per se tutti i diritti individuali garantiti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948), nei due Patti Internazionali dei Diritti Umani (1966) e numerosi altri strumenti giuridici internazionali dei diritti umani. Pur se questo può parere logico ed evidente, occorre sottolineare che in numerosi paesi gli indigeni continuano a subire discriminazioni di natura etnica, razziale, di genere, e solo in alcuni casi sono stati sottoposti a regimi di tutela speciale senza poter sfruttare in maniera piena tutti i diritti umani loro riconosciuti. L’accesso alla giustizia è generalmente difficile, la partecipazione politica è soggetta a limitazioni, il loro livello socio–economico è inferiore a quello medio nazionale, la loro identità culturale è negata e le loro caratteristiche culturali sono sottovalutate dalla società dominante ed egemonica. Un anno di importanza cruciale per i diritti dei popoli indigeni è stato il 1989, anno in cui l’Organizzazione Mondiale del Lavoro adottò la Convenzione n. 169 sui popoli indigeni e tribali, che tutt’oggi rappresenta un capitolo fondamentale quale strumento di protezione e tutela. Nel 1992 la Conferenza Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo di Rio de Janeiro adottò un programma specifico sui popoli indigeni ed il loro punto di vista fu trattato in una conferenza internazionale di alto livello; il 1993 fu dichiarato dall’Assemblea Generale come l’anno internazionale delle popolazioni indigene. Nel decennio internazionale delle popolazioni indigene nel mondo9 furono varati numerosi strumenti per la protezione dei diritti umani in generale, ed alcuni specifici per gli indigeni. Tra gli stessi si rammenta l’istituzione di importanti organi convenzionali (il Comitato per i Diritti Umani, il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale, il Comitato dei Diritti dei bambini, ecc.) e dei procedimenti speciali quali la Commissione dei Diritti Umani. 9 dichiarato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1995 – 2004) 7 Fu istituito un gruppo di lavoro per le popolazioni indigene10, organo sussidiario della Subcommissione per la promozione e la protezione dei Diritti Umani, che si riunisce annualmente a Ginevra; lo stesso è composto da cinque esperti indipendenti e membri della Subcommissione (uno per ogni area geografica del mondo), che , oltre che esaminare le varie problematiche si occupano di elaborare dei documenti e delle relazioni (di norma annuali) e di organizzare dei convegni. Con la risoluzione 2001/57 la Commissione per i Diritti Umani ha designato un relatore speciale sulla situazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali degli indigeni. L’autorevole antropologo messicano Rodolfo Stavenhagen è stato il relatore speciale per i primi due mandati (triennali) e si è occupato e concentrato, nell’ambito di un mandato in realtà piuttosto ampio: dell’investigazione tematica in questioni che rivestono un impatto nella situazione dei diritti umani e le libertà fondamentali dei popoli indigeni; di visitare personalmente i vari paesi ove vi fosse la presenza di popoli indigeni; di entrare in contatto con i governi locali per intervenire nelle discussioni riguardanti violazioni di diritti umani e libertà fondamentali dei popoli indigeni; di verificare (come ultima fase) il grado di perseguimento ed osservanza delle raccomandazioni contenute nelle sue precedenti relazioni sui singoli paesi. Per quanto riguarda il continente americano, invece, vi è da sottolineare che la maggior parte degli stati del continente sono associati alla Organizzazione degli Stati Americani (OEA, nell’acronimo spagnolo) e che lo strumento principale del sistema interamericano è costituito dalla Convenzione Americana sui Diritti Umani, adottata nel 196911. La Convenzione Americana sviluppa più nel dettaglio i diritti che inizialmente riconosceva La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, e regola inoltre i procedimenti e le competenze della Corte Interamericana di diritti Umani: la Dichiarazione e la Convenzione si completano con altri trattati internazionali che regolano alcuni aspetti specifici dei diritti umani o che prestano speciale attenzione a gruppi sociali particolarmente vulnerabili come le donne e le persone con discapacità. Pur tuttavia né le Carta dell’OEA, né la Dichiarazione, né la Convenzione, né alcuno degli altri strumenti vincolanti del sistema interamericano fanno espresso riferimento ai diritti dei popoli indigeni12. Nonostante la assenza di tale riconoscimento esplicito dei popoli indigeni, questo non ha costituito un ostacolo né per la Corte né per la Commissione, che Grupo de Trabajo sobre Poblaciones Indigenas (GTPI) la Convenzione Americana sui Diritti Umani è stata firmata a San Josè in Costa Rica il 22 novembre 1969, nell’ambito della conferenza specializzata interamericana sui diritti umani, ed è entrata in vigore il 18 luglio 1978, ai sensi dell’art. 74.2 della Convenzione stessa, una volta registrate le ratifiche degli Stati. 12 Ad eccezione della Carte Internazionale Americana delle Garanzie Sociali o Dichiarazione dei Diritti Sociali del Lavoratore , proclamata nel 1947 (nell’ambito della Conferenza Internazionale Americana di Rio de Janeiro), che in una prospettiva indigenista, fa cenno alle politiche degli Stati rispetto ai gruppi indigeni: nei paesi dove esiste il problema delle popolazioni aborigene, si adotteranno le misure necessarie per prestare agli indios protezione ed assistenza, in difesa della vita, della libertà, della proprietà, proteggendolo dallo sterminio (…). Lo Stato eserciterà la propria tutela per preservare, mantenere e sviluppare il patrimonio degli indios o delle tribù, e promuoverà lo sfruttamento delle risorse e ricchezze naturali confrontandosi con gli stessi (…). Si devono creare istituzioni o servizi per la protezione degli indios, ed in particolare per in rispetto dello loro terre, legalizzare il possesso il loro favore e per evitare l’invasione delle loro terre da parte degli estranei. ( http://www.parlamento.gub.uy/htmlstat/pl/convenios/convinternacionalamericana.htm vedi art. 39) 10 11 8 hanno sempre ovviato con un’interpretazione estensiva dei diritti già riconosciuti nella Convenzione e nella Dichiarazione, al fine di includervi anche i diritti collettivi del popoli indigeni. Gli organi del sistema interamericano: la Commissione e la Corte. Considerata la particolarità del sistema Interamericano rispetto al modello europeo, vale la pena di fare qualche breve cenno sul funzionamento di questi importanti organi. La Commissione Interamericana fu creata in epoca non recentissima, nel 1959 e fu riconosciuta successivamente come organo speciale dell’OEA, rivestendo la funzione principale di promuovere l’osservazione e la difesa dei diritti umani e di servire come organo consultivo all’Organizzazione in tale materia. La Commissione è costituita da sette componenti, eletti dagli stati membri dell’OEA “a titolo personale” dall’Assembela Generale dell’Organizzazione, e ha la propria sede a Washington D.C., coma l’OEA. Altro organo del sistema interamericano è la Corte Interamericana dei Diritti Umani: la stessa è composta da sette membri, il medesimo numero della Commissione, “eletti a titolo personale tra giuristi della massima autorevolezza morale” su proposta degli Stati che fanno parte della Convenzione, ed ha la propria sede a San Josè, in Costa Rica. La Corte fu creata con la Convenzione Americana del 1968 ed ha cominciato a funzionare nel 1979, con l’entrata in vigore della Convenzione stessa. La prima sentenza “in contenzioso” è stata però pronunciata solo nel 1988. La Corte non ha competenze generiche in materia di protezione e promozione dei diritti umani, come invece ha la Commissione, e le sue funzioni si riducono sostanzialmente a: a) i giudizi in caso di violazioni individuali di diritti umani riconosciuti dalla Convenzione Americana (in un procedimento denominato “petizioni individuali” o “procedimento contenzioso”); b) rilasciare interpretazioni della Convenzione Americana o rispondere a questioni di diritto interno in materia poste dagli Stati membri (“competenza consultiva della Corte”). 9 A partire dal caso Awas Tingni13, nell’ambito del procedimento contenzioso sono stati trattati svariati casi di violazione dei diritti dei popoli indigeni. A differenza della Commissione, la Corte non è un organo specializzato dell’OEA, bensì un tribunale internazionale. Se la Commissione emette delle raccomandazioni, dotate di autorità, pur tuttavia non vincolanti, le sentenze e le risoluzioni della Corte obbligano gli stati ad eseguirle14. Vi sono però due requisiti: - il primo è che lo Stato abbia ratificato la Convenzione Americana come trattato internazionale; - il secondo è che lo Stato abbia comunicato formalmente la propria intenzione di sottomettersi alla giurisdizione della Corte. Una volta ricorrenti entrambe le anzidette condizioni, gli Stati hanno un’obbligazione di diritto internazionale di eseguire le sentenze della Corte, e tale obbligazione non è rinunciabile. La principale forma di interazione tra la Corte e la Commissione si ha nel contesto del procedimento delle petizioni individuali: in relazione a questo procedimento la Commissione attua come una specie di prima istanza internazionale, e, una volta che termina il procedimento dinanzi ad essa, e si verificano i requisiti sopra segnalati, la Corte entra nel merito del caso. La Convenzione ILO15 169 sui popoli indigeni e tribali La Convenzione 169 ILO rappresenta, secondo unanime dottrina, capisaldi del diritto dei popoli indigeni. una dei si tratta di un “leading case” in materia. La sentenza, pubblicata nel 2001 riveste il caso della Comunidad Mayangna (Sumo) Awas Tingni v. Nicaragua. Il vertenza è stata originata da una petizione dinanzi alla Commissione nel 1995 e riassume molte delle dinamiche giuridiche e politiche che riguardano l’uso della terra e del territorio da parte dei popoli indigeni. La comunità Awas Tingni, una piccola comunità mayanga ubicata nella Regione Autonoma dell’Atlantico del Nord del Nicaragua, venne a conoscenza del fatto che il Governo nicaraguese aveva concessionato a favore di un’impresa internazionale lo sfruttamento forestale di un’estesa area (di 60.00 ettari circa), situata nel cuore del proprio territorio tradizionale. Il Governo rilasciò detta concessione senza informare preventivamente al Comunità e quindi senza il consenso della stessa, basandosi sull’argomento, comune in molti paesi latinoamericani, che nella misura i cui dette terre erano prive del titolo di proprietà in favore della Comunità, e quindi erano “terra di nessuno” la cui proprietà era quindi esclusivamente dello Stato. Il rilascio della concessione ha dato luogo ad un lungo contenzioso che ha visto la Comunità adire a tutti i ricorso disponibili dinanzi ai tribunali ordinari, fino a conseguire nel 1997 la sospensione definitiva delle operazioni di sfruttamento. Questo però avveniva in base ad un vizio di carattere formale, e non riconosceva alla Comunità alcun diritto sopra le proprie terre tradizionali. Mediante un’interpretazione estensiva ed evolutiva degli strumenti internazionali, la Corte Interamericana ha stabilito che l’art 21 della Convenzione tutela il diritto alla proprietà in un accezione che comprende, tra gli altri, anche i diritti dei membri delle comunità indigene nel quadro della “propiedad comunal”. Viene quindi consacrato il principio che il diritto dei popoli indigeni sulle proprie terre e risorse naturali, costituiscono una “proprietà comunale”, che non è garantita solo attraverso un formale titolo di proprietà stabilito dallo Stato, ma va oltre. 14 Art. 68 della Convenzione Americana: gli stati parte della Convenzione si obbligano e dare esecuzione alle decisioni della Corte in tutti i casi in cui ne siano coinvolti 15 L'Organizzazione Internazionale del Lavoro è un'agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa di promuovere la giustizia sociale e i diritti umani internazionalmente riconosciuti, con particolare riferimento a quelli riguardanti il lavoro in tutti i suoi aspetti. È stata la prima agenzia specializzata a far parte del sistema delle Nazioni Unite nel 1946. La Convenzione in questione è stata adottata il 27 giugno 1989. 13 10 Nella sentenza Yakye Axa y Sawhoyamaxa16 la stessa Corte Interamericana ha richiamato con forza i principi della Convenzione: “(…) la cultura dei membri delle comunità indigene corrisponde ad una forma di vita particolare di essere, vedere e rapportarsi nel mondo, costruito a partire dalla sua stretta relazione con i propri territori tradizionali e le risorse che vi si trovano, non solo come loro principale mezzo di sussistenza, ma fino a costituire elemento integrante della loro cosmovisione, religiosità, ed infine della loro identità culturale.” Nella sentenza de quo l’uso della nozione di territorio è stato facilitato dal fatto che il Paraguay aveva ratificato la Convenzione, tuttavia in casi posteriori la Corte ha continuato a riferirsi a tale concetto di territorio anche con riguardo a paesi che non hanno ratificato la Convenzione. La Convenzione impegna gli Stati che la hanno ratificata ad un ruolo attivo. Infatti, ai sensi dell’ art. 4), gli stessi dovranno: a) riconoscere e tutelare i valori e le usanze sociali, culturali, religiosi e spirituali di questi popoli e tenere nella dovuta considerazione la natura dei problemi con cui essi si confrontano, sia collettivamente che individualmente; b) rispettare l'integrità dei valori, delle usanze e delle istituzioni di questi popoli; c) adottare, con la partecipazione e la collaborazione dei popoli coinvolti, misure per la rimozione delle difficoltà che questi popoli incontrano nell'affrontare nuove condizioni di vita e di lavoro. Dovranno inoltre (art. 6) prevedere forma di partecipazione che permettano loro di poter praticare appieno i diritti politici ed gli ulteriori diritti sanciti dalla Convenzione stessa, ovvero: a) consultare i popoli interessati, attraverso procedure appropriate, ed in particolare attraverso le loro istituzioni rappresentative, ogni volta in cui si prendono in considerazione misure legislative od amministrative che li possano riguardare direttamente; b) istituire dei mezzi per cui questi popoli possano, almeno ugualmente alle altre componenti della popolazione, partecipare liberamente ed a tutti i livelli alle decisioni nelle istituzioni elettive e negli organismi amministrativi od altri, responsabili delle politiche e dei programmi che li riguardano; c) istituire dei mezzi che permettano il pieno sviluppo delle istituzioni e delle iniziative proprie di questi popoli e, se del caso, di fornir loro le risorse a tal fine necessarie. (…) In particolare per le terre, argomento delle presente trattazione viene specificamente stabilito che: i Governi debbano rispettare l'importanza speciale, per la cultura e per i valori spirituali dei popoli interessati, della relazione che essi intrattengono con le terre17 od i territori (o, a seconda dei casi, con Entrambe le comunità in questione di trovano nel Chaco paraguayano, una regione nella quale le comunità indigene furono spossessate progressivamente e illegittimamente delle loro terre tradizionali, che passarono nelle mani di chiese e latifondisti, portando i membri di queste comunità in una situazione di miseria e in uno stato di semischiavitù. In alcuni casi le organizzazioni missionarie cercarono di scarsità e la povertà delle terre comunitarie favorendo il piazzamento delle comunità in altri luoghi; in altri casi, come quello di specie, i membri della comunità di sparsero in distinti territori di allevatori nei quali vennero impiegati; questo mentre i loro territori ancestrali furono occupati da terzi che ne vantavano persino il titolo di proprietà. 16 11 entrambi) che essi occupano od altrimenti utilizzano; ed in particolare gli aspetti collettivi di questa relazione; i diritti di proprietà e di possesso sulle terre che questi popoli abitano tradizionalmente devono essere loro riconosciuti. Si devono inoltre adottare delle misure adeguate al caso per la salvaguardia del diritto dei popoli interessati all'utilizzo delle terre non occupate esclusivamente da loro, ma alle quali essi hanno tradizionalmente accesso per le proprie attività tradizionali e di sussistenza; vanno adottate misure adeguate per l'identificazione delle terre tradizionalmente occupate dai popoli interessati, e per garantire l'effettiva tutela dei loro diritti di proprietà e di possesso, e nel quadro del sistema giuridico nazionale, devono essere istituite procedure adeguate alla decisione delle rivendicazioni territoriali provenienti dai popoli interessati; devono essere salvaguardati in modo speciale i diritti dei popoli interessati alle risorse naturali delle loro terre, che comprendono: la partecipazione all'utilizzo, alla gestione ed alla conservazione di queste risorse; qualora lo Stato si riservi il diritto sui prodotti minerari o sulle risorse del sottosuolo si devono stabilire o mantenere procedure di consultazione dei popoli interessati per determinare, prima d'intraprendere o d'autorizzare ogni programma di ricerca o di sfruttamento delle risorse delle loro terre, se e fino a che punto gli interessi di questi popoli ne sono minacciati. I popoli interessati devono, ogni volta in cui ciò sia possibile, partecipare ai vantaggi derivanti da queste attività e devono ricevere un equo indennizzo per ogni danno che potrebbero subire a causa di tali attività; qualora in via d'eccezione si giudichino necessari il trasferimento ed il reinsediamento di detti popoli, questi non potranno avvenire se non col loro consenso liberamente espresso in piena cognizione di causa. Ogniqualvolta sia possibile, detti popoli devono avere il diritto di ritornare alle proprie terre tradizionali alla cessazione delle regioni che ne hanno motivato il trasferimento. devono essere rispettati i modi di trasferimento dei diritti fondiari fra i propri membri, stabiliti dai popoli interessati. I popoli interessati devono essere consultati qualora si esamini la loro capacità di alienare le proprie terre o di trasferire in altro modo i propri diritti sulle stesse al di fuori della loro comunità; deve essere impedito alle persone non appartenenti a detti popoli di sfruttarne le consuetudini o l'ignoranza della legge al fine di ottenere la proprietà, il possesso o l'uso delle terre di loro appartenenza. le leggi nazionali devono prevedere sanzioni adeguate per ogni ingresso non autorizzato alle terre dei popoli interessati, e per ogni sfruttamento non autorizzato di dette terre, ed i Governi devono adottare misure per impedire tali violazioni. infine i programmi nazionali in materia agricola devono garantire ai popoli interessati condizioni equivalenti a quelle di cui beneficiano gli altri componenti della popolazione per quanto riguarda: a) la concessione di terre aggiuntive quando le terre di cui detti popoli dispongono sono insufficienti ad assicurar loro gli elementi di una il termine "terre" comprende, peraltro, il concetto di territori, esteso alla totalità dell'ambiente delle regioni che i popoli interessati occupano od altrimenti utilizzano. 17 12 normale esistenza, od a far fronte ad una loro eventuale crescita demografica; b) la concessione dei mezzi necessari alla valorizzazione delle terre che questi popoli già possiedono. Considerazioni sul sistema interamericano La giurisprudenza del sistema interamericano ha dato una maggiore rilevanza alle specificità che riguardano il diritto alla terra ed alle risorse naturali, aspetto cruciale delle rivendicazioni dei popoli indigeni d’America e di tutto il mondo, la cui garanzia è precondizione per l’esercizio dei diritti indigeni in tutti i campi. Ricordiamo tra i concetti principali, che sono divenuti via via fondamento della materia: la norma della proprietà comunale indigena, il carattere collettivo della proprietà indigena, la relazione speciale tra i popoli indigeni e le loro terre e territori, l’origine consuetudinaria del diritto alla proprietà comunale indigena, i doveri e le obbligazioni dello Stato in relazione alla proprietà comunale indigena, la soluzione del conflitto tra la proprietà comunale ed i diritti dei terzi, il diritto alla partecipazione politica (limite tra partecipazione politica e discriminazione), il riconoscimento di un meccanismo speciale di partecipazione. § 4. Le fonti di diritto nazionale: la Costituzione politica del Perù Il diritto internazionale ha segnato importanti passi nel riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni e nella loro tutela. Ciononostante, oltre alle norme di diritto internazionale, pur anche ratificate dai singoli Stati, l’implementazione dei principi, per una maggiore efficace ed effettiva tutela, deve tendere ad essere implementata nei sistemi giuridici interni, a tutti i livelli. I popoli indigeni e nativi costituiscono una realtà numericamente assai consistente in Perù; al momento della redazione della nuova Costituzione politica del Paese, e rappresenta per il popolo peruviano la Carta Magna sopra la quale posano i pilastri del diritto, della giustizia e le norme del paese. Fu redatta nel corso del congresso costituente e democratico del 1992, ed approvata mediante referendum costituzionale nel 1993, durante la presidenza di Alberto Fujimori18. Detta Costituzione cita espressamente tra i trattati che debbano essere approvati dal Congresso, prima di essere ratificati dal Presidente della Repubblica anche quelli che vertano in materia di diritti umani. Riserva un capitolo all’ambiente ed alle risorse naturali, stabilendo che sia quelle naturali che quelle rinnovabili e non costituiscono patrimonio della nazione. La legge nazionale ne può fissare le forme e le condizioni di utilizzazione, con riserva di stabilire condizioni particolari di utilizzazione in regime di concessione. Lo Stato deve promuovere un uso sostenibile delle proprie risorse naturale, inoltre si sancisce che lo stato è obbligato a promuovere la diversità biologica delle varie aree, istituendo se necessario delle riserva naturali, e promuove lo sviluppo sostenibile della regione amazzonica con una legislazione adeguata. Un altro capitolo è dedicato al regime agrario delle comunità native e contadine: lo Stato deve appoggiare con preferenza una politica di sviluppo agricolo, deve ha seguito la Costituzione del 1979, rappresentando l’undicesima costituzione del paese. È da menzionare il fatto che nel 1992 vi è stato un autogolpe con susseguente crisi costituzionale con la formazione di un “governo di emergenza e ricostruzione nazionale”. 18 13 garantire il diritto di proprietà della terra, sia in forma privata che comunale o in qualsiasi altro forma associativa. La legge può però fissare dei limiti in ragione delle peculiarità di ciascuna zona. In quanto alla competenza territoriale, il diritto proprio si esercita dentro l’ambito territoriale dei popoli indigeni, delle comunità indigene e contadine e le ronde contadine. In quanto alla competenza soggettiva la formulazione della Costituzione peruviana viene subordinata alla competenza territoriale, e di conseguenza i diritti possono applicarsi a qualsiasi persona che è all’interno dell’ ambito territoriale di giurisdizione indigena o speciale. La Costituzione sotto l’aspetto del rispetto dell’ambiente e dell’ecosistema è, in quanto a principi dettati, assai avanzata, ed in piena linea con i principi e gli impegni assunti da numerosi stati nei vari accordi internazionali. Alle comunità contadine e native viene riconosciuta, oltre che il diritto di esistere, anche piena personalità giuridica. Alle stesse viene concessa autonomia organizzativa, nel lavoro comunale, nell’uso e nella libera disposizione delle terre, come in ambito economico ed amministrativo, nei limiti che stabilisce la legge. La proprietà sulle terre è inoltre imprescrittibile, salvi il caso di abbandono delle stesse. Lo stato rispetta l’identità culturale di dette comunità. Come si può vedere, quindi, sono riconosciuti alle comunità contadine e native degli importanti diritti associativi, che sono i medesimi che hanno di recente permesso anche nei sistemi europei l’esercizio dei diritti collettivi dinanzi alle varie Autorità, giurisdizionali e non, e permettono anche una più cogente forma di partecipazione sociale e politica. Viene istituita la Defensoria del Pueblo, sulla scorta della tradizione nordeuropea dell’ombudsman, con lo specifico fine di monitorare e difendere i diritti costituzionali e fondamentali ed in particolare quelli dei cittadini e delle comunità; La medesima ha inoltre l’ulteriore compito di controllare e supervisionare l’attività dello Stato e la prestazione dei servizi pubblici, nonchè quello di elaborare delle relazioni annuali, o ogni volta che vengano richieste. Inoltre è uno degli organi autorizzati a proporre azioni di incostituzionalità delle elggi. Sul particolare ruolo della Defensoria del Pueblo verrà dedicato anche uno dei seguenti capitoli. Tra le garanzie costituzionali vengono espressamente annoverate: 1. l’azione popolare, che permette di procedere in caso di violazioni della Costituzione e delle leggi contro regolamenti, norma amministative e risoluzioni e decreti di carattere generale, qualunque sia l’autorità emanante; 2. l’azione di adempimento, che permette di procedere contro qualsiasi autorità o funzionario retinente nell’applicazione di una norma legale o di atto aministrativo, sin senza pregiudizio di responsabilità di fronte alla legge. In tale quadro la Costituzione peruviana arriva a riconoscere implicitamente, i diritti dei popoli indigeni, con particolare riguardo alla terre ed al territorio, e pone le basi per un sistema di efficace tutela anche interna in caso di violazioni. Nel quadro politico dell’america latina, il riconoscimento della giurisdizione indigena, con le sue proprie autorità e le proprie norme e procedimenti, è stato in realtà inaugurato dalla Costituzione colombiana (1991) che fu seguita a ruota da tutte le costituzioni andine: [Perù (1993),] Bolivia (1994 – 2003), Equador (1998), Venezuela (1999). Le riforme costituzionali andine, successive non a caso alla Convenzione ILO 169, incorporano tutte i diritti indigeni e trattano il tema del multiculturalismo, e suppongono un cambio paradigmatico rispetto alla ideologia giuridica monistica. 14 § 5. Le Associazioni di Popoli indigeni ed il loro ruolo sociale e politico Nel caso del Perù, che è un Paese multilingue e pluriculturale sono state registrate ufficialmente 108 lingue19, corrispondenti al numero dei popoli orginari, dei qualli 15 si considerano estinte e 93 sono lingue vive. Secondo al Commissione della Verità e della Rinconciliazione nel Paese coesistono più di 55 gruppi entnici20. Questo rappresenta il quadro generale delle differenze e disomogeneità che potenzialmente potrebbero compromettere il potere rappresentativo degli indigeni e dei nativi. Lo Stato peruviano ha riconosciuto progressivamente i diritti dei popoli indigeni e delle comunità native, tanto a livello normativo, quanto a livello di politiche pubbliche (come per esempio con la creazione dell’Instituto Nacional de Los Pueblos Indìgenas y Afrodiscendentes, oggi trasformato in una Direzione Nazionale). Al di là dell’apprezzabile sviluppo a livello normativo e della creazione di organi a diversi livelli, gli sforzi statali per trasformare la realtà di un Paese in cui la minoranza bianca (o lo steroetipo occidentale) si presenta come la migliore altrernativa identitaria che può sviluppare il paese, sono decisamente un punto da curare e sviluppare. Infatti la maggioranza dei peruviani tende ad occultare la propria condizione o origine indigena e meticcia, nonchè la propria lingua madre (quando è differente dal castigliano). Per questo, al fine di garantire una miglior rappresentatività, è necessario per gli indigeni creare ai vari livelli dei gruppi e delle organizzazioni di riferimento, che possano fungere anche da “portavoce” verso le istituzioni politiche e sociali. La prima forma di partecipazione popolare degli indigeni è costituita dal Municipio Indigeno21, nato dalla circostanza e necessità di definire il territorio, evidenziare al diversità culturale, e convertitosi nel tempo in uno strumento di eccezionale potenzialità e ricchezza per l’appropriazione del territorio da parte degli abitanti di un determinato territorio. I Municipi sono disciplinati generalmente da norme sull’ordinamento territoriale ove vengono definiti, fra l’altro: l’estensione territoriale dei Municipi; la loro possibilità di aggregrazione in districtos; il livello di coltivazione delle loro terre. Gordon, Raymond G. Jr. (ed) 2005. Ethnologue: languages of the World. Dalels, Texas SIL International. Versione online: http://www.ethnologue.com/ 19 Còmision de la Verdad y Reconciliaciòn. Informe Final. Tomo VIII, pag. 101, Lima CVR, 2003. www.cverdad.org.pe 21 Mario Galindio Soza, Municipio indigena: “Analisis del proceso y perspectivas viables”, 2008, riferito ad uno studio sui Municipia in Bolivia. 20 15 A titolo esemplificativo una organizzazione assai rappresentativa a livello nazionale in Perù è l’AIDESEP (Asociaciòn Interétnica de Desarrollo de la Selva Peruana – associazione interetnica per lo sviluppo della foresta peruviana) che prevede nella propria struttura un Consiglio Nazionale, e sei organi decentralizzati nel nord, centro e sud del Paese. È formata da 57 federazioni e organizzazioni territoriali che rappresentano le ben 1350 comunità nelle quali vivono 350.000 uomini e donne indigene, raggruppati in 16 diversi gruppi linguistici. L’organizzazione fa parte della Conferenza Permanente dei Popoli Indigeni del Perù, che raggruppa peraltro anche alcune comunità contadine ed ha la finalità di rappresentare politicamente le organizzazioni indigene della costa, della montagna (sierra) e della foresta amazzonica (selva). L’Organizzazione si occupa inoltre dello sviluppo di specifici programmi a favore dei popoli indigeni (per le donne, la salute, la comunicazione, pianificazione territoriale ecc.). per il territorio e le risorse naturali, per la L’individuazione a livello territoriale delle strutture organizzative indigene è essenziale ogni qualvolta si voglia elaborare un progetto di cooperazione o educativo che riguarda gli indigeni22. La prima tappa che deve realizzarsi sul campo consisterà nella selezione delle comunità di riferimento, con le quali si intenderà lavorare e nell’individuazione del loro leader. Operare sul terrirorio con le organizzazioni permette sempre un risultato più efficace ed è il miglior approccio per ottenere un valido risultato anche sulla popolazione, oltre ed avere un maggior effetto “legittimante” nei confronti dei gruppi più ristretti e dei singoli. Ai più alti livelli invece si segnala il ruolo del Grupo de Trabajo sobre Poblaciones Indìgenas (GTPI), istituito su segnalazione del relatore Martinèz Combo, che iniziò la propria attività sin dal 1982 e si riunisce annualmente a Ginevra, generalmente l’ultima settimana di luglio. come nel caso, che l’odierno autore ha avuto modo di verificare personalmente, del progetto “Pedagogìa en derechos humanos per le popolazioni Ashaninkas nel Perù” realizzato dalla Comisiòn Andina de Juristas di Lima nel 2008, a favore delle comunità Ashaninka della famiglia di los Campas e delle organizzazioni sociali della Centrale Ashaninka del Rio Tambo, della Centrale Ashaninka Rìo Ene, della Centrale della comunità nativa della Selva Centrale ed infine della Centrale di Emergenza Ashaninka. 22 16 Lo stesso è composto da cinque membri indipendenti, tutti menbri della Subcommissione per la prevenzione delle discriminazioni e la tutela delle minoranze, che preparano i documenti e le relazioni specializzate che verranno discussi nel costo di una sessioen aperta a tutto coloro che volgiano partecipare. Il Gruppo deve innanzitutto controllare gli sviluppo delle questioni indigene e dei diritti umani in relazione all’anno di cui hanno redatto il resoconto, in secondo luogo hanno il mandato di contribuire allo sviluppo delle norme internazionali per la tutela dei diritto indigeni. Dopo l’insediamento del Foro Permanente23, è stato l’organismo della Nazioni Unite che più ha rappresentato l’attiva e dinamica partecipazione dei popoli indigeni. Il lavoro di questo gruppo e la sua evoluzione è sfociato il 29 giugno 2006 nella “Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni”, composta da 46 articoli, approvata il 13 di settembre 2007 all’Assemblea Generale dell’ONU, che rappresenta un traguardo storico per i popoli indigeni di tutto il mondo. Nella votazione 143 paesi disi sono pronunviati a favore, 4 contro (Australia, Canada, Nuova Zelanda e Stati Uniti d’America), ed 11 astenuti. Questo rappresenta il risultato di 22 anni di dialoghi, consultazioni e confronti tra governi nazionali e popoli indigeni di tutte le regioni del pianeta, la cui popolazione complessiva è stimata in 370 milioni di persone e rappresenta l’importanza assunta dalla Lobby politico indigena e della sua partecipazione nei forum internazionali24 § 6. Il ruolo della Defensoria del Pueblo nella difesa dei diritti: il caso della Ley de la Selva Già quando la “Ley de la Selva” era un progetto di legge (ed esattamente il n. 840) , i popoli indigeni e nativi iniziarono la propria protesta contro tale riforma. Primo fra tutti il Frente di Loreto affermò che il dibattito doveva essere ampliato e che la miglior forma attraverso la quale utilizzare le risorse naturali era quella di formare un consorzio con la partecipazione della popolazione. Nel giugno 2008, i rappresentanti di oltre 250 comunità native si riunirono a Pucallpa, nel primo vertice dei popoli indigeni per manifestare la propia contrarietà a tale progetto di legge. Il dirigente comunale di Iparia criticò: “non si può vendere l’Amazzonia e promuovere l’interversione agli stranieri della foresta, senza prima incentivare ed aiutare 25 Il Foro Permanente sulle questioni Indigene della Nazioni Unite è un organismo sussidiario del Consiglio Economico e Sociale della Nazioni Unite. Il suo mandato è di discutere tutte le questioni indigene che sono in relazione con lo sviluppo economico, sociale, la cultura, l’ambiente, l’educazione, la salute ed i diritti umani. È formato da 16 esperti indipendenti, 8 dei quali nominatri dai governi, ed 8 dalle organizzazioni indigene, ONG ed istituzioni accademiche. Il foro permanente si riunisce in sessione tutti gli anni per la durata di due settimane nel mese di maggio a New York. 24 Lola Gracìa Alix e Patricia Borraz: “Partecipaciòn indigena en los foros interncionales: lobby politico indigena”, Pueblos Indigenas y Derechos Humanos, 2006, Universitad de Deusto, pag. 219 e segg. 25 un importante progetto di legge, nell’ambito di ampi accordi commerciali tra la Repubblica del Perù e gli Stati Uniti, che prevedeva una disciplina organica sull’uso delle risorse forestali nazionali, e dava particolari disposizioni in materia di regimi concessori e di possibilità di alienazione delle terre, modificando peraltro delle precedenti norma in materia di garanzie di consultazione e partecipazione dei popoli indigeni. 23 17 economicamente con crediti gli agricoltori ed i nativi, perchè sono loro che innanzitutto devono beneficiare dello sviluppo sostenibile della zona in cui vivono”. Gli aderenti alla protesta condannarono la decisione dell’Esecutivo di imporre politiche, sistemi e modelli di sviluppo economico escludenti, lesivi dell’ambiente e che ignorano totalmente le condizioni sociali dei popoli amazzonici. Innanzitutto la prima accusa era rivolta alla violazione del diritto di partecipazione nei processi decisionali. Nel marzo 2008 gli indigeni marciarono pacificamente contro la “Ley de la Selva” a Uchayali, temendo di essere spiazzati dai loro territori; richiesero all’Esecutivo che prima valutare la possibilità di alienazione dei terreni dell’erario forestale, fosse realizzato un catasto delle terre, ed un programma di riforestazione. Nei mesi seguenti il conflitto sociale si inasprì e cento indigeni occuparono la centrale idroelettrica di El Muyo; altri nativi armati fecero ingresso nelle installazioni del lotto 56 della compagnia Pluspetrol, chiedendo al Governo di ascoltarli e di ritirare il progetto di legge. La presidenza del Consilgio dei Ministri diede la propria disponibilità a venire a San Lorenzo per negoziare con gli indigeni e placare la mobilitazioen nazionale. Il Ministro dell’Ambiente Antonio Brack negò che il governo avesse intenzione di spogliarli delle terre o invaderle, o che questopotesse avvenire mediante la promulgazione di un decreto legislativo modificativo dei processi di votazione interni nelle comunità native (che muta il quorum decisionale dal 66% più uno al 50% più uno dei componenti). Il progetto diventava poi norma decreto del Governo, e veniva pubblicato nel Diario Oficial “El Peruano” il 20 maggio 2008. La Defensoria del Pueblo26 ha subito presentato, il 30 maggio 2008, una azione di incostituzionalità nei confornti del Decreto n. 1015, in quanto lesivo dei diritti costituzionalmente garantiti di parteciazione e consultazione delle comunità agricole e native, ed in particolare dell’articolo unico che “unifica i procedimenti delle comunità agricole e native dell montagna e della foresta e della zona costiera per migliorare la produzione la competività delle colture e degli allevamenti” . I motivi del ricorso si possono così riassumere: mancato rispetto del principio delle riserva di legge, per aver violato i diritti fondamentali stabiliti dalla Costituzione; eccesso di potere nell’esercizio della delega della facoltà legislativa rispetto alla legge di delega all’organoesecutivo n. 29157; violazione del diritto costituzionalmente garantito alla identità culturale; violazione dei diritti delle comunità agricole e native, in particolare alla partecipazione nelle decisioni statali su questioni che possono riguardarle; vioalzione del diritto delle medesime comunità interessate dal provvedimento ad essere consultate. La Corte Costituzionale stabilì all’unanimità di sancire l’incostituzionalità di detta disposizione legislativa. Il Congresso27 decise inoltre di non validare i decreti legislativi 1015 er 1073, che facilitavano la vendita delle terre comunali, e Josè Vargas, il presidente della Commissione Costituzionale propose che il quorum per ottenere una eventuale decisione sulla vendita dei terreni rimanesse ai ⅔ dei membri della comunità nativa, e che fosse ridotto alla metà più uno il solo requisito per poter procedere alla locazione o concessione a terzi. Nella persona di Beatriz Merino Lucero, designata dal Congresso della Repubblica mediante risoluzione legislativa n. 007-2005-CR 27 che rappresenta in Perù l’organo legislativo 26 18 Anche l’AIDESEP scese in campo per affermare che la invalidazione dei decreti legislativi 1015 e 1013 non era sufficiente per proteggere le aree forestali affermando che occorre anche la deroga ai decreti 1090 e 1064 che, nell’ambito deli accordi commerciali internazionali siglati dal Perù, onde impedire la concessione ad iniziativa privata delle risorse forestali senza procedura ad evidenza pubblica e senza alcun limite di estensione territoriale (il che aprirebbe indiscriminatamente, se avvenisse, l’accesso alle terre amazzoniche per le imprese straniere). § 7. La risoluzione dei conflitti per l’utilizzo della terra dei popoli indigeni nell’America latina Il caso sopra narrato rappresenta anch’esso un conflitto tra diversi poli di interesse: - il Presidente ed il Governo nazionale; - il Congresso; i rappresentanti dei popoli indigeni e chi ne tutela i loro interessi. Nell’ipotesi si è infatti mostrata una carenza totale nell’azione di prevenzione del conflitto, in quanto ci si è trovati di fronte ad una decisione politica unilaterale che ha rialimentato un conflitto latente (ricordiamo che le popolazioni indigene sono quelle che hanno più risentito del conflitto armato interno nazionale, dove hanno subito sia dai membri di PC-Sendero Luminoso che dall’Esercito regolare gravissime ingiustizie e soprusi, nei quali, per render conto della gravità, si ritenne doveroso rammentare che la popolazione Ashanika ne è uscita quasi dimezzata ...). Occorrerebbe invece, con tutta evidenza, andare alla ricerca di una formazione del consenso su base più ampia, che coinvolga tutte le parti sociali interessate. Nella trattazione del tema conflitto sociale in America Latina, vi è chi distingue tra conflitti interni e conflitti esterni28. In talune occasioni i popoli indigeni hanno utilizzato il diritto interno per resistere e negoziare l’applicazione del diritto nazionale, e quindi per affrontare i conflitti esterni. In tali ipotesi il diritto interno era invocato dinanzi alle corti nazionali come “pratiche locali di risoluzione del conflitto”, con uno status inferiore al diritto scritto, all’interno della categoria del diritto consuetudinario, con le naturali conseguenze in tema di limiti di competenza e di portata. Nel mondo indigeno, è importante rilevare, come non si osservi una distinzione tra tra giurisdizione e mezzi alternativi di risoluzione dei conflitti. I conflitti esterni sono invece quelli che i popoli indigeni hanno con la società dominante o con lgi altri popoli, e sono storicamente inquadrabili, per i popoli indigeni, nell’assenza di una forma di diritto superiore valevole per entrambe le parti in conflitto: - un conflitto internazionale, per esempio, se si considera che stiamo trattando di nazioni indigene, senza diritto internazionale effettivamente applicabile, ovvero - un conflitto interculturale, nell’ipotesi di popoli diversi all’interno di una stessa nazione, in assenza di norme interculturali applicabili. In tale situazione di carenza di diritto, i popoli indigeni hanno maturato una loro diversa strategia di risoluzione dei conflitti esterni prodotta dal contatto con altri popoli. Tali strategie sono espressamente difensive, ed hanno come fine principale la sopravvivenza etnica, culturale e collettiva, con risvolti talora drammatici quando toccano Carlos Doecon in “Resoluciòn de conflictos y pueblos indìgenas”, Pueblos Indigenas y Derechos Humanos, 2006, Universitad de Deusto, pag. 586 e segg. 28 19 l’argomento della sopravvivenza fisica degli individui indigeni, per evitare la scomparsa collettiva. Tra le strategie si possono citare la lotta armata, la guerra in difesa del territorio e la sovranità, la fuga dalle zone che abitano, lasciandole in mano degli usurpatori per rifugiarsi in regioni remote, l’assimilazione alla società dominante, la loro inclusione in riserve, la partecipazione politica e la negoziazione. I mezzi alternativi per la risoluzione dei conflitti e la governabilità sono elementi strattamente vincolati al nuovo paradigma. Per Tejada Holguin29: “La governabilità può essere vista come un attributo dello Stato e della società civile. La stessa non è semplicemente la possibilità di risposta che ha il Governo, in relazione alle richieste della società civile, ma sposare la medesima visione delle questioni, ovvero come elaborata dalla società civile. Detto in altre parole, la governabilità è la capacità della società di trattare i conflitti in un processo congiunto, aperto al dialogo, allo scambio ed alla partecipazione”. Questa è la medesima visione che hanno seguito peraltro gli attori della cooperazione per lo sviluppo e le politiche dei diritti umani. Lo stesso Miguel Alfonso Martìnez30 sostiene la tesi che le controversie ed i conflitti di interesse tra due o più attori, contengono le sementi di un conflitto che potrebbe esplodere in qualsiasi momento, anche perchè i problemi si sopportano incubandosi per molto tempo, persino secoli, fino a quando non trovano la loro soluzione più adeguata. Questo pensiero si addice molto ai problemi connessi con i territori indigeni e le loro risorse, l’autonomia o l’autogoverno, il diritto a decidere sul proprio sviluppo, a mantenere la propria identità e vivere secondo la propria cultura. Le conseguenze di tali conflitti sono diverse: vanno dalle espulsione forzata dalla proprie terre ancestrali, alle costruzioni o fruttamento eccessivo delle risorse in modo da degradare il territorio, comportamenti di agenti del governo o imprese di sicurezza private che abusando della loro posizione sfuttano o detengono gli stessi indigeni, il problema della salute e della contaminazione industriale31, i residui tossìci e l’esposizione a malattie contagiose, e ultimo ma non meno grave la quasi totale esclusione dai processi decisionali riguardanti le adozioni di decisioni su progetti che potrebbero produrre riflessi e conseguenze negativi nei loro confronti. Per risolvere il conflitto attuale è necessario quindi agire andando alla ricerca degli interessi comuni di entrambe le parti, secondo quanto ci insegna pure la manualistica più diffusa in materia di gestione del conflitto: nel presente tema trattato potrebbe verificarsi quindi l’ipotesi che la comunità indigena consenta lo sfruttamento di una certa parte individuata del territorio per un certo periodo di tempo con le modalità che meno possano ledere il loro habitat e compromettere il loro modus vivendi. Nel caso del Frente di Loreto erano state proprio le stesse associazioni indigene ad avanzare delle proposte alternative in tal senso. Per sconfiggere e “operare sui vecchi conflitti” derivati dalla colonizzazione e magari da un lungo e straziante periodo di conflitto armato, occorre ricostruire la memoria collettiva (ed è quello che in Perù ha cercato di fare al Commissione della Verità e della Riconciliazione), e dare, ove possibile32, i risarcimenti promessi ultimando il processo con Tejada Holguìn R., “Los bonos de gobernabilidad”. www.pciudadana.com/articulos_analisis/art_2001/art32:bonos.htm 30 membro del gruppo di lavoro per le popolazioni indigene indigeni, in una sua relazione a Ginevra, nel luglio del 2004 31 i casi più recenti denunciati dall’Associazione per i Popoli Minacciati di Bolzano riguardano la contaminazione radioattiva per l’estrazione dell’Uranio 32 e questo è stato, purtroppo, un punto di debolezza di quasi tutte le Commissioni per la Verità e la Riconciliazione, anche quella sudafricana: la mancanza di fondi per gestire i risarcimento ed amministrare i casi di giustizia esulanti dall’amnistia. 29 20 la ricostruzione di un futuro comune basato sulla fiducia mutua ed il riconoscimento reciproco, che sono elementi fondamentali per permettere che le parti instaurino una relazione nuova, basata su riconoscimento mutuo, l’armonia e la cooperazione, in luogo del precedente atteggiamento di disprezzo odio e scontro”. I popoli indigeni sono entità collettive che hanno sofferto e soffrono come pochi le gravi privazioni dei loro diritti civili, politici, sociali e culturali,e seguito di una condizione –quella indigena- che ha funzionato socialmente come motivo di discriminazione. Da questo punto di vista porre le basi per una branca specifica di diritti per questi popoli, risulta una scelta corretta e pertinente. (Mikel Berraondo) fine 21