Bollettino Radiogiornale - Ammiratori di Papa Francesco

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Bollettino Radiogiornale - Ammiratori di Papa Francesco
24/6/2016
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Maria Felice <[email protected]>
Bollettino Radiogiornale
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24 giugno 2016 16:41
Sommario del 24/06/2016
Il Papa e la Santa Sede
Papa in Armenia: fraternità cristiana, speranza per un mondo diviso
Papa: Brexit volontà del popolo, felice per accordo di pace in Colombia
Papa in Armenia: le speranze a livello ecumeniche e tra i giovani
Papa a Mattarella: rimanete in prima linea della solidarietà
Nomine di Papa Francesco
Papa nomina padre Pizzaballa amministratore apostolico di Gerusalemme
Presentato il Giubileo delle Università e dei Centri di Ricerca
Oggi su "L'Osservatore Romano"
Oggi in Primo Piano
Il Regno Unito lascia l’Unione Europea, Cameron si dimette
Brexit, il Regno Unito fuori dalla Ue
Prodi sulla Brexit: segno del malessere per politica europea
Mons. Ambrosio, Comece: Brexit è fatto grave, evitare disgregazione
Elezioni Spagna, il 26 giugno. Nessuna ripercussione da Brexit
La Slovenia celebra 25.mo d'indipendenza. Balcani vogliono più Ue
Viterbo: la chiesa arriva in discoteca con il #grestparty
Roma, Giubileo. In Vicariato il concerto "Music of Mercy"
Nella Chiesa e nel mondo
Vescovi Colombia: accordo di pace un evento storico
Venezuela. Urosa: sì a referendum su revoca mandato presidenziale
Concilio panortodosso: clima di unità e ascolto reciproco
Pakistan: vescovi condannano l'assassinio del cantante sufi
Vescovi India: più dignità per i lavoratori domestici
Vescovi Burundi: appello per la pacificazione nel Paese
Vescovi Bolivia: difendere la famiglia non significa discriminare
Gender: presidio di famiglie contro indifferentismo sessuale nelle scuole
Il Papa e la Santa Sede
Papa in Armenia: fraternità cristiana, speranza per un mondo diviso https://mail.google.com/mail/u/0/?ui=2&ik=87d7cd6780&view=pt&search=inbox&th=15582dbc7c3425a7&siml=15582dbc7c3425a7
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◊ Papa Francesco è in Armenia per il suo 14.mo viaggio internazionale. L’aereo papale è atterrato poco
prima delle 13 italiane, le 15 locali, all’aeroporto di Yerevan, accolto dal presidente Sargsyan e dal Catholicos
armeno apostolico Karekin II. Poco dopo, il Papa ha raggiunto in automobile la Cattedrale armena apostolica
di Etchmiadzin per una sosta di preghiera ecumenica. Il servizio del nostro inviato Giancarlo La Vella: Un incontro tra due vecchi amici: Papa Francesco, successore di Pietro, e il primo Paese cristiano, che nel
301 accolse il Cristianesimo come religione di Stato. Per il Santo Padre è stato subito un bagno di folla
festante al suo arrivo all’aeroporto internazionale di Yerevan e lungo il percorso sino al centro della capitale,
salutato con affetto dai tanti armeni, molti i giovani, presenti. All’insegna dell’ecumenismo il primo impegno:
la preghiera comune nella Cattedrale armena apostolica di Etchmiadzin. Dopo il saluto al Papa del Catholicos
di Tutti gli Armeni, Karekin II, le parole di Papa Francesco. E’ il concetto di “fratellanza” che viene subito
messo in evidenza nei due discorsi. Sembra quasi che non siano trascorsi 15 anni dall’abbraccio di San
Giovanni Paolo II e il predecessore armeno, Karekin I. Poi il Papa parla dell’Armenia, messaggera di Cristo
tra le Nazioni:
“Mi inchino di fronte alla misericordia del Signore, che ha voluto che l’Armenia diventasse la prima Nazione,
fin dall’anno 301, ad accogliere il Cristianesimo quale sua religione, in un tempo nel quale nell’impero romano
ancora infuriavano le persecuzioni”.
Martirio in nome della fede in Cristo hanno sempre fatto parte dell’identità e della storia di questo Paese,
sottolinea Francesco nel suo discorso. Una realtà – dice il Papa – che la Chiesa Cattolica e Chiesa
Apostolica armena hanno condiviso in un cammino compiuto attraverso un dialogo sincero e fraterno, al fine
di giungere alla piena condivisione della Mensa Eucaristica:
“Lo Spirito Santo ci aiuti a realizzare quell’unità per la quale pregò nostro Signore, affinché i suoi discepoli
siano una cosa sola e il mondo creda”.
Un dialogo, dunque, ricorda il Papa, iniziato da tempo: da una parte i Catholicos, Vasken I e Karekin I,
dall’altra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che hanno guardato alle sofferenze del popolo armeno:
“Tra le tappe particolarmente significative di questo impegno ecumenico ricordo la commemorazione dei
Testimoni della fede del XX secolo, nel contesto del Grande Giubileo dell’anno 2000”.
E’ un camminare insieme importante, quella tra le due Chiese, di fronte – sottolinea Francesco – alla nostra
epoca solcata da gravi problemi politici e sociali:
“Il mondo è purtroppo segnato da divisioni e conflitti, come pure da gravi forme di povertà materiale e
spirituale, compreso lo sfruttamento delle persone, persino di bambini e anziani, e attende dai cristiani una
testimonianza di reciproca stima e fraterna collaborazione, che faccia risplendere davanti ad ogni coscienza
la potenza e la verità della Risurrezione di Cristo”.
Ed è proprio il dialogo ecumenico e l’impegno verso la piena unità che, valicando i confini puramente
ecclesiali, rappresenta un forte richiamo per tutti a comporre le divergenze con il dialogo e con la
valorizzazione di quanto unisce:
“Si offre in tal modo al mondo – che ne ha urgente bisogno – una convincente testimonianza che Cristo è
vivo e operante, capace di aprire sempre nuove vie di riconciliazione tra le nazioni, le civiltà e le religioni. Si
attesta e si rende credibile che Dio è amore e misericordia”.
Papa: Brexit volontà del popolo, felice per accordo di pace in Colombia
◊ Nel viaggio verso l’Armenia il Papa ha salutato in aereo i giornalisti del seguito commentando il referendum
sulla Brexit e l’accordo di pace in Colombia. Ce ne parla Sergio Centofanti: Papa Francesco, nei suoi viaggi internazionali, durante il volo di andata di solito porge un semplice saluto ai
giornalisti del seguito. Stavolta però ha voluto commentare due importanti eventi. La Brexit e lo storico
accordo di pace in Colombia raggiunto 2 giorni fa a Cuba tra governo e guerriglieri delle Farc, le Forze armate
rivoluzionarie colombiane. Interpellato dal direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, il
Papa ha commentato innanzitutto l’accordo di pace in Colombia:
“Sono felice di questa notizia che mi è arrivata ieri: più di 50 anni di guerra, di guerriglia, tanto sangue versato
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… E’ stata una bella notizia e mi auguro che i Paesi che hanno lavorato per fare la pace e che danno la
garanzia che questo vada avanti, blindino questo a tal punto che mai si possa tornare, né da dentro né da
fuori, a uno stato di guerra. E tanti auguri per la Colombia che adesso fa questo passo”.
Sulla vittoria del sì al referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha detto di aver saputo
della notizia solo sull’aereo:
“E’ stata la volontà espressa del popolo e questo ci richiede a tutti noi una grande responsabilità per garantire
il bene del popolo del Regno Unito e anche il bene e la convivenza di tutto il Continente europeo”. All’inizio del saluto il Papa si era scusato con una battuta di dover dare la schiena ad alcuni giornalisti:
“Mi scuso di parlare di fronte e con la schiena, ma dicono che gli angeli non ce l’hanno, eh?” (Il Papa e i
giornalisti ridono).
Papa in Armenia: le speranze a livello ecumeniche e tra i giovani
◊ Forte la dimensione ecumenica di questo viaggio papale in Armenia. Vari gli incontri con la realtà armena
apostolica e con il Catholicos, Karekin II. Sul volo verso Yerevan il nostro inviato in Armenia Giancarlo La
Vella ha incontrato don Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere e responsabile della diocesi
romana per i rapporti ecumenici: R. – Credo che ci sia un grande sentire comune qui, in Armenia, da parte degli armeni apostolici e
naturalmente anche degli armeno­cattolici, perché la visita del Papa conferma un rapporto di fraternità con
questo popolo che ha sofferto, per il quale il Papa ha avuto parole molto chiare in passato, e Karekin II sente
l’amicizia con Papa Francesco come una conferma di questo orizzonte ecumenico che ha bisogno di trovare,
però, momenti di incontro e di espressione espliciti anche davanti ai popoli che hanno bisogno di riflettere
nell’abbraccio dei capi delle Chiese nel cammino che percorrono insieme verso l’unità.
D. – Una visita i tre giorni, densa di impegni e di aspetti …
R. – Direi che senz’altro l’aspetto ecclesiale ecumenico è preponderante, perché questa Chiesa che vive in
diaspora nel mondo e ha diversi centri propulsivi sente la visita di Papa Francesco come un’occasione unica,
non soltanto per rafforzare i pilastri dell’incontro, del dialogo e del cammino, ma anche per guardare insieme
alle sfide del mondo che sono plurali.
D. – L’Armenia, di che cosa ha bisogno, oggi?
R. – Ha bisogno di speranza, di futuro perché è un Paese che soffre, che vive anche la fatica di questo
contesto storico particolare, che è un contesto di crisi per tutti. Quindi, speranza e futuro e apertura al
mondo, rapporti fraterni di cui Papa Francesco penso sia l’esempio più luminoso.
Molti i giovani armeni desiderosi di incontrare Papa Francesco. Il nostro inviato a Yerevan, Giancarlo La
Vella, ha intervistato una di loro Meri Ghazarian: R. – Siamo molto emozionati, siamo felici e aspettiamo con tanta gioia. Vogliamo vederla veramente,
partecipare alla Messa che farà per noi, per gli armeni.
D. – Come vedono il futuro, i giovani armeni?
R. – I giovani armeni in generale sono molto preoccupati per il futuro. Studiano, lavorano tantissimo per il
futuro …
D. – E’ più facile affermarsi qui in Armenia o fuori?
R. – Intanto, ogni armeno – sono sicurissima – ama tantissimo l’Armenia; però, tanti amano andare fuori per
avere una nuova esperienza e alla fine sempre tornano in Patria e lavorano qui.
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D. – Che cosa vi aspettate dall’incontro con il Papa? Che cosa vi aspettate che Francesco dica, in
particolare ai giovani?
R. – Per noi basta la sua benedizione; penso che tanti giovani sarebbero felici di avere una foto con lui …
Papa a Mattarella: rimanete in prima linea della solidarietà
◊ "Un incoraggiamento a mantenersi in prima linea nella solidarieta', guardando al futuro con fiducia e
speranza". Lo scrive Papa Francesco nel telegramma di saluto indirizzato al presidente della Repubblica,
Sergio Mattarella, dall'aereo pontificio in volo verso la capitale dell'Armenia, Yerevan. Nel testo, Francesco
ricorda anche le ragioni del suo 14.mo viaggio apostolico, che ha per meta il Paese che per primo, nel 330, si
dichiaro' cristiano: "Attingere alla sapienza antica di quella popolazione,confermarla nella fede, sostenere
ogni sforzo sulla via della pace e della riconciliazione".
L'omaggio ieri sera alla Madonna a Santa Maria Maggiore
Come è tradizione, ieri sera Papa Francesco si è recato in privato alla Basilica di Santa Maria Maggiore,
dove si e' trattenuto in preghiera davanti alla immagine della Vergine, "Salus Populi Romani", domandandole
di benedire il suo odierno viaggio in Armenia. Come altre volte, i fiori deposti sull'altare in omaggio alla
Madonna avevano i colori della bandiera dell'Armenia.
Nomine di Papa Francesco
◊ In Italia, il Papa ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Cerreto Sannita­Telese­
Sant’Agata de’ Goti, presentata da S.E. Mons. Michele De Rosa, per sopraggiunti limiti d’età. Il Papa ha
nominato Vescovo di Cerreto Sannita­Telese­Sant’Agata de’ Goti il rev.do Domenico Battaglia, del clero
dell’arcidiocesi di Catanzaro­Squillace, Canonico e Presidente del Centro Calabrese di Solidarietà.
In Myanmar, Francesco ha nominato Arcivescovo dell’arcidiocesi di Taunggyi S.E. Mons. Basilio Athai,
trasferendolo dall’ufficio di Ausiliare della medesima circoscrizione e liberandolo, in pari tempo, dalla sede
titolare di Tasaccora. In Spagna, il Papa ha nominato Vescovo della diocesi di Chalan Kanoa, nelle Isole Marianne Settentrionali, il
Rev.do Sacerdote Ryan Jimenez, finora Amministratore Apostolico della medesima sede. Il Santo Padre ha nominato vescovo di Gibraltar il Rev.do Mons. Carmelo Zammit, del clero dell’arcidiocesi di
Malta ed ivi finora Vicario Giudiziale. In Australia, il Papa ha nominato Vescovi Ausiliari di Sydney: Mons. Anthony Randazzo, del clero
dell’arcidiocesi di Brisbane, finora Assistente dell’Arcivescovo di Brisbane, assegnandogli la sede titolare
vescovile di Quiza, e il Rev.do Richard James Umbers, del clero della Prelatura dell’Opus Dei, finora
Cappellano del “Warrane College” dell’Università di “New South Wales” a Kensington, assegnandogli la sede
titolare vescovile di Tala. Il Santo Padre ha nominato Nunzio Apostolico in Kyrgyzstan S.E. Mons. Francis Assisi Chullikatt,
Arcivescovo titolare di Ostra, Nunzio Apostolico in Kazakhstan e in Tadjikistan. Il Papa ha nominato Membri Ordinari della Pontificia Accademia delle Scienze gli Illustrissimi Professori
Francis Leo Delmonico, Professore di Chirurgia all’Harvard Medical School, Massachusetts General Hospital
di Boston e Direttore del New England Organ Bank, Waltham, MA (Stati Uniti d’America) e Cédric Villani,
Professore di Matematica all’Università di Lione e Direttore dell’Institut Henri Poincaré (UPMC/CNRS) di
Parigi (Francia).
Papa nomina padre Pizzaballa amministratore apostolico di Gerusalemme
◊ Papa Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini,
presentata da Sua Beatitudine Fouad Twal per sopraggiunti limiti di età. Il Pontefice ha nominato
amministratore apostolico sede vacante padre Pierbattista Pizzaballa, già Custode di Terra Santa, elevandolo
alla dignità di arcivescovo, con sede titolare di Verbe. L’ordinazione episcopale avverrà il prossimo
settembre. Il servizio di Giada Aquilino: https://mail.google.com/mail/u/0/?ui=2&ik=87d7cd6780&view=pt&search=inbox&th=15582dbc7c3425a7&siml=15582dbc7c3425a7
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Nato nel 1965 a Cologno al Serio, in provincia di Bergamo, padre Pierbattista Pizzaballa è stato eletto
Custode di Terra Santa nel 2004, riconfermato nel 2010 e ancora nel 2013 fino all’aprile scorso. Dopo gli studi
a Bologna, La Verna e Roma, nel 1990 era stato ordinato presbitero nella cattedrale di Bologna dal card.
Giacomo Biffi. Quindi il trasferimento a Gerusalemme. La soddisfazione del Patriarcato per la nomina di
padre Pizzaballa, nelle parole di mons. William Shomali, vescovo ausiliare del Patriarca latino di
Gerusalemme:
R. – Quando il Patriarcato latino ha saputo della nomina di padre Pizzaballa, che ha servito 12 anni come
Custode e che conosce bene la situazione di Terra Santa, la reazione è stata molto positiva. Potrà
contribuire al dialogo interreligioso, ma anche all’amministrazione del Patriarcato. Per il bene dei fedeli di
Terra Santa, gli auguriamo pace, bene e successo nella sua missione.
D. – Che significato ha proprio la nomina di un ex Custode di Terra Santa alla guida della Chiesa latina?
R. – E’ un gesto da parte del Santo Padre per dire: nominiamo qualcuno che conosce bene la situazione, che
può contribuire veramente al successo del lavoro pastorale. E non è la prima volta, perché nel passato
abbiamo avuto già due Patriarchi che erano stati custodi: mons. Piavi, all’inizio del XX secolo, e mons. Gori,
dal 1950 in poi. E’ quindi un’esperienza che si rinnova, per il bene della diocesi.
D. – Un pensiero e un ringraziamento a Sua Beatitudine Twal…
R. – Un grazie sincero, veramente, al lavoro compiuto dal Patriarca Twal, che ha lavorato nove anni al
servizio del Patriarcato. Gli siamo grati, gli auguriamo buona salute e che continui a servire la missione in un
altro modo.
D. – Che auspici per la pace in Terra Santa?
R. – C’è bisogno di tanta buona volontà da parte dei politici, che aiutiamo con la nostra preghiera.
Presentato il Giubileo delle Università e dei Centri di Ricerca
◊ “Conoscenza e Misericordia. La terza missione dell’Università”. E’ questo il filo conduttore del Giubileo
delle Università, presentato questa mattina a Roma, che si svolgerà dal 7 all’11 settembre prossimo.
L’incontro è promosso dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica in collaborazione con Ufficio per la
Pastorale Universitaria della diocesi di Roma, e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Il
servizio di Marina Tomarro: 300 relatori provenienti da tutto il mondo, oltre 1000 i partecipanti previsti, 20 le sessioni di lavoro che
toccheranno dai temi economici a quelli della comunicazione, dalla bioetica alla teologia, fino alla psicologia
e alla finanza, una tavola rotonda che raggrupperà rettori di tutti i cinque continenti e infine l’udienza con
Papa Francesco. Sono questi alcuni dei punti principali del Giubileo delle Università. Il vescovo Lorenzo
Leuzzi, delegato per l’ufficio diocesano per la Pastorale Universitaria:
“Credo che il Giubileo delle Università sia un momento importante perché offre un’occasione per andare
ancora più in profondità sul tema della misericordia e dunque il tentativo di passare dalla misericordia
assistenziale alla misericordia progettuale. E’ un passaggio che non significa esclusione, ma tentativi di
recuperare la dimensione assistenziale per rilanciarla in quella progettuale, perché oggi siamo di fronte a una
società che dev’essere costruita, come Papa Francesco ci ha più volte indicato. Siamo di fronte a un
cambiamento d’epoca che impone una nuova riflessione, cioè cercare, lavorare insieme, attraverso la
collaborazione di tutti, perché l’umanità ha davanti a sé grandi sfide nelle quali e per le quali l’università deve
svolgere un ruolo determinante”.
E durante l’incontro è stato presentato anche il Premio Giornalistico “Giubileo 2016”. Il commento di Michele
Petrucci presidente del Co.Re.Com.Lazio, il comitato regionale per le Comunicazioni:
“Noi del Co.Re.Com consideriamo questo Premio una tappa fondamentale nel nostro percorso di sostegno
all’emittenza locale, agli operatori dell’informazine, ai giornalisti perché il nostro obiettivo è quello di
incentivare e promuovere la qualità dei servizi e dei contenuti e soprattutto la creatività di contenuti originali.
Ecco: questa vuole essere una tappa simbolica ma a nostro avviso importante per sostenere l’informazione
locale, per spingere l’informazione locale a produrre contenuti di qualità e innovativi, tenendo conto anche dei
valori del Giubileo, quindi la misericordia, l’accoglienza e la disponibilità a farsi comunità. E premieremo le
emittenti e i giornalisti e coloro che meglio degli altri hanno saputo interpretare questi valori”.
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Ma mediaticamente come è coperto questo Giubileo? Ascoltiamo ancora Michele Petrucci:
“Mi sembra che tenendo conto anche delle contingenze, mi sembra una copertura buona, mi sembra una
copertura necessaria; bisogna tener conto che questo Giubileo è capitato in un momento di grande difficoltà
internazionale: i temi della sicurezza connessa all’informazione sono temi che ancora non hanno trovato una
loro soluzione. Per cui credo che dare le notizie e darle in maniera rispettosa sia la strada migliore”.
Oggi su "L'Osservatore Romano"
◊ Nuove vie di riconciliazione: al suo arrivo in Armenia il Papa richiama l'urgenza di promuovere il dialogo e
l'unità per armonizzare i conflitti che lacerano la vita civile.
Sul Brexit, in prima pagina, un editoriale di Giuseppe Fiorentino dal titolo "Sunderland e la City".
Sapore di storia: da Gerusalemme, l'inviato Fausta Speranza sui lavori di restauro del Santo Sepolcro.
Tra culto e idolatria: Francesco Scoppola su una mostra, a Roma, dedicata a icone russe metalliche a rilievo.
Oggi in Primo Piano
Il Regno Unito lascia l’Unione Europea, Cameron si dimette
◊ Voto storico nel Regno Unito, dove il 51,8% delle persone che si sono recate alle urne per il referendum
sulla Brexit ha optato per l’uscita dall’Unione Europea. Sono oltre un milione i voti che sanciscono il divorzio
fra Londra e Bruxelles. Alta l’affluenza: ha partecipato alla consultazione il 72,2% degli elettori. Il premier
David Cameron, dopo l’esito della consultazione, ha annunciato le proprie dimissioni. Il servizio di Amedeo
Lomonaco: E’ un Regno Unito diviso quello che ha scelto di non restare nell’Unione Europea come Paese membro.
L’esito del referendum ha scosso i mercati: alle Borse europee in picchiata e a quella di Londra in netto calo
si aggiunge il crollo della sterlina. Milano perde il 10%, e molto pesanti sono anche le altre borse del Vecchio
Continente. Malissimo pure i mercati finanziari asiatici. In calo le quotazioni del petrolio, mentre risale l'oro,
tradizionale bene rifugio.
Ma è anche il fronte politico britannico ad essere sconvolto: il premier Cameron si è dimesso annunciando
che sarà un nuovo primo ministro, da eleggere ad ottobre, a guidare i negoziati con l'Unione Europea. La
volontà del popolo britannico ­ ha aggiunto ­ sarà rispettata. Per il leader euroscettico Nigel Farage il Regno
Unito celebra un nuovo giorno dell'indipendenza. Ma il verdetto delle urne è disomogeneo: in Scozia, in
Irlanda del Nord e a Gibilterra la maggioranza degli elettori ha votato a favore della permanenza nell’Unione
Europea. In Galles, invece, ha prevalso la tesi opposta. Contraria alla permanenza anche l’Inghilterra, ad
eccezione di gran parte di Londra. Le urne hanno anche sancito una frattura generazionale: il 75% degli under
24 ha votato per la permanenza. Il 56% degli under 49 ha fatto lo stesso. Sono invece gli ultracinquantenni
— e in particolare gli ultrasessantacinquenni — ad aver votato in maggioranza per l’uscita dall’Unione
Europea.
Cancellerie e istituzioni europee subito mobilitate dopo il voto che ha visto vincere i Leave, mentre gli
euroscettici esultano per il risultato, a partire dal leader Ukip Farage. Dalla riunione dei presidenti del
Parlamento europeo arriva un netto no a qualsiasi possibilità di rimandare l’uscita di Londra dalla Ue,
comunque ci vorranno un paio di anni per mettere a punto tutti di dettagli tecnici. In queste ore sono in corso
consultazioni tra i Paesi Eu. Lunedi forse a Berlino vertice Francia­Germania­Italia, mentre Renzi dovrebbe
vedere il presidente del Parlamento Ue Tusk martedi. Per la Cancelliera tedesca Merkel il voto è un colpo
all'Europa e al processo di integrazione europea", ma “la Ue ha garantito la pace europea dopo secoli di
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violenza”.
Sul voto nel Regno Unito si sofferma, al microfono di Amedeo Lomonaco, il presidente della Camera di
Commercio italiana a Londra, Leonardo Simonelli: R. – L’Inghilterra prima veniva considerata un Paese per definizione abbastanza stabile, unito, con valori
comuni. Questa elezione ha dimostrato che questo fattore è molto cambiato. Secondo me, la cosa più grave
è la perdita di fiducia nella leadership. Tutto l’establishment si è schierato per l’“in” ma non è bastato.
D. – A proposito di cambiamento, questo voto può rimettere in discussione l’indipendenza della Scozia, la
riunificazione dell’Irlanda del Nord, territori dove in maggioranza si è votato in favore della permanenza
nell’Unione Europea?
R. – La Scozia ha già detto che vuole rimanere in Europa e quindi ci sarà da negoziare qualcosa. L’Irlanda
del Nord ha votato per rimanere e credo che si dovranno trovare dei Trattati particolari con la Repubblica
irlandese.
D. – Le urne hanno anche sancito una frattura generazionale: il 75% degli under 24 ha votato per la
permanenza, voto invece contrario per quanto riguarda i più anziani…
R. – Sono giovani che si sono creati questa formazione di mondo più ampio di valori e di solidarietà; invece,
le vecchie generazioni sono più difficili ad accettare il cambiamento.
D. – Ora l’esito di questo voto quale processo innescherà nel breve e nel lungo periodo?
R. – Il referendum è consultivo, anche se naturalmente bisogna tener conto della volontà del popolo. Il
Parlamento adesso dovrà riunirsi. Dopodiché verrà invocato l’articolo che prevede l’uscita dalla Comunità
economica europea. Cominceranno le negoziazioni, che hanno un tempo di due anni. Poi ci saranno tempi
successivi, se richiesto, per trovare nuovi equilibri.
D. – Parliamo di scenari futuri: cosa potrà cambiare per gli italiani nel Regno Unito, dal punto di vista di
assistenza sanitaria, indennità di disoccupazione?
R. – A mio avviso ci sarà una negoziazione che prevede una riduzione dei benefici sociali per i non­inglesi,
preservando – penso ­ quelli acquisiti da coloro che sono qui da molto tempo. Poi ci sono il problema delle
residenze e la questione dei visti. Anche questi andranno affrontati.
L’esito del referendum nel Regno Unito non è così allarmante come sostenuto da molti osservatori. E’ quanto
sottolinea, al microfono di Luca Collodi, il parroco di St Peter’s Italian Church a Londra, padre Andrea
Fulco: R. – Questo dato non ci deve far allarmare perché l’Inghilterra è sempre stata una nazione che accoglie, che
integra e che sa gestire i disagi forse molto meglio che in altre situazioni europee. Sarà anche un modo per
rivedere il nostro progetto europeo che forse crea anche delle disuguaglianze.
D. – Mentre Londra e le grandi città hanno votato per restare in Europa, le campagne e le altre regioni della
Gran Bretagna hanno votato per uscire. Perché questa differenza sul piano sociale?
R. ­ Credo che, probabilmente, ci siano degli squilibri: a Londra ci sono più turisti, più immigrati. Sicuramente
nelle campagne si pensa più al ceto sociale. Come sacerdote, non vedo questo come un dato allarmante
perché ho una grande fiducia nello Stato, nello spirito inglese che non è mai stato discriminatorio, non ha mai
chiuso le frontiere a nessuno. Credo che adesso siamo tutti un po’ spaventati ma dobbiamo anche guardare
le cose da un punto di vista locale. Sicuramente i poveri saranno aiutati.
D. – La parrocchia italiana a Londra come aiuta la comunità italiana e le altre?
R. – Offre un grande aiuto, perché nel Paese sbarcano circa duemila italiani al mese. Noi ne aiutiamo diversi,
soprattutto coloro che vivono situazioni di povertà. Abbiamo un progetto che si chiama “Saint Peter Project”,
che portiamo avanti già da diversi anni. Aiutiamo ragazzi che non hanno una casa, oltre i tanti italiani che
vengono a lavorare per dare loro un punto di riferimento spirituale. La nostra chiesa è anche un centro di
accoglienza, di amicizia a livello sociale spirituale ed umano. Noi continuiamo ad accogliere tutti e io credo
che anche l’Inghilterra non si chiuderà di fronte alle vere necessità delle persone.
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Brexit, il Regno Unito fuori dalla Ue
◊ Il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea. I risultati definitivi della consultazione tenutasi ieri dicono che i
sostenitori della cosiddetta Brexit sono in netto vantaggio. Crollano le borse e la sterlina. Le banche centrali
pronte a intervenire, mentre a Bruxelles sono già in corso riunioni d'emergenza. Il premier Cameron però non
si dimetterà. Alessandro Guarasci: Le proiezioni di Bbc, Itv e Sky News indicano che il Leave ha vinto il referendum sulla Brexit. Circa il 52%
dei voti a favore dell’uscita, con un milione di voti di scarto tra uno schieramento e l’altro. Il Paese comunque
è spaccato. Irlanda del Nord e Scozia hanno votato per rimanere, Galles e Inghilterra per andare via. Il primo
ministro scozzese Nicola Sturgeon ha detto che il futuro del suo paese è nella Ue, e anche il leader del
partito Sinn Fein ha detto che Londra non può più rappresentare l’Ulster.
Pesanti le ripercussioni sui mercati. La Borsa di Tokyo perde oltre l'8%, Sydney il 4%, Hong Kong quasi il
5%. A Londra, i future, che anticipano l’apertura della Borsa, calano del 7%, e lo stesso avviene a New York
con un calo del 5%. Il petrolio è in calo cede oltre il 6% a 47 dollari per il barile. Guadagna invece l'oro,
tradizionale bene rifugio: +8%. La Bank of Japan ha comunicato che lavorerà a stretto contatto con le altre
banche centrali per stabilizzare i mercati.
Dalle prime ore del giorno erano circolate voci di possibili dimissioi del premier britannico Cameron, smentite
poi dal ministro degli esteri. Interviene però Nigel Farage, leader degli indipendentisti, che chiede a Cameron
di andarsene. E già ci sono i contraccolpi a livello politico europeo. Gli euroscettici olandesi chiedono anche
loro un referendum. Per il vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel "è un brutto giorno".
Prodi sulla Brexit: segno del malessere per politica europea
◊ Ma come ha preso il voto di ieri Romano Prodi, già presidente della Commissione ue? Eccolo intervistato
da Alessandro Guarasci: R. – Male, molto male! Sono andato a dormire con la tranquillità che la Gran Bretagna rimanesse nell’Unione
e questa mattina mi sono svegliato con la consapevolezza che tutto era diverso… Poi discuteremo di tutte
le conseguenze nel breve periodo, delle Borse che scendono, anche se questo mi preoccupa fino a un certo
punto, perché credo che le conseguenze economiche non siano grandissime. Ma questo Brexit è il grande
segnale del malessere non nei confronti dell’Europa, ma di tutta la politica che viene fatta oggi ovunque. Da
tutte le notizie che arrivano dal Regno Unito si vede che sostanzialmente abbiamo la stessa distribuzione.
che abbiamo ovunque in Europa, tra i partiti tradizionali e i partiti populistici: nel centro città le persone più
sicure e più tranquille hanno votato per rimanere in Europa, ma il resto del Paese ha votato per uscire. E la
Gran Bretagna è molto tipica di questa differenza, perché la distanza che vi è nel tenore di vita e nelle
prospettive del futuro fra Londra e il resto del Paese è elevatissima! Noi abbiamo sistemi politici che non
rispondo a quelle che sono le esigenze della gente.
D. – Presidente, lei teme – in qualche modo – un effetto tsunami? Già gli euroscettici olandesi hanno detto:
“Anche noi adesso vogliamo un referendum!”. ..
R. – Vabbè, questo è atteso evidentemente, no? Come dire? E’ il loro mestiere, ecco! Ma il problema del
contagio certo che c’è, meno di quello che la gente pensi, perché i Paesi dell’Europa orientale, dell’ex – area
dell’Unione Sovietica, che sarebbero i più tentati, ricevono però quantità cospicue di risorse dall’Unione
Europea e quindi il loro tenore di vita precipiterebbe… Andiamo adagio a parlare di dissoluzione. Certamente
è un segnale fortissimo sia per Bruxelles, per una politica che non si è resa conto dei problemi di tutti, sia
anche per la stessa Gran Bretagna che potrà avere anche dei momenti di tensione interna estremamente
forte e questo proprio per la diversità con cui si è votato.
D. – Ma adesso ritiene che sia il momento delle riforme per l’Unione Europea?
R. – Guardi, io lo ritengo da sempre! Io penso che se ci fosse stato il momento delle riforme, e con l’Unione
Europea che si poneva come una struttura capace di decidere e di interpretare i tempi, io credo che anche la
Gran Bretagna, che anche gli elettori britannici avrebbero avuto un occhio particolare nei confronti dell’Unione
Europa. Mons. Ambrosio, Comece: Brexit è fatto grave, evitare disgregazione
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◊ La Brexit è “un fatto molto grave, ora si rischia l'effetto domino". E’ quanto affermato stamani dal
card.Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana. Unanime la preoccupazione di tutti
gli episcopati del continente europeo dopo il referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.
Alessandro Gisotti ha raccolto il commento di mons. Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza­Bobbio e
vicepresidente della Comece, la Commissione degli episcopati della Comunità europea: R. – Al di là, adesso, degli aspetti più tecnici e più immediatamente politici, la questione a mio parere è
davvero anche di ordine culturale, cioè ricordare i nostri Padri fondatori che dopo le due guerre mondiali che
hanno dilaniato l’Europa, quel desiderio di mettersi insieme, di lavorare insieme... Credo che davvero sia
venuta meno questa ispirazione di fondo con il rischio di fare emergere sempre di più gli aspetti
nazionalistici. Quindi vedo questo fatto in modo molto preoccupante, proprio perché anche culturalmente vi è
il rischio di un ritornare a una Storia che pensavamo fosse già finita.
D. – Il Primate anglicano Welby ha affermato: “Non dobbiamo costruire barriere”. Il card. Nichols, arcivescovo
di Westminster, ha detto che “speriamo che il Regno Unito continui a costruire accoglienza verso lo
straniero”. Ecco, questo tema dell’immigrazione ha pesato molto e continua a pesare un po’ in tutta l’Europa
…
R. – Indubbiamente. Questo certamente è uno degli aspetti di grande travaglio per tutti i Paesi europei e per
l’Europa nel suo insieme, ma proprio perché c’è questa enorme situazione di emergenza non possiamo
davvero non aprire il cuore e la mente nei confronti di queste persone e anche aiutarci perché vi sia la
possibilità di una accoglienza di queste persone che fuggono. Davvero, se l’Europa vuole conservare la sua
anima, deve ritrovare la maggiore unità e la maggiore collaborazione al suo interno, e deve aprirsi verso
l’esterno. Questa è stata la tradizione europea che rischia di essere purtroppo, anche dal punto di vista
culturale, smentita da questi fatti. Dobbiamo costruire ponti e non chiuderci a riccio nel nostro piccolo guscio.
D. – La Brexit arriva dopo le vittorie di numerosi partiti anti­Unione Europea in diversi Paesi dell’Europa. Cosa
possono fare, secondo lei, i cristiani per provare a limitare queste spinte di disgregazione interne all’Europa?
R. – Innanzitutto, ricordare la Storia: se non ricordiamo la Storia della nostra Europa, rischiamo davvero di
ripetere quei gravi fatti che già sono avvenuti, che hanno insanguinato il nostro Continente. Secondo,
recuperare anche la nostra identità europea, perché la cultura europea è sempre stata una cultura fatta da
espressioni e distanze le più diverse. E quindi, ritrovare il senso dell’unità anche nelle differenze tra i diversi
popoli, tra le diverse culture. E terzo, davvero riprendere quell’anima cristiana che è stata troppo dimenticata
e proprio a causa di questa dimenticanza siamo ormai avvolti da una nube da cui non sappiamo come uscire.
D. – In una giornata chiaramente così difficile per l’Europa, c’è forse un dato positivo, se vogliamo: cioè, i
giovani nel Regno Unito hanno votato a maggioranza in favore del Remain, cioè del rimanere del Regno Unito
nell’Unione Europea, ancora credono nell’Europa …
R. – I vescovi della Chiesa devono insistere molto anche presso le Istituzioni europee perché si dia maggiore
spazio e maggiore voce ai giovani. L’Erasmus o cose di questo genere hanno davvero favorito quella
circolazione di idee, di pensieri, di condivisioni. Proprio perché c’è tanta disoccupazione giovanile,
occorrerebbe davvero che anche le Istituzioni europee si impegnassero maggiormente per favorire il domani,
il futuro dei giovani perché questo è il futuro anche dell’Europa.
D. – La Gmg di Cracovia, ormai prossima, che vedrà ovviamente giovani di tutto il mondo ma soprattutto
giovani europei, può essere anche un bel segno che dà la Chiesa all’Europa?
R. – Indubbiamente. Credo che potremo davvero respirare con un orizzonte grande, e Papa Francesco che
ha fatto discorsi estremamente impegnativi proprio al Parlamento europeo, Papa Francesco ci aiuterà a
guardare oltre gli steccati, aprirà davvero il cuore e la mente di tanti giovani per il bene dell’Europa e per il
bene dell’umanità.
Elezioni Spagna, il 26 giugno. Nessuna ripercussione da Brexit
◊ La Spagna ritorna al voto il 26 giugno, dopo il fallimento delle elezioni del 20 dicembre in cui i principali
partiti politici non sono giunti a un accordo per la formazione del governo. La coalizione "Podemos­Izquierda
Unida" non sembra modificare il quadro politico. Secondo gli ultimi sondaggi il Pp è il primo partito con il 28%
davanti a Podemos, 23%, Psoe 21% e Ciudadanos 15%. Se le urne confermeranno tali previsioni il
Congresso di Madrid rimarrà di difficile governabilità, ma una terza elezione sarebbe sarebbe
preoccupante. Come si sta preparando a questo nuovo appuntamento elettorale lo spiega Alfonso Botti,
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storico e ispanista al microfono di Valentina Onori: R. – Si sta preparando con la certezza che dalla nuova competizione elettorale non uscirà un panorama
sostanzialmente diverso per quanto riguarda la governabilità. Tutti i sondaggi sono convergenti nel dire che
nessuna delle quattro forze politiche principali raggiungerà la maggioranza dei voti necessari per governare.
La questione più interessante di questa competizione elettorale è il possibile sorpasso da parte della
coalizione tra “Podemos” e “Izquierda Unida” del Partito Socialista spagnolo.
D. – C’è anche una frattura generazionale tra i giovani che votano “Podemos” e gli ultraquarantenni che
votano Rajoy e il Psoe...
R. – Ma con una variante: che “Ciudadanos”, che è una forza politica anch’essa nuova come “Podemos” e
che crea una forza politica centrista, raccoglie grossi consensi anche nelle fasce giovanili. La questione del
Partito Popolare è che tutti i sondaggi lo danno come prima forza politica: ma la questione è che il 20
dicembre il Partito Popolare aveva perso 3 milioni e mezzo di voti; ne aveva presi più degli altri, ma
segnando un forte calo di consensi. Se dovesse riprodursi una situazione del genere nelle elezioni del 26
giugno, io credo che la leadership di Rajoy sarebbe messa in discussione all’interno del Partito Popolare,
così come nel Partito Socialista, se si verificasse il sorpasso da parte di “Podemos” e “Izquierda Unida”, la
leadership di Pedro Sanchez sarebbe anch’essa messa in discussione. Un ricorso per la terza volta alle urne
sarebbe veramente preoccupante.
D. – Che tipo di campagna elettorale è stata quest’ultima?
R. – E’ stata una campagna elettorale di “ognuno contro tutti”, in cui si sono riproposte le pregiudiziali della
campagna elettorale precedente. Semmai, con la variante più accentuata della proposta di “Podemos” di far
coalizione con il Partito socialista, il quale ha però respinto al mittente l’offerta. E’ una campagna elettorale
che – a mio modo di vedere – ha confermato il dato che io penso sia caratterizzante della situazione
spagnola: la mancanza cioè della cultura della mediazione fra le forze politiche.
D. – Alla luce di quanto è avvenuto in Inghilterra, questo potrebbe travolgere anche le elezioni in Spagna?
R. – Assolutamente no. Quello che è successo in Inghilterra ci fa vedere la differenza del quadro politico
spagnolo, nel quale sono in competizione quattro forze politiche, tutte e quattro fermamente europeiste,
anche se alcune più critiche degli assetti attuali dell’Unione Europea: quando parlo di queste forze critiche,
mi riferisco senz’altro a “Podemos” e “Izquierda Unida”. La Spagna ha due specificità da questo punto di
vista: la prima, che in Spagna non ci sono stati movimento xenofobi e il secondo dato caratterizzante per la
situazione spagnola è che tutte le forze politiche, anche quelle nazionaliste basche e catalane, sono
europeiste. E questo perché la Spagna ha beneficiato economicamente e culturalmente del processo di
integrazione europea. Vero è che negli ultimi anni c’è stata una disaffezione come in realtà c’è stata
ovunque: l’Europa così non piace, non piace a molti e non piace neanche agli spagnoli. Ma questo non
significa mettere in discussione il progetto europeo. In Spagna, non c’è nessuno che abbia seguìto e che
mette in discussione l’integrazione europea.
D. – Dopo la vittoria del Brexit, il ministro degli Esteri spagnolo ha proposto una sovranità condivisa tra
Londra e Madrid su Gibilterra, con – in prospettiva – il ritorno del territorio alla Spagna…
R. – E’ una rivendicazione storica da parte della Spagna che, per ragioni evidenti geografiche, ritorna fuori in
questo momento. In Spagna si può aver pensato che gli inglesi, non facendo più parte dell’Unione Europea,
siano indeboliti e che la Spagna invece possa puntare sul sostegno dell’Unione Europea in questa
rivendicazione, che, ripeto, è storica. Qualcosa si è mossa: cambia la situazione europea e quindi cambia la
situazione della Gran Bretagna rispetto all’Europa e questo può sollecitare la Spagna a ritornare su questa
“vexata quaestio”. Però, da qui al fatto che si risolva in modo favorevole alla Spagna, diciamo che ce ne
passa.
La Slovenia celebra 25.mo d'indipendenza. Balcani vogliono più Ue
◊ 25° anniversario dell’indipendenza della Slovenia oggi alla vigilia della Giornata della statualità, quando il
Parlamento approvò il nuovo status del Paese. Presenti i presidenti dei quattro Paesi confinanti, Italia Austria
Croazia e Ungheria con l’aggiunta della Germania che contribuì al processo di riconoscimento internazionale
sloveno. Oggi la politica estera è di apertura con tutta l’area confinante con cui si condividono radici e storia.
Ma cosa ha significato l’indipendenza in questi 25 anni e a quali risultati ha portato? Gabriella Ceraso lo ha
chiesto a Mauro Ungaro, direttore della "Voce isontina", settimanale diocesano di Gorizia ed esperto di area
balcanica: https://mail.google.com/mail/u/0/?ui=2&ik=87d7cd6780&view=pt&search=inbox&th=15582dbc7c3425a7&siml=15582dbc7c3425a7
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R. – In questi 25 anni, la Slovenia ha fatto notevoli passi in avanti, innanzitutto come affermazione
dell’identità nazionale, che non era una rivendicazione di chiusura in se stessa quanto, con orgoglio, un voler
sottolineare l’importanza che la realtà slovena poteva avere all’interno dell’Europa. Certamente, la Slovenia
dal punto di vista culturale, sociale, politico ed economico ha ricevuto molto dall’Europa. Se guardiamo i dati,
vediamo che l’economia slovena, dopo la crisi di circa due anni fa, è un’economia in ripresa con un Pil che
presenta una risalita, degli ottimi risultati e soprattutto credo che l’elemento fondamentale sia il fatto che la
Slovenia abbia potuto portare il proprio apporto, la propria unicità, la propria storia all’Europa.
D. – La festa in Slovenia arriva nelle stesse ore in cui si crea la frattura in Europa con il Regno Unito. Si
teme un effetto domino. Forse, l’area balcanica è quella meno invogliata invece a uscire dall’Unione Europea,
non è così?
R. – Assolutamente, anzi c’è esattamente un sentimento opposto. L’area balcanica in questo momento
lancia all’Europa una forte richiesta di unità. Guardiamo anche l’attenzione, soprattutto dei giovani serbi, a
una possibile entrata in Europa, ma pensiamo anche a quanto l’Europa ha fatto per la pacificazione dell’intera
area.
D. – Quindi, in questo senso l’Europa è una valvola di salvezza, è un modello da conservare. Questo non
toglie che vada rivista, vada rinnovata dall’interno, l'Unione Europea?
R. – Certamente, ci sono molti punti di quella che è l’Europa attuale e l’Unione Europea che probabilmente
vanno rivisti. Soprattutto nell’area balcanica questo anniversario, questi 25 anni della Slovenia, ci ricorda che
proprio l’Unione Europea ha permesso all’Europa di progredire e di raggiungere quei risultati, quella tranquillità
che oggi vediamo. Noi non dobbiamo mai dimenticare che l’ultima guerra europea è stata combattuta non un
secolo fa, ma poco più di venti anni fa nei Balcani: pensiamo a tutta la questione del Kosovo, ai
bombardamenti di Belgrado… I Balcani ci lanciano un messaggio di unità ancora più significativo e
decisamente fondamentale.
D. – In che modo la Chiesa ha accompagnato con il suo lavoro il cammino di indipendenza? Ha offerto
qualche contributo? In che termini?
R. – Io vorrei ricordare prima di tutto che è stata proprio la Santa Sede a riconoscere per prima l’indipendenza
di Slovenia e Croazia. Poi, dobbiamo pensare a come la Santa Sede ha accompagnato questo cammino e in
questo ambito l’apporto che le Chiese – soprattutto quella slovena e quella croata – hanno saputo dare a
percorsi di riconciliazione che guardassero oltre e affermando l’importanza che avevano i valori che il
cristianesimo propone. Leggevo proprio in queste ore delle frasi di uno dei discorsi che San Giovanni Paolo II
pronunciò durante la sua visita in Slovenia nel 1996. Mi sembrano di un’attualità incredibile. Il Papa disse: “I
muri sono crollati, ma la sfida dell’Europa rimane e va giocata sul senso della vita, il valore della libertà,
elementi che rimangono più forti che mai nell’intimo delle intelligenze e delle coscienze”. Secondo me, sono
parole che oggi aiutano a capire il ruolo che può avere la Slovenia, che ha la Croazia, ma che ha tutto il
complesso dei Balcani nell’Europa. E nel momento in cui sai parla di muri queste parole ci fanno riflettere,
soprattutto se pensiamo a quando sono state pronunciate.
Viterbo: la chiesa arriva in discoteca con il #grestparty ◊ La Chiesa arriva in discoteca: l’iniziativa è organizzata dalla diocesi di Viterbo e vede coinvolti il vescovo,
mons. Lino Fumagalli, i giovani e tutti gli animatori dei grest locali. L’evento si terrà stasera al club "Subway"
di Viterbo. Gioia Tagliente ha intervistato don Fabrizio Pacelli, direttore del servizio diocesano per la
pastorale giovanile: R. – E’ la conclusione di un percorso che dura da due anni in merito al progetto “Missione Giovani”, che ha
come slogan “Sporcati di cielo”, che ha visto coinvolte varie realtà della nostra diocesi e, in particolare, i
"Grest" parrocchiali (Gruppi riccreativi estivi ­ ndr) della città di Viterbo e le scuole superiori. Adesso, in
questa settimana siamo nella fase finale facendo visita in particolare ai Grest cittadini. E, stasera, il "Grest
party" vuole essere la conclusione per gli animatori dei Grest e quindi una sorta di festa per tutti loro, dove il
vescovo verrà per una benedizione e un saluto. E’ un momento ludico che però è stato preceduto da vari
momenti di alta spiritualità e da momenti fortemente profondi, insieme agli animatori, nelle varie parrocchie e
nei Grest, portando il messaggio “Sporcarsi di cielo”, cioè scoprire all’interno di ognuno quel frammento di
bellezza, quella goccia di cielo, che è presente in ognuno di noi.
D. – Papa Francesco ha parlato di una Chiesa in uscita. Voi, quindi, state andando direttamente nei luoghi
dove si trovano i giovani. Quali sono gli obiettivi?
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R. – L’obiettivo che ci siamo prefissi, innanzitutto, seguendo le indicazioni del nostro Papa, è di far visita ai
Grest, nelle scuole, ai luoghi di aggregazione: le strade, le piazze e anche le società sportive. Il primo
obiettivo è quello di far scoprire a ogni giovane questo frammento di bellezza presente in ognuno ed è anche
accompagnato dall’obiettivo di creare “capacità” nella diocesi. Siamo aiutati da alcuni sacerdoti, in particolare
don Giovanni Fasoli dell’Opera Famiglia di Nazareth e, insieme a lui, abbiamo già creato delle equipe che
lavorano in vari ambiti, composte da ragazzi, giovani della nostra diocesi, della nostra città. Più che altro,
vogliamo creare capacità in loco che, poi, una volta conclusa la missione, saranno in grado di portare avanti
un percorso più ampio nelle varie zone della città e nelle varie parrocchie.
D. – Che risultati sono stati raggiunti? Quanti giovani ad oggi avete coinvolto?
R. – Abbiamo visitato tutte le scuole superiori, in particolare nelle ore dell’insegnamento della religione
cattolica, e abbiamo incontrato circa 6 mila studenti. Per quanto riguarda invece le visite ai Grest
parrocchiali, abbiamo contattato circa 600 animatori e 1.700 bambini e ragazzi in questa settimana. Poi,
un’altra iniziativa che abbiamo svolto il 2 settembre 2015, e che ripeteremo anche quest’anno in occasione
della festività di Santa Rosa, è stata quella di tenere aperta la Chiesa del Gesù, a Piazza del Gesù, a
Viterbo, dalle ore 22 fino all’1.30 di notte. Sono transitati all’incirca 500 giovani.
D. – Sono previste nuove iniziative? Se si, di che tipo?
R. – Abbiamo in cantiere, in particolare, un progetto che è quello dell’apertura di un centro giovani cittadino,
nel quale i ragazzi, i giovani della città, in maniera particolare, ma anche della diocesi, possano avere un
luogo di ritrovo, di amicizia, di fraternità, di preghiera e dove possa essere attivo anche un servizio di
ascolto, di counseling psicologico, ma anche di direzione spirituale, con cui poter entrare veramente in
profondità all’interno di ognuno.
Roma, Giubileo. In Vicariato il concerto "Music of Mercy" ◊ E' stato presentato nel Vicariato di Roma "Music for Mercy", il concerto straordinario che avrà luogo
martedì 26 luglio nel Foro Romano, organizzato per il Giubileo della Misericordia. Vi prenderanno parte, tra gli
altri, l'Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma diretta dal cinese Tan Dun, Andrea Bocelli e la cantante Carly
Paoli che interpreta l'"Ave Maria", canzone ufficiale dei Cammini del Giubileo. Il servizio di Luca Pellegrini: Un grande "Concerto della Misericordia". Anche una sfida ritenuta impossibile, che si avvera, perché il luogo
è tra i più famosi e protetti del mondo: le vestigia archeologiche del Foro Romano, nel cuore della Città
Eterna. Sarà lì che cantanti provenienti da molti Paesi si esibiranno davanti ad un pubblico internazionale,
ma tra gli ospiti saranno privilegiati i rifugiati, che sono inseriti a pieno titolo nella città, fuggiti dalle guerre
che hanno tragicamente toccato la loro vita. Dunque, la musica come linguaggio universale che unisce tutti i
popoli, culture e religioni nel segno della misericordia: è questo lo spirito con il quale mons. Liberio Andreatta
dell'Opera Romana Pellegrinaggi ha coinvolto il mecenate malese, Francis Yeoh, convincendolo della bontà
dell'evento. Il cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la Diocesi di Roma, ha presentato il concerto,
descrivendolo come un simbolico spartiacque. Ecco le sue parole:
R. – Mi sembra che significhi davvero una cosa così positiva, così ricca, così promettente, da aprire anche
ad altre prospettive e che, rispetto a tutto quello che nei mesi passati abbiamo ascoltato su Roma – le
vicende di sofferenza, corruzione e male di questa nostra città – sia proprio il segno come di una ripartenza
attraverso un evento culturale di così alto livello, perché Roma sia davvero capace di rispondere alla sua
vocazione.
D. – È un concerto anche per guarire quella che lei ha definito “l’anemia spirituale” della città…
R. – Naturalmente, non basta un concerto per guarire l’anemia. “Anemia spirituale” vuol dire che il cuore
dell’uomo si è impoverito e che ha bisogno di una trasfusione di globuli rossi, capace di mettere sangue
ossigenato. La cultura – e la musica in particolare – è una di queste strade, che certamente possono aiutare
la ripresa dello spirito. Il problema vero è questo: non possiamo vivere soltanto di materialità, ma abbiamo
bisogno anche di ricchezze spirituali, che arricchiscono l’uomo nella sua complessità e nella sua ricchezza.
D. – Una definizione parallela di Giubileo è, appunto, quella che lei ha definito “ripartenza”: partiamo da dove
e verso quale meta?
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R. – Ripartiamo dallo scopo che il Papa ci ha dato quando ha indetto il Giubileo: Papa Francesco ha capito
che questo mondo ha bisogno di Dio. E quando ha detto che il volto di Cristo è la misericordia, ci ha
prospettato un’immagine di un uomo nuovo. Se ognuno è in grado di fare un suo percorso spirituale, tutto
questo favorirà certamente una ripartenza complessiva della sua vita.
Il sovrintendente dell'Opera di RoAma, Carlo Fuortes, ha sottolineato come la musica sia uno straordinario
veicolo di pace. Con una immagine evocativa: esperanto della bellezza, come precisa ai nostri microfoni:
“La musica è effettivamente questo: in un mondo dove le culture sono in contrasto, dove addirittura i simboli
della cultura vengono utilizzati per combattersi, la musica ha questa enorme potenzialità: avere un linguaggio
comune in tutto il mondo. Questa è una cosa che va valorizzata. E per questo, quando mons. Andreatta ci
ha proposto di partecipare a questo concerto straordinario nel Foro Romano per il Giubileo della Misericordia,
abbiamo subito aderito con grande entusiasmo, dando la possibilità di partecipare addirittura all’orchestra del
teatro”.
Nella Chiesa e nel mondo
Vescovi Colombia: accordo di pace un evento storico ◊ La Conferenza episcopale colombiana riconosce l’accordo definitivo di Pace fra il governo colombiano e le
Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) come "un evento storico per il Paese, che si prevede
possa essere il primo passo per costruire la pace tanto attesa dai colombiani, con la garanzia del rispetto dei
diritti umani e la promozione della giustizia in ogni angolo del paese", si legge nel comunicato pubblicato ieri,
e ripreso dall'agenzia Fides. I vescovi invitano quindi il governo a "offrire una pedagogia per la pace, una
informazione chiara e autentica, per superare i dubbi dinanzi a questa decisione".
I governanti favoriscano i processi di perdono, di riconciliazione e di pace
"La Chiesa cattolica che è stata dalla parte delle vittime per tutto il tempo di guerra, accompagna anche
questo momento storico della Colombia, al fine di continuare ad offrire il suo servizio perché i governanti
costruiscano una nazione che rispetti la democrazia, la libertà e i diritti umani e favorisca i processi di
perdono, di riconciliazione e di pace" conclude il testo.
I protagonisti della firma dell'accordo di pace
Dopo quattro anni di negoziati, il governo colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc),
hanno firmato ieri, un accordo di pace che pone fine a più di 50 anni di conflitto. Erano presenti alla cerimonia
all'Avana, dove si svolgono i colloqui di pace, il Presidente colombiano Santos, il Segretario generale
dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, Ban Ki­moon, i Presidenti Michelle Bachelet del Cile, Raul Castro di
Cuba, Nicolas Maduro del Venezuela, e il Ministro degli Esteri norvegese Borge Brende.
Punti centrali dell'accordo: cessate il fuoco e consegna delle armi da parte delle Farc
Tra i punti più importanti di questi accordi è la tabella di marcia per il definitivo cessate il fuoco bilaterale e
l'abbandono delle armi da parte del gruppo guerrigliero, che sarà verificato dalle Nazioni Unite (Onu),
attraverso il suo Consiglio di Sicurezza. (C.E.)
Venezuela. Urosa: sì a referendum su revoca mandato presidenziale ◊ “Perché possa esistere un dialogo tra il governo e l’opposizione è necessario che ci sia rispetto reciproco e
rispetto della Costituzione”. Questa la dichiarazione dell’arcivescovo di Caracas, card. Jorge Urosa Savino,
alla rete televisiva Globovisiòn, interpellato sul processo di negoziazione intrapreso dall’Unione delle Nazioni
Sudamericane (UNASUR) per avviare un dialogo nazionale che ponga fine alla grave crisi sociopolitica e
economica che attraversa il Venezuela. “Papa Francesco ­ ha detto il porporato ­ ha insistito costantemente
in questi ultimi due anni sulla necessità di un dialogo tra i diversi settori della società venezuelana, ma
purtroppo non è stato così. Il dialogo è ancora da fare”.
La volontà del popolo non è un gioco, va rispettata
Il card. Urosa ha ribadito l’importanza di rispettare la Costituzione Nazionale e ha ricordato che in essa è
prevista la possibilità di convocare una consulta nazionale sulla revoca o meno del mandato al presidente o a
https://mail.google.com/mail/u/0/?ui=2&ik=87d7cd6780&view=pt&search=inbox&th=15582dbc7c3425a7&siml=15582dbc7c3425a7
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qualunque altro funzionario pubblico. “Quindi ­ ha aggiunto il porporato ­ perché ci sia un dialogo nazionale il
governo deve consentire la realizzazione del referendum per la revoca che è stato proposto da un milione e
800mila venezuelani”. L’arcivescovo di Caracas ha avvertito che “non si tratta di un gioco, ma di una
questione molto seria”, perché il dialogo esige “che sia rispettata la volontà del popolo del Venezuela che è
quella di portare avanti la consulta elettorale sulla permanenza o meno dell’attuale governo”.
Poteri pubblici non devono ostacolare il referendum.
Il card. Urosa ha affermato che il referendum per la revoca del mandato al presidente Nicolas Maduro “deve
essere fatto senza più ostacoli né dilazioni”. Il porporato ha ricordato che si tratta di un obbligo dei poteri
pubblici e specialmente del Consiglio Nazionale Elettorale che devono realizzare al più presto il referendum
chiesto dal popolo venezuelano come stabilito dalla Costituzione Nazionale. Interpellato riguardo alle
polemiche sorte sulle presunte irregolarità e gli ostacoli posti dalle autorità nel processo di convalida delle
firme presentate, il porporato venezuelano ha affermato che finora questa tappa si è svolta con tanto
entusiasmo da parte dei cittadini che vorrebbero la consultazione e per questo ha ribadito che le autorità
elettorali devono facilitare, anziché ostacolare, questo processo che è un diritto garantito dalla Costituzione
Nazionale. (A cura di Alina Tufani) Concilio panortodosso: clima di unità e ascolto reciproco
◊ I primati e gli arcivescovi delle 10 Chiese ortodosse che stanno partecipando al Santo e Grande Concilio,
sono entrati oggi nella quinta giornata di lavori sinodali. “Ho una buona notizia da condividere con voi”, ha
detto ai giornalisti l’arcivescovo di Telmessos, Job, membro della rappresentanza del Patriarcato ecumenico
al Concilio pan­ortodosso. “Il Concilio sta lavorando in amore fraterno, in spirito di unità, ascolto reciproco e
con discussioni ampie e interessanti”. Importanza del digiuno e la sua osservanza oggi
Fervono a Creta ­ riferisce l'agenzia Sir ­ i lavori sui 6 documenti conciliari che erano stati pubblicati prima
dell’inizio del Concilio: molte sono le discussioni e numerosi gli emendamenti. Ieri i primati e gli arcivescovi
hanno continuato a discutere il documento sulla “Importanza del digiuno e la sua osservanza oggi”, mentre
proseguono le sessioni sul testo “Il Sacramento del Matrimonio e i suoi impedimenti”. Riguardo a questi due
documenti, l’ufficio stampa del Concilio parla anche in questo caso di una “discussione ampia e onesta su
diverse prospettive canoniche e pastorali” e fa sapere che “i primati e i singoli gerarchi delle Chiese
ortodosse locali hanno proposto una serie di suggerimenti e chiesto chiarimenti”. Le relazioni con le altre Chiese
I membri del Concilio hanno ricevuto i testi finali sull’“Autonomia” e sulla “Diaspora ortodossa” e hanno
cominciato a firmarli. Nei prossimi giorni sono attese le firme sui documenti sul digiuno e su “La Missione
della Chiesa ortodossa nel mondo di oggi”. Nel corso della sessione finale, invece, verranno discusse le
relazioni con le altre Chiese.
Tra i delegati c’è un clima di cooperazione Il portavoce del Patriarcato di Alessandria ha detto ai giornalisti che è stato il Patriarca Bartolomeo “a voler
dare voce a tutti i presenti” e “quello che viene detto, viene rispettato e ascoltato”. Tra i delegati c’è un clima
di “cooperazione nonostante in passato non si siano mai incontrati”. Più quindi delle deliberazioni finali, vale
l’importanza del Concilio come “occasione di incontro” e il Patriarca Bartolomeo ha fatto di tutto perché
questo confronto accadesse. A Creta arrivano le notizie dal mondo
Ha scosso l’Assemblea la notizia dell’attacco di un kamikaze contro un campo profughi al confine tra
Giordania e Siria così come il Patriarca Bartolomeo è stato informato del tragico incidente in Russia in un
campo di vacanze dove sono morti 15 bambini. I patriarchi e gli arcivescovi hanno deciso di inviare una
lettera al Patriarca Kirill di Russia. (R.P.)
Pakistan: vescovi condannano l'assassinio del cantante sufi
◊ “Profondo dolore e condanna per l’ennesimo assassinio che scuote la nazione”: in un comunicato ripreso
dall'agenzia Fides, la Commissione "Giustizia e Pace" della Conferenza episcopale del Pakistan, si dice
"profondamente rattristata” per l'assassinio avvenuto il 22 giugno. E’ stato ucciso a Karachi, Amjad Sabri,
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celebre cantante musulmano, esponente del qawwali, stile musicale derivato dalla scuola islamica del
sufismo.
L'assassinio rivendicato dai talebani pakistani
L'uomo è stato colpito da colpi d’arma da fuoco sparati contro la sua automobile da due sicari, mentre si
stava recando in televisione per registrare un programma. L’assassinio è stato rivendicato dai talebani
pakistani che hanno accusato il musicista di essere blasfemo. Sabri era molto conosciuto anche fuori dai
patri confini, per la sua voce e per il messaggio di pace dei suoi testi.
Gli sforzi di Sabri nel promuovere la pace attraverso la sua musica
Il presidente della Commissione "Giustizia e Pace", padre Emmanuel Yousaf Mani, e il direttore esecutivo,
Cecil Chaudhry, in una dichiarazione congiunta, esprimono solidarietà e ricordano “lo straordinario contributo
di Sabri per l'arte del qawwali e del sufismo”. La Commissione evidenzia che "la musica può far superare le
barriere, creando pace nella società” ed elogia "gli sforzi di Sabri nel promuovere la pace attraverso la sua
musica”.
Uniti contro chi vuole danneggiare la nazione
"Abbiamo bisogno di restare uniti contro le forze che intendono danneggiare la nazione" afferma la nota della
Commissione, invitando il governo del Pakistan "ad adottare misure concrete nel portare i responsabili alla
giustizia". Anche il vescovo Joseph Arshad, "prega per la famiglia, supplicando Dio perchè conceda la forza
per superare questa perdita irreparabile". (P.A.)
Vescovi India: più dignità per i lavoratori domestici ◊ Stabilire i diritti dei lavoratori domestici, per tutelare la loro dignità: questa la richiesta avanzata al governo
federale dall’arcidiocesi di New Delhi, in India, in occasione della “Giornata internazionale dei lavoratori
domestici”, celebrata il 16 giugno scorso.
Nel Paese asiatico, 4 milioni di lavoratori domestici
Nel Paese asiatico, infatti, i lavoratori domestici sono circa 4 milioni, ma non è stata ancora ratificata la
convezione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, siglata nel 2011 e dedicata al “lavoro dignitoso per
le lavoratrici e i lavoratori domestici”. Tale trattato impegna i Paesi firmatari a garantire salari e condizioni di
vita e sicurezza dignitosi per i lavoratori domestici, affinché siano trattati alla pari di tutti gli altri dipendenti e
siano tutelati da ogni forma di violenza.
Mancano tutele e c’è rischio di violenze
“La questione dello sfruttamento dei lavoratori domestici è un problema molto serio in India – afferma
Thompson Anushika, responsabile del Forum dei lavoratori domestici, organismo che afferisce alla
Conferenza episcopale indiana ­ Alcune persone lavorano dalle 16 alle 18 ore al giorno senza tutele, senza
contatti con le loro famiglie, mentre altre sono soggetti a vessazioni fisiche, psichiche o sessuali”.
Allarme per lo sfruttamento dei dalit
La maggior parte dei lavoratori domestici indiani, inoltre, è rappresentata da dalit o fuori casta, il che ­ spiega
padre Joseph Jude, presidente dell’Ufficio per il lavoro della Conferenza episcopale indiana ­ comporta
maggiori sofferenze perché, “a causa dell’alto livello di analfabetismo e della mancanza di istruzione, molti di
loro non sono in grado di comprendere i propri diritti”. (I.P.)
Vescovi Burundi: appello per la pacificazione nel Paese ◊ “Il Burundi non si salverà che con la verità e la giustizia”. Prende spunto dal Salmo 85 l’appello rivolto dai
vescovi burundesi in un messaggio diffuso domenica scorsa, in cui incoraggiano la ripresa del dialogo nel
Paese, precipitato in una nuova grave crisi politica e sociale dopo la contestata rielezione per un terzo
mandato del Presidente Pierre Nkurunziza nel 2015. Il documento è stato preparato durante l’Assemblea
plenaria della Conferenza episcopale (Cecab) svoltasi dal 7 al 9 giugno a Gitega e si aggiunge a quello
pubblicato dal Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam) al termine della visita di
solidarietà compiuta nei giorni scorsi da una delegazione del Secam.
Il dialogo è la sola via che possa preparare un futuro migliore per la Nazione
Nel messaggio i presuli si felicitano per il senso di responsabilità finora dimostrato da molti burundesi di
fronte alla crisi e l’“accresciuta coscienza che essi hanno della dignità di ogni persona umana” e salutano il
riconoscimento che la via del dialogo intrapresa dal Governo e alcuni esponenti dell’opposizione “è la sola via
che possa preparare un futuro migliore per la Nazione”. Per altro verso, essi deplorano gli assassinii, i
rapimenti, gli arresti arbitrari e le torture che hanno segnato quest’ultimo anno, lasciando profonde ferite nella
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popolazione.
La democrazia non si riduce al mero fatto di tenere elezioni
Il documento indica quindi quelle che, secondo l’episcopato, sono le cause di questi mali: il peccato che ci
allontana da Dio; una “concezione egoista del potere”; la mancanza di consapevolezza della finalità del
potere “che è di garantire la giustizia e l’equità per tutti”; l’esclusione reciproca nella ricerca di soluzioni ai
problemi. Queste mancanze – si osserva ­ evidenziano che “i burundesi non hanno ancora pienamente
compreso cosa è la democrazia”, che non si riduce al mero fatto di tenere elezioni, ma comprende altri
requisiti fondamentali, a cominciare dal “rispetto della dignità di ogni persona umana”.
La soluzione dei mali del Burundi sono la verità e la giustizia
La soluzione ai mali che minacciano la società burundese – affermano quindi i presuli ­ è la verità e la
giustizia. La prima verità è che l’ordinamento sociale deve essere sempre ordinato al bene della persona
umana e che il potere è al servizio di quest’ultima. Quanto alla giustizia, essa consiste nel dare a ciascuno il
dovuto, ma – si sottolinea ­ non può prescindere dalla misericordia che è incompatibile con la vendetta.
La partecipazione dei cristiani alla vita politica sia guidata dal Vangelo Partendo da queste premesse, i vescovi propongono una serie di raccomandazioni. Ai governanti e alle
istituzioni essi chiedono innanzitutto di impegnarsi contro la criminalità e di porre fine ai rapimenti, agli arresti
arbitrari e alla giustizia sommaria. Essi chiedono poi di garantire il rispetto della libertà di espressione e
informazione. Inoltre, esortano tutte le parti politiche a restare fedeli agli Accordi di Arusha siglati nel 2000 tra
il governo tutsi dell’allora Presidente Pierre Buyoya e l’opposizione armata hutu. Ai cittadini burundesi i
vescovi ricordano che la democrazia non potrà realizzarsi in Burundi senza la loro attiva partecipazione.
Infine, i vescovi si rivolgono ai cristiani, invitandoli a partecipare alla vita politica nazionale facendosi guidare
dal Vangelo e dalla verità: “Il vostro contributo principale al bene del nostro Paese – scrivono ­ sta nella
Parola di Dio e nella preghiera”. (A cura di Lisa Zengarini)
Vescovi Bolivia: difendere la famiglia non significa discriminare ◊ Difendere la vita e la famiglia non significa discriminare o promuovere l’odio: così, in sintesi, scrive la
Conferenza episcopale boliviana, in una nota diffusa in occasione della Marcia per la vita e la famiglia,
svoltasi mercoledì scorso. L’evento è stato organizzato dalla Piattaforma civica per la vita e la famiglia ed ha
ricevuto l’adesione della Chiesa locale.
Ogni persona è creata ad immagine di Dio e merita rispetto
“La Chiesa cattolica – si legge nella nota – esprime il suo fermo rifiuto per tutti gli atti di discriminazione o di
violenza, tra cui l’omofobia, e riafferma che tutte le persone meritano di essere apprezzate e rispettate nella
loro dignità intrinseca che deriva dal fatto di essere state create ad immagine e somiglianza di Dio”.
No all’ideologia di genere
Di qui, il richiamo al fatto che essere contro “l’ideologia di genere che attacca la famiglia, pietra angolare della
società, non vuol dire discriminare, né diffondere l’odio”. Per questo, i vescovi boliviani si oppongono “ai
tentativi di coloro che cercano di creare tensioni” e lanciano un appello a “lasciarsi guidare dai valori della
dignità, della giustizia e del bene comune per le famiglie”.
Famiglia, pietra angolare della società
Sottolineando “con gioia e speranza” la propria adesione alla Marcia “in difesa della famiglia, istituzione
naturale”, la Conferenza episcopale boliviana ricorda quanto detto da Papa Francesco in Messico, lo scorso
febbraio, durante l’incontro con le famiglie a Tuxtla Gutiérrez: “Oggi vediamo e viviamo su diversi fronti come
la famiglia venga indebolita, come viene messa in discussione. Come si crede che essa sia un modello
ormai superato. E finiamo per essere colonie di ideologie distruttrici della famiglia, del nucleo della famiglia,
che è la base di ogni sana società”.
Mostrare al mondo la bellezza dell’istituzione familiare
Da ricordare che a fine maggio la Camera boliviana ha approvato un progetto di legge sull’identità di genere:
composto da 11 articoli, esso permette alle persone transessuali e transgender maggiorenni di poter
cambiare nome e genere (ovvero sesso) nei documenti personali, prima di tutto in quello di identità. Vieta
inoltre l’uso dei documenti personali anteriori al cambio. Unico limite, la modifica può venire corretta una sola
volta. Di qui, il richiamo dei vescovi locali ai cattolici ed a tutti gli uomini di buona volontà a lavorare “in pace,
con amore, rispetto e fermezza per avere cura del dono della famiglia, mostrando la bellezza dell’alleanza tra
un uomo ed una donna”. (I.P.)
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Gender: presidio di famiglie contro indifferentismo sessuale nelle scuole
◊ “Diventano sempre più numerose le segnalazioni dai territori di programmi educativi che sostengono
l’ideologia del indifferentismo sessuale, e contemporaneamente ci preoccupa il silenzio del Miur sulle linee
guida che dovranno regolamentare i percorsi di educazione alla lotta contro la discriminazione e il bullismo”.
Così Massimo Gandolfini, presidente del Comitato “Difendiamo i nostri figli”, promotore degli ultimi due
Family day, che annuncia per domani sabato 25 giugno, alle 11. 30, a Roma, “un presidio di famiglie davanti
alla sede del Miur in viale Trastevere, allo scopo di mandare un segnale inequivocabile alla politica, perché ­
riferisce l'agenzia Sir ­ si faccia interprete rigoroso della volontà dei genitori di non vedersi scavalcati nelle
scelte educative riguardanti i propri figli”. In atto nelle scuole strategie di cultura gender
“Già ora, nonostante la circolare del Miur dell’estate scorsa in cui si garantiva che l’ideologia gender non
sarebbe entrata nelle scuole, sono in realtà in atto – lamenta Gandolfini – strategie di cultura gender come
concretamente accaduto a Trieste e nella Regione Friuli. Il cambio d’indirizzo promesso dalla neo giunta del
capoluogo giuliano fa ben sperare ma il silenzio del Miur è carico d’incognite negative”. “Rispetto e
delicatezza nei confronti dell’infanzia – conclude – non sono in contrasto con la giusta lotta al femminicidio e
a ogni violenza. Così come la lotta ai pregiudizi non si combatte decostruendo e rimuovendo ogni tipo
d’identità legata al sesso biologico dell’alunno”. (R.P.)
Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LX no. 176 E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del
Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sul sito http://it.radiovaticana.va
Segreteria di redazione: Gloria Fontana, Mara Gentili, Anna Poce e Beatrice Filibeck, con la collaborazione di
Barbara Innocenti e Serena Marini.
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