della quale consigliamo la lettura integrale
Transcript
della quale consigliamo la lettura integrale
STORIA ANTICA DI VILLAREGGIA Maria Gianetto 2 INTRODUZIONE Non è che la storia di Villareggia abbia una importanza particolare. E’ un paese del Canavese. E la storia del Canavese è la sua storia. Forse una particolarità fu quella di essere una “curtis regia”, cioè un tenimento di proprietà personale del signore. Ma quale? I documenti non ce lo dicono. Per questa via si cammina solo suffragati da ipotesi più o meno probabili. E le ipotesi non sono storia. Mi permetterò tuttavia di esporle e di vedere almeno quale sia la più probabile. Una cosa occorre tener presente: la storia di Villareggia, a riguardo delle infeudazioni, è completamente separata dalla storia di Ugliaco, di Moriondo, di Miralda. Mai nulla ebbe a che vedere né con il Vescovo di Ivrea, né con quello di Vercelli, come invece molto hanno avuto di comune Ugliaco, Miralda, Moriondo, prima della loro distruzione. Il breve lavoro non sarà puramente storico. Il suo carattere monografico mi porterà a parlare anche di cose che apparterrebbero alla economia rurale del paese più che non alla sua storia. Sarà diviso in tre capitoli. Nel primo sarà riassunta la storia civile e politica: nel secondo tratterò degli ordinamenti e della vita interna di Villareggia: nel terzo delle istituzioni religiose. Mi saranno di guida, specialmente, l’archivio Municipale e quello Parrocchiale. 3 CAPITOLO I VILLAREGGIA NELLA STORIA 1 – Confini e dati statistici principali: 2 – Nome ed origine di Villareggia. 3 – Miralda, Uliaco, Moriondo. 4 – Uliaco nella storia medievale. 5 – Uliaco e il comune di Vercelli. 6 – Quando fu distrutto Uliaco? 7 – Villareggia. 8 – Successive vicende storiche di Villareggia. 9 – Villareggia durante le guerre di successione del Monferrato e della Spagna. 10 – Villareggia durante la Rivoluzione Francese. 11 – Le frazioni di Rivarotta, Rocca, e Gerbido. 4 1 – Confini e dati statistici principali Villareggia è un comune all’estremo limite della provincia di Torino, al confine con quella di Vercelli, sulla sponda sinistra del Naviglio di Ivrea. Dista 22 Km. da Ivrea, 36 da Vercelli, 3 da Cigliano e da Moncrivello. Il territorio del comune ha una superficie di ettari 1.100 circa. Confina a nord con il territorio di Moncrivello; a sud con quello di Rondissone; ad est con Cigliano; ad ovest con Mazzè, dal quale lo separa la Dora Baltea. Riguardo alla coltivazione, il territorio di Villareggia è così suddiviso: sono coltivati a campo: ettari 887,4076: la superficie boschiva è di ettari 138,6184: quella incolta o adibita a pascolo: ettari 46,6184. La popolazione del Comune è di 1380 abitanti, dei quali 296 sono dislocati nelle frazioni Rocca e Gerbido, nelle cascine Moriondo e Risaia. 2 – Nome ed origine di Villareggia Nelle antiche carte il nome è scritto “Villaregia” o anche “Villa Regia”, e non come si scrive oggi “Villareggia”. Il Du Cange1dice : «Villae Regiae, Dominicae, quae Regum erant propriae, seu Palatia, Curtes Regis, fisci et vici Regis, interdum nudae Villae appellatae in Francorum Annalibus. ……….Unde colligitur Villa, Villas istas fuisse ex propriis Regum patrimoniis, vel etiam Fisci regii……..” Constabant praesertim ex rusticanis domibus cum villicis ad praedia Regum incolenda adihibitis ». 1 Du Cange, Glossarium ad scriptores mediae et infimae latinitatis, Venetiis, 1740, Tomo VI, Col. 1533. 5 E’ bastevole perchè si possa pensare che Villareggia potesse essere un latifondo di proprietà reale per qualche confisca avvenuta oppure per una vera e propria riserva concessa al suo territorio e ai suoi abitanti. La ipotesi è anche avvalorata dal fatto che Villareggia possedeva il suo castello in cui risiedeva il Signore o l’agente regio. Non è da escludere che potesse essere anche una casa o villa di caccia per il Signore. L’essere costituita di poche case rustiche e forse, e soprattutto, l’essere dominio diretto del Signore, tolse quel territorio dalla storia comune dei paesi vicini. Compare, come nucleo di qualche importanza, assai tardi, quando gli abitanti dei luoghi vicini, forse per mettersi al sicuro sotto la diretta difesa del Signore, abbandonando le loro abitazioni di Miralda, di Uliaco, di Moriondo, si trasferirono al piano nei confini dei possedimenti signorili. L’origine quindi di Villareggia come centro abitato di qualche importanza, deve essere stata simile a quella di Alessandria della Paglia, fondata, per altri scopi dagli “incolis ex septem locis”, i quali convennero nel territorio di “Roberetum intra Tanagrum et Bormidam”, con le cose loro per istringersi in una fortezza inespugnabile.1 Invece di Borgoglio, Corniento, Solero, Foro, Oviglio, Gamondo, Rovereto, i sette castelli i cui abitanti si raccolsero nella nuova località dando origine ad Alessandria, per Villareggia si parla di Miralda, Moriondo ed Uliaco. Dei tre borghi, nella prossimità di Villareggia, oggi non rimangono che pochi resti: la Chiesa di S. Martino ad Uliacco, i ruderi di S. Michele con il vicino cascinale di Moriondo e la Chiesa di Miralda. L’origine dei tre borghi non è conosciuta, come non è conosciuto il tempo in cui gli abitanti, lasciando le loro sedi, si trasferirono definitivamente nella “Villa ; Regia”. Una tradizione popolare ricorda Uliacco come la culla degli antenati di Villareggia, che qui ripararono in seguito alla distruzione del villaggio. La tradizione popolare è confermata dal fatto che nelle relazioni delle visite pastorali, fino al 1732, si considerò, quale chiesa parrocchiale di Villareggia quella di S. Martino ad Uliaco, nonostante che le funzioni parrocchiali si celebrassero nella chiesa di S. Margherita in Villareggia per maggior comodità2. La nuova chiesa parrocchiale, che è appunto del 1732, conservò come titolare S. Martino, mentre S. Margherita, la titolare della chiesa in cui si officiava prima d’allora, fu assunta solo come compatrona. 1 2 - GHILINI, Annali di Alessandria, Milano, Marelli, 1666, pag. 2. - Archivio Parrocchiale, Relazioni e memorie delle visite pastorali. 6 3 – Miralda, Uliacco, Moriondo. Vediamo brevemente le poche notizie storiche intorno ai tre borghi. a) Miralda. Il villaggio confinava con Uliacco. Vi fa cenno Ottone III nel diploma dell’anno 999 e l’imperatore Corrado nel 1027 confermandone il possesso a Vercelli1. Del 1256 è un accordo tra i signori di Miralda e il Comune di Vercelli in cui sono sottoscritti un “Enrietto Testa pro domino Uberto De Miralda de Bondonis” e appena più sotto un certo “Rogerio de Bondonis”2. In un trattato di pace del 1278 tra Vercelli e il Marchese del Monferrato, per compromesso degli ambasciatori di Pavia, si fa pure cenno di Miralda. Ed un Jacopo de Miralda è sottoscritto nel testamento fatto dal Marchese Giovanni di Monferrato, nel 1305, al suo castello di Chivasso. E forse è lo stesso Jacopo che, 14 anni dopo, interveniva fra i nobili al parlamento convocato dal Marchese Teodoro in Chivasso, e poi ancora in altro parlamento tenuto l’anno seguente ancora in Chivasso3. Miralda, adunque, fu un feudo dei Bondonis; più tardi fu feudo dei Leveratis. Distrutto questo villaggio, la popolazione passò a Villareggia4. 1 - ARNOLDI-FACCIO-GABOTTO-ROCCHI, Le carte dell’Archivio Capitolare di Vercelli, Vol. LXX della Bibl. della Soc. Storica Subalpina, Pinerolo, 1912, Vol. I, Doc. XXIV e XLII. 2 - BERTOLOTTI, Passeggiate nel Canavese, Ivrea – 1867-1875, Vol. II, pag. 187. 3 - BENVENUTO DI SAN GIORGIO, Historia Montis Ferrati, in Muratori, R.I.S., Tom. XXIII, ad annos. 4 - BERTOLOTTI, Op. Cit. , pag. 72. 7 b) Moriondo. Fu un castello con relativo tenimento. Si ergeva maestoso a ponente di Villareggia e sovrastava la Dora. Fece parte del fondo di Uliacco. Dal Vescovo di Vercelli, Guala Bondoni, fu dato in feudo ai suoi nipoti, tra l’anno 1172 e 1180. Dai Bondoni passò ai Levorati di Pontremoli1. Rimase sotto di loro fino a quando a Giovannantonio Levorati furono confiscati i beni per aver avvelenato certi fratelli Bellini, suoi sudditi di Moriondo. In lettere della duchessa Jolanda del 1472, questa terra è ricordata col nome di Monte Rotondo. In una investitura del 1515, si parla di ruine dei castelli di Moriondo e di Uliacco che però dovevano essere stati distrutti parecchio tempo prima, nel secolo XIV, durante la lotta tra i signori locali e il Monferrato. Nel 1563 venivano rinnovate al Comune di Moncrivello, dal duca Emanuele Filiberto, le investiture della terza parte del castello di Moriondo (ricostruito) con diversi beni, molini e porto della Dora Baltea. Nel 1570 il castello di Moriondo risulta, ancora una volta completamente distrutto. Nel 1621, in dicembre, le sorelle Jeronima, Eleonora e Lucrezia, figlie di Pompeo Lignana e della marchesa Margarita Tizzone, vengono investite di una delle sei parti che formavano il distrutto castello di Moriondo. Nel 1647, con istrumento rogito Giolito, il Comune di Moncrivello vendeva al marchese Gaspare Antonio Roero di Settimo le proprie ragioni sul castello di Moriondo che era demolito. Il feudo subì in seguito vari trapassi: Giovanni Francesco Grisi lo dà in dote alla figlia Orsola maritata al Conte Falletti Carlo Giuseppe avvocato, il 31 luglio 1736; in seguito, per Anna Rosalia figlia del capitano Giorgio Falletti, passa al marito Marenco Antonio, senatore, il 31 luglio 1773. Vi succede poi nel 1789, il 15 maggio, il conte Giuseppe Cesare Pasteris. Per altre parti si successero altri signori come i Pasteris, gli Spatis, i Ponte2. Negli Ordinati Comunali figura il barone Pasteris Giuseppe, infeudato con Regie Patenti del 24 gennaio 1777. Nel 1847, ancora dagli Ordinati del Comune, è nominato il barone Luigi Pasteris3. A Moriondo ci sono tuttora traccie dell’antica chiesa parrocchiale dedicata a S. Michele. Il vescovo Luigi Riccardi l’aveva interdetta in occasione della sua visita pastorale del 1732, ordinando che le sacre reliquie fossero cedute alla chiesa di S. Sebastiano4. 1 - F. GUASCO, Dizionario feudale degli Antichi Stati Sardi, in “Bibl. della Soc. Stor. Sub.”, Vol. LVI, Pinerolo, 1911, Vol. III, alla voce, pag. 1112. 2 - GUASCO, Opera cit., Vol. cit., pag. 1112. 3 - ARCHIVIO MUNICIPALE, Gli Ordinati, ad annos. 4 - ARCHIVIO PARROCCHIALE, Relazioni sulle visite pastorali ad annum. 8 c) Uliacco (Uliaco – Ugliacco). Uliacco era un villaggio situato sul pendio del colle, oggi comunemente detto di S. Martino, che fa parte dell’estremo lembo meridionale del caratteristico anfiteatro morenico di Ivrea. Le sue origini sono avvolte nel mistero. Attualmente nulla più esiste, tranne la regione che ne porta tuttora il nome e che appartiene al comune di Villareggia. Ugliacco fu certo molto antico: lo dice il nome che deriva da vocaboli celti. I filologi moderni ritengono infatti che le nomenclature territoriali finienti in ava, acco, arco, ate, ago, ecc. siano derivate dai Celti, popolo al quale appartenevano i Salassi inferiori, primi abitatori del Canavese. Sono piuttosto numerosi i villaggi aventi nomi con la finale in “acco”, come ad esempio, Tavagnacco, Brusacco, Lugnacco…..che sembra significassero in lingua celtica luoghi vicini all’acqua. Questa supposizione, nel nostro caso, è giustificata dal fatto che la geologia ci fa conoscere che in epoca remotissima l’anfiteatro morenico di Ivrea, o per meglio dire, la grande conca in esso compresa, venne occupata dalle acque del disciolto ghiacciaio, dando origine ad un lago. Benchè nessuna memoria storica parli del lago, la tradizione è conservata viva in tutto il Canavese. Se ne parla con tanta convinzione e vivacità di colori che la sua scomparsa pare un fatto recente, mentre il geologo Bartolomeo Gastaldi afferma essere impossibile fissarne l’epoca, tanto è lontana. L’Azario, cronista del IX secolo, scrive nel suo “De Bello Canapiciano”, “Anticamente tutta la valle al di sotto di Ivrea, compresa fra le alture, era un grande lago. La Dora, parte di detto lago, usciva sotto Mazzè e procedeva verso Rondissone…..nella foce di Mazzè l’acqua si scavò una uscita ed il lago si disseccò….”1. 1 - AZARIO, De Bello Canepiciano, in MURATORI, R.I.S., Tom. XVI, col. 228. 9 Dal colle di S. Martino, prospicente all’antico lago, si contempla il rialzo su cui poggia Mazzè e la cosidetta forra che la Dora riuscì ad aprirsi, col probabile aiuto dell’uomo, attraverso la morena frontale per sboccare precipitosa nel Po di fronte a Brusasco. E’ probabile che il taglio sia stato agevolato dagli antichi Liguri Salassi che scesi dai monti si diedero a prosciugare e a dissodare le terre palustri1. Rafforza questa ipotesi una leggenda, ancor viva nel nostro paese, la quale ricorda l’ombra paurosa della regina Ippa di Ivrea, dannata a vagare per gli anfratti esistenti dove la Dora è imminente al Po, per avere con arti diaboliche e con enorme massacro di persone aperto questo più comodo sfogo al fiume. I nostri vecchi narrano di aver visto infissi nei ruderi tuttora esistenti del muro di cinta del Castello di Ugliacco, i grossi anelli di ferro che servivano per fermare le barche naviganti sull’antico lago. Il Mandelli2 fa derivare il termine Uliacco dai vocaboli celti: “Ulia-Com” che vuol dire “Pago del seno” o “Pago della guardia”. Uliacco, infatti sorgeva in strategica posizione dove la collina formava un seno. Il “Pagus” è così definito dal Du Cange3 : “Pagus est pars regionis: atque ut regio in pagos, in villas, oppida, et burgos distributi erant”. Il che fa supporre che Uliaco, a quei tempi, fosse un luogo cospicuo. Il Mandelli afferma anche essersi trovate monete romane. Con tutta probabilità, infatti, Uliacco fu villaggio romano. Lo supponiamo pensando che proprio a Saluggia, con cui confinava, è da porre la famosa “Quadrata Romana” – e che era vicinissima alla località (tra Mazzè e Carrone) in cui si verificò il tremendo scontro tra Appio Claudio e i Salassi, in seguito al quale i romani diventarono padroni della pianura della Dora. (143 A. Cristo). Anche la posizione di Uliacco poteva essere strategica per le guarnigioni romane, quale sentinella sulla strada che da Cigliano e Moncrivello proseguiva per Ivrea4. 1 - GIACOBBE, Il Canavese, Ivrea 1920, Vol. I pag. 29 - MANDELLI, Il comune di Vercelli nel medioevo, Vercelli, 1858, Vol. II, pag. 269 3 - DU CANGE, Opera cit., Vol. V, Ad verbum. 4 - VACCARONE, Le vie delle Alpi occidentali negli antichi tempi, Torino, 1884, pag. 48 e seguenti. 2 10 4 – ULIACCO nella storia medioevale. Il nome di Uliacco si trova ricordato nella storia soltanto nelle diverse ripartizioni, donazioni e concessioni che cominciarono colla discesa dei Longobardi, i quali nel 588 sottomisero Ivrea e Torino. Le provincie da loro occupate vennero ripartite in 36 ducati ed il villaggio di Uliacco fece parte del Ducato di Ivrea. Ultimo re dei Longobardi fu Desiderio, il quale dovette cedere il posto a Carlo Magno re dei Franchi che nel 773, con due colonne calò in Italia, dal Moncenisio e dalla Valle d’Aosta attraverso il Gran S. Bernardo. Ivrea e tutta la regione si sottomise senz’altro al nuovo padrone. Carlo Magno abolì i Ducati troppo potenti facendo passare le contee che li componevano alle sue dirette dipendenze. Nelle zone di confine istituì le Marche. Del territorio vercellese, dalla Sesia alla Dora, l’imperatore formò la contea di Vercelli sotto la giurisdizione della Marca di Ivrea, della quale fu primo marchese Tunon. Il Durandi1 ne “la marca di Ivrea” fissa i confini tra la contea di Ivrea e quella di Vercelli nominando Uliacco. Pipino, secondogenito di Carlo Magno, verso la fine del secolo VIII faceva donazione alla Chiesa di Vercelli di parecchie terre facenti parte della marca di Ivrea, fra le quali erano comprese le ville di Uliacco, Erbario, Arelio, Meoglio, Clivolo…..le quali in tal modo vennero a passare sotto la giurisdizione del vescovo di Vercelli. Queste donazioni vennero confermate ed ampliate da Carlo il Grosso2, ultimo dei carolingi, con diploma del 16 marzo 882. Si fa menzione di Uliacco in un atto del 25 febbraio 997, contenente una permuta tra il vescovo di Vercelli Adalberto ed i fratelli Riccardo ed Azzone “de loco Uliaco”, ai quali il vescovo cedette due pezze di terreno in praedicto lodo et fundo Uliaco; jacet prope iam dicto castro Uliaco”, e ricevette in compenso alcuni stabili “in loco et fundu Clivoli ed in Cisigliano”3. 1 - DURANDI, Della Marca di Ivrea, Torino 1804, pag. 7 - ARNOLDI-GABOTTO ecc., Le carte dell’Archivio Capitolare di Vercelli, Op. Cit., Vol. I, Doc. III. 3 - ARNOLDI-GABOTTO ecc., Op. Cit., Vol. I, Doc. XX. 2 11 Col diploma del 7 maggio 999 Palazzuolo, Gozzano, Linaro, Uliaco, Maglione, Meoglio, esistenti in “Comitatu Vercellensi”, venivano confermati alla Chiesa di Vercelli dall’Imperatore Ottone III. In queste terre il Vescovo di Vercelli aveva il “Districtus”ossia il potere giudiziario e quindi anche il diritto di percepire le multe processuali1. Doveva però Uliacco aspettare più particolarmente ai canonici di S. Eusebio, perché nel necrologio del Vescovo Anselmo (il quale resse la Diocesi di Vercelli fra gli anni 1122 e 1132) si legge: “Multa ornamenta huius ecclesiae (S. Eusebii) reliquid atque quidquid injuste possidere videbatur in Uliacco a canonicis S. Eusebii2, quorum jus erat, totaliter restituit”; lo stesso Uliacco trovasi pure indicato fra le varie proprietà di detto Capitolo Eusebiano assunte sotto la protezione della Santa Sede da Papa Lucio, con sua bolla del 16 gennaio 11823. Morto Ottone, Arduino di Ivrea è incoronato Re d’Italia a Pavia il 15 febbraio 1002; regna indisturbato per 2 anni; nel 1004 incomincia la lotta con Arrigo II, consanguineo di Ottone, proclamato Imperatore di Germania, che pretende egli pure la corona di Italia. Durante queste contese Ugliacco, con le altre terre ricordate nei vari diplomi imperiali, passa ora ad Arduino, ora al Vescovo di Vercelli, a seconda che il vincitore è Arduino oppure Arrigo di Germania per il quale il Vescovo parteggia. L’imperatore, con diploma dell’agosto-settembre 10144, riconfermava le fatte donazioni al Vescovo Leone; anzi, affinchè la Chiesa di Vercelli più non avesse a ricevere offese dal Marchese di Ivrea o da altri, faceva perentoria ingiunzione a chicchesia di rispettare le concessioni fatte e di non frapporre alcuna difficoltà all’esecuzione del suo decreto che dichiarava volere ad ogni costo osservato senza contestazioni. 1 - ARNOLDI-GABOTTO ecc., Op. Cit., Vol. I, Doc. XXIV. - SAVIO – Gli antichi Vescovi di Italia. Il Piemonte, Torino, 1889, pag. 477. 3 - ARNOLDI-GABOTTO Op. Cit., Vol. II, Doc. CCCCXVII (CCCCXVII). 4 - ARNOLDI-GABOTTO – Op. Cit., Vol. I, Doc. XXXII. 2 12 Per dare un salutare esempio di rigore ai riottosi, fece confiscare tutti i beni di Arduino e dei complici che lo avevano coadiuvato nel saccheggio di Vercelli e nell’uccisione del Vescovo Pietro, facendone dono alla medesima chiesa di Vercelli. Fra quelli che prestarono appoggio ed aiuto ad Arduino e che, in conseguenza si ebbero confiscati i beni si hanno certi Roderado ed Aimone di Uliacco. Corrado il Salico, con diploma del 27 aprile del 1027, confermava nuovamente alla Chiesa di Vercelli le donazioni fatte1. Federico Barbarossa, che molto confidava in Uguccione allora Vescovo di Vercelli, prese sotto la sua imperiale protezione la chiesa di Vercelli e con diploma del 17 Ottobre 1152 le riconfermava tutto intero il territorio vercellese, annullando qualsiasi investitura anteriormente concessa2. Enrico VI, nel 1194, con diploma datato da Milano, confermava al Vercellese Vescovo Alberto la giurisdizione della città e paesi circostanti. La conferma dell’investitura si estendeva anche all’antica terra di Uliacco3, benchè non fosse espressamente nominato. Il possesso di Uliacco da parte dei Canonici di S. Eusebio di Vercelli, non fu sempre pacifico. Tra le carte dell’Archivio Parrocchiale di Cigliano esiste manoscritto un foglio nel quale è scritto, dal Canonico Giovanni Barberis archivista della chiesa di S. Eusebio, che l’ha desunto da documenti autentici esistenti nell’archivio, una questione per il possesso di un prato nel territorio di Uliacco. Eccone il testo: “l’anno del Signore nostro G.C., 1202, indizione quinta, 8 giugno, nella causa di Guglielmo Bocacio sindaco e a nome dei canonici di S. Eusebio di Vercelli, e Rodolfo Lindano e a nome del comune di Uliacco, sotto i Consoli di giustizia di Vercelli Sicherio Giudice, Simone Neuscanto, Gisulfo Gianone, Giacomo De Aiva, e Soci, intorno alle ragioni di possesso , di un prato, che prima era lago in territorio di Uliacco, furono prodotti testimoni giurati da ambo le parti, le cui deposizioni venivano d’ordine dei consoli, autenticate pel Notaio Guglielmo”. 1 - ARNOLDI-GABOTTO, Op. Cit. Vol. I, Doc. XLII. - ARNOLDI-GABOTTO, Op. Cit., Vol. I, Doc. CXLVIII 3 - ARNOLDI-GABOTTO, Op. Cit., Vol. II, Doc. DLXIV. 2 13 Segue il nome di trenta testimoni tra cui quattro donne. Senza trascrivere tutto il lungo documento, possiamo riassumerlo; dalle deposizioni dei trenta testimoni si deduce: 1 – Presso Uliacco esisteva allora un prato che prima era occupatodal lago: 2 – I canonici di S. Eusebio di Vercelli avevano in feudo le terre attorno al prato e pretendevano di avere in feudo anche quel prato che prima era lago: 3 – I contadini di Uliacco e di Miralda si servivano prima dell’acqua del lago per i loro lavori campestri, e pagarono ai canonici un tributo annuo in canapa e pesce: 4 – I contadini continuarono ad avere l’uso anche del prato, tagliandone l’erba, non pagarono più il tributo annuo, essendo mutata la natura del luogo: 5 – Di più, siccome i canonici avevano avuto quelle terre dai conti di Biandrate, nei successivi passaggi dei diritti su di esse si parlò solo di terre e non di lago e di prato; i loro diritti erano dunque decaduti, se pure ne avessero avuti prima, quando il popolo, pro bono pacis, passava volontariamente l’annuo tributo ai canonici: 6 – E’ vero che i Gastaldi dei Canonici entravano nel prato a fare erba; ma è pur vero che erano sempre stati ostacolati dalla gente del luogo, che correva a bruciare il fieno raccolto. 7 – I canonici quindi non avevano alcun diritto su quel prato. 8 – La sentenza, tenuto conto che l’infeudazione da parte dei Conti di Biandrate ai canonici non parlò mai di lago o di prato, come pure a tale riguardo tacevano le altre carte di investiture posteriori, tenuto conto della concorde testimonianza dei trenta testimoni citati, stabiliva che il prato era esente da ogni forma di giurisdizione da parte dei canonici e che il possesso era solo del comune di Uliaco. 9 – L’atto fu steso dal Notaio Brunamundo. Sullo stesso foglio è riassunto un atto di vendita di due appezzamenti nel territorio di Uliacco, vendita conclusasi nel 1168, “per soldi 42 di moneta buona d’argento segusina”. L’atto fu scritto in “territorio Uliaci” dal Notaio Giovanni, in presenza di quattro testimoni. 14 Sempre nello stesso foglio sono segnati i nomi dei Ventinove proprietari fra cui era diviso il territorio di Uliacco. Una quarta annotazione riguarda il nome con cui venivano designate le varie località del territorio di Uliacco e la coltivazione prevalente nella località. terra “ad Potiolam”: terra e gerbido in “Percallo”: vigna in “Calengo”: vigna in “Ciresola”: terra a “Petra Lata”: vigna e bosco in “Monteperoso”: bosco in “Casteliono supra Duriam”: terra “ad Petram Gualchendam”. 5 – ULIACO ed il Comune di VERCELLI. La città di Vercelli era riuscita a scuotere il giogo che la teneva avvinta ai Vescovi, costituendosi a Comune. Ottenuto tale intento, cercò con ogni mezzo di avocare a sé anche il dominio delle terre su cui i Vescovi avevano concessioni di signoria, il che fu causa di lunghi e funesti dissidi tra il comune di Vercelli e quelli di Ivrea che glie ne contestava il possesso, poiché dette terre ecclesiasticamente erano soggette al vescovo di Ivrea ed in parte, o forse in tutto, anche civilmente. Il 20 Maggio 1202 fu stipulato un trattato di pace tra Ivrea e Vercelli, nel quale quest’ultima fece includere una clausola speciale a suo favore per i luoghi di Alice, Le Loggie, Meoglio, Erbario, Uliacco, per la quale poter riscuotere ivi i fodri, ossia quei tributi feudali1che erano propri di coloro che avevano la giurisdizione sopra determinati luoghi nelle terre allodiali. 1 - Le terre allodiali e le terre feudali non pagavano tributi. 15 Era come dire che il Comune di Ivrea veniva a riconoscere la giurisdizione civile del Comune di Vercelli, sopra quei luoghi, e che rinunciava ad ogni diritto che potesse avere sopra di essi, nonostante che dette località appartenessero alla Diocesi di Ivrea, e che in esse il Vescovo di questa città vi esercitasse i suoi diritti feudali come Vicario Imperiale1. La pace non fu di lunga durata; la guerra fu ripresa, lunga ed accanita. Cominciata nel 1221, non ebbe termine che dieci anni dopo, cioè nel 1231 con dei trattati nei quali fu stabilito fra l’altro, che Vercelli non avrebbe potuto acquistare borghi o castelli, o fabbricarne, nel Vescovado di Ivrea, o nella Valle di Aosta, ma erano riconosciuti di sua spettanza i luoghi di Alice, Meoglio, Areglio, Erborio, Loggie, Uliaco, Maglione, Torrazzo ed Azeglio2. Tra gli individui messi al bando dal Comune di Vercelli e scappati quindi nel territorio di Ivrea, abbiamo un “Anrieto Garba Liuolo de Uliaco”. Il Comune di Vercelli ordina al notaio Zicola di redigere il giuramento degli uomini di Ivrea, secondo il tenore della Convenzione precedente (30 gennaio 1231). Fra quelli che giurarono vi è un “Anrieto Garba Liuolo de Uliaco”. Tra i “Nomina credenciariorum qui predicte credencie intefuerunt” vi è pure un “Anricus de. Uliaco”3. Non tardò al Comune di Vercelli l’occasione di ottenere la generale affrancazione di tutto il territorio. Nel 1241 moriva il Vescovo Giacomo Carnario. La sede Vescovile fu vacante per più di due anni4. 1 - COLOMBO, Documenti dell’Archivio Capit. di Vercelli, relativi ad Ivrea. - GABOTTO, Eporedientia, Pinerolo, 1919, pag. 168. 3 - GABOTTO, Eporedientia, Op. Cit. pag. 169. 4 - SAVIO, Opera Cit., pag. 492. 2 16 Infieriva intanto la lotta tra Papa ed Imperatore. Gregorio IX a pubblicare la crociata contro Federico II, mandava nella Lombardia, come suo legato, Gregorio di Montelongo. Conobbe costui che per indurre i vercellesi a far parte della Lega contro l’imperatore, conveniva far loro sperare il possesso della piena giurisdizione del territorio vercellese, mercè l’alienazione di tutti i restanti diritti del vescovado. Iniziate le trattative, il giorno 22 aprile 1243, si stipulò il contratto di acquisto, per i vercellesi, della suprema giurisdizione già spettante al proprio Vescovo1. Così Uliacco, con tutti i feudi ancora posseduti dalla Chiesa Vercellese, passava al Comune di Vercelli e veniva a godere tutti gli effetti e privilegi della Repubblica Vercellese. I Vescovi che successero tollerarono ciò finchè la città fu unita al partito della Chiesa; ma quando il Comune passò all’Impero tentò tutti i mezzi per ricuperarla. Fu allora che la città si divise in fazioni, in guelfi e ghibellini, e che tutto il vercellese fu in discordia sanguinosa. Saluggia e Moncrivello, guelfe, si allearono contro Crescentino e Vische ghibelline. La tradizione popolare che a questo proposito parla di antiche strade sotterranee che da Saluggia conducevano a Moncrivello e da Moncrivello attraverso i campi di Uliacco a Saluggia, è appoggiata dal fatto che in recenti scavi si sono trovati in più luoghi tracce di gallerie. Gli abitanti dei piccoli centri cambiavano spesso i padroni che li soffocavano con angherie di ogni sorta; imperversavano le lotte tra guelfi e ghibellini, favorendo la formazione di torme di banditi e fuoriusciti chiamate “comandisie”, sostenute dai signorotti del luogo. Ne è prova l’intimazione che il Comune di Vercelli dovette fare nel 1215 al conte Pietro di Masino di rendergli ragione “pro trossellis”, quos ipse ceperat in strata ultra duriam, et quos dicebat potestas vercellarum. Ipsum Petrum duxisse per terram hominum vercellarum, et propter homines Miraldae et Uliaci, qui in illo impetu vulnerati sunt”, prescrivendogli intanti di portare cauzione per lire 200 susine, ammontare del danno contro di esso conte decretato”. Così in atto 11 ottobre 12152. Il Comune di Vercelli, approfittando del malcontento che serpeggiava nel suo territorio e nei dintorni, procurava di attirare a sé le popolazioni oppresse, estendendo il diritto di cittadinanza agli abitanti della campagna che invitava ad abbandonare le loro residenze per recarsi a ricostruire i nuovi paesi su territorio soggetto alla sua giurisdizione e tutela, assumendosi l’obbligo di far rispettare i loro diritti dai signori feudali. A questi nuovi paesi si imponeva il nome di “Borghi Franchi”. Uliaco venne costituito a Borgo Franco sotto il nome di Borgo Nuovo di Dora, perché vicinissimo alla Dora. 1 2 - MANDELLI – Opera cit., Vol. I, Parte I., pag. 227 e seguenti. - MANDELLI, Opera cit., Vol. II, pag. 123-124. 17 La località scelta fu l’attuale Borgat, campo posto lungo l’alta costa che sovrasta la Dora, circondato da alti margini. Ora è coperto da grosse piante di quercia e difeso da una fossa; uno degli argini fu disfatto e vi si trovarono pezzi di muro e vari oggetti, per cui sembra fosse un accampamento militare per difendere il territorio vercellese, tanto più che una regione poco distante porta il nome di Cittadella. Tolgo direttamente dal Mandelli1: “Si può credere dunque che detto Borgat sia proprio il Borgo Dora fabbricato dal Municipio Vercellese contro le aggressioni degli uomini del Canavese. L’atto di creazione di Borgo Franco di Dora non esiste più nell’Archivio Civico, ma la sua data 21 maggio 1261 a rogito del notaio Enrico De Rajnerio ci venne conservata dallo statuto stampato a parte 140, vedendo poi registrate a carte 143 alcune deliberazioni relative, ma assai posteriori. Nel primo cenno si prescrive al podestà di fare costruire entro un anno “Burgum Novum Duriae, et manutenere comune et homines dicti Burgi Novi Duriae, quod fieri et construit debet ex hominibus de Uliaco et aliunde et homnes qui in eadem franchitiatione, immunitate et libertate…..sicut gaudent et utuntur Comune et Homines Tridini”, ingiungendovi inoltre la perpetua osservanza di tutte le concessioni contenute nel suddetto atto del 21 maggio 1261. Convien dire che queste disposizioni non abbiano avuto il pieno effetto propostosi dalla Credenza, imperocchè quelle registrate al foglio 143 retro (assai posteriori portando la data del 17 luglio 1306) danno a conoscere che il Borgo Nuovo era ben poco abitato, anzi pare che gli si fosse restituito il nome di Uliaco. Ivi si statuì che tutti coloro cui erano state assegnate case in quel borgo ed i loro eredi dovessero recarsi ad abitarvi stabilmente, e ciò entro 4 mesi a pena di decadenza dei loro diritti a prò degli abitanti, ai quali il padrone del terreno entrostante ai fossati dovrebbero venderlo a prezzo non maggiore di lire due per cadun staio; che in nessun modo le case ed i terreni compresi in quel territorio potessero vendersi od aggiudicarsi a persone che colà non abitassero o non vi recassero la loro stabile dimora, eccettuati soltanto i cittadini di Vercelli. Per ultimo si decretò che “propter publicam utilitatem et hoc ut dictus Burgus possit et valeat reaedificari ad bonum statum comunis”, non verrebbe aumentato per 5 anni l’estimo catastale di detto borgo ascendente a lire 14 pavesi. Questa disposizione ci prova quanto dereletto fosse quel borgo, il cui estimo giungeva a sole lire 14 pavesi nell’anno 1306, mentre quello di Piverone era, nel 1298, quotato a lire 400. Un ultimo documento, 30 novembre 1307, nel mentre accerta il ripristinamento del nome di Uliaco al Borgo di cui si tratta, conferma pure le osservazioni del signor Di Martinetti in ordine alla sua vicinanza a Villareggia poiché contiene varie deposizioni di testimoni per la ricognizione di beni feudali verso il Vescovo posti in confine di quei territori. 6 – Quando fu distrutto Uliaco? 1 - MANDELLI, Opera cit., Vol. II, pag. 269-270. 18 La duchessa Iolanda di Francia, in alcune sue lettere del 1472 dice rovinate e distrutte “le vicine terre di Miralda, Uliacco, Monterotondo”, senza però precisarne la data. Il Durandi1dice che Uliacco era mediocremente abitato sul finire del secolo XIV. Il Guasco2 afferma che fu distrutto nella guerra del secolo XIV e che alla sua distruzione la signoria passò a Moncrivello. Siccome Lodovico Fieschi ne investì il fratello Antonio, nel 1394, certamente sotto a questa data l’antico villaggio fu distrutto e per sempre. Il secolo XIV è caratterizzato dalla lotta sempre più aspra tra i Valperga, ghibellini, sostenuti dal Marchese di Monferrato e i San Martino, guelfi, con a capo il Principe di Acaja, che misero a ferro e a fuoco il Canavese, con grave danno del popolo che, stanco di assecondare nella schiavitù e nella miseria i capricci dei signori, decisero di sollevarsi. La scintilla scoppiò nel 1386 nella valle di Brosso e del Chj; l’incendio scoppiò irresistibile per tutto il basso e l’alto Canavese. I Savoia, che dal marzo 1379, dominavano il Vercellese e il Canavese, furono costretti ad intervenire, contrastati dal marchese del Monferrato e dal Conte di Masino che assoldarono il capitano di ventura Facino Cane. Questi marciò sopra Masino occupata dal duca di Savoia Amedeo VII, distrusse Settimo Rottaro e si accampò a Caravino, donde per dieci anni e più diede mano ai Tuchini, dirigendoli aiutandoli a portare la malaventura in tutto il Canavese che vide campagne devastate, castelli e casolari incendiati….. “Nascosti di giorno nelle caverne con le famiglie, avendo disertato le abitazioni, aspettavano di notte gli scherani scortanti i feudatari, facendone carneficina, e si portavano a sorprendere questo o quest’altro castello. L’incendio coronava sempre la presa, e sulle rovine fumanti gozzovigliavano….. Non le castellane, non i bambini erano risparmiati, volendosi far sparire la razza dei nobili, specie dei San Martino3. Il castello di Uliaco fu certo vittima di queste stragi. 1 - DURANDI, Opera cit., pag. 40. - GUASCO, Opera cit., Vol. III, pag. 1693. 3 - BERTOLOTTI, Fasti Canavesani, Ivrea, 1873, pag. 27. 2 19 Di esso rimasero appena rovine e ruderi, miseri avanzi di tempi lontani. Antonio Fieschi non si dimostrò molto giusto ed umano coi vassalli, come appare nella reazione del popolo di Moncrivello. I Moncrivellesi infatti, insorti nel 1399, si impadronirono della rocca e mandarono deputati al Conte di Savoia per supplicarlo di prenderli come suoi vassalli. Amedeo VIII che fu il primo Duca di Savoia per decreto dell’imperatore Sigismondo, gradì la loro dedizione, promettendo di accontentarli pure nelle divergenze e di far venire d’allora in poi gli uomini di Uliacco e di Villareggia, secondo l’antica consuetudine, “ad ratiocinandum et faciendum ius coram castellano Montis Caprelli”1. Gli uomini di Uliaco e di Villareggia venivano dunque interpellati insieme, segno evidente che dopo la distruzione gli abitanti di Uliaco erano scesi a Villareggia. Da notare: l’ultimo parroco di Uliaco fu Guglielmo Guaschis, il primo parroco di Villareggia che si conosca fu Guglielmo Guasco, il quale era parroco ancora nel 1418. Che sia la stessa persona dell’ultimo parroco di Uliaco? Dal nome parrebbe. Nel qual caso bisogna porre la distruzione di Uliacco proprio verso il 1400. Riassumendo quanto riguarda Uliaco possiamo così fissare: Dall’882 al 1243, sotto il dominio dei Vescovi di Vercelli, che nominarono loro Vicari: Aimone Conte di Vercelli. Il figlio di Aimone, Riccardo, prende il titolo di signore di Uliaco. Due pronipoti, Riccardo ed Azone, acquistarono dal Vescovo Adalberto la sua parte di Uliacco e di Cigliano, cedendo Erbara ed altre terre (23 febbraio 997). Guala Bondoni ne infeuda i suoi nipoti tra il 1172 e il 1180. Gregorio di Montelongo, Legato Pontificio, vende Uliacco al Comune di Vercelli, il 22 aprile 1243. Nel dicembre del 1621 Jeromina, Eleonora e Lucrezia, feudatarie del Castello di Moncrivello e figlie della Marchesa Margherita Tizzone e del marchese Pompeo Lignana, furono investite di una delle sei parti che formavano il distrutto castello di Moriondo, della quarta dei beni e del podere di Uliacco che l’anno dopo rivendettero al barone Sigismondo Spatis2. 7 – Villareggia 1 2 - CASALIS, Dizionario Geografico e Storico, Vol. X. Pag. 595. - GUASCO, Opera Cit., Vol. III, pag. 1396. 20 Parlando di Villareggia occorre, prima di tutto, mettere a punto qualche cosa che pare fuori posto. Quando si parla di Uliaco, di Moriondo, di Miralda, non si parla di Villareggia. Sarebbe come, per portare un esempio, se parlando di Albalonga, uno intendesse già parlare di Roma e confondesse le due città. Al tempo di Uliaco, di Moriondo, di Miralda, Villareggia esisteva già, è vero, ma era un cascinale; in mezzo a campi con qualche costruzione rustica, abitata da un “gastaldo” e da qualche famiglia di servi. Il “gastaldo” era il rappresentante del signore in quella località, che era un bene personale del signore stesso. Ne curava i campi e la loro coltivazione, ne riscuoteva i frutti che doveva passare al suo padrone, trattenendosi solo quanto era necessario per la sua vita e quanto era stabilito da accordi particolari. Essendo la tenuta villica una proprietà personale del signore, seguiva le vicende del suo patrimonio né più né meno come i beni di un privato cittadino. Non possiamo conoscere né la estensione dei terreni signorili, né quali fossero le colture più usate, né quanti “villici” vivessero nella “villa”, né propriamente a quale signore appartenesse. In generale la storia delle “villae regiae” oppure delle “curtes regiae” è difficile a seguire per mancanza di documenti. Nella sua qualità di bene personale, sfugge abitualmente ai trapassi, alle donazioni, alle infeudazioni degli altri beni del feudo o dello stato del signore. Come di un principe facile per la storia è seguire la vita pubblica ed assai difficile seguire invece la vita privata, così è dei beni che potremmo chiamare della corona e quelli della persona. Così è per Villareggia. Quando sorse? Non sappiamo. 21 Chi fu il signore che se la fece proprietà personale? Non sappiamo. Questo invece sappiamo: che i documenti, già citati, che riguardano Miralda, Moriondo, Uliaco, parlano dell’uno o dell’altro o di tutti e tre i luoghi, ma non parlano infatti di Villareggia. E’ quindi un passo antistorico il voler allargare quanto i documenti dicono e intendere detto di Villareggia invece, quello che è detto degli altri luoghi. Questi seguono una storia di trapassi, di infeudazioni, di donazioni, di signoria, di alienazioni; quella rimane del signore fino a quando il signore vive per passare poi con un processo naturale al legittimo erede, oppure per passare, ancora proprietà personale, al signore o al privato a cui il padrone l’ha venduta. Qualche possesso carolingio? Potrebbe darsi; qualche proprietà arduinicea? Potrebbe pure darsi. Ma è inutile andare a tentoni; la storia non si può creare con la fantasia. Si incomincia invece a trovare qualche debole luce, che ha solo forza di probabilità, dopo il 1000. I Conti di Biandrate possedevano tre ville personali a quanto ci è assicurato dai documenti della famiglia che il Rusconi1studiò e pubblicò. In un elenco dei beni di famiglia redatto nel 1070 da un “Obertus de Blandrate” leggiamo: “ad haec addendum est curtis cum pertinentiis et famulis quae est ad sancti Martini apud Landionam et Curtis cum sediminibus et pertinentiis et servis quae sita est prope Ticinum et Castelletum et item Curtis in epurediensibus finibus prope Duriam cum pertinentiis et servis2”. Quale è questa ultima curtis? Non forse si potrebbe identificare con la nostra Villareggia? Come sia venuto in possesso dei Conti di Biandrate non è possibile determinare. In un successivo documento è ancora ricordato la “Curtis prope Duriam in finibus eporediensibus”; si trattava di mandare colà un nuovo “clavarius” ossia un nuovo fattore “qui pro domino comite Willelmo curam habeat de personis et de rebus villicanis”. 1 2 - ANTONIO RUSCONI, I Conti di Pombia, e di Biandrate secondo i documenti novaresi, Milano 1855. - RUSCONI, Opera citata. pag. 9, Doc. III. 22 Fu designato un certo “Anselmus de Punmbia”. Gli si fissano i mandati, gli si segnano le mansioni, tra le quali era quella di “curam habere ut dominus recipiat in suo adventu ad salutem filii egrotantis”. Dunque là avrebbe mandato, anzi condotto personalmente un figlio bisognoso di cure1. Anselmo da Pombia vi si reca; un mese dopo, siamo ad agosto, il figlio del conte non è ancora giunto. Anselmo invia una minuta relazione sui vari sedimi e sui danni ingenti che la siccità prima e un temporale con furiosa grandine poi, hanno causato alle coltivazioni. Intanto esprime il timore che il figlio del conte non debba trovarsi bene per l’eccessivo calore che quell’anno fa2. Un’altra volta è ricordata la “curtis apud Duriam in eporediensibus finibus” e precisamente nel caso della dote che il conte Roberto fissava ad una figliuola nel caso che si fosse sposata. Il documento è una specie di testamento, perché ai tre figli maschi il conte Roberto, nel 1134, (moriva appunto in quell’anno), assegnava una congrua rendita che il primogenito (dilectus noster Vido) avrebbe dovuto corrispondere ai fratelli. Alla sorella, nel caso che si fosse sposata, erano assegnate le rendite, in ragione di una quarta parte, “villae nostre de Duria”. E’ la prima volta che compare il nome di “Villa” in luogo di “curtis” usato nei precedenti documenti3. Lo stesso nome è ripetuto in un altro documento dell’anno seguente nel quale è fissato un accordo tra fratello e sorella, in cui il quarto delle rendite della “Villae de Duria” è permutato con il possesso di un’altra “curtis”, cum sedimine et castello in partibus Equiregi4”. 1 - RUSCONI, Opera cit., Doc. VII, pag. 21. - RUSCONI, Opera cit., Doc. IX, pag. 24-25. 3 - RUSCONI, Opera cit., Doc. XI, pag. 32. 4 - RUSCONI, Opera cit., Doc. XIII, pag. 36. 2 23 Il Rusconi non commenta i documenti. Egli tende solo a dimostrare che dagli stessi documenti i Conti di Biandrate e quelli di Pombia si succedettero nel possesso di Pombia e di altri luoghi del novarese. Sarebbe stato opportuno se avesse cercato di fissare la esatta località delle “curtes” ricordate nei documenti. Un’altra particolarità è questa: non è mai nominato né il vescovo né altro dipendente a cui le “curtes” fossero state infeudate anche solo temporaneamente. Il che dimostra che le “curtes” erano amministrate personalmente dal signore per mezzo del suo “clavarius” o fattore. Sappiamo che i Biandrate, durante il dominio degli Svevi seguirono le parti ghibelline e furono accaniti difensori dei diritti e della autorità imperiale in Italia. Li troviamo continuamente ed ostinatamente schierati, a fianco dei marchesi del Monferrato, con gli eserciti imperiali che scendono in lotta contro i comuni italiani e la Lega Lombarda. E a proposito di questo sappiamo che talvolta il Barbarossa, quasi per dimenticare le preoccupazioni della lotta e per riposarsi dalle fatiche si fermò qualche tempo ospite dei signori suoi alleati in Italia e che la moglie sua passò presso i Biandrate l’inverno sul 1158. Dalla storia di Federico I che scrisse Ottone di Frisinga1sappiamo anche che il Barbarossa nel 1157 fu in Italia e “aliquantum temporis moratus est cum marchione Montisferrati apud dominum comitem Guidonem de Blandrate, apud quem uxorem reliquit”. Sappiamo pure quanto il Barbarossa fosse appassionato alla caccia e come volentieri egli partecipasse alle partite organizzate in Piemonte dai signori suoi fedelissimi. Di più sappiamo un particolare che può tornar utile a noi, qualora si potesse identificare la “curtis apud Duriam” dei Biandrate con la nostra Villareggia. Nell’autunno appunto del 1157, “cum comitibus plurimis ad venationem in finibus et curtibus dictorum dominorum de Blandrates profectus est, cum multa delectatione”. Fu anche a Villareggia? Non sappiamo. Certo che nei documenti dei Biandrate posteriori a tale data noi troviamo che la “curtis apud Duriam” è chiamata “curtis regia”, “curtis regalis2”. Perché questo cambiamento di nome? 1 2 - Gesta Federici in MURATORI, R.I.S., tom. VI. - RUSCONI, Opera Cit., Doc. XVII e XXII. 24 Sarebbe interessante poter stabilire se proprio effettivamente il Barbarossa fu a cacciare in Villareggia e se proprio in Villareggia svernò la moglie sua. Il cambiamento di denominazione deve aver avuto una causa. E, mi si perdoni, penso di avanzare come ipotesi di tale cambiamento la visita e forse la dimora di Federico I e di sua moglie proprio in quel di Villareggia, allora “curtis” dei signori di Biandrate. Andiamo avanti un passo ancora. Sempre dai documenti novaresi pubblicati dal Rusconi1, sappiamo che i Biandrate erano imparentati con i Lancia di Aliano, ossia i Lancia di Aliano presso Asti, che al tempo di Federico II vanno in Sicilia e prendono il comando dell’esercito imperiale. Manfredi era appunto figlio di Bianca Lancia di Aliano e di Federico II. Non è quindi da meravigliare se, attraverso le parentele, qualcuno dei Lancia abbia potuto avere qualche diritto nell’amministrazione e nel possesso della “curtis regia” in questione. E questo varrebbe a spiegare un fatto che è sempre rimasto assai oscuro per tutti gli storici, vale a dire il passaggio di Villareggia all’imperatore Federico II e il passaggio da questi al Cardinale Guala e dal Cardinale alla Chiesa di S. Andrea di Vercelli. A questo proposito, incominciamo a stabilire che il Vescovo Guala che resse la Chiesa di Vercelli dopo Ugoccione, era dei Bondoni; non ha nulla quindi a che fare con il Guala Bicchieri, che nel 1205, da Innocenzo III fu creato cardinale e che è rimasto celebre nella storia della Chiesa per la sua Legazione in Inghilterra alla corte di Giovanni Senza Terra; è celebre anche per la Chiesa monumentale di S. Andrea da lui costruita in Vercelli. Il Guala Bicchieri cardinale non fu mai vescovo di Vercelli. Lo si deduce dal Savio2. Ora il Guala dei Bondoni fu quello che investì i suoi nipoti del feudo di Uliaco e lo stesso che troviamo nella storia di quel feudo vescovile, che non ha nulla a che fare, come già abbiamo accennato, con Villareggia. Il cardinal Guala Bicchieri ebbe rapporti frequenti anche con l’imperatore Federico II. Anzi si deve a lui se nel 1224 Federico II si riconciliò con il Pontefice e prese verso gli eretici quell’atteggiamento di severità che corrispondeva in tutto alla severità con la quale Innocenzo III li stava combattendo3. E’ logico il pensare che l’imperatore proprio nel 1224, per ricompensarlo dei buoni uffici spesi per lui presso il Pontefice, abbia voluto ricompensarlo col cedergli in feudo Villareggia. Il Cardinale, sempre nello stesso anno, avrebbe ceduto i suoi diritti personali alla Chiesa di Vercelli che aveva allora sontuosamente costruito. 1 - RUSCONI, Opera cit., Doc. XXXIV - SAVIO, Opera cit., pag. 483. 3 - Hurter F. – Storia di Innocenzo III e contemporanei. Torino 1857, Vol. II, p. 245 2 25 Sarebbe quindi in errore il Guasco1quando dice che Villareggia fra il 1170 ed il 1182 era stata infeudata ai nipoti dal Vescovo Guala Bondoni. Il Vescovo di Vercelli, in tale occasione infeudò i nipoti del feudo di Uliaco, Villareggia fino a questo tempo è tutt’altra cosa che Uliaco. Ha quindi ragione il Bertolotti2quando scrive: “Villareggia è terra molto antica perché troviamo già nel 1224 che i suoi abitanti, addì 5 ottobre, giurano fedeltà alla Chiesa di S. Andrea di Vercelli e che addì 11 novembre dello stesso anno rinnovarono il giuramento. Prima di tale anno è da supporre che appartenesse alla camera o fisco imperiale, se teniamo conto dell’epiteto “regia”. Qualche imperatore ne avrà fatto dono alla Chiesa suddetta”. A questo punto occorre rilevare un altro errore in cui è caduto il Pastè nella sua “Storia dell’Abbazia di S. Andrea3”. Riportando l’atto dell’11 novembre egli dice: “il Cardinale dichiara di aver ceduto tutte le sue possessioni in città, in Caresana, in S. Germano, in Villa ragla, in Viverono e loro pertinenze, alla Chiesa di Sant’Andrea e ne costituisce proprietario frate Tommaso Priore, riservando a sé l’amministrazione e l’usufrutto in vita”. Più sotto però specifica: “i documenti dell’Abbazia annoverano Villa Ragla tra i possessi di Costanzana”. E’ questo bastevole per dire che la Villa Ragla in questione non ha nulla a che fare con Villa Regia. Piuttosto c’è da fare un’altra osservazione. Tra le carte dell’Abazia di Sant’Andrea in Vercelli esiste un inventario di beni appartenenti alla Chiesa e amministrati dal Priore “per sé vel per alium”. L’inventario è del 1225 e ricorda frate Tommaso Priore, e ricorda anche il Cardinale Guala munifico donatore e benefattore della Chiesa. In questo elenco troviamo segnato anche Villa Regia: ne stabilisce, a un dipresso, anche la località nelle vicinanze della Dora e della chiesa di S. Martino. Qui non c’è da dubitare che si tratti della nostra Villareggia. Allora, riassumendo, possiamo stabilire: 1 – Villareggia non deve essere confusa con Miralda, con Moriondo, con Uliaco ricordati nelle carte anteriormente al 1200: 2 – Con buone probabilità Villareggia era un possesso personale dei Conti di Biandrate: 3 – Si può pensare che dai conti di Biandrate, per ragioni ereditarie, sia passata ai Conti di Aliano: 4 – Dai Conti di Aliano, per la stessa cessione dei propri beni fatta all’Imperatore Federico II, si può ben pensare che anche Villareggia sia passata all’Imperatore: 5 – Dall’imperatore sia stata conceduta al Cardinale Guala Bicchieri: 6 – Il Cardinale, a sua volta, la cedette alla Chiesa di S. Andrea di Vercelli: 7 – Nell’amministrazione di Villareggia non entra quindi affatto né l’arcivescovo di Vercelli Guala dei Bondoni, e neppure i Canonici di S. Eusebio. 1 - Guasco, Opera cit., Vol. IV, pag. 1805 - Bertolotti, Opera cit., Vol. II, pag. 187 3 - Pastè, “Storia dell’Abazia di Sant’Andrea”, Vercelli, 1921. 2 26 8 – SUCCESSIVE VICENDE STORICHE DI VILLAREGGIA Come fu amministrata Villareggia al tempo in cui fu proprietà dei monaci dell’Abazia di Sant’Andrea? Non ci sono elementi per poter stabilire qualche cosa di preciso. Se dobbiamo procedere per induzione, possiamo dire che, secondo l’uso dell’epoca, l’Abazia di Sant’Andrea lasciava libertà ai villici di Villareggia di lavorare e di organizzarsi come meglio credevano; ogni anno dovevano però conferire alla Abazia l’importo di un canone come riconoscimento della sovranità dei monaci sul paese e sulla terra. Quale sia stato l’importo del canone non sappiamo. Anche tra le carte dell’Archivio dell’Abazia non è specificato. Per lo più, in quei tempi, si soddisfaceva a quegli obblighi in generi e prodotti del suolo; raramente era fissata anche una parte in denaro. E fino a quando rimase infeudata all’Abazia di Sant’Andrea di Vercelli? Anche qui dobbiamo rispondere che non si può sapere con precisione. Si sa tuttavia che Villareggia, in quegli anni di libertà comunale, si ordinò a libero comune. Questo non toglie la sua dipendenza dalla Chiesa di Sant’Andrea. Come libero Comune aveva una giurisdizione a sé stante. Difatti nel 1325, il giorno 3 di maggio, veniva data una sentenza sopra una vertenza tra Giovanni e Giacinto, signori di Vische, e il Comune e gli uomini di Villareggia, intorno al possesso dell’alveo vecchio della Dora tra Isoletta e Stagno. Ciascuna delle parti ne reclamava la proprietà. La sentenza dichiara doversi dividere per metà il contestato1. Se l’azione dei signori di Vische è contro il Comune e gli uomini di Villareggia, è segno che a quell’epoca, le istituzioni comunali erano state introdotte anche colà. Il Durandi2 ci assicura che, insieme con Cigliano, Villareggia passata sotto i Savoia, fu assegnata al Capitanato di Santhià. Il Capitanato di Santhià era stato costituito nel 1375 allo scopo di riunire tutti gli acquisti fatti in queste parti, a partire da quell’anno. Possiamo quindi dire che Villareggia passò ai Savoia certamente dopo il 1375. Il Capitanato rappresentava il Principe nell’amministrazione civile e militare: doveva farne eseguire gli ordini ed aveva l’incarico di proteggere la libertà e la immunità dei Comuni soggetti. Curava l’esazione dei focaggi, dei sussidi e delle altre rendite dello stato per mezzo del chiavaro o tesoriere ducale. 1 2 - BERTOLOTTI – Opera Cit., Vol. II, pag. 189. - DURANDI – Dell’antica condizione del vercellese e dell’antico borgo di Santhià, Torino, 1804, pag. 149. 27 Riscuoteva uno stipendio annuale non già dal Principe, ma dalle comunità comprese nel Capitanato, le quali tutte concorrevano, in proporzione del numero degli abitanti a sborsare le relative quote nel giorno di S. Martino di ogni anno. Quando si dovevano trattare affari che riguardavano il servizio del principe si facevano a Santhià i congressi avanti al Capitano, o al Vicario. Tutte le comunità del capitanato vi mandavano i loro deputati. Dall’Ordinato in data 10 Novembre del 1606, Cesare Pastero e Giovanni Antonio Verceletto risultano incaricati al Congresso di Santhià per la discussione della questione del sale. Per tutto il secolo XIV non sappiamo nulla delle vicende storiche di Villareggia. E furono quelli gli anni in cui due patti principali per la storia della nostra regione hanno certamente influito anche per lo sviluppo del libero Comune nostro. Eccoli: in quel torno di tempo, le guerricciole tra signori e signori portò alla distruzione di Uliaco, di Moriondo e di altre terre vicine, per cui i superstiti si rifugiarono a Villareggia, dove potevano essere tranquilli perché sotto l’alta sovranità dei monaci di Sant’Andrea di Vercelli, abitualmente alieni da guerre. L’altro fatto, quello che determinò il passaggio di Villareggia ai Savoia è costituito dalla tendenza di espansione dei Savoia verso la Sesia ed il Ticino, espansione che determina il passaggio di proprietà di molte terre o per compere regolari, o per libera dedizione oppure per conquista bellica. Le cose si fanno più chiare nel secolo XVI, anche se le vicende politiche che portano all’affermarsi del dominio straniero in Italia hanno portato anni di disordini, turbolenze e miseria. Il periodo si apre con le guerre tra Francia e Spagna per il possesso del Milanese. I Duchi di Savoia, per la loro stessa posizione, ne furono travolti. Il Canavese fu invaso dalle truppe del Majo, il capitano Generale Spagnolo, che volle conquistarlo alla Spagna, togliendolo ai francesi. Moncrivello dovette ricevere un presidio con i relativi inconvenienti. Vische fu presa e saccheggiata nel 1535. La guerra portò l’esodo di molti del popolo, carestia e peste. Questa si manifestò a Villareggia nel 1540 e nei due anni seguenti. “I malati di peste si chiudevano in capanne di paglia che poi si bruciavano con l’estinto. Si era nell’estrema miseria…. era ritenuto ricco chi poteva avere un pugno di miglio a pranzo ed un pugno di farina di ghiande per gli ammalati1”. 1 - BERTOLOTTI, I fasti Canavesani, Torino, 1807, pag. 128. 28 Questo non bastò. Nel 1540 si ebbe un inverno secco, freddissimo, senza un fiocco di neve. Seguì una estate caldissima senza una goccia d’acqua; nei prati non un filo d’erba: scarsissime le messi nei campi. Nel 1542 invece le pioggie furono eccessive; le campagne allagate. E poi nel 1543 una invasione di locuste che durò 4 mesi, finì per dare il tracollo alle esauste finanze del popolo. Intanto Emanuele Filiberto, il primo agosto del 1557, a S. Quintino vinceva la celebre battaglia. La Francia era prostrata, chiese pace. Si addivenne alla pace di Chateau Cambrésis. In base ad essa Emanuele Filiberto riebbe i suoi stati. Restarono i francesi nelle fortezze di Torino, Pinerolo, Chivasso, Villanova d’Asti e Chieri. Gli Spagnoli ritennero Asti e Santhià. Villareggia si trovò ad avere milizie straniere a pochissima distanza. I suoi campi erano quindi perennemente minacciati ora dalle soldatesche di uno stato, ora da quelle degli altri. I contadini coltivarono in quegli anni solo quello che poteva sopperire ai bisogni della famiglia. Il Naviglio stesso di Ivrea fu quasi del tutto abbandonato tanto che, pieno di terriccio e di sterpaglie, più non serviva ai lavori agricoli. Di più le imposizioni, sia in danaro che in natura, costringevano il popolo alla miseria e alla esasperazione. Si aggiunse anche la minaccia prima e poi la propaganda fanatica di sette protestanti i cui aderenti, spesso per un inconsulto fanatismo religioso, si precipitavano a spogliare le chiese. Nel 1571 ricomparve la peste. Un cordone di difesa fu posto tra il Canavese e il Monferrato per ordine del duca di Mantova, in data del 26 maggio 1571, per impedire che la gente sconfinasse che portasse la peste anche nel Monferrato. Nel 1604 una mortalità decimò il bestiame. Nel 1608, la comunità dava inizio alla costruzione della Chiesa di S. Rocco e S. Sebastiano in adempimento del voto fatto durante quegli anni di mortalità tra gli uomini e gli animali. Le spese furono sostenute dalla Comunità e dalle oblazioni di ogni capo famiglia1. Le guerre avevano rovinato le famiglie e gli individui. Turbe di fuggiaschi si erano rifugiati nei boschi di S. Benigno di Fruttuaria, di Montanaro di Lombardore e di Feletto, le quali essendo terre alle dipendenze dell’Abazia di Fruttuaria, godevano dell’immunità. Dai boschi minacciavano continuamente i beni delle popolazioni più vicine. 1 - ORDINATI DEL COMUNE DI VILLAREGGIA, Vol. V; Archivio Comunale 29 La Comunità di Villareggia dovette pubblicare un bando contro “li vagabondi, li stradaroli e i malviventi”. Il bando è del 1606 e dice: “I Consoli e Credenzieri ordinano che non vi sia persona alcuna di questo luogo, né panettieri che abbiano a vendere pane né a somministrare vino o qualsivoglia altro alimento, a persone vagabonde e malviventi, sotto pena di 25 scudi d’oro per ognuno e per ogni volta, somma che sarà applicata per le due parti al fisco di s. Altezza e l’altra all’accusatore, il quale essendo persona degna di fede, mediante il suo giuramento gli sarà dato credito1”. I Villareggesi furono sempre tenaci nel difendere le loro prerogative e gelosi di essere alle dipendenze immediate del duca di Savoia. Nel 1605 per esempio, Gian Antonio Bocho, medico personale di Emanuele Filiberto, fu investito del feudo di Villareggia in rimunerazione dei servigi prestati. La Comunità convoca nella chiesa parrocchiale di S. Margherita la Credenza generale con tutti i capi famiglia, e quelli deliberano di far valere i privilegi della Comunità e di ricorrere senz’altro al Duca, ricordandogli come i villareggesi, per i patti stipulati coi suoi antecessori, abbiano il privilegio di dipendere direttamente ed in perpetuo dai duchi di Savoia e quindi non dover essere infeudata ad alcuno. Per sostenere la causa i capi famiglia eleggono, quali loro rappresentanti, certi Giovanni Ferro e Giovanni Antonio Vercelletto. Rimettono i privilegi nelle mani del signor Pietro Antonio Bonino, procuratore della Comunità e dispongono di alienare ogni bene comune, di imporre collette e taglie pur di far valere i propri diritti2. Carlo Emanuele I riconobbe la giustizia dei loro reclami e il 10-2-1607 riammise i villareggesi sotto il dominio diretto di Casa Savoia, riconfermando i privilegi concessi nel 1464. Questo non tolse che nel 1614, il 25 giugno, Villareggia fosse infeudata al Marchese di Lanzo, Sigismondo d’Este; successivamente, nel 1617, Villareggia fu infeudata da Carlo Emanuele I al Barone Sigismondo Spatis da S. Germano. Morto questi passò, per la figlia Paola al figlio conte Spatis Andrea e Francesco Amedeo, nel 1666. Gli Spatis si estinsero nel 1675. Queste infeudazioni però furono più nominali che reali, perché i villareggesi continuarono a riconoscere nel duca di Savoia il loro unico superiore, e nel feudatario non altri che un delegato del duca, al quale ultimo, per diritto, potevano sempre ricorrere. 1 2 - ORDINATI DEL COMUNE DI VILLAREGGIA. Ad annum. - ORDINATO del 19 Aprile 1606. 30 9 – Villareggia durante le guerre di successione del Monferrato e della Spagna. Alla fine del 1612, moriva Francesco IV Gonzaga, duca di Mantova, al quale era stato dato anche il Monferrato. Per la successione si aperse una guerra tra Carlo Emanuele I di Savoia e la Spagna che, contro gli interessi dei Savoia, si era dichiarata disposta a cedere il Monferrato a Ferrante Gonzaga, fratello del defunto Francesco IV. Villareggia ebbe molto a soffrire per questa guerra. Sfogliamo gli “Ordinati” Municipali e prendiamo causa delle molte ordinanze. Il 2 Maggio 1613 il Capitano di Santhià, Amedeo del Pozzo, a nome di S. Altezza, comanda di mandare 10 guastatori alla città di Vercelli, con zappe, badili e munizioni1. 10 Archibugieri furono mandati di guardia ai porti di Vestignè, di Vische, di Saluggia ed altrove, d’ordine del Commissario Ducale Lupo2. Il 9 maggio risulta altro ordine del Colonnello Del Pozzo di mandare nelle mani del Capitano Gillio a Trino e a Crescentino le munizioni di guerra per i soldati del paese3. Nei giorni 5-6-7-8-9 Luglio si alloggiava la compagnia del Capitano Giovanni Tommasi BiagioTolstoi-, archibugieri e soldati a cavallo4. Il 2 Luglio, la comunità sopraffatta dalle spese, dovette ricorrere a S. Altezza per il –diffalco- del tasso e per essere dispensata dal contribuire nelle spese di alloggiamento. Il 5 Luglio si mandarono a Cigliano Tommaso e Antonio Enrioto per un prestito onde far fronte alle enormi spese di guerra5. E ancora: “L’anno 1613 allì, 26 agosto, in Villareggia e nella casa di Giovanni Vercellotto, ivi convocata la Credenza generale di esso luogo a suono di campane, secondo il solito e all’istanza di Giovanni Bernardi e Domenico Graglia, Consoli, di mandata del signor Ferro, sono convenuti li detti consoli e li nobili Giovanni Ferro, Tommaso Enrietto, Simone Vercelletto, ecc. tutti credenzieri. Dai predetti consoli è stato proposto come si debba per ordine di S.A., pagare fiorini 160 per la cavalleria leggera. La qual somma detti consoli e credenzieri hanno ordinato di imporre, come impongono, fiorino 1 per soldo da pagarsi fra tre giorni dalli possidenti beni nel presente finaggio, nelle mani del chiavaro deputato e che sia bandito per voce di grida nella piazza pubblica6”. In questa guerra, nell’anno 1616 le truppe di Carlo Emanuele I dovettero ripiegare fino a Cigliano, a Moncrivello ed a Villareggia, respinte dalla artiglieria spagnuola che le inseguiva7. Cigliano fu in parte bruciata: così Moncrivello; Villareggia fu saccheggiata. Lo provano gli ordinati del Vol. VII a pag. 51, in cui si lamenta la perdita di molte scritture dovute al “saccheggio subito dal paese”. 1 - ORDINATO del 2 Maggio 1613. - ORDINATO del 2 Maggio 1613. 3 - ORDINATO del 9 Maggio 1613. 4 - ORDINATO del 5 Maggio 1613. 5 - ORDINATO del 2 Luglio 1613. 6 - ORDINATO del 26 Agosto 1613. 7 - BOTTA, Storia d’Italia, Tomo III, pag. 327 2 31 Finalmente, il 9 settembre 1617, pacieri i Veneziani ed il Legato Pontificio cardinale Ludovisio, si stipulava in Pavia una convenzione colla quale il Duca di Savoia rinunciava alle terre del Monferrato. La guerra sembrava terminata quando un’altra ne scoppiò più tremenda. Carlo Emanuele scese in campo contro la Francia, alleato dell’Austria e della Spagna. Si ripetono anche questa volta le onerose imposizioni della precedente guerra. Negli Ordinati si susseguono incalzanti, insieme con le taglie, le spese di alloggiamento delle varie compagnie che continuamente transitavano, facendo soste più o meno lunghe nel nostro territorio, tanto che la Comunità, a più riprese, dovette contrarre debito con i particolari del luogo1. Pace relativa godette Villareggia sotto il duca Vittorio Amedeo I, il quale moriva nel 1637. Gli succedeva il figlio Francesco Giacinto sotto la tutela della madre Madama Cristina, figlia di Enrico IV di Francia. L’avversavano due cognati, il principe Tommaso e il Cardinal Maurizio, che seguivano le parti della Spagna. Madama Cristina chiese aiuto alla Francia. Ne seguì una guerra. Il Piemonte, diviso in due fazioni, conobbe gli orrori della guerra civile alimentata dagli eserciti spagnoli e francesi. Nel 1650, gli spagnoli guidati da Antonio Sandoval, governatore di Trino, saccheggiarono orribilmente Cigliano e attaccarono il Marchese del paese stesso, Guido Villa, rifugiatosi coi suoi soldati sulla collina di Moncrivello. Gli spagnoli furono respinti e molti di essi furono sepolti sul Monte Dorato, dove, anni or sono, se ne trovarono ancora le ossa. Mancano documenti di questo periodo. Tuttavia, data la vicinanza di Villareggia con Moncrivello e Cigliano, non si può fare a meno di pensare che essa sia stata coinvolta nei saccheggi, nelle requisizioni militari e nelle conseguenti enormi spese che costituivano, sopratutto per i piccoli centri, una vera e propria calamità. Il trattato dei Pirenei del 1659, riportò la pace per una trentina di anni. Vittorio Amedeo II figlio di Carlo Emanuele II, si orientò verso la Francia. Nel 1690 scoppiò altra guerra tra Francia e Spagna. Il Governatore di Milano, con un esercito spagnolo invase il Piemonte. Gli abitanti di Livorno, di Moncrivello, di Cigliano, di Borgomasino, dovettero fuggire dalle loro case. Ai danni della guerra, si aggiunse lo straripamento della Dora che devastò le campagne. 1 - ORDINATI, Vol. V, da pag. 89 a pag. 185. 32 Vittorio Amedeo II, nel 1692, condonava a Villareggia per 10 anni i carichi militari e ducali in ragione del 13%1. Delle guerre di successione che caratterizzarono la prima metà del 700, solo quella spagnola ci toccò. La Francia piombò allora come un uragano sul Piemonte, che vide i suoi villaggi invasi e le sue campagne depredate, ma, dopo la strenua battaglia di Torino, col sacrificio di Pietro Micca, e il voto di Superga, dovettero ritirarsi. Unico ricordo di questa vittoria piemontese fu la festa della Natività di Maria, istituita in ringraziamento della protezione avuta e che per molti anni fu solennemente celebrata ed ebbe carattere civile. 10 – Villareggia durante la Rivoluzione Francese. Vittorio Amedeo III, re del Piemonte, si sforzò con ogni mezzo di chiudere le porte alle nuove teorie. Politicamente ricorse all’alleanza con l’Austria e la Prussia, socialmente tentò di aiutare il popolo e sollevarlo dalla miseria in cui giaceva. Per questa opera umana ricorse al clero e alle istituzioni religiose. Nell’Archivio Parrocchiale si conservano numerose circolari per le diverse richieste governative. La prima riguarda la raccolta dell’oro allo scopo di assicurare una maggior solidità al regio erario. “Ad esclusione delle Pissidi, di un solo Ostensorio, ossia Raggio per la benedizione, dei vasi dell’olio santo, dei Crocifissi e dei reliquiari….. tutti gli altri ori ed argenti devono essere trasmessi alla R. Zecca…..2”. 1 2 - BERTOLOTTI, Passeggiate Canavesane, Cit., Vol. II, pag. 199. - ARCHIVIO PARROCCHIALE; 33 Villareggia cedette due lampade nuove, un turibolo, una navicella, un calice, un raggio, il tutto del peso di libbre 18. Altra circolare del 13 gennaio 1794 riguarda la requisizione delle campane. Anche questa volta Villareggia, nonostante la miseria dei suoi abitanti, non fu sorda all’invito del suo sovrano e diede il suo contributo privandosi di una campana. Le difficoltà del momento dovevano essere certamente gravi. Alle due prime circolari seguì una terza di portata molto più vasta: la consegna dei fondi liquidi delle Confraternite Compagnie Religiose. Più tardi con legge del 16 giugno 1795 il governo finiva con l’ordinare loro anche la vendita di tutti i beni immobili. Era questa una forma di prestito obbligatorio. I beni dovevano vendersi all’incanto e consegnare l’importo al Governo che in cambio avrebbe rilasciato buoni ad interesse del Monte Pio di S. Giovanni Battista in Torino. Non sappiamo con precisione a quanto ammontassero i fondi delle Confraternite Villareggesi; certo ne possedevano e ne cedettero perché da documenti rinvenuti risultarono in possesso di dette cedole. Lo sforzo di tutti non valse ad arrestare il corso degli avvenimenti che dovevano sconvolgere anche il Piemonte. Per ciò che riguarda il nostro paese attingiamo al diario del chirurgo Giuseppe Valle. “Fin dal 1792 si levarono gran truppe di milizie e si impose l’aumento del terzo delle taglie e del quarto dei censi e varie altre imposte per il sostentamento della guerra. Il 24 Aprile del 1794 i francesi valicarono il Piccolo San Bernardo ancora coperto di neve e, calando nel ducato di Aosta, misero del terrore in quella città, cosicchè il Vescovo, Clero e popolo scesero piangendo, la maggior parte a piedi, in Ivrea, spargendo la voce che il nemico inseguisse le nostre truppe e fosse già al di qua di Aosta. Molti eporediesi, spaventati si disponevano pure ad emigrare quando la sera stessa del 25 passò per Ivrea S. A. Reale il Duca di Monferrato (Maurizio Maria, quartogenito di Vitt. Amedeo III) per recarsi al campo. Il 29 dello stesso mese il governatore di Ivrea ordinava alle milizie del Canavese e di tutto il Piemonte di partire in suo aiuto. Allora si seppe che il nemico non si era neanche avvicinato ad Aosta e ritornò ovunque la calma”. 34 Alla guerra si aggiunsero in quell’anno altre terribili calamità: la grandine che in Villareggia distrusse il quinto di ogni raccolto, la fame che ne derivò e la peste. In Villareggia, la virulenza del male costrinse a letto famiglie intere, venendo persino a mancare la reciproca assistenza1. “Alla fine di luglio si levarono a Villareggia le Centurie in numero di 120, oltre a 50 che già erano a servizio, tra milizie e comunità”. “Nel 1796, in maggio e giugno, si videro passare in numero di molte migliaia i francesi che, avendo ottenuto dal sovrano il libero passaggio, andavano ad unirsi alla grande armata già entrata nel milanese ove eressero la nuova Repubblica Cisalpina”. “Durante questi transiti alcuni cavalli infetti delle truppe francesi recarono tra noi la pestilenza tra gli animali. A Villareggia fu piuttosto benigna. In complesso perirono 30 capi di bestiame. L’epidemia ricomparsa nel 1797 fece rincarare enormemente i prezzi dei bovini, portando a lire 1200 una coppia di buoi e a lire 300 o 400 e più una mucca”. Nel 1797 si assiste nuovamente al lungo e numeroso passaggio dei francesi che ritornano dall’Italia, gloriosi e carichi di bottino, predando senza ritegno. Occupato il Piemonte eccitarono il popolo alla ribellione contro il Re. Così il 9 dicembre 1798 Carlo Emanuele IV fu costretto ad abdicare al trono e a prendere la via dell’esilio. Le LL.MM. il re e la regina, partiti nel cuore della notte da Torino giungevano verso le ore 11 al porto di Saluggia e proseguirono verso Livorno Ferraris2. Il Piemonte non fu dai francesi, come gli altri stati italiani, costituito in una repubblica a parte, ma, dopo qualche mese di governo provvisorio fu unito alla Francia. Le autorità Comunali furono destituite per creare quelle rivoluzionarie. 1 - Diario manoscritto del chirurgo Giuseppe Valle: pammimo. Sono 64 pagine che raccolgono le principali notizie di Villareggia dal 1777 al 1802. Sono precedute da altre 18 pagine in cui sono descritte le sostanze della famiglia del chirurgo. Restano in bianco, in questa prima parte, le facciate n. 8-9-10. Per quanto riguarda il diario è da osservare che il carattere frammentario, l’alternarsi di notizie politiche con notizie private di nascite, morti, pioggie, rende difficili le citazioni per quanto riguarda il nostro lavoro. 2 - Diario cit., passimo. 35 La guardia nazionale in Villareggia e nei paesi vicini, fu istituita l’11 Nevoso (31 Dicembre). Erano chiamati a formarla tutti i maschi dai 18 ai 45 anni, atti alle armi. “I francesi spogliarono e asportarono quel che c’era di prezioso e imposero gravi contributi in denaro ed in natura per il loro esercito. Si calcola che in Piemonte abbiano rubato in tre mesi 34 milioni di lire. Svalutarono la moneta e i biglietti di credito verso le finanze, cosicchè la lira scese a soldi 6, i dieci soldi a soldi 3, i 5 soldi a soldi 1, i biglietti da 100 e più furono annicchilati; quelli da lire 50 furono ribassati a lire 16; quelli da lire 25 a lire 8. Essendo il Piemonte ridotto senza danaro, le granaglie scesero ad un prezzo infimo, cioè il frumento a £ 4 o 5; la segala a £ 3, la meliga a £ 1 o al più a £ 2 l’emina1”. Appena partito Napoleone per l’Egitto, fu ripresa la guerra. Gli Austro-Russi vinsero i francesi a Cassano d’Adda. Si spinsero nel Piemonte e asserendo di venire a nome del re, incitarono i piemontesi già esasperati a insorgere contro i francesi. “Sorsero così delle bande che segnarono una pagina dolorosa nella storia di questi dintorni. Famosa per le sue gesta selvagge fu quella dei Branda-Lucioni che invase e saccheggiò Saluggia e i dintorni di Villareggia2”. Quasi tutto ciò non bastasse, il generale in capo delle truppe austriache impose a questi paesi un forte contributo in danaro e in natura per il vettovagliamento delle truppe imperiali. Nel suo diario, il dottor Giuseppe Valle precisa che sul suo patrimonio di giornate 48 di terreno, dovette sborsare in un primo tempo £ 600 e alla fine dell’anno £ 230. Ognuno versava in proporzione di quanto possedeva. Verso la fine dello stesso anno, al paese venne a mancare totalmente il sale, sicchè raggiunse il prezzo di soldi 15 per ogni libbra. La popolazione non si era ancora riavuta da queste imposizioni e sofferenze che ne vennero altre maggiori. 1 2 - Diario citato. - Diario citato. 36 Il 3 Maggio 1800 Napoleone Bonaparte, varcato il Gran S. Bernardo, piombava inaspettato, con poderoso esercito in Piemonte. Attraversata la Valle d’Aosta occupava dapprima la città e la provincia di Ivrea e per due strade diverse marciava su Milano. “I francesi vennero in sì gran quantità da sembrare alle formiche quando escono dal nido”. Fu allora che essi spogliarono nuovamente questi paesi, portandosi via tutto l’oro, l’argento e persino le campane necessarie al culto. Il 31 maggio stesso un accampamento di 3000 uomini, metà fanteria e metà cavalleria, si portò velocemente alle cascine della Rocca, lasciandovi solo più le muraglie crivellate e diroccate. Tutto asportarono, tutto debellarono; neanche le inferriate e le serrature furono risparmiate. A squadroni si portarono quindi a Villareggia che saccheggiarono, seminando il terrore e lasciando nella più squallida miseria la povera popolazione. Ma non basta: il governo francese, stremato nelle finanze abbisognava di moneta metallica; agenti del governo giravano per tutti i comuni a requisirne quanta ne trovavano per cambiarla con carta. Obbligarono persino i Comuni sprovvisti di fondi ad alienare i loro possedimenti per ricavarne moneta da convertirsi in tanti biglietti di credito verso la Finanza. In seguito alla nuova legge e allo sterminio dei biglietti di credito verso le finanze è da notarsi la diminuzione dei debiti e crediti. Il debito e il credito veniva ridotto a qualcuno della terza parte e a qualcun altro della quinta a seconda della data del contratto. “Nel 1801 malanno maggiore sopravvenne in questo paese: la carestia. Il vino comune raggiunse le £ 31 circa per brenta; le granaglie pure salirono a prezzi eccessivi: dalla metà di aprile a tutto maggio, giugno e parte di luglio, si pagò la meliga a £ 12-13 e anche di più per emina; il frumento fu a £ 14 e 15, cosicchè alla popolazione venne a mancare il sostentamento. Si trovarono vari morti con la bocca piena di erbe selvatiche, di foglie di mori e di insalata, principalmente nei paesi di montagna, ciò che cagionò non poco terrore”. I rivoluzionari francesi con le cose politiche coinvolsero anche quelle religiose. 37 Occupato il Piemonte, con decreto del 28 termidoro (16 agosto 1802) soppressero i Conventi esistenti in Piemonte, così i francescani, dopo 175 anni di onorata permanenza al Convento appartenente a Moncrivello come territorio, ma legato per tradizione a Villareggia, lasciarono il Santuario, e il popolo, benchè sotto il peso di disgrazie e di disavventure, pianse sinceramente la loro partenza. Subito dopo si fece l’incanto dei mobili del Convento e degli arredi della Chiesa; ciò che non si potè vendere si mise a sacco, di modo che, in pochissimi giorni, del bellissimo e ricco Santuario, gloria e vanto dei paesi vicini non rimasero che le muraglie. Ciò che si era perfezionato in 300 anni si sterminò in meno di 8 giorni con gran terrore e spavento di tutti. La direzione del Demanio occupò ben presto chiesa, casa e beni. Con decisione ministeriale del 16 marzo 1807, Convento e Chiesa furono restituite al Vescovo di Vercelli Gian Battista Canaveri, il quale aveva dimostrato davanti al governo francese che la Mensa Vescovile era proprietaria di ogni cosa, mentre i frati francescani ne godevano appena l’usufrutto. Così il 24/6 il Santuario del Convento di Moncrivello si riaprì1. 11 – Le frazioni di Rivarotta o Rocca e Gerbido. Sono due frazioni di Villareggia, le quali ebbero una storia ed uno sviluppo del tutto indipendente dalla storia del Capoluogo. Rivarotta, ora Rocca, sorge sulle ultime propaggini della morena di Mazzè. Prende il nome dal terreno largamente spaccato e rotto dal continuo alveo scavato profondamente dal fiume Dora, cominciando sotto a Mazzè fino al di sotto di Saluggia. Il centro è costituito da un castello strapiombante sull’alveo del Naviglio di Ivrea, ultimamente ricostituito ed ampliato. Il tenimento di 1000 giornate circa è stato suddiviso tra piccoli proprietari che hanno circondato il castello con i loro casolari. Rivarotta: 1 - Diario citato. 38 Non mancano studiosi del luogo che le attribuiscono origini romane. Rivarotta faceva parte del Contado di Valperga. Carlo Emanuele II di Savoia la smembra dai Valperga ed unendola al feudo di Moncrivello, l’infeudò a Cesare di Majo, capitano generale delle artiglierie spagnole in Lombardia e Piemonte, “….cum Navigio, homagiis, banaliis, fidelitatibus, recognitionibus et emolumentis ac redditibus, eiusdem a grangia Ripaeructae molendinis, praediis, campis, pratis et plantatis, vineis, nemoribus quae solitis erant percepi pro retro accensatores seu castellani ejusdem loci Montis Caprelli”. Si deduce però che l’atto del 1543 aveva, con tutta probabilità, carattere temporaneo e di ricatto, giacchè si ha un altro atto effettivo, in data 1° Dicembre 1565, di confermata vendita, fatta da Emanuele Filiberto, al detto Cesare di Majo del luogo e castello di Moncrivello con la grangia di Rivarotta. L’atto fu redatto dal Giovanni Fabbri, cittadino di Augusta Pretoria e notaro pubblico. Da questo atto Rivarotta risulta di giornate 1000 ed è stimata scudi 12.000. “Da un conto reso da certo Bernardino Caligaris, castellano e ricevitore della castellania di Moncrivello dallì 9 febbraio 1541 al 9/2/1542, il tenimento di Rivarotta e la Rocca spettava appunto al Marchesato e al Castello; esso era detto “Ospizio””. Si legge infatti, da un conto dell’anno 1541 reso dall’agente del predetto castellano: “De Hospitio Ripae Ruptase non computat, quia ibi nemo commorabitur1”. Il Majo moriva senza figli. Erede suo fu il figlio di sua sorella, Pompeo di Lignana, il quale smembrò Rivarotta da Moncrivello e la lasciò nel 1568, con atto del 23 maggio, per una metà al nipote Francesco Giacinto David e per l’altra metà alla nipote Gerolama moglie del Conte di Quarto. Per la sua parte poi Francesco Giacinto David lascia erede il nipote Filippo Gonteri, figlio della sorella Silvia Margherita, marchesa di Cavaglià; i detti marchesi di Cavaglià la tennero fino al 22 luglio del 1715, data in cui passò nuovamente ai Savoia. Durante il Risorgimento, le due frazioni furono un rifugio di agitatori politici. Come tale furono comperate dai Bellintendi di Mantova che colà si erano rifugiati, i quali coltivarono a risaia 80 ettari del tenimento. Un problema che sempre assillò gli abitanti della Rocca e del Gerbido fu quello della scuola. Da molti anni il Comune concedeva ai capi famiglia della Rocca e delle cascine Gerbido sussidi varianti di anno in anno, dalle £ 50 alle £ 200, affinchè tenessero, aggiungendovi un proprio contributo, una scuola invernale che solo nel 1912 fu riconosciuta dall’autorità scolastica. Nel 1938 il sogno degli abitanti della Rocca e del Gerbido fu finalmente avverato. La scuola ebbe degna sede in una moderna e bella costruzione poco lontana dal castello e dalla strada provinciale Torino – Milano. 1 - Da memorie private del notaio Cacciardi di Moncrivello. 39 CAPITOLO II ORDINAMENTI E VITA INTERNA DI V I L L A R E G G I A 1 – La vita dei nostri vecchi. 2 – Amministrazione. 3 – Accordi e privilegi. 4 – Risorgimento agricolo – Emigrazione. 5 – Bandi campestri. 6 – Pozzi. 7 – Mulini – Forno – Torchio. 1 – La vita dei nostri vecchi. 40 Sfogliando i vecchi documenti dell’Archivio Parrocchiale e Comunale, meditando le vicende del passato, le conseguenti possibilità di vita e le usanze, viene spontaneo un confronto coi nostri tempi. Ben più dura e misera, imperniata sulla semplicità e sullo spirito di sacrificio, sostenuta dalla fede e ravvivata da un più spontaneo e largo senso di fraternità, si svolgeva un tempo la vita dei nostri avi. Mancavano loro tutte quelle comodità che per noi sono diventate necessità; di giorno li occupava il lavoro dei campi; di sera i lavori di filatura al tepore delle stalle, al fioco lume di una lucerna a petrolio. Poi il sonno in ampi letti di foglie e il giorno seguente, come quello precedente. Eppure erano forse più felici di noi e più tranquilli quei lontani avi, senza sogni irrangiungibili, senza chimere d’inganno, senza esigenze smodate. Il “souét”, una papoccia di farina, ora andata in disuso, era la minestra comune. Cibo comune era anche la polenta con latte. Una “saracca”, con qualche goccia d’olio bastava ad un’intera famiglia; le rape, tagliate a rotelle, infilate nello spago e pendenti dal soffitto essiccavano e scongiuravano la fame dei magri inverni. Un piatto di lusso erano i fagioli che si scodellavano con formidabile appetito, soprattutto se cotti al forno nelle pignatte di terracotta. La carne era un cibo proibito. Scarso il pane. In occasioni particolari si preparavano i “coi-pin”, ossia foglie di cavolo ripiene di carne tritata, e il più delle volte semplicemente di un impasto di verdura, uova e formaggio. Il dolce classico era la “tartra”, fatta con latte e uova, cui lo zucchero bruciato dava esteriormente una lucida vernice bruna. Quante miserie videro attraverso i secoli i nostri antenati, a causa delle guerre che dal ‘500 all’800 si susseguirono ininterrottamente e fecero del basso Canavese il campo di battaglia calpestato con ostinazione da tanti eserciti. Vigne, campi, prati, orticelli che davano di che campare, pagare la decima, il tasso, erano di tanto in tanto ridotti a desolate sodaglie che le braccia dei contadini rifacevano a stento. 41 Alla guerra erano collegate quelle gravose imposizioni che estorcevano ai poveri anche l’indispensabile alla vita; seguivano epidemie, le frequenti intemperie completavano la triste situazione. Dopo il 1540-41-42, di cui si è già parlato, la peste si ridestava nel 1571 e più micidiale nel 1629 e 30, epoca stessa della peste di Milano. Dal registro dei morti della Parrocchia si rileva che il numero delle vittime salì a 25. Nel 1745 si legge in una causale della Comunità: “al sig. Pievano per una novena coll’esposizione del SS. al fine di ottenere la liberazione dal morbo epidemico1”. Nel 1794 varie malattie epidemiche fanno strage: 12 vittime fra la popolazione e oltre la metà del bestiame. Il Municipio provvide a rifondere ai colpiti una parte dei danni. Nel 1854, sul principiare dell’estate scoppiava furioso in Genova il colera asiatico, importato, così correva voce, da un soldato reduce dall’America, ma in realtà non se ne conobbe il principio. Da queste città piombava improvvisamente su Caluso, poi su Mazzè e il 1° settembre compariva a Villareggia. Solo l’8 ottobre parve cessare. Il Comune procurò 19 casse per grossi cadaveri e due casse per cadaveri piccoli. Provvide al trasporto di 16 cadaveri2. Nel 1867 scoppiava una seconda volta nel nostro paese il colera che verso la prima quindicina di maggio già infuriava in Moncrivello e in Cigliano (Ordinati Vol. XXI). Sarebbesi introdotto a Villareggia l’8 giugno e durò quasi 2 mesi, cioè fino al 29 luglio. Su 1410 abitanti, i colpiti furono 140, dei quali 72 perirono3. Con Ordinato del 14 luglio 1867, il Comune non potendo provvedere alle gravi spese richieste per il mantenimento degli infermi, ricorse all’autorità superiore per avere qualche aiuto onde provvedere coperte e medicinali. La carità di alcuni benestanti pensò ai pagliericci. Si improvvisò il lazzaretto nella casa di Don Vittorio Balegno, Rettore del Collegio di Chivasso. 1 - Causali in “Archivio Municipale”, ad annum. - Causali cit., ad annum. 3 - Ordinati, ad annum. 2 42 Il 29 Luglio 1867 si segnalò al governo il dottor Giovanni Capuano residente a Moncrivello, medico condotto a Villareggia per le vigili e solerti cure prestate per la seconda volta ai colerosi e per lo zelo manifestato pure alcuni anni prima curando gli affetti da vaiolo nero. In quei secoli sfortunati comparve anche la pellagra. I primi casi si verificarono nei nostri paesi circa il 1776 e si ripeterono fino alla metà dell’800. Ne parla il dottor Boerio di Mazzè, nell’opuscolo “Storia della pellagra nel Canavese”, pubblicato nel 1811, in cui si attribuisce la causa di tale malattia non solo alla polenta che allora sostituiva quasi del tutto il pane, ma ancora alla mancanza assoluta di igiene e alla scarsità di nutrimento. Le desolanti condizioni delle popolazioni di quell’epoca sono da lui messe in luce con chiara semplicità. Le case erano umide, poco ventilate, poco pulite. La gente faticava moltissimo e viveva di cibi scarsi e poco nutrienti, di pochi legumi e di cattivi erbaggi selvatici. La polenta era il primo alimento; il pochissimo pane era di miglio o di segala. Il latte era scarso e quel poco si vendeva o se ne faceva cattivo formaggio. La frutta, un tempo abbondantissima, era diventata scarsa, essendone state distrutte le piante verso la metà del 700. Il più ordinario condimento delle vivande era l’olio estratto a forza e perciò rancido, oppure il grasso di maiale pure rancido e salato che precedentemente era servito a conservare il salame. Comprovano la miseria di quei tempi anche due lettere: l’una del Pievano Perino, e l’altra del Pievano Don Belletti. Il primo, il 7 maggio 1773 chiede il permesso a Mons. Vescovo di servirsi del danaro della Chiesa (£ 1000 circa) per andare incontro alle necessità “poco meno che estreme” dei suoi parrocchiani. Il Vescovo De Francisco plaude al saggio e pio consiglio del Pievano. D. Belletti, il 7 gennaio 1783, chiede pure al Vescovo, “per tenere qualche poco lontano la morte delli suoi parrocchiani”, di impiegare £ 350 esistenti nella cassa parrocchiale, nella compera di granaglie da distribuire tra i possidenti, tutti in miseria, (non solo tra gli sprovvisti di ogni bene di fortuna) finchè, dopo la festa di S. Lorenzo, fossero in grado di compensare in qualche modo. Ai “riconosciuti poveri” provvedeva la Congregazione di Carità1. Furono così soccorse 40 famiglie. Ad altrettante pensò la Congregazione di Carità. 1 - Archivio Parrocchiale. 43 A fomentare la naturale miseria, oltre alle guerre, concorreva l’inclemenza del tempo: le frequentissime grandinate distruggevano i pochi prodotti scampati alle non meno terribili siccità. Spigoliamo dal diario del Chirurgo Giuseppe Valle: Anno 1791, 12 luglio: “siamo stati flagellati da una terribile tempesta che ci tolse quasi tutto il secondo raccolto e tutta la vendemmia”. Anno 1792, 16 febbraio: “a mezzanotte si levò un turbine di ghiaccio e vento che inaridì buona parte degli alberi, motivo per cui fummo totalmente sprovvisti di noci e di altri frutti”. Anno 1792, luglio e agosto, “siamo stati travagliati da aridissima “suttina”che inaridì il secondo raccolto e rese scarsissimo il primo; che Iddio ci liberi da un altro anno simile. La cascina del Gerbido che doveva dare mine 400 di granaglie, ne diede 18”. Anno 1794, 12/5 “alle ore 10 cadde una terribilissima tempesta che ci tolse la quinta parte di tutti gli imminenti raccolti, e quasi affatto la vendemmia. La fame non si è mai veduta così atroce come in quest’anno, attese le siccità e le tempeste degli anni scorsi”. Anno 1794, 26/5 “cadde in questo giorno una terribilissima tempesta alle ore 2 dopo mezzodì in danno di tutto il territorio di Villareggia, che ci levò tutto il raccolto delle biade, frumento e totalmente la vendemmia, con derogazione d’una buona parte di alberi, massime di noce, ed in vista delle già gravissime miserie ha messo grandissimo terrore e smarrimento in tutto il territorio. Cosicchè, venendo a mancare il secondo raccolto saremmo costretti a lasciare il paese e ad andare mendichi per il mondo. Che Iddio, per Sua misericordia, ce lo salvi!”. Anno 1795, 24/6: “circa a mezzogiorno si levò un vento in forma di turbine ossia una tormenta tale che sollevando in aria la grande quantità di neve che si trovava in terra ne formò degli ammassi alti mezzo trabucco; durò sì terribile tempo fino alle tre dopo mezzanotte ed uccise più persone”. “A Villareggia ne uccise 2, un uomo che si recava da Cigliano a Villareggia e che si chiamava Antonio Doana, di anni 45 circa ed una figlia che si recava a casa da Rondissone, figlia di Antonio Testore, di anni 14. 44 Quest’inverno durò la neve dalli 22 dicembre 1794 sino a tutto marzo 1795, senza mai potere avere il commercio libero, con rigori sì forti di freddo che il bosco non aveva più prezzo alcuno”. “Luglio-agosto-settembre 1797: il 6 luglio cadde una terribile tempesta che nei paesi vicini divelse anche le piante di alto fusto; seguì una terribile siccità che ci levò quasi totalmente il raccolto della meliga ed il secondo raccolto e quindi ogni dì più aumenta il prezzo delle granaglie, motivo per cui i poveri, non potendo più vivere si ribellano, ed affollandosi in gran parte assieme, danno l’assalto ora a questo ora a quel paese, cose che per l’addietro, né per tradizione, né per scrittura, non si erano mai sentite nei nostri paesi”. “L’anno 1802 è appellato miserabilissimo a memoria di uomo”. “1803. Dal principio del mese di maggio-giugno-luglio e parte di agosto comparve una siccità terribile, accompagnata ogni giorno da continui venti i quali ad ogni quarto di luna si facevano più impetuosi. Il calore eccessivo inaridì tutta la campagna, massime il frumento e la segala, i quali si raccolsero così secchi che non vi era modo di condurli a casa, né di conservarli. Nel più grosso del raccolto comparve un vento aquilonare di tre giorni, così forte che fece crollare a terra quel poco di raccolto di frumento che ancora restava”. “Fu allora che si fecero per giorni 50 e più delle pubbliche processioni, 30 delle quali alla vecchia chiesa di S. Martino, ogni sera, al tramontare del sole. Le altre si fecero attorno al paese, ma con terrore di tutti non si ebbe la pioggia che il 17 agosto1”. Annate misere furono pure quelle del 1828-33-44-54. Stralciamo dagli Ordinati: “1828 – Ill.mo sig. Intendente, ……… La grandine qui caduta il 9 corr. sulla collina ed altre regioni rovinò il raccolto di ogni genere; vendemmia, grano, segala, saranno certo oggetto di privazione assoluta per i possessori di dette regioni. Né qui si limita il disastro giacchè il ghiaccio caduto rovinò il tenero bosco cresciuto nell’annata, e perciò la vendemmia dell’annata prossima non lascia speranza di sé. 1 - Diario del Chirurgo Valle, già citato. 45 In sì lugubre circostanza i particolari sottoscritti, sia in nome proprio che di tutti li paesani danneggiati ricorrono alla signoria vostra ill.ma supplicandola si degni fare le opportune disposizioni perché le provinciali imposte vengano scemate in modo analogo alla gravità dei danni che verranno riconosciuti. (segue la firma1). 1833 8 giugno “….Il più terribile dei flagelli colpì questo territorio tanto che ogni speranza di raccolto svanì in pochi minuti; la grandine che imperversò il giorno 3 corr. lo coprì di ghiaccio ed annichilò tutti i raccolti della annata. Le vigne sono distrutte e se ne risentiranno anche negli anni avvenire. Li campi poi non presentano che alcuni frantumi di paglia conficcata nel terreno stesso ove prosperi sorgevano il frumento, la segala e la meliga; il gelso, la frutta e le noci, che qui formano un considerevole raccolto paiono quasi morti. Il danno è immenso….. Il territorio è siffattamente devastato che direbbesi in rigido inverno trasformata la presente stagione. In sì deplorevole stato di cose la Comunità di Villareggia che per lunghi anni ebbe a soffrire più o meno universalmente tale disastro e che rappresenta una popolazione tutta agricola, privata per un’intera annata di ogni sussistenza, confidando nelle paterne e provvide leggi del suo monarca, implora dalla S.V. Ill.ma quella adeguata bonificazione di cui parla l’art. 207 cap. IV della ministeriale istruzione del 1° Aprile 1826……e si fa doveroso carico di sottomettere a codesto ufficio di intendenza un approssimativo quadro dei sofferti danni nel modo seguente: le vigne che furono senza eccezione nella totalità distrutte potevano in quest’anno che presentava abbondanza, produrre di vino brente 3500: le granaglie nella porzione devastata £ 10.000 il gelso, noci e frutti £ 10.000 In totale si calcola un danno di £ 75.000, senza tener conto dei danni inevitabili per le future annate2……” 1 2 - Archivio Municipale. Ordinati, ad annum. - Archivio Municipale. Ad annum. 46 Così il 22-6-1844, gli amministratori della comunità, per la terribile grandine caduta il 18/6 chiedevano il “maximum della gratificazione al benefico governo, presentando il quadro dei danni: gelso £ 20.000; frumento £ 30.000; segala £ 35.000; avena £ 5.000; maraschi £ 3.000; noci £ 15.000; meliga £ 12.000; fieno £ 3.000; boschi £ 5.000; per un totale di £ 128.0001”. Nel 1854, tra gli Ordinati si legge2: “9 febbraio – la comunità, considerata l’estrema miseria in cui trovansi i poveri di questo Comune per le carenze dei viveri e per difetto di lavoro, rivolge una calda petizione all’opera di S. Paolo di Torino, perché voglia, per quest’anno, commutare la somma destinata agli Esercizi Spirituali, in somma da erogarsi in sovvenzioni ai poveri del presente luogo”. La miseria non era propria del nostro paese, ma di tutta la zona, poiché spingeva a furti, a vandalismi di ogni genere le popolazioni stanche, scoraggiate, prive di ogni speranza di benessere. Ecco uno dei verbali con cui la nostra Comunità lamenta le rapine dei vicini abitanti di Cigliano3: 6 aprile 1845 “…..E’ oggimai intollerabile la tracotanza e sfrenata libertà con cui vari individui del luogo di Cigliano si permisero e permettono ancora non tanto furtivamente e di notte che apertamente in pieno meriggio, di portarsi nella campagna di questo territorio ed in ispecie nei prati e campi da questi abitanti posseduti a poca distanza dalla Reale strada Torino-Vercelli. Ivi, armati di falcetti ed altri arnesi recidono a diritto e per traverso grossi rami di piante selvatiche e fruttifere, ed anche schiantano alberi di considerevole grossezza e valore, per quindi caricarsi sulle spalle quanto possono comportare le loro forze e far condurre il restante per mezzo di carrettieri dello stesso luogo che ritornano restituendosi alle proprie case dai mercati di Chivasso, nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì di ogni settimana; derubano uve e pali nelle vigne e giungono a tal segno di baldanza da minacciare di maltrattamenti ed anzi percuotere, come già avvenne, i medesimi proprietari che cercano di riprenderli e di distoglierli dal commettere simili usurpazioni”. La miseria fu scongiurata coll’emigrazione, e con l’irrigazione, come presto vedremo. 2 – Amministrazione 1 - Archivio Municipale, ad annum. - Archivio Municipale, ad annum. Ho citato, così a caso. Per non dilungarmi dirò solo che ben 23 di queste petizioni sono trascritte negli Ordinati del Municipio, dal 1600 al 1860. Esse possono dare un’idea approssimativa della miseria in cui vivevano i nostri antenati. 3 - Archivio Municipale, Ordinati, ad annum. 2 47 Villareggia fu uno di quei fortunati paesi che liberamente fece dedizione ai Savoia, e obbedì ad essi soli senza che altri potesse accampare diritti. Capi amministrativi del Comune erano i due Consoli che duravano in carica 6 mesi e non potevano essere rieletti che dopo 2 anni dalla scadenza. Si eleggevano il 27 dicembre, giorno di S. Giovanni Apostolo e il 24 giugno. Questi due magistrati si chiamarono così fin verso l’anno 1700 in cui presero il nome di sindaci, quantunque rivestiti delle medesime attribuzioni. I Consoli presiedevano e rappresentavano la Credenza (attuale Consiglio Comunale), i cui membri erano 14, scelti fra i migliori registrandi o contribuenti del Comune. I credenzieri duravano a vita: venivano espulsi i traditori. Quando uno mancava per indegnità o per decesso, veniva sostituito dalla Credenza stessa. L’assente veniva multato. Per le deliberazioni più importanti si radunava la Vicinanza, cioè l’assemblea di tutti i capi famiglia che pagavano i tributi nel Comune. I documenti provano che in quelle occasioni ci si radunava in Chiesa, al suono della campana. Il Comune aveva il segretario, che a Villareggia fu sempre notaio, e il chiavaro, ora esattore. C’era poi il banditore, cioè il messo comunale che alla domenica, all’uscita del popolo dalle funzioni religiose, previo rullo del tamburo, pubblicava a voce alta li atti e i bandi. L’attenzione del popolo era grande, specialmente quando si pubblicavano i causati e bilanci. C’erano anche i campari, cioè le guardie campestri per la vigilanza e tutela dei raccolti. Durante il dominio francese, Villareggia fece parte del “Dipartimento della Dora”, uno dei 6 in cui era stato diviso il Piemonte. Il Dipartimento della Dora era diviso in 4 circondari: Ivrea, Aosta, Chivasso e San Giorgio. Villareggia fu soggetta ad Ivrea. Appartenne dapprima al Cantone di Caravino. Nel 1809 si volle aggiudicarla per maggior comodità al Cantone di Vestignè, ma Villareggia si oppose e passò al Cantone di Borgomasino. Il Sindaco si chiamò “Maire”. Villareggia avendo una popolazione inferiore ai 5000 abitanti, ebbe un solo “Maire” aggiunto. I due Maires costituivano quello che oggi è la Giunta Municipale. Il primo “Maire” di Villareggia fu Lomater Belletti Domenico. 3 – Accordi e Privilegi. 48 Nel 1385 le Comunità di Cigliano e di Villareggia delegano Giacomo Zacola e Giacomo Zanobio di Cigliano e Antonio figlio di Giovanni di Peirono di Villareggia, sindaci e procuratori degli stessi Comuni e degli uomini di Villareggia e Cigliano, a rivolgere domanda al duca di Savoia affinchè si degni di “amittere capitula” agli uomini dei suddetti paesi. Da parte loro promettono, per il futuro, di osservarli. Chiedono per sé e per i loro eredi: di essere difesi da ogni dominazione, di essere liberati dalle gabelle al fine di agevolare il commercio tra i due paesi, che nessuna persona possa essere detenuta per alcun debito pubblico o privato, di poter vendere, comperare, disporre dei propri beni secondo la propria volontà, di permettere ai Consoli dei predetti paesi di poter far giustizia nelle cause civili fino alla quantità di libbre 25, di poter ereditare fino al quarto grado. I delegati dei due paesi promettono di dare in perpetuo 30 fiorini d’oro di peso genuino o il corrispondente valore in ducati. Ottenuti tali privilegi o concessioni promettono di adempiere i propri obblighi. Li 8 febbraio 1386, essendo presenti il Capitano del Piemonte Bartolomeo De Chigno, Pietro Barbessi, e il Capitano di Santhià Nicola. Tali privilegi vengono confermati nel 1389 (15 marzo) e nel 1443. Conferme successive vengono ottenute dalla Duchessa Violante, dal Duca Carlo III, da Emanuele Filiberto, da Carlo Emanuele I. Il Duca Carlo Emanuele I promette di non alienare ad alcuno il luogo di Villareggia: concede alle comunità di Villareggia e Cigliano di eleggere ogni 4 anni i loro rappresentanti, di poter amministrare la giustizia civile e criminale e stabilisce che Villareggia abbia autorità distinta da quella di Cigliano. Permette alla comunità di Villareggia di spianare i fossati esistenti attorno al “Recetto” a patto però che li ricostruisca in caso di guerra. 4 – Risorgimento agricolo – Emigrazione. 49 Un’epoca nuova di prosperità è cominciata per il nostro paese, in questi ultimi decenni, col rifiorire dell’agricoltura. L’agricoltura, che fu sempre per la nostra patria la vera sorgente di ricchezza, lo è a maggior ragione per Villareggia che non ha altre risorse all’infuori di quella che le braccia dei suoi abitanti sanno strappare alle zolle che sempre ripagano generosamente chi le irrora col proprio sudore. Poco più di 20 anni fa, intere zone ora ubertose e verdeggianti, erano brulle ed arse dal sole. Certamente neanche allora mancavano braccia vigorose e tenaci, ma il sistema di coltura primordiale, empirico, ereditato dagli antenati, la mancata irrigazione della quasi totalità dei terreni, senza contare i tristi effetti delle frequenti intemperie rendevano irrisori i raccolti dei campi. Il grano non era sufficiente: il pane di grano costituiva il cibo di lusso di poche famiglie privilegiate o del capofamiglia. Lo scarso pane usato era di meliga, di segala, di saggina e di miglio. Il prodotto di due quintali di frumento per giornata era già considerato buono; quello di 3 q. colmava di gioia e di onore il fortunato agricoltore. La polenta faceva le veci del pane. Fra le varie coltivazioni primeggiavano i vigneti che rivestivano la collina scendendo fino alla regione Audoss. L’industria del bestiame era pressochè sconosciuta; sconosciute le nuove sementi; sconosciute le principali materie fertilizzanti. Era quindi naturale che, mancando questi elementi propulsori di progresso agricolo, tutto restasse stazionario. Ma, non appena apparvero i pionieri studiosi dell’agricoltura, i nostri contadini incominciarono a largheggiare in concimi chimici e a spargere le nuove sementi, seguendo le lezioni dei grandi agronomi Stanislao Solari e Padre Giovanni Bonsignori. La “Famiglia Agricola” che entrava in molte famiglie, portava nuovi miraggi di benessere e di prosperità. A favorire il progresso giunsero infine le acque dei due grandi elevatori: quello di Cigliano e quello di Mazzè, che permettevano di irrigare il territorio di Villareggia, ad eccezione di 25-30 giornate, più alte del livello a cui giunge ora l’acqua degli impianti idroelettrici. Le acque irrigatorie provengono dalla Dora Baltea e, per quanto poco fertilizzanti e fredde perché di provenienza quasi esclusivamente glaciale, costituiscono la ricchezza del basso Canavese e del Vercellese. La Dora Baltea, distante km. 2,5 da Villareggia, alimenta i 4 grandi canali di irrigazione: il canale d’Ivrea, il canale consorziale di Cigliano, il canale Depretis e quello del Rotto. a) Naviglio d’Ivrea. 50 Iniziato nel 1433 sotto Amedeo VIII, primo duca di Savoia, venne portato a compimento dopo 35 anni, nel 1468, durante la reggenza della duchessa Jolanda di Francia, moglie di Amedeo IX. Ma le sabbie della Dora ne resero impossibile il funzionamento per quasi un secolo. Nel 1651 lo acquistò il marchese di Pianezza, principe di Francavilla che lo riapriva, anche a scopo di navigazione. Appartenne lungamente ai Pianezza, tanto che ancora nel 1830 lo si chiamava: “NAVIGLIO DI FRANCAVILLA”. Per titolo di successione pervenne più tardi ai marchesi Solaro del Borgo i quali finalmente, con atto 24-8-1820 lo vendettero allo Stato per lire 1.600.000. Alla Rocca una lapide posta sulla sponda sinistra del canale ricorda lo scavo del trincerone del Naviglio d’Ivrea su progetto di Leonardo da Vinci. Il canale d’Ivrea deriva dalla sponda sinistra della Dora, appena a valle della città, mediante chiusa stabile. Scorre parallelemente alla Dora giungendo al taglio della collina presso Mazzè con un dislivello di m. 20 sul pelo d’acqua normale della Dora sottostante, defluendo poi al livello della pianura presso la frazione Rocca di Villareggia a m. 224 sul livello del mare. Dopo un percorso di 74 km. durante i quali si suddivide in numerose diramazioni, termina nel fiume Sesia, presso Vercelli. La sua competenza estiva è di metri cubi 13 circa, con una capienza massima di metri cubi 18. Dal canale di Ivrea, detto comunemente “Naviglio Vecchio” sono stati aperti tre bocchetti demaniali, detti: il primo “Vecchio della regione Bose”, il secondo “Nuovo o della regione Risaia”, il terzo “Dei Testi”. Il bocchetto Vecchio, di concessione perpetua, aperto dirimpetto al casello d’imbocco del Canale Depretis, irriga parte della regione Arbarea, la regione Bose e la regione Trovone, per un’estensione di 165 giornate circa: il bocchetto Nuovo, pure di concessione perpetua aperto presso il primo ponte del Canale Depretis, distante dal bocchetto Vecchio un 300 metri, percorre la regione Bose e la proprietà della cascina Risaia, irrigando una superficie di 155 giornate. Per questi due bocchetti il Comune corrisponde all’Amministrazione dei Canali Cavour un canone annuo. Il bocchetto in muratura detto dei Testi, a sponda destra del canale di Ivrea, bagna esclusivamente le 23 giornate di terreno un tempo di proprietà comunale, in regione Pietra del Lupo, per le quali il Comune è associato al Consorzio per l’irrigazione dell’agro Vercellese all’ovest della Sesia. L’esattore distrettuale è a Moncrivello. 51 Si deriva direttamente dalla Dora, con concessione demaniale perpetua gratuita, prima dell’imbocco del Canale Depretis un’apertura detta “Roggione” o “Dora Morta”, che, dopo un percorso di circa 500 metri, si divide in due roggie denominate Arbarea e Ghedo che irrigano rispettivamente: la prima, le zone Arbarea e Val Pergando e la seconda, il Ghedo. Un tempo derivava dal Roggione anche la roggia del “Sacco”, distrutta dall’alluvione del settembre dello scorso anno. L’apertura del Roggione è molto antica: un tempo faceva funzionare due mulini di proprietà demaniale, distanti circa 300 metri l’uno dall’altro, posti vicino al luogo dove ora il Roggione si divide nelle roggie Arbarea e Ghedo, distrutti non si sa quando, forse da un incendio. Ne rimangono i ruderi. Il nome di “Dora Morta” dato attualmente al Roggione, deriva dal fatto che distrutti i mulini, l’apertura rimase per parecchio tempo inattiva. Le ore settimanali d’acqua erogate variano con la consistenza della zona. Attualmente sono: Per il Bocchetto Vecchio ore 165 Per il Bocchetto Nuovo ore 161 Per la Roggia Arbarea ore 150 Per la Roggia Ghedo ore 150 Le ricerche più diligenti praticate in questo Archivio e in quello dell’Amministrazione dei Canali Cavour non portarono a rintracciare i titoli relativi alle concessioni demaniali dei Bocchetti Nuovo e Vecchio e delle Roggie Arbarea e Ghedo. Da memorie esistenti presso l’Amministrazione predetta rilevasi però che l’acqua derivata dai bocchetti era goduta, da tempo immemorabile, da vari proprietari che irrigavano i loro terreni mediante i turni settimanali di 168 ore ciascuno. Risulta pure che essi da tempo immemorabile irrigavano i loro terreni coll’acqua dei bocchetti e delle tre roggie, facendo fronte alle sole spese di manutenzione, riparazione ed esazione. Come e perché l’Amministrazione Comunale ne sia poi diventata di fatto amministratrice, per conto degli utenti, sotto il nome di “Consorzio dei Prati”, non si sa. Certo è che il Comune “ab antiquo” “anticipa i canoni da corrispondersi al demanio e le spese per la manutenzione e riparazione dei bocchetti e roggie, rivalendosene a mezzo di ruolo annuale”. Sono 618 i proprietari che irrigano complessivamente 500 giornate circa di terreno con le acque predette. 52 b) CANALE CONSORZIALE DI CIGLIANO. E’ la gloria dell’umile sacerdote D. Evasio Ferraris di Prarolo che, quale ideatore e promotore dell’elevatore e del canale consorziale di Cigliano, Borgo d’Ale, Villareggia e Moncrivello, provvide all’irrigazione di una vasta plaga di fertile terreno lungo la collina morenica che i canali precedentemente costruiti non lambivano perché supera i 224 metri sul livello del mare. Non va dimenticato il primo progetto che risale all’anno 1632, ideato da Bertone Tommaso dell’Ordine dei Predicatori, però il vero precursore dell’elevazione dell’acqua della Dora Baltea sull’altipiano fu Stefano Romagnano di Novi Ligure costruttore di pubblici lavori specie nei Canali Cavour. La sua iniziativa momentaneamente fallì, ma in Don Evasio Ferraris non venne meno la certezza che quel progetto avrebbe trionfato. A tale scopo riuniva a Cigliano il 9 settembre 1876 il primo Comitato che presentava all’amministrazione dei Canali Demaniali un progetto di massima, avente per base il progetto Romagnano, che venne approvato; il 28 maggio 1877 veniva costituito con rogito del notaio Cortese il Consorzio Villareggia, Moncrivello, Cigliano e Borgo d’Ale, tuttora in attività. Per produrre la forza motrice necessaria al sollevamento dell’acqua del canale, concessa a tariffa ridotta, furono forniti gratuitamente dal Canale Depretis 8 metri cubi di acqua che dopo tale utilizzazione si riversano nel Canale del Rotto. L’acqua di irrigazione defluente da un bacino di presa a sponda destra del Canale d’Ivrea, discende per mezzo di un tubo metallico di m.1,20 di diametro interno, alle pompe, le quali azionate dall’acqua proveniente dal Canale Depretis danno la forza motrice. Il dislivello fra il Canale d’Ivrea e le pompe è di circa m. 20 e di altrettanti è quello fra il canale e l’altipiano; quest’ultimo è quindi superiore di circa 40 metri dal livello delle pompe; la differenza viene superata con un tubo ascendente che sbocca in apposito bacino di scarico formante il canale consorziale. L’acqua per la forza motrice derivata dal Canale Depretis è di metri cubi 8 ed agisce sulle turbine con un salto di m. 6,50; quella elevata per irrigazione, un tempo di 1.300 lt. al secondo è ora di lt. 5.000 coi quali vengono irrigate circa 4.000 giornate di terreno con un turno di 13 giorni. Delle 4.000 giornate irrigate, 500 circa sono di Villareggia, nelle regioni Gerbido, Rolonga, Via dei Cavalli e S. Pietro. Tre delle colossali turbine di Don Ferraris che funzionarono per oltre 30 anni, sono scomparse; ne rimane una a ricordo; l’unica nuova turbina e pompa centrifuga acquistata nel 1929-30, solleva da sola lt. 5.000 di acqua al secondo; la turbina e pompa centrifuga (fornita dalla Ditta Riva-Sculter) che la precedette, funziona soltanto più nel periodo di poca irrigazione. L’impianto idraulico del Consorzio Irriguo di Cigliano-Villareggia-Moncrivello-Borgo d’Ale, funziona dal 1882 e fu uno dei primi impianti del genere costruiti in Italia. 53 L’utenza elargita da questo canale a Villareggia è di ore 400 per circa 200 ettari. Dal bacino di carico diparte il canale principale di irrigazione che scorre accanto e lungo la strada che dalla Rocca tende a Villareggia, passando poi in scavo dietro i cascinali del Gerbido e dell’Amorosa; percorre i territori di Villareggia e di Moncrivello per circa metri 2.500, indi si svolge per circa 3.000 metri a monte dell’abitato di Cigliano per raggiungere il territorio di Borgo d’Ale in cui, passando presso l’abitato, va a terminare a circa 800 metri dal confine verso Alice Castello. La lunghezza totale del canale principale è di circa 11 km. Dal medesimo l’acqua defluisce verso i terreni per mezzo di 19 bocche di presa le quali alimentano ben 155.000 metri di roggie adacquatrici e canali secondari. Dal 1886 l’elevatore idraulico del Consorzio di Cigliano funzionò regolarmente. c) CANALE DEPRETIS O DI CIGLIANO Il canale di Cigliano fu aperto nel 1785 sotto il regno di Vittorio Amedeo III. Esso deriva a sinistra della Dora Baltea presso Villareggia, in regione Boschetto. Ripiega poi verso nord-est e sbocca nel torrente Elvo presso Carisio. Ha uno sviluppo di oltre 31 km. La sua portata era dapprima di 18 mc. al secondo, ma da quando con la legge del 17 luglio 1858 fu deliberato l’ampliamento del canale, la sua portata raggiunse i 55 mc. al secondo. L’ampliamento fu opera dell’Ing. Noè, oriundo di Cigliano, sotto il Ministro Depretis che diede il suo nome al Canale. Il chiusello d’imbocco del canale Depretis è comunemente denominato “Baraccone” dalla baracca costruita dagli operai all’epoca dell’ampliamento. Il canale Depretis fornisce all’elevatore idraulico di Cigliano gli 8 mc. di acqua destinati a creare la forza motrice. Siccome la Dora ha asportato nell’alluvione della seconda quindicina di settembre dello scorso anno, un buon tratto di terreno alla Carbonara, compresa la roggia di irrigazione del Sacco, il Consorzio Irriguo dei Prati ha deliberato nello scorso autunno di derivare dal canale Depretis un bocchetto della capacità di metri 1,70. 54 d) Il Canale del Rotto. A breve distanza, a valle della derivazione del canale Depretis, è situata sulla sponda sinistra della Dora Baltea, nel territorio di Villareggia detto Castello, quella del Canale del Rotto. Questo canale fu aperto nel 1400 da Giovanni di Monferrato, sfruttando lo sfogo detto “Bolla del Rotto” che nell’inondazione del 1400 la Dora si era aperto lungo la costa di Saluggia. Nell’autunno del 1674, essendo stato devastato da una inondazione il primitivo imbocco del Rotto, ed avendo poi la Dora mutato il suo corso, la derivazione dell’acqua fu trasferita superiormente, in territorio di Villareggia, ove si trova tuttora. Dal canale del Rotto deriva, a valle, il bocchetto “Scavarda” e più a monte il bocchetto “Formia” che bagnano la regione Sacco. I canali ricordati, cioè il canale d’Ivrea, quello di Cigliano, quello del Rotto e le derivazioni dirette della Dora non risolvevano però il problema della nostra irrigazione, rimanendo esclusa la zona più elevata, quella che circonda il paese. Dall’alto della nostra collina, durante l’arsura estiva, si delineava netta la zona verdeggiante già irrigata da quella brulla ed arsa dal sole, priva di acqua. Giungeva a bonificarla l’impianto idroelettrico di Mazzè, nel punto in cui il fiume, serpeggiando, cerca il proprio sbocco al piano, a km. 2,5 da Villareggia. Grazie alla sua caratteristica posizione l’impianto assume anche la delicata funzione di moderatore del corso inferiore del fiume, specie in tempo di piena. La sua portata massima supera i 1.500 mc. al secondo. I terreni di Villareggia vengono irrigati (dal 1930) per un’estensione di circa 500 ettari con 1.800 appezzamenti e con un’utenza di circa 1.200 ore d’acqua. Con questo sistema d’irrigazione i famosi prati permanenti scomparvero per lasciar posto alla rotazione della coltura. Il proverbio “prato vecchio, scorta della cascina” diventò presto un ricordo di favola. Predomina l’avvicendamento a ciclo sessennale: “meliga-grano-prato-prato-prato-grano, col secondo raccolto di quarantino o di fagioli. E’ coltivata la patata ma quasi esclusivamente per uso familiare. Anche la coltivazione della canapa, un tempo fiorente, si riduce ora a piccoli appezzamenti strappati alla coltivazione prativa: serve per gli usi familiari. La produzione vinicola è sufficiente al consumo del paese. Merita un cenno particolare il cosidetto “vino Chiaretto” delicato passito di uva bianca (Erbaluce) e di uva nera (specialmente Bonarda). La torchiatura dei grappoli si fa in marzo-aprile, quando l’uva, conservata sulle stuoie è ben appassita. Messo in damigiane, il vino matura per due anni e viene quindi imbottigliato. Questo vino assume la colorazione dell’oro, e con gli anni sviluppa tutte le sue profumate essenze alcooliche. La produzione però è assai limitata, tanto che la fama del vino non valica i confini del Comune, sebbene il nostro passito non perda nulla al confronto, anzi secondo l’opinione di alcuni, superi il passito di Caluso. Da qualche anno si incrementa la coltivazione delle piante fruttifere: le pesche, le ciliegie, le amarene, le pere e le mele costituiscono un prodotto da mercato con discreto vantaggio per i coltivatori. La collina di S. Martino è ricca nella stagione autunnale, di ottimi funghi, soprattutto di porcini, spugnole, ovule e gallinacci. Il legname comune è abbondante e costituisce materia di largo commercio; scarso invece quello pregiato. 55 L’unica industria del paese è quella casearia dei Fratelli Genestrone, specializzata nella maturazione del formaggio Gorgonzola e nella fabbricazione della “Camelia” formaggio grasso. Nessun prodotto costituisce un genere di larga esportazione dal confine del Comune. Il fatto è dovuto al frazionamento del terreno in piccolissime proprietà; ognuno produce per conto proprio, producendo di che campare modestamente. Riassumendo quanto riguarda l’agricoltura nel comune di Villareggia, possiamo stabilire: 1) Nel 1928 non erano conosciute le macchine agricole; oggi sono entrate in ogni proprietà. 2) La superficie coltivata a grano era: nel 1922 ettari 300; nel 1937 ettari 305; nel 1938 ettari 280; nel 1939 ettari 281; nel 1940 ettari 290. Il grano trebbiato fu nel 1922 q. 3.000; nel 1937 q. 7.300; nel 1938 q. 5.000; nel 1939 q. 9.000; nel 1940 q. 9.800. Come si vede la superficie coltivata a grano è andata riducendosi a causa della maggiore necessità di adibire a prato una parte di superficie, avendosi un forte incremento nel numero del bestiame che calcolasi maggiorato dal 1928 ad oggi nel rapporto da 1 a 3. La produzione del granoturco a quarantina calcolasi nel 1939 a circa q. 15.000 con una superficie coltivata di circa 440 ettari pari a q. per ettaro 34, media 12-14 q. per giornata piemontese. Per il granoturco si raggiungono medie di circa 15-16 q. per giornata piemontese. La produzione di fieno che prima del 1928, cioè prima dell’avvento dell’irrigazione era quasi insignificante, essendo il taglio di Maggengo assai scarso e quasi nullo quello degli altri tagli, attualmente si aggira su una produzione media di circa 130 q. per ettaro, provenienti dal complesso dei tagli annuali i quali normalmente sono 4 e in buoni autunni 5 come nel 1939. Per il solo Maggengo, in annate favorevoli si ottengono fino a 60 q. per ettaro. Emigrazione L’emigrazione costituisce una fonte di guadagno per le famiglie, sia quella permanente, sia quella stagionale. L’emigrazione stagionale, più numerosa e redditizia avviene in primavera, per la monda del riso e in autunno per il taglio. Meta: il vicino Vercellese. 56 In massima parte l’elemento migratore è dato da giovani donne; dalle 100 alle 150 ogni primavera, altrettante in autunno. Il reddito è buono perché oltre ad un salario in danaro, vengono ad avere anche generi in natura che permettono alle famiglie di vivere parecchi mesi all’anno senza comperare il riso, genere di largo consumo. Questa emigrazione è ancora vigente, diventata ormai tradizionale. Le giovani donne sono reclutate dal capoccia o dalle “massaie”, sono divise in squadre, sotto la diretta tutela del capo o della “massaia”. Al numero delle giovani si deve aggiungere una cinquantina di elementi maschili che si assumono i lavori più pesanti del “raccolto”. Fortissima era nei tempi andati l’emigrazione temporanea o stagionale in Francia e soprattutto nella Svizzera. Raggiunse la massima intensità verso il 1860. In quell’epoca emigrarono circa 120 individui all’anno, spinti, come si è detto, dalla povertà. Gli emigranti partivano a gruppi, verso i primi di marzo, di solito allo scioglimento delle nevi. Abbandonavano i figli e la moglie che tutta sola pensava alla casa e sbrigava i lavori dei campi. Muratori, manovali, terrazzieri, i nostri emigranti erano stimati come ottimi lavoratori e ricercati tanto che i padroni ne sollecitavano sovente la partenza. Tornavano in dicembre, quando per la cattiva stagione i lavori all’aperto erano interrotti. Passavano in famiglia il periodo invernale ed a primavera riprendevano la via dell’estero. Le regioni preferite della Francia erano la Provenza e la Savoia, più vicine a noi, poiché l’emigrante faceva sempre a piedi il viaggio di andata e ritorno. Il Canton Vaud e il Cantone di Ginevra erano i preferiti da quelli che si dirigevano verso il nord. Altra meta di emigrazione stagionale era la Sardegna, dove i nostri uomini facevano lo spaccalegna. Sviluppatissima fu più tardi l’emigrazione nell’America del Nord e più precisamente nel Canadà, a Montreal, e negli Stati Uniti, a Jollet, dove gli emigranti si stabilirono definitivamente in gran numero, procurando di non separarsi, tanto che generalmente conservano le abitudini, il dialetto del paese e con questo un vivo sentimento patriottico e un nostalgico ricordo della famiglia e dei parenti lontani. 57 A Montreal c’è un borgo chiamato Villareggia, perché fondato dai nostri coloni, che laggiù, da contadini, divennero generalmente operai, manovali, terrazzieri, camerieri. Buona parte dei nostri emigrati in America, fece fortuna; con un’intelligente intraprendenza e con il senso del risparmio insito nel nostro popolo di campagna, molti si crearono una discreta posizione. L’emigrazione verso i paesi d’oltre mare durò intensa fino al 1910. Oggi l’emigrazione temporanea e permanente verso i Paesi stranieri si è alquanto ridotta. L’elemento emigrativo è stato assorbito dal sorgere di grosse industrie nei centri vicini che raggiungono al mattino e lasciano la sera. Ivrea, Chivasso, Santhià, Torino, sono i centri di maggior assorbimento di operai specializzati e di manovalanza. 5 – Bandi Campestri. Strettamente collegati con la vita agricola del paese sono i “bandi campestri”. Essi non erano altro che l’odierno regolamento di polizia urbana e rurale con le relative sanzioni, e rispecchiavano fedelmente la vita minuta del paese. Di tanto in tanto si modificavano adattandoli alle nuove necessità. I primi bandi furono emanati il 2 gennaio 1606 1. Il 9 agosto 1737, il Real Senato di Torino approvava i nuovi bandi emanati dal Barone Sigismondi Spatis, feudatario di Villareggia, per aggravare soprattutto le pene inflitte “a quelli che senza ritegno pregiudicavano la proprietà altrui2”. Nel 1818, il 4 giugno la Comunità domandava il consenso di raddoppiare il Consiglio per provvedere alla riforma dei bandi emanati dallo Spatis3. 1 - Archivio Municipale – Ordinato – Ad annum. - Archivio Municipale – Ordinato – Ad annum. 3 - Archivio Municipale – Ordinato – Ad annum. 2 58 Più tardi, nel 1852, il Consiglio Comunale, uniformandosi alle prescrizioni contenute nel dispaccio del Ministero degli Interni in data 22-7 dello stesso anno, propose un nuovo regolamento approvato nella seduta del 28/2/18524. Ricordo brevemente le norme principali, contenute in 5 capitoli: Era proibito vendemmiare finchè la vendemmia generale non fosse pubblicata dal Consiglio Delegato – sotto pena di centesimi 50 per ogni Mg. di uva esportata. Penalità varie, a tutela dei pascoli, seminati ed orti, colpivano coloro che vi avessero introdotto animali. Coloro che mandavano al pascolo ragazzi di età inferiore ai dieci anni pagavano £ tre di multa. Il capo di casa poteva “ritenere una pecora, coi propri allievi sino alli mesi sei, ovvero due montoni, sotto pena di lire due per ogni capo eccedente e l’obbligo di venderlo”. Solo chi non possedeva bovini e pecore poteva tenere una capra, la quale doveva portare la musoliera fino al proprio pascolo o nei gerbidi comunali, unico sito pubblico permesso alle capre. Terminate le fienagioni, il pascolo era permesso nei prati dei particolari, dal 25 ottobre al 31 dicembre. Nei terreni comunali, il pascolo degli animali porcini era limitato al Gerbido di Uliaco. Chi incorreva in qualsiasi modo contro le prescrizioni della pubblica igiene, pagava ogni volta lire due. Non era permesso ai rivenditori, pena lire cinque, di scambiare commestibili con granaglie ai figli di famiglia o ai servi. Penalità varie tutelavano la proprietà altrui; era proibito riporre attrezzi di campagna nei fondi dei vicini; si dovevano fare le cosidette –causagne- (o cappezzagne) per evitare danni ai campi attigui; la spigolatura era permessa a raccolto terminato. Chi raccoglieva erbaggi, foglie, frutta negli altrui fondi, pagava lire due, come pure chi si recava, munito di falcetta, a raccogliere ramaglia secca nei siti boschivi del Comune o dei Privati. Chiunque poi recideva rami dalle piante incorreva nella pena di lire cinque. Chi senza possedere gelsi voleva tenere bachi da seta, doveva dichiarare come avrebbe provvisto la foglia. Due lire pagava chi aprisse, spianasse o guastasse l’altrui –sapello o siepe- per il passaggio. 4 - Archivio Municipale – Ordinati – Ad annum. 59 L’introito delle multe era devoluto per un terzo alla Congregazione di Carità, per gli altri due terzi alla Comunità che ne assegnava una parte al camparo. Sono norme comuni è vero, ma attraverso ad esse si vede quale sia stata sempre la cura delle Autorità per difendere la proprietà privata, quella proprietà che era la vita di una famiglia e che, danneggiata anche nel poco, poteva recare pregiudizi gravissimi alla economia pubblica e privata. 6 – Pozzi. Abbiamo parlato della irrigazione. Vediamo ora qualche cosa dei pozzi. Erano tre. Da tempo immemorabile l’acqua occorrente al paese era fornita esclusivamente dai pozzi, anzi, dall’unico antichissimo pozzo situato nel recetto e conosciuto tutt’ora col nome di “Pozzo Vecchio”. Solo fra il 1753 ed il 1756 si costruì quello del Gerbido. Il pozzo del Camporio fu proposto nel 1764 e attuato qualche anno dopo. Erano di proprietà della Comunità che provvedeva alla fattura dei cordoni, la canapa per i quali veniva fornita dai particolari, nella misura di una libbra per ogni abitante al di sopra di otto anni. Da un Causale del 1743, la fattura del cordone del pozzo ascendeva a soldi dieci. La manutenzione dei tre pozzi era data in appalto al miglior offerente, per anni sei. Nel 1829 fu deliberata ad Ariagno Carlo di Martino per lire quarantotto annue1. I tre pozzi erano tuttavia insufficienti al bisogno della popolazione. Spesso, specie nell’estate, le donne si accodavano in attesa del proprio turno per estrarre un mastello d’acqua indispensabile per la cucina. L’acqua non sempre era igienica per i detriti che col tempo si ammucchiavano sul fondo dei pozzi, per le corde logore dall’uso e per le impurità che i mastelli trascinavano nell’immersione. Esisteva un solo pozzo di proprietà privata. 1 - Archivio Municipale. Ordinati, ad annum. 60 Data la scarsità di acqua dei pozzi, alcune famiglie filtravano e raccoglievano l’acqua in serbatoi detti cisterne; per la pulizia casalinga e per il bestiame tutti erano costretti a servirsi dell’acqua di quelle vere fogne aperte chiamate “bose o piscine”. Erano specie di piazze concave in cui si depositava l’acqua che dopo aver lavato cortili e vie, vi defluiva dai vari rigagnoli. Trattandosi di depositi di acqua ferma e poco pulita, anche perché vi si lavava la biancheria e si abbeverava il bestiame, ben sovente, soprattutto d’estate, mandavano esalazioni e miasmi ammorbanti con i conseguenti danni igienici. Il tifo era frequente nel paese, nonostante la celebrata salubrità della sua aria e delle sue acque! Anche la mortalità del piccolo bestiame raggiungeva una percentuale altissima, mentre le carni dei vitelli abbeverati nelle piscine assumevano un aspetto tiglioso da farle deprezzare sul mercato 1. Agli occhi degli estranei il paese si presentava misero ed arretrato, particolarmente d’estate quando le acque delle piscine assumevano tutte le gradazioni dell’iride, ricoprendosi di variopinte muffe. Ogni anno la Comunità dava in affitto “la fanga” delle piscine. Dal Causato del 1743 risultano esatte:2 Per fitto dell’acqua pluviale del luogo soldi 26:15. Per fitto della fanga della piscina Nuova soldi 0/16. Per fitto della fanga della piscina del Borgatto soldi 3:10. Per fitto della fanga della piscina della Piazza soldi 2/10. Per fitto della fanga della piscina Gerbido soldi 6. Nel 1897 la piscina del Borgatto non esisteva più. Ci volle del bello e del buono prima che si addivenisse ad un impianto di acqua potabile. Il progetto della ditta Ansaldo fu approvato con delibera del 7/8/1897; si trattava di una pompa azionata da energia elettrica che fece la sua comparsa nel 1902, dopo anni di trattative e di lavoro, insieme con l’illuminazione del paese e dei privati3. Ben presto però la ditta divelse e asportò tutti i suoi macchinari, anche perché l’Amministrazione non era puntuale nei pagamenti. 1 - Archivio Municipale, Relazione del medico veterinario in data 18 agosto 1842. - Archivio Municipale. Causati – Ad annum. 3 - Archivio Municipale. Causati. Ad annum. 2 61 Villareggia si meritò allora la taccia di paese retrogrado, sistematicamente contrario ad ogni comodità e progresso, refrattario ad ogni miglioramento civile. Finalmente, il 12/2/1920, fu approvato il progetto di impianto di acqua potabile presentato dall’Ing. Ernesto Vaccarino e nel 1921 fu stipulato un nuovo contratto con l’Alta Italia, per cui riavemmo l’illuminazione elettrica1. L’acqua dei nostri pozzi, famosa per la sua freschezza, esaminata dai chimici, diede risultati negativi in tutto, appena le si notò una leggerissima durezza. E’ scomparso anche il timore che la sorgente non sia sufficiente ai bisogni del nostro paese poiché si trovò che la falda acquea è in diretta comunicazione con la Dora Baltea. Infatti, anche negli anni di maggior siccità l’acqua non venne mai meno. All’inaugurazione dell’acqua potabile, avvenuta nell’anno 1924 seguì quella di un moderno lavatoio che sorge all’ingresso del paese in via Rondissone. La Piscina Nuova e quella del Gerbido furono sistemate a piazze ombreggiate da tigli ed ippocastani, la prima nel 1948, la seconda nel 1933. La piscina della Piazza è l’attuale cortile della scuola. 7 – Mulini – Torchio – Forno. Era uso comune nella vita dei liberi Comuni che tutte le opere di pubblica necessità appartenessero alla Comunità. Così a Villareggia: abbiamo già veduto come alla Comunità appartenevano i pozzi. Vediamo ora brevemente i mulini, il forno, il torchio, il macello. a) Mulini. 1 - Archivio Municipale. Causati. Ad annum. 62 Dagli Ordinati del 1600 la Comunità risulta proprietaria di tre mulini: quello di Pigna, di Uliaco, e quello di Moncrivello, così denominato benchè situato nel territorio di Villareggia. Sottostavano ad un vero e proprio regolamento: I mugnai potevano percepire come mercede il trentaduesimo dell’emina; non potevano pagarsi di propria mano, né comperare granaglie; neppure potevano tenere piccioni od altri volatili nei mulini, “attesochè notrisconsi a spese altrui”; né vender pane, né essere in società coi panettieri. Le mole dovevano essere martellate in guisa che il mulino non girasse “affocato” scaldando la farina a pregiudizio dei particolari, ed a ogni martellatura, dovevano i mugnai mettervi sopra due emine del proprio, e non crusca o reprimo (crusca più trita che risulta da una seconda stacciatura, cioè il nostro cruschello). Stralciamo da un Ordinato del 1600 i più interessanti capitoli di appalto del mulino di Pigna1. L’incantatore del mulino sarà tenuto a nome della Comunità e dei signori Pasteris e Maffei, compatroni di esso mulino, ad osservare i patti e le convenzioni contenuti nell’infrascritto regolamento: 1° - Il contratto d’affitto dura tre anni. 2° - Se durante tale affittamento la “bealera” rimarrà chiusa, non si potrà domandare alcun restauro, salvo il caso in cui rimanesse chiusa per più di quattordici giorni. 3° - L’incantatore sarà tenuto a pagare ciò che deve annualmente a S.A nelle mani del chiavaro di Santhià. 4° - L’affitto deve essere pagato ai compatroni in molitura bianca, in ragione di trentatre staia per ciascuna ruota e venti scudi da fiorini nove l’uno per la pista. 5° - L’incantatore sarà tenuto a moliturare senza pagamento ai compatroni. Nell’Archivio generale del Regno trovasi l’atto autentico col quale la Comunità di Villareggia vendeva nel 1538 a favore di Antonio Maffeis il mulino e pertinenze sui fini detti ai “Molini di Uliaco”. I tre mulini, di Pigna, di Uliaco, e di Moncrivello, restarono in efficienza finchè le Finanze non ne costruirono uno proprio. L’ordinamento Comunale del 6/3/18462 presenta infatti un ricorso all’Intendente Generale del Regno in cui si lamenta come il mulino di recente costruito dalla Regia Finanza pretenda il mezzo coppo, ossia il sedicesimo dell’emina invece del trentaduesimo che da tempo immemorabile si esigeva dai tre mulini preesistenti e caduti in disuso per la costruzione del predetto. b) Forno. 1 2 - Archivio Municipale. Ordinati. Ad annum. - Archivio Municipale, Ordinati, Ad annum. 63 La locazione del forno avveniva per appalto e durava anni tre. La tavola per il trasporto del pane doveva misurare once otto per un trabucco e portava pani 120; il vallo si considerava come una mezza tavola e poteva contenere 60 pani, colla tolleranza di sei nella prima e di tre nella seconda. Per ogni tavola il fornaio riscuoteva tre fascine e quattro pani, la metà per il vallo. L’affittavolo doveva tenere il forno aperto al pubblico ogni domenica, dal primo giorno di Pasqua fino all’ottava di San Martino inclusa. Doveva cuocere, se necessario fino alla mezzanotte, massime alla sera del sabato. Il forno, nel 1821, fu deliberato a Graglia Giovanni per lire 180 annue. c) Torchio. Anche l’esercizio del torchio da vino e da olio veniva dato ad impresa per mezzo di pubblici incanti con una locazione di anni tre. Nel 1832 fu deliberato a Pissardo Martino per lire 85 annue. 64 CAPITOLO III LA RELIGIONE E LE SUE ISTITUZIONI. 1 – Credenze e superstizioni. 2 – Feste religiose. 3 – Chiesa e Comunità. 4 – Antiche Parrocchie – La Parrocchia attuale. 5 – Le Confraternite. 6 – La Compagnia di Santo Spirito. 7 – Le campane. 8 – Il Cimitero. 1 – Credenze e Superstizioni. 65 Incominciamo con una parte negativa: le superstizioni. Sono frutto dell’ignoranza. E nel passato l’ignoranza fu molta e grande. Molte e tenaci furono quindi anche le superstizioni in cui, anzi, direi quasi il popolo visse. Noi oggi ridiamo di certe cose, non così ieri i nostri antenati. Non è che a Villareggia fossero radicate delle superstizioni e delle credenze particolari. Erano quelle di tutto il popolino di quei tempi. I nostri nonni narravano infatti con convinzione di streghe che danzavano sui noci divertendosi a rendere paurosi i viaggi notturni, pronte a vendicare un sopruso coi loro strani malefici e a colpire coloro che osavano farsene beffe. Oggi chiunque si fida delle imprese iniziate il venerdì; nessuno più guarda con orrore il numero tredici, sono rari quelli convinti della necessità di lavarsi gli occhi al Gloria del Sabato Santo per preservarli da ogni malattia…. Quando il tempo è minaccioso, le campane suonano ancora a stormo, ma il Parroco non è più sulla porta della Chiesa, benedicente e implorante come esigevano i nostri antenati….. E’ rimasta invece la curiosa e simpatica cerimonia della benedizione dei bambini alla festa di S. Giovanni. Si preparano molte piccole croci ricavate dal Cero Pasquale e alla sera della festa di S. Giovanni Battista, dopo la funzione dei Vespri, si fa la benedizione dei fanciulli, attaccando alla fronte di ognuno una di quelle croci, mentre si taglia una ciocca di capelli. Per la circostanza i bambini vengono vestiti a nuovo dalla Madrina. Un tempo la “vestina d’Sant Gioan”veniva conservata a lungo. La tradizione vuole che verso la metà del secolo XVIII imperversasse nei nostri paesi un’epidemia detta “al mal d’Sant Gioan”. I colpiti erano di preferenza i bambini che quell’anno non erano stati affidati alla protezione di S. Giovanni con tale benedizione. Era quindi invalsa la persuasione che quella croce di cera fosse un talismano certissimo contro ogni malanno. Un tempo chi non credeva nell’efficacia di questa benedizione, era stimato poco meno che persona infernale, da cui bisognava guardarsi come da un pericolosissimo nemico. Così si credeva universalmente che la benedizione della gola nel giorno di S. Biagio (3 febbraio) fosse il mezzo per non soffrire mai di disturbi alla gola e ai bronchi. Così il non ricevere le Sacre Ceneri avrebbe portato malattie di testa e pazzia. Spiriti più emancipati, oggi noi ridiamo forse di queste cose, ma per i nostri vecchi avevano valore di dogmi incontrastati ed incontrastabili. 2 – Feste Religiose. 66 Le feste più solenni erano quelle di Santa Margherita, della Natività e di San Martino. Ad esse partecipava solennemente la Comunità, intervenendo col Cero. Festa Patronale, antichissimamente, fu soltanto quella di San Martino, fino a quando cioè la Chiesa Parrocchiale fu quella di Uliaco. Ma quando Uliaco fu distrutto e fu eretta a Chiesa Parrocchiale quella di Santa Margherita in Villareggia, alla primitiva festa patronale si aggiunse una seconda, quella di Santa Margherita, celebrata però meno solennemente e con minori apparati. Più tardi, quando Torino fu liberata dai Francesi, mentre, a ricordo della vittoria, sul colle di Superga sorgeva la Basilica dedicata a Maria Vergine Nascente, a Villareggia fu istituita la festa della Natività, chiamata pure “festa del Re”. Era festa religiosa, ma anche con una tonalità civile. Vi partecipavano in corpo tutte le Autorità della Comunità, le quali, sempre a nome del popolo, ogni anno facevano un’offerta alla Chiesa. Nei Causati1dell’anno 1709 e poi per diversi anni troviamo stanziata la somma di lire cinque e soldi otto per “oblazione alla Chiesa della Parrocchia nella occasione della festività della Natività di Santa Maria, secondo gli Ordinati delli anni precedenti”. Tra le carte dell’Archivio di Stato in Torino, dove furono portate le carte della già provincia di Ivrea, a firma del “Cavaliere Maurizio Versais di Costigliole, cavaliere della Sacra Religione dei SS. Maurizio e Lazzaro, maggiore e generale di S.M. e Governatore della città e provincia di Ivrea”, troviamo una lettera indirizzata ai “signori Sindaco, Consiglieri, e Segretaro di Villa Regia”, nella quale, a nome di S. Maestà concede una “graziosissima oblazione della magnanimità e generosità di S.M., di lire cento, acciochè codesta Comunità, più solenne in questo corrente anno possa celebrare la festa del Re, con dispensazione di una misura di frumento e mezza misura di sale alli poveri della sopradetta Comunità, ben manifestando S.M. il proprio gradimento per la detta celebrazione civile et Sacra, commemorante la gloriosissima vittoria sui francesi e la attesissima liberazione di Torino dalla nemica occupazione…”. Tale lettera porta la data del 30 agosto 17762. A questa lettera è unita quella a risposta nella quale, con parole altisonanti, la Municipalità di Villareggia risponde, ringraziando a nome “delli molti poveri soccorsi dalla benignità Vostra e di S. Maestà, alla quale pregano lunga e prospera e felicissima vita3”. Credo che Villareggia sia stato l’unico paese del Piemonte che abbia voluto commemorare la vittoria sulle truppe francesi con una festività civile e religiosa di pubblica ragione, alla quale partecipavano in corpo le Autorità Reggenti la Comunità. Patriottismo? Attaccamento al Sovrano? Forse l’uno e l’altro insieme, e forse nulla di tutto questo. Restava però una bella e simpatica istituzione anche perché dava occasione di soccorrere qualche miseria più grave nel popolo. 3 – Chiese e Comunità. 1 - Archivio Municipale, Causati, Ad annum. - Archivio di Stato di Torino, Elargizioni gratuite: mazzo “Ivrea”. 3 - Non ho trovato cenno di questo fra le carte del Municipio di Villareggia. Parecchio è andato perduto. 2 67 Anticamente, e questo non solo in Villareggia, la Chiesa era la vera casa della Comunità. In essa, al suono della campana maggiore, si adunavano i capi di famiglia ed i delegati del popolo per discutere e deliberare quanto riguardava la vita pubblica. La venerazione del luogo santo imponeva loro un senso di severa responsabilità, mentre il popolo sentiva spontaneo e doveroso il rispetto delle leggi. Contratti, inizi e continuazione di liti, tutto era ponderato e discusso, al cospetto di Dio e degli uomini. La Chiesa che accoglieva queste adunanze pubbliche era la “Chiesa Maggiore”, quella che modernamente è chiamata parrocchiale, quasi che solo essa potesse raccogliere il cuore di tutto il popolo. Le altre Chiese sussidiarie erano destinate solo alle Pie Associazioni le quali svolgevano qui anche i loro traffici dopo aver celebrato le lodi di Dio1. Col volgere dei tempi apparve la necessità del palazzo comunale, che fu acquistato dalla comunità Villareggese nella seconda metà del seicento. Ma la casa Comunale fu sempre considerata come una dipendenza e quasi un’estensione della Chiesa che rimase la vera anima della Comunità. La manutenzione, la conservazione e l’abbellimento di essa fu sempre la sua più gelosa cura e l’ambizione più sentita. Gli Ordinati ci presentano al vivo i rapporti allora intercorrenti tra comunità e chiesa. Quando nel 1685, il 16 di maggio, Mons. Truchi obbligò la Comunità del luogo a far costruire una chiesa per la Confraternita di Santa Marta, essa prospettò senz’altro la possibilità di erigere una nuova Chiesa Parrocchiale “più cospicua, più ampia, meglio rispondente al sentimento religioso della popolazione, destinando la vecchia Parrocchiale di Santa Margherita alla Confraternita di Santa Marta”. Il progetto diventò presto realtà, perché allo sforzo e all’appello dei suoi delegati, il popolo rispose unanime e generoso. Così la nuova chiesa, nonostante la miseria e la tristezza di quei tempi, sorse grandiosa ed imponente. 1 - Per quanto riguarda Villareggia non ho trovato documentazione che possa appoggiare questa asserzione, che tuttavia viene suffragata dalla storia di altre città, come per esempio a Genova dove nella Chiesa di S. Matteo e di S. Luca si svolgeva la vita pubblica della vecchia e della recente nobiltà genovese. 68 Coll’andar del tempo, anziché straniarsi, la Comunità sentirà il dovere di partecipare “ufficialmente” alla vita religiosa. Nella navata di mezzo della chiesa il primo dei dieci banchi era riservato ai magistrati della comunità che “ufficialmente” intervenivano alle sacre funzioni parrocchiali. L’amministrazione comunale partecipava alle processioni del “Corpus Domini”, di San Martino, di Santa Margherita, della “Vergine del Rosario” e della Natività portando il cero, “per mantenere nei rappresentanti del governo e del comune quel decoro analogo all’impiego di cui vengono onorati e al tempo stesso contribuire al maggior lustro delle religiose funzioni1”. Pure, secondo antiche memorie, versava al Parroco lire 22 annue per la benedizione festiva ed altre lire 22 perché provvedesse il cero Pasquale e le candele delle “tre Marie”. In tempi più remoti, invece dell’offerta, il sabato Santo la Comunità provvedeva direttamente il Cero Pasquale di libbre sette ed il Sindaco “pro tempore” lo portava alla Casa Parrocchiale. Col cero portava anche tre candele di mezza libbra cadauna ed una libbra di incenso. Anche l’acqua da benedirsi al fonte il sabato Santo era a cura della comunità. L’olio della lampada era a cura della comunità, della Chiesa e del Parroco per un terzo ciascuno. Tanto la piccola campana che la manutenzione della corda erano di spettanza della Comunità2. Quando si trattò di ampliare la chiesa troppo angusta per la popolazione ognor crescente, il Comune, con Ordinato del 3 luglio 1874, applaude all’iniziativa e, nell’impossibilità di adeguatamente collaborare date le enormi passività, offre i materiali di un forno minacciante, calcolati da £ 50 a £ 55. I documenti dell’Archivio Parrocchiale e gli Ordinati Comunali rispecchiano fedelmente l’alto tono religioso dei nostri avi. Allo scoppiare di una guerra, Comune e popolo erano attorno all’Altare a pregare e a supplicare; in Chiesa si ringraziava alla notizia di una vittoria. Ufficialmente la comunità faceva voti per il popolo, per ottenere la liberazione da una pestilenza, da un morbo…. dalla siccità che minacciava ogni raccolto. La comunità indiceva processioni penitenziali quando un pericolo qualsiasi incombeva. 1 2 - Archivio Municipale, Ordinati 1687. - Archivio Municipale, Causati, Passim. 69 4 – Antiche Parrocchie. Esistevano anticamente, nell’attuale territorio di Villareggia, tre Parrocchie: quella di San Martino a Uliacco, di San Michele a Moriondo, e di Santa Margherita a Villareggia. La chiesetta di S. Martino, unico resto dell’antico villaggio e parrocchia di Uliacco, si erge solitaria e imponente nella sua vetustà, quasi alla sommità del colle, a nord di Villareggia. Confusi fra i rovi che sembrano favorire la leggerezza con cui gli uomini seppelliscono anche le memorie più care, trovansi i ruderi di due camerette che erano addossate alla parete sud della chiesetta, un tempo abitazione di un vecchio romito morto al cominciare del 1833. Uliacco fu una delle più antiche parrocchie della Diocesi. Il Canonico Saroglia infatti la annovera fra quelle esistenti prima del secolo XI. Il titolo di Pievano o capo della plebe era proprio soltanto di chi era investito della “Pieve” o chiesa matrice, dalla quale si staccarono in seguito nuove parrocchie. Il titolo di Pievano anticamente era proprio soltanto dei Parroci di Baldissero, Settimo Vittone, Pont, Rivarolo, Ozegna, Rondissone, Candia, Uliaco, Vico e Vische. In un libro conservato nell’Archivio Vescovile di Ivrea sono elencate, nel 1368, durante il vescovado di Pietro De La Chambre, le 14 Pievanie in cui era ripartita la Diocesi, colle Chiese da loro dipendenti. Uliacco figura al secondo posto, con tredici chiese dopo Rivarolo che ne contava quindici. Della parrocchia di Uliacco fu parroco nel 1332 Giovanni De Puteo il quale succede ad un Filippino, Pietro di Albiano, quindi un Ugo di Miralda; nel 1419 un Guglielmo Guaschis. Sono i nomi che si sono potuti ricavare dalle vecchie carte. Con la distruzione di Uliacco anche la parrocchia cessò: fu portata, o meglio unita a quella di Villareggia, dove si era rifugiato anche il popolo superstite. Della parrocchia di S. Michele a Moriondo si trovano frequenti cenni nelle relazioni delle visite Pastorali, sui registri dell’Archivio Parrocchiale di Villareggia, dove fu raccolto quanto si potè salvare quando Moriondo fu distrutto alla fine del secolo XIV. Per quanto invece riguarda Villareggia dobbiamo dire che la prima chiesa parrocchiale fu quella di Santa Margherita, come risulta dai vecchi registri. Non si sa quando venne costruita. Non si conoscono parroci prima di un Guglielmo Guasco di Agliè, che nel 1418 rassegnò in favore di Ubertino da Capleta da Quincinetto. Probabilmente la parrocchia di Santa Margherita acquistò importanza colla distruzione di Uliacco avvenuta verso la fine del secolo XIV. Fu allora che si incominciò a venerare San Martino, che diventò il Patrono di Villareggia appena si costruì la nuova chiesa. 70 Le scritture di più antica data risalgono al 1582, sebbene da istrumenti di privati, notando le coerenze, risulti esistere da tempi più remoti. Con l’erezione dell’attuale chiesa parrocchiale, più comoda ed ampia, la prima, siccome passò alla Confraternita di Santa Marta, ne prese il nome che conserva tuttora. E’ attigua alla chiesa parrocchiale, a nord-est del paese; la facciata rivolta ad ovest mette su un piccolo piazzale. E’ una chiesetta a croce di antica costruzione, decorata a spese della Confraternita. Dirimpetto alla porta di entrata c’è un ricchissimo altare di marmo. Pure di marmo e assai pregiata è la balaustra. Una ventina d’anni fa c’erano ancora, per quanto corrosi dal tempo, diversi quadri su legno, di qualche valore artistico, migliori fra tutti quelli raffiguranti il martirio di Santa Margherita e l’istituzione del S. Rosario. La prima pietra della nuova chiesa parrocchiale o di San Martino fu benedetta il 26 luglio 1692, da Don Giovanni Pietro Arduino, parroco di Borgo Masino, e Vicario Foraneo, delegato del Vescovo Alessandro Truchi, e fu terminata nel 1732, essendo parroco Don Giovanni Pietro Malvasio da Pavone. La prima Messa fu celebrata la notte di Natale di quell’anno, fu benedetta la vigilia di Natale. Si somministrò il primo battesimo il giorno dell’Epifania del 17331. Fu decorata nel 1740 per lire ottantadue di Piemonte da un certo Giacomo Basso della Pieve di Porlezzo, stato di Milano, come risulta da ricevuta di lire 82 di Piemonte “per compiuta soddisfazione” del 5 settembre dello stesso anno2. La facciata fu restaurata nel 1853 con l’apposizione delle quattro belle statue in pietra che tuttora ammiriamo nelle loro nicchie e che rappresentano la Vergine del Rosario, San Martino, San Francesco e Santa Marta. A questo scopo, il chirurgo Secondo Canaveri, con testamento del 5 settembre 1834, rogito Bertoldo, aveva lasciato lire duemila. Con lo stesso atto devolveva alla Parrocchia un campo in regione del Lupo, della superficie di due giornate3. Il 26 ottobre 1874 il Pievano Don Tonso, Delegato da Mons. Luigi Moreno, benediceva la nuova costruzione in ampliamento alla chiesa, che fu nuovamente decorata nel 1904 per opera del pittore Pietro Silvestri di Montanaro. L’altare maggiore, in arte e in ricchezza di marmi può gareggiare con i migliori del Canavese. Nell’Archivio Parrocchiale si conserva l’originale del contratto di costruzione insieme con quello della balaustra. E’ del 26 maggio 1760, firmato dal sig. Francesco Maria Buzzi di Viggiù, dal Pievano Don Antonio Perino, da due testimoni: Pietro Tarabuso e Domenico Belletti e da Michelangelo Viola, segretario richiesto e teste. 1 - Archivio Parrocchiale, Registro atti battesimali. - Archivio Parrocchiale, Carte varie. 3 - Archivio Parrocchiale, Registro lasciti e legati. 2 71 Dall’atto risulta che l’altare e la balaustra furono pagati lire tremilanovecento reali di Piemonte da soldi 20 caduna senza contare i materiali murari, gli accessori e la manodopera dei muratori, che restavano a carico dei committenti. Il tutto sarebbe stato consegnato a Vercelli entro la metà quaresima dell’anno successivo 1761. Il disegno, presentato dal sig. Juto Atrono non è stato rintracciato. In compenso c’è la minuta di tutti i marmi impiegati. Per quanto solido e ben costruito, il tempo non trascorse senza infliggergli dei danni; così nel 1944 gli furono tolti gli stucchi e sostituiti coi marmi richiesti dalla sua finezza e grandiosità. 5 – Le Confraternite. Le Confraternite sono istituzioni di laici riconosciute, legalizzate e regolamentate dalla Chiesa stessa. Sorsero intorno al Mille e si propagarono rapidamente; verso il 1400 si diffusero nel Canavese e divennero così popolari e necessarie da non sapersi più concepire una Parrocchia appena di mediocre importanza senza la sua Confraternita. In Villareggia esisteva la Confraternita di Santa Marta il cui fine principale era la mutua edificazione, o, per dirla con espressione profana, il mutuo soccorso spirituale in vita, in morte e dopo morte. Era una vera fraternità spirituale che accompagnava il confratello nella sua vita, lo assisteva in morte, lo portava morto alla Chiesa, lo seguiva dopo morto, colla preghiera di suffragio continua, insistente, e perseverante. Un tempo si praticava la disciplina o flagellazione volontaria per cui i Confratelli si chiamavano “battuti”. Diminuendo, coll’andare del tempo, il fervore e la devozione dei fedeli, propensi più a nutrire la carne che ad affliggerla, furono imposte più miti penitenze ed obblighi meno gravosi. Ogni domenica gli iscritti dovevano recitare l’Ufficio della Beata Vergine sul fare dell’alba. Il Priore doveva tener conto degli assenti ed ammonirli fraternamente. Dopo la terza assenza ingiustificata si sottoponeva il Confratello ad una penitenza, come quella di recitare cinque Pater ed Ave ed una terza parte di Rosario in ginocchio, in mezzo all’Oratorio, o innanzi all’altare a beneplacido del Priore. 72 Mancando poi all’Ufficio la quarta e quinta volta, s’imponeva l’obbligo di qualche elemosina, come quella di provvedere una libbra di cera o mezza libbra a seconda della condizione del contraffacente alla regola. Qualora il colpevole rifiutasse di sottoporsi alla penitenza prescritta, era immediatamente cacciato dalla Confraternita ed il suo nome veniva annullato dalla tavoletta in cui erano segnati i nomi degli altri Confratelli. Nei primi tempi gli iscritti alla Confraternita partecipavano in massa all’Ufficio; poi, spento il primitivo fervore, se ne ebbe a lamentare la scarsa partecipazione. Un altro articolo degli Statuti della Congregazione presenta il caso di eventuali liti tra gli iscritti alla Compagnia. Per esso nessun confratello poteva muovere lite ad un altro della stessa Compagnia, senza informarne il Priore, il quale, nella maggior parte dei casi, con l’intervento di due Consiglieri eletti dai contendenti riusciva a placare gli animi. In caso contrario i due confratelli erano cacciati dalla Compagnia. Sempre in omaggio alla carità che dovevano amare e praticare i confratelli, venivano eletti fra essi due o più infermieri il cui ufficio era quello di visitare gli infermi della Compagnia recando loro, coll’aiuto materiale, parole di consolazione. Tutti dovevano partecipare alle sepolture dei defunti iscritti alla Compagnia che sovente venivano portati a spalla dai confratelli. Gli eredi del defunto devolvevano un’offerta di soldi trenta alla Compagnia. Quando poi il defunto non apparteneva alla Congregazione, questa riceveva un’offerta maggiore di tre libelle. La Compagnia con questa offerta provvedeva alla cera necessaria al funerale. Altro scopo della Confraternita era la cooperazione alla vita parrocchiale, specialmente la partecipazione e servizio alle funzioni parrocchiali. Era questa la finalità più appariscente, conciliabile con una fede meno profonda; quindi durò più a lungo e fu più generale: non c’era funzione pubblica di qualche importanza a cui la Confraternita non partecipasse ufficialmente in divisa. Alle Quarant’ore faceva per turno l’adorazione ininterrotta; alle Rogazioni cantava alternativamente le Litanie; nelle solennità maggiori cantava nella chiesa parrocchiale l’Ufficio del giorno. Erano i Confratelli che vigilavano al buon ordine nelle processioni parrocchiali. La Confraternita contribuiva pure con le sue disponibilità al decoro della Chiesa Parrocchiale. In tutti i frequenti lavori per l’ampliazione e l’abbellimento della Chiesa Parrocchiale, la Confraternita fu presente, attiva e generosa. 73 Nei casi di maggior necessità private e pubbliche mise pure a disposizione i suoi fondi. I suoi mezzi finanziari provenivano dalle offerte generose del popolo e da qualche piccola proprietà legata dai benefattori. La Confraternita fu proprietaria di giornate cinque di terreno che nel 1795 furono vendute per ordine del governo che le rilasciò dei buoni ad interesse del Monte Pio di San Giovanni Battista in Torino, cedole che andarono smarrite. 6 – Compagnia di Santo Spirito. Per la beneficenza esisteva la Confraria di S. Spirito come risulta dal catasto del 1690, con patrimonio proprio, non ricco ma completato dalle elemosine dei privati. Esiste nell’Archivio Parrocchiale un memoriale delle spese sostenute e degli incassi della Confraria per sostenere gli infermi ed i poveri, che data dal 1698. Il 9/2/1707, Domenico, figlio del fu Giovanni Vercellino Graglia, lasciò i suoi averi alla Confraria di S. Spirito. Ogni settimana si facevano collette il cui provento si distribuiva ai poveri. Nel giorno della Pentecoste vi era un banchetto per i poveri al quale partecipavano anche le Autorità. Collo scadere del fervore religioso lo spirito di carità andò scemando ed i poveri rimasero a carico delle amministrazioni pubbliche. Sorse quindi la necessità di creare un’istituzione apposita, a cui provvide Vittorio Amedeo II con editto 19/5/1717, erigendo la congregazione di carità alla quale passarono i beni della Confraria di Santo Spirito. Il nome della Congregazione di Carità di Villareggia è legato al suo primo benefattore, il Pievano Don Antonio Perino, morto il 29 luglio 1777. Il nipote di lui, Don Andrea Perino di Mazzè, lasciò pure alla Congregazione una pezza di bosco nella regione Giarcanino. Aveva la sua farmacia che fu chiusa solo nel 1912. 74 7 – Le campane. Anch’esse hanno la loro storia….. Erano tre. Ma la maggiore, nella notte di Natale del 1738 si ruppe casualmente e la Comunità, senza fondi, dovette ricorrere alla Compagnia del “Corpus Domini” e del SS. Rosario per un prestito di lire trecento per farla rifondere1. Nel 1794 ne fu offerta una alla Patria. Ne rimasero due: la maggiore di rubbi 36 e l’altra di 20. Il 18 febbraio 1843 la Comunità deliberò l’acquisto di una terza campana, più voluminosa, di rubbi 60 a lire trentuno per ogni rubbo, spendendo circa lire duemila. L’Ordinato riporta a proposito un vero e proprio regolamento2. 1° ) – La campana servirà alla Chiesa e alla Comunità; non suonerà in occasione di temporali e sarà permessa nelle sepolture di primo grado, pagando lire tre al Priore del S. Rosario che si deputa per l’esazione di tale diritto per conto della Comunità e della Chiesa. 2° ) – Le tre campane suoneranno in occasione di sepolture di prima classe in cui si somministri la cera al Clero e alle Compagnie e siavi Messa solenne. In tal caso il diritto di suono è di lire cinque. 3° ) – Non suonerà nelle processioni al Cimitero, se non nelle funzioni della Commemorazione di tutti i Morti. 4° ) – Il campanaro, già dai particolari sufficientemente retribuito per il suono di due campane, non avrà nuovo compenso in occasione di sepolture, se non nel caso del suono di tutte tre le campane. In questo caso avrà diritto ad una lira in più. 5° ) – La campana suonerà ancora per gli anniversari funebri solenni, nel qual caso il campanaro percepirà settantacinque centesimi invece di centesimi cinquanta, e sarà obbligato a suonarle in segno la sera precedente ed il segno della Messa e delle Esequie il mattino dopo. 6° ) – Suonerà ancora per la celebrazione dei matrimoni dietro retribuzione di lire tre. Questa campana fu benedetta da Mons. Moreno, il 19 aprile 1850. Attualmente le campane sono due: una di 60 cm. di diametro, dedicata alla S. Vergine Maria; l’altra a S. Martino. Le campane oltre a dare i segni dell’Ave Maria, delle varie funzioni, un tempo suonavano ogni venerdi in memoria della Passione del Redentore e nelle “agonie” invitavano i Confratelli che si radunavano in Santa Marta per le preghiere dei moribondi. Suonavano pure, come ancora oggi, in occasione di temporali minacciosi. Altre piccole campane vi sono a San Sebastiano e a San Bernardo, usate solo in occasione di feste locali. 1 2 - Archivio Parrocchiale, Carte varie. - Archivio Municipale, Ordinati, ad annum. 75 8 – Il Cimitero. Il piazzale dell’antica chiesa di S. Martino al colle fu il primo cimitero; anche a levante e a mezzogiorno della vecchia parrocchiale di Santa Margherita (ora Santa Marta) furono tumulati i nostri avi, secondo le antiche consuetudini di fede che volevano i morti protetti e benedetti dall’ombra del Santuario. Pure nelle Chiese si aprivano tombe, soprattutto per il Clero e i Nobili; nella nostra Chiesa però non ve ne sono ricordi. La tomba del Clero pare fosse davanti alla porta maggiore, sotto il pronao della chiesa, come risultò da recenti scavi. Ivi, a destra fu seppellito il Pievano Don Antonio Perino, morto il 29 luglio 1777. Fin dal 1778 la Comunità, d’accordo col sig. Pievano Don Belletti, ottenne con decreto del 25 maggio, firmato “Giuseppe Ottavio Vescovo” e con altro decreto del 23 dello stesso mese, segnato “Rubatti Intendente”, di far costruire un nuovo cimitero, in beni parrocchiali, regione Uliacco, distante dall’ultima casa trabucchi quaranta. Fu costruito infatti, ma cinto prima da uno steccato in legno che ben presto consumò, poi da una siepe in spine insufficiente a difenderlo, tanto che si dovette desistere dal tumularvi i morti. Solo dal 1830 al 1831 fu costruito convenientemente il nuovo cimitero che ben presto però risultò insufficiente. Fu ampliato nel 1852; nel contempo si costruì la Cappella dedicata alla Madonna Addolorata, benedetta il 19 settembre dal Pievano Don Berrola che fu sepolto nella Cappella stessa; una lapide marmorea ne perpetua la memoria. Questi lavori furono costruiti dal capomastro Scotti Giuseppe. Il cimitero ha la superficie di metri quadrati 1575, capace di n. 332 tombe grandi e n. 46 tombe comuni piccole. Nel mezzo si innalza, proprio sulla tomba del Pievano, morto nel 1921, una monumentale croce di cemento che coi bracci tesi sembra voler accogliere alla sua ombra salvatrice tutti i suoi figli. 76 CAPITOLO IV DISTRIBUZIONE DEI BENI IN VILLAREGGIA 1 – I beni Parrocchiali. 2 – I beni di altre Chiese e Opere Pie. 3 – I beni privati. 4 – I beni della Comunità. 77 Quando si parla di beni di Villareggia ceduti ed amministrati o ad un determinato signore, oppure dall’Abazia di Sant’Andrea, oppure di beni della “Comunità” occorre precisare qualche nozione. Fino a quando Villareggia fu un bene personale dei Conti di Biandrate, per citare signori di cui abbiamo memoria certa nella storia, s’intende che la totalità dei terreni apparteneva ai signori oppure ai monaci dell’Abazia di Sant’Andrea. Abbiamo già accennato che i Biandrate amministravano quei loro beni per mezzo di un loro incaricato particolare, un “clavarius”, il quale a nessun altro doveva rendere ragione se non all’immediato superiore, il signore. Disponeva della cultura dei terreni, dei raccolti, della parte dei frutti che rimaneva ai “servi della gleba”, i “villici”, che con il loro lavoro fecondavano i campi. L’amministrazione abaziale fu identica a quella signorile. Il “priore” o “abate” della Chiesa, il quale rappresentava giuridicamente il padrone a nome della comunità, amministrava i beni per mezzo di un fattore, al quale erano riservate le stesse funzioni del “clavarius”. Nel tempo in cui Villareggia fu un possesso dell’Abazia di Sant’Andrea di Vercelli, il territorio costituiva ancora un corpo unico senza alcuno smembramento giurisdizionale. Come già abbiamo accennato, fu sotto il dominio dell’Abazia di Sant’Andrea che Villareggia si costituì in libero comune, certo anteriormente al 1325, perché in tale data vi fu una vertenza tra i signori di Vische e la “Comunità di Villareggia”. Non possiamo dire come fosse divisa la proprietà terriera durante i primi tempi del libero comune. Solo più tardi, quando Villareggia passò sotto la diretta amministrazione dei Conti di Savoia, incominciarono le donazioni e le infeudazioni. Mancano gli atti ufficiali; non possiamo quindi precisare né tempo né modalità di trapasso di proprietà ad enti pubblici o a privati cittadini. Tuttavia il territorio di Villareggia assunse gradatamente quell’aspetto che avevano assunto i territori di molti, per non dire di tutti i liberi comuni. Una parte passò alle Chiese e alle Opere Pie; una parte passò ai privati, una parte alla Comunità. La quota che passò alle Chiese, Parrocchie ed Oratori costituì il beneficio parrocchiale o il beneficio di un determinato Oratorio; fu amministrata direttamente dal Parroco, assistito dalla “fabbriceria”, oppure dalla Confraternita che aveva la propria sede sociale nell’Oratorio. Questi beni furono esenti da qualunque tributo al signore laico che ne aveva fatto donazione alla “Fabbrica” o al “Beneficio” ecclesiastico. Per quanto riguarda l’esenzione da qualunque tributo, è da farsi la stessa osservazione circa i beni posseduti dalle Opere Pie. 78 1 – Beni Parrocchiali. Una nota del 1813 elencava come beni della parrocchia di Villareggia, sotto il titolo di San Martino, un complesso di tavole 8888.10.9, pari a giornate 83.15.6, il cui estimo ammontava a lire 140.19.8.17.35. Tre quarti della sua superficie era coltivata a campo: il resto era costituito da boschi, da vigneti, da prati e da orti. Tali beni erano affittati a privati per un canone annuo da corrispondersi parte in danaro e parte in prodotti naturali. 2 – Beni di altre Chiese e di Opere Pie. Il Beneficio dei Santi Eusebio e Gottardo di Gattinara possedeva nel territorio di Villareggia: Campi per giornate Prati per giornate per un totale di giornate 39.32.1.8 3.83.3.11 43.35.3.7 L’estimo di questi beni ammontava a lire 38.17.1.11.20. Il Beneficio di San Giovanni di Vercelli possedeva giornate 2.96.10.0, per un estimo di lire 4.7.0.0.24. Il Beneficio di San Pietro Martire possedeva un complesso di giornate 2.63.0.0, per un estimo di lire 2.13.2.12.0. Il Beneficio di S. Carlo possedeva giornate 5.98.4.8, con un estimo di lire 6.13.9.8.36. Il Beneficio di Garzeno possedeva giornate 9.27.3.2, per un estimo di lire 10.3.1.11.35. Il Beneficio di S. Giovanni Battista possedeva giornate 23.13.4.3, con un estimo di lire 25.1.8.14.26. Il Beneficio di Santa Croce possedeva giornate 48.93.3.0, con un estimo di lire 80.17.3.17.37. I Frati Minori Osservanti Riformati di S. Francesco possedevano un bosco di tavole 40.0.0 con un estimo di lire 0.17.7.0.0. 79 La Compagnia del “Corpus Domini” possedeva due campi di complessive tavole 193. La Confraternita di Santa Marta possedeva in sette località distinte appezzamenti di campi per complessive tavole 510. La “Congregazione dei poveri” possedeva in regione Sivalli un campo di tavole 132. Dopo che Uliaco fu unito a Villareggia, alla Chiesa parrocchiale passarono i “beni ed effetti già feudali detti del feudo di Moriondo” per complessive tavole 132.17.10.4.33. Di questi beni però la Parrocchia di Villareggia pagava un canone annuo ai Canonici di S. Eusebio di Vercelli ai quali erano stati ceduti in feudo e che, naturalmente, ne conservavano la “mera possessio”. Quando poi la “mera possessio” passò dai Canonici di S. Eusebio di Vercelli ai cittadini Pasteris Giuseppe Felice di Vercelli e Giacomo Vachino di Villareggia, la Parrocchia corrispondeva a costoro il canone annuo di soldi venti. 3 – I Beni privati. Dei beni appartenuti a privati non è possibile dare un quadro esatto. Dai registri catastali si può dedurre però questo: i Baroni Spatis possedevano 5873 tavole di terreno e la cascina Risaia di 57 giornate; questi erano beni loro privati. In più avevano avuto in feudo dal Vescovo di Vercelli, a nome del Capitolo di S. Eusebio prima, e poi dai Savoia, tavole 2750 di campo e tavole 1800 di bosco. Altri beni feudali possedevano pure i signori Falletti, i signori Pasteris, il notaio Canavero, i signori Balegno, i signori Gassino, i sigg. Testore, i Valle, la famiglia di Pasteris Bernardo e la famiglia di Gianetto Cristoforo. I beni di queste famiglie compaiono prima sotto la voce di “beni feudali”, ma via via, in epoche diverse comperarono dai Savoia i beni che loro erano stati infeudati. Ma la proprietà privata non era solo di questo gruppo di persone. Altri proprietari erano riusciti a comperare direttamente dai Savoia piccoli appezzamenti di terreno che essi coltivavano direttamente per i bisogni famigliari e che costituivano, più che una magra loro ricchezza, la loro indipendenza dai gravosi vincoli della “servitù della gleba”. 80 Fra i possidenti diretti più rilevanti, come risulta da una nota del 1818, esistente nell’Archivio Comunale di Villareggia, vi erano i seguenti: Conte Avogadro, residente a Biella est. patr. lire 821.50 Balegno Matteo fu Giuseppe res. a Villareggia “ “ “ 656.60 Borgra Valentino fu Battista res. a Villareggia “ “ “ 455.26 Canaveri not. Pietro res. a Cigliano “ “ “ 760.20 Canaveri not. Gabriele res. a Villareggia “ “ “ 482.38 Conte Coardi Carpeneto res. a Torino “ “ “ 3294.78 Lomater Domenico fu Paolo res. a Villareggia “ “ “ 645.75 Marchese Dorice del Maro res. a Torino “ “ “ 1996.50 Nicolotto Antonio fu Domenico res. a Villareggia “ “ “ 483.15 Barone Pasteris Felice res. a Mazzè “ “ “ 571.15 Marchese Solaro del Borgo res. a Torino “ “ “ 184.80 Vacchino Giuseppe fu Antonio res. a Villareggia “ “ “ 208.10 Vacchino Luigi fu Giuseppe res. a Villareggia “ “ “ 178.40 Vacchino Giacomo fu Giovanni res. a Villareggia “ “ “ 397.60 Valle Martino fu Bartolomeo res. a Villareggia “ “ “ 225.70 Conte Pasteris Marcello res. a Cigliano “ “ “ 165.35 Valle Giuseppe Chirurgo res. a Villareggia “ “ “ 496.00 Borga Valentino fu Antonio res. a Villareggia “ “ “ 258.00 In capo all’elenco si legge “nota dei migliori registrandi con indicazione del rispettivo loro estimo e luogo di abitazione in numero di due terzi di più di quello stabilito per Consigli ordinari destinata per servire di base alla scelta di quegli individui che dovranno intervenire nei raddoppiati consigli allorchè qualche affare di importanza ne farà conoscere il bisogno”. L’osservazione a margine della nota lascia supporre che altri possidenti fossero tra i “migliori registrandi”, ma non compaiono nell’elenco perché “notoriamente inammissibili per ragion d’età al Consiglierato”. Nella nota non figurano né il sindaco né i consiglieri allora in carica, i quali pure erano tra i “migliori registrandi”, cioè Giuseppe Sperso, sindaco, e i consiglieri Giuseppe Leggero, Guglielmo Balegno e Biagio Savino. Concludendo quanto riguarda la proprietà privata nel territorio di Villareggia possiamo dire: le massime proprietà private sono quelle del sig. Canavero che possedeva terreni per 5913 tavole; del Barone Spatis che possedeva terreni per 5873 tavole, dell’Abate Pasteris che possedeva terreni per 2718 tavole; di un certo Rigazio che possedeva terreni per 2419 tavole. Più di trenta altre proprietà superavano la misura di mille tavole; una trentina di proprietà variavano dalle 200 alle 1000 tavole; pochi i proprietari che possedevano meno di 200 tavole di terreno. 81 4 – I beni della Comunità. Erano quelli amministrati dal comune e che, naturalmente, costituivano i beni dei Savoia, i quali percepivano un censo annuo dal Comune per cui la comunità di Villareggia si giudicava dipendente direttamente dai Duchi Sabaudi: eccone l’elenco 1 – In Rolonga – gerbido di tavole 2 – Presso Cigliano – gerbidi e campi – tav. 3 – In Pessina Nuova – gerbido – tav. 4 – In Sui – gerbido – tav. 5 – Al Boschetto – gerbido – tav. 6 – Al Gerbo Lovaro – gerbido – tav. 7 – In Bose – gerbido – tav. 8 – Ivi – gerbido – tav. 9 – In Albarea – tav. 10 – In Albarea – giaro – tav. 11 – In Albarea – prato – tav. 12 – In Bose – gerbido – tav. 13 – In Fraschea – gerbido – tav. 14 – Al gerbido – tav. 15 – Alla Braia – gerbido –tav. 16 – In Albarea – peschera – tav. 17 – Alla Pietra del Lupo – gerbido – tav. 18 – Ivi – gerbido – tav. 19 – Al Boschetto – gerbido – tav. 20 – Ivi – gerbido – tav. 21 – Al Gerbo Lovaro – tav. 22 – In Fraschea – gerbido – tav. 23 – Al Sacco – bosco e prato – tav. 24 – Letto della Roggia comune delli prati Castello cominciando dall’imboccatura del mulino di Villareggia fino al principio della Pessa sotto al numero 1598 della Roggia, calcolata di larghezza trabucchi 2, piedi 4, tav. 3 513 49 162 12084 176 186 108 117 60 55 15 479 78 258 100 220 98 324 123 128 390 25 103 est. “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ lire 0.0.8.8.0. “ 3.7.1.0.0. “ 0.10.4.19.0. “ 2.10.7.23.12. “ 97.10.7.12.0. “ 1.16.8.0.0. “ 1.3.43.0.0. “ 1.12.6.30.0. “ 1.18.0.13.0. “ 1.7.6.0.0. “ 2.1.7.2.0. “ 0.1.10.12.0. “ 1.19.11.0.0. “ 0.5.8.13.0. “ 1.6.8.15.0. “ 0.7.3.1.20. “ 1.0.8.15.0. “ 0.7.4.0.0. “ 2.10.7.12.0. “ 0.19.2.18.36. “ 1.6.8.0.0. “ 1.12.6.0.0. “ 0.18.8.3.0. “ 0.12.10.0.0. 82 25 – Ivi – detta roggia dalla Pessa fino all’imboccatura della strada reale – tav. 94 “ 26 – Letto della roggia dei prati nella regione Albarea – tav. 54 “ 27 – Sito delle strade reali – tav. 2330 “ 28 – In Bose – gerbido – tav. 5540 “ 29 – Alla regione Castello altre volte detto Ghedo – ripa coerente la roggia comune, tav. 21 “ 30 – Al Valpergando – prato di giornate 18. 31 – Al Valpergando – boschi di giornate 11 e tav. 50 32 – Giara nuda – giornate 12 contese con la comunità di Mazzè. “ 2.3.1.0.0. “ 0.6.9.0.0. “ 18.12.9.9.0. “ 28.1.4.0.0. “ 0.2.7.12.0. Questi beni rimasero sempre in possesso della comunità fino all’anno 1932. In tale anno, con decreto 23 marzo il sig. Commissario per la liquidazione degli usi civici del Piemonte e Liguria, nominava il geometra Novero Carlo di Ciriè a Perito istruttore per la completa applicazione della legge 16 giugno 1927 n. 1776 nel Comune di Mazzè (provincia di Aosta) comprendente gli ex comuni di Mazzè e Villareggia. Dopo aver esaminato che nel comune non vi sono beni privati gravati di uso civico, constatò che le due frazioni di Mazzè e Villareggia, allora costituenti il comune di Mazzè, annoveravano nel loro patrimonio comunale alcuni tenimenti di terreno sparsi nelle diverse regioni del territorio. Le unità da distribuire erano complessivamente 108 per l’estensione totale di ettari 55, are 47, centiare 82, dimodochè la superficie media delle unità risultava di circa are 51 e centiare 37. A questo riguardo si osserva che si mantenne la lottizzazione in cui erano allora godute le terre dei privati che le avevano in concessione dal Comune, non essendo conveniente per molte ragioni mutarla. Quelle terre venivano da parecchi decenni affittate a privati che pagavano un annuo canone al Comune, di complessive lire 11.998. Il loro valore complessivo era di lire 999.950. Per il miglior godimento delle terre in ripartizione, si ritenne utile imporre ai concessionari i seguenti vincoli e condizioni: “1) Tutte le unità fondiarie si ritengono essere sempre razionalmente coltivate. 2) I concessionari i cui lotti sono ancora incolti, pascoli o boschivi non vincolati, dovranno dissodare e ridurre il terreno a coltura agraria entro due anni dall’immissione in possesso. 3) Sui fossi a lato della strada, a cura dei singoli assegnatari, si dovranno costruire e mantenere sempre i ponterelli di accesso ai fondi stessi, e tali ponticelli dovranno essere fatti entro un anno in buona e solida muratura della luce non inferiore a 70 cm. 83 4) I canali e fossi delle acque di irrigazione e di scolo dovranno essere mantenuti sempre in piena efficienza dagli assegnatari latistanti. 5) Gli assegnatari che entro tre anni costruiranno nel terreno loro concesso una casa colonica adeguata ai bisogni del fondo, beneficieranno della riduzione del 10% sul prezzo attribuito al terreno loro concesso. 6) Le strade esistenti nell’interno dei lotti in ripartizione si ritengono vicinali e pertanto gravate di servitù di pubblico passaggio. 7) Tutti i lotti hanno diritto all’acqua di irrigazione.” Furono concessi a 108 particolari, per il valore complessivo di £ 999.950. Scompariva così il patrimonio del Comune con un buon vantaggio dell’agricoltura, perché molti dei terreni furono tosto dissodati. __________________________ 84 BIBLIOGRAFIA a) Manoscritti inediti. Memorie private dell’Archivio del Notaio Cacciardi. Diario manoscritto del Chirurgo Valle Giuseppe. Archivio di Stato di Torino. Archivio Municipale di Villareggia. Archivio Parrocchiale di Villareggia. Archivio Vescovile di Ivrea. Archivio della Basilica di Sant’Andrea in Vercelli. 85 b) Opere pubblicate e consultate. 1 – ARBORIO –MELLA – Cenni storici dell’Abazia di Sant’Andrea di Vercelli, Torino, 1856. 2 – ARNOLDI-FACCIO-GABOTTO-ROCCHI – Le carte dell’Archivio Capitolare di Vercelli, in “Biblioteca della Società Storica Subalpina”, Pinerolo, 1912. 3 – AZARIO – De Bello Canepiciano, in Muratori, R.I.S., Tom. XVI. 4 – BENEDETTI – I Vescovi di Ivrea, 451 – 1941, Torino, 1942. 5 – BENVENUTI DI SAN GIORGIO – Historia Montis Ferrati, in Muratori, R.I.S., Tomo XXIII. 6 – BERTOLOTTI – Passeggiate nel Canavese, Ivrea, 1867 – 1875. 7 – BERTOLOTTI – Fasti Canavesani, Ivrea, 1873. 8 – BESTA – Intorno all’origine del Comune Rurale, in “Archivio Giuridico”, serie IV, 1928. 9 – BOGNETTI – Sulle origini dei Comuni Rurali nel Medio Evo, Pavia, 1927. 10 – CASALIS – Dizionario Geografico e Storico degli Stati Piemontesi e Sardi, Torino,1833-1856 11 – CIBRARIO – Dell’economia politica nel medioevo, Torino, 1861. 12 – COLOMBO – Documenti dell’Archivio Comunale di Vercelli relativi ad Ivrea, in “Biblioteca della Società Storica Subalpina”, Vol. VIII. 13 – DOREN A. – Storia economica dell’Italia nel medioevo, Padova, 1936. 14 – DU CANGE – Glossarium ad scriptores mediae et infimae latinitatis, Venetiis, 1740. 15 – DURANDI – Dell’antica condizione del Vercellese e dell’antico Borgo di Santhià, Torino1804 16 – DURANDI – Della Marca d’Ivrea, Torino, 1804. 17 – FROLA – Corpus Statutorum Canavisii, in “Biblioteca della Società Storica Subalpina”, Torino, 1918. 18 – GABOTTO – Eporedientia. Pinerolo, 1919. 19 – GABOTTO – Un millennio di storia eporediese in “Biblioteca della Società Storica Subalpina” Vol. IV. 86 20 – GHILINI – Annali di Alessandria, Milano, Marelli, 1666. 21 – GIACOBBE – Il Canavese, Ivrea, 1920. 22 – GOSSO – Vita economica delle Abazie Piemontesi, Roma, 1940. 23 – GUASCO – Dizionario feudale degli antichi Stati Sardi, in “Biblioteca della Società Storica Subalpina”, Pinerolo, 1911. 24 – HURTER – Storia di Innocenzo III e contemporanei, Torino, 1857. 25 – LEICHT – Studi sulla proprietà fondiaria nel medioevo, “La Curtis” e il feudo nell’Italia superiore fino al secolo XIII, Verona, 1903. 26 – MANDELLI – Il Comune di Vercelli nel medioevo, Vercelli, 1858. 27 – MENGOZZI – La città italiana nell’alto medioevo, Firenze, 1931. 28 – NISPI LAUDI – Notizie storiche del Canavese, Firenze, 1876. 29 – OTTONE DI FRISINGA – Gesta Federici, in Muratori, R.I.S. Tom. VI. 30 – PIVANO – Sistema “curtense” in “Bollettino dell’Istituto Storico Italiano”, Vol. XXIX, 1908 e XXX, 1909. 31 – PIVANO – I Comuni Italiani e la Chiesa e i loro rapporti politici e giuridici nel medioevo, Torino, 1906. 32 – PIVANO – Stato e Chiesa negli Statuti Comunali Italiani, Torino, 1904. 33 – RUSCONI – I Conti di Pombio e di Biandrate secondo i documenti novaresi, Milano, 1855. 34 – SAROGLIA – Memorie storiche della Chiesa d’Ivrea, Ivrea, 1881. 35 – VACCARONE – Le vie delle Alpi Occidentali negli antichi tempi, Torino, 1884. -INDICE________________ 87 Introduzione Capitolo I° Villareggia nella storia pag. 2 pag. 3 1 – Confini e dati statistici principali. 2 – Nome ed origine di Villareggia. 3 – Miralda, Uliacco, Moriondo. 4 – Uliacco nella storia medioevale. 5 – Uliacco e il Comune di Vercelli. 6 – Quando fu distrutta Uliacco? 7 – Villareggia. 8 – Successive vicende storiche di Villareggia. 9 – Villareggia durante le guerre di successione del Monferrato e della Spagna. 10 – Villareggia durante la Rivoluzione Francese. 11 – Le frazioni di Rivarotta, Rocca, Gerbido. Capitolo II° Ordinamento e vita interna di Villareggia. 1 – La vita dei nostri vecchi. 2 – Amministrazione. 3 – Accordi e privilegi. 4 – Risorgimento agricolo – Emigrazione. 5 – Bandi campestri. 6 – I pozzi. 7 – Mulini – Forno – Torchio. pag. 39 88 Capitolo III° La Religione e le sue Istituzioni. pag. 64 1 – Credenze e superstizioni. 2 – Feste religiose. 3 – Chiesa e Comunità. 4 – Antiche Parrocchie – La parrocchia attuale. 5 – Le Confraternite. 6 – La Compagnia di Santo Spirito. 7 – Le campane. 8 – Il cimitero. Capitolo IV° La distribuzione dei beni in Villareggia. pag. 76 1 – I beni Parrocchiali. 2 – I beni di altre Chiese e Opere Pie. 3 – I beni privati. 4 – I beni della Comunità. Bibliografia pag. 84 89