Diapositiva 1 - Storia di Parma

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Diapositiva 1 - Storia di Parma
“Storia di Parma-Progetto scuola”
Il Ducato di Parma
in epoca
risorgimentale
Liceo Scientifico Giacomo Ulivi - Parma
Classe V sez. C
Anno scolastico 2009-2010
Docente Vera
Campa
Per anni ho conosciuto Parma attraverso le descrizioni fascinose e un
po’ allucinate dei romanzi di Alberto Bevilacqua.
Oggi in questa città, per gli strani percorsi del cuore, vivo e lavoro.
Io, matura donna del Sud, legata alle mie radici storiche e culturali,
”gettata” in una realtà altra.
Ma – a voler ben guardare – nella nostra Italia le storie si somigliano
tutte, i percorsi si intrecciano e sulle rive di un fiume o sulle coste di un
mare le vicende umane sono sempre le stesse.
Il concorso su Parma ha rappresentato per me il giusto pretesto per
conoscere questa città e, attraverso la sua storia, imparare ad amarla.
Un percorso che ho potuto intraprendere con l’aiuto dei miei alunni;
loro con la freschezza e l’apertura mentale tipica dell’età mi hanno
raccontato quel mondo cittadino o paesano nel quale vivono e, insieme
abbiamo ricostruito un tratto della storia di Parma e del Parmense.
Ai giovani è servito per renderli consapevoli che “nel passato di Parma
c’è il nostro futuro” a me (ed è una bella avventura!) che il futuro ed il
passato … sono tutti da costruire.
Vera Campa
Le nom de Parme, une des villes où je
désirais le plus aller, depuis que j’avais lu la
Chartreuse, m’apparaissant compact, lisse,
mauve et doux; si on me parlait d’une
maison quelconque de Parme dans laquelle
je serais reçu, on me causait le plaisir de
penser que j’habiterais une demeure lisse,
compacte, mauve et douce, qui n’avait de
rapport avec les demeures d’aucune ville
d’Italie puisque je l’imaginais seulement à
l’aide de cette syllabe lourde du nom de
Parme, où ne circule aucun air, et de tout ce
que je lui avais fait absorber de douceur
stendhalienne et du reflet des violettes.
[Marcel Proust, “Du coté de chez Swann”]
“Il nome di Parma, una delle città dove
desideravo di più andare, dopo che avevo
letto “La Certosa”, m’appariva compatto,
liscio color malva e dolce; se mi si parlava
di una casa qualunque di Parma nella quale
sarei stato ricevuto, mi provocava il piacere
di pensare che avrei abitato una dimora
liscia, compatta, color malva e dolce,
senz’alcun rapporto con le dimore d’ogni
altra città d’Italia, perché la immaginavo
soltanto in virtù di quella sillaba pesante del
nome Parma, dove non circola brezza
alcuna, e di tutto quello che le avevo fatto
assorbire di dolcezza stendhaliana e del
riflesso delle sue violette”
E’ il colore tradizionale degli edifici della città di Parma, anzi dovrebbe essere il colore per eccellenza usato in
architettura, simbolo della città anche a costo di forzature storiche
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Storia di Parma
Storia Nazionale
Storia della Provincia
“Curiosità”
Bibliografia
Storia di Parma:
1.Maria Luigia d’Austria:
Vita
Opere
2.Carlo II
3. Carlo III
4. Luisa Maria
5. Personaggi Importanti:
a. Bettoli
b. Neipperg
c. Toschi
d. Verdi
To rna alla p agina iniziale
Ma ri a L u i g i a
d ’Au s tri a
Maria Luisa
d’Asburgo-Lorena,
dopo il Congresso
di Vienna fu
designata alla
reggenza del ducato
di Parma, Piacenza
e Guastalla, ovvero
dal 1814 al 1847.
Nata a Vienna nel 1791 e
cresciuta in un periodo in cui
lo spauracchio di Napoleone
imperversava in Europa, si
vide ben presto costretta a
sposare per ragioni di stato
l’uomo che più di ogni altro
odiava. A Napoleone diede
anche un figlio, quel re di
Roma che alla caduta
dell’imperatore francese vivrà
il resto dei suoi anni nel
dorato esilio della corte
asburgica, con il titolo di duca
di Reichstad.
È fuor di dubbio che la figura di Maria Luigia a Parma sia stata quasi mitizzata e il suo
tollerante governo (compatibilmente alle vicende di quel periodo) e la benevolenza
dimostrata hanno fatto di lei una donna molto amata dai contemporanei.
La duchessa non gradiva una vita
di corte particolarmente sfarzosa:
amante dell’arte, della musica e
della letteratura, conduceva una
vita piuttosto semplice, ritirandosi
volentieri nel Casino dei boschi di
Sala, che fece ampliare su progetto
di Nicola Bettoli, o nella vicina
villa del Ferlaro, nata come
residenza per i propri figli.
Dopo il matrimonio politico con Napoleone avvenuto nel 1810, Maria Luigia sposò il
conte Adam Neipperg che governò in suo nome il ducato con particolare moderazione.
Il conte Adam Neipperg morì il 22 febbraio 1829.
La duchessa si sposò una terza volta, il 17 febbraio 1834, con il conte Charles Renè de
Bombelles, un nobile francese che l’anno precedente era stato messo a fianco di Maria
Luigia in qualità di maggiordomo della Corte e della Casa.
Ma nel dicembre 1847 Maria Luigia si ammalò gravemente.
In cura ai bagni Meidlingen, rientrò a
Parma il 16 dicembre 1847 per seguire
le sorti del ducato, ma non fece in
tempo a prendere nessun
provvedimento dal momento che il
giorno successivo, il 17 dicembre 1847,
la duchessa morì.
L’anno successivo la salma fu trasportata a
Vienna e sepolta vicino al figlio avuto da
Napoleone.
Ancora oggi vi è chi, in visita a Vienna, va
a posare un mazzolino di violette sulla sua
tomba nella chiesa dei Cappuccini.
To rna al m e nù p re c e de nte
Fin dall’inizio del suo governo si
dimostrò una sovrana illuminata.
Uno dei primi atti del governo di
Maria Luigia fu quello di restaurare
l’Università che Napoleone aveva
retrocesso al ruolo più modesto di
Accademia. Si interessò alla
prevenzione e alla lotta alle
epidemie, con una serie di
regolamenti del 1817 che
dovevano servire a contrastare
un’epidemia di tifo. Inoltre agevolò
la condizione femminile: nel
settembre del 1817 inaugurò
l’Istituto di maternità e la Clinica
Ostetrica Universitaria. Pensò
anche ai malati di mente, che fece
trasferire in un ambiente ampio e
confortevole, chiamato l’Ospizio dei
Pazzerelli, ubicato in un convento
cittadino.
Coadiuvata dal Neipperg, si interessò poi ad opere
di pubblica utilità: nel 1816 acquistò la biblioteca
dell’orientalista Gianbernardo De Rossi; fece
costruire, nel 1817, il cimitero della Villetta e nel
1820 affidò la direzione dell’accademia delle Belle
Arti al famoso incisore Paolo Toschi. Si dedicò a
grandi opere pubbliche e civili, come la costruzione
del ponte sul Taro nel 1821 e del nuovo Teatro Regio
.
Nel suo secondo periodo di governo,
affiancata a partire dal 1833 da Charles
René de Bombelles, furono avviate
nuove importanti opere pubbliche, come
la costituzione del collegio ducale Maria
Luigia (1831), che oltre dai nobili,
poteva essere frequentato anche dai
giovani dei ceti inferiori. Nel 1834
venne ampliata la biblioteca Palatina
mentre nel ’36 l’ex convento del Terzo
Ordine di San Francesco venne
trasformato in ospedale degli Incurabili.
To rna al m e nù p re c e de nte
Di vitale importanza per il futuro culturale di Parma fu la
costruzione, iniziata ne 1821 su progetto di Nicola Bettoli, del
nuovo teatro Ducale, che venne inaugurato il 16 maggio 1829
con l’opera Zaira di Vincenzo Bellini.
In presenza della duchessa si aprì per la prima volta lo
splendido sipario dipinto da Giovanni Battista Borghesi (un
Trionfo della Sapienza, rappresentazione allegorica del governo
di Maria Luigia, la cui figura appare nella centrale figura di
Minerva).
In campo economico-amministrativo mantenne inalterata la
proprietà demaniale, che era stata notevolmente accresciuta
sotto il governo francese, dato che erano state incamerate
molte proprietà a danno dei beni ecclesiastici.
Nel 1820 fu promulgato il Codice Civile per gli stati di Parma,
Piacenza e Guastalla.
Adam Albrecht von Neipperg
dam Albrecht von Neipperg era nato a Vienna nel 1775. Educato
a Stoccarda, Strasburgo e Parigi, Neipperg entrò nel 1790, a soli
quindici anni, nell’esercito austriaco; partecipò a tutte le
campagne europee di Napoleone. Nel 1801 sposò Teresa
Pola,dalla quale - nonostante fosse più interessato alla carriera
che alla famiglia – ebbe cinque figli; fu un fedele esecutore degli
ordini del Metternich, che lo inviò ambasciatore in Svezia. Quindi
fu posto da Francesco I, imperatore d’Austria, al seguito di Maria
Luigia a Parma. Lì, mentre era impegnato nel delicato ma
piacevole compito di accompagnatore della ex imperatrice, gli
giunse la notizia della morte della moglie. Neipperg era l’uomo
giusto per Maria Luigia che, frastornata dall’esperienza francese,
cercava chi potesse darle serenità e quiete. Neipperg divenne ben
presto il suo amante e fu proprio lui a ottenere per lei dal
Congresso di Vienna il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla.
Dopo la morte di Napoleone , sposò morganaticamente Maria
Luigia a Sala Baganza nel 1821: ne ebbe tre figli.
To rna al m e nù p re c e de nte
Nicola Bettoli
Formatosi sugli esempi di Ennemond Alexandre Petitot, si mise in
luce nel 1805, presentando il progetto di albergo dei poveri ad un
concorso di architettura bandito dall'Accademia e vincendo il secondo
premio.
Professore di statica all'Accademia e, dal 1816, Architetto di Corte
sotto il ducato di Maria Luigia d'Austria segnò con la sua opera tutta
l'architettura parmense della prima metà del secolo: curò il restauro
dei monumenti cittadini (il Teatro Farnese, la Camera di San Paolo,
Santa Maria del Quartiere); curò con Paolo Toschi l'allestimento della
galleria destinata ad ospitare la Pinacoteca Borbonica tornata da
Parigi e le opere recentemente acquistate da Maria Luigia (l'attuale
Galleria Nazionale).
Nel 1821 iniziò la progettazione del Teatro Regio, destinato a
sostituire gli ormai obsoleti Teatro Farnese e Ducale: finito nel 1827,
venne inaugurato nel 1829. La costruzione, di ispirazione classica e
rinascimentale all'esterno, è all’interno modernissima e armoniosa in
ogni sua parte: attraverso due cavalcavia, il teatro era collegato al
palazzo ducale ed a costruzioni a uso del teatro stesso.
Sempre per Maria Luigia il Bettoli ricostruì l'antica residenza ducale (1833,
distrutta durante la II guerra mondiale), progettò il salone della Biblioteca
Palatina (1834), la biblioteca privata (1838 - 1839, distrutta anch'essa in
guerra) e riadattò (1836 - 1837) il palazzo ducale di Colorno e quello del
Giardino.
Eresse anche le Beccherie del piazzale della Ghiaia, poi distrutte nel
1928, uno dei più pregevoli edifici neoclassici della regione; completò la
costruzione del collegio Lalatta (1836 - 1847), l'attuale collegio Maria
Luigia, di cui ricostruì la facciata neoclassica e a cui aggiunse un vasto
cortile e nuove ali; progettò (1844) la nuova sede dell'Università degli
Studi, completata dal figlio Luigi, e poi adibita a sede della corte d'appello.
Diede a Parma un volto omogeneo, caratterizzato da una classica lineare
semplicità, non scevro però di alleanze di stampo francese, memore del
Petitot e ravvivato dal giallo ocra delle facciate, che non discordava dal
cotto caro ai Farnese.
To rna al m e nù p re c e de nte
P aol o T oschi
ato a Parma nel 1788, sin dall'adolescenza si distinse con abilità nel disegno.
Nel 1809 si trasferì a Parigi, dove approfondì le sue conoscenze sulla grafica e
sulla tecnica dell'acquaforte. Divenuto m ae s tro d'inc is io ne , nel 1819 fece ritorno
in patria e divenne insegnante presso l'Ac c ade m ia de lle Be lle Arti di Parma, di
cui venne nominato direttore nel 1820.
otevole fu anche l'attività del Toschi come architetto: s o p rinte nde nte a lle
fab b ric h e duc ali sotto Maria Luigia d'Austria, rivide ed approvò i progetti della
quasi totalità delle opere pubbliche eseguite sotto il governo della vedova di
Napoleone Bonaparte. Affiancò inoltre Nicola Bettoli nella progettazione della
facciata del Te a tro Re gio di Parma, nella decorazione interna del Rido tto del
teatro, nella distribuzione planimetrica della Galle ria e progettò la struttura
imponente del colonnato del braccio occidentale del Palazzo della Pilotta.
mmesso alla corte ducale, come molti intellettuali parmensi del tempo (Pietro
Giordani, Macedonio Melloni, Antonio Gallenga) si avvicinò agli ideali liberali e
risorgimentali: solo la stima di cui godeva presso la duchessa gli evitò l'esilio,
ma le sue idee politiche gli costarono la destituzione, sotto il ducato di Carlo III
(1849), dalle cariche che ricopriva. Nel 1850 venne reintegrato nel suo ufficio,
To rna al m e nù p re c e de nte
ma si spense pochi anni dopo.
GIUS EPPE VER DI
Giuseppe Verdi nacque nelle campagne di
Roncole, una frazione di Busseto (Parma), il 10
ottobre 1813 da Carlo, oste e rivenditore di generi
alimentari, e Luigia Uttini, filatrice. Carlo proveniva
da una famiglia di agricoltori piacentini e, dopo
aver messo da parte un po' di denaro, aveva
aperto una modesta osteria nella casa di Roncole,
la cui conduzione alternava al lavoro dei campi.
L'atto di nascita fu redatto in francese,
appartenendo in quegli anni Busseto e il suo
territorio all'Impero francese creato da Napoleone.
Pur essendo il giovane di umile condizione
sociale, riuscì tuttavia a seguire la propria
vocazione di compositore grazie alla buona
volontà e al desiderio di apprendere dimostrato.
L'organista della chiesa di Roncole, Baistrocchi, lo
prese, infatti, a benvolere e gratuitamente lo iniziò
allo studio della musica e alla pratica dell'organo.
Più tardi, Antonio Barezzi, un
negoziante amante della musica e
direttore della locale società
filarmonica, convinto che la fiducia
nel giovane non fosse mal riposta,
divenne suo mecenate e protettore
aiutandolo a proseguire gli studi
intrapresi. Verdi aveva solo quindici
anni quando, nel 1828, una sua
sinfonia d'apertura viene eseguita,
in luogo di quella di Rossini, nel
corso di una rappresentazione de Il
b a rb ie re di S iviglia al teatro di
Busseto.
Con Nab uc c o iniziò la parabola
ascendente di Verdi. Uno dei cori
dell'opera, il celebre Va pensiero finì
col divenire una sorta di canto
doloroso o inno contro l'occupante
austriaco, diffondendosi
rapidamente in Lombardia e nel
resto d'Italia.
Verdi partecipò attivamente alla vita
pubblica del suo tempo. Fu un patriota
convinto, anche se nell'ultima parte della
sua vita traspare, dall'epistolario e dalle
testimonianze dei suoi contemporanei,
una disillusione, un disincanto, nei
confronti della nuova Italia unita, che forse
non si era rivelata all'altezza delle proprie
aspettative. Fu sostenitore dei moti
risorgimentali (pare che durante
l'occupazione austriaca la scritta "Viva
V.E.R.D.I." fosse letta come "Viva Vittorio
E manuele R e d 'I talia"). Il Paese lo volle,
quasi a viva forza, membro del primo
parlamento del Regno d'Italia (18611865).
Verdi morì a Milano in un appartamento
dove era solito alloggiare dal 1872 al
Grand Ho te l e t De Mila n il 27 gennaio
1901, a 87 anni. Era venuto nella città
lombarda per trascorrervi l'inverno, come
faceva da tempo.
To rna al m e nù p re c e de nte
Carlo II
l congresso di Vienna aveva
stabilito che alla morte di Maria
Luigia anche il ducato di Parma
sarebbe passato nelle mani della
famiglia Borbone ed era proprio
ciò che stava aspettando Carlo
Lodovico, il figlio di Lodovico e
Maria Luisa che, dopo la morte
della duchessa austriaca, divenne
duca di Parma con il nome di
Carlo II.
l nuovo duca arrivò a Parma in un
periodo di grandi rivolgimenti
politici in tutta Italia, con sovrani
che concedevano libertà di
stampa e forme diverse di
costituzione sotto la pressione dei
liberali e dei mazziniani.
Carlo II non aveva né la forza né il coraggio di fronteggiare i rivoltosi e cedette
subito le redini del ducato nominando una reggenza composta da 5 liberali.
Un editto del 16 giugno dichiarava il ducato di Parma parte integrante del regno di
Sardegna, ma la guerra che si stava combattendo in primo luogo tra Piemonte e
Austria, che come noto va sotto il nome di Prima guerra di Indipendenza, vide la
sconfitta delle truppe piemontesi a Custoza e il successivo armistizio di Salasco, nel
quale si imponeva agli sconfitti di ritirarsi oltre il Ticino.
Parma ritornò così nelle mani degli Austriaci, che consegnarono il ducato al figlio di
Carlo II, Carlo III.
To rna al m e nù p re c e de nte
Ca rl o I I I
ersonaggio bizzarro, il giovane duca (allora
ventiseienne) amava in primo luogo la vita
libertina e soprattutto l’esercito e la vita
militare. Prese comunque dei provvedimenti
che lo fecero definire un “socialista”. Per
esempio concesse ai contadini di portare
armi senza essere arrestati, cosa che invece
non era possibile per i borghesi e per i nobili.
li attacchi del duca nei confronti della
borghesia e della nobiltà culminarono in un
decreto emanato il 1 marzo 1854, in base al
quale venne emesso l’ordine per un prestito
forzoso stabilito in base al reddito, dal quale
non erano esenti neppure gli ecclesiastici, gli
impiegati e i pensionati: tale tassa fu così
elevata che segnò la fine del duca. Alla
morte del duca assunse la reggenza la
To rna al m e nù p re c e de nte
vedova Luisa Maria.
ominciarono ad apparire minacce di morte sui muri della città e nelle osterie di
Parma si tennero varie riunioni di congiurati, che sfociarono una domenica
pomeriggio, il 26 marzo 1854, quando il duca venne assassinato nell’attuale
via Cavour con una stilettata inferta dal sellaio Antonio Carra, legato agli
ambienti anarchici.
Storia Nazionale:
1. Moti del 20-21
2. Moti del 31
3. Il mito neoguelfo
4. Farini e l’annessione al Regno di Sardegna
To rna alla p agina iniziale
I moti del 1820-21
La Carboneria era la maggior società segreta
che operava in tal senso, affiancata poi da altre
associazioni come quella dei Sublimi Maestri
Perfetti, fondata da Filippo Buonarroti, che
vedeva anche a Parma degli affiliati, capitanati
da Giacomo Martini.
L’eco dei moti scoppiati a Napoli e in Piemonte
non sembrò arrivare a Parma.
Fu il duca di Modena Francesco IV che, riuscito
a strappare confessioni a persone inquisite nel
proprio territorio, denunciò anche a Parma la
presenza di rivoltosi. Vennero così arrestati e
processati, tra gli altri, Jacopo Sanvitale,
Ferdinando Maestri e Giacomo Martini: rei
confessi scontarono la pena nel castello di
Compiano, prigione di certo molto più amena
delle galere di stato.
To rna al m e nù p re c e de nte
I moti del 1831
Erano gli anni in cui molto forte si faceva
sentire l’esempio della Francia, dove nel
luglio del 1830 un’insurrezione fece destituire
il re Carlo X, fratello del defunto Luigi XVIII, e
portò al potere una monarchia costituzionale
guidata da Luigi Filippo D’Orléans.
Il 10 febbraio 1831 si ebbero a Parma le
prime sommosse e il 13 Maria Luigia si
allontanò dalla città per rifugiarsi a Piacenza.
Il 6 febbraio il conte Linati, sul mandato del
comune di Parma, formò un governo
provvisorio assieme a Jacopo Sanvitale,
Francesco Melegari, Antonio Della Casa e il
conte Gregorio De Castagnola.
Soldati austriaci intanto stavano arrivando da
Modena, dove erano entrati con l’aiuto del
duca Francesco IV, e minacciavano la città di
Parma. Gran parte dei membri del governo
provvisorio fu costretta a fuggire e l’8 agosto
Maria Luigia ritornò da Piacenza a Parma,
accolta da una folla festante.
To rna al m e nù p re c e de nte
I l mi to neoguel fo
L’anelito ai cambiamenti politici si
manifestò però in tutta la sua forza
nel 1846, quando venne eletto il
papa Pio IX, considerato da molti un
paladino della libertà.
In tutti gli stati italiani cominciarono
le richieste di diritti costituzionali e di
libertà di stampa e anche a Parma, il
6 giugno 1847 gli studenti
celebrarono una messa solenne
nella chiesa dell’Annunziata, che
servì come punto di partenza per
proteste che poi si riversarono sulle
piazze.
To rna al m e nù p re c e de nte
Farini e l’annessione
al Regno di
Sardegna
Alla morte del duca assunse la reggenza la
vedova Luisa Maria. All’inizio del 1859 si
stava profilando la Seconda guerra
d’Indipendenza e anche dal ducato di Parma
parecchi volontari partivano per raggiungere
le truppe piemontesi in lotta con gli Austriaci.
A seguito della vittoria piemontese nella
battaglia di Magenta, Luisa Maria, il 9 giungo
1859, abbandonò definitivamente il ducato. Il
15 agosto 1858, Carlo Farini fu eletto
dittatore di tutta l’Emilia. Il 7 settembre 1859
Farini convocò un’assemblea costituente che
votò all’unanimità la decadenza dei Borboni
e l’unione al regno costituzionale sardo, a cui
seguì un nuovo plebiscito l’11 marzo 1860, in
cui la popolazione dell’Emilia e della
Romagna riconfermò, con 426.006 voti su
427.512, l’annessione al regno di Vittorio
Emanuele II.
La lunga e travagliata vita del ducato era
definitivamente giunta al termine.
To rna al m e nù p re c e de nte
Curiosità:
1.La questione del pane
2.Il dialetto parmigiano
1. Il Tortel Dols
2. Corrispondenza Mazzini-Mazzadi
To rna alla p agina iniziale
IL PANE
Correva l’anno 1561 quando, in un freddo
giorno di febbraio, ben ventinove maestri
dell’arte dei Fornai della città di Parma, riuniti
davanti ai dodici anziani del Comune, si
davano un regolare statuto e fissavano i giorni
di chiusura dei loro esercizi, invocato il nome
di San Sebastiano, patrono della
corporazione.
Ai fornai spettava il compito di preparare
paste dolci di largo consumo tant’è vero che
un’ordinanza comunale vietava all’arte degli
aromatari di fare “sponghate né pani papali”,
che restano di competenza dell’arte dei fornai,
anche se il pane papale era un vero e proprio
dolce (come del resto la spongata), a base di
farina, uova, zibibbo e mandorle. I prezzi del
pane venale erano calmierati (e lo rimarranno
fino alla fine del Ducato), e soltanto assai
tardi, verso il 1815, i fornai verranno distinti
nelle due categorie di produttori in proprio di
pane venale, oppure di artigiani che si
limitavano a cuocere pani e vivande per conto
di altri, essendo però a questi ultimi vietata
severamente la vendita del pane.
Carlo III di Borbone, che aveva a cuore le
condizioni dei suoi soldati, nel 1850 fa
approvare dall’Amministrazione Militare
le norme che l’appaltatore di pane per le
truppe parmigiane (la ditta Bandini
Manneli) dovrà rispettare.
“Art. 5 – Il pane dovrà essere composto di
farina di frumento di sincera e mercantile
qualità, e senza mescolanza alcuna di altro
grano o materia.
Art. 6 – Non dovrà mai essere prelevata
dalla farina di frumento la benché minima
parte di fiore, ma soltanto un dieci per
cento di crusca. Essa farina dovrà essere
fresca, senza odore, e senza principio di
fermentazione.
Art. 8 – Il pane dovrà essere fatto un
giorno per l’altro, e non sarà pesato e
distribuito che trascorse 24 ore dalla sua
sfornazione”.
(Dal citato vol. di M. Zannoni di prossima
pubblicazione)
Si assecondava così l’aurea massima parmigiana:
p àn d’un giò rn, vé n d’un àn
(e ‘na vé c ia ad de zdò t àn)
E si rispettava anche il modo di dire proverbiale:
p àn s ’c iè tt e vé n ‘d m is tura ,
che vuole in tavola pane di pura farina accanto ad un vino che sia frutto di accorti tagli.
Per i vini, soprattutto quelli della pianura, neanche i tagli più indovinati potevano rendere
accettabile un prodotto scadente per sua natura; così i più obbiettivi buongustai popolani
ammonivano di scegliere, per un buon pasto,
Pàn ‘d Parm a – e vé n ‘d C o rè zz
(pane di Parma e vino di Correggio).
R an c i o g i orn a l i e ro d e l l e d u c al i t ru p p e
p a rm e n s i (1 8 5 2 -1 8 5 3 )
PRANZO: Pasta (condita con il lardo)
Manzo lesso
Pane
Un boccale di vino
CENA: Formaggio
Pane
Un boccale di vino
-campione da un distaccamento di fanteriaTo rna al m e nù p re c e de nte
Pur
Pur nel
nel fermento
fermento del
del primo
primo Risorgimento,
Risorgimento, Maria
Maria Luigia
Luigia conservò
conservò una
una mitezza
mitezza e
e
un'imparzialità
un'imparzialità di
di Governo,
Governo, che
che non
non possono
possono esser
esser ricordate
ricordate anch'oggi
anch'oggi se
se non
non con
con un
un
apprezzamento
apprezzamento benevolo.
benevolo. Questa
Questa sua
sua breve
breve poesia
poesia (pubblicata
(pubblicata su
su La
La Gio
Gio vane
vane Mo
Mo ntagna
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del
del 15
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dal dott.
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così, con
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bë n
n ..
Pärma,
Pärma, 11 44 znär
znär 11 88 33 33 ..
Il seguente è un breve saggio ottocentesco del vecchio lunario parmigiano, che può
rettamente essere considerato un documento linguistico. La strofa riprodotta è tratta dal
lunario del 1831 e in essa si allude all’esodo di Maria Luigia da Parma in seguito ai moti
rivoluzionari del 1831.
1 8 3 1 – L u n azi on
Louna pieina a our 4 e m. 42 d'sira.
Costa sarà, la louna pieina,
Che un quaicdon volta la scheina,
Masma po' per sert personaz
Ch' s'priparon a far bon viaz
In compagnia d'una serta sioura
Che per le l'è compi l'oura.
Da Jac o p o Bo c c hialini, Il diale tto vivo di Parm a e la s ua le tte ratura,
edizioni Il verdone In Torino
To rna al m e nù p re c e de nte
Il Tortel Dols
Nella splendida cornice della Reggia di Colorno, il 5 marzo 2008 è nata la
CONFRATERNITA DEL “TORTEL DOLS, con l’unico scopo di mantenere viva
quella tradizione culturale-gastronomica delle zone tipiche, alle pendici degli argini
del Po, in cui nasce e continua a livello di “Rezdore”, la preparazione dei “Tortej
Dols”. Tradizione di una ricetta antica, da tramandare di casa in casa, fino a
raggiungere le nuove e future generazioni.
Per l’occasione, ogni seconda domenica di ottobre, la Piazza di Colorno ha visto
protagonista “Il galà del Tortel Dols”, manifestazione in cui sono state conferite
insegne di merito alle migliori Rezdore preparatrici dei miglior Tortej Dols.
Da fonti ufficiose si fa risalire la nascita del “Tortel Dols” all’epoca della Duchessa
Maria Luigia d’Austria.
La tradizione popolare narra infatti che in occasione di particolari ricorrenze la
Duchessa era solita offrire ai barcaioli di Sacca (sabien) un primo piatto, dai
medesimi chiamato “Tortel Dols” per la particolarità del ripieno.
La tradizione dei giorni nostri vuole che questo eccellente piatto venga preparato in
occasione della Vigilia di Natale, l’ultimo giorno dell’anno e la sera prima (cavdon)
della festa di “Sant’Antonni dal gozen”.
La ricetta del ripieno varia da famiglia a famiglia, ma gli ingredienti comuni in tutte
le ricette sono pane grattugiato, vino (mosto) cotto e mostarda di pere nobili, mele
cotogne e cocomero da mostarda, rigorosamente fatti in casa. A questi ingredienti
poi ogni “rezdora” ne aggiunge altri personali.
Il condimento è fatto nella stragrande maggioranza con salsa di pomodoro e burro.
Soltanto per la Vigilia di Natale alcuni condiscono i tortelli con il così detto “sugo in
bianco”; i tortelli avanzati alla sera vengono fritti e mangiati la mattina di Natale per
colazione.
Il Tortel Dols: Ricetta originale
MOSTARDA
1,50 kg di pere nobili
1,50 kg di zucca da mostarda (cocomero bianco)
1 kg di mele cotogne
2 limoni tagliati a fette
3 etti di zucchero per ogni kg di frutta pulita
Pulire e tagliare a fette la frutta. Lasciare una notte a macerare con lo zucchero. Il giorno dopo
colare il sugo che si è formato e farlo bollire per alcuni minuti a pentola scoperta per poi versarlo su
tutta la frutta. Procedere con questa operazione per 3 gg. Il quarto giorno fa bollire il tutto a pentola
scoperta per 2 ore. Fare raffreddare ed aggiungere 1 gr di senape per ogni kg di frutta. Invasare. La
mostarda sarà pronta dopo 2 mesi circa.
RIPIENO PER TORTELLI(per 10 persone)
6Hg di mostarda
1,5 hg di pane grattugiato
½ l. di vino cotto (ricavato facendo bollire il mosto d'uva fermentato 24 ore, affinchè di 3 parti ne rimanga 1) al
bisogno, se il ripieno si preferisce meno dolce,2 cucchiai di marmellata di susine
Far scaldare bene il vino cotto (non bollire), scottare il pane. Quando si è raffreddato aggiungere la
mostarda tritata finemente (anche le fette di limone). Amalgamare il tutto lavorando a mano. Deve
risultare un composto non troppo asciutto ma piuttosto morbido, per cui, se sarà necessario,
aggiungere altra mostarda.
Lasciare riposare un paio di giorni.
CONDIMENTO
In Bianco: Abbondante burro fuso e Parmigiano reggiano grattugiato al momento. In Rosso:
Sciogliere triplo concentrato con acqua calda e abbondante burro, condire con questo sugo e
Parmigiano reggiano grattugiato al momento.
To rna al m e nù p re c e de nte
Corri s p on d e n za Mazzi n i -Mazzad i
Il 9, 10 e 11 ottobre 1863 ebbe luogo a Parma nel teatro S.Giovanni
il 10° Congresso operaio. Lo scopo era unificare tutti i fermenti della
forze operaie. Di questo proposito si trova documentazione in una
lettera che Giuseppe Mazzini scrisse il 26 agosto 1863 all’avvocato
nocetano Mazzadi, un notabile fervente ed attivo repubblicano che
pare abbia ospitato Mazzini, con il quale aveva una copiosa
corrispondenza.
Qui è riportato il testo della missiva:
“Frate llo
avre te in o tto b re il c o ngre s s o o p e raio a Parm a. Fate c he p re valga
l’avvis o , ac c o lto già dal c o ngre s s o di Fire nze , di c e ntralizzare
p e rm ane nte m e nte le as s o c iazio ni. Gli o p e rai hanno inte re s s i di
s o c c o rs o m utuo , lo c ali. Hanno inte re s s i, as p irazio ni, do ve ri
ge ne rali, italiani ide ntic i da un p unto all’altro de l Pae s e , e q ue s ti
do vre b b e ro e s s e re rap p re s e ntati da uno s tatuto ge ne rale
am m inis trato da una dire zio ne ge ne ra le . Fin là, p rim a de lla
fe de razio ne re go lare de lla s o c ie tà, la c las s e o p e raia no n è
c o s tituita né p uò e s s e re p o te nte davve ro .
Ve drò di trattare l’argo m e nto s ul “Do ve re ” m a intanto p re dic ate
l’ide a.
To rna al m e nù p re c e de nte
Addio : a tra p o c o . Vo s tro s e m p re .
Gius e p p e ”
Col orno
Me zza n o
i n fe ri ore
Sorb ol o
P on t e Ta ro
N oc e t o
P AR MA
Vi c ofe rti l e
L e s i g n a no
ASPr, Mappe e disegni, Carta Corografica dei Ducati di Parma, Piacenza e
Guastalla, 1832
To rna al m e nù p rinc ip ale
Noceto
La nascita del Comune di Noceto come entità giuridica definita viene fatta
risalire al 1795. Il 23 ottobre 1802 il governo francese dell’imperatore
Napoleone Bonaparte, assunta la sovranità sul Ducato di Parma, inviò
l’avvocato creolo Luis Elie Moreau de St. Mery, che riorganizzò il
Ducato secondo il modello amministrativo francese trasformandolo in
dipartimento al quale diede il nome del fiume che attraversava (Taro).
A capo del Comune di Noceto era un m aire , e tutti gli atti amministrativi
venivano redatti anche in lingua francese. Dal 1806 al 1813 il comune fu retto
da un giudice di pace. Il 14 ottobre 1859, a seguito di un plebiscito, il Consiglio
degli Anziani deliberò l’annessione del Comune allo Stato del Piemonte.
Fra i primi atti compiuti dal civico consenso vi fu quello di dotare la comunità di
uno stemma che riassumesse graficamente i simboli e la storia del paese. Al
tempo di Napoleone, Noceto assunse come simbolo l’aquila imperiale.
Durante il regno di Maria Luigia d’Austria all’aquila subentrò la corona ducale
e tale rimase fino alla costituzione del Regno d’Italia.
To rna al m e nù p re c e de nte
Ponte Taro
La località esisteva fin dal tempo dei Romani, ma il ponte era
stato demolito più volte, così come la chiesa e l’ospedale di
S.Nicolò, unici edifici insieme a pochissime case.
Il paese vero e proprio nasce in seguito alla costruzione del
Ponte sul Taro, opera legata alla generale ristrutturazione del
sistema viario del Ducato, in quanto costituiva un’importante via
di comunicazione. L’inaugurazione del Ponte fu presieduta da
Maria Luigia d’Austria stessa accompagnata dall’arciduca
Ranieri il 10 ottobre 1819: per rendere più memorabile l’evento si
effettuò l’estrazione di 24 zitelle, a ognuna delle quali venne
assegnata una dote di 250 lire.
To rna al m e nù p re c e de nte
Sorbolo
Il comune, come entità giuridica, risale al 1809.
Durante la dominazione francese il Sindaco era
chiamato “Maire”. Durante il regno di Maria
Luigia il Sindaco mantenne le stesse funzioni
ma si chiamò Podestà.
Risale al 1816 una singolare delibera a favore
delle famiglie bisognose: “Veduta la nota delle
bocche fameliche del Comune sottoposta al
podestà, il numero delle quali ascende a 1022
(numero superiore ad un terzo della
popolazione) e riconosciuto essere tutti…”.
Questa delibera (soprattutto il termine
“fameliche”) testimonia la miseria di allora.
Se le donne in età da marito erano povere e
quindi senza dote, i pubblici amministratori si
fecero carico di questo problema istituendo un
“registro delle zitelle” e un premio dotale annuo
da estrarre a sorte e donare a una di loro. Da
una delibera del 9 maggio 1825 sappiamo che il
numero “delle zitelle povere ed oneste
domiciliate in questo Comune ammonta a 113”
La prima scuola di Sorbolo venne aperta nel 1808. Il 29 marzo infatti il
sindaco scriveva al sottodelegato del Governo di Parma: “Nel prossimo
scaduto mese di febbraio vi mandai a viva voce il mio desiderio di procurare
ai giovani miei una benintesa educazione mediante un maestro di scuola voi
conveniste con me nell’essenzialità di questo oggetto. Il sacerdote che
assumerà la carica di precettore è un certo Don Raimondo Cagna, ora
abitante in Parma, di costumi propri al carattere che riveste e di virtù
bastantemente fornito. (….) non ha la Casa di cui posso disporre per
l’alloggio del maestro e pel locale della scuola, vi partecipo essere venuto in
sentimento di accordargli annualmente franchi 300 allorché voi giudichiate
probabile (approvabile) la mia posizione”.
L’istruzione però era limitata ai maschi,
un po’ per ragioni finanziarie ma
soprattutto per ragioni ideologiche. Nel
1831, però, arrivò a Sorbolo un maestro
chiamato Arrisi, la cui moglie, Sofia
Ruscelli, che aveva una certa cultura e
tanta buona volontà, si offerse di tenere
lezioni alle ragazze. Presentò dunque la
sua richiesta al Ministero di Parma e le
fu risposto che il Podestà “permette alla
Signora Sofia Ruscelli di tenere scuola
gratuita di zitelle (ragazze) in Sorbolo,
con che non si dà titolo a pretese di
sorta, potessero invocare la signora
suddetta o il marito di essa Arrisi per
siffatto insegnamento…”
Fra il 1816 e il 1817 Sorbolo vide la
diffusione del tifo, grave malattia
epidemico - infettiva. È probabile che sia
stata diffusa dall’esercito napoleonico
vagante per mezza Europa. In
complesso morirono 166 persone, circa
un decime dell’intero numero degli
abitanti della Parrocchia di Sorbolo,
soprattutto anziani e bambini.
To rna al m e nù p re c e de nte
Vicofertile
Risale al 925 la carta nella quale viene nominato per la prima volta il nome del
paese che, situato a circa quattro chilometri ad ovest di Parma, si chiama oggi
Vicofertile. Ripercorrendo la millenaria storia di Vicofertile, risulta necessario
accennare alla Chiesa Romanica, una delle mete della Strada Francigena.
La Chiesa Romanica di San Geminiano
“Se Vicofertile non possedesse la bella chiesa romanica, sarebbe ignoto ai
lontani”
Ecco ciò che pensava della Chiesa romanica di San Geminiano l’architetto
Lamberto Cubani che, nel 1910, effettuò un’imponente opera di restauro per
riportare il tempio all’antico splendore, in seguito alle profonde modificazione
volute in età barocca dall’arciprete don Giuseppe Ponzi. La struttura della
chiesa risale al 1200, ma non si ha una data precisa. Sorse probabilmente
sull’ampliamento di una chiesa preesistente, risalente al IX secolo.
La bellezza di questa chiesa, seppure semplice e rustica con il suo cotto che
si alterna ai sassi, non sfuggì all’occhio abituato al lusso e allo sfarzo di Maria
Luigia. La Duchessa di Parma, infatti, nel 1832, durante una sua visita alle
campagne della periferia cittadina, ritrasse la chiesa di Vicofertile in un
acquerello che ora è in esposizione presso il museo Glauco Lombardi di
Parma. Anche la moglie di Napoleone rimase dunque affascinata dalla chiesa
romanica di San Geminiano, che “conserva il profumo dei fiori e il ricordo della
fede e della grandezza degli avi”.
To rna al m e nù p re c e de nte
Mezzano Inferiore
Situato all'estremità della Provincia, a brevissima
distanza dalle terre reggiane, quello di Mezzani è
senza dubbio il più policentrico di tutti i Comuni della
Bassa: le sue principali frazioni sono Mezzani
Inferiore e Mezzano Superiore.
Fiore all'occhiello del territorio è la Riserva Naturale
Orientata "Parma Morta" che si estende su un'area
di circa 65 ettari ed è gestita dal comune di Mezzani
per conto della Regione Emilia Romagna. La riserva
è costituita lungo il corso di un alveo relitto del
torrente Parma. Sono presenti tipi vegetazionali di
acque stagnanti; la vegetazione arbustiva e
forestale è rappresentata da boscaglie igrofile a
salice bianco con ontano e da boscaglie mesofile
con farnia, acero campestre, corniolo, ciliegio
selvatico, olmo campestre.
Al nome di Maria Luigia è legata la riforma delle
"comunalie", che furono divise in piccoli
appezzamenti e assegnate alle diverse famiglie.
Mezzano Inferiore non ha conservato alcun edificio
del suo passato. Tra le semplici case e cascine,
disposte lungo la strada che porta a Casale,
emergono modeste costruzioni religiose come
l'Oratorio della Madonna e la Chiesa della Natività di
Maria, fondata nel 1530 ma ricostruita fra il 1734 e il
1754.
To rna al m e nù p re c e de nte
Mezzano Superiore è un piccolo agglomerato urbano di un centinaio dì
abitanti, posto lungo l'ultimo tratto del Parma. La sua storia è strettamente
legata a quella di Mezzano Inferiore. Chiamato nel Cinquecento anche
Mezzano del Vescovo, perché vi si costruiva un grandioso palazzo vescovile
che non fu mai portato a termine, ha una Chiesa, intitolata a S. Michele che,
fondata nel XII secolo come indicano alcune parti in muratura della zona
absidale, fu poi ricostruita verso la fine deI XIV secolo.
S .S ilves tro (Cas ale)
Figura nella bolla di Lucio
II del marzo 1144, a
conferma dei beni del
monastero di S. Giovanni:
Ec c le s im a S anc ti S ilve s tri
de ins ula. Venne in seguito
riedificata sul sito della
chiesa medievale, di cui
oggi restano visibili solo
alcune tracce.
S .Mic he le (Me zzano S up e rio re )
Una prima chiesa originaria venne
edificata nel XII secolo, come
testimoniano
le
fondamenta
dell’abside. Fu ricostruita con ogni
provabilità nel 1479, anno di
consacrazione da parte del
Vescovo Sagramoro Sagramori,
(nota desunta da una pietra
erratica in canonica) e portata in
avanti per cui rimasero libere le
fondamenta dell’antica abside. Il
campanile fu sopraelevato nel
1664 nella sua massiccia struttura
rinascimentale. Il gusto della
facciata mostra un'origine databile
attorno alla fine de
Tol’600.
rna al m e nù p re c e de nte
Colorno
Per quanto riguarda l’odierno comune di Colorno, alla morte di Ferdinando venne annesso
da Napoleone alla Francia con il Ducato di Parma.
Il 28 novembre 1807 un decreto di Napoleone dichiarò la reggia "Palazzo Imperiale" e
furono iniziati nuovi lavori di ristrutturazione.
Dopo il Congresso di Vienna, il ducato fu assegnato alla moglie di Napoleone Maria Luigia
d'Austria che ne fece una delle sue residenze preferite aggiungendo un ampio giardino
all'inglese.
Dopo l'Unità d'Italia il palazzo venne ceduto dai Savoia al Demanio dello Stato italiano, e
nel 1870 venne acquistato dalla provincia di Parma. Quasi tutto l'arredo mobile della reggia
fu trasferito nei vari palazzi dei Savoia, tra cui il Quirinale a Roma, Palazzo Pitti a Firenze,
il Palazzo reale di Torino e la Palazzina di caccia di Stupinigi. Sorte ancora peggiore hanno
avuto il prezioso lampadario della Sala Grande e quello della sala della musica, che si
trovano oggi all'estero presso la Wallace Collection di Londra. Dopo l'acquisto da parte
della provincia il palazzo fu adibito a Ospedale Psichiatrico distruggendo il teatro di corte,
per ricavarne dei locali. Fortunatamente le sale artisticamente più importanti del palazzo
poterono in gran parte salvarsi in quanto concesse in uso come abitazione per i dipendenti
dell'ospedale.
Per quanto riguarda il
giardino: la ristrutturazione di
Petitot adeguò il parco ai
dettami della moda francese
mentre Maria Luigia d'Austria
lo trasformò nel 1816 in un
giardino all'inglese.
Nell'epoca post-unitaria il parco
ebbe un periodo di progressivo
degrado e subì dei danni
durante la Seconda Guerra
Mondiale. La fontana di
Proserpina dopo essere
acquistata dalla famiglia dei
Rothschild si trova attualmente
in Inghilterra nel parco di
Waddesdon Manor, mentre la
fontana del Trianon si trova al
centro dell'isoletta del parco
ducale di Parma, seppur
mancante di molte delle statue
che aveva originariamente.
To rna al m e nù p re c e de nte
Lesignano Bagni
Lesignano diventa Comune indipendente nel 1806: dai documenti dell'Archivio storico del Comune
risulta che nel 1815 il neonato Comune contasse ben 547 abitanti ed è dunque facile immaginare quante
poche notizie ufficiali si abbiano di quel periodo storico, se si tiene in considerazione che la maggior
parte degli abitanti era formata da contadini analfabeti e che l'amministrazione comunale era appena
stata creata e quindi non ancora efficiente.
Le uniche notizie si hanno dai registri parrocchiali e dalle prime delibere del Comune come quella 1834
firmata dal Podestà e dal Sindaco dell'epoca per l'istituzione della prima scuola elementare, aperta poi
nel '38 e "popolata di più di trenta scolari" come si legge in uno scritto di quell'anno. E' dell'anno 1850
l'iniziativa da parte degli Anziani di istituire in ogni “comunello” una scuola serale domenicale per tutti
coloro che non potevano frequentare la scuola di giorno.
E' interessante un documento del 1864 in cui l'addetto incaricato dal Sindaco alla contabilità del
Comune riporta tutte le spese per la scuola del paese: oltre lo stipendio dei maestri, il Comune doveva
provvedere ai libri di testo (circa 10 lire) , all'illuminazione (circa 16 lire per le provviste di olio e quattro
chili di candele) e al riscaldamento (circa 38 lire per l'acquisto della legna).
Nel 1866 si aprì a Lesignano una "scuola speciale femminile" diretta da una maestra a cui il Comune
versò lo stipendio di circa 160 lire, circa 240 lire in meno di quello dei suoi colleghi uomini. In dette
scuole le materie di insegnamento erano la lingua italiana, l'aritmetica, la storia sacra ed alcune nozioni
di geografia e catechismo. Le classi erano tre: la prima inferiore, la prima superiore e la seconda.
Verso la fine del secolo apparvero le
prime osterie e bettole nelle quali i
contadini giocavano a carte e bevevano
alcolici nonostante i divieti governativi.
Sempre dai documenti parrocchiali risulta che
nel 1845 era stato istituito a Lesignano il
servizio postale con la diligenza a cavalli, il
mezzo di trasporto più veloce e comune guidato
dai carrettieri. I servizi di trasporto più frequenti
erano quelli di merci e bestiame o di malati per
l'Ospedale. Si racconta che la diligenza
passava sotto le finestre del paese e il
carrettiere suonava la trombetta per annunciar
la partenza verso la città che si raggiungeva
dopo un'ora e mezza di viaggio.
Fu un avvenimento quando nel 1910 arrivò a
Lesignano la prima corriera senza cavalli "un
carro da fiaba spinto dalla mano invisibile di
una fata".
Le occasioni più importanti in paese erano le
fiere del bestiame che avevano luogo i primi di
maggio (ancora oggi festeggiate) che nacquero
nel 1805.
Curioso episodio è quello del 1817 quando il prete del paese a corto di soldi per pagare le tasse al
Comune risponde al Sindaco con questo sonetto:
" Signor Tenente or Maire or Podestà sempre caro
or non v'aspettate da me denaro
che nessun può dare quel che non ha:
Solo chi tutto puote e tutto sa!
Insomma adesso un quattrinel non ho
e a dirvela tutta in confidenza
ove un baiocco trovar non so
Abbiate dunque un pò di sofferenza
ed i primi che tirerò
saranno vostri sulla mia coscienza."
Quello stesso prete era ancora vivo quando nel 1836 Lesignano come tutto il Nord Italia, fu colpito
da una gravissima epidemia che per due anni decimò la popolazione del paese che, spaventata,
chiamava il morbo la "Malattia terribile" poiché, in effetti, nessuno in città e in paese sapeva che si
trattava di colera. Era credenza dell'epoca che la malattia non si propagasse per contatto ma a
causa del cattivo tempo.
Alla decisione del dottor Volpi nel 1878 di ritirarsi in pensione, il Comune pregò più volte il medico
di ripensarci e “avuto riguardo al caro dei foraggi a lui necessari per il mantenimento del cavallo”,
gli propose uno stipendio doppio (2000 lire all’anno). Nonostante l’offerta il medico di ritirò e fu
bandito il concorso per il nuovo dottore del paese a cui era richiesto il diploma di laurea in chirurgia
maggiore: si presentò un solo concorrente, il figlio del vecchio medico che non possedeva alcun
diploma al quale fu ugualmente assegnato il posto. Il vanto di Lesignano e, del resto, di tutti i paesini della provincia è quello di essere la culla della
tradizione e del folklore di Parma. Ancora oggi le nonne tramandano alle nipoti tutti i segreti della
cucina del passato e crescono i nipotini insegnando loro il dialetto parmigiano.
Un esempio…
La Fojeda
[la sfoglia]
A la maten’na la s’leva a bonora:
la fa un mucc ed facendi la rezdora.
Po la s’metta dednans la scosalen’na.
Sul tavlòt la prepera la faren’na.
La gh’rompa in meza j ov ed la giorneda
E la taca a impaster la so fojeda.
Coj bras robust la pasta la fa su,
la la lavora tant ch’la dventa ed vlu.
Con la canéla la continua al lavor:
la la manovra cme un prestigiador.
La fojeda sutila, longa, bela
La s’distenda d’incant da la canèla.
Po la la taja fen’na, fen’na, fen’na…
Sensa tajers i did con la cortlen’na.
E i tajadlen’ni, geldi e vaporozi
I fiorisse da chel man presjozi
To rna al m e nù p re c e de nte
Bibliografia
‘Storia di Parma’ Domenico Vera – Volume I – I caratteri originali – Mup Editore 2008
'Du coté de chez Swann’ Marcel Proust
‘Atlante della storia, Granducato di Parma e Piacenza’ Lucia Lopresti
‘Vicofertile dalla Preistoria alla fine della Seconda Guerra Mondiale’ Francesco Barbieri
‘Parliamo un po’ di Sorbolo’ Mario Clivio e Emilio Cocconi
‘Medesano: una piccola storia’ Don Enzo Zardi
‘Lesignano dalle origini’ Don Enrico dall’Olio
‘Il dialetto vivo di Parma e la sua letteratura’ Jacopo Bocchialini
‘Appunti per un breve storia di Noceto’ Brenno Quarantelli
‘Enciclopedia di Parma’ Franco Maria Ricci (supplemento alla Gazzetta di Parma)
www.Wikipedia.it
www.comune.mezzani.pr.it
To rna al m e nù p rinc ip ale