Diapositiva 1 - Storia di Parma
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Diapositiva 1 - Storia di Parma
“Storia di Parma-Progetto scuola” Il Ducato di Parma in epoca risorgimentale Liceo Scientifico Giacomo Ulivi - Parma Classe V sez. C Anno scolastico 2009-2010 Docente Vera Campa Per anni ho conosciuto Parma attraverso le descrizioni fascinose e un po’ allucinate dei romanzi di Alberto Bevilacqua. Oggi in questa città, per gli strani percorsi del cuore, vivo e lavoro. Io, matura donna del Sud, legata alle mie radici storiche e culturali, ”gettata” in una realtà altra. Ma – a voler ben guardare – nella nostra Italia le storie si somigliano tutte, i percorsi si intrecciano e sulle rive di un fiume o sulle coste di un mare le vicende umane sono sempre le stesse. Il concorso su Parma ha rappresentato per me il giusto pretesto per conoscere questa città e, attraverso la sua storia, imparare ad amarla. Un percorso che ho potuto intraprendere con l’aiuto dei miei alunni; loro con la freschezza e l’apertura mentale tipica dell’età mi hanno raccontato quel mondo cittadino o paesano nel quale vivono e, insieme abbiamo ricostruito un tratto della storia di Parma e del Parmense. Ai giovani è servito per renderli consapevoli che “nel passato di Parma c’è il nostro futuro” a me (ed è una bella avventura!) che il futuro ed il passato … sono tutti da costruire. Vera Campa Le nom de Parme, une des villes où je désirais le plus aller, depuis que j’avais lu la Chartreuse, m’apparaissant compact, lisse, mauve et doux; si on me parlait d’une maison quelconque de Parme dans laquelle je serais reçu, on me causait le plaisir de penser que j’habiterais une demeure lisse, compacte, mauve et douce, qui n’avait de rapport avec les demeures d’aucune ville d’Italie puisque je l’imaginais seulement à l’aide de cette syllabe lourde du nom de Parme, où ne circule aucun air, et de tout ce que je lui avais fait absorber de douceur stendhalienne et du reflet des violettes. [Marcel Proust, “Du coté de chez Swann”] “Il nome di Parma, una delle città dove desideravo di più andare, dopo che avevo letto “La Certosa”, m’appariva compatto, liscio color malva e dolce; se mi si parlava di una casa qualunque di Parma nella quale sarei stato ricevuto, mi provocava il piacere di pensare che avrei abitato una dimora liscia, compatta, color malva e dolce, senz’alcun rapporto con le dimore d’ogni altra città d’Italia, perché la immaginavo soltanto in virtù di quella sillaba pesante del nome Parma, dove non circola brezza alcuna, e di tutto quello che le avevo fatto assorbire di dolcezza stendhaliana e del riflesso delle sue violette” E’ il colore tradizionale degli edifici della città di Parma, anzi dovrebbe essere il colore per eccellenza usato in architettura, simbolo della città anche a costo di forzature storiche Vai al menù Storia di Parma Storia Nazionale Storia della Provincia “Curiosità” Bibliografia Storia di Parma: 1.Maria Luigia d’Austria: Vita Opere 2.Carlo II 3. Carlo III 4. Luisa Maria 5. Personaggi Importanti: a. Bettoli b. Neipperg c. Toschi d. Verdi To rna alla p agina iniziale Ma ri a L u i g i a d ’Au s tri a Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, dopo il Congresso di Vienna fu designata alla reggenza del ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, ovvero dal 1814 al 1847. Nata a Vienna nel 1791 e cresciuta in un periodo in cui lo spauracchio di Napoleone imperversava in Europa, si vide ben presto costretta a sposare per ragioni di stato l’uomo che più di ogni altro odiava. A Napoleone diede anche un figlio, quel re di Roma che alla caduta dell’imperatore francese vivrà il resto dei suoi anni nel dorato esilio della corte asburgica, con il titolo di duca di Reichstad. È fuor di dubbio che la figura di Maria Luigia a Parma sia stata quasi mitizzata e il suo tollerante governo (compatibilmente alle vicende di quel periodo) e la benevolenza dimostrata hanno fatto di lei una donna molto amata dai contemporanei. La duchessa non gradiva una vita di corte particolarmente sfarzosa: amante dell’arte, della musica e della letteratura, conduceva una vita piuttosto semplice, ritirandosi volentieri nel Casino dei boschi di Sala, che fece ampliare su progetto di Nicola Bettoli, o nella vicina villa del Ferlaro, nata come residenza per i propri figli. Dopo il matrimonio politico con Napoleone avvenuto nel 1810, Maria Luigia sposò il conte Adam Neipperg che governò in suo nome il ducato con particolare moderazione. Il conte Adam Neipperg morì il 22 febbraio 1829. La duchessa si sposò una terza volta, il 17 febbraio 1834, con il conte Charles Renè de Bombelles, un nobile francese che l’anno precedente era stato messo a fianco di Maria Luigia in qualità di maggiordomo della Corte e della Casa. Ma nel dicembre 1847 Maria Luigia si ammalò gravemente. In cura ai bagni Meidlingen, rientrò a Parma il 16 dicembre 1847 per seguire le sorti del ducato, ma non fece in tempo a prendere nessun provvedimento dal momento che il giorno successivo, il 17 dicembre 1847, la duchessa morì. L’anno successivo la salma fu trasportata a Vienna e sepolta vicino al figlio avuto da Napoleone. Ancora oggi vi è chi, in visita a Vienna, va a posare un mazzolino di violette sulla sua tomba nella chiesa dei Cappuccini. To rna al m e nù p re c e de nte Fin dall’inizio del suo governo si dimostrò una sovrana illuminata. Uno dei primi atti del governo di Maria Luigia fu quello di restaurare l’Università che Napoleone aveva retrocesso al ruolo più modesto di Accademia. Si interessò alla prevenzione e alla lotta alle epidemie, con una serie di regolamenti del 1817 che dovevano servire a contrastare un’epidemia di tifo. Inoltre agevolò la condizione femminile: nel settembre del 1817 inaugurò l’Istituto di maternità e la Clinica Ostetrica Universitaria. Pensò anche ai malati di mente, che fece trasferire in un ambiente ampio e confortevole, chiamato l’Ospizio dei Pazzerelli, ubicato in un convento cittadino. Coadiuvata dal Neipperg, si interessò poi ad opere di pubblica utilità: nel 1816 acquistò la biblioteca dell’orientalista Gianbernardo De Rossi; fece costruire, nel 1817, il cimitero della Villetta e nel 1820 affidò la direzione dell’accademia delle Belle Arti al famoso incisore Paolo Toschi. Si dedicò a grandi opere pubbliche e civili, come la costruzione del ponte sul Taro nel 1821 e del nuovo Teatro Regio . Nel suo secondo periodo di governo, affiancata a partire dal 1833 da Charles René de Bombelles, furono avviate nuove importanti opere pubbliche, come la costituzione del collegio ducale Maria Luigia (1831), che oltre dai nobili, poteva essere frequentato anche dai giovani dei ceti inferiori. Nel 1834 venne ampliata la biblioteca Palatina mentre nel ’36 l’ex convento del Terzo Ordine di San Francesco venne trasformato in ospedale degli Incurabili. To rna al m e nù p re c e de nte Di vitale importanza per il futuro culturale di Parma fu la costruzione, iniziata ne 1821 su progetto di Nicola Bettoli, del nuovo teatro Ducale, che venne inaugurato il 16 maggio 1829 con l’opera Zaira di Vincenzo Bellini. In presenza della duchessa si aprì per la prima volta lo splendido sipario dipinto da Giovanni Battista Borghesi (un Trionfo della Sapienza, rappresentazione allegorica del governo di Maria Luigia, la cui figura appare nella centrale figura di Minerva). In campo economico-amministrativo mantenne inalterata la proprietà demaniale, che era stata notevolmente accresciuta sotto il governo francese, dato che erano state incamerate molte proprietà a danno dei beni ecclesiastici. Nel 1820 fu promulgato il Codice Civile per gli stati di Parma, Piacenza e Guastalla. Adam Albrecht von Neipperg dam Albrecht von Neipperg era nato a Vienna nel 1775. Educato a Stoccarda, Strasburgo e Parigi, Neipperg entrò nel 1790, a soli quindici anni, nell’esercito austriaco; partecipò a tutte le campagne europee di Napoleone. Nel 1801 sposò Teresa Pola,dalla quale - nonostante fosse più interessato alla carriera che alla famiglia – ebbe cinque figli; fu un fedele esecutore degli ordini del Metternich, che lo inviò ambasciatore in Svezia. Quindi fu posto da Francesco I, imperatore d’Austria, al seguito di Maria Luigia a Parma. Lì, mentre era impegnato nel delicato ma piacevole compito di accompagnatore della ex imperatrice, gli giunse la notizia della morte della moglie. Neipperg era l’uomo giusto per Maria Luigia che, frastornata dall’esperienza francese, cercava chi potesse darle serenità e quiete. Neipperg divenne ben presto il suo amante e fu proprio lui a ottenere per lei dal Congresso di Vienna il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla. Dopo la morte di Napoleone , sposò morganaticamente Maria Luigia a Sala Baganza nel 1821: ne ebbe tre figli. To rna al m e nù p re c e de nte Nicola Bettoli Formatosi sugli esempi di Ennemond Alexandre Petitot, si mise in luce nel 1805, presentando il progetto di albergo dei poveri ad un concorso di architettura bandito dall'Accademia e vincendo il secondo premio. Professore di statica all'Accademia e, dal 1816, Architetto di Corte sotto il ducato di Maria Luigia d'Austria segnò con la sua opera tutta l'architettura parmense della prima metà del secolo: curò il restauro dei monumenti cittadini (il Teatro Farnese, la Camera di San Paolo, Santa Maria del Quartiere); curò con Paolo Toschi l'allestimento della galleria destinata ad ospitare la Pinacoteca Borbonica tornata da Parigi e le opere recentemente acquistate da Maria Luigia (l'attuale Galleria Nazionale). Nel 1821 iniziò la progettazione del Teatro Regio, destinato a sostituire gli ormai obsoleti Teatro Farnese e Ducale: finito nel 1827, venne inaugurato nel 1829. La costruzione, di ispirazione classica e rinascimentale all'esterno, è all’interno modernissima e armoniosa in ogni sua parte: attraverso due cavalcavia, il teatro era collegato al palazzo ducale ed a costruzioni a uso del teatro stesso. Sempre per Maria Luigia il Bettoli ricostruì l'antica residenza ducale (1833, distrutta durante la II guerra mondiale), progettò il salone della Biblioteca Palatina (1834), la biblioteca privata (1838 - 1839, distrutta anch'essa in guerra) e riadattò (1836 - 1837) il palazzo ducale di Colorno e quello del Giardino. Eresse anche le Beccherie del piazzale della Ghiaia, poi distrutte nel 1928, uno dei più pregevoli edifici neoclassici della regione; completò la costruzione del collegio Lalatta (1836 - 1847), l'attuale collegio Maria Luigia, di cui ricostruì la facciata neoclassica e a cui aggiunse un vasto cortile e nuove ali; progettò (1844) la nuova sede dell'Università degli Studi, completata dal figlio Luigi, e poi adibita a sede della corte d'appello. Diede a Parma un volto omogeneo, caratterizzato da una classica lineare semplicità, non scevro però di alleanze di stampo francese, memore del Petitot e ravvivato dal giallo ocra delle facciate, che non discordava dal cotto caro ai Farnese. To rna al m e nù p re c e de nte P aol o T oschi ato a Parma nel 1788, sin dall'adolescenza si distinse con abilità nel disegno. Nel 1809 si trasferì a Parigi, dove approfondì le sue conoscenze sulla grafica e sulla tecnica dell'acquaforte. Divenuto m ae s tro d'inc is io ne , nel 1819 fece ritorno in patria e divenne insegnante presso l'Ac c ade m ia de lle Be lle Arti di Parma, di cui venne nominato direttore nel 1820. otevole fu anche l'attività del Toschi come architetto: s o p rinte nde nte a lle fab b ric h e duc ali sotto Maria Luigia d'Austria, rivide ed approvò i progetti della quasi totalità delle opere pubbliche eseguite sotto il governo della vedova di Napoleone Bonaparte. Affiancò inoltre Nicola Bettoli nella progettazione della facciata del Te a tro Re gio di Parma, nella decorazione interna del Rido tto del teatro, nella distribuzione planimetrica della Galle ria e progettò la struttura imponente del colonnato del braccio occidentale del Palazzo della Pilotta. mmesso alla corte ducale, come molti intellettuali parmensi del tempo (Pietro Giordani, Macedonio Melloni, Antonio Gallenga) si avvicinò agli ideali liberali e risorgimentali: solo la stima di cui godeva presso la duchessa gli evitò l'esilio, ma le sue idee politiche gli costarono la destituzione, sotto il ducato di Carlo III (1849), dalle cariche che ricopriva. Nel 1850 venne reintegrato nel suo ufficio, To rna al m e nù p re c e de nte ma si spense pochi anni dopo. GIUS EPPE VER DI Giuseppe Verdi nacque nelle campagne di Roncole, una frazione di Busseto (Parma), il 10 ottobre 1813 da Carlo, oste e rivenditore di generi alimentari, e Luigia Uttini, filatrice. Carlo proveniva da una famiglia di agricoltori piacentini e, dopo aver messo da parte un po' di denaro, aveva aperto una modesta osteria nella casa di Roncole, la cui conduzione alternava al lavoro dei campi. L'atto di nascita fu redatto in francese, appartenendo in quegli anni Busseto e il suo territorio all'Impero francese creato da Napoleone. Pur essendo il giovane di umile condizione sociale, riuscì tuttavia a seguire la propria vocazione di compositore grazie alla buona volontà e al desiderio di apprendere dimostrato. L'organista della chiesa di Roncole, Baistrocchi, lo prese, infatti, a benvolere e gratuitamente lo iniziò allo studio della musica e alla pratica dell'organo. Più tardi, Antonio Barezzi, un negoziante amante della musica e direttore della locale società filarmonica, convinto che la fiducia nel giovane non fosse mal riposta, divenne suo mecenate e protettore aiutandolo a proseguire gli studi intrapresi. Verdi aveva solo quindici anni quando, nel 1828, una sua sinfonia d'apertura viene eseguita, in luogo di quella di Rossini, nel corso di una rappresentazione de Il b a rb ie re di S iviglia al teatro di Busseto. Con Nab uc c o iniziò la parabola ascendente di Verdi. Uno dei cori dell'opera, il celebre Va pensiero finì col divenire una sorta di canto doloroso o inno contro l'occupante austriaco, diffondendosi rapidamente in Lombardia e nel resto d'Italia. Verdi partecipò attivamente alla vita pubblica del suo tempo. Fu un patriota convinto, anche se nell'ultima parte della sua vita traspare, dall'epistolario e dalle testimonianze dei suoi contemporanei, una disillusione, un disincanto, nei confronti della nuova Italia unita, che forse non si era rivelata all'altezza delle proprie aspettative. Fu sostenitore dei moti risorgimentali (pare che durante l'occupazione austriaca la scritta "Viva V.E.R.D.I." fosse letta come "Viva Vittorio E manuele R e d 'I talia"). Il Paese lo volle, quasi a viva forza, membro del primo parlamento del Regno d'Italia (18611865). Verdi morì a Milano in un appartamento dove era solito alloggiare dal 1872 al Grand Ho te l e t De Mila n il 27 gennaio 1901, a 87 anni. Era venuto nella città lombarda per trascorrervi l'inverno, come faceva da tempo. To rna al m e nù p re c e de nte Carlo II l congresso di Vienna aveva stabilito che alla morte di Maria Luigia anche il ducato di Parma sarebbe passato nelle mani della famiglia Borbone ed era proprio ciò che stava aspettando Carlo Lodovico, il figlio di Lodovico e Maria Luisa che, dopo la morte della duchessa austriaca, divenne duca di Parma con il nome di Carlo II. l nuovo duca arrivò a Parma in un periodo di grandi rivolgimenti politici in tutta Italia, con sovrani che concedevano libertà di stampa e forme diverse di costituzione sotto la pressione dei liberali e dei mazziniani. Carlo II non aveva né la forza né il coraggio di fronteggiare i rivoltosi e cedette subito le redini del ducato nominando una reggenza composta da 5 liberali. Un editto del 16 giugno dichiarava il ducato di Parma parte integrante del regno di Sardegna, ma la guerra che si stava combattendo in primo luogo tra Piemonte e Austria, che come noto va sotto il nome di Prima guerra di Indipendenza, vide la sconfitta delle truppe piemontesi a Custoza e il successivo armistizio di Salasco, nel quale si imponeva agli sconfitti di ritirarsi oltre il Ticino. Parma ritornò così nelle mani degli Austriaci, che consegnarono il ducato al figlio di Carlo II, Carlo III. To rna al m e nù p re c e de nte Ca rl o I I I ersonaggio bizzarro, il giovane duca (allora ventiseienne) amava in primo luogo la vita libertina e soprattutto l’esercito e la vita militare. Prese comunque dei provvedimenti che lo fecero definire un “socialista”. Per esempio concesse ai contadini di portare armi senza essere arrestati, cosa che invece non era possibile per i borghesi e per i nobili. li attacchi del duca nei confronti della borghesia e della nobiltà culminarono in un decreto emanato il 1 marzo 1854, in base al quale venne emesso l’ordine per un prestito forzoso stabilito in base al reddito, dal quale non erano esenti neppure gli ecclesiastici, gli impiegati e i pensionati: tale tassa fu così elevata che segnò la fine del duca. Alla morte del duca assunse la reggenza la To rna al m e nù p re c e de nte vedova Luisa Maria. ominciarono ad apparire minacce di morte sui muri della città e nelle osterie di Parma si tennero varie riunioni di congiurati, che sfociarono una domenica pomeriggio, il 26 marzo 1854, quando il duca venne assassinato nell’attuale via Cavour con una stilettata inferta dal sellaio Antonio Carra, legato agli ambienti anarchici. Storia Nazionale: 1. Moti del 20-21 2. Moti del 31 3. Il mito neoguelfo 4. Farini e l’annessione al Regno di Sardegna To rna alla p agina iniziale I moti del 1820-21 La Carboneria era la maggior società segreta che operava in tal senso, affiancata poi da altre associazioni come quella dei Sublimi Maestri Perfetti, fondata da Filippo Buonarroti, che vedeva anche a Parma degli affiliati, capitanati da Giacomo Martini. L’eco dei moti scoppiati a Napoli e in Piemonte non sembrò arrivare a Parma. Fu il duca di Modena Francesco IV che, riuscito a strappare confessioni a persone inquisite nel proprio territorio, denunciò anche a Parma la presenza di rivoltosi. Vennero così arrestati e processati, tra gli altri, Jacopo Sanvitale, Ferdinando Maestri e Giacomo Martini: rei confessi scontarono la pena nel castello di Compiano, prigione di certo molto più amena delle galere di stato. To rna al m e nù p re c e de nte I moti del 1831 Erano gli anni in cui molto forte si faceva sentire l’esempio della Francia, dove nel luglio del 1830 un’insurrezione fece destituire il re Carlo X, fratello del defunto Luigi XVIII, e portò al potere una monarchia costituzionale guidata da Luigi Filippo D’Orléans. Il 10 febbraio 1831 si ebbero a Parma le prime sommosse e il 13 Maria Luigia si allontanò dalla città per rifugiarsi a Piacenza. Il 6 febbraio il conte Linati, sul mandato del comune di Parma, formò un governo provvisorio assieme a Jacopo Sanvitale, Francesco Melegari, Antonio Della Casa e il conte Gregorio De Castagnola. Soldati austriaci intanto stavano arrivando da Modena, dove erano entrati con l’aiuto del duca Francesco IV, e minacciavano la città di Parma. Gran parte dei membri del governo provvisorio fu costretta a fuggire e l’8 agosto Maria Luigia ritornò da Piacenza a Parma, accolta da una folla festante. To rna al m e nù p re c e de nte I l mi to neoguel fo L’anelito ai cambiamenti politici si manifestò però in tutta la sua forza nel 1846, quando venne eletto il papa Pio IX, considerato da molti un paladino della libertà. In tutti gli stati italiani cominciarono le richieste di diritti costituzionali e di libertà di stampa e anche a Parma, il 6 giugno 1847 gli studenti celebrarono una messa solenne nella chiesa dell’Annunziata, che servì come punto di partenza per proteste che poi si riversarono sulle piazze. To rna al m e nù p re c e de nte Farini e l’annessione al Regno di Sardegna Alla morte del duca assunse la reggenza la vedova Luisa Maria. All’inizio del 1859 si stava profilando la Seconda guerra d’Indipendenza e anche dal ducato di Parma parecchi volontari partivano per raggiungere le truppe piemontesi in lotta con gli Austriaci. A seguito della vittoria piemontese nella battaglia di Magenta, Luisa Maria, il 9 giungo 1859, abbandonò definitivamente il ducato. Il 15 agosto 1858, Carlo Farini fu eletto dittatore di tutta l’Emilia. Il 7 settembre 1859 Farini convocò un’assemblea costituente che votò all’unanimità la decadenza dei Borboni e l’unione al regno costituzionale sardo, a cui seguì un nuovo plebiscito l’11 marzo 1860, in cui la popolazione dell’Emilia e della Romagna riconfermò, con 426.006 voti su 427.512, l’annessione al regno di Vittorio Emanuele II. La lunga e travagliata vita del ducato era definitivamente giunta al termine. To rna al m e nù p re c e de nte Curiosità: 1.La questione del pane 2.Il dialetto parmigiano 1. Il Tortel Dols 2. Corrispondenza Mazzini-Mazzadi To rna alla p agina iniziale IL PANE Correva l’anno 1561 quando, in un freddo giorno di febbraio, ben ventinove maestri dell’arte dei Fornai della città di Parma, riuniti davanti ai dodici anziani del Comune, si davano un regolare statuto e fissavano i giorni di chiusura dei loro esercizi, invocato il nome di San Sebastiano, patrono della corporazione. Ai fornai spettava il compito di preparare paste dolci di largo consumo tant’è vero che un’ordinanza comunale vietava all’arte degli aromatari di fare “sponghate né pani papali”, che restano di competenza dell’arte dei fornai, anche se il pane papale era un vero e proprio dolce (come del resto la spongata), a base di farina, uova, zibibbo e mandorle. I prezzi del pane venale erano calmierati (e lo rimarranno fino alla fine del Ducato), e soltanto assai tardi, verso il 1815, i fornai verranno distinti nelle due categorie di produttori in proprio di pane venale, oppure di artigiani che si limitavano a cuocere pani e vivande per conto di altri, essendo però a questi ultimi vietata severamente la vendita del pane. Carlo III di Borbone, che aveva a cuore le condizioni dei suoi soldati, nel 1850 fa approvare dall’Amministrazione Militare le norme che l’appaltatore di pane per le truppe parmigiane (la ditta Bandini Manneli) dovrà rispettare. “Art. 5 – Il pane dovrà essere composto di farina di frumento di sincera e mercantile qualità, e senza mescolanza alcuna di altro grano o materia. Art. 6 – Non dovrà mai essere prelevata dalla farina di frumento la benché minima parte di fiore, ma soltanto un dieci per cento di crusca. Essa farina dovrà essere fresca, senza odore, e senza principio di fermentazione. Art. 8 – Il pane dovrà essere fatto un giorno per l’altro, e non sarà pesato e distribuito che trascorse 24 ore dalla sua sfornazione”. (Dal citato vol. di M. Zannoni di prossima pubblicazione) Si assecondava così l’aurea massima parmigiana: p àn d’un giò rn, vé n d’un àn (e ‘na vé c ia ad de zdò t àn) E si rispettava anche il modo di dire proverbiale: p àn s ’c iè tt e vé n ‘d m is tura , che vuole in tavola pane di pura farina accanto ad un vino che sia frutto di accorti tagli. Per i vini, soprattutto quelli della pianura, neanche i tagli più indovinati potevano rendere accettabile un prodotto scadente per sua natura; così i più obbiettivi buongustai popolani ammonivano di scegliere, per un buon pasto, Pàn ‘d Parm a – e vé n ‘d C o rè zz (pane di Parma e vino di Correggio). R an c i o g i orn a l i e ro d e l l e d u c al i t ru p p e p a rm e n s i (1 8 5 2 -1 8 5 3 ) PRANZO: Pasta (condita con il lardo) Manzo lesso Pane Un boccale di vino CENA: Formaggio Pane Un boccale di vino -campione da un distaccamento di fanteriaTo rna al m e nù p re c e de nte Pur Pur nel nel fermento fermento del del primo primo Risorgimento, Risorgimento, Maria Maria Luigia Luigia conservò conservò una una mitezza mitezza e e un'imparzialità un'imparzialità di di Governo, Governo, che che non non possono possono esser esser ricordate ricordate anch'oggi anch'oggi se se non non con con un un apprezzamento apprezzamento benevolo. benevolo. Questa Questa sua sua breve breve poesia poesia (pubblicata (pubblicata su su La La Gio Gio vane vane Mo Mo ntagna ntagna del del 15 15 giugno giugno 1943 1943 dal dal dott. dott. G. G. Micheli) Micheli) apre apre così, così, con con una una parola parola di di serenità serenità e e di di bontà, bontà, l'irrequieto e tumultuoso Ottocento. l'irrequieto e tumultuoso Ottocento. L L 'a 'a m m ii çi çi zi zi a a ,, d d on on d de e ll Sg Sg n n ór, ór, L La a n n '' c c on on ss ol ol a a ii n n te te ll d d ol ol or: or: L L 'è 'è u un n g gu ua ad da ag gn n d de e ll vi vi n n tt p pe e rr çe çe n n tt Qu Qu an an d d '' a a g gh he em m ä ä ll c c oe oe u u rr c c on on tt e en n tt .. II n n tt ’l’l ’ét ’ét é éd d '' ll a a g g ii ove ove n n tt ù ù L L 'ä 'ä n n fa fa ss tt rä rä d da a a a ll a a vi vi rt rt ù: ù: E E ii n n te te ll tt e em mp p c c ll 'om 'om m m è èm ma ad du u rr Con Con tt r’i r’i g gu ua a ii ll ’ä ’ä ll fa fa ss ii c cu u r. r. L 'è ä l b a s t on d e l a n os t ra vc L 'è ä l b a s t on d e l a n os t ra vc ii ä ä ra ra ,, Ch Ch 'fa 'fa ll a a m m ort ort a a m me en n am am ä ä ra ra .. L L 'am 'am ii çi çi zi zi a a ii n n fë fë n n d d ii fë fë n n L L ’è ’è ä ä ll p pù ùg g ra ra n nd d c ch he e tt u u tt tt '' ii bë bë n n .. Pärma, Pärma, 11 44 znär znär 11 88 33 33 .. Il seguente è un breve saggio ottocentesco del vecchio lunario parmigiano, che può rettamente essere considerato un documento linguistico. La strofa riprodotta è tratta dal lunario del 1831 e in essa si allude all’esodo di Maria Luigia da Parma in seguito ai moti rivoluzionari del 1831. 1 8 3 1 – L u n azi on Louna pieina a our 4 e m. 42 d'sira. Costa sarà, la louna pieina, Che un quaicdon volta la scheina, Masma po' per sert personaz Ch' s'priparon a far bon viaz In compagnia d'una serta sioura Che per le l'è compi l'oura. Da Jac o p o Bo c c hialini, Il diale tto vivo di Parm a e la s ua le tte ratura, edizioni Il verdone In Torino To rna al m e nù p re c e de nte Il Tortel Dols Nella splendida cornice della Reggia di Colorno, il 5 marzo 2008 è nata la CONFRATERNITA DEL “TORTEL DOLS, con l’unico scopo di mantenere viva quella tradizione culturale-gastronomica delle zone tipiche, alle pendici degli argini del Po, in cui nasce e continua a livello di “Rezdore”, la preparazione dei “Tortej Dols”. Tradizione di una ricetta antica, da tramandare di casa in casa, fino a raggiungere le nuove e future generazioni. Per l’occasione, ogni seconda domenica di ottobre, la Piazza di Colorno ha visto protagonista “Il galà del Tortel Dols”, manifestazione in cui sono state conferite insegne di merito alle migliori Rezdore preparatrici dei miglior Tortej Dols. Da fonti ufficiose si fa risalire la nascita del “Tortel Dols” all’epoca della Duchessa Maria Luigia d’Austria. La tradizione popolare narra infatti che in occasione di particolari ricorrenze la Duchessa era solita offrire ai barcaioli di Sacca (sabien) un primo piatto, dai medesimi chiamato “Tortel Dols” per la particolarità del ripieno. La tradizione dei giorni nostri vuole che questo eccellente piatto venga preparato in occasione della Vigilia di Natale, l’ultimo giorno dell’anno e la sera prima (cavdon) della festa di “Sant’Antonni dal gozen”. La ricetta del ripieno varia da famiglia a famiglia, ma gli ingredienti comuni in tutte le ricette sono pane grattugiato, vino (mosto) cotto e mostarda di pere nobili, mele cotogne e cocomero da mostarda, rigorosamente fatti in casa. A questi ingredienti poi ogni “rezdora” ne aggiunge altri personali. Il condimento è fatto nella stragrande maggioranza con salsa di pomodoro e burro. Soltanto per la Vigilia di Natale alcuni condiscono i tortelli con il così detto “sugo in bianco”; i tortelli avanzati alla sera vengono fritti e mangiati la mattina di Natale per colazione. Il Tortel Dols: Ricetta originale MOSTARDA 1,50 kg di pere nobili 1,50 kg di zucca da mostarda (cocomero bianco) 1 kg di mele cotogne 2 limoni tagliati a fette 3 etti di zucchero per ogni kg di frutta pulita Pulire e tagliare a fette la frutta. Lasciare una notte a macerare con lo zucchero. Il giorno dopo colare il sugo che si è formato e farlo bollire per alcuni minuti a pentola scoperta per poi versarlo su tutta la frutta. Procedere con questa operazione per 3 gg. Il quarto giorno fa bollire il tutto a pentola scoperta per 2 ore. Fare raffreddare ed aggiungere 1 gr di senape per ogni kg di frutta. Invasare. La mostarda sarà pronta dopo 2 mesi circa. RIPIENO PER TORTELLI(per 10 persone) 6Hg di mostarda 1,5 hg di pane grattugiato ½ l. di vino cotto (ricavato facendo bollire il mosto d'uva fermentato 24 ore, affinchè di 3 parti ne rimanga 1) al bisogno, se il ripieno si preferisce meno dolce,2 cucchiai di marmellata di susine Far scaldare bene il vino cotto (non bollire), scottare il pane. Quando si è raffreddato aggiungere la mostarda tritata finemente (anche le fette di limone). Amalgamare il tutto lavorando a mano. Deve risultare un composto non troppo asciutto ma piuttosto morbido, per cui, se sarà necessario, aggiungere altra mostarda. Lasciare riposare un paio di giorni. CONDIMENTO In Bianco: Abbondante burro fuso e Parmigiano reggiano grattugiato al momento. In Rosso: Sciogliere triplo concentrato con acqua calda e abbondante burro, condire con questo sugo e Parmigiano reggiano grattugiato al momento. To rna al m e nù p re c e de nte Corri s p on d e n za Mazzi n i -Mazzad i Il 9, 10 e 11 ottobre 1863 ebbe luogo a Parma nel teatro S.Giovanni il 10° Congresso operaio. Lo scopo era unificare tutti i fermenti della forze operaie. Di questo proposito si trova documentazione in una lettera che Giuseppe Mazzini scrisse il 26 agosto 1863 all’avvocato nocetano Mazzadi, un notabile fervente ed attivo repubblicano che pare abbia ospitato Mazzini, con il quale aveva una copiosa corrispondenza. Qui è riportato il testo della missiva: “Frate llo avre te in o tto b re il c o ngre s s o o p e raio a Parm a. Fate c he p re valga l’avvis o , ac c o lto già dal c o ngre s s o di Fire nze , di c e ntralizzare p e rm ane nte m e nte le as s o c iazio ni. Gli o p e rai hanno inte re s s i di s o c c o rs o m utuo , lo c ali. Hanno inte re s s i, as p irazio ni, do ve ri ge ne rali, italiani ide ntic i da un p unto all’altro de l Pae s e , e q ue s ti do vre b b e ro e s s e re rap p re s e ntati da uno s tatuto ge ne rale am m inis trato da una dire zio ne ge ne ra le . Fin là, p rim a de lla fe de razio ne re go lare de lla s o c ie tà, la c las s e o p e raia no n è c o s tituita né p uò e s s e re p o te nte davve ro . Ve drò di trattare l’argo m e nto s ul “Do ve re ” m a intanto p re dic ate l’ide a. To rna al m e nù p re c e de nte Addio : a tra p o c o . Vo s tro s e m p re . Gius e p p e ” Col orno Me zza n o i n fe ri ore Sorb ol o P on t e Ta ro N oc e t o P AR MA Vi c ofe rti l e L e s i g n a no ASPr, Mappe e disegni, Carta Corografica dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, 1832 To rna al m e nù p rinc ip ale Noceto La nascita del Comune di Noceto come entità giuridica definita viene fatta risalire al 1795. Il 23 ottobre 1802 il governo francese dell’imperatore Napoleone Bonaparte, assunta la sovranità sul Ducato di Parma, inviò l’avvocato creolo Luis Elie Moreau de St. Mery, che riorganizzò il Ducato secondo il modello amministrativo francese trasformandolo in dipartimento al quale diede il nome del fiume che attraversava (Taro). A capo del Comune di Noceto era un m aire , e tutti gli atti amministrativi venivano redatti anche in lingua francese. Dal 1806 al 1813 il comune fu retto da un giudice di pace. Il 14 ottobre 1859, a seguito di un plebiscito, il Consiglio degli Anziani deliberò l’annessione del Comune allo Stato del Piemonte. Fra i primi atti compiuti dal civico consenso vi fu quello di dotare la comunità di uno stemma che riassumesse graficamente i simboli e la storia del paese. Al tempo di Napoleone, Noceto assunse come simbolo l’aquila imperiale. Durante il regno di Maria Luigia d’Austria all’aquila subentrò la corona ducale e tale rimase fino alla costituzione del Regno d’Italia. To rna al m e nù p re c e de nte Ponte Taro La località esisteva fin dal tempo dei Romani, ma il ponte era stato demolito più volte, così come la chiesa e l’ospedale di S.Nicolò, unici edifici insieme a pochissime case. Il paese vero e proprio nasce in seguito alla costruzione del Ponte sul Taro, opera legata alla generale ristrutturazione del sistema viario del Ducato, in quanto costituiva un’importante via di comunicazione. L’inaugurazione del Ponte fu presieduta da Maria Luigia d’Austria stessa accompagnata dall’arciduca Ranieri il 10 ottobre 1819: per rendere più memorabile l’evento si effettuò l’estrazione di 24 zitelle, a ognuna delle quali venne assegnata una dote di 250 lire. To rna al m e nù p re c e de nte Sorbolo Il comune, come entità giuridica, risale al 1809. Durante la dominazione francese il Sindaco era chiamato “Maire”. Durante il regno di Maria Luigia il Sindaco mantenne le stesse funzioni ma si chiamò Podestà. Risale al 1816 una singolare delibera a favore delle famiglie bisognose: “Veduta la nota delle bocche fameliche del Comune sottoposta al podestà, il numero delle quali ascende a 1022 (numero superiore ad un terzo della popolazione) e riconosciuto essere tutti…”. Questa delibera (soprattutto il termine “fameliche”) testimonia la miseria di allora. Se le donne in età da marito erano povere e quindi senza dote, i pubblici amministratori si fecero carico di questo problema istituendo un “registro delle zitelle” e un premio dotale annuo da estrarre a sorte e donare a una di loro. Da una delibera del 9 maggio 1825 sappiamo che il numero “delle zitelle povere ed oneste domiciliate in questo Comune ammonta a 113” La prima scuola di Sorbolo venne aperta nel 1808. Il 29 marzo infatti il sindaco scriveva al sottodelegato del Governo di Parma: “Nel prossimo scaduto mese di febbraio vi mandai a viva voce il mio desiderio di procurare ai giovani miei una benintesa educazione mediante un maestro di scuola voi conveniste con me nell’essenzialità di questo oggetto. Il sacerdote che assumerà la carica di precettore è un certo Don Raimondo Cagna, ora abitante in Parma, di costumi propri al carattere che riveste e di virtù bastantemente fornito. (….) non ha la Casa di cui posso disporre per l’alloggio del maestro e pel locale della scuola, vi partecipo essere venuto in sentimento di accordargli annualmente franchi 300 allorché voi giudichiate probabile (approvabile) la mia posizione”. L’istruzione però era limitata ai maschi, un po’ per ragioni finanziarie ma soprattutto per ragioni ideologiche. Nel 1831, però, arrivò a Sorbolo un maestro chiamato Arrisi, la cui moglie, Sofia Ruscelli, che aveva una certa cultura e tanta buona volontà, si offerse di tenere lezioni alle ragazze. Presentò dunque la sua richiesta al Ministero di Parma e le fu risposto che il Podestà “permette alla Signora Sofia Ruscelli di tenere scuola gratuita di zitelle (ragazze) in Sorbolo, con che non si dà titolo a pretese di sorta, potessero invocare la signora suddetta o il marito di essa Arrisi per siffatto insegnamento…” Fra il 1816 e il 1817 Sorbolo vide la diffusione del tifo, grave malattia epidemico - infettiva. È probabile che sia stata diffusa dall’esercito napoleonico vagante per mezza Europa. In complesso morirono 166 persone, circa un decime dell’intero numero degli abitanti della Parrocchia di Sorbolo, soprattutto anziani e bambini. To rna al m e nù p re c e de nte Vicofertile Risale al 925 la carta nella quale viene nominato per la prima volta il nome del paese che, situato a circa quattro chilometri ad ovest di Parma, si chiama oggi Vicofertile. Ripercorrendo la millenaria storia di Vicofertile, risulta necessario accennare alla Chiesa Romanica, una delle mete della Strada Francigena. La Chiesa Romanica di San Geminiano “Se Vicofertile non possedesse la bella chiesa romanica, sarebbe ignoto ai lontani” Ecco ciò che pensava della Chiesa romanica di San Geminiano l’architetto Lamberto Cubani che, nel 1910, effettuò un’imponente opera di restauro per riportare il tempio all’antico splendore, in seguito alle profonde modificazione volute in età barocca dall’arciprete don Giuseppe Ponzi. La struttura della chiesa risale al 1200, ma non si ha una data precisa. Sorse probabilmente sull’ampliamento di una chiesa preesistente, risalente al IX secolo. La bellezza di questa chiesa, seppure semplice e rustica con il suo cotto che si alterna ai sassi, non sfuggì all’occhio abituato al lusso e allo sfarzo di Maria Luigia. La Duchessa di Parma, infatti, nel 1832, durante una sua visita alle campagne della periferia cittadina, ritrasse la chiesa di Vicofertile in un acquerello che ora è in esposizione presso il museo Glauco Lombardi di Parma. Anche la moglie di Napoleone rimase dunque affascinata dalla chiesa romanica di San Geminiano, che “conserva il profumo dei fiori e il ricordo della fede e della grandezza degli avi”. To rna al m e nù p re c e de nte Mezzano Inferiore Situato all'estremità della Provincia, a brevissima distanza dalle terre reggiane, quello di Mezzani è senza dubbio il più policentrico di tutti i Comuni della Bassa: le sue principali frazioni sono Mezzani Inferiore e Mezzano Superiore. Fiore all'occhiello del territorio è la Riserva Naturale Orientata "Parma Morta" che si estende su un'area di circa 65 ettari ed è gestita dal comune di Mezzani per conto della Regione Emilia Romagna. La riserva è costituita lungo il corso di un alveo relitto del torrente Parma. Sono presenti tipi vegetazionali di acque stagnanti; la vegetazione arbustiva e forestale è rappresentata da boscaglie igrofile a salice bianco con ontano e da boscaglie mesofile con farnia, acero campestre, corniolo, ciliegio selvatico, olmo campestre. Al nome di Maria Luigia è legata la riforma delle "comunalie", che furono divise in piccoli appezzamenti e assegnate alle diverse famiglie. Mezzano Inferiore non ha conservato alcun edificio del suo passato. Tra le semplici case e cascine, disposte lungo la strada che porta a Casale, emergono modeste costruzioni religiose come l'Oratorio della Madonna e la Chiesa della Natività di Maria, fondata nel 1530 ma ricostruita fra il 1734 e il 1754. To rna al m e nù p re c e de nte Mezzano Superiore è un piccolo agglomerato urbano di un centinaio dì abitanti, posto lungo l'ultimo tratto del Parma. La sua storia è strettamente legata a quella di Mezzano Inferiore. Chiamato nel Cinquecento anche Mezzano del Vescovo, perché vi si costruiva un grandioso palazzo vescovile che non fu mai portato a termine, ha una Chiesa, intitolata a S. Michele che, fondata nel XII secolo come indicano alcune parti in muratura della zona absidale, fu poi ricostruita verso la fine deI XIV secolo. S .S ilves tro (Cas ale) Figura nella bolla di Lucio II del marzo 1144, a conferma dei beni del monastero di S. Giovanni: Ec c le s im a S anc ti S ilve s tri de ins ula. Venne in seguito riedificata sul sito della chiesa medievale, di cui oggi restano visibili solo alcune tracce. S .Mic he le (Me zzano S up e rio re ) Una prima chiesa originaria venne edificata nel XII secolo, come testimoniano le fondamenta dell’abside. Fu ricostruita con ogni provabilità nel 1479, anno di consacrazione da parte del Vescovo Sagramoro Sagramori, (nota desunta da una pietra erratica in canonica) e portata in avanti per cui rimasero libere le fondamenta dell’antica abside. Il campanile fu sopraelevato nel 1664 nella sua massiccia struttura rinascimentale. Il gusto della facciata mostra un'origine databile attorno alla fine de Tol’600. rna al m e nù p re c e de nte Colorno Per quanto riguarda l’odierno comune di Colorno, alla morte di Ferdinando venne annesso da Napoleone alla Francia con il Ducato di Parma. Il 28 novembre 1807 un decreto di Napoleone dichiarò la reggia "Palazzo Imperiale" e furono iniziati nuovi lavori di ristrutturazione. Dopo il Congresso di Vienna, il ducato fu assegnato alla moglie di Napoleone Maria Luigia d'Austria che ne fece una delle sue residenze preferite aggiungendo un ampio giardino all'inglese. Dopo l'Unità d'Italia il palazzo venne ceduto dai Savoia al Demanio dello Stato italiano, e nel 1870 venne acquistato dalla provincia di Parma. Quasi tutto l'arredo mobile della reggia fu trasferito nei vari palazzi dei Savoia, tra cui il Quirinale a Roma, Palazzo Pitti a Firenze, il Palazzo reale di Torino e la Palazzina di caccia di Stupinigi. Sorte ancora peggiore hanno avuto il prezioso lampadario della Sala Grande e quello della sala della musica, che si trovano oggi all'estero presso la Wallace Collection di Londra. Dopo l'acquisto da parte della provincia il palazzo fu adibito a Ospedale Psichiatrico distruggendo il teatro di corte, per ricavarne dei locali. Fortunatamente le sale artisticamente più importanti del palazzo poterono in gran parte salvarsi in quanto concesse in uso come abitazione per i dipendenti dell'ospedale. Per quanto riguarda il giardino: la ristrutturazione di Petitot adeguò il parco ai dettami della moda francese mentre Maria Luigia d'Austria lo trasformò nel 1816 in un giardino all'inglese. Nell'epoca post-unitaria il parco ebbe un periodo di progressivo degrado e subì dei danni durante la Seconda Guerra Mondiale. La fontana di Proserpina dopo essere acquistata dalla famiglia dei Rothschild si trova attualmente in Inghilterra nel parco di Waddesdon Manor, mentre la fontana del Trianon si trova al centro dell'isoletta del parco ducale di Parma, seppur mancante di molte delle statue che aveva originariamente. To rna al m e nù p re c e de nte Lesignano Bagni Lesignano diventa Comune indipendente nel 1806: dai documenti dell'Archivio storico del Comune risulta che nel 1815 il neonato Comune contasse ben 547 abitanti ed è dunque facile immaginare quante poche notizie ufficiali si abbiano di quel periodo storico, se si tiene in considerazione che la maggior parte degli abitanti era formata da contadini analfabeti e che l'amministrazione comunale era appena stata creata e quindi non ancora efficiente. Le uniche notizie si hanno dai registri parrocchiali e dalle prime delibere del Comune come quella 1834 firmata dal Podestà e dal Sindaco dell'epoca per l'istituzione della prima scuola elementare, aperta poi nel '38 e "popolata di più di trenta scolari" come si legge in uno scritto di quell'anno. E' dell'anno 1850 l'iniziativa da parte degli Anziani di istituire in ogni “comunello” una scuola serale domenicale per tutti coloro che non potevano frequentare la scuola di giorno. E' interessante un documento del 1864 in cui l'addetto incaricato dal Sindaco alla contabilità del Comune riporta tutte le spese per la scuola del paese: oltre lo stipendio dei maestri, il Comune doveva provvedere ai libri di testo (circa 10 lire) , all'illuminazione (circa 16 lire per le provviste di olio e quattro chili di candele) e al riscaldamento (circa 38 lire per l'acquisto della legna). Nel 1866 si aprì a Lesignano una "scuola speciale femminile" diretta da una maestra a cui il Comune versò lo stipendio di circa 160 lire, circa 240 lire in meno di quello dei suoi colleghi uomini. In dette scuole le materie di insegnamento erano la lingua italiana, l'aritmetica, la storia sacra ed alcune nozioni di geografia e catechismo. Le classi erano tre: la prima inferiore, la prima superiore e la seconda. Verso la fine del secolo apparvero le prime osterie e bettole nelle quali i contadini giocavano a carte e bevevano alcolici nonostante i divieti governativi. Sempre dai documenti parrocchiali risulta che nel 1845 era stato istituito a Lesignano il servizio postale con la diligenza a cavalli, il mezzo di trasporto più veloce e comune guidato dai carrettieri. I servizi di trasporto più frequenti erano quelli di merci e bestiame o di malati per l'Ospedale. Si racconta che la diligenza passava sotto le finestre del paese e il carrettiere suonava la trombetta per annunciar la partenza verso la città che si raggiungeva dopo un'ora e mezza di viaggio. Fu un avvenimento quando nel 1910 arrivò a Lesignano la prima corriera senza cavalli "un carro da fiaba spinto dalla mano invisibile di una fata". Le occasioni più importanti in paese erano le fiere del bestiame che avevano luogo i primi di maggio (ancora oggi festeggiate) che nacquero nel 1805. Curioso episodio è quello del 1817 quando il prete del paese a corto di soldi per pagare le tasse al Comune risponde al Sindaco con questo sonetto: " Signor Tenente or Maire or Podestà sempre caro or non v'aspettate da me denaro che nessun può dare quel che non ha: Solo chi tutto puote e tutto sa! Insomma adesso un quattrinel non ho e a dirvela tutta in confidenza ove un baiocco trovar non so Abbiate dunque un pò di sofferenza ed i primi che tirerò saranno vostri sulla mia coscienza." Quello stesso prete era ancora vivo quando nel 1836 Lesignano come tutto il Nord Italia, fu colpito da una gravissima epidemia che per due anni decimò la popolazione del paese che, spaventata, chiamava il morbo la "Malattia terribile" poiché, in effetti, nessuno in città e in paese sapeva che si trattava di colera. Era credenza dell'epoca che la malattia non si propagasse per contatto ma a causa del cattivo tempo. Alla decisione del dottor Volpi nel 1878 di ritirarsi in pensione, il Comune pregò più volte il medico di ripensarci e “avuto riguardo al caro dei foraggi a lui necessari per il mantenimento del cavallo”, gli propose uno stipendio doppio (2000 lire all’anno). Nonostante l’offerta il medico di ritirò e fu bandito il concorso per il nuovo dottore del paese a cui era richiesto il diploma di laurea in chirurgia maggiore: si presentò un solo concorrente, il figlio del vecchio medico che non possedeva alcun diploma al quale fu ugualmente assegnato il posto. Il vanto di Lesignano e, del resto, di tutti i paesini della provincia è quello di essere la culla della tradizione e del folklore di Parma. Ancora oggi le nonne tramandano alle nipoti tutti i segreti della cucina del passato e crescono i nipotini insegnando loro il dialetto parmigiano. Un esempio… La Fojeda [la sfoglia] A la maten’na la s’leva a bonora: la fa un mucc ed facendi la rezdora. Po la s’metta dednans la scosalen’na. Sul tavlòt la prepera la faren’na. La gh’rompa in meza j ov ed la giorneda E la taca a impaster la so fojeda. Coj bras robust la pasta la fa su, la la lavora tant ch’la dventa ed vlu. Con la canéla la continua al lavor: la la manovra cme un prestigiador. La fojeda sutila, longa, bela La s’distenda d’incant da la canèla. Po la la taja fen’na, fen’na, fen’na… Sensa tajers i did con la cortlen’na. E i tajadlen’ni, geldi e vaporozi I fiorisse da chel man presjozi To rna al m e nù p re c e de nte Bibliografia ‘Storia di Parma’ Domenico Vera – Volume I – I caratteri originali – Mup Editore 2008 'Du coté de chez Swann’ Marcel Proust ‘Atlante della storia, Granducato di Parma e Piacenza’ Lucia Lopresti ‘Vicofertile dalla Preistoria alla fine della Seconda Guerra Mondiale’ Francesco Barbieri ‘Parliamo un po’ di Sorbolo’ Mario Clivio e Emilio Cocconi ‘Medesano: una piccola storia’ Don Enzo Zardi ‘Lesignano dalle origini’ Don Enrico dall’Olio ‘Il dialetto vivo di Parma e la sua letteratura’ Jacopo Bocchialini ‘Appunti per un breve storia di Noceto’ Brenno Quarantelli ‘Enciclopedia di Parma’ Franco Maria Ricci (supplemento alla Gazzetta di Parma) www.Wikipedia.it www.comune.mezzani.pr.it To rna al m e nù p rinc ip ale