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Good Morning Italia
2015 L'anno che verrà
Copyright © 2014 Good Morning Italia srl
[email protected]
www.goodmorningitalia.it
Prima edizione: dicembre 2014
Copertina: Tassinari/Vetta”
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Indice
Introduzione
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I. Orizzonte
I.I 2015: l’economia è dispari
I.II Rendite di posizione
I.III Dis-ordine mondiale
I.IV Periodo ipotetico del cambiamento
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II. Italia
II.I Renzi e il fantasma di Adriano
II.II Expo: l’Italia in mostra
II.III L’industria della resilienza
II.IV Uscita di sicurezza
II.V Cosa resta in fondo a destra?
II.VI Lega o M5S per non morire socialdemocristiani
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III. Europa
III.I La versione di Juncker
III.II Keep calm (and don’t Brexit)
III.III Lezioni di tedesco
III.IV La Spagna diligente e spaesata
III.V L’Europa che corre
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IV. Mondo
IV.I Happy ending per Obama
IV.II L’ultimo treno per Mosca
IV.III Due popoli, tre Stati
IV.IV La svolta del Dragone
IV.V Dietro il sipario dell’India di Modi
IV.VI Per Francesco è ancora un affare di famiglia
IV.VII Luci e ombre dell’Oriente Express
IV.VIII Reconquista latino-americana
IV.IX L’Africa e il gigante dai piedi d’argilla
IV.X Migrazioni e accoglienza
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V. Media & Tech
V.I La prova del nove della Sharing Economy
V.II Il futuro dei media italiani
V.III Consumatori mobili
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VI. Idee
VI.I Il post-femminismo
VI.II L’arte che verrà
VI.III Per il calcio italiano è sempre l’anno zero
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Good Morning Italia
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Grazie
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2015 auguri di consapevolezza
di Beniamino Pagliaro
Il 2015 sarà un anno di decisioni per l’economia globale, un anno dispari per ritmi e scelte.
L’economia crescerà, e così scopriremo il significato vano della parola ripresa. Il mondo
che è uscito dalla crisi è qui per restare.
La politica gira a ruota, ma non basta tenere d’occhio il Pil: le guerre dell’energia sono
cresciute nel 2014 e disegnano nodi difficili da sciogliere. Le mosse della Russia hanno
magicamente dato vita, almeno a tratti, a una politica estera europea, ma i problemi di
Bruxelles sembrano altri.
Si voterà in Giappone per confermare una linea economica, in Inghilterra per l’Europa, in
Israele per una sorta di conferma sull’identità nazionale.
Tra democrazie vere con decisori deboli e imperturbabili leader in finte democrazie, il vero
dubbio è sul potenziale del mandato popolare. Nel 2014 gli europei hanno votato
chiedendo anche un segno di cambiamento al governo comunitario, e hanno ottenuto un
risultato discutibile. Gli americani hanno votato in elezioni di metà mandato con l’esito
potenziale di un nuovo blocco politico. Quanto funziona la democrazia?
Se Barack Obama avrà i suoi problemi a dialogare con il Congresso repubblicano, gli Stati
Uniti potrebbero ritrovare se stessi e un ruolo in un mondo in cui crescono i conflitti e la
spesa militare. Non è sufficiente il dialogo a denti stretti con Pechino. Le guerre non sono,
da tempo, quelle di una volta: gli Stati si travestono da ribelli, i militanti pretendono
autorevolezza statuale, e forze terroriste chiedono di sedere alle trattative.
L’Italia avrà un nuovo presidente, e forse anche un nuovo governo. Il gioco è di Matteo
Renzi.
Il 2015 sarà forse un anno più consapevole: dei rapporti di forza, del crescente
nazionalismo, dei limiti delle promesse (secessioniste, populiste, europeiste) e del termine
disruption, in economia e non solo.
Good Morning Italia prova a raccontare ogni mattina questo mondo frammentato e veloce,
pericoloso e intrigante. Per capire meglio, per fare un regalo a chi ci conosce, e per
crescere, abbiamo chiesto ad alcuni eccellenti giornalisti che fanno parte della comunità di
abbonati di Good Morning Italia di raccontare l’anno che verrà. Il risultato è un viaggio, con
un autentico sguardo orizzontale sul mondo. Non un’enciclopedia, ma una selezione.
Per Good Morning Italia il 2014 è stato un anno di corsa, entusiasmante. Il meglio deve
venire.
Buon anno!
Beniamino Pagliaro, giornalista, ha fondato Good Morning Italia.
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I. Orizzonte
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2015: l’economia è dispari
Il 2015 sarà un anno dispari per l’economia globale e non sarà un anno come gli altri: le
decisioni verranno prese davvero. Il mondo non sarà più in recessione. Nemmeno l’Europa
e l’Italia, ma i cittadini continueranno a soffrire.
Sarà pienamente finita la crisi, così si potrà anche smettere di parlare di ripresa. Sarà un
anno dispari per crescita frammentata, politiche economiche e monetarie contrastanti,
conflitti accesi.
Dopo le attese degli ultimi anni, gli indiscussi protagonisti e decisori decideranno. La Fed e
la Bank of England alzeranno il tasso d’interesse. La Bce farà l’opposto e inizierà il
programma di stimolo con l’acquisto di titoli. L’Asia dovrebbe replicare una linea
espansiva. Il dollaro crescerà ancora, forse non raggiungerà la parità con l’euro, ma la
direzione è quella. Il nuovo tasso riporterà a New York i fondi parcheggiati nelle economie
emergenti. Ritornerà la volatilità sui mercati: le grandi aziende potrebbero decidere
d’investire i patrimoni messi da parte. Diminuiranno le fusioni e riprenderà la competizione.
L’economia mondiale crescerà del 3,2 per cento secondo il Fmi. Il mappamondo dei
continenti viaggerà all’uno per cento solo in due parti del mondo: nella vecchia Europa e in
Giappone. Il resto del mondo crescerà oltre il due per cento, con l’Africa al ritmo del cinque
per cento. Il Sud America sarà instabile. La Cina dovrebbe fissare l’obiettivo al sette per
cento, il dato più basso degli ultimi 15 anni. È la nuova normalità: si cresce, lentamente.
Molte industrie resistono, e poche corrono.
Gli attori globali sono Stati Uniti e Cina. L’Europa, la Russia e i Brics accusano le difficoltà,
con troppi nodi da sciogliere. La rivoluzione energetica dello shale gas continuerà e il
prezzo del petrolio scenderà, confermando le preoccupazioni di Mosca (e dell’Iran) e la
leadership americana, che potrebbe anche riuscire a firmare il patto transatlantico con
l’Unione europea.
A fine anno gli Stati Uniti avranno tagliato la disoccupazione a livelli fisiologici. In Europa
rimarrà alta, in Italia non si scenderà sotto il 12-13 per cento. Così si discuterà ancora con
la Germania (e in Germania) di un vero intervento di spesa pubblica, nella speranza di
risolvere dall’alto i problemi. Ma gli interessi particolari prevarranno sull’Europa. Il 2015
sarà un anno diverso, ma il cambiamento non sarà per tutti.
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Rendite di posizione
L’Europa che entra nel 2015 è guidata da un uomo che a detta di molti arriva dal passato e
che dovrà dimostrare di saper guidare un’Unione sempre più disunita e a rischio
disintegrazione.
I movimenti populisti in crescita in molti Paesi non dovrebbero superare le percentuali
fisiologiche ma vanno guardati con attenzione, così come andrà manovrato con cura lo
scontro con la Russia di Putin, tra sanzioni e la vicenda South Stream, la pipeline che
avrebbe dovuto portare gas all’Europa da Mosca e che non si farà più.
Attenzione all’Inghilterra – che potrebbe trovarsi a dover decidere se stare “dentro o fuori”
con un referendum dall’esito imprevedibile (la recente stretta sull’immigrazione comunitaria
voluta dal governo fa pendere il risultato verso l’out) – e alla Germania, che nel 2015
dovrebbe chiudere i conti senza nuovo indebitamento, ma la cui economia nel 2014 ha
cominciato a rallentare, con il presidente della Bundesbak Weidmann che a dicembre si è
detto pronto a rivedere al ribasso le stime di crescita di Berlino.
Un’Europa spaccata in cui da più parti avanza persino la proposta di creare due monete a
due velocità. Un’Europa che cresce là dove prima era ferma: la Spagna, che nel 2015
tornerà alle urne per le politiche, è passata in pochi anni dal rischio Grecia a essere il
Paese con il tasso di crescita più alto di tutta l’Eurozona, ma è ancora ferita e squassata
dalla crisi che ha colpito duramente la classe media, creato disoccupazione e disilluso i
cittadini, che infatti guardano con interesse all’avanzata del partito populista Podemos.
Quelli che stanno meglio sono quei Paesi che un tempo stavano peggio: l’economia
polacca continuerà a espandersi, e numeri positivi faranno anche Repubblica Ceca,
Slovacchia e Ungheria.
Un’Europa in cui l’Italia di Renzi ha riacquistato peso, ma da cui è costantemente
esaminata e a cui l’esecutivo chiede inascoltato più flessibilità sui conti per far ripartire
l’economia.
Un’Unione, infine, in cui la fine dell’europeismo tedesco potrebbe cambiare molti scenari.
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Dis-ordine mondiale
A 25 anni dalla caduta del Muro, una nuova guerra fredda congela i rapporti tra Stati Uniti
e Russia. Autrice del primo cambiamento forzato dei confini europei dalla fine della
Seconda Guerra Mondiale (l’annessione della Crimea), Mosca è tornata a essere una
minaccia per Usa ed Europa occidentale. Nonostante le mire espansionistiche, però,
Vladimir Putin appare come un orso ferito e isolato. Colpito dalle sanzioni e, più ancora, da
un’economia che, nel 2015, sarà a rischio recessione se il prezzo del petrolio non salirà. Il
futuro dello zar è a Est: lo sguardo è rivolto verso Pechino con cui Gazprom ha stretto un
accordo per coprire un quinto della fornitura di gas alla Cina nei prossimi 30 anni.
Follow the money: funziona così anche per l’Isis. Prima che un jihad religioso e una
battaglia per l’identità, il conflitto sembra rivolto alle risorse. Il controllo del petrolio
iracheno fa gola agli unici veri oppositori su terra dei guerriglieri islamici, i curdi, alla ricerca
di un’indipendenza politica ed economica. E il greggio di certo non dispiace neanche alla
coalizione internazionale impegnata nei raid aerei.
Dal conflitto in Medio Oriente, che continua a coinvolgere la Siria di Bashar al-Assad, sta
emergendo un’ulteriore contrapposizione: da una parte migliaia di migranti pronti a correre
qualsiasi rischio per fuggire da violenze e miseria, dall’altra la “fortezza Europa” incapace
di gestire l’accoglienza. Solo oltreoceano qualcosa si muove in questo senso, con Barack
Obama che sfida i Repubblicani e regolarizza cinque milioni di migranti irregolari, dopo
anni di muri reali (quello alla frontiera con il Messico) e politici.
Ma se il bottino del Risiko internazionale è ancora costituito da oro nero e gas, presto la
vera guerra potrebbe essere quella per l’acqua. E si giocherà in Africa, il continente
dimenticato, dove si sta combattendo la battaglia contro l’ebola (che in Sierra Leone si
espande al ritmo di un centinaio di nuovi casi al giorno). Un virus che fa paura perché
questa volta a proteggerci non basteranno nuove frontiere e blocchi. Né un altro muro.
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Periodo ipotetico del cambiamento
If This Then That è un servizio tanto interessante quanto lo è la mente di chi lo usa. Per
esempio, può archiviare automaticamente nuovi file, leggere per noi le notizie e segnalarci
una parola chiave, contare automaticamente quanti minuti stiamo al lavoro o avvisarci se
presto inizierà a piovere. Ifttt è un’azienda nata nel 2011 a San Francisco ed è al tempo
stesso un paradigma dell’ambiente web che nel 2015 emergerà con sempre maggiore
evidenza. Internet è un bene pubblico, come l’elettricità, ma è anche un modo di ragionare:
Ifttt ha reso il processo popolare e accessibile, non serve un programmatore. I se possono
crescere e le variabili aumentare. L’economia – che o è digitale o non è – ne ha preso atto.
Chi non l’ha capito rischia l’estinzione.
Se gli smartphone diventano sempre più economici, allora crescerà il numero di persone
connesse. Oggi sono 2,8 miliardi, a fine 2016 saranno 4,5 miliardi.
Se la Federal Aviation Administration degli Stati Uniti apre ai voli dei droni, allora nascerà
una nuova economia volante. La decisione è attesa entro settembre 2015, il settore
potrebbe valere 80 miliardi di dollari solo in America.
Se un’attività potenzialmente fuori legge viene usata da decine di migliaia di persone,
allora toccherà ai regolatori comprenderlo e sanare il buco. Il 2015 è l’anno della maturità
per la sharing economy, da Uber ad Airbnb.
Se un cliente trova (e compra) un prodotto prima di finire di digitare il nome su Google,
allora il modello pubblicitario e l’intero commercio potranno mostrare tutte le loro
inefficienze.
Il gioco può continuare. Nel 2015 chi ha macinato ricavi in Silicon Valley si concentrerà
sempre di più sulla realtà fisica. Larry Page è ambizioso e non gli basta il motore di
ricerca. Se sei Google e hai miliardi di dati su come vive il mondo, allora puoi metterli a
sistema e pensare al futuro: nuovi sistemi energetici, medicina, trasporti. Il prossimo anno
debutterà l’iWatch e in America si proverà a fissare un punto per la Net Neutrality tra
produttori e distributori di contenuto. In Europa i politici continueranno la battaglia a
Google. Difficilmente faranno il vero salto di qualità, arrivando al mercato unico digitale.
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II. Italia
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Renzi e il fantasma di Adriano
di Claudio Cerasa
Il 15 agosto 2001, durante un’amichevole con il Real Madrid, i tifosi dell’Inter scoprirono un
fenomeno di nome Adriano, che con una punizione incredibile sfondò la porta difesa da
Iker Casillas. Passarono pochi anni e si scoprì che era un brocco.
Il 2015 di Matteo Renzi non sarà diverso da quello che è stato per Adriano il dopo 2001.
Tutti pensano che sia un fenomeno, ma non possono fare a meno di farsi la stessa
domanda dei tifosi interisti di allora: «Reggerà?».
La resistenza di Renzi, nel prossimo anno, è legata all’impatto che avranno le riforme
economiche. Il premier ha promesso che entro la fine della legislatura la disoccupazione
scenderà sotto la doppia cifra, che il prossimo anno la crescita sarà apprezzabile e che il
senso del governo è restituire fiducia agli italiani, anche attraverso un atto simbolico: farli
tornare a spendere (nel 2014 la propensione al risparmio degli italiani è stata identica agli
anni precedenti alla crisi).
Le proiezioni sul 2015 non sono buone ma è da qui passa il destino della legislatura. Renzi
dice che ha intenzione di governare fino al 2018, perché come l’altro Adriano, l’imperatore,
trova piacere fisico nel dominare un impero. Ma l’esecutivo reggerà solo se incasserà dati
positivi. Senza questo risultato per uno come lui è impossibile andare avanti.
Chi sarà nel 2015 il nemico contro il quale Renzi proverà a costruire la sua narrazione?
Facile, gli stessi intorno ai quali ha costruito l’immagine della Leopolda 2014: da un lato i
sindacati e dall’altro l’Europa dei burocrati. I sindacati, vedrete, li prenderà per sfinimento.
Con l’Europa la prossima mossa coincide invece con una scelta matura nello staff del
presidente del Consiglio. È l’ultima e unica rottamazione che manca a Renzi: il parametro
del tre per cento. La scelta è matura e se il prossimo anno le cose dovessero mettersi
male la campagna renziana avrà come obiettivo quel numero magico, per evitare che lo
spirito della Leopolda possa fare una fine simile a quel signore che 13 anni fa scorticò la
traversa del Real.
Claudio Cerasa è nato a Palermo il 7 maggio 1982. Lavora al Foglio, di cui è
caporedattore, da nove anni. Si occupa soprattutto di politica. Ha scritto tre libri. L’ultimo è
Le catene della sinistra (Rizzoli, 2014).
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Expo: l’Italia in mostra
di Ivan Carvalho
Nel 2015 tutti gli occhi saranno su Milano per la tanto attesa esposizione universale. Gli
organizzatori parlano di attrarre 20 milioni di visitatori, ma il successo o il fallimento dei sei
mesi di Expo non dipenderanno solo dai numeri, sebbene con l’economia in recessione
s’incrocino le dita perché i turisti stranieri con le tasche piene di contanti arrivino a frotte.
È importante ricordare che le esposizioni universali si giudicano anche in base all’eredità
che lasciano, e spesso le precedenti edizioni non sono state all’altezza delle aspettative
(chiedete agli abitanti di Hannover o di Siviglia). Se le autorità cittadine vogliono usare
l’Expo come catalizzatore del rilancio dell’economia locale e per innalzare la statura di
Milano al livello delle sue concorrenti europee, devono pensare a cosa resterà in
quell’area di oltre un milione di metri quadri stretta tra due autostrade una volta che tutti i
padiglioni saranno stati smantellati.
Per il momento però non c’è alcun piano per il futuro. Milano avrebbe potuto imparare da
Lisbona, che ospitò l’Expo nel 1998 e dove gli edifici furono venduti in anticipo per
assicurare che continuassero a vivere dopo la festa: oggi l’ex area industriale ospita un
distretto vivace che comprende un’arena, un acquario, negozi, ristoranti e abitazioni sul
mare, ed è servito da treni ad alta velocità, autobus e collegamenti metropolitani.
Più vicino a casa, i responsabili dell’Expo potrebbero prendere a modello il Salone del
Mobile, evento di successo che attrae in città migliaia di stranieri appassionati di design
con un’iniezione di energia che fa somigliare le sue strade, anche se solo per una
settimana, alle vie di Manhattan. A differenza delle sfilate solo su invito, l’industria del
design apre le sue porte ai non addetti ai lavori, con tante iniziative in tutti i quartieri. Si
spera che con un Expo focalizzato sul cibo, settore in cui l’Italia eccelle rispetto ai Paesi
concorrenti, Milano replichi l’esperienza del Salone e regali ai visitatori un festival
gastronomico cittadino che farà parlare di sé negli anni a venire.
Ivan Carvalho, americano, è corrispondente per Monocle da Milano, dove vive da anni. Ha
lavorato per International Herald Tribune e Wired.
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L’industria della resilienza
di Marco Alfieri
Dopo sette anni di crisi tremenda, alla domanda se l’industria italiana può ancora
competere producendo ricchezza, innovazione e lavoro, si deve rispondere sì. Ma per non
ridurre l’affermazione al puro ottimismo, diciamo anche che non bastano più l’intuizione e
l’inventiva dei nostri imprenditori ormai prostrati.
Il volo del calabrone non funziona nel mondo globale e l’ultimo rapporto Cerved è, non a
caso, una valle di lacrime: un quinto delle Pmi attive prima nel 2007 in questi anni hanno
avviato procedure fallimentari o di crisi, oppure sono state liquidate. Chi sopravvive lo fa
con fatturato e valore aggiunto in calo. A pesare sono soprattutto l’aumento del costo del
lavoro e il calo della produttività. Un calvario destinato a proseguire se il quadro
macroeconomico non migliorerà.
Eppure lo stesso rapporto, confermato dai dati delle province più produttive, ci dice che il
processo di selezione innescato dalla crisi paradossalmente ha migliorato la condizione di
molte società. Merito anche di un’attitudine nuova degli imprenditori, che in cinque anni
hanno aumentato di 30 punti le patrimonializzazioni aziendali, hanno terziarizzato le
produzioni, fatto politica di brand, aumentato la catena del valore e si sono
internazionalizzate con un salto tecnologico.
Questo dimostra che la crisi ha polarizzato il quadro economico: esiste un’avanguardia di
80 mila imprese che competono (non solo nei comparti del made in Italy) e un corpaccione
di aziende piantate sul mercato interno che rischia lo sprofondo.
La sfida del 2015 è far crescere quest’avanguardia, far emergere qualche nuova grande
azienda capofila in un Paese senza più colossi industriali e grandi piattaforme distributive.
Per riuscirci vanno sciolti i tradizionali colli di bottiglia (fisco, burocrazia, giustizia civile,
ritardi di pagamento e credit crunch) ma soprattutto servono incentivi di sistema per
favorire aggregazioni, raccolta di capitali extra bancari, investimenti in settori strategici,
formazione, ricerca e sviluppo. Non in modo dirigista, ma accompagnando le imprese on
the road.
Marco Alfieri è stato direttore de Linkiesta, inviato de La Stampa e redattore a Il Riformista
e Il Sole 24 Ore. Ha scritto quattro libri: Nord Terra Ostile. Perché la sinistra non vince
(Marsilio, 2008), La Peste di Milano (Feltrinelli, 2009), Angeli, demoni e soldi pubblici.
Ascesa e declino di Don Verzè (Feltrinelli, 2012) e Spread & Paron. Come la crisi sta
cambiando il Nordest (Marsilio, 2013).
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Uscita di sicurezza
di Ferdinando Giugliano
Nelle intenzioni del governo italiano, il 2015 doveva essere un anno di svolta. Ad aprile il
ministero dell’Economia prevedeva un tasso di crescita dell’1,3 per cento, stima presto
rivista al ribasso: nel 2014 l’Italia sarà più ricca, sì, ma solo dello 0,6 per cento, troppo
poco per incidere significativamente su un tasso di disoccupazione del 13 per cento.
Davanti a un quadro economico così buio è impossibile essere ottimisti. Eppure, ci sono
piccole fiammelle di luce che indicano una strada alle tante aziende che lottano per evitare
la chiusura.
La prima, è la performance delle esportazioni, che tengono nonostante il mercato europeo
sia in difficoltà. I segnali più incoraggianti vengono dal settore della pelle e
dell’abbigliamento, che hanno ripreso a crescere grazie anche all’espansione nei mercati
emergenti. Ma vanno bene anche industrie a più alto contenuto tecnologico, come la
farmaceutica.
Con una domanda interna che stenterà a riprendersi anche nel 2015, le aziende italiane
dovranno continuare a cercare clienti in giro per il mondo. Un alleato prezioso sarà l’euro
che, grazie alle politiche monetarie espansive della Banca Centrale Europea, dovrebbe
continuare a deprezzarsi rispetto al dollaro.
L’altra speranza viene dai dati sulla produttività delle aziende più grandi. Negli ultimi anni,
il gap di competitività fra l’economia italiana e, per esempio, quella tedesca, si è allargato
notevolmente. Ma, secondo uno studio di Nomisma, almeno nell’industria la produttività
delle imprese più grandi nei due Paesi è rimasta sostanzialmente simile. Il problema è
nella lunga coda di aziende italiane più piccole, notevolmente meno produttive dei loro
concorrenti tedeschi.
Perché le imprese siano messe nelle condizioni di espandersi ci deve essere un
cambiamento culturale tra gli imprenditori, che devono mostrarsi più aperti a operazioni di
consolidamento. Ma la lezione è anche per il governo: per aiutare l’Italia a crescere, nel
2015 e oltre, bisogna aiutare chi investe a non aver paura di diventare grande.
Ferdinando Giugliano, PhD in Economia a Oxford, è Global Economy News Editor del
Financial Times, dove è già stato editorialista. Ha svolto lavoro di consulenza per la Banca
d'Italia, l'Economist Intelligence Unit e Oxford Economic Research Associates. Con John
Lloyd ha scritto Eserciti di Carta (Feltrinelli, 2013).
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Cosa resta in fondo a destra?
di Martino Cervo
Perché l’Italia è in crisi? Come se ne esce? È banale, ma un centrodestra in Italia non è
possibile senza due inizi di risposta politica a queste due domande. Al rigorismo montiano
(sostenuto in Aula), alla stinta inevitabilità di Enrico Letta (idem, fino a un certo punto), al
vitalismo personalista di Matteo Renzi, cos’ha opposto il mondo che va da Pier Ferdinando
Casini a Giorgia Meloni? Il bilancio è scheletrico: spunta giusto – rispetto alle due
domande – la Lega Nord, non a caso unica sigla in ascesa, ma sulla cui credibilità di
governo permangono grosse tare.
Girava una battutaccia, quando Angelino Alfano a fine ottobre festeggiò il 44esimo
compleanno a Il palato di Alfredo, ristorante romano dell’ex maggiordomo di Silvio
Berlusconi: «Un altro che gli ha fregato il lavoro». Feroce termometro del destino del
Nuovo Centrodestra, uno dei rivoli con cui il conservatorismo possibile si presenta in Italia
nel 2015.
A un anno e rotti dalla storica scissione che tenne in piedi Letta, Ncd pare uno dei tanti
sassi sotto il rullo del premier: sta al governo intestandosi pochissimi meriti e chiudendosi
spazi di alternativa, in dubbio se incarnare un’ipotesi di rappresentanza cattolica o servire
da cartello in attesa di destinazione (Casini? Il “partito unico” renziano?).
La vocazione incerta è un dramma non solo della destra italiana (se esiste), ma di ogni
suo spicchio: lo è di una Lega rivoltata da Matteo Salvini contro euro e immigrati, divisa
però al suo interno come testimonia il lavorìo più Dc-style di Flavio Tosi; di un movimento
come Fratelli d’Italia a fisiologico rischio sbarramento, specie con un Carroccio identitario e
sovranista; di un volenteroso Corrado Passera, che si agita in uno spazio che per ora si è
ritagliato solo sulla carta; soprattutto di Forza Italia, partito ridotto a contenitore via via più
stretto di fedelissimi, pronti a dividersi su Letta, su Renzi e pure su Dudù. Ma se il motore
immobile di tutto questo resta Berlusconi, il problema non può essere considerato
Berlusconi: è il resto.
Martino Cervo, classe ‘81, inizia a Libero dove, nel tempo, diventa caporedattore. Da fine
2014 dirige Il Cittadino di Monza e Brianza. È autore di un libro su Obama e uno su Willi
Münzenberg.
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Lega o M5S per non morire
socialdemocristiani
di Pietro Salvatori
Chi studia i multiformi modi con cui si declina l’offerta del neopopulismo europeo guarda
all’Italia. Perché a contrapporsi a socialisti e popolari nel Belpaese sono Matteo Salvini e
Beppe Grillo, la Lega e il Movimento 5 stelle. Due figlie dello stesso dio dell’antipolitica,
due gemelle diverse di uno stesso sentimento sovversivo.
Le camicie verdi sono roba vecchia, più antica dell’antichissima Seconda Repubblica, che
cerca in un nuovo carisma quell’appeal che le canotte di Umberto Bossi e le cravatte di
Roberto Maroni hanno smarrito nel tempo. I secondi sono un affare tanto nuovo quanto
ancora misterioso, messi su da un vecchio comico passato in una notte dal far ridere le
mamme nel sabato sera italiano ad ammaestrare giovani (e non) sul web.
L’antipopulismo di Grillo è sboccato, viscerale. «Muoia Sansone con tutti i filistei», grida
contro i palazzi della politica, prima regola di un “fight club” che spazza via chiunque provi
a definirne un corollario. Quello di Salvini è provocatorio, istrionico, strizza l’occhio
all’insofferenza del Paese senza predicarne la dissoluzione delle rassicuranti architetture
che lo governano.
Salvini è uomo di mondo e di palazzo, sposato con una Lega che è donna di mondo e di
palazzo fin da quando giacque una notte del ’94 nel letto di Silvio Berlusconi, per poi
pentirsene, per poi tornare. Grillo è uomo da campagna e da camicia a quadri larghi, il suo
Movimento passa in abito da sera davanti ai commensali della politica, sorride alle
avances, tira ceffoni se si alzano le mani.
La vittoria di Grillo nasce al Sud, parte dalla Sicilia e si estende a macchia d’olio verso
Nord, fino a insidiare la culla del Carroccio. Salvini, per calcolo politico più che per ripicca,
laggiù ci vuol scendere con la sua Lega, per inserire il tacco dello Stivale nel simbolo del
partito (ma solo da Roma in giù).
Due tipi umani imperdibili e interessanti, due creature simili e differenti. Entrambi si
contenderanno lo scettro dell’altra Italia, quella che a morire socialdemocristiana non ci
sta. Piuttosto la rivoluzione.
Pietro Salvatori è un giornalista romano, classe '84. Ha lavorato all'Opinione e a
Notapolitica, ha collaborato con Europa, Il Foglio e una manciata di altre testate. Infine è
arrivato ad Huffingtonpost, dove da un paio d'anni scrive di politica.
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III. Europa
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La versione di Juncker
di David Carretta
“L’uomo del passato” è chiamato a dare un futuro all’Unione europea. La prima sfida del
2015 per il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, sarà di dimostrare di non
essere quel che appare ai più: un leader vecchio e stanco, più attento alle macchinazioni
dei palazzi bruxellesi che agli interessi degli europei, pronto a usare il potere in modo
spregiudicato, inadatto a guidare un’UE da 500 milioni di persone con gli stessi metodi con
cui ha governato i 500 mila cittadini del Gran Ducato.
Lo scandalo LuxLeaks, che ha ricordato come Juncker abbia trasformato il Lussemburgo
in un paradiso dell’ottimizzazione fiscale a danno delle casse degli altri Stati membri, lo ha
già trasformato in un’“anatra zoppa”. Governi ed Europarlamento hanno il fucile puntato,
pronti a sparare addosso al volatile Juncker, se non otterranno ciò che vogliono su deficit,
limiti alla libera circolazione delle persone, sconti al bilancio comunitario o politiche
neokeynesiane.
Dal “no” francese al progetto di costituzione europea nel referendum del 2005, l’UE
barcolla sulla difensiva sotto il peso di continue crisi esistenziali. Senza più una visione
condivisa da promuovere a sogno europeo, la Commissione ha assistito immobile al lento
logorio delle fondamenta della costruzione, che nel 2015 potrebbe trasformarsi in
disintegrazione. Le elezioni nel Regno Unito con la prospettiva del referendum “in-or-out”,
l’avanzata di Marine Le Pen in Francia, la fine dell’europeismo tedesco, lo scontro con la
Russia, la giapponesizzazione dell’economia europea: non mancheranno nel 2015 le
occasioni di un incidente centrifugo dell’UE.
Juncker non può accontentarsi di amministrare la fine del suo passato, ma deve trovare
ciò che dia inizio al futuro comunitario. Il suo problema non sono le sigarette o l’abuso di
drink, che lo rendono perfino simpatico: il grande pericolo è che Juncker privilegi l’arte (in
cui è abilissimo) del compromesso a tutti i costi, quando ciò che manca all’UE sono
leadership e coraggio politico.
David Carretta è corrispondente dalle istituzioni europee di Radio Radicale. Scrive anche
per Il Foglio e Il Messaggero.
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Keep Calm (and don't Brexit)
di Beppe Severgnini
Per il Regno Unito, il 2015 sarà un anno politicamente spettacolare. Un paese trasportato
in un film di Woody Allen! Ecco alcune delle sue linee-guida.
«Fiducia è ciò che si prova prima di aver capito il problema».
Se i conservatori venissero rieletti il 7 maggio, dovrebbero mantenere la promessa di un
referendum sull’Unione europea: dentro o fuori. Se vincessero i labouristi, la pressione si
sposterebbe su di loro. Se fosse necessario un governo di coalizione, lo stress sarebbe
generale. Qualunque cosa succeda, l’Europa sarà il grande tema del 2015. Prima delle
elezioni, aspettatevi molte fanfaronate antieuropee. Dall’8 maggio, buon senso.
«Il denaro è meglio delle povertà, se non altro per motivi finanziari».
La City, il commercio e l’industria, la comunità scientifica, il mondo accademico e la
maggior parte dei media spiegheranno che lasciare l’UE significa lasciarsi alle spalle le
regole di Bruxelles, incluso il mercato unico. Brexit sarebbe un’esperienza sgradevole. La
Gran Bretagna può permettersela? L’inutile amarezza, forse. Il business perduto,
certamente no.
«E se nulla esistesse e noi vivessimo tutti nel sogno di qualcuno? O peggio, se esistesse
solo quel tipo grasso nella terza fila?».
Che ne sarebbe del Regno Unito se lasciasse l’Europa? I grandi Paesi europei hanno
un’area d’influenza. Quella della Germania si estende all’Austria e alla Repubblica Ceca,
all’Olanda e alla Danimarca. La Francia ispira metà del Belgio e un terzo della Svizzera.
La Gran Bretagna, senza l’Europa, è sola. I Paesi del Commonwealth vivono la loro vita.
L’Irlanda non ne vuol più sapere. La special relationship con gli Usa è confinata
all’intelligence. Tra Londra e Pechino c’è Hong Kong. Resta la Russia (in terza fila). Oh-oh.
«Odio la realtà, ma resta il posto migliore per trovare una buona bistecca».
E allora perché volete lasciare Bruxelles?! Filet mignon & pommes frites!
«Do al mio psicanalista ancora un anno, poi vado a Lourdes».
La crescita di Ukip preoccupa molti in Gran Bretagna. Ma i movimenti di protesta sono
presenti altrove (Italia, Francia, Olanda, Finlandia, Svezia, etc.). Di solito non durano a
lungo. Il 2015 non sarà l’anno di Nigel Farage, dopo tutto. A patto che i suoi avversari
stiano calmi, non si lascino prendere dal panico (and don’t Brexit, of course).
Beppe Severgnini è editorialista del Corriere della Sera ed è opinion writer per The New
York Times. Ha scritto 15 saggi e un testo teatrale tratto da La vita è un viaggio (Rizzoli,
2014), con cui ha debuttato come attore.
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Lezioni di tedesco
di Matteo Alviti
Die schwarze Null, lo “zero nero”. In altre parole, il pareggio di bilancio. Nel 2015, per la
prima volta dal 1969, la Germania chiuderà i conti pubblici senza nuovo indebitamento.
Sempre che le tante crisi internazionali non rallentino ulteriormente l’economia, come già
accaduto quest’anno.
Non c’è chiave migliore di questa per comprendere l’atteggiamento tedesco in Europa,
troppo spesso ridotto a “ottuso rigorismo”. Berlino – la cancelliera Angela Merkel e il suo
ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble in particolare – ha puntato buona parte della
propria credibilità sul mantenimento degli obiettivi di bilancio. Non è un feticcio fine a se
stesso, hanno spiegato in più occasioni. È questione di fiducia, di mantenimento della
parola data, principio intoccabile per i tedeschi. E per gli investitori internazionali.
Ma, soprattutto, la solidità dei conti è fondamentale per il valore politico del Paese in
Europa. Troppe volte in passato l’Unione europea (Germania compresa) non è riuscita a
mantenere gli impegni presi, ricordano spesso Merkel e Schäuble, sotto attacco degli
eurocritici di Alternativa per la Germania. Quel tempo deve essere ora definitivamente
superato, concorda anche la Spd, metà socialdemocratica del governo di grande
coalizione. Tornare tutti sulla strada tracciata dai patti e dai trattati è il presupposto per fare
ulteriori passi avanti nell’integrazione dei sistemi fiscali ed economici, obiettivo a lungo
termine di Berlino. Più integrazione significa più stabilità, termine non troppo in voga nella
politica italiana. Al contrario i tedeschi sono devoti alla stabilità, e rifuggono affabulatori e
visionari («Chi ha le visioni deve andare dal medico», disse una volta l’ex cancelliere Spd
Helmut Schmidt).
Anche per questo ha tanto successo in patria la politica dei piccoli passi di Merkel. Che tra
l’altro sta ora portando verso un aumento degli investimenti interni nei prossimi tre anni,
per rilanciare un’economia in difficoltà (nonostante l’export continui a far segnare record),
come chiesto dai partner in Europa.
Matteo Alviti è giornalista freelance, dal 2005 lavora da Berlino per l’Ansa e la Rai.
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La Spagna diligente e spaesata
Di Lucia Magi
L’anno che si apre si chiuderà in Spagna con le elezioni politiche. I cittadini iberici
andranno alle urne in dicembre in un quadro d’incertezza che non accenna a dipanarsi.
Il leader popolare Mariano Rajoy ha assunto a fine 2011 l’amaro compito di governare un
Paese squassato e stordito dalla crisi. Indisturbati e diligenti, mentre l’opposizione
socialista raccoglieva i cocci del fallimento di José Luis Rodríguez Zapatero e si
concentrava in una poco riuscita riorganizzazione interna, gli azzurri hanno attuato le
riforme anticrisi di Bruxelles. Il segno positivo è tornato a svettare davanti al Pil nazionale
per tre trimestri consecutivi. La Spagna è il Paese dell’eurozona che cresce di più. Madrid
è fuori pericolo, non teme più il contagio di Atene.
Il prezzo dei “compiti a casa”, però, è molto salato. La disoccupazione sfiora il 24 per
cento. Cinque milioni e mezzo di persone in età lavorativa non hanno un impiego. Quasi
700 mila famiglie vivono senza alcuna entrata sicura, molte di più devono cavarsela con
600 euro al mese. I tre spagnoli più ricchi detengono il doppio della ricchezza del 20 per
cento della popolazione.
La classe media è devastata. Dipendenti pubblici o piccoli e medi imprenditori dell’indotto
edile: tutti hanno vissuto nell’illusione che la bonanza non finesse mai.
La riforma del mercato del lavoro, il ridimensionamento della spesa pubblica e i tagli hanno
anche un prezzo d’insoddisfazione politica: nessun partito è parso all’altezza della
situazione. Cresce solo il movimento Podemos che combatte per scardinare il sistema
tradizionale di rappresentazione.
La Spagna del 2015 è spaesata: le riforme non sono bastate a ordire un nuovo tessuto
economico – prima della grande crisi in baldanzoso equilibrio su pilastri dai piedi d’argilla
come il turismo e la costruzione – e anzi hanno sfilacciato ulteriormente quello sociale: più
poveri e disorientati, gli spagnoli hanno perso fiducia nei sindacati, nei partiti e perfino
nella monarchia, l’unica istituzione che abbia intrapreso un cammino di rottamazione e
rinnovamento.
Lucia Magi è redattrice di diMartedì su La7 con Giovanni Floris. Ha vissuto in Spagna a
lungo, dove ha lavorato per El País e per Radio Popolare, poi è tornata in Italia a
raccontare il suo Paese (e il Vaticano) sulle pagine de El País e del quotidiano cileno La
Tercera.
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L’Europa che corre
di Matteo Tacconi
Dopo il 3,2 per cento del 2014, quest’anno l’economia polacca dovrebbe espandersi del
3,3. Sono previsioni, ma fino a prova contraria confermano che la Polonia, uscita a testa
alta dalla grande depressione globale, è una storia di successo: in termini d’integrazione
europea, così come di ricostruzione nazionale. Nel 1989, chiusi i conti con il comunismo, il
Paese era allo sfascio. È dovuto ripartire da zero.
Il campo va comunque sgomberato dalle interpretazioni eccessive. La Polonia funziona,
ma non è una nuova Svezia. Al tempo stesso è riduttivo bollarla come semplice portatrice
di concorrenza sleale. La competitività non la fanno i soli costi di produzione, ancora
accessibili: Varsavia, partita dall’esigenza assoluta di attirare investimenti, ha messo su
nel corso del tempo un sistema-Paese strutturato.
Quello polacco non è un caso isolato nell’Europa centrale. Slovacchia, Repubblica ceca e
Ungheria sono anch’esse investite dai grandi cambiamenti post-1989. Da una parte si
sono fatte officina, accogliendo migliaia d’industrie occidentali che hanno spostato
all’estero segmenti della filiera produttiva. L’automotive è una buona sintesi del fenomeno,
essendo la voce principale dell’export dell’Europa di mezzo. Dall’altra parte, tuttavia, questi
Paesi hanno lavorato affinché a renderli attraenti non fosse esclusivamente il costo del
lavoro (tra l’altro i salari sono cresciuti sensibilmente dall’allargamento europeo del 2004).
I numeri sulla crescita, quest’anno, premieranno anche Praga (più 2,5 per cento),
Bratislava (più 2,7 per cento) e Budapest (più 2,8 per cento), benché nell’ultimo caso
l’espansione sia legata a una politica di ripetuti tagli ai tassi e nuovi balzelli nei confronti
dei colossi occidentali che, a detta di molti analisti, sta divenendo insostenibile. La cosa, a
ogni modo, ricorda che l’Europa centrale non è un blocco (né tale è stata al tempo del
comunismo). Ognuno segue una propria via, anche a livello politico. L’Ungheria ha Viktor
Orban, la Polonia, che quest’anno va alle urne, ha scelto Donald Tusk.
Matteo Tacconi, classe 1978, è giornalista e segue la “nuova” Europa da dieci anni.
Coordina il sito www.rassegnaest.com.
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IV. Mondo
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Happy ending per Obama
di Mattia Ferraresi
L’ultimo anno alla Casa Bianca non conta. Nel 2016 la testa dell’America sarà alle primarie
e poi alle elezioni generali, sodali e avversari invitano già gentilmente il presidente a farsi
una passeggiata defaticante a bordo campo. Specialmente se in corsa c’è una compagna
di partito che ha bisogno di smarcarsi dalla narrazione presidenziale.
A Barack Obama rimane dunque soltanto il prossimo anno per costruirsi un’eredità,
un’immagine simbolica presso la posterità, e magari sparare le cartucce che gli sono
rimaste in canna, su tutte la riforma dell’immigrazione e un accordo – magari globale – sul
taglio delle emissioni di anidride carbonica.
Per Obama il 2014 è stato un anno terribile eppure punteggiato da elementi positivi, che
vuole capitalizzare in vista della dipartita. La fulminante ascesa dello Stato islamico ha
messo a nudo la debolezza della leadership della Casa Bianca; la crisi in Ucraina ha
allontanato la figura del presidente dal ruolo di regista dello scenario geopolitico globale,
ridotto a incerto amministratore di una potenza fra le potenze. La percezione del
disimpegno americano ha contribuito alla monumentale vittoria del partito repubblicano
alle elezioni di midterm. La crisi del sesto anno è fisiologica, e anche presidenti che hanno
avuto il Congresso contro negli ultimi due anni sono riusciti ritagliarsi un posto d’onore.
Obama ha dalla sua la ripresa economica, e non è poco. Esiste un divario tra l’economia
raccontata dai numeri e l’effettiva situazione della middle class, ma la disoccupazione è
scesa sotto la soglia psicologica del sei per cento e la crescita viaggia a ritmi che gli
europei non hanno nemmeno il coraggio di sognare. La fine delle politiche monetarie
espansive della Fed causerà qualche trauma, ma è il segno che finalmente l’economia può
camminare sulle proprie gambe.
Ronald Reagan e Bill Clinton negli ultimi due anni a Washington hanno attraversato
scandali potenzialmente devastanti; l’economia, però, andava spedita, e i due sono
passati direttamente dalla storia alla leggenda.
Mattia Ferraresi è corrispondente del Foglio da New York, scrive di cose americane anche
per Panorama, Tempi, Aspenia e altri. Ha scritto un libro critico su Obama prima che
criticarlo diventasse mainstream, e ha raccontato la sua gente d’Emilia provata dal
terremoto.
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L’ultimo treno per Mosca
di Anna Zafesova
La Russia di Putin è considerata da Barack Obama una delle principali minacce globali,
insieme all’Ebola e all’Isis. E delle tre sfide la nuova guerra fredda è probabilmente quella
destinata a durare più a lungo, anche perché coglie impreparato un mondo che dopo il
crollo del Muro aveva tolto Mosca dai radar.
Con l’annessione della Crimea – il primo cambiamento forzato dei confini in Europa dopo il
1945 – lo spazio di manovra per il Cremlino è diventato un corridoio strettissimo. Che
potrebbe diventare un vicolo cieco: Putin si rifiuta di fare marcia indietro, anche perché il
ritorno della Russia all’espansione territoriale ha entusiasmato i russi che gli danno l’87 per
cento dei consensi, nonostante il calo, per la prima volta in 15 anni, del tenore di vita.
Il Cremlino deve fare i conti con un’economia in crisi per la quale le sanzioni occidentali
sono state solo l’ultima goccia, e con un sistema politico-imprenditoriale cucito addosso al
presidente e ai suoi clan. Il monopolio di Putin sul potere, ormai diventato culto della
personalità, gli impedisce la flessibilità politica offerta dalle democrazie. Il criceto deve
continuare a far girare la ruota, senza averne più le risorse, sperando che l’esaltazione
nazionalista permetta di dare la colpa di tutto all’odiato Occidente.
Né l’Europa, né gli Usa sono in grado di sfidare la Russia apertamente, ma possono farle
pagare le nuove pressioni militari sull’Ucraina. Mosca non ha più gli arsenali e l’ideologia
con i quali una volta minacciava l’Ovest. Il ricatto del gas non basta più, e lo shale mette a
rischio la principale fonte di entrate di quello che resta un emirato arabo con la neve.
Storicamente il prezzo del petrolio oscilla in parallelo alle liberalizzazioni russe, ma l’attesa
per la nuova perestroika può essere lunga: la Russia resta un Paese pieno di risorse e
l’esplosione delle frustrazioni postcomuniste è un malessere covato per anni. Che ora si
sfoga con il nazionalismo e la voglia di autarchia, rischiando di far perdere ai russi l’ultimo
treno per la modernizzazione.
Anna Zafesova è giornalista e Russia watcher (una volta il mestiere si chiamava
sovietologo) de La Stampa.
25
Due popoli, tre Stati
di Davide Frattini
Duecentocinquantotto parole, un’orazione funebre trasformata in poesia guerresca, che
fissa il destino di una generazione e diventa profezia per quelle che verranno. Moshe
Dayan, il capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, è sceso al limitare della Striscia di
Gaza per commemorare Roy Rotenberg, 21 anni, la guardia del kibbutz Nahal Oz uccisa
dai palestinesi. È il 29 aprile del 1956, lo Stato di Israele è nato otto anni prima.
Da allora il Paese non ha mai smesso di combattere. Quel destino militare insegue ancora
i ragazzi in divisa ai quali gli ufficiali sequestrano i telefonini perché non rivelino su
Facebook (senza volerlo) la posizione al nemico. È successo durante i 50 giorni di guerra
contro Hamas nell’estate 2014, succederà nei prossimi conflitti che gli strateghi già
intravedono: il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha lasciato il bunker a
Beirut per sfoggiare l’accuratezza dei suoi missili e la determinazione dei combattenti sciiti,
la carneficina siriana si avvicina al confine sulle alture del Golan rimasto tranquillo per 40
anni.
Il Paese è rallentato dall’attesa delle elezioni anticipate (volute dal premier Benjamin
Netanyahu, che ha licenziato dal governo di centrodestra i ministri moderati), i negoziati
con i palestinesi sono fermi come i vagoni del metro leggero di Gerusalemme durante le
ore pericolose. Nessuno la vuol chiamare “Terza Intifada”, ma molti ne vedono i segnali: gli
scontri tra i giovani arabi e la polizia, gli attacchi dei cosiddetti “lupi solitari”.
Il presidente dell’Anp Abu Mazen, intanto, persegue l’“Intifada diplomatica”: chiede alla
comunità internazionale di riconoscere la Palestina anche senza l’intesa con Israele, i
Paesi europei stanno rispondendo all’invito. Gli estremisti ebrei e palestinesi dichiarano
morta la soluzione dei Due Stati. La fantasia satirica dello scrittore israeliano Etgar Keret
immagina quella dei Tre: la terza nazione andrebbe ai fondamentalisti di entrambe le parti,
un’enclave per continuare a odiarsi e combattersi. E lasciare in pace i neo-conviventi
vicini.
Davide Frattini, al Corriere dal 1990, scrive di Esteri ed è corrispondente dal Medio
Oriente.
26
La svolta del Dragone
di Simone Pieranni
Nel 2015 la Cina rallenterà la propria crescita economica, cercando di attestarsi al 7,3 per
cento. Per i funzionari del Partito comunista cinese si tratta di qualcosa di previsto e, per
certi versi, utile. Il rallentamento dell’economia, dicono a Pechino, consentirà quella
trasformazione in atto ormai da tempo e che dovrà realizzarsi proprio sotto la leadership di
Xi Jinping.
Il “sogno cinese” prevede un cambiamento epocale: il passaggio della Cina da “fabbrica
del mondo” a player globale, capace di innovare, investire all’estero, liberalizzare alcuni
settori dell’economia, stroncare la corruzione e dismettere le grandi aziende di Stato,
motori principali della crescita, ma insieme ricettacoli di corruzione e investimenti non
produttivi. La volontà è sviluppare il mercato interno, consentendo una sorta di
redistribuzione del reddito per le fasce più povere, attraverso la riforma del welfare già in
atto. Mutamenti realizzati anche attraverso una nuova ondata di urbanizzazione, che
porterà centinaia di migliaia di persone nelle città. Un passaggio storico, per un Paese
tradizionalmente agricolo.
L’alchimia ricercata da Xi Jinping è quella di trasformare la quantità in qualità, non solo da
un punto di vista economico. Il 2015 sarà l’anno dello Stato di diritto: un tentativo di
modernizzare l’impianto giudiziario per ovviare a potenziali rivolte. E con esso partiranno le
riforme sociali: l’abolizione dei campi di lavoro e le modifiche alla legge del figlio unico.
La leadership di Xi, più potente di tutti i suoi predecessori e ottenuta anche attraverso la
campagna anti-corruzione (oltre 200 mila i funzionari indagati), non mancherà di far sentire
il proprio peso anche in politica estera: è stato lui a spingere per l’istituzione di una zona di
difesa aerea nelle zone di mare conteso con il Giappone e a richiedere il posizionamento
di una piattaforma petrolifera nel Mar Cinese del Sud. L’intento è riportare la Cina al centro
del mondo. O quanto meno, a confermare il proprio dominio in Asia.
Simone Pieranni è il fondatore di China Files, agenzia editoriale con sede a Pechino che
dal 2009 fornisce ai media italiani reportage e notizie sulla Cina. Ha scritto Brand Tibet
(Derive Approdi, 2010) e Il nuovo sogno cinese (manifestolibri, 2013).
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Dietro il sipario dell’India di Modi
di Edoardo Vigna
Che Narenda Modi sappia gestire la retorica 2.0 è fuor di dubbio: le star di Bollywood
fanno la fila – scopa in mano, per strada, sull’esempio del premier – per aderire alla nuova
campagna Clean India. Perfino i tifosi del neonato campionato di calcio ramazzano gli
spalti. Segno che l’uomo che due mesi prima del voto di maggio 2014 era solo l’“outsider”,
ora ha la situazione in pugno. Ancor più ambiziosa è l’altra iniziativa appena lanciata,
Make in India, per attirare i produttori stranieri nell’hub manifatturiero del mondo.
Ex “ragazzo del tè”, Modi ha governato con successo il ricco Gujarat. La nomea di “uomo
del fare” gli è valsa a spazzar via, alla testa dei nazionalisti del Bjp, l’obsoleto Partito del
Congresso della dinastia Gandhi e del rampollo Rahul. A vincere, in realtà, sono stati
inflazione in impennata, economia in avvitamento e una serie di scandali di corruzione che
hanno fatto ignorare l’ambiguità di Modi sulle violenze contro la minoranza musulmana.
Ora invece il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale prevedono già un bel
più 5,6 per cento del Pil per l’anno in corso e un più 6,4 per cento nel 2015, così Delhi
oscurerà la Cina (in calo) brillando su tutti i Brics. Il tempo è troppo poco perché il merito
della manovra della “Corazzata India” possa essere esclusivamente di Modi e non pure dei
predecessori. Ma tant’è. Gli indiani hanno ora premiato di nuovo lui, col voto locale, e il
mondo gli va dietro: dal Vietnam al Giappone, la sua “sponda diplomatica” è ambitissima.
Modi sa di quali armi dispone: metà della popolazione indiana ha meno di 25 anni, per il
2020 la media sarà di 29, la più bassa del mondo (in Cina è di 37); la middle class ha già
una forza d’urto consumistica di 250 milioni di individui. A frenare il primo ministro indiano,
oltre al riacutizzarsi del terrorismo, è un mercato ancora chiuso e la burocrazia che
richiede 18 e 22 giorni rispettivamente per l’export e l’import di un bene (erano 27 e 41 nel
2006, a Singapore sono sei e tre). Qui il premier lavorerà. La retorica non basterà.
Edoardo Vigna è giornalista del Corriere della Sera da quasi 20 anni. Ha scritto, insieme
con il collega Enrico Marro, il libro Sette mesi di Berlusconi (Ediesse, 2001). Oggi è
caporedattore nella redazione di Sette, su cui firma la rubrica “AfrAsia”. Su corriere.it è
titolare del blog “Globalist”.
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Per Francesco è ancora un affare di famiglia
di Andrea Tornielli
Jorge Mario Bergoglio il 13 marzo 2015 compie il suo secondo anno di pontificato. Una
delle principali sfide che lo attendono è il secondo Sinodo dei vescovi dedicato alla
famiglia, il prossimo ottobre.
Sarà preceduto da un anno di lavoro nelle diocesi e nelle parrocchie del mondo intero:
negli ultimi due decenni il modello tradizionale di famiglia è profondamente cambiato e la
Chiesa, senza venir meno al Vangelo, si domanda come annunciare il messaggio cristiano
in questi nuovi contesti. Misericordia, vicinanza, accompagnamento sono le parole
d’ordine di Francesco, il Papa che con il suo messaggio si fa capire da tutti senza bisogno
di interpreti o traduttori, ed è seguito dal popolo cristiano negli Stati Uniti come nelle
Filippine.
A essere più lenti nel sintonizzarsi con lui sembrano essere i vescovi di alcuni Paesi e una
parte significativa della Curia romana. Papa Bergoglio ha chiuso il Sinodo ricordando che
la Chiesa «non ha paura di mangiare e di bere con le prostitute e i pubblicani» e ha «le
porte spalancate per ricevere i bisognosi, i pentiti e non solo i giusti o coloro che credono
di essere perfetti».
Ma il 2015 è anche l’anno di viaggi importanti per il pontefice. L’unico fino ad oggi
confermato è quello nello Sri Lanka e nelle Filippine, dal 12 al 19 gennaio. È già la
seconda volta che il Papa torna in Estremo Oriente, dopo il viaggio in Corea. Ormai certa,
anche se non ufficiale, è pure la trasferta negli Stati Uniti: oltre all’incontro mondiale delle
famiglie a Philadelphia, Francesco potrebbe visitare Washington e il Palazzo di Vetro
dell’Onu a New York. Sarà la prima volta che Bergoglio mette piede negli Usa in vita sua e
non sarà facile: molti vescovi sono spiazzati dal suo magistero che mette al centro i poveri
e la giustizia sociale, criticando “l’economia che uccide” e “l’idolatria del denaro”. Tra gli
appuntamenti italiani, è fissata per maggio una visita a Torino, in concomitanza con
l’ostensione della Sindone. E Francesco si ritaglierà pure qualche ora per far visita ai
parenti che gli sono rimasti in Piemonte.
Andrea Tornielli, veneto di Chioggia, classe 1964, laureato in greco antico, è giornalista e
scrittore. Vaticanista de La Stampa e coordinatore del sito web Vatican Insider.
29
Luci e ombre dell’Oriente Express
di Alessandro Ursic
Sono economie con tassi di crescita che in Europa ci sogniamo. E per i Paesi del Sud-est
asiatico, il 2015 dovrebbe (ma è possibile un rinvio) portare la prima fase di un mercato
unico simile a quello dell’UE, con la Comunità economica dell’Asean.
Siamo però lontani da un’integrazione totale, con Paesi che presentano situazioni molto
diverse. C’è chi fa passi indietro, come la Thailandia ora sotto una giunta militare che
rischia di governare a lungo, mentre procede al riassetto istituzionale in senso antidemocratico. O come la Birmania, che dopo le prime aperture è ora in stallo: comanda
sempre l’esercito, e il Paese andrà al voto a fine 2015 con una Costituzione che preclude
la presidenza ad Aung San Suu Kyi. Ma anche in Malaysia, la coalizione al governo
dall’indipendenza rimane aggrappata al potere, mentre il Paese vorrebbe un’alternanza.
I segnali positivi e di rinnovamento non mancano. L’Indonesia è da poco guidata da Joko
Widodo, primo leader venuto dal basso. Nelle Filippine, con un’economia in pieno boom, il
presidente Benigno Aquino è popolarissimo per aver combattuto la corruzione. In
Cambogia, il sempiterno Hun Sen rimane in sella, ma tra i giovani c’è un consenso
massiccio per l’opposizione: nuovi disordini sono possibili, anche tra gli operai tessili che
chiedono aumenti salariali. Il Vietnam continua nel suo sviluppo guidato dal Partito
comunista, mentre Singapore vive una crisi d’identità: il “padre della patria” Lee Kuan Yew
ha 91 anni, e il suo modello di democrazia autoritaria si scontra ora con l’erosione della
classe media tipica dei Paesi avanzati.
Sulla regione incombe poi l’ombra del Dragone. La Cina è benvenuta quando porta
turismo e scambi, temuta quando reclama tutto il Mar Cinese meridionale con una “dottrina
Monroe” alla pechinese. Nuove tensioni con Vietnam e Filippine sono probabili, così com’è
scontato che proseguirà l’odissea dei Rohingya, i musulmani in fuga da una Birmania che
li odia: a decine di migliaia si avventurano nell’Oceano Indiano, spesso con esiti fatali.
Alessandro Ursic, giornalista freelance, vive a Bangkok dal 2008. Copre il Sud-est asiatico
per l’Ansa, La Stampa, la Radio Svizzera Italiana, East e altre testate. In precedenza ha
lavorato per cinque anni a PeaceReporter.
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Reconquista latino-americana
di Giuseppe Dentice
Per l’America Latina il 2014 è stato un anno intenso e contraddistinto da grandi eventi,
elezioni e crisi economiche. Dal punto di vista elettorale ci sono state poche sorprese. A
eccezione di Panama, tutti i Paesi giunti al voto hanno visto la riconferma del leader in
carica o del candidato “oficialista” (è accaduto in Brasile, Colombia, Bolivia, Uruguay,
Costa Rica ed El Salvador).
L’anno è stato segnato soprattutto dal Brasile, organizzatore dei mondiali di calcio e delle
elezioni presidenziali che hanno visto la vittoria di Dilma Rousseff per un secondo
mandato al palazzo di Planalto. Ciononostante il 2014 brasiliano è stato un anno più di
ombre che di luci complice anche l’entrata in recessione dopo quasi un decennio di
crescita sostenuta. Sempre il Brasile ha ospitato, a Fortaleza, il V summit dei BRICS che
ha visto sia l’istituzione della Nuova Banca di Sviluppo degli Stati “emergenti”, sia la
discesa in campo di Russia e Cina nel “cortile di casa” americano. Un evento, quest’ultimo,
che potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione geopolitica nel continente.
Un altro Paese che merita un attento monitoraggio è l’Argentina. Buenos Aires deve
affrontare due rilevanti questioni nel breve periodo: le incerte condizioni di salute di
Cristina Kirchner e il nuovo default finanziario 13 anni dopo la crisi del 2001. Entrambi i
problemi pongono interrogativi circa la stabilità politica ed economica, soprattutto, in ottica
delle presidenziali dell’ottobre 2015.
Meritano infine due menzioni particolari Messico e Venezuela. Forte di una crescita
economica importante e di una stagione riformista avviata dall’“hombre nuevo” Enrique
Peña Nieto, il Messico sta affrontando un momentum complesso provocato dal riemergere
della violenza politica e dallo strapotere dei narcos, come dimostrato dalla strage di Iguala
di settembre. Il Venezuela, invece, continua a combattere con i fantasmi del chavismo e
non riesce a trovare una soluzione alla crisi politico-economico-sociale.
Che il 2015 sia l’anno della reconquista latinoamericana?
Giuseppe Dentice è research assistant per l’ISPI e collaboratore di numerose riviste
specializzate come Aspenia online, Limesonline e Il Mulino. I suoi campi di ricerca sono
incentrati soprattutto sugli studi strategici, di sicurezza e sui temi internazionali riguardanti
la regione mediorientale e l’America Latina.
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L’Africa e il gigante dai piedi d’argilla
di Raffaele Masto
Le elezioni di febbraio in Nigeria hanno una valenza che supera i confini nazionali. Questo
Paese, infatti, è il primo produttore di greggio dell'Africa, il più popoloso e il più ricco, con
un Pil che nel 2014 ha superato quello del Sudafrica, fino a oggi primatista continentale.
Sul suo territorio, però, si trova anche il principale focolaio del terrorismo islamista di tutto il
continente: la sanguinaria setta Boko Haram che lo scorso aprile ha compiuto il clamoroso
sequestro di oltre 200 liceali. Un focolaio che dal Nord della Nigeria potrebbe contagiare
altri Paesi e congiungersi, magari stabilendo una strategia comune, con altri gruppi della
stessa matrice, come quelli del Nord del Mali o della costa orientale africana.
In termini di dinamiche interne, invece, va sottolineato come Boko Haram, che fino a tre
anni fa combatteva con machete e bastoni, oggi disponga di armi automatiche, truppe,
capacità logistica, grandi quantità di esplosivo ed esperti che lo sanno maneggiare. In
molti, perciò, ritengono che sia in realtà una creazione delle élite politiche ed economiche
del Nord che vogliono destabilizzare e indebolire il potere federale del presidente uscente
Goodluck Jonathan.
Una situazione che affonda le proprie radici nel principale motivo di lacerazione che, dai
tempi dell'indipendenza, affligge la Nigeria: il contrasto tra il Nord del Paese, semi
desertico, povero e con una popolazione a stragrande maggioranza musulmana, e il Sud
ricco, densamente abitato e di religione cristiana.
Le elezioni di febbraio rappresentano perciò l'ennesima sfida tra le due parti del Paese:
Jonathan, infatti, è cristiano e originario del Sud, mentre i suoi più accreditati sfidanti,
anche all'interno del suo stesso partito, sono del Nord. Al momento, lui è il favorito, ma i
giochi sono aperti e la complicata scacchiera politica nigeriana potrebbe riservare delle
sorprese.
Di certo, sulla tornata elettorale peseranno tutti questi fattori che, a loro volta, potrebbero
influenzare sia le dinamiche che li hanno creati, in termini di peso Nord-Sud, sia gli
equilibri regionali.
Raffaele Masto è scrittore e giornalista di Radio Popolare, ha seguito da inviato le crisi
africane degli ultimi 20 anni. Il suo ultimo libro è Buongiorno Africa (Mondadori, 2011).
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Migrazioni e accoglienza
di Shady Hamadi
Circa 40 mila siriani sono stati accolti a Milano fra il 2013 e il 2014. Di queste migliaia,
meno di 100 hanno scelto di rimanere in Italia. Tutti gli altri sono andati nei Paesi del Nord
Europa, come la Germania e la Svezia, perché quegli Stati offrono la possibilità – a loro
come alle decine di migliaia di italiani emigrati là – di ricostruirsi una vita.
Il flusso migratorio che ha coinvolto nel 2014 l’Italia è stato chiamato da alcuni “invasione”.
Si è detto di tutto contro gli immigrati giunti con gli sbarchi di quest’anno: «Sono loro che
rubano il lavoro» è il leitmotiv delle proteste, nonostante questi transitino soltanto nel
nostro Paese. Il governo italiano è conscio che la maggior parte di chi sbarca in Italia vuole
solo attraversarla, perciò per lungo tempo, dall’inizio di Mare Nostrum, non si sono prese
le impronte digitali ai profughi, così che potessero transitare dal nostro Paese verso altre
nazioni senza essere poi rimandati indietro da noi. Quello dell’esecutivo è stato un
escamotage per non rispettare le politiche europee in materia d’immigrazione – che
prevedono che il primo Paese di transito per il profugo sia quello che gli fornisce
accoglienza e nel quale deve rimanere chiedendo asilo – e per demandare ad altri il
problema.
Il 2015 sarà un anno intenso. L’aumento degli sbarchi, inevitabile a causa delle guerre,
specialmente quella in Siria che ha già creato dieci milioni di profughi riversatisi nei Paesi
limitrofi, creerà nuove tensioni sociali che rafforzeranno i partiti xenofobi nostrani, i quali
hanno trovato nella questione dell’immigrazione il capro espiatorio per cercar consensi fra
le fasce più povere (costantemente in aumento), portate a credere che il loro problema di
sussistenza sia dovuto allo “straniero”.
Altro problema che il 2015 porta con sé è la mancanza di una politica estera unica
dell’Unione europea, che persegua un’agenda basata sui diritti umani e non sugli interessi
economici così da poter partecipare a risolvere i conflitti a casa di chi scappa.
Shady Hamadi collabora con il Corriere della Sera e ha un suo blog su Il Fatto Quotidiano.
Il suo ultimo libro è La Felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana
(ADD Editore, 2013).
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V. Media & Tech
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La prova del nove della sharing economy
di Massimo Russo
Chiunque pensi che la sharing economy sia un nuovo anti-capitalismo, un mondo di
consumatori trasformati in produttori, di commoner alla Jeremy Rifkin che sostituiranno al
mercato lo scambio tra pari e il non profit, è fuori strada. Certo, c’è anche questo
nell’economia della condivisione, che nasce dalle piattaforme digitali ed è abilitata dalla
fiducia. Ma non saranno questi i tratti principali dello sviluppo cui assisteremo nei prossimi
anni.
L’internet delle cose, con 30 miliardi di dispositivi connessi alla rete nel 2020, la stampa
3D con le merci trasformate in file, e il costo marginale tendente allo zero dei prodotti e dei
servizi digitali, abiliteranno nuovi modelli di business. A beneficiarne saranno soprattutto
nuove società i cui nomi ancora non conosciamo, perché nemmeno sono nate, che
andranno ad aggiungersi ai servizi di quelle che invece abbiamo imparato a utilizzare in
fretta, come Uber, BlaBlaCar, Car2Go ed Enjoy, Airbnb.
Il baricentro delle scelte dei consumatori tenderà a spostarsi dal possesso verso l’utilizzo:
perché comprare libri, film o dischi se possiamo abbonarci a un servizio di streaming? Una
ricerca di PricewaterhouseCoopers individua cinque aree principali per la sharing
economy: il crowdfunding, la gestione delle assunzioni a tempo parziale attraverso la rete,
il peer-to-peer negli alloggi, il car sharing e lo streaming di video e canzoni. Già oggi questi
settori realizzano un fatturato globale di 15 miliardi di dollari. Ebbene, secondo una stima
esso potrebbe arrivare a 335 miliardi nel 2025.
Le aziende che nasceranno promettono di avere un focus maggiore di quelle esistenti
sulla sostenibilità ambientale e sociale. Ma per loro natura impatteranno contro
regolamenti scritti prima del digitale, che non le contemplano e le mettono fuori legge. Sarà
questa per l’Europa la sfida più importante: riuscire ad abilitare l’innovazione dirompente
anche nel vecchio continente. Altrimenti saremo condannati a subirla.
Massimo Russo è direttore di Wired Italia. Ha insegnato all’Istituto per la Formazione al
Giornalismo dell’Università di Urbino. Coautore di Eretici Digitali (Apogeo, 2009). È stato
direttore dei contenuti della divisione digitale del Gruppo Espresso.
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Il futuro dei media italiani
di Pierluca Santoro
L’analisi dei bilanci tra il 2009 ed il 2013 dei sei principali gruppi editoriali italiani mostra
come non vi sia editore immune dalla crisi strutturale del settore.
Se la prima ondata di testate all digital ha dimostrato debolezza nella sostenibilità
economica, con tutti i players della prima ora (Blitz Quotidiano, Lettera43 e, soprattutto,
Linkiesta; Il Post invece dovrebbe raggiungere il pareggio) in profondo rosso e volumi di
traffico modesti, sono ora quelli della seconda generazione a marcare posizioni che
iniziano a costituire un’importante base di sviluppo (Fanpage e Blogo ormai raggiungono
stabilmente oltre il mezzo milione di utenti unici nel giorno medio).
Ma la vera rivelazione del 2015 sarà l’apertura di Vice Italia che ha scelto proprio il nostro
Paese come prima base di espansione internazionale.
I nuovi progetti editoriali parlano il linguaggio della generazione X e hanno strutture
organizzative snelle con un peso della redazione ridotto in termini di organici rispetto a
quella manageriale di gestione e sviluppo.
Fanpage già dall’inizio del 2014 ha lanciato il native advertising. Blogo ha una struttura
fortemente integrata con Populis, concessionaria pubblicitaria propria che vende anche il Il
Fatto Quotidiano online, la quale già offre format di comunicazione “non tradizionali” e si
appresta ad ampliare l’offerta in tal senso. Vice offre un’agenzia di content marketing
interna che propone ai brand non solo spazi pubblicitari ma partnership con le quali
sviluppare dei progetti di comunicazione di ampio respiro.
Nell’era dell’“infobesità” acquisisce crescente valore la content curation e i casi del recente
lancio di FirstFT, dell’espansione europea di Blendle (definito l’iTunes del giornalismo),
come pure il successo di Good Morning Italia, ne sono concreta evidenza.
Insomma il 2015 sarà, da un lato, la proclamazione definitiva della morte del modello di
business tradizionale basato sul binomio vendite-pubblicità e, dall’altro, la consacrazione
del valore, giornalistico ed economico, della selezione dei contenuti online.
Pierluca Santoro è esperto di marketing e comunicazione e project manager di Datamedia
Hub, tra i più apprezzati analisti sull’evoluzione dell’editoriale nell’epoca digitale. Ha scritto
L’edicola del futuro, il futuro delle edicole. Ovvero che fine farà la carta stampata
(Informant, 2013).
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Consumatori mobili
di Michele Boroni
Raramente nel settore dell’advertising e nel marketing si era visto un anno più “disruptive”
– dirompente e capace di distruggere tutto ciò a cui eravamo abituati in passato – del
2014. Perfino in Italia gli investimenti pubblicitari su internet hanno superato quelli sulla
stampa. In generale, le continue innovazioni tecnologiche stanno mutando strategie dei
brand e consuetudini delle persone che, peraltro, sono sempre meno consumatori e
sempre più soggetti attivi e collaborativi, capaci di determinare, grazie all’uso disinvolto
della rete, il successo e l’insuccesso di un brand o di una campagna.
Ma anche il 2015 non dovrebbe scherzare in termini di innovazioni e sorprese. Non è
ancora chiara la data di lancio sul mercato dell’iWatch, ma è chiaro che Apple, com’è già
successo per smartphone e tablet, riuscirà a rendere rilevante il mondo della wearable
tech creando un nuovo medium “intimate and personal”, che diventi un originale territorio
di relazione e di servizio per i brand.
Il 2015 sarà l'anno in cui i big data potrebbero essere risolutivi per molti settori, se è vero
che oggi il 36 per cento delle persone sono disposte a condividere la propria posizione con
i retailer attraverso il localizzatore del proprio smartphone (nel 2013 erano il 18 per cento,
secondo una ricerca mondiale IBM). Questa disponibilità dei dati insieme alla creazione di
algoritmi e modelli predittivi sempre più sofisticati permetteranno una comunicazione e una
costruzione di proposte sempre più personalizzate, specialmente nel settore bancario,
turistico e della salute.
Per tutti questi motivi sarà davvero difficile pensare a una campagna di un brand nel 2015
che non coinvolga il canale mobile. Le attività di marketing, specie se dirette ai millennials,
dovranno passare dall’essere mobile-aware a mobile-first: in altre parole, non basterà più
progettare campagne e contenuti sui media tradizionali per declinarle in un secondo tempo
sui smartphone e tablet, ma iniziare proprio sul mobile per poi scalare su web e altri canali.
Buon 2015!
Michele Boroni vive in equilibrio tra la Toscana e Milano. Si occupa di comunicazione
online e strategie media. Scrive, tra gli altri, per Il Foglio, Wired e Corriere della Sera. Ha
firmato libri di marketing ormai introvabili. Un tempo aveva un blog, ma gli è rimasto solo il
nome – EmmeBi – con il quale firma i suoi tweet.
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VI. Idee
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Il post-femminismo
di Serena Danna
Una tradizione troppo ingombrante e il disimpegno seguito alla delusione delle mancate
rivoluzioni hanno impedito alle donne, per troppi decenni, di riflettere sulla loro condizione,
di immaginare nuove sfide e responsabilità. Eppure, negli ultimi anni, è emersa una nuova
consapevolezza di genere che ha riportato la cosiddetta questione femminile al centro del
dibattito politico e culturale.
La condizione della donna contemporanea appare sempre di più in contraddizione con i
tempi: la persistenza di zavorre dei secoli scorsi – dal gender gap nel mondo del lavoro
fino alla violenza come forma di controllo – e la vetrina di confronto offerta da internet
hanno fatto emergere un problema non più rimandabile per una società funzionale al XXI
secolo. Ogni Paese occidentale si è ritrovato così ad affrontare le conseguenze di un
cortocircuito, scoprendosi incapace di offrire risposte alla domanda di eguaglianza di
genere: i femminicidi in Italia come le violenze sessuali nei campus americani o la difesa
del diritto all’aborto in Spagna hanno riportato sotto i riflettori un lato oscuro del progresso,
che crea sviluppo ma fa ancora fatica a riconoscere diritti inviolabili.
Al dibattito ha contribuito la nascita di una nuova “letteratura di genere”: da Womenomics
di Claire Shipman e Katty Kay a Lean in di Sheryl Sandberg fino al recente Not that kind of
girl di Lena Dunham, libri che indagano la nuova complessità dell’essere donna all’interno
delle dinamiche di potere.
In realtà, è lontano dall’immagine vincente della numero due di Facebook o del
femminismo patinato di Beyoncé (che pure ne sono manifestazione) che si consolida la
nuova corrente: nell’esplosione di siti e blog dedicati – Jezebel, Model View Culture, La
27esima Ora – e sui social, dove si va delineando una consapevolezza che vede
nell’inclusività e nella difesa della diversità i nuovi pilastri di una causa che trascende i
confini sessuali per abbracciare la società intera. Una battaglia destinata a crescere nel
futuro e a diventare, si spera, una vittoria da consegnare alle future generazioni.
Serena Danna è giornalista del Corriere della Sera. Si occupa di culture digitali e cura la
sezione Nuovi Linguaggi del supplemento culturale La Lettura.
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L’arte che verrà
di Sara Dolfi Agostini
A guardare il programma culturale italiano del 2015, si ha l’impressione che tutto inizi e
finisca con l’EXPO. Per l’occasione, Germano Celant, il critico che s’inventò l’Arte Povera
a fine anni Sessanta, curerà una già molto discussa mostra tematica sul cibo e la
sostenibilità, e la Biennale di Venezia anticiperà addirittura di un mese la tradizionale
inaugurazione di inizio giugno per sincronizzarsi con l’evento.
La sensazione è che sarà proprio la Laguna a catalizzare l’attenzione: infatti, a curare la
56esima Mostra Internazionale Arti Visive è stato chiamato Okwui Enwezor, primo
direttore di origini africane, che propone un ritorno ai fondamenti. Come dire: per guardare
al futuro bisogna aver coscienza delle fratture del passato. A fare da leitmotiv di All the
World’s Futures, questo il titolo dell’esposizione, saranno l’Angelus Novus di Walter
Benjamin e Il Capitale. Critica dell’economia politica di Karl Marx e c’è da aspettarsi un
nugolo di artisti affermatissimi al suo fianco. I giovani talenti, come già nella scorsa
edizione, saranno nei padiglioni nazionali, e c’è grande attesa per Germania, Francia,
Danimarca e Svizzera.
Al progetto di Enwezor fa eco la mostra inaugurale del Centro per l’Arte Contemporanea
Pecci di Prato, che riaprirà contestualmente dopo un’importante operazione di
ampliamento con una collettiva che tocca questioni sociali e si contamina con teatro e
performance. A Torino, invece, a febbraio la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, uno
dei maggiori osservatori privati sulla scena artistica internazionale, festeggerà i 20 anni di
attività con i dipinti 3D di Avery Signer; qualche mese più tardi, a pochi passi dalla Mole,
aprirà Camera Centro Italiano per la Fotografia, un progetto della ex direttrice di Magnum
Photos in Europa: la prima mostra è una retrospettiva dell’ucraino Boris Mikhailov. A fare
da contraltare ci saranno le atomosfere sospese di Hiroshi Sugimoto alla Fondazione
Fotografia di Modena. Infine, un colpo di scena: Fondazione Prada apre la sua sede
milanese, affidata a Rem Koolhaas, con una mostra archeologica curata da Salvatore
Settis.
Sara Dolfi Agostini è esperta di arte contemporanea e fotografia, collabora per cataloghi e
testate, tra cui Il Sole 24 Ore, Rivista Studio e Artribune, e cura progetti espositivi. Ha
pubblicato un libro con Denis Curti, Collezionare Fotografia (Contrasto, 2010) e ha
lavorato per istituzioni artistiche come Manifesta 7 e Magnum Photos.
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Per il calcio italiano è sempre l’anno zero
di Giuseppe De Bellis
Il calcio italiano del 2015. Punto. Perché è fermo, come il Paese, più del Paese.
Povero di talento e povero di denaro. Povero per colpe sue e di altri. Il Coni gli ha
dimezzato i contributi per l’anno nuovo con una decisione bizzarra e populista: è lo sport
più ricco (nonostante la crisi), quindi è quello che deve essere penalizzato. Una
redistribuzione della ricchezza che sa molto di punizione e di politicamente corretto: il
calcio è brutto, sporco, cattivo, ma milionario. Gli altri sport sono belli, puliti e buoni, ma
squattrinati. È la retorica della lezione a chi s’è comportato male (vedi il caso Tavecchio). Il
risultato è che un calcio fuori dal mercato per ragioni sue e per povertà oggettiva, l’anno
prossimo sarà reso ancora più debole dalle istituzioni sportive. Praticamente come
castrarsi per fare un dispetto alla moglie.
Dopo la vergogna del mondiale 2014 era montata l’indignazione collettiva con soluzione
allegata: investiamo nei giovani. Domanda: ma come si fa a investire nei giovani se si
tagliano i fondi alla federazione che di questo rilancio dovrebbe essere il cuore?
Ci preoccupiamo del calcio nel 2015, ma in realtà siamo sempre all’anno zero. Il nostro
calcio non è più attraente, le nostre squadre sono indietro rispetto ai club stranieri. E il
paradosso è che i cattivi sono i soli a comportarsi da buoni: i club e le tv, che secondo la
vulgata hanno rovinato questo sport, in realtà sono gli unici che lavorano per tenerlo in
piedi. Alleati e rivali allo stesso tempo: le società sono riuscite a farsi pagare i diritti
televisivi di un campionato mediocre per il 2015-2018 più del triennio precedente. E sono
riuscite a vendere il deludente prodotto pure all’estero, alle emittenti televisive che
comunque dal pallone fanno business.
Risultato: noi nel 2015 in tv guarderemo partite brutte e mal giocate, ma le guarderemo lo
stesso. Soffriremo lo stesso. Tutti. Come sempre. Tecnicamente più scarsi,
economicamente più poveri, ma non necessariamente più tristi.
Giuseppe De Bellis, classe 1977, barese, è vicedirettore de Il Giornale. Ha fondato e dirige
Rivista Undici. Ha due passioni: l’America e il calcio. Ha scritto sei libri: due americani,
quattro calcistici.
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Good Morning Italia
Good Morning Italia è nata il 28 gennaio 2013.
È un concentrato di informazione di qualità per affrontare la giornata.
È realizzato ogni mattina all’alba per dare agli abbonati una sintesi essenziale e
panoramica delle notizie di politica ed economia, dell’agenda del giorno, della rassegna
stampa e delle analisi più interessanti.
È una nuova impresa editoriale.
È nuova e contemporanea: risponde a una domanda di informazione, investe sulla qualità
dei contenuti e sul rapporto con gli abbonati. Cresce con loro.
È pensata per orientare la giornata in un’epoca di abbondanza dell’informazione, in cui
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Ogni mattina Good Morning Italia è il frutto del lavoro di:
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Grazie
Ringraziamo tutti gli autori (in ordine di sommario): Claudio Cerasa, Ivan Carvalho, Marco
Alfieri, Ferdinando Giugliano, Martino Cervo, Pietro Salvatori, David Carretta, Beppe
Severgnini, Matteo Alviti, Lucia Magi, Matteo Tacconi, Mattia Ferraresi, Anna Zafesova,
Davide Frattini, Simone Pieranni, Edoardo Vigna, Andrea Tornielli, Alessandro Ursic,
Giuseppe Dentice, Raffaele Masto, Shady Hamadi, Massimo Russo, Pierluca Santoro,
Michele Boroni, Serena Danna, Sara Dolfi Agostini, Giuseppe De Bellis.
E grazie a tutta la nostra splendida comunità di abbonati.
Buon 2015!
Il mattino ha l’oro in bocca.
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