Donne dell`Est europeo1 Questa relazione ha lo scopo di
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Donne dell`Est europeo1 Questa relazione ha lo scopo di
Donne dell’Est europeo1 di Cristina Carpinelli2 Questa relazione ha lo scopo di evidenziare alcuni punti di criticità su “Donne, diritti e lavoro” in un’area territoriale ben definita: l’Europa dell’Est. Poiché il campo geo-politico d’indagine è vasto e differenziato, sono stati sollevati solo alcuni aspetti dell’argomento, con la speranza di suscitare interesse e sollecitare ulteriori approfondimenti. - Gli anni novanta Negli anni novanta i paesi dell’Europa centro-orientale e quelli dell’ex Urss avevano introdotto trasformazioni radicali dell’economia e riformato i propri meccanismi di protezione sociale. Il passaggio da un’economia pianificata a una di libero mercato aveva causato tassi di disoccupazione elevati, l’emergere di acute disuguaglianze nella distribuzione del reddito e l’aumento della povertà. Le politiche di trasformazione adottate in questi paesi erano state differenti. Nei paesi dell’Europa centro-orientale si era posta attenzione alle politiche di sostegno e protezione dei disoccupati come leva per una rapida ristrutturazione dell’economia incentrata sullo spostamento di forza lavoro dai vecchi settori statali al nuovo settore privato. L’aggiustamento dell’economia era avvenuto attraverso l’espulsione sensibile di mano d’opera dal mercato del lavoro, in particolare attraverso i pensionamenti anticipati. Nei paesi dell’ex-Urss l’aggiustamento era avvenuto, invece, attraverso la flessibilità verso il basso dei salari e i licenziamenti senza, tuttavia, assicurare alcuna protezione sociale per coloro che erano stati costretti ad abbandonare le imprese e i settori in declino. L’assenza di una “safety net” aveva, di fatto, costituito un blocco alla ristrutturazione, dal momento che i lavoratori avevano preferito mantenere il posto di lavoro anche a salario zero, piuttosto che entrare nel “pool” dei disoccupati. Con l’avvio delle riforme liberiste, il numero totale dei poveri era cresciuto da 14 milioni circa di individui, presenti nell’Europa orientale e in Unione Sovietica prima della transizione, a circa 168 milioni dopo la riforma, un aumento dal 4% al 45% sul totale della popolazione. I fattori dell’aumento della povertà erano stati: basso livello dei salari nominali, progressiva erosione del reddito reale e tagli applicati ai sussidi sociali, oltre all’ampia diffusione dei redditi informali, dell’occupazione saltuaria e del secondo lavoro, e del numero di I paesi qui considerati sono i cc.dd. PECO (Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, Polonia, Slovenia, Romania, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Estonia) e i paesi dell’ex Unione Sovietica. Relazione presentata in occasione della presentazione del libro Le donne reggono il mondo. Intuizioni femminili per cambiare l’economia, a cura di Elena Sisti e Beatrice Costa (Altreconomia Editore, Milano 2010), promossa da ICEI (Istituto di Cooperazione Economica Internazionale) di Milano nell’ambito di Viaggio intorno al terzo millennio (Comune di Meda - Milano, 14 dicembre 2010). 1 È collaboratrice stabile di “noidonne” e membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Problemi Internazionali (Cespi) di Sesto San Giovanni (Milano). Ha scritto diversi articoli e saggi sui paesi dell’ex blocco socialista. Ha, inoltre, pubblicato: “La società sovietica negli anni della perestroika” (Nuovi Autori, Milano 1991); “Donne e famiglia nella Russia sovietica, caduta di un mito bolscevico” (F. Angeli, Milano 1998); “Identità in transizione: i Paesi dell’ex-Urss dopo il collasso del socialismo reale” (Collana Cespi, 2004); “Donne e povertà nella Russia di El'cin” (F. Angeli, Milano 2004); “L’allargamento dell’Europa ai paesi dell’Est” (Collana Cespi, 2008). Vive e lavora a Milano. 2 1 disoccupati manifesti e nascosti. Aveva inciso, inoltre, la trasformazione del carattere universale dei sistemi pubblici di previdenza e sicurezza sociale in sistemi privati di assicurazione individuale che non includevano in sé tutte le forme di garanzia sociale precedentemente previste, e la riduzione dei trasferimenti privati e sociali (alimenti ai minori in caso di divorzio, pensioni per minori rimasti orfani di padre, sussidi per madri sole ecc.). In breve, i cardini su cui poggiava il sistema precedente erano stati completamente smantellati. Essi possono essere riassunti in pochi punti: • l’occupazione era predominante nel settore pubblico; • il reddito da lavoro insieme ai trasferimenti sociali costituiva gran parte del reddito totale; • i sussidi per minori corrispondevano al 2,5-3% del reddito lordo, tre volte il livello delle economie di mercato; • l’imposta fiscale sul reddito individuale era quasi inesistente e, pertanto, non aveva la funzione di regolazione del reddito; • la distribuzione pro capite dei trasferimenti sociali era universale, vale a dire non esclusivamente diretta alle persone bisognose come nelle economie di mercato; • i social benefit erano erogati dallo Stato a costi bassissimi o gratuitamente; • il finanziamento pubblico si basava sui profitti delle imprese statali e non sul gettito fiscale proveniente dal reddito individuale e dai consumi come nelle economie di mercato; • i salari erano distribuiti più equamente che nelle economie di mercato; • sebbene i redditi medi e gli standard di vita fossero bassi, l’incidenza della povertà, per via del carattere universale dei trasferimenti sociali e della distribuzione abbastanza egualitaria dei salari, era relativamente bassa rispetto agli standard internazionali, e poche erano le persone che vivevano in estrema povertà. I programmi di riforma liberista dell’economia, imposti ai paesi dell’Europa dell’Est dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, con lo scopo di soccorrere e stabilizzare le economie di quei paesi, erano consistiti in: a) passaggio da un’economia di piano a una di libero mercato; b) liberalizzazione dei prezzi; c) misure antinflazionistiche (effetto della liberalizzazione dei prezzi), tra cui restrizioni all’accesso al credito e drastica riduzione della spesa pubblica, inclusi tagli ai servizi sociali e assistenziali considerati non produttivi in termini economici; d) riduzione drastica dei sussidi e dei social benefit; e) privatizzazione delle imprese statali; f) liberalizzazione degli scambi; g) orientamento dell’economia verso i mercati d’esportazione; h) rimozione delle barriere agli investimenti privati; i) deregolamentazione totale del mercato del lavoro. La difficile situazione economica non era, inoltre, resa più sopportabile dalle leggi esistenti di tutela sociale e familiare difficilmente applicabili nel nuovo contesto economico. Ad esempio, la prima vera risorsa designata ad attenuare la perdita materiale sofferta dalla madre sola con figli a carico, dopo la separazione, è quella di rendere efficace la legislazione 2 familiare, che obbliga i padri divorziati a pagare l’alimonia per i figli nei tempi stabiliti e nella somma pattuita. Per rendere operativa la legge è necessario che i redditi da cui si calcolano le alimonie siano trasparenti, regolari e di una certa entità. Il nuovo codice russo di famiglia del 1996 (ancora vigente) stabiliva che l’alimonia per i figli fosse detratta dal reddito. L’alimonia era, infatti, costituita per legge da una percentuale fissa sul salario “ufficiale” (formale) ricavato dal lavoro principale. Tuttavia, in questo paese, molti erano i redditi incontrollati dell’economia sommersa, che costituiva il 45% del volume degli affari. Saltato il principio della piena occupazione e quello della natura obbligatoria del lavoro, operanti nel periodo del socialismo reale, le donne erano state le prime ad essere considerate forze di lavoro addizionali da liquidare in qualsiasi momento e all’occorrenza dal mercato del lavoro. In Russia, ad esempio, nel periodo più drammatico della transizione (1990-1995), erano andati persi 7,6 milioni di posti di lavoro occupati da donne. Era comparso il fenomeno della femminilizzazione della povertà (soprattutto tra le casalinghe con tre o più figli e tra le madri sole). Gli unici mezzi disponibili per arginare la miseria di massa erano stati la richiesta dei “social benefit” (pesantemente ridotti), il ritorno ad un’economia naturale (l’uso del proprio appezzamento privato di terra per sopravvivere) e l’integrazione del reddito nell’ambito di “network” di supporto familiare. Le albanesi e le rumene avevano fatto affidamento, per mantenere la propria famiglia, sulle rimesse in valuta provenienti dal coniuge o da altri familiari che lavoravano all’estero. In Asia Centrale, la tradizione culturale tradizionale, basata sulla famiglia allargata, aveva costituito una forte struttura protettiva mentre si assisteva al crollo dei servizi pubblici e una barriera di difesa nei confronti della diffusa povertà. Anche la presenza estesa di reti di solidarietà comunitarie aveva supplito alle deficienze delle strutture sociali in questa area. In Mongolia, la popolazione nomade (che rappresenta circa la metà della popolazione) era sopravvissuta all’esperimento neoliberista (che aveva in poche settimane privatizzato l’intera economia del territorio), grazie alla sua organizzazione per nuclei familiari estesi. I risultati iniziali della terapia shock erano stati disastrosi soprattutto per i nomadi, che erano emigrati in grande numero ai margini dei centri urbani con le loro ger (tende), costituendo delle enormi bidonville. In Cecenia, la crescente anomia sociale, causata da due guerre cruente, era stata in parte contenuta dalla rivitalizzazione dei nuclei familiari allargati e dei clan (teip) presenti ancora nell’insieme delle società caucasiche. Certo, l’assenza di prospettive generate dalla potenza distruttiva della guerra aveva spinto le cecene più emancipate ad emigrare (era il caso delle giornaliste o dei membri donne delle Ong) e quelle più disperate (rapite e stuprate, che avevano subìto la condanna a morte della famiglia e del clan di appartenenza) ad arruolarsi come kamikaze. Un modo per lavare l’onta delle loro “colpe”! L’espulsione dal mercato del lavoro e la pressione di una povertà sempre più pesante, e con sempre meno prospettive di uscita per le donne, aveva trovato un incastro perverso con un incremento senza precedenti della prostituzione, una modalità di fuoriuscita dalla miseria, che aveva messo a mercato con profitto ciò che dal mercato era stato espulso come forza lavoro ma recuperato come merce. In Kazakistan, le ragazze erano quelle che avevano sofferto di più la trasformazione del paese: molte di loro erano entrate nel giro della prostituzione di strada e dello sfruttamento sessuale (incluse le 2mila giovani che erano 3 andate a lavorare nell’industria del sesso in Corea del Sud). Stessa sorte era stata riservata a bielorusse e ucraine emigrate a centinaia di migliaia per prostituirsi sulle strade dell’Europa occidentale. Essendo state più degli uomini colpite dalla contrazione del mercato del lavoro, nel corso della transizione liberista, le donne avevano dovuto maggiormente concentrare i propri redditi nel lavoro precario, atipico e illegale (diffuso soprattutto nel terziario). E poiché questo mercato consentiva una forte flessibilità, esso agevolava innanzi tutto le madri sole capofamiglia. Alta, infatti, era la loro quota tra coloro che svolgevano lavoro nero a domicilio. La scelta “obbligata” di molte donne di lavorare nel sommerso aveva avuto su di loro due conseguenze: 1) percepivano salari più bassi; 2) non potevano accedere ai social benefit. L’assegnazione e gestione dei sussidi era di solito affidata alle imprese che facevano parte del sistema ufficiale (formale) d’impiego. Da tempo le Ong femminili avevano denunciato la pressione che la progressiva alterazione del mondo del lavoro stava esercitando sulle donne. Ad esempio, in Russia, i processi di privatizzazione avevano spinto in direzione di un’industria monostrutturata e verso un’organizzazione del lavoro impostata su tre rigidi turni, di cui uno notturno. L’impossibilità di combinare tempi di lavoro e tempi di famiglia, ma soprattutto il divieto di svolgere il lavoro notturno per quelle donne con figli di età inferiore ai sei anni, avevano costretto quest’ultime a scegliere l’unica soluzione possibile: il licenziamento. Il veto sul lavoro notturno sancito dal codice russo del lavoro del 1996 che, in condizioni di crescita e di espansione del mercato del lavoro, rappresenta un giusto principio di tutela, si era in realtà ritorto contro le donne (circa il 70% della manodopera turnista), poiché le aveva escluse da una grande fetta del mercato del lavoro, in un momento in cui in una famiglia uno stipendio medio non era sufficiente a mantenere due individui al livello minimo di sussistenza. Con la revisione, nel 2002, di questo codice, veniva di nuovo introdotto il lavoro notturno per le donne, esteso anche a quelle incinte. Una scelta certamente triste ai nostri occhi, ma non per la maggioranza delle donne russe che, a causa dei nuovi assetti organizzativi delle industrie, erano state estromesse in massa dal mercato del lavoro. Ma come era cambiato il mercato del lavoro in Russia? Se l’industria leggera e quella manifatturiera, dove numerose erano le maestranze femminili, non erano state particolarmente colpite dai processi di deindustrializzazione e di riconversione produttiva, le industrie un tempo privilegiate, come quella pesante e quella militare, dominate da risorse di lavoro maschili, avevano, al contrario, subito un grave tracollo. Ciò aveva causato due ordini di fattori: 1) gli uomini avevano teso a rimpiazzare le donne in quei settori o rami della produzione a forte predominanza femminile e che non erano stati penalizzati dal nuovo corso economico; 2) le donne occupate nei settori prevalentemente maschili del complesso militare-industriale (aviazione, difesa, industria pesante, ecc.) erano state le prime ad essere licenziate, poiché occupavano posizioni marginali che, per effetto della modifica della domanda sul mercato del lavoro, non erano più necessarie. L’aggiustamento strutturale aveva prodotto la comparsa di un numeroso esercito di disoccupati nascosti, di cui più del 50% era costituito da donne, che dal punto di vista della capacità economica non si discostava molto dai disoccupati manifesti, dato che i livelli minimi salariali erano quasi 4 pari ai sussidi di disoccupazione. Molte lavoratrici non erano state espulse dalla fabbrica, poiché i loro salari erano così insignificanti da non indurre i datori di lavoro ad intraprendere scelte di razionalizzazione della produzione o d’investimento, allo scopo di “risparmiare” sulla manodopera. Nonostante la nuova Costituzione russa del 1993 sancisse parità di diritti tra uomini e donne, quest’ultime avevano dovuto pagare un duro prezzo. Lontane dal potere (vi era stata una drastica caduta, di circa il 30%, della rappresentanza femminile nella vita politica), espulse dal mondo del lavoro, sottopagate e senza protezioni sociali, le donne russe si erano, tuttavia, organizzate in associazioni e movimenti per ricostruire una rete di solidarietà e sostegno, allo scopo di arginare la povertà e il dilagare delle violenze fisiche e sessuali in incredibile aumento. Proprio nell’Europa dell’Est e nell’ex blocco sovietico si registravano i maggiori tassi di diffusione della violenza domestica e sessuale messi a confronto con quelli dell’Europa occidentale. Prima della caduta dell’Urss, in Armenia, le donne residenti nelle aree rurali erano occupate nelle cooperative agricole statali, mentre, con la privatizzazione delle terre, erano diventate braccianti alle dipendenze della nuova aristocrazia terriera. L’abuso sessuale presso i nuovi padroni terrieri era quasi la regola. Tutte le industrie alimentari, tessili e manifatturiere statali erano state chiuse in seguito alle privatizzazioni (ed era la causa per cui le donne armene costituivano il 66% degli operai industriali disoccupati). Alcune di loro, che vivevano nelle città, avevano rinunciato a lavorare. Altre erano state costrette a dislocarsi nell’agricoltura o nel settore dei servizi. L’occupazione femminile aveva subito radicali cambiamenti in tutti paesi dell’Est europeo con un’accentuazione dei casi di discriminazione diretta e indiretta: diminuzione dell’occupazione delle donne in età di lavoro, tendenza verso una crescita della segregazione orizzontale e verticale (concentrazione della manodopera femminile nei settori e nelle professioni meno retribuite e qualificate, accesso privilegiato per gli uomini ai lavori con mansioni e responsabilità superiori), tendenza verso un gap crescente tra i salari delle donne e quelli degli uomini, propensione alla disparità di trattamento nelle politiche di reclutamento e violazioni nel campo dei diritti e delle tutele sociali, in modo particolare nel settore privato. In Bulgaria, nell’industria manifatturiera, le donne arrivavano a lavorare 1014 ore il giorno per 6-7 giorni a settimana, con straordinari non pagati e incidenti sul lavoro. Erano stati segnalati casi di lavoratrici messe sotto chiave fino al compimento degli ordinativi e di svenimenti per eccesso di lavoro. Sempre in Bulgaria, in una fabbrica che produceva per Timberland e per grandi catene di distribuzione occidentali, le donne dovevano sottoporsi a test di gravidanza prima di essere assunte, e non era loro consentito avere figli per i primi 2-3 anni di lavoro. Il salario minimo legale era pari a 55 euro il mese. In Romania, il turnover era molto alto. I problemi più sentiti erano l’eccessivo carico di lavoro e le precarie condizioni sanitarie e di sicurezza, più frequenti nelle piccole fabbriche che avevano maggiori difficoltà a beneficiare del sostegno dei fondi strutturali dell’Ue o dei prestiti della Banca europea per gli investimenti (BEI). In Polonia, in una fabbrica che produceva in esclusiva per Hugo Boss (Valentino), gli ispettori di qualità della griffe italiana avevano instaurato un clima di terrore e non si facevano scrupolo d’insultare e umiliare le lavoratrici. Lo straordinario era obbligatorio, chi si assentava per malattia o denunciava un infortunio era allontanato. Il salario minimo legale era di 189 euro il mese, il resto si 5 otteneva con il cottimo. La retribuzione media mensile era di 230-253 euro. Un imprenditore italiano, originario del Nord-Est, aveva aperto in Romania uno stabilimento - dove le maestranze erano quasi tutte femminili - che produceva divise per la polizia e l’esercito rumeni e italiani. In questo paese non gli era stato difficile licenziare chi si era iscritto al sindacato, concedere solo 15 giorni di ferie l’anno da fruire quando non vi erano ordini, pagare il minimo salariale, escludere gli straordinari dal calcolo dei contributi sociali, rifiutare di negoziare un contratto di lavoro collettivo. L’unico risultato conseguito dalle lavoratrici, in seguito a uno sciopero, era stato vedersi pagare lo stipendio puntualmente e ogni mese. In Ucraina, le donne non avevano usufruito del 23% dei congedi di maternità legalmente riconosciuti durante la transizione, contro una percentuale del 5% prima della riforma. In Russia, più di due terzi delle donne con diplomi d’istruzione superiore erano tornate al lavoro prima di aver concluso il loro congedo di maternità, per non perdere il posto. La transizione economica aveva, inoltre, reso più visibile la vulnerabilità delle donne, favorendo forme di corruzione e di sfruttamento sessuale. Erano in aumento i casi di molestia sessuale, nei loro confronti, quando questi erano legati alla possibilità di ottenere o mantenere un lavoro. Si confermava, infine, per le donne il doppio carico del lavoro produttivo e di quello domestico e di cura appesantito dai tagli alla spesa sociale e ai servizi e dalla poca diffusa definizione di orari di lavoro volti a favorire gli impegni familiari. In Polonia, il successo professionale da parte delle donne era spesso ridotto a un’eccezione che confermava la regola, ed era quasi sempre associato ad un femminismo radicale o alla mancanza di una famiglia. Il tema della conciliazione tra tempi di vita familiare e tempi di lavoro era stato uno dei punti programmatici del partito polacco: “Partia Kobiet” (il partito delle donne) comparso sulla scena politica di quel paese negli anni duemila (2007). Composto prevalentemente da donne, le priorità della nuova formazione spaziavano dalla lotta alla disparità fra uomini e donne in materia di pensioni alla battaglia contro le discriminazioni sul mercato del lavoro, dal reinserimento professionale dopo la maternità ad ampie garanzie nel campo della salute: controlli medici obbligatori, periodici e gratuiti per tutte le donne, rimborsi sui contraccettivi e sulle terapie contro l’infertilità. Il crollo del welfare state (peggiorato in Russia con la conversione nel gennaio 2005 dei social benefit in pagamenti in cash di minore valore) aveva colpito doppiamente le donne in tutti i paesi dell’ex blocco socialista, sia in qualità di maggiori operatrici sia in qualità di maggiori fruitici dello stato sociale. Durante la transizione erano stati decimati i posti di lavoro di medici e insegnanti che nell’era del socialismo reale erano diventate professioni quasi femminili. Questo crollo aveva, inoltre, influito negativamente sulla vita delle donne, poiché il processo di aggiustamento strutturale aveva prodotto una separazione tra il sistema di welfare e la fabbrica. Bisogna tenere presente che in questi paesi la fabbrica non costituiva solamente un luogo di produzione. Essa rappresentava anche un sistema sociale relativamente integrato, attraverso gli spacci interni, la rete di dispensari, di scuole, di asili per bambini e di campeggi, gli alloggi per i lavoratori. Quello che ancora rimaneva di legame tra fabbriche e protezione sociale assumeva delle importanti implicazioni in un contesto economico in cui, con la chiusura delle fabbriche, molti nidi aziendali erano scomparsi. In Bielorussia e Moldavia, i nidi d’infanzia avevano praticamente cessato d’esistere. Alcuni di questi erano stati privatizzati, ponendoli al di fuori delle possibilità 6 finanziarie di molte famiglie, con il risultato che le donne erano state spinte di nuovo dentro le mura domestiche. È importante ricordare la differenza fondamentale che vi era nella filosofia e nella pratica della politica sociale tra società socialiste di tipo “sovietico” e società capitalistiche. Nelle prime, i salari e le pensioni erano sostenuti dalla facilità con cui si poteva accedere ai sussidi e ai benefit sociali. Essi erano distribuiti prevalentemente attraverso il luogo di lavoro. Le pensioni, gli assegni familiari, la salute, l’istruzione, la casa, la cultura e il tempo libero, le vacanze e la ricreazione, erano dei diritti da garantire o gratuitamente o a costi minimi. Tali diritti avevano come loro fonte principale di finanziamento le imposte sui profitti delle imprese statali. L’atteggiamento filantropico di questo sistema paternalistico di stato (lo stato si accollava molti doveri e responsabilità che generalmente nell’economia di mercato sono quelle assunte dalla famiglia) era, tuttavia, speculare al suo aspetto “repressivo”: era obbligatorio lavorare. Gli uomini e le donne erano, dunque, ugualmente “obbligati” a partecipare alla produzione sociale. I tassi di partecipazione femminile al lavoro erano molto simili a quelli degli uomini e attraverso i sussidi e i social benefit le famiglie erano in grado di sostenere i membri non percettori di reddito: bambini, persone malate ed invalide, madri sole con figli appena nati, anziani con la pensione minima ecc. In quest’ottica, il salario era sostanzialmente concepito come strumento per soddisfare i bisogni del singolo individuo e non dell’intero nucleo familiare. La logica del primato del salario individuale su quello familiare, che aveva mantenuto intatta la sua natura anche nel periodo post-sovietico, aveva avuto implicazioni fondamentali nelle relazioni di genere dentro la famiglia: ad esempio, in Russia, la maggior parte degli uomini non dava in casa nulla di quanto guadagnava, al contrario delle donne che anche da pensionate continuavano a dare una parte significativa delle proprie magre pensioni ai figli, soprattutto nel momento in cui si stava assistendo al collasso dell’intero sistema statale di supporto sociale e di welfare. Sebbene gli uomini continuassero a coltivare il ruolo ideale di unici breadwinner in famiglia, in realtà essi raramente partecipavano alle spese familiari. Spesso e volentieri provvedevano a ciò le donne, un impegno che iniziava con il matrimonio e che proseguiva sino a tarda età quando da nonne avrebbero ancora contribuito ad aiutare figli e nipoti. - Gli anni duemila Nelle Costituzioni di quasi tutti gli Stati entrati nell’Ue il 1° maggio 2004 è detto esplicitamente che uomo e donna godono di pari diritti e che devono avere pari opportunità, soprattutto in campo lavorativo. Tuttavia, la realtà quotidiana è ancora piuttosto difficile per le donne, che spesso non hanno gli strumenti o le conoscenze per far valere i loro diritti in caso di discriminazioni. In alcuni Stati vi sono delle limitazioni per quanto riguarda l’accesso a mestieri potenzialmente pericolosi per la salute e per la funzione procreativa delle donne (Bulgaria, Ungheria), oppure mancano tribunali del lavoro o sindacati abbastanza forti per intraprendere azioni efficaci a tutela delle lavoratrici; ancora, l’obbligo di non discriminare né favorire i lavoratori tenendo conto del genere, costituisce a volte un ostacolo per le donne in cerca di occupazione (Estonia), che in ogni caso si ritrovano con stipendi mediamente inferiori del 20% rispetto a quelli degli uomini (anche perché la maggioranza di loro è impiegata in settori poco qualificati o meno 7 remunerativi). Inoltre, in molti di questi paesi non sono presenti Ong femminili o movimenti per l’emancipazione femminile (Romania): questo impedisce lo sviluppo di una coscienza di genere e della consapevolezza dei propri diritti, oltre a sottrarre una possibilità di tutela e assistenza concreta. Negli anni duemila, i paesi dell’Est europeo si sono sempre più orientati verso la concentrazione di un sesso o dell’altro in specifiche industrie e settori dell’economia, in correlazione ai livelli salariali retributivi condizionati dai nuovi orientamenti del mercato. Laddove i salari sono in netta crescita vi è la tendenza a sostituire le donne con gli uomini. Soprattutto in quei rami utili alla new economy, come quello bancario e assicurativo o quello relativo alle tecnologie dell’informazione e comunicazione. Laddove, al contrario, vi è una netta tendenza a corrispondere bassi salari, come nella sanità, istruzione e pubblica amministrazione si favorisce la concentrazione di manodopera femminile. I settori nei quali dal 1989 è maggiormente aumentata la percentuale di lavoratrici sono quelli il cui prestigio è diminuito maggiormente negli ultimi 20 anni. Oggi, in linea con la tendenza dei paesi occidentali, la presenza femminile è prevalente nel settore terziario con punte del 73% (Lettonia); ancora alta rimane, tuttavia, in alcuni paesi, la partecipazione femminile al settore primario, principalmente agricoltura (Romania e Polonia). Ma la new economy ha dato ad un gruppo di donne, in genere giovani e intraprendenti, l’opportunità di affermarsi come imprenditrici. Ad esempio, un quarto delle nuove attività commerciali in Russia sono state create da donne. Nei primi anni del nuovo millennio, con i primi cenni di ripresa economica, è comparso uno strato sociale composto per lo più da persone di istruzione medio-alta o di tipo specialistico e con un livello di reddito medio: manager e dirigenti di livello medio-basso, commercianti e impiegati nel settore dell’import-export, persone che lavorano nel settore finanziario e dei servizi, liberi professionisti, tecnici. Si tratta per il momento di uno strato esiguo di persone - intorno al 13% della popolazione - che si colloca ancora tra un gruppo persistente di indigenti e svantaggiati. Una quota parte di questo strato - circa il 5% - è costituito da donne, che rappresentano la nuova imprenditorialità femminile russa. Fra le 40 nazioni esaminate dal Rapporto 2006 Global Entrepreneurship Monitor (GEM), la Russia è il paese in cui le donne neo imprenditrici sono in maggiore crescita rispetto agli uomini (neo imprenditori). Anche nella Repubblica Ceca il numero delle imprenditrici sta crescendo sensibilmente. Se è ben difficile incontrare donne in carriera, poiché a loro sono in genere riservati lavori di grande fatica e a bassa retribuzione, un’eccezione, nel panorama della nuova Europa, è rappresentata dalla Lettonia. Qui le donne manager sono il 44,6% del totale dei manager. Seguono la Lituania (con il 42,8% di manager donne) e l’Estonia (con il 41,2% di manager donne). Da notare che, in base ai dati Eurostat 2009, in tutti e tre i paesi baltici la percentuale di donne manager è più alta in confronto a quella rilevata in ogni singolo paese dell’Unione europea. E mentre la media dell’Unione Europea corrisponde al 33,3%, anche altri paesi del centro-est sono posizionati piuttosto bene, sopra questa media: Ungheria (39,6%), Polonia (39,2%), Slovacchia (36,9%). Un tale orientamento è riscontrabile anche fuori dall’Ue: in Bielorussia, ad esempio, le donne rappresentano il 45% degli alti funzionari e del management. In Ucraina, le donne costituiscono la maggiore percentuale di manodopera in cinque gruppi occupazionali, soprattutto tra i liberi professionisti e quelli associati. Nel management esse sono 8 rappresentate al 39%. Anche nel Kazakistan (Asia centrale), tra gli alti funzionari e i dirigenti le donne sono rappresentate al 38%, una quota relativamente alta nello scenario internazionale. Nel Caucaso del Sud (Armenia, Azerbaijan e Georgia) si cominciano a registrare mutamenti positivi per quanto riguarda la presenza femminile in alcuni specifici settori del mercato del lavoro. In Azerbaijan (il paese più grande del Caucaso), la maggior parte della manodopera femminile è concentrata tuttora in lavori a bassa qualifica e bassa retribuzione, e la rappresentanza femminile tra gli alti funzionari e i dirigenti è solo del 6%. Nondimeno, le donne stanno crescendo molto nel settore privato: esse rappresentano il 54% dei professionisti e il 53% dei tecnici e dei professionisti associati. Un programma, denominato “Enwise” - Enlarge women in science to the East” (che coinvolge Bulgaria, Repubblica ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia), sta incoraggiando la promozione del ruolo della donna nella ricerca e nell’attività scientifica, affinché i nuovi Stati membri dell’Ue possano contribuire pienamente allo spazio europeo della ricerca. Attualmente le donne rappresentano il 38% degli scienziati nei paesi dell’Europa centrale e orientale e nei paesi baltici. Questo dato statistico dissimula, tuttavia, una triste realtà: gran parte delle scienziate opera in settori caratterizzati dai più bassi investimenti in materia di ricerca e attività scientifica. In più, un uomo ha tre volte più possibilità di ricoprire una carica accademica di livello superiore. Uno studio condotto nel 2005 dalla Friedrich-Wilhelm-Universität “Sulla comprensione dei ruoli di genere nell’Europa orientale e occidentale”, aveva mostrato che una buona parte delle donne intervistate provenienti dai paesi dell’Est Europa riteneva che la parità della donna nel proprio paese non fosse stata ancora raggiunta, specialmente nel mercato del lavoro. Per queste donne la reale parità non si otteneva soltanto immettendo manodopera femminile sul mercato del lavoro ma anche garantendo ad essa, una volta entrata nel mondo del lavoro, l’accesso agli stessi diritti. Un’indagine Eurostat 2007 mostrava che le donne europee lavoravano più dei colleghi uomini. Circa un’ora il giorno in più in Italia, Slovenia, Estonia, Lituania, Spagna e Ungheria. Il divario era più profondo in Germania e Belgio, con una cifra che si aggirava intorno alle sei ore lavorative superiori rispetto agli uomini, e in Lituania e Slovenia, dove le donne lavoravano ben otto ore il giorno in più. Le donne di Italia, paesi Baltici, Slovenia, Ungheria e Spagna dedicavano anche più tempo al lavoro domestico (“oltre 5 ore il giorno” contro “meno di 4 ore”) e lavoravano complessivamente più ore il giorno rispetto alle altre europee (sommando ore retribuite e ore non retribuite). Consequenziale il dato relativo al tempo libero medio giornaliero. Le donne ne avevano meno degli uomini: la differenzia spaziava dai 20 minuti giornalieri in meno in Svezia ai 60 minuti giornalieri in meno in Slovenia. Di tutti i paesi dell’Europa centro-orientale, l’Ungheria è sicuramente quello che ha realizzato il massimo cambiamento della sua struttura industriale, con riserve di manodopera in questo ramo della produzione meno considerevoli rispetto al passato, e con un’occupazione nel settore dei servizi (banche, assicurazioni, pubblica amministrazione) in continuo aumento. Lo spostamento dell’asse produttivo dai settori tradizionali (industria, 9 agricoltura) a quelli in espansione (servizi pubblici e privati, comprese banche e assicurazioni) ha modificato la collocazione del lavoro delle donne, che tende sempre più ad allontanarsi dall’agricoltura e dall’industria per spostarsi progressivamente nel terziario. Questi spostamenti settoriali hanno agevolato l’occupazione femminile, i cui tassi d’attività hanno registrato una sensibile crescita, pur rimanendo sotto la media comunitaria per via dell’elevato numero di donne in età di lavoro (40-55 anni) estromesse dal mercato del lavoro negli anni novanta con la politica dei massicci prepensionamenti. La scarsa partecipazione di tutta la forza lavoro femminile costituisce, ciò nondimeno, un ostacolo per l’economia nazionale. Lo sviluppo futuro dell’economia ungherese - che non dovrà più puntare prioritariamente sugli investimenti diretti esteri (IDE), quanto piuttosto sul forte rilancio delle imprese nazionali e del mercato interno - dipenderà dalla sua capacità d’invertire la tendenza della partecipazione della forza lavoro femminile, riportando sul mercato del lavoro anche le frange meno giovani delle donne ancora in età lavorativa e stimolando l’ingresso nel mercato del lavoro delle giovani (15-24 anni) in cerca di prima occupazione. Si tenga conto che in Ungheria il numero delle laureate supera ancora oggi (come ai tempi in cui era una Repubblica popolare) quello dei laureati uomini. La Bulgaria potrà, invece, soddisfare gli obiettivi posti dalla strategia di Lisbona lavorando, innanzi tutto, per l’equa partecipazione delle donne nel mondo del lavoro e per la loro promozione ad alti livelli d’istruzione e di training. Il primo passo dovrà essere quello di ridurre la disoccupazione femminile più alta di quella maschile (rispettivamente 9,3% e 8,6%) e le forti disparità di genere presenti sul lavoro. Successivamente si dovrà porre attenzione al ramo della sanità, dove il lavoro è dequalificato e male retribuito. Anche qui a pagarne il prezzo sono soprattutto le donne, poiché la professione di medico e para-medico, insieme con quella d’insegnante, è in Bulgaria tradizionalmente esercitata quasi esclusivamente da personale femminile (71%). L’Armenia rappresenta un interessante “case study”. Per migliorare lo status economico e sociale delle donne, è stato varato, negli anni duemila, un programma che offre opportunità d’investimento, particolarmente per quelle che vivono nelle aree rurali, incoraggiandole a costituire delle cooperative a livello di villaggi, raggruppate in federazioni regionali. Attraverso le cooperative è più facile, infatti, ottenere micro-crediti o prestiti di capitale per lo sviluppo della piccola imprenditorialità femminile e dell’associazionismo tra libere produttrici. A causa della bassa densità di popolazione (1,5 abitanti/kmq), la forza lavoro femminile in Mongolia è ritenuta indispensabile per la crescita del paese. Nelle aree rurali le donne proseguono a svolgere i loro tradizionali compiti: badare ai figli, allevare, mungere e nutrire capre e renne, preparare l’airag (latte fermentato di cavalla), l’alimento base della dieta mongola, produrre formaggi salati. Si è, invece, ridotto il lavoro agricolo, a causa della siccità, con grave danno per le colture su piccola scala, tra l’altro non più sovvenzionate dallo stato. Nelle zone urbane le donne sono occupate nelle fabbriche tessili e nel terziario. Tuttavia, la maggiore concentrazione della manodopera femminile si trova nei due settori strategici del trasporto su ferro e delle telecomunicazioni. Molte donne (il 60% del personale) sono impiegate nelle ferrovie dello Stato. Ma il settore nel quale le donne mongole stanno emergendo come manodopera altamente qualificata è quello delle ICT (Information & Communication Technology), che con il passaggio all’economia di mercato ha avuto notevole impulso. 10 - L’impatto della crisi globale Le giovani democrazie, con la crisi economica mondiale, stanno arrancando in una profonda recessione. Risucchiate dalle turbolenze sui mercati finanziari globali, i paesi dell’est europeo hanno scoperto di colpo la fragilità dei loro sistemi, passati velocemente da economie centralizzate a economie di mercato senza troppe regole e difese. Crollo delle valute nazionali sull’euro, crisi di liquidità, tensioni sociali per il malessere della gente che ha perso il posto di lavoro o che teme di perderlo, tagli al welfare, hanno costretto le istituzioni internazionali (Fmi e Bm) e quelle europee (Bei e Bers ) a scendere di nuovo in soccorso delle loro fragili economie. Certo, non sarà con le solite ricette del Washington Consensus che si potrà superare una crisi che è “sistemica”, e la cui fuoriuscita richiede un radicale ripensamento del modello di sviluppo anche con una prospettiva di genere. Il flagello si è abbattuto su finanza, assicurazioni ed edilizia, settori tipicamente maschili, ma anche su servizi e commercio, dove gran parte delle maestranze sono donne. Molti lavoratori sono stati espulsi dal mondo del lavoro. Di questi, le donne sono in numero superiore: tenendo conto delle differenze nei livelli occupazionali tra i sessi, si può affermare che le donne sono le vittime predestinate della recessione. L’impatto di genere della crisi ha colpito in modo particolare l’est europeo, già provato dagli anni della transizione, durante la quale i tassi d’ingresso e d’uscita dal lavoro si ripartirono iniquamente a grande svantaggio delle donne. Un’indagine Eurostat 2005 aveva rilevato che subito dopo il crollo del sistema socialista nei paesi dell’Europa centro-orientale, la presenza delle donne nei rapporti di lavoro remunerati era effettivamente diminuita, nonostante la popolazione femminile economicamente attiva3 fosse al di sopra della media Ue-15. Ma le categorie più esposte a insicurezza, scarse retribuzioni e licenziamenti sono quelle ad impiego vulnerabile. Dentro queste categorie, la percentuale delle lavoratrici è molto alta, poiché le donne subiscono più rapidamente le conseguenze negative di un momento di stagnazione economica, mentre beneficiano in ritardo della ripresa. E già prima della crisi, la maggior parte di loro viveva di economia informale con retribuzioni e protezione sociale inferiori. La tendenza globale alla liberalizzazione degli scambi del mercato ha fatto delle donne i lavoratori più flessibili sul mercato del lavoro, soggetti a deregolamentazione, processi d’informalizzazione e abbassamento degli standard sociali e di lavoro. Quando l’indice GEI (Gender Equity Index) segna regressioni a livello nazionale, per la maggior parte dei casi si tratta di passi indietro nella partecipazione delle donne all’economia o alla loro rappresentatività in politica. Questo è il caso dell’Europa dell’Est, che presenta il peggioramento più consistente. Polonia e Slovacchia, paesi che nel passato avevano goduto di elevati livelli di partecipazione femminile nell’economia, si trovano in questi ultimi anni nel gruppo di quelli che hanno fatto marcia indietro. In Slovenia (il paese “più ricco” fra tutti quelli entrati nell’Ue nel 2004 e 2007), il Gender Equity Index 2009 (istruzione; attività economica; empowerment) calcolato dal Social Watch, è 65. Un valore piuttosto basso se confrontato con quello di altri paesi mappati. Concorre a tenere basso questo indice, la scarsa presenza femminile negli organi legislativi di questo paese (12,2% Il numero della popolazione economicamente attiva è definito dal rapporto tra forze di lavoro (occupati e disoccupati) e popolazione in età di lavoro. 3 11 elaborazioni ASDO - su dati/informazioni dell’IPU, 2006). La crisi mondiale ha dimostrato che la Slovenia, per sopravvivere nel nuovo contesto internazionale, deve sperimentare grossi cambiamenti di paradigma sociale, politico ed economico. Questo paese non ha messo a punto nessuna strategia per la parità di genere nella politica di sviluppo e sta provvedendo a forti tagli di bilancio in quasi ogni settore. In Azerbaijan si è avuto, tra il 2008 e 2009, un calo drastico dei posti di lavoro nel settore manifatturiero (tessile, abbigliamento e cuoio), dove alta è la quota delle maestranze femminili. La globalizzazione dei mercati ha prodotto la delocalizzazione degli impianti produttivi da parte di imprese e multinazionali che hanno proceduto a forti abbattimenti del costo del lavoro (es: ribasso dei salari), dato che la merce-lavoro è stata posta su un piano di forte concorrenza. Si è esteso, in questo modo, il lavoro dipendente mal pagato e precario, soprattutto fra le donne. In Armenia, presso la fabbrica tessile “Gloria”, la più grande di Vanadzor, di proprietà tedesca, lavorano 700 persone. Le circa 200 operaie, impegnate più di otto ore giornaliere (tra il rumore assordante dei macchinari di provenienza cinese) a cucire capi d’abbigliamento (che saranno poi esportati soprattutto in Russia e Germania), ricevono un salario pari a 150 euro il mese. Molte realtà imprenditoriali italiane (soprattutto venete) hanno trasferito in Romania considerevoli investimenti finanziari e tecnologici, con una ricaduta in termini occupazionali di oltre 500 mila posti di lavoro creati tra impiego diretto e indotto. Queste realtà imprenditoriali si sono insediate, in particolare, nella provincia di Timişoara, dove è stato riprodotto un vero e proprio modello distrettuale “all’italiana”, provvisto di adeguate infrastrutture di trasporto e di manodopera autoctona dal costo “contenuto”. Timişoara si presenta oggi come una nuova provincia industriale veneta, che dà parecchio lavoro alla manodopera locale. Tuttavia, alcuni aspetti della “colonizzazione” italiana fanno sì che essa si mostri come un vero e proprio paradiso iperliberista: nelle imprese calzaturiere, dove sono occupate le donne, i lavoratori hanno un decimo del salario italiano, vi è assenza di sciopero, nessun sindacato presente e libertà di licenziamento. Un dato in “controtendenza” arriva dalla regione del Baltico. Nelle tre piccole repubbliche, la crisi economica si è pesantemente abbattuta tra il 2007 e il 2010. I settori dell’economia che sono stati colpiti sono il primario (agricoltura e allevamento) e il secondario (costruzioni navali e industria meccanica, chimica e elettronica) dove è occupata il 50% della forza lavoro del paese, quasi tutta maschile. Il settore terziario, dove è, invece, concentrata gran parte della manodopera femminile, non ha subìto i contraccolpi della crisi. Questa situazione si è riflessa sui tassi di disoccupazione: l’Estonia è al primo posto per il tasso maschile di disoccupazione più elevato di quello femminile (rispettivamente 19,7% e 11,2%). Seguono Lituania (18,6% e 10,6%) e Lettonia (26,6% e 19,2%) - dati Eurostat (gennaio 2010). Questo orientamento, spiccatamente marcato nel Baltico, si è riscontrato in tutta l’Ue-27, dove il tasso medio di disoccupazione femminile era nel 2000 superiore di due punti percentuale rispetto a quello maschile, mentre nel 2009 è risultato inferiore dello 0,2% rispetto a quello maschile. Ciò è dovuto al fatto che i settori dell’industria e della costruzione, a prevalenza di manodopera maschile, sono stati colpiti duramente. Negli ultimi mesi del 2010, però, i tassi di disoccupazione femminile e maschile sono cresciuti allo stesso ritmo e questo riflette 12 l’allargamento della crisi ad altri comparti, in cui la composizione degli occupati per sesso è più equilibrata di quella dei settori ridotti per primi. Inoltre, in una dozzina di Stati membri, la disoccupazione permane più elevata fra le donne. Infine, dal momento che il settore pubblico è quello che assorbe maggiormente forza di lavoro femminile, un numero proporzionalmente maggiore di donne potrebbe perdere il posto di lavoro a causa dei tagli di bilancio. Certamente è importante prestare particolare attenzione all’evoluzione dei tassi di disoccupazione durante i periodi di recessione, ma non vanno trascurate altre tendenze, meno visibili, ad esempio la sovra rappresentazione delle donne tra gli inattivi o tra i disoccupati part-time che non sono in genere registrati come disoccupati. Le donne sono più svantaggiate sul mercato del lavoro, perché, ad esempio, tra di loro è più elevata la percentuale di contratti atipici, precari (a termine) e di lavoro part-time non volontario e perché persistono disparità salariali a loro svantaggio, con conseguenti ripercussioni sul livello di reddito nell’arco della loro vita, sulla protezione sociale e sulle pensioni, e tassi di rischio di povertà più elevati, in particolare tra le pensionate. - Le donne nel Caucaso del Nord (territorio della Federazione russa con religione musulmana4) La situazione delle donne nel Caucaso del Nord ha risentito profondamente del lungo conflitto russo-ceceno, che ha coinvolto tutta la regione caucasica settentrionale. La seconda guerra russo-cecena (1999-2006), a differenza della prima (1994-1996), si è caratterizzata per l’acutizzazione del conflitto in direzione di una radicalizzazione dell’islamismo wahabita caucasico. L'obiettivo dei ribelli delle Repubbliche russe di Cecenia, Daghestan, KabardinoBalkaria e Inguscezia era quello di tagliar via una fetta di Federazione russa per unire i musulmani del Caucaso del Nord sotto un unico Emirato. Contagiati dal morbo a spirale della guerra cecena, le rivolte si sono sempre più intrise di fanatismo dove ad ogni passaggio l’Islam diventava sempre più estremo sino ad inneggiare alla Jihad, la Guerra Santa. Ma sarebbe fuorviante pensare all’Islam come al motore delle rivolte. Piuttosto esso ha rappresentato e rappresenta ancora oggi nel Caucaso “musulmano”, reso secolare da settant’anni di sovietismo, l’identità e l’orgoglio etno-nazionale della regione. L’evoluzione del posto occupato dalle donne nella società è, dunque, sintomatica dei cambiamenti indotti dalla guerra. Certi elementi tradizionali si sono rafforzati: in presenza del conflitto e delle estorsioni generalizzate, le famiglie hanno vissuto assillate dal timore che le loro figlie potessero subire violenze da parte dei militari russi o dei militanti separatisti ceceni e daghestani. Ciò ha spinto i genitori a dare in sposa le loro figlie in giovanissima età (il numero di ragazze date in sposa a tredici o quattordici anni è aumentato). I matrimoni precoci rappresentano un modo per porre le ragazze sotto la protezione della famiglia del marito e del suo clan. Allo stesso modo, lo squilibrio numerico dei sessi, prodotto dalla guerra, ha provocato un aumento della poligamia, giustificata dalla shariat (il corpo vigente delle leggi religiose e giuridiche facenti capo al Corano). Il ruolo delle donne non ha, tuttavia, seguito la via della “tradizione” a tutti i livelli. Le due guerre le hanno messe in prima linea in numerosi ambiti: in assenza degli uomini, morti in battaglia, nascosti, dispersi o prigionieri nei “punti di filtraggio”, le donne si sono assunte la 4 Esclusi, quindi, Ossezia del Nord e Territorio di Stavropol’. 13 totalità dei carichi familiari ed economici. Hanno, ad esempio, trasportato informazioni e cibo tra la Cecenia e l’Inguscezia, hanno venduto i loro prodotti al mercato per garantirsi la sopravvivenza e quella dei propri familiari, hanno sviluppato un’economia circolare (alcune producevano il pane che altre compravano in cambio di conserve), hanno, infine, rimesso in piedi scuole e ospedali nella fase di “normalizzazione”, quando sono state avviate le grandi opere di ricostruzione dell’intera regione. Si sono, inoltre, organizzate in gruppi di resistenza pacifica per opporsi all’arresto degli uomini durante le operazioni di pulizia, ossia nel corso di operazioni di rastrellamento compiute dalle unità russe dell’esercito con l’obiettivo dichiarato di stanare i terroristi, e con il risultato pratico di terrorizzare la popolazione civile e far scomparire centinaia di persone. Le donne che vivono nelle città sono quelle che più di tutte hanno rifiutato il processo d’islamizzazione della società. Sono, in gran parte, giovani, con istruzione superiore, non ancora sposate, disposte a sfuggire ad ogni elemento di coercizione. Non hanno mai portato il velo (coprono solo la parte alta della fronte con una fascia, che lascia i capelli visibili e il volto totalmente scoperto), hanno studiato e, fra di loro, alcune sono diventate medici, direttrici di scuole, docenti universitarie, dirigenti e quadri d’amministrazioni pubbliche, responsabili locali della politica. Tuttavia, l’orgoglio nazionale si è rivitalizzato attraverso il recupero di antichi riti e di lasciti tribali pre-islamici, come la poligamia, il velo, ecc. Con il risultato che i tratti di piccole comunità, che si ritrovano ancora nell’insieme delle società caucasiche strutturate per nuclei familiari allargati e per clan (teip), non solo permangono ma tendono ad accentuarsi. In questi anni di guerra, la società non è rimasta immobile nella sua organizzazione. Le fratture psicologiche e le umiliazioni esercitate dai militari russi sono state vissute dalle popolazioni caucasiche come una volontà di distruggere la regione e, di conseguenza, esse hanno sviluppato le loro difese contro questa atomizzazione. In molti casi, queste difese hanno condotto al rafforzamento delle modalità tradizionali di relazione, ad un ripiego identitario sui propri valori tramandati, a scapito di un percorso d’emancipazione femminile che era stato in tutto il Caucaso del Nord molto lento e difficile. In questa regione, le condizioni storiche più “arretrate” nello sviluppo economico e sociale, fanno sì che la donna sconti maggiormente il peso del condizionamento di antichi usi e costumi arcaici. La sensazione di totale abbandono e l’assenza di prospettive generate dalla potenza distruttiva della guerra, e il recupero di pratiche religiose e di patriarcato in risposta alla precarietà sociale, spingono le donne più emancipate ad emigrare: un embrione di diaspora si va costituendo all’estero (è il caso delle giornaliste di professione o di membri donne delle Ong). Quelle che rimangono cercano di avviare delle attività imprenditoriali al femminile, pur non esistendo appositi programmi di supporto. La maggior parte di loro sostiene la propria famiglia dedicandosi al commercio, senza una minima formazione in questo campo, affidandosi soltanto all’istinto e all’esperienza. Poche sono quelle che lavorano nel terziario, mentre la loro presenza è forte nell’istruzione e nella sanità. 14 - Le donne in Asia Centrale5 Il crollo del regime sovietico ha posto l’Asia Centrale in una situazione comparabile a quella in cui si sono trovati molti paesi dopo un’esperienza coloniale: nascita di nuovi gruppi dirigenti, creazione di un discorso nazionale in funzione di legittimazione della direzione politica dello Stato ora indipendente. Quando le repubbliche centro-asiatiche sono diventate indipendenti hanno ripreso a considerarsi apertamente musulmane, sottolineando, quindi, un’appartenenza religiosa prima invisa al regime sovietico. Il passaggio all’indipendenza ha significato, dunque, il passaggio anche a uno stile di vita musulmano, contribuendo a rendere più espliciti dei confini - che già esistevano - ma soprattutto a segnare una differenza di civiltà. L’islamizzazione delle nuove società autoctone ha indubbiamente segnato un regresso per la donna asiatica. Nondimeno, altri fattori hanno contribuito a questo regresso. Innanzitutto, i numerosi conflitti inter-etnici che rendono questi territori instabili e più poveri. Il Kirghizistan è stato sconvolto nel 2010 da un’ondata di feroci scontri a livello etnico che vede la maggioranza kirghiza attaccare, violentare e uccidere la minoranza uzbeka. Uomini, donne, anziani e bambini uzbeki sono sistematicamente perseguitati dal 10 giugno 2010. Alla guida del paese, da aprile, dopo l’allontanamento dell’ex presidente Kurmanbek Bakiyev, vi è la signora Rosa Otumbaieva. Attuale premier e presidente ad interim, la Otumbaieva è l’unica donna dell’Asia centrale a ricoprire un ufficio di così alto livello. Segno di una certa considerazione della donna nella società kirghiza. La Costituzione kirghiza riconosce pari diritti tra uomini e donne e la legge contro la violenza sulle donne in questo paese è la più progredita di tutta l’Asia. Nonostante ciò, le donne uzbeke residenti in territorio kirghizo sono sottoposte a continue persecuzioni. Alcune profughe, tramite Radio Free Europe, hanno testimoniato che alla frontiera, per garantirsi il passaggio in zone più tranquille, hanno dovuto pagare il pedaggio ai soldati. E se per un uomo il “pizzo” è di 500 dollari, per una donna sale a 2000. Le uzbeke, vittime di stupri, sevizie e altre atrocità, devono pagare di più se vogliono garantirsi la propria incolumità. Un altro fattore che ha contribuito al riflusso femminile nell’Asia centrale è la trasformazione radicale delle economie locali con l’affrancamento dalla monocultura del cotone (dove alta era la quota di forza lavoro femminile impiegata) e l’orientamento verso le infrastrutture di trasporto, l’edilizia, l'agroalimentare, la catena del freddo, la lavorazione delle pelli, le calzature, il legno, la meccanica. Settori nei quali le donne non hanno alcuna esperienza, essendo state per decenni occupate nell’eccessivo sfruttamento agricolo. Dati statistici recenti (2007) indicano che oltre un terzo delle donne del Kazakistan soffre di anemia provocata dall’inquinamento dell’acqua potabile densa di metalli pesanti (che impedisce all’organismo l’assorbimento del ferro) e di sali provenienti da pesticidi e concimi usati per decenni nelle piantagioni di cotone. Le gravi forme di anemia sono una delle cause degli alti tassi di mortalità infantile e materna che, nel 2004, erano rispettivamente di 20.6 morti ogni mille nascite e di 64.8 morti ogni 100mila nascite. Metà della popolazione femminile di Ust-Kamenogorsk è affetta da questa patologia. Il riassetto della struttura economica del Kazakistan, in seguito al crollo dell`Urss, ha prodotto una forte crescita nel L’Asia Centrale include 5 Stati: Kazakistan, con capitale Astana; Kirghizistan, con capitale Biškek; Tagikistan, con capitale Dušanbe; Turkmenistan, con capitale Aşgabat; Uzbekistan, con capitale Tashkent. 5 15 ramo energetico, mentre si è registrata una contrazione negli altri comparti tradizionali. Emergono nuovi rami dell’economia come quello dei servizi commerciali nelle aree urbane, dove sono concentrate molte risorse di lavoro femminili (soprattutto giovani donne di età compresa tra i 15 e i 29 anni). Ma il cambiamento più radicale per la donna è avvenuto all’interno dei nuclei familiari, dove il lavoro femminile ha subìto delle modifiche, a seguito dell’introduzione del libero mercato e della proprietà privata. Precedentemente, nelle aree rurali (che rappresentano tuttora la grande parte del territorio centro-asiatico), il lavoro delle donne dentro i nuclei familiari era “produttivo” (facevano il pane, fabbricavano tessuti e tappeti, lavoravano la seta, lavoravano l’argilla e la ceramica producendo utensili, cucivano abiti e stoffe di lana e lino ecc.). Con la riforma economica su vasta scala (il settore primario, l’agricoltura, ha mantenuto comunque un ruolo centrale nell’economia e occupa gran parte della popolazione), la famiglia ha teso a non produrre più e a consumare soltanto. Il lavoro di casa si è ridotto alle pulizie, alla cucina, a lavare e alla cura dei figli, mentre le altre attività sono state “esternalizzate”. Il lavoro delle donne non ha, quindi, più lo stesso valore che aveva in passato per l’economia della regione centro-asiatica, né contribuisce allo stesso modo alla sua prosperità. Diventando “improduttivo” ha perso progressivamente di senso e d’utilità. Si è prodotta una rigida divisione del lavoro tra sfera “improduttiva” e sfera “produttiva” (la prima relegata entro le mura domestiche, la seconda collocata nel mercato) - frutto del neoliberismo che ha fatto del “mercato” un’ideologia assoluta, e che deprezza il valore sociale del lavoro (tra cui vi rientra, a pieno titolo, anche quello definito improduttivo) - che ha accentuato le discriminazioni in base al sesso. La distribuzione della ricchezza decisamente più iniqua di quella esistente ai tempi sovietici, la crisi di molte attività produttive e una relativa restrizione delle possibilità di occupazione hanno avuto l’effetto di provocare fenomeni di perdita di status e impoverimento anche nelle nuove società autoctone. Il cambiamento in corso si riflette all’interno delle famiglie, dove può capitare di assistere alla rottura di matrimoni. Certo, il fenomeno ha dimensioni piccole, anche perché in queste società esistono vincoli comunitari e sociali in grado di contenere la rottura. Agisce in questa direzione il timore di giudizio negativo da parte dei familiari, dei vicini e dei conoscenti. Il rispetto da parte degli altri e la buona reputazione sono attributi a cui nessuno qui può rinunciare, poiché l’onore vale più della ricchezza. Così accade che coniugi, che pur si separano ben più di quanto non avvenisse in passato, siano timorosi del giudizio degli altri. Lo sono soprattutto le donne che, anche quando il marito non lavora e beve, tendono a non separarsi per non subire il discredito che colpirebbe la loro famiglia. Le famiglie operano così per ricomporre gli equilibri diventati precari e soltanto in casi estremi concordano i termini della separazione. I rapporti di aiuto reciproco e di credito che intercorrono tra vicini nel makhalla o nel kishlak costituiscono altri strumenti per ammortizzare gli effetti negativi del cambiamento. Questi però non sono in grado di reggere all’impatto pesante della crisi di oggi. Così si assiste ad altri fenomeni gravi, quali la disoccupazione altissima soprattutto nelle regioni agricole (in particolare in quelle più intensamente popolate), una rapidissima crescita della prostituzione, l’emigrazione cospicua delle popolazioni locali (soprattutto delle minoranze) verso Stati vicini più prosperi. 16 Bibliografia Christiane Lötsch, “Essere donna (dell’Est) oggi: i nuovi volti femminili dell’Europa”, 19.05.2009 cafebabel.com http://www.cafebabel.it/article/30120/essere-donna-dellest-oggi-i-nuovi-volti-femminili.html Elenwen Romeniel, “La condizione delle donne nei paesi dell’allargamento: l’altra metà del cielo allo specchio”, 27.04.2007, Empathy for Nature http://elenwenromeniel.splinder.com/post/11951065/la-condizione-delle-donne-nei-paesi-dellallargamentolaltra-meta-del-cielo-allo-specchio Dinucci Manlio, Il sistema globale seconda edizione - Geografia del sistema globale, Zanichelli Editore, 2006 http://www.zanichelli.it/materiali/dinucci Di Sarcina Federica, Donne e cittadinanza in Europa. 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