Don Vignolo- Invocare il nome del Signore
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Don Vignolo- Invocare il nome del Signore
7 NOVEMBRE 2010 - Don Vignolo Roberto “Invocare il Nome del Signore” Questo incontro ha come tema “L’invocazione del Nome del Signore”: mediteremo un po’ sul Sl 30. È un salmo che dovrebbe svolgere il titolo Invocazione del Nome del Signore, come esperienza che può essere davvero l’esperienza più originaria che ci sia e può essere proprio il filo rosso principale che possiamo rintracciare nel salterio e nella nostra vita. Questo Sl 30 lo potremmo registrare proprio anche attraverso due letture: Gen 4 “...allora si cominciò a invocare il nome del Signore”, e poi ISam 1-2, preghiera di Anna al Tempio. In una lettera di S. Atanasio, scritta a un suo amico medico, suo maestro, Marcellino, ci consente di chiamare il salterio proprio con un titolo molto semplice; il titolo ufficiale del Salterio è “Lodi”, plurale piuttosto anomalo, ma noi, proprio sulla scorta della felice interpretazione di Atanasio, che ha fatto e fa tuttora scuola nell’ermeneutica del salterio, in modo indiscusso, possiamo chiamarlo “Il libro degli affetti”, dando alla parola affetti tutto lo spessore di questi sentimenti, perché sarebbe dire poco e sarebbe anche dire male. Libro che ci aiuta a illuminare i nostri affetti, cioè quel livello più profondo che ci sta sempre dietro e sotto a qualunque sentimento, a qualunque disposizione nostra. L’atteggiamento che diremmo fondamentale che fa risuonare più profondamente le cose della nostra anima, della nostra persona, del nostro corpo. Libro degli affetti perché, dice Attanasio, chiunque legge i salmi, trova uno specchio, di volta in volta, adeguato a quello che gli fa più bene. E chiunque legge i salmi non trova soltanto un riflesso di se stesso, ma trova anche una terapia, di alta terapia degli affetti: messa a fuoco, ma anche trasformazione. Questa è la grande scommessa del salterio. In questo senso, molto significativo, per avere questa individuazione, la fotografia di noi stessi, vuoi anche questa trasformazione – e qui per trasformazione stiamo parlando di qualcosa di pasquale; i salmi sono un evento pasquale. S. Agostino diceva: “Pasca est transitum per passionem”, passaggio attraverso la passione - . Gli affetti hanno bisogno di essere intensi e anche, evidentemente, ben configurati, ben lavorati, bisogna passarci attraverso. Potremmo, tra i tanti tipi di affetti che noi sperimentiamo, dire sinteticamente, semplicemente, che in fondo tutti sono catalogabili tra due grandi atteggiamenti di fondo, magari anche con la possibilità di mischiarsi l’uno con l’altro. Esempio sono il nero e il bianco: tra il nero e il bianco ci sono infinite sfumature di grigio. Questi due atteggiamenti sono lo stupore, la gratitudine per la vita donata, per la promessa di Dio, la sua vicinanza la comunione fraterna e via dicendo, e la vita minacciata, l’angoscia, le paure per una vita che vediamo incrinata dalle cose più diverse, malattia, nemico, la morte, il male, il peccato, la lontananza di Dio. Tutta la nostra vita corre fra questi due atteggiamenti che sono lo stupore e l’angoscia, i quali per altro, sono le classiche due facce di un medaglia. I filosofi lo fanno vedere molto bene: se tu ti stupisci perché sia fatta da un altro la vita, certamente ti entusiasmi, ma in quell’entusiasmo c’è già dentro un fremito, quasi una incrinatura, e perché?, ma perché proprio in quanto dono gratuito, la vita è tanto gratuita da rischiare di essere anche fortuita. Ci si salva, magari, per un pelo o per un capello, e per lo stesso pelo e lo stesso capello non ci si salva. Evidentemente questo, così come nel momento della salvezza, della vita donata, della speranza e della gratitudine, nel momento in cui, invece, questa vita è minacciata anche magari poco, ma comincia a lasciare intravedere i segni della sua erosione, ecco che allora le cose vanno diversamente. Molto bene è........ in una delle sue impenetrabili poesie, dice: “Stupore, non proprio la conoscenza, e nemmeno l’ignoranza: una splendida ...... condizione che non ha vissuto fino......”. È proprio dentro lo stupore, lo splendore, ma anche qualche cosa di tetro. 1 “Angoscia è sua sorella maggiore che dubita che sia la gioia giusta un rinnovato sospetto o dolore: questo è il tarlo che gli uomini rode”. In effetti la nostra vita può sembrare, in tante circostanze, letteralmente uno sballottamento tra questi due poli: un tempo per stupirsi e un tempo per angosciarsi, così Qoelet. Fa vedere se veramente la nostra vita sia soltanto destinata a diventare un pendolo tra questi due poli, senza un legame più profondo. È la scommessa del salmo che ci fa quest’oggi meditare appunto su questa dimensione. Tra lo stupore, che poi nella preghiera diventa rendimento di grazie, e l’angoscia, che poi nella preghiera diventa supplica, o magari anche una supplica che può essere fatta verbalmente, ma che può anche essere fatta fisicamente e in questo senso forse il silenzio è il linguaggio da praticarsi, il silenzio sofferto. Ecco, questo stupore, questa angoscia diventano effettivamente lode e supplica; e i salmi sono una grande scuola in questa direzione: imparare a pronunciare la grammatica, la sintassi, le prime parole dell’una e dell’altra, sapendole anche coniugare adeguatamente. Prendiamo il Sl 30. Vediamo subito la scommessa che il salterio ci propone per ritrovare l’unità tra questi due estremi del pendolo e non sentirci semplicemente sbatacchiati da un lato e dall’altro, ma sentirci, in qualche maniera anche in grado di ritrovare, a modo suo, una continuità, una unità. Questa scommessa si chiama Nome del Signore, o più precisamente Invocare il nome del Signore. Invocare come del resto lo dice l’origine stessa della nostra lingua “vocare”, vuol dire chiamare, gridare qualche cosa che, evidentemente, si suppone che ci sia, primo la possibilità di contatto tra me che grido e l’altro a cui rivolgo la mia parola e che questo contatto deve anche misurarsi su una certa quantità che di volta in volta uso perché devo anche farmi sentire. Devo sperare di suscitare attenzione. Devo anche, evidentemente, sapere come si chiama la persona a cui voglio rivolgermi; tutto questo è la scommessa e l’offerta del salterio. Sono mille le porte d’ingresso dei salmi, però per quel che riesco a capire io, dal mio punto di vista, il Sl 30 è proprio un bel portale d’ingresso, perché ci da un po’ l’idea che cosa voglia dire invocare il nome del Signore, nella lode oppure nell’oscurità. Ora lo leggiamo. «2.Ti esalterò Signore perché mi hai liberato e su di me non hai lasciato esultare il Nemico! 3.Signore Dio mio, a te ho gridato e mi hai esaudito! 4.Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi, mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba! 5.Cantate inni al Signore, o suoi fedeli, rendete grazie al suo santo nome, 6.perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita! Alla sera sopraggiunge il pianto, e al mattino, ecco la gioia. 7.Nella mia prosperità ho detto: “Nulla mi farà vacillare!”. 8.Nella tua bontà, o Signore, mi hai posto su un monte sicuro; ma quando hai nascosto il tuo volto, io sono stato turbato. 9.A te grido, Signore, chiedo aiuto al mio Dio. 10.Quale vantaggio dalla mia morte, dalla mia discesa nella tomba? Ti potrà forse lodare la polvere, proclamare la tua fedeltà nell’amore? 11.Ascolta, Signore, abbi misericordia, Signore, vieni in mio aiuto! 12.Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco di gioia, 13.perché io possa cantare senza posa – Signore, mio Dio, ti loderò per sempre». 2 Possiamo leggere questo salmo secondo la chiave accennata inizialmente che poi è una chiave, che prende insieme, bene o male, tutto quanto il salterio. È un salmo di ringraziamento, questo si vede sin dall’inizio; qualcuno è stato liberato da un pericolo mortale. Nemico – mi sono permesso di scriverlo maiuscolo perché seguendo la suggestione di un grande esperto di lingue semitiche, l’ebraico soprattutto – in molti casi il nemico nei salmi, è semplicemente la morte. Qualche volta è scritto anche al plurale, me è un plurale di intensità, ma il nemico per eccellenza è la morte. Qui io credo che più probabilmente la situazione più ricostruibile è così: uno che stava molto bene nella fede nella salute, nella vita, nelle relazioni, nel rapporto con Dio, però ad un certo momento, forse rivolto a Dio, “nella tua bontà Signore, mi hai posto su un monte sicuro”, non è la preghiera, come qualcuno ha pensato, di un orgoglioso che sarebbe stato giustamente punito per il suo orgoglio. Chi è orgoglioso non parla così, chi è orgoglioso riferisce al proprio merito una condizione di pace, di benessere, di favore. Qui, invece, è uno che ha il senso della fede. Non facciamo nessuna polemica, facciamo una lettura realistica e diciamo, invece, che lui non ha peccato in fatto di orgoglio, ma che forse è stato un po’ ingenuo, ha peccato “di ingenuità”; e in che cosa consiste questa ingenuità? Possiamo dire che la vicenda della vita, la vicenda della fede, non sono nelle nostre mani. E così, come dice Giobbe, da Dio dobbiamo ricevere il bene, ma in qualche maniera dobbiamo far fronte anche al male e questo male, magari, non è un male per cui Dio ci vuole male, è il male che noi possiamo chiamare con “Dio ci ha abbandonato, ha nascosto il suo volto”. Perché nasconde il suo volto, il Signore? Ci può essere di mezzo, appunto, il fatto che Dio nasconde il suo volto a me, perché io lo nascondo a Lui, perché io mi nascondo a Lui. Può anche essere una situazione diversa: può essere benissimo, invece, che il Signore, in tutta libertà nasconda il proprio volto, e se, magari, dà anche la sensazione di abbandonare, in realtà è sempre per fidarci meglio. I Padri del deserto parlano di un abbandono pedagogico, come farebbe una mamma quando il suo bimbo fa i primi passi: prima lo sorregge, poi si stacca se no non impara mai. È chiaro, c’è il rischio che faccia qualche capitombolo e si sbucci le ginocchia, ma è necessario. La cosa significativa, comunque, è che lì noi vediamo una situazione di grande pienezza, felicità precedente a cui segue una situazione davvero di grande desolazione, a cui segue un ritrovamento di una situazione di pace, e allora il salmo comincia proprio con questa esultanza. I vv. 2 a 4 sono proprio una bellissima reazione immediata di fronte alla salvezza ricevuta. Probabilmente l’autore ha visto forse la morte in faccia: “Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi, mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba!”. Il ringraziamento diventa corale e allora l’invito: “Cantate inni al Signore, o suoi fedeli, e rendete grazie al suo santo nome”. Il vero ringraziamento è la base di qualunque testimonianza; si parla tanto di testimonianza, si parla tanto di nuova evangelizzazione: il linguaggio della testimonianza e dell’evangelizzazione, originariamente è un linguaggio di gioia, che non possiamo indurci artificialmente, ma bisogna esperimentarla, bisogna veramente affidarsi nelle mani del Signore, che ci salva. La cosa interessante di questo salmo è che fa i conti con l’alternarsi così totale di momenti diversi e contrapposti della nostra vita, della nostra giornata. Se ci pensiamo, è meglio mettere un po’ di lente di ingrandimento anche sui più piccoli atteggiamenti. Nel giro di un’ora, quante volte noi siamo capaci di cambiare il nostro affetto! Mi pare sia molto importante questo, e cioè il fatto che noi stessi oscilliamo tra questi contrasti: la certezza della fede, la messa in discussione di tutto e poi di nuovo l’invocazione al Signore. C’è qualcosa che tiene assieme questi diversi poli della nostra esistenza? Credo che il salmo risponde molto bene a questa domanda perché, in effetti, il salmo affronta i contrasti più estremi della tua vita, abbraccia tutto, però fallo legandolo insieme alla possibile, unica e vera costante che è l’invocazione del Nome del Signore il mio Dio. Guardiamo sul testo, in corsivo: v.3 Signore Dio mio 3 v.13 Signore, mio Dio: sono due momenti di lode, sono due momenti in cui ci rivolgiamo al Signore e diciamo, davvero tu appartieni a me, e lo diciamo con animo di gioia. Ma vedete, il Signore mio Dio torna anche al v.9, e il v.9 non è un momento di particolare, grande entusiasmo, è invece il contrario: “A te grido, Signore, chiedo aiuto al mio Dio. Cosa ti serve che io stia male fino a morire? Non ti servirò forse meglio se avrò qualche straccio di salute in più?”. Impariamo a fare queste preghiere molto elementari; diciamo pure che sono interessate, va benissimo così! Può anche darsi che ci sia qualche proiezione un po’ egoistica nelle preghiere di questo genere, ma intanto dobbiamo chiedere se un malato, che magari si vede la morte in faccia, non abbia tutti i diritti di pregare fino all’ultimo momento per ottenere la guarigione; poi, arriverà anche il momento in cui dovrà dire “eccomi, Signore”, e lo dirà. Però, fino ad un attimo prima, come Nostro Signore Gesù Cristo ci ha insegnato al Getsemani, dirà: “se possibile, passi da me questo calice”. Io credo che noi, pur avendo l’immenso dono di filialità mediante il Battesimo, tante volte di fronte a Dio ci comportiamo più come servi che come figli. Come servi che, non sanno quello che fa il padrone, ma i figli, invece, sono quelli che sono stati chiamati amici. E l’amico, magari, è importuno, un po’ prepotente, invadente. L’A.T. ci restituisce, questa libertà del linguaggio davanti a Dio, non è che devi educarlo, davanti a Dio, e impara il linguaggio della preghiera. Il linguaggio, ogni lingua la impara lo sfacciato che chiede, che sbaglia nel parlare e che poi, malgrado tutto apprende che la preghiera è fatta per gli sfacciati. Potrebbe così essere molto significativo questo Signore, mio Dio all’inizio, al centro e alla fine. In questo punto di vista la lettera ai Romani 14, 7-9 dice che in tutte le situazioni di vita “siamo del Signore!”. A questo punto ascoltiamo la lettura dal libro della Genesi, nel momento nel quale si è iniziato a invocare il nome del Signore, perché anche qui troveremo proprio che questa invocazione del Nome del Signore, viene assieme ai vari momenti della nostra vita, quelli più tragici come quelli più luminosi. Gen. 4 Poi l’uomo conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino (Qain), e disse: «Ho acquistato (qaniti) un uomo dal Signore!». Poi partorì ancora suo fratello Abele (Havel). Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo. ... Caino disse al fratello Abele: «Andiamo in campagna!» [così LXX. Oppure con TM: Caino litigò con il fratello Abele]. Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Caino, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Son forse il guardiano di mio fratello?».Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello! Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia punizione da sopportare! Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo, e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra, e chiunque mi incontrerà potrà uccidermi». Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Cino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato. Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden. Poi Caino conobbe la moglie, che concepì e partorì Enoch. In seguito divenne costruttore di una città che chiamò Enoch, dal nome del figlio. A Enoch nacque Irad; Irad generò Mecuiaèl, e Mecuiaèl generò Metusaèl, e Metusaèl generò Lamech. 4 Lamech si prese due mogli: una chiamata Ada e l’altra Zilla- Ada partorì Iabal: egli fu il padre di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame. Il fratello di questi si chiamava Iubal: egli fu il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto. Zilla a sua volta partorì Tubalkàin, il fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro. La sorella di Tubalkàin fu Naama. Lamech disse alle mogli : «Ada e Zilla, ascoltate la mia voce, mogli di Lamech, porgete l’orecchio al mio dire: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido! Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette!”». Poi Adamo conobbe di nuovo la moglie che gli partorì un figlio e lo chiamò Set, «perché» - disse «Dio mi ha concesso un’altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l’ ha ucciso». Anche a Set nacque un figlio, che egli chiamò Enosh. ALLORA si cominciò a invocare il nome del Signore. Viene da chiedersi: “Ma cosa c’entra questo cap.4 della Genesi, cosa ci racconta l’invenzione, soprattutto di tanti mestieri, di tanta attività umana, e questo misfatto del fratricidio originario?”. C’entra pienamente, completamente. V. 26, seconda parte: «Allora si cominciò a invocare il nome del Signore». “Allora”, quando? Solo quando a Set nacque questo figlio chiamato Enosh. “Nosh” vuol dire come Adam, mortale, e in effetti la vita dell’umanità è proprio imbevuta. di immortalità. Allora si incomincia a invocare il nome del Signore: chi è il primo, o meglio ancora la prima che invoca il nome del Signore? V.1, è la donna, Eva, che quando partorisce il primo figlio dell’umanità, dice: “Ho acquistato un uomo dal Signore”. Ma la donna non era destinata a partorire nel dolore, nella sofferenza, cap. 3,16, “Partorirai nel dolore?”. Interessante: il parto non è una cosa ideale, tuttavia il racconto, in primo luogo, non ci fa sentire Eva che lancia un urlo di dolore, ma che se mai, invece, dando il nome al figlio, invoca il nome del Signore, e lo fa, evidentemente, con un invocazione di lode. Ecco da dove noi impariamo a invocare il nome del Signore: dal dono della vita ricevuta. E in questo senso, i maestri di preghiera sono chi riceve la vita, il bimbetto che nasce e chi l’ha generato, sua madre. Se ci fate caso, tutto il capitolo, v.1 e poi v. 25, è incluso dalla voce della donna, quando ha partorito il suo primo e il suo terzogenito, e il terzogenito ha un nome che non è più così univocamente esultante come il primo: “Ho guadagnato un uomo dal Signore”. Notate, la parola acquistare ha molto di gusto popolare. Dalle nostre parti si dice: “sono andata a prendere un figlio”, quando una donna decide di avere un figlio, a prenderlo. La cosa bella è che qui, nella seconda volta in cui la nascita del figlio dà l’avvio a una preghiera di lode, é: “Dio mi ha concesso un’altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino lo ha ucciso”. Dio, nonostante la storia sia segnata da fratricidi e cose anche peggiori, se è possibile, Dio non ritira la promessa e, nonostante il peccato, la fecondità è ancora la benedizione originale. “Allora si incominciò a invocare il nome del Signore”: non è finita perché in mezzo a questo racconto ci sono altre due voci di gente che invoca il nome del Signore, e non lo fa per lodarlo, non lo fa per supplicarlo, lo fa per chiedere giustizia, per chiedere benevolenza. “La voce di Abele tuo fratello sale a me, Abele tuo fratello grida a me dal suolo!” Questo è proprio la grande verità a cui la Bibbia spesso ci richiama: non c’è voce di sangue versato ingiustamente che non sia un grido che sale a Dio, come la supplica della vittima che chiede giustizia. Questa è invocazione del nome del Signore. Come pure anche il colpevole, chiede un minimo di clemenza, una pena un pochino ridotta che non sia insopportabile, anche quella è una invocazione del nome del Signore. Qui trovate una traduzione un po’ diversa da quella ufficiale, quando Caino riceve il suo castigo e dice: “Troppo grande è la mia punizione da sopportare! ...; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi può ammazzare”. 5 La traduzione ufficiale dice: “Troppo grande è la mia colpa per essere perdonata!”, ma più affidabile è “troppo grande è la mia punizione per essere sopportabile”: tant’è vero che poi Dio dice: “mettiamo un segno su Caino e nessuno lo toccherà. Ecco l’invocazione del nome del Signore. L’invocazione del nome del Signore comincia là dove la vita è donata e promessa e dove, la vita invece è minacciata e compromessa. Il nome del Signore abbraccia tutta la nostra esistenza ed è Lui davvero l’unità della nostra esistenza, ma nella misura in cui effettivamente lo sappiamo invocare. Vediamo il testo di Genesi, un testo formativo, il testo delle origini: Adamo, Eva, Abele, Caino, siamo tutti noi, evidentemente siamo assolutamente tutti noi, non è una cronaca; è la storia di come funziona sempre di nuovo l’origine del nostro essere uomini. Adesso vediamo, invece, una pagina in cui vediamo qualche cosa come un esempio, una testimonianza, un’esperienza, per la voce di Anna, madre del profeta Samuele, che ha la tristezza di trovarsi sterile, esposta molto alla vergogna per questo e di lì fa, un’orazione per invocare il nome del Signore. Supplica e lode di Anna al santuario di Silo (1Sam 1-2 passim). 1:9 Anna dopo aver mangiato in Silo e bevuto, si alzò e andò a presentarsi al Signore. In quel momento il sacerdote Eli stava sul sedile davanti a uno stipite del tempio del Signore. Essa era afflitta e innalzò la preghiera al Signore, piangendo amaramente. Poi fece questo voto: «Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo». Mentre essa prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca. Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò Eli la ritenne ubriaca. Le disse Eli: «Fino a quando rimarrai ubriaca? Liberati dal vino che hai bevuto!». Anna rispose: «No, mio signore, io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né bevanda inebriante, ma sto solo sfogandomi davanti al Signore. Non considerare la tua serva una donna iniqua, perché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia amarezza». Allora Eli le rispose: «Va’ in pace e il Dio d’Israele ascolti la domanda che gli hai fatto». Essa replicò: «Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi». Poi la donna se ne andò per la sua via e il suo volto non fu più come prima. Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore tornarono a casa in Rama. Elkana si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei. Così al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele. «Perché – diceva – dal Signore l’ho impetrato». [Dopo averlo divezzato, Anna portò il bambino al santuario di Silo, e dopo averlo consegnato a Eli] Anna pregò: «Il mio cuore esulta nel Signore, la mia fronte s’innalza grazie al mio Dio. Si apre la mia bocca contro i miei nemici, perché io godo del beneficio che mi hai concesso. Non c’è santo come il Signore, non c’è rocca come il nostro Dio. Non moltiplicate i discorsi superflui, dalla vostra bocca non esca arroganza; perché il Signore è il Dio che sa tutto e le sue opere sono rette. L’arco dei forti si è spezzato, ma i deboli sono rivestiti di vigore. I sazi sono andati a giornata per un pane, mentre gli affamati han cessato di faticare. La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita. Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire. Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta. Solleva dalla polvere il misero, innalza il povero dalle immondizie, per farli sedere insieme coi capi del popolo e assegnar loro un seggio di gloria... In tutto l’Antico Testamento certamente questa è una pagina, che ci descrive meglio come pregavano i nostri padre e come si doveva passare dalla preghiera di supplica a quella della lode. Come si svolgeva la preghiera di supplica? Non possiamo qui fare un commento più esatto, soltanto un piccolo particolare: quando Anna risponde al tono brusco con cui il sacerdote Eli la interpella pensando che sia ubriaca, lei risponde «No, io non sono ubriaca; muovo appena appena le labbra per neanche sentire la mia voce, perché sto sfogandomi davanti al Signore». Sfogarmi lo faccio anche con il mio amico, con la mia amica: 6 “davanti al Signore” è qualcosa di più. Ci sono delle cose che si dicono soltanto davanti al Signore, e non sono uno sfogo, sono un’offerta sacra della propria coscienza. Alla lettera sarebbe: “sto riversando, sto effondendo il mio cuore, la mia anima, il mio spirito”. Effondere è il verbo delle offerte mitiche degli uomini antichi che andavano al tempio e alla divinità offrivano latte, acqua, vino, olio, anche sangue degli animali sacrificati. E tutto veniva effuso, cioè, versato e una volta che era versato era inservibile perché era proprio sprecato. Qui abbiamo quello che san Paolo chiamerà “il sacrificio spirituale”, cioè l’offerta di noi stessi, dei nostri corpi, dei nostri desideri. Che cosa offrirà Anna? Niente, meno di niente: offre un vuoto, un grembo ancora sterile, con l’aggravio di un cuore afflitto per questa sterilità. “I giorni della sua carne”, Eb.5: “Gesù offrì suppliche e lacrime, - grida a Dio, - e fu esaudito per la sua pietà”. L’offerta della lettera agli Ebrei richiama benissimo la preghiera del Getsemani e quella della croce: la preghiera di Gesù è l’offerta delle nostre debolezze. Ecco che cos’è invocare il nome del Signore nella supplica. In ultima analisi squadellare la propria debolezza, la propria impotenza. La preghiera è accompagnata da due cose: la fede, dicono gli antichi, speriamo che un giorno o l’altro il tuo cuore che è sensibile a qualunque tipo di vera situazione, sappia sciogliere tutte le lacrime davanti al Signore: sono le lacrime di chi ha il cuore veramente affranto. E avverrà quando? Quando siamo completamente impotenti, quando non abbiamo più niente da dire, e quando non riusciamo più nemmeno a muoverci. Quell’offerta è definitiva, quell’offerta è supplica, quella è invocazione del nome del Signore, piccolo particolare interiore; sono momenti in cui abita il silenzio. Basta leggere i salmi 37, 38 e 39 in fila, possibilmente,: sono i tre salmi del silenzio, tre preghiere di supplica davanti a Dio in cui si comincia dire “sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui”. La supplica è accompagnata, proprio, da un momento di silenzio che dice l’attesa nei confronti con Dio. Il silenzio è rotto poi dalla parola di Eli il quale, dopo aver capito che la donna stava pregando sul serio, la fa andare. Non dice: “Ma perché, cosa ti è successo, raccontami”. La congeda con una promessa: “Va’ in pace e il Signore ascolterà la domanda che gli hai fatto”. Il Signore ascolterà e non ascolti: un conto è un augurio e un conto è una promessa, e questa è una promessa. Ecco che cos’è l’esperienza che ci fa passare dalla supplica alla lode: è quell’esperienza che ci fa capire perché poi la preghiera di lode in qualche maniera possa essere più indicativa di tutto il senso della nostra vita. Riprendiamo il Sl.30. Il titolo del salmo dovrebbe essere “Libro delle lodi” [qui cita l’ebraico che io non conosco] Apriamo il barattolo, l’etichetta è “Lodi”, ma cosa c’è dentro il barattolo? La maggioranza dei salmi non sono salmi di lode, sono salmi di supplica. Non capiamo più niente: il salterio all’inizio comincia insistendo sulla supplica, gli ultimi tre libri, soprattutto, sono una grande rivelazione verso la lode, dunque ci fa passare dalla supplica alla lode. Gli stessi salmi di supplica, praticamente tutti, hanno un minimo di esperienza di lode. “Tutti i salmi finiscono in gloria”, diciamo: non c’è preghiera, anche davanti alla croce, che non apra una finestra sulla lode. I salmi ci fanno lavorare sugli affetti: sarai proprio nell’angoscia e nella paura per tutta la vita? Forse no: la promessa è di liberarti. Sarai forse nell’intimità beata condividendo il senso di vivere senza aver provato veramente la sofferenza? Questa pedagogia è assolutamente insensata: però il titolo è “di Lode”. Non preghiere di lode, non nel senso del genere letterario della lode; lode nel senso che la direzione è quella, l’orientamento è una vita di “laudem gloriae”, come nel c.1 delle lettera agli Efesini. È un’esperienza di lode. L’esperienza di fede cristiana ha ancora più scommesso sulla proposta dell’evangelo: gioia e sofferenza, gioia nella sofferenza e, perché no?, anche sofferenza nella gioia. Questo è già anticotestamentale, ma il Vangelo scommette ancora di più su questa unità, tutto a patto di saper invocare il Signore. 7 8 9