Di feltri, di filtri e di cuori allo specchio (The Borsalino Sisterhood

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Di feltri, di filtri e di cuori allo specchio (The Borsalino Sisterhood
DANILO ARONA
Di feltri, di filtri e di cuori allo specchio
(The Borsalino Sisterhood)
“Dottore, ce l’ha qualcosa per gli incubi?”
Il dottor Edoardo Rosati sospirò. Da ormai una settimana gestiva un ambulatorio da poco inaugurato nell’entroterra ligure e quella era la terza richiesta del genere che
sentiva pronunciare da una delle sue nuove assistite.
Edoardo ponderò la donna seduta al di là della scrivania. Niente di straordinario. Un’ordinaria signora sui cinquant’anni che forse avrebbe esibito un incarnato pallido
se la sua pelle da montanara non fosse stata per lustri
addietro bruciata dal sole e riarsa dal vento. Occhi stanchi
ma non rassegnati che in quel momento stavano valutando lui, biondo medico trentenne alle prese con le inevitabili esperienze del dopo laurea. Occhi guizzanti che facevano capolino dalla visiera di un vecchio e lacero
Borsalino in feltro di lapin satinato. Ed era anche la terza
donna che Edoardo vedeva in quello studio agghindata
con un cappello da uomo.
“Com’è che in questo paese fate tutte brutti sogni?”
Una battuta smozzicata e diluita in un sorriso. Neanche
veritiera. Tre casi analoghi non rappesentavano la totalità.
Anzi, non significavano proprio nulla. Il posto però emanava un’energia sinistra. Appariva oscuro e minaccioso,
con i suoi gatti inamovibili che miagolavano aggressivi
nei carruggi, le macchie di muffa soffiate sulle pareti di
case antiche, le ombre notturne e sibilanti che lo attraversavano di notte. E il silenzio: a parte il vecchio albergo
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chiamato Colomba d’oro, da nessuna abitazione si levava
quel brusio della civiltà inscatolato e diffuso dalla televisione.
“Non lo so, dottore,” rispose la donna. “Però alle mie
amiche ha dato quelle... benzo-non-so-dirle...”
“Benzodiazepine.”
“Quella roba lì. E i brutti sogni non ci sono più, dicono loro.”
Bella notizia, anche se qualsiasi psicoterapeuta avrebbe avuto di che censurare. Il Diazepam che Edoardo aveva
prescritto alle prime due pazienti sopprimeva o riduceva
quelle fasi tipiche del sonno in cui si manifestano gli incubi, ma negava con un colpo di spugna la possibilità di
comprendere le dinamiche psichiche di chi ne soffriva.
Dubbi deontologici da educanda, considerò Edoardo, queste donne chiedono soltanto di dormire.
“Va bene, signora,” disse iniziando a scrivere sul ricettario. “Ma solo per un breve periodo. Questi non sono problemi da psicofarmaco.”
“Stia tranquillo, dottore,” disse lei alzandosi di colpo
quasi a esprimere il sollievo di andarsene. “A nessuna
donna di qui piacciono le medicine, però sa...”
Non terminò la frase. La signora, già con una mano
allungata verso di lui per prendersi la ricetta, si appoggiò
con l’altra al tavolino dando l’impressione di essere sul
punto di cadere. Quindi sbatté le pupille in modo convulso. Edoardo riconobbe al volo i sintomi di un prossimo,
leggero mancamento. Si alzò di scatto e affiancò la donna,
prestandole il braccio.
“Venga, signora, si appoggi,” la rassicurò accompagnandola verso il lettino, “si lasci pure andare, ci sono io
a tenerla.”
L’ordinaria signora cinquantenne di cui Edoardo neppure conosceva il nome si tolse il cappello, si sdraiò e
quindi mormorò: “Dottore, mi scusi, sono proprio una stu-
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pida,” mentre Edoardo le alzava le gambe, sbottonandole
il colletto del vestito. Un capo unico, completo e ampio,
da contadina, color marrone bruciato. Vene in rilievo sulle
caviglie con chiazze sclerodermiche.
“Non si preoccupi. Stia solo calma e serena. Così ne
approfittiamo per una piccola visita.”
“Ah, che figura meschina...”
Edoardo le misurò subito la pressione. I valori erano
perfetti.
“Ce l’ho alta?” chiese lei con le palpebre semichiuse.
“Nossignora, vorrei averla io una pressione come la
sua. Adesso sentiamo il cuore.”
Prese il fonendoscopio e passò all’auscultazione, poggiando la campana piatta sul torace a sinistra per cogliere
i toni cardiaci. Non percepì proprio nulla e allora inforcò
meglio le olive del fonendo.
Niente.
“Ma che succede? Si è rotto il fonendo?”
Pigiò la campana spostandola sui focolai. E l’imprecazione gli sfuggì di bocca contro la sua volontà.
“Macchecazzo!”
La donna alzò la testa.
“Qualcosa non va, dottore?”
Edoardo rispose con un grugnito incomprensibile.
Sentiva le guance avvampare, come uno studentello colto
in flagrante durante una performance di bassissimo livello. Meno male che, a suo giudizio, la cultura generale
della paziente si fermava ai derivati dal latte di capra.
“Dov’è finito?” pensò. Ma l’ipotesi suonava assurda: il
battito del cuore non finisce da qualche parte. Prese ad
agitare lo strumento a casaccio, mentre le fauci gli si seccavano per l’ansia e lo stupore.
Poi lo udì.
Un battito. Regolare, da sessanta contrazioni al minuto.
“Accidenti!”
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Gli scappò pure questo, dimentico dell’inalienabile prassi che consigliava di non allarmare inutilmente i pazienti.
“Dottore...”
“Signora, ma lei sta bene? Si è sempre sentita bene?”
“Io... io sì. Qualche influenza ogni tanto. E... vabbè, gli
incubi da un po’ di tempo.”
“Signora, lei ha la destrocardia. Ha gli organi interni
invertiti come posizione. Il cuore a destra e...”
Tastò in basso sul lato sinistro.
“...il lobo maggiore del fegato a sinistra. Si chiama
situs viscerum inversus. Se dovessi farle una radiografia,
scopriremmo stomaco e pancreas a destra.”
“Perché? Dove stanno di solito?”
Edoardo sorrise. Per quanto riguarda la posizione del
cuore tutti più o meno erano pratici. Per quella del pancreas la percentuale d’ignoranti si allargava di almeno un
terzo. Non le rispose e si preoccupò invece di rincuorarla.
“Stia tranquilla. Non se ne deve crucciare. L’importante è che la destrocardia non sia associata ad altre malformazioni. Se così fosse, le avrebbe già provocato più di
un grave problema. Ha soltanto gli organi interni al contrario, ma tutto funziona come deve funzionare. Come si
sente?”
“Mi sta passando.”
“È sicura? Dovrebbe fare degli accertamenti. Accusa
spesso questi sintomi?”
“No, dottore,” disse lei, sporgendo i piedi fuori dal lettino. “Forse mi sono alzata dalle sedia troppo... troppo
velocemente. Sa, il sangue...”
“Già.”
La donna si mise in piedi e recuperò il cappello che si
calcò con forza sul cranio. Appariva in forza, normale, una
robusta contadina di altura, forse prematuramente invecchiata, colpa del lavoro e del clima impietoso. Edoardo
recuperò la ricetta.
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“Ecco qua, signora... signora?”
“Mi sta chiedendo il nome, dottore?”
“Devo, signora. Lei è una mia paziente.”
“Mi chiamo Lucia. Lucia Morello.”
“Arrivederci, Lucia.”
Con passo sicuro la donna uscì dallo studio. Edoardo
raggiunse la scrivania, digitò sulla tastiera del computer e
aprì il nuovo file su Lucia Morello, inserendo il dato dell’anomalia congenita. Mentre salvava i dati, sillabò ad alta
voce “A-VAN-TI!” e l’uscio dello studio con lentezza esasperante si riaprì.
Un’altra donna. Molto più anziana. Un po’ ricurva, sorriso sdentato ma camminava senza l’ausilio di bastoni.
Abito nero con piccoli pois bianchi, scialle e foulard
anch’essi neri. Oltre la settantina. Anzi, forse già a ridosso del decennio successivo. E il Borsalino in feltro di
lepre, non antico come quello della Morello, sopra la
conocchia di capelli. Edoardo indugiava fra il sentirsi
diveritito o sconcertato.
“Prego, signora, si accomodi.”
Lei, scricchiolante, si sedette con dignitosa fatica,
appoggiando le mani adunche e violacee sulla base della
scrivania. Nel suo caso Edoardo scelse di conoscerne
subito i dati anagrafici e le chiese sfoderando il suo
miglior sorriso da incantatore di serpenti:
“Come si chiama, dolce nonnina?”
“Amalia, bel dottorino biondo.”
Edoardo rise. Bell’inizio, rilassante. La vecchia irradiava simpatia.
“E di cognome?”
“Scarella.”
“Scarella,” digitò il cognome sulla tastiera. “Bene. Che
problemi ci sono, Amalia?”
La risposta gli bloccò il respiro.
“Tengo gli incubi, dottore.”
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Vide una mano, una sua mano, tremare. Che stava succedendo? Avevano ordito una congiura per spacciarsi a
vicenda benzodiazepine?
“Ma no, sono montanare. Che vuoi che ne sappiano...”
Quel pensiero gli scomparve di colpo dalla mente.
Un’altra intuizione ora premeva alla porta della sua
coscienza. Una verifica che doveva compiere. Subito.
Si alzò in piedi. Con fare cordiale affiancò l’anziana
sul lato destro e le chiese di alzarsi, porgendole il braccio.
“Venga, signora Amalia, sul lettino,” le comunicò gigioneggiando. “Voglio auscultarla.”
Amalia si levò in piedi con qualche difficoltà. Poi fu
molto più dura stenderla supina. Ma non pesava molto,
tutta nervi e ossa. Edoardo le tolse il cappello con delicatezza e afferrò il fonendoscopio.
“Devo essermi ammattito,” considerò fra sé e sé, “questo paese mi sta facendo male.”
“Sentiamo il cuore, Amalia,” le disse con ilarità. “Alla
sua età è quel che serve per tagliare il traguardo dei
cento.”
“Ah, il cuore... quello.”
Appoggiò lo strumento sul torace in alto a sinistra. Non
udì affatto il battito. Fu pervaso in meno di una secondo
da una sensazione più che sgradevole, qualcosa che assomigliava a una nausea acida. Déjà vu non sembrava proprio il termine più congruo.
“Non è possibile, è un sogno!”
Non lo era. Spostò il fonendoscopio sulla destra con
rassegnato fatalismo. Eccolo. Un buon battito data l’età,
forse sotto i sessanta al minuto.
Ripose lo strumento e aiutò la vecchia a rialzarsi. Lei
si rimise il Borsalino in testa e chiese:
“Soltanto il cuore, dottore?”
Edoardo non si pose il problema di quanto poteva
apparirle rabbuiato. Fece un cenno affermativo con la
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testa, compilò la ricetta con il Diazepam, allungò il foglio
ad Amalia e poi l’accompagnò alla porta.
“Arrivederci, bel dottorino biondo,” lo salutò lei con
tenerezza. “Non mi verranno più i brutti sogni?”
Lui rispose di sì, ancora una volta con la testa, senza
curarsi di apparire altrove.
Poi, mentre Amalia guadagnava l’uscita con il suo
passo a rilento, constatò che non si vedevano pazienti.
Bene.
Lasciò l’uscio socchiuso. Andò a sedersi e compose
al telefono il numero diretto di Mastrovillari a Milano.
Guru delle malattie genetiche ormai alle soglie di
un’aurea pensione, suo mentore all’università e grande
amico di famiglia. Il suo parere su quella straordinaria
coincidenza a questo punto era più che necessario,
soprattutto per capire quale via d’indagine poteva imboccare.
Fu fortunato. Mastrovillari, lui in persona, gli rispose
al quarto squillo. Edoardo gli raccontò l’ultima mezz’ora
vissuta.
“Due non fanno ancora testo, Edo,” argomentò Mastrovillari. “Certo che una dietro l’altra nel giro di pochi
minuti è una coincidenza pesante. Non so che dirti. Se ne
trovi altre, quel paese potrebbe diventare un laboratorio.
Non conosco un luogo al mondo dove si riscontri la sindrome di Kartagener su vasta scala.”
“Ma non mi pare Kartagener, Francesco. Nessuna
donna, tra quelle che ho visitato, soffre di riniti, otiti,
bronchiti. Nessuna ha tosse. Sono soltanto destrocardiche
e per il resto sanissime... ma due di seguito?”
“Se la prossima che ti chiede una visita avesse il cuore
dalla parte sbagliata, allora forse sì che saremmo di fronte
a un caso eccezionale. Unico al mondo.”
La porta in sala d’aspetto si era aperta. Chissà, magari
era un uomo.
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“Ho gente adesso, Francesco. Se scopro un altro situs
inversus, ti chiamo subito.”
“Ci conto. Ah, Edo... non dimenticarti della domanda
più importante che mi pare tu non abbia ancora fatto.”
“Ovvero?”
“Fatti raccontare gli incubi. Se fossi uno psichiatra,
andrei a nozze con un’epidemia di sogni condivisi. Ciao.”
Edo abbassò la cornetta. Adesso si sentiva più inquieto
di prima. Gli incubi, come argomento scientifico, lo destabilizzavano. E quale relazione poi potevano intrattenere
con una malformazione congenita? Si sforzò di cacciare
l’inquietudine e gridò A-VA-NTI! con l’inconsapevole
speranza di trovarsi di fronte un arzillo pensionato o un
contadino di mezz’età. Maschio.
Invece no.
Un’altra femmina.
Bella, affascinante. Giovane. Anche lei con un’abbronzatura color corteccia. Capelli ricci e corvini, tailleur nero,
tacchi alti. Tipa cittadina. Come minimo lavorava in qualche boutique a Sanremo. E il Borsalino in feltro bianco
appoggiato di traverso le stava benissimo e ne accentuava
il sex appeal.
Per quanto solido e controllato Edo avvertì l’aumentare delle pulsazioni. Normale reazione mascolina, questione di feromoni.
Lei gli sorrise senza parlare e lui cambiò di nuovo
approccio. In verità si trattava di una paziente agli antipodi delle precedenti, almeno per quel che si vedeva. E quel
che si vedeva era eccitante, non ci pioveva.
“Buongiorno, non mi dica che pure lei soffre di incubi
la notte.”
Quel sorriso, così bello da starci male, si spense. Una
ruga di preoccupazione s’insinuò nella fronte liscia della
ragazza.
“Ma, dottore... come fa a saperlo?”
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Le pulsazioni aumentarono ancora. C’entrava ancora
l’erotismo, ma qualcos’altro tentava di far capolino.
“Non lo sapevo. Ma questo sogno... riesce a ricordarsi
qualche immagine?”
Lei sospirò.
“Poco o niente,” rispose sedendosi di fronte a lui. “Ma
è ricorrente, sempre lo stesso tutte le notti. Non sono sola,
ci sono delle altre accanto a me. Siamo in cerchio attorno
a un buco scavato per terra dentro il quale qualcuno sta
urlando. E sta per accadere qualcosa di orribile. E mi sveglio urlando anch’io. Con una paura folle.”
“Massì, non è niente,” tentò di rassicurarla Edo, “un
po’ di stress. Da quanto tempo le capita?”
“Una settimana, dottore. Ma lo stress, dice? E tutte le
notti alla stessa ora?”
“Quale ora?”
“Le tre. Le tre in punto. Ho la sveglia sul comodino...”
Le tre, l’ora del lupo, l’ora in cui Gesù Cristo è morto
sul Golgota. Ma che mi viene in...
“...che suona tutte le mattine alle 6,30, ma se mi sveglio alle tre, non mi riaddormento più. Non potrebbe prescrivermi il Diazepam, dottore?”
Edo agguantò il ricettario. Quasi gli scappava da ridere.
“Accidenti, girano le voci.”
Anche lei sorrise. Bocca deliziosa e denti bianchissimi
da cui farsi mangiare.
“Sa, funziona.”
“E lei che ne sa?”
“Le altre lo dicono. Ma sono un po’ anch’io del settore. Giù ad Arma faccio la segretaria in un centro medico
polivalente.”
“Ah, quasi collega. Come si chiama? Sa, per la ricetta.”
“Cimiano. Eleonora Cimiano.”
“Età?”
“Ventiquattro.”
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“È di sana costituzione fisica? Non tutti possono permettersi le benzodiazepine.”
“Io mi sento più che bene. Sono portatrice di una malformazione congenita, ma non mi reca alcun disturbo.”
Edo alzò la testa sulla bella ragazzona che gli stava sorridendo con un velo di malizia. E si chiese se lei si stesse
accorgendo di quelle gocce di sudore perlaceo di cui
avvertiva la presenza sulla fronte.
“Che malformazione?”
“Ho una trasposizione completa dei visceri toracici e
addominali. All’esame radiografico si vede l’immagine
speculare della posizione normale. Lo chiamano situs
inversus totalis, ma giù al centro non più tardi di una settimana fa mi hanno garantito che si vive in modo assolutamente normale.”
“Già. Proprio così,” assentì lui con i brividi che gli serpeggiavano per tutto il corpo.
Poi non parlò più. Ultimò la ricetta, la porse alla ricciolona con cappello che si allontanò sculettando dopo
avergli rivolto un sorriso ammiccante, toccando ironicamente la visiera del Borsalino. Lui accennò un saluto solo
con le dita, a costo di apparire all’improvviso scorbutico e
scostante senza motivo.
Si alzò. Si tolse il camice e lo appese a un infisso. In
sala d’aspetto non si vedeva nessuno e lui era ben deciso
ad approfittarne. Aveva bisogno d’aria. Più tardi avrebbe
telefonato a Francesco Mastrovillari.
Uscì dallo studio e si ritrovò nel vicolo, uno dei tanti,
troppi, di quel paese arroccato davanti al monte
Saccarello. Vicoli che salivano e scendevano di colpo,
quasi per tradire il passo novizio del forestiero. Prese in
direzione della piazza del municipio, se non altro per uscire dal dedalo maleodorante di muffa e di ardesia corrosa.
Rintoccavano le sei. Aveva chiuso le visite con mezz’ora di anticipo. Pazienza, se qualcuno lo avesse redar-
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