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LDB J.M.Coetzee Infanzia Scenedivitadi provincia TraduzionediFranca Cavagnoli Einaudi Uno. Vivono in un centro residenziale fuori Worcester, tra la ferrovia e la statale. Le viehannoilnomedeglialberi ma non ancora gli alberi. Il loro indirizzo è 12 Poplar Avenue, Viale dei Pioppi 12. Tutte le case sono nuove e identiche. Sorgono in grandi lottidiargillarossadovenon cresce nulla, separate da recinzioni in fil di ferro. In ogni cortile sul retro c’è una piccola costruzione formata daunastanzaeungabinetto. Anche se non hanno domestici, li chiamano «l’alloggiodeidomestici»e«il gabinetto dei domestici». Usano la stanza per riporci varie cose: giornali, bottiglie vuote, una sedia rotta, un vecchio materasso in fibra di cocco. Costruisconounpollaioin fondo al cortile e ci mettono tre galline dalle quali si aspettano uova. Ma le galline non hanno una bella cera. L’acqua piovana, non riuscendoafiltrareattraverso l’argilla, ristagna in pozzanghere nel cortile. Il pollaio si trasforma in un pantano dall’odore nauseabondo. Le galline sviluppano gravi edemi alle zampe, simili a pelle di elefante. Malaticce e contrariate, smettono di deporre le uova. Sua madre consulta la sorella a Stellenbosch,laqualediceche riprenderanno a farle solo dopo che avranno strappato loro le pipite da sotto la lingua.Cosí,unadopol’altra, sua madre stringe le galline tra le ginocchia, preme le mandibolefinchénonaprono ilbecco,econlapuntadiun coltellino ripulisce loro la lingua.Legallinestrillanoesi dibattono strabuzzando gli occhi. Lui rabbrividisce e volta la testa dall’altra parte. Pensa a sua madre che batte la carne per lo stufato sul ripianodellacucinaelataglia a cubetti; pensa alle sue dita insanguinate. I negozi piú vicini sono a un paio di chilometri di distanza lungo una strada desolata, fiancheggiata da eucalipti. Intrappolata in questobucodicasanelcentro residenziale, sua madre non può fare altro che spazzare e rassettare tutto il giorno. Ognivoltachesoffiailvento, una fine polvere d’argilla color ocra entra turbinando da sotto le porte, filtra dalle crepe negli infissi delle finestre, da sotto le gronde, attraverso le giunture del soffitto.Dopounagiornatadi temporale, contro la facciata siaccumulanovaricentimetri dipolvere. Comprano un aspirapolvere. Ogni mattina sua madre lo trascina di stanzainstanza,risucchiando lapolverenelventreruggente sul quale un sorridente folletto rosso salta come per superare un ostacolo. Un folletto:perché? Lui gioca con l’aspirapolvere, strappando foglidicartaeguardandonei pezzi volar su per il tubo come foglie nel vento. Regge il tubo sopra una fila di formiche risucchiandole versolamorte. A Worcester ci sono formiche, mosche, un’invasione di pulci. Worcester è a soli centosessanta chilometri da Città del Capo, eppure qua tutto è peggio. Lui ha delle punturedipulciagiro,sopra l’orlodeicalzinievariecroste dovesiègrattato.Certenotti non riesce a dormire dal prurito. Non capisce perché mai abbiano dovuto andarsenedaCittàdelCapo. Anche sua madre è irrequieta. Magari avessi un cavallo, dice. Almeno potrei cavalcarenelveld.Uncavallo! dice il padre. Vuoi fare Lady Godiva? Non compra un cavallo, sua madre. Senza preavviso, compra invece una bicicletta, un modello da donna, di seconda mano, nera. È cosí enormeepesantechequando lui la prova in cortile non riesceafargirareipedali. Lei non sa andare in bicicletta; forse non sa nemmeno andare a cavallo. Ha comprato la bicicletta pensando che imparare a usarla fosse una cosa semplice. Ora non trova nessunocheglieloinsegni. Suo padre non riesce a nasconderelagioia.Ledonne non vanno in bicicletta, dice. Sua madre continua a sfidarlo.Nonsaròprigioniera di questa casa, dice. Sarò libera. All’inizio gli era parso splendido che sua madre avesseunabiciclettatuttasua. Si era persino immaginato lorotrelungoPoplarAvenue: lei, lui e suo fratello. Ma ora, davantiallebattutedelpadre, che sua madre ascolta in ostinato silenzio, comincia a esitare. Le donne non vanno in bicicletta: e se suo padre avesse ragione? Se sua madre nontrovanessunodispostoa insegnarle, se nessun’altra casalinga di Reunion Park ha la bicicletta, allora forse le donne non dovrebbero andare in bicicletta per davvero. Nel cortile sul retro sua madre cerca di imparare da sola. Tendendo le gambe in fuori, scivola giú lungo il pendio verso il pollaio. La bicicletta s’inclina e si ferma. Siccome non c’è la canna, lei non cade, si limita a vacillare con andatura goffa, stringendoilmanubrio. Il suo cuore si rivolta contro di lei. Quella sera si uniscealdileggiodelpadre.È ben consapevole di che genereditradimentositratti. Ora sua madre è completamentesola. Nonostante questo, lei impara ad andare in bicicletta, anche se in modo incerto, traballante, sforzandosi di far girare i pedalipesanti. Fa le sue spedizioni a Worcesterlamattina,quando lui è a scuola. Soltanto una volta la scorge in bicicletta. Indossaunacamicettabianca e una gonna nera. Percorre Poplar Avenue diretta verso casa. I capelli sono sciolti al vento. Sembra giovane, una ragazza, giovane e fresca e misteriosa. Ogni volta che suo padre vedelapesantebiciclettanera appoggiataalmurofaqualche battuta. Nelle sue battute i cittadini di Worcester interrompono le proprie attività per alzarsi e guardare a bocca aperta la donna che arranca in bicicletta. Trap! Trap! le gridano dietro schernendola.Pedala!Nonc’è niente di divertente in quelle battute,anchesepoiluiesuo padre ridono sempre, insieme. Ma sua madre non ribatte mai nulla di spiritoso, non ha nessun senso dell’umorismo. «Ridete pure sevolete»,dice. Poi un giorno, senza nessuna spiegazione, smette. Subito dopo la bicicletta sparisce.Nessunodiceniente, maluisacheèstatasconfitta, rimessaalsuoposto,esache in parte è colpa sua. Un giorno faremo pace, si ripromette. Il ricordo di sua madre in bicicletta non lo abbandona. Lei pedala lungo Poplar Avenue, fugge da lui, fugge versoisuoidesideri.Luinon vuole che se ne vada. Non vuole che abbia desideri tutti suoi. Vorrebbe che se ne stesse sempre in casa, ad aspettare che lui rientri. Non si allea spesso col padre controdilei:èpiúportatoad allearsiconleicontroilpadre. Ma in questo caso sta dalla partedegliuomini. Due. Asuamadrenonracconta nulla. La sua vita scolastica è un segreto inconfessabile. Verrà solo a sapere, decide, ciòchecomparesullapagella, che sarà impeccabile. Sarà sempre il primo della classe. In condotta avrà sempre «ottimo», nel profitto «eccellente». Fintanto che la pagella sarà perfetta, lei non avrà il diritto di fare domande. Sono questi i termini del contratto che stipulanellasuamente. Ciòchesuccedeascuolaè che i bambini vengono picchiati. Succede ogni giorno. Gli insegnanti ordinano ai bambini di chinarsi fino a toccare le dita deipiedielipicchianoconla verga. Ha un compagno, in terza elementare, Rob Hart, che la maestra ama picchiare in modo particolare. La maestra diterzaèunadonnairritabile daicapellitinticonl’henné,si chiama Miss Oosthuizen. I suoi genitori la conoscono come Marie Oosthuizen: partecipaallereciteenonsiè mai sposata. Deve avere senz’altro una vita fuori della scuola, ma lui non riesce a immaginarsela. Non riesce a immaginarsilavitadinessun maestrofuoridellascuola. Miss Oosthuizen va su tutte le furie, fa alzare Rob Hart dal banco, gli ordina di chinarsielopicchiasuiglutei. I colpi si abbattono veloci l’uno dopo l’altro, giusto il tempo che la verga torni su. Quando Miss Oosthuizen ha finito, Rob Hart è paonazzo. Manonpiange;inrealtàforse è paonazzo solo perché è rimasto chino. Miss Oosthuizen, dal canto suo, respira affannosamente e sembra quasi che le scappi una lacrima – una lacrima e anchequalcos’altro. Dopo questi accessi di passioneincontrollatal’intera classe è silenziosa, e rimane silenziosafinquandosuonala campanella. Miss Oosthuizen non riescemaiafarpiangereRob Hart; forse per questo va su tutte le furie e lo picchia cosí forte, piú forte di chiunque altro.RobHartèilragazzino piú grande della classe, ha quasidueannipiúdilui(che è il piú piccolo); ha la sensazionechetraRobHarte Miss Oosthuizen ci sia qualcosa di cui lui non è a conoscenza. Rob Hart è alto e bello in modosfrontato.SebbeneRob Hart non sia intelligente e corraaddiritturailpericolodi venir bocciato, lui ne è attratto. Rob Hart fa parte di un mondo in cui non ha ancora trovato il modo di entrare: un mondo di sesso e percosse. Lui,però,nonprovaalcun desiderio di essere picchiato daMissOosthuizenodaaltri. Al solo pensiero freme di vergogna. Farà di tutto per sottrarvisi. Sotto questo aspetto lui è anomalo e lo sa. Viene da una famiglia anomala della quale vergognarsi, dove non solo non si picchiano i bambini, ma ci si rivolge agli anziani chiamandoli con il nome di battesimo, e dove nessuno va in chiesa e le scarpe si portanotuttiigiorni. Ogni insegnante della scuola,uomoodonnachesia, ha una verga e la libertà di usarla.Ognivergahaunasua personalità, un carattere, che gliallieviconosconobeneedi cui parlano incessantemente. Con lo spirito di veri intenditori, soppesano il carattere di ciascuna, nonché il genere di dolore che procura, fanno confronti tra le varie tecniche con cui gli insegnanti muovono il braccio e il polso mentre la brandiscono. Nessuno accennaallavergognadivenir chiamatiecostrettiachinarsi peresserepicchiatisulsedere. Privo com’è di esperienza personale, non può prendere parte a queste conversazioni. Nonostante questo, sa che la sofferenzanonèl’aspettopiú importante. Se gli altri riescono a tollerarla, allora può farlo anche lui, che ha tantapiúforzadivolontà.Ciò chenonriusciràasopportare sarà la vergogna. Sarà cosí grande, teme, cosí avvilente che, se lo chiameranno, si aggrapperà al banco e si rifiuterà di uscire. E quella saràunavergognaancorapiú grande: lo renderà diverso e gli metterà contro gli altri bambini. Se mai accadrà che lochiaminoperpicchiarlo,la scena sarà cosí umiliante che non potrà mai piú tornare a scuola; alla fine potrà solo uccidersi. Quindieccoqualèlaposta in gioco. Questa è la ragione percuiinclassenonapremai bocca. La ragione per cui è sempreinordine,fasemprei compiti,sasemprelarisposta giusta. Non osa mettere un piede in fallo. Se lo facesse, rischierebbe di venir picchiato; e sia che lo picchino o faccia di tutto per non essere picchiato, sarà lo stesso:morirà. La cosa strana è che gli basterebbe essere picchiato una sola volta per spezzare il sortilegio che lo tiene prigioniero. Ne è ben consapevole:se,inunmodoo nell’altro, le percosse si abbattessero su di lui prima che avesse il tempo di opporre resistenza, se la violazionedelsuocorpofosse compiutarapidamente,conla forza,luipotrebbeuscirneun ragazzo normale, capace di unirsi alla discussione sui maestrielerispettiveverghee sui vari gradi e sfumature di sofferenzacheinfliggono.Ma dasolononècapacedisaltare labarriera. Di tutto ciò dà la colpa a sua madre, perché non lo picchia.Cosícomeècontento diaverelescarpe,diprendere a prestito i libri dalla biblioteca pubblica e di restare a casa quando ha il raffreddore–tuttecosechelo rendono diverso –, è arrabbiato con sua madre perchénonhafiglinormalie nonfacondurrelorounavita normale. Suo padre – se suo padre prendesse in mano le redini – farebbe di loro una famiglianormale.Suopadreè assolutamente normale. E lui ègratoasuamadreperchélo protegge dalla normalità del padre, cioè dalle sporadiche minacce di botte e dai suoi rabbiosi occhi azzurri. Allo stesso tempo, è arrabbiato con lei perché l’ha trasformato in qualcosa di anomalo, in qualcosa che bisognaproteggeresesivuole checontinuiavivere. Fra tutte le verghe non è quella di Miss Oosthuizen a impressionarlo in modo piú profondo. La verga piú temibile è quella di Mr Lategan, il maestro di falegnameria. Quella che usa Mr Lategan non è lunga ed elastica come la verga predilettadamoltimaestri.È corta, spessa e tozza, piú simile a un bastone o a una mazza di legno che a uno scudiscio. Si dice che Mr Lategan la usi solo con i ragazzi piú grandi, sarebbe troppo per un bambino piccolo.Sidicecheconquesta verga Mr Lategan abbia fatto gemere anche i ragazzi delle ultime classi, che li abbia costretti a invocare misericordia, a urinare nei calzoni, a comportarsi in manieradisonorevole. Mr Lategan è un ometto con i baffi, dai capelli cortissimi ritti sulla testa. Gli manca un pollice: ciò che rimane è ben dissimulato da una cicatrice violacea. Mr Lategan è di poche parole. È sempre scostante, irritabile, come se insegnare falegnameriaaibambinifosse un compito inferiore alle sue capacità, che egli svolge controvoglia. Per gran parte della lezione rimane davanti allafinestraafissareilcortile mentre i bambini si sforzano di misurare, segare e piallare. Certevoltehaconsélaverga tozza, e mentre rimugina si picchietta pigramente il pantalone. Quando compie il suo giro di ispezione, indica confaresprezzanteglierrori, poi prosegue con una scrollatinadispalle. I ragazzi hanno il permessodischerzarecongli insegnanti riguardo alle verghe. In effetti questo è un campo in cui è consentito canzonare un poco gli insegnanti. «La faccia cantare!»dicono,edeccoche Mr Gouws muove all’improvviso il polso e la lunga verga (la piú lunga di tutta la scuola, sebbene Mr Gouwssiasoltantoilmaestro di quinta elementare) sibila nell’aria. Nessuno scherza con Mr Lategan. Tutti hanno un timore reverenziale per lui, per ciò che può fare con la vergaaragazzichesonoquasi uominifatti. Quando suo padre e i fratelli di suo padre si riuniscono alla fattoria per Natale,laconversazionetorna sempre all’epoca in cui andavanoascuola.Ricordano i maestri e le verghe dei maestri; rievocano le fredde mattine invernali, quando la verga procurava lividi blu sui gluteieilbruciorerestavaper giorninelricordodellacarne. Nelleloroparolec’èunanota dinostalgiaedipauramistaa piacere. Lui ascolta avidamente,macercadifarsi notareilmenopossibile.Non vuole che, in una pausa della conversazione, gli rivolgano la parola per chiedergli che postoabbialaverganellasua vita. Non è mai stato picchiato e se ne vergogna profondamente. Non è in grado di parlare delle verghe con la disinvoltura e la dovizia di informazioni con cuineparlanoquestiuomini. Ha la sensazione di essere guasto. Ha la sensazione che qualcosa dentro di lui si stia lentamente crepando: un muro, una membrana. Ha cercatodifareilpossibileper mantenere la crepa entro i limiti.Permantenerlaentroi limiti, non per arrestarla: nulla sarà in grado di arrestarla. Una volta alla settimana lui e i suoi compagni attraversanoicampidagioco dellascuolafinoallapalestra, per fare ginnastica. Nello spogliatoio si infilano una canottiera e un paio di calzoncini bianchi. Poi, sotto la guida di Mr Barnard, anch’egli vestito di bianco, si esercitano per una mezz’ora al cavallo con maniglie, si allenanoconlapallamedicao saltano battendo le mani sopralatesta. Fanno tutto a piedi nudi. Lui comincia a temere già qualche giorno prima il momentoincuiaginnasticai piedi saranno nudi, i piedi che sono sempre coperti. Eppure, dopo che si è tolto scarpe e calze, all’improvviso non è affatto difficile. Deve semplicemente liberarsi della vergogna, spogliarsi in fretta, svelto,eisuoipiedidiventano come quelli di tutti gli altri. Lavergognaèancorasospesa da qualche parte nelle vicinanze, in attesa di ritornare da lui, ma è una vergognasoltantosua,nonc’è bisogno che i compagni ne venganoaconoscenza. Isuoipiedisonomorbidie bianchi; a parte ciò, sono comequellidichiunquealtro, addiritturacomequellidichi non ha le scarpe e viene a scuola scalzo. Non gli piace fare ginnastica e doversi spogliare per fare ginnastica, ma dice a se stesso che può sopportarlo, come sopporta altrecose. Poiungiornonellaroutine si verifica un cambiamento. Dalla palestra li mandano al campodatennisperimparare a giocare. I campi sono poco distanti;lungoilsentierodeve fare attenzione a dove cammina, a dove mette i piedi, tra i sassi. Sotto il sole estivo l’asfalto del campo da tennisècosíbollentechedeve saltellaredaunpiedeall’altro per evitare di scottarsi. È un vero sollievo ritornare nello spogliatoio e rimettersi le scarpe; ma al pomeriggio riesceappenaacamminare,e quandosuamadreglitogliele scarpe si accorge che ha la pianta dei piedi piena di vescicheesanguinante. Rimane a casa tre giorni, finchénonguarisce.Ilquarto giorno ritorna con un biglietto di sua madre, un biglietto di cui conosce e approva le parole colme di indignazione. Come un guerriero ferito che riprende il suo posto tra le fila, raggiunge zoppicando il suo banco. – Perché sei stato assente? –sussurranoicompagni. – Non riuscivo a camminare, dopo il tennis avevoipiedipienidivesciche, –sussurraasuavolta. Si aspetta meraviglia e comprensione, invece suscita soloilarità.Anchequellitrai suoicompagnicheportanole scarpe non lo prendono sul serio.Inunmodoonell’altro hanno piedi induriti, piedi senzavesciche.Soltantoluiha i piedi morbidi, e i piedi morbidi, a quanto pare, non sono segno di importanza. D’un tratto è isolato – lui e, dietrodilui,suamadre. Tre. Nonhamaicompresofino in fondo la posizione di suo padreinsenoallafamiglia.In realtà, non gli è chiaro con chedirittosuopadresialí.In una famiglia normale, è disposto ad accettarlo, il padre è il capo: la casa appartienealui,lamoglieei figli sono in suo potere. Ma nellorocaso,ecosípurenelle famiglie delle due sorelle di sua madre, sono la madre e i figli a formare il nucleo, mentre il marito non è che un’appendice, colui che, all’economia familiare, dà il contributo che darebbe un pensionante. Sin dai suoi primi ricordi hasempreavutolasensazione diessereilprincipedellacasa, conlamadrenelruolodisua incerta sostenitrice e ansiosa protettrice – ansiosa, incerta, perché, lo sa, fare il gallo del pollaio non è compito di un bambino. Se c’è qualcuno di cuiesseregelosi,quellononè suo padre ma il fratello minore. Giacché sua madre è una sostenitrice anche del fratello – e non solo una sostenitrice: siccome suo fratello è intelligente ma non quanto lui, né è altrettanto audace o amante del rischio, lo favorisce, anche. In effetti, sua madre pare sempre sospesaamezz’ariaallespalle delfratello,prontaasventare pericoli, mentre nel suo caso se ne sta sullo sfondo, in attesa, in ascolto, pronta a intervenire solo se lui la chiama. Vorrebbe tanto che si comportasse con lui allo stesso modo in cui si comporta con il fratello. Ma lo vorrebbe come segno, come prova, nient’altro. Sa chesecominciassearimanere sospesaamezz’ariaanchealle sue,dispalle,luiandrebbesu tuttelefurie. Non fa che metterla alle strette, per costringerla a dichiarare a chi vuole piú bene,sealuioasuofratello. Lei evita sempre la trappola. «Voglio bene a tutti e due», afferma con un sorriso. Anche le domande piú ingegnose – se scoppiasse un incendio, per esempio, e avesseiltempodisalvaresolo uno dei due? – non la fanno cadere nel tranello. – Tutti e due, – dice, – vi salverei senz’altrotuttiedue.Manon scoppierà nessun incendio –. Sebbene si faccia beffa di lei perché lo prende alla lettera, rispetta la sua ostinata costanza. Gliaccessidirabbiacontro sua madre sono una delle cose che deve mantenere accuratamente celate al mondo esterno. Soltanto loro quattro sanno quali torrenti di disprezzo le riversi addosso,quantolatratticome un essere inferiore. «Se i tuoi insegnanti e i tuoi amici sapesserocometirivolgiatua madre…» dice suo padre agitando l’indice in modo eloquente. Odia il padre perchésavederechiaramente il punto debole nella sua corazza. Vorrebbechesuopadrelo picchiasseelotrasformassein un ragazzo normale. Allo stesso tempo sa che se suo padre osasse colpirlo non si darebbe pace fino al momento della vendetta. Se suo padre lo percuotesse, lui perderebbe la testa: diventerebbe un ossesso, come un topo braccato, correrebbe qua e là cercando di morderlo con denti velenosi, troppo pericoloso perpoterlotoccare. A casa è un despota irascibile, a scuola un agnellino, mite e docile, che siede nella penultima fila, la piú oscura, per non farsi notare, e si irrigidisce dalla pauraquandohannoiniziole percosse. Vivendo questa doppia vita, si è accollato un fardellodiimpostura.Nessun altro è costretto a sopportare qualcosa di simile, nemmeno suofratello,chealmassimoè la sua pallida copia, ma piú nervoso. In realtà, ha il sospetto che nell’intimo suo fratello sia normale. Lui è solo.Nonpuòaspettarsiaiuto danessunaparte.Dipendeda lui andare, in un modo o nell’altro, oltre l’infanzia, oltre la famiglia e la scuola, per cominciare una vita nuova dove non ci sia piú nessunbisognodifingere. L’infanzia, dice la Children’sEncyclopaedia,èun periododigioiainnocente,da trascorrere nei prati tra ranuncolieconigliettioppure accantoalfocolareimmersiin un libro di fiabe. Questa visione dell’infanzia gli è completamente estranea. Tutto ciò che fa a Worcester, a casa o a scuola, lo porta a credere che l’infanzia non sia nient’altro che un periodo in cuibisognastringereidentie resistere. DatocheaWorcesternon c’è il branco dei «lupetti», ha il permesso di iscriversi ai Boy-Scouts, anche se ha solo dieci anni. Si prepara puntigliosamente per la cerimonia inaugurale. Con sua madre va a comprare la divisa: cappello di feltro rigidoverdeolivaedistintivo d’argento,camicia,calzoncini ecalzecolorcachi,cinturadi pelle con la fibbia dei BoyScouts, mostrine verdi per spalline e calze. Da un ramo di pioppo ricava un bastone lungo un metro e mezzo, lo scorteccia, e passa un pomeriggio a incidere nel legno bianco con un cacciavite bollente l’alfabeto Morseeilcodicedeltelegrafo abraccia.Vaalprimoraduno degli Scouts con il bastone a tracolla sostenuto da un cordoncino verde che ha intrecciato lui stesso. Presta giuramento facendo il saluto con due dita; tra i nuovi, le «zampe tenere», è di gran lunga quello vestito in modo piúimpeccabile. Fare il boy-scout, scopre, vuol dire superare un esame dopo l’altro, come a scuola. Per ogni esame superato si ottieneundistintivo,checisi appuntasullacamicia. Gli esami si svolgono in una sequenza prestabilita. Il primoconsistenelfareinodi: il nodo semplice e il nodo doppio,ilnodomargherita,la gassad’amante.Losuperama senza distinguersi particolarmente. Non capisce come si faccia a passare gli esami dei Boy-Scouts distinguendosi,comesifaccia aeccellere. Il secondo esame è per ottenere il distintivo di boscaiolo. Per passarlo, deve saperaccendereilfuocosenza usare la carta e con al massimotrefiammiferi.Sulla nuda terra accanto all’oratorio della chiesa anglicana, una sera d’inverno in cui soffia un vento freddo, ammucchia alcuni ramoscelli equalchepezzodicorteccia,e poi, mentre il leader del suo reparto e il capo scout lo osservano, accende i fiammiferi uno dopo l’altro. Ogni volta il fuoco non divampa: ogni volta il vento spegne la fiammella. Il capo scout e il leader del suo reparto si allontanano. Siccome non pronunciano le parole: «Non ce l’hai fatta», non sa se non ce l’ha fatta veramente. E se si fossero appartati per consultarsi e decidere che, a causa del vento, la prova non è valida? Aspetta che ritornino. Si aspetta che gli diano comunque il distintivo di boscaiolo. Ma non succede nulla. È ritto accanto al mucchio di ramoscelli e non succedenulla. Nessuno torna piú sull’argomento. È la prima volta nella vita che non superaunesame. Ogni anno, durante le vacanze di giugno, gli Scouts vanno in campeggio. Eccetto una volta, quando a quattro anni è stato in ospedale una settimana, non si è mai allontanatodasuamadre.Ma èbendecisoadandarecongli Scouts. Bisognaportareconséuna seriedicose.Unadiquesteè un telo impermeabile. Sua madre non ce l’ha, non è nemmeno sicura di cosa sia un telo impermeabile. Gli dà invece un materassino gonfiabiledigommarossa.Al campeggioscoprechetuttigli altri hanno veri e propri teli impermeabili color cachi. Il materassino rosso lo rende subito diverso. Né riesce ad andare di corpo sopra una buca puzzolente scavata nella terra. Il terzo giorno di campeggio vanno a fare una nuotata nel Breede River. Anche se, quando vivevano a Città del Capo, lui, suo fratello e suo cugino andavanointrenofinoaFish Hoek per trascorrere interi pomeriggi ad arrampicarsi sugli scogli, fare castelli di sabbia e giocare con le onde, in verità non sa nuotare. Ora che è un boy-scout deve attraversareilfiumeanuotoe ritornare. Odia i fiumi perché sono torbidi, perché il fango filtra fra le dita dei piedi, perché potrebbe mettere il piede su una lattina arrugginita o sui cocci di una bottiglia; preferisce la sabbia bianca e pulita del mare. Ma si tuffa nel fiume e, in un modo o nell’altro, lo attraversa. Sull’altrarivasiaggrappaalla radice di un albero, trova un appiglio sotto i piedi, emerge dall’acqua melmosa che gli arriva alla vita battendo i denti. Gli altri si girano e riprendonoanuotareversola rivaopposta.Luirimanesolo. Non resta altro da fare che rituffarsiinacqua. Giuntoinmezzoalfiumeè esausto. Si ferma e cerca di alzarsi in piedi, ma l’acqua è troppo profonda. Va sotto con la testa. Cerca di tirarsi su, di riprendere a nuotare, ma gli mancano le forze. Va sottoun’altravolta. Vede sua madre seduta su una sedia dallo schienale alto edrittomentreleggelalettera in cui le comunicano la sua morte.Rittoaccantoalei,suo fratello legge anche lui da sopralaspalladellamadre. Un momento dopo, è distesosullarivadelfiumeeil leader del suo reparto, che si chiama Michael, ma cui non ha mai rivolto la parola per timidezza, gli è sopra a cavalcioni. Chiude gli occhi, colmo di benessere. È stato salvato. Per settimane pensa a Michael, a come Michael ha rischiatolavitapertuffarsiin acqua e soccorrerlo. Ogni volta gli sembra meraviglioso cheMichaelsenesiaaccorto –sisiaaccortodilui,accorto che non ce la faceva. In confrontoaMichael(cheèin secondamediaeglimancano soltanto gli ultimi distintivi e tra poco sarà uno «scout del re») lui è insignificante. Sarebbe stato piú giusto che Michael non lo vedesse andare sotto, addirittura non notasse la sua scomparsa finché non fossero tornati al campeggio. A quel punto Michael avrebbe dovuto semplicemente scrivere la lettera a sua madre, la lettera fredda, formale, che comincia: «Ci spiace doverla informare…» Da quel giorno sa che in lui c’è qualcosa di speciale. Sarebbe dovuto morire ma non è morto. Nonostante sia indegno, gli è stata data un’altra vita. Era morto ma è vivo. Di ciò che è successo al campeggio a sua madre non diceunaparola. Quattro. Il grande segreto della sua vita a scuola, il segreto che a casanonconfidaanessuno,è che è diventato cattolico romano,pertuttiifinipratici luiècattolico. È un argomento difficile daaffrontareincasaperchéla sua famiglia non è niente. Sono sudafricani, naturalmente, ma anche il fatto di essere sudafricani è un poco imbarazzante e pertanto nessuno ne parla, datochenontutticoloroche vivono in Sudafrica sono sudafricani, o veri e propri sudafricani. Inmateriadireligionenon sono certamente niente. Neppurenellafamigliadisuo padre, che è molto piú innocua e ordinaria di quella di sua madre, c’è qualcuno chevainchiesa.Luistessoci è stato soltanto due volte in vita sua: una per essere battezzatoeunapercelebrare la vittoria nella Seconda guerramondiale. La decisione di essere cattolico è stata presa su due piedi. Il primo giorno nella nuova scuola, mentre il resto della classe si avvia verso l’aula magna per la funzione, il maestro trattiene lui e gli altri tre bambini nuovi. «Di che religione sei?» chiede a ciascuno. Lui lancia un’occhiata a destra e a sinistra. Qual è la risposta giusta?Qualisonolereligioni tracuiscegliere?Ècomeconi russiegliamericani?Vieneil suo turno. – Di che religione sei? – chiede il maestro. È tutto sudato, non sa cosa rispondere. – Sei cristiano, cattolico romano o ebreo? – domanda con impazienza. – Cattolicoromano,–dice. Quando l’interrogatorio è finito, il maestro fa cenno a lui e a un altro bambino che ha detto di essere ebreo di restare lí; i due che hanno detto di essere cristiani raggiungonoglialtri. Aspettano di vedere che cosa succederà loro. Ma non succedenulla.Icorridoisono vuoti, l’edificio silenzioso, non c’è nemmeno un maestro. Si avventurano in cortile dove raggiungono l’accozzaglia di bambini nelle loro stesse condizioni. È il periodo in cui si gioca a biglie; nel poco familiare silenzio del campo da gioco vuoto, con i richiami delle colombe nell’aria e il tenue, lontanoriecheggiaredeicanti, giocano a biglie. Il tempo passa. Poi suona la campanellachesegnalalafine della funzione. Gli altri ritornano marciando in fila, classe dopo classe. Alcuni sembranodicattivoumore.– Jood! – gli sibila in afrikaans un ragazzino passandogli accanto. Giudeo! Quando si riuniscono ai compagni, nessuno rivolge loro un sorriso. L’episodio lo turba. Spera che il giorno dopo il maestro lo trattenga ancora con i nuovi arrivati e gli chieda di fare un’altra scelta. A quel puntolui,chechiaramenteha commesso un errore, potrà correggersi e dichiarare di essere cristiano. Ma non gli concedono un’ulteriore possibilità. La scena della separazione dellepecoredaicaprisiripete due volte alla settimana. Mentre ebrei e cattolici vengono lasciati al loro destino, i cristiani si riuniscono per cantare gli innieascoltarelapredica.Per vendicarsi di questo, e di ciò che gli ebrei hanno fatto a Cristo, a volte i ragazzi afrikaner – grossi, brutali, bitorzoluti – afferrano un ebreo o un cattolico e lo prendonoapugnineibicipiti, pugni ravvicinati, cattivi, con le nocche delle dita, o gli sferranounaginocchiatanelle palle, oppure gli torcono le braccia dietro la schiena finché lui non invoca misericordia. – Asseblief! – piagnucola il bambino. Per favore!–Jood!–sibilanoloro. – Jood! Vuilgoed! – Giudeo! Zozzone! Un giorno, durante l’intervallo del pranzo, due ragazzi afrikaner lo mettono conlespallealmuroepoilo trascinanoinfondoalcampo da rugby. Uno è grasso e gigantesco. Lui li supplica. – Ek is nie ’n Jood nie, – dice. Non sono ebreo. Propone loro di fare un giro sulla sua bicicletta, propone loro di prendere la sua bicicletta per tutto il pomeriggio. Piú lui farfuglia, piú il ciccione sorride. È questo evidentemente che gli piace: lasupplica,l’umiliazione. Il ciccione tira fuori qualcosa dal taschino della camicia, qualcosa che spiega perchélohannotrascinatoin quell’angolo tranquillo: un bruco verde che si contorce tutto.L’amicogliimmobilizza le braccia dietro la schiena; il ciccione gli preme le mandibole finché lui non apre la bocca, poi ci infila dentroconforzailbruco.Lui losputafuori,giàspiaccicato, giàcheperdesucchieumori. Il ciccione glielo schiaccia sullelabbra,glieleimbratta.– Jood!–dicepulendosilemani sull’erba. Ha scelto di essere cattolico, quel mattino fatidico,perviadiRoma,per via di Orazio e dei suoi due compagni, che, brandendo la spada, l’elmo ornato di cimiero nel capo, indomito coraggio negli occhi, difesero il ponte sul Tevere contro le orde etrusche. Ora, passo dopo passo, scopre dagli altri cattolici cosa sia veramente un cattolico romano. Un cattolico romano non ha nullaachevedereconRoma. I cattolici romani non hanno mainemmenosentitoparlare di Orazio. I cattolici romani vanno al catechismo il venerdí pomeriggio, si confessano, prendono la comunione.Eccocosafannoi cattoliciromani. I ragazzi cattolici piú grandi lo circondano e interrogano: è stato al catechismo,sièconfessato,ha fatto la comunione? Catechismo? Confessione? Comunione? Non sa nemmeno cosa vogliano dire quelle parole. – A Città del Capo ci andavo, – dice evasivo. – Dove? – chiedono. Non conosce i nomi delle chiese di Città del Capo, ma neppureloro,liconoscono.– Venerdívienialcatechismo,– gliordinano.Nonvedendolo, informano il prete che in terza c’è un apostata. Il prete gli manda un messaggio, che loro gli portano: deve andare al catechismo. Ha il sospetto che se lo siano inventato, ma ilvenerdísuccessivorimanea casa,sinasconde. I ragazzi cattolici piú grandi cominciano a fargli capire che non gli credono quando dice che a Città del Capoeracattolico.Maormai sièspintotroppoinlà,nonè piúpossibiletornareindietro. Se dicesse: «Ho fatto un errore, in realtà sono cristiano», si screditerebbe ai loro occhi. Inoltre, anche se deve sopportare lo scherno degli afrikaner e le domande dei cattolici veri, i due momenti di libertà alla settimanadicuigodenonne valgono forse la pena, i due momenti in cui è libero di andarsene in giro nei campi da gioco vuoti a parlare con gliebrei? Un sabato pomeriggio, quando tutta Worcester, stordita dalla calura, sta riposando,montainbicicletta evafinoaDorpStreet. Di solito si tiene alla larga daDorpStreetperchélíc’èla chiesa cattolica. Ma oggi la strada è vuota, non si sente nessun suono, tranne il mormorio dell’acqua nei solchi della terra. Ci passa davanti con nonchalance, facendofintadiniente. La chiesa non è grande come pensava. È un edificio basso, spoglio, con una piccolastatuasoprailportico: la Vergine, con il velo sulla testa e il bambino fra le braccia. Arriva in fondo alla via. Vorrebbe tornare indietro a dare un’altra occhiata, ma teme di sfidare la fortuna, teme che un prete in nero escadallachiesaegliintimidi fermarsi. I ragazzi cattolici lo assillano e scherniscono, i cristiani lo perseguitano, gli ebrei invece non eprimono giudizi. Gli ebrei fanno finta di niente. Anche gli ebrei portano le scarpe. Si sente abbastanza a suo agio con loro. Gli ebrei non sono cosí male. Nonostante ciò, con gli ebrei bisogna andare cauti. Perché sono dappertutto, si stanno impadronendo del paese. Lo sente dire da ogni parte, ma soprattutto lo dicono gli zii, i due fratelli scapolidisuamadre,quando vengonoatrovarli.Normane Lance arrivano ogni estate, comeuccellimigratori,anche se di rado nello stesso periodo. Dormono sul divano, si alzano alle undici delmattino,ciondolanoperla casa per ore, mezzi nudi, in disordine. Tutti e due hanno la macchina; certe volte si riesce a persuaderli a fare un giro in automobile, nel pomeriggio, ma preferiscono passare il tempo a fumare e bere tè e a parlare dei vecchi tempi. Poi cenano, e dopo cena giocano a poker o a raminofinoamezzanottecon chiunque riescano a persuaderearimanerealzato. Gli piace ascoltare sua madreegliziirievocareperla millesimavoltaglieventidella loro infanzia alla fattoria. Non è mai cosí felice come quando ascolta queste storie, le canzonature e le risate che le accompagnano. I suoi amici non provengono da famiglie con storie simili. Questo è ciò che lo rende diverso:leduefattorieallesue spalle, la fattoria di sua madre, la fattoria di suo padre,elestoriedientrambe. Grazie a loro è radicato nel passato; grazie a loro ha consistenza. C’è anche una terza fattoria: Skipperskloof, vicino a Williston. La sua famiglia nonharadiciinquelposto,è una fattoria aggiuntasi alle altre in conseguenza di un matrimonio. Nonostante questo,ancheSkipperskloofè importante. Tutte le fattorie lo sono. Le fattorie sono luoghidilibertà,divita. Tra le storie che raccontano Norman, Lance e sua madre baluginano figure di ebrei comici, astuti, ma anche scaltri e senza cuore, comesciacalli.Ogniannoalla fattoria arrivavano certi ebrei di Oudtshoorn per comprare piume di struzzo dal padre, suo nonno. Lo avevano persuaso a rinunciare alla lanaeadallevaresolostruzzi. Lo avrebbero reso ricco, dicevano. Poi, un giorno, il mercato delle piume di struzzoandòincrisi.Gliebrei si rifiutarono di comprare altre piume e suo nonno fece bancarotta. Tutti nella zona fecerobancarottaegliebreisi impossessaronodellefattorie. È cosí che si comportano gli ebrei,diceNorman:nondevi maifidartidiunebreo. Suo padre ha qualcosa da obiettare.Suopadrenonpuò permettersi di biasimare gli ebrei, poiché il suo datore di lavoro è ebreo. La Standard Canners, dove lavora come ragioniere, appartiene a Wolf Heller. In effetti è stato Wolf Heller a portare il padre a Worcester da Città del Capo, quando ha perduto il suo posto di lavoro nell’amministrazione pubblica. Il futuro della loro famiglia è legato al futuro della Standard Canners, che WolfHeller,inpochianni,da quando ne ha assunto il comando, ha trasformato in un gigante dell’industria conserviera. Ci sono prospettive fantastiche alla Standard Canners, dice suo padre, per uno come lui, con la sua competenza in campo giuridico. Cosí Wolf Heller è esente da quelle critiche generiche sugli ebrei. Wolf Heller ha a cuore i suoi dipendenti. A Natale fa persino loro dei regali, sebbene il Natale non significhinientepergliebrei. Nella scuola di Worcester noncisonopiccoliHeller.Se ce ne sono, di piccoli Heller, si presume che siano stati mandati alla Sacs di Città del Capo, che è una scuola ebraicaintuttotrannechenel nome.AReunionParknonci sonofamiglieebree.Gliebrei di Worcester vivono nella parte piú antica, piú verde e ombreggiata della cittadina. Anche se nella sua classe ci sono bambini ebrei, non lo invitano mai a casa loro. Li vede solo a scuola, li frequenta soprattutto quando gli altri vanno alla funzione, quando ebrei e cattolici sono isolati e soggetti alle ire dei cristiani. Ogni tanto, tuttavia, per ragioni che non sono chiare, l’esonerocheconsentelorodi essere liberi mentre gli altri vanno alla funzione viene revocato e loro vengono convocatinell’aulamagna. L’aula magna è sempre stracolma. I ragazzi piú grandisonosedutisullesedie, mentre i ragazzini delle elementari e delle medie stannoperterra.Gliebreiei cattolici–forseventiintutto – passano in mezzo a loro, allaricercadiunposto.Mani furtive li afferrano alle caviglie cercando di farli cadere. Ildomineeègiàsulpodio; è un giovanotto pallido in abito nero e cravatta bianca. Predica con voce stridula, cantilenante, strascicando le vocali, pronunciando ogni lettera di ogni parola. Al termine della predica, tutti devono alzarsi in piedi a pregare.Checosaègiustoche faccia un cattolico durante una preghiera cristiana? Chiude gli occhi e muove le labbra, o fa finta di niente? Non riesce a vedere nessun cattolicovero;assumeun’aria vacua e lascia che gli occhi nonmettanoafuoconulla. Il dominee si siede. Qualcuno distribuisce i libri dei canti; è ora di cantare. Un’insegnante fa un passo avantiperdirigereilcoro.«Al die veld is vrolik, al die voëltjies sing», cantano i bambini. Poi i ragazzi grandi si alzano. «Uit die blou van onse hemel», cantano con le loro voci profonde, sull’attenti, lo sguardo severo fisso davanti a sé: l’inno nazionale, il loro inno nazionale. Esitanti, agitati, i piú piccoli si uniscono al canto. Protesa verso di loro, muovendo le mani come se volesse prendere una bracciata di piume, l’insegnante cerca di rincuorarli, di incoraggiarli. «Ons sal antwoord op jou roepstem, ons sal offer wat jy vra», cantano. Risponderemo allatuachiamata. Finalmente la funzione termina. Gli insegnanti scendono dal podio, prima il direttore, poi il dominee, infine gli altri. I ragazzi esconoinfiladall’aulamagna. Qualcuno gli dà un pugno nelle reni, un colpo rapido, invisibile. – Jood! – sussurra unavoce.Poièfuori,èlibero, può di nuovo respirare l’aria fresca. Nonostanteleminaccedei cattolici veri, nonostante l’inquietante possibilità che il prete vada a trovare i suoi genitori e lo smascheri, è grato di quel colpo di genio che gli ha fatto scegliere Roma.ÈgratoallaChiesa,che gli offre rifugio; non ha rimpianti, non desidera smetterediesserecattolico.Se essere cristiani significa cantare inni e ascoltare sermoni e poi uscire a tormentare gli ebrei, non desideraesserecristiano.Non è colpa sua se i cattolici di Worcester sono cattolici senza essere romani, se non sanno niente di Orazio e dei suoicompagnichedifeseroil ponte sul Tevere («Tevere, o padreTevere,cuinoiRomani rivolgiamo le nostre preghiere»), di Leonida e degliSpartani,chedifeserole Termopili, di Orlando, che difese il passo contro i Saraceni. Non riesce a pensareanientedipiúeroico che difendere un passo, niente di piú nobile che rinunciare alla propria vita per salvare altre persone, le qualipoipiangerannosultuo cadavere. Ecco cosa vorrebbe essere: un eroe. Ecco di cosa dovrebbe occuparsi il vero cattolicesimoromano. È una sera d’estate, fresca, dopo la lunga giornata calda. Èaigiardinipubblici,doveha giocato a cricket con Greenberg e Goldstein: Greenberg, che è bravo in classe ma non è abile a cricket; Goldstein, che ha grandi occhi castani, porta i sandali ed è sempre molto elegante. È tardi, le sette e mezzo sono passate da un pezzo. A parte loro tre, i giardini sono deserti. Hanno dovutosmetteredigiocare:fa troppo buio per riuscire a vedere la palla. Cosí cominciano a fare la lotta come fossero di nuovo piccoli, si rotolano sull’erba, si fanno il solletico, sghignazzando e ridacchiando. Lui si alza, fa un respiro profondo. Si sente percorrere da un impeto di esultanza. «Non sono mai stato piú felice in vita mia. Vorrei rimanere per sempre con Greenberg e Goldberg», pensa. Si separano. È vero. Vorrebbe vivere cosí per sempre, pedalare lungo le strade ampie e vuote di Worcester nel crepuscolo di un giorno d’estate, quando tutti gli altri ragazzini sono ormai rincasati e fuori c’è soltantolui,simileaunre. Cinque. Essere cattolico rientra nella parte della sua vita riservataallascuola.Preferire i russi agli americani è un segreto cosí oscuro che non può confidarlo a nessuno. Provaresimpatiaperirussiè una faccenda seria. La cui conseguenza può essere l’ostracismo. Inunascatolanell’armadio conserva l’album di disegni chehafattonel1947,all’apice dellasuapassioneperirussi.I disegni, realizzati con una matitamorbidaecoloraticon pastelliacera,mostranoaerei russi che abbattono aerei americani, navi russe che affondano navi americane. Sebbene il fervore di quell’anno, quando all’improvviso dalla radio proruppeun’ondatadiostilità nei confronti dei russi e tutti dovettero scegliere con chi schierarsi, si sia ormai placato, lui serba la sua inconfessabilelealtà:lealtànei confronti dei russi, ma ancor piúneiconfrontidisestesso, di com’era all’epoca in cui facevaqueidisegni. A Worcester nessuno sa cheprovasimpatiaperirussi. A Città del Capo c’era il suo amicoNicky,concuigiocava alla guerra con i soldatini di piomboeuncannoneamolla che sparava fiammiferi; quandoperòscopríquant’era pericolosa la sua fedeltà ai russi, cosa rischiava di perdere, dapprima obbligò Nicky a giurare che avrebbe mantenutoilsegreto,poi,per esseredoppiamentesicuro,gli dissecheavevacambiatoidea, che stava dalla parte degli americani. A Worcester nessuno, trannelui,provasimpatiaper i russi. La sua lealtà nei confrontidellaStellaRossalo rendeassolutamentediverso. Come ha fatto a lasciarsi prendere da una simile infatuazione, che pare singolare persino a lui? Il nome di sua madre è Vera: Vera, con la glaciale V maiuscola, il tuffo di una frecciaversoilbasso.Vera,gli ha detto lei una volta, è un nome russo. La prima occasioneincuisiètrovatoa doversceglieretrairussiegli americani («Chi preferisci, Smuts o Malan?» «Chi preferisci, Superman o Captain Marvel?» «Chi preferisci, i russi o gli americani?»)hasceltoirussi, cosícomehasceltoiRomani: perché gli piace la lettera r, soprattuttolaR maiuscola, la letterapiúforte. Nel 1947, quando tutti sceglievano gli americani, aveva scelto i russi; dopo averli scelti, cominciò a leggere il piú possibile su di loro. Suo padre aveva comprato una storia della Seconda guerra mondiale in tre volumi. Quel genere di libri gli piaceva, lo faceva riflettere; rifletteva davanti allefotografiedeisoldatirussi in bianche uniformi da sci, dei soldati russi con i fucili mitragliatori che schivavano colpi tra le rovine di Stalingrado, dei comandanti dei carri armati russi con i binocoli puntati. (Il T-34 russo era il miglior carro armato del mondo, migliore dello Sherman americano, e migliore persino del Tiger tedesco). Continuava a ritornare su un quadro di un pilota russo a bordo di un aereo da bombardamento in picchiata sopra una colonna di carri armati tedeschi, distrutti e in fiamme. Adottò tutto ciò che era russo. Adottò il severo ma paterno feldmaresciallo Stalin, lo stratega piú grande e lungimirante della guerra; adottò il barzoi, il levriero russo usato nella caccia al lupo siberiano, il cane piú velocechecisia.Sapevatutto quello che c’era da sapere sulla Russia: la superficie in chilometri quadrati, la produzione di carbone e acciaio in tonnellate, la lunghezza di ciascuno dei suoi grandi fiumi, il Volga, il Dnepr,loJenisej,l’Ob. Poi, in seguito al biasimo deigenitori,allostuporedegli amici, a ciò che riferivano quando parlavano di lui ai loro genitori, aveva capito: provare simpatia per i russi non faceva parte del gioco, noneraconsentito. A quanto pare c’è sempre qualcosa che non va. Qualunque cosa voglia, qualunque cosa gli piaccia, primaopoidevediventareun segreto. Comincia a immaginarsi come uno di quei ragni che vivono in una buca nella terra, provvista di botola. Il ragno deve sempre zampettareviaeinfilarsinella buca, richiudersi dietro la botola, lasciare fuori il mondo,nascondersi. A Worcester tiene segreto ilsuopassatorusso,nasconde il riprovevole album di disegni con le scie di fumo degli aerei da caccia nemici che precipitano nell’oceano e navi da guerra con la prua inabissata tra le onde. Li rimpiazza con immaginarie partite di cricket. Usa una mazzadilegnoeunapallada tennis. La sfida consiste nel tenere la palla in aria il piú a lungo possibile. Gira intorno al tavolo della sala da pranzo ore facendo rimbalzare delicatamente la palla sulla mazza per tenerla in aria. Ha tolto di mezzo tutti i vasi e i soprammobili; ogni volta che la palla colpisce il soffitto, da líscendeunapioggiadisottile polvererossa. Fa intere partite, continua a battere finché non si autoelimina undici volte, dopodiché cambia squadra e ripeteilgiro.Ognicolpovale un punto. Quando la sua attenzionecalaeluimancala palla, elimina un battitore, e segnailpuntosulsegnapunti. Arrivaapunteggiesorbitanti: cinquecento punti, seicento punti. Una volta l’Inghilterra totalizzamillepunti,risultato che nessuna squadra vera ha mai ottenuto. Certe volte vince l’Inghilterra, certe altre il Sudafrica; piú di rado l’Australia o la Nuova Zelanda. La Russia e l’America non giocano a cricket. Gli americani giocano a baseball; i russi, a quanto pare, non giocanoaniente,forseperché línevicasempre. Non sa cosa fanno i russi quando non sono impegnati inqualcheguerra. Con gli amici non parla delle partite di cricket, se le tiene per sé. Una volta, quando abitava a Worcester da pochi mesi, un suo compagno di classe era entrato dalla porta di casa rimasta aperta e lo aveva trovato supino sotto una sedia. – Che fai lí? – aveva chiesto. – Penso, – aveva rispostoluisenzapensarcisu. – Mi piace pensare –. Subito lo avevano saputo tutti in classe: il ragazzo nuovo era strano, non era normale. Dopo quell’errore, ha imparato a essere piú prudente. Essere prudenti consiste, in parte, nel dire di menoanzichédipiú. Gioca anche a cricket nel vero senso della parola con chiunque sia disposto a giocarci. Ma il cricket vero e proprio giocato sulla piazza vuota nel cuore di Reunion Parkètroppolentoperchélui riesca a sopportarlo: il battitore manca sempre la palla, poi la manca il ricevitore, e cosí si perde. Odia cercare le palle perse. Odia anche dover ricevere e rilanciare la palla sul terreno sassoso dove ci si insanguina le mani e le ginocchia ogni volta che si cade. Vuole battere o lanciare la palla, nient’altro. Corteggiailfratello,anche se suo fratello ha soltanto sei anni, promettendogli di farlo giocareconisuoigiocattolise gli lancia la palla nel cortile dietro la casa. Suo fratello glielalanciaperunpo’,poisi annoia, mette il broncio e sgattaiola in casa in cerca di protezione. Cerca di insegnare a sua madre come si serve la palla, ma invano. Mentre lui è sempre piú esasperato, lei freme tutta dalle risa per la propria goffaggine.Alloralepermette di lanciare la palla. Ma alla fine lo spettacolo è troppo vergognoso, e si vede troppo facilmente dalla strada: una madre che gioca a cricket col figlio. Prende un barattolo, lo tagliaametàeneinchiodala parte inferiore a un ramo lungo una sessantina di centimetri. Monta il ramo su un asse, facendolo passare attraverso le pareti di una cassetta tenuta ben salda da alcuni mattoni. Il ramo si muoveinavantipermezzodi una striscia di gomma ricavatadaunacamerad’aria e indietro grazie a una fune chescorreinunganciofissato alla cassetta. Mette una palla nelbarattolo,faunadecinadi passi indietro, tira la fune finché la gomma non è tesa, fissa la fune sotto il tacco, si prepara alla battuta e lascia andare la fune. Certe volte la palla schizza in alto, certe altre gli arriva dritto in testa, ma ogni tanto è all’altezza giusta e lui riesce a colpirla. Oraèsoddisfatto:haservitoe battuto la palla facendo tutto da solo, ha trionfato, nulla è impossibile. Ungiornocheèinvenadi intimità, audace, chiede a Greenberg e a Goldstein di raccontare i loro primi ricordi. Greenberg solleva delle obiezioni: è un gioco al quale non ha voglia di partecipare. Goldstein racconta una storia lunga e inconcludente su una gita in spiaggia, una storia che lui ascolta appena. Ma quel gioco, naturalmente, mira solo a dare a lui la possibilità di raccontare il suo primo ricordo. È affacciato alla finestra dell’appartamento di Johannesburg. Sta scendendo il crepuscolo. In lontananza vedearrivareunamacchinaa tutta velocità. Un cane, un piccolocanepezzato,letaglia la strada. La macchina lo investe: le ruote passano in pieno sul suo corpo. Con le zampe posteriori paralizzate, ilcanesitrascinaviatraguaiti di dolore. Senza dubbio morirà; ma a questo punto qualcuno lo strappa via dalla finestra. È un primo ricordo stupendo, in grado di battere qualsiasicosaquelpoveraccio diGoldsteinriescaaripescare dentro di sé. Ma è vero? Perché si era affacciato alla finestra per guardare una strada vuota? Ha visto davverolamacchinainvestire il cane, o ha soltanto sentito l’ululatodiuncaneedècorso alla finestra? È possibile che non abbia visto altro che un cane trascinare le zampe posterioriesisiainventatola macchina, il conducente e tuttoilresto? C’èunaltroprimoricordo, unodicuièpiúsicuromache non racconterebbe mai, di certo non a Greenberg e a Goldstein, che poi andrebbero a strombazzarlo in giro facendo di lui lo zimbellodellascuola. È seduto accanto a sua madre su un pullman. Deve farefreddo,perchéluiindossa un paio di fuseaux di lana rossaeunberrettodilanacon i pompon. Il motore del pullman fatica; stanno salendo lungo il selvaggio e desolatoSwartbergPass. Inmanostringelacartadi una caramella. La tiene fuori dal finestrino appena socchiuso.Lacartasventolae tremaalvento. – La lascio andare? – chiedeasuamadre. Lei annuisce. Lui la lascia andare. Ilpezzettodicartavolasu nel cielo. Sotto non c’è altro che il cupo abisso del passo, cinto dalle fredde cime dei monti. Girandosi indietro, lancia un’ultima occhiata alla carta, che ancora vola coraggiosa. – Che le succederà? – chiede a sua madre, ma lei noncapisce. Questoèl’altrosuoprimo ricordo,quellosegreto.Pensa in continuazione al pezzo di carta, tutto solo in quella vastità, che lui ha abbandonato quando non avrebbedovutofarlo.Bisogna che un giorno ritorni nello SwartbergPass,chelotrovie lo salvi. È suo dovere: non deve morire senza averlo fatto. Sua madre nutre grande disprezzo per gli uomini che «nonsannofarenienteconle mani», tra i quali annovera il marito, ma anche i fratelli, e in particolare Roland, il fratellomaggiore,cheavrebbe potuto tenersi la fattoria, se avesse lavorato abbastanza sodo da riuscire a pagare i debiti;cosacheinvecenonha fatto.Deimoltiziipaterni(ne conta otto di sangue e altri otto acquisiti), quello che ammira di piú è Joubert Olivier, che ha installato un generatore elettrico a Skipperskloofedèpersinoun dentista autodidatta. (Durante una delle sue visite allafattoria,aluivieneilmal di denti. Zio Joubert lo fa sedere su una sedia sotto un albero e, senza anestesia, gli toglie la carie e gli ottura il dente con la guttaperca. Non ha mai sofferto tanto in vita sua). Quandosirompequalcosa – piatti, soprammobili, giocattoli –, sua madre l’aggiustadasola:conpezzidi corda, con la colla. Le cose chelegainsiemedopounpo’ si allentano, poiché non sa fareinodi.Lecosecheincolla sistaccano;leidàlacolpaalla colla. Icassettidellacucinasono pienidichiodistorti,pezzidi corda, palline di carta stagnola,francobollivecchi.– Perché conservi tutto? – le chiede. – Non si sa mai, – rispondelei. Quando è arrabbiata se la prende con chi studia. I bambini dovrebbero frequentare le scuole professionali, dice, e poi andare a lavorare. Studiare non ha senso. Non c’è niente di meglio che imparare il mestiere di ebanista o falegname, imparare a lavorareillegno.Nonsifapiú illusioni sull’agricoltura: adesso che i contadini sono diventati all’improvviso ricchi, fra loro c’è troppa pigrizia,troppaostentazione. E questo perché il prezzo della lana è salito alle stelle. Secondolaradio,igiapponesi paganounasterlinaallalibbra per le varietà migliori. Gli allevatoridipecorecomprano macchine nuove e vanno in vacanzaalmare.–Devidarci unpo’disoldi,adessochesei cosíricco,–dicesuamadrea zioSonduranteunadelleloro visiteaVoëlfontein.Parlando sorride, fa finta che sia una battuta, ma la cosa non è divertente. Zio Son sembra imbarazzato, mormora una rispostacheluinonafferra. La fattoria non doveva andare soltanto a zio Son, gli dice sua madre: l’avevano ereditatainpartiugualituttie dodici.Perevitaredimetterla all’asta, i figli e le figlie avevano deciso di vendere la propria porzione a Son; la vendita aveva fruttato loro titoli del valore di qualche sterlinaciascuno.Ora,acausa deigiapponesi,lafattoriavale migliaia di sterline. Son dovrebbedividereconglialtri tuttiqueisoldi. Si vergogna di sua madre per la crudezza con cui parla disoldi. – Devi fare il dottore o il procuratore legale, – gli dice. – È quella la gente che fa i soldi–.Altrevolte,invece,gli dice che i procuratori sono degli imbroglioni. Lui non chiede come possano riferirsi asuopadrequelleparole:suo padre,ilprocuratorechenon hafattoisoldi. I dottori non si prendono cura dei pazienti, dice lei. Si limitano a darti qualche pastiglia. Gli afrikaner sono i peggiori perché sono anche incompetenti. Dicecosemoltodiversetra loro a seconda del momento, al punto che lui non sa piú cosa pensi veramente. Lui e suofratellolitiganoconlei,le fanno notare le sue contraddizioni.Sepensachei contadini siano migliori dei procuratori, perché ha sposato un procuratore? Se pensa che studiare non abbia senso, perché è diventata insegnante? Piú litigano con lamadrepiúleisorride.Ècosí soddisfatta dell’abilità che i figlidimostranonell’usodelle parolecheèdispostaacedere su ogni punto, si difende appena,vuolechesianoloroa vincere. È un piacere che lui non condivide. Non trova divertenti quelle litigate. Vorrebbe che lei credesse in qualcosa. I suoi giudizi grossolani, alimentati da stati d’animo passeggeri, lo esasperano. Quanto a lui, con tutta probabilità farà l’insegnante. Sarà quella la sua vita, da grande. Sembra un po’ noiosa, ma che altro c’è da fare? Per tanto tempo voleva diventare macchinista. «Che cosa farai da grande?» gli chiedevano le zie e gli zii. «Il macchinista!»dicevaconuna vocetta acuta, e tutti annuivano sorridendo. Adessosirendecontoche«il macchinista» è quel che ci si aspetta dica un bambino piccolo, cosí come dalle bambine piccole ci si aspetta che dicano «l’infermiera». Adesso, però, non è piú piccolo, è entrato nel mondo degli adulti; dovrà accantonarequellafantasiadi guidare un grande cavallo di ferroepuntaresuqualcosadi realistico. A scuola è bravo, non c’è altro in cui sa di essere bravo, perciò resterà nella scuola, avanzerà man mano di grado. Un giorno, forse, diventerà addirittura ispettore. Di certo non sarà impiegato in un ufficio: non può nemmeno concepire di lavorare dal mattino alla sera con due sole settimane di ferieall’anno. Che genere di insegnante sarà? Riesce a immaginare se stesso solo in modo vago. Vede una sagoma in giacca sportiva e calzoni di flanella grigia(parechegliinsegnanti maschi si vestano cosí) percorrere un corridoio con dei libri sotto braccio. È un’immagine fugace, e un attimodopoègiàscomparsa. Lafaccianonlavede. Spera che, quando verrà quel giorno, non lo mandino ainsegnareinunpostocome Worcester. Ma forse Worcesterèunpurgatoriodal quale bisogna passare per forza. Forse Worcester è il luogodovemandanolagente permetterlaallaprova. Un giorno svolgono un temainclasse:Checosafaccio la mattina. Devono raccontare quel che fanno primadiandareascuola.Lui lo sa cosa ci si aspetta che scriva:comerimetteapostoil letto, come lava le stoviglie della colazione, come si prepara i tramezzini per il pranzo.Sebbeneinrealtànon faccianientedituttoquesto– si occupa di tutto sua madre –, mente abbastanza bene da non essere scoperto. Ma si spinge troppo oltre, quando descrive come si pulisce le scarpe.Nonsièmaipulitole scarpe in vita sua. Nel tema scrive che si usa la spazzola per spazzolare via lo sporco, dopodiché si passa il lucido. Miss Oosthuizen mette un grandepuntoesclamativoblu sul margine. È mortificato, pregachenonlochiamifuori di fronte a tutti a leggere il tema a voce alta. Quella sera sta molto attento a come sua madreglipuliscelescarpeper nonsbagliarsimaipiú. Lasciachesiasuamadrea pulirglilescarpecosícomele lascia fare ogni altra cosa. L’unica cosa che non le lascerà piú fare è entrare in bagnoquandoènudo. Sa di essere un bugiardo, sa di essere cattivo, ma non cambia. Non cambia perché non vuole cambiare. Il suo esserediversodaglialtriforse è da imputare a sua madre e allasuafamigliaanomala,ma è da imputare anche al fatto cheluimente.Sesmettessedi mentire, dovrebbe pulirsi le scarpe, parlare educatamente e fare tutto ciò che fanno i bambininormali.Inquelcaso non sarebbe piú se stesso. Se nonfossepiúsestesso,acosa servirebbevivere? È un bugiardo ed è anche insensibile: un bugiardo che mente al mondo intero, insensibileneiriguardidisua madre. Sua madre soffre, se ne rende conto, al pensiero che lui si allontani sempre piú. Nonostante questo, lui non si lascia commuovere, noncede.Lasuaunicascusaè che è spietato anche nei propri confronti. Mente ma nonmenteasestesso. – Quando morirai? – le chiedeungiornocontonodi sfida, meravigliato della sua stessaaudacia. – Non morirò, – risponde lei. Lo dice con allegria, ma c’èqualcosadifalsoinquella suaallegria. –Esetiammalidicancro? – Ci si ammala di cancro solo se si riceve un colpo al seno. Non mi ammalerò di cancro. Vivrò per sempre. Nonmorirò. Saperchédicecosí.Lodice per lui e per suo fratello, perchénonsipreoccupino.È unacosascioccadadirsi,però luileègrato. Non riesce a immaginare cheleipossamorire.Èlacosa piú salda della sua vita. È la roccia sulla quale lui si erge. Senza di lei non sarebbe niente. Lei sta attenta a non prendere colpi al seno. Il suo primissimo ricordo, antecedenteaquellodelcane, antecedente a quello del pezzo di carta, sono i suoi senibianchi.Hailsospettodi averle fatto male da piccolo, deve averglieli colpiti con i pugnetti, altrimenti ora non glieli negherebbe in modo cosí fermo, lei che non gli neganiente. Ilcancroèlagrandepaura della vita di sua madre. Quanto a lui, gli hanno insegnato a fare attenzione ai dolorialfianco,aconsiderare ogni minima fitta come un sintomo di appendicite. L’ambulanza riuscirà a portarlo in ospedale prima che gli scoppi l’appendice? Si risveglieràdall’anestesia?Non gli va l’idea che un dottore sconosciuto gli pratichi un taglio. D’altro canto, sarebbe bello avere una cicatrice, poi, da mostrare alla gente. Quando a scuola, nell’intervallo, distribuiscono noccioline e uvetta, lui soffia via la pellicina rossa delle arachidi;perchésidicechesi accumuli nell’appendice e la infetti. Si lascia completamente assorbire dalle sue collezioni. Raccoglie francobolli. Raccoglie soldatini di piombo. Raccoglie figurine – figurinedigiocatoridicricket australiani, figurine di giocatori di football inglesi, figurine di macchine di tutto il mondo. Per ottenerle, deve comprare pacchetti di sigarette di cioccolata e zucchero a velo con il bocchino rosa. Ha sempre le tasche piene di sigarette mollicce,appiccicose,chesiè scordatodimangiare. Passa ore a giocare con il Meccano, mostrando a sua madre che anche lui, quando vuole, sa usare le mani. Fabbrica un mulino a vento con tanto di pulegge incrociate,lecuipalepossono essere azionate e fatte girare cosíinfrettacheperlastanza sidiffondeunalievebrezza. Trotterella per il cortile lanciandounapalladacricket inariaeriafferrandolaalvolo senzaperdereilpasso.Qualè larealetraiettoriadellapalla? Va su e giú come sembra a lui, oppure sale e scende descrivendo un cerchio come apparirebbe a qualcuno che assistesse immobile alla scena? Quando parla con sua madre di queste cose, scorge disperazione nei suoi occhi: lei sa che sono importanti e vorrebbe capire perché, ma non ci riesce. Dal canto suo, lui vorrebbe che lei si interessasse alle cose in quanto tali, non solo perché interessanoalui. Quando c’è qualcosa di pratico da fare che nessuno dei due sa fare, come aggiustare un rubinetto che perde, lei esce di casa e chiama un meticcio, uno qualsiasi, un passante qualsiasi. Perché, chiede esasperato, ha tanta fiducia nei meticci? Perché sono abituati a lavorare con le mani, risponde lei. Perché non sono andati a scuola, perché non hanno studiato, sembra dire, e dunque sanno come funzionano veramente lecose. È sciocco crederlo, soprattutto quando si scopre che questi sconosciuti non hannoideadicomesiaggiusti un rubinetto o si ripari una cucina economica. Eppure quella sua convinzione è cosí diversa da quel che credono glialtri,cosíbizzarra,che,suo malgrado,luiprovatenerezza. Preferisce che sua madre si aspetti miracoli dai meticci piuttosto che non si aspetti nulla. È sempre lí a cercare di capire sua madre. Gli ebrei sono tutti degli sfruttatori, dice; eppure preferisce i medici ebrei perché sanno quello che fanno. I meticci sono il sale della terra, dice; eppure lei e le sue sorelle spettegolanosempresuquelli che si spacciano per bianchi pur avendo inconfessate origini meticce. Non riesce a capirecomefacciaariunirein sé tante convinzioni contraddittorie. Ma almeno crede in qualcosa. Come i suoi fratelli. Suo fratello Norman crede in Nostradamus e nelle sue profeziesullafinedelmondo; crede nei dischi volanti che atterranodurantelanotteesi portano via la gente. Non riesce a immaginare suo padre o la famiglia di suo padre che parla della fine del mondo. Il loro unico scopo nella vita è quello di evitare controversie, non offendere nessuno, essere sempre amabili; in confronto alla famiglia di sua madre sono insignificantienoiosi. È troppo legato a sua madre, sua madre è troppo legata a lui. Questa è la ragionepercui,nonostantela caccia e le altre occupazioni virili cui si dedica quando va allafattoria,lafamigliadisuo padrenonsièmaiaffezionata alui.Suanonna,forse,èstata troppo dura nel negare loro una casa quando, nel 1944, vivevano con la metà della pagadiuncaporalesemplice, troppopoveriperpermettersi di comprare il burro o il tè, ma il suo istinto le ha dato ragione. La famiglia, guidata dalla nonna, non ignora il segreto del numero 12 di Poplar Avenue, e cioè che il figlio maggiore è al primo posto in seno al nucleo familiare, il secondogenito al secondoel’uomo,ilmarito,il padre, all’ultimo. O sua madrenonsicuraabbastanza di nasconderlo ai parenti o suo padre se ne è lagnato in privato. Trovano profondamente offensiva per ilfiglioeilfratello,edunque per sé, quella sovversione dell’ordine naturale. La disapprovano e, senza essere scortesi, non nascondono la lororiprovazione. Certe volte, quando sua madre litiga con suo padre e vuole mettere a segno un punto, si lamenta con amarezza di essere trattata in modofreddodallafamigliadi lui. Il piú delle volte, comunque – per il bene del figlio, perché sa quanto la fattoriasiaimportanteperlui, perché non può offrirgli niente in cambio –, cerca di ingraziarsi la famiglia del marito in modi che lui considera disgustosi. Gli sforzi della madre si accompagnano a battute sui soldi che non sono tali. Lei non ha orgoglio. O per dirla con altre parole: per lui farebbequalsiasicosa. Vorrebbe che sua madre fosse normale. Se lei lo fosse, potrebbeesserloanchelui. Con le sue sorelle è lo stesso. Hanno un figlio ciascuna, un figlio maschio sul quale riversano una sollecitudine soffocante. Suo cugino Juan di Johannesburg è il suo piú caro amico al mondo: si scrivono, non vedono l’ora di trascorrere insieme le vacanze al mare. Nonostantequesto,nongliva che Juan si attenga vergognosamente alle istruzioni della madre, anche quando lei non è lí a controllare. Dei quattro figli maschi, lui è il solo a non essere del tutto succube della madre. Si è allontanato, o semiallontanato: ha i suoi amici, che si è scelto da sé, esce in bicicletta senza dire dove va o quando torna. I suoicuginiesuofratellonon hannoamici.Luiliconsidera scialbi, timidi, sempre a casa sottogliocchidimadriferoci. Suo padre chiama le tre sorelle-madri«letrestreghe». «Doppio, doppio lavoro e travaglio» 1, dice citando Macbeth. Lui, tutto contento, è malizioso, è d’accordo con suopadre. Quando sua madre è particolarmente amareggiata dellasuavitaaReunionPark, dice che sarebbe stato meglio seavessesposatoBobBreech. Luinonlaprendesulserio.Al tempo stesso, non riesce a credere alle sue orecchie. Se leiavessesposatoBobBreech, luidovesarebbe?Chisarebbe stato?Sarebbestatoilfigliodi Bob Breech? Il figlio di Bob Breechsarebbestatolui? Rimane solo una prova dell’esistenza di Bob Breech. Vi si imbatte per caso sfogliando un album di fotografie di sua madre: una fotosfocatadiduegiovanotti in lunghi calzoni bianchi e blazer nero in piedi su una spiaggia, ognuno dei quali cinge col braccio le spalle dell’altro, gli occhi socchiusi per il sole. Uno lo conosce: è ilpadrediJuan.Chièl’altro? chiede con noncuranza a sua madre. Bob Breech, risponde lei. Dov’è adesso? È morto, dice. Fissaalungolafacciadello scomparso Bob Breech. Non citrovanientedisé. Nonfaaltredomande.Ma, ascoltando le sorelle, facendo due piú due, apprende che Bob Breech era venuto in Sudafricapermotividisalute echedopounpaiod’anniera ritornato in Inghilterra, dove era morto. Era morto di tisi, ma un cuore infranto, è sottinteso, può aver contribuito ad accelerarne la fine, un cuore infranto a causa della giovane, cauta, insegnante dai capelli e dagli occhi neri, conosciuta a Plettenberg Bay, che non avevavolutosposarlo. Gli piace sfogliare gli album. Per quanto indistinta sial’immagine,inunafotodi gruppo riesce sempre a individuare sua madre: è quella timida, sulla difensiva, nel cui atteggiamento è in grado di riconoscere la versione femminile di sé. Neglialbumseguelasuavita nel corso degli anni Venti e Trenta:primalefotosportive (hockey, tennis), poi quelle scattate durante il viaggio in Europa: Scozia, Norvegia, Svizzera, Germania; Edinburgo, i fiordi, le Alpi, Bingen sul Reno. Fra i souvenirdisuamadrec’èuna matita portamine che viene da Bingen, provvista di un minuscolo foro su un fianco con la veduta di un castello appollaiatosuunascogliera. Certe volte sfogliano gli album insieme, lui e lei. Lei sospira e dice che vorrebbe tanto rivedere la Scozia, l’erica, le campanelle. Aveva una vita prima che nascessi io, pensa lui. È contento per lei,datocheoraunavitanon cel’hapiú. L’Europa di sua madre è un’Europa affatto diversa da quelladell’albumdifotografie di suo padre, in cui sudafricani in uniformi color cachi posano con le piramidi egizie o le macerie di città italiane sullo sfondo. Ma quando sfoglia questo album sulle foto passa meno tempo che sugli opuscoli inframmezzati a esse, opuscoli scaricati sulle posizioni degli Alleati dagli aerei tedeschi. Uno dice ai soldati come farsi venire la febbre (mangiando sapone); un altro raffigura una donna fascinosa, che beve champagne, appollaiata sulle ginocchia di un ebreo dal naso aquilino. «Lo sai dov’è tuamogliestasera?»sichiede nel sottotitolo. E poi c’è l’aquila di porcellana azzurra chesuopadrehatrovatotrale rovinediunacasanapoletana echesièportatodietronello zaino, l’aquila imperiale che ora si trova sullo scrittoio in salotto. È immensamente orgogliosodelruolosvoltoda suo padre in guerra. È meravigliato – e gratificato – quandoscoprecom’èbassoil numero di padri dei suoi amici che hanno combattuto in guerra. Non sa con esattezzaperchésuopadresia diventato soltanto caporale semplice: quando racconta a sua volta le avventure del padre agli amici, tralascia di pronunciare, come se nulla fosse, la parola semplice. Ma gli è molto cara la fotografia di suo padre, scattata in uno studiodelCairo:unuomodi bell’aspetto che prende la mira con una carabina, un occhio chiuso, i capelli ben pettinati,ilbascodebitamente infilatosottolaspallina.Fosse per lui, anche quella foto starebbe sulla mensola del camino. Suo padre e sua madre hannoopinionidivergentisui tedeschi. Suo padre nutre simpatia per gli italiani (nell’intimo non erano convinti di quella guerra, dice, volevano soltanto arrendersi e tornarsene a casa), ma odia i tedeschi. Racconta la storia di un tedesco ammazzato mentre era al gabinetto. Certe volte, nella storia, lo ammazza lui, altreunamico;mainnessuna delle versioni mostra un briciolo di pietà; è solo divertito al ricordo della confusione del tedesco mentre cercava di alzare le mani e nel contempo tirarsi suicalzoni. Sua madre sa che non è una bella idea lodare troppo apertamente i tedeschi, ma certe volte, quando lui e suo padre si alleano contro di lei, dimentica la discrezione. – I tedeschi sono il popolo miglioredelmondo,–dice.– È stato Hitler, che era un uomo tremendo, a trascinarli intantesofferenze. Suo fratello Norman dissente. – Hitler ha fatto sí che i tedeschi fossero orgogliosidisestessi,–dice. Negli anni Trenta sua madre e Norman hanno compiuto insieme il giro dell’Europa: non sono stati solo in Norvegia e nelle highlands scozzesi, ma anche in Germania, nella Germania di Hitler. La loro famiglia – i Brecher, i du Biel – viene dalla Germania, o almeno dalla Pomerania, che ora è la Polonia. È una buona cosa essere originari della Pomerania? Non ne è sicuro. Maalmenosadadoveviene. – I tedeschi non volevano combattere contro i sudafricani,–diceNorman.– A loro i sudafricani piacciono.Nonfossestatoper Smuts, non saremmo mai entrati in guerra contro la Germania. Smuts era uno skelm, un imbroglione. Ci ha vendutoagliinglesi. Suo padre e Norman non hanno simpatia l’uno per l’altro. Quando suo padre se la prende con sua madre, nelle loro litigate in cucina a tarda notte, la prende in giro perché suo fratello non si è arruolato e partecipava piuttosto alle manifestazioni dell’Ossewabrandwag. – È una menzogna! – sostiene lei arrabbiata.–Normannonera nell’Ossewabrandwag. Chiediglielo tu stesso, te lo confermerà. Quando chiede a sua madre che cos’è l’Ossewabrandwag, lei rispondecheèunarobasenza senso,sologentechesfilaper lestradereggendodelletorce. Le dita della mano destra di Norman sono gialle di nicotina. Vive in una camera d’albergo di Pretoria, ci vive da anni. Si guadagna il pane vendendo un opuscolo sul jujutsu che ha scritto lui stesso e che reclamizza sulla pagina degli annunci pubblicitari del «Pretoria News». «Imparate l’arte della difesa personale giapponese», dice l’annuncio. «Sei lezioni facili facili». La gente gli spediscevagliapostalididieci scellini e lui invia loro l’opuscolo: un’unica pagina ripiegata in quattro con schizzi delle varie prese. Quando il jujutsu non gli fruttaabbastanzasoldi,vende lotti di terreno su commissione per conto di un’agenziaimmobiliare.Ogni giorno rimane a letto fino a mezzogiorno, a bere tè, fumare e leggere racconti su «Argosy» e «Lilliput». Il pomeriggio gioca a tennis. Nel 1938, dodici anni fa, era campione di singolo della Provincia del Capo occidentale. Coltiva ancora l’ambizione di giocare a Wimbledon, in doppio, se riesceatrovareunpartner. Alterminedellasuavisita, prima di partire per Pretoria, Normanloprendeindisparte e gli infila una banconota bruna da dieci scellini nel taschinodellacamicia.«Peril gelato», mormora: le stesse paroleognianno.Normangli piacenonsoloperilregalo– dieci scellini sono un bel po’ disoldi–,maancheperchési ricorda di farglielo, non mancamaidiricordarsene. Suopadrepreferiscel’altro fratello,Lance,l’insegnantedi Kingwilliamstown, che si è arruolato. C’è anche un terzo fratello, il maggiore, quello cha ha perso la fattoria, ma nessuno lo nomina mai, tranne sua madre. «Povero Roland», mormora, scuotendolatesta.Rolandha sposato una donna che si fa chiamare «Rosa Rakosta», figlia di un conte polacco in esilio, ma il cui vero nome, secondo Norman, è Sophie Pretorius. Norman e Lance odiano Roland per via della fattoria e lo disprezzano perché è succube di Sophie. Roland e Sophie hanno una pensione a Città del Capo. Una volta c’è stato, con sua madre. Ha scoperto che Sophieeraunabiondagrande e grossa, che indossava una vestaglia di raso alle quattro del pomeriggio e fumava sigarette col bocchino; Roland, invece, era un uomo tranquilloedallafacciatriste, con un naso a patata rosso per via della radioterapia che loavevaguaritodalcancro. È contento quando suo padre,suamadreeNormansi imbarcano in discussioni politiche.Sigodeilcaloreela passione, le cose avventate che dicono. Si meraviglia di trovarsi d’accordo con suo padre,nonècertoquelloche vorrebbe veder vincere: gli inglesi erano buoni e i tedeschi cattivi, Smuts era buonoeinazionalisticattivi. A suo padre piace lo United Party, a suo padre piaccionoilcricketeilrugby, eppure suo padre non gli piace. Non capisce il perché di questa contraddizione, ma non gli interessa capirlo. Già prima di conoscerlo, cioè, prima che tornasse dalla guerra, aveva deciso che non glipiaceva.Inuncertosenso, quindi, questa sua avversione èunqualcosadiastratto:non vorrebbe avere un padre, o almeno non vorrebbe un padrelí,nellastessacasa. Ciò che odia di piú di suo padre sono le abitudini personali. Le odia al punto che il solo pensiero lo fa rabbrividire dal disgusto: il modo in cui si soffia forte il naso in bagno la mattina, l’odore umido e caldo di sapone Lifebuoy che si lascia dietro,eilcerchiodischiuma e peli rasati nel lavabo. Soprattutto odia gli odori del padre. D’altro canto, gli piacciono, suo malgrado, i vestiti eleganti del padre, il cache-col marrone scuro che il sabato mattina indossa al posto della cravatta, il suo corpo snello, la camminata svelta, i capelli con la brillantina.Ancheluisimette la brillantina, si coltiva un ciuffosullafronte. Non gli piace andare dal barbiere, non gli piace al puntochecercaaddiritturadi tagliarsi i capelli da sé, con risultatiimbarazzanti.Sembra che i barbieri di Worcester si siano messi d’accordo perché i ragazzi abbiano i capelli corti. La seduta dal barbiere comincia nel modo piú brutale possibile, con la macchinetta che falcia i capelli sulla nuca e sui lati della testa, e prosegue con uno spietato tactac di forbici finché non rimane che una sorta di spazzola, con tutt’al piú un ciuffetto ribelle sulla fronte. Ancor prima che il barbiere abbia finito, lui freme di vergogna; paga e corre a casa, temendo la scuola il giorno dopo, temendo le rituali risa di scherno che salutano chi si è appena tagliato i capelli. Ci sono,aWorcester,taglicome si deve e ci sono tagli che si patiscono, carichi del desiderio di vendetta del barbiere;nonsadovebisogna andare, cosa si debba fare o dire, quanto si debba pagare per farsi tagliare i capelli comesideve. 1 W. Shakespeare, Macbeth, IV.I .10[trad.it.diA.Lombardo,in Le tragedie (a cura di G. Melchiori),Milano1976,p.965]. Sei. Sebbene vada al cinema tutti i sabato pomeriggio, i film non esercitano piú su di luiilfascinocheesercitavano a Città del Capo, dove era tormentato da incubi in cui rimaneva schiacciato sotto ascensori o precipitava da scogliere come gli eroi degli sceneggiati a puntate. Non capisce come mai Errol Flynn, che è sempre uguale siacheinterpretiRobinHood oAliBaba,siaconsideratoun grande attore. È stufo degli inseguimenti a cavallo, che sono tutti uguali. I Three Stooges cominciano a sembrargli stupidi. E si fa fatica a credere in Tarzan, quando l’uomo che lo interpreta continua a cambiare. L’unico film che cattura la sua attenzione è quello in cui Ingrid Bergman salesullacarrozzadiuntreno doveèscoppiataun’epidemia di vaiolo e muore. Ingrid Bergman è l’attrice preferita di sua madre. La vita è dunque cosí? Sua madre potrebbe morire da un momento all’altro solo per non aver letto un cartello su unfinestrino? C’è anche la radio. Ormai è troppo grande per Children’sCorner,maèfedele agli sceneggiati a puntate: Superman tutti i giorni alle cinque («Su! Su e via!»), Mandrake alle cinque e mezzo.IlsuopreferitoèL’oca dellenevidiPaulGallico,che la radio continua a mandare inondaperchérichiestissimo. È la storia di un’oca selvatica che dalle spiagge di Dunkerque riporta le imbarcazioni a Dover. L’ascolta con le lacrime agli occhi. Un giorno sarà fedele comel’ocadellenevi. Allaradiotrasmettonouna versioneteatraledell’Isola del tesoro, un episodio di mezz’ora alla settimana. Ha unacopiadell’Isoladeltesoro, ma l’ha letta quando era troppopiccoloenoncapivala faccenda del cieco e della macchianera,néeraingrado di stabilire se Long John Silver era buono o cattivo. Ora, dopo ogni episodio alla radio, ha incubi il cui protagonistaèLongJohn:per via della stampella con cui uccide la gente, per via dell’infingarda, sentimentale sollecitudine nei confronti di JimHawkins.Vorrebbetanto che Squire Trelawney uccidesseLongJohninvecedi lasciarlo andare: è sicuro che un giorno tornerà a vendicarsi con la sua ciurma di ammutinati assassini, cosí comeritornaneisuoisogni. La famiglia Robinson è molto piú rassicurante. Ha una bella copia del libro con tavole a colori. Gli piace soprattutto l’immagine della nave invasata sotto gli alberi, la nave che la famiglia ha costruito con gli attrezzi salvatidalnaufragioperchéli riporti a casa con tutti gli animali, come l’Arca di Noè. Èpiacevole,comescivolarein un bagno caldo, lasciarsi alle spalle l’isola del tesoro ed entrare nel mondo della famiglia svizzera. Lí non ci sono né fratelli cattivi né pirati assassini; tutti lavorano felici sotto la guida di un padre saggio e forte (le immagini lo mostrano con il torace ampio e prominente e unalungabarbacastana),che fin dall’inizio sa cosa bisogna fare per salvarsi. L’unica cosa cheloturbaèperchédebbano lasciare l’isola, visto che vi si trovano tanto bene e sono cosífelici. Possiede anche un terzo libro, Scott dell’Antartico. Il capitano Scott è uno dei suoi piúindiscussieroi:perquesto gli hanno regalato il libro. Contiene numerose fotografie, compresa una in cui Scott scrive seduto dietro la tenda in cui in seguito morirà congelato. Guarda spesso le foto, ma non fa progressi nella lettura: è un libronoioso,nonèunastoria. GlipiacesololapartesuTitus Oates, l’uomo finito assiderato, poiché, nel tentativo di prestare soccorso ai compagni, era uscito di notte nella neve e nel ghiaccio, ed era morto in silenzio, senza clamore. Un giorno spera di essere come TitusOates. Una volta all’anno a Worcester arriva il Circo Boswell. I suoi compagni ci vannotutti;perunasettimana nonsiparlad’altro.Civanno persinoibambinimeticci,alla bell’e meglio: ciondolano nei pressi del tendone per ore, ascoltando l’orchestra, sbirciandodentroattraversoi buchi. Loro contano di andarci sabato pomeriggio, quando suopadregiocaacricket.Sua madre organizza la cosa per loro tre. Ma al botteghino inorridisce nel sentire come sono alti i prezzi del sabato pomeriggio: due scellini e sei per i bambini, cinque per gli adulti. Non ha abbastanza soldi con sé. Compra i biglietti per lui e il fratello. – Entrate, io vi aspetto qui, – dice. Lui non vuole, ma lei insiste. Una volta dentro, si sente infelice, non si diverte; ha il sospettochesuofratelloprovi i suoi stessi sentimenti. Al termine dello spettacolo, quandoescono,leièancoralí. Per giorni non riesce ad allontanare il pensiero: sua madre che attende paziente nelcaldotorridodidicembre mentre lui è seduto sotto il tendone del circo a divertirsi comeunpascià.Èturbatoda quell’amore accecante, travolgente, colmo di abnegazione, destinato sia a lui che al fratello, ma soprattutto a lui. Vorrebbe che non lo amasse tanto. Lo amainmodoassoluto,quindi anche lui deve amarla in modo assoluto: è questa la logica cui lei lo costringe. Non sarà mai capace di ripagarla dell’amore che riversasudilui.Ilpensierodi tutta una vita curvo sotto un debitod’amorelosconcertae lo fa infuriare al punto che non la bacia piú, si rifiuta di lasciarsitoccare.Quandoleisi allontana ferita, in silenzio, luifaappostailcuoreduro,si rifiutadicedere. Certe volte, quando è amareggiata, tiene lunghi discorsi parlando da sola, confrontando la sua vita in quel desolato centro residenziale con la vita da lei condotta prima di sposarsi, che descrive come una continua serie di feste e picnic, di visite in campagna durante il fine settimana, di partite di tennis e golf e di passeggiateconicani.Parlaa voce bassa, sussurrando; si distinguono solo le sibilanti: lui e suo fratello, nelle rispettive stanze, rizzano gli orecchi per sentire, e lei deve esserneconsapevole.Questaè un’altra delle ragioni per cui suo padre dice che è una strega: perché parla da sola, compiendosortilegi. LavitaidilliacadiVictoria West è confermata dalle fotografie degli album: sua madre in compagnia di altre donneinlunghiabitibianchi, con tanto di racchette da tennis, in quello che pare il cuoredelveld,suamadrecon ilbracciosulcollodiuncane, unpastoretedesco. –Eratuo?–chiedelui. –ÈKim.Èilcanemigliore che abbia mai avuto, il piú fedele. –Cosaglièsuccesso? –Hamangiatounpezzodi carne avvelenata che i contadini avevano buttato agli sciacalli. È morto tra le miebraccia. Halelacrimeagliocchi. Dopo che suo padre fa la sua comparsa nell’album, i cani non ci sono piú. Vede inveceentrambiaipicniccon gli amici di allora, oppure vede suo padre, con i baffetti ben curati e l’aria troppo sicura di sé, che posa appoggiato al cofano di una macchina nera vecchio stile. Poi cominciano le foto sue, a decine;primafratutte,quella in cui si vede un bebè grassottello, dal faccino inespressivo, che una donna dai capelli neri e dall’espressione intensa sorregge davanti alla macchinafotografica. In tutte queste fotografie, anche in quelle con il bebè, sua madre gli pare una ragazzina. La sua età è un mistero che non smette di affascinarlo. Lei non glielo dice, suo padre finge di non saperlo, persino i suoi fratelli e sorelle sembrano partecipare a quella congiura del silenzio. Quando lei è fuori, fruga tra i documenti nell’ultimo cassetto della toeletta in cerca di un certificato di nascita, ma invano. Da un’osservazione che si è lasciata sfuggire apprende che è piú vecchia del padre, nato nel 1912; ma quanto piú vecchia? Decide che è nata nel 1910. Ciò significa che quando è nato luiavevatrent’anniedunque adesso ne ha quaranta. – Hai quarant’anni! – le dice un giorno trionfante, guardandola attentamente per averne conferma. Lei fa un sorriso misterioso. – Ne hoventotto,–dice. Compiono gli anni insieme. È nato il giorno del compleanno di sua madre. Ciò significa, come gli ha detto, come dice a tutti, che luièundonodiDio. Lui non la chiama «mamma» o «mammina», bensí «Dinny». E cosí pure suo padre e suo fratello. Da dove viene quel nome? Nessuno pare saperlo; ma i suoi fratelli e sorelle la chiamano«Vera»,quindinon può essere un nomignolo dell’infanzia. Deve stare attento a non chiamarla «Dinny»davantiagliestranei, cosí come deve guardarsi dal chiamare sua zia e suo zio semplicemente «Norman» ed «Ellen» anziché «zio Norman» e «zia Ellen». Ma dire «zio» e «zia» come un bravo bambino obbediente, normale, non è niente in confronto alle circonlocuzionidell’afrikaans. Gli afrikaner temono di dare deltuachièpiúanziano.Lui prende in giro suo padre per la maniera in cui parla: «Mammie moet ’n kombers oor Mammie se knieë trek anders word Mammie koud». Mamma deve mettere una coperta sulle ginocchia di mamma, altrimenti mamma prendefreddo.Provasollievo al pensiero di non essere afrikaner, cosí non deve parlare a quel modo, come unoschiavopresoafrustate. Sua madre decide che vuole un cane. I pastori tedeschi sono i migliori – i piú intelligenti, i piú fedeli –, ma non riescono a trovarne uno. Cosí optano per un cucciolo mezzo dobermann e mezzo qualcos’altro. Insiste peressereluiadargliilnome. Gli piacerebbe chiamarlo Barzoi perché vorrebbe che fosse un levriero russo, ma siccomenonèunverobarzoi lochiamaCossack,«cosacco». Nessuno capisce. La gente pensa che si chiami kos-sak, «sacco di cibo», e lo trova divertente. Cossack si rivela un cane pasticcione, indisciplinato, che vagabonda per il quartiere, calpesta l’erba dei giardini, insegue i polli. Un giorno il cane lo segue fino a scuola.Nulladiciòcheluifa riesceadallontanarlo:quando urla e gli tira sassi, il cane abbassagliorecchi,simettela coda tra le gambe, sgattaiola via; ma non appena rimonta in sella il cane gli corre nuovamente dietro ad ampie falcate. Alla fine deve trascinarlo a casa per il collare,spingendolabicicletta con l’altra mano. Arriva a casa infuriato e si rifiuta di ritornareascuola,perchéèin ritardo. Cossack non è ancora adulto quando mangia il vetro tritato che qualcuno ha messolíperlui.Suamadregli somministra qualche clistere nel tentativo di far uscire il vetro, ma invano. Il terzo giorno, quando il cane continua a giacere immobile, ansimante, senza neppure leccarlelamano,leilomanda in farmacia a prendere una nuovamedicinachequalcuno leharaccomandato.Luicorre via e torna in un lampo, ma arriva troppo tardi. La faccia di sua madre è tirata e distante, non prende nemmenoilflaconecheluile porge. L’aiuta a sotterrare Cossack, avvolto in una coperta, nel terreno argilloso in fondo al giardino. Sulla tomba sistema una croce con la scritta «Cossack». Non vuoleaverealtricani–no,se devonomorirecosí. Suo padre gioca a cricket nel Worcester. Dovrebbe essere un altro fiore all’occhiello, un’altra fonte di orgoglio per lui. Suo padre è un procuratore legale, che è quasicomeessereundottore; ha combattuto in guerra; giocava a rugby a Città del Capo; gioca a cricket. Ma in ciascuncasoc’èdimezzouna specificazione imbarazzante. È un procuratore ma non esercitapiúlaprofessione.Ha combattutoinguerramasolo come caporale semplice. Ha giocatoarugbymasolonella secondasquadradelGardens, una squadra che fa ridere, sempre ultima in classifica. E adessogiocaacricket,maper la seconda squadra di Worcester, alle cui partite nessunosidegnadiandaread assistere. Suo padre è un lanciatore, nonunbattitore.C’èqualcosa che non va nell’impostazione e che gli impedisce di battere come dovrebbe; inoltre distoglie gli occhi quando lancia veloce la palla. La sua idea di battuta sembra limitarsi a spingere in avanti la mazza, battere corto e fare una corsetta per segnare un comodopunticino. Ilmotivopercuisuopadre non sa battere è dovuto naturalmente al fatto che è cresciutonelKaroo,dovenon si giocava un vero e proprio cricket e non c’era modo di imparare a giocarlo. Saper servireètuttaun’altracosa.È un dono: lanciatori si nasce, nonsidiventa. Suopadreservedellepalle lente,aeffetto.Certevoltegli infliggono un colpo mortale; altre, nel vedere la palla fluttuare lentamente verso di lui, il battitore perde la testa, ondeggia impazzito, ed è eliminato. È questa la strategia di suo padre: pazienzaeastuzia. L’allenatore delle squadre di Worcester è Johnny Wardle, che nell’estate boreale gioca a cricket per l’Inghilterra. Worcester ha messo a segno un bel colpo quando Johnny Wardle ha deciso di venire qui. Si dice che sia stato Wolf Heller a intercedere, Wolf Heller e i suoisoldi. È in piedi accanto a suo padre dietro la rete, durante l’allenamento, e guarda Johnny Wardle lanciare la palla ai battitori della prima squadra. Wardle, un ometto ordinario con radi capelli biondo rossicci, è uno che, si dice, fa tiri lenti, ma quando siavvicinatrottandoalpunto dilancioemollalapalla,luiè sorpreso dalla velocità alla quale la palla schizza via. Il battitore davanti ai paletti gioca la palla senza difficoltà, facendola finire dolcemente contro la rete. Poi a servire è qualcunaltro,quinditoccadi nuovo a Wardle. Il battitore colpisce di nuovo la palla delicatamente mandandola lontano. Il battitore non sta vincendo, ma nemmeno il lanciatore. Alterminedelpomeriggio va a casa deluso. Si aspettava un abisso tra il lanciatore dell’Inghilterraeibattitoridi Worcester. Si aspettava di essere testimone di un’arte misteriosa, di vedere la palla farestranecosenell’ariaesul pitch, di vederla fluttuare e andar giú e ruotare, come dovrebbe accadere con i tiri lentisecondoilibrisulcricket chelegge.Nonsiaspettavaun ometto ciarliero il cui unico segno di distinzione è che lancia la palla a effetto alla stessavelocitàraggiuntadalle sue stesse palle quando le lanciapiúvelocechepuò. Dalcricketesigepiúdiciò cheJohnnyWardlesaoffrire. Il cricket deve essere come OrazioegliEtruschi,oEttore e Achille. Se Ettore e Achille fossero due uomini qualsiasi che menano fendenti con la spada, la loro storia non avrebbe senso. Ma non sono due uomini qualsiasi: sono eroi possenti, i loro nomi sonoentratinellaleggenda.È contentoquando,allafinedel campionato, l’Inghilterra scaricaWardle. Wardle, naturalmente, serve con palle di cuoio. Lui nonhafamiliaritàconlepalle di cuoio: insieme ai suoi amicigiocaconunapallache chiamano «di sughero», ricavatadaunduromateriale grigio resistente ai sassi, che arrivano a strappare le cuciturediunapalladicuoio fino a ridurla a brandelli. Guardando Wardle da dietro la rete, sente per la prima volta nell’aria il singolare sibilo di una palla di cuoio mentresiavvicinaalbattitore. Gli capita la prima occasione di giocare su un vero e proprio campo da cricket. Un mercoledí pomeriggio organizzano una partita fra due squadre della scuola. Una vera e propria partita di cricket comporta veriepropripaletti,unveroe propriopitch,nessunbisogno di lottare perché arrivi il proprioturnoallabattuta. Arrivailsuoturno.Conil parastinchi sulla gamba sinistra,reggendolamazzadi suo padre che è troppo pesanteperlui,siavviaverso il centro del campo. È meravigliato di quanto è vasto.Èunpostograndiosoe solitario: gli spettatori sono cosí lontani che potrebbero anchenonesserci. Si mette in posizione sulla striscia di terra battuta ricoperta dalla stuoia in fibra di cocco verde e aspetta la palla. È questo il cricket. Dicono che è un gioco, ma perluièpiúrealedicasasua, piú reale addirittura della scuola. In questo gioco non c’è finzione, né misericordia, néunasecondaoccasione.Gli altri ragazzi, dei quali non conosce i nomi, sono tutti contro di lui. Hanno tutti lo stesso pensiero: interrompere il suo stato di piacere. Non proveranno un briciolo di rimorso quando lo avranno buttato fuori. Nel bel mezzo diquestaarenaimmensaluiè sotto processo, uno contro undici, e nessuno che lo protegga. Gli esterni si mettono in posizione. Deve concentrarsi, manonriesceasgombrarela testa da qualcosa di irritante: ilparadossodiZenone.Prima che la freccia centri il bersaglio deve giungere a metà strada; prima che possa giungere a metà strada deve giungere a un quarto di strada; prima che possa giungere a un quarto di strada… Cerca disperatamente di non pensarci; ma il fatto stesso di cercare di non pensarci lo agitaancoradipiú. Il lanciatore si avvicina correndo. Sente soprattutto il tonfo sordo degli ultimi due passi. Poi c’è uno spazio in cui l’unico suono che rompe il silenzio è il misterioso, innaturale fruscio della palla mentre roteando piomba su di lui. È questo che sceglie quando sceglie di giocare a cricket? Essere messo alla prova – una volta, un’altra ancora e ancora un’altra, finché non sbaglia – da una palla che giunge a lui distaccata, indifferente, spietata, concentrata a individuare il punto debole nella sua corazza, piú veloce di quanto si aspetta, troppo veloce perché lui riesca a liberarsi della confusione che ha nella mente, a formulare un pensiero, a decidere opportunamente cosa fare? E in mezzo a quei pensieri, in mezzo a quel disordine, la pallaarriva. Segna due punti battendo in uno stato confusionale e, poi, di sconforto. Esce dalla partita comprendendo meno che mai la nonchalance con cuigiocaJohnnyWardle,che chiacchiera e scherza tutto il tempo. Possibile che tutti i favolosi giocatori dell’Inghilterra siano cosí: Len Hutton, Alec Bedser, Denis Compton, Cyril Washbrook? Non riesce a crederci. Per lui, il cricket vero si può giocare solo in silenzio, in silenzio e in apprensione,conilcuoreche battesordonelpetto,labocca asciutta. Ilcricketnonèungioco.È verità.Se,comediconoilibri, è una prova di carattere, alloraèunaprovacheluinon sa come superare e, nel contempo, non sa come eludere. Davanti ai paletti, il segreto che riesce a nascondere altrove viene indagato e rivelato in modo implacabile.«Vediamounpo’ dicosaseifatto»,dicelapalla mentresibilaeruotanell’aria verso di lui. Alla cieca, confuso, spinge in avanti la mazza, troppo presto o troppotardi.Lapallavaoltre lamazza,oltreiparastinchi.È eliminato,nonhasuperatola prova,lohannoscoperto,non c’è altro da fare che nascondere le lacrime, coprirsi la faccia, tornare indietro, mesto, verso l’applausodicommiserazione dei compagni opportunamente ammaestrati. Sette. Sulla sua bicicletta c’è l’emblema della British Small Arms–duefuciliincrociatie l’etichetta «Smiths-Bsa». Ha comprato la bicicletta per cinque sterline, di seconda mano, con i soldi del suo ottavocompleanno.Èlacosa piú solida della sua vita. Quando gli altri bambini si vantanodiavereunaRaleigh, luiribattechehaunaSmiths. «Una Smiths? Mai sentito parlare della Smiths», dicono loro. Nulla è pari all’eccitazione di andare in bicicletta, inclinarsi tutti e tagliare le curve. Ogni mattina va a scuolainsellaallasuaSmiths, percorrendoilchilometroche separa Reunion Park dal passaggio a livello, quindi i due chilometri della strada tranquilla che fiancheggia la ferrovia. Le mattine d’estate sono le migliori. L’acqua mormora nei fossi lungo la strada,lecolombetubanotra gli eucalipti; ogni tanto un mulinello d’aria calda annuncia l’arrivo del vento che soffierà piú tardi, inseguendo folate di sottile polvered’argillarossadavanti allaruota. D’inverno deve uscire quandofaancorabuio.Conil fanalecheproiettaunalonedi luce davanti a lui, avanza nella foschia, fendendone la morbidezza vellutata, inspirandola, espirandola, senzaudirealtrocheilsoffice fruscio delle gomme. Certe mattine il metallo del manubrioècosífreddochele mani nude vi rimangono appiccicate. Cerca di arrivare a scuola presto. Gli piace avere l’aula tutta per sé, aggirarsi tra i banchi vuoti, salire, di nascosto, sulla pedana della cattedra. Ma non è mai il primo: due fratelli di De Doorns, il cui padre lavora perleferrovie,arrivanoconil treno delle sei. Sono poveri, cosí poveri che non possiedono né maglioni, né giacche, né scarpe. Ci sono altriragazzipovericomeloro, soprattutto nelle classi di afrikaans. Persino nei gelidi mattini invernali arrivano a scuola con indosso soltanto unaleggeracamiciadicotone e calzoncini di saia talmente strettichelelorocoscemagre ci si muovono dentro a stento. Le gambe abbronzate mostrano chiazze di freddo bianche come il gesso; si soffianosullemaniebattonoi piedi; hanno sempre il moccioalnaso. Una volta c’è un’epidemia di tigna e i fratelli di De Doorns arrivano con le teste rasate. Sul cranio nudo vede chiaramente le spire lasciate dalla tigna; sua madre gli raccomanda di non avere contatticonloro. Preferisce i calzoncini stretti a quelli larghi. I vestiti che gli compra sua madre sono sempre troppo larghi. Gli piace guardare le gambe brune, magre e lisce, fasciate in calzoncini stretti. Piú di tutto gli piacciono le gambe color miele dei ragazzi con i capelli biondi. I ragazzi piú belli, scopre con meraviglia, sono nelle classi di afrikaans, cosí come i piú brutti, quelli conlegambepeloseeilpomo d’Adamo e le pustole in faccia. I ragazzi afrikaner sono quasi come i meticci, pensa, integri e sconsiderati, vivono a briglia sciolta e poi di colpo, a una certa età, si guastano, la bellezza muore dentrodiloro. Bellezza e desiderio: è turbatodallesensazionichele gambe di questi ragazzi, lisce e perfette e inespressive, suscitano in lui. Cosa si può fare con le gambe oltre a divorarlecongliocchi?Ache serveildesiderio? I nudi scultorei della Children’s Encyclopaedia hanno su di lui lo stesso effetto: Dafne inseguita da Apollo; Persefone rapita da Ades.Ètuttaunaquestionedi forma, di perfezione della forma.Haideadicomesiaun corpo umano perfetto. Quando vede quella perfezione manifesta nel marmobianco,qualcosavibra dentro di lui; un abisso si spalanca; è sull’orlo del precipizio. Di tutti i segreti che lo rendono diverso, questo potrebbe essere il peggiore alla lunga. È l’unico in cui scorre questa oscura corrente erotica; in mezzo a tutta questainnocenzaenormalità, luièl’unicochedesidera. Eppure il linguaggio dei ragazziafrikanerèvolgare,da non crederci. Padroneggiano unagammadioscenitàcheva ben oltre la sua, parole come fokepielepoes,parolelacui pesantezzamonosillabicalofa indietreggiare sgomento. Come si scrivono? Finché non è in grado di scriverle non c’è modo di tenerle a bada nella mente. Fok si scrive con la v, cosa che la renderebbe piú venerabile, o con la f, che ne farebbe una parola autenticamente selvaggia, primordiale, sprovvista di ascendenti? Il dizionario non dice nulla, le parole non ci sono, nessuna diesse. Poicisonogatepoep-hole altre parole simili, scagliate avantieindietroinaccessidi insulti di cui non capisce la forza. Perché accoppiare il dietro del corpo con il davanti?Checos’hannoache vedere le parole legate a gat, cosí grevi e gutturali e nere, conilsesso,conlesuessoffici e invitanti? Sbarra la mente disgustato dinanzi alle parole legate al didietro, ma continua a cercare di decifrareilsignificatodieffies e FLs, cose che non ha mai visto ma che, in un modo o nell’altro, appartengono ai rapporti tra i ragazzi e le ragazzedelliceo. Eppurenonèignorante.Sa come nascono i bambini. Escono dal sedere della madre,lindiepulitiebianchi. Cosí gli ha detto sua madre qualche anno fa, quando era piccolo. Le crede, non ha dubbi: è orgoglioso che gli abbia detto la verità sui bambini cosí presto, quando gli altri venivano ancora liquidati con un sacco di frottole.Èunsegnodiquanto siadilarghevedute,diquanto la loro famiglia sia di larghe vedute. Anche suo cugino Juan,chehaunannomenodi lui, conosce la verità. Suo padre, d’altro canto, è imbarazzato e brontola quando si parla di bambini e da dove vengono; ma questo dimostra una volta di piú quanto la famiglia di suo padresiaretrograda. I suoi amici sostengono un’altra versione: i bambini vengonofuoridall’altrobuco. Lui sa in astratto dell’esistenzadiunaltrobuco, in cui entra il pene e da cui escel’urina.Manonhasenso che i bambini vengano fuori da quel buco lí. Il bambino, dopotutto, si forma nella pancia. Perciò ha senso che vengafuoridalsedere. Quindi lui fornisce argomentiafavoredelsedere mentre i suoi amici ne forniscono a favore dell’altro buco, la poes. È intimamente convinto di avere ragione. È una cosa che rientra nella fiduciatraluiesuamadre. Otto. Sta attraversando con sua madre un lotto di terreno demanialevicinoallastazione ferroviaria. È con lei e nello stesso tempo separato da lei, nonlatienepermano.Come sempre, è vestito di grigio: maglione grigio, calzoncini grigi, calze grigie. In testa ha un berretto blu marin con il distintivo della scuola elementare maschile di Worcester: la vetta di una montagna circondata dalle stelle, e il motto PER ASPERA ADASTRA. Èsoltantounbambinoche cammina accanto alla madre: èprobabilechevistodafuori abbia un aspetto del tutto normale. Ma lui si vede zampettarle intorno come uno scarabeo, zampettare nervosamenteintondoconil nasorasoterra,legambeele braccia che si muovono su e giú. In effetti non riesce a pensare a nulla di sé che stia fermo. La sua mente, in particolare, saetta sempre di qua e di là, con un’ impazienza e una forza di volontàtuttasua. È il posto dove una volta all’anno il circo pianta il tendone e parcheggia le gabbie in cui i leoni sonnecchiano nella paglia puzzolente. Ma oggi è soltanto un lotto di argilla rossa, compatta e dura come roccia,dovenoncrescel’erba. Ci sono anche altre persone, altri passanti, in questo caldo e luminoso sabato mattina. Uno è un bambino della sua età che attraversa trotterellando il terreno in diagonale. Non appena lo vede, capisce che questo bambino sarà importante per lui, importanteoltreognimisura, non perché sia qualcuno di particolare (forse non lo rivedrà mai piú), ma per i pensieri che man mano si formano nella sua testa, che erompono da lui come uno sciamediapi. Il bambino non ha niente di insolito. È meticcio, ma ci sono meticci dappertutto. Indossaunpaiodicalzoncini cosí corti che gli aderiscono perfettamente ai bei glutei lasciando quasi nude le cosce magre brune come l’argilla. Nonhalescarpe;èprobabile che le piante dei suoi piedi siano cosí dure che anche se calpestasse una spina di duwweltjie si limiterebbe a fermarsi, chinarsi e passarsi una mano sul piede per toglierla. Ci sono centinaia di bambini come lui, migliaia, anche migliaia di bambine, convestitinicortichelasciano scoperte le gambette magre. Vorrebbe tanto avere gambe bellecomeleloro.Congambe simili fluttuerebbe sulla terra come quel bambino, sfiorandolaappena. Il bambino si trova a una decina di passi da loro. È assortoneisuoipensieri,non li guarda nemmeno. Il suo corpo è perfetto e integro, quasi fosse uscito dal suo guscio soltanto ieri. Come mai bambini cosí, maschi e femmine senza l’obbligo di andare a scuola, liberi di girovagare lontano dagli occhi vigili dei genitori e di fare ciò che vogliono con il propriocorpo,comemainon celebrano festini di delizie erotiche? La risposta è forse che sono troppo innocenti per sapere di quali piaceri potrebbero godere, e che soltanto anime oscure e colpevoli conoscono simili segreti? Ècosícheprocedesempre l’interrogatorio. Dapprima vaga incerto, ma alla fine, puntualmente, si fa piú serrato, deciso e gli punta il dito contro. È sempre lui a dare l’avvio alla catena di pensieri, ma è sempre il pensiero a sottrarsi al suo controllo e a tornare ad accusarlo. La bellezza è innocenza; l’innocenza è ignoranza; l’ignoranza è ignoranza del piacere; il piacere è colpevole; lui è colpevole. Questo ragazzino, con il suo corpo fresco, intatto, è innocente, mentre lui, dominato dai suoi desiderioscuri,ècolpevole.In realtà,lungoquestocammino è giunto in vista della parola perversione,conilsuofremito oscuro, complesso: comincia con l’enigmatica p, che può voler dire qualsiasi cosa, poi, d’un tratto, passando per la truce r, precipita nella vendicativa v. Non un’accusa bensí due. Le due accuse s’intersecano, e lui si trova al punto d’intersezione, nel mirino. Giacché colui che oggi gli pone sulle spalle il fardellodell’accusanonsoloè innocente e leggero come un cervo mentre lui è cupo e greveecolpevole:èancheun meticcio, il che significa che non ha soldi, vive in un buio tugurio,hafame;significache sesuamadredovessegridare: «Ehi, ragazzo!» e fargli un cenno, come è ben capace di fare, lui non avrebbe altra scelta che fermarsi di colpo, avvicinarsi e fare qualsiasi cosa lei ordini (portare il cesto della spesa, per esempio),eallafinericevereil soldino nelle mani a coppa e mostrare pure gratitudine. E selui,poi,dovessearrabbiarsi con sua madre, lei si limiterebbe a sorridere e a dire:«Macisonoabituati!» Cosí,questoragazzinoche, inconsapevole,siètenutoper tuttalavitalungoilcammino della natura e dell’innocenza, questo ragazzino povero e dunque buono, come sempre lo sono i poveri nelle fiabe, sottile come un’anguilla e veloce come una lepre, e che potrebbe sconfiggerlo facilmenteinqualsiasigaradi corsaodiabilitàconlemani, questoragazzino,cheperluiè un biasimo vivente, deve tuttavia sottostare a lui in modi che lo imbarazzano al punto che lui si sente a disagio e, stringendosi nelle spalle, non vorrebbe nemmeno piú guardarlo, nonostantelasuabellezza. Eppure non è possibile liquidarlo. È possibile liquidare i nativi, forse, ma non i meticci. Ci si può sbarazzare dei nativi perché sono venuti dopo, sono invasori arrivati dal nord che nonhannoildirittodiessere qui. I nativi che si vedono a Worcester sono, per lo piú, uomini vestiti con vecchi pastrani dell’esercito, che fumano pipe curve, vivono lungoibinaridellaferroviain baracche minuscole a forma ditenda,costruiteconfoglidi lamiera ondulata, uomini la cui forza e pazienza sono leggendarie.Sonostatiportati qua perché non bevono, a differenzadeimeticci,perché sono in grado di fare lavori pesanti sotto il sole cocente, mentre i meticci, piú deboli ed evanescenti, crollerebbero. Sono uomini senza donne, senza figli, che arrivano dal nulla e possono essere fatti sparirenelnulla. Ma nei confronti dei meticci un simile atteggiamento non è possibile. I meticci sono stati generati dai bianchi, da Jan Van Riebeeck, e dagli ottentotti: questo è chiaro, persino nel linguaggio velato del suo manuale di storia. Forse è anche peggio di cosí, purtroppo.PerchénelBoland chivienechiamato«meticcio» nonèilpronipotediJanVan Riebeeck né di nessun altro olandese. È abbastanza esperto di fisiognomica, lo è sempre stato per quel che ricorda,dasaperecheinloro non c’è una sola goccia di sangue bianco. Sono ottentotti puri e incontaminati. Non solo appartengono alla terra, la terraappartienealoro,èloro, loèsemprestata. Nove. Una delle comodità di Worcester, una delle ragioni, secondo suo padre, per cui è meglio vivere qui che a Città del Capo, è che è molto piú facile fare la spesa. Il latte lo consegnano a domicilio tutte le mattine prima dell’alba; bastafareunatelefonatae,un paio d’ore dopo, l’uomo di Schochat è già alla porta con la carne e il resto. Piú semplicedicosí. L’uomo di Schochat, il garzone, è un nativo che conosce solo qualche parola diafrikaanseneppureunadi inglese. Indossa una linda camicia bianca, un farfallino, scarpe bicolori e un berretto alla Bobby Locke. Si chiama Josias. I suoi genitori ne disapprovanolacondottaelo considerano uno di quei nativi inconcludenti della nuova generazione che spendono tutta la paga in bei vestitisenzapensarealfuturo. Quando sua madre non è in casa, lui e suo fratello ricevono da Josias la roba ordinata, ripongono i generi di drogheria sugli scaffali della cucina e la carne nel frigorifero. Se c’è il latte condensato, se ne appropriano subito come fosse il bottino di una razzia. Fannoduebuchinellalattina e a turno succhiano finché non ce n’è piú. Quando la madre rincasa, fanno finta chenonc’era,oppurechel’ha rubatoJosias. Non è sicuro che lei creda alla bugia. Ma non si sente particolarmente in colpa per questoinganno. I vicini si chiamano Wynstra. Hanno tre figli, il maggiore ha il ginocchio valgo e si chiama Gysbert, mentreiduegemelli,Ebened Ezer, sono troppo piccoli per andare a scuola. Lui e suo fratello prendono in giro Gysbert Wynstra perché ha un nome ridicolo e per il modo molle, indifeso, in cui corre. Decidono che è un idiota, un deficiente, e gli dichiarano guerra. Un pomeriggio prendono la mezza dozzina di uova che il garzone di Schochat ha appena consegnato, la scagliano contro il tetto della casa dei Wynstra, e si nascondono.IWynstranonsi fannovederema,viaviacheil sole asciuga le uova fracassate,essesitrasformano inorribilichiazzegialle. Il piacere di lanciare un uovo, tanto piú piccolo e leggero di una palla da cricket, di vederlo volare nell’aria,rotolareperbene,di udirne lo scricchiolio sommesso quando urta il tetto gli rimane dentro a lungo. Eppure in quel suo piacerec’èunapuntadisenso di colpa. Non riesce a non pensare che stanno giocando col cibo. Con che diritto usa le uova come fossero giocattoli?Checosadirebbeil garzone di Schochat se sapessechehannobuttatovia leuovacheluihaportatofin lí in bicicletta? Ha la sensazione che il garzone di Schochat, che tutti chiamano «boy»,ecioè«ragazzo»,anche se in realtà non è un ragazzo bensí un uomo fatto, non si cura cosí tanto della propria immagine, nonostante il berrettoallaBobbyLockeeil farfallino, al punto da essere indifferente.Halasensazione che disapproverebbe nel modo piú assoluto e non esiterebbe a dirlo. «Come potete fare una cosa simile quando ci sono bambini che patiscono la fame?» direbbe nel suo afrikaans sgrammaticato; e loro non saprebbero che rispondere. Forse in qualche altra parte delmondoèpossibilelanciare le uova (in Inghilterra, per esempio,sachelancianouova alla gente condannata alla gogna);mainquestopaeseci sonogiudicichegiudicanoin baseacriteridirettitudine.In questo paese non si può essere sconsiderati quando si trattadicibo. Josias è il quarto nativo che conosce nella sua vita. Il primo, che ricorda solo vagamente con indosso un pigiama azzurro tutto il giorno, era il ragazzo che lavava le scale del caseggiato in cui vivevano a Johannesburg. La seconda è stata Fiela a Plettenberg Bay, la lavandaia. Fiela era nerissimaemoltovecchia,era sdentata e faceva lunghi discorsi sul passato in un bell’inglese fluido. Veniva da Sant’Elena, diceva, dove era stata schiava. Anche il terzo era di Plettenberg Bay. C’era statounfortetemporaleeuna nave era affondata; il vento, cheavevasoffiatopergiornie notti,cominciavaasmorzarsi. Era sulla spiaggia con sua madre e suo fratello a ispezionareimucchidirelitti e alghe spinti a riva, quando unvecchioconlabarbagrigia euncollaredaecclesiasticosi era avvicinato con l’ombrello in mano e aveva rivolto loro laparola.–L’uomocostruisce grandi barche di ferro, – aveva detto, – ma il mare è piú forte. Il mare è piú forte diqualsiasicosal’uomosiain gradodicostruire. Quando furono nuovamente soli, sua madre disse: – Dovete ricordare ciò che ha detto. È un vecchio saggio –. È l’unica volta che l’ha sentita usare la parola saggio,perquelchericorda;a direilveroèl’unicavoltache ha sentito quella parola al di fuori dei libri, per quel che ricorda. Ma non è soltanto la parola antiquata a colpirlo. È possibile rispettare i nativi, è questo che sua madre sta dicendo.Èungrandesollievo sentire quelle parole, averne conferma. Nelle storie che hanno lasciato in lui il segno piú profondo,èilterzofratello,il piúumileederiso,adaiutare la vecchia con il carico pesante sulle spalle o a togliere la spina dalla zampa delleone,dopocheilprimoe il secondo sono passati oltre con fare sprezzante. Il terzo fratello è gentile, onesto e coraggioso,mentreilprimoe il secondo sono presuntuosi, arroganti, poco caritatevoli. Alterminedellastoriailterzo fratello viene incoronato principe,mentreilprimoeil secondocadonoindisgraziae vengonoallontanati. Ci sono bianchi, meticci e nativi,e,tratutti,inativisono i piú malmessi e derisi. Al parallelononsipuòsfuggire:i nativisonoilterzofratello. A scuola imparano, in continuazione, anno dopo anno, chi erano Jan Van Riebeeck, Simon var der Stel, Lord Charles Somerset e Piet Retief. Dopo Piet Retief è la volta delle Guerre Cafre, quando i cafri calarono sui confini della Colonia e bisognò respingerli; ma le GuerreCafresonocosítante, confuse e difficili da distinguere che non sono tenutiaportarleagliesami. Sebbene agli esami dia risposte esatte alle domande di storia, non saprebbe spiegare in modo per lui soddisfacenteperchéJanVan Riebeeck e Simon Van der Stel fossero tanto buoni mentre Lord Charles Somerset tanto cattivo. Né i capi del Grande Trek gli piacciono come dovrebbero, tranneforsePietRetief,chefu assassinatodopocheDingaan riuscí con l’astuzia a fargli lasciare il fucile fuori del kraal. Andries Pretorius, Gerrit Maritz e gli altri gli ricordano gli insegnanti del liceo o gli afrikaner della radio: arrabbiati, testardi, tuttiminacceechiacchieresu Dio. Alla Guerra Boera non arrivano, a scuola, almeno non nelle classi di inglese. Si dice invece che la Guerra Boera venga insegnata nelle classi di afrikaans – con il nome di Tweede Vryheidsoorlog, Seconda Guerra di Liberazione – ma non è materia d’esame. Essendo un argomento delicato, ufficialmente la GuerraBoeranonfapartedel programma. Anche i suoi genitori non la nominano mai, non si pronunciano mai su chi aveva ragione e chi torto. Tuttavia, sua madre ripete una storia che le ha narrato la sua, di madre. Quando i boeri arrivarono alla loro fattoria, raccontava sua madre, chiesero cibo e denaro, e pretesero di essere serviti. Quando invece arrivarono, i soldati inglesi dormirono nella stalla, non rubarono niente e, prima di andarsene, ringraziarono cortesigliospiti. Gli inglesi, con i loro generali altezzosi, arroganti, sono i cattivi della Guerra Boera. Sono anche stupidi, perché indossano uniformi rosse che li rendono facile bersaglio dei tiratori scelti boeri. Nelle storie su quella guerra si suppone che uno si schieri per i boeri, che combattevano per la libertà contro lo strapotere dell’impero britannico. Lui, invece,preferiscenonprovare simpatiaperiboeri,nonsolo per via delle lunghe barbe e dei loro vestiti orribili, ma anche perché si nascondevano dietro le rocce e tendevano imboscate; preferisce provare simpatia piuttosto per gli inglesi, che andavanoincontroallamorte al suono acuto delle cornamuse. A Worcester gli inglesi sono una minoranza, a Reunion Park una piccola minoranza. A parte lui e suo fratello, che sono inglesi solo per modo di dire, ci sono soltanto due ragazzi inglesi: Rob Hart e un piccoletto asciutto, Billy Smith, il cui padre lavora per le ferrovie e la cui pelle si squama tutta a causa di una malattia (sua madre gli proibisce assolutamente di toccare i piccoliSmith). Quando si lascia scappare che Miss Oosthuizen picchia Rob Hart, sembra che i suoi intuiscano subito il perché. Miss Oosthuizen appartiene alclandegliOosthuizen,tutti nazionalisti; il padre di Rob Hart,chepossiedeunnegozio di ferramenta, è stato consigliere comunale dello UnitedPartyfinoalleelezioni del1948. Isuoigenitoriscuotonola testa quando parlano di Miss Oosthuizen. La considerano una persona irritabile, poco equilibrata; disapprovano i capellitinticonl’henné.Sotto Smuts, dice suo padre, si sarebbe fatto qualcosa se un insegnante avesse portato la politica nella scuola. Anche suo padre vota per lo United Party. A dire il vero, quando Malan sconfisse Smuts nel 1948, suo padre perse il lavoro a Città del Capo, il lavoroelaqualificadicuisua madre era tanto fiera – «sovrintendente alle locazioni». È stata colpa di Malan se hanno dovuto lasciarelacasadiRosebank,a cui ripensa con tanta nostalgia,lacasaconilgrande giardino incolto e l’osservatorio con il tetto a cupolaeleduecantine,seha dovuto lasciare la scuola elementare di Rosebank e tutti i suoi amici per venire qui a Worcester. A Città del Capo suo padre andava a lavorare di mattina con un elegante abito a doppio petto eunaventiquattr’oredipelle. Quando gli altri bambini gli chiedevano cosa facesse suo padre, lui poteva rispondere: «È sovrintendente alle locazioni», e loro tacevano pienidirispetto.AWorcester illavorodisuopadrenonha nome.–Miopadrelavoraper la Standard Canners, – deve dire. – Ma cosa fa? – Lavora inufficio,tieneilibri,–deve dire un po’ incerto. Non ha idea di che cosa significhi «tenereilibri». La Standard Canners produce pesche Alberta in scatola, pere Bartlett in scatolaealbicoccheinscatola. La Standard Canners inscatola piú pesche di qualsiasi altra azienda conserviera del paese: è famosaperquesto. Nonostantelasconfittadel 1948 e la morte del generale Smuts, suo padre rimane fedele allo United Party: fedele ma pessimista. L’avvocato Strauss, il nuovo leader dello United Party, è soltanto l’ombra di Smuts; con Strauss lo United Party non ha nessuna speranza di vincere le prossime elezioni. Inoltreinazionalistisistanno assicurando la vittoria ritracciando i confini delle circoscrizioni elettorali per favorire i propri sostenitori nelplatteland,lecampagne. –Perchénonfannoniente al riguardo? – chiede a suo padre. –Chi?–dicesuopadre.– Chi può fermarli? Possono fare quel che vogliono, ora chesonoalpotere. Non vede la ragione di indire le elezioni se il partito che vince può cambiare le regole. È come se il battitore avesse la facoltà di decidere chipuòlanciarelapallaechi no. Suopadreaccendelaradio all’oradelnotiziario,malofa soltanto per ascoltare i risultatidellepartite,quelledi cricket d’estate, quelle di rugbyd’inverno. Un tempo il notiziario veniva trasmesso dall’Inghilterra, prima che i nazionalisti andassero al potere. All’inizio si sentiva God Save the King, poi i sei beep del segnale orario di Greenwich, quindi l’annunciatore diceva: «Qui Londra, notizie del giornale radio», e leggeva le notizie di tuttoilmondo.Oranonèpiú cosí. «Radio Sudafrica», dice l’annunciatore, e si lancia nel lungo resoconto di ciò che Malan ha detto in parlamento. Ciò che odia maggiormente di Worcester, ciò che piú di ogni altra cosa glifavenirevogliadifuggire, è la rabbia e il risentimento che sente serpeggiare tra i ragazzi afrikaner. Teme e detesta i massicci ragazzi afrikaner scalzi, nei loro stretti calzoni corti, soprattutto quelli piú grandi che, se solo potessero, ti porterebbero in qualche luogo appartato del veld per violarti in vari modi lascivi cuihasentitoalludere:borsel, peresempio,che,daquelche capisce,consisteneltirartigiú le mutande, passarti il lucido dascarpesullepalle(perchéle palle? perché il lucido da scarpe?) e mandarti a casa mezzonudoepiagnucolante. C’è un’usanza comune a tutti i ragazzi afrikaner, a quanto pare, diffusa dagli insegnanti tirocinanti che vengono a visitare la scuola; haachefareconl’iniziazione e ciò che succede durante l’iniziazione. I ragazzi afrikaner ne parlano a bassa voce tra loro con la stessa eccitazione con cui parlano delle percosse. Ciò che riesce asentirelodisgusta:andarein giro con un pannolino per neonati, per esempio, o bere urina. Se per diventare insegnanti bisogna passare attraverso cose del genere, si rifiutadifarel’insegnante. Si dice che il governo voglia costringere tutti i bambini con un cognome afrikaner a trasferirsi nelle classi di afrikaans. I suoi genitori ne parlano con voce sommessa; è evidente che sono preoccupati. Quanto a lui, è terrorizzato al pensiero didoverpassareinunaclasse di afrikaans. Dice ai genitori chenonobbedirà.Sirifiuterà di andare a scuola. Loro cercano di calmarlo. «Non succederà niente», dicono. «Sono soltanto chiacchiere. Passeranno anni prima che facciano qualcosa». Ma non riesconoarassicurarlo. Sarà compito degli ispettori scolastici, apprende, allontanare i falsi scolari inglesi dalle classi di inglese. Vivenelterroredelgiornoin cui l’ispettore arriverà, farà scorrere il dito sul registro, pronuncerà il suo nome e gli dirà di riporre i libri nella cartella.Haunpianoperquel giorno, lo ha elaborato con cura. Riporrà i libri nella cartella e lascerà l’aula senza protestare. Ma non andrà nella classe di afrikaans. Con tutta calma, in modo da non attirarel’attenzione,siavvierà invece verso la rimessa delle biciclette,monteràsullasuae correrà a casa cosí in fretta che nessuno riuscirà a prenderlo. Poi chiuderà a chiave la porta d’ingresso e dirà a sua madre che non tornerà a scuola, che se lei lo tradiràluisiucciderà. Nellasuamenteèimpressa un’immagine di Malan. La testa rotonda, calva di Malan è incapace di comprendere e diaveremisericordia.Lagola gli pulsa come quella di una rana. Tiene le labbra imbronciate. Non ha dimenticato la prima legge di Malan nel 1948: la messa al bando dei fumetti di Superman e Captain Marvel, l’autorizzazionealeggeresolo fumetti con personaggi del mondo degli animali, fumetti intesi a mantenerti bambino, e in grado di passare la dogana. Pensa alle canzoni in afrikaans che devono cantare ascuola.Ègiuntoaodiarleal punto che, mentre cantano, vorrebbe urlare e strepitare e fare peti, soprattutto durante Kom ons gaan blomme pluk, con tutti quei bambini che fanno capriole nei campi tra cinguettiidiuccellinieinsetti vispi. Un sabato mattina si allontana da Worcester in bicicletta con due amici e si avvia lungo la strada per De Doorns. Mezz’ora dopo non vedonopiúl’abitato.Lasciano lebicisulcigliodellastradae si arrampicano su per le colline. Trovano una grotta, accendono un fuoco e mangiano i tramezzini che hanno portato con sé. All’improvviso appare un ragazzo afrikaner gigantesco, truculento,incalzoncinicolor cachi. – Wie het julle toestemming gegee? – Chi vi hadatoilpermesso? Rimangono ammutoliti. Unagrotta:c’èbisognodiun permesso per entrare in una grotta? Cercano di inventarsi qualche frottola, ma non serveaniente.–Jullesalhier moetblytotdatmypakom,– annuncia il ragazzo. Dovete aspettare qui finché non arriva mio padre. Accenna a unlat,unostrop:una«verga», una «cinghia»; daranno loro unabellalezione. È stordito dalla paura. Verrannopicchiatilí,nelveld, dove non si può chiedere aiuto a nessuno. Non c’è via discampo.Ilfattoèchesono colpevoli, lui piú di tutti. È stato lui ad assicurare agli altri, mentre si arrampicavano sullo steccato, che non poteva trattarsi di una tenuta, che era solo veld. È lui il capobanda, è stata un’idea sua fin dall’inizio, non si può scaricare la colpa sunessunaltro. L’agricoltorearrivaconun cane, un pastore tedesco dall’aria scaltra, gli occhi gialli. Di nuovo le domande, stavolta in inglese, domande senza risposta. Con che diritto sono lí? Perché non hanno chiesto il permesso? Bisogna accampare di nuovo le stesse patetiche, stupide scuse: non lo sapevano, pensavanofosseveld.Giuraa sestessochenonfaràmaipiú unerroresimile.Maipiúsarà cosí stupido da arrampicarsi su uno steccato pensando di farla franca. «Stupido! – si dice. – Stupido, stupido, stupido!» L’agricoltore,però,nonha conséunlat, né una cinghia o una frusta. – È il vostro giorno fortunato, – dice. Rimangonoinchiodatidovesi trovano, non capiscono. – Andatevene. Stando attenti a non correre per il timore che il cane li insegua abbaiando e sbavando, scendono inebetiti ilpendiodellacollina,finoal puntoincuihannolasciatole biciclette sul ciglio della strada.Nontrovanonienteda dire per riscattare quell’esperienza.Gliafrikaner non si sono nemmeno comportati male. Sono loro chehannoperso. Dieci. Di primo mattino i bambini meticci trotterellano lungo la statale con astucci e quaderni, alcuni addirittura con la cartella a tracolla, diretti a scuola. Ma sono bambini piccoli, molto piccoli; quando raggiungono lasuaetà,diecioundicianni, si sono ormai lasciati alle spalle la scuola e hanno cominciato a guadagnarsi il pane. Per il suo compleanno, invece di organizzargli una festa, gli danno dieci scellini perché porti fuori i suoi amici. Lui invita i suoi tre migliori amici al Globe Café; si siedono a un tavolino dal ripianodimarmoeordinano bananesplitogelaticonnoci e frutta, cioccolata calda e panna montata. Si sente un principe a dispensare piaceri a quel modo; sarebbe un successone se tre cenciosi bambini meticci non guastassero la festa standosene lí a guardarli davantiallavetrina. Sui loro volti non vede nemmeno l’ombra dell’odio che, è pronto a riconoscere, lui e i suoi amici si meritano perilfattodiaveretantisoldi mentre loro sono poveri in canna. E invece sono come bambinialcirco,bevonoogni cosa con gli occhi, completamenteassorti,nonsi perdononulla. Se lui fosse un altro chiederebbe al portoghese con i capelli impomatati, proprietario del Globe Café, di mandarli via. È del tutto normale scacciare i piccoli mendicanti.Bastacontrarreil volto in una smorfia, agitare lebracciaegridare:«Voetsek, hotnot! Loop! Loop!» quindi girarsi verso chi ti sta guardando, amico o estraneo chesia,espiegare:«Hullesoek net iets om te steel. Hulle is almal skelms». Guardano se possono rubare qualcosa. Sono tutti dei ladri. Ma se si alzasse e andasse dal portoghese, che cosa gli direbbe? «Mi stanno guastando il compleanno, non è giusto, mi fa male al cuore vederli?» Qualunque cosasucceda,cheliscaccinoo meno, è troppo tardi, sente giàmalealcuore. Per lui gli afrikaner sono sempre infuriati perché sentonomalealcuore.Perlui gli inglesi non si infuriano perchévivonodietrounmuro e custodiscono bene il propriocuore. È soltanto una delle sue teorie sugli inglesi e sugli afrikaner. Chi rovina tutto, purtroppo,èTrevelyan. Trevelyan era uno degli inquilini che alloggiavano da loro nella casa di Liesbeeck Road,aRosebank,lacasacon lagrandequercianelgiardino suldavantidoveluierafelice. Trevelyan aveva la camera migliore, quella con le portefinestre che si aprivano sullo stoep. Era giovane, era alto, era cordiale, non sapeva una parola di afrikaans, era inglese fino al midollo. Al mattino Trevelyan faceva colazione in cucina prima di andare al lavoro; la sera tornava e cenava con loro. Tenevalasuacamerachiusaa chiave, ma l’ingresso era comunque vietato; dentro, a ogni modo, non c’era niente di interessante a parte un rasoio elettrico di fabbricazioneamericana. Suo padre, sebbene piú vecchio di Trevelyan, aveva fatto amicizia con lui. Il sabatoascoltavanoinsiemeC. K. Friedlander che faceva la radiocronaca delle partite di rugbydaNewlands. PoiarrivòEddie.Eddieera un bambino meticcio di sette anni che proveniva da Ida’s Valley, vicino a Stellenbosch. Era venuto a lavorare per loro:lamadrediEddiesiera accordataconziaWinnie,che viveva a Stellenbosch. Eddie avrebbedovutolavareipiatti, spazzare e pulire la casa, e in cambio avrebbe avuto vitto e alloggio presso di loro a Rosebank,mentreilprimodi ognimesesuamadreavrebbe ricevuto un vaglia postale di duesterlineedieciscellini. Dopo due mesi a Rosebank, Eddie scappò via. Scomparve durante la notte; lasuaassenzavennescoperta l’indomani mattina. Chiamarono la polizia; Eddie venne ritrovato non molto lontano, nascosto tra i cespugli lungo il Liesbeeck River. Non fu la polizia a ritrovarlo bensí Trevelyan; lo trascinòindietrochepiangeva escalciava,senzapudore,elo rinchiuse a chiave dentro il vecchio osservatorio nel giardinosulretro. Ovviamente a quel punto eranecessariorispedireEddie a Ida’s Valley. Ora che non doveva piú fingere di essere contentoavrebbeapprofittato della minima occasione per scappare.L’apprendistatonon eraservitoanulla. Ma prima ancora di telefonare a zia Winnie a Stellenbosch bisognava risolvere la questione del castigoperilfastidioarrecato daEddie:perilfattochesiera dovuto chiamare la polizia, perilsabatomattinarovinato. Fu Trevelyan a offrirsi di impartireilcastigo. Mentre i due erano nell’osservatorio, lui sbirciò dentro. Trevelyan teneva Eddie fermo per i polsi e lo percuoteva sulle gambe nude con una cinghia di cuoio. C’eraanchesuopadre;stavaa guardare un po’ in disparte. Eddie urlava e si dimenava tutto, bagnato di lacrime e moccio. – Asseblief, asseblief, my baas, – gridava, – ek sal nie weer nie! – Non lo faccio piú! Poi i due lo videro e gli fecerocennodiandarsene. Il giorno dopo i suoi zii arrivarono da Stellenbosch a bordo della loro Dkw nera per riportare Eddie da sua madre a Ida’s Valley. Non ci furonoaddii. Dunque era stato Trevelyan, un inglese, a picchiare Eddie. In effetti Trevelyan,rubicondoegiàun po’ grassottello, diventava ancor piú rubicondo via via che percuoteva Eddie con la cinghia; inoltre grugniva a ogni colpo, lasciando che dentro di lui la collera montasse non diversamente da un qualsiasi afrikaner. Come far rientrare, dunque, Trevelyan nella sua teoria, secondo la quale gli inglesi sonobuoni? Nei confronti di Eddie ha ancora un debito di cui non ha mai parlato con nessuno. Dopo aver comprato la bicicletta Smiths con i soldi del suo ottavo compleanno e aver scoperto che non ci sapevaandare,erastatoEddie aspingerlolungoilRosebank Common impartendogli ordini finché d’un tratto non era riuscito a mantenersi in equilibrio. Quella prima volta aveva descritto un cerchio molto ampio, pedalando forte sul suolo sabbioso fino al punto in cui Eddie lo stava aspettando. Eddie era tutto eccitato, non faceva che saltare su e giú. – Kan ek ’n kans kry? – chiedeva a gran voce. Posso fare un giro? Lui gli aveva dato la bicicletta. Non c’era stato bisogno di spingerlo: Eddie era partito velocecomeilvento,rittosui pedali, la vecchia giacca blu marin che gli svolazzava dietro; sapeva andare in biciclettamoltomegliodilui. Ricorda di aver fatto la lotta con Eddie sul prato. SebbeneEddieavessesoltanto sette mesi piú di lui, e non fossepiúalto,avevaunaforza asciuttaeunadeterminazione che ne facevano sempre il vincitore. Il vincitore, ma cauto nella vittoria. Solo per un istante, quando vedeva l’avversario con la schiena a terra, impotente, si permetteva una smorfia di trionfo; poi si allontanava rotolando sull’erba e si metteva di nuovo in posizione, la guardia bassa, pronto per il round successivo. L’odoredelcorpodiEddie se lo porta addosso fin da questi incontri, cosí come la sensazione della testa sotto le sue mani, il cranio allungato, a forma di proiettile, e i capellicortissimi,ispidi. Hannolatestapiúduradei bianchi,dicesuopadre.Èper questo che sono cosí bravi nella boxe. Per la stessa ragione, dice suo padre, non saranno mai bravi a rugby. Nel rugby bisogna avere riflessi pronti, non si può esserezucconi. C’è un momento, mentre fanno la lotta, in cui le sue labbraeilsuonasopremono contro i capelli di Eddie. Lui inspira l’odore, il gusto: l’odore,ilgustodifumo. Ogni fine settimana Eddie doveva fare il bagno, ritto in una bacinella nel gabinetto dei domestici, e lavarsi con unostraccioinsaponato.Una volta lui e il fratello avevano trascinato un bidone sotto la finestrella e ci si erano arrampicati per sbirciare dentro. Eddie era nudo, non fosse stato per la cintura di cuoio che aveva ancora indosso, alla vita. Vedendo le due facce nel riquadro della finestra, aveva sorriso e gridato:–Hê!–eavevaanche accennato qualche passo di danza, spruzzando l’acqua tutt’intornosenzacoprirsi. – Eddie non si è tolto la cintura quando ha fatto il bagno,–avevadettopiútardi asuamadre. – Lascia che faccia come glipare,–gliavevarisposto. Non è mai stato a Ida’s Valley,ilpaesediEddie.Selo immagina come un posto freddo, umido. Nella casa della madre di Eddie non c’è la luce elettrica. Dal tetto entra acqua, tutti non fanno chetossire.Quandosiescedi casa bisogna saltare di sasso in sasso per evitare le pozzanghere.Chesperanzeha Eddie ora che è tornato a Ida’sValley,oracheècaduto indisgrazia? –Checosapensichefaccia Eddie adesso? – chiede a sua madre. – È di sicuro al riformatorio. –Perchéalriformatorio? –Lagentecomeluifinisce sempre al riformatorio, e poi ingalera. Non capisce perché sua madre sia cosí aspra nei confronti di Eddie. Non capisce perché diventi cosí aspra, tutte le volte che sotto lasferzadenigratoriadellasua lingua passano le cose piú disparate:imeticci,ifratellie lesorelle,ilibri,l’istruzione,il governo. Non gli importerebbe tanto cosa lei pensi di Eddie se non cambiasse idea ogni giorno. Quando però lei sferra fendenti a quel modo, ha la sensazione che la terra gli si sbriciolisottoipiedietemedi cadere. PensaaEddieconindosso la sua giacca vecchia, acquattato per nascondersi dallapioggiachesemprecade a Ida’s Valley, intento a fumare un mozzicone di sigaretta, in compagnia degli altri ragazzi meticci. Lui ha dieci anni ed Eddie, a Ida’s Valley, ha dieci anni. Per un po’Eddieavràgiàundicianni quando lui ne avrà ancora dieci; poi anche lui ne compirà undici. Dovrà sempre rincorrerlo: raggiungeràEddieperunpo’, poi si ritroverà di nuovo un passo indietro. Per quanto tempo? Riuscirà mai a sfuggire a Eddie? Se un giorno si incontrassero per strada, Eddie, nonostante le bevuteelecanne,nonostante lagaleraeilcuoreindurito,lo riconoscerà, lo fermerà gridando:«Joumoer!» In quell’istante, nella casa di Ida’s Valley con il tetto da cui entra acqua, rannicchiato sottounacopertapuzzolente, con indosso ancora la stessa giacca, lo sa, Eddie pensa a lui. Nel buio gli occhi di Eddiesonoduefessuregialle. Sa per certo una cosa: Eddie nonavràpietàdilui. Undici. Hanno pochi contatti socialialdifuoridellacerchia dei parenti. Le volte in cui qualche estraneo va da loro, lui e suo fratello sgattaiolano viacomeanimaliselvatici,poi ritornano furtivi per appostarsiaorigliaredietrole porte. Hanno anche fatto dei buchi nel soffitto da cui spiare, cosí possono arrampicarsi nell’intercapedine sotto il tetto e sbirciare in soggiorno dall’alto. La madre è imbarazzata per i rumori che fanno strisciando. «Sono i bambini che giocano», spiega conunsorrisotirato. Detestafareconversazione perché le formule di cortesia – «Come stai?» «Ti piace andare a scuola?» – lo sconcertano. Non conoscendolerisposteesatte, borbotta qualcosa e balbetta come uno stupido. Eppure non si vergogna di essere selvatico, di mostrare insofferenza nei confronti delleformeaddomesticatedel conversaregarbato. – Non riesci proprio a essere normale? – chiede sua madre. –Odiolagentenormale,– ribatteconfoga. –Odiolagentenormale,– gli fa eco suo fratello, che ha setteanni.Infacciahasempre un sorriso teso, nervoso; a scuola certe volte vomita senza ragione e devono accompagnarloacasa. In compenso hanno tanti parenti. I familiari di sua madresonoleunichepersone almondocheloaccettanopiú omenocom’è.Loaccettano– maleducato, per niente socievole, eccentrico – non solo perché se non lo facessero non potrebbero metterepiedeincasaloro,ma anche perché anch’essi sono cresciuti selvatici e maleducati.Lafamigliadisuo padre, d’altro canto, disapprova il suo atteggiamento e il modo in cui sua madre lo ha allevato. Quando è con loro si sente limitato; non appena riesce a svignarsela comincia a prendere in giro i luoghi comuni della buona educazione(«Enhoegaandit metjoumammie?Enmetjou broer? Dis goed, dis goed!» Come sta tua madre? E tuo fratello? Bene!) Ma non c’è verso di evitarli: se non si partecipasse ai loro rituali non ci sarebbe modo di andare alla fattoria. Quindi, pieno di imbarazzo, disprezzandosi per la propria vigliaccheria, si dà per vinto. «Dit gaan goed, – dice. – Dit gaan goed met ons almal». Stiamotuttibene. Sa che suo padre è alleato conlapropriafamigliacontro di lui. È uno dei modi in cui suo padre si rifà con sua madre.Èatterritoalpensiero della vita che sarebbe costrettoaviveresefossesuo padre a gestire la casa, una vita di formule ottuse, stupide, un’esistenza simile a quelladichiunquealtro.Solo sua madre si frappone tra lui e un’esistenza che non potrebbe sopportare. Cosí, pur essendo irritato con lei per la sua lentezza e ottusità, lesiaggrappaperchéèl’unica persona in grado di proteggerlo. È figlio suo, non di suo padre, che rinnega e detesta. Non dimenticherà mai il giorno, due anni fa, in cuiperlaprimaeunicavolta sua madre ha permesso che suopadresislanciassecontro di lui, come un cane tenuto fino a quel momento alla catena («Sono al limite, non lotolleropiú!»)Egliocchidi suo padre brillavano, azzurri e colmi d’ira, mentre lo scuoteva e gli dava qualche scappellotto. Non può non andare alla fattoria, perché non c’è altro posto al mondo che ami di piúocheriescaaimmaginare dipoteramaredipiú.Quanto di complicato c’è nell’amore per sua madre diventa tutt’altro che complicato nell’amore per la fattoria. Eppure, per quel che riesce a ricordare,inquestoamorec’è sempre stata una punta di sofferenza. Può andare in visita alla fattoria, ma non saràmaicapacediviverci.La fattoria non è casa sua; lui non sarà mai nient’altro che unospite,unospiteadisagio. Anche ora, giorno dopo giorno, lui e la fattoria percorrono strade diverse, divergenti, che non li avvicinano ma li separano sempre di piú. Un giorno la fattoria non ci sarà piú, sarà perdutadeltutto;giàadessoè addoloratoperquestaperdita. La fattoria apparteneva a suo nonno, ma dopo la sua morteèpassataasuozioSon, il fratello maggiore di suo padre. Son era l’unico ad avere attitudine per l’agricoltura; gli altri fratelli e sorelle erano fuggiti con fin troppa impazienza in città grandi e piccole. Nonostante questo,ècomeselafattoriain cui sono cresciuti fosse ancoraloro.Cosíalmenouna volta all’anno, talvolta anche due, suo padre ritorna alla fattoriaeloportaconsé. La fattoria si chiama Voëlfontein,la«fontanadegli uccelli»; lui ne ama ogni pietra, ogni cespuglio, ogni filod’erba;amagliuccelliche le danno il nome, gli uccelli che, quando scende il crepuscolo, si riuniscono a migliaia sugli alberi intorno alla fontana, lanciandosi richiami, mormorando, arruffando le penne, sistemandosi per la notte. Non riesce a concepire che un’altra persona possa amare lafattoriaquantolui.Manon può parlare del suo amore, non solo perché la gente normalenonparladicosedel genere, ma anche perché ammetterlo sarebbe un tradimento nei confronti di sua madre. Sarebbe un tradimento non solo perché lei pure è cresciuta in una fattoria, una fattoria rivale in una parte lontana del mondo di cui parla con amore e nostalgia ma dove non potrà piú ritornare poiché la proprietà è stata venduta a degli estranei, ma anche perché sua madre non è ben accetta in questa fattoria, la fattoriavera,Voëlfontein. I motivi, lei non li ha mai spiegati – cosa della quale, tutto sommato, le è grato –, ma a poco a poco è in grado diricostruirelastoria.Perun lungo periodo, durante la guerra, sua madre ha vissuto con i due figli in una camera ammobiliatanellacittadinadi Prince Albert, cercando di sopravvivere con le sei sterlinemensilichesuopadre leinviavagrazieallasuapaga di caporale semplice, cui si aggiungevano le due sterline delFondoIndigentistanziato dal governatore generale. In quelperiodonessunoliinvitò mai alla fattoria, sebbene fosse a sole due ore di macchina. Conosce questa parte della storia in quanto persino suo padre, quando tornòdallaguerra,siarrabbiò evergognòmoltoperilmodo incuieranostatitrattati. Di Prince Albert lui ricordasoltantoilronziodelle zanzare nelle lunghe notti torride, e sua madre che andava avanti e indietro in sottoveste,lapellecosparsadi sudore, le gambe pesanti, grosse, segnate dalle vene varicose,cercandodicalmare il fratellino appena nato che piangeva sempre; e giorni di noia spaventosa trascorsi dietro le persiane chiuse per trovare riparo dal sole. Vivevano cosí, imprigionati, troppo poveri per potersi muovere, in attesa di un invitochenonarrivava. Le labbra di sua madre si contraggono ancora, quando si nomina la fattoria. Nonostantequesto,quandovi si recano per Natale, lei va conloro.Inquell’occasionesi riunisce l’intera famiglia estesa. Ogni stanza è disseminatadiletti,materassi e brande, e persino il lungo stoep: un Natale ne conta ventisei. Per tutta la giornata suaziaeleduedomestichesi danno da fare nella cucina piena di vapore, a cucinare, infornare,preparareunpasto dopo l’altro, e ancora tè o caffè con fette di dolce a rotazione continua, mentre gliuominisiedonosullostoep guardando pigramente il Karoo luccicante, raccontandosi a vicenda storiesuibeitempiandati. Luibeveavidol’atmosfera, beve la felice, disordinata misceladiingleseeafrikaans, che è la loro lingua comune quando si riuniscono. Gli piace quella lingua buffa, danzante,conlesueparticelle che scivolano qua e là nella frase.Èpiúleggera,piúariosa dell’afrikaans che studiano a scuola, appesantito da espressioniidiomatichechesi ritiene provengano dal volksmond, la «bocca della gente», e invece sembra che provengano soltanto dal Grande Trek, espressioni idiomatiche ottuse, prive di senso, riguardanti carri, bestiameefinimenti. Durantelasuaprimavisita alla fattoria, quando suo nonno era ancora vivo, gli animali da cortile dei suoi libri di fiabe c’erano ancora tutti: cavalli, asini, mucche e vitellini, maiali, anatre, una coloniadigallineconungallo che cantava per salutare il sole, capre e capri con la barba.Poi,dopolamortedel nonno, il cortile aveva cominciato a perdere i suoi abitanti, finché non erano rimaste che le pecore. Dapprima furono venduti i cavalli, poi i porci vennero trasformatiincarnedimaiale (vide lo zio ammazzare l’ultimo: il proiettile lo colpí dietro l’orecchio: l’animale grugní, scoreggiò forte e crollò a terra, dapprima sulle ginocchia, poi su un fianco, tremando).Quindifulavolta dellemuccheedelleanatre. Tutto era successo per via del prezzo della lana. I giapponesi pagavano una sterlinaperunalibbradilana: era piú facile acquistare un trattorechetenerecavalli,piú facile prendere la nuova Studebaker e andare a Fraserburg Road a comprare burro congelato e latte in polvere che mungere una vacca e sbattere la panna per ricavare il burro. Solo le pecore continuavano a essere importanti, le pecore con il lorovellod’oro. Volendo, ci si potrebbe liberare anche del peso della coltivazione dei campi. L’unica coltura che ancora resiste è quella di erba medica, caso mai i pascoli si esaurissero e si dovesse distribuire foraggio alle pecore. Dei frutteti, rimane soltanto un aranceto, che anno dopo anno fornisce le arancepiúdolci. Quando, ristorati da un pisolinopomeridiano,leziee gliziisiriunisconosullostoep aprendereiltèeaconversare, talvolta discorrono dei bei tempi andati. Rievocano il padre, il «gentiluomo di campagna» che possedeva unacarrozzaeunapariglia,e nelle terre sotto il bacino coltivava granturco che lui stesso trebbiava e macinava. «Quelli sí che erano tempi», diconoconunsospiro. Amano rievocare pieni di nostalgia il passato, ma nessunodilorovuoletornare indietro.Luisí.Vorrebbeche tuttofossecom’eraunavolta. In un angolo dello stoep, all’ombra della buganvillea, è appesa una borraccia di tela. Piú la giornata è calda piú l’acqua è fresca, un miracolo –comeilmiracolodellacarne appesanelbuiodelladispensa che non marcisce, come il miracolo delle zucche sistematesultettosottoilsole cocente che rimangono fresche.Allafattoria,aquanto pare, la decomposizione non sisacosasia. L’acqua nella borraccia è misteriosamente fresca, ma luinonseneversamaipiúdi una sorsata alla volta. È orgoglioso di quanto beva poco.Glitorneràutile,spera, caso mai si perdesse nel veld. Vorrebbe essere una creatura del deserto, di quel deserto, comeunalucertola. Proprio sopra la fattoria c’è un bacino chiuso da una diga di pietra, di trentasei metri quadri, alimentato da una pompa azionata da un generatore a vento, che fornisceacquaperlacasaeil giardino. In una giornata torrida lui e il fratello vi lanciano dentro una tinozza di latta, vi si arrampicano sopra come possono, e poi remanoavantieindietrosulla superficiedell’acqua. Hapauradell’acqua;pensa a quell’avventura come a un mododisuperarelapaura.La loro barca ballonzola in mezzoalbacino.Raggidiluce balenano dall’acqua screziata; non c’è altro suono a parte il friniredellecicale.Traluiela mortec’èsolounsottilefoglio di metallo. Nonostante questo, si sente al sicuro, talmente al sicuro che può quasiappisolarsi.Allafattoria ècosí:quinonpuòsuccedere nulladimale. Prima di allora è stato in barca soltanto una volta, quando aveva quattro anni. Un uomo (chi? – cerca di richiamarlo alla memoria ma non ci riesce) li portò a fare un giro in barca a remi sulla laguna di Plettenberg Bay. Doveva essere una piacevole gita,mapertuttoiltempolui erarimastoimmobile,congli occhi fissi sulla riva lontana. Soltanto una volta aveva guardato oltre il bordo della barca. Nelle profondità sotto di loro ciuffi di alghe increspavano languide le acque. Era come aveva temuto, e anche peggio; gli giravalatesta.Soloquelleassi fragili, che gemevano a ogni colpo di remo come fossero sul punto di spezzarsi, impedivano che lui si inabissasse e morisse. Si era aggrappato forte e aveva chiuso gli occhi, cercando di combattere il panico dentro dilui. AVoëlfonteincisonodue famiglie meticce, ognuna delle quali ha una propria casa. Vicino alla diga c’è anchelacasa,orasenzatetto, incuiuntempoabitavaOuta Jaap. Outa Jaap viveva alla fattoria prima di suo nonno; luiseloricordasoltantocome un uomo molto vecchio – dalle pupille cieche, di un bianco lattiginoso, con gengive sdentate e mani nodose –, seduto su una panca al sole, da cui lo avevano portato poco prima che morisse forse perché lo benedicesse, non ne è sicuro. SebbeneoraOutaJaapnonci sia piú, il suo nome viene ancora pronunciato con deferenza. Quando però chiede cosa avesse di tanto speciale, le risposte che gli danno sono del tutto ordinarie. Outa Jaap ha vissuto ai tempi in cui non c’erano ancora recinzioni a prova di sciacallo, gli dicono, quandoilpastorecheportava le pecore in uno dei pascoli piúlontanidovevarestarecon loro a custodirle per intere settimane. Outa Jaap apparteneva a una generazionescomparsa.Tutto qua. Nonostante ciò, crede di capire cosa si celi dietro queste parole. Outa Jaap faceva parte della fattoria; sebbene suo nonno l’avesse comprata e ne fosse il legittimo proprietario, Outa Jaap era tutt’uno con essa, la conosceva meglio, e sulle pecore,sulveld,sultempone sapeva piú di quanto mai ne avrebbe saputo il nuovo arrivato. Era per questo che bisognavamostrarsideferenti; èperquestochenoncisipuò sbarazzare di Ros, il figlio di OutaJaap,unuomoormaidi mezzaetà,anchesenonèun operaio particolarmente bravo, anche se è inaffidabile etendeafarelecosemale. È sottinteso che Ros vivrà e morirà alla fattoria, e sarà rimpiazzato da uno dei suoi figli. Freek, l’altro operaio, è piúgiovaneepienodienergie diRos,capiscelecosealvolo e si può contare su di lui. Nonostantequesto,luinonfa parte della fattoria: è sottinteso che non resterà necessariamentelí. Arrivando alla fattoria da Worcester,dovesembrachei meticci debbano implorare per avere ciò che ottengono («Asseblief my nooi! Asseblief my basie!»), è sollevato nel vederequantosianocorrettie formaliirapportitrasuozioe il volk. Ogni mattina suo zio discuteconisuoidueuomini i compiti della giornata. Non dà loro nessun ordine. Si limita a elencare le cose da fare, una per una, come se stessedisponendolecartesul tavolo; gli uomini fanno altrettanto.Ognitantoc’èuna pausa, lunghi silenzi di riflessione in cui non accade nulla. Poi di colpo, misteriosamente, tutto quanto sembra sistemato: chi andrà dove, chi farà cosa. «Nouja, dan sal ons maar loop, baas Sonnie!» Su, cominciamo! Ros e Freek si mettono il cappello e si avvianoapassosvelto. In cucina è lo stesso. Lí ci lavorano due donne: Tryn, la moglie di Ros, e Lientjie, la figliacheRoshaavutodaun altro matrimonio. Arrivano all’ora di colazione e se ne vannodopoilpranzo,ilpasto principale della giornata, quello che qui chiamano «dinner». Lientjie è cosí intimidita dagli estranei che quandolerivolgonolaparola nasconde la faccia e fa un risolino. Ma se lui si ferma sulla soglia della cucina sente scorrere, tra sua zia e le due donne,unflussosussurratodi conversazione che ama origliare: i sommessi, rassicuranti pettegolezzi delle donne, storie che passano di orecchio in orecchio, finché nonsololafattoriamaanche FraserburgRoadelalocation fuori del paese vengono passateinrassegna,epoitutte lealtrefattoriedellazona:una soffice, bianca ragnatela di pettegolezzi tessuta sul passato e sul presente, una ragnatela che in quello stesso istante viene tessuta anche in altrecucine,inquelladeiVan Rensburg, in quella degli Alberts,inquelladeiNigrini, nelle varie cucine dei Botes: chi sposerà chi, la suocera di chidevefarsioperaredicosa, il figlio di chi va bene a scuola, la figlia di chi è nei guai, chi è andato a trovare chi, chi indossava cosa quando. Ma è con Ros e Freek che ha piú a che fare. Freme di curiosità per sapere che vita conducono. Portano canottiere e mutande come i bianchi? Hanno un letto ciascuno? Dormono nudi, con gli abiti da lavoro o si mettono il pigiama? Mangiano come si deve, seduti a tavola, con coltello e forchetta? Non c’è modo di rispondereaquestedomande, poiché i parenti cercano di dissuaderlodall’andareacasa loro. Sarebbe maleducato, gli dicono – maleducato perché Ros e Freek ne sarebbero imbarazzati. Se non è imbarazzante il fatto che la moglie e la figlia di Ros lavorino lí in casa, vorrebbe chiedere, preparino da mangiare, facciano il bucato e i letti, perché è imbarazzante andarli a trovareacasaloro? Sembra che il ragionamentofili,mac’èuna pecca,losa.Poichélaveritàè che è imbarazzante avere in casa Tryn e Lientjie. Quando passa accanto a Lientjie nel corridoio, non gli va che lei facciafintadiessereinvisibile, mentreluidevefarefintache lei non sia lí. Non gli va di vedere Tryn inginocchiata davanti al mastello che lava i suoi vestiti. Non sa cosa risponderle quando lei gli rivolge la parola in terza persona, chiamandolo «die kleinbaas», «il padroncino», come se lui non fosse presente. Tutto ciò è profondamenteimbarazzante. Con Ros e Freek è piú facile. Ma anche con loro deve costruire frasi tortuose per evitare di dire «jy» quando loro lo chiamano «kleinbaas». Non sa se Freek conta come uomo o come ragazzo, se si comporta da sciocco quando lo tratta da uomo. Con i meticci in generale, e con la gente del Karoo in particolare, lui non sa mai quando cessano di essere dei bambini e comincianoaessereuominie donne. Sembra che accada in modo assai rapido e improvviso: un giorno sono ancora lí che giocano, e il giorno dopo vanno già a lavorare con gli uomini, oppure si ritrovano in qualchecucinaalavarepiatti. Freekèdolceeparlaavoce bassa.Haunabiciclettaconle gommegrosseeunachitarra; la sera si siede davanti al suo alloggio e suona la chitarra per sé, con quel suo sorriso distante.Ilsabatopomeriggio monta in bicicletta e va fino alla location di Fraserburg Road, dove rimane fino alla domenica sera, ritornando quando ormai è calato da un pezzo il buio: a chilometri di distanzasivedelaminuscola, tremulachiazzadiluce,ilfaro della sua bicicletta. Gli pare eroico andare in bicicletta tanto lontano. Se glielo permettessero, gli tributerebbe l’adorazione che sihaperuneroe. Freek è un operaio, riceve una paga settimanale, si può sempre dargli il preavviso di licenziamento e cacciarlo via. Nonostante questo, vedendo Freek accovacciato con la pipa in bocca, gli occhi fissi sul veld, gli sembra che appartengaaquestopostopiú saldamente dei Coetzee – se non a Voëlfontein, almeno al Karoo. Il Karoo è la terra di Freek, la sua casa; i Coetzee, che prendono il tè e spettegolano sullo stoep della fattoria, sono come le rondini, stagionali, oggi qui, domani altrove, o addirittura come i passeri, che cinguettano leggeri e hanno vitabreve. La cosa migliore, migliore di tutte, alla fattoria è la caccia. Suo zio ha solo un fucile,unpesanteLee-Enfield 303 che spara un bossolo troppo grande per qualsiasi tipo di selvaggina (una volta suopadrehaammazzatouna lepre con quel fucile e non è rimasto niente, solo brandelli dicarnesanguinolenta).Cosí, quando va alla fattoria, devonoprendereaprestitoda un vicino un vecchio fucile calibro 22. Si carica con un’unicacartuccia,introdotta direttamente nella culatta; certevolteilfucilefacileccae luisiallontanaconunronzio nelle orecchie che dura per ore. Non riesce mai a colpire niente, a parte qualche rana nel bacino e i muisvoëls nel frutteto.Eppurenonvivemai piú intensamente come nelle prime ore del mattino, quando lui e il padre si incamminano con i fucili lungo il letto in secca del Boesmansrivier in cerca di selvaggina:antilopisteenboke duiker, lepri, e, lungo gli spogli pendii delle colline, korhaan. Ogni dicembre lui e suo padre vanno a caccia alla fattoria. Prendono il treno – nonilTrans-KarooExpresso l’Orange Express, per non parlare del Blue Train, tutti treni troppo costosi e che comunque non si fermano a FraserburgRoad–,ilnormale treno passeggeri, quello che ferma in tutte le stazioni, anche le piú oscure, e che certe volte deve infilarsi in binari morti e aspettare che gli espressi piú famosi siano sfrecciati via. Lui ama questo treno lento, ama dormire rannicchiatosottolelenzuola bianche fragranti e le coperte blu marin distribuite dall’inserviente, ama svegliarsi nella notte in qualche silenziosa stazione in mezzo al nulla, ascoltare il sibilo del motore a riposo, il clangore del martello con cui il capotreno controlla le ruote. E poi all’alba, quando arrivano a Fraserburg Road, zioSonèlíadattenderliconil suo largo sorriso e il vecchio feltro macchiato di petrolio; fischiando tra i denti, lo accoglie dicendo: «Jis-laaik, maar jy word darem groot, John!» Come sei diventato grande!Poicaricanoibagagli sulla Studebaker e partono perillungotragitto. Accetta senza discutere il genere di caccia praticato a Voëlfontein. Ammette che la caccia è stata buona, se riescono a stanare anche una solalepreoaudireunpaiodi korhaanchefannogargarismi in lontananza. Ce n’è abbastanza di cose da poter raccontare ai parenti, i quali, quando loro ritornano con il sole ormai alto, sono riuniti sullostoepaprendereilcaffè. Il piú delle volte non hanno nulla da riferire, proprio nulla. Non ha senso andare a cacciaquandofamoltocaldo, quando gli animali che vogliono ammazzare sonnecchiano all’ombra. Ma nel tardo pomeriggio, certe volte, fanno un giro con la Studebaker lungo le strade della tenuta, con zio Son al volante e suo padre accanto conilfucileinmano,mentre lui e Ros siedono sul malandatosediledidietro. DisolitotoccaaRossaltar giú per aprire il cancello, aspettare che la macchina sia passata e quindi richiuderlo, prima una parte, poi l’altra. Ma, quando vanno a caccia, aprire il cancello è un privilegiosuo,mentreRossta aguardareeapprova. Sono alla ricerca del favoloso paauw. Tuttavia, dato che i paauw si vedono soltanto una o due volte all’anno – sono cosí rari, infatti, che bisogna pagare una multa di cinquanta sterlinesesivienescoperti–, si adattano a cacciare i korhaan. Hanno portato con sé Ros perché, essendo un boscimano o quasi un boscimano, si ritiene che abbia una vista straordinariamenteacuta. EinfattièproprioRos,con una botta sul tetto della macchina, ad avvistare per primo i korhaan: uccelli grigiobruni grandi quanto unapollastrachetrotterellano tra i cespugli in coppia o a gruppetti di tre. La Studebaker si ferma; suo padre appoggia il fucile sul finestrinoeprendelamira;il colpo secco dello sparo riecheggia nel veld. Certe volte gli uccelli, allarmati, prendono il volo; piú spesso trotterellano via il piú velocemente possibile facendo quel loro verso caratteristico simile a un gargarismo.Suopadrenonne ammazza mai uno, cosí lui non riesce mai a vederli («otarda del bush», dice il dizionario afrikaans-inglese) davicino. In guerra suo padre era artigliere; manovrava un cannone antiaereo a ripetizioneperabbattereaerei tedeschieitaliani.Sichiedese siamairiuscitoadabbatterne uno:dicertononsenevanta mai. Come ha fatto a diventare artigliere? Non è portato.Decidevanoacasole mansioni da affidare a ciascunsoldato? Riescono a cacciare qualcosa soltanto di notte, il che,scoprepresto,èunacosa dicuivergognarsi,dicuinon cisidevevantare.Ilmetodoè semplice. Dopo cena salgono sulla Studebaker e zio Son li porta, nel buio piú fitto, attraverso i campi di erba medica. A un certo punto si ferma e accende i fari. A nemmeno una trentina di metriunosteenbooksenesta impalato, le orecchie puntate verso di loro, gli occhi abbagliati che riflettono la luce.–Skiet! – sibila suo zio. Suo padre spara e l’antilope cade. Si dicono che è legittimo cacciare in questo modo perché le antilopi sono animali nocivi, mangiano l’erba medica che dovrebbe andare alle pecore. Ma quando vede come è piccola l’antilope morta, non piú grande di un barboncino, sa che il ragionamento non tiene.Vannoacacciadinotte perché non sono abbastanza bravi da riuscire a colpire qualcosadigiorno. D’altro canto, la carne di cervo, marinata nell’aceto e poi arrostita (lui osserva sua zia mentre taglia la carne scura e ci infila chiodi di garofano e spicchi d’aglio), è una delizia ancor piú della carned’agnello;haunsapore penetranteedèmorbida,cosí morbida che si scioglie in bocca.TuttonelKarooèuna delizia, le pesche, i cocomeri, le zucche, la carne di montone, come se tutto ciò che riesca a ricavare nutrimento da quella terra arida sia per ciò stesso benedetto. Non saranno mai dei cacciatori famosi. E tuttavia gli piace sentire il peso del fucile in mano, il rumore dei piedichecalpestanolasabbia grigia del fiume, il silenzio chescendepesantecomeuna nube quando si fermano, e sempreintornoaracchiuderli il paesaggio, l’amato paesaggioocraegrigioefulvo everdeoliva. L’ultimo giorno della visita, come vuole il rituale, può sparare tutte le cartucce che gli rimangono contro un barattolodilattasistematosu un palo dello steccato. È una situazione difficile. Il fucile che gli hanno prestato non è buono, lui non è bravo a sparare. Con la famiglia che guarda dallo stoep, spara i suoi colpi senza riflettere, fallendospessoilbersaglio. Una mattina in cui è solo lungo il letto del fiume a caccia di muisvoël, il fucile s’inceppa. Non riesce a trovare il modo di togliere il bossolo incastrato nella culatta. Riporta il fucile a casa, ma zio Son e suo padre sononelveld.–ChiediaRos o a Freek, – propone sua madre. Va nella stalla a cercare Freek; lui, però, non vuole toccare il fucile. E lo stesso accade con Ros, quandolotrova.Sebbenenon lo dicano chiaramente, pare che abbiano un sacro terrore dellearmi.Ecosínongliresta cheaspettareilritornodisuo zio, il quale tira fuori il bossolo incastrato con il coltellinoaserramanico.–Lo avevochiestoaRoseaFreek, – si lamenta, – ma loro non hannovolutoaiutarmi–.Suo zioscuotelatesta.–Nondevi chiedergli di toccare le armi, – dice. – Sanno che non devonofarlo. Non devono. Perché no? Nessuno vuole dirglielo. Ma luirimuginasulleparole«non devono».Allafattorialesente piú spesso che in qualsiasi altroposto,piúspessoancora che a Worcester. Mustn’t, «non devono». Una parola difficile da scrivere per via della t muta nascosta nel mezzo. «Non devi toccare questo». «Non devi mangiare quello». Sarebbe dunque questoilprezzodapagare,se smettessediandareascuolae li implorasse di vivere lí alla fattoria? Non fare domande, obbedire a tutti i non devi, faresoloquellocheglidicono di fare? Sarebbe disposto a mettersid’impegnoeapagare quelprezzo?Nonc’èmododi vivere nel Karoo – l’unico posto al mondo dove vorrebbe stare – come vorrebbe vivere lui: senza far partediunafamiglia? La tenuta intorno alla fattoria è enorme, al punto che quando, nel corso delle loro battute di caccia, lui e suo padre arrivano a uno steccato che taglia il letto di un fiume, e suo padre annuncia che hanno raggiunto il confine tra Voëlfontein e la tenuta limitrofa, lui è colto alla sprovvista. Nella sua immaginazioneVoëlfonteinè un regno a sé stante. Non basterebbe una vita per conoscerla tutta, conoscerne ognipietraeognicespuglio.Il tempononbastamaiquando si ama un luogo con una similevoracepassione. Voëlfontein la conosce meglio d’estate, quando si distendepiattasottounaluce uniforme, accecante, che si riversa giú dal cielo. Eppure Voëlfontein ha anche i suoi misteri, misteri che non appartengono alla notte e all’ombra, ma ai pomeriggi torridi, quando i miraggi danzano all’orizzonte e l’aria stessaglicantanelleorecchie. Allora, quando tutti gli altri sono appisolati, storditi dalla calura, lui esce di casa in punta di piedi e s’inerpica su perlacollinafinoallabirinto dikraalsdaimurettidipietra, cherisalgonoaltempoincui le pecore venivano condotte qui a migliaia dal veld per esserecontateotosateoppure sottoposte a bagno medicato. I muretti dei kraals hanno uno spessore di sessanta centimetri e sono piú alti di lui; sono fatti di piatte pietre grigioazzurre, ciascuna delle qualièstatatrascinataafatica lí da un carro trainato da un asino. Cerca di figurarsi le greggi di pecore, ora tutte morte e scomparse, che devono aver trovato riparo dal sole a ridosso di quei muri. Cerca di figurarsi Voëlfontein come doveva esserequandolagrandecasa, gli annessi e i kraals erano ancora in costruzione: un luogo di lavoro paziente, da formiche, anno dopo anno. Ora gli sciacalli che predavanolegreggisonostati sterminati,ammazzatiacolpi d’armadafuocooavvelenati, e i kraals, inutilizzati, stanno andandoinrovina. I muretti dei kraals si allungano disordinatamente perchilometrilungoilpendio della collina. Qui non cresce nulla: la terra, battuta sino a renderla piatta, è stata uccisa per sempre, e lui non sa come:èmacchiata,sofferente, giallastra. Una volta al di là deimuretti,ètagliatofuorida tutto tranne che da cielo. Lo hanno messo in guardia dall’andare lí per via dei serpenti, perché se gridasse aiutonessunolosentirebbe.I serpenti, lo hanno messo in guardia, fanno bagordi in pomeriggitorridicomequelli: escono dai loro nidi – cobra sputaveleno, vipere soffianti, skaapsteker – per crogiolarsi al sole, scaldare il proprio sanguefreddo. Non ha mai visto serpenti neikraals;nonostanteciò,sta bene attento a dove mette i piedi. Freek si imbatte in uno skaapsteker dietro la cucina, dove le donne appendono il bucato. Lo ammazza colpendoloripetutamentecon un bastone e ne stende il lungo corpo giallo su un cespuglio. Per settimane le donnenonsiavvicineranno.I serpentisisposanoperlavita, dice Tryn; quando si ammazzailmaschio,arrivala femminaincercadivendetta. Laprimavera,settembre,è il periodo migliore per visitare il Karoo, anche se le vacanze scolastiche durano soltanto una settimana. Una volta, a settembre, sono alla fattoria quando vengono i tosatori. Appaiono dal nulla, selvaggi che giungono in bicicletta, carichi di sacchi a pelo,pentoleepadelle. I tosatori, scopre, sono gente speciale. Quando calano su una fattoria, portano fortuna. Per trattenerveli, si sceglie un grosso hamel, un montone castrato, e lo si macella. I tosatori prendono possesso della stalla vecchia, che trasformano nel loro quartier generale.Unfuocodibivacco rimane acceso fino a tarda notte mentre loro banchettano. Ascolta una lunga discussione tra zio Son e il lorocapo,unuomocosínero e di aspetto cosí feroce che potrebbe quasi essere un nativo, con una barbetta appuntitaecalzonisorrettida un pezzo di corda. Parlano del tempo, dello stato dei pascoli nella zona di Prince Albert,nellazonadiBeaufort, nella zona di Fraserburg, del pagamento. L’afrikaans parlato dai tosatori è cosí denso, cosí pieno di frasi idiomatiche singolari, che lo capisce a stento. Da dove vengono? C’è una terra ancora piú profonda della terra di Voëlfontein, una regione nel cuore del mondo ancorapiúrecondita? Ilmattinoseguente,un’ora prima dell’alba, viene svegliato dal rumore degli zoccolidelleprimegreggiche passano davanti alla fattoria peressererinchiuseneikraals accanto alla baracca dove avviene la tosatura. La casa comincia a risvegliarsi. C’è trambusto in cucina, e odore dicaffè.Conleprimelucidel giorno è già fuori, vestito, troppo eccitato per riuscire a mangiare. Gli affidano un compito. Gli danno un gotto di latta pieno di fagioli secchi. Ogni voltacheuntosatorehafinito con una pecora e la lascia andare con una pacca sulla groppa, lanciando la pelliccia sul tavolo della cernita, e la pecora – rosea, nuda e sanguinante nel punto in cui la tosatrice l’ha pizzicata – trotterella nervosamente nel secondorecinto,ebbene,ogni voltailtosatorepuòprendere unfagiolodalgotto,cosache faconuncennodelcapoeun cortese:«Mybasie!» Quando è stanco di reggere il gotto (i tosatori possono prenderli da sé, i fagioli; sono cresciuti in campagna, non sanno nemmeno cos’è la disonestà), assieme al fratello dà una mano a preparare le balle, saltando su e giú sulla massa di lana spessa, calda e oleosa. C’è anche sua cugina Agnes, in visita da Skipperskloof. Si unisce a loro con la sorella; ruzzolano uno sull’altro, ridacchiando e facendo capriole come in un enorme lettodipiume. Agnes occupa un posto nellasuavitacheancoranon comprende. La prima volta che ha posato gli occhi su di lei aveva sette anni. Invitati a Skipperskloof, erano arrivati unpomeriggiosultardidopo un lungo viaggio in treno. Nubi solcavano il cielo, nel solenonc’eracalore.Sottola freddaluceinvernaleilveldsi allungava in un profondo azzurro rossiccio senza traccia di verde. Persino la fattoria pareva poco accogliente: un austero rettangolo bianco con un tetto spiovente di zinco. Non assomigliava in nulla a Voëlfontein; avrebbe voluto nonesserelí. Agnes,diqualchemesepiú grande di lui, era stata incaricata di fargli compagnia. Lo portò a fare una passeggiata nel veld. Era scalza; non possedeva nemmeno un paio di scarpe. Ben presto non videro piú la casa,eranoinmezzoalnulla. Cominciarono a chiacchierare. Lei aveva i codinielasblesa,cosachegli piacque. Lui perse il suo riserbo. Mentre parlava, dimenticò che in che lingua stava parlando: i pensieri semplicemente si trasformavano in parole dentro di lui, in parole trasparenti. Non ricorda piú ciò che disse ad Agnes quel pomeriggio.Maledissetutto, tutto ciò che faceva, tutto ciò che sapeva, tutto ciò che sperava.Leiascoltòognicosa in silenzio. Persino mentre stava ancora parlando sapeva che quel giorno era speciale perchéc’eralei. Ilsolecominciòacalare,di un infuocato cremisi seppur gelido.Lenubisioscurarono, il vento si fece piú tagliente, penetrandogli attraverso i vestiti. Agnes indossava solo un leggero abito di cotone; aveva i piedi lividi per il freddo. – Dove siete stati? Che cosaavetefatto?–chieserogli adulti al loro ritorno. – Niks nie,–risposeAgnes.Niente. Qui a Voëlfontein Agnes nonhailpermessodiandare a caccia, ma è libera di aggirarsiperilveldassiemea lui e di acchiappare rane nel grandebacino.Stareconleiè diverso che stare con i suoi compagnidiscuola.Elacosa ha a che vedere con la sua delicatezza, la sua disponibilità ad ascoltare, ma anche con le sue magre gambebrune,ipiediscalzi,il modoincuidanzadisassoin sasso. Lui è intelligente, è il primodellaclasse;puredilei si dice che sia intelligente; vanno in giro parlando di cosechefarebberoscuoterela testa agli adulti: se l’universo ha avuto un principio; che cosa c’è oltre Plutone, il pianeta tenebroso; dov’è Dio, seesiste. Come mai riesce a parlare con tanta facilità con Agnes? Perché è una femmina? A tutto ciò che lui le dice sembra rispondere senza alcuna riserva, con dolcezza, con disponibilità. È una cuginadiprimogrado,quindi non possono né innamorarsi nésposarsi.Inuncertosenso, èunsollievo:èliberodiessere suo amico, di aprirle il suo cuore. Ma è comunque innamorato di lei? È questo l’amore – questa disinvolta generosità, questa sensazione diesserecapiti,finalmente,di nondoverfingere? Per tutta la giornata e per tutto il giorno successivo i tosatori lavorano fermandosi appena per mangiare, si sfidano l’un l’altro a dimostrarechièilpiúveloce. La sera del secondo giorno il lavoro è finito, ogni pecora della fattoria è ormai tosata. ZioSonportafuoriunaborsa di tela piena di banconote e monete, e paga ogni tosatore in base al numero di fagioli. Poi viene acceso ancora un fuoco, si fa ancora un banchetto. Il mattino seguentesenesonogiàandati e la fattoria può tornare alle sueabitudiniantiche,lente. Le balle di lana sono cosí tante che inondano la baracca.ZioSonpassadauna all’altra con uno stampino e un tampone, apponendo su ciascunailsuonome,ilnome della fattoria, la sigla del tipo dilana.Qualchegiornodopo viene un camion enorme (comehafattoadattraversare il letto sabbioso del Boesmansrivier, dove si impantanano persino le macchine?)eleballevengono caricateeportatevia. Tutto ciò succede ogni anno. Ogni anno arrivano i tosatori,ogniannoc’èquesta avventura e questa eccitazione. Non finirà mai; non c’è motivo che finisca, fintanto che gli anni si avvicenderanno. La parola segreta e sacra chelolegaallafattoriaèparte. Fuori, nel veld, da solo, può pronunciarla forte: «Io faccio partedellafattoria».Quelche crede veramente ma non osa dire,quelchetienepersé,nel timore che l’incantesimo possa svanire, è un uso diverso di quella parola: io sonopartedellafattoria. Non lo confida a nessuno perché quell’espressione molto spesso viene equivocata, intesa come io appartengo alla fattoria e dunque molto spesso trasformatanelsuocontrario: lafattoriaappartieneame.La fattoria non gli apparterrà mai, lui non sarà mai nient’altro che un visitatore: lo sa e lo accetta. Il pensiero di vivere davvero a Voëlfontein, di chiamare la grande, vecchia casa «casa sua», di non dover piú chiedere il permesso di fare ciò che vuole gli fa venire il capogiro; lo scaccia via. Io sonopartedellafattoria:oltre non è disposto a spingersi, anche nell’intimo del suo cuore.Manell’intimodelsuo cuore sa ciò che la fattoria, a modo suo, sa anche: Voëlfonteinnonappartienea nessuno. La fattoria è piú grandediciascunodiloro.La fattoria esiste di eternità in eternità. Quando saranno tuttimorti,quandopersinola fattoria sarà diroccata come i kraals lungo il pendio della collina,lafattoriasaràancora lí. Unavoltanelveld,lontano dallacasa,sichinaesisfregai palmidellemaninellapolvere come se se le lavasse. È un rito. Sta compiendo un rito. Nonsaancorachesignificato ha,maèsollevatoalpensiero che nessuno può vederlo e riferire. Esserepartedellafattoriaè il suo destino segreto, un destinochenonsièsceltoma che accetta di buon grado. L’altro suo segreto è che, sebbene lotti accanitamente, lui è ancora parte di sua madre.Nonglisfuggeilfatto chequestedueschiavitúsono in conflitto tra loro. Né gli sfugge che alla fattoria la presadisuamadresudiluiè tutt’altro che salda. Incapace, inquantodonna,diandarea caccia, incapace persino di andare in giro nel veld, qui è insvantaggio. Ha due madri. È nato due volte: dalla donna e dalla fattoria. Due madri e nessun padre. A nemmeno un chilometro dalla fattoria la strada si divide in due, a sinistra si va a Merweville, a destra a Fraserburg. Al bivio c’è il cimitero, un lotto di terreno recintato con un cancello. La lapide di suo nonno domina il cimitero; raggruppate tutt’intorno c’è una dozzina di altre tombe, piú basse e semplici, con lapididiardesia,alcuneconil nome e le date incise sopra, altresenzaunasolaparola. Suo nonno è l’unico Coetzeeinquelluogo,l’unico che è morto da quando la fattoria è diventata proprietà della famiglia. È qui che è finito, l’uomo che aveva cominciatocomeambulantea Piketberg, che poi aveva aperto un negozio a Laingsburg ed era diventato sindaco, che poi aveva comprato l’albergo a Fraserburg Road. Giace sepolto qui, ma la fattoria è ancora sua. I suoi figli ci sgambettano come nani, e cosípureisuoinipoti,nanidi nani. Dall’altrapartedellastrada c’è un altro cimitero, non recintato, dove alcuni tumuli sono stati cosí deteriorati dalle intemperie che sono stati riassorbiti dalla terra. Qui giacciono sepolti i domestici e gli operai della fattoria, fino a Outa Jaap e ancorapiúindietro.Lepoche lapidi in piedi sono senza nome né date. Eppure qui provapiútimorereverenziale chetralegenerazionidiBotes raggruppate intorno a suo nonno. Un sentimento che nonhanullaachevederecon glispiriti.NessunonelKaroo crede agli spiriti. Qualunque cosa muoia qui, muore una volta per tutte: della carne si impadroniscono le formiche, leossavengonosbiancatedal sole, e questo è quanto. Eppure tra queste tombe lui avanza nervosamente. Dalla terra giunge un silenzio profondo, cosí profondo che potrebbe quasi essere un ronzio. Quando muore, vuole essere sepolto alla fattoria. Se non glielo permetteranno, allora dovranno cremarlo e spargerelesueceneriqui. L’altro luogo in cui ogni annosirecainpellegrinaggio è Bloemhof, dove c’era la prima fattoria. Ora non è rimasto niente se non le fondamenta,chenonsonodi nessun interesse. Davanti c’eraunbacinoalimentatoda una sorgente sotterranea, che si è prosciugata tanto tempo fa. Non c’è piú traccia del giardino e del frutteto di un tempo. Ma, accanto alla sorgente, c’è una gigantesca palma solitaria che spunta dalla nuda terra. Nel fusto le api hanno fatto un nido, piccole api nere e feroci. Il tronco è annerito dal fumo dei fuochi che la gente ha acceso nel corso degli anni perderubareleapidelmiele; eppureleapicisonosempre, e raccolgono il nettare chissà dove in questo paesaggio riarso,grigio. Glipiacerebbecheleapisi rendessero conto che lui, quando va a trovarle, non ha secondi fini, non intende derubarlebensíporgereloroi proprisaluti,ipropriomaggi. Però, mentre si avvicina alla palma, le api cominciano a ronzare minacciose; le staffettesciamanosudiluiin segno di ammonimento; una volta deve addirittura scappare via, correre coprendosid’ignominiaperil veld inseguito dallo sciame, allontanandosi a zigzag e agitando le braccia, grato del fattochenoncisianessunoa vederloeariderglidietro. Tutti i venerdí si macella una pecora per la gente che viveallafattoria.VaconRose zio Son a scegliere quella destinata a morire; poi rimane a guardare mentre, nel macello dietro la baracca, lontano dalla casa, Freek le tiene le zampe intanto che Ros, con il suo coltellino a serramanico dall’aspetto innocuo, le taglia la gola, quindi i due uomini la tengono stretta mentre l’animale scalcia e si dimena tossendo e dissanguandosi. Continua a guardare mentre Ros scuoia il corpo ancora caldoeappendelacarcassaal lillà, quindi la squarta ed estraeleinteriorachedepone in un catino: il grande stomacoazzurropienod’erba, gli intestini (dalle budella strizza fuori gli ultimi escrementideiqualilapecora non ha avuto il tempo di liberarsi), il cuore, il fegato, i reni – tutte le cose che una pecorahadentroecheanche luihadentro. Ros usa lo stesso coltello per castrare gli agnelli. Rimane a guardare anche quello. Gli agnellini e le loro madri vengono raggruppati e rinchiusi in un recinto. Poi Ros passa in mezzo a loro, afferrando gli agnelli per la zampa posteriore, a uno a uno, premendoli a terra mentre loro belano terrorizzati, un gemito disperato dopo l’altro, e praticando un taglio nello scroto. Poi abbassa la testa, afferraitesticolitraidentieli strappa. Sembrano due piccole meduse con quella loro scia di vasi sanguigni rossieblu. Ros taglia via anche la coda,giàchec’è,elagettada parte lasciando al suo posto unmoncherinosanguinante. Con le sue gambe corte, i calzoni sformati, smessi da altri, tagliati sotto al ginocchio, le scarpe fatte in casa e il logoro cappello di feltro, Ros si trascina stancamente per il recinto comeunclown,scegliendogli agnelli, castrandoli senza pietà. Al termine dell’operazione gli agnelli si stringono, dolenti e insanguinati, alle madri che nulla hanno fatto per proteggerli. Ros ripiega il coltello a serramanico. Il lavoro è fatto; sulle labbra ha unsorrisinotirato. Nonc’èmododiparlaredi ciò che ha visto. – Perché bisogna tagliare la coda agli agnelli?–chiedeasuamadre. –Perchésenoimosconicisi infilerebbero sotto per riprodursi, – risponde lei. Fannofintatuttiedue;tuttie duesannoacosasiriferiscein realtàladomanda. UnavoltaRosglipermette di reggere il coltello a serramanico,glimostracome tagli facilmente un capello. Il capellononsipiega,sidivide induenonappenalalamalo sfiora. Ros lo affila ogni giorno, sputando sulla cote e strofinandoci sopra avanti e indietro la lama, con un movimento leggero, rilassato. Con tutto quell’affilare e tagliare e affilare di nuovo, gran parte della lama si è ormai consumata, cosí che rimanesoltantounascheggia. Lostessoèperlavanga:lausa da tanto tempo, l’ha affilata cosí tanto, che rimangono solo pochi centimetri di acciaio; il legno dell’impugnatura è liscio e anneritodaannidisudore. – Non dovresti restare a guardare,–dicesuamadreun venerdí. –Perché? –Nondovrestiebasta. –Invecesí. E si allontana a guardare Ros che fissa la pelle con dei paletti e la spruzza di salgemma. Gli piace guardare Ros, Freek e suo zio quando sono al lavoro. Per approfittare deglialtiprezzidellalana,Son vorrebbe avere piú pecore. Ma dopo anni di piogge scarseilveldèundeserto,con l’erbaeicespuglibruciatifino allaradice.Perciòsirisolvedi recintare la tenuta suddividendola in lotti piú piccoli cosí che le pecore possano essere spostate di lotto in lotto dando cosí al veld la possibilità di rigenerarsi. Esce ogni giorno conRoseFreekperinfilarei pali degli steccati nella terra dura come pietra, sistemare metri di filo spinato, facendo inmodochesiatesocomela cordadiunarco,efissarlo. Zio Son lo tratta sempre congentilezza,etuttaviasadi non piacergli piú di tanto. Come fa a saperlo? Dal disagiochescorgenegliocchi diSonquandoluiglièvicino, dal tono forzato della sua voce. Se gli piacesse veramente, Son sarebbe spontaneo e disinvolto com’è con Ros e Freek. Invece sta sempre attento a parlargli in inglese, anche se lui gli risponde in afrikaans. È diventata una questione di onore per entrambi; non sanno come uscire da quella trappola. Dice a se stesso che in quell’antipatia non c’è nulla dipersonale,èsoloperchélui, il figlio del fratello minore di Son,èpiúgrandedelfigliodi Son,cheèancoraunlattante. Matemechelacosavadapiú in profondità, che Son lo disapprovi per via del fatto che è tanto devoto a sua madre, l’intrusa, anziché a suo padre; e anche perché nonèfranco,onesto,sincero. SepotessesceglieretraSon e suo padre, sceglierebbe comepadreSon,ancheseciò vorrebbe dire diventare irrimediabilmente afrikaner e passare gli anni nel purgatorio di un collegio afrikaner,cometuttiiragazzi di campagna, prima di avere il permesso di ritornare alla fattoria. Forse è questa la ragione piúprofondapercuiSonnon hasimpatiaperlui:avvertela pretesa oscura di questo bambinosingolareelarifiuta, come un uomo che si scuota didossounneonatocheglisi aggrappi. Osserva Son in continuazione, ne ammira l’abilità con cui fa ogni cosa, dalcurareunanimalemalato al riparare una pompa azionata da un generatore a vento. È affascinato, in particolare, dalla conoscenza che ha delle pecore. Guardandounapecora,Sonè in grado di dirne non solo l’età e la provenienza, non solochetipodilanadarà,ma anche che sapore avrà ogni parte del suo corpo. È in grado di scegliere una pecora da macellare valutando se ha le costolette giuste per essere cucinata alla griglia o i cosci giustiperesserearrostita. Gli piace la carne. A mezzogiorno aspetta con ansia il tintinnio della campanella e l’enorme pasto che annuncia: piatti di patate arrosto, riso giallo con l’uvetta,patatedolciconsalsa di caramello, zucca con zucchero di canna e tocchetti di pane morbido, fagioli in agrodolce, insalata di barbabietola rossa, e, al centro, al posto d’onore, un gran vassoio di carne di montone con tanto intingolo da versarci sopra. Eppure, dopoavervistoRosmacellare le pecore, non gli va piú di toccare la carne cruda. Al ritornoaWorcesterpreferisce non andare dal macellaio. È disgustato dalla disinvoltura concuiilmacellaiosbatteun pezzo di carne sul banco, lo affetta,loavvolgeinunfoglio di carta da pacco e ci scrive soprailprezzo.Quandosente lo stridio della sega a nastro che taglia l’osso, vorrebbe tapparsi le orecchie. Non gli faeffettoguardareilfegato,la cuifunzionenelcorpoèvaga, ma distoglie gli occhi alla vista dei cuori esposti in vetrina, e in particolare alla vista dei vassoi colmi di frattaglie. Anche alla fattoria si rifiuta di mangiare le frattaglie, sebbene siano considerateunaprelibatezza. Non capisce perché le pecore accettino il loro destino, perché non si ribellinomaiinvecediandare mansueteincontroallamorte. Se le antilopi sanno che non c’ènientedipeggioalmondo che cadere nelle mani dell’uomo, e lottano fino all’ultimo respiro per fuggire, perché le pecore sono cosí stupide? Sono animali, dopo tutto, hanno i sensi fini degli animali:perchénonodonogli ultimi belati della vittima dietro la baracca, non ne fiutano il sangue e se ne ricordano? Certe volte, quando è in mezzoallepecore–quandole riuniscono per sottoporle al bagnomedicatoelechiudono in un recinto angusto dal quale non possono scappare –, vorrebbe sussurrare loro qualcosa, avvertirle di quel cheleaspetta.Mapoineiloro occhigiallicoglieunbarlume diqualcosachelocostringeal silenzio: la rassegnazione, il presentimentononsolodiciò che accade alle pecore dietro la baracca per mano di Ros, maanchediciòcheleattende al termine del lungo viaggio, consumato nella sete, verso Città del Capo, a bordo del camion. Sanno ogni cosa, fin neiminimidettagli,etuttavia non oppongono resistenza. Hanno calcolato il costo e sono pronte a pagarlo – il costo di essere sulla terra, il costodiesserevive. Dodici. AWorcestersoffiasempre il vento, sottile e freddo d’inverno, caldo e secco d’estate. Dopo un’ora all’apertocisiritrovaconuna finepolvererossatraicapelli, nelleorecchie,sullalingua. È sano, pieno di vita e di energia, eppure, a quanto pare,hasempreilraffreddore. La mattina si sveglia con il mal di gola, gli occhi rossi, non riesce a smettere di starnutire, la temperatura corporea sale alle stelle e poi scendedicolpo.–Stomale,– dice a sua madre con voce roca. Lei gli mette il dorso della mano sulla fronte. – Allora devi assolutamente starealetto,–sospira. C’è un momento ancora piú difficile da affrontare, il momento in cui suo padre dice: – Dov’è John? – e sua madre dice: – Sta male, – e suo padre sbuffa e dice: – Finge un’altra volta –. Lui se ne rimane buono buono finchésuopadreesuofratello non sono usciti, quindi può finalmente dedicarsi a una giornatadilettura. Legge assorto e a grande velocità. Quando sta male, sua madre è costretta ad andareinbibliotecaduevolte alla settimana a prendergli i libri: due con la propria tessera e altri due con la sua. Lui non ci va mai, in biblioteca, per evitare eventuali domande della bibliotecaria al momento in cuileportailibridatimbrare. Sa che per diventare un grande uomo dovrebbe leggere libri seri. Dovrebbe fare come Abramo Lincoln o James Watt, studiare a lume di candela mentre tutti dormono, imparare da solo latino, greco e saperne di astronomia. Non ha rinunciato all’idea di essere un grande uomo; si ripromettedidedicarsipresto alle letture serie, ma per il momento vuole leggere soltantostorie. Legge tutti i racconti del mistero di Enid Blyton, tutte le storie che hanno come protagonisti i fratelli Hardy e le avventure di Biggles. Ma i suoilibripreferitisonoquelli di P. C. Wren sulla Legione Straniera francese. – Chi è lo scrittore piú grande del mondo?–chiedeasuopadre. –Shakespeare,–rispondelui. – Perché non P. C. Wren? – chiede. Suo padre non lo ha letto e, benché sia stato soldato, non sembra interessato a farlo. – P. C. Wren ha scritto quarantasei libri. Quanti ne ha scritti Shakespeare? – chiede con aria di sfida, e comincia a elencare titoli. – Aah! – dice suopadrespazientito,comea voler liquidare l’argomento, manonsarispondergli. Se a suo padre piace Shakespeare, allora Shakespeare dev’essere un cattivo scrittore, decide. Nonostante questo, comincia a leggerlo nell’edizione ingiallita dai bordi slabbrati ereditata dal padre, che deve valere molti soldi perché è vecchia, cercando di capire per quale ragione la gente dice che Shakespeare è grande.LeggeTitoAndronico perviadelnomeromano,poi Coriolano, saltando i lunghi discorsi, cosí come salta le descrizioni della natura nei libricheprendeinbiblioteca. Oltre a Shakespeare, suo padre possiede le poesie di Wordsworth e le poesie di Keats. Sua madre quelle di Rupert Brooke. I libri di poesia hanno un posto d’onore sulla mensola del caminoinsoggiorno,accanto a Shakespeare, alla Storia di San Michele in un cofanetto di pelle e a un libro di A. J. Croninsuundottore.Perben due volte cerca di leggere La storia di San Michele ma si annoia. Non riesce mai a capire chi è Axel Munthe, se lastoriaèveraoinventata,se siparladiunaragazzaodiun posto. Una volta suo padre entra in camera sua con il libro di Wordsworth. – Dovresti leggere queste, – dice, indicandogli le poesie che ha contrassegnato a matita. Qualche giorno dopo ritorna per parlare con lui delle poesie. «La scrosciante cascata era per me come un incubo» 1, cita suo padre. – È grandioso, non pensi? – Lui borbottaqualcosa,sirifiutadi guardare suo padre negli occhi, si rifiuta di giocare a quel gioco. Ben presto suo padrecirinuncia. Non gli spiace mostrarsi tanto scortese. Non riesce a capire cosa c’entri la poesia conlavitadisuopadre;hail sospetto che sia tutta una finzione. Quando sua madre raccontachepersottrarsiagli sfottò delle sorelle doveva prendere il libro e nascondersi in solaio, lui le crede. Ma non riesce a figurarsi suo padre, che oggi legge soltanto il giornale, leggere, da ragazzo, poesie. Suo padre, a quell’età, lo immaginasemplicementeche scherza, ride e fuma dietro i cespugli. Guarda suo padre leggere il giornale. Legge in fretta, nervoso, sfogliando le pagine come fosse alla ricerca di qualcosa che non c’è, facendole schioccare e colpendoleconilpalmodella manomentrelegira.Quando ha finito di leggerlo, lo piega riducendolo a un piccolo riquadro e fa le parole crociate. Anche sua madre ha una venerazione per Shakespeare. Pensa che Macbeth sia il suo dramma piú grande. «Se qualcosa potesse intrappolare le conseguenze, – farfuglia, e si interrompe di colpo, – e portareconlasuaesecuzione il successo, – continua annuendo per mantenere il ritmo, – tutti i profumi d’Arabia non sarebbero in gradodilavarequestapiccola mano» 2,aggiunge.Macbethè il dramma che ha studiato a scuola; l’insegnante rimaneva dietro di lei pizzicandole il braccio finché non aveva finito di recitare il brano. «Kom nou, Vera!» diceva – Su, dài! – pizzicandola, e lei tirava fuori qualche altra parola. Quel che non capisce di sua madre è come mai, sebbene sia tanto stupida da nonriuscireadaiutarloafare i compiti di quarta elementare, il suo inglese sia perfetto, soprattutto quando scrive. Usa le parole con esattezza, padroneggia la grammatica in modo impeccabile. Si muove a suo agionellalingua,èuncampo nel quale non ha tentennamenti. Come è stato possibile? Suo padre era Piet Wehmeyer,portavaunbanale nomeafrikaner.Sull’albumdi fotografie, con la camicia senza colletto e il cappello a tesa larga, sembra un contadino qualsiasi. Nella zona di Uniondale dove vivevano non c’erano inglesi; tutti i vicini parevano chiamarsi Zondagh. Sua madreeranataMarieduBiel, figlia di genitori tedeschi, senzanemmenounagocciadi sangue inglese nelle vene. Eppure, quando ha avuto figli,hadatoloronomiinglesi – Roland, Winifred, Ellen, Vera, Norman, Lancelot – e conloroparlavainglese.Dove lo avevano imparato, lei e Piet? L’inglese di suo padre è quasi altrettanto buono, sebbene il suo accento abbia piúdiunatracciadiafrikaans e per dire «trenta» dica «thutty» anziché «thirty». Tutte le volte che fa i cruciverba suo padre sfoglia l’edizione tascabile dell’Oxford English Dictionary.Esembracheogni parola del dizionario gli sia almeno vagamente familiare, e cosí pure ogni frase idiomatica.Pronuncialefrasi idiomatiche piú assurde con grande entusiasmo, come a volerle fissare nella memoria: di buzzo buono, andare in frasca. Quantoalui,nonvapiúin là di Coriolano nel libro di Shakespeare. A parte la pagina sportiva e i fumetti, il giornale lo annoia. Quando nonhanient’altrodaleggere, legge i libri verdi. «Portami un libro verde!» grida a sua madre dal letto. I libri verdi sonoivolumidellaChildren’s EncyclopaediadiArthurMee, che ricorda di aver sempre visto in casa. Li ha sfogliati decine di volte; quando era moltopiccolo,nestrappavale pagine, li scarabocchiava con i pastelli, ne rompeva la rilegatura, e cosí ora bisogna maneggiarliconcura. Non li legge sul serio, i libri verdi: la prosa fa troppo spazientire,ètroppoleziosae infantile, se si esclude la seconda metà del volume 10, l’indice, pieno di informazioni concrete. Ma si sofferma sulle immagini, soprattutto le fotografie delle sculture di marmo, uomini e donne nudi con drappi di stoffa intorno ai fianchi. Ragazze di marmo lisce e snelle riempiono i suoi sogni erotici. La cosa sorprendente riguardo ai suoi raffreddori è come si risolvano presto o sembrino risolversi. Alle undicidelmattinoglistarnuti sono cessati, il senso di ottenebramento nella testa è scomparso, si sente bene. Ne ha ormai abbastanza del pigiama sudato, puzzolente, delle coperte che sanno di stantioedell’avvallamentonel materasso, dei fazzoletti fradici sparsi tutt’intorno. Si alzamanonsiveste:vorrebbe dire sfidare troppo apertamentelafortuna.Cauto anonmettereilnasofuoridi casa per non farsi vedere dai vicini o dai passanti, gioca con il Meccano, incolla francobolli sull’album, infila bottoni nello spago, intreccia cordoncini con gli avanzi dei gomitoli di lana. Il cassetto è pieno di cordoncini intrecciati da lui che non servonoanientesenoncome cinturedellavestagliachenon ha. Quando sua madre entra nella sua stanza, si mostra mogio, preparandosi a tener testa alle sue osservazioni caustiche. Tuttisospettanochesiaun imbroglione. Non riesce mai a persuadere sua madre che sta veramente male; quando lei cede alle sue suppliche, lo fa con malgarbo, e solo perché non sa dirgli di no. I suoi compagni di scuola pensano che sia una femminuccia e un cocco di mamma. Eppure la verità è che molte mattine si sveglia lottando per riuscire a respirare;accessidistarnutilo sconvolgonoperminutiinteri fino a farlo ansimare e piangereefarglidesideraredi morire. Non c’è nessuna finzione in questi suoi raffreddori. La regola è che quando ci si assenta da scuola bisogna portare la giustificazione. Conosce a memoria la lettera tipo di sua madre: «La prego di scusare John per l’assenza di ieri. Aveva un forte raffreddore e ho ritenuto opportuno farlo restare a letto. Distinti saluti». Lui porge queste lettere, che sua madrescrivecomemenzogne echevengonolettecometali, conapprensione. Quandoallafinedell’anno contaigiornidiassenza,sono quasi uno su tre. Eppure è sempre il primo della classe. La conclusione cui giunge è che quanto succede in classe non ha importanza. Può sempre recuperare a casa. Fosse per lui, rimarrebbe a casa tutto l’anno, si presenterebbe solo per gli esami. Tutto ciò che dicono gli insegnanti è già scritto in qualche manuale. Non li disprezza per questo, e nemmenoisuoicompagni.A dire il vero non gli piace quando, ogni tanto, l’ignoranza di un insegnante risulta evidente. Se potesse, i suoi insegnanti, li proteggerebbe. Ascolta con attenzione ogni loro parola. Ma ascolta non tanto per imparare quanto per evitare di essere sorpreso mentre sogna a occhi aperti («Che cosa ho detto? Ripeti quello che ho appena detto»), per evitare di essere richiamato davantiallaclasseeumiliato. È convinto di essere diverso, speciale. Ciò che ancora non sa è perché è al mondo. Ha il sospetto che nondiventeràunreArtúoun Alessandro Magno, riverito da tutti nel corso della sua vita.Luiverràapprezzatosolo dopochesaràmorto. Aspetta la chiamata. Quando arriverà, lui sarà pronto. Risponderà risoluto, anche se significherà andare incontro alla morte, come gli uomini della Brigata Cavalleggeri. Il parametro in base al qualesigiudicaèquellodella VC,laVictoriaCross.Sologli inglesi hanno la VC. Gli americaninoncel’hanno,né, con sua grande delusione, ce l’hanno i russi. I sudafricani noncel’hannosenz’altro. Non può non notare che VC sono le iniziali di sua madre. Il Sudafrica è un paese senza eroi. Wolraad Woltemade potrebbe essere consideratotale,forse,senon avesse un nome tanto ridicolo. Tuffarsi ripetutamente in un mare tempestoso per aiutare marinaisfortunatièdisicuro un gesto coraggioso; ma il coraggio era dell’uomo o del cavallo? Al pensiero del cavallo bianco di Wolraad Woltemade che si tuffa con indefessa tenacia tra le onde (gli piace la duplice, adamantina forza contenuta nell’espressione con indefessa tenacia) sente un nodo in gola. Vic Toweel sfida Manuel Ortiz per il titolo dei pesi gallo. L’incontro si svolge un sabato sera. Rimane alzato finoatardiconsuopadreper ascoltare la radiocronaca. All’ultimo round Toweel, sanguinante ed esausto, si scaglia contro l’avversario. Ortiz vacilla; la folla si scatena, la voce del radiocronistaèormairauca.I giudici annunciano la loro decisione: il sudafricano Viccie Toweel è il nuovo campione del mondo. Lui e suopadreurlanoesultantiesi abbracciano. Non sa come manifestare la sua gioia. Seguendo l’impulso afferra i capelli del padre, li tira con tuttelesueforze.Suopadrefa un balzo indietro guardandolo con un’espressionestrana. Per giorni i quotidiani sono pieni di immagini dell’incontro.ViccieToweelè un eroe nazionale. Quanto a lui, ben presto il suo entusiasmo scema. È ancora contento che Toweel abbia battuto Ortiz, ma ha cominciato a chiedersi perché.ChièToweelperlui? Perché non dovrebbe essere libero di scegliere tra Toweel e Ortiz nella boxe come è libero di scegliere tra gli Hamilton e i Villager nel rugby? Deve per forza fare il tifoperToweel,questobrutto ometto con le spalle curve, il nasone e vuoti occhietti neri, solo perché Toweel (nonostanteilnomeridicolo) è sudafricano? I sudafricani devono fare il tifo per chi è sudafricano anche se non lo conosce? Suo padre non gli è di aiuto.Suopadrenondicemai niente di sorprendente. Prevede immancabilmente chevinceràilSudafricaoche vinceràlaProvinciadelCapo occidentale, nel rugby o nel cricket o quello che è. – Secondo te chi vince? – gli chiede con aria di sfida il giornoprimachelaProvincia del Capo occidentale giochi contro il Transvaal. – La Provincia del Capo occidentale, e di molto, – risponde suo padre in modo meccanico. Ascoltano la radiocronaca e vince il Transvaal. Suo padre non batte ciglio. – L’anno prossimovinceràlaProvincia del Capo occidentale, – dice. –Aspettaevedrai. Gli pare stupido credere che vincerà la Provincia del Capo occidentale solo perché sièdiCittàdelCapo.Meglio credere che vincerà il Transvaal, cosí se poi non vinconoèunabellasorpresa. Ha ancora nella mano la sensazione lasciatagli dai capelli del padre, ispidi, robusti. La violenza del suo gesto lo sconcerta e inquieta ancora.Primadialloranonsi è sentito mai cosí libero nei confronti del corpo di suo padre. Preferirebbe che non succedessepiú. 1 W. Wordsworth, Versi composti ad alcune miglia dall’abbazia di Tintern, vv. 76-77 [trad.it.diFrancoBuffoni,inPoeti romantici inglesi, Milano 1990, p. 218]. 2 W. Shakespeare, Macbeth, I.VII .I e V.I .51. I versi sono modificatirispettoall’originale. Tredici. È tarda sera. Gli altri dormono. Lui è a letto immersoneiricordi.Illettoè attraversato da una striscia arancio proveniente dai lampionicheilluminanotutta lanotteReunionPark. Sta ripensando a ciò che è successo quella mattina durantelafunzione,quandoi cristiani cantavano gli inni mentreebreiecattolicierano liberidifareciòchevolevano. Due ragazzi piú grandi, entrambicattolici,loavevano messoconlespallealmuro.– Quando vieni al catechismo? –avevanodomandato.–Non posso venire al catechismo, il venerdípomeriggiodevofare delle commissioni per mia madre, – aveva mentito. – Se non vieni al catechismo non puoi essere un cattolico, – avevano detto. – Io sono cattolico, – aveva insistito mentendodinuovo. Se accadesse il peggio, pensa ora affrontando il peggio, se il prete cattolico dovesse andare da sua madre a chiedere perché lui non va mai al catechismo, o – l’altro suo incubo – se il direttore della scuola dovesse annunciare che tutti i ragazzi con nomi afrikaner devono trasferirsi nelle classi di afrikaans; se quell’incubo si trasformasse in realtà e a lui non restasse che rifugiarsi in grida ingiustificate, strepiti e pianti, nel comportamento infantile che, ne è consapevole, è ancora dentro di lui, compresso come una molla; se, dopo quella tempesta, dovesse come ultimo passo disperato ricorrere alla protezione di sua madre, rifiutandosi di tornare a scuola, supplicandola di salvarlo; se dovessecomportarsiinmodo cosídisonorevole,mettendoa nudo, fino in fondo e una volta per tutte, ciò che solo lui,amodosuo,esuamadre, a modo suo, e forse suo padre, in quel suo modo colmo di disprezzo, sanno, e cioè che lui è ancora un bambino e non crescerà mai; se tutte le storie che si sono man mano consolidate intornoalui,fabbricatedalui stesso, fabbricate da anni di comportamento normale, almeno in pubblico, dovessero crollare, e il suo nucleo ripugnante, nero, lacrimoso, puerile, dovesse emergere cosí che tutti lo vedano e possano riderne, come potrebbe continuare a vivere? A quel punto non sarebbeancheluiguasto,non diversamente da uno di quei bambini mongoloidi, stenti e deformi, bavosi e con la voce roca, che tanto varrebbe strangolare o far dormire per sempre con una buona dose disonniferi? Tuttiilettidellacasasono vecchiestanchi,conlemolle rotte, e scricchiolano al minimomovimento.Cercadi stareilpiúimmobilepossibile nella scheggia di luce che entra dalla finestra, conscio del proprio corpo rannicchiatosuunfianco,dei pugni serrati contro il petto. In questo silenzio cerca di immaginarelapropriamorte. Si sottrae a tutto: alla scuola, allacasa,asuamadre;cercadi immaginare i giorni che trascorrono senza di lui. Ma non ci riesce. C’è sempre qualcosa che si lascia dietro, qualcosadipiccoloedinero, come una noce, come una ghianda rimasta nel fuoco, secca,copertadicenere,dura, incapace di crescere, ma comunque lí. Riesce a immaginare se stesso che muore ma non che sparisce. Per quanto ci provi, non riesce ad annullare l’ultimo residuodisestesso. Che cosa lo mantiene in vita? È la paura del dolore di sua madre, un dolore cosí grande che non può tollerare dipensarciperpiúdiqualche secondo? (La vede in una stanza spoglia, ritta, in silenzio,chesicopregliocchi con le mani; poi tira la tenda su di lei, sull’immagine). Oppurec’èqualcos’altroinlui chesirifiutadimorire? Ricorda l’altra volta in cui lo hanno messo con le spalle almuro,quandoidueragazzi afrikaner gli hanno immobilizzato le mani dietro la schiena e lo hanno spinto fin dietro al terrapieno in fondo al campo da rugby. Ricorda in particolare il ragazzo piú grande, cosí grasso che il grasso gli ricadeva fuori dagli indumenti stretti – uno di quei deficienti o semideficienti che possono spezzartileditaoschiacciarti latracheaconlastessafacilità con cui tirano il collo a un uccello, sorridendo placidi mentrelofanno.Avevaavuto paura, non c’è dubbio, il cuore gli martellava in petto. Eppurequantoeraveraquella paura?Mentreavanzavaperil campoincespicandotraidue ragazzi che lo tenevano prigioniero, non c’era qualcosa di piú profondo dentro di lui, una sensazione di assoluta allegria, che diceva: «Non preoccuparti, nulla può toccarti, non è che un’avventuracomelealtre»? Nullapuòtoccarti,nonc’è nientechetunonsiaingrado di fare. Sono queste le due cosechesipossonodiredilui, due cose che in realtà sono una sola, la cosa giusta e al tempostessolacosasbagliata che lo riguardano. E quest’unica cosa che è due cose insieme significa che lui non morirà, qualunque cosa accada; ma non significa anchechenonvivrà? È piccolo. Sua madre lo tira su, faccia avanti, afferrandolo da sotto le ascelle. Le gambe penzoloni, la testa che gli si piega, è nudo;masuamadreloregge davantiaséeavanza.Leinon ha bisogno di guardare dove va, deve solo proseguire. Dinanzi a lui, via via che lei avanza, tutto si trasforma in pietra e si frantuma. Lui è soltanto un bambino piccolo con il pancione e la testa che gli ciondola, ma possiede questopotere. Poisiaddormenta. Quattordici. Arriva una telefonata da Città del Capo. Zia Annie è caduta dalle scale del suo appartamentodiRosebank.Si è rotta il bacino e l’hanno portataall’ospedale;qualcuno deveoccuparsidilei. È luglio, pieno inverno. Tutto il Capo occidentale è ricoperto da una coltre di freddoepioggia.Prendonoil treno del mattino per Città del Capo – lui, sua madre e suofratello–,poiunautobus chepercorreKloofStreetfino al Volkshospitaal. Zia Annie, minuscolacomeunabambina nella sua camicia da notte a fiorellini, è nel reparto femminile.Ilrepartoèpieno: vecchie con facce accigliate, sofferenti, camminano in vestaglia strascicando i piedi, sibilandotrasé;donnegrasse, sciatte, sedute sul bordo del letto con facce vuote, i seni che spuntano fuori senza che loro se ne curino. Un altoparlante nell’angolo è sintonizzato su Springbok Radio. Sono le tre, il programma pomeridiano di brani a richiesta: When Irish Eyes are Smiling con Nelson Riddleelasuaorchestra. Zia Annie stringe il bracciodisuamadreconuna mano rinsecchita. – Vera, voglio andarmene da qui, – dice in un sussurro rauco. – Nonèilpostoperme. Sua madre le dà un buffetto sulla mano, cerca di consolarla. Sul comodino, un bicchiere d’acqua per la dentieraeunaBibbia. La caposala dice che il bacino è stato ingessato. Zia Annie dovrà passare un altro mesealettofinchél’ossonon sisaldi.–Nonèpiúgiovane, ci vuole tempo –. Quindi dovràusarelestampelle. Poi, come ripensandoci, aggiunge che quando zia Annieèstataricoverataaveva le unghie dei piedi lunghe e nerecomeartiglidiuccello. Suo fratello, annoiato, ha cominciatoafrignare,dicedi aver sete. Sua madre ferma un’infermiera e la convince a portarleunbicchiered’acqua. Imbarazzato, lui distoglie lo sguardo. Vengono mandati in fondoalcorridoionell’ufficio dell’assistente sociale. – Siete suoi parenti? – chiede l’assistente sociale. – Potete ospitarla? Le labbra di sua madre si contraggono.Scuotelatesta. – Perché non può tornare acasasua?–lechiedeluipiú tardi. – Non può salire le scale. Nonpuòandareafarlaspesa. – Non voglio che venga a staredanoi. –Nonverràastaredanoi. L’ora delle visite è terminata, è arrivato il momento di salutarsi. Gli occhi di zia Annie si riempionodilacrime.Afferra il braccio di sua madre con tanta forza che bisogna staccareleditaaunaauna. – Ek wil huistoe gaan, Vera, – sussurra. Voglio andareacasa. – Ancora qualche giorno, zia Annie, finché non potrai camminare di nuovo, – dice sua madre con la voce piú tranquillizzantepossibile. Lui non ha mai visto questo lato del suo carattere: questaslealtà. Poi tocca a lui. Zia Annie allungaunamano.ZiaAnnie gli viene al tempo stesso prozia e madrina. Nell’album c’è una fotografia di lei con unbambinotralebracciache dicono sia lui. Indossa un vestito nero che le arriva alle caviglieeuncappellonerodi foggiaantica;sullosfondoc’è una chiesa. Siccome è la sua madrina è convinta di avere un rapporto speciale con lui. Pare non rendersi conto del disgusto che lui prova nei suoi confronti, cosí rugosa e ripugnante nel suo letto d’ospedale, il disgusto che prova per tutta quella corsia piena di donne ripugnanti. Cercadinondarloavedere;il suocuorebruciadivergogna. Sopportalamanosulbraccio, ma vorrebbe andarsene, uscire da quel posto e non farcimaipiúritorno. – Sei cosí intelligente, – dice zia Annie con la voce bassa, roca, che ha sempre avuto per quel che ricorda. – Seiunuomofatto,tuamadre contasudite.Deviamarlaed essere di aiuto sia a lei che al tuofratellino. Essere di aiuto a sua madre? Che sciocchezza. Sua madre è una roccia, una colonna di pietra. Non è lui che dev’essere di aiuto a lei, bensí lei a lui! Perché zia Anniedicequestecose?Finge di essere in punto di morte, quando ha soltanto una fratturaalbacino. Annuisce, cerca di mostrarsi serio e attento e obbediente mentre in cuor suo aspetta solo che lei molli la presa. Zia Annie fa quel sorrisoeloquentechealludeal legame speciale tra lei e il primogenito di Vera, un legame che lui non sente affatto, non riconosce. Gli occhi di zia Annie sono inespressivi, di un azzurro smorto, slavati. Ha ottant’anni ed è quasi cieca. Nemmeno con gli occhiali riesce a leggere la Bibbia comesideve,latienesoltanto in grembo mormorando tra séleparole. Allenta la presa; lui borbotta qualcosa e fa un passoindietro. Tocca a suo fratello, che accetta di essere baciato. – Arrivederci, cara Vera, – gracchiaziaAnnie.–Magdie Here jou seën, jou en die kinders –. Che Dio benedica teeibambini. Sono le cinque e comincia afarbuio.Neltrambustoche glièpocofamiliaredell’oradi punta prendono il treno per Rosebank. Passeranno la notte a casa di zia Annie: la prospettiva lo riempie di sconforto. Zia Annie non ha il frigorifero. La dispensa non contiene altro che qualche melavizza,unmezzofilonedi paneammuffito,unvasettodi pasta di acciughe di cui sua madre non si fida. Lo manda al negozio indiano; cenano conpane,marmellataetè. La tazza del gabinetto è marrone di sporcizia. Gli si rivolta lo stomaco quando pensa alla vecchia con le unghiedeipiedilungheenere accovacciata lí sopra. Non vuoleservirsidiquelbagno. –Perchédobbiamorestare qui? – chiede. – Perché dobbiamorestarequi?–glifa ecosuofratello.–Perchésí,– dicesuamadrecupa. Zia Annie usa lampadine da quaranta watt per risparmiare elettricità. Nella fioca luce gialla della camera dalettosuamadrecominciaa riporre nei cartoni gli indumenti di zia Annie. Prima d’ora non è mai stato in camera di zia Annie. Alle pareti ci sono fotografie incorniciate di uomini e donne dall’aspetto severo, minaccioso: i Brecher, i du Biel,isuoiantenati. –Perchénonvaastareda zioAlbert? – Perché Kitty non può prendersi cura di due vecchi malati. – Non voglio che venga a staredanoi. –Nonverràastaredanoi. –Ealloradoveandrà? –Letroveremounacasadi riposo. – Che vuol dire «una casa diriposo»? – Una casa, una casa… unacasaperpersoneanziane. Nell’appartamento di zia Annie l’unica stanza che gli piace è il ripostiglio. È zeppo fino al soffitto di giornali vecchi accatastati e scatole di cartone.Cisonoscaffalicolmi di libri, tutti uguali: un libro tozzo rilegato in rosso, stampato sulla spessa carta grezza usata per i libri in afrikaans, simile a carta assorbente, con pagliuzze e caccole di mosche intrappolate dentro. Il titolo sul dorso è Ewige Genesing; sullacopertinac’èiltitoloper intero, Deur ’n gewaarlike krankheid tot ewige genesing, «Attraverso una malattia pericolosafinoallaguarigione eterna». L’autore è il suo bisnonno, il padre di zia Annie;alui–èunastoriache ha sentito molte volte – zia Anniehadedicatogranparte della sua vita, dapprima traducendoilmanoscrittodal tedesco in afrikaans, poi spendendoisuoirisparmiper pagare a un tipografo di Stellenbosch le centinaia di copie stampate, e a un rilegatore la rilegatura di alcune di esse, infine facendo il giro delle librerie di Città delCapo.Quandoilibrainon si lasciarono persuadere a comprare il libro, zia Annie cominciòavenderloleistessa porta a porta. Le copie rimastesonosugliscaffalidel ripostiglio; gli scatoloni contengono pagine a stampa sciolte, accuratamente piegate. Ha cercato di leggere Ewige Genesing, ma è troppo noioso.NonappenaBalthazar duBielcominciaaraccontare la storia della sua infanzia in Germania, subito la interrompe con lunghi excursus sulle luci in cielo e sulle voci che gli parlano dall’alto.Tuttoillibrosembra concepitocosí:brevibranisu di sé seguiti da lunghi resoconti di ciò che gli dicevano le voci. Con suo padrescherzadatemposuzia Annie e suo padre Balthazar du Biel. Pronunciano il titolo del libro nel modo sentenzioso, cantilenante dei predikant, strascicando le vocali:«Deur ’n gewaaaarlike krannnnkheid tot eeeewige geneeeesing». –IlpadrediziaAnnieera pazzo?–chiedeasuamadre. –Sí,immaginodisí. –Perchéalloraleihaspeso tuttiisuoisoldiperstampare illibro? –Avevadisicuropauradel padre. Era un tedesco terribile, all’antica, tremendamente crudele, un autocrate. Tutti i suoi figli lo temevano. –Manoneragiàmorto? –Sícheloera,maleiaveva di sicuro un forte senso del dovereneisuoiconfronti. Sua madre non vuole criticare zia Annie e il suo sensodeldovereneiconfronti diquelvecchiopazzo. La cosa migliore nel ripostiglio è il torchio. È di ferro,pesanteesolidocomela ruota di una locomotiva. Convinceilfratelloastendere le braccia sulla piastra; poi gira la grande vite finché le braccia del fratello non sono immobilizzate del tutto e lui non può sfuggire. Dopodiché si scambiano i ruoli e suo fratellofalastessacosaalui. Un paio di giri di vite in piú, pensa, e le ossa si spappolerebbero. Che cosa li trattienedalfarlo,tuttiedue? QuandoeranoaWorcester da pochi mesi, erano stati invitati in una fattoria che forniva frutta alla Standard Canners. Mentre i grandi prendevano il tè, lui e suo fratello avevano girovagato per l’aia. A un certo punto si erano imbattuti in una macchina per macinare il granturco.Luiavevapersuaso ilfratelloametterelamanoin fondo all’imbuto dove venivanogettatiichicchi,poi avevagiratolamanopola.Per un attimo, prima che la fermasse,avevasentitoleossa sottili delle dita spappolarsi. Suo fratello, con la mano intrappolata nella macchina, era sbiancato per il dolore, un’espressione sgomenta, interrogativa,sulvolto. Liavevanoportatidicorsa all’ospedale, dove un dottore avevaamputatoasuofratello metà del dito medio della mano sinistra. Per un po’ era andato in giro con la mano bendata e il braccio al collo; poi si era messo un piccolo copriditodipellenera.Aveva sei anni. Sebbene nessuno fingessecheilditoglisarebbe ricresciuto,nonsilamentava. Nonsièmaiscusatoconil fratello, né è mai stato rimproverato per ciò che ha fatto. Nonostante ciò, quel ricordo è una sorta di macigno, il ricordo della delicata resistenza opposta dallacarneedall’osso,epoiil rumoredellamola. –Almenopuoiesserefiero di avere qualcuno in famiglia che ha fatto qualcosa nella vita, che si è lasciato dietro qualcosa,–dicesuamadre. – Ma hai detto che era un vecchioorribile.Haidettoche eracrudele. – Sí, ma ha fatto qualcosa nellavita. Nella fotografia in camera di zia Annie, Balthazar du Biel ha occhi torvi, fissi, e la bocca contratta in un’espressione dura. Accanto a lui sua moglie sembra stanca e accigliata. Balthazar du Biel la conobbe – era la figlia di un altro missionario –quandogiunseinSudafrica per convertire i pagani. Piú tardi, quando andò in America a predicare il vangelo, la portò con sé assieme ai loro tre figli. Su uno di quei battelli a ruote che navigano lungo il Mississippi qualcuno diede a suafigliaAnnieunamela,che lei gli portò. Lui le fece una ramanzina perché aveva parlato con uno sconosciuto. Sono questi i pochi fatti che conosce su Balthazar, oltre a quanto è detto in quel libro rosso poco maneggevole di cui al mondo esistono molte piú copie di quelle che il mondovorrebbe. ItrefiglidiBalthazarsono Annie, Louisa – la madre di sua madre – e Albert, che nelle fotografie appese in camera di zia Annie appare come un bambino dall’aria spaventata vestito alla marinara. Ora Albert è zio Albert,unvecchiocurvodalla pelle bianca e molle come quella di un fungo, che non smette mai di tremare e deve essere sorretto mentre cammina. Nella sua vita zio Albertnonhamaiavutouno stipendio vero e proprio. Ha passatoigiorniascriverelibri estorie;chiuscivaperandare allavoroerasuamoglie. Chiede a sua madre come siano i libri di zio Albert. Ne ha letto uno tanto tempo fa, dice, ma non se lo ricorda. – Sono molto all’antica. La gente non legge piú libri di queltipo. Trova due libri di zio Albert nel ripostiglio, stampati sulla stessa carta spessa di Ewige Genesing ma rilegati in marrone, lo stesso marrone delle panchine nelle stazioni. Uno è intitolato Kain,l’altroDieSondesvandi vaders,«Ipeccatideipadri».– Posso prenderli? – chiede a sua madre. – Credo proprio disí,–dicelei.–Nessunone lamenteràlamancanza. Cerca di leggere Die Sondes van die vaders, ma non va oltre pagina dieci, è tropponoioso. «Deviamaretuamadreed esserle di aiuto». Rimugina sui consigli di zia Annie. Amare: una parola che pronunciaafiordilabbracon disgusto. Persino sua madre haimparatoanonusarlacon lui, anche se ogni tanto le scappa un delicato amore mio, quando gli dà la buona notte. Non scorge nessun senso nell’amore. Quando nei film uominiedonnesibaciano,ei violini suonano bassi e struggentiinsottofondo,luisi senteribollire.Giurachenon sarà mai cosí: smidollato, sdolcinato. Nonpermetteanessunodi baciarlo, solo alle sorelle di suo padre, e fa questa eccezione perché è una loro abitudine e non conoscono altro. I baci fanno parte del prezzo che paga per andare alla fattoria: con le labbra sfiora svelto le loro, che per fortunasonosempreasciutte. Ifamiliaridisuamadrenonsi scambiano baci. Né ha mai visto sua madre e suo padre darsiunbacioveroeproprio. Certe volte, quando ci sono altre persone presenti e per una qualche ragione devono fingere, suo padre bacia sua madresullaguancia.Leigliela porge con riluttanza, con rabbia, come se fosse costretta;ilbaciodisuopadre èleggero,rapido,nervoso. Ha visto il pene di suo padre soltanto una volta. È stato nel 1945, quando era appenatornatodallaguerrae tutta la famiglia si era riunita a Voëlfontein. Suo padre e due suoi fratelli erano andati a caccia, e se l’erano portato dietro.Eraunagiornatacalda; arrivatiaunbacinoartificiale, avevano deciso di fare una nuotata. Quando si era accorto che avevano intenzione di nuotare nudi, aveva cercato di sottrarsi, ma loro non glielo avevano promesso. Erano allegri e pieni di voglia di scherzare; volevano che anche lui si spogliasse e nuotasse assieme a loro, ma lui si era rifiutato. Cosí aveva visto il pene di tuttietre,quellodisuopadre meglio degli altri, chiaro, bianco. Ricorda benissimo quanto fosse seccato all’idea di essere costretto a guardarlo. Isuoigenitoridormonoin lettiseparati.Nonhannomai avuto un letto matrimoniale. L’unico che ha visto è alla fattoria,nellacameradaletto piú ampia, dove dormivano i nonni. Pensa che i letti matrimoniali siano antiquati, che risalgano all’epoca in cui una moglie faceva un figlio all’anno, come le pecore o le scrofe. È contento che i suoi genitori abbiano smesso di farequellecoseprimachelui sapessedichesitrattava. È disposto a credere che, tanto tempo fa, a Victoria West, prima che lui nascesse, i suoi genitori si amassero, dato che, a quanto pare, l’amore è un requisito fondamentale per il matrimonio. Nell’album ci sono fotografie che lo dimostrano: loro due seduti vicini durante un picnic, per esempio. Ma tutto questo deve essere finito anni fa, e secondo lui ne hanno tratto grandebeneficio. Quanto a lui, cos’hanno a che vedere le feroci, rabbiose emozioni che prova per sua madre con le languide smanceriesulloschermo?Sua madre lo ama, è pronto a riconoscerlo; ma è proprio questo il problema, è questo che è sbagliato, che non è giusto, nel suo atteggiamento verso di lui. Il suo amore affiorasoprattuttoinquelsuo esserevigile,prontaasalvarlo qualora fosse in pericolo. Fosse per lui (ma non lo farebbe mai), si abbandonerebbeallesuecure esifarebbeaccudiredaleiper il resto della vita. È proprio perché è cosí sicuro di lei e dellasuasollecitudinechesta tantoinguardia,nonsirilassa mai,nonledàmaiunamezza chance. Vorrebbetantosbarazzarsi delle sue vigili attenzioni. Forse verrà un giorno in cui per ottenere ciò dovrà imporsi, rifiutarla con brutalità, al punto che lei si ritrarrà spaventata lasciandolofinalmentelibero. Eppurebastachepensiaquel momento, che immagini la sua espressione sorpresa, che senta quanto è ferita per lasciarsi sopraffare dal senso di colpa. Farebbe qualsiasi cosa per attutire il colpo: la consolerebbe, le prometterebbe che non se ne andràmai. Sentire quanto è ferita, sentirlointimamentecomese fosseunapartedilei,eleiuna partedilui,èlaconfermache è in trappola e non può uscirne.Dichièlacolpa?Lui la biasima, è arrabbiato con lei, ma si vergogna anche della propria ingratitudine. Amare: è proprio questo che vuol dire, essere in questa gabbia, correre avanti e indietro, avanti e indietro, come un povero babbuino disorientato.Chepuòsaperne l’innocente zia Annie, ignorante com’è, dell’amore? Lui conosce il mondo mille volte piú di lei, che ha sgobbato per tutta la vita sul follemanoscrittodelpadre.Il suocuoreèvecchio,èoscuro e duro, un cuore di pietra. È questo il suo spregevole segreto. Quindici. Sua madre ha fatto un anno di università prima di lasciare il posto ai fratelli minori. Suo padre è un abile procuratore legale; lavora per la Standard Canners solo perchéaprireunostudio(cosí glidicesuamadre)costerebbe piú soldi di quanti ne hanno. Sebbene biasimi i suoi genitori per non averlo allevato come un bambino normale, è fiero della loro istruzione. Siccome a casa parlano inglese, siccome a scuola è sempreilprimodellaclassein inglese, si considera inglese. Sebbene abbia un cognome afrikaner, sebbene suo padre sia piú afrikaner che inglese, sebbene lui stesso parli afrikaans senza l’accento inglese, non potrebbe mai essere scambiato per un afrikaner, nemmeno per un istante. L’afrikaans che è in grado di padroneggiare è limitato e parziale; c’è un mondo fitto di allusioni ed espressioni gergali che i veri ragazzi afrikaner sono in grado di padroneggiare – di cui l’oscenità non è che una parte – al quale lui non ha accesso. C’èancheunmododifare comune agli afrikaner – una sicurezza, una certa intransigenza, e, accanto a esse, un continuo minacciare diricorrereallaforzafisica(li considera alla stregua di rinoceronti, enormi, ponderosi,nerboruti,prontia urtarsi l’un l’altro quando si passanoaccanto)–chealuiè estraneo e dal quale in realtà rifugge.Brandisconolalingua come una clava contro i nemici. Per strada è meglio evitarli, se li si incontra in gruppo; anche singolarmente hanno un’aria truculenta, minacciosa. Certe volte al mattino, quando gli allievi stannoinfilanelcortiledella scuolasuddivisiperclasse,lui scruta i ragazzi afrikaner alla ricerca di qualcuno diverso, qualcuno che abbia un tocco didelicatezza,manonriescea trovarne nessuno. È impensabile che lo sbattano in mezzo a loro: lo schiaccerebbero, piegherebbero la sua forza d’animo. Eppure, con sua grande sorpresa, non è disposto a consegnare loro la lingua afrikaans. Ricorda la sua primissima visita a Voëlfontein, quando aveva quattro o cinque anni e non sapeva nemmeno una parola di afrikaans. Suo fratello era ancora piccolo, se ne stava chiuso in casa al riparo dal sole; non c’era nessuno con cuigiocare,aparteibambini meticci. Insieme a loro fabbricava barchette con i baccelli e le faceva navigare lungo i canali di irrigazione. Ma era come una creatura muta: doveva mimare ogni cosa; a volte aveva la sensazione di scoppiare per tutte le cose che non riusciva adire.Poi,all’improvviso,un giorno aprí la bocca e si avvide che sapeva parlare, parlare con facilità e scioltezza e senza doversi interrompere per pensare. Ricorda ancora come si era precipitato da sua madre gridando: – Ascolta! Sono capacediparlareinafrikaans! Quandoparlaafrikaans,di colpo tutte le complicazioni della vita sembrano svanire. L’afrikaans è come un involucrofantasmaticochelo accompagnaovunque,dentro ilqualeèliberodientrareper diventare subito un’altra persona, piú semplice, piú gaia,dalpassopiúleggero. Una cosa degli inglesi che lodelude,cheluinonimiterà mai, è il loro disprezzo dell’afrikaans.Quandoalzano le sopracciglia e con aria altezzosa storpiano le parole in afrikaans, come se pronunciare veld con la v fosseunsegnodieleganza,lui si ritrae: si sbagliano, e, peggio ancora che sbagliarsi, sono ridicoli. Dal canto suo, nonfaconcessioni,nemmeno tra gli inglesi: le parole in afrikaans gli escono come devono uscire, con tutte le loro consonanti dure e vocali difficili. Nella sua classe ci sono parecchi bambini oltre a lui con cognomi afrikaner. Nelle classidiafrikaans,invece,non cisonobambiniconcognomi inglesi. Tra i ragazzi piú grandi conosce un afrikaner di nome Smith che potrebbe benissimo essere uno Smit; tuttoqua.Èunpeccato,maè comprensibile: quale inglese sposerebbe mai una donna afrikaner e metterebbe su famiglia visto che le donne afrikaner sono grandi e grosse, con seni prorompenti e tanto di pappagorgia, oppureossuteemalfatte? Ringrazia Dio che sua madre parli inglese. Ma diffidadisuopadre,malgrado Shakespeare e Wordsworth e il cruciverba del «Cape Times». Non capisce come mai suo padre continui a sforzarsi di fare l’inglese a Worcester, dove sarebbe cosí facile per lui tornare a essere un afrikaner. L’infanzia a PrinceAlbert,sullaqualesuo padre scherza assieme ai fratelli, non gli pare affatto diversa dalla vita di un afrikaner a Worcester. È altrettanto incentrata sulle percosse e sulla nudità, sui bisogni corporali soddisfatti davanti agli altri bambini, su un’indifferenza animale nei confrontidellavitaprivata. Il pensiero di essere trasformato in un bambino afrikaner,conlatestarasatae senza scarpe, lo spaventa. È come essere condannati alla prigione, a una vita senza intimità. Non può vivere senza intimità. Se fosse afrikaner dovrebbe vivere ogniminutodelgiornoedella notte in compagnia di altri. Unaprospettivaintollerabile. Ricorda i tre giorni al campeggio degli Scouts, ricordalapropriainfelicità,il desiderio profondo, continuamente frustrato, di sgattaiolareviaeinfilarsinella tendaaleggereunlibrotutto solo. Un sabato suo padre lo manda a comprare le sigarette.Puòsceglieresefare unlungogiroinbiciclettaper arrivare in centro, dove ci sonoverieproprinegozicon vetrineecasse,oseandareal piccolo negozio afrikaner vicino al passaggio a livello, che consiste in una semplice stanza sul retro di una casa con un banco verniciato di marrone scuro e gli scaffali pressoché vuoti. Sceglie quellopiúvicino. È un pomeriggio torrido. Dal soffitto del negozio pendono strisce di carne affumicata, biltong, e ci sono mosche dappertutto. Sta per direalragazzodietroilbanco – un ragazzo afrikaner piú grandedilui–chevuoleventi Springbok senza filtro, quando una mosca gli entra inbocca.Lasputadisgustato. La mosca finisce sul banco davantialui,sidibatteinuna piccolapozzadisaliva. –Sies!–diceuncliente. Lui vorrebbe protestare: – Che dovevo fare? Non sputarlafuori?Mandarlagiú? Sonosolounbambino!–Ma le spiegazioni non servirebbero a niente tra questa gente spietata. Con la mano pulisce la saliva sul banco e paga le sigarette in mezzo a un silenzio di disapprovazione. Nelrievocareilpassatoalla fattoria, suo padre parla di nuovo del proprio padre assieme ai fratelli. – ’n Ware ou jintlman! – dicono, un verogentiluomo,ripetendogli quella frase fatta, e ridono. – Diswathyopsygrafsteensou gewenshet:«ungentiluomodi campagna». Ecco cosa gli sarebbe piaciuto inciso sulla lapide –. Ridono soprattutto perché il padre continuava a indossare stivali da equitazione quando ormai tutti alla fattoria portavano i velskoen. Sua madre, ascoltandoli, sbuffa con aria sprezzante. – Non dimenticate il terrore che vi incuteva, – dice. – Avevate paura di accendere una sigaretta davanti a lui, anche quando eravate già uominifatti. Sono imbarazzati, non sanno che rispondere: ha chiaramente toccato un tasto dolente. Suo nonno, quello con le pretese da gentiluomo, una volta non era proprietario soltantodellafattoria,dimetà dell’albergo e dell’emporio di Fraserburg Road, possedeva anche una casa a Merweville con un pennone proprio davanti,sulqualeilgiornoin cui il re compiva gli anni faceva sventolare la bandiera inglese. – ’n Ware ou jintlman en ’n ware ou jingo! – aggiungonoifratelli.Unvero sciovinista! Ridono un’altra volta. Sua madre ha ragione. Sembrano dei bambini che dicono parolacce alle spalle dei genitori. Comunque, con chedirittoprendonoingiroil padre?Nonfossestatoperlui, ora non parlerebbero una parola di inglese: sarebbero come i loro vicini, i Botes e i Nigrini, stupidi e grevi, incapaci di discutere d’altro che di pecore e del tempo. Almeno,quandolafamigliasi riunisce, ridono e scherzano in un guazzabuglio di lingue, mentre quando i Nigrini o i Botes vengono a trovarli di colpo l’aria diventa cupa e greve e stagnante. «Ja-nee», diconoiBotesconunsospiro. «Ja-nee», dicono i Coetzee, pregando che gli ospiti se ne vadanoalpiúpresto. E lui? Se il nonno che lui venera era uno sciovinista, è forse uno sciovinista anche lui? Quando al cinema suonanoGodSavetheKinge sullo schermo sventola la bandiera inglese, lui si mette sull’attenti. Il suono delle cornamuse gli fa scorrere un brivido lungo la schiena, e cosí pure parole come leale, valoroso. Deve mantenerlo segreto, questo suo attaccamento per l’Inghilterra? Nonriesceacapireperché tanta gente intorno a lui non ama l’Inghilterra. L’InghilterraèDunkerqueei raid aerei sulla Gran Bretagna. L’Inghilterra fa il suodovereeaccettailproprio destino tranquillamente, senzascalpore.L’Inghilterraè ilragazzodellaBattagliadello Jütland,cherimaseaccantoal cannonementreilpontesotto diluibruciava.L’Inghilterraè Lancillotto e Riccardo Cuor diLeoneeRobinHoodconil suoarcoinlegnoditassoeil costume verde. Che cosa hanno da contrapporre gli afrikaner? Dirkie Uys, che cavalcò finché il suo cavallo non stramazzò a terra. Piet Retief, ridicolizzato da Dingaan. E poi i Vortrekker, che si vendicarono sparando a migliaia di zulu che non avevano nemmeno un fucile, enevannopurefieri. AWorcesterc’èunachiesa appartenente alla Chiesa d’Inghilterra e un sacerdote dai capelli grigi che fuma la pipa e funge anche da capo scout,unsacerdotecheisuoi compagnidiclasseinglesi–i veri inglesi, con nomi inglesi e case nel centro storico di Worcester,immersonelverde – chiamano in modo familiare«padre».Quandogli inglesi parlano cosí, lui rimane in silenzio. C’è l’inglese che lui padroneggia con abilità. C’è l’Inghilterra e tutto ciò che l’Inghilterra rappresenta, cui crede di essere leale. Ma è necessario qualcosa di piú, è chiaro, per essereaccettatidavverocome inglesi: bisogna affrontare degli esami, e alcuni, lo sa, nonriusciràasuperarli. Sedici. È stato deciso qualcosa al telefono, non sa di che si tratti, ma si sente a disagio. Non gli piace il sorriso compiaciuto, furtivo, di sua madre, il sorriso dal quale capisce che lei ha messo il nasonegliaffarisuoi. Sono gli ultimi giorni prima di lasciare Worcester. Sono anche i giorni migliori dell’anno scolastico, con gli esami ormai alle spalle e nientedafare,aparteaiutare il maestro a compilare il registro. Mr Gouws legge lunghi elenchidivoti;ognibambino fa la somma, materia per materia, poi calcola le percentuali, facendo il possibile per essere il primo adalzarelamano.Ilgiocosta nell’indovinare di chi è il voto. Di solito lui è in grado di riconoscere i propri voti che oscillano tra il nove e il dieciinaritmeticaescendono asetteperstoriaegeografia. Non va bene in storia e geografiaperchéodiastudiare a memoria. Lo odia al punto che rimanda lo studio per gli esami di storia e geografia finoall’ultimomomento,fino alla sera prima dell’esame o addirittura fino alla mattina stessa. Odia la sola vista del manuale di storia, con la sua rigida copertina color cioccolato e i lunghi elenchi dicause(lecausedelleGuerre Napoleoniche, le cause del GrandeTrek).Gliautorisono TaljiardeSchoeman.Taljiard se lo immagina magro e secco,Schoemanpaffuto,con una calvizie incipiente e gli occhiali; Taljard e Schoeman siedono davanti a un tavolo, unodifronteall’altro,inuna stanza di Paarl, e scrivono pagine di malumore passandosele a vicenda. Non riesce a immaginare nessun altro motivo per cui abbiano volutoscrivereillorolibroin inglese se non per dare una lezioneaibambiniengelse. La geografia non è certo migliore: elenchi di città, elenchi di fiumi, elenchi di prodotti. Quando gli chiedonoilnomedeiprodotti di un paese, finisce sempre l’elenco con cuoio e pelli, e spera di avere ragione. Non conosce la differenza tra cuoioepelli,nélaconoscono glialtri. In quanto agli altri esami, non ci pensa ancora, ma quandoarrivailmomento,ci si tuffa volentieri. È bravo negliesami;senoncifossero gliesamiincuidimostraredi essere bravo, non avrebbe niente di speciale. Gli esami creano in lui un inebriante statodieccitazione,nelcorso del quale scrive in fretta, sicuro.Quellostatoinsénon gli piace ma è rassicurante saperedipotercicontare. Certe volte, strofinando due sassi e inspirando, riesce a rivivere quello stato, quell’odore, quel sapore: polvere da sparo, ferro, calore, un pulsare continuo dellevene. Il segreto nascosto dietro la telefonata, e dietro il sorriso di sua madre, si svela durante l’intervallo, quando Mr Gouws gli fa un cenno perché rimanga. C’è qualcosa di falso nel suo atteggiamento, una cordialità dicuinonsifida. Mr Gouws lo invita a prendere il tè a casa sua. In silenzio lui annuisce e s’imprime l’indirizzo nella mente. Non vorrebbe andarci. Non che Mr Gouws non gli piaccia. Se non si fida di lui come si fidava di Mrs Sanderson in quarta elementare è solo perché Mr Gouws è un uomo, il primo maestro maschio che ha mai avuto, e lui è cauto con ciò che avverte in ogni uomo: un’inquietudine, una durezza appena mitigata, un sottile piacere per la crudeltà. Non sa in che modo comportarsi con Mr Gouws o con gli uomini in genere: se non opporre resistenza e ricercarne l’approvazione, o se mantenere una barriera di riservatezza. Con le donne è piú facile perché sono piú gentili. Ma Mr Gouws – non può negarlo – è un uomo davvero retto. La sua padronanza dell’inglese è buona,eparenonaverenulla contro gli inglesi o contro i bambini di famiglie afrikaner che preferiscono essere inglesi. In occasione di una delle molte assenze, durante l’ora di analisi grammaticale Mr Gouws ha spiegato i complementi predicativi. Faticaamettersiallaparicon il resto della classe su quell’argomento. Se i complementi predicativi non avesseroalcunsenso,comele frasiidiomatiche,alloraanche i suoi compagni sarebbero in difficoltà. Ma, a quanto pare, gli altri, la maggior parte almeno, sembra dominare assolutamente la materia. La conclusione è inevitabile: Mr Gouws sa qualcosa sulla grammatica inglese che lui nonsa. Mr Gouws usa la verga come gli altri insegnanti. Ma il suo castigo preferito, quando la classe ha fatto troppo chiasso per troppo tempo, consiste nell’ordinare agli allievi di metter giú la penna, riporre i libri, intrecciare le mani dietro la testa, chiudere gli occhi e restare seduti in perfetto silenzio. Eccettuati i passi di Mr Gouwsmentrecamminasue giú tra i banchi, nell’aula regna un silenzio assoluto. Dagli eucalipti intorno al cortile giunge il tranquillo tubare delle colombe. È un castigo che potrebbe sopportare per sempre, con equanimità: le colombe, il respiro sommesso dei compagniintornoalui. Disa Road, la via dove abitaMrGouws,èanch’essaa Reunion Park, nella parte nuovadelquartiere,anord,la parte che non ha mai esplorato. Non solo Mr GouwsabitaaReunionParke vaascuolaconunabicicletta dalle gomme grosse: ha una moglie, una donna semplice di carnagione bruna, e, cosa ancor piú sorprendente, due bambinipiccoli.Loscoprenel soggiorno al numero 11 di Disa Road, dove sul tavolino lo attendono un piatto di scones e una teiera colma di tè, e dove, come aveva temuto, rimane solo con Mr Gouws, disperatamente costretto a conversare in modofalso. Lecosevolgonopersinoal peggio.MrGouws–chenon indossa giacca e cravatta bensí un paio di calzoncini e calze color cachi – sta cercandodidirgliche,orache l’anno scolastico è finito, ora che sta per andarsene da Worcester, loro due possono diventare amici. In realtà sta cercando di dire che sono stati amici tutto l’anno: il maestro e l’allievo piú intelligente, il leader della classe. Si sente sempre piú in agitazione e s’irrigidisce. Mr Gouws gli offre un altro scone,cherifiuta.–Su,dài!– diceMrGouwse,sorridendo, glielo mette comunque nel piattino.Luivorrebbeproprio nonesserelí. Avrebbe voluto andarsene da Worcester lasciando tutto inordine.Eraprontoadarea MrGouwsunpostonellasua memoria accanto a Mrs Sanderson: non proprio al suofianco,mavicino.OraMr Gouws sta rovinando tutto. Preferirebbe che non fosse cosí. Il secondo scone rimane intatto nel piattino. Non vuolepiúfingere:sifasempre piú muto, ostinato. – Devi andare?–diceMrGouws.Lui annuisce.MrGouwssialzae lo accompagna al cancello, che è identico al cancello del numero12diPoplarAvenue, conicardinichecigolanocon lastessanotastridula. Almeno Mr Gouws ha il buonsensodinonstringergli la mano o di fare altre stupidagginidelgenere. La decisione di lasciare Worcester ha a che vedere conlaStandardCanners.Suo padre ha deciso che il suo futuro non è nella Standard Canners, che, secondo lui, è in declino. Vuole tornare all’attivitàlegale. In ufficio c’è una festa d’addio,dallaqualesuopadre ritorna con un orologio nuovo.Subitodopoparteper CittàdelCapo,solo,lasciando a sua madre il compito di occuparsi del trasloco. Lei assolda un certo Retief e si accorda con lui affinché per quindici sterline la sua impresa, oltre al mobilio, trasportiancheloro. Gli uomini di Retief caricano il furgone, sua madreesuofratellosalgonoa bordo. Lui fa un ultimo giro di corsa intorno alla casa vuota per accomiatarsi. Dietro la porta d’ingresso c’è il portaombrelli, nel quale di solito ci sono due mazze da golf e un bastone da passeggio, vuoto. – Si sono dimenticati il portaombrelli! – grida. – Vieni! – dice sua madre. – Lascia perdere quel vecchio portaombrelli! – No! – grida di rimando, ben decisoanonandarsenefinché gliuomininonhannopresoil portaombrelli.–Disnet’nou stukpyp, – brontola Retief. È soltantounpezzoditubatura. Cosí apprende che quello che considerava un portaombrellinonèaltroche un pezzo di fognatura di cementochesuamadreaveva portatoincasaeverniciatodi verde. È questo che stanno portando con sé a Città del Capo, assieme al cuscino pienodipelidicanesulquale dormiva Cossack, alla rete metallica arrotolata del pollaio, alla macchina che lancia le palle da cricket e al bastone con il codice Morse. MentrearrancaversoilBain’s Kloof Pass, il furgone di Retief è come l’Arca di Noè: sta mettendo in salvo i pezzi di legno e le pietre della loro vitadiuntempo. Per la casa di Reunion Park avevano pagato dodici sterline al mese. La casa che suo padre ha affittato a Plumstead ne costa venticinque. Si trova alla periferia di Plumstead, di fronteaunadistesadisabbia e basse acacie dove, una settimanadopoilloroarrivo, lapoliziatrovailcorpicinodi un neonato avvolto in carta da pacco. A mezz’ora da lí a piedi, nell’altra direzione, c’è la stazione ferroviaria di Plumstead. La casa, come tutte le case di Evremonde Road, è nuova; ha finestre panoramiche e il parquet. Le porte si sono deformate, le serrature non chiudono, nel cortilesulretroc’èuncumulo dicalcinacci. Accanto a loro vive una coppia appena giunta dall’Inghilterra. L’uomo è sempre lí a lavare la macchina; la donna, in calzoncini rossi e occhiali, passa le giornate su una sdraio ad abbronzarsi le lunghegambebianche. La cosa piú urgente è trovare una scuola per lui e suo fratello. Città del Capo nonècomeWorcester,dovei maschi frequentavano una scuolamaschileelefemmine unascuolafemminile.ACittà delCapocisonovariescuole tra cui scegliere. Ma per iscriversi a una buona scuola è necessario avere contatti, e loronehannopochi. Grazie a Lance, il fratello di sua madre, ottengono un colloquio alla Rondebosch Boys’ High. Ben vestito, con indosso i calzoncini, la camicia,lacravattaelagiacca blu marin con il distintivo della scuola elementare maschile di Worcester sul taschino, è seduto accanto a suamadresuunapancafuori dell’ufficio del preside. Quando arriva il loro turno, vengono fatti accomodare in una stanza tappezzata di pannelli di legno piena di fotografiedisquadredirugby e di cricket. Le domande del preside sono rivolte unicamente a sua madre: dove abitano, che cosa fa il padre. Poi arriva il momento cheaspettava.Dallaborsasua madreestraelapagella,conla quale dimostra che lui era il primo della classe, cosa che dovrebbe aprirgli tutte le porte. Il preside inforca gli occhiali. – Dunque eri il primo della classe, – dice. – Bene, bene! Ma qua non sarà facile. Sperava che lo mettesse allaprova:cheglichiedessela data della battaglia di Blood River, o, meglio ancora, che gli domandasse di fare qualchecalcoloamente.Maè tutto, il colloquio è finito. – Non posso promettere nulla, –diceilpreside.–Inseriremo il nome nella lista d’attesa, dopodichésipuòsolosperare inunritiro. Inseriscono il suo nome nella lista d’attesa di tre scuole, sempre senza successo. Evidentemente, essere il primo a Worcester nonbastaaCittàdelCapo. L’ultima spiaggia è la scuolacattolica,StJoseph’s.A St Joseph’s non c’è lista d’attesa: prendono chiunque sia disposto a pagare la retta, che per i non cattolici ammonta a dodici sterline al trimestre. Ciò di cui si rendono conto,luiesuamadre,èchea Città del Capo persone appartenenti a classi diverse frequentano scuole diverse. Alla St Joseph’s si rivolgono persone, se non della classe socialepiúbassa,senz’altrodi quella appena sopra. Il fatto di non essere riuscita a iscriverlo a una scuola migliore amareggia sua madre ma non rattrista lui. Non sa con sicurezza a quale classeappartengono,qualèil loropostonellasocietà.Peril momento si accontenta soltanto di cavarsela. La minaccia di essere trasferito inunaclassediafrikaansedi esserecostrettoaviverelavita degli afrikaner non incombe piú: ecco ciò che conta. Può rilassarsi. Non deve neppure continuareafingerediessere cattolico. I veri inglesi non frequentanounascuolacome laStJoseph’s.Malungolevie diRondebosch,mentrevanno e vengono da scuola, lui li vede ogni giorno, può ammirarne i capelli biondi e lisci e la pelle dorata, i vestiti mai troppo stretti o troppo larghi, la tranquilla fiducia in se stessi. Si stuzzicano a vicenda (una parola che ha imparato leggendo le storie ambientate nelle scuole private) con disinvoltura, senza l’asprezza e la goffagginecuièabituato.Non aspira a essere dei loro, ma li osservacercandodiimparare. I ragazzi del Collegio Diocesano, che sono i piú inglesi di tutti e non si degnanonemmenodigiocare arugbyocricketcontrolaSt Joseph’s, vivono in quartieri esclusivi che, essendo lontani dalla ferrovia, lui non vede ma di cui ha sentito parlare: Bishopscourt, Fernwood, Constantia.Hannosorelleche frequentano scuole come Herschel e St Cyprian’s, sulle quali vigilano e che proteggono con garbata discrezione. A Worcester di rado aveva posato gli occhi sulle ragazze: pareva che i suoi amici avessero solo fratelli,enessunasorella.Ora, per la prima volta, scorge le sorelle degli inglesi, cosí biondo-dorate, cosí belle, che quasi non riesce a credere sianodiquestaterra. Per arrivare puntuale a scuolaalle8.30deveusciredi casa alle 7.30: un tragitto di mezz’ora a piedi per raggiungere la stazione, un quarto d’ora di treno, cinque minutiapiedidallastazionea scuola, e dieci minuti di margine in caso di ritardi. Tuttavia,poichéèterrorizzato all’idea di arrivare in ritardo, escedicasaalle7.00earrivaa scuolaperle8.00.Lí,nell’aula appena aperta dal custode, siedealsuobancoconlatesta sullebracciaeaspetta. Haincubiincuileggemale il quadrante della sveglia, perdeiltreno,svoltanellavia sbagliata. Nei suoi incubi piange disperato senza riuscireatrovareconforto. Gli unici che arrivano a scuola prima di lui sono i fratelliDeFreitas,ilcuipadre, unfruttivendolo,liscaricadal suo scassato camion azzurro alle prime luci dell’alba mentre va all’ortomercato di SaltRiver. Gli insegnanti della St Joseph’s appartengono all’ordine marista. Per lui questi fratelli, con le loro severe tonache nere e i bianchi collari inamidati, sono persone speciali. È colpito dalla loro aria di mistero: il mistero delle loro origini, il mistero dei nomi chehannogettatovia.Nongli vaquandofratelloAugustine, l’allenatore di cricket, arriva all’allenamento con indosso una camicia bianca, calzoni neriescarpedacricketcome una persona qualsiasi. Soprattuttononglivaquando fratelloAugustine,prontoalla battuta, si infila la conchiglia di cuoio nei calzoni per proteggersi. Non sa cosa facciano i fratelli quando non insegnano. È vietato entrare nell’ala dell’edificio scolastico dove dormono, mangiano e conducono la loro vita privata; lui non ha nessuna intenzione di penetrarvi. Gli piace pensare che conducano vite austere, che si alzino alle quattro di notte, trascorrano ore e ore in preghiera, consumino pasti frugali, si rammendino da sé i calzini. Quando si comportano male, fadelsuomeglioperscusarli. Quando fratello Alexis, per esempio,cheègrassoenonsi rasa, fa un peto senza alcun ritegno o si addormenta durante la lezione di afrikaans, lo giustifica dicendosichefratelloAlexisè un uomo intelligente che considera l’insegnamento un mestiere non alla sua altezza. Quando fratello Jean-Pierre vieneall’improvvisotrasferito altrove dal dormitorio delle elementari, accompagnato da unariddadivocisecondocui avrebbe fatto certe cose ai bambini, lui si limita a bandirequellestoriedallasua mente.Perluièinconcepibile che i fratelli abbiano desideri sessuali e non vi oppongano resistenza. Siccome pochi fratelli parlano inglese come prima lingua, per insegnarlo hanno assuntouncattolicolaico.Mr Whelan è irlandese: odia gli inglesiefaticaanasconderela suamancanzadisimpatiaper i protestanti. Non si sforza nemmeno di pronunciare correttamente i nomi afrikaner, li dice con una smorfiadidisgustocomesesi trattassediciancebarbare. Gran parte delle lezioni di ingleseèincentratasulGiulio Cesare di Shakespeare; il metodo di Mr Whelan consiste nell’assegnare ai ragazzi i ruoli e far leggere loro a voce alta la propria parte.Fannoancheesercizidi grammatica e, una volta alla settimana, svolgono un breve tema. Hanno a disposizione trenta minuti; nei restanti dieci minuti Mr Whelan correggeitemielivaluta,dal momento che non è del parere che si debba portare lavoro a casa. Quei dieci minuti di correzioni sono diventati per lui una pièce de résistance, che i ragazzi osservanoconsorrisipienidi ammirazione. Brandendo la matita blu, Mr Whelan passa in rassegna la pila di temi. Alla fine, dopo che ha raccoltoiquadernielihadati al capoclasse perché li distribuisca, tra i ragazzi serpeggia un applauso sommesso,ironico. IlnomedibattesimodiMr WhelanèTerence.Portauna giacca di pelle marrone da motociclistaeuncappello.Se fa freddo tiene su il cappello anchealchiuso.Sistrofinale pallide mani bianche per scaldarle;halafacciaesangue di un cadavere. Non è chiaro cosa faccia in Sudafrica, perché non sia in Irlanda. Sembra che disapprovi il paese e tutto ciò che succede lí. Per Mr Whelan svolge temi su Marc’Antonio, su Bruto,sullasicurezzastradale, sullosport,sullanatura.Sono quasi tutti esercizi noiosi, meccanici; ma ogni tanto, mentre scrive, sente un fremito di eccitazione, e la pennacominciaavolaresulla pagina. In un suo tema un brigante aspetta nascosto sul ciglio della strada. Il suo cavallo sbuffa appena, il fiato si trasforma in vapore nell’aria fredda della notte. Unraggiodilunaglisferzail volto; tiene la pistola sotto il bavero della giacca per mantenere asciutta la polvere dasparo. Il brigante non colpisce pernienteMrWhelan.Isuoi occhi smorti guizzano sulla pagina, la matita entra in azione: 6. 6 è il voto che prendequasisempreneitemi; mai piú di 7. I ragazzi con nomi inglesi prendono 7 o 8. Nonostante lo strano cognome, un certo Theo Stavropoulos prende 8, perché si veste bene e studia dizione. A Theo tocca anche sempre la parte di Marc’Antonio,ilchesignifica che sta a lui leggere a voce alta: «Amici, Romani, popol mio! Ascoltate» 1, il discorso piúfamosodeldramma. A Worcester era andato a scuola in uno stato di apprensione ma anche di eccitazione. Certo, avrebbero potuto smascherarlo in ogni istante, dire che era un bugiardo, con conseguenze spaventose. Eppure andare a scuola era affascinante: ogni giorno sembrava portare nuove rivelazioni sulla crudeltà,ildoloreel’odioche imperversano sotto la superficiedellecose.Quelche accadeva era sbagliato, lo sapeva,nonsisarebbedovuto permettere che succedesse; e luieratroppopiccolo,troppo infantileevulnerabile,perciò che sperimentava. Nonostante questo, la passione e la furia di quei giorni lo avvincevano; era turbato ma anche avido di vedere di piú, di vedere tutto quellochec’eradavedere. A Città del Capo, invece, benprestohalasensazionedi perderetempo.Lascuolanon è piú un luogo in cui si manifestano grandi passioni. Èunpiccolomondoangusto, una prigione piú o meno innocua in cui non c’è nessuna differenza fra intrecciare canestri e sottoporsi alla routine della lezione.CittàdelCapononlo sta rendendo piú intelligente, lo sta rendendo piú stupido. Questa consapevolezza lo getta nel panico. Chiunque eglisiaveramente,qualunque sia il vero io che si solleverà dalleceneridellasuainfanzia, non gli consentono di nascere, lo mantengono gracileestento. Avverte questa sensazione in modo piú disperato durante le lezioni di Mr Whelan. Potrebbe scrivere molto piú di quanto Mr Whelan gli consentirà mai di fare. Scrivere per lui non è come dispiegare le ali; al contrario, è come raggomitolarsi, farsi piú piccolo e inoffensivo possibile. Non ha voglia di svolgere temisullosport(menssanain corporesano)osullasicurezza stradale, cosí noiosi che deve spremerefuorileparole.Non vuolenemmenosvolgeretemi sui briganti: ha la sensazione che le schegge di chiaro di luna che si posano sui loro volti e le nocche bianche che stringono il calcio della pistola, qualunque impressione momentanea possano destare, non siano roba sua, che vengano da qualchealtraparteesianogià vizze.Sepotesse,senonfosse Mr Whelan a leggere, gli piacerebbe scrivere qualcosa di piú oscuro, qualcosa che, unavoltafluitodallapenna,si allargasse sulla pagina sfuggendo a ogni controllo, come una macchia d’inchiostro. Come una macchia d’inchiostro, come ombre che guizzano sulla faccia dell’acqua cheta, come un lampo che crepita nel cielo. AMrWhelanspettaanche ilcompitoditeneroccupatii ragazzinoncattolicidiprima mediamentreicattolicisono al catechismo. Dovrebbe leggereilvangelodisanLuca con loro. Invece sentono di continuo parlare di Parnell e Roger Casement e della perfidiadegliinglesi.Macerti giorni Mr Whelan arriva in classe con il «Cape Times», fremente di rabbia per i recenti oltraggi perpetrati dai russi nei paesi satelliti. – Hanno creato nelle scuole classi di ateismo in cui gli alunni vengono costretti a sputaresullacroce,–tuona.– Chirimanefedeleallapropria fedevienerinchiusoininfami campi di prigionia. È questa la realtà del comunismo, che ha l’impudenza di definirsi «lareligionedell’Uomo». Da fratello Otto sentono parlare delle persecuzioni in Cina. Fratello Otto non è come Mr Whelan: è tranquillo, arrossisce facilmente, bisogna persuaderlo con le buone per farlo raccontare. Ma le sue storie sono piú autorevoli perché lui in Cina c’è stato davvero. – Sí, l’ho visto con i miei occhi, – dice nel suo inglesezoppicante.–Gentein una cella minuscola, rinchiusa dentro; cosí tante persone che non riuscivano nemmeno a respirare e morivano.L’hovistoeccome. «Ching-Chongilcinese»,è cosí che i ragazzi chiamano fratello Otto alle sue spalle. Per loro ciò che fratello Otto dice sulla Cina o Mr Whelan sullaRussianonèpiúrealedi Jan Van Riebeeck o del Grande Trek. In realtà, siccomeJanVanRiebeeckeil Trek fanno parte del programma di prima media mentre il comunismo no, quelchesuccedeinCinaein Russiasipuòancheignorare. La Cina e la Russia sono soltanto delle scuse per far parlare fratello Otto e Mr Whelan. Quantoalui,èangustiato. Sa che le storie dei suoi insegnantidevonoesseredelle frottole, ma non sa come dimostrarlo.Nonglival’idea di doverli ascoltare per forza, ma è troppo accorto per protestare o persino sollevare obiezioni. Ha letto il «Cape Times», sa cosa succede ai cosiddetti «compagni». Non ha nessuna voglia di essere denunciatoemessoalbando. Sebbene Mr Whelan sia poco entusiasta di insegnare le Sacre Scritture ai non cattolici, non può trascurare del tutto i Vangeli. – «Se alcuno ti percuote su di una guancia, porgigli eziandio l’altra», – legge citando san Luca. – Che cosa vuol dire Gesú? Vuole forse dire che non dobbiamo difenderci? Significachedobbiamoessere delle femminucce? No di certo.Maseunattaccabrighe vuole coinvolgervi in una rissa, Gesú dice: Non accettate provocazioni. Ci sono modi migliori per risolvere le divergenze che ricorrereaunascazzottata. – «A chiunque ha, sarà dato;machinonha,eziandio quelch’egliha,glisaràtolto». Che cosa vuol dire Gesú? Vuole forse dire che l’unico modoperottenerelasalvezza è quello di dare via ciò che possediamo? No. Se Gesú avesse voluto che andassimo in giro vestiti di stracci, lo avrebbedetto.Gesúparlaper mezzo di parabole. Ci dice che chi di noi crede sul serio sarà ricompensato con il paradiso, mentre chi non credesoffriràilcastigoeterno dell’inferno. Si chiede se Mr Whelan consulti i fratelli – in particolare fratello Odilo, l’economocheincassalaretta –, prima di predicare questo genere di dottrina ai non cattolici. Mr Whelan, il laico, è chiaramente convinto che i noncattolicisianodeipagani, e dunque dannati. I fratelli, invece,sonomoltotolleranti. La sua resistenza alle lezioni sulle Sacre Scritture tenutedaMrWhelansifapiú ferma. È sicuro che Mr Whelan non ha idea di quel che significano davvero le parabolediGesú.Sebbenelui sia ateo e lo sia sempre stato, crede di capire Gesú meglio di Mr Whelan. Gesú non gli piace – va troppo facilmente su tutte le furie –, ma è disposto a sopportarlo. AlmenoGesúnonpretendeva di essere Dio, ed è morto prima di diventare padre. È questalaforzadiGesú;ècosí chemantieneilsuopotere. Ma c’è una parte del vangelo di san Luca che non gli piace sentir leggere. Quando ci arrivano, lui s’irrigidisce, si tappa le orecchie. Le donne giungono al sepolcro per ungere il corpo di Gesú. Gesú non c’è. Al suo posto, trovano due angeli. «Perché cercate il viventetraimorti?–dicono. – Egli non è qui, ma è risuscitato». Se dovesse togliersi le mani dalle orecchie e permettere alle parole di penetrare dentro di lui, lo sa, non potrebbe che salire in piedi sulla seggiola e lanciare urla di trionfo. Si renderebbe ridicolo per sempre. NonpensacheMrWhelan gli voglia male. Nonostante questo, il voto piú alto che ottiene negli esami di inglese è7.Conun7nonpuòessere il primo della classe: ci sono ragazzi privilegiati che lo battono di gran lunga. E poi non va bene in storia e geografia, materie che lo annoiano piú che mai. Sono soltantoivotialticheprende in matematica e latino a portarlo in vetta, appena davanti a Oliver Matter, il ragazzino svizzero che era l’allievo piú brillante della classeprimachearrivasselui. Ora che, in Oliver, ha trovatounvalenteavversario, il voto di un tempo – quello di portare sempre a casa la pagellanumerouno–diventa una seria questione di onore. Sebbene non ne faccia parola con sua madre, si prepara al giornochesentedinonessere in grado di affrontare, il giornoincuidovràdirlecheè arrivatosecondo. Oliver Matter è un ragazzino dolce, sorridente, con la faccia da luna piena, cui pare non importi di arrivaresecondotantoquanto importaalui.Ognigiornolui e Oliver si fronteggiano nella gara di domande e risposte ideata da fratello Gabriel: mette in fila i ragazzi, poi va suegiúfacendodomandecui bisognarisponderenelgirodi cinque secondi; chi sbaglia finisce in fondo alla fila. Alla fine,intestac’èsempreoluio Oliver. Poi un giorno Oliver smette di andare a scuola. Dopo un mese di silenzio, fratello Gabriel fa un annuncio. Oliver è all’ospedale, ha la leucemia, devono pregare per lui. A testa china i ragazzi pregano. Dato che lui non crede in Dio, non prega, si limita a muovere le labbra. «Tutti penseranno che voglio che Oliver muoia cosí posso essereilprimo»,pensa. Oliver non torna piú. Muore in ospedale. I ragazzi cattolici partecipano a una messa speciale perché la sua animariposiinpace. La minaccia non incombe piú. Lui finalmente respira; ma il piacere di un tempo di essere primo si è ormai guastato. 1 W. Shakespeare, Giulio Cesare, III.II .79 [trad. it. di S. Perosa,inIdrammiclassici(acura di G. Melchiori), Milano 1978, p. 359]. Diciassette. La vita a Città del Capo è meno varia che a Worcester. Nei fine settimana, in particolare, non c’è niente da fare a parte leggere il «Reader’sDigest»,ascoltarela radio o lanciare una palla da cricket. Non va piú in bicicletta: a Plumstead non si puòandaredanessunaparte, perchéilquartiereèun’unica distesa di case in ogni direzione, e poi è troppo grande ormai per la Smiths, che comincia a sembrare la biciclettadiunbambino. A dire il vero, andare in giro in bicicletta comincia a sembrarglistupido.Altrecose da cui un tempo era tutto assorbito hanno perso il loro fascino: costruire modellini con il Meccano, collezionare francobolli. Non riesce piú a capire come ha potuto perdere tempo con quelle cose. Passa ore in bagno a esaminarsiallospecchio,eciò chevedenonglipiace.Smette di sorridere, si esercita per avereunaspettocorrucciato. L’unica passione non sopita è quella per il cricket. Non conosce nessuno che ne sia divorato quanto lui. Ci gioca a scuola, ma non gli basta mai. Sul davanti della casa di Plumstead c’è uno stoep lastricato di ardesia. Lí gioca da solo, reggendo la mazza nella mano sinistra, lanciando la palla contro il muro con la destra, colpendola quando rimbalza, immaginandodiesseresuun campo da gioco. Gioca per orecontroilmuro.Ivicinisi lamentanoconsuamadredel rumore, ma lui fa finta di niente. Ha studiando attentamente libri sull’argomento, conosce a memoriaivaritiri,èingrado di eseguirli con il corretto giocodigambe.Malaveritàè che al cricket vero e proprio preferisce il suo gioco solitario sullo stoep. La prospettiva di battere la palla suunverocampodagiocolo eccita ma, allo stesso tempo, lo riempie di paura. Teme soprattuttoilanciatoriveloci: teme che lo colpiscano, teme il dolore. Quando gioca per davvero a cricket, deve concentrarsi per non battere ciglio,pernontradirsi. Diradosegnaunpunto.Se non lo buttano fuori subito, certevolteriesceabattereper una mezz’ora senza segnare unsolopunto,irritandotutti, compresi i compagni di squadra. Sembra che entri in trance, in uno stato di passività, in cui è sufficiente, del tutto sufficiente, schivare la palla. Quando ripensa a questi suoi fallimenti, si consola rievocando le difficili partite disputate, nel corso delle quali una figura solitaria, di solito un giocatore dello Yorkshire – testardo, stoico, le labbra serrate–,battesenzasosta,un inningdopol’altro,tieneduro mentre tutt’intorno a lui i palettiruzzolanoaterra. Un venerdí pomeriggio, alla prima battuta contro la Pinelands Under-13, si trova di fronte un ragazzo alto e dinoccolatoche,incitatodalla sua squadra, lancia con tutta la forza che ha in corpo. La palla schizza via, gli sfugge, a volte sfugge anche al ricevitore: non c’è quasi bisognodiusarelamazza. Allaterzapallalanciatada un’estremità del campo, la palla tocca terra oltre il tappeto erboso, rimbalza e lo colpisce alla tempia. «È davvero troppo! – pensa seccato.–Questoèilcolmo!» Si rende conto che gli esterni lo guardano in modo strano. Sente ancora l’impatto della palla contro l’osso: un crac sordo, senza eco. Poi perde coscienzaecade. È disteso a bordo campo. Ha il viso e i capelli bagnati. Si guarda intorno alla ricerca dellamazzamanonlavede. – Resta sdraiato un po’, – dicefratelloAugustine.Lasua voce è allegra. – Hai preso unabotta. – Voglio battere, – mormora,rizzandosiasedere. Èlacosagiustadadire,losa: dimostra che non è un vigliacco. Ma non può battere: ha perso il suo turno alla battuta, qualcun altro ha giàpresoilsuoposto. Si sarebbe aspettato una reazione diversa. Si sarebbe aspettato un grido indignato contro il pericoloso lanciatore. Ma la partita continua e la sua squadra va forte.–Staibene?Famale?– chiede un compagno di squadra, ma poi ascolta a malapenalarisposta.Sedutoa bordocampo,segueirestanti innings. Piú tardi raccoglie la palla. Vorrebbe tanto avere il malditesta;vorrebbeperdere la vista, o svenire, o fare qualcos’altro di drammatico. Ma si sente bene. Si tocca la tempia. C’è una parte indolenzita.Sperachesigonfi e diventi blu prima dell’indomani, per poter dimostrare di essere stato colpitosulserio. Come tutti a scuola, deve anche giocare a rugby. Deve giocarci persino un certo Shepherd, che ha il braccio sinistroindebolitodallapolio. I ruoli vengono distribuiti in mododeltuttoarbitrario.Lui deve fare il pilone per l’Under-13B. Giocano il sabato mattina. Il sabato piove sempre: infreddolito, bagnato e avvilito, arranca di mischia in mischia per il campofradicio,spintonatoda ragazzi piú grossi. Siccome è il pilone nessuno gli passa la palla, cosa di cui è grato ai compagni,poichéhapauradi essere placcato. Ma la palla, rivestita di grasso equino per proteggere il cuoio, è troppo scivolosa perché si riesca a trattenerla. Fingerebbedistaremale,il sabato, non fosse che cosí la squadra resterebbe con quattordici giocatori. Non presentarsi alla partita di rugby è ancora peggio che nonandareascuola. L’Under-13Bperdetuttele partite. Anche l’Under-13A perdeilpiúdellevolte.Adire il vero, quasi tutte le squadre della St Joseph’s perdono il piú delle volte. Non capisce perché la scuola si ostini a giocarearugby.Ifratelli,che sonoaustriacioirlandesi,non ci tengono proprio. Le rare occasioni in cui vanno a vedere la partita, sembra piú che altro che si divertano, senza capire cosa succede in campo. Nell’ultimo cassetto del comò sua madre tiene un libro dalla copertina nera intitolato Matrimonio ideale. Èsulsesso;luisadaanniche si trova lí. Un giorno lo tira fuori di nascosto dal cassetto e lo porta a scuola. Il libro causaungrantrambustotrai suoi amici; a quanto pare è l’unico i cui genitori hanno unlibrosimile. Sebbene la lettura sia deludente – i disegni degli organi sessuali sembrano diagrammi di un libro di scienze, e nemmeno nel capitolo dedicato alle posizioni c’è niente di eccitante (infilare l’organo maschile nella vagina è come fare un clistere) –, gli altri lo consultano avidamente, chiedono a gran voce di averloinprestito. Durante la lezione di chimica lascia il libro sul banco. Quando ritornano, fratelloGabriel,chedisolitoè molto allegro, ha un’espressione gelida, di disapprovazione. È convinto che l’abbia visto; il cuore gli batte all’impazzata mentre attende l’annuncio e la sensazione di vergogna che seguirà. L’annuncio non arriva; ma in ogni osservazione di fratello Gabriel scorge un velato riferimento al male che lui, noncattolico,haportatonella scuola. Si è guastato tutto tra lui e fratello Gabriel. Si rammarica amaramente di aver portato a scuola il libro; lo riporta a casa, lo rimette nel cassetto, non lo guarda maipiú. Per qualche tempo lui e i suoi amici continuano a riunirsi in un angolo del campo da gioco, durante l’intervallo,aparlaredisesso. A queste discussioni fornisce piccoli contributi che ha appreso dal libro. Ma evidentemente non sono abbastanza interessanti: ben presto i ragazzi piú grandi si separanodalrestodelgruppo e proseguono da soli la conversazione, in cui ci sono improvvisi cali di tono, sussurri, scoppi di risa sguaiate. Al centro di queste conversazioni c’è Billy Owens, che ha quattordici anni e una sorella di sedici e conosce le ragazze e possiede una giacca di pelle che si mette quando va a ballare e con tutta probabilità ha già avutorapportisessuali. Fa amicizia con Theo Stavropoulos. Corre voce che Theosiaunmoffie,unfrocio, ma lui non vuole crederci. Theoglipiace,glipiacelasua pelledelicataeilsuocolorito acceso, il taglio impeccabile dei capelli e il modo accattivante con cui indossa gli abiti. Persino la giacca dell’uniforme scolastica, con le sue insulse strisce verticali, glidona. Il padre di Theo è proprietario di una fabbrica. Nessunosaconesattezzacosa produca,mahaachefarecon il pesce. La famiglia vive in una grande casa nella zona piú ricca di Rondebosch. Hanno cosí tanti soldi che i ragazzi potrebbero senz’altro frequentare il Collegio Diocesano, se non fossero greci. Siccome sono greci e hanno un nome straniero, devono frequentare la St Joseph’s, che, ora lui se ne rende conto, è una specie di cesta in cui si raccolgono i ragazzi che non possono andaredanessun’altraparte. IntravvedeilpadrediTheo soltanto una volta: un uomo alto, vestito elegantemente, conocchialineri.Lamadrela vede piú spesso. È piccola, minuta e ha i capelli neri; fuma e guida una Buick azzurra che si ritiene sia l’unica macchina di Città del Capo – se non di tutto il Sudafrica – con le marce automatiche. Theo ha anche unasorellapiúgrande:ècosí bella, è stata istruita spendendo cosí tanti soldi, è cosíinetàdamarito,chenon le consentono di mostrarsi agli sguardi degli amici di Theo. La mattina gli Stavropoulos vengono accompagnati a scuola con la Buick azzurra, al cui volante certe volte c’è la madre ma piú spesso un autista in uniforme nera e berretto con visiera. La Buick entra maestosa nel cortile della scuola, Theo e suo fratello scendono, la Buick esce maestosa. Non capisce come Theo possa permetterlo. Se fosse al posto suo, chiederebbe di scendere un isolato di distanza. Ma Theo accetta i lazzi e gli sfottò con serenità. Ungiorno,dopolascuola, Theo lo invita a casa sua. Quando arrivano, scopre che pranzeranno insieme. Cosí alle tre del pomeriggio si siedono a una tavola con posate d’argento e tovaglioli puliti, e un maggiordomo in uniforme bianca serve loro bistecca e patatine fritte, quindirimaneinpiedidietro la sedia di Theo mentre loro mangiano,inattesadiordini. Fa del suo meglio per nasconderelostupore.Sache ci sono persone che vengono servitedaicamerieri,manon avevamaipensatocheanchei ragazziniavesseroidomestici. Poiigenitorielasorelladi Theo vanno all’estero – la sorella,correvoce,sposeràun baronetto inglese – e Theo e suofratellositrasferisconoin collegio. Si aspetta che Theo sia sconvolto da questa esperienza:perviadell’invidia e della malignità degli altri ragazzi,delcibocattivo,delle umiliazioni di una vita senza intimità.Siaspettaaltresíche Theo debba sottoporsi allo stessotagliodicapelliditutti gli altri. Ma, in un modo o nell’altro, Theo riesce a mantenere il suo taglio elegante; in un modo o nell’altro, nonostante il suo nome, nonostante sia maldestro nello sport, nonostantesiaconsideratoun moffie,conservailsuosorriso soave, non si lamenta mai, non permette mai a nessuno diumiliarlo. Theo siede pigiato contro di lui nel suo banco, sotto l’immagine di Gesú che apre il petto per mostrare un ardente cuore rosso rubino. Dovrebbero ripassare la lezione di storia; in realtà davanti a loro c’è un libriccino di grammatica di cui Theo si serve per insegnargli il greco antico. Il grecoanticoconlapronuncia del greco moderno: l’eccentricità della cosa gli piace. – Aftós, – sussurra Theo. – Evdhemonía. Evdhemonía,–sussurraasua volta. Fratello Gabriel drizza gli orecchi. – Che stai facendo, Stavropoulos?–domanda. – Gli insegno il greco, fratello,–diceTheoconquel suo modo di fare mite, fiducioso. – Va’ a sederti al tuo banco. Theosorrideetornaalsuo banco. I fratelli non provano simpatia per Theo. La sua arroganzaliinfastidisce;sono prevenuti come i ragazzi, perché ha tanti soldi. L’ingiustizia della cosa lo fa infuriare; per Theo sarebbe prontoadarbattaglia. Diciotto. Per sbarcare il lunario finché la nuova attività del padre non comincia a fruttare,suamadreriprendea insegnare.Perilavoridicasa assume una domestica, una donna pelle e ossa e quasi sdentatadinomeCelia.Certe volte Celia porta con sé la sorella minore per avere un po’ di compagnia. Un pomeriggio torna a casa e le trova sedute in cucina a prendere il tè. La sorella minore, piú carina di Celia, glifaunsorriso.Qualcosanel suosorrisolospiazza;nonsa doveguardareesiritiranella suastanza.Lesenteridereesa cheridonodilui. Sta cambiando qualcosa. Gli pare di essere sempre imbarazzato. Non sa dove volgere gli occhi, cosa fare con le mani, come muoversi, cheespressioneavere.Tuttilo guardano, lo giudicano, lo trovano inadeguato. Si sente come un granchio tolto dal guscio,rosaeferitoeosceno. Una volta aveva un sacco di idee, idee di posti dove andare,dicosedicuiparlare, dicosedafare.Erasempreun passo piú avanti di tutti: lui era il leader, gli altri lo seguivano. Ora l’energia che sentiva sprigionare da sé non c’è piú. A tredici anni sta diventando scontroso, imbronciato, torvo. Questo suonuovoiononglipiace,lo trova orribile, vorrebbe toglierselo di dosso, ma è qualcosachenonpuòfareda solo. Chi, però, può farlo al postosuo? Vanno a visitare il nuovo ufficio del padre per vedere com’è. L’ufficio è a Goodwood, un sobborgo afrikaner della serie Goodwood-Parow-Belleville. Le finestre sono verniciate verde scuro; sopra il verde, a lettere dorate, ci sono le parole PROKUREUR - Z. COETZEE - PROCURATORE. L’interno è tetro, con pesanti poltrone di cuoio rosso imbottite di crine. I libri di giurisprudenza che hanno fatto il giro del Sudafrica assiemealorodaquandosuo padre si è ritirato dalla professione, nel 1937, sono riemersi dagli scatoloni e tornatisugliscaffali.Lisfoglia pigramente cercando la parola stupro. Certe volte i nativi infilano l’organo maschile tra le cosce della donna senza penetrazione, diceunanotaapie’dipagina. La pratica rientra nel diritto consuetudinario. Non è consideratastupro. È questo il genere di cose che fanno nei tribunali, si chiede: discutono di dove s’è cacciatoilpene? L’attività del padre pare sempre piú fiorente. Alle sue dipendenze non c’è soltanto unadattilografa,maancheun praticante, un certo Eksteen. AEksteensuopadrelasciada sbrigarelepratichediroutine, quali le cessioni e i testamenti; dedicando i propri sforzi a quella parte eccitante del lavoro che va sotto il nome di «salvare la gente». Ogni giorno torna a casaconnuovestoriedigente che ha salvato, e di quanto loroglisianograti. Asuamadrenoninteressa tanto la gente che ha salvato quanto l’elenco sempre piú lungodigentecheglidevedei soldi.Unnomeinparticolare continua a saltar fuori: Le Roux,piazzistadiautomobili. Suamadretormentailpadre: è un avvocato, lo trova senz’altro il modo per far pagare Le Roux. Le Roux estinguerà di sicuro il debito alla fine del mese, replica il padre, lo ha promesso. Ma allafinedelmese,ancorauna volta, Le Roux non lo estingue. Non solo Le Roux non lo estingue, non diventa nemmeno piú parco nelle spese. Al contrario, paga da bere al padre, gli promette altro lavoro, fa un quadro roseo riguardo al denaro che si può fare pignorando le macchine per inadempienza delcompratore. Le litigate a casa si fanno sempre piú feroci ma, allo stesso tempo, piú circospette. Chiede a sua madre cosa succede. Jack ha prestato dei soldi a Le Roux, dice lei con asprezza. Non c’è bisogno che senta altro. Conosce suo padre, sa cosa succede. Suo padre desidera ardentemente l’approvazione altrui, farebbe dituttoperpiacereallagente. Negli ambienti che frequenta cisonosoltantoduemodiper piacereallagente:pagandoda bereeprestandosoldi. Ai bambini non è permesso andare al bar. Ma nel bar dell’albergo di Fraserburg Road lui e suo fratello, seduti a un tavolino d’angoloabereunaspremuta d’arancia, guardando il padre offrire cognac agli estranei, hanno conosciuto quest’altro aspettodelsuocarattere.Cosí ora lui sa che il cognac può renderloespansivoepienodi bonomia, farlo vantare, farlo scialacquare. Ascolta i monologhi lamentosi della madre con torva avidità. Anche se lui non casca piú nei tranelli di suo padre, teme che lei non sia in grado di opporre resistenza:inpassatohavisto suo padre raggirarla troppe volteconlesuemoine.«Non ascoltarlo, – la ammonisce. – Nonfachementirti». IproblemiconLeRouxsi fanno sempre piú gravi. Ci sono lunghe telefonate. Comincia a saltar fuori un altro nome: Bensusan. Bensusanèaffidabile,dicesua madre.Bensusanèebreo,non beve. Bensusan salverà Jack, lorimetteràsullarettavia. Ma non c’è solo Le Roux, si scopre dopo un po’. Ci sono altri uomini, altri compagni di bevute, cui suo padre ha prestato soldi. Non riesceacrederci,nonriescea capire.Dadovevengonotutti quei soldi, se suo padre ha soltantouncompletogiaccae pantaloni e un paio di scarpe e deve andare al lavoro in treno? Si fanno davvero cosí in fretta i soldi salvando la gente? NonhamaivistoLeRoux ma riesce a immaginarselo abbastanza facilmente. Le Roux dev’essere un rubizzo afrikanerconibaffibiondi;se lovedeconuncompletoblue una cravatta nera; dev’essere grassottello, e sudare molto e raccontarebarzellettesporche avocealta. LeRouxèconsuopadrein un bar di Goodwood. Quando suo padre non lo vede,LeRouxstrizzal’occhio agli altri uomini presenti. Le Rouxpensachesuopadresia un gonzo. Ha le guance in fiamme dalla vergogna all’idea che suo padre sia tantostupido. Il denaro, si scopre, non è proprio di suo padre. È per questo che Bensusan è intervenuto nella faccenda. Bensusan agisce per conto dell’Associazione degli avvocati.Laquestioneèseria: il denaro proviene dal conto fiduciariodisuopadre.–Che cos’è un conto fiduciario? – chiede a sua madre. – Sono soldi di cui dispone sulla fiducia. – Perché la gente gli dà dei soldi sulla fiducia? – dice.–Devonoesserepazzi–. Suamadrescuotelatesta.–I procuratori hanno conti di questo genere, – dice, – Dio solo sa perché. – Quando si trattadisoldiJackècomeun bambino,–dice. Bensusan e l’Associazione degli avvocati sono intervenuti perché ci sono persone che vogliono salvare suo padre, persone che lo conoscono da quando era sovrintendente alle locazioni, prima che i nazionalisti andasseroalpotere.Sonoben dispostiversosuopadre,non vogliono che vada in galera. In virtú dei bei tempi andati, e perché ha moglie e figli, intendono chiudere un occhio su certe cose e giungere a un accordo. Potrà restituire i soldi nell’arco di cinque anni; poi la faccenda saràchiusa,dimenticata. Sua madre si reca da un consulente legale. Vorrebbe che i suoi beni fossero separati da quelli del marito, prima che accada qualche altracatastrofe:iltavolodella saladapranzo,peresempio;il comò con lo specchio; il tavolino in legno di ocotea che le ha regalato zia Annie. Vorrebbe emendare il contratto matrimoniale in basealqualeciascunconiuge è responsabile dei debiti dell’altro. Ma i contratti matrimoniali, si scopre, non sipossonomodificare.Sesuo padre cola a picco, cola a piccoanchesuamadre,leiei figli. Eksteen e la dattilografa ricevono il preavviso di licenziamento, lo studio di Goodwoodvienechiuso.Non riesce a sapere che fine fa la finestra verde con le lettere dorate.Suamadrecontinuaa insegnare. Suo padre comincia a cercare un nuovo lavoro. Tutte le mattine, alle sette in punto, esce di casa. Ma dopo un paio d’ore – è il suo segreto –, quando tutti sonousciti,ritorna.Siinfiladi nuovo il pigiama e si mette a letto con il cruciverba del «Cape Times», una mezza borraccia di cognac e una caraffa d’acqua. Alle due del pomeriggio, prima che gli altri tornino, si veste e va al circolo. Il circolo si chiama WynbergClub,mainrealtàfa solopartedelWynbergHotel. Lí suo padre cena e passa la serataabere.Certevoltedopo mezzanotte – il rumore lo sveglia, non ha il sonno pesante–davanticasasifema una macchina, la porta d’ingresso si apre, suo padre entraevainbagno.Poidalla camera dei suoi giunge una raffica di bisbigli animati. Al mattino sul pavimento del bagno e sulla tavoletta del gabinetto ci sono chiazze di un giallo scuro e nella stanza ristagnaunodoredolciastroe nauseabondo. Fauncartelloeloappende inbagno: PER FAVORE ALZARE LA TAVOLETTA GABINETTO . DEL Il cartello viene ignorato. Urinare sulla tavolettadelgabinettodiventa l’ultimo gesto di sfida di suo padre nei confronti di una moglie e di figli che hanno smesso di rivolgergli la parola. Scopre il segreto di suo padreungiornoincuirimane acasaperchéèmalatoofinge diesserlo.Dalsuolettosente la chiave raschiare nella serratura della porta d’ingresso, sente suo padre che si sistema nella camera attigua. Piú tardi, pieni di sensi di colpa, arrabbiati, passanol’unoaccantoall’altro nelcorridoio. Prima di uscire, nel pomeriggio,suopadresvuota la cassetta della posta e prende certe lettere che nasconde in fondo al guardaroba,sottolafoderadi carta. Quando infine le cateratte si aprono, è a causa delle lettere nascoste nel guardaroba–contidell’epoca di Goodwood, richieste, lettere di avvocati – che sua madresiarrabbiadipiú.–Se solo l’avessi saputo, avrei potuto provare a gestire la situazione, – dice. – Ormai è larovina. L’elenco dei debiti si allunga. Arrivano visite a tutte le ore del giorno e della notte,personechenonriesce a vedere. Ogni volta che si sente bussare alla porta, suo padre si chiude in camera. Suamadresalutaabassavoce, fa accomodare le persone in soggiorno, richiude la porta. Dopo la sente bisbigliare in cucina da sola, tutta arrabbiata. Si parla dell’Anonima alcolisti, del fatto che suo padre dovrebbe andare all’Anonima alcolisti per dimostrarelasuabuonafede. Suo padre promette ma non civa. Due ufficiali giudiziari vengono a fare l’inventario della casa. È un soleggiato sabatomattina.Luisiritirain camerasuaecercadileggere, ma non serve a niente: gli uomini chiedono di entrare nella sua stanza, in ogni stanza. Va nel giardino sul retro. Lo seguono anche lí, guardandosi intorno, prendendo appunti su un taccuino. Fremedirabbiapertuttoil tempo. «Quell’uomo», è cosí chechiamasuopadrequando parla con sua madre, troppo pieno di odio per dargli un nome: perché dobbiamo avere a che fare con quell’uomo? Perché non lasci che vada in galera, quell’uomo? Sullibrettodirisparmioha venticinque sterline. Sua madre gli giura che nessuno gli porterà via le sue venticinquesterline. Ricevono la visita di un certoMrGolding.Sebbenesia meticcio, in un modo o nell’altroèinunaposizionedi potere rispetto a suo padre. Prima della visita si fanno accurati preparativi. Mr Golding verrà ricevuto in soggiorno,cometuttiglialtri. Gli offriranno il tè nel solito servizio. In cambio del fatto di essere trattato con tanto riguardo, si spera che Mr Goldingnonfacciacausa. MrGoldingarriva.Indossa un abito a doppio petto, non sorride.Beveiltècheglioffre sua madre ma non promette nulla.Vuoleisuoisoldi. Nonappenasen’èandato, c’è una discussione su cosa fare della tazza. A quanto pare,dopocheunapersonadi colorehabevutoinunatazza, bisogna romperla. È meravigliatochelafamigliadi sua madre, che non crede in nient’altro, creda in questo. Comunque, alla fine sua madre si limita a lavare la tazzaconlacandeggina. All’ultimo momento zia Girlie di Williston viene in soccorso, per salvare l’onore della famiglia. Pone certe condizioni, una delle quali è che Jack non lavori mai piú comeprocuratore. Suo padre accetta le condizioni, accetta di firmare il documento. Ma quando arriva il momento di farlo, bisogna persuaderlo con le buoneperchésialzidalletto. Alla fine compare, in larghi calzonigrigiesopralagiacca del pigiama, scalzo. Firma senza aprire bocca, poi ritornaaletto. Quella stessa sera si veste ed esce. Non sanno dove trascorrelanotte;nonritorna finoall’indomani. – A che serve costringerlo a firmare? – si lamenta con sua madre. – Non ha mai pagato gli altri debiti, perché dovrebbepagareGirlie? – Lascialo perdere, la pagheròio,–ribattelei. –Ecome? –Lavorerò. C’è qualcosa nel comportamentodisuamadre dinanzi al quale non può piú chiuderegliocchi,qualcosadi straordinario. Sembra che a ogni nuova rivelazione lei diventipiúforteepiútenace. È come se si chiamasse le disgrazie addosso solo per dimostrarealmondocheèin grado di sopportarle. – Pagheròtuttiidebiti,–dice.– Lipagheròarate.Lavorerò. Quella determinazione da formica lo fa arrabbiare al puntochevorrebbedarleuno schiaffo.Quelchecistadietro è chiaro. Vuole sacrificarsi per i suoi figli. Un sacrificio senzafine:quellospiritogliè fin troppo familiare. Ma una volta che si è sacrificata del tutto, una volta che avrà venduto i vestiti che indossa, le scarpe che porta, e se ne andrà in giro con i piedi sanguinanti, che ne sarà di lui? È un pensiero intollerabile. Arrivano le vacanze di dicembreesuopadrenonha ancora un lavoro. Adesso sono tutti e quattro in casa, come topi in gabbia: si evitano a vicenda, si nascondonoinstanzediverse. Suo fratello si immerge nei fumetti: Eagle, Beano. Il suo preferito,invece,èRover,con le storie di Alf Tupper, il campionedifondochelavora inunafabbricadiManchester e vive di pesce e patatine fritte. Cerca di dimenticare, ma non può fare a meno di rizzare gli orecchi a ogni sussurro e scricchiolio che senteincasa. Una mattina c’è uno strano silenzio. Sua madre è fuori, ma da qualcosa nell’aria, un odore, una sensazione, un senso di pesantezza,sachequell’uomo è ancora lí. Di certo non sta ancoradormendo.Èpossibile che, meraviglia delle meraviglie,sisiasuicidato? Ma se cosí fosse, non sarebbemegliofingeredinon essersi accorti di nulla, in modo che i sonniferi o qualunquecosaabbiaingerito possano avere il tempo di agire? E poi: come può impedire che suo fratello dia l’allarme? Nella guerra che ha dichiarato al padre non ha maiavutolacertezzachesuo fratellosiadallasua.Lagente ha sempre detto che mentre luisomigliaasuamadre,suo fratello ha i lineamenti del padre. Ha il sospetto che suo fratello sia tenero nei confronti del padre; ha il sospetto che suo fratello, con il suo volto pallido, preoccupato, e il tic sulla palpebra, sia tenero in generale. È senz’altro meglio stare alla larga dalla camera del padre, cosí se qualcuno farà domande, dopo, lui potrà dire:«Stavoparlandoconmio fratello», oppure: «Stavo leggendoincameramia».Ma non riesce a frenare la curiosità. In punta di piedi si avvicina alla porta, la apre, guardadentro. Èunacaldamattinaestiva. Il vento è silenzioso, cosí silenzioso che lui riesce a sentire il cinguettio dei passeri,ilbattitodelleloroali. Le imposte sono chiuse, le tende accostate. C’è puzza di sudore maschile. Nella penombra riesce a scorgere suo padre disteso sul letto. A ogni respiro, dalla gola gli esceungorgogliosommesso. Si avvicina. Gli occhi si stanno abituando alla luce. Suopadreindossaipantaloni del pigiama e una canottiera dicotone.Nonèrasato.Sotto la gola c’è una V rossa nel punto in cui l’abbronzatura lascia il posto al pallore del torace.Accantoallettoc’èun vasodanottedovemozziconi di sigaretta galleggiano in un’urinamarrone.Invitasua nonhamaivistonientedipiú disgustoso. Non si vede nessun sonnifero. L’uomo non sta morendo, solo dormendo. Non ha il coraggio di prendere i sonniferi, cosí come non ha il coraggio di cercarelavoro. Daquandoètornatodalla guerra, combattono una secondaguerra,chesuopadre non ha nessuna possibilità di vincere, perché non avrebbe mai potuto prevedere quanto sarebbe stata spietata, quanto il nemico sarebbe stato tenace. Quella guerra si è protratta per sette anni; oggi luihatrionfato.Sisentecome il soldato russo alla Porta di Brandeburgo, che innalza la bandiera rossa sulle macerie diBerlino. Al tempo stesso, però, vorrebbe non essere lí, testimonediquellavergogna. Non è giusto! vorrebbe gridare, sono soltanto un bambino!Vorrebbetantoche qualcuno, una donna, lo prendesse tra le braccia, gli curasseleferite,loconsolasse, glidicessecheèstatosoloun brutto sogno. Pensa alla guancia di sua nonna, morbida e fresca e asciutta come seta, che lei gli porge perchélabaci.Vorrebbetanto che sua nonna venisse a rimetterelecoseaposto. Un grumo di catarro si fermanellagoladisuopadre. Tossisce,sigirasuunfianco. Apregliocchi,gliocchidiun uomo assolutamente cosciente, assolutamente consapevole di dove si trova. Gli occhi si posano su di lui, mentre è fermo lí, dove non dovrebbe essere, a spiare. Gli occhi non esprimono alcun giudizio ma neppure gentilezza. Con un gesto indolente l’uomo lascia scivolare la manoesiaggiustaipantaloni delpigiama. Si sarebbe aspettato che l’uomo dicesse qualcosa, una parola qualsiasi – «Che ore sono?» ad esempio – per renderglilecosepiúfacili.Ma non dice niente. Gli occhi continuano a guardarlo, pacifici, distanti. Poi si chiudono e l’uomo si riaddormenta. Lui ritorna in camera sua, richiudelaporta. Certe volte quel velo cupo si solleva. Nel cielo, che di solito rimane ostinatamente chiusosopralasuatesta,non cosívicinodapoterlotoccare ma neppure troppo lontano, siapreunospiraglio,eperun attimo riesce a vedere il mondo per quello che è davvero. Si vede con la camicia bianca, le maniche arrotolate,eicalzoncinigrigi che tra poco non gli andranno piú bene: non un bambino, non ciò che un passante chiamerebbe «un bambino», troppo grande ormai per quello, troppo grande per ricorrere a quella scusa, e tuttavia ancora stupido e ripiegato in se stesso come un bambino: infantile; muto; ignorante; ritardato. In questi momenti riesce anche a vedere suo padre e sua madre, con distacco, senza rabbia: non comeduepesigrigieinformi appollaiati sulle sue spalle, a tramare la sua infelicità giorno e notte, ma come un uomo e una donna che conducono una vita loro, tristeepienadiguai.Ilcielosi apre, e lui vede il mondo per quello che è, poi il cielo si richiude e lui è di nuovo se stesso,evivel’unicastoriache è in grado di accettare, la storiadisestesso. Sua madre è davanti all’acquaio, nell’angolo piú buio della cucina. Gli dà la schiena, le braccia coperte di chiazze di saponata; strofina una padella senza fretta. Quanto a lui, le gironzola intorno, parla di qualcosa, non sa di cosa, parla con la consueta veemenza, si lamenta. Lei si gira; il suo sguardo guizza su di lui. È uno sguardo meditato, senza un briciolo di tenerezza. Non è chelovedaperlaprimavolta. Semmai lo vede per quello cheèsemprestatoecheleiha sempre saputo che è, quando nonsifaillusioni.Lovede,lo valuta, e non è soddisfatta. È addiritturaurtataconlui. Èquestochetemeinlei,la persona che lo conosce meglioalmondo,chehasudi lui il grande vantaggio di sapere tutto riguardo ai suoi primi anni di vita – i piú intimi, quelli in cui si è piú indifesi, anni di cui, nonostante tutti i suoi sforzi, lui non ricorda nulla –, che probabilmente conosce anche,datocheècuriosaeha fonti sue, i meschini segreti dellasuavitascolastica.Teme il suo giudizio. Teme i freddi pensieri che devono passarle per la mente in momenti comequesto,quandononc’è nessuna passione a condizionarli, nessun motivo per cui il suo giudizio non possa che essere netto; soprattuttotemeilmomento, un momento che non è ancora arrivato, in cui lei pronuncerà il suo giudizio. Sarà come un fulmine; non sarà in grado di sopportarlo. Non vuole sapere. Non vuole sapere a tal punto che sente unamanosalirglinellatestae tappargli le orecchie, chiudergli gli occhi. Preferirebbe essere cieco e sordo piuttosto che sapere cosa sua madre pensa di lui. Preferirebbe vivere come una tartaruganelsuoguscio. Questa donna non è venuta al mondo con l’unico finediamarloeproteggerloe prendersi cura dei suoi bisogni. Al contrario, aveva una vita prima che lui nascesse, una vita in cui non era necessario che gli rivolgesse il benché minimo pensiero. A un certo punto della sua vita lei lo ha partorito;lohapartoritoeha deciso di amarlo; forse ha scelto di amarlo ancor prima di partorirlo; nonostante ciò, ha scelto di amarlo, e quindi può scegliere di smettere di amarlo. «Aspettadiaverefiglituoi, –glidicequandoèdicattivo umore.–Alloracapirai».Che cosa capirà? È una formula che usa, una formula che sembra giungere dal passato. Forse è ciò che ogni generazione dice alla successiva, a mo’ di ammonimento, a mo’ di minaccia. Ma lui non vuole sentirla. «Aspetta di avere figli». Che stupidaggine, che contraddizione!Comepuòun bambino avere figli? Comunque, quello che saprebbe se fosse padre, se fosse il proprio padre, è esattamente quello che non vuole sapere. Non intende accettare la visione della vita che lei vuole inculcargli: sobria,delusa,disillusa. Diciannove. Zia Annie è morta. Nonostante le assicurazioni dei dottori, non ha mai piú camminato dopo la caduta, nemmenoconilbastone.Dal suo letto al Volkshospitaal è stata trasferita nel letto di un ospizio di Stikland, una località sperduta, dove nessuno aveva il tempo di andarla a trovare e dove è morta sola. Ora la seppelliranno nel cimitero numero3diWoltemade. Dapprima si rifiuta di andare. Deve già sorbirsi abbastanzapreghiereascuola, dice,nonvuolesentirnealtre. Non fa mistero del suo disprezzo per le lacrime che verrannoversate.Organizzare un funerale come si deve per ziaAnnieèsolounmodoper i suoi parenti di sentirsi in pace con se stessi. Dovrebberoseppellirlainuna fossanelgiardinodell’ospizio. Risparmierebberounsaccodi soldi. In cuor suo non pensa quello che dice. Ma ha bisognodiaffermarecosedel genere dinanzi a sua madre, ha bisogno di vedere il suo viso contrarsi per il dolore e l’offesa. Quante altre cose dovràdireprimacheleisigiri egliingiungadistarezitto? Non gli piace pensare alla morte. Preferirebbe che, quando la gente diventa vecchia e si ammala, smettesse semplicemente di esistere e sparisse. Non gli piacciono i corpi brutti e vecchi; il pensiero di un vecchio che si spoglia lo fa rabbrividire. Spera che nel bagno della loro casa di Plumstead non sia mai entratounvecchio. La sua morte è tutta un’altrafaccenda.Inunmodo o nell’altro, lui è sempre presente dopo la sua morte, fluttua sopra lo spettacolo, si gode il dolore di chi l’ha causata, di chi, adesso che è troppotardi,vorrebbechelui fosseancoravivo. Alla fine, però, va con sua madre al funerale di zia Annie. Ci va perché lei lo supplica, e a lui piace essere supplicato, gli piace la sensazione di potere che gli dà; ci va anche perché non è mai stato a un funerale e vuole vedere quanto è profondalafossa,comefanno acalarelabara. Non è affatto un funerale grandioso. Ci sono solo cinque persone e un giovane dominee con i brufoli della Chiesa Riformata Olandese. Le cinque persone sono zio Albert con sua moglie e suo figlio, lui e sua madre. Non vede zio Albert da alcuni anni. È ancora piú curvo sul suo bastone; dagli occhi celesti gli sgorgano incessantemente le lacrime; ha le punte del colletto in fuoricomeselacravattafosse stataannodatadamanialtrui. Arriva il feretro. Il becchino e il suo aiutante sono in nero, piú eleganti di loro (lui indossa l’uniforme scolastica della St Joseph’s: non ha un completo giacca e pantaloni). Il dominee recita unapreghierainafrikaansper la sorella scomparsa; poi il carro funebre si avvicina alla fossaetiranogiúlabara,che viene issata su dei pali sopra la fossa. Con suo disappunto non la calano – pare che per quellosidebbanoaspettaregli uomini che lavorano al cimitero –, ma il becchino fa un cenno discreto, capiscono che possono gettare una manciataditerrasullabara. Comincia a scendere una pioggialeggera.Lafaccendaè finita; sono liberi di andarsene, liberi di tornare allelorovite. Sul sentiero che porta al cancello, in mezzo a ettari di tombe vecchie e nuove, camminadietroasuamadree suocugino,ilfigliodiAlbert, intentiaparlareavocebassa. Hanno la stessa andatura, si rende conto; camminano a fatica, hanno lo stesso modo di alzare le gambe e di metterle giú pesantemente, primalasinistrapoiladestra, comeduecontadinicalzatidi zoccoli. I du Biel di Pomerania: gente di campagna, troppo lenti e pesanti per la città; fuori posto. Pensa a zia Annie, che hannoabbandonatoquisotto la pioggia, a Woltemade, un posto dimenticato da Dio, pensaailunghiartiglineriche l’infermieraleavevatagliatoe chenessunotaglieràmaipiú. –Saitantecose,–gliaveva detto una volta zia Annie. Non era una lode: sebbene le labbra fossero atteggiate a un sorriso, allo stesso tempo scuoteva la testa. – Cosí piccolo e però sai tante cose. Come farai a tenerle tutte in testa? – E, chinandosi su di lui, gli aveva picchiettato il cranioconunditoossuto. È un bambino speciale, avevadettoasuamadre,esua madre glielo aveva riferito. Ma speciale come? Nessuno glielosadire. Hanno raggiunto il cancello. Piove piú forte. Prima di prendere i loro due treni,iltrenoperSaltRivere poi quello per Plumstead, dovranno arrancare sotto la pioggia per arrivare alla stazionediWoltemade. Ilcarrofunebrepassaloro accanto. Sua madre alza una mano per fermarlo, si rivolge al becchino. – Ci danno un passaggio,–dice. Cosí deve salire sul carro funebre e infilarsi tra sua madre e il becchino, percorrere lentamente Voortrekker Road, odiandola per questo, sperando che nessuno della sua scuola lo veda. – La signora era un’insegnante,credo,–diceil becchino. Parla con un accento scozzese. Un immigrato: cosa può saperne del Sudafrica, della gente comeziaAnnie? Nonhamaivistounuomo piú peloso. Dal naso e dalle orecchie gli escono peli neri, spuntano a ciuffi dai polsini inamidati. – Sí, – dice sua madre. – Ha insegnato per piú di quarant’anni. – Allora s’è lasciata dietro qualcosa di buono, – dice il becchino. – Una nobile professione,l’insegnamento. –Cheneèstatodeilibridi zia Annie? – chiede piú tardi a sua madre, quando sono di nuovo soli. Dice «libri», ma intendesololemoltecopiedi EwigeGenesing. Suamadrenonlosaonon vuole dirglielo. Da quando si è rotta il bacino a casa sua e l’hanno portata in ospedale e poi all’ospizio di Stikland e infinealcimiteronumero3di Woltemade, nessuno ha pensato ai libri, tranne forse zia Annie stessa, i libri che nessunoleggeràmai;eorazia Anniegiacesottolapioggiain attesa che qualcuno trovi il tempo di seppellirla. Soltanto luiormaicipensa.Comefarà a tenere tutto in testa, tutti i libri, tutte le persone, tutte le storie?Esenonsicuraluidi ricordare,chilofarà? Il libro U N Q UA R T I E R E anonimo di una desolata provincia sudafricana. Un ragazzinochecercaunaviadi fuga da un padre ordinario chenonriescearispettare,da una madre che ama di un amore viscerale ma che non glidàcertezze,dagliumilianti riti di una scuola dove le regole non sono uguali per tutti, dai turbamenti di un’infanzia già «guasta», dagli angusti orizzonti nazionalistici del Sudafrica nelsecondodopoguerra. ItemidiJ.M.Coetzeevanno ricercati là dove convergono gli aspetti politici, spirituali, psicologici e fisici dell’esistenza: l’incubo della violenza burocratica, la nostra desolata estraniazione dalla terra, un’ansia shakespeariana per la natura strappata al suo ordine naturale e gli insistenti bisognidelcorpo. L’autore J. M. Coetzee è nato in Sudafrica e attualmente vive in Australia. Di lui Einaudi ha pubblicato: Vergogna, Aspettando i barbari, La vita e il tempo di Michael K, Infanzia, Gioventú, Terre al crepuscolo, Nel cuore del paese, Foe, Il Maestro di Pietroburgo, Età di ferro, Slow Man, Spiagge straniere, Diario di un anno difficile, Lavori di scavo. Saggi sulla letteratura 2000-2005, Tempod’estate,Doppiareil capo, L’infanzia di Gesú e Qui e ora, il carteggio con Paul Auster. Nel 2003 è stato insignito del Premio NobelperlaLetteratura. Dello stesso autore Vergogna Aspettandoibarbari LavitaeiltempodiMichaelK Gioventú.Scenedivitadiprovincia Terrealcrepuscolo ElizabethCostello Nelcuoredelpaese IlMaestrodiPietroburgo SlowMan Spiaggestraniere.Saggi1993-1999 Etàdiferro Diariodiunannodifficile Lavoridiscavo.Saggisulla letteratura2000-2005 Tempod’estate Doppiareilcapo.Saggieinterviste Foe L’infanziadiGesú Quieora(conPaulAuster) TitolooriginaleBoyhood ©byJ.M.Coetzee,1997byarrangementwith PeterLampackAgency,Inc.551FifthAvenue, Suite1613 NewYork,NY10176-0187,Usa ©2001GiulioEinaudieditores.p.a.,Torino Perlafotodell’autore©BassoCannarsa Incopertina:fotodiClemensEmmler/Laif/ Costrasto. Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere copiato, riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato, licenziatootrasmessoinpubblico,outilizzato inalcunaltromodoadeccezionediquantoè stato specificamente autorizzato dall’editore, ai termini e alle condizioni alle quali è stato acquistatoodaquantoesplicitamenteprevisto dallaleggeapplicabile.Qualsiasidistribuzione o fruizione non autorizzata di questo testo cosí come l’alterazione delle informazioni elettroniche sul regime dei diritti costituisce una violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla Legge633/1941esuccessivemodifiche. Questoebooknonpotràinalcunmodoessere oggetto di scambio, commercio, prestito, rivendita,acquistoratealeoaltrimentidiffuso senza il preventivo consenso scritto dell’editore. 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