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LDB
J.M.Coetzee
Infanzia
Scenedivitadi
provincia
TraduzionediFranca
Cavagnoli
Einaudi
Uno.
Vivono in un centro
residenziale fuori Worcester,
tra la ferrovia e la statale. Le
viehannoilnomedeglialberi
ma non ancora gli alberi. Il
loro indirizzo è 12 Poplar
Avenue, Viale dei Pioppi 12.
Tutte le case sono nuove e
identiche. Sorgono in grandi
lottidiargillarossadovenon
cresce nulla, separate da
recinzioni in fil di ferro. In
ogni cortile sul retro c’è una
piccola costruzione formata
daunastanzaeungabinetto.
Anche se non hanno
domestici, li chiamano
«l’alloggiodeidomestici»e«il
gabinetto dei domestici».
Usano la stanza per riporci
varie cose: giornali, bottiglie
vuote, una sedia rotta, un
vecchio materasso in fibra di
cocco.
Costruisconounpollaioin
fondo al cortile e ci mettono
tre galline dalle quali si
aspettano uova. Ma le galline
non hanno una bella cera.
L’acqua
piovana,
non
riuscendoafiltrareattraverso
l’argilla,
ristagna
in
pozzanghere nel cortile. Il
pollaio si trasforma in un
pantano
dall’odore
nauseabondo. Le galline
sviluppano gravi edemi alle
zampe, simili a pelle di
elefante.
Malaticce
e
contrariate, smettono di
deporre le uova. Sua madre
consulta la sorella a
Stellenbosch,laqualediceche
riprenderanno a farle solo
dopo che avranno strappato
loro le pipite da sotto la
lingua.Cosí,unadopol’altra,
sua madre stringe le galline
tra le ginocchia, preme le
mandibolefinchénonaprono
ilbecco,econlapuntadiun
coltellino ripulisce loro la
lingua.Legallinestrillanoesi
dibattono strabuzzando gli
occhi. Lui rabbrividisce e
volta la testa dall’altra parte.
Pensa a sua madre che batte
la carne per lo stufato sul
ripianodellacucinaelataglia
a cubetti; pensa alle sue dita
insanguinate.
I negozi piú vicini sono a
un paio di chilometri di
distanza lungo una strada
desolata, fiancheggiata da
eucalipti. Intrappolata in
questobucodicasanelcentro
residenziale, sua madre non
può fare altro che spazzare e
rassettare tutto il giorno.
Ognivoltachesoffiailvento,
una fine polvere d’argilla
color ocra entra turbinando
da sotto le porte, filtra dalle
crepe negli infissi delle
finestre, da sotto le gronde,
attraverso le giunture del
soffitto.Dopounagiornatadi
temporale, contro la facciata
siaccumulanovaricentimetri
dipolvere.
Comprano
un
aspirapolvere. Ogni mattina
sua madre lo trascina di
stanzainstanza,risucchiando
lapolverenelventreruggente
sul quale un sorridente
folletto rosso salta come per
superare un ostacolo. Un
folletto:perché?
Lui
gioca
con
l’aspirapolvere, strappando
foglidicartaeguardandonei
pezzi volar su per il tubo
come foglie nel vento. Regge
il tubo sopra una fila di
formiche
risucchiandole
versolamorte.
A Worcester ci sono
formiche,
mosche,
un’invasione
di
pulci.
Worcester
è
a
soli
centosessanta chilometri da
Città del Capo, eppure qua
tutto è peggio. Lui ha delle
punturedipulciagiro,sopra
l’orlodeicalzinievariecroste
dovesiègrattato.Certenotti
non riesce a dormire dal
prurito. Non capisce perché
mai
abbiano
dovuto
andarsenedaCittàdelCapo.
Anche sua madre è
irrequieta. Magari avessi un
cavallo, dice. Almeno potrei
cavalcarenelveld.Uncavallo!
dice il padre. Vuoi fare Lady
Godiva?
Non compra un cavallo,
sua madre. Senza preavviso,
compra invece una bicicletta,
un modello da donna, di
seconda mano, nera. È cosí
enormeepesantechequando
lui la prova in cortile non
riesceafargirareipedali.
Lei non sa andare in
bicicletta; forse non sa
nemmeno andare a cavallo.
Ha comprato la bicicletta
pensando che imparare a
usarla fosse una cosa
semplice. Ora non trova
nessunocheglieloinsegni.
Suo padre non riesce a
nasconderelagioia.Ledonne
non vanno in bicicletta, dice.
Sua madre continua a
sfidarlo.Nonsaròprigioniera
di questa casa, dice. Sarò
libera.
All’inizio gli era parso
splendido che sua madre
avesseunabiciclettatuttasua.
Si era persino immaginato
lorotrelungoPoplarAvenue:
lei, lui e suo fratello. Ma ora,
davantiallebattutedelpadre,
che sua madre ascolta in
ostinato silenzio, comincia a
esitare. Le donne non vanno
in bicicletta: e se suo padre
avesse ragione? Se sua madre
nontrovanessunodispostoa
insegnarle, se nessun’altra
casalinga di Reunion Park ha
la bicicletta, allora forse le
donne non dovrebbero
andare in bicicletta per
davvero.
Nel cortile sul retro sua
madre cerca di imparare da
sola. Tendendo le gambe in
fuori, scivola giú lungo il
pendio verso il pollaio. La
bicicletta s’inclina e si ferma.
Siccome non c’è la canna, lei
non cade, si limita a vacillare
con
andatura
goffa,
stringendoilmanubrio.
Il suo cuore si rivolta
contro di lei. Quella sera si
uniscealdileggiodelpadre.È
ben consapevole di che
genereditradimentositratti.
Ora
sua
madre
è
completamentesola.
Nonostante questo, lei
impara ad andare in
bicicletta, anche se in modo
incerto,
traballante,
sforzandosi di far girare i
pedalipesanti.
Fa le sue spedizioni a
Worcesterlamattina,quando
lui è a scuola. Soltanto una
volta la scorge in bicicletta.
Indossaunacamicettabianca
e una gonna nera. Percorre
Poplar Avenue diretta verso
casa. I capelli sono sciolti al
vento. Sembra giovane, una
ragazza, giovane e fresca e
misteriosa.
Ogni volta che suo padre
vedelapesantebiciclettanera
appoggiataalmurofaqualche
battuta. Nelle sue battute i
cittadini
di
Worcester
interrompono le proprie
attività per alzarsi e guardare
a bocca aperta la donna che
arranca in bicicletta. Trap!
Trap! le gridano dietro
schernendola.Pedala!Nonc’è
niente di divertente in quelle
battute,anchesepoiluiesuo
padre
ridono
sempre,
insieme. Ma sua madre non
ribatte mai nulla di spiritoso,
non ha nessun senso
dell’umorismo. «Ridete pure
sevolete»,dice.
Poi un giorno, senza
nessuna spiegazione, smette.
Subito dopo la bicicletta
sparisce.Nessunodiceniente,
maluisacheèstatasconfitta,
rimessaalsuoposto,esache
in parte è colpa sua. Un
giorno faremo pace, si
ripromette.
Il ricordo di sua madre in
bicicletta non lo abbandona.
Lei pedala lungo Poplar
Avenue, fugge da lui, fugge
versoisuoidesideri.Luinon
vuole che se ne vada. Non
vuole che abbia desideri tutti
suoi. Vorrebbe che se ne
stesse sempre in casa, ad
aspettare che lui rientri. Non
si allea spesso col padre
controdilei:èpiúportatoad
allearsiconleicontroilpadre.
Ma in questo caso sta dalla
partedegliuomini.
Due.
Asuamadrenonracconta
nulla. La sua vita scolastica è
un segreto inconfessabile.
Verrà solo a sapere, decide,
ciòchecomparesullapagella,
che sarà impeccabile. Sarà
sempre il primo della classe.
In condotta avrà sempre
«ottimo»,
nel
profitto
«eccellente». Fintanto che la
pagella sarà perfetta, lei non
avrà il diritto di fare
domande. Sono questi i
termini del contratto che
stipulanellasuamente.
Ciòchesuccedeascuolaè
che i bambini vengono
picchiati. Succede ogni
giorno.
Gli
insegnanti
ordinano ai bambini di
chinarsi fino a toccare le dita
deipiedielipicchianoconla
verga.
Ha un compagno, in terza
elementare, Rob Hart, che la
maestra ama picchiare in
modo particolare. La maestra
diterzaèunadonnairritabile
daicapellitinticonl’henné,si
chiama Miss Oosthuizen. I
suoi genitori la conoscono
come Marie Oosthuizen:
partecipaallereciteenonsiè
mai sposata. Deve avere
senz’altro una vita fuori della
scuola, ma lui non riesce a
immaginarsela. Non riesce a
immaginarsilavitadinessun
maestrofuoridellascuola.
Miss Oosthuizen va su
tutte le furie, fa alzare Rob
Hart dal banco, gli ordina di
chinarsielopicchiasuiglutei.
I colpi si abbattono veloci
l’uno dopo l’altro, giusto il
tempo che la verga torni su.
Quando Miss Oosthuizen ha
finito, Rob Hart è paonazzo.
Manonpiange;inrealtàforse
è paonazzo solo perché è
rimasto
chino.
Miss
Oosthuizen, dal canto suo,
respira affannosamente e
sembra quasi che le scappi
una lacrima – una lacrima e
anchequalcos’altro.
Dopo questi accessi di
passioneincontrollatal’intera
classe è silenziosa, e rimane
silenziosafinquandosuonala
campanella.
Miss Oosthuizen non
riescemaiafarpiangereRob
Hart; forse per questo va su
tutte le furie e lo picchia cosí
forte, piú forte di chiunque
altro.RobHartèilragazzino
piú grande della classe, ha
quasidueannipiúdilui(che
è il piú piccolo); ha la
sensazionechetraRobHarte
Miss Oosthuizen ci sia
qualcosa di cui lui non è a
conoscenza.
Rob Hart è alto e bello in
modosfrontato.SebbeneRob
Hart non sia intelligente e
corraaddiritturailpericolodi
venir bocciato, lui ne è
attratto. Rob Hart fa parte di
un mondo in cui non ha
ancora trovato il modo di
entrare: un mondo di sesso e
percosse.
Lui,però,nonprovaalcun
desiderio di essere picchiato
daMissOosthuizenodaaltri.
Al solo pensiero freme di
vergogna. Farà di tutto per
sottrarvisi. Sotto questo
aspetto lui è anomalo e lo sa.
Viene da una famiglia
anomala
della
quale
vergognarsi, dove non solo
non si picchiano i bambini,
ma ci si rivolge agli anziani
chiamandoli con il nome di
battesimo, e dove nessuno va
in chiesa e le scarpe si
portanotuttiigiorni.
Ogni insegnante della
scuola,uomoodonnachesia,
ha una verga e la libertà di
usarla.Ognivergahaunasua
personalità, un carattere, che
gliallieviconosconobeneedi
cui parlano incessantemente.
Con lo spirito di veri
intenditori, soppesano il
carattere di ciascuna, nonché
il genere di dolore che
procura, fanno confronti tra
le varie tecniche con cui gli
insegnanti
muovono
il
braccio e il polso mentre la
brandiscono.
Nessuno
accennaallavergognadivenir
chiamatiecostrettiachinarsi
peresserepicchiatisulsedere.
Privo com’è di esperienza
personale, non può prendere
parte a queste conversazioni.
Nonostante questo, sa che la
sofferenzanonèl’aspettopiú
importante. Se gli altri
riescono a tollerarla, allora
può farlo anche lui, che ha
tantapiúforzadivolontà.Ciò
chenonriusciràasopportare
sarà la vergogna. Sarà cosí
grande, teme, cosí avvilente
che, se lo chiameranno, si
aggrapperà al banco e si
rifiuterà di uscire. E quella
saràunavergognaancorapiú
grande: lo renderà diverso e
gli metterà contro gli altri
bambini. Se mai accadrà che
lochiaminoperpicchiarlo,la
scena sarà cosí umiliante che
non potrà mai piú tornare a
scuola; alla fine potrà solo
uccidersi.
Quindieccoqualèlaposta
in gioco. Questa è la ragione
percuiinclassenonapremai
bocca. La ragione per cui è
sempreinordine,fasemprei
compiti,sasemprelarisposta
giusta. Non osa mettere un
piede in fallo. Se lo facesse,
rischierebbe
di
venir
picchiato; e sia che lo
picchino o faccia di tutto per
non essere picchiato, sarà lo
stesso:morirà.
La cosa strana è che gli
basterebbe essere picchiato
una sola volta per spezzare il
sortilegio che lo tiene
prigioniero. Ne è ben
consapevole:se,inunmodoo
nell’altro, le percosse si
abbattessero su di lui prima
che avesse il tempo di
opporre resistenza, se la
violazionedelsuocorpofosse
compiutarapidamente,conla
forza,luipotrebbeuscirneun
ragazzo normale, capace di
unirsi alla discussione sui
maestrielerispettiveverghee
sui vari gradi e sfumature di
sofferenzacheinfliggono.Ma
dasolononècapacedisaltare
labarriera.
Di tutto ciò dà la colpa a
sua madre, perché non lo
picchia.Cosícomeècontento
diaverelescarpe,diprendere
a prestito i libri dalla
biblioteca pubblica e di
restare a casa quando ha il
raffreddore–tuttecosechelo
rendono diverso –, è
arrabbiato con sua madre
perchénonhafiglinormalie
nonfacondurrelorounavita
normale. Suo padre – se suo
padre prendesse in mano le
redini – farebbe di loro una
famiglianormale.Suopadreè
assolutamente normale. E lui
ègratoasuamadreperchélo
protegge dalla normalità del
padre, cioè dalle sporadiche
minacce di botte e dai suoi
rabbiosi occhi azzurri. Allo
stesso tempo, è arrabbiato
con
lei
perché
l’ha
trasformato in qualcosa di
anomalo, in qualcosa che
bisognaproteggeresesivuole
checontinuiavivere.
Fra tutte le verghe non è
quella di Miss Oosthuizen a
impressionarlo in modo piú
profondo. La verga piú
temibile è quella di Mr
Lategan, il maestro di
falegnameria. Quella che usa
Mr Lategan non è lunga ed
elastica come la verga
predilettadamoltimaestri.È
corta, spessa e tozza, piú
simile a un bastone o a una
mazza di legno che a uno
scudiscio. Si dice che Mr
Lategan la usi solo con i
ragazzi piú grandi, sarebbe
troppo per un bambino
piccolo.Sidicecheconquesta
verga Mr Lategan abbia fatto
gemere anche i ragazzi delle
ultime classi, che li abbia
costretti
a
invocare
misericordia, a urinare nei
calzoni, a comportarsi in
manieradisonorevole.
Mr Lategan è un ometto
con i baffi, dai capelli
cortissimi ritti sulla testa. Gli
manca un pollice: ciò che
rimane è ben dissimulato da
una cicatrice violacea. Mr
Lategan è di poche parole. È
sempre scostante, irritabile,
come
se
insegnare
falegnameriaaibambinifosse
un compito inferiore alle sue
capacità, che egli svolge
controvoglia. Per gran parte
della lezione rimane davanti
allafinestraafissareilcortile
mentre i bambini si sforzano
di misurare, segare e piallare.
Certevoltehaconsélaverga
tozza, e mentre rimugina si
picchietta pigramente il
pantalone. Quando compie il
suo giro di ispezione, indica
confaresprezzanteglierrori,
poi prosegue con una
scrollatinadispalle.
I ragazzi hanno il
permessodischerzarecongli
insegnanti riguardo alle
verghe. In effetti questo è un
campo in cui è consentito
canzonare un poco gli
insegnanti.
«La
faccia
cantare!»dicono,edeccoche
Mr
Gouws
muove
all’improvviso il polso e la
lunga verga (la piú lunga di
tutta la scuola, sebbene Mr
Gouwssiasoltantoilmaestro
di quinta elementare) sibila
nell’aria.
Nessuno scherza con Mr
Lategan. Tutti hanno un
timore reverenziale per lui,
per ciò che può fare con la
vergaaragazzichesonoquasi
uominifatti.
Quando suo padre e i
fratelli di suo padre si
riuniscono alla fattoria per
Natale,laconversazionetorna
sempre all’epoca in cui
andavanoascuola.Ricordano
i maestri e le verghe dei
maestri; rievocano le fredde
mattine invernali, quando la
verga procurava lividi blu sui
gluteieilbruciorerestavaper
giorninelricordodellacarne.
Nelleloroparolec’èunanota
dinostalgiaedipauramistaa
piacere.
Lui
ascolta
avidamente,macercadifarsi
notareilmenopossibile.Non
vuole che, in una pausa della
conversazione, gli rivolgano
la parola per chiedergli che
postoabbialaverganellasua
vita. Non è mai stato
picchiato e se ne vergogna
profondamente. Non è in
grado di parlare delle verghe
con la disinvoltura e la
dovizia di informazioni con
cuineparlanoquestiuomini.
Ha la sensazione di essere
guasto. Ha la sensazione che
qualcosa dentro di lui si stia
lentamente crepando: un
muro, una membrana. Ha
cercatodifareilpossibileper
mantenere la crepa entro i
limiti.Permantenerlaentroi
limiti, non per arrestarla:
nulla sarà in grado di
arrestarla.
Una volta alla settimana
lui e i suoi compagni
attraversanoicampidagioco
dellascuolafinoallapalestra,
per fare ginnastica. Nello
spogliatoio si infilano una
canottiera e un paio di
calzoncini bianchi. Poi, sotto
la guida di Mr Barnard,
anch’egli vestito di bianco, si
esercitano per una mezz’ora
al cavallo con maniglie, si
allenanoconlapallamedicao
saltano battendo le mani
sopralatesta.
Fanno tutto a piedi nudi.
Lui comincia a temere già
qualche giorno prima il
momentoincuiaginnasticai
piedi saranno nudi, i piedi
che sono sempre coperti.
Eppure, dopo che si è tolto
scarpe e calze, all’improvviso
non è affatto difficile. Deve
semplicemente liberarsi della
vergogna, spogliarsi in fretta,
svelto,eisuoipiedidiventano
come quelli di tutti gli altri.
Lavergognaèancorasospesa
da qualche parte nelle
vicinanze, in attesa di
ritornare da lui, ma è una
vergognasoltantosua,nonc’è
bisogno che i compagni ne
venganoaconoscenza.
Isuoipiedisonomorbidie
bianchi; a parte ciò, sono
comequellidichiunquealtro,
addiritturacomequellidichi
non ha le scarpe e viene a
scuola scalzo. Non gli piace
fare ginnastica e doversi
spogliare per fare ginnastica,
ma dice a se stesso che può
sopportarlo, come sopporta
altrecose.
Poiungiornonellaroutine
si verifica un cambiamento.
Dalla palestra li mandano al
campodatennisperimparare
a giocare. I campi sono poco
distanti;lungoilsentierodeve
fare attenzione a dove
cammina, a dove mette i
piedi, tra i sassi. Sotto il sole
estivo l’asfalto del campo da
tennisècosíbollentechedeve
saltellaredaunpiedeall’altro
per evitare di scottarsi. È un
vero sollievo ritornare nello
spogliatoio e rimettersi le
scarpe; ma al pomeriggio
riesceappenaacamminare,e
quandosuamadreglitogliele
scarpe si accorge che ha la
pianta dei piedi piena di
vescicheesanguinante.
Rimane a casa tre giorni,
finchénonguarisce.Ilquarto
giorno ritorna con un
biglietto di sua madre, un
biglietto di cui conosce e
approva le parole colme di
indignazione. Come un
guerriero ferito che riprende
il suo posto tra le fila,
raggiunge zoppicando il suo
banco.
– Perché sei stato assente?
–sussurranoicompagni.
– Non riuscivo a
camminare, dopo il tennis
avevoipiedipienidivesciche,
–sussurraasuavolta.
Si aspetta meraviglia e
comprensione, invece suscita
soloilarità.Anchequellitrai
suoicompagnicheportanole
scarpe non lo prendono sul
serio.Inunmodoonell’altro
hanno piedi induriti, piedi
senzavesciche.Soltantoluiha
i piedi morbidi, e i piedi
morbidi, a quanto pare, non
sono segno di importanza.
D’un tratto è isolato – lui e,
dietrodilui,suamadre.
Tre.
Nonhamaicompresofino
in fondo la posizione di suo
padreinsenoallafamiglia.In
realtà, non gli è chiaro con
chedirittosuopadresialí.In
una famiglia normale, è
disposto ad accettarlo, il
padre è il capo: la casa
appartienealui,lamoglieei
figli sono in suo potere. Ma
nellorocaso,ecosípurenelle
famiglie delle due sorelle di
sua madre, sono la madre e i
figli a formare il nucleo,
mentre il marito non è che
un’appendice, colui che,
all’economia familiare, dà il
contributo che darebbe un
pensionante.
Sin dai suoi primi ricordi
hasempreavutolasensazione
diessereilprincipedellacasa,
conlamadrenelruolodisua
incerta sostenitrice e ansiosa
protettrice – ansiosa, incerta,
perché, lo sa, fare il gallo del
pollaio non è compito di un
bambino. Se c’è qualcuno di
cuiesseregelosi,quellononè
suo padre ma il fratello
minore. Giacché sua madre è
una sostenitrice anche del
fratello – e non solo una
sostenitrice: siccome suo
fratello è intelligente ma non
quanto lui, né è altrettanto
audace o amante del rischio,
lo favorisce, anche. In effetti,
sua madre pare sempre
sospesaamezz’ariaallespalle
delfratello,prontaasventare
pericoli, mentre nel suo caso
se ne sta sullo sfondo, in
attesa, in ascolto, pronta a
intervenire solo se lui la
chiama.
Vorrebbe tanto che si
comportasse con lui allo
stesso modo in cui si
comporta con il fratello. Ma
lo vorrebbe come segno,
come prova, nient’altro. Sa
chesecominciassearimanere
sospesaamezz’ariaanchealle
sue,dispalle,luiandrebbesu
tuttelefurie.
Non fa che metterla alle
strette, per costringerla a
dichiarare a chi vuole piú
bene,sealuioasuofratello.
Lei evita sempre la trappola.
«Voglio bene a tutti e due»,
afferma con un sorriso.
Anche le domande piú
ingegnose – se scoppiasse un
incendio, per esempio, e
avesseiltempodisalvaresolo
uno dei due? – non la fanno
cadere nel tranello. – Tutti e
due, – dice, – vi salverei
senz’altrotuttiedue.Manon
scoppierà nessun incendio –.
Sebbene si faccia beffa di lei
perché lo prende alla lettera,
rispetta la sua ostinata
costanza.
Gliaccessidirabbiacontro
sua madre sono una delle
cose che deve mantenere
accuratamente celate al
mondo esterno. Soltanto loro
quattro sanno quali torrenti
di disprezzo le riversi
addosso,quantolatratticome
un essere inferiore. «Se i tuoi
insegnanti e i tuoi amici
sapesserocometirivolgiatua
madre…» dice suo padre
agitando l’indice in modo
eloquente. Odia il padre
perchésavederechiaramente
il punto debole nella sua
corazza.
Vorrebbechesuopadrelo
picchiasseelotrasformassein
un ragazzo normale. Allo
stesso tempo sa che se suo
padre osasse colpirlo non si
darebbe pace fino al
momento della vendetta. Se
suo padre lo percuotesse, lui
perderebbe
la
testa:
diventerebbe un ossesso,
come un topo braccato,
correrebbe qua e là cercando
di morderlo con denti
velenosi, troppo pericoloso
perpoterlotoccare.
A casa è un despota
irascibile, a scuola un
agnellino, mite e docile, che
siede nella penultima fila, la
piú oscura, per non farsi
notare, e si irrigidisce dalla
pauraquandohannoiniziole
percosse. Vivendo questa
doppia vita, si è accollato un
fardellodiimpostura.Nessun
altro è costretto a sopportare
qualcosa di simile, nemmeno
suofratello,chealmassimoè
la sua pallida copia, ma piú
nervoso. In realtà, ha il
sospetto che nell’intimo suo
fratello sia normale. Lui è
solo.Nonpuòaspettarsiaiuto
danessunaparte.Dipendeda
lui andare, in un modo o
nell’altro, oltre l’infanzia,
oltre la famiglia e la scuola,
per cominciare una vita
nuova dove non ci sia piú
nessunbisognodifingere.
L’infanzia,
dice
la
Children’sEncyclopaedia,èun
periododigioiainnocente,da
trascorrere nei prati tra
ranuncolieconigliettioppure
accantoalfocolareimmersiin
un libro di fiabe. Questa
visione dell’infanzia gli è
completamente
estranea.
Tutto ciò che fa a Worcester,
a casa o a scuola, lo porta a
credere che l’infanzia non sia
nient’altro che un periodo in
cuibisognastringereidentie
resistere.
DatocheaWorcesternon
c’è il branco dei «lupetti», ha
il permesso di iscriversi ai
Boy-Scouts, anche se ha solo
dieci anni. Si prepara
puntigliosamente per la
cerimonia inaugurale. Con
sua madre va a comprare la
divisa: cappello di feltro
rigidoverdeolivaedistintivo
d’argento,camicia,calzoncini
ecalzecolorcachi,cinturadi
pelle con la fibbia dei BoyScouts, mostrine verdi per
spalline e calze. Da un ramo
di pioppo ricava un bastone
lungo un metro e mezzo, lo
scorteccia, e passa un
pomeriggio a incidere nel
legno bianco con un
cacciavite bollente l’alfabeto
Morseeilcodicedeltelegrafo
abraccia.Vaalprimoraduno
degli Scouts con il bastone a
tracolla sostenuto da un
cordoncino verde che ha
intrecciato lui stesso. Presta
giuramento facendo il saluto
con due dita; tra i nuovi, le
«zampe tenere», è di gran
lunga quello vestito in modo
piúimpeccabile.
Fare il boy-scout, scopre,
vuol dire superare un esame
dopo l’altro, come a scuola.
Per ogni esame superato si
ottieneundistintivo,checisi
appuntasullacamicia.
Gli esami si svolgono in
una sequenza prestabilita. Il
primoconsistenelfareinodi:
il nodo semplice e il nodo
doppio,ilnodomargherita,la
gassad’amante.Losuperama
senza
distinguersi
particolarmente. Non capisce
come si faccia a passare gli
esami
dei
Boy-Scouts
distinguendosi,comesifaccia
aeccellere.
Il secondo esame è per
ottenere il distintivo di
boscaiolo. Per passarlo, deve
saperaccendereilfuocosenza
usare la carta e con al
massimotrefiammiferi.Sulla
nuda
terra
accanto
all’oratorio della chiesa
anglicana, una sera d’inverno
in cui soffia un vento freddo,
ammucchia alcuni ramoscelli
equalchepezzodicorteccia,e
poi, mentre il leader del suo
reparto e il capo scout lo
osservano,
accende
i
fiammiferi uno dopo l’altro.
Ogni volta il fuoco non
divampa: ogni volta il vento
spegne la fiammella. Il capo
scout e il leader del suo
reparto
si
allontanano.
Siccome non pronunciano le
parole: «Non ce l’hai fatta»,
non sa se non ce l’ha fatta
veramente. E se si fossero
appartati per consultarsi e
decidere che, a causa del
vento, la prova non è valida?
Aspetta che ritornino. Si
aspetta che gli diano
comunque il distintivo di
boscaiolo. Ma non succede
nulla. È ritto accanto al
mucchio di ramoscelli e non
succedenulla.
Nessuno
torna
piú
sull’argomento. È la prima
volta nella vita che non
superaunesame.
Ogni anno, durante le
vacanze di giugno, gli Scouts
vanno in campeggio. Eccetto
una volta, quando a quattro
anni è stato in ospedale una
settimana, non si è mai
allontanatodasuamadre.Ma
èbendecisoadandarecongli
Scouts.
Bisognaportareconséuna
seriedicose.Unadiquesteè
un telo impermeabile. Sua
madre non ce l’ha, non è
nemmeno sicura di cosa sia
un telo impermeabile. Gli dà
invece
un
materassino
gonfiabiledigommarossa.Al
campeggioscoprechetuttigli
altri hanno veri e propri teli
impermeabili color cachi. Il
materassino rosso lo rende
subito diverso. Né riesce ad
andare di corpo sopra una
buca puzzolente scavata nella
terra.
Il terzo giorno di
campeggio vanno a fare una
nuotata nel Breede River.
Anche se, quando vivevano a
Città del Capo, lui, suo
fratello e suo cugino
andavanointrenofinoaFish
Hoek per trascorrere interi
pomeriggi ad arrampicarsi
sugli scogli, fare castelli di
sabbia e giocare con le onde,
in verità non sa nuotare. Ora
che è un boy-scout deve
attraversareilfiumeanuotoe
ritornare.
Odia i fiumi perché sono
torbidi, perché il fango filtra
fra le dita dei piedi, perché
potrebbe mettere il piede su
una lattina arrugginita o sui
cocci di una bottiglia;
preferisce la sabbia bianca e
pulita del mare. Ma si tuffa
nel fiume e, in un modo o
nell’altro, lo attraversa.
Sull’altrarivasiaggrappaalla
radice di un albero, trova un
appiglio sotto i piedi, emerge
dall’acqua melmosa che gli
arriva alla vita battendo i
denti.
Gli altri si girano e
riprendonoanuotareversola
rivaopposta.Luirimanesolo.
Non resta altro da fare che
rituffarsiinacqua.
Giuntoinmezzoalfiumeè
esausto. Si ferma e cerca di
alzarsi in piedi, ma l’acqua è
troppo profonda. Va sotto
con la testa. Cerca di tirarsi
su, di riprendere a nuotare,
ma gli mancano le forze. Va
sottoun’altravolta.
Vede sua madre seduta su
una sedia dallo schienale alto
edrittomentreleggelalettera
in cui le comunicano la sua
morte.Rittoaccantoalei,suo
fratello legge anche lui da
sopralaspalladellamadre.
Un momento dopo, è
distesosullarivadelfiumeeil
leader del suo reparto, che si
chiama Michael, ma cui non
ha mai rivolto la parola per
timidezza, gli è sopra a
cavalcioni. Chiude gli occhi,
colmo di benessere. È stato
salvato.
Per settimane pensa a
Michael, a come Michael ha
rischiatolavitapertuffarsiin
acqua e soccorrerlo. Ogni
volta gli sembra meraviglioso
cheMichaelsenesiaaccorto
–sisiaaccortodilui,accorto
che non ce la faceva. In
confrontoaMichael(cheèin
secondamediaeglimancano
soltanto gli ultimi distintivi e
tra poco sarà uno «scout del
re») lui è insignificante.
Sarebbe stato piú giusto che
Michael non lo vedesse
andare sotto, addirittura non
notasse la sua scomparsa
finché non fossero tornati al
campeggio. A quel punto
Michael avrebbe dovuto
semplicemente scrivere la
lettera a sua madre, la lettera
fredda,
formale,
che
comincia: «Ci spiace doverla
informare…»
Da quel giorno sa che in
lui c’è qualcosa di speciale.
Sarebbe dovuto morire ma
non è morto. Nonostante sia
indegno, gli è stata data
un’altra vita. Era morto ma è
vivo.
Di ciò che è successo al
campeggio a sua madre non
diceunaparola.
Quattro.
Il grande segreto della sua
vita a scuola, il segreto che a
casanonconfidaanessuno,è
che è diventato cattolico
romano,pertuttiifinipratici
luiècattolico.
È un argomento difficile
daaffrontareincasaperchéla
sua famiglia non è niente.
Sono
sudafricani,
naturalmente, ma anche il
fatto di essere sudafricani è
un poco imbarazzante e
pertanto nessuno ne parla,
datochenontutticoloroche
vivono in Sudafrica sono
sudafricani, o veri e propri
sudafricani.
Inmateriadireligionenon
sono certamente niente.
Neppurenellafamigliadisuo
padre, che è molto piú
innocua e ordinaria di quella
di sua madre, c’è qualcuno
chevainchiesa.Luistessoci
è stato soltanto due volte in
vita sua: una per essere
battezzatoeunapercelebrare
la vittoria nella Seconda
guerramondiale.
La decisione di essere
cattolico è stata presa su due
piedi. Il primo giorno nella
nuova scuola, mentre il resto
della classe si avvia verso
l’aula magna per la funzione,
il maestro trattiene lui e gli
altri tre bambini nuovi. «Di
che religione sei?» chiede a
ciascuno.
Lui
lancia
un’occhiata a destra e a
sinistra. Qual è la risposta
giusta?Qualisonolereligioni
tracuiscegliere?Ècomeconi
russiegliamericani?Vieneil
suo turno. – Di che religione
sei? – chiede il maestro. È
tutto sudato, non sa cosa
rispondere. – Sei cristiano,
cattolico romano o ebreo? –
domanda con impazienza. –
Cattolicoromano,–dice.
Quando l’interrogatorio è
finito, il maestro fa cenno a
lui e a un altro bambino che
ha detto di essere ebreo di
restare lí; i due che hanno
detto di essere cristiani
raggiungonoglialtri.
Aspettano di vedere che
cosa succederà loro. Ma non
succedenulla.Icorridoisono
vuoti, l’edificio silenzioso,
non c’è nemmeno un
maestro.
Si avventurano in cortile
dove
raggiungono
l’accozzaglia di bambini nelle
loro stesse condizioni. È il
periodo in cui si gioca a
biglie; nel poco familiare
silenzio del campo da gioco
vuoto, con i richiami delle
colombe nell’aria e il tenue,
lontanoriecheggiaredeicanti,
giocano a biglie. Il tempo
passa.
Poi
suona
la
campanellachesegnalalafine
della funzione. Gli altri
ritornano marciando in fila,
classe dopo classe. Alcuni
sembranodicattivoumore.–
Jood! – gli sibila in afrikaans
un ragazzino passandogli
accanto. Giudeo! Quando si
riuniscono ai compagni,
nessuno rivolge loro un
sorriso.
L’episodio lo turba. Spera
che il giorno dopo il maestro
lo trattenga ancora con i
nuovi arrivati e gli chieda di
fare un’altra scelta. A quel
puntolui,chechiaramenteha
commesso un errore, potrà
correggersi e dichiarare di
essere cristiano. Ma non gli
concedono
un’ulteriore
possibilità.
La scena della separazione
dellepecoredaicaprisiripete
due volte alla settimana.
Mentre ebrei e cattolici
vengono lasciati al loro
destino, i cristiani si
riuniscono per cantare gli
innieascoltarelapredica.Per
vendicarsi di questo, e di ciò
che gli ebrei hanno fatto a
Cristo, a volte i ragazzi
afrikaner – grossi, brutali,
bitorzoluti – afferrano un
ebreo o un cattolico e lo
prendonoapugnineibicipiti,
pugni ravvicinati, cattivi, con
le nocche delle dita, o gli
sferranounaginocchiatanelle
palle, oppure gli torcono le
braccia dietro la schiena
finché lui non invoca
misericordia. – Asseblief! –
piagnucola il bambino. Per
favore!–Jood!–sibilanoloro.
– Jood! Vuilgoed! – Giudeo!
Zozzone!
Un
giorno,
durante
l’intervallo del pranzo, due
ragazzi afrikaner lo mettono
conlespallealmuroepoilo
trascinanoinfondoalcampo
da rugby. Uno è grasso e
gigantesco. Lui li supplica. –
Ek is nie ’n Jood nie, – dice.
Non sono ebreo. Propone
loro di fare un giro sulla sua
bicicletta, propone loro di
prendere la sua bicicletta per
tutto il pomeriggio. Piú lui
farfuglia, piú il ciccione
sorride.
È
questo
evidentemente che gli piace:
lasupplica,l’umiliazione.
Il ciccione tira fuori
qualcosa dal taschino della
camicia, qualcosa che spiega
perchélohannotrascinatoin
quell’angolo tranquillo: un
bruco verde che si contorce
tutto.L’amicogliimmobilizza
le braccia dietro la schiena; il
ciccione gli preme le
mandibole finché lui non
apre la bocca, poi ci infila
dentroconforzailbruco.Lui
losputafuori,giàspiaccicato,
giàcheperdesucchieumori.
Il ciccione glielo schiaccia
sullelabbra,glieleimbratta.–
Jood!–dicepulendosilemani
sull’erba.
Ha scelto di essere
cattolico,
quel
mattino
fatidico,perviadiRoma,per
via di Orazio e dei suoi due
compagni, che, brandendo la
spada, l’elmo ornato di
cimiero nel capo, indomito
coraggio negli occhi, difesero
il ponte sul Tevere contro le
orde etrusche. Ora, passo
dopo passo, scopre dagli altri
cattolici cosa sia veramente
un cattolico romano. Un
cattolico romano non ha
nullaachevedereconRoma.
I cattolici romani non hanno
mainemmenosentitoparlare
di Orazio. I cattolici romani
vanno al catechismo il
venerdí
pomeriggio,
si
confessano, prendono la
comunione.Eccocosafannoi
cattoliciromani.
I ragazzi cattolici piú
grandi lo circondano e
interrogano: è stato al
catechismo,sièconfessato,ha
fatto
la
comunione?
Catechismo? Confessione?
Comunione?
Non
sa
nemmeno cosa vogliano dire
quelle parole. – A Città del
Capo ci andavo, – dice
evasivo. – Dove? – chiedono.
Non conosce i nomi delle
chiese di Città del Capo, ma
neppureloro,liconoscono.–
Venerdívienialcatechismo,–
gliordinano.Nonvedendolo,
informano il prete che in
terza c’è un apostata. Il prete
gli manda un messaggio, che
loro gli portano: deve andare
al catechismo. Ha il sospetto
che se lo siano inventato, ma
ilvenerdísuccessivorimanea
casa,sinasconde.
I ragazzi cattolici piú
grandi cominciano a fargli
capire che non gli credono
quando dice che a Città del
Capoeracattolico.Maormai
sièspintotroppoinlà,nonè
piúpossibiletornareindietro.
Se dicesse: «Ho fatto un
errore, in realtà sono
cristiano», si screditerebbe ai
loro occhi. Inoltre, anche se
deve sopportare lo scherno
degli afrikaner e le domande
dei cattolici veri, i due
momenti di libertà alla
settimanadicuigodenonne
valgono forse la pena, i due
momenti in cui è libero di
andarsene in giro nei campi
da gioco vuoti a parlare con
gliebrei?
Un sabato pomeriggio,
quando tutta Worcester,
stordita dalla calura, sta
riposando,montainbicicletta
evafinoaDorpStreet.
Di solito si tiene alla larga
daDorpStreetperchélíc’èla
chiesa cattolica. Ma oggi la
strada è vuota, non si sente
nessun suono, tranne il
mormorio dell’acqua nei
solchi della terra. Ci passa
davanti con nonchalance,
facendofintadiniente.
La chiesa non è grande
come pensava. È un edificio
basso, spoglio, con una
piccolastatuasoprailportico:
la Vergine, con il velo sulla
testa e il bambino fra le
braccia.
Arriva in fondo alla via.
Vorrebbe tornare indietro a
dare un’altra occhiata, ma
teme di sfidare la fortuna,
teme che un prete in nero
escadallachiesaegliintimidi
fermarsi.
I ragazzi cattolici lo
assillano e scherniscono, i
cristiani lo perseguitano, gli
ebrei invece non eprimono
giudizi. Gli ebrei fanno finta
di niente. Anche gli ebrei
portano le scarpe. Si sente
abbastanza a suo agio con
loro. Gli ebrei non sono cosí
male.
Nonostante ciò, con gli
ebrei bisogna andare cauti.
Perché sono dappertutto, si
stanno impadronendo del
paese. Lo sente dire da ogni
parte, ma soprattutto lo
dicono gli zii, i due fratelli
scapolidisuamadre,quando
vengonoatrovarli.Normane
Lance arrivano ogni estate,
comeuccellimigratori,anche
se di rado nello stesso
periodo.
Dormono
sul
divano, si alzano alle undici
delmattino,ciondolanoperla
casa per ore, mezzi nudi, in
disordine. Tutti e due hanno
la macchina; certe volte si
riesce a persuaderli a fare un
giro in automobile, nel
pomeriggio, ma preferiscono
passare il tempo a fumare e
bere tè e a parlare dei vecchi
tempi. Poi cenano, e dopo
cena giocano a poker o a
raminofinoamezzanottecon
chiunque
riescano
a
persuaderearimanerealzato.
Gli piace ascoltare sua
madreegliziirievocareperla
millesimavoltaglieventidella
loro infanzia alla fattoria.
Non è mai cosí felice come
quando ascolta queste storie,
le canzonature e le risate che
le accompagnano. I suoi
amici non provengono da
famiglie con storie simili.
Questo è ciò che lo rende
diverso:leduefattorieallesue
spalle, la fattoria di sua
madre, la fattoria di suo
padre,elestoriedientrambe.
Grazie a loro è radicato nel
passato; grazie a loro ha
consistenza.
C’è anche una terza
fattoria: Skipperskloof, vicino
a Williston. La sua famiglia
nonharadiciinquelposto,è
una fattoria aggiuntasi alle
altre in conseguenza di un
matrimonio.
Nonostante
questo,ancheSkipperskloofè
importante. Tutte le fattorie
lo sono. Le fattorie sono
luoghidilibertà,divita.
Tra le storie che
raccontano Norman, Lance e
sua madre baluginano figure
di ebrei comici, astuti, ma
anche scaltri e senza cuore,
comesciacalli.Ogniannoalla
fattoria arrivavano certi ebrei
di Oudtshoorn per comprare
piume di struzzo dal padre,
suo nonno. Lo avevano
persuaso a rinunciare alla
lanaeadallevaresolostruzzi.
Lo avrebbero reso ricco,
dicevano. Poi, un giorno, il
mercato delle piume di
struzzoandòincrisi.Gliebrei
si rifiutarono di comprare
altre piume e suo nonno fece
bancarotta. Tutti nella zona
fecerobancarottaegliebreisi
impossessaronodellefattorie.
È cosí che si comportano gli
ebrei,diceNorman:nondevi
maifidartidiunebreo.
Suo padre ha qualcosa da
obiettare.Suopadrenonpuò
permettersi di biasimare gli
ebrei, poiché il suo datore di
lavoro è ebreo. La Standard
Canners, dove lavora come
ragioniere, appartiene a Wolf
Heller. In effetti è stato Wolf
Heller a portare il padre a
Worcester da Città del Capo,
quando ha perduto il suo
posto
di
lavoro
nell’amministrazione
pubblica. Il futuro della loro
famiglia è legato al futuro
della Standard Canners, che
WolfHeller,inpochianni,da
quando ne ha assunto il
comando, ha trasformato in
un gigante dell’industria
conserviera.
Ci
sono
prospettive fantastiche alla
Standard Canners, dice suo
padre, per uno come lui, con
la sua competenza in campo
giuridico.
Cosí Wolf Heller è esente
da quelle critiche generiche
sugli ebrei. Wolf Heller ha a
cuore i suoi dipendenti. A
Natale fa persino loro dei
regali, sebbene il Natale non
significhinientepergliebrei.
Nella scuola di Worcester
noncisonopiccoliHeller.Se
ce ne sono, di piccoli Heller,
si presume che siano stati
mandati alla Sacs di Città del
Capo, che è una scuola
ebraicaintuttotrannechenel
nome.AReunionParknonci
sonofamiglieebree.Gliebrei
di Worcester vivono nella
parte piú antica, piú verde e
ombreggiata della cittadina.
Anche se nella sua classe ci
sono bambini ebrei, non lo
invitano mai a casa loro. Li
vede solo a scuola, li
frequenta soprattutto quando
gli altri vanno alla funzione,
quando ebrei e cattolici sono
isolati e soggetti alle ire dei
cristiani.
Ogni tanto, tuttavia, per
ragioni che non sono chiare,
l’esonerocheconsentelorodi
essere liberi mentre gli altri
vanno alla funzione viene
revocato e loro vengono
convocatinell’aulamagna.
L’aula magna è sempre
stracolma. I ragazzi piú
grandisonosedutisullesedie,
mentre i ragazzini delle
elementari e delle medie
stannoperterra.Gliebreiei
cattolici–forseventiintutto
– passano in mezzo a loro,
allaricercadiunposto.Mani
furtive li afferrano alle
caviglie cercando di farli
cadere.
Ildomineeègiàsulpodio;
è un giovanotto pallido in
abito nero e cravatta bianca.
Predica con voce stridula,
cantilenante, strascicando le
vocali, pronunciando ogni
lettera di ogni parola. Al
termine della predica, tutti
devono alzarsi in piedi a
pregare.Checosaègiustoche
faccia un cattolico durante
una preghiera cristiana?
Chiude gli occhi e muove le
labbra, o fa finta di niente?
Non riesce a vedere nessun
cattolicovero;assumeun’aria
vacua e lascia che gli occhi
nonmettanoafuoconulla.
Il dominee si siede.
Qualcuno distribuisce i libri
dei canti; è ora di cantare.
Un’insegnante fa un passo
avantiperdirigereilcoro.«Al
die veld is vrolik, al die
voëltjies sing», cantano i
bambini. Poi i ragazzi grandi
si alzano. «Uit die blou van
onse hemel», cantano con le
loro
voci
profonde,
sull’attenti, lo sguardo severo
fisso davanti a sé: l’inno
nazionale, il loro inno
nazionale. Esitanti, agitati, i
piú piccoli si uniscono al
canto. Protesa verso di loro,
muovendo le mani come se
volesse
prendere
una
bracciata
di
piume,
l’insegnante
cerca
di
rincuorarli, di incoraggiarli.
«Ons sal antwoord op jou
roepstem, ons sal offer wat jy
vra», cantano. Risponderemo
allatuachiamata.
Finalmente la funzione
termina. Gli insegnanti
scendono dal podio, prima il
direttore, poi il dominee,
infine gli altri. I ragazzi
esconoinfiladall’aulamagna.
Qualcuno gli dà un pugno
nelle reni, un colpo rapido,
invisibile. – Jood! – sussurra
unavoce.Poièfuori,èlibero,
può di nuovo respirare l’aria
fresca.
Nonostanteleminaccedei
cattolici veri, nonostante
l’inquietante possibilità che il
prete vada a trovare i suoi
genitori e lo smascheri, è
grato di quel colpo di genio
che gli ha fatto scegliere
Roma.ÈgratoallaChiesa,che
gli offre rifugio; non ha
rimpianti, non desidera
smetterediesserecattolico.Se
essere cristiani significa
cantare inni e ascoltare
sermoni e poi uscire a
tormentare gli ebrei, non
desideraesserecristiano.Non
è colpa sua se i cattolici di
Worcester sono cattolici
senza essere romani, se non
sanno niente di Orazio e dei
suoicompagnichedifeseroil
ponte sul Tevere («Tevere, o
padreTevere,cuinoiRomani
rivolgiamo
le
nostre
preghiere»), di Leonida e
degliSpartani,chedifeserole
Termopili, di Orlando, che
difese il passo contro i
Saraceni. Non riesce a
pensareanientedipiúeroico
che difendere un passo,
niente di piú nobile che
rinunciare alla propria vita
per salvare altre persone, le
qualipoipiangerannosultuo
cadavere. Ecco cosa vorrebbe
essere: un eroe. Ecco di cosa
dovrebbe occuparsi il vero
cattolicesimoromano.
È una sera d’estate, fresca,
dopo la lunga giornata calda.
Èaigiardinipubblici,doveha
giocato a cricket con
Greenberg e Goldstein:
Greenberg, che è bravo in
classe ma non è abile a
cricket; Goldstein, che ha
grandi occhi castani, porta i
sandali ed è sempre molto
elegante. È tardi, le sette e
mezzo sono passate da un
pezzo. A parte loro tre, i
giardini sono deserti. Hanno
dovutosmetteredigiocare:fa
troppo buio per riuscire a
vedere la palla. Cosí
cominciano a fare la lotta
come fossero di nuovo
piccoli, si rotolano sull’erba,
si fanno il solletico,
sghignazzando
e
ridacchiando. Lui si alza, fa
un respiro profondo. Si sente
percorrere da un impeto di
esultanza. «Non sono mai
stato piú felice in vita mia.
Vorrei rimanere per sempre
con Greenberg e Goldberg»,
pensa.
Si separano. È vero.
Vorrebbe vivere cosí per
sempre, pedalare lungo le
strade ampie e vuote di
Worcester nel crepuscolo di
un giorno d’estate, quando
tutti gli altri ragazzini sono
ormai rincasati e fuori c’è
soltantolui,simileaunre.
Cinque.
Essere cattolico rientra
nella parte della sua vita
riservataallascuola.Preferire
i russi agli americani è un
segreto cosí oscuro che non
può confidarlo a nessuno.
Provaresimpatiaperirussiè
una faccenda seria. La cui
conseguenza può essere
l’ostracismo.
Inunascatolanell’armadio
conserva l’album di disegni
chehafattonel1947,all’apice
dellasuapassioneperirussi.I
disegni, realizzati con una
matitamorbidaecoloraticon
pastelliacera,mostranoaerei
russi che abbattono aerei
americani, navi russe che
affondano navi americane.
Sebbene il fervore di
quell’anno,
quando
all’improvviso dalla radio
proruppeun’ondatadiostilità
nei confronti dei russi e tutti
dovettero scegliere con chi
schierarsi, si sia ormai
placato, lui serba la sua
inconfessabilelealtà:lealtànei
confronti dei russi, ma ancor
piúneiconfrontidisestesso,
di com’era all’epoca in cui
facevaqueidisegni.
A Worcester nessuno sa
cheprovasimpatiaperirussi.
A Città del Capo c’era il suo
amicoNicky,concuigiocava
alla guerra con i soldatini di
piomboeuncannoneamolla
che sparava fiammiferi;
quandoperòscopríquant’era
pericolosa la sua fedeltà ai
russi, cosa rischiava di
perdere, dapprima obbligò
Nicky a giurare che avrebbe
mantenutoilsegreto,poi,per
esseredoppiamentesicuro,gli
dissecheavevacambiatoidea,
che stava dalla parte degli
americani.
A Worcester nessuno,
trannelui,provasimpatiaper
i russi. La sua lealtà nei
confrontidellaStellaRossalo
rendeassolutamentediverso.
Come ha fatto a lasciarsi
prendere da una simile
infatuazione,
che
pare
singolare persino a lui? Il
nome di sua madre è Vera:
Vera, con la glaciale V
maiuscola, il tuffo di una
frecciaversoilbasso.Vera,gli
ha detto lei una volta, è un
nome russo. La prima
occasioneincuisiètrovatoa
doversceglieretrairussiegli
americani («Chi preferisci,
Smuts o Malan?» «Chi
preferisci, Superman o
Captain Marvel?» «Chi
preferisci, i russi o gli
americani?»)hasceltoirussi,
cosícomehasceltoiRomani:
perché gli piace la lettera r,
soprattuttolaR maiuscola, la
letterapiúforte.
Nel 1947, quando tutti
sceglievano gli americani,
aveva scelto i russi; dopo
averli scelti, cominciò a
leggere il piú possibile su di
loro. Suo padre aveva
comprato una storia della
Seconda guerra mondiale in
tre volumi. Quel genere di
libri gli piaceva, lo faceva
riflettere; rifletteva davanti
allefotografiedeisoldatirussi
in bianche uniformi da sci,
dei soldati russi con i fucili
mitragliatori che schivavano
colpi tra le rovine di
Stalingrado, dei comandanti
dei carri armati russi con i
binocoli puntati. (Il T-34
russo era il miglior carro
armato del mondo, migliore
dello Sherman americano, e
migliore persino del Tiger
tedesco). Continuava a
ritornare su un quadro di un
pilota russo a bordo di un
aereo da bombardamento in
picchiata sopra una colonna
di carri armati tedeschi,
distrutti e in fiamme. Adottò
tutto ciò che era russo.
Adottò il severo ma paterno
feldmaresciallo Stalin, lo
stratega piú grande e
lungimirante della guerra;
adottò il barzoi, il levriero
russo usato nella caccia al
lupo siberiano, il cane piú
velocechecisia.Sapevatutto
quello che c’era da sapere
sulla Russia: la superficie in
chilometri
quadrati,
la
produzione di carbone e
acciaio in tonnellate, la
lunghezza di ciascuno dei
suoi grandi fiumi, il Volga, il
Dnepr,loJenisej,l’Ob.
Poi, in seguito al biasimo
deigenitori,allostuporedegli
amici, a ciò che riferivano
quando parlavano di lui ai
loro genitori, aveva capito:
provare simpatia per i russi
non faceva parte del gioco,
noneraconsentito.
A quanto pare c’è sempre
qualcosa che non va.
Qualunque cosa voglia,
qualunque cosa gli piaccia,
primaopoidevediventareun
segreto.
Comincia
a
immaginarsi come uno di
quei ragni che vivono in una
buca nella terra, provvista di
botola. Il ragno deve sempre
zampettareviaeinfilarsinella
buca, richiudersi dietro la
botola, lasciare fuori il
mondo,nascondersi.
A Worcester tiene segreto
ilsuopassatorusso,nasconde
il riprovevole album di
disegni con le scie di fumo
degli aerei da caccia nemici
che precipitano nell’oceano e
navi da guerra con la prua
inabissata tra le onde. Li
rimpiazza con immaginarie
partite di cricket. Usa una
mazzadilegnoeunapallada
tennis. La sfida consiste nel
tenere la palla in aria il piú a
lungo possibile. Gira intorno
al tavolo della sala da pranzo
ore facendo rimbalzare
delicatamente la palla sulla
mazza per tenerla in aria. Ha
tolto di mezzo tutti i vasi e i
soprammobili; ogni volta che
la palla colpisce il soffitto, da
líscendeunapioggiadisottile
polvererossa.
Fa intere partite, continua
a battere finché non si
autoelimina undici volte,
dopodiché cambia squadra e
ripeteilgiro.Ognicolpovale
un punto. Quando la sua
attenzionecalaeluimancala
palla, elimina un battitore, e
segnailpuntosulsegnapunti.
Arrivaapunteggiesorbitanti:
cinquecento punti, seicento
punti. Una volta l’Inghilterra
totalizzamillepunti,risultato
che nessuna squadra vera ha
mai ottenuto. Certe volte
vince l’Inghilterra, certe altre
il Sudafrica; piú di rado
l’Australia o la Nuova
Zelanda.
La Russia e l’America non
giocano a cricket. Gli
americani giocano a baseball;
i russi, a quanto pare, non
giocanoaniente,forseperché
línevicasempre.
Non sa cosa fanno i russi
quando non sono impegnati
inqualcheguerra.
Con gli amici non parla
delle partite di cricket, se le
tiene per sé. Una volta,
quando abitava a Worcester
da pochi mesi, un suo
compagno di classe era
entrato dalla porta di casa
rimasta aperta e lo aveva
trovato supino sotto una
sedia. – Che fai lí? – aveva
chiesto. – Penso, – aveva
rispostoluisenzapensarcisu.
– Mi piace pensare –. Subito
lo avevano saputo tutti in
classe: il ragazzo nuovo era
strano, non era normale.
Dopo
quell’errore,
ha
imparato a essere piú
prudente. Essere prudenti
consiste, in parte, nel dire di
menoanzichédipiú.
Gioca anche a cricket nel
vero senso della parola con
chiunque sia disposto a
giocarci. Ma il cricket vero e
proprio giocato sulla piazza
vuota nel cuore di Reunion
Parkètroppolentoperchélui
riesca a sopportarlo: il
battitore manca sempre la
palla, poi la manca il
ricevitore, e cosí si perde.
Odia cercare le palle perse.
Odia anche dover ricevere e
rilanciare la palla sul terreno
sassoso dove ci si insanguina
le mani e le ginocchia ogni
volta che si cade. Vuole
battere o lanciare la palla,
nient’altro.
Corteggiailfratello,anche
se suo fratello ha soltanto sei
anni, promettendogli di farlo
giocareconisuoigiocattolise
gli lancia la palla nel cortile
dietro la casa. Suo fratello
glielalanciaperunpo’,poisi
annoia, mette il broncio e
sgattaiola in casa in cerca di
protezione.
Cerca
di
insegnare a sua madre come
si serve la palla, ma invano.
Mentre lui è sempre piú
esasperato, lei freme tutta
dalle risa per la propria
goffaggine.Alloralepermette
di lanciare la palla. Ma alla
fine lo spettacolo è troppo
vergognoso, e si vede troppo
facilmente dalla strada: una
madre che gioca a cricket col
figlio.
Prende un barattolo, lo
tagliaametàeneinchiodala
parte inferiore a un ramo
lungo una sessantina di
centimetri. Monta il ramo su
un asse, facendolo passare
attraverso le pareti di una
cassetta tenuta ben salda da
alcuni mattoni. Il ramo si
muoveinavantipermezzodi
una striscia di gomma
ricavatadaunacamerad’aria
e indietro grazie a una fune
chescorreinunganciofissato
alla cassetta. Mette una palla
nelbarattolo,faunadecinadi
passi indietro, tira la fune
finché la gomma non è tesa,
fissa la fune sotto il tacco, si
prepara alla battuta e lascia
andare la fune. Certe volte la
palla schizza in alto, certe
altre gli arriva dritto in testa,
ma ogni tanto è all’altezza
giusta e lui riesce a colpirla.
Oraèsoddisfatto:haservitoe
battuto la palla facendo tutto
da solo, ha trionfato, nulla è
impossibile.
Ungiornocheèinvenadi
intimità, audace, chiede a
Greenberg e a Goldstein di
raccontare i loro primi
ricordi. Greenberg solleva
delle obiezioni: è un gioco al
quale non ha voglia di
partecipare.
Goldstein
racconta una storia lunga e
inconcludente su una gita in
spiaggia, una storia che lui
ascolta appena. Ma quel
gioco, naturalmente, mira
solo a dare a lui la possibilità
di raccontare il suo primo
ricordo.
È affacciato alla finestra
dell’appartamento
di
Johannesburg. Sta scendendo
il crepuscolo. In lontananza
vedearrivareunamacchinaa
tutta velocità. Un cane, un
piccolocanepezzato,letaglia
la strada. La macchina lo
investe: le ruote passano in
pieno sul suo corpo. Con le
zampe posteriori paralizzate,
ilcanesitrascinaviatraguaiti
di dolore. Senza dubbio
morirà; ma a questo punto
qualcuno lo strappa via dalla
finestra.
È un primo ricordo
stupendo, in grado di battere
qualsiasicosaquelpoveraccio
diGoldsteinriescaaripescare
dentro di sé. Ma è vero?
Perché si era affacciato alla
finestra per guardare una
strada vuota? Ha visto
davverolamacchinainvestire
il cane, o ha soltanto sentito
l’ululatodiuncaneedècorso
alla finestra? È possibile che
non abbia visto altro che un
cane trascinare le zampe
posterioriesisiainventatola
macchina, il conducente e
tuttoilresto?
C’èunaltroprimoricordo,
unodicuièpiúsicuromache
non racconterebbe mai, di
certo non a Greenberg e a
Goldstein,
che
poi
andrebbero a strombazzarlo
in giro facendo di lui lo
zimbellodellascuola.
È seduto accanto a sua
madre su un pullman. Deve
farefreddo,perchéluiindossa
un paio di fuseaux di lana
rossaeunberrettodilanacon
i pompon. Il motore del
pullman
fatica;
stanno
salendo lungo il selvaggio e
desolatoSwartbergPass.
Inmanostringelacartadi
una caramella. La tiene fuori
dal
finestrino
appena
socchiuso.Lacartasventolae
tremaalvento.
– La lascio andare? –
chiedeasuamadre.
Lei annuisce. Lui la lascia
andare.
Ilpezzettodicartavolasu
nel cielo. Sotto non c’è altro
che il cupo abisso del passo,
cinto dalle fredde cime dei
monti. Girandosi indietro,
lancia un’ultima occhiata alla
carta, che ancora vola
coraggiosa.
– Che le succederà? –
chiede a sua madre, ma lei
noncapisce.
Questoèl’altrosuoprimo
ricordo,quellosegreto.Pensa
in continuazione al pezzo di
carta, tutto solo in quella
vastità,
che
lui
ha
abbandonato quando non
avrebbedovutofarlo.Bisogna
che un giorno ritorni nello
SwartbergPass,chelotrovie
lo salvi. È suo dovere: non
deve morire senza averlo
fatto.
Sua madre nutre grande
disprezzo per gli uomini che
«nonsannofarenienteconle
mani», tra i quali annovera il
marito, ma anche i fratelli, e
in particolare Roland, il
fratellomaggiore,cheavrebbe
potuto tenersi la fattoria, se
avesse lavorato abbastanza
sodo da riuscire a pagare i
debiti;cosacheinvecenonha
fatto.Deimoltiziipaterni(ne
conta otto di sangue e altri
otto acquisiti), quello che
ammira di piú è Joubert
Olivier, che ha installato un
generatore
elettrico
a
Skipperskloofedèpersinoun
dentista
autodidatta.
(Durante una delle sue visite
allafattoria,aluivieneilmal
di denti. Zio Joubert lo fa
sedere su una sedia sotto un
albero e, senza anestesia, gli
toglie la carie e gli ottura il
dente con la guttaperca. Non
ha mai sofferto tanto in vita
sua).
Quandosirompequalcosa
– piatti, soprammobili,
giocattoli –, sua madre
l’aggiustadasola:conpezzidi
corda, con la colla. Le cose
chelegainsiemedopounpo’
si allentano, poiché non sa
fareinodi.Lecosecheincolla
sistaccano;leidàlacolpaalla
colla.
Icassettidellacucinasono
pienidichiodistorti,pezzidi
corda, palline di carta
stagnola,francobollivecchi.–
Perché conservi tutto? – le
chiede. – Non si sa mai, –
rispondelei.
Quando è arrabbiata se la
prende con chi studia. I
bambini
dovrebbero
frequentare
le
scuole
professionali, dice, e poi
andare a lavorare. Studiare
non ha senso. Non c’è niente
di meglio che imparare il
mestiere di ebanista o
falegname,
imparare
a
lavorareillegno.Nonsifapiú
illusioni
sull’agricoltura:
adesso che i contadini sono
diventati
all’improvviso
ricchi, fra loro c’è troppa
pigrizia,troppaostentazione.
E questo perché il prezzo
della lana è salito alle stelle.
Secondolaradio,igiapponesi
paganounasterlinaallalibbra
per le varietà migliori. Gli
allevatoridipecorecomprano
macchine nuove e vanno in
vacanzaalmare.–Devidarci
unpo’disoldi,adessochesei
cosíricco,–dicesuamadrea
zioSonduranteunadelleloro
visiteaVoëlfontein.Parlando
sorride, fa finta che sia una
battuta, ma la cosa non è
divertente. Zio Son sembra
imbarazzato, mormora una
rispostacheluinonafferra.
La fattoria non doveva
andare soltanto a zio Son, gli
dice sua madre: l’avevano
ereditatainpartiugualituttie
dodici.Perevitaredimetterla
all’asta, i figli e le figlie
avevano deciso di vendere la
propria porzione a Son; la
vendita aveva fruttato loro
titoli del valore di qualche
sterlinaciascuno.Ora,acausa
deigiapponesi,lafattoriavale
migliaia di sterline. Son
dovrebbedividereconglialtri
tuttiqueisoldi.
Si vergogna di sua madre
per la crudezza con cui parla
disoldi.
– Devi fare il dottore o il
procuratore legale, – gli dice.
– È quella la gente che fa i
soldi–.Altrevolte,invece,gli
dice che i procuratori sono
degli imbroglioni. Lui non
chiede come possano riferirsi
asuopadrequelleparole:suo
padre,ilprocuratorechenon
hafattoisoldi.
I dottori non si prendono
cura dei pazienti, dice lei. Si
limitano a darti qualche
pastiglia. Gli afrikaner sono i
peggiori perché sono anche
incompetenti.
Dicecosemoltodiversetra
loro a seconda del momento,
al punto che lui non sa piú
cosa pensi veramente. Lui e
suofratellolitiganoconlei,le
fanno notare le sue
contraddizioni.Sepensachei
contadini siano migliori dei
procuratori,
perché
ha
sposato un procuratore? Se
pensa che studiare non abbia
senso, perché è diventata
insegnante? Piú litigano con
lamadrepiúleisorride.Ècosí
soddisfatta dell’abilità che i
figlidimostranonell’usodelle
parolecheèdispostaacedere
su ogni punto, si difende
appena,vuolechesianoloroa
vincere.
È un piacere che lui non
condivide.
Non
trova
divertenti quelle litigate.
Vorrebbe che lei credesse in
qualcosa. I suoi giudizi
grossolani, alimentati da stati
d’animo
passeggeri,
lo
esasperano.
Quanto a lui, con tutta
probabilità farà l’insegnante.
Sarà quella la sua vita, da
grande. Sembra un po’
noiosa, ma che altro c’è da
fare? Per tanto tempo voleva
diventare macchinista. «Che
cosa farai da grande?» gli
chiedevano le zie e gli zii. «Il
macchinista!»dicevaconuna
vocetta acuta, e tutti
annuivano
sorridendo.
Adessosirendecontoche«il
macchinista» è quel che ci si
aspetta dica un bambino
piccolo, cosí come dalle
bambine piccole ci si aspetta
che dicano «l’infermiera».
Adesso, però, non è piú
piccolo, è entrato nel mondo
degli
adulti;
dovrà
accantonarequellafantasiadi
guidare un grande cavallo di
ferroepuntaresuqualcosadi
realistico. A scuola è bravo,
non c’è altro in cui sa di
essere bravo, perciò resterà
nella scuola, avanzerà man
mano di grado. Un giorno,
forse, diventerà addirittura
ispettore. Di certo non sarà
impiegato in un ufficio: non
può nemmeno concepire di
lavorare dal mattino alla sera
con due sole settimane di
ferieall’anno.
Che genere di insegnante
sarà? Riesce a immaginare se
stesso solo in modo vago.
Vede una sagoma in giacca
sportiva e calzoni di flanella
grigia(parechegliinsegnanti
maschi si vestano cosí)
percorrere un corridoio con
dei libri sotto braccio. È
un’immagine fugace, e un
attimodopoègiàscomparsa.
Lafaccianonlavede.
Spera che, quando verrà
quel giorno, non lo mandino
ainsegnareinunpostocome
Worcester.
Ma
forse
Worcesterèunpurgatoriodal
quale bisogna passare per
forza. Forse Worcester è il
luogodovemandanolagente
permetterlaallaprova.
Un giorno svolgono un
temainclasse:Checosafaccio
la
mattina.
Devono
raccontare quel che fanno
primadiandareascuola.Lui
lo sa cosa ci si aspetta che
scriva:comerimetteapostoil
letto, come lava le stoviglie
della colazione, come si
prepara i tramezzini per il
pranzo.Sebbeneinrealtànon
faccianientedituttoquesto–
si occupa di tutto sua madre
–, mente abbastanza bene da
non essere scoperto. Ma si
spinge troppo oltre, quando
descrive come si pulisce le
scarpe.Nonsièmaipulitole
scarpe in vita sua. Nel tema
scrive che si usa la spazzola
per spazzolare via lo sporco,
dopodiché si passa il lucido.
Miss Oosthuizen mette un
grandepuntoesclamativoblu
sul margine. È mortificato,
pregachenonlochiamifuori
di fronte a tutti a leggere il
tema a voce alta. Quella sera
sta molto attento a come sua
madreglipuliscelescarpeper
nonsbagliarsimaipiú.
Lasciachesiasuamadrea
pulirglilescarpecosícomele
lascia fare ogni altra cosa.
L’unica cosa che non le
lascerà piú fare è entrare in
bagnoquandoènudo.
Sa di essere un bugiardo,
sa di essere cattivo, ma non
cambia. Non cambia perché
non vuole cambiare. Il suo
esserediversodaglialtriforse
è da imputare a sua madre e
allasuafamigliaanomala,ma
è da imputare anche al fatto
cheluimente.Sesmettessedi
mentire, dovrebbe pulirsi le
scarpe, parlare educatamente
e fare tutto ciò che fanno i
bambininormali.Inquelcaso
non sarebbe piú se stesso. Se
nonfossepiúsestesso,acosa
servirebbevivere?
È un bugiardo ed è anche
insensibile: un bugiardo che
mente al mondo intero,
insensibileneiriguardidisua
madre. Sua madre soffre, se
ne rende conto, al pensiero
che lui si allontani sempre
piú. Nonostante questo, lui
non si lascia commuovere,
noncede.Lasuaunicascusaè
che è spietato anche nei
propri confronti. Mente ma
nonmenteasestesso.
– Quando morirai? – le
chiedeungiornocontonodi
sfida, meravigliato della sua
stessaaudacia.
– Non morirò, – risponde
lei. Lo dice con allegria, ma
c’èqualcosadifalsoinquella
suaallegria.
–Esetiammalidicancro?
– Ci si ammala di cancro
solo se si riceve un colpo al
seno. Non mi ammalerò di
cancro. Vivrò per sempre.
Nonmorirò.
Saperchédicecosí.Lodice
per lui e per suo fratello,
perchénonsipreoccupino.È
unacosascioccadadirsi,però
luileègrato.
Non riesce a immaginare
cheleipossamorire.Èlacosa
piú salda della sua vita. È la
roccia sulla quale lui si erge.
Senza di lei non sarebbe
niente.
Lei sta attenta a non
prendere colpi al seno. Il suo
primissimo
ricordo,
antecedenteaquellodelcane,
antecedente a quello del
pezzo di carta, sono i suoi
senibianchi.Hailsospettodi
averle fatto male da piccolo,
deve averglieli colpiti con i
pugnetti, altrimenti ora non
glieli negherebbe in modo
cosí fermo, lei che non gli
neganiente.
Ilcancroèlagrandepaura
della vita di sua madre.
Quanto a lui, gli hanno
insegnato a fare attenzione ai
dolorialfianco,aconsiderare
ogni minima fitta come un
sintomo di appendicite.
L’ambulanza riuscirà a
portarlo in ospedale prima
che gli scoppi l’appendice? Si
risveglieràdall’anestesia?Non
gli va l’idea che un dottore
sconosciuto gli pratichi un
taglio. D’altro canto, sarebbe
bello avere una cicatrice, poi,
da mostrare alla gente.
Quando
a
scuola,
nell’intervallo, distribuiscono
noccioline e uvetta, lui soffia
via la pellicina rossa delle
arachidi;perchésidicechesi
accumuli nell’appendice e la
infetti.
Si lascia completamente
assorbire dalle sue collezioni.
Raccoglie
francobolli.
Raccoglie
soldatini
di
piombo. Raccoglie figurine –
figurinedigiocatoridicricket
australiani,
figurine
di
giocatori di football inglesi,
figurine di macchine di tutto
il mondo. Per ottenerle, deve
comprare
pacchetti
di
sigarette di cioccolata e
zucchero a velo con il
bocchino rosa. Ha sempre le
tasche piene di sigarette
mollicce,appiccicose,chesiè
scordatodimangiare.
Passa ore a giocare con il
Meccano, mostrando a sua
madre che anche lui, quando
vuole, sa usare le mani.
Fabbrica un mulino a vento
con tanto di pulegge
incrociate,lecuipalepossono
essere azionate e fatte girare
cosíinfrettacheperlastanza
sidiffondeunalievebrezza.
Trotterella per il cortile
lanciandounapalladacricket
inariaeriafferrandolaalvolo
senzaperdereilpasso.Qualè
larealetraiettoriadellapalla?
Va su e giú come sembra a
lui, oppure sale e scende
descrivendo un cerchio come
apparirebbe a qualcuno che
assistesse immobile alla
scena? Quando parla con sua
madre di queste cose, scorge
disperazione nei suoi occhi:
lei sa che sono importanti e
vorrebbe capire perché, ma
non ci riesce. Dal canto suo,
lui vorrebbe che lei si
interessasse alle cose in
quanto tali, non solo perché
interessanoalui.
Quando c’è qualcosa di
pratico da fare che nessuno
dei due sa fare, come
aggiustare un rubinetto che
perde, lei esce di casa e
chiama un meticcio, uno
qualsiasi,
un
passante
qualsiasi. Perché, chiede
esasperato, ha tanta fiducia
nei meticci? Perché sono
abituati a lavorare con le
mani, risponde lei. Perché
non sono andati a scuola,
perché non hanno studiato,
sembra dire, e dunque sanno
come funzionano veramente
lecose.
È
sciocco
crederlo,
soprattutto quando si scopre
che questi sconosciuti non
hannoideadicomesiaggiusti
un rubinetto o si ripari una
cucina economica. Eppure
quella sua convinzione è cosí
diversa da quel che credono
glialtri,cosíbizzarra,che,suo
malgrado,luiprovatenerezza.
Preferisce che sua madre si
aspetti miracoli dai meticci
piuttosto che non si aspetti
nulla.
È sempre lí a cercare di
capire sua madre. Gli ebrei
sono tutti degli sfruttatori,
dice; eppure preferisce i
medici ebrei perché sanno
quello che fanno. I meticci
sono il sale della terra, dice;
eppure lei e le sue sorelle
spettegolanosempresuquelli
che si spacciano per bianchi
pur avendo inconfessate
origini meticce. Non riesce a
capirecomefacciaariunirein
sé
tante
convinzioni
contraddittorie. Ma almeno
crede in qualcosa. Come i
suoi fratelli. Suo fratello
Norman
crede
in
Nostradamus e nelle sue
profeziesullafinedelmondo;
crede nei dischi volanti che
atterranodurantelanotteesi
portano via la gente. Non
riesce a immaginare suo
padre o la famiglia di suo
padre che parla della fine del
mondo. Il loro unico scopo
nella vita è quello di evitare
controversie, non offendere
nessuno, essere sempre
amabili; in confronto alla
famiglia di sua madre sono
insignificantienoiosi.
È troppo legato a sua
madre, sua madre è troppo
legata a lui. Questa è la
ragionepercui,nonostantela
caccia e le altre occupazioni
virili cui si dedica quando va
allafattoria,lafamigliadisuo
padrenonsièmaiaffezionata
alui.Suanonna,forse,èstata
troppo dura nel negare loro
una casa quando, nel 1944,
vivevano con la metà della
pagadiuncaporalesemplice,
troppopoveriperpermettersi
di comprare il burro o il tè,
ma il suo istinto le ha dato
ragione. La famiglia, guidata
dalla nonna, non ignora il
segreto del numero 12 di
Poplar Avenue, e cioè che il
figlio maggiore è al primo
posto in seno al nucleo
familiare, il secondogenito al
secondoel’uomo,ilmarito,il
padre, all’ultimo. O sua
madrenonsicuraabbastanza
di nasconderlo ai parenti o
suo padre se ne è lagnato in
privato.
Trovano
profondamente offensiva per
ilfiglioeilfratello,edunque
per sé, quella sovversione
dell’ordine naturale. La
disapprovano e, senza essere
scortesi, non nascondono la
lororiprovazione.
Certe volte, quando sua
madre litiga con suo padre e
vuole mettere a segno un
punto, si lamenta con
amarezza di essere trattata in
modofreddodallafamigliadi
lui. Il piú delle volte,
comunque – per il bene del
figlio, perché sa quanto la
fattoriasiaimportanteperlui,
perché non può offrirgli
niente in cambio –, cerca di
ingraziarsi la famiglia del
marito in modi che lui
considera disgustosi. Gli
sforzi della madre si
accompagnano a battute sui
soldi che non sono tali. Lei
non ha orgoglio. O per dirla
con altre parole: per lui
farebbequalsiasicosa.
Vorrebbe che sua madre
fosse normale. Se lei lo fosse,
potrebbeesserloanchelui.
Con le sue sorelle è lo
stesso. Hanno un figlio
ciascuna, un figlio maschio
sul quale riversano una
sollecitudine soffocante. Suo
cugino Juan di Johannesburg
è il suo piú caro amico al
mondo: si scrivono, non
vedono l’ora di trascorrere
insieme le vacanze al mare.
Nonostantequesto,nongliva
che
Juan
si
attenga
vergognosamente
alle
istruzioni della madre, anche
quando lei non è lí a
controllare. Dei quattro figli
maschi, lui è il solo a non
essere del tutto succube della
madre. Si è allontanato, o
semiallontanato: ha i suoi
amici, che si è scelto da sé,
esce in bicicletta senza dire
dove va o quando torna. I
suoicuginiesuofratellonon
hannoamici.Luiliconsidera
scialbi, timidi, sempre a casa
sottogliocchidimadriferoci.
Suo padre chiama le tre
sorelle-madri«letrestreghe».
«Doppio, doppio lavoro e
travaglio» 1, dice citando
Macbeth. Lui, tutto contento,
è malizioso, è d’accordo con
suopadre.
Quando sua madre è
particolarmente amareggiata
dellasuavitaaReunionPark,
dice che sarebbe stato meglio
seavessesposatoBobBreech.
Luinonlaprendesulserio.Al
tempo stesso, non riesce a
credere alle sue orecchie. Se
leiavessesposatoBobBreech,
luidovesarebbe?Chisarebbe
stato?Sarebbestatoilfigliodi
Bob Breech? Il figlio di Bob
Breechsarebbestatolui?
Rimane solo una prova
dell’esistenza di Bob Breech.
Vi si imbatte per caso
sfogliando un album di
fotografie di sua madre: una
fotosfocatadiduegiovanotti
in lunghi calzoni bianchi e
blazer nero in piedi su una
spiaggia, ognuno dei quali
cinge col braccio le spalle
dell’altro, gli occhi socchiusi
per il sole. Uno lo conosce: è
ilpadrediJuan.Chièl’altro?
chiede con noncuranza a sua
madre. Bob Breech, risponde
lei. Dov’è adesso? È morto,
dice.
Fissaalungolafacciadello
scomparso Bob Breech. Non
citrovanientedisé.
Nonfaaltredomande.Ma,
ascoltando le sorelle, facendo
due piú due, apprende che
Bob Breech era venuto in
Sudafricapermotividisalute
echedopounpaiod’anniera
ritornato in Inghilterra, dove
era morto. Era morto di tisi,
ma un cuore infranto, è
sottinteso,
può
aver
contribuito ad accelerarne la
fine, un cuore infranto a
causa della giovane, cauta,
insegnante dai capelli e dagli
occhi neri, conosciuta a
Plettenberg Bay, che non
avevavolutosposarlo.
Gli piace sfogliare gli
album. Per quanto indistinta
sial’immagine,inunafotodi
gruppo riesce sempre a
individuare sua madre: è
quella timida, sulla difensiva,
nel cui atteggiamento è in
grado di riconoscere la
versione femminile di sé.
Neglialbumseguelasuavita
nel corso degli anni Venti e
Trenta:primalefotosportive
(hockey, tennis), poi quelle
scattate durante il viaggio in
Europa: Scozia, Norvegia,
Svizzera,
Germania;
Edinburgo, i fiordi, le Alpi,
Bingen sul Reno. Fra i
souvenirdisuamadrec’èuna
matita portamine che viene
da Bingen, provvista di un
minuscolo foro su un fianco
con la veduta di un castello
appollaiatosuunascogliera.
Certe volte sfogliano gli
album insieme, lui e lei. Lei
sospira e dice che vorrebbe
tanto rivedere la Scozia,
l’erica, le campanelle. Aveva
una vita prima che nascessi
io, pensa lui. È contento per
lei,datocheoraunavitanon
cel’hapiú.
L’Europa di sua madre è
un’Europa affatto diversa da
quelladell’albumdifotografie
di suo padre, in cui
sudafricani in uniformi color
cachi posano con le piramidi
egizie o le macerie di città
italiane sullo sfondo. Ma
quando sfoglia questo album
sulle foto passa meno tempo
che
sugli
opuscoli
inframmezzati
a
esse,
opuscoli
scaricati
sulle
posizioni degli Alleati dagli
aerei tedeschi. Uno dice ai
soldati come farsi venire la
febbre (mangiando sapone);
un altro raffigura una donna
fascinosa,
che
beve
champagne, appollaiata sulle
ginocchia di un ebreo dal
naso aquilino. «Lo sai dov’è
tuamogliestasera?»sichiede
nel sottotitolo. E poi c’è
l’aquila di porcellana azzurra
chesuopadrehatrovatotrale
rovinediunacasanapoletana
echesièportatodietronello
zaino, l’aquila imperiale che
ora si trova sullo scrittoio in
salotto.
È
immensamente
orgogliosodelruolosvoltoda
suo padre in guerra. È
meravigliato – e gratificato –
quandoscoprecom’èbassoil
numero di padri dei suoi
amici che hanno combattuto
in guerra. Non sa con
esattezzaperchésuopadresia
diventato soltanto caporale
semplice: quando racconta a
sua volta le avventure del
padre agli amici, tralascia di
pronunciare, come se nulla
fosse, la parola semplice. Ma
gli è molto cara la fotografia
di suo padre, scattata in uno
studiodelCairo:unuomodi
bell’aspetto che prende la
mira con una carabina, un
occhio chiuso, i capelli ben
pettinati,ilbascodebitamente
infilatosottolaspallina.Fosse
per lui, anche quella foto
starebbe sulla mensola del
camino.
Suo padre e sua madre
hannoopinionidivergentisui
tedeschi. Suo padre nutre
simpatia per gli italiani
(nell’intimo non erano
convinti di quella guerra,
dice, volevano soltanto
arrendersi e tornarsene a
casa), ma odia i tedeschi.
Racconta la storia di un
tedesco ammazzato mentre
era al gabinetto. Certe volte,
nella storia, lo ammazza lui,
altreunamico;mainnessuna
delle versioni mostra un
briciolo di pietà; è solo
divertito al ricordo della
confusione del tedesco
mentre cercava di alzare le
mani e nel contempo tirarsi
suicalzoni.
Sua madre sa che non è
una bella idea lodare troppo
apertamente i tedeschi, ma
certe volte, quando lui e suo
padre si alleano contro di lei,
dimentica la discrezione. – I
tedeschi sono il popolo
miglioredelmondo,–dice.–
È stato Hitler, che era un
uomo tremendo, a trascinarli
intantesofferenze.
Suo fratello Norman
dissente. – Hitler ha fatto sí
che i tedeschi fossero
orgogliosidisestessi,–dice.
Negli anni Trenta sua
madre e Norman hanno
compiuto insieme il giro
dell’Europa: non sono stati
solo in Norvegia e nelle
highlands scozzesi, ma anche
in Germania, nella Germania
di Hitler. La loro famiglia – i
Brecher, i du Biel – viene
dalla Germania, o almeno
dalla Pomerania, che ora è la
Polonia. È una buona cosa
essere
originari
della
Pomerania? Non ne è sicuro.
Maalmenosadadoveviene.
– I tedeschi non volevano
combattere
contro
i
sudafricani,–diceNorman.–
A loro i sudafricani
piacciono.Nonfossestatoper
Smuts, non saremmo mai
entrati in guerra contro la
Germania. Smuts era uno
skelm, un imbroglione. Ci ha
vendutoagliinglesi.
Suo padre e Norman non
hanno simpatia l’uno per
l’altro. Quando suo padre se
la prende con sua madre,
nelle loro litigate in cucina a
tarda notte, la prende in giro
perché suo fratello non si è
arruolato e partecipava
piuttosto alle manifestazioni
dell’Ossewabrandwag. – È
una menzogna! – sostiene lei
arrabbiata.–Normannonera
nell’Ossewabrandwag.
Chiediglielo tu stesso, te lo
confermerà.
Quando chiede a sua
madre
che
cos’è
l’Ossewabrandwag,
lei
rispondecheèunarobasenza
senso,sologentechesfilaper
lestradereggendodelletorce.
Le dita della mano destra
di Norman sono gialle di
nicotina. Vive in una camera
d’albergo di Pretoria, ci vive
da anni. Si guadagna il pane
vendendo un opuscolo sul
jujutsu che ha scritto lui
stesso e che reclamizza sulla
pagina
degli
annunci
pubblicitari del «Pretoria
News». «Imparate l’arte della
difesa personale giapponese»,
dice l’annuncio. «Sei lezioni
facili facili». La gente gli
spediscevagliapostalididieci
scellini e lui invia loro
l’opuscolo: un’unica pagina
ripiegata in quattro con
schizzi delle varie prese.
Quando il jujutsu non gli
fruttaabbastanzasoldi,vende
lotti
di
terreno
su
commissione per conto di
un’agenziaimmobiliare.Ogni
giorno rimane a letto fino a
mezzogiorno, a bere tè,
fumare e leggere racconti su
«Argosy» e «Lilliput». Il
pomeriggio gioca a tennis.
Nel 1938, dodici anni fa, era
campione di singolo della
Provincia
del
Capo
occidentale. Coltiva ancora
l’ambizione di giocare a
Wimbledon, in doppio, se
riesceatrovareunpartner.
Alterminedellasuavisita,
prima di partire per Pretoria,
Normanloprendeindisparte
e gli infila una banconota
bruna da dieci scellini nel
taschinodellacamicia.«Peril
gelato», mormora: le stesse
paroleognianno.Normangli
piacenonsoloperilregalo–
dieci scellini sono un bel po’
disoldi–,maancheperchési
ricorda di farglielo, non
mancamaidiricordarsene.
Suopadrepreferiscel’altro
fratello,Lance,l’insegnantedi
Kingwilliamstown, che si è
arruolato. C’è anche un terzo
fratello, il maggiore, quello
cha ha perso la fattoria, ma
nessuno lo nomina mai,
tranne sua madre. «Povero
Roland»,
mormora,
scuotendolatesta.Rolandha
sposato una donna che si fa
chiamare «Rosa Rakosta»,
figlia di un conte polacco in
esilio, ma il cui vero nome,
secondo Norman, è Sophie
Pretorius. Norman e Lance
odiano Roland per via della
fattoria e lo disprezzano
perché è succube di Sophie.
Roland e Sophie hanno una
pensione a Città del Capo.
Una volta c’è stato, con sua
madre. Ha scoperto che
Sophieeraunabiondagrande
e grossa, che indossava una
vestaglia di raso alle quattro
del pomeriggio e fumava
sigarette
col
bocchino;
Roland, invece, era un uomo
tranquilloedallafacciatriste,
con un naso a patata rosso
per via della radioterapia che
loavevaguaritodalcancro.
È contento quando suo
padre,suamadreeNormansi
imbarcano in discussioni
politiche.Sigodeilcaloreela
passione, le cose avventate
che dicono. Si meraviglia di
trovarsi d’accordo con suo
padre,nonècertoquelloche
vorrebbe veder vincere: gli
inglesi erano buoni e i
tedeschi cattivi, Smuts era
buonoeinazionalisticattivi.
A suo padre piace lo
United Party, a suo padre
piaccionoilcricketeilrugby,
eppure suo padre non gli
piace. Non capisce il perché
di questa contraddizione, ma
non gli interessa capirlo. Già
prima di conoscerlo, cioè,
prima che tornasse dalla
guerra, aveva deciso che non
glipiaceva.Inuncertosenso,
quindi, questa sua avversione
èunqualcosadiastratto:non
vorrebbe avere un padre, o
almeno non vorrebbe un
padrelí,nellastessacasa.
Ciò che odia di piú di suo
padre sono le abitudini
personali. Le odia al punto
che il solo pensiero lo fa
rabbrividire dal disgusto: il
modo in cui si soffia forte il
naso in bagno la mattina,
l’odore umido e caldo di
sapone Lifebuoy che si lascia
dietro,eilcerchiodischiuma
e peli rasati nel lavabo.
Soprattutto odia gli odori del
padre. D’altro canto, gli
piacciono, suo malgrado, i
vestiti eleganti del padre, il
cache-col marrone scuro che
il sabato mattina indossa al
posto della cravatta, il suo
corpo snello, la camminata
svelta, i capelli con la
brillantina.Ancheluisimette
la brillantina, si coltiva un
ciuffosullafronte.
Non gli piace andare dal
barbiere, non gli piace al
puntochecercaaddiritturadi
tagliarsi i capelli da sé, con
risultatiimbarazzanti.Sembra
che i barbieri di Worcester si
siano messi d’accordo perché
i ragazzi abbiano i capelli
corti. La seduta dal barbiere
comincia nel modo piú
brutale possibile, con la
macchinetta che falcia i
capelli sulla nuca e sui lati
della testa, e prosegue con
uno spietato tactac di forbici
finché non rimane che una
sorta di spazzola, con tutt’al
piú un ciuffetto ribelle sulla
fronte. Ancor prima che il
barbiere abbia finito, lui
freme di vergogna; paga e
corre a casa, temendo la
scuola il giorno dopo,
temendo le rituali risa di
scherno che salutano chi si è
appena tagliato i capelli. Ci
sono,aWorcester,taglicome
si deve e ci sono tagli che si
patiscono,
carichi
del
desiderio di vendetta del
barbiere;nonsadovebisogna
andare, cosa si debba fare o
dire, quanto si debba pagare
per farsi tagliare i capelli
comesideve.
1
W. Shakespeare, Macbeth,
IV.I .10[trad.it.diA.Lombardo,in
Le tragedie (a cura di G.
Melchiori),Milano1976,p.965].
Sei.
Sebbene vada al cinema
tutti i sabato pomeriggio, i
film non esercitano piú su di
luiilfascinocheesercitavano
a Città del Capo, dove era
tormentato da incubi in cui
rimaneva schiacciato sotto
ascensori o precipitava da
scogliere come gli eroi degli
sceneggiati a puntate. Non
capisce come mai Errol
Flynn, che è sempre uguale
siacheinterpretiRobinHood
oAliBaba,siaconsideratoun
grande attore. È stufo degli
inseguimenti a cavallo, che
sono tutti uguali. I Three
Stooges
cominciano
a
sembrargli stupidi. E si fa
fatica a credere in Tarzan,
quando l’uomo che lo
interpreta
continua
a
cambiare. L’unico film che
cattura la sua attenzione è
quello in cui Ingrid Bergman
salesullacarrozzadiuntreno
doveèscoppiataun’epidemia
di vaiolo e muore. Ingrid
Bergman è l’attrice preferita
di sua madre. La vita è
dunque cosí? Sua madre
potrebbe morire da un
momento all’altro solo per
non aver letto un cartello su
unfinestrino?
C’è anche la radio. Ormai
è troppo grande per
Children’sCorner,maèfedele
agli sceneggiati a puntate:
Superman tutti i giorni alle
cinque («Su! Su e via!»),
Mandrake alle cinque e
mezzo.IlsuopreferitoèL’oca
dellenevidiPaulGallico,che
la radio continua a mandare
inondaperchérichiestissimo.
È la storia di un’oca selvatica
che dalle spiagge di
Dunkerque
riporta
le
imbarcazioni
a
Dover.
L’ascolta con le lacrime agli
occhi. Un giorno sarà fedele
comel’ocadellenevi.
Allaradiotrasmettonouna
versioneteatraledell’Isola del
tesoro, un episodio di
mezz’ora alla settimana. Ha
unacopiadell’Isoladeltesoro,
ma l’ha letta quando era
troppopiccoloenoncapivala
faccenda del cieco e della
macchianera,néeraingrado
di stabilire se Long John
Silver era buono o cattivo.
Ora, dopo ogni episodio alla
radio, ha incubi il cui
protagonistaèLongJohn:per
via della stampella con cui
uccide la gente, per via
dell’infingarda, sentimentale
sollecitudine nei confronti di
JimHawkins.Vorrebbetanto
che
Squire
Trelawney
uccidesseLongJohninvecedi
lasciarlo andare: è sicuro che
un giorno tornerà a
vendicarsi con la sua ciurma
di ammutinati assassini, cosí
comeritornaneisuoisogni.
La famiglia Robinson è
molto piú rassicurante. Ha
una bella copia del libro con
tavole a colori. Gli piace
soprattutto l’immagine della
nave invasata sotto gli alberi,
la nave che la famiglia ha
costruito con gli attrezzi
salvatidalnaufragioperchéli
riporti a casa con tutti gli
animali, come l’Arca di Noè.
Èpiacevole,comescivolarein
un bagno caldo, lasciarsi alle
spalle l’isola del tesoro ed
entrare nel mondo della
famiglia svizzera. Lí non ci
sono né fratelli cattivi né
pirati assassini; tutti lavorano
felici sotto la guida di un
padre saggio e forte (le
immagini lo mostrano con il
torace ampio e prominente e
unalungabarbacastana),che
fin dall’inizio sa cosa bisogna
fare per salvarsi. L’unica cosa
cheloturbaèperchédebbano
lasciare l’isola, visto che vi si
trovano tanto bene e sono
cosífelici.
Possiede anche un terzo
libro, Scott dell’Antartico. Il
capitano Scott è uno dei suoi
piúindiscussieroi:perquesto
gli hanno regalato il libro.
Contiene
numerose
fotografie, compresa una in
cui Scott scrive seduto dietro
la tenda in cui in seguito
morirà congelato. Guarda
spesso le foto, ma non fa
progressi nella lettura: è un
libronoioso,nonèunastoria.
GlipiacesololapartesuTitus
Oates,
l’uomo
finito
assiderato,
poiché,
nel
tentativo di prestare soccorso
ai compagni, era uscito di
notte nella neve e nel
ghiaccio, ed era morto in
silenzio, senza clamore. Un
giorno spera di essere come
TitusOates.
Una volta all’anno a
Worcester arriva il Circo
Boswell. I suoi compagni ci
vannotutti;perunasettimana
nonsiparlad’altro.Civanno
persinoibambinimeticci,alla
bell’e meglio: ciondolano nei
pressi del tendone per ore,
ascoltando
l’orchestra,
sbirciandodentroattraversoi
buchi.
Loro contano di andarci
sabato pomeriggio, quando
suopadregiocaacricket.Sua
madre organizza la cosa per
loro tre. Ma al botteghino
inorridisce nel sentire come
sono alti i prezzi del sabato
pomeriggio: due scellini e sei
per i bambini, cinque per gli
adulti. Non ha abbastanza
soldi con sé. Compra i
biglietti per lui e il fratello. –
Entrate, io vi aspetto qui, –
dice. Lui non vuole, ma lei
insiste.
Una volta dentro, si sente
infelice, non si diverte; ha il
sospettochesuofratelloprovi
i suoi stessi sentimenti. Al
termine dello spettacolo,
quandoescono,leièancoralí.
Per giorni non riesce ad
allontanare il pensiero: sua
madre che attende paziente
nelcaldotorridodidicembre
mentre lui è seduto sotto il
tendone del circo a divertirsi
comeunpascià.Èturbatoda
quell’amore
accecante,
travolgente,
colmo
di
abnegazione, destinato sia a
lui che al fratello, ma
soprattutto a lui. Vorrebbe
che non lo amasse tanto. Lo
amainmodoassoluto,quindi
anche lui deve amarla in
modo assoluto: è questa la
logica cui lei lo costringe.
Non sarà mai capace di
ripagarla dell’amore che
riversasudilui.Ilpensierodi
tutta una vita curvo sotto un
debitod’amorelosconcertae
lo fa infuriare al punto che
non la bacia piú, si rifiuta di
lasciarsitoccare.Quandoleisi
allontana ferita, in silenzio,
luifaappostailcuoreduro,si
rifiutadicedere.
Certe volte, quando è
amareggiata, tiene lunghi
discorsi parlando da sola,
confrontando la sua vita in
quel
desolato
centro
residenziale con la vita da lei
condotta prima di sposarsi,
che descrive come una
continua serie di feste e
picnic, di visite in campagna
durante il fine settimana, di
partite di tennis e golf e di
passeggiateconicani.Parlaa
voce bassa, sussurrando; si
distinguono solo le sibilanti:
lui e suo fratello, nelle
rispettive stanze, rizzano gli
orecchi per sentire, e lei deve
esserneconsapevole.Questaè
un’altra delle ragioni per cui
suo padre dice che è una
strega: perché parla da sola,
compiendosortilegi.
LavitaidilliacadiVictoria
West è confermata dalle
fotografie degli album: sua
madre in compagnia di altre
donneinlunghiabitibianchi,
con tanto di racchette da
tennis, in quello che pare il
cuoredelveld,suamadrecon
ilbracciosulcollodiuncane,
unpastoretedesco.
–Eratuo?–chiedelui.
–ÈKim.Èilcanemigliore
che abbia mai avuto, il piú
fedele.
–Cosaglièsuccesso?
–Hamangiatounpezzodi
carne avvelenata che i
contadini avevano buttato
agli sciacalli. È morto tra le
miebraccia.
Halelacrimeagliocchi.
Dopo che suo padre fa la
sua comparsa nell’album, i
cani non ci sono piú. Vede
inveceentrambiaipicniccon
gli amici di allora, oppure
vede suo padre, con i baffetti
ben curati e l’aria troppo
sicura di sé, che posa
appoggiato al cofano di una
macchina nera vecchio stile.
Poi cominciano le foto sue, a
decine;primafratutte,quella
in cui si vede un bebè
grassottello, dal faccino
inespressivo, che una donna
dai
capelli
neri
e
dall’espressione
intensa
sorregge
davanti
alla
macchinafotografica.
In tutte queste fotografie,
anche in quelle con il bebè,
sua madre gli pare una
ragazzina. La sua età è un
mistero che non smette di
affascinarlo. Lei non glielo
dice, suo padre finge di non
saperlo, persino i suoi fratelli
e
sorelle
sembrano
partecipare a quella congiura
del silenzio. Quando lei è
fuori, fruga tra i documenti
nell’ultimo cassetto della
toeletta in cerca di un
certificato di nascita, ma
invano. Da un’osservazione
che si è lasciata sfuggire
apprende che è piú vecchia
del padre, nato nel 1912; ma
quanto piú vecchia? Decide
che è nata nel 1910. Ciò
significa che quando è nato
luiavevatrent’anniedunque
adesso ne ha quaranta. – Hai
quarant’anni! – le dice un
giorno
trionfante,
guardandola attentamente
per averne conferma. Lei fa
un sorriso misterioso. – Ne
hoventotto,–dice.
Compiono
gli
anni
insieme. È nato il giorno del
compleanno di sua madre.
Ciò significa, come gli ha
detto, come dice a tutti, che
luièundonodiDio.
Lui non la chiama
«mamma» o «mammina»,
bensí «Dinny». E cosí pure
suo padre e suo fratello. Da
dove viene quel nome?
Nessuno pare saperlo; ma i
suoi fratelli e sorelle la
chiamano«Vera»,quindinon
può essere un nomignolo
dell’infanzia. Deve stare
attento a non chiamarla
«Dinny»davantiagliestranei,
cosí come deve guardarsi dal
chiamare sua zia e suo zio
semplicemente «Norman» ed
«Ellen»
anziché
«zio
Norman» e «zia Ellen». Ma
dire «zio» e «zia» come un
bravo bambino obbediente,
normale, non è niente in
confronto
alle
circonlocuzionidell’afrikaans.
Gli afrikaner temono di dare
deltuachièpiúanziano.Lui
prende in giro suo padre per
la maniera in cui parla:
«Mammie moet ’n kombers
oor Mammie se knieë trek
anders word Mammie koud».
Mamma deve mettere una
coperta sulle ginocchia di
mamma, altrimenti mamma
prendefreddo.Provasollievo
al pensiero di non essere
afrikaner, cosí non deve
parlare a quel modo, come
unoschiavopresoafrustate.
Sua madre decide che
vuole un cane. I pastori
tedeschi sono i migliori – i
piú intelligenti, i piú fedeli –,
ma non riescono a trovarne
uno. Cosí optano per un
cucciolo mezzo dobermann e
mezzo qualcos’altro. Insiste
peressereluiadargliilnome.
Gli piacerebbe chiamarlo
Barzoi perché vorrebbe che
fosse un levriero russo, ma
siccomenonèunverobarzoi
lochiamaCossack,«cosacco».
Nessuno capisce. La gente
pensa che si chiami kos-sak,
«sacco di cibo», e lo trova
divertente.
Cossack si rivela un cane
pasticcione, indisciplinato,
che vagabonda per il
quartiere, calpesta l’erba dei
giardini, insegue i polli. Un
giorno il cane lo segue fino a
scuola.Nulladiciòcheluifa
riesceadallontanarlo:quando
urla e gli tira sassi, il cane
abbassagliorecchi,simettela
coda tra le gambe, sgattaiola
via; ma non appena rimonta
in sella il cane gli corre
nuovamente dietro ad ampie
falcate. Alla fine deve
trascinarlo a casa per il
collare,spingendolabicicletta
con l’altra mano. Arriva a
casa infuriato e si rifiuta di
ritornareascuola,perchéèin
ritardo.
Cossack non è ancora
adulto quando mangia il
vetro tritato che qualcuno ha
messolíperlui.Suamadregli
somministra qualche clistere
nel tentativo di far uscire il
vetro, ma invano. Il terzo
giorno, quando il cane
continua a giacere immobile,
ansimante, senza neppure
leccarlelamano,leilomanda
in farmacia a prendere una
nuovamedicinachequalcuno
leharaccomandato.Luicorre
via e torna in un lampo, ma
arriva troppo tardi. La faccia
di sua madre è tirata e
distante,
non
prende
nemmenoilflaconecheluile
porge.
L’aiuta
a
sotterrare
Cossack, avvolto in una
coperta, nel terreno argilloso
in fondo al giardino. Sulla
tomba sistema una croce con
la scritta «Cossack». Non
vuoleaverealtricani–no,se
devonomorirecosí.
Suo padre gioca a cricket
nel Worcester. Dovrebbe
essere un altro fiore
all’occhiello, un’altra fonte di
orgoglio per lui. Suo padre è
un procuratore legale, che è
quasicomeessereundottore;
ha combattuto in guerra;
giocava a rugby a Città del
Capo; gioca a cricket. Ma in
ciascuncasoc’èdimezzouna
specificazione imbarazzante.
È un procuratore ma non
esercitapiúlaprofessione.Ha
combattutoinguerramasolo
come caporale semplice. Ha
giocatoarugbymasolonella
secondasquadradelGardens,
una squadra che fa ridere,
sempre ultima in classifica. E
adessogiocaacricket,maper
la seconda squadra di
Worcester, alle cui partite
nessunosidegnadiandaread
assistere.
Suo padre è un lanciatore,
nonunbattitore.C’èqualcosa
che non va nell’impostazione
e che gli impedisce di battere
come dovrebbe; inoltre
distoglie gli occhi quando
lancia veloce la palla. La sua
idea di battuta sembra
limitarsi a spingere in avanti
la mazza, battere corto e fare
una corsetta per segnare un
comodopunticino.
Ilmotivopercuisuopadre
non sa battere è dovuto
naturalmente al fatto che è
cresciutonelKaroo,dovenon
si giocava un vero e proprio
cricket e non c’era modo di
imparare a giocarlo. Saper
servireètuttaun’altracosa.È
un dono: lanciatori si nasce,
nonsidiventa.
Suopadreservedellepalle
lente,aeffetto.Certevoltegli
infliggono un colpo mortale;
altre, nel vedere la palla
fluttuare lentamente verso di
lui, il battitore perde la testa,
ondeggia impazzito, ed è
eliminato. È questa la
strategia di suo padre:
pazienzaeastuzia.
L’allenatore delle squadre
di Worcester è Johnny
Wardle,
che
nell’estate
boreale gioca a cricket per
l’Inghilterra. Worcester ha
messo a segno un bel colpo
quando Johnny Wardle ha
deciso di venire qui. Si dice
che sia stato Wolf Heller a
intercedere, Wolf Heller e i
suoisoldi.
È in piedi accanto a suo
padre dietro la rete, durante
l’allenamento, e guarda
Johnny Wardle lanciare la
palla ai battitori della prima
squadra. Wardle, un ometto
ordinario con radi capelli
biondo rossicci, è uno che, si
dice, fa tiri lenti, ma quando
siavvicinatrottandoalpunto
dilancioemollalapalla,luiè
sorpreso dalla velocità alla
quale la palla schizza via. Il
battitore davanti ai paletti
gioca la palla senza difficoltà,
facendola finire dolcemente
contro la rete. Poi a servire è
qualcunaltro,quinditoccadi
nuovo a Wardle. Il battitore
colpisce di nuovo la palla
delicatamente mandandola
lontano. Il battitore non sta
vincendo, ma nemmeno il
lanciatore.
Alterminedelpomeriggio
va a casa deluso. Si aspettava
un abisso tra il lanciatore
dell’Inghilterraeibattitoridi
Worcester. Si aspettava di
essere testimone di un’arte
misteriosa, di vedere la palla
farestranecosenell’ariaesul
pitch, di vederla fluttuare e
andar giú e ruotare, come
dovrebbe accadere con i tiri
lentisecondoilibrisulcricket
chelegge.Nonsiaspettavaun
ometto ciarliero il cui unico
segno di distinzione è che
lancia la palla a effetto alla
stessavelocitàraggiuntadalle
sue stesse palle quando le
lanciapiúvelocechepuò.
Dalcricketesigepiúdiciò
cheJohnnyWardlesaoffrire.
Il cricket deve essere come
OrazioegliEtruschi,oEttore
e Achille. Se Ettore e Achille
fossero due uomini qualsiasi
che menano fendenti con la
spada, la loro storia non
avrebbe senso. Ma non sono
due uomini qualsiasi: sono
eroi possenti, i loro nomi
sonoentratinellaleggenda.È
contentoquando,allafinedel
campionato,
l’Inghilterra
scaricaWardle.
Wardle,
naturalmente,
serve con palle di cuoio. Lui
nonhafamiliaritàconlepalle
di cuoio: insieme ai suoi
amicigiocaconunapallache
chiamano «di sughero»,
ricavatadaunduromateriale
grigio resistente ai sassi, che
arrivano a strappare le
cuciturediunapalladicuoio
fino a ridurla a brandelli.
Guardando Wardle da dietro
la rete, sente per la prima
volta nell’aria il singolare
sibilo di una palla di cuoio
mentresiavvicinaalbattitore.
Gli capita la prima
occasione di giocare su un
vero e proprio campo da
cricket.
Un
mercoledí
pomeriggio organizzano una
partita fra due squadre della
scuola. Una vera e propria
partita di cricket comporta
veriepropripaletti,unveroe
propriopitch,nessunbisogno
di lottare perché arrivi il
proprioturnoallabattuta.
Arrivailsuoturno.Conil
parastinchi sulla gamba
sinistra,reggendolamazzadi
suo padre che è troppo
pesanteperlui,siavviaverso
il centro del campo. È
meravigliato di quanto è
vasto.Èunpostograndiosoe
solitario: gli spettatori sono
cosí lontani che potrebbero
anchenonesserci.
Si mette in posizione sulla
striscia di terra battuta
ricoperta dalla stuoia in fibra
di cocco verde e aspetta la
palla. È questo il cricket.
Dicono che è un gioco, ma
perluièpiúrealedicasasua,
piú reale addirittura della
scuola. In questo gioco non
c’è finzione, né misericordia,
néunasecondaoccasione.Gli
altri ragazzi, dei quali non
conosce i nomi, sono tutti
contro di lui. Hanno tutti lo
stesso pensiero: interrompere
il suo stato di piacere. Non
proveranno un briciolo di
rimorso quando lo avranno
buttato fuori. Nel bel mezzo
diquestaarenaimmensaluiè
sotto processo, uno contro
undici, e nessuno che lo
protegga.
Gli esterni si mettono in
posizione. Deve concentrarsi,
manonriesceasgombrarela
testa da qualcosa di irritante:
ilparadossodiZenone.Prima
che la freccia centri il
bersaglio deve giungere a
metà strada; prima che possa
giungere a metà strada deve
giungere a un quarto di
strada; prima che possa
giungere a un quarto di
strada…
Cerca
disperatamente
di
non
pensarci; ma il fatto stesso di
cercare di non pensarci lo
agitaancoradipiú.
Il lanciatore si avvicina
correndo. Sente soprattutto il
tonfo sordo degli ultimi due
passi. Poi c’è uno spazio in
cui l’unico suono che rompe
il silenzio è il misterioso,
innaturale fruscio della palla
mentre roteando piomba su
di lui. È questo che sceglie
quando sceglie di giocare a
cricket? Essere messo alla
prova – una volta, un’altra
ancora e ancora un’altra,
finché non sbaglia – da una
palla che giunge a lui
distaccata,
indifferente,
spietata,
concentrata
a
individuare il punto debole
nella sua corazza, piú veloce
di quanto si aspetta, troppo
veloce perché lui riesca a
liberarsi della confusione che
ha nella mente, a formulare
un pensiero, a decidere
opportunamente cosa fare? E
in mezzo a quei pensieri, in
mezzo a quel disordine, la
pallaarriva.
Segna due punti battendo
in uno stato confusionale e,
poi, di sconforto. Esce dalla
partita comprendendo meno
che mai la nonchalance con
cuigiocaJohnnyWardle,che
chiacchiera e scherza tutto il
tempo. Possibile che tutti i
favolosi
giocatori
dell’Inghilterra siano cosí:
Len Hutton, Alec Bedser,
Denis
Compton,
Cyril
Washbrook? Non riesce a
crederci. Per lui, il cricket
vero si può giocare solo in
silenzio, in silenzio e in
apprensione,conilcuoreche
battesordonelpetto,labocca
asciutta.
Ilcricketnonèungioco.È
verità.Se,comediconoilibri,
è una prova di carattere,
alloraèunaprovacheluinon
sa come superare e, nel
contempo, non sa come
eludere. Davanti ai paletti, il
segreto che riesce a
nascondere altrove viene
indagato e rivelato in modo
implacabile.«Vediamounpo’
dicosaseifatto»,dicelapalla
mentresibilaeruotanell’aria
verso di lui. Alla cieca,
confuso, spinge in avanti la
mazza, troppo presto o
troppotardi.Lapallavaoltre
lamazza,oltreiparastinchi.È
eliminato,nonhasuperatola
prova,lohannoscoperto,non
c’è altro da fare che
nascondere
le
lacrime,
coprirsi la faccia, tornare
indietro,
mesto,
verso
l’applausodicommiserazione
dei
compagni
opportunamente
ammaestrati.
Sette.
Sulla sua bicicletta c’è
l’emblema della British Small
Arms–duefuciliincrociatie
l’etichetta «Smiths-Bsa». Ha
comprato la bicicletta per
cinque sterline, di seconda
mano, con i soldi del suo
ottavocompleanno.Èlacosa
piú solida della sua vita.
Quando gli altri bambini si
vantanodiavereunaRaleigh,
luiribattechehaunaSmiths.
«Una Smiths? Mai sentito
parlare della Smiths», dicono
loro.
Nulla è pari all’eccitazione
di andare in bicicletta,
inclinarsi tutti e tagliare le
curve. Ogni mattina va a
scuolainsellaallasuaSmiths,
percorrendoilchilometroche
separa Reunion Park dal
passaggio a livello, quindi i
due chilometri della strada
tranquilla che fiancheggia la
ferrovia. Le mattine d’estate
sono le migliori. L’acqua
mormora nei fossi lungo la
strada,lecolombetubanotra
gli eucalipti; ogni tanto un
mulinello
d’aria
calda
annuncia l’arrivo del vento
che soffierà piú tardi,
inseguendo folate di sottile
polvered’argillarossadavanti
allaruota.
D’inverno deve uscire
quandofaancorabuio.Conil
fanalecheproiettaunalonedi
luce davanti a lui, avanza
nella foschia, fendendone la
morbidezza
vellutata,
inspirandola,
espirandola,
senzaudirealtrocheilsoffice
fruscio delle gomme. Certe
mattine il metallo del
manubrioècosífreddochele
mani nude vi rimangono
appiccicate.
Cerca di arrivare a scuola
presto. Gli piace avere l’aula
tutta per sé, aggirarsi tra i
banchi vuoti, salire, di
nascosto, sulla pedana della
cattedra. Ma non è mai il
primo: due fratelli di De
Doorns, il cui padre lavora
perleferrovie,arrivanoconil
treno delle sei. Sono poveri,
cosí poveri che non
possiedono né maglioni, né
giacche, né scarpe. Ci sono
altriragazzipovericomeloro,
soprattutto nelle classi di
afrikaans. Persino nei gelidi
mattini invernali arrivano a
scuola con indosso soltanto
unaleggeracamiciadicotone
e calzoncini di saia talmente
strettichelelorocoscemagre
ci si muovono dentro a
stento. Le gambe abbronzate
mostrano chiazze di freddo
bianche come il gesso; si
soffianosullemaniebattonoi
piedi; hanno sempre il
moccioalnaso.
Una volta c’è un’epidemia
di tigna e i fratelli di De
Doorns arrivano con le teste
rasate. Sul cranio nudo vede
chiaramente le spire lasciate
dalla tigna; sua madre gli
raccomanda di non avere
contatticonloro.
Preferisce i calzoncini
stretti a quelli larghi. I vestiti
che gli compra sua madre
sono sempre troppo larghi.
Gli piace guardare le gambe
brune, magre e lisce, fasciate
in calzoncini stretti. Piú di
tutto gli piacciono le gambe
color miele dei ragazzi con i
capelli biondi. I ragazzi piú
belli, scopre con meraviglia,
sono nelle classi di afrikaans,
cosí come i piú brutti, quelli
conlegambepeloseeilpomo
d’Adamo e le pustole in
faccia. I ragazzi afrikaner
sono quasi come i meticci,
pensa, integri e sconsiderati,
vivono a briglia sciolta e poi
di colpo, a una certa età, si
guastano, la bellezza muore
dentrodiloro.
Bellezza e desiderio: è
turbatodallesensazionichele
gambe di questi ragazzi, lisce
e perfette e inespressive,
suscitano in lui. Cosa si può
fare con le gambe oltre a
divorarlecongliocchi?Ache
serveildesiderio?
I nudi scultorei della
Children’s
Encyclopaedia
hanno su di lui lo stesso
effetto: Dafne inseguita da
Apollo; Persefone rapita da
Ades.Ètuttaunaquestionedi
forma, di perfezione della
forma.Haideadicomesiaun
corpo
umano
perfetto.
Quando
vede
quella
perfezione manifesta nel
marmobianco,qualcosavibra
dentro di lui; un abisso si
spalanca; è sull’orlo del
precipizio.
Di tutti i segreti che lo
rendono diverso, questo
potrebbe essere il peggiore
alla lunga. È l’unico in cui
scorre questa oscura corrente
erotica; in mezzo a tutta
questainnocenzaenormalità,
luièl’unicochedesidera.
Eppure il linguaggio dei
ragazziafrikanerèvolgare,da
non crederci. Padroneggiano
unagammadioscenitàcheva
ben oltre la sua, parole come
fokepielepoes,parolelacui
pesantezzamonosillabicalofa
indietreggiare
sgomento.
Come si scrivono? Finché
non è in grado di scriverle
non c’è modo di tenerle a
bada nella mente. Fok si
scrive con la v, cosa che la
renderebbe piú venerabile, o
con la f, che ne farebbe una
parola
autenticamente
selvaggia,
primordiale,
sprovvista di ascendenti? Il
dizionario non dice nulla, le
parole non ci sono, nessuna
diesse.
Poicisonogatepoep-hole
altre parole simili, scagliate
avantieindietroinaccessidi
insulti di cui non capisce la
forza. Perché accoppiare il
dietro del corpo con il
davanti?Checos’hannoache
vedere le parole legate a gat,
cosí grevi e gutturali e nere,
conilsesso,conlesuessoffici
e invitanti? Sbarra la mente
disgustato dinanzi alle parole
legate al didietro, ma
continua a cercare di
decifrareilsignificatodieffies
e FLs, cose che non ha mai
visto ma che, in un modo o
nell’altro, appartengono ai
rapporti tra i ragazzi e le
ragazzedelliceo.
Eppurenonèignorante.Sa
come nascono i bambini.
Escono dal sedere della
madre,lindiepulitiebianchi.
Cosí gli ha detto sua madre
qualche anno fa, quando era
piccolo. Le crede, non ha
dubbi: è orgoglioso che gli
abbia detto la verità sui
bambini cosí presto, quando
gli altri venivano ancora
liquidati con un sacco di
frottole.Èunsegnodiquanto
siadilarghevedute,diquanto
la loro famiglia sia di larghe
vedute. Anche suo cugino
Juan,chehaunannomenodi
lui, conosce la verità. Suo
padre, d’altro canto, è
imbarazzato e brontola
quando si parla di bambini e
da dove vengono; ma questo
dimostra una volta di piú
quanto la famiglia di suo
padresiaretrograda.
I suoi amici sostengono
un’altra versione: i bambini
vengonofuoridall’altrobuco.
Lui sa in astratto
dell’esistenzadiunaltrobuco,
in cui entra il pene e da cui
escel’urina.Manonhasenso
che i bambini vengano fuori
da quel buco lí. Il bambino,
dopotutto, si forma nella
pancia. Perciò ha senso che
vengafuoridalsedere.
Quindi
lui
fornisce
argomentiafavoredelsedere
mentre i suoi amici ne
forniscono a favore dell’altro
buco, la poes. È intimamente
convinto di avere ragione. È
una cosa che rientra nella
fiduciatraluiesuamadre.
Otto.
Sta attraversando con sua
madre un lotto di terreno
demanialevicinoallastazione
ferroviaria. È con lei e nello
stesso tempo separato da lei,
nonlatienepermano.Come
sempre, è vestito di grigio:
maglione grigio, calzoncini
grigi, calze grigie. In testa ha
un berretto blu marin con il
distintivo
della
scuola
elementare maschile di
Worcester: la vetta di una
montagna circondata dalle
stelle, e il motto PER ASPERA
ADASTRA.
Èsoltantounbambinoche
cammina accanto alla madre:
èprobabilechevistodafuori
abbia un aspetto del tutto
normale. Ma lui si vede
zampettarle intorno come
uno scarabeo, zampettare
nervosamenteintondoconil
nasorasoterra,legambeele
braccia che si muovono su e
giú. In effetti non riesce a
pensare a nulla di sé che stia
fermo. La sua mente, in
particolare, saetta sempre di
qua e di là, con un’
impazienza e una forza di
volontàtuttasua.
È il posto dove una volta
all’anno il circo pianta il
tendone e parcheggia le
gabbie in cui i leoni
sonnecchiano nella paglia
puzzolente. Ma oggi è
soltanto un lotto di argilla
rossa, compatta e dura come
roccia,dovenoncrescel’erba.
Ci sono anche altre
persone, altri passanti, in
questo caldo e luminoso
sabato mattina. Uno è un
bambino della sua età che
attraversa trotterellando il
terreno in diagonale. Non
appena lo vede, capisce che
questo
bambino
sarà
importante
per
lui,
importanteoltreognimisura,
non perché sia qualcuno di
particolare (forse non lo
rivedrà mai piú), ma per i
pensieri che man mano si
formano nella sua testa, che
erompono da lui come uno
sciamediapi.
Il bambino non ha niente
di insolito. È meticcio, ma ci
sono meticci dappertutto.
Indossaunpaiodicalzoncini
cosí corti che gli aderiscono
perfettamente ai bei glutei
lasciando quasi nude le cosce
magre brune come l’argilla.
Nonhalescarpe;èprobabile
che le piante dei suoi piedi
siano cosí dure che anche se
calpestasse una spina di
duwweltjie si limiterebbe a
fermarsi, chinarsi e passarsi
una mano sul piede per
toglierla.
Ci sono centinaia di
bambini come lui, migliaia,
anche migliaia di bambine,
convestitinicortichelasciano
scoperte le gambette magre.
Vorrebbe tanto avere gambe
bellecomeleloro.Congambe
simili fluttuerebbe sulla terra
come
quel
bambino,
sfiorandolaappena.
Il bambino si trova a una
decina di passi da loro. È
assortoneisuoipensieri,non
li guarda nemmeno. Il suo
corpo è perfetto e integro,
quasi fosse uscito dal suo
guscio soltanto ieri. Come
mai bambini cosí, maschi e
femmine senza l’obbligo di
andare a scuola, liberi di
girovagare lontano dagli
occhi vigili dei genitori e di
fare ciò che vogliono con il
propriocorpo,comemainon
celebrano festini di delizie
erotiche? La risposta è forse
che sono troppo innocenti
per sapere di quali piaceri
potrebbero godere, e che
soltanto anime oscure e
colpevoli conoscono simili
segreti?
Ècosícheprocedesempre
l’interrogatorio. Dapprima
vaga incerto, ma alla fine,
puntualmente, si fa piú
serrato, deciso e gli punta il
dito contro. È sempre lui a
dare l’avvio alla catena di
pensieri, ma è sempre il
pensiero a sottrarsi al suo
controllo e a tornare ad
accusarlo. La bellezza è
innocenza; l’innocenza è
ignoranza; l’ignoranza è
ignoranza del piacere; il
piacere è colpevole; lui è
colpevole. Questo ragazzino,
con il suo corpo fresco,
intatto, è innocente, mentre
lui, dominato dai suoi
desiderioscuri,ècolpevole.In
realtà,lungoquestocammino
è giunto in vista della parola
perversione,conilsuofremito
oscuro, complesso: comincia
con l’enigmatica p, che può
voler dire qualsiasi cosa, poi,
d’un tratto, passando per la
truce r, precipita nella
vendicativa v. Non un’accusa
bensí due. Le due accuse
s’intersecano, e lui si trova al
punto d’intersezione, nel
mirino. Giacché colui che
oggi gli pone sulle spalle il
fardellodell’accusanonsoloè
innocente e leggero come un
cervo mentre lui è cupo e
greveecolpevole:èancheun
meticcio, il che significa che
non ha soldi, vive in un buio
tugurio,hafame;significache
sesuamadredovessegridare:
«Ehi, ragazzo!» e fargli un
cenno, come è ben capace di
fare, lui non avrebbe altra
scelta che fermarsi di colpo,
avvicinarsi e fare qualsiasi
cosa lei ordini (portare il
cesto della spesa, per
esempio),eallafinericevereil
soldino nelle mani a coppa e
mostrare pure gratitudine. E
selui,poi,dovessearrabbiarsi
con sua madre, lei si
limiterebbe a sorridere e a
dire:«Macisonoabituati!»
Cosí,questoragazzinoche,
inconsapevole,siètenutoper
tuttalavitalungoilcammino
della natura e dell’innocenza,
questo ragazzino povero e
dunque buono, come sempre
lo sono i poveri nelle fiabe,
sottile come un’anguilla e
veloce come una lepre, e che
potrebbe
sconfiggerlo
facilmenteinqualsiasigaradi
corsaodiabilitàconlemani,
questoragazzino,cheperluiè
un biasimo vivente, deve
tuttavia sottostare a lui in
modi che lo imbarazzano al
punto che lui si sente a
disagio e, stringendosi nelle
spalle,
non
vorrebbe
nemmeno piú guardarlo,
nonostantelasuabellezza.
Eppure non è possibile
liquidarlo.
È
possibile
liquidare i nativi, forse, ma
non i meticci. Ci si può
sbarazzare dei nativi perché
sono venuti dopo, sono
invasori arrivati dal nord che
nonhannoildirittodiessere
qui. I nativi che si vedono a
Worcester sono, per lo piú,
uomini vestiti con vecchi
pastrani dell’esercito, che
fumano pipe curve, vivono
lungoibinaridellaferroviain
baracche minuscole a forma
ditenda,costruiteconfoglidi
lamiera ondulata, uomini la
cui forza e pazienza sono
leggendarie.Sonostatiportati
qua perché non bevono, a
differenzadeimeticci,perché
sono in grado di fare lavori
pesanti sotto il sole cocente,
mentre i meticci, piú deboli
ed evanescenti, crollerebbero.
Sono uomini senza donne,
senza figli, che arrivano dal
nulla e possono essere fatti
sparirenelnulla.
Ma nei confronti dei
meticci
un
simile
atteggiamento
non
è
possibile. I meticci sono stati
generati dai bianchi, da Jan
Van Riebeeck, e dagli
ottentotti: questo è chiaro,
persino nel linguaggio velato
del suo manuale di storia.
Forse è anche peggio di cosí,
purtroppo.PerchénelBoland
chivienechiamato«meticcio»
nonèilpronipotediJanVan
Riebeeck né di nessun altro
olandese. È abbastanza
esperto di fisiognomica, lo è
sempre stato per quel che
ricorda,dasaperecheinloro
non c’è una sola goccia di
sangue
bianco.
Sono
ottentotti
puri
e
incontaminati. Non solo
appartengono alla terra, la
terraappartienealoro,èloro,
loèsemprestata.
Nove.
Una delle comodità di
Worcester, una delle ragioni,
secondo suo padre, per cui è
meglio vivere qui che a Città
del Capo, è che è molto piú
facile fare la spesa. Il latte lo
consegnano a domicilio tutte
le mattine prima dell’alba;
bastafareunatelefonatae,un
paio d’ore dopo, l’uomo di
Schochat è già alla porta con
la carne e il resto. Piú
semplicedicosí.
L’uomo di Schochat, il
garzone, è un nativo che
conosce solo qualche parola
diafrikaanseneppureunadi
inglese. Indossa una linda
camicia bianca, un farfallino,
scarpe bicolori e un berretto
alla Bobby Locke. Si chiama
Josias. I suoi genitori ne
disapprovanolacondottaelo
considerano uno di quei
nativi inconcludenti della
nuova generazione che
spendono tutta la paga in bei
vestitisenzapensarealfuturo.
Quando sua madre non è
in casa, lui e suo fratello
ricevono da Josias la roba
ordinata, ripongono i generi
di drogheria sugli scaffali
della cucina e la carne nel
frigorifero. Se c’è il latte
condensato,
se
ne
appropriano subito come
fosse il bottino di una razzia.
Fannoduebuchinellalattina
e a turno succhiano finché
non ce n’è piú. Quando la
madre rincasa, fanno finta
chenonc’era,oppurechel’ha
rubatoJosias.
Non è sicuro che lei creda
alla bugia. Ma non si sente
particolarmente in colpa per
questoinganno.
I vicini si chiamano
Wynstra. Hanno tre figli, il
maggiore ha il ginocchio
valgo e si chiama Gysbert,
mentreiduegemelli,Ebened
Ezer, sono troppo piccoli per
andare a scuola. Lui e suo
fratello prendono in giro
Gysbert Wynstra perché ha
un nome ridicolo e per il
modo molle, indifeso, in cui
corre. Decidono che è un
idiota, un deficiente, e gli
dichiarano
guerra.
Un
pomeriggio prendono la
mezza dozzina di uova che il
garzone di Schochat ha
appena
consegnato,
la
scagliano contro il tetto della
casa dei Wynstra, e si
nascondono.IWynstranonsi
fannovederema,viaviacheil
sole asciuga le uova
fracassate,essesitrasformano
inorribilichiazzegialle.
Il piacere di lanciare un
uovo, tanto piú piccolo e
leggero di una palla da
cricket, di vederlo volare
nell’aria,rotolareperbene,di
udirne
lo
scricchiolio
sommesso quando urta il
tetto gli rimane dentro a
lungo. Eppure in quel suo
piacerec’èunapuntadisenso
di colpa. Non riesce a non
pensare che stanno giocando
col cibo. Con che diritto usa
le uova come fossero
giocattoli?Checosadirebbeil
garzone di Schochat se
sapessechehannobuttatovia
leuovacheluihaportatofin
lí in bicicletta? Ha la
sensazione che il garzone di
Schochat, che tutti chiamano
«boy»,ecioè«ragazzo»,anche
se in realtà non è un ragazzo
bensí un uomo fatto, non si
cura cosí tanto della propria
immagine, nonostante il
berrettoallaBobbyLockeeil
farfallino, al punto da essere
indifferente.Halasensazione
che disapproverebbe nel
modo piú assoluto e non
esiterebbe a dirlo. «Come
potete fare una cosa simile
quando ci sono bambini che
patiscono la fame?» direbbe
nel
suo
afrikaans
sgrammaticato; e loro non
saprebbero che rispondere.
Forse in qualche altra parte
delmondoèpossibilelanciare
le uova (in Inghilterra, per
esempio,sachelancianouova
alla gente condannata alla
gogna);mainquestopaeseci
sonogiudicichegiudicanoin
baseacriteridirettitudine.In
questo paese non si può
essere sconsiderati quando si
trattadicibo.
Josias è il quarto nativo
che conosce nella sua vita. Il
primo, che ricorda solo
vagamente con indosso un
pigiama azzurro tutto il
giorno, era il ragazzo che
lavava le scale del caseggiato
in
cui
vivevano
a
Johannesburg. La seconda è
stata Fiela a Plettenberg Bay,
la lavandaia. Fiela era
nerissimaemoltovecchia,era
sdentata e faceva lunghi
discorsi sul passato in un
bell’inglese fluido. Veniva da
Sant’Elena, diceva, dove era
stata schiava. Anche il terzo
era di Plettenberg Bay. C’era
statounfortetemporaleeuna
nave era affondata; il vento,
cheavevasoffiatopergiornie
notti,cominciavaasmorzarsi.
Era sulla spiaggia con sua
madre e suo fratello a
ispezionareimucchidirelitti
e alghe spinti a riva, quando
unvecchioconlabarbagrigia
euncollaredaecclesiasticosi
era avvicinato con l’ombrello
in mano e aveva rivolto loro
laparola.–L’uomocostruisce
grandi barche di ferro, –
aveva detto, – ma il mare è
piú forte. Il mare è piú forte
diqualsiasicosal’uomosiain
gradodicostruire.
Quando
furono
nuovamente soli, sua madre
disse: – Dovete ricordare ciò
che ha detto. È un vecchio
saggio –. È l’unica volta che
l’ha sentita usare la parola
saggio,perquelchericorda;a
direilveroèl’unicavoltache
ha sentito quella parola al di
fuori dei libri, per quel che
ricorda. Ma non è soltanto la
parola antiquata a colpirlo. È
possibile rispettare i nativi, è
questo che sua madre sta
dicendo.Èungrandesollievo
sentire quelle parole, averne
conferma.
Nelle storie che hanno
lasciato in lui il segno piú
profondo,èilterzofratello,il
piúumileederiso,adaiutare
la vecchia con il carico
pesante sulle spalle o a
togliere la spina dalla zampa
delleone,dopocheilprimoe
il secondo sono passati oltre
con fare sprezzante. Il terzo
fratello è gentile, onesto e
coraggioso,mentreilprimoe
il secondo sono presuntuosi,
arroganti, poco caritatevoli.
Alterminedellastoriailterzo
fratello viene incoronato
principe,mentreilprimoeil
secondocadonoindisgraziae
vengonoallontanati.
Ci sono bianchi, meticci e
nativi,e,tratutti,inativisono
i piú malmessi e derisi. Al
parallelononsipuòsfuggire:i
nativisonoilterzofratello.
A scuola imparano, in
continuazione, anno dopo
anno, chi erano Jan Van
Riebeeck, Simon var der Stel,
Lord Charles Somerset e Piet
Retief. Dopo Piet Retief è la
volta delle Guerre Cafre,
quando i cafri calarono sui
confini della Colonia e
bisognò respingerli; ma le
GuerreCafresonocosítante,
confuse e difficili da
distinguere che non sono
tenutiaportarleagliesami.
Sebbene agli esami dia
risposte esatte alle domande
di storia, non saprebbe
spiegare in modo per lui
soddisfacenteperchéJanVan
Riebeeck e Simon Van der
Stel fossero tanto buoni
mentre
Lord
Charles
Somerset tanto cattivo. Né i
capi del Grande Trek gli
piacciono come dovrebbero,
tranneforsePietRetief,chefu
assassinatodopocheDingaan
riuscí con l’astuzia a fargli
lasciare il fucile fuori del
kraal. Andries Pretorius,
Gerrit Maritz e gli altri gli
ricordano gli insegnanti del
liceo o gli afrikaner della
radio: arrabbiati, testardi,
tuttiminacceechiacchieresu
Dio.
Alla Guerra Boera non
arrivano, a scuola, almeno
non nelle classi di inglese. Si
dice invece che la Guerra
Boera venga insegnata nelle
classi di afrikaans – con il
nome
di
Tweede
Vryheidsoorlog,
Seconda
Guerra di Liberazione – ma
non è materia d’esame.
Essendo un argomento
delicato, ufficialmente la
GuerraBoeranonfapartedel
programma. Anche i suoi
genitori non la nominano
mai, non si pronunciano mai
su chi aveva ragione e chi
torto. Tuttavia, sua madre
ripete una storia che le ha
narrato la sua, di madre.
Quando i boeri arrivarono
alla loro fattoria, raccontava
sua madre, chiesero cibo e
denaro, e pretesero di essere
serviti.
Quando
invece
arrivarono, i soldati inglesi
dormirono nella stalla, non
rubarono niente e, prima di
andarsene,
ringraziarono
cortesigliospiti.
Gli inglesi, con i loro
generali altezzosi, arroganti,
sono i cattivi della Guerra
Boera. Sono anche stupidi,
perché indossano uniformi
rosse che li rendono facile
bersaglio dei tiratori scelti
boeri. Nelle storie su quella
guerra si suppone che uno si
schieri per i boeri, che
combattevano per la libertà
contro
lo
strapotere
dell’impero britannico. Lui,
invece,preferiscenonprovare
simpatiaperiboeri,nonsolo
per via delle lunghe barbe e
dei loro vestiti orribili, ma
anche
perché
si
nascondevano dietro le rocce
e tendevano imboscate;
preferisce provare simpatia
piuttosto per gli inglesi, che
andavanoincontroallamorte
al suono acuto delle
cornamuse.
A Worcester gli inglesi
sono una minoranza, a
Reunion Park una piccola
minoranza. A parte lui e suo
fratello, che sono inglesi solo
per modo di dire, ci sono
soltanto due ragazzi inglesi:
Rob Hart e un piccoletto
asciutto, Billy Smith, il cui
padre lavora per le ferrovie e
la cui pelle si squama tutta a
causa di una malattia (sua
madre
gli
proibisce
assolutamente di toccare i
piccoliSmith).
Quando si lascia scappare
che Miss Oosthuizen picchia
Rob Hart, sembra che i suoi
intuiscano subito il perché.
Miss Oosthuizen appartiene
alclandegliOosthuizen,tutti
nazionalisti; il padre di Rob
Hart,chepossiedeunnegozio
di ferramenta, è stato
consigliere comunale dello
UnitedPartyfinoalleelezioni
del1948.
Isuoigenitoriscuotonola
testa quando parlano di Miss
Oosthuizen. La considerano
una persona irritabile, poco
equilibrata; disapprovano i
capellitinticonl’henné.Sotto
Smuts, dice suo padre, si
sarebbe fatto qualcosa se un
insegnante avesse portato la
politica nella scuola. Anche
suo padre vota per lo United
Party. A dire il vero, quando
Malan sconfisse Smuts nel
1948, suo padre perse il
lavoro a Città del Capo, il
lavoroelaqualificadicuisua
madre era tanto fiera –
«sovrintendente
alle
locazioni». È stata colpa di
Malan se hanno dovuto
lasciarelacasadiRosebank,a
cui ripensa con tanta
nostalgia,lacasaconilgrande
giardino
incolto
e
l’osservatorio con il tetto a
cupolaeleduecantine,seha
dovuto lasciare la scuola
elementare di Rosebank e
tutti i suoi amici per venire
qui a Worcester. A Città del
Capo suo padre andava a
lavorare di mattina con un
elegante abito a doppio petto
eunaventiquattr’oredipelle.
Quando gli altri bambini gli
chiedevano cosa facesse suo
padre, lui poteva rispondere:
«È
sovrintendente
alle
locazioni», e loro tacevano
pienidirispetto.AWorcester
illavorodisuopadrenonha
nome.–Miopadrelavoraper
la Standard Canners, – deve
dire. – Ma cosa fa? – Lavora
inufficio,tieneilibri,–deve
dire un po’ incerto. Non ha
idea di che cosa significhi
«tenereilibri».
La Standard Canners
produce pesche Alberta in
scatola, pere Bartlett in
scatolaealbicoccheinscatola.
La
Standard
Canners
inscatola piú pesche di
qualsiasi
altra
azienda
conserviera del paese: è
famosaperquesto.
Nonostantelasconfittadel
1948 e la morte del generale
Smuts, suo padre rimane
fedele allo United Party:
fedele
ma
pessimista.
L’avvocato Strauss, il nuovo
leader dello United Party, è
soltanto l’ombra di Smuts;
con Strauss lo United Party
non ha nessuna speranza di
vincere le prossime elezioni.
Inoltreinazionalistisistanno
assicurando
la
vittoria
ritracciando i confini delle
circoscrizioni elettorali per
favorire i propri sostenitori
nelplatteland,lecampagne.
–Perchénonfannoniente
al riguardo? – chiede a suo
padre.
–Chi?–dicesuopadre.–
Chi può fermarli? Possono
fare quel che vogliono, ora
chesonoalpotere.
Non vede la ragione di
indire le elezioni se il partito
che vince può cambiare le
regole. È come se il battitore
avesse la facoltà di decidere
chipuòlanciarelapallaechi
no.
Suopadreaccendelaradio
all’oradelnotiziario,malofa
soltanto per ascoltare i
risultatidellepartite,quelledi
cricket d’estate, quelle di
rugbyd’inverno.
Un tempo il notiziario
veniva
trasmesso
dall’Inghilterra, prima che i
nazionalisti andassero al
potere. All’inizio si sentiva
God Save the King, poi i sei
beep del segnale orario di
Greenwich,
quindi
l’annunciatore diceva: «Qui
Londra, notizie del giornale
radio», e leggeva le notizie di
tuttoilmondo.Oranonèpiú
cosí. «Radio Sudafrica», dice
l’annunciatore, e si lancia nel
lungo resoconto di ciò che
Malan
ha
detto
in
parlamento.
Ciò
che
odia
maggiormente di Worcester,
ciò che piú di ogni altra cosa
glifavenirevogliadifuggire,
è la rabbia e il risentimento
che sente serpeggiare tra i
ragazzi afrikaner. Teme e
detesta i massicci ragazzi
afrikaner scalzi, nei loro
stretti
calzoni
corti,
soprattutto quelli piú grandi
che, se solo potessero, ti
porterebbero in qualche
luogo appartato del veld per
violarti in vari modi lascivi
cuihasentitoalludere:borsel,
peresempio,che,daquelche
capisce,consisteneltirartigiú
le mutande, passarti il lucido
dascarpesullepalle(perchéle
palle? perché il lucido da
scarpe?) e mandarti a casa
mezzonudoepiagnucolante.
C’è un’usanza comune a
tutti i ragazzi afrikaner, a
quanto pare, diffusa dagli
insegnanti tirocinanti che
vengono a visitare la scuola;
haachefareconl’iniziazione
e ciò che succede durante
l’iniziazione.
I
ragazzi
afrikaner ne parlano a bassa
voce tra loro con la stessa
eccitazione con cui parlano
delle percosse. Ciò che riesce
asentirelodisgusta:andarein
giro con un pannolino per
neonati, per esempio, o bere
urina. Se per diventare
insegnanti bisogna passare
attraverso cose del genere, si
rifiutadifarel’insegnante.
Si dice che il governo
voglia costringere tutti i
bambini con un cognome
afrikaner a trasferirsi nelle
classi di afrikaans. I suoi
genitori ne parlano con voce
sommessa; è evidente che
sono preoccupati. Quanto a
lui, è terrorizzato al pensiero
didoverpassareinunaclasse
di afrikaans. Dice ai genitori
chenonobbedirà.Sirifiuterà
di andare a scuola. Loro
cercano di calmarlo. «Non
succederà niente», dicono.
«Sono soltanto chiacchiere.
Passeranno anni prima che
facciano qualcosa». Ma non
riesconoarassicurarlo.
Sarà
compito
degli
ispettori scolastici, apprende,
allontanare i falsi scolari
inglesi dalle classi di inglese.
Vivenelterroredelgiornoin
cui l’ispettore arriverà, farà
scorrere il dito sul registro,
pronuncerà il suo nome e gli
dirà di riporre i libri nella
cartella.Haunpianoperquel
giorno, lo ha elaborato con
cura. Riporrà i libri nella
cartella e lascerà l’aula senza
protestare. Ma non andrà
nella classe di afrikaans. Con
tutta calma, in modo da non
attirarel’attenzione,siavvierà
invece verso la rimessa delle
biciclette,monteràsullasuae
correrà a casa cosí in fretta
che nessuno riuscirà a
prenderlo. Poi chiuderà a
chiave la porta d’ingresso e
dirà a sua madre che non
tornerà a scuola, che se lei lo
tradiràluisiucciderà.
Nellasuamenteèimpressa
un’immagine di Malan. La
testa rotonda, calva di Malan
è incapace di comprendere e
diaveremisericordia.Lagola
gli pulsa come quella di una
rana. Tiene le labbra
imbronciate.
Non ha dimenticato la
prima legge di Malan nel
1948: la messa al bando dei
fumetti di Superman e
Captain
Marvel,
l’autorizzazionealeggeresolo
fumetti con personaggi del
mondo degli animali, fumetti
intesi a mantenerti bambino,
e in grado di passare la
dogana.
Pensa alle canzoni in
afrikaans che devono cantare
ascuola.Ègiuntoaodiarleal
punto che, mentre cantano,
vorrebbe urlare e strepitare e
fare peti, soprattutto durante
Kom ons gaan blomme pluk,
con tutti quei bambini che
fanno capriole nei campi tra
cinguettiidiuccellinieinsetti
vispi.
Un sabato mattina si
allontana da Worcester in
bicicletta con due amici e si
avvia lungo la strada per De
Doorns. Mezz’ora dopo non
vedonopiúl’abitato.Lasciano
lebicisulcigliodellastradae
si arrampicano su per le
colline. Trovano una grotta,
accendono un fuoco e
mangiano i tramezzini che
hanno portato con sé.
All’improvviso appare un
ragazzo afrikaner gigantesco,
truculento,incalzoncinicolor
cachi. – Wie het julle
toestemming gegee? – Chi vi
hadatoilpermesso?
Rimangono ammutoliti.
Unagrotta:c’èbisognodiun
permesso per entrare in una
grotta? Cercano di inventarsi
qualche frottola, ma non
serveaniente.–Jullesalhier
moetblytotdatmypakom,–
annuncia il ragazzo. Dovete
aspettare qui finché non
arriva mio padre. Accenna a
unlat,unostrop:una«verga»,
una «cinghia»; daranno loro
unabellalezione.
È stordito dalla paura.
Verrannopicchiatilí,nelveld,
dove non si può chiedere
aiuto a nessuno. Non c’è via
discampo.Ilfattoèchesono
colpevoli, lui piú di tutti. È
stato lui ad assicurare agli
altri,
mentre
si
arrampicavano sullo steccato,
che non poteva trattarsi di
una tenuta, che era solo veld.
È lui il capobanda, è stata
un’idea sua fin dall’inizio,
non si può scaricare la colpa
sunessunaltro.
L’agricoltorearrivaconun
cane, un pastore tedesco
dall’aria scaltra, gli occhi
gialli. Di nuovo le domande,
stavolta in inglese, domande
senza risposta. Con che
diritto sono lí? Perché non
hanno chiesto il permesso?
Bisogna accampare di nuovo
le stesse patetiche, stupide
scuse: non lo sapevano,
pensavanofosseveld.Giuraa
sestessochenonfaràmaipiú
unerroresimile.Maipiúsarà
cosí stupido da arrampicarsi
su uno steccato pensando di
farla franca. «Stupido! – si
dice. – Stupido, stupido,
stupido!»
L’agricoltore,però,nonha
conséunlat, né una cinghia
o una frusta. – È il vostro
giorno fortunato, – dice.
Rimangonoinchiodatidovesi
trovano, non capiscono. –
Andatevene.
Stando attenti a non
correre per il timore che il
cane li insegua abbaiando e
sbavando, scendono inebetiti
ilpendiodellacollina,finoal
puntoincuihannolasciatole
biciclette sul ciglio della
strada.Nontrovanonienteda
dire
per
riscattare
quell’esperienza.Gliafrikaner
non si sono nemmeno
comportati male. Sono loro
chehannoperso.
Dieci.
Di primo mattino i
bambini meticci trotterellano
lungo la statale con astucci e
quaderni, alcuni addirittura
con la cartella a tracolla,
diretti a scuola. Ma sono
bambini piccoli, molto
piccoli; quando raggiungono
lasuaetà,diecioundicianni,
si sono ormai lasciati alle
spalle la scuola e hanno
cominciato a guadagnarsi il
pane.
Per il suo compleanno,
invece di organizzargli una
festa, gli danno dieci scellini
perché porti fuori i suoi
amici. Lui invita i suoi tre
migliori amici al Globe Café;
si siedono a un tavolino dal
ripianodimarmoeordinano
bananesplitogelaticonnoci
e frutta, cioccolata calda e
panna montata. Si sente un
principe a dispensare piaceri
a quel modo; sarebbe un
successone se tre cenciosi
bambini
meticci
non
guastassero
la
festa
standosene lí a guardarli
davantiallavetrina.
Sui loro volti non vede
nemmeno l’ombra dell’odio
che, è pronto a riconoscere,
lui e i suoi amici si meritano
perilfattodiaveretantisoldi
mentre loro sono poveri in
canna. E invece sono come
bambinialcirco,bevonoogni
cosa
con
gli
occhi,
completamenteassorti,nonsi
perdononulla.
Se lui fosse un altro
chiederebbe al portoghese
con i capelli impomatati,
proprietario del Globe Café,
di mandarli via. È del tutto
normale scacciare i piccoli
mendicanti.Bastacontrarreil
volto in una smorfia, agitare
lebracciaegridare:«Voetsek,
hotnot! Loop! Loop!» quindi
girarsi verso chi ti sta
guardando, amico o estraneo
chesia,espiegare:«Hullesoek
net iets om te steel. Hulle is
almal skelms». Guardano se
possono rubare qualcosa.
Sono tutti dei ladri. Ma se si
alzasse e andasse dal
portoghese, che cosa gli
direbbe?
«Mi
stanno
guastando il compleanno,
non è giusto, mi fa male al
cuore vederli?» Qualunque
cosasucceda,cheliscaccinoo
meno, è troppo tardi, sente
giàmalealcuore.
Per lui gli afrikaner sono
sempre infuriati perché
sentonomalealcuore.Perlui
gli inglesi non si infuriano
perchévivonodietrounmuro
e custodiscono bene il
propriocuore.
È soltanto una delle sue
teorie sugli inglesi e sugli
afrikaner. Chi rovina tutto,
purtroppo,èTrevelyan.
Trevelyan era uno degli
inquilini che alloggiavano da
loro nella casa di Liesbeeck
Road,aRosebank,lacasacon
lagrandequercianelgiardino
suldavantidoveluierafelice.
Trevelyan aveva la camera
migliore, quella con le
portefinestre che si aprivano
sullo stoep. Era giovane, era
alto, era cordiale, non sapeva
una parola di afrikaans, era
inglese fino al midollo. Al
mattino Trevelyan faceva
colazione in cucina prima di
andare al lavoro; la sera
tornava e cenava con loro.
Tenevalasuacamerachiusaa
chiave, ma l’ingresso era
comunque vietato; dentro, a
ogni modo, non c’era niente
di interessante a parte un
rasoio
elettrico
di
fabbricazioneamericana.
Suo padre, sebbene piú
vecchio di Trevelyan, aveva
fatto amicizia con lui. Il
sabatoascoltavanoinsiemeC.
K. Friedlander che faceva la
radiocronaca delle partite di
rugbydaNewlands.
PoiarrivòEddie.Eddieera
un bambino meticcio di sette
anni che proveniva da Ida’s
Valley, vicino a Stellenbosch.
Era venuto a lavorare per
loro:lamadrediEddiesiera
accordataconziaWinnie,che
viveva a Stellenbosch. Eddie
avrebbedovutolavareipiatti,
spazzare e pulire la casa, e in
cambio avrebbe avuto vitto e
alloggio presso di loro a
Rosebank,mentreilprimodi
ognimesesuamadreavrebbe
ricevuto un vaglia postale di
duesterlineedieciscellini.
Dopo due mesi a
Rosebank, Eddie scappò via.
Scomparve durante la notte;
lasuaassenzavennescoperta
l’indomani
mattina.
Chiamarono la polizia; Eddie
venne ritrovato non molto
lontano, nascosto tra i
cespugli lungo il Liesbeeck
River. Non fu la polizia a
ritrovarlo bensí Trevelyan; lo
trascinòindietrochepiangeva
escalciava,senzapudore,elo
rinchiuse a chiave dentro il
vecchio osservatorio nel
giardinosulretro.
Ovviamente a quel punto
eranecessariorispedireEddie
a Ida’s Valley. Ora che non
doveva piú fingere di essere
contentoavrebbeapprofittato
della minima occasione per
scappare.L’apprendistatonon
eraservitoanulla.
Ma prima ancora di
telefonare a zia Winnie a
Stellenbosch
bisognava
risolvere la questione del
castigoperilfastidioarrecato
daEddie:perilfattochesiera
dovuto chiamare la polizia,
perilsabatomattinarovinato.
Fu Trevelyan a offrirsi di
impartireilcastigo.
Mentre i due erano
nell’osservatorio, lui sbirciò
dentro. Trevelyan teneva
Eddie fermo per i polsi e lo
percuoteva sulle gambe nude
con una cinghia di cuoio.
C’eraanchesuopadre;stavaa
guardare un po’ in disparte.
Eddie urlava e si dimenava
tutto, bagnato di lacrime e
moccio. – Asseblief, asseblief,
my baas, – gridava, – ek sal
nie weer nie! – Non lo faccio
piú! Poi i due lo videro e gli
fecerocennodiandarsene.
Il giorno dopo i suoi zii
arrivarono da Stellenbosch a
bordo della loro Dkw nera
per riportare Eddie da sua
madre a Ida’s Valley. Non ci
furonoaddii.
Dunque
era
stato
Trevelyan, un inglese, a
picchiare Eddie. In effetti
Trevelyan,rubicondoegiàun
po’ grassottello, diventava
ancor piú rubicondo via via
che percuoteva Eddie con la
cinghia; inoltre grugniva a
ogni colpo, lasciando che
dentro di lui la collera
montasse non diversamente
da un qualsiasi afrikaner.
Come far rientrare, dunque,
Trevelyan nella sua teoria,
secondo la quale gli inglesi
sonobuoni?
Nei confronti di Eddie ha
ancora un debito di cui non
ha mai parlato con nessuno.
Dopo aver comprato la
bicicletta Smiths con i soldi
del suo ottavo compleanno e
aver scoperto che non ci
sapevaandare,erastatoEddie
aspingerlolungoilRosebank
Common
impartendogli
ordini finché d’un tratto non
era riuscito a mantenersi in
equilibrio.
Quella prima volta aveva
descritto un cerchio molto
ampio, pedalando forte sul
suolo sabbioso fino al punto
in cui Eddie lo stava
aspettando. Eddie era tutto
eccitato, non faceva che
saltare su e giú. – Kan ek ’n
kans kry? – chiedeva a gran
voce. Posso fare un giro? Lui
gli aveva dato la bicicletta.
Non c’era stato bisogno di
spingerlo: Eddie era partito
velocecomeilvento,rittosui
pedali, la vecchia giacca blu
marin che gli svolazzava
dietro; sapeva andare in
biciclettamoltomegliodilui.
Ricorda di aver fatto la
lotta con Eddie sul prato.
SebbeneEddieavessesoltanto
sette mesi piú di lui, e non
fossepiúalto,avevaunaforza
asciuttaeunadeterminazione
che ne facevano sempre il
vincitore. Il vincitore, ma
cauto nella vittoria. Solo per
un istante, quando vedeva
l’avversario con la schiena a
terra,
impotente,
si
permetteva una smorfia di
trionfo; poi si allontanava
rotolando sull’erba e si
metteva di nuovo in
posizione, la guardia bassa,
pronto per il round
successivo.
L’odoredelcorpodiEddie
se lo porta addosso fin da
questi incontri, cosí come la
sensazione della testa sotto le
sue mani, il cranio allungato,
a forma di proiettile, e i
capellicortissimi,ispidi.
Hannolatestapiúduradei
bianchi,dicesuopadre.Èper
questo che sono cosí bravi
nella boxe. Per la stessa
ragione, dice suo padre, non
saranno mai bravi a rugby.
Nel rugby bisogna avere
riflessi pronti, non si può
esserezucconi.
C’è un momento, mentre
fanno la lotta, in cui le sue
labbraeilsuonasopremono
contro i capelli di Eddie. Lui
inspira l’odore, il gusto:
l’odore,ilgustodifumo.
Ogni fine settimana Eddie
doveva fare il bagno, ritto in
una bacinella nel gabinetto
dei domestici, e lavarsi con
unostraccioinsaponato.Una
volta lui e il fratello avevano
trascinato un bidone sotto la
finestrella e ci si erano
arrampicati per sbirciare
dentro. Eddie era nudo, non
fosse stato per la cintura di
cuoio che aveva ancora
indosso, alla vita. Vedendo le
due facce nel riquadro della
finestra, aveva sorriso e
gridato:–Hê!–eavevaanche
accennato qualche passo di
danza, spruzzando l’acqua
tutt’intornosenzacoprirsi.
– Eddie non si è tolto la
cintura quando ha fatto il
bagno,–avevadettopiútardi
asuamadre.
– Lascia che faccia come
glipare,–gliavevarisposto.
Non è mai stato a Ida’s
Valley,ilpaesediEddie.Selo
immagina come un posto
freddo, umido. Nella casa
della madre di Eddie non c’è
la luce elettrica. Dal tetto
entra acqua, tutti non fanno
chetossire.Quandosiescedi
casa bisogna saltare di sasso
in sasso per evitare le
pozzanghere.Chesperanzeha
Eddie ora che è tornato a
Ida’sValley,oracheècaduto
indisgrazia?
–Checosapensichefaccia
Eddie adesso? – chiede a sua
madre.
– È di sicuro al
riformatorio.
–Perchéalriformatorio?
–Lagentecomeluifinisce
sempre al riformatorio, e poi
ingalera.
Non capisce perché sua
madre sia cosí aspra nei
confronti di Eddie. Non
capisce perché diventi cosí
aspra, tutte le volte che sotto
lasferzadenigratoriadellasua
lingua passano le cose piú
disparate:imeticci,ifratellie
lesorelle,ilibri,l’istruzione,il
governo.
Non
gli
importerebbe tanto cosa lei
pensi di Eddie se non
cambiasse idea ogni giorno.
Quando però lei sferra
fendenti a quel modo, ha la
sensazione che la terra gli si
sbriciolisottoipiedietemedi
cadere.
PensaaEddieconindosso
la sua giacca vecchia,
acquattato per nascondersi
dallapioggiachesemprecade
a Ida’s Valley, intento a
fumare un mozzicone di
sigaretta, in compagnia degli
altri ragazzi meticci. Lui ha
dieci anni ed Eddie, a Ida’s
Valley, ha dieci anni. Per un
po’Eddieavràgiàundicianni
quando lui ne avrà ancora
dieci; poi anche lui ne
compirà undici. Dovrà
sempre
rincorrerlo:
raggiungeràEddieperunpo’,
poi si ritroverà di nuovo un
passo indietro. Per quanto
tempo? Riuscirà mai a
sfuggire a Eddie? Se un
giorno si incontrassero per
strada, Eddie, nonostante le
bevuteelecanne,nonostante
lagaleraeilcuoreindurito,lo
riconoscerà, lo fermerà
gridando:«Joumoer!»
In quell’istante, nella casa
di Ida’s Valley con il tetto da
cui entra acqua, rannicchiato
sottounacopertapuzzolente,
con indosso ancora la stessa
giacca, lo sa, Eddie pensa a
lui. Nel buio gli occhi di
Eddiesonoduefessuregialle.
Sa per certo una cosa: Eddie
nonavràpietàdilui.
Undici.
Hanno pochi contatti
socialialdifuoridellacerchia
dei parenti. Le volte in cui
qualche estraneo va da loro,
lui e suo fratello sgattaiolano
viacomeanimaliselvatici,poi
ritornano
furtivi
per
appostarsiaorigliaredietrole
porte. Hanno anche fatto dei
buchi nel soffitto da cui
spiare,
cosí
possono
arrampicarsi
nell’intercapedine sotto il
tetto e sbirciare in soggiorno
dall’alto. La madre è
imbarazzata per i rumori che
fanno strisciando. «Sono i
bambini che giocano», spiega
conunsorrisotirato.
Detestafareconversazione
perché le formule di cortesia
– «Come stai?» «Ti piace
andare a scuola?» – lo
sconcertano.
Non
conoscendolerisposteesatte,
borbotta qualcosa e balbetta
come uno stupido. Eppure
non si vergogna di essere
selvatico,
di
mostrare
insofferenza nei confronti
delleformeaddomesticatedel
conversaregarbato.
– Non riesci proprio a
essere normale? – chiede sua
madre.
–Odiolagentenormale,–
ribatteconfoga.
–Odiolagentenormale,–
gli fa eco suo fratello, che ha
setteanni.Infacciahasempre
un sorriso teso, nervoso; a
scuola certe volte vomita
senza ragione e devono
accompagnarloacasa.
In compenso hanno tanti
parenti. I familiari di sua
madresonoleunichepersone
almondocheloaccettanopiú
omenocom’è.Loaccettano–
maleducato, per niente
socievole, eccentrico – non
solo perché se non lo
facessero non potrebbero
metterepiedeincasaloro,ma
anche perché anch’essi sono
cresciuti
selvatici
e
maleducati.Lafamigliadisuo
padre,
d’altro
canto,
disapprova
il
suo
atteggiamento e il modo in
cui sua madre lo ha allevato.
Quando è con loro si sente
limitato; non appena riesce a
svignarsela
comincia
a
prendere in giro i luoghi
comuni
della
buona
educazione(«Enhoegaandit
metjoumammie?Enmetjou
broer? Dis goed, dis goed!»
Come sta tua madre? E tuo
fratello? Bene!) Ma non c’è
verso di evitarli: se non si
partecipasse ai loro rituali
non ci sarebbe modo di
andare alla fattoria. Quindi,
pieno
di
imbarazzo,
disprezzandosi per la propria
vigliaccheria, si dà per vinto.
«Dit gaan goed, – dice. – Dit
gaan goed met ons almal».
Stiamotuttibene.
Sa che suo padre è alleato
conlapropriafamigliacontro
di lui. È uno dei modi in cui
suo padre si rifà con sua
madre.Èatterritoalpensiero
della vita che sarebbe
costrettoaviveresefossesuo
padre a gestire la casa, una
vita di formule ottuse,
stupide, un’esistenza simile a
quelladichiunquealtro.Solo
sua madre si frappone tra lui
e un’esistenza che non
potrebbe sopportare. Cosí,
pur essendo irritato con lei
per la sua lentezza e ottusità,
lesiaggrappaperchéèl’unica
persona in grado di
proteggerlo. È figlio suo, non
di suo padre, che rinnega e
detesta. Non dimenticherà
mai il giorno, due anni fa, in
cuiperlaprimaeunicavolta
sua madre ha permesso che
suopadresislanciassecontro
di lui, come un cane tenuto
fino a quel momento alla
catena («Sono al limite, non
lotolleropiú!»)Egliocchidi
suo padre brillavano, azzurri
e colmi d’ira, mentre lo
scuoteva e gli dava qualche
scappellotto.
Non può non andare alla
fattoria, perché non c’è altro
posto al mondo che ami di
piúocheriescaaimmaginare
dipoteramaredipiú.Quanto
di complicato c’è nell’amore
per sua madre diventa
tutt’altro che complicato
nell’amore per la fattoria.
Eppure, per quel che riesce a
ricordare,inquestoamorec’è
sempre stata una punta di
sofferenza. Può andare in
visita alla fattoria, ma non
saràmaicapacediviverci.La
fattoria non è casa sua; lui
non sarà mai nient’altro che
unospite,unospiteadisagio.
Anche ora, giorno dopo
giorno, lui e la fattoria
percorrono strade diverse,
divergenti, che non li
avvicinano ma li separano
sempre di piú. Un giorno la
fattoria non ci sarà piú, sarà
perdutadeltutto;giàadessoè
addoloratoperquestaperdita.
La fattoria apparteneva a
suo nonno, ma dopo la sua
morteèpassataasuozioSon,
il fratello maggiore di suo
padre. Son era l’unico ad
avere
attitudine
per
l’agricoltura; gli altri fratelli e
sorelle erano fuggiti con fin
troppa impazienza in città
grandi e piccole. Nonostante
questo,ècomeselafattoriain
cui sono cresciuti fosse
ancoraloro.Cosíalmenouna
volta all’anno, talvolta anche
due, suo padre ritorna alla
fattoriaeloportaconsé.
La fattoria si chiama
Voëlfontein,la«fontanadegli
uccelli»; lui ne ama ogni
pietra, ogni cespuglio, ogni
filod’erba;amagliuccelliche
le danno il nome, gli uccelli
che, quando scende il
crepuscolo, si riuniscono a
migliaia sugli alberi intorno
alla fontana, lanciandosi
richiami,
mormorando,
arruffando
le
penne,
sistemandosi per la notte.
Non riesce a concepire che
un’altra persona possa amare
lafattoriaquantolui.Manon
può parlare del suo amore,
non solo perché la gente
normalenonparladicosedel
genere, ma anche perché
ammetterlo sarebbe un
tradimento nei confronti di
sua madre. Sarebbe un
tradimento non solo perché
lei pure è cresciuta in una
fattoria, una fattoria rivale in
una parte lontana del mondo
di cui parla con amore e
nostalgia ma dove non potrà
piú ritornare poiché la
proprietà è stata venduta a
degli estranei, ma anche
perché sua madre non è ben
accetta in questa fattoria, la
fattoriavera,Voëlfontein.
I motivi, lei non li ha mai
spiegati – cosa della quale,
tutto sommato, le è grato –,
ma a poco a poco è in grado
diricostruirelastoria.Perun
lungo periodo, durante la
guerra, sua madre ha vissuto
con i due figli in una camera
ammobiliatanellacittadinadi
Prince Albert, cercando di
sopravvivere con le sei
sterlinemensilichesuopadre
leinviavagrazieallasuapaga
di caporale semplice, cui si
aggiungevano le due sterline
delFondoIndigentistanziato
dal governatore generale. In
quelperiodonessunoliinvitò
mai alla fattoria, sebbene
fosse a sole due ore di
macchina. Conosce questa
parte della storia in quanto
persino suo padre, quando
tornòdallaguerra,siarrabbiò
evergognòmoltoperilmodo
incuieranostatitrattati.
Di Prince Albert lui
ricordasoltantoilronziodelle
zanzare nelle lunghe notti
torride, e sua madre che
andava avanti e indietro in
sottoveste,lapellecosparsadi
sudore, le gambe pesanti,
grosse, segnate dalle vene
varicose,cercandodicalmare
il fratellino appena nato che
piangeva sempre; e giorni di
noia spaventosa trascorsi
dietro le persiane chiuse per
trovare riparo dal sole.
Vivevano cosí, imprigionati,
troppo poveri per potersi
muovere, in attesa di un
invitochenonarrivava.
Le labbra di sua madre si
contraggono ancora, quando
si nomina la fattoria.
Nonostantequesto,quandovi
si recano per Natale, lei va
conloro.Inquell’occasionesi
riunisce l’intera famiglia
estesa. Ogni stanza è
disseminatadiletti,materassi
e brande, e persino il lungo
stoep: un Natale ne conta
ventisei. Per tutta la giornata
suaziaeleduedomestichesi
danno da fare nella cucina
piena di vapore, a cucinare,
infornare,preparareunpasto
dopo l’altro, e ancora tè o
caffè con fette di dolce a
rotazione continua, mentre
gliuominisiedonosullostoep
guardando pigramente il
Karoo
luccicante,
raccontandosi a vicenda
storiesuibeitempiandati.
Luibeveavidol’atmosfera,
beve la felice, disordinata
misceladiingleseeafrikaans,
che è la loro lingua comune
quando si riuniscono. Gli
piace quella lingua buffa,
danzante,conlesueparticelle
che scivolano qua e là nella
frase.Èpiúleggera,piúariosa
dell’afrikaans che studiano a
scuola,
appesantito
da
espressioniidiomatichechesi
ritiene provengano dal
volksmond, la «bocca della
gente», e invece sembra che
provengano soltanto dal
Grande Trek, espressioni
idiomatiche ottuse, prive di
senso, riguardanti carri,
bestiameefinimenti.
Durantelasuaprimavisita
alla fattoria, quando suo
nonno era ancora vivo, gli
animali da cortile dei suoi
libri di fiabe c’erano ancora
tutti: cavalli, asini, mucche e
vitellini, maiali, anatre, una
coloniadigallineconungallo
che cantava per salutare il
sole, capre e capri con la
barba.Poi,dopolamortedel
nonno, il cortile aveva
cominciato a perdere i suoi
abitanti, finché non erano
rimaste che le pecore.
Dapprima furono venduti i
cavalli, poi i porci vennero
trasformatiincarnedimaiale
(vide lo zio ammazzare
l’ultimo: il proiettile lo colpí
dietro l’orecchio: l’animale
grugní, scoreggiò forte e
crollò a terra, dapprima sulle
ginocchia, poi su un fianco,
tremando).Quindifulavolta
dellemuccheedelleanatre.
Tutto era successo per via
del prezzo della lana. I
giapponesi pagavano una
sterlinaperunalibbradilana:
era piú facile acquistare un
trattorechetenerecavalli,piú
facile prendere la nuova
Studebaker e andare a
Fraserburg Road a comprare
burro congelato e latte in
polvere che mungere una
vacca e sbattere la panna per
ricavare il burro. Solo le
pecore continuavano a essere
importanti, le pecore con il
lorovellod’oro.
Volendo, ci si potrebbe
liberare anche del peso della
coltivazione dei campi.
L’unica coltura che ancora
resiste è quella di erba
medica, caso mai i pascoli si
esaurissero e si dovesse
distribuire foraggio alle
pecore. Dei frutteti, rimane
soltanto un aranceto, che
anno dopo anno fornisce le
arancepiúdolci.
Quando, ristorati da un
pisolinopomeridiano,leziee
gliziisiriunisconosullostoep
aprendereiltèeaconversare,
talvolta discorrono dei bei
tempi andati. Rievocano il
padre, il «gentiluomo di
campagna» che possedeva
unacarrozzaeunapariglia,e
nelle terre sotto il bacino
coltivava granturco che lui
stesso trebbiava e macinava.
«Quelli sí che erano tempi»,
diconoconunsospiro.
Amano rievocare pieni di
nostalgia il passato, ma
nessunodilorovuoletornare
indietro.Luisí.Vorrebbeche
tuttofossecom’eraunavolta.
In un angolo dello stoep,
all’ombra della buganvillea, è
appesa una borraccia di tela.
Piú la giornata è calda piú
l’acqua è fresca, un miracolo
–comeilmiracolodellacarne
appesanelbuiodelladispensa
che non marcisce, come il
miracolo
delle
zucche
sistematesultettosottoilsole
cocente che rimangono
fresche.Allafattoria,aquanto
pare, la decomposizione non
sisacosasia.
L’acqua nella borraccia è
misteriosamente fresca, ma
luinonseneversamaipiúdi
una sorsata alla volta. È
orgoglioso di quanto beva
poco.Glitorneràutile,spera,
caso mai si perdesse nel veld.
Vorrebbe essere una creatura
del deserto, di quel deserto,
comeunalucertola.
Proprio sopra la fattoria
c’è un bacino chiuso da una
diga di pietra, di trentasei
metri quadri, alimentato da
una pompa azionata da un
generatore a vento, che
fornisceacquaperlacasaeil
giardino. In una giornata
torrida lui e il fratello vi
lanciano dentro una tinozza
di latta, vi si arrampicano
sopra come possono, e poi
remanoavantieindietrosulla
superficiedell’acqua.
Hapauradell’acqua;pensa
a quell’avventura come a un
mododisuperarelapaura.La
loro barca ballonzola in
mezzoalbacino.Raggidiluce
balenano dall’acqua screziata;
non c’è altro suono a parte il
friniredellecicale.Traluiela
mortec’èsolounsottilefoglio
di metallo. Nonostante
questo, si sente al sicuro,
talmente al sicuro che può
quasiappisolarsi.Allafattoria
ècosí:quinonpuòsuccedere
nulladimale.
Prima di allora è stato in
barca soltanto una volta,
quando aveva quattro anni.
Un uomo (chi? – cerca di
richiamarlo alla memoria ma
non ci riesce) li portò a fare
un giro in barca a remi sulla
laguna di Plettenberg Bay.
Doveva essere una piacevole
gita,mapertuttoiltempolui
erarimastoimmobile,congli
occhi fissi sulla riva lontana.
Soltanto una volta aveva
guardato oltre il bordo della
barca. Nelle profondità sotto
di loro ciuffi di alghe
increspavano languide le
acque. Era come aveva
temuto, e anche peggio; gli
giravalatesta.Soloquelleassi
fragili, che gemevano a ogni
colpo di remo come fossero
sul punto di spezzarsi,
impedivano che lui si
inabissasse e morisse. Si era
aggrappato forte e aveva
chiuso gli occhi, cercando di
combattere il panico dentro
dilui.
AVoëlfonteincisonodue
famiglie meticce, ognuna
delle quali ha una propria
casa. Vicino alla diga c’è
anchelacasa,orasenzatetto,
incuiuntempoabitavaOuta
Jaap. Outa Jaap viveva alla
fattoria prima di suo nonno;
luiseloricordasoltantocome
un uomo molto vecchio –
dalle pupille cieche, di un
bianco lattiginoso, con
gengive sdentate e mani
nodose –, seduto su una
panca al sole, da cui lo
avevano portato poco prima
che morisse forse perché lo
benedicesse, non ne è sicuro.
SebbeneoraOutaJaapnonci
sia piú, il suo nome viene
ancora pronunciato con
deferenza. Quando però
chiede cosa avesse di tanto
speciale, le risposte che gli
danno sono del tutto
ordinarie. Outa Jaap ha
vissuto ai tempi in cui non
c’erano ancora recinzioni a
prova di sciacallo, gli dicono,
quandoilpastorecheportava
le pecore in uno dei pascoli
piúlontanidovevarestarecon
loro a custodirle per intere
settimane.
Outa
Jaap
apparteneva
a
una
generazionescomparsa.Tutto
qua.
Nonostante ciò, crede di
capire cosa si celi dietro
queste parole. Outa Jaap
faceva parte della fattoria;
sebbene suo nonno l’avesse
comprata e ne fosse il
legittimo proprietario, Outa
Jaap era tutt’uno con essa, la
conosceva meglio, e sulle
pecore,sulveld,sultempone
sapeva piú di quanto mai ne
avrebbe saputo il nuovo
arrivato. Era per questo che
bisognavamostrarsideferenti;
èperquestochenoncisipuò
sbarazzare di Ros, il figlio di
OutaJaap,unuomoormaidi
mezzaetà,anchesenonèun
operaio
particolarmente
bravo, anche se è inaffidabile
etendeafarelecosemale.
È sottinteso che Ros vivrà
e morirà alla fattoria, e sarà
rimpiazzato da uno dei suoi
figli. Freek, l’altro operaio, è
piúgiovaneepienodienergie
diRos,capiscelecosealvolo
e si può contare su di lui.
Nonostantequesto,luinonfa
parte della fattoria: è
sottinteso che non resterà
necessariamentelí.
Arrivando alla fattoria da
Worcester,dovesembrachei
meticci debbano implorare
per avere ciò che ottengono
(«Asseblief my nooi! Asseblief
my basie!»), è sollevato nel
vederequantosianocorrettie
formaliirapportitrasuozioe
il volk. Ogni mattina suo zio
discuteconisuoidueuomini
i compiti della giornata. Non
dà loro nessun ordine. Si
limita a elencare le cose da
fare, una per una, come se
stessedisponendolecartesul
tavolo; gli uomini fanno
altrettanto.Ognitantoc’èuna
pausa, lunghi silenzi di
riflessione in cui non accade
nulla.
Poi
di
colpo,
misteriosamente,
tutto
quanto sembra sistemato: chi
andrà dove, chi farà cosa.
«Nouja, dan sal ons maar
loop, baas Sonnie!» Su,
cominciamo! Ros e Freek si
mettono il cappello e si
avvianoapassosvelto.
In cucina è lo stesso. Lí ci
lavorano due donne: Tryn, la
moglie di Ros, e Lientjie, la
figliacheRoshaavutodaun
altro matrimonio. Arrivano
all’ora di colazione e se ne
vannodopoilpranzo,ilpasto
principale della giornata,
quello che qui chiamano
«dinner». Lientjie è cosí
intimidita dagli estranei che
quandolerivolgonolaparola
nasconde la faccia e fa un
risolino. Ma se lui si ferma
sulla soglia della cucina sente
scorrere, tra sua zia e le due
donne,unflussosussurratodi
conversazione che ama
origliare:
i
sommessi,
rassicuranti pettegolezzi delle
donne, storie che passano di
orecchio in orecchio, finché
nonsololafattoriamaanche
FraserburgRoadelalocation
fuori del paese vengono
passateinrassegna,epoitutte
lealtrefattoriedellazona:una
soffice, bianca ragnatela di
pettegolezzi tessuta sul
passato e sul presente, una
ragnatela che in quello stesso
istante viene tessuta anche in
altrecucine,inquelladeiVan
Rensburg, in quella degli
Alberts,inquelladeiNigrini,
nelle varie cucine dei Botes:
chi sposerà chi, la suocera di
chidevefarsioperaredicosa,
il figlio di chi va bene a
scuola, la figlia di chi è nei
guai, chi è andato a trovare
chi, chi indossava cosa
quando.
Ma è con Ros e Freek che
ha piú a che fare. Freme di
curiosità per sapere che vita
conducono.
Portano
canottiere e mutande come i
bianchi? Hanno un letto
ciascuno? Dormono nudi,
con gli abiti da lavoro o si
mettono
il
pigiama?
Mangiano come si deve,
seduti a tavola, con coltello e
forchetta?
Non c’è modo di
rispondereaquestedomande,
poiché i parenti cercano di
dissuaderlodall’andareacasa
loro. Sarebbe maleducato, gli
dicono – maleducato perché
Ros e Freek ne sarebbero
imbarazzati.
Se non è imbarazzante il
fatto che la moglie e la figlia
di Ros lavorino lí in casa,
vorrebbe chiedere, preparino
da mangiare, facciano il
bucato e i letti, perché è
imbarazzante andarli a
trovareacasaloro?
Sembra
che
il
ragionamentofili,mac’èuna
pecca,losa.Poichélaveritàè
che è imbarazzante avere in
casa Tryn e Lientjie. Quando
passa accanto a Lientjie nel
corridoio, non gli va che lei
facciafintadiessereinvisibile,
mentreluidevefarefintache
lei non sia lí. Non gli va di
vedere Tryn inginocchiata
davanti al mastello che lava i
suoi vestiti. Non sa cosa
risponderle quando lei gli
rivolge la parola in terza
persona, chiamandolo «die
kleinbaas», «il padroncino»,
come se lui non fosse
presente. Tutto ciò è
profondamenteimbarazzante.
Con Ros e Freek è piú
facile. Ma anche con loro
deve costruire frasi tortuose
per evitare di dire «jy»
quando loro lo chiamano
«kleinbaas». Non sa se Freek
conta come uomo o come
ragazzo, se si comporta da
sciocco quando lo tratta da
uomo. Con i meticci in
generale, e con la gente del
Karoo in particolare, lui non
sa mai quando cessano di
essere dei bambini e
comincianoaessereuominie
donne. Sembra che accada in
modo assai rapido e
improvviso: un giorno sono
ancora lí che giocano, e il
giorno dopo vanno già a
lavorare con gli uomini,
oppure si ritrovano in
qualchecucinaalavarepiatti.
Freekèdolceeparlaavoce
bassa.Haunabiciclettaconle
gommegrosseeunachitarra;
la sera si siede davanti al suo
alloggio e suona la chitarra
per sé, con quel suo sorriso
distante.Ilsabatopomeriggio
monta in bicicletta e va fino
alla location di Fraserburg
Road, dove rimane fino alla
domenica sera, ritornando
quando ormai è calato da un
pezzo il buio: a chilometri di
distanzasivedelaminuscola,
tremulachiazzadiluce,ilfaro
della sua bicicletta. Gli pare
eroico andare in bicicletta
tanto lontano. Se glielo
permettessero,
gli
tributerebbe l’adorazione che
sihaperuneroe.
Freek è un operaio, riceve
una paga settimanale, si può
sempre dargli il preavviso di
licenziamento e cacciarlo via.
Nonostante questo, vedendo
Freek accovacciato con la
pipa in bocca, gli occhi fissi
sul veld, gli sembra che
appartengaaquestopostopiú
saldamente dei Coetzee – se
non a Voëlfontein, almeno al
Karoo. Il Karoo è la terra di
Freek, la sua casa; i Coetzee,
che prendono il tè e
spettegolano sullo stoep della
fattoria, sono come le
rondini, stagionali, oggi qui,
domani altrove, o addirittura
come
i
passeri,
che
cinguettano leggeri e hanno
vitabreve.
La cosa migliore, migliore
di tutte, alla fattoria è la
caccia. Suo zio ha solo un
fucile,unpesanteLee-Enfield
303 che spara un bossolo
troppo grande per qualsiasi
tipo di selvaggina (una volta
suopadrehaammazzatouna
lepre con quel fucile e non è
rimasto niente, solo brandelli
dicarnesanguinolenta).Cosí,
quando va alla fattoria,
devonoprendereaprestitoda
un vicino un vecchio fucile
calibro 22. Si carica con
un’unicacartuccia,introdotta
direttamente nella culatta;
certevolteilfucilefacileccae
luisiallontanaconunronzio
nelle orecchie che dura per
ore. Non riesce mai a colpire
niente, a parte qualche rana
nel bacino e i muisvoëls nel
frutteto.Eppurenonvivemai
piú intensamente come nelle
prime ore del mattino,
quando lui e il padre si
incamminano con i fucili
lungo il letto in secca del
Boesmansrivier in cerca di
selvaggina:antilopisteenboke
duiker, lepri, e, lungo gli
spogli pendii delle colline,
korhaan.
Ogni dicembre lui e suo
padre vanno a caccia alla
fattoria. Prendono il treno –
nonilTrans-KarooExpresso
l’Orange Express, per non
parlare del Blue Train, tutti
treni troppo costosi e che
comunque non si fermano a
FraserburgRoad–,ilnormale
treno passeggeri, quello che
ferma in tutte le stazioni,
anche le piú oscure, e che
certe volte deve infilarsi in
binari morti e aspettare che
gli espressi piú famosi siano
sfrecciati via. Lui ama questo
treno lento, ama dormire
rannicchiatosottolelenzuola
bianche fragranti e le coperte
blu
marin
distribuite
dall’inserviente,
ama
svegliarsi nella notte in
qualche silenziosa stazione in
mezzo al nulla, ascoltare il
sibilo del motore a riposo, il
clangore del martello con cui
il capotreno controlla le
ruote. E poi all’alba, quando
arrivano a Fraserburg Road,
zioSonèlíadattenderliconil
suo largo sorriso e il vecchio
feltro macchiato di petrolio;
fischiando tra i denti, lo
accoglie dicendo: «Jis-laaik,
maar jy word darem groot,
John!» Come sei diventato
grande!Poicaricanoibagagli
sulla Studebaker e partono
perillungotragitto.
Accetta senza discutere il
genere di caccia praticato a
Voëlfontein. Ammette che la
caccia è stata buona, se
riescono a stanare anche una
solalepreoaudireunpaiodi
korhaanchefannogargarismi
in lontananza. Ce n’è
abbastanza di cose da poter
raccontare ai parenti, i quali,
quando loro ritornano con il
sole ormai alto, sono riuniti
sullostoepaprendereilcaffè.
Il piú delle volte non hanno
nulla da riferire, proprio
nulla.
Non ha senso andare a
cacciaquandofamoltocaldo,
quando gli animali che
vogliono
ammazzare
sonnecchiano all’ombra. Ma
nel tardo pomeriggio, certe
volte, fanno un giro con la
Studebaker lungo le strade
della tenuta, con zio Son al
volante e suo padre accanto
conilfucileinmano,mentre
lui e Ros siedono sul
malandatosediledidietro.
DisolitotoccaaRossaltar
giú per aprire il cancello,
aspettare che la macchina sia
passata e quindi richiuderlo,
prima una parte, poi l’altra.
Ma, quando vanno a caccia,
aprire il cancello è un
privilegiosuo,mentreRossta
aguardareeapprova.
Sono alla ricerca del
favoloso paauw. Tuttavia,
dato che i paauw si vedono
soltanto una o due volte
all’anno – sono cosí rari,
infatti, che bisogna pagare
una multa di cinquanta
sterlinesesivienescoperti–,
si adattano a cacciare i
korhaan. Hanno portato con
sé Ros perché, essendo un
boscimano o quasi un
boscimano, si ritiene che
abbia
una
vista
straordinariamenteacuta.
EinfattièproprioRos,con
una botta sul tetto della
macchina, ad avvistare per
primo i korhaan: uccelli
grigiobruni grandi quanto
unapollastrachetrotterellano
tra i cespugli in coppia o a
gruppetti
di
tre.
La
Studebaker si ferma; suo
padre appoggia il fucile sul
finestrinoeprendelamira;il
colpo secco dello sparo
riecheggia nel veld. Certe
volte gli uccelli, allarmati,
prendono il volo; piú spesso
trotterellano via il piú
velocemente
possibile
facendo quel loro verso
caratteristico simile a un
gargarismo.Suopadrenonne
ammazza mai uno, cosí lui
non riesce mai a vederli
(«otarda del bush», dice il
dizionario afrikaans-inglese)
davicino.
In guerra suo padre era
artigliere; manovrava un
cannone
antiaereo
a
ripetizioneperabbattereaerei
tedeschieitaliani.Sichiedese
siamairiuscitoadabbatterne
uno:dicertononsenevanta
mai. Come ha fatto a
diventare artigliere? Non è
portato.Decidevanoacasole
mansioni da affidare a
ciascunsoldato?
Riescono
a
cacciare
qualcosa soltanto di notte, il
che,scoprepresto,èunacosa
dicuivergognarsi,dicuinon
cisidevevantare.Ilmetodoè
semplice. Dopo cena salgono
sulla Studebaker e zio Son li
porta, nel buio piú fitto,
attraverso i campi di erba
medica. A un certo punto si
ferma e accende i fari. A
nemmeno una trentina di
metriunosteenbooksenesta
impalato, le orecchie puntate
verso di loro, gli occhi
abbagliati che riflettono la
luce.–Skiet! – sibila suo zio.
Suo padre spara e l’antilope
cade.
Si dicono che è legittimo
cacciare in questo modo
perché le antilopi sono
animali nocivi, mangiano
l’erba medica che dovrebbe
andare alle pecore. Ma
quando vede come è piccola
l’antilope morta, non piú
grande di un barboncino, sa
che il ragionamento non
tiene.Vannoacacciadinotte
perché non sono abbastanza
bravi da riuscire a colpire
qualcosadigiorno.
D’altro canto, la carne di
cervo, marinata nell’aceto e
poi arrostita (lui osserva sua
zia mentre taglia la carne
scura e ci infila chiodi di
garofano e spicchi d’aglio), è
una delizia ancor piú della
carned’agnello;haunsapore
penetranteedèmorbida,cosí
morbida che si scioglie in
bocca.TuttonelKarooèuna
delizia, le pesche, i cocomeri,
le zucche, la carne di
montone, come se tutto ciò
che riesca a ricavare
nutrimento da quella terra
arida sia per ciò stesso
benedetto.
Non saranno mai dei
cacciatori famosi. E tuttavia
gli piace sentire il peso del
fucile in mano, il rumore dei
piedichecalpestanolasabbia
grigia del fiume, il silenzio
chescendepesantecomeuna
nube quando si fermano, e
sempreintornoaracchiuderli
il
paesaggio,
l’amato
paesaggioocraegrigioefulvo
everdeoliva.
L’ultimo giorno della
visita, come vuole il rituale,
può sparare tutte le cartucce
che gli rimangono contro un
barattolodilattasistematosu
un palo dello steccato. È una
situazione difficile. Il fucile
che gli hanno prestato non è
buono, lui non è bravo a
sparare. Con la famiglia che
guarda dallo stoep, spara i
suoi colpi senza riflettere,
fallendospessoilbersaglio.
Una mattina in cui è solo
lungo il letto del fiume a
caccia di muisvoël, il fucile
s’inceppa. Non riesce a
trovare il modo di togliere il
bossolo incastrato nella
culatta. Riporta il fucile a
casa, ma zio Son e suo padre
sononelveld.–ChiediaRos
o a Freek, – propone sua
madre. Va nella stalla a
cercare Freek; lui, però, non
vuole toccare il fucile. E lo
stesso accade con Ros,
quandolotrova.Sebbenenon
lo dicano chiaramente, pare
che abbiano un sacro terrore
dellearmi.Ecosínongliresta
cheaspettareilritornodisuo
zio, il quale tira fuori il
bossolo incastrato con il
coltellinoaserramanico.–Lo
avevochiestoaRoseaFreek,
– si lamenta, – ma loro non
hannovolutoaiutarmi–.Suo
zioscuotelatesta.–Nondevi
chiedergli di toccare le armi,
– dice. – Sanno che non
devonofarlo.
Non devono. Perché no?
Nessuno vuole dirglielo. Ma
luirimuginasulleparole«non
devono».Allafattorialesente
piú spesso che in qualsiasi
altroposto,piúspessoancora
che a Worcester. Mustn’t,
«non devono». Una parola
difficile da scrivere per via
della t muta nascosta nel
mezzo. «Non devi toccare
questo». «Non devi mangiare
quello». Sarebbe dunque
questoilprezzodapagare,se
smettessediandareascuolae
li implorasse di vivere lí alla
fattoria? Non fare domande,
obbedire a tutti i non devi,
faresoloquellocheglidicono
di fare? Sarebbe disposto a
mettersid’impegnoeapagare
quelprezzo?Nonc’èmododi
vivere nel Karoo – l’unico
posto al mondo dove
vorrebbe stare – come
vorrebbe vivere lui: senza far
partediunafamiglia?
La tenuta intorno alla
fattoria è enorme, al punto
che quando, nel corso delle
loro battute di caccia, lui e
suo padre arrivano a uno
steccato che taglia il letto di
un fiume, e suo padre
annuncia
che
hanno
raggiunto il confine tra
Voëlfontein e la tenuta
limitrofa, lui è colto alla
sprovvista.
Nella
sua
immaginazioneVoëlfonteinè
un regno a sé stante. Non
basterebbe una vita per
conoscerla tutta, conoscerne
ognipietraeognicespuglio.Il
tempononbastamaiquando
si ama un luogo con una
similevoracepassione.
Voëlfontein la conosce
meglio d’estate, quando si
distendepiattasottounaluce
uniforme, accecante, che si
riversa giú dal cielo. Eppure
Voëlfontein ha anche i suoi
misteri, misteri che non
appartengono alla notte e
all’ombra, ma ai pomeriggi
torridi, quando i miraggi
danzano all’orizzonte e l’aria
stessaglicantanelleorecchie.
Allora, quando tutti gli altri
sono appisolati, storditi dalla
calura, lui esce di casa in
punta di piedi e s’inerpica su
perlacollinafinoallabirinto
dikraalsdaimurettidipietra,
cherisalgonoaltempoincui
le pecore venivano condotte
qui a migliaia dal veld per
esserecontateotosateoppure
sottoposte a bagno medicato.
I muretti dei kraals hanno
uno spessore di sessanta
centimetri e sono piú alti di
lui; sono fatti di piatte pietre
grigioazzurre, ciascuna delle
qualièstatatrascinataafatica
lí da un carro trainato da un
asino. Cerca di figurarsi le
greggi di pecore, ora tutte
morte e scomparse, che
devono aver trovato riparo
dal sole a ridosso di quei
muri. Cerca di figurarsi
Voëlfontein come doveva
esserequandolagrandecasa,
gli annessi e i kraals erano
ancora in costruzione: un
luogo di lavoro paziente, da
formiche, anno dopo anno.
Ora gli sciacalli che
predavanolegreggisonostati
sterminati,ammazzatiacolpi
d’armadafuocooavvelenati,
e i kraals, inutilizzati, stanno
andandoinrovina.
I muretti dei kraals si
allungano disordinatamente
perchilometrilungoilpendio
della collina. Qui non cresce
nulla: la terra, battuta sino a
renderla piatta, è stata uccisa
per sempre, e lui non sa
come:èmacchiata,sofferente,
giallastra. Una volta al di là
deimuretti,ètagliatofuorida
tutto tranne che da cielo. Lo
hanno messo in guardia
dall’andare lí per via dei
serpenti, perché se gridasse
aiutonessunolosentirebbe.I
serpenti, lo hanno messo in
guardia, fanno bagordi in
pomeriggitorridicomequelli:
escono dai loro nidi – cobra
sputaveleno, vipere soffianti,
skaapsteker – per crogiolarsi
al sole, scaldare il proprio
sanguefreddo.
Non ha mai visto serpenti
neikraals;nonostanteciò,sta
bene attento a dove mette i
piedi.
Freek si imbatte in uno
skaapsteker dietro la cucina,
dove le donne appendono il
bucato.
Lo
ammazza
colpendoloripetutamentecon
un bastone e ne stende il
lungo corpo giallo su un
cespuglio. Per settimane le
donnenonsiavvicineranno.I
serpentisisposanoperlavita,
dice Tryn; quando si
ammazzailmaschio,arrivala
femminaincercadivendetta.
Laprimavera,settembre,è
il periodo migliore per
visitare il Karoo, anche se le
vacanze scolastiche durano
soltanto una settimana. Una
volta, a settembre, sono alla
fattoria quando vengono i
tosatori. Appaiono dal nulla,
selvaggi che giungono in
bicicletta, carichi di sacchi a
pelo,pentoleepadelle.
I tosatori, scopre, sono
gente speciale. Quando
calano su una fattoria,
portano
fortuna.
Per
trattenerveli, si sceglie un
grosso hamel, un montone
castrato, e lo si macella. I
tosatori prendono possesso
della stalla vecchia, che
trasformano nel loro quartier
generale.Unfuocodibivacco
rimane acceso fino a tarda
notte
mentre
loro
banchettano.
Ascolta
una
lunga
discussione tra zio Son e il
lorocapo,unuomocosínero
e di aspetto cosí feroce che
potrebbe quasi essere un
nativo, con una barbetta
appuntitaecalzonisorrettida
un pezzo di corda. Parlano
del tempo, dello stato dei
pascoli nella zona di Prince
Albert,nellazonadiBeaufort,
nella zona di Fraserburg, del
pagamento.
L’afrikaans
parlato dai tosatori è cosí
denso, cosí pieno di frasi
idiomatiche singolari, che lo
capisce a stento. Da dove
vengono? C’è una terra
ancora piú profonda della
terra di Voëlfontein, una
regione nel cuore del mondo
ancorapiúrecondita?
Ilmattinoseguente,un’ora
prima
dell’alba,
viene
svegliato dal rumore degli
zoccolidelleprimegreggiche
passano davanti alla fattoria
peressererinchiuseneikraals
accanto alla baracca dove
avviene la tosatura. La casa
comincia a risvegliarsi. C’è
trambusto in cucina, e odore
dicaffè.Conleprimelucidel
giorno è già fuori, vestito,
troppo eccitato per riuscire a
mangiare.
Gli affidano un compito.
Gli danno un gotto di latta
pieno di fagioli secchi. Ogni
voltacheuntosatorehafinito
con una pecora e la lascia
andare con una pacca sulla
groppa, lanciando la pelliccia
sul tavolo della cernita, e la
pecora – rosea, nuda e
sanguinante nel punto in cui
la tosatrice l’ha pizzicata –
trotterella nervosamente nel
secondorecinto,ebbene,ogni
voltailtosatorepuòprendere
unfagiolodalgotto,cosache
faconuncennodelcapoeun
cortese:«Mybasie!»
Quando è stanco di
reggere il gotto (i tosatori
possono prenderli da sé, i
fagioli; sono cresciuti in
campagna,
non
sanno
nemmeno cos’è la disonestà),
assieme al fratello dà una
mano a preparare le balle,
saltando su e giú sulla massa
di lana spessa, calda e oleosa.
C’è anche sua cugina Agnes,
in visita da Skipperskloof. Si
unisce a loro con la sorella;
ruzzolano uno sull’altro,
ridacchiando e facendo
capriole come in un enorme
lettodipiume.
Agnes occupa un posto
nellasuavitacheancoranon
comprende. La prima volta
che ha posato gli occhi su di
lei aveva sette anni. Invitati a
Skipperskloof, erano arrivati
unpomeriggiosultardidopo
un lungo viaggio in treno.
Nubi solcavano il cielo, nel
solenonc’eracalore.Sottola
freddaluceinvernaleilveldsi
allungava in un profondo
azzurro rossiccio senza
traccia di verde. Persino la
fattoria
pareva
poco
accogliente: un austero
rettangolo bianco con un
tetto spiovente di zinco. Non
assomigliava in nulla a
Voëlfontein; avrebbe voluto
nonesserelí.
Agnes,diqualchemesepiú
grande di lui, era stata
incaricata
di
fargli
compagnia. Lo portò a fare
una passeggiata nel veld. Era
scalza;
non
possedeva
nemmeno un paio di scarpe.
Ben presto non videro piú la
casa,eranoinmezzoalnulla.
Cominciarono
a
chiacchierare. Lei aveva i
codinielasblesa,cosachegli
piacque. Lui perse il suo
riserbo. Mentre parlava,
dimenticò che in che lingua
stava parlando: i pensieri
semplicemente
si
trasformavano in parole
dentro di lui, in parole
trasparenti.
Non ricorda piú ciò che
disse ad Agnes quel
pomeriggio.Maledissetutto,
tutto ciò che faceva, tutto ciò
che sapeva, tutto ciò che
sperava.Leiascoltòognicosa
in silenzio. Persino mentre
stava ancora parlando sapeva
che quel giorno era speciale
perchéc’eralei.
Ilsolecominciòacalare,di
un infuocato cremisi seppur
gelido.Lenubisioscurarono,
il vento si fece piú tagliente,
penetrandogli attraverso i
vestiti. Agnes indossava solo
un leggero abito di cotone;
aveva i piedi lividi per il
freddo.
– Dove siete stati? Che
cosaavetefatto?–chieserogli
adulti al loro ritorno. – Niks
nie,–risposeAgnes.Niente.
Qui a Voëlfontein Agnes
nonhailpermessodiandare
a caccia, ma è libera di
aggirarsiperilveldassiemea
lui e di acchiappare rane nel
grandebacino.Stareconleiè
diverso che stare con i suoi
compagnidiscuola.Elacosa
ha a che vedere con la sua
delicatezza,
la
sua
disponibilità ad ascoltare, ma
anche con le sue magre
gambebrune,ipiediscalzi,il
modoincuidanzadisassoin
sasso. Lui è intelligente, è il
primodellaclasse;puredilei
si dice che sia intelligente;
vanno in giro parlando di
cosechefarebberoscuoterela
testa agli adulti: se l’universo
ha avuto un principio; che
cosa c’è oltre Plutone, il
pianeta tenebroso; dov’è Dio,
seesiste.
Come mai riesce a parlare
con tanta facilità con Agnes?
Perché è una femmina? A
tutto ciò che lui le dice
sembra rispondere senza
alcuna riserva, con dolcezza,
con disponibilità. È una
cuginadiprimogrado,quindi
non possono né innamorarsi
nésposarsi.Inuncertosenso,
èunsollievo:èliberodiessere
suo amico, di aprirle il suo
cuore. Ma è comunque
innamorato di lei? È questo
l’amore – questa disinvolta
generosità, questa sensazione
diesserecapiti,finalmente,di
nondoverfingere?
Per tutta la giornata e per
tutto il giorno successivo i
tosatori lavorano fermandosi
appena per mangiare, si
sfidano l’un l’altro a
dimostrarechièilpiúveloce.
La sera del secondo giorno il
lavoro è finito, ogni pecora
della fattoria è ormai tosata.
ZioSonportafuoriunaborsa
di tela piena di banconote e
monete, e paga ogni tosatore
in base al numero di fagioli.
Poi viene acceso ancora un
fuoco, si fa ancora un
banchetto.
Il
mattino
seguentesenesonogiàandati
e la fattoria può tornare alle
sueabitudiniantiche,lente.
Le balle di lana sono cosí
tante che inondano la
baracca.ZioSonpassadauna
all’altra con uno stampino e
un tampone, apponendo su
ciascunailsuonome,ilnome
della fattoria, la sigla del tipo
dilana.Qualchegiornodopo
viene un camion enorme
(comehafattoadattraversare
il letto sabbioso del
Boesmansrivier, dove si
impantanano persino le
macchine?)eleballevengono
caricateeportatevia.
Tutto ciò succede ogni
anno. Ogni anno arrivano i
tosatori,ogniannoc’èquesta
avventura
e
questa
eccitazione. Non finirà mai;
non c’è motivo che finisca,
fintanto che gli anni si
avvicenderanno.
La parola segreta e sacra
chelolegaallafattoriaèparte.
Fuori, nel veld, da solo, può
pronunciarla forte: «Io faccio
partedellafattoria».Quelche
crede veramente ma non osa
dire,quelchetienepersé,nel
timore che l’incantesimo
possa svanire, è un uso
diverso di quella parola: io
sonopartedellafattoria.
Non lo confida a nessuno
perché
quell’espressione
molto
spesso
viene
equivocata, intesa come io
appartengo alla fattoria e
dunque
molto
spesso
trasformatanelsuocontrario:
lafattoriaappartieneame.La
fattoria non gli apparterrà
mai, lui non sarà mai
nient’altro che un visitatore:
lo sa e lo accetta. Il pensiero
di
vivere
davvero
a
Voëlfontein, di chiamare la
grande, vecchia casa «casa
sua», di non dover piú
chiedere il permesso di fare
ciò che vuole gli fa venire il
capogiro; lo scaccia via. Io
sonopartedellafattoria:oltre
non è disposto a spingersi,
anche nell’intimo del suo
cuore.Manell’intimodelsuo
cuore sa ciò che la fattoria, a
modo suo, sa anche:
Voëlfonteinnonappartienea
nessuno. La fattoria è piú
grandediciascunodiloro.La
fattoria esiste di eternità in
eternità. Quando saranno
tuttimorti,quandopersinola
fattoria sarà diroccata come i
kraals lungo il pendio della
collina,lafattoriasaràancora
lí.
Unavoltanelveld,lontano
dallacasa,sichinaesisfregai
palmidellemaninellapolvere
come se se le lavasse. È un
rito. Sta compiendo un rito.
Nonsaancorachesignificato
ha,maèsollevatoalpensiero
che nessuno può vederlo e
riferire.
Esserepartedellafattoriaè
il suo destino segreto, un
destinochenonsièsceltoma
che accetta di buon grado.
L’altro suo segreto è che,
sebbene lotti accanitamente,
lui è ancora parte di sua
madre.Nonglisfuggeilfatto
chequestedueschiavitúsono
in conflitto tra loro. Né gli
sfugge che alla fattoria la
presadisuamadresudiluiè
tutt’altro che salda. Incapace,
inquantodonna,diandarea
caccia, incapace persino di
andare in giro nel veld, qui è
insvantaggio.
Ha due madri. È nato due
volte: dalla donna e dalla
fattoria. Due madri e nessun
padre.
A
nemmeno
un
chilometro dalla fattoria la
strada si divide in due, a
sinistra si va a Merweville, a
destra a Fraserburg. Al bivio
c’è il cimitero, un lotto di
terreno recintato con un
cancello. La lapide di suo
nonno domina il cimitero;
raggruppate tutt’intorno c’è
una dozzina di altre tombe,
piú basse e semplici, con
lapididiardesia,alcuneconil
nome e le date incise sopra,
altresenzaunasolaparola.
Suo nonno è l’unico
Coetzeeinquelluogo,l’unico
che è morto da quando la
fattoria è diventata proprietà
della famiglia. È qui che è
finito, l’uomo che aveva
cominciatocomeambulantea
Piketberg, che poi aveva
aperto un negozio a
Laingsburg ed era diventato
sindaco, che poi aveva
comprato
l’albergo
a
Fraserburg Road. Giace
sepolto qui, ma la fattoria è
ancora sua. I suoi figli ci
sgambettano come nani, e
cosípureisuoinipoti,nanidi
nani.
Dall’altrapartedellastrada
c’è un altro cimitero, non
recintato, dove alcuni tumuli
sono stati cosí deteriorati
dalle intemperie che sono
stati riassorbiti dalla terra.
Qui giacciono sepolti i
domestici e gli operai della
fattoria, fino a Outa Jaap e
ancorapiúindietro.Lepoche
lapidi in piedi sono senza
nome né date. Eppure qui
provapiútimorereverenziale
chetralegenerazionidiBotes
raggruppate intorno a suo
nonno. Un sentimento che
nonhanullaachevederecon
glispiriti.NessunonelKaroo
crede agli spiriti. Qualunque
cosa muoia qui, muore una
volta per tutte: della carne si
impadroniscono le formiche,
leossavengonosbiancatedal
sole, e questo è quanto.
Eppure tra queste tombe lui
avanza nervosamente. Dalla
terra giunge un silenzio
profondo, cosí profondo che
potrebbe quasi essere un
ronzio.
Quando muore, vuole
essere sepolto alla fattoria. Se
non glielo permetteranno,
allora dovranno cremarlo e
spargerelesueceneriqui.
L’altro luogo in cui ogni
annosirecainpellegrinaggio
è Bloemhof, dove c’era la
prima fattoria. Ora non è
rimasto niente se non le
fondamenta,chenonsonodi
nessun interesse. Davanti
c’eraunbacinoalimentatoda
una sorgente sotterranea, che
si è prosciugata tanto tempo
fa. Non c’è piú traccia del
giardino e del frutteto di un
tempo. Ma, accanto alla
sorgente, c’è una gigantesca
palma solitaria che spunta
dalla nuda terra. Nel fusto le
api hanno fatto un nido,
piccole api nere e feroci. Il
tronco è annerito dal fumo
dei fuochi che la gente ha
acceso nel corso degli anni
perderubareleapidelmiele;
eppureleapicisonosempre,
e raccolgono il nettare chissà
dove in questo paesaggio
riarso,grigio.
Glipiacerebbecheleapisi
rendessero conto che lui,
quando va a trovarle, non ha
secondi fini, non intende
derubarlebensíporgereloroi
proprisaluti,ipropriomaggi.
Però, mentre si avvicina alla
palma, le api cominciano a
ronzare
minacciose;
le
staffettesciamanosudiluiin
segno di ammonimento; una
volta
deve
addirittura
scappare
via,
correre
coprendosid’ignominiaperil
veld inseguito dallo sciame,
allontanandosi a zigzag e
agitando le braccia, grato del
fattochenoncisianessunoa
vederloeariderglidietro.
Tutti i venerdí si macella
una pecora per la gente che
viveallafattoria.VaconRose
zio Son a scegliere quella
destinata a morire; poi
rimane a guardare mentre,
nel macello dietro la baracca,
lontano dalla casa, Freek le
tiene le zampe intanto che
Ros, con il suo coltellino a
serramanico
dall’aspetto
innocuo, le taglia la gola,
quindi i due uomini la
tengono stretta mentre
l’animale scalcia e si dimena
tossendo e dissanguandosi.
Continua a guardare mentre
Ros scuoia il corpo ancora
caldoeappendelacarcassaal
lillà, quindi la squarta ed
estraeleinteriorachedepone
in un catino: il grande
stomacoazzurropienod’erba,
gli intestini (dalle budella
strizza fuori gli ultimi
escrementideiqualilapecora
non ha avuto il tempo di
liberarsi), il cuore, il fegato, i
reni – tutte le cose che una
pecorahadentroecheanche
luihadentro.
Ros usa lo stesso coltello
per castrare gli agnelli.
Rimane a guardare anche
quello. Gli agnellini e le loro
madri vengono raggruppati e
rinchiusi in un recinto. Poi
Ros passa in mezzo a loro,
afferrando gli agnelli per la
zampa posteriore, a uno a
uno, premendoli a terra
mentre
loro
belano
terrorizzati,
un
gemito
disperato dopo l’altro, e
praticando un taglio nello
scroto. Poi abbassa la testa,
afferraitesticolitraidentieli
strappa. Sembrano due
piccole meduse con quella
loro scia di vasi sanguigni
rossieblu.
Ros taglia via anche la
coda,giàchec’è,elagettada
parte lasciando al suo posto
unmoncherinosanguinante.
Con le sue gambe corte, i
calzoni sformati, smessi da
altri, tagliati sotto al
ginocchio, le scarpe fatte in
casa e il logoro cappello di
feltro, Ros si trascina
stancamente per il recinto
comeunclown,scegliendogli
agnelli, castrandoli senza
pietà.
Al
termine
dell’operazione gli agnelli si
stringono,
dolenti
e
insanguinati, alle madri che
nulla hanno fatto per
proteggerli. Ros ripiega il
coltello a serramanico. Il
lavoro è fatto; sulle labbra ha
unsorrisinotirato.
Nonc’èmododiparlaredi
ciò che ha visto. – Perché
bisogna tagliare la coda agli
agnelli?–chiedeasuamadre.
–Perchésenoimosconicisi
infilerebbero
sotto
per
riprodursi, – risponde lei.
Fannofintatuttiedue;tuttie
duesannoacosasiriferiscein
realtàladomanda.
UnavoltaRosglipermette
di reggere il coltello a
serramanico,glimostracome
tagli facilmente un capello. Il
capellononsipiega,sidivide
induenonappenalalamalo
sfiora. Ros lo affila ogni
giorno, sputando sulla cote e
strofinandoci sopra avanti e
indietro la lama, con un
movimento leggero, rilassato.
Con tutto quell’affilare e
tagliare e affilare di nuovo,
gran parte della lama si è
ormai consumata, cosí che
rimanesoltantounascheggia.
Lostessoèperlavanga:lausa
da tanto tempo, l’ha affilata
cosí tanto, che rimangono
solo pochi centimetri di
acciaio;
il
legno
dell’impugnatura è liscio e
anneritodaannidisudore.
– Non dovresti restare a
guardare,–dicesuamadreun
venerdí.
–Perché?
–Nondovrestiebasta.
–Invecesí.
E si allontana a guardare
Ros che fissa la pelle con dei
paletti e la spruzza di
salgemma.
Gli piace guardare Ros,
Freek e suo zio quando sono
al lavoro. Per approfittare
deglialtiprezzidellalana,Son
vorrebbe avere piú pecore.
Ma dopo anni di piogge
scarseilveldèundeserto,con
l’erbaeicespuglibruciatifino
allaradice.Perciòsirisolvedi
recintare
la
tenuta
suddividendola in lotti piú
piccoli cosí che le pecore
possano essere spostate di
lotto in lotto dando cosí al
veld la possibilità di
rigenerarsi. Esce ogni giorno
conRoseFreekperinfilarei
pali degli steccati nella terra
dura come pietra, sistemare
metri di filo spinato, facendo
inmodochesiatesocomela
cordadiunarco,efissarlo.
Zio Son lo tratta sempre
congentilezza,etuttaviasadi
non piacergli piú di tanto.
Come fa a saperlo? Dal
disagiochescorgenegliocchi
diSonquandoluiglièvicino,
dal tono forzato della sua
voce. Se gli piacesse
veramente, Son sarebbe
spontaneo e disinvolto com’è
con Ros e Freek. Invece sta
sempre attento a parlargli in
inglese, anche se lui gli
risponde in afrikaans. È
diventata una questione di
onore per entrambi; non
sanno come uscire da quella
trappola.
Dice a se stesso che in
quell’antipatia non c’è nulla
dipersonale,èsoloperchélui,
il figlio del fratello minore di
Son,èpiúgrandedelfigliodi
Son,cheèancoraunlattante.
Matemechelacosavadapiú
in profondità, che Son lo
disapprovi per via del fatto
che è tanto devoto a sua
madre, l’intrusa, anziché a
suo padre; e anche perché
nonèfranco,onesto,sincero.
SepotessesceglieretraSon
e suo padre, sceglierebbe
comepadreSon,ancheseciò
vorrebbe dire diventare
irrimediabilmente afrikaner e
passare gli anni nel
purgatorio di un collegio
afrikaner,cometuttiiragazzi
di campagna, prima di avere
il permesso di ritornare alla
fattoria.
Forse è questa la ragione
piúprofondapercuiSonnon
hasimpatiaperlui:avvertela
pretesa oscura di questo
bambinosingolareelarifiuta,
come un uomo che si scuota
didossounneonatocheglisi
aggrappi.
Osserva
Son
in
continuazione, ne ammira
l’abilità con cui fa ogni cosa,
dalcurareunanimalemalato
al riparare una pompa
azionata da un generatore a
vento. È affascinato, in
particolare, dalla conoscenza
che ha delle pecore.
Guardandounapecora,Sonè
in grado di dirne non solo
l’età e la provenienza, non
solochetipodilanadarà,ma
anche che sapore avrà ogni
parte del suo corpo. È in
grado di scegliere una pecora
da macellare valutando se ha
le costolette giuste per essere
cucinata alla griglia o i cosci
giustiperesserearrostita.
Gli piace la carne. A
mezzogiorno aspetta con
ansia il tintinnio della
campanella e l’enorme pasto
che annuncia: piatti di patate
arrosto, riso giallo con
l’uvetta,patatedolciconsalsa
di caramello, zucca con
zucchero di canna e tocchetti
di pane morbido, fagioli in
agrodolce,
insalata
di
barbabietola rossa, e, al
centro, al posto d’onore, un
gran vassoio di carne di
montone con tanto intingolo
da versarci sopra. Eppure,
dopoavervistoRosmacellare
le pecore, non gli va piú di
toccare la carne cruda. Al
ritornoaWorcesterpreferisce
non andare dal macellaio. È
disgustato dalla disinvoltura
concuiilmacellaiosbatteun
pezzo di carne sul banco, lo
affetta,loavvolgeinunfoglio
di carta da pacco e ci scrive
soprailprezzo.Quandosente
lo stridio della sega a nastro
che taglia l’osso, vorrebbe
tapparsi le orecchie. Non gli
faeffettoguardareilfegato,la
cuifunzionenelcorpoèvaga,
ma distoglie gli occhi alla
vista dei cuori esposti in
vetrina, e in particolare alla
vista dei vassoi colmi di
frattaglie. Anche alla fattoria
si rifiuta di mangiare le
frattaglie, sebbene siano
considerateunaprelibatezza.
Non capisce perché le
pecore accettino il loro
destino, perché non si
ribellinomaiinvecediandare
mansueteincontroallamorte.
Se le antilopi sanno che non
c’ènientedipeggioalmondo
che cadere nelle mani
dell’uomo, e lottano fino
all’ultimo respiro per fuggire,
perché le pecore sono cosí
stupide? Sono animali, dopo
tutto, hanno i sensi fini degli
animali:perchénonodonogli
ultimi belati della vittima
dietro la baracca, non ne
fiutano il sangue e se ne
ricordano?
Certe volte, quando è in
mezzoallepecore–quandole
riuniscono per sottoporle al
bagnomedicatoelechiudono
in un recinto angusto dal
quale non possono scappare
–, vorrebbe sussurrare loro
qualcosa, avvertirle di quel
cheleaspetta.Mapoineiloro
occhigiallicoglieunbarlume
diqualcosachelocostringeal
silenzio: la rassegnazione, il
presentimentononsolodiciò
che accade alle pecore dietro
la baracca per mano di Ros,
maanchediciòcheleattende
al termine del lungo viaggio,
consumato nella sete, verso
Città del Capo, a bordo del
camion. Sanno ogni cosa, fin
neiminimidettagli,etuttavia
non oppongono resistenza.
Hanno calcolato il costo e
sono pronte a pagarlo – il
costo di essere sulla terra, il
costodiesserevive.
Dodici.
AWorcestersoffiasempre
il vento, sottile e freddo
d’inverno, caldo e secco
d’estate.
Dopo
un’ora
all’apertocisiritrovaconuna
finepolvererossatraicapelli,
nelleorecchie,sullalingua.
È sano, pieno di vita e di
energia, eppure, a quanto
pare,hasempreilraffreddore.
La mattina si sveglia con il
mal di gola, gli occhi rossi,
non riesce a smettere di
starnutire, la temperatura
corporea sale alle stelle e poi
scendedicolpo.–Stomale,–
dice a sua madre con voce
roca. Lei gli mette il dorso
della mano sulla fronte. –
Allora devi assolutamente
starealetto,–sospira.
C’è un momento ancora
piú difficile da affrontare, il
momento in cui suo padre
dice: – Dov’è John? – e sua
madre dice: – Sta male, – e
suo padre sbuffa e dice: –
Finge un’altra volta –. Lui se
ne rimane buono buono
finchésuopadreesuofratello
non sono usciti, quindi può
finalmente dedicarsi a una
giornatadilettura.
Legge assorto e a grande
velocità. Quando sta male,
sua madre è costretta ad
andareinbibliotecaduevolte
alla settimana a prendergli i
libri: due con la propria
tessera e altri due con la sua.
Lui non ci va mai, in
biblioteca,
per
evitare
eventuali domande della
bibliotecaria al momento in
cuileportailibridatimbrare.
Sa che per diventare un
grande uomo dovrebbe
leggere libri seri. Dovrebbe
fare come Abramo Lincoln o
James Watt, studiare a lume
di candela mentre tutti
dormono, imparare da solo
latino, greco e saperne di
astronomia.
Non
ha
rinunciato all’idea di essere
un grande uomo; si
ripromettedidedicarsipresto
alle letture serie, ma per il
momento vuole leggere
soltantostorie.
Legge tutti i racconti del
mistero di Enid Blyton, tutte
le storie che hanno come
protagonisti i fratelli Hardy e
le avventure di Biggles. Ma i
suoilibripreferitisonoquelli
di P. C. Wren sulla Legione
Straniera francese. – Chi è lo
scrittore piú grande del
mondo?–chiedeasuopadre.
–Shakespeare,–rispondelui.
– Perché non P. C. Wren? –
chiede. Suo padre non lo ha
letto e, benché sia stato
soldato,
non
sembra
interessato a farlo. – P. C.
Wren ha scritto quarantasei
libri. Quanti ne ha scritti
Shakespeare? – chiede con
aria di sfida, e comincia a
elencare titoli. – Aah! – dice
suopadrespazientito,comea
voler liquidare l’argomento,
manonsarispondergli.
Se a suo padre piace
Shakespeare,
allora
Shakespeare dev’essere un
cattivo scrittore, decide.
Nonostante questo, comincia
a leggerlo nell’edizione
ingiallita dai bordi slabbrati
ereditata dal padre, che deve
valere molti soldi perché è
vecchia, cercando di capire
per quale ragione la gente
dice che Shakespeare è
grande.LeggeTitoAndronico
perviadelnomeromano,poi
Coriolano, saltando i lunghi
discorsi, cosí come salta le
descrizioni della natura nei
libricheprendeinbiblioteca.
Oltre a Shakespeare, suo
padre possiede le poesie di
Wordsworth e le poesie di
Keats. Sua madre quelle di
Rupert Brooke. I libri di
poesia hanno un posto
d’onore sulla mensola del
caminoinsoggiorno,accanto
a Shakespeare, alla Storia di
San Michele in un cofanetto
di pelle e a un libro di A. J.
Croninsuundottore.Perben
due volte cerca di leggere La
storia di San Michele ma si
annoia. Non riesce mai a
capire chi è Axel Munthe, se
lastoriaèveraoinventata,se
siparladiunaragazzaodiun
posto.
Una volta suo padre entra
in camera sua con il libro di
Wordsworth. – Dovresti
leggere queste, – dice,
indicandogli le poesie che ha
contrassegnato a matita.
Qualche giorno dopo ritorna
per parlare con lui delle
poesie. «La scrosciante
cascata era per me come un
incubo» 1, cita suo padre. – È
grandioso, non pensi? – Lui
borbottaqualcosa,sirifiutadi
guardare suo padre negli
occhi, si rifiuta di giocare a
quel gioco. Ben presto suo
padrecirinuncia.
Non gli spiace mostrarsi
tanto scortese. Non riesce a
capire cosa c’entri la poesia
conlavitadisuopadre;hail
sospetto che sia tutta una
finzione. Quando sua madre
raccontachepersottrarsiagli
sfottò delle sorelle doveva
prendere
il
libro
e
nascondersi in solaio, lui le
crede. Ma non riesce a
figurarsi suo padre, che oggi
legge soltanto il giornale,
leggere, da ragazzo, poesie.
Suo padre, a quell’età, lo
immaginasemplicementeche
scherza, ride e fuma dietro i
cespugli.
Guarda suo padre leggere
il giornale. Legge in fretta,
nervoso, sfogliando le pagine
come fosse alla ricerca di
qualcosa che non c’è,
facendole
schioccare
e
colpendoleconilpalmodella
manomentrelegira.Quando
ha finito di leggerlo, lo piega
riducendolo a un piccolo
riquadro e fa le parole
crociate.
Anche sua madre ha una
venerazione per Shakespeare.
Pensa che Macbeth sia il suo
dramma piú grande. «Se
qualcosa potesse intrappolare
le conseguenze, – farfuglia, e
si interrompe di colpo, – e
portareconlasuaesecuzione
il successo, – continua
annuendo per mantenere il
ritmo, – tutti i profumi
d’Arabia non sarebbero in
gradodilavarequestapiccola
mano» 2,aggiunge.Macbethè
il dramma che ha studiato a
scuola; l’insegnante rimaneva
dietro di lei pizzicandole il
braccio finché non aveva
finito di recitare il brano.
«Kom nou, Vera!» diceva –
Su, dài! – pizzicandola, e lei
tirava fuori qualche altra
parola.
Quel che non capisce di
sua madre è come mai,
sebbene sia tanto stupida da
nonriuscireadaiutarloafare
i
compiti
di
quarta
elementare, il suo inglese sia
perfetto, soprattutto quando
scrive. Usa le parole con
esattezza, padroneggia la
grammatica
in
modo
impeccabile. Si muove a suo
agionellalingua,èuncampo
nel
quale
non
ha
tentennamenti. Come è stato
possibile? Suo padre era Piet
Wehmeyer,portavaunbanale
nomeafrikaner.Sull’albumdi
fotografie, con la camicia
senza colletto e il cappello a
tesa larga, sembra un
contadino qualsiasi. Nella
zona di Uniondale dove
vivevano non c’erano inglesi;
tutti i vicini parevano
chiamarsi Zondagh. Sua
madreeranataMarieduBiel,
figlia di genitori tedeschi,
senzanemmenounagocciadi
sangue inglese nelle vene.
Eppure, quando ha avuto
figli,hadatoloronomiinglesi
– Roland, Winifred, Ellen,
Vera, Norman, Lancelot – e
conloroparlavainglese.Dove
lo avevano imparato, lei e
Piet?
L’inglese di suo padre è
quasi altrettanto buono,
sebbene il suo accento abbia
piúdiunatracciadiafrikaans
e per dire «trenta» dica
«thutty» anziché «thirty».
Tutte le volte che fa i
cruciverba suo padre sfoglia
l’edizione
tascabile
dell’Oxford
English
Dictionary.Esembracheogni
parola del dizionario gli sia
almeno vagamente familiare,
e cosí pure ogni frase
idiomatica.Pronuncialefrasi
idiomatiche piú assurde con
grande entusiasmo, come a
volerle fissare nella memoria:
di buzzo buono, andare in
frasca.
Quantoalui,nonvapiúin
là di Coriolano nel libro di
Shakespeare. A parte la
pagina sportiva e i fumetti, il
giornale lo annoia. Quando
nonhanient’altrodaleggere,
legge i libri verdi. «Portami
un libro verde!» grida a sua
madre dal letto. I libri verdi
sonoivolumidellaChildren’s
EncyclopaediadiArthurMee,
che ricorda di aver sempre
visto in casa. Li ha sfogliati
decine di volte; quando era
moltopiccolo,nestrappavale
pagine, li scarabocchiava con
i pastelli, ne rompeva la
rilegatura, e cosí ora bisogna
maneggiarliconcura.
Non li legge sul serio, i
libri verdi: la prosa fa troppo
spazientire,ètroppoleziosae
infantile, se si esclude la
seconda metà del volume 10,
l’indice,
pieno
di
informazioni concrete. Ma si
sofferma sulle immagini,
soprattutto le fotografie delle
sculture di marmo, uomini e
donne nudi con drappi di
stoffa intorno ai fianchi.
Ragazze di marmo lisce e
snelle riempiono i suoi sogni
erotici.
La cosa sorprendente
riguardo ai suoi raffreddori è
come si risolvano presto o
sembrino risolversi. Alle
undicidelmattinoglistarnuti
sono cessati, il senso di
ottenebramento nella testa è
scomparso, si sente bene. Ne
ha ormai abbastanza del
pigiama sudato, puzzolente,
delle coperte che sanno di
stantioedell’avvallamentonel
materasso, dei fazzoletti
fradici sparsi tutt’intorno. Si
alzamanonsiveste:vorrebbe
dire
sfidare
troppo
apertamentelafortuna.Cauto
anonmettereilnasofuoridi
casa per non farsi vedere dai
vicini o dai passanti, gioca
con il Meccano, incolla
francobolli sull’album, infila
bottoni nello spago, intreccia
cordoncini con gli avanzi dei
gomitoli di lana. Il cassetto è
pieno
di
cordoncini
intrecciati da lui che non
servonoanientesenoncome
cinturedellavestagliachenon
ha. Quando sua madre entra
nella sua stanza, si mostra
mogio, preparandosi a tener
testa alle sue osservazioni
caustiche.
Tuttisospettanochesiaun
imbroglione. Non riesce mai
a persuadere sua madre che
sta veramente male; quando
lei cede alle sue suppliche, lo
fa con malgarbo, e solo
perché non sa dirgli di no. I
suoi compagni di scuola
pensano che sia una
femminuccia e un cocco di
mamma.
Eppure la verità è che
molte mattine si sveglia
lottando per riuscire a
respirare;accessidistarnutilo
sconvolgonoperminutiinteri
fino a farlo ansimare e
piangereefarglidesideraredi
morire. Non c’è nessuna
finzione in questi suoi
raffreddori.
La regola è che quando ci
si assenta da scuola bisogna
portare la giustificazione.
Conosce a memoria la lettera
tipo di sua madre: «La prego
di scusare John per l’assenza
di ieri. Aveva un forte
raffreddore e ho ritenuto
opportuno farlo restare a
letto. Distinti saluti». Lui
porge queste lettere, che sua
madrescrivecomemenzogne
echevengonolettecometali,
conapprensione.
Quandoallafinedell’anno
contaigiornidiassenza,sono
quasi uno su tre. Eppure è
sempre il primo della classe.
La conclusione cui giunge è
che quanto succede in classe
non ha importanza. Può
sempre recuperare a casa.
Fosse per lui, rimarrebbe a
casa tutto l’anno, si
presenterebbe solo per gli
esami.
Tutto ciò che dicono gli
insegnanti è già scritto in
qualche manuale. Non li
disprezza per questo, e
nemmenoisuoicompagni.A
dire il vero non gli piace
quando,
ogni
tanto,
l’ignoranza di un insegnante
risulta evidente. Se potesse, i
suoi
insegnanti,
li
proteggerebbe. Ascolta con
attenzione ogni loro parola.
Ma ascolta non tanto per
imparare quanto per evitare
di essere sorpreso mentre
sogna a occhi aperti («Che
cosa ho detto? Ripeti quello
che ho appena detto»), per
evitare di essere richiamato
davantiallaclasseeumiliato.
È convinto di essere
diverso, speciale. Ciò che
ancora non sa è perché è al
mondo. Ha il sospetto che
nondiventeràunreArtúoun
Alessandro Magno, riverito
da tutti nel corso della sua
vita.Luiverràapprezzatosolo
dopochesaràmorto.
Aspetta la chiamata.
Quando arriverà, lui sarà
pronto. Risponderà risoluto,
anche se significherà andare
incontro alla morte, come gli
uomini
della
Brigata
Cavalleggeri.
Il parametro in base al
qualesigiudicaèquellodella
VC,laVictoriaCross.Sologli
inglesi hanno la VC. Gli
americaninoncel’hanno,né,
con sua grande delusione, ce
l’hanno i russi. I sudafricani
noncel’hannosenz’altro.
Non può non notare che
VC sono le iniziali di sua
madre.
Il Sudafrica è un paese
senza
eroi.
Wolraad
Woltemade potrebbe essere
consideratotale,forse,senon
avesse un nome tanto
ridicolo.
Tuffarsi
ripetutamente in un mare
tempestoso per aiutare
marinaisfortunatièdisicuro
un gesto coraggioso; ma il
coraggio era dell’uomo o del
cavallo? Al pensiero del
cavallo bianco di Wolraad
Woltemade che si tuffa con
indefessa tenacia tra le onde
(gli piace la duplice,
adamantina forza contenuta
nell’espressione con indefessa
tenacia) sente un nodo in
gola.
Vic Toweel sfida Manuel
Ortiz per il titolo dei pesi
gallo. L’incontro si svolge un
sabato sera. Rimane alzato
finoatardiconsuopadreper
ascoltare la radiocronaca.
All’ultimo round Toweel,
sanguinante ed esausto, si
scaglia contro l’avversario.
Ortiz vacilla; la folla si
scatena, la voce del
radiocronistaèormairauca.I
giudici annunciano la loro
decisione: il sudafricano
Viccie Toweel è il nuovo
campione del mondo. Lui e
suopadreurlanoesultantiesi
abbracciano. Non sa come
manifestare la sua gioia.
Seguendo l’impulso afferra i
capelli del padre, li tira con
tuttelesueforze.Suopadrefa
un
balzo
indietro
guardandolo
con
un’espressionestrana.
Per giorni i quotidiani
sono pieni di immagini
dell’incontro.ViccieToweelè
un eroe nazionale. Quanto a
lui, ben presto il suo
entusiasmo scema. È ancora
contento che Toweel abbia
battuto Ortiz, ma ha
cominciato
a
chiedersi
perché.ChièToweelperlui?
Perché non dovrebbe essere
libero di scegliere tra Toweel
e Ortiz nella boxe come è
libero di scegliere tra gli
Hamilton e i Villager nel
rugby? Deve per forza fare il
tifoperToweel,questobrutto
ometto con le spalle curve, il
nasone e vuoti occhietti neri,
solo
perché
Toweel
(nonostanteilnomeridicolo)
è sudafricano? I sudafricani
devono fare il tifo per chi è
sudafricano anche se non lo
conosce?
Suo padre non gli è di
aiuto.Suopadrenondicemai
niente di sorprendente.
Prevede immancabilmente
chevinceràilSudafricaoche
vinceràlaProvinciadelCapo
occidentale, nel rugby o nel
cricket o quello che è. –
Secondo te chi vince? – gli
chiede con aria di sfida il
giornoprimachelaProvincia
del Capo occidentale giochi
contro il Transvaal. – La
Provincia
del
Capo
occidentale, e di molto, –
risponde suo padre in modo
meccanico. Ascoltano la
radiocronaca e vince il
Transvaal. Suo padre non
batte ciglio. – L’anno
prossimovinceràlaProvincia
del Capo occidentale, – dice.
–Aspettaevedrai.
Gli pare stupido credere
che vincerà la Provincia del
Capo occidentale solo perché
sièdiCittàdelCapo.Meglio
credere che vincerà il
Transvaal, cosí se poi non
vinconoèunabellasorpresa.
Ha ancora nella mano la
sensazione lasciatagli dai
capelli del padre, ispidi,
robusti. La violenza del suo
gesto lo sconcerta e inquieta
ancora.Primadialloranonsi
è sentito mai cosí libero nei
confronti del corpo di suo
padre. Preferirebbe che non
succedessepiú.
1
W. Wordsworth, Versi
composti ad alcune miglia
dall’abbazia di Tintern, vv. 76-77
[trad.it.diFrancoBuffoni,inPoeti
romantici inglesi, Milano 1990, p.
218].
2 W. Shakespeare, Macbeth,
I.VII .I e V.I .51. I versi sono
modificatirispettoall’originale.
Tredici.
È tarda sera. Gli altri
dormono. Lui è a letto
immersoneiricordi.Illettoè
attraversato da una striscia
arancio proveniente dai
lampionicheilluminanotutta
lanotteReunionPark.
Sta ripensando a ciò che è
successo quella mattina
durantelafunzione,quandoi
cristiani cantavano gli inni
mentreebreiecattolicierano
liberidifareciòchevolevano.
Due ragazzi piú grandi,
entrambicattolici,loavevano
messoconlespallealmuro.–
Quando vieni al catechismo?
–avevanodomandato.–Non
posso venire al catechismo, il
venerdípomeriggiodevofare
delle commissioni per mia
madre, – aveva mentito. – Se
non vieni al catechismo non
puoi essere un cattolico, –
avevano detto. – Io sono
cattolico, – aveva insistito
mentendodinuovo.
Se accadesse il peggio,
pensa ora affrontando il
peggio, se il prete cattolico
dovesse andare da sua madre
a chiedere perché lui non va
mai al catechismo, o – l’altro
suo incubo – se il direttore
della
scuola
dovesse
annunciare che tutti i ragazzi
con nomi afrikaner devono
trasferirsi nelle classi di
afrikaans; se quell’incubo si
trasformasse in realtà e a lui
non restasse che rifugiarsi in
grida ingiustificate, strepiti e
pianti, nel comportamento
infantile
che,
ne
è
consapevole, è ancora dentro
di lui, compresso come una
molla; se, dopo quella
tempesta, dovesse come
ultimo passo disperato
ricorrere alla protezione di
sua madre, rifiutandosi di
tornare
a
scuola,
supplicandola di salvarlo; se
dovessecomportarsiinmodo
cosídisonorevole,mettendoa
nudo, fino in fondo e una
volta per tutte, ciò che solo
lui,amodosuo,esuamadre,
a modo suo, e forse suo
padre, in quel suo modo
colmo di disprezzo, sanno, e
cioè che lui è ancora un
bambino e non crescerà mai;
se tutte le storie che si sono
man mano consolidate
intornoalui,fabbricatedalui
stesso, fabbricate da anni di
comportamento
normale,
almeno
in
pubblico,
dovessero crollare, e il suo
nucleo ripugnante, nero,
lacrimoso, puerile, dovesse
emergere cosí che tutti lo
vedano e possano riderne,
come potrebbe continuare a
vivere? A quel punto non
sarebbeancheluiguasto,non
diversamente da uno di quei
bambini mongoloidi, stenti e
deformi, bavosi e con la voce
roca, che tanto varrebbe
strangolare o far dormire per
sempre con una buona dose
disonniferi?
Tuttiilettidellacasasono
vecchiestanchi,conlemolle
rotte, e scricchiolano al
minimomovimento.Cercadi
stareilpiúimmobilepossibile
nella scheggia di luce che
entra dalla finestra, conscio
del
proprio
corpo
rannicchiatosuunfianco,dei
pugni serrati contro il petto.
In questo silenzio cerca di
immaginarelapropriamorte.
Si sottrae a tutto: alla scuola,
allacasa,asuamadre;cercadi
immaginare i giorni che
trascorrono senza di lui. Ma
non ci riesce. C’è sempre
qualcosa che si lascia dietro,
qualcosadipiccoloedinero,
come una noce, come una
ghianda rimasta nel fuoco,
secca,copertadicenere,dura,
incapace di crescere, ma
comunque lí. Riesce a
immaginare se stesso che
muore ma non che sparisce.
Per quanto ci provi, non
riesce ad annullare l’ultimo
residuodisestesso.
Che cosa lo mantiene in
vita? È la paura del dolore di
sua madre, un dolore cosí
grande che non può tollerare
dipensarciperpiúdiqualche
secondo? (La vede in una
stanza spoglia, ritta, in
silenzio,chesicopregliocchi
con le mani; poi tira la tenda
su di lei, sull’immagine).
Oppurec’èqualcos’altroinlui
chesirifiutadimorire?
Ricorda l’altra volta in cui
lo hanno messo con le spalle
almuro,quandoidueragazzi
afrikaner
gli
hanno
immobilizzato le mani dietro
la schiena e lo hanno spinto
fin dietro al terrapieno in
fondo al campo da rugby.
Ricorda in particolare il
ragazzo piú grande, cosí
grasso che il grasso gli
ricadeva
fuori
dagli
indumenti stretti – uno di
quei
deficienti
o
semideficienti che possono
spezzartileditaoschiacciarti
latracheaconlastessafacilità
con cui tirano il collo a un
uccello, sorridendo placidi
mentrelofanno.Avevaavuto
paura, non c’è dubbio, il
cuore gli martellava in petto.
Eppurequantoeraveraquella
paura?Mentreavanzavaperil
campoincespicandotraidue
ragazzi che lo tenevano
prigioniero,
non
c’era
qualcosa di piú profondo
dentro di lui, una sensazione
di assoluta allegria, che
diceva: «Non preoccuparti,
nulla può toccarti, non è che
un’avventuracomelealtre»?
Nullapuòtoccarti,nonc’è
nientechetunonsiaingrado
di fare. Sono queste le due
cosechesipossonodiredilui,
due cose che in realtà sono
una sola, la cosa giusta e al
tempostessolacosasbagliata
che lo riguardano. E
quest’unica cosa che è due
cose insieme significa che lui
non morirà, qualunque cosa
accada; ma non significa
anchechenonvivrà?
È piccolo. Sua madre lo
tira su, faccia avanti,
afferrandolo da sotto le
ascelle. Le gambe penzoloni,
la testa che gli si piega, è
nudo;masuamadreloregge
davantiaséeavanza.Leinon
ha bisogno di guardare dove
va, deve solo proseguire.
Dinanzi a lui, via via che lei
avanza, tutto si trasforma in
pietra e si frantuma. Lui è
soltanto un bambino piccolo
con il pancione e la testa che
gli ciondola, ma possiede
questopotere.
Poisiaddormenta.
Quattordici.
Arriva una telefonata da
Città del Capo. Zia Annie è
caduta dalle scale del suo
appartamentodiRosebank.Si
è rotta il bacino e l’hanno
portataall’ospedale;qualcuno
deveoccuparsidilei.
È luglio, pieno inverno.
Tutto il Capo occidentale è
ricoperto da una coltre di
freddoepioggia.Prendonoil
treno del mattino per Città
del Capo – lui, sua madre e
suofratello–,poiunautobus
chepercorreKloofStreetfino
al Volkshospitaal. Zia Annie,
minuscolacomeunabambina
nella sua camicia da notte a
fiorellini, è nel reparto
femminile.Ilrepartoèpieno:
vecchie con facce accigliate,
sofferenti, camminano in
vestaglia strascicando i piedi,
sibilandotrasé;donnegrasse,
sciatte, sedute sul bordo del
letto con facce vuote, i seni
che spuntano fuori senza che
loro se ne curino. Un
altoparlante nell’angolo è
sintonizzato su Springbok
Radio. Sono le tre, il
programma pomeridiano di
brani a richiesta: When Irish
Eyes are Smiling con Nelson
Riddleelasuaorchestra.
Zia Annie stringe il
bracciodisuamadreconuna
mano rinsecchita. – Vera,
voglio andarmene da qui, –
dice in un sussurro rauco. –
Nonèilpostoperme.
Sua madre le dà un
buffetto sulla mano, cerca di
consolarla. Sul comodino, un
bicchiere d’acqua per la
dentieraeunaBibbia.
La caposala dice che il
bacino è stato ingessato. Zia
Annie dovrà passare un altro
mesealettofinchél’ossonon
sisaldi.–Nonèpiúgiovane,
ci vuole tempo –. Quindi
dovràusarelestampelle.
Poi, come ripensandoci,
aggiunge che quando zia
Annieèstataricoverataaveva
le unghie dei piedi lunghe e
nerecomeartiglidiuccello.
Suo fratello, annoiato, ha
cominciatoafrignare,dicedi
aver sete. Sua madre ferma
un’infermiera e la convince a
portarleunbicchiered’acqua.
Imbarazzato, lui distoglie lo
sguardo.
Vengono mandati in
fondoalcorridoionell’ufficio
dell’assistente sociale. – Siete
suoi parenti? – chiede
l’assistente sociale. – Potete
ospitarla?
Le labbra di sua madre si
contraggono.Scuotelatesta.
– Perché non può tornare
acasasua?–lechiedeluipiú
tardi.
– Non può salire le scale.
Nonpuòandareafarlaspesa.
– Non voglio che venga a
staredanoi.
–Nonverràastaredanoi.
L’ora delle visite è
terminata, è arrivato il
momento di salutarsi. Gli
occhi di zia Annie si
riempionodilacrime.Afferra
il braccio di sua madre con
tanta forza che bisogna
staccareleditaaunaauna.
– Ek wil huistoe gaan,
Vera, – sussurra. Voglio
andareacasa.
– Ancora qualche giorno,
zia Annie, finché non potrai
camminare di nuovo, – dice
sua madre con la voce piú
tranquillizzantepossibile.
Lui non ha mai visto
questo lato del suo carattere:
questaslealtà.
Poi tocca a lui. Zia Annie
allungaunamano.ZiaAnnie
gli viene al tempo stesso
prozia e madrina. Nell’album
c’è una fotografia di lei con
unbambinotralebracciache
dicono sia lui. Indossa un
vestito nero che le arriva alle
caviglieeuncappellonerodi
foggiaantica;sullosfondoc’è
una chiesa. Siccome è la sua
madrina è convinta di avere
un rapporto speciale con lui.
Pare non rendersi conto del
disgusto che lui prova nei
suoi confronti, cosí rugosa e
ripugnante nel suo letto
d’ospedale, il disgusto che
prova per tutta quella corsia
piena di donne ripugnanti.
Cercadinondarloavedere;il
suocuorebruciadivergogna.
Sopportalamanosulbraccio,
ma vorrebbe andarsene,
uscire da quel posto e non
farcimaipiúritorno.
– Sei cosí intelligente, –
dice zia Annie con la voce
bassa, roca, che ha sempre
avuto per quel che ricorda. –
Seiunuomofatto,tuamadre
contasudite.Deviamarlaed
essere di aiuto sia a lei che al
tuofratellino.
Essere di aiuto a sua
madre? Che sciocchezza. Sua
madre è una roccia, una
colonna di pietra. Non è lui
che dev’essere di aiuto a lei,
bensí lei a lui! Perché zia
Anniedicequestecose?Finge
di essere in punto di morte,
quando ha soltanto una
fratturaalbacino.
Annuisce,
cerca
di
mostrarsi serio e attento e
obbediente mentre in cuor
suo aspetta solo che lei molli
la presa. Zia Annie fa quel
sorrisoeloquentechealludeal
legame speciale tra lei e il
primogenito di Vera, un
legame che lui non sente
affatto, non riconosce. Gli
occhi di zia Annie sono
inespressivi, di un azzurro
smorto,
slavati.
Ha
ottant’anni ed è quasi cieca.
Nemmeno con gli occhiali
riesce a leggere la Bibbia
comesideve,latienesoltanto
in grembo mormorando tra
séleparole.
Allenta la presa; lui
borbotta qualcosa e fa un
passoindietro.
Tocca a suo fratello, che
accetta di essere baciato. –
Arrivederci, cara Vera, –
gracchiaziaAnnie.–Magdie
Here jou seën, jou en die
kinders –. Che Dio benedica
teeibambini.
Sono le cinque e comincia
afarbuio.Neltrambustoche
glièpocofamiliaredell’oradi
punta prendono il treno per
Rosebank. Passeranno la
notte a casa di zia Annie: la
prospettiva lo riempie di
sconforto.
Zia Annie non ha il
frigorifero. La dispensa non
contiene altro che qualche
melavizza,unmezzofilonedi
paneammuffito,unvasettodi
pasta di acciughe di cui sua
madre non si fida. Lo manda
al negozio indiano; cenano
conpane,marmellataetè.
La tazza del gabinetto è
marrone di sporcizia. Gli si
rivolta lo stomaco quando
pensa alla vecchia con le
unghiedeipiedilungheenere
accovacciata lí sopra. Non
vuoleservirsidiquelbagno.
–Perchédobbiamorestare
qui? – chiede. – Perché
dobbiamorestarequi?–glifa
ecosuofratello.–Perchésí,–
dicesuamadrecupa.
Zia Annie usa lampadine
da quaranta watt per
risparmiare elettricità. Nella
fioca luce gialla della camera
dalettosuamadrecominciaa
riporre nei cartoni gli
indumenti di zia Annie.
Prima d’ora non è mai stato
in camera di zia Annie. Alle
pareti ci sono fotografie
incorniciate di uomini e
donne dall’aspetto severo,
minaccioso: i Brecher, i du
Biel,isuoiantenati.
–Perchénonvaastareda
zioAlbert?
– Perché Kitty non può
prendersi cura di due vecchi
malati.
– Non voglio che venga a
staredanoi.
–Nonverràastaredanoi.
–Ealloradoveandrà?
–Letroveremounacasadi
riposo.
– Che vuol dire «una casa
diriposo»?
– Una casa, una casa…
unacasaperpersoneanziane.
Nell’appartamento di zia
Annie l’unica stanza che gli
piace è il ripostiglio. È zeppo
fino al soffitto di giornali
vecchi accatastati e scatole di
cartone.Cisonoscaffalicolmi
di libri, tutti uguali: un libro
tozzo rilegato in rosso,
stampato sulla spessa carta
grezza usata per i libri in
afrikaans, simile a carta
assorbente, con pagliuzze e
caccole
di
mosche
intrappolate dentro. Il titolo
sul dorso è Ewige Genesing;
sullacopertinac’èiltitoloper
intero, Deur ’n gewaarlike
krankheid tot ewige genesing,
«Attraverso una malattia
pericolosafinoallaguarigione
eterna». L’autore è il suo
bisnonno, il padre di zia
Annie;alui–èunastoriache
ha sentito molte volte – zia
Anniehadedicatogranparte
della sua vita, dapprima
traducendoilmanoscrittodal
tedesco in afrikaans, poi
spendendoisuoirisparmiper
pagare a un tipografo di
Stellenbosch le centinaia di
copie stampate, e a un
rilegatore la rilegatura di
alcune di esse, infine facendo
il giro delle librerie di Città
delCapo.Quandoilibrainon
si lasciarono persuadere a
comprare il libro, zia Annie
cominciòavenderloleistessa
porta a porta. Le copie
rimastesonosugliscaffalidel
ripostiglio; gli scatoloni
contengono pagine a stampa
sciolte,
accuratamente
piegate.
Ha cercato di leggere
Ewige Genesing, ma è troppo
noioso.NonappenaBalthazar
duBielcominciaaraccontare
la storia della sua infanzia in
Germania,
subito
la
interrompe con lunghi
excursus sulle luci in cielo e
sulle voci che gli parlano
dall’alto.Tuttoillibrosembra
concepitocosí:brevibranisu
di sé seguiti da lunghi
resoconti di ciò che gli
dicevano le voci. Con suo
padrescherzadatemposuzia
Annie e suo padre Balthazar
du Biel. Pronunciano il titolo
del
libro
nel
modo
sentenzioso, cantilenante dei
predikant, strascicando le
vocali:«Deur ’n gewaaaarlike
krannnnkheid tot eeeewige
geneeeesing».
–IlpadrediziaAnnieera
pazzo?–chiedeasuamadre.
–Sí,immaginodisí.
–Perchéalloraleihaspeso
tuttiisuoisoldiperstampare
illibro?
–Avevadisicuropauradel
padre. Era un tedesco
terribile,
all’antica,
tremendamente crudele, un
autocrate. Tutti i suoi figli lo
temevano.
–Manoneragiàmorto?
–Sícheloera,maleiaveva
di sicuro un forte senso del
dovereneisuoiconfronti.
Sua madre non vuole
criticare zia Annie e il suo
sensodeldovereneiconfronti
diquelvecchiopazzo.
La cosa migliore nel
ripostiglio è il torchio. È di
ferro,pesanteesolidocomela
ruota di una locomotiva.
Convinceilfratelloastendere
le braccia sulla piastra; poi
gira la grande vite finché le
braccia del fratello non sono
immobilizzate del tutto e lui
non può sfuggire. Dopodiché
si scambiano i ruoli e suo
fratellofalastessacosaalui.
Un paio di giri di vite in
piú, pensa, e le ossa si
spappolerebbero. Che cosa li
trattienedalfarlo,tuttiedue?
QuandoeranoaWorcester
da pochi mesi, erano stati
invitati in una fattoria che
forniva frutta alla Standard
Canners. Mentre i grandi
prendevano il tè, lui e suo
fratello avevano girovagato
per l’aia. A un certo punto si
erano imbattuti in una
macchina per macinare il
granturco.Luiavevapersuaso
ilfratelloametterelamanoin
fondo
all’imbuto
dove
venivanogettatiichicchi,poi
avevagiratolamanopola.Per
un attimo, prima che la
fermasse,avevasentitoleossa
sottili delle dita spappolarsi.
Suo fratello, con la mano
intrappolata nella macchina,
era sbiancato per il dolore,
un’espressione
sgomenta,
interrogativa,sulvolto.
Liavevanoportatidicorsa
all’ospedale, dove un dottore
avevaamputatoasuofratello
metà del dito medio della
mano sinistra. Per un po’ era
andato in giro con la mano
bendata e il braccio al collo;
poi si era messo un piccolo
copriditodipellenera.Aveva
sei anni. Sebbene nessuno
fingessecheilditoglisarebbe
ricresciuto,nonsilamentava.
Nonsièmaiscusatoconil
fratello, né è mai stato
rimproverato per ciò che ha
fatto. Nonostante ciò, quel
ricordo è una sorta di
macigno, il ricordo della
delicata resistenza opposta
dallacarneedall’osso,epoiil
rumoredellamola.
–Almenopuoiesserefiero
di avere qualcuno in famiglia
che ha fatto qualcosa nella
vita, che si è lasciato dietro
qualcosa,–dicesuamadre.
– Ma hai detto che era un
vecchioorribile.Haidettoche
eracrudele.
– Sí, ma ha fatto qualcosa
nellavita.
Nella fotografia in camera
di zia Annie, Balthazar du
Biel ha occhi torvi, fissi, e la
bocca
contratta
in
un’espressione dura. Accanto
a lui sua moglie sembra
stanca e accigliata. Balthazar
du Biel la conobbe – era la
figlia di un altro missionario
–quandogiunseinSudafrica
per convertire i pagani. Piú
tardi, quando andò in
America a predicare il
vangelo, la portò con sé
assieme ai loro tre figli. Su
uno di quei battelli a ruote
che navigano lungo il
Mississippi qualcuno diede a
suafigliaAnnieunamela,che
lei gli portò. Lui le fece una
ramanzina perché aveva
parlato con uno sconosciuto.
Sono questi i pochi fatti che
conosce su Balthazar, oltre a
quanto è detto in quel libro
rosso poco maneggevole di
cui al mondo esistono molte
piú copie di quelle che il
mondovorrebbe.
ItrefiglidiBalthazarsono
Annie, Louisa – la madre di
sua madre – e Albert, che
nelle fotografie appese in
camera di zia Annie appare
come un bambino dall’aria
spaventata
vestito
alla
marinara. Ora Albert è zio
Albert,unvecchiocurvodalla
pelle bianca e molle come
quella di un fungo, che non
smette mai di tremare e deve
essere
sorretto
mentre
cammina. Nella sua vita zio
Albertnonhamaiavutouno
stipendio vero e proprio. Ha
passatoigiorniascriverelibri
estorie;chiuscivaperandare
allavoroerasuamoglie.
Chiede a sua madre come
siano i libri di zio Albert. Ne
ha letto uno tanto tempo fa,
dice, ma non se lo ricorda. –
Sono molto all’antica. La
gente non legge piú libri di
queltipo.
Trova due libri di zio
Albert
nel
ripostiglio,
stampati sulla stessa carta
spessa di Ewige Genesing ma
rilegati in marrone, lo stesso
marrone delle panchine nelle
stazioni. Uno è intitolato
Kain,l’altroDieSondesvandi
vaders,«Ipeccatideipadri».–
Posso prenderli? – chiede a
sua madre. – Credo proprio
disí,–dicelei.–Nessunone
lamenteràlamancanza.
Cerca di leggere Die
Sondes van die vaders, ma
non va oltre pagina dieci, è
tropponoioso.
«Deviamaretuamadreed
esserle di aiuto». Rimugina
sui consigli di zia Annie.
Amare: una parola che
pronunciaafiordilabbracon
disgusto. Persino sua madre
haimparatoanonusarlacon
lui, anche se ogni tanto le
scappa un delicato amore
mio, quando gli dà la buona
notte.
Non scorge nessun senso
nell’amore. Quando nei film
uominiedonnesibaciano,ei
violini suonano bassi e
struggentiinsottofondo,luisi
senteribollire.Giurachenon
sarà mai cosí: smidollato,
sdolcinato.
Nonpermetteanessunodi
baciarlo, solo alle sorelle di
suo padre, e fa questa
eccezione perché è una loro
abitudine e non conoscono
altro. I baci fanno parte del
prezzo che paga per andare
alla fattoria: con le labbra
sfiora svelto le loro, che per
fortunasonosempreasciutte.
Ifamiliaridisuamadrenonsi
scambiano baci. Né ha mai
visto sua madre e suo padre
darsiunbacioveroeproprio.
Certe volte, quando ci sono
altre persone presenti e per
una qualche ragione devono
fingere, suo padre bacia sua
madresullaguancia.Leigliela
porge con riluttanza, con
rabbia, come se fosse
costretta;ilbaciodisuopadre
èleggero,rapido,nervoso.
Ha visto il pene di suo
padre soltanto una volta. È
stato nel 1945, quando era
appenatornatodallaguerrae
tutta la famiglia si era riunita
a Voëlfontein. Suo padre e
due suoi fratelli erano andati
a caccia, e se l’erano portato
dietro.Eraunagiornatacalda;
arrivatiaunbacinoartificiale,
avevano deciso di fare una
nuotata. Quando si era
accorto
che
avevano
intenzione di nuotare nudi,
aveva cercato di sottrarsi, ma
loro non glielo avevano
promesso. Erano allegri e
pieni di voglia di scherzare;
volevano che anche lui si
spogliasse e nuotasse assieme
a loro, ma lui si era rifiutato.
Cosí aveva visto il pene di
tuttietre,quellodisuopadre
meglio degli altri, chiaro,
bianco. Ricorda benissimo
quanto fosse seccato all’idea
di essere costretto a
guardarlo.
Isuoigenitoridormonoin
lettiseparati.Nonhannomai
avuto un letto matrimoniale.
L’unico che ha visto è alla
fattoria,nellacameradaletto
piú ampia, dove dormivano i
nonni. Pensa che i letti
matrimoniali siano antiquati,
che risalgano all’epoca in cui
una moglie faceva un figlio
all’anno, come le pecore o le
scrofe. È contento che i suoi
genitori abbiano smesso di
farequellecoseprimachelui
sapessedichesitrattava.
È disposto a credere che,
tanto tempo fa, a Victoria
West, prima che lui nascesse,
i suoi genitori si amassero,
dato che, a quanto pare,
l’amore è un requisito
fondamentale
per
il
matrimonio. Nell’album ci
sono fotografie che lo
dimostrano: loro due seduti
vicini durante un picnic, per
esempio. Ma tutto questo
deve essere finito anni fa, e
secondo lui ne hanno tratto
grandebeneficio.
Quanto a lui, cos’hanno a
che vedere le feroci, rabbiose
emozioni che prova per sua
madre con le languide
smanceriesulloschermo?Sua
madre lo ama, è pronto a
riconoscerlo; ma è proprio
questo il problema, è questo
che è sbagliato, che non è
giusto, nel suo atteggiamento
verso di lui. Il suo amore
affiorasoprattuttoinquelsuo
esserevigile,prontaasalvarlo
qualora fosse in pericolo.
Fosse per lui (ma non lo
farebbe
mai),
si
abbandonerebbeallesuecure
esifarebbeaccudiredaleiper
il resto della vita. È proprio
perché è cosí sicuro di lei e
dellasuasollecitudinechesta
tantoinguardia,nonsirilassa
mai,nonledàmaiunamezza
chance.
Vorrebbetantosbarazzarsi
delle sue vigili attenzioni.
Forse verrà un giorno in cui
per ottenere ciò dovrà
imporsi,
rifiutarla
con
brutalità, al punto che lei si
ritrarrà
spaventata
lasciandolofinalmentelibero.
Eppurebastachepensiaquel
momento, che immagini la
sua espressione sorpresa, che
senta quanto è ferita per
lasciarsi sopraffare dal senso
di colpa. Farebbe qualsiasi
cosa per attutire il colpo: la
consolerebbe,
le
prometterebbe che non se ne
andràmai.
Sentire quanto è ferita,
sentirlointimamentecomese
fosseunapartedilei,eleiuna
partedilui,èlaconfermache
è in trappola e non può
uscirne.Dichièlacolpa?Lui
la biasima, è arrabbiato con
lei, ma si vergogna anche
della propria ingratitudine.
Amare: è proprio questo che
vuol dire, essere in questa
gabbia, correre avanti e
indietro, avanti e indietro,
come un povero babbuino
disorientato.Chepuòsaperne
l’innocente
zia
Annie,
ignorante com’è, dell’amore?
Lui conosce il mondo mille
volte piú di lei, che ha
sgobbato per tutta la vita sul
follemanoscrittodelpadre.Il
suocuoreèvecchio,èoscuro
e duro, un cuore di pietra. È
questo il suo spregevole
segreto.
Quindici.
Sua madre ha fatto un
anno di università prima di
lasciare il posto ai fratelli
minori. Suo padre è un abile
procuratore legale; lavora per
la Standard Canners solo
perchéaprireunostudio(cosí
glidicesuamadre)costerebbe
piú soldi di quanti ne hanno.
Sebbene biasimi i suoi
genitori per non averlo
allevato come un bambino
normale, è fiero della loro
istruzione.
Siccome a casa parlano
inglese, siccome a scuola è
sempreilprimodellaclassein
inglese, si considera inglese.
Sebbene abbia un cognome
afrikaner, sebbene suo padre
sia piú afrikaner che inglese,
sebbene lui stesso parli
afrikaans senza l’accento
inglese, non potrebbe mai
essere scambiato per un
afrikaner, nemmeno per un
istante. L’afrikaans che è in
grado di padroneggiare è
limitato e parziale; c’è un
mondo fitto di allusioni ed
espressioni gergali che i veri
ragazzi afrikaner sono in
grado di padroneggiare – di
cui l’oscenità non è che una
parte – al quale lui non ha
accesso.
C’èancheunmododifare
comune agli afrikaner – una
sicurezza,
una
certa
intransigenza, e, accanto a
esse, un continuo minacciare
diricorrereallaforzafisica(li
considera alla stregua di
rinoceronti,
enormi,
ponderosi,nerboruti,prontia
urtarsi l’un l’altro quando si
passanoaccanto)–chealuiè
estraneo e dal quale in realtà
rifugge.Brandisconolalingua
come una clava contro i
nemici. Per strada è meglio
evitarli, se li si incontra in
gruppo; anche singolarmente
hanno un’aria truculenta,
minacciosa. Certe volte al
mattino, quando gli allievi
stannoinfilanelcortiledella
scuolasuddivisiperclasse,lui
scruta i ragazzi afrikaner alla
ricerca di qualcuno diverso,
qualcuno che abbia un tocco
didelicatezza,manonriescea
trovarne
nessuno.
È
impensabile che lo sbattano
in mezzo a loro: lo
schiaccerebbero,
piegherebbero la sua forza
d’animo.
Eppure, con sua grande
sorpresa, non è disposto a
consegnare loro la lingua
afrikaans. Ricorda la sua
primissima
visita
a
Voëlfontein, quando aveva
quattro o cinque anni e non
sapeva nemmeno una parola
di afrikaans. Suo fratello era
ancora piccolo, se ne stava
chiuso in casa al riparo dal
sole; non c’era nessuno con
cuigiocare,aparteibambini
meticci. Insieme a loro
fabbricava barchette con i
baccelli e le faceva navigare
lungo i canali di irrigazione.
Ma era come una creatura
muta: doveva mimare ogni
cosa; a volte aveva la
sensazione di scoppiare per
tutte le cose che non riusciva
adire.Poi,all’improvviso,un
giorno aprí la bocca e si
avvide che sapeva parlare,
parlare con facilità e
scioltezza e senza doversi
interrompere per pensare.
Ricorda ancora come si era
precipitato da sua madre
gridando: – Ascolta! Sono
capacediparlareinafrikaans!
Quandoparlaafrikaans,di
colpo tutte le complicazioni
della vita sembrano svanire.
L’afrikaans è come un
involucrofantasmaticochelo
accompagnaovunque,dentro
ilqualeèliberodientrareper
diventare subito un’altra
persona, piú semplice, piú
gaia,dalpassopiúleggero.
Una cosa degli inglesi che
lodelude,cheluinonimiterà
mai, è il loro disprezzo
dell’afrikaans.Quandoalzano
le sopracciglia e con aria
altezzosa storpiano le parole
in afrikaans, come se
pronunciare veld con la v
fosseunsegnodieleganza,lui
si ritrae: si sbagliano, e,
peggio ancora che sbagliarsi,
sono ridicoli. Dal canto suo,
nonfaconcessioni,nemmeno
tra gli inglesi: le parole in
afrikaans gli escono come
devono uscire, con tutte le
loro consonanti dure e vocali
difficili.
Nella sua classe ci sono
parecchi bambini oltre a lui
con cognomi afrikaner. Nelle
classidiafrikaans,invece,non
cisonobambiniconcognomi
inglesi. Tra i ragazzi piú
grandi conosce un afrikaner
di nome Smith che potrebbe
benissimo essere uno Smit;
tuttoqua.Èunpeccato,maè
comprensibile: quale inglese
sposerebbe mai una donna
afrikaner e metterebbe su
famiglia visto che le donne
afrikaner sono grandi e
grosse, con seni prorompenti
e tanto di pappagorgia,
oppureossuteemalfatte?
Ringrazia Dio che sua
madre parli inglese. Ma
diffidadisuopadre,malgrado
Shakespeare e Wordsworth e
il cruciverba del «Cape
Times». Non capisce come
mai suo padre continui a
sforzarsi di fare l’inglese a
Worcester, dove sarebbe cosí
facile per lui tornare a essere
un afrikaner. L’infanzia a
PrinceAlbert,sullaqualesuo
padre scherza assieme ai
fratelli, non gli pare affatto
diversa dalla vita di un
afrikaner a Worcester. È
altrettanto incentrata sulle
percosse e sulla nudità, sui
bisogni corporali soddisfatti
davanti agli altri bambini, su
un’indifferenza animale nei
confrontidellavitaprivata.
Il pensiero di essere
trasformato in un bambino
afrikaner,conlatestarasatae
senza scarpe, lo spaventa. È
come essere condannati alla
prigione, a una vita senza
intimità. Non può vivere
senza intimità. Se fosse
afrikaner dovrebbe vivere
ogniminutodelgiornoedella
notte in compagnia di altri.
Unaprospettivaintollerabile.
Ricorda i tre giorni al
campeggio degli Scouts,
ricordalapropriainfelicità,il
desiderio
profondo,
continuamente frustrato, di
sgattaiolareviaeinfilarsinella
tendaaleggereunlibrotutto
solo.
Un sabato suo padre lo
manda a comprare le
sigarette.Puòsceglieresefare
unlungogiroinbiciclettaper
arrivare in centro, dove ci
sonoverieproprinegozicon
vetrineecasse,oseandareal
piccolo negozio afrikaner
vicino al passaggio a livello,
che consiste in una semplice
stanza sul retro di una casa
con un banco verniciato di
marrone scuro e gli scaffali
pressoché vuoti. Sceglie
quellopiúvicino.
È un pomeriggio torrido.
Dal soffitto del negozio
pendono strisce di carne
affumicata, biltong, e ci sono
mosche dappertutto. Sta per
direalragazzodietroilbanco
– un ragazzo afrikaner piú
grandedilui–chevuoleventi
Springbok
senza
filtro,
quando una mosca gli entra
inbocca.Lasputadisgustato.
La mosca finisce sul banco
davantialui,sidibatteinuna
piccolapozzadisaliva.
–Sies!–diceuncliente.
Lui vorrebbe protestare: –
Che dovevo fare? Non
sputarlafuori?Mandarlagiú?
Sonosolounbambino!–Ma
le
spiegazioni
non
servirebbero a niente tra
questa gente spietata. Con la
mano pulisce la saliva sul
banco e paga le sigarette in
mezzo a un silenzio di
disapprovazione.
Nelrievocareilpassatoalla
fattoria, suo padre parla di
nuovo del proprio padre
assieme ai fratelli. – ’n Ware
ou jintlman! – dicono, un
verogentiluomo,ripetendogli
quella frase fatta, e ridono. –
Diswathyopsygrafsteensou
gewenshet:«ungentiluomodi
campagna». Ecco cosa gli
sarebbe piaciuto inciso sulla
lapide –. Ridono soprattutto
perché il padre continuava a
indossare
stivali
da
equitazione quando ormai
tutti alla fattoria portavano i
velskoen.
Sua madre, ascoltandoli,
sbuffa con aria sprezzante. –
Non dimenticate il terrore
che vi incuteva, – dice. –
Avevate paura di accendere
una sigaretta davanti a lui,
anche quando eravate già
uominifatti.
Sono imbarazzati, non
sanno che rispondere: ha
chiaramente toccato un tasto
dolente.
Suo nonno, quello con le
pretese da gentiluomo, una
volta non era proprietario
soltantodellafattoria,dimetà
dell’albergo e dell’emporio di
Fraserburg Road, possedeva
anche una casa a Merweville
con un pennone proprio
davanti,sulqualeilgiornoin
cui il re compiva gli anni
faceva sventolare la bandiera
inglese.
– ’n Ware ou jintlman en
’n ware ou jingo! –
aggiungonoifratelli.Unvero
sciovinista! Ridono un’altra
volta.
Sua madre ha ragione.
Sembrano dei bambini che
dicono parolacce alle spalle
dei genitori. Comunque, con
chedirittoprendonoingiroil
padre?Nonfossestatoperlui,
ora non parlerebbero una
parola di inglese: sarebbero
come i loro vicini, i Botes e i
Nigrini, stupidi e grevi,
incapaci di discutere d’altro
che di pecore e del tempo.
Almeno,quandolafamigliasi
riunisce, ridono e scherzano
in un guazzabuglio di lingue,
mentre quando i Nigrini o i
Botes vengono a trovarli di
colpo l’aria diventa cupa e
greve e stagnante. «Ja-nee»,
diconoiBotesconunsospiro.
«Ja-nee», dicono i Coetzee,
pregando che gli ospiti se ne
vadanoalpiúpresto.
E lui? Se il nonno che lui
venera era uno sciovinista, è
forse uno sciovinista anche
lui? Quando al cinema
suonanoGodSavetheKinge
sullo schermo sventola la
bandiera inglese, lui si mette
sull’attenti. Il suono delle
cornamuse gli fa scorrere un
brivido lungo la schiena, e
cosí pure parole come leale,
valoroso. Deve mantenerlo
segreto,
questo
suo
attaccamento
per
l’Inghilterra?
Nonriesceacapireperché
tanta gente intorno a lui non
ama
l’Inghilterra.
L’InghilterraèDunkerqueei
raid aerei sulla Gran
Bretagna. L’Inghilterra fa il
suodovereeaccettailproprio
destino
tranquillamente,
senzascalpore.L’Inghilterraè
ilragazzodellaBattagliadello
Jütland,cherimaseaccantoal
cannonementreilpontesotto
diluibruciava.L’Inghilterraè
Lancillotto e Riccardo Cuor
diLeoneeRobinHoodconil
suoarcoinlegnoditassoeil
costume verde. Che cosa
hanno da contrapporre gli
afrikaner? Dirkie Uys, che
cavalcò finché il suo cavallo
non stramazzò a terra. Piet
Retief,
ridicolizzato
da
Dingaan. E poi i Vortrekker,
che si vendicarono sparando
a migliaia di zulu che non
avevano nemmeno un fucile,
enevannopurefieri.
AWorcesterc’èunachiesa
appartenente alla Chiesa
d’Inghilterra e un sacerdote
dai capelli grigi che fuma la
pipa e funge anche da capo
scout,unsacerdotecheisuoi
compagnidiclasseinglesi–i
veri inglesi, con nomi inglesi
e case nel centro storico di
Worcester,immersonelverde
– chiamano in modo
familiare«padre».Quandogli
inglesi parlano cosí, lui
rimane in silenzio. C’è
l’inglese che lui padroneggia
con abilità. C’è l’Inghilterra e
tutto ciò che l’Inghilterra
rappresenta, cui crede di
essere leale. Ma è necessario
qualcosa di piú, è chiaro, per
essereaccettatidavverocome
inglesi: bisogna affrontare
degli esami, e alcuni, lo sa,
nonriusciràasuperarli.
Sedici.
È stato deciso qualcosa al
telefono, non sa di che si
tratti, ma si sente a disagio.
Non gli piace il sorriso
compiaciuto, furtivo, di sua
madre, il sorriso dal quale
capisce che lei ha messo il
nasonegliaffarisuoi.
Sono gli ultimi giorni
prima di lasciare Worcester.
Sono anche i giorni migliori
dell’anno scolastico, con gli
esami ormai alle spalle e
nientedafare,aparteaiutare
il maestro a compilare il
registro.
Mr Gouws legge lunghi
elenchidivoti;ognibambino
fa la somma, materia per
materia, poi calcola le
percentuali,
facendo
il
possibile per essere il primo
adalzarelamano.Ilgiocosta
nell’indovinare di chi è il
voto. Di solito lui è in grado
di riconoscere i propri voti
che oscillano tra il nove e il
dieciinaritmeticaescendono
asetteperstoriaegeografia.
Non va bene in storia e
geografiaperchéodiastudiare
a memoria. Lo odia al punto
che rimanda lo studio per gli
esami di storia e geografia
finoall’ultimomomento,fino
alla sera prima dell’esame o
addirittura fino alla mattina
stessa. Odia la sola vista del
manuale di storia, con la sua
rigida
copertina
color
cioccolato e i lunghi elenchi
dicause(lecausedelleGuerre
Napoleoniche, le cause del
GrandeTrek).Gliautorisono
TaljiardeSchoeman.Taljiard
se lo immagina magro e
secco,Schoemanpaffuto,con
una calvizie incipiente e gli
occhiali; Taljard e Schoeman
siedono davanti a un tavolo,
unodifronteall’altro,inuna
stanza di Paarl, e scrivono
pagine
di
malumore
passandosele a vicenda. Non
riesce a immaginare nessun
altro motivo per cui abbiano
volutoscrivereillorolibroin
inglese se non per dare una
lezioneaibambiniengelse.
La geografia non è certo
migliore: elenchi di città,
elenchi di fiumi, elenchi di
prodotti.
Quando
gli
chiedonoilnomedeiprodotti
di un paese, finisce sempre
l’elenco con cuoio e pelli, e
spera di avere ragione. Non
conosce la differenza tra
cuoioepelli,nélaconoscono
glialtri.
In quanto agli altri esami,
non ci pensa ancora, ma
quandoarrivailmomento,ci
si tuffa volentieri. È bravo
negliesami;senoncifossero
gliesamiincuidimostraredi
essere bravo, non avrebbe
niente di speciale. Gli esami
creano in lui un inebriante
statodieccitazione,nelcorso
del quale scrive in fretta,
sicuro.Quellostatoinsénon
gli piace ma è rassicurante
saperedipotercicontare.
Certe volte, strofinando
due sassi e inspirando, riesce
a rivivere quello stato,
quell’odore, quel sapore:
polvere da sparo, ferro,
calore, un pulsare continuo
dellevene.
Il segreto nascosto dietro
la telefonata, e dietro il
sorriso di sua madre, si svela
durante l’intervallo, quando
Mr Gouws gli fa un cenno
perché rimanga. C’è qualcosa
di
falso
nel
suo
atteggiamento, una cordialità
dicuinonsifida.
Mr Gouws lo invita a
prendere il tè a casa sua. In
silenzio lui annuisce e
s’imprime l’indirizzo nella
mente.
Non vorrebbe andarci.
Non che Mr Gouws non gli
piaccia. Se non si fida di lui
come si fidava di Mrs
Sanderson
in
quarta
elementare è solo perché Mr
Gouws è un uomo, il primo
maestro maschio che ha mai
avuto, e lui è cauto con ciò
che avverte in ogni uomo:
un’inquietudine, una durezza
appena mitigata, un sottile
piacere per la crudeltà. Non
sa in che modo comportarsi
con Mr Gouws o con gli
uomini in genere: se non
opporre
resistenza
e
ricercarne l’approvazione, o
se mantenere una barriera di
riservatezza. Con le donne è
piú facile perché sono piú
gentili. Ma Mr Gouws – non
può negarlo – è un uomo
davvero retto. La sua
padronanza dell’inglese è
buona,eparenonaverenulla
contro gli inglesi o contro i
bambini di famiglie afrikaner
che preferiscono essere
inglesi. In occasione di una
delle molte assenze, durante
l’ora di analisi grammaticale
Mr Gouws ha spiegato i
complementi
predicativi.
Faticaamettersiallaparicon
il resto della classe su
quell’argomento.
Se
i
complementi predicativi non
avesseroalcunsenso,comele
frasiidiomatiche,alloraanche
i suoi compagni sarebbero in
difficoltà. Ma, a quanto pare,
gli altri, la maggior parte
almeno, sembra dominare
assolutamente la materia. La
conclusione è inevitabile: Mr
Gouws sa qualcosa sulla
grammatica inglese che lui
nonsa.
Mr Gouws usa la verga
come gli altri insegnanti. Ma
il suo castigo preferito,
quando la classe ha fatto
troppo chiasso per troppo
tempo, consiste nell’ordinare
agli allievi di metter giú la
penna, riporre i libri,
intrecciare le mani dietro la
testa, chiudere gli occhi e
restare seduti in perfetto
silenzio.
Eccettuati i passi di Mr
Gouwsmentrecamminasue
giú tra i banchi, nell’aula
regna un silenzio assoluto.
Dagli eucalipti intorno al
cortile giunge il tranquillo
tubare delle colombe. È un
castigo
che
potrebbe
sopportare per sempre, con
equanimità: le colombe, il
respiro
sommesso
dei
compagniintornoalui.
Disa Road, la via dove
abitaMrGouws,èanch’essaa
Reunion Park, nella parte
nuovadelquartiere,anord,la
parte che non ha mai
esplorato. Non solo Mr
GouwsabitaaReunionParke
vaascuolaconunabicicletta
dalle gomme grosse: ha una
moglie, una donna semplice
di carnagione bruna, e, cosa
ancor piú sorprendente, due
bambinipiccoli.Loscoprenel
soggiorno al numero 11 di
Disa Road, dove sul tavolino
lo attendono un piatto di
scones e una teiera colma di
tè, e dove, come aveva
temuto, rimane solo con Mr
Gouws,
disperatamente
costretto a conversare in
modofalso.
Lecosevolgonopersinoal
peggio.MrGouws–chenon
indossa giacca e cravatta
bensí un paio di calzoncini e
calze color cachi – sta
cercandodidirgliche,orache
l’anno scolastico è finito, ora
che sta per andarsene da
Worcester, loro due possono
diventare amici. In realtà sta
cercando di dire che sono
stati amici tutto l’anno: il
maestro e l’allievo piú
intelligente, il leader della
classe.
Si sente sempre piú in
agitazione e s’irrigidisce. Mr
Gouws gli offre un altro
scone,cherifiuta.–Su,dài!–
diceMrGouwse,sorridendo,
glielo mette comunque nel
piattino.Luivorrebbeproprio
nonesserelí.
Avrebbe voluto andarsene
da Worcester lasciando tutto
inordine.Eraprontoadarea
MrGouwsunpostonellasua
memoria accanto a Mrs
Sanderson: non proprio al
suofianco,mavicino.OraMr
Gouws sta rovinando tutto.
Preferirebbe che non fosse
cosí.
Il secondo scone rimane
intatto nel piattino. Non
vuolepiúfingere:sifasempre
piú muto, ostinato. – Devi
andare?–diceMrGouws.Lui
annuisce.MrGouwssialzae
lo accompagna al cancello,
che è identico al cancello del
numero12diPoplarAvenue,
conicardinichecigolanocon
lastessanotastridula.
Almeno Mr Gouws ha il
buonsensodinonstringergli
la mano o di fare altre
stupidagginidelgenere.
La decisione di lasciare
Worcester ha a che vedere
conlaStandardCanners.Suo
padre ha deciso che il suo
futuro non è nella Standard
Canners, che, secondo lui, è
in declino. Vuole tornare
all’attivitàlegale.
In ufficio c’è una festa
d’addio,dallaqualesuopadre
ritorna con un orologio
nuovo.Subitodopoparteper
CittàdelCapo,solo,lasciando
a sua madre il compito di
occuparsi del trasloco. Lei
assolda un certo Retief e si
accorda con lui affinché per
quindici sterline la sua
impresa, oltre al mobilio,
trasportiancheloro.
Gli uomini di Retief
caricano il furgone, sua
madreesuofratellosalgonoa
bordo. Lui fa un ultimo giro
di corsa intorno alla casa
vuota per accomiatarsi.
Dietro la porta d’ingresso c’è
il portaombrelli, nel quale di
solito ci sono due mazze da
golf e un bastone da
passeggio, vuoto. – Si sono
dimenticati il portaombrelli!
– grida. – Vieni! – dice sua
madre. – Lascia perdere quel
vecchio portaombrelli! – No!
– grida di rimando, ben
decisoanonandarsenefinché
gliuomininonhannopresoil
portaombrelli.–Disnet’nou
stukpyp, – brontola Retief. È
soltantounpezzoditubatura.
Cosí apprende che quello
che
considerava
un
portaombrellinonèaltroche
un pezzo di fognatura di
cementochesuamadreaveva
portatoincasaeverniciatodi
verde. È questo che stanno
portando con sé a Città del
Capo, assieme al cuscino
pienodipelidicanesulquale
dormiva Cossack, alla rete
metallica arrotolata del
pollaio, alla macchina che
lancia le palle da cricket e al
bastone con il codice Morse.
MentrearrancaversoilBain’s
Kloof Pass, il furgone di
Retief è come l’Arca di Noè:
sta mettendo in salvo i pezzi
di legno e le pietre della loro
vitadiuntempo.
Per la casa di Reunion
Park avevano pagato dodici
sterline al mese. La casa che
suo padre ha affittato a
Plumstead
ne
costa
venticinque. Si trova alla
periferia di Plumstead, di
fronteaunadistesadisabbia
e basse acacie dove, una
settimanadopoilloroarrivo,
lapoliziatrovailcorpicinodi
un neonato avvolto in carta
da pacco. A mezz’ora da lí a
piedi, nell’altra direzione, c’è
la stazione ferroviaria di
Plumstead. La casa, come
tutte le case di Evremonde
Road, è nuova; ha finestre
panoramiche e il parquet. Le
porte si sono deformate, le
serrature non chiudono, nel
cortilesulretroc’èuncumulo
dicalcinacci.
Accanto a loro vive una
coppia
appena
giunta
dall’Inghilterra. L’uomo è
sempre lí a lavare la
macchina; la donna, in
calzoncini rossi e occhiali,
passa le giornate su una
sdraio ad abbronzarsi le
lunghegambebianche.
La cosa piú urgente è
trovare una scuola per lui e
suo fratello. Città del Capo
nonècomeWorcester,dovei
maschi frequentavano una
scuolamaschileelefemmine
unascuolafemminile.ACittà
delCapocisonovariescuole
tra cui scegliere. Ma per
iscriversi a una buona scuola
è necessario avere contatti, e
loronehannopochi.
Grazie a Lance, il fratello
di sua madre, ottengono un
colloquio alla Rondebosch
Boys’ High. Ben vestito, con
indosso i calzoncini, la
camicia,lacravattaelagiacca
blu marin con il distintivo
della scuola elementare
maschile di Worcester sul
taschino, è seduto accanto a
suamadresuunapancafuori
dell’ufficio del preside.
Quando arriva il loro turno,
vengono fatti accomodare in
una stanza tappezzata di
pannelli di legno piena di
fotografiedisquadredirugby
e di cricket. Le domande del
preside
sono
rivolte
unicamente a sua madre:
dove abitano, che cosa fa il
padre. Poi arriva il momento
cheaspettava.Dallaborsasua
madreestraelapagella,conla
quale dimostra che lui era il
primo della classe, cosa che
dovrebbe aprirgli tutte le
porte.
Il preside inforca gli
occhiali. – Dunque eri il
primo della classe, – dice. –
Bene, bene! Ma qua non sarà
facile.
Sperava che lo mettesse
allaprova:cheglichiedessela
data della battaglia di Blood
River, o, meglio ancora, che
gli domandasse di fare
qualchecalcoloamente.Maè
tutto, il colloquio è finito. –
Non posso promettere nulla,
–diceilpreside.–Inseriremo
il nome nella lista d’attesa,
dopodichésipuòsolosperare
inunritiro.
Inseriscono il suo nome
nella lista d’attesa di tre
scuole,
sempre
senza
successo.
Evidentemente,
essere il primo a Worcester
nonbastaaCittàdelCapo.
L’ultima spiaggia è la
scuolacattolica,StJoseph’s.A
St Joseph’s non c’è lista
d’attesa: prendono chiunque
sia disposto a pagare la retta,
che per i non cattolici
ammonta a dodici sterline al
trimestre.
Ciò di cui si rendono
conto,luiesuamadre,èchea
Città del Capo persone
appartenenti a classi diverse
frequentano scuole diverse.
Alla St Joseph’s si rivolgono
persone, se non della classe
socialepiúbassa,senz’altrodi
quella appena sopra. Il fatto
di non essere riuscita a
iscriverlo a una scuola
migliore amareggia sua
madre ma non rattrista lui.
Non sa con sicurezza a quale
classeappartengono,qualèil
loropostonellasocietà.Peril
momento si accontenta
soltanto di cavarsela. La
minaccia di essere trasferito
inunaclassediafrikaansedi
esserecostrettoaviverelavita
degli afrikaner non incombe
piú: ecco ciò che conta. Può
rilassarsi. Non deve neppure
continuareafingerediessere
cattolico.
I veri inglesi non
frequentanounascuolacome
laStJoseph’s.Malungolevie
diRondebosch,mentrevanno
e vengono da scuola, lui li
vede ogni giorno, può
ammirarne i capelli biondi e
lisci e la pelle dorata, i vestiti
mai troppo stretti o troppo
larghi, la tranquilla fiducia in
se stessi. Si stuzzicano a
vicenda (una parola che ha
imparato leggendo le storie
ambientate nelle scuole
private) con disinvoltura,
senza l’asprezza e la
goffagginecuièabituato.Non
aspira a essere dei loro, ma li
osservacercandodiimparare.
I ragazzi del Collegio
Diocesano, che sono i piú
inglesi di tutti e non si
degnanonemmenodigiocare
arugbyocricketcontrolaSt
Joseph’s, vivono in quartieri
esclusivi che, essendo lontani
dalla ferrovia, lui non vede
ma di cui ha sentito parlare:
Bishopscourt,
Fernwood,
Constantia.Hannosorelleche
frequentano scuole come
Herschel e St Cyprian’s, sulle
quali vigilano e che
proteggono con garbata
discrezione. A Worcester di
rado aveva posato gli occhi
sulle ragazze: pareva che i
suoi amici avessero solo
fratelli,enessunasorella.Ora,
per la prima volta, scorge le
sorelle degli inglesi, cosí
biondo-dorate, cosí belle, che
quasi non riesce a credere
sianodiquestaterra.
Per arrivare puntuale a
scuolaalle8.30deveusciredi
casa alle 7.30: un tragitto di
mezz’ora a piedi per
raggiungere la stazione, un
quarto d’ora di treno, cinque
minutiapiedidallastazionea
scuola, e dieci minuti di
margine in caso di ritardi.
Tuttavia,poichéèterrorizzato
all’idea di arrivare in ritardo,
escedicasaalle7.00earrivaa
scuolaperle8.00.Lí,nell’aula
appena aperta dal custode,
siedealsuobancoconlatesta
sullebracciaeaspetta.
Haincubiincuileggemale
il quadrante della sveglia,
perdeiltreno,svoltanellavia
sbagliata. Nei suoi incubi
piange disperato senza
riuscireatrovareconforto.
Gli unici che arrivano a
scuola prima di lui sono i
fratelliDeFreitas,ilcuipadre,
unfruttivendolo,liscaricadal
suo scassato camion azzurro
alle prime luci dell’alba
mentre va all’ortomercato di
SaltRiver.
Gli insegnanti della St
Joseph’s
appartengono
all’ordine marista. Per lui
questi fratelli, con le loro
severe tonache nere e i
bianchi collari inamidati,
sono persone speciali. È
colpito dalla loro aria di
mistero: il mistero delle loro
origini, il mistero dei nomi
chehannogettatovia.Nongli
vaquandofratelloAugustine,
l’allenatore di cricket, arriva
all’allenamento con indosso
una camicia bianca, calzoni
neriescarpedacricketcome
una
persona
qualsiasi.
Soprattuttononglivaquando
fratelloAugustine,prontoalla
battuta, si infila la conchiglia
di cuoio nei calzoni per
proteggersi.
Non sa cosa facciano i
fratelli
quando
non
insegnano. È vietato entrare
nell’ala dell’edificio scolastico
dove dormono, mangiano e
conducono la loro vita
privata; lui non ha nessuna
intenzione di penetrarvi. Gli
piace pensare che conducano
vite austere, che si alzino alle
quattro di notte, trascorrano
ore e ore in preghiera,
consumino pasti frugali, si
rammendino da sé i calzini.
Quando si comportano male,
fadelsuomeglioperscusarli.
Quando fratello Alexis, per
esempio,cheègrassoenonsi
rasa, fa un peto senza alcun
ritegno o si addormenta
durante la lezione di
afrikaans,
lo
giustifica
dicendosichefratelloAlexisè
un uomo intelligente che
considera l’insegnamento un
mestiere non alla sua altezza.
Quando fratello Jean-Pierre
vieneall’improvvisotrasferito
altrove dal dormitorio delle
elementari, accompagnato da
unariddadivocisecondocui
avrebbe fatto certe cose ai
bambini, lui si limita a
bandirequellestoriedallasua
mente.Perluièinconcepibile
che i fratelli abbiano desideri
sessuali e non vi oppongano
resistenza.
Siccome pochi fratelli
parlano inglese come prima
lingua, per insegnarlo hanno
assuntouncattolicolaico.Mr
Whelan è irlandese: odia gli
inglesiefaticaanasconderela
suamancanzadisimpatiaper
i protestanti. Non si sforza
nemmeno di pronunciare
correttamente
i
nomi
afrikaner, li dice con una
smorfiadidisgustocomesesi
trattassediciancebarbare.
Gran parte delle lezioni di
ingleseèincentratasulGiulio
Cesare di Shakespeare; il
metodo di Mr Whelan
consiste nell’assegnare ai
ragazzi i ruoli e far leggere
loro a voce alta la propria
parte.Fannoancheesercizidi
grammatica e, una volta alla
settimana, svolgono un breve
tema. Hanno a disposizione
trenta minuti; nei restanti
dieci minuti Mr Whelan
correggeitemielivaluta,dal
momento che non è del
parere che si debba portare
lavoro a casa. Quei dieci
minuti di correzioni sono
diventati per lui una pièce de
résistance, che i ragazzi
osservanoconsorrisipienidi
ammirazione. Brandendo la
matita blu, Mr Whelan passa
in rassegna la pila di temi.
Alla fine, dopo che ha
raccoltoiquadernielihadati
al capoclasse perché li
distribuisca, tra i ragazzi
serpeggia
un
applauso
sommesso,ironico.
IlnomedibattesimodiMr
WhelanèTerence.Portauna
giacca di pelle marrone da
motociclistaeuncappello.Se
fa freddo tiene su il cappello
anchealchiuso.Sistrofinale
pallide mani bianche per
scaldarle;halafacciaesangue
di un cadavere. Non è chiaro
cosa faccia in Sudafrica,
perché non sia in Irlanda.
Sembra che disapprovi il
paese e tutto ciò che succede
lí.
Per Mr Whelan svolge
temi su Marc’Antonio, su
Bruto,sullasicurezzastradale,
sullosport,sullanatura.Sono
quasi tutti esercizi noiosi,
meccanici; ma ogni tanto,
mentre scrive, sente un
fremito di eccitazione, e la
pennacominciaavolaresulla
pagina. In un suo tema un
brigante aspetta nascosto sul
ciglio della strada. Il suo
cavallo sbuffa appena, il fiato
si trasforma in vapore
nell’aria fredda della notte.
Unraggiodilunaglisferzail
volto; tiene la pistola sotto il
bavero della giacca per
mantenere asciutta la polvere
dasparo.
Il brigante non colpisce
pernienteMrWhelan.Isuoi
occhi smorti guizzano sulla
pagina, la matita entra in
azione: 6. 6 è il voto che
prendequasisempreneitemi;
mai piú di 7. I ragazzi con
nomi inglesi prendono 7 o 8.
Nonostante
lo
strano
cognome, un certo Theo
Stavropoulos prende 8,
perché si veste bene e studia
dizione. A Theo tocca anche
sempre
la
parte
di
Marc’Antonio,ilchesignifica
che sta a lui leggere a voce
alta: «Amici, Romani, popol
mio! Ascoltate» 1, il discorso
piúfamosodeldramma.
A Worcester era andato a
scuola in uno stato di
apprensione ma anche di
eccitazione. Certo, avrebbero
potuto smascherarlo in ogni
istante, dire che era un
bugiardo, con conseguenze
spaventose. Eppure andare a
scuola era affascinante: ogni
giorno sembrava portare
nuove
rivelazioni
sulla
crudeltà,ildoloreel’odioche
imperversano
sotto
la
superficiedellecose.Quelche
accadeva era sbagliato, lo
sapeva,nonsisarebbedovuto
permettere che succedesse; e
luieratroppopiccolo,troppo
infantileevulnerabile,perciò
che
sperimentava.
Nonostante
questo,
la
passione e la furia di quei
giorni lo avvincevano; era
turbato ma anche avido di
vedere di piú, di vedere tutto
quellochec’eradavedere.
A Città del Capo, invece,
benprestohalasensazionedi
perderetempo.Lascuolanon
è piú un luogo in cui si
manifestano grandi passioni.
Èunpiccolomondoangusto,
una prigione piú o meno
innocua in cui non c’è
nessuna
differenza
fra
intrecciare
canestri
e
sottoporsi alla routine della
lezione.CittàdelCapononlo
sta rendendo piú intelligente,
lo sta rendendo piú stupido.
Questa consapevolezza lo
getta nel panico. Chiunque
eglisiaveramente,qualunque
sia il vero io che si solleverà
dalleceneridellasuainfanzia,
non gli consentono di
nascere, lo mantengono
gracileestento.
Avverte questa sensazione
in modo piú disperato
durante le lezioni di Mr
Whelan. Potrebbe scrivere
molto piú di quanto Mr
Whelan gli consentirà mai di
fare. Scrivere per lui non è
come dispiegare le ali; al
contrario,
è
come
raggomitolarsi, farsi piú
piccolo
e
inoffensivo
possibile.
Non ha voglia di svolgere
temisullosport(menssanain
corporesano)osullasicurezza
stradale, cosí noiosi che deve
spremerefuorileparole.Non
vuolenemmenosvolgeretemi
sui briganti: ha la sensazione
che le schegge di chiaro di
luna che si posano sui loro
volti e le nocche bianche che
stringono il calcio della
pistola,
qualunque
impressione
momentanea
possano destare, non siano
roba sua, che vengano da
qualchealtraparteesianogià
vizze.Sepotesse,senonfosse
Mr Whelan a leggere, gli
piacerebbe scrivere qualcosa
di piú oscuro, qualcosa che,
unavoltafluitodallapenna,si
allargasse
sulla
pagina
sfuggendo a ogni controllo,
come
una
macchia
d’inchiostro. Come una
macchia d’inchiostro, come
ombre che guizzano sulla
faccia dell’acqua cheta, come
un lampo che crepita nel
cielo.
AMrWhelanspettaanche
ilcompitoditeneroccupatii
ragazzinoncattolicidiprima
mediamentreicattolicisono
al catechismo. Dovrebbe
leggereilvangelodisanLuca
con loro. Invece sentono di
continuo parlare di Parnell e
Roger Casement e della
perfidiadegliinglesi.Macerti
giorni Mr Whelan arriva in
classe con il «Cape Times»,
fremente di rabbia per i
recenti oltraggi perpetrati dai
russi nei paesi satelliti. –
Hanno creato nelle scuole
classi di ateismo in cui gli
alunni vengono costretti a
sputaresullacroce,–tuona.–
Chirimanefedeleallapropria
fedevienerinchiusoininfami
campi di prigionia. È questa
la realtà del comunismo, che
ha l’impudenza di definirsi
«lareligionedell’Uomo».
Da fratello Otto sentono
parlare delle persecuzioni in
Cina. Fratello Otto non è
come Mr Whelan: è
tranquillo,
arrossisce
facilmente,
bisogna
persuaderlo con le buone per
farlo raccontare. Ma le sue
storie sono piú autorevoli
perché lui in Cina c’è stato
davvero. – Sí, l’ho visto con i
miei occhi, – dice nel suo
inglesezoppicante.–Gentein
una
cella
minuscola,
rinchiusa dentro; cosí tante
persone che non riuscivano
nemmeno a respirare e
morivano.L’hovistoeccome.
«Ching-Chongilcinese»,è
cosí che i ragazzi chiamano
fratello Otto alle sue spalle.
Per loro ciò che fratello Otto
dice sulla Cina o Mr Whelan
sullaRussianonèpiúrealedi
Jan Van Riebeeck o del
Grande Trek. In realtà,
siccomeJanVanRiebeeckeil
Trek fanno parte del
programma di prima media
mentre il comunismo no,
quelchesuccedeinCinaein
Russiasipuòancheignorare.
La Cina e la Russia sono
soltanto delle scuse per far
parlare fratello Otto e Mr
Whelan.
Quantoalui,èangustiato.
Sa che le storie dei suoi
insegnantidevonoesseredelle
frottole, ma non sa come
dimostrarlo.Nonglival’idea
di doverli ascoltare per forza,
ma è troppo accorto per
protestare o persino sollevare
obiezioni. Ha letto il «Cape
Times», sa cosa succede ai
cosiddetti «compagni». Non
ha nessuna voglia di essere
denunciatoemessoalbando.
Sebbene Mr Whelan sia
poco entusiasta di insegnare
le Sacre Scritture ai non
cattolici, non può trascurare
del tutto i Vangeli. – «Se
alcuno ti percuote su di una
guancia, porgigli eziandio
l’altra», – legge citando san
Luca. – Che cosa vuol dire
Gesú? Vuole forse dire che
non dobbiamo difenderci?
Significachedobbiamoessere
delle femminucce? No di
certo.Maseunattaccabrighe
vuole coinvolgervi in una
rissa, Gesú dice: Non
accettate provocazioni. Ci
sono modi migliori per
risolvere le divergenze che
ricorrereaunascazzottata.
– «A chiunque ha, sarà
dato;machinonha,eziandio
quelch’egliha,glisaràtolto».
Che cosa vuol dire Gesú?
Vuole forse dire che l’unico
modoperottenerelasalvezza
è quello di dare via ciò che
possediamo? No. Se Gesú
avesse voluto che andassimo
in giro vestiti di stracci, lo
avrebbedetto.Gesúparlaper
mezzo di parabole. Ci dice
che chi di noi crede sul serio
sarà ricompensato con il
paradiso, mentre chi non
credesoffriràilcastigoeterno
dell’inferno.
Si chiede se Mr Whelan
consulti i fratelli – in
particolare fratello Odilo,
l’economocheincassalaretta
–, prima di predicare questo
genere di dottrina ai non
cattolici. Mr Whelan, il laico,
è chiaramente convinto che i
noncattolicisianodeipagani,
e dunque dannati. I fratelli,
invece,sonomoltotolleranti.
La sua resistenza alle
lezioni sulle Sacre Scritture
tenutedaMrWhelansifapiú
ferma. È sicuro che Mr
Whelan non ha idea di quel
che significano davvero le
parabolediGesú.Sebbenelui
sia ateo e lo sia sempre stato,
crede di capire Gesú meglio
di Mr Whelan. Gesú non gli
piace – va troppo facilmente
su tutte le furie –, ma è
disposto a sopportarlo.
AlmenoGesúnonpretendeva
di essere Dio, ed è morto
prima di diventare padre. È
questalaforzadiGesú;ècosí
chemantieneilsuopotere.
Ma c’è una parte del
vangelo di san Luca che non
gli piace sentir leggere.
Quando ci arrivano, lui
s’irrigidisce, si tappa le
orecchie. Le donne giungono
al sepolcro per ungere il
corpo di Gesú. Gesú non c’è.
Al suo posto, trovano due
angeli. «Perché cercate il
viventetraimorti?–dicono.
– Egli non è qui, ma è
risuscitato». Se dovesse
togliersi le mani dalle
orecchie e permettere alle
parole di penetrare dentro di
lui, lo sa, non potrebbe che
salire in piedi sulla seggiola e
lanciare urla di trionfo. Si
renderebbe ridicolo per
sempre.
NonpensacheMrWhelan
gli voglia male. Nonostante
questo, il voto piú alto che
ottiene negli esami di inglese
è7.Conun7nonpuòessere
il primo della classe: ci sono
ragazzi privilegiati che lo
battono di gran lunga. E poi
non va bene in storia e
geografia, materie che lo
annoiano piú che mai. Sono
soltantoivotialticheprende
in matematica e latino a
portarlo in vetta, appena
davanti a Oliver Matter, il
ragazzino svizzero che era
l’allievo piú brillante della
classeprimachearrivasselui.
Ora che, in Oliver, ha
trovatounvalenteavversario,
il voto di un tempo – quello
di portare sempre a casa la
pagellanumerouno–diventa
una seria questione di onore.
Sebbene non ne faccia parola
con sua madre, si prepara al
giornochesentedinonessere
in grado di affrontare, il
giornoincuidovràdirlecheè
arrivatosecondo.
Oliver Matter è un
ragazzino dolce, sorridente,
con la faccia da luna piena,
cui pare non importi di
arrivaresecondotantoquanto
importaalui.Ognigiornolui
e Oliver si fronteggiano nella
gara di domande e risposte
ideata da fratello Gabriel:
mette in fila i ragazzi, poi va
suegiúfacendodomandecui
bisognarisponderenelgirodi
cinque secondi; chi sbaglia
finisce in fondo alla fila. Alla
fine,intestac’èsempreoluio
Oliver.
Poi un giorno Oliver
smette di andare a scuola.
Dopo un mese di silenzio,
fratello Gabriel fa un
annuncio.
Oliver
è
all’ospedale, ha la leucemia,
devono pregare per lui. A
testa china i ragazzi pregano.
Dato che lui non crede in
Dio, non prega, si limita a
muovere le labbra. «Tutti
penseranno che voglio che
Oliver muoia cosí posso
essereilprimo»,pensa.
Oliver non torna piú.
Muore in ospedale. I ragazzi
cattolici partecipano a una
messa speciale perché la sua
animariposiinpace.
La minaccia non incombe
piú. Lui finalmente respira;
ma il piacere di un tempo di
essere primo si è ormai
guastato.
1
W. Shakespeare, Giulio
Cesare, III.II .79 [trad. it. di S.
Perosa,inIdrammiclassici(acura
di G. Melchiori), Milano 1978, p.
359].
Diciassette.
La vita a Città del Capo è
meno varia che a Worcester.
Nei fine settimana, in
particolare, non c’è niente da
fare a parte leggere il
«Reader’sDigest»,ascoltarela
radio o lanciare una palla da
cricket. Non va piú in
bicicletta: a Plumstead non si
puòandaredanessunaparte,
perchéilquartiereèun’unica
distesa di case in ogni
direzione, e poi è troppo
grande ormai per la Smiths,
che comincia a sembrare la
biciclettadiunbambino.
A dire il vero, andare in
giro in bicicletta comincia a
sembrarglistupido.Altrecose
da cui un tempo era tutto
assorbito hanno perso il loro
fascino: costruire modellini
con il Meccano, collezionare
francobolli. Non riesce piú a
capire come ha potuto
perdere tempo con quelle
cose. Passa ore in bagno a
esaminarsiallospecchio,eciò
chevedenonglipiace.Smette
di sorridere, si esercita per
avereunaspettocorrucciato.
L’unica passione non
sopita è quella per il cricket.
Non conosce nessuno che ne
sia divorato quanto lui. Ci
gioca a scuola, ma non gli
basta mai. Sul davanti della
casa di Plumstead c’è uno
stoep lastricato di ardesia. Lí
gioca da solo, reggendo la
mazza nella mano sinistra,
lanciando la palla contro il
muro con la destra,
colpendola quando rimbalza,
immaginandodiesseresuun
campo da gioco. Gioca per
orecontroilmuro.Ivicinisi
lamentanoconsuamadredel
rumore, ma lui fa finta di
niente.
Ha
studiando
attentamente
libri
sull’argomento, conosce a
memoriaivaritiri,èingrado
di eseguirli con il corretto
giocodigambe.Malaveritàè
che al cricket vero e proprio
preferisce il suo gioco
solitario sullo stoep. La
prospettiva di battere la palla
suunverocampodagiocolo
eccita ma, allo stesso tempo,
lo riempie di paura. Teme
soprattuttoilanciatoriveloci:
teme che lo colpiscano, teme
il dolore. Quando gioca per
davvero a cricket, deve
concentrarsi per non battere
ciglio,pernontradirsi.
Diradosegnaunpunto.Se
non lo buttano fuori subito,
certevolteriesceabattereper
una mezz’ora senza segnare
unsolopunto,irritandotutti,
compresi i compagni di
squadra. Sembra che entri in
trance, in uno stato di
passività, in cui è sufficiente,
del tutto sufficiente, schivare
la palla. Quando ripensa a
questi suoi fallimenti, si
consola rievocando le difficili
partite disputate, nel corso
delle quali una figura
solitaria, di solito un
giocatore dello Yorkshire –
testardo, stoico, le labbra
serrate–,battesenzasosta,un
inningdopol’altro,tieneduro
mentre tutt’intorno a lui i
palettiruzzolanoaterra.
Un venerdí pomeriggio,
alla prima battuta contro la
Pinelands Under-13, si trova
di fronte un ragazzo alto e
dinoccolatoche,incitatodalla
sua squadra, lancia con tutta
la forza che ha in corpo. La
palla schizza via, gli sfugge, a
volte sfugge anche al
ricevitore: non c’è quasi
bisognodiusarelamazza.
Allaterzapallalanciatada
un’estremità del campo, la
palla tocca terra oltre il
tappeto erboso, rimbalza e lo
colpisce alla tempia. «È
davvero troppo! – pensa
seccato.–Questoèilcolmo!»
Si rende conto che gli esterni
lo guardano in modo strano.
Sente ancora l’impatto della
palla contro l’osso: un crac
sordo, senza eco. Poi perde
coscienzaecade.
È disteso a bordo campo.
Ha il viso e i capelli bagnati.
Si guarda intorno alla ricerca
dellamazzamanonlavede.
– Resta sdraiato un po’, –
dicefratelloAugustine.Lasua
voce è allegra. – Hai preso
unabotta.
– Voglio battere, –
mormora,rizzandosiasedere.
Èlacosagiustadadire,losa:
dimostra che non è un
vigliacco. Ma non può
battere: ha perso il suo turno
alla battuta, qualcun altro ha
giàpresoilsuoposto.
Si sarebbe aspettato una
reazione diversa. Si sarebbe
aspettato un grido indignato
contro
il
pericoloso
lanciatore. Ma la partita
continua e la sua squadra va
forte.–Staibene?Famale?–
chiede un compagno di
squadra, ma poi ascolta a
malapenalarisposta.Sedutoa
bordocampo,segueirestanti
innings. Piú tardi raccoglie la
palla. Vorrebbe tanto avere il
malditesta;vorrebbeperdere
la vista, o svenire, o fare
qualcos’altro di drammatico.
Ma si sente bene. Si tocca la
tempia. C’è una parte
indolenzita.Sperachesigonfi
e diventi blu prima
dell’indomani, per poter
dimostrare di essere stato
colpitosulserio.
Come tutti a scuola, deve
anche giocare a rugby. Deve
giocarci persino un certo
Shepherd, che ha il braccio
sinistroindebolitodallapolio.
I ruoli vengono distribuiti in
mododeltuttoarbitrario.Lui
deve fare il pilone per
l’Under-13B. Giocano il
sabato mattina. Il sabato
piove sempre: infreddolito,
bagnato e avvilito, arranca di
mischia in mischia per il
campofradicio,spintonatoda
ragazzi piú grossi. Siccome è
il pilone nessuno gli passa la
palla, cosa di cui è grato ai
compagni,poichéhapauradi
essere placcato. Ma la palla,
rivestita di grasso equino per
proteggere il cuoio, è troppo
scivolosa perché si riesca a
trattenerla.
Fingerebbedistaremale,il
sabato, non fosse che cosí la
squadra resterebbe con
quattordici giocatori. Non
presentarsi alla partita di
rugby è ancora peggio che
nonandareascuola.
L’Under-13Bperdetuttele
partite. Anche l’Under-13A
perdeilpiúdellevolte.Adire
il vero, quasi tutte le squadre
della St Joseph’s perdono il
piú delle volte. Non capisce
perché la scuola si ostini a
giocarearugby.Ifratelli,che
sonoaustriacioirlandesi,non
ci tengono proprio. Le rare
occasioni in cui vanno a
vedere la partita, sembra piú
che altro che si divertano,
senza capire cosa succede in
campo.
Nell’ultimo cassetto del
comò sua madre tiene un
libro dalla copertina nera
intitolato Matrimonio ideale.
Èsulsesso;luisadaanniche
si trova lí. Un giorno lo tira
fuori di nascosto dal cassetto
e lo porta a scuola. Il libro
causaungrantrambustotrai
suoi amici; a quanto pare è
l’unico i cui genitori hanno
unlibrosimile.
Sebbene la lettura sia
deludente – i disegni degli
organi sessuali sembrano
diagrammi di un libro di
scienze, e nemmeno nel
capitolo
dedicato
alle
posizioni c’è niente di
eccitante (infilare l’organo
maschile nella vagina è come
fare un clistere) –, gli altri lo
consultano
avidamente,
chiedono a gran voce di
averloinprestito.
Durante la lezione di
chimica lascia il libro sul
banco. Quando ritornano,
fratelloGabriel,chedisolitoè
molto
allegro,
ha
un’espressione gelida, di
disapprovazione. È convinto
che l’abbia visto; il cuore gli
batte all’impazzata mentre
attende l’annuncio e la
sensazione di vergogna che
seguirà. L’annuncio non
arriva;
ma
in
ogni
osservazione di fratello
Gabriel scorge un velato
riferimento al male che lui,
noncattolico,haportatonella
scuola. Si è guastato tutto tra
lui e fratello Gabriel. Si
rammarica amaramente di
aver portato a scuola il libro;
lo riporta a casa, lo rimette
nel cassetto, non lo guarda
maipiú.
Per qualche tempo lui e i
suoi amici continuano a
riunirsi in un angolo del
campo da gioco, durante
l’intervallo,aparlaredisesso.
A queste discussioni fornisce
piccoli contributi che ha
appreso dal libro. Ma
evidentemente non sono
abbastanza interessanti: ben
presto i ragazzi piú grandi si
separanodalrestodelgruppo
e proseguono da soli la
conversazione, in cui ci sono
improvvisi cali di tono,
sussurri, scoppi di risa
sguaiate. Al centro di queste
conversazioni
c’è
Billy
Owens, che ha quattordici
anni e una sorella di sedici e
conosce le ragazze e possiede
una giacca di pelle che si
mette quando va a ballare e
con tutta probabilità ha già
avutorapportisessuali.
Fa amicizia con Theo
Stavropoulos. Corre voce che
Theosiaunmoffie,unfrocio,
ma lui non vuole crederci.
Theoglipiace,glipiacelasua
pelledelicataeilsuocolorito
acceso, il taglio impeccabile
dei capelli e il modo
accattivante con cui indossa
gli abiti. Persino la giacca
dell’uniforme scolastica, con
le sue insulse strisce verticali,
glidona.
Il padre di Theo è
proprietario di una fabbrica.
Nessunosaconesattezzacosa
produca,mahaachefarecon
il pesce. La famiglia vive in
una grande casa nella zona
piú ricca di Rondebosch.
Hanno cosí tanti soldi che i
ragazzi potrebbero senz’altro
frequentare
il
Collegio
Diocesano, se non fossero
greci. Siccome sono greci e
hanno un nome straniero,
devono frequentare la St
Joseph’s, che, ora lui se ne
rende conto, è una specie di
cesta in cui si raccolgono i
ragazzi che non possono
andaredanessun’altraparte.
IntravvedeilpadrediTheo
soltanto una volta: un uomo
alto, vestito elegantemente,
conocchialineri.Lamadrela
vede piú spesso. È piccola,
minuta e ha i capelli neri;
fuma e guida una Buick
azzurra che si ritiene sia
l’unica macchina di Città del
Capo – se non di tutto il
Sudafrica – con le marce
automatiche. Theo ha anche
unasorellapiúgrande:ècosí
bella, è stata istruita
spendendo cosí tanti soldi, è
cosíinetàdamarito,chenon
le consentono di mostrarsi
agli sguardi degli amici di
Theo.
La
mattina
gli
Stavropoulos
vengono
accompagnati a scuola con la
Buick azzurra, al cui volante
certe volte c’è la madre ma
piú spesso un autista in
uniforme nera e berretto con
visiera. La Buick entra
maestosa nel cortile della
scuola, Theo e suo fratello
scendono, la Buick esce
maestosa. Non capisce come
Theo possa permetterlo. Se
fosse
al
posto
suo,
chiederebbe di scendere un
isolato di distanza. Ma Theo
accetta i lazzi e gli sfottò con
serenità.
Ungiorno,dopolascuola,
Theo lo invita a casa sua.
Quando arrivano, scopre che
pranzeranno insieme. Cosí
alle tre del pomeriggio si
siedono a una tavola con
posate d’argento e tovaglioli
puliti, e un maggiordomo in
uniforme bianca serve loro
bistecca e patatine fritte,
quindirimaneinpiedidietro
la sedia di Theo mentre loro
mangiano,inattesadiordini.
Fa del suo meglio per
nasconderelostupore.Sache
ci sono persone che vengono
servitedaicamerieri,manon
avevamaipensatocheanchei
ragazziniavesseroidomestici.
Poiigenitorielasorelladi
Theo vanno all’estero – la
sorella,correvoce,sposeràun
baronetto inglese – e Theo e
suofratellositrasferisconoin
collegio. Si aspetta che Theo
sia sconvolto da questa
esperienza:perviadell’invidia
e della malignità degli altri
ragazzi,delcibocattivo,delle
umiliazioni di una vita senza
intimità.Siaspettaaltresíche
Theo debba sottoporsi allo
stessotagliodicapelliditutti
gli altri. Ma, in un modo o
nell’altro, Theo riesce a
mantenere il suo taglio
elegante; in un modo o
nell’altro, nonostante il suo
nome,
nonostante
sia
maldestro
nello
sport,
nonostantesiaconsideratoun
moffie,conservailsuosorriso
soave, non si lamenta mai,
non permette mai a nessuno
diumiliarlo.
Theo siede pigiato contro
di lui nel suo banco, sotto
l’immagine di Gesú che apre
il petto per mostrare un
ardente cuore rosso rubino.
Dovrebbero ripassare la
lezione di storia; in realtà
davanti a loro c’è un
libriccino di grammatica di
cui Theo si serve per
insegnargli il greco antico. Il
grecoanticoconlapronuncia
del
greco
moderno:
l’eccentricità della cosa gli
piace. – Aftós, – sussurra
Theo.
–
Evdhemonía.
Evdhemonía,–sussurraasua
volta.
Fratello Gabriel drizza gli
orecchi. – Che stai facendo,
Stavropoulos?–domanda.
– Gli insegno il greco,
fratello,–diceTheoconquel
suo modo di fare mite,
fiducioso.
– Va’ a sederti al tuo
banco.
Theosorrideetornaalsuo
banco.
I fratelli non provano
simpatia per Theo. La sua
arroganzaliinfastidisce;sono
prevenuti come i ragazzi,
perché ha tanti soldi.
L’ingiustizia della cosa lo fa
infuriare; per Theo sarebbe
prontoadarbattaglia.
Diciotto.
Per sbarcare il lunario
finché la nuova attività del
padre non comincia a
fruttare,suamadreriprendea
insegnare.Perilavoridicasa
assume una domestica, una
donna pelle e ossa e quasi
sdentatadinomeCelia.Certe
volte Celia porta con sé la
sorella minore per avere un
po’ di compagnia. Un
pomeriggio torna a casa e le
trova sedute in cucina a
prendere il tè. La sorella
minore, piú carina di Celia,
glifaunsorriso.Qualcosanel
suosorrisolospiazza;nonsa
doveguardareesiritiranella
suastanza.Lesenteridereesa
cheridonodilui.
Sta cambiando qualcosa.
Gli pare di essere sempre
imbarazzato. Non sa dove
volgere gli occhi, cosa fare
con le mani, come muoversi,
cheespressioneavere.Tuttilo
guardano, lo giudicano, lo
trovano inadeguato. Si sente
come un granchio tolto dal
guscio,rosaeferitoeosceno.
Una volta aveva un sacco
di idee, idee di posti dove
andare,dicosedicuiparlare,
dicosedafare.Erasempreun
passo piú avanti di tutti: lui
era il leader, gli altri lo
seguivano. Ora l’energia che
sentiva sprigionare da sé non
c’è piú. A tredici anni sta
diventando
scontroso,
imbronciato, torvo. Questo
suonuovoiononglipiace,lo
trova orribile, vorrebbe
toglierselo di dosso, ma è
qualcosachenonpuòfareda
solo. Chi, però, può farlo al
postosuo?
Vanno a visitare il nuovo
ufficio del padre per vedere
com’è.
L’ufficio
è
a
Goodwood, un sobborgo
afrikaner
della
serie
Goodwood-Parow-Belleville.
Le finestre sono verniciate
verde scuro; sopra il verde, a
lettere dorate, ci sono le
parole PROKUREUR - Z.
COETZEE - PROCURATORE.
L’interno è tetro, con pesanti
poltrone di cuoio rosso
imbottite di crine. I libri di
giurisprudenza che hanno
fatto il giro del Sudafrica
assiemealorodaquandosuo
padre si è ritirato dalla
professione, nel 1937, sono
riemersi dagli scatoloni e
tornatisugliscaffali.Lisfoglia
pigramente cercando la
parola stupro. Certe volte i
nativi infilano l’organo
maschile tra le cosce della
donna senza penetrazione,
diceunanotaapie’dipagina.
La pratica rientra nel diritto
consuetudinario. Non è
consideratastupro.
È questo il genere di cose
che fanno nei tribunali, si
chiede: discutono di dove s’è
cacciatoilpene?
L’attività del padre pare
sempre piú fiorente. Alle sue
dipendenze non c’è soltanto
unadattilografa,maancheun
praticante, un certo Eksteen.
AEksteensuopadrelasciada
sbrigarelepratichediroutine,
quali le cessioni e i
testamenti; dedicando i
propri sforzi a quella parte
eccitante del lavoro che va
sotto il nome di «salvare la
gente». Ogni giorno torna a
casaconnuovestoriedigente
che ha salvato, e di quanto
loroglisianograti.
Asuamadrenoninteressa
tanto la gente che ha salvato
quanto l’elenco sempre piú
lungodigentecheglidevedei
soldi.Unnomeinparticolare
continua a saltar fuori: Le
Roux,piazzistadiautomobili.
Suamadretormentailpadre:
è un avvocato, lo trova
senz’altro il modo per far
pagare Le Roux. Le Roux
estinguerà di sicuro il debito
alla fine del mese, replica il
padre, lo ha promesso. Ma
allafinedelmese,ancorauna
volta, Le Roux non lo
estingue.
Non solo Le Roux non lo
estingue,
non
diventa
nemmeno piú parco nelle
spese. Al contrario, paga da
bere al padre, gli promette
altro lavoro, fa un quadro
roseo riguardo al denaro che
si può fare pignorando le
macchine per inadempienza
delcompratore.
Le litigate a casa si fanno
sempre piú feroci ma, allo
stesso tempo, piú circospette.
Chiede a sua madre cosa
succede. Jack ha prestato dei
soldi a Le Roux, dice lei con
asprezza.
Non c’è bisogno che senta
altro. Conosce suo padre, sa
cosa succede. Suo padre
desidera
ardentemente
l’approvazione altrui, farebbe
dituttoperpiacereallagente.
Negli ambienti che frequenta
cisonosoltantoduemodiper
piacereallagente:pagandoda
bereeprestandosoldi.
Ai bambini non è
permesso andare al bar. Ma
nel bar dell’albergo di
Fraserburg Road lui e suo
fratello, seduti a un tavolino
d’angoloabereunaspremuta
d’arancia, guardando il padre
offrire cognac agli estranei,
hanno conosciuto quest’altro
aspettodelsuocarattere.Cosí
ora lui sa che il cognac può
renderloespansivoepienodi
bonomia, farlo vantare, farlo
scialacquare.
Ascolta i monologhi
lamentosi della madre con
torva avidità. Anche se lui
non casca piú nei tranelli di
suo padre, teme che lei non
sia in grado di opporre
resistenza:inpassatohavisto
suo padre raggirarla troppe
volteconlesuemoine.«Non
ascoltarlo, – la ammonisce. –
Nonfachementirti».
IproblemiconLeRouxsi
fanno sempre piú gravi. Ci
sono lunghe telefonate.
Comincia a saltar fuori un
altro
nome:
Bensusan.
Bensusanèaffidabile,dicesua
madre.Bensusanèebreo,non
beve. Bensusan salverà Jack,
lorimetteràsullarettavia.
Ma non c’è solo Le Roux,
si scopre dopo un po’. Ci
sono altri uomini, altri
compagni di bevute, cui suo
padre ha prestato soldi. Non
riesceacrederci,nonriescea
capire.Dadovevengonotutti
quei soldi, se suo padre ha
soltantouncompletogiaccae
pantaloni e un paio di scarpe
e deve andare al lavoro in
treno? Si fanno davvero cosí
in fretta i soldi salvando la
gente?
NonhamaivistoLeRoux
ma riesce a immaginarselo
abbastanza facilmente. Le
Roux dev’essere un rubizzo
afrikanerconibaffibiondi;se
lovedeconuncompletoblue
una cravatta nera; dev’essere
grassottello, e sudare molto e
raccontarebarzellettesporche
avocealta.
LeRouxèconsuopadrein
un bar di Goodwood.
Quando suo padre non lo
vede,LeRouxstrizzal’occhio
agli altri uomini presenti. Le
Rouxpensachesuopadresia
un gonzo. Ha le guance in
fiamme dalla vergogna
all’idea che suo padre sia
tantostupido.
Il denaro, si scopre, non è
proprio di suo padre. È per
questo che Bensusan è
intervenuto nella faccenda.
Bensusan agisce per conto
dell’Associazione
degli
avvocati.Laquestioneèseria:
il denaro proviene dal conto
fiduciariodisuopadre.–Che
cos’è un conto fiduciario? –
chiede a sua madre. – Sono
soldi di cui dispone sulla
fiducia. – Perché la gente gli
dà dei soldi sulla fiducia? –
dice.–Devonoesserepazzi–.
Suamadrescuotelatesta.–I
procuratori hanno conti di
questo genere, – dice, – Dio
solo sa perché. – Quando si
trattadisoldiJackècomeun
bambino,–dice.
Bensusan e l’Associazione
degli
avvocati
sono
intervenuti perché ci sono
persone che vogliono salvare
suo padre, persone che lo
conoscono da quando era
sovrintendente alle locazioni,
prima che i nazionalisti
andasseroalpotere.Sonoben
dispostiversosuopadre,non
vogliono che vada in galera.
In virtú dei bei tempi andati,
e perché ha moglie e figli,
intendono chiudere un
occhio su certe cose e
giungere a un accordo. Potrà
restituire i soldi nell’arco di
cinque anni; poi la faccenda
saràchiusa,dimenticata.
Sua madre si reca da un
consulente legale. Vorrebbe
che i suoi beni fossero
separati da quelli del marito,
prima che accada qualche
altracatastrofe:iltavolodella
saladapranzo,peresempio;il
comò con lo specchio; il
tavolino in legno di ocotea
che le ha regalato zia Annie.
Vorrebbe
emendare
il
contratto matrimoniale in
basealqualeciascunconiuge
è responsabile dei debiti
dell’altro. Ma i contratti
matrimoniali, si scopre, non
sipossonomodificare.Sesuo
padre cola a picco, cola a
piccoanchesuamadre,leiei
figli.
Eksteen e la dattilografa
ricevono il preavviso di
licenziamento, lo studio di
Goodwoodvienechiuso.Non
riesce a sapere che fine fa la
finestra verde con le lettere
dorate.Suamadrecontinuaa
insegnare.
Suo
padre
comincia a cercare un nuovo
lavoro. Tutte le mattine, alle
sette in punto, esce di casa.
Ma dopo un paio d’ore – è il
suo segreto –, quando tutti
sonousciti,ritorna.Siinfiladi
nuovo il pigiama e si mette a
letto con il cruciverba del
«Cape Times», una mezza
borraccia di cognac e una
caraffa d’acqua. Alle due del
pomeriggio, prima che gli
altri tornino, si veste e va al
circolo.
Il circolo si chiama
WynbergClub,mainrealtàfa
solopartedelWynbergHotel.
Lí suo padre cena e passa la
serataabere.Certevoltedopo
mezzanotte – il rumore lo
sveglia, non ha il sonno
pesante–davanticasasifema
una macchina, la porta
d’ingresso si apre, suo padre
entraevainbagno.Poidalla
camera dei suoi giunge una
raffica di bisbigli animati. Al
mattino sul pavimento del
bagno e sulla tavoletta del
gabinetto ci sono chiazze di
un giallo scuro e nella stanza
ristagnaunodoredolciastroe
nauseabondo.
Fauncartelloeloappende
inbagno: PER FAVORE ALZARE
LA
TAVOLETTA
GABINETTO .
DEL
Il cartello viene
ignorato. Urinare sulla
tavolettadelgabinettodiventa
l’ultimo gesto di sfida di suo
padre nei confronti di una
moglie e di figli che hanno
smesso di rivolgergli la
parola.
Scopre il segreto di suo
padreungiornoincuirimane
acasaperchéèmalatoofinge
diesserlo.Dalsuolettosente
la chiave raschiare nella
serratura
della
porta
d’ingresso, sente suo padre
che si sistema nella camera
attigua. Piú tardi, pieni di
sensi di colpa, arrabbiati,
passanol’unoaccantoall’altro
nelcorridoio.
Prima di uscire, nel
pomeriggio,suopadresvuota
la cassetta della posta e
prende certe lettere che
nasconde in fondo al
guardaroba,sottolafoderadi
carta. Quando infine le
cateratte si aprono, è a causa
delle lettere nascoste nel
guardaroba–contidell’epoca
di Goodwood, richieste,
lettere di avvocati – che sua
madresiarrabbiadipiú.–Se
solo l’avessi saputo, avrei
potuto provare a gestire la
situazione, – dice. – Ormai è
larovina.
L’elenco dei debiti si
allunga. Arrivano visite a
tutte le ore del giorno e della
notte,personechenonriesce
a vedere. Ogni volta che si
sente bussare alla porta, suo
padre si chiude in camera.
Suamadresalutaabassavoce,
fa accomodare le persone in
soggiorno, richiude la porta.
Dopo la sente bisbigliare in
cucina da sola, tutta
arrabbiata.
Si parla dell’Anonima
alcolisti, del fatto che suo
padre dovrebbe andare
all’Anonima alcolisti per
dimostrarelasuabuonafede.
Suo padre promette ma non
civa.
Due ufficiali giudiziari
vengono a fare l’inventario
della casa. È un soleggiato
sabatomattina.Luisiritirain
camerasuaecercadileggere,
ma non serve a niente: gli
uomini chiedono di entrare
nella sua stanza, in ogni
stanza. Va nel giardino sul
retro. Lo seguono anche lí,
guardandosi
intorno,
prendendo appunti su un
taccuino.
Fremedirabbiapertuttoil
tempo. «Quell’uomo», è cosí
chechiamasuopadrequando
parla con sua madre, troppo
pieno di odio per dargli un
nome: perché dobbiamo
avere a che fare con
quell’uomo? Perché non lasci
che
vada
in
galera,
quell’uomo?
Sullibrettodirisparmioha
venticinque sterline. Sua
madre gli giura che nessuno
gli porterà via le sue
venticinquesterline.
Ricevono la visita di un
certoMrGolding.Sebbenesia
meticcio, in un modo o
nell’altroèinunaposizionedi
potere rispetto a suo padre.
Prima della visita si fanno
accurati preparativi. Mr
Golding verrà ricevuto in
soggiorno,cometuttiglialtri.
Gli offriranno il tè nel solito
servizio. In cambio del fatto
di essere trattato con tanto
riguardo, si spera che Mr
Goldingnonfacciacausa.
MrGoldingarriva.Indossa
un abito a doppio petto, non
sorride.Beveiltècheglioffre
sua madre ma non promette
nulla.Vuoleisuoisoldi.
Nonappenasen’èandato,
c’è una discussione su cosa
fare della tazza. A quanto
pare,dopocheunapersonadi
colorehabevutoinunatazza,
bisogna
romperla.
È
meravigliatochelafamigliadi
sua madre, che non crede in
nient’altro, creda in questo.
Comunque, alla fine sua
madre si limita a lavare la
tazzaconlacandeggina.
All’ultimo momento zia
Girlie di Williston viene in
soccorso, per salvare l’onore
della famiglia. Pone certe
condizioni, una delle quali è
che Jack non lavori mai piú
comeprocuratore.
Suo padre accetta le
condizioni, accetta di firmare
il documento. Ma quando
arriva il momento di farlo,
bisogna persuaderlo con le
buoneperchésialzidalletto.
Alla fine compare, in larghi
calzonigrigiesopralagiacca
del pigiama, scalzo. Firma
senza aprire bocca, poi
ritornaaletto.
Quella stessa sera si veste
ed esce. Non sanno dove
trascorrelanotte;nonritorna
finoall’indomani.
– A che serve costringerlo
a firmare? – si lamenta con
sua madre. – Non ha mai
pagato gli altri debiti, perché
dovrebbepagareGirlie?
– Lascialo perdere, la
pagheròio,–ribattelei.
–Ecome?
–Lavorerò.
C’è
qualcosa
nel
comportamentodisuamadre
dinanzi al quale non può piú
chiuderegliocchi,qualcosadi
straordinario. Sembra che a
ogni nuova rivelazione lei
diventipiúforteepiútenace.
È come se si chiamasse le
disgrazie addosso solo per
dimostrarealmondocheèin
grado di sopportarle. –
Pagheròtuttiidebiti,–dice.–
Lipagheròarate.Lavorerò.
Quella determinazione da
formica lo fa arrabbiare al
puntochevorrebbedarleuno
schiaffo.Quelchecistadietro
è chiaro. Vuole sacrificarsi
per i suoi figli. Un sacrificio
senzafine:quellospiritogliè
fin troppo familiare. Ma una
volta che si è sacrificata del
tutto, una volta che avrà
venduto i vestiti che indossa,
le scarpe che porta, e se ne
andrà in giro con i piedi
sanguinanti, che ne sarà di
lui?
È
un
pensiero
intollerabile.
Arrivano le vacanze di
dicembreesuopadrenonha
ancora un lavoro. Adesso
sono tutti e quattro in casa,
come topi in gabbia: si
evitano a vicenda, si
nascondonoinstanzediverse.
Suo fratello si immerge nei
fumetti: Eagle, Beano. Il suo
preferito,invece,èRover,con
le storie di Alf Tupper, il
campionedifondochelavora
inunafabbricadiManchester
e vive di pesce e patatine
fritte. Cerca di dimenticare,
ma non può fare a meno di
rizzare gli orecchi a ogni
sussurro e scricchiolio che
senteincasa.
Una mattina c’è uno
strano silenzio. Sua madre è
fuori, ma da qualcosa
nell’aria, un odore, una
sensazione, un senso di
pesantezza,sachequell’uomo
è ancora lí. Di certo non sta
ancoradormendo.Èpossibile
che,
meraviglia
delle
meraviglie,sisiasuicidato?
Ma se cosí fosse, non
sarebbemegliofingeredinon
essersi accorti di nulla, in
modo che i sonniferi o
qualunquecosaabbiaingerito
possano avere il tempo di
agire? E poi: come può
impedire che suo fratello dia
l’allarme?
Nella guerra che ha
dichiarato al padre non ha
maiavutolacertezzachesuo
fratellosiadallasua.Lagente
ha sempre detto che mentre
luisomigliaasuamadre,suo
fratello ha i lineamenti del
padre. Ha il sospetto che suo
fratello sia tenero nei
confronti del padre; ha il
sospetto che suo fratello, con
il suo volto pallido,
preoccupato, e il tic sulla
palpebra, sia tenero in
generale.
È senz’altro meglio stare
alla larga dalla camera del
padre, cosí se qualcuno farà
domande, dopo, lui potrà
dire:«Stavoparlandoconmio
fratello», oppure: «Stavo
leggendoincameramia».Ma
non riesce a frenare la
curiosità. In punta di piedi si
avvicina alla porta, la apre,
guardadentro.
Èunacaldamattinaestiva.
Il vento è silenzioso, cosí
silenzioso che lui riesce a
sentire il cinguettio dei
passeri,ilbattitodelleloroali.
Le imposte sono chiuse, le
tende accostate. C’è puzza di
sudore
maschile.
Nella
penombra riesce a scorgere
suo padre disteso sul letto. A
ogni respiro, dalla gola gli
esceungorgogliosommesso.
Si avvicina. Gli occhi si
stanno abituando alla luce.
Suopadreindossaipantaloni
del pigiama e una canottiera
dicotone.Nonèrasato.Sotto
la gola c’è una V rossa nel
punto in cui l’abbronzatura
lascia il posto al pallore del
torace.Accantoallettoc’èun
vasodanottedovemozziconi
di sigaretta galleggiano in
un’urinamarrone.Invitasua
nonhamaivistonientedipiú
disgustoso.
Non si vede nessun
sonnifero. L’uomo non sta
morendo, solo dormendo.
Non ha il coraggio di
prendere i sonniferi, cosí
come non ha il coraggio di
cercarelavoro.
Daquandoètornatodalla
guerra, combattono una
secondaguerra,chesuopadre
non ha nessuna possibilità di
vincere, perché non avrebbe
mai potuto prevedere quanto
sarebbe stata spietata, quanto
il nemico sarebbe stato
tenace. Quella guerra si è
protratta per sette anni; oggi
luihatrionfato.Sisentecome
il soldato russo alla Porta di
Brandeburgo, che innalza la
bandiera rossa sulle macerie
diBerlino.
Al tempo stesso, però,
vorrebbe non essere lí,
testimonediquellavergogna.
Non è giusto! vorrebbe
gridare, sono soltanto un
bambino!Vorrebbetantoche
qualcuno, una donna, lo
prendesse tra le braccia, gli
curasseleferite,loconsolasse,
glidicessecheèstatosoloun
brutto sogno. Pensa alla
guancia di sua nonna,
morbida e fresca e asciutta
come seta, che lei gli porge
perchélabaci.Vorrebbetanto
che sua nonna venisse a
rimetterelecoseaposto.
Un grumo di catarro si
fermanellagoladisuopadre.
Tossisce,sigirasuunfianco.
Apregliocchi,gliocchidiun
uomo
assolutamente
cosciente,
assolutamente
consapevole di dove si trova.
Gli occhi si posano su di lui,
mentre è fermo lí, dove non
dovrebbe essere, a spiare. Gli
occhi non esprimono alcun
giudizio
ma
neppure
gentilezza.
Con un gesto indolente
l’uomo lascia scivolare la
manoesiaggiustaipantaloni
delpigiama.
Si sarebbe aspettato che
l’uomo dicesse qualcosa, una
parola qualsiasi – «Che ore
sono?» ad esempio – per
renderglilecosepiúfacili.Ma
non dice niente. Gli occhi
continuano a guardarlo,
pacifici, distanti. Poi si
chiudono e l’uomo si
riaddormenta.
Lui ritorna in camera sua,
richiudelaporta.
Certe volte quel velo cupo
si solleva. Nel cielo, che di
solito rimane ostinatamente
chiusosopralasuatesta,non
cosívicinodapoterlotoccare
ma neppure troppo lontano,
siapreunospiraglio,eperun
attimo riesce a vedere il
mondo per quello che è
davvero. Si vede con la
camicia bianca, le maniche
arrotolate,eicalzoncinigrigi
che tra poco non gli
andranno piú bene: non un
bambino, non ciò che un
passante chiamerebbe «un
bambino», troppo grande
ormai per quello, troppo
grande per ricorrere a quella
scusa, e tuttavia ancora
stupido e ripiegato in se
stesso come un bambino:
infantile; muto; ignorante;
ritardato. In questi momenti
riesce anche a vedere suo
padre e sua madre, con
distacco, senza rabbia: non
comeduepesigrigieinformi
appollaiati sulle sue spalle, a
tramare la sua infelicità
giorno e notte, ma come un
uomo e una donna che
conducono una vita loro,
tristeepienadiguai.Ilcielosi
apre, e lui vede il mondo per
quello che è, poi il cielo si
richiude e lui è di nuovo se
stesso,evivel’unicastoriache
è in grado di accettare, la
storiadisestesso.
Sua madre è davanti
all’acquaio, nell’angolo piú
buio della cucina. Gli dà la
schiena, le braccia coperte di
chiazze di saponata; strofina
una padella senza fretta.
Quanto a lui, le gironzola
intorno, parla di qualcosa,
non sa di cosa, parla con la
consueta
veemenza,
si
lamenta.
Lei si gira; il suo sguardo
guizza su di lui. È uno
sguardo meditato, senza un
briciolo di tenerezza. Non è
chelovedaperlaprimavolta.
Semmai lo vede per quello
cheèsemprestatoecheleiha
sempre saputo che è, quando
nonsifaillusioni.Lovede,lo
valuta, e non è soddisfatta. È
addiritturaurtataconlui.
Èquestochetemeinlei,la
persona che lo conosce
meglioalmondo,chehasudi
lui il grande vantaggio di
sapere tutto riguardo ai suoi
primi anni di vita – i piú
intimi, quelli in cui si è piú
indifesi, anni di cui,
nonostante tutti i suoi sforzi,
lui non ricorda nulla –, che
probabilmente
conosce
anche,datocheècuriosaeha
fonti sue, i meschini segreti
dellasuavitascolastica.Teme
il suo giudizio. Teme i freddi
pensieri che devono passarle
per la mente in momenti
comequesto,quandononc’è
nessuna
passione
a
condizionarli, nessun motivo
per cui il suo giudizio non
possa che essere netto;
soprattuttotemeilmomento,
un momento che non è
ancora arrivato, in cui lei
pronuncerà il suo giudizio.
Sarà come un fulmine; non
sarà in grado di sopportarlo.
Non vuole sapere. Non vuole
sapere a tal punto che sente
unamanosalirglinellatestae
tappargli
le
orecchie,
chiudergli
gli
occhi.
Preferirebbe essere cieco e
sordo piuttosto che sapere
cosa sua madre pensa di lui.
Preferirebbe vivere come una
tartaruganelsuoguscio.
Questa donna non è
venuta al mondo con l’unico
finediamarloeproteggerloe
prendersi cura dei suoi
bisogni. Al contrario, aveva
una vita prima che lui
nascesse, una vita in cui non
era necessario che gli
rivolgesse il benché minimo
pensiero. A un certo punto
della sua vita lei lo ha
partorito;lohapartoritoeha
deciso di amarlo; forse ha
scelto di amarlo ancor prima
di partorirlo; nonostante ciò,
ha scelto di amarlo, e quindi
può scegliere di smettere di
amarlo.
«Aspettadiaverefiglituoi,
–glidicequandoèdicattivo
umore.–Alloracapirai».Che
cosa capirà? È una formula
che usa, una formula che
sembra giungere dal passato.
Forse è ciò che ogni
generazione
dice
alla
successiva, a mo’ di
ammonimento, a mo’ di
minaccia. Ma lui non vuole
sentirla. «Aspetta di avere
figli». Che stupidaggine, che
contraddizione!Comepuòun
bambino
avere
figli?
Comunque, quello che
saprebbe se fosse padre, se
fosse il proprio padre, è
esattamente quello che non
vuole sapere. Non intende
accettare la visione della vita
che lei vuole inculcargli:
sobria,delusa,disillusa.
Diciannove.
Zia Annie è morta.
Nonostante le assicurazioni
dei dottori, non ha mai piú
camminato dopo la caduta,
nemmenoconilbastone.Dal
suo letto al Volkshospitaal è
stata trasferita nel letto di un
ospizio di Stikland, una
località
sperduta,
dove
nessuno aveva il tempo di
andarla a trovare e dove è
morta
sola.
Ora
la
seppelliranno nel cimitero
numero3diWoltemade.
Dapprima si rifiuta di
andare. Deve già sorbirsi
abbastanzapreghiereascuola,
dice,nonvuolesentirnealtre.
Non fa mistero del suo
disprezzo per le lacrime che
verrannoversate.Organizzare
un funerale come si deve per
ziaAnnieèsolounmodoper
i suoi parenti di sentirsi in
pace
con
se
stessi.
Dovrebberoseppellirlainuna
fossanelgiardinodell’ospizio.
Risparmierebberounsaccodi
soldi.
In cuor suo non pensa
quello che dice. Ma ha
bisognodiaffermarecosedel
genere dinanzi a sua madre,
ha bisogno di vedere il suo
viso contrarsi per il dolore e
l’offesa. Quante altre cose
dovràdireprimacheleisigiri
egliingiungadistarezitto?
Non gli piace pensare alla
morte. Preferirebbe che,
quando la gente diventa
vecchia e si ammala,
smettesse semplicemente di
esistere e sparisse. Non gli
piacciono i corpi brutti e
vecchi; il pensiero di un
vecchio che si spoglia lo fa
rabbrividire. Spera che nel
bagno della loro casa di
Plumstead non sia mai
entratounvecchio.
La sua morte è tutta
un’altrafaccenda.Inunmodo
o nell’altro, lui è sempre
presente dopo la sua morte,
fluttua sopra lo spettacolo, si
gode il dolore di chi l’ha
causata, di chi, adesso che è
troppotardi,vorrebbechelui
fosseancoravivo.
Alla fine, però, va con sua
madre al funerale di zia
Annie. Ci va perché lei lo
supplica, e a lui piace essere
supplicato, gli piace la
sensazione di potere che gli
dà; ci va anche perché non è
mai stato a un funerale e
vuole vedere quanto è
profondalafossa,comefanno
acalarelabara.
Non è affatto un funerale
grandioso. Ci sono solo
cinque persone e un giovane
dominee con i brufoli della
Chiesa Riformata Olandese.
Le cinque persone sono zio
Albert con sua moglie e suo
figlio, lui e sua madre. Non
vede zio Albert da alcuni
anni. È ancora piú curvo sul
suo bastone; dagli occhi
celesti
gli
sgorgano
incessantemente le lacrime;
ha le punte del colletto in
fuoricomeselacravattafosse
stataannodatadamanialtrui.
Arriva il feretro. Il
becchino e il suo aiutante
sono in nero, piú eleganti di
loro (lui indossa l’uniforme
scolastica della St Joseph’s:
non ha un completo giacca e
pantaloni). Il dominee recita
unapreghierainafrikaansper
la sorella scomparsa; poi il
carro funebre si avvicina alla
fossaetiranogiúlabara,che
viene issata su dei pali sopra
la fossa. Con suo disappunto
non la calano – pare che per
quellosidebbanoaspettaregli
uomini che lavorano al
cimitero –, ma il becchino fa
un cenno discreto, capiscono
che possono gettare una
manciataditerrasullabara.
Comincia a scendere una
pioggialeggera.Lafaccendaè
finita; sono liberi di
andarsene, liberi di tornare
allelorovite.
Sul sentiero che porta al
cancello, in mezzo a ettari di
tombe vecchie e nuove,
camminadietroasuamadree
suocugino,ilfigliodiAlbert,
intentiaparlareavocebassa.
Hanno la stessa andatura, si
rende conto; camminano a
fatica, hanno lo stesso modo
di alzare le gambe e di
metterle giú pesantemente,
primalasinistrapoiladestra,
comeduecontadinicalzatidi
zoccoli. I du Biel di
Pomerania:
gente
di
campagna, troppo lenti e
pesanti per la città; fuori
posto.
Pensa a zia Annie, che
hannoabbandonatoquisotto
la pioggia, a Woltemade, un
posto dimenticato da Dio,
pensaailunghiartiglineriche
l’infermieraleavevatagliatoe
chenessunotaglieràmaipiú.
–Saitantecose,–gliaveva
detto una volta zia Annie.
Non era una lode: sebbene le
labbra fossero atteggiate a un
sorriso, allo stesso tempo
scuoteva la testa. – Cosí
piccolo e però sai tante cose.
Come farai a tenerle tutte in
testa? – E, chinandosi su di
lui, gli aveva picchiettato il
cranioconunditoossuto.
È un bambino speciale,
avevadettoasuamadre,esua
madre glielo aveva riferito.
Ma speciale come? Nessuno
glielosadire.
Hanno
raggiunto
il
cancello. Piove piú forte.
Prima di prendere i loro due
treni,iltrenoperSaltRivere
poi quello per Plumstead,
dovranno arrancare sotto la
pioggia per arrivare alla
stazionediWoltemade.
Ilcarrofunebrepassaloro
accanto. Sua madre alza una
mano per fermarlo, si rivolge
al becchino. – Ci danno un
passaggio,–dice.
Cosí deve salire sul carro
funebre e infilarsi tra sua
madre e il becchino,
percorrere
lentamente
Voortrekker Road, odiandola
per questo, sperando che
nessuno della sua scuola lo
veda.
– La signora era
un’insegnante,credo,–diceil
becchino. Parla con un
accento
scozzese.
Un
immigrato: cosa può saperne
del Sudafrica, della gente
comeziaAnnie?
Nonhamaivistounuomo
piú peloso. Dal naso e dalle
orecchie gli escono peli neri,
spuntano a ciuffi dai polsini
inamidati.
– Sí, – dice sua madre. –
Ha insegnato per piú di
quarant’anni.
– Allora s’è lasciata dietro
qualcosa di buono, – dice il
becchino. – Una nobile
professione,l’insegnamento.
–Cheneèstatodeilibridi
zia Annie? – chiede piú tardi
a sua madre, quando sono di
nuovo soli. Dice «libri», ma
intendesololemoltecopiedi
EwigeGenesing.
Suamadrenonlosaonon
vuole dirglielo. Da quando si
è rotta il bacino a casa sua e
l’hanno portata in ospedale e
poi all’ospizio di Stikland e
infinealcimiteronumero3di
Woltemade, nessuno ha
pensato ai libri, tranne forse
zia Annie stessa, i libri che
nessunoleggeràmai;eorazia
Anniegiacesottolapioggiain
attesa che qualcuno trovi il
tempo di seppellirla. Soltanto
luiormaicipensa.Comefarà
a tenere tutto in testa, tutti i
libri, tutte le persone, tutte le
storie?Esenonsicuraluidi
ricordare,chilofarà?
Il libro
U
N
Q UA R T I E R E
anonimo di una
desolata provincia
sudafricana.
Un
ragazzinochecercaunaviadi
fuga da un padre ordinario
chenonriescearispettare,da
una madre che ama di un
amore viscerale ma che non
glidàcertezze,dagliumilianti
riti di una scuola dove le
regole non sono uguali per
tutti, dai turbamenti di
un’infanzia già «guasta»,
dagli angusti orizzonti
nazionalistici del Sudafrica
nelsecondodopoguerra.
ItemidiJ.M.Coetzeevanno
ricercati là dove convergono
gli aspetti politici, spirituali,
psicologici
e
fisici
dell’esistenza: l’incubo della
violenza burocratica, la
nostra desolata estraniazione
dalla
terra,
un’ansia
shakespeariana per la natura
strappata al suo ordine
naturale e gli insistenti
bisognidelcorpo.
L’autore
J. M. Coetzee è nato in
Sudafrica e attualmente
vive in Australia. Di lui
Einaudi ha pubblicato:
Vergogna, Aspettando i
barbari, La vita e il tempo
di Michael K, Infanzia,
Gioventú,
Terre
al
crepuscolo, Nel cuore del
paese, Foe, Il Maestro di
Pietroburgo, Età di ferro,
Slow
Man,
Spiagge
straniere, Diario di un
anno difficile, Lavori di
scavo.
Saggi
sulla
letteratura
2000-2005,
Tempod’estate,Doppiareil
capo, L’infanzia di Gesú e
Qui e ora, il carteggio con
Paul Auster. Nel 2003 è
stato insignito del Premio
NobelperlaLetteratura.
Dello stesso
autore
Vergogna
Aspettandoibarbari
LavitaeiltempodiMichaelK
Gioventú.Scenedivitadiprovincia
Terrealcrepuscolo
ElizabethCostello
Nelcuoredelpaese
IlMaestrodiPietroburgo
SlowMan
Spiaggestraniere.Saggi1993-1999
Etàdiferro
Diariodiunannodifficile
Lavoridiscavo.Saggisulla
letteratura2000-2005
Tempod’estate
Doppiareilcapo.Saggieinterviste
Foe
L’infanziadiGesú
Quieora(conPaulAuster)
TitolooriginaleBoyhood
©byJ.M.Coetzee,1997byarrangementwith
PeterLampackAgency,Inc.551FifthAvenue,
Suite1613
NewYork,NY10176-0187,Usa
©2001GiulioEinaudieditores.p.a.,Torino
Perlafotodell’autore©BassoCannarsa
Incopertina:fotodiClemensEmmler/Laif/
Costrasto.
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