Discorsi presidenziali
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Discorsi presidenziali
Discorsi presidenziali “L'obiettivo è ora più vicino: per la prima volta dopo lunghi anni si intravede un concreto orizzonte di speranza!”. Siamo così nauseati dai discorsi vuoti e dalle falsità che nascondono il dramma palestinese, che potremmo sostituire le firme più diverse alle dichiarazioni più importanti rilasciate dal 1948 in poi, come questa del Presidente Napolitano, di questa settimana, senza sfiorare più né la nostra emozione né la nostra intelligenza, visto che da sessant'anni sentiamo le medesime parole mentre assistiamo all'immobilismo di ogni azione politica e al fallimento di ogni “ripresa del processo di pace”. Anche Napolitano ha ricordato gli eventi del 1948 ma naturalmente ha censurato le pagine insanguinate della pulizia etnica della Palestina: “La mia visita in Israele cade in un anno denso di significato in cui lo Stato di Israele celebra il 60° anniversario della sua formazione e l’Italia il 60° anniversario della propria costituzione repubblicana. Dobbiamo ricordare che la pace richiede scelte coraggiose ed è l’unica vera garanzia dei diritti dei popoli della regione e, fra questi, di quello di Israele ad esistere e prosperare come Stato ebraico”. Inutile chiedersi, dopo l'ennesimo discorso ufficiale, quali “scelte coraggiose” si stanno facendo per contribuire realmente alla pace... Il panorama è a 360° quello del fallimento totale. Basti pensare che Napolitano, accortosi di esser stato forse troppo di parte, ha aggiunto: “Voglio comunque ricordare che l'Italia non si tira certo indietro nel sostegno economico ai territori palestinesi. Possiamo farcela. Soprattutto con l'economia”. Mentre la colonizzazione non si arresta (vedi in HANNO DETTO) e milioni di persone sono assediati, divisi, murati e senza stato, la comunità internazionale brilla per la sua latitanza. Quello che rappresentava la più grande speranza, il Quartetto delle 4 grandi potenze -Russia, Stati Uniti, Unione europea e Onu- “non solo ha fallito nel tentativo di portare avanti il processo di pace ma ha indebolito la credibilità politica e l'influenza di due dei suoi componenti, l'UE e l'ONU. E tra sorrisi e strette di mano continua a riunirsi e a non fare nulla mentre le condizioni di vita dei palestinesi peggiorano e Israele continua a rubare e a colonizzare terre palestinesi”. La spietata, sconcertante analisi di Rami Khouri sottolinea che “anche il Quartetto non è altro che l'ennesima foglia di fico messa lì per nascondere il dominio statunitense su un processo diplomatico che ha come motore gli interessi israeliani. Questo è stato chiaro fin dall'inizio, quando il Quartetto ha criticato solo verbalmente Israele per la proliferazione degli insediamenti senza fare nulla di concreto, agendo invece con forza contro i palestinesi”. Se il nostro Presidente è perfettamente in linea con il fallimentare immobilismo degli altri Paesi, non lascia meno sconcertati l'inettitudine del Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, che invece di impegnare la sua pur debolissima autorità per contrastare l'onnipresente sistema di occupazione, ha avuto la brillante idea di autoproclamarsi anche “Presidente della Palestina” (che non c'è) allargando ancor di più la tensione e la divisione del popolo palestinese e lo scontro tra Hamas e Fatah. Meglio farebbe a chiedersi perchè mai, invece di condannare solo a parole insediamenti e check-point, non si vede nessun esponente del Gabinetto del Presidente alle proteste nonviolente a Bil'in, nessun Ministro dell'AnP ad un check-point e nessuna ruspa palestinese lungo il tracciato del Muro. (Al Convegno “Terra santa, terra ferita”, di cui riferiremo ampiamente nel prossimo numero, è stata presentata una proposta concreta in questo senso). Tutti noi ci chiediamo “cosa dirà Obama?” e noi l'abbiamo chiesto a Naor Ben Yehouda, giovane refusnik israeliano che rappresenta quella schiera di gente comune, palestinesi, israeliani, italiani e di ogni dove, che, a differenza dei Presidenti, parlano poco e agiscono con instancabile ostinazione in concreti sentieri di pace. Non c'è due senza tre. Naor: Purtroppo, i sondaggi recenti vi presentano la previsione di un cambiamento dal centro destra incombente, che ha giocato per un anno con discorsi di pace, tuttavia non collegati ad atti concreti, per un governo di destra diretto da Netanyahu. Se possiamo arguire il sentire della società israeliana, significa che la voglia di arrivare ad una fine dell'occupazione non trova molto sostegno. Ma il vero Presidente di cui si parla e si attende una parola realmente alternativa sulla Palestina è solo Obama. A parte Fiamma Nirenstein, che teme “una svolta fatale, un cambiamento della politica degli Stati Uniti con la revisione del mitico, intimo rapporto tra i popoli e i governi di Israele e degli Usa”, tutti sono in attesa delle prime dichiarazioni da Presidente, sperando di poter archiviare per sempre quella fatta in campagna elettorale sulla destinazione di Gerusalemme a capitale una ed eterna solo dello Stato d'Israele. Bocchescucite: Il mondo guarda al nuovo presidente americano con una grande speranza: che finalmente si sblocchi la gravissima situazione di conflitto in Medio Oriente. Secondo te quali effettivi spiragli di pace si aprono con Obama? E la Comunità internazionale come vi può contribuire? Naor: Per quanto riguarda la pace, temo che abbiamo bisogno di più di un presidente americano favorevole ad una soluzione giusta del conflitto. Ciò che mi spinge a qualche ottimismo è il fatto che per la prima volta nello schieramento presente, la politica americana potrebbe essere alla sinistra di quella europea. Quindi, i moralismi consueti e le dramatis personae conosciute potrebbero cambiare in modi sinora non previsti. Questo può portare qualche possibilità nuova per la nostro regione. Bocchescucite: Anche Israele si prepara a vivere un momento di cambiamento. Quale lettura dai degli attuali orientamenti politici nel tuo Stato, e qual è in proposito il sentire della società israeliana? Bocchescucite: Pacifismo e sinistra israeliana. Quali i rapporti, la strada comune, le possibili risorse per un cambiamento di rotta? Naor: Tenendo conto del cambiamento imminente verso destra, si può capire che l'orizzonte politico si allontanerà nei prossimi anni. Inoltre, il programma di una pace "economica" proposta de Netanyahu significherebbe paradossalmente che un fase neo-coloniale arrivi prima della fine del colonialismo attuale. Le risorse sarebbero forse se trovassimo una strada che ci porti a combattere con i modi nuovi e vecchi sia lo sfruttamento economico che il fatto stretto dell'occupazione. Il Prof. Gadi Algazi ha analizzato questo concetto per il caso di Bil'in. http://www.monde-diplomatique.fr/2006/08/ALGAZI/13833 Quello che Naor ci ha testimoniato attraverso la sua scelta di vita, Gideon Levy ci offre con una durissima critica al movimento per la pace israeliano (vedi LENTE D'INGRANDIMENTO) e Vittorio Arrigoni, che dalle barche dei pescatori di Gaza è stato arrestato ed ora espulso definitivamente da Israele, ci racconta con passione e disarmante coraggio (vedi A VOCE ALTA). QUESTO NUMERO di BoccheScucite viene distribuito al Convegno di Pax Christi “Terra santa, terra ferita” perché sia ancor più evidente che se fosse per i discorsi ufficiali dei nostri politici saremmo davvero rassegnati e senza speranza. Ma siccome attorno a noi si muovono migliaia di persone e realtà che operano in mille modi per la giustizia, siamo autorizzati a sperare ancora. E a credere davvero che potrà arrivare il giorno della pace. BoccheScucite La testimonanza: Vittorio Arrigoni IN ESCLUSIVA per BoccheScucite BoccheScucite: Cosa accade tutti i giorni lungo le coste di Gaza e cosa è accaduto a te e ai pescatori palestinesi? Vittorio Arrigoni: Pressoché tutti i giorni lungo le coste di Gaza, si consumano crimini contro l'umanità, di cui Israele si macchia, omicidi e ferimenti di pescatori palestinesi che si allontano oltre le 3-4 miglia dalla costa, limite illegale imposto dalle Autorità israeliane, nonostante gli accordi di Oslo abbiano fissato a circa 20 miglia dalla linea costiera il limite massimo di allontanamento e le 12 miglia sancite dall'Accordo Bertini, stipulato nell'Agosto 2002 tra le Nazioni Unite e Israele. La nostra presenza a bordo dei pescherecci, in quanto internazionali, ha sempre scongiurato morti e feriti fra i palestinesi, (io l'unico seriamente ferito in mare negli ultimi 3 mesi, dinnanzi a Gaza city) e fino a settimana scorsa aveva evitato arresti, sequestri di imbarcazioni. Questi pacifichi pescherecci, con la loro attività rappresentano uno degli unici sostentamenti possibili all'interno di un economia schiacciata dall'assedio in cui è costretta Gaza. Una giornata al largo con noi, a detta dei pescatori equivale ad una settimana di ordinario lavoro, quando senza internazionali a bordo non si arrischiano a spingersi più di qualche miglia dal porto, dove il pescabile è miserevole, perché se lo fanno sono morti, feriti quando va bene. Il giorno dopo una nostra battuta di pesca, il prezzo del pesce al mercato si vende a prezzo stracciato. C'è più offerta, i prezzi calano, più bocche si sfamano. I proprietari di diversi pescherecci, prima del nostro arrivo, erano seriamente intenzionati a vendere le barche, per via del prezzo del carburante elevato, e nessuna prospettiva di reddito futuro. Ora, oltre a effettivamente contribuire a maggiore redditi, ci hanno comunicato più volte quanto il nostro supporto abbia funto a iniezione benefica di speranza, inoculata in una umanità che di speranza era in crisi di astinenza. Oltre ai palpabili successi che le nostri azioni in mare ottengono, ve ne sono altri simbolici altrettanto edificanti come quelli pratici. Con la Free Gaza e la Liberty abbiamo aperto il porto di Gaza, coi rudimentali pescherecci palestinesi cerchiamo ogni giorno di aprirne il mare, consapevoli che non è solo per i pescatori, ma per i palestinesi tutti, che ci attiviamo ostinatamente nel rivendicare il loro diritto ad una vita liberata dalla schiavitù della prigionia, l'assedio, il crimine contro l'umanità di cui si macchia Israele. Vale la pena ricorda che negli anni '90, quando le barche dei pescatori potevano allontanarsi dalle coste di circa 12 miglia nautiche dalle coste della Striscia, i pescatori riuscivano a portare a riva, rivendere e anche esportare fino a 3.000 tonnellate di pesce ogni anno. Nel 2007 solo circa 500 tonnellate di pesce all'anno sono state pescate in tutto dagli oltre 3.500 pescatori professionisti lungo i 40 km costieri della Striscia a Gaza; di questi, solo 700 sono ancora impiegati in un settore che dava lavoro ad almeno 40.000 persone, tra meccanici, pescivendoli e migliaia di famiglie di pescatori locali. I pesci nelle acque vicino alle coste della Striscia sono davvero pochi, inquinamento ed eccessivo sfruttamento hanno reso le acque sterili, per questo accompagnavo i pescherecci lontano dalla riva, basterebbe allontanarsi fino a 20 miglia più a largo per incontrare, in primavera, i branchi di sardine che migrano dal delta del Nilo fino alle acque della Turchia, mentre già a meno di sei miglia della costa è difficile incontrare i grandi movimenti di pesci. Secondo il Palestinian Centre for Human Rights Israele in realtà non ha mai consentito ai pescatori di Gaza di spingersi fino alle 20 miglia sancite dagli Accordi. I pescatori di Gaza denunciano che non possono allontanarsi di oltre 2,5 km senza correre il rischio di essere bersaglio degli spari israeliani, di vedere distrutte le loro reti e le loro barche, mentre le pattuglie israeliane li costringono a rientrare a riva: una situazione che va avanti sin dal 2003 e che si è aggravata negli ultimi anni con addirittura razzi ed elicotteri israeliani impiegati contro i pescatori. Le navi militari israeliane secondo il Sindacato dei pescatori di Rafah, nel sud della Striscia, pattugliano il mare 24 ore al giorno, sette giorni su sette, con il pretesto della sicurezza e del contrasto al traffico di armi. Nel corso del 2007 oltre 70 pescatori di Gaza sono stati arrestati, le loro barche distrutte, insieme a reti ed equipaggiamenti da pesca. Per mesi migliaia di pescatori non hanno avuto il permesso di lasciare il porto. Diversi attacchi israeliani ai pescatori palestinesi li abbiamo ripresi con le nostre piccole telecamere, e sono visionabili sul mio blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com Evidentemente alla marina israeliana non bastava più bersagliarci ogni volta con tutto il loro arsenale, (ultimamente avevano iniziato a tirarci addosso persino armi chimico-biologiche). Così martedì scorso mentre io, Darlene e Andrew accompagnavamo tre pescherecci al largo, a circa 6 miglia dalla costa, 8 navi da guerra israeliane ci hanno intercettato, attaccato, circondato, rapito noi (tre internazionali) e tutti i pescatori palestinesi. Ho provato a resistere passivamente, in maniera non violenta al rapimento, ma i soldati israeliani mi hanno sparato con una pistola taser, tramortito e picchiato. Trascinato in una delle loro navi e condotto fuori dalla Palestina in Israele. Ho passato 6 giorni in carcere, dove mi sono stati negati i miei fondamentali diritti, civili, legali, umani. Ora noi internazionali siamo stati deportati, i pescatori grazie al cielo rilasciati, ma i 3 pescherecci rubati rimango confiscati in Israele. Tutto per impedire a della povera ma degna gente di procurarsi di che sfamare le loro famiglie. (Il silenzio del "mondo civile" è molto più assordante dei colpi di arma da fuoco che udite nei miei cortometraggi) BoccheScucite: Sono più di 11mila i prigionieri politici palestinesi dimenticati nelle carceri israeliane. Come hai condiviso l’esperienza dell’arresto e del carcere pensando alla prigionia di un intero popolo? Vittorio: Venivo da una prigione israeliana più grossa, Gaza è il più grande carcere a cielo aperto del mondo, i soldati israeliani mi hanno solo spostato in una delle loro prigioni più piccole. Ho trascorso 6 giorni nel carcere israeliano di Ramle, lurido, infestato di insetti che hanno allegramente banchettato sul mio corpo. Mi sono stati negati diritti fondamentali, come quelli di contattare il mio avvocato e il mio consolato, nel momento in cui ho annunciato l'inizio di uno sciopero della fame per chiedere il rilascio dei pescatori palestinesi e in seguito la restituzione dei pescherecci rubati. Per lo stesso motivo ho subito la tortura di essere rinchiuso in isolamento in una toilette lercia, senza acqua potabile. Ben conscio che sebbene questa è la seconda volta che sono imprigionato in Israele, per la sola colpa di amare la libertà e i diritti umani, tutta questa mia recente personale sofferenza non è nulla, assolutamente nulla comparata alle atroci sofferenze che le migliaia di detenuti palestinesi subiscono nelle carceri israeliane illegali sparse su territorio palestinese. I governi occidentali hanno manifestato solidarietà a Israele e disprezzo verso hamas per aver rapito il soldato Gilad Shalit. Qualcuno dei nostri politicanti europei hai mai espresso una sola parola in favore di uno solo degli 11000 palestinesi rapiti e rinchiusi nelle prigioni israeliane? Io mi auguro che Gilad torni presto a riabbracciare i suoi affetti, così come tutti i prigionieri politici palestinesi, che sono esseri umani come gli israeliani, percepiscono il dolore e la sofferenza proprio come tutti noi. Per concludere apro una parentesi, delle bocche che spero nei prossimi numeri di bocche scucite mi farete scucire. Non ho mai avuto dubbi sul totale disinteresse verso le leggi internazionali, e del sistematico calpestio dei diritti umani, di Israele con il suo esercito, il suo governo, le sue colonie illegali, fuori dai suoi confini. Ora ho la certezza che anche all'interno d'Israele le cose non differiscono. Ho convissuto questi giorni di carcere con alcune centinaia di profughi africani, incarcerati per il solo motivo di essere scampati e scappati da una guerra. Sono eritrei, etiopi, sudanesi, hanno tutti il visto ONU in ordine, in un paese che si definisce civile, gli sarebbe assegnato un alloggio, e un minimo per campare. In Israele questi rifugiati sono da mesi, alcuni da anni, ridotti in catene. Ribadisco, sia chiaro, sono superstiti, mica criminali. Ho promesso loro, prima di venire deportato, che avrei fatto emergere la loro storia, cosa che sto facendo, e che avrei bussato in loro vece ad ogni organizzazione, governativa e non, che si occupa di profughi di guerra. Loro sono "i sepolti vivi di Ramle, Israele". Restiamo umani. Vik dall'esilio. Vittorio Arrigoni. Blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com contatti: [email protected] tel. 3343902658 L'ANALISI Amira Hass: Aspettare... Aspettare è l'unica cosa da fare a Gaza. Aspettare: la stessa cosa che hanno fatto gli operai al lavoro su un enorme depuratore nel nord della Striscia. È l'unico cantiere autorizzato da Israele (perché lo considera un progetto umanitario, mentre i progetti di sviluppo sono vietati da quando Hamas ha vinto le elezioni). Aspettare i pezzi di ricambio di elettrodomestici e automobili; aspettare elettricità, acqua e gas; aspettare che apra il varco di frontiera per portare fuori le fragole; aspettare che Israele autorizzi una spedizione umanitaria delle Nazioni Unite. Ormai i palestinesi non fanno altro. Ora sono le sei di mattina del 19 novembre. L'elettricità è appena andata via, mentre facevo una pausa per il caffè. C'è un pensiero che continua ad assillarmi: tutti questi particolari riescono a descrivere l'umiliazione di una vita umana ridotta a un'esistenza quasi animale? Quando torna la corrente, il notiziario radio israeliano annuncia seccamente: "Oggi i varchi di frontiera con Gaza resteranno chiusi per persone e merci. Il ministro della difesa Ehud Barak ha deciso che, a causa dei continui lanci di razzi, i varchi non saranno aperti. La scorsa notte tre razzi sono caduti in aperta campagna. Non ci sono state vittime". È la politica del castigo: "Ragazzacci, pagherete per il vostro comportamento". John Ging, il responsabile delle operazioni umanitarie delle Nazioni Unite nella Striscia di Gaza, mi ha detto: "La persone civili agiscono rispettando il diritto internazionale. Un atto illegale non dovrebbe portare a un altro atto illegale. Consentire solo gli aiuti umanitari e non la costruzione di scuole, l'ingresso di materiale didattico per i bambini ciechi, l'esportazione di prodotti agricoli, è illegale, disumano e controproducente". Ma è davvero controproducente? Se si considera la questione della sicurezza, la risposta è sicuramente sì. Questa umiliante pressione rende la maggior parte degli abitanti di Gaza dipendenti dagli aiuti, trasformandoli in persone che non hanno niente da perdere. E finisce per alimentare la violenza: nuovi razzi, nuove armi fatte passare attraverso i tunnel, nuove reclute per la lotta armata. Credo di conoscere gli obiettivi nascosti di Israele. I politici israeliani sanno bene cosa stanno facendo: sanno che il ceto medio (di cui fanno parte i più accesi sostenitori della pace con Israele) si sta impoverendo, che l'industria sta morendo, che l'agricoltura sta perdendo colpi. Sanno, dalle esperienze del passato, che il regime di Hamas può solo essere rafforzato da queste misure. E infatti è così: sempre più palestinesi dipendono dai suoi programmi di assistenza. L'assedio non permette di valutare serenamente i risultati del governo di Hamas. Tutte le carenze sono attribuite al nemico. Il dibattito pubblico ne risente e i palestinesi di Al Fatah, al potere in Cisgiordania, sono considerati dei collaborazionisti. Ecco i tre obiettivi d'Israele: tenere separate la Striscia di Gaza e la Cisgiordania; spingere la Striscia verso una tutela egiziana; alimentare la questione della "sicurezza". Israele non cerca altro. Da Gerusalemme a Bruxelles e ritorno. Storia di una tragedia senza fine A Gerusalemme Est un'altra famiglia palestinese cacciata dalla propria casa, demolite centinaia di abitazioni. La politica unilaterale israeliana uccide ogni prospettiva di pace! È stata cacciata nel cuore della notte dalla polizia israeliana la famiglia Al-Kurd dalla sua casa a Sheikh Jarrah, Gerusalemme Est, lo scorso 9 novembre: madre, padre -parzialmente paralizzato e ammalato di cuore- e cinque figli, profughi del 1948 da Gerusalemme ovest, sono rimasti senza l'abitazione di loro proprietà dove vivevano dal 1956. Un gruppo di coloni estremisti rivendicano la proprietà di quella casa e di altre 26 abitazioni dello stesso quartiere in base ad un codice ottomano datato 1880, di dubbia autenticità e contestato persino delle autorità statunitensi. Solo la scorsa settimana con la delegazione del Parlamento Europeo nei Territori Occupati Palestinesi, composta da parlamentari dei diversi gruppi politici e della quale facevo parte, abbiamo visitato la famiglia Al-Kurd e la loro casa: siamo stati testimoni diretti dei soprusi e delle violenze che subiscono quotidianamente da parte dei coloni che vivono ormai nello stesso cortile. Ora sono rimasti senza casa. Ma a Sheikh Jarrah almeno altre 500 persone affrontano la minaccia quotidiana dell'espulsione dalle loro case in base alle rivendicazioni di associazioni di ebrei estremisti che fanno proprie politiche di "Population Transfer" ovvero di trasferimento della popolazione palestinese. La vicenda si inserisce nel più ampio quadro di una vera e propria politica da parte delle Autorità israeliane, una politica unilaterale che rischia di uccidere qualsiasi processo di pace giorno dopo giorno, demolizione dopo demolizione, colonia dopo colonia e specialmente a Gerusalemme. Qui, dopo diversi anni di amministrazioni destra e di religiosi ortodossi in cui le colonie illegali israeliane sono cresciute nella parte est della città, ieri è stato eletto a sindaco Nir Barkat che ha fatto della costruzione di nuovi insediamenti ebraici a Gerusalemme Est il tema principale della sua campagna elettorale . Queste politiche devono immediatamente cessare e essere sanzionate dalla Comunità internazionale. La confusione derivante dall'attuale passaggio di consegne tra l'amministrazione Bush e la futura e più promettente di Obama non può far passare sotto silenzio simili violazioni in Cisgiordania ma anche a Gaza dove a causa dell'assedio la situazione continua a precipitare: ieri si sono riaperti i valichi dopo sei giorni di chiusura, dopo il black out derivante dal blocco dei rifornimenti del carburante, dopo l'ennesimo allarme lanciato dall'UNRWA che denunciava l'impossibilità di distribuire gli aiuti per i 750.000 palestinesi dei campi profughi proprio in seguito alle chiusure. E si trema alla possibilità che vacilli la tenuta della tregua visto che oggi quattro Palestinesi sono rimasti uccisi dal fuoco degli aerei da guerra israeliani, tornati a volare e sparare sul cielo della Striscia. Contro la demolizione da parte di bulldozer israeliani di molte case palestinesi a Gerusalemme Est, la presidenza dell'Unione Europea aveva già espresso lo scorso lunedì la sua profonda preoccupazione: è tempo che da Bruxelles si faccia tutto il possibile per impedire che misure arbitrarie e unilaterali da parte del Governo israeliano distruggano ogni chance per un processo di pace oggi più che mai urgente e inevitabile e si usi ogni strumento utile – inclusa la sospensione dell'Accordo di Associazione tra UE e Israele- per far rispettare la legalità internazionale. Roma, 12 novembre 2008 Luisa Morgantini l’annessione di questa area della città da parte di Israele, il PE ha esortato Israele ad astenersi da qualsiasi azione unilaterale che possa rendere vano il processo di negoziazione. Queste azioni hanno il solo risultato di danneggiare qualsiasi chance verso il raggiungimento di un accordo di pace. Nel corso del suo intervento in aula, Luisa Morgantini, Vice Presidente del parlamento Europeo, tra gli autori della risoluzione presentata congiuntamente da tutti i gruppi politici, ha dichiarato che queste pratiche non sono episodi isolati ma parte della politica coloniale del Governo Israeliano, e che ciò è evidente nella crescita del numero delle colonie illegali, nella demolizione delle case palestinesi, nell’assedio di Gaza, nel blocco della libertà di movimento imposto con chiusure e check point in tutta la Cisgiordania. Mentre il Parlamento Europeo adotta una Risoluzione sul caso della famiglia Al-Kurd, la polizia israeliana distrugge anche la tenda che la ospitava. Strasburgo, 20 novembre 2008 Ieri, poche ore dopo che Um Kamel Al Kurd, madre di 5 figli, veniva cacciata dalla polizia Israeliana per la seconda volta dalla tenda allestita per protesta e distrutta dai bulldozer, il caso della famiglia palestinese Al – Kurd veniva presentato con urgenza e discusso nel corso della Sessione Plenaria del Parlamento Europeo. La Plenaria ha adottato ieri pomeriggio una risoluzione che chiede alle autorità Israeliane di porre fine a qualsiasi azione illegale. Reputando l’azione commessa da Israele lesiva del diritto internazionale e definendola una minaccia per altre 26 famiglie che vivono il costante pericolo di essere espulse, il Parlamento Europeo ha fatto appello a Israele affinché ponga immediatamente fine a ogni espansione delle colonie e ha esortato il Consiglio, la Commissione e la Comunità Internazionale a proteggere i residenti palestinesi del quartiere di Sheikh Jarrah e di altre aree di Gerusalemme Est. Affermando che Gerusalemme Est non è soggetta alla giurisdizione delle Corti Israeliane, dal momento che la UE non riconosce 23 novembre, Mohammed al Kurd è morto stanotte, dopo che era stato ricoverato in ospedale, espulso dalla sua casa usurpata dalla Corte Suprema e assegnata a dei coloni israeliani. La vedova Fawziya ha già annunciato che la sua lotta per riavere la loro abitazione non si fermerà e molte associazioni per Diritti Umani saranno al suo fianco. Nato nel peccato di Gideon Levy, Haaretz, 21 novembre 2008 Il movimento per la pace israeliano è nato nel peccato dell'occupazione ed è morto come figlio illegittimo della menzogna secondo cui “non ci sono partner” con cui negoziare da parte palestinese. Tra il settembre 1967 e l’ottobre 2000, ci sono stati 33 anni di scontro ostinato e determinato di una minoranza contro una maggioranza, i “traditori” contro i “patrioti”, i “profanatori” di Israele contro gli “amanti di Israele”, Davide contro Golia. E oggi dobbiamo dolorosamente ammettere che è stato uno scontro che non ha prodotto molto. Il movimento israeliano per la pace è nato con poca pubblicità, una dichiarazione che portava solamente una dozzina di firme sconosciute, indirizzato ad un pubblico generico; appena nato ha cominciato a morire di una morte patetica, che nessuno ha pianto. Da allora, il suo corpo giace nelle piazze che rimangono vuote, senza manifestanti, per le strade dove non avviene nessuno scontro, in discorsi pubblici privi di idee. Occasionalmente, emette un gemito disperato e moribondo in un gruppo di persone determinate ma marginali, vicino al Muro di Na’alin o nella pubblicità del giornale al venerdì, a cura di Gush Shalom. Occasionalmente si è presentato nella forma di una dimostrazione di massa, ma di solito appare più come un raduno di poveri illusi, memoriale per Yitzhak Rabin – magari anche con alcune pop-star in veste di protagoniste del movimento per la pace, come Aviv Geffe e Ninet – o in sondaggi d’opinione nei quali la maggioranza aspirerebbe ad adottare le sue posizioni. Ma il bilancio provvisorio della storia di questi decenni è fin troppo chiaro: l’occupazione, gli insediamenti, la polizia e le brutalità dell'esercito si sono dimostrati vincitori sopra ogni altra cosa. Non si è mai vista così tanta gente dire -a parole- di volere la fine di questa situazione e così poche persone disposte a farlo. L’”Impresa-Occupazione” non è mai stata così prospera, coinvolgendo nelle sue ferventi attività e produzioni tutta la società israeliana, con un vasto esercito di coloni, agenti segreti, soldati, avvocati, giornalisti, politici, giudici, dottori, ingegneri, costruttori, architetti, industriali, artisti, archeologi, e cittadini apatici. Tutti, assolutamente tutti, sono complici. Parlano di pace, ma fanno la guerra; si oppongono agli insediamenti, ma collaborano e prendono parte alla loro costruzione; parlano di “due stati”, ma votano Likud; chiudono gli occhi, girano la testa per non vedere e avvolgono se stessi nella coperta più pericolosa: quella dell’apatia. Scorro le pagine gialle di Haaretz del Settembre 1967. L’annuncio della fondazione del movimento per la pace è nascosto tra una pubblicità di un'auto e una garanzia per chi acquista un pacco di lamette da barba.(...) Una dozzina di membri del movimento Matzpen, che erano stati emarginati e perseguitati, ha messo l’inserzione dopo tre mesi della fine della Guerra dei Sei Giorni. Al culmine dell’orgia nazionalistica e delle celebrazioni religiose che ci hanno dominato, c’è la prima richiesta: “Lasciamo i territori occupati, immediatamente!”. Tutto quello che era stato predetto dall'annuncio sull'occupazione messianica, sul terrore e l'oppressione che ne sarebbe scaturita, come sul fatto che saremmo diventati una “nazione di assassini e assassinati” è una verità comune condivisa da un grande numero di persone. (...) Ma sorprendentemente e catastroficamente, oggi siamo ancora qui a godere questo bel panorama: “Il sole brilla, l’acacia è in fiore e -scrive Chaim Bialik- il macellaio sta ancora macellando”. Alla fine di Camp David, quando aveva detto: “non c’è nessun partner per la pace”, Ehud Barak ha una menzogna ancora più grande: che in Israele abbiamo un movimento per la pace. Ci può far piacere ingannare noi stessi dicendoci che ne abbiamo uno, ma quanto deprimente è rendersi conto che non l’abbiamo. Non c'è una sinistra. Sono solo parole vuote. Quando l'unica manifestazione di protesta è quella degli studenti per i loro problemi interni, quando l’unica cosa di cui si discute nelle città e nei paesi riguarda lo spettacolo del Grande Fratello e le denunce più forti sono verso la corruzione e in particolare sui chilometri di viaggi aerei di Olmert, quando tutto questo potrebbe invece essere sostituito dall'interesse per i prigionieri palestinesi picchiati e sanguinanti– allora sappiamo per certo che non c’è un vero movimento per la pace in Israele oggi, nel 2008. Forse non c’è mai stato? Forse un movimento per la pace che venga sconfitto con una tale intollerabile facilità ha bisogno che venga detto che non c’è nessun partner per -semplicemente- scomparire. Dal momento che questo movimento è testimone di atti di terrorismo – che significa lotta per tutti quelli che cercano la liberazione – si spegne da solo a casa, pianificano il prossimo pacchetto di viaggio o guardando un reality show, con paura, in silenzio, con tradimento e una malata apatia, quando a sola mezz’ora di distanza, l’occupazione crudele sopravvive. E’ più crudele oggi che in passato. Quando una dozzina di membri Matzpen hanno stampato quell’appello pubblico, una voce che urla nel deserto, l’arido deserto della sinistra israeliana e della società israeliana tutta. Il termine “sinistra” e l’espressione “movimento per la pace” devono essere rimossi dal dizionario dei termini ebrei. Non abbiamo più il diritto di usarli. Proprio in nessun modo. (traduzione di Giancarlo Ferro) “Il cielo sopra Gerusalemme” (e una terra sempre più ferita...) Recensione del numero 123 di “Luoghi dell'Infinito”, mensile del quotidiano cattolico AVVENIRE. Novembre 2008. “Il cielo sopra Gerusalemme” è il titolo della copertina di novembre di questa rivista di arte e cultura prodotta da Avvenire. Nuvole e azzurro si intrecciano tra cupole e campanili della città santa per antonomasia, invitando il lettore all’approfondimento. Fiduciosi e incuriositi, sfogliamo le pagine dei servizi dedicati in questo numero alla Terra santa. E se non fosse per il breve articolo di Ermes Ronchi che parla di terra promessa riecheggiando quasi le parole tante volte pronunciate dal patriarca Michel Sabbah (terra promessa, luogo e tempo in cui Dio si coinvolge in un rapporto con l’uomo fatto di speranza, in cui la promessa più importante non rimanda al possesso, ma alla ricerca; non ad una casa, ma ad una vela, ad una patria dello spirito che è oltre noi, che è “una tenda dove un Dio pellegrino della speranza accoglierà l’uomo che ha sentieri nel cuore, un’oasi per noi nomadi d’amore…”), ecco se non fosse per questo breve ma intenso scritto… che sensazione di tristezza! Perché si parla di luoghi, in queste pagine, si parla del presente. Ma sembra che questi luoghi e questo presente siano stati ritagliati accuratamente dai qui e ora reali, e trasferiti nel mondo ovattato del ‘meglio non dire troppo perché siamo una rivista di cultura e non c’entra’. Mai una parola sull’occupazione militare israeliana che dilania terra, case e vite. Eppure si citano luoghi santi e non. Eppure la geografia e l’architettura sono ben presenti nei racconti. E si parla anche di storia, in queste pagine: il rabbino Giuseppe Laras fa scaturire le sue riflessioni dalla memoria personale e ricorda il ’48 e la sua commozione di ragazzino alla proclamazione dello Stato d’Israele, che egli definisce ‘risurrezione dello Stato d’Israele” dopo la lunga notte dell’esilio. Non una parola ovviamente su quello che accadde in quegli stessi giorni su quella terra e sulle migliaia di persone che la abitavano… e non una parola sull’oggi. Davvero ci piacerebbe sapere se l’augurio finale, che la terra di Israele diventi terra di benedizione e di pace, sia rivolto a tutti i suoi effettivi abitanti, ebrei israeliani e palestinesi di nazionalità israeliana, di cui in questo articolo Laras non fa menzione…. Ma lasciate che sfoghiamo un po’ la nostra amarezza con voi, cari lettori, dopo aver scorso increduli le pagine dell’articolo di Edgarda Ferri “Il mio diario di pellegrina per caso”. Davvero non pensavamo che ancora oggi si potessero leggere diari di viaggio (anzi di un pellegrinaggio, il che è a nostro avviso ancora più grave) da cui traspare il pregiudizio per nulla velato nei confronti dell’orientale, peggio se musulmano… A Betlemme (per fortuna la nostra pellegrina si è accorta del muro, ma non spiega cosa ci sta a fare e chi ce l’ha messo…) l’autista del pullman si arma di pistola per scendere, mentre sui muri occhieggiano le foto dei kamikaze e “quattro ragazzine imbozzolate nei mantelli neri fissano con occhi sprezzanti e sputano ai piedi dei pellegrini”, alla basilica ci sono uomini col ‘turbante bisunto’ e i bambini sporchi e scalzi non sono come Gesù, perché non fanno che chiedere un euro in tutte le lingue, senza nemmeno sorridere riconoscenti. Che viaggio allucinante in mezzo ad un popolo selvaggio deve aver fatto questa poveretta. Per fortuna a Nazareth “l’insediamento ebraico è costruito su un’altura, chiuso e invalicabile come un fortino, ma almeno arabi ed ebrei tentano di convivere!” Ecco, non è che quando noi giriamo per le stesse strade di Betlemme accompagnando internazionali e pellegrini, tutti i bambini ci chiedano ordinatamente la carità in fila per due (!)… e forse qualche signore con il copricapo sporco la signora Ferri l’avrà pure incontrato, ma è l’insieme del racconto, il modo di descrivere la gente, la diffidenza verso questo popolo, mai nominato, che lascia basiti. Questo popolo ignorante, sporco e retrogrado, che non conosce la civiltà, anche se per fortuna “gli ebrei hanno portato scuole, gli ospedali, l’igiene e una nuova cultura”, che intende costruire una moschea enorme davanti alla Basilica di Nazareth, come provocazione gratuita alla cristianità. Questo popolo di maschilisti integralisti, che fa morire le proprie figlie ribelli. Ecco: accanto alle meraviglie operate dall’architettura Bauhaus a Tel Aviv, accanto alle suggestioni offerte dalla città santa di Safed, le uniche informazioni che il lettore di questa rivista ricaverà sulla Terra santa sono queste: un popolo ricco di tradizioni, cultura, arte e fede millenarie è tornato da sessant’anni ad abitare e far fiorire una terra popolata qua e là da arabi rozzi, sporchi e… terroristi. Chissà dove vivono secondo i nostri autori i tre milioni e mezzo di palestinesi di cui ogni tanto sentiamo parlare. IL NUNZIO NON PUÒ ENTRARE A GAZA “strappo diplomatico e grave violazione”: la dura accusa del patriarcato latino di Gerusalemme ad Israele Il Sito ufficiale del Patriarcato Latino di Gerusalemme non evita la denuncia forte ed esplicita a comportamento dello Stato d'Israele nei confronti della massima autorità rappresentativa del Vaticano, bloccato per tre ore al check-point. La Diocesi stessa non nasconde la gravità del fatto nel contesto del permanente assedio della Striscia, dove ogni gesto di solidarietà, come la visita del Nunzio, esprime “la vicinanza alla popolazione duramente provata”. Ecco la dichiarazione ufficiale: “Domenica 23 novembre le autorità israeliane hanno impedito al Nunzio in Israele e delegato apostolico, Mons. Antonio Franco, di entrare nella Striscia di Gaza per celebrarvi la messa, e questo malgrado i passi regolarmente effettuati presso il Ministero israeliano degli Affari esteri e presso l’alto comando dell’esercito israeliano a partire da martedì scorso. Arrivato alle 8.15 circa al valico di Erez, accompagnato dai padri Shawki Baterian e Humam Khzouz, preti del Patriarcato latino, e dalla segretaria della delegazione, Mons. Franco ha subito il rifiuto di entrata. La delegazione ha trascorso tre ore al checkpoint. La presa di contatto con alti responsabili del Ministero israeliano degli Affari esteri e dell’ufficio dell’amministrazione civile, non ha portato a niente: le autorità israeliane hanno rifiutato nel modo più assoluto di lasciar entrare la delegazione nella striscia di Gaza. Nello stesso momento, molti veicoli della Croce rossa e delle Nazioni Unite erano autorizzati ad entrare, e un certo numero di palestinesi ad uscire dalla striscia. Il nunzio Mons. Antonio Franco doveva celebrare la messa per i fedeli della chiesa della Sacra Famiglia di Gaza, per la festa del Cristo re e in questa domenica che precede l’Avvento, per testimoniare la vicinanza della Santa Sede alla popolazione della striscia di Gaza duramente provata, e soprattutto alle comunità cristiane. Celebrare questa messa era ancora più importante perché in questo momento la parrocchia di Gaza è senza prete: il suo parroco, Mons. Manuel Musallam, è stato autorizzato la settimana scorsa ad uscire dalla striscia per andare a trovare la sua famiglia a Birzeit (Cisgiordania), dopo otto anni trascorsi nella Striscia di Gaza. Il trattenimento alla frontiera di Mons. Franco e dei preti che l’accompagnavano, ha dunque privato i fedeli di Gaza della Messa domenicale. Di conseguenza, ciò che è avvenuto domenica scorsa non è solamente uno strappo alle relazioni diplomatiche, ma anche una violazione del diritto dei fedeli a esercitare il loro culto”. Una data storica: la Palestina in prima serata! Passerà alla storia il servizio giornalistico molto forte e incisivo che Report ha trasmesso domenica 23 su Rai 3. Per il grande pubblico, tristemente abituato ai quiz che si confondono con i cosiddetti telegiornali nelle ore di punta, sarà senz'altro stato uno choc vedere forse per la prima volta il muro dell'apartheid, il campo profughi di Shufat, le colonie israeliane che rubano tutta le terra ai palestinesi e le ruspe che su questa terra demoliscono le loro case. È così grave la situazione del servizio pubblico televisivo che la Tavola per la Pace invita tutti coloro che possono recarsi a Roma, ad una manifestazione in Viale Mazzini il 10 dicembre alle 11, ricordando la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.(www.perlapace.it) È possibile VEDERE IL VIDEO a questo link: http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-Report^17^154594,00.html Finalmente un grande numero di italiani ha potuto conoscere la storia e la testimonianza coraggiosa di Jeff Halper, che pubblicava proprio in questi giorni questo interessante articolo: Una spina in gola per l'America Jeff Halper, 10 novembre 2008 Ancora prima che iniziassero le operazioni di voto, i politici e gli esperti Israeliani si chiedevano: Un Governo Obama sarà buono per Israele? “Essere buono per Israele” è il nostro codice per intendere: “Gli USA ci permetteranno di mantenere i nostri insediamenti e continueranno a sostenere i nostri sforzi per impedire che i negoziati con i Palestinesi siano mai fruttuosi?” Per gli americani la domanda dovrebbe essere: Capirà il governo Obama che, senza dimostrare interesse per i bisogni dei palestinesi, non sarà mai in grado di districarsi dai suoi problemi più generali del Medio Oriente, di riavvicinarsi alla comunità delle nazioni e salvare la sua economia? Il conflitto Israele – Palestina dovrebbe essere di interesse centrale per gli americani, vicino al punto più alto dell’agenda del nuovo Governo. Magari non è il conflitto più sanguinoso del mondo- se lo si paragona all’Iraq, è di minore importanza- ma per gli arabi e per i popoli di tutto il mondo è emblematico della ostilità e della belligeranza americana. Il conflitto Israele – Palestina non è un semplice conflitto locale tra due tribù bellicose. Esso è all’epicentro della instabilità globale. Vai dove vuoi nel mondo e troverai lo stesso fenomeno: la sensazione che la sofferenza del popolo palestinese rappresenta tutto ciò che sbagliato in un mondo dominato dagli americani. Quando prenderà le redini del potere, Obama troverà una realtà globale molto differente da quella di otto anni fa: Una realtà multilaterale, nella quale gli USA indeboliti ed isolati, devono ritrovare la loro collocazione. Scopriranno che in larga misura l’isolamento dell’America deriva dal fatto che l’occupazione dei Territori Palestinesi è vista come una occupazione Israelo–americana. Se il risanamento della indebolita economia americana dipende dalla riparazione delle relazioni con il resto del mondo, egli capirà anche che, senza una soluzione del conflitto Israele Palestina , non creerà quelle condizioni nelle quali gli USA saranno di nuovo accettati nella più ampia comunità globale. Per essere più specifici, il conflitto Israele – Palestina influisce sugli americani in almeno cinque modi : • Il conflitto Israele – Palestina è emblematico per il mondo arabo. Come tale, esso isola gli USA da importanti mercati globali, obbligandolo ad usare misure aggressive invece di accomodamenti pacifici per ottenere quei mercati; • Quindi fa deviare l’economia americana verso produzioni nonproduttive( carri armati, non strade ), rendendo gli USA deficitdipendenti, il che non fa altro che aumentare la dipendenza da finanziamenti stranieri, mentre le risorse vengono fatte confluire nel militare invece che nell’educazione, sanità ed investimenti; • Il supporto per l’esercito israeliano costa ai contribuenti americani più di 3 miliardi di dollari l'anno in tempi di recessione sempre più profonda e di infrastrutture nazionali che collassano; • Comporta un coinvolgimento americano nel mondo che è soprattutto militare, quindi generando ostilità e resistenza, che a loro volta generano quelle minacce alla sicurezza di cui gli Americani hanno tanta paura; • Inoltre finisce per minacciare le libertà civili americane, incoraggiando legislazioni quali il “Patriot Act” e introducendo nelle forze di polizia americana le tattiche e gli armamenti di “contro-rivolta” “, sviluppati da Israele nel West Bank e a Gaza. Per molti popoli del mondo, i palestinesi rappresentano l’ impegno della maggioranza.. Essi sono i piccoli grani di sabbia che resistono; ciò che la maggior parte degli Americani ed i popoli privilegiati dell’Occidente non vedono. Essi sono un popolo cui è negato il diritto più fondamentale: il diritto a un suo Stato, anche se solo sul 22% della Palestina storica che Israele ha occupato fin dal 1967. Per la maggioranza dell’umanità che vive in condizioni economiche e politiche inimmaginabili in Occidente, quella sofferenza causata dall’occupazione di Israele -impoverimento ed una negazione totale della libertà che può essere sostenuta solo grazie al supporto americano- è emblematico della loro stessa sofferenza. L’ oppressione israeliana dei palestinesi, con l’ appoggio diretto degli USA, evidenzia in modo dimostrabile l’esistenza di un sistema globale di dominazione occidentale , che impedisce agli altri di perseguire ed ottenere i loro sogni di benessere politico ed economico Come una spina in gola, il problema dell’occupazione israeliana non può essere né ignorato né by-passato. Per rendere le cose ancora più difficili, non si sa se una soluzione due-stati sia ancora possibile, dal momento che l’ attività di insediamento israeliana ha in larga misura eliminato quella opzione. Qualunque alla fine sia la soluzione, se questo che è il più destabilizzante dei conflitti, non è affrontato, gli USA – anche sotto Obama- rimarranno impantanati in conflitti con popoli arabi e vituperati da popoli che ricercano la vera libertà. Né gli USA né Israele troveranno quella sicurezza che essi dicono di ricercare. Noi viviamo in una realtà globale, non in una Pax Americana. La logica del Governo Bush ha fatto il suo corso. Gli USA non possono più farla da padroni in giro per il mondo in una Guerra globale contro il terrore. Il loro coinvolgimento non può più essere soltanto militare. La nuova logica che accompagnerà Obama al potere può essere riassunta in una parola: accomodamento. E gli USA non raggiungeranno la prima base (*nota: espressione del baseball dove bisogna raggiungere quattro basi in successione per fare un punto) se non otterranno un accomodamento con il mondo arabo, che significa porre fine alla occupazione israeliana. Ciò che accade ai palestinesi viene ad avere un significato globale. Togliersi la spina dalla gola – cioè porre fine alla occupazione israeliana e permettere ai palestinesi di avere uno stato ed un loro proprio futuro- dovrebbe essere una precedenza assoluta del prossimo governo americano. Da questo, infatti dipende il tentativo dell’America di ristabilire la propria reputazione nel mondo. Nella realtà globale in cui viviamo, i destini degli americani e dei palestinesi, a conti fatti, sono strettamente intrecciati. (Jeff Halper è il Direttore del Comitato Israeliano Contro la Demolizione delle Case) AMNESTY INTERNATIONAL: bambini palestinesi hanno urgente bisogno di cure mediche Amnesty International è seriamente preoccupata per la salute di quattro bambini palestinesi, di età compresa tra i cinque mesi e i 3 anni e mezzo, e per quella di un ragazzo di 17 anni, ai quali non è permesso lasciare la Striscia di Gaza e raggiungere Gerusalemme per essere sottoposti a un intervento chirurgico senza il quale rischiano di morire. I bambini, Ahmed Nahid Mohsin, Hamza Hassan Abu Habel, Yousef Rami Abu Latifa, Nour Mohammed al-Jarou e Mohammed Odeh Thabet (17 anni), soffrono di seri problemi cardiaci, tra cui un difetto congenito meglio conosciuto come "buco nel cuore". Tutti hanno urgente bisogno di un intervento chirurgico che non può avere luogo a Gaza a causa della mancanza di idonee strutture mediche e di specialisti. Gli interventi potrebbero essere eseguiti in un ospedale della zona est di Gerusalemme a solo un'ora di macchina da Gaza, tuttavia le autorità israeliane si rifiutano di concedere il permesso ai loro familiari per accompagnarli. Un gruppo di cardiologi italiani, giunto all'ospedale Makassad il 6 novembre 2008, sta eseguendo interventi cardiaci pediatrici. È fondamentale che i bambini possano raggiungere l'ospedale di Gerusalemme in tempo per poter essere operati durante la permanenza degli specialisti e, affinché ciò sia possibile, ai loro genitori deve essere concesso il permesso di accompagnarli. Altri bambini con lo stesso tipo di malformazione cardiaca hanno aspettato settimane e addirittura mesi prima di poter raggiungere l'ospedale Makassad. Soheb Wael Alqasas, Sami Atwa Abu Ishaq, Ahmed Talat Abu Omar, Mohammed Ashraf Abu Ajwah e ad altri 11 bambini che soffrivano di problemi simili è stato permesso di lasciare Gaza e di raggiungere l'ospedale solo nei primi giorni di novembre. Soheb Wael Alqasas in precedenza era stato costretto ad annullare ben 6 appuntamenti. Informazioni di base A Gaza le strutture sanitarie sono carenti di personale specializzato e di attrezzature idonee alla cura di diverse patologie, tra cui le malattie cardiovascolari e il cancro. In base al diritto internazionale a Israele è richiesto di garantire ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania lo stesso livello di prestazioni mediche e trattamenti ospedalieri che vengono forniti ai cittadini israeliani. Il blocco di Gaza e il rifiuto di concedere ai pazienti il permesso di lasciare la Striscia di Gaza per accedere alle necessarie cure mediche, costituiscono una punizione collettiva in contrasto con il diritto umanitario internazionale. Le autorità israeliane controllano i confini della Striscia di Gaza e spesso rifiutano di permettere ai malati gravi di partire per ricevere cure mediche altrove, adducendo motivi di "sicurezza". Tuttavia alcuni dei pazienti a cui è stato vietato il passaggio sono in gravi condizioni di salute e incapaci di muoversi. L'8 ottobre 2008 le autorità israeliane hanno vietato il permesso di entrare a Gaza a 80 medici specialisti stranieri che dovevano partecipare a una conferenza organizzata dal Programma di salute mentale di Gaza e dall'Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Il 17 giugno 2007 l'esercito israeliano ha imposto un assedio alla Striscia di Gaza; ha chiuso il valico principale verso il mondo esterno, al confine tra Gaza e l'Egitto che apre solo raramente per permettere il passaggio a casi eccezionali di carattere "umanitario". L'unico modo per uscire da Gaza è attraverso il valico di Erez, chiuso per i palestinesi, tranne che per quei casi eccezionali di carattere "umanitario". Data di pubblicazione dell'appello: 11 novembre 2008 Firma subito l'appello Shimon Peres President of the State of Israel The Office of the President 3 Hanassi Street Jerusalem 92188 ISRAEL Egregio Presidente, Le scriviamo come sostenitori di Amnesty International, l'organizzazione non governativa che dal 1961 lavora in difesa dei diritti umani. Desideriamo esprimirLe la nostra preoccupazione perché quattro bambini seriamente ammalati, Ahmed Nahid Mohsin (un anno e mezzo) Hamza Hassan Abu Habel (14 mesi), Yousef Rami Abu Latifa , (3 anni e 5 mesi), Nour Mohammed al-Jarou (5 mesi) e Mohammed Odeh Thabet (17 anni), non possono lasciare Gaza per poter usufruire a Gerusalemme di terapie mediche e chirurgiche che potrebbero salvare le loro vite. Le ricordiamo che in base al diritto internazionale, Israele, in quanto potenza occupante, ha la responsabilità di assicurare alla popolazione di Gaza lo stesso livello di prestazioni mediche e di trattamenti ospedalieri che vengono forniti ai cittadini israeliani. La ringraziamo per l'attenzione. Tutti i destinatari della mail sono inseriti in copia nascosta (L. 675/96). Gli indirizzi ai quali mandiamo la comunicazione sono selezionati e verificati, ma può succedere che il messaggio pervenga anche a persone non interessate. VI CHIEDIAMO SCUSA se ciò è accaduto. Se non volete più ricevere "boccheScucite" o ulteriori messaggi collettivi, vi preghiamo di segnalarcelo mandando un messaggio a [email protected] con oggetto: RIMUOVI, e verrete immediatamente rimossi dalla mailing list.