Discorsi presidenziali

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Discorsi presidenziali
Discorsi presidenziali
“L'obiettivo è ora più vicino: per la prima volta dopo lunghi anni si
intravede un concreto orizzonte di speranza!”.
Siamo così nauseati dai discorsi vuoti e dalle falsità che nascondono il
dramma palestinese, che potremmo sostituire le firme più diverse alle
dichiarazioni più importanti rilasciate dal 1948 in poi, come questa del
Presidente Napolitano, di questa settimana, senza sfiorare più né la
nostra emozione né la nostra intelligenza, visto che da sessant'anni
sentiamo le medesime parole mentre assistiamo all'immobilismo di
ogni azione politica e al fallimento di ogni “ripresa del processo di
pace”. Anche Napolitano ha ricordato gli eventi del 1948 ma
naturalmente ha censurato le pagine insanguinate della pulizia etnica
della Palestina: “La mia visita in Israele cade in un anno denso di
significato in cui lo Stato di Israele celebra il 60° anniversario della
sua formazione e l’Italia il 60° anniversario della propria costituzione
repubblicana. Dobbiamo ricordare che la pace richiede scelte
coraggiose ed è l’unica vera garanzia dei diritti dei popoli della
regione e, fra questi, di quello di Israele ad esistere e prosperare come
Stato ebraico”. Inutile chiedersi, dopo l'ennesimo discorso ufficiale,
quali “scelte coraggiose” si stanno facendo per contribuire realmente
alla pace...
Il panorama è a 360° quello del fallimento totale.
Basti pensare che Napolitano, accortosi di esser stato forse troppo di
parte, ha aggiunto: “Voglio comunque ricordare che l'Italia non si tira
certo indietro nel sostegno economico ai territori palestinesi. Possiamo
farcela. Soprattutto con l'economia”.
Mentre la colonizzazione non si arresta (vedi in HANNO DETTO) e
milioni di persone sono assediati, divisi, murati e senza stato, la
comunità internazionale brilla per la sua latitanza. Quello che
rappresentava la più grande speranza, il Quartetto delle 4 grandi
potenze -Russia, Stati Uniti, Unione europea e Onu- “non solo ha
fallito nel tentativo di portare avanti il processo di pace ma ha
indebolito la credibilità politica e l'influenza di due dei suoi
componenti, l'UE e l'ONU. E tra sorrisi e strette di mano continua a
riunirsi e a non fare nulla mentre le condizioni di vita dei palestinesi
peggiorano e Israele continua a rubare e a colonizzare terre
palestinesi”. La spietata, sconcertante analisi di Rami Khouri sottolinea
che “anche il Quartetto non è altro che l'ennesima foglia di fico messa
lì per nascondere il dominio statunitense su un processo diplomatico
che ha come motore gli interessi israeliani. Questo è stato chiaro fin
dall'inizio, quando il Quartetto ha criticato solo verbalmente Israele
per la proliferazione degli insediamenti senza fare nulla di concreto,
agendo invece con forza contro i palestinesi”.
Se il nostro Presidente è perfettamente in linea con il fallimentare
immobilismo degli altri Paesi, non lascia meno sconcertati l'inettitudine
del Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, che
invece di impegnare la sua pur debolissima autorità per contrastare
l'onnipresente sistema di occupazione, ha avuto la brillante idea di
autoproclamarsi anche “Presidente della Palestina” (che non c'è)
allargando ancor di più la tensione e la divisione del popolo palestinese
e lo scontro tra Hamas e Fatah. Meglio farebbe a chiedersi perchè mai,
invece di condannare solo a parole insediamenti e check-point, non si
vede nessun esponente del Gabinetto del Presidente alle proteste
nonviolente a Bil'in, nessun Ministro dell'AnP ad un check-point e
nessuna ruspa palestinese lungo il tracciato del Muro. (Al Convegno
“Terra santa, terra ferita”, di cui riferiremo ampiamente nel prossimo
numero, è stata presentata una proposta concreta in questo senso).
Tutti noi ci chiediamo “cosa dirà Obama?” e noi l'abbiamo chiesto a
Naor Ben Yehouda, giovane refusnik israeliano che rappresenta quella
schiera di gente comune, palestinesi, israeliani, italiani e di ogni dove,
che, a differenza dei Presidenti, parlano poco e agiscono con
instancabile ostinazione in concreti sentieri di pace.
Non c'è due senza tre.
Naor: Purtroppo, i sondaggi recenti vi presentano la previsione di un
cambiamento dal centro destra incombente, che ha giocato per un anno
con discorsi di pace, tuttavia non collegati ad atti concreti, per un
governo di destra diretto da Netanyahu. Se possiamo arguire il sentire
della società israeliana, significa che la voglia di arrivare ad una fine
dell'occupazione non trova molto sostegno.
Ma il vero Presidente di cui si parla e si attende una parola realmente
alternativa sulla Palestina è solo Obama. A parte Fiamma Nirenstein,
che teme “una svolta fatale, un cambiamento della politica degli Stati
Uniti con la revisione del mitico, intimo rapporto tra i popoli e i
governi di Israele e degli Usa”, tutti sono in attesa delle prime
dichiarazioni da Presidente, sperando di poter archiviare per sempre
quella fatta in campagna elettorale sulla destinazione di Gerusalemme a
capitale una ed eterna solo dello Stato d'Israele.
Bocchescucite: Il mondo guarda al nuovo presidente americano con
una grande speranza: che finalmente si sblocchi la gravissima
situazione di conflitto in Medio Oriente. Secondo te quali effettivi
spiragli di pace si aprono con Obama? E la Comunità internazionale
come vi può contribuire?
Naor: Per quanto riguarda la pace, temo che abbiamo bisogno di più di
un presidente americano favorevole ad una soluzione giusta del
conflitto. Ciò che mi spinge a qualche ottimismo è il fatto che per la
prima volta nello schieramento presente, la politica americana potrebbe
essere alla sinistra di quella europea. Quindi, i moralismi consueti e le
dramatis personae conosciute potrebbero cambiare in modi sinora non
previsti. Questo può portare qualche possibilità nuova per la nostro
regione.
Bocchescucite: Anche Israele si prepara a vivere un momento di
cambiamento. Quale lettura dai degli attuali orientamenti politici nel
tuo Stato, e qual è in proposito il sentire della società israeliana?
Bocchescucite: Pacifismo e sinistra israeliana. Quali i rapporti, la
strada comune, le possibili risorse per un cambiamento di rotta?
Naor: Tenendo conto del cambiamento imminente verso destra, si può
capire che l'orizzonte politico si allontanerà nei prossimi anni. Inoltre, il
programma di una pace "economica" proposta de Netanyahu
significherebbe paradossalmente che un fase neo-coloniale arrivi prima
della fine del colonialismo attuale. Le risorse sarebbero forse se
trovassimo una strada che ci porti a combattere con i modi nuovi e
vecchi sia lo sfruttamento economico che il fatto stretto
dell'occupazione. Il Prof. Gadi Algazi ha analizzato questo concetto per
il caso di Bil'in.
http://www.monde-diplomatique.fr/2006/08/ALGAZI/13833
Quello che Naor ci ha testimoniato attraverso la sua scelta di vita,
Gideon Levy ci offre con una durissima critica al movimento per la
pace israeliano (vedi LENTE D'INGRANDIMENTO) e Vittorio
Arrigoni, che dalle barche dei pescatori di Gaza è stato arrestato ed ora
espulso definitivamente da Israele, ci racconta con passione e
disarmante coraggio (vedi A VOCE ALTA).
QUESTO NUMERO di BoccheScucite viene distribuito al Convegno
di Pax Christi “Terra santa, terra ferita” perché sia ancor più evidente
che se fosse per i discorsi ufficiali dei nostri politici saremmo davvero
rassegnati e senza speranza. Ma siccome attorno a noi si muovono
migliaia di persone e realtà che operano in mille modi per la giustizia,
siamo autorizzati a sperare ancora. E a credere davvero che potrà
arrivare il giorno della pace.
BoccheScucite
La testimonanza:
Vittorio Arrigoni IN ESCLUSIVA per BoccheScucite
BoccheScucite: Cosa accade tutti i giorni lungo le coste di Gaza e
cosa è accaduto a te e ai pescatori palestinesi?
Vittorio Arrigoni: Pressoché tutti i giorni lungo le coste di Gaza, si
consumano crimini contro l'umanità, di cui Israele si macchia, omicidi
e ferimenti di pescatori palestinesi che si allontano oltre le 3-4 miglia
dalla costa, limite illegale imposto dalle Autorità israeliane, nonostante
gli accordi di Oslo abbiano fissato a circa 20 miglia dalla linea costiera
il limite massimo di allontanamento e le 12 miglia sancite dall'Accordo
Bertini, stipulato nell'Agosto 2002 tra le Nazioni Unite e Israele.
La nostra presenza a bordo dei pescherecci, in quanto internazionali, ha
sempre scongiurato morti e feriti fra i palestinesi, (io l'unico seriamente
ferito in mare negli ultimi 3 mesi, dinnanzi a Gaza city) e fino a
settimana scorsa aveva evitato arresti, sequestri di imbarcazioni. Questi
pacifichi pescherecci, con la loro attività rappresentano uno degli unici
sostentamenti possibili all'interno di un economia schiacciata
dall'assedio in cui è costretta Gaza. Una giornata al largo con noi, a
detta dei pescatori equivale ad una settimana di ordinario lavoro,
quando senza internazionali a bordo non si arrischiano a spingersi più
di qualche miglia dal porto, dove il pescabile è miserevole, perché se lo
fanno sono morti, feriti quando va bene.
Il giorno dopo una nostra battuta di pesca, il prezzo del pesce al
mercato si vende a prezzo stracciato. C'è più offerta, i prezzi calano,
più bocche si sfamano. I proprietari di diversi pescherecci, prima del
nostro arrivo, erano seriamente intenzionati a vendere le barche, per via
del prezzo del carburante elevato, e nessuna prospettiva di reddito
futuro. Ora, oltre a effettivamente contribuire a maggiore redditi, ci
hanno comunicato più volte quanto il nostro supporto abbia funto a
iniezione benefica di speranza, inoculata in una umanità che di
speranza era in crisi di astinenza.
Oltre ai palpabili successi che le nostri azioni in mare ottengono, ve ne
sono altri simbolici altrettanto edificanti come quelli pratici.
Con la Free Gaza e la Liberty abbiamo aperto il porto di Gaza, coi
rudimentali pescherecci palestinesi cerchiamo ogni giorno di aprirne il
mare, consapevoli che non è solo per i pescatori, ma per i palestinesi
tutti, che ci attiviamo ostinatamente nel rivendicare il loro diritto ad una
vita liberata dalla schiavitù della prigionia, l'assedio, il crimine contro
l'umanità di cui si macchia Israele.
Vale la pena ricorda che negli anni '90, quando le barche dei pescatori
potevano allontanarsi dalle coste di circa 12 miglia nautiche dalle coste
della Striscia, i pescatori riuscivano a portare a riva, rivendere e anche
esportare fino a 3.000 tonnellate di pesce ogni anno. Nel 2007 solo
circa 500 tonnellate di pesce all'anno sono state pescate in tutto dagli
oltre 3.500 pescatori professionisti lungo i 40 km costieri della Striscia
a Gaza; di questi, solo 700 sono ancora impiegati in un settore che dava
lavoro ad almeno 40.000 persone, tra meccanici, pescivendoli e
migliaia di famiglie di pescatori locali.
I pesci nelle acque vicino alle coste della Striscia sono davvero pochi,
inquinamento ed eccessivo sfruttamento hanno reso le acque sterili, per
questo accompagnavo i pescherecci lontano dalla riva, basterebbe
allontanarsi fino a 20 miglia più a largo per incontrare, in primavera, i
branchi di sardine che migrano dal delta del Nilo fino alle acque della
Turchia, mentre già a meno di sei miglia della costa è difficile
incontrare i grandi movimenti di pesci. Secondo il Palestinian Centre
for Human Rights Israele in realtà non ha mai consentito ai pescatori di
Gaza di spingersi fino alle 20 miglia sancite dagli Accordi. I pescatori
di Gaza denunciano che non possono allontanarsi di oltre 2,5 km senza
correre il rischio di essere bersaglio degli spari israeliani, di vedere
distrutte le loro reti e le loro barche, mentre le pattuglie israeliane li
costringono a rientrare a riva: una situazione che va avanti sin dal 2003
e che si è aggravata negli ultimi anni con addirittura razzi ed elicotteri
israeliani impiegati contro i pescatori. Le navi militari israeliane
secondo il Sindacato dei pescatori di Rafah, nel sud della Striscia,
pattugliano il mare 24 ore al giorno, sette giorni su sette, con il pretesto
della sicurezza e del contrasto al traffico di armi. Nel corso del 2007
oltre 70 pescatori di Gaza sono stati arrestati, le loro barche distrutte,
insieme a reti ed equipaggiamenti da pesca. Per mesi migliaia di
pescatori non hanno avuto il permesso di lasciare il porto.
Diversi attacchi israeliani ai pescatori palestinesi li abbiamo ripresi con
le nostre piccole telecamere, e sono visionabili sul mio blog:
http://guerrillaradio.iobloggo.com
Evidentemente alla marina israeliana non bastava più bersagliarci ogni
volta con tutto il loro arsenale, (ultimamente avevano iniziato a tirarci
addosso persino armi chimico-biologiche).
Così martedì scorso mentre io, Darlene e Andrew accompagnavamo tre
pescherecci al largo, a circa 6 miglia dalla costa, 8 navi da guerra
israeliane ci hanno intercettato, attaccato, circondato, rapito noi (tre
internazionali) e tutti i pescatori palestinesi.
Ho provato a resistere passivamente, in maniera non violenta al
rapimento, ma i soldati israeliani mi hanno sparato con una pistola
taser, tramortito e picchiato. Trascinato in una delle loro navi e
condotto fuori dalla Palestina in Israele. Ho passato 6 giorni in carcere,
dove mi sono stati negati i miei fondamentali diritti, civili, legali,
umani. Ora noi internazionali siamo stati deportati, i pescatori grazie al
cielo rilasciati, ma i 3 pescherecci rubati rimango confiscati in Israele.
Tutto per impedire a della povera ma degna gente di procurarsi di che
sfamare le loro famiglie.
(Il silenzio del "mondo civile" è molto più assordante dei colpi di arma
da fuoco che udite nei miei cortometraggi)
BoccheScucite: Sono più di 11mila i prigionieri politici palestinesi
dimenticati nelle carceri israeliane. Come hai condiviso l’esperienza
dell’arresto e del carcere pensando alla prigionia di un intero popolo?
Vittorio: Venivo da una prigione israeliana più grossa, Gaza è il più
grande carcere a cielo aperto del mondo, i soldati israeliani mi hanno
solo spostato in una delle loro prigioni più piccole.
Ho trascorso 6 giorni nel carcere israeliano di Ramle, lurido, infestato
di insetti che hanno allegramente banchettato sul mio corpo.
Mi sono stati negati diritti fondamentali, come quelli di contattare il
mio avvocato e il mio consolato, nel momento in cui ho annunciato
l'inizio di uno sciopero della fame per chiedere il rilascio dei pescatori
palestinesi e in seguito la restituzione dei pescherecci rubati.
Per lo stesso motivo ho subito la tortura di essere rinchiuso in
isolamento in una toilette lercia, senza acqua potabile. Ben conscio che
sebbene questa è la seconda volta che sono imprigionato in Israele, per
la sola colpa di amare la libertà e i diritti umani, tutta questa mia
recente personale sofferenza non è nulla, assolutamente nulla
comparata alle atroci sofferenze che le migliaia di detenuti palestinesi
subiscono nelle carceri israeliane illegali sparse su territorio
palestinese.
I governi occidentali hanno manifestato solidarietà a Israele e disprezzo
verso hamas per aver rapito il soldato Gilad Shalit.
Qualcuno dei nostri politicanti europei hai mai espresso una sola parola
in favore di uno solo degli 11000 palestinesi rapiti e rinchiusi nelle
prigioni israeliane? Io mi auguro che Gilad torni presto a riabbracciare i
suoi affetti, così come tutti i prigionieri politici palestinesi, che sono
esseri umani come gli israeliani, percepiscono il dolore e la sofferenza
proprio come tutti noi.
Per concludere apro una parentesi, delle bocche che spero nei prossimi
numeri di bocche scucite mi farete scucire.
Non ho mai avuto dubbi sul totale disinteresse verso le leggi
internazionali, e del sistematico calpestio dei diritti umani, di Israele
con il suo esercito, il suo governo, le sue colonie illegali, fuori dai suoi
confini. Ora ho la certezza che anche all'interno d'Israele le cose non
differiscono. Ho convissuto questi giorni di carcere con alcune
centinaia di profughi africani, incarcerati per il solo motivo di essere
scampati e scappati da una guerra. Sono eritrei, etiopi, sudanesi, hanno
tutti il visto ONU in ordine, in un paese che si definisce civile, gli
sarebbe assegnato un alloggio, e un minimo per campare.
In Israele questi rifugiati sono da mesi, alcuni da anni, ridotti in catene.
Ribadisco, sia chiaro, sono superstiti, mica criminali.
Ho promesso loro, prima di venire deportato, che avrei fatto emergere
la loro storia, cosa che sto facendo, e che avrei bussato in loro vece ad
ogni organizzazione, governativa e non, che si occupa di profughi di
guerra. Loro sono "i sepolti vivi di Ramle, Israele".
Restiamo umani.
Vik dall'esilio.
Vittorio Arrigoni. Blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com
contatti: [email protected] tel. 3343902658
L'ANALISI
Amira Hass: Aspettare...
Aspettare è l'unica cosa da fare a Gaza.
Aspettare: la stessa cosa che hanno fatto gli operai al lavoro su un
enorme depuratore nel nord della Striscia. È l'unico cantiere autorizzato
da Israele (perché lo considera un progetto umanitario, mentre i
progetti di sviluppo sono vietati da quando Hamas ha vinto le elezioni).
Aspettare i pezzi di ricambio di elettrodomestici e automobili; aspettare
elettricità, acqua e gas; aspettare che apra il varco di frontiera per
portare fuori le fragole; aspettare che Israele autorizzi una spedizione
umanitaria delle Nazioni Unite. Ormai i palestinesi non fanno altro.
Ora sono le sei di mattina del 19 novembre. L'elettricità è appena
andata via, mentre facevo una pausa per il caffè. C'è un pensiero che
continua ad assillarmi: tutti questi particolari riescono a descrivere
l'umiliazione di una vita umana ridotta a un'esistenza quasi animale?
Quando torna la corrente, il notiziario radio israeliano annuncia
seccamente: "Oggi i varchi di frontiera con Gaza resteranno chiusi per
persone e merci. Il ministro della difesa Ehud Barak ha deciso che, a
causa dei continui lanci di razzi, i varchi non saranno aperti. La scorsa
notte tre razzi sono caduti in aperta campagna. Non ci sono state
vittime". È la politica del castigo: "Ragazzacci, pagherete per il vostro
comportamento".
John Ging, il responsabile delle operazioni umanitarie delle Nazioni
Unite nella Striscia di Gaza, mi ha detto: "La persone civili agiscono
rispettando il diritto internazionale. Un atto illegale non dovrebbe
portare a un altro atto illegale. Consentire solo gli aiuti umanitari e non
la costruzione di scuole, l'ingresso di materiale didattico per i bambini
ciechi, l'esportazione di prodotti agricoli, è illegale, disumano e
controproducente".
Ma è davvero controproducente? Se si considera la questione della
sicurezza, la risposta è sicuramente sì. Questa umiliante pressione
rende la maggior parte degli abitanti di Gaza dipendenti dagli aiuti,
trasformandoli in persone che non hanno niente da perdere. E finisce
per alimentare la violenza: nuovi razzi, nuove armi fatte passare
attraverso i tunnel, nuove reclute per la lotta armata.
Credo di conoscere gli obiettivi nascosti di Israele. I politici israeliani
sanno bene cosa stanno facendo: sanno che il ceto medio (di cui fanno
parte i più accesi sostenitori della pace con Israele) si sta impoverendo,
che l'industria sta morendo, che l'agricoltura sta perdendo colpi.
Sanno, dalle esperienze del passato, che il regime di Hamas può solo
essere rafforzato da queste misure. E infatti è così: sempre più
palestinesi dipendono dai suoi programmi di assistenza. L'assedio non
permette di valutare serenamente i risultati del governo di Hamas.
Tutte le carenze sono attribuite al nemico. Il dibattito pubblico ne
risente e i palestinesi di Al Fatah, al potere in Cisgiordania, sono
considerati dei collaborazionisti.
Ecco i tre obiettivi d'Israele: tenere separate la Striscia di Gaza e la
Cisgiordania; spingere la Striscia verso una tutela egiziana; alimentare
la questione della "sicurezza". Israele non cerca altro.
Da Gerusalemme a Bruxelles e ritorno.
Storia di una tragedia senza fine
A Gerusalemme Est un'altra famiglia palestinese cacciata dalla
propria casa, demolite centinaia di abitazioni. La politica
unilaterale israeliana uccide ogni prospettiva di pace!
È stata cacciata nel cuore della notte dalla polizia israeliana la
famiglia Al-Kurd dalla sua casa a Sheikh Jarrah, Gerusalemme Est, lo
scorso 9 novembre: madre, padre -parzialmente paralizzato e ammalato
di cuore- e cinque figli, profughi del 1948 da Gerusalemme ovest, sono
rimasti senza l'abitazione di loro proprietà dove vivevano dal 1956. Un
gruppo di coloni estremisti rivendicano la proprietà di quella casa e di
altre 26 abitazioni dello stesso quartiere in base ad un codice ottomano
datato 1880, di dubbia autenticità e contestato persino delle autorità
statunitensi.
Solo la scorsa settimana con la delegazione del Parlamento Europeo nei
Territori Occupati Palestinesi, composta da parlamentari dei diversi
gruppi politici e della quale facevo parte, abbiamo visitato la famiglia
Al-Kurd e la loro casa: siamo stati testimoni diretti dei soprusi e delle
violenze che subiscono quotidianamente da parte dei coloni che vivono
ormai nello stesso cortile. Ora sono rimasti senza casa.
Ma a Sheikh Jarrah almeno altre 500 persone affrontano la minaccia
quotidiana dell'espulsione dalle loro case in base alle rivendicazioni di
associazioni di ebrei estremisti che fanno proprie politiche di
"Population Transfer" ovvero di trasferimento della popolazione
palestinese.
La vicenda si inserisce nel più ampio quadro di una vera e propria
politica da parte delle Autorità israeliane, una politica unilaterale che
rischia di uccidere qualsiasi processo di pace giorno dopo giorno,
demolizione dopo demolizione, colonia dopo colonia e specialmente a
Gerusalemme. Qui, dopo diversi anni di amministrazioni destra e di
religiosi ortodossi in cui le colonie illegali israeliane sono cresciute
nella parte est della città, ieri è stato eletto a sindaco Nir Barkat che ha
fatto della costruzione di nuovi insediamenti ebraici a Gerusalemme
Est il tema principale della sua campagna elettorale .
Queste politiche devono immediatamente cessare e essere sanzionate
dalla Comunità internazionale.
La confusione derivante dall'attuale passaggio di consegne tra
l'amministrazione Bush e la futura e più promettente di Obama non può
far passare sotto silenzio simili violazioni in Cisgiordania ma anche a
Gaza dove a causa dell'assedio la situazione continua a precipitare: ieri
si sono riaperti i valichi dopo sei giorni di chiusura, dopo il black out
derivante dal blocco dei rifornimenti del carburante, dopo l'ennesimo
allarme lanciato dall'UNRWA che denunciava l'impossibilità di
distribuire gli aiuti per i 750.000 palestinesi dei campi profughi proprio
in seguito alle chiusure. E si trema alla possibilità che vacilli la tenuta
della tregua visto che oggi quattro Palestinesi sono rimasti uccisi dal
fuoco degli aerei da guerra israeliani, tornati a volare e sparare sul cielo
della Striscia.
Contro la demolizione da parte di bulldozer israeliani di molte case
palestinesi a Gerusalemme Est, la presidenza dell'Unione Europea
aveva già espresso lo scorso lunedì la sua profonda preoccupazione: è
tempo che da Bruxelles si faccia tutto il possibile per impedire che
misure arbitrarie e unilaterali da parte del Governo israeliano
distruggano ogni chance per un processo di pace oggi più che mai
urgente e inevitabile e si usi ogni strumento utile – inclusa la
sospensione dell'Accordo di Associazione tra UE e Israele- per far
rispettare la legalità internazionale.
Roma, 12 novembre 2008
Luisa Morgantini
l’annessione di questa area della città da parte di Israele, il PE ha
esortato Israele ad astenersi da qualsiasi azione unilaterale che possa
rendere vano il processo di negoziazione. Queste azioni hanno il solo
risultato di danneggiare qualsiasi chance verso il raggiungimento di un
accordo di pace.
Nel corso del suo intervento in aula, Luisa Morgantini, Vice Presidente
del parlamento Europeo, tra gli autori della risoluzione presentata
congiuntamente da tutti i gruppi politici, ha dichiarato che queste
pratiche non sono episodi isolati ma parte della politica coloniale del
Governo Israeliano, e che ciò è evidente nella crescita del numero delle
colonie illegali, nella demolizione delle case palestinesi, nell’assedio di
Gaza, nel blocco della libertà di movimento imposto con chiusure e
check point in tutta la Cisgiordania.
Mentre il Parlamento Europeo adotta una Risoluzione sul caso
della famiglia Al-Kurd, la polizia israeliana distrugge anche la
tenda che la ospitava.
Strasburgo, 20 novembre 2008
Ieri, poche ore dopo che Um Kamel Al Kurd, madre di 5 figli, veniva
cacciata dalla polizia Israeliana per la seconda volta dalla tenda allestita
per protesta e distrutta dai bulldozer, il caso della famiglia palestinese
Al – Kurd veniva presentato con urgenza e discusso nel corso della
Sessione Plenaria del Parlamento Europeo.
La Plenaria ha adottato ieri pomeriggio una risoluzione che chiede alle
autorità Israeliane di porre fine a qualsiasi azione illegale.
Reputando l’azione commessa da Israele lesiva del diritto
internazionale e definendola una minaccia per altre 26 famiglie che
vivono il costante pericolo di essere espulse, il Parlamento Europeo ha
fatto appello a Israele affinché ponga immediatamente fine a ogni
espansione delle colonie e ha esortato il Consiglio, la Commissione e la
Comunità Internazionale a proteggere i residenti palestinesi del
quartiere di Sheikh Jarrah e di altre aree di Gerusalemme Est.
Affermando che Gerusalemme Est non è soggetta alla giurisdizione
delle Corti Israeliane, dal momento che la UE non riconosce
23 novembre, Mohammed al Kurd è morto stanotte, dopo che era stato
ricoverato in ospedale, espulso dalla sua casa usurpata dalla Corte
Suprema e assegnata a dei coloni israeliani. La vedova Fawziya ha già
annunciato che la sua lotta per riavere la loro abitazione non si
fermerà e molte associazioni per Diritti Umani saranno al suo fianco.
Nato nel peccato
di Gideon Levy, Haaretz, 21 novembre 2008
Il movimento per la pace israeliano è nato nel peccato
dell'occupazione ed è morto come figlio illegittimo della menzogna
secondo cui “non ci sono partner” con cui negoziare da parte
palestinese. Tra il settembre 1967 e l’ottobre 2000, ci sono stati 33 anni
di scontro ostinato e determinato di una minoranza contro una
maggioranza, i “traditori” contro i “patrioti”, i “profanatori” di Israele
contro gli “amanti di Israele”, Davide contro Golia. E oggi dobbiamo
dolorosamente ammettere che è stato uno scontro che non ha prodotto
molto. Il movimento israeliano per la pace è nato con poca pubblicità,
una dichiarazione che portava solamente una dozzina di firme
sconosciute, indirizzato ad un pubblico generico; appena nato ha
cominciato a morire di una morte patetica, che nessuno ha pianto. Da
allora, il suo corpo giace nelle piazze che rimangono vuote, senza
manifestanti, per le strade dove non avviene nessuno scontro, in
discorsi pubblici privi di idee. Occasionalmente, emette un gemito
disperato e moribondo in un gruppo di persone determinate ma
marginali, vicino al Muro di Na’alin o nella pubblicità del giornale al
venerdì, a cura di Gush Shalom.
Occasionalmente si è presentato nella forma di una dimostrazione di
massa, ma di solito appare più come un raduno di poveri illusi,
memoriale per Yitzhak Rabin – magari anche con alcune pop-star in
veste di protagoniste del movimento per la pace, come Aviv Geffe e
Ninet – o in sondaggi d’opinione nei quali la maggioranza aspirerebbe
ad adottare le sue posizioni.
Ma il bilancio provvisorio della storia di questi decenni è fin troppo
chiaro: l’occupazione, gli insediamenti, la polizia e le brutalità
dell'esercito si sono dimostrati vincitori sopra ogni altra cosa.
Non si è mai vista così tanta gente dire -a parole- di volere la fine di
questa situazione e così poche persone disposte a farlo.
L’”Impresa-Occupazione” non è mai stata così prospera, coinvolgendo
nelle sue ferventi attività e produzioni tutta la società israeliana, con un
vasto esercito di coloni, agenti segreti, soldati, avvocati, giornalisti,
politici, giudici, dottori, ingegneri, costruttori, architetti, industriali,
artisti, archeologi, e cittadini apatici.
Tutti, assolutamente tutti, sono complici. Parlano di pace, ma fanno la
guerra; si oppongono agli insediamenti, ma collaborano e prendono
parte alla loro costruzione; parlano di “due stati”, ma votano Likud;
chiudono gli occhi, girano la testa per non vedere e avvolgono se stessi
nella coperta più pericolosa: quella dell’apatia.
Scorro le pagine gialle di Haaretz del Settembre 1967. L’annuncio della
fondazione del movimento per la pace è nascosto tra una pubblicità di
un'auto e una garanzia per chi acquista un pacco di lamette da
barba.(...) Una dozzina di membri del movimento Matzpen, che erano
stati emarginati e perseguitati, ha messo l’inserzione dopo tre mesi
della fine della Guerra dei Sei Giorni. Al culmine dell’orgia
nazionalistica e delle celebrazioni religiose che ci hanno dominato, c’è
la prima richiesta: “Lasciamo i territori occupati, immediatamente!”.
Tutto quello che era stato predetto dall'annuncio sull'occupazione
messianica, sul terrore e l'oppressione che ne sarebbe scaturita, come
sul fatto che saremmo diventati una “nazione di assassini e assassinati”
è una verità comune condivisa da un grande numero di persone. (...) Ma
sorprendentemente e catastroficamente, oggi siamo ancora qui a godere
questo bel panorama: “Il sole brilla, l’acacia è in fiore e -scrive Chaim
Bialik- il macellaio sta ancora macellando”.
Alla fine di Camp David, quando aveva detto: “non c’è nessun partner
per la pace”, Ehud Barak ha una menzogna ancora più grande: che in
Israele abbiamo un movimento per la pace. Ci può far piacere
ingannare noi stessi dicendoci che ne abbiamo uno, ma quanto
deprimente è rendersi conto che non l’abbiamo.
Non c'è una sinistra. Sono solo parole vuote. Quando l'unica
manifestazione di protesta è quella degli studenti per i loro problemi
interni, quando l’unica cosa di cui si discute nelle città e nei paesi
riguarda lo spettacolo del Grande Fratello e le denunce più forti sono
verso la corruzione e in particolare sui chilometri di viaggi aerei di
Olmert, quando tutto questo potrebbe invece essere sostituito
dall'interesse per i prigionieri palestinesi picchiati e sanguinanti– allora
sappiamo per certo che non c’è un vero movimento per la pace in
Israele oggi, nel 2008.
Forse non c’è mai stato? Forse un movimento per la pace che venga
sconfitto con una tale intollerabile facilità ha bisogno che venga detto
che non c’è nessun partner per -semplicemente- scomparire. Dal
momento che questo movimento è testimone di atti di terrorismo – che
significa lotta per tutti quelli che cercano la liberazione – si spegne da
solo a casa, pianificano il prossimo pacchetto di viaggio o guardando
un reality show, con paura, in silenzio, con tradimento e una malata
apatia, quando a sola mezz’ora di distanza, l’occupazione crudele
sopravvive. E’ più crudele oggi che in passato. Quando una dozzina di
membri Matzpen hanno stampato quell’appello pubblico, una voce che
urla nel deserto, l’arido deserto della sinistra israeliana e della società
israeliana tutta.
Il termine “sinistra” e l’espressione “movimento per la pace” devono
essere rimossi dal dizionario dei termini ebrei. Non abbiamo più il
diritto di usarli. Proprio in nessun modo.
(traduzione di Giancarlo Ferro)
“Il cielo sopra Gerusalemme”
(e una terra sempre più ferita...)
Recensione del numero 123 di “Luoghi dell'Infinito”, mensile del
quotidiano cattolico AVVENIRE. Novembre 2008.
“Il cielo sopra Gerusalemme” è il titolo della copertina di novembre
di questa rivista di arte e cultura prodotta da Avvenire. Nuvole e
azzurro si intrecciano tra cupole e campanili della città santa per
antonomasia, invitando il lettore all’approfondimento.
Fiduciosi e incuriositi, sfogliamo le pagine dei servizi dedicati in
questo numero alla Terra santa. E se non fosse per il breve articolo di
Ermes Ronchi che parla di terra promessa riecheggiando quasi le parole
tante volte pronunciate dal patriarca Michel Sabbah (terra promessa,
luogo e tempo in cui Dio si coinvolge in un rapporto con l’uomo fatto
di speranza, in cui la promessa più importante non rimanda al possesso,
ma alla ricerca; non ad una casa, ma ad una vela, ad una patria dello
spirito che è oltre noi, che è “una tenda dove un Dio pellegrino della
speranza accoglierà l’uomo che ha sentieri nel cuore, un’oasi per noi
nomadi d’amore…”), ecco se non fosse per questo breve ma intenso
scritto… che sensazione di tristezza!
Perché si parla di luoghi, in queste pagine, si parla del presente. Ma
sembra che questi luoghi e questo presente siano stati ritagliati
accuratamente dai qui e ora reali, e trasferiti nel mondo ovattato del
‘meglio non dire troppo perché siamo una rivista di cultura e non
c’entra’. Mai una parola sull’occupazione militare israeliana che dilania
terra, case e vite. Eppure si citano luoghi santi e non. Eppure la
geografia e l’architettura sono ben presenti nei racconti.
E si parla anche di storia, in queste pagine: il rabbino Giuseppe Laras fa
scaturire le sue riflessioni dalla memoria personale e ricorda il ’48 e la
sua commozione di ragazzino alla proclamazione dello Stato d’Israele,
che egli definisce ‘risurrezione dello Stato d’Israele” dopo la lunga
notte dell’esilio. Non una parola ovviamente su quello che accadde in
quegli stessi giorni su quella terra e sulle migliaia di persone che la
abitavano… e non una parola sull’oggi. Davvero ci piacerebbe sapere
se l’augurio finale, che la terra di Israele diventi terra di benedizione e
di pace, sia rivolto a tutti i suoi effettivi abitanti, ebrei israeliani e
palestinesi di nazionalità israeliana, di cui in questo articolo Laras non
fa menzione….
Ma lasciate che sfoghiamo un po’ la nostra amarezza con voi, cari
lettori, dopo aver scorso increduli le pagine dell’articolo di Edgarda
Ferri “Il mio diario di pellegrina per caso”. Davvero non pensavamo
che ancora oggi si potessero leggere diari di viaggio (anzi di un
pellegrinaggio, il che è a nostro avviso ancora più grave) da cui
traspare il pregiudizio per nulla velato nei confronti dell’orientale,
peggio se musulmano…
A Betlemme (per fortuna la nostra pellegrina si è accorta del muro, ma
non spiega cosa ci sta a fare e chi ce l’ha messo…) l’autista del
pullman si arma di pistola per scendere, mentre sui muri occhieggiano
le foto dei kamikaze e “quattro ragazzine imbozzolate nei mantelli neri
fissano con occhi sprezzanti e sputano ai piedi dei pellegrini”, alla
basilica ci sono uomini col ‘turbante bisunto’ e i bambini sporchi e
scalzi non sono come Gesù, perché non fanno che chiedere un euro in
tutte le lingue, senza nemmeno sorridere riconoscenti.
Che viaggio allucinante in mezzo ad un popolo selvaggio deve aver
fatto questa poveretta. Per fortuna a Nazareth “l’insediamento ebraico è
costruito su un’altura, chiuso e invalicabile come un fortino, ma almeno
arabi ed ebrei tentano di convivere!”
Ecco, non è che quando noi giriamo per le stesse strade di Betlemme
accompagnando internazionali e pellegrini, tutti i bambini ci chiedano
ordinatamente la carità in fila per due (!)… e forse qualche signore con
il copricapo sporco la signora Ferri l’avrà pure incontrato, ma è
l’insieme del racconto, il modo di descrivere la gente, la diffidenza
verso questo popolo, mai nominato, che lascia basiti. Questo popolo
ignorante, sporco e retrogrado, che non conosce la civiltà, anche se per
fortuna “gli ebrei hanno portato scuole, gli ospedali, l’igiene e una
nuova cultura”, che intende costruire una moschea enorme davanti alla
Basilica di Nazareth, come provocazione gratuita alla cristianità.
Questo popolo di maschilisti integralisti, che fa morire le proprie figlie
ribelli.
Ecco: accanto alle meraviglie operate dall’architettura Bauhaus a Tel
Aviv, accanto alle suggestioni offerte dalla città santa di Safed, le
uniche informazioni che il lettore di questa rivista ricaverà sulla Terra
santa sono queste: un popolo ricco di tradizioni, cultura, arte e fede
millenarie è tornato da sessant’anni ad abitare e far fiorire una terra
popolata qua e là da arabi rozzi, sporchi e… terroristi.
Chissà dove vivono secondo i nostri autori i tre milioni e mezzo di
palestinesi di cui ogni tanto sentiamo parlare.
IL NUNZIO NON PUÒ ENTRARE A GAZA
“strappo diplomatico e grave violazione”: la dura accusa del
patriarcato latino di Gerusalemme ad Israele
Il Sito ufficiale del Patriarcato Latino di Gerusalemme non evita la
denuncia forte ed esplicita a comportamento dello Stato d'Israele nei
confronti della massima autorità rappresentativa del Vaticano,
bloccato per tre ore al check-point. La Diocesi stessa non nasconde la
gravità del fatto nel contesto del permanente assedio della Striscia,
dove ogni gesto di solidarietà, come la visita del Nunzio, esprime “la
vicinanza alla popolazione duramente provata”. Ecco la dichiarazione
ufficiale:
“Domenica 23 novembre le autorità israeliane hanno impedito al
Nunzio in Israele e delegato apostolico, Mons. Antonio Franco, di
entrare nella Striscia di Gaza per celebrarvi la messa, e questo
malgrado i passi regolarmente effettuati presso il Ministero israeliano
degli Affari esteri e presso l’alto comando dell’esercito israeliano a
partire da martedì scorso. Arrivato alle 8.15 circa al valico di Erez,
accompagnato dai padri Shawki Baterian e Humam Khzouz, preti del
Patriarcato latino, e dalla segretaria della delegazione, Mons. Franco ha
subito il rifiuto di entrata.
La delegazione ha trascorso tre ore al checkpoint. La presa di contatto
con alti responsabili del Ministero israeliano degli Affari esteri e
dell’ufficio dell’amministrazione civile, non ha portato a niente: le
autorità israeliane hanno rifiutato nel modo più assoluto di lasciar
entrare la delegazione nella striscia di Gaza. Nello stesso momento,
molti veicoli della Croce rossa e delle Nazioni Unite erano autorizzati
ad entrare, e un certo numero di palestinesi ad uscire dalla striscia.
Il nunzio Mons. Antonio Franco doveva celebrare la messa per i fedeli
della chiesa della Sacra Famiglia di Gaza, per la festa del Cristo re e in
questa domenica che precede l’Avvento, per testimoniare la vicinanza
della Santa Sede alla popolazione della striscia di Gaza duramente
provata, e soprattutto alle comunità cristiane.
Celebrare questa messa era ancora più importante perché in questo
momento la parrocchia di Gaza è senza prete: il suo parroco, Mons.
Manuel Musallam, è stato autorizzato la settimana scorsa ad uscire
dalla striscia per andare a trovare la sua famiglia a Birzeit
(Cisgiordania), dopo otto anni trascorsi nella Striscia di Gaza.
Il trattenimento alla frontiera di Mons. Franco e dei preti che
l’accompagnavano, ha dunque privato i fedeli di Gaza della Messa
domenicale. Di conseguenza, ciò che è avvenuto domenica scorsa non è
solamente uno strappo alle relazioni diplomatiche, ma anche una
violazione del diritto dei fedeli a esercitare il loro culto”.
Una data storica: la Palestina in prima serata!
Passerà alla storia il servizio giornalistico molto forte e incisivo che
Report ha trasmesso domenica 23 su Rai 3. Per il grande pubblico,
tristemente abituato ai quiz che si confondono con i cosiddetti
telegiornali nelle ore di punta, sarà senz'altro stato uno choc vedere
forse per la prima volta il muro dell'apartheid, il campo profughi di
Shufat, le colonie israeliane che rubano tutta le terra ai palestinesi e le
ruspe che su questa terra demoliscono le loro case.
È così grave la situazione del servizio pubblico televisivo che la Tavola
per la Pace invita tutti coloro che possono recarsi a Roma, ad una
manifestazione in Viale Mazzini il 10 dicembre alle 11, ricordando la
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.(www.perlapace.it)
È possibile VEDERE IL VIDEO a questo link:
http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-Report^17^154594,00.html
Finalmente un grande numero di italiani ha potuto conoscere la storia e
la testimonianza coraggiosa di Jeff Halper, che pubblicava proprio in
questi giorni questo interessante articolo:
Una spina in gola per l'America
Jeff Halper, 10 novembre 2008
Ancora prima che iniziassero le operazioni di voto, i politici e gli
esperti Israeliani si chiedevano: Un Governo Obama sarà buono per
Israele? “Essere buono per Israele” è il nostro codice per intendere:
“Gli USA ci permetteranno di mantenere i nostri insediamenti e
continueranno a sostenere i nostri sforzi per impedire che i negoziati
con i Palestinesi siano mai fruttuosi?” Per gli americani la domanda
dovrebbe essere: Capirà il governo Obama che, senza dimostrare
interesse per i bisogni dei palestinesi, non sarà mai in grado di
districarsi dai suoi problemi più generali del Medio Oriente, di
riavvicinarsi alla comunità delle nazioni e salvare la sua economia?
Il conflitto Israele – Palestina dovrebbe essere di interesse centrale per
gli americani, vicino al punto più alto dell’agenda del nuovo Governo.
Magari non è il conflitto più sanguinoso del mondo- se lo si paragona
all’Iraq, è di minore importanza- ma per gli arabi e per i popoli di tutto
il mondo è emblematico della ostilità e della belligeranza americana.
Il conflitto Israele – Palestina non è un semplice conflitto locale tra due
tribù bellicose. Esso è all’epicentro della instabilità globale. Vai dove
vuoi nel mondo e troverai lo stesso fenomeno: la sensazione che la
sofferenza del popolo palestinese rappresenta tutto ciò che sbagliato in
un mondo dominato dagli americani.
Quando prenderà le redini del potere, Obama troverà una realtà globale
molto differente da quella di otto anni fa: Una realtà multilaterale,
nella quale gli USA indeboliti ed isolati, devono ritrovare la loro
collocazione. Scopriranno che in larga misura l’isolamento dell’America deriva dal fatto che l’occupazione dei Territori Palestinesi è vista
come una occupazione Israelo–americana. Se il risanamento della
indebolita economia americana dipende dalla riparazione delle
relazioni con il resto del mondo, egli capirà anche che, senza una
soluzione del conflitto Israele Palestina , non creerà quelle condizioni
nelle quali gli USA saranno di nuovo accettati nella più ampia
comunità globale.
Per essere più specifici, il conflitto Israele – Palestina influisce sugli
americani in almeno cinque modi :
• Il conflitto Israele – Palestina è emblematico per il mondo arabo.
Come tale, esso isola gli USA da importanti mercati globali,
obbligandolo ad usare misure aggressive invece di accomodamenti
pacifici per ottenere quei mercati;
• Quindi fa deviare l’economia americana verso produzioni nonproduttive( carri armati, non strade ), rendendo gli USA deficitdipendenti, il che non fa altro che aumentare la dipendenza da
finanziamenti stranieri, mentre le risorse vengono fatte confluire nel
militare invece che nell’educazione, sanità ed investimenti;
• Il supporto per l’esercito israeliano costa ai contribuenti americani più
di 3 miliardi di dollari l'anno in tempi di recessione sempre più
profonda e di infrastrutture nazionali che collassano;
• Comporta un coinvolgimento americano nel mondo che è soprattutto
militare, quindi generando ostilità e resistenza, che a loro volta
generano quelle minacce alla sicurezza di cui gli Americani hanno tanta
paura;
• Inoltre finisce per minacciare le libertà civili americane,
incoraggiando legislazioni quali il “Patriot Act” e introducendo nelle
forze di polizia americana le tattiche e gli armamenti di “contro-rivolta”
“, sviluppati da Israele nel West Bank e a Gaza.
Per molti popoli del mondo, i palestinesi rappresentano l’ impegno
della maggioranza.. Essi sono i piccoli grani di sabbia che resistono;
ciò che la maggior parte degli Americani ed i popoli privilegiati
dell’Occidente non vedono. Essi sono un popolo cui è negato il diritto
più fondamentale: il diritto a un suo Stato, anche se solo sul 22% della
Palestina storica che Israele ha occupato fin dal 1967. Per la
maggioranza dell’umanità che vive in condizioni economiche e
politiche inimmaginabili in Occidente, quella sofferenza causata
dall’occupazione di Israele -impoverimento ed una negazione totale
della libertà che può essere sostenuta solo grazie al supporto
americano- è emblematico della loro stessa sofferenza. L’ oppressione
israeliana dei palestinesi, con l’ appoggio diretto degli USA, evidenzia
in modo dimostrabile l’esistenza di un sistema globale di dominazione
occidentale , che impedisce agli altri di perseguire ed ottenere i loro
sogni di benessere politico ed economico
Come una spina in gola, il problema dell’occupazione israeliana non
può essere né ignorato né by-passato. Per rendere le cose ancora più
difficili, non si sa se una soluzione due-stati sia ancora possibile, dal
momento che l’ attività di insediamento israeliana ha in larga misura
eliminato quella opzione. Qualunque alla fine sia la soluzione, se
questo che è il più destabilizzante dei conflitti, non è affrontato, gli
USA – anche sotto Obama- rimarranno impantanati in conflitti con
popoli arabi e vituperati da popoli che ricercano la vera libertà.
Né gli USA né Israele troveranno quella sicurezza che essi dicono di
ricercare. Noi viviamo in una realtà globale, non in una Pax Americana.
La logica del Governo Bush ha fatto il suo corso. Gli USA non possono
più farla da padroni in giro per il mondo in una Guerra globale contro il
terrore. Il loro coinvolgimento non può più essere soltanto militare. La
nuova logica che accompagnerà Obama al potere può essere riassunta
in una parola: accomodamento. E gli USA non raggiungeranno la
prima base (*nota: espressione del baseball dove bisogna raggiungere
quattro basi in successione per fare un punto) se non otterranno un
accomodamento con il mondo arabo, che significa porre fine alla
occupazione israeliana. Ciò che accade ai palestinesi viene ad avere
un significato globale. Togliersi la spina dalla gola – cioè porre fine
alla occupazione israeliana e permettere ai palestinesi di avere uno
stato ed un loro proprio futuro- dovrebbe essere una precedenza
assoluta del prossimo governo americano. Da questo, infatti dipende il
tentativo dell’America di ristabilire la propria reputazione nel mondo.
Nella realtà globale in cui viviamo, i destini degli americani e dei
palestinesi, a conti fatti, sono strettamente intrecciati.
(Jeff Halper è il Direttore del Comitato Israeliano Contro la
Demolizione delle Case)
AMNESTY INTERNATIONAL:
bambini palestinesi hanno urgente bisogno di cure mediche
Amnesty International è seriamente preoccupata per la salute di
quattro bambini palestinesi, di età compresa tra i cinque mesi e i 3 anni
e mezzo, e per quella di un ragazzo di 17 anni, ai quali non è permesso
lasciare la Striscia di Gaza e raggiungere Gerusalemme per essere
sottoposti a un intervento chirurgico senza il quale rischiano di morire.
I bambini, Ahmed Nahid Mohsin, Hamza Hassan Abu Habel, Yousef
Rami Abu Latifa, Nour Mohammed al-Jarou e Mohammed Odeh
Thabet (17 anni), soffrono di seri problemi cardiaci, tra cui un difetto
congenito meglio conosciuto come "buco nel cuore".
Tutti hanno urgente bisogno di un intervento chirurgico che non può
avere luogo a Gaza a causa della mancanza di idonee strutture mediche
e di specialisti. Gli interventi potrebbero essere eseguiti in un ospedale
della zona est di Gerusalemme a solo un'ora di macchina da Gaza,
tuttavia le autorità israeliane si rifiutano di concedere il permesso ai
loro familiari per accompagnarli.
Un gruppo di cardiologi italiani, giunto all'ospedale Makassad il 6
novembre 2008, sta eseguendo interventi cardiaci pediatrici. È
fondamentale che i bambini possano raggiungere l'ospedale di
Gerusalemme in tempo per poter essere operati durante la permanenza
degli specialisti e, affinché ciò sia possibile, ai loro genitori deve essere
concesso il permesso di accompagnarli.
Altri bambini con lo stesso tipo di malformazione cardiaca hanno
aspettato settimane e addirittura mesi prima di poter raggiungere
l'ospedale Makassad. Soheb Wael Alqasas, Sami Atwa Abu Ishaq,
Ahmed Talat Abu Omar, Mohammed Ashraf Abu Ajwah e ad altri 11
bambini che soffrivano di problemi simili è stato permesso di lasciare
Gaza e di raggiungere l'ospedale solo nei primi giorni di novembre.
Soheb Wael Alqasas in precedenza era stato costretto ad annullare ben
6 appuntamenti.
Informazioni di base
A Gaza le strutture sanitarie sono carenti di personale specializzato e di
attrezzature idonee alla cura di diverse patologie, tra cui le malattie
cardiovascolari e il cancro. In base al diritto internazionale a Israele è
richiesto di garantire ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania lo stesso
livello di prestazioni mediche e trattamenti ospedalieri che vengono
forniti ai cittadini israeliani. Il blocco di Gaza e il rifiuto di concedere
ai pazienti il permesso di lasciare la Striscia di Gaza per accedere alle
necessarie cure mediche, costituiscono una punizione collettiva in
contrasto con il diritto umanitario internazionale.
Le autorità israeliane controllano i confini della Striscia di Gaza e
spesso rifiutano di permettere ai malati gravi di partire per ricevere cure
mediche altrove, adducendo motivi di "sicurezza". Tuttavia alcuni dei
pazienti a cui è stato vietato il passaggio sono in gravi condizioni di
salute e incapaci di muoversi. L'8 ottobre 2008 le autorità israeliane
hanno vietato il permesso di entrare a Gaza a 80 medici specialisti
stranieri che dovevano partecipare a una conferenza organizzata dal
Programma di salute mentale di Gaza e dall'Organizzazione mondiale
della sanità (OMS).
Il 17 giugno 2007 l'esercito israeliano ha imposto un assedio alla
Striscia di Gaza; ha chiuso il valico principale verso il mondo esterno,
al confine tra Gaza e l'Egitto che apre solo raramente per permettere il
passaggio a casi eccezionali di carattere "umanitario". L'unico modo
per uscire da Gaza è attraverso il valico di Erez, chiuso per i
palestinesi, tranne che per quei casi eccezionali di carattere
"umanitario".
Data di pubblicazione dell'appello: 11 novembre 2008
Firma subito l'appello
Shimon Peres
President of the State of Israel
The Office of the President
3 Hanassi Street
Jerusalem 92188
ISRAEL
Egregio Presidente,
Le scriviamo come sostenitori di Amnesty International, l'organizzazione non governativa che dal 1961 lavora in difesa dei diritti umani.
Desideriamo esprimirLe la nostra preoccupazione perché quattro
bambini seriamente ammalati, Ahmed Nahid Mohsin (un anno e
mezzo) Hamza Hassan Abu Habel (14 mesi), Yousef Rami Abu Latifa ,
(3 anni e 5 mesi), Nour Mohammed al-Jarou (5 mesi) e Mohammed
Odeh Thabet (17 anni), non possono lasciare Gaza per poter usufruire a
Gerusalemme di terapie mediche e chirurgiche che potrebbero salvare
le loro vite.
Le ricordiamo che in base al diritto internazionale, Israele, in quanto
potenza occupante, ha la responsabilità di assicurare alla popolazione di
Gaza lo stesso livello di prestazioni mediche e di trattamenti ospedalieri
che vengono forniti ai cittadini israeliani.
La ringraziamo per l'attenzione.
Tutti i destinatari della mail sono inseriti in
copia nascosta (L. 675/96). Gli indirizzi ai
quali mandiamo la comunicazione sono
selezionati e verificati, ma può succedere che
il messaggio pervenga anche a persone non
interessate. VI CHIEDIAMO SCUSA se ciò
è accaduto. Se non volete più ricevere
"boccheScucite" o ulteriori messaggi collettivi, vi preghiamo di segnalarcelo mandando
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