qui - Revolart

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qui - Revolart
Revolart è un’idea che nasce libera ed esterna ad ogni pretesa di classe e pedigree.
È una spinta ed una piccola scossa, non uno sprono né un trampolino,
non un maestro né una guida.
È un invito da un piccolo palco a una sconfinata platea di Pensanti,
di Donne e di Uomini ad esplorarsi e a esplorare, a conoscersi e a conoscere,
a risorgere e spiegare le ali.
Perché la Cultura e l’Arte sono fra le più sublimi voci dell’ Essere, manifestazioni di umanità,
il palesarsi, autoreferenziale e non, di pensieri e intimità al servizio della collettività.
Revolart è un silenzioso invito a una rivoluzione rivalutativa del nostro comune status
di “Esseri Umani”, di una piena consapevolezza delle possibilità dell’intelletto e
dell’espressione nelle loro più svariate declinazioni
in questi tempi paramedioevali di crisi di valori e di ricchezze.
Revolart è rivoluzione tanto contro l’assopimento intellettivo
quanto contro gli snobismi deleteri di quella Cultura che sempre più spesso
va a crogiolarsi compiaciuta della sua “C” maiuscola.
Perché valori come “Cultura” e come “Arte” devono essere di pubblico dominio,
perché il loro grido deve potersi alzare globale e assoluto,
senza élite e senza classismi tanto futili quanto ridicoli,
per poter indisturbata sussurrare ad ogni orecchio.
Acquisire consapevolezza di ciò che ci circonda è vivere senza limitarsi al mero sopravvivere.
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Team
Sede:
Via Morosini, 29
20135 Milano (MI), Italy
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Direttore Responsabile
Virginia Stagni
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Direttore Editoriale
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Redazione
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Marta Dullia
Leonardo Malaguti
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Pilar Pedrinelli
Francesco Pieraccini
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Collaboratori
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Area Grafica
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Leonardo Malaguti
Impaginazione a cura di
Giuseppe Origo
Virginia Stagni
Responsabile Pubbliche Relazioni
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Area Web e video
Roberto Pulisci
Antonella Riccardo
Eleonora Santoli
Fotografia
Pilar Pedrinelli
Virginia Stagni
Stampa
Publigrafika (PE)
Hanno collaborato:
Stefano Di Fonzo
Matilde Guido
Gabriele Messineo
Edoardo Righini
Egle Rochira
Stefania Stefanizzi
NET:
www.revolart.it
Canale Youtube “Revolart”
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In questo numero
Pag 3
Redazione
ARTE
Pag 4
Pag 5
Pag 7
Pag 9
Pag 10
Pag 11
Il Farfallino rosso di Philippe Daverio
Il Pescatore di immagini - Doisneau
(In)Seguire l’arte contemporanea
Esperienze di Luce
Potevo farlo anch’io…?
La realtà oltre lo Schermo: Videonale.14
LETTERATURA
Pag 13
Un silenzioso Duello Buffo: Fo ed Eco al Parenti
Pag 15
Impronte Digitali di un Killer letterario
Pag 16
Ogni Poeta vende i suoi guai migliori
Pag 17
Sono io ad avere una visione distorta del sesso?
ENTERTAINMENT
Pag 19
Gli ingredienti del successo: Salvatores
Pag 21
Benedetta Buccellato: L’arte “rompipalle”
Pag 24
Risospinti senza posa nel passato: Gatsby
Pag 25
Topi e Jedi: Un conflitto d’interessi
Pag 27
Gradi di cinema
Pag 29
The 2nd Law: storia di un miracolo
Pag 31
La Torre d’Avorio
Pag 33
PlayList: un goffo abbordaggio
MEDIA
Pag 35
Com’è difficile fare tv oggi
MODA
Pag 36
Pag 36
Pag 38
Pag 38bis
Pag 39
Il cassetto di Franca Sozzani
bis Non solo vestiti lunghi e griffes: Chiara Modini+ intervista abbinante
Let’s –Swap- Party
La Moda responsabile
Concept Store di Milano
CITIES
Pag 41
Pag 43
Pag 46
La mia Midnight in Paris
London Calling
Scatti
Pag 47
Materiale digitale - QR CODEs
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Il Farfallino rosso di Philippe Daverio
Testo di—GIUSEPPE ORIGO
Il Franco Parenti è una bestia stranissima: alcuni, i più, pensano sia “solo” un teatro, ma sbagliano.
È un focolare per la sua comunità, una sorta di agorà postmodena, isola di concretezza e tangibilità sociale,
oltre che teatrale, nella rarefatta virtualità dell’ oggi.
Sono le 18:30 e la Sala Grande è piena.
Sul palco di legno grezzo, seduto su una
sedia a gambe incrociate, Philippe Daverio spicca inconfondibile nella divisa
d’ordinanza: giacca, pantalone e panciotto
verde bottiglia, calza, scarpa, pochette e
cravattino violentemente rossi. Perché il
personaggio Philippe Daverio non è solo
il critico d’arte in carne ed ossa, no.
Il Personaggio è il pacchetto completo
simbolo di quella cultura didattica, un po’
pop e un po’ indie, meno mediatica della
sgarbiana collega, più chiassosa e, forse, dal peso specifico ben inferiore.
Dalle prime parole, sullo schermo alle sue spalle, esplode la violenza cromatica del XIX secolo pittorico,
quadri diritti e rovesciati perché “è così che forse meglio riesce a scaturire il colore”.
“Non si può fare a meno del Sole, nelle sue varie versioni ed interpretazioni”, che sia un punto bianco o un
riflesso più o meno confuso su di una tela impressionista o che si tratti di un cravattino rosso stretto sul daveriano collo. Il professore è un defender accanito del pigmento luminoso, un affezionato della luce declinata
su tela che, nell’ ora di presentazione, va da prima delimitando e poi declinando come lume del divenire e
dell’ avvenire attraverso l’analisi del XIX sec pittorico, secolo dove la fattispecie luminosa va incarnandosi
nella produzione e nel lavoro come fonti di globale emancipazione e progredire socio-economico, di trampolino verso il futuro dell’ attuale. Il professore si destreggia agile fra impressionismo e Belle Époque, fra lavoro nei campi ed elegantissime signore alla nicotina “pronte a tutto e a tutti”, costrette in sfarzosi bustini e
vesti a campana e fiere rappresentanti inconsapevoli, ma forse no, dell’ epoca incubatrice dei miti dell’ oggi.
È “un formidabile cinema” in cui lo sfarzo di feste e teatri convivono sinergicamente in un’ esplosione viva
e vera: “Non sono gli stili a unire la gente, ma i circhi”. “Siamo abituati ad attaccarci a una serie di parametri quando pensiamo al XIX sec, focalizzandolo come il secolo dell’ impressionismo”, scopo, palese e palesato, di Daverio e invece il riportarci alla complessità del secolo nella sua totalità artistico-sociale, all’ estetica
del vapore e alla virtuosa frenesia della rivoluzione, alla fiamma luminosissima del cambiamento.
La pittura non invecchia, come il sentimento, fotografa personaggi fisici e, testimone, ce li presenta immutati nel tempo nell’ essere e nell’ Io, è innanzitutto documento vivido della testimonianza, una macchina del
tempo, è reale contatto fisico trascendente il tempo, immediata connessione.
Il XIX sec è radice dell’oggi, semenza a vapore dell’ odierno frutto telematico e ormai assuefatto al bieco
format. Ma quanto tutto ciò è distante o vicino? Quanto di questo ieri sopravvive nell’ oggi dell’ attuale? La
Storia è documento autoreferenziale del suo stesso costante divenire, sia dell’ oggi che del domani e ripassare
la Belle Époque è studiare le istruzioni del nostro tempo guardandolo, anzi, osservandolo attraverso l’opportuno filtro per poterne forse concepire la rinascita dell’ arte: il 900 è un secolo segnato dall’ ansia e dalla stagnazione della dimensione artistica, forse anche umana, della società, che all’ uomo odierno è stato solo capace di lasciare una scia desolante di cadaveri e paure. La società è vittima di una crisi che la rende miope
persino verso il suo dovere di testimoniarsi, che trascina l’ uomo verso l’inconsapevolezza della sua stessa
essenza.
Nonostante la complessa natura dei molti tempi trattati ad ogni modo la trattazione del Professore e critico
prosegue fra scherzi e risate, lineare, diretta e comprensibile, addolcita da una faccia mite e costantemente
sorridente, forse monito volto a ricordarci che è proprio così che dovrebbe tornare ad essere l’arte: una testimone genuina che si lasci alle spalle la sciocca austerità dell’ élite, ritornando all’ essere il sole e la luce di un
farfallino rosso su un completo verde bottiglia.
 VIDEOINTERVISTA
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Il pescatore d’immagini, Robert Doisneau.
Testo di - PILAR PEDRINELLI
“Ricordo la Parigi dei berretti e delle bombette, la Parigi che si
ribella, la Parigi umiliata, la Parigi bigotto-borghese, la Parigi
delle puttane, ma segreta, la Parigi delle barricate e la Parigi
ebbra di gioia ed ancora la Parigi delle automobili, la Parigi degli intrallazzi, la Parigi del jogging”. È così che il grande fotografo di Gentilly, periferia sud di Parigi, ricorda il teatro della sua
Rolleiflex. Incarnando perfettamente la “fête mobile” di Hemingway, la capitale francese diventa mostra itinerante e dopo essersi
fatta conoscere in casa propria all’Hotel de Ville e aver viaggiato
in Giappone al Mitsukoshi di Tokyo e all’Isetan Museum di Kyoto
finalmente giunge in Italia, prima a Roma al Palazzo delle Esposizioni e ora allo Spazio Oberdan a Milano.
Ciò che si era prefissato di perseguire in vita, a Doisneau riesce
anche a quasi vent’anni dalla sua morte: l’artista tira per la manica
l’uomo frettoloso e con lo sguardo perso nel vuoto per mostrargli
uno spettacolo gratuito e permanente della vita quotidiana. Si tratta
di una meravigliosa passeggiata tra istantanee di vita oltre il Monte
Bianco. Ci si trova catapultati nei meravigliosi anni ’30, tra ballerine, Vogue, baci rubati, persone comuni, sguardi incuriositi da un
mondo che sta cambiando per poi perdersi tra i mercati di Les Halles di qualche anno più tardi, in un susseguirsi di espressioni che
sembrano dire “sì, il mondo è cambiato ma non come ce lo aspettavamo”. Si tratta di scatti mai invasivi, in cui c’è sempre la partecipazione attiva del soggetto fotografato. In questa mostra si ride,
ci si commuove, ci s’interroga, ci si meraviglia. Sempre insieme,
però, in questo triangolo Doisneau-soggetto-visitatore che rimane
sempre stabile nonostante lo scorrere inesorabile del tempo.
Gran parte del merito di questo rifugio dal caos milanese va a
“Fratelli Alinari”, azienda da sempre operante nel mondo della
fotografia, che, assieme ad altre istituzioni ed al Comune di Milano, ha creduto nel progetto. A tal proposito ho avuto la fortuna di confrontarmi con il direttore scientifico
della Fondazione Alinari, Monica Maffioli, cui ho posto alcune domande per conoscere più da vicino il meraviglioso mondo della fotografia.
Come siete giunti al progetto “Paris en libertè”, la Parigi vista attraverso gli obiettivi di Doisneau, e in
che cosa consiste?
Si tratta di un progetto che la Fondazione ha avviato con la Ville de Paris da diverso tempo per presentare
in Italia i grandi maestri della fotografia francese del XX secolo. Per avviare questo percorso fotografico,
del quale il primo step è stato appunto la Parigi di Doisneau, sono state necessarie diverse partnership affinché vi fossero appoggi economici e finanziari per sostenere un progetto di un valore considerevole; tra tutte
le collaborazioni svetta l’Associazione Civita, istituzione che ha lo scopo di promuovere la cultura in Italia.
L’insieme di queste collaborazioni ha fatto sì che il progetto fosse promuovibile, e che si sviluppasse a crescita costante. Si spera, infatti, vi siano ulteriori sedi pronte ad ospitare la mostra nel milanese.
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La mostra è stata ideata a Parigi, come mi ha anticipato. Che cosa vuol dire allestire una mostra che è
stata progettata altrove? Quali sono le difficoltà e, se vi sono, le barriere culturali che bisogna
abbattere affinché il contenuto continui a essere percepito indipendentemente dal contesto in cui viene posto?
La mostra è stata ideata dall’Atelier Doisneau, con la partecipazione delle
figlie del fotografo, le quali si occupano direttamente di tutto il progetto. In
questo caso non vi sono state barriere culturali da superare, è la fotografia
stessa che si è incaricata di tale compito. Gli scatti di Doisneau, infatti,
sono internazionali, trascendono i confini culturali. La fotografia ha in sé
la capacità di essere un linguaggio universale carico di umanità comprensibile allo stesso modo da tutti, senza distinzioni geografiche o etnografiche
(“you don’t need to speak the same language to understand a photo”, ndr).
L’unica difficoltà è stata quella di rappresentare la mostra nelle varie sedi
rimanendo fedele alla principale, pertanto la scenografia è diretta sempre
dalla stessa direttrice che supervisiona l’operato in tutti gli spazi dove la
mostra è presentata.
In questo periodo ci ritroviamo in una situazione instabile, con continui
tagli alla cultura. Perché investire sulla fotografia in questo momento,
perché crederci?
Promuovere la fotografia è la missione principale dell’azienda Alinari. Il
compito si è fatto sempre più difficile e tutti coloro che operano nella cultura in Europa lo sanno. Tuttavia, continuare a promuovere la cultura è un
aspetto importante non solo perché vi è sicuramente un beneficio di tipo
educativo piuttosto che formativo, di scambio di culture e d’informazioni,
ma anche perché, nonostante le premesse, vi è un forte ritorno economico.
I primi momenti della mostra sono stati accompagnati da una rassegna
cinematografica di film ambientati nella Ville Lumière. Come mai questa scelta e da cosa nasce “Paris au cinema”?
L’iniziativa è innanzitutto merito della Fondazione Cineteca italiana di
Milano che lavora con lo spazio Oberdan da molto tempo. La rassegna
cinematografica è un ulteriore contributo a far rivivere e ad ambientare
l’immaginario di una Parigi espressa attraverso artisti impegnati in ambito
fotografico e anche cinematografico, ambiti complementari e di pari passo.
Come si può oggi stimolare l’interesse delle persone per l’arte e la fotografia in generale e come si può
convincere gli artisti (fotografi e non) a continuare a trasmettere le proprie emozioni nonostante gli ostacoli che si trovano ad affrontare?
Un artista, secondo me, non può essere convinto. Il termine convincere non è applicabile con facilità al mondo
della soggettività della volontà artistica. Muoversi oggi e in questo momento è un atto di fede e di propria determinazione, anche con l’auspicio di poter trovare riconoscimenti. Le istituzioni devono contribuire, al massimo delle loro possibilità, a creare degli spazi e delle sinergie che attivino e diano maggiore ossigeno a questo
movimento, ma ciò che è necessario è che tale movimento sia trainante rispetto alle problematiche di tutti i
giorni, anche per dare nuovi suggerimenti e nuove idee rispetto al mondo che ci circonda.
“Cercavo di mostrare
un mondo dove
mi sarei sentito bene,
dove le persone
sarebbero state
gentili,
dove avrei trovato
la tenerezza
che speravo
di ricevere.
Le mie foto erano come una prova
che questo mondo può esistere”.
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Inseguire l’arte Contemporanea
Testo e intervista di - VIRGINIA BISCONTI
That's Contemporary è un'associazione non profit, nata nel settembre 2011 da un'idea di Giulia Restifo e
Francesca Baglietto, che funge da raccordo fra le diverse realtà artistiche dislocate in tutto il territorio
milanese. L'associazione pone particolare attenzione alle manifestazioni d'arte contemporanea ed alle
espressioni di quest'ultima, in un territorio artistico frammentato come quello del capoluogo lombardo. È in
occasione della fiera Miart, tenutasi dal 5 al 7 aprile, che That's
Contemporary lancia la propria mobile app: That'sApp,
disponibile già da aprile per i sistemi iOS, i figli di casa Apple,
approderà da maggio anche sui dispositivi Android.
L'applicazione fungerà da TomTom dell'arte: individuando i
maggiori poli artistici, e gli eventi ad essi correlati, organizzandoli
secondo preferenze spazio-temporali, filtrando i risultati in base
alle esigenze dei fruitori, “mappandoli” e fornendo un'anteprima
dell'evento.
Promuovere un prodotto di questo tipo, e promuoverlo
riscuotendo un particolare successo, non è così semplice come
sembra. Si tratterebbe infatti di pubblicizzare una realtà
interamente virtuale, e di difficile comprensione, finché non la si è
materialmente provata. That's Contemporary ha puntato perciò ad
un marketing innovativo e improntato all'arte, protagonista
d'eccellenza, una campagna promozionale fuori dagli schemi e
con due testimonial d'eccezione: gli artisti Franco Ariaudo e
Driant Zeneli. L'idea è semplice ed intuitiva: se That'sApp
concederà agli utenti un viaggio rapido ed interattivo fra i
numerosi ed imperdibili appuntamenti dell'arte contemporanea
meneghina, quale miglior modo di pubblicizzare l'applicazione se non mostrando ai fruitori l'effettivo
funzionamento della stessa? The Art Pacemaker sembra aver dato un positivo riscontro a quest'esigenza.
Il 16 marzo, ore 10.30 antemeridiane, in Piazza Argentina (MM2 Loreto), circa una trentina di persone,
improvvisate maratonete rigorosamente in tenuta ginnica, si è ritrovata pronta ad (in)seguire i due
testimonial fra gallerie e spazi espositivi, lungo un percorso di quasi otto chilometri, che da Piazza
Argentina li avrebbe condotti fino a Piazza Gae Aulenti (MM2 Garibaldi). I partecipanti, firmata la
liberatoria, si sono da subito messi in moto, accodandosi all'artista-pacemaker Ariaudo, non prima delle
raccomandazioni iniziali di quest'ultimo. Il pacemaker, nelle maratone, è quella figura che funge da punto
di riferimento: egli corre ad un ritmo costante, per concludere la gara nel tempo indicato dal numero
precedentemente segnato sui palloncini, che il pacemaker lega alla propria canottiera. Il pacemaker è
quindi un motivatore, un trascinatore. In questo caso Ariaudo ha sapientemente coniugato la fondamentale
figura del cicerone, soffermandosi su una particolare opera, con la dinamica carica del pacemaker:
guidando i partecipanti lungo un percorso che si è snodato fra dodici gallerie, tra le quali Bianconi e
Jerome Zodo, in una performance al cardiopalmo.
Tirando il fiato fra uno spazio positivo e l'altro, attirando gli sguardi curiosi e straniti dei passanti, i trenta
temerari sono stati vittima di una fatica ricompensata dalla scoperta di opere ed artisti singolari e ricercati,
che ha arricchito i loro punti di vista ed ha donato loro le chiavi per entrare dietro le quinte dell'arte
contemporanea. La performance è stata documentata ed esposta al Miart dal 5 al 7 aprile, al fine di
mostrare empiricamente l'utilizzo dell'applicazione, con la sola differenza che That'sApp farà risparmiare
non poca fatica ai futuri fruitori!
Virginia Bisconti: Vivere per l’arte, come e perché si decide di diventare artisti?
Franco Ariaudo: Si decide di diventare artisti? Forse sì, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Non ho la
certezza assoluta che l'arte sia una cosa che si sceglie. Sicuramente è un mezzo che permette di
concretizzare delle pulsioni, che può amplificare ciò che uno ha da dire. Ma anche se non si ha nulla in
particolare da dire o non lo si vuol far trapelare l'arte visiva sembra poter offrire ancora una volta delle
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modalità per farlo. E poi c'è la ricerca, lo studio e il pensiero. Il confronto con gli altri, l'esercizio e la
costruzione del proprio lavoro, il testarlo e metterlo ogni volta in discussione.
VB: Qual è la giornata tipo dell’artista e qual è il suo rapporto con i moderni mecenati?
Driant Zeneli: Prima di tutto fare l’artista è un mestiere vero e proprio, anche se non sempre viene
riconosciuto. Questo fa sì che la sua giornata diventi più complicata del normale perchè nel frattempo, oltre
che con la propria ricerca, l’artista, si deve confrontare ogni giorno con i problemi della quotidianità. É
pensare comune che l’artista viva di ispirazione e tra le nuvole, quando invece le difficoltà quotidiane
diventano a volte maggiori rispetto a quelle di chi l’arte non la frequenta. I mecenati svolgono un ruolo
importante nella crescita dell’ artista semplicemente perchè quest'ultimo non può vivere solo di ispirazioni. In
questo caso il mecenate aiuta e sostiene l’idea e la produzione dell' opera d’arte, in modo tale che il sogno
diventi realtà. Comunque fare l’artista è anche una fortuna, semplicemente perchè riesci a vedere il mondo
non solo in tre dimensioni, ma puoi spingerti oltre, e questo rende diversa la giornata ad un artista.
VB: Perché l’arte contemporanea, in Italia, sembra essere del tutto marginale oggi?
DZ: Mi riaggancio alla risposta sopra. In Italia, la figura dell' artista non è riconosciuta come figura
professionale (dicendo questo non vorrei fare confusione con la figura dell'artigiano). Tutte le problematiche
partano sempre da chi fa le politiche culturali, che all'arte contemporanea non dà la giusta considerazione,
quella di un bene da portare avanti per lo sviluppo di una società, con lo scopo di averne una migliore un
domani. Tutto quello che oggi seminiamo lo ritroveremo domani. Per questo non ci dobbiamo chiedere il
perchè del mancato cambiamento del paese, in quanto siamo tutti responsabili del nostro futuro.
VB: Qual è il ruolo del Pacemaker nelle maratone è d’immediata comprensione. Il ruolo dell’artista nella
società può definirsi analogo?
FA: Forse immaginare un parallelo tra il ruolo dell’artista e quello del pacemaker può apparire forzato ma
non è del tutto scorretto. Il pace ha il compito di correre la gara in un determinato tempo, a un determinato
ritmo. E' un segnale mobile, un riferimento preciso per quei podisti che decidono di corrergli accanto. A suo
modo “indica una via”, che forse è un po' quello che può fare l'artista nella società. O per essere precisi indica
una delle vie possibili per correre in un determinato tempo una distanza che unisce una partenza con un arrivo,
seguendo un determinato percorso. In questo il pacemaker agisce in qualche misura come l'artista, laddove l'
esperienza e il vissuto vengono applicati ad una realtà data, e in questa dinamica, quando le cose vanno per il
verso giusto, può anche succedere che il personale diventi universale.
VB: Ad oggi, le problematiche economiche e politiche sembrano essere il fulcro delle preoccupazioni di
ogni italiano. Che posto ricopre l’arte? Pensate possa contribuire in modo positivo alla tanto desiderata
“ripresa”?
DZ: Le problematiche economiche sono vissute con preoccupazione da tutti quelli che hanno deciso di vivere
in Italia.
L’immaginazione, il sogno, sono elementi che l’arte stimola in continuazione. Questi elementi che sono parte
del uomo (come anche la paura ed il fallimento), sono necessari e occorre alimentarli. L’arte non è solo una
riflessione estetica ma prima di tutto costruisce un etica nell' individuo. Tramite l’arte possiamo reinventare un
domani una nuova cultura e una nuova generazione. Per esempio il tentativo di The Art Pacemaker è quello di
provare a cambiare l’atteggiamento verso l’opera d'arte, semplicemente usando come strumento una disciplina
sportiva, quella del podismo.
VB: Cosa vi sentireste di consigliare ad un ragazzo che vorrebbe esprimere il proprio talento e farne il
proprio “mestiere”?
DZ e FA: Intanto c’è da specificare che parlare di “mestiere” riferendosi alla pratica artistica in Italia non è
una cosa del tutto realistica. Partendo da questo presupposto e dovendo dare un consiglio a qualcuno che si
vuole affacciare su questo mondo forse la cosa più saggia sarebbe convincerlo a desistere. Malgrado ciò
pensiamo che chi è incline ad esprimere il proprio talento difficilmente rinuncerà a farlo. Appurato questo,
forse quello che potrebbe essere utile consigliare è di munirsi di una certa dose di umiltà e volontà di fare
ricerca, perchè l’arte non è solo invenzione.
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Esperienze di Luce
Testo di - GIUDITTA ARMIRAGLIO
La luce è storicamente un ingrediente centrale nell’arte: la pittura, dalle origini, mira a riprodurre sulla tela la
stessa inafferrabilità luminosa che caratterizza la realtà. Simbolo di potenza di vita, rappresentazione del
divino e della forza della natura, indice di verosimiglianza. La luce è un’ossessione per gli artisti e, soprattutto
negli ultimi cinquant’anni, le sperimentazioni sono andate ben oltre la pittura, ma gli artisti non hanno smesso
di inseguire quella rappresentazione impossibile. C’è stata però una grande evoluzione: comprendere che la
luce ha un potenziale espressivo proprio. Per questo può divenire soggetto unico e autorevole dell’opera d’arte.
Ora gli artisti la vogliono cogliere come materia fondante ed originale, o come prodotto di tecnologia. Naturale
o elettrica. Tra gli anni ’60 e ’70, tra New York e Los Angeles, la conversione all’utilizzo della luce come
materia e fenomeno si fa interessante con le opere di due grandi artisti: Dan Flavin e James Turrell. Il loro
lavoro si basa su tecniche diverse: Dan Flavin utilizza il neon come
strumento per diffondere energia, caratteristica primaria della luce,
affermando che si tratta della “più semplice e diretta forma d’arte che si
possa trovare “(1987). Turrell è il maestro della luce naturale: non indotta,
ma già presenta nell’ambiente, essa è uno strumento fondamentale per la
percezione visiva e spaziale e genera quindi una complessa esperienza
fisiologica in grado di ampliare i confini sensoriali. Un grande
collezionista s’innamorò in quegli anni del lavoro di questi due maestri: il
conte Giuseppe Panza di Biumo. Egli rimase colpito dalla forte
motivazione a usare la luce nella sua concretezza e non imitarla in modo
illusorio. Invitò così i due artisti nella sua casa, Villa Menafoglio Litta
Panza di Biumo a Varese e qui essi lasciarono eccezionali impronte del
proprio passaggio. Infatti, la collezione permanente della Villa è un caso
unico in Italia, anzi, diciamolo, nel mondo: comprende, tra le altre, una
serie di opere site specific realizzate da Flavin e Turrell. Un’ala
dell’edificio racchiude questi lavori in stanze che affacciano su un
lunghissimo corridoio centrale, nel quale si concentra la vera anima
artistica: le stanze colorate dai neon liberano energie cromatiche pure, le
quali si relazionano con gli spazi aperti sul cielo (Skyspaces, appunto) di Turrell, generando nel corridoio
ulteriori giochi di luce, un trionfo incontrollato di vitalità. Sono pochissimi i luoghi in cui i due artisti hanno
fatto interventi specifici: l’Hamburger Bahnof di Berlino e la Chiesa Rossa a Milano per Dan Flavin; Turrell
invece sta lavorando all’opera d’arte totale, un cratere nel deserto dell’Arizona in cui vuole mostrare effetti di
luce diversi all’interno di uno stesso luogo. L’eccezionalità sta nella presenza simultanea delle loro opere nel
medesimo contesto: perfetta comunicazione mistica di luce. Per questo Villa Panza è un luogo meraviglioso e
ricco di fascino. Non a caso, anche il ristorante della Villa si chiama “Luce”.
Nel 1991 la Fondazione Solomon R. Guggenheim acquisisce la Collezione Panza di Biumo, cedendo in
prestito permanente le opere al FAI a cui invece viene donata nel 1996 la proprietà della Villa. Inizia così
un’intensa attività espositiva a livello di arte contemporanea che si affianca alla collezione permanente:
esibizioni modeste, ma di altissima qualità si susseguono in modo continuo. Bill Viola, Lawrence Weiner,
Robert Rauschenberg, Daniel Buren: alcune tra le personali più recenti. La mostra in questo momento in corso
è dedicata a Mario Nanni, definito poeta della luce, e anche del buio. Un progettista che venera la lampadina a
incandescenza, considerandola regina indiscussa dell’illuminazione, ma gioca anche con il proiettore tra luci e
ombre. Per Nanni la luce è tutto, la luce è anche buio: il buio non esiste, l’occhio vede sempre la luce, anche
nella penombra. L’artista fu presente a Villa Panza già nel 2009, con l’opera “Piove, ci bagna la luce”: nel
buio, una pioggia di lampadine cadono sul pavimento in modo così cristallino da sembrare gocce d’acqua. Egli
ritorna oggi a Villa Panza con un messaggio più articolato, sulla luce naturale e quella artificiale, ponendosi in
dialogo diretto con le opere permanenti di Dan Flavin e James Turrell. Un triangolo particolare, una visione
approfondita di alcune sperimentazioni di light art. Tuttavia, il silenzio etereo generato dalle opere di Turrell e
l’energia pulsante di Flavin affermano la propria superiorità, impedendo a questo triangolo di chiudersi
armoniosamente.
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Potevo Farlo anch’ io…?
Testo di - VIRGINIA BISCONTI E MARTA GORLETTA
Alzi la mano chi, di fronte ad un opera d'arte contemporanea, non ha mai affermato con cieca convinzione:
“Potevo farlo anch'io!”. Guardando uno dei famosi “Dripping” di Pollock, un “Concetto Spaziale” di Fontana
oppure un gonfiabile di Koons, tutti noi abbiamo affermato, almeno all’inizio, che quella non poteva essere
considerata arte, che non c’era niente di geniale dietro a un gesto così, apparentemente, semplice e elementare.
Ma forse sbagliamo. Ed è proprio questo l’intento del nuovo programma in onda su Sky Arte,
dall’indovinatissimo titolo “Potevo farlo anch’io”, una mini serie di quattro puntate, ahimè già conclusa, con
una coppia di conduttori improbabile ma divertente: da una parte troviamo Francesco Bonami, famosissimo
critico d’arte, curatore e scrittore di diversi libri, tra cui quello a cui si ispira il programma (“Lo potevo fare
anch’io”, edito da Mondadori), che si mette in gioco per cercare di far capire quanta e quale sia la forza
comunicativa dell’arte contemporanea. Lo affianca in questo cammino conoscitivo l’ingenuo e giovane
Alessandro Cattelan, il rappresentante degli scettici per eccellenza.
Punto di forza di questo nuovo format, che speriamo venga riproposto, è stata la campagna promozionale: nelle
principali città italiane, tra cui Milano e Venezia, sono stati dislocati dei piccoli atelier. Con tanto di cavalletto,
tela, colori e pennelli, passanti, curiosi e turisti, si sono cimentati nella realizzazione di una vera e propria opera
d’arte, secondo la loro sensibilità: c’è chi ha provato a imitare i grandi artisti figurativi, chi si è sporcato –in
senso letterale– le mani, chi ha giocato con la fantasia e per un momento è tornato bambino (vi consiglio di dare
un’occhiata alla galleria delle immagine cliccando mi piace sulla pagina Facebook Sky Arte). Ma torniamo al
programma: nel corso delle poche puntate, che assomigliano più a una divertente gita scolastica che ad una
noiosa lezione di storia dell’arte, i due passano da Venezia a Milano per cercare esempi con cui avvicinare l’arte
contemporanea ai profani, agli occhi distratti e superficiali dell’uomo moderno.
Gli artisti che si incontrano lungo il cammino vengono spiegati attraverso le loro opere; la loro vita poi è
raccontata da gente comune, perché l’arte non è un mondo lontano, difficile e elitario, ma ci circonda, è intorno
a noi e fa parte di noi. E così si scopre che i quadri di Pollock non sono semplici sgocciolature multicolore e
senza senso sulla tela, che i tagli di Fontana non sono semplici raptus di rabbia di un artista squilibrato, ma che
invece tutto ha un senso se lo si vuole scoprire. Non è vero che l’arte, se deve essere spiegata, allora non è più
tale: bisogna abbandonare la vecchia idea di fare arte in modo figurativo e realistico perché il mondo è
cambiato. Come ora sarebbe impensabile utilizzare come mezzo di trasporto le carrozze o come mezzo di
comunicazione i piccioni viaggiatori, così nel mondo dell’arte non si possono più ritrovare paesaggi dal
realismo sconcertante, oppure personificazioni di divinità o rappresentazioni di fatti storici. Il mondo cambia e
gli artisti, più degli altri, riescono a coglierne le sfumature, le contraddizioni e i pericoli, come fossero i vati del
nuovo millennio. Ma l’uomo è sempre di fretta, superficiale alle volte, per cui vorrebbe che tutto fosse servito
su un piatto d’argento, per non fare il minimo sforzo mentale di fronte a delle immagini; preferisce nascondersi
dietro a un “Non capisco: questa non è arte!” piuttosto che lasciarsi interrogare da ciò che l’artista vuole
comunicare. Che abbia paura di scoprire qualcosa di scomodo, qualcosa che lo possa far riflettere e vacillare, di
fronte a quelle che credeva fossero certezze, ma che in realtà non lo sono? Prendiamo ad esempio Maurizio
Cattelan, uno degli artisti più controversi, criticati ma allo stesso tempo molto quotati. Cattelan incarna appieno
la figura dell’artista moderno: è un provocatore, scherza con l’arte, indigna e critica la modernità, non si sporca
le mani nella realizzazione dell’opera perché a lui spetta solo l’idea originale, creativa e geniale. È proprio
questo il ruolo dell’artista contemporaneo. Come lui stesso ha affermato:
“Non c’è molta differenza tra un’antenna televisiva e un artista: sono entrambi meccanismi di diffusione. Io mi
sento più antenna che artista.”
Per cui, quello che ci sentiamo di dire agli scettici è: non partite prevenuti, provate a liberare la mente da tutto
quello che sapete, a lasciare da parte pregiudizi e falsi miti, per lasciare parlare le opere e magari ascoltare chi
ne sa di più. Scoprirete sicuramente cose che non vi diranno nulla, che vi lasceranno indifferenti o magari
all’opposto vi daranno fastidio, ma magari verrete colpiti da qualcosa che vi farà riflettere. Solo così
riusciremmo a capire che no, tutto questo non lo possiamo fare anche noi!
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Lo spazio oltre lo Schermo: Videonale.14
Testo e intervista di - FRANCESCO PIERACCINI
La Figura aveva cominciato a guardare la gente che gli ronzava attorno.
Cominciava uno scambio di sguardi, con gli occhi seguiva gli spettatori che l'ammiravano da diversi angoli.
La Figura, poiché per natura era curiosa, si sporse poi un po' dalla cornice. Era cosa davvero buffa a vedersi
dato che quella, piatta com'era, si sporgeva in fuori e non si muoveva di un millimetro.
Col passare del tempo cominciò a muoversi, su e giù sopra uno schermo, ma, visto che le cose non
cambiavano granché, pensò di poter raggiungere quel suo pubblico tramite altre vie, unendo alle immagini i
suoni e l'ambiente che la circondava.
Fu così che la Figura, che non dovremmo più chiamare così, e le persone che le venivano incontro si
trovarono, senza accorgersi, a condividere lo stesso spazio, la stessa dimensione: un mondo fatto di un'
esperienza totalizzante, un flusso dove lasciarsi coinvolgere.
E le persone si immergevano in quel flusso, nello scorrere continuo di emotività, logica, dubbio, follia, tecnica.
Arte.
Alla fine della storia, che in realtà non è finita, dove l'inchiostro è ancora fresco, incontriamo la Videonale,
uno dei più importanti festival di Video-Art che ha sede a Bonn.
Raggiunta quest'anno la sua quattordicesima edizione (Videonale.14, 14 Febbraio- 7Aprile 2013), la biennale
del video ha saputo imporsi nel panorama europeo e internazionale, ricevendo più di duemila domande di
iscrizione provenienti da 70 paesi diversi.
Ma, riallacciandosi alla nostra storia, la Videonale è soprattutto un' esperienza: esplorando le stanze del
KunstMuseum lo spettatore viene immerso in una dimensione coinvolgente.
I quarantuno lavori che hanno passato la selezione, sono stati infatti accuratamente organizzati dai curatori in
modo che, pur mantenendo una propria indiscutibile individualità, fossero aperti ad una comunicazione
reciproca.
Questo è stato realizzato con diversi accorgimenti, visivi, acustici e architettonici; gli schermi, sospesi
stabilmente a mezz'aria con apposite strutture, spezzettano la stanza che li ospita e la rendono un luogo
dinamico, lo spettatore è invitato ad esplorare gli angoli che lo schermo nasconde scoprendo così nuove opere.
Allo stesso modo, i pochi video il cui audio non è imprigionato nelle cuffie, diffondo i loro suoni attraverso le
stanze, senza invaderle ma creando piuttosto un atmosfera comune, effetto, come sembra suggerito nel
catalogo, non casuale.
E sono stati proprio i suoni emessi ad attrarmi verso una delle opere più rilevanti del festival, vincitrice tra
l'altro del premio di questa edizione.
“Casting Jesus” di Christian Jankowski è un video completamente in italiano (sottotitolato in inglese), dove
l'autore, di origini tedesche, che vive e lavora in Germania, inscena all'interno di una chiesa, un perfetto
casting show per cercare il miglior interprete del Messia in vista di un ipotetico film sulla Passione.
Organizzato su due canali, nello schermo di destra vediamo una giuria composta da tre (reali!) rappresentanti
del Vaticano guidare e giudicare i tredici candidati che, sullo schermo di sinistra, si impegneranno a
rappresentare portamento e gestualità tipiche del Cristo.
Secondo la giuria il lavoro rappresenta “ uno specchio della nostra società mediatica, tanto preciso quanto
pieno di umorismo.[...] si avvale dei formati tradizionali dei mezzi di comunicazione di massa [...] al fine di
esaminare arte, politica, spettacolo, commercio e strategie di marketing a livello mondiale, e di rivelare la
loro reale motivazione.” (Tratto dall'articolo relativo alla premiazione sul sito di Videonale.14).Allo stesso
modo, con sottile ironia, ripropone la questione dell'immagine di Gesù, problema da sempre discusso tanto
nella religione quanto nell'arte.
La premiazione di Jankowski nulla toglie al valore di ognuna delle altre opere esposte: in ciascun lavoro
risuonano con diversa intensità, le riflessioni di “Casting Jesus” sulla società e i mezzi di comunicazione
contemporanei.
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Non credo sia un caso che in gran parte dei video si possa riconoscere una certa tendenza al documentario.
Ne sono esempio lavori come “Dodgy” di Elkin Calderòn, che documenta l'esperienza di un immigrato sudamericano a Londra, dove lavora come “Sandwichman”; seppur la storia sia di per sé inventata, non lo sono le
persone con cui l'artista in questo ruolo entra in contatto e i fenomeni di emarginazione sociale cui entrambi
vanno incontro.
Allo stesso modo potrei parlare di lavori come quelli presentati da Charles Fairbanks, col suo coinvolgente
documentario sui Luchadores messicani (Flexing Muscles) o da Hito Steyerl (Free Fall).
In un certo senso, pure Casting Jesus condivide, così come il video documentaristico, una certa esigenza di
realtà, una necessità di comunicare allo spettatore che gli eventi filmati sono estremamente verosimili,
plausibili, come vediamo nell'estrema bravura e naturalezza con cui i protagonisti del video recitano, tanto che è
necessaria una conferma esterna per capire se il lavoro di Jankowski, così come di altri, narri un episodio
inventato, una performance oppure un vero e proprio casting.
La realtà non è univoca, ma sfaccettata, eterogenea, fatta di mille punti di vista, è così che incontriamo video
come “Zero Killed” dove l'artista (Michal Kosakowski) dopo aver intervistato alcune persone se avessero mai
avuto fantasie omicide, mette in scena tali chimere facendo recitare gli stessi intervistati nel ruolo principale;
nella stessa stanza Dani Marti propone un lavoro sul rapporto omosessuale di un anziano(Bacon's Dog); oppure
si potrebbero citare altri video più criptici come “El Primero que Rìa” con due amici che si sfidano nel
famosissimo passatempo scemo.
Lo spettatore della Videonale è un osservatore che riflette sulla realtà e non solo a fatti avvenuti, ma anche e
soprattutto sulle sue possibilità. Un pubblico a cui si chiede di essere informato, consapevole e a cui si offre tale
possibilità nel modo più aperto e dinamico possibile: non c'è un'ideologia dominante ma piuttosto
un'opportunità di espandere le proprie idee e conoscenze verso nuovi e diversi orizzonti.
“E′ un racconto di cui si avverte estrema necessità, oggigiorno: per leggere un mondo complesso, ambiguo,
contraddittorio, lacerato da un costante "con me o contro di me"... Chi invece conserva fino in fondo uno
sguardo senza tracce di giudizi e pregiudizi, compie un esercizio acrobatico, difficile, ma di notevole
soddisfazione:
Attiva la testa. Pensare con autonomia: noi e gli altri.” (Da “E' Reale”, di Mario Balsamo).
Bibliografia e Sitografia:
- “Videonale.14”, Catalogo, Tasja Langenbach, Sabine Maria Schmidt, Lilian Haberer, Dirk Kohlaas/ Distanz
2013
- “La Biennale del Video”, Articolo da “Art e Dossier” di Febbraio 2013, Cristina Baldacci/ Giunti 2013
- Sito della Videonale 14, per le citazioni riguardo la premiazione:
http://www.videonale.org/en/article/1204-videonale-prize-kfw-stiftung-2013-christian-jankowski
- Sito di Mario Balsamo, per la citazione finale:
http://www.iltuodocumentario.it/interno.asp?id=54
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Un silenzioso Duello Buffo: Fo e Eco al Parenti
Testo di—GIUSEPPE ORIGO
Trovarsi nella stessa stanza di Umberto Eco e Dario Fo significa essere in presenza di due mastodonti sacri,
forse i più importanti punti di riferimento del panorama artistico/letterario Italiano contemporaneo nella sua
totalità.
L’ opportunità si presenta il 18 Febbraio, nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti di Via Pier Lombardo,
dove trovo i due letterati seduti sul palco, in occasione della celebrazione del primo compleanno de “La collana dei Classici della letteratura Bompiani”, insieme con altri illustri colleghi e addetti ai lavori.
“Se non ci fossero i libri saremmo tutti rozzi e ignoranti, senza alcun ricordo del passato, senza alcun esempio; non avremmo conoscenza delle cose umane e divine; la stessa urna che accoglie i corpi, cancellerebbe
anche la memoria degli uomini.”
Citando il Cardinale Bessarione, Nuccio Ordine,
moderatore dell’evento e curatore della collana,
introduce e presenta la necessità didattica da cui
scaturisce l’idea del progetto: la diffusione dei
Grandi Classici su larga scala.
“Si tratta di un’ innovativa catena di ristampe dal
costo assolutamente moderato, circa 30 €, testo a
fronte e commento”.
Constato l’ incompatibilità della nozione di “costo
moderato” secondo il dott. Ordine con la mia.
Il discorso è per di più incentrato sulla, condivisibilissima, necessità di una crociata contro il Bignami, supremo format del testo, al fine della salvaguardia dell’ identità letteraria e di impedire lo “stupro dell’
opera”. L’elitè intellettuale riunita, idealmente impersonata dal verbo di Ordine, si scaglia alla carotide del
“Con la cultura non si mangia”, rivendicando l’ utilità di ciò che “dal Profitto è ormai presentato come inutile”. Si respira un po l’aria di manifesto snob, timore che dal primo grande ospite verrà confermato.
Cedutogli il microfono, Umberto Eco esordisce con un “sinceramente non ho capito bene cosa ci faccio qui”
e dopo una breve parentesi sull’ importanza di un’ unità culturale europea “perfettamente incarnata dalla
collana Utet in quanto dotata di testo a fronte e quindi incoraggiante al bilinguismo”, si butta in una complessissima e arzigoggolata analisi per date degli scrittori analizzati dalla collana sostenendo fantascientifici
nessi numerico/temporali ai limiti dell’ onirico…
Segue lettura/citazione maratonistica di 4 pagine, di autori misti con prevalenza Cervantes, e un quarto d’ora
netto… Mentre due sedie più in là la maschera di Dario Fo si contorce nel primo plateale sbadiglio io mi
ritrovo a meditare sull’ 11° dei famosi “36 suggerimenti per aspiranti scrittori” che proprio il saggista alessandrino aveva spillato nei suoi “Appunti di Scrittura”: “sii avaro di citazioni”.
Nel mare di parole della complessa lettura il messaggio si perde rapidamente, e l’uditorio, in balia di quello
che dopo poco sembra essere più un fiume che un Discorso, si assopisce lento… Dario Fo compreso che spalanca la sonnolenta bocca per la seconda volta ed è ormai perso in un attento studio dei lacci color crema
della sua calzatura sinistra…
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Improvvisamente un timido applauso risveglia gli astanti dallo stato catatonico e segna lo spartiacque tra Eco e
Fo, sarei sinceramente disonesto se affermassi di aver pienamente colto il messaggio lanciato dal discorso del
padre de “Il Nome Della Rosa”, nonostante la mia completa applicazione nel cercare di trovarlo.
Fo, attore innanzi tutto, si alza in piedi e il teatro, stiracchiatosi, è tutto per lui. Non si limita a parlare ma drammatizza l’importanza della lingua madre, in un’ orazione spettacolo in Italiano e Grammelot.
Si trasfigura prima in Gargantua poi in menestrello, con gesti plateali rapisce ogni spettatore portandolo nel suo
mondo di teatro e follia, trascinandolo e accogliendolo nel suo Mistero Buffo in un’ orgia di suoni e movimenti,
una perfetta lezione di teatro e comunicazione. Sono l’enfasi senziente e l’impeto turbineo e universalmente
coinvolgente di Fo a fare di se stesso sublime narratore del senso insensato e del nonsenso sensato. L’applauso
esplode, violento e entusiasta.
Nessuno si preoccupa più di non aver colto il messaggio di Eco perché ormai la totalità è rapita dal ciclone Fo.
Forse la comunicazione è proprio questa: è trascendere financo il linguaggio, far abdicare il significante innanzi
al significato per perpetrare un messaggio che giunga universale, che spazzi via gli snobbismi vaqui di incomprensibili monologhi “dotti”, ma solo fra virgolette.
Perché l’artista è tale se universale, deve parlare sia al dottore che allo stolto sorridendo tanto all’ uno quanto
all’ altro e riuscendo ad essere ricambiato dall’ empatia di entrambi.
È vero: “il classico è importantissimo”. Ma prima de Il Classico sarebbe giusto fornire il mondo dei giusti mezzi per comprenderne i messaggi. Non è certo un economico tomo “dal costo assolutamente moderato, circa 30
€” ad essere opportuno cocchio globale della cultura.
W Dario Fo.
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Impronte Digitali di un Killer letterario
Testo di - VIRGINIA BISCONTI
Abbiamo una data ed anche l’arma del delitto.
Abbiamo un assassino ed anche una scena del crimine.
Cosa manca? Il cadavere, naturalmente!
No, non si tratta del delitto perfetto, né tanto meno di un riuscitissimo giallo.
Si tratta piuttosto d’indiscrezioni, per lo più dei bisbigli maldestri travestiti da supposizioni.
Andiamo con ordine: 12 aprile, Giappone, Haruki Murakami.
A quattro anni dall’uscita di 1Q84, uno dei capolavori
della letteratura contemporanea, la voce di Murakami
sembra ancora una volta pronta a sussurrarci all’orecchio
una nuova storia.
Lo annuncia Bungei Shunju, nota casa editrice che è
culla dello scrittore di Kyoto, senza però lasciar trapelare
nulla circa il titolo o la trama, né tanto meno accennare
alla data di pubblicazione in Occidente.
A dirla tutta, quotidiani come il The Guardian, qualche
piccola pista l’hanno già delineata: secondo mere
supposizioni, il nuovo lavoro di Murakami racconterà di
“un uomo solitario, una ragazza minorenne, la guerra
in Manciuria e un po’ di cucina”.
In Giappone, 1Q84 ha visto la luce in un volume unico nel 2009, mentre in Italia è sbarcato in due capitoli, uno
uscito nel 2011 e l’altro nel 2012.
Il successo ottenuto sia dalla critica che dai lettori però è stato lo stesso, nonostante le differenze anagrafiche. E
se con “Nel segno della pecora”, “Norwegian Wood” e “Kafka sulla spiaggia” Murakami si è accattivato più
d’un paio d’occhi, si può dire con cieca certezza che 1Q84 ha letteralmente conquistato –senza colpo ferire– una
larga fetta tra i feroci lettori moderni.
Haruki Murakami ha saputo così ritagliarsi un posto di tutto rispetto in Oriente come in Occidente, non a caso
gli esperti inneggiano al Nobel per la Letteratura. Nei suoi racconti sa districarsi come un abile equilibrista,
mescolando la cultura orientale con un’abile e sapiente narrazione dal taglio occidentale. I suoi personaggi sono
talvolta paradossali, grotteschi, tragicomici, quasi degli antieroi: sono pieni di sfumature, reticenti alle tinte
unite, sono intrappolati nei loro dubbi, nelle loro paure. Si direbbero vittime delle proprie esistenze. E se da una
parte abbiamo dei personaggi così vicini alla vita reale, così simili al nostro riflesso nello specchio, dall’altra
veniamo trascinati in mondi e situazioni irrazionali, fantastici e dove chiarezza e stabilità sembrano essere puri
eufemismi.
Dire di aver solo letto un romanzo di Murakami non è che una semplificazione avvilente: un romanzo di
Murakami si scopre, si respira e si vive. Bisogna farsi prendere per mano e lasciarsi condurre, come dalle
correnti marine, e trepidare d’attesa nel cercare anche solo d’intuire la meta del viaggio che Murakami ci spinge
a compiere.
Allora, come lo stesso scrittore ha affermato, dobbiamo stare attenti, perché:
“Se tendi le orecchie, ascolterai. Se aguzzi la vista, vedrai.”
Occhi e orecchie ben aperte e ricapitoliamo, allora: abbiamo una data, ovvero il 12 di aprile. Abbiamo un’arma
del delitto, ovvero un romanzo. Abbiamo il nostro assassino, Haruki Murakami ed una scena del crimine, le
nostre librerie/comodini/borse o ovunque mettereste un libro che non vedete l’ora di leggere.
Il cadavere? Siamo noi, naturalmente!
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Ogni Poeta vende i suoi guai migliori
Testo di - CAMILLA ABRUZZESE
Casa museo di Alda Merini. I navigli milanesi nascondono questo luogo affascinante che conserva nella sua
segretezza tutta la genuinità di un mestiere singolare e di una personalità unica. Basta entrare e iniziare a leggere
alcune poesie per lasciarsi avvolgere da un’atmosfera che fa ritornare alla profondità della nostra anima. Ed è lì
che le parole mi sommergono, costruiscono nuovi ragionamenti, e allora capisco un’indubbia verità: le persone
dicono che si scrive quando si sta male. Quando si sta bene non hai l’urgenza di buttare fuori lo sporco che hai
nell’anima, sei rilassato, i muscoli si distendono e le mani non sono impazienti di lasciarsi trascinare da sinistra
a destra. E mai niente, come i nostri stessi pensieri che si fanno inchiostro, sono capaci di farci compagnia,
anche nelle notti senza luna. Chi scrive quasi mai lo fa per mostrarlo agli altri. Pensate alla poesia. Da secoli la
gente si china su di un pezzo di carta per farsi sorreggere il cuore, fa a gara coi pensieri per tirare fuori quelli
che meglio disegnano le sue sensazioni e non sempre ci
riesce, ci si intestardisce, si litiga persino col cuore, alle
volte. E alla fine quasi mai se ne esce vincitori. Ci
rimane solo qualche riga, i capelli fuori posto, un
mucchio di fogli accartocciati e macchie d’inchiostro
ovunque. Eppure potrei giurare che non ci sia niente di
più rigenerante. Perché mettere nero su bianco le
emozioni è un modo di parlare diverso da qualsiasi altro.
Qualcuno potrebbe giudicarlo vigliacco, come un dire le
cose senza guardare negli occhi. Io invece credo sia
molto di più. Scrivere ti sottopone ad una marea di
giudizi, perché, chi legge, di te non sa nulla. Non può
immaginare l’affanno nella ricerca di un vocabolo, né la
rilevanza che dai ad una parola anziché ad un’altra, né se
hai scritto quel verso ridendo o in lacrime, è un lavoro che ti espone semplicemente al risultato, che non fa
apprezzare i frutti della maturazione né lo sforzo e le sensazioni provate nel modellarlo. “Scrivere è una forma
sofisticata di silenzio” ho letto da qualche parte e credo che non ci sia niente da aggiungere. Una poesia non è
solo il poeta che l’ha composta e le lettere in fila orizzontale che i nostri occhi vedono. Poesia sembrerebbe
ricondurre a qualcosa di astratto, aldilà della carta, mentre io sempre più ne afferro la concretezza. Perché è di
concreto la luce della candela sotto cui è stata scritta, è l’abbraccio che ha fatto scaturire un’espressione dolce, è
il caffè di notte che ha fatto straripare i pensieri scacciando il sonno ed è gli occhi pieni di isole e orizzonti che
l’hanno vista completarsi. E il bello di questo lavoro amanuense è che non è mai come uno se l’è immaginato.
Poesia è anche questo. È lasciare che i demoni che ci affliggono vengano debellati per un po’, è uno sciogliere i
tormenti. Ma la sua bellezza sta nel fatto che un significato autentico e statico non ce l’ha, è soggettiva, è da
interpretare, è un codice di una cassaforte che per ognuno si apre con una combinazione diversa. E si ha persino
una certa felicità nel constatare che non ci sono combinazioni giuste o sbagliate, ciascuno ha la sua, che sarà
giusta a modo suo. Una poesia è come il mare. Fluisce con costanza e dove trova scogli si infrange facendo più
rumore e più danno. E poi è libera, non sai da quali luoghi remoti inizia né se finisca in altri. Del mare conserva
la chiarezza, la passione, la curiosità delle bollicine. E ha un vantaggio a noi sconosciuto: ci si adatta addosso
seguendo le sinuosità del nostro passato, ha una parola che si incastona perfettamente in un luogo dell’anima
che solo noi sappiamo di possedere e la leggiamo addosso interpretandola coi segni delle nostre ferite e delle
nostre risate, dei nostri sguardi e dei nostri dolori. Quando leggi una poesia non menti mai. Sai dove ti ha
incastrato lo sguardo. E sai quale specchio è andata a rompere. Non ha bisogno di fare gesti plateali, ti sfiora
dove serve, e ti può salvare.
Il fare poesia, forse, al giorno d’oggi suonerebbe scontato. Chi l’ha detto che c’è ancora chi è pronto a spogliarsi
l’anima per farsi toccare le cicatrici? Non siamo la generazione dei tecnologici, dei disoccupati e dei senza
valore? Forse è utopia sperare ancora di no. Magari fare poesia suonerà banale e sdolcinato, o qualcuno non
troverà niente di assurdamente riuscito nel riempire di citazioni con un rossetto rosso lo specchio della propria
stanza da letto come fece Alda Merini, ma mi auguro solo che questa generazione e i figli di questa umanità
abbiano ancora la forza e la decenza di ammettere che questo è uno dei pochi modi per rimanere ancora
autentici e conservare la semplicità nel cuore.
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Sono io ad avere una visione distorta del sesso?
Testo di - GIUSEPPE ORIGO
- Firmo con uno svolazzo sulla linea tratteggiata di
entrambe le copie e gliene restituisco una. L’altra la
piego, la infilo nella borsetta e bevo un altro generoso
sorso di vino. Sembro assai più audace di quanto mi
senta in realtà.
«Questo significa che stanotte farai l’amore con me,
Christian?» “Oh, signore. L’ho detto davvero?” Lui
rimane di stucco per un attimo, ma si riprende in
fretta.
«No, Anastasia. Primo: io non faccio l’amore; io
fotto… senza pietà. Secondo: ci sono molte altre
scartoffie da firmare. Terzo: non sai cosa ti aspetta. Sei
ancora in tempo per dartela a gambe. Vieni, voglio
mostrarti la mia stanza dei giochi.»
Rimango a bocca aperta. “Fotte senza pietà!” Oddio,
suona così… allettante. Ma perché andiamo nella
stanza dei giochi? Sono confusa.
«Vuoi giocare con la Xbox?» chiedo. Lui scoppia in
una risata fragorosa.[E.L. James – 50 Sfumature di Grigio]
Rimediare allo spleen da “fuori è bello ma io dovrei studiare quindi non esco anche se poi effettivamente non
studio” è un’ impresa complessa. Dovresti studiare ma non ci riesci e ti abbandoni a una perpetua contemplazione della stessa pagina di libro (o di facebook) per giorni e giorni, rotolando verso la ripresa della quotidianità, sudando prigioniero del calore degli ultimi termosifoni Highlander che, centralizzati, restano accesi nonostante il ritrovato sole.
Su consiglio di una provvidenziale amica ho tentato di affrontare il mero “caracollo” buttandomi in una lettura
presentatami come “minchia, devi leggerla assolutamente!”. Mi trovo per le mani un pdf di 680 pagine, la cui
copertina banalotta in bianco e nero recita “50 Sfumature di Grigio”, locuzione che già da tempo vedevo imperversare in giro per gli stati di Facebook e mi chiedevo cosa mai volesse significare. Me ne compiaccio, è bello
in ogni caso che una lettura possa diventare fenomeno pop al punto da essere argomento da Statofacebook delle
masse… già…CAZZATA.
Dopo il primo inutile capitolo decido di optare per una lettura rapida e selettiva, che nell’ arco di mezz’ ora mi
porta al capitolo 9su26, mio personale capolinea.
In pratica la situazione è la seguente: una improbabile 21enne vergine (…esatto, siamo già nel campo della
fantascienza), si prende una giustificabile cotta per un tizio strapotente, straricco, strafigo che sprizza fascino e
sex appeal da ogni singolo poro del corpo e decide di provarci goffamente con lui che ci sta e se la scopa.
Fin qui i 31 milioni di copie venduti dall’ “Opera” in giro per il mondo sono difficilmente giustificabili.
Al capitolo 7 però il colpo di scena: il Romeo di turno in realtà è un superfetish-dominatore che impone alla
innocente Giulietta niente popò di meno che un “regolamento” ferreo in forma contrattuale (dopotutto Sade non
aveva già pensato alla stessa cosa circa 240 anni fa ne “Le 120 Giornate di Sodoma”…), la summa del cui concetto è: Tu, donna-schiava, al fine di causare erezione a me, uomo-dominatore, ti sottoporrai a sedute di soft
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-bondage e di soft-sadismo cosicchè il nostro libro farà scandalo e verrà comprato da 31 milioni di persone.
Detto fatto.
La tipa accetta, si fa sbattere come un tappeto lurido, menare come Chavo Guerrero (che se le prendeva sempre),
legare come una forma di provolone piccante, ma così facendo riesce comunque ad assecondare il suo desiderio
puberale di trovare un principe azzurro (che… ok… effettivamente ne “la bella addormentata nel bosco” nessuno
approfittava dell’incoscienza della principessa per farcirla come un cannolo e malmenarla, quello era Kill Bill…
ma dopotutto la vita è la tua, il Principe Azzurro te lo scegli te), ed è quindi contenta. Il tipo ottiene il tanto agognato durello, ed è contento. L’autrice vende 31 milioni di copie, ed è la più contenta di tutti.
…
La maggior parte delle volte che si è conclusa una delle mie relazioni amorose/sentimentali/meramente sessuali,
mi sono sentito accusare di “non sapere cosa sia l’amore”… Non ho effettivamente mai pensato di poter trovare
risposta tra le righe di questo “manuale delle Giovani Marmotte dell’ orgasmo”, invece forse un’ epifania l’ho
avuta: io non so cosa sia l’amore, ma per lo meno non sono il solo! L’impressione, suscitatami dalla lettura dei
pochi capitoli affrontati, è quella di addentrarsi in un’ Ikea della sessualità: tanti bei surrogati di mobili decenti
alla portata di tutti, ma non un pezzo che valga effettivamente qualcosa più di un complesso nome svedese… È
“formattazione” del sesso e del fetish in surrogati di troppo facile fruizione, completa abdicazione del sentimento, una geniale opera di “pillole di erotismo per teenagers cresciute e masturboni che ancora non han capito come
farsi un account su youporn” (io ne ho 2, tanto per far capire chi comanda).
Nel Marzo del 2010 la “showgirl dotta” Sara Tommasi dichiara: « La mia mission aziendale è quella di ricercare
la qualità, e scegliere progetti che mi facciano sentire viva. Crescendo i sogni cambiano, perché si scoprono nuove opportunità, come la televisione. Il mio obiettivo è di far continuare l'armonia che trovo oggi nel mio lavoro.
D'altro canto tutto questo è piuttosto labile e la mancanza di certezze crea un po' di instabilità psicofisica e anche
ansia. È come stare sulle montagne russe. »…
…Lo ha detto a Playboy.
Un anno dopo per 10milaeuro firma per un calendario senza veli e due film porno. Ne realizza uno, strafatta di
eroina, in cui il culmine della climax erotica è costituito dall’ enigmatica frase “Ciao, sono Sara Tommasi e ciuccio bene i vasi” (?!), adducendo poi successivamente, subito prima di un viaggetto a Medjugorje per mondarsi
l’anima (per mondare il resto basta un tampone, qualche litro di sapone o alcool e tanto buon olio di gomito), la
giustificazione “L’ho fatto perché gli alieni mi hanno impiantato un microchip nel cervello (complimenti ai sig.
Alieni per la grandiosa opera di ricerca che ha permesso di trovare un encefalo anche nella testa della Sarona
nazionale) che mi costringeva a compiere atti di natura sessuale”. Bene, il Kolossal “Sara contro tutti – La mia
prima volta” è un successo commerciale: 25.000 copie vendute la prima settimana alle quali vanno ad aggiungersi oltre 5.000 downloads dai siti “specializzati”, senza contare tutti quelli che hanno visto il fim in streaming
gratuito (PRESENTE) sui vari siti dove è apparso e quelli che hanno acquistato il film sul canale "hot" di Sky…
Dire che nella società della rapida fruizione, dell’ utile e del fastfood, financo il sesso sia diventato un prodotto
da supermercato è polveroso e retorico, ma è sostanzialmente vero. L’amore è bello ma richiede tempo, e non
vende. Forse è vero, probabilmente non so cos’è l’amore, magari sono un orrido erotomane e probabilmente tendo a far sopperire costantemente il desiderio affettivo/amoroso al mero impulso sessuale…
è tutto vero…
Però a quanto pare non sono solo.
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Gli ingredienti del successo: Salvatores
Testo di - MARTA DULLIA
Si sa, l’Italia può vantare di tantissime eccellenze: messaggeri, che, grazie alla loro arte, esprimono se stessi,
riuscendo a trovare il giusto equilibrio tra ciò che l’audience apprezza e la loro ricerca, la loro rivelazione
ultima.
Uno di questi grandi artisti è Gabriele Salvatores, dapprima regista teatrale e poi cinematografico, fautore di
film coinvolgenti, freschi, forti. Impossibile non inorridire davanti alla violenza e, allo stesso tempo, dalla
tenerezza da “Io non ho paura”, o affezionarsi alla simpatia dei protagonisti del film “Mediterraneo”, o
apprezzare la caotica Milano, resa incantevole dalle riprese “a volo d’aquila” e dalle melodie al pianoforte, nel
film “Happy family”.
Salvatores mise la firma su prodotti cinematografici di un livello alto, facendosi conoscere, in ambito
internazionale, per la sua continua ricerca di nuovi stimoli creativi, da trasmettere al suo pubblico.
Oggi, davanti a una bottiglietta di acqua frizzante, il regista napoletano si svela, si racconta e descrive il suo
mestiere, cercando di trasmettere tutta la passione, che infonde nelle sue opere.
Parliamo del modo in cui Lei si relaziona con i vari attori che compongono il mondo dello spettacolo. In
particolare, Lei si sente limitato dai vari stakeholders? E come?
C’è da dire il cinema è un lavoro molto collettivo, quindi non si può proprio fare da soli ed è normale che tu,
in qualche modo, ti relazioni con altre persone. Secondo me è anche il bello di questo lavoro.
Per quanto riguarda, i produttori in particolare, fino a quest’ultimo film, che ho girato e prodotto con
Cattleya, ho sempre avuto una casa di produzione mia, proprio per cercare di riuscire ad avere un rapporto
completo con la produzione.
In realtà ho poca esperienza di lavoro con produttori esterni: sto cominciando adesso e, in questo caso, mi
sono trovato molto bene. Ad essere sincero, io ho avuto la fortuna di poter già fare parecchi film: in realtà,
quando mi relaziono con un produttore, non ho limiti particolari, scelgo anche coloro che capiscono le cose
che voglio fare.
Sappiamo che il suo primo debutto avvenne nel mondo del teatro, che venne definito dalla critica
“Teatro all’Avanguardia”. Dopo di che si dedicò al cinema e produsse film come “Mediterraneo”, con il
quale vinse il Premio Oscar, film impegnati, come “Io non ho paura” e anche commedie, come “Happy
Family”. Ci racconti dunque del Suo processo evolutivo come regista.
Il teatro è stata un’esperienza molto particolare: ho iniziato a 20 anni e gli spettacoli erano molto particolari e
appunto di ricerca. Piano piano abbiamo capito che si potevano comunicare cose più importanti a un pubblico
vasto, se si riusciva a trovare un equilibro tra qualcosa di nuovo, tra la ricerca e la comunicazione a un
pubblico ampio. Nel senso, la difficoltà non è fare un film commerciale o molto per te, la difficoltà è fare
qualcosa che contenga elementi di ricerca, diretto a un pubblico ampio. Perché il cinema per definizione, non
è un quadro, tu compri dei colori e una tela e il budget è limitato a quello. Il film costa tanto, coinvolge tante
persone, tutt’un’industria che si mette in piedi per quel periodo di tempo, e quindi mi sembra corretto che, da
parte dal regista, non bisogna rinunciare alle proprie idee, alla propria forza d’espressione e stare sempre un
passo davanti al proprio pubblico. Però prevedere che si prepari una cena, prima o poi qualcuno verrà a
mangiare e sei contento se qualcuno apprezza ciò che hai preparato.
Parliamo invece del rapporto che Lei ha con gli attori. Abbiamo visto che nei film precedenti Lei si è
occupato di attori italiani. Perché nel film “Educazione siberiana” ha deciso di usare attori stranieri?
Questo è un film di “prime volte”, anche il primo film che faccio fuori dal guscio protettivo, sia a livello
produttivo sia come compagni di lavoro. In genere ho cercato sempre di creare una piccola famiglia, almeno
una tribù, proprio per sentirsi al calduccio. Però come dice il mio analista, prima o poi bisogna decidersi a
crescere e anche il tentativo di fare qualcosa fuori dal guscio protettivo di questa tribù, che mi ero, in qualche
modo, costruito. (…)
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VIDEOINTERVISTA
Ma questo perché in Italia c’è meno disponibilità? Un problema nei gusti dei più?
Beh sicuramente in Italia c’è un problema economico, di budget e anche a livello di storie. C’è una crisi
economica forte che tocca anche il nostro settore. Oggi un film rispetto a due anni fa viene finanziato al 50%,
perde il 50% di attrazione e di denaro in Italia e quindi succede che con dei budget ridotti sei costretto a
raccontare un certo tipo di storia, solamente. Diventa un pochino più stretto. Se si vuole trovare una storia un
po’ più ampia, allora si può provare a pensare a delle co-produzioni, almeno a livello europeo. Si parla di
Europa a tutti i livelli possiamo parlarne anche in termini cinematografici. Allora i tentativi che i registi italiani
come Tornatore, Sorrentino e anche io, è quello di provare a vedere se così si riescono a trovare i fondi per dei
film, delle storie un pochino più ampie che non riguardano solo l’Italia, ma anche storie più universali, non solo
del nostro paese. Questo non vuol dire vendersi l’anima o vendersi e perdere le proprie radici. Puoi raccontare
una storia universale con un occhio, uno sguardo italiano e questo è quello che stiamo cercando di fare.
E invece che consigli si sente di dare a un giovane, anche sulla base della sua esperienza personale, che si
vuole affacciare al mondo del cinema? Quali sono gli ingredienti?
Questa qui è la domanda più difficile di tutto perché il consiglio che direi è... (momento di esitazione) Perché è
difficile dare dei consigli? Per due motivazioni: uno, per problemi di budget. E poi perché il cinema sta
cambiando. Ma cambiando tanto: sta cambiando il modo di ripresa, il modo di vederlo, di concepirlo, di
distribuirlo. Quindi il primo consiglio che direi è di essere il più possibile autarchici: oggi anche con un
telefonino si può fare un film, quindi provare a fare le cose senza aspettare che qualcuno ti dia da fuori, perché
senno puoi aspettare tutta la vita (ridendo). Provare a farlo, mettendo assieme un gruppo di amici che hanno la
stessa passione e provare a non ripetere schemi già fatti. Non solo a livello produttivo ma anche a livello
narrativo. Un giovane che inizia a fare il cinema ha il dovere e il diritto di provare dei territori nuovi e delle
strade nuove. Quindi scordarsi le scuole, la tecnica, la critica e provare a esprimere qualcosa con un mezzo che
registra delle immagini. Poi pian piano se c’è veramente del talento questa cosa verrà fuori.
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Benedetta Bucellato: L’ arte “rompipalle”
Testo e intervista di—GIUSEPPE ORIGO
Benedetta Buccellato è una macchina da guerra. Attrice eminente del panorama italiano e internazionale ha
sfondato in tutte le tappe del cursus honorum dello spettacolo, dal teatro, al cinema, alla televisione e oggi è
Presidente della Fondazione Nicolò Piccolomini per l'Accademia d'Arte Drammatica, Segretario dell'ApTIAssociazione per il Teatro Italiano e docente di recitazione presso l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica
Silvio D'Amico.
Benedetta è una “rompi palle”, un’ attivista parapolitica e una ferma sostenitrice del “Dovere Sociale” dell’
arte in antagonismo al medioevo culturale dell’ attualità.
È un piacere avere l'occasione di chiedere a una persona del suo calibro il permesso di poter realizzare
un' intervista "che però, ti avviso, sarà un' intervista rompipalle" e sentirsi dire di sì.
E’ più probabile non annoiarsi, con un’ “intervista rompiballe”. Te la faccio io la prima domanda: cos’è
un’intervista rompiballe?
"Rompipalle" perchè credo personalmente che l'arte debba, oggi come non mai, ricoprire anche un
ruolo analogo a questo, per spronare la collettività a una consapevolezza di se stessa e delle potenzialità
umane. A tal proposito, è per te possibile individuare un "Dovere Sociale", piuttosto che una “funzione
sociale", dell'arte dell' oggi?
L’artista ha da sempre una funzione e un dovere sociale. L’artista racconta la contemporaneità ai suoi contemporanei. E lo fa anche raccontando i classici. Se i tuoi interlocutori sono i contemporanei, non puoi prescindere dalla realtà comune, anche quella politica. Il racconto è un passaggio essenziale per definire, definirci, per parlare della nostra identità, ma anche dei nostri desideri. Per avvicinarci a quella che tu chiami
“consapevolezza di sé”.
C'è chi dice, in maniera miope ai limiti dell'ottusità, che "con la cultura non si mangia", c'è chi mira a
volere la società dell' oggi come lo scaffale di un supermercato, dove soubrette sottovuoto affiancano
populismi preconfezionati pronti per un facile consumo da parte della collettività. Quanto è vero e
quanto/cosa arte e cultura possono offrire all'animale uomo in questi tempi di difficoltà neomedioevali?
L’arte è il lavoro dell’artista, o dell’artigiano dell’Arte, come preferisci. Per giungere all’opera d’arte (uno
spettacolo teatrale, un film, una sinfonia, un libro, un quadro …) è indispensabile il lavoro, e prima ancora
l’apprendimento. E’ lo spirito critico che crea, non l’immaginazione, così come diceva Oscar Wilde. E lo
spirito critico necessita di tempi lunghi di studio, di prove, di approfondimento. Necessita di lavoro.
In questa nostra Italia tapina, neomedioevale come dici tu, non si dà più valore al lavoro.
In più, non si dà valore alla conoscenza, alla Cultura, all’Arte. Ma un popolo che perde la bussola in questo
modo, si riduce a popolo ignorante, afflitto da solitudine e alienazione, preda di populismi o di messaggi
profondamente antidemocratici. Nella storia dell’umanità, la democrazia è sempre stata coniugata con la
cultura. Un popolo senza cultura diventa un popolo senza identità, diventa - lo ripeto - una povera preda.
Aggiungo che la cultura e la conoscenza sono un bene comune, come l’acqua, e uno Stato democratico ha il
dovere di garantirla, così come deve poter garantire la salute e i trasporti. Andrebbe sostituita la parola
“investimento” all’uso, frequente e offensivo, di “assistenzialismo”. Lo Stato italiano, comunque, riceve, in
termini economici, dal mondo della cultura e dello Spettacolo più di quanto dia. E negli ultimi anni dà sempre meno, sempre meno…
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Personalmente, forse vittima di un abbaglio, sto riscontrando un crescere del desiderio collettivo di un
prodotto artistico/culturale di qualità superiore rispetto a quanto fu nei beceri anni 90 e nei primi 2000, il
rifiorire del "talk show politico" ai limiti del fenomeno
pop, new wave musicali di qualità superiori sebbene embrionali e una rinascita editoriale/digitale. Da rilevante
insider nel mercato artistico/culturale, cosa pensa a riguardo?
Una “rilevante insider del mercato artistico/culturale”, io?
Non saprei, non so precisamente cosa significhi e mi fa un
po’ impressione. Sono d’accordo, però, sulla sensazione che
stia nascendo un nuovo desiderio, e forse, come nei fenomeni
carsici, riaffiorano i reali bisogni delle persone. E tra i bisogni non c’è solo l’aria o il cibo sani, c’è anche quello di nutrire altre parti di noi.
La subcultura del ventennio berlusconiano ha messo al tappeto la capacità critica delle persone.
Le ha immesse in un territorio, apparentemente luminoso e
ricco, in realtà popolato di roditori in paillettes che hanno
progressivamente rosicchiato la fantasia, la comunicazione
reale, l’individualità (non l’individualismo), la voglia e la
capacità di scegliere.
Il berlusconismo, che è vissuto e purtroppo continuerà a
vivere anche senza Berlusconi, ha fatto tabula rasa dell’identità e della cultura del nostro Paese. Potenti disvalori
hanno fatto piazza pulita di altri valori e il risultato, visibile
soprattutto tra i giovani, è lo smarrimento di sé e lo smarrimento collettivo. Grillo e i suoi sodali si sono tuffati
in questo oceano di smarrimento, lanciando slogan condivisibili (onestà, no corruzione) inseriti però in un confuso “progetto” che parte dalla distruzione dei partiti. Non dimentichiamo che l’annientamento dei partiti è
stato, nella storia moderna, il primo atto delle più sanguinose dittature.
Torniamo alla Cultura: che Cultura può vivere, oggi in Italia, in questo oceano di smarrimento? Chiedo: in
questo panorama, può vivere, può sopravvivere l’artigiano dell’Arte? Sta rinascendo il desiderio, il bisogno, di
cultura, ma sbrighiamoci! Perché gli artigiani della Cultura e dell’Arte si stanno spegnendo tra gli stenti: poco
lavoro e il poco senza garanzie e tutele, in nero, nessun ammortizzatore sociale, pensioni da fame, sussidi inesistenti, finte partite Iva, mercato morto.
Sinistra ottusamente conservatrice, destra falsamente progressista, Grilli demagoghi... Come, il mondo
culturale Capitolino vede questo momento di fortissima instabilità politica, come si affaccia sull' orlo del
baratro? è ancora tempo per "girotondi"?
Il mondo culturale Capitolino è già nel baratro. Dopo vent’anni di sub cultura berlusconiana e di eventismo
veltroniano, il tessuto culturale della città è asfittico, prossimo alla necrosi. Il centrosinistra, nel ventennio, ha
trovato la propria identità esclusivamente in un generico antiberlusconismo. Nulla è stato fatto per creare e far
crescere una reale alternativa. Si è preferito, è un esempio, dare la vita al Festival del Cinema di Roma
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(ce n’era bisogno? Non era meglio sostenere di più Venezia?) e, contemporaneamente, spegnere la ricerca,
chiudere le sale, piccole o grandi, non difendendo la vita quotidiana dei lavoratori dell’Arte.
L’errore fatale del centrosinistra è stato quello di puntare sull’eventismo, fenomeno provinciale e intrinsecamente di destra.
La collaborazione con rai e Televisione VS Cinema d'autore e Teatro. Quanto, nella sua diretta esperienza, è giustificabile il "VS"? Mi spiego meglio, sono due mondi che paiono tra loro distanti, quello della
fiction pop e quello Teatrale/Autoriale...
Sono diventati distanti perché si è fatta cattiva televisione. In altri Paesi europei non esiste questa dicotomia e
un attore lavora in cinema, teatro e televisione con pari dignità.
Il Cinema d’autore deve poter convivere col cinema commerciale, così come la ricerca teatrale deve poter vivere a fianco della programmazione più popolare.
E’ sbagliato il presupposto, il commerciale non deve essere per forza volgare. E la ricerca non deve essere per
forza noiosa. Io sogno un teatro e un cinema con tanti spettatori, che non annoi mai, che sappia interessare e
divertire tutti. Secondo te, Moliere e Shakespeare, o anche Euripide, si ponevano questa dicotomia? Erano
grandi autori e il loro pubblico, elitario o popolare, si divertiva in egual maniera.
Meglio Mozart o i Metallica? Domanda oziosa, inutile. Mi diverto ascoltando entrambi.
L’importante è interrompere la produzione industriale della noia nei nostri teatri, nei nostri cinema, nei nostri
luoghi d’Arte.
Presidente della Fondazione Nicolò Piccolomini per l'Accademia d'Arte Drammatica e Segretario
dell'ApTI-Associazione per il Teatro Italiano. Ci parlerebbe di queste due istituzioni?
La Fondazione Nicolò Piccolomini è l’unico ente in Italia che distribuisce aiuti economici agli artisti teatrali
in difficoltà. E’ nata, con un progetto fin qui mai realizzato, per la realizzazione di una casa di riposo per artisti drammatici. Nicolò Piccolomini si era diplomato all’allora Regia Accademia d’Arte Drammatica, con grande disdoro del padre, il conte Silvio, e a 28 anni morì nel corso della seconda guerra mondiale. Ha lasciato ai
suoi colleghi attori una splendida Villa secentesca e altre proprietà che stiamo amministrando al meglio per
poter aiutare la categoria. Va detto che sono stati gli attori, riuniti in un comitato di lotta, a interrompere il
commissariamento dell’ente, voluto dalla Regione Lazio (Presidenza Marrazzo). Una delle poche vittorie, conseguita con grande volontà e preparazione.
L’ApTI è l’Associazione per il Teatro Italiano, di cui sono Segretario Generale da molti anni. E’ l’unica Associazione a livello nazionale che si occupa dell’approfondimento, culturale e politico, dei temi che riguardano
l’attività teatrale nel Paese.
Sono anche docente di recitazione presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica (dove mi sono diplomata
anni fa). Un’esperienza molto vitale, che mi consente di vivere il presente e di continuare a immaginare un
futuro. Il migliore possibile.
.
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Risospinti senza posa nel passato: Gatsby
Testo e intervista di—PILAR PEDRINELLI
"Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può.” Era così che il protagonista James Gatz, meglio
conosciuto come Jay Gatsby, rispondeva a Nick Carraway, voce narrativa di Francis Scott Fitzgerald. Il
regista Baz Luhrmann sembra incarnare alla perfezione la sua sceneggiatura dunque, e il passato si ripete. “Il
Grande Gatsby”, infatti, sta per tornare nelle sale per la quarta volta nella storia del cinema, accingendosi ad
affrontare non solo l’ormai nota critica “un film non vale un romanzo”, ma anche lo spauracchio della coppia
di predecessori Jack Clayton-Francis Ford Coppola. Dopo continui slittamenti della data d’uscita, finalmente,
il 10 maggio 2013 se vi trovate in America o il 16 se siete rimasti in patria, potremo perderci nello sfarzoso
mondo dell’America dei primi anni ’20, tra jazz, feste, il sogno americano e la tragicità di quando il destino
si vuole costruire a tutti i costi. Il film inaugurerà, un giorno prima dell’anteprima italiana, il
sessantaseiesimo Festival di Cannes con gran gioia di Luhrmann che, al momento dell’annuncio della notizia,
ha dichiarato «…per tutti quanti hanno lavorato su Gatsby è un grande onore fare l'apertura di del Festival
più importante del mondo. Sono molto fiero di ritornare in un paese e in un festival dove si sono sempre
mostrati generosi nei miei confronti. E sono felice che il film sarà proiettato non molto lontano da Saint
Raphaël, dove Scott Fitzgerald ha scritto alcuni dei passaggi più forti e commoventi del suo romanzo
straordinario». Le premesse sono dunque straordinarie, e il cast è di quelli che si riservano a quei film
immortali, di cui tutti parlano, di quelli che non puoi non aver visto. Leonardo DiCaprio, reduce
dall’incredibile performance di “Django: Unchained”, succede a Robert Redford e Carey Mulligan a Mia
Farrow per riformare la coppia di protagonisti del romanzo mettendo di nuovo in scena il loro amore, perso,
ritrovato e poi di nuovo perduto. È un ambizioso progetto quello che la produzione si è prefissata: dare voce
a chi è ritenuto da molti uno dei più grandi scrittori della cosiddetta “Generazione Perduta”. Voce che deve
essere filtrata attraverso un linguaggio, come quello cinematografico, che sembra, ci insegna Christian Metz,
così facile da comprendere e per questo tremendamente difficile da spiegare. Non è impresa facile, ma
neanche impossibile. Il film s’inserisce nella serie di tentativi ammirevoli di riavvicinare le persone alla
grande letteratura, allo sfogliare voracemente un libro per riuscire a vivere più vite e poi applaudire in
silenzio rigirandoselo tra le mani quando inaspettatamente si è già arrivati all’ultima pagina. La versione
cinematografica di Anna Karenina, diretta da Joe Wright, rappresenta al meglio uno di questi sforzi,
collocandosi tra le più recenti e riuscite riconciliazioni. Luhrmann, dunque, ci dà un’ottima scusa per
prenderci una pausa e tuffarci in uno dei capolavori della letteratura americana, presentato da Thomas
Stearns Eliot come “il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dopo Henry James".
Eccone un assaggio.
«Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai uscito di
mente. "Quando ti vien voglia di criticare qualcuno" mi disse "ricordati che non tutti a questo mondo hanno
avuto i vantaggi che hai avuto tu." Non disse altro, ma eravamo sempre stati insolitamente comunicativi
nonostante il nostro riserbo, e capii che voleva dire molto più di questo. Perciò ho la tendenza a evitare ogni
giudizio, una abitudine che oltre a rivelarmi molti caratteri strani mi ha anche reso vittima di non pochi
scocciatori inveterati.»
Un uomo che ha tempo per guardare i granelli delle stelle in una notte estiva e contempla la luce verde oltre
la baia, solo con il proprio sogno, la nostalgia infinita di un tempo e di un sorriso posseduto un giorno, cinque
anni prima: questo è Gatsby, questo è Fitzgerald. Quale occasione migliore, quindi, di questo film e della sua
attesa per lasciarci trasportare, dal libro da cui nasce, nel traffico di persone e automobili di lusso, vitalità e
storie che s’intrecciano, solitudini terribili, emarginazione e povertà e ancora ipocrisia e personaggi che
credono ostinatamente nell’amore, anche quello che autodistrugge. Meno di 200 pagine per sognare un po’ in
anticipo, aspettando quel 16 maggio, quando affonderemo la mano nei popcorn, condivideremo caramelle
con qualcuno o resteremo in silenzio con il cuore che batte, per l’impazienza o per la persona con cui
condivideremo questo momento. Allora avremmo già messo da parte il segnalibro, per lasciare che le luci si
spengano, quando si va in scena. Allora avremmo già girato l’ultima pagina, sapendo che il mondo odierno
deve restare fuori per fare posto all’America inarrestabile, il luogo e l’epoca sogno anche di chi non crede di
averlo. Allora, ma solo allora. Nell’attesa di vedere, dunque, leggiamo e immaginiamo.
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Topi e Jedi: Un conflitto d’interessi
Testo di—GIUSEPPE ORIGO
Il mondo sta andando a puttane.
Non è una frase fatta, non sono le parole di un vecchio sbiadito al bancone della soms fra un fernet e l’altro,
NO: la mia voce è quella di un ragazzo a cui la vita ha sempre dato tutto, che si è costantemente ostinato ad
osservare e a gustarsi il lato luminoso della luna (in culo ai Pink Floyd), che ha sempre amato crogiolarsi
nelle prospettive e nelle speranze di un futuro dorato, della pace e dell’ amore.
Ero una sorta di MetroHippie postmoderno, innamorato del cosmo, del fare l’amore con la mia esistenza,
dello stupirmi giorno per giorno del grande miracolo del creato.
Tutto questo fino ad oggi pomeriggio, fino all’ ultimo semitico oltraggio disneyano all’ Arte intesa come
suprema sintesi dell’ espressione umana: J.J. Abrams dirigerà il nuovo episodio di Star Wars.
Penso lo scriverò di nuovo, perché la cosa deve essere colta in tutta la devastazione che porta
conseguenzialmente con se: J.J. ABRAMS DIRIGERà IL NUOVO EPISODIO DI STAR WARS.
Joseph Aloisius Ratzinger non farà mai il Muezin.
Carlo Cracco non lavorerà mai in una Kebabberia.
Pikachu non presterà mai i suoi servigi a Digiworld.
Perché allora J.J. Startreck1e2 Abrams dirigerà il seguito di Star Wars? Quale infelice paralisi cerebrale
affligge i vertici di casa Disney, cosa mai può portare a una simile ossimorica decisione?
La “politica del merchandize” è una triste verità dell’ azienda americana: “La Maledizione Della Prima
Luna” è un capolavoro? Sputtaniamoli con altri 3 aborti di film così possiamo riempiri i Disney Store di
minijacksparrowdiplastica!! “Prince Of Persia” è la serie di videogiochi più innovativa e di tendenza del
momento? Rileviamo il marchio, facciamo un film (di merda) così possiamo, accanto ai
minijacksparrowdiplastica, riempire i Disney Store di minigigascorpionicazzutidiplastica!! “Star Wars” è più
conosciuto de “La Bibbia” ed “Harry Potter” (tanto questi non ce li vendono…ma ci lavoreremo)?? Andiamo
da quel vecchiosenzaDio di Lucas, compriamo il toto in blocco, e facciamoci un seguito, due seguiti, mille
seguiti così possiamo, accanto ai minijacksparrowdiplastica e ai minigigascorpionicazzutidiplastica, riempire
i Disney Store di miniJarJarBinksdiplastica (il Maestro Yoda era inflazionato e noi, alla Disney, abbiamo
l’occhio per i personaggi su cui vale la pena investire…)!!
Il piano di Topolino e company però è ben più malvagio e trascende quella che sarebbe una mera
compravendita del marchio al fine di ricavarne una spremuta di soldi… no… il topo bastardo vuole
disintegrare Guerre Stellari, umiliarlo e calpestarlo trasformandolo in un sottoprodotto da scaffale, affidando
a J.J. Abrams, orrendo sottoprodotto Trekkie, il seguito.
Una mossa tanto astuta quanto sadica, l’umiliazione finale del sogno fantascientifico di 3 generazioni nella
peggiore delle sue forme, svendendo la Morte Nera all’ Enterprise, Harrison HanSolo Ford a Leonard
MrSpock Nimoy.
Già la notizia, arrivata il 30 Ottobre scorso, dell’ acquisizione della LucasFilm da parte del colosso
Disneyano aveva fatto tentennare tutti noi fan, ma il massimo che ci saremo potuti immaginare era un nuovo
ottovolante a tema “Corsa Degli Sgusci” a fianco di Space Mountain, magali qualche spin-off su Topolino,
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avremo anche potuto accettare come “autoironia” un lungometraggio animato tipo “PaperWars: il signore dei
Toposith”, anzi, sarebbe anche stato simpatico… mai e poi mai però, neanche nel peggiore dei nostri incubi di
celluloide, ci saremo arrischiati ad immaginare tale umiliazione.
Perché qui non si parla più, come accadde con “Episodio Uno”, di abominio cinematografico anzi, J.J.
Abrams non sarà Spielberg ma ha anche prodotto delle cose interessanti (poche) e magari, tecnicamente, il
film verrà accettabile; qui siamo innanzi alla più totale demistificazione simbolica della saga, attuata nel più
meschino possibile dei modi.
Sogno la ghisgliottina innanzi al municipio di Topolinia, sogno una Paperopoli devastata dalla crisi
economica e un Paperone ormai fallito ridotto a svendere il suo impero per poche azioni Parmalat e a mettere i
suoi ultimi paperdollari in Monte Dei Paschi Di Siena, sogno le orde dei bianchi stormtroopers guidati da Lord
Darth Vader marciare su Disneyland, sogno la Millennium Falcon Devastata dai laser dell’ Alleanza Ribelle,
sogno l’azzurro fascio di luce della spada di Luke Skywalker fendere le morbide carni di paperi, topi e
vulcaniani dalle orecchie a punta…
Il mondo è in crisi, i Maya dopotutto hanno sbagliato di pochi mesi, si attendono abbondanti precipitazioni di
rane, cavallette e fiamme.
Se tutto questo non bastasse Noel Gallagher aprirà il live dei Blur alla Royal Alber Hall di Londra il
prossimo 23 marzo e, intervistato a proposito, ha asserito: “Se suoneremo insieme? E’ quello che spero, sono
contento che succeda: è sempre bello farsi una suonata tra amici”.
Pensateci.
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6 Gradi di Cinema
Rubrica di—LEONARDO MALAGUTI
LA COMMEDIA: Prima Pagina (di Billy Wilder, con Jack Lemmon, Walter Mattau,
Susan Sarandon, USA, 1974)
Il giornalista Ildy Johnson (J. Lemmon) , deciso a ritirarsi dalla professione, viene convinto dal suo squinternato direttore (W. Matthau) a scrivere un ultimo pezzo sull’esecuzione di un condannato a morte. Con esiti imprevisti. Wilder recupera un soggetto già
trasposto sul grande schermo da Milestone (The Front Page, 1931) e Hawks (La signora
del venerdì, 1940) e lo rielabora secondo il suo stile: il risultato è una commedia affilata
come un rasoio che non risparmia nessuno nel suo ritratto grottesco e ancor’oggi attuale
di un’America nevrotica, corrotta e contraddittoria. Con una regia a orologeria, una sceneggiatura infallibile e una coppia di protagonisti al proprio meglio, Prima Pagina è indubbiamente uno dei picchi della commedia à la Wilder.
IL DRAMMA: Interiors (di Woody Allen, Diane Keaton, Richard Jordan, Geraldine
Page, USA, 1978)
Tre sorelle si riuniscono attorno alla madre per aiutarla dopo che il marito l’ha lasciata,
ma quando quest’ultimo rivela l’intenzione di sposare un’altra donna, le speranze di
riconciliazione che ella nutriva vanno in frantumi, così come la famiglia attorno a lei.
Seconda grande cesura nel cinema di Allen, che abbandona del tutto i toni della commedia per rendere il suo personale omaggio a Bergman, confezionando un dramma asciutto, teso e carico di tutte quelle angosce che accomunano lui e il regista svedese. Forte di
una regia di grande impatto (anche grazie alla fotografia di Gordon Willis) e di un gruppo di attrici di prim’ordine, Interiors è un dramma di indiscutibile forza emotiva.
IL FILM DI GENERE: Il Grande Inquisitore (di Michael Reeves, con Vincent Price,
Rupert Davies, Ian Ogilvy, GB, 1968)
Nel 1645 in Inghilterra, durante la rivoluzione guidata da Cromwell, l’inquisitore Matthew Hopkins va a caccia di streghe da condannare a morte, rovinando la vita di un giovane ufficiale. Michael Reeves dirige un horror di rara bellezza, luminoso, naturalistico,
crudo, che offre uno spaccato storico violento e realistico capace di richiamare angosce
ancestrali. Vincent Price, costretto dal regista ad una recitazione sotto le righe, fa una
delle migliori performance della sua carriera, offrendoci un antagonista infernale che
rimane impresso nella memoria.
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IL PIACERE PROIBITO: Dick Tracy (di Warren Beatty, con Warren Beatty, Al Pacino,
Madonna, USA, 1990)
Il detective Dick Tracy, integerrimo tutore della legge, combatte ogni giorno con i boss della
malavita della città e in particolare con “Big Boy” Caprice, indiscusso signore del crimine.
Finché un nuovo bandito non arriva in città…Dimenticate Nolan, questo cinefumetto è un
trionfo di finzione: colorato, folle, divertente, un mondo dove tutto è a due dimensioni, compresi i personaggi, che sono buoni o cattivi, senza vie di mezzo. Una gioia per gli occhi e per
il cuore, capace di rendere tutto il gusto del fumetto originale regalando la sensazione di toccare con gli occhi inchiostro e carta stampata. Cast tutto di star capeggiato da un granitico
Beatty e da un Pacino a briglia sciolta.
LA GRANDE INTERPRETAZIONE: Diario di uno Scandalo (di Richard Eyre, con Judi
Dench, Cate Blanchett, Bill Nighy, GB, 2006)
Anziana insegnante di una scuola della periferia Londinese fa amicizia con una giovane collega. Se ne invaghisce, ma scopre che questa ha una relazione con uno studente così decide
di ricattarla. Un thriller psicologico brillante al servizio di due attrici straordinarie che intonano un duetto privo di stonature. Cate Blanchett nel ruolo dell’eterea ingenua è perfetta, un
angelo dissoluto di prorompente sensualità, mentre Judi Dench fa venire i brividi tanto è
inquietantante come vecchia zitella piccolo-borghese dalla sessualità repressa, rabbiosa e
manipolatrice. Una delle interpretazioni più intense degli ultimi anni.
IL CAPOLAVORO: Il Fantasma della Libertà (di Luis Buñel, Adriana Asti, Julien Bertheau, Adolfo Celi, FRA, 1974) Passeggiata nel surreale in quattordici episodi. Penultimo
film di Buñel e certamente una delle (tante) vette della sua cinematografia, è una carrellata
senza pause di genialità pura, a metà tra il grottesco, l’onirico e il demenziale. Ogni episodio
contiene in sé una carica anarchica capace di sovvertire le regole della società e della logica,
con una spontaneità è una leggerezza che lasciano di stucco per la loro capacità di scardinare
e mettere alla berlina l’ostentata serietà di un mondo (quello occidentale) ormai caduto nel
ridicolo. Quest’opera è più di un film, è una satira feroce, un quadro surrealista e il manifesto
felice e ribelle di un uomo che ha fatto dell’immaginazione il suo vessillo.
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The 2nd Law: storia di un miracolo
Testo di—GIUSEPPE ORIGO
Il 24 Settembre è successo: come Mosè portò le tavole
a un branco di pecorai in adorazione di un vitello d’oro, Matthew Bellamy e soci decidono di concedere a
noi, mondo di beduini musicali in adorazione di coprofonie dubstepfeat.Pitbull, il preascolto della loro ultima
opera.
Prima di premere il tasto play ho temporeggiato.
Avevo paura.
Le premesse mi avevano mozzato le gambe come tre
negroniincolonne: dal videopromo di “Unsustainable”
traluceva uno scivolone nel fecale mondo della New
Wave Elettronica made in Skrillex e, dopo il, in ogni caso discutibile, lavoro fatto con “The Resistance” ero
sicuro, certo, che la perfetta macchina Muse avesse iniziato come la F1Ferrari2012 a perdere colpi, ad abbandonarsi ad una bonaccia di misera mediocrità.
Preso coraggio ho schiacciato play.
53 minuti e 26 secondi dopo ho finito i giri del cilicio e son passato allo scudiscio nel disperato tentativo di
poter mondare, con la sofferenza fisica, la colossale blasfemia commessa dubitando del’operato del terzetto
britannico.
Signoreperdonamiperchèhomoltopeccato.
Sin dalla 007esca opening “Supremacy”, che avrei preferito all’aborto canoro di Adele scelto per i titoli di
testa dell’ultimissimo Skyfall, mi è stato chiaro che i Muse, fieri innovatori e ricercatori capaci di reinventare
e plasmare il Rock in un prodotto di qualità attento alle esigenze del mercato quanto a quelle dei gourmet più
di ogni altra formazione attuale (Chris Martin chi? Ah già, il marito di Gwyneth Paltrow!), sono tornati.
E non solo!
Cosa più sorprendente è il fatto che, con “The 2nd Law”, i Muse sono riusciti finalmente a contestualizzare
“The Resistance”.
Mi spiego meglio.
Il percorso dei Muse è palese a chiunque decida di affrontare l’opera discografica nella sua completezza in
ordine cronologico: Chiara è l’evoluzione stilistica che, di album in album, ne ha portato le sonorità ad evolversi da un rock grezzo e puro (“Showbiz” prima e “Origin of Symmetry” dopo, sebbene quest’ultimo introduca già elementi nuovi rispetto al predecessore), attraverso un lodevole “imbastardimento stilistico” a
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base di radici classiche e camei elettronico/fantascientifici sviluppato prima in “Absolution” e consolidato poi
in “Black holes e Revelation”, ad un perfetto melting pot stilistico rappresentato da “The 2nd Law”, il quale
però non sarebbe mai potuto esistere senza il giusto anello di congiunzione, senza “The Resistance”.
Tutto adesso quadra e i Muse lo sanno.
Escono allo scoperto con un album che coniuga perfettamente ricerca e innovazione lungo tutte le 13 tracce
che lo compongono, canzoni che citano la storia della musica moderna e non, che scavano nelle radici del pop
e del rock, attingendo la linfa dei due generi rielaborandola, riarrangiandola ma non camuffandola.
La voce di Bellamy, la pacchiana voce di Bellamy, è al massimo della forza, sostenuta da cori e liriche trionfali, coadiuvata dall’ inedito e ottimo esordio canoro di Wolfstenholme (piacevolissima sorpresa). I temi sono
alti, la denuncia globale è schietta ma senza un’ eccessivo abbandono a demagogie punk rock. I sintetizzatori
hanno un ruolo fondamentale e finalmente riescono a fondersi con il resto delle linee strumentali senza risultare decontestualizzati in alcun modo.
L’album in ogni caso non è semplice: per gradire al meglio dell’opera nella sua interezza sono necessari
(forse) più ascolti ed una buona infarinatura della produzione musicale di massa dagli anni ’80 ad oggi.
Menzione d’onore va inoltre al packaging scelto: minimale e sobrio per garantire più bassi prezzi di vendita,
mantiene comunque una certa eleganza presentando una “mappatura dei percorsi del cervello umano” tratta dal
lavoro dello Human Connectocome Project (non serve sparare sul mercato tre album mediocri a distanza di un
mese l’uno dall’altro per essere dei fenomeni musicali, per scrivere la storia del suono, vero Green Day?).
Nel grande supermercato che è diventato il Nostro mondo, dove la globale commercializzazione cosmica ha
reso reperibile ogni prodotto in versioni “ad altissima digeribilità” (Vuoi sesso? Guardati la Tommasi o leggiti
le “50 sfumature di grigio”, Vuoi innamorarti? Cambia “situazione sentimentale” su Facebook, vuoi fare la
rivoluzione? Vota Grillo!) è bello trovare un prodotto di qualità alta, un tartufo solitario sullo scaffale della
musica in mezzo ad un mare di scatolame a brevissima scadenza.
“Nell’ Estate 2013 conquisteremo Roma!” (Matthew Bellamy)
I MUSE saranno in Italia quest’ estate:
28 / 6 / 2013 Stadio Olimpico, Torino
29 / 6 / 2013 Stadio Olimpico, Torino
6 / 7 / 2013 Stadio Olimpico, Roma
È probabile, ma ancora incerta, una 4a data a Milano che verrà successivamente annunciata
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La Torre D’ Avorio
Testo di—Edoardo righini
LA TORRE D’AVORIO, fatica letteraria e teatrale del maestro Ronald Harwood, è lo spettacolo che verrà
portato in scena da Luca Zingaretti, nel duplice ruolo di regista e attore, al Teatro Comunale di Ferrara il
prossimo 16 Aprile. La cosa suscita immediatamente due considerazioni. La prima: l’arte è più forte dei
disastri. Il teatro Comunale, infatti, danneggiato dal sisma che ha colpito tutta la regione, ha rischiato di essere
chiuso per l’intera stagione. Fortunatamente, invece, anche sulle macerie di una ferita ancora aperta, il teatro
continua a parlare e a raccontare, facendolo, peraltro, attraverso interpreti d’eccezione, come il già citato
Zingaretti e il solido Massimo de Francovich. Se a questi ci si unisce la penna accuminata e tormentata di
Harwood, il risultato è un tridente da Coppa del Mondo. La seconda: l’interrogativo centrale dell’arte resta
sempre l’arte, che dell’opera è la vera protagonista.
In una Germania uscita dissanguata dal secondo conflitto mondiale, proprio durante la caccia ai nazisti, che
porterà al drammatico processo di Norimberga, uno dei simboli della cultura tedesca per eccellenza, il direttore
d’orchestra Wilhelm Furtwängler viene accusato di connivenza proprio con il regime nazista, da cui, per altro,
egli ha sempre preso le distanze. La trama narrativa è chiaramente una scusa per affrontare un tema più che
attuale. Il rapporto tra l’arte e il potere e più in generale il rapporto tra arte e società. Può, infatti, l’arte essere
un’entità adimensionale, tutta spirito e niente carne? Il contesto sociale in cui l’opera d’arte viene concepita è
un elemento inseparabile da questa, imprescindibile per il suo concepimento e per la sua realizzazione, o
invece è un elemento spurio, che falsa la sacralità dell’intuizione artistica, rendendola soltanto merce di
consumo? E ancora, l’arte, dall’alto della sua forza comunicatrice strepitosa può permettersi di non essere
sociale, se non addirittura politica? In un momento come il nostro, in cui la politica invade le nostre vite,
l’artista deve far sentire la sua voce o, all’opposto, deve allontanarsi dalle fangose contingenze e fornire una
via di fuga dal reale? Soprattutto, una volta che ha deciso di non fuggire dagli affari contemporanei, l’artista
può pretendere di essere immune dalle conseguenze naturali dello schierarsi, compresi i giudizi in tribunale o
per lui valgono regole differenti? Chiaramente ( e furbescamente) Harwood non risponde a nessuno di questi, e
di altri, quesiti, ma anzi, incalza lo spettatore con continue provocazioni e attraverso l’antitesi irrisolta dei due
personaggi. In tale ottica, la costruzione dei due protagonisti mette bene in luce le loro inconciliabili
personalità: da un lato estro, cultura, sensibilità e disperazione, dall’altro pragmatismo, ignoranza,
superficialità e indifferenza.
L’arte deve essere indipendente, è chiaro. Ma allora l’arte compiacente ad un regime, qualunque esso sia, non
è più arte? Ma essere indipendente non vuol dire anche essere libero di assoggettarsi al potere? Da qui in poi si
potrebbe aprire una lunga e probabilmente infruttuosa disquisizione sulla natura stessa dell’arte, ma questo non
è certamente né il luogo né il momento. Ciò che rimane è la sensazione che continuare a farsi domande sia
l’atteggiamento esistenziale che più avvicina a cogliere una qualche verità sull’arte, sempre ammesso che i due
concetti non siano lontani come due rette parallele.
La tentazione che ci lancia l’autore è quella di fare una scelta di campo ( a dire il vero un po’ pilotata) tra i due
schieramenti avversi, che potrebbero benissimo essere rappresentati dai due protagonisti. Ma si sa, gli artisti
son tutti imbroglioni e non bisogna cedergli. La verità l’arte sta sempre nel mezzo (oltre lo spettatore e poco
prima del palco, per avere anche un riferimento spaziale).
LA TORRE D’AVORIO, fatica letteraria e teatrale del maestro Ronald Harwood, è lo spettacolo che verrà
portato in scena da Luca Zingaretti, nel duplice ruolo di regista e attore, al Teatro Comunale di Ferrara il
prossimo 16 Aprile. La cosa suscita immediatamente due considerazioni. La prima: l’arte è più forte dei
disastri. Il teatro Comunale, infatti, danneggiato dal sisma che ha colpito tutta la regione, ha rischiato di essere
chiuso per l’intera stagione. Fortunatamente, invece, anche sulle macerie di una ferita ancora aperta, il teatro
continua a parlare e a raccontare, facendolo, peraltro, attraverso interpreti d’eccezione, come il già citato
Zingaretti e il solido Massimo de Francovich. Se a questi ci si unisce la penna accuminata e tormentata di
Harwood, il risultato è un tridente da Coppa del Mondo. La seconda: l’interrogativo centrale dell’arte resta
sempre l’arte, che dell’opera è la vera protagonista.
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In una Germania uscita dissanguata dal secondo conflitto mondiale, proprio durante la caccia ai nazisti, che porterà
al drammatico processo di Norimberga, uno dei simboli della cultura tedesca per eccellenza, il direttore d’orchestra
Wilhelm Furtwängler viene accusato di connivenza proprio con il regime nazista, da cui, per altro, egli ha sempre
preso le distanze. La trama narrativa è chiaramente una scusa per affrontare un tema più che attuale. Il rapporto tra
l’arte e il potere e più in generale il rapporto tra arte e società. Può, infatti, l’arte essere un’entità adimensionale,
tutta spirito e niente carne? Il contesto sociale in cui l’opera d’arte viene concepita è un elemento inseparabile da
questa, imprescindibile per il suo concepimento e per la sua realizzazione, o invece è un elemento spurio, che falsa
la sacralità dell’intuizione artistica, rendendola soltanto merce di consumo? E ancora, l’arte, dall’alto della sua
forza comunicatrice strepitosa può permettersi di non essere sociale, se non addirittura politica? In un momento
come il nostro, in cui la politica invade le nostre vite, l’artista deve far sentire la sua voce o, all’opposto, deve
allontanarsi dalle fangose contingenze e fornire una via di fuga dal reale? Soprattutto, una volta che ha deciso di
non fuggire dagli affari contemporanei, l’artista può pretendere di essere immune dalle conseguenze naturali dello
schierarsi, compresi i giudizi in tribunale o per lui valgono regole differenti? Chiaramente ( e furbescamente)
Harwood non risponde a nessuno di questi, e di altri, quesiti, ma anzi, incalza lo spettatore con continue
provocazioni e attraverso l’antitesi irrisolta dei due personaggi. In tale ottica, la costruzione dei due protagonisti
mette bene in luce le loro inconciliabili personalità: da un lato estro, cultura, sensibilità e disperazione (il direttore
d'orchestra), dall’altro pragmatismo, ignoranza, superficialità e indifferenza (l'ispettore americano).
L’arte deve essere indipendente, è chiaro. Ma allora l’arte compiacente ad un regime, qualunque esso sia, non è più
arte? Ma essere indipendente non vuol dire anche essere libero di assoggettarsi al potere? Da qui in poi si potrebbe
aprire una lunga e probabilmente infruttuosa disquisizione sulla natura stessa dell’arte, ma questo non è certamente
né il luogo né il momento. Ciò che rimane è la sensazione che continuare a farsi domande sia l’atteggiamento
esistenziale che più avvicina a cogliere una qualche verità sull’arte, sempre ammesso che i due concetti non siano
lontani come due rette parallele.
La tentazione che ci lancia l’autore è quella di fare una scelta di campo ( a dire il vero un po’ pilotata) tra i due
schieramenti avversi, che potrebbero benissimo essere rappresentati dai due protagonisti. Ma si sa, gli artisti son
tutti imbroglioni e non bisogna cedergli.
La verità l’arte sta sempre nel mezzo (oltre lo spettatore e poco prima del palco)
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PlayList:
un goffo abbordaggio
Testo di - GIUSEPPE ORIGO
Da i-tunes a Spotify, da Youtube a SoudCloud, la playlist è un moderno atto di iperbolico egocentrismo: dall’ alto di un cazzo Io, mr nessuno, ho la pretesa di consigliare a te, individuo pensante, quale musica ascoltare, atteggiamento a mio parere bieco, meschino.
La musica ascoltata è, in un certo qual modo,
emanazione della propria individualità, e la pretesa di “dare consigli” a tale proposito è un atto di
immenso egocentrismo: COSA ME NE FREGA DI
QUELLO
CHE
ASCOLTI
TE?!
Dopotutto viviamo nell’epoca di Instagram, in cui
condividere, anzi, imporre al web una foto della
propria colazione abilmente ritoccata con l’ onnipresente EFFETTO SEPPIA, magari accompagnando il tutto con una citazione random di Bukowski (anche se 90 su 100 non sappiamo chi sia,
ma dopotutto “faffigo”) è all’ ordine del giorno, dove blog, photogallerys, ask.it e album telematici
sono facili espressioni di ego smodati intrappolati
da timidezze abissali che precludono ogni tipo di
relazione diretta, esplodendo in giro per la rete in
vomiti egocentrici: IO sono un inguaribile egocentrico, quindi, perché no? Ecco imposta e stampata, nero su bianco, la mia playlistnonrichiesta, perché non sono nessuno, ma l’intermediario cartaceo mi da l’illusione di “starci dento”.
La PlaylistNonRichiesta di questo numero è la
“Playlist del Goffo Abbordaggio” ovvero il mio abituale (che si possa credere o meno tengo in macchina un CD con queste canzoni, che per l’appunto uso per “goffi abbordaggi” [percentuale di successo vicina allo 0%]) iter musicale verso la copula, sempre e comunque nel segno della musica
di qualità.
. Bia, la sfida della Magia (Andrea Lo Vecchio e i Piccoli Stregoni)
-BieAAAA Bie-a e ba be bi-ei ba-be-be Ba bebibebibo, biea-bu-bu babe-bi-bo buPrima subdola mossa quella della Sigla Del Cartone Animato: “si, sono un tipo autoironico e ancora legato all’ infanzia, un tenerone!” (penoso, ma paga, sostituibile a piacimento con “Rossana dai
Pensaci Un Po Tu”) [N.B. evidenziare vocalmente l’assenza di complessi di Edipo, onde evitare
fraintendimenti]. In questo specifico caso non è solo una canzoncina ma “La Sigla”, piccolo capolavoro e evidente plagio Branduardiano.
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. Il Mondo Prima (i 3 Allegri Ragazzi Morti)
Spiazza subito, un agile pezzo da novanta di questo calibro che, notasi bene, è sia un pezzo di
una band ottusamente artigliata all’ underground come la combo di Toffolo e soci (la milanesotta
hipster apprezza), sia un tormentone pluriabusato dalla grande distribuzione e fortemente orecchiabile (anche se non è una milanesotta hipster, apprezza lo stesso).
. Digital Love (DaftPunk)
L’ elettronica è ormai fenomeno di massa: se dobbiamo ascoltarla, tanto vale farlo con stile rivolgendoci a chi ha dato vita a tutta la wave europea (e globale). Spudoratamente bella, senza bisogno di riesumare la solita trita e ritrita “harder, better, faster, stronger”.
Piace a tutti e tutte, dai Magazzini a Corso Como.
. Il Cerchio della Vita (Ivana Spagna)
Dicesi “Giocare Scorretto”: uno potrebbe cercare di mantenere un minimo di dignità scegliendo, a
questa, l’originale di Elton John, MA NO! Tanto vale essere pusillanimi fino in fondo e scegliere di
non esporsi neanche al più effimero rischio di “wow, è una figata ma non è che la hai anche in italiano?”. La canzonissima che si canta per forza, è più forte sia di te che di lei e non potete fare a
meno di buttarvi in un duetto canoro oratoriale. Il resto vien da se.
. I Was Made For Loving You Baby (KISS)
Quelo che doveva succedere è ormai successo, la sigla Disney, si sa, non lascia scampo e inebriati dall’ ormone (e probabilmente dal forte imbarazzo conseguente la pomiciataDisney) tanto
vale abbandonarsi alla linea di basso più bella della storia del rock, al capolavoro dell’ amore borchiato 80s.
. Pezzo Random di Max Pezzali e gli 883 (variabile, a seconda di quanto accaduto durante i
KISS, da “Nessun Rimpianto” a “Come Mai” [in casi estremi “La Regola Dell’ Amico”])
Petrarca Contemporaneo, il bruttomabravo Max Pezzali si è fatto cantore e cupido della mia generazione e in genere dell’ ormone pubere di ogni oggi. È andata bene ed è nato qualcosa? Bene,
mentre la accompagni a casa ve lo ascoltate e cantate insieme! È andata, presumibilmente, male?
Bene mentre torni a casa te la ascolti e te la canti.
Max è la panacea ad ogni male: dal NonAmore all’ Amore.
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Com’è difficile fare TV oggi
Testo di—CAMILLA ABRUZZESE
Un incendiario, un sovversivo. Un appartenente alla mafia degli intellettuali liguri che “rompe il giocattolo
della TV” – a detta di Antonio Bozzo (uno dei più noti giornalisti italiani, nda) – con un libro dal titolo netto e
non equivoco: “Televisione”.
Carlo Freccero infiamma con la sua verve la libreria Egea di Milano destreggiandosi tra i commenti e le
opinioni di giornalisti televisivi e professori universitari. E d’altronde chi avrebbe potuto mettere in ordine i
fondamenti del più diffuso dei mass media se non chi ne è stato un testimone della nascita e della sua
evoluzione? Ne dà conferma la sua carriera da autore televisivo ed esperto di comunicazione, che vanta il
ruolo di direttore in numerosissimi palinsesti, nonchè quello di attuale direttore di Rai 4. Negli ultimi tempi
sono sempre più coloro che, con un gusto quasi radical-chic da intellettuale anticonformista, affermano con
orgoglio di non guardare mai la televisione, eppure Freccero smonta questa moda con un assunto banale
quanto essenziale: la lontananza dalla TV ci pone più lontano dalla realtà di quanto non lo faccia la realtà
stessa. E non è tutto: Marco Gambaro, professore di economia all’Università degli Studi di Milano, riesuma
una statistica che si pronuncia in maniera chiara affermando che guardare la televisione è la seconda azione
più eseguita nell’arco della giornata dopo il dormire. Guardiamo lo schermo mediamente quattro ore al giorno,
al contrario delle due ore che tutti credono, frutto di un errore di percezione più che di calcolo. È il tipico mass
media che fa breccia nella nostra quotidianità anche se non ce ne accorgiamo. La TV accesa mentre lavi i piatti
o mentre cucini, il sottofondo musicale delle pubblicità che hai imparato a memoria non si sa come né quando,
eppure giureresti di non guardare mai un programma dall’inizio alla fine, perché occuperebbe un tempo a
disposizione che non hai. Nella realtà dei fatti, la televisione non è vissuta come impiego volontario del tempo
libero, quanto come “sotto-presenza” durante le azioni di tutti i giorni, ed è anche per questo che quando
Freccero ne parla sconfina in argomenti di politica o di attualità, perché risulterebbe impossibile parlare di TV
senza parlare di stato culturale del paese. Oltre che di stato culturale, è peraltro la descrizione di un popolo:
essenzialmente non è un mezzo di comunicazione che trasmette cultura, altrimenti non si spiegherebbe perché
in 50 anni dalla sua nascita non ci sia stato un avanzamento intellettuale degli italiani; è però ancora utilizzato
dal 75% dei cittadini per informarsi. E si infiltra nel tessuto sociale plasmando gli individui in un corpo a
corpo. Fa rivivere uno specchio della nostra civiltà, perché eventizza oltre i limiti, perché crea scontri (in
politica soprattutto), perché non crea una forma dialogica ma è sempre più monologhista, esattamente come il
suo popolo di fruitori.
È così che Freccero intende analizzare la questione, partendo dal basso e costruendo una prospettiva fatta di
aneddoti e riferimenti autobiografici di chi ha vissuto sulla propria pelle i cambiamenti di un media in costante
evoluzione. E lo fa “tirando fuori la sua anima da maestro elementare”, come dice Aldo Grasso (critico
televisivo e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, nda), ma anche andando a centrare il
problema principale della vexata quaestio: la televisione deve catturare lo spirito del tempo. Ed è per questo
che gli rendono grazie giornalisti come Antonio Bozzo, perché con il suo mestiere ci inzuppa il biscotto in
quella macchina creatrice di grandi narrazioni, ma… c’è un ma. Gianni Canova - docente di Storia del cinema
e Filmologia, e preside della Facoltà di Comunicazione, relazioni pubbliche e pubblicità, presso l’Università
IULM di Milano - sottolinea quel calo strutturale che Freccero ha fatto emergere nel suo libro e che, a suo dire,
è da imputare all’aspetto conservatore, incapace di innovare la comunicazione di un paese. Rincara inoltre la
dose la mente economica di Gambaro evidenziando come le TV pubbliche abbiano oggi degli apparati troppo
pesanti, impensabili rispetto all’innovazione tecnologica degli ultimi anni. Ed è proprio la tecnologia, infatti, a
fare da antagonista al sistema, perché di fatto non c’è un calo nei consumi, si potrebbe anzi dire che non si
sono mai visti tanti film come ora, è cambiato però il palinsesto: il consumatore non va più al cinema ma
decide quando e come vedere il film grazie ad internet e ai tablet. Il nuovo contesto spinge sempre più verso
l’esigenza di un’interazione coi new media, che modernizzino il più antico dei mezzi di comunicazione di
massa, perché solo così si potrà creare un’audience attiva, partecipe, dove il fruitore finirà con lo scambiarsi i
panni con il produttore.
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Il cassetto di Franca Sozzani
Testo di—STELLA MELE e FRANCESCA BERNASCHI
VIDEO: SOZZANI INCONTRA IL FAI 
"Se uno si alza al mattino, lo fa o per i soldi, o per il potere!" ha affermato la Sozzani, e
lei lo sa bene: nella sua vita è riuscita a conciliare lavoro e famiglia, la carriera da
direttore della Bibbia della moda per eccellenza, Vogue, e la maternità.
La Sozzani è la rappresentazione vivente del detto "volere é potere" coniugato alla
passione e all'impegno, gli ingredienti, più magici che segreti, i quali contribuiscono a
rendere non solo qualcuno un "primus inter pares" ma dá la possibilità di raggiungere
traguardi importanti e riconoscimenti a livello nazionale e internazionale che gratificano
i numerosi sacrifici compiuti.
Non solo vestiti lunghi e griffes: Chiara Modini
Testo di—FEDERICA ABBINANTE
Dall’altro capo del telefono mi risponde una voce calda e vivace: è Chiara Modini , direttore responsabile di
Fashion, una delle riviste italiane diffuse a livello internazionale.
Per tutti coloro che non sanno di cosa sto parlando, Fashion è un magazine che analizza il mondo della moda
sotto un profilo prettamente economico, essenzialmente rivolto ad un target ristretto di pubblico, in cui figurano
imprenditori, manager di moda, stilisti, buyer ed enti organizzatori di fiere. Strategie aziendali, quotazioni, lotta
alla contraffazione, incidenza della crisi: solo alcuni esempi delle tematiche riferite al settore della moda che si
possono trovare nel magazine. C’è anche un sito internet correlato (http://www.fashionmagazine.it/), che mette
a disposizione una moltitudine di informazioni: sfilate in diretta, fotogallery, sondaggi e appuntamenti, oltre a
tutte le news della testata.
La diversità di Fashion risiede anche nella distribuzione, che avviene principalmente su abbonamento, e nella
flessibilità di tiratura: gli articoli proposti, infatti, seguono di volta in volta l’operatore moda, andando a
soffermarsi su un particolare evento in fase di svolgimento in un determinato momento e luogo. Ad esempio, un
recente numero del giornale si è concentrato interamente sull’analisi dell’evento Pitti uomo a Firenze, o ancora
sulle settimane della moda nei diversi Paesi del mondo. Infatti, la rivista raggiunge sia gran parte dei Paesi
europei, che Paesi internazionali quali Stati Uniti e Medio Oriente in quattro numeri in italiano-inglese, Russia
in due numeri nella versione italiano-russo, e Cina nell’ idioma corrispondente.
Federica Abbinate: il punto di forza della rivista è l’unione tra moda ed economia, due mondi che
apparentemente sembrano molto lontani tra loro. Come si riesce a combinare questi due campi rendendo
interessanti i contenuti sia per gli amanti della moda meno esperti di economia, che per gli economisti con
meno conoscenze del mondo fashion?
Chiara Modini: In realtà il giornale nasce proprio con l’idea che “la moda è economia” , e per il target di
pubblico a cui si rivolge, nonostante il gusto e la creatività siano due aspetti rilevanti, ciò che conta è come il
fenomeno della moda si traduca in fatturato, come si evolvono le varie categorie merceologiche. E’ l’andare
oltre il glamour ed il mero vestito, e capire il perché del piano strategico di un particolare brand.
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FA: Fashion è una rivista di grande successo,emblema del fatto che nei nostri tempi il campo culturale è
assolutamente imprescindibile da quello del management e delle strategie aziendali. Cosa ne pensa del
progetto di creare una rivista universitaria orientata unicamente a
diffondere l’interesse nella cultura tra i nostri coetanei, analizzata anche
nei suoi fattori economici, come REVOLART, la nostra rivista, si propone
di fare?
CM: Sono pienamente d’accordo con questa idea, poiché penso che il
management non può esistere senza cultura, senza un’ampia conoscenza. Ma
in realtà ciò che secondo me è fondamentale è la curiosità, che spinge ad
aprire la mente e poi, inevitabilmente, ad impiegare tutto ciò che si sa, nel
campo lavorativo. Solo così si possono ottenere dei risultati ricchi e
soddisfacenti.
FA: A proposito dei giovani: negli ultimi tempi uno degli argomenti più
discussi riguarda la disoccupazione giovanile in Italia, che secondo le
statistiche si aggira intorno al 40% : si sostiene che le imprese italiane non
sono in grado di trattenere i talenti al loro interno, che così preferiscono
fuggire all’estero. Qual è lo spazio che viene dato ai giovani nella sua
redazione?
CM: La nostra rivista è apertissima ad accogliere i giovani (che sono
richiestissimi come stagisti) e sempre pronta a ricevere una ventata di aria fresca che può anche introdurre
aspetti innovativi all’interno dell’azienda. E poi bè, devo ammettere che nonostante queste prospettive
abbastanza demoralizzanti, per esperienza personale sono molto positiva circa il futuro dei giovani. E’ vero,
non vivete in un contesto incoraggiante, ma credo che ci siano molte chance per tutti quelli che hanno davvero
la voglia di lavorare e di mettersi in gioco; sono convinta che, nonostante tutto, chi vale davvero riuscirà a
trovare la propria strada e a raggiungere il proprio obiettivo. L’importante è crederci e volerlo davvero, ma
soprattutto ad essere disposti anche a dei piccoli sacrifici.
FA: In particolare si è detto che ai giovani di oggi manca la giusta formazione che possa prepararli al
lavoro. Quali sono le competenze che vengono richieste ai giovani per lavorare all’interno di “Fashion”?
CM: Potrà sembrare una risposta banale, ma per lavorare in “Fashion” serve prima di tutto una cosa, saper
scrivere. Poiché, come si sa, è questo quello che viene richiesto ad un giornalista, ed in realtà io credo che
questa sia una dote naturale, che può essere solo nutrita e affinata con la pratica e la formazione. In secondo
luogo, come ho detto prima, serve curiosità. Tanta. Io la considero la “madre di tutte le virtù”, poiché al di là
di tutte le capacità, è solo questa che spinge alla voglia di scoprire e di interessare.
FA: Ed in particolare, cosa si fa per formarli e renderli competenti al lavoro da svolgere?
CM: In realtà ciò che ci preme maggiormente è che i nostri giovani collaboratori possano lavorare sul campo
e fare esperienza. Solo così riusciranno ad avere una solida preparazione per il lavoro, ed è anche per questo
che gli stagisti sono richiestissimi. Perciò un mio modesto consiglio per tutti voi, è di cercare tutti i modi
possibili per poter applicare quel che studiate sui libri. In questo modo arriverete più sicuri nel mondo del
lavoro.
Disponibile, esaustiva e chiara (di nome e di fatto), la Modini è riuscita in poche parole ad evidenziare il
cambiamento di una società in cui ormai la cultura è diventata oggetto dell’analisi delle logiche di mercato.
Non per questo deprivata del suo reale significato, in un mix equilibrato, essa può essere, anzi, valorizzata
maggiormente.
Ed è proprio questa la mission di “Fashion”. Leggere per credere.
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Let’s - SWAP - Party!
Testi di—FRANCESCA BERNASCHI
Come nella civiltà babilonese vigeva la legge che “occhio per occhio, dente
per dente”, così negli swap party, l’imperativo è “borsa per scarpe, bracciale
per spilla”.
Sicuramente meno dolorosi e categorici della sentenza di Hammurabi, gli
swap party rappresentano una delle nuove tendenze della moda: quella del
baratto.
Si tratta di un baratto decisamente innovativo e frizzante: non vi piace più
quella camicetta comprata un paio di anni fa ai saldi estivi ad un prezzo ultra
scontato e desiderate una borsa nuova, ma il vostro portafoglio è vuoto e la
carta di credito in sciopero? Cercate uno swap party e magari troverete quel che cercate.
Il periodo più indicato per partecipare e, perché no, organizzare uno swap è sicuramente quello del cambio di
stagione: ci si rende immediatamente conto di quanti siano gli indumenti abbandonati, randagi nell’armadio e
di quelli di cui si ha, o meglio, si è convinti di dover avere perché proprio non se ne può fare a meno.
Per quando riguarda la location dell’ evento possiamo dire che sia ogni volta diversa, quasi random: potrebbe
svolgersi in casa, in palestra, nella sala di un bar accompagnato da un happy hour…l’importante è rinnovare
l’armadio, poco importa dove ma pur sempre all’insegna del divertimento e del relax.
Pochi sono i dettami degli swap, ma uno è sicuramente di fondamentale importanza, poiché riguarda ognuno
dei partecipanti: tutti devono portare qualcosa, facendo attenzione che vestiti e accessori siano in buono stato
e non semplicemente tirati a lucido per l’occasione.
Il fenomeno dello swap si sta allargando anche al mondo virtuale dove proliferano siti come
www.swapclub.it dove, registrandosi, è possibile entrare nel giro degli scambi telematici. Attualmente nel
sito sono attivi quasi 6000 swapper, con una media di 1400 oggetti in scambio contemporaneamente.
Ecco che in tempi di crisi e di risparmio, una delle frasi preferite dalle nonne torna alla ribalta: “non si butta
via niente”. Ma proprio niente, meglio andare ad uno swap party e scambiarlo!
La Moda Responsabile
Per fare l’albero ci vuole il seme e per preservare l’albero ci vuole la moda sostenibile, aggiungerebbero Salvo
Testa e Francesca Romana Rinaldi, autori di “L’impresa moda responsabile” edito da Egea (€30).
I contenuti non si limitano alla carta stampata ma sono integrati da un supporto multimediale contenente video
e foto.
“Economicità, etica, estetica” è il motto, l’emblema della nuova visione di moda sostenuta nel libro. Si
sottolinea l'importanza della nascita di una nuova forma di gestione che coinvolga stakeholder interni ed
esterni affinché venga ottimizzato l’uso delle risorse ambientali e si istituisca anche un diverso rapporto fra
aziende e clienti, in cui questi ultimi siano messi al centro.
Da quasi 30 anni non si affacciano sulla scena italiana modelli innovativi per la gestione del fashion. Ci si
rinnova lentamente, ma senza avere il coraggio di mettersi in gioco e cambiare veramente.
Fra i primi a sperimentare un modello simile a quello descritto dai due autori, troviamo la Illy, noto marchio di
caffè, che attraverso una relazione diretta con i coltivatori di caffè e la nascita di una vera e propria “Università
del Caffè” (in Etiopia) vanta le migliori materie prime nel suo campo.
Illy non è solo sinonimo di caffè ma anche di arte: nel 2003, è stato stretto un sodalizio con la Biennale di
Venezia che ha portato alla creazione delle famose tazzine decorate, caratteristiche e alla nascita di una
piattaforma online che mira a mettere in contatto gli artisti del sud del mondo con galleristi affinché possano
promuovere i loro lavori.
Al termine della presentazione è intervenuto lo stilista umbro Brunello Cucinelli che per la sua azienda ha
pensato ad un’organizzazione del personale basata su un rapporto di fiducia reciproca e che punti a riconoscere
giusta dignità alla figura del lavoratore e cercare di alleggerire ore e carichi di lavoro.
E i giovani quali carte dovrebbero giocare per emergere? Cucinelli risponde “Andate contro i genitori, fate ciò
che sentite fatelo al meglio delle vostre possibilità”. Salvo Testa ribatte, tenendo i piedi per terra: “Bisogna
conoscere le regole e avere il coraggio di scardinarle a proprio favore, sapendo combinare l’economicità con
gli altri valori umani.” E Francesca R. Rinaldi non manca di ricordare l’ingrediente magico, la passione, quella
marcia per riuscire ad ingranare più facilmente nel mondo della moda, come in qualsiasi altra attività.
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Concept Store Milano
Testi di—STELLA MELE
Il concept store è un punto vendita caratterizzato dall’eterogeneità dei prodotti, scelti sulla base di un concetto determinato, che individui uno stile preciso che si rifletta anche nell’architettura e nell’arredamento, e
che possa coinvolgere il consumatore in un’esperienza unica.
Nasce come strategia di marketing per cui “il punto vendita deve trasformarsi in un vissuto personale dei
clienti carico di fascino, tanto da indurli a diffondere presso i loro conoscenti il desiderio di sperimentare la
stessa immersione in un’avventura di shopping carica di glamour”.(Wikipedia)
NONOSTANTE MARRAS
Non solo un negozio, ma un punto d’incontro. Volutamente lontano dal trambusto cittadino, negli ambienti
di un’ ex officina, apre poco più di un anno fa il concept store (non) voluto dallo stilista di Alghero Antonio Marras. I
muri scrostati riprendono vita, tra ampie finestre, lampadari
dalle forme di grandi abiti, una strana libreria nata dall’assemblaggio di cassette di legno arrivate da una fabbrica di
aghi del biellese, vecchi mobili, ceramiche, fiori, oggetti di
recupero, stampe e foto d’epoca custodite sotto ampie campane di vetro, tra eccentrici abiti e strani libri, tra vecchi divani
malandati, quadri e foto d’autore.
Biblioteca, sala da tè, boutique, galleria d’arte, dove passare
un bel pomeriggio, sorseggiando un bicchiere di vino, o degustando un buon pezzo di torta.
Via Cola di Rienzo,8
Tel: +39 02 76 28 09 91
aperto dal martedì al sabato, dalle 10.00 alle 19.00.
Sito web: www.antoniomarras.it/it/nonostantemarras.aspx
Aperto dal martedì al sabato dalle 10 alle 19
Prezzi: 4€ il tè e 5€ la torta.
AGUA&FOOD AGUA&MORE
Un concept store sperimentale che accosta l’abbigliamento maschile contemporary chic ai prodotti tipici
piacentini: salumi, miele di acacia, di tiglio e di castagno, formaggio e il cioccolato Bardini fatto a mano si
incontrano e armonizzano con prodotti artigianali per l’uomo minuziosamente selezionati, dalla scarpa alla
pashmina rigorosamente italiane, lane e cashmere, sportswear dalla linea pulita, dal denim made in Japan
alle calzature MOMA. E’ l’artigianalità il ponte trai due mondi.
Particolare interesse è dedicato anche all'arte con un’esposizione e vendita di materiale fotografico di gran
ricerca, ed al film in bianco e nero (durante la giornata vengono proiettati i grandi classici della storia accompagnati dalle note di musica classica).
“Il desiderio – spiega Passera (imprenditore ideatore di questo spazio) – che muove
Agua&Food è attraversare incolumi un intero secolo, abbracciare più generazioni con cui condividere i
sentimenti del passato anticipando il tempo del cambiamento”.
Agua&food ci ricorda che il know how, la genuinità e la sapienza sono ancora delle eccellenze da cui non
dobbiamo e non possiamo prescindere.
Via Cesare Correnti 28
20123 Milano (MI)
Tel: 02.89.41.53.63
Apertura: dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 14 e dalle 15 alle 19.30
il sabato dalle 10 alle 19.30
Prezzi: da 5 a 1000 euro
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BAHAMA MAMA
Beauty concept store, Bahama Mama non è solo la tonalità di uno smalto, o il nome di un drink esotico, è un’
oasi felice nel cuore di Milano, è un nascondiglio dove rifugiarsi per un po’ di relax e per la cura del corpo,
ma anche dell’animo. Mentre ci si lascia coccolare con trattamenti per viso o corpo, mentre si aspetta che
asciughi lo smalto (Chanel, Essie, O.P.I), si può sorseggiare una tisana o uno smoothie, assaggiare dei prodotti tipici toscani, si possono sfogliare le pagine di famosi magazine internazionali e guardare un film, o
anche dare uno sguardo ai vari abiti e accessori vintage scelti direttamente dalla proprietaria: Gaia Venuti.
Viale Col Di Lana, 1
Tel. 02 89404538
Apertura: da martedì a sabato dalle 10 alle 20
mercoledì e venerdì fino alle 23
Sito web: http://www.bahamamama.it/bm/
Facebook: www.facebook.com/BahamaMamaMilan
Prezzi: Tisane e infusi 2€
Aperitivo Toscano 7€
French 4€
Cambio smalto 10€
Pulizia viso 50€
W MILANO
“Uno spazio dedicato alla casa, alla persona e al pianeta”.
200 mq in cui ci si può immergere alla ricerca di oggetti vintage, lampade, divani, vasi, complementi d’arredo, lanterne, una piccola selezione di accessori, occhiali di OtticaUrbani dalle eccentriche montature, sempre
circondati dai quadri della galleria N2 di Barcellona e da opere di artisti emergenti.
Accogliente anche il giardino interno, arredato con gelsomini e nespoli, tavolini e sedie, dove i clienti possono organizzare dei garage-sale, esporre e vendere mobili, e usufruire del wi-fi gratuito.
Via Washington 51
20146 Milano
Tel. +39 02 87 38 64 01
Sito web: www.wmilano.it
Aperto da martedì a sabato 10.00-19.30
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La mia Midnight in Paris
Testi di—Paolo Tarantini
Woody Allen lo aveva detto: Parigi dopo la mezzanotte è magica. Tutti dovrebbero vivere la propria
Midnight in Paris perché la notte, che è sempre stata di ispirazione per i grandi artisti, nella città d’arte per
eccellenza ha certamente qualcosa di diverso, basta attenzione. Sicuramente io non sono stato fortunato
come Owen Wilson, non ho incontrato Fitzgerald, Porter, Hemingway o Dalí, ma posso garantire che di arte
ne ho scovata parecchia. La scelta del luogo dove passare la midnight in Paris è essenziale, dunque
consiglio di munirsi di mappe e guide, non preoccupatevi di essere soli o con le persone sbagliate,
camminando per Parigi la compagnia giusta la si trova sempre. La mia notte è iniziata sulla metro blu per
raggiungere la fermata di Anvers, destinazione Montmartre, quale luogo migliore per passare una notte
magica se non il centro della vita bohémienne della Belle Époque? Per i più pigri per salire sul colle di
Montmartre è possibile prendere una funicolare, ma consiglio la lunga e piacevole scalinata che porta
direttamente alla Basilica del Sacro Cuore. Inutile descrivere la bellezza della vista notturna sui tetti parigini
e sulla loro incantevole architettura. Tranquilli: la strada da questo momento in poi sarà tutta in discesa, ma
mi raccomando occhi sempre ben aperti, le sorprese sono dietro l’angolo. Se sarete fortunati anche durante
le ore notturne troverete qualche artista dipingere per strada, ma prima di perdervi tra i vicoli di Montmartre
è d’obbligo fare tappa alla Creperie, una piccola e particolare creperia tappezzata di frasi e di fotografie,
dove potrete consumare il vostro spuntino di mezzanotte accompagnati dalla musica dal vivo, spesso jazz.
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La discesa dal colle di Montmartre è sicuramente la parte più bella e più interessante perché potrete
perdervi nelle numerose stradine dove troverete piccole case molto particolari. Ponete però grande
l’attenzione sui muri e sul pavimento ciottolato, scoprirete di certo le cose più curiose. Io, per esempio, mi
sono imbattuto in uno stencil davvero particolare che raffigurava una donna centauro con in groppa una
strana creatura somigliante ad un demone. Ebbene non è sicuramente il tipo di arte che un turista si aspetta
di trovare a Montmartre, ma un’immagine del genere e la storia che questa può racchiudere è capace di
suscitare curiosità davvero in tutti i passanti. Di stranezze come questa, però, se ne possono trovare davvero
molte, a partire da alcuni tombini a forma di dischi in vinile. Proseguendo la vostra passeggiata notturna,
molto probabilmente, finirete per trovarvi a Pigalle, il quartiere a luci rosse di Parigi situato proprio nelle
vicinanze di Montmartre, dove sarete travolti da personaggi bizzarri e nightclub molto particolari. Qui, oltre
ai numerosissimi pub, potrete trovare il locale notturno più famoso di Parigi, il Moulin Rouge, e il museo
d’arte erotica aperto fino alle due del mattino, dove potrete vedere opere d’arte di tutte le epoche e
provenienti da tutto il mondo. Questo è stato il tragitto della mia notte parigina, ma ovviamente la capitale
francese riserva molti altri luoghi fantastici. La cosa importante è camminare, camminare a lungo, anche
senza avere una meta precisa perché, in una città come questa, prima o poi rimarrete colpiti certamente da
qualche cosa e capirete di essere arrivati nel luogo giusto. Dunque, quando vi troverete fra le mani un
biglietto per Parigi, per una notte non prenotate alberghi o camere da letto, ma andate alla ricerca dei posti
che più vi potrebbero stupire, perché sotto il cielo stellato tutto ha un’altra luce.
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London Calling
Testi di—Federica Origgi
Una premessa è obbligatoria per voi che leggerete questa micro-guida di Londra: io ne sono perdutamente
innamorata. Avete presente quei posti cui vi sentite di appartenere? Quando vi dite “è esattamente ciò che
vorrei vedere ogni mattina, ogni giorno”? Beh per me quel posto è Londra. Quindi perdonate la visione
distorta, un po’ troppo di parte forse, e magari filtrate le mie parole. Io dalla mia cercherò di contenermi e
non esagerare con i “meraviglioso”, “bellissimo”, “stupendo” etc e proverò a fornirvi gli strumenti adatti a
godervi un break di più o meno quattro giorni (vedi mai che vi venisse voglia di partire per un week-end!).
Questi miei consigli sono fatti per godervi Londra anche in solitudine. Io sono partita sola per raggiungere
un’amica, che studiando non è sempre potuta essere con me: ma perdersi per le strade di Londra con il
giusto soundtrack è una cosa che consiglio caldamente a tutti. Quindi vi fornirò un’adeguata playlist se vi
andrà di ascoltarla.
Il primo consiglio che mi sento di fornirvi è di prepararvi con qualche giorno di anticipo al viaggio. Vedi:
leggete articoli, cercate i posti che vi sconfinferano di più e fatevi un mini-piano di viaggio (che ovviamente
finirete per non seguire). Sicuramente poi la maggior parte di voi volerà con compagnie low-cost che vi
faranno atterrare a Luton o Gatwick: per raggiungere Londra vi ci vorrà il treno o il bus, e se comprate i
biglietti con anticipo potreste risparmiare notevolmente. Internet potrebbe servirvi anche se siete
appassionati di teatro: potreste trovare buoni posti a prezzi accettabili, anche se c’è da tenere in conto che
per gli spettacoli che vanno per la maggiore, in particolare i musical, si spende un po’ di più. Inoltre
sappiate che la domenica la programmazione è praticamente nulla: vi conviene quindi andare durante la
settimana, tipo di giovedì. La mia personale preparazione invece è stata ascoltare in loop London Calling
dei Clash e leggere qualcosa sulla Lonely Planet (guida sacra per la sottoscritta e che consiglio a tutti).
E finalmente la partenza. Dalla stazione Centrale a Malpensa (10€ con il Malpensa Shuttle che parte ogni
20 minuti). Io personalmente sono partita di mattino presto, con Milano ancora praticamente addormentata,
una luce soffusa bellissima e i The Jesus and Mary Chain con Just Like Honey in cuffia. Arrivo a Luton,
controlli veloci, autobus fino a Baker Street (per intenderci dove c’è il museo delle cere). Là la mia amica
mi è venuta a prendere, abbiamo lasciato il mio bagaglio nella sua stanza (una sorta di Casa dello Studente a
Regent’s Park, che diventa anche Ostello all’occasione) e mangiato qualcosa di veloce alla caffetteria
dell’uni. Quindi io sono partita
(sola) in esplorazione. Sono stata
fortunata: il tempo era mite, l’aria
sembrava pulita dal vento fresco e io
ho girato un po’ a caso, i Peace che
mi accompagnavano (pezzi
consigliati: Bloodshake e Follow
Baby). Quindi mi sono diretta alla
National Gallery (fermata Charing
Cross della metro, ingresso gratuito):
dalle 3 fino alla chiusura, ossia alle
18. Credo ci sia poco da dire
sull’immenso patrimonio contenuto
in quel museo a parte dire che
sembra interminabile. Da “I coniugi
Arnolfini” ai “Girasoli” di Van
Gogh, Monet, Degas, Renoir,
Botticelli, Velázquez…
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Da rimanere a vagare per ore, meglio se con l’audioguida da £3,50. E se dopo tutta questa beltade siete
stanchi e avete voglia di una pausa ecco che viene in soccorso il National’s Café: una tazza di thè e un
gustosissimo muffin o un tipico scones con marmellata di arance amare guardando l’allegro caos in
Trafalgar Square. Great. Ovviamente
questa pausa molto british non segna
la fine della giornata: infatti già che ci
siete potete girare l’angolo e andare
alla National portrait Gallery. Questo
piccolo museo non troppo conosciuto
dal turista-tipo è in realtà per me uno
dei più belli di Londra. In un percorso
cronologico vedrete sfilare davanti ai
vostri occhi tutte le celebrità inglesi:
dal ritratto della prima Queen
Elizabeth alla Elisabetta II di Andy
Warhol, fino ai ritratti dei Blur di
Julian Opie. E piccola chicca: di
giovedì e venerdì il museo rimane
aperto fino alle 21 e offre una sorta di
aperitivo, con dj dal vivo e vino ad un
prezzo accettabilissimo (contando che il museo in sé è gratis). Da fare. Dopodichè distrutti si torna in
albergo/a casa, magari prendendo qualcosa da asporto in una delle numerose catene di sushi (io vi
consiglio Wasabi o ancora meglio Itsu) oppure nei piccoli ristorantini tipo il Paolina Thai Café, che
nonostante l’apparenza non troppo alla moda è buonissimo. Quindi doccia rovente e letto, pronti per il
secondo giorno.
Poi si sa, la sveglia è sempre dura, soprattutto prima di mezzogiorno: ma anche per questi problemi
Londra vi offre la soluzione. Ossia litri di caffè e magari un gustoso porridge con frutta fresca che vi darà
la giusta carica ed è pure molto british. Il mio consiglio è di evitare Starbucks e di preferire invece Costa,
se proprio dovete scegliere una catena: buono uguale se non di più e più economico. Ora, con la pancia
piena e la giusta dose di caffeina potete addentrarvi in Camden Town (non potete sbagliare, si scende
all’omonima fermata della metro): un labirinto di bancarelle e negozietti dove potrete trovare di tutto, dal
souvenir per turisti al capo vintage più autentico, e davvero non saprete dove girare la testa! Però mi
raccomando: non dilapidate tutti i vostri averi subito! C’è ancora molto da vedere e, soprattutto, da
comprare. Voi però potete comunque perdervi e camminare,magari ascoltando un po’ gli Oasis (sempre e
comunque) e i Mystery Jets (il penultimo album però, meno malinconico) che non fa mai male, e vedrete
che tre ore buone vi passan tutte. A pranzo poi avete l’imbarazzo della scelta: ci sono mille angolini nel
mercato stesso dove potrete prendere più o meno tutto ciò che vi aggrada. Io però ho preferito optare per
un café vegetariano, l’Inspiral Lounge al 250 Camden High Street, dalla vista meravigliosa e le torte squisite. Quindi via di nuovo : direzione Tate Modern (ingresso gratuito, fermata St Paul’s). Il museo, aperto
da 10 anni, ospita tra le più famose collezioni di arte moderna del mondo. In particolare ho avuto l’occasione di poter visitare una particolare mostra temporanea su Roy Lichtenstein : organizzata bene, le opere
sono ben valorizzate anche se il prezzo d’ingresso (£12) mi è sembrato un po’ esagerato. Detto ciò il museo è molto grande, e la collezione permanente comprende opere di Braque, Mondrian, Rothko, Hirst e
molti altri. Il museo inoltre di venerdì e sabato è aperto fino alle 22, e ne potreste approfittare per prendere
un bel bicchiere di vino bianco al café dell’ultimo piano, dai prezzi ragionevoli e soprattutto da cui potrete
godere di una meravigliosa vista sul Millennium Bridge e su St Paul. Quindi a casa a preparavi per il venerdì sera! La scelta è vasta : se vi va di andare a ballare molti vi consiglieranno i conosciutissimi Fabric o
Ministry of Sound, ma anche il Plastic People non è male. Se invece non vi va di lanciarvi in pazze danze,
rimanete nella zona di Camden: ce n’è davvero per tutti i gusti, al massimo avrete problemi di indecisione!
Per quanto riguarda il ritorno non angustiatevi : il trasporto notturno è molto efficiente e «ben frequentato»
e se proprio non vi fidate i taxi hanno tariffe decisamente accessibili.
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E come si suol dire, la sera leoni, la mattina… Ma non angosciatevi, anche svegliandovi verso le 11 potrete
godervi la giornata. Un bel caffé e in marcia! Direzione Tate Britain (fermata Pimlico della metro, ingresso
libero). Questo relativamente piccolo museo ospita tra le più importanti opere di artisti inglesi, in particolare la Ophelia di sir John Everett Millais, numerose opere di William Turner e Francis Bacon. Inoltre gode
di una bella vista sul Tamigi ed è immersa in un oasi di tranquillità, con l’accogliente giardino su cui da la
caffetteria. Il mio consiglio è di mangiare qualcosa di leggero: in programma per il pomeriggio c’è infatti
anche il tipico thé delle 5, che come saprete si serve accompagnato da ogni ben di dio… Quindi prendete
l’autobus e riportatevi le Houses of Parliament. Non si può infatti evitare una visita, anche se da fuori, a
tale luogo-cult. In più, se vi va, essendo sabato potreste partecipare ad una visita guidata (0844 847 1672
per prenotare). E dopo le foto di rito col Big Ben alle spalle, dedicatevi un po’ di relax: il mio consiglio è di
dirigervi verso Wolseley (160 Piccadilly, fermata Green Park), molto chic ma soprattutto molto buono e
abbondante (il range di prezzo è £9/£22 compreso di pasticcini e robe varie a meno che non vogliate dello
champagne, per cui si sale fino a £32). Affrettatevi però: il sabato si smette di servire il te alle 17:30. Dopo
questa pausa molto inglese fate due passi lungo il Tamigi (anche per smaltire), e insomma, concedetevi di
vagare anche senza una direzione. Poi a casa e pronti per il sabato sera: potreste provare qualcosa come il
Distrikt, non lontano da Piccadilly, o l’Icebar al 31-33 di Heddon Street. Oppure migrate verso Soho o
verso Shoreditch e buttatevi nella mischia.
Domenica mattina: last day in London. Però, insomma, it’s Sunday, son tre giorni che si gira come trottole
e un po’ di sano cazzeggio non fa mai male. Allora ancora digiuni muovetevi verso Bricklane : più specificatamente al Cafe 1001, dove potrete sedervi e godervi finalmente una colazione da film, con uova, salsicce e chi più ne ha più ne metta. Il posto è molto carino a qualsiasi ora del giorno, che sia per una colazione
da re, un sandwich in velocità o una birra prima di cena. Dopo esservi rifocillati e ripresi dalla nottata precedente, camminate (questa volta vi consiglio gli sweem deep, particolarmente adatti in caso ci sia il sole) :
godetevi il quartiere che sarà sicuramente affollato ma pieno dei bella gente). E poi dedicatevi agli acquisti!
Al mercatino potrete trovare più o meno di tutto per ogni gusto, compreso il regalino per mamma che sennò poi s’offende. Se poi verso le sei vi viene fame, cercate un posticino dove facciano fish&chips (non
potete assolutamente andarvene senza averlo provato : se fatto bene è davvero una delizia) : preferibilmente un pub che sappia di birra e sia estremamente rumoroso. Quindi ancora qualche passo e poi verso l’ultimo drink : mi sento di obbligarvi a scegliere lo Sketch (9 conduit street), il mio posto in assoluto preferito.
I cocktails valgono davvero la pena anche
se un po’ cari (attorno alle £12) ma soprattutto i bagni. Andare in bagno allo
Sketch è un esperienza pseudo-mistica: vi
sembrerà di entrare in una navicella spaziale tutta bianca, illuminata dai soffitti
colorati e dalle luci rosate del pavimento.
Una figata. E purtroppo è giunta l’ora, si
va a casa che domani si parte. Che tristezza, che malinconia! Però vediamola così:
si deve partire se si vuole tornare.
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Scatti
Di PILAR PEDRINELLI e VIRGINIA STAGNI
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Materiali Digitali
Di seguito troverete i QR code che si collegheranno direttamente al canale Youtube di Revolart.
Le interviste sono a cura di Virginia Stagni.
Per questo numero:
Intervista a Philippe Daverio: Rivoluzione e il
movimento Save Italy.
“Bisogna salvare una grande discarica a forma di
stivale”.
Intervista di Marta Dullia al regista premio Oscar Gabriele Salvatores:
“la mia è una continua ricerca dell’equilibrio tra innovazione e
comunicazione a un pubblico ampio”.
Incontro con Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia: “Sono ambiziosa.
Non vi è nulla di negativo: o ti alzi per i soldi o ti alzi per il potere, non c’è
nessun altro motivo”.
Intervista a Marco Ausenda, International Illustrated
Books Division Director presso RCS Rizzoli Libri: “il
mondo dell’editoria e il mondo della cultura: non
possono vivere l’una senza l’altra”. Si tratta del successo
del testo “Il secolo lungo della modernità “ di Philippe
Daverio
Intervista alla responsabile unica del Teatro Franco Parenti Andrée Ruth
Shammah: “non si può perdere la propria identità per incassare: per me
c’è un punto in cui qualità e popolarità vanno insieme”
Sul nostro sito internet www.revolart.it troverete la versione integrale digitale
scaricabile di questo numero.
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