Dino Parrotta e Farinella

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Dino Parrotta e Farinella
C
Il oriandolo
RIVENDITORE AUTORIZZATO
PUTIGNANO
Organo di informazione del Carnevale
RIVENDITORE AUTORIZZATO
PUTIGNANO
carnevalediputignano.it
n.5, anno I - febbraio 2016
Fondazione Carnevale di Putignano
realizzazione: Never Before Italia
Dino Parrotta
e Farinella
Una storia di passioni,
per il Carnevale e per il teatro
Tutto
in una sola
edizione
Q
uella che sta vivendo i suoi giorni cruciali
è stata un’edizione, la
622esima, pregna di spunti e di
significati. Un Carnevale di Putignano mai così plurale che,
prendendo spunto dallo stesso tema proposto ai carristi, ha
puntato lo sguardo verso ciò
che è “diverso” come pura fonte di arricchimento; a partire,
ad esempio, dalla consolidata e
proficua collaborazione con un
importante festival “Il Libro Possibile” di Polignano a Mare.
Guardare lontano, è stata questa
la traccia di una festa diventata
adulta che ha saputo declinare
tutti i colori del folklore alternando le tonalità marcate della
tradizione e dei riti, alle nuove e
variopinte proposte orientate ad
allargare il pubblico ed i fruitori
dell’evento.
L’edizione 2015-2016 sarà ricordata per un progetto che è partito dalla strada caricandosi del
fascino e dei sapori N’de Jor’s
ed ha trovato conferme nella
mostra fotografica “La fabbrica di cartapesta” che ha visto
il fotografo Dino Frittoli illuminare la notte dei cartapestai
prima di allora rimasta oscura.
Eppoi i bambini: sono stati loro
gli autentici “proprietari” di un
happening fatto di maschere, di
coriandoli e di risate. Ad affollare le strade del Corso durante
le sfilate dei carri allegorici c’erano davvero tutti; non è stata solo una festa delle famiglie
ma anche soprattutto dei giovani, grazie innanzitutto ai due
big events danzanti con l’allegra
banda dello Zoo di 105 e il dj internazionale Gabry Ponte.
Un Carnevale, insomma, inserito
a pieno in un progetto globale di
sviluppo che ha considerato gli
ospiti molto più che dei semplici turisti “di giornata”: sono state tante le iniziative per pensare
ad un turismo di nuova portata,
tutte abilmente riassunte dal
concetto stesso della Farinella
Card, un’occasione di sviluppo per tanti attrattori turistici.
È stato pertanto un Carnevale
adulto che ha saputo conservare l’animo fanciullesco e che
adesso punta con ambizione
alla creazione di una rete tesa
alla vera destagionalizzazione,
immaginando nuove collaborazioni come ad esempio con le
Grotte di Castellana o con i trulli di Alberobello, immaginando
addirittura un ponte ideale con
Matera, capitale europea della
cultura 2019.
Durante le parate dei giganti scorrazza in sella
a una bici. Infonde ottimismo e allegria. Lascia
il segno. È Farinella, la maschera ufficiale del
Carnevale più lungo d’Europa, impersonificata
dall’attore putignanese Dino Parrotta.
me in italiano a voler
rappresentare il passaggio dal Carnevale
contadino al Carnevale moderno».
Già interprete di Farinella nelle passate edizioni
della kermesse, Dino è uno studioso e conoscitore della materia. Dal 2002 ha iniziato un percorso di ricerca e valorizzazione della maschera
putignanese, mosso dalla forte passione che da
sempre nutre per il Carnevale e per il mondo del
teatro, in particolare per la commedia dell’arte.
Passione che, unita a un pizzico di curiosità, l’ha
condotto lungo sentieri inesplorati, alla scoperta
di quel che c’era dietro la maschera. «Come attore e come appassionato della materia mi sono
detto che era giusto saperne di più su una maschera, emblema di un’intera comunità - racconta Dino - per poterla rappresentare al meglio. Ho
iniziato così un percorso di ricerca, andando il più
possibile a ritroso. Ho preso appunti, ho consultato i giornali storici. Le informazioni a disposizione
non erano tante, così come vaghe erano quelle su
Mimmo Castellano», l’ideatore e disegnatore nel
1954 della maschera di Farinella.
Fondamentale poi, affinché il personaggio
sia riconoscibile, al di là di chi lo interpreta, è la
maschera. Un codice tipico della commedia
dell’arte al quale anche la nostra Farinella non poteva venir meno. Naso pronunciato, guance rosse
e sopracciglia brune. Si presenta così la maschera che Dino Parrotta indossa. Concepita nel solco della commedia dell’arte, in base al principio
di darne riconoscibilità, «la maschera, realizzata
dal migliore scultore e mascheraio internazionale Antonello Renzo, è stata una sperimentazione
continua, un percorso di ricerca che mi ha portato a intervenire con modifiche fino a giungere al
risultato attuale».
La costanza e la ricerca hanno portato però i loro
frutti, così, nel 2005, Dino Parrotta ha messo in
scena uno spettacolo per dar vita a un personaggio che, fino a quel momento, era un disegno.
«Una maschera vive se ha delle storie - continua
Dino - e fino ad allora non c’erano storie solo con
Farinella. Era importante scriverne una. Del resto,
il teatro e lo scrivere sono le uniche cose che ti
permettono di far rivivere un personaggio che
non esiste».
Come si costruisce il personaggio
Si esprime in versi e rima Farinella interpretata da
Dino Parrotta. I suoi movimenti sono studiati, armonici e coerenti con l’immagine che ci è stata
trasmessa. «A partire dal disegno e dagli elementi
base, nel nostro caso l’idea di Farinella contadino e giullare, si studia la fisicità del personaggio,
la cultura del paese. Non a caso Farinella parla
in rima, ispirandosi alle Propaggini. Tuttavia, fatta
eccezione per qualche battuta in dialetto, si espri-
La maschera s’impossessa di te
«Nella commedia dell’arte si dice e avviene che
quando uno indossa la maschera - confida Dino
- avviene una catarsi, una trasformazione, accade
qualcosa anche a livello emotivo. Metti te stesso
a disposizione della maschera per farla vivere,
con il corpo, la voce, il carattere, e avviene qualcosa di magico. La maschera s’impossessa di te».
E così, il nostro Dino-Farinella esprime l’essenza
e la forza del Carnevale di Putignano. Si attiene
agli schemi legati alla coerenza del personaggio
e, allo stesso tempo, improvvisa rispetto a quello
che è lo spirito alla base della tradizione carnascialesca putignanese: il gioco, l’ironia, la follia, la
satira, l’ambiguità, l’irriverenza. Il tutto nel rispetto
di una tradizione secolare e di un’intera comunità alla quale dare dignità attraverso la maschera.
«Alla base di tutto - conclude Dino - la cosa che
mi spinge è il desiderio di dare dignità a qualcosa
che merita dignità. La maschera rappresenta una
comunità, rappresenta me stesso, devo averne rispetto. Perché ledere la dignità di un personaggio
è come ledere lo spirito della comunità alla quale
il personaggio appartiene». Una comunità indissolubilmente legata alla sua maschera, Farinella.
I fantastici sette
parate del Carnevale più lungo d’Europa: «fin da quando ho iniziato a realizzarli, i miei carri allegorici hanno sempre raccontato, più che altro, aspetti quali la
povertà o l’ingiustizia, in linea proprio con la voglia di
denunciare temi sociali a me cari». Ne è un esempio
l’opera realizzata per l’edizione 2016 sul tema comune
della diversità. Un tema vicino al nostro giovane artigiano della cartapesta che gli ha permesso di esprimersi più “liberamente”.
Gli eroi della cartapesta si raccontano
Come nasce un carro allegorico, dove si trova l’ispirazione? Cosa spinge ogni anno i maestri cartapestai della scuola putignanese a lasciare il segno con la loro creatività? Com’è
la vita oltre la fabbrica di cartapesta? L’abbiamo chiesto ai fantastici sette che, con i loro
magnifici Giganti, danno vita al più grande spettacolo a cielo aperto di Puglia.
Una forma di espressione che nasce dalla passione per
il proprio lavoro. «Sono tanti i sacrifici che si fanno per
realizzare un carro - confida Deni Bianco - sacrifici
che, come il risvolto di una medaglia, portano con sé
anche un appagamento personale e un ritorno d’immagine. Sono questi alcuni dei motivi che ci spingono
a realizzare opere sempre più belle, ma soprattutto l’amore per questo lavoro. Perché personalmente, se mi
isolo da tutto il resto e sono in una campana di vetro,
il mio lavoro è il più bello del mondo».
Angelo Loperfido
Associazione Conlemani
Carro allegorico: La razza umana
Non c’è un momento preciso in cui nasce l’idea che porta alla creazione di un carro allegorico, può venirti quando meno te l’aspetti. «Ti
porti dentro suggestioni, pensieri - racconta Angelo Loperfido, dell’associazione Conlemani - poi accade un avvenimento che mette insieme tutto quello che avevi dentro di te e all’istante nasce qualcosa. È
una bozza di idea che, con il tempo, viene elaborata e affinata. Quando
invece c’è un tema per la realizzazione delle opere, come quest’anno, il processo creativo percorre altre strade. Ti documenti, fai ricerche e provi a conciliare il tema con quello che desideri realizzare. È
una sfida, un’opportunità stimolante per dare sfogo alla creatività. A
condizione che il tema individuato non sia ristretto e consenta, come
quest’anno, ampi margini di espressione».
Una creatività, quella che dà forma alle maestose opere protagoniste
del Carnevale di Putignano, che lascia il segno e porta con sé sacrifici
e soddisfazioni. «È vero, è un sacrificio rinunciare a tante cose mentre
realizzi un carro. Letteralmente, in quel periodo ci chiudiamo nei capannoni e perdiamo i contatti con
tutti. Eppure, ai mesi trascorsi lì dentro non potrei farne a meno. Durante il periodo di Carnevale, dalla creazione del carro alla fine della manifestazione, non riuscirei a stare a casa. La voglia di creare e di
mettere in pratica le novità che ogni anno apprendo è sempre tanta e i sacrifici si fanno con piacere.
A prescindere dalla classifica finale, partecipare al Carnevale è sempre una soddisfazione, non solo
per me ma per tutto il gruppo che lavora con me. È una grande gratificazione per tutti noi vedere che
dal nulla abbiamo creato un gigante. Una grande opera che da solo, senza la collaborazione di altre
persone, non riusciresti a realizzare».
Archiviata l’edizione 2016 del Carnevale, il nostro artigiano della cartapesta continuerà a maneggiare i ferri del mestieri - perché la sua attività
creativa continua anche oltre il grande evento; tutto l’anno opera nel
campo per professione. Prima, però, il meritato riposo.
Vito Mastrangelo
Associazione Carta & Colore
Carro allegorico: Un solo Dio
Ispirato al tema comune della diversità, l’opera d’arte per il 2016 del
gruppo Associazione Carta & Colore è stata ideata dal maestro Vito
Mastrangelo, in collaborazione con il figlio. Un carro nato, come consuetudine, «riflettendo, ragionando, confrontandoci, nasce così un
carro allegorico - racconta Mastrangelo senior - Lentamente l’idea
prende forma. Comincio disegnando, mettendo su carta tante idee
fino ad arrivare al bozzetto definitivo. Inizialmente lavoro molto sul
soggetto principale - nel caso
di quest’anno l’indigeno - ne
studio i movimenti, la grandezza e, immaginandolo, capisco
se nell’insieme può “funzionare”. È un lavoro per il quale ci vuole molta esperienza.
Quando c’è un tema da seguire,
come da qualche anno, sai già,
in un certo senso, in che direzione andare. Al contrario, partendo da un tema, studio prima
di tutto il personaggio principale e poi creo il resto».
Un lavoro per il quale ci vuole
tanta passione, «è questa la prima cosa che mi spinge a realizzare un carro. Sono nel mondo
del Carnevale da più di 30 anni
- continua Domenico - e ogni
volta che lasci il segno è sempre una grande soddisfazione.
Proprio come quest’anno che
abbiamo avuto un buon riscontro e abbiamo emozionato con
un pupo di cartapesta. Un motivo di orgoglio, ma anche carica per affrontare al meglio il
prossimo Carnevale».
Calato il sipario sull’edizione
2016 sarà tempo, per il nostro
maestro cartapestaio, di godersi il meritato riposo, ritornare ai
ritmi di lavoro meno intensi di
quelli che si vivono durante il
Carnevale, quando dopo 12-13
ore di lavoro la stanchezza si fa
sentire, e, tra la realizzazione di
una scenografia e l’altra [Vito e il
figlio Paolo lo fanno anche per
professione], iniziare a pensare
alla prossima opera.
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«È impegnativo stare nei capannoni. Al di là del sole continua Deni - realizzare un carro ti divide dalla vita
sociale, dagli affetti e questo credo sia il più grande
sacrificio che doniamo al nostro Carnevale. Tuttavia,
questa è la mia vita e sono ancor più coinvolto perché non realizzo soltanto i carri allegorici per il grande
evento, ma opero in questo mondo a tempo pieno per
professione. Un lavoro che, sebbene impegnativo, è
pieno di soddisfazioni».
Domenico
Impedovo
Associazione
La Maschera
Lello Nardelli
Associazione
“Falsabuco”
Tradizione
e Innovazione
Carro allegorico:
Nell’emergenza non c’è
differenza…?!
Tutto quello che accade intorno
a noi, ogni giorno, è fonte d’ispirazione per gli artigiani della cartapesta. Non da meno per il maestro
Lello Nardelli che quest’anno, per la
sua creazione, si è lasciato guidare
come i suoi colleghi dal tema della
diversità. «Quando hai un tema hai
già un’indicazione. A partire da questo - confida Nardelli - inizio a
pensare e, in particolare, a prestare attenzione a quello che succede nel mondo. La televisione, la radio, i quotidiani sono tutte fonti
d’ispirazione. Così, i principali avvenimenti nazionali e internazionali,
prevalentemente politici, si allacciano al tema individuato e si crea
l’opera. Quest’anno, ad esempio, in estate ci sono stati moltissimi
sbarchi di immigrati, avvenimenti che mi hanno fatto pensare al diverso e progettare il carro».
Una grande opera d’arte per la quale ci vogliono «almeno quattro
mesi di lavoro e gente preparata. A tal proposito - continua Lello sarebbe interessante, affinché il Carnevale possa continuare a vivere,
avvicinare i giovani, coinvolgerli e pensare a una scuola della cartapesta aperta a tutti, perché non ci si improvvisa maestri cartapestai.
Devi saper fare tanti mestieri e devi avere tanta pazienza. La stessa,
insieme alla passione, che ci porta ad essere parte del grande evento. Per noi veterani fare il Carnevale è quasi una malattia. Lo faccio
ininterrottamente da quando avevo 13 anni, sono nato con la cartapesta, e se non lo faccio mi manca».
«Quando lavori a un carro ti dedichi anima e corpo al Carnevale. Lasci un po’ indietro tutto, la famiglia, il tempo libero» per poi riprendere in mano le redini quando tutto finisce. Il dopo-Carnevale fatto per
riposarsi, tornare ai ritmi quotidiani, al lavoro di tutti i giorni e scrollarsi di dosso le preoccupazioni e le responsabilità che hanno fatto
compagnia al maestro cartapestaio
per tutta la durata dello spettacolo.
Deni Bianco
Associazione
cArteinregola
Carro allegorico: Non tutti
i Gulliver vengono per
nuocere
La voglia di denunciare qualcosa
che ti sta a cuore. Nascono così
per il maestro cartapestaio Deni
Bianco, dell’associazione cArteinregola, i giganti protagonisti delle
Carro allegorico:
Senza identità (il
vento a volte viene dal sud)
Un’immagine, un film,
un giocattolo. Qualsiasi cosa può essere
fonte d’ispirazione per la realizzazione di un
carro allegorico. Parola del maestro cartapestaio Domenico Impedovo, dell’associazione La Maschera che
ci racconta: «può nascere prima il tema e poi l’idea
del carro o, viceversa, avere l’immagine di qualcosa
che ti piace e da quella sviluppi il carro e il suo tema.
Un processo creativo che avveniva quando il tema era
libero, adesso, da quando questo è scelto dalla Fondazione Carnevale di Putignano siamo più “vincolati”.
Tuttavia, quest’anno il tema, la diversità, era abbastanza ampio e offriva maggiori possibilità di espressione.
Nel mio caso, per l’edizione 2016 ho individuato come
argomento l’immigrazione, ho lavorato sull’idea del
faccione un po’ tetro e ho messo in piedi l’immagine
del carro».
Un’opera d’arte che racchiude una grande soddisfazione personale. «Il sabato che precede la prima sfilata - continua Domenico - ti siedi difronte al gigante
e dici “l’abbiamo fatto noi”. Dal nulla, in soli 3-4 mesi,
hai messo in piedi qualcosa di grande e questo è già
un motivo di grande soddisfazione, al di là del pubblico che ammira e apprezza il lavoro svolto. È questo
che ci motiva, ogni anno, a proseguire una tradizione
cercando di dare ogni volta qualcosa in più».
Una tradizione che, puntuale, si rinnova con il carico
di sacrifici che comporta. «Nel periodo di lavorazione
del carro - conclude il nostro artigiano della cartapesta - si annulla quasi tutto. Vita sociale, famiglia, amici
e, quando siamo agli ultimi giorni prima della sfilata,
anche il lavoro. Terminato tutto ci serve un po’ di tempo per riprendere la routine quotidiana. Perché durante il periodo del Carnevale si lavora fino a notte fonda
e poi, tutto d’un tratto, tornare alla normalità sembra
strano».
Franco Giotta
Associazione Arcas Franco Giotta
Carro allegorico: Miseria e nobiltà (‘A livella)
Carnevale: termina l’edizione in corso e già, mentalmente, si pensa
alla prossima. Inizia così il racconto di Franco Giotta, dell’associazione
Arcas Franco Giotta, del processo creativo che porta alla realizzazione dei giganti di cartapesta: «l’ispirazione nasce nei mesi successivi a
partire da eventi vissuti, letti o trasmessi a livello mondiale, oggetto di particolare attenzione. Si inizia a fantasticare, aggiungendo allo
studio iniziale un pizzico di satira e ironia, e man mano che il tempo
della creazione si avvicina ci si confronta con l’equipe. Ogni componente del gruppo apporta il proprio contributo e, insieme, in modo
condiviso, si definisce l’opera finale». Opera che è la sintesi di un
lavoro di squadra, una passione, una sfida, tanti sacrifici. «Adesso
sono in pensione - racconta Giotta - ma negli anni passati ho sacrificato il mio lavoro e anche la famiglia per il Carnevale, che ho sempre
fatto per hobby e ho sempre sentito come una sfida, verso me stesso
e verso gli altri. Una sfida che porta sempre a migliorarsi, anno dopo
anno. Così cresce la nostra manifestazione, fino a questa edizione
dove ho fatto un lavoro diverso. Nell’anno e sul tema della diversità
ho voluto, non a caso, realizzare un carro tecnicamente differente da
quello abituale».
Il tutto condito con grande spirito, quello che accomuna i formidabili
artigiani della cartapesta. «Tutti noi che partecipiamo con la nostra
creatività al Carnevale abbiamo grande voglia di metterci in gioco
e, con le nostre opere, dare ogni anno qualcosa in più. È questo che
motiva tutti noi maestri cartapestai a mantenere viva la secolare tradizione del nostro Carnevale».
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Pinuccio Nardelli
Associazione Carta…Pestando Gruppo N.G.M.
Carro allegorico: Una per tutti, tutti in una
Ogni carro è pensato, ideato e studiato insieme. Tutti i componenti
del gruppo dicono la loro e danno vita alla grande opera d’arte. Inizia così il racconto di Pinuccio Nardelli dell’associazione Carta…Pestando che quest’anno si è avvalsa della collaborazione di un nuovo
ragazzo, Marino Guarnieri. Ventottenne, già da 10 anni alle prese con
carta e colla per la realizzazione di maschere di carattere, è una nuova
leva che sta facendo tesoro dell’esperienza insieme ai veterani della
cartapesta. Perché «così come io mi sono formato stando a contatto
con altri maestri - dichiara Nardelli - credo che la cosa migliore, per
chi vuole avvicinarsi al mondo della cartapesta e del Carnevale, sia
quella di entrare nei capannoni e stare con i cartapestai».
Un’avventura, per Marino, «iniziata con l’entusiasmo di un ragazzino
che si approccia a questo mondo. Entrare a far parte della “prima categoria” ed essere a contatto con i più “anziani” - racconta il giovanissimo apprendista - è bello. C’è scambio di esperienze e di generazioni, c’è storia e confronto», fondamentale per l’ideazione del carro.
Una gigantesca opera d’arte che ogni volta è pensata in gruppo, «anche quest’anno - continua Nardelli - ci siamo confrontati, non solo
con Marino, ma anche col gruppo storico il cui nucleo è formato da
Vittorio Mezzapesa, Angelo e Marcello Mastrangelo, Domenico Dilorenzo. Dopo il confronto abbiamo partorito l’idea e creato il carro».
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Una macchina operosa che ogni anno tesse le trame di un grande spettacolo, mossa dalla passione ma anche dalla voglia di
creare, dare forma a un’idea: «quella voglia che ti prende quando immagini qualcosa e vuoi realizzarla - racconta Pinuccio
- è questo che mi spinge ad essere parte
del Carnevale, fin da quando ho iniziato
quest’avventura. Una voglia che ancora
oggi non mi abbandona».
«Il putignanese ha un legame affettivo col
Carnevale - conclude Marino - e quando suona la sveglia devi andare. È difficile
staccarsi dal Carnevale e da quei momenti che porta con sé in cui dici “devo fare
qualcosa”». Dare forma al grande spettacolo a cielo aperto che ogni anno, in Puglia, si rinnova.
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Le maschere del Carnevale di Putignano
La maschera - assieme alla diversità - è il
leitmotiv della 622esima edizione del Carnevale di Putignano.
Il sipario della secolare kermesse, la più lunga
d’Europa, si alza ufficialmente il 26 dicembre,
ma il tempo del travestimento vero e proprio
inizia il 17 gennaio. Da questo momento, fino
al martedì grasso, il mondo diviene gioco.
Putignano volta pagina, interrompendo ritmi
e regole del vivere quotidiano. Così la festosità carnascialesca prende il sopravvento.
E sottovoce, a mo’ di mantra, suggerisce ai
numerosi spettatori che si riversano in città le
parole di Lorenzo il Magnifico: «Chi vuol esser lieto, sia / del doman non c’è certezza».
Si respira un clima di euforia collettiva. Ad
animare la scena putignanese ci sono anche
le persone «devote» a Farinella, quelle che
avvertono l’incontenibile voglia di mascherarsi. Ritualmente rattoppano abiti, cuciono lustrini. E vivono la grande festa per ciò
che rappresenta, senza aspettarsi nulla in
cambio se non una manciata di coriandoli
e l’applauso della gente. Indossano i panni di
personaggi tanto ironici quanto arguti. Giocano con il pubblico. Regalano momenti di
spensieratezza e di allegria. E, nel frattempo,
contribuiscono a rendere unico lo spettacolo
più bizzarro e divertente di Puglia, il Carnevale di Putignano.
Anche le maschere, dunque, celebrano la
tradizione e, assieme ai monumentali artefatti
degli artigiani della «fabbrica di cartapesta»,
sono icone imprescindibili della manifestazione, allegorie possibili delle vicende umane. Esse sfilano lungo Corso Umberto I e per
le vie del paese. Espressione di libertà e creatività, antepongono emozioni e trasgressione all’ordinaria ratio. E sono il simbolo di
un folklore che non tramonterà mai. E raccontano, al contempo, di persone che, ogni
anno, per amore del Carnevale - un patrimonio di alto valore culturale, estetico e antropologico − ripartono da un’idea da elaborare,
da una maschera da disegnare e da un vestito
da ricucire.
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