delle manette - Settimanale Tempi
Transcript
delle manette - Settimanale Tempi
Poste italiane spa - spedizione in a. p. D.L. 353/03 (conv. L. 46/04) art. 1 comma 1, NE/VR ANNO 22 | NUMERO 45 | 16 NOVEMBRE 2016 | 2,00 Il teatro delle manette Il papello era una patacca, la trattativa Stato-mafia solo un romanzo criminale. Ma perché lo spettacolo deve continuare con le solite trame di giornalisti e pm? EDITORIALE IL VIZIO DELLA “NARRAZIONE” La vera storia da raccontare è che la controstoria era falsa U na trattativa c’è stata. Ed è quella intercorsa tra giornalisti e pm. Non è la prima volta – e, purtroppo, non sarà l’ultima – che vediamo svolgersi sotto i nostri occhi l’incesto tra informazione e procure. Un’inchiesta che ha largo spazio su tv e quotidiani con titoli in prima pagina e trasmissioni monotematiche in prima serata, si rivela una panzana, una frottola, vapore acqueo. Solito refrain: chi l’ha cavalcata ha costruito una carriera, chi l’ha subìta ci ha rimesso soldi, salute, reputazione. Commentando sul Foglio l’assoluzione di Calogero Mannino, un giurista serio e autorevole come Giovanni Fiandaca ha parlato di una «relazione gravemente patologica, una sorta di perversione sistemica» tra media e procure. Se andate a leggervi le conclusioni delle motivazioni con cui il giudice Marina Petruzzella ha assolto l’ex ministro Dc, vi troverete anche pesanti considerazioni sull’operato dei giudici di Palermo e sull’utilizzo non innocente della carta stampata e del mezzo televisivo che del “processo prima del processo” non sono asettici spettatori, ma colpevoli attori. Sono vent’anni che in nome di fantasiose tesi e ipotesi di reato si cerca di raccontare una “controstoria” sui rapporti fra mafia e Stato. È la mistica della “narrazione”, dello storytelling, del papello che dimostrerebbe tutto, portando alla luce del sole quel che è all’oscuro. Poi, quando si fa luce, quando si vede che le prove non erano prove ma patacche, quando la storia si ripiglia le sue rivincite sulla controstoria, tut- DEL “PROCESSO PRIMA DEL to tace, mentre il clan marionette&manette è PROCESSO” STAMPA E TV NON già passato alla nuova sceneggiatura, al nuovo canovaccio. Dopo vent’anni, un processo SONO ASETTICI SPETTATORI, andrebbe fatto, sì. Di papelli sono piene le re- MA COLPEVOLI ATTORI. LO hA dazioni dei giornali. SCRITTO UN GIUDICE A PALERMO IL «LASCITO LAICO DEL GIUBILEO» È «UN FLOP» Roma, ovvero quanto può arrivare a costare il (non) governo dell’antipolitica Q uanto può arrivare a costare, in termini di occasioni sciupate, il mito grillineggiante (grillineggiante, non per forza grillino) dell’antipolitica? Se non bastasse il notevole filotto di cose mandate all’aria in pochi mesi dalla giunta Raggi a Roma, è utile leggere, per restare nella capitale, l’inchiesta del Messaggero sul «lascito laico del Giubileo straordinario», che poco più di un anno fa era atteso da tutti come l’occasione per risollevare la città a suon di investimenti e opere pubbliche, e invece ora che sta per chiudersi appare per quello che è. «Un flop». Il problema non sono tanto i numeri esigui che l’evento ha suscitato a Roma in termini di turismo, cosa in fondo prevedibile per la “forma diffusa” decisa dal Papa. Il vero flop sta nella «lunga lista di opere annunciate e alla fine depennate». Secondo gli annunci del sindaco “alieno” Ignazio Marino, i cantieri dovevano essere 146, un piano da 440 milioni. Roba da tirare a lucido la capitale. Alla fine sono andati in porto appena «46 interventi a singhiozzo», di cui «alcuni ancora in corso», per un finanziamento totale di «circa 138 milioni da parte del governo». Sono circa 300 milioni di euro perduti fra liti con il governo, carte inabissatesi chissà dove con la scusa della “trasparenza”, per non parlare della «serie infinita di pratiche che hanno fatto avanti e indietro dal Campidoglio alla sede dell’Anac», l’immancabile autorità anticorruzione preposta al MARINO ANNUNCIò 146 “controllo di legalità” dell’universo mondo. IntanOPERE PER 440 MILIONI, ROBA DA TIRARE A LUCIDO to su trasporti, pulizia, accoglienza profughi, l’esito di questa grande occasione è sotto gli occhi di LA CITTà. ALLA FINE SONO tutti. Ed è l’unico esito che ci si deve aspettare da STATI APERTI APPENA 46 una classe dirigente più preoccupata della propria CANTIERI «A SINGhIOZZO» immagine “pulita” che del bene comune. L’ASCIA NEL CUORE Se Dio non c’è, che c’entra? NoN siamo teologi, ma, da semplici fedeli e giornalisti, c’è qualcosa che non ci torna in tutto il tramestio mediatico che è seguito alle parole di padre Giovanni Cavalcoli a Radio Maria. Secondo la vulgata, il domenicano avrebbe collegato l’approvazione delle unioni civili al «castigo» del terremoto (cosa che ha fatto, ma più nella sua intervista alla Zanzara che ai microfoni della radio mariana). Un’interpretazione sbagliata, come ci spiega lo stesso Gesù nel Vangelo (l’episodio del crollo della torre di Siloe e quello del cieco nato). Tuttavia ci fanno un po’ sorridere le reazioni di tanti esponenti laici alle sue parole: se Dio non esiste, di che vi preoccupate? Se Dio non c’entra – con voi, con noi, coi nostri peccati, con quanto accade nel mondo sublunare – che vi cale? Posto che padre Cavalcoli ha detto una sciocchezza, il fedele cristiano sa che in questa vita ha a che fare col male, che esiste il peccato originale, che sarà giudicato in base a come si comporta, tanto che, quando sbaglia, cioè quando pecca e si allontana da Dio, si confessa. Dio c’è e c’entra, insomma, e non solo con il terremoto ma con tutto: le morti innocenti, il cancro di un amico, la terra tremante. “Come” non lo sa, ma sa che può chiedere. Quando è crollata la basilica di Norcia, i fedeli che pregavano in piazza a chi si rivolgevano? A un intruso? A un fantasma? A uno sfaccendato che non si cura di noi? Pregavano. Cioè chiedevano a quel Dio che si è fatto uomo per condividere le contraddizioni e i dolori della vita, di non lasciarli soli davanti al grande mistero del male. | | 16 novembre 2016 | 3 SOMMARIO 10 PRIMALINEA IL SISMA INFINITO E L’INERZIA DELLO STATO NUMERO 45 IN EDICOLA DAL 10 AL 16 NOVEMBRE 2016 Poste italiane spa - spedizione in a. p. D.L. 353/03 (conv. L. 46/04) art. 1 comma 1, NE/VR ANNO 22 | NUMERO 45 | 16 NOVEMBRE 2016 | 2,00 Il teatro delle manette Il papello era una patacca, la trattativa Stato-mafia solo un romanzo criminale. A quando una separazione delle carriere tra magistrati e giornalisti? LA SETTIMANA 22 INTERNI IL CASO MANNINO E IL CIRCO GIUSTIZIA Il santino ambulante Luigi Amicone ................................7 Foglietto Alfredo Mantovano.......... 8 Boris Godunov Renato Farina............................ 21 Consequentia rerum P. G. Ghirardini ...................... 28 Vostro onore mi oppongo Maurizio Tortorella..... 29 30 ESTERI QUANDO LA LIBERTà DI PENSIERO SI PAGA CON LA VITA | CASADEI Cartolina dal Paradiso Pippo Corigliano ..................41 Lettere dalla fine del mondo Aldo Trento ...................................42 Sport über alles Fred Perri.......................................... 44 Appunti Marina Corradi ..................... 46 RUBRICHE Stili di vita .......................................... 38 Lettere a Tempi ..................... 40 34 CULTURA ELOGIO DELL’éLITE PER SOPRAVVIVERE ALLA SCIATTERIA POSTSESSANTOTTINA | REGUZZONI Foto copertina: Ansa/AP Exchange Foto: Ansa IL SANTINO AMBULANTE CON GLI AMICI DI MARCO SUL MONTALLEGRO La differenza che passa tra una comunità cristiana e una comunità qualunque | DI LUIGI AMICONE Q uando penso all’alba di un nuovo mondo, spengo le emozioni, mi separo dalla tv, prendo qualche istante sabbatico dal touch-screen e ritorno con gli occhi al giorno di Ognissanti. Rivedendomi in famiglia, con altre famiglie, una discreta varietà di prof nonni e nipotini, in compagnia di centinaia di ragazzi che sono tornati per il quinto anno consecutivo sulla cima di Montallegro, santuario alla Madonna, Rapallo, Li- Un sistema che tira giù le Borse se non voguria. Ritornati, perché mamma Paola e papà Antonio, in tutti gli anni che li separano ti come dicono lorsignori. E che, dalla cidalla morte del figlio Marco (diciassettenne che un’automobile travolse mentre in moto ma della Silicon Valley alla bibbia del New si recava a scuola al liceo Don Gnocchi di Carate Brianza), hanno ripetuto questo gesto York Times, comanda a bacchetta la catedi pellegrinaggio carichi della certezza consegnata loro da una piccolissima scritta che na internazionale dell’informazione. Marco aveva inciso sul muro della sua camera, accanto al crocifisso, la sera prima di moI tromboni e quel pazzo di Trump rire: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Non so come, non so perché, ma se ho trovato pochi chierici che capiscono questa co- Quel matto di Donald ha messo a nudo la sa, a me sembra sempre più chiaro che la prova-provata della resurrezione di Cristo è la chiesa degli scandali sessisti e i chierichetresurrezione umana che si manifesta «là – come dice il Gesù dei Vangeli – dove due sono ti delle campagne anticattoliche. I preti insieme nel mio nome». La differenza che passa tra una comunità cristiana e una comu- che guai a non mettere in cima a quella nità qualsiasi è semplicemente questa. Là, c’è un orizzonte vasto quanto il mare a per- finta e petulante coppia di parole che è didita d’occhio. E c’è ardore giovanile. Qua, c’è un orticello che può anche essere pieno di ventata “diritti umani” il matrimonio gay tanta bella roba. Ma è come l’hortus cone l’aborto, la dolce morclusus medievale trasformato in giardi- PAOLA E ANTONIO, IN TUTTI GLI ANNI ChE te all’olandese e il bambino, convento, monastero secolare, da vec- LI SEPARANO DALLA MORTE DEL fIGLIO, no prodotto in laboratochierelli col fiato e il calzino corto. Gente rio inglese, il linguaggio hANNO RIPETUTO QUESTO PELLEGRINAGGIO pulitino newyorkese e il che avendo perduto Iddio, questa pazzia d’amor che move il sole e l’altre stelle, co- PER UNA SCRITTA ChE LUI AvEvA INCISO filmettino ecopirla holsa possono guadagnare stando rinchiusi SUL MURO DELLA SUA CAMERA: «PERChé lywoodiano. E poi tutnel loro dis-interessato (a-teo) orticello? Co- CERCATE TRA I MORTI COLUI ChE è vIvO?» ti quei tromboni per cui sa possono trovare zappando, sia pur con all’Isis ci pensiamo non Però, se volete imparare qualcosa di quando sterminano i cristiani ma quanpassione, patate e cavoli neri? Effimero. Solo effimero che cotto e mangiato se ne nuovo sul tramonto del vecchio mondo, do fa comodo a turchi e sauditi. Ecco, quel va giù per l’intestino tenue e crasso, e poi allora dovete sintonizzarvi su Radio Ma- pazzo di Trump è l’iceberg di una maggiogiù ancora, per le note vie che sappiamo, ria e ascoltare la rassegna stampa di pa- ranza silenziosa che ne ha le tasche piene fosse anche quel che ciascun essere uma- dre Livio Fanzaga. L’unico giornalista ita- dell’oddio non guardarmi così, sono frano si trova ad essere. E cioè pietanza che liano che ha detto qualcosa di originale gile. Oddio, non dirmi che sono carina, nutrirà il sottoterra. Ok, perso Iddio, puoi sulle presidenziali americane, spiegan- mi molesti. Oddio, mi hanno discriminaguadagnare la credenza che tra cent’anni do perché, comunque vadano le elezioni, to all’esame. Oddio, come vuoi risolvere i tuoi simili conquisteranno Marte e allo- l’impresentabile Donald Trump ha vinto. il problema dell’ingiustizia nel mondo se ra non si morirà più di cancro ma di diar- Perché ha vinto? Perché la sua candida- non accogliendo l’Africa a casa tua. rea marziana. O puoi trovare la goduria di tura contro l’establishment costringerà Oddio un corno. Viene il tempo dei una legge che ci avrà dichiarati finalmen- il partito repubblicano a cambiare. E per- doveri. Verso la comunità e verso se steste alla pari dignità con lepri e fagiani, così ché la sua folle campagna elettorale ha ri- si. Perciò, smettetela di piangere&fottere che i popoli più avanti andranno a caccia velato che dietro la facciata buonista del con questa storia dei diritti. Trump o non anche di animali come noi. Ma insomma, politicamente corretto, non c’è altro che Trump, se continuate a scuotere l’albero un sistema di potere ipocrita e corrotto. delle sberle alla fine verranno giù tutte. che noia è il progresso in un orticello? | | 16 novembre 2016 | 7 FOGLIETTO OLTRE GLI SLOGAN DEL PREMIER Le ragioni per cambiare la Carta che non sono presenti nella riforma DI ALFREDO MANTOVANO S Fra i primi, quello che il presidente del Consiglio, col suo consueto garbo, adopera con più frequenza: i sostenitori del No non hanno nulla da proporre in alternativa, difendono un passato che ha mostrato tanti limiti, e per questo sono soltanto vecchi arnesi da rottamare e ostacoli allo sviluppo dell’Italia, che invece il governo in carica persegue con generosità e decisione. Certo, se LA CARTA NON È LA PIù BELLA DEL i sostenitori del No sono MONDO, NE CONOSCIAMO LIMITI E i rispettabili signori con INADEGUATEZZE. MA IL DDL RENZIi quali il premier accetta BOSCHI LA PEGGIORA SENSIBILMENTE. di confrontarsi in tv, verrebbe anche la tentazione PER QUESTO MOTIVO VA STOPPATO di dargli ragione. Come tutte le tentazioni, pure questa può esse- se, la Comunità europea del carbone e re respinta se si considera che: a) è lo stes- dell’acciaio, viene costituita nel 1954. Ogso premier a scegliere per i confronti gli gi si stima che l’80 per cento delle norme interlocutori per il No che meglio diano che disciplinano la nostra vita quotidiana l’idea del paleolitico superiore (altrimenti sia di provenienza comunitaria. Nella Coavrebbe accettato il dibattito con Massimo stituzione italiana l’esistenza di un ordiGandolfini, nei cui confronti inizialmen- namento europeo, sovraordinato a quello te lo stesso Renzi aveva lanciato la sfida, nazionale, è ignorato per la semplice rasalvo poi ritrarsi); b) vi è una fascia signi- gione che 70 anni fa non c’era. Ma la sua ficativa di italiani per il No che non sono consistenza e la sua prevalenza qualitatientusiasti della Costituzione attuale, non va e quantitativa impongono la revisiola ritengono “la più bella del mondo”, ne ne delle norme costituzionali, per rendeconoscono limiti e inadeguatezze, e però re più chiari e precisi i meccanismi – in sono altrettanto convinti che la riforma salita – di collaborazione nazionale alla sottoposta a referendum la peggiori sensi- formazione delle norme europee e – in discesa – di corretto recepimento di queste bilmente, e per questo vada stoppata. Stiamo però agli slogan: voi dite No e ultime. Nella riforma, a parte l’individuabasta, accusa il presidente del Consiglio. E zione di una scombiccherata partecipaziochi l’ha detto? L’intera storia repubblicana ne del nuovo Senato su questo versante, il e le novità intercorse dal 1948 a oggi ren- tema non è nemmeno sfiorato. dono necessaria una riforma costituziona2. Nel 1948, con le rovine della guerra anle seria. Ma su quali punti qualificanti? cora da rimuovere e con strumenti tecno1. Nel 1948 le istituzioni europee non esi- logici meno invasivi di quelli attuali, beni stevano neanche in nuce. La prima di es- oggi individuati come prioritari non com- 8 logan e realtà. | 16 novembre 2016 | | parivano neanche all’orizzonte. Si pensi per tutti alla privacy, e al peso che essa ha assunto in settori cruciali, dalla sanità alla sicurezza. La riforma non si è posta il problema di dare spazio al proprio interno alla disciplina fondamentale di beni giuridici come questo. 3. Nel 1948 quando si parlava di matrimonio si pensava a un uomo e a una donna e si dava per scontato che il diritto alla vita fosse prioritario e prevalente nell’ordinamento: per questo la Costituzione non contiene l’esplicita menzione della tutela della vita – era scontato che fosse la premessa per il godimento di tutti gli altri diritti – né, a proposito della famiglia, la precisazione che essa si forma quando si sposano un uomo e una donna. In un ordinamento nel quale cominciano a essere depositati provvedimenti giudiziari di riconoscimento dell’utero in affitto, è fuori luogo rendere esplicito in Costituzione ciò che 70 anni fa era dato per acquisito? Ma anche questo non trova riscontro nella riforma. 4. Nel 1948 la magistratura non pretendeva – neanche in proprie componenti minoritarie – di creare il diritto prima del Parlamento, come invece accade da qualche decennio. L’esigenza di un equilibrio fra i poteri dello Stato, che renda più marcati i confini dell’uno e dell’altro, è un problema di democrazia, purtroppo ignorato dalla riforma. Nell’indicare alcune delle piste di approfondimento di una vera riscrittura della Costituzione, si è “vecchi” e legati agli schemi del passato o si guarda con realismo ai problemi del presente? Foto: Ansa | IL SISMA INFINITO Il terremoto. La devastazione. Le case perdute e con quelle anche i luoghi simbolo di tutto un popolo. E il paradosso di uno Stato che nel colmo dell’emergenza si chiude a riccio per paura della corruzione | Un’immagine dall’alto di Castelluccio di Norcia, provincia di Perugia, uno dei centri colpiti più duramente dal terremoto del 30 ottobre scorso DI LEONE GROTTI La scossa e l’inerzia 10 | 16 novembre 2016 | | | | 16 novembre 2016 | 11 IL SISMA INFINITO PRIMALINEA L amatrice, che si stagliava solitaria in mezzo a una distesa di macerie e calcinacci, aveva resistito al sisma del 24 agosto e anche a quello del 26 ottobre. Simbolo della possibile rinascita di un’intera regione, non ha retto al nuovo terremoto del 30 ottobre. Soprattutto perché nessuno l’ha aiutata a reggere. La stessa sorte è toccata alla cattedrale di Norcia e a tante altre meraviglie che, pur a rischio crollo, non sono state puntellate, come si dice in gergo tecnico. Perché? Non per colpa di sindaci inadempienti o poco previdenti o corrotti. Anche chi ha messo in moto fin dal giorno successivo al primo grande terremoto la macchina necessaria per ese- 12 a torre civica di | 16 novembre 2016 | | guire i lavori, non è riuscito a ottenere le autorizzazioni in tempo. Sono le «troppe regole assurde» ad aver fatto infuriare un uomo come Adolfo Marinangeli, sindaco di Amandola, dove la scossa del 30 ottobre ha fatto crollare l’abside della chiesa di San Francesco e la vela campanaria della Trinità, già danneggiate ad agosto. «Io non devo difendermi solo dal terremoto ma anche dalla burocrazia», si è lamentato Mariangeli con il Corriere della Sera. «Ho passato due mesi nel tentativo di ottenere le autorizzazioni e non sono riuscito a puntellare nessuna delle opere lesionate. E con l’ultima scossa da noi è venuto giù tutto. Perché non posso far venire un cristo che mi metta i ponteggi alla facciata di San Francesco prima che arrivi un’altra scossa? È assurdo, è un disastro». La dinamica descritta per ottenere le autorizzazioni è più intricata del labirinto di Dedalo e non ci sono fili di Arianna per uscirne: bisogna contattare le sovrintendenze regionali, poi la protezione civile, poi i vigili del fuoco, aspettare risposte da tutti, sollecitare, compilare moduli, poi fare un bando di gara per la progettazione dei lavori e un altro per assegnare le opere progettate. Infine, eseguire i lavori. Il paradosso è che mentre questo Minotauro di carta bollata si muove lentamente, le Marche, una regione altamente specializzata nella messa in sicurezza dei beni artistici e piena di maestranze all’avanguardia, vede crollare i suoi capolavori senza poter fare nulla. Ma i proble- Foto: Ansa A causa della serie di scosse che hanno colpito il Centro Italia tra agosto e ottobre, una regione specializzata nella messa in sicurezza dei beni artistici come le Marche ha visto crollare i suoi capolavori senza poter fare nulla. È il paradosso creato dall’eccesso di burocrazia italiano mi non finiscono qui. Un sindaco vuole fissare il prezzo della carne da distribuire ai terremotati? Si deve accordare con il macellaio e poi aspettare il parere dell’Anac di Raffaele Cantone, l’Agenzia anticorruzione, che ha 60 giorni per esprimersi come previsto dal nuovo Codice degli appalti. In totale passano tre mesi. E intanto cosa si mangia? In questa situazione di emergenza, per compilare tutte le pratiche ai Comuni serve personale aggiuntivo ma non si può assumere perché sforare il patto di stabilità è vietato. Quindi? I primi cittadini sono davanti a un bivio: aspettare tutte le autorizzazioni o cominciare a risolvere i problemi violando la legge e rischiando denunce penali. Non c’è da stupirsi se sono in rivolta. Piero Celani conosce bene queste difficoltà. Ingegnere civile, oggi è consigliere regionale delle Marche, mentre in passato è stato eletto per due volte consecutive alla carica di sindaco di Ascoli Piceno dal 1999 al 2009. «Le autorizzazioni delle sovrintendenze sono qualcosa di mitologico, impiegano mesi per arrivare. Io per sistemare piazza Arringo, la più antica della città, ci ho messo tre anni ma se non avessi fatto pressione, portando in sovrintendenza i progetti di notte, compilando relazioni come uno scolaretto, ci avrei messo una legislatura intera. E per fare cose banalissime». In questo caso però i lavori non possono aspettare e alle proteste del sindaco di Amandola si sono unite le voci di altri primi cittadini. Tutti vogliono dare risposte rapide e certe alla propria gente. Ma non possono. «La sovrintendenza svolge un grande lavoro, per carità, ma ha tempi biblici», continua Celani. «Ce n’è una sola per tutte le Marche: e quando arrivano? Se una facciata sta per crollare su una via pubblica bisogna intervenire in 24 ore, ma se si muove un mattone senza l’autorizzazione, arrivano le denunce penali. È arrivato il momento di riforma- re il sistema. Bisogna delegare il lavoro ai Comuni, con la sovrintendenza che mantiene un ruolo di coordinamento e di controllo. È l’unica soluzione». Un decreto utile ma insufficiente La lentezza delle sovrintendenze è solo uno dei tanti problemi. Un puntellamento ha un costo contenuto, 20-30 mila euro, ma per fare i lavori bisogna indire i bandi e perdere altro tempo. Un problema di cui si è lamentato perfino il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Nelle emergenze bisognerebbe rinunciare alle gare e ricorrere alla chiamata diretta delle imprese. Ma davanti a questa possibilità c’è già chi agita lo spettro della corruzione. «Allora», chiarisce il consigliere regionale, «la corruzione va combattuta con ogni mezzo ma francamente non possiamo usarla come scusa per nasconderci. Mentre si combattono i corrotti, bisogna continuare a lavorare, altrimenti lo Stato alza bandiera bianca». Anche in questo caso le soluzioni ci sarebbero: «Ci dev’essere una lista di imprese di fiducia, che hanno la fedina penale candida come la neve e le cui capacità sono comprovate, alle | | 16 novembre 2016 | 13 pRIMALINEA IL SISMA INFINITO La sfiducia verso i sindaci Ma ciò che più infastidisce Castelli è una concezione di fondo: «Sembra che la ricostruzione sarà curata dagli uffici regionali e dallo Stato centrale, mentre i Comuni saranno esclusi. Questa impostazione centralista non risponde ai bisogni del territorio. Se poi aggiungiamo la farraginosità del nuovo Codice degli appalti, vediamo che il rischio di ritardi burocratici non è affatto scongiurato». Castelli sente anche una certa diffidenza generale nei confronti dei sindaci: «Da qualche anno i Comuni sono visti come meri centro di costo da tenere sotto controllo, perché vi si anniderebbe l’istinto spendaccione degli italiani. Ma la verità è che in due anni il debito delle amministrazioni loca14 | 16 novembre 2016 | | li è calato di 3 miliardi, quello delle amministrazioni centrali è aumentato di 100». Colpa anche dell’ossessione per la corruzione: «L’idea del governo di combatterla a colpi di norme e regolette aumenta ancora di più la corruzione, perché moltiplica la possibilità di interferenze. Come diceva Tacito? “Corruptissima re publica plurimae leges”. È così. Noi dovremmo invece responsabilizzare al massimo i deciso| ri e chi sbaglia lo mettiamo in galera». Ma «l’impostazione burocratica e centralista deprime anche un valore culturale su cui l’Italia si è sempre fondata: la sussidiarietà. In tempi di emergenza come questo, i campanili, le comunità, le realtà locali sono risorse preziose. E in un momento in cui i cittadini, anche esagerando, chiedono risposte efficaci e immediate, questo mare di cavilli diventa insopportabile». n DI GIacomo RubIno Qualcosa che sia “per sempre” Le monache in preghiera fra le macerie. Un viaggio di nozze in Croce rossa. E la forza di Rosa, 106 anni. I piccoli miracoli che fermano il trionfo della Rovina O Norcia(Pg) gni tragedia, come ogni momento felice, ha la sua icona. Un’immagine restituisce alla memoria, alla storia, quell’attimo, quel momento che racchiude gli attimi e i momenti che la memoria di tutti conserveranno. Quegli attimi prima e quegli attimi dopo, che non saranno mai più gli stessi. La tragedia dell’ultimo terremoto che ha devastato il “cratere”, un’area di seicento chilometri quadrati nei monti Sibillini, privato di casa 28 mila persone tra Norcia, Cascia, Fabriano e poi giù verso la costa fino a Fermo, tra Marche, Umbria e Abruzzo, ha la sua icona nell’immagine colta dalle telecamere e che ha fatto subito il giro del mondo domenica 30 ottobre 2016. La piazza di Norcia è un cumulo di macerie fumanti. La facciata della catte- drale come sospesa per miracolo fra le rovine. I muri delle navate sono crollati. Le case intorno distrutte. Al centro della piazza la statua di san Benedetto patrono d’Europa guarda le terre e i cieli dall’alto, i monti dove i monaci costruirono la civiltà del continente cristiano distrutto dai barbari, ma attorno a lui, ancora una volta, come tante altre volte nella storia, le rovine sembrano segnare la vittoria del nulla. Il segno dell’impossibilità a lasciare qualcosa che sia “per sempre”, la vittoria della Rovina sulla Costruzione. Ma attorno al santo dieci monache inginocchiate, ferme, l’abito nero benedettino imbiancato dalla polvere: pregano. Non sono scappate. Il convento è crollato ma loro sono lì. Ferme, assorte come negli scranni del coro racchiuso attorno all’altare della chiesa. La chiesa non c’è Foto: Ansa quali si possano affidare i lavori. Si parte dalla prima e si scorrono i nomi, così lavorano tutti. Intanto l’Anac e i magistrati controllano. Chi sbaglia, paga. Altrimenti lo Stato continuerà a dimostrarsi incapace di risolvere i problemi». Venerdì 4 novembre il governo ha varato un decreto legge urgente per risolvere alcuni dei problemi elencati ma Guido Castelli, attuale primo cittadino di Ascoli, è ancora scettico: «Da un lato il decreto è positivo perché ci restituisce alcune delle prerogative che ci erano state tolte paradossalmente dopo il primo terremoto», dice a Tempi. «Ora per puntellare un’opera è sufficiente comunicare alla sovrintendenza ciò che verrà fatto, senza attendere l’autorizzazione. Però non tutti i mali sono stati sanati». Il personale, per esempio, resta insufficiente: «Il decreto prevede 350 assunzioni per un’area vastissima. Non bastano. Bisogna considerare che noi abbiamo già un turnover al 25 per cento: ogni quattro persone che vanno in pensione, cioè, possiamo assumerne solo una». Preoccupante il tema dei fondi: «I vincoli del pareggio di bilancio mordono ancora la carne dei Comuni». più, il coro non c’è più. Ma ci sono loro, e il santo patrono d’Europa e la gente che aveva lasciato il centro e che le intravede dalle porte delle mura di Norcia. Attimi interminabili, mentre monaci e vigili del fuoco, e uomini e donne del soccorso alpino rispettano quei minuti di silenzio. Poi, con pacata gentilezza, mentre la terra continua tremare, dieci scosse all’ora per tutta la giornata, le aiutano ad alzarsi, le accompagnano alla porta dove è arrivato l’arcivescovo. Lui le abbraccia, e con loro abbraccia la gente che si stringe intorno, i coraggiosi volontari, i funzionari della Protezione civile. Una giornata interminabile, qui come negli altri 150 comuni del cratere. Una giornata a controllare casa per casa, a cercare con i cani addestrati qualcuno che possa essere rimasto sotto le case pericolanti, e ora crollate, come quattro giorni prima. Due scosse del sesto grado e mezzo in quattro giorni, trentamila scosse più piccole, continue vibrazioni che aprono nuove crepe, allargano le ferite nei muri: non si verificava nulla del genere in Italia dal 1980, terremoto dell’Irpinia. Allora i morti furono più di 3 mila. Ora si cerca e si controlla, sembra un miracolo. Nessuno, nessuno è stato ucciso dai crolli. Sette feriti leggeri. Sembra impossibile. Controllate bene, continuano a ripetere i responsabili dei soccorsi. Nessuno manca all’appello. E attorno a questo grande miracolo la cronaca racconta tanti altri piccoli e grandi miracoli. Miracoli costruiti dalla capacità di solidarietà degli uomini nei momenti più brutti, dove nel dolore emerge la parte migliore. Tutti i volontari della Croce rossa, delle associazioni di medici, infermieri e psicologi, scout, movimenti religiosi e gruppi laici hanno risposto al muto ma assordante appello, e 28 mila persone senza casa hanno trovato alloggio negli alberghi, nelle case sicure messe a disposizione da chi ha un po’ di spazio, nelle tende e nei container montati vicino alle fattorie, perché non si possono abbandonare gli animali che proprio in questi giorni stanno tornando dagli alpeggi. Il freddo li stroncherebbe. «Abbiamo l’impossibile» E poi piccole grandi storie di persone. Alessandra e Carlo, due insegnanti volontari della Croce rossa, si sono sposati a Senigallia il 29 ottobre. Il 30 pomeriggio erano nel campo base della Croce rossa a Camerino, a lavorare nella cucina che fornisce 1.500 pasti al giorno agli sfollati. Gli abiti da matrimonio cambiati nella fiammante divisa che sta dando conforto a tanti, anziani disperati («questa volta non rivedremo la nostra casa»), adulti angosciati dal futuro («cosa sarà del nostro lavoro?»), bambini spaventati: molti non vogliono più entrare in casa, dicono i genitori, e piangono ad ogni scossa. Alessandra e Carlo si stupiscono dello stupore di chi li incontra: «Distribuire un pasto caldo e buono a chi ha perso tutto, vedere gli occhi degli anziani che quasi vergognandosi chiedono una mela, gli occhi impauriti dei bambini che guardano incantati le divise rosse fuoco, e quando porgi loro il piatto li vedi sorridere: vale un viaggio di nozze», raccontano. «Pur non avendo niente abbiamo l’impossibile, la Vita, e la forza di andare avanti». Come la forza della signora Rosa, 106 (centosei!) anni. Il centro storico del suo paese, Monsampietro Morico, è stato evacuato, lei è stata salvata dal vicino di casa, un omone di origini napoletane, che l’ha presa in braccio come una bambina e l’ha portata fuori dall’abitazione mentre i muri si incrinavano, si piegavano, si spezzavano. Chi non ha fatto una piega, non si è incrinata, non si è spezzata è lei, la signora Rosa, centosei anni e tre terremoti. Ora la sua casa è un albergo ristorante dove si sono riunite una quarantina di persone del paese, ritrovando quel senso di vicinanza e comunità che dà il coraggio tenace giusto. «Io sto bene», dice Rosa. «Non mi manca niente e soprattutto non mi mancano amici e persone care». Piccole storie, tessere di un mosaico di una grande storia. San Benedetto è ritto lì, in mezzo alla piazza. È il patrono d’Europa, ha visto tanto e tanto risorgere dalle macerie. Ha visto tante e tante ricostruzioni, ha visto le mani dei suoi monaci operare per centinaia di anni e le mani delle sue monache pregare. Ora et labora, e mai come in questi giorni il lavoro è preghiera, e la preghiera è lavoro. | | 16 novembre 2016 | 15 pRIMALINEA IL SISMA INFINITO Il vescovo senza tetto Spiegare a chi ha perso tutto che «Dio ama la vita e non ha creato nulla di male». La nuova drammatica missione di monsignor Brugnaro, sfollato tra gli sfollati «L e vivo anch’io da sfollato, provando tutte le difficoltà delle altre persone. Di questo sono contento, perché non avendo nessuna forma di privilegio posso capire meglio il disagio della mia gente». Monsignor Francesco Giovanni Brugnaro, vescovo di Camerino-San Severino Marche, ha 73 anni e l’arcivescovado della sua diocesi non è più agibile. La “sua gente” sono gli abitanti di tante città del Maceratese, tra cui Ussita, Visso, Castelsantangelo sul Nera, epicentro delle violente scosse del 26 ottobre, colpite anche dal terremoto del 30, che ha danneggiato e ferito anche quei muri e quelle pietre che erano rimasti in piedi dopo il sisma del 24 agosto. Restano comuni fantasma dove quasi tutte le case sono inagibili, i borghi svuotati e i centri storici rovinati se non cancellati. A Visso il museo che ospita molti manoscritti di Giacomo Leopardi è dana situazione è drammatica mento e le continue scosse che si susseguono senza posa gettano la gente nella disperazione. Qui ci si chiede: ma se continua così, che cosa ne sarà di noi?». Per ora è impossibile riprendere quelle piccole attività «nelle botteghe o all’università» così importanti perché «fanno percepire che la vita ricomincia, anche se lentamente». Questo, secondo monsignor Brugnaro, accresce «l’esperienza di solitudine, soprattutto dei tanti anziani che abitavano i nostri centri e che ora si sentono anche esiliati, facendo fatica ad adattarsi alla nuova situazione». «Sono spaesato anch’io» In mezzo a questo dramma, il vescovo insieme ad altri sacerdoti cerca di «portare speranza e solidarietà morale e religiosa visitando gli sfollati». Il suo compito ecclesiale ora è completamente cambiato: «Il nostro dovere è alleviare le sofferenze e soccorrere le urgenze. La nostra è una «puR coN LE LAcRIME AgLI occhI, NoN dobbIAMo pERdERE IL bENE pIù gRANdE E dEfINItIvo, chE è LA fEdE E chE dEvE ESpRIMERSI AttRAvERSo LA SoLIdARIEtà E LA fRAtERNItà» neggiato e le poesie sono state trasferite a Bologna; a Camerino, sede di una storica università, i collegi sono inagibili e gli studenti sono scappati. Anche l’arcivescovado non è più abitabile e monsignor Brugnaro è fuggito solo con quello che aveva addosso, lasciando indietro l’abito da vescovo. «La situazione è drammatica», racconta a Tempi da una struttura a sei chilometri da Camerino. «I nostri piccoli paesi sono completamente evacuati. Gli abitanti provano un completo disorienta16 | 16 novembre 2016 | | pastorale dello sfollato: l’obiettivo è far riprendere una vita normale alle persone, anche aiutando le autorità a rimettere in piedi certi servizi, in modo tale che la gente si senta confortata non da promesse, perché il futuro è sempre incerto per tutti, ma da gesti e impegni concreti». Brugnaro condivide gli stessi disagi della sua gente e anche le stesse difficoltà: «Quando contemplo la città svuotata», continua, «con i monumenti antichi che rappresentano l’identità delle | DI VIttorIo robIatI benDauD Che ne sarà di tanta bellezza? Piango per gli abitanti dei Sibillini, per Amatrice, Norcia, Visso e Camerino. Spero che vi rialzerete, splendidi borghi che ho imparato a sentire anche miei MonsignorBrugnarosidice«contento» diesserecostrettoaviveredasfollato. «Nonavendoalcunprivilegioposso capiremeglioildisagiodellamiagente» nostre comunità sventrati, i campanili crollati, le opere d’arte espressione della fede autentica di questo popolo rovinate; ecco, in questi momenti sono un po’ spaesato anch’io». Al vescovo gli sfollati pongono domande di senso davanti alle quali mancano le parole per rispondere: «C’è appena stata la grande lettura del Libro della Sapienza, dove si dice che Dio ama la vita e non ha creato nulla di negativo». Neanche il terremoto? «I cristiani devono avere il coraggio di alzare lo sguardo e affermare: noi siamo cari al Signore. La nostra carne sofferente, soprattutto in questi giorni, è stata assunta da Gesù e anche se noi ora non sappiamo come né perché, Dio ci è vicino. E questo non lo dico io, né la teologia: ce l’ha dimostrato Gesù salendo sulla croce. Ma con quel gesto non ci ha insegnato a soffrire, ci ha detto che il nostro destino non è la morte, ma un amore onnipotente che si prende cura di noi. Quindi, pur con le lacrime agli occhi, non dobbiamo perdere il bene più grande e definitivo, che è la fede e che deve esprimersi attraverso la solidarietà e la fraternità». [lg] T utto incominciò una decina d’anni fa, quando il rabbino Laras mi chiese di guidare le ufficiature liturgiche presso la sinagoga di Ancona in occasione di una festività ebraica. E così, di anno in anno, iniziò a crescere il mio amore per le Marche, percorse in lungo e in largo in compagnia di ottimi amici. I terremoti che sconquassano da settimane il Centro Italia, al di qua e al di là dei Monti Sibillini, hanno devastato luoghi che conosco ormai come le mie tasche, talora uccidendo e talora provando dolorosamente la vita di persone che ho incontrato e a cui sono legato da forti vincoli di amicizia. È uno strazio sentire al telefono Marco, di Amandola, un giovane studente innamorato del suo paese e delle sue montagne, “serie”, incantate e solenni. La casa della sua famiglia è inagibile, piena di crepe; il luogo dell’intimità familiare e della memoria è divenuto una trappola potenziale, dal futuro incerto. Lui e i suoi stanno costruendo una casa in legno nel giardino, con l’inverno alle porte e pioggia in arrivo, destinata forse a diventare neve. La bella Amandola, incastonata nel verde, non ha retto: il centro storico è collassato, probabilmente perché non si è riuscito a puntellarlo in tempo, dopo la prima devastante scossa di fine agosto. Chiamo subito Laras, che, addolorato, mi disvela un dettaglio della sua vita fino a quel momento a me ignoto. «Sai, Vittorio, quando iniziai a fare il rabbino ad Ancona, ho battuto tutti gli archivi e le biblioteche dei paesini dell’entroterra, tra cui Amandola, ove c’era un piccolo e antico fondo ebraico. Quel borgo, con la piazza della parrocchiale digradante verso la chiesa e incorniciata da palazzi e portici, era un gioiellino». Annuisco al telefono. So che era così, ci sono stato anch’io. Pensando a quanta antica bellezza abbiamo perso e alle difficoltà e al dolore degli abitanti di quel piccolo mondo – dignitoso, operoso e fiero –, vengo preso da cupa tristezza. Risorgerà il romorio? Passano le ore e apprendo che la situazione si fa sempre più pesante. Richiamo l’amico Michele Silenzi, fermano come Marco, che mi ripete parole che ho già sentito: «Stavolta il botto è stato tremendo. Uno scossone devastante. La devastazione è peggiore della volta scorsa. Il senso di instabilità e insicurezza attanaglia tutto e tutti». Un caro amico ha invece chiamato Augusto, proprietario di uno splendido b&b a Pievebovigliana (Mc), da lui lungamente e faticosamente restaurato. Le case pare abbiano retto, “solo” una sala ha avuto danni seri. E mi chiedo tra me e me quanto ci vorrà per rimetterla a posto, quanto gli costerà, dove troverà i soldi e che sentimento di rabbia e di ferita profonda si debba provare nel vedere distrutti sforzi, sacrifici, passione e tempo. Vengo a sapere che Pievebovigliana è deserta, spettrale, le case puntellate e inagibili, alcune compromesse per sempre. A Pievebovigliana, con le sue rarefatte frazioncine rurali che si arrampicano su per le boschive alture collinari, gli abitanti avevano orgogliosamente creato un delizioso museo della loro civiltà contadina, volto ad affidare al futuro le memorie dell’amato borgo. Che ne sarà? Risorgerà il romorio, tornerà il lavoro usato? Ricevo una telefonata da un amico caro e stimato: è Pierfrancesco, professore e giornalista, e anche con lui ho difficoltà a trovare parole adeguate, che siano vere, oneste, non banali. Penso che farei più bella figura a stare zitto. Eppure siamo esseri parlanti, e non posso fare a meno di blaterare qualcosa, sicuramente inadeguato, che però provi a esprimergli il mio dolore, il mio affetto, la mia amicizia. Pierfrancesco mi conferma che per Visso non c’è più niente da fare: sisma dopo sisma, ha ceduto, ha parzialmente retto, è stata sopraffatta e, infine, è crollata. Gli domando che ne è di Macereto, un incredibile frammento di Rinascimento a mille metri di quota. Non lo sa. Resto con l’interrogativo angoscioso che sia rovinato al suolo anche il capolavoro montano dell’architetto G. Battista da Lugano, che riprese un progetto del Bramante. A Macereto vi erano inoltre gli affreschi di Simone de’ Magistris, uno dei maggiori artisti italiani tra Cinquecento e Seicento, che frequentò la bottega di un ormai anziano Lorenzo Lotto. Mi congedo da Pierfrancesco e penso a Visso e alla splendida Val Nerina, la valle del fiume Nera, sempre gonfio d’acqua e principale affluente del Tevere. Visso era un incanto, con i suoi palazzi medie| | 16 novembre 2016 | 17 vali e di epoche successive, tra vetuste mura in pietra e boschi lussureggianti, tra montagna e collina. Visso e i manoscritti di Leopardi, che vidi anni fa per la prima volta, custoditi nel museo diocesano, una splendida chiesa medievale ripensata in museo. Che commozione! L’infinito e le correzioni che vi aveva apportato il nostro grande e tormentato poeta. Ed eccoli là i monti azzurri eternati da Leopardi, i meravigliosi Sibillini. Fu proprio a Visso che compresi che, se non si vedono almeno una volta nella vita i Sibillini all’orizzonte e non si passeggia per i ridenti borghi dell’entroterra maceratese, non si capisce nulla dei riferimenti simbolici di Leopardi, checché se ne possa dire. In quei luoghi ho ammirato con gratitudine quel che fotografava il Poeta: «Ecco il sere- vista. Pochi spettacoli ho potuto contemplare in vita mia di sì abbagliante e semplice bellezza. Un piccolo borgo sperduto, al pari del Piano in cui si erge; rude, come è rigido il clima di un territorio spazzato da venti fortissimi. Eppure quanta essenziale bellezza! Il blu del cielo, il verde dei prati e delle montagne, il grigio delle pietraie, lo spettacolo di una tavolozza di colori impazzita e festosa durante la fioritura, un evento con eco mondiale. Ora Castelluccio è a terra. Devastata. Spero che ti rialzerai, piccolo borgo. Spero che i tuoi tenaci e coraggiosi abitanti non ti lasceranno caduta al suolo, splendida e amata Castelluccio, che sento anche un po’ mia. Spero che si riesca ad aiutare questa gente a continuare a vivere quei luoghi e a ricostruirli al meglio. Visso e i ManosCritti di Leopardi, Che Vidi anni fa per La priMa VoLta, Custoditi in una spLendida Chiesa MedieVaLe ripensata in Museo. Che CoMMozione! no/ Rompe là da ponente, alla montagna;/ Sgombrasi la campagna,/ E chiaro nella valle il fiume appare». E ancora, come non citarla?: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle,/ E questa siepe, che da tanta parte/ Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude». Castelluccio, amore a prima vista Piango per Visso, piango per la sua gente. Da Visso, con la sua imperdibile “Pasticceria Caffè Sibilla” arretrata nei portici, la strada si inerpica lungo la montagna, fiancheggiando il Nera e molti allevamenti di trote. Si sale, tra tornanti e faggi che si alternano a pini, giungendo al confine tra Marche e Umbria. Si arriva ai Piani di Castelluccio, un altopiano carsico-alluvionale alle pendici del Monte Vettore. Il primo che si incontra è il Pian Perduto, con le sue alture verdi che si rincorrono come mille seni. In cima a una di queste, la maggiore, ecco Castelluccio. Fu amore a prima 18 | 16 novembre 2016 | | Il Monte Vettore ha tremato. Mi sono avventurato più volte su quella montagna maestosa, spesso incappucciata da pesanti nubi. Da Castelluccio si deve scendere e tenersi sulla sinistra, arrivando a Forca di Presta. È lì che inizia il sentiero ghiaioso e annaspante, che porta in vetta. Una gran faticata, la salita al Vettore! Che montagna inaspettata e irta, che gole, che fratte, che anfiteatri imponenti! Sotto ci sono Ascoli e Arquata del Tronto. Di fronte svettano i Monti della Laga e dietro c’è il Gran Sasso. Amatrice era in mezzo tra i due sistemi montuosi. Dall’altra parte, ecco il panorama dolce e virente dei Sibillini, con le vette arrotondate, ricoperte da erba che si alterna a tondeggianti faggete. Le aquile roteano alte nel cielo. Si intravede Forca Canapine, passaggio obbligato per scendere a Norcia, di cui Castelluccio, pur lontana, è frazione. Sul Vettore, tra erba, roccia e fiordalisi, ho trovato anche le stelle alpine. Mi chiedo che ne sia del b&b “La Valle delle Aquile”, costruito e gestito con professionalità dalla famiglia Bertoni, che tanto vi aveva investito di soldi e di cuore. Che ne è dei loro progetti, dei sogni per il futuro delle loro famiglie? E da Castelluccio, il mio pensiero corre a Montemonaco (Ap), località aspra e dolce al contempo, ai piedi del Monte Sibilla. Che ne è di Montemonaco e della bella Smerillo, arroccata su un calanco? Ma Mosè nascose il suo volto Al versetto 6 del capitolo III del Libro dell’Esodo, si legge che Mosè nascose il suo volto dinanzi al Signore che gli Si rivelava nel roveto. I rabbini si interrogano nel Talmùd (Berachòth 7a) se egli abbia fatto bene o male a comportarsi così, e le opinioni divergono. Spiega il rabbino Soloveitchik che lì Dio era pronto a rivelarSi all’uomo Mosè, che ebbe l’opportunità di comprendere tutto ciò che è nascosto, di capire con chiarezza le vie di Dio e la Sua giustizia. Ma Mosè nascose il suo volto. Non volle che le sue domande ricevessero risposta e che tutti i misteri si dissipassero. Perché? Perché Mosè temeva di perdere l’empatia e la solidarietà verso il proprio prossimo, se avesse compreso il perché del misterioso agire di Dio e che morte, distruzione, sofferenza, malattia, povertà e solitudine hanno un senso ultimo che si dissolve in Dio, sì che non sono ciò che sembrano a noi – ossia male –, ma altro. Noi non abbiamo risposte, a parte quelle scientifiche e geologiche, al perché di questa devastazione, di questo scempio, di questo strazio in una delle zone più belle e significative del nostro paese. Noi abbiamo solo un dovere, quello indicato da Mosè: non tergiversare ed essere solidali, aiutando in ogni modo gli abitanti dei Sibillini, di Amatrice, di Norcia, di Visso e di Camerino. E di salvare, con loro, la bellezza mozzafiato, eppur discreta, di quei luoghi magici. n boris godunov dopo Firenze, renzi dovevA AndAre A bAssAno L’elogio autocelebrativo degli “angeli del fango” che annega nell’oblio i caduti di guerra OFFERTA SPECIALE le TEMPI Settimanitalae e cartacea i rivista dig Un anno d NET Sito INTioE, R iudiz cronaca, g 24 ore di olazione di idee libera circ STAMPA Rassegntinaa nell’area riservata ogni mat Disponibile TEMPI Il caffè dipranzo + + + via mail pausa irettamente o dopo la Ogni giorn ndimento speciale d un approfo 60e I GRANDI T EM I | DI MPI - FAMIGL E T I A LE COSE CHE VANNO DETTE “ IL RICONOSCIMENTO DI uNIONI GAy E GENDER SEGNA LA NOSTRA FINE. È uN TENTATIVO DIAbOLICO DI CREARE uN’ALTERNATIVA A DIO. QuALCOSA VA FATTO. SE TACESSIMO, SAREMMO CORRESPONSAbILI DI uNA GRAVE INGIuSTIzIA VERSO I bAMbINI ” CARLO CAFFARRA di renAto FArinA A nche nella sciagura, nel pianto, nel ricordo c’è chi è più uguale degli altri. Il capo dello Stato è andato a Firenze, per far memoria dell’alluvione del 1966, e indicare come eroi del nostro tempo, da portare ad esempio, gli “angeli del fango”. Ragazzi e ragazze che meritoriamente spalarono la mota, ripulirono libri antichi dalla sporcizia, soprattutto raggiunsero frazioni isolate portando generi di prima necessità. In quello stesso giorno di 50 anni fa, la Carnia e il Basso Friuli furono travolti dalla furia delle acque. In particolare Latisana, a causa dello straripamento del Tagliamento, ebbe i suoi morti. Molti fiumi del Veneto, come il Piave, il Brenta e il Livenza, balzarono fuori dagli argini, e vaste zone del Polesine, sempre martoriato, furono allagate; in Trentino la città di Trento fu investita dalle furibonde acque dell’Adige. Nessuno ha mai saputo che anche Venezia soffrì danni enormi, e lo ha ricordato il cardinale Scola sul Corriere della Sera. La televisione pubblica è andata al seguito di queste storie. Perché? Spero non sia solo per l’attrazione fatale del servilismo verso il presidente del Consiglio di turno. Ma qui io voglio dire che il prezzo del ricordo per gli “angeli del fango”, i giovani che accorsero un po’ per generosità e molto per spirito di avventura, compagni e compagne di liceo unite nella lotta, e all’addiaccio, sono stati altri angeli, che morirono nella Prima guerra mondiale, circa un milione, e che ormai sono dimenticati. Dopo Firenze sarebbe stato bene un salto del capo dello Stato a Redipuglia, a Bassano, ad Asiago. «Trascurare questo luogo non è cosa ragionevole» Io non sono affatto un tifoso di quella Grande Guerra. Fu una inutile strage, come disse Benedetto XV, ma non è una buona ragione per dimenticare chi pagò il prezzo della vita, o di un braccio, o di ferite portate con sé per tutta l’esistenza, di coloro che risposero, come si dice con una retorica desueta ma giusta, al “richiamo della madrepatria”. Ciascuno di noi ha in famiglia un morto, un invalido di quella barbara esperienza bellica. Eppure nello strazio CiAsCuno di noi hA in FAmigliA un morto, un invAlido di quellA bArbArA esperienzA belliCA. eppure nell’ingiustiziA, lì si Costituì lA CosCienzA nAzionAle. dA quel momento inesorAbilmente si divenne itAliAni e nell’ingiustizia, lì si costituì la coscienza nazionale. Non grazie alla guerra, ma salendo sopra il male e l’orrore della guerra. Da quel momento inesorabilmente si divenne italiani. Non italianiitaliani. Ma ciascuno divenne romagnolo-italiano, siculo-italiano, emiliano-italiano, lombardo-italiano e via. Bisognerebbe fare come in America, con i cimiteri con le croci bianche, oltre le colline, dove si celebrano i morti anche di guerre sbagliate, ma che videro il sacrificio di padri, nonni, bisnonni. Invece da noi si preferisce l’elogio assai scontato e autocelebrativo degli “angeli del fango”, che adesso sono tutti impegnati in un simpatico Amarcord di quanto furono buoni e generosi. Ottimo. Giusto. Un bell’esempio. Purché non sia un velo utile a coprire dolori, sacrifici sconosciuti e anime gloriose e sparite nella nebbia dell’oblio ufficiale. Qui Boris mi interrompe. E ricorda il suo compatriota Solzenicyn, e un suo racconto, Zachar-Bisaccia. In bicicletta l’autore con un amico va a Kulikovo, il campo di una feroce battaglia sul Don: i russi resistettero ai mongolo-tartari nel 1380. «Quella terra, quella luna e quel luogo remoto erano i medesimi del 1380». Una specie di «ago piantato verso il cielo» su un’altura era il povero monumento alla memoria. E c’era il guardiano, Zachar-Bisaccia, non un’autorità, ma un uomo del popolo che da solo vegliava. Boris riprende Solzenicyn e dice che «trascurare questo luogo non è per noi russi cosa ragionevole». Così vale per noi. O no? A proposito. Non dobbiamo avere paura della parola cimitero. Vuol dire dormitorio. I morti dormono. Noi? Svegliamoci. | | 16 novembre 2016 | 21 INTERNI manette e marionette Calogero Mannino il papello? Una patacca. La trattativa Stato-mafia? Un castello in aria. Storia di un processo inscenato prima a teatro che nei tribunali. Parola di perseguitato dalla giustizia. Da venticinque anni 22 | 16 novembre 2016 | | | DI EmaNuElE BoffI Si vedrà. «Ma mi ascolti bene – ammonisce Mannino –: questo processo in Cassazione non reggerebbe mai, mai. Va dato atto al gup di essere stata molto coraggiosa. Avrebbe potuto condannarmi o trovare qualche formula in modo che si arrivasse in altri gradi a mettere in ordine i fatti. Invece ha preso tutti i fascicoli, li ha studiati, è arrivata a sentenziare la mia estraneità e si è spinta anche più in là, dando giudizi molto chiari sul modus operandi dei pubblici ministeri. Il gup s’è trovata di fronte una mon- Foto: ansa Ansa «I l mio processo è stato costruito in sede extragiudiziale. Se lei prende i libretti di Marco Travaglio e li raffronta con l’accusa svolta dai due pm – Nino Di Matteo e Vittorio Tiresi – trova, fatta salva la sintassi, una coincidenza straordinaria». Sono tanti i sassolini che Calogero Mannino ha intenzione di levarsi dalle scarpe. A inizio mese, un anno dopo la sentenza nel processo con rito abbreviato, il gup di Palermo Marina Petruzzella ha depositato le motivazioni della sua assoluzione «per non aver commesso il fatto» nel processo della cosiddetta “Trattativa Stato-mafia”. «La mia linea di difesa – spiega Mannino a Tempi – è stata, era ed è la riaffermazione della mia totale estraneità a riguardo di una vicenda di cui non sono in condizione di dire nulla e, men che mai, di confermarla». Per l’ex ministro Dc si è concluso positivamente il primo grado di giudizio in cui era accusato di «violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario» dello Stato, un reato «che nemmeno Mussolini si sognò mai di usare contro i suoi nemici». Però è in base all’articolo 338 del codice penale che i pm hanno chiesto una pena di nove anni. E anche quando il 4 novembre 2015 fu pronunciata la sentenza d’assoluzione, sebbene non fossero state ancora rese note le motivazioni, furono i pm ad annunciare subito l’appello. Ora che faranno? INTERNI manette e marionette Il 7 ottobre scorso Roberto cota, l’ex governatore leghista del Piemonte, è stato assolto dall’accusa di peculato nel processo sulla cosiddetta “rimborsopoli” regionale Il signor Franco. Ah no, Carlo Tuttavia anche questa volta è servito molto tempo perché la pedata fosse assestata. E non è la prima volta. È dal 1991 che Mannino sale e scende gli scalini dei palazzi di giustizia. Venticinque anni. Un quarto di secolo alla gogna è una tortura «peggiore del waterboarding», come disse una volta a questo giornale il politologo Edward Luttwak, estimatore di Mannino. Fu nel 1991 che un pentito accusò Mannino di essere un mafioso. Solito can can mediatico finché, mancando alcun tipo di riscontro, l’inchiesta fu archiviata. Archiviata ma non dimenticata, verrebbe da dire. Perché tre anni dopo partì una nuova inchiesta che portò nel 1995 all’arresto di Mannino per concorso esterno in associazione mafiosa. Quella volta per il quattro volte ministro si aprirono le porte del carcere: nove mesi in cella e altri tredici ai domiciliari. La conclusione? Assoluzione nel 2010 in Cassazione. Ma la pace durò poco e Mannino fu accu24 | 16 novembre 2016 | | sato di aver avuto un ruolo importante nella trattativa tra i boss di Cosa Nostra e le più alte sfere delle istituzioni italiane; nella sostanza, di aver concordato di porre fine alle stragi dei primi anni Novanta in cambio di un ammorbidimento della carcerazione dura per i capi mafiosi. Le prove di tutti questi traffici? Il famoso papello, il foglietto presentato da Massimo Ciancimino, figlio del mafioso Vito, ai due pm, in cui s’attestavano le richieste del boss Totò Riina. Papello che, nelle dichiarazioni di Ciancimino, è poi diventato un “contro-papello”; trattativa vazioni settimana scorsa, il Corriere della Sera non ha dato risalto alla notizia, Repubblica, che pure l’ha cavalcata per mesi, se l’è cavata con asettici articoletti, il Fatto ne ha parlato nelle pagine interne e solo per sottolineare i “buchi” nella ricostruzione di Petruzzella. «Se volessimo essere seri – riprende Mannino con Tempi – dovremmo chiederci: quando la notitia criminis è pervenuta ai signori pubblici ministeri? Con quale forma? Con quali mezzi? La forma e i mezzi sono stati la serie di articoli a ping pong che si sono scambiati Repubblica, Il Fatto e il Corriere della Sera. Poi la massima amplificazione con le trasmissioni televisive di Michele Santoro su La7 e i programmi su Rai Tre. Rai Uno ha tenuto la solita posizione melliflua: non hanno nemmeno dato la notizia della mia assoluzione e del deposito della sentenza». a comprendere che, nel suo caso, «questi embrioni di sospetti hanno avuto un’amplificazione mediatica straordinaria, al punto tale che si può dire che questo è un processo che, prima ancora che nelle aule giudiziarie, è stato inscenato sui giornali e addirittura a teatro». I pm in prima fila Non è un modo di dire. Con lo spettacolo “È Stato la mafia” il direttore del Fatto quotidiano ha davvero percorso da nord a sud la nostra penisola. «Il signor Travaglio – riprende Mannino – ne ha tratto un pro- «dAl suo spETTAColo IN molTE CITTà Il sIgNoR TRAvAglIo hA TRATTo uN vANTAggIo pRoFEssIoNAlE ComE ATToRE, ComE guITTo, E uN vANTAggIo ECoNomICo» che è poi passata per le mani di un agente dei servizi segreti (ovviamente deviati), il “signor Franco”, poi diventato il “signor Carlo”. Un papello che nelle «farraginose e fluviali dichiarazioni» di Ciancimino ai pm è diventato molte cose diverse. Ma la sostanza è che è sempre stato presentato in fotocopia, mai in originale. Insomma, una patacca photoshoppata. Un raggiro che tuttavia, come ha scritto il gup Petruzzella nelle conclusioni delle cinquecento pagine di motivazioni, è servita a «tenere “sulla corda” i pubblici ministeri col postergare la promessa di consegnare loro il papello, carpirne così la considerazione e mantenere sempre alta su di sé l’attenzione generale, accompagnato nel suo luminoso cammino dalla stampa e dal potente mezzo televisivo». Ecco: la stampa, la tv, il circo mediatico giudiziario. Il giurista Giovanni Fiandaca, che già in tempi non sospetti aveva aspramente criticato la Trattativa, ha scritto sul Foglio parole contundenti sui «servi sciocchi delle procure» e le «gazzette delle manette». Secondo Mannino le motivazioni rese note dalla gup aiutano fitto personale con rappresentazioni teatrali che ha svolto in molte città. Ne ha tratto un vantaggio professionale come attore, come guitto, e un vantaggio economico. Si è arrivati ad assistere a scene aberranti e vergognose proprio a Palermo dove, in un grande e affollato cineatro, i pm si sono seduti in prima fila ad ascoltare quella che avrebbe dovuto essere la loro requisitoria. Non so se è chiaro: è una cosa mostruosa. È una vicenda andata fuori da ogni regola e limite». Mannino ne ha viste tante nella sua carriera di uomo pubblico e sa bene che, da sempre, esiste una certa contiguità tra il mondo delle procure e quello dell’informazione, «ma qui siamo arrivati ad un punto tale che io parlerei di “connivenza”. Una connivenza in un progetto accusatorio». Quando un anno fa uscì la sentenza, Travaglio scriveva ancora che, però, «il fatto sussiste». Ingroia, allora e ancora oggi, difende il suo operato. Don Luigi Ciotti ebbe modo di lamentarsi che in Italia ci vorrebbe un «maggior investimento nella ricerca della verità». Come ha notato anche Fiandaca all’uscita delle moti- Foto: ansa Ansa tagna di carte perché i pm hanno ritenuto che, in base al peso delle scartoffie che rovesciavano nel processo, si sarebbe determinato il peso dell’accusa». Così non è andata, per fortuna. S’è trovato un giudice che ha avuto la pazienza di leggersi le carte (e questo, purtroppo, non è scontato). «In verità – aggiunge Mannino – già nell’ordinanza di rinvio a giudizio il gip Piergiorgio Morosini aveva chiesto ai pubblici ministeri di presentare le prove. Un comportamento alquanto pilatesco, se ci si pensa. Già Morosini avrebbe dovuto ordinare l’archiviazione per mancanza di prove, e invece si è andati avanti». Si è andati avanti finché un giudice «ha fatto tabula rasa di tutto questo castello di fantasie campate in aria. Perché il processo contro di me è come un castello di sabbia costruito da bambini sulla spiaggia. Bastava una bella pedata per farlo rovinare a terra». La pazienza dei santi martiri Sulla soglia degli ottant’anni Mannino vorrebbe solo uscire da questo labirinto di «dubbie fantasie, umori e metafore sui rapporti tra criminalità e politica. Rapporti che possono esserci, ma vanno localizzati nella sede in cui si svolgono effettivamente, non possono essere inventati o affidati a una “narrazione”». Ora, dopo un quarto di secolo in cui ci ha rimesso la salute e il patrimonio, Mannino vorrebbe solo essere «lasciato in pace», anche se sa che occorre armarsi della «pazienza dei santi martiri». «Non voglio fare la vittima, ma chiedo: perché ha dovuto soffrire tanto mia madre? E cosa ha dovuto patire mia moglie, che sopporta quotidianamente questo calvario? E mio figlio con tutto il suo senso di dignità e orgoglio personale? Io sono vivo per miracolo. Ringrazio sempre lo Spirito Santo. Sempre, sempre, sempre. Sempre e innanzitutto. Lo Spirito Santo mi ha illuminato e protetto». n | DI LuIgI AmIcone Ora mettetevi voi in mutande Dileggiato, schernito, rovinato per dei boxer verdi. E ora che si scopre che era tutto falso, chi risarcirà l’ex governatore leghista Roberto Cota? C hi non ricorda l’immagine più esilarante e corrosiva del cosiddetto “scandalo rimborsopoli”? Fino al 7 ottobre scorso, quando i giudici di Torino lo hanno scagionato dall’accusa di peculato, Roberto Cota, leghista ed ex governatore della Regione Piemonte, era il politico delle “mutande verdi”. Lo aveva accusato un rapporto della Finanza. Consegnato alla magistratura nel luglio 2012. Ma che, coincidenza vuole, era finito sui giornali proprio qualche settimana precedente la sentenza con cui il Tar, nel gennaio 2014, annullò le elezioni regionali che si erano svolte ben tre anni e mezzo prima, nella primavera 2010. Ecco, Cota, leghista e governatore dimesso per sentenza amministrativa a causa di firme false presenti in una delle liste collegate alla sua (lo stesso problema che avrà il suo suc| | 16 novembre 2016 | 25 INTERNI manette e marionette | DI DANIElE GUArNErI Non visto, si stampi «GRamEllINI mI dETEsTava, REpubblIca mI massacRava. E così lITTIzzETTo. sE NoN sEI dElla casTa dEI saloTTI buoNI NoN haI Il dIRITTo dI pREsENTaRTI allE ElEzIoNI» bile gogna che ho dovuto subire?». In effetti è difficile spiegare gli sfregi, le cattiverie, le umiliazioni che gli hanno riservato i noti moralizzatori. A mezzo stampa e a mezzo comici nazionalpopolari. Di casa sui giornaloni e di cassa dei contribuenti Rai. «Gramellini mi ha detestato perché sono della Lega. Repubblica mi ha massacrato per lo stesso motivo. E così Luciana Littizzetto. Alla fine di questa storia mi sembra di aver capito che se non fai parte della casta dei salotti buoni non hai il diritto di presentarti alle elezioni e il popolo non ha il diritto di votarti». È così, probabilmente. «Cota, ecco cinque euro per la ricarica del telefono», ridacchiava Littizzetto a Che tempo che fa. «Cota che si compra l’erba e la mette in conto alla Regione», rincarava sempre da Fabio Fazio la signora comica. Mentre l’altro famoso torinese, quello dei cuoricini infranti, firmava il suo “Buongiorno” 26 | 16 novembre 2016 | | Le regole esistono, ma nessuno le rispetta. Il paradosso è che per diventare giornalisti bisogna saperle, ma per far carriera occorre infrangerle Complimenti. Per rendere detestabile il leghista si deturpa anche un gesto di elementare gentilezza per una persona disabile. Ah, questa sinistra perbene. Torinesi doc e cortesi come Ezio Mauro. Sotto la cui direzione Repubblica si è letteralmente sbranata il governatore. «Qualunque evento negativo accadesse in Piemonte, era colpa mia. Mai un articolo, non diciamo obiettivo, ma anche solo veramente informato sulle cose fatte in Regione, per esempio le riforme messe in campo dalla mia giunta: dai tagli ai costi della politica, alla riforma della sanità. Niente. Evidentemente Cota era il nemico da abbattere». al vetriolo per il leghista puzzone. Girava una foto di Cota che reggeva il portacenere a Bossi. Una foto nella quale era però anche evidente che lo reggeva dal lato sinistro del senatore. Il lato del braccio infermo, paralizzato, immobile. Lo vedono tutti, ma Gramellini è così intelligente, umano, gentile, che scrive: «Quando era soltanto un leghista, Roberto Cota poteva reggere il posacenere di Bossi o sostituirsi a esso con mani d’amianto. Poteva persino sventagliare la nuca del suo signore come uno schiavo nubiano. Ma da alcuni mesi Cota è alla testa di una Regione italiana di una qualche importanza: il Piemonte. Questo significa che, qualsiasi cosa faccia, non è più il leghista che la fa, ma il governatore del Piemonte. E Cavour non combinò tutto quell’ambaradan perché i suoi eredi finissero a reggere il posacenere del pronipote di Alberto da Giussano». I feticisti della penna Buon ultimo e cuor di leone, all’indomani della sentenza Tar, il finale di scherno lo firmerà sul Corriere della Sera Gian Antonio Stella. Cota, concluderà l’articolo l’autore de La casta, «a tutto avrebbe potuto sopravvivere, forse. Non alla notizia di quei boxer verde-kiwi, modello “Chappytrunk”, taglia L, comprati a Boston il 6 agosto 2011 per 40 euro messi in nota spese. Dice lui che si trattò solo di un errore della segretaria montato ad arte da “feticisti della penna”. Ma si sa, più che un attacco politico o perfino una sentenza può uccidere il ridicolo...». E invece, dopo lo sputazzo al buongiorno, il sarcasmo a Che tempo che fa e il dileggio in prima pagina. Dopo tre anni di morte politica e di gogna incivile, arriva il processo e la sentenza di assoluzione. «Il fatto non sussiste». Maurizio Lupi, che qualcosa ne sa di gogna e dileggio basati su accuse senza prove, commenterà: «In mutande dovrebbero andare in giro tutti quelli che lo hanno dileggiato gratuitamente e senza prove». Dovrebbero. Già. Li vedete voi i Gramellini, le Littizzetto e gli Stella, non diciamo andare in giro smutandati, ma ad offrire modiche dosi di pubbliche scuse? n D Foto: ansa Ansa cessore renziano Sergio Chiamparino, ma in questo caso Tar e Consiglio di Stato non annulleranno un bel niente) è stato massacrato da una campagna mediatica che lo ha presentato come un cialtrone che rubava sui rimborsi. Ma ecco anche che, venerdì 7 ottobre 2016, i giudici lo hanno prosciolto da ogni accusa. «Il fatto non sussiste». Dunque, non è vero che Cota faceva la stecca su «deodorante, spazzolino, Marlboro da venti. Una cornice. Una valigia. Un dvd. Cipster, taralli, M&M’s, arachidi». Non è vero che Cota si era tagliato lo stipendio da Governatore per farsi regalare dai contribuenti 40 euro di “mutande verdi”. «Se non ci fosse stato un giudice a Torino, adesso sarei per strada», dice Cota a Tempi. «Ora chi mi ripagherà per l’igno- telegiornali e essenziale e utile potrebbe recare danno siti internet era evidente che si trat- alle persone. Purtroppo, sempre più spestasse di un malfattore, di un ladro so, quello che si scrive risponde ad altre traditore, o forse anche peggio. Poi se a logiche, gli editori hanno altri interessi, distanza di anni, il farabutto risulta inno- i giornalisti non sono sempre veri profescente, chi li vede più i titoli sui giornali? sionisti. Tutto questo porta a dimenticaChi restituisce dignità, carriera e vita al re cosa sia davvero la deontologia, a farnon colpevole? Nessuno. «Questo modo la diventare una teoria astratta che c’endi fare giornalismo lo definisco nel mio tra poco con la professione. L’informaziolibro una barbarie mediatica». Il Manuale ne ha ormai un secondo fine. Sempre più di diritto dell’informazione e della comu- spesso orienta la politica e l’economia delnicazione del professore Ruben Razzan- la nazione, a volte riesce a rovinare la vita te, docente di diritto dell’informazione e la carriera delle persone. presso l’Università Cattolica di Eppure esistono leggi che vietano Milano, vede la luce a pochi la pubblicazione di certe notizie e maNuale mesi dall’emanazione del nuopuniscono un certo modo di darle. vo Testo Unico della deontologia Il giustizialismo mediatico giornalistica e in concomitansi nutre di varie patologie, ad za con l’uscita del nuovo regoesempio dell’abuso della publamento europeo sulla privacy, blicazione delle intercettazioni. destinato a cambiare la discipliChiacchiere registrate, sbattute na del trattamento dei dati perin pagina e che spesso trascinasonali in tutta Europa. «È avvino nel tritacarne persone estralente che per diventare giornanee ai fatti. Ormai le aule dei trilista un praticante debba studiabunali sono sostituite dagli sture e conoscere moltissime leg- Il professore di tv. E spesso per giustificare gi e norme deontologiche, ma Ruben Razzante questo modo di fare informaziopoi per fare carriera venga quasi è l’autore del ne si usa la scusa della lentezza incentivato dal sistema mediati- Manuale di diritto della giustizia, senza badare che dell’informazione co a disattenderle», dice Razzan- e della comunicosì facendo si rovina la vita delte a Tempi. le persone. È una vera barbarie. cazione, Wolters Kluwer editore, L’AgCom e l’Ordine dei giornaliA cosa serve il Testo Unico 700 pagine, sti (Odg) potrebbero fare di più. della deontologia se poi non 40 euro Il Consiglio di disciplina che dal viene rispettato? 2012 deve vigilare sul comporUn giornalista si deve sempre chiedere se quello che sta scrivendo tamento dei giornalisti non si è mai prorispetta il principio di essenzialità, cioè nunciato contro questo modo di fare, non se risponde al diritto del cittadino di esse- ha mai prodotto una condanna. Nessuno re informato. Questo vuol dire che deve si preoccupa della persona che con queessere consapevole che non tutto quello sto modo di fare viene calpestata, offesa e che scopre va pubblicato, perché se non è spesso rovinata per sempre. ai titoli di quotidiani, Il rapporto che si è venuto a creare da Mani pulite in avanti tra pm e giornalisti descrive perfettamente questo cortocircuito tra giustizia e informazione. Io lo chiamo carrierismo mediatico. Il pm che passa le informazioni al giornalista e lo mette, diciamo, sulla buona strada, di quale vantaggio gode? Che la sua inchiesta e il suo nome finiscono sui giornali. Stessa cosa per il giornalista, che vede il suo articolo pubblicato in prima pagina. È evidente che c’è una connivenza tra certe procure e certi giornalisti. Le intercettazioni dovrebbero essere pubblicate – sempre rispettando il principio di privacy ed essenzialità – solo dopo essere state messe a disposizione degli avvocati. Questo non sempre avviene. E una persona può scoprire di essere finita nel registro degli indagati leggendo i giornali. Ci sono leggi, ci sono norme che vietano tutto ciò, ma Csm e organi disciplinari anche in ambito giornalistico non intervengono incisivamente per punire questi abusi. Eppure esiste un Codice sui processi mediatici firmato nel 2009 da tutte le televisioni, dall’Odg e dalla Federazione nazionale della stampa italiana, ma mai fatto rispettare. Nel suo volume trova ampio spazio il diritto all’oblio che sta conoscendo nuove prospettive di attuazione. Sgombriamo il campo dagli equivoci. Il diritto all’oblio non è un colpo di spugna sul passato, non è la cancellazione indiscriminata di alcune notizie, ma è il diritto di una persona ad avere una corretta identità digitale. Nessuno chiede alle testate giornalistiche di distruggere i propri archivi. Occorre semplicemente aggiornare gli articoli. Se una persona viene assolta, bisogna rinnovare l’articolo, soprattutto sul web. Una notizia parzialmente vera equivale a una notizia falsa e può produrre comunque ingenti danni, come riconoscono alcune recenti sentenze in tema di diffamazione, anche online. | | 16 novembre 2016 | 27 VOSTRO ONORE MI OPPONGO CONSEQUENTIA RERUM l’INdOMANI dEl 4 dICEMbRE NOVANTAMILA PROCEDIMENTI NEGLI ULTIMI TRE ANNI Una domenica di novembre trascorsa nel nostro medioevo venturo C’è un motivo se quasi tutti i sedicenti “profughi” respinti fanno ricorso in tribunale | Q | 16 novembre 2016 | DI MAURIZIO TORTORELLA dI pIER gIACOMO ghIRARdINI – perdonate l’ignoranza – a Capodanno scoprii che l’Election Day sarebbe stato l’8 novembre mi sono detto: ecco 313 giorni di vita che verranno buttati via, il mondo intero sospeso nell’attesa del simulato vaticinio di aruspici che compulsano visceri elettorali. Ma in Italia, il 4 dicembre di quest’anno bisesto, di giorni ne avremmo dissipati 339, risucchiati nel nulla eterno come granelli di clessidra. Una narcosi globale che tanto somiglia ai prodromi dell’asfissia per monossido di carbonio, il fumigare di legni bagnati dalla stagnazione finanziaria, nutrito dalla bragia del terrorismo, soffiata dagli stessi arconti di questo mondo – di cui Giovanni disvelò la cifra. Cosicché, ieri, domenica, sesto giorno di novembre dell’anno di Nostro Signore due millesimo decimo sesto, nel meriggio – ad ora tarda, ahimè dimentico del recente ripristino dell’ora solare – mi affrettai peregrino a valicare il monte, senza bordone né capasanta, mettendo le ruote del mio crossover seminuovo sull’autostrada diserta, come a fuggire il sonno mortifero che talvolta prende quando troppo e vanamente ci saziamo di cibo terreno. Lottai contro il mugghiante marino che strigliava il vello delle montagne, che ora fa la muta dal verde all’oro infuocato, turbinante di foglie viola e nuvole tormentate di bambagia color canna di schioppo, rilucenti degli ultimi barbagli del sole che sciabolavano l’aria dilavata dagli scrosci, con echi lontani di cornamusa. Discesi alfine, passata la Cisa e lasciato alla MI AggIRO pER I mano mancina il monte Orsaro, che di quello speleo tremendo orso prende bORghI dESERTI E MI il nome, alla città di Pontremoli, che si erge isola fra la Magra e il Verde – è la loro piena che precipita dai monti che quei ponti suole fare tremare. ChIEdO CON QUAlE Mi aggiro come un foresto per i borghi, dove quasi nessuno passa e mi fUSO d’ARCOlAIO chiedo con quale fuso fatato d’arcolaio si è punto l’unico avventore addorSI è pUNTO l’UNICO mentato nel torpore d’osteria, chi ha serrato i battenti degli alti portoni, se ci AvvENTORE sarà acceso dentro il foco per le famiglie, dietro le finestre chiuse. Bisogna essere sposi fedeli per amare questa città – così viva e splendida e facile da amaAddORMENTATO re in estate – alla vigilia dell’inverno, quando viene lasciata sola come vedova dEll’OSTERIA, ChI incanutita. Eppure ho atteso la notte guardandoti dal ponte di pietra, beatahA SERRATO glI AlTI mente intontito dallo struggimento delle tue acque e del vento. Scherzi a parte, ci vorrà un certo coraggio per affrontare tutto questo mepORTONI, SE CI SARà dioevo prossimo venturo di cui ci parla ogni città storica italiana ammantaACCESO Il fOCO pER ta nelle ultime luci di una domenica sera di autunno. Il coraggio di restare e lE fAMIglIE, dIETRO di ricominciare il lunedì, con la virtù eroica dei santi: ecco, di questo avremo lE fINESTRE ChIUSE bisogno il 5 dicembre – comunque vada. 28 | uando | A nche il PaPa è stato severo: «Occore distinguere tra migrante economico e rifugiato. Il migrante deve essere trattato con regole certe, perché migrare è un diritto, ma deve essere regolato. Il profugo invece ha bisogno di più cure. Viene da situazioni di guerra, fame, angoscia terribile». Ha ragione, il Papa. In Italia, invece, tra le due categorie vige il caos più totale. Ed è colpa anche delle leggi. Dal gennaio 2012 allo scorso 30 settembre, quasi 246 mila immigrati si sono presentati alle commissioni territoriali prefettizie italiane dichiarandosi “profughi” e invocando un diritto d’asilo. Oltre 45 su 100, per l’esattezza 111.677, ne sono stati riconosciuti indegni. È possibile, se non probabile, che in grande maggioranza abbiano bluffato o barato. Nessuno di loro, comunque, è riuscito a dimostrare di avere i requisiti minimi per ottenere nemmeno la “protezione sussidiaria”, una formula secondaria d’asilo che scatta nei confronti di chi rischia un “grave danno” se costretto a tornare in patria, anche se ad aspettarlo non ci sono guerre civili, regimi dittatoriali o persecuzioni razziali, politiche, religiose. Del resto, gli stranieri in arrivo nel 2016 da zone effettivamente di guerra, HA RAGIONE, IL PAPA, qUANDO DICE CHE «SI DEVE DISTINGUERE come la Siria o l’Iraq, sono stati un miTRA MIGRANTE ECONOMICO E RIfUGIATO». IN ITALIA, INVECE, gliaio in tutto. In compenso c’è stato un TRA LE CATEGORIE VIGE IL CAOS. COLPA ANCHE DELLE LEGGI vero boom dalla Costa D’Avorio (5.862), dalla Guinea (4.441), dal Ghana (3.628). Naturalmente, ogni storia è a sé e come sì, per circa tre anni, i sedicenti profughi La totalità dei migranti, per di più, chietale viene valutata, ma tra il 60 e il 70 vengono trattati come “rifugiati sospe- de ai tribunali il “gratuito patrocinio”, per cento degli immigrati da queste zone si”, con tutti i benefici del caso: permesso cioè un avvocato d’ufficio pagato dallo non vengono accolti perché tecnicamendi soggiorno, assistenza sanitaria, dirit- Stato. E dato che un procedimento di prite «non profughi». to all’istruzione e all’accoglienza presso mo grado comporta una parcella sui 900 Una volta ottenuto il timbro prefettiuna struttura convenzionata, o in alter- euro, per i 90 mila casi degli ultimi tre zio con il “no” alla loro domanda d’asilo, nativa un sussidio in denaro sui 35 euro anni l’esborso per l’erario è stato di oltre 80 milioni. Per il giudizio d’appello, la però, i sedicenti profughi hanno 30 giorgiornalieri, circa mille euro al mese. ni per presentare ricorso al Tribunale ciNel 2014 hanno fatto ricorso il 73 per parcella è tra 800 e 1.200 euro; per la Casvile più vicino. A quel punto basta aspetcento dei migranti che si erano visti ne- sazione si sale oltre i 3 mila euro. Si calcola che i tre gradi per trattare tare che la giustizia italiana faccia il suo gare il diritto d’asilo. Nel 2015 la quota lento corso. E i tempi dell’attesa sono è salita all’80 e nel 2016 la quasi totali- il problema dei sedicenti profughi oggi lunghi: in primo grado il Tribunale imtà dei respinti ha bussato a un palazzo di costino tra 50 e 60 milioni di euro l’anpiega in media otto mesi a trattare un giustizia. A spanne, sono almeno 90 mila no allo Stato. È anche di questo che muocaso. Poi c’è la Corte d’appello: altri 10procedimenti aperti negli ultimi tre an- re la giustizia in Italia. 12 mesi. Infine viene la Cassazione. Coni, in grande maggioranza strumentali. Twitter @mautortorella | | 16 novembre 2016 | 29 ESTERI IL PREZZO DELLA VITA I nuovi dissidenti musulmani Il 25 settembre scorso, Nahed Hattar, scrittore e attivista politico giordano, è stato assassinato davanti al palazzo di Giustizia di Amman dall’estremista Riad Abdallah. Il giorno dopo l’assassinio, centinaia di persone hanno manifestato chiedendo le dimissioni del primo ministro Hani al Mulki. Nahed Hattar è il primo intellettuale assassinato per accuse di blasfemia in tutta la storia della Giordania Intellettuali del mondo arabo si sono incontrati a Roma per denunciare la deriva oscurantista delle loro società. «Certe leggi islamiche, con il pretesto di lottare contro la blasfemia o l’apostasia, reprimono con la forza ogni forma di libertà religiosa e di pensiero» | DI RODOLFO CASADEI ESTERI IL PREZZO DELLA VITA 32 | 16 novembre 2016 | | di: il sito internet Assabeel, vicino ai Fratelli Musulmani giordani, pubblicava lo screenshot del post originario di Nahed Hattar manifestando grande scandalo. Le condivisioni del contenuto in qualche ora aumentavano esponenzialmente. E di lì a poco arrivava l’ordine del primo ministro in persona, Hani al Mulki, che dava istruzione al ministro degli Interni di arrestare lo scrittore. Trucidato prima dell’udienza Rilasciato dopo quattro dolorose settimane di detenzione – a 56 anni Nahed non era più un ragazzo, le sequele di una carcerazione del 1998 durante la quale era stato malmenato gli causavano problemi permanenti all’apparato digerente – contrassegnate da due ricoveri ospedalieri in condizioni quasi peggiori di quelle della cella alla prigione di Marka, Nahed Hattar la mattina del 25 settembre stava camminando insieme ad alcuni suoi familia- ti nella lotta contro il totalitarismo islamista e contro le leggi che nei loro paesi conculcano la libertà di parola con la scusa di voler difendere l’onore della divinità e la pace sociale: la studiosa giordana Nadia Oweidat, il giovane intellettuale marocchino Kacem El Ghazzali, l’accademica tunisina Olfa Yussef, l’intellettuale marocchino Said Nachid, il politologo egiziano-tedesco ed ex Fratello Musulmano Hamed Abdel-Samad, più alcune voci europee. Randa Kassis, presidentessa di Ad Hoc, ha spiegato a Tempi che l’iniziativa «ha lo scopo di protestare in maniera specifica contro le leggi islamiche che, con il pretesto di “difendere l’onore dell’islam” e di lottare contro la blasfemia, “l’apostasia” o “gli insulti all’islam”, consentono di mettere a tacere con la paura e la repressione ogni forma di libertà religiosa e di pensiero e ogni forma di diritto alla libertà di coscienza. Gli intellettuali che abbiamo invitato a Dopo la decisione della Corte suprema pachistana di rinviare la sentenza relativa al caso di Asia Bibi, un gruppo di islamisti ha promosso manifestazioni in tutto il Pakistan, esponendo cartelli con la scritta “#HangAsia” (impiccate Asia) un intellettuale coraggioso noto in tutto il mondo arabo, riconosceva l’islam come radice e fondamento della civiltà araba a cui si sentiva di appartenere completamente, e nello stesso tempo denunciava l’uso della religione islamica per scopi di oppressione politica nel mondo arabo di ieri e di oggi», dice di lui Wael Farouq, professore di lingua araba all’Università Cattolica di Milano e intellettuale musulmano egiziano. Sulla sua pagina Facebook ha analizzato la mentalità da cui nascono le leggi contro la blasfemia (che in una decina di paesi islamici può essere sanzionata con la pena di morte, in un’altra dozzina è punita con pene detentive) e i sanguinosi attacchi ai “blasfemi” mettendo a confronto due modi di essere musulmani: «Il musulmano crede che Dio lo protegga, l’islamista crede sia lui a proteggere Dio. Il musulmano si preoccupa della propria fede, l’islamista si preoccupa della fede degli altri. Il musulmano consulta il suo cuore e la sua mente, l’islamista consulta il suo sheikh e il suo imam. Il musulmano cerca quel che può farlo andare in paradiso, l’islamista cerca quello che manda gli altri all’inferno. Il musulmano, quando non ama qualcosa, non lo fa; l’islamista, quando non ama qualcosa, proibisce agli altri di farlo». Farouq: «La verità è che Fra isLamisti moderati e isLamisti radicaLi c’è una diFFerenza di grado, non di sostanza. attingono tutti aLLa stessa ideoLogia» ri e all’avvocato verso il palazzo di Giustizia di Amman per l’udienza di apertura del suo processo. Senza agenti di polizia a proteggerlo, nonostante le centinaia di minacce di morte apparse contro di lui su Facebook e su Twitter e le richieste della famiglia alle autorità. Ad attenderlo vicino all’ingresso del palazzo c’era un certo Riad Abdallah, 49 anni, residente di un quartiere povero della capitale, imam part-time presso due moschee, legato da contratti di lavoro al ministero degli Affari religiosi e a quello dell’Educazione. Secondo i familiari di Nahed, Riad avrebbe combattuto da volontario in Iraq nelle file di al Qaeda al tempo dell’occupazione americana. Fatto sta che l’imam ha tirato fuori una pistola e ha sparato allo scrittore da distanza ravvicinata, fulminandolo. Il primo intellettuale assassinato per accuse di blasfemia in tutta la storia della Giordania. Domenica 31 ottobre a Roma s’è parlato di Nahed Hattar. È stato uno degli argomenti della conferenza «Diritto alla blasfemia: no ai processi medievali!» organizzata dall’associazione internazionale Ad Hoc e da quella italiana Una via per Oriana. Dietro a un titolo tanto assertivo, l’iniziativa di chi ha voluto dare voce a intellettuali del mondo arabo impegna- Roma lo testimoniano, essendo loro stessi musulmani di nascita e di cuore, ma contrari alla deriva sempre più oscurantista delle loro società in via di islamizzazione radicale da decenni». Randa Kassis è siriana, cristiana non praticante, oppositrice moderata del regime di Damasco. Non può tornare in patria e vive facendo la spola fra Parigi, Londra e Mosca. È stata membro per otto mesi del Consiglio nazionale siriano riconosciuto e finanziato dalla Turchia e dai paesi dell’Unione Europea, prima di essere esclusa nell’agosto 2012 per le sue denunce circa il crescente peso delle correnti islamiste nella ribellione. Oggi guida il Movimento per la società pluralista, che ha partecipato ai colloqui di Ginevra. Nahed Hattar, invece, era un sostenitore sfegatato di Bashir el Assad, unico baluardo della laicità in Medio Oriente. Ma sulla necessità di contrastare l’islam politico radicale non si notano distinzioni. «Riad Abdallah è poca cosa. I proiettili che hanno ucciso mio fratello sono stati sparati il giorno che il primo ministro ha dato l’ordine di arrestare Nahed Hattar», ha dichiarato Majed Hattar, fratello di Nahed, che sta preparando una denuncia contro tutte le autorità che non hanno protetto la vita del suo congiunto. «Era Foto: LaPresse Ansa D ietro le sbarre c’era già finito quindici volte, la prima quando aveva 19 anni; in questo l’arresto del 14 agosto non rappresentava per nulla una novità. Quando sei nato in un paese arabo e scegli di fare politica nella sinistra radicale extraparlamentare, di diventare un intellettuale socialista e di criticare le politiche economiche del tuo governo, puoi stare certo che finirai dietro le sbarre un certo numero di volte. Nahed Hattar, scrittore e attivista politico giordano, esponente della piccola minoranza cristiana ma agnostico sin da giovane, dirigente di gruppi dell’opposizione alternativa come Corrente progressista nazionale e del Movimento giordano della sinistra sociale, sapeva bene il prezzo che si paga quando non si scende a compromessi col sistema, in un paese dove le istituzioni dello Stato di diritto funzionano a intermittenza. Qualcosa di inedito stavolta però era accaduto: a Nahed non era mai successo di finire in prigione per gli articoli 150 e 278 del Codice penale. Cioè rispettivamente incitazione all’odio confessionale e al razzismo e pubblicazione di materiale inteso a offendere il sentimento religioso. E che cosa aveva fatto l’intellettuale giordano per cadere sotto i rigori della legge contro la blasfemia e di quella che punisce chi attizza guerre di religione? Aveva postato sulla sua pagina Facebook una vignetta che ritraeva il “dio del Daesh”, cioè la divinità come di fatto viene concepita dai militanti dell’Isis: un servo che deve soddisfare tutte le voglie del martire che si è immolato per lui. Il fumetto, intitolato “In Paradiso”, mostra un jihadista a letto dentro a una tenda in compagnia di due donne procaci. Dio stesso, rappresentato come un uomo anziano con la barba, si affaccia e si rivolge servilmente al martire dell’Isis: «Possa la tua notte essere piena di gioia, Abu Saleh. Ti serve qualcosa?». Il militante risponde: «Sì, mio Signore: portami un bicchiere di vino e di’ all’arcangelo Gabriele di portarmi un po’ di noccioline. Quindi mandami un servitore per l’eternità per pulire il pavimento e portare via i piatti sporchi. E non dimenticare di applicare una porta all’ingresso della tenda, così la prossima volta busserai prima di entrare, vostra gloria». In poche ore sui social media era scoppiato l’inferno, le accuse di blasfemia erano piovute copiose. Nahed era corso ai ripari aggiungendo la spiegazione che quello ritratto era il “dio del Daesh” e non quello in cui credono la maggioranza dei giordani. Troppo tar- Questa non è democrazia Sulle pagine del settimanale Vita Farouq ha denunciato la collusione fra islamisti moderati (i Fratelli Musulmani) e islamisti radicali in questo genere di delitti eccellenti: «L’assassinio di Hattar è un nuovo capitolo della spartizione di ruo- li fra islamisti moderati e islamisti estremisti». I moderati armerebbero la mano degli estremisti diffondendo accuse di miscredenza contro gli intellettuali critici nei confronti dell’islam politico estrapolando qualche loro intervento, demonizzando la loro figura presso l’opinione pubblica e pungolando le autorità fino a quando queste non decidono di processare l’accusato. Prima che inizi il procedimento giudiziario o durante il suo svolgimento appare un estremista che lava nel sangue le offese alla religione. A quel punto gli islamisti moderati si dissociano, dichiarando che loro volevano una condanna processuale e non un’esecuzione sommaria. «È quello che è successo in passato in Egitto e che qualche settimana fa è accaduto in Giordania», conferma Farouq. «Farag Foda e Naguib Mahfouz, grandi scrittori egiziani, sono stati l’uno assassinato e l’altro gravemente ferito da fanatici islamisti dopo una campagna di diffamazione condotta da ambienti vicini ai Fratelli Musulmani, che li accusavano di apostasia. La verità è che fra islamisti moderati e islamisti radicali c’è una differenza di grado, non di sostanza. Attingono alla stessa ideologia, e i primi praticano la dissimulazione. Quando sono all’opposizione non dicono quello che pensano veramente, e anche quando salgono al potere per un po’ non rivelano le loro intenzioni. Ma poi viene il momento in cui si capisce che la loro idea di democrazia non ha niente a che fare con la democrazia: un esempio molto chiaro è quello di Erdogan». Secondo Farouq episodi come quello di Amman indicano, paradossalmente, che qualcosa sta evolvendo nella direzione giusta: «Si tratta di reazioni rabbiose degli elementi estremisti davanti all’evoluzione della società nella direzione della tolleranza religiosa. In Egitto il gesto del presidente al Sisi che per la prima volta ha preso parte alla liturgia del Natale copto in chiesa è stato accettato dalla società egiziana, soprattutto nella classe media l’accettazione del pluralismo religioso è cosa fatta. Questi attacchi non sono semplicemente motivati da ostilità verso i cristiani o verso certe personalità, ma contro una convivenza che cresce». Qualcosa di simile dice Randa Kassis: «Gli islamisti sono cresciuti dappertutto e hanno persino vinto parecchie elezioni in Egitto, Tunisia o Marocco. Nello stesso tempo, tuttavia, non abbiamo mai visto e sentito tanti intellettuali e blogger che osino affermare la loro laicità, il loro rifiuto del fondamentalismo». La censura a scuola Farouq ammette che le società arabe sono comunque complesse, e che anche un paese filo-occidentale e impegnato nella guerra contro l’Isis come la Giordania può fare l’errore di credere di poter processare un uomo per una vignetta senza che una parte dei suoi cittadini consideri il tutto come un incoraggiamento a moltiplicare le minacce contro quell’uomo e come un via libera alla sua uccisione. Una vicenda contemporanea al calvario di Nahed Hattar lo evidenzia: una commissione nominata dal governo giordano ha revisionato i libri di testo scolastici, troppo appiattiti sulla visione islamista della società. Mentre prima i libri contenevano solo immagini di donne velate, uomini con la barba e moschee, ora compaiono anche chiese, donne senza velo (dentro casa) e uomini senza barba. Espressioni misogine e di disprezzo verso i non musulmani sono state eliminate. Risultato: ad Amman nel corso di manifestazioni improvvisate copie dei nuovi libri di testo sono state date alle fiamme. | | 16 novembre 2016 | 33 CULTURA | PER UNA EDUCAZIONE ARISTOCRATICA DI GIUSEPPE REGUZZONI L’élite è morta Viva l’élite L’ idea secondo cui in ambito educativo l’uguaglianza sia dare a tutti la stessa cosa è tra le più devastanti che abbiano scosso e indebolito l’Occidente a partire dalla rivoluzione culturale del Sessantotto. Certo, per controbatterla, basterebbe un rapido cenno alla nozione classica di giustizia, così come, nei secoli, ci è stata tramandata dal mondo greco e dalla dottrina sociale cristiana, ma proprio su questo punto abbiamo assistito non solo alla confusione tra giustizia commutativa e distributiva, bensì alla loro completa distorsione in nome di un egualitarismo che vorrebbe renderci tutti uniformi semplicemente azzerando ciò che più specificamente rende ciascuno diverso dall’altro. L’uguaglianza nelle opportunità, per quanto utopica, non ha comunque nulla a che fare con l’uguaglianza dei compiti e degli obiettivi e con la necessaria diversità di formazione che ne consegue. La sciatteria, la mediocrità, l’approssimazione che segnano la deriva delle democrazie occidentali è inversamente proporzionale alla capacità di resistenza che ciascuna di esse ha saputo dimostrare davanti all’irruzio- 34 | 16 novembre 2016 | | ne dell’egualitarismo postsessantottino. Non è un caso che la parola élite sia oggi percepita come un insulto proprio negli ambienti scolastici e, più specificamente, in quelli della scuola di Stato, in Italia ampiamente dominanti. È così banale chiedersi perché l’Italia, che tiene sui banchi i propri alunni, dalle scuole elementari all’esame di Stato, più a lungo di qualunque altro paese occidentale, abbia poi a lamentare una drammatica assenza di “senso civico”, oltre che, su basi regionali, di risultati scolastici appena in linea con le medie europee (dati Ocse)? Una spia del decadimento, del resto, è rappresentata, in un sistema scolastico come quello italiano che privilegia la massa sull’eccellenza, anche dall’appiattimento contrattuale dei docenti. Nella scuola statale italiana, per esempio, non è certo un caso che i corsi di sostegno per alunni con difficoltà siano pagati 50 euro l’ora; quelli di “eccezione” (corsi di informatica, eccellenze linguistiche, specializzazioni extracurricolari) solo 35, beninteso “lordi”. Né è un caso il fatto che il Miur, per mano di dirigenti scolastici ridotti ormai a ingranaggi che trasmet- Foto: Ansa Il livello di sciatteria raggiunto dalle democrazie e la mediocrità orgogliosamente propagata dalla scuola di Stato sono i frutti bacati che svelano la falsità e l’ipocrisia dell’egualitarismo imperante. Un saggio antisessantottardo di Kaltenbrunner | | 16 novembre 2016 | 35 CULTURA PER UNA EDUCAZIONE ARISTOCRATICA tono le indicazioni del sistema senza poterlo incisivamente mutare, persegua il sistematico svuotamento della didattica per contenuti a favore di una didattica per progetti (tutti calati dall’alto o omogenei a quelli calati dall’alto) e per astrattissime competenze, il tutto a spese di quella relazione, naturale perché analoga a quella genitoriale, tra docente e discente che si incontrano nella trasmissione di un sapere e della passione umana che la sostiene. Il bravo docente nella scuola italiana non è colui che sa insegnare, ma quello che si allinea ai progetti della scuola. Nel sistema scolastico, la prevalenza degli obiettivi comuni, con un denominatore comune sempre più al ribasso, su quelli individuali che cos’è, se non l’intima negazione del concetto stesso di educazione e di cultura? Se il pilota fuma l’erba In realtà, l’egualitarismo antielitario, ereditato dal Sessantotto, non solo ha prodotto e produce effetti devastanti sul piano sociale ed educativo, ma soprattutto è falso e ipocrita. Lo spiega, con dovizia di particolari, il bel volume di Gerd-Klaus Kaltenbrunner, Élite. Educare per i tempi bui, recentemente edito in versione italiana da Editore XY.IT all’interno della collana Antaios (110 pagine, 13 euro). Che l’egualitarismo antielitario sia ipocrita lo sa benissimo qualunque madre o padre di famiglia che desideri il meglio per i propri figli ma si veda concretamente negato l’accesso alle scuole paritarie da personaggi pubblici che, poi, mandano i loro figli in licei di lusso, spesso stranieri. I fautori della scuola di massa sono gli stessi che per i propri figli vogliono scuole di élite, che, come ovvio, non sono apertamente riconosciute come tali. Anche le nostre società democratiche vivono di élite, spesso solo funzionali, ma di cui non possono fare a meno. Le élite sono inevitabili, meglio prenderne atto con onestà ed educarne di aperte e responsabili, cioè consapevoli. La spocchia salottiera della cultura radical chic si riempie di slogan egualitari che, però, sono costantemente smentiti dalla realtà. Citiamo, in proposito, il testo di Kaltenbrunner: «Lo conferma un gustoso aneddoto, a quanto pare autentico, di un sociologo americano, che a un giovane avversario della meritocrazia sedu36 | 16 novembre 2016 | | IN LIBRERIA L’AUTORE Il guru della nuova destra tedesca che finì i suoi giorni da eremita ELITE. EDUCARE PER I TEMPI BUI G. Kaltenbrunner Editore XY.IT 13 euro Nato a Vienna nel 1939 e morto nel 2011 nel Baden (Germania), dove risiedeva da tempo vivendo come un eremita, Gerd-Klaus Kaltenbrunner è stato un personaggio particolare, a tratti scandaloso per la cultura politicamente corretta del secondo dopoguerra tedesco. Dopo gli studi di filosofia e giurisprudenza nella sua città natale, si trasferì in Germania, lavorando come redattore e curatore editoriale di una prestigiosa collana, “Initiative”, del più importante editore cattolico tedesco, Herder Verlag. Collaboratore di numerose riviste di destra, ma anche di giornali mainstream come la Frankfurter Allgemeine Zeitung e Die Welt, con grande sorpresa di tutti si ritirò a vita privatissima nella Selva Nera, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, benché fosse celebrato come l’astro nascente della nuova destra tedesca. All’epoca, Kaltenbrunner aveva raccolto gli elogi dell’ex presidente federale tedesco Richard von Weizsäcker ed era visto come uno dei cardini della nuova “rivoluzione conservatrice”, anche grazie alla sua opera in tre volumi sulla crisi della coscienza europea (Vom Geist Europas, 1987-1992). L’eremitaggio di Kaltenbrunner e la rottura con il precedente percorso politico-culturale è da ricondurre alla particolarissima e molto concreta esperienza di conversione cristiana da lui vissuta. Da allora e per il resto dei suoi anni visse senza telefono e quasi senza contatti con il mondo esterno, “bruciando” una carriera che sembrava brillantemente inaugurata e dedicandosi allo studio di figure mistiche come Meister Eckhart e, soprattutto, Dionigi l’Areopagita, cui dedicò il suo ultimo libro (1996). C’è BISOgNO dI mENO STAR E dI pIù UOmINI CONSApEVOLI dELL’ESISTENzA COmE COmpITO. mA LA STORIA VA NEL SENSO OppOSTO. ECCO IL “CASO SERIO” IN CUI AffONdA L’OCCIdENTE to accanto a lui in aereo spiegava alcune cosette della swinging airline con cui viaggiavano: niente norme severe per il personale, piloti che in cabina fumano “l’erba”, hostess sempre a disposizione. Com’è sin troppo facile immaginare l’assurda storiella gettò nel panico più totale il ragazzo, che era solito disprezzare la meritocrazia». Piloti, controllori di volo, medici specialisti fanno parte di quell’innegabile e irrinunciabile élite di funzione di cui la società moderna ha bisogno per andare avanti e già questo basterebbe a dimostrare che democrazia ed élite non si escludono affatto. Piaccia o no, ogni comunità organizzata è dotata di un’élite. Negar- lo significa solo aprire la strada ad altre élite, implicite e non fondate sul merito, ma solo sul potere economico. L’esistenza dell’élite affonda la sua ragion d’essere nell’ineludibile distinzione tra chi guida e chi è guidato. In fondo, il marxismo e i vari post-marxismi erano e sono egualitari solo in ciò che promettono, nel loro momento utopico, poiché, per arrivare al loro obiettivo, presuppongono un’avanguardia o, più esplicitamente, la guida forte di una élite politica e ideologica. Le società democratiche liberali, poi, sono egualitarie solo sul piano delle opportunità teoriche e dei diritti astratti dell’individuo, dal momento che identificano, nei fatti, l’élite dominante con le classi eco- nomicamente superiori, a cui sono subordinate anche le élite funzionali. La crisi del liberalismo occidentale, il suo decadere in “democratura”, illusione democratica all’insegna della political correctness, hanno fatto il resto. Quel che Kaltenbrunner scrive sulla Germania, paese che vive di tecnologia e che, quindi, non può, pena la propria sopravvivenza, non prendere terribilmente sul serio la necessità di formare e riformare continuamente una propria élite intellettuale, scientifica e culturale, si applica, in realtà a tutto l’Occidente, Italia compresa, laddove, appunto, almeno a partire dal Sessantotto, tutto il sistema educativo e formativo è invece espressamente orientato in senso falsamente egualitario. Con la ripresa del concetto di meritocrazia, tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, qualcosa certamente si è mosso, ma senza scuotere i pilastri ideologici del modello antielitario. La spinta al livellamento è oggi più potente che mai e si è lasciata alle spalle l’ipocrita esigenza di conservare, comunque e almeno, delle piccole riserve di élite funzionali. Libertà, capriccio, decadenza L’Occidente, ci ricorda Kaltenbrunner, avrebbe bisogno di meno star e di più tipi umani consapevoli dell’esistenza come compito. Invece, il flusso della storia, pilotato dall’irresponsabile regia del Potere, va nel senso opposto. Ed è questo il “caso serio” in cui affonda l’Occidente. Il titolo del saggio, molto opportunamente dal punto di vista della lingua italiana, traduce l’originale tedesco Ernstfall, caso serio, con “tempi bui”. Riccardo Nanini, traduttore e curatore di questo testo, già noto per lavori significativi come la curatela dell’edizione italiana dell’Opera Omnia di Julien Ries, nella sua presentazione nota: «La questione delle élites (il titolo originale accosta l’educazione all’Ernstfall, il caso serio, l’emergenza, il momento drammatico atteso con timore e trepidazione in cui “il gioco si fa duro” e c’è ormai poco da scherzare; abbiamo reso il sottotitolo con “educare per i tempi bui”) resta attuale non più in funzione polemica, ma in sede di ideazione, di spunto». E forse non è davvero un caso la scelta di questo termine da parte del neoconvertito Kaltenbrunner, cui era noto il saggio Per KaLtenbrunner, dove non sI educa un’arIstocrazIa In forma consaPevoLe e trasParente, sI aProno sPazI Per éLIte Puramente funzIonaLI e PIù o meno occuLte balthasariano Cordula oder der Ernstfall, il caso serio di un cristianesimo che gioca tutto se stesso nella fede come ciò su cui sta o cade tutto il proprio edificio. E il caso, in campo educativo, è davvero tragicamente serio. Troppo facile è constatare: non educhiamo più, o educhiamo troppo poco e troppo pochi. È da almeno tre decenni che in Italia, con alterna intensità, si parla di “emergenza educativa”, ma non se ne fa nulla, perché per rispondere bisognerebbe anzitutto avere il coraggio di ammettere che l’élite funzionale non basta, ma che occorre fattivamente riconoscere, anche nella società aperta, il diritto-dovere di educare a chi ne è capace e ne ha la volontà. L’illusione che siamo già a posto, che si tratta di acquisire qualche sapere “pratico”, in tanto e per quanto riconosciuto come “utile” sta ormai producendo i mostri che affollano la nostra quotidianità, quel regno della banalizzazione e della stupidità che, ormai da tempo, riempie anche le pagine di cronaca nera di giornali e telegiornali, di una gioventù non educata e di un’età anagraficamente adulta che non sa più educare ed educarsi. Non c’è peggiore brutalità di quella che nasce dalla banalità quotidiana del male, di giovani uomini e giovani donne che scivolano nella violenza del “perché ne ho voglia”, anche tra le più strette mura familiari. La Rivoluzione francese ha preteso di insegnarci che la libertà ha come confine la libertà altrui, negando la ragione ultima per cui tale libertà esiste. La rivoluzione culturale avviata dal Sessantotto ha sostituito la voglia alla libertà, con l’unico freno inibitorio della disapprovazione dei media. Le due prospettive partono dall’errore antropologico di fondo per cui siamo giusti così, non abbiamo bisogno di essere e-ducati, portati fuori da una condizione ed elevati a un’altra, più alta e più perfetta. Eppure è proprio di educatori coraggiosi che avremmo bisogno, per poter ripartire. Senza educazione l’Occidente è finito. Per dirla con Huizinga, citato da Kaltenbrunner, «solo la commistione di un elemento aristocratico (elitario) rende la democrazia sostenibile e vitale. Se manca questo elemento, la democrazia è esposta al rischio di precipitare nella rozzezza e brutalità delle masse». Dove la massa non ha un’aristocrazia spirituale a cui guardare, il modello diviene proprio il bruto, il rozzo, il “tamarro”, ricco o povero che sia: il secondo guarda al primo come al proprio fine e il primo si compiace solo e semplicemente di marcare il distacco dal secondo, cui è accomunato dalla propria assenza di ideali. L’oligarchia solo economica diviene oclocrazia. Il decadimento del gusto, il prevalere del kitsch, l’assenza di educazione e di percezione estetica e l’affermazione del potere in quanto mero possesso sono solo alcuni dei tratti più caratteristici della massificazione di quel che un tempo aveva ancora i caratteri di un “popolo”. Il potere logora i diseducati Kaltenbrunner in questo suo volumetto dimostra – ma oggi la cosa è di per sé evidente a chi voglia aprire gli occhi – che dove non si educa un’aristocrazia (letteralmente “governo dei migliori”) in forma consapevole e trasparente, si aprono spazi di vuoto per élite puramente funzionali e più o meno occulte o, per usare un’altra espressione della filosofia politica classica, per delle oligarchie. Non per nulla l’ultima parte di questo interessantissimo volumetto è proprio dedicata alle società segrete e semisegrete, vale a dire ai soft power, che condizionano, guidano e pretendono di determinare la nostra esistenza sociale. Si badi che in questa gradevolissima opera di Kaltenbrunner (è nata da conferenze e dialoghi radiofonici) non c’è alcuna nostalgia per la vecchia aristocrazia feudale, che ha, ovviamente, fatto il suo tempo. Non c’è nemmeno il rifiuto aprioristico e ideologico del potere. Semplicemente si sottolinea come al potere e al suo uso si debba e si possa essere educati (e come ci sia popolo solo se c’è educazione del popolo). Le vie di uscita che Kaltenbrunner indica non sono certamente le uniche, ma sono un punto di partenza con cui è utile e doveroso confrontarsi. n | | 16 novembre 2016 | 37 STILI DI VITA ricordando un amico CINEMA OSTERIA DEL BORGO, LAZZATE (MB) Cucina tosta e nostalgica The Accountant di Gavin O’ Connor, IN BOCCA ALL’ESPERTO di Tommaso Farina D opo due anni, torniamo in una simpatica tana gastronomica in quel di Lazzate (Monza e Brianza), simpatico paese, anzi borgo, che da anni ha attivato un’interessantissima indagine di ricognizione sulla propria storia. Ormai sta diventando storica anche l’Osteria del Borgo, cioè il locale di Danilo e Davide Bizzozzero, che riscuote ormai consensi generalizzati per la simpatia dell’ambiente, la cordialità degli osti e per una cucina brianzola e lombarda a prova di bomba. L’ambiente, si diceva, è quello delle moderne osterie: tavoli rustici, lavagne, bicchieri di qualità per il vino, un tocco di contemporaneità e di tradizione insieme. E la cucina? Di quelle toste. Per partire, il tagliere di salumi con brusc, ossia sottaceti; i pesciolini in carpione (roba da nonni, nostalgia); i nervetti con fagioli e cipolle; i “sarach”, ossia le acciughe in dialetto locale; le lumache con polenta; il Gorgonzola al cucchiaio. Ma è d’uopo tenersi spazio per la specialità: i risotti. Si va da quelli semplici (alla milanese; ai porcini) a quelli ricercati (tartufo; Bitto e Sassella; prugne e foie gras), passando per quello alle lumache, o al Gorgonzola. Da provare. In ogni caso c’è anche altro, come i pregevoli gnocchetti di grano saraceno alla Valtellinese, ossia con coste (o verze), fagiolini, formaggio, burro e aglio; oppure, gli agnolotti di pesce persico. Per pietanza, la costoletta alla milanese; il persico al burro e salvia; l’ossobuco di vitello; la spettacolare polenta “uncia”, condita con burro, formaggio e salvia, servita direttamente nel paiolo; la polenta col Gorgonzola; la cassoeula di maiale, protagonista quasi quotidiana della stagione invernale. Di dolce, si plana su torte correttamente realizzate, coerenti con la cucina delibata finora. Si beve pure bene, anche se la carta dei vini andrebbe curata maggiormente. Il servizio è preciso, cortese, sollecito. E il conto di 40-45 euro non rovina la digestione. A pranzo, disponibili anche alcuni divertenti piatti unici. Bene le premesse pessimo il resto La vita di un contabile al servizio della malavita si intreccia con quella di una timida impiegata. Film strano e dalle troppe anime, che sviluppa ma- le buone premesse. Tutto ruota attorno a Ben Affleck che è sempre meglio come regista che come attore. Qui si difende in un ruolo complicato a metà tra il supereroe con grossi problemi alle spalle (in questo caso, problemi con la famiglia e un autismo che lo condiziona pesantemente) e il ragazzone timido che vorrebbe una vita normale. O’ Connor, che pur aveva diretto un film grezzo e genuino come Warrior, costruisce un personaggio accattivante e gestisce discretamente suspense e combattimenti: il problema è l’intreccio, piuttosto inverosimile. Passi la storia d’amore un po’ risaputa con la Kendrick che fa la Golino in Rain Man ma poi si mette insie- me troppo e troppo discordante. Un padre fissato con le arti marziali, un fratello mezzo supereroe che sparisce per mezzo film, la Sindrome di Asperger, la malavita da sterminare. Ma che roba è? visti da simone Fortunato Sfidati dalle parole di Marco il regista Gavin o’ connor HOME VIDEO Now You See Me 2 Di John M. Chu, Tanti colpi di scena ma poca coerenza Film gradevole anche se un po’ inconsistente. È un sequel che replica lo schema del primo episodio che aveva avuto un successo notevole. Cast variegato, bel ritmo, colpi di scena che si susseguono senza troppa coerenza. Allo spettatore si chiede, un po’ come nei numeri di magia, di stare al gioco e di non fare troppe domande o cercare chissà quali significati nascosti. IL RAppORTO DI AcS AMICI MIEI La libertà religiosa nel mondo REFEREnDuM Martedì 15 novembre, alle ore 11, presso la Sala stampa estera (via dell’Umiltà 83c, Roma), la Fondazione pontificia AcsItalia presenta la XIII edizione del Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo. Il Rapporto è redatto da studiosi coordinati da una Commissione internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre, grazie anche ad informazioni provenienti da fonti locali. Alla conferenza stampa, moderata da Marco Tarquinio, Un No ambizioso e costruttivo Su www.tempi.it trovate il testo integrale del volantino “Referendum costituzionale. Un No per costruire dal basso” promosso dall’associazione Polis parallela. «La riforma Boschi è sbagliata nel merito, centralista e pericolosa. Il prezzo da pagare è troppo alto: preferiamo un No ambizioso e costruttivo». 38 | 16 novembre 2016 | | direttore di Avvenire, interverranno il presidente di Acs-Italia, Alfredo Mantovano, il direttore di Acs-Italia, Alessandro Monteduro, e Marta Petrosillo, componente del comitato editoriale del Rapporto 2016. Seguiranno gli interventi del cardinale Mauro Piacenza, presidente internazionale di Acs, e di Giuliano Amato, giudice della Corte Costituzionale. Testimone proveniente da un paese-simbolo delle violazioni della libertà religiosa, la Siria, è monsignor Jacques Behnan Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi. A ROVIGO Dibattito sui migranti Per gli amici veneti, martedì 15 novembre, alle ore 21, Rodolfo Casadei, giornalista e inviato internazionale di Tempi, Maria Rosa Pavanello, sindaco di Mirano (Ve) e don Piero Mandruzzato, direttore Caritas Diocesana di Adria-Rovigo, parteciperanno alla tavola rotonda sul tema “Migranti fra accoglienza e rifiuto”. L’incontro, promosso dal centro culturale Il Circolo di Rovigo, si terrà presso la Sala della Gran Guardia di piazza Vittorio Emanuele II. COMUNICANDO roma capitaLe deLLa street art Il segno di Gaia a Capannelle All’inizio le prime, timide, opere degli street artist si confondevano con i graffiti più confusi dei writers e con il degrado crescente del panorama capitolino. Poi si capì che se ben valorizzate avrebbero potuto riqualificare le periferie e le zone più depresse. Infine il bo- L’ ultima sera marco Gallo aveva scritto sul muro, accanto al letto: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Mamma Paola ne è sicura, prima di quel 5 novembre 2011, quando il suo vivacissimo figlio diciassettenne, studente del liceo Don Gnocchi di Carate Brianza, perse la vita in un incidente stradale, quella scritta non c’era. Ma Marco scriveva sempre, ovunque, sul frigo, sui banchi, su pezzetti di carta. «Negli ultimi tempi aveva sviluppato un vorace desiderio di significato», raccontò Marina Corradi ricordandolo su Tempi. E proprio al nostro giornale Marco aveva mandato una lettera tornando dalla beatificazione di Giovanni Paolo II a Roma: «Permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita eterna – scrive folgorato dalle parole di Wojtyla –. È come se, finalmente, qualcuno mi avesse capito». Da quel giorno gli ultimi mesi di Marco sono marcati da una vertiginosa accelerazione e da domande radicali, ricordi e scritti che mamma, papà e sorelle hanno raccolto in un libro, Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare (a cura di Paola Cevasco, Antonio, Francesca e Veronica Gallo, Itaca, 14 euro). La storia di un ragazzino innamorato della vita e di Cristo la cui morte improvvisa appare essere «il compimento di un cammino, davvero il dies natalis». Nuove avventure per i Cavalieri della magia. Per informazioni Osteria del Borgo Via Alessandro Volta, 14 Lazzate (Monza e Brianza) Tel. 0296729538 Chiuso il lunedì e il sabato a pranzo PENSIERO FRESCO di caterina Giojelli om: interi quartieri arricchiti di arte, mostre in prestigiose sedi museali, un turismo ad hoc in cerca di nuove suggestioni. In questi giorni a Roma è ve- vista Forbes tra i pochissimi americani in grado di cambiare il futuro del nostro immaginario. A curare l’opera imponente di Gaia sono ancora quelli di 999Contemporary, già “responsabili” delle iniziative più spettacolari di street art a Roma e non solo, dalla mostra di Banksy alle incursioni di Seth, con un fiore all’occhiello speciale: gli enormi murales che hanno dato un volto completamente nuovo alla zona di Tor Marancia e che ora sono in mostra alla quindicesima Biennale di Architettura di Venezia. mario Valeri nuto anche il momento dell’incontro tra la street art e la grande committenza: la catena internazionale Reginal Hotels ha deciso infatti di trasformare i suoi due alberghi romani in opere d’arte pubbliche per la città e per i quartieri che le ospitano, a cominciare da un massiccio edificio in zona Appia Antica-Capannelle, che ha regalato le immense cubature verticali delle facciate all’estro di Gaia, artista urbano newyorkese tra i più celebrati al mondo. Nonostante la sua giovane età – 28 anni – Gaia è stato recentemente inserito dalla ri| | 16 novembre 2016 | 39 LETTERE A TEMPI RISPONDE LUIGI AMICONE [email protected] Non c’è nulla di «penoso» nell’affrontare i radicali a viso e identità aperti C amicone, non ho capito la tua risposta alla lettera che citava l’adesione della Conferenza episcopale alla marcia dei radicali per l’amnistia. Per me è una decisione gravissima e imbarazzante. Allora che dire della mancata adesione della stessa Cei ai Family day? È ancora l’idea del dialogo a prevalere? Così si getta alle ortiche tutta la penosa storia dei rapporti con i radicali. Evviva. Beppe Succi via internet L’iNtERCESSiONE di uN AMiCO aro Così Ettore Bernabei mi ha insegnato che la fede non è cosa da vispe Terese Caro Beppe, non capisco cosa ci fosse da non capire nella mia soddisfazione per l’adesione della Cei alla marcia per l’amnistia. Per altro, ha visto che lo stesso papa Francesco ha celebrato in Vaticano la giornata per i carcerati? «Penosa storia»? E perché? Forse interpreto male le sue parole, ma per me non c’è mai stato nulla di penoso nell’affrontare i radicali a viso, identità e dialogo aperti, dando loro battaglia su tutto, eccetto su quanto i radicali sostengono a ragione. Lo so che altrove vige il teatrino, l’ipocrisia clericale e la doppiezza del mantra: radicali brutti e cattivi, ma poi, sottobanco, rispetto all’omologazione a certe loro battaglie diventate leggi della Repubblica, si tratta e si sbraga su tutto. CARTOLINA DAL PARADISO di Pippo Corigliano O 2 All’incazzato lettore signor Maggioni, che vuol lasciare Tempi a causa di un articolo dell’ottimo Fred Perri sull’Inter, dico: guardi che lei sta sbagliando tutto! Non deve lasciare Tempi, deve lasciare l’Inter! Faccia come me: io sono un ex nerazzurro, che dopo lo scandalo del 5 maggio si è detto che una simile squadra non meritava il mio sostegno, ed ho cambiato. Comunque auguri all’Inter (e… forza Bologna! Che anche quest’anno ci farà soffrire, ma ci farà sempre restare ogni domenica con un sano cuore in gola…). Riccardo Dietrich Milano La invito a un serio esame di coscienza: ho visto il Milan in serie B, l’ho visto perdere in casa con la Cavese, ho visto cose che voi umani neanche immaginate. Come il centravanti scozzese Jordan che aveva 40 | 16 novembre 2016 | | addosso più alcol che denti. Ma ho continuato ad aver fede. E non ho mai cambiato squadra. Anche quando don Giussani tifava Inter. forse sia meglio perderli che trovarli; in ogni caso, come dicevano gli anarchici, una risata li seppellirà. Luca Ferrari via internet 2 Ps. Rimane vero il fatto che sono interista, quindi se volesse il buon Fred lenire un po’ la sofferenza che ci infligge, invitandomi a un pranzo in qualche sonnacchioso anfratto della bassa padana a mangiar bolliti e narrare aneddoti di vita, lo apprezzerei (pago io). Ho letto la lettera irata di un lettore interista a Fred Perri; sono interista da circa 40 anni (quasi una traversata del deserto) e da parecchi anni leggo il nostro Fred in tutte le sue varie forme, apprezzandone ironia, acutezza e gagliofferia. Imperdibile. Oltre al fatto che reputo svolga (o abbia svolto) il mestiere più bello del mondo (che invidia! Mancava solo che avesse un fisique alla Brad Pitt). A fare i cattivelli, credo caro Amicone che certi lettori Risponde Fred Perri: Due cose: 1) non ho il fisico alla Brad Pitt, ma a differenza sua, pur con numeri molto più modesti, non mi sono mai fatto beccare come un gni giorno, dopo la comunione, recito questa preghiera di mia composizione che non ha un valore ufficiale ma può servire a chi nutre riconoscenza e affetto verso Ettore Bernabei: «O Dio che concedesti a Ettore Bernabei doni di fede, generosità, saggezza, cultura e coraggio, Ti chiedo per sua intercessione di saper comprendere la Tua volontà nello scorrere degli avvenimenti privati e pubblici, e valutare giustamente lo svolgersi della storia umana intorno a me, tenendo presente il bene della Chiesa, della mia famiglia e del mio Paese. Degnati di glorificare il tuo figlio Ettore e di concedermi ciò che ti chiedo con la sua intercessione…». Sono più o meno tre mesi che non possiamo gioire per la presenza di Ettore su questa terra ma sento che mi assiste e mi suggerisce linee di condotta: confidare nella Provvidenza, comprendere, perdonare, coltivare grandi desideri. Conoscendolo si capiva il senso di alcune parabole di Gesù di non immediata comprensione. Il fattore accorto che provvede al suo futuro con le sostanze del padrone (Lc 16,1-13) e viene lodato perché bisogna apprendere dalla scaltrezza dei figli di questo mondo; la semplicità delle colombe unita all’astuzia dei serpenti (Mt 10,16); l’invito a comprare una spada vendendo il mantello (Lc 22,36). Il Signore non vuole da me una fiducia nella Provvidenza da vispa Teresa ma un modo accorto di comprendere la Sua volontà, come faceva Maria che meditava gli avvenimenti nel suo cuore e Giuseppe che sapeva prendere l’iniziativa. pirla; 2) riguardo al lenire col bollito (con mostarda e rosso corposo) sono sempre favorevole. Estenderei, se non ha nulla in contrario, l’invito al suo collega (di tifo) irato. Così mangia bene, si rasserena e gli spiego due cose. Ad maiora. 2 Caro Amicone, Stefano Parisi sarà pure l’uomo del miracolo riformista, ma seguire la sua proposta di votare “no” e sperare che quelli del “sì” e quelli del “no” si mettano d’accordo per abolire in un anno il Senato e, alle elezioni del 2018, eleggere Camera e Assemblea costituente, è come sognare da svegli. Resto comunque abbonato a Tempi. Giovanni Savini Imola Giusto sognare e giusto svegliarsi. Vediamo se, tra le due, riusciamo a infilarci un miracolo all’italiana. 2 “Capire la Russia”? Ok!… E gli altri paesi? Contano di meno perché piccoli e dotati di minor peso strategico nello scacchiere mondiale, come appare nell’articolo di Casadei (Tempi n. 43)? Articolo dotto e interessante, non ne dubito, ma, di certo, caratterizzato da un evidente pregiudizio anti-americano! La pace messa in pericolo dall’aggressività occidentale… solo da quella? 1) Le intenzioni e le scelte dei paesi ex Patto di Varsavia sarebbero solo frutto delle macchinazioni americane? Non sorge il dubbio che tali paesi – dopo 40-60 anni di dominazione sovietica e comunista – vogliano, invece, decisamente affrancarsi da essa e ne abbiano tutto il diritto senza chiedere il permesso a Mosca, guardando così a ovest? Che, poi, Nato e Usa in testa non aspettino altro per seguire i loro progetti sia ovvio ma non autorizzi Mosca ad atti di ritorsione… che ci sarebbe di strano? 2) La sindrome da accerchiamento i russi l’han sem- pre avuta (e sempre l’avranno) proprio perché è l’altra faccia della loro politica di dominio su una certa parte del mondo, quasi ciò fosse loro dovuto per volontà suprema, cosicché i paesi confinanti dovessero perpetuamente rassegnarsi ad essere loro sudditi e satelliti? Giusto così? 3) Certo i confini dei paesi dell’Est Europa sono stati disegnati (male) per interessi geopolitici di entrambi i blocchi, ma volerli modificare con la forza come ha fatto la Russia in Ucraina (la Crimea prima e il Donbass poi) lei lo ritiene accettabile? Questa è aggressione e non basta accampare motivazioni del tipo: sono regioni a grande maggioranza russofona. O sì, secondo lei? Ciò viene prima dell’interferenza americana! 4) Maidan era una sollevazione di popolo, unito (est e ovest, cattolici e ortodossi) e pacifico contro una classe politica corrotta e litigiosa. Ciò non è piaciuto a Yanukovich che, con la scusa della presenza (reale ma secondaria e successiva) di ultranazionalisti, ha cercato di fermare la protesta con la forza. Peraltro, dopo aver inutilmente (e ciò è stato sicuramente un errore dell’Europa, sospinta dagli Usa) strizzato l’occhio a ovest, ha virato decisamente a est (lui, leader russofono della prima ora) e ciò ha esasperato ulteriormente la piazza che ha visto l’ambiguità originale di quel governo. Non giustifico la Ue e neppure gli Usa, ma non li ritengo i primi responsabili (benché interessati) perché, comunque, dietro Yanukovich c’era la Russia fin dall’inizio. Non gli bastava la Crimea! Maurizio Castellani via internet Molte buone ragioni al fuoco, che meriterebbero una pronta ritorsione alla Satan2. Scherzo. Accolgo con piacere la ramanzina. Ma si deve fare di necessità virtù. La Russia può sbagliare anche gravemente. Ma non è “il Nemico” su cui lavorano i filosauditi Obama e Hillary. | | 16 novembre 2016 | 41 LETTERE DALLA FINE DEL MONDO EM I «CREDO LA RESURREZIONE DELLA CARNE E LA VITA ETERNA» | M emento mori. | 16 novembre 2016 | ASPETTANDO GIUSTIZIA IN cEllA SI STA IN PIEDI A TURNO E SI cERcA DI NON IMPAZZIRE NEllA RIPETITIvITà DEI GIORNI, TRA RISSE, SUIcIDI E ScARAfAGGI. EPPURE ANchE qUESTI SETTE METRI qUADRATI DI INfERNO POSSONO DIvENTARE cASA lETTERE DAl cARcERE DI ALDO TRENTO Con questo saluto ci si dava la buona notte durante il periodo del Noviziato. Le prime volte mi sentivo a disagio perché, venendo da un piccolo paese di montagna, erano rari i funerali, anche se tutte le mattine il prete (siamo prima del concilio) celebrava, vestito con la pianeta nera, la Messa per un defunto, mentre mio nonno con la sua voce baritonale cantava il Requiem, il Sanctus e l’Agnus Dei in gregoriano. Poi nel tempo ho imparato a sentire familiare il pensiero della morte. Quel Memento mori era un aiuto a prendere sul serio la mia vita. “Verrà la morte e avrà il mio volto, avrà il tuo volto”. Guardando ogni giorno il cadavere di uno dei miei giovani figli morto a causa del cancro o dell’Aids, non posso non vedermi al suo posto, perché prima o poi verrà il mio turno. Ogni notte, verso le 23, dopo aver salutato il Santissimo, prendo l’ascensore che mi porta nel sotterraneo della clinica dove c’è la cella mortuaria. Entro e per alcuni minuti rimango in silenzio guardando il cadavere di mio figlio, mentre con la mano destra accarezzo il volto freddo e duro come una pietra. Quel freddo e quella rigidezza mi ultimo dell’uomo! Un amoÈ TERRIBILE CENSURARE LA MORTE. fanno impressione, anche perché so che dopo re che da secoli si manifesta PRIMA O POI VERRà A CERCARCI. pochi giorni ogni parte di quello che è stato anche nel dedicare il 2 noil tempio dello Spirito incomincerà a corromvembre alla commemorazioÈ DA ILLUSI NASCONDERE I MALATI persi. Oggi tocca ai miei figli, ma verrà anche ne di tutti i defunti e conceTERMINALI A CHI VIENE A TROVARCI dendo ai sacerdoti il potere il mio turno. Se non avessi la certezza della verità che prodi celebrare tre Sante Mesfesso nell’ultima parte del Credo, guardando se e ai fedeli che visitano il cimitero la grate diventa un fatto sociale in cui il defunto è tutti i giorni questo angosciante “spettacolo” zia dell’Indulgenza plenaria per i defunti. In un’occasione per incontrarsi e conversare tra inizierei a pensare che la violenza più terribile ogni Messa il sacerdote prega dicendo: «Riuna birra e l’altra. Il morto è relegato in un’alè quella di mettere al mondo un essere umacordati dei nostri fratelli defunti» o «Ricordatra stanza, come un oggetto di curiosità e il no condannato a soffrire, morire e sparire nel ti del nostro fratello che hai chiamato oggi da funerale è ridotto a un rito pagano. Una volnulla. «Credo la resurrezione della carne. E la questo mondo alla Tua presenza, e concedigli ta seppellito il morto, nessun segno religioso vita eterna». Tutta la ragionevolezza della viche come ha condiviso la morte di Gesù, conricorda chi vi è sepolto, solo un nome che atta sta in queste parole ormai censurate nella divida pure la gloria della Sua resurrezione». tira la curiosità di chi usa questi ettari di ercultura moderna e, a dir la verità, anche nelDistratti come siamo, neppure ci rendiamo ba verde e di boschi per passeggiare. Ma vi la Chiesa. Quanti preti parlano dell’ultimo arconto della profondità di queste parole. Ogricordate il Settimo sigillo di Bergman? La morte, per quanto cerchiamo di censurarla, ticolo del Credo? Forse quando celebrano un gi, dopo un anno di sofferenza per un cancro verrà ed avrà i nostri occhi. Mi hanno riferito funerale. Ma lo fanno senza testimoniare la molto aggressivo, è morto un bambino di 9 che al Centro Tumori di Milano la morte non gioia di Gesù risorto. anni. I genitori, che fin dall’inizio del calvario si vede, “non esiste”, quando uno è alla fine lo È terribilmente facile abituarsi a tutto, anche sono stati sempre al suo fianco, alcuni giorsi nasconde agli occhi dei visitatori. Che illusi! alla morte. Censurare la realtà della morte o ni fa mi hanno detto: «La malattia di nostro trasformarla in un fatto sociale. Due esempi. figlio è un potente richiamo di Dio alla conQuesto ospedale è un segno Primo: mi raccontavano che anni fa nel prinversione e per questo, dopo 25 anni di concuIn una cultura disumana come quella decipato di Monaco coloro che morivano erano binato, vogliamo sposarci in Chiesa». Ancoscritta, esiste una realtà che ricorda all’uomo portati al cimitero all’alba, in modo che nessura una volta sono testimone di cosa vuol dire il suo destino finale, e questa realtà si chiano potesse vedere il carro funebre che avrebguardare il dolore e la morte con lo sguardo ma Chiesa, di cui il nostro ospedale è un picbe potuto perturbare la “stupida” vita degli di Gesù, quello sguardo che ha fatto resuscicolo segno della sua materna presenza. Che abitanti. Secondo: mi capita spesso di vedetare Lazzaro e consolare tanti sofferenti. [email protected] grande è l’amore della Chiesa per il destino re quando muore una persona ricca. La mor- 42 I GRANDI T Ogni giorno vedo il cadavere di un mio figlio. Oggi tocca a lui, domani toccherà a me D MPI - GIUSTIZ E IA IT | OFFERTA SPECIALE I nale TacEeaMP Settima cart digitale e i rivista Un anno d NET Sito INTioE, R iudiz cronaca, g 24 ore di olazione di idee libera circ STAMPA Rassegntinaa nell’area riservata ogni mat Disponibile TEMPI Il caffè dipranzo + + + via mail pausa irettamente o dopo la Ogni giorn ndimento speciale d un approfo 60e SPORT ÜBER ALLES PAGINA A CURA DI ETD Reg. del Trib. di Milano n. 332 dell’11/6/1994 settimanale di cronaca, giudizio, libera circolazione di idee Anno 22 – N. 45 dal 10 al 16 novembre 2016 DIRETTORE RESPONSABILE: EMANUELE BOFFI REDAZIONE: Rodolfo Casadei (inviato speciale), Caterina Giojelli, Francesco Leone Grotti, Daniele Guarneri, Elisabetta Longo, Pietro Piccinini PROGETTO GRAFICO: Enrico Bagnoli, Francesco Camagna UFFICIO GRAFICO: Matteo Cattaneo (Art Director) FOTOLITO E STAMPA: Reggiani spa Via Alighieri, 50 21010 Brezzo di Bedero (Va) DISTRIBUZIONE: a cura della Press Di Srl SEDE REDAZIONE: Via Confalonieri 38, Milano, tel. 02/31923727, fax 02/34538074, [email protected], www.tempi.it EDITORE: Vita Nuova Società Cooperativa, Via Confalonieri 38, Milano. La testata fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 250 NIENTE PROVOCAZIONI AI TIFOSI INVIPERITI Mi metto la museruola per il bene di Tempi | DI FRED PERRI O ggi, compagni, amici, bastardi di ogni genere e tifosi inviperiti, vi parlerò delle ragioni per cui bisogna sostenere Tempi. Innanzitutto ci lavorano un sacco di ragazzi e ragazze che con il loro stipendio mantengono famiglie numerose e fameliche, le ho viste all’opera e posso testimoniare che hanno bocche voraci. C’è chi fa anche un doppio lavoro per sfamarle. Ho molti amici qua dentro, come la bella Caterina di cui mi considero un po’ lo zio. Belin (il correttore me lo cambia in Belen, lo dico solo per la cronaca e senza doppi sensi), se non lo volete comprare per me, acquistatelo per tutti gli altri che qui scrivono e bene. C’è padre Aldo Trento in odore di santità, c’è Marina Corradi che va e viene, ci 44 | 16 novembre 2016 | | Foto: Ansa sono i due Farina che vi imbandiscono la tavola, in un senso e nell’altro, c’è Pippo Corigliano, che sono anni che mi chiedo chi sia, ma lui farà lo stesso di me. Insomma è un giornale interessante con un diverso punto di vista, con qualcosa che non troverete in altri fogli. Vale la pena di sostenerlo e leggerlo. Guardate, sono talmente convinto di quello che vi dico che oggi indosso la museruola. Vi volevo parlare di una certa cosa ma non lo faccio, comprimo la mia indole cinica e bara per il bene di Tempi, un giornale di gente perbene, in gamba. Ve lo posso giurare, ho personalmente partecipato al casting per assumerli. Come? Non dovevo dire casting? Smettetela di ridere. PUBBLICAZIONE A STAMPA: Cartaceo: ISSN 2037-1241 Online: ISSN 2499-4308 CONCESSIONARIA PER LA PUBBLICITà: Emotional Pubblicità Srl Via Melzi d’Eril 29 – 20154 Milano Tel. 02/76318838 [email protected] Amministratore Delegato: Fabrizio Verdolin Contabilità e Tesoreria: Lucia de Felice Ufficio traffico: Chiara Cibien GESTIONE ABBONAMENTI: Tempi, Via Confalonieri 38 • 20124 Milano, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 tel. 02/31923730, fax 02/34538074 [email protected] Abbonamento annuale 60 euro. Per abbonarti: www.settimanale.tempi.it GARANZIA DI RISERVATEZZA PER GLI ABBONATI: L’Editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione scrivendo a: Vita Nuova Società Cooperativa, Via Federico Confalonieri, 38 – 20124 Milano. Le informazioni custodite nell’archivio elettronico di Vita Nuova Società Cooperativa verranno utilizzate al solo scopo di inviare agli abbonati la testata e gli allegati, anche pubblicitari, di interesse pubblico (D.LEG. 196/2003 tutela dati personali). Nasce TivùoN! la liberTà di rivedere ciò che vuoi T Quali sono le principali funzioni di tivùon? ivù srl, la società che gestisce la piattaforma satellitare tivùsat, lancia un nuovo servizio: tivùon! Il servizio consente agli utenti di accedere ai contenuti On Demand della televisione gratuita con grande facilità, come spiega Alessandro Picardi, presidente di Tivù srl. Ho già accennato a “Ultimi 7 giorni”, il servizio gratuito che permette di rivedere un catalogo di contenuti andati in onda nei sette giorni precedenti sui canali televisivi. Un’altra novità di tivùon! è la pagina iniziale dell’applicazione: una “Mini-Guida” Tv su tre canali che permette di consultare la programmazione senza perdere la visione a tutto schermo del programma che si sta seguendo. Selezionando la freccia a destra dalla “Mini-Guida” si accede alla Guida ai programmi completa: il telespettatore può navigare la programmazione televisiva per fasce orarie e canali, accedendo alle informazioni di dettaglio su ciascuno dei programmi in palinsesto. Tivùon! consente anche l’accesso all’applicazione tivùlink per una fruizione semplice e diretta di tutti i servizi On Demand messi a disposizione da Rai, Mediaset e La7. Da un’unica schermata l’utente può accedere agli ambien- Come si accede a tivùon? Il servizio è disponibile gratuitamente per tutti gli utenti che hanno un televisore o un decoder con bollino tivùon, connettendo il proprio televisore o il proprio decoder a Internet. Le cosiddette “Smart” Tv, ovvero quelle acquistate di recente, hanno tutte la possibilità di essere connesse alla Rete. In ogni caso sul sito tivuon.tv è presente un elenco dei dispositivi abilitati, per verificare il proprio modello o per acquistarne uno nuovo. Il servizio è disponibile sul Digitale Terrestre e su tivùsat. Una volta connessa la Tv o il decoder come si accede al servizio e cosa si vede? Lo spettatore deve semplicemente attendere che compaia il pallino verde in basso a sinistra del teleschermo e digitare il tasto verde del telecomando. Il servizio offre una Guida ai programmi sempre aggiornata e la possibilità di scorrere indietro nel tempo fino ai sette giorni precedenti, direttamente dalla Guida. La funzione “Ultimi 7 giorni” è utilissima per ritrovare un film o la propria fiction preferita senza essere costretti a una ricerca spasmodica sulla Rete o a predisporre giorni prima complicate registrazioni. Puoi comodamente rivederlo dalla tua televisione, con il tuo telecomando di sempre. Quanto costa? Assolutamente nulla. Tivùon! viene offerto gratuitamente a tutti coloro che dispongono di un dispositivo con bollino oro tivùon (Tv o decoder) e di una connessione a banda larga alla rete Inter- «QuaNTo cosTa? Nulla. TivùoN! è offerTo graTuiTameNTe a chiuNQue dispoNga di uN disposiTivo coN bolliNo oro TivùoN! (Tv o decoder) e uNa coNNessioNe a baNda larga. è il primo oN demaNd graTuiTo della Tv iN chiaro» net. È il primo On Demand gratuito della televisione in chiaro. Un pezzetto di quella rivoluzione chiamata Internet Tv. Tivùon! rafforza così la sua missione al fianco dei broadcaster impegnati nella televisione gratuita, per offrire ai propri utenti contenuti da vedere quando vogliono, in linea con le tendenze dei grandi paesi europei ed extraeuropei; così in Gran Bretagna con i servizi Youview e con Freetime di Freesat, in Francia con il servizio Fransat Connect di Fransat, in Germania con HD plus RePlay o in Australia con Freeview Plus. ti gestiti dai principali broadcaster italiani. Uno spazio aperto a tutti i canali della televisione gratuita italiana. Riassumendo, quali sono i passaggi da fare per accedere a tivùon? Per prima cosa va verificato se il televisore o il decoder che si possiede o che si vuole acquistare abbia il bollino tivùon. Il dispositivo con bollino tivùon va poi collegato a Internet; infine bisogna attendere che sul teleschermo appaia il pallino verde con la scritta tivùon e premere il pulsante verde del telecomando. Tutto, sempre, gratuitamente. | | 16 novembre 2016 | 45 APPUNTI IL tempo che deve venIre Un calendario del 2017 L a. quel mattino uscì di casa e le cadde l’occhio sulla vetrina del cartolaio, dove campeggiava un grande calendario nuovo dell’anno 2017. La signora A. ebbe un brivido, ma non di freddo, nella piovosa mattina di novembre. Quei dodici fogli bianchi, quella carta immacolata, 365 giorni pronti a farsi tempo, e vita. Con tutti i suoi misteri e i suoi dolori. La signora A. tirò il cane verso il bar di ogni mattina. Non le sembrava un buon giorno per acquistare il calendario nuovo, quello. Magari, domani. Andò al bar dei cinesi a bere il caffè. C’erano già quelli che giocavano alle slot, e il solito pensionato con gli occhi fissi sulla tv accesa. Magari, pensò A., l’anno nuovo si sarebbe presentato così: dimesso, familiare. Tante mattine in cui avrebbe portato fuori il cane, avrebbe bevuto il caffè e sarebbe poi andata al lavoro. Lavoro? Ci sarebbe stato ancora lavoro per la signora A., ormai ultracinquantenne, in quella azienda piena di giovani colleghi? O non le stavano forse gentilmente facendo capire che non era più necessaria? Ma questo in fondo era il meno. Era il resto ad allarmare A. La salute del marito, per esempio. Era ingrassato, fumava e mangiava troppo. E i figli? I figli, benché bravissimi ragazzi, presentavano comunque gravi incognite. Sempre in giro in auto, di notte, e con la nebbia, e lei a tremare finché non sentiva le chiavi nella serratura. La femmina, poi, solo a pensarla nei vagoni vuoti del metrò, la sera, il cuore le si stringeva. E gli amici? F., R., L. e gli altri: sarebbero rimasti tutti accanto a loro? Ogni tanto, d’improvviso, qualcuno della compagnia veniva a mancare. A. aveva l’impressione che mirasse su di loro uno sconosciuto 46 | 16 novembre 2016 | a signora | di marina corradi cecchino. Ma si preoccupava anche del cane: sarà solo un animale, pensava, ma se mi tolgono quei suoi occhi nocciola mi cade un pezzo di cuore. Dunque la signora A. diffidava profondamente del calendario del 2017 esposto disinvoltamente in vetrina, come fosse una cosa da niente. Bisognerebbe essere più cauti con i calendari, pensava; bisognerebbe andarci piano, col tempo che deve venire. Rincasò, si sedette in cucina, nel tepore di quell’ormai collaudato novembre 2016. Chissà, si chiese, se tutti hanno questa maledetta paura del tempo che viene? Io non ce l’avevo, da giovane: è invecchiando, che cresce. Il fatto è, si disse lasciandosi andare stancamente contro la spalliera della seggiola, che bisognerebbe avere fede, veramente. Bisognerebbe sapere che Dio ti guarda, e ha preparato per te un destino buono. (Una parte di A. insorse: e tua madre, tua sorella, e quella tua amica, quale destino buono hanno avuto?) Volevo dire, si corresse, un destino magari invisibilmente buono, un destino buono che capirai, un giorno. Già, bisognerebbe crederci veramente. Io, si disse, ci credo con la testa, ma non in fondo al cuore. Si alzò, spazientita da quella sua irrimediabile costante irrequietezza, e andò al lavoro. Dalla vetrina il calendario del 2017 la guardò di nuovo. Non lo compro, si ostinò la signora A. – triste, come chi non sa confidare in un padre buono.