delle manette - Settimanale Tempi

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delle manette - Settimanale Tempi
Poste italiane spa - spedizione in a. p. D.L. 353/03 (conv. L. 46/04) art. 1 comma 1, NE/VR
ANNO 22 | NUMERO 45 | 16 NOVEMBRE 2016 |  2,00
Il teatro
delle manette
Il papello era una patacca, la trattativa
Stato-mafia solo un romanzo criminale.
Ma perché lo spettacolo deve continuare
con le solite trame di giornalisti e pm?
EDITORIALE
IL VIZIO DELLA “NARRAZIONE”
La vera storia da raccontare
è che la controstoria era falsa
U
na trattativa c’è stata.
Ed è quella intercorsa tra giornalisti e pm. Non è la prima
volta – e, purtroppo, non sarà l’ultima – che vediamo svolgersi sotto i nostri occhi
l’incesto tra informazione e procure. Un’inchiesta che ha largo spazio su tv e quotidiani con titoli in prima pagina e trasmissioni monotematiche in prima serata, si rivela una panzana, una frottola, vapore acqueo. Solito refrain: chi l’ha cavalcata ha costruito una carriera, chi l’ha subìta ci ha rimesso soldi, salute, reputazione. Commentando sul
Foglio l’assoluzione di Calogero Mannino, un giurista serio e autorevole come Giovanni
Fiandaca ha parlato di una «relazione gravemente patologica, una sorta di perversione sistemica» tra media e procure. Se andate a leggervi le conclusioni delle motivazioni con
cui il giudice Marina Petruzzella ha assolto l’ex ministro Dc, vi troverete anche pesanti
considerazioni sull’operato dei giudici di Palermo e sull’utilizzo non innocente della carta stampata e del mezzo televisivo che del “processo prima del processo” non sono asettici spettatori, ma colpevoli attori. Sono vent’anni che in nome di fantasiose tesi e ipotesi di
reato si cerca di raccontare una “controstoria” sui rapporti fra mafia e Stato. È la mistica
della “narrazione”, dello storytelling, del papello che dimostrerebbe tutto, portando alla
luce del sole quel che è all’oscuro. Poi, quando si fa luce, quando si vede che le prove non
erano prove ma patacche, quando la storia si
ripiglia le sue rivincite sulla controstoria, tut- DEL “PROCESSO PRIMA DEL
to tace, mentre il clan marionette&manette è PROCESSO” STAMPA E TV NON
già passato alla nuova sceneggiatura, al nuovo canovaccio. Dopo vent’anni, un processo SONO ASETTICI SPETTATORI,
andrebbe fatto, sì. Di papelli sono piene le re- MA COLPEVOLI ATTORI. LO hA
dazioni dei giornali.
SCRITTO UN GIUDICE A PALERMO
IL «LASCITO LAICO DEL GIUBILEO» È «UN FLOP»
Roma, ovvero quanto può arrivare
a costare il (non) governo dell’antipolitica
Q
uanto può arrivare a costare, in termini di occasioni sciupate, il mito grillineggiante
(grillineggiante, non per forza grillino) dell’antipolitica? Se non bastasse il notevole filotto di cose mandate all’aria in pochi mesi dalla giunta Raggi a Roma, è utile
leggere, per restare nella capitale, l’inchiesta del Messaggero sul «lascito laico del Giubileo straordinario», che poco più di un anno fa era atteso da tutti come l’occasione per risollevare la città a suon di investimenti e opere pubbliche, e invece ora che sta per chiudersi appare per quello che è. «Un flop». Il problema non sono tanto i numeri esigui che
l’evento ha suscitato a Roma in termini di turismo, cosa in fondo prevedibile per la “forma diffusa” decisa dal Papa. Il vero flop sta nella «lunga lista di opere annunciate e alla
fine depennate». Secondo gli annunci del sindaco “alieno” Ignazio Marino, i cantieri dovevano essere 146, un piano da 440 milioni. Roba da tirare a lucido la capitale. Alla fine
sono andati in porto appena «46 interventi a singhiozzo», di cui «alcuni ancora in corso»,
per un finanziamento totale di «circa 138 milioni da parte del governo». Sono circa 300
milioni di euro perduti fra liti con il governo, carte inabissatesi chissà dove con la scusa
della “trasparenza”, per non parlare della «serie infinita di pratiche che hanno fatto avanti e indietro dal Campidoglio alla sede dell’Anac»,
l’immancabile autorità anticorruzione preposta al
MARINO ANNUNCIò 146
“controllo di legalità” dell’universo mondo. IntanOPERE PER 440 MILIONI,
ROBA DA TIRARE A LUCIDO to su trasporti, pulizia, accoglienza profughi, l’esito di questa grande occasione è sotto gli occhi di
LA CITTà. ALLA FINE SONO tutti. Ed è l’unico esito che ci si deve aspettare da
STATI APERTI APPENA 46
una classe dirigente più preoccupata della propria
CANTIERI «A SINGhIOZZO» immagine “pulita” che del bene comune.
L’ASCIA NEL CUORE
Se Dio non c’è,
che c’entra?
NoN siamo teologi, ma, da semplici fedeli e giornalisti, c’è qualcosa che
non ci torna in tutto il tramestio mediatico che è seguito alle parole di
padre Giovanni Cavalcoli a Radio
Maria. Secondo la vulgata, il domenicano avrebbe collegato l’approvazione delle unioni civili al «castigo»
del terremoto (cosa che ha fatto, ma
più nella sua intervista alla Zanzara
che ai microfoni della radio mariana). Un’interpretazione sbagliata, come ci spiega lo stesso Gesù nel Vangelo (l’episodio del crollo della torre di
Siloe e quello del cieco nato). Tuttavia
ci fanno un po’ sorridere le reazioni
di tanti esponenti laici alle sue parole: se Dio non esiste, di che vi preoccupate? Se Dio non c’entra – con voi,
con noi, coi nostri peccati, con quanto accade nel mondo sublunare – che
vi cale? Posto che padre Cavalcoli ha
detto una sciocchezza, il fedele cristiano sa che in questa vita ha a che
fare col male, che esiste il peccato originale, che sarà giudicato in base a
come si comporta, tanto che, quando sbaglia, cioè quando pecca e si allontana da Dio, si confessa. Dio c’è e
c’entra, insomma, e non solo con il
terremoto ma con tutto: le morti innocenti, il cancro di un amico, la terra tremante. “Come” non lo sa, ma
sa che può chiedere. Quando è crollata la basilica di Norcia, i fedeli che
pregavano in piazza a chi si rivolgevano? A un intruso? A un fantasma?
A uno sfaccendato che non si cura di
noi? Pregavano. Cioè chiedevano a
quel Dio che si è fatto uomo per condividere le contraddizioni e i dolori
della vita, di non lasciarli soli davanti al grande mistero del male.
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| 16 novembre 2016 |
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SOMMARIO
10 PRIMALINEA IL SISMA INFINITO E L’INERZIA DELLO STATO
NUMERO
45
IN EDICOLA DAL 10
AL 16 NOVEMBRE 2016
Poste italiane spa - spedizione in a. p. D.L. 353/03 (conv. L. 46/04) art. 1 comma 1, NE/VR
ANNO 22 | NUMERO 45 | 16 NOVEMBRE 2016 |  2,00
Il teatro
delle manette
Il papello era una patacca, la trattativa
Stato-mafia solo un romanzo criminale.
A quando una separazione delle carriere
tra magistrati e giornalisti?
LA SETTIMANA
22 INTERNI IL CASO MANNINO E IL CIRCO GIUSTIZIA
Il santino ambulante
Luigi Amicone ................................7
Foglietto
Alfredo Mantovano.......... 8
Boris Godunov
Renato Farina............................ 21
Consequentia rerum
P. G. Ghirardini ...................... 28
Vostro onore mi oppongo
Maurizio Tortorella..... 29
30 ESTERI QUANDO LA LIBERTà DI PENSIERO
SI PAGA CON LA VITA | CASADEI
Cartolina dal Paradiso
Pippo Corigliano ..................41
Lettere dalla fine
del mondo
Aldo Trento ...................................42
Sport über alles
Fred Perri.......................................... 44
Appunti
Marina Corradi ..................... 46
RUBRICHE
Stili di vita .......................................... 38
Lettere a Tempi ..................... 40
34 CULTURA ELOGIO DELL’éLITE PER SOPRAVVIVERE ALLA SCIATTERIA POSTSESSANTOTTINA | REGUZZONI
Foto copertina: Ansa/AP Exchange
Foto: Ansa
IL SANTINO
AMBULANTE
CON GLI AMICI DI MARCO SUL MONTALLEGRO
La differenza che passa
tra una comunità cristiana
e una comunità qualunque
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DI LUIGI AMICONE
Q
uando penso all’alba di un nuovo mondo, spengo le emozioni, mi separo dalla tv,
prendo qualche istante sabbatico dal touch-screen e ritorno con gli occhi al giorno di Ognissanti. Rivedendomi in famiglia, con altre famiglie, una discreta varietà di prof nonni e nipotini, in compagnia di centinaia di ragazzi che sono tornati per il
quinto anno consecutivo sulla cima di Montallegro, santuario alla Madonna, Rapallo, Li- Un sistema che tira giù le Borse se non voguria. Ritornati, perché mamma Paola e papà Antonio, in tutti gli anni che li separano ti come dicono lorsignori. E che, dalla cidalla morte del figlio Marco (diciassettenne che un’automobile travolse mentre in moto ma della Silicon Valley alla bibbia del New
si recava a scuola al liceo Don Gnocchi di Carate Brianza), hanno ripetuto questo gesto York Times, comanda a bacchetta la catedi pellegrinaggio carichi della certezza consegnata loro da una piccolissima scritta che na internazionale dell’informazione.
Marco aveva inciso sul muro della sua camera, accanto al crocifisso, la sera prima di moI tromboni e quel pazzo di Trump
rire: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?».
Non so come, non so perché, ma se ho trovato pochi chierici che capiscono questa co- Quel matto di Donald ha messo a nudo la
sa, a me sembra sempre più chiaro che la prova-provata della resurrezione di Cristo è la chiesa degli scandali sessisti e i chierichetresurrezione umana che si manifesta «là – come dice il Gesù dei Vangeli – dove due sono ti delle campagne anticattoliche. I preti
insieme nel mio nome». La differenza che passa tra una comunità cristiana e una comu- che guai a non mettere in cima a quella
nità qualsiasi è semplicemente questa. Là, c’è un orizzonte vasto quanto il mare a per- finta e petulante coppia di parole che è didita d’occhio. E c’è ardore giovanile. Qua, c’è un orticello che può anche essere pieno di ventata “diritti umani” il matrimonio gay
tanta bella roba. Ma è come l’hortus cone l’aborto, la dolce morclusus medievale trasformato in giardi- PAOLA E ANTONIO, IN TUTTI GLI ANNI ChE
te all’olandese e il bambino, convento, monastero secolare, da vec- LI SEPARANO DALLA MORTE DEL fIGLIO,
no prodotto in laboratochierelli col fiato e il calzino corto. Gente
rio inglese, il linguaggio
hANNO RIPETUTO QUESTO PELLEGRINAGGIO pulitino newyorkese e il
che avendo perduto Iddio, questa pazzia
d’amor che move il sole e l’altre stelle, co- PER UNA SCRITTA ChE LUI AvEvA INCISO
filmettino ecopirla holsa possono guadagnare stando rinchiusi SUL MURO DELLA SUA CAMERA: «PERChé
lywoodiano. E poi tutnel loro dis-interessato (a-teo) orticello? Co- CERCATE TRA I MORTI COLUI ChE è vIvO?»
ti quei tromboni per cui
sa possono trovare zappando, sia pur con
all’Isis ci pensiamo non
Però, se volete imparare qualcosa di quando sterminano i cristiani ma quanpassione, patate e cavoli neri? Effimero.
Solo effimero che cotto e mangiato se ne nuovo sul tramonto del vecchio mondo, do fa comodo a turchi e sauditi. Ecco, quel
va giù per l’intestino tenue e crasso, e poi allora dovete sintonizzarvi su Radio Ma- pazzo di Trump è l’iceberg di una maggiogiù ancora, per le note vie che sappiamo, ria e ascoltare la rassegna stampa di pa- ranza silenziosa che ne ha le tasche piene
fosse anche quel che ciascun essere uma- dre Livio Fanzaga. L’unico giornalista ita- dell’oddio non guardarmi così, sono frano si trova ad essere. E cioè pietanza che liano che ha detto qualcosa di originale gile. Oddio, non dirmi che sono carina,
nutrirà il sottoterra. Ok, perso Iddio, puoi sulle presidenziali americane, spiegan- mi molesti. Oddio, mi hanno discriminaguadagnare la credenza che tra cent’anni do perché, comunque vadano le elezioni, to all’esame. Oddio, come vuoi risolvere
i tuoi simili conquisteranno Marte e allo- l’impresentabile Donald Trump ha vinto. il problema dell’ingiustizia nel mondo se
ra non si morirà più di cancro ma di diar- Perché ha vinto? Perché la sua candida- non accogliendo l’Africa a casa tua.
rea marziana. O puoi trovare la goduria di tura contro l’establishment costringerà
Oddio un corno. Viene il tempo dei
una legge che ci avrà dichiarati finalmen- il partito repubblicano a cambiare. E per- doveri. Verso la comunità e verso se steste alla pari dignità con lepri e fagiani, così ché la sua folle campagna elettorale ha ri- si. Perciò, smettetela di piangere&fottere
che i popoli più avanti andranno a caccia velato che dietro la facciata buonista del con questa storia dei diritti. Trump o non
anche di animali come noi. Ma insomma, politicamente corretto, non c’è altro che Trump, se continuate a scuotere l’albero
un sistema di potere ipocrita e corrotto. delle sberle alla fine verranno giù tutte.
che noia è il progresso in un orticello?
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FOGLIETTO
OLTRE GLI SLOGAN DEL PREMIER
Le ragioni per cambiare
la Carta che non sono
presenti nella riforma
DI ALFREDO MANTOVANO
S
Fra i primi, quello
che il presidente del Consiglio, col
suo consueto garbo, adopera con
più frequenza: i sostenitori del No non
hanno nulla da proporre in alternativa, difendono un passato che ha mostrato tanti limiti, e per questo sono soltanto vecchi
arnesi da rottamare e ostacoli allo sviluppo dell’Italia, che invece il governo in carica persegue con generosità e decisione. Certo, se
LA CARTA NON È LA PIù BELLA DEL
i sostenitori del No sono
MONDO, NE CONOSCIAMO LIMITI E
i rispettabili signori con
INADEGUATEZZE.
MA IL DDL RENZIi quali il premier accetta
BOSCHI LA PEGGIORA SENSIBILMENTE.
di confrontarsi in tv, verrebbe anche la tentazione
PER QUESTO MOTIVO VA STOPPATO
di dargli ragione. Come
tutte le tentazioni, pure questa può esse- se, la Comunità europea del carbone e
re respinta se si considera che: a) è lo stes- dell’acciaio, viene costituita nel 1954. Ogso premier a scegliere per i confronti gli gi si stima che l’80 per cento delle norme
interlocutori per il No che meglio diano che disciplinano la nostra vita quotidiana
l’idea del paleolitico superiore (altrimenti sia di provenienza comunitaria. Nella Coavrebbe accettato il dibattito con Massimo stituzione italiana l’esistenza di un ordiGandolfini, nei cui confronti inizialmen- namento europeo, sovraordinato a quello
te lo stesso Renzi aveva lanciato la sfida, nazionale, è ignorato per la semplice rasalvo poi ritrarsi); b) vi è una fascia signi- gione che 70 anni fa non c’era. Ma la sua
ficativa di italiani per il No che non sono consistenza e la sua prevalenza qualitatientusiasti della Costituzione attuale, non va e quantitativa impongono la revisiola ritengono “la più bella del mondo”, ne ne delle norme costituzionali, per rendeconoscono limiti e inadeguatezze, e però re più chiari e precisi i meccanismi – in
sono altrettanto convinti che la riforma salita – di collaborazione nazionale alla
sottoposta a referendum la peggiori sensi- formazione delle norme europee e – in discesa – di corretto recepimento di queste
bilmente, e per questo vada stoppata.
Stiamo però agli slogan: voi dite No e ultime. Nella riforma, a parte l’individuabasta, accusa il presidente del Consiglio. E zione di una scombiccherata partecipaziochi l’ha detto? L’intera storia repubblicana ne del nuovo Senato su questo versante, il
e le novità intercorse dal 1948 a oggi ren- tema non è nemmeno sfiorato.
dono necessaria una riforma costituziona2. Nel 1948, con le rovine della guerra anle seria. Ma su quali punti qualificanti?
cora da rimuovere e con strumenti tecno1. Nel 1948 le istituzioni europee non esi- logici meno invasivi di quelli attuali, beni
stevano neanche in nuce. La prima di es- oggi individuati come prioritari non com-
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logan e realtà.
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parivano neanche all’orizzonte. Si pensi
per tutti alla privacy, e al peso che essa ha
assunto in settori cruciali, dalla sanità alla
sicurezza. La riforma non si è posta il problema di dare spazio al proprio interno alla disciplina fondamentale di beni giuridici come questo.
3. Nel 1948 quando si parlava di matrimonio si pensava a un uomo e a una donna e si dava per scontato che il diritto alla
vita fosse prioritario e prevalente nell’ordinamento: per questo la Costituzione
non contiene l’esplicita menzione della tutela della vita – era scontato che fosse la premessa per il godimento di tutti
gli altri diritti – né, a proposito della famiglia, la precisazione che essa si forma
quando si sposano un uomo e una donna.
In un ordinamento nel quale cominciano
a essere depositati provvedimenti giudiziari di riconoscimento dell’utero in affitto, è fuori luogo rendere esplicito in Costituzione ciò che 70 anni fa era dato per
acquisito? Ma anche questo non trova riscontro nella riforma.
4. Nel 1948 la magistratura non pretendeva – neanche in proprie componenti minoritarie – di creare il diritto prima del
Parlamento, come invece accade da qualche decennio. L’esigenza di un equilibrio
fra i poteri dello Stato, che renda più marcati i confini dell’uno e dell’altro, è un problema di democrazia, purtroppo ignorato
dalla riforma.
Nell’indicare alcune delle piste di approfondimento di una vera riscrittura della Costituzione, si è “vecchi” e legati agli
schemi del passato o si guarda con realismo ai problemi del presente?
Foto: Ansa
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IL SISMA INFINITO
Il terremoto. La devastazione. Le case perdute e con quelle anche
i luoghi simbolo di tutto un popolo. E il paradosso di uno Stato che
nel colmo dell’emergenza si chiude a riccio per paura della corruzione
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Un’immagine dall’alto di Castelluccio
di Norcia, provincia di Perugia, uno
dei centri colpiti più duramente
dal terremoto del 30 ottobre scorso
DI LEONE GROTTI
La scossa e l’inerzia
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IL SISMA INFINITO PRIMALINEA
L
amatrice, che
si stagliava solitaria in mezzo
a una distesa di macerie e
calcinacci, aveva resistito al
sisma del 24 agosto e anche
a quello del 26 ottobre. Simbolo della possibile rinascita di un’intera
regione, non ha retto al nuovo terremoto del 30 ottobre. Soprattutto perché nessuno l’ha aiutata a reggere. La stessa sorte
è toccata alla cattedrale di Norcia e a tante altre meraviglie che, pur a rischio crollo, non sono state puntellate, come si dice
in gergo tecnico. Perché? Non per colpa
di sindaci inadempienti o poco previdenti o corrotti. Anche chi ha messo in moto
fin dal giorno successivo al primo grande
terremoto la macchina necessaria per ese-
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a torre civica di
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guire i lavori, non è riuscito a ottenere le
autorizzazioni in tempo. Sono le «troppe
regole assurde» ad aver fatto infuriare un
uomo come Adolfo Marinangeli, sindaco
di Amandola, dove la scossa del 30 ottobre
ha fatto crollare l’abside della chiesa di
San Francesco e la vela campanaria della
Trinità, già danneggiate ad agosto.
«Io non devo difendermi solo dal terremoto ma anche dalla burocrazia», si è
lamentato Mariangeli con il Corriere della Sera. «Ho passato due mesi nel tentativo di ottenere le autorizzazioni e non sono
riuscito a puntellare nessuna delle opere lesionate. E con l’ultima scossa da noi
è venuto giù tutto. Perché non posso far
venire un cristo che mi metta i ponteggi
alla facciata di San Francesco prima che
arrivi un’altra scossa? È assurdo, è un disastro». La dinamica descritta per ottenere le
autorizzazioni è più intricata del labirinto di Dedalo e non ci sono fili di Arianna
per uscirne: bisogna contattare le sovrintendenze regionali, poi la protezione civile, poi i vigili del fuoco, aspettare risposte
da tutti, sollecitare, compilare moduli, poi
fare un bando di gara per la progettazione
dei lavori e un altro per assegnare le opere
progettate. Infine, eseguire i lavori.
Il paradosso è che mentre questo
Minotauro di carta bollata si muove lentamente, le Marche, una regione altamente specializzata nella messa in sicurezza
dei beni artistici e piena di maestranze
all’avanguardia, vede crollare i suoi capolavori senza poter fare nulla. Ma i proble-
Foto: Ansa
A causa della serie di scosse che hanno colpito
il Centro Italia tra agosto e ottobre, una regione
specializzata nella messa in sicurezza dei beni
artistici come le Marche ha visto crollare i suoi
capolavori senza poter fare nulla. È il paradosso
creato dall’eccesso di burocrazia italiano
mi non finiscono qui. Un sindaco vuole fissare il prezzo della carne da distribuire ai terremotati? Si deve accordare
con il macellaio e poi aspettare il parere dell’Anac di Raffaele Cantone, l’Agenzia anticorruzione, che ha 60 giorni per
esprimersi come previsto dal nuovo Codice degli appalti. In totale passano tre mesi.
E intanto cosa si mangia? In questa situazione di emergenza, per compilare tutte le pratiche ai Comuni serve personale
aggiuntivo ma non si può assumere perché sforare il patto di stabilità è vietato.
Quindi? I primi cittadini sono davanti a
un bivio: aspettare tutte le autorizzazioni
o cominciare a risolvere i problemi violando la legge e rischiando denunce penali.
Non c’è da stupirsi se sono in rivolta.
Piero Celani conosce bene queste difficoltà. Ingegnere civile, oggi è consigliere regionale delle Marche, mentre in passato è stato eletto per due volte consecutive alla carica di sindaco di Ascoli Piceno
dal 1999 al 2009. «Le autorizzazioni delle sovrintendenze sono qualcosa di mitologico, impiegano mesi per arrivare. Io
per sistemare piazza Arringo, la più antica della città, ci ho messo tre anni ma se
non avessi fatto pressione, portando in
sovrintendenza i progetti di notte, compilando relazioni come uno scolaretto, ci
avrei messo una legislatura intera. E per
fare cose banalissime». In questo caso però
i lavori non possono aspettare e alle proteste del sindaco di Amandola si sono unite
le voci di altri primi cittadini. Tutti vogliono dare risposte rapide e certe alla propria gente. Ma non possono. «La sovrintendenza svolge un grande lavoro, per carità,
ma ha tempi biblici», continua Celani. «Ce
n’è una sola per tutte le Marche: e quando arrivano? Se una facciata sta per crollare su una via pubblica bisogna intervenire
in 24 ore, ma se si muove un mattone senza l’autorizzazione, arrivano le denunce
penali. È arrivato il momento di riforma-
re il sistema. Bisogna delegare il lavoro ai
Comuni, con la sovrintendenza che mantiene un ruolo di coordinamento e di controllo. È l’unica soluzione».
Un decreto utile ma insufficiente
La lentezza delle sovrintendenze è solo
uno dei tanti problemi. Un puntellamento ha un costo contenuto, 20-30 mila euro,
ma per fare i lavori bisogna indire i bandi e perdere altro tempo. Un problema di
cui si è lamentato perfino il ministro dei
Beni culturali Dario Franceschini. Nelle
emergenze bisognerebbe rinunciare alle
gare e ricorrere alla chiamata diretta delle imprese. Ma davanti a questa possibilità
c’è già chi agita lo spettro della corruzione. «Allora», chiarisce il consigliere regionale, «la corruzione va combattuta con
ogni mezzo ma francamente non possiamo usarla come scusa per nasconderci.
Mentre si combattono i corrotti, bisogna
continuare a lavorare, altrimenti lo Stato alza bandiera bianca». Anche in questo
caso le soluzioni ci sarebbero: «Ci dev’essere una lista di imprese di fiducia, che hanno la fedina penale candida come la neve
e le cui capacità sono comprovate, alle
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pRIMALINEA IL SISMA INFINITO
La sfiducia verso i sindaci
Ma ciò che più infastidisce Castelli è una
concezione di fondo: «Sembra che la ricostruzione sarà curata dagli uffici regionali e dallo Stato centrale, mentre i Comuni saranno esclusi. Questa impostazione centralista non risponde ai bisogni
del territorio. Se poi aggiungiamo la farraginosità del nuovo Codice degli appalti, vediamo che il rischio di ritardi burocratici non è affatto scongiurato». Castelli sente anche una certa diffidenza generale nei confronti dei sindaci: «Da qualche
anno i Comuni sono visti come meri centro di costo da tenere sotto controllo, perché vi si anniderebbe l’istinto spendaccione degli italiani. Ma la verità è che in due
anni il debito delle amministrazioni loca14
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li è calato di 3 miliardi, quello delle amministrazioni centrali è aumentato di 100».
Colpa anche dell’ossessione per la corruzione: «L’idea del governo di combatterla a
colpi di norme e regolette aumenta ancora di più la corruzione, perché moltiplica
la possibilità di interferenze. Come diceva Tacito? “Corruptissima re publica plurimae leges”. È così. Noi dovremmo invece responsabilizzare al massimo i deciso|
ri e chi sbaglia lo mettiamo in galera». Ma
«l’impostazione burocratica e centralista
deprime anche un valore culturale su cui
l’Italia si è sempre fondata: la sussidiarietà. In tempi di emergenza come questo,
i campanili, le comunità, le realtà locali
sono risorse preziose. E in un momento
in cui i cittadini, anche esagerando, chiedono risposte efficaci e immediate, questo
mare di cavilli diventa insopportabile». n
DI GIacomo RubIno
Qualcosa che sia
“per sempre”
Le monache in preghiera fra le macerie. Un viaggio
di nozze in Croce rossa. E la forza di Rosa, 106 anni.
I piccoli miracoli che fermano il trionfo della Rovina
O
Norcia(Pg)
gni tragedia,
come ogni momento
felice, ha la sua icona. Un’immagine restituisce alla memoria, alla
storia, quell’attimo, quel momento che
racchiude gli attimi e i momenti che la
memoria di tutti conserveranno. Quegli
attimi prima e quegli attimi dopo, che
non saranno mai più gli stessi. La tragedia dell’ultimo terremoto che ha devastato il “cratere”, un’area di seicento chilometri quadrati nei monti Sibillini, privato di casa 28 mila persone tra Norcia, Cascia, Fabriano e poi giù verso la
costa fino a Fermo, tra Marche, Umbria e
Abruzzo, ha la sua icona nell’immagine
colta dalle telecamere e che ha fatto subito il giro del mondo domenica 30 ottobre
2016. La piazza di Norcia è un cumulo di
macerie fumanti. La facciata della catte-
drale come sospesa per miracolo fra le
rovine. I muri delle navate sono crollati.
Le case intorno distrutte. Al centro della
piazza la statua di san Benedetto patrono
d’Europa guarda le terre e i cieli dall’alto, i monti dove i monaci costruirono la
civiltà del continente cristiano distrutto
dai barbari, ma attorno a lui, ancora una
volta, come tante altre volte nella storia,
le rovine sembrano segnare la vittoria del
nulla. Il segno dell’impossibilità a lasciare qualcosa che sia “per sempre”, la vittoria della Rovina sulla Costruzione. Ma
attorno al santo dieci monache inginocchiate, ferme, l’abito nero benedettino
imbiancato dalla polvere: pregano.
Non sono scappate. Il convento è crollato ma loro sono lì. Ferme, assorte come
negli scranni del coro racchiuso attorno
all’altare della chiesa. La chiesa non c’è
Foto: Ansa
quali si possano affidare i lavori. Si parte
dalla prima e si scorrono i nomi, così lavorano tutti. Intanto l’Anac e i magistrati
controllano. Chi sbaglia, paga. Altrimenti
lo Stato continuerà a dimostrarsi incapace
di risolvere i problemi».
Venerdì 4 novembre il governo ha
varato un decreto legge urgente per risolvere alcuni dei problemi elencati ma Guido Castelli, attuale primo cittadino di
Ascoli, è ancora scettico: «Da un lato il
decreto è positivo perché ci restituisce
alcune delle prerogative che ci erano state
tolte paradossalmente dopo il primo terremoto», dice a Tempi. «Ora per puntellare un’opera è sufficiente comunicare alla
sovrintendenza ciò che verrà fatto, senza
attendere l’autorizzazione. Però non tutti
i mali sono stati sanati». Il personale, per
esempio, resta insufficiente: «Il decreto
prevede 350 assunzioni per un’area vastissima. Non bastano. Bisogna considerare
che noi abbiamo già un turnover al 25 per
cento: ogni quattro persone che vanno in
pensione, cioè, possiamo assumerne solo
una». Preoccupante il tema dei fondi: «I
vincoli del pareggio di bilancio mordono
ancora la carne dei Comuni».
più, il coro non c’è più. Ma ci sono loro,
e il santo patrono d’Europa e la gente che
aveva lasciato il centro e che le intravede
dalle porte delle mura di Norcia. Attimi
interminabili, mentre monaci e vigili del
fuoco, e uomini e donne del soccorso alpino rispettano quei minuti di silenzio. Poi,
con pacata gentilezza, mentre la terra
continua tremare, dieci scosse all’ora per
tutta la giornata, le aiutano ad alzarsi, le
accompagnano alla porta dove è arrivato
l’arcivescovo. Lui le abbraccia, e con loro
abbraccia la gente che si stringe intorno,
i coraggiosi volontari, i funzionari della
Protezione civile.
Una giornata interminabile, qui come
negli altri 150 comuni del cratere. Una
giornata a controllare casa per casa, a cercare con i cani addestrati qualcuno che
possa essere rimasto sotto le case pericolanti, e ora crollate, come quattro giorni
prima. Due scosse del sesto grado e mezzo
in quattro giorni, trentamila scosse più
piccole, continue vibrazioni che aprono
nuove crepe, allargano le ferite nei muri:
non si verificava nulla del genere in Italia dal 1980, terremoto dell’Irpinia. Allora i morti furono più di 3 mila. Ora si
cerca e si controlla, sembra un miracolo.
Nessuno, nessuno è stato ucciso dai crolli. Sette feriti leggeri. Sembra impossibile.
Controllate bene, continuano a ripetere i
responsabili dei soccorsi. Nessuno manca all’appello.
E attorno a questo grande miracolo la cronaca racconta tanti altri piccoli
e grandi miracoli. Miracoli costruiti dalla capacità di solidarietà degli uomini
nei momenti più brutti, dove nel dolore
emerge la parte migliore. Tutti i volontari della Croce rossa, delle associazioni
di medici, infermieri e psicologi, scout,
movimenti religiosi e gruppi laici hanno
risposto al muto ma assordante appello,
e 28 mila persone senza casa hanno trovato alloggio negli alberghi, nelle case
sicure messe a disposizione da chi ha un
po’ di spazio, nelle tende e nei container
montati vicino alle fattorie, perché non
si possono abbandonare gli animali che
proprio in questi giorni stanno tornando
dagli alpeggi. Il freddo li stroncherebbe.
«Abbiamo l’impossibile»
E poi piccole grandi storie di persone.
Alessandra e Carlo, due insegnanti volontari della Croce rossa, si sono sposati a
Senigallia il 29 ottobre. Il 30 pomeriggio
erano nel campo base della Croce rossa
a Camerino, a lavorare nella cucina che
fornisce 1.500 pasti al giorno agli sfollati. Gli abiti da matrimonio cambiati nella fiammante divisa che sta dando conforto a tanti, anziani disperati («questa volta non rivedremo la nostra casa»), adulti
angosciati dal futuro («cosa sarà del nostro
lavoro?»), bambini spaventati: molti non
vogliono più entrare in casa, dicono i genitori, e piangono ad ogni scossa. Alessandra e Carlo si stupiscono dello stupore di
chi li incontra: «Distribuire un pasto caldo e buono a chi ha perso tutto, vedere gli
occhi degli anziani che quasi vergognandosi chiedono una mela, gli occhi impauriti dei bambini che guardano incantati le
divise rosse fuoco, e quando porgi loro il
piatto li vedi sorridere: vale un viaggio di
nozze», raccontano. «Pur non avendo niente abbiamo l’impossibile, la Vita, e la forza
di andare avanti».
Come la forza della signora Rosa, 106
(centosei!) anni. Il centro storico del suo
paese, Monsampietro Morico, è stato evacuato, lei è stata salvata dal vicino di casa,
un omone di origini napoletane, che l’ha
presa in braccio come una bambina e l’ha
portata fuori dall’abitazione mentre i
muri si incrinavano, si piegavano, si spezzavano. Chi non ha fatto una piega, non
si è incrinata, non si è spezzata è lei, la
signora Rosa, centosei anni e tre terremoti. Ora la sua casa è un albergo ristorante dove si sono riunite una quarantina di
persone del paese, ritrovando quel senso
di vicinanza e comunità che dà il coraggio tenace giusto. «Io sto bene», dice Rosa.
«Non mi manca niente e soprattutto non
mi mancano amici e persone care».
Piccole storie, tessere di un mosaico
di una grande storia. San Benedetto è ritto lì, in mezzo alla piazza. È il patrono
d’Europa, ha visto tanto e tanto risorgere
dalle macerie. Ha visto tante e tante ricostruzioni, ha visto le mani dei suoi monaci operare per centinaia di anni e le mani
delle sue monache pregare. Ora et labora,
e mai come in questi giorni il lavoro è preghiera, e la preghiera è lavoro.
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15
pRIMALINEA IL SISMA INFINITO
Il vescovo
senza tetto
Spiegare a chi ha perso tutto che «Dio ama la vita e
non ha creato nulla di male». La nuova drammatica
missione di monsignor Brugnaro, sfollato tra gli sfollati
«L
e vivo
anch’io da sfollato, provando
tutte le difficoltà delle altre
persone. Di questo sono contento, perché
non avendo nessuna forma di privilegio
posso capire meglio il disagio della mia
gente». Monsignor Francesco Giovanni
Brugnaro, vescovo di Camerino-San Severino Marche, ha 73 anni e l’arcivescovado
della sua diocesi non è più agibile. La “sua
gente” sono gli abitanti di tante città del
Maceratese, tra cui Ussita, Visso, Castelsantangelo sul Nera, epicentro delle violente scosse del 26 ottobre, colpite anche
dal terremoto del 30, che ha danneggiato e ferito anche quei muri e quelle pietre
che erano rimasti in piedi dopo il sisma
del 24 agosto. Restano comuni fantasma
dove quasi tutte le case sono inagibili, i
borghi svuotati e i centri storici rovinati
se non cancellati.
A Visso il museo che ospita molti
manoscritti di Giacomo Leopardi è dana situazione è drammatica
mento e le continue scosse che si susseguono senza posa gettano la gente nella
disperazione. Qui ci si chiede: ma se continua così, che cosa ne sarà di noi?».
Per ora è impossibile riprendere
quelle piccole attività «nelle botteghe
o all’università» così importanti perché
«fanno percepire che la vita ricomincia, anche se lentamente». Questo, secondo monsignor Brugnaro, accresce «l’esperienza di solitudine, soprattutto dei tanti anziani che abitavano i nostri centri e
che ora si sentono anche esiliati, facendo
fatica ad adattarsi alla nuova situazione».
«Sono spaesato anch’io»
In mezzo a questo dramma, il vescovo
insieme ad altri sacerdoti cerca di «portare speranza e solidarietà morale e religiosa visitando gli sfollati». Il suo compito ecclesiale ora è completamente cambiato: «Il nostro dovere è alleviare le sofferenze e soccorrere le urgenze. La nostra è una
«puR coN LE LAcRIME AgLI occhI, NoN dobbIAMo pERdERE
IL bENE pIù gRANdE E dEfINItIvo, chE è LA fEdE E chE dEvE
ESpRIMERSI AttRAvERSo LA SoLIdARIEtà E LA fRAtERNItà»
neggiato e le poesie sono state trasferite
a Bologna; a Camerino, sede di una storica università, i collegi sono inagibili e
gli studenti sono scappati. Anche l’arcivescovado non è più abitabile e monsignor
Brugnaro è fuggito solo con quello che
aveva addosso, lasciando indietro l’abito
da vescovo. «La situazione è drammatica»,
racconta a Tempi da una struttura a sei
chilometri da Camerino. «I nostri piccoli paesi sono completamente evacuati. Gli
abitanti provano un completo disorienta16
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pastorale dello sfollato: l’obiettivo è far
riprendere una vita normale alle persone,
anche aiutando le autorità a rimettere in
piedi certi servizi, in modo tale che la gente si senta confortata non da promesse,
perché il futuro è sempre incerto per tutti, ma da gesti e impegni concreti».
Brugnaro condivide gli stessi disagi della sua gente e anche le stesse difficoltà: «Quando contemplo la città svuotata», continua, «con i monumenti antichi che rappresentano l’identità delle
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DI VIttorIo robIatI benDauD
Che ne sarà
di tanta bellezza?
Piango per gli abitanti dei Sibillini, per Amatrice,
Norcia, Visso e Camerino. Spero che vi rialzerete,
splendidi borghi che ho imparato a sentire anche miei
MonsignorBrugnarosidice«contento»
diesserecostrettoaviveredasfollato.
«Nonavendoalcunprivilegioposso
capiremeglioildisagiodellamiagente»
nostre comunità sventrati, i campanili
crollati, le opere d’arte espressione della
fede autentica di questo popolo rovinate;
ecco, in questi momenti sono un po’ spaesato anch’io».
Al vescovo gli sfollati pongono domande di senso davanti alle quali mancano le
parole per rispondere: «C’è appena stata
la grande lettura del Libro della Sapienza,
dove si dice che Dio ama la vita e non ha
creato nulla di negativo». Neanche il terremoto? «I cristiani devono avere il coraggio di alzare lo sguardo e affermare: noi
siamo cari al Signore. La nostra carne sofferente, soprattutto in questi giorni, è stata assunta da Gesù e anche se noi ora non
sappiamo come né perché, Dio ci è vicino. E questo non lo dico io, né la teologia:
ce l’ha dimostrato Gesù salendo sulla croce. Ma con quel gesto non ci ha insegnato
a soffrire, ci ha detto che il nostro destino
non è la morte, ma un amore onnipotente
che si prende cura di noi. Quindi, pur con
le lacrime agli occhi, non dobbiamo perdere il bene più grande e definitivo, che è
la fede e che deve esprimersi attraverso la
solidarietà e la fraternità». [lg]
T
utto incominciò una decina d’anni fa,
quando il rabbino Laras mi chiese
di guidare le ufficiature liturgiche
presso la sinagoga di Ancona in occasione
di una festività ebraica. E così, di anno in
anno, iniziò a crescere il mio amore per
le Marche, percorse in lungo e in largo in
compagnia di ottimi amici.
I terremoti che sconquassano da settimane il Centro Italia, al di qua e al di
là dei Monti Sibillini, hanno devastato
luoghi che conosco ormai come le mie
tasche, talora uccidendo e talora provando dolorosamente la vita di persone che
ho incontrato e a cui sono legato da forti vincoli di amicizia. È uno strazio sentire al telefono Marco, di Amandola, un giovane studente innamorato del suo paese
e delle sue montagne, “serie”, incantate
e solenni. La casa della sua famiglia è inagibile, piena di crepe; il luogo dell’intimità familiare e della memoria è divenuto
una trappola potenziale, dal futuro incerto. Lui e i suoi stanno costruendo una casa
in legno nel giardino, con l’inverno alle
porte e pioggia in arrivo, destinata forse
a diventare neve. La bella Amandola, incastonata nel verde, non ha retto: il centro
storico è collassato, probabilmente perché non si è riuscito a puntellarlo in tempo, dopo la prima devastante scossa di fine
agosto. Chiamo subito Laras, che, addolorato, mi disvela un dettaglio della sua vita
fino a quel momento a me ignoto. «Sai,
Vittorio, quando iniziai a fare il rabbino
ad Ancona, ho battuto tutti gli archivi e le
biblioteche dei paesini dell’entroterra, tra
cui Amandola, ove c’era un piccolo e antico fondo ebraico. Quel borgo, con la piazza della parrocchiale digradante verso la
chiesa e incorniciata da palazzi e portici,
era un gioiellino». Annuisco al telefono. So
che era così, ci sono stato anch’io. Pensando a quanta antica bellezza abbiamo perso e alle difficoltà e al dolore degli abitanti
di quel piccolo mondo – dignitoso, operoso e fiero –, vengo preso da cupa tristezza.
Risorgerà il romorio?
Passano le ore e apprendo che la situazione si fa sempre più pesante. Richiamo
l’amico Michele Silenzi, fermano come
Marco, che mi ripete parole che ho già
sentito: «Stavolta il botto è stato tremendo. Uno scossone devastante. La devastazione è peggiore della volta scorsa. Il senso
di instabilità e insicurezza attanaglia tutto e tutti». Un caro amico ha invece chiamato Augusto, proprietario di uno splendido b&b a Pievebovigliana (Mc), da lui
lungamente e faticosamente restaurato.
Le case pare abbiano retto, “solo” una sala
ha avuto danni seri. E mi chiedo tra me e
me quanto ci vorrà per rimetterla a posto,
quanto gli costerà, dove troverà i soldi e
che sentimento di rabbia e di ferita profonda si debba provare nel vedere distrutti
sforzi, sacrifici, passione e tempo. Vengo a
sapere che Pievebovigliana è deserta, spettrale, le case puntellate e inagibili, alcune
compromesse per sempre. A Pievebovigliana, con le sue rarefatte frazioncine rurali
che si arrampicano su per le boschive alture collinari, gli abitanti avevano orgogliosamente creato un delizioso museo della
loro civiltà contadina, volto ad affidare al
futuro le memorie dell’amato borgo. Che
ne sarà? Risorgerà il romorio, tornerà il
lavoro usato?
Ricevo una telefonata da un amico
caro e stimato: è Pierfrancesco, professore
e giornalista, e anche con lui ho difficoltà
a trovare parole adeguate, che siano vere,
oneste, non banali. Penso che farei più bella figura a stare zitto. Eppure siamo esseri parlanti, e non posso fare a meno di blaterare qualcosa, sicuramente inadeguato,
che però provi a esprimergli il mio dolore,
il mio affetto, la mia amicizia. Pierfrancesco mi conferma che per Visso non c’è più
niente da fare: sisma dopo sisma, ha ceduto, ha parzialmente retto, è stata sopraffatta e, infine, è crollata. Gli domando che
ne è di Macereto, un incredibile frammento di Rinascimento a mille metri di quota.
Non lo sa. Resto con l’interrogativo angoscioso che sia rovinato al suolo anche il
capolavoro montano dell’architetto G. Battista da Lugano, che riprese un progetto
del Bramante. A Macereto vi erano inoltre
gli affreschi di Simone de’ Magistris, uno
dei maggiori artisti italiani tra Cinquecento e Seicento, che frequentò la bottega di
un ormai anziano Lorenzo Lotto.
Mi congedo da Pierfrancesco e penso
a Visso e alla splendida Val Nerina, la valle del fiume Nera, sempre gonfio d’acqua
e principale affluente del Tevere. Visso era
un incanto, con i suoi palazzi medie|
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17
vali e di epoche successive, tra vetuste
mura in pietra e boschi lussureggianti,
tra montagna e collina. Visso e i manoscritti di Leopardi, che vidi anni fa per la
prima volta, custoditi nel museo diocesano, una splendida chiesa medievale ripensata in museo. Che commozione! L’infinito e le correzioni che vi aveva apportato
il nostro grande e tormentato poeta. Ed
eccoli là i monti azzurri eternati da Leopardi, i meravigliosi Sibillini. Fu proprio
a Visso che compresi che, se non si vedono almeno una volta nella vita i Sibillini
all’orizzonte e non si passeggia per i ridenti borghi dell’entroterra maceratese, non
si capisce nulla dei riferimenti simbolici
di Leopardi, checché se ne possa dire. In
quei luoghi ho ammirato con gratitudine
quel che fotografava il Poeta: «Ecco il sere-
vista. Pochi spettacoli ho potuto contemplare in vita mia di sì abbagliante e semplice bellezza. Un piccolo borgo sperduto,
al pari del Piano in cui si erge; rude, come
è rigido il clima di un territorio spazzato
da venti fortissimi. Eppure quanta essenziale bellezza! Il blu del cielo, il verde dei
prati e delle montagne, il grigio delle pietraie, lo spettacolo di una tavolozza di
colori impazzita e festosa durante la fioritura, un evento con eco mondiale.
Ora Castelluccio è a terra. Devastata.
Spero che ti rialzerai, piccolo borgo. Spero
che i tuoi tenaci e coraggiosi abitanti non
ti lasceranno caduta al suolo, splendida e
amata Castelluccio, che sento anche un
po’ mia. Spero che si riesca ad aiutare questa gente a continuare a vivere quei luoghi
e a ricostruirli al meglio.
Visso e i ManosCritti di Leopardi, Che Vidi anni fa
per La priMa VoLta, Custoditi in una spLendida Chiesa
MedieVaLe ripensata in Museo. Che CoMMozione!
no/ Rompe là da ponente, alla montagna;/
Sgombrasi la campagna,/ E chiaro nella
valle il fiume appare». E ancora, come non
citarla?: «Sempre caro mi fu quest’ermo
colle,/ E questa siepe, che da tanta parte/
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude».
Castelluccio, amore a prima vista
Piango per Visso, piango per la sua gente.
Da Visso, con la sua imperdibile “Pasticceria Caffè Sibilla” arretrata nei portici,
la strada si inerpica lungo la montagna,
fiancheggiando il Nera e molti allevamenti di trote. Si sale, tra tornanti e faggi che
si alternano a pini, giungendo al confine
tra Marche e Umbria. Si arriva ai Piani di
Castelluccio, un altopiano carsico-alluvionale alle pendici del Monte Vettore. Il primo che si incontra è il Pian Perduto, con
le sue alture verdi che si rincorrono come
mille seni. In cima a una di queste, la maggiore, ecco Castelluccio. Fu amore a prima
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|
Il Monte Vettore ha tremato. Mi sono
avventurato più volte su quella montagna
maestosa, spesso incappucciata da pesanti nubi. Da Castelluccio si deve scendere e
tenersi sulla sinistra, arrivando a Forca di
Presta. È lì che inizia il sentiero ghiaioso e
annaspante, che porta in vetta. Una gran
faticata, la salita al Vettore! Che montagna
inaspettata e irta, che gole, che fratte, che
anfiteatri imponenti! Sotto ci sono Ascoli e Arquata del Tronto. Di fronte svettano
i Monti della Laga e dietro c’è il Gran Sasso. Amatrice era in mezzo tra i due sistemi
montuosi. Dall’altra parte, ecco il panorama dolce e virente dei Sibillini, con le vette
arrotondate, ricoperte da erba che si alterna a tondeggianti faggete. Le aquile roteano alte nel cielo. Si intravede Forca Canapine, passaggio obbligato per scendere a Norcia, di cui Castelluccio, pur lontana, è frazione. Sul Vettore, tra erba, roccia e fiordalisi, ho trovato anche le stelle alpine.
Mi chiedo che ne sia del b&b “La Valle
delle Aquile”, costruito e gestito con professionalità dalla famiglia Bertoni, che
tanto vi aveva investito di soldi e di cuore.
Che ne è dei loro progetti, dei sogni per il
futuro delle loro famiglie? E da Castelluccio, il mio pensiero corre a Montemonaco
(Ap), località aspra e dolce al contempo, ai
piedi del Monte Sibilla. Che ne è di Montemonaco e della bella Smerillo, arroccata su un calanco?
Ma Mosè nascose il suo volto
Al versetto 6 del capitolo III del Libro
dell’Esodo, si legge che Mosè nascose il
suo volto dinanzi al Signore che gli Si rivelava nel roveto. I rabbini si interrogano nel
Talmùd (Berachòth 7a) se egli abbia fatto
bene o male a comportarsi così, e le opinioni divergono. Spiega il rabbino Soloveitchik che lì Dio era pronto a rivelarSi
all’uomo Mosè, che ebbe l’opportunità di
comprendere tutto ciò che è nascosto, di
capire con chiarezza le vie di Dio e la Sua
giustizia. Ma Mosè nascose il suo volto.
Non volle che le sue domande ricevessero
risposta e che tutti i misteri si dissipassero. Perché? Perché Mosè temeva di perdere
l’empatia e la solidarietà verso il proprio
prossimo, se avesse compreso il perché
del misterioso agire di Dio e che morte,
distruzione, sofferenza, malattia, povertà
e solitudine hanno un senso ultimo che
si dissolve in Dio, sì che non sono ciò che
sembrano a noi – ossia male –, ma altro.
Noi non abbiamo risposte, a parte
quelle scientifiche e geologiche, al perché
di questa devastazione, di questo scempio,
di questo strazio in una delle zone più
belle e significative del nostro paese. Noi
abbiamo solo un dovere, quello indicato
da Mosè: non tergiversare ed essere solidali, aiutando in ogni modo gli abitanti dei
Sibillini, di Amatrice, di Norcia, di Visso e
di Camerino. E di salvare, con loro, la bellezza mozzafiato, eppur discreta, di quei
luoghi magici.
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dopo Firenze, renzi dovevA AndAre A bAssAno
L’elogio autocelebrativo degli
“angeli del fango” che annega
nell’oblio i caduti di guerra
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SEGNA LA NOSTRA FINE.
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DI CREARE uN’ALTERNATIVA
A DIO. QuALCOSA VA FATTO.
SE TACESSIMO, SAREMMO
CORRESPONSAbILI
DI uNA GRAVE INGIuSTIzIA
VERSO I bAMbINI
”
CARLO CAFFARRA
di renAto FArinA
A
nche nella sciagura,
nel pianto, nel ricordo c’è chi è più
uguale degli altri. Il capo dello Stato è andato a Firenze,
per far memoria dell’alluvione del 1966, e indicare come
eroi del nostro tempo, da portare ad esempio, gli “angeli del fango”. Ragazzi e ragazze che meritoriamente spalarono la mota, ripulirono libri antichi dalla sporcizia, soprattutto raggiunsero frazioni isolate portando generi di prima necessità. In quello stesso
giorno di 50 anni fa, la Carnia e il Basso Friuli furono travolti dalla furia delle acque. In particolare Latisana, a causa dello straripamento del Tagliamento, ebbe i suoi morti. Molti fiumi del Veneto, come il Piave, il Brenta e il Livenza, balzarono fuori dagli
argini, e vaste zone del Polesine, sempre martoriato, furono allagate; in Trentino la città di Trento fu investita dalle furibonde acque dell’Adige. Nessuno ha mai saputo che anche Venezia soffrì
danni enormi, e lo ha ricordato il cardinale Scola sul Corriere della Sera. La televisione pubblica è andata al seguito di queste storie. Perché? Spero non sia solo per l’attrazione fatale del servilismo verso il presidente del Consiglio di turno.
Ma qui io voglio dire che il prezzo del ricordo per gli “angeli del fango”, i giovani che accorsero un po’ per generosità e molto per spirito di avventura, compagni e compagne di liceo unite
nella lotta, e all’addiaccio, sono stati altri angeli, che morirono
nella Prima guerra mondiale, circa un milione, e che ormai sono dimenticati. Dopo Firenze sarebbe stato bene un salto del capo dello Stato a Redipuglia, a Bassano, ad Asiago.
«Trascurare questo luogo non è cosa ragionevole»
Io non sono affatto un tifoso di quella Grande Guerra. Fu una inutile strage, come disse Benedetto XV, ma non è una buona ragione per dimenticare chi pagò il prezzo della vita, o di un braccio, o
di ferite portate con sé per tutta l’esistenza, di coloro che risposero, come si dice con una retorica desueta ma giusta, al “richiamo
della madrepatria”. Ciascuno di noi ha in famiglia un morto, un
invalido di quella barbara esperienza bellica. Eppure nello strazio
CiAsCuno di noi hA in FAmigliA
un morto, un invAlido di quellA
bArbArA esperienzA belliCA.
eppure nell’ingiustiziA, lì si
Costituì lA CosCienzA nAzionAle.
dA quel momento inesorAbilmente
si divenne itAliAni
e nell’ingiustizia, lì si costituì la coscienza nazionale. Non grazie
alla guerra, ma salendo sopra il male e l’orrore della guerra. Da
quel momento inesorabilmente si divenne italiani. Non italianiitaliani. Ma ciascuno divenne romagnolo-italiano, siculo-italiano,
emiliano-italiano, lombardo-italiano e via. Bisognerebbe fare come in America, con i cimiteri con le croci bianche, oltre le colline,
dove si celebrano i morti anche di guerre sbagliate, ma che videro
il sacrificio di padri, nonni, bisnonni. Invece da noi si preferisce
l’elogio assai scontato e autocelebrativo degli “angeli del fango”,
che adesso sono tutti impegnati in un simpatico Amarcord di
quanto furono buoni e generosi. Ottimo. Giusto. Un bell’esempio.
Purché non sia un velo utile a coprire dolori, sacrifici sconosciuti
e anime gloriose e sparite nella nebbia dell’oblio ufficiale.
Qui Boris mi interrompe. E ricorda il suo compatriota Solzenicyn, e un suo racconto, Zachar-Bisaccia. In bicicletta l’autore con
un amico va a Kulikovo, il campo di una feroce battaglia sul Don:
i russi resistettero ai mongolo-tartari nel 1380. «Quella terra, quella luna e quel luogo remoto erano i medesimi del 1380». Una specie di «ago piantato verso il cielo» su un’altura era il povero monumento alla memoria. E c’era il guardiano, Zachar-Bisaccia, non
un’autorità, ma un uomo del popolo che da solo vegliava. Boris riprende Solzenicyn e dice che «trascurare questo luogo non è per
noi russi cosa ragionevole». Così vale per noi. O no?
A proposito. Non dobbiamo avere paura della parola cimitero.
Vuol dire dormitorio. I morti dormono. Noi? Svegliamoci.
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| 16 novembre 2016 |
21
INTERNI
manette e marionette
Calogero
Mannino
il papello? Una patacca. La trattativa
Stato-mafia? Un castello in aria. Storia
di un processo inscenato prima a teatro
che nei tribunali. Parola di perseguitato
dalla giustizia. Da venticinque anni
22
| 16 novembre 2016 |
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DI EmaNuElE BoffI
Si vedrà. «Ma mi ascolti bene – ammonisce Mannino –: questo processo in Cassazione non reggerebbe mai, mai. Va dato atto al gup di essere stata molto coraggiosa. Avrebbe potuto condannarmi o trovare qualche formula in modo che si arrivasse in altri
gradi a mettere in ordine i fatti. Invece ha preso tutti i fascicoli, li ha studiati, è arrivata a sentenziare la
mia estraneità e si è spinta anche più in là, dando
giudizi molto chiari sul modus operandi dei pubblici ministeri. Il gup s’è trovata di fronte una mon-
Foto: ansa
Ansa
«I
l mio processo è stato costruito in sede extragiudiziale. Se lei
prende i libretti di Marco Travaglio e li raffronta con l’accusa svolta dai due pm – Nino Di Matteo e Vittorio Tiresi – trova, fatta salva la sintassi, una coincidenza straordinaria». Sono tanti i
sassolini che Calogero Mannino ha intenzione di levarsi dalle scarpe. A
inizio mese, un anno dopo la sentenza nel processo con rito abbreviato,
il gup di Palermo Marina Petruzzella ha depositato le motivazioni della sua assoluzione «per non aver commesso il fatto» nel processo della
cosiddetta “Trattativa Stato-mafia”. «La mia linea di difesa – spiega Mannino a Tempi – è stata, era ed è la riaffermazione della mia totale estraneità a riguardo di una vicenda di cui non sono in condizione di dire
nulla e, men che mai, di confermarla».
Per l’ex ministro Dc si è concluso positivamente il primo grado di
giudizio in cui era accusato di «violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario» dello Stato, un reato «che nemmeno
Mussolini si sognò mai di usare contro i suoi nemici». Però è in base
all’articolo 338 del codice penale che i pm hanno chiesto una pena di
nove anni. E anche quando il 4 novembre 2015 fu pronunciata la sentenza d’assoluzione, sebbene non fossero state ancora rese note le motivazioni, furono i pm ad annunciare subito l’appello. Ora che faranno?
INTERNI manette e marionette
Il 7 ottobre scorso
Roberto cota, l’ex
governatore leghista
del Piemonte,
è stato assolto
dall’accusa
di peculato
nel processo sulla
cosiddetta
“rimborsopoli”
regionale
Il signor Franco. Ah no, Carlo
Tuttavia anche questa volta è servito molto tempo perché la pedata fosse assestata. E non è la prima volta. È dal 1991
che Mannino sale e scende gli scalini dei
palazzi di giustizia. Venticinque anni. Un
quarto di secolo alla gogna è una tortura
«peggiore del waterboarding», come disse una volta a questo giornale il politologo Edward Luttwak, estimatore di Mannino. Fu nel 1991 che un pentito accusò
Mannino di essere un mafioso. Solito can
can mediatico finché, mancando alcun
tipo di riscontro, l’inchiesta fu archiviata. Archiviata ma non dimenticata, verrebbe da dire. Perché tre anni dopo partì
una nuova inchiesta che portò nel 1995
all’arresto di Mannino per concorso esterno in associazione mafiosa. Quella volta per il quattro volte ministro si aprirono le porte del carcere: nove mesi in cella
e altri tredici ai domiciliari. La conclusione? Assoluzione nel 2010 in Cassazione.
Ma la pace durò poco e Mannino fu accu24
| 16 novembre 2016 |
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sato di aver avuto un ruolo importante
nella trattativa tra i boss di Cosa Nostra e
le più alte sfere delle istituzioni italiane;
nella sostanza, di aver concordato di porre fine alle stragi dei primi anni Novanta
in cambio di un ammorbidimento della
carcerazione dura per i capi mafiosi.
Le prove di tutti questi traffici? Il
famoso papello, il foglietto presentato
da Massimo Ciancimino, figlio del mafioso Vito, ai due pm, in cui s’attestavano le
richieste del boss Totò Riina. Papello che,
nelle dichiarazioni di Ciancimino, è poi
diventato un “contro-papello”; trattativa
vazioni settimana scorsa, il Corriere della Sera non ha dato risalto alla notizia,
Repubblica, che pure l’ha cavalcata per
mesi, se l’è cavata con asettici articoletti,
il Fatto ne ha parlato nelle pagine interne e solo per sottolineare i “buchi” nella
ricostruzione di Petruzzella.
«Se volessimo essere seri – riprende
Mannino con Tempi – dovremmo chiederci: quando la notitia criminis è pervenuta ai signori pubblici ministeri? Con
quale forma? Con quali mezzi? La forma e i mezzi sono stati la serie di articoli a ping pong che si sono scambiati Repubblica, Il Fatto e il Corriere della
Sera. Poi la massima amplificazione con
le trasmissioni televisive di Michele Santoro su La7 e i programmi su Rai Tre. Rai
Uno ha tenuto la solita posizione melliflua: non hanno nemmeno dato la notizia della mia assoluzione e del deposito
della sentenza».
a comprendere che, nel suo caso, «questi
embrioni di sospetti hanno avuto un’amplificazione mediatica straordinaria, al
punto tale che si può dire che questo è un
processo che, prima ancora che nelle aule
giudiziarie, è stato inscenato sui giornali
e addirittura a teatro».
I pm in prima fila
Non è un modo di dire. Con lo spettacolo “È Stato la mafia” il direttore del Fatto
quotidiano ha davvero percorso da nord a
sud la nostra penisola. «Il signor Travaglio
– riprende Mannino – ne ha tratto un pro-
«dAl suo spETTAColo IN molTE CITTà Il sIgNoR
TRAvAglIo hA TRATTo uN vANTAggIo pRoFEssIoNAlE
ComE ATToRE, ComE guITTo, E uN vANTAggIo ECoNomICo»
che è poi passata per le mani di un agente dei servizi segreti (ovviamente deviati),
il “signor Franco”, poi diventato il “signor
Carlo”. Un papello che nelle «farraginose
e fluviali dichiarazioni» di Ciancimino ai
pm è diventato molte cose diverse. Ma la
sostanza è che è sempre stato presentato in fotocopia, mai in originale. Insomma, una patacca photoshoppata. Un raggiro che tuttavia, come ha scritto il gup
Petruzzella nelle conclusioni delle cinquecento pagine di motivazioni, è servita a «tenere “sulla corda” i pubblici ministeri col postergare la promessa di consegnare loro il papello, carpirne così la considerazione e mantenere sempre alta su
di sé l’attenzione generale, accompagnato nel suo luminoso cammino dalla stampa e dal potente mezzo televisivo».
Ecco: la stampa, la tv, il circo mediatico giudiziario. Il giurista Giovanni Fiandaca, che già in tempi non sospetti aveva aspramente criticato la Trattativa, ha
scritto sul Foglio parole contundenti sui
«servi sciocchi delle procure» e le «gazzette delle manette». Secondo Mannino le
motivazioni rese note dalla gup aiutano
fitto personale con rappresentazioni teatrali che ha svolto in molte città. Ne ha
tratto un vantaggio professionale come
attore, come guitto, e un vantaggio economico. Si è arrivati ad assistere a scene
aberranti e vergognose proprio a Palermo
dove, in un grande e affollato cineatro, i
pm si sono seduti in prima fila ad ascoltare quella che avrebbe dovuto essere la
loro requisitoria. Non so se è chiaro: è
una cosa mostruosa. È una vicenda andata fuori da ogni regola e limite». Mannino ne ha viste tante nella sua carriera di
uomo pubblico e sa bene che, da sempre,
esiste una certa contiguità tra il mondo
delle procure e quello dell’informazione,
«ma qui siamo arrivati ad un punto tale
che io parlerei di “connivenza”. Una connivenza in un progetto accusatorio».
Quando un anno fa uscì la sentenza, Travaglio scriveva ancora che, però,
«il fatto sussiste». Ingroia, allora e ancora oggi, difende il suo operato. Don Luigi
Ciotti ebbe modo di lamentarsi che in Italia ci vorrebbe un «maggior investimento
nella ricerca della verità». Come ha notato anche Fiandaca all’uscita delle moti-
Foto: ansa
Ansa
tagna di carte perché i pm hanno ritenuto che, in base al peso delle scartoffie
che rovesciavano nel processo, si sarebbe
determinato il peso dell’accusa».
Così non è andata, per fortuna. S’è trovato un giudice che ha avuto la pazienza di leggersi le carte (e questo, purtroppo, non è scontato). «In verità – aggiunge
Mannino – già nell’ordinanza di rinvio a
giudizio il gip Piergiorgio Morosini aveva chiesto ai pubblici ministeri di presentare le prove. Un comportamento alquanto pilatesco, se ci si pensa. Già Morosini
avrebbe dovuto ordinare l’archiviazione
per mancanza di prove, e invece si è andati avanti». Si è andati avanti finché un giudice «ha fatto tabula rasa di tutto questo
castello di fantasie campate in aria. Perché il processo contro di me è come un
castello di sabbia costruito da bambini
sulla spiaggia. Bastava una bella pedata
per farlo rovinare a terra».
La pazienza dei santi martiri
Sulla soglia degli ottant’anni Mannino
vorrebbe solo uscire da questo labirinto
di «dubbie fantasie, umori e metafore sui
rapporti tra criminalità e politica. Rapporti che possono esserci, ma vanno localizzati nella sede in cui si svolgono effettivamente, non possono essere inventati
o affidati a una “narrazione”».
Ora, dopo un quarto di secolo in cui
ci ha rimesso la salute e il patrimonio,
Mannino vorrebbe solo essere «lasciato
in pace», anche se sa che occorre armarsi della «pazienza dei santi martiri». «Non
voglio fare la vittima, ma chiedo: perché
ha dovuto soffrire tanto mia madre? E
cosa ha dovuto patire mia moglie, che
sopporta quotidianamente questo calvario? E mio figlio con tutto il suo senso di
dignità e orgoglio personale? Io sono vivo
per miracolo. Ringrazio sempre lo Spirito
Santo. Sempre, sempre, sempre. Sempre e
innanzitutto. Lo Spirito Santo mi ha illuminato e protetto».
n
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DI LuIgI AmIcone
Ora mettetevi
voi in mutande
Dileggiato, schernito, rovinato per dei boxer verdi.
E ora che si scopre che era tutto falso, chi risarcirà
l’ex governatore leghista Roberto Cota?
C
hi non ricorda l’immagine
più esilarante e corrosiva del cosiddetto
“scandalo rimborsopoli”? Fino al 7
ottobre scorso, quando i giudici di Torino
lo hanno scagionato dall’accusa di peculato, Roberto Cota, leghista ed ex governatore della Regione Piemonte, era il politico delle “mutande verdi”. Lo aveva accusato un rapporto della Finanza. Consegnato
alla magistratura nel luglio 2012. Ma che,
coincidenza vuole, era finito sui giornali proprio qualche settimana precedente la sentenza con cui il Tar, nel gennaio
2014, annullò le elezioni regionali che si
erano svolte ben tre anni e mezzo prima,
nella primavera 2010. Ecco, Cota, leghista e governatore dimesso per sentenza
amministrativa a causa di firme false presenti in una delle liste collegate alla sua
(lo stesso problema che avrà il suo suc|
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INTERNI manette e marionette
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DI DANIElE GUArNErI
Non visto,
si stampi
«GRamEllINI mI dETEsTava, REpubblIca mI massacRava.
E così lITTIzzETTo. sE NoN sEI dElla casTa dEI saloTTI
buoNI NoN haI Il dIRITTo dI pREsENTaRTI allE ElEzIoNI»
bile gogna che ho dovuto subire?». In
effetti è difficile spiegare gli sfregi, le cattiverie, le umiliazioni che gli hanno riservato i noti moralizzatori. A mezzo stampa e a mezzo comici nazionalpopolari.
Di casa sui giornaloni e di cassa dei contribuenti Rai. «Gramellini mi ha detestato perché sono della Lega. Repubblica mi
ha massacrato per lo stesso motivo. E così
Luciana Littizzetto. Alla fine di questa storia mi sembra di aver capito che se non
fai parte della casta dei salotti buoni non
hai il diritto di presentarti alle elezioni e
il popolo non ha il diritto di votarti».
È così, probabilmente. «Cota, ecco
cinque euro per la ricarica del telefono»,
ridacchiava Littizzetto a Che tempo che
fa. «Cota che si compra l’erba e la mette
in conto alla Regione», rincarava sempre
da Fabio Fazio la signora comica. Mentre
l’altro famoso torinese, quello dei cuoricini infranti, firmava il suo “Buongiorno”
26
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Le regole esistono, ma nessuno le rispetta.
Il paradosso è che per diventare giornalisti bisogna
saperle, ma per far carriera occorre infrangerle
Complimenti. Per rendere detestabile il leghista si deturpa anche un gesto di
elementare gentilezza per una persona
disabile. Ah, questa sinistra perbene. Torinesi doc e cortesi come Ezio Mauro. Sotto
la cui direzione Repubblica si è letteralmente sbranata il governatore. «Qualunque evento negativo accadesse in Piemonte, era colpa mia. Mai un articolo, non
diciamo obiettivo, ma anche solo veramente informato sulle cose fatte in Regione, per esempio le riforme messe in campo dalla mia giunta: dai tagli ai costi della politica, alla riforma della sanità. Niente. Evidentemente Cota era il nemico da
abbattere».
al vetriolo per il leghista puzzone. Girava una foto di Cota che reggeva il portacenere a Bossi. Una foto nella quale era
però anche evidente che lo reggeva dal
lato sinistro del senatore. Il lato del braccio infermo, paralizzato, immobile. Lo
vedono tutti, ma Gramellini è così intelligente, umano, gentile, che scrive: «Quando era soltanto un leghista, Roberto Cota
poteva reggere il posacenere di Bossi o
sostituirsi a esso con mani d’amianto.
Poteva persino sventagliare la nuca del
suo signore come uno schiavo nubiano.
Ma da alcuni mesi Cota è alla testa di una
Regione italiana di una qualche importanza: il Piemonte. Questo significa che,
qualsiasi cosa faccia, non è più il leghista
che la fa, ma il governatore del Piemonte.
E Cavour non combinò tutto quell’ambaradan perché i suoi eredi finissero a reggere il posacenere del pronipote di Alberto da Giussano».
I feticisti della penna
Buon ultimo e cuor di leone, all’indomani della sentenza Tar, il finale di scherno lo firmerà sul Corriere della Sera Gian
Antonio Stella. Cota, concluderà l’articolo l’autore de La casta, «a tutto avrebbe potuto sopravvivere, forse. Non alla
notizia di quei boxer verde-kiwi, modello “Chappytrunk”, taglia L, comprati a
Boston il 6 agosto 2011 per 40 euro messi in nota spese. Dice lui che si trattò solo
di un errore della segretaria montato ad
arte da “feticisti della penna”. Ma si sa,
più che un attacco politico o perfino una
sentenza può uccidere il ridicolo...».
E invece, dopo lo sputazzo al buongiorno, il sarcasmo a Che tempo che fa e
il dileggio in prima pagina. Dopo tre anni
di morte politica e di gogna incivile, arriva il processo e la sentenza di assoluzione. «Il fatto non sussiste». Maurizio Lupi,
che qualcosa ne sa di gogna e dileggio
basati su accuse senza prove, commenterà: «In mutande dovrebbero andare in
giro tutti quelli che lo hanno dileggiato
gratuitamente e senza prove». Dovrebbero. Già. Li vedete voi i Gramellini, le Littizzetto e gli Stella, non diciamo andare
in giro smutandati, ma ad offrire modiche dosi di pubbliche scuse?
n
D
Foto: ansa
Ansa
cessore renziano Sergio Chiamparino,
ma in questo caso Tar e Consiglio di Stato non annulleranno un bel niente) è stato massacrato da una campagna mediatica che lo ha presentato come un cialtrone che rubava sui rimborsi. Ma ecco
anche che, venerdì 7 ottobre 2016, i giudici lo hanno prosciolto da ogni accusa.
«Il fatto non sussiste». Dunque, non è vero
che Cota faceva la stecca su «deodorante,
spazzolino, Marlboro da venti. Una cornice. Una valigia. Un dvd. Cipster, taralli, M&M’s, arachidi». Non è vero che Cota
si era tagliato lo stipendio da Governatore per farsi regalare dai contribuenti 40
euro di “mutande verdi”.
«Se non ci fosse stato un giudice a
Torino, adesso sarei per strada», dice Cota
a Tempi. «Ora chi mi ripagherà per l’igno-
telegiornali e essenziale e utile potrebbe recare danno
siti internet era evidente che si trat- alle persone. Purtroppo, sempre più spestasse di un malfattore, di un ladro so, quello che si scrive risponde ad altre
traditore, o forse anche peggio. Poi se a logiche, gli editori hanno altri interessi,
distanza di anni, il farabutto risulta inno- i giornalisti non sono sempre veri profescente, chi li vede più i titoli sui giornali? sionisti. Tutto questo porta a dimenticaChi restituisce dignità, carriera e vita al re cosa sia davvero la deontologia, a farnon colpevole? Nessuno. «Questo modo la diventare una teoria astratta che c’endi fare giornalismo lo definisco nel mio tra poco con la professione. L’informaziolibro una barbarie mediatica». Il Manuale ne ha ormai un secondo fine. Sempre più
di diritto dell’informazione e della comu- spesso orienta la politica e l’economia delnicazione del professore Ruben Razzan- la nazione, a volte riesce a rovinare la vita
te, docente di diritto dell’informazione e la carriera delle persone.
presso l’Università Cattolica di
Eppure esistono leggi che vietano
Milano, vede la luce a pochi
la pubblicazione di certe notizie e
maNuale
mesi dall’emanazione del nuopuniscono un certo modo di darle.
vo Testo Unico della deontologia
Il giustizialismo mediatico
giornalistica e in concomitansi nutre di varie patologie, ad
za con l’uscita del nuovo regoesempio dell’abuso della publamento europeo sulla privacy,
blicazione delle intercettazioni.
destinato a cambiare la discipliChiacchiere registrate, sbattute
na del trattamento dei dati perin pagina e che spesso trascinasonali in tutta Europa. «È avvino nel tritacarne persone estralente che per diventare giornanee ai fatti. Ormai le aule dei trilista un praticante debba studiabunali sono sostituite dagli sture e conoscere moltissime leg- Il professore
di tv. E spesso per giustificare
gi e norme deontologiche, ma Ruben Razzante
questo modo di fare informaziopoi per fare carriera venga quasi è l’autore del
ne si usa la scusa della lentezza
incentivato dal sistema mediati- Manuale di diritto della giustizia, senza badare che
dell’informazione
co a disattenderle», dice Razzan- e della comunicosì facendo si rovina la vita delte a Tempi.
le persone. È una vera barbarie.
cazione, Wolters
Kluwer editore,
L’AgCom e l’Ordine dei giornaliA cosa serve il Testo Unico
700 pagine,
sti (Odg) potrebbero fare di più.
della deontologia se poi non
40 euro
Il Consiglio di disciplina che dal
viene rispettato?
2012 deve vigilare sul comporUn giornalista si deve sempre chiedere se quello che sta scrivendo tamento dei giornalisti non si è mai prorispetta il principio di essenzialità, cioè nunciato contro questo modo di fare, non
se risponde al diritto del cittadino di esse- ha mai prodotto una condanna. Nessuno
re informato. Questo vuol dire che deve si preoccupa della persona che con queessere consapevole che non tutto quello sto modo di fare viene calpestata, offesa e
che scopre va pubblicato, perché se non è spesso rovinata per sempre.
ai titoli di quotidiani,
Il rapporto che si è venuto a creare da
Mani pulite in avanti tra pm e giornalisti descrive perfettamente questo cortocircuito tra giustizia e informazione.
Io lo chiamo carrierismo mediatico. Il
pm che passa le informazioni al giornalista e lo mette, diciamo, sulla buona strada, di quale vantaggio gode? Che la sua
inchiesta e il suo nome finiscono sui giornali. Stessa cosa per il giornalista, che vede
il suo articolo pubblicato in prima pagina.
È evidente che c’è una connivenza tra certe procure e certi giornalisti. Le intercettazioni dovrebbero essere pubblicate – sempre rispettando il principio di privacy ed
essenzialità – solo dopo essere state messe
a disposizione degli avvocati. Questo non
sempre avviene. E una persona può scoprire di essere finita nel registro degli indagati leggendo i giornali. Ci sono leggi, ci
sono norme che vietano tutto ciò, ma Csm
e organi disciplinari anche in ambito giornalistico non intervengono incisivamente
per punire questi abusi. Eppure esiste un
Codice sui processi mediatici firmato nel
2009 da tutte le televisioni, dall’Odg e dalla Federazione nazionale della stampa italiana, ma mai fatto rispettare.
Nel suo volume trova ampio spazio il diritto all’oblio che sta conoscendo nuove
prospettive di attuazione.
Sgombriamo il campo dagli equivoci. Il diritto all’oblio non è un colpo di
spugna sul passato, non è la cancellazione indiscriminata di alcune notizie, ma
è il diritto di una persona ad avere una
corretta identità digitale. Nessuno chiede alle testate giornalistiche di distruggere i propri archivi. Occorre semplicemente aggiornare gli articoli. Se una persona viene assolta, bisogna rinnovare l’articolo, soprattutto sul web. Una notizia
parzialmente vera equivale a una notizia
falsa e può produrre comunque ingenti
danni, come riconoscono alcune recenti
sentenze in tema di diffamazione, anche
online.
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| 16 novembre 2016 |
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VOSTRO ONORE
MI OPPONGO
CONSEQUENTIA
RERUM
l’INdOMANI dEl 4 dICEMbRE
NOVANTAMILA PROCEDIMENTI NEGLI ULTIMI TRE ANNI
Una domenica
di novembre
trascorsa nel nostro
medioevo venturo
C’è un motivo se quasi tutti
i sedicenti “profughi” respinti
fanno ricorso in tribunale
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Q
| 16 novembre 2016 |
DI MAURIZIO TORTORELLA
dI pIER gIACOMO ghIRARdINI
– perdonate l’ignoranza – a Capodanno scoprii che l’Election Day
sarebbe stato l’8 novembre mi sono detto: ecco 313 giorni di vita che
verranno buttati via, il mondo intero sospeso nell’attesa del simulato
vaticinio di aruspici che compulsano visceri elettorali. Ma in Italia, il 4 dicembre di quest’anno bisesto, di giorni ne avremmo dissipati 339, risucchiati nel
nulla eterno come granelli di clessidra. Una narcosi globale che tanto somiglia ai prodromi dell’asfissia per monossido di carbonio, il fumigare di legni
bagnati dalla stagnazione finanziaria, nutrito dalla bragia del terrorismo, soffiata dagli stessi arconti di questo mondo – di cui Giovanni disvelò la cifra.
Cosicché, ieri, domenica, sesto giorno di novembre dell’anno di Nostro Signore due millesimo decimo sesto, nel meriggio – ad ora tarda, ahimè dimentico del recente ripristino dell’ora solare – mi affrettai peregrino a valicare il
monte, senza bordone né capasanta, mettendo le ruote del mio crossover seminuovo sull’autostrada diserta, come a fuggire il sonno mortifero che talvolta prende quando troppo e vanamente ci saziamo di cibo terreno.
Lottai contro il mugghiante marino che strigliava il vello delle montagne,
che ora fa la muta dal verde all’oro infuocato, turbinante di foglie viola e nuvole tormentate di bambagia color canna di schioppo, rilucenti degli ultimi
barbagli del sole che sciabolavano l’aria dilavata dagli scrosci, con echi lontani di cornamusa. Discesi alfine, passata la Cisa e lasciato alla
MI AggIRO pER I mano mancina il monte Orsaro, che di quello speleo tremendo orso prende
bORghI dESERTI E MI il nome, alla città di Pontremoli, che si erge isola fra la Magra e il Verde – è la
loro piena che precipita dai monti che quei ponti suole fare tremare.
ChIEdO CON QUAlE
Mi aggiro come un foresto per i borghi, dove quasi nessuno passa e mi
fUSO d’ARCOlAIO chiedo con quale fuso fatato d’arcolaio si è punto l’unico avventore addorSI è pUNTO l’UNICO mentato nel torpore d’osteria, chi ha serrato i battenti degli alti portoni, se ci
AvvENTORE sarà acceso dentro il foco per le famiglie, dietro le finestre chiuse. Bisogna essere sposi fedeli per amare questa città – così viva e splendida e facile da amaAddORMENTATO re in estate – alla vigilia dell’inverno, quando viene lasciata sola come vedova
dEll’OSTERIA, ChI incanutita. Eppure ho atteso la notte guardandoti dal ponte di pietra, beatahA SERRATO glI AlTI mente intontito dallo struggimento delle tue acque e del vento.
Scherzi a parte, ci vorrà un certo coraggio per affrontare tutto questo mepORTONI, SE CI SARà
dioevo prossimo venturo di cui ci parla ogni città storica italiana ammantaACCESO Il fOCO pER ta nelle ultime luci di una domenica sera di autunno. Il coraggio di restare e
lE fAMIglIE, dIETRO di ricominciare il lunedì, con la virtù eroica dei santi: ecco, di questo avremo
lE fINESTRE ChIUSE bisogno il 5 dicembre – comunque vada.
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uando
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A
nche il PaPa è stato severo: «Occore distinguere tra migrante economico e rifugiato. Il migrante deve essere trattato con regole certe, perché migrare è
un diritto, ma deve essere regolato. Il profugo invece ha bisogno di più cure.
Viene da situazioni di guerra, fame, angoscia terribile». Ha ragione, il Papa. In Italia, invece, tra le due categorie vige il caos più totale. Ed è colpa anche delle leggi.
Dal gennaio 2012 allo scorso 30 settembre, quasi 246 mila immigrati si sono presentati alle commissioni territoriali prefettizie italiane dichiarandosi “profughi” e invocando un diritto d’asilo. Oltre 45 su 100, per l’esattezza 111.677, ne
sono stati riconosciuti indegni. È possibile, se non probabile, che in grande maggioranza abbiano bluffato o barato. Nessuno di loro, comunque, è riuscito a dimostrare di avere i requisiti minimi per ottenere nemmeno la “protezione sussidiaria”, una formula secondaria d’asilo che scatta nei confronti di chi rischia un
“grave danno” se costretto a tornare in patria, anche se ad aspettarlo non ci sono
guerre civili, regimi dittatoriali o persecuzioni razziali, politiche, religiose.
Del resto, gli stranieri in arrivo nel
2016 da zone effettivamente di guerra,
HA RAGIONE, IL PAPA, qUANDO DICE CHE «SI DEVE DISTINGUERE
come la Siria o l’Iraq, sono stati un miTRA MIGRANTE ECONOMICO E RIfUGIATO». IN ITALIA, INVECE,
gliaio in tutto. In compenso c’è stato un
TRA LE CATEGORIE VIGE IL CAOS. COLPA ANCHE DELLE LEGGI
vero boom dalla Costa D’Avorio (5.862),
dalla Guinea (4.441), dal Ghana (3.628).
Naturalmente, ogni storia è a sé e come
sì, per circa tre anni, i sedicenti profughi La totalità dei migranti, per di più, chietale viene valutata, ma tra il 60 e il 70
vengono trattati come “rifugiati sospe- de ai tribunali il “gratuito patrocinio”,
per cento degli immigrati da queste zone
si”, con tutti i benefici del caso: permesso cioè un avvocato d’ufficio pagato dallo
non vengono accolti perché tecnicamendi soggiorno, assistenza sanitaria, dirit- Stato. E dato che un procedimento di prite «non profughi».
to all’istruzione e all’accoglienza presso mo grado comporta una parcella sui 900
Una volta ottenuto il timbro prefettiuna struttura convenzionata, o in alter- euro, per i 90 mila casi degli ultimi tre
zio con il “no” alla loro domanda d’asilo,
nativa un sussidio in denaro sui 35 euro anni l’esborso per l’erario è stato di oltre
80 milioni. Per il giudizio d’appello, la
però, i sedicenti profughi hanno 30 giorgiornalieri, circa mille euro al mese.
ni per presentare ricorso al Tribunale ciNel 2014 hanno fatto ricorso il 73 per parcella è tra 800 e 1.200 euro; per la Casvile più vicino. A quel punto basta aspetcento dei migranti che si erano visti ne- sazione si sale oltre i 3 mila euro.
Si calcola che i tre gradi per trattare
tare che la giustizia italiana faccia il suo
gare il diritto d’asilo. Nel 2015 la quota
lento corso. E i tempi dell’attesa sono
è salita all’80 e nel 2016 la quasi totali- il problema dei sedicenti profughi oggi
lunghi: in primo grado il Tribunale imtà dei respinti ha bussato a un palazzo di costino tra 50 e 60 milioni di euro l’anpiega in media otto mesi a trattare un
giustizia. A spanne, sono almeno 90 mila no allo Stato. È anche di questo che muocaso. Poi c’è la Corte d’appello: altri 10procedimenti aperti negli ultimi tre an- re la giustizia in Italia.
12 mesi. Infine viene la Cassazione. Coni, in grande maggioranza strumentali.
Twitter @mautortorella
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| 16 novembre 2016 |
29
ESTERI
IL PREZZO DELLA VITA
I nuovi
dissidenti
musulmani
Il 25 settembre scorso, Nahed Hattar,
scrittore e attivista politico giordano,
è stato assassinato davanti al palazzo
di Giustizia di Amman dall’estremista
Riad Abdallah. Il giorno dopo l’assassinio,
centinaia di persone hanno manifestato
chiedendo le dimissioni del primo ministro
Hani al Mulki. Nahed Hattar è il primo
intellettuale assassinato per accuse di
blasfemia in tutta la storia della Giordania
Intellettuali del mondo arabo si sono incontrati
a Roma per denunciare la deriva oscurantista delle
loro società. «Certe leggi islamiche, con il pretesto
di lottare contro la blasfemia o l’apostasia, reprimono
con la forza ogni forma di libertà religiosa e di pensiero»
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DI RODOLFO CASADEI
ESTERI IL PREZZO DELLA VITA
32
| 16 novembre 2016 |
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di: il sito internet Assabeel, vicino ai Fratelli Musulmani giordani, pubblicava lo
screenshot del post originario di Nahed
Hattar manifestando grande scandalo.
Le condivisioni del contenuto in qualche
ora aumentavano esponenzialmente. E
di lì a poco arrivava l’ordine del primo
ministro in persona, Hani al Mulki, che
dava istruzione al ministro degli Interni
di arrestare lo scrittore.
Trucidato prima dell’udienza
Rilasciato dopo quattro dolorose settimane di detenzione – a 56 anni Nahed non
era più un ragazzo, le sequele di una carcerazione del 1998 durante la quale era
stato malmenato gli causavano problemi
permanenti all’apparato digerente – contrassegnate da due ricoveri ospedalieri in
condizioni quasi peggiori di quelle della
cella alla prigione di Marka, Nahed Hattar la mattina del 25 settembre stava camminando insieme ad alcuni suoi familia-
ti nella lotta contro il totalitarismo islamista e contro le leggi che nei loro paesi conculcano la libertà di parola con la
scusa di voler difendere l’onore della divinità e la pace sociale: la studiosa giordana Nadia Oweidat, il giovane intellettuale marocchino Kacem El Ghazzali,
l’accademica tunisina Olfa Yussef, l’intellettuale marocchino Said Nachid, il
politologo egiziano-tedesco ed ex Fratello Musulmano Hamed Abdel-Samad, più
alcune voci europee. Randa Kassis, presidentessa di Ad Hoc, ha spiegato a Tempi che l’iniziativa «ha lo scopo di protestare in maniera specifica contro le leggi
islamiche che, con il pretesto di “difendere l’onore dell’islam” e di lottare contro
la blasfemia, “l’apostasia” o “gli insulti
all’islam”, consentono di mettere a tacere
con la paura e la repressione ogni forma
di libertà religiosa e di pensiero e ogni
forma di diritto alla libertà di coscienza.
Gli intellettuali che abbiamo invitato a
Dopo la decisione della Corte
suprema pachistana di rinviare
la sentenza relativa al caso di
Asia Bibi, un gruppo di islamisti
ha promosso manifestazioni
in tutto il Pakistan, esponendo
cartelli con la scritta
“#HangAsia” (impiccate Asia)
un intellettuale coraggioso noto in tutto
il mondo arabo, riconosceva l’islam come
radice e fondamento della civiltà araba
a cui si sentiva di appartenere completamente, e nello stesso tempo denunciava l’uso della religione islamica per scopi
di oppressione politica nel mondo arabo
di ieri e di oggi», dice di lui Wael Farouq,
professore di lingua araba all’Università
Cattolica di Milano e intellettuale musulmano egiziano. Sulla sua pagina Facebook ha analizzato la mentalità da cui
nascono le leggi contro la blasfemia (che
in una decina di paesi islamici può essere
sanzionata con la pena di morte, in un’altra dozzina è punita con pene detentive) e i sanguinosi attacchi ai “blasfemi”
mettendo a confronto due modi di essere musulmani: «Il musulmano crede che
Dio lo protegga, l’islamista crede sia lui
a proteggere Dio. Il musulmano si preoccupa della propria fede, l’islamista si preoccupa della fede degli altri. Il musulmano consulta il suo cuore e la sua mente,
l’islamista consulta il suo sheikh e il suo
imam. Il musulmano cerca quel che può
farlo andare in paradiso, l’islamista cerca
quello che manda gli altri all’inferno. Il
musulmano, quando non ama qualcosa,
non lo fa; l’islamista, quando non ama
qualcosa, proibisce agli altri di farlo».
Farouq: «La verità è che Fra isLamisti
moderati e isLamisti radicaLi c’è una
diFFerenza di grado, non di sostanza.
attingono tutti aLLa stessa ideoLogia»
ri e all’avvocato verso il palazzo di Giustizia di Amman per l’udienza di apertura del suo processo. Senza agenti di polizia a proteggerlo, nonostante le centinaia di minacce di morte apparse contro di
lui su Facebook e su Twitter e le richieste
della famiglia alle autorità. Ad attenderlo vicino all’ingresso del palazzo c’era un
certo Riad Abdallah, 49 anni, residente di
un quartiere povero della capitale, imam
part-time presso due moschee, legato da
contratti di lavoro al ministero degli Affari religiosi e a quello dell’Educazione.
Secondo i familiari di Nahed, Riad avrebbe combattuto da volontario in Iraq nelle
file di al Qaeda al tempo dell’occupazione
americana. Fatto sta che l’imam ha tirato
fuori una pistola e ha sparato allo scrittore da distanza ravvicinata, fulminandolo. Il primo intellettuale assassinato per
accuse di blasfemia in tutta la storia della Giordania.
Domenica 31 ottobre a Roma s’è parlato di Nahed Hattar. È stato uno degli argomenti della conferenza «Diritto alla blasfemia: no ai processi medievali!» organizzata dall’associazione internazionale
Ad Hoc e da quella italiana Una via per
Oriana. Dietro a un titolo tanto assertivo, l’iniziativa di chi ha voluto dare voce
a intellettuali del mondo arabo impegna-
Roma lo testimoniano, essendo loro stessi musulmani di nascita e di cuore, ma
contrari alla deriva sempre più oscurantista delle loro società in via di islamizzazione radicale da decenni». Randa Kassis
è siriana, cristiana non praticante, oppositrice moderata del regime di Damasco.
Non può tornare in patria e vive facendo
la spola fra Parigi, Londra e Mosca. È stata membro per otto mesi del Consiglio
nazionale siriano riconosciuto e finanziato dalla Turchia e dai paesi dell’Unione
Europea, prima di essere esclusa nell’agosto 2012 per le sue denunce circa il crescente peso delle correnti islamiste nella
ribellione. Oggi guida il Movimento per
la società pluralista, che ha partecipato
ai colloqui di Ginevra. Nahed Hattar, invece, era un sostenitore sfegatato di Bashir
el Assad, unico baluardo della laicità in
Medio Oriente. Ma sulla necessità di contrastare l’islam politico radicale non si
notano distinzioni.
«Riad Abdallah è poca cosa. I proiettili che hanno ucciso mio fratello sono stati sparati il giorno che il primo ministro
ha dato l’ordine di arrestare Nahed Hattar», ha dichiarato Majed Hattar, fratello
di Nahed, che sta preparando una denuncia contro tutte le autorità che non hanno protetto la vita del suo congiunto. «Era
Foto: LaPresse
Ansa
D
ietro le sbarre c’era già finito quindici volte, la prima
quando aveva 19 anni; in
questo l’arresto del 14 agosto non rappresentava per
nulla una novità. Quando
sei nato in un paese arabo e scegli di fare
politica nella sinistra radicale extraparlamentare, di diventare un intellettuale
socialista e di criticare le politiche economiche del tuo governo, puoi stare certo
che finirai dietro le sbarre un certo numero di volte. Nahed Hattar, scrittore e attivista politico giordano, esponente della piccola minoranza cristiana ma agnostico sin da giovane, dirigente di gruppi
dell’opposizione alternativa come Corrente progressista nazionale e del Movimento giordano della sinistra sociale,
sapeva bene il prezzo che si paga quando
non si scende a compromessi col sistema,
in un paese dove le istituzioni dello Stato di diritto funzionano a intermittenza.
Qualcosa di inedito stavolta però era accaduto: a Nahed non era mai successo di
finire in prigione per gli articoli 150 e 278
del Codice penale. Cioè rispettivamente
incitazione all’odio confessionale e al razzismo e pubblicazione di materiale inteso
a offendere il sentimento religioso. E che
cosa aveva fatto l’intellettuale giordano
per cadere sotto i rigori della legge contro
la blasfemia e di quella che punisce chi
attizza guerre di religione? Aveva postato sulla sua pagina Facebook una vignetta che ritraeva il “dio del Daesh”, cioè la
divinità come di fatto viene concepita dai
militanti dell’Isis: un servo che deve soddisfare tutte le voglie del martire che si
è immolato per lui. Il fumetto, intitolato
“In Paradiso”, mostra un jihadista a letto
dentro a una tenda in compagnia di due
donne procaci. Dio stesso, rappresentato
come un uomo anziano con la barba, si
affaccia e si rivolge servilmente al martire
dell’Isis: «Possa la tua notte essere piena
di gioia, Abu Saleh. Ti serve qualcosa?». Il
militante risponde: «Sì, mio Signore: portami un bicchiere di vino e di’ all’arcangelo Gabriele di portarmi un po’ di noccioline. Quindi mandami un servitore per
l’eternità per pulire il pavimento e portare via i piatti sporchi. E non dimenticare
di applicare una porta all’ingresso della
tenda, così la prossima volta busserai prima di entrare, vostra gloria».
In poche ore sui social media era
scoppiato l’inferno, le accuse di blasfemia erano piovute copiose. Nahed era
corso ai ripari aggiungendo la spiegazione che quello ritratto era il “dio del
Daesh” e non quello in cui credono la
maggioranza dei giordani. Troppo tar-
Questa non è democrazia
Sulle pagine del settimanale Vita Farouq
ha denunciato la collusione fra islamisti moderati (i Fratelli Musulmani) e islamisti radicali in questo genere di delitti eccellenti: «L’assassinio di Hattar è un
nuovo capitolo della spartizione di ruo-
li fra islamisti moderati e islamisti estremisti». I moderati armerebbero la mano
degli estremisti diffondendo accuse di
miscredenza contro gli intellettuali critici nei confronti dell’islam politico estrapolando qualche loro intervento, demonizzando la loro figura presso l’opinione
pubblica e pungolando le autorità fino a
quando queste non decidono di processare l’accusato. Prima che inizi il procedimento giudiziario o durante il suo svolgimento appare un estremista che lava
nel sangue le offese alla religione. A quel
punto gli islamisti moderati si dissociano, dichiarando che loro volevano una
condanna processuale e non un’esecuzione sommaria. «È quello che è successo in passato in Egitto e che qualche settimana fa è accaduto in Giordania», conferma Farouq. «Farag Foda e Naguib Mahfouz, grandi scrittori egiziani, sono stati l’uno assassinato e l’altro gravemente ferito da fanatici islamisti dopo una
campagna di diffamazione condotta da
ambienti vicini ai Fratelli Musulmani,
che li accusavano di apostasia. La verità è che fra islamisti moderati e islamisti radicali c’è una differenza di grado, non di sostanza. Attingono alla stessa ideologia, e i primi praticano la dissimulazione. Quando sono all’opposizione non dicono quello che pensano veramente, e anche quando salgono al potere per un po’ non rivelano le loro intenzioni. Ma poi viene il momento in cui si
capisce che la loro idea di democrazia
non ha niente a che fare con la democrazia: un esempio molto chiaro è quello di Erdogan».
Secondo Farouq episodi come quello
di Amman indicano, paradossalmente,
che qualcosa sta evolvendo nella direzione giusta: «Si tratta di reazioni rabbiose
degli elementi estremisti davanti all’evoluzione della società nella direzione della
tolleranza religiosa. In Egitto il gesto del
presidente al Sisi che per la prima volta
ha preso parte alla liturgia del Natale copto in chiesa è stato accettato dalla società
egiziana, soprattutto nella classe media
l’accettazione del pluralismo religioso è
cosa fatta. Questi attacchi non sono semplicemente motivati da ostilità verso i cristiani o verso certe personalità, ma contro una convivenza che cresce». Qualcosa di simile dice Randa Kassis: «Gli islamisti sono cresciuti dappertutto e hanno
persino vinto parecchie elezioni in Egitto, Tunisia o Marocco. Nello stesso tempo,
tuttavia, non abbiamo mai visto e sentito tanti intellettuali e blogger che osino
affermare la loro laicità, il loro rifiuto del
fondamentalismo».
La censura a scuola
Farouq ammette che le società arabe sono
comunque complesse, e che anche un
paese filo-occidentale e impegnato nella guerra contro l’Isis come la Giordania
può fare l’errore di credere di poter processare un uomo per una vignetta senza
che una parte dei suoi cittadini consideri
il tutto come un incoraggiamento a moltiplicare le minacce contro quell’uomo
e come un via libera alla sua uccisione.
Una vicenda contemporanea al calvario di
Nahed Hattar lo evidenzia: una commissione nominata dal governo giordano ha
revisionato i libri di testo scolastici, troppo appiattiti sulla visione islamista della
società. Mentre prima i libri contenevano solo immagini di donne velate, uomini con la barba e moschee, ora compaiono anche chiese, donne senza velo (dentro casa) e uomini senza barba. Espressioni misogine e di disprezzo verso i non
musulmani sono state eliminate. Risultato: ad Amman nel corso di manifestazioni
improvvisate copie dei nuovi libri di testo
sono state date alle fiamme.
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CULTURA
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PER UNA EDUCAZIONE ARISTOCRATICA
DI GIUSEPPE REGUZZONI
L’élite è morta
Viva l’élite
L’
idea secondo cui in ambito educativo l’uguaglianza sia dare a tutti
la stessa cosa è tra le più devastanti che abbiano scosso e indebolito l’Occidente a partire dalla rivoluzione culturale del Sessantotto. Certo, per controbatterla, basterebbe un rapido cenno alla
nozione classica di giustizia, così come,
nei secoli, ci è stata tramandata dal mondo greco e dalla dottrina sociale cristiana, ma proprio su questo punto abbiamo
assistito non solo alla confusione tra giustizia commutativa e distributiva, bensì
alla loro completa distorsione in nome
di un egualitarismo che vorrebbe renderci tutti uniformi semplicemente azzerando ciò che più specificamente rende ciascuno diverso dall’altro. L’uguaglianza
nelle opportunità, per quanto utopica,
non ha comunque nulla a che fare con
l’uguaglianza dei compiti e degli obiettivi e con la necessaria diversità di formazione che ne consegue. La sciatteria, la
mediocrità, l’approssimazione che segnano la deriva delle democrazie occidentali
è inversamente proporzionale alla capacità di resistenza che ciascuna di esse
ha saputo dimostrare davanti all’irruzio-
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| 16 novembre 2016 |
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ne dell’egualitarismo postsessantottino.
Non è un caso che la parola élite sia oggi
percepita come un insulto proprio negli
ambienti scolastici e, più specificamente, in quelli della scuola di Stato, in Italia
ampiamente dominanti.
È così banale chiedersi perché l’Italia,
che tiene sui banchi i propri alunni, dalle scuole elementari all’esame di Stato,
più a lungo di qualunque altro paese occidentale, abbia poi a lamentare una drammatica assenza di “senso civico”, oltre
che, su basi regionali, di risultati scolastici appena in linea con le medie europee
(dati Ocse)? Una spia del decadimento, del
resto, è rappresentata, in un sistema scolastico come quello italiano che privilegia
la massa sull’eccellenza, anche dall’appiattimento contrattuale dei docenti. Nella scuola statale italiana, per esempio,
non è certo un caso che i corsi di sostegno per alunni con difficoltà siano pagati 50 euro l’ora; quelli di “eccezione” (corsi di informatica, eccellenze linguistiche,
specializzazioni extracurricolari) solo 35,
beninteso “lordi”. Né è un caso il fatto che
il Miur, per mano di dirigenti scolastici
ridotti ormai a ingranaggi che trasmet-
Foto: Ansa
Il livello di sciatteria raggiunto dalle democrazie
e la mediocrità orgogliosamente propagata dalla
scuola di Stato sono i frutti bacati che svelano
la falsità e l’ipocrisia dell’egualitarismo imperante.
Un saggio antisessantottardo di Kaltenbrunner
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CULTURA PER UNA EDUCAZIONE ARISTOCRATICA
tono le indicazioni del sistema senza
poterlo incisivamente mutare, persegua
il sistematico svuotamento della didattica per contenuti a favore di una didattica
per progetti (tutti calati dall’alto o omogenei a quelli calati dall’alto) e per astrattissime competenze, il tutto a spese di
quella relazione, naturale perché analoga
a quella genitoriale, tra docente e discente che si incontrano nella trasmissione
di un sapere e della passione umana che
la sostiene. Il bravo docente nella scuola italiana non è colui che sa insegnare,
ma quello che si allinea ai progetti della
scuola. Nel sistema scolastico, la prevalenza degli obiettivi comuni, con un denominatore comune sempre più al ribasso, su
quelli individuali che cos’è, se non l’intima negazione del concetto stesso di educazione e di cultura?
Se il pilota fuma l’erba
In realtà, l’egualitarismo antielitario, ereditato dal Sessantotto, non solo ha prodotto e produce effetti devastanti sul piano sociale ed educativo, ma soprattutto è
falso e ipocrita. Lo spiega, con dovizia di
particolari, il bel volume di Gerd-Klaus
Kaltenbrunner, Élite. Educare per i tempi bui, recentemente edito in versione
italiana da Editore XY.IT all’interno della
collana Antaios (110 pagine, 13 euro). Che
l’egualitarismo antielitario sia ipocrita lo
sa benissimo qualunque madre o padre di
famiglia che desideri il meglio per i propri figli ma si veda concretamente negato l’accesso alle scuole paritarie da personaggi pubblici che, poi, mandano i loro
figli in licei di lusso, spesso stranieri. I
fautori della scuola di massa sono gli stessi che per i propri figli vogliono scuole di
élite, che, come ovvio, non sono apertamente riconosciute come tali. Anche le
nostre società democratiche vivono di élite, spesso solo funzionali, ma di cui non
possono fare a meno.
Le élite sono inevitabili, meglio prenderne atto con onestà ed educarne di
aperte e responsabili, cioè consapevoli. La
spocchia salottiera della cultura radical
chic si riempie di slogan egualitari che,
però, sono costantemente smentiti dalla realtà. Citiamo, in proposito, il testo di
Kaltenbrunner: «Lo conferma un gustoso aneddoto, a quanto pare autentico,
di un sociologo americano, che a un giovane avversario della meritocrazia sedu36
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IN LIBRERIA
L’AUTORE
Il guru della nuova destra tedesca
che finì i suoi giorni da eremita
ELITE.
EDUCARE PER
I TEMPI BUI
G. Kaltenbrunner
Editore XY.IT
13 euro
Nato a Vienna nel 1939 e morto nel 2011 nel Baden
(Germania), dove risiedeva da tempo vivendo come un eremita,
Gerd-Klaus Kaltenbrunner è stato un personaggio particolare, a tratti scandaloso per la cultura politicamente corretta
del secondo dopoguerra tedesco. Dopo gli studi di filosofia e
giurisprudenza nella sua città natale, si trasferì in Germania,
lavorando come redattore e curatore editoriale di una prestigiosa collana, “Initiative”, del più importante editore cattolico
tedesco, Herder Verlag. Collaboratore di numerose riviste di
destra, ma anche di giornali mainstream come la Frankfurter
Allgemeine Zeitung e Die Welt, con grande sorpresa di tutti
si ritirò a vita privatissima nella Selva Nera, a partire dalla
seconda metà degli anni Novanta, benché fosse celebrato come
l’astro nascente della nuova destra tedesca. All’epoca, Kaltenbrunner aveva raccolto gli elogi dell’ex presidente federale
tedesco Richard von Weizsäcker ed era visto come uno dei
cardini della nuova “rivoluzione conservatrice”, anche grazie
alla sua opera in tre volumi sulla crisi della coscienza europea
(Vom Geist Europas, 1987-1992). L’eremitaggio di Kaltenbrunner e la rottura con il precedente percorso politico-culturale è
da ricondurre alla particolarissima e molto concreta esperienza
di conversione cristiana da lui vissuta. Da allora e per il resto
dei suoi anni visse senza telefono e quasi senza contatti con il
mondo esterno, “bruciando” una carriera che sembrava brillantemente inaugurata e dedicandosi allo studio di figure mistiche
come Meister Eckhart e, soprattutto, Dionigi l’Areopagita, cui
dedicò il suo ultimo libro (1996).
C’è BISOgNO dI mENO STAR E dI pIù UOmINI CONSApEVOLI
dELL’ESISTENzA COmE COmpITO. mA LA STORIA VA NEL SENSO
OppOSTO. ECCO IL “CASO SERIO” IN CUI AffONdA L’OCCIdENTE
to accanto a lui in aereo spiegava alcune cosette della swinging airline con cui
viaggiavano: niente norme severe per il
personale, piloti che in cabina fumano
“l’erba”, hostess sempre a disposizione.
Com’è sin troppo facile immaginare l’assurda storiella gettò nel panico più totale il ragazzo, che era solito disprezzare la
meritocrazia».
Piloti, controllori di volo, medici specialisti fanno parte di quell’innegabile e
irrinunciabile élite di funzione di cui la
società moderna ha bisogno per andare
avanti e già questo basterebbe a dimostrare che democrazia ed élite non si escludono affatto. Piaccia o no, ogni comunità organizzata è dotata di un’élite. Negar-
lo significa solo aprire la strada ad altre
élite, implicite e non fondate sul merito,
ma solo sul potere economico. L’esistenza dell’élite affonda la sua ragion d’essere nell’ineludibile distinzione tra chi guida e chi è guidato. In fondo, il marxismo
e i vari post-marxismi erano e sono egualitari solo in ciò che promettono, nel loro
momento utopico, poiché, per arrivare al
loro obiettivo, presuppongono un’avanguardia o, più esplicitamente, la guida
forte di una élite politica e ideologica. Le
società democratiche liberali, poi, sono
egualitarie solo sul piano delle opportunità teoriche e dei diritti astratti dell’individuo, dal momento che identificano, nei
fatti, l’élite dominante con le classi eco-
nomicamente superiori, a cui sono subordinate anche le élite funzionali. La crisi
del liberalismo occidentale, il suo decadere in “democratura”, illusione democratica all’insegna della political correctness,
hanno fatto il resto.
Quel che Kaltenbrunner scrive sulla Germania, paese che vive di tecnologia e che, quindi, non può, pena la propria sopravvivenza, non prendere terribilmente sul serio la necessità di formare e riformare continuamente una propria élite intellettuale, scientifica e culturale, si applica, in realtà a tutto l’Occidente, Italia compresa, laddove, appunto, almeno a partire dal Sessantotto, tutto il sistema educativo e formativo è invece espressamente orientato in senso falsamente egualitario. Con la ripresa del concetto di meritocrazia, tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, qualcosa
certamente si è mosso, ma senza scuotere i pilastri ideologici del modello antielitario. La spinta al livellamento è oggi più
potente che mai e si è lasciata alle spalle
l’ipocrita esigenza di conservare, comunque e almeno, delle piccole riserve di élite funzionali.
Libertà, capriccio, decadenza
L’Occidente, ci ricorda Kaltenbrunner,
avrebbe bisogno di meno star e di più tipi
umani consapevoli dell’esistenza come
compito. Invece, il flusso della storia, pilotato dall’irresponsabile regia del Potere,
va nel senso opposto. Ed è questo il “caso
serio” in cui affonda l’Occidente. Il titolo del saggio, molto opportunamente dal
punto di vista della lingua italiana, traduce l’originale tedesco Ernstfall, caso serio,
con “tempi bui”. Riccardo Nanini, traduttore e curatore di questo testo, già noto
per lavori significativi come la curatela
dell’edizione italiana dell’Opera Omnia
di Julien Ries, nella sua presentazione
nota: «La questione delle élites (il titolo
originale accosta l’educazione all’Ernstfall, il caso serio, l’emergenza, il momento drammatico atteso con timore e trepidazione in cui “il gioco si fa duro” e c’è
ormai poco da scherzare; abbiamo reso il
sottotitolo con “educare per i tempi bui”)
resta attuale non più in funzione polemica, ma in sede di ideazione, di spunto». E
forse non è davvero un caso la scelta di
questo termine da parte del neoconvertito Kaltenbrunner, cui era noto il saggio
Per KaLtenbrunner, dove non sI educa un’arIstocrazIa
In forma consaPevoLe e trasParente, sI aProno sPazI
Per éLIte Puramente funzIonaLI e PIù o meno occuLte
balthasariano Cordula oder der Ernstfall,
il caso serio di un cristianesimo che gioca
tutto se stesso nella fede come ciò su cui
sta o cade tutto il proprio edificio.
E il caso, in campo educativo, è davvero tragicamente serio. Troppo facile è
constatare: non educhiamo più, o educhiamo troppo poco e troppo pochi. È
da almeno tre decenni che in Italia, con
alterna intensità, si parla di “emergenza educativa”, ma non se ne fa nulla, perché per rispondere bisognerebbe anzitutto avere il coraggio di ammettere che l’élite funzionale non basta, ma che occorre fattivamente riconoscere, anche nella
società aperta, il diritto-dovere di educare
a chi ne è capace e ne ha la volontà. L’illusione che siamo già a posto, che si tratta di acquisire qualche sapere “pratico”,
in tanto e per quanto riconosciuto come
“utile” sta ormai producendo i mostri
che affollano la nostra quotidianità, quel
regno della banalizzazione e della stupidità che, ormai da tempo, riempie anche
le pagine di cronaca nera di giornali e
telegiornali, di una gioventù non educata e di un’età anagraficamente adulta che
non sa più educare ed educarsi.
Non c’è peggiore brutalità di quella
che nasce dalla banalità quotidiana del
male, di giovani uomini e giovani donne che scivolano nella violenza del “perché ne ho voglia”, anche tra le più strette mura familiari. La Rivoluzione francese ha preteso di insegnarci che la libertà
ha come confine la libertà altrui, negando la ragione ultima per cui tale libertà esiste. La rivoluzione culturale avviata dal Sessantotto ha sostituito la voglia
alla libertà, con l’unico freno inibitorio
della disapprovazione dei media. Le due
prospettive partono dall’errore antropologico di fondo per cui siamo giusti così,
non abbiamo bisogno di essere e-ducati,
portati fuori da una condizione ed elevati a un’altra, più alta e più perfetta.
Eppure è proprio di educatori coraggiosi che avremmo bisogno, per poter ripartire. Senza educazione l’Occidente è finito. Per dirla con Huizinga, citato da Kaltenbrunner, «solo la commistione di un
elemento aristocratico (elitario) rende la
democrazia sostenibile e vitale. Se manca
questo elemento, la democrazia è esposta
al rischio di precipitare nella rozzezza e
brutalità delle masse».
Dove la massa non ha un’aristocrazia
spirituale a cui guardare, il modello diviene proprio il bruto, il rozzo, il “tamarro”,
ricco o povero che sia: il secondo guarda
al primo come al proprio fine e il primo
si compiace solo e semplicemente di marcare il distacco dal secondo, cui è accomunato dalla propria assenza di ideali. L’oligarchia solo economica diviene oclocrazia. Il decadimento del gusto, il prevalere del kitsch, l’assenza di educazione e di
percezione estetica e l’affermazione del
potere in quanto mero possesso sono solo
alcuni dei tratti più caratteristici della
massificazione di quel che un tempo aveva ancora i caratteri di un “popolo”.
Il potere logora i diseducati
Kaltenbrunner in questo suo volumetto
dimostra – ma oggi la cosa è di per sé evidente a chi voglia aprire gli occhi – che
dove non si educa un’aristocrazia (letteralmente “governo dei migliori”) in forma consapevole e trasparente, si aprono
spazi di vuoto per élite puramente funzionali e più o meno occulte o, per usare
un’altra espressione della filosofia politica classica, per delle oligarchie. Non per
nulla l’ultima parte di questo interessantissimo volumetto è proprio dedicata alle
società segrete e semisegrete, vale a dire
ai soft power, che condizionano, guidano
e pretendono di determinare la nostra esistenza sociale.
Si badi che in questa gradevolissima
opera di Kaltenbrunner (è nata da conferenze e dialoghi radiofonici) non c’è alcuna nostalgia per la vecchia aristocrazia
feudale, che ha, ovviamente, fatto il suo
tempo. Non c’è nemmeno il rifiuto aprioristico e ideologico del potere. Semplicemente si sottolinea come al potere e al
suo uso si debba e si possa essere educati (e come ci sia popolo solo se c’è educazione del popolo). Le vie di uscita che Kaltenbrunner indica non sono certamente
le uniche, ma sono un punto di partenza
con cui è utile e doveroso confrontarsi. n
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STILI DI VITA
ricordando un amico
CINEMA
OSTERIA DEL BORGO, LAZZATE (MB)
Cucina tosta e nostalgica
The Accountant
di Gavin O’ Connor,
IN BOCCA ALL’ESPERTO
di Tommaso Farina
D
opo due anni, torniamo in una simpatica tana gastronomica in quel di Lazzate (Monza e Brianza), simpatico paese, anzi borgo, che da anni ha attivato un’interessantissima indagine di ricognizione sulla propria storia. Ormai sta diventando storica anche l’Osteria del Borgo, cioè il locale di Danilo e
Davide Bizzozzero, che riscuote ormai consensi generalizzati per la simpatia
dell’ambiente, la cordialità degli osti e per una cucina brianzola e lombarda a
prova di bomba.
L’ambiente, si diceva, è quello delle moderne osterie: tavoli rustici, lavagne,
bicchieri di qualità per il vino, un tocco di contemporaneità e di tradizione insieme. E la cucina? Di quelle toste. Per partire, il tagliere di salumi con brusc, ossia
sottaceti; i pesciolini in carpione (roba da nonni, nostalgia); i nervetti con fagioli
e cipolle; i “sarach”, ossia le acciughe in dialetto locale; le lumache con polenta;
il Gorgonzola al cucchiaio.
Ma è d’uopo tenersi spazio per la specialità: i risotti. Si va da quelli semplici
(alla milanese; ai porcini) a quelli ricercati (tartufo; Bitto e Sassella; prugne e foie
gras), passando per quello alle lumache, o al Gorgonzola. Da provare. In ogni caso c’è anche altro, come i pregevoli gnocchetti di grano saraceno alla Valtellinese, ossia con coste (o verze), fagiolini, formaggio, burro e aglio; oppure, gli agnolotti di pesce persico.
Per pietanza, la costoletta alla milanese; il persico al burro e salvia; l’ossobuco
di vitello; la spettacolare polenta “uncia”, condita con burro, formaggio e salvia,
servita direttamente nel paiolo; la polenta col Gorgonzola; la cassoeula di maiale,
protagonista quasi quotidiana della stagione invernale.
Di dolce, si plana su torte correttamente realizzate, coerenti con la cucina delibata finora. Si beve pure bene, anche se la carta dei vini andrebbe curata maggiormente. Il servizio è preciso, cortese, sollecito. E il conto di 40-45 euro non rovina la digestione. A pranzo, disponibili anche alcuni divertenti piatti unici.
Bene le premesse
pessimo il resto
La vita di un contabile al
servizio della malavita si
intreccia con quella di una
timida impiegata.
Film strano e dalle troppe anime, che sviluppa ma-
le buone premesse. Tutto
ruota attorno a Ben Affleck
che è sempre meglio come
regista che come attore. Qui
si difende in un ruolo complicato a metà tra il supereroe con grossi problemi alle
spalle (in questo caso, problemi con la famiglia e un
autismo che lo condiziona
pesantemente) e il ragazzone timido che vorrebbe
una vita normale. O’ Connor,
che pur aveva diretto un film
grezzo e genuino come Warrior, costruisce un personaggio accattivante e gestisce
discretamente suspense e
combattimenti: il problema è
l’intreccio, piuttosto inverosimile. Passi la storia d’amore
un po’ risaputa con la Kendrick che fa la Golino in Rain
Man ma poi si mette insie-
me troppo e troppo discordante. Un padre fissato con le
arti marziali, un fratello mezzo supereroe che sparisce per
mezzo film, la Sindrome di
Asperger, la malavita da sterminare. Ma che roba è?
visti da simone Fortunato
Sfidati dalle
parole di Marco
il regista
Gavin o’ connor
HOME VIDEO
Now You See Me 2
Di John M. Chu,
Tanti colpi di scena
ma poca coerenza
Film gradevole anche se un po’
inconsistente. È un sequel che
replica lo schema del primo episodio che aveva avuto un successo notevole. Cast variegato,
bel ritmo, colpi di scena che si
susseguono senza troppa coerenza. Allo spettatore si chiede,
un po’ come nei numeri di magia, di stare al gioco e di non fare troppe domande o cercare
chissà quali significati nascosti.
IL RAppORTO DI AcS
AMICI MIEI
La libertà religiosa
nel mondo
REFEREnDuM
Martedì 15 novembre, alle ore
11, presso la Sala stampa estera (via dell’Umiltà 83c, Roma),
la Fondazione pontificia AcsItalia presenta la XIII edizione del Rapporto sulla libertà
religiosa nel mondo. Il Rapporto è redatto da studiosi coordinati da una Commissione internazionale di Aiuto alla Chiesa
che Soffre, grazie anche ad informazioni provenienti da fonti
locali. Alla conferenza stampa,
moderata da Marco Tarquinio,
Un No ambizioso
e costruttivo
Su www.tempi.it trovate il testo
integrale del volantino “Referendum costituzionale. Un No per
costruire dal basso” promosso
dall’associazione Polis parallela.
«La riforma Boschi è sbagliata
nel merito, centralista e pericolosa. Il prezzo da pagare è troppo alto: preferiamo un No ambizioso e costruttivo».
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| 16 novembre 2016 |
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direttore di Avvenire, interverranno il presidente di Acs-Italia, Alfredo Mantovano, il direttore di Acs-Italia, Alessandro
Monteduro, e Marta Petrosillo, componente del comitato
editoriale del Rapporto 2016.
Seguiranno gli interventi del
cardinale Mauro Piacenza, presidente internazionale di Acs, e
di Giuliano Amato, giudice della Corte Costituzionale. Testimone proveniente da un paese-simbolo delle violazioni
della libertà religiosa, la Siria,
è monsignor Jacques Behnan
Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi.
A ROVIGO
Dibattito sui migranti
Per gli amici veneti, martedì 15
novembre, alle ore 21, Rodolfo Casadei, giornalista e inviato internazionale di Tempi, Maria Rosa Pavanello, sindaco di
Mirano (Ve) e don Piero Mandruzzato, direttore Caritas Diocesana di Adria-Rovigo, parteciperanno alla tavola rotonda sul
tema “Migranti fra accoglienza e rifiuto”. L’incontro, promosso dal centro culturale Il Circolo
di Rovigo, si terrà presso la Sala della Gran Guardia di piazza
Vittorio Emanuele II.
COMUNICANDO
roma capitaLe
deLLa street art
Il segno di Gaia
a Capannelle
All’inizio le prime, timide, opere degli street artist si confondevano con i graffiti più confusi dei writers e con il degrado
crescente del panorama capitolino. Poi si capì che se ben
valorizzate avrebbero potuto
riqualificare le periferie e le zone più depresse. Infine il bo-
L’
ultima sera marco Gallo aveva
scritto sul muro, accanto al letto: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Mamma Paola ne è sicura, prima di quel 5 novembre 2011,
quando il suo vivacissimo figlio diciassettenne, studente del liceo Don Gnocchi di Carate Brianza, perse la vita in un
incidente stradale, quella scritta non
c’era. Ma Marco scriveva sempre, ovunque, sul frigo, sui banchi, su pezzetti di
carta. «Negli ultimi tempi aveva sviluppato un vorace desiderio di significato»,
raccontò Marina Corradi ricordandolo su Tempi. E proprio al nostro
giornale Marco aveva
mandato una lettera tornando dalla beatificazione di Giovanni Paolo II a
Roma: «Permettete a Cristo di parlare all’uomo.
Solo lui ha parole di vita
eterna – scrive folgorato
dalle parole di Wojtyla –. È come se, finalmente, qualcuno mi avesse capito».
Da quel giorno gli ultimi mesi di Marco
sono marcati da una vertiginosa accelerazione e da domande radicali, ricordi e
scritti che mamma, papà e sorelle hanno raccolto in un libro, Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare (a cura di Paola Cevasco, Antonio,
Francesca e Veronica Gallo, Itaca, 14 euro). La storia di un ragazzino innamorato della vita e di Cristo la cui morte improvvisa appare essere «il compimento
di un cammino, davvero il dies natalis».
Nuove avventure per i Cavalieri
della magia.
Per informazioni
Osteria del Borgo
Via Alessandro Volta, 14
Lazzate (Monza e Brianza)
Tel. 0296729538
Chiuso il lunedì
e il sabato a pranzo
PENSIERO FRESCO
di caterina Giojelli
om: interi quartieri arricchiti di
arte, mostre in prestigiose sedi museali, un turismo ad hoc
in cerca di nuove suggestioni.
In questi giorni a Roma è ve-
vista Forbes tra i pochissimi
americani in grado di cambiare
il futuro del nostro immaginario. A curare l’opera imponente di Gaia sono ancora quelli
di 999Contemporary, già “responsabili” delle iniziative più
spettacolari di street art a Roma e non solo, dalla mostra di
Banksy alle incursioni di Seth,
con un fiore all’occhiello speciale: gli enormi murales che
hanno dato un volto completamente nuovo alla zona di Tor
Marancia e che ora sono in mostra alla quindicesima Biennale
di Architettura di Venezia.
mario Valeri
nuto anche il momento dell’incontro tra la street art e la
grande committenza: la catena
internazionale Reginal Hotels
ha deciso infatti di trasformare i suoi due alberghi romani in opere d’arte pubbliche per
la città e per i quartieri che le
ospitano, a cominciare da un
massiccio edificio in zona Appia Antica-Capannelle, che ha
regalato le immense cubature
verticali delle facciate all’estro
di Gaia, artista urbano newyorkese tra i più celebrati al mondo. Nonostante la sua giovane età – 28 anni – Gaia è stato
recentemente inserito dalla ri|
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LETTERE
A TEMPI
RISPONDE LUIGI AMICONE
[email protected]
Non c’è nulla di «penoso»
nell’affrontare i radicali
a viso e identità aperti
C
amicone, non ho capito la tua risposta alla lettera che citava l’adesione della Conferenza episcopale alla marcia dei radicali per l’amnistia. Per me
è una decisione gravissima e imbarazzante. Allora che dire della mancata adesione della stessa Cei ai Family day? È
ancora l’idea del dialogo a prevalere? Così si getta alle ortiche tutta la penosa storia dei rapporti con i radicali. Evviva.
Beppe Succi via internet
L’iNtERCESSiONE di uN AMiCO
aro
Così Ettore Bernabei
mi ha insegnato che
la fede non è cosa
da vispe Terese
Caro Beppe, non capisco cosa ci fosse da non capire nella mia soddisfazione per l’adesione della Cei alla marcia per l’amnistia. Per altro, ha visto che lo stesso papa Francesco ha celebrato in Vaticano la giornata per i
carcerati? «Penosa storia»? E perché? Forse interpreto male le sue parole, ma per me non c’è mai stato nulla
di penoso nell’affrontare i radicali a
viso, identità e dialogo aperti, dando loro battaglia su tutto, eccetto su quanto i radicali sostengono a
ragione. Lo so che altrove vige il teatrino, l’ipocrisia clericale e la doppiezza del mantra: radicali brutti e
cattivi, ma poi, sottobanco, rispetto
all’omologazione a certe loro battaglie diventate leggi della Repubblica, si tratta e si sbraga su tutto.
CARTOLINA DAL PARADISO
di Pippo Corigliano
O
2
All’incazzato lettore signor Maggioni,
che vuol lasciare Tempi a causa di un
articolo dell’ottimo Fred Perri sull’Inter, dico: guardi che lei sta sbagliando
tutto! Non deve lasciare Tempi, deve
lasciare l’Inter! Faccia come me: io sono un ex nerazzurro, che dopo lo scandalo del 5 maggio si è detto che una
simile squadra non meritava il mio sostegno, ed ho cambiato. Comunque
auguri all’Inter (e… forza Bologna! Che
anche quest’anno ci farà soffrire, ma
ci farà sempre restare ogni domenica
con un sano cuore in gola…).
Riccardo Dietrich Milano
La invito a un serio esame di coscienza: ho visto il Milan in serie B,
l’ho visto perdere in casa con la Cavese, ho visto cose che voi umani
neanche immaginate. Come il centravanti scozzese Jordan che aveva
40
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|
addosso più alcol che denti. Ma ho
continuato ad aver fede. E non ho
mai cambiato squadra. Anche quando don Giussani tifava Inter.
forse sia meglio perderli che trovarli;
in ogni caso, come dicevano gli anarchici, una risata li seppellirà.
Luca Ferrari via internet
2
Ps. Rimane vero il fatto che sono interista, quindi se volesse il buon Fred lenire un po’ la sofferenza che ci infligge, invitandomi a un pranzo in qualche
sonnacchioso anfratto della bassa padana a mangiar bolliti e narrare aneddoti di vita, lo apprezzerei (pago io).
Ho letto la lettera irata di un lettore
interista a Fred Perri; sono interista
da circa 40 anni (quasi una traversata del deserto) e da parecchi anni leggo il nostro Fred in tutte le sue varie
forme, apprezzandone ironia, acutezza
e gagliofferia. Imperdibile. Oltre al fatto che reputo svolga (o abbia svolto) il
mestiere più bello del mondo (che invidia! Mancava solo che avesse un fisique alla Brad Pitt). A fare i cattivelli, credo caro Amicone che certi lettori
Risponde Fred Perri:
Due cose: 1) non ho il fisico alla
Brad Pitt, ma a differenza sua, pur
con numeri molto più modesti, non
mi sono mai fatto beccare come un
gni giorno, dopo la comunione, recito
questa preghiera di mia composizione
che non ha un valore ufficiale ma può
servire a chi nutre riconoscenza e affetto verso
Ettore Bernabei: «O Dio che concedesti a Ettore Bernabei doni di fede, generosità, saggezza,
cultura e coraggio, Ti chiedo per sua intercessione di saper comprendere la Tua volontà nello scorrere degli avvenimenti privati e pubblici, e valutare giustamente lo svolgersi della
storia umana intorno a me, tenendo presente il bene della Chiesa, della mia famiglia e del
mio Paese. Degnati di glorificare il tuo figlio
Ettore e di concedermi ciò che ti chiedo con la
sua intercessione…».
Sono più o meno tre mesi che non possiamo gioire per la presenza di Ettore su questa
terra ma sento che mi assiste e mi suggerisce
linee di condotta: confidare nella Provvidenza,
comprendere, perdonare, coltivare grandi desideri. Conoscendolo si capiva il senso di alcune
parabole di Gesù di non immediata comprensione. Il fattore accorto che provvede al suo futuro con le sostanze del padrone (Lc 16,1-13) e
viene lodato perché bisogna apprendere dalla scaltrezza dei figli di questo mondo; la semplicità delle colombe unita all’astuzia dei serpenti (Mt 10,16); l’invito a comprare una spada
vendendo il mantello (Lc 22,36). Il Signore non
vuole da me una fiducia nella Provvidenza da
vispa Teresa ma un modo accorto di comprendere la Sua volontà, come faceva Maria che meditava gli avvenimenti nel suo cuore e Giuseppe che sapeva prendere l’iniziativa.
pirla; 2) riguardo al lenire col bollito
(con mostarda e rosso corposo) sono sempre favorevole. Estenderei,
se non ha nulla in contrario, l’invito al suo collega (di tifo) irato. Così
mangia bene, si rasserena e gli spiego due cose. Ad maiora.
2
Caro Amicone, Stefano Parisi sarà pure l’uomo del miracolo riformista, ma
seguire la sua proposta di votare “no”
e sperare che quelli del “sì” e quelli del
“no” si mettano d’accordo per abolire
in un anno il Senato e, alle elezioni del
2018, eleggere Camera e Assemblea
costituente, è come sognare da svegli.
Resto comunque abbonato a Tempi.
Giovanni Savini Imola
Giusto sognare e giusto svegliarsi.
Vediamo se, tra le due, riusciamo a
infilarci un miracolo all’italiana.
2
“Capire la Russia”? Ok!… E gli altri paesi? Contano di meno perché piccoli
e dotati di minor peso strategico nello scacchiere mondiale, come appare
nell’articolo di Casadei (Tempi n. 43)?
Articolo dotto e interessante, non ne
dubito, ma, di certo, caratterizzato da
un evidente pregiudizio anti-americano! La pace messa in pericolo dall’aggressività occidentale… solo da quella?
1) Le intenzioni e le scelte dei paesi ex Patto di Varsavia sarebbero solo frutto delle macchinazioni americane? Non sorge il dubbio che tali paesi
– dopo 40-60 anni di dominazione sovietica e comunista – vogliano, invece, decisamente affrancarsi da essa e
ne abbiano tutto il diritto senza chiedere il permesso a Mosca, guardando
così a ovest? Che, poi, Nato e Usa in
testa non aspettino altro per seguire
i loro progetti sia ovvio ma non autorizzi Mosca ad atti di ritorsione… che
ci sarebbe di strano? 2) La sindrome
da accerchiamento i russi l’han sem-
pre avuta (e sempre l’avranno) proprio perché è l’altra faccia della loro
politica di dominio su una certa parte
del mondo, quasi ciò fosse loro dovuto
per volontà suprema, cosicché i paesi confinanti dovessero perpetuamente rassegnarsi ad essere loro sudditi e
satelliti? Giusto così? 3) Certo i confini
dei paesi dell’Est Europa sono stati disegnati (male) per interessi geopolitici di entrambi i blocchi, ma volerli modificare con la forza come ha fatto la
Russia in Ucraina (la Crimea prima e il
Donbass poi) lei lo ritiene accettabile?
Questa è aggressione e non basta accampare motivazioni del tipo: sono regioni a grande maggioranza russofona. O sì, secondo lei? Ciò viene prima
dell’interferenza americana! 4) Maidan era una sollevazione di popolo,
unito (est e ovest, cattolici e ortodossi) e pacifico contro una classe politica
corrotta e litigiosa. Ciò non è piaciuto
a Yanukovich che, con la scusa della
presenza (reale ma secondaria e successiva) di ultranazionalisti, ha cercato di fermare la protesta con la forza.
Peraltro, dopo aver inutilmente (e ciò
è stato sicuramente un errore dell’Europa, sospinta dagli Usa) strizzato
l’occhio a ovest, ha virato decisamente
a est (lui, leader russofono della prima
ora) e ciò ha esasperato ulteriormente
la piazza che ha visto l’ambiguità originale di quel governo. Non giustifico
la Ue e neppure gli Usa, ma non li ritengo i primi responsabili (benché interessati) perché, comunque, dietro
Yanukovich c’era la Russia fin dall’inizio. Non gli bastava la Crimea!
Maurizio Castellani via internet
Molte buone ragioni al fuoco, che
meriterebbero una pronta ritorsione alla Satan2. Scherzo. Accolgo
con piacere la ramanzina. Ma si deve fare di necessità virtù. La Russia
può sbagliare anche gravemente.
Ma non è “il Nemico” su cui lavorano i filosauditi Obama e Hillary.
|
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LETTERE DALLA
FINE DEL MONDO
EM
I
«CREDO LA RESURREZIONE DELLA CARNE E LA VITA ETERNA»
|
M
emento mori.
| 16 novembre 2016 |
ASPETTANDO
GIUSTIZIA
IN cEllA SI STA IN PIEDI
A TURNO E SI cERcA
DI NON IMPAZZIRE
NEllA RIPETITIvITà DEI GIORNI,
TRA RISSE, SUIcIDI E ScARAfAGGI.
EPPURE ANchE qUESTI
SETTE METRI qUADRATI
DI INfERNO
POSSONO DIvENTARE cASA
lETTERE
DAl cARcERE
DI ALDO TRENTO
Con questo saluto ci si dava la buona notte durante il periodo del Noviziato. Le prime volte mi sentivo a disagio perché, venendo da un piccolo paese di
montagna, erano rari i funerali, anche se tutte le mattine il prete (siamo prima del
concilio) celebrava, vestito con la pianeta nera, la Messa per un defunto, mentre mio nonno con
la sua voce baritonale cantava il Requiem, il Sanctus e l’Agnus Dei in gregoriano. Poi nel tempo
ho imparato a sentire familiare il pensiero della morte. Quel Memento mori era un aiuto a prendere sul serio la mia vita.
“Verrà la morte e avrà il mio volto, avrà il tuo volto”. Guardando ogni giorno il cadavere di uno
dei miei giovani figli morto a causa del cancro o dell’Aids, non posso non vedermi al suo posto,
perché prima o poi verrà il mio turno. Ogni notte, verso le 23, dopo aver salutato il Santissimo,
prendo l’ascensore che mi porta nel sotterraneo della clinica dove c’è la cella mortuaria. Entro
e per alcuni minuti rimango in silenzio guardando il cadavere di mio figlio, mentre con la mano
destra accarezzo il volto freddo e duro come
una pietra. Quel freddo e quella rigidezza mi
ultimo dell’uomo! Un amoÈ TERRIBILE CENSURARE LA MORTE.
fanno impressione, anche perché so che dopo
re che da secoli si manifesta
PRIMA O POI VERRà A CERCARCI.
pochi giorni ogni parte di quello che è stato
anche nel dedicare il 2 noil tempio dello Spirito incomincerà a corromvembre alla commemorazioÈ
DA
ILLUSI
NASCONDERE
I
MALATI
persi. Oggi tocca ai miei figli, ma verrà anche
ne di tutti i defunti e conceTERMINALI A CHI VIENE A TROVARCI dendo ai sacerdoti il potere
il mio turno.
Se non avessi la certezza della verità che prodi celebrare tre Sante Mesfesso nell’ultima parte del Credo, guardando
se e ai fedeli che visitano il cimitero la grate diventa un fatto sociale in cui il defunto è
tutti i giorni questo angosciante “spettacolo”
zia dell’Indulgenza plenaria per i defunti. In
un’occasione per incontrarsi e conversare tra
inizierei a pensare che la violenza più terribile
ogni Messa il sacerdote prega dicendo: «Riuna birra e l’altra. Il morto è relegato in un’alè quella di mettere al mondo un essere umacordati dei nostri fratelli defunti» o «Ricordatra stanza, come un oggetto di curiosità e il
no condannato a soffrire, morire e sparire nel
ti del nostro fratello che hai chiamato oggi da
funerale è ridotto a un rito pagano. Una volnulla. «Credo la resurrezione della carne. E la
questo mondo alla Tua presenza, e concedigli
ta seppellito il morto, nessun segno religioso
vita eterna». Tutta la ragionevolezza della viche come ha condiviso la morte di Gesù, conricorda chi vi è sepolto, solo un nome che atta sta in queste parole ormai censurate nella
divida pure la gloria della Sua resurrezione».
tira la curiosità di chi usa questi ettari di ercultura moderna e, a dir la verità, anche nelDistratti come siamo, neppure ci rendiamo
ba verde e di boschi per passeggiare. Ma vi
la Chiesa. Quanti preti parlano dell’ultimo arconto della profondità di queste parole. Ogricordate il Settimo sigillo di Bergman? La
morte, per quanto cerchiamo di censurarla,
ticolo del Credo? Forse quando celebrano un
gi, dopo un anno di sofferenza per un cancro
verrà ed avrà i nostri occhi. Mi hanno riferito
funerale. Ma lo fanno senza testimoniare la
molto aggressivo, è morto un bambino di 9
che al Centro Tumori di Milano la morte non
gioia di Gesù risorto.
anni. I genitori, che fin dall’inizio del calvario
si vede, “non esiste”, quando uno è alla fine lo
È terribilmente facile abituarsi a tutto, anche
sono stati sempre al suo fianco, alcuni giorsi nasconde agli occhi dei visitatori. Che illusi!
alla morte. Censurare la realtà della morte o
ni fa mi hanno detto: «La malattia di nostro
trasformarla in un fatto sociale. Due esempi.
figlio è un potente richiamo di Dio alla conQuesto ospedale è un segno
Primo: mi raccontavano che anni fa nel prinversione e per questo, dopo 25 anni di concuIn una cultura disumana come quella decipato di Monaco coloro che morivano erano
binato, vogliamo sposarci in Chiesa». Ancoscritta, esiste una realtà che ricorda all’uomo
portati al cimitero all’alba, in modo che nessura una volta sono testimone di cosa vuol dire
il suo destino finale, e questa realtà si chiano potesse vedere il carro funebre che avrebguardare il dolore e la morte con lo sguardo
ma Chiesa, di cui il nostro ospedale è un picbe potuto perturbare la “stupida” vita degli
di Gesù, quello sguardo che ha fatto resuscicolo segno della sua materna presenza. Che
abitanti. Secondo: mi capita spesso di vedetare Lazzaro e consolare tanti sofferenti.
[email protected]
grande è l’amore della Chiesa per il destino
re quando muore una persona ricca. La mor-
42
I GRANDI T
Ogni giorno vedo il cadavere
di un mio figlio. Oggi tocca
a lui, domani toccherà a me
D
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dell’11/6/1994
settimanale di cronaca, giudizio,
libera circolazione di idee
Anno 22 – N. 45
dal 10 al 16 novembre 2016
DIRETTORE RESPONSABILE:
EMANUELE BOFFI
REDAZIONE:
Rodolfo Casadei (inviato speciale),
Caterina Giojelli, Francesco
Leone Grotti, Daniele Guarneri,
Elisabetta Longo, Pietro Piccinini
PROGETTO GRAFICO:
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UFFICIO GRAFICO:
Matteo Cattaneo (Art Director)
FOTOLITO E STAMPA:
Reggiani spa Via Alighieri, 50
21010 Brezzo di Bedero (Va)
DISTRIBUZIONE:
a cura della Press Di Srl
SEDE REDAZIONE:
Via Confalonieri 38, Milano,
tel. 02/31923727, fax 02/34538074,
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EDITORE:
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fruisce dei contributi statali diretti di
cui alla legge 7 agosto 1990, n. 250
NIENTE PROVOCAZIONI AI TIFOSI INVIPERITI
Mi metto la museruola
per il bene di Tempi
|
DI FRED PERRI
O
ggi, compagni, amici, bastardi di ogni
genere e tifosi inviperiti, vi parlerò
delle ragioni per cui bisogna sostenere Tempi. Innanzitutto ci lavorano un sacco di ragazzi e ragazze che con il loro stipendio mantengono famiglie numerose e
fameliche, le ho viste all’opera e posso testimoniare che hanno bocche voraci. C’è chi
fa anche un doppio lavoro per sfamarle. Ho
molti amici qua dentro, come la bella Caterina di cui mi considero un po’ lo zio.
Belin (il correttore me lo cambia in Belen, lo dico solo per la cronaca e senza doppi sensi), se non lo volete comprare per me,
acquistatelo per tutti gli altri che qui scrivono e bene. C’è padre Aldo Trento in odore di
santità, c’è Marina Corradi che va e viene, ci
44
| 16 novembre 2016 |
| Foto: Ansa
sono i due Farina che vi imbandiscono la tavola, in un senso e nell’altro, c’è Pippo Corigliano, che sono anni che mi chiedo chi sia,
ma lui farà lo stesso di me.
Insomma è un giornale interessante con
un diverso punto di vista, con qualcosa che
non troverete in altri fogli. Vale la pena di
sostenerlo e leggerlo.
Guardate, sono talmente convinto di
quello che vi dico che oggi indosso la museruola. Vi volevo parlare di una certa cosa
ma non lo faccio, comprimo la mia indole
cinica e bara per il bene di Tempi, un giornale di gente perbene, in gamba. Ve lo posso giurare, ho personalmente partecipato
al casting per assumerli. Come? Non dovevo dire casting? Smettetela di ridere.
PUBBLICAZIONE A STAMPA:
Cartaceo: ISSN 2037-1241
Online: ISSN 2499-4308
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Nasce TivùoN!
la liberTà di rivedere
ciò che vuoi
T
Quali sono le principali funzioni di tivùon?
ivù srl, la società
che gestisce la
piattaforma satellitare tivùsat, lancia un nuovo servizio: tivùon! Il servizio consente agli utenti di accedere ai
contenuti On Demand della televisione
gratuita con grande facilità, come spiega
Alessandro Picardi, presidente di Tivù srl.
Ho già accennato a “Ultimi 7 giorni”,
il servizio gratuito che permette di rivedere un catalogo di contenuti andati in
onda nei sette giorni precedenti sui canali televisivi. Un’altra novità di tivùon! è
la pagina iniziale dell’applicazione: una
“Mini-Guida” Tv su tre canali che permette di consultare la programmazione senza perdere la visione a tutto schermo del
programma che si sta seguendo. Selezionando la freccia a destra dalla “Mini-Guida” si accede alla Guida ai programmi
completa: il telespettatore può navigare
la programmazione televisiva per fasce
orarie e canali, accedendo alle informazioni di dettaglio su ciascuno dei programmi in palinsesto.
Tivùon! consente anche l’accesso
all’applicazione tivùlink per una fruizione semplice e diretta di tutti i servizi On Demand messi a disposizione da
Rai, Mediaset e La7. Da un’unica schermata l’utente può accedere agli ambien-
Come si accede a tivùon?
Il servizio è disponibile gratuitamente per tutti gli utenti che hanno un televisore o un decoder con bollino tivùon,
connettendo il proprio televisore o il
proprio decoder a Internet. Le cosiddette “Smart” Tv, ovvero quelle acquistate
di recente, hanno tutte la possibilità di
essere connesse alla Rete. In ogni caso sul
sito tivuon.tv è presente un elenco dei
dispositivi abilitati, per verificare il proprio modello o per acquistarne uno nuovo. Il servizio è disponibile sul Digitale
Terrestre e su tivùsat.
Una volta connessa la Tv o il decoder
come si accede al servizio e cosa si
vede?
Lo spettatore deve semplicemente
attendere che compaia il pallino verde
in basso a sinistra del teleschermo e digitare il tasto verde del telecomando. Il servizio offre una Guida ai programmi sempre aggiornata e la possibilità di scorrere indietro nel tempo fino ai sette giorni precedenti, direttamente dalla Guida.
La funzione “Ultimi 7 giorni” è utilissima per ritrovare un film o la propria fiction preferita senza essere costretti a una
ricerca spasmodica sulla Rete o a predisporre giorni prima complicate registrazioni. Puoi comodamente rivederlo dalla tua televisione, con il tuo telecomando di sempre.
Quanto costa?
Assolutamente nulla. Tivùon! viene
offerto gratuitamente a tutti coloro che
dispongono di un dispositivo con bollino oro tivùon (Tv o decoder) e di una
connessione a banda larga alla rete Inter-
«QuaNTo cosTa? Nulla. TivùoN! è offerTo graTuiTameNTe
a chiuNQue dispoNga di uN disposiTivo coN bolliNo oro
TivùoN! (Tv o decoder) e uNa coNNessioNe a baNda larga.
è il primo oN demaNd graTuiTo della Tv iN chiaro»
net. È il primo On Demand gratuito della televisione in chiaro. Un pezzetto di
quella rivoluzione chiamata Internet Tv.
Tivùon! rafforza così la sua missione al
fianco dei broadcaster impegnati nella
televisione gratuita, per offrire ai propri utenti contenuti da vedere quando
vogliono, in linea con le tendenze dei
grandi paesi europei ed extraeuropei;
così in Gran Bretagna con i servizi Youview e con Freetime di Freesat, in Francia
con il servizio Fransat Connect di Fransat, in Germania con HD plus RePlay o in
Australia con Freeview Plus.
ti gestiti dai principali broadcaster italiani. Uno spazio aperto a tutti i canali della televisione gratuita italiana.
Riassumendo, quali sono i passaggi da
fare per accedere a tivùon?
Per prima cosa va verificato se il
televisore o il decoder che si possiede o
che si vuole acquistare abbia il bollino
tivùon. Il dispositivo con bollino tivùon
va poi collegato a Internet; infine bisogna attendere che sul teleschermo appaia il pallino verde con la scritta tivùon e
premere il pulsante verde del telecomando. Tutto, sempre, gratuitamente.
|
| 16 novembre 2016 |
45
APPUNTI
IL tempo che deve venIre
Un calendario
del 2017
L
a. quel mattino uscì di casa e
le cadde l’occhio sulla vetrina del cartolaio, dove campeggiava un grande calendario nuovo dell’anno 2017. La signora A.
ebbe un brivido, ma non di freddo, nella piovosa mattina di novembre. Quei dodici fogli
bianchi, quella carta immacolata, 365 giorni
pronti a farsi tempo, e vita. Con tutti i suoi
misteri e i suoi dolori. La signora A. tirò il cane verso il bar di ogni mattina. Non le sembrava un buon giorno per acquistare il calendario nuovo, quello. Magari, domani.
Andò al bar dei cinesi a bere il caffè. C’erano già quelli che giocavano alle slot, e il solito
pensionato con gli occhi fissi sulla tv accesa.
Magari, pensò A., l’anno nuovo si sarebbe presentato così: dimesso, familiare. Tante mattine in cui avrebbe portato fuori il cane, avrebbe bevuto il caffè e sarebbe poi andata al
lavoro. Lavoro? Ci sarebbe stato ancora lavoro
per la signora A., ormai ultracinquantenne,
in quella azienda piena di giovani colleghi?
O non le stavano forse gentilmente facendo
capire che non era più necessaria?
Ma questo in fondo era il meno. Era il resto ad allarmare A.
La salute del marito, per esempio. Era ingrassato, fumava e mangiava troppo. E i figli? I figli, benché bravissimi ragazzi, presentavano comunque gravi incognite. Sempre
in giro in auto, di notte, e con la nebbia, e
lei a tremare finché non sentiva le chiavi nella serratura. La femmina, poi, solo a pensarla nei vagoni vuoti del metrò, la sera, il cuore
le si stringeva. E gli amici? F., R., L. e gli altri:
sarebbero rimasti tutti accanto a loro? Ogni
tanto, d’improvviso, qualcuno della compagnia veniva a mancare. A. aveva l’impressione che mirasse su di loro uno sconosciuto
46
| 16 novembre 2016 |
a signora
|
di marina corradi
cecchino. Ma si preoccupava anche del cane: sarà solo un animale, pensava, ma se mi
tolgono quei suoi occhi nocciola mi cade un
pezzo di cuore.
Dunque la signora A. diffidava profondamente del calendario del 2017 esposto disinvoltamente in vetrina, come fosse una cosa
da niente. Bisognerebbe essere più cauti con
i calendari, pensava; bisognerebbe andarci
piano, col tempo che deve venire.
Rincasò, si sedette in cucina, nel tepore di
quell’ormai collaudato novembre 2016. Chissà, si chiese, se tutti hanno questa maledetta
paura del tempo che viene? Io non ce l’avevo,
da giovane: è invecchiando, che cresce. Il fatto è, si disse lasciandosi andare stancamente
contro la spalliera della seggiola, che bisognerebbe avere fede, veramente. Bisognerebbe sapere che Dio ti guarda, e ha preparato per te
un destino buono. (Una parte di A. insorse:
e tua madre, tua sorella, e quella tua amica,
quale destino buono hanno avuto?)
Volevo dire, si corresse, un destino magari
invisibilmente buono, un destino buono che
capirai, un giorno.
Già, bisognerebbe crederci veramente. Io,
si disse, ci credo con la testa, ma non in fondo al cuore. Si alzò, spazientita da quella sua
irrimediabile costante irrequietezza, e andò
al lavoro. Dalla vetrina il calendario del 2017
la guardò di nuovo. Non lo compro, si ostinò
la signora A. – triste, come chi non sa confidare in un padre buono.