Diario di Viaggio in Etiopia – Valle dell`Omo

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Diario di Viaggio in Etiopia – Valle dell`Omo
Diario di Viaggio in Etiopia – Valle dell'Omo
Avventura nella preistoria polverosa
Tutti viviamo in un mondo nostro, ma
se guardiamo il cielo stellato, la
natura che ci circonda, ci accorgiamo
che intorno a noi c'è una vita degna di
essere vissuta, c'è tutto un mondo da
scoprire... soprattutto se è molto
lontano dal nostro modo di vivere.
Se il cibo è il nutrimento del nostro
corpo, il sogno, la bellezza e il viaggio
sono quelli dell'anima.
L'Etiopia del Sud e la Valle dell'Omo
rappresentavano per me un invito e
una sfida per nuove conoscenze.
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Avventura nella preistoria polverosa
Imbarcata in una avventura unica,
potrò imparare, con la mia amica
Simonetta, a vivere in un'atmosfera
di preistoria polverosa!
Andremo a conoscere popoli ed etnie
che vivono ancora nei loro ambienti
e contesti tribali, incontreremo
popolazioni primitive che, a causa
del loro isolamento geografico
ambientale, hanno mantenuto, per il
momento, usi e costumi tradizionali,
ci spingeremo fino alla selvaggia
valle dell’Omo, il mitico fiume
scoperto e percorso da Bottego,
verso
luoghi
sperduti
ed
incontaminati…
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Lasciata Addis Abeba dopo una notte civile e ristoratrice all’Hilton, con la nostra carovana
di jeep, abbiamo iniziato il viaggio avventuroso verso sud su una strada che un tempo era
forse asfaltata, ma che ora era zeppa di buche che ci facevano saltare in continuazione.
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Ciononostante eravamo cariche di entusiasmo per tutto ciò che ci circondava, dagli incontri
agresti con giovani etiopi che trascinavano il loro asinello, al paesaggio che per ora ci appariva
quasi lussureggiante.
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Ben presto ci siamo fermate al villaggio della tribù dei Gurage, una popolazione di agricoltori
esperti che, pur vivendo in capanne, mi parevano molto civili e ospitali in quanto ci avevano
subito accolto con entusiasmo e curiosità.
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Essi coltivavano soprattutto l’Enset, o meglio
chiamato, il falso banano, infatti la sua pianta
era simile a quella del banano, ma con un solo
stelo. Aveva notevoli impieghi che i Gurage ci
mostravano, era una fibra tessile, ma era anche
usata
per ottenere un tipo di pane non
lievitato, appiccicoso e fibroso, un cibo povero
che però poteva essere conservato per un lungo
periodo (addirittura 20 anni!) e quindi fornire
razioni alimentari di emergenza nei periodi di
carestia.
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Esplorando il villaggio dei Gurage, immerso in una vegetazione non solo di piante di Enset, ma
anche di luppolo, incenso e caffè, cominciavamo ad essere affascinate da donne e bambini,
nelle loro capanne pulite ed estremamente curate, che si mostravano, nei nostri confronti,
estremamente disponibili… alcune di loro, più giovani, facevano addirittura le spiritose e si
mettevano in posa, come attrici consumate, per farsi fotografare!!
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Il viaggio è proseguito poi verso la cittadina di Sodo che, a dire il vero, era un ammasso di
case fatiscenti in un luogo caotico, polveroso e affollato che subito ci ha disorientato. Il
nostro sguardo spaziava sulle vie polverose, sporche e trafficate dove spiccava come un
raro gioiello un isolato minareto azzurro per cui abbiamo desiderato solo allontanarci e
riprendere il viaggio verso il Rift Valley, che pur arido e brullo, ci soddisfaceva di più!
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Il paesaggio era affascinante.. il fiume Rasha,
terroso e quasi interamente prosciugato, non
avrebbe potuto nemmeno chiamarsi fiume,
eppure, così inserito in quell’ambiente caldo
tropicale diventava piacevole. Inoltre era
importante perché dava vita ad una cascata, se
così la potevamo chiamare, con acqua di colore
giallo ocra, ovviamente terrosa…
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Durante le piccole soste fotografiche, si approfittava con piacere, per fare simpatici
incontri che ci mettevano in contatto con la popolazione.. ecco allora un bimbo che si
avvicinava timidamente e cercava una carezza, una donna che nei campi dove lavorava, ci
lanciava un aperto sorriso, felice di suscitare il nostro interesse…
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...ma l’emozione più viva si aveva sempre nei mercati.. luoghi importanti per l’economia locale.
Qui si accalcava la folla viva e colorata che gridava, che comunicava, e noi cominciavamo a
percepire, nei vari assembramenti, la vitalità e la varietà etnica di quella popolazione.
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Siamo arrivati poi di sera, al tramonto, in un’atmosfera bucolico romantica al lago Abaya, a
quota 1268 m, sempre nella Rift Valley.. abbiamo aspettato il calare del sole mentre una
mandria di mucche e bufali, si faceva spazio, per venire ad abbeverarsi. Dice un proverbio
che “il tramonto è il tesoro del povero”, ma io credo che non c’è assolutamente povertà nella
bellezza della natura!
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Dopo il quasi riposo notturno in un luogo pittoresco, ma senza luce… abbiamo ripreso il
nostro viaggio a sud e, data la difficoltà delle strade, abbiamo lasciato la jeep e percorso un
sentiero, che era poi un viottolo ciottoloso, che ci ha portato, in salita, al villaggio di
Chencha, dove viveva la tribù dei Dorze, in alte capanne rotonde, molto pittoresche.
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Appena arrivati, stanchi ed un po’ trafelati, abbiamo visto, su un promontorio, schierata,
parte della tribù, in un primo momento abbiamo pensato che fossero lì ad accoglierci
calorosamente, poi ci siamo resi conto, con una certa delusione, che erano solo molto
curiosi, e non ci stavano facendo alcuna festa!
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I Dorze vivevano a 1600 m di altitudine, essi
appartenevano ad un gruppo linguistico ed etnico
più evoluto ed erano conosciuti soprattutto per la
lavorazione dei tessuti, esclusivamente maschile…
il territorio intorno, un tempo coperto dalla
foresta tropicale, era ancora lussureggiante, ma
non si aveva l’impressione, nonostante le
modifiche a terrazzamenti riportate, che la
natura fosse stata addomesticata.
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Abbiamo visitato le capanne ridenti,
pulite ed ordinate inserite tra le piante
di Enset…esse erano chiamate ad
alveare, perché avevano più piani
interni. Siamo entrate.. erano molto
spartane e ci pareva impossibile che qui
si potesse vivere, eppure vedevamo
donne che tessevano che impastavano il
pane… che svolgevano le loro mansioni
casalinghe con semplicità!!
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Le donne ci avevano anche preparato una piccola rappresentazione con canti e danze nei
loro colorati costumi locali. Ed era bello cogliere qua e là espressioni intense e cercare di
penetrare nei pensieri, nelle sensazioni che potevano affollare la mente di quelle persone
nei nostri confronti.
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Dice un detto africano:”Se fossi seduto su
una nuvola, non vedresti le frontiere tra un
paese e l’altro, né il cippo di confine tra una
capanna e un’altra. È un peccato che tu non
possa sederti su una nuvola!” In questo
piccolo villaggio avvertivo difficoltà, ma
anche semplice rassegnazione e una sorta di
serenità comunicativa… ma quanto avrei
voluto potermene stare seduta su una
nuvoletta!
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Nel pomeriggio dopo il pranzo, era in programma l’escursione sul lago Chamo per andare a vedere
ippopotami e coccodrilli. Siamo arrivati in un canneto, l’imbarcadero era allagato a causa delle
recenti piogge e per salire sulle Ambach (le barche locali), attrezzati con giubbotti salvagente,
abbiamo dovuto percorrere un tragitto su assi traballanti.. se avessimo perso l’equilibrio saremmo
cadute, pesanti come eravamo, nella melma fangosa del lago!
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Come Dio ha voluto siamo riuscite nell’impresa e subito siamo rimaste affascinate dai
canneti pittoreschi mossi dal vento in un moto ondoso che quasi ci cullava…
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...poi ecco gli ippopotami beati a casa
propria in un ambiente naturale a loro
consono e poi i pellicani, accanto alle
barche dei pochi pescatori, speranzosi di
ricevere in dono qualche pesce scartato, e
ancora fenicotteri rosa, aquile pescatrici
e la maestosa aquila bianca fino ai
coccodrilli infidi e poco piacevoli fermi
sulle rocce a prendere il sole!
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Verso il tramonto eravamo tutti stanchi, ma appagati e il ritorno al nostro spartano
bungalow si è svolto quasi in religioso silenzio. Domani sarebbe stato un altro giorno!
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Attraverso le solite strade sterrate,
invase spesso da mandrie di bovini che
ci facevano rallentare, ci siamo
brevemente fermati ad un villaggio
dei Gamo famosi per i loro pittoreschi
granai. Altrettanto curioso ci è
apparso il loro modo di conservare gli
alveari appendendoli ai rami degli
alberi allo scopo di salvaguardarne la
purezza.
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Durante il percorso le soste erano continue perché non si poteva non riprendere lo
spettacolo di umanità, che come nello scorrere di un film, si offriva ai nostri occhi. Ecco
un festoso incontro con un gruppo appartenente all'etnia dei Gherage di pelle scura ma
con lineamenti molto delicati.
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Abbiamo proseguito poi verso il colorato mercato dei Konso, un’etnia che vantava
un’economia agricola specializzata che aveva appunto la sua massima espressione nei
mercati.
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La loro merce era deposta a terra e rischiava più volte di venire calpestata: erano sacchi
di miglio, tabacco e cotone.. inoltre le donne con le loro caratteristiche gonne bianche a
balze, non solo commerciavano in collane con le deliziose perline “Konso” di vetro antico,
importate dal Kenia, ma svolgevano anche i lavori più pesanti come lo scarico dei sacchi
alimentari.
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Abbiamo notato anche abiti, in vendita come stracci, ammonticchiati a terra.. erano queste le
nuove boutiques etiopi? Il caos e la polvere erano indescrivibili, così come il forte odore delle
spezie che si spandeva nell’aria ad ogni folata di vento!
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Quello era un giorno dedicato ai mercati, dopo quello dei Konso siamo andati a Kei Afer dove
c’era un altro mercato più ricco ed esteso, proprio delle etnie dei Banna e degli Hafer.
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I Banna erano molto pittoreschi, si diceva che fossero circa 35.000 e abitassero le alture del
Mago National Park. La maggior parte di loro praticava l’agricoltura, anche se la caccia,
soprattutto tra i giovani, svolgeva un ruolo fondamentale, infatti, quando un giovane Banna
riusciva ad uccidere un bufalo si decorava tutto il corpo con l’argilla!
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Le donne Hamer invece erano facilmente
riconoscibili per avere una pettinatura
con migliaia di treccine imbrattate
artisticamente di terra rossa! Ci
guardavano senza curiosità, e non si
facevano fotografare volentieri.. devo
dire che, in quei loro mercati, stavamo
quasi dando fastidio!!
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Ritornati in jeep, abbiamo percorso strade
sterrate fangose e impraticabili, ci siamo
impantanati più volte e abbiamo dovuto
essere trainati. Sobbalzando per le buche,
la nostra schiena lanciava fitte di dolore,
ma il paesaggio selvaggio, solitario era
veramente favoloso.
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Non si sa come, ma finalmente siamo arrivate all’hotel che era poi una specie di camping con
bungalow modesti… sedute sul letto sotto la zanzariera abbiamo meditato sul fatto che il
viaggio non era solo un bel sogno, la liberazione dal quotidiano, la libertà per eccellenza, ma
poteva spesso diventare impietoso e difficile .. però era sempre una scuola per abituarci
all’inevitabile corso della vita e ci poteva temprare… se fossimo sopravissute anche agli
scarafaggi in camera che correvano di qua e di là durante la notte!
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Il mattino dopo siamo andate a visitare un villaggio degli Hamer, con cui già avevamo preso
contatto al mercato. Essi erano una popolazione di circa 30.000 individui dediti anche loro ad
agricoltura ed allevamento . Erano famosi per raccogliere il miele selvatico che svolgeva un
ruolo fondamentale nella loro alimentazione. Come etnia era molto primitiva: tutti vivevano
seminudi nella polvere delle loro capanne!
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Però nonostante l’aspetto alquanto selvaggio le donne Hamer colpivano per la loro originalità: ho
già accennato alla loro acconciatura: infatti mescolavano grasso animale e terra color ocra e poi
si spalmavano il miscuglio ottenuto sui capelli e treccine ottenendo ciocche color rame che
sfoggiavano con un certo orgoglio.
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A seno nudo, con scarnificazioni sul corpo ben visibili, indossavano strani e smilzi gonnellini di
pelle scamosciata, che Dolce Gabbana avrebbe fatto subito sfilare in passerella!
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Le loro capanne erano rudimentali, costruite
con bastoni di legno e paglia, dove, a mio
avviso, era veramente duro vivere. Ci
dicevano le guide che la mortalità infantile
in questo villaggio era infatti molto elevata.
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Lasciato il regno degli Hamer siamo arrivate, non senza difficoltà, al famoso, mitico, possente
fiume Omo Bottego attorniato dalla sua foresta pluviale… che emozione guardare questa
distesa d’acqua percorsa un tempo lontano dal grande esploratore! Anche noi ci siamo preparate
ad attraversarlo con un barcarozzo scalcinato per andare a visitare il villaggio dei Karo, un po’
estremo, che si trovava a dominare un’ansa della riva opposta del fiume.
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I Karo erano un’etnia ridotta, ormai a rischio di estinzione. Gli uomini erano considerati maestri
nella pittura del corpo e le donne, molto nere di pelle, si avvolgevano il collo con una serie
infinita di collane colorate, voluminose ed eccessive, mentre il torace era quasi sempre nudo…
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...non ho parole per descrivere il fascino
selvaggio di quel luogo, a mio avviso,
abbandonato persino da Dio! Eravamo nel
cuore dell’Africa Nera, dove era arrivato
l’esploratore Bottego.. ma era cambiato
qualcosa da allora?
Io non credo: la popolazione aveva
mantenuto le sue antiche abitudini, i suoi
costumi, forse
aveva conosciuto e
cominciato ad apprezzare i birr (la
moneta etiope), anche se l’uso di
sfruttarla
al
meglio
era
rimasto
sconosciuto, ma per il resto tutto era
rimasto invariato e fermo nel tempo…
forse era proprio questo il motivo legato
alla loro estinzione?
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I Karo, come ho accennato, erano considerati
maestri nella pittura del corpo, a cui si
dedicavano in occasione di molti eventi,
preparativi per una danza o una festa, o una
cerimonia
particolare,
o
anche
più
semplicemente per apparire più belli. Usavano
un impasto di gesso per riprodurre il
piumaggio a puntini della gallina faraona!
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Le donne invece, sempre per apparire più belle,
si impiastricciavano il viso di gesso bianco
divenendo dei teschi da film dell’orrore… Era
ovvio che il nostro gusto occidentale della
bellezza ci rendeva perplessi di fronte a questi
particolari trattamenti estetici, eppure questa
gente, in fondo, mostrava un’anima artistica, un
po’ folle, ma originale!
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Dopo un breve relax nel verde attorno al fiume, per
consumare un frugale picnic a base di pollo anemico
ed uova sode, abbiamo visitato un altro villaggio degli
Hamer, ancora più povero e polveroso dei precedenti..
inoltre le donne, come avevamo già colto ai mercati o
in altri villaggi, si mostravano altere, incuranti di noi
o addirittura aggressive nello sguardo e se ci
avvicinavamo per fotografarle ci chiedevano subito
del denaro.. La civiltà non le aveva migliorate, non
riuscivamo a stabilire una simpatica comunicazione,
ma solo uno scambio freddo di prestazioni: “do ut
des”, e il tutto ci deludeva alquanto!
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La mattina successiva una bella e simpatica sorpresa ci aspettava: prima di andare al mercato di
Dimeka, con le jeep che affondavano nel fango dei sentieri diventati melmosi acquitrini, nelle
buche megagalattiche che si erano formate tanto che dovevamo, come al solito, essere trainati
da altre jeep...
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..abbiamo visitato l’ennesimo villaggio degli Hamer per assistere alla “Danza del Toro”.
Quel ballo rappresentava simbolicamente l'approccio amoroso delle ragazze in cerca di
uno sposo.
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Ci siamo preparati allo spettacolo guardandoci
intorno: le Hamer ben ripulite, agghindate con
elaborate acconciature, sempre impastate di
terra color rame, e collane di bianche conchiglie
al collo.. si muovevano leggiadre cantando e
avvicinandosi ai ragazzi, prima con approcci
invitanti
e
poi,
ottenuto
il
risultato
dell’attenzione, con fughe maliziose.
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Le ragazze erano per lo più adolescenti, alcune addirittura bambine, ma già dotate di una certa
grazia felina che solo quella particolare etnia sapeva possedere. Le ho guardate, erano agili e
snelle con il corpo da gazzella, senza un filo di grasso superfluo… beate loro!
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I profumi, i suoni del villaggio ci avvolgevano e noi rivolgevamo la nostra
attenzione ai bambini, deliziosi, innocenti come ogni bambino del mondo,
eppure già con uno sguardo più maturo, quasi temprato dalle difficoltà di
una vita dura.
Lì i bimbi si accontentavano di poco, si buttavano nella polvere per
giocare, ci guardavano con curiosità e si divertivano addirittura a farsi
fotografare!
Il viso di alcuni veniva addirittura dipinto con il gesso ed allora la loro
espressione cambiava, diventava quella di un guerriero che avrebbe
dovuto incutere paura… alcune bimbe indossavano invece abitini dati da
qualche ente benefico, o trovati sui mercati, abitini da piccole
principesse, in organza bianca e sembravano delle graziose fatine.. in
contrasto con la polvere che le circondava.
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In tarda mattinata siamo arrivati al mercato più famoso degli Hamer a Dimeka, mercato
che si teneva solo il sabato, per cui tra la solita polvere che si formava sotto le povere,
indifese acacie, si radunava una folla incredibile, proveniente dai vari villaggi.
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In questo mercato le Hamer belline nei loro deliziosi caschetti inzuppati di argilla, se ne
stavano sedute per terra, tra la polvere, tranquille, quasi sorridenti, con al collo le
collane di conchiglie e con il tipico gonnellino in cuoio orlato, per l’occasione, con borchie
metalliche ed anelli di ferro.
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Nel pomeriggio, dopo una breve sosta
per il picnic a base di riso che abbiamo
consumato in piedi.. in condizioni
veramente
disagevoli,
ma
senza
lamentarci, dato che questa è l’Africa,
ci
siamo
dirette
al
nostro
accampamento mentre il cielo diventava
plumbeo e minacciava pioggia.
Traballando e impantanandoci siamo
arrivate giusto in tempo: infatti un
violento e anche suggestivo acquazzone
si è scatenato con furia, rendendo
l’atmosfera intorno a noi, ancora più
spartana e desolante.
Io e Simonetta abbiamo pensato subito
alle capanne dei vari villaggi e ci siamo
sentite felici:
meno male che noi
avevamo almeno un solido tetto
impermeabile per ripararci!
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La mattina successiva il sole splendeva e l’aria
era limpida e fresca per cui l’animo si è
risollevato ed inoltre le prospettive della
giornata erano tutte accattivanti. Siamo
entrati nel Mago National Park che
comprendeva quelle terre dalla natura
selvaggia e senza confini che si estendevano a
est del fiume Omo: erano le terre dei Mursi.
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Durante l’incontro con questa etnia a Chabel, ho avuto la sensazione di essermi imbattuta in
una razza sopravvissuta solo perché il tempo aveva dimenticato di estinguerla…Ho pensato
inoltre che i Mursi vivevano sì una magra esistenza, senza però le ansietà ed i problemi del
mondo moderno.
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Erano famosi per la cura estrema del proprio corpo, se di cura si poteva parlare: le donne si
deformavano infatti il labbro inferiore con l’introduzione del piattello labiale, la cui
grandezza determinava la bellezza e la desiderabilità di una donna e di conseguenza il suo
costo.. il risultato, per noi era un fascino orrido.
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Le loro capanne, simili quasi ad igloo, venivano realizzate con paglia e frasche su una solida
struttura di bastoni di legno. All’interno viveva l’intera famiglia composta anche di più
generazioni.
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Camminando nel villaggio, ci siamo
sentite un po’ disorientate e direi
deluse dall’atteggiamento venale delle
donne mursi con le loro continue
pretese di denaro, in cambio di foto,
di piattelli labiali che si toglievano
pretendendo che li comprassimo..
...i loro visi aggressivi con il labbro
inferiore, liberato dal piattello, che
penzolava sbattendo sul mento.. erano
oltre che invadenti, anche orripilanti,
per cui abbiamo affrettato la visita e
siamo ritornate nella jeep, mentre
alcune più giovani ed insistenti ci
rincorrevano al grido : “birr, birr!” che
avevano imparato molto bene.
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Ripreso con piacere il viaggio costeggiando il fiume Mago terroso e limaccioso e anche un poco
sporco, ma qui tutto ciò che ci circondava appariva sporco e abbandonato, siamo tornati ai
bungalow per il pranzo e un breve relax per rinfrancare gli animi dopo l’esperienza traumatica
dei Mursi. Più tardi un altro villaggio... un'altra etnia.
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Lungo la strada siamo stati bloccati da alcuni giovani etiopi che avevano deciso di fare i
funamboli...tutto poteva far spettacolo per ricavare qualche birr...
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Il villaggio Ilamba dell’etnia Ari, ci è poi
apparso subito diverso, con persone attive,
vivaci e socievoli. Le donne, estremamente
comunicative, attorniate da una miriade di
frugoletti, ci hanno mostrato come modellare
i piatti per l’Anghera, il pane non lievitato,
loro cibo tradizionale.
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Gli Ari vivevano attorniati oltre che da un’enorme quantità di bimbi, anche da una
vegetazione rigogliosa e da molte piante di Enset. Erano un’etnia poco conosciuta, forse
perché avevano acquisito, pur vivendo ancora nelle capanne, alcuni usi e abbigliamenti più
civilizzati, per esempio sul muro argilloso di una capanna il mio cuore ha cominciato a
battere di emozione, dato che ho visto dipinta una bella maglia bianco nera, segno della loro
passione per il calcio occidentale e per la squadra giusta!
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Siamo usciti da questo villaggio sereni: che bello trovarsi partecipi, inseriti in un clima di
disponibilità, dove il denaro non era il mezzo di comunicazione più importante!
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Dalla valle dell’Omo, di buon mattino, abbiamo
ripreso il viaggio di risalita, a nord e le soste si
sono sprecate.. soprattutto perché le scene di
vita quotidiana, così diverse dalle nostre,
attiravano la curiosità del viaggiatore alla
ricerca
del
particolare,
erano
scene
caratteristiche come quella agreste della
raccolta del fieno che le donne Konso riunivano
in covoni cantando e facendo svolazzare le loro
ampie gonne bianche a balze.
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Siamo arrivati così al grazioso villaggio di Macheke, uno dei nove villaggi dei Konso,
nella savana e super affollato, vivo di attività e commercio locale.
immerso
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Ogni villaggio era formato da un clan, una specie di famiglia. Ai giovani di un villaggio non era
concesso di sposarsi all’interno dello stesso clan, ma solo tra un clan e l’altro.. e ovviamente a causa
di questa situazione potevano nascere grandi problemi… magari anche qualche dramma d’amore!
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Abbiamo passeggiato, inseguiti da una frotta di
bambini vocianti, per i viottoli stretti e ripidi
del villaggio di Macheke, viottoli delimitati da
steccati di legno o da muriccioli con pietre
rudimentali.. sbirciando poi dai pertugi lungo il
percorso, scoprivamo immagini caratteristiche
di fanciulle che lavoravano, impastavano il pane,
tritavano il miglio, davano da mangiare alle
bestie…
Diario di Viaggio in Etiopia – Valle dell'Omo
Avventura nella preistoria polverosa
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Avventura nella preistoria polverosa
Tra le mucche che spesso bloccavano il sentiero,
tra polvere ed alberi, ci sentivamo esploratori
incantati di “vedere” ...come è vera la frase
detta da qualcuno: “Se il cibo è il nutrimento
del corpo, il sogno, la bellezza, i viaggi, lo sono
dell’anima!”.
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Avventura nella preistoria polverosa
Strada facendo ci stavamo allontanando sempre più dai luoghi selvaggi e incontaminati per
avvicinarci ad una realtà più civile.. infatti , dopo vari giorni abbiamo preso possesso di un
quasi vero hotel e devo dire che la cosa non ci ha fatto certo dispiacere.. il nostro animo si è
risollevato .. avevamo finalmente una doccia calda!
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Avventura nella preistoria polverosa
Ma il giorno dopo, la civiltà era ancora lontana e
nella nostra overdose di etnie si apprestavamo
a conoscere quella dei Borana, un’etnia dedita
soprattutto alla pastorizia, quindi esperta di
povertà… semi nomade, sempre in lotta con il
pericolo della siccità che poteva distruggere il
bestiame ed i pascoli.
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Avventura nella preistoria polverosa
I villaggi Borana non erano dunque ben definiti
geograficamente, venivano costruiti, per lo più
nelle secche, rosse e calde pianure a est
dell’Omo, ma erano disfatti e spostati a
seconda della necessità di trovare acqua.
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Avventura nella preistoria polverosa
Le donne avevano tratti duri, severi, ma con lineamenti regolari, forse tra le varie etnie era
quella più bella. Vivevano in modo spartano, ma erano sempre sorridenti, avvolte in semplici veli
colorati.. non lavoravano nei campi, se ne stavano per lo più nelle povere capanne attorniate dai
loro piccoli, che erano sempre troppi!
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Avventura nella preistoria polverosa
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I Borana, come tante altre etnie, praticavano l’animismo, ma in modo
più sentito. La divinità suprema era Waq, il cielo, cui erano
sottoposti numerosi spiriti legati alle risorse vitali della
popolazione: dalle fonti alle montagne fino all’anima dei defunti.
La società Borana inoltre era caratterizzata dalla forte uguaglianza
dei suoi membri e presentava una suddivisione per classi di età,
ciascuna con precisi compiti, abbastanza singolare… l’esistenza
umana era divisa in periodi di otto anni, corrispondenti ad infanzia,
giovinezza, maturità e vecchiaia.
Questo sistema permetteva un equilibrio di organizzazione sociale e
garantiva l’efficienza dei vari membri.
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A piedi attraverso un sentiero polveroso siamo andati poi a vedere i famosi “Pozzi Cantanti” ..
di vitale importanza per questa etnia, necessari per la sopravvivenza di uomini ed animali. I
pozzi Borana avevano una caratteristica struttura concentrica, a gradoni alti 2 metri, essi
venivano scavati a mano e a volta raggiungevano anche i 20 metri di profondità.
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Vicino alla bocca di ogni pozzo, veniva costruita una serie di abbeveratoi, raggiungibile appunto,
attraverso una lunga strada in discesa, che guidava il bestiame al luogo dove doveva
abbeverarsi. Quando era il momento di dissetare le mandrie, gli uomini Borana formavano una
specie di scala umana fino al fondo del pozzo, passandosi secchi pieni d’acqua, uno alla volta,
fino alla superficie, dove gli abbeveratoi venivano così riempiti.
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Quel lavoro era molto faticoso, e allora gli uomini cantavano tutti insieme per darsi coraggio o
forse anche per tranquillizzare gli animali… da qui il nome “Pozzi Cantanti”!
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Nel pomeriggio abbiamo avuto l’avventura più faticosa fisicamente, di tutto il viaggio… ma ne
è valsa la pena! Siamo infatti scesi al cratere di El Sod, la casa del sale, attraverso un
ripido viottolo, insieme agli asini carichi di fango nero che, guidati saggiamente, arrancavano
non senza difficoltà, scivolando ogni tanto sui lucidi ciottoli.
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Devo dire che la discesa, di circa un’ora e mezza, non è stata particolarmente faticosa,
anche se le gambe poco allenate, ogni tanto, si lamentavano.. era il pensiero poi della risalita
a preoccuparci.
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Il lago nero, che stavamo raggiungendo era formato da un cratere profondo 100 metri e con
un diametro di circa 800 metri.. ed era talmente scuro e denso da sembrare un’enorme
chiazza di petrolio. Alcuni dicevano addirittura che fosse un’enorme buca causata dalla
caduta di un meteorite!
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In questo lago nero gli uomini ricavavano,
estraendolo per immersione, una sostanza nera
che veniva utilizzata come mangime ed
esportata addirittura in Kenia… ma d’estate si
metteva ad essiccare al sole e diventava
appunto sale. In questo buco surreale,
sembrava di essere nell’inferno dantesco,
mentre vedevamo spuntare dal lago un bianco
mostro di sale, quasi spettrale, che portava
sulle braccia il fango nero estratto alla riva!
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Era tremendo anche solo immaginare
come questi uomini trascorressero la
loro giornata di lavoro, nudi, coperti di
sale, sempre nel fango nero…armati di
lunghe pertiche per estrarre i blocchi
che deponevano poi sulla riva del lago
ad asciugare , quindi, con l’ausilio degli
asini lo trasportavano fino al
villaggio… dentro e fuori dall’acqua, su
e giù dal cratere.. che vita infame!
La fatica della risalita è stata poi per
noi, veramente dura.. io e Simonetta,
ansanti, con le gambe dure come sassi,
facevamo due passi, poi ci fermavamo
e guardavamo gli asini e le loro guide
che zampettavano come gazzelle!
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Abbiamo impiegato più di due ore, ma se dio vuole abbiamo visto la fine della nostra
escursione e finalmente rinfrancate, abbiamo anche avuto la forza di passeggiare per il
villaggio di Yabelo, dove veramente ci è sembrato di vivere nel passato...
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...nel piccolo mercato abbiamo visto di
tutto, persino una donna Borana che
vendeva
mucchietti
striminziti
di
peperoncini verdi, messi in terra tra la
polvere rossiccia. Anche il lavoro nei
campi è rimasto al Medioevo, con aratri
rudimentali di legno, un po’ sgangherati,
trainati da buoi rinsecchiti
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Avventura nella preistoria polverosa
Attraverso un percorso un po'
accidentato siamo arrivati alla
cittadina sempre polverosa di
Achete Marian.
Qui
in
un'abitazione
abbiamo
partecipato al simpatico rituale
etiope della cerimonia del caffè: la
donna seduta su un piccolo sgabello,
davanti ad un braciere, con gesti
antichi, ha cominciato a tostare, in
una piccola padella, dei grani di
caffè, che in seguito sarebbero
stati macinati lentamente in un
altrettanto piccolo mortaio.
La polvere così ottenuta veniva poi
introdotta nella caffettiera di
terracotta nera, con acqua calda
che era portata all’ebollizione,
diffondendo nell’aria l’inconfondibile
invitante aroma. A questo punto e
solo ora si poteva finalmente
gustare una tazza di caffè!
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Avventura nella preistoria polverosa
Eravamo ormai vicini alla capitale, ma le capanne di paglia continuavano ad apparire ai margini
delle strade, anche se sembravano più curate, pittoresche e quasi belle a vedersi, niente
palazzi, eravamo a contatto ancora con il mondo delle etnie che non accettavano la civiltà
della capitale.
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Avventura nella preistoria polverosa
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L’ultima etnia che abbiamo visitato è stata quella
dei Sidamo, un popolo più che altro di pescatori e
infatti dalla cittadina di Awasa ci siamo spostati
sul lago per visitare il famoso mercato del pesce
in un’atmosfera unica, di caos indescrivibile. Le
acque del lago Awasa erano infatti molto ricche
di pesce, per cui oltre ai pescatori qui venivano
attirati molti uccelli, aironi, cicogne, cormorani in
cerca di facili prede.
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Qualche ragazzo Sidamo che voleva stupire i pochi turisti in visita, si divertiva a ingozzarli
lanciando loro del pesce. Io me ne stavo tra le reti dei pescatori, ad osservare curiosa ed
interessata lo spettacolo vivo che mi circondava...
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...i pescatori che preparavano con
cura le loro finissime reti e in acqua
i pellicani golosi che aspettavano la
loro ricompensa in cibo ..
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Il viaggio era ormai alle sue fasi finali,
per questo ho cercato di apprezzare
anche l’ultima sosta alla confluenza
dei laghi Abiata e Shala nel Shala
National Park, un luogo immerso tra le
acacie in un’atmosfera tranquilla e
agreste.
Qui, dopo una piacevole camminata nel
verde, in un clima ormai di relax, ho
potuto ammirare i bei fenicotteri rosa
che ondeggiavano nel lago creando
giochi incredibili di colore.
E con queste immagini di verde, rosa,
azzurro, abbiamo lasciato l’Etiopia.
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Avventura nella preistoria polverosa
Il ritorno ad Addis Abeba alla civiltà, così come la dobbiamo chiamare, non ha fatto altro che
creare uno stato d’animo di nostalgia.. siamo venuti a contatto con culture poco conosciute, ci
hanno trasmesso una marea di sensazioni, non sempre positive, ma importanti per far rivivere
un passato, un modo di essere, di avere tradizioni, che ormai stiamo dimenticando e tutto
questo resterà nel nostro animo, sempre!