L`Altra Libertà - Comune di Piombino

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L`Altra Libertà - Comune di Piombino
L’ALTRA LIBERTÀ
Premio letterario nazionale
“Emanuele Casalini”
8ª edizione 2009
Il Premio letterario nazionale “Emanuele Casalini”
è promosso da Università delle Tre Età - Unitre
di Porto Azzurro e di Volterra, Fiera internazionale
del libro di Torino, Presìdi del libro Piemonte
Il Premio letterario “Emanuele Casalini”
presìdi
del libro
piemonte
con il patrocinio di:
Regione Toscana
Provincia di Livorno
Comune
di Piombino
Provincia di Pisa
Comune
di Porto Azzurro (Li)
Comune
di Volterra
Segreteria del Premio
Lucia Casalini
Via L. da Vinci 30 57025 Piombino
Tel. 0565.221079
www.premiocasalini.it
Redazione e impaginazione: Presìdi del Libro Piemonte e Blu Edizioni
Copertina: Laura Caratti
Stampa: Benvenuti e Cavaciocchi, Livorno
Nel 2002 ricorreva il cinquantenario de La Grande Promessa, la
prima rivista carceraria italiana, nata a Porto Azzurro per iniziativa dei detenuti. In quell’occasione, la Società di San Vincenzo De Paoli e l’Università delle Tre Età - Unitre, che da
decenni svolgono attività di volontariato nel carcere elbano,
hanno ritenuto opportuno sottolineare il valore della ricorrenza con un’iniziativa significativa: l’istituzione di un premio letterario nazionale riservato ai detenuti e dedicato a Emanuele
Casalini, attento lettore, collaboratore ed estimatore de La
Grande Promessa, oltre che fondatore, presidente e docente dell’Unitre di Porto Azzurro.
L’iniziativa nasceva anche da una motivazione più profonda: il proposito di offrire nuove occasioni, nuovi incentivi a
quelle prove di scrittura che da sempre sono presenti nel
mondo carcerario come tentativo di rappresentare se stessi e
il proprio rapporto con il mondo.
Anche in carcere si scrive per ripensare il proprio percorso
esistenziale, per liberarsi, oggettivandoli, dai fantasmi dell’isolamento e dall’angoscia di essere confinati in luoghi tanto
remoti dalla comprensione degli altri uomini, per ritrovare la
propria identità, per tentare un dialogo con gli altri. È la ricerca di un ordine interiore che possa dare un senso al proprio
vissuto, e renderlo condivisibile con altri, attraverso la grammatica della scrittura, sia che si scelga la forma del racconto
sia che si scelga quella della poesia. È proprio così che si può
raggiungere una nuova consapevolezza, offrire nuove occasioni alla costruzione di sé, e al tempo stesso coinvolgere il lettore, facendogli conoscere storie, sentimenti, ambienti, situazioni che altrimenti non avrebbe occasione di approfondire.
Si tratta insomma di costruire un piccolo ponte che metta in
contatto il carcere con il mondo esterno, e che trasformi la
segregazione in un momento di incontro e di dialogo, di approfondimento reciproco, invitando il lettore all’ascolto.
Nei primi due anni la premiazione dei vincitori si è tenuta
nel penitenziario di Porto Azzurro. Poi, anche per le difficoltà di trasferimento e comunicazione che presenta un’isola, dal
2004 la cerimonia di premiazione è diventata itinerante, ed è
stata ospitata, grazie alla sensibilità e alla collaborazione delle
istituzioni, nel carcere di “Rebibbia” a Roma, nel “Lorusso e
Cutugno” di Torino, al “Montorio” di Verona, al “San Vittore”
di Milano, nel 2008 nuovamente a Torino e infine nel 2009 a
Volterra.
Fin dalla prima edizione, dirigenti e operatori del mondo
carcerario hanno apprezzato e incoraggiato l’iniziativa, che
ha ottenuto il patrocinio della Presidenza della Repubblica,
della Presidenza della Regione Toscana e della Provincia di
Livorno, del Comune di Piombino e delle amministrazioni
degli enti locali e regionali e delle città che hanno ospitato le
premiazioni.
I giurati del premio, variamente impegnati nell’editoria,
nell’organizzazione culturale, nell’insegnamento e nelle arti,
hanno avuto il piacere e l’onore di avere con loro Anna Maria
Rimoaldi, studiosa di storia, regista, già attiva collaboratrice di
Maria Bellonci, poi direttore della Fondazione Bellonci, che
promuove il Premio Strega, il maggior riconoscimento letterario italiano. Anna Maria ha speso generosamente la sua vita
nella promozione del libro e della lettura, e ci ha lasciati il
2 agosto 2007, a Poggio nell’Elba, mentre a pochi passi dalla
sua casa si teneva una riunione della Giuria del Premio Casalini. A lei il nostro ricordo più grato e più affettuoso.
Possiamo concludere queste poche note con le parole che
lei stessa aveva dettato: “Ogni premio letterario è una ricchezza che deve essere perseguita e valorizzata. Il Premio letterario ‘Emanuele Casalini’ ha una valenza sociale e umana che lo
rende particolarmente importante”.
Chi era Emanuele Casalini
Tutti coloro che l’hanno conosciuto ricordano di Emanuele
Casalini il carattere mite, l’affabilità nel conversare, l’elegante
compostezza del comportamento. Quelli che hanno avuto con
lui più stretti rapporti di lavoro, sia nello spazio della scuola,
in cui lui è stato per molti anni professore di letteratura italiana e poi preside, sia in quello più movimentato dell’attività
sociale e politica, che lo ha visto a lungo attivissimo consigliere comunale, hanno avuto agio di apprezzare in lui da un lato
la raffinata sensibilità estetica, maturata in un lungo, vivo e
sistematico rapporto con la grande poesia, dall’altro l’illimitata disponibilità per i problemi umani, fossero quelli del giovane studente angustiato da un inserimento non del tutto agevole nell’ambiente scolastico, o quelli del comune cittadino alle
prese con le esigenze del vivere quotidiano, o, ancora, quelli
del recluso afflitto dalla sua esistenza solitaria, atomistica,
senza grazia di cielo, di libertà e di amore.
Questo strenuo impegno sociale era in lui informato alla
più genuina sostanza dell’insegnamento evangelico. Uno degli atti più rispondenti al suo carattere e ai suoi principi è stata
l’istituzione, all’interno della Casa di Reclusione di Porto Azzurro, di una sezione dell’Università delle Tre Età - Unitre,
non certo con lo scopo di elargire cultura, di cui del resto
molti reclusi sono tutt’altro che privi, ma con quello, molto
più alto anche se meno appariscente, di creare un rapporto
umano, un tramite fra la solitudine e la socialità. Emanuele
Casalini avrebbe potuto far sua la grande frase che un commediografo romano, Terenzio, pose in bocca a un suo personaggio. Homo sum: umani nil a me alienum puto (“Sono un uomo:
niente di umano considero estraneo a me”).
Luigi Alberto Mascia
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Comitato d’Onore
Giuria
S. E. Monsignor ALBERTO SILVANI
Vescovo di Volterra
ERNESTO FERRERO (PRESIDENTE)
Scrittore, direttore della Fiera internazionale del libro di Torino
S. E. Monsignor GIOVANNI SANTUCCI
Vescovo di Massa Marittima, Piombino ed Elba
MIMMA CUFFARO
Pittrice
CLAUDIO MARTINI
Presidente Regione Toscana
RAFFAELLA D’ESPOSITO
Docente al Conservatorio di Santa Cecilia, Roma
GIORGIO KUTUFÀ
Presidente Provincia di Livorno
PAOLO FERRUZZI
Direttore Vicario dell’Accademia di Belle Arti, Roma
ANDREA PIERONI
Presidente Provincia di Pisa
PABLO GORINI
Docente di materie letterarie al Liceo Classico di Piombino
MARIA GRAZIA GIAMPICCOLO
Direttrice Casa di reclusione di Volterra
PAOLO PESCIATINI
Direttore Confcommercio Isola d’Elba
FRANCA LIOSINI
Giornalista Rai
CARLA SACCHI FERRERO
Collaboratrice editoriale, presidente dei Presìdi del libro Piemonte
ROLANDO PICCHIONI
Presidente Fondazione per il libro, la musica e la cultura
IRMA MARIA RE
Presidente Nazionale Università delle Tre Età
BENEDETTO BASILE
Prefetto di Pisa
MARIA PIA GIUFFRIDA
Provveditore Amministrazione Penitenziaria della Toscana
FRANCO IONTA
Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria
MAIDA MATALONI
Presidente Consiglio Comunale di Piombino
MAURIZIO PAPI
Sindaco di Porto Azzurro
MARCO BUSELLI
Sindaco di Volterra
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Introduzione del Presidente
della Provincia di Livorno
Anna Maria Rimoaldi, membro della giuria direttrice della Fondazione Bellonci.
Il Premio Casalini la ricorda con affetto.
Il Premio Emanuele Casalini in questi anni ha avuto il merito
di saper uscire dai confini del territorio livornese e in particolare ha avuto la caparbietà di costruire un dialogo paziente e
discreto con le Istituzioni, con il mondo del volontariato, con i
detenuti delle carceri, con le loro famiglie, con gli operatori
della polizia penitenziaria e, specialmente nell’ultimo anno,
con il personale della scuola, gli studenti e gli insegnanti.
Bisogna riconoscere infatti la perseveranza e la competenza
di chi guida sapientemente questo Premio, che rappresenta
un vanto per la Provincia di Livorno e che ha permesso la collaborazione di molteplici soggetti e il coinvolgimento sempre
più attivo e prestigioso dello scrittore Ernesto Ferrero quale
presidente di giuria.
Le poesie e i racconti raccolti in questo volume costituiscono tante voci, forse per troppo tempo rimaste sole e isolate dal
mondo, che riacquistano un sano protagonismo, che ridonano un senso all’esistenza di chi ha perduto tanti momenti
positivi della vita. Ma non il pensiero, perché in loro è rimasta
la voglia e il desiderio di essere presenti con la ragione, con il
cuore, con i propri sentimenti.
Il Premio Casalini offre la possibilità di manifestarsi attraverso la scrittura, strumento necessario e fecondo per comprendere di più se stessi e il mondo che ci circonda.
La cerimonia di premiazione di questa ottava edizione è
accolta da Volterra, una città che ha un legame saldo con il
territorio della Provincia di Livorno anche per la sua vicinanza alla nostra costa. Il Premio, nato a Porto Azzurro, ha viaggiato molto: negli ultimi anni le premiazioni si sono svolte a
Verona, Milano e Torino. Dal nord è ora di nuovo tornato
verso i luoghi in cui è nato, e in un periodo significativo come
la settimana delle celebrazioni della Festa della Toscana, in cui
si ricorda l’abolizione della pena di morte da parte del gran9
duca di Toscana Pietro Leopoldo, proprio il 30 novembre
1786.
A tutte le Istituzioni civili, militari e religiose, a tutto il
mondo del volontariato sociale, a tutti gli operatori e ai detenuti poeti e a quanti si avvicineranno alla lettura de L’Altra
Libertà vanno i miei più sentiti sentimenti di gratitudine e di
vicinanza.
Giorgio Kutufà
Presidente della Provincia di Livorno
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Presentazione
È un fatto confortante che il Premio Casalini, ora giunto alla
ottava edizione, continui a crescere, coinvolgendo un numero
sempre maggiore di partecipanti e attirando l’attenzione dei
media, grazie anche alla sensibilità delle istituzioni che lo
sostengono, in primo luogo la Provincia di Livorno, e alla dedizione appassionata di Lucia Casalini, che ne costituisce la vera
anima. Significa che il ponte che si tenta di gettare tra dentro e
fuori funziona, stabilisce contatti, attenua il peso di una solitudine psicologica che è anche più grave della costrizione fisica.
Significa che scrittura e lettura si confermano più che mai strumenti fondamentali di conoscenza: di se stessi e del mondo. Un
momento di riflessione, analisi, ricerca interiore, autoterapia,
attraverso il riconoscimento delle differenze, di ciò che rende
unica ogni storia anche se le vicende degli uomini obbediscono
sempre alle stesse elementari pulsioni.
La scrittura che deve nutrirsi di lettura, perché ogni uomo è
l’anello di una lunga catena, e la sua vicenda personale può
acquistare un senso e una prospettiva solo confrontandosi con
quanti lo hanno preceduto, misurandosi con le storie degli
altri. Per questo il Premio Casalini, in collaborazione con la
Fiera internazionale del libro di Torino, i Presìdi del libro del
Piemonte e l’Unitre, ha intrapreso una serie di iniziative per
incentivare la lettura e potenziare le biblioteche delle carceri.
Tra queste la raccolta e la spedizione di alcune casse di libri alle
case di Volterra e di Porto Azzurro, e i corsi e i laboratori di lettura organizzati con il Polo Universitario nella casa “Lorusso e
Cutugno” di Torino.
Alla cerimonia di premiazione dell’edizione 2008 hanno partecipato gli scrittori Giuseppe Culicchia, Fabio Geda e Margherita Oggero, i cui romanzi hanno ispirato la serie tv che ha
per protagonista la prof. Baudino, e cioè la brava Veronica
Pivetti, che è anche una grande amica del Premio.
Nel novembre 2008 all’incontro di Torino hanno fatto segui11
to a Livorno quello con i ragazzi dell’Istituto Amerigo Vespucci,
che hanno letto alcuni tra i racconti e le poesie premiati; e quello con alcuni concorrenti premiati e segnalati nel carcere della
città, al quale hanno partecipato anche gli studenti delle scuole secondarie di Piombino. La loro partecipazione va ad arricchire in modo sensibile questa esperienza comune, e dimostra
ancora una volta che i ragazzi sanno rispondere nel modo
migliore agli stimoli “giusti” che vengono loro offerti. Se questo
non accade, non è colpa loro, ma di chi quegli stimoli non
riesce a fornire.
Una non minore importanza attribuiamo alla partecipazione dei ragazzi delle carceri minorili. Per loro il percorso di
conoscenza e di scoperta è ancora più decisivo. Una selezione
dei loro contributi è ospitata in questo volume. Valga come
l’augurio più sincero a proseguire con impegno in un cammino di autocostruzione, e come ringraziamento agli insegnanti
che li guidano.
Leggere e scrivere, dunque, per imparare a “vedere” oltre le
apparenze, per andare un po’ più a fondo. Per scoprire quello
che abbiamo dentro e non sapevamo di avere. È un’esperienza
che tutti coloro che scrivono, siano essi professionisti, dilettante o neofiti, raccontano allo stesso modo. Scrivere è un andar
per mare in cui si conosce il porto di partenza, ma non quello
d’arrivo. Si cercano delle parole, e queste parole ne evocano
delle altre, creano dei cortocircuiti, producono immagini inattese, ci portano chissà dove. È uno scavo nella propria archeologia personale, in ricordi e sensazioni sepolti o rimossi, per
portare alla luce magari pochi cocci, dai quali però riusciamo a
capire la forma dell’oggetto che erano stati. Nessuno può dire,
all’inizio, di sapere che cosa scriverà. L’importante è mettersi in
questo atteggiamento di ricerca. Un grande poeta, Andrea Zanzotto, ci ricordava che la parola “invenzione” viene dal latino
invenire, trovare, e cioè rimanda all’atteggiamento di chi si
mette alla caccia di qualche cosa.
Anche quest’anno ci sembra che i narratori se la siano cavata meglio dei poeti. La poesia è apparentemente facile, è una
sorta di scatto breve e violento, altra cosa rispetto alle fatiche di
una maratona; e poi adesso non c’è più nemmeno l’obbligo
delle gabbie strette (come il sonetto) o delle rime. Ma l’urgenza del dire, lo sfogo improvviso, l’emozione del momento non
bastano. Occorre dal loro una foggia, curvarli come fa il liutaio
con i suoi legni pregiati, fino a costruire un violino capace di
emettere un suono puro.
Il racconto richiede in maggior misura una struttura, uno
svolgimento, una progressione e possibilmente il botto finale
che lo illumina e lo spiega tutto, retrospettivamente. Esige
insomma un impegno più meditato, uno sforzo di costruzione. Per questa edizione 2009, le preferenze della giuria sono
andate al testo di Stefano di Cagno, Schiacciato, che è stato una
bella sorpresa, ed esemplifica bene come la letteratura ci
possa dare quello che altri generi espressivi non sono in grado
di darci.
È un racconto già professionale, che sarebbe piaciuto a Italo
Calvino o a Primo Levi proprio per la sua asciuttezza e per la
precisione anche terminologica con cui ci introduce nella tecnica delle immersioni subacquee, e tutto quello che gli sta intorno. Chi ha letto o avesse voglia di leggere La chiave a stella di
Primo Levi, in cui si raccontano appunto le avventure di un
operaio specializzato in giro per il mondo, un bravo montatore
di gru e di tralicci, capirà meglio quello che dico. Originale la
storia, la sua ambientazione, la sua progressione angosciosa, il
finale a sorpresa, che spiazza il lettore anche perché rapido e
senza fronzoli. Anche questo accresce il merito dell’autore.
Al secondo posto troviamo Domenico Strangio, già premiato
lo scorso anno. Il suo Una storia minima torna al nodo drammatico del rapporto con il proprio paese, San Luca d’Aspromonte,
tristemente noto per le sue faide sanguinose, e alla propria travagliata storia personale. Strangio lo fa, come di consueto, a
muso duro, in uno stile efficace tra l’epico e il risentito. È capace di raccontare un pezzo della propria storia senza camuffarla
e senza lamentarsi, senza atteggiarsi a vittima.
Al terzo posto un racconto di tutt’altro tono, Il passo dei ladroni, di Matteo Mazzei. Spiritoso, rapido, divertente, evoca con
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leggerezza una vocazione al furto di destrezza che si trasmette
di padre in figlio. Gli scatti, le invenzioni sono quelle del cartone animato: volutamente iperboliche, irrealistiche. Sembra un
po’ di essere in un vecchio cartoon di Tom e Jerry, ambientato
in una città d’oggi.
Come al solito, resta il dispiacere di non aver potuto premiare altri testi che pure lo meritavano. Così il canto d’amore che
Francesco Felici dedica a Napoli, la sua città; o il testo di
Valentino Robustelli, che si misura con un caso recente che ha
dilaniato le coscienze, quello di Eluana, dando voce a una ragazza in coma, che sente e capisce perfettamente quello che
avviene intorno a lei, e quel che si decide per lei.
Giovanni Arcuri firma una sorta di colorito reportage sull’inferno delle carceri venezuelane, che riproducono perfettamente al loro interno il sistema mafioso così diffuso in quel Paese,
con tanto di boss strapotenti, picciotti, traffici di droga e armi.
Carmelo Gallico, anche lui premiato nelle scorse edizioni, ci
consegna un altro dolente spaccato carcerario, con i tentativi di
suicidio, i drogati in crisi, le morti improvvise. Maria
Buompastore racconta l’angoscia per l’assenza della figura
paterna, e ugualmente autobiografico è il lungo, dolente
monologo di Maria Mistretta. Vorremmo segnalare con particolare calore proprio queste presenze femminili.
Carmelo Rollo si distingue per un intelligente apologo con
animali, storia di una giraffa alla ricerca di un’identità. E
Antonio Miccoli si segnala per l’originalità linguistica, lavorando con gli intarsi dialettali, al modo ormai celebre di Andrea
Camilleri.
Quest’anno il Premio Casalini aveva introdotto anche una
sezione saggistica, certo molto impegnativa. Ebbene, c’è chi ha
raccolto la sfida con coraggio e capacità. Così le analisi approfondite che Antonio Vauro ha dedicato a uno dei più apprezzati narratori d’oggi, l’israeliano David Grossman. Mentre
Francesco Tatò, con L’arte di essere infelici, si è misurato nientemeno con il Leopardi delle Operette morali: pensatore, prima
ancora che poeta, di stupefacente modernità, come tutti i veri
classici. Anche a loro i nostri complimenti.
Aral Gabriele (per chi ancora non lo sapesse, Aral è il
nome) ha vinto anche quest’anno la sezione di Poesia. Ha
acquisito regolarità e sicurezza senza perdere in originalità,
segno che non si accontenta dei risultati già raggiunti, testimoniati tra l’altro dalla pubblicazione di una raccolta di liriche. Anche se i testi che vengono sottoposti alla giuria sono
anonimi, abbiamo imparato a riconoscerlo: ma questo è Aral!
E difatti è proprio lui.
In una sua lettera, Aral racconta come la scrittura lo abbia
aiutato a uscire dall’isolamento interiore, che è il prodotto più
pericoloso della condizione carceraria, persino peggiore della
privazione della libertà: la rinuncia al dialogo, al rapporto con
gli altri. La parola scritta è la chiave di volta che ci permette di
arrestare questo processo e anzi invertirlo: “La scrittura – dice
Aral – si è eleva al ruolo di strumento di liberazione intellettuale, che diventa infine liberazione morale”.
In un verso del secondo classificato, Alessandro Crisafulli,
possiamo ritrovare il senso profondo di che cosa è fare poesia,
là dove scrive: “Nel buio ritrovo il colore/ smarrito”. Di questo
si tratta, di scavare nel buio dell’inconscio, dell’indistinto, del
non detto, per portare qualcosa alla luce. E poco più oltre si
parla di quel che ci può essere d’assoluto nel “volo disegnato a
mano, con/ l’inchiostro presto a prestito dalle pupille, quando
il vuoto/ diventa energia”. Che rimanda alla poesia come
nuovo modo di vedere.
Della capacità di stupore che bisogna conservare allo sguardo parla anche Antonio Faulisi, già premiato l’anno scorso, con
il suo Notte di silenzio. Dove al termine di una notte di memorie
amare l’aroma del caffè non ancora bevuto, il profumo delle
ginestre, e l’odore stesso della carta su cui scrive prendono
miracolosamente a sapere di futuro.
Tra i segnalati, crescono le voci che arrivano da Paesi extraeuropei, quali quelle di Habib Abidi, Samjra Bajramovic,
Hafedh Habibi, Kanoutè Saadron. Portano ritmi, colori, immagini che arricchiscono i modi di fare poesia con esperienze fresche e innovative, non diversamente da quanto accade nella
musica o nelle arti figurative.
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Bastano queste tracce a confermare che ovunque è in corso
un meticciato, un’ibridazione di modi espressivi che sta cambiando e arricchendo la mappa culturale del pianeta. Il mondo
globalizzato porta con sé tanti problemi e tante tragedie, ma
anche un modo nuovo di stare insieme, di riconoscersi nella
comune radice della parola poetica.
Ernesto Ferrero
Sezione Poesia
Opere premiate
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1° classificato
Aral Gabriele
Dove il tempo cede
Io sono la scala a pioli
che curva di lato dolcemente
dove può, dove il tempo cede,
che sale su fondo notte,
troppo bella da scalare,
e tu la lasci là
anche se non serve a niente.
Io sono la pentola di coccio
dallo smalto lucido,
porto cibi colorati
e pietanze profumate,
non mostro ciò che offro:
rubo le voci, il vino, e le risate.
La premiazione del 2008 a Torino con Pablo Gorini, Margherita
Oggero, Lucia Casalini, Ernesto Ferrero e Raffaella D’Esposito.
Io sono la stella della sera
lontano splendore,
riferimento immobile
di un eterno movimento,
a me confidi i sogni nel futuro
a me, che sono una luce del passato.
Io sono l’onda del mare,
incessante divenire
infinito ritornare,
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che all’improvviso monta
e di bianco schiuma già
persa nella quiete della marea.
Io sono il sentiero ciottoloso
che corre tortuosamente,
ho un principio e ho un arrivo
una strada sempre,
ma ogni viaggio mi percorre
ogni passo mi rinnova.
Io sono un costruttore
di scatole e biglietti,
ogni luogo ha il suo nastro
ogni tempo il suo colore
e fiocchi e campanelli
per distinguerli dai sogni:
passo il tempo tra i ritagli.
Quale sindaco ha firmato?
Quale prete ha benedetto?
Portatelo in piazza,
che tutti vedano, che tutti sappiano.
Legatelo alla sua idea,
che gli sia negato il sonno,
e che nessuno abbia pietà.
Come infinito e fine.
Come la linea e il punto.
Chi ha liberato i nostri sogni?
Come fulmine sull’acciaio.
Come il canto ed il silenzio.
Chi ha dilatato il nostro cielo?
Come falco e canarino.
Come proiettile e bersaglio.
Chi ha denudato il nostro cuore?
Io sono un viaggiatore
fotografo di un’illusione,
cacciatore di un istante
che mi sfugge
e mi osserva
mentre scorro via.
Come polvere e cemento.
Come la fonda e la finestra.
Chi ha sedotto il nostro tempo?
Come pioggia e aridità.
Come il vento e le radici.
Chi ha disarmato i nostri occhi?
Come la linea e il punto
Chi è stato il folle?
Chi l’architetto, il costruttore?
Quale sadico ingegnere?
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Come il viaggio e l’attesa.
Come spettacolo e spettatore.
Chi ha affilato quei binari?
Chi ha voluto il carcere
di fianco alla ferrovia?
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Gelsomino
È un profumo di velluto bianco
una stella di candidi petali
sottili e raccolti
su se stessi come corde
che legano ricordi.
Un profumo bianco
come la grande corolla di fiori
che disegnava un’ombra circolare
dove noi fuggivamo il sole dell’estate
e c’era una Sicilia
e c’erano pomeriggi dolci
di due sole sdraio.
Motivazione
Le tre liriche, diverse per intonazione, sono accomunate dalla stessa cifra stilistica. Evidenti l’abilità, ormai consumata, e il collaudato mestiere con cui l’autore utilizza espedienti retorici: dai più
comuni, come l’insistito andamento anaforico, che caratterizza le
ultime due poesie, alle sinestesie più o meno evidenti, come quella
che apre, suggestivamente, Gelsomino: “È un profumo di velluto
bianco” o, nella stessa lirica, “ un profumo di neve, dolce come le
granite”.
Attraverso frasi poetiche apparentemente semplici, dove predomina
la paratassi, il lettore viene trasportato in un mondo che è sempre
“al passato” dove, alla realtà contingente, si sostituisce la suggestione, forte e invasiva, dei ricordi. Su tutto sembra prevalere una
patina di, talvolta compiaciuta, letterarietà.
Sull’ampio mattonato bianco
sbiadito, segnato dai giorni,
dalla brezza di sale
dalle corse di bici
dalle grida dei bambini
da noi, che eravamo pirati, banditi,
cavalieri su un cavallo bianco.
È un profumo di neve,
dolce come le granite
di madri antiche
di mani forti, di fiori e di zucchero,
dolce come la voce della sera
quando esausti crollavamo
tra le sue braccia bianche.
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2° classificato
Alessandro Crisafulli
I
Nel buio ritrovo il colore
smarrito lì, tra le strade dove
l’urlo moriva. L’inverno è ormai
fuori: nel nuovo tempo
l’infanzia si fa meraviglia. C’è
un che di assoluto nel
volo disegnato a mano, con
l’inchiostro preso a prestito
dalle pupille, quando il vuoto
diventa energia. Non esiste
né una fine né un inizio negli
istanti, perché limando
l’imperfezione non resta che
un dettaglio
scolpito in una vena.
delle ombre e le
mani inseguivano i gesti
distanti;
non dimentico lo sguardo
insinuarsi tra le piaghe e
il cuore farsi sterile.
Non sempre le linee si
congiungono e si trattengono,
perché ogni battito ha
la sua sorgente: ma qualunque
indugio può stupire…
… Sono ormai il custode del
mio tempo (ne sentivo
l’urgenza fin nelle segrete
del bisogno), e svuotato
del dramma dell’origine, resto
in ascolto del segnale che
mi riporterà tra
le braccia della terra.
III
II
Ricordo quando il respiro
apparteneva alla stagione
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Sono giunto nell’ora
dell’ultimo saluto, seguendo una
moltitudine che reclamava
la verità, in equilibrio sono
penetrato tra le ossa e ho
toccato il dolore.
Sgorgano le sillabe
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partorite dalla madre e
nel tremore della voce
avanzano verso l’istante che
le contiene, finché la
memoria trova la ragione.
Un altro silenzio si è
placato. Sul muro
l’immagine continua a
scorrere mentre l’attesa
si veste a colori.
Motivazione
Tre poesie, senza titolo, che costituiscono una serie di riflessioni ad
alta voce, talmente simili, nonostante certe differenze di ordine formale, da poter essere lette in sequenza, come un ideale “continuum”. Alcune parole vi assumono un loro particolare rilievo:
buio, colore, tempo che, in ricercati abbinamenti, creano immagini
di non comune suggestione: “Nel buio ritrovo il colore smarrito…
nel nuovo tempo l’infanzia si fa meraviglia… sono ormai il custode del mio tempo… l’attesa si veste a colori…” Sembra mancare
ogni intento narrativo e le stesse liriche sono organizzate in maniera tale che ogni periodo coincide, quasi sempre, con un pensiero
concluso e autonomo, dove prevale la malinconia della visione esistenziale.
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3° classificato
Antonio Faulisi
Notte di silenzio
Bevo il silenzio. Respiro la luna.
Prendo a morsi le stelle.
… E intanto un’altra notte scorre
e insieme a lei scorrono
i miei ricordi.
Annuso l’aria,
profumano ancora:
panni stesi,
erba bagnata,
mare in tempesta.
Nel vortice del vuoto
Nel vortice del vuoto,
il mio perfetto silenzio
si muove incerto.
Fra dolci lacrime e sorrisi amari,
impressi a fuoco,
indelebili
i ricordi bruciano l’anima.
Nel vortice del vuoto,
fra lacrime di fuoco,
nell’attesa di una nuova alba
prendo a pugni la notte
e aspetto che il giorno
mi redima dall’inferno.
Respiro il passato,
prendo a morsi il presente
fino a quando la notte partorisce il giorno.
L’assenza
La dolcezza di una nuova alba
mi nutre di luce.
Bevo tutto l’azzurro che c’è.
Annuso ancora l’aria:
l’aroma del caffè che non ho ancora bevuto,
il profumo dolcissimo delle ginestre
intorno a quest’inferno amaro,
l’odore della carta su cui scrivo
ora sanno di futuro.
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E sulla serena distesa,
stesa coperta di seta,
la luna già pensa al ritorno.
La guardo sorgere,
perso lo sguardo
oltre le sbarre,
non sono più triste.
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Lo sguardo stupisce.
Di cosa stupisce?
Delle cose.
Motivazione
I fiori mi appaiono strani
e non li ricordo più.
Ci sono pur sempre le rose?
Lo chiedo ai ricordi lontani…
Le rose ci sono per sempre.
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Il silenzio della notte, i suoi odori, i suoi… sapori. Tutto quello che
all’esterno, nel buio, si colora di infinito, di libertà, e crea uno stridente contrasto una condizione di costrizione fisica e mentale, provoca il desiderio di immergersi quasi panicamente nella natura
notturna, di “bere i suoi silenzi…” “respirare la luna…” prendere
idealmente “a morsi” le stelle… Finché non giunge una nuova
alba a portare luci, profumi e suoni reali, magari meno evocativi
rispetto a quelli suggeriti e intuiti attraverso le tenebre, ma capaci
di proiettare l’esistenza in un futuro concreto e (potenzialmente)
più ricco di prospettive. Il fascino della poesia coincide con la studiata suggestione ed efficacia delle immagini.
31
Opere segnalate
La premiazione del 2008 a Torino con Ernesto Ferrero, Simonetta
Polverini, Raffaella D’Esposito e Pablo Gorini.
Vincenzo Sardone
Storia e geografia
Il nostro viaggio parte da Agrigento, da un tempio diroccato,
Tra i sapori della tavola un triangolo dal mare bagnato.
Qui, tra la gente, costumi, tradizioni di un’anima pia,
Tra preghiere, mafia, chiese e così sia
Poi andiamo un po’ più al nord, nella piana di Gioia Tauro:
È sconsigliabile fermarsi, qui c’è la legenda del Minotauro,
E ancora il golfo di Napoli, il folclore della sua gente, conosciuta in tutto il mondo.
C’è da chiedersi se è tutta colpa della camorra se qui si è
toccato il fondo.
E ci spostiamo tra gli irriducibili uomini che non si sono
mai arresi,
Metti la sicura, tieni lo sguardo basso, questo è il feudo dei
casalesi.
E finalmente a Roma, la storia, la Città del Vaticano.
E tutte quelle leggende sulla Magliana sempre in primo
piano!
Che bella la Maremma, Firenze, Siena e Prato:
Coppiette ammazzate da un mostro, a quanto pare, mai
nato!
E traghettiamo la costa azzurra e Oristano, qui cose di un
altro stampo:
È il lembo di terra dove hanno partorito il sequestro
lampo.
Si vola a Genova arrivando a Novi Ligure, per carità nulla
da dire
Se non fosse per Erika e Omar che ci hanno fatto rabbrividire.
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E poi a est, lungo le rive del Po, nel suo delta di cadaveri,
ben trenta!
Siamo ancora al nord e qui l’hanno chiamata solo Mala del
Brenta.
E poi giù sulle spiagge della Romagna
e una sosta nella rassicurante questura di Bologna.
E la fantomatica istituzionale Uno bianca, che vergogna!
Poi vi porto a sud, a casa mia cercando tra la brava gente.
Non perché sono in Puglia sarò poi così clemente.
Mare, ulivi secolari, il Gargano tra le piante dei pomodori,
Cattolici con il peso di quella sacra corona unita che copre
gli odori.
E in silenzio ti porto oltre un confine illibato,
Dicono che in Aspromonte sia di casa l’innominato!
Stiamo per arrivare dove tutto inizia o finisce,
a casa del Gran Duca.
Questa è un altra cultura si riparte da San Luca.
Io tra chi
C’è chi crede a Balzebù
Chi si fuma una canna di bambù
Chi evoca lo spirito divino
Chi scivola lungo le strade bagnate dal vino
Chi pensa che la vita sia un lungo cammino
Chi sta fermo seduto davanti ad un camino
Chi azzarda un’altra avventura
Chi distrugge la natura
Chi crede nel cartomante
Chi sfregiato dal suo amante
Chi sogna la macchinona
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Chi pensa solo alla moglie bona
Chi corre senza una gamba
Chi parte per imparare la samba
Chi si allena in una piscina
Chi sopravvive con la morfina
Chi è chiuso nel suo dolore
Chi ricorda il suo primo amore
Chi ossessionato dalla pulizia
Chi non parla più neanche con sua zia
Chi ha tanti sogni nel cassetto
Chi ha vissuto troppo tempo ristretto
Chi cerca un grande consenso
Chi è curioso e vuole sapere cosa ne penso
Chi dice che forse non sento
Io voglio stare solo un po’ spento.
Saadron Cheia Kanoutè
Altrove oltre il muro
Altrove
Oltre il muro
Oltre la porta di ferrocancello
Oltre i lunghi corridoi
Io vivo lì
Nel fuoricittà d’altrove
Oltre il muro
Oltre le porte di ferrocancello
Sono sotto il tuo stesso cielo
Nella tua stessa città
Ma altrove
Oltre
Un muro e moltissimo
Ma un muro
È solo un muro
Quando passi
Passante con passo fretto
Costeggiando il confine
Rifletti
e rammenta
Qui nell’altrove
Vi è un uomo
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Un uomo
Un uomo che ha amato
Amando ed è amato
Un uomo che ha la forza nel sogno
Il sogno delle carezze di un amore disunito
Il sogno del forte tenero abbraccio
Che solo il sentimento è in grado di dare
Il sogno di ricevere
Senza domandare
Il sogno
La vera liberazione
Qui
Oltre il muro
Dietro il ferrocancello
Nell’altrove… nella discarica umana
Aneliamo il galoppo che ci è stato negato.
Egoisti…
Saremmo in grado di accettare
le stesse sofferenze?
E poi…
Saremmo in grado di galoppare?
Toccare con mano non aiuta…
Basta meno per vivere la vita.
Sentiero segnato
Avviati come siamo nel cammino della vita,
ci insegnano a proseguire senza mai voltarci indietro.
Sono gli anni che passano, scanditi da infiniti momenti,
belli e meno, pieni e vuoti, semplici e traboccanti di passione.
Toccare con mano non aiuta
Toccare con mano non aiuta
a stirare le tristi pieghe della vita.
Basta molto meno per scottarsi…
Il cavallo soffre il peso
del ferro battuto negli zoccoli…
Poi, lui almeno galoppa.
Noi si soffre di più quando, battuti dentro, pesiamo i pensieri
udendo solo il rumore dei nostri passi.
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Sono loro a mostrarci il cambiamento, il continuo
ed incessante peregrinare delle emozioni racchiuse
in ogni gesto e sguardo mutevole.
È a quelli passati che ci rivolgiamo
perché portino nel presente la dolcezza
di attimi vissuti.
O forse sono proprio quelli che vorremmo cancellare,
perché la loro rimozione non lasci alcuna ombra
alle spalle del sentiero.
Guai a sconfinare, uscire dai tratti impercettibili
eppure indelebili dei ricordi.
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Sembrerebbe possibile, ma è una vana illusione, perché
l’ombra cupa che con immane sforzo
vorremmo eliminare, ci accompagnerà per sempre
lungo il sentiero segnato della vita.
Samjra Bajramovic
Piove
Piove
odore di zolfo nell’aria
che respiro,
sembra di essere
all’asilo tanti anni fa
quando piccola
non sapevo
che parlare e piangere
e guardavo i passeri sperduti
spuntare dal sole
e cadere gelati sulla terra.
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Salvatore Cascino
Attesa
Sgorgano
I silenzi
Urlano
I muti
Ai sordi
Viandanti
Nel vorticoso
Cestello
Centrifugo
I pensieri
Dai fantasmi
numerati
distogliere
Gli sguardi
Ascolto
I silenzi
Sprofondare
Nel baratro
Soffocare
Nel pianto
Contemplo
Gli intervalli
Soffoco
In un canto
Nella vasca
Colorata di pianto
Astro
Nel silenzio
Stridono
I lamenti e
Gelano
L’ambiente
Inchiodato
ai colori
di un sorriso.
Proteso
nello spazio
di un’attesa.
Soccombo
tra un apostrofo e il respiro
di una rosa.
Nei versi
A fontana
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Giovanni Imerti
Bruno Di Giacomo
Mamma
Prigioniero
Te ne sei andata in punta di piedi,
tu che tanto desideravi abbracciarmi,
per l’ultima volta.
Il tempo è stato tiranno.
Vengo a trovarti, dove ora tu riposi,
mi soffermo tantissimo vicino a te,
non siamo soli,
ma siamo finalmente vicini,
ti posso abbracciare con il mio pensiero.
La mia mente vaga e mi trasporta lontano,
la mia fanciullezza spensierata,
che tu cullavi giorno per giorno.
Qualcuno mi chiama, mi giro,
il mio tempo è scaduto.
Devo lasciarti, un bacio,
sapendo che:
sarai sempre e ovunque vicino a me.
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Vivere in cinque metri quadri,
ti fa immaginare il mondo come tu lo vorresti.
In un luogo dove il tempo non ha tempo,
tu sei lì fermo in un punto.
Il primo anno è transizione: si ha il corpo dentro e la
mente fuori.
Il secondo cominci a capire: ci sei dentro anche con la
mente.
Nel terzo, quarto, quinto, non ti sembra possibile
che sia trascorso tanto tempo.
Al decimo vivi una dimensione che non ti appartiene.
In seguito vivi sospeso,
tra il passato e il futuro,
in cerca di un’identità,
che ormai non esiste,
di un corpo che si è contorto
e di un mondo
che non ti conosce più.
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Olivo Tollardo
Evviva il barbiere
Chi l’avrebbe mai immaginato
sono diventato barbiere internato.
Oh con quante persone potrò dialogare
mentre mi diletto i capelli a tagliare.
La notte
Hanno chiuso me dietro le sbarre,
il mio modo di vivere,
ma non la mia anima,
ma non il mio pensiero.
Ogni notte evado con i miei sogni
verso il tuo ricordo.
Si accomodi gentil signore,
che taglio desidera per l’occasione?
Accetti un valido suggerimento
taglio corto e basette sotto al mento.
Vedrà, sarà più che contento.
Mentre taglio sto ad ascoltare
ma non posso parlare,
perché non sono professionista
e non vorrei sbagliare.
Forse quando esco di qui
qualcuno mi potrà chiamare
a fare questa professione
che sto per imparare.
Che non sia tempo perso
questa detenzione.
Là fuori c’è un mondo
che mi sta ad aspettare.
Finalmente tornerò
a vivere e a sognare.…
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Luca Denti
Quel silenzio condiviso
Un’altra notte cade e separa, chiede;
un sospiro fra le labbra, strozzato.
Dice, un letto mai sgualcito
e quel freddo accanto al muro.
Specchiarsi dentro te
come Narciso
è paura e stupore,
una vertigine alata, tremante.
Laghi color nocciola, fertili
che della terra raccontano
le rose, le spine
i desideri adagiati fra l’erba.
Mentre la pioggia consuma
un timido arcobaleno, sfuggito (l’hai visto?)
fra le dita e il tuo volto,
quella foto aggiunta
su bianche pagine ansiose, esigenti.
Ancora ti cerco
Si calpestano a piedi nudi
irregolari frammenti dell’essere stato,
schegge di vetro morbide, innocue;
modellate dai silenzi.
È cieca la distanza
che aggiunge fra le mani
un fiore reciso
ed uno scatolone sulla porta.
Impietosa la strada
nega il passo
mentre il cielo si volta
su parole vuote, che evaporano.
Accanto alla luna
Venere ammicca e inganna
tra ferite al sapore di latte
eterni abbracci: negati, solitari.
Sboccio la nudità
mentre non mi vedi,
perché oltre, qualche metro sopra
le nostre anime si possiedono.
Nasci da ferite lontane
come grigia perla salata, tu
bruciore e carezza
lacrima di mare.
Accosto al buio gli occhi
e sospingo delicatamente
quei silenzi sul tuo seno.
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E tu non ci sei
Hafedh Habibi
È troppo corta la coperta
o forse, ha semplicemente un buco al centro.
L’isola abbandonata
Si formano così
respiro contro respiro
le piaghe,
la carne storta, indurita
il sangue asciutto.
Il desiderio rimane all’ingresso
accanto al muro a dissetarsi
di lacrime orgogliose, che anziane madri
(per chi è ancora figlio) asciugano
prima di esporre il documento.
Nelle attese di sorrisi
e abbracci rubati, illegali
si inseguono i giorni
le ore, gli infiniti minuti
i sogni sussurrati a qualcuno;
il tempo assente…
Che del dolore assapora
l’egoismo
la fredda lama,
che taglia piano e ride
e non ha occhi e non porta nome.
Mi trovo su un’isola deserta
non appartiene a nessun oceano
non è segnata su nessuna carta geografica.
Una pietra nel mezzo del mare
senza niente, neanche il rumore della vita.
Mi sento cadavere
dentro una profonda tomba in un grigio cimitero
con la sofferenza di chi è ancora vivo,
dimenticato.
Mi sento più sfortunato
di Robinson Crusoe, lui ha trovato esseri umani
io non ho trovato nessuno
la sua solitudine è raddoppiata per me.
Mi sento solo
uniche compagne la nostalgia e la solitudine.
Vado sulle coste, in attesa di una nave in aiuto
per uscire da un incubo
una vita senza senso.
Mi sento una nullità
nulla si avvicina all’isola dimenticata.
La gente passa sorda, cieca.
Grido, salto, invoco
senza speranza.
In quest’inverno
che copre e schiaccia
perché non mi sei accanto?
Eppure tremo
come un bambino…
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Nuoto, contro corrente,
fermo sempre nello stesso luogo.
Abitano qui silenzio, ricordi, affetti negati
e il desiderio
di uscire da questo incubo
e vivere la vita di un tempo.
Con te mi rapisce la felicità, il coraggio e la gioia di esistere.
Senza te divento disarmato ostaggio della tristezza, della
paura e della malinconia.
Con te vivo una gloriosa vittoria
Senza te muoio per la più umiliante sconfitta.
Brutta non è la morte, ma la vita solo.
Non ho paura della morte
ho paura di morire
abbandonato.
Con te sono malato d’una grave malattia
Amore
ma ti amo ora
e ti amerò per l’Eternità.
Con te
Il sogno
Con te mi sento me stesso in tutto il mio essere, senza lati
oscuri.
Senza te non sento nulla e mi perdo in un buio profondo.
Sul bordo d’un elegante yacht, in mezzo al mare
felici e complici, scambiamo leggere battute
perduti in mezzo all’oceano infinito, senza preoccupazione
alcuna
vicini, vicini.
Raggiungiamo finalmente le suggestive coste
abbracciati sul molo
accarezzati da una dolce brezza
vicini, vicini.
La sabbia è oro
le lunghe palme soldati orgogliosi delle loro amate terre
sono l’uomo più felice e potente del mondo e in questo
viaggio, il più fortunato
vicini, vicini.
Passeggiamo spiati dal tramonto
la suggestione del luogo e la bellezza di Lei fissi nel mio
pensiero
Con te mi sento abile sovrano e, impavido, mi elevo sugli
umili sudditi.
Senza te mi sento debole Re, umiliato e privato della potente corona.
Con te sento la tua leggera anima scorrere nel mio corposo sangue.
Senza te sento la nostalgia invadermi e rendermi prigioniero.
Con te sento il mio cuore pulsante ballare sul ritmo frenetico della vita.
Senza te sento il mio cuore un arido corpo vuoto.
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condividiamo lo stesso albergo, la stessa stanza
vicini, vicini.
Non sento la fatica
seduti, ci abbracciamo
e ci desideriamo
vicini, vicini
vicini, vicini, vicini, vicini.
È l’ora della doccia, l’acqua è calda oggi
mi sveglio e trovo tra le mie braccia il mio cuscino
sono annientato dal dolore.
Un bel sogno
forse desiderato presagio
d’una realtà che rincorro.
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Habib Abidi
Cantilena del carcerato
Quante notti senza sonno
Con la terapia, dormo
Dal cielo di una piazza
A un quadrato di cielo pesante
Entro
Per un po’ mi fermo
Esco
Chissà
Forse ritorno
Una festa
Voci entrano dalla mia finestra
Passa una macchina…
Senti, una macchina!
Passa una moto…
Senti, una moto!
In questo spazio vuoto
Con tanti rumori
Ma muto di quelli fuori
Trac trac
Bum bum
Drinn Drinn
Assistente… Lavorante…
Infermiera… dammi terapia!
E ogni giorno
Il reato, l’avvocato
Il magistrato, il mio passato condannato.
Bla bla continuato
E mi sono stufato
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Solo ricordi della vita,
Vita scaduta, vita battuta,
Vita taciuta, vita perduta
Ricordo l’amore
Sogno l’amore
Nostalgia dell’amore
Voglio l’amore!
Anch’io!!
Passato distante, presente pesante
Tempo allungato, tempo svuotato
Blindo, ferro, cancello
Il futuro, questo muro?
Entro
Per un po’ mi fermo
Esco
Chissà
Forse ritorno…
La premiazione del 2008 a Torino con Pablo Gorini, Margherita
Oggero, Ernesto Ferrero e Raffaella D’Esposito.
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Sezione Prosa
Opere premiate
Ernesto Ferrero all’incontro con gli studenti a Livorno
nel novembre 2008.
1° classificato
Stefano Di Cagno
Schiacciato
Matto non sono e certamente non sto sognando,
ma domani morirò e voglio liberarmi l’anima.
Il gatto nero, E.A. Poe
Veronica Pivetti, madrina dell’edizione 2007, a San Vittore con Luca
Lischi, Capo di Gabinetto del Presidente della Provincia di Livorno.
La Stella del Mare giaceva sul fondo fangoso da quasi due
mesi ormai, a cinque miglia di navigazione dall’imboccatura del porto di Napoli.
Il sole primaverile cominciava a scaldare già alle sette di
mattina, mentre fiancheggiavamo le affusolate, grigie navi
della Guardia di Finanza, come schierate per la rassegna al
nostro quotidiano passaggio.
Cristiano aveva steso un asciugamano dall’aspetto poco
rassicurante sulla panca di destra, bagnata come il resto del
tredici metri di Alessandro dall’umidità notturna. Vi si era
steso sopra, appoggiando la testa rasata alla sacca mezza
vuota di attrezzature subacquee, riprendendo a masticare
con metodo il toast acquistato poco prima. Lo sguardo corrucciato dimostrava la concentrazione con cui divorava
anche l’ultimo numero di Dylan Dog. Lettura interrotta
solo per sbarcare dall’aliscafo, il mezzo con cui, un’ora e
mezza prima, aveva lasciato Ischia.
Ciondolavo tra la camera iperbarica piazzata a metà
barca e la cabina di comando, dove Alessandro, al timone,
armeggiava con lo stereo in cerca di una stazione che trasmettesse del rock commestibile.
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Cristiano non riusciva a nascondere un mezzo sorriso
ironico, ogni volta che buttava l’occhio al cerotto di scopolamina in evidenza dietro il mio orecchio destro.
“Ma cosa c’avrai da ridere” borbottai mentre gli passavo
davanti strascicando i piedi sulle assi della coperta. “Ridi su
’sta mazza!”
Da prua, come sempre, guardavo preoccupato l’orizzonte, oltre la linea liquida che congiungeva i due fari alle
estremità dei moli dell’imboccatura. Strizzavo gli occhi per
correggere la miopia, tipo talpa di un cartoon, valutando
critico la sottile striscia in movimento delle onde. Come l’aria che si muove appena sopra l’asfalto in una calda giornata d’estate, quella massa tremolante non prometteva nulla
di buono.
“Uhm, c’è mare pure oggi, che palle...”, sospirai.
Cristiano alzò lo sguardo dal fumetto, fece una smorfia
beffarda e tornò a immergersi nella lettura.
“Dài, prepariamo ’sta roba, guaglio’”, sbraitò Alessandro.
Si sbracciò un po’ tenendo il timone con la sinistra, un
piede sulla murata e l’altro dentro la cabina. Sempre arzillo, anfetaminico come se avesse dormito chissà quante ore,
e non gli pesasse per niente l’aver fatto le due di notte
dando la caccia alle universitarie nei pub tra via Mezzocannone e il bar Gambrinus, su e giù per vicoletti dei Quartieri Spagnoli.
“Lo odio quando fa così” dissi, “ha rimorchiato tutta la
notte mentre io mi stavo a sorbire le scoregge di quel
coglione all’Ostello.”
Il gozzo, riadattato a nave recuperi, iniziava intanto a
prendere le onde lunghe fuori l’imboccatura, virando
verso destra, per fiancheggiare il Castello dell’Ovo e raggiungere il punto di immersione.
Cercavo di dare una mano, ma mi sentivo già lo stomaco
sottosopra.
“Ho messo il cerotto troppo tardi oggi...”, dissi, rivolto a
nessuno in particolare.
Cri mi squadrò da capo a piedi. “Seeh, non parliamo poi
di quel che ti sei scofanato prima...”, commentò.
“Oh, c’avevo fame, poi senti chi parla, me lo sono mangiato io mezzo chilo di panino da muratore!”, cercai di controbattere, ma poco convinto. Il problema era che al bar
Pic Nic m’ero sparato sul serio cappuccini e pasticciotti alla
crema in dosi massicce, quanto di peggio possibile per un
piede poco marino come il mio.
L’ischitano sorrise ineffabile, certo di avermi in pugno.
“Lo sai tra quanto ti risale su quella colazioncina latte e
lievito?”
“Lo so, lo so, ma che ci posso fare? Non è una colazione
vera senza...”
“Pasticciotti o sfogliatelle?”
“Pasticciano... pasticciotti, due... caldi... boooooni...”
L’Abyss cavalcò la prima onda mandandola a scivolare
sotto la chiglia e quel patetico tentativo di distrarmi naufragò con il bolo nauseabondo che dallo stomaco prese l’ascensore rapido verso la gola. Un velo di sudore freddo mi
coprì la pelle e la stanchezza si fece piombo nelle gambe.
In bocca dilagò un sapore metallico e la saliva si fece acida
e copiosa. Crollai seduto, chiudendo gli occhi, pregando
un dio crudele in cui non credevo che mi facesse scendere
subito di lì.
“Dài, muoviamoci, avanti!”, il latrato rabbioso di
Alessandro mi scosse dai pensieri, ma il movimento del
corpo provocò un ennesimo, prostrante conato di vomito.
“Ma porco dio, ’sta bagnarola mi farà impazzire. Ma deve
per forza mettersi al traverso ogni volta!?”, brontolai la consueta lamentela.
“Muoviamoci, all’una c’ho da fare!”, rispose di rimando
Alessandro. Anche lui tanto per essere originale. Aveva sempre da fare. Spense i motori, una volta certo che Cristiano
avesse tirato a bordo almeno tre metri di cima e parabordo,
e schizzò a dare una mano. Con puntigliosità, si occupò
personalmente di fermare il grosso cavo alla bitta.
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“Non ti fidi?” disse Cristiano, più per provocarlo che per
altro. “Ho anch’io una barca…” Non ricevette risposta, né
del resto l’aspettava.
Mentre il natante si muoveva e sbatacchiava sulle onde,
incominciammo a vestirci.
“Dài, dài, vi chiudo casa” disse Cristiano impugnando la
mia chiusura lampo. “Maronn’ Ste’, e mettici un po’ di paraffina! È dura come ’na cosa.”
Sarebbe sceso dopo di noi e ora faceva assistenza a
bordo. Spostò il peso da una gamba all’altra, mentre
un’onda entrava da prua a poppa, portando pericolosamente verso l’imboccatura le mie scarpe da ginnastica
bianche e rosse, come sempre abbandonate a se stesse. Già
erano fradice, ora rischiavano pure di finire in mare! Le
osservai rassegnato.
Ale staccò le rubinetterie del pesante bibombola dai
lacci elastici che lo assicuravano al parapetto, e mi aiutò ad
alzarmi. Non ce la facevo più. Sempre vomitando succhi
gastrici e parolacce, mi spostai a poppa, infilai le pinne e
issai una dopo l’altra le due bombole decompressive,
agganciando i moschettoni agli anelli a D sugli spallacci del
gav, attaccati a loro volta con cimette sfilacciate al collo
delle bottiglie metalliche.
Cristiano mi posò la mano sulla spalla e intuii che voleva
dirmi qualcosa. Sollevai la testa con uno sforzo terribile,
sentendo i tendini del collo tirare tutto il mio apparato
gastrico verso l’alto. Mi puntò con gli occhi e poi li abbassò sull’altra mano, chiusa a pugno. Lentamente aprì le dita
e, sul palmo solcato di linee sporche di grasso e tagli più o
meno cicatrizzati, risaltavano alcune pillole bianche, di
vario formato.
“Naaa, tu si scem’ ” mi riuscii appena di farfugliare “e
come lo butto giù ’sto schifo?” Aveva sempre con sé un mix
di antinfiammatori e anticoagulanti, nimesulide e acido
acetilsalicidico (Aulin e Aspirina per capirci), a cui ogni
tanto aggiungeva vitamina E e qualche altro prodotto.
“Ficcatele al Gale”, aggiunsi con gentilezza. In pochi
secondi, come se avessi il diavolo alle costole, saltai in
acqua, tra il ribollire di erogatori in continua e la maschera pericolosamente in bilico sul cappuccio di neoprene.
Presi subito a pinneggiare controcorrente verso prua, ancora più nauseato dal sapore dell’acqua marina in gola.
Alessandro, intanto, tutto preciso e perfetto nella sua configurazione, si buttava con calma a seguire.
“Oddio, oddio chi cazzo me lo fa fare… Cristià si nu rott’n’culo...” Imprecavo, mentre Cristiano rideva sputandomi
addosso dal lato di dritta.
Sotto la prua, le decompressive di rispetto calavano pericolosamente sopra la testa e minacciavano di sfondarmela.
Venivano praticamente lanciate giù dal compagno rimasto
a bordo, che sapevo si divertiva come un matto. Afferrai la
cima arancione e senza sgonfiare né la muta né il gav iniziai
a tirarmi giù.
Difficilmente procedevamo come si vede fare dai subacquei alla televisione. Ognuno a modo nostro, eravamo tre
anarchici dell’immersione. Affrontavamo l’acqua con rispetto, ma anche con arroganza e sfidando le regole base,
o riscrivendole a modo nostro. La maggior parte di coloro
che ci frequentavano non capiva quel modo di fare. Tantomeno, a onor del vero, a noi interessava spiegarglielo.
Era troppo complicato e alla fin fine del tutto inutile, cercare di rendere partecipi del nostro mix esplosivo di vite
borderline, esperienze particolari, continui problemi con
soldi, legge, regole contestate, le persone che ci cercavano
per noia, frustrazione, desiderio di imparare cazzate subacquee di cui non erano semplicemente all’altezza. Sia Ale
che io e Cristiano, avevamo verso inetti e presuntuosi frustrati le nostre idiosincrasie, che, come un corso d’acqua
addomesticato tra gli argini, finivano per essere convogliate in rituali e pantomime, sceneggiate che dopo un po’ di
tempo recitavamo anche da soli. Essendo uno dei più
scemi, quando stavo male ma non abbastanza perché il mal
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di mare mi azzittisse − spesso però anche in quelle condizioni, solo con voce meno credibile − prima di saltare in
acqua, solevo urlare: “Nettuno, ti sfido! Vaffanculoooo!”
Quel giorno non mi riuscì…
A sei metri, dove le onde non avevano più grande effetto, mi fermai per guardare se Alessandro seguiva. Poi continuai a tirarmi verso il fondo.
Scendevamo veloci, compensando senza usare quasi mai
le mani.
Mi entrava acqua nella maschera che avevo indossato alla
bene e meglio. Volevo solo raggiungere la quota dei trenta
metri, dove la narcosi avrebbe messo a posto il mio stomaco. Frenavo la discesa, sempre più rapida per la pressione
crescente dell’acqua, con le pinne messe come se stessi in
piedi su un pavimento solido.
Ormai non tiravo più. Mi mantenevo attaccato alla cima, quasi perpendicolare, con l’incavo del gomito. Assestando la maschera, facendo i primi controlli dei manometri e cambiando gli erogatori, passai senza guardare il
profondimetro dalla miscela di viaggio e deco Nitrox a
quella di fondo. Transitai come una scheggia dalla profondità limite della miscela binaria e realizzai nei meandri
più lontani della mente che, forse, avrei respirato quella
ottimale solo parecchio più a fondo. Ma non me ne fregava nulla di espormi a una percentuale di ossigeno non
adatta a quelle quote, ero troppo rapido nel cambio per
avere problemi.
“‘Fanculo!”, dissi nel boccaglio, ma suonò come uahnuhò. Era indirizzato alla volta di Alessandro, che mi sorpassava pinneggiando vigorosamente, a testa in giù, agitando
una mano in segno di saluto derisorio.
Allora, vediamo un po’ se ’sta roba funziona, pensai passando da un secondo stadio all’altro dei due erogatori del bibombola.
Respirai in entrambi, controllando che i manometri non
cambiassero la pressione. Rubinetti aperti. “Uhhh!Uh!66
Uhuuuuh!”, Alessandro chiamava, accompagnando il farfugliamento ad ampi gesti.
La Stella del Mare giaceva inclinata di dieci gradi scarsi a
dritta. Il tetto della plancia esterna stava sui settantotto
metri, ma alcune reti più piccole venivano su più in alto e,
quando la visibilità era decente, si intravedevano prima
dello scafo.
Il napoletano era già sul ponte, tra il castello di prua e
le gru sul passo d’uomo che accedeva alla sala motori.
Inginocchiato, aveva cominciato a trafficare con la cima,
assicurata alla murata di poppa al termine dell’immersione di una settimana prima. Dovevamo liberarla, attaccarla
a un pallone di sollevamento e mandarla in superficie,
filandola sotto lo scafo.
Frenetico, mi chiamava perché gli dessi una mano a
tirare, guardando il computer che cominciava il countdown. I diciotto minuti di permanenza pianificati sul
fondo stavano già finendo.
Lo ignorai staccandomi dalla cima guida. Raggiunsi lo
scafo con un paio di pinneggiate in diagonale, attratto
dalla forza di gravità e dalla pressione della colonna d’acqua combinati. Mi diressi verso la piattaforma di comando della gru principale, godendomi per qualche momento la sensazione di assenza di peso.
In meno di dieci secondi raggiunsi la piattaforma, staccando, mentre mi approssimavo, i moschettoni che assicuravano al gav le due bombole decompressive. Le lanciai
sul piancito metallico, senza fermare la discesa, e mi volsi
verso il compagno per raggiungerlo. Alessandro continuava a mugugnare nel boccaglio, mentre cercava di tirare la
cima puntando i piedi contro il parapetto del peschereccio. Mi avvicinai fluttuando, buttai una rapida occhiata
fuori bordo e mi rivolsi verso di lui. Toccai la sua spalla
per attirarne l’attenzione e scossi il dito indice della destra
in segno di diniego. Si arrestò per guardarlo, poi usò la
cima per tirarsi verso la murata e sporgersi. Dopo un atti67
mo si catapultò fuori bordo. Lo seguii sapendo già cosa
avremmo trovato. Sul fondo morbido, appena sotto lo
scafo, giaceva l’estremità del cavo arancione. Non era venuto via per fortuna e nostra previdenza. La sbarra di ferro
che avevamo legato a quello scopo alla sua metà si era incastrata in un grosso copertone di camion usato come parabordo, a sua volta bloccato tra scafo e fondo. Ma bisognava
nuovamente passarla tra timone ed elica, infilandosi sotto
lo scafo, strisciando tra chiglia e fango. Ci guardammo con
sguardi misti di rabbia e delusione.
Alessandro guardò verso l’alto. Compresi subito: Cristiano, in quel momento, teneva in tensione l’altro capo
della cima, e noi avevamo invece bisogno fosse lasca, per
provare a reinfilarla sotto lo scafo. Emisi qualche verso
incomprensibile, scuotendo Alessandro e indicandogli l’unica soluzione, puntando l’indice sul computer dell’amico,
sul suo petto e verso la superficie.
Esperienza, acume, intuito e freddezza fecero elaborare
la stessa conclusione al cervello del mio amico in una frazione di secondo.
Eravamo giù da meno di tre minuti, poteva quindi risalire, saltare i pochi minuti di tappa deco che aveva accumulato, uscire in superficie e avvertire Cristiano, per poi ridiscendere ad assistermi, ricomprimendo le bolle di gas che avrebbero cominciato a espandersi altrimenti nell’organismo,
intrappolate, danneggiandolo. Tutto senza che io, restando
giù, superassi i tempi massimi previsti e l’autonomia dei gas.
Annuì col capo una sola volta, e schizzò verso l’alto. Lo
guardai per accertarmi che fosse sulla cima di risalita,
dopodiché mi preparai al mio compito. Risalii verso la
parte alta della murata, e assicurai la cima arancione a una
delle fessure per lo scolo dell’acqua dal ponte. In questo
modo potevo tornare giù e tagliare l’estremità incastrata
nella gomma.
Lo feci in meno di un minuto, controllando il computer
e il manometro. Sapevo che, nonostante le capacità e l’e-
sperienza, stavo respirando con un consumo maggiore del
normale. Succedeva automaticamente in casi di stress e,
anche se abituato, ora ero solo, a ottantasei metri di profondità, con un compito gravoso.
La cima, spessa quattro centimetri, era del tipo galleggiante. Per questo dovevamo sempre assicurarla allo scafo,
e per questo se filarla verso l’alto era più comodo, tirarla
giù da solo diventava molto faticoso.
Mi portai sul ponte, dove la pressione era inferiore e,
quindi, consumavo e saturavo un po’ di meno.
Controllai il tempo. Erano passati sei minuti da quando
avevo cominciato la discesa e due da quando Alessandro
era risalito.
Avrebbe volato fino a metà della quota, per poi rallentare la risalita a venti metri al minuto fino ai quindici, e poi
farsi quest’ultimi in un minuto. Ce ne volevano almeno
altri due, forse tre.
Guardai il computer e sobbalzai. Erano passati dieci
minuti! Per quanto respirassimo una miscela a bassissima
percentuale narcotica, a quella quota bastava distrarsi, perdersi nei propri pensieri un attimo, e il tempo scorreva in
un lampo senza che ce ne accorgessimo. Mentre lavoravamo, o se avevamo un’emergenza, l’addestramento ci portava a controllare sistematicamente tempi, profondità e scorte di gas ogni pochi secondi, senza interrompere ciò che
stavamo facendo. Ma avevo notato che, quanto minore era
il rischio o ci si abituava al posto, tanto più ci si rilassava,
aprendo così le porte all’errore fatale.
Iniziai a tirare la cima, che venne giù facilmente. Avevo
ancora sette minuti. Ogni tanto guardavo verso l’alto, senza
scorgere il mio compagno. Quando ritenni di averne portato giù almeno quindici metri, la legai alla murata, liberando con un colpo di coltello la parte assicuratavi in precedenza. Nuotai fuori bordo, acchiappando l’estremità fluttuante, e con forti colpi di gambe mi diressi verso la poppa.
Ora dovevo entrare nella fossa che si era formata sotto la
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chiglia, all’altezza del timone e dell’elica. Lì dovevo infilare la cima tra queste ultime, passare dall’altro lato a riprenderla, per poi tirarla fino a che ne avessi recuperato tutto il
possibile per risalire poi lungo la fiancata di sinistra. Avrei
di seguito assicurato il capo di polipropilene al peschereccio, dove l’avrebbero preso Alessandro o Cristiano, per proseguire il lavoro.
Pensando a loro alzai di nuovo lo sguardo verso la cima
di discesa. Ale non si vedeva. Mi domandai un attimo che
fine avesse fatto, ma poi tornai a occuparmi del lavoro.
Ogni secondo era prezioso.
Controllai tempi e gas, poi mi infilai tra scafo e fango.
Sapevo che in pochi secondi il sedimento si sarebbe alzato
coprendomi la visuale, ma non era un problema, potevo far
tutto a occhi chiusi.
Il fango era soffice, quasi vellutato.
Presi con la mano una delle pale dell’elica, prima di
vederla scomparire in una nuvola grigia, e mi tirai ancora
più sotto. Le bombole cozzarono rumorosamente contro lo
scafo metallico, ma con la configurazione rovesciata, gli
erogatori e la rubinetteria erano liberi e protetti appena
sopra il fondoschiena. Il cavo tirava verso l’alto, passai l’estremità intorno all’albero dell’elica e la usai per fare forza
e filarlo. Quando sentii che non veniva più giù, mi preparai a passare rapidamente dal lato opposto del timone,
prendere la cima e lasciarmi tirare su dall’effetto combinato dei gas espansi nella muta e nella sacca del jacket.
In quel momento percepii una vibrazione.
Avvolto nella grigia, quasi nera nuvola di fango, schiacciato tra scafo e mota, ebbi una subitanea sensazione di
deprivazione sensoriale, una vertigine accompagnata da un
sapore metallico in bocca che mi atterrì.
Pensai a un errore nella composizione dei gas, a un avvelenamento per ritenzione di anidride carbonica. Immediatamente cercai di tirarmi con la mano sinistra lungo il timone, per uscire da là sotto. Sapevo che non potevo farmi
prendere dal panico, che ora avevo pochi gas e poco tempo
a disposizione. Un errore avrebbe potuto uccidermi. Le
bombole raschiarono la vernice antivegetativa riducendo
in poltiglia i balanidi attaccati alla lamiera. Non mi spostai
che di pochi centimetri. Freneticamente provai a infossarmi nel fango per ridurre l’attrito con lo scafo e a spingermi
indietro, senza successo. Riuscii a passare la mano destra
sotto il petto, raggiungendo la valvola di alimentazione
della muta stagna e premetti il pulsante. Il gas entrò velocemente. Cercai di alzare i piedi verso l’alto. Volevo sfruttare
l’effetto di sollevamento della parte inferiore della muta,
posta più su per aiutarmi a sgusciare fuori da lì. Per un
secondo sentii che succedeva qualcosa, ma una seconda,
più forte vibrazione, mosse tutto intorno a me.
Fui una cosa sola con il sedimento.
Come se la spinta avesse aperto una porta nel mio cervello, capii che quelle vibrazioni erano scosse telluriche. Il
Vesuvio o comunque l’area sismica del Golfo, si erano risvegliati. La Stella del Mare si era assestata ancor più dentro
l’abbraccio del fondo. Mi aveva schiacciato in una bara a
sandwich, tra due fette di metallo e melma.
Rimasi fermo, in attesa, preda di sconforto e rassegnazione, con una grande voglia di mollarla lì. Ero stanco e sentivo di potermi addormentare in quell’abbraccio tra lenzuola di fango e acciaio.
Avevo vissuto a sufficienza? Ero riuscito a godermi ogni
istante favorevole a raffronto dei tanti momenti bui?
A tutti capita prima o poi di andare a dormire augurandosi un risveglio ben oltre il mattino dopo. Congelatemi
come un merluzzo (un tonno…) stecchito e tiratemi fuori
quando la bufera è passata e andata a ’fanculo! Dài, a chi
non è mai successo di voler sfuggire a un evento improcrastinabile quanto spacca marroni!? Non è poi questo gran
male. Certo, a me succedeva un po’ troppo spesso di desiderare un teletrasporto al futuro, magari non di giorni o
settimane ma anche anni dopo... E questo non era bene.
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Sentivo il peso della tonnara e, in attesa di morire, mi
flashavano in testa momenti infernali in cui non avevo mollato.
Cominciai piano a scavare sotto di me, a cercare di aprire un varco per le braccia. La sinistra era bloccata, l’avevo
stesa per fare presa sul timone e ora non aveva gioco. Con
la destra riuscii ad arrivare alla fibbia dello spallaccio
destro e poi a quella della cintura, aprendoli. Dovevo scavare, liberarmi. Potevo abbandonare le bombole incastrate,
usando la frusta dell’erogatore, lunga quasi due metri, per
assicurarmi di respirare finché fossi uscito da quella trappola. Avrei provato poi a tiranni appresso il bibo, oppure a
raggiungere in apnea le bombole decompressive e respirare da quelle, schizzando verso la superficie lungo la cima,
fino a una quota non pericolosa.
Potevo farcela, mi dissi, dovevo solo restare calmo.
Mentre aprivo nel fango un buco sempre più ampio, sentii il secondo stadio farsi duro in bocca. I gas stavano finendo. Continuai a scavare trattenendo il respiro, facendo
delle brevi apnee che mi consentissero di ridurre il consumo di gas senza andare in affanno, rovinando quel misero
risparmio con successive boccate a pieni polmoni. Riuscii a
far scivolare appena sulla destra il bibombola e a conquistare un po’ di spazio. Liberai il braccio sinistro. Nello stesso
istante sentii un velo nero scendermi sugli occhi. Non lo
vedevo, lo sentivo, come una saracinesca che scende stridendo. Un singulto per la fame d’aria mi scosse il petto. Tenni
duro, arrivando con la mano destra all’estremità del corrugato opposto, che comandava l’ingresso e il deflusso dei
gas nella sacca di galleggiamento. Con un gesto frenetico
sputai l’erogatore e lo sostituii con il boccaglio del tubo
flessibile, premendo il pulsantino di comando. Mi costrinsi
a soffiare i pochi gas ancora nei polmoni dentro la camera
di lattice, per non sprecarli, e poi inspirai. Quella miscela
di gas viziato dall’anidride carbonica entrò dentro il mio
corpo come una benedizione. Il giubbotto ad assetto varia-
bile era gonfiato con un bombolino aggiuntivo, da un litro
e mezzo, contenente semplice aria. A quella quota era narcotica. Fresca, priva di elio, mi ottenebrò leggermente la
mente sconvolta dal terrore, con l’effetto di desensibilizzarla. Continuai a respirare dentro la sacca, immettendo ancora aria dal bombolino, mentre scavavo senza più convinzione e in modo scoordinato ma, senza accorgermene, sempre
più sconvolto.
Ce la potevo fare, sì, ce la potevo fare, con il braccio libero avevo raggiunto le fibbie sul petto e alla cintura e stavo
liberando il corpo da quell’attrezzatura divenuta una trappola mortale. Avevo aperto un varco anche nel fango e
cominciai a spingere, a tirare, a muovermi freneticamente
per schizzare fuori da quella tomba.
La terza scossa arrivò subitanea, staccandomi di bocca la
plastica e riempendomela insieme ai polmoni di acqua
mista a melma.
Il corpo si contrasse. Sussultò sotto gli spasmi, mentre
annegavo.
Non vidi colare a picco la barca di Alessandro, travolta
dalla gigantesca ondata provocata dal maremoto. Si spezzò
urtando la struttura d’acciaio della Stella del Mare e seppellì
per l’eternità i miei resti nel fondo fangoso.
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Motivazione
2° classificato
Domenico Strangio
Il tono iniziale del racconto, lieve e irriverente, ricco di espressioni
vicine al parlato giovanile partenopeo, non farebbe supporre il successivo sviluppo drammatico. Il ritmo si fa sempre più serrato man
mano che l’autore ci fa immergere, concretamente, a oltre ottanta
metri di profondità, in un mondo privo di luce, là dove si svolgono attività ad alto rischio e dove a separare la vita dalla morte sono
solo una manciata di secondi e le miscele speciali dei respiratori.
Il lettore è coinvolto sempre di più in un’atmosfera oppressiva e
claustrofobica e si trova a condividere con il protagonista la folle
paura di morire “schiacciato” fra il fondo fangoso e il peso del
relitto che deve recuperare. L’abilità dello scrittore fa sì che la
situazione precipiti all’improvviso per un imprevedibile evento
catastrofico (un’eruzione vulcanica con conseguenti terremoto e
maremoto), quando tutto faceva presupporre che il protagonista si
sarebbe salvato.
Tutto il racconto va letto, dunque, come una sorta di retrospettiva dall’al di là, come accadeva in un recente e fortunato film,
American Beauty. Scritto in una prosa concisa ed essenziale, con
una terminologia subacquea di capillare esattezza che fa presupporre, da parte dell’autore, una conoscenza diretta, il racconto si
distingue per l’originalità e la precisione del referto.
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Una storia minima
Era novembre e nel segno dello scorpione quando, senza
clamore alcuno, sono nato in una casa di pietra, incastonata in quel cavo di mano che è la parte più tranquilla e
mediana di un grazioso paese dell’entroterra ionico.
Un nido di rondine quel borgo grecanico per come è
appiccicato al fianco della montagna, la quale, protettiva
più di una madre col proprio figlio, lo ammanta con un
drappo regale verde-argento, trapunto di lentischi, di querce e di ulivi per ripararlo dalle intemperie di ogni tempo e,
magari fosse, di ogni sorta.
La mia casa nativa nella ruga Fontanella era tanto dignitosa quanto umile; oggi purtroppo non c’è più e al suo
posto uno slargo anonimo.
Sulla porta di rovere, cigolante su vecchi cardini arrugginiti, e a malapena trattenuta da stipiti instabili, no, non era
stato appeso un fiocco azzurro, annunziante il maschio; invece, per antica consuetudine adornavano la linda facciata,
spruzzata di calce, resta di aglio, contro l’influsso di sguardi malefici; e cipolle intrecciate da abili mani, e piante di
peperoncino con le cime verso terra, cariche di frutti multicolore.
Fui svezzato da subito da mia madre, poiché affetta da
dolorosissima mastite, e sono stato allevato con il latte di
asina, simile a quello umano. E ho pure succhiato al seno
generoso di Demetra dai capezzoli eretti e frementi, e gros75
si quanto bottoni di reggimentale pastrano, d’ambra velati.
Dal paziente animale ho preso la modestia e la testardaggine e l’attitudine al lavoro; dalle due mamme ho ereditato
l’altruismo e la bontà e l’amore per il bello.
Il terzo figlio di Demetra si chiama Andrea ed è nato
nello stesso giorno in cui sono nato io. Tutti e due ci consideriamo fratelli gemelli, e abbiamo formato coppia fissa
da sempre.
Alle elementari per noi due il frequentare la scuola era
addirittura un rischio, comunque un sacrificio enorme;
infatti per nulla era un piacere il doverci ritrovare in classi
miste numerose, con alunni più grandi di noi anche di tre
o quattro anni. Prepotenti e selvagge le femmine si imponevano con graffi e invettive; i maschi con spintoni e calci,
e a volte compariva spavaldamente un temperino appuntito e tagliente per dissuadere una possibile velleità.
Del resto la nostra modesta statura, a quella età specie,
non ci permetteva affatto di difenderci: dovevamo soltanto
subire o marinare la scuola; e ciò accadeva in modo costante e regolare e nessuno se ne accorgeva; a nessuno importava alcunché.
Compiuti gli undici anni la mia strada viene da altri
biforcata da quella di Andrea; e ancora nel mese dello scorpione così traumatico ed esigente, ho lasciato il paese
natio, o meglio da esso sono stato allontanato con l’inganno e da parte mia in un pianto dirotto. Infatti mi cadevano
le lacrime a quattro a quattro a riempire gli abissi e i singulti mi serravano la gola disperatamente. Stravolto, non sono
riuscito a scorgere affatto l’amaro destino che mi avrebbe
travolto e accompagnato, come fossi io un armeno in diaspora, ramingo e quasi folle in un viaggio senza fine, lontano da casa.
Proprio allora iniziava la mia carriera; e mi si dava l’avvio
a un interminabile peregrinare per l’Italia tutta, da percorrere in lungo e in largo, da sud a nord tra collegi vari, caserme per la leva, e luoghi di infinita pena.
E sono stato un fratino con i Francescani, diligente e di
fede; poi un bersagliere imboscato, dal passo silenzioso e
felpato come quello dei felini. Tuttora un carcerato, che
sebbene bastonato dalla malasorte, sono ancor di più fiero
della mia rafforzata dignità di uomo, a volte anarchico e
ribelle, ma quasi sempre dolce, mansueto, onesto. Comunque e in ogni frangente dalla parte degli ultimi, perché io
mi considero l’ultimo in tutto. Un minimo di uomo, ricco
solo del mio proprio sentire.
Non ho frequentato regolarmente la scuola primaria,
però ho potuto accedere lo stesso a quelle superiori, addirittura all’Università: quella del carcere per più di sei lustri.
Ho studiato e mi sono laureato a pieni voti in Antropologia
e Sociologia; in Criminologia e Diritto comparato; soprattutto in Diritto “negato” da altri e specialmente dallo Stato.
Nella fortezza borbonica imprendibile e inviolata, difesa
da muraglioni e bastioni a strapiombo nelle acque azzurre
del mare, ho tenuto cattedra a Procida, piccola isola del
golfo di Napoli, non altro che uno sputo di millenni addietro di un vulcano insofferente. Oggi fertile terra di limoneti rinomati, tanto sonnacchiosa, affatto sconvolta, ma quasi
cullata dagli incessanti sussulti e sbuffi flegrei.
Ho soggiornato a lungo nelle ottocentesche Nuove di
Torino, dove le celle erano piene zeppe di brigatisti, i quali
si vantavano, con ostentato orgoglio e ripugnante inverecondia, di aver usato il corpo delle vittime come messaggio,
come proclama.
Torino, città sabauda dai monumentali palazzi reali dove
i giudici a loro volta con laida e inaccettabile mancanza di
pudore, e pure privi di umano e retto senso della giustizia,
con la clava tra le mani contraccambiavano con botte da
orbi, usando i tribunali per condanne sommarie; usando le
persone da processare come monito ed esempio a tutti gli
altri.
Brigatisti e giudici così tanto diversi, così tanto simili; a
me era quasi impossibile distinguerli e non disprezzarli.
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Ho insegnato a Poggioreale di Napoli, prestigiosa sede
universitaria per morti viventi, per anime dannate, proprio
nel periodo più cruento di una spietata guerra stracittadina; e capitava, uscendo per l’ora d’aria nei cortili, casualmente di inciampare in una mitraglietta e si doveva far
finta di niente, forse per prudenza, oppure per viltà, o soltanto per innato istinto di sopravvivenza.
Sono stato pure all’Ucciardone di Palermo, lì come semplice studente fuori corso, perché da subito mi sono ritrovato in fondo a una nuda cella, dopo un gratuito e violento pestaggio da parte delle guardie schierate lungo le pareti del corridoio che dall’ufficio matricola porta all’isolamento.
Un benvenuto da persona di riguardo; un trattamento
che sapeva tanto di caponata per le “melanzane”, lividoni
turchini cupi su tutto il corpo, che dopo settimane si sono
schiariti; e che però sono sempre più violacei e più vivi
nella mia mente.
L’ineffabile medico che mi ha visitato qualche ora più
tardi, beffardo mi domandava se fossi scivolato per le scale,
ma nulla riportava sul referto. Ugualmente si comportavano e lo psicologo e l’educatore; davvero cieche e pavide
queste unità organiche di un sistema da smantellare.
In quella fetida cella d’isolamento il giorno dopo, come
una folgore mi atterriva e mi illuminava un graffito anonimo: “La peggiore galera è la vita, perché per evadere devi
crepare”.
I solchi, incavati più o meno profondamente nella parete, quella di fronte alla porta, erano umidi di sangue non
ancora aggrumato.
Sono tuttora a Spoleto, adorna di trini e di purpuree vesti
ducali, sfarzosa e distaccata e anche del tutto estranea, lontana e insensibile ai numerosi voli suicidi dal suo Ponte,
oggigiorno fantastico e incredibile e pure privo di rete di
protezione, cantato da un Goethe affascinato. Spoleto, con
il suo carcere modello, che altro non è che un immondo
carnaio dove ogni anno molti detenuti, senza tronchesina
recidono l’esile filo della speranza e disperati si appendono
in controluce con strisce di lenzuolo alle sbarre di una finestra; nel silenzio più assoluto, imposto, nulla trapela all’esterno, e per la valle un tempo magnificata dal Poverello,
oggi stramaledetta dai poveri cristi, lì deportati da ogni
regione d’Italia, lugubre e pietoso si diffonde lo stridio di
uccelli notturni, nell’afosa condensa estiva.
Ho vagato per più di quaranta istituti di pena, e quasi
tutti non li ricordo; in alcuni ho studiato e appreso, in altri
ho insegnato e dato. Ovunque, però, ho avuto occhi attenti per osservare fino a quale stato può condurre l’abbrutimento, la disperazione, l’ottusità dell’essere umano, avvolto nelle nebbie dell’alcol, inaridito dall’abbandono dei
familiari, trafitto dalla crudeltà della giustizia ingiusta, annullato dal rimbambimento provocato dai farmaci, che
vengono somministrati a iosa da personale senza cuore, ma
dal camice immacolato.
In verità ho pure visto uomini simili al più indurito palo
di cruento patibolo, i quali, toccati da linfa divina, hanno
saputo ricredersi e reagire positivamente; così hanno
cominciato a rigermogliare, maestosi alberi sui viali di una
nuova esistenza, nella incredulità di quei falsi filosofi-educatori che anziché aiutarli nella rinascita non concedevano
loro l’assenso e il credito perché accecati dalla errata convinzione, quella dell’impossibile ravvedimento.
In carcere la vera sofferenza dei condannati è l’essere
isolati e non creduti; sì, è la solitudine l’acido muriatico che
corrode l’anima; quel senso di esclusione dalla società
esterna che viene inteso come rifiuto, come vomitevole
rigetto e che li rende inutili.
Ormai sono vecchio di anni e di affanni; da tempo ho
deposto le armi, e quel viaggio per l’Italia sta per volgere al
termine. Per quella data cercherò di farmi trovare pieno
dell’entusiasmo della gioventù e del primo importante
appuntamento.
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Nel magico scenario dell’autunno, e ancora una volta
nel mese dello scorpione, segno battagliero e capace di
grandi passioni, lascerò cadere a goccia a goccia le pene
della lunga carcerazione nella brocca della nuova esistenza,
per non averne più sentore e memoria. E nel solco profondo, tracciato per decenni dall’inesorabile vomere della sofferenza, un granello di senape getterò e certamente rinascerò migliore. Senza odio guarderò il passato, senza alcuna acrimonia sarà il mio parlare nel presente; con buona
volontà e infinita speranza mi proietterò verso il futuro.
E finalmente farò ritorno, rinnovato nello spirito e mutato nel corpo, al paese natale, che nel frattempo nella parte
più suggestiva e storica è diventato un presepe in abbandono; di certo non contemplerò nelle case basse e di pietra
quelle piccole luci delle tremolanti fiammelle dei lumi a
petrolio; e le dere scoppiettanti, scaglie resinose di pino
non avvieranno più i focolari spenti e il fumo nero non scalerà i comignoli al tramonto; e i vicoli saranno bui e intransitabili, irrigiditi come i capillari di un corpo morto da
tempo.
Quelle fiammelle non bucheranno più l’oscurità della
notte fonda e tutto sarà ovattato di silenzio, tutto sarà
sospinto nell’oblio del tempo, mentre l’edera rigogliosa
fagocita ogni muro e cornicione, ogni balcone e solaio e i
fichi selvatici svettano imponenti, gigantesche sentinelle
mute di un mondo in avanzata rovina.
Non rivedrò la mia vecchia casa di pietra. Ormai non c’è
più.
Dimorerò, invece, verso il piano in una nuova casa di mattoni forati, molto più spaziosa e comoda, ma di sicuro meno
attraente e calda. E nel giardino retrostante pianterò un giovane ulivo, simbolo di pace fin dall’antichità, lento nella crescita e profondo e tenace nel radicamento anche nei terreni
più ostili come può essere il cuore dell’uomo. E come quella
piccola pianta mi sentirò attaccato alla terra, alla mia terra,
per amarla e per essere amato per sempre da lei, madre.
E giungerà la sera; il cielo sarà pulito, soltanto qualche
cirro solitario vagherà distratto contro le alte cime viola di
Montalto in un imporporato di fiaba. Le ombre si allungheranno prepotenti su tutta la valle fino al mare, e la distesa
di oleandri in fiore, più bella di un quadro di Van Gogh, dai
colori rosa tenue, rosso fuoco e bianco brillante scomparirà sotto un grande manto blu. Tutto intorno sarà pace, e io
mi addormenterò dopo il tramonto per risvegliarmi nell’eternità.
E per me finalmente dopo tutto “si è fatta luce come il
giorno sopra la terra, e l’oscurità è passata. E vi sarà una
luce infinita”. Libro di Enoch.
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Motivazione
Il 3° premio non è stato assegnato
L’autore inizia evocando i primi anni della sua vita, a partire
dalla nascita in un borgo della Calabria ionica, fuori dal tempo,
sospeso in un’atmosfera dalle arcaiche suggestioni. Poi il forzato
abbandono, l’iniziale disorientamento, le varie esperienze esistenziali e, infine, quella più traumatizzante, che dura tuttora: il carcere. Trenta lunghissimi anni trascorsi in quaranta diversi istituti di pena. Qui, alla dura università delle galere, ha avuto ogni
possibilità di apprendere e insegnare, ha visto e subito torti là dove
la giustizia dovrebbe essere applicata in maniera imparziale, ha
constatato come una lunga detenzione, con la solitudine che ne
deriva, può distruggere ogni residuo barlume di umanità e portare all’abbrutimento, all’autodistruzione. Ma ha anche osservato
qualcuno rialzarsi con la forte volontà di rinascere a nuova vita.
Il nostro protagonista non ha mai abdicato al suo essere più profondo, alla sua capacità di conservare la propria integrità. D’altronde, come recita una scritta sul muro di una cella: “La galera
peggiore è la vita, perchè per evadere devi crepare”. Per lui il fine
pena è imminente e sarà come tornare indietro nel tempo, immergersi, come una volta, nel seno accogliente, protettivo del suo paese
nativo in cui potrà, finalmente, “addormentarsi per svegliarsi nell’eternità”.
Racconto ben costruito, dal linguaggio sapientemente controllato
anche quando, non di rado, sfiora toni aulici, pervaso da un senso
di profonda dignità e dove non c’è spazio per possibili rimpianti né
per comprensibili sentimenti di odio o di rivalsa. Domina su tutto
l’amore profondo per la propria terra, il cui ricordo sembra essere
stata l’unica cosa che gli ha consentito di restare vivo “dentro”.
La premiazione del 2009 a Volterra
con Ernesto Ferrero.
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La premiazione del 2009 a Volterra.
La premiazione del 2009 a Volterra.
La premiazione del 2009 a Volterra.
La premiazione del 2009 a Volterra.
La premiazione del 2009 a Volterra.
La premiazione del 2007 a San Vittore con Veronica Pivetti
ed Ernesto Ferrero.
Opere segnalate
Roma, 2004: momenti della premiazione con Margaret Mazzantini.
Francesco Felici
La mia Napoli, dunque, non è solo quella che descrivono i
giornali o qualche libro denigratorio fatto per il solo scopo
di lucro, senza avere rispetto per una città che, anche se
martoriata, ha sempre saputo risorgere, come è risorta
dalle ceneri la città di Pompei grazie alla sua gente.
La mia Napoli
La Napoli che vorrei farvi conoscere è diversa da quella
descritta sui giornali e telegiornali, che ne fanno una città
pericolosa e insicura.
La mia Napoli è quella della gente che lavora, che si sacrifica ogni giorno per arrivare alla fine del mese ed è costretta a inventarsi qualsiasi cosa per tirare avanti; questo ha
fatto sì che i Napoletani si siano specializzati a inventarsi i
lavori più disparati: i lustrascarpe – famosi sciuscià – ragazzini che nel dopoguerra si erano inventati un mestiere per
aiutare le famiglie, il guardamacchine, il posteggiatore che
canta piccole canzoni d’amore alle coppie fuori dai ristoranti del lungomare, o la bambina che vende fiori agli innamorati, sono mestieri nati dall’esigenza e dalla fame di chi
aveva una famiglia numerosa alle spalle e la sera rientrando a casa non poteva presentarsi a mani vuote.
La mia Napoli è quella dei monumenti storici: il Cristo
Velato, il museo di Capodimonte, palazzo reale, o le porcellane di Capodimonte conosciute in tutto il mondo, il Duomo, che è la chiesa di San Gennaro, il Santo patrono che
periodicamente scioglie il sangue custodito in due ampolle; questo è per noi segno di buon auspicio per i mesi che
verranno. Molti scienziati illustri hanno tentato di spiegare
l’inspiegabile, con preparati chimici o con dei surrogati,
tutti hanno fallito miseramente poiché, anche se è possibile far sciogliere con una certa manipolazione un materiale
che sembra sangue, alla fine è solo una simulazione che
per noi Napoletani non è altro che un’altra offesa alle
nostre credenze, alla nostra fede nel Santo Patrono; ai
nostri costumi, alle nostre usanze, come quella di mischiare il sacro con il profano; crediamo nei Santi ma nello stesso momento abbiamo tutti un piccolo corno in tasca per il
malocchio, non si sa mai, a Napoli si dice: non è vero ma ci
credo!!!
La mia Napoli è quella delle stradine del centro storico,
dove ci sono ancora quegli artigiani che hanno conservato
le antiche tradizioni e le tramandano da padre in figlio,
come quello di fabbricare pastori per il presepe; questa è
una vera arte, che hanno gli artigiani di San Gregorio
Armeno, sono famosi in tutto il mondo, come anche gli
artigiani del corallo di Torre del Greco che fino a pochi
anni fa lavoravano tutti nelle case, così in ogni famigliola
c’era qualcuno che lavorava il corallo, partecipavano a quest’attività le persone anziane e i bambini che aiutavano i
grandi a infilare perline.
Come dice la celebre canzone “a città e puticenella” mi piacerebbe accompagnarvi vicolo per vicolo solo a voi che
siete amici e non nemici di questa città, portandovi a vedere, ad ammirare le bellezze della mia Napoli, le sfogliatelle
calde alla ferrovia, oppure il babà da Bellavita, un famoso
bar del centro, senza trascurare i taralli caldi di Fortunato,
sugna e pepe.
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Vorrei accompagnarvi a vedere gli artigiani che lavorano
l’oro nella zona degli orefici, dove in ogni piccola bottega
c’è un banchetto con un uomo intento a incastrare una pic-
cola pietra preziosa su un anello; vi porterei a vedere le
chiese di Napoli che sono di una rara bellezza, basti pensare che per ognuna di essa un cantante celebre ne ha
descritto le sue lodi, tra le più famose ricordiamo Monastero e Santa Chiara, e “a chiesa do Gesù”.
Vi accompagnerei a bere un caffè al bar dell’università,
dedicato a tutti gli studenti, ricordato in un’altra canzone
napoletana, dove tutte le persone della provincia ricordano
gli anni verdi in cui da studenti hanno vissuto a Napoli, e
frequentavano la Federico II, e come una sorta di equilibrio non scritto da nessuna parte, ecco che come per
incanto, per non essere da meno, nasce anche il caffè del
professore, un bar a via Chiaia (strada della Napoli bene)
dedicato ai professori.
La mia Napoli è quella d’interi quartieri ove tutti si conoscono e si comportano come una vera famiglia, interessandosi gli uni degli altri, non come in quelle città del nord
dove si vive per anni in un condominio senza sapere chi è
il nostro vicino di casa, da noi, se ci manca lo zucchero o il
caffè, si chiede al vicino di casa che è sempre disponibile
perché sa benissimo che domani potrà averne bisogno lui
e tu gli ricambierai il favore.
Da noi è un piacere offrire il caffè ai vicini, è una vera tradizione, perché è un modo per fermarsi a parlare per discutere delle vicissitudini del giorno prima, di interessarsi
degli altri inquilini del palazzo proprio come se fossero
gente di famiglia, magari che so, anche fare qualche sano
pettegolezzo, che, si sa, le donne fanno spesso nei loro discorsi.
Castel dell’Ovo e il suo borgo marinaio, ci sono tanti ristoranti tipici come la Bersagliera o il ristorante da Zi’ Teresa,
che credo siano i più vecchi di Napoli.
Anticamente sul lungomare, quando si apriva un nuovo
bar, era consuetudine buttare le chiavi in mare, perché in
quella zona i locali rimanevano aperti giorno e notte,
prima per servire i giovani che vivevano la Napoli di notte
e poi per servire i primi avventori che si recavano al lavoro.
Qualche piccolo locale ha conservato queste usanze, così di
notte in alcuni bar ci trovi di tutto, dal ducciotto al biberon
per i bambini, alla scatola di alka seltzer o di tachipirina
onde evitare che uno sia costretto a girare tutta la notte in
cerca di una farmacia di turno.
Mi piacerebbe che i telegiornali, quando parlano della mia
città, dessero almeno una notizia buona, che parlassero
della Napoli che lavora e non solo di cronaca nera, sarebbe
bello se mettessero in risalto i nostri cantieri navali che sono
il fiore all’occhiello della nautica italiana, o dei nostri stilisti
come Marinella che esporta cravatte in tutto il mondo, o
come tanti piccoli imprenditori che con i loro sacrifici
fanno di tutto per invertire la tendenza e per convincere i
più scettici, dimostrando che la gente che lavora è molto
più numerosa di quella che delinque; magari è meno interessante per i più, non fa notizia, ma io che in quella terra
ci sono nato e ho fatto il giro del mondo, sono certo che se
a tanti giovani venisse offerta una possibilità, un posto di
lavoro, che gli consentisse di poter tirare avanti la famiglia,
sicuramente non sarebbero costretti a delinquere.
Vorrei andare infine sul lungomare di via Caracciolo, che
di sera è tutto illuminato e fuori agli chalet si può gustare
un ottimo gelato o un maxi frullato, possiamo visitare il
Siamo stati spesso traditi dai nostri politici che, una volta
ottenuto il potere grazie ai voti della povera gente, ha pensato solo al proprio interesse, tradendo non solo il proprio
elettorato, ma la propria gente, le proprie radici.
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È notizia di questi ultimi tempi di una giunta comunale
completamente inquisita, ma come se tutto ciò fosse la cosa
più normale di questo mondo; si procede con un semplice
rimpasto e tutto rimane come prima, anche questo episodio che in altri luoghi avrebbe suscitato scalpore, a Napoli
è tutto normale cosicché la gente finisce per abituarsi a
certi disagi come una sorta di rassegnazione e tira a campare dicendosi una frase storica citata dai grande Eduardo De
Filippo: “Adda passà a nuttata”.
Valentino Robustelli
Se potessi scrivere
Parte prima
Consapevolezza
Mi chiamo Elisa, ho gli occhi chiusi e non riesco a muovermi da poco più di dieci anni. Ho un costante prurito alla
gola provocato dalla cannuccia che serve ad alimentarmi.
Non ho bisogno di sofisticate macchine per restare al di
qua della linea, mi basta questo fastidioso tubicino. Tanto
lo amo e tanto lo odio, confesso.
Dopo tutto questo tempo conosco perfettamente la mia
situazione, i dottori parlano molto intorno al mio letto, io
li ascolto non potendo fare altrimenti.
Ho avuto un incidente d’auto il giorno del mio ventesimo compleanno e questo non lo so per sentito dire, ma lo
ricordo oggi come allora, oggi come ogni giorno da allora.
Sono caduta immediatamente in coma e ne sono uscita
poco dopo per trovarmi poi in uno stato vegetativo permanente.
Per-ma-nen-te.
Non provo dolore fisico, non più, suppongo di essere costantemente imbottita di antidolorifici, in fondo questi aghi
che entrano nelle mie vene dovranno servire a qualcosa.
All’inizio della mia nuova vita, diciamo per i primi tre o
quattro mesi, provavo vergogna per molte cose. Non era
piacevole farmi pulire dei miei stessi escrementi da mani di
lattice sempre diverse, alcune delle quali delicate, altre
rudi, forti e callose nonostante i guanti, ma poi, non avendo scelta, ho fatto l’abitudine anche a questo. Tutte le mat-
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tine dopo il bagno una donna piega le giunture scricchiolanti del mio corpo e in quei momenti sì che sento delle
fitte dolorose salirmi fino al cervello. Nemmeno questo mi
dà più fastidio, al contrario. Quando arriva l’ora della ginnastica sono contenta perché le donne spesso canticchiano
e mi tengono compagnia senza saperlo.
Ricevo molte visite di amici e parenti, mamma e papà mi
parlano e mi accarezzano le mani e il viso almeno una volta
al giorno. Vorrei poter parlare loro anche solo una volta per
ringraziarli della loro affettuosa costanza. Anche gli amici
più intimi non mancano di farmi sentire il loro amore, vengono a trovarmi con cadenze irregolari che sanno sempre
di sorpresa, mi parlano, mi fanno forza, mi fanno sentire
bene, nonostante tutto.
Marta è la mia più cara amica, viene a trovarmi una volta
a settimana e da allora non ne ha saltata una che sia una,
l’adoro e mi spiace che si senta in colpa ancora oggi per i
nostri destini così diversi diramati dallo stesso avvenimento. Marta era in macchina con me quando ho perso il controllo. È assurdo che lei se ne faccia una colpa, ma non
posso farglielo capire in nessun modo.
Oltre a Marta c’è un’altra persona speciale che mi sta
seguendo, si chiama Silvia e prima dell’incidente non eravamo molto legate. Evidentemente mi sono persa una grande amicizia. Quando si dice che la vita è strana si intende
forse questo?
letto. La mia deficienza nelle scelte mi infastidisce molto di
più della mia mancanza motoria. I dottori credono che io
non possa sentire alcunché, ma la tv è lì, quasi sempre accesa, a tenermi informata su tante cose che non vorrei sentire
e che mi danno da pensare più di quanto vorrei.
Io c’ero l’11 settembre, ho immaginato i due grossi aerei
schiantarsi, ho “visto” le torri prendere fuoco e poi crollare. Ho festeggiato con tutti gli italiani la vittoria del mondiale, il frastuono della gente e i clacson impazziti sono
arrivati fino a qui. Pochi giorni fa ho udito la notizia dell’insediamento di un nero alla Casa Bianca. Mi sembra più
incredibile di ogni altro avvenimento, compresi attacchi
terroristici, guerre, massacri.
Parte seconda
Illogicità
So quasi sempre che ora è, sempre conosco la data del giorno che sto vivendo. Così come i medici anche gli infermieri e gli inservienti parlano molto tra di loro e poi… e poi
c’è la tv.
L’idea di piazzare un televisore nella stanza è venuta ai
miei genitori. Tante volte il suo audio mi tiene compagnia e
riesce quasi a rallegrarmi, tante altre vorrei alzarmi solo per
lanciarla fuori dalla finestra per poi tornarmene nel mio
I tg hanno cominciato a parlare di me.
La mia stanza non è più quel luogo tranquillo di prima,
ho sentito liti, una perfino violenta tra due persone a me
sconosciute, appena oltre la porta della mia stanza. Un
uomo voleva farmi morire, l’altro voleva tenermi in vita e
mentre urlava minacciava il primo dicendogli che lui sarebbe stata la persona da ammazzare. Se io avessi avuto la parola sarei rimasta comunque senza.
Le visite dei miei genitori sono prima diminuite, poi si
sono interrotte, gli amici non si sono più presentati e pure
la ginnastica mattutina è terminata. Dopo alcuni giorni di
ignoranza ho finalmente saputo la verità ancora una volta
grazie alla televisione. Due vigilanti piantonano da giorni la
porta della mia camera perché la mia situazione è diventata un gigantesco caso mediatico. I miei genitori sono sempre più impegnati a scappare dai giornalisti per riuscire a
seguirmi da vicino. Telegiornali, speciali, talk show, anche
le trasmissioni comiche, tutto parla di me, c’è chi vuole che
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io continui a essere nutrita come fino a oggi perché la vita
è vita, sempre e comunque; c’è chi vuole interrompere l’alimentazione per farmi smettere di soffrire.
Il nuovo papa (per me sarà sempre il nuovo papa, dopo
la scomparsa di Wojtila) ha detto che mi ama; il presidente
della Repubblica mi vuole felice; quello del Consiglio vuole
una nuova legge per me e per tutte le altre persone che si
trovano nel mio stato; mia mamma, dicono i giornalisti, mi
vuole con se; mio padre, sempre secondo i cronisti, preferirebbe vedermi lassù, dove starei sicuramente meglio.
Tutti si stringono intorno a me e alla mia famiglia, perlomeno così dicono i personaggi nelle interviste. Io penso
che qualcuno riesca ad approfittare anche della mia situazione, fanno share, così si dice, altri guadagnano elettori.
E io mi sento ogni giorno più piccola, sempre più schiacciata dal mondo che sta oltre questa stanza. Quello che
voglio io però non lo sa nessuno; quello che voglio io, ed è
ancora più triste, non lo so nemmeno io. E bello sapere di
essere ancora amata da chi già mi amava prima, ma è
orrendo non avere la possibilità di contraccambiare.
Vivo e sono felice per questo, tanti altri non ce la fanno
e muoiono, ma è anche vero che sono immobile e senza
alcuna possibilità di arbitrio.
Cosa vorrei adesso? Vorrei che mi lasciassero sola, perché è proprio questa attenzione non richiesta che non mi
fa più dormire, che ha allontanato da me tutte le persone
che voglio vicine, che mi fa soffrire più del mio stato fisico.
fame provoca dolori strazianti. C’è agitazione nell’ospedale, mi infastidisce. Stanotte ho sentito gli occhi umidi e una
lacrima che tentava di uscire, non mi era mai successo.
In questi ultimi giorni sento il mio corpo diverso, ma
non provo dolore. Poco fa mi hanno tolto la cannuccia e
non me l’hanno più inserita come facevano durante la sua
sostituzione.
Tra poco morirò.
Questo lunghissimo conto alla rovescia mi fa sentire più
una condannata a morte che una donna con la necessità di
perire, ma la morte non mi spaventa più, sono già troppo
spaventata dall’incoerenza dell’essere umano.
Varese, 17 marzo 2009
Dedicato alla memoria di Eluana Englaro
Dedicato alla memoria di Peppe Robustelli
Parte terza
Arbitrio
Hanno scelto.
Un cronista in tv dice che i medici ridurranno la quantità di cibo poco alla volta fino a procurarmi la morte, mi
daranno molti sedativi e antidolorifici perché morire di
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Il carcere “La Pianta” di Caracas è uno dei peggiori di tutta
l’America Latina.
Avrei dovuto recarmi a visitare il direttore della mia
banca, arrestato poche settimane prima per aver deviato un
trasferimento di notevole importo dagli Stati Uniti a un
conto da lui controllato in un paradiso fiscale. Per sua sfortuna, l’impiegato addetto alle operazioni internazionali,
invece di allontanarsi dal Paese come previsto nei loro
accordi, si era fatto arrestare in una casa di piacere di lusso
sull’isola Margarita e subito dopo aveva cominciato a raccontare agli inquirenti tutti i dettagli dell’operazione.
Dopo quarantotto ore, il mio amico e direttore di banca
di uno degli istituti di credito più importanti della capitale
venezuelana era stato arrestato dagli uomini della PTJ (la
polizia giudiziaria) e condotto nel famigerato carcere ubicato nel centro di Caracas.
Quel sabato mattina, come tutti i giorni di colloquio, fuori
“La Pianta” c’era una fila interminabile di donne, uomini e
bambini pieni di borse con cibo, vestiti e quant’altro.
Un ufficiale della Guardia Nazionale mi stava aspettando
fuori la porta d’ingresso e mi fece entrare evitando così la
lunga coda. All’entrata, dopo aver lasciato i documenti,
specificando il nome del detenuto che andavo a visitare, mi
applicarono un doppio timbro di riconoscimento sul braccio destro per essere sicuri in uscita che fossi sempre io e
non qualche recluso in fuga. Per i visitanti uomini era
obbligatorio l’uso della giacca per distinguerli dai detenuti
ai quali invece era vietata. Non era indispensabile avere
rapporti di parentela con il recluso che si andava a visitare,
a differenza della maggior parte delle carceri europee. In
seguito seppi che le fughe erano lo stesso all’ordine del
giorno e la corruzione, ai massimi livelli, comprendeva
anche l’acquisto del timbro giornaliero, di giacche, ed
eventuali documenti di riconoscimento lasciati all’ingresso
da parte dei funzionari corrotti.
Tutto aveva un prezzo.
Entrai così in un mondo allucinante che non avrei mai
pensato potesse esistere nella realtà del ventunesimo secolo. Durante il percorso per arrivare al padiglione del mio
uomo tentarono di vendermi di tutto: dalla coca alla marijuana, da peluche artigianali a liquori di contrabbando; c’erano anche delle prostitute che contrattavano con i detenuti per pochi soldi... Un’anarchia totale, un submondo indescrivibile dove vigeva la legge dei detenuti e non delle guardie, le quali entravano nel penitenziario esclusivamente per
la conta mattutina e serale.
Era terra di nessuno dove comandava il più forte, il potere interno si conquistava con la violenza e il terrore.
Un odore nauseabondo di immondizia misto a orina mi
investì immediatamente dopo aver varcato il primo corridoio.
Mi sembrava di vivere uno di quei film ambientati nel
futuro dopo la catastrofe nucleare tipo Mad Max o giù di lì.
Un detenuto mulatto alto quasi due metri si materializzò
davanti a miei occhi subito dopo aver dato il nome della
persona che andavo a visitare alla guardia d’ingresso. Si
offrì di scortarmi fino al settore dell’uomo che stavo cercando. Nel lungo e tortuoso cammino simile a un inferno dantesco l’uomo di colore si faceva rispettare con un machete in
mano e un’espressione che avrebbe scoraggiato chiunque
avesse avuto cattive intenzioni. I detenuti avevano quasi tutti
il telefono cellulare, uomini armati di pistole e coltelli circolavano tranquillamente e altri facevano la fila per telefonare da un detenuto che vendeva le chiamate dal suo tele-
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Giovanni Arcuri
L’inferno
fono mobile a chi ne era sprovvisto. Circolava denaro contante e avvenivano loschi traffici ovunque. Ci facemmo strada tra giocatori di parchis, domino e guaraña (quest’ultimo
un gioco di dadi con sei numeri e un bicchiere) in una bolgia e grida indescrivibili. A quel punto, non mi sarei meravigliato se mi fossi imbattuto nel classico combattimento di
galli. Stranamente non lo trovai, forse preferivano mangiarseli. Alla fine arrivammo di fronte a una cella dove tre
uomini armati davanti la porta avevano un lungo filo al
collo da cui pendevano piccole borse di plastica contenenti polvere bianca, presumibilmente cocaina, che promuovevano e vendevano a gran voce, tipo mercato rionale. Grida
di amplessi provenivano da celle adiacenti e un magrissimo
fumatore di crack, dopo aver pulito con certosina pazienza
la carta stagnola della sua piccola pipa, espulse dai polmoni tutto il fumo che aveva a lungo trattenuto e me lo soffiò
in pieno volto. Prima che io potessi reagire la mia “guardia
del corpo” gli diede uno spintone di una tale forza che l’ossuto tossicodipendente fece diverse capriole a terra prima
di sbattere definitivamente con la testa al muro.
“El Santero ti vuole parlare” mi disse uno dei “guardiani”
fuori la porta.
Uno di quelli con le bustine a tracolla entrò e avvisò l’uomo del nostro arrivo.
Prima che potessi chiarire che io dovevo vedere el Banquero e non el Santero mi ritrovai spintonato all’interno della
cella mentre la porta si chiuse contemporaneamente alle
mie spalle. Una voce autoritaria da dentro gridò di non far
passare nessuno fino a nuovo ordine.
La cella era sui sei metri per quattro, alla fine della stanza c’era un lettone immenso molto alto, circondato da tre
ventilatori che giravano a media velocità. Sul letto era
appoggiato un pc d’ultima generazione collegato a un cellulare per poter navigare in Internet. Alla destra del cuscino c’era una pistola a tamburo calibro .38 a canna corta,
probabilmente una Smith and Wesson.
Un uomo magro, tutto vestito di bianco e pieno d’oro,
con un altro cellulare in mano, mi sorrise da dietro un tavolo e mi venne incontro. Un altare pieno di statue di santi,
candele, sigari e qualche frutto in offerta era situato alla
mia destra.
Un televisore con videoregistratore era appoggiato su uno
sgabello e senza volume proiettava un film pornografico.
Sul tavolino erano ammassate fasce di banconote e borse
di cocaina uguali a quelle che avevo visto appese al collo
degli uomini fuori della sua cella; c’erano anche dei contenitori di vitamina C pieni di crack.
La mia preoccupazione era ai massimi livelli.
“Mi devi scusare per averti fatto portare qui da me; per
ragioni di sicurezza devo sapere chi vuole vedere el Banquero prima di permettere la visita di chiunque” disse l’uomo vestito di bianco.
“Sono un suo amico, non ero in Venezuela quando l’hanno arrestato, come ho saputo della sua cattura sono venuto…”
“Come avrai capito nel tragitto per arrivare fin qui questo luogo ha un tasso di mortalità molto alto e chi non è
protetto rischia di lasciarci le ‘penne’ nelle prime quarantotto ore. Il tuo amico è un uomo intelligente e pur non
avendo esperienza carceraria ha capito che apportando un
piccolo contributo al sottoscritto avrebbe potuto sopravvivere in questo inferno in attesa della sua libertà.”
“Sono contento che si trovi sotto la tua protezione, io
farò il possibile per aiutarlo a uscire da questo guaio. Posso
vederlo ora?”
“Tu sai chi sono?” mi chiese l’uomo squadrandomi da
capo a piedi prima di rispondermi.
“No, mi dispiace.”
El Santero era un personaggio mitico nelle carceri venezuelane.
Temuto e rispettato aveva passato più di venti anni dietro
le sbarre cambiando incluso molte carceri. Era sopravvissu-
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to a molteplici cambi di governo, così si chiamavano i colpi
di stato interni, che il più delle volte lasciavano dozzine di
morti sul terreno. Dagli omicidi con armi da fuoco allo
smembramento degli arti con il machete o con il medio brazo,
un coltello di circa sessanta centimetri costruito artigianalmente dagli stessi detenuti.
Quotidianamente avvenivano combattimenti degni del
Colosseo per il controllo del commercio della droga e delle
armi fino ai motivi più futili. La vita umana non aveva alcun
valore.
El Santero aveva partecipato alla famosa guerra interna
avvenuta nel carcere di Barcelona, Puente Ayala, Stato Anzoategui, dove il gruppo dei vincitori aveva lasciato nel patio
decine di morti e oltre otto teste decapitate con le quali gli
stessi giocarono a calcio prima dell’arrivo della Guardia
Nazionale che poi spedì tutti nel carcere di massima sicurezza dell’Eldorado, nella giungla amazzonica venezuelana. La
maggior parte di loro morirono in seguito di malattie tropicali, torture e denutrizione. Questo abominevole avvenimento fu riportato dai giornali di tutto il mondo.
El Santero era un sopravvissuto.
Si presentò e poi pacatamente mi disse: “Bene, non te ne
faccio una colpa, non appartieni a questo mondo.”
Mi disse l’uomo guardandomi fisso negli occhi. “Di che
cosa ti occupi?”
“Più o meno delle stesse cose di cui si occupa il nostro
comune amico con la differenza che io non lavoro in
banca… chiamiamole intermediazioni finanziarie.”
“Insomma, truffe ad alto livello…” semplificò l’uomo.
“Se proprio vuoi metterla su questo piano, sì.”
“E rendono?”
“Non mi posso lamentare.”
“El Banquero mi ha raccontato di certe operazioni fatte
all’estero con l’appoggio di un italiano per diversi milioni
di dollari… Senza colpo ferire. Sei tu il famoso italiano?”
“Potrei…”
“Stai tranquillo, non ti farò alcun male. Per me è importante poter avere degli agganci in un mondo che non conosco come per voi sarebbe utile avere degli appoggi nel torbido mondo della delinquenza. La linea che divide i nostri
universi è molto sottile. Tra meno di un anno sarò un
uomo libero. Ho un discreto capitale che mi aspetta e potremmo restare in contatto. Fuori, come dentro, ho un
esercito alle mie dipendenze. In Paesi come questo è quasi
indispensabile poter contare con personale di sicurezza affidabile.”
“Magari ne possiamo riparlare in un ambiente più rilassato quando sarai libero” dissi io con cautela e diplomazia.
“Bene, il nostro amico comune saprà come rintracciarmi.”
Detto questo mi diede una pacca sulla spalla e diede
ordine a uno dei suoi scagnozzi di portarmi al cospetto del
Banquero che era stato già avvisato del mio arrivo.
Due celle più avanti, da una porta di colore blu uscirono
due ragazze molto belle che sorridenti venivano accompagnate fuori dallo stesso personaggio che mi aveva condotto
fin lì. Era la cella del mio amico.
Entrando, lo trovai spaparacchiato in accappatoio su un
lettone immenso con due ventilatori che giravano e un bicchiere di whisky in mano.
“Ce la spassiamo vedo…” dissi sorridendogli mentre lo
abbracciavo.
“Sono felice che tu sia venuto” mi disse commosso.
“Come stai?”
“Non male. Cerco di ammazzare il tempo nel migliore
dei modi.
Ho tutto quello che voglio ad eccezione della libertà.
Donne, cibo raffinato, liquori, telefonino, pc e chi più ne
ha più ne metta.
Unica clausola: non posso uscire da questo corridoio.”
“Ho conosciuto el Santero…”
“Un personaggio… Mi è costato venticinquemila dollari
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però sono vivo e finché rimarrò qui non mi può toccare
nessuno. Non è un cattivo elemento, ha i suoi principi, le
sue regole e sa come muoversi in questa giungla. Quando
mi hanno portato qui credevo di vivere un incubo.
Sparatorie, morti, combattimenti con il coltello sono all’ordine del giorno. La vita umana non vale assolutamente
nulla. Come ho messo piede nel padiglione mi hanno rubato tutto quello che avevo addosso e stavo per prendermi
una pugnalata, poi è intervenuto lui e le cose sono cambiate. Ho la mia cella, le mie comodità e la protezione.”
“Quando conti di uscire?”
“I miei avvocati stanno trattando con il giudice, è solo
una questione di soldi. Come sai, in questo Paese tutto ha
un prezzo. L’operazione Swift che ho deviato mi ha fruttato quasi tre milioni di dollari, tra una storia e l’altra credo
che uscirò da qui con poco più della metà.”
“Meglio di niente, e sei vivo.”
“Come ti sei mosso con quei Bonds a Panama?” mi chiese.
“Bene, ho tutto pronto, ho fatto anche aprire dei conti
in Europa e alle Isole Vergini Britanniche. Contavo su di te
per operare tramite la tua agenzia. Il tuo arresto mi ha
colto di sorpresa.”
“Un incidente di percorso. Tre mesi, quattro la massimo.”
“Ti aspetto allora?”
“Devi. Se non fosse stato per quell’imbecille d’impiegato
non sarebbe successo nulla. Gli accordi erano che doveva
lasciare il paese il giorno dopo la deviazione del bonifico.
Lo so, la polizia ha sempre bisogno di un capro espiatorio,
anche se latitante. Scapolo, con cinquecentomila dollari in
tasca e con un’altra identità lo avrebbero smesso di cercare
dopo un anno e con gli appoggi politici che abbiamo
avremmo anche fatto insabbiare il caso. E invece che ha
fatto? Si è andato a ubriacare con delle prostitute sull’isola
Margarita! Un deficiente che guadagnava trecentocinquanta dollari al mese e al quale avevo risolto la vita. Avrebbe
avuto una vita agiata e senza problemi in Costarica e ora è
diventato anche infame.”
“Ormai è inutile piangere sul latte versato, un’altra volta
scegliti meglio i tuoi collaboratori” replicai.
Bevemmo dell’ottimo Buchanans invecchiato di diciotto
anni e parlammo del più e del meno per circa un’ora.
“Allora posso andar via tranquillo?”
“Lascio a te le conclusioni, il numero del mio cellulare ce
l’hai, quello del mio avvocato pure… Tieni tutto in caldo.”
L’abbracciai sulla porta mentre la mia guida indigena
era pronta a ricondurmi fuori da quella bolgia il cui chiasso mi rimbombava nelle viscere.
Una volta fuori, un po’ stordito ripensai al luogo da dove
ero appena uscito. Un mondo a parte, difficile da immaginare e ancor meno da credere. Chi in Europa presterebbe
fede all’esistenza di certe situazioni? Fantascienza…
Il mio amico banchiere uscì prima del previsto e riuscimmo alla fine dello stesso anno con l’appoggio di un alto
funzionario della Banca Centrale a effettuare il più grosso
colpo finanziario nella storia del Venezuela ai danni dello
Stato.
Il colpo dei T.E.M.
I famosi titoli di stabilizzazione monetaria emessi dalla
Banca Centrale, al portatore, con scadenze quinquennali.
Ne doppiammo una quantità esagerata e con l’appoggio
di alcune banche e case di borsa li negoziammo tutti liquidizzandoli sotto falso nome nell’arco di pochi giorni. Solo
dopo alcuni anni, alla scadenza dei titoli si accorsero che
quelli buoni li avevamo cambiati noi e quelli falsi (perfetti:
fatti con lo stesso materiale, timbri originali inclusi) erano
in custodia presso la Banca Centrale. Lo scandalo fu stratosferico. Non poterono fare nulla, dovettero incassare il
colpo e rimborsare i clienti. Furono addirittura costretti a
cambiare la legge sulla custodia dei titoli. Attualmente, la
Banca Centrale Venezuelana non può più tenere in custodia titoli di nessun tipo, per causa nostra! Un atto quasi
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dovuto nei confronti di un sistema bancario che defraudava i poveri risparmiatori e li costringeva tra l’altro a pagare
interessi esagerati ogni qualvolta chiedevano un prestito.
Il mio amico banchiere era un genio della finanza e
insieme facemmo delle ottime operazioni legali sia in
Europa che negli Stati Uniti.
Attualmente vive a Miami e ha un importante ufficio
immobiliare e una casa di cambio.
El Santero lo rividi nel 1998 nel carcere “La Pianta” quando la magistratura italiana ebbe la malaugurata idea di
richiedere la mia estradizione, che fortunatamente non fu
concessa. In ogni caso, la libertà arrivò dopo diversi mesi e
dovetti trascorrere l’attesa a mie spese nel carcere venezuelano. Dico a mie spese perché ovviamente dovetti effettuare la solita “donazione” all’amico Santero il quale era da
poco rientrato in carcere e mi fornì la stessa suite del mio
socio banchiere con la sola differenza che io ebbi più libertà di movimento. Riuscii addirittura ad aprire un piccolo
casinò interno dove venivano a giocare tutti i peggiori criminali de “La Pianta” ma con la copertura del Santero e con
il suo servizio d’ordine non successe mai nulla di veramente grave.
Gli riconoscevo un 30% sui guadagni e devo ammettere
di aver avuto anche lì degli utili soddisfacenti, tenendo presente il luogo dove mi trovavo e il tipo di “clientela” con cui
avevo a che fare. Un film.
Solo attraverso le conoscenze e le esperienze più disparate si può avere una visione chiara e completa della vita.
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Carmelo Gallico
Pagine dall’inferno.
Cronache di storie vere dalla casa di lavoro di Favignana
Ci sono giorni in cui vorresti non essere mai nato perché
vorresti avere un potere magico per mettere tutte le cose a
posto e quel potere non ce l’hai... Quand’è così, io trascino
il mio corpo, come uno zombie trascina il proprio cadavere, camminando per strada senza meta... vorrei cancellare
i pensieri, vorrei annullare la causa del dolore, ma restano
i pensieri, resta il dolore e si annulla tutto ciò che c’è intorno: gente vociante che ride, persone che ti passano accanto, ti sfiorano, ti spingono nella folla... ed è come non ci
fossero...
Poi la rassegnazione porta ad accettare tutto e si torna
nel circo della vita... un giorno si è clown, un giorno funambolo... e si fanno i salti mortali... ma non sempre c’è
sotto una rete a proteggere la caduta, non in tutti i giorni
c’è una strada per allontanare da sé l’inferno in cui si è precipitati. Pensavo all’inferno come a un luogo dell’anima,
uno stato della mente, un sentimento del cuore ma mai
avrei immaginato di poterlo trovare su un’isola amena, in
un antico castello, tra le mura di questa fortezza che mi tengono inchiodato agli orrori visti dai miei occhi increduli.
Senza alcuna possibile via di fuga dalle grida di disperazione che sento echeggiare intorno a me, rimango rannicchiato in un angolo. Un foglio appoggiato sulle ginocchia, una
penna tra le mani, esorcizzo l’inferno dal quale non posso
fuggire imprigionandolo tra le righe di una pagina, nella
cronaca dei suoi momenti.
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Giovedì 4 settembre
Fortezza di Favignana
Sezione casa di lavoro
ce, manterrà un barlume di lucidità e allora urlerà, urlerà
ancora contro orrori che non accetta, urlerà ancora alle
mura che lo trattengono; urlerà ancora nell’inferno che lo
divora.
È sera. Gabriel, il rumeno, ulula. Poi articola il suo ululato
in un richiamo: “Luuupiii…” Uno sberleffo alle guardie? O
“amici” invisibili che popolano la sua mente e possono
venirgli in aiuto? Quando la notte diventa profonda e zittisce ormai nel silenzio gli ultimi respiri della sera, lancia
invece un urlo che ricorda il verso di un grosso animale
ferito, un grizzly infuriato al quale in fondo somiglia un po’
con la barba fulva che rende ancora più grossa la sua testa,
il naso schiacciato da pugile, gli occhi grigi e lucidi e la sua
mole imponente nonostante i giorni di digiuno. È un urlo
che procura inquietudine in chi lo sente; qualcosa che non
ha nulla di umano eppure richiama il contrasto dell’infnità di sentimenti di cui un uomo è capace: rabbia e disperazione, dolore e sgomento, paura e audacia, sconforto e speranza sfumano in una folle risata finale che a tratti richiama il pianto di un bambino indifeso.
Ma non sono lacrime quelle che bagnano il pavimento…
dalle sue braccia, dai fianchi, dalla pancia è tutto un fiottare rosso di sangue, e più il sangue scorre, più lui si accanisce sul suo corpo con un oggetto tagliente che apre la via a
nuovi zampilli. Allora i versi si trasformano in parole e gli
urli in una cantilena: “Voglio morire… voglio morire…
voglio morire…”
Un nutrito gruppo di guardie, munite di guanti, lo calmano e lo conducono in infermeria per le prime cure.
Adesso è rinchiuso in isolamento, nudo, in una cella spoglia dentro la quale muoiono anche i suoi strani versi, i
lamenti, le parole cantilenanti e i richiami ai suoi amici
lupi: lì, nel chiuso di quella cella nemmeno loro possono
più giungere per tirarlo in salvo. Stremato, annullato da
una massiccia dose di psicofarmaci, forse si lascerà vincere
dalla follia e sarà internato in un manicomio o forse, inve112
Alfredo è arrivato da poche settimane; rifiuta il cibo, ha la
scimmia addosso perché ha interrotto bruscamente l’assunzione di metadone e questo acuisce il malessere per la mancata alimentazione. Certo, da parte sua, il momento meno
adatto per attuare uno sciopero della fame. Comunque, più
che di qualcosa da mangiare ha bisogno di qualcuno con
cui parlare, ha bisogno di un gesto di attenzione che lo faccia sentire meno solo nella sua disperazione. Si ferma davanti alla mia cella, allora poso il manuale di diritto sul
quale stavo studiando e lo ascolto mentre parla: mi racconta della sua paura di non farcela, dei suoi bambini, del dolore nella parte sinistra dell’addome che lo tormenta e gli fa
temere che il fegato gli scoppi da un momento all’altro.
“No, Alfredo, non temere, ti assicuro che il tuo fegato
non corre alcun rischio, perché si trova a destra, non dove
avverti il dolore… lì forse c’è la valvolina della fame che
punge…” Sorride con me, lo convinco a mangiare uno
yogurt, che gli passo in un momento in cui la guardia è distratta, e dopo un po’ dice di stare meglio.
Quando la “scimmia” torna a farsi sentire, crolla a terra.
Allora lo portano in infermeria e lo sedano con qualche
puntura. Dopo giorni di protesta, a momenti accesa, finisce
nell’isolamento, come gli altri internati del “gruppo ribelle”.
Francesco, invece, si è cucito le labbra. Il filo imbrattato di
sangue rinsecchito gli penzola dagli angoli della bocca.
Anche lui portato in una cella d’osservazione. Ma è stato
più veloce dei suoi guardiani e prima che riuscissero a
togliergli tutto aveva già preparato un cappio dal quale
penzolare.
Quando lo hanno tirato giù, il volto aveva già il colore
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violaceo della morte. Gli occhi gli sporgevano sbarrati e la
bocca, con il filo che la attraversava fino agli angoli, si tratteneva in una innaturale smorfia… ma respirava ancora.
Sottratto alla morte e ricondotto all’inferno.
Giorgio parlava ai passerotti; li chiamava per nome, gli
fischiettava, li guardava mentre se ne stavano sul bordo del
muro più alto protesi con la testa nel vuoto, pronti a lanciarsi in volo verso di lui appena avesse tirato fuori le molliche di pane che sempre teneva in tasca… Gli diceva: “Dài;
piccoletti, su, è ora di mangiare, non avete fame? Preferite
starvene lassù? Cosa aspettate?” ed era buffo vedere quei
passerotti in fila che sembravano bambini in attesa delle
caramelle... era come capissero le sue parole, non avevano
alcuna diffidenza, si poggiavano sulla sua spalla, lo becchettavano, cinguettavano appena lo vedevano e rispondevano
a tono alle sue parole. Lui lanciava le molliche in aria e
rideva di gusto quando in una sorta di gara di velocità disegnavano nel cielo imprevedibili traiettorie per afferrarle al
volo e ancor più si divertiva quando la gara si spostava a
terra, dove i colombi correvano goffamente per raggiungere le molliche nel frattempo cadute e trovavano invece sempre un passerotto più lesto che gliele sottraeva da sotto il
becco…
Era come avessero un appuntamento a orari stabiliti, ed
era sorprendente la puntualità dei passerotti. Va bene
Giorgio che aveva l’orologio; ma loro come facevano a
sapere che era già mezzogiorno o le sei di sera? Rimaneva
un mistero e quasi quasi veniva da credere a Giorgio quando diceva che i suoi “figlioletti” sono intelligenti e capiscono davvero quello che lui dice.
La mattina, invece, erano i passerotti a svegliare Giorgio:
si posavano sul bordo del blindato, che la notte rimaneva
aperto, e cinguettavano così forte che era impossibile non
svegliarsi; qualcuno si poggiava direttamente sul cancello
della cella e appena avvertiva un movimento non esitava a
entrare, seguito da tutti gli altri, per una sicura e abbondante colazione…
Lui soffriva di claustrofobia; un bel problema per chi è
costretto a stare chiuso in una cella per gran parte della
giornata di tutti i giorni dell’anno.
A Favignana, poi, le celle non hanno neanche le finestre,
sono seminterrate, a quasi dieci metri sotto il livello del
suolo, e questo acuiva la sua sofferenza; solo i suoi amici
passerotti riuscivano a fargli superare quell’enorme disagio; diceva che quando gli entravano in cella e gli svolazzavano attorno era come se gli aprissero il cielo, se lo portassero fuori di lì con le loro ali, regalandogli l’aria che nel
chiuso di quel posto angusto si sentiva mancare, facendogli
assaporare un po’ della loro libertà.
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Dopo l’incidente occorso a Francesco e un incessante lavoro di mediazione portato avanti dal personale penitenziario, quasi tutti pongono fine alla protesta e ritornano in
sezione.
Enrico, il più anziano del gruppo, viene portato nella
cella in cui mi trovo io. Siamo di nuovo in cinque, ma per
fortuna è un tipo tranquillo e tutto sembra scorrere senza
problemi. Ma chi può mai sapere che cosa passa per la testa
di un uomo…
La mattina è una di quelle di settembre in cui il cielo grigio ricorda che l’estate sta per finire e l’autunno non è lontano. Forse anche per questo le facce sono più malinconiche del solito. Cielo grigio o meno, decido di uscire lo stesso dalla cella e mi metto a camminare su e giù nel vecchio
cortile-corridoio in cui sostano gli internati pronti a recarsi al lavoro.
Quando quasi tutti sono già andati via noto Enrico con
la tuta da lavoro, fermo, appoggiato al muro. Per lui giornata di riposo a sorpresa, così se ne sta lì a fissare le mattonelle in cemento consumate sotto il ripetersi dei passi
senza meta…
Ogni mattina, subito dopo l’orario di apertura, passava
di cella in cella per chiedere ai compagni internati il pane
che gli era eventualmente avanzato dal giorno prima; “Sapete, se non li tratto bene i miei piccoletti non vengono più
a trovarmi in cella, e io come farei a sopravvivere senza l’aria che loro mi portano? Voi ci vivreste senza i vostri figli?”
Be’, come gli si poteva dire di no? Sapeva certo essere convincente e alla fine del giro riusciva sempre a riempire la
sua busta di pane pronto a essere sbriciolato nelle tante
mollichine che avrebbero reso felici i suoi piccoletti...
Le prime giornate di maggio annunciano già l’estate.
L’aria comincia a diventare pesante e nel chiuso della cella
Giorgio fatica ancor di più a respirare. Da alcuni giorni
dice di non star bene. Va in infermeria, il medico lo sottopone a una visita di routine e lo rassicura sulla sua buona
salute. Per un po’ è tranquillo: è tutto nella sua testa, solo
un po’ d’ansia e l’ansia, si sa, non ha mai ucciso nessuno…
Ma quella fitta non lo lascia, così le visite in infermeria
diventano più frequenti. “Cos’è, Giorgio, la ‘carcerite’ non
ti dà tregua? Guarda che il medico può darti solo le gocce
per curarti, ma per guarirla ci vuole la libertà, e quella solo
il magistrato te la può: dare! Dài, su, magari domani è il
giorno buono” gli dicono i compagni per sdrammatizzare
un po’ la sua preoccupazione e sapendo che proprio all’indomani il magistrato di sorveglianza avrebbe deciso la sua
istanza...
È la mattina dell’udienza: Giorgio si sente stanco, vorrebbe
starsene a letto, ma i suoi amici passerotti sono già lì a reclamare la loro colazione e lui non può certo deluderli… e
poi questa è una giornata importante, ha il profumo della
libertà, il sapore della partenza… e sì che l’ha tanto attesa
questa decisione!
Di uscire al passeggio, però, non ne ha voglia, forse nel
pomeriggio…
Sono già passate le dieci; un gruppo di passerotti cin-
guetta con insistenza davanti alla sua cella. Alcuni entrano,
salgono sul suo letto, gli beccano le mani, volano via, ritornano. Diventano sempre più numerosi, se ne stanno lì
posati, senza neanche più cantare.
“Ehi, Giorgio, hai abbandonato i tuoi amici passerotti?
Guarda che hanno fame, sono tutti qui ad aspettarti. Giorgio, tutto bene? C’è qualcosa che non va? Stai male? Ehi,
Giorgio!... appuntato!, appuntato!, corra, presto!, apra la
cella!, Giorgio sta male!”
L’appuntato si affretta, apre la cella, e ci vuole poco per
capire che la situazione è preoccupante... Giorgio si lamenta appena, qualche parola con un filo di voce... i suoi compagni lo prendono di peso e in una corsa di filato lo portano in infermeria. Il medico gli tocca il polso; si sente a stento, non c’è tempo da perdere, l’ambulanza è già stata avvisata, ma il cuore si sta fermando: “Dài Giorgio, dài, non
mollare adesso, oggi è il tuo giorno, il magistrato decide la
tua istanza! È finita, lascerai Favignana, non mollare!” Il
medico tenta di rianimarlo con il defibrillatore… una, due,
tre volte… non c’è più niente da fare, il suo cuore non
batte più…
Ammutoliti, i suoi compagni tornano in sezione, dove gli
altri attendevano notizie. “Allora? Come sta Giorgio?” La
risposta è scritta nei loro volti di pietra: “È morto…” e un
raggelante silenzio prende il sopravvento sui rumori della
vita.
All’improvviso l’inconfondibile fischiettio di Giorgio riecheggia tra le mura del cortile… Un attimo di incredulità,
poi tutti rivolti con lo sguardo in alto, dove un passerotto
volteggia nel cielo intonando il suo canto… il canto di
Giorgio…
Vola quasi a sfiorarci, si ferma sospeso nell’aria, vola
ancora intorno; poi gira in una spirale che lo porta sempre
più in alto, fino a diventare un puntino invisibile perso nell’infinito.
Il suo canto ormai quasi non si sente più, eppure conti-
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nua a risuonare nelle nostre orecchie, nei nostri cuori e ci
piace pensare che quello in realtà sia l’ultimo saluto di
Giorgio alla vita.
Maria Buompastore
In memoria di Giorgio Testa internato nella casa di lavoro di
Favignana, morto a 50 anni una mattina d’inizio maggio 2009.
Il viaggio di Ulisse non è soltanto finalizzato al ritorno a Itaca
ma è anche meta esistenziale
“Se quello che i mortali desiderano potesse avverarsi, per
prima cosa vorrei il ritorno del padre.” È Telemaco, il figlio
di Ulisse, a parlare così nell’Odissea. Egli è una delle prime
figure che nelle grandi narrazioni dell’umanità testimonia
l’angoscia del figlio senza il padre. Dopo di lui ne vennero
molti altri. E oggi sono in tantissimi…
Il mio viaggio esistenziale, quello dell’uomo che amo e
quello dei nostri figli, è per certi versi molto simile al viaggio narrato da Omero nell’Odissea. Il nostro è un viaggio
che non ha vele, certo, non ha bussola, ma tuttavia è un
viaggio molto simile. Siamo su una zattera in balia della
tempesta che noi, con le nostre sole forze e la nostra fatica,
stiamo cercando di condurre in un porto sicuro. Il mare è
la vita, le onde, la tempesta, invece, sono le nostre tribolazioni.
Il mio Ulisse si chiama Pierdonato, in carcere da 14 anni
(che però se vengono sommati ad altri 6 anni già vissuti in
questi luoghi, sono 20 anni!). Io sono sua moglie, Penelope, che lo aspetta tessendo la sua interminabile tela. “Telemaco” sono invece Mariana, Nunzio e Francesco che
aspettano il ritorno del padre… e della madre. Se Ulisse,
nella sua Odissea, dovette affrontare Ciclopi, sirene, maghe, avversità degli dei eccetera, però alla fine, dopo vent’anni, riuscì a tornare alla sua Itaca. La nostra Odissea non
sembra ancora avere fine…
Ogni essere umano ha una sua Itaca nel cuore. Poco
importa se sia quello scoglio pietroso nel mare Egeo; la
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nostra Itaca, che poi in realtà è l’Itaca di tutti, non è una
questione di carta geografica. È invece un luogo dell’anima, della mente, la meta che abbiamo nel cuore e alla
quale, prima o poi vogliamo giungere.
Itaca è una grande metafora, che può trovare radici dappertutto, può trovare scogli in qualsiasi parte del mondo, il
mare (nella mente) e i sentimenti (in ogni anima). Itaca è
l’isola per eccellenza, l’approdo desiderato dagli esseri
umani che tendono a essa anche inconsapevolmente.
È, come ha detto qualcuno, il porto dei dotti e degli
ignoranti; è la poesia di tutti. Ulisse è l’eroe assoluto che
non ha mai smesso di interessarci.
Ulisse è un modello, è fratello, è simbolo, riemerge sempre nei nostri comportamenti, protagonista della storia.
Itaca dunque è luogo dell’anima, rifugio della fantasia.
Nel nostro caso, ha una lettura ambivalente; da un lato si
potrebbe pensare che Montescaglioso, quel paesino sulle
colline nella provincia di Matera (il nostro luogo natio)
potrebbe essere la nostra Itaca, certo anche questo è un
aspetto da tenere presente, ma l’Itaca di cui parlavo precedentemente è qualcosa che l’uomo si porta dentro di sé da
millenni. E perciò noi siamo anni che navighiamo questi
mari. La meta è il luogo verso cui siamo diretti, il nostro
punto di arrivo, ed esistenziale perché riguarda l’esistenza, la
vita, che coinvolge l’individuo a livello di vissuto personale.
L’uomo che non si pone uno scopo nella sua esistenza è
come una nave priva di timone, che probabilmente non
riuscirà mai a raggiungere la sua destinazione. Sfidando i
secoli e i millenni Ulisse (Odisseo per i greci) è in un certo
senso ancora tra noi. È un personaggio senza tempo.
L’uomo è un mistero se passerà la vita a risolvere questo…
mistero, non avrà vissuto invano la sua vita!
È nell’Odissea che nasce questa venerazione per la casa
che ha dominato per più di venticinque secoli l’Occidente.
Viviamo ancora negli ultimi riflessi della casa di Ulisse,
dove ogni cosa, i muri, le stanze, il letto, la dispensa, il foco-
lare, le greggi, i beni possiedono lo stesso valore di una persona o di un sentimento: era custodito, conservato, protetto e difeso come sacro. Nient’altro va difeso con questa
forza, nemmeno la vita, perciò Ulisse è spietato con i Proci
che hanno violato quello che i greci chiamano l’oikos, l’amore per la casa e la patria verso la quale Ulisse prova una
tenerezza e una nostalgia intensa. In quel luogo è raccolto
il passato, il presente e il futuro. Il mio Pierdonato come
Ulisse non dimentica mai. Non cede a nessuna lusinga,
vince una dopo l’altra le forze; Circe e Calipso che spingerebbero a dimenticare: difende la sua memoria dagli incantesimi della magia. Accumula memorie; scrive, il mio
Pierdonato. Penelope piange per lui, lo teme morto. Il suo
animo è pieno di una sola persona: Ulisse, il marito, il complice, e non ha spazio per nessun altra figura. Ulisse fa lo
stesso. Non vuole dimenticare: seduto sulla riva, sogna
Itaca: la moglie, che rappresenta la casa, e amerebbe vedere almeno un filo di fumo levarsi dalla sua terra. Poiché
non può vedere quel fumo… vorrebbe morire di Atena.
Quale forza di nostalgia sia in lui… riempie il suo cuore.
Penelope si difende disperatamente con tutte le sue astuzie, gli inganni e i rinvii, la fedeltà al marito alla cui mente
e al cui cuore nessuna figura femminile tranne Penelope
giunge così vicino. Penelope desidera ardentemente il
marito, con tutta la forza dello spirito e dell’eros. Ulisse le
manca. Lei lo ricorda di continuo, senza di lui si sente
monca, soffre per lui e piange per lui fino a quando Atena
le versa sulle palpebre il sonno.
Per lei non c’è accettazione né rassegnazione, davanti
all’assenza incolmabile. Come Penelope anche Ulisse ha un
rapporto con il tempo di sofferenza.
Entrambi, Ulisse e Penelope, imparano a conoscersi attraverso la sofferenza: gli strati accumulati del dolore producono la sua arte suprema: la pazienza ostinata, la coraggiosa sopportazione: Ulisse è un eroe pieno di umanità.
Dopo nove lunghissimi e interminabili anni, il 19 dicembre
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2007 siamo riusciti ad abbracciarci io e il mio Ulisse nella
sala del colloquio del carcere femminile di Rebibbia, effettuando il primo incontro senza vetro divisorio. I suoi baci,
le sue carezze hanno guarito gli squarci lasciati non solo
sulla mia pelle dagli artigli feroci della sfortuna, ma anche
nel mio cuore.
Quanto più lunga è l’attesa, tanto più dolce è l’incontro
e questo viaggio che sa di leggenda, di navigatori e di mari,
tra miraggi e oscuri pericoli, ci fa desiderare di navigare in
un mare di serenità e, con la volontà di Dio, di tornare
finalmente a casa, come Ulisse, perché sono certa che
Ulisse è veramente esistito…
L’argomento è inesauribile se non decido di troncarlo.
Si fa fatica a dire qualcosa di un sentimento umano così
sconvolgente e così “inattuale” come questo della lontananza fisica forzata, che si muove sull’orlo di un abisso senza
fondo e di un dolore incomunicabile. Io ho timore di spezzare, con queste parole incaute, non adeguate, l’incanto
stregato di questo nostro sentire sulla nostra pelle. Queste
parole andrebbero ascoltate in silenzio e nell’interiorità
segreta del cuore e non portate alla ribalta dalla esteriorità
e dall’evidenza, perché in queste parole è inciso il sigillo di
una storia d’amore, una storia umana che si ripete in infinite altre storie.
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Antonio Tauro
David Grossman, Con gli occhi del nemico. Raccontare la
pace in un paese di guerra. Alcune riflessioni
Se c’è un argomento sul quale è veramente difficile orientarsi leggendo i quotidiani è proprio la questione palestinese; sentiamo ogni giorno parlare di Medio Oriente, assistiamo impotenti alle notizie che i media ci offrono, alle vittime che continuano a cadere sulla striscia di Gaza e tutto ciò
sembra quasi un fenomeno normale, come il sottofondo
dei bollettini che i giornalisti aggiornano quotidianamente. Si ha quasi l’impressione che questo conflitto sia ormai
diventato un evento “normale”, una guerra alla quale il
mondo si è abituato, un po’ per le sue radici profonde, un
po’ perché difficile da comprendere nelle sue dinamiche,
nelle sue implicazioni religiose, politiche ed economiche.
C’è un uomo però, che con il suo mestiere, con la sua
persona, insomma con la sua vita, cerca di rompere questo
silenzio e ci invita a non dimenticare, ci informa su ciò che
accade in Medio Oriente, nella sua terra.
È David Grossman, uno scrittore nato a Gerusalemme e
autore di saggi e romanzi, impegnato in prima persona per
una risoluzione pacifica della questione palestinese. Mi ha
colpito molto leggere alcune pagine di una raccolta di
saggi e di discorsi recentemente tenuti da Grossman in
varie importanti occasioni; questo piccolo libro ha un titolo emblematico ed è stata forse proprio questa frase ad attirare la mia attenzione: Con gli occhi del nemico. Raccontare la
pace in un paese in guerra. Grossman prova a entrare negli
occhi e nella pelle del nemico, cerca di cambiare punto di
vista perché sa che questo è l’unico modo per dialogare,
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per provare a comprendersi. È il punto di partenza per
costruire la pace, comunicare con l’altro, sforzarsi di capire le eventuali ragioni.
La pace tra Israele e i palestinesi, tra Israele e l’intero
mondo arabo – dice chiaramente l’autore – è ancora purtroppo solo una questione di speranze, ipotesi, intuizioni e
forse sembra tutto ancora più lontano… ma è proprio questa pace che si allontana, che deve diventare un “costante
stimolo per il pensiero”. La pace dunque come obiettivo da
non perdere di vista, anche quando ormai terrorismo e
guerra sembrano inevitabili; la pace come alternativa a un
presente che invece è l’opposto; il passaggio successivo è
significativo: pensare una possibilità di pace vuol dire pensare che un futuro per Israele esiste, è possibile, si può
costruire. Non esiste futuro senza pace, non ci sarà futuro
in una terra in guerra, per un popolo rassegnato alla violenza; del resto anche la lunga storia del popolo ebraico
non ha conosciuto lunghi periodi di pace, ma la tensione
verso di essa, la speranza di poterla un giorno raggiungere
è insita nella cultura ebraica, ricorre nelle preghiere, è
come una promessa, un’attesa che attraversa l’Antico Testamento.
Israele deve imparare a vivere senza un nemico. È un
pensiero espresso da Grossman e che mi ha fatto riflettere;
sembra paradossale, ma è una difficoltà reale e concreta:
parliamo di un popolo, infatti, talmente abituato a vivere
sulla difensiva, nel terrore, pensando a come attaccare, che
non sa cosa vuol dire vivere in una situazione di equilibrio,
di confini stabili e chiari, insomma in pace. “Imparare a
vivere una vita non più limitata dall’ostilità, dalla paura, e
dalle violenze. Vivere dentro una sensazione di continuità
e di un futuro durevole. Educare i propri figli sulla base di
opinioni e convinzioni che non sono inevitabilmente foggiate dalla paura della morte. Crescere i tuoi figli senza il
quotidiano terrore che in ogni momento ti possano essere
strappati via.” Queste parole risultano ancora più efficaci se
pensiamo che escono dal cuore e dalla mente di un padre
che ha recentemente visto morire il proprio figlio, vittima
di un conflitto.
“Il dovere di Israele” scrive ancora Grossman “è scegliere
la pace”; non si deve sprecare la vita di giovani che muoiono in guerra, così come non si deve sprecare la possibilità
di diventare una giovane democrazia che vive in pace,
governata dai valori ebraici. Questa strada era stata intrapresa dal leader Rabin, il quale aveva compreso che non
sarebbe stato possibile continuare in eterno il conflitto con
i palestinesi; un secolo di guerra è troppo, ci sono cittadini
che sono nati e morti in un paese in guerra e ciò sembra
togliere speranza per il futuro.
La via di uscita da questa immobilità è, per Grossman, da
cercare nell’unica arma davvero efficace: il dialogo. Occorre intavolare, favorire, cercare sempre il dialogo, anche
facendo il primo passo verso il nemico storico; aspirare alla
pace con la stessa determinazione e forza con le quali nel
passato si è partiti per la guerra. Scuotersi da una paralisi
che ha bloccato ogni tentativo di cambiamento, per costruire una vita diversa, che ogni popolo merita di vivere.
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Esco da questa lettura arricchito, anche perché mentre parliamo di un popolo, mi rendo conto che le stesse riflessioni
valgono per l’individuo, e le sento vicine alla mia piccola
storia personale; credo profondamente che il cambiamento di ciascuno di noi debba passare dall’impegno, dalla volontà di cercare e di perseguire il bene, la pace, l’equilibrio;
tendere la mano all’altro, fare il primo passo per dialogare
sono le premesse per una vita migliore, nella storia personale così come nella grande e lunga storia dei popoli.
Ieri e oggi, le Operette morali: sensazione di aver auscultato il
lirismo cosmico sterminatore di Leopardi nell’atto di sorridere e di respirare in una musica delle disillusioni cristallinamente regolata. Qualche momento di pathos tragico che
piomba giù come famelici avvoltoi tra atmosfere ironiche,
o sardonicamente satiriche, e perfino sprazzi di comicità da
avanspettacolo.
Nel complesso, esposizione inconfutabile del Piacere e
della Felicità intesi come oggetti impossibili che, simili a
falsi ricordi, vagheggiamo e riconosciamo implementandoli nel passato oppure nel futuro; ma che mai riusciamo a
possedere nel presente. Una volta afferrati, anche i diletti
più agognati vengono presto a noia, mentre gli avvoltoi del
desiderio riprendono a divorarci il fegato che ci ricresce
senza tregua. […] Come si fa a resistere sostenendo un supplizio così costante?
Ecco all’opera la Natura. È lei che ci ha costruito in
modo da “farci sbagliare i calcoli” tra il dare e l’avere, che
c’inganna con un doppio trucchetto da illusionista: facendoci credere che qualche reale boccone di piacere, nel passato, l’abbiamo addentato; e, soprattutto, persuadendoci
che le nostre pene e i nostri sforzi hanno uno scopo, perché saranno riscattati da qualche speranzoso frutto del
domani. (Uno dei perfidi esperimenti ideali escogitati dal
Gobbo di Recanati: “Per ogni giorno felice, si conservi una
pietra bianca; e una pietra nera per ogni giorno infelice:
chi, al termine della sua vita, non vedrebbe una massa nera
che strangola i radi puntini bianchi?”) Sicché, quod erat
demostrandum, la felicità e il piacere si realizzano soltanto in
luoghi e in momenti che si trovano aldilà del nostro presente: in un passato che per definizione non esiste più e che
forse non abbiamo mai vissuto; e nell’incolmabile promessa del futuro, che funziona come lo spazio nella gara tra il
piè veloce Achille e la Tartaruga.
Donde l’assoluto j’accuse che il conte Giacomo Leopardi
scaglia contro la Natura, l’infame matrigna che ci mette al
mondo condannandoci allo stato di privazione perpetua di
quel sommo bene che sentiamo naturale e necessario
quanto l’aria che respiriamo. Noi, ben forniti di un implacabile istinto di conservazione, ma guidati da un ancor più
implacabile istinto anelante alla felicità: formula maligna,
che ci costringe a sopravvivere perseguitati da una fame che
nessun cibo può placare, perché la Felicità resterà un desiderio inappagato, un fantasma inafferrabile, un’illusione
ottica che nonostante tutto, giorno dopo giorno e anno
dopo anno, continua a trainarci verso l’irraggiungibile
Tartaruga del futuro.
Esiste un mezzo per sfuggire alla condanna? Certo: uscire dalla vita. Va però constatato che i suicidi sono sorprendentemente rari. Leopardi esprime questa sorpresa inventando un’immagine marinaresca di fantastica semplicità:
“Che strani, questi infelici mortali. Temono più la pace del
porto che l’angoscia della tempesta”. Quanto la nostra
“stranezza” sia ridicola e assurdamente inconsistente, nelle
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Francesco Tatò
L’arte di essere infelici.
Sulle Operette morali di Giacomo Leopardi
NB Questo testo venne scritto una notte di alcuni anni fa, nel
bagno-cucina di una cella occupata da 6 detenuti. Mi sono limitato a omettere i passaggi non strettamente connessi alle Operette.
Le omissioni sono indicate dal segno […].
Neppure mezzanotte. Tempo ostruito quasi quanto lo spazio. […]
Operette viene appunto dimostrato con evidenza matematica. Il nucleo dì questa ossessiva meditazione leopardiana si
può compendiare così: nell’unica versione che conosciamo, cioè quella terrestre, la vita è un ciclo d’infernale produzione/distruzione: organismi prodotti e perfezionati
con cura maniacale, illusi e tormentati con voluttà del crimine, quindi distrutti con totale indifferenza. Questo ciclo
venne programmato fin dall’origine del mondo ed è sempre speriznentabile nella carne viva di chiunque. Non si
conoscono eccezioni né se ne prevedono. In quanto alla
moralità, per convincersi che il marchese De Sade ne aveva
infinitamente più di Madre Natura, dovrebbe bastare un
picnic nel più elegiaco dei praticelli in fiore. Persecutrice e
carnefice delle creature che partorisce, la Natura è un meccanismo sadicamente paranoico. Eppure gli esseri umani,
le vittime più sensibili, continuano a odiare la morte e
amare la vita.
re in fumo da sacrificio. “Ogni vivente è materiale da sacrificio”: applicando questa interpretazione alla rozza catena
di montaggio del Dna, il redivivo cervello di Leopardi formulerebbe l’esatta traduzione scientifica delle tre Parche
che, del tutto aliene e insensibili al mondo degli sconosciuti mortali di cui pure eseguono il destino, se ne stanno
internate nella loro caverna fatale continuando a filare, tessere e troncare lo stame della vita. L’unica indeterminazione, al solito, resterebbe questa: “Ma a che scopo, verso dove
chi o che cosa sale questo fumo da sacrifici?” Questione
oziosa. È noto che alle fiamme non importa perché bruciano, né tantomeno ciò che bruciano.
Seducente fino allo shock un fantascientifico cervello di
Leopardi che scrive quella sua vagheggiata Arte di essere infelice − ma potendo contare sulle conferme e lo stupefacente
commento al suo lirismo conoscitivo fornito dall’evoluzionismo darwiniano, dalla genetica, dalla biologia molecolare. Il progetto che ci costruisce in modo da “farci sbagliare
i calcoli” ormai è noto. La Natura − questa “illaudabil maraviglia” − impartisce alla materia vivente due ordini fondamentali: sopravvivi, riproduciti (la Sopravvivenza è il mezzo;
la Riproduzione sembrerebbe il fine). Ne risulta un equivalente tecnologico della “filosofia dolorosa ma vera” di
Giacomo Leopardi: fabbriche automatizzate di organismi
usa-e-getta, materia da manipolare in esperimenti e vivisezioni compiuti alla cieca con fantasia pazzamente barocca
e voluttuosamente criminale; un teatro totalitario dove circola un intenso odore di macelleria e laboratorio, con tutti
i viventi allineati nel duplice ruolo di micidiali aiutantisacerdoti e di capri espiatori che devono comunque brucia-
Il ciclo produzione/distruzione si espande in un ghigno
atroce che Leopardi sente echeggiare in ogni atomo, dai
batteri alle stelle, arrivando a riconoscerlo come il motore
primordiale della creazione, lo stridore della sua insensata
sofferenza, del suo destino di fallimento. È la chiave del
grandioso tema leopardiano della “infinita vanità del tutto”. Il quale, ristretto al genere umano, resta sintetizzatile
su vecchi adagi tipo: “Vivere per vivere, qualsiasi cosa pur di
sopravvivere, roba da far disgustosa concorrenza al popolo
dei topi”; ovvero: “In questa terra e in tutti gli aldilà, gli
uomini sceglieranno in massa un qualunque inferno piuttosto che la nuda verità del nulla”. In quanto ai vari conforti e speranze di una vita dopo la morte, Leopardi giudica la
religione (specie quella cristiana) il parto più spietato della
nostra storia, una capitale nemica che ha perpetrato il più
mostruoso dei crimini contro l’umanità: quello di aver
seminato dubbi e terrori anche nel pensiero e nell’attesa
della nostra fine. Il mirabile risultato è che mentre tutti gli
altri animali muoiono senza timore né sospetti di pene
ulteriori, la sicurezza e la dolcezza del riposo “sono per
sempre escluse dall’ultima ora della specie umana”.
A parte le ultraterrene calamità minacciate dalle religioni, preferire la tempesta del soffrire alla quiete del non-soffrire resta
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comunque un dogma fondamentale nell’esecuzione e trasmissione del nostro programma genetico. Allora, lasciando in margine la soluzione eccezionalmente “contronatura” del suicidio, cos’altro abbiamo per disinnescare o almeno attenuare il meccanismo sadiano della vita?
Secondo Leopardi, il culmine della sapienza si è cristallizzato nella più classica e micidiale delle sentenze: “Per
ogni uomo, il migliore dei mondi possibili è non esser
nato”. Ma poi, essendo nati, la saggezza dovrebbe consistere soprattutto nel lathé biosas (“vivi nascostamente”) e nel
sustine et abstine (“sopporta e astieniti”), ossia nel navigare
tra le tempeste della vita tenendosene il più possibile a
distanza. Se felicità e piacere sono un sadico miraggio che
tanto più ci fa soffrire quanto più ci affanniamo a rincorrerlo, allora il fine e la perfezione dell’esistenza coincideranno con la condizione più prossima alla pace del porto,
trasformando il viaggio in un graduale surrogato del ritorno alle braccia ovattate dell’eterno sonno senza sogni. Lo
strumento migliore per orientare la navigazione su questa
rotta tranquilla e anonima, da gregge epicureo, è piuttosto
ovvio: neutralizzare al massimo la violenza del desiderio.
[…] Il vero peccato originale che marchia a fuoco il vivente e che non smette mai di dannarci, per Leopardi, è
appunto l’insaziabile volontà di potenza del desiderio, la
quale è una manifestazione dell’amor proprio, a sua volta
visto come il carburante egoista di tutta la materia, il principio vitale della vanità universale.
L’insieme del discorso, volendo corrodere l’impulso all’agire, si condensa nella millenaria formula del rinunciante, una pratica che viene caldamente consigliata a quasi
tutti i naviganti. (L’autore delle Operette assicura – mentendo – d’averla sperimentata lui stesso con gran giovamento;
in realtà non gli riuscì di ripararsi sotto questa mite insegna
per un giorno intero. Con dolorosa intimità, e probabilmente suo malgrado, egli sentiva che il semplice assecondare l’universale vocazione al nulla non esprime una nobiltà
della forza e del coraggio, ma la pavida debolezza di una
morale da schiavi.)
Si tratta insomma di un vetusto long play che Leopardi
ascoltò con affilata precisione da bisturi, e che poeticamente arrangiò nei ritmi della sua personale genealogia. A questo punto, da un impareggiabile filologo come lui, ti aspetti
una virtuosistica sinfonia in elogio delle vette della sapienza
e della saggezza stoicamente conquistate attraverso lo studio, la cultura, la sobrietà, la meditazione, lo stile. Invece,
simultaneamente inseguendo una legge universale del disincanto (che agisce sull’individuo, sulla società e sull’intera
creazione), attacca a comporre su un canone completamente inverso. Il leitmotiv è questo: ogni incremento di coscienza e di sensibilità non fa che affinare la materia nell’arte di
essere infelice; agli intelligenti progressi della ragione e
della civiltà corrisponde un sovrappiù di corruzione delle
nostre animalesche possibilità di benessere corporale; nobiltà e grandezza d’animo equivalgono a maggiore capacità di
soffrire; quanto più si conosce, tanto più si diventa specialisti nella percezione della noia; ma per gli uomini non c’è più
riparo, neppure nell’ottusità più ignorante, perché ormai lo
spleenetico mal di vivere ha messo radici nella loro storia,
nel loro respiro: “In altri tempi ho invidiato gli sciocchi e gli
stolti, e quelli che hanno un gran concetto di sé medesimi;
oggi invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei”.
La noia, in Leopardi, rappresenta la sete di felicità allo
stato puro, è simile a un gas perfetto che si espande all’infinito, permea ogni interstizio del cosmo-carcere e lo smaterializza in vapore. Durante questi “smisurati intervalli di
tempo nei quali il nostro essere è piuttosto durare che vivere”, siamo oppressi da un’atmosfera di plumbea anestesia,
provando soltanto il sentimento della mancanza e anche
dell’impossibilità di un qualsiasi oggetto che colmi e metta
fine ai vortici della nostra capacità di desiderare, che è più
grande dell’universo intero. Questo gas che c’intossica e ci
corrode può medicarsi con tre antidoti: 1) il rischio, – get-
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tandosi nei pericoli mortali, e scampandone, si guadagna la
sensazione autentica, sebbene transitoria, di un attaccamento a ciò che normalmente ci è indifferente o addirittura odioso; 2) lo scopo, – che in fondo equivale all’energia,
all’ambizione e alla determinazione generate dalla speranzosa promessa di godere un piacere collocato nel futuro; 3)
l’antidoto più immediato, potente, costante: il dolore, – sembra infatti improbabile annoiarsi mentre si patisce. […]
Eppure proprio nella noia, in questa strangolatrice della
forza vitale, bisogna riconoscere il più alto segno di nobiltà
e di grandezza dell’animo umano: perché soltanto la noia,
lei che nasce dalla vanità della cose, non è mai inganno
errore illusione, ma la sostanza più reale dell’esistenza, la
nostra massima approssimazione alla verità. Sul rovescio di
questa verità, che Leopardi sperimentò rapacemente ogni
giorno dei suoi 39 anni, si spalanca una contraddizione
così abissale da rendere assurda l’esistenza stessa della sua
opera. Provo a schematizzare questo abisso portatile con
un paio di domande:
risposte. Quella che preferisco è riassumibile in tre parole:
felicità della forma. Un frutto che generalmente matura nelle
serre del disincanto. Per il poeta dell’Infinito – lui, della
razza dei terribili disincantatori – doveva essere la droga
più potente. […] Ma potrei, con discreta fedeltà filologica,
assaporare la vertiginosa energia di questa droga inventando o ricostruendo un idillio forse vagheggiato dal conte
Giacomo Leopardi prossimo a morire:
Nell’humus grasso di questo tipo di domande (e alcune
delle loro interminabili varianti) coltivo da anni diverse
In questo idillio estremo (titolo provvisorio: Ah vita puttana!), il suo sguardo è un raggio laser che continua a penetrare la realtà, a bruciare ogni molecola di speranza, a illumiltare il blank vacuum che accerchia uomini e universo;
Leopardi riafferma la volontà di sostenere fino in fondo le
conseguenze di questo sguardo desertificante, ma che “procura almeno agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla nascosta crudeltà del destino
umano”; e con intrepido orgoglio disprezza la viltà di quelli
che docilmente, come schiavi scherniti dalla natura, sono
pronti a chinare il capo, a distogliersi dall’arido vero facendosi bendare da insulse consolazioni ipocrite o superstiziose.
Ma ecco che improvvisamente, mentre sta orchestrando
in un solo movimento le sue visioni del tutto, avverte una
vibratile indeterminazione, l’onda o l’eco incerte di un
incanto da sirena che, svanendo, gli fa nascere un’invincibile commozione: il poeta rabbrividisce, socchiude gli
occhi, indugia immobile in attimi di un tempo anomalo,
poi sorride − un piccolo insensato sorriso felice: giunto
all’ora finale, Leopardi lascia finalmente indietro ogni tentativo di lottare contro l’istinto dell’impossibile ricerca
della felicità; e senza più resistenze, rinunciando a voler
guarire dal peccato originale degli uomini, si abbandona
nudamente al morso della vita.
Allora, con nostalgia assassina, per una volta ancora
Giacomo canta i magnanimi inganni e i forti errori e le
dolci illusioni di un tempo per sempre svanito insieme alla
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Si può credere all’assoluta infelicità di chi, come Leopardi,
pur assorbendo da ogni poro la certezza fisica e metafisica
di un naufragio senza scopo né conseguenze, s’impegna e
lotta tormentosamente per conoscere e per esprimere la
completa vanità di qualsiasi sforzo, opera e avvenire? Il coltissimo intelligentissimo infelicissimo sensibilissimo bruttissimo Gobbo di Recanati: possibile che proprio lui, nonostante le sue irrespirabili consapevolezze, non solo non si
tolse la vita, ma anzi si dannò corpo e anima sulle sue sudatissime carte? Qual è l’energia che dall’infanzia fino all’ultima ora, come un lucidissimo donchisciotte innamorato di
una donna infinitamente infedele, lo fece bruciare in quell’accanirsi matto e disperatissimo?
giovinezza del mondo; finché perdutamente, come un
incandescente ologramma di ghiaccio che per un istante
persiste sull’ultimo vortice lirico che risucchia tutto quanto
respira e non respira nel suo silenzio eterno, in un’agonia
di desiderio fissa il velo di bifronte fuggitiva dannante felicità che irradia dalla bellezza.
Antonio Miccoli
Una storia di mare
Non è inverosimile congetturare che il lungo idillio fantasticato in punto di morte avrebbe attestato con quale passione il titanico Gobbo di Recanati abbia sensualmente
amato questa vita puttana. Sembra ragionevole azzardare
che in questi versi sciolti, ma specie negli apocrifi frammenti finali, la sua arte raggiungesse una purezza da cristallo perfetto e definitivo. Brividi e splendori quasi insostenibili di disperata felicità. Per assimilarne qualche remoto
bagliore, bisogna per esempio impegnarsi a concepire lo
sguardo prossimo a morire di Giacomo Leopardi mentre
– con stupefacente ostinazione, pur nel suo infinito disincanto – immagina Sisifo e Qohélet che simultaneamente,
uno dalla sua montagna e l’altro dal suo deserto, si commuovono contemplando la bellezza senza scopo di una
colonna dorica immersa nella levità della luce lunare.
Non tornavo alle Operette morali dalla fine della mia adolescenza. Resta inteso che, in caso di reincarnazione, dovrò
ritornarci per estrarne un Lexikon di slogan marmorei. […]
L’arte di essere infelice e la felicità della forma: un altro tema da
sistemare in un pezzo definitivo (ma senza contare troppo
su eventuali casi di reincarnazione). Le tre e mezzo adesso
dormire. E domani, e poi domani, e poi domani.
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Il sole aveva iniziato a proiettare le prime e brevi ombre
mattutine specchiandosi obliquo sul piano del mare. Nel
borgo ancora tutto taceva. Dalla casa arroccata sulla scogliera si udì accostare la porta di legno guasto. Un uomo, curvo
sulla schiena, portava i suoi passi verso il molo. Teneva con
una mano un paio di remi poggiati sulla spalla. Portava una
camicia consunta annodata al ventre e pantaloni, anch’essi
lisi, svoltati sino alle ginocchia che lasciavano fuori i polpacci rinsecchiti come stoccafissi.
Venuto sulla banchina, con un balzo piantò le ciabatte
infradito sul banco di prora della barca che era lì ormeggiata. Accomodò i remi sugli scalmi e dopo aver snodato la
sagola dall’anello sul muro, iniziò a manovrare per uscire
dal porticciolo che chiudeva quel seno di mare come le
chele di un granchio.
La voga era lenta, regolare. Le pale dei remi fendevano
l’acqua senza violenza: senza provocare sprizzi. I piccoli
gorghi vorticavano portandosi sul fondo gli accenni di
schiuma. Il mare era liscio: placido come l’acqua lacustre.
Il sole saliva ma il mare conservava un tono torbido. La
remata continuava fin quando pigramente principiarono a
sfumare prima gli scogli, poi le case. Si distinguevano soltanto le cime dei monti quando l’uomo decise di tirare i
remi a bordo. Si mise il cappello di paglia e sedette sul
banco poppiero: lì, a quella distanza dalla terra, il mare
pareva incontaminato, di un blu smeraldo. Gettò una manata d’acqua fresca sulla faccia e cominciò:
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“Baciamo le mani a Voscienza, Cola Vostro sono” disse
con reverenza.
“Cioff” rispose il mare restituendo il saluto con un’ondina sulla carena.
“Mi appressai di prima matina pe’ rendervi ’sto saluto di
commiato. Già proprio cucì, di addio si tratta sebbene non
mancheranno genti che verranno a portarvi deferenza, ma
mi dovete concedere che l’ossequio che V’ho dimostrato
io, la fedeltà, difficilmente li potrete appurare in altri
omini di mare.”
“Slaff, slaff” fece il mare facendo rollare un po’ la barca.
“Non vi contrariati, devo dare agio che anche Voscienza,
con me è stato benigno. Voscienza sì, ve ne rendo ragione,
m’avete consentito ’na vita tranquilla, dura ma decorosa.
Ho cresciuto due beddi figli; li feci studiare e ora hanno
anche posizioni ’mportanti.
Sento parlare certa gente e provo sconcerto. Dicono che
Voscienza è tiranno; che si sazia di vite umane; sventra le
coste e distrugge l’opere dell’omini. Cose dette co’ la leggerezza e l’impunità di quelli che parlano senza conoscere
l’essenza del rispetto e del dovere. Sono li stessi che V’hanno mancato di riguardo. Hanno usurpato la pertinenza
Vostra senza operare maniere e cortesie. V’hanno ’nsozzato interi patrimoni; cementato le Vostre proprietà; buttato
lordure nella purezza; molestato la quiete di Vossignoria:
dove era incanto ora è ripugnanza. L’acqua s’è quagliata
come l’olio; non tiene cchiù colore e lì pesci diventarono
rari come l’omini giusti. Certo Voscienza quando s’adira
non accorda attenuanti: brutto si fa; si tramuta, si gonfia,
s’alza e sbaraglia anche quelli che a Voscienza l’hanno sempre ossequiato.
Me no. Per me avete sempre avuto un trattamento di privilegio. Prima d’ogni Vostra intemperanza, mi avete offerto
l’avviso; anzi talune volte vidi come pigliaste ’sto povero
legno pe’ la carena e lo conduceste in seni sicuri. E così lù
nome mio non ha mai figurato ’n quella colonna nefasta
assisa dove il molo cumincia. Però, dovete riconoscere la
premura che ho sempre avuto pe’ Voscienza: mai ’na malaparte vi feci.
Ogni volta che ’sta barca è entrata nel regno, dove Voi
siete Signore e padrone, ho avvertito lù dovere di farmi soldato vostro: difensore di ’sta Autorità. Mai m’impossessai di
un solo pesce più di quelli che Vossignoria aveva ordinato.
E quando non foste generoso, usai sempre grazie e riverenza e tornai alla mia umile dimora aspettando che la Vostra
Signoria mi rendesse munificenza. Non offesi o santiai contro Vossignoria e non feci in nessun caso gesto d’insolenza
avverso ’sto patrimonio di cui Voscienza dispone.”
Il mare aveva udito il soliloquio di Cola senza alzare nemmeno la cresta di un flutto. Il sole a quell’ora s’era fatto alto.
I raggi cadevano perpendicolarmente sull’acqua scaldandone la superficie e la pelle avvezza del pescatore. Cola dopo
essersi ristorato con un assaggio d’acqua riprese a proferire:
“Veniamo allo motivo di ’sta trasferta: Voscienza avrà
appurato che oggi la mia venuta non fu affare di pesca:
niente portai d’attrezzatura di fatica. Come ebbi maniera di
dire stamattina a Voscienza, mi condussi a ’sta distanza, dove
nessuno può vederci, proprio perché provavo lù dovere di
informare l’Eccellenza Vostra del motivo per cui domani,
dopo anni di quotidiani ossequi, dovrò mancare a ’sto
appuntamento. Troppo vecchio mi feci pe’ continuare ’sto
mestiere. E vero, non è questo che oggi mi da campare: la
pensione soddisfa le mie poche esigenze. Ho stabilito di
venirvi a trovare per un piacere che germina dalla lealtà che
’st’umile pescatore sente pe’ Voscienza. Oggi, però, cusì
annoso tornai come fossi piccinnu, proprio come quando lù
padre mio comandava di fare quistu, fare quiddu. Stavolta
so’ li figli miei che dispongono. Hanno disposto che non
devo venirvi più a trovare; che io, omo di mare, servo Vostro, dovrò passare ’sti quattro giorni che mi restano di campare lontano da Voi, dal molo: dal borgo da dove non mi
sono mai allontanato. Mi trovarono dimora in uno di quei
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condomini, cussì li chiamano, dove la gente vive fuddata
come ’na paranza di sarde. Dissero che devo stare vicino a
essi pe’ darmi aiuto quando ci ho bisogno. Bell’aiuto è di
levarmi da ’sta pace pe’ portarmi ’n mezzo allu ’nferno di la
città. Vogliono fare di me lù nonno pensionato che accudisce li figli loro. Pe’ carità so’ creature ’ncantevoli: angeli di
Dio; ma ’sti piccinni quando parlano non li capiscu manco:
s’esprimono solo in italiano e poi so’ sempre malateddi,
delicati: vagliuni de città: quando pigliano un colpo d’aria
hanno a correre tra dutturi e farmacie. Io, co’ ’ste mani
doppie: di faticatore, se accarezzo quelle facciuzze di seta
risico di rasparle, ma ’sti figli miei questo non lu capiscono
e hanno ’nsistito fino a farmi pronunciare ‘facimu come
volete’. Un consenso strappato senza convinzione. Dissi ‘sia’
solo pe’ lasciarli contenti e pigliare tempo. Maledetta la vecchiaia e la lingua mia. Ieri Natale lù barista venne a cercarmi: quando mi trovò riferì che lù figlio mio, pe’ telefono, lo
pregò d’avvertirmi che domenica verrà pe’ portarmi via. Io
so che se m’imbarco sopra dda macchina ’sto posto e ’sto
mare l’occhi miei non li vedranno più”.
Così disse, poi tirò fuori un fazzoletto stropicciato e se lo
portò sugli occhi resi secchi dalla salsedine, che ora lasciavano sciorinare lacrime lungo quell’ordito di solchi.
Il mare aveva ascoltato mantenendosi placido e silenzioso, quando s’avvide che Cola si tacitò, iniziò ad avversare:
sollevò un frangente che scagliò la barca fuori dall’acqua.
Il pescatore rimase impassibile: non raccolse nemmeno i
remi che erano finiti a mollo. Allora il mare si fece grigio,
avviò a gonfiarsi, sbuffare, spruzzare e…
Il sole stava per rendere conto della giornata quando tra
i bracci del porticciolo la barca di Cola entrò rimorchiata
da un peschereccio. Approdata, tutta la gente del borgo
corse al porto richiamata dal brusio funesto. S’erano pigiati al molo, con i volti segnati dallo sconcerto nel vedere la
barca dove all’interno c’erano solo il cappello di paglia e le
ciabatte infradito.
La mia mamma, maestra nelle scuole elementari, iniziò a
insegnare nei primi anni degli anni Cinquanta nella sezione staccata di contrada Michelica a circa quindici chilometri da Modica. Gli alunni, bambini dai sei agli undici anni e
tutti figli di contadini frequentavano le prime cinque classi
e a causa del numero esiguo erano raggruppati in un’unica
aula e con la stessa e unica maestra a seguirli nel percorso
di studi. La mamma, ricordando quel periodo, raccontava
che rimbalzava come una palla da un programma a un
altro, da un banco a un altro e quando spiegava una lezione a un gruppo di alunni faceva svolgere agli altri delle esercitazioni per tenerli impegnati. Era complesso gestire giornalmente il lavoro di cinque classi diverse, per questo motivo il sabato, ormai allo stremo delle forze, lo dedicava ai racconto di piccole storielle, quasi tutte inventate da lei e che
riguardavano principalmente il mondo animale. Al termine
della narrazione chiedeva agli studenti più piccoli di preparare alcuni pensierini, mentre a quelli che frequentavano le
ultime due classi di realizzare un piccolo riassunto.
La mamma, con la sua famiglia, aveva vissuto per lungo
tempo in Libia ed è forse per questo motivo che molte scenografie dei suoi racconti erano ambientate in Africa. Quasi tutte queste sue storielle le narrava, a mia sorella e a me,
la sera prima d’addormentarci. Una, molto simpatica, la
ricordo bene ancora oggi:
… Dovete sapere che tanti, tanti anni fa, nella rigogliosa
savana viveva tutta sola una certa Fina. Fina non aveva i
genitori ormai da tanti anni. C’era anche un problemino:
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Carmelo Rollo
L’identità perduta
Fina non si era mai vista allo specchio. Lo so, direte: “E
quando mai ci sono stati gli specchi nella savana?” Vi
rispondo: avete perfettamente ragione. Nella savana non ci
sono specchi. Ma vi sono tanti animali della stessa specie. Ci
si confronta; si vede che, per lo più, l’altro gli assomiglia e
alla fine è come se si fosse guardato allo specchio. Insomma
sono gli altri i nostri specchi.
Fina, per l’appunto, era cresciuta nella savana; assolutamente sola. Non un quadrupede nel raggio di chilometri e
chilometri, solo uccelli e poi mosche, zanzare, tanti insetti
di tutte le specie. Certamente vi chiederete, ma per quale
motivo: non aveva la mamma? Non aveva il papà? Ebbene
sì, Fina aveva avuto come tutti quanti una madre e un
padre, ma purtroppo erano morti tutti e due in un modo
molto tragico.
Quando nacque Fina, invece di avere il corpo maculato
così come tutte le altre giraffe, aveva il pelo molto chiaro e
assolutamente privo di quelle macchie più scure che contraddistinguono il manto delle giraffe. Fina era molto bellina e buffa quando camminava sulle gambe sottilissime
che assomigliavano a quattro lunghi stuzzicadenti. I genitori, certi che il branco non l’avrebbe accettata, decisero di
andare lontano lontano e crescere in tranquillità la loro
piccola Fina. Quando Fina era ancora piccolissima, il papà
e la mamma avevano cercato di mangiare alcuni fiori, dai
colori bellissimi, che si trovavano in cima a un albero alto
alto. Per arrivare a quei fiori, mamma Giraffa e papà
Giraffa, misero la testa in mezzo ai rami che per uno scherzo della natura avevano formato una specie di forca. Dopo
avere mangiato a sazietà i succulenti fiori mamma e papà
Giraffa non riuscirono a liberare i lunghi colli dalle prese
dei rami. Siccome per giungere ai fiori si erano dovuti alzare sulle lunghissime zampe posteriori, i due poveretti rimasero a lungo a scalciare, si dibatterono per ore e ore, finché
morirono.
Nel mentre Fina brucava fra i cespugli bassi, adatti alla
sua piccola statura. Zampettando da un cespuglio all’altro,
si allontanò e, alla fine, si trovò totalmente sola in quella
vasta zona della savana.
Ecco che Fina crebbe in completa solitudine sino al
momento in cui ha inizio questa nostra storia. Il pelo si era
un poco scurito e alcune macchie di un marrone chiaro si
intravedevano sul suo manto. Era proprio un bellissimo
esemplare della sua specie: poco più di due metri e mezzo di
lunghezza e quattro metri e mezzo era l’altezza alla sua testa.
È incredibile a crederci: Fina, non essendoci specchi, era
convinta di essere alta come un cagnolino chihuahua, appena venticinque, trenta centimetri da terra. E infatti era solita dire in continuazione: “Noi che siamo piccoli di statura.
Me tapina, io che sono tanto tanto piccola”.
Fina, in quella zona della savana dove oramai viveva,
aveva fatto amicizia con un uccello che le stava sempre in
groppa e che amava crogiolarsi al sole. Si chiamava Dodipetto ed era un simpatico usignolo che amava cantare ed
era portato al sarcasmo. In uno di quei giorni, che, parlando del più e del meno, mentre Fina zampettava fra un
cespuglio e un altro, andava dicendo al suo amichetto: “Io
sono così piccola che qualche volta ho proprio paura che
un’aquila mi prenda fra i suoi artigli e mi porti via chissà
dove, anche sul suo nido lassù in alto per poi mangiarmi”,
Dodipetto scoppiò in una grassa risata e anche molto beffarda. Fina infastidita domandò: “Si può sapere perché ridi
in questo modo? Cosa c’è da ridere? Sono piccolina e le
aquile mi fanno paura. Che c’è di strano?”
Dodipetto rispose subito: “C’è di strano che dovrebbero
essere le aquile ad avere paura di te. A meno che l’aquila
che dovrebbe portarti via non sia grande come un baobab,
con artigli lunghi un metro e un becco altrettanto grande,
grande almeno due metri”.
Insomma, ecco che Dodipetto e Fina litigarono e se ne
dissero di tutti i colori. Poi Dodipetto volò via e Fina rimase tutta sola.
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Riflettendo le era venuto un grande dubbio. Aveva notato che mentre litigava con Dodipetto, tanti uccelli, appollaiati sugli alberi e alcuni sui cespugli, si sbellicavano dalle
risate tutte le volte che lei parlava della sua piccola statura.
E se Dodipetto avesse avuto ragione? Ma come si poteva
fare a saperlo? Pensa che ti ripensa, Fina decise di mettersi
in cammino per il mondo con l’unico scopo di accertarsi
della sua reale identità. Aveva sentito dire, per esempio,
che in un certo paese lontano vivevano animali forniti
come lei di quattro zampe, avevano il pelo a macchie ed
erano anche molto veloci nel correre, che si chiamavano
leopardi. Pensò: Vuoi vedere che io sono un leopardo?
Cammina, cammina, cammina, Fina attraversò un primo
bosco, poi una prateria, un altro bosco salì una montagna e
alla fine arrivò nel paese dei leopardi. Un paese pianeggiante, con pochi alberi, pochi cespugli, terreno polveroso, diverso dalla savana dove era cresciuta. Fina, dopo avere perlustrato la zona con circospezione, vide un’intera famiglia di
leopardi e si avvicinò. C’era il leopardo padre, la leopardessa madre, e ben tre cuccioli: tre simpatici leopardini. Il cuore
di Fina iniziò a battere come un tamburo sempre più forte
più si avvicinava a questa bella famiglia. Arrivata a pochi
metri, gridò: “Salve, amici. Sono venuta a vivere con voi”.
Pardetta, così si chiamava mamma leopardo, sbadigliò: a
colazione aveva mangiato un cosciotto di gnu, ma aveva
ancora appetito. Pardo, papà leopardo, si era spolpato il
costato dello gnu e anch’egli non disdegnava di continuare il pasto. Dino, Dina e Dinetto erano i tre cuccioli e completavano la famigliola, ed erano tanto affamati: avevano
trovato nelle vicinanza un piccolo di gnu che era stato partorito morto e la poca carne presente non era bastata a
saziarli. L’intera famiglia dopo un veloce sguardo d’intesa
stava per scagliarsi su Fina e mangiarla quando, per sua fortuna, passò un bufalo che zoppicava a causa di una brutta
ferita a una gamba. Saltargli addosso, ammazzarlo, divorarlo fu tutta una cosa sola. Fina pensò: Veramente non ho
mai ammazzato nessuno. Ma se sono un leopardo, devo
farlo. Proviamoci! Transitava in quel momento, con la tipica andatura a zig-zag, un piccolo di facocero, che non è
altro che un maialino selvatico, dal pelo scuro.
Fina, ricordando le fasi dell’attacco dei leopardi al bufalo, li imitò: prese la rincorsa e con quattro salti raggiunse il
piccolo animaletto e gli saltò addosso. Non l’avesse mai
fatto! Con la sua bocca grande, ma dalle labbra morbide,
non riuscì neppure a scalfire la pelle ispida e spessa del
facocero. Con un colpo di zanne il facocero le fece lasciare
la presa; poi con una testata la mandò a rotolare a gambe
all’aria nella polvere. A questo punto il piccolo facocero
gridò: “Ma che ti credi di essere? Un leopardo?”
“Certamente.”
“Ma guardati allo specchio, tu sei fuori di testa!”
A questo punto Fina si mise nuovamente in cammino alla
ricerca della sua identità. Ecco che continuano le sue
avventure: arriva ai margini di una pozza d’acqua melmosa
e vede un ippopotamo semisommerso con due uccellini
appoggiati sulla sua schiena così come faceva Dodipetto e
crede di essere uguale. Le lunghe zampe sottili sprofondano nel fondo melmoso del lago tanto da farle comprendere che l’ippopotamo è assolutamente diverso da lei. Ora
crede di essere un elefante per avvedersi subito che non ha
quel naso lungo che è utilizzato per acchiappare l’erba e
poi portarsela alla bocca. Poi s’imbatte in tale Sor Michiere
che altero e senza degnarla di uno sguardo si cibava di formichine a più non passo; e provò a imitarlo: si chinava sull’entrata del nido delle formiche e cercava di acchiapparle
con la lingua. Il risultato fu che quest’ultime per difendersi le mordevano la lingua che si gonfiò a dismisura tanto da
farle mancare il respiro. Provò anche a imitare le iene che
si cibavano delle carogne putrefatte abbandonate dai predatori, cercò di cibarsene, ma si ritrasse subito disgustata.
Fina non sapeva più dove andare. Una notte, dopo avere
cercato invano un posticino dove riposarsi e dormire, dopo
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aver provato anche a fare come Ser Pentello e infilarsi in
un piccolo anfratto e avere appurato che non c’entrava
neanche il naso, scoraggiatissima rinunziò alla ricerca del
posto dove dormire e si sdraiò all’aria aperta con i riflessi
della luna piena che facevano sembrare d’argento il paesaggio della savana circostante e con le migliaia di stelline
che splendevano alte a farle compagnia.
Dormì moltissimo, Fina era tanto stanca. Si svegliò che il
sole era alto nel cielo azzurro sgombro di nuvole, quando,
drizzandosi sulle lunghe zampe dopo essersi strofinata gli
occhi e guardando intorno stupefatta vide che nella vasta
zona pianeggiante c’erano tante acacie e che presso ogni
albero c’era un buffo animale, che invece di brucare l’erba, grazie a un collo lungo lungo, mangiava le foglie dai
rami più alti dell’albero. Com’eran questi animali?
Strampalati, incredibili, si muovevano con un’andatura
grottesca: Fina non poteva credere ai propri occhi. Avevano la testa piccolissima, quasi come quella di una gazzella, in cima a un collo altissimo, a forma di trapezio con due
piccoli strani cornetti; corpo robusto, più alto davanti che
dietro; gambe lunghissime e sottili. E infine con il pelo
maculato come i leopardi. Fina guardò, guardò con attenzione e poi scoppiò in una risata grassa, irrefrenabile. Tra
una risata e un’altra, ripeteva: “Ma dài, non è vero, sto
sognando, devo essere io che ci vedo doppio!”
A questo punto le altre Giraffe, poiché si trattava appunto di questi animali assolutamente simili a lei, sentendola si
offesero tantissimo. Presero a gridare verso Fina: “Sciocca,
che hai da ridere?”
Fina rispose: “Rido perché siete così buffe”.
“Noi siamo buffe esattamente come te.”
“Che c’entro io. Io sono diversa da voi. ”
“Ah sì? E allora prendi questo.” E detto ciò una di quelle giraffe si avvicinò e le piantò un calcio nella pancia, imitata subito dalle altre giraffe. L’avrebbero massacrata di
botte se, a un tratto, una vecchia giraffa dall’aria seria e sag-
gia non fosse intervenuta con tutta la sua autorità: “Ehi,
voialtre, lasciatela stare. E tu, dimmi, come credi di essere,
chi ti credi di essere?”
A questa domanda, Fina rimase spiazzata: “Cre… credo
di essere… credo di essere diversa da voi”.
“Ho capito. Allora vieni con me.”
Fina seguì docilmente la sua salvatrice. La quale la portò
dentro la vicina boscaglia, fino a un laghetto.
“Adesso, sali su quei terrapieno e guardati nell’acqua
dello stagno.”
Fina ubbidì, salì sul monticello. Ahimé, proprio nel
momento in cui lei si guardava, un enorme coccodrillo,
abitatore dello stagno, spalancò la sua enorme bocca, piena
di acuminati e aguzzissimi denti. Fina che era timida e
timorosa, appena vide quei denti affilatissimi si atterrì: saltò
giù dal monticello e corse via. Più tardi tornò dalle giraffe
e a chi le chiedeva se si fosse guardata nell’acqua, rispose:
“Sì, certo, mi sono vista, sono proprio come voi, tale e
quale”. Da quel giorno Fina fa parte del branco e non pretende più di essere diversa dalle compagne. Ma, dentro di
sé, non può fare a meno di dirsi: “Io non mi sono vista nello
stagno perché c’era quell’antipaticone di un coccodrillo.
Dunque non si può sapere se sono simile a loro o meno.
Per conto mio, direi proprio di no!”
“La morale, miei cari bimbi”, concludeva infine la
mamma, “è che non si deve mai fare come Fina, bisogna
sempre valutare con attenzione quello che ci dicono, così
come bisogna avere sempre il coraggio di dire la verità.
Fina, che non si era potuta specchiare nello stagno perché
spaventata dal coccodrillo, doveva ricercarne un altro non
occupato da animali aggressivi per poter finalmente scoprire chi fosse in realtà. Inoltre non si deve avere timore delle
discriminazioni razziali, così come fecero gli sventurati genitori di Fina che per paura di non vedere accettata la propria figlia decisero di abbandonare la comunità per poi
lasciare orfana la piccola.”
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Maria Mistretta
Maria
Carcere, che parola, per chi è al di fuori sembra una parola qualsiasi, che si dice così per dire, per chi è al di fuori
però! Certo chi parla con questa tristezza solo scrivendo
sicuramente è dentro al carcere, io sono dentro a un carcere, io, la donna che si sentiva soddisfatta della sua vita, appagata, io, con la mia famiglia, mio marito, due figli, figli desiderati, tanto desiderati, un marito che ti ama, tu che lo ami
ancora di più, la casa della felicità, la casa invidiata dalle
amiche, che vengono tutte le mattine a prendere il caffè
perché hai una casa bella, e te lo dicono in continuazione,
quasi a buttare il malocchio a forza di dire sempre “che
bella casa che hai”. La cosa ti fa piacere, e poi anche quel
dire sempre “vorrei avere un marito come il tuo”, e allora lì
non sei contenta, ti disturba questo complimento, ma poi
dici, che stupida che sono, è tutta roba mia, compreso l’uomo che amo, la casa della felicità, ecco cos’era casa mia.
Casa, dolce casa, la mia casa piccola ma bella, perché è
bella, perché te lo dicono gli altri, ma soprattutto bella perché è come l’ho voluta io, anzi, come abbiamo voluto io e
l’uomo che amo. Poi succede, e non so nemmeno quando
e come sia successo, ma è successo, e ti ritrovi a essere
dipendente da una cosa che fino ad allora non sapevi cosa
fosse e che fosse così dannosa, che ti prende tanto, però ti
rendi conto solo quando è troppo tardi del danno che ti ha
fatto l’ignoranza, essere ignoranti a trent’anni poco più,
che peso, questo è un peso che ti porti dietro tutta la vita, ti
rendi conto che ti ha fregata per prima cosa la tua ignoranza e non hai pace, ma non basta dire maledetta droga, non
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basta, a me non basta, io che ero sempre disposta ad aiutare tutti, a dare a tutti, a un tratto ti rendi conto che non hai
più le amiche del caffè e ti chiedi il perché del saluto mancato e ti senti sempre più piccola, ogni giorno che passa,
fino al punto che ti annienti da sola, piano piano, e allora ti
isoli, esci ma vai dove ci sono quelli come te, dei diversi,
loro ti accettano, a loro modo ma ti accettano. I figli, per un
po’ hai vergogna di quello che fai, non vuoi che ti vedano,
che sappiano, e allora c’è la cara mamma, la mia mamma
che soffre in silenzio ma che per amore basta che dica un
“mammina, te li lascio un po’, torno stasera a prenderli” la
mia mamma, io so che esiste, per me c’è sempre, ma non
puoi, non sempre, e così si va avanti. Poi quando ti rendi
conto che stanno crescendo gli devi una spiegazione, e allora dopo tanti tentativi gli racconti tutto, o va o non va, ma
lo devi fare, la gente è cattiva, non puoi permettere che facciano loro la tua parte, no, non puoi, i figli sono tuoi, tu li
conosci, tu sai il loro carattere, tu sai il momento giusto, ti
resta solo la speranza che riescano a capire. Io sono fortunata, sono davvero una mamma fortunata, io ho ancora il
loro amore, l’amore dei figli che solo una mamma comprende, io sono ancora la loro mamma nonostante questo
carcere, ed è giusto che i propri errori vengano scontati,
questo ho insegnato ai miei figli.
Ecco che mi ritrovo a fare il giro del campo, che per fortuna è grande. L’aria è già aperta, intendo l’ora in cui puoi
andare fuori in questo grande giardino, con il suo campo
da pallavolo dove le ragazze giocano divise in squadre, ma
che puoi usare anche come campo da calcio, con le rispettive due porte, e poi diciamo che ci sono delle panchine se
vuoi fare da spettatore o vuoi parlare con le compagne, ci
si può andare anche quando piove, ci sono delle tettoie in
legno e sotto delle panchine, se trovi quella giusta, cioè
qualcuna su cui non cada qualche goccia di pioggia, ma
tanto va bene lo stesso, basta stare fuori, e poi dimenticavo,
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ci sono dei giochi per i bimbi, purtroppo per i bimbi di
qualche detenuta, per loro sono molto importanti, anche
per noi adulte ci sono dei giochi di legno, diversi, più per
fare ginnastica, ognuno con una sua forma, insomma è un
bel giardino e si può dire che a noi non manca il verde.
Quando ti richiamano per il rientro sembra che ti sei fatta
chilometri, con il fiatone perché hai parlato con una compagna di sventura e non stai a chiederle perché è qui. Per
me qua dentro siamo tutte uguali, tutte abbiamo fatto qualcosa, chi più chi meno, so che non abbiamo rispettato alcune regole, o meglio leggi, e adesso paghiamo per riacquistare almeno certi valori e spazi dell’esistenza come prima
che succedesse tutto questo. Ma purtroppo si resta segnati
a vita, come una macchia indelebile, non solo nel tuo
animo, che è già una sofferenza, ma anche per la società e
la gente che conosci o credevi di conoscere. Penso che chi
vuol capire il senso abbia già capito. Ma soprattutto ti
preoccupi per la tua famiglia, per i figli, i figli, che bella
questa parola, sembra stupida ma a me riempie il cuore,
certo anche la tristezza ha un posto in questo piccolo
cuore, come la vergogna e la sofferenza, ma per me i miei
figli sono la vita, forse non ho mai dato loro modo di vederlo e forse lo dico solo adesso che non li ho qui con me, io
so che loro sanno com’è la loro mamma al di fuori di tutto
quello che possa aver combinato, anche se è stato sulla mia
pelle, nel vero senso della parola. Ho sofferto in prima persona e adesso sto raccontando la mia colpa perché ti ritrovi quasi costretta a fare certe cose, ma sempre senza coinvolgere i miei cari, un occhio chiuso lo hanno avuto anche
loro, ne sono consapevole, e non doveva essere una bella
cosa soffrire in silenzio, e ora che non siamo insieme forse
sono più tranquilli, nel senso che sanno che qui non posso
combinare guai.
È vero, la galera ti mette a dura prova nella vita, una dura
prova con i legami affettivi, ma i miei sono solidi, alcuni
non ne hanno nemmeno più, piano piano sono andati
scomparendo, forse non erano affetti veri come a volte può
sembrare, ma è proprio nel bisogno che vedi il vero amore,
la vera amicizia, ma ti rendi conto che anche lì hai sbagliato qualcosa, ma sei tu che hai sbagliato o sono gli altri che
si sono approfittati della tua amicizia disinteressata? Non
serve nemmeno chiederlo, sarebbe fiato sprecato, tanto la
risposta già la sai, più o meno: “Io a te queste cose non le
farei mai!” E intanto l’hai già preso in quel posto e allora
per il momento ci passi sopra, dico per il momento perché
non piace a nessuno passare per coglioni, allora aspetti
lenta, lentissima la vendetta, però fatta con garbo, ma che
fa tanto male, non ti tocca ma riesce a toccarti la coscienza,
solo con la pazienza a volte risolvi la cosa e io di pazienza
ne ho tanta. A volte ti chiedi dove sarai fra dieci anni, cosa
farai, sarai sola? Sarai malata oppure non ci sarai più e forse
pensi anche che è un bene se non ci fossi più da ora, ma
no, questo ancora no, è presto, c’è ancora qualcosa che
devi terminare, non si può lasciare a metà l’unico capolavoro che ancora è da finire con quel poco che sai e che hai
imparato per lasciare il tuo ricordo, un bel ricordo, perché
so che qualcosa di buono lo ho fatto nella mia vita. Ripeto
che queste cose le dici solo nei momenti in cui te ne capitano di tutti i colori e pensi che stiano succedendo solo a te,
poi ti rendi conto che qualcosa la hai sbagliata ed è giusto
così, e che ci sono persone, esseri umani che in questo
momento stanno soffrendo vere pene dell’inferno rispetto
a quello che stai passando tu, così ti rendi conto anche che
in fondo tra tante cose brutte sei fortunata rispetto ad altri.
I tempi sono cambiati, mi dicono, anche qua in galera, non
c’è più rispetto tra di noi ma tanto egoismo e cattiveria,
allora mi chiedo come sia possibile. Qui ti insegnano a non
sbagliare più o ti insegnano a essere più cattiva? Quando
esci di qua avrai tanto rancore e rabbia per esserti fatta dei
mesi e degli anni che non sono serviti a niente, le regole
sono diventate lezioni di cattiveria, così saprai comportarti
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bene quando sarai fuori, certo quanta gente farà finta di
non conoscerti, e che dire del lavoro, trovi solo porte chiuse, nessuna possibilità per ritornare la persona rispettabile
di prima, basterebbe poco, invece arrivi al punto che per
un po’ ti sei dimenticata la parola galera e allora ricominci
a sbagliare e non è colpa tua ma di questa società che già ti
ha marchiato a vita come le bestie, a differenza che almeno
loro servono per il nostro sostegno vitale. Scusami, questa
parola la vorrei dire a tante persone, anzi sono poche le
persone a cui voglio veramente bene, ma il coraggio non lo
trovi con le parole, parlano i miei occhi per chi sa chi è
Maria, la mia mamma, quanta pazienza, solo la pazienza di
una mamma ti rincuora per quello che le stai facendo, l’amicizia, ma è difficile distinguere quella vera, ti accorgi
solo dell’amicizia sbagliata ma sempre troppo tardi e allora
quella che stavolta ritieni vera amicizia te la tieni stretta che
quasi hai paura di esagerare, e in fondo al cuore rimane
sempre un punto, la paura di avere sbagliato anche stavolta nello scegliere.
Scrivo per non essere su questo letto freddo, perché non
ho niente di caldo, non basta questa coperta a scaldarti il
cuore, non c’è calore in un posto come questo, scrivo a lui,
lui che può essere chiunque in questo momento, un lui c’è
sempre, c’è il lui della tua vita, quello che conta più di tutti,
un lui, che può essere mio padre che non c’è più, a volte
rimpiangi le cose che hai avuto vergogna a dirgli e adesso
lo vorresti qua con te, e perché no ritornare sulle sue
ginocchia come quando eri la sua coccolina, ma quanto
dolore gli hai dato, anche il suo silenzio faceva male, molto
male, forse uno schiaffo sarebbe stato meno doloroso, ma
quanto bene vedevo in quegli occhi, erano come un
abbraccio caldo, affettuoso. Ti accorgi che vuoi essere qualunque altra cosa ma non una persona, hai questo macigno
dentro e allora vorresti essere niente, mentre loro che possono essere qualcosa per te li respingi senza quasi render150
tene conto, piano piano ma lo fai, adesso mi chiedo cosa
voglio, voglio tranquillità, pace, la serenità di una volta,
quando la mia giovane vita era protetta da una campana di
vetro, ma fatta da me, ero io che volevo che fosse così quel
vetro lucido pulito come mi sentivo io, adesso scrivo per
sfogarmi, per sentirmi pulita come levarsi un vestito sporco, anche se di sporco non ho fatto niente, ma mi sento
così perché ho fatto soffrire e faccio ancora soffrire persone che non meritano questo dolore quotidiano, che non
hanno scelto loro ma è la conseguenza dei miei sbagli, del
mio fallimento con me stessa. Le certezze di una volta non
ci sono più, adesso c’è il fallimento di questi anni persi, ma
rimane l’orgoglio, a volte uno stupido orgoglio, che non
vuoi mettere da parte ma ne basta poco, quel tanto per
chiedere aiuto, per me non ci deve essere l’aiuto di nessuno, io devo sapermi aiutare come facevo prima, io sbaglio,
io mi devo tirare fuori dai guai, nessuno mi ha dato quel
modo di sbagliare, io l’ho voluto, io ne devo uscire da sola,
senza l’aiuto di nessuno come ero capace di fare, prima o
poi ci riuscirò, forse mai, ma non oso pensarlo, questo mi
spaventa un po’ ma non sarà così. Fingo la mia allegria, che
adesso è a spezzoni, discontinui come la mia dipendenza
messa a dura prova, non curabile con pillole, eppure l’essere umano ha un grande cervello, ha inventiva, trova cure
per malattie gravi, ma non è abbastanza forte per curare
questo mio cervello, eppure basterebbe togliere quel pezzettino marcio e tutto tornerebbe come prima, ancora non
è abbastanza forte, è una cosa più grande che riesce solo a
scalfirlo per ora ma vedrai, ce la farà, eppure quante amarezze ci sono in questo mondo, ma sembra che stiamo soffrendo solo noi, che tutto sia contro di noi, con poche speranze di venirne fuori, ma in fondo sappiamo che prima o
poi tutto finirà, non sai quando ma sai che succederà.
C’è un seminario di non so che, sono fuori dalla cella e
questo basta per uscire da quel buco che ancora non ho
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scoperto in quante ne siamo proprietarie, se così si può
dire. Sappiate però che è giusto che vengano esposti certi
problemi, in un carcere il problema poi è metterli in atto,
di qualunque cosa si tratti. Per adesso ce ne stiamo a sedere, guardiamo arrivare questi uomini disgraziati come noi,
naturalmente sono detenuti del maschile. Ma la speranza è
pur sempre qualcosa per noi detenuti, sperare che si può
ottenere un qualcosa, può aiutare che non siamo in gabbia
come cani abbandonati al proprio destino. Noi donne
andiamo al maschile per il seminario, ecco la parola magica “maschile”, queste donne, che sono ancora delle donne
nonostante la loro carcerazione, ecco all’improvviso brillargli gli occhi solo all’idea di vedere un uomo, diventano
luminose, e allora un gran movimento, il trucco, il vestito,
i tacchi, ecco la vanità delle donne che viene fuori da quello stato di catalessi che hanno durante gli altri giorni, con
i loro pensieri, con i loro dolori, dolori del cuore che non
si curano con la solita pasticca, dicono che il cuore non fa
male, altroché, fa male, è un dolore che non si può spiegare e ognuno ha il suo dolore, non è curabile purtroppo, il
nostro dolore può solo guarire con l’amore dei nostri cari,
con il sorriso di un figlio e perché no anche con l’attenzione che hanno per te quel poco che basta a farti sentire
importante, che sei importante per loro. Siamo brave tutte
qua dentro a fare le vittime, se così posso dire, ma non il vittimismo, è solo che ti rendi conto delle cose e delle persone quando ti mancano e tieni a loro, io sono la prima ma
so anche di aver sbagliato e se siamo qua sicuramente non
c’è quella che è qua per un errore giudiziario come fanno
intendere, questo è un carcere e per sbaglio non ci si capita, sii onesta almeno con te stessa, nessuno di noi ha voglia
di giudicare, ci bastano i propri guai e certo non ne vogliamo altri.
Siamo rimaste sole io e Elena in questa cella, un po’ ci
manca la piccola Giulia, adesso io sto scrivendo, Elena sta
facendo come ormai da qualche giorno il solito pediluvio
per via di un’unghia incarnita. Siamo qua con la radio accesa e le nostre serate passano così, senza nemmeno accendere la televisione, basta la musica e la tranquillità che c’è solo
a quest’ora della sera. Speranza ci ha fatto i soliti dolcetti
come sa fare lei e abbiamo cenato con quelli, la cena è
ancora là, messa da parte, oggi abbiamo avuto pesce, per
l’esattezza triglie, almeno mi sembra quelle, sono rossastre,
insomma le vedevo al mare quando le pescavano i miei
figli, che belle estati erano, per il momento erano, sono
passati solo pochi mesi dall’ultima estate, anche il natale e
la befana sono passati, pensa un po’, siamo già a carnevale!
E qua il carnevale è più variopinto che fuori, qua ce lo
abbiamo tutti i giorni! Già, il carnevale che ogni scherzo
vale, questa volta però lo scherzo ce lo hanno fatto a noi!
Ridiamoci sopra, tanto è carnevale! E qua di maschere ne
abbiamo tante, anzi, ne vediamo tante, ed è difficile scegliere a chi possa toccare di vincere il premio della prossima
libertà. Forse sono un po’ cattivella, ma a volte qua sembra
che gareggino tra di loro a chi ha la condanna più alta, e
allora! Forse questo non è un carnevale con ricchi premi?
Meno male che dura poco! Ti chiedi perché certe persone
si vantano delle loro irregolarità con la legge, a quale
scopo? Cosa gliene può venire di comodo? Forse per passare da donna vissuta? O forse hai sofferto tanto e il tuo dolore lo devi far pesare sulle altre? Ma non è così che si risolvono i problemi, quelli restano fino a quando lo vuoi tu,
verrà il giorno in cui ognuna di noi deciderà per una vita
migliore, speriamo tutte, resterai segnata a vita, questo sì,
ma sarà anche un brutto ricordo, sono sicura che sarà così,
i brutti ricordi non si dimenticano, si mettono da parte,
chissà, se poi un giorno per uno strano motivo dovranno
riaffiorare sarà perché forse stai sbagliando di nuovo?
Purtroppo non è facile capirlo adesso, accadrà tutto in un
istante, quanto basta a far ritornare indietro quei giorni
che avevi messo da parte e che speravi di non rivivere più,
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ma questa sicuramente è un’altra storia e forse non si ripeterà. Adesso per il momento sono ancora qua, aspetto con
ansia che passino questi giorni per sapere quale sarà la mia
sorte. Mi rendo conto che sono così ansiosa che potrei
scoppiare da un momento all’altro, questi nervi che tengo
dentro nessuno deve vederli, tanto non sarebbero in grado
di tirarmi su, posso far intendere che sto già meglio, che ho
fatto bene a sfogarmi con loro, ma anche questo mi sembra
falso, non riesco a vedere negli altri quel poco che a me
basterebbe, ma in fondo non so nemmeno io quale sarebbe la parola magica per farmi sentire meglio, lascio tutto
dentro di me così evito falsità e invidie, solo quello riesco a
percepire in certe ragazze disperate che sono qua, ma che
in fondo non stanno meglio di me. Ed ecco che ritorna una
maschera anche per me, non sono e non mi sento migliore di nessuno, sono solo io, con tutte le antipatie e simpatie che posso esprimere alle altre. Si porranno, sicuramente, anche loro le domande che mi faccio?
Quante cose fatte e sbagliate per il modo tuo di fare, ma
che prezzo alto da pagare ti domandi, parole dure che
tagliano come lame, lo so non spetta a me dirti queste parole che ti faranno male ma il tempo guarirà queste ferite, a
volte ti fanno sanguinare il cuore, ma è con il tempo che
questo cuore ricomincerà a battere piano piano, fino a
riprendere quel ritmo regolare, piano piano sempre di più,
fino a raggiungere la stabilità di una volta, ma dovrà passare sempre del tempo, a volte è proprio questo che non
basta, il tempo, ma lo avrai, dirai bugie, troverai scuse,
darai sempre colpa al tempo che non basta mai, ma sarà
così, oppure è perché questa vita non riesci più a sentirla
tua? C’è un qualcosa che ti disturba, non riesci a percepire
cos’è, il perché di certe sensazioni, di certi malesseri, ci
mettiamo sempre a dura prova per sbaglio forse? O perché
come bambini vogliamo crescere, imparare nuove cose per
somigliare sempre a qualcuno o a qualcosa, cos’è quella
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cosa che cerchiamo, quel qualcosa che non ha nessun altro
e che vogliamo avere solo noi, egoisti, ecco cosa siamo, ci
fanno diventare egoisti anche se tutto questo non lo vorresti, ma per forza di cose ci diventi, ti rendi conto che tutto
questo soffrire alla fine a cosa ti serve, ed ecco che ripensi
alla solita frase “serve a farti crescere”, ma è poi vero tutto
questo? Chissà, anche questo ti fa restare nel dubbio, ma
cos’è la cosa giusta? Tu sai dirmelo? E perché non me lo
dici? O perché anche tu non lo sai e come me aspetti la
parola magica, quella che ti ridà un sorriso, una speranza,
quella piccola gioia che tanto desideri. Non c’è nessuna
parola magica, di magico in tutto questo ci può essere solo
quello che vuoi tu, serenità e gioia, ecco la mia parola magica, peccato però che io non sia una fata, ma mi restano i
sogni e sono tutti miei, nessuno può vederli e prenderli,
quelli non sono in commercio, è l’unica cosa di pulito che
hai nel tuo cervello e non possono rubarteli.
Tutto passa, anche questa galera passa, mesi, anni ma
passa, ma conti i giorni lo stesso e ti sembrano sempre più
lunghi, ma passano, nonostante tutto passano.
Vorrei essere un qualcosa di astratto, variopinto, presente
sempre in ogni luogo, dove anche la sofferenza può essere
non vista, ma con i miei vari colori alleggerire almeno quell’attimo che basta a far sorridere solo nel vedermi. Vorrei
essere un qualcosa di vaporoso, per avvolgere le persone
che hanno bisogno di un abbraccio, quell’ abbraccio che
non hanno potuto avere per un qualcosa che non sanno
nemmeno loro. Vorrei essere un desiderio per darne a
tutti, esaudire il tuo, vederti felice sarebbe la mia gioia,
anche il più stupido desiderio mi darebbe gioia. Vorrei
essere un angelo e seguirti, starti vicino per non farti sbagliare e renderti la vita serena e tranquilla. Vorrei, forse,
essere Dio, ma questo sarebbe impossibile, avrei troppa
paura di vedere tutto il mondo con i suoi lamenti, non sarei
all’altezza e peccherei di presunzione, che è una cosa che
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non mi appartiene. Vorrei essere l’allegria e portare la
gente a sorridere e ridere, leggergli l’allegria negli occhi.
Solo capricciosa non vorrei esserlo, il capriccio lo lascio ai
bambini, che tutto quello che fanno ti danno la felicità,
anche un capriccio. Vorrei essere un’ape, così laboriosa,
anche se laboriosa io non sono, ma vola tutto il giorno per
non deludere la sua regina. Solo una cosa non vorrei, morire. Vorrei essere ancora tante altre cose ma non c’è il
tempo, perché il tempo non basterebbe mai.
C’è un detto sulle donne, chi dice donna dice guai, anzi ce
ne sono più di uno, ma è solo invidia, mettiamola così. Non
farle un torto, la sua mente di donna diventa diabolica, dolcissima se tocchi il suo cuore, può avere un bel corpo, può
essere sgraziata, ma è donna e questo fa sì che si senta sempre desiderata, con le sue bruttezze fuori ma bella dentro,
la sua vanità è eleganza e fascino, gesti insignificanti ma
intriganti, dolce sorriso ma malizioso, ecco la donna che ti
prende solo se lo vuole lei, che ti fa soffrire per dimostrarti che non è stupida, donna madre affettuosa, presente,
sempre pronta ad asciugare ogni lacrima del suo piccolo
ma sempre femmina davanti al suo uomo, pronta ad amarlo e consolarlo. Una donna sa essere sempre il tutto davanti a tutto, sa corteggiare ma sa anche conquistare con la sua
semplicità, ma essere corteggiata è la cosa che la rende felice e diversa dalle altre, devi essere pronto a leggere i suoi
desideri, farle sentire che è l’unica, corteggiare una donna
è un’arte perché lei è un capolavoro e come tutti i capolavori la devi ammirare, non deluderla, soffrirebbe, non
prenderti gioco di lei, sei già perdente prima ancora che tu
te ne accorga. Donna, quella piccola luce che sa illuminare
anche l’angolo più buio della tua vita, non farle mancare
l’amore, l’affetto, appassirebbe come un fiore senza acqua,
annaffia il suo cuore giorno per giorno, carezza dopo
carezza ecco che la vedi rifiorire, riprende la vita ed esplode con tutta la sua allegria, gentilezza, bellezza ma soprat156
tutto con la sua femminilità che solo lei sa dimostrare.
Donna pronta a dar tutto per un uomo, la sua vanità è
unica, non ce ne è una uguale fra di loro, hanno tutte quel
fascino particolare che piace tanto all’uomo. Non privare a
una donna la gioia di vivere, smetteresti di vivere, non
sarebbe più come prima, non saresti più come prima, lei ti
ha ucciso come tu hai ucciso i suoi sogni. Sei attratto da lei
come una calamita, non puoi fame a meno, sei complice
con lei di quell’amore, cerchi di nasconderlo perché ti vergogni di esserti innamorato e ti senti piccolo, ma lei è vita
per te.
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Tutto accadde una mattina di dicembre, mi ritrovai seduta
sul primo gradino del pianerottolo al secondo e ultimo
piano di una palazzina. In “casa” c’erano tante persone
chiamate da me prima di rifugiarmi in un silenzio totale.
Non era sgomento, semplicemente non avevo ancora
messo a fuoco quello che era accaduto.
Sono chiusa in una stanza da più di un mese.
La prima faccia familiare. Mio fratello, poi mia figlia. Mio
fratello piangeva e diceva che la mia fotografia era su tutti i
giornali. Si raccontava di me, tutto e di peggio. Pensai,
conoscendo le radici della mia famiglia, niente è la morte
in confronto alla vergogna!
Basta. Non voglio fare un diario dei miei anni!
Capii che il mondo si era capovolto. Qui il mondo era
dietro ai cancelli, dietro le sbarre, il fuori non mi apparteneva più.
I giorni sono lunghissimi e le settimane volano... devo
ancora capirlo!
I primi anni sono stati bestiali: tutto un rimuginare sul
ragionato, fino allo sfinimento. Il lungo cammino per prendere coscienza del luogo dove sono e siamo, scoprire le persone con le quali abbiamo a che fare: strana gente! Pur nel
turbamento non ho mai perso la mia dignità.
Per fare il carcere ci vuole dignità! Sono andata avanti
così nell’attesa di vedere un giorno uno spiraglio di luce,
come quando si entra in un tunnel, una galleria, e dopo
tanto buio in lontananza si scorge e poi si rivede la luce.
È un tempo in cui la persona si vede, ma in realtà non c’è.
È la sua figura che cammina per i corridoi, che legge, che
parla, che si lascia andare in confidenze ma, in realtà, quello a cui tiene di più, la persona lo lascia nel fondo del cuore.
Io mi vergogno, dicono che non dovrei, ma io mi vergogno.
Presto vedrò anch’io una luce in fondo al mio tunnel e
ho paura, perché tanti anni passati al Purgatorio dove non
ti senti più quella di una volta, ti lasciano una cicatrice indelebile che nessun chirurgo plastico potrà mai togliere.
Ed è con questa convinzione che si arriva vicino all’ora
fatidica, tanto desiderata e tanto paurosa.
Si, si aprirà un cancello e allora sì sarai dall’altra parte del
mondo.
Chi ti è stato vicino ora non c’è più: sei sola come un
bambino che cerca una mano cui aggrapparsi, resti immobile, ti guardi intorno, rivedi tutto.
Il mondo è bello, quella non più bella sei tu...
Ma cominci a camminare, ti allontani dai cancelli, per
fortuna ho una macchina.
Oggi esco. Salirò in macchina e mi allontanerò per raggiungere un altro luogo. La mia strada non sarà tanto
lunga, l’importante è partire.
Sono in macchina. È una bellezza veder scorrere la strada sotto di me, il paesaggio appena uscita dalla città è bellissimo, anche se siamo in inverno i prati sono verdi, qualche mucca è fuori dalle stalle, il contrasto con il cielo azzurro è un’immagine indescrivibile. In lontananza c’è un arcobaleno, sembra un quadro, un naïf, fatto con molta cura. I
miei occhi spaziano, non sanno dove guardare. Ovunque
rivolgo il mio sguardo, vedo il miracolo della natura.
Sono libera. Sola. Posso andare dove voglio. Penso al
domani, forse è per questo che vedo le cose come se non le
avessi mai viste, non ero più abituata.
Come è bello il mondo. Cerco di scacciare i cattivi pensieri, il passato, che spero di lasciare alle mie spalle prima
possibile. Spero di riuscirci...
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Vanna Zappelli
Il tunnel
Sono quasi a metà strada, mancano ormai pochi chilometri, una galleria abbastanza lunga e poi di nuovo la luce: la
mia città.
Entro nella galleria, accendo i fari, ci sono poche macchine, meno male, a me le gallerie danno sempre un po’ di
claustrofobia. Strano! D’improvviso mi accorgo che sono
sola, non ci sono più macchine, nessuno mi sorpassa, nessuno viene dalla carreggiata opposta. Mah! Forse non c’è traffico a quest’ora.
Come è buia questa galleria, sono quasi dieci minuti che
cammino, sembra sempre più oscura: non c’è neppure una
luce, solo i fari della mia auto che non illuminano niente,
forse qualche metro di strada nera, anche le pareti sono
nere.
Ma quanto è lunga? Io continuo a camminare, non posso
più tornare indietro. Il mio umore è cambiato: quel buio,
quell’essere sola mi dà una strana sensazione e poi mi sembra persino di respirare con affanno, come se l’oscurità
fosse tangibile, sembra quasi si materializzi, e istintivamente chiudo il finestrino.
Non voglio fermarmi, credo di vedere molto male, metto
i fari abbaglianti... ma niente, in fondo nemmeno una lama
di luce.
Ora anche le mie orecchie mi creano spavento, mi sembra di sentire quasi un lamento lontano venire da quel
buio: un buio che è sempre più spesso e si lamenta. Sciocchezze! Eppure più aguzzo la vista, più le mie orecchie si
tendono, tanto che le sento più grandi, più il lamento cresce. All’improvviso vedo dei veli, anzi sembrano ragnatele
nere, che sfiorano il mio parabrezza. Cosa succede? Ho il
cuore in gola, comincia un’angoscia terribile, sudo, il volante è bagnato, tutti miei nervi sono tesi, il collo non si gira
quasi più, sto impazzendo? È un brutto sogno?
Non capisco. Prima di varcare il tunnel il paesaggio mi
affascinava ed ero così felice, andavo a casa.
Ora vaneggio, mi sembra di avere la febbre, le ragnatele
sembrano mosse da mani galleggianti nell’aria, non fanno
in tempo a svanire che altre avvolgono di nuovo la macchina. Io sono sudata, come nella mia vita non lo ero stata mai.
Non mi rassegno, perché domani devo correre per
incontrare il mio destino.
Mi sembra di essere in trance, solo i nervi mi tengono su
e continuo a camminare. Sono passate ore, minuti, non
ricordo più. È come se fossi stata per anni in quel tunnel.
Ho perso la fiducia, lacrime cominciano a bagnarmi la faccia, non le asciugo nemmeno, tanto bagnano una persona
già bagnata, sto per chiudere gli occhi e penso “a questo
punto sarà quel che sarà”… Nel fondo scorgo una luce, piccola, flebile. Più avanzo più si fa grande, è la conclusione …
Finalmente sarò fuori: ora mi prende un’altra paura, cosa
troverò all’uscita?
Rivedrò un altro bel paesaggio o il nulla?
Sto uscendo, un raggio di sole colpisce i miei occhi, è così
forte che rallento per abituarmi di nuovo alla luce. Rallenta
il battito del mio cuore, il sudore ritorna caldo, prima era
freddo, rivedo le colline verdi, gli alberi. Sento il rumore
delle macchine, tante macchine, non sono più sola, sono
ritornata alla vita.
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Massimiliano Mazzoni
Solitudine
Finestra aperta… piccola luna con la speranza di illuminare la stanza, e illusa spera di diradare le tenebre dalla mia
anima, dalla mia mente…
Il dolce mattino non sa che per un cuore spaccato e sanguinante, luce tanto intensa non esiste per cuori come il
mio, e più insiste a voler placare questa mia atroce angoscia, più lei si vendica col suo impeto trascinandomi ad
ogni risveglio nelle più terribili delle agonie.
O voi tutti amici e nemici preoccupati non cercate di
darmi coraggio, non fate altro che rigirare il coltello nella
piaga del mio cuore spaccato, facendomi vedere i vostri sorrisi di conforto come ghigni odiosi.
Sappiate solo, o voi gente perbene, gente di cuore, che
se pur esiste medicina per questa mia lancinante ferita, non
sono le vostre parole o la speranza di un giorno nuovo, solo
il tempo può scacciare questa mia tremenda voglia di solitudine per compensare la mia sempre più grande voglia di
avere vicino a me, chi ormai non posso più avere.
Porto Azzurro (LI), 2003:
momenti della premiazione con Veronica Pivetti.
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Minori
Porto Azzurro (LI), 2002:
l’interno del carcere.
M.
G.G.A.M.M.D.
Laboratorio Voci di strada Ipm di Acireale
’Na parola mia
Si l’ammuri è comu gniocu,
cancia lu cori e metti ’n focu.
Si stu cori n’à canciatu,
resti femmu e disperatu.
Chistaccani non è poesia,
è sulamenti ’na parola mia.
Si l’ammuri è comu gniocu… Se l’amore è come un gioco, a
volte capita che, pur amando una persona, la si tradisce.
Cancia lu cori e metti ’n focu… Lascia quella persona, allora,
perché altrimenti porteresti solo maggiore sofferenza nel
suo cuore, e tenta di capire cosa vuoi veramente.
Dialogo sull’assassino e sui gendarmi.
Liberi commenti, in carcere, su Il pescatore
di Fabrizio De André
I
Si era assopito un pescatore al tramonto, dopo una giornata immobile, fatta di luce e inutili attese, sotto il sole impietoso che inaridisce la pelle e la spacca come zolle di terra
infuocata.
Si stava tutti sul molo, all’ombra dell’ultimo sole, come
parte del paesaggio, come reti abbandonate, insieme ai
gabbiani, insieme al vento inquieto che spezza le nuvole e
accende il mare di mille bagliori.
A quell’ora ci venne incontro un assassino, stanco e sudato come un bambino, affannato per la gran corsa, come
animale braccato.
Resti femmu e disperatu… Rimani immobile a pensare: perché l’ho tradita? Perché l’ho lasciata? Perché l’amo ancora?
E non sai più cosa fare, ti disperi, non sai più dove andare,
se andare avanti o tornare indietro.
II
Che succede? Si rivolge a noi e ci parla. Che vuole? Pane e
acqua.
Io. Se un assassino mi chiede da mangiare e da bere, io
gli do da mangiare una fetta di pesce spada e un bicchiere
di vino, perché per me è giusto che io lo aiuti, anche se è
un assassino, però gli farei tante domande per sapere perché va in giro a uccidere persone.
Tu. Anch’io farei così. Se un assassino mi chiede da mangiare e ha sete, io, vedendolo in questa situazione, lo aiuto
subito. Ma questo lo farei con ogni persona che mi chiede
aiuto, tranne con un pedofilo. Prima di tutto gli chiedo per-
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Si stu cori n’à canciatu… Ma, se scopri che l’amore per quella persona è ancora forte…
ché ha ucciso e chi ha ucciso. Poi se ha ucciso per motivi
che ha avuto lui, gli potrei dare una mano. Se ha ucciso
bambini, no.
La ragazza. Innanzitutto avrei tanta paura, però gli darei
quello che vuole, perché la vita e il suo valore per me vanno
oltre ogni cosa. Certo, proprio per questo non credo di
poter essere capace di perdonarlo. Non sono il Cristo, ma
un essere umano, e il perdono è davvero difficile.
Io. Allora: se l’assassino vuole uccidere me, io ucciderei
lui senza nessuna pietà. Se invece ha ucciso altre persone,
cercherei di farmi spiegare perché ha ucciso, ma nel frattempo gli darei da mangiare e da bere; e, se non ho niente
da dargli, me lo porterei al bar.
Ancora la ragazza. Io sicuramente gli darei da mangiare,
anche se so che è un assassino, ma sarei molto a disagio.
Tu. Io lo aiuterei, ma bisogna davvero sapere perché ha
ucciso. Se lui ha ucciso una donna o un bambino, io ammazzo lui.
Un altro pescatore. Io lo aiuterei. Io aiuterei chiunque
chiede aiuto. È sempre un uomo. Oggi io aiuto lui, domani aiutano me. Rispetto reciproco per gli esseri umani. Chi
domanda aiuto dovrebbe essere compreso.
La ragazza. Lo guarderei negli occhi. Probabilmente lo
aiuterei comunque, ma con uno spirito diverso a seconda
di ciò che mi comunica il suo sguardo.
IV
E ora? Passano le guardie e chiedono.
Io. Quando passano le guardie e mi chiedono se ho visto
l’assassino, io gli dico che non ho visto nessuno, perché se
gli dico che l’ho visto lo potrebbero arrestare; e a me, onestamente, non interessa niente.
Tu. Io non ho visto nessuno, l’unica cosa che ho visto è
la mia canna da pesca e il mare. Direi di non farmi domande sulle altre persone perché io guardo solo me stesso.
La ragazza. Io chiederei ai gendarmi perché lo cercano.
Dipende poi da cosa mi ha detto di sé l’assassino e poi,
forse, direi la verità, perché la punizione a volte aiuta.
Io. La punizione, le guardie, ma che dici? Io con aria
indifferente faccio finta di niente e gli dico che, a parte i
pesci, non ho visto nessuno. Il motivo è semplice: l’onore e
l’omertà regnano nel mio carattere.
La ragazza. Che non l’ho visto, se mi fa pena! Altrimenti
lo dico: è lì l’assassino, prendetelo!
Io. Io dico di no, perché il mio mestiere non è lo sbirro.
Tu. Io veramente risponderei “è andato da quella parte”,
indicando la via sbagliata. Confonderei le loro idee. Perché, se prima l’ho aiutato, perché poi dovrei farlo arrestare? Non è omertà, ma buon senso e coerenza.
III
Venne davvero l’assassino, due occhi enormi di paura, a
dirci ho fame, ho sete; per inquietare la nostra ombra e per
provocare dubbi circa l’utilità e la necessità, il bene e il
male, l’opportunità del portare o negare l’aiuto, e obbligare ciascuno di noi a scegliere ed esporsi. Che fai fratello? E,
soprattutto, da che parte stai?
Cos’è giusto?
Vennero pure due gendarmi, due gendarmi con le
armi.
V
Questi siamo noi, fratelli, compagni di strada e di galera.
Noi siamo il pescatore, bruciati dal sole e dai nostri errori, imprigionati dentro pareti vuote e incontri inattesi.
Io sono dentro questa storia. Io sono forte di coraggio,
testardo e tranquillo, occhi neri, capelli neri, normale e
complicato, calmo e rompiballe, appassionato e pazzo, ignorante, io sono il mio sbaglio, introverso e sensibile, sincero,
io sono triste e aggressivo, illuso, io sono un boy-scout, dispersivo come il vento, io sono la mia voce, troppi pensieri,
io sono ostinato, padre e marito, io sono innamorato, io
sono forte. Io sono un pesce spiaggiato.
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Siamo noi che veniamo ogni giorno a questo molo, al sole,
al vento, e bestemmiamo quando piove e gioiamo per ogni
pesce che abbocca. Non ci aspettiamo nulla.
La nostra smorfia sembra un sorriso, la nostra scelta sembra libera, i nostri occhi sembrano felici.
Alla fine nessun gendarme ci ha piegato, nessun assassino ci ha fatto davvero paura.
L’assassino e i gendarmi sono andati via, alla malora!
Noi, invece, siamo ancora qui, all’ombra dell’ultimo sole,
immobili, pietrificati, e con un solco lungo il viso, come
una specie di sorriso.
170
Luca B.
Senza titolo
Voglio raccontarMi.
Vorrei non dover mai raccontare le mie sfortune,
vorrei non dover mai ricordare i miei errori,
vorrei aver avuto una vita diversa,
ma oggi sono qui, a farvi conoscere la mia storia, trasmettervi la mia esperienza negativa, affinché possa essere portatrice di un messaggio positivo.
Lo dico ai miei coetanei,
lo dico ai miei fratelli,
lo dico a chi non apprezza un abbraccio,
io che invece ho perso quello di mia mamma a otto anni,
e quello di mio padre a nove anni,
io che sono diventato grande troppo presto,
io che mi sento colpevole di aver deluso chi mi considera
l’unico al mondo che possa occuparsi di loro.
Desideravo la quotidianità di una famiglia,
invidiavo quella degli altri,
mi sentivo deluso, abbandonato dalla vita.
Adesso sono qui, con il peso dei miei errori,
ma con un messaggio che si leva a gran voce da dentro al
mio cuore.
“Non bisogna mai dare per scontato il valore di una famiglia, non bisogna mai sottovalutare l’importanza del calore
famigliare”.
171
Non dispero di raggiungere la vetta,
non mi scoraggio se non riesco a trovare la strada.
Non smetto di donare un sogno che porti pace e speranza.
Vorrei aver sognato di più,
vorrei gridare al mondo quello che ho dentro, perché il
mio grido di aiuto non resti inascoltato.
Vorrei avere mille orecchi per ascoltare chi soffre,
perché nessuno mai mi ha teso la mano quando da solo
odiavo la vita che troppo presto mi ha privato di serenità e
gioia.
Ora quella gioia vorrei saperla donare a chi di me ha bisogno.
172
Marcello P.
Senza titolo
Ogni giorno cerco di imparare cose nuove,
sentire emozioni forti che caccino via i brutti ricordi,
riempire le giornate di piccole cose che mi fanno diventare grande.
Fuori di qui sarò un uomo diverso,
responsabile, attento.
Dimenticherò i giorni di buio,
quando il rischio e la paura erano pane quotidiano,
sarò un compagno premuroso,
una persona leale.
Nella mia prossima vita,
fuori da queste mura,
sarò l’uomo che avrei voluto essere da grande.
Non importa se il tempo non sarà breve,
ciò che conta è che darò a me stesso quella possibilità di
vita migliore che non mi
sono concesso prima.
173
Guglielmo G.
Alessandro P.
Senza titolo
27 gennaio: giornata della memoria per non dimenticare
I miei “beni”
I beni della mia vita, quelli a cui mai e poi mai rinuncerei
sono tre…
La libertà che per me è mare, sole,
un tramonto all’orizzonte,
la magia della natura,
l’aria che respiro.
I figli, quei gioielli sfavillanti che solo a guardarli illuminano di gioia i miei occhi,
e poi, ci sei tu mamma,
tu che sei lontana ma con il cuore e con la mente sempre
accanto a me,
tu che proteggi il mio cammino e solo a pensarti colori le
mura grigie e fredde di questa triste cella.
Il termine Shoah, che venne usato per indicare lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico significa “annientamento”.
Non bisogna dimenticare che oltre agli ebrei vennero
deportati e uccisi anche oppositori politici al regime nazionalsocialista in Germania o fascista in Italia, malati, zingari, omosessuali; tutte quelle categorie che “inquinavano” la purezza della razza ariana, la razza dominante e
superiore.
Il 20 luglio 2000 è stata approvata la legge italiana
211/2000 che riconosce il 27 gennaio, giorno in cui nel
1945 i russi varcarono i cancelli di Auschwitz, “giorno della
memoria” in ricordo delle discriminazioni avvenute in
Europa a partire dagli anni Trenta e sfociate in vere e proprie persecuzioni.
Per anni si è usato il termine olocausto per indicare lo
sterminio degli ebrei, ma olocausto significa sacrificio,
offerta a Dio, e tale termine non poteva certo essere usato
per indicare tale fenomeno.
Si passò a utilizzare il termine Shoah perché esprime
meglio la gravità del fenomeno che ha avuto il suo periodo
più tragico tra il 1943 e il 1945, gli anni della deportazione
e dei campi di concentramento.
Vi era un piano di sterminio programmato alla perfezione e organizzato nei minimi dettagli da funzionari e collaboratori tedeschi, come Eichmann e Himmler, “la soluzione finale”, termine che è stato però sempre negato dai funzionari tedeschi, anche durante il Processo di Norimberga
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del 1945, processo avvenuto alla fine della seconda guerra
mondiale per giudicare i crimini di guerra.
Nei campi di concentramento furono deportati milioni
di ebrei, la maggioranza dei quali, circa sei milioni, fu uccisa. Ma la cosa che deve far riflettere di più è che il piano di
sterminio coinvolgeva circa undici milioni stanziati non
solo in Germania e Italia, ma in tutta Europa. Uomini che
avevano la “colpa” di professare una religione diversa.
Le cause che portarono alla discriminazione, prima, e
alle persecuzioni, poi, sono inizialmente di carattere religioso: l’antisemitismo per il popolo rifiutato da Dio, che
aveva ucciso suo figlio. Con il passare del tempo l’odio religioso per questo popolo di “traditori” assunse sempre più
delle caratteristiche socio-politiche, la Germania dopo la
sconfitta della prima guerra mondiale e la Repubblica di
Weimar era andata in crisi tra il 1929 e il 1930, epoca della
grande crisi economica mondiale.
Gli ebrei, che invece si erano affermati economicamente
nella società e continuavano a mantenere il loro potere
economico, vennero indicati come causa della crisi e, quando nel 1933 Hitler salì al potere come cancelliere tedesco,
iniziarono le prime persecuzioni religiose.
Già nel ’33 Hitler fece costruire i primi campi di concentramento, ma solo dopo il 1941 questi campi si trasformarono in campi di sterminio.
Con Hitler al potere, gli ebrei vennero indicati come collaborazionisti dei sovietici, veniva data loro la colpa di essere alleati ai bolscevichi russi e di essere gli agitatori di rivolte e sommosse contro il regime nazionalsocialista.
Così dal ’35 Hitler promulgò le leggi di Norimberga con
le quali si indicava chi era veramente da considerare ebreo,
meticcio o ariano puro. Chi era ebreo anche solo per metà
doveva essere privato di quasi tutti i diritti: non potevano
avere rapporti con persone non ebree, non potevano frequentare le scuole, se non alcune create appositamente per
loro, non potevano svolgere lavori pubblici, possedere a-
ziende, fare il servizio militare. Venne tolta loro la cittadinanza e dal 1941 furono costretti a portare una stella gialla
cucita sui vestiti, come segno di identificazione.
In questo periodo iniziarono anche i primi episodi di violenza gratuita e si pensò realmente all’eliminazione di tutti
gli ebrei impiegandoli prima come forza lavoro, e se non
fossero morti per la fatica sarebbero stati eliminati in seguito nei campi di sterminio.
Dopo la “notte dei cristalli” tra l’8 e 9 novembre del
1938, durante la quale furono incendiate le sinagoghe e
distrutte le vetrine dei negozi degli ebrei, aumentarono
tensioni e violenze. Vennero istituiti speciali corpi militari
che affiancarono l’esercito regolare tedesco, le SS (SchatzStaffen) e le squadre della morte (Einnsatzgruffen) che
avevano il compito di eliminare sul posto gli oppositori
politici con le fucilazioni di massa e in seguito su appositi
camion, vere e proprie camere a gas mobili. Tutto ciò allo
scopo di abbreviare il tempo di sterminio.
In Italia la situazione era simile, nel ’22 il fascismo, guidato da Mussolini sale al potere, e si allea in seguito con la
Germania di Hitler. Gli ebrei italiani vengono emarginati e
con la promulgazione, nel ’38, delle leggi razziali, perdono
i principali diritti e vengono confinati nei ghetti. La maggior parte di essi venne internata nelle carceri e successivamente deportati ad Auschwitz (Polonia).
Anche in Italia furono istituiti campi per l’internamento
civile (e poi colonie di confino e ville tristi) e a Trieste, nella
Risiera di San Sabba, c’era persino un forno crematorio.
Le deportazioni avvennero tra il 1943 e 1945, il trasporto avveniva con vagoni merci, i viaggi massacranti durante i
quali molti morivano. Ma ancora prima che arrivassero nei
campi e che si operasse la selezione per il lavoro si sapeva
già quanti dovevano restare in vita e quanti inviati a morte
nelle camere a gas.
La vita nei campi era molto dura: fame, freddo, fatica e
violenze continue. Erano questi i sistemi che i tedeschi met-
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tevano in atto perché l’obiettivo non era solo quello dell’annientamento fisico per mezzo delle camere a gas, ma la
cancellazione dei sentimenti, la negazione dell’umanità,
l’imbestialimento. E alla fine ci riuscirono.
I sopravvissuti nei campi, pur non morti fisicamente,
erano morti nell’anima, non avevano più alcuna reazione
davanti ai loro compagni assassinati, alle violenze. Erano
consapevoli del loro destino: sarebbero usciti dal campo
solo passando per il camino dei forni crematori e non potevano far altro che aspettare. E, quando il 27 gennaio del
’45, i russi varcarono i cancelli di Auschwitz e trovarono il
campo quasi deserto, i prigionieri non ebbero nessun tipo
di reazione: non gioia per la liberazione, non senso di pace,
solo soltanto indifferenza.
La dimensione umana era stata cancellata!
C’è voluto del tempo prima che i sopravvissuti superassero la paura di non essere ascoltati. Quando si sono fatti
coraggio e hanno deciso di raccontare le loro testimonianze hanno rivelato tutto l’orrore. Orrore che non può, né
deve essere dimenticato affinché fatti simili non accadano
mai più.
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A.D.
Riflessioni
Sono una ragazza che è detenuta al Ferrante Aporti e sono
di Genova, è la seconda volta che entro qui.
Manca una settimana alla mia uscita e le sensazioni che
provo sono tante e contraddittorie.
L’emozione più bella è provocata dalla consapevolezza di
essere di nuovo libera, di poter vedere i miei genitori ai
quali sono molto legata e che mi mancano tantissimo.
Sono anche molto felice perché rivedrò il mio ragazzo
ma ci sono alcuni problemi con lui e non so ancora come
andrà a finire.
Non mi sembra vero poter riappropriarmi della mia vita,
non dover ubbidire agli ordini, non dover rispettare tutte le
regole che ci sono qui, poter dormire fino a quando voglio
e decidere cosa fare della mia giornata.
Sono sicura che mi sentirò anche molto più leggera perché non avrò più quella sensazione di incertezza data dal
non sapere quanto tempo sarei rimasta qui.
Ma adesso mi fermo un attimo e penso a quel giorno che
sono andata a rubare. Perché l’avevo fatto? Cosa c’era di
così eccitante? I soldi facili? Il brivido del pericolo?
Ma ne è valsa la pena? Ora che sono qui, con certezza
dico no!
E adesso che sto per uscire? Cosa mi attende al di là di
questo cancello?
In carcere ho conseguito il diploma di scuola media, ho
imparato a usare il computer, sto frequentando il corso di
ceramica che mi piace tanto.
Penso di potermi impegnare anche fuori nella ricerca
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di un lavoro e, magari, anche di sposarmi con il mio ragazzo.
Sicuramente questa esperienza è stata molto dura e difficile, ma mi ha permesso di riflettere molto sulla mia vita e
sulle priorità.
Ho capito anche che a volte si fanno le cose con troppa
leggerezza, senza pensarci due volte, senza riflettere sulle
conseguenze.
L’emozione che provavo mentre rubavo, non posso negarlo, era forte, ma nello stesso tempo ora più che mai mi
sono resa conto che il rischio è veramente alto, che ho
troppo da perdere. Penso che proprio questa sia la motivazione che mi farà scegliere un’altra strada.
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Violeta
Senza titolo
Buongiorno, prima di iniziare la mia storia voglio presentarmi: mi chiamo Violeta, ho 19 anni e sono rumena; abito
in un paese piccolo dove ci conosciamo tutti. Prima di me
in Italia è arrivata la mia mamma con il mio papà, dopo mia
sorella e mio fratello e dopo io. Mi sono sposata e sono
rimasta incinta, ho avuto la prima bambina a 15 anni, dopo
ho fatto anche un maschio. Mi sono separata da lui e abbiamo deciso che lui prendeva il maschio e io la femmina.
Dopo un po’ di tempo mia mamma mia ha detto di venire
in Italia e per me andava bene.
Sono partita ma mia figlia è rimasta con una mia zia.
Dopo l’ho portata in Italia, prima non potevo perché non
sapevo che lavoro trovavo, dopo ho trovato per fare pulizie
nelle case e nella cucina di un hotel.
Dopo un po’ di tempo mi sentivo molto male, avevo male
al cuore, avevo tosse, non sapevo che ero malata e pensavo
di aver mangiato qualcosa in Romania.
Dopo un giorno mia sorella si è svegliata per andare al
lavoro, eravamo solo io e lei in casa perché mia mamma e
mio papà erano in Romania per portarmi mia figlia e per
vedere la loro mamma e mio fratello era al lavoro; mia
sorella, quando mi ha visto, mi ha detto: “Sorella che ti è
successo?” e io ho detto: “Niente, sto bene!” E lei: “Ma sei
tutta gonfia, sei nera come un morto; alzati subito e andiamo al pronto soccorso”.
Mi sono alzata e mi sono guardata nello specchio, mi
sono spaventata anch’io; mi sono vestita ma non potevo
camminare, mi mancava l’aria, dicevo a mia sorella di cam181
minare piano; alla fine siamo arrivate ai pronto soccorso e
subito mi hanno fatto le analisi del sangue e mi hanno
detto che c’era acqua nei polmoni. Mi hanno fatto subito
un intervento e mi hanno messo un tubicino per far uscire tutta l’acqua; poi mi hanno portato all’ospedale Sant’Anna e là hanno rifatto le analisi e mi hanno trovato una
epatite B.
Dopo mi hanno fatto la Tac e hanno trovato un linfoma
e mi hanno detto che dovevo fare un intervento al seno
vicino al cuore.
Avevo tanta paura di fare quell’intervento perché hanno
detto a mia sorella che potevo anche morire; mia sorella,
quando hanno detto che potevo morire, è svenuta. Mi
hanno portato in sala operatoria e dopo quattro ore mi
sono svegliata, ho chiesto di vedere mia sorella, lei è arrivata tutta contenta e mi hanno portato in camera.
Dopo un po’ di tempo mi hanno detto che c’era un
tumore maligno e che mi dovevano mettere un tubicino
per fare la chemioterapia. Avevo tanta paura, è venuta mia
sorella e mi ha detto che dovevo fare tutto che ti dicevano
loro. Ho iniziato a piangere e ho detto che avrei fatto di
tutto…
Mi hanno messo un tubicino, dopo pochi giorni ho iniziato a fare la chemioterapia, mi sentivo molto male, non
potevo alzarmi dal letto perché avevo male alle ossa che
non potevo neanche camminare, vomitavo sempre, non
potevo mangiare tanto avevo anche mal di gola che non potevo bere acqua, non mangiavo e dopo mi hanno lasciato
andare a casa.
Facevo ogni 15 giorni chemioterapia e ogni 10 giorni
facevo un lavaggio al tubicino. Finalmente è arrivata mia
mamma con mia figlia dalla Romania e stavo sempre in
casa con mia figlia, mia mamma e mia sorellina piccola.
Andavo da sola all’ospedale, facevo la chemioterapia e tornavo a casa; stavo con la mia famiglia, mi sentivo bene perché stavo con la mia famiglia anche quando mi sentivo
male… loro mi stavano sempre vicino, sempre con mia
figlia e tutta la mia famiglia, avevo bisogno di loro…
E mi ricordo che andavo fuori con tutta la mia famiglia
dagli amici, dai cugini e stavamo sempre da loro; andavo a
fare la griglia ogni domenica anche se non potevo stare
tanto tempo al sole perché mi sentivo male.
Una volta sono andata con mia sorella e con mio cognato
fino a Ravenna, dove lavora lui, per prendere lo stipendio
ma dopo tanta strada, quando siamo tornati a casa, mi sono
messa a letto con mia figlia e dopo due o tre minuti non
potevo respirare, non avevo aria, sono andata alla finestra
ma neanche là avevo aria, non potevo respirare; allora ho
iniziato a gridare, ho chiamato la mia mamma di venire subito che non potevo respirare e vedevo nero davanti… Mia
mamma ha chiamato subito il pronto soccorso, mia figlia ha
iniziato a piangere perché sono caduta per terra…
Mi sono alzata e l’ho presa tra le mie braccia e le ho detto
di stare tranquilla, piccola mia che torno subito da te… lei
ha iniziato a baciarmi e voleva venire con me al pronto soccorso…
Sono stata due settimane all’ospedale Sant’Anna, mia
figlia veniva a trovarmi però quando era il tempo di andare, iniziava a piangere sempre per stare con me… Quando
sono tornata a casa e mi ha visto era tanto contenta che
aveva le lacrime agli occhi e io ho detto che non l’avrei
lasciata mai più, che le sarei sempre stata vicino...
Quando ho sentito che mi cercava la polizia non sapevo
che cosa sarebbe successo…
Io non ho fatto niente di male, non mi devo nascondere
perché dopo è peggio anche se avevo tanta paura che mi
mettevano in carcere. Ho pregato Dio di starmi vicino e
dopo mi ha chiamato la polizia, ero tanto spaventata che
sono rimasta senza parole e loro mi hanno chiesto dove
ero. Io ho detto che ero a Foggia, ma se volevano sarei
andata da loro… loro hanno detto che andava bene e che
mi avrebbero aspettato…
182
183
Dopo mezz’ora hanno richiamato e mi hanno detto di
presentarmi la mattina dopo… Il mattino successivo hanno
suonato a casa di mia cugina e hanno detto che cercavano
Violeta… mi hanno detto di prendere tutti miei documenti perché dovevo andare con loro fino in questura per
dimostrare che ero malata… ho preso tutti documenti
dopo ho chiesto se potevo prendere anche mia figlia e mi
hanno detto di sì… poi ho preso mia figlia e le ho detto di
venire, ma un altro poliziotto mi ha sgridato: “Non puoi
prendere tua figlia, lasciala qua che torni dopo da lei”… io
ho detto: “Ma non vedi che piange e grida mamma,
mamma…” ma non mi hanno lasciato.
Siamo usciti e mia mamma è venuta anche lei con mia
figlia perché voleva venire su per vedermi.
Non mi hanno lasciato vedere mia figlia che mi aspettava fuori davanti alla porta con la speranza di tornare da lei,
quando ho visto che non mi lasciavano vederla, ho chiesto
alla mia mamma di andare a casa.
Mi hanno portato in carcere, dopo è venuta mia sorella
più grande con mio cognato e sono stati fino quando mi
hanno rinchiuso.
Ringrazio tutti quelli che hanno letto con grande rispetto il mio dolore, grazie…
Torino, 08/04/2009
Wilfredo Jesus P.P.
Sentimientos serrados
Serrado aqui
son los momentos mas tristes
de mi vida.
En donde esta mi papa
y mis hermanos
mi barrio, mi jente
mi vida?
Termina rapido
pasadilla sin amor
que te hace perder
el amor.
En donde esta el mio amor
para dejar pasar mi vida
junto a una famiglia
para gozar la vida.
Sentimenti chiusi
Chiuso, qui
Sono i momenti
Più tristi
Della mia vita.
184
185
Dove sono mio padre
I miei fratelli
Il mio quartiere, la mia gente
La mia vita?
Denis G.
Impossibile spiegare
Finisci presto
Incubo senza amore
Che perdere fa
L’amore.
Sono miracoli.
Impossibile spiegare
l’amore che provo per te.
Rosa d’argento
sul pavimento di cristallo
dipinta da un bambino cieco.
Dov’è il mio amore
Per passare la mia vita,
una famiglia
godere la vita.
Dolori
Metà anno è trascorso
portandosi via
molte vite alle famiglie.
E molte vite sono cambiate
nel volere di bastardi
innamorati del male.
Dolore di famiglie
che non trovano giustizia
in quello che giustizia
sempre non è.
Signore, ascolta i tuoi figli,
pregano per un mondo
186
187
migliore, che pregano a te
che sei il giusto.
Nomi e pseudonimi dei partecipanti
Abidi Habib
Ahmed Naim
Alduzzi Luca
Alletto Giacomo
Alletto Giovanni
Aloisio Michele
Amato Stefano
Ambrosio Domenico
Arcuri Giovanni
Arena Salvatore
Arioti Maurizio
Armani Giuseppe
Asta Gaetano
Aversano Stabile Luigi
Avila Silvana
Bacchetti Barbara
Badri Abdrraeie
Bajramovic Samjra
Balanca Marian
Baldacci Bruno
Baldari Mario
Baldi Marco
Balena Samuele
Balestrieri Franco
Barcella Salvatore
Bardhi Alban
Barreca Giuseppe
Barreca Santo
Bartolini Luca
Baruzzo Pietro
Benali Adel
Bensi Giovanni
Berardi Renato
Berrettoni Maurizio
Biba Ilier
Bobovicz Farida
Bova Antonio
Brera Enrico
Bumbaca Francesco Antonio
Buompastore Maria
Caggiarelli Davide
Cagnazzo Claudio
Un raggio di speranza
per quelle famiglie
che pulisca i dolori
di quei cuori innamorati.
188
Calabrese Luigi
Calassi Giovanni
Cammarota Sergio
Camson Everly
Cananzi Rocco
Cangioli Giovanni
Cappellini Raffaele
Capuano Antonio
Caracciolo Alessandro
Carta Antonello
Cartanese Maurizio
Cascino Salvatore
Caso Giuseppe
Cavalli Massimo
Cazan Liliana
Celentano Salzano Antonio
Cervetti Amedeo
Cesarano Antonio
Chindamo Giosuè
Ciabatti Filippo
Condello Bruno
Conte Luigi
Contessa Francesco
Conti Raffaele
Corallo Maria
Cosimi Loris
Costagli Amerigo
Crisafulli Alessandro
Cristi Mendez Beatrix Irene
Cristollo Francesco
D’Errico Serafino
De Luca Ottaviano
De Luca Salvatore
De Matteis Luigi
De Matteis Vincenzo
De Pane Francesco
Dell’Anna Marcello
Della Grotta Luigi
Della Schiava Umberto
Denti Luca
Dettori Nicola
Di Bari Mauro
189
Di Cagno Stefano
Di Giacomo Bruno
Di Giacomo Giuseppe
Di Giacomo Rosario
Di Leo Pasquale
Di Luciano Vincenzo
Di Martino Luigi
Di Pietro Giulio
Di Rocco Arcangelo
Di Stefano Stefano
Dicorato Ruggiero
Doni Carmelo
Draghi Davide
El Agad Hassan
Eledrisi Salah
Elia Massimiliano
Esposito Raffaele
Fabozzi Giovanni
Falorni Enzo
Fasano Vincenzo
Faulisi Antonio
Felici Francesco
Ferraris Ettore
Ferri Rosario
Filippi Gian Luca
Filit Mustapha
Flammini M
Fontanella Antonio
Fulceri Daniele
Furiato Walter
Gabriele Aral
Gagliardi Michele
Galarza Jakson
Galli Bruno
Gallico Carmelo
Gattuso Gregorio
Gelson Valandro
Genchi Massimo
Genuardi Giacomo
Geromin Deborah
Gharbi Moez
Gharssalli Chokri
Giardini Salvatore
Gioffrè Giuseppe Antonio
Giordano Raffaele
Giuffrida Andrea
Giuliano Giuseppe
Golinelli Daniele
Grandi Loris
Gritti Attilio
Gritto Adrian
Gueli Antonio
Guida Nicola
Guzzo Gino
Habibi Hafedh
Hadzovig Hayro
Halilovic Sandro
Hanidovic Silvana
Hanje Senija
Hilal Aniss
Hoxha Qemal
Hudorovich Deborah
Hussein Khaled
Hutntik Svetlana
Ianuele Vincenzo
Imerti Giovanni
Impusino Carmelo
Insegno Ines
Ioni D.
Isonni Angela
Istrate Jan-Georgel
Jiorel Antone
Joseph Paul
Kanoutè Saadron Cheia
Kapusniak Jan
Kuzmanova Tania
Latenza Danilo
Lattanzi G.
Leopardi Massimo
Liberatori Luigi
Licandro Rocco
Liguori Fabio
Lirelli Carlo
Locatelli Giovanni
Locatelli Ivano
Lorenzini Mariano
Lucivero Stefania Antonella
Lupi Renato
Maccanti M. Assunta
Madia Giovanni
190
Maglione Antonio
Malec Teresa
Manakar Lamiri
Manara Elhaiba Gabriella
Mancini Stefano
Manoussi Badr
Manuele Salvatore
Manuele Vincenzo
Marakchi Mohamed
Maranca Andrea
Marcinnò Thomas
Marenda Andrea
Marini Antonio Maria
Mariotti Alessandro
Marotta Calogero
Mascolo Cito
Massaro Franceso
Mastronzo Raffaele
Mazzarella Gennaro
Mazzarella Luciano
Mazzei Matteo
Mazzi Daniele
Mazzoni Massimiliano
Meliti Wahib
Mesfun Davide
Messina Giovanni
Miccoli Antonio
Micillo Mario
Milazzo Sebastiano
Mineo Gioacchino
Mircea Ion
Mirisola Alfonso
Missaoui Wahid
Mistretta Maria
Modesti Anna Maria
Moggi Davide
Monaco Antonino
Montalbano Romeo
Montesano Eginio
Morana Giuseppe
Mordocco Raffaele
Morelli Ivan
Muhovic Amer
Musumeci Carmelo
Neboisa Konstantinov
Nenci Luigi
Nicolini Antonino
Nolfo Saverio
Nutile Alessandro
Ogliari Gianfranco
Orlando Salvatore
Orsi Carmela
Osmanovic Hasnia
Palumbo G.
Panariti Giovanni
Paolini Carlo
Parodi Cristian
Passaro Anonio
Pellegrino Cynthia
Perez Rosa Arelis
Perre Pasquale
Petrea Elena
Pezzotta Mario
Piccoli Silvio
Piccolo Salvatore
Poliseno Michele
Puliatti Francesco
Pullarà Santi
Qani Kelollì
Radislav Nakov
Radosavljevic Sabrina
Raffaelli Joseph
Ranieri Nicola
Rapone Bruno
Rasini Andrea
Re Giovanni
Rebaudi Carlo
Renzetti Amir
Reynoso Mercedes José Rolando
Rezgui Faycal
Rezovi Faycal
Rizzo Marco
Robustelli Valentino
Rodilossi Maurizio
Rollo Carmelo
Romanazzo Alberto
Romano Agostino
Romano Domenico
Romano Umberto
Romeo Michele
191
Rosano Giuseppe
Rosmini Demetrio Sesto
Rossi Enrico
Russo Antonio
Russo Gennaro
Sabani Hamed
Sabri Danilo
Safiddine Rachid
Salerno Anna
Salerno Stefano
Santorsola Salvatore
Sardone Vincenzo
Sarydon Walter
Scodellaro Vincenzo
Scogliamiglio Pasquale
Segovia Parra Andrea Gissel
Senija Hanjc
Serio Antonio
Sgambellone Mario
Signorile Alessandro
Silla Simone
Silvestri Giacomo
Simon Eva
Sole Alfredo
Sow Siberou
Spinelli Ferdinando
Spitaleri Domenico
Stemnlev Melanine
Strangio Domenico
Strisciuglio Sigismondo
Stroe Constantin
Stuianov Nicolov Gheorghe
Sznejder Andri
Tafani Petrit
Tatò Francesco
Tauro Antonio
Tiritiello Anastasio
Titas Raffaele
Todaro Salvatore
Todisco Ivo
Todisco Ugo
Tollardo Olivo
Tontini Renato
Torri Daniele
Tortora Pasquale
Tozzi Giuliano
Traballi Graziano
Tripodi Giovanni
Tucci Sebastiano Orazio
Turchetti Giorgio
Valentini Mario Fausto Dario
Viviani Antonio
Volpi Stefano
Vondrasek Herbert
Zaharia Viorel
Zapatero Carnicero Veronica
Zappelli Vanna
Zegarelli Agostino
Zhuka Vilson
Zimotti Sante
Zocca Mirko
Minori
A.D.
Alessandro F.
Alessandro P.
Alfonso B.
Antonio F.
Ciro Emanuele D.G.
Daniel N.
Denis G.
Diego P.
G.G.A.M.M.D.
Gaspare M.
Giuliano L.
Guglielmo G.
Le ragazze del Ferrante
Luca B.
M.
Marcello P.
Nicola D.M.
Nunzio D.A.
Salvatore D.O.
Sanela J.
Seat S.
Stefan Kristian H.
Vincenzo M.
Violeta
Wilfredo Jesus P.P.
192
Ringraziamenti
Un grazie particolare al Presidente della Repubblica e ai
Presidenti del Senato e della Camera per l’apprezzamento
dimostrato con la concessione della Medaglia d’Argento.
Si ringraziano la Fiera internazionale del libro di Torino, i
Presìdi del libro Piemonte, le Sedi locali e il Consiglio
Nazionale dell’Università delle Tre Età; per il contributo si
ringrazia la CARITAS della Diocesi di Massa Marittima Piombino.
Un sentito ringraziamento a tutta la Casa di reclusione di
Volterra per aver gentilmente ospitato la cerimonia di premiazione dei vincitori di questa VIII edizione del Premio e
anche alle numerose Case di reclusione e agli insegnanti
che hanno collaborato affinché tanti dei loro reclusi potessero partecipare al concorso ed essere infine presenti alla
premiazione.
Un grazie anche a Roberto Cerati, Presidente della casa
editrice Einaudi, per i volumi generosamente offerti.
Infine un ringraziamento alla casa editrice Blu Edizioni, e
in particolare a Sandra e Marta.
193
Indice
Il Premio letterario “Emanuele Casalini”
Chi era Emanuele Casalini
Comitato d’onore
Giuria
Introduzione del Presidente della Provincia di Livorno
Presentazione di Ernesto Ferrero
3
5
6
7
9
11
SEZIONE POESIA
Opere Premiate
Aral Gabriele
Dove il tempo cede
Come la linea e il punto
Gelsomino
19
20
22
Alessandro Crisafulli
I
II
III
24
24
25
Antonio Faulisi
Notte di silenzio
Nel vortice del vuoto
L’assenza
28
29
29
Opere Segnalate
Vincenzo Sardone
Storia e geografia
Io tra chi
34
35
Saadron Cheia Kanoutè
Altrove oltre il muro
37
194
Toccare con mano non aiuta
Sentiero segnato
38
39
Samjra Bajramovic
Piove
41
Salvatore Cascino
Attesa
Nel silenzio
Astro
42
42
43
Giovanni Imerti
Mamma
44
Bruno Di Giacomo
Prigioniero
45
Olivo Tollardo
Eviva il barbiere
La notte
46
47
Luca Denti
Quel silenzio condiviso
Ancora ti cerco
E tu non ci sei
48
49
50
Hafedh Habibi
L’isola abbandonata
Con te
Il sogno
51
52
53
Habib Abidi
Cantilena del carcerato
55
195
SEZIONE PROSA
Opere Premiate
Stefano Di Cagno
Schiacciato
61
Domenico Strangio
Una storia minima
75
Maria Mistretta
Maria
146
Vanna Zappelli
Il tunnel
158
Massimiliano Mazzoni
Solitudine
162
Opere Segnalate
Francesco Felici
La mia Napoli
92
MINORI
M.
’Na parola mia
166
102
G.G.A.M.M.D.
Dialogo sull’assassino e sui gendarmi
167
111
Luca B.
Senza titolo
171
119
Marcello P.
Senza titolo
173
123
Guglielmo G.
Senza titolo
174
126
Alessandro P.
27 gennaio: giornata della memoria per non dimenticare
175
Antonio Miccoli
Una storia di mare
135
A.D.
Riflessioni
179
Carmelo Rollo
L’identità perduta
139
Violeta
Senza titolo
181
Valentino Robustelli
Se potessi scrivere
97
Giovanni Arcuri
L’inferno
Carmelo Gallico
Pagine dall’inferno
Maria Buompastore
Il viaggio di Ulisse
Antonio Tauro
David Grossman, Con gli occhi del nemico
Francesco Tatò
L’arte di essere infelici
196
197
Wilfredo Jesus P.P.
Sentimientos serrados
185
Denis G.
Impossibile spiegare
Dolori
187
187
Nomi e pseudonimi dei partecipanti
Ringraziamenti
189
193
Hanno contribuito
Regione Toscana
Comune
di Piombino
198
Provincia di Livorno
Comune
di Porto Azzurro
Comune
di Volterra
Finito di stampare nel mese di novembre 2009
presso Benvenuti&Cavaciocchi
Livorno