L`Altra Libertà - Comune di Piombino
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L`Altra Libertà - Comune di Piombino
L’ALTRA LIBERTÀ Premio letterario nazionale “Emanuele Casalini” 8ª edizione 2009 Il Premio letterario nazionale “Emanuele Casalini” è promosso da Università delle Tre Età - Unitre di Porto Azzurro e di Volterra, Fiera internazionale del libro di Torino, Presìdi del libro Piemonte Il Premio letterario “Emanuele Casalini” presìdi del libro piemonte con il patrocinio di: Regione Toscana Provincia di Livorno Comune di Piombino Provincia di Pisa Comune di Porto Azzurro (Li) Comune di Volterra Segreteria del Premio Lucia Casalini Via L. da Vinci 30 57025 Piombino Tel. 0565.221079 www.premiocasalini.it Redazione e impaginazione: Presìdi del Libro Piemonte e Blu Edizioni Copertina: Laura Caratti Stampa: Benvenuti e Cavaciocchi, Livorno Nel 2002 ricorreva il cinquantenario de La Grande Promessa, la prima rivista carceraria italiana, nata a Porto Azzurro per iniziativa dei detenuti. In quell’occasione, la Società di San Vincenzo De Paoli e l’Università delle Tre Età - Unitre, che da decenni svolgono attività di volontariato nel carcere elbano, hanno ritenuto opportuno sottolineare il valore della ricorrenza con un’iniziativa significativa: l’istituzione di un premio letterario nazionale riservato ai detenuti e dedicato a Emanuele Casalini, attento lettore, collaboratore ed estimatore de La Grande Promessa, oltre che fondatore, presidente e docente dell’Unitre di Porto Azzurro. L’iniziativa nasceva anche da una motivazione più profonda: il proposito di offrire nuove occasioni, nuovi incentivi a quelle prove di scrittura che da sempre sono presenti nel mondo carcerario come tentativo di rappresentare se stessi e il proprio rapporto con il mondo. Anche in carcere si scrive per ripensare il proprio percorso esistenziale, per liberarsi, oggettivandoli, dai fantasmi dell’isolamento e dall’angoscia di essere confinati in luoghi tanto remoti dalla comprensione degli altri uomini, per ritrovare la propria identità, per tentare un dialogo con gli altri. È la ricerca di un ordine interiore che possa dare un senso al proprio vissuto, e renderlo condivisibile con altri, attraverso la grammatica della scrittura, sia che si scelga la forma del racconto sia che si scelga quella della poesia. È proprio così che si può raggiungere una nuova consapevolezza, offrire nuove occasioni alla costruzione di sé, e al tempo stesso coinvolgere il lettore, facendogli conoscere storie, sentimenti, ambienti, situazioni che altrimenti non avrebbe occasione di approfondire. Si tratta insomma di costruire un piccolo ponte che metta in contatto il carcere con il mondo esterno, e che trasformi la segregazione in un momento di incontro e di dialogo, di approfondimento reciproco, invitando il lettore all’ascolto. Nei primi due anni la premiazione dei vincitori si è tenuta nel penitenziario di Porto Azzurro. Poi, anche per le difficoltà di trasferimento e comunicazione che presenta un’isola, dal 2004 la cerimonia di premiazione è diventata itinerante, ed è stata ospitata, grazie alla sensibilità e alla collaborazione delle istituzioni, nel carcere di “Rebibbia” a Roma, nel “Lorusso e Cutugno” di Torino, al “Montorio” di Verona, al “San Vittore” di Milano, nel 2008 nuovamente a Torino e infine nel 2009 a Volterra. Fin dalla prima edizione, dirigenti e operatori del mondo carcerario hanno apprezzato e incoraggiato l’iniziativa, che ha ottenuto il patrocinio della Presidenza della Repubblica, della Presidenza della Regione Toscana e della Provincia di Livorno, del Comune di Piombino e delle amministrazioni degli enti locali e regionali e delle città che hanno ospitato le premiazioni. I giurati del premio, variamente impegnati nell’editoria, nell’organizzazione culturale, nell’insegnamento e nelle arti, hanno avuto il piacere e l’onore di avere con loro Anna Maria Rimoaldi, studiosa di storia, regista, già attiva collaboratrice di Maria Bellonci, poi direttore della Fondazione Bellonci, che promuove il Premio Strega, il maggior riconoscimento letterario italiano. Anna Maria ha speso generosamente la sua vita nella promozione del libro e della lettura, e ci ha lasciati il 2 agosto 2007, a Poggio nell’Elba, mentre a pochi passi dalla sua casa si teneva una riunione della Giuria del Premio Casalini. A lei il nostro ricordo più grato e più affettuoso. Possiamo concludere queste poche note con le parole che lei stessa aveva dettato: “Ogni premio letterario è una ricchezza che deve essere perseguita e valorizzata. Il Premio letterario ‘Emanuele Casalini’ ha una valenza sociale e umana che lo rende particolarmente importante”. Chi era Emanuele Casalini Tutti coloro che l’hanno conosciuto ricordano di Emanuele Casalini il carattere mite, l’affabilità nel conversare, l’elegante compostezza del comportamento. Quelli che hanno avuto con lui più stretti rapporti di lavoro, sia nello spazio della scuola, in cui lui è stato per molti anni professore di letteratura italiana e poi preside, sia in quello più movimentato dell’attività sociale e politica, che lo ha visto a lungo attivissimo consigliere comunale, hanno avuto agio di apprezzare in lui da un lato la raffinata sensibilità estetica, maturata in un lungo, vivo e sistematico rapporto con la grande poesia, dall’altro l’illimitata disponibilità per i problemi umani, fossero quelli del giovane studente angustiato da un inserimento non del tutto agevole nell’ambiente scolastico, o quelli del comune cittadino alle prese con le esigenze del vivere quotidiano, o, ancora, quelli del recluso afflitto dalla sua esistenza solitaria, atomistica, senza grazia di cielo, di libertà e di amore. Questo strenuo impegno sociale era in lui informato alla più genuina sostanza dell’insegnamento evangelico. Uno degli atti più rispondenti al suo carattere e ai suoi principi è stata l’istituzione, all’interno della Casa di Reclusione di Porto Azzurro, di una sezione dell’Università delle Tre Età - Unitre, non certo con lo scopo di elargire cultura, di cui del resto molti reclusi sono tutt’altro che privi, ma con quello, molto più alto anche se meno appariscente, di creare un rapporto umano, un tramite fra la solitudine e la socialità. Emanuele Casalini avrebbe potuto far sua la grande frase che un commediografo romano, Terenzio, pose in bocca a un suo personaggio. Homo sum: umani nil a me alienum puto (“Sono un uomo: niente di umano considero estraneo a me”). Luigi Alberto Mascia 4 5 Comitato d’Onore Giuria S. E. Monsignor ALBERTO SILVANI Vescovo di Volterra ERNESTO FERRERO (PRESIDENTE) Scrittore, direttore della Fiera internazionale del libro di Torino S. E. Monsignor GIOVANNI SANTUCCI Vescovo di Massa Marittima, Piombino ed Elba MIMMA CUFFARO Pittrice CLAUDIO MARTINI Presidente Regione Toscana RAFFAELLA D’ESPOSITO Docente al Conservatorio di Santa Cecilia, Roma GIORGIO KUTUFÀ Presidente Provincia di Livorno PAOLO FERRUZZI Direttore Vicario dell’Accademia di Belle Arti, Roma ANDREA PIERONI Presidente Provincia di Pisa PABLO GORINI Docente di materie letterarie al Liceo Classico di Piombino MARIA GRAZIA GIAMPICCOLO Direttrice Casa di reclusione di Volterra PAOLO PESCIATINI Direttore Confcommercio Isola d’Elba FRANCA LIOSINI Giornalista Rai CARLA SACCHI FERRERO Collaboratrice editoriale, presidente dei Presìdi del libro Piemonte ROLANDO PICCHIONI Presidente Fondazione per il libro, la musica e la cultura IRMA MARIA RE Presidente Nazionale Università delle Tre Età BENEDETTO BASILE Prefetto di Pisa MARIA PIA GIUFFRIDA Provveditore Amministrazione Penitenziaria della Toscana FRANCO IONTA Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria MAIDA MATALONI Presidente Consiglio Comunale di Piombino MAURIZIO PAPI Sindaco di Porto Azzurro MARCO BUSELLI Sindaco di Volterra 6 7 Introduzione del Presidente della Provincia di Livorno Anna Maria Rimoaldi, membro della giuria direttrice della Fondazione Bellonci. Il Premio Casalini la ricorda con affetto. Il Premio Emanuele Casalini in questi anni ha avuto il merito di saper uscire dai confini del territorio livornese e in particolare ha avuto la caparbietà di costruire un dialogo paziente e discreto con le Istituzioni, con il mondo del volontariato, con i detenuti delle carceri, con le loro famiglie, con gli operatori della polizia penitenziaria e, specialmente nell’ultimo anno, con il personale della scuola, gli studenti e gli insegnanti. Bisogna riconoscere infatti la perseveranza e la competenza di chi guida sapientemente questo Premio, che rappresenta un vanto per la Provincia di Livorno e che ha permesso la collaborazione di molteplici soggetti e il coinvolgimento sempre più attivo e prestigioso dello scrittore Ernesto Ferrero quale presidente di giuria. Le poesie e i racconti raccolti in questo volume costituiscono tante voci, forse per troppo tempo rimaste sole e isolate dal mondo, che riacquistano un sano protagonismo, che ridonano un senso all’esistenza di chi ha perduto tanti momenti positivi della vita. Ma non il pensiero, perché in loro è rimasta la voglia e il desiderio di essere presenti con la ragione, con il cuore, con i propri sentimenti. Il Premio Casalini offre la possibilità di manifestarsi attraverso la scrittura, strumento necessario e fecondo per comprendere di più se stessi e il mondo che ci circonda. La cerimonia di premiazione di questa ottava edizione è accolta da Volterra, una città che ha un legame saldo con il territorio della Provincia di Livorno anche per la sua vicinanza alla nostra costa. Il Premio, nato a Porto Azzurro, ha viaggiato molto: negli ultimi anni le premiazioni si sono svolte a Verona, Milano e Torino. Dal nord è ora di nuovo tornato verso i luoghi in cui è nato, e in un periodo significativo come la settimana delle celebrazioni della Festa della Toscana, in cui si ricorda l’abolizione della pena di morte da parte del gran9 duca di Toscana Pietro Leopoldo, proprio il 30 novembre 1786. A tutte le Istituzioni civili, militari e religiose, a tutto il mondo del volontariato sociale, a tutti gli operatori e ai detenuti poeti e a quanti si avvicineranno alla lettura de L’Altra Libertà vanno i miei più sentiti sentimenti di gratitudine e di vicinanza. Giorgio Kutufà Presidente della Provincia di Livorno 10 Presentazione È un fatto confortante che il Premio Casalini, ora giunto alla ottava edizione, continui a crescere, coinvolgendo un numero sempre maggiore di partecipanti e attirando l’attenzione dei media, grazie anche alla sensibilità delle istituzioni che lo sostengono, in primo luogo la Provincia di Livorno, e alla dedizione appassionata di Lucia Casalini, che ne costituisce la vera anima. Significa che il ponte che si tenta di gettare tra dentro e fuori funziona, stabilisce contatti, attenua il peso di una solitudine psicologica che è anche più grave della costrizione fisica. Significa che scrittura e lettura si confermano più che mai strumenti fondamentali di conoscenza: di se stessi e del mondo. Un momento di riflessione, analisi, ricerca interiore, autoterapia, attraverso il riconoscimento delle differenze, di ciò che rende unica ogni storia anche se le vicende degli uomini obbediscono sempre alle stesse elementari pulsioni. La scrittura che deve nutrirsi di lettura, perché ogni uomo è l’anello di una lunga catena, e la sua vicenda personale può acquistare un senso e una prospettiva solo confrontandosi con quanti lo hanno preceduto, misurandosi con le storie degli altri. Per questo il Premio Casalini, in collaborazione con la Fiera internazionale del libro di Torino, i Presìdi del libro del Piemonte e l’Unitre, ha intrapreso una serie di iniziative per incentivare la lettura e potenziare le biblioteche delle carceri. Tra queste la raccolta e la spedizione di alcune casse di libri alle case di Volterra e di Porto Azzurro, e i corsi e i laboratori di lettura organizzati con il Polo Universitario nella casa “Lorusso e Cutugno” di Torino. Alla cerimonia di premiazione dell’edizione 2008 hanno partecipato gli scrittori Giuseppe Culicchia, Fabio Geda e Margherita Oggero, i cui romanzi hanno ispirato la serie tv che ha per protagonista la prof. Baudino, e cioè la brava Veronica Pivetti, che è anche una grande amica del Premio. Nel novembre 2008 all’incontro di Torino hanno fatto segui11 to a Livorno quello con i ragazzi dell’Istituto Amerigo Vespucci, che hanno letto alcuni tra i racconti e le poesie premiati; e quello con alcuni concorrenti premiati e segnalati nel carcere della città, al quale hanno partecipato anche gli studenti delle scuole secondarie di Piombino. La loro partecipazione va ad arricchire in modo sensibile questa esperienza comune, e dimostra ancora una volta che i ragazzi sanno rispondere nel modo migliore agli stimoli “giusti” che vengono loro offerti. Se questo non accade, non è colpa loro, ma di chi quegli stimoli non riesce a fornire. Una non minore importanza attribuiamo alla partecipazione dei ragazzi delle carceri minorili. Per loro il percorso di conoscenza e di scoperta è ancora più decisivo. Una selezione dei loro contributi è ospitata in questo volume. Valga come l’augurio più sincero a proseguire con impegno in un cammino di autocostruzione, e come ringraziamento agli insegnanti che li guidano. Leggere e scrivere, dunque, per imparare a “vedere” oltre le apparenze, per andare un po’ più a fondo. Per scoprire quello che abbiamo dentro e non sapevamo di avere. È un’esperienza che tutti coloro che scrivono, siano essi professionisti, dilettante o neofiti, raccontano allo stesso modo. Scrivere è un andar per mare in cui si conosce il porto di partenza, ma non quello d’arrivo. Si cercano delle parole, e queste parole ne evocano delle altre, creano dei cortocircuiti, producono immagini inattese, ci portano chissà dove. È uno scavo nella propria archeologia personale, in ricordi e sensazioni sepolti o rimossi, per portare alla luce magari pochi cocci, dai quali però riusciamo a capire la forma dell’oggetto che erano stati. Nessuno può dire, all’inizio, di sapere che cosa scriverà. L’importante è mettersi in questo atteggiamento di ricerca. Un grande poeta, Andrea Zanzotto, ci ricordava che la parola “invenzione” viene dal latino invenire, trovare, e cioè rimanda all’atteggiamento di chi si mette alla caccia di qualche cosa. Anche quest’anno ci sembra che i narratori se la siano cavata meglio dei poeti. La poesia è apparentemente facile, è una sorta di scatto breve e violento, altra cosa rispetto alle fatiche di una maratona; e poi adesso non c’è più nemmeno l’obbligo delle gabbie strette (come il sonetto) o delle rime. Ma l’urgenza del dire, lo sfogo improvviso, l’emozione del momento non bastano. Occorre dal loro una foggia, curvarli come fa il liutaio con i suoi legni pregiati, fino a costruire un violino capace di emettere un suono puro. Il racconto richiede in maggior misura una struttura, uno svolgimento, una progressione e possibilmente il botto finale che lo illumina e lo spiega tutto, retrospettivamente. Esige insomma un impegno più meditato, uno sforzo di costruzione. Per questa edizione 2009, le preferenze della giuria sono andate al testo di Stefano di Cagno, Schiacciato, che è stato una bella sorpresa, ed esemplifica bene come la letteratura ci possa dare quello che altri generi espressivi non sono in grado di darci. È un racconto già professionale, che sarebbe piaciuto a Italo Calvino o a Primo Levi proprio per la sua asciuttezza e per la precisione anche terminologica con cui ci introduce nella tecnica delle immersioni subacquee, e tutto quello che gli sta intorno. Chi ha letto o avesse voglia di leggere La chiave a stella di Primo Levi, in cui si raccontano appunto le avventure di un operaio specializzato in giro per il mondo, un bravo montatore di gru e di tralicci, capirà meglio quello che dico. Originale la storia, la sua ambientazione, la sua progressione angosciosa, il finale a sorpresa, che spiazza il lettore anche perché rapido e senza fronzoli. Anche questo accresce il merito dell’autore. Al secondo posto troviamo Domenico Strangio, già premiato lo scorso anno. Il suo Una storia minima torna al nodo drammatico del rapporto con il proprio paese, San Luca d’Aspromonte, tristemente noto per le sue faide sanguinose, e alla propria travagliata storia personale. Strangio lo fa, come di consueto, a muso duro, in uno stile efficace tra l’epico e il risentito. È capace di raccontare un pezzo della propria storia senza camuffarla e senza lamentarsi, senza atteggiarsi a vittima. Al terzo posto un racconto di tutt’altro tono, Il passo dei ladroni, di Matteo Mazzei. Spiritoso, rapido, divertente, evoca con 12 13 leggerezza una vocazione al furto di destrezza che si trasmette di padre in figlio. Gli scatti, le invenzioni sono quelle del cartone animato: volutamente iperboliche, irrealistiche. Sembra un po’ di essere in un vecchio cartoon di Tom e Jerry, ambientato in una città d’oggi. Come al solito, resta il dispiacere di non aver potuto premiare altri testi che pure lo meritavano. Così il canto d’amore che Francesco Felici dedica a Napoli, la sua città; o il testo di Valentino Robustelli, che si misura con un caso recente che ha dilaniato le coscienze, quello di Eluana, dando voce a una ragazza in coma, che sente e capisce perfettamente quello che avviene intorno a lei, e quel che si decide per lei. Giovanni Arcuri firma una sorta di colorito reportage sull’inferno delle carceri venezuelane, che riproducono perfettamente al loro interno il sistema mafioso così diffuso in quel Paese, con tanto di boss strapotenti, picciotti, traffici di droga e armi. Carmelo Gallico, anche lui premiato nelle scorse edizioni, ci consegna un altro dolente spaccato carcerario, con i tentativi di suicidio, i drogati in crisi, le morti improvvise. Maria Buompastore racconta l’angoscia per l’assenza della figura paterna, e ugualmente autobiografico è il lungo, dolente monologo di Maria Mistretta. Vorremmo segnalare con particolare calore proprio queste presenze femminili. Carmelo Rollo si distingue per un intelligente apologo con animali, storia di una giraffa alla ricerca di un’identità. E Antonio Miccoli si segnala per l’originalità linguistica, lavorando con gli intarsi dialettali, al modo ormai celebre di Andrea Camilleri. Quest’anno il Premio Casalini aveva introdotto anche una sezione saggistica, certo molto impegnativa. Ebbene, c’è chi ha raccolto la sfida con coraggio e capacità. Così le analisi approfondite che Antonio Vauro ha dedicato a uno dei più apprezzati narratori d’oggi, l’israeliano David Grossman. Mentre Francesco Tatò, con L’arte di essere infelici, si è misurato nientemeno con il Leopardi delle Operette morali: pensatore, prima ancora che poeta, di stupefacente modernità, come tutti i veri classici. Anche a loro i nostri complimenti. Aral Gabriele (per chi ancora non lo sapesse, Aral è il nome) ha vinto anche quest’anno la sezione di Poesia. Ha acquisito regolarità e sicurezza senza perdere in originalità, segno che non si accontenta dei risultati già raggiunti, testimoniati tra l’altro dalla pubblicazione di una raccolta di liriche. Anche se i testi che vengono sottoposti alla giuria sono anonimi, abbiamo imparato a riconoscerlo: ma questo è Aral! E difatti è proprio lui. In una sua lettera, Aral racconta come la scrittura lo abbia aiutato a uscire dall’isolamento interiore, che è il prodotto più pericoloso della condizione carceraria, persino peggiore della privazione della libertà: la rinuncia al dialogo, al rapporto con gli altri. La parola scritta è la chiave di volta che ci permette di arrestare questo processo e anzi invertirlo: “La scrittura – dice Aral – si è eleva al ruolo di strumento di liberazione intellettuale, che diventa infine liberazione morale”. In un verso del secondo classificato, Alessandro Crisafulli, possiamo ritrovare il senso profondo di che cosa è fare poesia, là dove scrive: “Nel buio ritrovo il colore/ smarrito”. Di questo si tratta, di scavare nel buio dell’inconscio, dell’indistinto, del non detto, per portare qualcosa alla luce. E poco più oltre si parla di quel che ci può essere d’assoluto nel “volo disegnato a mano, con/ l’inchiostro presto a prestito dalle pupille, quando il vuoto/ diventa energia”. Che rimanda alla poesia come nuovo modo di vedere. Della capacità di stupore che bisogna conservare allo sguardo parla anche Antonio Faulisi, già premiato l’anno scorso, con il suo Notte di silenzio. Dove al termine di una notte di memorie amare l’aroma del caffè non ancora bevuto, il profumo delle ginestre, e l’odore stesso della carta su cui scrive prendono miracolosamente a sapere di futuro. Tra i segnalati, crescono le voci che arrivano da Paesi extraeuropei, quali quelle di Habib Abidi, Samjra Bajramovic, Hafedh Habibi, Kanoutè Saadron. Portano ritmi, colori, immagini che arricchiscono i modi di fare poesia con esperienze fresche e innovative, non diversamente da quanto accade nella musica o nelle arti figurative. 14 15 Bastano queste tracce a confermare che ovunque è in corso un meticciato, un’ibridazione di modi espressivi che sta cambiando e arricchendo la mappa culturale del pianeta. Il mondo globalizzato porta con sé tanti problemi e tante tragedie, ma anche un modo nuovo di stare insieme, di riconoscersi nella comune radice della parola poetica. Ernesto Ferrero Sezione Poesia Opere premiate 16 1° classificato Aral Gabriele Dove il tempo cede Io sono la scala a pioli che curva di lato dolcemente dove può, dove il tempo cede, che sale su fondo notte, troppo bella da scalare, e tu la lasci là anche se non serve a niente. Io sono la pentola di coccio dallo smalto lucido, porto cibi colorati e pietanze profumate, non mostro ciò che offro: rubo le voci, il vino, e le risate. La premiazione del 2008 a Torino con Pablo Gorini, Margherita Oggero, Lucia Casalini, Ernesto Ferrero e Raffaella D’Esposito. Io sono la stella della sera lontano splendore, riferimento immobile di un eterno movimento, a me confidi i sogni nel futuro a me, che sono una luce del passato. Io sono l’onda del mare, incessante divenire infinito ritornare, 19 che all’improvviso monta e di bianco schiuma già persa nella quiete della marea. Io sono il sentiero ciottoloso che corre tortuosamente, ho un principio e ho un arrivo una strada sempre, ma ogni viaggio mi percorre ogni passo mi rinnova. Io sono un costruttore di scatole e biglietti, ogni luogo ha il suo nastro ogni tempo il suo colore e fiocchi e campanelli per distinguerli dai sogni: passo il tempo tra i ritagli. Quale sindaco ha firmato? Quale prete ha benedetto? Portatelo in piazza, che tutti vedano, che tutti sappiano. Legatelo alla sua idea, che gli sia negato il sonno, e che nessuno abbia pietà. Come infinito e fine. Come la linea e il punto. Chi ha liberato i nostri sogni? Come fulmine sull’acciaio. Come il canto ed il silenzio. Chi ha dilatato il nostro cielo? Come falco e canarino. Come proiettile e bersaglio. Chi ha denudato il nostro cuore? Io sono un viaggiatore fotografo di un’illusione, cacciatore di un istante che mi sfugge e mi osserva mentre scorro via. Come polvere e cemento. Come la fonda e la finestra. Chi ha sedotto il nostro tempo? Come pioggia e aridità. Come il vento e le radici. Chi ha disarmato i nostri occhi? Come la linea e il punto Chi è stato il folle? Chi l’architetto, il costruttore? Quale sadico ingegnere? 20 Come il viaggio e l’attesa. Come spettacolo e spettatore. Chi ha affilato quei binari? Chi ha voluto il carcere di fianco alla ferrovia? 21 Gelsomino È un profumo di velluto bianco una stella di candidi petali sottili e raccolti su se stessi come corde che legano ricordi. Un profumo bianco come la grande corolla di fiori che disegnava un’ombra circolare dove noi fuggivamo il sole dell’estate e c’era una Sicilia e c’erano pomeriggi dolci di due sole sdraio. Motivazione Le tre liriche, diverse per intonazione, sono accomunate dalla stessa cifra stilistica. Evidenti l’abilità, ormai consumata, e il collaudato mestiere con cui l’autore utilizza espedienti retorici: dai più comuni, come l’insistito andamento anaforico, che caratterizza le ultime due poesie, alle sinestesie più o meno evidenti, come quella che apre, suggestivamente, Gelsomino: “È un profumo di velluto bianco” o, nella stessa lirica, “ un profumo di neve, dolce come le granite”. Attraverso frasi poetiche apparentemente semplici, dove predomina la paratassi, il lettore viene trasportato in un mondo che è sempre “al passato” dove, alla realtà contingente, si sostituisce la suggestione, forte e invasiva, dei ricordi. Su tutto sembra prevalere una patina di, talvolta compiaciuta, letterarietà. Sull’ampio mattonato bianco sbiadito, segnato dai giorni, dalla brezza di sale dalle corse di bici dalle grida dei bambini da noi, che eravamo pirati, banditi, cavalieri su un cavallo bianco. È un profumo di neve, dolce come le granite di madri antiche di mani forti, di fiori e di zucchero, dolce come la voce della sera quando esausti crollavamo tra le sue braccia bianche. 22 23 2° classificato Alessandro Crisafulli I Nel buio ritrovo il colore smarrito lì, tra le strade dove l’urlo moriva. L’inverno è ormai fuori: nel nuovo tempo l’infanzia si fa meraviglia. C’è un che di assoluto nel volo disegnato a mano, con l’inchiostro preso a prestito dalle pupille, quando il vuoto diventa energia. Non esiste né una fine né un inizio negli istanti, perché limando l’imperfezione non resta che un dettaglio scolpito in una vena. delle ombre e le mani inseguivano i gesti distanti; non dimentico lo sguardo insinuarsi tra le piaghe e il cuore farsi sterile. Non sempre le linee si congiungono e si trattengono, perché ogni battito ha la sua sorgente: ma qualunque indugio può stupire… … Sono ormai il custode del mio tempo (ne sentivo l’urgenza fin nelle segrete del bisogno), e svuotato del dramma dell’origine, resto in ascolto del segnale che mi riporterà tra le braccia della terra. III II Ricordo quando il respiro apparteneva alla stagione 24 Sono giunto nell’ora dell’ultimo saluto, seguendo una moltitudine che reclamava la verità, in equilibrio sono penetrato tra le ossa e ho toccato il dolore. Sgorgano le sillabe 25 partorite dalla madre e nel tremore della voce avanzano verso l’istante che le contiene, finché la memoria trova la ragione. Un altro silenzio si è placato. Sul muro l’immagine continua a scorrere mentre l’attesa si veste a colori. Motivazione Tre poesie, senza titolo, che costituiscono una serie di riflessioni ad alta voce, talmente simili, nonostante certe differenze di ordine formale, da poter essere lette in sequenza, come un ideale “continuum”. Alcune parole vi assumono un loro particolare rilievo: buio, colore, tempo che, in ricercati abbinamenti, creano immagini di non comune suggestione: “Nel buio ritrovo il colore smarrito… nel nuovo tempo l’infanzia si fa meraviglia… sono ormai il custode del mio tempo… l’attesa si veste a colori…” Sembra mancare ogni intento narrativo e le stesse liriche sono organizzate in maniera tale che ogni periodo coincide, quasi sempre, con un pensiero concluso e autonomo, dove prevale la malinconia della visione esistenziale. 26 27 3° classificato Antonio Faulisi Notte di silenzio Bevo il silenzio. Respiro la luna. Prendo a morsi le stelle. … E intanto un’altra notte scorre e insieme a lei scorrono i miei ricordi. Annuso l’aria, profumano ancora: panni stesi, erba bagnata, mare in tempesta. Nel vortice del vuoto Nel vortice del vuoto, il mio perfetto silenzio si muove incerto. Fra dolci lacrime e sorrisi amari, impressi a fuoco, indelebili i ricordi bruciano l’anima. Nel vortice del vuoto, fra lacrime di fuoco, nell’attesa di una nuova alba prendo a pugni la notte e aspetto che il giorno mi redima dall’inferno. Respiro il passato, prendo a morsi il presente fino a quando la notte partorisce il giorno. L’assenza La dolcezza di una nuova alba mi nutre di luce. Bevo tutto l’azzurro che c’è. Annuso ancora l’aria: l’aroma del caffè che non ho ancora bevuto, il profumo dolcissimo delle ginestre intorno a quest’inferno amaro, l’odore della carta su cui scrivo ora sanno di futuro. 28 E sulla serena distesa, stesa coperta di seta, la luna già pensa al ritorno. La guardo sorgere, perso lo sguardo oltre le sbarre, non sono più triste. 29 Lo sguardo stupisce. Di cosa stupisce? Delle cose. Motivazione I fiori mi appaiono strani e non li ricordo più. Ci sono pur sempre le rose? Lo chiedo ai ricordi lontani… Le rose ci sono per sempre. 30 Il silenzio della notte, i suoi odori, i suoi… sapori. Tutto quello che all’esterno, nel buio, si colora di infinito, di libertà, e crea uno stridente contrasto una condizione di costrizione fisica e mentale, provoca il desiderio di immergersi quasi panicamente nella natura notturna, di “bere i suoi silenzi…” “respirare la luna…” prendere idealmente “a morsi” le stelle… Finché non giunge una nuova alba a portare luci, profumi e suoni reali, magari meno evocativi rispetto a quelli suggeriti e intuiti attraverso le tenebre, ma capaci di proiettare l’esistenza in un futuro concreto e (potenzialmente) più ricco di prospettive. Il fascino della poesia coincide con la studiata suggestione ed efficacia delle immagini. 31 Opere segnalate La premiazione del 2008 a Torino con Ernesto Ferrero, Simonetta Polverini, Raffaella D’Esposito e Pablo Gorini. Vincenzo Sardone Storia e geografia Il nostro viaggio parte da Agrigento, da un tempio diroccato, Tra i sapori della tavola un triangolo dal mare bagnato. Qui, tra la gente, costumi, tradizioni di un’anima pia, Tra preghiere, mafia, chiese e così sia Poi andiamo un po’ più al nord, nella piana di Gioia Tauro: È sconsigliabile fermarsi, qui c’è la legenda del Minotauro, E ancora il golfo di Napoli, il folclore della sua gente, conosciuta in tutto il mondo. C’è da chiedersi se è tutta colpa della camorra se qui si è toccato il fondo. E ci spostiamo tra gli irriducibili uomini che non si sono mai arresi, Metti la sicura, tieni lo sguardo basso, questo è il feudo dei casalesi. E finalmente a Roma, la storia, la Città del Vaticano. E tutte quelle leggende sulla Magliana sempre in primo piano! Che bella la Maremma, Firenze, Siena e Prato: Coppiette ammazzate da un mostro, a quanto pare, mai nato! E traghettiamo la costa azzurra e Oristano, qui cose di un altro stampo: È il lembo di terra dove hanno partorito il sequestro lampo. Si vola a Genova arrivando a Novi Ligure, per carità nulla da dire Se non fosse per Erika e Omar che ci hanno fatto rabbrividire. 34 E poi a est, lungo le rive del Po, nel suo delta di cadaveri, ben trenta! Siamo ancora al nord e qui l’hanno chiamata solo Mala del Brenta. E poi giù sulle spiagge della Romagna e una sosta nella rassicurante questura di Bologna. E la fantomatica istituzionale Uno bianca, che vergogna! Poi vi porto a sud, a casa mia cercando tra la brava gente. Non perché sono in Puglia sarò poi così clemente. Mare, ulivi secolari, il Gargano tra le piante dei pomodori, Cattolici con il peso di quella sacra corona unita che copre gli odori. E in silenzio ti porto oltre un confine illibato, Dicono che in Aspromonte sia di casa l’innominato! Stiamo per arrivare dove tutto inizia o finisce, a casa del Gran Duca. Questa è un altra cultura si riparte da San Luca. Io tra chi C’è chi crede a Balzebù Chi si fuma una canna di bambù Chi evoca lo spirito divino Chi scivola lungo le strade bagnate dal vino Chi pensa che la vita sia un lungo cammino Chi sta fermo seduto davanti ad un camino Chi azzarda un’altra avventura Chi distrugge la natura Chi crede nel cartomante Chi sfregiato dal suo amante Chi sogna la macchinona 35 Chi pensa solo alla moglie bona Chi corre senza una gamba Chi parte per imparare la samba Chi si allena in una piscina Chi sopravvive con la morfina Chi è chiuso nel suo dolore Chi ricorda il suo primo amore Chi ossessionato dalla pulizia Chi non parla più neanche con sua zia Chi ha tanti sogni nel cassetto Chi ha vissuto troppo tempo ristretto Chi cerca un grande consenso Chi è curioso e vuole sapere cosa ne penso Chi dice che forse non sento Io voglio stare solo un po’ spento. Saadron Cheia Kanoutè Altrove oltre il muro Altrove Oltre il muro Oltre la porta di ferrocancello Oltre i lunghi corridoi Io vivo lì Nel fuoricittà d’altrove Oltre il muro Oltre le porte di ferrocancello Sono sotto il tuo stesso cielo Nella tua stessa città Ma altrove Oltre Un muro e moltissimo Ma un muro È solo un muro Quando passi Passante con passo fretto Costeggiando il confine Rifletti e rammenta Qui nell’altrove Vi è un uomo 36 37 Un uomo Un uomo che ha amato Amando ed è amato Un uomo che ha la forza nel sogno Il sogno delle carezze di un amore disunito Il sogno del forte tenero abbraccio Che solo il sentimento è in grado di dare Il sogno di ricevere Senza domandare Il sogno La vera liberazione Qui Oltre il muro Dietro il ferrocancello Nell’altrove… nella discarica umana Aneliamo il galoppo che ci è stato negato. Egoisti… Saremmo in grado di accettare le stesse sofferenze? E poi… Saremmo in grado di galoppare? Toccare con mano non aiuta… Basta meno per vivere la vita. Sentiero segnato Avviati come siamo nel cammino della vita, ci insegnano a proseguire senza mai voltarci indietro. Sono gli anni che passano, scanditi da infiniti momenti, belli e meno, pieni e vuoti, semplici e traboccanti di passione. Toccare con mano non aiuta Toccare con mano non aiuta a stirare le tristi pieghe della vita. Basta molto meno per scottarsi… Il cavallo soffre il peso del ferro battuto negli zoccoli… Poi, lui almeno galoppa. Noi si soffre di più quando, battuti dentro, pesiamo i pensieri udendo solo il rumore dei nostri passi. 38 Sono loro a mostrarci il cambiamento, il continuo ed incessante peregrinare delle emozioni racchiuse in ogni gesto e sguardo mutevole. È a quelli passati che ci rivolgiamo perché portino nel presente la dolcezza di attimi vissuti. O forse sono proprio quelli che vorremmo cancellare, perché la loro rimozione non lasci alcuna ombra alle spalle del sentiero. Guai a sconfinare, uscire dai tratti impercettibili eppure indelebili dei ricordi. 39 Sembrerebbe possibile, ma è una vana illusione, perché l’ombra cupa che con immane sforzo vorremmo eliminare, ci accompagnerà per sempre lungo il sentiero segnato della vita. Samjra Bajramovic Piove Piove odore di zolfo nell’aria che respiro, sembra di essere all’asilo tanti anni fa quando piccola non sapevo che parlare e piangere e guardavo i passeri sperduti spuntare dal sole e cadere gelati sulla terra. 40 41 Salvatore Cascino Attesa Sgorgano I silenzi Urlano I muti Ai sordi Viandanti Nel vorticoso Cestello Centrifugo I pensieri Dai fantasmi numerati distogliere Gli sguardi Ascolto I silenzi Sprofondare Nel baratro Soffocare Nel pianto Contemplo Gli intervalli Soffoco In un canto Nella vasca Colorata di pianto Astro Nel silenzio Stridono I lamenti e Gelano L’ambiente Inchiodato ai colori di un sorriso. Proteso nello spazio di un’attesa. Soccombo tra un apostrofo e il respiro di una rosa. Nei versi A fontana 42 43 Giovanni Imerti Bruno Di Giacomo Mamma Prigioniero Te ne sei andata in punta di piedi, tu che tanto desideravi abbracciarmi, per l’ultima volta. Il tempo è stato tiranno. Vengo a trovarti, dove ora tu riposi, mi soffermo tantissimo vicino a te, non siamo soli, ma siamo finalmente vicini, ti posso abbracciare con il mio pensiero. La mia mente vaga e mi trasporta lontano, la mia fanciullezza spensierata, che tu cullavi giorno per giorno. Qualcuno mi chiama, mi giro, il mio tempo è scaduto. Devo lasciarti, un bacio, sapendo che: sarai sempre e ovunque vicino a me. 44 Vivere in cinque metri quadri, ti fa immaginare il mondo come tu lo vorresti. In un luogo dove il tempo non ha tempo, tu sei lì fermo in un punto. Il primo anno è transizione: si ha il corpo dentro e la mente fuori. Il secondo cominci a capire: ci sei dentro anche con la mente. Nel terzo, quarto, quinto, non ti sembra possibile che sia trascorso tanto tempo. Al decimo vivi una dimensione che non ti appartiene. In seguito vivi sospeso, tra il passato e il futuro, in cerca di un’identità, che ormai non esiste, di un corpo che si è contorto e di un mondo che non ti conosce più. 45 Olivo Tollardo Evviva il barbiere Chi l’avrebbe mai immaginato sono diventato barbiere internato. Oh con quante persone potrò dialogare mentre mi diletto i capelli a tagliare. La notte Hanno chiuso me dietro le sbarre, il mio modo di vivere, ma non la mia anima, ma non il mio pensiero. Ogni notte evado con i miei sogni verso il tuo ricordo. Si accomodi gentil signore, che taglio desidera per l’occasione? Accetti un valido suggerimento taglio corto e basette sotto al mento. Vedrà, sarà più che contento. Mentre taglio sto ad ascoltare ma non posso parlare, perché non sono professionista e non vorrei sbagliare. Forse quando esco di qui qualcuno mi potrà chiamare a fare questa professione che sto per imparare. Che non sia tempo perso questa detenzione. Là fuori c’è un mondo che mi sta ad aspettare. Finalmente tornerò a vivere e a sognare.… 46 47 Luca Denti Quel silenzio condiviso Un’altra notte cade e separa, chiede; un sospiro fra le labbra, strozzato. Dice, un letto mai sgualcito e quel freddo accanto al muro. Specchiarsi dentro te come Narciso è paura e stupore, una vertigine alata, tremante. Laghi color nocciola, fertili che della terra raccontano le rose, le spine i desideri adagiati fra l’erba. Mentre la pioggia consuma un timido arcobaleno, sfuggito (l’hai visto?) fra le dita e il tuo volto, quella foto aggiunta su bianche pagine ansiose, esigenti. Ancora ti cerco Si calpestano a piedi nudi irregolari frammenti dell’essere stato, schegge di vetro morbide, innocue; modellate dai silenzi. È cieca la distanza che aggiunge fra le mani un fiore reciso ed uno scatolone sulla porta. Impietosa la strada nega il passo mentre il cielo si volta su parole vuote, che evaporano. Accanto alla luna Venere ammicca e inganna tra ferite al sapore di latte eterni abbracci: negati, solitari. Sboccio la nudità mentre non mi vedi, perché oltre, qualche metro sopra le nostre anime si possiedono. Nasci da ferite lontane come grigia perla salata, tu bruciore e carezza lacrima di mare. Accosto al buio gli occhi e sospingo delicatamente quei silenzi sul tuo seno. 48 49 E tu non ci sei Hafedh Habibi È troppo corta la coperta o forse, ha semplicemente un buco al centro. L’isola abbandonata Si formano così respiro contro respiro le piaghe, la carne storta, indurita il sangue asciutto. Il desiderio rimane all’ingresso accanto al muro a dissetarsi di lacrime orgogliose, che anziane madri (per chi è ancora figlio) asciugano prima di esporre il documento. Nelle attese di sorrisi e abbracci rubati, illegali si inseguono i giorni le ore, gli infiniti minuti i sogni sussurrati a qualcuno; il tempo assente… Che del dolore assapora l’egoismo la fredda lama, che taglia piano e ride e non ha occhi e non porta nome. Mi trovo su un’isola deserta non appartiene a nessun oceano non è segnata su nessuna carta geografica. Una pietra nel mezzo del mare senza niente, neanche il rumore della vita. Mi sento cadavere dentro una profonda tomba in un grigio cimitero con la sofferenza di chi è ancora vivo, dimenticato. Mi sento più sfortunato di Robinson Crusoe, lui ha trovato esseri umani io non ho trovato nessuno la sua solitudine è raddoppiata per me. Mi sento solo uniche compagne la nostalgia e la solitudine. Vado sulle coste, in attesa di una nave in aiuto per uscire da un incubo una vita senza senso. Mi sento una nullità nulla si avvicina all’isola dimenticata. La gente passa sorda, cieca. Grido, salto, invoco senza speranza. In quest’inverno che copre e schiaccia perché non mi sei accanto? Eppure tremo come un bambino… 50 51 Nuoto, contro corrente, fermo sempre nello stesso luogo. Abitano qui silenzio, ricordi, affetti negati e il desiderio di uscire da questo incubo e vivere la vita di un tempo. Con te mi rapisce la felicità, il coraggio e la gioia di esistere. Senza te divento disarmato ostaggio della tristezza, della paura e della malinconia. Con te vivo una gloriosa vittoria Senza te muoio per la più umiliante sconfitta. Brutta non è la morte, ma la vita solo. Non ho paura della morte ho paura di morire abbandonato. Con te sono malato d’una grave malattia Amore ma ti amo ora e ti amerò per l’Eternità. Con te Il sogno Con te mi sento me stesso in tutto il mio essere, senza lati oscuri. Senza te non sento nulla e mi perdo in un buio profondo. Sul bordo d’un elegante yacht, in mezzo al mare felici e complici, scambiamo leggere battute perduti in mezzo all’oceano infinito, senza preoccupazione alcuna vicini, vicini. Raggiungiamo finalmente le suggestive coste abbracciati sul molo accarezzati da una dolce brezza vicini, vicini. La sabbia è oro le lunghe palme soldati orgogliosi delle loro amate terre sono l’uomo più felice e potente del mondo e in questo viaggio, il più fortunato vicini, vicini. Passeggiamo spiati dal tramonto la suggestione del luogo e la bellezza di Lei fissi nel mio pensiero Con te mi sento abile sovrano e, impavido, mi elevo sugli umili sudditi. Senza te mi sento debole Re, umiliato e privato della potente corona. Con te sento la tua leggera anima scorrere nel mio corposo sangue. Senza te sento la nostalgia invadermi e rendermi prigioniero. Con te sento il mio cuore pulsante ballare sul ritmo frenetico della vita. Senza te sento il mio cuore un arido corpo vuoto. 52 53 condividiamo lo stesso albergo, la stessa stanza vicini, vicini. Non sento la fatica seduti, ci abbracciamo e ci desideriamo vicini, vicini vicini, vicini, vicini, vicini. È l’ora della doccia, l’acqua è calda oggi mi sveglio e trovo tra le mie braccia il mio cuscino sono annientato dal dolore. Un bel sogno forse desiderato presagio d’una realtà che rincorro. 54 Habib Abidi Cantilena del carcerato Quante notti senza sonno Con la terapia, dormo Dal cielo di una piazza A un quadrato di cielo pesante Entro Per un po’ mi fermo Esco Chissà Forse ritorno Una festa Voci entrano dalla mia finestra Passa una macchina… Senti, una macchina! Passa una moto… Senti, una moto! In questo spazio vuoto Con tanti rumori Ma muto di quelli fuori Trac trac Bum bum Drinn Drinn Assistente… Lavorante… Infermiera… dammi terapia! E ogni giorno Il reato, l’avvocato Il magistrato, il mio passato condannato. Bla bla continuato E mi sono stufato 55 Solo ricordi della vita, Vita scaduta, vita battuta, Vita taciuta, vita perduta Ricordo l’amore Sogno l’amore Nostalgia dell’amore Voglio l’amore! Anch’io!! Passato distante, presente pesante Tempo allungato, tempo svuotato Blindo, ferro, cancello Il futuro, questo muro? Entro Per un po’ mi fermo Esco Chissà Forse ritorno… La premiazione del 2008 a Torino con Pablo Gorini, Margherita Oggero, Ernesto Ferrero e Raffaella D’Esposito. 56 Sezione Prosa Opere premiate Ernesto Ferrero all’incontro con gli studenti a Livorno nel novembre 2008. 1° classificato Stefano Di Cagno Schiacciato Matto non sono e certamente non sto sognando, ma domani morirò e voglio liberarmi l’anima. Il gatto nero, E.A. Poe Veronica Pivetti, madrina dell’edizione 2007, a San Vittore con Luca Lischi, Capo di Gabinetto del Presidente della Provincia di Livorno. La Stella del Mare giaceva sul fondo fangoso da quasi due mesi ormai, a cinque miglia di navigazione dall’imboccatura del porto di Napoli. Il sole primaverile cominciava a scaldare già alle sette di mattina, mentre fiancheggiavamo le affusolate, grigie navi della Guardia di Finanza, come schierate per la rassegna al nostro quotidiano passaggio. Cristiano aveva steso un asciugamano dall’aspetto poco rassicurante sulla panca di destra, bagnata come il resto del tredici metri di Alessandro dall’umidità notturna. Vi si era steso sopra, appoggiando la testa rasata alla sacca mezza vuota di attrezzature subacquee, riprendendo a masticare con metodo il toast acquistato poco prima. Lo sguardo corrucciato dimostrava la concentrazione con cui divorava anche l’ultimo numero di Dylan Dog. Lettura interrotta solo per sbarcare dall’aliscafo, il mezzo con cui, un’ora e mezza prima, aveva lasciato Ischia. Ciondolavo tra la camera iperbarica piazzata a metà barca e la cabina di comando, dove Alessandro, al timone, armeggiava con lo stereo in cerca di una stazione che trasmettesse del rock commestibile. 61 Cristiano non riusciva a nascondere un mezzo sorriso ironico, ogni volta che buttava l’occhio al cerotto di scopolamina in evidenza dietro il mio orecchio destro. “Ma cosa c’avrai da ridere” borbottai mentre gli passavo davanti strascicando i piedi sulle assi della coperta. “Ridi su ’sta mazza!” Da prua, come sempre, guardavo preoccupato l’orizzonte, oltre la linea liquida che congiungeva i due fari alle estremità dei moli dell’imboccatura. Strizzavo gli occhi per correggere la miopia, tipo talpa di un cartoon, valutando critico la sottile striscia in movimento delle onde. Come l’aria che si muove appena sopra l’asfalto in una calda giornata d’estate, quella massa tremolante non prometteva nulla di buono. “Uhm, c’è mare pure oggi, che palle...”, sospirai. Cristiano alzò lo sguardo dal fumetto, fece una smorfia beffarda e tornò a immergersi nella lettura. “Dài, prepariamo ’sta roba, guaglio’”, sbraitò Alessandro. Si sbracciò un po’ tenendo il timone con la sinistra, un piede sulla murata e l’altro dentro la cabina. Sempre arzillo, anfetaminico come se avesse dormito chissà quante ore, e non gli pesasse per niente l’aver fatto le due di notte dando la caccia alle universitarie nei pub tra via Mezzocannone e il bar Gambrinus, su e giù per vicoletti dei Quartieri Spagnoli. “Lo odio quando fa così” dissi, “ha rimorchiato tutta la notte mentre io mi stavo a sorbire le scoregge di quel coglione all’Ostello.” Il gozzo, riadattato a nave recuperi, iniziava intanto a prendere le onde lunghe fuori l’imboccatura, virando verso destra, per fiancheggiare il Castello dell’Ovo e raggiungere il punto di immersione. Cercavo di dare una mano, ma mi sentivo già lo stomaco sottosopra. “Ho messo il cerotto troppo tardi oggi...”, dissi, rivolto a nessuno in particolare. Cri mi squadrò da capo a piedi. “Seeh, non parliamo poi di quel che ti sei scofanato prima...”, commentò. “Oh, c’avevo fame, poi senti chi parla, me lo sono mangiato io mezzo chilo di panino da muratore!”, cercai di controbattere, ma poco convinto. Il problema era che al bar Pic Nic m’ero sparato sul serio cappuccini e pasticciotti alla crema in dosi massicce, quanto di peggio possibile per un piede poco marino come il mio. L’ischitano sorrise ineffabile, certo di avermi in pugno. “Lo sai tra quanto ti risale su quella colazioncina latte e lievito?” “Lo so, lo so, ma che ci posso fare? Non è una colazione vera senza...” “Pasticciotti o sfogliatelle?” “Pasticciano... pasticciotti, due... caldi... boooooni...” L’Abyss cavalcò la prima onda mandandola a scivolare sotto la chiglia e quel patetico tentativo di distrarmi naufragò con il bolo nauseabondo che dallo stomaco prese l’ascensore rapido verso la gola. Un velo di sudore freddo mi coprì la pelle e la stanchezza si fece piombo nelle gambe. In bocca dilagò un sapore metallico e la saliva si fece acida e copiosa. Crollai seduto, chiudendo gli occhi, pregando un dio crudele in cui non credevo che mi facesse scendere subito di lì. “Dài, muoviamoci, avanti!”, il latrato rabbioso di Alessandro mi scosse dai pensieri, ma il movimento del corpo provocò un ennesimo, prostrante conato di vomito. “Ma porco dio, ’sta bagnarola mi farà impazzire. Ma deve per forza mettersi al traverso ogni volta!?”, brontolai la consueta lamentela. “Muoviamoci, all’una c’ho da fare!”, rispose di rimando Alessandro. Anche lui tanto per essere originale. Aveva sempre da fare. Spense i motori, una volta certo che Cristiano avesse tirato a bordo almeno tre metri di cima e parabordo, e schizzò a dare una mano. Con puntigliosità, si occupò personalmente di fermare il grosso cavo alla bitta. 62 63 “Non ti fidi?” disse Cristiano, più per provocarlo che per altro. “Ho anch’io una barca…” Non ricevette risposta, né del resto l’aspettava. Mentre il natante si muoveva e sbatacchiava sulle onde, incominciammo a vestirci. “Dài, dài, vi chiudo casa” disse Cristiano impugnando la mia chiusura lampo. “Maronn’ Ste’, e mettici un po’ di paraffina! È dura come ’na cosa.” Sarebbe sceso dopo di noi e ora faceva assistenza a bordo. Spostò il peso da una gamba all’altra, mentre un’onda entrava da prua a poppa, portando pericolosamente verso l’imboccatura le mie scarpe da ginnastica bianche e rosse, come sempre abbandonate a se stesse. Già erano fradice, ora rischiavano pure di finire in mare! Le osservai rassegnato. Ale staccò le rubinetterie del pesante bibombola dai lacci elastici che lo assicuravano al parapetto, e mi aiutò ad alzarmi. Non ce la facevo più. Sempre vomitando succhi gastrici e parolacce, mi spostai a poppa, infilai le pinne e issai una dopo l’altra le due bombole decompressive, agganciando i moschettoni agli anelli a D sugli spallacci del gav, attaccati a loro volta con cimette sfilacciate al collo delle bottiglie metalliche. Cristiano mi posò la mano sulla spalla e intuii che voleva dirmi qualcosa. Sollevai la testa con uno sforzo terribile, sentendo i tendini del collo tirare tutto il mio apparato gastrico verso l’alto. Mi puntò con gli occhi e poi li abbassò sull’altra mano, chiusa a pugno. Lentamente aprì le dita e, sul palmo solcato di linee sporche di grasso e tagli più o meno cicatrizzati, risaltavano alcune pillole bianche, di vario formato. “Naaa, tu si scem’ ” mi riuscii appena di farfugliare “e come lo butto giù ’sto schifo?” Aveva sempre con sé un mix di antinfiammatori e anticoagulanti, nimesulide e acido acetilsalicidico (Aulin e Aspirina per capirci), a cui ogni tanto aggiungeva vitamina E e qualche altro prodotto. “Ficcatele al Gale”, aggiunsi con gentilezza. In pochi secondi, come se avessi il diavolo alle costole, saltai in acqua, tra il ribollire di erogatori in continua e la maschera pericolosamente in bilico sul cappuccio di neoprene. Presi subito a pinneggiare controcorrente verso prua, ancora più nauseato dal sapore dell’acqua marina in gola. Alessandro, intanto, tutto preciso e perfetto nella sua configurazione, si buttava con calma a seguire. “Oddio, oddio chi cazzo me lo fa fare… Cristià si nu rott’n’culo...” Imprecavo, mentre Cristiano rideva sputandomi addosso dal lato di dritta. Sotto la prua, le decompressive di rispetto calavano pericolosamente sopra la testa e minacciavano di sfondarmela. Venivano praticamente lanciate giù dal compagno rimasto a bordo, che sapevo si divertiva come un matto. Afferrai la cima arancione e senza sgonfiare né la muta né il gav iniziai a tirarmi giù. Difficilmente procedevamo come si vede fare dai subacquei alla televisione. Ognuno a modo nostro, eravamo tre anarchici dell’immersione. Affrontavamo l’acqua con rispetto, ma anche con arroganza e sfidando le regole base, o riscrivendole a modo nostro. La maggior parte di coloro che ci frequentavano non capiva quel modo di fare. Tantomeno, a onor del vero, a noi interessava spiegarglielo. Era troppo complicato e alla fin fine del tutto inutile, cercare di rendere partecipi del nostro mix esplosivo di vite borderline, esperienze particolari, continui problemi con soldi, legge, regole contestate, le persone che ci cercavano per noia, frustrazione, desiderio di imparare cazzate subacquee di cui non erano semplicemente all’altezza. Sia Ale che io e Cristiano, avevamo verso inetti e presuntuosi frustrati le nostre idiosincrasie, che, come un corso d’acqua addomesticato tra gli argini, finivano per essere convogliate in rituali e pantomime, sceneggiate che dopo un po’ di tempo recitavamo anche da soli. Essendo uno dei più scemi, quando stavo male ma non abbastanza perché il mal 64 65 di mare mi azzittisse − spesso però anche in quelle condizioni, solo con voce meno credibile − prima di saltare in acqua, solevo urlare: “Nettuno, ti sfido! Vaffanculoooo!” Quel giorno non mi riuscì… A sei metri, dove le onde non avevano più grande effetto, mi fermai per guardare se Alessandro seguiva. Poi continuai a tirarmi verso il fondo. Scendevamo veloci, compensando senza usare quasi mai le mani. Mi entrava acqua nella maschera che avevo indossato alla bene e meglio. Volevo solo raggiungere la quota dei trenta metri, dove la narcosi avrebbe messo a posto il mio stomaco. Frenavo la discesa, sempre più rapida per la pressione crescente dell’acqua, con le pinne messe come se stessi in piedi su un pavimento solido. Ormai non tiravo più. Mi mantenevo attaccato alla cima, quasi perpendicolare, con l’incavo del gomito. Assestando la maschera, facendo i primi controlli dei manometri e cambiando gli erogatori, passai senza guardare il profondimetro dalla miscela di viaggio e deco Nitrox a quella di fondo. Transitai come una scheggia dalla profondità limite della miscela binaria e realizzai nei meandri più lontani della mente che, forse, avrei respirato quella ottimale solo parecchio più a fondo. Ma non me ne fregava nulla di espormi a una percentuale di ossigeno non adatta a quelle quote, ero troppo rapido nel cambio per avere problemi. “‘Fanculo!”, dissi nel boccaglio, ma suonò come uahnuhò. Era indirizzato alla volta di Alessandro, che mi sorpassava pinneggiando vigorosamente, a testa in giù, agitando una mano in segno di saluto derisorio. Allora, vediamo un po’ se ’sta roba funziona, pensai passando da un secondo stadio all’altro dei due erogatori del bibombola. Respirai in entrambi, controllando che i manometri non cambiassero la pressione. Rubinetti aperti. “Uhhh!Uh!66 Uhuuuuh!”, Alessandro chiamava, accompagnando il farfugliamento ad ampi gesti. La Stella del Mare giaceva inclinata di dieci gradi scarsi a dritta. Il tetto della plancia esterna stava sui settantotto metri, ma alcune reti più piccole venivano su più in alto e, quando la visibilità era decente, si intravedevano prima dello scafo. Il napoletano era già sul ponte, tra il castello di prua e le gru sul passo d’uomo che accedeva alla sala motori. Inginocchiato, aveva cominciato a trafficare con la cima, assicurata alla murata di poppa al termine dell’immersione di una settimana prima. Dovevamo liberarla, attaccarla a un pallone di sollevamento e mandarla in superficie, filandola sotto lo scafo. Frenetico, mi chiamava perché gli dessi una mano a tirare, guardando il computer che cominciava il countdown. I diciotto minuti di permanenza pianificati sul fondo stavano già finendo. Lo ignorai staccandomi dalla cima guida. Raggiunsi lo scafo con un paio di pinneggiate in diagonale, attratto dalla forza di gravità e dalla pressione della colonna d’acqua combinati. Mi diressi verso la piattaforma di comando della gru principale, godendomi per qualche momento la sensazione di assenza di peso. In meno di dieci secondi raggiunsi la piattaforma, staccando, mentre mi approssimavo, i moschettoni che assicuravano al gav le due bombole decompressive. Le lanciai sul piancito metallico, senza fermare la discesa, e mi volsi verso il compagno per raggiungerlo. Alessandro continuava a mugugnare nel boccaglio, mentre cercava di tirare la cima puntando i piedi contro il parapetto del peschereccio. Mi avvicinai fluttuando, buttai una rapida occhiata fuori bordo e mi rivolsi verso di lui. Toccai la sua spalla per attirarne l’attenzione e scossi il dito indice della destra in segno di diniego. Si arrestò per guardarlo, poi usò la cima per tirarsi verso la murata e sporgersi. Dopo un atti67 mo si catapultò fuori bordo. Lo seguii sapendo già cosa avremmo trovato. Sul fondo morbido, appena sotto lo scafo, giaceva l’estremità del cavo arancione. Non era venuto via per fortuna e nostra previdenza. La sbarra di ferro che avevamo legato a quello scopo alla sua metà si era incastrata in un grosso copertone di camion usato come parabordo, a sua volta bloccato tra scafo e fondo. Ma bisognava nuovamente passarla tra timone ed elica, infilandosi sotto lo scafo, strisciando tra chiglia e fango. Ci guardammo con sguardi misti di rabbia e delusione. Alessandro guardò verso l’alto. Compresi subito: Cristiano, in quel momento, teneva in tensione l’altro capo della cima, e noi avevamo invece bisogno fosse lasca, per provare a reinfilarla sotto lo scafo. Emisi qualche verso incomprensibile, scuotendo Alessandro e indicandogli l’unica soluzione, puntando l’indice sul computer dell’amico, sul suo petto e verso la superficie. Esperienza, acume, intuito e freddezza fecero elaborare la stessa conclusione al cervello del mio amico in una frazione di secondo. Eravamo giù da meno di tre minuti, poteva quindi risalire, saltare i pochi minuti di tappa deco che aveva accumulato, uscire in superficie e avvertire Cristiano, per poi ridiscendere ad assistermi, ricomprimendo le bolle di gas che avrebbero cominciato a espandersi altrimenti nell’organismo, intrappolate, danneggiandolo. Tutto senza che io, restando giù, superassi i tempi massimi previsti e l’autonomia dei gas. Annuì col capo una sola volta, e schizzò verso l’alto. Lo guardai per accertarmi che fosse sulla cima di risalita, dopodiché mi preparai al mio compito. Risalii verso la parte alta della murata, e assicurai la cima arancione a una delle fessure per lo scolo dell’acqua dal ponte. In questo modo potevo tornare giù e tagliare l’estremità incastrata nella gomma. Lo feci in meno di un minuto, controllando il computer e il manometro. Sapevo che, nonostante le capacità e l’e- sperienza, stavo respirando con un consumo maggiore del normale. Succedeva automaticamente in casi di stress e, anche se abituato, ora ero solo, a ottantasei metri di profondità, con un compito gravoso. La cima, spessa quattro centimetri, era del tipo galleggiante. Per questo dovevamo sempre assicurarla allo scafo, e per questo se filarla verso l’alto era più comodo, tirarla giù da solo diventava molto faticoso. Mi portai sul ponte, dove la pressione era inferiore e, quindi, consumavo e saturavo un po’ di meno. Controllai il tempo. Erano passati sei minuti da quando avevo cominciato la discesa e due da quando Alessandro era risalito. Avrebbe volato fino a metà della quota, per poi rallentare la risalita a venti metri al minuto fino ai quindici, e poi farsi quest’ultimi in un minuto. Ce ne volevano almeno altri due, forse tre. Guardai il computer e sobbalzai. Erano passati dieci minuti! Per quanto respirassimo una miscela a bassissima percentuale narcotica, a quella quota bastava distrarsi, perdersi nei propri pensieri un attimo, e il tempo scorreva in un lampo senza che ce ne accorgessimo. Mentre lavoravamo, o se avevamo un’emergenza, l’addestramento ci portava a controllare sistematicamente tempi, profondità e scorte di gas ogni pochi secondi, senza interrompere ciò che stavamo facendo. Ma avevo notato che, quanto minore era il rischio o ci si abituava al posto, tanto più ci si rilassava, aprendo così le porte all’errore fatale. Iniziai a tirare la cima, che venne giù facilmente. Avevo ancora sette minuti. Ogni tanto guardavo verso l’alto, senza scorgere il mio compagno. Quando ritenni di averne portato giù almeno quindici metri, la legai alla murata, liberando con un colpo di coltello la parte assicuratavi in precedenza. Nuotai fuori bordo, acchiappando l’estremità fluttuante, e con forti colpi di gambe mi diressi verso la poppa. Ora dovevo entrare nella fossa che si era formata sotto la 68 69 chiglia, all’altezza del timone e dell’elica. Lì dovevo infilare la cima tra queste ultime, passare dall’altro lato a riprenderla, per poi tirarla fino a che ne avessi recuperato tutto il possibile per risalire poi lungo la fiancata di sinistra. Avrei di seguito assicurato il capo di polipropilene al peschereccio, dove l’avrebbero preso Alessandro o Cristiano, per proseguire il lavoro. Pensando a loro alzai di nuovo lo sguardo verso la cima di discesa. Ale non si vedeva. Mi domandai un attimo che fine avesse fatto, ma poi tornai a occuparmi del lavoro. Ogni secondo era prezioso. Controllai tempi e gas, poi mi infilai tra scafo e fango. Sapevo che in pochi secondi il sedimento si sarebbe alzato coprendomi la visuale, ma non era un problema, potevo far tutto a occhi chiusi. Il fango era soffice, quasi vellutato. Presi con la mano una delle pale dell’elica, prima di vederla scomparire in una nuvola grigia, e mi tirai ancora più sotto. Le bombole cozzarono rumorosamente contro lo scafo metallico, ma con la configurazione rovesciata, gli erogatori e la rubinetteria erano liberi e protetti appena sopra il fondoschiena. Il cavo tirava verso l’alto, passai l’estremità intorno all’albero dell’elica e la usai per fare forza e filarlo. Quando sentii che non veniva più giù, mi preparai a passare rapidamente dal lato opposto del timone, prendere la cima e lasciarmi tirare su dall’effetto combinato dei gas espansi nella muta e nella sacca del jacket. In quel momento percepii una vibrazione. Avvolto nella grigia, quasi nera nuvola di fango, schiacciato tra scafo e mota, ebbi una subitanea sensazione di deprivazione sensoriale, una vertigine accompagnata da un sapore metallico in bocca che mi atterrì. Pensai a un errore nella composizione dei gas, a un avvelenamento per ritenzione di anidride carbonica. Immediatamente cercai di tirarmi con la mano sinistra lungo il timone, per uscire da là sotto. Sapevo che non potevo farmi prendere dal panico, che ora avevo pochi gas e poco tempo a disposizione. Un errore avrebbe potuto uccidermi. Le bombole raschiarono la vernice antivegetativa riducendo in poltiglia i balanidi attaccati alla lamiera. Non mi spostai che di pochi centimetri. Freneticamente provai a infossarmi nel fango per ridurre l’attrito con lo scafo e a spingermi indietro, senza successo. Riuscii a passare la mano destra sotto il petto, raggiungendo la valvola di alimentazione della muta stagna e premetti il pulsante. Il gas entrò velocemente. Cercai di alzare i piedi verso l’alto. Volevo sfruttare l’effetto di sollevamento della parte inferiore della muta, posta più su per aiutarmi a sgusciare fuori da lì. Per un secondo sentii che succedeva qualcosa, ma una seconda, più forte vibrazione, mosse tutto intorno a me. Fui una cosa sola con il sedimento. Come se la spinta avesse aperto una porta nel mio cervello, capii che quelle vibrazioni erano scosse telluriche. Il Vesuvio o comunque l’area sismica del Golfo, si erano risvegliati. La Stella del Mare si era assestata ancor più dentro l’abbraccio del fondo. Mi aveva schiacciato in una bara a sandwich, tra due fette di metallo e melma. Rimasi fermo, in attesa, preda di sconforto e rassegnazione, con una grande voglia di mollarla lì. Ero stanco e sentivo di potermi addormentare in quell’abbraccio tra lenzuola di fango e acciaio. Avevo vissuto a sufficienza? Ero riuscito a godermi ogni istante favorevole a raffronto dei tanti momenti bui? A tutti capita prima o poi di andare a dormire augurandosi un risveglio ben oltre il mattino dopo. Congelatemi come un merluzzo (un tonno…) stecchito e tiratemi fuori quando la bufera è passata e andata a ’fanculo! Dài, a chi non è mai successo di voler sfuggire a un evento improcrastinabile quanto spacca marroni!? Non è poi questo gran male. Certo, a me succedeva un po’ troppo spesso di desiderare un teletrasporto al futuro, magari non di giorni o settimane ma anche anni dopo... E questo non era bene. 70 71 Sentivo il peso della tonnara e, in attesa di morire, mi flashavano in testa momenti infernali in cui non avevo mollato. Cominciai piano a scavare sotto di me, a cercare di aprire un varco per le braccia. La sinistra era bloccata, l’avevo stesa per fare presa sul timone e ora non aveva gioco. Con la destra riuscii ad arrivare alla fibbia dello spallaccio destro e poi a quella della cintura, aprendoli. Dovevo scavare, liberarmi. Potevo abbandonare le bombole incastrate, usando la frusta dell’erogatore, lunga quasi due metri, per assicurarmi di respirare finché fossi uscito da quella trappola. Avrei provato poi a tiranni appresso il bibo, oppure a raggiungere in apnea le bombole decompressive e respirare da quelle, schizzando verso la superficie lungo la cima, fino a una quota non pericolosa. Potevo farcela, mi dissi, dovevo solo restare calmo. Mentre aprivo nel fango un buco sempre più ampio, sentii il secondo stadio farsi duro in bocca. I gas stavano finendo. Continuai a scavare trattenendo il respiro, facendo delle brevi apnee che mi consentissero di ridurre il consumo di gas senza andare in affanno, rovinando quel misero risparmio con successive boccate a pieni polmoni. Riuscii a far scivolare appena sulla destra il bibombola e a conquistare un po’ di spazio. Liberai il braccio sinistro. Nello stesso istante sentii un velo nero scendermi sugli occhi. Non lo vedevo, lo sentivo, come una saracinesca che scende stridendo. Un singulto per la fame d’aria mi scosse il petto. Tenni duro, arrivando con la mano destra all’estremità del corrugato opposto, che comandava l’ingresso e il deflusso dei gas nella sacca di galleggiamento. Con un gesto frenetico sputai l’erogatore e lo sostituii con il boccaglio del tubo flessibile, premendo il pulsantino di comando. Mi costrinsi a soffiare i pochi gas ancora nei polmoni dentro la camera di lattice, per non sprecarli, e poi inspirai. Quella miscela di gas viziato dall’anidride carbonica entrò dentro il mio corpo come una benedizione. Il giubbotto ad assetto varia- bile era gonfiato con un bombolino aggiuntivo, da un litro e mezzo, contenente semplice aria. A quella quota era narcotica. Fresca, priva di elio, mi ottenebrò leggermente la mente sconvolta dal terrore, con l’effetto di desensibilizzarla. Continuai a respirare dentro la sacca, immettendo ancora aria dal bombolino, mentre scavavo senza più convinzione e in modo scoordinato ma, senza accorgermene, sempre più sconvolto. Ce la potevo fare, sì, ce la potevo fare, con il braccio libero avevo raggiunto le fibbie sul petto e alla cintura e stavo liberando il corpo da quell’attrezzatura divenuta una trappola mortale. Avevo aperto un varco anche nel fango e cominciai a spingere, a tirare, a muovermi freneticamente per schizzare fuori da quella tomba. La terza scossa arrivò subitanea, staccandomi di bocca la plastica e riempendomela insieme ai polmoni di acqua mista a melma. Il corpo si contrasse. Sussultò sotto gli spasmi, mentre annegavo. Non vidi colare a picco la barca di Alessandro, travolta dalla gigantesca ondata provocata dal maremoto. Si spezzò urtando la struttura d’acciaio della Stella del Mare e seppellì per l’eternità i miei resti nel fondo fangoso. 72 73 Motivazione 2° classificato Domenico Strangio Il tono iniziale del racconto, lieve e irriverente, ricco di espressioni vicine al parlato giovanile partenopeo, non farebbe supporre il successivo sviluppo drammatico. Il ritmo si fa sempre più serrato man mano che l’autore ci fa immergere, concretamente, a oltre ottanta metri di profondità, in un mondo privo di luce, là dove si svolgono attività ad alto rischio e dove a separare la vita dalla morte sono solo una manciata di secondi e le miscele speciali dei respiratori. Il lettore è coinvolto sempre di più in un’atmosfera oppressiva e claustrofobica e si trova a condividere con il protagonista la folle paura di morire “schiacciato” fra il fondo fangoso e il peso del relitto che deve recuperare. L’abilità dello scrittore fa sì che la situazione precipiti all’improvviso per un imprevedibile evento catastrofico (un’eruzione vulcanica con conseguenti terremoto e maremoto), quando tutto faceva presupporre che il protagonista si sarebbe salvato. Tutto il racconto va letto, dunque, come una sorta di retrospettiva dall’al di là, come accadeva in un recente e fortunato film, American Beauty. Scritto in una prosa concisa ed essenziale, con una terminologia subacquea di capillare esattezza che fa presupporre, da parte dell’autore, una conoscenza diretta, il racconto si distingue per l’originalità e la precisione del referto. 74 Una storia minima Era novembre e nel segno dello scorpione quando, senza clamore alcuno, sono nato in una casa di pietra, incastonata in quel cavo di mano che è la parte più tranquilla e mediana di un grazioso paese dell’entroterra ionico. Un nido di rondine quel borgo grecanico per come è appiccicato al fianco della montagna, la quale, protettiva più di una madre col proprio figlio, lo ammanta con un drappo regale verde-argento, trapunto di lentischi, di querce e di ulivi per ripararlo dalle intemperie di ogni tempo e, magari fosse, di ogni sorta. La mia casa nativa nella ruga Fontanella era tanto dignitosa quanto umile; oggi purtroppo non c’è più e al suo posto uno slargo anonimo. Sulla porta di rovere, cigolante su vecchi cardini arrugginiti, e a malapena trattenuta da stipiti instabili, no, non era stato appeso un fiocco azzurro, annunziante il maschio; invece, per antica consuetudine adornavano la linda facciata, spruzzata di calce, resta di aglio, contro l’influsso di sguardi malefici; e cipolle intrecciate da abili mani, e piante di peperoncino con le cime verso terra, cariche di frutti multicolore. Fui svezzato da subito da mia madre, poiché affetta da dolorosissima mastite, e sono stato allevato con il latte di asina, simile a quello umano. E ho pure succhiato al seno generoso di Demetra dai capezzoli eretti e frementi, e gros75 si quanto bottoni di reggimentale pastrano, d’ambra velati. Dal paziente animale ho preso la modestia e la testardaggine e l’attitudine al lavoro; dalle due mamme ho ereditato l’altruismo e la bontà e l’amore per il bello. Il terzo figlio di Demetra si chiama Andrea ed è nato nello stesso giorno in cui sono nato io. Tutti e due ci consideriamo fratelli gemelli, e abbiamo formato coppia fissa da sempre. Alle elementari per noi due il frequentare la scuola era addirittura un rischio, comunque un sacrificio enorme; infatti per nulla era un piacere il doverci ritrovare in classi miste numerose, con alunni più grandi di noi anche di tre o quattro anni. Prepotenti e selvagge le femmine si imponevano con graffi e invettive; i maschi con spintoni e calci, e a volte compariva spavaldamente un temperino appuntito e tagliente per dissuadere una possibile velleità. Del resto la nostra modesta statura, a quella età specie, non ci permetteva affatto di difenderci: dovevamo soltanto subire o marinare la scuola; e ciò accadeva in modo costante e regolare e nessuno se ne accorgeva; a nessuno importava alcunché. Compiuti gli undici anni la mia strada viene da altri biforcata da quella di Andrea; e ancora nel mese dello scorpione così traumatico ed esigente, ho lasciato il paese natio, o meglio da esso sono stato allontanato con l’inganno e da parte mia in un pianto dirotto. Infatti mi cadevano le lacrime a quattro a quattro a riempire gli abissi e i singulti mi serravano la gola disperatamente. Stravolto, non sono riuscito a scorgere affatto l’amaro destino che mi avrebbe travolto e accompagnato, come fossi io un armeno in diaspora, ramingo e quasi folle in un viaggio senza fine, lontano da casa. Proprio allora iniziava la mia carriera; e mi si dava l’avvio a un interminabile peregrinare per l’Italia tutta, da percorrere in lungo e in largo, da sud a nord tra collegi vari, caserme per la leva, e luoghi di infinita pena. E sono stato un fratino con i Francescani, diligente e di fede; poi un bersagliere imboscato, dal passo silenzioso e felpato come quello dei felini. Tuttora un carcerato, che sebbene bastonato dalla malasorte, sono ancor di più fiero della mia rafforzata dignità di uomo, a volte anarchico e ribelle, ma quasi sempre dolce, mansueto, onesto. Comunque e in ogni frangente dalla parte degli ultimi, perché io mi considero l’ultimo in tutto. Un minimo di uomo, ricco solo del mio proprio sentire. Non ho frequentato regolarmente la scuola primaria, però ho potuto accedere lo stesso a quelle superiori, addirittura all’Università: quella del carcere per più di sei lustri. Ho studiato e mi sono laureato a pieni voti in Antropologia e Sociologia; in Criminologia e Diritto comparato; soprattutto in Diritto “negato” da altri e specialmente dallo Stato. Nella fortezza borbonica imprendibile e inviolata, difesa da muraglioni e bastioni a strapiombo nelle acque azzurre del mare, ho tenuto cattedra a Procida, piccola isola del golfo di Napoli, non altro che uno sputo di millenni addietro di un vulcano insofferente. Oggi fertile terra di limoneti rinomati, tanto sonnacchiosa, affatto sconvolta, ma quasi cullata dagli incessanti sussulti e sbuffi flegrei. Ho soggiornato a lungo nelle ottocentesche Nuove di Torino, dove le celle erano piene zeppe di brigatisti, i quali si vantavano, con ostentato orgoglio e ripugnante inverecondia, di aver usato il corpo delle vittime come messaggio, come proclama. Torino, città sabauda dai monumentali palazzi reali dove i giudici a loro volta con laida e inaccettabile mancanza di pudore, e pure privi di umano e retto senso della giustizia, con la clava tra le mani contraccambiavano con botte da orbi, usando i tribunali per condanne sommarie; usando le persone da processare come monito ed esempio a tutti gli altri. Brigatisti e giudici così tanto diversi, così tanto simili; a me era quasi impossibile distinguerli e non disprezzarli. 76 77 Ho insegnato a Poggioreale di Napoli, prestigiosa sede universitaria per morti viventi, per anime dannate, proprio nel periodo più cruento di una spietata guerra stracittadina; e capitava, uscendo per l’ora d’aria nei cortili, casualmente di inciampare in una mitraglietta e si doveva far finta di niente, forse per prudenza, oppure per viltà, o soltanto per innato istinto di sopravvivenza. Sono stato pure all’Ucciardone di Palermo, lì come semplice studente fuori corso, perché da subito mi sono ritrovato in fondo a una nuda cella, dopo un gratuito e violento pestaggio da parte delle guardie schierate lungo le pareti del corridoio che dall’ufficio matricola porta all’isolamento. Un benvenuto da persona di riguardo; un trattamento che sapeva tanto di caponata per le “melanzane”, lividoni turchini cupi su tutto il corpo, che dopo settimane si sono schiariti; e che però sono sempre più violacei e più vivi nella mia mente. L’ineffabile medico che mi ha visitato qualche ora più tardi, beffardo mi domandava se fossi scivolato per le scale, ma nulla riportava sul referto. Ugualmente si comportavano e lo psicologo e l’educatore; davvero cieche e pavide queste unità organiche di un sistema da smantellare. In quella fetida cella d’isolamento il giorno dopo, come una folgore mi atterriva e mi illuminava un graffito anonimo: “La peggiore galera è la vita, perché per evadere devi crepare”. I solchi, incavati più o meno profondamente nella parete, quella di fronte alla porta, erano umidi di sangue non ancora aggrumato. Sono tuttora a Spoleto, adorna di trini e di purpuree vesti ducali, sfarzosa e distaccata e anche del tutto estranea, lontana e insensibile ai numerosi voli suicidi dal suo Ponte, oggigiorno fantastico e incredibile e pure privo di rete di protezione, cantato da un Goethe affascinato. Spoleto, con il suo carcere modello, che altro non è che un immondo carnaio dove ogni anno molti detenuti, senza tronchesina recidono l’esile filo della speranza e disperati si appendono in controluce con strisce di lenzuolo alle sbarre di una finestra; nel silenzio più assoluto, imposto, nulla trapela all’esterno, e per la valle un tempo magnificata dal Poverello, oggi stramaledetta dai poveri cristi, lì deportati da ogni regione d’Italia, lugubre e pietoso si diffonde lo stridio di uccelli notturni, nell’afosa condensa estiva. Ho vagato per più di quaranta istituti di pena, e quasi tutti non li ricordo; in alcuni ho studiato e appreso, in altri ho insegnato e dato. Ovunque, però, ho avuto occhi attenti per osservare fino a quale stato può condurre l’abbrutimento, la disperazione, l’ottusità dell’essere umano, avvolto nelle nebbie dell’alcol, inaridito dall’abbandono dei familiari, trafitto dalla crudeltà della giustizia ingiusta, annullato dal rimbambimento provocato dai farmaci, che vengono somministrati a iosa da personale senza cuore, ma dal camice immacolato. In verità ho pure visto uomini simili al più indurito palo di cruento patibolo, i quali, toccati da linfa divina, hanno saputo ricredersi e reagire positivamente; così hanno cominciato a rigermogliare, maestosi alberi sui viali di una nuova esistenza, nella incredulità di quei falsi filosofi-educatori che anziché aiutarli nella rinascita non concedevano loro l’assenso e il credito perché accecati dalla errata convinzione, quella dell’impossibile ravvedimento. In carcere la vera sofferenza dei condannati è l’essere isolati e non creduti; sì, è la solitudine l’acido muriatico che corrode l’anima; quel senso di esclusione dalla società esterna che viene inteso come rifiuto, come vomitevole rigetto e che li rende inutili. Ormai sono vecchio di anni e di affanni; da tempo ho deposto le armi, e quel viaggio per l’Italia sta per volgere al termine. Per quella data cercherò di farmi trovare pieno dell’entusiasmo della gioventù e del primo importante appuntamento. 78 79 Nel magico scenario dell’autunno, e ancora una volta nel mese dello scorpione, segno battagliero e capace di grandi passioni, lascerò cadere a goccia a goccia le pene della lunga carcerazione nella brocca della nuova esistenza, per non averne più sentore e memoria. E nel solco profondo, tracciato per decenni dall’inesorabile vomere della sofferenza, un granello di senape getterò e certamente rinascerò migliore. Senza odio guarderò il passato, senza alcuna acrimonia sarà il mio parlare nel presente; con buona volontà e infinita speranza mi proietterò verso il futuro. E finalmente farò ritorno, rinnovato nello spirito e mutato nel corpo, al paese natale, che nel frattempo nella parte più suggestiva e storica è diventato un presepe in abbandono; di certo non contemplerò nelle case basse e di pietra quelle piccole luci delle tremolanti fiammelle dei lumi a petrolio; e le dere scoppiettanti, scaglie resinose di pino non avvieranno più i focolari spenti e il fumo nero non scalerà i comignoli al tramonto; e i vicoli saranno bui e intransitabili, irrigiditi come i capillari di un corpo morto da tempo. Quelle fiammelle non bucheranno più l’oscurità della notte fonda e tutto sarà ovattato di silenzio, tutto sarà sospinto nell’oblio del tempo, mentre l’edera rigogliosa fagocita ogni muro e cornicione, ogni balcone e solaio e i fichi selvatici svettano imponenti, gigantesche sentinelle mute di un mondo in avanzata rovina. Non rivedrò la mia vecchia casa di pietra. Ormai non c’è più. Dimorerò, invece, verso il piano in una nuova casa di mattoni forati, molto più spaziosa e comoda, ma di sicuro meno attraente e calda. E nel giardino retrostante pianterò un giovane ulivo, simbolo di pace fin dall’antichità, lento nella crescita e profondo e tenace nel radicamento anche nei terreni più ostili come può essere il cuore dell’uomo. E come quella piccola pianta mi sentirò attaccato alla terra, alla mia terra, per amarla e per essere amato per sempre da lei, madre. E giungerà la sera; il cielo sarà pulito, soltanto qualche cirro solitario vagherà distratto contro le alte cime viola di Montalto in un imporporato di fiaba. Le ombre si allungheranno prepotenti su tutta la valle fino al mare, e la distesa di oleandri in fiore, più bella di un quadro di Van Gogh, dai colori rosa tenue, rosso fuoco e bianco brillante scomparirà sotto un grande manto blu. Tutto intorno sarà pace, e io mi addormenterò dopo il tramonto per risvegliarmi nell’eternità. E per me finalmente dopo tutto “si è fatta luce come il giorno sopra la terra, e l’oscurità è passata. E vi sarà una luce infinita”. Libro di Enoch. 80 81 Motivazione Il 3° premio non è stato assegnato L’autore inizia evocando i primi anni della sua vita, a partire dalla nascita in un borgo della Calabria ionica, fuori dal tempo, sospeso in un’atmosfera dalle arcaiche suggestioni. Poi il forzato abbandono, l’iniziale disorientamento, le varie esperienze esistenziali e, infine, quella più traumatizzante, che dura tuttora: il carcere. Trenta lunghissimi anni trascorsi in quaranta diversi istituti di pena. Qui, alla dura università delle galere, ha avuto ogni possibilità di apprendere e insegnare, ha visto e subito torti là dove la giustizia dovrebbe essere applicata in maniera imparziale, ha constatato come una lunga detenzione, con la solitudine che ne deriva, può distruggere ogni residuo barlume di umanità e portare all’abbrutimento, all’autodistruzione. Ma ha anche osservato qualcuno rialzarsi con la forte volontà di rinascere a nuova vita. Il nostro protagonista non ha mai abdicato al suo essere più profondo, alla sua capacità di conservare la propria integrità. D’altronde, come recita una scritta sul muro di una cella: “La galera peggiore è la vita, perchè per evadere devi crepare”. Per lui il fine pena è imminente e sarà come tornare indietro nel tempo, immergersi, come una volta, nel seno accogliente, protettivo del suo paese nativo in cui potrà, finalmente, “addormentarsi per svegliarsi nell’eternità”. Racconto ben costruito, dal linguaggio sapientemente controllato anche quando, non di rado, sfiora toni aulici, pervaso da un senso di profonda dignità e dove non c’è spazio per possibili rimpianti né per comprensibili sentimenti di odio o di rivalsa. Domina su tutto l’amore profondo per la propria terra, il cui ricordo sembra essere stata l’unica cosa che gli ha consentito di restare vivo “dentro”. La premiazione del 2009 a Volterra con Ernesto Ferrero. 82 La premiazione del 2009 a Volterra. La premiazione del 2009 a Volterra. La premiazione del 2009 a Volterra. La premiazione del 2009 a Volterra. La premiazione del 2009 a Volterra. La premiazione del 2007 a San Vittore con Veronica Pivetti ed Ernesto Ferrero. Opere segnalate Roma, 2004: momenti della premiazione con Margaret Mazzantini. Francesco Felici La mia Napoli, dunque, non è solo quella che descrivono i giornali o qualche libro denigratorio fatto per il solo scopo di lucro, senza avere rispetto per una città che, anche se martoriata, ha sempre saputo risorgere, come è risorta dalle ceneri la città di Pompei grazie alla sua gente. La mia Napoli La Napoli che vorrei farvi conoscere è diversa da quella descritta sui giornali e telegiornali, che ne fanno una città pericolosa e insicura. La mia Napoli è quella della gente che lavora, che si sacrifica ogni giorno per arrivare alla fine del mese ed è costretta a inventarsi qualsiasi cosa per tirare avanti; questo ha fatto sì che i Napoletani si siano specializzati a inventarsi i lavori più disparati: i lustrascarpe – famosi sciuscià – ragazzini che nel dopoguerra si erano inventati un mestiere per aiutare le famiglie, il guardamacchine, il posteggiatore che canta piccole canzoni d’amore alle coppie fuori dai ristoranti del lungomare, o la bambina che vende fiori agli innamorati, sono mestieri nati dall’esigenza e dalla fame di chi aveva una famiglia numerosa alle spalle e la sera rientrando a casa non poteva presentarsi a mani vuote. La mia Napoli è quella dei monumenti storici: il Cristo Velato, il museo di Capodimonte, palazzo reale, o le porcellane di Capodimonte conosciute in tutto il mondo, il Duomo, che è la chiesa di San Gennaro, il Santo patrono che periodicamente scioglie il sangue custodito in due ampolle; questo è per noi segno di buon auspicio per i mesi che verranno. Molti scienziati illustri hanno tentato di spiegare l’inspiegabile, con preparati chimici o con dei surrogati, tutti hanno fallito miseramente poiché, anche se è possibile far sciogliere con una certa manipolazione un materiale che sembra sangue, alla fine è solo una simulazione che per noi Napoletani non è altro che un’altra offesa alle nostre credenze, alla nostra fede nel Santo Patrono; ai nostri costumi, alle nostre usanze, come quella di mischiare il sacro con il profano; crediamo nei Santi ma nello stesso momento abbiamo tutti un piccolo corno in tasca per il malocchio, non si sa mai, a Napoli si dice: non è vero ma ci credo!!! La mia Napoli è quella delle stradine del centro storico, dove ci sono ancora quegli artigiani che hanno conservato le antiche tradizioni e le tramandano da padre in figlio, come quello di fabbricare pastori per il presepe; questa è una vera arte, che hanno gli artigiani di San Gregorio Armeno, sono famosi in tutto il mondo, come anche gli artigiani del corallo di Torre del Greco che fino a pochi anni fa lavoravano tutti nelle case, così in ogni famigliola c’era qualcuno che lavorava il corallo, partecipavano a quest’attività le persone anziane e i bambini che aiutavano i grandi a infilare perline. Come dice la celebre canzone “a città e puticenella” mi piacerebbe accompagnarvi vicolo per vicolo solo a voi che siete amici e non nemici di questa città, portandovi a vedere, ad ammirare le bellezze della mia Napoli, le sfogliatelle calde alla ferrovia, oppure il babà da Bellavita, un famoso bar del centro, senza trascurare i taralli caldi di Fortunato, sugna e pepe. 92 93 Vorrei accompagnarvi a vedere gli artigiani che lavorano l’oro nella zona degli orefici, dove in ogni piccola bottega c’è un banchetto con un uomo intento a incastrare una pic- cola pietra preziosa su un anello; vi porterei a vedere le chiese di Napoli che sono di una rara bellezza, basti pensare che per ognuna di essa un cantante celebre ne ha descritto le sue lodi, tra le più famose ricordiamo Monastero e Santa Chiara, e “a chiesa do Gesù”. Vi accompagnerei a bere un caffè al bar dell’università, dedicato a tutti gli studenti, ricordato in un’altra canzone napoletana, dove tutte le persone della provincia ricordano gli anni verdi in cui da studenti hanno vissuto a Napoli, e frequentavano la Federico II, e come una sorta di equilibrio non scritto da nessuna parte, ecco che come per incanto, per non essere da meno, nasce anche il caffè del professore, un bar a via Chiaia (strada della Napoli bene) dedicato ai professori. La mia Napoli è quella d’interi quartieri ove tutti si conoscono e si comportano come una vera famiglia, interessandosi gli uni degli altri, non come in quelle città del nord dove si vive per anni in un condominio senza sapere chi è il nostro vicino di casa, da noi, se ci manca lo zucchero o il caffè, si chiede al vicino di casa che è sempre disponibile perché sa benissimo che domani potrà averne bisogno lui e tu gli ricambierai il favore. Da noi è un piacere offrire il caffè ai vicini, è una vera tradizione, perché è un modo per fermarsi a parlare per discutere delle vicissitudini del giorno prima, di interessarsi degli altri inquilini del palazzo proprio come se fossero gente di famiglia, magari che so, anche fare qualche sano pettegolezzo, che, si sa, le donne fanno spesso nei loro discorsi. Castel dell’Ovo e il suo borgo marinaio, ci sono tanti ristoranti tipici come la Bersagliera o il ristorante da Zi’ Teresa, che credo siano i più vecchi di Napoli. Anticamente sul lungomare, quando si apriva un nuovo bar, era consuetudine buttare le chiavi in mare, perché in quella zona i locali rimanevano aperti giorno e notte, prima per servire i giovani che vivevano la Napoli di notte e poi per servire i primi avventori che si recavano al lavoro. Qualche piccolo locale ha conservato queste usanze, così di notte in alcuni bar ci trovi di tutto, dal ducciotto al biberon per i bambini, alla scatola di alka seltzer o di tachipirina onde evitare che uno sia costretto a girare tutta la notte in cerca di una farmacia di turno. Mi piacerebbe che i telegiornali, quando parlano della mia città, dessero almeno una notizia buona, che parlassero della Napoli che lavora e non solo di cronaca nera, sarebbe bello se mettessero in risalto i nostri cantieri navali che sono il fiore all’occhiello della nautica italiana, o dei nostri stilisti come Marinella che esporta cravatte in tutto il mondo, o come tanti piccoli imprenditori che con i loro sacrifici fanno di tutto per invertire la tendenza e per convincere i più scettici, dimostrando che la gente che lavora è molto più numerosa di quella che delinque; magari è meno interessante per i più, non fa notizia, ma io che in quella terra ci sono nato e ho fatto il giro del mondo, sono certo che se a tanti giovani venisse offerta una possibilità, un posto di lavoro, che gli consentisse di poter tirare avanti la famiglia, sicuramente non sarebbero costretti a delinquere. Vorrei andare infine sul lungomare di via Caracciolo, che di sera è tutto illuminato e fuori agli chalet si può gustare un ottimo gelato o un maxi frullato, possiamo visitare il Siamo stati spesso traditi dai nostri politici che, una volta ottenuto il potere grazie ai voti della povera gente, ha pensato solo al proprio interesse, tradendo non solo il proprio elettorato, ma la propria gente, le proprie radici. 94 95 È notizia di questi ultimi tempi di una giunta comunale completamente inquisita, ma come se tutto ciò fosse la cosa più normale di questo mondo; si procede con un semplice rimpasto e tutto rimane come prima, anche questo episodio che in altri luoghi avrebbe suscitato scalpore, a Napoli è tutto normale cosicché la gente finisce per abituarsi a certi disagi come una sorta di rassegnazione e tira a campare dicendosi una frase storica citata dai grande Eduardo De Filippo: “Adda passà a nuttata”. Valentino Robustelli Se potessi scrivere Parte prima Consapevolezza Mi chiamo Elisa, ho gli occhi chiusi e non riesco a muovermi da poco più di dieci anni. Ho un costante prurito alla gola provocato dalla cannuccia che serve ad alimentarmi. Non ho bisogno di sofisticate macchine per restare al di qua della linea, mi basta questo fastidioso tubicino. Tanto lo amo e tanto lo odio, confesso. Dopo tutto questo tempo conosco perfettamente la mia situazione, i dottori parlano molto intorno al mio letto, io li ascolto non potendo fare altrimenti. Ho avuto un incidente d’auto il giorno del mio ventesimo compleanno e questo non lo so per sentito dire, ma lo ricordo oggi come allora, oggi come ogni giorno da allora. Sono caduta immediatamente in coma e ne sono uscita poco dopo per trovarmi poi in uno stato vegetativo permanente. Per-ma-nen-te. Non provo dolore fisico, non più, suppongo di essere costantemente imbottita di antidolorifici, in fondo questi aghi che entrano nelle mie vene dovranno servire a qualcosa. All’inizio della mia nuova vita, diciamo per i primi tre o quattro mesi, provavo vergogna per molte cose. Non era piacevole farmi pulire dei miei stessi escrementi da mani di lattice sempre diverse, alcune delle quali delicate, altre rudi, forti e callose nonostante i guanti, ma poi, non avendo scelta, ho fatto l’abitudine anche a questo. Tutte le mat- 96 97 tine dopo il bagno una donna piega le giunture scricchiolanti del mio corpo e in quei momenti sì che sento delle fitte dolorose salirmi fino al cervello. Nemmeno questo mi dà più fastidio, al contrario. Quando arriva l’ora della ginnastica sono contenta perché le donne spesso canticchiano e mi tengono compagnia senza saperlo. Ricevo molte visite di amici e parenti, mamma e papà mi parlano e mi accarezzano le mani e il viso almeno una volta al giorno. Vorrei poter parlare loro anche solo una volta per ringraziarli della loro affettuosa costanza. Anche gli amici più intimi non mancano di farmi sentire il loro amore, vengono a trovarmi con cadenze irregolari che sanno sempre di sorpresa, mi parlano, mi fanno forza, mi fanno sentire bene, nonostante tutto. Marta è la mia più cara amica, viene a trovarmi una volta a settimana e da allora non ne ha saltata una che sia una, l’adoro e mi spiace che si senta in colpa ancora oggi per i nostri destini così diversi diramati dallo stesso avvenimento. Marta era in macchina con me quando ho perso il controllo. È assurdo che lei se ne faccia una colpa, ma non posso farglielo capire in nessun modo. Oltre a Marta c’è un’altra persona speciale che mi sta seguendo, si chiama Silvia e prima dell’incidente non eravamo molto legate. Evidentemente mi sono persa una grande amicizia. Quando si dice che la vita è strana si intende forse questo? letto. La mia deficienza nelle scelte mi infastidisce molto di più della mia mancanza motoria. I dottori credono che io non possa sentire alcunché, ma la tv è lì, quasi sempre accesa, a tenermi informata su tante cose che non vorrei sentire e che mi danno da pensare più di quanto vorrei. Io c’ero l’11 settembre, ho immaginato i due grossi aerei schiantarsi, ho “visto” le torri prendere fuoco e poi crollare. Ho festeggiato con tutti gli italiani la vittoria del mondiale, il frastuono della gente e i clacson impazziti sono arrivati fino a qui. Pochi giorni fa ho udito la notizia dell’insediamento di un nero alla Casa Bianca. Mi sembra più incredibile di ogni altro avvenimento, compresi attacchi terroristici, guerre, massacri. Parte seconda Illogicità So quasi sempre che ora è, sempre conosco la data del giorno che sto vivendo. Così come i medici anche gli infermieri e gli inservienti parlano molto tra di loro e poi… e poi c’è la tv. L’idea di piazzare un televisore nella stanza è venuta ai miei genitori. Tante volte il suo audio mi tiene compagnia e riesce quasi a rallegrarmi, tante altre vorrei alzarmi solo per lanciarla fuori dalla finestra per poi tornarmene nel mio I tg hanno cominciato a parlare di me. La mia stanza non è più quel luogo tranquillo di prima, ho sentito liti, una perfino violenta tra due persone a me sconosciute, appena oltre la porta della mia stanza. Un uomo voleva farmi morire, l’altro voleva tenermi in vita e mentre urlava minacciava il primo dicendogli che lui sarebbe stata la persona da ammazzare. Se io avessi avuto la parola sarei rimasta comunque senza. Le visite dei miei genitori sono prima diminuite, poi si sono interrotte, gli amici non si sono più presentati e pure la ginnastica mattutina è terminata. Dopo alcuni giorni di ignoranza ho finalmente saputo la verità ancora una volta grazie alla televisione. Due vigilanti piantonano da giorni la porta della mia camera perché la mia situazione è diventata un gigantesco caso mediatico. I miei genitori sono sempre più impegnati a scappare dai giornalisti per riuscire a seguirmi da vicino. Telegiornali, speciali, talk show, anche le trasmissioni comiche, tutto parla di me, c’è chi vuole che 98 99 io continui a essere nutrita come fino a oggi perché la vita è vita, sempre e comunque; c’è chi vuole interrompere l’alimentazione per farmi smettere di soffrire. Il nuovo papa (per me sarà sempre il nuovo papa, dopo la scomparsa di Wojtila) ha detto che mi ama; il presidente della Repubblica mi vuole felice; quello del Consiglio vuole una nuova legge per me e per tutte le altre persone che si trovano nel mio stato; mia mamma, dicono i giornalisti, mi vuole con se; mio padre, sempre secondo i cronisti, preferirebbe vedermi lassù, dove starei sicuramente meglio. Tutti si stringono intorno a me e alla mia famiglia, perlomeno così dicono i personaggi nelle interviste. Io penso che qualcuno riesca ad approfittare anche della mia situazione, fanno share, così si dice, altri guadagnano elettori. E io mi sento ogni giorno più piccola, sempre più schiacciata dal mondo che sta oltre questa stanza. Quello che voglio io però non lo sa nessuno; quello che voglio io, ed è ancora più triste, non lo so nemmeno io. E bello sapere di essere ancora amata da chi già mi amava prima, ma è orrendo non avere la possibilità di contraccambiare. Vivo e sono felice per questo, tanti altri non ce la fanno e muoiono, ma è anche vero che sono immobile e senza alcuna possibilità di arbitrio. Cosa vorrei adesso? Vorrei che mi lasciassero sola, perché è proprio questa attenzione non richiesta che non mi fa più dormire, che ha allontanato da me tutte le persone che voglio vicine, che mi fa soffrire più del mio stato fisico. fame provoca dolori strazianti. C’è agitazione nell’ospedale, mi infastidisce. Stanotte ho sentito gli occhi umidi e una lacrima che tentava di uscire, non mi era mai successo. In questi ultimi giorni sento il mio corpo diverso, ma non provo dolore. Poco fa mi hanno tolto la cannuccia e non me l’hanno più inserita come facevano durante la sua sostituzione. Tra poco morirò. Questo lunghissimo conto alla rovescia mi fa sentire più una condannata a morte che una donna con la necessità di perire, ma la morte non mi spaventa più, sono già troppo spaventata dall’incoerenza dell’essere umano. Varese, 17 marzo 2009 Dedicato alla memoria di Eluana Englaro Dedicato alla memoria di Peppe Robustelli Parte terza Arbitrio Hanno scelto. Un cronista in tv dice che i medici ridurranno la quantità di cibo poco alla volta fino a procurarmi la morte, mi daranno molti sedativi e antidolorifici perché morire di 100 101 Il carcere “La Pianta” di Caracas è uno dei peggiori di tutta l’America Latina. Avrei dovuto recarmi a visitare il direttore della mia banca, arrestato poche settimane prima per aver deviato un trasferimento di notevole importo dagli Stati Uniti a un conto da lui controllato in un paradiso fiscale. Per sua sfortuna, l’impiegato addetto alle operazioni internazionali, invece di allontanarsi dal Paese come previsto nei loro accordi, si era fatto arrestare in una casa di piacere di lusso sull’isola Margarita e subito dopo aveva cominciato a raccontare agli inquirenti tutti i dettagli dell’operazione. Dopo quarantotto ore, il mio amico e direttore di banca di uno degli istituti di credito più importanti della capitale venezuelana era stato arrestato dagli uomini della PTJ (la polizia giudiziaria) e condotto nel famigerato carcere ubicato nel centro di Caracas. Quel sabato mattina, come tutti i giorni di colloquio, fuori “La Pianta” c’era una fila interminabile di donne, uomini e bambini pieni di borse con cibo, vestiti e quant’altro. Un ufficiale della Guardia Nazionale mi stava aspettando fuori la porta d’ingresso e mi fece entrare evitando così la lunga coda. All’entrata, dopo aver lasciato i documenti, specificando il nome del detenuto che andavo a visitare, mi applicarono un doppio timbro di riconoscimento sul braccio destro per essere sicuri in uscita che fossi sempre io e non qualche recluso in fuga. Per i visitanti uomini era obbligatorio l’uso della giacca per distinguerli dai detenuti ai quali invece era vietata. Non era indispensabile avere rapporti di parentela con il recluso che si andava a visitare, a differenza della maggior parte delle carceri europee. In seguito seppi che le fughe erano lo stesso all’ordine del giorno e la corruzione, ai massimi livelli, comprendeva anche l’acquisto del timbro giornaliero, di giacche, ed eventuali documenti di riconoscimento lasciati all’ingresso da parte dei funzionari corrotti. Tutto aveva un prezzo. Entrai così in un mondo allucinante che non avrei mai pensato potesse esistere nella realtà del ventunesimo secolo. Durante il percorso per arrivare al padiglione del mio uomo tentarono di vendermi di tutto: dalla coca alla marijuana, da peluche artigianali a liquori di contrabbando; c’erano anche delle prostitute che contrattavano con i detenuti per pochi soldi... Un’anarchia totale, un submondo indescrivibile dove vigeva la legge dei detenuti e non delle guardie, le quali entravano nel penitenziario esclusivamente per la conta mattutina e serale. Era terra di nessuno dove comandava il più forte, il potere interno si conquistava con la violenza e il terrore. Un odore nauseabondo di immondizia misto a orina mi investì immediatamente dopo aver varcato il primo corridoio. Mi sembrava di vivere uno di quei film ambientati nel futuro dopo la catastrofe nucleare tipo Mad Max o giù di lì. Un detenuto mulatto alto quasi due metri si materializzò davanti a miei occhi subito dopo aver dato il nome della persona che andavo a visitare alla guardia d’ingresso. Si offrì di scortarmi fino al settore dell’uomo che stavo cercando. Nel lungo e tortuoso cammino simile a un inferno dantesco l’uomo di colore si faceva rispettare con un machete in mano e un’espressione che avrebbe scoraggiato chiunque avesse avuto cattive intenzioni. I detenuti avevano quasi tutti il telefono cellulare, uomini armati di pistole e coltelli circolavano tranquillamente e altri facevano la fila per telefonare da un detenuto che vendeva le chiamate dal suo tele- 102 103 Giovanni Arcuri L’inferno fono mobile a chi ne era sprovvisto. Circolava denaro contante e avvenivano loschi traffici ovunque. Ci facemmo strada tra giocatori di parchis, domino e guaraña (quest’ultimo un gioco di dadi con sei numeri e un bicchiere) in una bolgia e grida indescrivibili. A quel punto, non mi sarei meravigliato se mi fossi imbattuto nel classico combattimento di galli. Stranamente non lo trovai, forse preferivano mangiarseli. Alla fine arrivammo di fronte a una cella dove tre uomini armati davanti la porta avevano un lungo filo al collo da cui pendevano piccole borse di plastica contenenti polvere bianca, presumibilmente cocaina, che promuovevano e vendevano a gran voce, tipo mercato rionale. Grida di amplessi provenivano da celle adiacenti e un magrissimo fumatore di crack, dopo aver pulito con certosina pazienza la carta stagnola della sua piccola pipa, espulse dai polmoni tutto il fumo che aveva a lungo trattenuto e me lo soffiò in pieno volto. Prima che io potessi reagire la mia “guardia del corpo” gli diede uno spintone di una tale forza che l’ossuto tossicodipendente fece diverse capriole a terra prima di sbattere definitivamente con la testa al muro. “El Santero ti vuole parlare” mi disse uno dei “guardiani” fuori la porta. Uno di quelli con le bustine a tracolla entrò e avvisò l’uomo del nostro arrivo. Prima che potessi chiarire che io dovevo vedere el Banquero e non el Santero mi ritrovai spintonato all’interno della cella mentre la porta si chiuse contemporaneamente alle mie spalle. Una voce autoritaria da dentro gridò di non far passare nessuno fino a nuovo ordine. La cella era sui sei metri per quattro, alla fine della stanza c’era un lettone immenso molto alto, circondato da tre ventilatori che giravano a media velocità. Sul letto era appoggiato un pc d’ultima generazione collegato a un cellulare per poter navigare in Internet. Alla destra del cuscino c’era una pistola a tamburo calibro .38 a canna corta, probabilmente una Smith and Wesson. Un uomo magro, tutto vestito di bianco e pieno d’oro, con un altro cellulare in mano, mi sorrise da dietro un tavolo e mi venne incontro. Un altare pieno di statue di santi, candele, sigari e qualche frutto in offerta era situato alla mia destra. Un televisore con videoregistratore era appoggiato su uno sgabello e senza volume proiettava un film pornografico. Sul tavolino erano ammassate fasce di banconote e borse di cocaina uguali a quelle che avevo visto appese al collo degli uomini fuori della sua cella; c’erano anche dei contenitori di vitamina C pieni di crack. La mia preoccupazione era ai massimi livelli. “Mi devi scusare per averti fatto portare qui da me; per ragioni di sicurezza devo sapere chi vuole vedere el Banquero prima di permettere la visita di chiunque” disse l’uomo vestito di bianco. “Sono un suo amico, non ero in Venezuela quando l’hanno arrestato, come ho saputo della sua cattura sono venuto…” “Come avrai capito nel tragitto per arrivare fin qui questo luogo ha un tasso di mortalità molto alto e chi non è protetto rischia di lasciarci le ‘penne’ nelle prime quarantotto ore. Il tuo amico è un uomo intelligente e pur non avendo esperienza carceraria ha capito che apportando un piccolo contributo al sottoscritto avrebbe potuto sopravvivere in questo inferno in attesa della sua libertà.” “Sono contento che si trovi sotto la tua protezione, io farò il possibile per aiutarlo a uscire da questo guaio. Posso vederlo ora?” “Tu sai chi sono?” mi chiese l’uomo squadrandomi da capo a piedi prima di rispondermi. “No, mi dispiace.” El Santero era un personaggio mitico nelle carceri venezuelane. Temuto e rispettato aveva passato più di venti anni dietro le sbarre cambiando incluso molte carceri. Era sopravvissu- 104 105 to a molteplici cambi di governo, così si chiamavano i colpi di stato interni, che il più delle volte lasciavano dozzine di morti sul terreno. Dagli omicidi con armi da fuoco allo smembramento degli arti con il machete o con il medio brazo, un coltello di circa sessanta centimetri costruito artigianalmente dagli stessi detenuti. Quotidianamente avvenivano combattimenti degni del Colosseo per il controllo del commercio della droga e delle armi fino ai motivi più futili. La vita umana non aveva alcun valore. El Santero aveva partecipato alla famosa guerra interna avvenuta nel carcere di Barcelona, Puente Ayala, Stato Anzoategui, dove il gruppo dei vincitori aveva lasciato nel patio decine di morti e oltre otto teste decapitate con le quali gli stessi giocarono a calcio prima dell’arrivo della Guardia Nazionale che poi spedì tutti nel carcere di massima sicurezza dell’Eldorado, nella giungla amazzonica venezuelana. La maggior parte di loro morirono in seguito di malattie tropicali, torture e denutrizione. Questo abominevole avvenimento fu riportato dai giornali di tutto il mondo. El Santero era un sopravvissuto. Si presentò e poi pacatamente mi disse: “Bene, non te ne faccio una colpa, non appartieni a questo mondo.” Mi disse l’uomo guardandomi fisso negli occhi. “Di che cosa ti occupi?” “Più o meno delle stesse cose di cui si occupa il nostro comune amico con la differenza che io non lavoro in banca… chiamiamole intermediazioni finanziarie.” “Insomma, truffe ad alto livello…” semplificò l’uomo. “Se proprio vuoi metterla su questo piano, sì.” “E rendono?” “Non mi posso lamentare.” “El Banquero mi ha raccontato di certe operazioni fatte all’estero con l’appoggio di un italiano per diversi milioni di dollari… Senza colpo ferire. Sei tu il famoso italiano?” “Potrei…” “Stai tranquillo, non ti farò alcun male. Per me è importante poter avere degli agganci in un mondo che non conosco come per voi sarebbe utile avere degli appoggi nel torbido mondo della delinquenza. La linea che divide i nostri universi è molto sottile. Tra meno di un anno sarò un uomo libero. Ho un discreto capitale che mi aspetta e potremmo restare in contatto. Fuori, come dentro, ho un esercito alle mie dipendenze. In Paesi come questo è quasi indispensabile poter contare con personale di sicurezza affidabile.” “Magari ne possiamo riparlare in un ambiente più rilassato quando sarai libero” dissi io con cautela e diplomazia. “Bene, il nostro amico comune saprà come rintracciarmi.” Detto questo mi diede una pacca sulla spalla e diede ordine a uno dei suoi scagnozzi di portarmi al cospetto del Banquero che era stato già avvisato del mio arrivo. Due celle più avanti, da una porta di colore blu uscirono due ragazze molto belle che sorridenti venivano accompagnate fuori dallo stesso personaggio che mi aveva condotto fin lì. Era la cella del mio amico. Entrando, lo trovai spaparacchiato in accappatoio su un lettone immenso con due ventilatori che giravano e un bicchiere di whisky in mano. “Ce la spassiamo vedo…” dissi sorridendogli mentre lo abbracciavo. “Sono felice che tu sia venuto” mi disse commosso. “Come stai?” “Non male. Cerco di ammazzare il tempo nel migliore dei modi. Ho tutto quello che voglio ad eccezione della libertà. Donne, cibo raffinato, liquori, telefonino, pc e chi più ne ha più ne metta. Unica clausola: non posso uscire da questo corridoio.” “Ho conosciuto el Santero…” “Un personaggio… Mi è costato venticinquemila dollari 106 107 però sono vivo e finché rimarrò qui non mi può toccare nessuno. Non è un cattivo elemento, ha i suoi principi, le sue regole e sa come muoversi in questa giungla. Quando mi hanno portato qui credevo di vivere un incubo. Sparatorie, morti, combattimenti con il coltello sono all’ordine del giorno. La vita umana non vale assolutamente nulla. Come ho messo piede nel padiglione mi hanno rubato tutto quello che avevo addosso e stavo per prendermi una pugnalata, poi è intervenuto lui e le cose sono cambiate. Ho la mia cella, le mie comodità e la protezione.” “Quando conti di uscire?” “I miei avvocati stanno trattando con il giudice, è solo una questione di soldi. Come sai, in questo Paese tutto ha un prezzo. L’operazione Swift che ho deviato mi ha fruttato quasi tre milioni di dollari, tra una storia e l’altra credo che uscirò da qui con poco più della metà.” “Meglio di niente, e sei vivo.” “Come ti sei mosso con quei Bonds a Panama?” mi chiese. “Bene, ho tutto pronto, ho fatto anche aprire dei conti in Europa e alle Isole Vergini Britanniche. Contavo su di te per operare tramite la tua agenzia. Il tuo arresto mi ha colto di sorpresa.” “Un incidente di percorso. Tre mesi, quattro la massimo.” “Ti aspetto allora?” “Devi. Se non fosse stato per quell’imbecille d’impiegato non sarebbe successo nulla. Gli accordi erano che doveva lasciare il paese il giorno dopo la deviazione del bonifico. Lo so, la polizia ha sempre bisogno di un capro espiatorio, anche se latitante. Scapolo, con cinquecentomila dollari in tasca e con un’altra identità lo avrebbero smesso di cercare dopo un anno e con gli appoggi politici che abbiamo avremmo anche fatto insabbiare il caso. E invece che ha fatto? Si è andato a ubriacare con delle prostitute sull’isola Margarita! Un deficiente che guadagnava trecentocinquanta dollari al mese e al quale avevo risolto la vita. Avrebbe avuto una vita agiata e senza problemi in Costarica e ora è diventato anche infame.” “Ormai è inutile piangere sul latte versato, un’altra volta scegliti meglio i tuoi collaboratori” replicai. Bevemmo dell’ottimo Buchanans invecchiato di diciotto anni e parlammo del più e del meno per circa un’ora. “Allora posso andar via tranquillo?” “Lascio a te le conclusioni, il numero del mio cellulare ce l’hai, quello del mio avvocato pure… Tieni tutto in caldo.” L’abbracciai sulla porta mentre la mia guida indigena era pronta a ricondurmi fuori da quella bolgia il cui chiasso mi rimbombava nelle viscere. Una volta fuori, un po’ stordito ripensai al luogo da dove ero appena uscito. Un mondo a parte, difficile da immaginare e ancor meno da credere. Chi in Europa presterebbe fede all’esistenza di certe situazioni? Fantascienza… Il mio amico banchiere uscì prima del previsto e riuscimmo alla fine dello stesso anno con l’appoggio di un alto funzionario della Banca Centrale a effettuare il più grosso colpo finanziario nella storia del Venezuela ai danni dello Stato. Il colpo dei T.E.M. I famosi titoli di stabilizzazione monetaria emessi dalla Banca Centrale, al portatore, con scadenze quinquennali. Ne doppiammo una quantità esagerata e con l’appoggio di alcune banche e case di borsa li negoziammo tutti liquidizzandoli sotto falso nome nell’arco di pochi giorni. Solo dopo alcuni anni, alla scadenza dei titoli si accorsero che quelli buoni li avevamo cambiati noi e quelli falsi (perfetti: fatti con lo stesso materiale, timbri originali inclusi) erano in custodia presso la Banca Centrale. Lo scandalo fu stratosferico. Non poterono fare nulla, dovettero incassare il colpo e rimborsare i clienti. Furono addirittura costretti a cambiare la legge sulla custodia dei titoli. Attualmente, la Banca Centrale Venezuelana non può più tenere in custodia titoli di nessun tipo, per causa nostra! Un atto quasi 108 109 dovuto nei confronti di un sistema bancario che defraudava i poveri risparmiatori e li costringeva tra l’altro a pagare interessi esagerati ogni qualvolta chiedevano un prestito. Il mio amico banchiere era un genio della finanza e insieme facemmo delle ottime operazioni legali sia in Europa che negli Stati Uniti. Attualmente vive a Miami e ha un importante ufficio immobiliare e una casa di cambio. El Santero lo rividi nel 1998 nel carcere “La Pianta” quando la magistratura italiana ebbe la malaugurata idea di richiedere la mia estradizione, che fortunatamente non fu concessa. In ogni caso, la libertà arrivò dopo diversi mesi e dovetti trascorrere l’attesa a mie spese nel carcere venezuelano. Dico a mie spese perché ovviamente dovetti effettuare la solita “donazione” all’amico Santero il quale era da poco rientrato in carcere e mi fornì la stessa suite del mio socio banchiere con la sola differenza che io ebbi più libertà di movimento. Riuscii addirittura ad aprire un piccolo casinò interno dove venivano a giocare tutti i peggiori criminali de “La Pianta” ma con la copertura del Santero e con il suo servizio d’ordine non successe mai nulla di veramente grave. Gli riconoscevo un 30% sui guadagni e devo ammettere di aver avuto anche lì degli utili soddisfacenti, tenendo presente il luogo dove mi trovavo e il tipo di “clientela” con cui avevo a che fare. Un film. Solo attraverso le conoscenze e le esperienze più disparate si può avere una visione chiara e completa della vita. 110 Carmelo Gallico Pagine dall’inferno. Cronache di storie vere dalla casa di lavoro di Favignana Ci sono giorni in cui vorresti non essere mai nato perché vorresti avere un potere magico per mettere tutte le cose a posto e quel potere non ce l’hai... Quand’è così, io trascino il mio corpo, come uno zombie trascina il proprio cadavere, camminando per strada senza meta... vorrei cancellare i pensieri, vorrei annullare la causa del dolore, ma restano i pensieri, resta il dolore e si annulla tutto ciò che c’è intorno: gente vociante che ride, persone che ti passano accanto, ti sfiorano, ti spingono nella folla... ed è come non ci fossero... Poi la rassegnazione porta ad accettare tutto e si torna nel circo della vita... un giorno si è clown, un giorno funambolo... e si fanno i salti mortali... ma non sempre c’è sotto una rete a proteggere la caduta, non in tutti i giorni c’è una strada per allontanare da sé l’inferno in cui si è precipitati. Pensavo all’inferno come a un luogo dell’anima, uno stato della mente, un sentimento del cuore ma mai avrei immaginato di poterlo trovare su un’isola amena, in un antico castello, tra le mura di questa fortezza che mi tengono inchiodato agli orrori visti dai miei occhi increduli. Senza alcuna possibile via di fuga dalle grida di disperazione che sento echeggiare intorno a me, rimango rannicchiato in un angolo. Un foglio appoggiato sulle ginocchia, una penna tra le mani, esorcizzo l’inferno dal quale non posso fuggire imprigionandolo tra le righe di una pagina, nella cronaca dei suoi momenti. 111 Giovedì 4 settembre Fortezza di Favignana Sezione casa di lavoro ce, manterrà un barlume di lucidità e allora urlerà, urlerà ancora contro orrori che non accetta, urlerà ancora alle mura che lo trattengono; urlerà ancora nell’inferno che lo divora. È sera. Gabriel, il rumeno, ulula. Poi articola il suo ululato in un richiamo: “Luuupiii…” Uno sberleffo alle guardie? O “amici” invisibili che popolano la sua mente e possono venirgli in aiuto? Quando la notte diventa profonda e zittisce ormai nel silenzio gli ultimi respiri della sera, lancia invece un urlo che ricorda il verso di un grosso animale ferito, un grizzly infuriato al quale in fondo somiglia un po’ con la barba fulva che rende ancora più grossa la sua testa, il naso schiacciato da pugile, gli occhi grigi e lucidi e la sua mole imponente nonostante i giorni di digiuno. È un urlo che procura inquietudine in chi lo sente; qualcosa che non ha nulla di umano eppure richiama il contrasto dell’infnità di sentimenti di cui un uomo è capace: rabbia e disperazione, dolore e sgomento, paura e audacia, sconforto e speranza sfumano in una folle risata finale che a tratti richiama il pianto di un bambino indifeso. Ma non sono lacrime quelle che bagnano il pavimento… dalle sue braccia, dai fianchi, dalla pancia è tutto un fiottare rosso di sangue, e più il sangue scorre, più lui si accanisce sul suo corpo con un oggetto tagliente che apre la via a nuovi zampilli. Allora i versi si trasformano in parole e gli urli in una cantilena: “Voglio morire… voglio morire… voglio morire…” Un nutrito gruppo di guardie, munite di guanti, lo calmano e lo conducono in infermeria per le prime cure. Adesso è rinchiuso in isolamento, nudo, in una cella spoglia dentro la quale muoiono anche i suoi strani versi, i lamenti, le parole cantilenanti e i richiami ai suoi amici lupi: lì, nel chiuso di quella cella nemmeno loro possono più giungere per tirarlo in salvo. Stremato, annullato da una massiccia dose di psicofarmaci, forse si lascerà vincere dalla follia e sarà internato in un manicomio o forse, inve112 Alfredo è arrivato da poche settimane; rifiuta il cibo, ha la scimmia addosso perché ha interrotto bruscamente l’assunzione di metadone e questo acuisce il malessere per la mancata alimentazione. Certo, da parte sua, il momento meno adatto per attuare uno sciopero della fame. Comunque, più che di qualcosa da mangiare ha bisogno di qualcuno con cui parlare, ha bisogno di un gesto di attenzione che lo faccia sentire meno solo nella sua disperazione. Si ferma davanti alla mia cella, allora poso il manuale di diritto sul quale stavo studiando e lo ascolto mentre parla: mi racconta della sua paura di non farcela, dei suoi bambini, del dolore nella parte sinistra dell’addome che lo tormenta e gli fa temere che il fegato gli scoppi da un momento all’altro. “No, Alfredo, non temere, ti assicuro che il tuo fegato non corre alcun rischio, perché si trova a destra, non dove avverti il dolore… lì forse c’è la valvolina della fame che punge…” Sorride con me, lo convinco a mangiare uno yogurt, che gli passo in un momento in cui la guardia è distratta, e dopo un po’ dice di stare meglio. Quando la “scimmia” torna a farsi sentire, crolla a terra. Allora lo portano in infermeria e lo sedano con qualche puntura. Dopo giorni di protesta, a momenti accesa, finisce nell’isolamento, come gli altri internati del “gruppo ribelle”. Francesco, invece, si è cucito le labbra. Il filo imbrattato di sangue rinsecchito gli penzola dagli angoli della bocca. Anche lui portato in una cella d’osservazione. Ma è stato più veloce dei suoi guardiani e prima che riuscissero a togliergli tutto aveva già preparato un cappio dal quale penzolare. Quando lo hanno tirato giù, il volto aveva già il colore 113 violaceo della morte. Gli occhi gli sporgevano sbarrati e la bocca, con il filo che la attraversava fino agli angoli, si tratteneva in una innaturale smorfia… ma respirava ancora. Sottratto alla morte e ricondotto all’inferno. Giorgio parlava ai passerotti; li chiamava per nome, gli fischiettava, li guardava mentre se ne stavano sul bordo del muro più alto protesi con la testa nel vuoto, pronti a lanciarsi in volo verso di lui appena avesse tirato fuori le molliche di pane che sempre teneva in tasca… Gli diceva: “Dài; piccoletti, su, è ora di mangiare, non avete fame? Preferite starvene lassù? Cosa aspettate?” ed era buffo vedere quei passerotti in fila che sembravano bambini in attesa delle caramelle... era come capissero le sue parole, non avevano alcuna diffidenza, si poggiavano sulla sua spalla, lo becchettavano, cinguettavano appena lo vedevano e rispondevano a tono alle sue parole. Lui lanciava le molliche in aria e rideva di gusto quando in una sorta di gara di velocità disegnavano nel cielo imprevedibili traiettorie per afferrarle al volo e ancor più si divertiva quando la gara si spostava a terra, dove i colombi correvano goffamente per raggiungere le molliche nel frattempo cadute e trovavano invece sempre un passerotto più lesto che gliele sottraeva da sotto il becco… Era come avessero un appuntamento a orari stabiliti, ed era sorprendente la puntualità dei passerotti. Va bene Giorgio che aveva l’orologio; ma loro come facevano a sapere che era già mezzogiorno o le sei di sera? Rimaneva un mistero e quasi quasi veniva da credere a Giorgio quando diceva che i suoi “figlioletti” sono intelligenti e capiscono davvero quello che lui dice. La mattina, invece, erano i passerotti a svegliare Giorgio: si posavano sul bordo del blindato, che la notte rimaneva aperto, e cinguettavano così forte che era impossibile non svegliarsi; qualcuno si poggiava direttamente sul cancello della cella e appena avvertiva un movimento non esitava a entrare, seguito da tutti gli altri, per una sicura e abbondante colazione… Lui soffriva di claustrofobia; un bel problema per chi è costretto a stare chiuso in una cella per gran parte della giornata di tutti i giorni dell’anno. A Favignana, poi, le celle non hanno neanche le finestre, sono seminterrate, a quasi dieci metri sotto il livello del suolo, e questo acuiva la sua sofferenza; solo i suoi amici passerotti riuscivano a fargli superare quell’enorme disagio; diceva che quando gli entravano in cella e gli svolazzavano attorno era come se gli aprissero il cielo, se lo portassero fuori di lì con le loro ali, regalandogli l’aria che nel chiuso di quel posto angusto si sentiva mancare, facendogli assaporare un po’ della loro libertà. 114 115 Dopo l’incidente occorso a Francesco e un incessante lavoro di mediazione portato avanti dal personale penitenziario, quasi tutti pongono fine alla protesta e ritornano in sezione. Enrico, il più anziano del gruppo, viene portato nella cella in cui mi trovo io. Siamo di nuovo in cinque, ma per fortuna è un tipo tranquillo e tutto sembra scorrere senza problemi. Ma chi può mai sapere che cosa passa per la testa di un uomo… La mattina è una di quelle di settembre in cui il cielo grigio ricorda che l’estate sta per finire e l’autunno non è lontano. Forse anche per questo le facce sono più malinconiche del solito. Cielo grigio o meno, decido di uscire lo stesso dalla cella e mi metto a camminare su e giù nel vecchio cortile-corridoio in cui sostano gli internati pronti a recarsi al lavoro. Quando quasi tutti sono già andati via noto Enrico con la tuta da lavoro, fermo, appoggiato al muro. Per lui giornata di riposo a sorpresa, così se ne sta lì a fissare le mattonelle in cemento consumate sotto il ripetersi dei passi senza meta… Ogni mattina, subito dopo l’orario di apertura, passava di cella in cella per chiedere ai compagni internati il pane che gli era eventualmente avanzato dal giorno prima; “Sapete, se non li tratto bene i miei piccoletti non vengono più a trovarmi in cella, e io come farei a sopravvivere senza l’aria che loro mi portano? Voi ci vivreste senza i vostri figli?” Be’, come gli si poteva dire di no? Sapeva certo essere convincente e alla fine del giro riusciva sempre a riempire la sua busta di pane pronto a essere sbriciolato nelle tante mollichine che avrebbero reso felici i suoi piccoletti... Le prime giornate di maggio annunciano già l’estate. L’aria comincia a diventare pesante e nel chiuso della cella Giorgio fatica ancor di più a respirare. Da alcuni giorni dice di non star bene. Va in infermeria, il medico lo sottopone a una visita di routine e lo rassicura sulla sua buona salute. Per un po’ è tranquillo: è tutto nella sua testa, solo un po’ d’ansia e l’ansia, si sa, non ha mai ucciso nessuno… Ma quella fitta non lo lascia, così le visite in infermeria diventano più frequenti. “Cos’è, Giorgio, la ‘carcerite’ non ti dà tregua? Guarda che il medico può darti solo le gocce per curarti, ma per guarirla ci vuole la libertà, e quella solo il magistrato te la può: dare! Dài, su, magari domani è il giorno buono” gli dicono i compagni per sdrammatizzare un po’ la sua preoccupazione e sapendo che proprio all’indomani il magistrato di sorveglianza avrebbe deciso la sua istanza... È la mattina dell’udienza: Giorgio si sente stanco, vorrebbe starsene a letto, ma i suoi amici passerotti sono già lì a reclamare la loro colazione e lui non può certo deluderli… e poi questa è una giornata importante, ha il profumo della libertà, il sapore della partenza… e sì che l’ha tanto attesa questa decisione! Di uscire al passeggio, però, non ne ha voglia, forse nel pomeriggio… Sono già passate le dieci; un gruppo di passerotti cin- guetta con insistenza davanti alla sua cella. Alcuni entrano, salgono sul suo letto, gli beccano le mani, volano via, ritornano. Diventano sempre più numerosi, se ne stanno lì posati, senza neanche più cantare. “Ehi, Giorgio, hai abbandonato i tuoi amici passerotti? Guarda che hanno fame, sono tutti qui ad aspettarti. Giorgio, tutto bene? C’è qualcosa che non va? Stai male? Ehi, Giorgio!... appuntato!, appuntato!, corra, presto!, apra la cella!, Giorgio sta male!” L’appuntato si affretta, apre la cella, e ci vuole poco per capire che la situazione è preoccupante... Giorgio si lamenta appena, qualche parola con un filo di voce... i suoi compagni lo prendono di peso e in una corsa di filato lo portano in infermeria. Il medico gli tocca il polso; si sente a stento, non c’è tempo da perdere, l’ambulanza è già stata avvisata, ma il cuore si sta fermando: “Dài Giorgio, dài, non mollare adesso, oggi è il tuo giorno, il magistrato decide la tua istanza! È finita, lascerai Favignana, non mollare!” Il medico tenta di rianimarlo con il defibrillatore… una, due, tre volte… non c’è più niente da fare, il suo cuore non batte più… Ammutoliti, i suoi compagni tornano in sezione, dove gli altri attendevano notizie. “Allora? Come sta Giorgio?” La risposta è scritta nei loro volti di pietra: “È morto…” e un raggelante silenzio prende il sopravvento sui rumori della vita. All’improvviso l’inconfondibile fischiettio di Giorgio riecheggia tra le mura del cortile… Un attimo di incredulità, poi tutti rivolti con lo sguardo in alto, dove un passerotto volteggia nel cielo intonando il suo canto… il canto di Giorgio… Vola quasi a sfiorarci, si ferma sospeso nell’aria, vola ancora intorno; poi gira in una spirale che lo porta sempre più in alto, fino a diventare un puntino invisibile perso nell’infinito. Il suo canto ormai quasi non si sente più, eppure conti- 116 117 nua a risuonare nelle nostre orecchie, nei nostri cuori e ci piace pensare che quello in realtà sia l’ultimo saluto di Giorgio alla vita. Maria Buompastore In memoria di Giorgio Testa internato nella casa di lavoro di Favignana, morto a 50 anni una mattina d’inizio maggio 2009. Il viaggio di Ulisse non è soltanto finalizzato al ritorno a Itaca ma è anche meta esistenziale “Se quello che i mortali desiderano potesse avverarsi, per prima cosa vorrei il ritorno del padre.” È Telemaco, il figlio di Ulisse, a parlare così nell’Odissea. Egli è una delle prime figure che nelle grandi narrazioni dell’umanità testimonia l’angoscia del figlio senza il padre. Dopo di lui ne vennero molti altri. E oggi sono in tantissimi… Il mio viaggio esistenziale, quello dell’uomo che amo e quello dei nostri figli, è per certi versi molto simile al viaggio narrato da Omero nell’Odissea. Il nostro è un viaggio che non ha vele, certo, non ha bussola, ma tuttavia è un viaggio molto simile. Siamo su una zattera in balia della tempesta che noi, con le nostre sole forze e la nostra fatica, stiamo cercando di condurre in un porto sicuro. Il mare è la vita, le onde, la tempesta, invece, sono le nostre tribolazioni. Il mio Ulisse si chiama Pierdonato, in carcere da 14 anni (che però se vengono sommati ad altri 6 anni già vissuti in questi luoghi, sono 20 anni!). Io sono sua moglie, Penelope, che lo aspetta tessendo la sua interminabile tela. “Telemaco” sono invece Mariana, Nunzio e Francesco che aspettano il ritorno del padre… e della madre. Se Ulisse, nella sua Odissea, dovette affrontare Ciclopi, sirene, maghe, avversità degli dei eccetera, però alla fine, dopo vent’anni, riuscì a tornare alla sua Itaca. La nostra Odissea non sembra ancora avere fine… Ogni essere umano ha una sua Itaca nel cuore. Poco importa se sia quello scoglio pietroso nel mare Egeo; la 118 119 nostra Itaca, che poi in realtà è l’Itaca di tutti, non è una questione di carta geografica. È invece un luogo dell’anima, della mente, la meta che abbiamo nel cuore e alla quale, prima o poi vogliamo giungere. Itaca è una grande metafora, che può trovare radici dappertutto, può trovare scogli in qualsiasi parte del mondo, il mare (nella mente) e i sentimenti (in ogni anima). Itaca è l’isola per eccellenza, l’approdo desiderato dagli esseri umani che tendono a essa anche inconsapevolmente. È, come ha detto qualcuno, il porto dei dotti e degli ignoranti; è la poesia di tutti. Ulisse è l’eroe assoluto che non ha mai smesso di interessarci. Ulisse è un modello, è fratello, è simbolo, riemerge sempre nei nostri comportamenti, protagonista della storia. Itaca dunque è luogo dell’anima, rifugio della fantasia. Nel nostro caso, ha una lettura ambivalente; da un lato si potrebbe pensare che Montescaglioso, quel paesino sulle colline nella provincia di Matera (il nostro luogo natio) potrebbe essere la nostra Itaca, certo anche questo è un aspetto da tenere presente, ma l’Itaca di cui parlavo precedentemente è qualcosa che l’uomo si porta dentro di sé da millenni. E perciò noi siamo anni che navighiamo questi mari. La meta è il luogo verso cui siamo diretti, il nostro punto di arrivo, ed esistenziale perché riguarda l’esistenza, la vita, che coinvolge l’individuo a livello di vissuto personale. L’uomo che non si pone uno scopo nella sua esistenza è come una nave priva di timone, che probabilmente non riuscirà mai a raggiungere la sua destinazione. Sfidando i secoli e i millenni Ulisse (Odisseo per i greci) è in un certo senso ancora tra noi. È un personaggio senza tempo. L’uomo è un mistero se passerà la vita a risolvere questo… mistero, non avrà vissuto invano la sua vita! È nell’Odissea che nasce questa venerazione per la casa che ha dominato per più di venticinque secoli l’Occidente. Viviamo ancora negli ultimi riflessi della casa di Ulisse, dove ogni cosa, i muri, le stanze, il letto, la dispensa, il foco- lare, le greggi, i beni possiedono lo stesso valore di una persona o di un sentimento: era custodito, conservato, protetto e difeso come sacro. Nient’altro va difeso con questa forza, nemmeno la vita, perciò Ulisse è spietato con i Proci che hanno violato quello che i greci chiamano l’oikos, l’amore per la casa e la patria verso la quale Ulisse prova una tenerezza e una nostalgia intensa. In quel luogo è raccolto il passato, il presente e il futuro. Il mio Pierdonato come Ulisse non dimentica mai. Non cede a nessuna lusinga, vince una dopo l’altra le forze; Circe e Calipso che spingerebbero a dimenticare: difende la sua memoria dagli incantesimi della magia. Accumula memorie; scrive, il mio Pierdonato. Penelope piange per lui, lo teme morto. Il suo animo è pieno di una sola persona: Ulisse, il marito, il complice, e non ha spazio per nessun altra figura. Ulisse fa lo stesso. Non vuole dimenticare: seduto sulla riva, sogna Itaca: la moglie, che rappresenta la casa, e amerebbe vedere almeno un filo di fumo levarsi dalla sua terra. Poiché non può vedere quel fumo… vorrebbe morire di Atena. Quale forza di nostalgia sia in lui… riempie il suo cuore. Penelope si difende disperatamente con tutte le sue astuzie, gli inganni e i rinvii, la fedeltà al marito alla cui mente e al cui cuore nessuna figura femminile tranne Penelope giunge così vicino. Penelope desidera ardentemente il marito, con tutta la forza dello spirito e dell’eros. Ulisse le manca. Lei lo ricorda di continuo, senza di lui si sente monca, soffre per lui e piange per lui fino a quando Atena le versa sulle palpebre il sonno. Per lei non c’è accettazione né rassegnazione, davanti all’assenza incolmabile. Come Penelope anche Ulisse ha un rapporto con il tempo di sofferenza. Entrambi, Ulisse e Penelope, imparano a conoscersi attraverso la sofferenza: gli strati accumulati del dolore producono la sua arte suprema: la pazienza ostinata, la coraggiosa sopportazione: Ulisse è un eroe pieno di umanità. Dopo nove lunghissimi e interminabili anni, il 19 dicembre 120 121 2007 siamo riusciti ad abbracciarci io e il mio Ulisse nella sala del colloquio del carcere femminile di Rebibbia, effettuando il primo incontro senza vetro divisorio. I suoi baci, le sue carezze hanno guarito gli squarci lasciati non solo sulla mia pelle dagli artigli feroci della sfortuna, ma anche nel mio cuore. Quanto più lunga è l’attesa, tanto più dolce è l’incontro e questo viaggio che sa di leggenda, di navigatori e di mari, tra miraggi e oscuri pericoli, ci fa desiderare di navigare in un mare di serenità e, con la volontà di Dio, di tornare finalmente a casa, come Ulisse, perché sono certa che Ulisse è veramente esistito… L’argomento è inesauribile se non decido di troncarlo. Si fa fatica a dire qualcosa di un sentimento umano così sconvolgente e così “inattuale” come questo della lontananza fisica forzata, che si muove sull’orlo di un abisso senza fondo e di un dolore incomunicabile. Io ho timore di spezzare, con queste parole incaute, non adeguate, l’incanto stregato di questo nostro sentire sulla nostra pelle. Queste parole andrebbero ascoltate in silenzio e nell’interiorità segreta del cuore e non portate alla ribalta dalla esteriorità e dall’evidenza, perché in queste parole è inciso il sigillo di una storia d’amore, una storia umana che si ripete in infinite altre storie. 122 Antonio Tauro David Grossman, Con gli occhi del nemico. Raccontare la pace in un paese di guerra. Alcune riflessioni Se c’è un argomento sul quale è veramente difficile orientarsi leggendo i quotidiani è proprio la questione palestinese; sentiamo ogni giorno parlare di Medio Oriente, assistiamo impotenti alle notizie che i media ci offrono, alle vittime che continuano a cadere sulla striscia di Gaza e tutto ciò sembra quasi un fenomeno normale, come il sottofondo dei bollettini che i giornalisti aggiornano quotidianamente. Si ha quasi l’impressione che questo conflitto sia ormai diventato un evento “normale”, una guerra alla quale il mondo si è abituato, un po’ per le sue radici profonde, un po’ perché difficile da comprendere nelle sue dinamiche, nelle sue implicazioni religiose, politiche ed economiche. C’è un uomo però, che con il suo mestiere, con la sua persona, insomma con la sua vita, cerca di rompere questo silenzio e ci invita a non dimenticare, ci informa su ciò che accade in Medio Oriente, nella sua terra. È David Grossman, uno scrittore nato a Gerusalemme e autore di saggi e romanzi, impegnato in prima persona per una risoluzione pacifica della questione palestinese. Mi ha colpito molto leggere alcune pagine di una raccolta di saggi e di discorsi recentemente tenuti da Grossman in varie importanti occasioni; questo piccolo libro ha un titolo emblematico ed è stata forse proprio questa frase ad attirare la mia attenzione: Con gli occhi del nemico. Raccontare la pace in un paese in guerra. Grossman prova a entrare negli occhi e nella pelle del nemico, cerca di cambiare punto di vista perché sa che questo è l’unico modo per dialogare, 123 per provare a comprendersi. È il punto di partenza per costruire la pace, comunicare con l’altro, sforzarsi di capire le eventuali ragioni. La pace tra Israele e i palestinesi, tra Israele e l’intero mondo arabo – dice chiaramente l’autore – è ancora purtroppo solo una questione di speranze, ipotesi, intuizioni e forse sembra tutto ancora più lontano… ma è proprio questa pace che si allontana, che deve diventare un “costante stimolo per il pensiero”. La pace dunque come obiettivo da non perdere di vista, anche quando ormai terrorismo e guerra sembrano inevitabili; la pace come alternativa a un presente che invece è l’opposto; il passaggio successivo è significativo: pensare una possibilità di pace vuol dire pensare che un futuro per Israele esiste, è possibile, si può costruire. Non esiste futuro senza pace, non ci sarà futuro in una terra in guerra, per un popolo rassegnato alla violenza; del resto anche la lunga storia del popolo ebraico non ha conosciuto lunghi periodi di pace, ma la tensione verso di essa, la speranza di poterla un giorno raggiungere è insita nella cultura ebraica, ricorre nelle preghiere, è come una promessa, un’attesa che attraversa l’Antico Testamento. Israele deve imparare a vivere senza un nemico. È un pensiero espresso da Grossman e che mi ha fatto riflettere; sembra paradossale, ma è una difficoltà reale e concreta: parliamo di un popolo, infatti, talmente abituato a vivere sulla difensiva, nel terrore, pensando a come attaccare, che non sa cosa vuol dire vivere in una situazione di equilibrio, di confini stabili e chiari, insomma in pace. “Imparare a vivere una vita non più limitata dall’ostilità, dalla paura, e dalle violenze. Vivere dentro una sensazione di continuità e di un futuro durevole. Educare i propri figli sulla base di opinioni e convinzioni che non sono inevitabilmente foggiate dalla paura della morte. Crescere i tuoi figli senza il quotidiano terrore che in ogni momento ti possano essere strappati via.” Queste parole risultano ancora più efficaci se pensiamo che escono dal cuore e dalla mente di un padre che ha recentemente visto morire il proprio figlio, vittima di un conflitto. “Il dovere di Israele” scrive ancora Grossman “è scegliere la pace”; non si deve sprecare la vita di giovani che muoiono in guerra, così come non si deve sprecare la possibilità di diventare una giovane democrazia che vive in pace, governata dai valori ebraici. Questa strada era stata intrapresa dal leader Rabin, il quale aveva compreso che non sarebbe stato possibile continuare in eterno il conflitto con i palestinesi; un secolo di guerra è troppo, ci sono cittadini che sono nati e morti in un paese in guerra e ciò sembra togliere speranza per il futuro. La via di uscita da questa immobilità è, per Grossman, da cercare nell’unica arma davvero efficace: il dialogo. Occorre intavolare, favorire, cercare sempre il dialogo, anche facendo il primo passo verso il nemico storico; aspirare alla pace con la stessa determinazione e forza con le quali nel passato si è partiti per la guerra. Scuotersi da una paralisi che ha bloccato ogni tentativo di cambiamento, per costruire una vita diversa, che ogni popolo merita di vivere. 124 125 Esco da questa lettura arricchito, anche perché mentre parliamo di un popolo, mi rendo conto che le stesse riflessioni valgono per l’individuo, e le sento vicine alla mia piccola storia personale; credo profondamente che il cambiamento di ciascuno di noi debba passare dall’impegno, dalla volontà di cercare e di perseguire il bene, la pace, l’equilibrio; tendere la mano all’altro, fare il primo passo per dialogare sono le premesse per una vita migliore, nella storia personale così come nella grande e lunga storia dei popoli. Ieri e oggi, le Operette morali: sensazione di aver auscultato il lirismo cosmico sterminatore di Leopardi nell’atto di sorridere e di respirare in una musica delle disillusioni cristallinamente regolata. Qualche momento di pathos tragico che piomba giù come famelici avvoltoi tra atmosfere ironiche, o sardonicamente satiriche, e perfino sprazzi di comicità da avanspettacolo. Nel complesso, esposizione inconfutabile del Piacere e della Felicità intesi come oggetti impossibili che, simili a falsi ricordi, vagheggiamo e riconosciamo implementandoli nel passato oppure nel futuro; ma che mai riusciamo a possedere nel presente. Una volta afferrati, anche i diletti più agognati vengono presto a noia, mentre gli avvoltoi del desiderio riprendono a divorarci il fegato che ci ricresce senza tregua. […] Come si fa a resistere sostenendo un supplizio così costante? Ecco all’opera la Natura. È lei che ci ha costruito in modo da “farci sbagliare i calcoli” tra il dare e l’avere, che c’inganna con un doppio trucchetto da illusionista: facendoci credere che qualche reale boccone di piacere, nel passato, l’abbiamo addentato; e, soprattutto, persuadendoci che le nostre pene e i nostri sforzi hanno uno scopo, perché saranno riscattati da qualche speranzoso frutto del domani. (Uno dei perfidi esperimenti ideali escogitati dal Gobbo di Recanati: “Per ogni giorno felice, si conservi una pietra bianca; e una pietra nera per ogni giorno infelice: chi, al termine della sua vita, non vedrebbe una massa nera che strangola i radi puntini bianchi?”) Sicché, quod erat demostrandum, la felicità e il piacere si realizzano soltanto in luoghi e in momenti che si trovano aldilà del nostro presente: in un passato che per definizione non esiste più e che forse non abbiamo mai vissuto; e nell’incolmabile promessa del futuro, che funziona come lo spazio nella gara tra il piè veloce Achille e la Tartaruga. Donde l’assoluto j’accuse che il conte Giacomo Leopardi scaglia contro la Natura, l’infame matrigna che ci mette al mondo condannandoci allo stato di privazione perpetua di quel sommo bene che sentiamo naturale e necessario quanto l’aria che respiriamo. Noi, ben forniti di un implacabile istinto di conservazione, ma guidati da un ancor più implacabile istinto anelante alla felicità: formula maligna, che ci costringe a sopravvivere perseguitati da una fame che nessun cibo può placare, perché la Felicità resterà un desiderio inappagato, un fantasma inafferrabile, un’illusione ottica che nonostante tutto, giorno dopo giorno e anno dopo anno, continua a trainarci verso l’irraggiungibile Tartaruga del futuro. Esiste un mezzo per sfuggire alla condanna? Certo: uscire dalla vita. Va però constatato che i suicidi sono sorprendentemente rari. Leopardi esprime questa sorpresa inventando un’immagine marinaresca di fantastica semplicità: “Che strani, questi infelici mortali. Temono più la pace del porto che l’angoscia della tempesta”. Quanto la nostra “stranezza” sia ridicola e assurdamente inconsistente, nelle 126 127 Francesco Tatò L’arte di essere infelici. Sulle Operette morali di Giacomo Leopardi NB Questo testo venne scritto una notte di alcuni anni fa, nel bagno-cucina di una cella occupata da 6 detenuti. Mi sono limitato a omettere i passaggi non strettamente connessi alle Operette. Le omissioni sono indicate dal segno […]. Neppure mezzanotte. Tempo ostruito quasi quanto lo spazio. […] Operette viene appunto dimostrato con evidenza matematica. Il nucleo dì questa ossessiva meditazione leopardiana si può compendiare così: nell’unica versione che conosciamo, cioè quella terrestre, la vita è un ciclo d’infernale produzione/distruzione: organismi prodotti e perfezionati con cura maniacale, illusi e tormentati con voluttà del crimine, quindi distrutti con totale indifferenza. Questo ciclo venne programmato fin dall’origine del mondo ed è sempre speriznentabile nella carne viva di chiunque. Non si conoscono eccezioni né se ne prevedono. In quanto alla moralità, per convincersi che il marchese De Sade ne aveva infinitamente più di Madre Natura, dovrebbe bastare un picnic nel più elegiaco dei praticelli in fiore. Persecutrice e carnefice delle creature che partorisce, la Natura è un meccanismo sadicamente paranoico. Eppure gli esseri umani, le vittime più sensibili, continuano a odiare la morte e amare la vita. re in fumo da sacrificio. “Ogni vivente è materiale da sacrificio”: applicando questa interpretazione alla rozza catena di montaggio del Dna, il redivivo cervello di Leopardi formulerebbe l’esatta traduzione scientifica delle tre Parche che, del tutto aliene e insensibili al mondo degli sconosciuti mortali di cui pure eseguono il destino, se ne stanno internate nella loro caverna fatale continuando a filare, tessere e troncare lo stame della vita. L’unica indeterminazione, al solito, resterebbe questa: “Ma a che scopo, verso dove chi o che cosa sale questo fumo da sacrifici?” Questione oziosa. È noto che alle fiamme non importa perché bruciano, né tantomeno ciò che bruciano. Seducente fino allo shock un fantascientifico cervello di Leopardi che scrive quella sua vagheggiata Arte di essere infelice − ma potendo contare sulle conferme e lo stupefacente commento al suo lirismo conoscitivo fornito dall’evoluzionismo darwiniano, dalla genetica, dalla biologia molecolare. Il progetto che ci costruisce in modo da “farci sbagliare i calcoli” ormai è noto. La Natura − questa “illaudabil maraviglia” − impartisce alla materia vivente due ordini fondamentali: sopravvivi, riproduciti (la Sopravvivenza è il mezzo; la Riproduzione sembrerebbe il fine). Ne risulta un equivalente tecnologico della “filosofia dolorosa ma vera” di Giacomo Leopardi: fabbriche automatizzate di organismi usa-e-getta, materia da manipolare in esperimenti e vivisezioni compiuti alla cieca con fantasia pazzamente barocca e voluttuosamente criminale; un teatro totalitario dove circola un intenso odore di macelleria e laboratorio, con tutti i viventi allineati nel duplice ruolo di micidiali aiutantisacerdoti e di capri espiatori che devono comunque brucia- Il ciclo produzione/distruzione si espande in un ghigno atroce che Leopardi sente echeggiare in ogni atomo, dai batteri alle stelle, arrivando a riconoscerlo come il motore primordiale della creazione, lo stridore della sua insensata sofferenza, del suo destino di fallimento. È la chiave del grandioso tema leopardiano della “infinita vanità del tutto”. Il quale, ristretto al genere umano, resta sintetizzatile su vecchi adagi tipo: “Vivere per vivere, qualsiasi cosa pur di sopravvivere, roba da far disgustosa concorrenza al popolo dei topi”; ovvero: “In questa terra e in tutti gli aldilà, gli uomini sceglieranno in massa un qualunque inferno piuttosto che la nuda verità del nulla”. In quanto ai vari conforti e speranze di una vita dopo la morte, Leopardi giudica la religione (specie quella cristiana) il parto più spietato della nostra storia, una capitale nemica che ha perpetrato il più mostruoso dei crimini contro l’umanità: quello di aver seminato dubbi e terrori anche nel pensiero e nell’attesa della nostra fine. Il mirabile risultato è che mentre tutti gli altri animali muoiono senza timore né sospetti di pene ulteriori, la sicurezza e la dolcezza del riposo “sono per sempre escluse dall’ultima ora della specie umana”. A parte le ultraterrene calamità minacciate dalle religioni, preferire la tempesta del soffrire alla quiete del non-soffrire resta 128 129 comunque un dogma fondamentale nell’esecuzione e trasmissione del nostro programma genetico. Allora, lasciando in margine la soluzione eccezionalmente “contronatura” del suicidio, cos’altro abbiamo per disinnescare o almeno attenuare il meccanismo sadiano della vita? Secondo Leopardi, il culmine della sapienza si è cristallizzato nella più classica e micidiale delle sentenze: “Per ogni uomo, il migliore dei mondi possibili è non esser nato”. Ma poi, essendo nati, la saggezza dovrebbe consistere soprattutto nel lathé biosas (“vivi nascostamente”) e nel sustine et abstine (“sopporta e astieniti”), ossia nel navigare tra le tempeste della vita tenendosene il più possibile a distanza. Se felicità e piacere sono un sadico miraggio che tanto più ci fa soffrire quanto più ci affanniamo a rincorrerlo, allora il fine e la perfezione dell’esistenza coincideranno con la condizione più prossima alla pace del porto, trasformando il viaggio in un graduale surrogato del ritorno alle braccia ovattate dell’eterno sonno senza sogni. Lo strumento migliore per orientare la navigazione su questa rotta tranquilla e anonima, da gregge epicureo, è piuttosto ovvio: neutralizzare al massimo la violenza del desiderio. […] Il vero peccato originale che marchia a fuoco il vivente e che non smette mai di dannarci, per Leopardi, è appunto l’insaziabile volontà di potenza del desiderio, la quale è una manifestazione dell’amor proprio, a sua volta visto come il carburante egoista di tutta la materia, il principio vitale della vanità universale. L’insieme del discorso, volendo corrodere l’impulso all’agire, si condensa nella millenaria formula del rinunciante, una pratica che viene caldamente consigliata a quasi tutti i naviganti. (L’autore delle Operette assicura – mentendo – d’averla sperimentata lui stesso con gran giovamento; in realtà non gli riuscì di ripararsi sotto questa mite insegna per un giorno intero. Con dolorosa intimità, e probabilmente suo malgrado, egli sentiva che il semplice assecondare l’universale vocazione al nulla non esprime una nobiltà della forza e del coraggio, ma la pavida debolezza di una morale da schiavi.) Si tratta insomma di un vetusto long play che Leopardi ascoltò con affilata precisione da bisturi, e che poeticamente arrangiò nei ritmi della sua personale genealogia. A questo punto, da un impareggiabile filologo come lui, ti aspetti una virtuosistica sinfonia in elogio delle vette della sapienza e della saggezza stoicamente conquistate attraverso lo studio, la cultura, la sobrietà, la meditazione, lo stile. Invece, simultaneamente inseguendo una legge universale del disincanto (che agisce sull’individuo, sulla società e sull’intera creazione), attacca a comporre su un canone completamente inverso. Il leitmotiv è questo: ogni incremento di coscienza e di sensibilità non fa che affinare la materia nell’arte di essere infelice; agli intelligenti progressi della ragione e della civiltà corrisponde un sovrappiù di corruzione delle nostre animalesche possibilità di benessere corporale; nobiltà e grandezza d’animo equivalgono a maggiore capacità di soffrire; quanto più si conosce, tanto più si diventa specialisti nella percezione della noia; ma per gli uomini non c’è più riparo, neppure nell’ottusità più ignorante, perché ormai lo spleenetico mal di vivere ha messo radici nella loro storia, nel loro respiro: “In altri tempi ho invidiato gli sciocchi e gli stolti, e quelli che hanno un gran concetto di sé medesimi; oggi invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei”. La noia, in Leopardi, rappresenta la sete di felicità allo stato puro, è simile a un gas perfetto che si espande all’infinito, permea ogni interstizio del cosmo-carcere e lo smaterializza in vapore. Durante questi “smisurati intervalli di tempo nei quali il nostro essere è piuttosto durare che vivere”, siamo oppressi da un’atmosfera di plumbea anestesia, provando soltanto il sentimento della mancanza e anche dell’impossibilità di un qualsiasi oggetto che colmi e metta fine ai vortici della nostra capacità di desiderare, che è più grande dell’universo intero. Questo gas che c’intossica e ci corrode può medicarsi con tre antidoti: 1) il rischio, – get- 130 131 tandosi nei pericoli mortali, e scampandone, si guadagna la sensazione autentica, sebbene transitoria, di un attaccamento a ciò che normalmente ci è indifferente o addirittura odioso; 2) lo scopo, – che in fondo equivale all’energia, all’ambizione e alla determinazione generate dalla speranzosa promessa di godere un piacere collocato nel futuro; 3) l’antidoto più immediato, potente, costante: il dolore, – sembra infatti improbabile annoiarsi mentre si patisce. […] Eppure proprio nella noia, in questa strangolatrice della forza vitale, bisogna riconoscere il più alto segno di nobiltà e di grandezza dell’animo umano: perché soltanto la noia, lei che nasce dalla vanità della cose, non è mai inganno errore illusione, ma la sostanza più reale dell’esistenza, la nostra massima approssimazione alla verità. Sul rovescio di questa verità, che Leopardi sperimentò rapacemente ogni giorno dei suoi 39 anni, si spalanca una contraddizione così abissale da rendere assurda l’esistenza stessa della sua opera. Provo a schematizzare questo abisso portatile con un paio di domande: risposte. Quella che preferisco è riassumibile in tre parole: felicità della forma. Un frutto che generalmente matura nelle serre del disincanto. Per il poeta dell’Infinito – lui, della razza dei terribili disincantatori – doveva essere la droga più potente. […] Ma potrei, con discreta fedeltà filologica, assaporare la vertiginosa energia di questa droga inventando o ricostruendo un idillio forse vagheggiato dal conte Giacomo Leopardi prossimo a morire: Nell’humus grasso di questo tipo di domande (e alcune delle loro interminabili varianti) coltivo da anni diverse In questo idillio estremo (titolo provvisorio: Ah vita puttana!), il suo sguardo è un raggio laser che continua a penetrare la realtà, a bruciare ogni molecola di speranza, a illumiltare il blank vacuum che accerchia uomini e universo; Leopardi riafferma la volontà di sostenere fino in fondo le conseguenze di questo sguardo desertificante, ma che “procura almeno agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla nascosta crudeltà del destino umano”; e con intrepido orgoglio disprezza la viltà di quelli che docilmente, come schiavi scherniti dalla natura, sono pronti a chinare il capo, a distogliersi dall’arido vero facendosi bendare da insulse consolazioni ipocrite o superstiziose. Ma ecco che improvvisamente, mentre sta orchestrando in un solo movimento le sue visioni del tutto, avverte una vibratile indeterminazione, l’onda o l’eco incerte di un incanto da sirena che, svanendo, gli fa nascere un’invincibile commozione: il poeta rabbrividisce, socchiude gli occhi, indugia immobile in attimi di un tempo anomalo, poi sorride − un piccolo insensato sorriso felice: giunto all’ora finale, Leopardi lascia finalmente indietro ogni tentativo di lottare contro l’istinto dell’impossibile ricerca della felicità; e senza più resistenze, rinunciando a voler guarire dal peccato originale degli uomini, si abbandona nudamente al morso della vita. Allora, con nostalgia assassina, per una volta ancora Giacomo canta i magnanimi inganni e i forti errori e le dolci illusioni di un tempo per sempre svanito insieme alla 132 133 Si può credere all’assoluta infelicità di chi, come Leopardi, pur assorbendo da ogni poro la certezza fisica e metafisica di un naufragio senza scopo né conseguenze, s’impegna e lotta tormentosamente per conoscere e per esprimere la completa vanità di qualsiasi sforzo, opera e avvenire? Il coltissimo intelligentissimo infelicissimo sensibilissimo bruttissimo Gobbo di Recanati: possibile che proprio lui, nonostante le sue irrespirabili consapevolezze, non solo non si tolse la vita, ma anzi si dannò corpo e anima sulle sue sudatissime carte? Qual è l’energia che dall’infanzia fino all’ultima ora, come un lucidissimo donchisciotte innamorato di una donna infinitamente infedele, lo fece bruciare in quell’accanirsi matto e disperatissimo? giovinezza del mondo; finché perdutamente, come un incandescente ologramma di ghiaccio che per un istante persiste sull’ultimo vortice lirico che risucchia tutto quanto respira e non respira nel suo silenzio eterno, in un’agonia di desiderio fissa il velo di bifronte fuggitiva dannante felicità che irradia dalla bellezza. Antonio Miccoli Una storia di mare Non è inverosimile congetturare che il lungo idillio fantasticato in punto di morte avrebbe attestato con quale passione il titanico Gobbo di Recanati abbia sensualmente amato questa vita puttana. Sembra ragionevole azzardare che in questi versi sciolti, ma specie negli apocrifi frammenti finali, la sua arte raggiungesse una purezza da cristallo perfetto e definitivo. Brividi e splendori quasi insostenibili di disperata felicità. Per assimilarne qualche remoto bagliore, bisogna per esempio impegnarsi a concepire lo sguardo prossimo a morire di Giacomo Leopardi mentre – con stupefacente ostinazione, pur nel suo infinito disincanto – immagina Sisifo e Qohélet che simultaneamente, uno dalla sua montagna e l’altro dal suo deserto, si commuovono contemplando la bellezza senza scopo di una colonna dorica immersa nella levità della luce lunare. Non tornavo alle Operette morali dalla fine della mia adolescenza. Resta inteso che, in caso di reincarnazione, dovrò ritornarci per estrarne un Lexikon di slogan marmorei. […] L’arte di essere infelice e la felicità della forma: un altro tema da sistemare in un pezzo definitivo (ma senza contare troppo su eventuali casi di reincarnazione). Le tre e mezzo adesso dormire. E domani, e poi domani, e poi domani. 134 Il sole aveva iniziato a proiettare le prime e brevi ombre mattutine specchiandosi obliquo sul piano del mare. Nel borgo ancora tutto taceva. Dalla casa arroccata sulla scogliera si udì accostare la porta di legno guasto. Un uomo, curvo sulla schiena, portava i suoi passi verso il molo. Teneva con una mano un paio di remi poggiati sulla spalla. Portava una camicia consunta annodata al ventre e pantaloni, anch’essi lisi, svoltati sino alle ginocchia che lasciavano fuori i polpacci rinsecchiti come stoccafissi. Venuto sulla banchina, con un balzo piantò le ciabatte infradito sul banco di prora della barca che era lì ormeggiata. Accomodò i remi sugli scalmi e dopo aver snodato la sagola dall’anello sul muro, iniziò a manovrare per uscire dal porticciolo che chiudeva quel seno di mare come le chele di un granchio. La voga era lenta, regolare. Le pale dei remi fendevano l’acqua senza violenza: senza provocare sprizzi. I piccoli gorghi vorticavano portandosi sul fondo gli accenni di schiuma. Il mare era liscio: placido come l’acqua lacustre. Il sole saliva ma il mare conservava un tono torbido. La remata continuava fin quando pigramente principiarono a sfumare prima gli scogli, poi le case. Si distinguevano soltanto le cime dei monti quando l’uomo decise di tirare i remi a bordo. Si mise il cappello di paglia e sedette sul banco poppiero: lì, a quella distanza dalla terra, il mare pareva incontaminato, di un blu smeraldo. Gettò una manata d’acqua fresca sulla faccia e cominciò: 135 “Baciamo le mani a Voscienza, Cola Vostro sono” disse con reverenza. “Cioff” rispose il mare restituendo il saluto con un’ondina sulla carena. “Mi appressai di prima matina pe’ rendervi ’sto saluto di commiato. Già proprio cucì, di addio si tratta sebbene non mancheranno genti che verranno a portarvi deferenza, ma mi dovete concedere che l’ossequio che V’ho dimostrato io, la fedeltà, difficilmente li potrete appurare in altri omini di mare.” “Slaff, slaff” fece il mare facendo rollare un po’ la barca. “Non vi contrariati, devo dare agio che anche Voscienza, con me è stato benigno. Voscienza sì, ve ne rendo ragione, m’avete consentito ’na vita tranquilla, dura ma decorosa. Ho cresciuto due beddi figli; li feci studiare e ora hanno anche posizioni ’mportanti. Sento parlare certa gente e provo sconcerto. Dicono che Voscienza è tiranno; che si sazia di vite umane; sventra le coste e distrugge l’opere dell’omini. Cose dette co’ la leggerezza e l’impunità di quelli che parlano senza conoscere l’essenza del rispetto e del dovere. Sono li stessi che V’hanno mancato di riguardo. Hanno usurpato la pertinenza Vostra senza operare maniere e cortesie. V’hanno ’nsozzato interi patrimoni; cementato le Vostre proprietà; buttato lordure nella purezza; molestato la quiete di Vossignoria: dove era incanto ora è ripugnanza. L’acqua s’è quagliata come l’olio; non tiene cchiù colore e lì pesci diventarono rari come l’omini giusti. Certo Voscienza quando s’adira non accorda attenuanti: brutto si fa; si tramuta, si gonfia, s’alza e sbaraglia anche quelli che a Voscienza l’hanno sempre ossequiato. Me no. Per me avete sempre avuto un trattamento di privilegio. Prima d’ogni Vostra intemperanza, mi avete offerto l’avviso; anzi talune volte vidi come pigliaste ’sto povero legno pe’ la carena e lo conduceste in seni sicuri. E così lù nome mio non ha mai figurato ’n quella colonna nefasta assisa dove il molo cumincia. Però, dovete riconoscere la premura che ho sempre avuto pe’ Voscienza: mai ’na malaparte vi feci. Ogni volta che ’sta barca è entrata nel regno, dove Voi siete Signore e padrone, ho avvertito lù dovere di farmi soldato vostro: difensore di ’sta Autorità. Mai m’impossessai di un solo pesce più di quelli che Vossignoria aveva ordinato. E quando non foste generoso, usai sempre grazie e riverenza e tornai alla mia umile dimora aspettando che la Vostra Signoria mi rendesse munificenza. Non offesi o santiai contro Vossignoria e non feci in nessun caso gesto d’insolenza avverso ’sto patrimonio di cui Voscienza dispone.” Il mare aveva udito il soliloquio di Cola senza alzare nemmeno la cresta di un flutto. Il sole a quell’ora s’era fatto alto. I raggi cadevano perpendicolarmente sull’acqua scaldandone la superficie e la pelle avvezza del pescatore. Cola dopo essersi ristorato con un assaggio d’acqua riprese a proferire: “Veniamo allo motivo di ’sta trasferta: Voscienza avrà appurato che oggi la mia venuta non fu affare di pesca: niente portai d’attrezzatura di fatica. Come ebbi maniera di dire stamattina a Voscienza, mi condussi a ’sta distanza, dove nessuno può vederci, proprio perché provavo lù dovere di informare l’Eccellenza Vostra del motivo per cui domani, dopo anni di quotidiani ossequi, dovrò mancare a ’sto appuntamento. Troppo vecchio mi feci pe’ continuare ’sto mestiere. E vero, non è questo che oggi mi da campare: la pensione soddisfa le mie poche esigenze. Ho stabilito di venirvi a trovare per un piacere che germina dalla lealtà che ’st’umile pescatore sente pe’ Voscienza. Oggi, però, cusì annoso tornai come fossi piccinnu, proprio come quando lù padre mio comandava di fare quistu, fare quiddu. Stavolta so’ li figli miei che dispongono. Hanno disposto che non devo venirvi più a trovare; che io, omo di mare, servo Vostro, dovrò passare ’sti quattro giorni che mi restano di campare lontano da Voi, dal molo: dal borgo da dove non mi sono mai allontanato. Mi trovarono dimora in uno di quei 136 137 condomini, cussì li chiamano, dove la gente vive fuddata come ’na paranza di sarde. Dissero che devo stare vicino a essi pe’ darmi aiuto quando ci ho bisogno. Bell’aiuto è di levarmi da ’sta pace pe’ portarmi ’n mezzo allu ’nferno di la città. Vogliono fare di me lù nonno pensionato che accudisce li figli loro. Pe’ carità so’ creature ’ncantevoli: angeli di Dio; ma ’sti piccinni quando parlano non li capiscu manco: s’esprimono solo in italiano e poi so’ sempre malateddi, delicati: vagliuni de città: quando pigliano un colpo d’aria hanno a correre tra dutturi e farmacie. Io, co’ ’ste mani doppie: di faticatore, se accarezzo quelle facciuzze di seta risico di rasparle, ma ’sti figli miei questo non lu capiscono e hanno ’nsistito fino a farmi pronunciare ‘facimu come volete’. Un consenso strappato senza convinzione. Dissi ‘sia’ solo pe’ lasciarli contenti e pigliare tempo. Maledetta la vecchiaia e la lingua mia. Ieri Natale lù barista venne a cercarmi: quando mi trovò riferì che lù figlio mio, pe’ telefono, lo pregò d’avvertirmi che domenica verrà pe’ portarmi via. Io so che se m’imbarco sopra dda macchina ’sto posto e ’sto mare l’occhi miei non li vedranno più”. Così disse, poi tirò fuori un fazzoletto stropicciato e se lo portò sugli occhi resi secchi dalla salsedine, che ora lasciavano sciorinare lacrime lungo quell’ordito di solchi. Il mare aveva ascoltato mantenendosi placido e silenzioso, quando s’avvide che Cola si tacitò, iniziò ad avversare: sollevò un frangente che scagliò la barca fuori dall’acqua. Il pescatore rimase impassibile: non raccolse nemmeno i remi che erano finiti a mollo. Allora il mare si fece grigio, avviò a gonfiarsi, sbuffare, spruzzare e… Il sole stava per rendere conto della giornata quando tra i bracci del porticciolo la barca di Cola entrò rimorchiata da un peschereccio. Approdata, tutta la gente del borgo corse al porto richiamata dal brusio funesto. S’erano pigiati al molo, con i volti segnati dallo sconcerto nel vedere la barca dove all’interno c’erano solo il cappello di paglia e le ciabatte infradito. La mia mamma, maestra nelle scuole elementari, iniziò a insegnare nei primi anni degli anni Cinquanta nella sezione staccata di contrada Michelica a circa quindici chilometri da Modica. Gli alunni, bambini dai sei agli undici anni e tutti figli di contadini frequentavano le prime cinque classi e a causa del numero esiguo erano raggruppati in un’unica aula e con la stessa e unica maestra a seguirli nel percorso di studi. La mamma, ricordando quel periodo, raccontava che rimbalzava come una palla da un programma a un altro, da un banco a un altro e quando spiegava una lezione a un gruppo di alunni faceva svolgere agli altri delle esercitazioni per tenerli impegnati. Era complesso gestire giornalmente il lavoro di cinque classi diverse, per questo motivo il sabato, ormai allo stremo delle forze, lo dedicava ai racconto di piccole storielle, quasi tutte inventate da lei e che riguardavano principalmente il mondo animale. Al termine della narrazione chiedeva agli studenti più piccoli di preparare alcuni pensierini, mentre a quelli che frequentavano le ultime due classi di realizzare un piccolo riassunto. La mamma, con la sua famiglia, aveva vissuto per lungo tempo in Libia ed è forse per questo motivo che molte scenografie dei suoi racconti erano ambientate in Africa. Quasi tutte queste sue storielle le narrava, a mia sorella e a me, la sera prima d’addormentarci. Una, molto simpatica, la ricordo bene ancora oggi: … Dovete sapere che tanti, tanti anni fa, nella rigogliosa savana viveva tutta sola una certa Fina. Fina non aveva i genitori ormai da tanti anni. C’era anche un problemino: 138 139 Carmelo Rollo L’identità perduta Fina non si era mai vista allo specchio. Lo so, direte: “E quando mai ci sono stati gli specchi nella savana?” Vi rispondo: avete perfettamente ragione. Nella savana non ci sono specchi. Ma vi sono tanti animali della stessa specie. Ci si confronta; si vede che, per lo più, l’altro gli assomiglia e alla fine è come se si fosse guardato allo specchio. Insomma sono gli altri i nostri specchi. Fina, per l’appunto, era cresciuta nella savana; assolutamente sola. Non un quadrupede nel raggio di chilometri e chilometri, solo uccelli e poi mosche, zanzare, tanti insetti di tutte le specie. Certamente vi chiederete, ma per quale motivo: non aveva la mamma? Non aveva il papà? Ebbene sì, Fina aveva avuto come tutti quanti una madre e un padre, ma purtroppo erano morti tutti e due in un modo molto tragico. Quando nacque Fina, invece di avere il corpo maculato così come tutte le altre giraffe, aveva il pelo molto chiaro e assolutamente privo di quelle macchie più scure che contraddistinguono il manto delle giraffe. Fina era molto bellina e buffa quando camminava sulle gambe sottilissime che assomigliavano a quattro lunghi stuzzicadenti. I genitori, certi che il branco non l’avrebbe accettata, decisero di andare lontano lontano e crescere in tranquillità la loro piccola Fina. Quando Fina era ancora piccolissima, il papà e la mamma avevano cercato di mangiare alcuni fiori, dai colori bellissimi, che si trovavano in cima a un albero alto alto. Per arrivare a quei fiori, mamma Giraffa e papà Giraffa, misero la testa in mezzo ai rami che per uno scherzo della natura avevano formato una specie di forca. Dopo avere mangiato a sazietà i succulenti fiori mamma e papà Giraffa non riuscirono a liberare i lunghi colli dalle prese dei rami. Siccome per giungere ai fiori si erano dovuti alzare sulle lunghissime zampe posteriori, i due poveretti rimasero a lungo a scalciare, si dibatterono per ore e ore, finché morirono. Nel mentre Fina brucava fra i cespugli bassi, adatti alla sua piccola statura. Zampettando da un cespuglio all’altro, si allontanò e, alla fine, si trovò totalmente sola in quella vasta zona della savana. Ecco che Fina crebbe in completa solitudine sino al momento in cui ha inizio questa nostra storia. Il pelo si era un poco scurito e alcune macchie di un marrone chiaro si intravedevano sul suo manto. Era proprio un bellissimo esemplare della sua specie: poco più di due metri e mezzo di lunghezza e quattro metri e mezzo era l’altezza alla sua testa. È incredibile a crederci: Fina, non essendoci specchi, era convinta di essere alta come un cagnolino chihuahua, appena venticinque, trenta centimetri da terra. E infatti era solita dire in continuazione: “Noi che siamo piccoli di statura. Me tapina, io che sono tanto tanto piccola”. Fina, in quella zona della savana dove oramai viveva, aveva fatto amicizia con un uccello che le stava sempre in groppa e che amava crogiolarsi al sole. Si chiamava Dodipetto ed era un simpatico usignolo che amava cantare ed era portato al sarcasmo. In uno di quei giorni, che, parlando del più e del meno, mentre Fina zampettava fra un cespuglio e un altro, andava dicendo al suo amichetto: “Io sono così piccola che qualche volta ho proprio paura che un’aquila mi prenda fra i suoi artigli e mi porti via chissà dove, anche sul suo nido lassù in alto per poi mangiarmi”, Dodipetto scoppiò in una grassa risata e anche molto beffarda. Fina infastidita domandò: “Si può sapere perché ridi in questo modo? Cosa c’è da ridere? Sono piccolina e le aquile mi fanno paura. Che c’è di strano?” Dodipetto rispose subito: “C’è di strano che dovrebbero essere le aquile ad avere paura di te. A meno che l’aquila che dovrebbe portarti via non sia grande come un baobab, con artigli lunghi un metro e un becco altrettanto grande, grande almeno due metri”. Insomma, ecco che Dodipetto e Fina litigarono e se ne dissero di tutti i colori. Poi Dodipetto volò via e Fina rimase tutta sola. 140 141 Riflettendo le era venuto un grande dubbio. Aveva notato che mentre litigava con Dodipetto, tanti uccelli, appollaiati sugli alberi e alcuni sui cespugli, si sbellicavano dalle risate tutte le volte che lei parlava della sua piccola statura. E se Dodipetto avesse avuto ragione? Ma come si poteva fare a saperlo? Pensa che ti ripensa, Fina decise di mettersi in cammino per il mondo con l’unico scopo di accertarsi della sua reale identità. Aveva sentito dire, per esempio, che in un certo paese lontano vivevano animali forniti come lei di quattro zampe, avevano il pelo a macchie ed erano anche molto veloci nel correre, che si chiamavano leopardi. Pensò: Vuoi vedere che io sono un leopardo? Cammina, cammina, cammina, Fina attraversò un primo bosco, poi una prateria, un altro bosco salì una montagna e alla fine arrivò nel paese dei leopardi. Un paese pianeggiante, con pochi alberi, pochi cespugli, terreno polveroso, diverso dalla savana dove era cresciuta. Fina, dopo avere perlustrato la zona con circospezione, vide un’intera famiglia di leopardi e si avvicinò. C’era il leopardo padre, la leopardessa madre, e ben tre cuccioli: tre simpatici leopardini. Il cuore di Fina iniziò a battere come un tamburo sempre più forte più si avvicinava a questa bella famiglia. Arrivata a pochi metri, gridò: “Salve, amici. Sono venuta a vivere con voi”. Pardetta, così si chiamava mamma leopardo, sbadigliò: a colazione aveva mangiato un cosciotto di gnu, ma aveva ancora appetito. Pardo, papà leopardo, si era spolpato il costato dello gnu e anch’egli non disdegnava di continuare il pasto. Dino, Dina e Dinetto erano i tre cuccioli e completavano la famigliola, ed erano tanto affamati: avevano trovato nelle vicinanza un piccolo di gnu che era stato partorito morto e la poca carne presente non era bastata a saziarli. L’intera famiglia dopo un veloce sguardo d’intesa stava per scagliarsi su Fina e mangiarla quando, per sua fortuna, passò un bufalo che zoppicava a causa di una brutta ferita a una gamba. Saltargli addosso, ammazzarlo, divorarlo fu tutta una cosa sola. Fina pensò: Veramente non ho mai ammazzato nessuno. Ma se sono un leopardo, devo farlo. Proviamoci! Transitava in quel momento, con la tipica andatura a zig-zag, un piccolo di facocero, che non è altro che un maialino selvatico, dal pelo scuro. Fina, ricordando le fasi dell’attacco dei leopardi al bufalo, li imitò: prese la rincorsa e con quattro salti raggiunse il piccolo animaletto e gli saltò addosso. Non l’avesse mai fatto! Con la sua bocca grande, ma dalle labbra morbide, non riuscì neppure a scalfire la pelle ispida e spessa del facocero. Con un colpo di zanne il facocero le fece lasciare la presa; poi con una testata la mandò a rotolare a gambe all’aria nella polvere. A questo punto il piccolo facocero gridò: “Ma che ti credi di essere? Un leopardo?” “Certamente.” “Ma guardati allo specchio, tu sei fuori di testa!” A questo punto Fina si mise nuovamente in cammino alla ricerca della sua identità. Ecco che continuano le sue avventure: arriva ai margini di una pozza d’acqua melmosa e vede un ippopotamo semisommerso con due uccellini appoggiati sulla sua schiena così come faceva Dodipetto e crede di essere uguale. Le lunghe zampe sottili sprofondano nel fondo melmoso del lago tanto da farle comprendere che l’ippopotamo è assolutamente diverso da lei. Ora crede di essere un elefante per avvedersi subito che non ha quel naso lungo che è utilizzato per acchiappare l’erba e poi portarsela alla bocca. Poi s’imbatte in tale Sor Michiere che altero e senza degnarla di uno sguardo si cibava di formichine a più non passo; e provò a imitarlo: si chinava sull’entrata del nido delle formiche e cercava di acchiapparle con la lingua. Il risultato fu che quest’ultime per difendersi le mordevano la lingua che si gonfiò a dismisura tanto da farle mancare il respiro. Provò anche a imitare le iene che si cibavano delle carogne putrefatte abbandonate dai predatori, cercò di cibarsene, ma si ritrasse subito disgustata. Fina non sapeva più dove andare. Una notte, dopo avere cercato invano un posticino dove riposarsi e dormire, dopo 142 143 aver provato anche a fare come Ser Pentello e infilarsi in un piccolo anfratto e avere appurato che non c’entrava neanche il naso, scoraggiatissima rinunziò alla ricerca del posto dove dormire e si sdraiò all’aria aperta con i riflessi della luna piena che facevano sembrare d’argento il paesaggio della savana circostante e con le migliaia di stelline che splendevano alte a farle compagnia. Dormì moltissimo, Fina era tanto stanca. Si svegliò che il sole era alto nel cielo azzurro sgombro di nuvole, quando, drizzandosi sulle lunghe zampe dopo essersi strofinata gli occhi e guardando intorno stupefatta vide che nella vasta zona pianeggiante c’erano tante acacie e che presso ogni albero c’era un buffo animale, che invece di brucare l’erba, grazie a un collo lungo lungo, mangiava le foglie dai rami più alti dell’albero. Com’eran questi animali? Strampalati, incredibili, si muovevano con un’andatura grottesca: Fina non poteva credere ai propri occhi. Avevano la testa piccolissima, quasi come quella di una gazzella, in cima a un collo altissimo, a forma di trapezio con due piccoli strani cornetti; corpo robusto, più alto davanti che dietro; gambe lunghissime e sottili. E infine con il pelo maculato come i leopardi. Fina guardò, guardò con attenzione e poi scoppiò in una risata grassa, irrefrenabile. Tra una risata e un’altra, ripeteva: “Ma dài, non è vero, sto sognando, devo essere io che ci vedo doppio!” A questo punto le altre Giraffe, poiché si trattava appunto di questi animali assolutamente simili a lei, sentendola si offesero tantissimo. Presero a gridare verso Fina: “Sciocca, che hai da ridere?” Fina rispose: “Rido perché siete così buffe”. “Noi siamo buffe esattamente come te.” “Che c’entro io. Io sono diversa da voi. ” “Ah sì? E allora prendi questo.” E detto ciò una di quelle giraffe si avvicinò e le piantò un calcio nella pancia, imitata subito dalle altre giraffe. L’avrebbero massacrata di botte se, a un tratto, una vecchia giraffa dall’aria seria e sag- gia non fosse intervenuta con tutta la sua autorità: “Ehi, voialtre, lasciatela stare. E tu, dimmi, come credi di essere, chi ti credi di essere?” A questa domanda, Fina rimase spiazzata: “Cre… credo di essere… credo di essere diversa da voi”. “Ho capito. Allora vieni con me.” Fina seguì docilmente la sua salvatrice. La quale la portò dentro la vicina boscaglia, fino a un laghetto. “Adesso, sali su quei terrapieno e guardati nell’acqua dello stagno.” Fina ubbidì, salì sul monticello. Ahimé, proprio nel momento in cui lei si guardava, un enorme coccodrillo, abitatore dello stagno, spalancò la sua enorme bocca, piena di acuminati e aguzzissimi denti. Fina che era timida e timorosa, appena vide quei denti affilatissimi si atterrì: saltò giù dal monticello e corse via. Più tardi tornò dalle giraffe e a chi le chiedeva se si fosse guardata nell’acqua, rispose: “Sì, certo, mi sono vista, sono proprio come voi, tale e quale”. Da quel giorno Fina fa parte del branco e non pretende più di essere diversa dalle compagne. Ma, dentro di sé, non può fare a meno di dirsi: “Io non mi sono vista nello stagno perché c’era quell’antipaticone di un coccodrillo. Dunque non si può sapere se sono simile a loro o meno. Per conto mio, direi proprio di no!” “La morale, miei cari bimbi”, concludeva infine la mamma, “è che non si deve mai fare come Fina, bisogna sempre valutare con attenzione quello che ci dicono, così come bisogna avere sempre il coraggio di dire la verità. Fina, che non si era potuta specchiare nello stagno perché spaventata dal coccodrillo, doveva ricercarne un altro non occupato da animali aggressivi per poter finalmente scoprire chi fosse in realtà. Inoltre non si deve avere timore delle discriminazioni razziali, così come fecero gli sventurati genitori di Fina che per paura di non vedere accettata la propria figlia decisero di abbandonare la comunità per poi lasciare orfana la piccola.” 144 145 Maria Mistretta Maria Carcere, che parola, per chi è al di fuori sembra una parola qualsiasi, che si dice così per dire, per chi è al di fuori però! Certo chi parla con questa tristezza solo scrivendo sicuramente è dentro al carcere, io sono dentro a un carcere, io, la donna che si sentiva soddisfatta della sua vita, appagata, io, con la mia famiglia, mio marito, due figli, figli desiderati, tanto desiderati, un marito che ti ama, tu che lo ami ancora di più, la casa della felicità, la casa invidiata dalle amiche, che vengono tutte le mattine a prendere il caffè perché hai una casa bella, e te lo dicono in continuazione, quasi a buttare il malocchio a forza di dire sempre “che bella casa che hai”. La cosa ti fa piacere, e poi anche quel dire sempre “vorrei avere un marito come il tuo”, e allora lì non sei contenta, ti disturba questo complimento, ma poi dici, che stupida che sono, è tutta roba mia, compreso l’uomo che amo, la casa della felicità, ecco cos’era casa mia. Casa, dolce casa, la mia casa piccola ma bella, perché è bella, perché te lo dicono gli altri, ma soprattutto bella perché è come l’ho voluta io, anzi, come abbiamo voluto io e l’uomo che amo. Poi succede, e non so nemmeno quando e come sia successo, ma è successo, e ti ritrovi a essere dipendente da una cosa che fino ad allora non sapevi cosa fosse e che fosse così dannosa, che ti prende tanto, però ti rendi conto solo quando è troppo tardi del danno che ti ha fatto l’ignoranza, essere ignoranti a trent’anni poco più, che peso, questo è un peso che ti porti dietro tutta la vita, ti rendi conto che ti ha fregata per prima cosa la tua ignoranza e non hai pace, ma non basta dire maledetta droga, non 146 basta, a me non basta, io che ero sempre disposta ad aiutare tutti, a dare a tutti, a un tratto ti rendi conto che non hai più le amiche del caffè e ti chiedi il perché del saluto mancato e ti senti sempre più piccola, ogni giorno che passa, fino al punto che ti annienti da sola, piano piano, e allora ti isoli, esci ma vai dove ci sono quelli come te, dei diversi, loro ti accettano, a loro modo ma ti accettano. I figli, per un po’ hai vergogna di quello che fai, non vuoi che ti vedano, che sappiano, e allora c’è la cara mamma, la mia mamma che soffre in silenzio ma che per amore basta che dica un “mammina, te li lascio un po’, torno stasera a prenderli” la mia mamma, io so che esiste, per me c’è sempre, ma non puoi, non sempre, e così si va avanti. Poi quando ti rendi conto che stanno crescendo gli devi una spiegazione, e allora dopo tanti tentativi gli racconti tutto, o va o non va, ma lo devi fare, la gente è cattiva, non puoi permettere che facciano loro la tua parte, no, non puoi, i figli sono tuoi, tu li conosci, tu sai il loro carattere, tu sai il momento giusto, ti resta solo la speranza che riescano a capire. Io sono fortunata, sono davvero una mamma fortunata, io ho ancora il loro amore, l’amore dei figli che solo una mamma comprende, io sono ancora la loro mamma nonostante questo carcere, ed è giusto che i propri errori vengano scontati, questo ho insegnato ai miei figli. Ecco che mi ritrovo a fare il giro del campo, che per fortuna è grande. L’aria è già aperta, intendo l’ora in cui puoi andare fuori in questo grande giardino, con il suo campo da pallavolo dove le ragazze giocano divise in squadre, ma che puoi usare anche come campo da calcio, con le rispettive due porte, e poi diciamo che ci sono delle panchine se vuoi fare da spettatore o vuoi parlare con le compagne, ci si può andare anche quando piove, ci sono delle tettoie in legno e sotto delle panchine, se trovi quella giusta, cioè qualcuna su cui non cada qualche goccia di pioggia, ma tanto va bene lo stesso, basta stare fuori, e poi dimenticavo, 147 ci sono dei giochi per i bimbi, purtroppo per i bimbi di qualche detenuta, per loro sono molto importanti, anche per noi adulte ci sono dei giochi di legno, diversi, più per fare ginnastica, ognuno con una sua forma, insomma è un bel giardino e si può dire che a noi non manca il verde. Quando ti richiamano per il rientro sembra che ti sei fatta chilometri, con il fiatone perché hai parlato con una compagna di sventura e non stai a chiederle perché è qui. Per me qua dentro siamo tutte uguali, tutte abbiamo fatto qualcosa, chi più chi meno, so che non abbiamo rispettato alcune regole, o meglio leggi, e adesso paghiamo per riacquistare almeno certi valori e spazi dell’esistenza come prima che succedesse tutto questo. Ma purtroppo si resta segnati a vita, come una macchia indelebile, non solo nel tuo animo, che è già una sofferenza, ma anche per la società e la gente che conosci o credevi di conoscere. Penso che chi vuol capire il senso abbia già capito. Ma soprattutto ti preoccupi per la tua famiglia, per i figli, i figli, che bella questa parola, sembra stupida ma a me riempie il cuore, certo anche la tristezza ha un posto in questo piccolo cuore, come la vergogna e la sofferenza, ma per me i miei figli sono la vita, forse non ho mai dato loro modo di vederlo e forse lo dico solo adesso che non li ho qui con me, io so che loro sanno com’è la loro mamma al di fuori di tutto quello che possa aver combinato, anche se è stato sulla mia pelle, nel vero senso della parola. Ho sofferto in prima persona e adesso sto raccontando la mia colpa perché ti ritrovi quasi costretta a fare certe cose, ma sempre senza coinvolgere i miei cari, un occhio chiuso lo hanno avuto anche loro, ne sono consapevole, e non doveva essere una bella cosa soffrire in silenzio, e ora che non siamo insieme forse sono più tranquilli, nel senso che sanno che qui non posso combinare guai. È vero, la galera ti mette a dura prova nella vita, una dura prova con i legami affettivi, ma i miei sono solidi, alcuni non ne hanno nemmeno più, piano piano sono andati scomparendo, forse non erano affetti veri come a volte può sembrare, ma è proprio nel bisogno che vedi il vero amore, la vera amicizia, ma ti rendi conto che anche lì hai sbagliato qualcosa, ma sei tu che hai sbagliato o sono gli altri che si sono approfittati della tua amicizia disinteressata? Non serve nemmeno chiederlo, sarebbe fiato sprecato, tanto la risposta già la sai, più o meno: “Io a te queste cose non le farei mai!” E intanto l’hai già preso in quel posto e allora per il momento ci passi sopra, dico per il momento perché non piace a nessuno passare per coglioni, allora aspetti lenta, lentissima la vendetta, però fatta con garbo, ma che fa tanto male, non ti tocca ma riesce a toccarti la coscienza, solo con la pazienza a volte risolvi la cosa e io di pazienza ne ho tanta. A volte ti chiedi dove sarai fra dieci anni, cosa farai, sarai sola? Sarai malata oppure non ci sarai più e forse pensi anche che è un bene se non ci fossi più da ora, ma no, questo ancora no, è presto, c’è ancora qualcosa che devi terminare, non si può lasciare a metà l’unico capolavoro che ancora è da finire con quel poco che sai e che hai imparato per lasciare il tuo ricordo, un bel ricordo, perché so che qualcosa di buono lo ho fatto nella mia vita. Ripeto che queste cose le dici solo nei momenti in cui te ne capitano di tutti i colori e pensi che stiano succedendo solo a te, poi ti rendi conto che qualcosa la hai sbagliata ed è giusto così, e che ci sono persone, esseri umani che in questo momento stanno soffrendo vere pene dell’inferno rispetto a quello che stai passando tu, così ti rendi conto anche che in fondo tra tante cose brutte sei fortunata rispetto ad altri. I tempi sono cambiati, mi dicono, anche qua in galera, non c’è più rispetto tra di noi ma tanto egoismo e cattiveria, allora mi chiedo come sia possibile. Qui ti insegnano a non sbagliare più o ti insegnano a essere più cattiva? Quando esci di qua avrai tanto rancore e rabbia per esserti fatta dei mesi e degli anni che non sono serviti a niente, le regole sono diventate lezioni di cattiveria, così saprai comportarti 148 149 bene quando sarai fuori, certo quanta gente farà finta di non conoscerti, e che dire del lavoro, trovi solo porte chiuse, nessuna possibilità per ritornare la persona rispettabile di prima, basterebbe poco, invece arrivi al punto che per un po’ ti sei dimenticata la parola galera e allora ricominci a sbagliare e non è colpa tua ma di questa società che già ti ha marchiato a vita come le bestie, a differenza che almeno loro servono per il nostro sostegno vitale. Scusami, questa parola la vorrei dire a tante persone, anzi sono poche le persone a cui voglio veramente bene, ma il coraggio non lo trovi con le parole, parlano i miei occhi per chi sa chi è Maria, la mia mamma, quanta pazienza, solo la pazienza di una mamma ti rincuora per quello che le stai facendo, l’amicizia, ma è difficile distinguere quella vera, ti accorgi solo dell’amicizia sbagliata ma sempre troppo tardi e allora quella che stavolta ritieni vera amicizia te la tieni stretta che quasi hai paura di esagerare, e in fondo al cuore rimane sempre un punto, la paura di avere sbagliato anche stavolta nello scegliere. Scrivo per non essere su questo letto freddo, perché non ho niente di caldo, non basta questa coperta a scaldarti il cuore, non c’è calore in un posto come questo, scrivo a lui, lui che può essere chiunque in questo momento, un lui c’è sempre, c’è il lui della tua vita, quello che conta più di tutti, un lui, che può essere mio padre che non c’è più, a volte rimpiangi le cose che hai avuto vergogna a dirgli e adesso lo vorresti qua con te, e perché no ritornare sulle sue ginocchia come quando eri la sua coccolina, ma quanto dolore gli hai dato, anche il suo silenzio faceva male, molto male, forse uno schiaffo sarebbe stato meno doloroso, ma quanto bene vedevo in quegli occhi, erano come un abbraccio caldo, affettuoso. Ti accorgi che vuoi essere qualunque altra cosa ma non una persona, hai questo macigno dentro e allora vorresti essere niente, mentre loro che possono essere qualcosa per te li respingi senza quasi render150 tene conto, piano piano ma lo fai, adesso mi chiedo cosa voglio, voglio tranquillità, pace, la serenità di una volta, quando la mia giovane vita era protetta da una campana di vetro, ma fatta da me, ero io che volevo che fosse così quel vetro lucido pulito come mi sentivo io, adesso scrivo per sfogarmi, per sentirmi pulita come levarsi un vestito sporco, anche se di sporco non ho fatto niente, ma mi sento così perché ho fatto soffrire e faccio ancora soffrire persone che non meritano questo dolore quotidiano, che non hanno scelto loro ma è la conseguenza dei miei sbagli, del mio fallimento con me stessa. Le certezze di una volta non ci sono più, adesso c’è il fallimento di questi anni persi, ma rimane l’orgoglio, a volte uno stupido orgoglio, che non vuoi mettere da parte ma ne basta poco, quel tanto per chiedere aiuto, per me non ci deve essere l’aiuto di nessuno, io devo sapermi aiutare come facevo prima, io sbaglio, io mi devo tirare fuori dai guai, nessuno mi ha dato quel modo di sbagliare, io l’ho voluto, io ne devo uscire da sola, senza l’aiuto di nessuno come ero capace di fare, prima o poi ci riuscirò, forse mai, ma non oso pensarlo, questo mi spaventa un po’ ma non sarà così. Fingo la mia allegria, che adesso è a spezzoni, discontinui come la mia dipendenza messa a dura prova, non curabile con pillole, eppure l’essere umano ha un grande cervello, ha inventiva, trova cure per malattie gravi, ma non è abbastanza forte per curare questo mio cervello, eppure basterebbe togliere quel pezzettino marcio e tutto tornerebbe come prima, ancora non è abbastanza forte, è una cosa più grande che riesce solo a scalfirlo per ora ma vedrai, ce la farà, eppure quante amarezze ci sono in questo mondo, ma sembra che stiamo soffrendo solo noi, che tutto sia contro di noi, con poche speranze di venirne fuori, ma in fondo sappiamo che prima o poi tutto finirà, non sai quando ma sai che succederà. C’è un seminario di non so che, sono fuori dalla cella e questo basta per uscire da quel buco che ancora non ho 151 scoperto in quante ne siamo proprietarie, se così si può dire. Sappiate però che è giusto che vengano esposti certi problemi, in un carcere il problema poi è metterli in atto, di qualunque cosa si tratti. Per adesso ce ne stiamo a sedere, guardiamo arrivare questi uomini disgraziati come noi, naturalmente sono detenuti del maschile. Ma la speranza è pur sempre qualcosa per noi detenuti, sperare che si può ottenere un qualcosa, può aiutare che non siamo in gabbia come cani abbandonati al proprio destino. Noi donne andiamo al maschile per il seminario, ecco la parola magica “maschile”, queste donne, che sono ancora delle donne nonostante la loro carcerazione, ecco all’improvviso brillargli gli occhi solo all’idea di vedere un uomo, diventano luminose, e allora un gran movimento, il trucco, il vestito, i tacchi, ecco la vanità delle donne che viene fuori da quello stato di catalessi che hanno durante gli altri giorni, con i loro pensieri, con i loro dolori, dolori del cuore che non si curano con la solita pasticca, dicono che il cuore non fa male, altroché, fa male, è un dolore che non si può spiegare e ognuno ha il suo dolore, non è curabile purtroppo, il nostro dolore può solo guarire con l’amore dei nostri cari, con il sorriso di un figlio e perché no anche con l’attenzione che hanno per te quel poco che basta a farti sentire importante, che sei importante per loro. Siamo brave tutte qua dentro a fare le vittime, se così posso dire, ma non il vittimismo, è solo che ti rendi conto delle cose e delle persone quando ti mancano e tieni a loro, io sono la prima ma so anche di aver sbagliato e se siamo qua sicuramente non c’è quella che è qua per un errore giudiziario come fanno intendere, questo è un carcere e per sbaglio non ci si capita, sii onesta almeno con te stessa, nessuno di noi ha voglia di giudicare, ci bastano i propri guai e certo non ne vogliamo altri. Siamo rimaste sole io e Elena in questa cella, un po’ ci manca la piccola Giulia, adesso io sto scrivendo, Elena sta facendo come ormai da qualche giorno il solito pediluvio per via di un’unghia incarnita. Siamo qua con la radio accesa e le nostre serate passano così, senza nemmeno accendere la televisione, basta la musica e la tranquillità che c’è solo a quest’ora della sera. Speranza ci ha fatto i soliti dolcetti come sa fare lei e abbiamo cenato con quelli, la cena è ancora là, messa da parte, oggi abbiamo avuto pesce, per l’esattezza triglie, almeno mi sembra quelle, sono rossastre, insomma le vedevo al mare quando le pescavano i miei figli, che belle estati erano, per il momento erano, sono passati solo pochi mesi dall’ultima estate, anche il natale e la befana sono passati, pensa un po’, siamo già a carnevale! E qua il carnevale è più variopinto che fuori, qua ce lo abbiamo tutti i giorni! Già, il carnevale che ogni scherzo vale, questa volta però lo scherzo ce lo hanno fatto a noi! Ridiamoci sopra, tanto è carnevale! E qua di maschere ne abbiamo tante, anzi, ne vediamo tante, ed è difficile scegliere a chi possa toccare di vincere il premio della prossima libertà. Forse sono un po’ cattivella, ma a volte qua sembra che gareggino tra di loro a chi ha la condanna più alta, e allora! Forse questo non è un carnevale con ricchi premi? Meno male che dura poco! Ti chiedi perché certe persone si vantano delle loro irregolarità con la legge, a quale scopo? Cosa gliene può venire di comodo? Forse per passare da donna vissuta? O forse hai sofferto tanto e il tuo dolore lo devi far pesare sulle altre? Ma non è così che si risolvono i problemi, quelli restano fino a quando lo vuoi tu, verrà il giorno in cui ognuna di noi deciderà per una vita migliore, speriamo tutte, resterai segnata a vita, questo sì, ma sarà anche un brutto ricordo, sono sicura che sarà così, i brutti ricordi non si dimenticano, si mettono da parte, chissà, se poi un giorno per uno strano motivo dovranno riaffiorare sarà perché forse stai sbagliando di nuovo? Purtroppo non è facile capirlo adesso, accadrà tutto in un istante, quanto basta a far ritornare indietro quei giorni che avevi messo da parte e che speravi di non rivivere più, 152 153 ma questa sicuramente è un’altra storia e forse non si ripeterà. Adesso per il momento sono ancora qua, aspetto con ansia che passino questi giorni per sapere quale sarà la mia sorte. Mi rendo conto che sono così ansiosa che potrei scoppiare da un momento all’altro, questi nervi che tengo dentro nessuno deve vederli, tanto non sarebbero in grado di tirarmi su, posso far intendere che sto già meglio, che ho fatto bene a sfogarmi con loro, ma anche questo mi sembra falso, non riesco a vedere negli altri quel poco che a me basterebbe, ma in fondo non so nemmeno io quale sarebbe la parola magica per farmi sentire meglio, lascio tutto dentro di me così evito falsità e invidie, solo quello riesco a percepire in certe ragazze disperate che sono qua, ma che in fondo non stanno meglio di me. Ed ecco che ritorna una maschera anche per me, non sono e non mi sento migliore di nessuno, sono solo io, con tutte le antipatie e simpatie che posso esprimere alle altre. Si porranno, sicuramente, anche loro le domande che mi faccio? Quante cose fatte e sbagliate per il modo tuo di fare, ma che prezzo alto da pagare ti domandi, parole dure che tagliano come lame, lo so non spetta a me dirti queste parole che ti faranno male ma il tempo guarirà queste ferite, a volte ti fanno sanguinare il cuore, ma è con il tempo che questo cuore ricomincerà a battere piano piano, fino a riprendere quel ritmo regolare, piano piano sempre di più, fino a raggiungere la stabilità di una volta, ma dovrà passare sempre del tempo, a volte è proprio questo che non basta, il tempo, ma lo avrai, dirai bugie, troverai scuse, darai sempre colpa al tempo che non basta mai, ma sarà così, oppure è perché questa vita non riesci più a sentirla tua? C’è un qualcosa che ti disturba, non riesci a percepire cos’è, il perché di certe sensazioni, di certi malesseri, ci mettiamo sempre a dura prova per sbaglio forse? O perché come bambini vogliamo crescere, imparare nuove cose per somigliare sempre a qualcuno o a qualcosa, cos’è quella 154 cosa che cerchiamo, quel qualcosa che non ha nessun altro e che vogliamo avere solo noi, egoisti, ecco cosa siamo, ci fanno diventare egoisti anche se tutto questo non lo vorresti, ma per forza di cose ci diventi, ti rendi conto che tutto questo soffrire alla fine a cosa ti serve, ed ecco che ripensi alla solita frase “serve a farti crescere”, ma è poi vero tutto questo? Chissà, anche questo ti fa restare nel dubbio, ma cos’è la cosa giusta? Tu sai dirmelo? E perché non me lo dici? O perché anche tu non lo sai e come me aspetti la parola magica, quella che ti ridà un sorriso, una speranza, quella piccola gioia che tanto desideri. Non c’è nessuna parola magica, di magico in tutto questo ci può essere solo quello che vuoi tu, serenità e gioia, ecco la mia parola magica, peccato però che io non sia una fata, ma mi restano i sogni e sono tutti miei, nessuno può vederli e prenderli, quelli non sono in commercio, è l’unica cosa di pulito che hai nel tuo cervello e non possono rubarteli. Tutto passa, anche questa galera passa, mesi, anni ma passa, ma conti i giorni lo stesso e ti sembrano sempre più lunghi, ma passano, nonostante tutto passano. Vorrei essere un qualcosa di astratto, variopinto, presente sempre in ogni luogo, dove anche la sofferenza può essere non vista, ma con i miei vari colori alleggerire almeno quell’attimo che basta a far sorridere solo nel vedermi. Vorrei essere un qualcosa di vaporoso, per avvolgere le persone che hanno bisogno di un abbraccio, quell’ abbraccio che non hanno potuto avere per un qualcosa che non sanno nemmeno loro. Vorrei essere un desiderio per darne a tutti, esaudire il tuo, vederti felice sarebbe la mia gioia, anche il più stupido desiderio mi darebbe gioia. Vorrei essere un angelo e seguirti, starti vicino per non farti sbagliare e renderti la vita serena e tranquilla. Vorrei, forse, essere Dio, ma questo sarebbe impossibile, avrei troppa paura di vedere tutto il mondo con i suoi lamenti, non sarei all’altezza e peccherei di presunzione, che è una cosa che 155 non mi appartiene. Vorrei essere l’allegria e portare la gente a sorridere e ridere, leggergli l’allegria negli occhi. Solo capricciosa non vorrei esserlo, il capriccio lo lascio ai bambini, che tutto quello che fanno ti danno la felicità, anche un capriccio. Vorrei essere un’ape, così laboriosa, anche se laboriosa io non sono, ma vola tutto il giorno per non deludere la sua regina. Solo una cosa non vorrei, morire. Vorrei essere ancora tante altre cose ma non c’è il tempo, perché il tempo non basterebbe mai. C’è un detto sulle donne, chi dice donna dice guai, anzi ce ne sono più di uno, ma è solo invidia, mettiamola così. Non farle un torto, la sua mente di donna diventa diabolica, dolcissima se tocchi il suo cuore, può avere un bel corpo, può essere sgraziata, ma è donna e questo fa sì che si senta sempre desiderata, con le sue bruttezze fuori ma bella dentro, la sua vanità è eleganza e fascino, gesti insignificanti ma intriganti, dolce sorriso ma malizioso, ecco la donna che ti prende solo se lo vuole lei, che ti fa soffrire per dimostrarti che non è stupida, donna madre affettuosa, presente, sempre pronta ad asciugare ogni lacrima del suo piccolo ma sempre femmina davanti al suo uomo, pronta ad amarlo e consolarlo. Una donna sa essere sempre il tutto davanti a tutto, sa corteggiare ma sa anche conquistare con la sua semplicità, ma essere corteggiata è la cosa che la rende felice e diversa dalle altre, devi essere pronto a leggere i suoi desideri, farle sentire che è l’unica, corteggiare una donna è un’arte perché lei è un capolavoro e come tutti i capolavori la devi ammirare, non deluderla, soffrirebbe, non prenderti gioco di lei, sei già perdente prima ancora che tu te ne accorga. Donna, quella piccola luce che sa illuminare anche l’angolo più buio della tua vita, non farle mancare l’amore, l’affetto, appassirebbe come un fiore senza acqua, annaffia il suo cuore giorno per giorno, carezza dopo carezza ecco che la vedi rifiorire, riprende la vita ed esplode con tutta la sua allegria, gentilezza, bellezza ma soprat156 tutto con la sua femminilità che solo lei sa dimostrare. Donna pronta a dar tutto per un uomo, la sua vanità è unica, non ce ne è una uguale fra di loro, hanno tutte quel fascino particolare che piace tanto all’uomo. Non privare a una donna la gioia di vivere, smetteresti di vivere, non sarebbe più come prima, non saresti più come prima, lei ti ha ucciso come tu hai ucciso i suoi sogni. Sei attratto da lei come una calamita, non puoi fame a meno, sei complice con lei di quell’amore, cerchi di nasconderlo perché ti vergogni di esserti innamorato e ti senti piccolo, ma lei è vita per te. 157 Tutto accadde una mattina di dicembre, mi ritrovai seduta sul primo gradino del pianerottolo al secondo e ultimo piano di una palazzina. In “casa” c’erano tante persone chiamate da me prima di rifugiarmi in un silenzio totale. Non era sgomento, semplicemente non avevo ancora messo a fuoco quello che era accaduto. Sono chiusa in una stanza da più di un mese. La prima faccia familiare. Mio fratello, poi mia figlia. Mio fratello piangeva e diceva che la mia fotografia era su tutti i giornali. Si raccontava di me, tutto e di peggio. Pensai, conoscendo le radici della mia famiglia, niente è la morte in confronto alla vergogna! Basta. Non voglio fare un diario dei miei anni! Capii che il mondo si era capovolto. Qui il mondo era dietro ai cancelli, dietro le sbarre, il fuori non mi apparteneva più. I giorni sono lunghissimi e le settimane volano... devo ancora capirlo! I primi anni sono stati bestiali: tutto un rimuginare sul ragionato, fino allo sfinimento. Il lungo cammino per prendere coscienza del luogo dove sono e siamo, scoprire le persone con le quali abbiamo a che fare: strana gente! Pur nel turbamento non ho mai perso la mia dignità. Per fare il carcere ci vuole dignità! Sono andata avanti così nell’attesa di vedere un giorno uno spiraglio di luce, come quando si entra in un tunnel, una galleria, e dopo tanto buio in lontananza si scorge e poi si rivede la luce. È un tempo in cui la persona si vede, ma in realtà non c’è. È la sua figura che cammina per i corridoi, che legge, che parla, che si lascia andare in confidenze ma, in realtà, quello a cui tiene di più, la persona lo lascia nel fondo del cuore. Io mi vergogno, dicono che non dovrei, ma io mi vergogno. Presto vedrò anch’io una luce in fondo al mio tunnel e ho paura, perché tanti anni passati al Purgatorio dove non ti senti più quella di una volta, ti lasciano una cicatrice indelebile che nessun chirurgo plastico potrà mai togliere. Ed è con questa convinzione che si arriva vicino all’ora fatidica, tanto desiderata e tanto paurosa. Si, si aprirà un cancello e allora sì sarai dall’altra parte del mondo. Chi ti è stato vicino ora non c’è più: sei sola come un bambino che cerca una mano cui aggrapparsi, resti immobile, ti guardi intorno, rivedi tutto. Il mondo è bello, quella non più bella sei tu... Ma cominci a camminare, ti allontani dai cancelli, per fortuna ho una macchina. Oggi esco. Salirò in macchina e mi allontanerò per raggiungere un altro luogo. La mia strada non sarà tanto lunga, l’importante è partire. Sono in macchina. È una bellezza veder scorrere la strada sotto di me, il paesaggio appena uscita dalla città è bellissimo, anche se siamo in inverno i prati sono verdi, qualche mucca è fuori dalle stalle, il contrasto con il cielo azzurro è un’immagine indescrivibile. In lontananza c’è un arcobaleno, sembra un quadro, un naïf, fatto con molta cura. I miei occhi spaziano, non sanno dove guardare. Ovunque rivolgo il mio sguardo, vedo il miracolo della natura. Sono libera. Sola. Posso andare dove voglio. Penso al domani, forse è per questo che vedo le cose come se non le avessi mai viste, non ero più abituata. Come è bello il mondo. Cerco di scacciare i cattivi pensieri, il passato, che spero di lasciare alle mie spalle prima possibile. Spero di riuscirci... 158 159 Vanna Zappelli Il tunnel Sono quasi a metà strada, mancano ormai pochi chilometri, una galleria abbastanza lunga e poi di nuovo la luce: la mia città. Entro nella galleria, accendo i fari, ci sono poche macchine, meno male, a me le gallerie danno sempre un po’ di claustrofobia. Strano! D’improvviso mi accorgo che sono sola, non ci sono più macchine, nessuno mi sorpassa, nessuno viene dalla carreggiata opposta. Mah! Forse non c’è traffico a quest’ora. Come è buia questa galleria, sono quasi dieci minuti che cammino, sembra sempre più oscura: non c’è neppure una luce, solo i fari della mia auto che non illuminano niente, forse qualche metro di strada nera, anche le pareti sono nere. Ma quanto è lunga? Io continuo a camminare, non posso più tornare indietro. Il mio umore è cambiato: quel buio, quell’essere sola mi dà una strana sensazione e poi mi sembra persino di respirare con affanno, come se l’oscurità fosse tangibile, sembra quasi si materializzi, e istintivamente chiudo il finestrino. Non voglio fermarmi, credo di vedere molto male, metto i fari abbaglianti... ma niente, in fondo nemmeno una lama di luce. Ora anche le mie orecchie mi creano spavento, mi sembra di sentire quasi un lamento lontano venire da quel buio: un buio che è sempre più spesso e si lamenta. Sciocchezze! Eppure più aguzzo la vista, più le mie orecchie si tendono, tanto che le sento più grandi, più il lamento cresce. All’improvviso vedo dei veli, anzi sembrano ragnatele nere, che sfiorano il mio parabrezza. Cosa succede? Ho il cuore in gola, comincia un’angoscia terribile, sudo, il volante è bagnato, tutti miei nervi sono tesi, il collo non si gira quasi più, sto impazzendo? È un brutto sogno? Non capisco. Prima di varcare il tunnel il paesaggio mi affascinava ed ero così felice, andavo a casa. Ora vaneggio, mi sembra di avere la febbre, le ragnatele sembrano mosse da mani galleggianti nell’aria, non fanno in tempo a svanire che altre avvolgono di nuovo la macchina. Io sono sudata, come nella mia vita non lo ero stata mai. Non mi rassegno, perché domani devo correre per incontrare il mio destino. Mi sembra di essere in trance, solo i nervi mi tengono su e continuo a camminare. Sono passate ore, minuti, non ricordo più. È come se fossi stata per anni in quel tunnel. Ho perso la fiducia, lacrime cominciano a bagnarmi la faccia, non le asciugo nemmeno, tanto bagnano una persona già bagnata, sto per chiudere gli occhi e penso “a questo punto sarà quel che sarà”… Nel fondo scorgo una luce, piccola, flebile. Più avanzo più si fa grande, è la conclusione … Finalmente sarò fuori: ora mi prende un’altra paura, cosa troverò all’uscita? Rivedrò un altro bel paesaggio o il nulla? Sto uscendo, un raggio di sole colpisce i miei occhi, è così forte che rallento per abituarmi di nuovo alla luce. Rallenta il battito del mio cuore, il sudore ritorna caldo, prima era freddo, rivedo le colline verdi, gli alberi. Sento il rumore delle macchine, tante macchine, non sono più sola, sono ritornata alla vita. 160 161 Massimiliano Mazzoni Solitudine Finestra aperta… piccola luna con la speranza di illuminare la stanza, e illusa spera di diradare le tenebre dalla mia anima, dalla mia mente… Il dolce mattino non sa che per un cuore spaccato e sanguinante, luce tanto intensa non esiste per cuori come il mio, e più insiste a voler placare questa mia atroce angoscia, più lei si vendica col suo impeto trascinandomi ad ogni risveglio nelle più terribili delle agonie. O voi tutti amici e nemici preoccupati non cercate di darmi coraggio, non fate altro che rigirare il coltello nella piaga del mio cuore spaccato, facendomi vedere i vostri sorrisi di conforto come ghigni odiosi. Sappiate solo, o voi gente perbene, gente di cuore, che se pur esiste medicina per questa mia lancinante ferita, non sono le vostre parole o la speranza di un giorno nuovo, solo il tempo può scacciare questa mia tremenda voglia di solitudine per compensare la mia sempre più grande voglia di avere vicino a me, chi ormai non posso più avere. Porto Azzurro (LI), 2003: momenti della premiazione con Veronica Pivetti. 162 Minori Porto Azzurro (LI), 2002: l’interno del carcere. M. G.G.A.M.M.D. Laboratorio Voci di strada Ipm di Acireale ’Na parola mia Si l’ammuri è comu gniocu, cancia lu cori e metti ’n focu. Si stu cori n’à canciatu, resti femmu e disperatu. Chistaccani non è poesia, è sulamenti ’na parola mia. Si l’ammuri è comu gniocu… Se l’amore è come un gioco, a volte capita che, pur amando una persona, la si tradisce. Cancia lu cori e metti ’n focu… Lascia quella persona, allora, perché altrimenti porteresti solo maggiore sofferenza nel suo cuore, e tenta di capire cosa vuoi veramente. Dialogo sull’assassino e sui gendarmi. Liberi commenti, in carcere, su Il pescatore di Fabrizio De André I Si era assopito un pescatore al tramonto, dopo una giornata immobile, fatta di luce e inutili attese, sotto il sole impietoso che inaridisce la pelle e la spacca come zolle di terra infuocata. Si stava tutti sul molo, all’ombra dell’ultimo sole, come parte del paesaggio, come reti abbandonate, insieme ai gabbiani, insieme al vento inquieto che spezza le nuvole e accende il mare di mille bagliori. A quell’ora ci venne incontro un assassino, stanco e sudato come un bambino, affannato per la gran corsa, come animale braccato. Resti femmu e disperatu… Rimani immobile a pensare: perché l’ho tradita? Perché l’ho lasciata? Perché l’amo ancora? E non sai più cosa fare, ti disperi, non sai più dove andare, se andare avanti o tornare indietro. II Che succede? Si rivolge a noi e ci parla. Che vuole? Pane e acqua. Io. Se un assassino mi chiede da mangiare e da bere, io gli do da mangiare una fetta di pesce spada e un bicchiere di vino, perché per me è giusto che io lo aiuti, anche se è un assassino, però gli farei tante domande per sapere perché va in giro a uccidere persone. Tu. Anch’io farei così. Se un assassino mi chiede da mangiare e ha sete, io, vedendolo in questa situazione, lo aiuto subito. Ma questo lo farei con ogni persona che mi chiede aiuto, tranne con un pedofilo. Prima di tutto gli chiedo per- 166 167 Si stu cori n’à canciatu… Ma, se scopri che l’amore per quella persona è ancora forte… ché ha ucciso e chi ha ucciso. Poi se ha ucciso per motivi che ha avuto lui, gli potrei dare una mano. Se ha ucciso bambini, no. La ragazza. Innanzitutto avrei tanta paura, però gli darei quello che vuole, perché la vita e il suo valore per me vanno oltre ogni cosa. Certo, proprio per questo non credo di poter essere capace di perdonarlo. Non sono il Cristo, ma un essere umano, e il perdono è davvero difficile. Io. Allora: se l’assassino vuole uccidere me, io ucciderei lui senza nessuna pietà. Se invece ha ucciso altre persone, cercherei di farmi spiegare perché ha ucciso, ma nel frattempo gli darei da mangiare e da bere; e, se non ho niente da dargli, me lo porterei al bar. Ancora la ragazza. Io sicuramente gli darei da mangiare, anche se so che è un assassino, ma sarei molto a disagio. Tu. Io lo aiuterei, ma bisogna davvero sapere perché ha ucciso. Se lui ha ucciso una donna o un bambino, io ammazzo lui. Un altro pescatore. Io lo aiuterei. Io aiuterei chiunque chiede aiuto. È sempre un uomo. Oggi io aiuto lui, domani aiutano me. Rispetto reciproco per gli esseri umani. Chi domanda aiuto dovrebbe essere compreso. La ragazza. Lo guarderei negli occhi. Probabilmente lo aiuterei comunque, ma con uno spirito diverso a seconda di ciò che mi comunica il suo sguardo. IV E ora? Passano le guardie e chiedono. Io. Quando passano le guardie e mi chiedono se ho visto l’assassino, io gli dico che non ho visto nessuno, perché se gli dico che l’ho visto lo potrebbero arrestare; e a me, onestamente, non interessa niente. Tu. Io non ho visto nessuno, l’unica cosa che ho visto è la mia canna da pesca e il mare. Direi di non farmi domande sulle altre persone perché io guardo solo me stesso. La ragazza. Io chiederei ai gendarmi perché lo cercano. Dipende poi da cosa mi ha detto di sé l’assassino e poi, forse, direi la verità, perché la punizione a volte aiuta. Io. La punizione, le guardie, ma che dici? Io con aria indifferente faccio finta di niente e gli dico che, a parte i pesci, non ho visto nessuno. Il motivo è semplice: l’onore e l’omertà regnano nel mio carattere. La ragazza. Che non l’ho visto, se mi fa pena! Altrimenti lo dico: è lì l’assassino, prendetelo! Io. Io dico di no, perché il mio mestiere non è lo sbirro. Tu. Io veramente risponderei “è andato da quella parte”, indicando la via sbagliata. Confonderei le loro idee. Perché, se prima l’ho aiutato, perché poi dovrei farlo arrestare? Non è omertà, ma buon senso e coerenza. III Venne davvero l’assassino, due occhi enormi di paura, a dirci ho fame, ho sete; per inquietare la nostra ombra e per provocare dubbi circa l’utilità e la necessità, il bene e il male, l’opportunità del portare o negare l’aiuto, e obbligare ciascuno di noi a scegliere ed esporsi. Che fai fratello? E, soprattutto, da che parte stai? Cos’è giusto? Vennero pure due gendarmi, due gendarmi con le armi. V Questi siamo noi, fratelli, compagni di strada e di galera. Noi siamo il pescatore, bruciati dal sole e dai nostri errori, imprigionati dentro pareti vuote e incontri inattesi. Io sono dentro questa storia. Io sono forte di coraggio, testardo e tranquillo, occhi neri, capelli neri, normale e complicato, calmo e rompiballe, appassionato e pazzo, ignorante, io sono il mio sbaglio, introverso e sensibile, sincero, io sono triste e aggressivo, illuso, io sono un boy-scout, dispersivo come il vento, io sono la mia voce, troppi pensieri, io sono ostinato, padre e marito, io sono innamorato, io sono forte. Io sono un pesce spiaggiato. 168 169 Siamo noi che veniamo ogni giorno a questo molo, al sole, al vento, e bestemmiamo quando piove e gioiamo per ogni pesce che abbocca. Non ci aspettiamo nulla. La nostra smorfia sembra un sorriso, la nostra scelta sembra libera, i nostri occhi sembrano felici. Alla fine nessun gendarme ci ha piegato, nessun assassino ci ha fatto davvero paura. L’assassino e i gendarmi sono andati via, alla malora! Noi, invece, siamo ancora qui, all’ombra dell’ultimo sole, immobili, pietrificati, e con un solco lungo il viso, come una specie di sorriso. 170 Luca B. Senza titolo Voglio raccontarMi. Vorrei non dover mai raccontare le mie sfortune, vorrei non dover mai ricordare i miei errori, vorrei aver avuto una vita diversa, ma oggi sono qui, a farvi conoscere la mia storia, trasmettervi la mia esperienza negativa, affinché possa essere portatrice di un messaggio positivo. Lo dico ai miei coetanei, lo dico ai miei fratelli, lo dico a chi non apprezza un abbraccio, io che invece ho perso quello di mia mamma a otto anni, e quello di mio padre a nove anni, io che sono diventato grande troppo presto, io che mi sento colpevole di aver deluso chi mi considera l’unico al mondo che possa occuparsi di loro. Desideravo la quotidianità di una famiglia, invidiavo quella degli altri, mi sentivo deluso, abbandonato dalla vita. Adesso sono qui, con il peso dei miei errori, ma con un messaggio che si leva a gran voce da dentro al mio cuore. “Non bisogna mai dare per scontato il valore di una famiglia, non bisogna mai sottovalutare l’importanza del calore famigliare”. 171 Non dispero di raggiungere la vetta, non mi scoraggio se non riesco a trovare la strada. Non smetto di donare un sogno che porti pace e speranza. Vorrei aver sognato di più, vorrei gridare al mondo quello che ho dentro, perché il mio grido di aiuto non resti inascoltato. Vorrei avere mille orecchi per ascoltare chi soffre, perché nessuno mai mi ha teso la mano quando da solo odiavo la vita che troppo presto mi ha privato di serenità e gioia. Ora quella gioia vorrei saperla donare a chi di me ha bisogno. 172 Marcello P. Senza titolo Ogni giorno cerco di imparare cose nuove, sentire emozioni forti che caccino via i brutti ricordi, riempire le giornate di piccole cose che mi fanno diventare grande. Fuori di qui sarò un uomo diverso, responsabile, attento. Dimenticherò i giorni di buio, quando il rischio e la paura erano pane quotidiano, sarò un compagno premuroso, una persona leale. Nella mia prossima vita, fuori da queste mura, sarò l’uomo che avrei voluto essere da grande. Non importa se il tempo non sarà breve, ciò che conta è che darò a me stesso quella possibilità di vita migliore che non mi sono concesso prima. 173 Guglielmo G. Alessandro P. Senza titolo 27 gennaio: giornata della memoria per non dimenticare I miei “beni” I beni della mia vita, quelli a cui mai e poi mai rinuncerei sono tre… La libertà che per me è mare, sole, un tramonto all’orizzonte, la magia della natura, l’aria che respiro. I figli, quei gioielli sfavillanti che solo a guardarli illuminano di gioia i miei occhi, e poi, ci sei tu mamma, tu che sei lontana ma con il cuore e con la mente sempre accanto a me, tu che proteggi il mio cammino e solo a pensarti colori le mura grigie e fredde di questa triste cella. Il termine Shoah, che venne usato per indicare lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico significa “annientamento”. Non bisogna dimenticare che oltre agli ebrei vennero deportati e uccisi anche oppositori politici al regime nazionalsocialista in Germania o fascista in Italia, malati, zingari, omosessuali; tutte quelle categorie che “inquinavano” la purezza della razza ariana, la razza dominante e superiore. Il 20 luglio 2000 è stata approvata la legge italiana 211/2000 che riconosce il 27 gennaio, giorno in cui nel 1945 i russi varcarono i cancelli di Auschwitz, “giorno della memoria” in ricordo delle discriminazioni avvenute in Europa a partire dagli anni Trenta e sfociate in vere e proprie persecuzioni. Per anni si è usato il termine olocausto per indicare lo sterminio degli ebrei, ma olocausto significa sacrificio, offerta a Dio, e tale termine non poteva certo essere usato per indicare tale fenomeno. Si passò a utilizzare il termine Shoah perché esprime meglio la gravità del fenomeno che ha avuto il suo periodo più tragico tra il 1943 e il 1945, gli anni della deportazione e dei campi di concentramento. Vi era un piano di sterminio programmato alla perfezione e organizzato nei minimi dettagli da funzionari e collaboratori tedeschi, come Eichmann e Himmler, “la soluzione finale”, termine che è stato però sempre negato dai funzionari tedeschi, anche durante il Processo di Norimberga 174 175 del 1945, processo avvenuto alla fine della seconda guerra mondiale per giudicare i crimini di guerra. Nei campi di concentramento furono deportati milioni di ebrei, la maggioranza dei quali, circa sei milioni, fu uccisa. Ma la cosa che deve far riflettere di più è che il piano di sterminio coinvolgeva circa undici milioni stanziati non solo in Germania e Italia, ma in tutta Europa. Uomini che avevano la “colpa” di professare una religione diversa. Le cause che portarono alla discriminazione, prima, e alle persecuzioni, poi, sono inizialmente di carattere religioso: l’antisemitismo per il popolo rifiutato da Dio, che aveva ucciso suo figlio. Con il passare del tempo l’odio religioso per questo popolo di “traditori” assunse sempre più delle caratteristiche socio-politiche, la Germania dopo la sconfitta della prima guerra mondiale e la Repubblica di Weimar era andata in crisi tra il 1929 e il 1930, epoca della grande crisi economica mondiale. Gli ebrei, che invece si erano affermati economicamente nella società e continuavano a mantenere il loro potere economico, vennero indicati come causa della crisi e, quando nel 1933 Hitler salì al potere come cancelliere tedesco, iniziarono le prime persecuzioni religiose. Già nel ’33 Hitler fece costruire i primi campi di concentramento, ma solo dopo il 1941 questi campi si trasformarono in campi di sterminio. Con Hitler al potere, gli ebrei vennero indicati come collaborazionisti dei sovietici, veniva data loro la colpa di essere alleati ai bolscevichi russi e di essere gli agitatori di rivolte e sommosse contro il regime nazionalsocialista. Così dal ’35 Hitler promulgò le leggi di Norimberga con le quali si indicava chi era veramente da considerare ebreo, meticcio o ariano puro. Chi era ebreo anche solo per metà doveva essere privato di quasi tutti i diritti: non potevano avere rapporti con persone non ebree, non potevano frequentare le scuole, se non alcune create appositamente per loro, non potevano svolgere lavori pubblici, possedere a- ziende, fare il servizio militare. Venne tolta loro la cittadinanza e dal 1941 furono costretti a portare una stella gialla cucita sui vestiti, come segno di identificazione. In questo periodo iniziarono anche i primi episodi di violenza gratuita e si pensò realmente all’eliminazione di tutti gli ebrei impiegandoli prima come forza lavoro, e se non fossero morti per la fatica sarebbero stati eliminati in seguito nei campi di sterminio. Dopo la “notte dei cristalli” tra l’8 e 9 novembre del 1938, durante la quale furono incendiate le sinagoghe e distrutte le vetrine dei negozi degli ebrei, aumentarono tensioni e violenze. Vennero istituiti speciali corpi militari che affiancarono l’esercito regolare tedesco, le SS (SchatzStaffen) e le squadre della morte (Einnsatzgruffen) che avevano il compito di eliminare sul posto gli oppositori politici con le fucilazioni di massa e in seguito su appositi camion, vere e proprie camere a gas mobili. Tutto ciò allo scopo di abbreviare il tempo di sterminio. In Italia la situazione era simile, nel ’22 il fascismo, guidato da Mussolini sale al potere, e si allea in seguito con la Germania di Hitler. Gli ebrei italiani vengono emarginati e con la promulgazione, nel ’38, delle leggi razziali, perdono i principali diritti e vengono confinati nei ghetti. La maggior parte di essi venne internata nelle carceri e successivamente deportati ad Auschwitz (Polonia). Anche in Italia furono istituiti campi per l’internamento civile (e poi colonie di confino e ville tristi) e a Trieste, nella Risiera di San Sabba, c’era persino un forno crematorio. Le deportazioni avvennero tra il 1943 e 1945, il trasporto avveniva con vagoni merci, i viaggi massacranti durante i quali molti morivano. Ma ancora prima che arrivassero nei campi e che si operasse la selezione per il lavoro si sapeva già quanti dovevano restare in vita e quanti inviati a morte nelle camere a gas. La vita nei campi era molto dura: fame, freddo, fatica e violenze continue. Erano questi i sistemi che i tedeschi met- 176 177 tevano in atto perché l’obiettivo non era solo quello dell’annientamento fisico per mezzo delle camere a gas, ma la cancellazione dei sentimenti, la negazione dell’umanità, l’imbestialimento. E alla fine ci riuscirono. I sopravvissuti nei campi, pur non morti fisicamente, erano morti nell’anima, non avevano più alcuna reazione davanti ai loro compagni assassinati, alle violenze. Erano consapevoli del loro destino: sarebbero usciti dal campo solo passando per il camino dei forni crematori e non potevano far altro che aspettare. E, quando il 27 gennaio del ’45, i russi varcarono i cancelli di Auschwitz e trovarono il campo quasi deserto, i prigionieri non ebbero nessun tipo di reazione: non gioia per la liberazione, non senso di pace, solo soltanto indifferenza. La dimensione umana era stata cancellata! C’è voluto del tempo prima che i sopravvissuti superassero la paura di non essere ascoltati. Quando si sono fatti coraggio e hanno deciso di raccontare le loro testimonianze hanno rivelato tutto l’orrore. Orrore che non può, né deve essere dimenticato affinché fatti simili non accadano mai più. 178 A.D. Riflessioni Sono una ragazza che è detenuta al Ferrante Aporti e sono di Genova, è la seconda volta che entro qui. Manca una settimana alla mia uscita e le sensazioni che provo sono tante e contraddittorie. L’emozione più bella è provocata dalla consapevolezza di essere di nuovo libera, di poter vedere i miei genitori ai quali sono molto legata e che mi mancano tantissimo. Sono anche molto felice perché rivedrò il mio ragazzo ma ci sono alcuni problemi con lui e non so ancora come andrà a finire. Non mi sembra vero poter riappropriarmi della mia vita, non dover ubbidire agli ordini, non dover rispettare tutte le regole che ci sono qui, poter dormire fino a quando voglio e decidere cosa fare della mia giornata. Sono sicura che mi sentirò anche molto più leggera perché non avrò più quella sensazione di incertezza data dal non sapere quanto tempo sarei rimasta qui. Ma adesso mi fermo un attimo e penso a quel giorno che sono andata a rubare. Perché l’avevo fatto? Cosa c’era di così eccitante? I soldi facili? Il brivido del pericolo? Ma ne è valsa la pena? Ora che sono qui, con certezza dico no! E adesso che sto per uscire? Cosa mi attende al di là di questo cancello? In carcere ho conseguito il diploma di scuola media, ho imparato a usare il computer, sto frequentando il corso di ceramica che mi piace tanto. Penso di potermi impegnare anche fuori nella ricerca 179 di un lavoro e, magari, anche di sposarmi con il mio ragazzo. Sicuramente questa esperienza è stata molto dura e difficile, ma mi ha permesso di riflettere molto sulla mia vita e sulle priorità. Ho capito anche che a volte si fanno le cose con troppa leggerezza, senza pensarci due volte, senza riflettere sulle conseguenze. L’emozione che provavo mentre rubavo, non posso negarlo, era forte, ma nello stesso tempo ora più che mai mi sono resa conto che il rischio è veramente alto, che ho troppo da perdere. Penso che proprio questa sia la motivazione che mi farà scegliere un’altra strada. 180 Violeta Senza titolo Buongiorno, prima di iniziare la mia storia voglio presentarmi: mi chiamo Violeta, ho 19 anni e sono rumena; abito in un paese piccolo dove ci conosciamo tutti. Prima di me in Italia è arrivata la mia mamma con il mio papà, dopo mia sorella e mio fratello e dopo io. Mi sono sposata e sono rimasta incinta, ho avuto la prima bambina a 15 anni, dopo ho fatto anche un maschio. Mi sono separata da lui e abbiamo deciso che lui prendeva il maschio e io la femmina. Dopo un po’ di tempo mia mamma mia ha detto di venire in Italia e per me andava bene. Sono partita ma mia figlia è rimasta con una mia zia. Dopo l’ho portata in Italia, prima non potevo perché non sapevo che lavoro trovavo, dopo ho trovato per fare pulizie nelle case e nella cucina di un hotel. Dopo un po’ di tempo mi sentivo molto male, avevo male al cuore, avevo tosse, non sapevo che ero malata e pensavo di aver mangiato qualcosa in Romania. Dopo un giorno mia sorella si è svegliata per andare al lavoro, eravamo solo io e lei in casa perché mia mamma e mio papà erano in Romania per portarmi mia figlia e per vedere la loro mamma e mio fratello era al lavoro; mia sorella, quando mi ha visto, mi ha detto: “Sorella che ti è successo?” e io ho detto: “Niente, sto bene!” E lei: “Ma sei tutta gonfia, sei nera come un morto; alzati subito e andiamo al pronto soccorso”. Mi sono alzata e mi sono guardata nello specchio, mi sono spaventata anch’io; mi sono vestita ma non potevo camminare, mi mancava l’aria, dicevo a mia sorella di cam181 minare piano; alla fine siamo arrivate ai pronto soccorso e subito mi hanno fatto le analisi del sangue e mi hanno detto che c’era acqua nei polmoni. Mi hanno fatto subito un intervento e mi hanno messo un tubicino per far uscire tutta l’acqua; poi mi hanno portato all’ospedale Sant’Anna e là hanno rifatto le analisi e mi hanno trovato una epatite B. Dopo mi hanno fatto la Tac e hanno trovato un linfoma e mi hanno detto che dovevo fare un intervento al seno vicino al cuore. Avevo tanta paura di fare quell’intervento perché hanno detto a mia sorella che potevo anche morire; mia sorella, quando hanno detto che potevo morire, è svenuta. Mi hanno portato in sala operatoria e dopo quattro ore mi sono svegliata, ho chiesto di vedere mia sorella, lei è arrivata tutta contenta e mi hanno portato in camera. Dopo un po’ di tempo mi hanno detto che c’era un tumore maligno e che mi dovevano mettere un tubicino per fare la chemioterapia. Avevo tanta paura, è venuta mia sorella e mi ha detto che dovevo fare tutto che ti dicevano loro. Ho iniziato a piangere e ho detto che avrei fatto di tutto… Mi hanno messo un tubicino, dopo pochi giorni ho iniziato a fare la chemioterapia, mi sentivo molto male, non potevo alzarmi dal letto perché avevo male alle ossa che non potevo neanche camminare, vomitavo sempre, non potevo mangiare tanto avevo anche mal di gola che non potevo bere acqua, non mangiavo e dopo mi hanno lasciato andare a casa. Facevo ogni 15 giorni chemioterapia e ogni 10 giorni facevo un lavaggio al tubicino. Finalmente è arrivata mia mamma con mia figlia dalla Romania e stavo sempre in casa con mia figlia, mia mamma e mia sorellina piccola. Andavo da sola all’ospedale, facevo la chemioterapia e tornavo a casa; stavo con la mia famiglia, mi sentivo bene perché stavo con la mia famiglia anche quando mi sentivo male… loro mi stavano sempre vicino, sempre con mia figlia e tutta la mia famiglia, avevo bisogno di loro… E mi ricordo che andavo fuori con tutta la mia famiglia dagli amici, dai cugini e stavamo sempre da loro; andavo a fare la griglia ogni domenica anche se non potevo stare tanto tempo al sole perché mi sentivo male. Una volta sono andata con mia sorella e con mio cognato fino a Ravenna, dove lavora lui, per prendere lo stipendio ma dopo tanta strada, quando siamo tornati a casa, mi sono messa a letto con mia figlia e dopo due o tre minuti non potevo respirare, non avevo aria, sono andata alla finestra ma neanche là avevo aria, non potevo respirare; allora ho iniziato a gridare, ho chiamato la mia mamma di venire subito che non potevo respirare e vedevo nero davanti… Mia mamma ha chiamato subito il pronto soccorso, mia figlia ha iniziato a piangere perché sono caduta per terra… Mi sono alzata e l’ho presa tra le mie braccia e le ho detto di stare tranquilla, piccola mia che torno subito da te… lei ha iniziato a baciarmi e voleva venire con me al pronto soccorso… Sono stata due settimane all’ospedale Sant’Anna, mia figlia veniva a trovarmi però quando era il tempo di andare, iniziava a piangere sempre per stare con me… Quando sono tornata a casa e mi ha visto era tanto contenta che aveva le lacrime agli occhi e io ho detto che non l’avrei lasciata mai più, che le sarei sempre stata vicino... Quando ho sentito che mi cercava la polizia non sapevo che cosa sarebbe successo… Io non ho fatto niente di male, non mi devo nascondere perché dopo è peggio anche se avevo tanta paura che mi mettevano in carcere. Ho pregato Dio di starmi vicino e dopo mi ha chiamato la polizia, ero tanto spaventata che sono rimasta senza parole e loro mi hanno chiesto dove ero. Io ho detto che ero a Foggia, ma se volevano sarei andata da loro… loro hanno detto che andava bene e che mi avrebbero aspettato… 182 183 Dopo mezz’ora hanno richiamato e mi hanno detto di presentarmi la mattina dopo… Il mattino successivo hanno suonato a casa di mia cugina e hanno detto che cercavano Violeta… mi hanno detto di prendere tutti miei documenti perché dovevo andare con loro fino in questura per dimostrare che ero malata… ho preso tutti documenti dopo ho chiesto se potevo prendere anche mia figlia e mi hanno detto di sì… poi ho preso mia figlia e le ho detto di venire, ma un altro poliziotto mi ha sgridato: “Non puoi prendere tua figlia, lasciala qua che torni dopo da lei”… io ho detto: “Ma non vedi che piange e grida mamma, mamma…” ma non mi hanno lasciato. Siamo usciti e mia mamma è venuta anche lei con mia figlia perché voleva venire su per vedermi. Non mi hanno lasciato vedere mia figlia che mi aspettava fuori davanti alla porta con la speranza di tornare da lei, quando ho visto che non mi lasciavano vederla, ho chiesto alla mia mamma di andare a casa. Mi hanno portato in carcere, dopo è venuta mia sorella più grande con mio cognato e sono stati fino quando mi hanno rinchiuso. Ringrazio tutti quelli che hanno letto con grande rispetto il mio dolore, grazie… Torino, 08/04/2009 Wilfredo Jesus P.P. Sentimientos serrados Serrado aqui son los momentos mas tristes de mi vida. En donde esta mi papa y mis hermanos mi barrio, mi jente mi vida? Termina rapido pasadilla sin amor que te hace perder el amor. En donde esta el mio amor para dejar pasar mi vida junto a una famiglia para gozar la vida. Sentimenti chiusi Chiuso, qui Sono i momenti Più tristi Della mia vita. 184 185 Dove sono mio padre I miei fratelli Il mio quartiere, la mia gente La mia vita? Denis G. Impossibile spiegare Finisci presto Incubo senza amore Che perdere fa L’amore. Sono miracoli. Impossibile spiegare l’amore che provo per te. Rosa d’argento sul pavimento di cristallo dipinta da un bambino cieco. Dov’è il mio amore Per passare la mia vita, una famiglia godere la vita. Dolori Metà anno è trascorso portandosi via molte vite alle famiglie. E molte vite sono cambiate nel volere di bastardi innamorati del male. Dolore di famiglie che non trovano giustizia in quello che giustizia sempre non è. Signore, ascolta i tuoi figli, pregano per un mondo 186 187 migliore, che pregano a te che sei il giusto. Nomi e pseudonimi dei partecipanti Abidi Habib Ahmed Naim Alduzzi Luca Alletto Giacomo Alletto Giovanni Aloisio Michele Amato Stefano Ambrosio Domenico Arcuri Giovanni Arena Salvatore Arioti Maurizio Armani Giuseppe Asta Gaetano Aversano Stabile Luigi Avila Silvana Bacchetti Barbara Badri Abdrraeie Bajramovic Samjra Balanca Marian Baldacci Bruno Baldari Mario Baldi Marco Balena Samuele Balestrieri Franco Barcella Salvatore Bardhi Alban Barreca Giuseppe Barreca Santo Bartolini Luca Baruzzo Pietro Benali Adel Bensi Giovanni Berardi Renato Berrettoni Maurizio Biba Ilier Bobovicz Farida Bova Antonio Brera Enrico Bumbaca Francesco Antonio Buompastore Maria Caggiarelli Davide Cagnazzo Claudio Un raggio di speranza per quelle famiglie che pulisca i dolori di quei cuori innamorati. 188 Calabrese Luigi Calassi Giovanni Cammarota Sergio Camson Everly Cananzi Rocco Cangioli Giovanni Cappellini Raffaele Capuano Antonio Caracciolo Alessandro Carta Antonello Cartanese Maurizio Cascino Salvatore Caso Giuseppe Cavalli Massimo Cazan Liliana Celentano Salzano Antonio Cervetti Amedeo Cesarano Antonio Chindamo Giosuè Ciabatti Filippo Condello Bruno Conte Luigi Contessa Francesco Conti Raffaele Corallo Maria Cosimi Loris Costagli Amerigo Crisafulli Alessandro Cristi Mendez Beatrix Irene Cristollo Francesco D’Errico Serafino De Luca Ottaviano De Luca Salvatore De Matteis Luigi De Matteis Vincenzo De Pane Francesco Dell’Anna Marcello Della Grotta Luigi Della Schiava Umberto Denti Luca Dettori Nicola Di Bari Mauro 189 Di Cagno Stefano Di Giacomo Bruno Di Giacomo Giuseppe Di Giacomo Rosario Di Leo Pasquale Di Luciano Vincenzo Di Martino Luigi Di Pietro Giulio Di Rocco Arcangelo Di Stefano Stefano Dicorato Ruggiero Doni Carmelo Draghi Davide El Agad Hassan Eledrisi Salah Elia Massimiliano Esposito Raffaele Fabozzi Giovanni Falorni Enzo Fasano Vincenzo Faulisi Antonio Felici Francesco Ferraris Ettore Ferri Rosario Filippi Gian Luca Filit Mustapha Flammini M Fontanella Antonio Fulceri Daniele Furiato Walter Gabriele Aral Gagliardi Michele Galarza Jakson Galli Bruno Gallico Carmelo Gattuso Gregorio Gelson Valandro Genchi Massimo Genuardi Giacomo Geromin Deborah Gharbi Moez Gharssalli Chokri Giardini Salvatore Gioffrè Giuseppe Antonio Giordano Raffaele Giuffrida Andrea Giuliano Giuseppe Golinelli Daniele Grandi Loris Gritti Attilio Gritto Adrian Gueli Antonio Guida Nicola Guzzo Gino Habibi Hafedh Hadzovig Hayro Halilovic Sandro Hanidovic Silvana Hanje Senija Hilal Aniss Hoxha Qemal Hudorovich Deborah Hussein Khaled Hutntik Svetlana Ianuele Vincenzo Imerti Giovanni Impusino Carmelo Insegno Ines Ioni D. Isonni Angela Istrate Jan-Georgel Jiorel Antone Joseph Paul Kanoutè Saadron Cheia Kapusniak Jan Kuzmanova Tania Latenza Danilo Lattanzi G. Leopardi Massimo Liberatori Luigi Licandro Rocco Liguori Fabio Lirelli Carlo Locatelli Giovanni Locatelli Ivano Lorenzini Mariano Lucivero Stefania Antonella Lupi Renato Maccanti M. Assunta Madia Giovanni 190 Maglione Antonio Malec Teresa Manakar Lamiri Manara Elhaiba Gabriella Mancini Stefano Manoussi Badr Manuele Salvatore Manuele Vincenzo Marakchi Mohamed Maranca Andrea Marcinnò Thomas Marenda Andrea Marini Antonio Maria Mariotti Alessandro Marotta Calogero Mascolo Cito Massaro Franceso Mastronzo Raffaele Mazzarella Gennaro Mazzarella Luciano Mazzei Matteo Mazzi Daniele Mazzoni Massimiliano Meliti Wahib Mesfun Davide Messina Giovanni Miccoli Antonio Micillo Mario Milazzo Sebastiano Mineo Gioacchino Mircea Ion Mirisola Alfonso Missaoui Wahid Mistretta Maria Modesti Anna Maria Moggi Davide Monaco Antonino Montalbano Romeo Montesano Eginio Morana Giuseppe Mordocco Raffaele Morelli Ivan Muhovic Amer Musumeci Carmelo Neboisa Konstantinov Nenci Luigi Nicolini Antonino Nolfo Saverio Nutile Alessandro Ogliari Gianfranco Orlando Salvatore Orsi Carmela Osmanovic Hasnia Palumbo G. Panariti Giovanni Paolini Carlo Parodi Cristian Passaro Anonio Pellegrino Cynthia Perez Rosa Arelis Perre Pasquale Petrea Elena Pezzotta Mario Piccoli Silvio Piccolo Salvatore Poliseno Michele Puliatti Francesco Pullarà Santi Qani Kelollì Radislav Nakov Radosavljevic Sabrina Raffaelli Joseph Ranieri Nicola Rapone Bruno Rasini Andrea Re Giovanni Rebaudi Carlo Renzetti Amir Reynoso Mercedes José Rolando Rezgui Faycal Rezovi Faycal Rizzo Marco Robustelli Valentino Rodilossi Maurizio Rollo Carmelo Romanazzo Alberto Romano Agostino Romano Domenico Romano Umberto Romeo Michele 191 Rosano Giuseppe Rosmini Demetrio Sesto Rossi Enrico Russo Antonio Russo Gennaro Sabani Hamed Sabri Danilo Safiddine Rachid Salerno Anna Salerno Stefano Santorsola Salvatore Sardone Vincenzo Sarydon Walter Scodellaro Vincenzo Scogliamiglio Pasquale Segovia Parra Andrea Gissel Senija Hanjc Serio Antonio Sgambellone Mario Signorile Alessandro Silla Simone Silvestri Giacomo Simon Eva Sole Alfredo Sow Siberou Spinelli Ferdinando Spitaleri Domenico Stemnlev Melanine Strangio Domenico Strisciuglio Sigismondo Stroe Constantin Stuianov Nicolov Gheorghe Sznejder Andri Tafani Petrit Tatò Francesco Tauro Antonio Tiritiello Anastasio Titas Raffaele Todaro Salvatore Todisco Ivo Todisco Ugo Tollardo Olivo Tontini Renato Torri Daniele Tortora Pasquale Tozzi Giuliano Traballi Graziano Tripodi Giovanni Tucci Sebastiano Orazio Turchetti Giorgio Valentini Mario Fausto Dario Viviani Antonio Volpi Stefano Vondrasek Herbert Zaharia Viorel Zapatero Carnicero Veronica Zappelli Vanna Zegarelli Agostino Zhuka Vilson Zimotti Sante Zocca Mirko Minori A.D. Alessandro F. Alessandro P. Alfonso B. Antonio F. Ciro Emanuele D.G. Daniel N. Denis G. Diego P. G.G.A.M.M.D. Gaspare M. Giuliano L. Guglielmo G. Le ragazze del Ferrante Luca B. M. Marcello P. Nicola D.M. Nunzio D.A. Salvatore D.O. Sanela J. Seat S. Stefan Kristian H. Vincenzo M. Violeta Wilfredo Jesus P.P. 192 Ringraziamenti Un grazie particolare al Presidente della Repubblica e ai Presidenti del Senato e della Camera per l’apprezzamento dimostrato con la concessione della Medaglia d’Argento. Si ringraziano la Fiera internazionale del libro di Torino, i Presìdi del libro Piemonte, le Sedi locali e il Consiglio Nazionale dell’Università delle Tre Età; per il contributo si ringrazia la CARITAS della Diocesi di Massa Marittima Piombino. Un sentito ringraziamento a tutta la Casa di reclusione di Volterra per aver gentilmente ospitato la cerimonia di premiazione dei vincitori di questa VIII edizione del Premio e anche alle numerose Case di reclusione e agli insegnanti che hanno collaborato affinché tanti dei loro reclusi potessero partecipare al concorso ed essere infine presenti alla premiazione. Un grazie anche a Roberto Cerati, Presidente della casa editrice Einaudi, per i volumi generosamente offerti. Infine un ringraziamento alla casa editrice Blu Edizioni, e in particolare a Sandra e Marta. 193 Indice Il Premio letterario “Emanuele Casalini” Chi era Emanuele Casalini Comitato d’onore Giuria Introduzione del Presidente della Provincia di Livorno Presentazione di Ernesto Ferrero 3 5 6 7 9 11 SEZIONE POESIA Opere Premiate Aral Gabriele Dove il tempo cede Come la linea e il punto Gelsomino 19 20 22 Alessandro Crisafulli I II III 24 24 25 Antonio Faulisi Notte di silenzio Nel vortice del vuoto L’assenza 28 29 29 Opere Segnalate Vincenzo Sardone Storia e geografia Io tra chi 34 35 Saadron Cheia Kanoutè Altrove oltre il muro 37 194 Toccare con mano non aiuta Sentiero segnato 38 39 Samjra Bajramovic Piove 41 Salvatore Cascino Attesa Nel silenzio Astro 42 42 43 Giovanni Imerti Mamma 44 Bruno Di Giacomo Prigioniero 45 Olivo Tollardo Eviva il barbiere La notte 46 47 Luca Denti Quel silenzio condiviso Ancora ti cerco E tu non ci sei 48 49 50 Hafedh Habibi L’isola abbandonata Con te Il sogno 51 52 53 Habib Abidi Cantilena del carcerato 55 195 SEZIONE PROSA Opere Premiate Stefano Di Cagno Schiacciato 61 Domenico Strangio Una storia minima 75 Maria Mistretta Maria 146 Vanna Zappelli Il tunnel 158 Massimiliano Mazzoni Solitudine 162 Opere Segnalate Francesco Felici La mia Napoli 92 MINORI M. ’Na parola mia 166 102 G.G.A.M.M.D. Dialogo sull’assassino e sui gendarmi 167 111 Luca B. Senza titolo 171 119 Marcello P. Senza titolo 173 123 Guglielmo G. Senza titolo 174 126 Alessandro P. 27 gennaio: giornata della memoria per non dimenticare 175 Antonio Miccoli Una storia di mare 135 A.D. Riflessioni 179 Carmelo Rollo L’identità perduta 139 Violeta Senza titolo 181 Valentino Robustelli Se potessi scrivere 97 Giovanni Arcuri L’inferno Carmelo Gallico Pagine dall’inferno Maria Buompastore Il viaggio di Ulisse Antonio Tauro David Grossman, Con gli occhi del nemico Francesco Tatò L’arte di essere infelici 196 197 Wilfredo Jesus P.P. Sentimientos serrados 185 Denis G. Impossibile spiegare Dolori 187 187 Nomi e pseudonimi dei partecipanti Ringraziamenti 189 193 Hanno contribuito Regione Toscana Comune di Piombino 198 Provincia di Livorno Comune di Porto Azzurro Comune di Volterra Finito di stampare nel mese di novembre 2009 presso Benvenuti&Cavaciocchi Livorno