DOCUMENTI DONNE, LAVORO, TV 11 - Pari Opportunità Provincia
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DOCUMENTI DONNE, LAVORO, TV 11 - Pari Opportunità Provincia
DOCUMENTI RICERCA D O N N E , L AV O R O , T V LA RAPPRESENTAZIONE FEMMINILE NEI PROGRAMMI TELEVISIVI ROMA, 2002 11 INDICE Premessa .................................................................................. pag. 7 RAPPORTO DI RICERCA .......................................................... ” 9 PARTE PRIMA - LA FICTION ........................................................ ” 1. Premessa .................................................................................. ” 2. Descrizione del campione ........................................................ ” 3. Disuguaglianze di genere e stereotipi ...................................... ” 4. La capacità decisionale di uomini e donne............................... ” 5. Il grado di dipendenza di uomini e donne nei rapporti familiari 5. e lavorativi ............................................................................... ” 6. Il contesto prevalente di presentazione dei personaggi maschili 5. e femminili ............................................................................... ” 7. Le caratteristiche di base dei personaggi ................................. ” 8. L’aspetto esteriore .................................................................... ” 9. I valori di riferimento .............................................................. ” 10. I tratti di personalità ............................................................... ” 11. Il lavoro .................................................................................. ” 12. Il profilo della donna che lavora ............................................ ” 13. Comportamenti pro-sociali e anti-sociali e modalità d’inte13. razione tra i personaggi .......................................................... ” 14. Conclusioni ............................................................................ ” 11 11 13 20 26 28 30 34 40 43 51 60 66 82 91 3 Appendice Elenco dei programmi campione e dati auditel ........................... Pag. 98 La rappresentazione della differenza di genere nei cartoni animati per bambini. Il caso dei Pokémon ....................................... ” 103 PARTE SECONDA - L’INTRATTENIMENTO .................................. ” 1. Premessa .................................................................................. ” 2. I programmi analizzati ............................................................. ” 3. Cenni sui dati auditel ............................................................... ” 4. Attualità e costume .................................................................. ” 5. Varietà ...................................................................................... ” 6. Talk show ................................................................................. ” 7. Giochi ...................................................................................... ” 8. Informazione satirica ............................................................... ” 9. Conclusioni .............................................................................. ” 121 121 122 126 133 150 182 207 213 219 Appendice Grafici auditel .............................................................................. ” 233 Bibliografia .................................................................................. ” 275 Sintesi della ricerca ..................................................................... ” 281 ATTI DEL CONVEGNO DEL 12 FEBBRAIO 2002 Premessa....................................................................................... ” 297 Apertura dei lavori FRANCESCA SANTORO - Vice Presidente del CNEL ....................... ” 300 Relazioni ....................................................................................... ” “La rappresentazione della condizione femminile nella fiction televisiva”................................................................................ ” GIANNI LOSITO - Ordinario di sociologia all’Università “La Sapienza” di Roma...................................................................... ” 4 305 305 305 “La rappresentazione della condizione femminile nei programmi televisivi di intrattenimento” MANUELA MALCHIODI - Responsabile ricerche dell’Osservatorio di Pavia ................................................................................... Pag. 342 Intervento del Ministro per le Pari Opportunità STEFANIA PRESTIGIACOMO ............................................................. ” Discussants ................................................................................... ” NORA RIZZA Professore associato di sociologia delle Comunicazioni di massa all’Università di Bologna ................................................... ” GIANCARLO ROVATI Professore ordinario di sociologia all’Università di Genova ...... ” TAVOLA ROTONDA Coordinata da MIRIAM MAFAI ...................................................... ” Con la partecipazione di: MARINA PIAZZA Commissione Pari Opportunità.................................................... ” SILVIA COSTA Consigliere del CNEL................................................................... ” BARBARA POLLASTRINI Parlamentare, responsabile femminile DS ................................... ” ANNA MARIA PARENTE Coordinamento donne CISL ......................................................... ” 358 364 364 370 378 379 383 390 393 5 Premessa Sono pubblicati, in questo volume, i materiali di una ricerca promossa dal CNEL sul tema “Donna, lavoro, televisione”. La ricerca, condotta dalla Cares - Osservatorio di Pavia, con il coordinamento del Dott. Giulio Carminati e con la direzione scientifica del Prof. Gianni Losito dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”, si è proposta di rilevare e descrivere la rappresentazione della donna nella programmazione televisiva con riferimento a due aree espressive o macro-generi che occupano una parte preponderante dei palinsesti delle principali reti a diffusione nazionale: la fiction e l’intrattenimento. La parte della ricerca relativa alla fiction televisiva è un’analisi quantitativa del contenuto che si distingue da altre condotte in passato per aver posto a confronto la rappresentazione della condizione della donna con quella dell’uomo ricorrendo a variabili che definiscono non soltanto il profilo socio-demografico e lavorativo dei personaggi principali che in essa compaiono, ma anche l’aspetto esteriore, l’universo valoriale e normativo di riferimento, la personalità, il comportamento anti-sociale e pro-sociale, le modalità d’interazione con altri personaggi nei contesti familiare e amicale, oltre che lavorativo. Nella parte della ricerca relativa, invece, all’intrattenimento si è optato per un’analisi qualitativa, per sua natura più idonea a cogliere le strutture mutevoli dei formati in cui tale genere si articola e più sensibi7 le alla complessità e alla specificità delle dimensioni di significato che si fondono e si confondono all’interno dei formati stessi. Obiettivo dell’indagine è stato quello di rilevare se i programmi d’intrattenimento rappresentino la complessità della condizione della donna proponendo modelli coerenti con la nuova identità femminile, oppure se propongano, al contrario, un’immagine ispirata a stereotipi tradizionali relegando la figura femminile in una posizione subordinata e marginale. 8 RAPPORTO DI RICERCA 9 10 PARTE PRIMA LA FICTION 1. Premessa Questa indagine sulla presenza della donna nella fiction televisiva prende le mosse dai risultati di precedenti ricerche condotte su questo tema, che hanno evidenziato sia una diseguale rappresentazione di donne e uomini, sia una risposta inevasa alle esigenze nate nell’ambito della società reale e legate alla nuova condizione femminile, alla trasformazione e definizione, ancora in atto e conflittuale, del ruolo della donna nella sfera del pubblico e del privato. L’obiettivo che essa si è posta è quello di rilevare e descrivere la rappresentazione della donna proposta esplicitamente e/o implicitamente dai programmi di fiction trasmessi dai due maggiori network italiani, Rai e Mediaset, e da TMC (ora La 7), prestando particolare attenzione alle differenze di genere e alla condizione lavorativa dei personaggi femminili. La ricerca è stata condotta sulla settimana che va da domenica 11 a sabato 17 marzo 2001, scelta come rappresentativa di una settimana “normale” con ascolti medi, in base ai dati auditel, in modo da evitare polarizzazioni attorno a contingenze particolari capaci di influenzare sia la programmazione sia le consuete abitudini di ascolto del pubblico. La stessa settimana è stata considerata per la ricerca relativa alla rappre11 sentazione della donna nei programmi d’intrattenimento (vedi la II parte di questo Rapporto). Nella programmazione di questa settimana è stata selezionata e sottoposta ad analisi tutta la fiction trasmessa dalle reti Rai e Mediaset e da TMC nelle fasce orarie pomeridiana, pre-serale e serale (dalle 12.00 alle 22.30-23.00). Il metodo seguito è stato quello dell’analisi del contenuto secondo la modalità dell’inchiesta, in base al quale le caratteristiche del testo televisivo vengono rilevate con una scheda di analisi strutturata composta da una successione ordinata di voci “chiuse”, analoghe alle domande di un questionario, con alternative di risposta precodificate. Tale metodo implica, nell’uso della scheda, il coinvolgimento della dimensione interpretativa degli analisti, la cui affidabilità viene peraltro sistematicamente controllata attraverso modalità collegiali di analisi e l’applicazione di test di intrasoggettività e intersoggettività. Le schede d’analisi predisposte ad hoc per la rilevazione sono due, la prima relativa ai programmi e la seconda ai personaggi principali in essi presenti. La prima prevede anzitutto una serie di voci volte a rilevare le caratteristiche di base di ogni singolo programma tra cui la distinzione in vari formati: film, film tv (espressamente prodotti per la televisione), serie (successione di episodi in sé conclusi e indipendenti gli uni dagli altri), serial (successione di puntate legate l’una all’altra nello svolgimento di una narrazione che si protrae a lungo), miniserie (con caratteristiche analoghe al serial ma con un numero limitato di puntate); e poi anche voci destinate a ricostruire la rappresentazione dei tratti distintivi di genere nel programma analizzato, distinguendo tra elementi tematizzati all’interno della narrazione e indicatori che, indipendentemente dagli intenti narrativi della fiction, rinviano a modalità implicite di proporre l’immagine femminile, con eventuali riferimenti a modelli negativi o degradanti rispetto alla figura della donna. La seconda scheda d’analisi è stata applicata sui personaggi principali di ogni singolo programma di fiction, i personaggi, cioè, la cui presenza risulta essere indispensabile allo svolgimento della vicenda narrata. Questa scheda, più ampia e articolata rispetto alla prima, comprende diversi insiemi di voci volte a rilevare, rispettivamente: 12 - le caratteristiche di base dei personaggi (sesso, età, stato civile, nazionalità, razza, religione) e la loro condizione lavorativa; - le caratteristiche esteriori e fisiche; - i valori di riferimento dei personaggi, ovvero i valori che ne orientano atteggiamenti e comportamenti (valori afferenti alle sfere familiare, lavorativa, amicale, affettiva); - i tratti di personalità (rilevati con un differenziale semantico, costituito da coppie di attributi opposti secondo la polarità negativo-positivo, e con il test dei Big Five, serie di aggettivi che descrivono la personalità); - il sistema di relazioni in cui il personaggio si trovava coinvolto dal punto di vista sociale e personale, con particolare attenzione alle dinamiche sviluppate secondo il genere dei personaggi. Su questa base, il rapporto di ricerca relativo alla fiction si articola sui temi seguenti: 1. la descrizione del campione dei programmi sottoposti ad analisi nella settimana considerata, secondo le loro caratteristiche di base; 2. le disuguaglianze di genere e gli stereotipi negativi rispetto alla figura femminile eventualmente presenti nei programmi in esame; 3. la descrizione dei personaggi, secondo le loro caratteristiche di base; 4. le differenze significative tra personaggi femminili e maschili rispetto all’aspetto esteriore, ai valori di riferimento, ai tratti di personalità, alla semplicità/complessità e alla specificità/diffusione delle rispettive immagini; 5. il profilo della donna che lavora come emerge dai programmi analizzati secondo un’ampia gamma di variabili; 6. i comportamenti pro-sociali e anti-sociali e le modalità d’interazione dei personaggi nella narrazione secondo le differenze di genere. 2. Descrizione del campione Il numero di programmi di fiction sottoposti ad analisi quantitativa nel periodo prescelto (la settimana dal 11 al 17 marzo 2001) e nelle fa13 sce orarie considerate (dalle 12.00 alle 22.30/23.00) ammonta a 162. La distribuzione dei 162 programmi considerati secondo il network e la fascia oraria di messa in onda mostra che la quota di programmi non è omogenea nei tre network a diffusione nazionale: Mediaset ha trasmesso nella settimana analizzata 84 programmi, la Rai 36 e TMC 42. Nel complesso, il 60,5% dei programmi sono collocati nella fascia pomeridiana (12.00 - 17.45/18.00) e solo il 25.9% in prima serata (19.45/20.00 - 22.30/23.00). Questa caratteristica contraddistingue l’emittenza privata più di quella pubblica: quasi il 62% della fiction trasmessa da Mediaset è andata in onda nel pomeriggio, mentre i 36 programmi Rai si posizionano in maniera più uniforme nelle fasce pomeridiane (44,4%) e serali (47,2%). Anche TMC concentra nel pomeriggio la maggioranza (71,4%) dei programmi di fiction (tab. 1). Tab. 1 - Programmi campione per network e fascia oraria (%) Network Rai Mediaset TMC Totale Pomeridiana (12:00 - 18:00) 44,4 61,9 71,4 60,5 Fascia oraria Pre-serale (18:00 - 20:00) 8,3 14,3 16,7 13,6 Serale (20:00 - 23:00) 47,2 23,8 11,9 25,9 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 162 programmi I programmi di fiction trasmessi sono di produzione italiana soltanto per il 22,8%, mentre la fiction di produzione statunitense si conferma il principale riferimento della nostra televisione, con il 64,8%. La percentuale di programmi prodotti da altri Paesi, diversi dagli Stati Uniti, copre il 12,3% della programmazione e comprende soprattutto produzioni sudamericane, oltre ad una quota minore attribuibile ad altri Paesi europei. Dall’analisi della distribuzione del campione secondo il network e il Paese di produzione della fiction emergono significative differenze fra i network considerati. La Rai sembra concedere alle produzioni italiane più spazio rispetto alle concorrenti. Il 47,2% dei programmi Rai è 14 di produzione italiana e il 52,8% americana. Pur essendo, in valore assoluto, quasi uguale il numero di produzioni italiane trasmesso (16 da Mediaset contro 17 da Rai), nel profilo di Mediaset la quota di programmi stranieri supera l’80% contro il 19% di produzioni italiane. Dato significativo per questo network è anche la percentuale consistente della fiction prodotta da altri Paesi oltre agli Usa (20,2%). Questa peculiarità si spiega con la consistente presenza di telenovelas trasmesse da Rete 4. Anche TMC propone una quota abbastanza ridotta di fiction di produzione italiana (9,5%), contro la stragrande maggioranza di produzione statunitense (83,3%) (tab. 2). Tab. 2 - Programmi campione per network e paese di produzione (%) Network Rai Mediaset TMC Totale Italia 47,2 19,0 9,5 22,8 Paese di produzione Usa Altro 52,8 0,0 60,7 20,2 83,3 7,1 64,8 12,3 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 162 programmi Per quanto riguarda il periodo di realizzazione, Rai e Mediaset si caratterizzano per la presenza di produzioni recenti, nella quasi totalità posteriori al 1990: la fiction Rai che ricade in questa categoria è pari al 94,5% e quella Mediaset al 90,5%. Al contrario TMC si caratterizza per una fiction più datata che vede prevalere produzioni antecedenti al 1990 (64,3%) (tab. 3). Tab. 3 - Programmi campione per network e periodo di realizzazione (%) Network Rai Mediaset TMC Totale Fino al 1979 5,6 7,1 40,5 15,4 Periodo di realizzazione 1980 - 1989 1990 - 1999 0,0 30,6 2,4 42,9 23,8 33,3 7,4 37,7 2000 e oltre 63,9 47,6 2,4 39,5 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 162 programmi 15 Per la fiction espressamente prodotta per la televisione (serie, miniserie, serials, tv movies) si registra complessivamente una presenza consistentemente più rilevante di quella dei film prodotti per le sale cinematografiche, senza sostanziali differenze fra i tre network (il 73,5% per la fiction tv contro il 26,5% per la fiction cinematografica). Quanto ai dati relativi ai generi della fiction, essi evidenziano, nel complesso, una prevalenza di polizieschi (43,2%) e di soap operas e telenovelas (25,3%). Considerando i singoli network, il genere poliziesco è dominante nella programmazione di TMC (83,3%) ma anche della Rai (47,2%), mentre i serials si affermano significativamente sulle reti Mediaset (36,9%) (tab. 4). Tab. 4 - Programmi campione per network e genere (%) Genere Network Rai Mediaset TMC Totale Drammatico Commedia 13,9 10,7 7,1 10,5 5,6 23,8 7,1 15,4 Poliziesco Horror SoapTotale Thriller Fantascienza Telenovela Avventuroso 47,2 5,6 27,8 100,0 21,4 7,1 36,9 100,0 83,3 2,4 0,0 100,0 43,2 5,6 25,3 100,0 Base: 162 programmi I dati relativi all’audience dei programmi campione sono, ovviamente, fortemente influenzati dalla collocazione degli stessi nei palinsesti delle diverse reti (con la prevalenza - come si è visto - della fascia pomeridiana) e risultano sensibilmente diversi per i tre network: il 55,6% dei programmi Rai e il 34,5% di quelli Mediaset sono stati visti da più di 2.500.000 spettatori; i 42 programmi di TMC non superano invece mai il milione, sia per gli ascolti in generale più contenuti della rete, sia perché la maggioranza di questi stessi programmi è stata trasmessa nella fascia pomeridiana. Confrontando i dati di ascolto della fiction di prima serata fra i tre network, la situazione resta comunque sbilanciata a favore delle reti pubbliche: l’88,2% dei programmi della prima serata Rai superano i 16 2.500.000 telespettatori, mentre solo il 55,0% dei programmi della prima serata Mediaset si attestano sugli stessi livelli (tab. 5). Per quanto riguarda i dati di share, il campione di programmi analizzato si concentra in maggioranza nei valori centrali tra quelli riscontrati (dal 5% al 15%). Tuttavia, valori che superano il 20% si registrano rispettivamente per il 22,2% dei programmi Rai e per il 25,0% dei programmi Mediaset. Nella prima serata, i dati di share ricalcano le osservazioni fatte sull’audience: il 23,5% delle fiction Rai ottengono una quota significativamente alta di share (superiore al 20%), contro il 15,0% delle fiction Mediaset. Solamente un programma di TMC supera il 5% di share nella settimana considerata (tab. 6). Tab. 5 - Audience media per network (%) Network Fino a 1000 Rai Mediaset TMC Totale 16,7 19,0 100,0 39,5 Audience media (per mille) Da 1001 Da 1501 Da 2001 a 1500 a 2000 a 2500 2,8 19,4 5,6 21,4 8,3 16,7 0,0 0,0 0,0 11,7 8,6 9,9 Sopra 2500 Totale 55,6 34,5 0,0 30,2 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 162 programmi Tab. 6 - Share per network (%) Network Fino a 5% Rai Mediaset TMC Totale 0,0 6,0 97,6 28,4 Da 5,1 a 10,0% 38,9 36,9 2,4 28,4 Share Da 10,1 a Da 15,1 a 15,0% 20,0% 30,6 8,3 23,8 8,3 0,0 0,0 19,1 6,2 Sopra 20,0% Totale 22,2 25,0 0,0 17,9 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 162 programmi L’indice di permanenza offre informazioni sulla continuità dell’esposizione a ciascun programma, quindi sulla capacità del programma 17 stesso di trattenere il pubblico che si sposta sulle varie reti per operare una selezione. Se per TMC prevale un tipo di esposizione discontinuo (il 73,8% delle trasmissioni registra un indice di permanenza che non supera il 35%), per Rai e Mediaset prevale invece la fedeltà al programma e la continuità della visione: per entrambi i network, l’indice di permanenza si colloca nella maggior parte dei casi oltre la soglia del 45%, e più di un quarto delle fiction Mediaset mostra un indice che supera il 55% (tab. 7). Tab. 7 - Indice di permanenza per network (%) Network Fino a 25% Rai Mediaset TMC Totale 5,6 16,7 38,1 19,8 Da 25,1% a 35,0% 30,6 21,4 35,7 27,2 Indice di permanenza Da 35,1% Da 45,1% a 45,0% a 55,0% 16,7 41,7 19,0 15,5 21,4 2,4 19,1 17,9 Sopra 55,0% Totale 5,6 27,4 2,4 16,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 162 programmi Nella settimana in esame, i programmi di fiction con dati di audience più consistenti sono stati trasmessi dalle reti ammiraglie di Rai e Mediaset che hanno proposto anche i due programmi con il maggiore ascolto in assoluto, “Il maresciallo Rocca” per Raiuno (9.707.000 spettatori) e “Out of sight” per Canale 5 (7.395.000 spettatori), sceneggiato di punta il primo, film di grande impatto e recente successo cinematografico il secondo. Interessante notare come sia per Raiuno che per Canale 5 seguano, quanto a livello di ascolti, due fiction a puntate di produzione italiana (come peraltro è anche “Il maresciallo Rocca”): “Incantesimo 4” (Raiuno) e “Il bello delle donne” (Canale 5). Inoltre, per Raiuno seguono nella classifica degli ascolti (ponendosi comunque tra i programmi con i maggiori ascolti in assoluto) altre due produzioni italiane, il film commedia “Auguri professore” e la serie “Una donna per amico 3”, mentre su Canale 5 ascolti sopra i cinque milioni e mezzo di telespettatori sono raggiunti da tutte e cinque le puntate settimanali di 18 “Beautiful”, che si conferma la soap di maggior successo in assoluto, anche rispetto a quelle trasmesse da altre reti. Raidue e Italia 1 hanno tra le fiction di maggior audience film e telefilm d’azione di produzione soprattutto americana: su Raidue il telefilm “Streghe”, i film “Terra bruciata” (di produzione però italiana), “Caccia al serial killer” e “Attacco al presidente”; su Italia 1 i film “Mission Impossible”, “Ace Ventura missione Africa”, “Ace Ventura l’acchiappanimali” e il telefilm “Walker Texas ranger”. Rete 4 ha come fiction di maggiore ascolto, a parte il film “Nati con la camicia”, le due telenovelas sudamericane “Terra nostra” e “Vento di passione”. Anche Raitre vede le produzioni italiane al vertice degli ascolti con la fiction “La squadra” e le cinque puntate settimanali della soap “Un posto al sole”. La fiction di TMC non ha mai ascolti rilevanti: l’audience più alta è quella del film “Soldati 365 all’alba” (895.000 spettatori). Sulla base delle caratteristiche fin qui illustrate, è possibile tracciare un profilo di ciascuno dei network considerati sintetizzato nello schema seguente: Schema riassuntivo dei profili dei network (caratteristiche di base) Quantità di fiction trasmessa Fascia oraria di trasmissione prevalente Paese di produzione prevalente Periodo di produzione prevalente Genere di fiction prevalente Audience media prevalente Share prevalente Indice di permanenza Prevalente Rai 36 programmi Pomeridiana, serale Italia, Stati Uniti Post 1990 Mediaset 84 programmi Pomeridiana TMC 42 programmi Pomeridiana Stati Uniti, altri Paesi Post 1990 Stati Uniti Poliziesco, soap opera Sopra 2.500.000 (per il 55,6% dei programmi) Da 5,1% a 10,0% (per il 38,9% dei programmi) Da 45,1% a 55,0% (per il 41,7% dei programmi) Soap opera, commedia Sopra 2.500.000 (per il 34,5% dei programmi) Da 5,1% a 10,0% (per il 36,9% dei programmi) Sopra il 55,0% (per il 27,40% dei programmi) Poliziesco Ante 1990 Sotto 1.000.000 (per il 100% dei programmi) Sotto il 5% (per il 97,6% dei programmi) Sotto il 25% (per il 38,10% dei programmi) 19 3. Disuguaglianze di genere e stereotipi Per “rappresentazione della disuguaglianza di genere” si intende la presenza - all’interno della narrazione, nella biografia dei personaggi di episodi di discriminazione basati sull’appartenenza al genere femminile oppure di riflessioni o discorsi dei personaggi su questo problema. In ogni caso, si tratta di elementi che fanno parte della storia e della narrazione. In sostanza, si mira a rilevare la presenza o assenza di attenzione alle tematiche legate alla disuguaglianza di genere. Questo piano è distinto da quello che invece corrisponde a un giudizio sintetico sull’immagine complessiva della figura femminile quale si può desumere dall’eventuale proiezione su di essa di modelli negativi, indipendentemente dagli intenti narrativi della fiction analizzata. Indicatori di tale propensione possono riguardare la distribuzione dei ruoli tra personaggi maschili e femminili, le caratteristiche e gli equilibri tra questi ruoli, la ricorrenza di certi stereotipi nella rappresentazione dei personaggi femminili, e così via. Si tratta, quindi, di individuare pregiudizi nello sguardo degli autori della fiction, anche se non espressi esplicitamente dai personaggi o tematizzati nella storia. La combinazione di queste due caratteristiche secondo le modalità presente/assente porta alla costruzione di un modello interpretativo riassunto nello schema seguente: Rappresentazione disuguaglianza di genere Presente Assente Proiezione Presente Discriminante-legittimante Latente di modelli Assente Descrittivo-critico Assente negativi La presenza di una rappresentazione delle disuguaglianze può assumere una valenza positiva o negativa, a seconda della combinazione con l’altra caratteristica: è un fatto positivo quando rimanda a una consapevolezza della questione femminile e a una volontà di rappresentarla nei suoi aspetti problematici (e si associa, in questo caso, alla modalità 20 “assente” dell’altra variabile); assume invece una valenza negativa quando si accompagna alla presenza di stereotipi e modelli negativi o degradanti riferiti all’immagine femminile, stereotipi e modelli che legittimano le disuguaglianze nel momento in cui vengono rappresentate. Ovviamente, la presenza di stereotipi degradanti è sempre negativa, indipendentemente dal modo in cui si incrocia con l’altra caratteristica, modo che definisce però la modalità implicita o esplicita di rappresentazione della disuguaglianza. Il quadrante 1 racchiude le fiction che tematizzano la disuguaglianza tra i sessi e che contengono anche proiezioni di modelli negativi o degradanti rispetto all’immagine femminile, risolvendosi quindi in posizioni discriminanti verso la donna, se non addirittura legittimanti della disuguaglianza stessa. Il quadrante 2 rappresenta invece le fiction in cui la disuguaglianza non è parte della narrazione, ma che veicolano comunque, in modo latente, un’immagine negativa della donna. Il quadrante 3 è relativo a programmi che, tematizzando la disuguaglianza senza ricorrere a stereotipi negativi, sembrerebbero proporre, al contrario, un atteggiamento non discriminatorio, descrittivo e in certi casi critico rispetto alla disuguaglianza stessa. Il quadrante 4 corrisponde, infine, a programmi per i quali non si riscontrano né attenzione alla disuguaglianza né proiezione di modelli negativi sulla figura femminile: questa “neutralità” può assumere la forma di una sostanziale correttezza nella rappresentazione dei due sessi oppure quella di una tendenza all’omologazione che ne trascura le differenze, sia pure rappresentandoli in modo sostanzialmente equilibrato. La fiction della settimana considerata nella ricerca si distribuisce prevalentemente nei quadranti 2 e 4, rivelando così una debole attenzione per le problematiche della disuguaglianza di genere. In una buona parte dei casi (36,5%) essa si caratterizza anche per l’assenza di modelli negativi e degradanti associati alla figura femminile, ma va comunque considerato che una quota consistente (32,7%) di programmi tradisce la presenza latente di pregiudizi e stereotipi negativi. Rari, comunque, sono i programmi che rivolgono uno sguardo consapevole - descrittivo o critico - sui problemi della disuguaglianza, mentre uno sguardo discri21 minante nei confronti della donna o addirittura legittimante la disuguaglianza si profila nel 22,6% dei casi (tab. 8). Tab. 8 - Rappresentazione delle disuguaglianze di genere e proiezione di modelli negativi (%) Rappresentazione disuguaglianze di genere Proiezione di modelli negativi Presente Non presente Totale Presente Non presente Totale 22,6 32,7 55,3 8,2 36,5 44,7 30,8 69,2 100,0 Base: 159 programmi Un incrocio con i dati relativi all’audience permette di avere un’idea della quota di pubblico raggiunta dai programmi che rientrano in ciascuna delle quattro categorie. Per ognuna di esse sono segnalati i valori di audience media (data dalla somma dell’audience di tutti i programmi di quella categoria, divisa per il loro numero), oltre al valore minimo e massimo di audience in quella stessa categoria: Quadrante 1 (discriminante-legittimante) Numero di casi: 36 Audience media: 1.888.970 Valore minimo dell’audience: 159.000 Valore massimo dell’audience: 7.395.000 Quadrante 2 (latente) Numero di casi: Audience media: Valore minimo dell’audience: Valore massimo dell’audience: 52 1.665.750 130.000 7.058.000 Quadrante 3 (descrittivo-critico) Numero di casi: Audience media: Valore minimo dell’audience: Valore massimo dell’audience: 13 2.314.850 246.000 5.695.000 Quadrante 4 (assente) Numero di casi: Audience media: Valore minimo dell’audience: Valore massimo dell’audience: 58 2.084.260 42.000 9.707.000 22 Si possono quindi proiettare sul modello i dati relativi ai network e al Paese di produzione della fiction. Le tabelle 9, 10 e 11 descrivono i profili della programmazione dei diversi network: per ognuno di essi, i valori percentuali dei singoli quadranti rappresentano la quota di fiction riconducibile a quel quadrante rispetto al totale della fiction trasmessa dal network. La fiction Mediaset mostra un addensamento maggiore rispetto alle reti Rai e a TMC nel quadrante 1 (discriminante-legittimante). Questo dato si può spiegare con la presenza nelle reti Mediaset delle telenovelas di produzione sudamericana, come già accennato nella descrizione dei programmi. Le telenovelas rappresentano un genere rivolto a un pubblico popolare, presumibilmente più sensibile nei confronti di un’accentuazione melodrammatica e tradizionalistica dei temi proposti e non è raro che veicolino una rappresentazione delle disuguaglianze tra i sessi che assume connotazioni legittimanti. Le vicende narrate dalle telenovelas nella settimana analizzata si collocano, oltretutto, in un contesto temporale passato. Questo dato trova conferma nella relazione del modello con il Paese di produzione della fiction: il 60% della fiction di produzione di altri Paesi, in gran parte sudamericani, rientra nel quadrante 1 ( tab. 14). La fiction Rai si caratterizza, in percentuale maggiore rispetto a Mediaset (42,9% contro 21,7%), per la presenza di modelli negativi della figura femminile implicitamente proposti (quadrante 2: latente). Sia per Rai che per Mediaset, questa evenienza contraddistingue programmi di fiction di vari formati e generi, anche di produzione recente, ad indicare come pregiudizi - sia pure latenti - abbiano di fatto possibilità di accesso nei vari palinsesti. La fiction Mediaset, più spesso di quella Rai, tenta un approfondimento delle tematiche legate alla disuguaglianza di genere: il 12% dei programmi, contro il 5,7% della Rai, rientra nel quadrante 3 (descrittivo-critico). Questa caratteristica emerge anche in alcuni serials che, a prima vista, non sembrerebbero particolarmente impegnati sul fronte della cultura della differenza, ma nei quali è proprio la serialità a permettere, di tanto in tanto, approfondimenti rispetto alle figure femminili protagoniste delle singole puntate. 23 Il quadrante 4 (assente), che rappresenta la categoria più ampia nel campione esaminato, si declina diversamente rispetto ai vari network. Pur assumendo dimensioni significative anche sulle reti Mediaset (32,5%), si addensa nelle reti Rai (48,6%). Come già detto, ciò può individuare in alcuni casi un atteggiamento corretto nei confronti della rappresentazione della condizione femminile, mentre in altri una sorta di sovrapposizione omologante dei caratteri femminili e maschili, cosa che avviene soprattutto nelle serie più recenti, suggerendo la tendenza di una parte della nuova fiction alla rimozione delle tematiche della differenza. La fiction di TMC si concentra prevalentemente nei quadranti 1 e 2 (63,4%), che segnalano la presenza di modelli negativi o degradanti rispetto all’immagine femminile. Tab. 9 - Reti Rai (%) Proiezione di modelli negativi Presente Non presente Totale Rappresentazione disuguaglianze di genere Presente Non presente Totale 2,9 42,9 45,7 5,7 48,6 54,3 8,6 91,4 100,0 Base: 35 programmi Tab. 10 - Reti Mediaset (%) Proiezione di modelli negativi Presente Non presente Totale Rappresentazione disuguaglianze di genere Presente Non presente Totale 33,7 21,7 55,4 12,0 32,5 44,6 45,8 54,2 100,0 Base: 83 programmi Tab. 11 - TMC Proiezione di modelli negativi Presente Non presente Totale Base:42 programmi 24 Rappresentazione disuguaglianze di genere Presente Non presente Totale 17,1 46,3 63,4 2,4 34,1 36,6 19,5 80,5 100,0 Per quanto riguarda il Paese di produzione (tabb. 12, 13 e 14), emerge il dato già segnalato della concentrazione di programmi non italiani e non statunitensi nel primo quadrante (discriminante-legittimante), dovuta essenzialmente alla presenza di telenovelas sudamericane. Per il resto, la fiction italiana e quella statunitense non si differenziano in maniera significativa rispetto alle variabili considerate, fatta salva una più consistente presenza nella fiction americana di programmi che propongono uno sguardo descrittivo-critico. Tab. 12 - Produzione italiana (%) Proiezione di modelli negativi Presente Non presente Totale Rappresentazione disuguaglianze di genere Presente Non presente Totale 16,7 36,1 52,8 2,8 44,4 47,2 19,4 80,6 100,0 Base: 36 programmi Tab. 13 - Produzione statunitense Proiezione di modelli negativi Presente Non presente Totale Rappresentazione disuguaglianze di genere Presente Non presente Totale 17,5 34,0 51,5 9,7 38,8 48,5 27,2 72,8 100,0 Base: 103 programmi Tab. 14 - Produzione di altri Paesi Proiezione di modelli negativi Presente Non presente Totale Rappresentazione disuguaglianze di genere Presente Non presente Totale 60,0 20,0 80,0 10,0 10,0 20,0 70,0 30,0 100,0 Base: 20 programmi 25 4. La capacità decisionale di uomini e donne Per rilevare in modo sintetico il livello di capacità decisionale dei personaggi è stato costruito un indice considerando come indicatori i livelli di capacità decisionale manifestati in ambito familiare e lavorativo dai personaggi stessi. Anche se la percentuale di programmi in cui i personaggi femminili sono presentati con un’alta capacità decisionale è consistente, tale percentuale è comunque sensibilmente inferiore a quella dei programmi in cui sono i personaggi maschili a presentare tale attributo (39,2% contro 81,9% dei casi). La stessa tendenza è riscontrabile in relazione alla modalità “bassa capacità decisionale”, che si registra per le donne nel 21,6% e per gli uomini nel 5,3% dei programmi. Questo dato evidenzia in maniera evidente ed immediata un primo elemento di disuguaglianza nella rappresentazione di genere: la propensione diffusa a considerare la capacità decisionale in ambito sia privato sia professionale come una prerogativa principalmente maschile, è riproposta fedelmente nella fiction, sia pure con differenze significative tra i network (tabb. 15 e 16). In relazione a questo particolare aspetto, mentre la fiction Rai tende a minimizzare lo scarto tra uomini e donne, con una stessa percentuale di programmi (circa il 68%) che presentano personaggi maschili e personaggi femminili con un’alta capacità decisionale, per gli altri due network lo scarto si amplifica. Nelle reti Mediaset i programmi che rappresentano donne con bassa capacità decisionale sono il 25,6%, mentre solo nel 3,6% compaiono personaggi maschili con la stessa caratteristica. D’altro canto, i programmi che propongono uomini con alta capacità decisionale sono ben l’87,5%; al contrario, solo il 30,2% tende a dare spazio a personaggi femminili con analoghe prerogative. Una tendenza simile è riscontrabile anche nella fiction trasmessa da TMC, in cui le capacità decisionali maschili sono nettamente sovradimensionate rispetto a quelle femminili. Tab. 15 - Capacità decisionale femminile per network (%) Network Rai Mediaset TMC Totale Base: 74 programmi 26 Bassa 9,1 25,6 33,3 21,6 Capacità decisionale femminile Media Alta 22,7 68,2 44,2 30,2 55,6 11,1 39,2 39,2 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Tab. 16 - Capacità decisionale maschile per network (%) Network Rai Mediaset TMC Totale Bassa 15,8 3,6 0,0 5,3 Capacità decisionale maschile Media Alta 15,8 68,4 8,9 87,5 21,1 78,9 12,8 81,9 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 94 programmi La distribuzione per Paesi di produzione mostra come alti livelli di capacità decisionale femminile si riscontrino più nella fiction di produzione italiana (56,0% femminile contro 77,4% maschile) che in quella statunitense (36,1% femminile contro 79,6% maschile). Quanto alla fiction prodotta in altri Paesi, in essa si evidenzia una netta sovrarappresentazione di personaggi femminili a bassa autonomia (53,8% dei programmi contro nessuno per personaggi maschili) (tabb. 17 e 18). Tab 17 - Capacità decisionale femminile per Paese di produzione (%) Produzione Italia Usa Altro Totale Bassa 8,0 19,4 53,8 21,6 Capacità decisionale femminile Media Alta 36,0 56,0 44,4 36,1 30,8 15,4 39,2 39,2 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 74 programmi Tab. 18 - Capacità decisionale maschile per Paese di produzione (%) Produzione Italia Usa Altro Totale Bassa 6,5 6,1 0,0 5,3 Capacità decisionale maschile Media Alta 16,1 77,4 14,3 79,6 0,0 100,0 12,8 81,9 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 94 programmi 27 5. Il grado di dipendenza di uomini e donne nei rapporti familiari e lavorativi In analogia con l’indice di capacità decisionale, è stato costruito un indice complessivo di dipendenza delle donne dagli uomini e viceversa, che risulta dalla combinazione del grado di dipendenza delle une e degli altri rispettivamente nel contesto familiare e lavorativo. Il campione si distribuisce in modo sostanzialmente equilibrato rispetto a questa variabile, anche se si registra una limitata prevalenza di programmi in cui le donne sono presentate in una condizione di elevata dipendenza dagli uomini (36,2%). Al contrario, i programmi in cui i personaggi maschili mostrano una bassa dipendenza dalle donne appaiono risolutamente preponderanti, con una percentuale pari al 79,1%. Ancora una volta i personaggi femminili sono delineati con un deficit di autonomia rispetto all’universo maschile: le donne della fiction, in definitiva, sono connotate da un modello di disuguaglianza di genere che tende a rispecchiare quello comunemente pensato nella realtà. La distribuzione per network rivela come la rappresentazione dei personaggi maschili sia generalmente orientata verso un modello di bassa dipendenza dalle donne senza significative discrepanze tra le diverse reti. Per la dipendenza femminile, si notano invece alcune differenze tra di esse: le reti Rai tendono a connotare i personaggi femminili o come altamente dipendenti (40,0% dei programmi) o come minimamente dipendenti (46,7%), mentre per le reti Mediaset si evidenziano, al contrario, percentuali di programmi più consistenti sui valori più centrali dell’indice. La fiction di TMC, invece, dà più spazio ai personaggi femminili con alta dipendenza (50,0% dei programmi) (tabb. 19 e 20). Tab. 19 - Dipendenza delle donne dagli uomini per network (%) Network Rai Mediaset TMC Totale Base: 47 programmi 28 Alta 40,0 29,2 50,0 36,2 Dipendenza femminile Media Bassa 13,3 46,7 50,0 20,8 12,5 37,5 31,9 31,9 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Tab. 20 - Dipendenza degli uomini dalle donne per network (%) Network Rai Mediaset TMC Totale Alta 5,9 0,0 0,0 2,3 Dipendenza maschile Media Bassa 11,8 82,4 25,0 75,0 16,7 83,3 18,6 79,1 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 43 programmi L’analisi della relazione con il Paese di produzione (tabb. 21 e 22) evidenzia caratteristiche analoghe a quelle riscontrate per il grado di autonomia decisionale: se la fiction italiana mostra figure femminili relativamente indipendenti dagli uomini, quella prodotta in Paesi stranieri tende a proporre personaggi femminili meno affrancati dall’universo maschile. Tab. 21 - Dipendenza delle donne dagli uomini per Paese di produzione (%) Produzione Italia Usa Altro Totale Alta 11,1 53,6 0,0 36,2 Dipendenza femminile Media Bassa 27,8 61,1 32,1 14,3 100,0 0,0 31,9 31,9 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 47 programmi Tab. 22 - Dipendenza degli uomini dalle donne (%) Produzione Italia Usa Altro Totale Alta 0,0 4,0 0,0 2,3 Dipendenza maschile Media Bassa 33,3 66,7 8,0 88,0 33,3 66,7 18,6 79,1 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 43 programmi 29 6. Il contesto prevalente di presentazione dei personaggi maschili e femminili In termini generali, in relazione all’ambito prevalente in cui vengono presentati i personaggi femminili si registra una presenza non equilibrata di contesti privati e pubblici: il 43,8% dei programmi rappresenta le donne in un ambito prevalentemente familiare e il 24,2% in un ambito prevalentemente lavorativo. Osservando i dati relativi agli uomini, questa differenza è ancora più accentuata: si nota come il contesto familiare compaia solo nel 14,8% dei programmi, mentre assai più frequente è il contesto lavorativo - quello più tradizionalmente maschile presente nel 47,4% dei casi. Questa marcata tendenza presenta andamenti peraltro diversi nei network considerati (tabb. 23 e 24). Le reti Rai presentano le figure femminili più spesso in entrambi i contesti familiare e lavorativo (50,0% dei programmi), impegnate nel tentativo di conciliare ruoli diversi e spesso confliggenti e combattute fra vocazione materna e aspirazione al successo professionale e personale. I personaggi maschili, invece, sono presentati prevalentemente sia nella dimensione familiare e lavorativa insieme (44,8%) sia in quella lavorativa (44,8%). Nella fiction targata Mediaset, al contrario, le donne sono più frequentemente ritratte entro la sfera familiare e affettiva (61,2% contro un corrispondente 20,3% registrato per gli uomini). Quanto a TMC, i programmi di questo network tendono a presentare i personaggi soprattutto nell’ambito professionale, sia pure con valori percentuali diversi per uomini e donne: i programmi con personaggi femminili prevalentemente “al lavoro” sono il 45,2%, contro il 73,8% per gli uomini. Questo dato quantitativo relativo ai personaggi femminili proposti nel contesto lavorativo è rilevante, ma non si accompagna a un’analoga rilevanza qualitativa, se si considera che dalle variabili precedentemente analizzate emerge nella fiction di TMC un’immagine della donna caratterizzata sul versante della dipendenza dagli uomini e delle limitate capacità decisionali. 30 Tab. 23 - Contesto prevalente di presentazione dei personaggi femminili per network (%) Network Rai Mediaset TMC Totale Familiare 23,3 61,2 25,8 43,8 Contesto prevalente dei personaggi femminili Familiare/Lavorativo Lavorativo 50,0 26,7 25,4 13,4 29,0 45,2 32,0 24,2 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 128 programmi Tab. 24 - Contesto prevalente di presentazione dei personaggi maschili per network (%) Network Rai Mediaset TMC Totale Familiare 10,3 20,3 9,5 14,8 Contesto prevalente dei personaggi maschili Familiare/Lavorativo Lavorativo 44,8 44,8 48,4 31,3 16,7 73,8 37,8 47,4 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 135 programmi La distribuzione per Paesi di produzione (tabb. 25 e 26) evidenzia significative differenze. La fiction italiana sembra maggiormente caratterizzarsi per quella mediazione fra ruoli affettivi e professionali cui si accennava in precedenza: i personaggi femminili e maschili vengono spesso ritratti all’interno di entrambe queste due fondamentali dimensioni della vita quotidiana (50,0% dei programmi per le donne, 62,9% per gli uomini). Al contrario, nelle produzioni statunitensi i personaggi femminili sono presentati prevalentemente in una sola dimensione (familiare nel 40,3% dei programmi e professionale nel 35,1%) e quelli maschili con una prevalenza della dimensione lavorativa (60,7%). Quanto alle produzioni di altri Paesi, esse si caratterizzano per una più accentuata stereotipizzazione della collocazione dei personaggi femminili, mostrando le donne prevalentemente nel solo contesto familiare nel 70,6% dei programmi, contro un corrispondente 6,3% per gli uomi31 ni. Segnaliamo, anche in questo caso, come questo dato sia influenzato dalla forte presenza di telenovelas sudamericane nella categoria che racchiude la fiction degli “altri paesi”. Tab. 25 - Contesto prevalente di presentazione dei personaggi femminili per Paese di produzione (%) Produzione Italia Usa Altro Totale Familiare 38,2 40,3 70,6 43,8 Contesto prevalente dei personaggi femminili Familiare/Lavorativo Lavorativo Totale 50,0 11,8 100,0 24,7 35,1 100,0 29,4 0,0 100,0 32,0 24,2 100,0 Base: 128 programmi Tab. 26 - Contesto prevalente di presentazione dei personaggi maschili per Paese di produzione (%) Produzione Italia Usa Altro Totale Familiare 14,3 16,7 6,3 14,8 Contesto prevalente dei personaggi maschili Familiare/Lavorativo Lavorativo Totale 62,9 22,9 100,0 22,6 60,7 100,0 62,5 31,3 100,0 37,8 47,4 100,0 Base: 135 programmi Una considerazione da fare in merito a questi dati è relativa all’eventuale “spostamento” rispettivamente dei personaggi femminili e maschili da un ambito all’altro in rapporto alla dimensione temporale che caratterizza le vicende narrate dalla fiction (tabb. 27 e 28). E’ interessante infatti notare come la modernità comporti per le donne significativi mutamenti d’identità. Le figure femminili sono presentate nell’ambi32 to familiare nel 67,9% dei programmi che propongono vicende ambientate nel passato e invece nel 35,7% di quelli che propongono vicende ambientate nel presente. Al contrario, per la rappresentazione della figura maschile non si riscontrano rilevanti mutamenti lungo l’asse passato-presente, essendo essa principalmente riferita, sempre e comunque, al contesto lavorativo. Tab. 27 - Contesto prevalente di presentazione dei personaggi femminili per dimensione temporale (%) Dimensione temporale Passato Presente Totale Contesto prevalente dei personaggi femminili Familiare Familiare/Lavorativo Lavorativo Totale 67,9 14,3 17,9 100,0 35,7 37,8 26,5 100,0 42,9 32,5 24,6 100,0 Base: 126 programmi Tab. 28 - Contesto prevalente di presentazione dei personaggi maschili per dimensione temporale (%) Dimensione temporale Passato Presente Totale Contesto prevalente dei personaggi maschili Familiare Familiare/Lavorativo Lavorativo Totale 10,3 34,5 55,2 100,0 14,4 39,4 46,2 100,0 13,5 38,3 48,1 100,0 Base: 133 programmi Per concludere questa parte del rapporto relativa alle caratteristiche dei base dei programmi e alle modalità più generali con cui essi rappresentano rispettivamente la condizione femminile e quella maschile, le riproponiamo in sintesi nei due schemi seguenti: 33 Schema riassuntivo delle connotazione della figura femminile nei programmi campione in relazione alla presenza eventuale di stereotipi e modelli negativi Connotazione della fiction Distribuzione nel campione % Network più Paese di produzione nel campione rappresentativo più rappresentativo 22,6 Mediaset Altri paesi Discriminante-legittimante la disuguaglianza Presenza latente di stereotipi e modelli negativi Politicamente corretto, senza riferimenti alla disuguaglianza Critico nei confronti della disuguaglianza 32,7 36,5 TMC Rai Rai Italia Stati Uniti Italia 8,2 Mediaset Stati Uniti Altri paesi Schema riassuntivo delle modalità di rappresentazione delle caratteristiche prevalenti della figura femminile per network e Paese di produzione Caratteristiche Capacità decisionali femminili Dipendenza femminile Contesto prevalente di presentazione dei personaggi femminili Rai Alte Bassa o alta Familiarelavorativo Network Mediaset Medie Media TMC Medie Basse Alta Paese di produzione Italia Stati Uniti Altri Paesi Alte Medie Basse Bassa Familiare Lavorativo Familiarelavorativo Alta Media Familiare Familiare 7. Le caratteristiche di base dei personaggi Una prima descrizione dei personaggi principali protagonisti della fiction si fonda sull’analisi delle relazioni tra caratteristiche di base e sesso, quest’ultimo assunto come variabile discriminante. Considerando anzitutto l’età, si può notare una maggiore concentrazione di donne nella fascia giovanile rispetto agli uomini, che invece sono rappresentati in numero maggiore nella fascia adulta. Bambi34 ni ed anziani, sia di sesso maschile che femminile, sono invece poco rappresentati (tab. 29). Tab. 29 - Età per sesso (%) Età Sesso Femminile Maschile Totale Bambini-ragazzi 14,0 11,6 12,6 Giovani 29,3 19,0 23,3 Adulti 46,4 62,4 55,6 Anziani 10,4 7,0 8,4 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 1045 personaggi Per quanto riguarda lo stato civile, è interessante notare come nella categoria “non determinabile”, ci sia una preponderanza di uomini (23,8%) rispetto alle donne (11,3%). Ciò potrebbe significare un maggior interesse verso la sfera privata femminile, in questo caso la situazione familiare, mentre sembra meno importante una rappresentazione esplicita della posizione maschile nei confronti del matrimonio. D’altra parte si è già notato che i personaggi femminili sono più rappresentati nel contesto familiare rispetto a quelli maschili. La centralità per questi ultimi del contesto lavorativo fa passare evidentemente in secondo piano l’attenzione al loro stato civile. Tab. 30 - Stato civile per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Nubili, celibi 56,1 50,1 52,6 Coniugati 24,3 18,3 20,9 Stato civile Separati, divorziati 8,3 7,8 8,0 ND 11,3 23,8 18,5 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 1045 personaggi La nazionalità dei personaggi si concentra tra Italia e, soprattutto, USA-Canada, come era facilmente prevedibile per il gran numero di 35 programmi importati dal Nord America. La categoria “altro”, che comprende Paesi europei ma anche sudamericani, è comunque abbastanza popolata, a causa della presenza nel campione di due telenovelas brasiliane per un totale di dieci puntate. Tab. 31 - Nazionalità per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Italia 24,8 21,5 22,9 Nazionalità USA-Canada 51,9 59,2 56,1 Altro 23,2 19,3 21,0 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 1030 personaggi L’appartenenza regionale dei personaggi italiani rivela una presenza più consistente dell’Italia del nord, distribuita tra donne e uomini abbastanza equamente (il 36% per le donne contro il 38% per gli uomini), mentre per quanto riguarda centro e sud e isole c’è un’inversione tra i due sessi (appartengono al centro Italia il 26,3% delle donne e il 16,8% degli uomini, al sud e alle isole il 14,9% delle donne e il 24,8% degli uomini). Queste differenze risultano comunque non significative, anche considerando la consistente percentuale di personaggi, pari al 21,5% dell’intero campione, per i quali non è stato possibile determinare l’appartenenza regionale. Quanto alla religione, si registrano scarsi riferimenti ad essa sia per i personaggi femminili che per quelli maschili. L’unico profilo religioso che in qualche misura si delinea è quello cattolico, che riguarda il 10,4% delle donne e l’8,8% degli uomini. Anche a proposito della razza dei personaggi non emergono particolari risultanze, se non che la quasi totalità di essi sono di razza bianca (94,1%). La condizione economica dei personaggi, sia donne sia uomini, si attesta nella metà dei casi come media; vi è una leggera differenza tra donne e uomini per quanto riguarda la collocazione al livello basso, che vede sfavorite le donne (15,1% dei casi contro il 13% degli uomini) e 36 quella al livello alto, che vede invece favoriti gli uomini (36,9% contro il 34,9% delle donne). La sostanziale uguaglianza dei personaggi femminili e maschili su questo piano non significa, peraltro, che essi abbiano una collocazione paritetica all’interno del sistema economico: la condizione economica qui rilevata è quella personale e del nucleo familiare di appartenenza e, dunque, una condizione economica che può essere acquisita “di riflesso” e che non corrisponde necessariamente ad un ruolo più o meno attivo del personaggio all’interno dell’universo socioeconomico (ad esempio, la moglie casalinga di un uomo facoltoso risulta avere una condizione economica di livello elevato, anche quando la sua effettiva autonomia economica risulta di fatto nulla). Tab. 32 - Condizione economica per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Bassa 15,1 13,0 13,9 Condizione economica Media Alta 50,0 34,9 50,2 36,9 50,1 36,0 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 938 personaggi Il livello culturale dei personaggi tende al medio e all’alto, con la differenza che la percentuale di donne che si attestano sul livello medio è maggiore di quella degli uomini (47,2% contro 41,8%) e la percentuale di uomini che invece si collocano al livello alto è maggiore di quella delle donne (44,1% contro il 39,1%) (tab. 33). Tab. 33 - Livello culturale per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Basso 13,7 14,8 14,3 Livello culturale Medio Alto 47,2 39,1 41,1 44,1 43,7 41,9 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 887 personaggi 37 Lo status dei personaggi può offrire maggiori spunti di riflessione sulle differenze di genere emerse nei programmi di fiction analizzati. Per status si intende una posizione sociale implicante diritti e doveri. Ogni attore occupa più posizioni di status (ad esempio come professionista, come madre, come moglie, ecc.); lo status rilevato, il principale, è quello che definisce prioritariamente il personaggio all’interno del programma in cui compare. Gli status più presenti per i personaggi femminili sono quello familiare e quello affettivo-relazionale, mentre per i personaggi maschili è quello lavorativo (tab. 34). Questo dato evidenzia come la donna sia messa in scena prevalentemente in associazione alla sfera del privato, in cui è tradizionalmente collocata, mentre l’uomo è al contrario situato prevalentemente nella sfera lavorativa e pubblica. Non è tuttavia da sottovalutare una significativa presenza maschile anche nello status affettivo-relazionale, ad indicare come la fiction inizi a restituire all’uomo una dimensione più intima che si esprime nei rapporti interpersonali in seno alla coppia e alla famiglia. Va anche considerato che le donne con uno status principale lavorativo sono più numerose di quello che ci si potrebbe aspettare. La fiction tuttavia, quando mette in scena la condizione lavorativa come caratteristica importante della figura femminile, tende spesso a darne un’immagine che si modella su quella tradizionalmente maschile, in particolare - come verrà chiarito in seguito - in termini di tratti di personalità e di valori di riferimento. Tab. 34 - Status principale in cui è presentato il personaggio per sesso (%) Sesso Familiare Femminile 35,6 Maschile 26,2 Totale 30,2 Status principale Affettivo-relazionale Lavorativo 43,6 18,8 30,5 34,9 36,1 28,1 Deviante 2,1 8,3 5,7 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 1023 personaggi Quanto al ruolo dei personaggi nelle vicende narrate, si evidenzia una leggera predominanza delle donne come protagoniste. Per questo aspetto, dunque, si segnala un’attenzione per la figura femminile non in38 feriore a quella rivolta alla figura maschile. Non va d’altra parte dimenticato che complessivamente, tra i personaggi principali, la percentuale dei personaggi maschili risulta nettamente superiore a quella dei personaggi femminili (57,5% contro 42,5%) (tab. 35). Tab. 35 - Ruolo dei personaggi nella vicenda per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Non protagonista 43,2 46,1 44,9 Ruolo Protagonista 56,8 53,9 55,1 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 1045 personaggi Anche l’immagine complessiva dei personaggi proposta esplicitamente e/o implicitamente nei programmi risulta a favore delle donne: l’83,6% delle figure femminili sono presentate in termini sostanzialmente positivi, contro il 73,9% delle figure maschili (tab. 36). Questa differenza di circa dieci punti percentuali può essere in parte spiegata considerando la tendenza ad attribuire il ruolo di deviante prevalentemente agli uomini nella fiction del genere poliziesco, per la quale si registra una consistente presenza nel nostro campione. Tab. 36 - Immagine complessiva dei personaggi per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Negativa 16,4 26,1 22,0 Immagine complessiva Positiva 83,6 73,9 78,0 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 1045 personaggi Le differenze più significative tra personaggi femminili e maschili emerse dall’analisi della caratteristiche di base sono, dunque, le seguenti: 39 Schema riassuntivo delle principali differenze tra personaggi femminili e maschili relativamente alle variabili di base Sesso Caratteristiche di base Età Stato civile Livello culturale Status principale Femminile Adulte Giovani Nubili Coniugate Medio Alto Affettivo Familiare Maschile Adulti Celibi Non determinabile Alto Medio Lavorativo Affettivo 8. L’aspetto esteriore La salienza dell’aspetto esteriore dei personaggi è la risultante di più variabili prese in considerazione nella nostra ricerca: la modalità prevalente di esibizione del corpo, il tratto prevalente dei modi, le caratteristiche del volto, del corpo, della forma fisica, la connotazione complessiva dell’aspetto. Il confronto tra i profili femminili e maschili quali emergono sulla base di queste variabili mette in luce l’attribuzione di livelli ben diversi d’importanza all’esteriorità fisica rispettivamente dei personaggi femminili e maschili nella fiction sottoposta ad analisi. Per quanto riguarda l’esibizione del corpo, le differenze tra donne e uomini sono palesi (tab. 37). Infatti, mentre vi è la tendenza a non mostrare il corpo maschile (39,3% degli uomini) oppure a mostrarlo solo in maniera “discreta” (56,3%), quello femminile è al contrario rappresentato abbastanza spesso, ancorché non prevalentemente, come oggetto “seducente” (26,7%), e solo in numero limitato di casi (16,3%) non viene mostrato per nulla. Sono, dunque, soprattutto le categorie estreme ad essere decisive, essendo i valori percentuali di quella intermedia (“esibizione discreta”) quasi identici per uomini e donne. Si evidenzia, pertanto, un’attenzione maggiore rivolta al corpo della donna, sia pure meno esasperata di quanto non si possa registrare per altri generi televisivi e nello spettacolo in generale. 40 Tab. 37 - Modalità di esibizione del corpo per sesso (%) Sesso Esibizione negata Femminile 16,3 Maschile 39,3 Totale 29,7 Modalità di esibizione del corpo Esibizione discreta Esibizione seducente 57,1 26,7 56,3 4,4 56,6 13,7 Totale 100,0 100,0 100,0 Base:1017 personaggi Abbastanza simile è il quadro che emerge a proposito del tratto prevalente dei modi e del comportamento (tab. 38). La gran parte dei personaggi di entrambi i sessi (78,1%) è caratterizzata da tratti “medi”, né volgari né raffinati, ma le due categorie estreme evidenziano alcune differenze: la percentuale di donne proposte secondo la modalità “raffinato” è maggiore di quella relativa agli uomini (12,7%) per i quali si registra, al contrario, una maggiore consistenza di personaggi con tratti “volgari” (9,2% contro 2,3%). Si tenga presente, comunque, che questo dato è coerente con quello relativo alla presenza di personaggi “devianti”, in netta prevalenza di sesso maschile, spesso raffigurati all’insegna della volgarità. Tab. 38 - Tratto prevalente dei modi e del comportamento per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Volgare 2,3 9,2 6,3 Tratto prevalente dei modi e del comportamento Né volgare né raffinato Raffinato 78,1 19,7 78,1 12,7 78,1 15,7 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 1039 personaggi Quanto alle caratteristiche del volto dei personaggi, il dato principale è la singolare esiguità della presenza di volti “normali” nel caso delle donne (tab. 39). Nella rappresentazione del volto femminile non c’è molto spazio non solo per la “brutta” (7,2%), ma neppure per la semplice “non bella” (19,9%): nella fiction i personaggi femminili principali hanno, nel 72,9% dei casi, un bel volto. Per gli uomini la situa41 zione è diversa: il 49,3% si colloca nella classe intermedia, il 39,0% in quella dei “belli” e l’11,7% in quella dei “brutti”. Vale anche qui il discorso relativo al profilo prevalente del personaggio deviante: maschio, volgare e brutto. Tab. 39 - Caratteristiche del volto per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Brutto 7,2 11,7 9,8 Caratteristiche del volto Né brutto né bello Bello 19,9 72,9 49,3 39,0 36,9 53,4 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 1042 personaggi Anche le caratteristiche del corpo risultano dipendere in certa misura dalle differenze di genere. Questa dipendenza è tuttavia meno accentuata rispetto a quella rilevata per l’esibizione del corpo. Per le donne i valori percentuali riscontrati per ciascuna delle tre categorie sono sostanzialmente equivalenti a quelli della rappresentazione del volto, mentre per gli uomini si riscontra una tendenza diversa (tab. 40). Ciò sta ad indicare l’importanza, anche per i personaggi maschili, se non di un bel volto, almeno di un “bel corpo”. La sia pur esigua presenza di corpi “brutti” (7,6%) è in ogni caso equamente distribuita tra uomini e donne. Non è dunque tanto la bellezza o bruttezza del corpo a marcare una diversa rappresentazione di genere quanto, piuttosto, la sua esibizione tout court. Tab. 40 - Caratteristiche del corpo per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Brutto 7,9 7,6 7,7 Base: 1035 personaggi 42 Caratteristiche del corpo Né brutto né bello Bello 19,7 72,4 45,2 47,2 34,3 58,0 Totale 100,0 100,0 100,0 Nella rappresentazione della forma fisica c’è una tendenza, per i personaggi maschili, diversa da quella riscontrata a proposito delle caratteristiche esteriori fin qui considerate (tab. 41). La distribuzione per le donne non cambia rispetto a quella emersa per il volto e per il corpo, anzi è ancora più concentrata (78%) nella categoria positiva (“in forma”); ma anche la maggioranza (65%) degli uomini appare “in forma”. I “fuori forma” rappresentano sempre una percentuale del tutto minoritaria, pressoché uguale per uomini e donne, intorno al 7%. La forma fisica appare quindi un must anche per i personaggi maschili, diversamente dalle altre caratteristiche per le quali i canoni non sono apparsi molto rigidi. D’altra parte, la forma fisica maschile rinvia non tanto al concetto di bellezza, quanto piuttosto a quello di forza e di potenza: se il corpo femminile in forma è il corpo bello da guardare, quello maschile in forma è il corpo adatto all’azione, alle dimostrazioni di forza fisica, in certi casi preparato alla “lotta”. Tab. 41 - Caratteristiche della forma fisica per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Fuori forma 7,5 7,2 7,3 Caratteristiche della forma fisica Né in forma né fuori forma In forma 14,7 77,8 27,6 65,2 22,1 70,6 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 1035 personaggi 9. I valori di riferimento I valori di riferimento dei personaggi, quali si possono evincere dai loro atteggiamenti e comportamenti, costituiscono un’altra area tematica di cruciale interesse per evidenziare eventuali significative differenze tra le rappresentazioni di uomini e donne. La tabella che segue riporta, per ciascun valore, le percentuali di personaggi femminili, maschili e di entrambi i sessi per i quali quel valore è risultato essere importante, nonché la differenza tra la percentuale relativa alle donne e quella relativa agli uomini (tab 42). 43 Tab. 42 - Valori di riferimento dei personaggi (%) Valori Amicizia Lavoro Amore Famiglia Indipendenza Solidarietà Distinzione Svago Successo Ricchezza Bellezza Parentalità Potere Crescita interiore Impegno sociale Libertà Valori estetici Uguaglianza Arricchimento culturale Attività sportiva Privacy Trasgressione Impegno politico Impegno religioso Donne Uomini Totale 50,2 38,7 54,5 50,2 38,1 37,8 32,0 33,8 22,7 19,6 31,5 24,8 13,5 20,5 15,3 14,9 24,8 12,8 11,7 7,7 9,9 8,6 1,8 2,0 50,6 58,9 36,4 39,1 43,4 35,1 37,3 29,6 36,3 24,3 11,5 15,3 23,1 17,3 18,6 18,6 11,1 13,0 11,6 13,5 10,8 7,2 8,0 2,2 50,4 50,3 44,1 43,8 41,1 36,3 35,0 31,4 30,5 22,3 20,0 19,3 19,0 18,7 17,2 17,0 16,9 12,9 11,7 11,0 10,4 7,8 5,4 2,1 Differenze donne-uomini 0,4 20,2 18,1 + 11,1 + 5,3 2,7 + 5,3 4,2 + 13,6 4,7 20,0 + 9,5 + 9,6 3,2 + 3,3 3,7 13,7 + 0,2 0,1 + 5,8 0,9 1,4 + 6,2 - 0,2 - La gerarchia dei valori espressi dai personaggi della fiction nel suo complesso (uomini e donne insieme) evidenzia, in termini più generali, le seguenti tendenze: 1. una prevalenza dei valori relativi alla sfera privata: amicizia, amore, famiglia; 2. l’emergere significativo dell’area dei valori individualistici e autorealizzativi: indipendenza personale, distinzione, successo, ricchezza, potere; 3. la debole incidenza dei valori legati alla progettualità sociale (impegno sociale, libertà, uguaglianza) e, ancor di più, dei valori politici e religiosi; 44 4. una presenza non molto rilevante di valori associati alla parentalità (maternità e paternità); 5. la centralità del piccolo gruppo familiare e amicale, ma anche un forte accento sull’individuo, sia in termini di realizzazione nel lavoro, sia negli aspetti più edonistici (gratificazione nello svago e nel tempo libero), sia infine - ma in misura minore - in quelli legati alla crescita interiore e all’arricchimento. Il confronto tra uomini e donne mette in luce differenze molto interessanti (tab. 43): Tab. 43 - Priorità nei valori di uomini e donne (%) Valori Donne Amore 54,5 Amicizia 50,2 Famiglia 50,2 Lavoro 38,7 Indipendenza 38,1 Solidarietà 37,8 Svago 33,8 Distinzione 32,0 Bellezza 31,5 Parentalità 24,8 Valori estetici 24,8 Successo 22,7 Crescita interiore 20,5 Ricchezza 19,6 Impegno sociale 15,3 Libertà 14,9 Potere 13,5 Uguaglianza 12,8 Arricchimento culturale 11,7 Privacy 9,9 Trasgressione 8,6 Attività sportiva 7,7 Impegno religioso 2,0 Impegno politico 1,8 Valori Lavoro Amicizia Indipendenza Famiglia Distinzione Amore Successo Solidarietà Svago Ricchezza Potere Impegno sociale Libertà Crescita interiore Parentalità Attività sportiva Uguaglianza Arricchimento culturale Bellezza Valori estetici Privacy Impegno politico Trasgressione Impegno religioso Uomini 58,9 50,6 43,4 39,1 37,3 36,4 36,3 35,1 29,6 24,3 23,1 18,6 18,6 17,3 15,3 13,5 13,0 11,6 11,5 11,1 10,8 8,0 7,2 2,2 Per le donne, la triade amore-amicizia-famiglia assume una netta priorità, seguita solo a una certa distanza dai valori professionali e indi45 vidualistici-autorealizzativi. Elemento degno di nota è la percentuale non elevata della parentalità: solo per un quarto dei personaggi femminili questo valore è centrale, rivelando un tendenziale indebolimento della figura tradizionale della donna madre, superata da un tipo di donna che pone al centro del suo progetto di vita le relazioni sentimentali e affettive nel rapporto di coppia e la realizzazione personale tramite il lavoro. La percentuale dell’indipendenza personale, anche se più bassa rispetto a quella riscontrata per gli uomini, raggiunge comunque un consistente 38%. Notevole anche l’importanza attribuita al tempo libero (33,8%) e alla crescita interiore (20,5%). Per i personaggi maschili le prime posizioni si invertono, se si esclude il valore amicizia, che presenta una percentuale quasi identica a quella riscontrata per i personaggi femminili. Il valore fondamentale sul versante maschile è il lavoro, seguito dall’amicizia e dall’indipendenza personale. Seguono la famiglia e l’amore, con valori significativamente più bassi rispetto alle donne: l’investimento affettivo dei personaggi maschili sembra dunque trovare una più compiuta espressione nei rapporti amicali piuttosto che in quelli sentimentale. Inoltre, la realizzazione personale degli uomini è affidata in misura maggiore rispetto alle donne all’area dei valori individualistici: indipendenza personale, distinzione, successo, ricchezza, potere. Queste prime osservazioni sono confermate e approfondite dai risultati dell’analisi fattoriale, che ha evidenziato quattro “famiglie” di valori di riferimento, ognuna delle quali si rapporta in modo differente ai personaggi di sesso diverso. Un primo fattore attiene alla sfera dell’identità e della socialità, essendo legato alla crescita interiore, all’arricchimento culturale, all’impegno sociale, alla solidarietà, alla libertà, all’amicizia e all’uguaglianza. Il secondo fattore riguarda la dimensione dell’affermazione, legata al successo, alla distinzione, al lavoro, al potere, alla ricchezza e all’indipendenza personale. Il terzo concerne i valori dell’evasione e della dimensione estetica, ossia la bellezza, la gratificazione nello svago e nel tempo libero. Infine il quarto, pertinente alla sfera dell’affettività, è riferito all’amore, alla parentalità e soprattutto alla famiglia. Le quattro tabelle che seguono (dalla tab. 44 alla tab. 47) mostrano la diversa posizione dei personaggi maschili e femminili nei confronti di ciascuno di questi orientamenti di valore. Come si vedrà, a 46 parte i dati relativi alla relazione socialità-sesso, la cui lettura non si presta ad un’univoca interpretazione, gli altri delineano, al contrario, un quadro chiaro delle differenze tra uomini e donne: sintetizzando, i valori estetici e quelli legati alla famiglia risultano tipicamente femminili, mentre quelli connessi al prestigio e all’affermazione sono in generale proposti come tipicamente maschili. Le differenze di genere non appaiono particolarmente determinanti per quanto riguarda i valori dell’identità e della socialità (tab. 44), alcuni dei quali - come l’amicizia - fortemente caratterizzanti atteggiamenti e comportamenti sia degli uomini sia delle donne. Considerando comunque i singoli valori che contribuiscono a determinare questo fattore, possiamo rilevare alcune lievi differenze, nel senso che è centrale per le donne più che per gli uomini il valore altruistico della solidarietà, mentre gli uomini mostrano un’attrazione maggiore rispetto alle donne per i valori legati alla progettualità sociale e politica (impegno sociale, libertà, uguaglianza, impegno politico), attrazione che rimane comunque debole. Tab. 44 - Centralità dei valori dell’identità e della socialità per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Centralità dei valori dell’identità e della socialità Bassa Media Alta Totale 38,7 38,5 22,7 100,0 43,1 31,6 25,3 100,0 41,2 34,5 24,2 100,0 Base: 1045 personaggi E’ invece significativa la relazione tra sesso dei personaggi e valori dell’affermazione. In questo caso la differenza di genere gioca un ruolo essenziale: successo, lavoro, distinzione, potere, ricchezza e indipendenza personale sono valori che appartengono in modo specifico al mondo maschili (tab. 45). 47 Tab. 45 - Centralità dei valori dell’affermazione per sesso (%) Centralità dei valori dell’affermazione Bassa Media Alta 48,2 31,1 20,7 27,3 34,4 38,3 36,2 33,0 30,8 Sesso Femminile Maschile Totale Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 1045 personaggi Per i valori dell’evasione e della dimensione estetica, la relazione con il sesso dei personaggi risulta ancora più significativa. In questo caso sono le donne a rivelare una netta predilezione per questi valori, e non soltanto per quelli legati alla bellezza e all’aspetto esteriore in genere (tab. 46). Tab. 46 - Centralità dei valori dell’evasione e della dimensione estetica Centralità dei valori dell’evasione e della dimensione estetica Sesso Femminile Maschile Totale Bassa 27,9 46,4 38,6 Media 31,3 34,3 33,0 Alta 40,8 19,3 28,4 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 1045 personaggi Anche per i valori dell’affettività e della famiglia si riscontrano differenze significative tra donne e uomini, con una più netta propensione delle prime a porli al centro del proprio universo normativo (tab. 47). Tab. 47 - Centralità dei valori dell’affettività e della famiglia per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Base: 1045 personaggi 48 Centralità dei valori dell’affettività e della famiglia Bassa Media Alta Totale 29,5 32,2 38,3 100,0 40,8 39,3 20,0 100,0 36,0 36,3 27,8 100,0 Ulteriori interessanti indicazioni emergono dalla relazione tra orientamenti di valore e status principale di personaggi maschili e femminili. Nel caso dei valori dell’identità e della socialità si riscontra una più accentuata centralità, sia per gli uomini sia per le donne, quando lo status principale dei personaggi è lavorativo piuttosto che familiare (tab. 48) . Tab. 48 - Centralità dei valori dell’identità e della socialità per status principale e per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Centralità dei valori dell’identità e della socialità Status principale Bassa Media Alta Familiare 52,9 29,7 17,4 Affettivo 27,9 46,3 25,8 Lavorativo 30,5 41,5 28,0 Deviante 100,0 0,0 0,0 Familiare 53,9 32,5 13,6 Affettivo 39,1 27,9 33,0 Lavorativo 31,7 37,6 30,7 Deviante 77,6 20,4 2,0 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 1023 personaggi Per i valori dell’affermazione si riscontra una centralità elevata ovviamente per i personaggi che hanno uno status prevalentemente lavorativo, con percentuali praticamente simili fra donne e uomini (48,8% per le prime e 51,7% per i secondi). E’ interessante però notare come questi valori siano rilevanti per percentuali consistenti di uomini anche quando il loro status principale è di tipo affettivo-relazionale (25,1%) oppure familiare (34,4%). Meno numerose, invece, sono le donne in queste stesse posizioni di status per le quali i valori dell’affermazione sono altrettanto importanti (il 12,1% per lo status affettivo-relazionale e 16,1% per lo status familiare). Successo, potere, ricchezza sono dunque mete per le donne legate inscindibilmente al lavoro, mentre per gli uomini caratterizzano più ambiti dell’esperienza individuale e sociale (tab. 49). 49 Tab. 49 - Centralità dei valori dell’affermazione per status principale e per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Centralità dei valori dell’affermazione Status principale Bassa Media Alta Familiare 55,5 28,4 16,1 Affettivo 59,5 28,4 12,1 Lavorativo 8,5 42,7 48,8 Deviante 22,2 44,4 33,3 Familiare 33,8 31,8 34,4 Affettivo 41,3 33,5 25,1 Lavorativo 7,8 40,5 51,7 Deviante 26,5 30,6 42,9 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 1023 personaggi Una maggiore attrazione per i valori dell’evasione e della dimensione estetica si riscontra per i personaggi, sia donne sia uomini, presentati nei programmi con uno status principale affettivo-relazionale. Tra costoro, tuttavia, la percentuale di donne sensibili a questi valori è significativamente più alta rispetto a quella degli uomini (46,8% contro 27,4%), e una più accentuata centralità di questi stessi valori per i personaggi femminili si registra, comunque, anche in relazione alle altre posizioni di status (tab. 50). Per le donne dunque, più che per gli uomini, atteggiamenti e comportamenti sono significativamente orientati dall’attenzione non solo al bello, ma anche alla possibilità di trarre gratificazioni nello svago, nel tempo libero, nelle attività della vita quotidiana che lasciano spazio al benessere fisico e psicologico. Tab. 50 - Centralità dei valori dell’evasione e della dimensione estetica per status principale e per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Centralità dei valori dell’evasione e della dimensione estetica Status principale Bassa Media Alta Totale Familiare 29,7 32,9 37,4 100,0 Affettivo 21,6 31,6 46,8 100,0 Lavorativo 39,0 29,3 31,7 100,0 Deviante 22,2 22,2 55,6 100,0 Familiare 51,3 29,2 19,5 100,0 Affettivo 29,1 43,6 27,4 100,0 Lavorativo 58,5 28,8 12,7 100,0 Deviante 34,7 44,9 20,4 100,0 Base: 1023 personaggi 50 Quanto ai valori dell’affettività e della famiglia, essi occupano una posizione di rilievo nel vissuto di personaggi anzitutto con uno status prevalentemente familiare e poi con status affettivo-relazionale. Questo andamento accomuna tutti i personaggi, maschili e femminili, anche se con percentuali diverse: in corrispondenza sia allo status familiare sia a quello affettivo-relazionale sono le donne a privilegiare questi valori più degli uomini. In relazione, invece, allo status lavorativo, sia gli uomini sia le donne non sembrano essere particolarmente sensibili a questi valori, anche se la tendenziale disaffezione che si delinea per essi sembra essere in qualche misura più evidente per le donne (tab. 51). Tab. 51 - Centralità dei valori dell’affettività e della famiglia per status principale e per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Centralità dei valori dell’affettività e della famiglia Status principale Bassa Media Alta Familiare 4,5 29,0 66,5 Affettivo 30,5 38,4 31,1 Lavorativo 68,3 23,2 8,5 Deviante 66,7 33,3 0,0 Familiare 6,5 46,1 47,4 Affettivo 40,8 43,0 16,2 Lavorativo 56,6 35,6 7,8 Deviante 77,6 18,4 4,1 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 1023 personaggi 10. I tratti di personalità I tratti di personalità dei personaggi della fiction sono stati rilevati attraverso un differenziale semantico, ovvero una lista di coppie di aggettivi di segno opposto (ad esempio, forte-debole, tollerante-intollerante, ecc.), su ciascuna delle quali ciascun personaggio è stato valutato su una scala a sette livelli. L’analisi fattoriale applicata sulle variabili rappresentate da queste coppie di attributi ha consentito di “estrarre” cinque fattori che rappresentano costellazioni tendenzialmente omogenee di tratti di personalità, ovvero profili di personalità che sono stati in seguito posti in relazione con il sesso dei personaggi del campione. 51 Il primo profilo, caratterizzato essenzialmente dall’asse semantico cattivo-buono, racchiude nella polarità positiva tratti come l’onestà, la tolleranza, la non violenza, l’altruismo, l’affidabilità, la responsabilità, che si associano a caratteristiche sempre positive come la simpatia e l’attrattiva riferite alla sfera delle relazioni interpersonali più dirette e immediate; la polarità opposta si caratterizza, invece, per la presenza di attributi relativi all’egoismo, all’antipatia, alla repulsione, alla durezza nei rapporti interpersonali. L’incrocio con la variabile sesso evidenzia innanzitutto una concentrazione forte di entrambi i sessi nella categoria centrale, che corrisponde a un bilanciamento delle polarità opposte: personaggi, dunque, “né buoni né cattivi”, o meglio “un po’ buoni e un po’ cattivi”, sottratti comunque a tratti di personalità troppo nettamente delineati. Tra i “cattivi” si trovano soprattutto i personaggi maschili, mentre tra i “buoni” quelli femminili. Dal momento che la polarità “cattivo” racchiude alcuni tratti tipici dei personaggi devianti (violenza, disonestà), la differenza tra personaggi femminili e maschili è in buona parte attribuibile alla prevalenza di uomini nell’area della devianza (tab. 51/bis). Tab. 51/bis - Polarità cattivo/buono per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Cattivo 15,8 28,5 Neutro 44,2 40,7 Buono 40,0 30,8 Totale 100,0 100,0 Il secondo fattore, invece, si caratterizza essenzialmente sull’asse fragile-solido, che disegna l’area dell’assertività, dell’impegno, del dinamismo e della razionalità, contrapposta a quella della debolezza, della passività, della staticità, dell’irrazionalità. La polarità “forte” risulta prevalentemente associata ai personaggi maschili, anche se le percentuali consistenti che pure si riscontrano per la categoria centrale (37,0%) e per la “fragilità” (24,0%) tradiscono forse qualche segno di “cedimento”. I personaggi femminili si concentrano invece nella polarità “fragile” (41,2%) o nella categoria centrale (40,2%), riproducendo uno stereotipo che rappresenta la donna come una creatura poco orienta52 ta all’azione e all’assertività e, in certi casi, vulnerabile e bisognosa di protezione (tab. 52). Tab. 52 - Polarità fragile/solido per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Fragile 41,2 24,0 Neutro 40,2 37,0 Solido 18,0 39,0 Totale 100,0 100,0 Il terzo fattore rappresenta la dimensione caratterizzata, in particolare, dall’asse pesante-leggero e divide caratteristiche come l’introversione, la tristezza, la chiusura, il ripiego su di sé, da tratti di personalità come l’estroversione, l’allegria, l’apertura, la capacità di divertirsi e divertire. La distribuzione dei personaggi nelle due polarità è certamente influenzata dal genere della fiction: ad esempio, il genere comico-brillante ha una forte concentrazione di personaggi “leggeri”, mentre il genere drammatico di quelli “pesanti”. I personaggi femminili sono, nel complesso, un po’ più leggeri e solari rispetto a quelli maschili, ma le differenze non sono significative (tab. 53). Tab. 53 - Polarità pesante/leggero per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Pesante 27,2 29,4 Neutro 40,0 44,0 Leggero 32,3 26,7 Totale 100,0 100,0 Il quarto fattore, riconducibile all’asse teso-disteso, definisce la dimensione degli stati emotivi: da un lato, la tensione che si manifesta con atteggiamenti di ostilità (irascibilità, aggressività, scontrosità) o di ansietà nei confronti del mondo esterno; dall’altra, la distensione interiore (calma, tranquillità), che si traduce nella malleabilità nell’interazione con gli altri (affabilità, docilità). La differenza tra i sessi sembra risiedere nel fatto che i personaggi femminili si concentrano prevalente53 mente nella categoria centrale, dividendosi equamente, nei casi rimanenti, tra le due polarità; i personaggi maschili, invece, mostrano una distribuzione più uniforme tra le tre categorie, risultando comunque più numerosi delle donne sia sul versante della tensione sia su quello della distensione. Più nel dettaglio, la forma prevalente di emotività femminile è l’ansietà, mentre quella maschile prende più spesso la forma dell’aggressività, dell’irascibilità e della scontrosità (tab.54). Tab. 54 - Polarità teso/disteso per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Teso 27,9 34,2 Neutro 42,2 32,9 Disteso 29,9 32,9 Totale 100,0 100,0 Infine, il fattore caratterizzato dall’asse normale-originale distingue personalità segnate da un’impronta di originalità e unicità da quelle poco creative, comuni, conformiste. La distribuzione dei personaggi sia maschili sia femminili nelle tre categorie è molto equilibrata, anche se le donne risultano, in percentuale, leggermente più “originali” degli uomini (tab. 55). Tab. 55 - Polarità normale/originale per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Normale 25,4 29,2 Neutro 39,3 40,2 Originale 35,3 30,6 Totale 100,0 100,0 Concludendo, se si esclude l’asse fragile-solido dove le differenze tra i sessi sono rilevanti, e l’asse cattivo-buono, in cui i diversi valori sono in parte attribuibili alla maggiore presenza di personaggi devianti di sesso maschile, nei tratti di personalità le distanze tra donne e uomini non sono particolarmente accentuate. Anche l’analisi della collocazione femminile e maschile rispetto a ogni singola caratteristica mostra alcune differenze, nella maggior parte dei casi piuttosto sfumate, ma quasi 54 mai un posizionamento di uomini e donne su polarità opposte. Sembra dunque in atto una sorta di omologazione dei tratti di personalità, che avvicina personaggi maschili e femminili attenuando le diversità pur senza annullarle. I profili di personalità dei personaggi assumono peraltro connotazioni più precise se posti in relazione con le posizioni di status in cui personaggi stessi vengono presentati nei programmi. In relazione all’asse cattivo-buono, alle donne con uno status prevalente nella sfera privata (familiare e affettivo) corrisponde un profilo di personalità complessivamente più positivo rispetto a quello delle donne con uno status principale nella sfera pubblica (lavorativo). Il 43,6% delle donne con uno status familiare sono dipinte con tratti di personalità quali l’altruismo, l’affidabilità, l’onestà, la responsabilità, la simpatia, ecc., contro il 32,9% delle donne con uno status lavorativo. Allo stesso tempo, la polarità negativa dell’asse cattivo-buono raccoglie una percentuale di donne con uno status lavorativo pari al 25,0% contro il 12,1% delle donne con uno status familiare. E’ singolare, tuttavia, che la distribuzione percentuale dei casi risulti, tra le categorie relative a questo asse, sostanzialmente identica fra le donne e gli uomini con uno status lavorativo. La principale differenza fra i sessi si registra proprio quando lo status principale è quello familiare: la percentuale di uomini tratteggiati con caratteristiche di personalità associabili alla polarità “buono” sono il 23,8%, contro il 43,6% delle donne (tab. 56). Tab. 56 - Polarità cattivo/buono per status principale e per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Status principale Familiare Affettivo Lavorativo Deviante Familiare Affettivo Lavorativo Deviante Polarità cattivo/buono Cattivo Neutro 12,1 44,3 12,5 46,6 25,0 42,1 80,0 0,0 19,7 56,5 23,7 34,3 26,3 42,4 91,9 8,1 Buono 43,6 40,9 32,9 20,0 23,8 42,0 31,3 0,0 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 948 personaggi 55 L’asse fragile-solido discrimina in maniera significativa le donne dagli uomini e i lavoratori dai non lavoratori. Le donne presentate nei contesti privati sono più fragili delle donne mostrate nella sfera del lavoro, così come avviene per gli uomini. Le caratteristiche di “solidità” tuttavia crescono in maniera differente fra i due sessi passando dagli status familiare e affettivo a quello lavorativo: mentre la percentuale di donne nella polarità “solido” passano dal 16% circa dei primi due al 28,9% del terzo, con uno scarto di quasi tredici punti percentuali, la quota di uomini con le stesse caratteristiche di “solidità” sono il 17,0% nello status familiare e ben il 64,6% nella sfera lavorativa, con uno scarto di quasi quarantotto punti. Tab. 57 - Polarità fragile/solido per status principale e per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Status principale Familiare Affettivo Lavorativo Deviante Familiare Affettivo Lavorativo Deviante Polarità fragile/solido Fragile Neutro Solido 42,9 41,4 15,7 50,6 33,5 15,9 15,8 55,3 28,9 40,0 60,0 0,0 32,7 50,3 17,0 33,7 39,6 26,6 9,1 26,3 64,6 27,0 37,8 35,1 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 948 personaggi I personaggi ritratti come allegri, estroversi, aperti e divertenti sono più numerosi tra quanti vengono presentati con uno status affettivo, soprattutto se confrontati con quelli presentati con uno status lavorativo. Il confronto tra donne e uomini in relazione all’asse pesante-leggero rivela che le proporzioni rimangono grosso modo le stesse sia che lo status principale sia quello affettivo (entrambi più spostati nella polarità leggero) sia che lo status sia quello lavorativo (con percentuali nella polarità “leggero” intorno al 20%). Quando invece lo status prevalente è quello familiare, le differenze di genere sono più evidenti: mentre una percentuale importante di donne mantiene caratteristiche di “leggerezza” (28,6%), gli uomini con queste stesse caratteristiche sono solo il 12,9% (tab. 58). 56 Tab. 58 - Polarità pesante/leggero per status principale e per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Status principale Familiare Affettivo Lavorativo Deviante Familiare Affettivo Lavorativo Deviante Polarità pesante/leggero Pesante Neutro Leggero 33,6 37,9 28,6 23,9 34,1 42,0 25,0 53,9 21,1 0,0 80,0 20,0 25,9 61,2 12,9 20,1 32,0 47,9 33,8 45,5 20,7 48,6 32,4 18,9 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 948 personaggi L’asse teso-disteso non discrimina in maniera significativa tra donne e uomini raffigurati con uno status familiare, mentre differenze emergono qualora gli status prevalenti siano quello affettivo o lavorativo. Gli uomini nella sfera affettiva mostrano più frequentemente (38,5%) caratteristiche di distensione, quali la calma, la tranquillità, la docilità e l’affabilità rispetto alle donne (22,2%). Viceversa, le donne nella sfera lavorativa appaiono più distese (61,8%) dei loro colleghi maschi (39,9%) (tab. 59). Tab. 59 - Polarità teso/disteso per status principale e per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Status principale Familiare Affettivo Lavorativo Deviante Familiare Affettivo Lavorativo Deviante Polarità teso/disteso Teso Neutro 35,7 40,7 27,8 50,0 10,5 27,6 60,0 20,0 40,8 34,7 30,8 30,8 30,3 32,8 45,9 40,5 Disteso 23,6 22,2 61,8 20,0 24,5 38,5 36,9 13,5 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 948 personaggi 57 I tratti di personalità riassunti dall’asse normale-originale descrivono in maniera molto simile le donne e gli uomini con uno status familiare: il conformismo, la tradizione e l’ordinarietà che definiscono la polarità “normale”, sembrano essere tratti caratteristici dell’ambito familiare senza differenze particolari fra i due sessi. Le donne con uno status affettivo e lavorativo mostrano invece tratti di originalità (anticonformiste, moderne e speciali) più frequentemente rispetto agli uomini: in campo affettivo le donne imprevedibili, che si posizionano in corrispondenza della polarità “originale”, sono circa il 5% in più degli uomini (il 39,8% contro il 34,9%); nello status lavorativo, le donne con una personalità più orientata verso l’”originalità” sono addirittura il 20% in più rispetto ai corrispettivi maschili (il 47,4% contro il 27,8%) (tab. 60). Tab. 60 - Polarità normale/originale per status principale e per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Status principale Familiare Affettivo Lavorativo Deviante Familiare Affettivo Lavorativo Deviante Polarità normale/originale Normale Neutro Originale 45,0 33,6 21,4 14,8 45,5 39,8 13,2 39,5 47,4 20,0 20,0 60,0 40,8 39,5 19,7 22,5 42,6 34,9 30,8 41,4 27,8 5,4 32,4 62,2 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 397 donne e 551 uomini Sempre in relazione alla personalità, sono state considerate nella ricerca altre due caratteristiche, tali da rendere conto dei livelli, da un lato, di semplicità/complessità e, dall’altro, di specificità/diffusione con cui la personalità stessa, rispettivamente dei personaggi femminili e maschili, viene tratteggiata nei programmi oggetto d’analisi. Questa scelta è stata motivata dal fatto che queste stesse caratteristiche possono essere assunte come indicatori di un’eventuale propensione a rappresentare uomini e donne con modalità diverse in termini di spessore e peculiarità. 58 Per semplicità/complessità si intende il grado di approfondimento del personaggio, la quantità e la qualità dei tratti cui si fa ricorso per rappresentarne la personalità. Qui le differenze di genere non sono risultate, in realtà, significative: relativamente all’asse “semplice/complesso”, le modalità con cui viene tratteggiato un personaggio non dipendono dal sesso, anche se si riscontra una leggera prevalenza nella categoria “tendenzialmente complesso” dei personaggi maschili su quelli femminili. Si deve comunque segnalare, al di là delle considerazioni relative alle differenze di genere, l’esiguo numero di personaggi rappresentati in modo “complesso” (4,6%) e la numerosità di quelli rappresentati, al contrario, in modo “semplice” (70,9%, mentre nella categoria intermedia cade il 24,5%). Questo risultato evidenzia una caratteristica ricorrente nella fiction televisiva, almeno quella popolare e di più largo consumo, che consiste nel rappresentare la gran parte dei personaggi in maniera sostanzialmente schematica, senza contraddizioni, con profili univocamente connotati e facilmente riconoscibili per il grande pubblico (tab. 61). Tab. 61 - Semplicità/complessità della personalità per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Tendenzialmente semplice 70,3 71,4 70,9 Semplicità/complessità Semplice/ Tendenzialmente complessa complessa 26,6 3,2 23,0 5,7 24,5 4,6 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 1045 personaggi Le aspettative di ruolo rappresentano quello che, in una determinata situazione, ci si aspetta da un certo attore sociale in relazione alla posizione di status che in quella stessa situazione egli ricopre, sulla base di prescrizioni, valori, norme formalmente o informalmente sancite. La diffusione/specificità nella rappresentazione dei personaggi è stata valutata, nella nostra ricerca, rispetto alle attese di ruolo rispettivamente associate allo status di donna e di uomo. Quanto più elevata risulta la specificità, tanto più si è in presenza di atteggiamenti e comportamenti ben 59 differenziati secondo la distinzione maschio-femmina: sia gli uomini sia le donne sono rappresentati in un ventaglio di situazioni e di ruoli che rimandano ad ambiti e competenze tradizionalmente attribuiti agli uni oppure alle altre. Al contrario, un’elevata diffusione è indice di un avvicinamento, di una omologazione di atteggiamenti e comportamenti femminili e maschili e segnala, conseguentemente, una femminilizzazione dei personaggi maschili oppure una mascolinizzazione di quelli femminili. I risultati conseguiti a proposito di questa caratteristica mostrano una netta prevalenza di modalità riconducibili alla “specificità” nel tratteggiare la personalità dei personaggi sia maschili (64,7%) che femminili (62,6%), mentre solo in pochi casi si ha “diffusione” (poco più dell’11% per entrambi i sessi). E’ interessante comunque il dato relativo alla categoria centrale, che si attesta intorno al 25% e che rivela una presenza non indifferente di atteggiamenti e comportamenti di confine (tab. 62). Tab. 62 - Diffusione/specificità della personalità per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Diffusione/specificità della personalità Tendenzialmente Diffusa/ Tendenzialmente diffusa specifica specifica 11,5 25,9 62,6 11,1 24,1 64,7 11,3 24,9 63,8 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 1045 personaggi 11. Il lavoro Una prima considerazione a proposito di questo tema riguarda la tendenziale sottorappresentazione del lavoro nella fiction televisiva. I personaggi che la popolano non sempre lavorano oppure, se lavorano, il lavoro è per essi - per come viene presentato - un’attività “latente” o un’evenienza secondaria, in certi casi del tutto marginale, comunque non altrettanto centrale quanto altre componenti, anch’esse essenziali, 60 della vita comune. Il lavoro dunque, non sembra rappresentare un tema sul quale costruire storie di ampio richiamo, capaci di coinvolgere il pubblico, e in relazione al quale delineare in modo esplicito profili significativi di personaggi. E’ solo attraverso un procedimento di tipo induttivo che è pertanto possibile risalire a modalità, comunque implicite, di rappresentare il lavoro, rilevando caratteristiche e vissuti dei personaggi per i quali il lavoro stesso è presentato in maniera sufficientemente estesa e articolata. In base a questa premessa, un procedimento di questo tipo è stato seguito nella ricerca per tentare di tracciare i ritratti degli uomini e delle donne che lavorano nel mondo della fiction: per ciascuno di essi si è tentato di individuare e rilevare gli elementi non soltanto oggettivi ma anche soggettivi che intervengono a definire la loro esperienza professionale, ponendola in relazione - come già si è avuto modo di vedere - con il vissuto che si viene declinando nella sfera privata dei sentimenti, degli affetti, dei valori. Il confronto tra personaggi femminili e maschili rivela, per quanto riguarda il lavoro, una prima significativa differenza anzitutto rispetto alla posizione nei confronti del lavoro stesso. Le donne occupate sono infatti il 67,1% mentre gli uomini occupati il 79,2%, con uno scarto di circa tredici punti percentuali. Le donne non occupate sono per lo più collocate tra pensionati, casalinghe e studenti (27,3%), mentre gli uomini nella stessa condizione presentano percentuali più significative nelle modalità “non occupabile” (bambino, disabile, mendicante), “deviante abituale” e “in cerca di occupazione” (tab. 63). Tab. 63 - Posizione nei confronti del lavoro per sesso (%) Sesso Non occupabile Femminile Maschile Totale 2,9 5,2 4,2 Deviante abituale 0,9 3,7 2,5 Posizione nei confronti del lavoro In cerca di Pensionati, Occupato Totale di occupazione casalinghe, studenti 1,8 27,3 67,1 100,0 2,3 9,7 79,2 100,0 2,1 17,1 74,1 100,0 Base: 1045 personaggi 61 La distribuzione dei personaggi secondo l’attività lavorativa svolta, nelle categorie aggregate del lavoro manuale, del lavoro esecutivo, del lavoro specializzato e delle professioni, delle attività manageriali e imprenditoriali, evidenzia differenze consistenti tra personaggi maschili e femminili. Le donne in una percentuale maggiore rispetto agli uomini sono impegnate in lavori manuali (19,6% contro 7,1%), e meno degli uomini svolgono lavori più remunerativi e di prestigio, siano essi attività specializzate e professionali (49,8% contro 54,6%) o, più ancora, attività manageriali e imprenditoriali (8,9% contro 16,1%). Solo per i lavori di tipo esecutivo si riscontra una sostanziale parità tra donne e uomini, con percentuali che per le une e per gli altri si attestano intorno al 22% (tab. 64). Tab. 64 - Personaggi principali occupati per sesso e attività lavorativa (%) Sesso Femminile Maschile Totale Lavoratori manuali Lavoratori esecutivi 19,6 7,1 11,4 21,8 22,2 22,1 Attività lavorativa Professionisti, Dirigenti, operatori imprenditori con mansioni specialistiche 49,8 8,9 54,6 16,1 52,9 13,6 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 648 personaggi Quanto ai settori d’impiego, essi sono stati ripartiti nella nostra ricerca, in funzione delle attività lavorative più frequentemente rappresentate nella fiction, nel modo seguente: industria e artigianato; servizi (credito, assicurazioni, finanza; commercio, turismo; mass media, spettacolo, sport); assistenza, istruzione, sanità; amministrazione pubblica, giustizia; forze dell’ordine, forze armate, sicurezza privata. 62 Il confronto tra personaggi femminili e maschili rileva una significativa differenza in due ambiti, quello dei servizi e quello delle forze dell’ordine, il primo prevalentemente popolato da donne (52,0% contro 30,2%) e il secondo da uomini (37,9% contro 13,9%) (tab. 65). Tab. 65 - Settore d’impiego per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Industria Servizi artigianato 15,2 15,5 15,4 52,0 30,2 38,0 Settore di impiego Assistenza Amministrazione Forze armate, istruzione, pubblica, forze sanità giustizia dell’ordine 11,2 7,6 13,9 10,5 6,0 37,9 10,7 6,6 29,3 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 624 personaggi La maggiore presenza di donne in occupazioni manuali e, per converso, la loro minore presenza in attività di più alto spessore ha un ovvio riflesso sul livello di remunerazione che a queste stesse attività può essere associato e che gli analisti hanno potuto desumere dal tenore di vita dei personaggi, per come esso viene rappresentato nei programmi in cui compaiono. La differenza più rilevante tra occupate e occupati si individua in relazione alla categoria relativa a una bassa remunerazione, nella quale più numerosi sono i personaggi femminili rispetto a quelli maschili (18,8% contro 7,4%), questi ultimi più presenti, invece, ai livelli medio e alto (tab. 66). Tab. 66 - Livello di remunerazione del lavoro per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Basso 18,8 7,4 11,4 Livello di remunerazione Medio Alto 48,8 32,4 53,7 38,9 52,0 36,6 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 587 personaggi 63 Anche il livello di responsabilità implicato dal lavoro svolto si differenzia a seconda del sesso. Per gli uomini si registra una forte concentrazione nei livelli alti di responsabilità, mentre quasi la metà delle donne occupate risulta impiegata in attività che comportano un’assunzione di responsabilità ai livelli medio o basso (tab. 67). Tab. 67 - Livello di responsabilità del lavoro per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Basso 18,0 6,1 10,3 Livello di responsabilità Medio Alto 29,0 53,0 19,1 74,8 22,6 67,0 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 610 personaggi Per quanto riguarda la competenza richiesta dal lavoro, la soddisfazione per esso e l’impegno in esso profuso, le differenze tra personaggi femminili e maschili sono meno evidenti per il livello basso e invece più accentuate per i livelli medio e alto. Ai livelli medi le donne sono, in proporzione, più numerose degli uomini, mentre accade il contrario per il livello alto, fermo restando che quest’ultimo risulta comunque quello percentualmente più significativo per entrambi i sessi. E’ interessante notare che per entrambi i sessi il livello basso percentualmente più rappresentato è quello relativo alla soddisfazione per il lavoro svolto, che emerge come area particolarmente critica soprattutto per le donne (tabb. 68, 69 e 70). Tab. 68 - Livello di competenza richiesto dal lavoro per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Basso 3,6 5,8 5,0 Base: 559 personaggi 64 Livello di competenza Medio Alto 36,0 60,4 18,0 76,2 24,3 70,7 Totale 100,0 100,0 100,0 Tab. 69 - Livello di soddisfazione per il lavoro per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Basso 16,8 11,1 13,1 Livello di soddisfazione Medio Alto 22,8 60,4 18,1 70,8 19,8 67,2 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 567 personaggi Tab. 70 - Livello d’impegno nel lavoro per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Basso 4,5 5,0 4,8 Livello di impegno Medio Alto 24,8 70,8 13,8 81,2 17,6 77,5 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 579 personaggi Utilizzando come indicatori la remunerazione, la responsabilità, la competenza, la soddisfazione e l’impegno, è stato costruito un indice di salienza del lavoro, che rende conto in maniera sintetica di tutte queste caratteristiche sia oggettive sia soggettive associate al lavoro stesso. I valori assunti da questo indice - per i 488 personaggi su 1045 per i quali è stato possibile rilevare caratteristiche relative a tutti gli indicatori appena menzionati - mostrano come l’importanza del lavoro risulti in larga misura legata alle differenze di genere, con una relazione statisticamente significativa, come del resto ci si poteva attendere sulla base dei risultati relativi ai singoli indicatori. Infatti, mentre per i personaggi femminili l’indice di salienza tende ad attestarsi sui livelli “medio-basso” e “medio”, per quelli maschili la categoria con la percentuale più elevata di casi è quella corrispondente al livello “medio-alto” (tab. 71). Tab. 71 - Salienza del lavoro svolto per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Basso 2,4 0,6 1,2 Indice di salienza del lavoro Medio-basso Medio Medio-alto 7,6 24,1 24,1 3,1 11,0 23,9 4,7 15,6 24,0 Alto 41,8 61,3 54,5 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 488 personaggi 65 Quanto al significato che il lavoro può assumere per gli uomini e per le donne, esso investe prevalentemente la dimensione della realizzazione personale sul piano individuale e sociale (per il 48,7% delle donne e per il 53,6% degli uomini). Differenze tra i due sessi si individuano in relazione agli altri significati che pure sono stati individuati: per le donne più che per gli uomini il lavoro può rappresentare un mezzo strumentale, una necessità per il soddisfacimento dei bisogni essenziali della vita o per il raggiungimento dell’indipendenza economica; per gli uomini, invece, più che per le donne, il lavoro può proporsi come strumento per raggiungere il successo professionale ed economico o per esercitare potere sugli altri (tab. 72). Tab. 72 - Significato del lavoro per sesso (%) Sesso Soddisfare i bisogni essenziali Femminile 12,7 Maschile 4,4 Totale 7,5 Lavoro come mezzo per: Raggiungere Realizzarsi Raggiungere Esercitare Totale l’indipendenza il successo il potere 16,8 5,9 9,9 48,7 53,6 51,8 17,8 27,8 24,1 4,1 8,3 6,7 100,0 100,0 100,0 Base: 535 personaggi 12. Il profilo della donna che lavora Per approfondire il tema della rappresentazione della donna che lavora nella fiction televisiva, riprendiamo alcune delle considerazioni fin qui svolte sul lavoro riferendole più nel dettaglio a quella parte dei personaggi femminili, corrispondente al 67% circa del campione, che risultano occupati. Le variabili implicate e le analisi effettuate delle relazioni tra esse sono state numerose, con la conseguente produzione di una mole consistente di dati. Dei più importanti di essi proponiamo una sintesi in questo paragrafo. Si è già visto come i personaggi femminili siano proposti dalla fiction con un’immagine complessivamente positiva nella grandissima maggioranza dei casi (83,6%). Questa evenienza favorevole riguarda 66 sia le donne non occupate (87,7%) che le donne occupate (81,5%), anche se, per queste ultime, la percentuale di personaggi positivi è di circa sei punti percentuali più bassa rispetto alle altre (tab. 73). Tab. 73 - Immagine complessiva della donna per posizione nei confronti del lavoro (%) Posizione lavorativa Non occupate Occupate Totale Negativa 12,3 18,5 16,4 Immagine complessiva Positiva 87,7 81,5 83,6 Totale 32,9 67,1 100,0 Base: 444 personaggi femminili Sembrerebbe dunque presente almeno in una parte della fiction, soprattutto di quella più popolare, una tendenza a rappresentare le non lavoratrici con una maggiore benevolenza, che tuttavia si associa a modalità sostanzialmente tradizionaliste, e spesso a-problematiche, di proporne l’identità. Detto altrimenti, la donna che non lavora è presentata con un profilo complessivo che evoca in maniera palese e più immediata uno “specifico” femminile che corrisponde a stereotipi ormai superati ma ancora presenti nell’immaginario collettivo. Se facciamo ad esempio riferimento ai tratti di personalità con cui viene costruita l’identità dei personaggi, le non lavoratrici risultano nel complesso più “buone” (altruiste, oneste, scrupolose), più “fragili” (docili, passive, bisognose di protezione), più “tese” (emotivamente instabili, ansiose) delle lavoratrici, che sono al contrario più “solide” (assertive, dinamiche, attive) e più “distese” (equilibrate, controllate, calme) (tabb. 74 ÷ 78). Le non lavoratrici sono inoltre più sensibili ai valori dell’affettività e della famiglia (l’amore, l’armonia familiare, la maternità) e assai meno delle donne impegnate nel lavoro orientate dai valori dell’affermazione (indipendenza, distinzione, successo) (tabb. 79 ÷ 82). 67 Tab. 74 - Polarità cattivo/buono per sesso e posizione lavorativa (%) Sesso Femminile Maschile Posizione lavorativa Occupate Non occupate Occupati Non occupati Cattivo 19,1 8,1 26,7 35,3 Neutro 42,2 48,8 37,7 52,6 Buono 38,7 43,1 35,7 12,1 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Tab. 75 - Polarità fragile/solido per sesso e posizione lavorativa (%) Sesso Femminile Maschile Posizione lavorativa Occupate Non occupate Occupati Non occupati Fragile 38,3 48,0 19,3 42,2 Neutro 39,0 43,1 34,1 48,3 Solido 22,7 8,9 46,6 9,5 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Tab. 76 - Polarità pesante/leggero per sesso e posizione lavorativa (%) Sesso Femminile Maschile Posizione lavorativa Occupate Non occupate Occupati Non occupati Pesante 26,2 29,3 31,2 22,4 Neutro 43,3 34,1 44,8 40,5 Leggero 30,5 36,6 24,0 37,1 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Tab 77 - Polarità teso/disteso per sesso e posizione lavorativa (%) Sesso Femminile Maschile 68 Posizione lavorativa Occupate Non occupate Occupati Non occupati Teso 23,4 38,2 33,6 36,2 Neutro 45,7 34,1 33,6 30,2 Disteso 30,9 27,6 32,7 33,6 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Tab. 78 - Polarità normale/originale per sesso e posizione lavorativa (%) Sesso Femminile Maschile Posizione lavorativa Occupate Non occupate Occupati Non occupati Normale 25,9 24,4 32,7 15,5 Neutro 39,0 39,8 39,0 44,8 Originale 35,1 35,8 28,3 39,7 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Tab. 79 - Centralità dei valori dell’identità e della socialità per sesso e posizione lavorativa (%) Centralità dei valori dell’identità e della socialità Sesso Femminile Maschile Posizione lavorativa Non occupate Occupate Non occupati Occupati Bassa 40,4 37,9 57,6 39,3 Media 42,5 36,6 28,8 32,4 Alta 17,1 25,5 13,6 28,4 Tab. 80 - Centralità dei valori dell’affermazione per sesso e posizione lavorativa (%) Centralità dei valori dell’affermazione Sesso Femminile Maschile Posizione lavorativa Non occupate Occupate Non occupati Occupati Bassa 71,2 36,9 73,6 15,1 Media 21,9 35,6 17,6 38,9 Alta 6,8 27,5 8,8 46,0 69 Tab. 81 - Centralità dei valori dell’evasione e della dimensione estetica per sesso e posizione lavorativa (%) Centralità dei valori dell’evasione e della dimensione estetica Sesso Femminile Maschile Posizione lavorativa Non occupate Occupate Non occupati Occupati Bassa 21,9 30,9 40,0 48,1 Media 38,4 27,9 36,8 33,6 Alta 39,7 41,3 23,2 18,3 Tab. 82 - Centralità dei valori dell’affettività e della famiglia per sesso e posizione lavorativa (%) Centralità dei valori dell’affettività e della famiglia Sesso Femminile Maschile Posizione lavorativa Non occupate Occupate Non occupati Occupati Bassa 26,7 30,9 49,6 38,4 Media 30,8 32,9 41,6 38,7 Alta 42,5 36,2 8,8 22,9 Per come risulta almeno in parte affrancata dagli stereotipi che segnano l’identità della donna “di casa”, la donna che lavora nel mondo della fiction sembra dunque assumere, sia pure in modo non sempre esplicito e lineare, un profilo che riecheggia le istanze più ovvie, più visibili, non occultabili, tra quelle che definiscono la condizione femminile nel mondo reale. Il che, ovviamente, non sta ad indicare che la fiction sia oggi tale da proporsi come “specchio” meno infedele, rispetto al passato, della condizione femminile nella società contemporanea. Fermo restando che non compete alla fiction il compito di “fotografare” la realtà per come essa è, il mondo fittizio che essa costruisce dovrebbe peraltro risultare più permeabile alle sollecitazioni che comunque provengono da quello reale, in particolare in relazione a temi 70 di assoluta centralità come il lavoro in generale e il lavoro femminile in particolare, per come esso concretamente si articola e per i problemi che investe sul piano sia individuale sia sociale. Del fatto che la fiction non presti - o non possa prestare, in ragione delle regole di genere (mediale) che attualmente la caratterizzano - una particolare attenzione a tali sollecitazioni, è espressione la mappa che essa propone degli ambiti in cui si articola il lavoro femminile, ancora troppo lontana dalla realtà, anche se la riferiamo a contesti nazionali per questo aspetto più evoluti del nostro qual è quello statunitense (va ricordato che la maggioranza dei programmi campione è di produzione nordamericana, con vicende ambientate negli Stati Uniti). La donna che lavora risulta, così, impegnata più nelle professioni e nelle attività lavorative specializzate e meno nei lavori esecutivi e nei lavori manuali. Esigua è invece la pattuglia delle donne manager e imprenditrici. Fermo restando che i personaggi femminili che non lavorano o per i quali non è stato possibile individuare l’attività lavorativa perché non rappresentata o solo marginalmente accennata - sono numerosi, il lavoro femminile, sia pure sottorappresentato, viene comunque complessivamente declinato nella fiction a livelli apprezzabili in termini di prestigio sociale. Questo dato, che è speculare a quello riscontrato per i personaggi maschili, anch’essi prevalentemente impegnati in attività lavorative di livello medio e medio-alto nel settore terziario, rinvia ad una caratteristica più generale del mondo della fiction: l’essere popolato in misura assolutamente preponderante dai ceti medi. Entriamo comunque nel merito delle caratteristiche salienti che definiscono i profili di tutte le donne che lavorano, differenziandole per tipi di attività lavorativa (tabb. 83-96) Le professioniste e le lavoratrici che svolgono attività che richiedono competenze specialistiche e un’assunzione significativa di responsabilità rappresentano circa la metà delle donne che lavorano: donne medico, avvocato, magistrato, giornalista, commissario di polizia, hanno ormai una loro visibilità nella fiction, soprattutto in quella di produzione americana. La loro presenza è più consistente tra le adulte, ma è rilevante anche tra le giovani e le anziane, e rappresentano la netta mag71 gioranza delle lavoratrici separate o divorziate. Confortate da una buona condizione economica e contraddistinte da un livello culturale apprezzabile, sono più sensibili - nell’ordine - ai valori dell’affermazione, dell’evasione e della dimensione estetica, dell’identità e della socialità, e meno a quelli dell’affettività e della famiglia. Quanto ai tratti di personalità, sono proposte più spesso come “buone”, “né fragili né solide”, “leggere”, “né tese né distese”, “né normali né originali”, ma tra esse sono anche abbastanza numerose le “cattive”, le “fragili”, le “pesanti”, le “normali” e, soprattutto, le “tese”. Quante svolgono invece lavori esecutivi, di diverso tipo e in ambiti diversi, hanno una presenza maggioritaria tra le donne giovani e più consistente tra le non coniugate piuttosto che tra le coniugate. Rappresentano circa un terzo delle lavoratrici con un livello medio sia economico sia culturale e anch’esse sono in buona parte presenti nella fiction di produzione statunitense. Gli orientamenti di valore per esse più importanti sono sia quello dell’evasione e della dimensione estetica sia quello dell’affettività e della famiglia, anche se non sono disattente nei confronti dei valori dell’affermazione e della socialità. Il profilo di personalità che prevalentemente le contraddistingue è per alcuni versi diverso da quello delle professioniste, rispetto alle quali sono decisamente più “buone” ed anche più “distese”, più “originali”, meno “solide” e meno “leggere”. Le lavoratrici manuali, che - come si è detto - risultano essere ampiamente sottorappresentate, sono più presenti tra le donne anziane, costituiscono circa un quarto sia delle nubili sia delle coniugate e sono del tutto assenti tra le separate e divorziate. Particolarmente numerose nella fiction prodotta da altri Paesi, piuttosto che nella fiction italiana e, soprattutto, americana, sono presentate ai livelli economici e culturali più bassi. Tradizionale è il loro rapporto nei confronti dei valori, tra i quali prediligono senza esitazioni quelli legati alla dimensione degli affetti e alla famiglia. Tradizionali sono anche i tratti di personalità con i quali vengono prevalentemente dipinte: risolutamente “buone”, “fragili” e, soprattutto, “normali” e meno definitamene connotate in termini di “leggerezza/solidità” e di “tensione/distensione”. 72 Tab. 83 - Attività lavorativa per età (%) Età Lavoratrici manuali Lavoratrici esecutive 22,4 16,5 25,9 19,6 34,2 18,2 0,0 21,4 Giovani Adulte Anziane Totale Attività lavorativa Professioniste Dirigenti Totale operatrici imprenditrici con mansioni specialistiche 43,4 0,0 100,0 54,5 10,7 100,0 48,1 25,9 100,0 50,0 8,9 100,0 Base: 224 personaggi femminili Tab. 84 - Attività lavorativa per stato civile (%) Età Lavoratrici manuali Nubili Coniugate Separate, divorziate Non determinabile Totale Lavoratrici esecutive Attività lavorativa Professioniste Dirigenti Totale operatrici imprenditrici con mansioni specialistiche 45,1 7,1 100,0 47,3 12,7 100,0 23,0 23,6 24,8 16,4 0,0 6,3 81,3 12,5 100,0 12,5 19,6 25,0 21,4 55,0 50,0 7,5 8,9 100,0 100,0 Base: 224 personaggi femminili Tab. 85 - Attività lavorativa per nazionalità (%) Età Lavoratrici manuali Italia USA-Canada Altro Totale 14,9 7,9 49,1 19,9 Lavoratrici esecutive 32,8 25,7 0,0 21,7 Attività lavorativa Professioniste Dirigenti Totale operatrici imprenditrici con mansioni specialistiche 43,3 9,0 100,0 55,4 10,9 100,0 45,3 5,7 100,0 49,3 9,0 100,0 Base: 221 personaggi femminili 73 Tab. 86 - Attività lavorativa per condizione economica (%) Condizione Lavoratrici economica manuali Bassa Media Alta Totale Lavoratrici esecutive 72,4 16,7 1,4 19,0 6,9 33,3 6,8 20,5 Attività lavorativa Professioniste Dirigenti Totale operatrici imprenditrici con mansioni specialistiche 20,7 0,0 100,0 48,1 1,9 100,0 67,1 24,7 100,0 51,0 9,5 100,0 Base: 210 personaggi femminili Tab. 87 - Attività lavorativa per livello culturale (%) Livello culturale Lavoratrici manuali Lavoratrici esecutive Basso Medio Alto Totale 95,0 19,6 2,4 19,8 0,0 26,5 17,6 20,3 Attività lavorativa Professioniste Dirigenti Totale operatrici imprenditrici con mansioni specialistiche 5,0 0,0 100,0 49,0 4,9 100,0 62,4 17,6 100,0 50,2 9,7 100,0 Base: 207 personaggi femminili Tab. 88 - Centralità dei valori dell’identità e della socialità per attività lavorativa (%) Attività lavorativa Lavoratrici manuali Lavoratrici esecutive Professioniste, operatrici con mansioni specialistiche Dirigenti, imprenditrici Centralità dei valori dell’identità e della socialità Bassa Media Alta Totale 36,4 50,0 13,6 100,0 30,6 36,7 32,7 100,0 33,9 50,0 Base: 225 personaggi femminili 74 35,7 5,0 30,4 45,0 100,0 100,0 Tab. 89 - Centralità dei valori dell’affermazione per attività lavorativa (%) Attività lavorativa Lavoratrici manuali Lavoratrici esecutive Professioniste, operatrici con mansioni specialistiche Dirigenti, imprenditrici Centralità dei valori dell’affermazione Bassa Media Alta Totale 56,8 34,1 9,1 100,0 26,5 44,9 28,6 100,0 19,6 0,0 42,0 10,0 38,4 90,0 100,0 100,0 Base: 225 personaggi femminili Tab. 90 - Centralità dei valori dell’evasione e della dimensione estetica per attività lavorativa (%) Attività lavorativa Lavoratrici manuali Lavoratrici esecutive Professioniste, operatrici con mansioni specialistiche Dirigenti, imprenditrici Centralità dei valori dell’evasione e della dimensione estetica Bassa Media Alta Totale 70,5 13,6 15,9 100,0 20,4 42,9 36,7 100,0 33,9 5,0 24,1 35,0 42,0 60,0 100,0 100,0 Base: 225 personaggi femminili Tab. 91 - Centralità dei valori dell’affettività e della famiglia per attività professionale (%) Attività professionale Lavoratrici manuali Lavoratrici esecutive Professioniste, operatrici con mansioni specialistiche Dirigenti, imprenditrici Centralità dei valori dell’affettività e della famiglia Bassa Media Alta Totale 27,3 40,9 31,8 100,0 22,4 44,9 32,7 100,0 42,0 20,0 20,5 15,0 37,5 65,0 100,0 100,0 Base: 225 personaggi femminili 75 Tab. 92 - Polarità cattivo/buono per attività lavorativa (%) Attività lavorativa Lavoratrici manuali Lavoratrici esecutive Professioniste, operatrici con mansioni specialistiche Dirigenti, imprenditrici Cattivo 9,5 15,2 Neutro 38,1 34,8 Buono 52,4 50,0 Totale 100,0 100,0 20,6 27,8 37,4 61,1 42,1 11,1 100,0 100,0 Base: 213 personaggi femminili Tab. 93 - Polarità fragile/solido per attività lavorativa (%) Attività lavorativa Lavoratrici manuali Lavoratrici esecutive Professioniste, operatrici con mansioni specialistiche Dirigenti, imprenditrici Fragile 57,1 23,9 Neutro 35,7 58,7 Solido 7,1 17,4 Totale 100,0 100,0 28,0 0,0 37,4 38,9 34,6 61,1 100,0 100,0 Base: 213 personaggi femminili Tab. 94 - Polarità pesante/leggero per attività lavorativa (%) Attività lavorativa Lavoratrici manuali Lavoratrici esecutive Professioniste, operatrici con mansioni specialistiche Dirigenti, imprenditrici Pesante 16,7 30,4 Neutro 57,1 50,0 Leggero 26,2 19,6 Totale 100,0 100,0 27,1 11,1 36,4 66,7 36,4 22,2 100,0 100,0 Base: 213 personaggi femminili Tab. 95 - Polarità teso/disteso per attività lavorativa (%) Attività lavorativa Lavoratrici manuali Lavoratrici esecutive Professioniste, operatrici con mansioni specialistiche Dirigenti, imprenditrici Base: 213 soggetti 76 Teso 16,7 17,4 Neutro 64,3 45,7 Disteso 19,0 37,0 Totale 100,0 100,0 29,9 5,6 36,4 50,0 33,6 44,4 100,0 100,0 Tab. 96 - Polarità originale/normale per attività lavorativa (%) Attività lavorativa Lavoratrici manuali Lavoratrici esecutive Professioniste, operatrici con mansioni specialistiche Dirigenti, imprenditrici Normale 61,9 10,9 Neutro 23,8 43,5 Originale 14,3 45,7 Totale 100,0 100,0 21,5 27,8 42,1 44,4 36,4 27,8 100,0 100,0 Base: 213 soggetti Altri risultati interessanti sono quelli relativi alle caratteristiche che si riferiscono al vissuto dell’esperienza lavorativa delle donne, ovvero alla salienza del lavoro svolto e al significato che esse attribuiscono al lavoro stesso. Ricordiamo che la “salienza” è una variabile che corrisponde a un indice costruito utilizzando come indicatori attributi del lavoro sia oggettivi sia soggettivi: la remunerazione, il livello di responsabilità che esso implica, le competenze che richiede, la soddisfazione che da esso deriva e l’impegno in esso erogato. Si è visto che, per le donne, questo indice risulta decisamente più basso che per gli uomini, ma alcune differenze significative si riscontrano anche all’interno dell’universo femminile. La salienza del lavoro è senz’altro più elevata per le adulte e soprattutto per le anziane piuttosto che per le giovani, ed anche per le non coniugate piuttosto che per le coniugate. Nella fiction, sono dunque le donne inserite già da tempo nel mondo del lavoro e senza pressanti obblighi familiari ad esprimersi al meglio in esso (tab. 97 - 99). Tab. 97 - Indice di salienza del lavoro svolto per età (%) Età Giovani Adulte Anziane Totale Medio-basso 7,0 13,6 0,0 9,5 Indice di salienza del lavoro svolto Medio Medio-alto 43,9 49,1 13,6 72,7 16,7 83,3 24,3 66,3 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 169 personaggi femminili 77 Tab. 98 - Indice di salienza del lavoro svolto per stato civile (%) Stato civile Medio-basso Nubili 6,1 Coniugate 25,0 Separate, divorziate 0,0 Non determinabile 0,0 Totale 9,5 Indice di salienza del lavoro svolto Medio Medio-alto 37,8 56,1 15,9 59,1 0,0 100,0 10,3 89,7 24,3 66,3 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 169 personaggi femminili Tab. 99 - Indice di salienza del lavoro svolto per nazionalità (%) Nazionalità Italia USA-Canada Altro Totale Medio-basso 2,2 6,4 23,3 9,6 Indice di salienza del lavoro svolto Medio Medio-alto 37,8 60,0 15,4 78,2 23,3 53,5 23,5 66,9 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 Base: 166 personaggi femminili Quanto al significato associato al lavoro, prevale tra tutte le donne una concezione “espressiva” piuttosto che “strumentale” del lavoro stesso (tabb. 100 - 104). Sono comunque soprattutto le donne adulte (51,0%) insieme alle più giovani (51,5%) a viverlo come un mezzo per la realizzazione personale sul piano sia individuale sia sociale. Tra le più giovani - a testimonianza di un’eco delle problematiche che caratterizzano l’occupazione giovanile giunta, sia pure marginalmente, fino alla fiction - è anche presente una discreta percentuale di donne per le quali il lavoro è, al contrario, un mezzo per soddisfare i bisogni essenziali della vita quotidiana (22,1%). Più equamente distribuite tra le diverse alternative sono invece le anziane, per le quali sembrano essere più differenziate le situazioni nelle quali si articola l’esperienza lavorativa. Le potenzialità di realizzazione del sé rappresentate dal lavoro sono poi avvertite dalla gran parte delle separate o divorziate (86,7%) e, in genere, dalle non coniugate (49,0% delle nubili). Tra le coniugate, 78 che pure in maggioranza (40,4%) attribuiscono questo stesso significato al lavoro, è anche abbastanza consistente la percentuale di quante lo vivono come un mezzo per raggiungere il successo in campo professionale ed economico (32,7%) e non trascurabile quella di quante vedono in esso uno strumento per raggiungere l’indipendenza economica (21,2%). Questo maggiore pragmatismo delle donne sposate potrebbe essere spiegato con riferimento, da un lato, ad aspirazioni di fatto insoddisfatte e, dall’altro, a una situazione di dipendenza dall’uomo nella coppia e nella famiglia qualora fosse ad esse negata la possibilità di lavorare. Da segnalare, ancora, il fatto che una concezione “espressiva” piuttosto che “strumentale” del lavoro risulta più evidente tra i personaggi femminili sia italiani (61,5%) sia nordamericani (57,0%), e che tra questi ultimi sono in ogni caso più consistenti le percentuali di quante concepiscono il lavoro come viatico per il successo (21,5%) e come mezzo per esercitare il potere sugli altri (6,5%). Troviamo invece tra le donne di altri Paesi - in buona parte “sudamericane” protagoniste delle telenovelas - le percentuali più elevate di quante attribuiscono al lavoro finalità più immediatamente legate ai problemi materiali della quotidianità (28,6%) e all’affrancamento in campo economico. Bisogni materiali e affrancamento definiscono, inoltre, il vissuto soggettivo del lavoro soprattutto di donne in una condizione economica e culturale deprivata, mentre il lavoro con connotazioni “espressive” è una sorta di privilegio di cui possono godere donne più avvantaggiate sul piano economico e culturale, le stesse che svolgono attività lavorative non solo più remunerative, ma anche più gratificanti. Tab. 100 - Significato del lavoro per età (%) Lavoro vissuto come mezzo per: Età Giovani Adulte Anziane Totale Soddisfare i Raggiungere bisogni l’indipendenza essenziali 22,1 14,7 4,0 16,0 21,4 21,4 12,8 16,3 Realizzarsi Raggiungere il successo Esercitare il potere 51,5 51,0 35,7 49,0 11,8 21,0 21,4 17,9 0,0 8,0 0,0 4,1 Base: 196 personaggi femminili 79 Tab. 101 - Significato del lavoro per stato civile (%) Lavoro vissuto come mezzo per: Stato civile Soddisfare i Raggiungere bisogni l’indipendenza essenziali Nubili Coniugate Separate, divorziate Non determinabile Totale Realizzarsi Raggiungere il successo Esercitare il potere 21,6 3,8 12,7 21,2 49,0 40,4 11,8 32,7 4,9 1,9 0,0 0,0 86,7 6,7 6,7 3,7 12,8 29,6 16,3 44,4 49,0 18,5 17,9 3,7 4,1 Base: 196 personaggi femminili Tab. 102 - Significato del lavoro per nazionalità (%) Lavoro vissuto come mezzo per: Nazional. Soddisfare i Raggiungere bisogni l’indipendenza essenziali Italia 5,8 USA-Canada 8,6 Altro 28,6 Totale 12,9 17,3 6,5 34,7 16,5 Realizzarsi Raggiungere il successo Esercitare il potere 61,5 57,0 18,4 48,5 13,5 21,5 16,3 18,0 1,9 6,5 2,0 4,1 Base: 194 personaggi femminili Tab. 103 - Significato del lavoro per condizione economica (%) Lavoro vissuto come mezzo per: Condiz. Soddisfare i Raggiungere economica bisogni l’indipendenza essenziali Bassa Media Alta Totale 61,3 5,5 0,0 12,8 12,9 28,6 1,5 16,6 Base: 187 personaggi femminili 80 Realizzarsi Raggiungere il successo Esercitare il potere 22,6 56,0 50,8 48,7 0,0 9,9 38,5 18,2 3,2 0,0 9,2 3,7 Tab. 104 - Significato del lavoro per livello culturale (%) Lavoro vissuto come mezzo per: Livello culturale Basso Medio Alto Totale Soddisfare i Raggiungere bisogni l’indipendenza essenziali 63,0 5,4 0,0 11,8 14,8 30,4 0,0 17,1 Realizzarsi Raggiungere il successo Esercitare il potere 18,5 42,4 67,6 48,1 0,0 18,5 26,5 18,7 3,7 3,3 5,9 4,3 Base: 187 personaggi femminili Un’ultima considerazione su una caratteristica che abbiamo visto essere centrale nella rappresentazione della donna nella fiction, e cioè la rilevanza esteriore: la grandissima maggioranza dei personaggi femminili sono “belli”, nel volto e nel corpo, in forma, nel complesso attraenti, e questa celebrazione - generalizzata ma strumentale - dell’avvenenza muliebre è assolutamente trasversale, per come contraddistingue la grandissima maggioranza sia delle donne che lavorano sia delle donne che non lavorano (tab. 103). Tab. 105 - Indice di rilevanza esteriore per posizione lavorativa (%) Posizione lavorativa Non occupate Occupate Totale Medio-basso 7,6 7,1 7,3 Indice di rilevanza esteriore Medio Medio-alto 7,6 84,7 10,5 82,4 9,6 83,1 Totale 100,0 100,0 100,0 Base: 444 personaggi femminili A conclusione di questo paragrafo, riportiamo due schemi che ripropongono in sintesi, rispettivamente, le principali differenze tra donne occupate e non occupate e tra donne occupate in diverse attività lavorative. 81 Schema riassuntivo delle principali differenze tra donne occupate e donne non occupate Caratteristiche dei personaggi Rilevanza esteriore Centralità delle aree valoriali di riferimento (livelli alti e medi) Tratti di personalità Posizione nei confronti del lavoro Donne non occupate Donne occupate Elevata Elevata Dim. estetica Dim. estetica Famiglia Affermazione Socialità Famiglia Affermazione Socialità Più “buona” Meno “buona” Più fragile e insicura Più forte e sicura Più tesa e ansiosa Più distesa Schema riassuntivo delle principali differenze tra donne occupate in diverse attività lavorative Caratteristiche dei personaggi Lavoratrici manuali Gerarchia delle Famiglia aree valoriali di Socialità riferimento Affermazione (livelli alti e Dim. estetica medi) Tratti di Buona personalità Fragile Normale Attività lavorativa Lavoratrici Professioniste, esecutive operatrici con mansioni specialistiche Dim. estetica Affermazione Famiglia Dim. estetica Affermazione Socialità Socialità Famiglia Buona Distesa Originale Solida Estroversa Originale Dirigenti imprenditrici Affermazione Dim. estetica Socialità Socialità Solida Distesa Meno “buona” 13. Comportamenti pro-sociali e anti-sociali e modalità d’interazione tra i personaggi L’ultima area tematica indagata nella ricerca riguarda i comportamenti pro-sociali e anti-sociali di cui i personaggi principali della fiction sono autori o oggetto e le modalità prevalenti d’interazione, in termini di apertura-empatia e chiusura-conflitto, tra i personaggi stessi. 82 Per quanto riguarda i comportamenti pro-sociali, intesi come comportamenti conformi a modelli di relazioni sociali positive, ne sono risultati autori circa l’81% dei personaggi, tra i quali il 45,9% sono donne e il 54,1% uomini. I più frequenti in assoluto sono i comportamenti affettivi approvati socialmente (manifestazioni di affetto, di simpatia, di empatia nei confronti degli altri), in relazione ai quali sono comunque le donne a distinguersi più degli uomini. Questi ultimi, peraltro, più frequentemente delle donne sono autori di azioni altruistiche (cooperare, aiutare gli altri, compiere atti eroici) e di azioni di controllo su predisposizioni negative del proprio e dell’altrui comportamento (resistere alle tentazioni, controllare l’aggressività, ricercare soluzioni positive per tensioni e conflitti, ecc.). Analoghi, ma con scarti ancora più ridotti tra i due sessi, sono i risultati relativi ai destinatari dei comportamenti pro-sociali, che corrispondono al 75,6% del campione. In questo caso, tuttavia, le azioni altruistiche e di controllo su predisposizioni negative sono meno rilevanti. Le donne, che abbiamo visto essere autrici di comportamenti affettivi approvati socialmente in misura maggiore rispetto agli uomini, ne sono anche più frequentemente oggetto (tab. 106). Tab. 106 - Personaggi autori e oggetto di comportamenti pro-sociali per sesso (%). Comportamenti pro-sociali Azioni altruistiche Comportamenti affettivi approvati socialmente Controllo su predisposizioni negative Uomini autori (54,1%) 40,0 Donne autrici (45,9%) 32,6 Uomini oggetto (54,6%) 24,1 Donne oggetto (45,4%) 21,7 80,8 90,6 85,2 90,3 32,7 28,4 26,7 22,3 Base: 837 personaggi (autori); 790 personaggi (oggetto) Meno numerosi sono invece i personaggi autori di comportamenti anti-sociali (33,1%), declinati in una tipologia che comprende uccisioni, aggressioni fisiche con o senza armi, restrizioni della libertà, molestie 83 sessuali, aggressioni verbali, costrizioni psicologiche, rapine e furti, inganni e truffe. Le differenze tra personaggi maschili e femminili sono, in questo caso, più accentuate, soprattutto per quanto riguarda le manifestazioni di violenza fisica, che vedono come protagonisti attivi soprattutto gli uomini. Tipicamente femminili risultano invece gli inganni e analoghi misfatti, oltre alle aggressioni verbali, queste ultime peraltro condivise in maniera più equilibrata con i personaggi maschili. Considerando, invece, le vittime dei comportamenti anti-sociali, si constata un lieve incremento della percentuale di donne coinvolte (35,9%). Più degli uomini esse sono oggetto non solo di molestie sessuali (peraltro non molto frequenti nel nostro campione), ma anche di costrizioni fisiche (segregazioni e sequestri) e psicologiche. Gli uomini, al contrario, sono più spesso vittime di aggressioni fisiche. Inoltre, mentre in valore assoluto il numero di donne uccise è praticamente uguale a quello delle donne che uccidono, gli uomini sono più presenti tra gli autori piuttosto che tra le vittime di omicidi (tab. 107). Tab. 107 - Personaggi autori e vittime di comportamenti anti-sociali per sesso(%). Comportamenti anti-sociali Uccisioni Aggressioni fisiche con armi Aggressioni fisiche senza armi Restrizioni della libertà Molestie sessuali Aggressioni verbali Costrizioni psicologiche Rapine e furti Inganni, truffe Uomini autori (70,8%) 17,6 25,3 19,2 8,2 2,4 36,3 10,2 7,3 3,0 Donne autrici (29,2%) 11,9 7,9 6,9 3,0 1,0 38,6 7,9 5,9 38,6 Uomini oggetto (64,1%) 10,1 33,1 18,1 8,9 0,4 35,1 5,6 4,8 23,8 Donne oggetto (35,9%) 7,9 17,3 7,2 14,4 7,2 27,3 19,4 3,6 25,9 Base: 346 personaggi (autori); 387 personaggi (vittime) Oltre ai comportamenti palesemente pro-sociali e anti-sociali, sono state indagate nella ricerca le modalità d’interazione nei rapporti in84 terpersonali tra personaggi dello stesso sesso e di sesso diverso, considerando la direzione di tali interazioni in relazione a tre possibili orientamenti: going towards (atti positivi, volti a iniziare, mantenere e/o costruire una relazione), going against (atti volti a produrre e/o mantenere tensione, contrapposizione, conflitto), going away (atti che distanziano psicologicamente un soggetto da un altro). Considerando le differenze tra i personaggi maschili e femminili, se appaiono relativamente omogenee le frequenze delle modalità going towards e going away, sono al contrario nettamente distinte quelle relative alla modalità going against. Infatti, mentre la quota di personaggi (per i quali sono rilevabili queste modalità di comportamento) che manifesta un orientamento going against verso gli uomini corrisponde al 56%, quella che manifesta il medesimo orientamento verso le donne è pari al 36%. Risulta determinante, per questa situazione, il comportamento dei personaggi maschili: infatti, mentre non cambia di molto la quota di donne con comportamenti going against rispettivamente verso gli uomini e verso altre donne, la quota di personaggi maschili corrisponde al 67% nell’interazione con personaggi del proprio sesso e invece al 38% nell’interazione con personaggi dell’altro sesso. L’area della conflittualità si disegna quindi come prevalentemente maschile, proveniente da maschi e diretta contro maschi. I personaggi femminili mostrano, al contrario, tendenze più deboli alla contrapposizione e al conflitto, soprattutto nei confronti delle altre donne (tabb. 108 e 109). Tab. 108 - Orientamento del comportamento verso personaggi maschili per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Orientamento del comportamento verso personaggi maschili Going towards Going against Going away Totale 89,4 41,6 7,6 44,0 83,3 67,1 5,8 56,0 86,0 55,9 6,6 100,0 Base: 961 personaggi 85 Tab. 109 - Orientamento del comportamento verso personaggi femminili per sesso (%) Sesso Femminile Maschile Totale Orientamento del comportamento verso personaggi femminili Going towards Going against Going away Totale 89,5 33,4 3,2 40,6 85,7 38,0 5,6 59,4 87,2 36,1 4,6 100,0 Base: 847 personaggi Per quanto riguarda i comportamenti riconducibili alla modalità going towards, può essere utile un approfondimento considerandone le diverse forme e la possibilità di declinarsi con modalità attive oppure passive (“dare” oppure “accettare”). Considerando anzitutto la modalità attiva, quella del “dare”, i comportamenti rivolti dagli uomini ad altri uomini sono in prevalenza “dare sostegno” (incoraggiamento, aiuto, assistenza, protezione, ecc.), “dare affetto” e “dare guida” (istruzioni, direttive, programmi, ecc.), mentre quelli rivolti dalle donne agli uomini sono soprattutto “dare amore” e “dare affetto”. E’ significativamente bassa la percentuale di donne che offrono guida agli uomini (tab. 110). Tab. 110 - Modalità attive going towards verso personaggi maschili per sesso (%) Modalità attive going towards verso personaggi maschili Dare Dare Dare Dare Dare Dare Totale orientamento sostegno interessamento guida affetto amore Femminile 7,5 18,5 7,0 3,5 20,9 42,6 47,3 Maschile 12,7 29,6 10,3 21,2 25,5 0,7 52,7 Totale 10,3 24,3 8,7 12,8 23,3 20,5 100,0 Sesso Base: 789 personaggi Per quanto riguarda invece le modalità dei comportamenti going towards nei confronti dei personaggi femminili, le modalità più presenti sono ancora “dare affetto” - in misura più rilevante della tabella precedente - e “dare amore”. Per quanto riguarda il “dare affetto”, si riscontra una percentuale del 50,7% tra le donne e del 23,4% tra gli uomini. Ciò significa che la quota di uomini con comportamenti attivi di natura af86 fettiva resta sostanzialmente la stessa indipendentemente dal sesso delle persone cui questi stessi comportamenti sono diretti, mentre quella delle donne ne è notevolmente influenzata. In altri termini, le donne hanno modalità d’interazione di tipo affettivo più spesso con altre donne. La modalità “dare guida” si conferma come una modalità prevalentemente maschile, anche se si manifesta più verso gli uomini che verso le donne. Emergono inoltre, nelle relazioni tra donne, le tendenze positive del “dare sostegno” e “dare interessamento” (attenzione, comprensione, legittimazione nei confronti di esigenze, bisogni, interessi) (tab. 111). Tab. 111 - Modalità attive going towards verso personaggi femminili per sesso (%) Modalità attive going towards verso personaggi femminili Dare Dare Dare Dare Dare Dare orientamento sostegno interessamento guida affetto amore Femminile 4,9 21,1 17,6 1,8 50,7 3,9 Maschile 4,2 17,2 8,7 11,4 23,4 35,1 Totale 4,5 18,8 12,4 7,4 34,7 22,2 Sesso Totale 41,4 58,6 100,0 Base: 686 personaggi Passando alle modalità passive del going towards nelle relazioni con personaggi maschili, la categoria “accettare amore” è tutta al femminile. Quasi equivalente tra uomini e donne è invece la categoria “accettare affetto”, mentre tutte le altre vedono una netta prevalenza della figura maschile: sono soprattutto gli uomini a ricevere e accettare sostegno, guida, orientamento (informazioni, consigli, opinioni) dai loro simili (tab. 112). Tab. 112 - Modalità passive going towards verso personaggi maschili per sesso (%) Modalità passive going towards verso personaggi maschili Accettare Accettare Accettare Accett. Accett. Accett. Totale orientamento sostegno interessamento guida affetto amore accett. Femminile 5,1 12,7 9,6 6,5 26,3 39,7 47,3 Maschile 15,3 28,5 12,7 17,6 24,9 1,0 52,7 Totale 10,5 21,0 11,3 12,3 25,6 19,3 100,0 Sesso Base: 746 personaggi 87 Consideriamo ora le modalità passive del going towards nell’interazione con personaggi femminili. Rispetto al caso precedente risultano speculari i dati delle modalità “accettare orientamento” e “accettare interessamento”: sono soprattutto le donne a ricevere e accettare l’orientamento da e l’interessamento di altre donne. E’ interessante confrontare i dati relativi alla modalità “accettare guida”: le donne, pur accettando più spesso la guida degli uomini piuttosto che delle altre donne, in generale interagiscono poco tra loro secondo questa modalità (anche nella versione attiva del “dare guida”). Gli uomini, poco propensi ad “accettare guida” da parte delle donne, la accettano molto più frequentemente dai loro simili, e sembrano in generale interagire in misura significativa secondo questa modalità (anche nella modalità attiva del “dare guida”). Resta prevalentemente femminile la modalità “accettare affetto”: il 53% delle donne accetta affetto da persone dello stesso sesso, contro il 25% degli uomini (tab. 113). Tab. 113 - Modalità passive going towards verso personaggi femminili (%) Modalità passive going towards verso personaggi femminili Accettare Accettare Accettare Accett. Accett. Accett. Totale orientamento sostegno interessamento guida affetto amore accett. Femminile 10,7 12,2 17,8 1,1 53,0 5,2 41,2 Maschile 5,5 16,6 5,2 3,1 30,4 38,2 58,8 Totale 7,6 14,8 11,0 2,3 39,7 24,6 100,0 Sesso Base: 655 personaggi Venendo alle differenti modalità attive e passive dei comportamenti going against, in tutti i casi le modalità più presenti sono “attaccare/essere attaccato” (in situazioni caratterizzate da conflitti, critiche, provocazioni, liti, aggressioni verbali, inganni, ecc.) e “esercitare/subire violenza” (procurare - o subire - danno fisico, ferite, morte). Se esaminiamo le modalità attive dei comportamenti going against nei confronti dei personaggi maschili, le proporzioni di maschi e femmine nella modalità “attaccare” sono sostanzialmente equivalenti, e lo stesso vale per gli altri casi, ad esclusione del “non dare amore” (nessun 88 maschio contro il 9% delle femmine) ed “esercitare violenza” (il 31,7% dei maschi che manifesta comportamenti going against mette in atto questa modalità violente, contro il 15% delle donne) (tab. 114). Tab. 114 - Modalità attive going against verso personaggi maschili (%) Sesso Non dare Non dare orienta- sostegno mento Femminile 1,5 6,7 Maschile 1,9 5,9 Totale 1,8 6,1 Modalità attive going against verso personaggi maschili Non dare Non dare Non dare Non dare Attaccare Esercitare Totale interessaguida affetto amore violenza mento fisica 6,0 3,7 4,5 9,0 53,7 14,9 29,4 2,8 2,5 0,3 0,0 55,0 31,7 70,6 3,7 2,9 1,5 2,6 54,6 26,8 100,0 Base: 456 personaggi Quanto alle modalità attive dei comportamenti going against nei confronti dei personaggi femminili, la forma principale di conflittualità emergente è anche in questo caso quella dell’”attaccare”, soprattutto da parte degli stessi personaggi femminili. Non muta, in generale, la tendenza degli uomini ad esercitare comportamenti violenti in misura superiore rispetto alle donne; mentre la percentuale dei maschi che mettono in atto questo tipo di comportamento varia a seconda del sesso della persona cui è diretto (32% verso maschi e 22% verso femmine) la quota di femmine risulta la stessa, e non è quindi influenzata dal sesso della persona contro cui la violenza è esercitata. I comportamenti conflittuali nei confronti delle donne mostrano una diminuzione nella categoria relativa all’esercizio di violenza e si distribuiscono maggiormente nelle altre dimensioni. Da segnalare, ancora, che una forma rilevante di chiusura maschile nei confronti delle donne è quella che si manifesta nel “non dare interessamento” (tab. 115). Tab. 115 - Modalità attive going against verso personaggi femminili per sesso (%) Sesso Non dare Non dare orienta- sostegno mento Femminile 3,3 8,9 Maschile 2,0 7,2 Totale 2,5 7,9 Modalità attive going against verso personaggi femminili Non dare Non dare Non dare Non dare Attaccare Esercitare Totale interessaguida affetto amore violenza mento fisica 8,9 0,0 1,1 1,1 62,2 14,4 37,2 13,2 0,7 1,3 8,6 45,4 21,7 62,8 11,6 0,4 1,2 5,8 51,7 19,0 100,0 Base: 242 personaggi 89 Le modalità passive del going against nei confronti di personaggi maschili rivela una omogeneità quasi perfetta tra uomini e donne nella classe “essere attaccato”, mentre a “subire violenza” sono in proporzione più gli uomini delle donne. Le due classi esauriscono l’80% delle possibilità conflittuali espresse dal tipo di comportamento che stiamo considerando. Infine, come dato generale, è da sottolineare il fatto che la quota di donne che lo subiscono è pari al 30,9%, contro il 69,1% di uomini (tab. 116). Tab. 116 - Modalità passive going against verso personaggi maschili (%) Sesso Rifiutare orientamento Femminile 2,9 Maschile 3,5 Totale 3,3 Rifiutare sostegno 4,3 3,2 3,5 Modalità passive going against verso personaggi maschili Rifiutare Rifiutare Rifiutare Rifiutare Essere Subire Totale interessaguida affetto amore attaccato violenza mento fisica 1,4 10,0 5,0 5,7 46,4 24,3 30,9 2,6 6,1 0,3 0,0 47,3 37,1 69,1 2,2 7,3 1,8 1,8 47,0 33,1 100,0 Base: 453 personaggi Consideriamo infine le modalità passive del going against nei confronti di personaggi femminili. Il dato più significativo riguarda la modalità “subire violenza”, che conferma quanto già precedentemente emerso a proposito di una diversa “selettività” della conflittualità, rispettivamente, maschile e femminile: la tabella precedente mostra che a subire violenza fisica dagli uomini sono soprattutto altri uomini, mentre questa mostra che i personaggi che subiscono violenza da donne sono grosso modo equamente ripartiti tra i due sessi (tab. 117). Tab. 117 - Modalità passive going against verso personaggi femminili (%) Sesso Rifiutare orientamento Femminile 4,9 Maschile 7,6 Totale 6,4 Rifiutare sostegno 7,8 5,3 6,4 Modalità passive going against verso personaggi femminili Rifiutare Rifiutare Rifiutare Rifiutare Essere Subire Totale interessaguida affetto amore attaccato violenza mento fisica 4,9 3,9 2,9 0,0 56,9 18,6 43,8 2,3 6,1 2,3 11,5 49,5 15,3 56,2 3,4 5,2 2,6 6,4 52,8 16,7 100,00 Base: 233 personaggi 90 Schema riassuntivo dei tipi prevalenti di azioni pro-sociali e anti-sociali in cui sono coinvolti personaggi femminili e maschili Tipo di azioni Azioni pro-sociali prevalenti Azioni anti-sociali prevalenti Sesso Personaggi femminili Personaggi maschili Comportamenti affettivi Comportamenti affettivi approvati socialmente approvati socialmente ma anche (in misura maggiore delle donne) azioni altruistiche e controllo su predisposizioni negative Aggressioni verbali Aggressioni verbali Inganni e truffe Aggressioni fisiche con e senza armi Schema riassuntivo delle modalità positive e negative d’interazione più frequenti tra personaggi femminili e maschili Soggetti delle interazioni positive Personaggi femminili tra loro Personaggi maschili tra loro Personaggi femminili verso personaggi maschili Personaggi maschili verso personaggi femminili Soggetti delle interazioni negative Personaggi femminili tra loro Personaggi maschili tra loro Personaggi femminili verso personaggi maschili Personaggi maschili verso personaggi femminili Tipi prevalenti di interazione (dare e accettare) Affetto, sostegno, interessamento Sostegno, affetto, guida Amore, affetto, sostegno Amore, affetto, sostegno Tipi prevalenti di interazione (compiere e subire) Attaccare (litigare, provocare, insultare) Attaccare, esercitare violenza Attaccare Attaccare, esercitare violenza 14. Conclusioni Differenze generali tra le condizioni femminile e maschile nei programmi L’analisi complessiva dei programmi di fiction evidenzia, in essi, una propensione non molto accentuata a rappresentare esplicitamente le problematiche connesse alle disuguaglianze fra i due sessi. Esse compaiono a vario titolo nella narrazione in circa un terzo dei programmi 91 campione, prevalentemente tematizzate in modo a-problematico o addirittura legittimante. Solo in una ridotta percentuale di programmi compare un’attenzione critica verso le disparità tra le condizioni maschile e femminile. Tra i programmi in cui non sono presenti le tematiche ad esse connesse, prevalgono quelli che non propongono modelli negativi o degradanti dell’immagine femminile, ma non è irrilevante la presenza di altri programmi che, al contrario, suggeriscono in modo latente (talvolta debole, talvolta accentuato) stereotipi negativi. Gli stereotipi discriminanti più ricorrenti nella rappresentazione della condizione femminile riguardano i seguenti aspetti: le capacità decisionali femminili, in ambito sia privato sia lavorativo, si esprimono in modo molto più debole rispetto a quelle maschili, con differenze significative tra i programmi trasmessi dai diversi network (la fiction Rai tende a minimizzare, in relazione a questo aspetto, la disparità tra uomini e donne) e il paese di produzione (la fiction italiana valorizza maggiormente le capacità decisionali femminili); i personaggi femminili sono delineati con un deficit di autonomia rispetto all’universo maschile, connotandosi per una maggiore dipendenza, con poche differenze tra network e differenze al contrario significative in relazione al paese di produzione (la fiction italiana mostra un maggiore affrancamento dei personaggi femminili); i personaggi femminili sono rappresentati, più di quelli maschili, nel contesto familiare e meno nel contesto lavorativo (soprattutto nella fiction Mediaset), anche se si fa strada una tendenza significativa all’equilibrio tra dimensione affettiva e privata e dimensione pubblica sia per gli uomini che per le donne (tendenza rilevata soprattutto nella fiction Rai). – Caratteristiche di base dei personaggi I personaggi principali sono in prevalenza adulti, non coniugati, di nazionalità non italiana, quasi esclusivamente bianchi, appartenenti al ceto medio. 92 Donne e uomini presentano un profilo socio-demografico analogo, con alcune differenze che riguardano l’età (sono presenti più donne di giovane età), lo stato civile (per gli uomini è rilevabile meno frequentemente che per le donne) il livello culturale (le donne sono meno rappresentate nei livelli alti) e lo status principale (per le donne è in prevalenza affettivo-relazionale e familiare, mentre per gli uomini è in prevalenza lavorativo). Le donne, più degli uomini, sono proposte con un’immagine complessivamente positiva. – Profilo della donna che lavora I personaggi femminili per i quali è stato possibile individuare il lavoro svolto sono occupati prevalentemente nell’area delle professioni e delle attività specializzate e in quella dei lavori esecutivi; una discreta percentuale svolge anche lavori manuali, mentre sono poco numerose le donne impegnate in attività più remunerative e di prestigio, nel mangement e nell’imprenditoria. Il settore d’impiego prevalente è quello dei servizi, in una realtà socio-economica che indirizza la carriera femminile entro ambiti specifici proposti in modo convenzionale come più congeniali alle donne, piuttosto che agevolarne l’ingresso in quelli storicamente connotati al maschile. Il livello di salienza del lavoro è, comunque, tendenzialmente medio-alto, anche se inferiore rispetto a quello maschile, soprattutto per le donne adulte e anziane. Per i personaggi femminili nel loro complesso si afferma una connotazione prevalentemente “espressiva” del lavoro, inteso nella quasi metà dei casi come opportunità prioritaria per realizzarsi sul piano personale e sociale. Il lavoro inteso come necessità, ovvero come mero strumento per il soddisfacimento dei bisogni essenziali della vita quotidiana o per il raggiungimento dell’indipendenza economica, caratterizza soprattutto donne di condizione economica e culturale di livello più basso. Il lavoro vissuto come mezzo per il raggiungimento del successo o per l’esercizio del potere sugli altri è, al contrario, prerogativa delle donne di classe economica più elevata. 93 Nel complesso si rileva una tendenza, sia pure non molto accentuata, a rappresentare la donna che lavora con un’immagine meno positiva rispetto alla donna che non lavora (mentre l’esatto contrario avviene per gli uomini): il profilo delle non lavoratrici è tracciato ricorrendo in modo più accentuato a tratti di personalità quali l’altruismo, l’affidabilità, la responsabilità, la simpatia, l’onestà. Sono soprattutto le donne impegnate ai livelli professionali più elevati ad essere connotate negativamente da attributi come l’egoismo, il cinismo, l’antipatia, la disonestà, dai quali sono invece immuni le donne impiegate in lavori manuali o esecutivi. Le donne lavoratrici, peraltro, sono più frequentemente proposte, rispetto alle non lavoratrici, con tratti di forza, sicurezza, dinamismo, tenacia, razionalità e intelligenza, soprattutto se in posizioni professionali di responsabilità. Più fragili, statiche e passive sono, al contrario, le lavoratrici manuali. Per quanto riguarda l’universo normativo di riferimento, la donna che lavora si identifica maggiormente, rispetto a quella che non lavora, nei valori di affermazione personale, soprattutto quando ha mansioni dirigenziali, ma non è insensibile ai valori che caratterizzano la sfera affettiva e familiare, che costituiscono comunque il riferimento prioritario per quante, invece, non lavorano. – Differenze più significative tra personaggi femminili e maschili Le differenze più evidenti tra uomini e donne, per come sono rappresentati dalla fiction, sono riconducibili soprattutto agli ambiti relativi all’aspetto esteriore, ai valori, ai tratti di personalità, alla condizione lavorativa e al coinvolgimento in comportamenti pro-sociali e antisociali. L’aspetto esteriore risulta essere molto più rilevante per le donne, che in netta maggioranza sono belle e in buona forma fisica, piuttosto che per gli uomini, più spesso proposti con caratteristiche fisiche “medie”. Anche la modalità di rappresentazione del corpo è diversa nei due casi, essendo più spesso il corpo femminile oggetto di una esposizione con finalità seduttive e di ostentazione. 94 Per quanto riguarda i valori di riferimento, il centro di gravità dei personaggi femminili si colloca nella sfera affettivo-relazionale e familiare, ma con significative tendenze a interiorizzare e a far valere anche i valori legati all’autonomia e alla crescita personale e professionale. Per gli uomini, invece, decisamente più centrali sono i valori che hanno a che fare con la sfera dell’affermazione, come l’indipendenza personale, la distinzione, il successo, la ricchezza, il potere. Nei personaggi rappresentati in uno status lavorativo, i valori che ruotano attorno all’affermazione sono quelli privilegiati soprattutto dagli uomini, ma anche - sia pure in misura minore - dalle donne. E’ però interessante notare come l’affermazione si configuri come una meta prevalentemente perseguita dagli uomini anche quando lo status principale dei personaggi maschili è di tipo affettivo-relazionale oppure familiare, mentre l’importanza di essa diminuisce notevolmente per le donne rappresentate nelle stesse posizioni di status. Per gli stessi personaggi rappresentati con uno status principale di tipo lavorativo, sia uomini sia donne, i valori afferenti alla sfera familiare (l’amore, la maternità, la paternità) risultano essere, invece, meno importanti. La condizione lavorativa, dunque, sembra accomunare uomini e donne nell’attenzione verso quei valori che, nel campione complessivo, segnano invece nel modo più significativo la loro differenza. L’avvicinamento avviene attraverso lo spostamento dei personaggi femminili verso ambiti di valore tipicamente maschili. La stessa evenienza non si verifica per i personaggi maschili quando sono presentati in uno status principale di tipo affettivo-relazionale o familiare: gli uomini mostrano, in questo caso, un più consistente attaccamento ai valori affettivi e familiari (che nel campione si delineano come più tipicamente femminili), ma senza avvicinarsi alle percentuali registrate per le donne e modificando solo moderatamente le loro priorità. Per quanto riguarda i tratti di personalità, le differenze tra uomini e donne si collocano soprattutto sull’asse “fragilesolido”, che rimanda alla dimensione dell’assertività: gli uomini sono più caratterizzati dall’impegno, dal dinamismo, dalla razionalità e dalla dominanza, mentre nelle donne sono più frequenti tratti di debolezza, passività, staticità, irrazionalità. Anche sull’asse “cattivo-buono” emergono differenze, che delineano una maggiore positività delle donne; questo dato, peraltro, è in parte dovuto alla presenza nel campione di 95 personaggi devianti prevalentemente di sesso maschile. Per quanto riguarda altre dimensioni della personalità, non emergono differenze nette tra uomini e donne, ma semmai sfumature o modalità diverse di manifestare caratteristiche simili. Le donne con uno status principale di tipo lavorativo si mostrano un po’ più “cattive” di quelle rappresentate con status principale familiare o affettivo-relazionale, e rispetto a queste ultime sono più forti e assertive. Le variabili relative al lavoro evidenziano differenze nei livelli di occupazione (superiori per gli uomini), nei tipi di professioni svolte (le donne sono impegnate meno degli uomini in attività più remunerative e di prestigio, che implicano livelli maggiori di competenza, responsabilità e soddisfazione), nel settore d’impiego (è predominante per le donne il settore dei servizi, per gli uomini quello delle forze armate e dell’ordine e della sicurezza privata). Sia uomini che donne associano al lavoro soprattutto aspettative di realizzazione personale e sociale, ma per le donne più che per gli uomini esso è anche vissuto - come già si è accennato - in modo strumentale come mezzo per soddisfare i bisogni essenziali. Per gli uomini, inoltre, il lavoro è più spesso un mezzo per raggiungere il successo e per esercitare potere sugli altri. Gli uomini, infine, sono più spesso delle donne sia autori sia oggetto di comportamenti pro-sociali. Gli atti pro-sociali femminili per eccellenza sono i comportamenti affettivi approvati socialmente, peraltro diffusi anche tra gli uomini. Questi ultimi, tuttavia, sono frequentemente coinvolti anche in atti altruistici e in azioni che testimoniano senso di responsabilità e capacità di controllo di predisposizioni negative proprie e di altri. Resta il fatto, comunque, che gli uomini sono anche molto più spesso autori, nonché vittime, di comportamenti anti-sociali, in particolare quelli caratterizzati dal ricorso alla violenza. La sfera della conflittualità e della devianza si disegna, dunque, come prevalentemente maschile: gli uomini sono in essa i principali protagonisti, sia attivi sia passivi. La conflittualità femminile, che pure emerge con una certa consistenza, assume caratteri meno violenti e duri, caratterizzandosi maggiormente nei termini di un’aggressività non fisica. Essa si rivolge sia contro gli uomini sia contro le donne, anche se quest’ultima circostanza risulta essere meno frequente. 96 Schema riassuntivo delle differenze più significative tra personaggi femminili e maschili Caratteristiche del personaggio Rilevanza esteriore Esposizione del corpo Valori di riferimento principali Tratti di personalità distintivi Salienza del lavoro svolto Attività lavorativa Sesso Personaggi femminili Elevata Discreta Seducente Amore Amicizia Famiglia “Fragilità” (debolezza, passività, staticità, irrazionalità) “Bontà” (tolleranza, non violenza, altruismo, onestà, affidabilità) Medio-alta Professioni, attività con mansioni specialistiche Lavori esecutivi Lavori manuali Settore di impiego prevalente Servizi Significato attribuito al lavoro Espressivo Strumentale Comportamenti affettivi approvati socialmente Azioni pro-sociali prevalenti Azioni anti-sociali prevalenti Aggressioni verbali Inganni e truffe Modalità positive d’interazione verso personaggi femminili (dare e accettare) Modalità positive d’interazione verso personaggi maschili (dare e accettare) Modalità negative d’interazione verso personaggi femminili Modalità negative d’interazioni verso personaggi maschili Affetto, sostegno, interessamento Personaggi maschili Media Discreta Negata Lavoro Amicizia Indipendenza personale “Solidità (forza, assertività, dinamismo, razionalità, intelligenza, dominanza) Alta Professioni, attività con mansioni specialistiche Lavori esecutivi Management, imprenditoria Forze dell’ordine e forze armate Espressivo Comportamenti affettivi approvati socialmente ma anche (in misura maggiore delle donne) azioni altruistiche e controllo su predisposizioni negative Aggressioni verbali Aggressioni fisiche con o senza armi Amore, affetto, sostegno Amore, affetto, sostegno Sostegno, affetto, fiducia Attaccare, (litigare, provocare, insultare) Attaccare Attaccare, esercitare violenza Attaccare, esercitare violenza 97 APPENDICE ELENCO DEI PROGRAMMI CAMPIONE E DATI AUDITEL Programmi IL MARESCIALLO ROCCA 3 TF. INCANTESIMO 4 FILM AUGURI PROFESSORE FILM UNA DONNA PER AMICO 3 TF. LA SIGNORA IN GIALLO TF. LA SIGNORA IN GIALLO TF. LA SIGNORA IN GIALLO TF. LA SIGNORA IN GIALLO TF. LA SIGNORA IN GIALLO TF. RICOMINCIARE SOAP. RICOMINCIARE SOAP. RICOMINCIARE SOAP. RICOMINCIARE SOAP. RICOMINCIARE SOAP. Rete RAI 1 RAI 1 RAI 1 RAI 1 RAI 1 RAI 1 RAI 1 RAI 1 RAI 1 RAI 1 RAI 1 RAI 1 RAI 1 RAI 1 Audience 9707 7058 6647 5238 3151 3124 2968 2931 2840 1938 1798 1784 1714 1690 Share 34,57 25,68 23,85 20,04 21,87 20,64 20,56 19,23 20,05 13,25 11,57 11,44 11,55 11,41 Permanenza 50,72 45,52 34,24 39,42 54,87 52,18 52,49 51,73 53,93 57,02 54,67 53,59 60,57 51,65 STREGHE TF. TERRA BRUCIATA FILM CACCIA AL SERIAL KILLER FILM ATTACCO AL PRESIDENTE FILM TURBO TF. THE SENTINEL TF. MICHAEL HAYES TF. TESORO MI SI SONO RISTRETTI I RAGAZZI TF. MICHAEL HAYES TF. ROSWELL TF. ROSWELL TF. ROSWELL TF. ROSWELL TF. ROSWELL TF. RAI 2 RAI 2 RAI 2 RAI 2 RAI 2 RAI 2 RAI 2 4562 3789 3406 3138 2942 2100 1707 17,02 14,21 14,20 11,08 10,37 9,04 8,74 37,52 24,73 36,09 29,60 27,14 38,75 29,18 RAI 2 RAI 2 RAI 2 RAI 2 RAI 2 RAI 2 RAI 2 1227 996 755 683 677 627 606 12,29 5,52 9,30 8,36 7,33 7,69 6,40 35,72 26,39 32,59 29,59 27,68 28,88 27,76 LA SQUADRA TF. UN POSTO AL SOLE SOAP. UN POSTO AL SOLE SOAP. UN POSTO AL SOLE SOAP. UN POSTO AL SOLE SOAP. RAI 3 RAI 3 RAI 3 RAI 3 RAI 3 2750 2705 2684 2667 2657 10,23 9,59 9,16 9,61 9,59 30,42 46,14 51,87 51,70 47,40 98 UN POSTO AL SOLE SOAP. QUALCOSA DI PERSONALE RAI 3 RAI 3 2375 1667 8,75 6,40 48,36 18,00 NATI CON LA CAMICIA FILM TERRA NOSTRA NOVELA TERRA NOSTRA NOVELA TERRA NOSTRA NOVELA TERRA NOSTRA NOVELA TERRA NOSTRA NOVELA VENTO DI PASSIONE NOVELA VENTO DI PASSIONE NOVELA VENTO DI PASSIONE NOVELA VENTO DI PASSIONE NOVELA ANASTASIA FILM VENTO DI PASSIONE NOVELA SISKA TF. TERRA NOSTRA NOVELA PROPOSTA INDECENTE FILM I MISTERI DELL’ABBAZIA FILM SENTIERI ROMANZO SENTIERI ROMANZO SENTIERI ROMANZO SENTIERI ROMANZO DIMMI LA VERITA’ FILM SENTIERI ROMANZO ASSASSINIO AL GALOPPATOIO FILM LA BAIA DEL TUONO FILM SOLA CON IL SUO RIMORSO FILM TUTTO SUO PADRE GIORNI CALDI A PALM SPRINGS FILM MURDER CALL TF. MURDER CALL TF. RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 3830 3463 3184 2971 2932 2873 2539 2510 2315 2285 2270 2144 2041 1993 1794 1520 1118 1045 1033 988 981 941 14,41 12,34 12,04 11,04 11,01 10,53 9,51 10,49 9,38 9,39 9,57 8,89 8,07 8,63 6,51 7,29 10,57 10,19 11,01 10,52 10,71 9,83 28,88 40,96 66,53 68,73 71,03 64,53 45,49 68,79 60,65 66,62 26,51 62,91 25,48 41,81 15,57 18,12 43,42 48,79 48,32 45,11 31,90 48,68 RETE4 RETE4 RETE4 RETE4 861 766 733 578 5,78 8,72 9,47 7,42 24,10 23,74 27,87 17,09 RETE4 RETE4 RETE4 553 536 468 7,28 3,66 3,00 19,41 33,05 25,16 OUT OF SIGHT FILM IL BELLO DELLE DONNE TF. L’URLO DELL’ODIO FILM BEAUTIFUL SCENEG. BEAUTIFUL SCENEG. BEAUTIFUL SCENEG. BEAUTIFUL SCENEG. BEAUTIFUL SCENEG. CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 7395 6548 6296 5695 5594 5534 5533 5327 30,24 25,17 24,10 32,57 31,84 33,09 33,09 32,22 34,53 36,24 32,43 73,99 73,56 70,89 74,86 72,10 99 CASA VIANELLO ATTO DI FORZA FILM CENTO VETRINE SCENEG. CENTO VETRINE SCENEG. CENTO VETRINE SCENEG. CENTO VETRINE SCENEG. CENTO VETRINE SCENEG. DON LUCA TF. VIVERE SCENEG. VIVERE SCENEG. VIVERE SCENEG. COSBY TF. VIVERE SCENEG. VIVERE SCENEG. MARITI IMPERFETTI FILM L’ALTRA MADRE FILM IL MOMENTO SBAGLIATO FILM AIPERT 96 OSTAGGI A BORDO LA TIGRE CHE DORME FILM TERRA PROMESSA TF. CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 CAN5 4221 4049 3919 3874 3797 3746 3690 3550 2716 2706 2624 2550 2462 2447 2084 2082 1919 1847 1585 1508 24,73 16,27 26,15 26,28 26,94 26,21 26,43 18,31 21,35 20,43 19,77 17,36 19,49 19,80 21,53 23,91 21,09 24,00 21,09 19,64 51,03 23,27 66,18 65,83 67,72 72,15 67,61 53,37 59,08 56,43 55,17 47,80 56,49 58,40 27,75 37,07 33,27 37,29 32,69 27,42 MISSION IMPOSSIBLE FILM ACE VENTURA MISSIONE AFRICA FILM ACE VENTURA L’ACCHIAPPANIMALI FILM WALKER TEXAS RANGER PENSACOLA SQUADRA SPECIALE TOP GUN TF. PENSACOLA SQUADRA SPECIALE TOP GUN TF. LA TATA TF. PENSACOLA SQUADRA SPECIALE TOP GUN TF. BUFFY THE VAMPIRE SLAYER TF. PENSACOLA SQUADRA SPECIALE TOP GUN TF. BUFFY THE VAMPIRE SLAYER TF. PENSACOLA SQUADRA SPECIALE TOP GUN TF. BUFFY THE VAMPIRE SLAYER TF. BUFFY THE VAMPIRE SLAYER TF. CENERENTOLA A NEW YORK TF. USA HIGH TF. ITA1 3508 13,24 27,59 ITA1 2466 8,55 20,93 ITA1 ITA1 2314 2024 8,15 8,37 24,92 20,67 ITA1 1335 8,06 41,81 ITA1 ITA1 1332 1283 8,41 7,47 39,40 37,61 ITA1 ITA1 1277 1275 7,86 12,11 40,89 39,71 ITA1 ITA1 1252 1247 9,62 11,64 25,67 38,57 ITA1 ITA1 ITA1 ITA1 ITA1 1236 1201 1189 1092 1069 7,77 12,97 12,41 9,92 10,35 38,55 41,22 41,34 33,87 49,61 100 BUFFY THE VAMPIRE SLAYER TF. LEZIONI D’ESTATE FILM USA HIGH TF. USA HIGH TF. USA HIGH TF. USA HIGH TF. VIA ZANARDI 33 TF. HERCULES THE LEGENDARY JOURNEYS TF. ITA1 ITA1 ITA1 ITA1 ITA1 ITA1 ITA1 1067 1013 1004 999 945 933 866 11,10 6,68 9,25 10,18 9,24 8,31 4,41 36,50 18,77 47,16 48,05 53,12 46,84 27,13 ITA1 610 4,00 16,28 SOLDATI 365 ALL’ALBA FILM DELTA FORCE COMMANDO FILM IL BIANCO IL GIALLO E IL NERO FILM SCHIMANSKI TF. SCHIMANSKI TF. SOTTO IL VESTITO NIENTE FILM BEAST MASTER- KAAN PRINCIPE GUERRIERO VIRGINIA CITY CAROVANA D’EROI QUANTUM LEAP TF. IL CANARINO NON SI TOCCA FILM ARRIVEDERCI NEDA FILM QUANTUM LEAP TF. DELTA FORCE COMMANDO FILM QUANTUM LEAP TF. QUANTUM LEAP TF. SQUADRIGLIA PECORE NERE TF. PETROCELLI TF. FREEMAN L’AGENTE DI HARLEM FILM QUANTUM LEAP TF. TRE NIPOTI E UN MAGGIORDOMO QUANTUM LEAP TF. SIMON & SIMON TF. SQUADRIGLIA PECORE NERE TF. QUANTUM LEAP TF. SIMON & SIMON TF. SQUADRIGLIA PECORE NERE TF. SQUADRIGLIA PECORE NERE TF. SIMON & SIMON TF. SQUADRIGLIA PECORE NERE TF. SIMON & SIMON TF. QUANTUM LEAP TF. TMC TMC 895 706 6,89 2,49 23,73 20,97 TMC TMC TMC TMC 645 595 457 428 2,47 2,21 4,62 1,59 14,44 16,50 24,40 12,22 TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC 411 378 360 324 319 303 296 283 269 262 260 2,52 3,15 2,43 2,93 2,70 2,03 2,44 1,22 1,49 2,77 1,53 17,31 25,51 38,10 19,57 24,15 36,38 22,46 27,80 27,14 41,00 30,77 TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC 258 252 246 244 235 232 222 212 208 202 199 195 184 167 2,06 1,64 1,25 1,64 2,74 2,61 1,44 2,87 2,06 2,33 2,59 2,04 2,87 1,03 20,38 34,86 37,50 32,02 35,93 35,80 28,50 30,33 31,85 25,96 33,96 32,13 31,56 23,86 101 PETROCELLI TF. TRE NIPOTI E UN MAGGIORDOMO SIMON & SIMON TF. QUANTUM LEAP TF. QUANTUM LEAP TF. DRAGNET GRAGNET DRAGNET DRAGNET DRAGNET 102 TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC TMC 159 145 132 130 113 73 71 63 49 42 0,95 0,98 2,13 0,85 0,75 0,94 0,99 0,81 0,63 0,50 24,65 26,22 26,67 21,14 19,02 43,98 63,69 41,72 45,37 42,00 LA RAPPRESENTAZIONE DELLA DIFFERENZA DI GENERE NEI CARTONI POKÉMON ANIMATI PER BAMBINI. IL CASO DEI 1. Premessa – I bambini e la televisione Sul tema bambini e televisione si è scritto moltissimo, numerose sono le riflessioni di segno opposto, che partono da diversi presupposti e arrivano spesso a conclusioni contrastanti. La centralità di questo tema - e l’accanimento con cui le diverse teorie si affrontano - è comprensibile alla luce di alcune considerazioni: in primo luogo, esso solleva una delle questioni più dibattute tra gli studiosi dei media, quello degli effetti; in secondo luogo, il problema degli effetti prende in considerazione il pubblico dei bambini, ossia persone considerate particolarmente malleabili, poco capaci di “autodifesa”, facili prede di influenze negative. Data l’innegabile importanza della televisione nella quotidianità dei bambini - e il suo divenire un’”agenzia di socializzazione” che si affianca ad altre più tradizionali, la famiglia e la scuola - è evidente l’importanza, nel discorso sociale, della riflessione sui suoi effetti: gli effetti delle rappresentazioni sull’equilibrio psichico di bambini e ragazzi, gli effetti del rapporto d’uso che i bambini intrattengono con la televisione sulla formazione dei significati e in ultima analisi della loro identità. 103 – L’influenza dei media sull’identità di genere nei bambini L’identità di genere è un aspetto importante di questo processo globale di definizione dell’identità. E’ nella socializzazione, cioè in un processo esterno prodotto dagli agenti esterni, genitori, scuola, mass media, che si riconoscono le radici della differenziazione, come prodotto socio-culturale: secondo l’orientamento prevalente della ricerca psico-pedagogica e sociologica, i tratti del carattere maschile e femminile derivano non tanto da una predisposizione organica, da spinte istintuali di natura biologica, quanto dai condizionamenti culturali ricevuti dagli individui dei due sessi, che riproducono e tramandano differenze di ruoli, al fine di conformarli alle aspettative della società e alle forme organizzative della sua riproduzione sociale ed economica. La condotta ludica dei due sessi, da sempre tutt’altro che omogenea (anche se oggi assai meno disomogenea che in passato), anticipa e riflette quelle differenze di ruolo e di atteggiamenti che caratterizzeranno i membri femminili e maschili nella società adulta.20 Molti studi si sono occupati di comprendere l’influenza delle rappresentazioni di genere veicolate dai libri - e dai programmi televisivi - per bambini sulla costruzione dell’identità di genere e quindi sulle disparità esistenti nel mondo reale21. Negli anni ottanta, in Italia, la constatazione che i libri scolastici veicolavano stereotipi sessisti e non corrispondevano più alla molteplice realtà femminile, mentre continuavano a privilegiare il soggetto maschile sia nei contenuti (più attivo, più protagonista), sia come soggetto della narrazione, ha stimolato interventi per l’adeguamento dei testi; il risultato è stato l’aumento negli anni successivi, nei libri per l’infanzia, di soggetti neutri (animali, robots, ecc.), e una maggiore attenzione prestata alla parità in termini di genere dei protagonisti delle narrazioni. _____________ 20. Sul tema della socializzazione al genere attraverso l’attività ludica, cfr. E. Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano 1973; cfr. anche B. Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli, Milano 1987, che a p. 277 scrive: “Forse, se i genitori potessero vedere con quanto entusiasmo (certamente non inferiore a quello delle bambine) nel trattamento psicoanalitico i maschietti usano le bambole e la casa delle bambole, sarebbero più disposti a riconoscere il valore di questi giochi per entrambi i sessi”. 21. Cfr. Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, il Mulino, Bologna 2000. 104 Per quanto riguarda la televisione, il discorso è più complesso, essendo i bambini esposti non solo ai programmi a loro dedicati, ma anche ad un ampio ventaglio di trasmissioni che uniscono bambini e adulti nella visione22 e che intrecciano modelli di genere molto diversi. Ci sembra molto ben formulata la problematica posta da Franca Balsamo a questo proposito: Cosa significa oggi essere “socializzate al genere” (...) in una società complessa che trasmette impulsi così contrastanti, tra erotizzazione di corpi tradizionalmente polarizzati al femminile e al maschile e nuovi modelli di transgender aperti a una “diffrazione” delle identificazioni possibili? (...) Barbies, Pokémon, videogames, orsacchiotti e computer, bambole nere, robots, giocattoli riciclati...: con quali oggetti transizionali l’infanzia di oggi transita verso differenziazioni identitarie di genere impreviste? Quali percorsi simmetrici/asimmetrici, uguali o differenziati, paritari o disuguali, situazionali, precari o stabili, consueti o “strani” suggeriamo anche molto inconsapevolmente - noi donne e uomini “grandi” insieme all’industria che produce il consumo del gioco, come se fosse del tutto innocuo e in-differente?23 La nostra breve ricerca, pur riconoscendosi all’interno di questo orizzonte problematico, non ha evidentemente la pretesa di penetrarvi in profondità o di fornire risposte; soltanto uno studio molto approfondito, esteso e interdisciplinare potrebbe tentare di perseguire un obiettivo così ambizioso. Ci limiteremo dunque, dopo una premessa sul fenomeno Pokémon, a evidenziare alcuni elementi riguardanti la rappresentazione di genere, emersi dalla visione delle cinque puntate del cartone animato trasmesso da Italia 1 nella settimana dall’11 al 17 marzo 2001. ______________ 22. Come evidenzia Roberto Maragliano (Dovete smetterla, cari adulti, di voler “addomesticare la bestia”, “Telèma”, n. 24, primavera 2001), un meccanismo di regolamentazione degli accessi è elemento costitutivo del libro e risiede nella forma della lingua adottata, mentre in un mezzo “aperto” come la televisione sono pochi gli elementi di contenuto che operano come calmieri, e l’accesso è dunque più libero. 23. Franca Balsamo, Primi passi nella costruzione/decostruzione del genere, consultabile nel sito dell’Università di Torino: http://hal9000.cisi.unito.it/wf/CENTRI_E_L/CIRSDe/CORSO-ON-L1/corso-on-l/modulo-fam/2-Primi-pa/ 105 2. I Pokémon come fenomeno culturale – Chi sono i Pokémon? Il termine Pokémon nasce dalla contrazione di due termini pocket monsters, mostri tascabili; si tratta di un bestiario immaginario in cui sono presenti, accanto a “mostri” che ricordano animali realmente esistenti o incroci tra questi, altre strane creature che nascono dall’unione di elementi animali con altri elementi naturali (vegetali, pietra, cristalli, fango, ecc.) o, più raramente, artificiali (pezzi meccanici o elettronici, lego, chewing-gum, ecc.). I Pokémon appartengono a diverse specie, che rimandano ai quattro elementi (aria, acqua, fuoco, terra) e alle energie che vi si collegano. Ognuno ha dei punti di forza e di debolezza: la forza di ognuno di loro, per quanto grande, non è in sé decisiva nella lotta, ma dipende dal vigore e dalle capacità di combattimento degli avversari. Ogni Pokémon dispone di varie tecniche e capacità di attacco, che mette in atto quando deve combattere, il che avviene solitamente su iniziativa dell’allenatore, e qui entra in gioco l’elemento umano. I Pokémon intrattengono con il mondo degli umani rapporti ambivalenti: allo stato selvaggio, mostrano atteggiamenti di diffidenza o ostilità; una volta catturati e raccolti - rimpiccioliti - nelle Sfere Poké, essi vengono addestrati per i combattimenti attraverso cui gli allenatori competono al fine di vincere le medaglie custodite dai capi palestra. Diventano, in molti casi, amici e “compagni di strada” degli allenatori, che si prendono cura di loro. Ciascun Pokémon è un essere mutante, può evolversi in più forme, assumere nuove attitudini e nuovi poteri. Ciò dipende dalla sua esperienza, accumulata durante i vari combattimenti. L’evoluzione dei Pokémon deve andare di pari passo con quella dell’allenatore, che nel corso dei ripetuti confronti con i rivali acquisisce abilità, forza, conoscenza; quest’ultimo non è un aspetto secondario, dal momento che la scoperta di nuovi Pokémon si accompagna all’intervento classificatorio: i dati sono immagazzinati nel Pokedex, una specie di computer tascabile che permette di catalogare tutte le specie di Pokémon. Questa, in estrema sintesi, la trama di fondo, che è però in evoluzione continua. Lo stesso numero dei Pokémon, inizialmente 151, è in continua crescita e ha raggiunto, in fasi successive, quota 251. 106 – Il fenomeno Pokémon Quello dei Pokémon è un universo variegato, nato nel 1996 in Giappone come videogioco della Nintendo e poi esportato con enorme successo negli Stati Uniti e nel mercato europeo. I Pokémon sono stati creati dalla fantasia di un giovane appassionato di insetti, dotato di una naturale vocazione al collezionismo, che è diventata l’essenza stessa del gioco nelle sue varie forme. Oltre alle successive versioni del videogioco sul Game Boy, l’universo Pokémon si compone anche di una striscia di cartoni animati, di due film, di un gioco di carte (carte che sono anche pezzi da collezione), e di una serie pressoché infinita di giocattoli e pupazzetti per bambini e ragazzi. Uno dei fattori del loro successo sul mercato viene individuato da Loredana Lipperini proprio in questo intreccio riuscito di forme e di supporti, unificati dalla stessa dinamica di identificazione con il ragazzino protagonista, che ha come missione quella di collezionare tutti i Pokémon. Ma per farlo deve interagire con i diversi supporti: per intenderci, con il gioco per Game Boy scova i personaggi, con la serie televisiva ne scopre di nuovi e perfeziona il meccanismo, con le schede allegate alle figurine approfondisce la conoscenza dei loro poteri, con le carte ne mette in azione di nuovi, con i giocattoli li vive.24 Se è vero, come sottolinea Marino Livolsi, che “la socializzazione virtuale è la matrice di un’identità da adulto - spettatore che assiste” e che dunque “rimane uno spettatore, non diventa uno degli attori”25 bisogna tuttavia rimarcare che i Pokémon si distinguono in parte da questa interpretazione: l’universo Pokémon trascende la semplice visione di un cartone animato, l’universo Pokémon entra nella quotidianità del bambino, ne suggerisce i giochi solitari e quelli di gruppo, quelli tradizionali e quelli più tecnologici, colora gli strumenti della vita reale con una gamma infinita di gadget che un marketing sapiente produce incessantemente. Più che di una socializzazione virtuale, si potrebbe ipotizzare il tentativo di una socializzazione al virtuale. Come suggerisce ___________ 24. Loredana Lipperini, Generazione Pokémon, Castelvecchi, Roma 2000, p. 157. 25. Marino Livolsi, La realtà televisiva, Laterza, Bari 1998, p. 156. 107 Serge Tisseron, “i giocattoli tradizionali preparavano i bambini a un mondo di adulti che i genitori conoscevano bene, attraverso l’esperienza della pratica quotidiana. Mentre i giochi interattivi li preparano al mondo delle macchine intelligenti, di cui gli adulti non sanno nulla”.26 Anche gli stessi protagonisti della favola virtuale, i famigerati pocket monster, sono l’emblema simbolico di un nuovo mondo, diverso da quello reale come molte favole, ma diverso anche dai mondi fittizi tradizionali della letteratura fiabesca. I mostriciattoli sembrano incroci di ingegneria genetica, che possono vivere liberi o essere addomesticati, evocano Organismi Geneticamente Modificati, ma anche le macchine con intelligenza artificiale che imparano con l’esperienza e mutano nel tempo. La fortissima affermazione nell’immaginario infantile e la colonizzazione del mercato dei giochi per l’infanzia hanno fatto dei Pokémon un fenomeno socioculturale, accompagnato da accesi dibattiti che hanno coinvolto psicologi, educatori, studiosi, genitori, giornalisti. In Italia il dibattito si è caratterizzato per una prevalenza di voci molto critiche e allarmistiche, che denunciano il potenziale pericolosamente diseducativo dei Pokémon. I principali argomenti critici riguardano la violenza presente nel gioco e nel cartone, centrati sulle continue lotte tra i Pokémon, che solleciterebbe l’aggressività dei bambini e la riduzione delle specie animali a strumenti di combattimento; la scarsità di valori e modelli positivi proposti; l’accentuazione dell’elemento competitivo; la debolezza dell’impianto narrativo; l’incapacità di stimolare la creatività del bambino e di incentivare un suo ruolo attivo; la mercificazione dell’immaginario e la riconduzione di questo alla semplice compulsione a possedere, ad accumulare; l’incentivazione di una sorta di isolamento del bambino in un mondo immaginario impermeabile al reale. Le voci a favore, oltre a “rivalutare” i Pokémon, rintracciandovi concetti e meccanismi narrativi riconducibili al repertorio fiabesco, ridimensionano le argomentazioni precedenti: la violenza sarebbe molto limitata - i Pokémon non muoiono mai in combattimento e il loro arsenale è più comico che bellico; la storia, grazie soprattutto alla rappresenta____________ 26. Serge Tisseron, Il percorso iniziatico dei Pokémon, “Le Monde DiplomatiqueIl Manifesto”, Novembre 2000. 108 zione piuttosto ridicola dei personaggi malvagi, darebbe la possibilità di sperimentare sentimenti “negativi” in una situazione emotiva protetta; i desideri aggressivi e le pulsioni competitive risulterebbero disciplinati in forma di duello; molti valori positivi, primi fra tutti quelli della cooperazione e della lealtà, sarebbero presenti nel cartone e addirittura elementi imprescindibili del gioco. Inoltre, alcuni sottolineano il potenziale socializzante dei giochi legati ai Pokémon, lo spazio di autonomia e di creatività che l’insieme di tali giochi riserva ai bambini e vi riconoscono un modo niente affatto stupido di iniziarli alle nuove tecnologie. – Le ragioni del successo dei Pokémon Indipendentemente dalle voci di condanna o di assoluzione dei Pokémon, come spiegano gli esperti il suo enorme successo tra i bambini? Le spiegazioni più pragmatiche attribuiscono il successo alla capacità di stimolare e di rispondere a due esigenze fondamentali dei bambini tra i 6 e i 12 anni: collezionare e giocare; e anche appartenere a una comunità, nel momento in cui i propri amici collezionano le stesse cose27. I Pokémon, inoltre incontrerebbero l’esigenza da parte del bambino di un interlocutore che lo ascolti, di un amico “portatile” sempre a disposizione28. Gli amici virtuali sono potenzialmente infiniti e riassumono tutte le caratteristiche desiderabili da un bambino. I mostriciattoli, portatili, sono disponibili in ogni occasione, come angeli custodi pronti a difendere i bambini dalle aggressioni o semplicemente dalla noia. Il connotato di portatile è ovviamente anche quello di modernità, praticità, proprio come i computer portatili o i telefonini. Altre ipotesi suggestive chiamano in causa i meccanismi identificativi: da un lato, l’identificazione con Ash (il protagonista umano dei cartoni e del gioco) o con i suoi compagni di avventure darebbe al bambino la possibilità di sperimentare emozioni e di vivere situazioni in cui è soggetto attivo, poten____________ 27. Margaret Commellato, marketing manager Europa per Pokémon di Wizard of the Coast, intervistata il 1 marzo 2000 da “Italia oggi”; citata da Loredana Lipperini, op. cit., p. 156. 28. Per la Maria Fiumani, Anna Maria Improta, Elisabetta Masini, Pokémon:q ualche possibile significato, consultabile nel sito internet: http://psiconline.it/article.php?sid=101 109 do gestirle autonomamente con ampio spazio decisionale: ciò gli permetterebbe di provare quel senso di onnipotenza, caratteristico della fantasia infantile, indispensabile per la formazione dell’Io.29 Dall’altro lato, l’identificazione con i piccoli mostri, cioè con piccole creature che, proprio come i bambini, crescono, cambiano, si evolvono. Scrive Serge Tisseron: (...) ogni Pokémon presenta aspetti particolari che rinviano precisamente al modo in cui ogni bambino percepisce consciamente il proprio aspetto fisico, oppure sogna quello che vorrebbe avere: pienotto o smilzo, massiccio o agile, forte o scattante. In qualsiasi momento, il bambino può scegliere di identificarsi con un’immagine alla quale crede di assomigliare (non importa se a torto o a ragione) o in cui si vede come vorrebbe essere. E allora sogna di possedere la forza, l’agilità o l’astuzia della sua creatura preferita. (...) Ma scegliere una o più creature-specchio non vuol dire fissare definitivamente una rappresentazione di sé. In effetti, man mano che superano diverse prove e riportano successi, i Pokémon si trasformano, passando da un aspetto di “bambino piccolo” a quello di “adolescente”, per adottare infine la parvenza di una creatura adulta.30 I Pokémon, esseri mutanti, insieme cattivi e buoni, esprimerebbero dunque in modo perfetto l’identità del bambino, “un essere che si modifica giorno per giorno, che non si conosce ed è spaventato dal proprio cambiamento di forma e cerca continue conferme intorno a sé”31. Lo stesso tema dell’allenamento sarebbe una metafora della vita del bambino: “le storie dei Pokémon insegnano sempre che un Pokémon allenato è più forte di uno selvatico; l’allenamento dei pocket monster è l’educazione del bambino, il riferimento alle attività sportive e scolastiche tipiche dell’età evolutiva”.32 A rendere il processo di cambiamento meno ___________ 29. Ibidem. 30. Serge Tisseron, op. cit. 31. Marco Belpoliti, citato in I mostri in tasca, consultabile sul sito internet: http://www.colomboarte.com/it/artisti/manetas/cataloghi/cataloghi.htm. 32. Ibidem. 110 traumatico, interviene un tipo di logica non esclusiva: nella trasformazione-evoluzione dei Pokémon non c’è sacrificio dell’essere precedente, dal momento che “quando un Pokémon si trasforma, l’altro che è stato non scompare, diventa un nuovo essere che si affianca al precedente (...) E’ la logica dell’e/o che si impone sull’o/o (aut aut)”.33 Il bambino che gioca sul supporto del Game Boy, può decidere in piena autonomia su un passaggio fondamentale della vita dei Pokémon, l’evoluzione: “Golosa possibilità per un giocatore che comincia ad essere consapevole che la sua breve storia è comunque segnata da una continua evoluzione: veder sintetizzato nel giro di pochi attimi quello che continuerà ad accadergli almeno per altri dieci anni.”34 Ma il giocatore può anche decidere di bloccare l’evoluzione del Pokémon, tecnicamente perché alcuni di questi sono più forti allo stato meno avanzato. Nota ancora Loredana Lipperini: “Ma vogliamo mettere la soddisfazione? Si preme il pulsante B e non si cresce: senza bisogno di isole-che-non-ci-sono e di Capitan Uncino.”35 3. la rappresentazione di genere nel cartone animato – La storia Il protagonista, Ash Ketchum, vive in un mondo fantastico in cui all’età di dieci anni ogni bambino riceve in regalo un Pokémon e ha il compito di farlo crescere e di addestrarlo per combattere con altri esemplari fino a diventare “maestro di Pokémon”. Ogni puntata segue lo stesso elementare schema narrativo (esordio, peripezie, spannung, scioglimento): il protagonista Ash, sta viaggiando insieme a due amici, Misty e Brock, lungo il percorso che lo porterà a raggiungere la Lega di Jolt attraverso varie palestre in cui dovrà combattere con altri allenatori di Pokémon per guadagnarsi l’agognata medaglia (esordio); di volta in volta incontra altri piccoli mostri ___________ 33. Paolo Taggi, Vite da format. La TV nell’era del Grande Fratello, Roma, Ed. Riuniti, 2000, p. 165. 34. Loredana Lipperini, op.cit., p. 145. 35. Ibidem, p. 146. 111 che dovrà catturare o soccorrere e un altro personaggio, un’infermiera di Pokémon, un’agente di polizia, una contadina, ecc., a cui presta o da cui riceve aiuto (peripezie). In ogni puntata dovrà, inoltre, lottare contro il malvagio Team Rocket che allena i Pokémon per farli diventare mostri minacciosi. Il momento di massima tensione coincide con il combattimento che Ash dovrà sostenere, contro il Team Rocket o contro Pokémon che rifiutano di venire addestrati o contro altri allenatori, utilizzando i Pokémon che già possiede facendoli uscire dalla Sfera Poké in cui vivono (spannung). Lo scioglimento della vicenda vede, ovviamente, il trionfo di Ash sui vari antagonisti in ogni puntata. La linearità del racconto, insieme alla ripetitività del modulo narrativo pressoché identico in ogni puntata del cartoon, facilita sicuramente la comprensione del pubblico infantile (ogni bambino chiede sempre che la favola gli venga raccontata nello stesso modo) e gli lascia la possibilità di concentrarsi, invece, sulla varietà dei piccoli mostri, sui loro diversi poteri che si manifestano nel momento culminante del combattimento per cui essi sono addestrati e che è la ragione della loro esistenza. I Pokémon, tuttavia, non muoiono mai, e se sono feriti vengono ricoverati in un apposito centro medico. Il paesaggio che fa da sfondo alle avventure di Ash e dei suoi amici è un universo fantastico costruito, però, a imitazione del reale, con città dai nomi evocativi, Pallet town, Safron city, Fucsia city, Celadon city, con prati e ruscelli dove si annida sempre un nuovo Pokémon da catturare. – I personaggi a) Gli umani Il sistema dei personaggi, secondo il modello attanziale di Greimas, vede come protagonista Ash, un bambino di dieci anni, il cui oggetto di desiderio e molla dell’azione è diventare allenatore di Pokémon, suoi aiutanti in questa impresa sono i due amici Misty, una bambina coetanea, e Brock, dodicenne. Antagonisti costanti sono i componenti del Team Rocket, Jessie e James, sedicenni, che tentano in tutti i modi di ostacolare il protagonista sottraendogli i Pokémon che possiede per utilizzarli a fini malvagi. Altri personaggi che i tre incontrano du112 rante il loro viaggio assumono, nella maggior parte dei casi, il ruolo di aiutanti, magari dopo aver inizialmente svolto quello degli oppositori. Unico adulto rappresentato è il professor Oak che vigila su Ash consigliandolo dopo avergli consegnato il suo primo Pokémon. A prima vista nel cartoon non sembra esserci un’effettiva disparità di trattamento tra personaggi maschili e femminili: gli amici di Ash sono un maschio e una femmina, entrambi allenatori di Pokémon, anche i cattivi sono maschio e femmina, i personaggi che si incontrano in ogni puntata sono abbastanza equamente divisi tra i due sessi (anzi con una predominanza femminile nelle puntate analizzate). Gli allenatori di Pokémon, indipendentemente dal sesso, sono tutti sempre pronti a prendersi cura dei mostriciattoli, manifestare loro l’affetto in ogni momento e soprattutto consolarli e rassicurarli qualora escano sconfitti da un combattimento. Le relazioni fra i personaggi non sembrano particolarmente segnate dall’appartenenza di genere, o quantomeno lo sono di sicuro in misura minore rispetto alla vita reale, e il mondo dei Pokémon appare in questo senso attento ad essere politicamente corretto. E’ vero, tuttavia, che il protagonista è maschio, così come l’unica figura autorevole della serie, il professor Oak, e, tra i personaggi incontrati nelle varie puntate, le femmine hanno un ruolo più vicino a quello tradizionale legato alla cura e all’attenzione all’altro (l’infermiera, la poliziotta-ambientalista), mentre l’istruttore di Pokémon con cui si scontra Ash e che ha caratteristiche quali l’audacia, l’astuzia, il dinamismo, è un ragazzo. E’ chiaro, però, che l’osservazione andrebbe estesa a un numero maggiore di puntate per poter elaborare ipotesi più precise. Aggiungiamo solo che una certa impronta tradizionale nella suddivisione dei ruoli tra i sessi sembra emergere indirettamente dalla descrizione che Loredana Lipperini fa del “campionario umano” che ruota attorno ai protagonisti del cartone, e che viene così descritto: “con poche varianti e a prevalenza femminile: molte donne poliziotto, molte infermiere, più sporadiche presenze di scienziati, informatici, autori di videogiochi, biologi molecolari.”36 ____________ 36. Ibidem, p. 140. 113 b) I Pokémon Indubbiamente, i veri protagonisti del cartoon sono proprio i Pokémon, i piccoli mostri diversissimi per caratteristiche fisiche, a volte antropomorfizzati nella capacità di provare sentimenti umani: si emozionano, piangono, si affezionano, hanno bisogno di protezione ma sono anche felici ed in grado di proteggere; però non parlano (con un’unica eccezione), se non ripetendo ossessivamente il proprio nome in quella che pare un’imitazione della lallazione infantile. Dal momento che, come viene suggerito da molti psicologi, non solo i protagonisti umani, ma anche gli stessi Pokémon rappresentano un modello di immedesimazione per i bambini, non è fuori luogo porsi delle domande sull’identità di genere di questi ultimi. La questione non è molto semplice: nella prima serie, sono pochi i Pokémon che hanno una versione femminile, nella maggioranza dei casi essi non sembrano avere concretamente un sesso, anche se ad essi ci si rivolge usando il maschile. Il nostro linguaggio, che si fonda sulla prevalenza del genere maschile, traduce male la natura indefinita, ambivalente di queste creature, e genera talvolta (in noi adulti) un senso di straniamento, dal momento che, pur essendo i Pokémon evocati sempre al maschile, sono frequenti le raffigurazioni che riassumono caratteristiche “tipicamente” femminili (ad esempio la dolcezza, la tenerezza, la disposizione alla cura degli altri, la manifestazione di emozioni intime come la commozione). Dall’altro lato, tutti i Pokémon, indipendentemente dell’evocazione più maschile o femminile, sono pronti a manifestare aggressività e a combattere per non lasciarsi catturare quando ancora sono allo stato “selvaggio”, oppure per il proprio allenatore una volta “addomesticati”. Nell’era del marketing personalizzato one to one, ci sono Pokémon per tutti i gusti e ognuno si adatterà al meglio al carattere dell’allenatore/trice - bambino/a, che sceglierà quello più tenero o quello più combattivo a seconda delle esigenze del momento. Anche nel campo dell’identità sessuale, però, i Pokémon sono in evoluzione: nella serie successiva delle cartucce per Game Boy - serie Gold e Silver - è stata introdotta una variante che si è poi estesa al cartoon: la divisione dei Pokémon per sessi, con relativa capacità di pro114 creazione. Sarebbe interessante indagare se questa ripartizione si accompagna a un’assegnazione stereotipata delle caratteristiche femminili e maschili, o se invece le rimescola in combinazioni inedite. c) I valori di riferimento e il percorso iniziatico dei personaggi “umani” Il cartoon enfatizza soprattutto i valori dell’amicizia e della solidarietà nel rapporto che il protagonista e i suoi due amici instaurano tra loro e con gli altri personaggi “umani” che incontrano; anche il tema della lealtà è accentuato nel codice che regola i combattimenti e l’acquisizione di nuovi Pokémon, l’unica finalità lecita in questo senso è quella di diventare allenatori di Pokémon, ogni altro scopo è severamente proibito come dimostra la fine ingloriosa che consegue alle malvagie attività del Team Rocket in ogni episodio. L’unica figura adulta è quella del professor Oak che rappresenta l’autorità costituita, l’unico saldo punto di riferimento in un mondo abitato da ragazzini o da figure dall’età imprecisata (l’infermiera, l’agente di polizia, ecc.). Essendo gli adulti praticamente assenti dall’avventura dei Pokémon, la crescita è determinata dall’esperienza soggettiva, senza mediazioni e protezioni da parte di istituzioni familiari o scolastiche. E’ interessante l’assenza di rappresentazione della famiglia, è una nuova comunità quella che i protagonisti intendono costruire, quella degli “allenatori di Pokémon”: una comunità simbolica di fratelli e sorelle che prende forma nel corso del comune viaggio iniziatico. Il percorso di Ash e compagni è quello della crescita, simboleggiato dal viaggio verso la Lega di Jolt. Le dimensioni di questo percorso sono raffigurate dall’impegno nel perseguire i propri obiettivi, la scoperta e il conseguente rispetto delle regole, il confronto costante con le persone incontrate, il coraggio della sfida e della competizione leale, la fiducia in sé e negli altri, la cooperazione coi compagni, l’altruismo, il bisogno di dare e ricevere amore, l’importanza dell’esperienza, e altri tratti tipici della società occidentale contemporanea come il possesso e lo scambio, che assieme definiscono il valore del piccolo amico virtuale. Non sembrano emergere differenze sostanziali nei percorsi seguiti dai personaggi maschili e femminili. La Lega di Jolt, che simboleggia 115 l’età adulta, e forse anche il successo nell’età adulta, è il traguardo di tutti i bambini indipendentemente dal sesso. Non vengono suggeriti modelli o percorsi diversi per le bambine rispetto ai maschi. d) Il pubblico dei Pokémon In Generazione Pokémon, Loredana Lipperini, nel riportare alla memoria dei lettori la resistenza storica del nostro paese all’importazione di cartoni animati giapponesi, accenna tra parentesi alla “divisione dei sessi della pubblicistica periodica perpetrata dalla Disney”,37 secondo lei ignorata “se non applaudita”, come ogni eccesso di marketing disneyano, dall’Italia che negli anni Settanta accolse con tormentosa polemica Goldrake e Mazinga, e oggi guarda con sospetto o diniego ai mostri tascabili. Un accenno lasciato tra parentesi che apre uno spazio di riflessione interessante. Quanto la pubblicistica disneyana si rivolga a un’infanzia stereotipata e divisa tra bambine disposte a buoni sentimenti e bambini affascinati da salvifici eroi, non può essere dimostrato o confutato da questa ricerca; può risultare significativo, invece, riflettere qui su quanto i Pokémon si rivolgano a un pubblico non diviso tra i sessi, bensì “ambosesso”. Margaret Commellato, marketing manager Europa per Pokémon di Wizards of the Coast, in un’intervista rilasciata il 1 marzo 2000 a “Italia Oggi”, sostiene che Pokémon “attrae sia i maschi che le femmine perché offre sia creature tenere e dolci, preferite dalle bambine, sia mostri più aggressivi e selvaggi, adatti ai maschietti.”38 Sostenere che i Pokémon si rivolgono a un pubblico “ambosesso” significa in realtà sostenere qualcosa di diverso rispetto all’opinione di Margaret Pomellato. Le puntate della nostra settimana campione hanno sempre come protagonisti Pokémon che presentano unitamente le caratteristiche tradizionalmente distinte in femminili e maschili, in un rapporto di compresenza dinamica (non statica) e fluida (non pre-strutturata), paradossalmente ____________ 37. Ibidem, p. 70. 38. Ibidem, p. 156. 116 più realistica di molte identità rigidamente costruite dalla fiction televisiva. Il processo di crescita sia dei Pokémon che dei loro allenatori è strettamente dipendente da regole di autodisciplina che implicano la disponibilità al combattimento (attività che la storia e la cultura occidentali - e non solo - hanno sempre declinato al maschile), ma anche al compromesso come valida alternativa alla sconfitta micidiale, alla capacità di sapersi ritirare di fronte alla possibilità di una battaglia che rischia di essere troppo onerosa (capacità spesso riconosciuta alle donne). Come si è già sottolineato, allenatori di Pokémon sono sia femmine che maschi, bambine e bambini che crescono con il medesimo obiettivo, la cattura di nuovi Pokémon, ovvero la crescita, perseguibile attraverso le medesime regole. Obiettivi e regole non sono discriminanti, sia i maschi che le femmine possono catturare nuovi Pokémon e allenarli, con competenza e disciplina, affetto e rispetto, fedeltà e correttezza, attitudini trasversali a entrambi i sessi. Il pubblico ideale dei Pokémon non è quindi un’infanzia che ha assimilato o che è disposta ad assimilare, facendoli propri, gli stereotipi di genere, bensì un’infanzia disposta alla costruzione di un’identità dove la sessualità non è rigidamente strutturata. Tanto da suscitare la disapprovazione degli autori del sito AntiPokémon, che mettono al secondo posto, tra dieci buoni motivi per odiare i mostri tascabili, la mancanza di un’identità sessuale.39 Troppo, probabilmente, per una cultura che ancora fatica ad ascoltare e ad assimilare la ridefinizione contemporanea dei ruoli di genere. Per questo, forse, gli autori hanno introdotto nell’ultima serie la distinzione sessuale tra i Pokémon. Ma, per formulare ipotesi sensate al riguardo, sarebbe necessario, in primo luogo, analizzare le forme assunte concretamente da questa nuova distinzione sessuale introdotta; in secondo luogo, rimane aperto l’interrogativo di fondo su quali siano veramente - e cosa implichino - le nuove identificazioni di genere suggerite dai modelli transgender. Ma questo va oltre la nostra ricerca. ____________ 39. http://members.xoom.it/_XOOM/Kaiohken1982/Pokémon/motivi.htm 117 4. Dati auditel I dati di ascolto delle cinque puntate dei Pokémon trasmesse nella settimana dall’11 al 17 marzo rilevano una media piuttosto alta, per un cartone animato, di telespettatori, 1.252.000, di cui 570.000 bambine/i sotto i 14 anni. Nel complesso, vi sono più donne che uomini tra gli ascoltatori (57% contro 43%), ma, scomponendo il pubblico per classi di età e isolando le due fasce di età più raggiunte dal cartoon, quella tra i 4 e i 7 anni e tra gli 8 e i 14 anni, i bambini - come si vede dal grafico - sono più presenti delle bambine: i maschi dai 4 ai 7 anni sono il 21,67% contro l’11,77% delle femmine, quelli tra gli 8 e i 14 anni sono il 35,01% contro il 25,16% delle coetanee. Tra i bambini che stanno guardando la televisione, il fenomeno però si inverte: gli indici sullo share mostrano una sovrarappresentazione maggiore per le bambine che per i bambini: 349 contro 307 nella fascia tra i 4 e i 7 anni e 435 contro 332 nella fascia tra gli 8 e i 14 anni. Come prevedibile, i telespettatori al di sotto dei 14 anni sono i più presenti tra il pubblico dei Pokémon, le percentuali di audience e gli indici di share più sopra citati e messi in rilievo per un confronto tra femmine e maschi, sono le percentuali e gli indici più elevati rispetto a qualsiasi altra fascia d’età. I dati relativi al titolo di studio confermano il raggiungimento del pubblico ideale dei cartoni animati, con un’audience dei telespettatori in età scolare, quelli indicati con l’etichetta 4/14 anni, del 36,93% per le femmine e del 56,68% per i maschi, e un indice di share di 404 per le femmine e di 322 per i maschi. Un dato interessante da rilevare è quello relativo al 30,12% del campione femminile rappresentato da donne fra i 25 e i 44 anni, presumibilmente il pubblico delle mamme che ha seguito, durante la settimana campione, con i propri figli la fortunata terza serie dei Pokémon. 118 Pokémon: Composizione dell’audience maschile e femminile (%) per classi di età Pokémon: Indice di share sul totale degli ascoltatori (%) per classi di età 119 PARTE SECONDA L’INTRATTENIMENTO 1. PREMESSA Gli studi sull’attuale condizione femminile mettono in evidenza mutamenti culturali e sociali profondi, legati in particolare alle trasformazioni in atto nella famiglia e nel mondo del lavoro. E’ in corso un processo di riformulazione delle identità di genere, un processo certamente non lineare e accompagnato da conflitti e contraddizioni. Ai media spetta un ruolo importante nelle dinamiche di cambiamento, data la loro centralità nel sancire lo statuto di rilevanza o irrilevanza di soggetti e realtà e nel proporre all’attenzione collettiva i valori che contano nell’opinione comune. In un libro da lei curato, Gioia di Cristofaro Longo40, basandosi sui risultati di una ricerca transnazionale compiuta sulla rappresentazione della donna nei media, denuncia la sistematica sottorappresentazione delle donne “che occulta i loro pensieri, sentimenti ed opere, in una parola la loro cultura”, accompagnata da una sovrarappresentazione che “distorce la loro nuova realtà amplificando a dismisura aspetti secondari e riduttivi funzionali solo alla cultura maschile”41. Propone anche ____________ 40.La disparità virtuale. Donne e mass media, Documenti della Conferenza di Pechino, Armando Editore, Roma 1995. 41. Ivi, p. 10. 121 alcune regole alle quali gli operatori della comunicazione dovrebbero attenersi nella rappresentazione delle donne, per superare la situazione di discriminazione. Questi principi sono riassumibili in una serie di raccomandazioni di “non-fare”: non rappresentare la donna come elemento passivo, di ornamento, non presentarla solo nelle tematiche e ruoli ritenuti suoi esclusivi ambiti di competenza, non inserirla in posizioni periferiche e marginali, evitare l’uso sessista della lingua; e in una serie di orientamenti da seguire: rappresentare le competenze femminili nei più svariati campi, rappresentare la vita quotidiana delle donne non come aspetto banale ma come prospettiva di problemi e realizzazioni, identificare sempre professionalmente i personaggi femminili rappresentati, così come avviene abitualmente per quelli maschili, riequilibrare le presenze femminili e maschili nel ruolo di esperti. Anche alla luce di questi presupposti, la ricerca si propone di rilevare se la televisione nazionale riesca a rappresentare la complessità della nuova condizione femminile, se riesca a proporre modelli coerenti con la nuova identità di genere, oppure al contrario continui a veicolare una rappresentazione ispirata a vecchi modelli e stereotipi e a condannare la figura femminile alla marginalità. 2. I PROGRAMMI ANALIZZATI La ricerca è stata svolta sulla stessa settimana campione selezionata per l’analisi della fiction, una settimana - come si è detto - di ascolti medi, priva di polarizzazioni attorno a contingenze particolari tali da influenzare sia la programmazione sia le consuete abitudini di ascolto del pubblico. Si tratta della settimana compresa tra domenica 11 marzo e sabato 17 marzo 2001 e le fasce orarie sottoposte ad analisi sono la pomeridiana, la pre-serale e la prima serata (dalle ore 12.00 alle 22.3023.00). L’analisi relativa all’intrattenimento è stata condotta su alcuni programmi di particolare rilevanza, riconducibili a diversi format: attualitàcostume, varietà, talk show, giochi, e l’informazione satirica di Striscia la notizia. In questo caso, si è optato per un’analisi di tipo qualitativo, 122 più adattabile alle strutture mutevoli di questi formati e più sensibile alla complessità e specificità dell’articolarsi delle aree semantiche che in essi compaiono. Lo scopo e l’interesse di questa indagine qualitativa non era quello di ricercare una significatività statistica delle osservazioni svolte, ma piuttosto di penetrare la logica dei vari programmi, delle loro strutture e modalità argomentative, dell’emergenza e articolazione di significati al loro interno e poi all’interno del palinsesto di una settimana “qualunque” di programmazione televisiva. Ci si è concentrati in modo prevalente talvolta sui contenuti specifici di una singola trasmissione, o di più puntate nel caso di programmi a cadenza quotidiana, talaltra sullo stile di conduzione e sugli elementi strutturali dei programmi, perché spesso proprio da questi ultimi risultano molti tratti significativi delle differenze tra i generi maschile e femminile. Per ogni format, si è trattato di scegliere un numero ristretto ma significativo di programmi da analizzare. La selezione si è basata sui seguenti criteri: la rilevanza dei programmi in termini di indici di ascolto (audience, share, indice di penetrazione); la significatività dei programmi in relazione al tema oggetto dell’analisi e la capacità di offrire diversi punti di osservazione sull’immagine femminile; una equilibrata presenza di programmi delle reti pubbliche e di quelle private; una copertura delle fasce di programmazione sia pomeridiana sia serale. Elenchiamo qui di seguito i programmi selezionati: 1. Attualità-costume Si tratta di programmi che uniscono l’informazione all’intrattenimento, articolando l’approfondimento dei fatti di cronaca che sono al centro dell’agenda dell’informazione con argomenti più leggeri riconducibili alla cronaca rosa e ai fenomeni di costume. Abbiamo analizzato i due programmi pomeridiani, in onda quotidianamente nella settimana considerata, sui due network Rai e Mediaset: La vita in diretta (Raiuno) e Verissimo (Canale 5). La vita in diretta, il programma di Raduno, ha una durata maggiore (due ore e 40 minuti), copre buona parte del pomeriggio e alterna i servizi di cronaca e di costume - in diretta - a momenti di discussione con gli ospiti in studio: la diretta permette al conduttore e ai presenti 123 nello studio di “penetrare” nei vari servizi, con la richiesta di maggiori informazioni oppure nella forma del commento in sottofondo. Verissimo ha una durata più limitata (40 minuti) e una struttura basata sul susseguirsi dei servizi, legati e resi “coerenti” dai brevi commenti della conduttrice. Nonostante la durata e il formato differenti, i due programmi, che si contendono - almeno per una parte del pomeriggio - il pubblico televisivo, hanno più o meno gli stessi ingredienti e sono accomunati dal fatto di avere una presenza femminile quantitativamente rilevante nella redazione. 2. Varietà I varietà televisivi attuali, programmi di intrattenimento le cui funzioni e finalità rinviano alle aree del divertimento, della distrazione, della distensione, presentano numerose varianti di struttura e contenuto. I programmi da noi scelti sono anzitutto Domenica in e Buona Domenica, i due tradizionali contenitori della domenica pomeriggio di Raiuno e Canale 5 (che insieme raccolgono oltre la metà del pubblico televisivo domenicale), simili nella loro struttura composita che articola generi diversi e divergenti invece per quanto riguarda il “clima” di fondo e gli spazi offerti ai diversi protagonisti: conduttori, ospiti, pubblico. Simili e diversi anche - come vedremo - nella rappresentazione di tipologie femminili. Abbiamo inoltre scelto due programmi di prima serata che rappresentano per molti versi degli estremi nella categoria varietà: il vivace e sincopato Matricole, programma del martedì della rete “giovane” di Mediaset, Italia 1, incentrato sui vip agli inizi della loro carriera (la “discesa” dei divi tra la gente comune) e il pacato, sentimentale e colmo di echi religiosi Dove ti porta il cuore in onda su Raiuno il giovedì sera, basato sulle storie di vita di persone comuni che vengono raccontate secondo gli schemi del romanzo (l’“elezione” della persona comune a personaggio di una cronaca raccontata secondo gli stili della fiction). Anche la donna rappresentata in queste due trasmissioni si colloca, come vedremo, su due estremi molto tradizionali: da un lato la donna giovane, seducente e sensuale, soprattutto “corpo”, dall’altro la donna “moglie” e soprattutto “madre”. Per Dove ti porta il cuore si è proposta un’interpretazione insolita, basata sull’elemento religioso come chiave di lettura della differenza di genere. 124 3. Talk show I talk show sono un tipico prodotto della neotelevisione ed hanno tra i loro ingredienti principali la confessione di storie di vita da parte di persone comuni, oppure l’incursione nella vita privata di personaggi famosi. Quelli da noi scelti sono: Uomini e donne, trasmissione a cadenza quotidiana (dal lunedì al venerdì), in onda il primo pomeriggio su Canale 5, molto seguita dal pubblico televisivo, soprattutto femminile, centrata sui rapporti e i conflitti di coppia; Un pugno o una carezza, in onda il mercoledì in prima serata su Raiuno, un talk show incentrato sulle relazioni private, armoniose o, più spesso, conflittuali; Tempi moderni, in onda il mercoledì in prima serata su Italia 1 (in contemporanea con Un pugno o una carezza), che si propone di esplorare le nuove tendenze sociali e culturali in atto nella società; e, infine, il programma pomeridiano domenicale (nella settimana considerata) di Raidue, Quelli che il calcio, derivazione ibrida di un programma contenitore colmo di riferimenti al varietà, che chiede al pubblico in studio, costituito da personaggi celebri e da persone comuni, di discutere nozioni e strategie elementari legate al gioco del calcio. Il suo interesse ai nostri occhi consiste nel rappresentare uno spazio tradizionalmente maschile che si apre alle donne. In questo genere di programmi, che prevedono la presenza di un pubblico in studio più o meno partecipante ed elementi di spettacolo, la presenza delle donne è cospicua. Tre di queste trasmissioni - e attualmente, nella stagione 2001/2002, tutte e quattro - hanno conduttrici di successo (Daria Bignardi, Alda D’Eusanio e Maria De Filippi) che con uno stile e un ruolo diversi contribuiscono a costruire il senso delle trasmissioni. Anche fra gli ospiti ed il pubblico in studio, il numero di donne è superiore al numero di uomini, così come fra i telespettatori a casa, dove solamente per Quelli che il calcio gli uomini, ma di misura, superano le donne. Considerando i primi tre programmi, che hanno strutture più simili, si potrebbe ricordare che sono programmi spesso pensati da donne (fra gli autori e la regia), presentati da donne (conduttrici), costruiti insieme a donne (ospiti e pubblico in studio), rivolti a donne (temi spesso affettivi e familiari) e, in effetti, visti da donne (pubblico a casa). Ciò nonostante, non sono rare - come si vedrà nel corso della trattazione - le riproduzioni di storie e situazioni tipicamente femminili che, valorizzando antichi ambiti di differenza, riproducono stereotipi di genere. 125 4. Giochi Tra le numerose varianti presenti nel palinsesto televisivo, abbiamo preferito scegliere, anziché i quiz, che ci sembravano offrire pochi spunti, quei giochi in cui il quiz è presente ma inserito in una cornice più ampia, di spettacolo, che allarga lo spazio di espressione del conduttore e degli altri soggetti presenti in studio. Tra quelli selezionati, Sarabanda - in onda quotidianamente (compreso il fine settimana) su Italia 1 alle ore 20 - è abbastanza seguito nonostante la coincidenza di orario con i principali telegiornali. Si tratta di un gioco incentrato sul quiz musicale, con alcuni momenti di spettacolo, di canzoni e di balletti. Passaparola è invece il gioco televisivo più seguito, in onda quotidianamente (esclusa la domenica) su Canale 5 nella fascia pre-serale. Si articola in una serie di giochi, centrati prevalentemente sull’uso della parole, in cui sono coinvolti personaggi più o meno famosi a sostegno dei due concorrenti che si affrontano. La conduzione di questi programmi è “tradizionalmente” maschile ed è interessante analizzare i ruoli e gli spazi assegnati alle figure femminili accostate al conduttore, moderne varianti della “valletta” di antica memoria. 5. Informazione satirica Striscia la notizia è un programma che va in onda quotidianamente (ad esclusione della domenica) su Canale 5, collocandosi tra il telegiornale serale e i programmi della prima serata. E’ stata una scelta “obbligata”, in quanto si tratta di una trasmissione che raggiunge i più alti indici di ascolto e che è spesso oggetto di discussione, anche per quanto riguarda il tema della rappresentazione femminile, a causa della presenza di una figura emblematica, la “velina”, che abbiamo appunto messo al centro della nostra analisi, cercando di cogliere i tratti peculiari della sua identità. 3. CENNI SUI DATI AUDITEL Per ognuno di questi programmi è stata svolta un’analisi dei dati auditel relativi all’ascolto, che hanno fornito informazioni sulla stratificazione, la composizione, le caratteristiche dei pubblici raggiunti. La descrizione del profilo degli spettatori di ciascun programma, permette 126 in primo luogo di verificare il ruolo del pubblico televisivo nella costruzione del senso complessivo delle narrazioni, accettando il presupposto che questo senso derivi proprio da una contrattazione fra autori e attori (presentatori e personaggi tv) e il pubblico a casa. Il testo televisivo in questo caso è proprio il terreno di incontro fra l’emittente e il destinatario, il luogo in cui avviene la negoziazione dei significati che determina il senso complessivo del messaggio. Conoscere in anticipo, come in effetti avviene per ogni trasmissione televisiva, chi sarà il ricevente della comunicazione permette di modellare linguaggi e contenuti per renderli più incisivi. In secondo luogo, il profilo dei telespettatori ci dice semplicemente quali siano le caratteristiche socio-demografiche e gli stili di vita del pubblico esposto a determinati programmi. Pur non essendo ovviamente possibile, con questo impianto di ricerca, avanzare alcuna ipotesi sugli effetti della comunicazione, può tuttavia risultare interessante l’indicazione di quante e quali persone abbiano seguito le puntate delle trasmissioni analizzate. Il grafico seguente mostra in sintesi i dati di ascolto (l’audience, ossia il numero dei telespettatori sintonizzati su ogni programma) dei tredici format; per quanto riguarda le trasmissioni con più di una puntata nella settimana in esame, come ad esempio La vita in diretta o Striscia la notizia, si è considerato il dato medio. 127 Striscia la notizia è la trasmissione con l’audience più elevata (quasi 9 milioni di telespettatori) fra quelle analizzate, seguita da Un pugno o una carezza di Alda D’Eusanio (oltre 6 milioni), il fortunato gioco di Gerry Scotti Passaparola (oltre 5 milioni), Dove ti porta il cuore (quasi 5 milioni): tutti programmi in onda in fasce orarie di grande ascolto, la prima serata appunto e la fascia pre-serale, che raccoglie un numero considerevole di telespettatori. I programmi del pomeriggio raggiungono un numero di spettatori inferiore, anche se non scendono sotto i 2.695.000. L’unico programma di prima serata al di sotto di questa soglia è Tempi moderni (2.556.000) in onda su Italia 1, ma il target di riferimento in questo caso, come si vedrà più avanti, è un segmento di pubblico specifico che non è particolarmente rappresentato nella popolazione dei teleutenti. I programmi domenicali, infine, si attestano fra i 3.205.000 spettatori di Domenica in su Raiuno e i 4.588.000 di Buona domenica su Canale 5. La composizione dell’audience per sesso evidenzia le trasmissioni più “femminili”, nel senso che si rivolgono principalmente a un pubblico di donne: tutte le trasmissioni analizzate, a parte Quelli che il calcio che ha una leggera prevalenza di uomini (53%), registrano una prevalenza di pubblico femminile, con punte altissime attorno al 70% per le trasmissioni pomeridiane Verissimo, Uomini e donne e La vita in diretta (tab. 1). Tab. 1 - Audience dei programmi analizzati per sesso (%) Programmi Verissimo Uomini e donne La vita in diretta Un Pugno o una carezza Dove ti porta il cuore Buona Domenica Passaparola Domenica in Tempi moderni Matricole Sarabanda Striscia la notizia Quelli che il calcio 128 Uomini 29 30 31 34 35 36 37 38 40 43 44 45 53 Audience Donne 71 70 69 66 65 64 63 62 60 57 56 55 47 Totale 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 Per l’interesse specifico verso le modalità di rappresentazione delle donne e dei modelli prevalenti proposti, nelle pagine seguenti si concentrerà l’analisi delle caratteristiche dei pubblici sulla componente femminile. Le teleutenti, oltre ad essere la quota di pubblico maggiore per queste trasmissioni, sono anche le destinatarie dirette dei messaggi “di genere” evidenziati nell’analisi qualitativa. Oltre all’audience, nella scheda introduttiva di ogni programma vengono segnalati lo share (percentuale di spettatori sintonizzati su un programma rispetto al totale dell’ascolto televisivo rilevato nello stesso momento) e l’indice di penetrazione (percentuale dei televisori sintonizzati su un programma rispetto al totale del parco nazionale dei televisori). Questi dati vengono integrati da una più approfondita descrizione dei profili dei pubblici, che considera in particolare quattro variabili che caratterizzano il campione auditel: la classe di età, il titolo di studio, l’area geografica di residenza e gli stili di vita42. Gli indici utilizzati nell’analisi e evidenziati nei grafici riportati in allegato, sono la composizione dell’audience in percentuale, che ci dice con esattezza le caratteristiche delle persone che effettivamente stanno guardando un programma, e l’indice di share sul totale degli ascoltatori, che invece ci permette di capire se le quote di pubblico per ogni modalità di una variabile (ad esempio con un titolo di studio elementare) sono sovradimensionate o sottodimensionate rispetto allo share ottenuto dalla trasmissione. L’indice di share sarà uguale a 100 se non vi è differenza fra lo share di un sottogruppo e lo share totale della trasmissione, sarà superiore a 100 se il sottogruppo analizzato è sovradimensionato rispetto al totale e invece sotto il 100 qualora sia sottodimensionato. Questo indice ci permette in definitiva di capire quali siano le quote di share significative per ogni sottogruppo. ____________ 42. Lo “stile di vita”, definito dalla mappa Eurisko, è dato dall’insieme dei tratti e dei comportamenti tipici di una persona, per i quali concretamente essa si differenzia dalle altre più di quanto la differenzino le caratteristiche demografiche o la classe sociale. La tipologia degli stili di vita femminili, costruita mediante l’uso congiunto di variabili demografiche, socio-economiche e comportamentali, è composta da 12 segmenti, che verranno descritti qui di seguito, in modo da poter essere agevolmente consultatidurante la lettura dei profili. 129 L’analisi di ogni programma è dunque corredata da una descrizione sintetica del profilo del suo pubblico; la presentazione grafica dei dati auditel è raccolta nell’appendice a questa seconda parte del rapporto di ricerca. Per facilitare la lettura dei paragrafi relativi al profilo del pubblico delle varie trasmissioni, sono elencati qui di seguito gli stili di vita femminili, una delle variabili che contribuiscono alla costruzione del profilo del pubblico, così come sono definiti nella Mappa Eurisko. Stili giovanili Liceali (percentuale della categoria rispetto alla popolazione femminile totale: 5,98%) E’ lo stile dei giovani studenti che appartengono a famiglie della classe media e vivono in modo sostanzialmente spensierato, con poche responsabilità, condizionati solo dal bisogno di appartenere ad un gruppo e di confrontarsi con esso. La loro giornata si divide fra scuola e amici, svaghi e attività sportive. Delfini (percentuale della categoria rispetto alla popolazione femminile totale: 2,94%) E’ lo stile della gioventù dorata negli anni dorati: dispongono di denaro e cultura, ed hanno le energie necessarie per mettere a frutto sia l’uno che l’altra. La curiosità, l’apertura verso il nuovo, la voglia di capire e di conoscere, ma anche di divertirsi, sono i tratti caratteristici del gruppo. Stili superiori Arrivate (percentuale della categoria rispetto alla popolazione femminile totale: 7,12%) E’ questo lo stile di chi ha vinto. Sono persone arrivate, le cui caratteristiche sono tutte “più”. Avevano strumenti (ricchezza, istruzione) e li hanno sfruttati al meglio. Lavorano molto, ma anche viaggiano, leggono, si tengono informati, partecipano. Hanno con la vita un rapporto pieno e vivo. Impegnate (percentuale della categoria rispetto alla popolazione femminile totale: 2,16%) Questo stile individua un segmento che ha posto la cultura e la co130 noscenza al di sopra del denaro e del successo tout court - che pure non manca. Chi appartiene a questo gruppo tende a far dipendere i propri comportamenti e atteggiamenti dall’affermazione di un impegno o di una testimonianza, sia essa culturale, religiosa o politica. Stili centrali Colleghe (percentuale della categoria rispetto alla popolazione femminile totale: 10,73%) Il doppio ruolo professionale e di massaia è colto da questo stile che isola un gruppo di donne giovani e adulte con un’occupazione impegnativa fuori casa e con molti altri impegni personali e familiari - primo fra tutti quello dei figli - da affrontare. Tipico di questo stile il tentativo (non sempre riuscito) di conciliare evasione (svaghi, divertimenti) ed impegno (letture, interessi culturali). Commesse (percentuale della categoria rispetto alla popolazione femminile totale: 8,05%) Le appartenenti a questo stile hanno spesso un lavoro non particolarmente qualificato e ad esso assegnano principalmente lo scopo di procurare del reddito. I loro interessi sarebbero infatti altrove: divertirsi, uscire la sera, stare in compagnia. Qualche lettura, soprattutto di genere sentimentale. Raffinate (percentuale della categoria rispetto alla popolazione femminile totale: 5,26%) Questo stile individua le casalinghe bene, autentiche signore. La loro condizione economica (e, in minor misura, la loro cultura, non sempre elevata) le rendono attente alla cura della casa e della famiglia da un lato, ma anche all’immagine di se stesse. Leggono, si interessano di politica. Hanno una vita sociale piuttosto brillante e discreti interessi culturali. Viaggiare, conoscere, arricchirsi sotto tutti i punti di vista è per loro molto importante. Massaie (percentuale della categoria rispetto alla popolazione femminile totale: 9,94%) La figura tipica della massaia media, tutta famiglia e casa è ben rappresentata da questo stile. L’intera responsabilità della gestione domestica, non certo facile, pesa sulle sue spalle. Fuori della famiglia non 131 ha praticamente interessi. Evade con la televisione, i fotoromanzi e i romanzi sentimentali. Stili marginali Avventate (percentuale della categoria rispetto alla popolazione femminile totale: 1.06%) Questo stile caratterizza le persone che hanno con il denaro e il mondo dei consumi un rapporto problematico e conflittuale. La marginalità culturale, l’isolamento sociale le spingono ad un’impossibile ricerca della qualificazione attraverso i consumi, che superano i mezzi finanziari a disposizione. Anche la socializzazione è condizionata da un atteggiamento “vistoso” e dalla ricerca di supplementi di prestigio nelle raccomandazioni e negli appoggi dei potenti. Appartate (percentuale della categoria rispetto alla popolazione femminile totale: 34,64%) Lo stile di vita di questo gruppo è drammaticamente determinato dalla limitatezza delle risorse. Sono in prevalenza donne anziane. La socializzazione è inesistente, così come gli interessi culturali. I quotidiani contatti con il mondo esterno alla casa sono dati dalla televisione, dalle piccole compere, dagli incontri di conoscenti in occasione di riti religiosi, assiduamente frequentati. - Appartate1 (18,26%) Le donne inserite in questo sottogruppo hanno l’età media più giovane ed appartengono a un nucleo familiare non propriamente disagiato. Sono di istruzione elementare e media inferiore; in buon numero disoccupate, le altre sono casalinghe o pensionate. In genere vivono l’esperienza del dipendere dagli altri e del dover limitare ogni aspirazione. Questa condizione di marginalità non sopprime completamente valori, interessi e consumi, anche culturali, il cui modello si ispira vagamente a quello di modernizzazione di massa. - Appartate2 (8,56%) Le componenti di questo sottogruppo risiedono principalmente nel sud e nei piccoli centri, sono di età medio-alta e di istruzione solo elementare. In grande maggioranza casalinghe, appartengono a un nucleo familiare assai consistente che, per la scarsità del reddito, è gravato da 132 molti problemi. Appaiono rassegnate e con una visione pessimistica delle prospettive. Il tenore di vita è ristretto, i consumi contenuti, l’alimentazione povera. L’evasione sta nei telefilm e nelle telenovelas. Le relazioni sociali si riducono a quelle del gruppo primario (familiari, conoscenti). Credono nei valori tradizionali. - Appartate3 (7,82%) Sono in grande maggioranza pensionate, di età avanzata, vissute sempre sole o, piuttosto, trovatesi tali per la morte dei congiunti. Un reddito minimo garantito, anche dai risparmi, consente quella tranquillità di vita che appare come la maggiore aspirazione. I consumi sono molto controllati: le esigenze di una persona sola, d’altra parte, sono assai modeste, anche in ambito alimentare. Più elevate quelle concernenti la salute e la cura dei disturbi. La televisione offre compagnia anche durante la giornata. Modesti gli altri consumi culturali e le relazioni sociali, generalmente limitate ai conoscenti. 4. ATTUALITÀ E COSTUME “Verissimo” Data: Rete: Ora: Regia: Conduzione: Audience media: Share: Indice di penetrazione: 12-16 marzo 2001 Canale 5 18,00-18,40 Ernesto Palazzolo Cristina Parodi 2.722.000 (71% donne) Donne: 29.05% Uomini: 19.30% Donne: 6,78% Uomini: 2.91% 1. Struttura e conduzione del programma L’ambizione del programma è quella di approfondire “tutti i colori della cronaca” attraverso servizi presentati dalla conduttrice Cristina Parodi con un garbo un po’ demodé e un commento a metà tra la sag133 gezza popolare e il malizioso ammiccamento. La scaletta del programma prevede, però, un progressivo “alleggerimento” dei contenuti: all’inizio vi è la sintesi delle principali notizie della giornata, un vero e proprio Tg flash dentro la trasmissione, cui seguono due o tre approfondimenti di casi di cronaca. Il momento centrale del programma è dedicato, solitamente, al ritratto di due donne dello spettacolo e la ritrovata leggerezza viene poi celebrata da un servizio incentrato sul mondo della moda o su curiosità riguardanti vari vip intervistati, fino ad arrivare ai giri di valzer delle “Celebrità” finali, con una voce femminile fuori campo che snocciola una serie di pettegolezzi sui protagonisti del mondo dello spettacolo. Va segnalata una forte rappresentanza femminile nel gruppo dei giornalisti autori dei vari servizi, sia di cronaca sia di costume. L’importante presenza femminile nella conduzione e nella redazione è un fatto certamente rilevante, che non sembra tuttavia avere l’effetto di offrire al telespettatore un’immagine polivalente della donna: la donna che lavora, colta nei vari aspetti e nelle implicazioni di uno status prevalentemente professionale, è una figura ben poco rappresentata nei contenuti. Prevalgono modalità di rappresentazione riconducibili a due tipologie tradizionali: la donna bella e seduttiva, che trova nel corpo il suo spazio privilegiato - se non esclusivo - di espressione e la donna collocata e indagata nel contesto sentimentale e familiare. E’ opportuno comunque distinguere i servizi che trattano eventi di cronaca da quelli riguardanti i vip dello spettacolo. 2. La donna rappresentata nei servizi di cronaca Nei servizi di cronaca e di costume, nella settimana campione dominati dalla vicenda della morte e del testamento della contessa Vacca Agusta (tre servizi), si nota una sostanziale equità nella rappresentazione di figure femminili e maschili per quanto riguarda la “gente comune” (servizi dedicati alla tradizione di sposarsi tra compaesani a Talana, in Sardegna, a un concorso per pizzaioli, ai treni pericolosi dove vengono intervistati alcuni pendolari), con la significativa eccezione del ser134 vizio sull’emergenza rifiuti a Nocera Inferiore. Qui le persone comuni intervistate sono tutte donne: qualche mamma, una signora anziana, la proprietaria di una lavanderia. Il problema dei rifiuti è ovviamente sentito da tutti gli abitanti di Nocera, ma le conseguenze igieniche sembrano essere un fatto più femminile, nella misura in cui si legano alla cura dei figli. La giornalista ci spiega che: “Le mamme (non i papà) preferiscono tenere i bambini a casa (e le mamme che lavorano?) piuttosto che fare il tragitto per andare a scuola tra i rifiuti...” Nel complesso, non emerge una particolare specializzazione di ruoli: uomini e donne diventano alternativamente soggetti della narrazione di eventi e episodi che li riguardano come protagonisti, testimoni, vittime, e sono equamente interpellati per esprimere opinioni, preoccupazioni, esigenze. Il discorso è diverso per quanto riguarda professionisti ed esperti che, a parte il pubblico ministero Margherita Ravera, sono tutti uomini (il notaio della contessa Vacca Agusta, un procuratore capo, il cappellano di un carcere, un avvocato, un medico, un rappresentante delle ferrovie dello stato). 3. L’immagine femminile nei servizi sui vip e sulla moda: la prevalenza del corpo Nella seconda parte di Verissimo, dedicata all’intrattenimento e a servizi leggeri sui vip del mondo dello spettacolo, l’immagine della donna si costruisce attorno ad alcune aree tematiche dominanti: quella del corpo, quella dei valori legati al matrimonio e alla maternità, quella infine dell’ “ombra del maschio”. 3.1. Il corpo femminile L’area tematica del corpo femminile, che emerge con prepotenza nel corso della trasmissione, si manifesta attraverso una fenomenologia molto interessante da ricostruire. I servizi esaltano il potere e l’importanza della bellezza femminile. Le protagoniste di questi servizi centrali sono esclusivamente donne: Paola Barale, Daniela Fazzolari, Nina Moric, Gloria Bellicchio, Liz 135 Hurley, Manuela Arcuri, Afef, Chiara Muti, Donatella Salvatico, Cristina Cellai, Justine Mattera. A prescindere dalla loro attività professionale, siano esse attrici, soubrette, semplici comparse in occasione mondane o onnipresenti “prezzemoline” dei palinsesti televisivi delle varie reti, di tutte si mette in rilievo la bellezza, il potere seduttivo, la carica sexy ostentata o potenziale. Tale celebrazione dell’avvenenza fisica è, solo in alcuni casi, leggermente velata dalla preoccupazione per gli anni che passano, e ne esce, comunque, sostanzialmente intatta: Liz Hurley è ancora tanto bella e desiderabile “nonostante” i trentasei anni d’età, come viene sottolineato, da poter rinnovare il contratto come testimonial di una celebre casa di cosmetici, mentre Afef afferma di non avere paura di invecchiare (“una donna bella e che proprio alla bellezza deve il suo successo, accetta anche gli anni che passano” dice di lei la giornalista). – Il corpo fagocitante In molti casi l’ostentazione della carica di seduttività del corpo femminile è talmente forte da creare vere e proprie incoerenze tra testo e immagini: è il caso del servizio dedicato a Nina Moric. Il messaggio si compone di una parte verbale (l’intervista e una voce fuori campo) e di una parte di immagini (l’intervista e soprattutto il servizio fotografico per la rivista “Max”). Fin dalle prime battute si capisce che sono le immagini a costruire il senso dominante del messaggio, mentre il testo si limita a fare da contorno correggendo solo leggermente i connotati visivi. La cornice di lancio del servizio individua perfettamente la chiave di lettura che deve essere data al messaggio: “Odia il calcio e non sa cucinare, ma chissà perché gli uomini impazziscono per lei. Beh, la spiegazione è presto detta, perché Nina Moric, nonostante riveli in questa intervista che lei si sente molto bambina, in realtà ha una carica sexy che è difficile non notare”. Nel servizio, infatti, il testo e le immagini si contraddicono, lottano per imprimere il significato prevalente al messaggio, ma sono le immagini che usciranno vincitrici. All’inizio Nina Moric afferma: “Io sono una ragazza molto semplice, sono piena della vita e piena della gioia..., penso che sono profondamente ancora una bambina, non lo so, non mi sento sex symbol, per niente”, ma immediatamente le immagini insidiano questa rappresentazione di sé dicendoci 136 l’opposto: Nina non è proprio una bambina, le pose sensuali e i centimetri di stoffa che lasciano poco all’immaginazione confermano che fisicamente Nina è una vera bomba sexy. Oltre all’evidente bellezza, le immagini comunicano aggressività, seduzione, mentre il testo ci comunica fragilità, semplicità, bisogno di protezione. Il compromesso tattico della Moric sul senso è questo: sono una persona calda, una bomba erotica, ma al di fuori di questa cornice sono docile come una bambina. Il passaggio alla sfera della relazione privata è suggerito direttamente dalle immagini alla voce fuori campo che chiede: “Ma il fidanzato Fabrizio Corona non è geloso?”. Il testo a questo punto vacilla, non c’è nulla che si può dire per contrastare il ritmo incessante di immagini provocanti; la Moric si difende comunicando confidenza, fiducia, fedeltà e soprattutto bisogno dell’altro (“quando sto male lui lo sente e mi piace perché...mi fa sentire felice sempre”). Il testo ci riprova con i difetti che potrebbero umanizzare la perfezione estetica e irraggiungibile trasmessa dalle immagini. L’odio per il calcio e soprattutto il non saper cucinare, che probabilmente angoscerebbero non pochi mariti, in questo caso assumono un tono grottesco: di fronte a tanta grazia si può perdonare tutto, e poi nessuno ha neanche in mente di andare oltre quest’immagine che trasuda erotismo per svelarne l’anima. L’ultima possibilità del testo per prevalere potrebbero essere le paure e Nina Moric tenta di scendere più in profondità dichiarando di temere la solitudine: “Non mi piace stare da sola, forse per il lavoro che faccio...essere lontana dalle persone a cui vuoi bene, la solitudine”. Il pensiero meriterebbe rispetto, ma le immagini continuano a martellare sulle curve seducenti del suo fisico equivocando completamente il significato attribuito al termine solitudine. Candidamente un’altra donna, Cristina Parodi, cancella in una battuta ogni dubbio interpretativo commentando alla fine del servizio: “Davvero difficile che Nina Moric possa rimanere sola...”. Similmente l’uso “fagocitante” del corpo attraverso le immagini porta allo slittamento di senso di un intero servizio: la notizia dell’apertura di alcuni importanti monumenti organizzata dal Fondo Ambientale Italiano, viene, in qualche modo, “divorata” dalla presenza esuberante di Silvia Rocca; sembra che il servizio sul FAI non sia che il pretesto per l’esibizione di una donna immagine, di una donna promozionale. Il servizio è un montaggio in cui marginalmente la responsabile del FAI, 137 donna anziana e sobria, parla dell’iniziativa e cede il grosso della scena alla scrittrice Silvia Rocca che decanta le bellezze artistiche italiane e lascia che il giornalista decanti il suo fisico, in un parallelo tra l’arte e il corpo femminile. Questa parte è preparata come una sfilata: lei, che ha un passato di modella, cambia diversi abiti, tutti molto sexy, e assume pose da indossatrice negli interni o nei giardini di antichi palazzi, quelli appunto aperti alle visite. Un altro procedimento è quello che tende ad allineare alle immagini più ricorrenti e abituali anche i personaggi femminili che non si presterebbero, grazie ad abiti e ad atteggiamenti rigorosi e poco frivoli, al ruolo di donna oggetto scenografica e svestita. Così, nonostante Chiara Muti possa vantare un ruolo serio e importante nel dramma di Pirandello Sei personaggi in cerca d’autore, il giornalista afferma che l’attrice in scena “si spoglia, mette in mostra un fisico invidiabile” e poi aggiunge: “Chiara Muti canta, balla, mostra quasi, si spera, le gambe”. D’altra parte il tentativo di insistere su toni morbosi è evidente anche nell’intervista a Gloria Bellicchio, ex miss Italia alle prese con la sua prima prova importante di attrice. L’intervistatore si concentra completamente sul ruolo che Gloria dovrà interpretare, quello di una prostituta: “Gloria, un viso angelico che ora recita nella parte di una donna da marciapiede (...) Perciò farai il ruolo di una prostituta?” Gloria Bellicchio sembra subito costretta a dire che è contenta della parte anche perché, afferma, “interpreterò una ragazza completamente diversa da me”, ma l’intervistatore continua a incalzare: “Gloria come una prostituta albanese (...) Dovrai passeggiare...passeggiare, no, per fare la passeggiatrice? (...) e agitare la borsetta, farla ruotare sotto un lampione (...) Una lucciola, una prostituta, la Bellicchio come una traviata del 2001...”. – Il corpo trasformato e le pratiche sacrificali Quello della trasformazione è un tema ricorrente; in taluni casi diventa la spia di un’identità frammentata e componibile, che si costruisce attraverso un ludico passeggiare tra mode e tendenze; così Justine Mattera presenzia alle sfilate di moda cambiando continuamente abito e acconciatura. L’abito e il continuo cambiamento esteriore sono appunto al centro della sua costruzione d’identità, della “voglia di stupire con a138 biti eccentrici, di trasformarsi, di cambiare pelle, essere sempre una donna nuova, un po’ come una bambola”. Trasformazione intesa anche, più semplicemente, come tentativo di adeguamento a un modello di bellezza femminile, raggiungibile solo a prezzo di cure e sacrifici; la bellezza non è solo quella fisica, biologica, concessa da un dono di natura, ma anche quella costruita con il trucco, le acconciature dei capelli, l’abbigliamento, le diete, le ore trascorse in palestra. Ecco allora la serie di pratiche sacrificali cui il corpo femminile deve sottoporsi per apparire appetibile, si va dai consigli di bellezza delle vip che raccomandano sport, attenzione all’eccessiva esposizione al sole, addirittura “pulizia dei chakra”, nuova pratica new age, agli sforzi raccontati dalle partecipanti a un concorso per modelle per tenersi in forma. L’ossessione della forma fisica non risparmia nessuno, da Paola Barale che racconta del suo regime alimentare (“Io sono sempre a dieta...dieta, che poi non è che siano chissà quali restrizioni, però mangi solo le cose che non ti piacciono, pensa che tristezza, uno è magro ma è tristissimo”) alla bimba cicciottella che guarda sfilare la sorella e afferma di voler diventare modella anche lei, ma prima sa di doversi mettere a dieta. – Il corpo misurabile Raggiunto così l’obiettivo della forma fisica canonizzata, il corpo è pronto per essere misurato, nel vero senso della parola: sulle passerelle di “The élite model look”, centinaia di ragazze che sognano la carriera di modelle sono pronte a combattere con le griglie delle misure di fianchi, vita e seno. Le misure come garanzia di accesso e segno di appartenenza a una cerchia prestigiosa e ambita. La corrispondenza del corpo femminile a rigidi canoni prefissati - traducibili in precise misure - è un topos ricorrente, che attraversa programmi diversi ed esce spesso dall’ambito che tradizionalmente gli è proprio, quello delle modelle o aspiranti tali, per estendersi ai personaggi femminili del mondo del cinema e dello spettacolo. – Il corpo normalizzato Tanta perfezione può fare, forse, paura alle telespettatrici, il mon139 do delle belle e famose tenta così di avvicinarsi a quello delle persone comuni: Afef cerca di dare di sé un’immagine di donna “normale” in contrasto con il ruolo seducente e aggressivo che di solito interpreta, da un lato cercando di mitigare l’importanza della bellezza associando ad essa l’ironia (una donna deve essere “bella e ironica”), dall’altro sottolineando la semplicità del suo abbigliamento quotidiano; questo processo di normalizzazione della diva prosegue nel servizio Donne allo specchio in cui si domanda a donne belle e famose quanto impiegano solitamente a vestirsi e a truccarsi: quasi tutte affermano di prepararsi molto velocemente, lasciando intuire di non curarsi molto dell’aspetto esteriore. Anche il servizio sulle ossessioni dei vip, passando in rassegna tic e manie di dive e divette dello spettacolo, tenta di restituire un’immagine più vicina alla donna comune di personaggi che altrimenti rappresenterebbero un modello distante e irraggiungibile di femminilità. 3.2. I valori legati al matrimonio e alla maternità Le interviste alle donne dello spettacolo vertono spesso su valori domestici e tradizionali quali il matrimonio e la maternità che potrebbero essere facilmente condivisi dal pubblico delle telespettatrici. Paola Barale dice: “Mi sono sposata due anni fa e se non l’avessi fatto lo rifarei domani, nel senso che io da quando mi sono sposata ho acquistato, non lo so, una sicurezza, una consapevolezza diversa”, e aggiunge: “Ho sempre avuto voglia di un bambino, sempre sono stata una persona attaccata ai bambini, alla maternità...”. Anche Daniela Fazzolari afferma che il matrimonio è qualcosa che “si deve fare” e parla della maternità come di un desiderio ma anche di una paura. Tutto il servizio su Manuela Arcuri è centrato su un suo ipotetico matrimonio, in passato decisamente negato mentre ora prevedibile in futuro, e sull’identikit del suo uomo ideale. Persino la giovanissima “letterina” Cristina Cellai afferma: “Il mio scopo principale è quello di farmi una famiglia, essere una moglie, una madre”. 3.3. L’ombra del maschio Emerge, infine, nonostante la sovrarappresentazione quantitativa delle figure femminili, una certa marginalizzazione del ruolo della donna come persona autonoma e indipendente; spesso, infatti, è ritratta nel140 l’ombra dell’uomo importante che le sta a fianco. Il nome di Tronchetti Provera, ad esempio, ricco e potente compagno di Afef, aleggia durante tutto il servizio che la riguarda; nel ritratto della giovane attrice Chiara Muti, poi, buona parte del tempo è dedicato al padre, il direttore d’orchestra Riccardo Muti; addirittura nel servizio su Donatella Salvatico, la donna diventa specchio del suo compagno. In questo caso la protagonista apparente è una donna, in realtà la sua presenza è funzionale al racconto di vicende e particolari della vita del suo fidanzato Pietro Taricone; la sua identità non è autonoma, ma si definisce in relazione al suo uomo. Il titolo del servizio è: La donna di Taricoman, Donatella Salvatico “ci racconta cosa vuol dire essere la compagna del personaggio tv che ha fatto tanto discutere il pubblico per la sua fama di sciupafemmine”, si accenna appena alla sua partecipazione contestata a Miss Italia (“acqua passata, adesso Donatella si gode la sua nuova love story”), non si parla delle sue attività presenti, le sue dichiarazioni, i suoi gusti sono confrontati con quelli di una ex fiamma di Taricone. 4. Il profilo del pubblico femminile sulla base dei dati auditel – Età Verissimo presenta quote di spettatrici adulte o anziane importanti: il 40,41% delle telespettatrici sintonizzate sul programma supera i 55 anni. La composizione del pubblico pomeridiano è ovviamente sbilanciata a favore di persone anziane, e di questo deve tenere conto ogni programma in queste fasce orarie. Incidenze importanti della quota di share femminile di Verissimo (29,05%) sono però attribuibili a donne più giovani, in particolare nelle classi di età fra i 20 e i 34 anni (l’indice di share è 152, ben superiore alla media di share totale: un indice superiore a 100, lo ricordiamo, indica una sovrarappresentazione del sottogruppo nel totale dei telespettatori). La trasmissione condotta da Cristina Parodi, rispetto al programma “concorrente” La vita in diretta, oltre ad iniziare ad un orario più consono a quote di pubblico giovanile, si caratterizza, in effetti, per una comunicazione più rapida, con servizi dal ritmo incalzante simili a video-clip più vicini al linguaggio giovanile. 141 – Istruzione Pur avendo tra il suo pubblico quote importanti di donne con un titolo di studi basso (38,69%), lo share del programma di Cristina Parodi rivela una presenza rilevante di pubblico femminile con titolo di studi di media inferiore e media superiore (gli indici sono rispettivamente 125 e 128). – Aree geografiche Per quanto riguarda la composizione geografica, la percentuale più significativa del pubblico di Verissimo risiede nel nord-ovest (31,07%). – Stili di vita Nella composizione dell’audience emerge la preponderanza delle categorie delle appartate (42,41%), che rappresentano la quota più consistente del pubblico televisivo nel suo complesso. Si tratta di donne perlopiù anziane, il cui stile di vita si caratterizza per la limitatezza delle risorse, degli interessi culturali e delle occasioni di socializzazione; esse rappresentano le maggiori consumatrici di televisione. Ma la preponderanza delle appartate viene ridimensionata se si considerano gli indici di share, che indicano un loro sottodimensionamento (tutti i valori dei segmenti relativi alle appartate sono inferiori a 100), a vantaggio praticamente di tutti gli altri stili di vita. L’analisi degli indici di share rivela che il programma tenta di proporsi a un pubblico con stili di vita differenti, in particolare al pubblico femminile con stili giovanili: al segmento delle liceali (giovani studentesse della classe media con uno stile di vita leggero e spensierato, che consacrano la loro giornata alla scuola, agli amici e allo svago) e dell’elemento femminile dei delfini (gioventù “dorata” che dispone di denaro e cultura, aperta alle nuove conoscenze e al divertimento). Anche gli stili centrali femminili delle colleghe e delle commesse sono sovradimensionati in termini di share in Verissimo; questi due stili centrali femminili, composti da persone più giovani delle appartate, hanno in comune la conciliazione della vita privata (soprattutto la famiglia nel primo caso, la socializzazione e lo svago nel secondo) con attività lavorative spesso intese in termini strumentali. 142 “La vita in diretta” Data: Rete: Ora: Regia: Conduzione: Audience media: Share: Indice di penetrazione: 12-16 marzo 2001 Raiuno 16,15-18,55 Claudia Mencarelli Michele Cucuzza 2.695.000 (69% donne) Donne 30.88% Uomini 24.61% Donne 6.48% Uomini 3.13% 1. Struttura e conduzione del programma Programma pomeridiano di Raiuno, La vita in diretta ha una struttura più dilatata rispetto a Verissimo (due ore e trentacinque minuti) e alterna, in un accostamento dall’effetto straniante, storie ad alto tasso di drammaticità, servizi di costume e folclore locale e ritratti e interviste ai vip del mondo dello spettacolo. In studio è presente un pubblico, per lo più signore di una certa età e qualche bella ragazza, e un ospite famoso che si trattiene per buona parte della puntata. Il conduttore Michele Cucuzza ha la funzione di presentare da studio i vari servizi ma, soprattutto, di mediare gli argomenti trattati, con espressioni di circostanza o toni entusiastici a seconda delle occasioni, in modo da accompagnare il telespettatore lungo il racconto pomeridiano di quella che vuole essere la vita in diretta, cioè la rappresentazione dei vari momenti, drammatici o lieti, di cui si compone la cronaca italiana. Vale per questo programma la stessa osservazione fatta a proposito di Verissimo, sulla nutrita presenza di giornaliste in collegamento dall’esterno, e sulla sostanziale irrilevanza di questo dato ai fini di un allargamento del ventaglio consueto di rappresentazioni femminili. 2. La donna rappresentata nei servizi di cronaca I servizi di cronaca propongono una sostanzialmente equa rappre143 sentazione di figure femminili e maschili con, semmai, una marcata accentuazione del ruolo materno (ad esempio, nel caso di una donna morta per emorragia in ospedale, la scritta in sovrimpressione ricorda a tutti cosa succede “quando una mamma non c’è più”, oppure si enfatizza il ruolo materno nel gesto d’amore di una madre che dona il rene al figlio, o nella disperata ricerca della madre naturale da parte di una donna adottata). I servizi di costume e folclore sono, in gran parte, centrati su alimentazione e cucina (Frittate e tartufi a Norcia, La buona cucina della montagna, I trionfi della cucina, La cucina di primavera, ecc.); in questo caso può essere interessante notare come, in un campo tradizionalmente femminile, gli esperti sono solitamente uomini: il maestro di frittate, l’intenditore di tartufi, vari chef vincitori di premi, e così via, mentre le donne sono “le signore che tirano la pasta” o la madre che cucina sul forno a legna mentre spetta al figlio, maschio, descrivere i prodotti e i piatti tipici della loro azienda agricola. 3. L’immagine femminile nei servizi sui vip e sulla moda Come in Verissimo, c’è una forte sovrarappresentazione delle donne dello spettacolo, così come numerosi sono i temi ricorrenti fra le due trasmissioni. Si ritrovano qui le aree tematiche - già emerse nel programma concorrente - del corpo femminile e dei valori legati alla famiglia e al matrimonio. Un’analisi delle tecniche di intervista ai personaggi famosi fa emergere inoltre un’interessante articolazione della dimensione pubblica (in particolare professionale) e privata nella rappresentazione dei personaggi femminili. 3.1. Il corpo femminile La bellezza femminile è spesso posta al centro del discorso, con i suoi vari corollari di cura del corpo e sacrificio per renderla degna di un canone misurabile. L’importanza di questa dimensione emerge già nella ricorrenza veramente notevole dell’aggettivo “bella” per definire i personaggi femminili, ed è centrale nei servizi dedicati alle donne dello 144 spettacolo. Di bellezza e forma fisica si parla, ad esempio, nelle interviste a Ornella Muti (“nonna sempre più bella” dice la didascalia mentre le domande insistono sui segreti della sua invidiabile forma fisica), a Gabriella Golia che racconta di esercitarsi in palestra, a Brigitta Boccoli che sta seguendo la dieta, a Lorena Forteza, ingrassata a causa di una forte depressione e che ora confida quanto per lei sia importante rimanere “in forma”. In certi casi la bellezza diventa quasi un obbligo morale di rispetto e deferenza per l’occhio maschile; l’attaccamento alla bellezza è un valore femminile inequivocabilmente “giusto” e “normale”, al quale nessuna donna si deve, e può, sottrarre, pena il disinteresse maschile nella sfera privata e anche in quella pubblica. La donna deve essere bella o, comunque, dimostrare di impegnarsi in questo progetto, per sedurre il proprio uomo. Pertanto non appare una contraddizione la risposta dell’attrice Beatrice Luzi, impegnata in un’intervista sulla sua giornata di shopping e sull’importanza di trucco e abbigliamento, che alla domanda “una buona lingerie si indossa più per se stessa o per chi la vede? “, afferma: “Credo per se stessi...”, ma poi aggiunge: “Credo che la lingerie più interessante sia quella che ti ha comprato lui”. La contraddizione non è forte, proprio perché il valore è ormai interiorizzato, quindi questo comportamento appare naturale al limite da far convergere lo star bene con se stessi con il piacere all’uomo. Ma il trionfo dell’ossessione bellezza è raggiunto nel servizio dedicato alle selezioni in corso di aspiranti modelle; il tipo di bellezza che emerge come modello, canone, riferimento mai seriamente messo in discussione è quello di una bellezza naturale che deve essere coltivata e perfezionata a prezzo di grandi sacrifici e rinunce, fatta rientrare a forza di diete ferree in misure rigide e precise. Le ragazze si lasciano scrutare dalla telecamera nei loro dettagli fisici, discutono delle misure e circonferenze richieste, fiere di rientrarvi o avvilite dal fatto di eccederle di pochi centimetri ed essere così escluse dalla selezione. Accettano senza alcuna critica, semmai con una pericolosa autocritica, il responso del centimetro e della bilancia, ripongono in esso il loro avvenire e le loro speranze, si adeguano docilmente alla loro identità di donne misurabili. Le voci dallo studio penetrano di tanto in tanto nel servizio in diretta: sono fischi di ammirazione, ovazioni, applausi che accompagnano l’apparizione di una bella aspirante modella o la sua riuscita nella “prova 145 del metro”; sono interventi consolatori per le ragazze che non ce l’hanno fatta, improntati però alla stessa logica: “Non preoccuparti, quei chili in più si perdono in fretta”. E a ulteriore conferma che quello della donna sia un corpo misurabile, ecco gli esempi dell’intervista a Charlize Theron in cui il giornalista, improvvisamente, mentre l’attrice sta parlando del suo ultimo impegno professionale, chiede quali siano le sue misure fisiche, o il servizio su Alessandra Cellini che nonostante il titolo, Gli occhi di Alessandra, parte dalla vera e propria misurazione del corpo della ragazza perché, come lei stessa candidamente ammette, “l’apparenza per noi donne è tutto”. Di fronte a tanta perfezione, però, il programma, ricordandosi del suo pubblico di telespettatrici che, come ci svelano i dati Auditel, appartengono in maggioranza alla fascia delle casalinghe che credono nei valori più tradizionali, tenta l’operazione inversa e a prima vista contraddittoria, di normalizzare le star dello spettacolo, di coglierle nei momenti della loro quotidianità, rendendole, in qualche modo, più simili a quel pubblico di persone comuni di cui il programma si vorrebbe fare interprete. Ecco, quindi, le star intervistate nell’ambiente domestico della loro casa (Cinzia Leone, Roberta Beta, Laura Gucci, Regina Schrecker, Pat Cleveland, Angela Cavagna, Gabriella Golia, Francesca Piri), vengono mostrate camera da letto e cucina, spesso si chiede loro di cimentarsi in prove culinarie. Secondo questo processo anche il corpo della diva diviene domestico, esemplare in questo senso l’intervista a Angela Cavagna: mentre la telecamera indugia sulle sue forme opulente, la Cavagna si presenta come massaia perfetta, abile cuoca, sarta esperta, va al mercato e afferma di credere nei valori della verginità, della famiglia e della moralità, in stridente contrasto con le foto appese in tutta la casa che la ritraggono in pose provocanti. 3.2. I valori legati alla famiglia e al matrimonio La famiglia insieme al matrimonio si impongono come elementi trasversali e costanti nella gran parte dei servizi. Ecco allora le domande rituali alle donne famose sulle loro intenzioni nei confronti del matrimonio o i loro bilanci sul ménage familiare se sono sposate (ad esem146 pio ad Anna Falchi, Marisa Laurito, Carmen Russo, Brigitta Boccoli, Corinne Cléry, Vittoria Belvedere); oppure la presentazione delle dive insieme alla famiglia (Pat Cleveland con marito e figli, Gabriella Golia con il figlio, Francesca Piri con zii e cugini, Lorena Forteza che mostra le foto del figlio); o, ancora, l’esaltazione della famiglia come valore più alto nella parole di Roberta Beta, di Milena Miconi, di Angela Cavagna. Il matrimonio è, inoltre, elemento tematizzato in un lungo servizio in diretta, ambientato nel salone Expo Sposi, che si propone esplicitamente, con densa retorica matrimoniale, di dare consigli pratici alle donne che stanno vivendo “il giorno più importante della loro vita”, che stanno per ricevere “il dono più importante della vita”. Da chi ricevano questo dono non è chiaro: forse dal destino, o forse da uomini che, dal canto loro, sembrano più intenti a rifuggirlo. La posizione maschile nei confronti dell’unione matrimoniale si esprime nelle posizioni esplicite e dissacranti dell’attore Vanni Corbellini, ospite in studio, che critica l’aspetto di compravendita associato al matrimonio e scherza sulla sua raggiunta indipendenza domestica, importante “per non doversi sposare”; si esprime ancora nell’ironia scaramantica del conduttore televisivo Massimo Giletti che conduce il servizio sul salone Expo Sposi, simulando la parte dello sposo. Il cliché è rispettato: uomini in fuga (da un matrimonio che, lungi dal perfezionare la loro identità, potenzialmente la minaccia) e donne in attesa (di uno status, di completezza, realizzazione, riconoscimento sociale). 3.3. L’articolarsi di pubblico e privato nelle interviste alle donne dello spettacolo I valori di riferimento per le donne sono, dunque, quelli tradizionalmente femminili che coincidono con la sfera del privato; bisogna, tuttavia, segnalare il costante tentativo, da parte dei giornalisti del programma, di penetrare quanto più possibile nella vita privata dei personaggi famosi sia donne che uomini. Emerge quindi, anche nei confronti dei personaggi maschili, l’interesse prioritario alla dimensione privata piuttosto che pubblica, all’intimità piuttosto che alle realizzazioni professionali. Ciò nonostante, gli uomini famosi intervistati oppongono maggiori resistenze, rispetto a molte loro colleghe, ai tentativi insistenti dei giornalisti di penetrare nella loro sfera privata, con atteggiamenti che, senza configurarsi apertamente come un rifiuto, risultano però scoraggianti per l’in147 tervistatore, che a un certo punto ne prende atto e decide di spostare l’attenzione alla sfera pubblica (ad esempio nelle interviste a Michele Placido, Emilio Carelli, Vanni Corbellini). Molte delle celebrità femminili intervistate appaiono, invece, più abituate e allenate ad aprire allo sguardo esterno la propria intimità, rassegnate alla ricorrenza e inevitabilità di queste incursioni, forse istintivamente consapevoli del peso determinante di questa componente nella costruzione della loro immagine pubblica. D’altra parte, indipendentemente dalla volontà o dall’attitudine soggettiva dell’intervistato, l’insistenza del giornalista si pone limiti diversi quando insidia la sfera intima del personaggio maschile, è consapevole delle resistenze che incontrerà e chiede il permesso di violarle (aperture come “sappiamo che non ti piace parlare della tua vita privata, ma il pubblico vorrebbe sapere...”; “forse non ami parlare di queste cose, ma dicci almeno...”). Le premesse sono diverse nel caso dei personaggi femminili, indagati con un’insistenza decisamente maggiore, ostinata e spesso incurante della reazione provocata, come in un’intervista a Claudia Pandolfi: la sua carriera professionale è il debole pretesto dell’intervista, condotta con uno stile allusivo e interessata soltanto ai suoi amori; il giornalista non si perde d’animo neppure davanti alla reazione infastidita dell’attrice che lo rimprovera di essere assolutamente disinformato sulle sue ultime tappe professionali e quindi impreparato a intervistarla. Un caso esemplare che riassume chiaramente questi elementi è l’incontro con Laura Gucci, il suo è uno dei pochi esempi di donne potenti rappresentate in televisione, ma i modi di raccontare l’esperienza di questa imprenditrice sono differenti da quelli utilizzati normalmente per descrivere le carriere di uomini di successo. Nella pur lunga intervista non emerge con chiarezza il tipo di lavoro svolto dalla donna e il percorso per arrivarci. Si insinua che la donna brilli di luce riflessa, grazie al cognome famoso, i temi trattati sono tipicamente femminili: il rapporto lavoro-famiglia, la casa in Toscana, come ricevere gli ospiti, i figli, i consigli per le feste, l’importanza della seduzione, l’abilità in cucina, la cura del corpo, la conquista del marito. Innanzi tutto è chiaro come sia subito centrale il rapporto fra la sfera privata e quella pubblica, fenomeno tipicamente femminile, perché raramente a un potente uomo si chiede come riesca a conciliare la sua professione con il ruolo di padre o marito; l’ambiente stesso in cui si svolge la conversazione, la casa in Tosca148 na, mostra la donna nel suo luogo naturale, il focolare domestico. Il tipo di lavoro svolto dall’imprenditrice, seppure ad alto livello, sembra anch’esso un settore abbastanza femminile visto che diventa una scusa per dare consigli su come si apparecchia una tavola o si ricevono gli ospiti; la presenza dei figli, poi, rassicura i telespettatori sulla sua dedizione di madre. E’ quindi evidente il tentativo di marginalizzazione operato nei confronti di un’attività lavorativa femminile che si discosta dalle tradizionali qualità domestiche e che potrebbe esprimere valori diversi rispetto all’amore di coppia o alla famiglia; addirittura, in taluni casi, l’attività professionale della donna non è che il pretesto per parlare del compagno famoso: è il caso del servizio su Nicoletta Mantovani. Anche quest’incontro potrebbe essere il ritratto di una donna che lavora, dato che Nicoletta Mantovani è la produttrice del musical Rent, ma, fin dall’inizio, si comprende che questa donna splende di luce riflessa, il compagno Luciano Pavarotti diventa la figura centrale dell’intervista. Vediamo il lancio di Michele Cucuzza e subito la prima domanda dell’inviata: “E adesso la produttrice di un musical che si sta per realizzare che è anche la compagna di Pavarotti, Nicoletta Mantovani”, “Nicoletta Mantovani, la compagna del maestro Luciano Pavarotti...”, e poi: “Nicoletta, il lavoro, gli impegni di lavoro ti tengono spesso lontana dal maestro, il maestro condivide i tuoi successi o è un po’ geloso del tuo lavoro?” Si comprende subito che Nicoletta parte da produttrice e anche compagna di Pavarotti ma diventa subito compagna di Pavarotti e anche produttrice, ma solo marginalmente, se non disturba troppo il compagno; la sua biografia è descrivibile in base alle tappe fondamentali della sua storia d’amore che ne plasmano l’identità. Tutto il resto dell’intervista dimentica la produzione del musical per indagare la storia d’amore con Pavarotti; anche se il “maestro” non è fisicamente presente in studio, la sua presenza aleggia costantemente come sottofondo musicale alle parole della donna che, da buona amante, non disattende le attese e lo incensa in continuazione. 4. Il profilo del pubblico femminile sulla base dei dati auditel – Età Il 64,6% delle telespettatrici sintonizzate su La vita in diretta supera i 55 anni. L’incidenza maggiore per lo share femminile complessivo 149 del programma deriva dalle donne anziane sopra i 64 anni (con un indice di 148, e di 121 per la classe di età fra i 55 e i 64 anni). Questo programma, a differenza della trasmissione concorrente di Canale 5, non penetra significativamente nelle classi di età più giovani. – Istruzione Il pubblico femminile de La vita in diretta si caratterizza per un tasso di istruzione inferiore rispetto a quello di Verissimo. Il 60,58% delle donne sintonizzate sulla trasmissione di Raiuno ha un titolo di studio elementare. – Aree geografiche Per quanto riguarda la composizione geografica, la percentuale più significativa del pubblico (31,19%) risiede nel sud Italia. – Stili di vita Emerge in modo più netto rispetto al programma concorrente la preponderanza, nella composizione dell’audience, delle categorie delle appartate (62,08%), donne in maggioranza anziane, con risorse materiali e interessi culturali limitati, con scarse occasioni di socializzazione e una vita che si svolge perlopiù all’interno dell’orizzonte domestico. A differenza del programma di Canale 5, gli stili giovanili sono fortemente sottodimensionati, così come gli stili centrali femminili delle colleghe e delle commesse, donne più giovani, con interessi che si estendono al di fuori dei confini domestici. 5. VARIETÀ “Buona domenica” e “Domenica in” Data: Rete: Ora: 150 Buona Domenica 11 marzo 2001 Canale 5 13,35-19,55 Domenica in 11 marzo Raiuno 14,00-19,55 Regia: Roberto Cenci Stefano Vicario Conduzione: Maurizio Costanzo Paola Barale, Claudio Lippi, Luca Laurenti Carlo Conti, Iva Zanicchi Audience 4.588.000 (64% donne) 3.205.000 (62% donne) Share Donne 34.73% Uomini 24.12% Donne 23.06% Uomini 17.89% Indice penetrazione Donne 10.31% Uomini 6.09% Donne 6.92% Uomini 4.56% 1. La struttura dei programmi Quella di Buona Domenica (Canale 5) e Domenica in (Raiuno) è una formula che prevede la commistione di generi diversi, all’interno di una struttura a flusso che punta sulla convivialità, sul clima rilassato e amichevole. La funzione di questi programmi è quella di riempire il lungo pomeriggio televisivo domenicale rivolgendosi a pubblici compositi e stratificati. I giochi si alternano alla musica, ai balletti, ai momenti di conversazione, alla presentazione degli ospiti. Il pubblico presente in studio, che replica nella sua composizione stratificata il pubblico a casa, viene spesso interpellato, invitato a partecipare alle attività che via via si svolgono e a tratti assume il ruolo di protagonista. La presenza degli ospiti, centrale in entrambi i programmi, è gestita in modo abbastanza differente, così come appare diverso il peso e la partecipazione del pubblico in studio. In Buona Domenica numerosi ospiti, di solito fissi, donne e uomini del mondo dello spettacolo, hanno il ruolo di animatori: la telecamera li riprende continuamente mentre ballano, cantano, ridono, partecipano ai vari giochi, ammiccano alla telecamera, scherzano e interagiscono col pubblico in studio. Raramente emergono figure professionali ben definite poiché gli ospiti sono fusi e amalgamati l’un l’altro senza vera151 mente distinguersi.43 Il pubblico in studio ha un ruolo più attivo rispetto a quello di Domenica in, è frequentemente interpellato e coinvolto, ha consistenti spazi di protagonismo. Nel complesso, in Buona Domenica il movimento prevale sulla conversazione, che è perlopiù breve e frammentaria, accenna ai temi senza approfondirli, solleva problemi della gente comune e talvolta li porta a soluzione (connotandosi a tratti come TV di servizio), si limita a raccogliere brevi opinioni tra gli ospiti presenti e i membri del pubblico. Domenica in accoglie gli ospiti in maniera più tradizionale, collocandoli in una posizione centrale, decentrata rispetto al pubblico, affiancati dal conduttore/conduttrice che dà il via all’intervista. Altri ospiti - giornalisti, opinionisti, volti noti della TV - intervengono a loro volta per porre domande, fare commenti, sollevare discussioni. Nel complesso, gli ospiti hanno uno spazio di espressione piuttosto esteso. Il pubblico in studio viene invitato talvolta a partecipare o a diventare protagonista di momenti di spettacolo, ma conserva perlopiù il ruolo di spettatore. Queste differenze nella struttura dei due programmi - più ispirata alla festa, al gioco, al movimento Buona Domenica, più colloquiale Domenica in44 - fanno sì che i tratti significativi della rappresentazione di genere emergano nei due casi in dimensioni, luoghi, modi differenti. ____________ 43. Nella puntata analizzata, soltanto Amanda Lear riceve un notevole spazio di intervista, che appartiene alla TV del dolore: la trasgressiva attrice-cantante racconta la vicenda tragica in cui il marito ha perso la vita e la sua incapacità di superare il dolore della perdita. La professionalità del personaggio, così come la sua ambiguità trasgressiva scivolano nell’ombra per fare posto da un lato a una sua normalizzazione e umanizzazione attraverso il dolore, dall’altro a una “femminilizzazione” attraverso la sua attuale condizione di debolezza e fragilità. 44. Il clima di Domenica in non risulta impregnato da quel “giovanilismo” che caratterizza il programma di Costanzo. Anzi, particolare risalto ed enfasi vengono dedicati a cantanti non più giovani (Peppino di Capri e Franco Califano), si pone forte accento sulla loro carriera passata, i successi ormai vecchi e l’esperienza da veterani. Non c’è qui il tentativo di imporre anche al target anziano un modello d’immagine giovanilista. 152 2. La conduzione A tenere insieme le varie parti e i vari momenti del programma sono i conduttori: un Maurizio Costanzo dominante in Buona Domenica, affiancato da alcuni altri personaggi con ruoli ben più specifici e limitati: Claudio Lippi e Luca Laurenti, protagonisti di alcuni giochi e di intermezzi di comicità; Paola Barale, la cui presenza è costante in video e percorre tutta la trasmissione, senza accompagnarsi però a un ruolo attivo rilevante di conduzione; Enrica Bonaccorti che conduce la rubrica degli animali. Nella conduzione di Domenica in c’è un equilibrio molto maggiore tra elemento femminile e maschile: un Carlo Conti dinamico e vivace divide la scena con una esuberante Iva Zanicchi. I due conduttori si alternano in alcune fasi del programma e si ricongiungono in momenti di conduzione corale, in cui Conti sembra soffrire di soggezione per la spigliatezza e la notorietà della collega che, con il suo stile spontaneo e popolaresco, riesce facilmente a monopolizzare la scena. 3. La rappresentazione dell’immagine femminile in Buona Domenica Si è già rilevato come in Buona Domenica il movimento prevalga sulla conversazione e come gli stessi ospiti abbiano una partecipazione più espressiva che comunicativa. E’ dunque prima di tutto nella dimensione dell’immagine che si cercherà di individuare gli elementi rilevanti della rappresentazione femminile. Quanto alla comunicazione verbale, saranno analizzati soprattutto alcuni momenti che vedono come protagonista il pubblico. 3.1. Le immagini La telecamera percorre l’intero studio comportandosi come lo sguardo di un partecipante a una festa, che scorre i vari luoghi, incrociando sguardi e movimenti, corpi ed espressioni, soffermandosi brevemente su una conversazione, su uno scambio di battute, sulle fasi di un gioco. Numerose giovani donne sorridenti, in costumi ridotti dai colori 153 vivaci, si offrono costantemente alla telecamera, pressoché indistinguibili nella loro identità, semplici effetti scenografici, esistenti solo come grafica vivente o come sollecitazione sessuale rivolta al pubblico maschile. Gli stessi ospiti sono inseguiti e indagati dalla telecamera mentre partecipano alle varie attività: giochi, balli, canti, e nell’indugiare della telecamera su di loro emergono “intenti” diversi a seconda del sesso del soggetto rappresentato: gli uomini sono ripresi generalmente mentre fanno qualcosa e l’inquadratura segue il gesto o l’articolarsi significativo dei gesti in azioni; soltanto alcuni uomini tra gli ospiti, quelli presentati all’inizio del programma come “i belli”, ricevono inquadrature anche in momenti di inattività e di solito si tratta di primi o primissimi piani che sottolineano espressioni e stati d’animo. Le donne sono costantemente nell’occhio della telecamera, che siano intente in qualche attività oppure del tutto inattive, con inquadrature che percorrono per intero i loro corpi e che si soffermano sui dettagli. La telecamera segue talvolta l’articolarsi compiuto dei loro gesti, ma spesso lo interrompe per concentrarsi su dettagli che sono evidentemente significativi di per sé: la forma di un seno intravista attraverso la scollatura, uno spacco che scopre la gamba, una schiena nuda, ecc. Nel complesso, il rapporto tra il tempo agito o parlato da una parte e il tempo visivo dall’altra tende alla coincidenza per gli uomini, mentre è fortemente squilibrato a favore del tempo visivo per le donne. Ci sembrano particolarmente pertinenti, a questo proposito, le osservazioni di Vivien Burr che in un suo saggio si sofferma sulla rappresentazione visiva dominante del corpo maschile e femminile: “...il primo è fatto per l’azione, laddove il secondo è fatto per essere guardato (...). Gli uomini sembrano intenti a ciò che fanno e chi li guarda sembra essere uno spettatore casuale. Al contrario, le figure di corpi femminili sono fatte essenzialmente per essere guardate”.45 L’autrice prosegue riferendosi ad altri autori che hanno ipotizzato come l’attenzione maschile alle fotografie femminili sia motivata in primo luogo da un timore ra_____________ 45. Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, il Mulino, Bologna 2000, p. 121 154 dicato della femminilità e dalla paura delle donne, depositarie di un potere sessuale pericoloso perché potenzialmente capace di fare perdere loro il controllo. Il monitoraggio costante del corpo femminile sarebbe dunque espressione del bisogno di mantenere un “occhio” sulle donne, di tenere sotto sorveglianza loro e la femminilità che rappresentano, illudendosi in questo modo di esercitare qualche forma di controllo e di potere su questi elementi. D’altra parte, è evidente nei programmi analizzati una dinamica convergente che crea una sorta di complicità tra l’occhio della telecamera - che monitora costantemente l’immagine femminile - e l’offrirsi ad essa dei personaggi femminili. Secondo Berger, le donne avrebbero interiorizzato il modello di sé come oggetto da guardare, così diffusamente proposto nelle immagini visive: “Una donna deve guardarsi continuamente (...) Fin dalla prima fanciullezza le è stato insegnato a indagarsi di continuo (...) perché il modo in cui appare ad altri, e in ultima analisi il modo in cui appare agli occhi degli uomini, ha importanza cruciale nel determinare il successo della sua vita”.46 3.2. Le interazioni col pubblico Il pubblico viene coinvolto diventando protagonista di brevi racconti, appelli, storie di vita, che introducono nel varietà gli elementi del talk show incentrato sulle persone comuni: vengono organizzate rimpatriate tra amici che non si vedono da anni, viene offerto spazio alle dichiarazioni d’affetto, d’amore, di risentimento che le persone del pubblico vogliono rivolgere ai loro cari, alla discussione collettiva di messaggi e-mail mandati dal pubblico a casa. In questi momenti del programma si possono individuare alcuni tratti tipici dei talk show che, come vedremo nel capitolo successivo, hanno potenzialmente una portata positiva sulla rappresentazione di genere: sostanzialmente, la partecipazione paritaria di uomini e donne al processo di contrattazione delle norme di convivenza. La discussione collettiva all’interno di un pubblico composito e stratificato, che include uomini e donne di vari gruppi di età, provenienza e stile di vita, fa ___________ 46. J. Berger, Ways of Seeing, Penguin, London 1972, p. 46 155 confluire discorsi “separati” in un terreno comune di contrattazione. Questo rientra chiaramente nella strategia del programma, che sa di rivolgersi a un pubblico a casa molto vario e cerca di trattenerlo trovando spunti di discussione che possano interessare e coinvolgere tutte le categorie: esemplare in questo senso è il gioco della seduzione, in cui un ragazzo cerca di sedurre una coetanea, ma prima del suo responso deve sottostare ad un giudizio collettivo che chiama in causa il gruppo delle amiche di lei, i genitori di lei e il pubblico: la decisione finale è lasciata ovviamente alla ragazza, ma tutte le voci hanno avuto modo di esprimere la loro scelta personale o corale, quindi sono stati coinvolti con ruolo “attivo” nella decisione. Quale rappresentazione della donna emerge nel complesso da queste storie? Innanzitutto si afferma il suo ruolo imprescindibile nella negoziazione: la maggior parte delle storie riconducono le dinamiche nel quadro familiare, in cui uomini e donne arrivano a una ricomposizione dei potenziali conflitti attraverso la discussione e la trattativa. L’iniziativa del discorso o dell’atto appartiene ora agli uomini, ora alle donne, anche se nella maggior parte dei casi (all’interno della puntata analizzata) la donna appare reattiva piuttosto che attiva, cioè quando agisce lo fa più spesso per rispondere a sollecitazioni maschili, e il suo “potere” si esprime in questi casi nel dare il consenso oppure nel negarlo. In secondo luogo, ci sembra degna di approfondimento l’ambizione di modernità che si profila nello sforzo di raccontare storie e episodi in linea coi cambiamenti della società e del ruolo della donna. Ecco allora la rilevanza data alla e-mail di uno spettatore, rimasto a casa con le figlie piccole mentre la moglie sta partecipando alla trasmissione, rilevanza data appunto per sottolineare l’inversione dei ruoli tradizionali (la donna nello spazio pubblico, l’uomo in quello domestico). E poi la solidarietà alle quattro mogli che per protesta contro i mariti in viaggio di piacere a Santo Domingo sono venute a Roma per partecipare al programma e vengono invitate alla “trasgressione” del ballo con quattro aitanti giovani vip ospiti in studio. E ancora l’e-mail di una ragazza che lamenta la distrazione sessuale del fidanzato e stimola discussioni e testimonianze sull’argomento: anche in questo caso, si dà voce a quella che può sembrare un’inversione dei ruoli tradizionali maschio-femmina, ma sottolinearlo non fa che confermare che non è ancora pacifica l’accettazione di una sessualità completa e appagante per la donna. 156 E’ proprio qui che sta a nostro avviso la portata modesta dell’inversione dei ruoli: questi episodi sono presentati come figure che emergono per il loro carattere insolito rispetto a uno sfondo di normalità che si suppone condiviso. Il programma si propone come un luogo in cui avviene la sospensione di questa normalità, offre “asilo politico” (parole usate dallo stesso Costanzo) alle donne che vogliono momentaneamente sfuggire ai consueti rapporti e ruoli di genere, ma la critica allo sfondo inevitabile e dominante di quella normalità e di quelle consuetudini rimane debole. In altre parole, il quadro di riferimento non è quello di un permanente riequilibrio dei ruoli, ma piuttosto quello di una momentanea ed episodica inversione dei ruoli stessi. 4. La rappresentazione dell’immagine femminile in “Domenica in” 4.1. Gli ospiti Oltre che nella conduzione, l’equilibrio tra elemento maschile e femminile è presente anche nella scelta degli ospiti, che nella puntata analizzata sono tutti musicisti, data la vicinanza del Festival di Sanremo. Essi sono interpellati soprattutto sulla loro carriera musicale, con qualche incursione nella vita privata che insidia maggiormente le donne (o gli uomini molto giovani), mantenendo comunque nel complesso una certa discrezione e un tono più defilato rispetto al discorso sul talento naturale dei musicisti, sui testi delle canzoni, sulle loro prospettive di carriera, sui meccanismi del festival di Sanremo e più in generale dell’industria musicale. Un altro gruppo di ospiti, giornalisti e dee-jay, ha il compito di intervistare i cantanti e di discutere con loro di argomenti musicali, ma non solo. Tra questi ospiti, notiamo una differenza di ruoli nel senso che i commentatori della carta stampata sono in prevalenza uomini - a parte due giornaliste, di cui una di cronaca rosa - mentre le donne sono più numerose nel gruppo dei dee-jay, quindi più addentro al mondo dello spettacolo in prima persona. Complessivamente, però, nel dibattito che si delinea emerge un sostanziale equilibrio delle competenze messe in gioco da questi ospiti nel loro ruolo di intervistatori e di commentatori. Emerge anche un trattamento paritario e ugualmente valorizzante 157 nei confronti dei musicisti uomini e donne che si alternano nel corso della trasmissione, se si esclude l’emergere di alcuni stereotipi: - durante l’intervista a Paola Turci, un ospite, ritenendo il suo stile troppo appiattito su quello della collega e collaboratrice Carmen Consoli, fa emergere la questione della possibilità di una facile collaborazione tra due donne. Si tratta evidentemente di un vecchio stereotipo, un vero e proprio topos della critica nei confronti di artisti donne. Le posizioni si intrecciano coinvolgendo, oltre alla Zanicchi (che ricorda l’impossibilità, ai suoi tempi, di una collaborazione tra primedonne della musica) parecchi ospiti. La parola conclusiva è della Turci stessa che offre un esempio di sublimazione nell’arte della conflittualità di genere: questa viene per così dire “neutralizzata” attraverso il ricorso alla natura prettamente professionale del rapporto tra le cantanti: “non si deve parlare di collaborazione tra donne, bensì tra artisti”; - la rubrica sul look dei cantanti di Sanremo verte sull’importanza del look nell’identificare il personaggio e nel contribuire a dargli il tocco di divismo che il suo ruolo richiede. Soltanto un uomo però, tra i cantanti di Sanremo, viene sottoposto a questa valutazione, i commenti si concentrano esclusivamente sul look femminile, come a sottintendere che l’identificazione e il successo del personaggio femminile si giocano - in misura superiore rispetto a quello maschile - al di fuori del piano musicale, sul piano dell’esteriorità fisica, del corpo e della sua decorazione. 4.2. Le immagini Un altro elemento interessante di rappresentazione femminile rilevato dall’analisi emerge in un certo uso del corpo femminile e in un trattamento contraddittorio della sua erotizzazione. L’intera trasmissione è punteggiata dalla presenza di ragazze in costumi di scena molto succinti che hanno fondamentalmente una funzione decorativa di sfondo: come statue sorridenti, si stagliano alle spalle dei conduttori, presenziano docilmente ai giochi con l’immobile sorriso, accompagnano il passaggio tra momenti diversi del programma; il loro ombelico fa occhiolino tra i volti dei membri del pubblico, il loro décolleté si fa largo tra le inquadrature. Indubbia è comunque, come abbiamo già rilevato in 158 Buona Domenica, la loro perdita di individualità e il loro ruolo di oggetti della visione. Se è innegabile la connotazione erotica della loro presenza, è altrettanto vero che il loro erotismo è addomesticato, diluito in sorrisi più amichevoli che provocanti e declinante in una sovraesposizione che conduce all’abitudine e all’assuefazione. In modo anche più significativo emerge il dispositivo di addomesticamento dell’erotismo femminile nel momento in cui la prima ballerina, donna dalla sensualità prorompente e aggressiva (oltre che - va detto - dalla innegabile bravura professionale), viene chiamata dal conduttore a partecipare alla televendita di elettrodomestici per la casa, con le parole: “La vedete così, ma lei è anche una brava donnina di casa”. Si realizza dunque la riconduzione letterale di un potenziale erotico tanto più conturbante in quanto attivo, aggressivo e “selvaggio” alla dimensione domestica, familiare, più rassicurante e accettabile per il pubblico familiare domenicale. Il ricorso a richiami di tipo sessuale appare più circoscritto rispetto a Buona Domenica, non generalizzandosi anche agli ospiti del programma, come avveniva ampiamente in quel caso. Esemplare, a questo proposito, la presenza in studio di Roberta Beta del Grande fratello: mentre infatti il programma di Canale 5 insiste con inquadrature ravvicinate delle tre ospiti del Grande fratello, Cristina, Francesca e Maria Antonietta - tutte in versione scollatissima - Roberta si presenta “vestitissima” ed interpreta un ruolo professionale (inviata di Radio Due) in maniera del tutto paritetica rispetto agli ospiti maschili. 5. Il profilo del pubblico femminile sulla base dei dati auditel – Età Il dato auditel relativo all’audience percentuale mette in luce la composizione variegata del pubblico femminile a casa, per quanto riguarda le fasce di età: le percentuali più elevate di audience corrispondono alle classi di età più mature, ma anche le età medie sono ben rappresentate. Questi dati confermano le osservazioni fatte nel corso della trattazione, a proposito della composizione composita del pubblico in studio e dell’articolazione di storie, racconti e momenti di discussione che cercano di coinvolgere in un terreno comune persone di varia età, dall’adolescenza all’età anziana. 159 Il confronto tra i due programmi, per quanto riguarda l’indice di share sul totale delle ascoltatrici mette però in evidenza differenze significative: l’impronta giovanilistica di Buona Domenica risponde evidentemente alla considerazione del pubblico giovane e giovanissimo (dai 4 ai 24 anni), che risulta in effetti sovradimensionato, evidenziando degli indici di share superiori a 100. Invece, lo stile più sobrio e i toni più calmi di Domenica in sono più coerenti con il pubblico di questa trasmissione, che - al contrario della precedente - presenta un sottodimensionamento delle classi di età giovani e un sovradimensionamento delle classi più anziane, dai 55 ai 64 anni e soprattutto oltre i 64 anni. – Istruzione Le categorie di istruzione più rappresentate nel pubblico dei due programmi sono quelle basse, soprattutto per Domenica in (composizione dell’audience percentuale: 48,30% contro il 41,47% per Buona Domenica); comparativamente, Buona Domenica risulta un po’ più seguita dalle categorie con titolo di studio medio-inferiore (29,95% contro 22,85%) e Domenica in da quelle con titolo di studio medio-superiore (20,79% contro 18,21%). – Aree geografiche Osservando comparativamente i dati relativi all’audience percentuale e agli indici di share, si nota che le aree geografiche più coinvolte sono, per Domenica in, il sud (37,99%, contro il 31,32% del programma concorrente) e in misura minore il nord-est (18,14% contro 12,61% del concorrente); sono invece il sud e le isole per Buona Domenica (isole: 16,22%, contro l’11,43% del programma di Raiuno; l’indice di share arriva a 134, ad indicarne la sovrarappresentazione), che risulta comparativamente più seguita anche al nord-ovest (22,52% contro il 16,61%) e al centro (17,32% contro 15,84%). – Stili di vita L’analisi degli stili di vita rivela le ulteriori specificità dei due programmi concorrenti: il programma di Canale 5, oltre ad affermarsi nelle categorie più esposte alla televisione in generale, le appartate di età me160 dio-alta e avanzata (donne di condizione disagiata, con relazioni sociali che si riducono a quelle del gruppo primario - familiari, conoscenti - e valori di impronta tradizionale), raggiunge con successo il target delle avventate, caratterizzate da una marginalità culturale e da un isolamento sociale che le spingono ad un’impossibile ricerca della qualificazione attraverso i consumi - che superano però i mezzi finanziari a disposizione - e i segni di prestigio esteriore (questo target, pur mostrando un’audience percentuale molto bassa - 1,55% - raggiunge un indice di share pari a 148; esso è invece fortemente sottodimensionato in termini di share nel pubblico del programma concorrente); inoltre, si afferma nel target giovanile e spensierato delle liceali e in quello più adulto, ma a sua volta portato all’evasione e alla leggerezza, delle commesse. Il programma di Raiuno, che ha meno successo con le fasce giovanili, raggiunge invece in modo più massiccio le appartate, in particolare quelle di età più avanzata, e le raffinate, casalinghe bene, di condizione economica agiata, con discreti interessi culturali e una vita sociale piuttosto brillante. “Matricole” (Quando non erano famosi) Data: Rete: Ora: Regia: Conduzione: Audience media: Share: Indice di penetrazione: 13 marzo 2001 Italia 1 20,40-23,00 Tiziana Martinengo Simona Ventura, Enrico Papi 3.706.000 (57% donne) Donne 14.41% Uomini 13.94% Donne7.41% Uomini 5.90% 1. La struttura del programma Matricole, in onda su Italia 1 in prima serata, intende caratterizzarsi come un programma giovane, vivace, leggero, irriverente, dal ritmo incalzante ed è una variazione sul tema della possibilità di raggiungere 161 il successo mediatico: la linea è quella di Meteore - costruito sui passanti celebri della TV ritornati anonimi, o di Provini - campionario dei delusi dal mancato aggancio con la popolarità. I protagonisti di Matricole sono “quelli che ce l’hanno fatta”, come sottolinea la conduttrice Simona Ventura, quelli cioè che sono riusciti a raggiungere la notorietà e per il momento la mantengono. I vip sono dunque i protagonisti del programma in quanto ospiti in studio - che parlano di sé, parlano tra di loro e parlano di altri vip - e soprattutto in quanto oggetto di svelamento: vengono mandati in onda filmati che li ritraggono ai loro esordi nel mondo dello spettacolo (provini, partecipazioni più o meno marginali a programmi televisivi), esordi talvolta imbarazzanti, che possono avvicinare il sogno del successo alle nuove matricole che tentano di entrare negli stessi mondi. Il successo di questo programma testimonia della curiosità e dell’attrazione del pubblico nei confronti dei personaggi famosi e della loro importanza nell’immaginario collettivo; d’altra parte, il trattamento loro riservato - la presa in giro, lo svelamento - rappresenta una tendenza significativa della neotelevisione, che trasforma il ruolo e l’essenza dei divi attraverso un avvicinamento al pubblico e alla sua quotidianità: da figure esemplari, lontane, mitiche, modelli irraggiungibili a figure familiari e vicine, umanizzate, con cui si può interagire nel salotto pubblico, e che vengono colte nel momento in cui erano ancora nessuno. La stessa stratificazione dei pubblici dimostra l’intersecarsi dei due mondi, dei vip e della gente comune: i vip protagonisti sono attorniati dal pubblico in studio che rappresenta un simulacro del pubblico a casa; quest’ultimo è invitato a farsi complice dell’operazione centrale del programma, il disvelamento dei vip, inviando filmati che li riguardano, eventualmente in suo possesso. 2. La conduzione Il ruolo dei conduttori è quello di “collante” tra i vari ospiti e filmati e di commento in sottofondo ai vari provini e spezzoni mostrati. La divisione dei compiti tra Simona Ventura e Enrico Papi lascia alla 162 prima il ruolo di reggere le fila del programma, introducendo gli ospiti e lanciando i filmati e le rubriche fisse, al secondo la funzione di disvelamento dei vari vip sul filo del pettegolezzo. Simona Ventura vince il confronto diretto con il suo collega Papi, che risulta una spalla per la grintosa prima donna: essa rappresenta la donna forte, sicura di sé, spiritosa, con quel tanto di aggressività che non basta però a renderla completamente autonoma e slegata dal ruolo familiare, vista l’insistenza di Papi nel richiamare il nome del marito, il calciatore Stefano Bettarini, per tutta la durata della trasmissione. Nonostante la conduzione fortemente controllata dalla Ventura, i comportamenti e i commenti triviali di Papi sembrano interpretare meglio il senso complessivo della trasmissione, che riflette un impianto maschile di narrazione degli autori e della regia. 3. Percorsi di carriera femminili e maschili nel mondo dello spettacolo La donna rappresentata in questo programma è la donna dello spettacolo: non può dunque essere considerata esemplificativa dell’immagine femminile in generale, ma riveste a nostro avviso un’importanza notevole, se si considera il ruolo che riveste nell’immaginario collettivo e la sua capacità di generare tendenze emulative. Il configurarsi del percorso di carriera e di identità dei protagonisti del programma ci sembra significativamente diverso nei personaggi femminili e maschili, nell’articolarsi delle sue fasi costitutive: l’identità e il progetto iniziali, la gavetta, il raggiungimento della fama e il suo consolidamento. Precisiamo che la ricostruzione di questo percorso, all’interno del programma, non segue la via lineare, consequenziale e significativa tipica del racconto biografico, ma prende forma nell’accostamento rapido, frammentario e non approfondito di immagini, soltanto in parte integrato da racconti e considerazioni degli ospiti presenti in studio. Rimane parzialmente in ombra la soggettività del personaggio, il percorso mostrato non coincide col percorso vissuto, quello che il personaggio probabilmente racconterebbe se fosse interpellato in modo approfondito. Ma è e163 vidente che si tratta di una scelta precisa degli autori e la nostra analisi si basa appunto sul prodotto di questa scelta, tentando di chiarire la costruzione di senso emergente dall’accostamento dei frammenti. 3.1. Il percorso verso la fama dei personaggi maschili I personaggi maschili, nella maggior parte dei casi, sono rappresentati “alle origini” nel compimento delle azioni che determineranno il loro successo professionale, in ruoli secondari o a livello non ancora professionale: Diego Abatantuono e Renzo Arbore recitano ruoli secondari in fiction televisive; Buffon si esercita nell’attività di portiere; Beckam bambino palleggia e manifesta l’aspirazione di diventare calciatore in una trasmissione televisiva per bambini; Gigi D’Alessio canta a una festa di matrimonio; Marco Liorni appare in una trasmissione giornalistica di alcuni anni prima, ecc. Attori, sportivi, comici, giornalisti conservano dunque nel tempo un alto grado di coerenza professionale fra le azioni svolte nelle immagini rubate da Matricole e quelle che ne legittimano il successo attuale. Gli esordi mostrati e il percorso che li porterà al successo sono sempre connotati positivamente nel racconto. Il valore positivo dell’apprendistato è tanto maggiore quanto più alto risulta il grado di coerenza fra le attività mostrate agli esordi e quelle svolte successivamente: nei racconti maschili questa coerenza sembra piuttosto alta e contribuisce ad esaltare la dignità del personaggio. Nel complesso, per i personaggi maschili si delinea un’immagine che, pur nella sua superficialità e frammentarietà, rimanda alla realizzazione di un progetto originario piuttosto chiaro e definito grazie al talento e alla tenacia; emergono dunque gli elementi di un percorso che si configura propriamente come crescita professionale. D’altra parte, quasi tutti gli uomini appartengono alla categoria degli arrivati, che cioè hanno raggiunto un livello di successo e carriera stabile, consolidato nel tempo ed hanno una collocazione di status specifica e riconosciuta. 3.2. Il percorso verso la fama dei personaggi femminili Se si escludono pochi casi (Carrà, Cuccarini, Ventura), per i personaggi femminili la strada verso il successo appare slegata dai talenti e 164 dall’idea di crescita professionale e si configura piuttosto come la realizzazione di un progetto generico (entrare nel mondo dello spettacolo, diventare famose) che mette in gioco - più che capacità e competenze specifiche - la bellezza e la sensualità, unite a una disponibilità di adattarsi a ruoli scelti per loro (Valeria Marini, ad esempio, nel decantare le sue misure canoniche e la sua immagine sensuale in un celebre provino, sottolinea la corrispondenza tra queste caratteristiche fisiche e il modello di attrice ricercata da Tinto Brass). Un percorso, dunque, improntato alla disponibilità-passività-adattamento più che all’originalità o all’imposizione di competenze e stili forti e personali; una chiara volontà di arrivare, non accompagnata da una precisa scelta delle abilità su cui formare la propria carriera artistica. L’impegno, lo studio sono talvolta citati come strumenti importanti sulla strada verso il successo, ma considerati puramente funzionali al perfezionamento dell’immagine, quindi diminuiti nel loro valore (ancora Valeria Marini che decanta l’importanza dello “studio e via dicendo” per migliorare l’immagine e che suggerisce una coincidenza - che sarebbe interessante indagare a fondo - tra persona, personaggio e immagine). La maggior parte delle donne rappresentate appartiene alla categoria dei personaggi che potremmo definire sospesi, ossia personaggi che hanno certamente raggiunto il successo, nel senso di avere una forte riconoscibilità e di avere avuto una fase di lancio a livello nazionale, ma che non hanno ancora superato la fase di consolidamento, né presentano una identità professionale ben definita e stabile. Il loro successo appare ancora fragile, potrebbe scomparire da un momento all’altro, e non sempre sembra fondarsi su qualità artistiche specifiche. E’ interessante delineare una tipologia dei percorsi-strumenti che hanno condotto le donne rappresentate dall’anonimato al successo: – La gavetta del sudore e della tenacia Pochi personaggi femminili sono soggetti a una rappresentazione simile a quella più ricorrente per i personaggi maschili: fra questi, Raffaella Carrà, Lorella Cuccarini (ospite in studio) e Simona Ventura (conduttrice del programma), donne “arrivate” a un giusto successo grazie a un’indubbia capacità professionale, al duro lavoro e alla tena165 cia. Il modello del loro percorso di carriera è quello tutto positivo di un lungo sforzo teso a migliorare una professionalità potenzialmente già ben riconoscibile e definita; il peso degli elementi corporei esteriori (pur presenti e sempre sottolineati da Papi) è assai meno rilevante dell’impiego di capacità e talenti. – La gavetta del corpo Per la maggior parte dei personaggi femminili si configura un diverso tipo di percorso: una gavetta centrata sul corpo e sull’esteriorità fisica, ben più che sul talento e la professionalità. Ed è proprio il corpo, il corpo femminile esibito, sezionato, criticato, ammirato il vero leit motiv della trasmissione. Numerose rubriche della trasmissione hanno come tema il corpo femminile come arma principale nella lotta per il successo ed è attraverso i titoli delle rubriche che cercheremo di ricostruire questo tipo di gavetta tipicamente femminile. a) I provini (Le faremo sapere) Mentre i (rari) provini maschili li rappresentano intenti a dimostrare delle competenze (recitative per Paolo Calissano, cabarettistiche per Ceccherini), i numerosi provini femminili sono incentrati sul momento in cui esse sono invitate a presentarsi, ad autodefinirsi, ad offrirsi all’obiettivo. I desideri ed i progetti espressi (Valeria Marini, Claudia Pandolfi, Rossella Brescia, Flavia Vento, Marina La Rosa) non sono legati ad una professionalità dai contorni ben definiti, ma ad una disponibilità astratta. Astratta perché questi personaggi ai loro esordi affidano al produttore televisivo la propria disponibilità ad essere impiegati in qualunque ruolo purché legato in qualche modo al mondo dello spettacolo: attrice, ballerina, soubrette, valletta ecc. Dai provini emerge un’immagine femminile del tutto subalterna a quella maschile, sia per i rapporti sociali che si vengono a determinare - l’uomo (produttore) controlla la domanda e la donna (esordiente) vi si adegua dal lato dell’offerta - sia per il tipo di giudizio che implicitamente o esplicitamente viene attribuito dal telespettatore, dal conduttore, dall’ospite e dal pubblico in studio. La differenziazione negativa è sottolineata dai commenti ai filmati che mettono in risalto gli aspetti più ridicoli. Le ragazze dei provini fan166 no ridere per ciò che esprimono dal di dentro; si tratta di una differenza notevole rispetto a quanto emerge dai provini maschili mostrati nella trasmissione: Paolo Calissano, oltre ad essere presente in studio - la presenza volge in positivo l’effetto ridicolizzante del filmato - ed essere presentato come medico in una fiction televisiva (figura socialmente positiva), viene mostrato in una situazione in cui gli elementi ridicoli appartengono ad una sfera del tutto esteriore - movimenti corporei, espressioni del viso - e non suggeriscono animo banale o pochezza intellettuale come nel caso delle donne. b) I concorsi di bellezza (Miss Piace) Un altro modello di gavetta legata all’immagine è quello della Miss, che non ha analoghi nel mondo maschile. Il successo femminile passa attraverso la tappa quasi obbligata delle più disparate passerelle di Miss e delle ripetute diagnosi estetiche, e anche attrici oggi affermate come Claudia Gerini e Michelle Pfeiffer vengono smascherate ai loro esordi in concorsi di bellezza. Viene qui fatta passare l’idea, esplicitamente espressa già nel provino della Marini, che il successo nella carriera di attrice non possa essere disgiunto dalla bellezza. c) La trasformazione estetica (Col seno di poi) Una dimensione del percorso che viene spesso evidenziata è quella del cambiamento fisico, sottolineata dall’accostamento di una foto vecchia e di una recente del personaggio (Ieri/oggi). Il tempo sembra scorrere in direzioni opposte per gli uomini e per le donne: le immagini dei primi suggeriscono uno scorrere naturale del tempo, mentre le immagini femminili evocano semmai un rovesciamento “sintetico” dello scorrere del tempo, con l’intervento trasformatore di truccatori e parrucchieri, quando non della chirurgia estetica, che è tra l’altro frequente oggetto di discorso - uno scambio di battute sui seni rifatti - e della rubrica Col seno di poi, in cui vengono”smascherate” Anna Falchi, Natalie Caldonazzo e Eva Grimaldi. I commenti scherzosi dei conduttori ammiccano alternativamente al pubblico maschile (che non sa riconoscere il vero dal falso, ma apprezza le belle donne, vere o false che siano) e a quello femminile (che lamenta la concorrenza sleale e invidia le trasformazioni). 167 La strada femminile verso la costruzione di un’icona visiva che produca ascolti passa dunque anche attraverso la trasformazione estetica intesa come investimento; la già impietosa ossessione per il fitness e la forma fisica può essere affiancata a qualche intervento chirurgico che permetta di adattare il corpo ad un’immagine predefinita. Così come predefiniti “fuori dalla donna” sembrano i ruoli per le aspiranti show girls, allo stesso modo appaiono predefiniti fuori di lei i canoni estetici a cui il suo corpo deve adeguarsi: gli uomini creano il modello, le donne offrono la materia. d) L’esposizione del corpo nudo (Le donne nude e Acqua e sapone) Una forma di gavetta tipicamente femminile consiste nella gestione disinibita e audace del proprio corpo, che risulta essere alla base anche di alcune carriere “insospettabili” (Romina Power, ad esempio, mostrata ai suoi esordi in una scena di nudo nel film Le femmine insaziabili del 1966). L’effetto negativo in termini d’immagine è ottenuto proprio grazie al fatto che alcuni personaggi in questione hanno successivamente percorso una carriera del tutto divergente rispetto a quegli inizi, costruendosi un’immagine pubblica ben diversa da quella suggerita dai filmati. La decodifica del messaggio dipende ovviamente anche dalla mediazione con i codici morali e culturali di ogni singolo telespettatore. Si potrebbe pensare che l’evento spogliarsi sia la causa determinante dell’ascesa del personaggio oppure ritenere che questo nesso causale non esista e l’evento sia unicamente una macchietta nella carriera del personaggio. Ora, nel caso di una visione disincantata e libertaria, il nesso causale spogliarsi-successo può essere giustificato senza remore morali e quindi diventa un invito implicito ad imboccare quella strada qualora si desideri raggiungere il successo. Qualora invece il nesso causale venga contestato, il personaggio non dovrebbe mutare la sua integrità. Consideriamo invece il caso in cui i codici morali con cui si decifra questo messaggio siano più tradizionali e pudichi. Nel primo caso, dove il nesso causale spogliarsi-successo viene accettato, si screditerà il personaggio mostrato nell’atto di vendere la propria moralità per il successo; inoltre, le caratteristiche negative del singolo saranno generalizzate all’intera categoria, rafforzando lo stereotipo sulle donne dello spettacolo 168 disinibite, facili e pronte a vendere il proprio corpo pur di raggiungere il successo. Qualora il nesso causale venga respinto, l’episodio sarà comunque sufficiente a minare la moralità del personaggio. Un danno di immagine comunque sufficiente a ridurne la professionalità. – La gavetta del Pigmalione La presenza in studio di Michele Cucuzza e Katia Noventa suggerisce un’ulteriore variante di gavetta. I due personaggi, di cui quello maschile è noto ed affermato mentre quello femminile non lo è ancora, sono legati da una relazione affettiva. Il loro comportamento in studio è caratterizzato da una netta divisione dei ruoli: all’uomo spetta il compito di dialogare amabilmente e di presentarsi con la fama - socialmente positiva - di seduttore, mentre la donna svolge il ruolo comprimario di “fidanzata di”, quasi muta, dovrebbe parlare solo l’immagine. Di Cucuzza non vengono mostrati filmati (è l’unico ospite cui è riservato questo trattamento): viene il sospetto che la sua funzione nella trasmissione sia quella di lanciare o rilanciare o comunque riproporre un personaggio femminile che non è ancora riuscito a brillare di luce propria. 4. Il profilo del pubblico femminile sulla base dei dati auditel – Età Il varietà di Italia 1, programma leggero, incalzante, vivace, dalla conduzione allegra e grintosa, è pensato per un pubblico giovane, anche giovanissimo. Ogni aspetto del programma ribadisce questa scelta di identità e di target: la conduzione, il ritmo sincopato e veloce, il linguaggio, l’impronta irriverente dell’attenzione rivolta ai vip, la scelta degli ospiti, i modelli di identificazione proposti. E le scelte si rivelano vincenti, se si considera che il pubblico giovane è pienamente raggiunto: gli indici di share sul totale degli ascoltatori segnalano una sovrarappresentazione di tutte le fasce di età fino ai 35-44 anni, con punte di concentrazione - per il pubblico femminile - nelle fasce 25-34 e 15-19 anni (tra i telespettatori maschi, sono i bambini, fino a 14 anni, a mostrare il dato di share più elevato). La trasmissione non raccoglie invece l’interesse dei telespettatori con più di 45 anni. 169 La rappresentazione dell’immagine femminile proposta dal programma - e, più in generale, i modelli di successo rappresentati - si rivela in questo caso un fatto particolarmente “delicato”, avendo come interlocutori molti bambini/e e adolescenti. – Istruzione I titoli di studio prevalenti sono quello medio-inferiore (composizione dell’audience percentuale 30,33%, indice di share 113) e mediosuperiore (composizione dell’audience percentuale 28,9%, indice di share 120), mentre il livello di istruzione elementare è sottorappresentato. Coerentemente col dato precedente relativo alle classi di età, risultano qui fortemente sovradimensionate le bambine fra i 4 e i 14 anni, escluse dall’attribuzione di un titolo di studi. – Aree geografiche Le aree geografiche maggiormente interessate dalla visione di Matricole sono, per il pubblico femminile, il nord-ovest e le isole, che evidenziano indici di share uguali rispettivamente a 119 e 120. – Stili di vita Gli stili di vita più rappresentati sono quelli giovanili: liceali (studentesse della classe media con uno stile di vita leggero e spensierato, centrato sulla scuola e sullo svago in compagnia di gruppi di amici) e delfini (giovani benestanti aperte al nuovo, agli stimoli culturali e al divertimento); tra gli stili di vita femminili centrali, soprattutto quelli più attratti dall’evasione e dal divertimento, le colleghe e le commesse, mentre gli stili marginali che solitamente costituiscono il grosso dell’audience televisiva, le appartate - in particolare il sottogruppo di età più avanzata - non sono evidentemente catturate da questo tipo di programma. E’ interessante segnalare anche le altre categorie di stili di vita più sottodimensionate in termini di share, ossia meno attratte da questo programma, dal momento che l’immagine di un programma risente, oltre che della natura del suo pubblico, anche delle caratteristiche di chi lo rifugge. Gli stili di vita che mostrano maggiori resistenze nei confronti del programma sono quello definito delle impegnate e - in misura 170 più lieve - quello definito delle raffinate. Non sono tanto il livello di istruzione e di reddito a costituire il discrimine, dal momento che altri stili di vita caratterizzati da livelli medi o alti di queste variabili sono rappresentati nel pubblico di Matricole, quanto piuttosto identità culturali e mondi “valoriali”. “Dove ti porta il cuore” Data: Rete: Ora: Regia: Conduzione: Audience media: Share: Indice di penetrazione: 15 marzo 2001 Raiuno 20.55-23.00 Maurizio Ventriglia Milly Carlucci 4.734.000 (65% donne) Donne 22.03% Uomini 16.18% Donne 10.69% Uomini 6.23% 1. Struttura e conduzione del programma Il varietà trasmesso da Raiuno in prima serata e condotto da Milly Carlucci mette in scena, nella forma dell’intrattenimento, una sorta di gioco i cui concorrenti sono due famiglie italiane. In una scenografia dai toni pastello si sfidano due nuclei familiari attraverso la ricostruzione del legame che li unisce. In realtà, non sono né giocatori né concorrenti, la trasmissione trasforma in un game, che è solo apparente e che risulta funzionale alla spettacolarizzazione, le storie di due famiglie, che si confrontano in una progressiva conoscenza, in un’esplorazione dei nodi emotivi e dei sentimenti, offrendo al pubblico un vero e proprio reality show sentimentale. Due drammi esistenziali, che hanno permesso la ricostruzione delle rispettive famiglie, vengono testimoniati e messi a confronto. Il pubblico in studio, presente senza mai intervenire, fa da spettatore, interpellato all’ascolto e alla partecipazione emotiva come e più che nella visione di una fiction, essendo i protagonisti gente comune. A guidare il pubblico in questa modalità di partecipazione la conduttrice, composta ma sorridente, affascinante ma non conturbante, dal171 la bellezza rassicurante e non invasiva, dalla sensualità appena accennata sotto le maniche velate dell’abito. Sicura di sé e comprensiva Milly Carlucci invita rispettosamente le due famiglie a raccontare le loro storie, ascolta, mostra forte empatia per le protagoniste femminili toccate da drammi e tragedie e guida la messa in scena attraverso la metafora letteraria del romanzo. La famiglia Savoia e la famiglia Gaeta si ritrovano a essere nella finzione televisiva i protagonisti di un racconto “queste sono le due storie, i grandi romanzi d’amore che racconteremo questa sera”, esordisce Milly Carlucci - con tanto di titolo e di copertina illustrata, innalzate da persone comuni a personaggi “letterari” in un processo inverso a quello a cui la TV che indaga il privato sottomette di solito i vip nel tentativo di umanizzarli e renderli più vicini al pubblico. I due nuclei familiari della puntata sono distanti nello spazio geografico (Procida e Bruino), diversi nella cultura e nelle consuetudini quotidiane, nel numero dei componenti, ma condividono l’esperienza di un dramma. Su questo dramma si giocano la vittoria finale, il premio in denaro e soprattutto l’empatia del pubblico che guarda il programma con la disposizione di chi ascolta fiabe, dove drammi, ingiustizie, sofferenze e ostacoli sono funzionali al momento finale del riscatto, cioè alla ricomposizione del gruppo familiare che per un attimo sembrava perduta. La storia della prima famiglia è quella della morte di una figlia piccola con la conseguente messa in crisi del rapporto di coppia fino alla scelta compensativa dell’adozione. La storia della seconda famiglia è quella dell’incidente in cui una figlia ha rischiato di perdere la vita. Come in un gioco di specchi, a enfatizzare le storie, a commuoversi per primi, a portare nuovi esempi di vita familiare, sono chiamati due vip, Sandra Mondaini e, contraltare maschile, l’arbitro Stefano Braschi. Sandra Mondaini racconta la realizzazione del suo desiderio di maternità attraverso l’adozione di due bambini filippini, i cui genitori vivono (forse come dipendenti domestici) con lei e Raimondo Vianello costituendo così una piccola famiglia allargata di cui essa si sente madre e nonna. Anche Stefano Braschi, che presenzia accompagnato dai tre figli e dalla moglie, racconta la sua storia di adozione. Entrambi i personaggi famosi sono ospiti in quanto testimoni di storie private, familiari, entrambi sono sottoposti, per esigenze di “intrattenimento”, a una umanizzazione che spinge a indagare la loro vita privata. Tuttavia, come in altri 172 più esemplari programmi, rileviamo anche qui un trattamento diverso tra la donna vip e l’uomo vip. Subito Sandra Mondaini viene presentata come la “moglie molto ma molto paziente” di Raimondo Vianello, mentre Stefano Braschi come l’arbitro “lanciato verso una luminosa carriera internazionale”, una distinzione che non pare dettata solo dall’inossidabile e pluriennale connubio artistico e coniugale Mondaini-Vianello. 2. La donna madre La donna principalmente rappresentata nel programma serale di Raiuno è la donna madre di famiglia. La maternità distintiva di quasi tutte le donne protagoniste è un tema centrale attorno a cui ruotano le storie delle due famiglie “concorrenti” e anche delle donne ospiti in studio. La narrazione stessa delle esperienze familiari testimoniate si svolge e si risolve positivamente attraverso la declinazione della maternità secondo due modalità che abbiamo interpretato e definito come “maternità negata/restituita” e “maternità sacrificale”. La prima storia raccontata è quella di una maternità negata (la figlia morta) e del progressivo ritorno alla serenità e al ricongiungimento di coppia grazie all’adozione di una bambina, una maternità restituita che diviene mezzo privilegiato, se non addirittura unico, per il raggiungimento della felicità, dell’armonia e della completezza della coppia. Anche nella seconda storia c’è il rischio di una perdita (la figlia in coma), ma l’accento è puntato soprattutto sul sacrificio che l’essere madri comporta: la protagonista ha dovuto sacrificare l’amore verso la propria madre, in quel momento bisognosa di cure, per aiutare la figlia malata. E’ stata la madre a farsi carico della cura e dell’assistenza della figlia poiché, per sua stessa ammissione, il marito “non ce la faceva a vederla in quelle condizioni in un letto d’ospedale”. Anche la storia di Sandra Mondaini è quella di una maternità negata/restituita. Nonostante il successo e la fortunata carriera, l’attrice afferma di essersi sposata per avere dei figli, di avere vissuto stati di panico e ansia di fronte alla prospettiva di invecchiare senza avere al fianco un figlio, e di aver raggiunto la tanto desiderata felicità solo a tarda età grazie all’adozione di un’intera famiglia. Il tema della maternità legata al sacrificio sfiora, infine, la storia di adozione della fa173 miglia dell’arbitro, infatti la conduttrice è alla moglie di Braschi che chiede “chissà quanti sacrifici con tre bimbi piccoli, ormai tutto il suo tempo sarà dedicato a loro!”. Dichiarazione che rileva abbastanza bene il senso sacrificale della maternità nell’ambito familiare, attraverso l’assunzione dello stereotipo di genere per cui il dominio pubblico del maschio “sacrifica” la donna alla sfera del privato, della cura dei figli. Quasi tutte le donne protagoniste delle storie raccontate - come già sottolineato - sono rappresentate nella loro identità di madri. Un’identità forte, a tratti addirittura unica. Per contro, la figura maschile è consegnata dalla narrazione a una parte attiva e pragmatica, e dalla narrazione stessa ritratta con le caratteristiche della decisionalità, dinamicità e indipendenza: è il marito che decide le sorti della coppia dopo la morte della figlia (“allora ho detto o adottiamo o ci separiamo”), è il marito che si occupa delle ricerche della figlia non rientrata dopo una serata con gli amici a causa - si scoprirà poi - di un grave incidente automobilistico, è l’uomo il vero “perno e colonna” della famiglia come viene testualmente affermato dalla conduttrice. La sacralizzazione della maternità rappresentata da Dove ti porta il cuore in forme sempre estreme - in entrambe le storie la scelta di essere madri è essenziale infatti alla ricostruzione del nucleo familiare intero - risulta funzionale all’assunzione della famiglia a valore. 3. L’elemento religioso come chiave di lettura della differenza di genere La cultura religiosa assume una rilevanza significativa nella costruzione di senso di un testo televisivo come Dove ti porta il cuore. Il programma negozia il proprio senso con il pubblico della “tradizionale” famiglia italiana. La sigla iniziale, un susseguirsi di immagini dal colore appena accennato, con numerosi nonni e nipoti, genitori e figli impegnati nel gioco o nello scambio di gesti affettuosi, grandi tavolate di famiglie allargate, campi di grano e spazi all’aperto dove si muovono le prime auto a pedali per bambini, passeggini o biciclette, proiettano subito lo spettatore nell’Italia che fu, e individuano fra le nonne e i nonni il pubblico ideale, raggiunto con successo secondo i dati Auditel. Uomini e donne dall’età matura o avanzata, il cui principale orizzonte è 174 quello domestico, l’ambiente in cui vivono quello dei piccoli o medi centri urbani, il loro grado di socializzazione molto basso: questo il profilo del pubblico tracciato dai dati di ascolto. Nella contrattazione di senso che avviene tra Dove ti porta il cuore e il suo pubblico possiamo individuare facilmente un linguaggio e degli schemi di interpretazione della realtà ascrivibili all’ambito della cultura cristiano-cattolica occidentale, con i relativi o conseguenti tratti di tradizionalismo nella concezione della famiglia e dei ruoli sociali, da un lato, e di forte secolarizzazione nella concezione propriamente religiosa, dall’altro. La dimensione religiosa rievocata dai protagonisti del programma è molto confusa con la sfera del reale consegnata al sovrannaturale, al mistico, all’irrazionale, finanche al dominio pagano della superstizione. Rilevare l’efficacia che sembra avere questo substrato culturale nella rappresentazione dell’identità femminile è tanto più faticoso quanto più commisti sono gli elementi che compongono quel substrato. Se partiamo dal presupposto - come sostiene Linda Nicholson - che “quando le fonti autorevoli sulla spiegazione del rapporto fra la donna e l’uomo sono costituite dalla Bibbia o da Aristotele, qualsiasi differenza va giustificata in primo luogo facendo riferimento a questi testi”47, ci troviamo qui nella evidente difficoltà di non riuscire a individuare tutte le fonti nella loro purezza. E’ vero anche che la nostra analisi, oltre a riconoscere che l’autorevolezza delle fonti religiose ha subìto un forte ridimensionamento a cospetto di una forte laicizzazione della cultura italiana, non ha lo scopo perseguito da Linda Nicholson di costruire un modello teorico per una interpretazione di “genere”; essa intende piuttosto mettere a fuoco la rappresentazione televisiva della don-na. Per questo può, anzi deve procedere non postulando fonti all’origine, bensì individuando tracce “al termine”. Rimane un compito assolvibile soltanto da un’analisi diversamente orientata (sociologica, antropologica, filosofica), eventualmente, ritrovare le fonti e ricostruirne la determinazione storica. Procedendo schematicamente, nel ritrovare le tracce di un substrato religioso “spurio” nella rappresentazione della donna in Dove ti porta il cuore, possiamo distinguere tre indicatori di senso, e loro relative funzioni. _____________ 47. Linda Nicholson, Per un’interpretazione di “genere”, in Simonetta Piccone Stella, Chiara Saraceno (a cura di), Genere. La costruzione sociale del maschile e del femminile, il Mulino, Bologna 1996, pp. 41-65. 175 I ruoli, la cui funzione può essere individuata nella messa in scena, i significati espliciti veicolati dal linguaggio, la cui funzione può essere individuata nella narrazione di un discorso socialmente condiviso, il senso implicito veicolato dal substrato culturale, la cui funzione può essere individuata nella costruzione di uno schema interpretativo condiviso. 3.1. I ruoli Le donne/madri o figlie ospiti protagoniste mettono tutte in scena una disgrazia, una sofferenza superata, che evoca molto, nelle connotazioni linguistiche della narrazione e nei significati veicolati, il concetto della croce cristiana simbolo della sofferenza che si deve sopportare pazientemente perché come fu per Cristo strumento di morte e quindi di resurrezione, ovvero di riscatto dell’umanità dal peccato originale, così per l’uomo essa è strumento di ricongiungimento con Dio. Molto connotato in questo senso è il ruolo di Barbara, una ragazza bella “la più bella del paese, vanitosa, ambiziosa, presuntuosa” che un incidente e il conseguente stato di coma hanno trasformato, col risveglio, in un “angelo”. La donna/conduttrice complice, dirige la scena, con amorevoli gesti di sostegno a chi ha portato la propria croce, con profondi sospiri di comprensione, quasi condivisione del dolore, con obbligati silenzi di cordoglio. Numerose sono le strette di mano di Milly Carlucci a Sandra Mondaini, numerosi gli sguardi commossi di occhi verso il cui umido trattenimento delle lacrime la telecamera indugia. Gli uomini/padri fanno da spalla alle loro mogli o figlie, hanno condiviso il dramma familiare, hanno sofferto il dolore ma apparentemente senza avvertirne il peso sacrificale. Vi è in loro una partecipazione molto laica alle disgrazie, priva di rimandi sovrannaturali, nessun ringraziamento a Dio, nessuna trasformazione imputabile a significati religiosi, gli uomini sono piuttosto “la colonna e il perno di questo piccolo, ma grande mondo di donne”, come dice Milly Carlucci, rivolgendosi al padre di Barbara. Oppure non c’entrano niente come Raimondo Vianello, “Raimondo non è venuto - dice Sandra Mondaini al momento della presentazione della sua famiglia in studio - perché tutto quello che ho fatto l’ho fatto io”. Solo il signor Savoia riconosce, incalzato dalla conduttrice (“perché nella vostra storia c’è stato veramente forse un disegno, un grande disegno a volte difficile a comprendersi”), un inter176 vento del destino nella storia della sua famiglia. Lascia tuttavia che sia la moglie a ringraziare Dio, è la moglie a connotare in senso religioso il destino più volte invocato. “Divenni mamma di nuovo, tornai mamma, oh Dio mio, ed era la cosa più bella, poi ho messo al mondo tanti figli, perché Dio ... Avevo fatto la pace con Dio e lui mi ha aperto le porte del cuore e mi ha donato questi figli che sono l’alito della mia vita”. Infine c’è il pubblico in studio, che porta visibilmente dentro la scena il pubblico televisivo, il cui ruolo è essenziale nella partecipazione alla costruzione del senso veicolato. La stessa conduttrice rivolgendosi a esso dice “la vostra parte in commedia è molto importante”. I protagonisti di Dove ti porta il cuore sono soprattutto donne e uomini comuni, che hanno facile gioco a negoziare il consenso con il pubblico televisivo, a differenza dei vip che hanno bisogno - come già rilevato di mostrare il loro volto umano per reggere il piedistallo. La necessità di reggere le vertigini di cui in generale soffre il personaggio mito della televisione emerge però anche qui nel ruolo ricoperto dall’unico mito televisivo messo in scena, Sandra Mondaini. Il suo personaggio regge la scena nella misura in cui diventa persona, con la testimonianza di una prova superata dal significato equivalente a quello delle altre donne comuni protagoniste del programma. Donne madri, o figlie, che (si) giocano il loro ruolo nelle esperienze molto circoscritte (e comuni!) della sofferenza, della cura, dell’abbandono e dell’amore materno, rigorosamente dentro l’ambito familiare. Il ruolo dell’attrice Sandra Mondaini in questo programma è quello di una donna che racconta la sua “vocazione della casalinga, della famiglia”, di una madre che racconta la sua storia di maternità come “destino” (“la mia storia [...] la vorrei chiamare anch’io destino”). 3.2. I significati espliciti veicolati dal linguaggio Il linguaggio dominante nella struttura narrativa del programma rievoca una parte essenziale della terminologia cattolica, sin dall’inizio. La metafora letteraria del romanzo, nelle intenzioni la direttrice strutturale della narrazione, veicola molti termini tipici della cultura cattolica: l’amore, il cammino, il restare insieme, il tenersi per mano, la vocazione, il coraggio, la scelta, la speranza, il diavolo, l’angelo, il miracolo e Dio. Ciò che più interessa la nostra analisi è che questi vocaboli caratterizzano soprattutto, quasi esclusivamente, il linguaggio della conduttrice, donna, e delle donne protagoniste. 177 Vi è poi a fianco di una terminologia molto connotata in senso religioso, un vocabolario femminile prevalentemente associato alle sfere degli affetti, da un lato, e del sovrannaturale, irrazionale, dall’altro. Entrambi questi due ambiti di riferimento mettono in scena l’obsoleta differenziazione di genere che attribuisce al mondo maschile la ragione, la razionalità e al mondo femminile l’irrazionalità dei sentimenti e della credenza religiosa. Non vi è in verità una connotazione negativa della sfera dei sentimenti e del sovrannaturale, anzi, entrambe queste dimensioni del reale sembrano decisive nella soluzione positiva delle storie messe in gioco. Tuttavia l’uso predominante di un linguaggio così fortemente connotato non apre uno spazio a una eventuale riflessione sul valore del discorso spirituale o di quello emotivo, sembra piuttosto negoziare con il pubblico a cui si rivolge una costruzione di senso veterotradizionale, o tradizionale di ritorno. La donna rimane collocata in due sfere del reale che rivendicano, per come sono connotate nella cultura occidentale, o una dipendenza o un’accettazione acritica. 3.3. Il senso implicito veicolato dal substrato culturale, un possibile modello interpretativo delle storie della famiglia Savoia e della famiglia Gaeta Famiglia Savoia Eventi salienti della storia narrata Maternità Perdita della famiglia Rischio rottura con il marito Viaggio in Ecuador Adozione di una bambina e ricomposizione della vita di coppia Restituzione della maternità con il ritorno del flusso mestruale e succesive quattro gravidanze, felicità della vita coniugale e familiare 178 Protagonista: la signora Savoia Significati laici veicolati Senso religioso riconoscibile Maternità come identità La vita femminile distintiva Maternità negativa La croce Incompletezza del matriLa morte monio senza figli Cambiamento dello stato la resurrezione ambientale, passaggio Risoluzione, maternità Il libero arbitrio restituita e matrimonio L’amore salvato Completezza L’intervento della Provvidenza, il miracolo Famiglia Gaeta Protagonista: Barbara (Milly Carlucci, spostando l’attenzione su di lei, dice: “finalmente la protagonista è con noi”) Eventi e momenti salienti Significati laici veicolati Senso religioso riconodella storia narrata scibile La giovinezza prima Giovinezza, bellezza, indiIl peccato dell’incidente pendenza, tenacia, aggressività, ambizione, presunzione come identità femminile distintiva L’incidente Disgrazia Il castigo Il coma Cambiamento dello stato La morte/castigo ambientale, passaggio Il risveglio Cambiamento dello stato La resurrezione/ psicologico, trasformazione redenzione Dopo il risveglio, la volontà Ricomposizione dell’identità La vocazione di diventare assistente sociale originale epurata dalle connotazioni negative dell’egoismo e della presunzione La sintesi delle due storie schematizzata nelle prime due colonne di ciascuna tabella contribuisce a focalizzare gli elementi apportati alla narrazione sia dai membri della famiglia protagonista, sia dalla conduttrice del programma, mentre l’ultima colonna fornisce una proposta di interpretazione per ciascuna storia, contribuendo a trovare o ritrovare un substrato culturale che spiega o giustifica la comprensione e l’accettazione di ogni singolo momento come funzionale, se non addirittura necessario, alla soluzione positiva di entrambe le storie di cui sono protagoniste due donne. La redenzione dal peccato a cui approda la prima storia, o la miracolosa restituzione della maternità a cui perviene la seconda storia rendono comprensibile e accettabile ogni singolo momento o evento delle esperienze di vita narrate. Il senso religioso finale giustifica anche i momenti più dolorosi di ogni singola storia, e, nella misura in cui rinvia a una condivisione religiosa socialmente radicata, consente di riconoscere la positività già implicita in alcuni momenti o eventi, come il coma o la morte di un figlio, laicamente poco sopportabili. Un’altra chiave di lettura religiosa proponibile per un’interpretazione più filosofico-antropologica che semiotica, è quella che procede nel riconoscere nei due modelli di donna rappresentati da Barbara, la giovane aggressiva e presuntuosa che un incidente e il successivo coma 179 hanno trasformato da diavolo in angelo, e dalla signora Savoia, la donna che attraverso la maternità ha permesso la ricostituzione del nucleo familiare, i due archetipi femminili più significativi della religione cristiano-cattolica, Eva e Maria. Eva, che non ha nessun corrispettivo maschile nella scrittura biblica, è la donna responsabile del peccato originale, la causa della lontananza dell’umanità da Dio, “allora il Signore disse al serpente: “[...] io porrò inimicizia tra te e la donna, fra la tua discendenza e la sua; essa ti schiaccerà il capo e tu la insidierai al calcagno” (Genesi 3, 15-16) e della condizione di sottomissione della donna all’uomo “Poi disse alla donna “Moltiplicherò le doglie delle tue gravidanze; partorirai i figli nel dolore, tuttavia ti sentirai attratta con ardore verso tuo marito, ed egli dominerà su di te” (Genesi, 3,16-17). Maria, la donna immacolata, è la donna a cui Dio ha concesso il privilegio della venuta al mondo senza colpa per salvare attraverso la maternità di Cristo l’intera umanità dal peccato originale, “Essa - dice l’angelo a Giuseppe - darà alla luce un figlio a cui porrai nome Gesù: egli infatti salverà il popolo suo dai suoi peccati.” (Matteo, 1, 21). La donna madre nella teologia cristiana simboleggia il riscatto per l’intera umanità dal peccato originale commesso a discapito di tutta la sua progenie dalla prima donna creata da Dio, Eva, implicando storicamente l’assunzione a valore della maternità, e soprattutto “indicando” simbolicamente il valore principale della donna nel suo essere madre. 4. Il profilo del pubblico femminile sulla base dei dati auditel – Età Il pubblico raggiunto con maggior successo da Dove ti porta il cuore, secondo i dati Auditel, è quello di età superiore ai 54 anni (65,88%) e in particolare la fascia di età oltre i 64 anni (l’indice di share sul totale degli ascoltatori arriva a 171). – Istruzione C’è una forte concentrazione dei telespettatori nella categoria di istruzione elementare (composizione di audience percentuale: 57,53%), mentre i livelli di istruzione medio-alti e alti sono fortemente sottorappresentati. 180 – Aree geografiche Gli indici di share sulla distribuzione del pubblico per zona geografica indicano il nord-est come l’area più rappresentata, seguita dal sud e dal centro Italia; poco raggiunto il nord-ovest. – Stili di vita Uomini e donne dall’età matura o avanzata, il cui principale orizzonte è quello domestico, l’ambiente in cui vivono quello dei piccoli o medi centri urbani, il loro grado di socializzazione molto basso: questo il profilo del pubblico tracciato dai dati di ascolto. Un pubblico particolarmente sensibile al linguaggio e agli schemi di interpretazione della realtà utilizzati nel programma, come è emerso nel corso della trattazione, che sono riconducibili all’ambito della cultura cristiano-cattolica occidentale (con i relativi caratteri di tradizionalismo nella concezione della famiglia e dei ruoli sociali) e che a tratti si confondono o si intrecciano con il soprannaturale, l’irrazionale, la superstizione. L’analisi degli stili di vita evidenzia fra le donne soprattutto le cosiddette appartate (composizione dell’audience percentuale: 57,56%): è il terzo sottogruppo di questa categoria - quello di età più avanzata - ad essere maggiormente rappresentato, ma la trasmissione raccoglie audience anche nei segmenti delle appartate1 e appartate2. Dunque, donne che hanno come orizzonte l’ambiente domestico, come riferimento i valori tradizionali e religiosi e come prospettiva di evasione quella offerta dalle storie melodrammatiche televisive. Le categorie di stili di vita più sottodimensionate in termini di share nel pubblico di Dove ti porta il cuore, in altri termini le categorie che si sono rivelate meno attratte dal programma, sono quelle giovanili, lo stile marginale delle avventate (particolarmente sensibili al mondo dei consumi e ai segni di prestigio esteriori), gli stili femminili centrali che contemplano un ruolo professionale (colleghe e commesse, mentre le casalinghe - raffinate e massaie - mostrano indici di share più elevati) e gli stili corrispondenti a livelli culturali e socio-economici elevati - arrivate e impegnate - che si caratterizzano per l’impegno nel lavoro e per livelli elevati di conoscenze, informazione, partecipazione, impegno. 181 6. TALK SHOW “Tempi moderni” Data: Rete: Ora: Regia: Conduzione: Audience media: Share: Indice di penetrazione: 14 marzo 2001 Italia 1 20,40-23,00 Fabio Calvi Daria Bignardi 2.556.000 (60% donne) Donne 11.18% Uomini 9.25% Donne 5.37% Uomini 3.80% 1. Struttura e conduzione del programma Lo schema della trasmissione richiama la struttura dei focus group. Un gruppo di persone viene invitato a discutere sul tema in oggetto secondo una scaletta, la traccia di intervista, stabilita dai ricercatori. La discussione di gruppo viene coordinata da un moderatore che ha l’impegno di seguire la traccia stabilita, assegnare i turni di parola e stimolare la conversazione. A prima vista i partecipanti al focus di Tempi moderni sembrerebbero gli ospiti invitati sul palco. Questi soggetti sono spesso molto tipizzati e si trovano ad interagire fra loro nonostante grandi disomogeneità. Spesso si prendono volutamente soggetti che si posizionano agli estremi di scala della variabile (riferita a un concetto) che si vuole analizzare. Esiste una matrice comune che giustifica la loro presenza, questa matrice è rappresentata dal concetto esplorato, mentre i singoli soggetti definiscono modalità della variabile direttamente esaminata. In qualche modo esiste un continuum fra i soggetti invitati, la decodifica di questo continuum spiega l’impostazione, la struttura che si vuole dare alla discussione. Anche se fra questi soggetti può essere interessante vedere se e come si creano conflitti e mediazioni, appare abbastanza evidente che i 182 veri partecipanti al focus non siano loro. Questi in realtà sono solo gli stimoli portati dalla moderatrice alla discussione di gruppo. I gruppi sotto analisi sono altri tre: 1. i “mediatori culturali”, costituiti da saggi o intellettuali; 2. il pubblico ideale ricostruito nello studio; 3. il pubblico a casa. Leggendo in questo modo il programma si intuisce che il vero scopo non è quello di indagare aspetti di devianza, rappresentati da soggetti eccentrici, ma quello di studiare la normalità. Sotto esame nel programma ci sono proprio le modalità di reazione della comunità di fronte a nuove tendenze in atto nella società. L’essenza della trasmissione sembra essere questa: - indagare la reazione dei mediatori culturali, che possono esprimere con autorità il loro pensiero sugli altri; - indagare la reazione del pubblico ideale, ricostruito appositamente per rappresentare il telespettatore e suscitare empatia. Gli assi che sembrano interessare sono appunto i cambiamenti in atto nella cultura, nei valori, negli atteggiamenti e nei comportamenti rispetto a fenomeni “nuovi” di devianza caratteristici dei tempi moderni. Si alternano spesso riferimenti agli assi tradizione-modernità, localismo-globalizzazione, conservazione-progressismo, ecc. 2. Il denaro e il successo. Le dissimmetrie di genere Cercando di leggere la puntata analizzata secondo questo schema, dobbiamo individuare i seguenti aspetti: 1. il continuum costruito nella traccia di intervista dagli stimoli-soggetti invitati; 2. il tipo di risposte/reazioni espresse dai diversi gruppi stimolati alla discussione; 3. il tipo di mediazioni o soluzioni proposte dai gruppi. Nella destrutturazione di questi meccanismi si possono individuare dissimmetrie di genere. Il tema della trasmissione è il denaro e i valori. 183 Il continuum tracciato dagli stimoli rappresentati dai soggetti invitati potrebbe essere questo: 1. il denaro come fine eterodiretto, rappresentato dalla prima ospite, giocatrice di borsa, che identifica il valore dei soldi come fine guidato dall’esterno, iniziato per caso e definito con parole tipo droga, dipendenza, crisi di astinenza, ecc.; 2. il denaro come fine autodiretto, rappresentato da Bibop, giovane imprenditore della new economy. Anche qui il valore è espresso come fine a se stesso - es. anello da 60 milioni al dito del protagonista - ma a differenza dello stimolo precedente si inserisce l’elemento di autodirezione. Non c’è schiavitù, fortuna o casualità, ma progetto, investimento, determinazione; 3. il denaro come fine autodiretto, insufficiente però al raggiungimento della felicità, che si trasforma in “il denaro come mezzo eterodiretto”, rappresentato dall’imprenditore cinquantenne Ugo Longo, miliardario che si è goduto la vita, ma che a differenza dei precedenti esempi ha raggiunto anche la consapevolezza dei limiti del denaro come fine. L’uomo ha perso il figlio in un incidente e questo dolore non è cancellabile con nulla. L’uomo modifica la percezione non grazie a una riflessione autonoma, ma in conseguenza di un evento drammatico esterno, da qui l’eterodirezione nella considerazione del denaro come mezzo; 4. il denaro come mezzo autodiretto, rappresentato dalla madre di una bambina molto malata che ha bisogno di una somma ingente di denaro per sottoporla a un intervento chirurgico negli Stati Uniti. Il valore dei soldi esiste nel suo valore d’uso, anche se i 500 milioni di lire necessari all’intervento sono evidentemente il prodotto di un valore di scambio. A margine di questa struttura ci sono altre due suggestioni proposte dalla scaletta del programma che hanno la funzione di evidenziare i confini entro cui i diversi modi di rapportarsi al denaro sono socialmente accettabili: il denaro come elemento degenerativo, con un servizio sul consumo di cocaina, e il denaro come simbolo di successo, fama e miti rappresentati dai cloni sfortunati di Vieri e Elisabetta Canalis, un calciatore di serie C e una aspirante velina. Anche se apparentemente 184 queste limitazioni non rientrano nella struttura degli stimoli precedentemente esposta, acquistano una loro dignità nel favorire una soluzione finale. La passione per il denaro porta con sé alcuni rischi che possono indurre frustrazioni, insuccessi e abitudini pericolose. Per quanto riguarda la rappresentazione di genere è abbastanza singolare che al primo e all’ultimo stimolo della struttura principale ci siano due donne: una molto orientata alla sfera pubblica, al lavoro e ai soldi facili, connotata in maniera piuttosto negativa ed una mamma completamente assorbita nella sfera privata che ottiene ampio consenso nei diversi pubblici. La “redenzione” dell’ultima donna passa attraverso il raggiungimento della maturità, conseguente all’esperienza della maternità, e della consapevolezza. Fra i soggetti/stimoli invitati però ci sono normalmente figure che conquistano il consenso o attirano dissensi indipendentemente dalla loro appartenenza di genere. Il numero di donne e uomini scelti per questa funzione sembra essere bilanciato. Come spesso accade in questo genere di programmi, è il pubblico che interagisce in studio che costruisce i sistemi valoriali dominanti e li suggerisce al pubblico a casa. La conduttrice, nonostante una moderazione strutturata e attenta ai ritmi della trasmissione, interviene poco nel dibattito, cerca di conservare una posizione neutrale, delegando la mediazione e la contestualizzazione del problema al pubblico di mediatori, che non sempre riesce nel suo intento. Proviamo ad analizzare gli effetti dei singoli stimoli, impersonati da donne, ripercorrendo le reazioni sui diversi gruppi di pubblico. – La giocatrice di borsa Nel primo caso sembra abbastanza marcata la critica dei pubblici al fine e alla direzione. La ragazza non può essere confrontata direttamente con gli altri ospiti, poiché rappresenta uno stimolo specifico, diverso dagli altri; è possibile però ipotizzare alcune asimmetrie con una figura maschile con caratteristiche simili o identiche. Nel caso che questo stesso stimolo fosse stato rappresentato da un uomo, gli effetti sui pubblici sarebbero stati i medesimi? La sensazione è (ma certamente da verificare) che alla ragazza sembra essere particolarmente criticato il fine piuttosto che l’eterodire185 zione, mentre ad un’ipotetica figura maschile probabilmente sarebbe stata criticata più l’eterodirezione del fine. La passività dell’eterodirezione femminile può assumere connotati accettabili, anche assolutamente positivi, se rientrano in un fine complementare a quello maschile. Se ad esempio “si trova un bel marito”, come viene suggerito da una partecipante dei mediatori, il difetto di passività, che sarebbe comunque disdicevole per l’uomo, si stempera e acquisisce un connotato apprezzabile. – La madre addolorata La reazione alla madre come stimolo rappresenta invece la conclusione ideale della narrazione, perché emerge come la mediazione naturale, l’espressione della desiderabilità sociale della comunità. A parte le doti salvifiche del dolore sull’immagine di un personaggio, la mamma esemplifica al meglio la morale conclusiva del programma, che sembra seguire questo tipo di narrazione sul tema denaro-valori: a) il denaro ha la sua importanza. b) Il denaro non può essere un fine, c) ma può essere un mezzo. d) L’autodirezione è fondamentale. e) Il fine può essere sottoposto a verifica morale, f) e se passa il test purifica il mezzo. E’ emblematica questa conclusione riportata alla relazione ricorrente fra denaro e libertà. Il denaro è socialmente accettabile e può favorire la libertà solo se considerato un mezzo ed impiegato per fini moralmente accettabili. Sembrerebbe che il denaro sia una condizione necessaria ma non sufficiente per raggiungere la libertà. Sebbene non si spieghi in alcun modo a quale concetto di libertà ci si stia riferendo, sembra che in questo caso si parli di libertà individuale. La libertà allora diventa l’esempio emblematico del fine socialmente accettabile, un po’ come genericamente si potrebbe dire la felicità, per la quale il mezzo denaro diventa necessario. Se però non si problematizza il concetto di libertà individuale e si assume come valore assoluto, allora non si capisce perché in questa libertà non dovrebbe anche rientrare l’arbitrio di decidere autonomamente quali siano i fini-valori per cui giustificare la 186 spesa dei soldi. L’ostentazione invece continua a disturbare. Seppure non vi è critica sociale ma individuale, non politica ma morale. 3. Il profilo del pubblico femminile sulla base dei dati auditel – Età La trasmissione di Italia 1, la rete giovane di Mediaset, si rivolge principalmente a una fascia di età fra i 15 e i 35 anni. Osservando i dati relativi alle donne, si vede che Tempi moderni riesce a sottrarre, in termini di share, quote importanti di giovani in questa fascia di età alle reti concorrenti. I valori di share che cadono in questa categoria sono infatti significativamente superiori allo share medio della trasmissione. – Istruzione Le giovani raggiunte sono un target marginale rispetto al profilo della popolazione italiana anche per quanto riguarda la collocazione culturale e socioeconomica. Nonostante vi sia una quota abbastanza stabile di spettatori di classe media con un titolo di studio elementare (26,86%) o medio inferiore (30,74%), le donne con un titolo di studio universitario sono l’8,26%. Una quota significativa considerando che, in termini di share, il 18,39% delle donne con istruzione superiore che la sera del 14 Marzo stava guardando la televisione, era proprio sintonizzato su Italia 1. – Aree geografiche Il programma è seguito soprattutto nel nord Italia: il nord-est raggiunge un indice di share pari a132 e il nord-ovest un indice pari a 121. Gli indici di share sono invece inferiori alla media nel centro e nel sud Italia. – Stili di vita Considerando gli stili di vita, quelli giovanili sono ovviamente i preponderanti e fra questi sembrano particolarmente catturate le giovani che rientrano nelle categorie dei cosiddetti delfini (gioventù “dorata” 187 che dispone di denaro e cultura, aperta al nuovo nelle conoscenze e negli svaghi) e liceali (con una vita improntata alla leggerezza e al divertimento). Le donne dei delfini sono decisamente sovradimensionate sia rispetto alla percentuale presente nella società, sia rispetto alla quota sintonizzata davanti alla televisione (l’indice di share sul totale di ascoltatrici è 227). Fra gli stili di vita meno giovanili, il programma penetra nel pubblico di donne descritte dai segmenti di colleghe e commesse, con un indice di share rispettivamente di 140 e 121. Si coglie anche dall’analisi effettuata sul testo della trasmissione il desiderio esplicito di raggiungere in un pubblico specifico, catturare nuove quote di spettatori altrimenti non sintonizzate davanti allo schermo e rubare quelli presenti sulle altre reti; nello stesso tempo il peso specifico delle quote più consistenti del panel auditel, necessario a qualsiasi programma di prima serata, si sentono nella proposizione di storie che, quantomeno nelle modalità di racconto, non disturbino troppo il pudore comune e rafforzino i valori generali ampiamente condivisi dalla gran parte della popolazione. Le maggiori consumatrici di televisione, le appartate, che in totale raggiungono il 20% della popolazione, non sono il target privilegiato di Tempi moderni. Nonostante una quota considerevole di donne appartate nella composizione dell’audience (30,43%), essendo queste appunto grandi divoratrici di televisione, il confronto con lo share medio rivela un sottodimensionamento (gli indici di share variano da 59 a 86): questo significa che le donne con questo stile di vita marginale e fortemente connotato in senso tradizionale preferiscono spostarsi su reti concorrenti alla ricerca di un programma più gradito. In effetti, come vedremo nel prossimo capitolo, è stato il programma Un pugno e una carezza, andato in onda in contemporanea su Raiuno, ad accaparrarsi le quote più consistenti del pubblico delle appartate. “Uomini e donne” Data: Rete: Ora: 188 12-16 marzo 2001 Canale 5 14,40-16,00 Regia: Conduzione: Audience media: Share: Indice di penetrazione: Laura Basile Maria De Filippi 2.728.000 (70% donne) Donne 27.74% Uomini 20.44% Donne 6.7% Uomini 3.01% La struttura del programma condotto da Maria De Filippi non è unica. Si possono distinguere facilmente due formati autonomi, all’interno dei quali viene svolta ogni puntata: il formato del varietà e quello del talk show o meglio del reality show. L’uno mette in scena il più classico dei rapporti tra donna e uomo, ovvero il corteggiamento, sotto forma di gioco più o meno velato dall’ironia, e comunque sempre nella forma dell’intrattenimento. L’altro mette in scena svariati rapporti problematici tra donna e uomo, focalizzandosi di volta in volta su uno o più casi specifici, attraverso una o più coppie che, come nella tradizione dei reality show, si appellano alla sede televisiva per discutere i propri contrasti, come in una seduta terapeutica o addirittura, a volte, come in un’aula di tribunale, offrendo al pubblico uno stimolo per la discussione. Il differente formato che configura il programma impone all’analisi una trattazione separata. 1. Uomini e donne (formato varietà) Le puntate di Uomini e donne il cui formato riconoscibile è quella del varietà mettono in scena due corteggiamenti contemporaneamente, l’uno per Tina e l’altro per Claudia. Alternativamente le due donne protagoniste si prestano al gioco della seduzione di cinque, sei, sette uomini che avendo visto la trasmissione da casa sono rimasti affascinati dall’una o dall’altra donna e hanno deciso di partecipare alla trasmissione per sedurre l’una o l’altra. Scopo del “gioco” è quello di conquistare Claudia o Tina e farsi scegliere. Le due donne siedono su una specie di trono, davanti a loro, su semplici sedie, lo stuolo dei rispettivi corteggiatori; il loro abbigliamento è decisamente elegante, da sera, le loro acconciature molto costruite, boccoli biondi in apparente ordine sparso 189 per Claudia, boccoli biondi in impeccabile stile diva degli anni quaranta per Tina. E’ molto evidente l’ironico tentativo di ispirarsi alle vamp dei tempi passati per quest’ultima: i vestiti che indossa sono luccicanti di strass e aderenti come una seconda pelle, corredati di boa di struzzo e lunghi guanti neri, l’atteggiamento vuole essere quello altero di una divina dello schermo, il modello cui platealmente si ispira è quello di una donna viziata, capricciosa, amante del lusso e appartenente alla sfera delle signore benestanti e nullafacenti dei tempi andati. Claudia sembra prendersi più sul serio, vuole essere più “moderna” e il suo modello si ispira a quello delle signore benestanti e nullafacenti dei nostri giorni. Gli strumenti utilizzati per il corteggiamento sono quelli classici del regalo, del complimento e della dimostrazione di un talento per e con lei (ballare, cantare, recitare una poesia). Nonostante il campo libero lasciato agli uomini in termini di tentativi di seduzione e alle due donne in termini di accettazione o negazione di questi tentativi, le modalità di corteggiamento rappresentate sono le più classiche: tra i doni soprattutto fiori, peluche, abiti, tra i complimenti il riferimento alla bellezza, tra le dimostrazioni soprattutto canzoni o balli. Anche da parte delle donne i parametri utilizzati per valutare il corteggiamento sembrano essere i più tradizionali, tranne forse per Tina. Se la decodifica del messaggio avviene sulla base del contenuto manifesto, senza utilizzare nella costruzione del significato gli elementi di ironia che pure caratterizzano in parte la narrazione, il modello di femminilità che ci presentano specularmente Claudia e Tina, e per ben due volte nella stessa settimana, ripropone stereotipi ben precisi. Tina e Claudia sembrano due donne fuori dal tempo, impersonano un’icona di femminilità distante e cristallizzata nei miti e negli atteggiamenti di femmes fatales caserecce, nell’imitazione di modelli cinematografici vecchi almeno di quarant’anni, nella personificazione di un carattere a metà tra la compostezza alto-borghese e un’esuberanza un po’ lasciva Qualora invece il significato attribuito dai telespettatori consideri come preponderanti gli effetti catartici del paradosso, dell’eccesso e dell’ironia, il senso complessivo della narrazione si colora di tinte differenti, se non opposte. Nel gioco messo in scena, infatti, Tina sembra 190 prendersi gioco sia del corteggiamento, sia della femminilità seducente rappresentata. Stanca, annoiata e volutamente languida induce il pubblico al riso, rendendosi molto simpatica, ma anche portando un elemento di rottura nella rappresentazione del corteggiamento a cui tuttavia si presta. Di fronte a Tina lo spettatore si trova nell’obbiettiva difficoltà di attribuire un senso realistico a quanto accade in studio, come disorientato dalla messa in scena di un cliché a cui la protagonista stessa sembra negare un senso che non sia ludico. La serietà con cui Claudia partecipa alle performances dei suoi ammiratori, il ruolo divertito sì, ma assolutamente al di sopra del gioco, con cui Maria De Filippi conduce il programma contribuiscono ad aumentare il disorientamento dello spettatore. Di fronte alla rappresentazione di una modalità di corteggiamento evidentemente stereotipata, che punta su una femminilità altrettanto stereotipata, lo spettatore non riesce a porsi seriamente, l’ironia di Tina è un elemento di rottura che nega ciò che rappresenta, che distrugge lo stereotipo nel momento stesso in cui lo propone, ma tuttavia lo propone, lasciando così senza soluzione di continuità lo spazio costruito nel programma tra realtà e fantasia. 2. Uomini e donne (formato reality show) Le altre puntate di Uomini e donne aderiscono al formato tipico del reality show, uno spettacolo che mette in scena storie ed esperienze di vita reali che fungano da stimolo a una discussione a cui il pubblico in studio e il pubblico a casa sono invitati.48 I rapporti conflittuali raccontati dagli stessi protagonisti, donne e uomini comuni, con il pretesto di trovare nella televisione lo strumento per una soluzione, offrono o dovrebbero offrire al pubblico uno stimolo al confronto, secondo la modalità dell’interpellazione sociologica tipica dei focus group individuata anche in Tempi moderni. A differenza di Tempi moderni però, in Uomini e donne non vi è un pubblico di mediatori che possa portare punti _____________ 48. Cfr. Mariagrazia Fanchi (a cura di), La famiglia in televisione. La famiglia con la televisione Le nuove forme del consumo televisivo in famiglia, Eri, Torino 2001, pp. 41-43 191 di vista con più alto grado di autorevolezza, e non vi sono tante storie di vita portate come stimoli alla discussione. In un certo senso, Maria De Filippi ha una conduzione meno strutturata, non c’è la volontà di guidare il confronto attraverso una traccia di intervista prestabilita. La conduttrice si limita ad introdurre l’argomento aiutando i protagonisti della storia a raccontarne le linee essenziali e si concentra nel concedere i turni di parola, talvolta, ma di rado, sanzionando chi non rispetta i tempi e i ritmi della trasmissione. Un’altra differenza sostanziale con il programma di Daria Bignardi è il tipo di problematiche affrontate. Indubbiamente entrambi i programmi si concentrano sullo studio della normalità, le reazioni del pubblico ideale di fronte agli stimoli proposti. In questo caso però anche i temi indagati sono parte integrante della normalità del pubblico. Non si vuole scrutare le reazioni della comunità di fronte a stravaganti tendenze giovanili, ma si assiste al posizionamento di fronte a questioni relativamente comuni, che potrebbero capitare nella quotidianità di chiunque. Questo tipico prodotto neotelevisivo centrato sui rapporti e i conflitti di coppia si presta bene a un’analisi su due livelli, di forma e contenuto, che veicolano una rappresentazione dell’immagine femminile per certi versi contraddittoria. 2.1. La forma Mentre la conduttrice stimola il dibattito mantenendo volutamente una posizione di neutralità, in vista della riconciliazione-ricomposizione del conflitto, il pubblico in studio ha invece il ruolo di partecipante “schierato”, di “opinione pubblica”, sostenendo le posizioni dell’uno o dell’altro protagonista e riproducendo al suo interno la stessa linea di conflittualità e di discussione presente nella coppia. La figura del pubblico è molto importante perché mette in gioco in forma esplicita i valori e prende posizione su di essi: mentre i protagonisti raccontano se stessi e la loro storia personale e la conduttrice, partendo dal dato concreto di quella storia, ogni tanto astrae da essa per sollevare in forma problematica interrogativi e dilemmi riguardanti i valori, è soprattutto nel pubblico che questi valori (in termini di dover/non dover essere, dover/non dover fare) vengono affermati e discussi. 192 La presenza e l’interazione di questi tre soggetti, i protagonisti, la conduttrice, il pubblico, riproducono un’arena pubblica in cui si negoziano i termini di un’etica del rapporto di coppia. L’idea di fondo che un rapporto di coppia necessiti, per funzionare, di un’aperta comunicazione tra i partner e di una condivisione raggiunta attraverso il dialogo di due individualità si avvicina a quella che Miriam Johnson definisce la “nuova etica dell’amore”49 che potenzialmente ridimensiona la centralità del rapporto di coppia e del matrimonio rispetto all’identità dell’individuo. Questo contesto di negoziazione paritaria appare per molti versi favorevole a una rappresentazione equilibrata e egualitaria del rapporto tra i sessi. L’iniziativa di invitare il/la partner alla discussione di un problema o conflitto di coppia all’interno della trasmissione è tanto maschile quanto femminile: la responsabilità della risoluzione dei conflitti di coppia appare così condivisa. Gli uomini mostrano il loro coinvolgimento nella sfera affettiva ed entrano con un ruolo attivo nella dimensione - considerata tradizionalmente femminile - della custodia e della salvaguardia della relazione di coppia. La discussione collettiva con un pubblico misto fa confluire in uno spazio comune due dimensioni tradizionalmente separate, il gruppo confidenziale di donne e quello di uomini, obbligandoli a elaborare un linguaggio comune, anche se la predominanza delle donne nel pubblico colloca ancora prevalentemente in una dimensione femminile la discussione dei temi sentimentali. La partecipazione al programma implica anche per gli uomini la disponibilità a “smascherarsi”, a mostrare le proprie debolezze, insicurezze, paure e in molti casi la propria dipendenza affettiva dalla partner: l’indugiare della telecamera sulle espressioni tese e preoccupate dei protagonisti durante la discussione e il loro distendersi nel momento della ricomposizione del conflitto compone un’immagine di uomo in parte “femminilizzata”, ammorbidita sul versante dell’emotività. _______________ 49. Miriam M. Johnson, Madri forti, mogli deboli. La disuguaglianza del genere, il Mulino, Bologna 1995, p. 334. 193 La soluzione del conflitto, perseguita dalla conduttrice e lasciata in ultima istanza alla decisione dei protagonisti, si pone di solito come un compromesso in cui ognuna delle due parti esprime una rinuncia (a una pretesa “eccessiva”, a un atteggiamento inaccettabile per l’altro) e una promessa (di fare o non fare), integrando dunque le esigenze dell’altro nel proprio orizzonte di azione. La rinuncia e il sacrificio penetrano ugualmente nella sfera femminile e in quella maschile e quest’ultima vede ridimensionati privilegi e poteri prima indiscussi. Il programma gioca talvolta sul ribaltamento dei ruoli, accostando dei casi in modo speculare, ad esempio introducendo due storie centrate entrambe sulla gelosia e sul dilemma amore-libertà, ma in cui i ruoli maschili e femminili sono invertiti. La rigidità e fissità dei ruoli, elemento centrale della disuguaglianza di genere, è così almeno potenzialmente incrinata. Questo contesto di negoziazione paritaria, se da un lato appare favorevole ad una rappresentazione equilibrata del rapporto tra i sessi, mostra però alcuni elementi che possono ridimensionarne la portata: prima di tutto, la neutralità della conduttrice e la logica stessa del programma (rappresentare il momento della conversazione negoziale e dello scambio piuttosto che imporre un’opinione forte) fanno sì che ognuna delle posizioni in gioco abbia pari dignità e che abbia un sufficiente sostegno da parte del pubblico: i vecchi cliché del comportamento maschilista trovano così lo stesso spazio di espressione e di legittimità degli atteggiamenti più aperti e egualitari e soprattutto trovano comprensione, riconoscimento e talvolta esacerbato sostegno da parte di membri maschili (e più spesso femminili!) del pubblico. In secondo luogo, il programma valorizza la presenza scenica più che la forza persuasiva degli argomenti, si costruisce attorno alle personalità in gioco più che ai temi cui il contraddittorio rinvia: una timida sostenitrice di posizioni egualitarie può soccombere - insieme alle sue argomentazioni - di fronte alla verve di un maschilista simpatico e capace di “tenere” la scena (ved. l’esempio nel box a fine paragrafo). 2.2. Il contenuto I temi trattati nella settimana analizzata riguardano le dinamiche della vita di coppia e prendono spunto dalle vicende personali racconta194 te dagli ospiti presenti in studio, tutte persone comuni: la gelosia, la seduzione, la libertà, la fiducia, le regole della convivenza, le responsabilità, l’armonizzazione della vita di coppia con la vita sociale, ecc. Come si è già detto, i ruoli non sono rigidi ma costituiscono l’oggetto di una trattativa in cui uomini e donne cercano di definirli o ridefinirli adattandoli alle rispettive personalità e alle esigenze comuni. L’universo sentimentale che le varie storie tratteggiano contempla quindi una certa varietà di ruoli femminili e maschili e l’immagine della donna che emerge non è polarizzata sul versante della dipendenza e della subalternità rispetto alla figura maschile: la vecchia enfasi sul sacrificio di sé lascia spazio ad esigenze legate all’autorealizzazione, all’autonomia, all’espressione della propria individualità, all’emancipazione da relazioni simbiotiche percepite come soffocanti, alla libertà nelle dimensioni del lavoro e delle amicizie. Eppure, gli elementi di una concezione del ruolo femminile ispirata a modelli tradizionali non sono affatto assenti: talvolta compaiono nelle storie stesse e negli atteggiamenti dei loro protagonisti, ma trovano il loro luogo di espressione privilegiato nelle argomentazioni del pubblico. E il pubblico - lo sottolineiamo - è costituito in gran parte di donne (riproducendo il pubblico a casa cui la trasmissione si rivolge). Ora, il programma è concepito in modo tale che anche tra il pubblico siano rappresentate le opinioni discordanti intorno al tema in questione, quindi le argomentazioni in favore di un modello femminile “tradizionale” si scontrano con opinioni più moderne e favorevoli a un ripensamento dei ruoli. Ma non può essere sottovalutato il fatto che siano proprio le donne a ribadire la centralità della vita di coppia rispetto all’identità individuale e a porsi come le custodi più accanite e irriducibili di un modello di coppia basato sulla dedizione totale della donna, di una concezione dell’amore inteso come la sospensione delle libertà e dell’autonomia di fronte al compagno, sulla base dell’assunto che la realizzazione personale di una donna non possa darsi, se non in una relazione di coppia. 195 Un esempio di costruzione del consenso: il caso di Gino e Rosanna Il protagonista della storia della puntata del 13 marzo è Gino, un uomo che ha invitato la ex compagna alla trasmissione per cercare di chiarire lo stato del loro rapporto. Gino e Rosanna hanno avuto una relazione, hanno due figlie, ma vivono da tre anni separati. Subito dopo aver avuto la prima figlia Gino ha tradito Rosanna, poi ha commesso tutta una serie di errori (colpe), tra cui il finire in mano agli usurai, che ha indotto lei a tornare a vivere, insieme alle figlie, con la famiglia di origine. Lui la ama ancora, rivendica il diritto al chiarimento della relazione e soprattutto il diritto a essere padre. Lei sostiene di essere confusa, di essere combattuta tra la ragione e il sentimento, la ragione la indurrebbe a chiudere per sempre i rapporti con lui, perché non ha più fiducia, il sentimento è ciò che probabilmente (lei non lo ammette mai chiaramente) la tiene ancora legata a lui. Il consenso del pubblico è diviso tra i due protagonisti, ma, soprattutto nella prima parte, quando la storia è ancora sospesa e Rosanna ripete continuamente di non voler riferire alcuni particolari, che si riveleranno poi essenziali a spiegare le ragioni della sua sfiducia verso Gino, è schierato a favore di lui. Lei è molto aggressiva, nervosa, tesa e confusa. Lui dice di essere lì per ragionare, è molto pacato, non vuole mettere in discussione gli errori che ha compiuto, non vuole discuterne la gravità, se ne assume la colpa (e ritiene questa assunzione di colpa e anche di responsabilità sufficiente) e vuole ricominciare da capo, perché la ama e perché vuole essere padre delle loro figlie. Un capovolgimento in termini di schieramento del pubblico sembrerebbe avvenire quando emergono elementi quali le inadempienze economiche del marito, indebitatosi con gli usurai, costretto per questo a lasciare il paese e incapace di provvedere costantemente agli alimenti per le due figlie. Si assiste qui ad un rovesciamento dei piani, l’apparente rancore riservato da Rosanna a Gino per il tradimento (risentimento condannato dal pubblico perché irrilevante, o trascurabile di fronte all’amore dichiarato da Gino per Rosanna e di fronte alla volontà di paternità di lui) diviene sfiducia per l’inaffidabilità dimostrata da Gino e quindi timore e paura “ragionevole” per il futuro. Questo spostamento dei piani sembrerebbe orientare il pubblico verso Rosanna. L’incapacità presunta, o meglio deducibile dagli ultimi elementi apportati alla storia, di Gino a essere all’altezza del ruolo di padre sembrerebbe determinante per lo spostamento dell’opinione del pubblico. Ricapitolando, le componenti che giocano a favore di Gino in un primo momento sono: la tranquillità, la calma e la semplicità nelle sue modalità di espressione, la chiarezza nei sentimenti e negli intenti dichiarati, ovvero assumersi con una dichiarazione pubblica la colpa per gli errori commessi, amare la donna che ama, essere padre delle figlie di cui è padre. Presumibilmente il consenso gli deriva anche da una condivisione dei valori dichiarati e contenuti dei suoi intenti: ammissione di colpa, amore e paternità. Gli elementi che invece sembrano determinare la contrarietà del pubblico a Rosanna sono: l’aggressività, il nervosismo e la confusione nelle sue modalità di espressione, la mancanza di intenti verso l’ex compagno, ovvero il suo essere sospesa, in dubbio tra ritornare con lui oppure lasciarlo 196 per sempre, la confusione sul piano sentimentale (non dice mai chiaramente che lo ama, anche se lo lascia intendere), la subordinazione alla famiglia di origine per necessità e per dovere (continuamente Rosanna dice di dovere molto rispetto a chi l’ha aiutata a occuparsi delle figlie). Lo spostamento del consenso da Gino verso Rosanna sembrerebbe avvenire sulla base di elementi che non riguardano un mutamento delle posizioni di lei o lui (posizioni e ruoli rimangono immutati dall’inizio alla fine della trasmissione), ma mutano lo sguardo su di lei e soprattutto su di lui. La storia approfondita di Rosanna getta su di lui la luce dell’inaffidabilità economica e umana (Rosanna racconta che quando gli usurai arrivarono da Gino lui si sottrasse all’incontro con loro, i quali si rivalsero sui genitori di lei picchiandoli). Entrambi questi elementi minano la capacità di Gino di amare e soprattutto di essere padre e spiegano, o rendono comprensibile la rabbia, l’aggressività e il nervosismo di lei. 3. Il profilo del pubblico femminile sulla base dei dati auditel – Età Il talk show di Maria De Filippi penetra, senza sorprese, in una popolazione femminile di età medio alta, anche se una volta collocato sul palinsesto questo programma riesce a rubare anche spettatrici fra i 20 e i 24 anni alle reti concorrenti, mostrando un sovradimensionamento importante di share (39,2%) rispetto allo share medio (27,74%) . L’indice sintetico dello share sul totale degli ascoltatori raggiunge, infatti, un valore di 141. – Istruzione Le donne raggiunte sono in prevalenza di classe socioeconomica medio inferiore ed inferiore con un titolo di studio di scuola media inferiore o elementare. I grafici sulla composizione dell’audience ci mostrano che il 42,87% delle spettatrici di Uomini e donne ha un titolo di studi elementare, e il 30,06% di scuola media inferiore. Particolarmente sottodimensionate nel pubblico appaiono invece le donne con un titolo di studi universitario (indice di share di 66 punti) e le bambine fra i 4 e i 14 anni, escluse dall’attribuzione di un titolo di studi (indice di share pari a 61). Queste donne sembrano poco attratte dalle tematiche della trasmissione e più propense a spostarsi su altri canali televisivi. 197 – Aree geografiche Per quanto riguarda la collocazione geografica, il programma di Maria De Filippi attrae in particolare le teleutenti che abitano nel centro Italia, nel sud e nelle isole. Al contrario, le donne del nord-est sono sottodimensionate in termini di share, con un indice sintetico pari a 79. – Stili di vita Osservando gli stili di vita del pubblico femminile di Uomini e Donne, si nota immediatamente la preponderanza delle appartate: sommando, infatti, i tre segmenti afferenti a questa tipologia, le donne descritte con questi particolari tratti di personalità e di comportamento raggiungono il 45,96%. Quasi la metà delle spettatrici è dunque formata da donne di una certa età, disoccupate, casalinghe o pensionate, che vivono spesso con risorse limitate, generalmente in solitudine e in ogni caso prevalentemente dentro le mura domestiche, in condizioni di dipendenza, con valori tradizionali e scarse aspirazioni. Analizzando gli indici di share sul totale degli ascoltatori relativamente ai diversi stili di vita, si può osservare come tutti gli stili di vita giovanili siano effettivamente sottodimensionati; mentre altri due gruppi, oltre alle già citate appartate, sono attratte da questo programma: le commesse e le massaie. Questi due stili centrali femminili, composti da persone più giovani delle appartate, hanno in comune la centralità della famiglia nei valori e nelle responsabilità quotidiane delle donne. Le commesse hanno sì un lavoro, ma non incide particolarmente sull’identità, poiché l’attività professionale è spesso di scarso rilievo ed è vissuta come necessità piuttosto che come momento realizzativo. Il lavoro extra - familiare è uno strumento necessario di cui si farebbe volentieri a meno, mentre fondamentale nella vita di queste persone rimane proprio la dimensione domestica. Le massaie, infine, non hanno spesso alcuno sbocco all’esterno delle mura domestiche; lavorano in casa, come casalinghe, e si occupano della gestione familiare. “Un pugno o una carezza” Data: Rete: 198 14 marzo 2001 Raiuno Ora: Regia: Conduzione: Audience media: Share: Indice di penetrazione: 20,55-23,00 Anna Forghieri Alda D’Eusanio 6.032.000 (66% donne) Donne 29.98% Uomini 19.26% Donne 13.89% Uomini 7.66% 1. Struttura e conduzione del programma Il programma è un talk show condotto da Alda D’Eusanio, incentrato sulle vicende private di persone comuni, che si avvicendano nel corso della trasmissione. Esse sono invitate a raccontare “pugni e carezze”, ossia torti inflitti o subiti e atti di affetto o amore di cui sono/sono stati oggetto o soggetto. La controparte viene invitata a partecipare alla trasmissione e con la sua reazione determina l’esito - positivo o negativo - della storia: il costituirsi o riannodarsi di relazioni, o viceversa la loro rottura. L’ossatura del programma, a differenza di Uomini e donne e Tempi Moderni, non prevede la partecipazione attiva del pubblico alla discussione e si regge quindi su due soggetti: la conduttrice e i protagonisti delle storie. Nelle trasmissioni precedenti era il pubblico a costituire il “luogo” principale di dibattito e presa di posizione sui valori. In Un pugno o una carezza questa istanza ritorna in gran parte alla conduttrice e in parte si insinua all’interno delle storie stesse, in particolare nel loro esito: la conduttrice non è neutrale ma partecipante: i suoi commenti e interventi improntati ora all’ironia, ora alla tolleranza bonaria, alla solidarietà, alla critica, allo sdegno delineano un universo di valori gerarchizzati e uno spazio di trattativa sui valori stessi. Le storie, in prevalenza vicende familiari, rapporti tra genitori e figli, tra fratelli/sorelle, tra coniugi, sono spesso centrate sul tema del perdono e della riconciliazione, ma ammettono anche l’esito negativo della rottura o del rifiuto di perdonare. Nell’esito negativo, di solito motivato e argomentato dagli interpellati, sta appunto la sanzione morale e l’affermazione di valori fondamentali: la violazione di quei valori è la causa dell’esclusione dell’individuo da una serie di rapporti sociali. 199 2. Valori, ruoli, forme di potere Il valore centrale, che percorre l’intera trasmissione e ne costituisce il senso, è quello dell’apertura alla comunicazione, al negoziato, alla messa in discussione dei propri comportamenti (sarebbe interessante approfondire questo porsi “totalitario” dello spazio televisivo come arena pubblica e condivisa di discussione e di contrattazione, al punto che il rifiuto di accettare la partecipazione a questo spazio viene assimilato al rifiuto di comunicare tout court). Altri valori che emergono come fondamentali, il cui non-rispetto è sanzionato dalla conduttrice, sono quelli della solidarietà familiare, dell’amore per i figli, dell’aiuto ai familiari in difficoltà. I pugni simbolici della trasmissione in questo caso arrivano a tracciare i confini di un altro valore espresso assiduamente: il perdono. Le donne presenti nel programma sono quasi esclusivamente madri e mogli, ma questo non consente di per sé di rilevare una disuguaglianza di genere, dal momento che anche i soggetti maschili sono identificati soprattutto con il loro ruolo di padri, mariti, fratelli, trattandosi come si è detto di vicende che hanno per teatro prevalente il contesto familiare. Per quanto riguarda la connotazione morale dei personaggi, le storie più drammatiche raccontano di “buone” e “cattive” madri, di “buoni” e “cattivi” padri, e via dicendo. Una divisione dei ruoli significativa sembra invece emergere nella trattazione del tema della fiducia e della fedeltà coniugale, che nel corso del programma analizzato si profila in alcune storie dai toni più leggeri che drammatici, ed è affrontato dalla conduttrice in termini ironici e bonari, rinviando quindi ad un valore “contrattabile”. L’atteggiamento di Alda D’Eusanio, e dei personaggi femminili, richiama la tradizionale tolleranza femminile nei confronti delle “scappatelle” del marito: a mariti e fidanzati un po’ bugiardi, infantili, incostanti, facili prede di tentazioni sessuali, legati al modello di virilità dell’uomo-cacciatore, fanno da contraltare mogli e fidanzate mature, pazienti, addirittura compiacenti, comunque disposte a perdonare questi comportamenti in nome del superiore interesse coniugale, oppure donne che insidiano la fedeltà maschile, usando consapevolmente il loro potere di seduzione (“le donne sono fatte per provocare”). 200 In un certo senso sono messi qui in evidenza due poteri tipicamente femminili: - il potere della seduzione (sessuale). Se usato con consapevolezza e parsimonia si rivela un’arma lecita ed efficace per mettere alle corde gli uomini. La consapevolezza è necessaria per trasformare la donna da oggetto a soggetto, da sedotta a seduttrice, con il coltello dalla parte del manico. La parsimonia è indispensabile per non sporcare il connotato positivo con l’evocazione della mercificazione. In ogni caso questa dote tende ad enfatizzare le differenziazioni di genere, esprimendo forme di dominio divergenti; - il potere della comprensione, che tende a cristallizzare in un genetico tratto di personalità l’inclinazione femminile di moglie e madre. La comprensione tipicamente materna, il perdono per le birichinate dei bambini, è tratteggiata come valore positivo e da spendere anche nelle relazioni di coppia nei confronti del partner. 3. Il profilo del pubblico femminile sulla base dei dati auditel – Età Il programma è andato in onda contemporaneamente a Tempi moderni, talk show di Italia 1, e rispetto al pubblico di quest’ultimo mostra molte caratteristiche speculari, a cominciare dall’età: mentre Tempi moderni si rivolge principalmente alla fascia d’età tra i 15 e i 35 anni, Un pugno o una carezza si afferma prevalentemente nelle fasce di età più avanzata (il 57,85% dell’audience è costituita da persone con più di 54 anni; l’indice di share è pari a 121 nella fascia 55-64 anni e arriva a 148 in quella oltre i 64 anni). La prevalenza di storie familiari con protagonisti spesso anziani o di media età, un tipo di rappresentazione dei rapporti tra genitori e figli e tra coniugi che riconduce spesso a modalità di interazione tradizionali, risponde bene agli interessi di un pubblico in gran parte non più giovane. – Istruzione Per quanto riguarda il livello di istruzione, il profilo del pubblico 201 di Un pugno o una carezza appare molto simile a quello del varietà Dove ti porta il cuore: c’è una forte concentrazione dei telespettatori nella categoria di istruzione elementare (composizione di audience percentuale: 54,17%), mentre i livelli medio-alti e alti sono sottorappresentati. – Aree geografiche La composizione del pubblico per area geografica mostra una sovrarappresentazione del sud Italia e una rappresentazione equilibrata del resto del paese, con un’eccezione: il sottodimensionamento del pubblico del nord-ovest. – Stili di vita Gli stili di vita raggiunti con maggior successo sono quelli delle appartate (composizione dell’audience percentuale: 55,04%): come nell’altro programma di Raiuno appena citato, è il terzo sottogruppo di questa categoria - di età più avanzata - ad essere maggiormente rappresentato (l’indice di share sul totale degli ascoltatori è 175), ma la trasmissione si afferma bene anche tra le appartate1 (il sottogruppo più giovane e meno disagiato, ma caratterizzato anch’esso da condizioni di dipendenza e marginalità) e le appartate2 (in maggioranza casalinghe con problemi di reddito e limitate aspirazioni). Dunque, le stesse donne che vivono la maggior parte del loro tempo nell’ambiente domestico, hanno un livello di socializzazione ridotto, interessi limitati al di fuori del contesto familiare, forme di evasione legate prevalentemente al consumo televisivo, e mostrano in molti casi un orientamento religioso e una mentalità improntata ai valori tradizionali. Il programma non si rivela coinvolgente per i segmenti di pubblico portatori di stili di vita più centrati sulla realizzazione, il successo, l’impegno, oppure sullo svago e il divertimento, che hanno il loro centro di gravità al di fuori delle pareti domestiche e del contesto familiare ristretto. “Quelli che il calcio” Data: Rete: 202 11 marzo 2001 Raidue Ora: Regia: Conduzione: Audience media: Share: Indice di penetrazione: 14,55-17,10 Paolo Bendì Fabio Fazio 3.882.000 (47% donne) Donne 22.42% Uomini 32.13% Donne 6.41% Uomini 7.62% 1. L’apertura del programma al pubblico femminile “Nel gruppo di Quelli che... ci sono anche molte donne, le stesse che mariti e fidanzati lasciavano sempre sole, che il calcio aveva escluso dalle domeniche e che grazie a Fazio, Bartoletti, Beldì e compagni hanno trovato il modo di reinserirsi da protagoniste sempre più accreditate in un discorso senza fratture e senza compromessi. Quelli che il calcio rende accessibile un mondo apparentemente chiuso; prova (o finge di farlo) a renderlo accessibile per una porzione di pubblico molto più ampia della pur vasta platea dei tifosi perenni e onnivori”.50 Il fortunato programma inventato da Fabio Fazio nasce da una propizia contaminazione di generi televisivi. In una cornice simile a quella tipica dei talk-show, personaggi famosi del mondo dello spettacolo e della cultura chiacchierano insieme a personaggi meno noti sui temi proposti dalla domenica calcistica. Il calcio, in Italia, è chiaramente un fenomeno culturale di massa, molti ne parlano nel loro quotidiano senza la pretesa di essere o diventare esperti di settore. Il programma ha il pregio di rappresentare questo mondo, di ridefinire l’identità del tifoso medio, che non necessariamente diventa un ultrà da stadio, ma è in grado di vivere con leggerezza ed ironia le prestazioni della propria squadra del cuore. L’esperimento di ricondurre il calcio nelle sue dimensioni più normali, senza l’eccessiva serietà di alcune trasmissioni sportive, accostando questa passione ad altre della vita quotidiana, riesce anche grazie alla complicità di qualche esperto in studio, che accetta l’impostazione proposta da Fazio. _____________ 50. Paolo Taggi, Vite da format. La TV nell’era del Grande Fratello, Editori Riuniti, Roma 2000, p. 157. 203 Nel corso degli anni Quelli che il calcio ha subito alcune modificazioni. Mentre agli esordi, il tema calcio era una parte essenziale della narrazione e infatti tutti gli ospiti erano identificabili con una squadra, nelle ultime edizioni è andata progressivamente aumentando la componente di spettacolo, lasciando alla domenica calcistica il compito di definire il ritmo della trasmissione. Qualunque discorso può essere interrotto da un gol, ma a differenza delle prime edizioni, i dialoghi non si focalizzano sul calcio, anzi la musica e lo spettacolo diventano il tema principale. Il ruolo di comici di successo che improvvisano sketch di cabaret trasforma il senso complessivo della trasmissione. 2. Le donne di “Quelli che il calcio” Se è verosimile l’ipotesi di un pubblico di telespettatrici sempre più cospicuo (nella puntata analizzata dell’11 Marzo 2001, ad esempio, le femmine del campione auditel sintonizzate su questo programma raggiungono il 47 per cento del pubblico totale), e se la trasmissione può aver ricomposto molti dissidi domenicali tra mogli e mariti rendendo fruibile la materia calcistica anche alle donne tradizionalmente ostili al calcio, grazie alla leggerezza con cui si affronta e alle dimensioni più tipiche dello spettacolo, per quanto riguarda il ruolo di protagoniste delle donne nella trasmissione occorre fare alcuni distinguo. Nella puntata in esame le donne presenti e con facoltà di parola (in taluni casi una semplice frase), sono Rita Montella, Bedy Moratti, Natasha Stefanenko, Orietta Berti, Alessia Fabiani, Flavia Vento e Luciana Litizzetto. Rita Montella e Bedy Moratti hanno effettivamente un ruolo attivo, quello di giornaliste inviate rispettivamente agli stadi di Roma e Milano per seguire le partite; ma, Bedy Moratti in quanto sorella del presidente dell’Inter Massimo Moratti, anche se in effetti si può ipotizzare che ricopra un qualche ruolo nella direzione della squadra vista una certa deferenza con cui viene interpellata e il tono misurato ma partecipe quando descrive la performance della squadra, nonostante i legami familiari, insomma, dimostra competenza e credibilità; d’altro canto, invece, Rita Montella è inviata solo perché moglie del campione della Roma, e proprio aderendo al suo ruolo di moglie si comporta: parteci204 pazione emotiva e poca competenza tecnica, intervista o meglio presentazione del marito dopo la partita in atteggiamento adorante e funzionale alla celebrazione collettiva del calciatore-marito. Il fenomeno delle mogli dei calciatori, lanciato effettivamente da questo programma, inizialmente poteva avere lo scopo di mostrare le dimensioni private dei calciatori, normalizzandoli o accrescendo il potenziale d’invidia nei loro confronti (bravi, ricchi, belli e anche accompagnati da splendide donne!), e quindi era funzionale alla celebrazione del mito; le donne non erano nient’altro che lo specchietto per le allodole, utili alla costruzione dell’immagine dei propri mariti o fidanzati. La tipologia di mogli che si sono prestate a partecipare in queste vesti ha però assunto nel tempo una sua fisionomia autonoma. Essendo l’estetica - nei contenuti di bellezza e nella forma di disponibilità delle posture (i sorrisi sempre pronti, gli abiti sexy, l’accettazione di sottoporsi alle radiografie effettuate dalla telecamera su tutto il corpo) - una componente essenziale di successo per le cosiddette donne sospese, già incontrate nei programmi di spettacolo, queste mogli hanno mostrato di poterle insidiare sul loro stesso terreno. In questo senso, non vi è poi molta differenza per lo spettatore fra la soubrette e la moglie del calciatore, perché le caratteristiche distintive appaiono le stesse. Orietta Berti è, da qualche stagione, ospite fissa del programma, rilanciata da Fazio nel ruolo di commentatrice-casalinga di vari eventi mai calcistici data la conclamata incompetenza, adeguata, d’altra parte, all’immagine di brava signora un po’ all’antica e piena di sano buon senso che di lei, cantante professionista e di successo, si vuol dare. Orietta in versione brillante, che con garbo ed ironia si lascia trasportare da Fazio in un nuovo ruolo, si integra perfettamente nel club di Quelli che ... dimostrando alle signore a casa che non c’è rottura, ma soluzione di continuità fra gli interessi dei mariti e quelli delle mogli, come tra lo sport e lo spettacolo. La presenza di Natasha Stefanenko sembra funzionale al collegamento da Mosca con Iacchetti e cantanti italiani che provano uno spettacolo. Di sicuro la soubrette-presentatrice traduce alcune frasi in russo, sua lingua materna, e si disinteressa completamente del campionato di calcio. Cosa che, invece, sembra non fare la “letterina” Alessia Fabiani quando proclama il nome della squadra del cuore, ma sono le uniche parole che dice; la sua presenza serve invece da oggetto per indugianti panoramiche del suo corpo abbondantemente svestito. 205 Con Flavia Vento che tenta di cantare la canzone del suo disco, si tocca il culmine del cliché della donna sospesa, assolutamente incapace di qualunque attitudine professionale se non quella di apparire. Il fatto che il personaggio Flavia Vento sia oggetto di bonarie canzonature sulle sue doti vocali e sulle sue capacità di articolazione di una frase, che ne sottolineano l’inettitudine non appanna completamente il potenziale connotato positivo arrecato dal successo, comunque raggiunto. All’aria di derisione per le sue incapacità, vere o presunte perché è chiaro che quello di Flavia Vento è un tipico caso di esperimento sull’immagine costruito a tavolino e lanciato sul mercato televisivo, fa da contraltare la paternalistica indulgenza di fronte alla sua bellezza. Il programma, insomma, nonostante qualche timido tentativo, non intacca la sua incredibilità, proprio perché la riduzione del corpo femminile a puro oggetto sessuale o a macchietta folcloristica è tuttora, nel panorama televisivo, una consuetudine, che proprio in quanto vissuta come normalità non suscita reazioni di sdegno. Un caso a parte è la comica Luciana Littizzetto che, ombra cinese dietro un sipario, fa, per così dire, il controcanto della trasmissione. Tono dissacrante, battute pungenti a lei è concesso completamente il privilegio dell’ironia tanto diffuso tra Fazio e compagni. 3. Il profilo del pubblico femminile sulla base dei dati auditel – Età Il 39,29% del pubblico femminile di Quelli che il calcio supera i 54 anni di età, ma il programma gode anche di un ottimo successo fra donne più giovani. Osservando gli indici di share, si vede come le spettatrici fra i 20 e i 54 anni di età siano sovradimensionate rispetto al dato di share medio ottenuto dalla trasmissione. – Istruzione La scomposizione del pubblico per titolo di studio rivela come Quelli che il calcio sia, insieme a Tempi moderni, la trasmissione con le telespettatrici più colte: nonostante il 34,97% abbia un titolo di studio elementare e il 28,12% un titolo di scuola media inferiore, le percentuali di share del pubblico con titolo di studi universitario e di scuola me206 dia superiore sono nettamente superiori allo share medio del programma. L’indice di share per il segmento di donne laureate, ad esempio, raggiunge i 163 punti, ben superiore al valore centrale 100. – Aree geografiche Il programma di Fazio riesce in particolare ad attrarre le donne residenti nel centro e nel nord Italia, mentre abbastanza sottodimensionate risultano le quote di donne del sud e delle isole che si sintonizzano su questa rete. L’indice di share sul totale delle telespettatrici, che raggiunge i 125 punti per le residenti al centro Italia, cala a 71 punti per le donne che abitano in Sicilia e in Sardegna. – Stili di vita Gli stili di vita mostrano ancora una volta una prevalenza in termini di audience delle appartate, che in totale raggiungono il 37,38% delle spettatrici. Solamente il primo segmento di appartate, nel complesso il più giovane e il meno disagiato, risulta però sovradimensionato in termini di share, mentre gli altri due segmenti di appartate (casalinghe di età medio-alta e pensionate) sono fortemente sottodimensionati. Gli indici di share mostrano invece come gli stili di vita più rappresentati nel pubblico femminile di Quelli che il calcio siano i due stili giovanili (liceali e soprattutto delfini), gli stili superiori (arrivate - dotate di ricchezza e successo - e impegnate - che valorizzano soprattutto la cultura e l’impegno) e gli stili centrali femminili delle colleghe e delle commesse. La trasmissione domenicale di Raidue si conferma capace di raggiungere un pubblico di donne giovani e con una spiccata predisposizione verso consumi culturali, che hanno spesso raggiunto posizioni di rilievo nel mondo del lavoro oppure stanno acquisendo gli strumenti di educazione necessari per ottimizzare le probabilità di successo. 7. GIOCHI “Sarabanda” Data: 11-17 marzo 2001 207 Rete: Ora: Regia: Conduzione: Audience media: Share: Indice di penetrazione: Italia 1 20,00-20,45 Giuliana Baroncelli Enrico Papi 2.940.000 (56% donne) Donne 11.65% Uomini 12.01% Donne 5.72% Uomini 4.85% 1. La rappresentazione femminile: concorrenti e scenografie Il chiassoso gioco a premi condotto da Enrico Papi su Italia 1, nella fascia oraria in cui le altre emittenti nazionali sono impegnate sul fronte delle notizie con i telegiornali, dalle ore 20 alle 21, offre al pubblico televisivo un’ora di svago, di divertimento, di gioco a suon di musica. I colori scintillanti della scenografia proiettano direttamente lo spettatore in un luogo di esilarante leggerezza, dove attualissime luci al neon illuminano un’architettura vagamente baroccheggiante creando e al contempo normalizzando un caotico contrasto tra vecchio e nuovo, come vecchie e nuove sono le note musicali che i giocatori sono chiamati a riconoscere per vincere la sfida. Una sfida a cui partecipano in egual misura , nel pieno rispetto di una par condicio numerica, donne e uomini. La conduzione di Enrico Papi riserva trattamenti decisamente paritari a tutti i giocatori, indipendentemente dal loro sesso. Tutti i concorrenti vengono presentati al pubblico con l’indicazione di nome, età e professione. Mancano le battute a sfondo sessuale che lo stesso showman regalava in abbondanza durante il programma Matricole. Alle concorrenti donne Sarabanda dedica uno spazio di gioco, sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo, paritario a quello dedicato ai concorrenti uomini. Il piano su cui la distinzione donna-uomo si pone non è quello del gioco giocato, bensì quello della scenografia, del contorno al gioco, del gioco, potremmo dire, rappresentato. Parte integrante della scenografia più sopra sinteticamente descritta è infatti un imprecisato numero di giovani donne dagli abiti di paillettes scintillanti, costantemente sullo sfondo della scena, a mo’ di suppellettili, di oggetti ornamentali quali le insegne al neon o le decorazioni barocche che ca208 ratterizzano l’intera scenografia. Oggetti fissi su un sorriso forzato e sotto un abbigliamento minimal perennemente luccicante, che si mettono in moto, forse rivendicando la loro soggettività, solo durante alcuni momenti del gioco, quando, riconosciuta la canzone, l’orchestra suona le note del pezzo, invitando al ballo. Al di fuori del gioco poi c’è uno spazio per queste donne suppellettili nel messaggio promozionale, dove un balletto su due cubi apre lo spazio perché i corpi di queste pseudo ballerine possano svolgere il loro ruolo di sponsor. 2. Il profilo del pubblico femminile sulla base dei dati auditel – Età Emerge nel pubblico di Sarabanda la quota rilevante di bambine dagli 8 ai 14 anni (indice di 158) e dai 4 ai 7 anni (indice di 116). Risultano rovrarappresentati in termini di share anche i 20-34enni e i 4554enni, mentre le fasce di età superiori ai 54 anni, sebbene importanti nella composizione dell’audience percentuale, si rivelano sottodimensionate in termini di share. – Istruzione Il titolo di studio delle telespettatrici è prevalentemente elementare (43,89%) e medio inferiore (26,92%). Molto rilevante l’indice di share (144) per il segmento della popolazione che aggrega bambine e adolescenti secondo il comune denominatore della formazione scolastica in corso, “dai 4 ai 14 anni”. I livelli di istruzione medio-superiori sono sottorappresentati. Sarabanda si conferma trasmissione di pura evasione, seguita da un pubblico senza particolari ambizioni culturali, o da bambini e ragazzi, che tendono essenzialmente a distrarsi scegliendo il gioco musicale in un’ora in cui sulle altre reti vanno generalmente in onda le edizioni serali dei telegiornali. – Aree geografiche Similmente al gioco di Canale 5, Passaparola, le telespettatrici risiedono prevalentemente al nord ovest (33,93%, indice di share 117). 209 – Stili di vita In termini di share sono sovrarappresentate le categorie delle avventate, caratterizzate da una marginalità culturale e economica e da un isolamento sociale che le spingono a una difficile ricerca della qualificazione attraverso i consumi e i segni di prestigio esteriore (indice di share pari a 136) e delle massaie, casalinghe medie, senza forti interessi al di fuori delle mura domestiche e con forme di evasione legate alla televisione e alle letture di carattere sentimentale (indice di share 108). Le appartate, che costituiscono una frazione importante dell’audience (44,1%), sono sottodimensionate in termini di share, se si esclude il sottogruppo delle appartate2, di età medio-alta, in grande maggioranza casalinghe, anch’esse portate all’evasione attraverso il consumo televisivo. “Passaparola” Data: Rete: Ora: Regia: Conduzione: Audience media: Share: Indice di penetrazione: 12-17 marzo 2001 Canale 5 18,40-20,00 Stefano Mignucci Gerry Scotti 5.016.000 (63% donne) Donne 29.88% Uomini 24.86% Donne 11.11% Uomini 6.83% 1. La rappresentazione femminile: concorrenti e scenografie Il game show di Canale 5, Passaparola, è lo “sbanca audience” della fascia preserale (più di cinque milioni di telespettatori), e costituisce un efficace traino al Tg di prima serata della rete. Il programma è strutturato, appunto, sfruttando la commistione tra quiz tradizionale e spettacolo; il quiz è una sfida tra due concorrenti basata sulla loro conoscenza della lingua italiana che deve essere approfondita per rispondere a domande in genere piuttosto difficili. Proprio il fatto che il confronto avviene su un sapere che si fonda su una cultura abbastanza ampia e 210 precisa, porta a un’equa rappresentanza di concorrenti dal punto di vista del genere, e anche il loro trattamento da parte del conduttore è sostanzialmente paritario. Lo spettacolo entra direttamente nel gioco con la presenza, nel rispetto della più rigorosa par condicio tra uomini e donne, di alcuni vip che affiancano e sostengono i concorrenti nelle prove.La distinzione tra donna e uomo si pone, invece, una prima volta sul piano della conduzione ma, soprattutto, all’interno del contesto spettacolare con la presenza delle “letterine”. La conduzione, secondo la tradizionale legge del quiz, è affidata a un uomo, il mattatore Gerry Scotti, affiancato dalla valletta Alessia Mancini che ha le classiche funzioni ausiliarie di consegnare buste, accompagnare i concorrenti, ecc., ma, soprattutto, ha un ruolo decorativo appena nobilitato dalla pronuncia di qualche parola, nella maggior parte dei casi quando il presentatore la interpella. Decorative sono anche le “letterine” nonostante assurgano a protagoniste durante i cosiddetti “stacchetti” del programma, quando, in succinti e colorati costumi, eseguono coreografie collettive ma, proprio per questo, rimangono prive della loro personalità configurandosi, appunto, come nucleo compatto e indistinto, aggregato senza individualità. In questo senso rappresentano, forse, il momento di passaggio tra le tante ragazze semplice effetto scenografico di molti programmi TV (Domenica in, Buona domenica, Sarabanda) e lo status più identificabile delle veline di Striscia la notizia. Le “letterine” di Passaparola non hanno, però, un impatto erotico forte, non sono trasgressive, il loro potere seduttivo è contenuto nei limiti di un ammiccamento alla telecamera, sono esili, i capelli rigorosamente lunghi, mai maggiorate, piacciono sì agli uomini ma anche ai bambini e alle ragazze che in loro si identificano. E’ questo, forse, il segreto del loro successo, una semplicità esibita, un’apparente normalità, una presenza non provocatoria, l’immagine di una donna che non disturba perché rimane in sottofondo, perché ripetuta nel clone di sei ragazze identiche nel fisico e nel modo di muoversi, che vengono alla ribalta solo nel momento in cui la telecamera inquadra i loro fisici perfetti (insistendo, talora, sui particolari anatomici), il che equivale a dire solo quando la figura femminile non presenta stimoli diversi dalla pura esibizione di una corporeità da cartoon né problematizza contraddizioni. 211 2. Il profilo del pubblico femminile sulla base dei dati auditel – Età Il pubblico di Passaparola è prevalentemente giovanile: il programma penetra efficacemente in tutte le classi di età fino ai 44 anni. Il dato più interessante relativo all’età del pubblico di Passaparola è la quota rilevante di bambine dagli 8 ai 14 anni (indice di 126) e addirittura dai 4 ai 7 anni (indice di 131). Le fasce di età superiori ai 64 anni, sebbene importanti nella composizione dell’audience percentuale (ricordiamo che le età medio-alte sono le più consistenti all’interno del campione auditel) si rivelano sottodimensionate nel totale dei telespettatori. – Istruzione Il titolo di studio delle telespettatrici si attesta sull’elementare (37,07%) e il medio inferiore (30,45%), l’indice di share rivela, però, anche una quota significativa di donne con titolo di studio medio superiore (indice di 120), oltre alle bambine dai 4 ai 14 anni, escluse dall’attribuzione del titolo di studi (indice di 128). Passaparola riesce ad aggregare un pubblico piuttosto eterogeneo che, in taluni casi, ha anche interessi culturali, grazie alla formula del gioco che prevede una gara sulla conoscenza non superficiale della lingua italiana – Aree geografiche Per quanto riguarda l’area geografica, le telespettatrici risiedono prevalentemente al nord-ovest (34,94%, con un indice di share pari a 116). – Stili di vita Considerando gli stili di vita del pubblico femminile, in termini di audience vi è una preponderanza delle appartate, che nei tre segmenti a loro dedicati raggiungono il 39,85; ma come abbiamo già sottolineato, essendo grandi consumatrici di televisione, la loro massiccia presenza davanti al teleschermo è comune a tutte le trasmissioni, mentre di fatto esse sono sottodimensionate in termini di share (gli indici di share va212 riano da 70 a 91). Gli indici di share rivelano invece che il programma tenta di penetrare in un pubblico con stili di vita differenti: in particolare, sono sovradimensionati gli stili centrali femminili delle colleghe (indice di 134) e delle commesse (indice di 133): i due stili hanno in comune lo sforzo di conciliare un’attività lavorativa con la centralità assunta nella loro vita dalle dimensioni private, la famiglia nel primo caso e la socialità e lo svago nel secondo; il programma ha anche una certa presa sul pubblico giovanile e spensierato delle liceali, con un indice di share di 123 e sul segmento femminile dei delfini, giovani dotate di buone risorse materiali e culturali, con un indice di 122. 8. INFORMAZIONE SATIRICA “Striscia la notizia” (la voce dell’imprudenza) Data: Rete: Ora: Regia: Conduzione: Audience media: Share: Indice di penetrazione: 12-17 marzo 2001 Canale 5 20.35-21.00 Roberta Bellini Paolo Bonolis, Luca Laurenti 8.973.000 (55% donne) Donne 32.52% Uomini 33.76% Donne 17.31% Uomini 14.96% 1. La struttura del programma L’edizione di Striscia la notizia condotta da Paolo Bonolis e Luca Laurenti conferma la struttura ormai “classica” dello storico programma che segue il Tg5 delle ore 20.00 e fa da traino al film trasmesso in prima serata. Quasi a completare il notiziario che lo ha preceduto, il programma di Antonio Ricci propone una serie di servizi che rivelano piccoli e grandi “scandali” del nostro paese, spesso trascurati dai telegiornali, svolgendo un ruolo di denuncia sociale esplicitato dagli stessi conduttori in studio. Similmente a quanto avviene per la redazione di 213 un telegiornale, Striscia la notizia si avvale dell’operato di una serie di inviati nelle diverse regioni italiane allo scopo di rilevare e quindi rivelare furti, inadempienze, contraddizioni della gestione amministrativa e politica nazionale. Con ironia, smaschera poi la vita pubblica e privata di politici e vip, e critica aspramente la televisione: gaffes, bugie, falsificazioni, errori, contraddizioni del piccolo schermo e irriverenti “fuori onda” vengono svelati e poi riproposti, spesso sotto moviola, al numeroso pubblico televisivo italiano (lo share medio della settimana campionata è del 32.52% per le donne e del 33.76% per gli uomini). A evitare la noia dello spettatore a casa, che non reggerebbe dopo il telegiornale un’altra mezz’ora di toni gravi, una buona dose di ironia, la messa in scena di un rapporto pseudoconflittuale tra i due conduttori, il Gabibbo e le “veline”. L’ironia volutamente utilizzata e la rappresentazione di una gag di costante “rivalità” tra i due conduttori, con uno dei due che recita la parte dello stupido e l’altro quella dell’accorto, oltre a rendere il programma più leggero, servono a contrattare con il pubblico il senso della satira, che ridendo e scherzando dice più verità, almeno nelle intenzioni, di molti notiziari rivestiti di austerità e serietà. 2. Le “veline”, una rappresentazione della donna Le “veline”, ragazze che presenziano con i loro “stacchetti” sulla passerella di fronte ai due conduttori tra una “notizia” e l’altra, non sembrano in alcun modo far parte della dinamica funzionale alla negoziazione del senso della trasmissione. Lo scambio di rapide battute tra le due giovanissime showgirl e i conduttori è inessenziale all’esibizione della satira, per quanto a essa non sia sottratto. Ma il ruolo delle veline sembra piuttosto essere un ruolo d’immagine, apparentemente simile a quello delle giovani anonime soubrette che riempiono lo sfondo dei giochi che abbiamo analizzato, Sarabanda e Passaparola, o dei varietà della domenica, Domenica in e Buona Domenica. A differenza di queste giovani intercambiabili, però, le veline godono di uno status unico e facilmente riconoscibile, anzi immediatamente identificabile come una sorta di marchio del programma che ne promuove l’immagine e dalla cui immagine trae profitto: sono due (e non un numero imprecisato), 214 sempre una bruna e una bionda (senza sfumature), sono “le veline” e non anonime giovani destinate a rimanere sempre e comunque sullo sfondo e della trasmissione di cui costituiscono la scenografia e del discorso autoreferenziale a cui è avvezza la televisione italiana. Ciò che “indicano” le veline, “indicando” il desiderio dell’altro sesso, come molte ragazze-immagine della televisione, è in realtà la trasmissione stessa in cui sono inserite o meglio il livello della produzione-sponsorizzazione di Striscia la notizia, programma che, non a caso - come rileva l’Enciclopedia della televisione Garzanti, a cura di Aldo Grasso “vive un paradosso: pur essendo la più eversiva trasmissione di Mediaset, in realtà è quella che colleziona i più consistenti carichi pubblicitari dell’intero network.” Le veline, un po’ come il Gabibbo (un pupazzo!) sono funzionali, da sempre, alla promozione del programma, oltre il programma stesso. Risulta particolarmente calzante a questo proposito la riflessione che propone Umberto Galimberti, nel suo libro Il corpo, sul rapporto tra il corpo e l’immaginario dei desideri. “Tutte le cose- sostiene Galimberti - non catturano il desiderio per ciò che sono, ma per ciò che indicano”51, e ciò che indicano apparentemente le veline è un desiderio non ostentatamente sessuale o trasgressivo, bensì un desiderio di coppia, un desiderio normale o normalizzato, il desiderio della bella ragazza al proprio fianco. Lo stesso look minimal della velina, molto diverso da quello della prima infermiera sexy rappresentata da Angela Cavagna, non ostenta sex appeal, bensì un “legittimato” desiderio dell’altro sesso. Galimberti nella sua incisiva riflessione sul corpo sostiene che la normalizzazione del desiderio fa parte delle condizioni a cui la società contemporanea ha sottoposto l’elemento di scarto, di marginalità, di trasgressione per controllarlo, in un’operazione che però ha avuto come primo effetto la dispersione del desiderio nell’immaginario52. Una dispersione che è stata assorbita dal capitale-denaro dominante nella società contemporanea a fini produttivi. A questa riduzione è rimasta assoggettata l’intera umanità, ma la donna secondo le analisi di Galimberti, ne ha subìto il peso maggiore. ___________ 51. Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano 19945, p.208. 52. Cfr. ivi, p. 205-211. 215 Se prima della legge il corpo della donna era interdetto ai figli perché il suo uso era un diritto esclusivo del padre, con la morte del padre e l’avvento della legge53 le donne vengono scambiate tra i figli e il loro corpo passa dallo stato di natura allo stato di oggetto sociale. Questa trasformazione del corpo della donna da valore d’uso a valore di scambio fonda quell’ordine sociale che il corpo della donna nutre e sostiene alla condizione di non accedervi come soggetto, perché altrimenti metterebbe a repentaglio l’ordine dei rapporti e delle relazioni che gli uomini hanno e possono avere tra loro, negando la soggettività della donna e riducendola a oggetto (di scambio). Ma con questa trasformazione imposta dalla legge (sociale), il corpo della donna non ha più alcun valore se non quello che l’uomo gli conferisce nell’operazione dello scambio, per cui, come accade per le merci, il valore della donna non è nel suo corpo, ma nell’uomo che nel suo corpo si specchia e riflette l’ordine delle sue relazioni. Misurato dall’uomo e per l’uomo, il corpo della donna esprime un valore che trascende la sua natura, un valore sopra-naturale, che è poi il valore sociale inaugurato dagli uomini, a cui le donne hanno abbandonato i loro corpi come supporto-materia di specularizzazione e di speculazione.54 Vergine, madre, prostituta, questi sono i nomi imposti alle donne dalla legge. Sradicate dalla loro natura, esse rappresentano nel loro corpo il desiderio degli uomini. Divise fra loro dalle sue “speculazioni”, le donne non hanno diritto al godimento, perché la loro sessualità deve servire solo da supporto a quei valori che sono per la vergine il pudore e l’ignoranza (...), per la madre i valori di riproduzione, educazione e fedeltà, per la prostituta il disinteresse per il piacere e l’accettazione passiva dell’attività degli uomini.55 ______________ 53. La connessione tra l’origine della legge e la morte del padre deriva da una rilettura di Freud, di cui Galimberti dà ampia spiegazione alle pagine 211 e 212 del suo libro, sinteticamente la morte del padre è la fine della repressione-condanna del piacere, l’origine della legge la nascita di una lingua unica che uniforma i molteplici linguaggi del corpo, che li nomina dandogli un senso, espellendo e condannando ogni manifestazione, ogni istinto, per l’esigenza superiore di iscrivere tutto in una realtà controllabile. 54. Ivi, p. 214, sottolineatura nostra. 55. Ivi, p. 215. 216 Proseguendo nella sua analisi, Galimberti individua nella vergine, nella madre e nella prostituta i tre nomi imposti dalla legge sociale alla donna. Sulla scia del pensiero di Galimberti potremmo sostenere che la velina, la donna “nominata” e imposta a un vastissimo pubblico televisivo da Striscia la notizia, è un modello che indica l’abbandono del corpo della donna non solo al desiderio maschile ma, radicalizzando il processo di riduzione del corpo a valore di scambio, alle dinamiche della promozione, ovvero del “muovere a favore” di cui i programmi televisivi necessitano come ogni altro prodotto per imporsi sul mercato. La velina presta il suo corpo a una legge sociale che è quella che regola il mercato televisivo, indicando apparentemente un desiderio “normalizzato”, essa indica in realtà un prodotto televisivo di successo, indica quindi qualcosa che è altro da sé, e questo costituisce forse il discrimine con i corpi e volti maschili impiegati allo stesso scopo. Il calciatore che indica la squadra cui appartiene, che promuove il successo della sua squadra, promuove comunque anche qualcosa di sé, il proprio talento calcistico, il suo corpo è uno strumento soggettivato, e come soggetto può porsi nei confronti dell’altro, almeno potenzialmente, sul piano dell’attività o direzionalità. 3. Il profilo del pubblico femminile sulla base dei dati auditel – Età Il pubblico femminile che Striscia riesce ad attrarre, più numeroso nel suo complesso di quello maschile, ma decisamente inferiore rispetto agli altri programmi che abbiamo analizzato, si caratterizza soprattutto per la sua giovane età. Gli indici di share più alti si collocano infatti nei range “25-34 anni” (138), “20-24 anni” (133), “4-7 anni” (123), con valori significativamente sopra la media di share della trasmissione (rispettivamente 38, 33 e 23 punti sopra la base 100). La quota di pubblico rappresentata dalle anziane (sopra i 64 anni) con un’audience del 17,57% che ne fa la maggioranza delle teleutenti, va letta assieme all’indice di share, 62, il più basso della trasmissione. – Istruzione Il profilo viene confermato da un dato rilevante rispetto al titolo di 217 studio, con un indice di share significativo (114) per il segmento della popolazione che aggrega bambine e adolescenti secondo il comune denominatore della formazione scolastica in corso, “dai 4 ai 14 anni”. La trasmissione di Canale 5 pensata per un pubblico adulto e disposto allo svelamento di inadempimenti amministrativi, negligenze e gaffe politiche, inganni televisivi, riesce ad attrarre lo spettatore ideale di cartoni animati e programmi educativi, non casualmente, forse, se si pensa alla scelta di una mascotte come il Gabibbo, pupazzo che diverte e appaga l’immaginario infantile, reporter che dietro un mascheramento, facendosi scudo dell’anonimato, garantisce l’impudenza della notizia; se si pensa inoltre alla figura delle veline, particolarmente apprezzate, a quanto sembra, anche dalle ragazzine. Anche i titoli di studio medio-inferiore e medio-superiore risultano sovradimensionati nel pubblico di Striscia la notizia, che non sembra invece particolarmente appetibile per le persone con istruzione elementare. – Aree geografiche Il programma è seguito soprattutto al nord-ovest, ma anche al centro e nelle isole, mentre poco rappresentato è il pubblico femminile del sud e del nord-est. – Stili di vita L’analisi sugli stili di vita più rappresentativi del pubblico di Striscia la notizia rileva al primo posto con un indice di share paritario (123) colleghe e commesse, due degli stili femminili centrali, che raggruppano donne impegnate nel lavoro e anche nella vita privata, soprattutto le seconde, per cui lo svago e il tempo libero costituiscono spazi importanti, anche se limitati dal tempo impiegato nella professione. La satira veicolata come senso basilare della trasmissione raggiunge evidentemente con successo un pubblico disposto alla leggerezza. Il terzo segmento di popolazione femminile che descrive il profilo delle spettatrici di Striscia la notizia è lo stile giovanile delle liceali, giovani studentesse per cui il tempo libero e lo svago costituiscono momenti importanti della quotidianità. La leggerezza, dimensione essenziale di 218 questo stile di vita, costituisce anche in questo caso una dimensione all’interno della quale la trasmissione trova uno spazio per la costruzione di senso e consenso. 9. CONCLUSIONI I soggetti rappresentati dal medium televisivo e i rapporti con la sfera reale Le categorie di persone rappresentate dal medium televisivo sono sostanzialmente riconducibili ai potenti, i famosi, i professional (giornalisti, conduttori, opinionisti ospiti fissi) e la gente comune. Prima di affrontare la questione della differenziazione di genere, è utile ricordare che la televisione non aspira, quantomeno nella totalità dei programmi delineati nei palinsesti, a rappresentare fedelmente la realtà. La televisione è prevalentemente finzione, spettacolo e intrattenimento. Anche la rappresentazione del genere maschile pertanto non rappresenta fedelmente l’universo maschile della società. La focalizzazione dell’intrattenimento e dell’infotainment attorno a poche figure riconoscibili, perché importanti o di successo (potenti e famosi), falsa ovviamente qualsiasi rappresentatività del campione dei soggetti televisivi rispetto alla vita reale. La ragione della sovrarappresentazione dei politici nel sottosistema dei media rispetto al loro effettivo numero nella sfera reale, ad esempio, risiede nella condivisione dei valori fondanti della democrazia partecipativa. I media in questo caso sono al servizio del sistema politico e dei cittadini, con la funzione teorica di avvicinare i rappresentanti ai rappresentati. E’ proprio la peculiarità del rapporto fra sistema politico e sistema dei media che in questo caso produce l’accordo sulle modalità di selezione e rappresentazione dei fatti reali. Se in questo caso la giustificazione della sovrarappresentazione sembra risiedere in un patto civico, la stessa cosa non si può dire negli altri casi citati. La sovrarappresentazione dei famosi e dei professional è dovuta essenzialmente all’autoreferenzialità del mezzo, che tende a ri219 proporre in maniera quasi ossessiva gli stessi volti, spalmandoli in maniera indifferenziata in diversi programmi e nelle diverse reti televisive. Come accennato in precedenza, la sfera mediale costruisce una agenda autonoma, sceglie e seleziona i frammenti che sono funzionali ai propri fini di intrattenimento, e non aspira a riprodurre fedelmente le dimensioni della sfera reale. La gente comune rimane evidentemente una categoria residuale, schiacciata dalle finalità del mezzo. Anche se la gente comune aleggia in ogni programma come pubblico a casa e potenziale consumatore, nella maggior parte dei casi riesce ad emergere e fare notizia solamente nei fatti di cronaca nera. E’ il dolore ad essere rappresentato, con tutto il suo potere di suscitare emozioni ed empatia da tradurre in contatti e permanenza di fronte al video. Al di fuori della cronaca nera ci sono altri due casi in cui la gente comune può aspirare ad essere protagonista: il pubblico in studio, con funzioni più o meno gratificanti che vanno dall’applaudire al segnale di regia alla vera e propria partecipazione a una discussione davanti a milioni di telespettatori, magari anche insieme a personaggi famosi; più recentemente, il racconto delle storie di vita, dove è possibile diventare protagonisti se si accetta di denudarsi della propria intimità e raccontare di fronte a una corte giudicante i propri drammi, i propri errori, le proprie frustrazioni, i litigi coniugali o tra genitori e figli, tutto con il proprio linguaggio della strada, fra stenti grammaticali e lacrime più o meno vere, ma che servono per rafforzare il pathos della narrazione. In questo caso ciò che interessa della gente comune sono i fatti della sfera privata, intima, individuale o familiare, quasi mai i problemi sociali. I soggetti si prestano a diventare stimoli per discussioni più o meno sensate degli invitati in uno studio televisivo o del pubblico a casa. Le storie però non hanno volutamente contenuti politici o sociali. In tal caso vengono invitati gli esperti che di solito appartengono alla categoria dei potenti, con uno status specifico, che legittimi il loro parlare a nome di altri, come “rappresentanti di”, e non si perde tempo con le sofferenze di un singolo che statisticamente non rappresenta nulla. Una volta acquisita la natura della mappa dei personaggi rappresentati in televisione, si capisce che sarebbe un errore confrontare diret220 tamente le tipologie di donne rappresentate con quelle presenti nella vita reale. Qualsiasi confronto con la sfera reale non può prescindere da una ponderazione con la deformazione mediale effettuata su qualsiasi soggetto, di entrambi i generi. E’ altrettanto vero però che, una volta tracciata la mappa genetica dei programmi televisivi attraverso i suoi personaggi, è legittimo chiedersi se il tipo di rappresentazione, delle donne e degli uomini, rispetti nella sfera mediale e nel rapporto che i due generi hanno con la sfera reale il principio di uguaglianza o di equità. In questo caso la questione non sarà quella di stabilire quale tipo di realtà il mezzo debba rappresentare: se quella dei diritti, che prevede una parità fra uomo e donna sancita dalla Costituzione e dal corpus legislativo, o quella quotidiana, che invece riproduce costantemente differenze e discriminazioni nel mondo del lavoro, con una persistente divisione sia verticale sia orizzontale, o nella sfera privata con una diversa suddivisione dei compiti all’interno del nucleo familiare. Il punto centrale sarà quello di stabilire se, a parità di contesti rappresentati, le donne ricoprano ruoli specifici all’interno delle narrazioni, diversi dalle controparti maschili e se, qualora i ruoli siano i medesimi, le modalità di rappresentazione delle donne contenga elementi caratteristici della loro appartenenza di genere attraverso stereotipi o modalità di interazione esplicitamente sessiste. La rappresentazione femminile e maschile dal punto di vista quantitativo e qualitativo – I potenti I potenti, ampiamente rappresentati dal medium televisivo, si concentrano maggiormente nei programmi di informazione, anche se negli ultimi anni si insinuano con sempre maggior frequenza in altre pieghe del palinsesto. I potenti detengono il potere grazie al loro status socioeconomico e culturale. Le donne rappresentate che appartengono a questa categoria sono pochissime. Nella sfera del potere politico le donne sono poche anche nella realtà, ma precedenti studi hanno ipotizzato anche la presenza di una marginalizzazione di tipo mediale che non favorisce l’inversione di tendenza. I programmi analizzati non contemplano 221 nessun politico, né uomo né donna, se si esclude Striscia la notizia, che interpella - nel “bene” e nel “male” - prioritariamente soggetti maschili, riproducendo l’organigramma maschile del potere. Trovano invece maggiore spazio nelle trasmissioni analizzate gli esperti di diversi settori, utilizzati spesso come condimento autorevole delle storie di cronaca, attualità e costume, o come “mediatori” in programmi di intrattenimento. Il tipo di potere di cui questi soggetti sono depositari è quello legato al sapere, alla competenza, alla produzione di schemi interpretativi e esplicativi del reale, che fonda l’autorevolezza delle loro opinioni e dei loro interventi. Le figure femminili, in questo settore “strategico”, sono minoritarie e collocate perlopiù nei talk show nel ruolo di mediatrici. Le figure professionali, sia maschili che femminili, sono nel complesso poco rappresentate, mettendo in evidenza una debole attenzione al tema del lavoro in tutte le trasmissioni prese in considerazione. La sottorappresentazione femminile appare in questi casi evidente, da un punto di vista sia quantitativo che qualitativo (se si esclude l’eccezione di Domenica in, in cui la presenza di uomini e donne di varie professioni e competenze è stata calibrata in modo complessivamente equilibrato): le figure professionali femminili sono raccontate in modo sensibilmente diverso rispetto ai loro corrispettivi maschili. Il tipo di lavoro svolto, il percorso di carriera, le competenze, le prospettive si mescolano il più delle volte - finendo per diventare secondari - a temi tipicamente “femminili”: il rapporto lavoro-famiglia, la casa, i figli, il marito, l’abilità in cucina, la cura del corpo. L’intreccio del pubblico col privato e il frequente sopravvento di quest’ultima dimensione finisce spesso per marginalizzare l’attività lavorativa del soggetto. Un altro caso di figura professionale - molto più rappresentata - è quella che rimanda a carriere nel mondo dello spettacolo; la dimensione del lavoro vero e proprio rimane però in ombra rispetto al contesto di gioco, mondanità, gossip che prevale nelle narrazioni che la riguardano, come emerge nella trattazione della categoria dei famosi. – I famosi I famosi sono decisamente sovrarappresentati nel campione analizzato, attraversano i vari programmi (non solo i contesti di spettacolo) 222 come ospiti o come oggetto di interviste e ritratti. Quantitativamente, sono le donne a dominare la scena. Qualitativamente, il discorso si capovolge, per ragioni legate sia al tipo di soggetti maschili e femminili rappresentati, sia alle diverse modalità di intervista dei giornalisti nei due casi. Gli uomini appartengono perlopiù alla categoria degli arrivati, hanno cioè raggiunto un livello di successo e carriera stabile ed hanno una collocazione di status specifica e riconosciuta, e l’intervista o il ritratto dedicano uno spazio anche alle loro realizzazioni professionali; sul versante femminile, invece, c’è una forte presenza di donne sospese, personaggi perlopiù creati dalla televisione stessa, che hanno certamente raggiunto il successo e un forte livello di riconoscibilità, ma non presentano una identità professionale ben definita e stabile, né qualità artistiche specifiche. Questo fa sì che l’attenzione verta molto di più sulla loro immagine e sugli aspetti mondani o relazionali della loro vita che sul discorso professionale. D’altra parte, anche le interviste alle donne arrivate esprimono un interesse prevalente alla sfera privata, sentimentale e familiare, piuttosto che alle realizzazioni professionali, a prescindere dalla complicità o dalla resistenza delle intervistate. Nel caso delle donne dello spettacolo, si profila inoltre un’attenzione molto accentuata quando non ossessiva nei confronti di aspetti legati al corpo, alla bellezza, alla seduzione, tema centrale a cui dedicheremo il prossimo paragrafo. – I professional In questa categoria di personaggi (che include i giornalisti, i conduttori e gli opinionisti ospiti fissi di trasmissioni televisive) si rileva un certo equilibrio sia quantitativo che qualitativo tra elemento femminile e maschile. Nella conduzione dei programmi, un largo spazio è offerto alle donne. E’ vero che permane una certa specializzazione dei ruoli: i giochi mantengono la tradizione del conduttore maschio e assegnano alle donne il ruolo di vallette o di cornice decorativa; l’informazione satirica di Striscia la notizia sembra essere anch’essa il fatto di soli uomini (pur avendo avuto in passato periodi - poco fortunati - di conduzione 223 femminile); i talk show e i varietà incentrati su storie di vita di persone comuni, in particolare sulle storie familiari e sentimentali, sono invece affidati alla “comprensiva” e “morbida” conduzione femminile, mentre il mondo di Quelli che il calcio rimane nelle mani di un uomo (ma l’edizione 2000-2001 è condotta da Simona Ventura). Per quanto riguarda i giornalisti, categoria incontrata in particolare nei programmi di attualità-costume, le donne sono numerose, anche se non sembrano portatrici di un diverso sguardo e di diverse modalità di rappresentazione delle figure femminili. L’attenzione per gli aspetti legati alla dimensione corpo-bellezza-seduzione da un lato e sentimentifamiglia (in misura minore maternità) dall’altro continua a prevalere, anche nel discorso giornalistico femminile, rispetto alla considerazione della realizzazione in ambito professionale, o di altri aspetti legati a interessi e ambizioni in campo sociale, culturale, politico, ecc. La modalità di interazione prevalente è quella che prende forma nel racconto di fatti privati, quasi mai quella che invita all’espressione di opinioni, pensieri, riflessioni, interpretazioni, conoscenze. Gli opinionisti ospiti fissi in programmi televisivi, avvicinandosi alla figura degli esperti, ne replicano la composizione, che è prevalentemente maschile. – La gente comune La gente comune - come si è detto - emerge nei fatti di cronaca, oppure come pubblico in studio, o ancora come protagonista di storie di vita. Qualora essa sia protagonista o testimone di eventi di cronaca (come avviene nel nostro caso soltanto nei servizi delle trasmissioni di attualità-costume) si nota una sostanziale equità di rappresentazione di figure femminili e maschili, sia pure con qualche eccezione. Anche in questa categoria è il caso di sottolineare la debole attenzione (che coinvolge in ugual misura entrambi i sessi) riservata alle aree tematiche del lavoro e - ancor più - della militanza politica e sindacale, dell’attivismo sociale e civico, degli interessi e iniziative culturali, dell’associazionismo. I casi più interessanti da analizzare sono quelli in cui la gente comune è protagonista di storie di vita, oppure è parte di un pubblico chia224 mato a partecipare, ad esprimersi in quanto “opinione pubblica”. Molti talk show, in particolare, presentano questo tipo di situazione. Le vicende private narrate diventano casi da sottoporre al pubblico dibattito stimolato e gestito dal conduttore: il talk show diventa per questa via un luogo di teatralizzazione del vissuto individuale e un’arena collettiva in cui si negoziano e si definiscono norme e valori56. Il pubblico ideale presente in studio non è chiaramente un campione rappresentativo della popolazione italiana, ma sembra scelto apposta per assomigliare al target specifico a cui si rivolge la trasmissione. In questo caso la funzione è proprio quella di rappresentare il prolungamento virtuale dei telespettatori a casa, che devono riuscire ad immedesimarsi non sulle storie introduttive, essendo solo gli stimoli della discussione, ma almeno con qualcuna delle posizioni espresse dai cloni virtuali. L’effetto è quello di ricreare un ambiente rassicurante, dove la discussione si dipana in maniera semplice e facilmente commestibile perché si avvicina per argomenti e linguaggio a quella che potrebbero fare i telespettatori a casa. Lo scopo di creare empatia è raggiunto. La morale pubblica televisiva che così si afferma ha - come spiega Renato Stella - due caratteristiche apparentemente contraddittorie: Da un lato, essa è in grado di produrre un’effettiva pluralizzazione dei punti di vista e di avvicinare, in tal modo, stili di vita e idee lontane dallo standard degli spettatori, introducendo e offrendo diritto di parola ai nuovi soggetti che compaiono sulla scena sociale. Dall’altro, si costruisce intorno a una retorica di superficie che tematizza poco e approfondisce ancor meno le diverse posizioni espresse, mantenendosi coerente a schemi d’azione e di pensiero stereotipati, sovente assai prossime al senso comune attraverso cui si elaborano le conoscenze e le esperienze di vita quotidiana.57 Dato l’invecchiamento medio della popolazione, sono le fasce di pubblico di età avanzata e più tradizionali a consumare con maggior assiduità queste trasmissioni e la necessità di compiacerle per creare empatia fra le storie e i pubblici favorisce la riproduzione dei valori più consolidati. ____________ 56. Sui prodotti e le logiche della neotelevisione e in particolare sulla messa in scena di una morale pubblica da parte del medium, cfr. Renato Stella, Box Populi. Il sapere e il fare della neotelevisione, Donzelli Editore, Roma 1999. 57. Ivi, p. 160 225 Nonostante la frequente predominanza femminile (nell’ideazione, nella regia, nella conduzione, nel pubblico) in questi programmi, non sono quindi rare le riproduzioni di storie e situazioni che, valorizzando antichi ambiti di differenza, riproducono stereotipi di genere. Donne particolarmente orientate alla sfera privata, attente alla gestione di relazioni affettive e alla cura dei figli, piuttosto che alla sfera pubblica del lavoro e degli interessi extra familiari. Donne che concentrano il loro “potere” e le loro capacità decisionali nell’ambito domestico. Schema riassuntivo Soggetti rappresentati Sfera mediale/reale Potenti • Politici • Capi di stato/spirituali • Professionisti Famosi • Sportivi • Artisti • Famosi generici Professional • Giornalisti • Conduttori • Opinionisti ospiti • fissi di trasmissioni • televisive Gente comune • Cronaca nera • Pubblico ideale • Storie di vita Sovrarappresentanti Sovrarappresentati Sovrarappresentati Sottorappresentati Rappresentazione donne rispetto a uomini (quantitativo) Sottorappresentate Rappresentazione donne rispetto a uomini (quantitativo) Marginalizzazione Equa Sottorappresentate Equa Sovrarappresentate Equa Equa Equa Sottorappresentate Marginalizzazione Equa Tendenzialmente equa Equa Equa Marginalizzazione Riproposizione degli stereotipi presenti nella comunità e delle consuetudini di formazione dell’identità nella sfera pubblica o privata Il corpo femminile Se l’immagine femminile, intesa come articolazione complessa, variegata, anche contraddittoria di realtà oggettive e soggettive, di problemi e prospettive, di forme di identità e socialità, stenta a farsi strada 226 - quantomeno nei programmi sottoposti a analisi - l’immagine femminile intesa come corpo è oggetto di un’attenzione quasi ossessiva. Nel percorso di ricerca all’interno dei palinsesti pomeridiani e serali di una settimana qualunque di programmazione televisiva, abbiamo assistito all’emergenza prepotente dell’area semantica relativa al corpo femminile. Troppo prepotente e trasversale per non meritare una riflessione approfondita. Il corpo è uno dei luoghi privilegiati in cui si esprime il discorso sociale, è riserva inestinguibile di immaginario collettivo e rappresenta un angolo di visuale originale attraverso cui le pulsazioni della vita sociale possono essere colte e registrate. Nello specifico, la rappresentazione del corpo della donna racconta qualcosa della sua collocazione all’interno del discorso sociale dominante, dunque offre una prospettiva importante per capire le relazioni e posizioni di ruolo a cui essa viene assegnata dalla società. Il tipo di rappresentazione del corpo che abbiamo individuato nel corso della trattazione e che intendiamo qui riprendere brevemente, si riferisce principalmente alle donne dello spettacolo, quindi a una categoria di donne abbastanza limitata nella realtà e che si trova per necessità a gestire in maniera particolarmente accorta le risorse del proprio capitale-apparenza al fine di ottenerne il miglior rendimento in termini di successo, così come avviene per i personaggi maschili che evolvono nello stesso ambiente. Un tipo di immagine femminile - si potrebbe obiettare - troppo peculiare per essere rappresentativa o particolarmente significativa. Diversi sono gli argomenti che invece ci convincono della forte significatività di questo tipo di immagine femminile e della sua capacità di imporsi come modello al di fuori del ristretto contesto dello spettacolo. Prima di tutto, la forte sovrarappresentazione televisiva di questo tipo di donna: si tratta cioè della realtà femminile più rappresentata nei programmi analizzati; secondariamente, la sua indubitabile importanza nell’immaginario collettivo che in esse si esprime e che da esse trae alimento; infine, la constatazione che i personaggi maschili analoghi, pur legati alle stesse logiche e esigenze dell’apparire, sono ritratti in un diverso rapporto con il (e di uso del) proprio corpo. Un discorso sul corpo, che voglia assumere questo elemento (le 227 pratiche che lo riguardano, i significati che gli vengono assegnati, le rappresentazioni che se ne danno) come indicatore di una configurazione di rapporti tra i sessi, deve necessariamente riferirsi alle radici profonde dei sistemi di pensiero in cui questo discorso si è andato strutturando. Nella storia del pensiero occidentale si è venuta a creare una gerarchia che ha privilegiato la razionalità sulla corporeità, attribuendo la razionalità al genere maschile e la corporeità a quello femminile, e favorendo quindi la supremazia del primo sul secondo. Galimberti spiega bene come il cammino aperto da Platone con la logica disgiuntiva che colloca il positivo nel cielo, sede di ogni valore e verità, e il negativo sulla terra dove la materia è impedimento e ostacolo all’acquisizione della verità, venga ripercorso dal cristianesimo che prevede il sacrificio del corpo nell’economia della salvezza: la contaminazione tra tradizione biblica e greca “consegna all’occidente un uomo irrimediabilmente diviso tra anima e corpo”.58 Questa logica si innesta sulla distinzione maschile/femminile, che diventa il tavolo di gioco di un’ideologia che, appoggiandosi su una differenza sessuale iscritta nel biologico e mistificandola “promuove surrettiziamente la differenza tra il biologico tutto femminile e lo spirituale tutto maschile e così facendo inaugura, sia pure a livello rudimentale, quella dialettica che si svilupperà nel corso della storia tra la materia e il modello”, la differenza quindi tra “la forma, il tipo, la nozione, l’idea, il modello di cui l’uomo è portatore e la materia di cui la donna è depositaria”.59 Queste considerazioni storiche sulla condizione di subalternità a cui l’identificazione con la dimensione corporea ha condannato la donna, ponendola in una posizione di inferiorità all’interno dell’ordine simbolico del potere, entrano nell’orizzonte problematico che si schiude alla constatazione di una persistente rappresentazione della donna soprattutto come corpo, sia pur attraverso ruoli diversi e complessi (il corpo erotico, il corpo bello, in misura minore il corpo della madre). Tali rappresentazioni del corpo sono dominate dal soggetto maschile e funzionali al protrarsi della sua prevalenza? Oppure esse rinviano al concetto ____________ 58. Umberto Galimberti, op. cit., p. 36. 59. Ivi, p. 191. 228 di libertà, frutto della liberazione sessuale, intesa in termini individualistici come libertà del soggetto di affermare e gestire il proprio corpo, scegliendone le modalità espressive? (argomento che può assumere una particolare rilevanza di fronte alla negazione del corpo della donna nello spazio pubblico dei contesti islamici fondamentalisti). L’interesse febbrile al corpo che riempie la quotidianità di molte delle donne rappresentate nei programmi televisivi analizzati si configura come una scelta espressiva spontanea e libera (così come - con ogni probabilità - è soggettivamente percepita) o invece come un adeguamento a modelli maschili dominanti? Si può parlare di libertà del corpo femminile, o piuttosto di un consenso del corpo dominato al proprio assoggettamento? Il fatto che l’esibizione del corpo femminile sugli schermi della giovane televisione nazionale - negli anni 60 e 70 - abbia potuto introdurre degli elementi destabilizzanti negli schemi tradizionali dei ruoli femminili e giocare un ruolo di rottura nei confronti di un sistema culturale fortemente religioso e puritano - rilevato da molti intellettuali, primo fra tutti Pasolini - offrendo così un suo contributo ai movimenti di liberazione sessuale e culturale, non può far concludere che il corpo femminile si sia liberato una volta per tutte, o che si sia messo al riparo dai rischi della reintegrazione in nuovi sistemi di sfruttamento, come ad esempio quello consumistico. Già Baudrillard nel 1970 sottolineava i limiti e le ambiguità della “liberazione del corpo”: La sua riscoperta dopo un’era millenaria di puritanesimo, nel segno della liberazione fisica e sessuale, la sua onnipresenza (...) nella pubblicità, la moda, la cultura di massa o il culto igienico, dietetico, terapeutico con cui lo si circonda, l’ossessione di giovinezza, di eleganza, di femminilità/virilità, le cure, le diete, le pratiche sacrificali che gli si impongono, il mito del piacere che lo avvolge - tutto testimonia oggi che il corpo è divenuto oggetto di salvezza.60 ____________ 60. Jean Baudrillard, La société de consommation, Paris, Gallimard, 1970, p. 200 (traduzione nostra). 229 Si è spostato dunque il baricentro del potere, ma il potere è rimasto, è rimasto l’imperativo sociale che limita, non espande, la libertà individuale. Libertà del corpo sarebbe la libertà di esprimerlo in innumerevoli manifestazioni diverse; l’omologazione delle forme di espressione corporea, soprattutto femminile, nei media testimonia invece dell’esistenza di modelli dominanti e incontrastati. Goffman, in uno studio sulla messa in scena della differenza sessuale nelle immagini pubblicitarie, nota come la fotografia pubblicitaria costituisca una ritualizzazione di ideali sociali, e tutto ciò che impedisce all’ideale di manifestarsi è eliminato, soppresso.61 Anche Galimberti denuncia certa letteratura sul corpo, che lo mobilita non ai fini di una liberazione delle sue potenzialità espressive, ma per un’emancipazione programmata in vista di uno sfruttamento più razionale e sistematico. E così, paradossalmente, questa “scoperta del corpo”, che si vuole presentare come premessa per la liberazione dell’uomo, è utilizzata per liquidare definitivamente l’uomo in quel soggetto unitario e omogeneo che è il sistema e la sua produzione. Questa, non contenta di sfruttare del corpo la forza-lavoro, ne sfrutta la forza del desiderio allucinandolo con quei bisogni da soddisfare quali la bellezza, la giovinezza, la salute, la sessualità, che sono poi i nuovi valori da vendere. Mobilitato dal potere nel processo di appetizione-soddisfazione, il corpo diventa quell’istanza gloriosa, quel santuario ideologico in cui l’uomo consuma gli ultimi resti della sua alienazione. Tutta la religione della spontaneità, della libertà, della creatività, della sessualità gronda del peso del produttivismo...62 A questo processo è rimasta assoggettata l’intera umanità, ma a farne le spese, secondo le analisi di Galimberti, sarebbe stata soprattutto la donna. Ripercorrendo la fenomenologia della rappresentazione del corpo femminile nelle trasmissioni televisive analizzate, lo spazio di libertà espressiva di quel corpo sembra soccombere sotto le pressioni all’adeguamento a modelli prestabiliti di femminilità, senza ripensamenti, reinterpretazioni, scarti dalla norma. ______________ 61. Erving Goffman, La ritualisation de la féminité, in Yves Winkin (a cura di), Les moments et leurs hommes, Seuil-Minuit, Paris 1988. 62. Umberto Galimberti, op. cit., pp. 206-207. 230 Il corpo esibito come oggetto decorativo è un corpo oggettivato, privo com’è di identità, confuso con gli altri corpi e intercambiabile con essi. Ora immobile, ora pronto a mettersi in movimento su comando, questo corpo non entra mai autonomamente nella dimensione dell’attività, mantiene il posto che gli è assegnato e accompagnato da un eterno sorriso si presta bene a valorizzare il ruolo attivo di protagonisti maschili. Questo corpo disegna l’icona cristallizzata di una femminilità inoffensiva, intesa come docilità e passività. Il corpo sponsor, di cui le veline costituiscono il caso più esemplare, costituisce una sorta di marchio del programma Striscia la notizia, configurandosi come una radicalizzazione del processo di riduzione del corpo a oggetto-merce subordinato alle dinamiche della promozione. Il corpo misurabile è in primo luogo quello delle aspiranti modelle: la corrispondenza al canone diventa condizione e segno di appartenenza a un gruppo, alle cui regole è necessario uniformarsi. Ma l’ossessione delle misure si estende ben al di fuori di quel contesto. Il corpo misurabile è il corpo che rinuncia alla sua differenza per entrare in una classe di equivalenza all’interno della quale tutti gli oggetti sono interscambiabili; è un corpo che rinuncia alla sua soggettività per adeguarsi all’oggettività del modello, smette di essere regolato dalla propria esperienza per essere regolato dalla norma che genera la classe di equivalenza; rinuncia alla sua espressività interiorizzando il potere di controllo esercitato dal canone. Anche il corpo trasformato - che sembrerebbe racchiudere nel concetto di cambiamento una potenzialità espressiva - non fa che realizzare un adeguamento ai canoni estetici dominanti, attraverso una serie di pratiche sacrificali che vanno dalla dieta alla palestra, dai trattamenti estetici più vari agli interventi di chirurgia estetica ed esclude quelle possibilità espressive che il modello dominante non contempla. Il corpo che raggiunge la perfezione del modello soffre però le vertigini, deve scendere dal piedistallo per ritrovare la vicinanza dei corpi imperfetti e per proporsi a questi come un modello raggiungibile: di qui il corpo normalizzato, che continua a giocare con la dialettica realtà-modello. Il ricongiungimento di due icone femminili contrastanti e prima 231 separate, la donna erotica e la donna che accudisce (moglie-madre), si realizza nel corpo domestico, che mantiene il suo erotismo, stemperandone gli elementi potenzialmente inquietanti e aggressivi nella cornice rassicurante della dimensione domestica. Il corpo fagocitante, infine, è il corpo che “divora” tutto ciò che lo accompagna, in particolare i testi che timidamente suggeriscono un senso diverso da quello espresso dal corpo, ma “esplodono” sotto la supremazia di questo, che costruisce così il senso dominante del messaggio. L’ambivalenza è solo apparente e non ammette, neanche in questo caso, scarti dalla norma: le dimensioni che concorrono alla creazione del senso dominante creando discrasia sono quelle consuete, inoffensive e semmai gratificanti per l’occhio maschile: il corpo sexy, la donna fragile, la donna domestica, ecc.; il corpo fagocitante è quello che afferma la superiorità delle sue ragioni su queste altre dimensioni e - a differenza del corpo domestico - suggerisce ma non riunisce icone femminili separate e contrastanti, rivendicando la sua assolutezza. Concludendo, il corpo della donna è sottoposto a uno sguardo continuo, insistente, uno sguardo che molto spesso, investendolo, lo priva della sua soggettività. I modelli di corporeità femminili rappresentati sono ridotti a un ristretto ventaglio di possibilità, poco sensibili a diverse modalità espressive e rimandano spesso a una iconografia tradizionale dei rapporti tra i sessi. 232 APPENDICE GRAFICI AUDITEL 233 234 ATTUALITA’ E COSTUME “LA VITA IN DIRETTA” e “VERISSIMO” La vita in diretta e Verissimo: Composizione dell’audience femminile (%) per classi di età 50 45,81 45 40 35 30 25 23,29 18,79 20 Verissimo 17,12 16,76 La vita in diretta 15,5 13,88 15 12,61 9,37 8,05 10 4,45 5 0,87 2,01 1,3 2,4 1,75 4,59 1,46 0 4-7 ANNI 8-14 ANNI 15-19 ANNI 20-24 ANNI 25-34 ANNI 35-44 ANNI 45-54 ANNI 55-64 ANNI OLTRE 64 ANNI La vita in diretta e Verissimo: Indice di share sul totale delle ascoltatrici (%) per classi di età 160 152 147 142 140 120 125 117 120 101 100 100 100 La vita in diretta 99 80 Verissimo 60 70 78 25-34 ANNI 35-44 ANNI 68 61 40 34 36 43 27 20 4-7 ANNI 8-14 ANNI 15-19 ANNI 20-24 ANNI 45-54 ANNI 55-64 ANNI OLTRE 64 ANNI 235 La vita in diretta e Verissimo: Composizione dell’audience femminile (%) per titolo di studio 70 60,58 60 50 La vita in diretta 38,69 40 32,61 Verissimo 30 21,63 19,07 20 15,23 10 2,95 2,18 4,41 2,66 0 (4/14 ANNI) ELEMENTARI MEDIA INFERIORE MEDIA SUPERIORE UNIVERSITA’ La vita in diretta e Verissimo: Indice di share sul totale delle ascoltatrici (%) per titolo di studio 140 133 128 125 120 107 100 99 87 80 Verissimo 80 74 71 60 40 29 20 (4/14 ANNI) 236 ELEMENTARI MEDIA INFERIORE MEDIA SUPERIORE La vita in diretta UNIVERSITA’ La vita in diretta e Verissimo: Composizione dell’audience femminile (%) per area geografica 35 31,19 31,07 30 25 20 18,61 La vita in diretta 19,65 18,54 19,21 18,6 17,87 Verissimo 15 13,07 12,19 10 5 0 NORD-OVEST NORD-EST CENTRO SUD ISOLE La vita in diretta e Verissimo: Indice di share sul totale delle ascoltatrici (%) per area geografica 140 129 130 120 112 111 110 110 108 110 100 La vita in diretta Verissimo 94 90 87 80 84 70 69 60 NORD-OVEST NORD-EST CENTRO SUD ISOLE 237 La vita in diretta e Verissimo: Composizione dell’audience femminile (%) per stili di vita 30 24,46 25 22,08 19,47 18,15 20 La vita in diretta 15 13,68 9,51 10 5,95 5,56 10,27 8,24 6,11 4,93 3,71 5 Verissimo 10,06 11,33 6,61 3,57 1,18 1,12 1,01 1,21 0,83 0,53 1,18 0 I I LI 1 3 2 E E TI IE INI HE AT AT EA AT SS TE TE TE TA SA LF GN LLEG RIV LIC TA TA TA ME EN FIN MAS E DE R F V M P A AR AR AR P CO P P IM RA AV CO AP AP AP La vita in diretta e Verissimo: Indice di share sul totale delle ascoltatrici (%) per stili di vita 180 160 160 140 137 140 132 130 127 119 120 120 La vita in diretta 115 112 108 105 108 100 Verissimo 95 94 91 80 76 78 80 77 64 60 69 55 40 30 20 I LI 3 2 1 E E TI TI IE INI HE AT EA AT SS TE TE TE TA NA SA LF EG RIV LIC TA TA TA ME FIN MAS EN EG DE LL R R R F V M P AR O A A A A V C P P P IM R A CO AP AP AP 238 VARIETÀ “BUONA DOMENICA” e “DOMENICA IN” 239 240 241 242 “MATRICOLE” 243 244 245 246 “DOVE TI PORTA IL CUORE” 247 248 249 250 TALK SHOW “TEMPI MODERNI” 251 252 253 254 255 256 257 258 “UN PUGNO O UNA CAREZZA” 259 260 261 262 “QUELLI CHE IL CALCIO” 263 264 265 266 GIOCHI “PASSAPAROLA” e “SARABANDA” 267 268 269 270 INFORMAZIONE SATIRICA “STRISCIA LA NOTIZIA” 271 272 273 274 BIBLIOGRAFIA ADLER R.P. 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Obiettivi Questa ricerca, promossa dal CNEL e condotta dalla Cares, Osservatorio di Pavia, con il coordinamento scientifico del Prof. Gianni Losito dell’Università di Roma “La Sapienza”, si è proposta di rilevare e descrivere la rappresentazione della donna nella programmazione televisiva con riferimento a due aree espressive o macro-generi che occupano una parte preponderante dei palinsesti delle principali reti a diffusione nazionale: la fiction e l’intrattenimento. La parte della ricerca relativa alla fiction televisiva è un’analisi quantitativa del contenuto che si distingue da altre condotte in passato per aver posto a confronto la rappresentazione della condizione della donna con quella dell’uomo ricorrendo a variabili che definiscono non soltanto il profilo socio-demografico e lavorativo dei personaggi principali che in essa compaiono, ma anche l’aspetto esteriore, l’universo valoriale e normativo di riferimento, la personalità, il comportamento anti-sociale e pro-sociale, le modalità d’interazione con altri personaggi nei contesti familiare e amicale, oltre che lavorativo. Nella parte della ricerca relativa, invece, all’intrattenimento si è optato per un’analisi qualitativa, per sua natura più idonea a cogliere le strutture mutevoli dei formati in cui tale genere si articola e più sensibile alla complessità e alla specificità delle dimensioni di significato che si fondono e si confondono all’interno dei formati stessi. Obiettivo dell’indagine è stato quello di rilevare se i programmi d’intrattenimento rappresentino la complessità della condizione della donna proponendo 281 modelli coerenti con la nuova identità femminile, oppure se propongano, al contrario, un’immagine ispirata a stereotipi tradizionali relegando la figura femminile in una posizione subordinata e marginale. 2. Metodologia della ricerca sulla fiction 2.1. Unità d’analisi e campione Le unità d’analisi considerate e sulle quali sono stati rilevati i dati della ricerca sono programmi televisivi di fiction e i personaggi principali in essi presenti, questi ultimi definiti come quei personaggi la cui presenza nel programma risulta indispensabile per lo svolgimento della vicenda o delle vicende in esso narrate. Come generalmente si registra per le ricerche di analisi del contenuto della fiction televisiva, il campione oggetto d’indagine è stato individuato in relazione a una settimana “tipo” di programmazione, ovvero una settimana “normale” della stagione televisiva priva di particolari eventi tali da influenzare sia i palinsesti sia le abitudini d’ascolto dei telespettatori. La settimana prescelta è quella compresa tra domenica 11 e sabato 17 marzo 2001, e i programmi di fiction selezionati sono quelli trasmessi nelle fasce orarie pomeridiana, pre-serale e serale (dalle 12.00 alle 23.00) dalle reti Rai e Mediaset e TMC (ora La7). Complessivamente il campione risulta composto da 162 programmi, il 51, 9% trasmessi da Mediaset, il 25,9% da Rai e il 22,2% da TMC. La maggioranza di essi sono di produzione statunitense (64,8%) piuttosto che italiana (22,8%) o di altri Paesi (12,3%), sono andati in onda nella fascia pomeridiana (60,5%) e hanno registrato dati di ascolto non particolarmente significativi. Nei programmi campione sono stati individuati 1.045 personaggi principali di cui 444 di sesso femminile (42,5%) e 661 di sesso maschile (57,5%). 2.2. Strumenti e modalità di raccolta dei dati Per la raccolta dei dati sono state utilizzate due schede d’analisi, una per i programmi (scheda A) e l’altra per i personaggi principali (scheda 282 B). Una scheda d’analisi del contenuto è analoga, quanto a struttura, a un questionario. Come un questionario è una successione ordinata di domande rivolte ai soggetti intervistati, così una scheda d’analisi è una serie ordinata di voci (o items) che possono essere considerate “domande” rivolte alle unità d’analisi considerate e alle quali danno risposta, sulla base di regole esplicitamente definite, analisti opportunamente addestrati. Pur essendo l’affidabilità degli analisti una premessa irrinunciabile per questo tipo di indagini, è comunque opportuno mettere in atto modalità di raccolta dei dati tali da consentire un controllo delle interpretazioni soggettive dei singoli analisti. Quella cui più frequentemente si ricorre, utilizzata anche in questa ricerca, consiste nell’effettuare la rilevazione utilizzando coppie o gruppi di analisti, che svolgono prima un’analisi individuale e poi un’analisi collegiale di ogni unità d’analisi. I casi per i quali si registrano discordanze tra i diversi analisti vengono posti in discussione nell’ambito della coppia o del gruppo; la codifica finale, per quell’unità d’analisi e per la voce in questione, viene effettuata sulla base di una decisione collettiva al termine della discussione stessa. 2.3. Procedure di analisi dei dati Le informazioni raccolte con le due schede d’analisi sono state inserite in matrici di dati sulle quali sono state applicate le seguenti procedure di analisi dei dati: analisi delle frequenze di tutte le variabili desunte dalle schede d’analisi utilizzate; analisi delle relazioni tra coppie di variabili con tabelle di contingenza e applicazione del test del chi quadrato; analisi delle componenti principali su più insiemi di variabili con categorie ordinate; analisi delle corrispondenze multiple e cluster analysis su insiemi di variabili - con categorie non ordinate o trattate come tali - considerate di particolare interesse in relazione agli obiettivi della ricerca. 3. Metodologia della ricerca sull’intrattenimento L’analisi qualitativa dei programmi d’intrattenimento è stata condotta su programmi trasmessi nella stessa settimana e nelle stesse fasce 283 orarie considerate nella ricerca sulla fiction. I formati esaminati sono quelli relativi all’attualità-costume, al varietà, al talk show, ai giochi e all’informazione satirica. All’interno di ciascun formato, i programmi sono stati selezionati in base ai seguenti criteri: - rilevanza in termini di dati d’ascolto; - significatività in relazione al tema oggetto d’indagine e capacità di offrire diversi punti d’osservazione sull’immagine femminile; - presenza equilibrata dell’offerta delle reti pubbliche e private; - copertura della fascia di programmazione sia pomeridiana sia serale. I programmi selezionati, divisi per formato, sono i seguenti: Attualità-costume: La vita in diretta (Raiuno,pomeridiano) Verissimo (Canale 5, pomeridiano). Varietà: Domenica in (Raiuno, pomeridiano) Buona Domenica (Canale 5, pomeridiano) Matricole (Italia 1, serale) Dove ti porta il cuore (Raiuno, serale) Talk show: Uomini e donne (Canale 5, pomeridiano) Un pugno o una carezza (Raiuno, serale) Tempi moderni (Italia 1, serale) Quelli che il calcio (Raidue, pomeridiano) Giochi: Passaparola (Canale 5, pre-serale) Sarabanda (Italia 1, pre-serale) Informazione satirica: Striscia la notizia (Canale 5, serale) 284 4. Principali risultati della ricerca sulla fiction 4.1. Differenze generali tra le condizioni femminile e maschile nei programmi L’analisi complessiva dei programmi di fiction evidenzia, in essi, una propensione non molto accentuata a rappresentare esplicitamente le problematiche connesse alle disuguaglianze fra i due sessi. Esse compaiono a vario titolo nella narrazione in circa un terzo dei programmi campione, prevalentemente tematizzate in modo a-problematico o addirittura legittimante. Solo in una ridotta percentuale di programmi compare un’attenzione critica verso le disparità tra le condizioni maschile e femminile. Tra i programmi in cui non sono presenti le tematiche ad esse connesse, prevalgono quelli che non propongono modelli negativi o degradanti dell’immagine femminile, ma non è irrilevante la presenza di altri programmi che, al contrario, suggeriscono in modo latente (talvolta debole, talvolta accentuato) stereotipi negativi. Gli stereotipi discriminanti più ricorrenti nella rappresentazione della condizione femminile riguardano i seguenti aspetti: - le capacità decisionali femminili, in ambito sia privato sia lavorativo, si esprimono in modo molto più debole rispetto a quelle maschili, con differenze significative tra i programmi trasmessi dai diversi network (la fiction Rai tende a minimizzare, in relazione a questo aspetto, la disparità tra uomini e donne) e il paese di produzione (la fiction italiana valorizza maggiormente le capacità decisionali femminili); - i personaggi femminili sono delineati con un deficit di autonomia rispetto all’universo maschile, connotandosi per una maggiore dipendenza, con poche differenze tra network e differenze al contrario significative in relazione al paese di produzione (la fiction italiana mostra un maggiore affrancamento dei personaggi femminili); - i personaggi femminili sono rappresentati, più di quelli maschili, nel contesto familiare e meno nel contesto lavorativo (soprattutto nella fiction Mediaset), anche se si fa strada una tendenza significativa all’equilibrio tra dimensione affettiva e privata e dimensione pubblica sia per gli uomini che per le donne (tendenza rilevata soprattutto nella fiction Rai). 285 4.2. Caratteristiche di base dei personaggi I personaggi principali sono in prevalenza adulti, non coniugati, di nazionalità non italiana, quasi esclusivamente bianchi, appartenenti al ceto medio. Donne e uomini presentano un profilo socio-demografico analogo, con alcune differenze che riguardano l’età (sono presenti più donne di giovane età), lo stato civile (per gli uomini è rilevabile meno frequentemente che per le donne) il livello culturale (le donne sono meno rappresentate nei livelli alti) e lo status principale (per le donne è in prevalenza affettivo-relazionale e familiare, mentre per gli uomini è in prevalenza lavorativo). Le donne, più degli uomini, sono proposte con un’immagine complessivamente positiva. 4.3. Profilo della donna che lavora I personaggi femminili per i quali è stato possibile individuare il lavoro svolto sono occupati prevalentemente nell’area delle professioni e delle attività specializzate e dei lavori esecutivi; una discreta percentuale svolge anche lavori manuali, mentre sono poco numerose le donne impegnate in attività più remunerative e di prestigio, nel mangement e nell’imprenditoria. Il settore d’impiego prevalente è quello dei servizi, in una realtà socio-economica che indirizza la carriera femminile entro ambiti specifici proposti in modo convenzionale come più congeniali alle donne, piuttosto che agevolarne l’ingresso in quelli storicamente connotati al maschile. Il livello di salienza del lavoro è, comunque, tendenzialmente medio-alto, anche se inferiore rispetto a quello maschile, soprattutto per le donne adulte e anziane. Per i personaggi femminili nel loro complesso si afferma una connotazione prevalentemente “espressiva” del lavoro, inteso nella quasi metà dei casi come opportunità prioritaria per realizzarsi sul piano personale e sociale. Il lavoro inteso come necessità, ovvero come mero strumento per il soddisfacimento dei bisogni essenziali della vita quoti286 diana o per il raggiungimento dell’indipendenza economica, caratterizza soprattutto donne di condizione economica e culturale di livello più basso. Il lavoro vissuto come mezzo per il raggiungimento del successo o per l’esercizio del potere sugli altri è, al contrario, prerogativa delle donne di classe economica più elevata. Nel complesso si rileva una tendenza, sia pure non molto accentuata, a rappresentare la donna che lavora con un’immagine meno positiva rispetto alla donna che non lavora (mentre l’esatto contrario avviene per gli uomini): il profilo delle non lavoratrici è tracciato ricorrendo in modo più accentuato a tratti di personalità quali l’altruismo, l’affidabilità, la responsabilità, la simpatia, l’onestà. Sono soprattutto le donne impegnate ai livelli professionali più elevati ad essere connotate negativamente da attributi come l’egoismo, il cinismo, l’antipatia, la disonestà, dai quali sono invece immuni le donne impiegate in lavori manuali o esecutivi. Le donne lavoratrici, peraltro, sono più frequentemente proposte, rispetto alle non lavoratrici, con tratti di forza, sicurezza, dinamismo, tenacia, razionalità e intelligenza, soprattutto se in posizioni professionali di responsabilità. Più fragili, statiche e passive sono, al contrario, le lavoratrici manuali. Per quanto riguarda l’universo normativo di riferimento, la donna che lavora si identifica maggiormente, rispetto a quella che non lavora, nei valori di affermazione personale, soprattutto quando ha mansioni dirigenziali, ma non è insensibile ai valori che caratterizzano la sfera affettiva e familiare, che costituiscono comunque il riferimento prioritario per quante, invece, non lavorano. 4.4. Differenze più significative tra personaggi femminili e maschili Le differenze più evidenti tra uomini e donne, per come sono rappresentati dalla fiction, sono riconducibili soprattutto agli ambiti relativi all’aspetto esteriore, ai valori, ai tratti di personalità, alla condizione lavorativa e al coinvolgimento in comportamenti pro-sociali e antisociali. L’aspetto esteriore risulta essere molto più rilevante per le donne, 287 che in netta maggioranza sono belle e in buona forma fisica, piuttosto che per gli uomini, più spesso proposti con caratteristiche fisiche “medie”. Anche la modalità di rappresentazione del corpo è diversa nei due casi, essendo più spesso il corpo femminile oggetto di una esposizione con finalità seduttive e di ostentazione. Per quanto riguarda i valori di riferimento, il centro di gravità dei personaggi femminili si colloca nella sfera affettivo-relazionale e familiare, ma con significative tendenze a interiorizzare e a far valere anche i valori legati all’autonomia e alla crescita personale e professionale. Per gli uomini, invece, decisamente più centrali sono i valori che hanno a che fare con la sfera dell’affermazione, come l’indipendenza personale, la distinzione, il successo, la ricchezza, il potere. Nei personaggi rappresentati in uno status lavorativo, i valori che ruotano attorno all’affermazione sono quelli privilegiati soprattutto dagli uomini, ma anche - sia pure in misura minore - dalle donne. E’ però interessante notare come l’affermazione si configuri come una meta prevalentemente perseguita dagli uomini anche quando lo status principale dei personaggi maschili è di tipo affettivo-relazionale oppure familiare, mentre l’importanza di essa diminuisce notevolmente per le donne rappresentate nelle stesse posizioni di status. Per gli stessi personaggi rappresentati con uno status principale di tipo lavorativo, sia uomini sia donne, i valori afferenti alla sfera familiare (l’amore, la maternità, la paternità) risultano essere, invece, meno importanti. La condizione lavorativa, dunque, sembra accomunare uomini e donne nell’attenzione verso quei valori che, nel campione complessivo, segnano invece nel modo più significativo la loro differenza. L’avvicinamento avviene attraverso lo spostamento dei personaggi femminili verso ambiti di valore tipicamente maschili. La stessa evenienza non si verifica per i personaggi maschili quando sono presentati in uno status principale di tipo affettivo-relazionale o familiare: gli uomini mostrano, in questo caso, un più consistente attaccamento ai valori affettivi e familiari (che nel campione si delineano come più tipicamente femminili), ma senza avvicinarsi alle percentuali registrate per le donne e modificando solo moderatamente le loro priorità. Per quanto riguarda i tratti di personalità, le differenze tra uomini 288 e donne si collocano soprattutto sull’asse “fragile-solido”, che rimanda alla dimensione dell’assertività: gli uomini sono più caratterizzati dall’impegno, dal dinamismo, dalla razionalità e dalla dominanza, mentre nelle donne sono più frequenti tratti di debolezza, passività, staticità, irrazionalità. Anche sull’asse “cattivo-buono” emergono differenze, che delineano una maggiore positività delle donne; questo dato, peraltro, è in parte dovuto alla presenza nel campione di personaggi devianti prevalentemente di sesso maschile. Per quanto riguarda altre dimensioni della personalità, non emergono differenze nette tra uomini e donne, ma semmai sfumature o modalità diverse di manifestare caratteristiche simili. Le donne con uno status principale di tipo lavorativo si mostrano un po’ più “cattive” di quelle rappresentate con status principale familiare o affettivo-relazionale, e rispetto a queste ultime sono più forti e assertive. Le variabili relative al lavoro evidenziano differenze nei livelli di occupazione (superiori per gli uomini), nei tipi di professioni svolte (le donne sono impegnate meno degli uomini in attività più remunerative e di prestigio, che implicano livelli maggiori di competenza, responsabilità e soddisfazione), nel settore d’impiego (è predominante per le donne il settore dei servizi, per gli uomini quello delle forze armate e dell’ordine e della sicurezza privata). Sia uomini che donne associano al lavoro soprattutto aspettative di realizzazione personale e sociale, ma per le donne più che per gli uomini esso è anche vissuto - come già si è accennato - in modo strumentale come mezzo per soddisfare i bisogni essenziali. Per gli uomini, inoltre, il lavoro è più spesso un mezzo per raggiungere il successo e per esercitare potere sugli altri. Gli uomini, infine, sono più spesso delle donne sia autori sia oggetto di comportamenti pro-sociali. Gli atti pro-sociali femminili per eccellenza sono i comportamenti affettivi approvati socialmente, peraltro diffusi anche tra gli uomini. Questi ultimi, tuttavia, sono frequentemente coinvolti anche in atti altruistici e in azioni che testimoniano senso di responsabilità e capacità di controllo di predisposizioni negative proprie e di altri. Resta il fatto, comunque, che gli uomini sono anche molto più spesso autori, nonché vittime, di comportamenti anti-sociali, in particolare quelli caratterizzati dal ricorso alla violenza. La sfera della conflittualità e della devianza si disegna, dunque, come prevalente289 mente maschile: gli uomini sono in essa i principali protagonisti, sia attivi sia passivi. La conflittualità femminile, che pure emerge con una certa consistenza, assume caratteri meno violenti e duri, caratterizzandosi maggiormente nei termini di un’aggressività non fisica. Essa si rivolge sia contro gli uomini sia contro le donne, anche se quest’ultima circostanza risulta essere meno frequente. 4.5. Una provvisoria conclusione Sulla base dei risultati ottenuti dalla ricerca, è possibile concludere - sia pure in via provvisoria, stanti i cambiamenti che sembrano caratterizzare la fiction - che questo genere non rappresenti in modo esplicitamente “sessista” la condizione della donna. Sia pure in presenza di una sottorappresentazione dell’universo femminile, che potrebbe anche essere interpretata come una sorta di “annullamento simbolico”, è possibile riscontrare oggi nella fiction un’immagine della donna non più riconducibile, come accadeva in passato, a quella proposta dalla narrativa popolare, dai fotoromanzi, dalle cronache divistiche dei rotocalchi del pettegolezzo. Anche nel mondo “costruito” - piuttosto che rispecchiato in modo fedele o infedele - dalla fiction, la donna sembra percorrere la sua strada, raggiungendo via via mete che tradizionalmente, in quello stesso mondo, le erano del tutto precluse. Resta tuttavia prevalente la centralità della figura maschile, soprattutto nella sfera del lavoro. Si è che le donne lavorano meno degli uomini e, se lavorano, meno degli uomini hanno l’opportunità di accedere ad attività professionali di maggior successo e prestigio. Inoltre per le donne che lavorano, soprattutto se si tratta di “donne in carriera”, sembra delinearsi un’implicita omologazione a un profilo tendenzialmente definito al maschile, che investe caratteristiche non solo positive, ma anche e soprattutto negative: l’impegno e l’eventuale successo nel mondo del lavoro tradiscono e “snaturano”, per molte protagoniste della fiction, un’identità femminile ancora prevalentemente rappresentata, nonostante tutto, in modo tradizionale. Vengono così presentati in modo convenzionale e a-problematico i conflitti di ruolo che vedono coinvolte le lavoratrici, divise tra affetti e doveri familiari, da un lato, e incombenze e responsabilità del la290 voro dall’altro, con un’implicita condanna di quante risolvono tali conflitti privilegiando le seconde anziché i primi. Altre sono le conclusioni da trarre dai risultati della parte della ricerca che ha invece analizzato i programmi d’intrattenimento. In essi la marginalità della figura femminile è ben più evidente ed assume connotazioni molteplici, spesso implicite, tali da rinviare comunque a modalità stereotipiche di rappresentare la condizione della donna. Tale marginalità si manifesta in relazione a una presenza qualitativamente meno significativa, in questi programmi, non soltanto di donne che operano negli ambiti della politica, delle professioni, dello sport, del jet set, ma anche di donne comuni, troppo spesso presentate con atteggiamenti e comportamenti del tutto tradizionali. A questa marginalità sostanziale si accompagna una presentazione del corpo femminile tutt’altro che marginale, ma al contrario centrale, con modalità peraltro ristrette quanto a modelli e finalità. L’attenzione al corpo femminile diviene, in tal modo, pressoché esclusivamente strumentale e di routine, tale da ridurre il corpo stesso, privato della sua soggettività ed espressività, a mero accessorio o a scontato espediente di richiamo per un pubblico presumibilmente considerato altrimenti distratto. Diversamente da quanto accade nella di fiction, nei programmi d’intrattenimento si viene così delineando un’implicita e ricorrente immagine della donna centrata sul corpo che prevale su qualunque altra, un’immagine che rinvia a un’altrettanto tradizionale e stereotipica rappresentazione dei rapporti tra i due sessi di stampo ancora sostanzialmente “maschilista”. 5. Principali risultati della ricerca sull’intrattenimento 5.1. La rappresentazione delle condizioni femminile e maschile dal punto di vista quantitativo e qualitativo Le persone presentate nei programmi d’intrattenimento sono sostanzialmente riconducibili a quattro categorie di personaggi: i potenti, i famosi, i professionals (giornalisti, conduttori, opinionisti ospiti fissi) e la gente comune. In relazione a ciascuna di esse è stata valutata la presenza femminile dal punto di vista sia quantitativo sia qualitativo. 291 Prima di entrare nel merito della questione delle differenze nelle rappresentazioni di uomini e donne, è peraltro utile ricordare che la televisione non aspira, quantomeno nella totalità dei programmi presenti nei palinsesti, a riprodurre fedelmente la realtà. La televisione è prevalentemente finzione, spettacolo e intrattenimento. Non solo la rappresentazione della condizione femminile, ma anche quella della condizione maschile non riproduce pertanto fedelmente la realtà. Nel caso specifico, va poi considerato che la prevalente focalizzazione dell’intrattenimento e dell’infotainment su figure importanti o di successo (potenti e famosi) non consente ovviamente di considerare i personaggi televisivi in alcun modo rappresentativi di quelli che popolano la vita reale. Tuttavia, una volta tracciata la mappa genetica dei programmi televisivi attraverso i suoi personaggi, è legittimo chiedersi se il tipo di rappresentazione delle donne e degli uomini rispetti nella sfera mediale - e nel rapporto che i due sessi hanno con la sfera reale - il principio di uguaglianza o di equità. Il punto centrale è quello di stabilire se, a parità di contesti rappresentati, le donne ricoprano ruoli specifici, all’interno delle narrazioni, diversi dalle controparti maschili e, qualora i ruoli siano i medesimi, se le modalità di rappresentazione delle donne siano caratterizzate da stereotipi esplicitamente sessisti. Per ognuna delle categorie di soggetti sopra descritte, l’analisi delle rappresentazioni femminile e maschile dal punto di vista quantitativo e qualitativo ha dato alcuni risultati interessanti, riassunti nello schema seguente: Soggetti rappresentati Potenti • Politici • Capi di stato/spirituali • Professionisti Famosi • Sportivi • Artisti • Famosi generici Professional • Giornalisti • Conduttori Gente comune • Cronaca • Pubblico ideale • Storie di vita 292 Sfera mediale vs sfera reale Sovrarappresentati Rappresentazione delle donne rispetto agli uomini (profilo qualitativo) Sottorappresentate Rappresentazione delle donne rispetto agli uomini (profilo qualitativo) Marginalizzazione Sovrarappresentati Equa Sottorappresentate Equa Sovrarappresentate Equa Equa Equa Equa Marginalizzazione Sovrarappresentati Sottorappresentati Equa Equa Equa Riproposizione degli stereotipi presenti nella comunità e delle consuetudini di formazione dell’identità nella sfera pubblica o privata 5.2. Il corpo femminile Se l’immagine femminile, intesa come articolazione complessa, variegata, anche contraddittoria di realtà oggettive e soggettive, di problemi e prospettive, di forme di identità e socialità, stenta a farsi strada - quantomeno nei programmi sottoposti ad analisi - l’immagine femminile intesa come corpo è oggetto di un’attenzione quasi ossessiva. Nel percorso di ricerca all’interno dei palinsesti pomeridiani e serali di una settimana qualunque di programmazione televisiva, abbiamo assistito all’emergenza prepotente dell’area semantica relativa al corpo femminile. Troppo prepotente e trasversale per non meritare una riflessione approfondita. Il corpo è uno dei luoghi privilegiati in cui si esprime il discorso sociale. Nello specifico, la rappresentazione del corpo della donna racconta qualcosa della sua collocazione all’interno del discorso sociale dominante, dunque offre una prospettiva importante per capire le posizioni di status e i ruoli che ad essa vengono riservati dalla società. Un discorso sul corpo, che voglia assumere questo elemento (le pratiche che lo riguardano, i significati che ad esso vengono assegnati, le rappresentazioni che se ne danno) come indicatore di una configurazione dei rapporti tra i sessi, deve necessariamente riferirsi alle radici profonde dei sistemi di pensiero in cui questo discorso si è andato strutturando. Nella storia del pensiero occidentale, l’identificazione della donna con la dimensione corporea ha comportato per essa una posizione d’inferiorità in seno all’ordine simbolico del potere, condannandola a una condizione di ineludibile subalternità. E’ vero però che il corpo, tradizionalmente oggetto di molteplici forme di oppressione, ha potuto in altri momenti diventare uno strumento di liberazione, costituirsi come istanza di de-sacralizzazione e di “sovversione” nei confronti di sistemi culturali tradizionalmente orientati e fortemente puritani. Questo non può far concludere, tuttavia, che il corpo femminile si sia liberato una volta per tutte, o che si sia messo al riparo dai rischi della reintegrazione in nuovi sistemi di sfruttamento, ad esempio quello consumistico, come molti studiosi (Baudrillard, Goffman, Galimberti e altri) hanno denunciato. 293 Queste considerazioni entrano nell’orizzonte problematico che si schiude alla constatazione di una persistente rappresentazione della donna soprattutto come corpo, sia pur attraverso ruoli diversi e complessi (il corpo erotico, il corpo bello, in misura minore il corpo della madre), nei programmi televisivi d’intrattenimento. Tali rappresentazioni del corpo rinviano al concetto di libertà, frutto della liberazione sessuale, intesa in termini individualistici come libertà del soggetto di affermare e gestire il proprio corpo, scegliendone le modalità espressive? O piuttosto si configurano come un adeguamento a modelli precostituiti, dominati dal soggetto maschile, funzionali alle logiche del mercato e dei consumi? Si può parlare di libertà del corpo femminile o piuttosto di un consenso del corpo al proprio assoggettamento? Ripercorrendo la fenomenologia della rappresentazione del corpo femminile nelle trasmissioni televisive analizzate, lo spazio di libertà espressiva di quel corpo sembra soccombere sotto le pressioni all’adeguamento a modelli prestabiliti di femminilità, senza ripensamenti, reinterpretazioni, scarti dalla norma. Il corpo della donna è sottoposto a uno sguardo continuo, insistente, uno sguardo che molto spesso, investendolo, lo priva della sua soggettività. I modelli di corporeità femminili rappresentati sono ridotti a un ristretto ventaglio di possibilità, poco sensibili a diverse modalità espressive e rimandano spesso a una iconografia tradizionale dei rapporti tra i sessi. La tipologia evidenziata dalla ricerca è la seguente: - il corpo esibito come elemento decorativo, un corpo oggettivato, privo com’è di identità, confuso con gli altri corpi e intercambiabile con essi. Ora immobile, ora pronto a mettersi in movimento su comando, questo corpo non entra mai autonomamente nella dimensione dell’attività. Mantiene il posto che gli è assegnato e, accompagnato da un eterno sorriso, si presta bene a valorizzare il ruolo attivo di protagonisti maschili. Questo corpo disegna l’icona cristallizzata di una femminilità inoffensiva, intesa come docilità e passività; - il corpo sponsor, di cui le “veline” costituiscono il caso più esemplare, costituisce una sorta di marchio del programma Striscia la notizia, configurandosi come una radicalizzazione del processo di riduzione del corpo a oggetto-merce subordinato alle dinamiche della promozione commerciale; 294 - il corpo misurabile è in primo luogo quello delle aspiranti modelle: la corrispondenza al canone estetico dominante diventa condizione e segno di appartenenza a un “gruppo” alle cui regole è necessario uniformarsi. L’ossessione delle misure si estende, peraltro, ben al di fuori di quel contesto. Il corpo misurabile è il corpo che rinuncia alla sua differenza per entrare in una classe di equivalenza all’interno della quale tutti gli oggetti sono intercambiabili; è un corpo che rinuncia alla sua soggettività per adeguarsi all’oggettività del modello, che smette di essere regolato dalla propria esperienza per essere regolato dalla norma che genera la classe di equivalenza, rinunciando alla sua espressività e interiorizzando il potere di controllo esercitato dal canone; - il corpo trasformato - che sembrerebbe racchiudere nel concetto di cambiamento una qualche potenzialità espressiva - non fa che realizzare anch’esso un adeguamento ai canoni estetici dominanti, attraverso una serie di pratiche sacrificali che vanno dalla dieta alla palestra, dai trattamenti estetici più vari agli interventi di chirurgia estetica, escludendo tutte le possibilità espressive che il modello dominante non contempla. Il corpo che raggiunge la perfezione del modello soffre però di vertigini, deve scendere dal piedistallo per ritrovare la vicinanza dei corpi imperfetti e per proporsi a questi come un modello raggiungibile: di qui il corpo normalizzato, che continua a giocare con la dialettica realtà-modello; - il corpo domestico, in cui si realizza il ricongiungimento di due icone femminili contrastanti e prima separate, la donna erotica e la donna che accudisce (moglie-madre), un corpo che mantiene il suo erotismo stemperandone gli elementi potenzialmente inquietanti e aggressivi nella cornice rassicurante della dimensione “casalinga”; - il corpo fagocitante, infine, è il corpo che “divora” tutto ciò che lo accompagna, in particolare i testi che timidamente suggeriscono significati diversi da quelli espressi dal corpo stesso, ma “esplodono” sotto la supremazia di questo, che costruisce così il senso dominante del messaggio. L’ambivalenza è solo apparente e non ammette, neanche in questo caso, scarti dalla norma: le dimensioni che concorrono alla creazione del senso dominante creando discrasia sono quelle consuete, inoffensive e semmai gratificanti per l’occhio maschile: il corpo 295 sexy, la donna fragile, la donna domestica, ecc.; il corpo fagocitante è quello che afferma la superiorità delle sue ragioni su queste altre dimensioni e - a differenza del corpo domestico - suggerisce ma non riunisce icone femminili separate e contrastanti, rivendicando la sua assolutezza. 296 ATTI DEL CONVEGNO DEL 12 FEBBRAIO 2002 297 298 Premessa Il CNEL, nel corso degli ultimi anni, ha costantemente monitorato la presenza femminile nel mondo del lavoro non solo in termini di occupazione ma anche di qualità e responsabilità. In questo ambito, il CNEL ha ritenuto opportuno promuovere una ricerca sulla rappresentazione della condizione femminile nella programmazione televisiva con riferimento ai due generi che occupano una parte preponderante dei palinsesti televisivi: la fiction e l’intrattenimento. La ricerca realizzata dalla CARES, Osservatorio di Pavia, con la direzione scientifica del Prof. Gianni Losito dell’Università di Roma La Sapienza, è stata condotta con una metodologia complessa e innovativa e si basa sull’analisi di una settimana campione dei programmi Rai, Mediaset e TMC (ora La7). Per la prima volta, infatti, le variabili prese in considerazione dai ricercatori, in particolare per quanto riguarda i programmi di fiction, definiscono non solo il profilo socio-demografico dei diversi personaggi analizzati, ma anche l’aspetto esteriore, l’universo valoriale e normativo di riferimento, la personalità, le modalità di interazione con altri personaggi nel contesto lavorativo, innanzi tutto, ma anche familiare e amicale. L’esito dell’indagine, è stato commentato da autorevoli esponenti del mondo scientifico, della politica, del sindacato, delle imprese. 299 APERTURA DEI LAVORI FRANCESCA SANTORO Vice Presidente del CNEL Nel rivolgere un cordiale saluto e un non rituale ringraziamento a tutti i partecipanti a questo nostro incontro, vorrei subito illustrare le ragioni che hanno sollecitato il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro a promuovere lo svolgimento dell’indagine che oggi vi presentiamo e ad organizzare questa prima occasione di riflessione e di confronto. Da diversi anni il CNEL ha monitorato e seguito, con numerose pubblicazioni ed iniziative, l’evoluzione della condizione femminile nel mondo del lavoro e nell’organizzazione sociale. Ricordo che in questa sala, per la prima volta nel nostro Paese, nel corso del ’99 e del 2000, su documenti di monitoraggio predisposti dal CNEL, tutte le forze sociali dell’impresa e del lavoro si sono confrontate con il Governo sull’impatto e sui risultati delle politiche pubbliche previste nel cosiddetto “Patto di Natale” del ’98, per favorire, accrescere e qualificare la partecipazione femminile al lavoro. Ricordo che nel programma varato dal Consiglio nel gennaio scorso, il tema delle pari opportunità è individuato come una delle priorità con cui, secondo il metodo del mainstreaming, tutte le commissioni e gli osservatori in cui si articola l’Assemblea del CNEL dovranno misurarsi. Questa attenzione è anche legata alla scelta dell’Unione Europea di indicare nell’affermazione delle pari opportunità per le donne uno dei quattro pilastri strategici, necessari per aggredire e risolvere il nodo dell’occupazione in Europa, fattore decisivo per le prospettive di progresso economico e civile dell’Europa, fino a fissare, con il Vertice di Lisbona, per il 2010 il tasso di occupazione femminile al 60%. La questione è particolarmente complessa per il nostro paese, in cui lo storico problema dell’occupazione coincide in larga misura, in particolare nel Mezzogior no, con il problema dell’occupazione femminile. Infatti, com’è noto, nonostante in questi anni l’occupazione 300 femminile sia cresciuta e le donne siano entrate in modo strutturale e, ritengo, irreversibile nel mercato del lavoro, anche in settori e professioni considerate tradizionalmente maschili, siamo ancora lontani da colmare il gap esistente, rispetto al tasso di occupazione femminile dei principali Paesi europei. E tuttavia il problema dell’accesso e della permanenza al lavoro delle donne, sia in quello dipendente che autonomo, nonché le possibilità di progressione di carriera in parità di opportunità con gli uomini, non è riducibile solo alla pur fondamentale dimensione dell’economia di mercato e delle politiche economiche e sociali che si propongono per favorirne lo sviluppo. Esso rinvia necessariamente, ad un corposo intreccio di nodi culturali, di valori, di costume, di organizzazione sociale che possono interagire con le scelte e le opportunità dell’economia e della politica, sia in termini di assecondamento che di freno e di ostacolo. Si tratta di un insieme di fattori che determinano un “ambiente favorevole” allo sviluppo dell’occupazione femminile, di incidenza comparabile a ciò che definiamo “ambiente favorevole allo sviluppo dell’economia e delle imprese”. Mi riferisco, ad esempio, a quel complesso di misure di conciliazione tra lavoro e vita familiare; allo sviluppo dell’economia sociale come fonte di occupazione e di erogazione di servizi che possano integrare quelli pubblici, alla qualità dell’istruzione e alla formazione lungo tutto l’arco della vita ecc. (Tutti temi su cui si articola il lavoro delle commissioni del CNEL.) In questo quadro la comunicazione televisiva che, oltre al suo ruolo di informazione, registra e trasmette modelli comportamentali, di identità personale e sociale, è oggettivamente un terreno importante ed utile di indagine e di analisi. Partendo da queste considerazioni abbiamo scelto di promuovere questa ricerca sulla rappresentazione della donna nella programmazione televisiva, con riferimento a due generi, la fiction e l’intrattenimento, che sono preponderanti in quasi tutte le programmazioni per spazio orario dedicato e per audience. Sotto la direzione scientifica del professor Gianni Losito, a cui rinnovo il nostro ringraziamento e apprezzamento, la ricerca è stata 301 costruita sulla base di una metodologia innovativa ed è incentrata sull’analisi di una settimana campione di programmi RAI, Mediaset e Telemontecarlo (ora La 7). Non si tratta semplicemente di un aggior namento della pur pregevole indagine condotta dalla Commissione Pari Opportunità del ’92, peraltro dedicata alla pubblicità, ma di una vera e propria analisi di valore scientifico. Le variabili prese in esame, da quelle relative all’esteriorità femminile, a quelle relazionali con i contesti familiari e sociali, consentono a consuntivo di individuare alcuni profili dominanti dell’”essere al femminile” che fiction ed intrattenimento rimandano al pubblico come rappresentazione e traguardo socialmente accettato o atteso. Non voglio entrare nel merito della ricerca, che sarà illustrata tra poco dal professor Losito e della dottoressa Malchiodi. Mi limito ad alcune considerazioni. 1. Emerge dall’analisi che circa il 65% dei programmi esaminati viene prodotto ed importato dal mercato americano, mentre solo il 23% è realizzato in Italia. Dato ben conosciuto dagli addetti ai lavori, ma che mi pare interessante evidenziare. Questa mia considerazione non è certamente finalizzata a mettere in discussione la libertà di mercato o il pluralismo culturale, e neanche a criticare semplicisticamente la società americana, i suoi modelli di libertà individuale e di innovazione sociale, ma piuttosto a constatare come l’ambientazione sociale e culturale dei nostri programmi sia lontana dal contesto italiano ed europeo. 2. Altro elemento rilevante che emerge è che il valore e il ruolo del lavoro, sia esso autonomo o dipendente, o comunque la sua presenza nel contesto narrativo, risulta assolutamente residuale all’interno della programmazione televisiva, per non parlare del lavoro manuale quasi completamente assente. Il problema è naturalmente è di “misura”. Non è in discussione il ruolo di svago e di intrattenimento della televisione. Ciò che rileva è che un aspetto così fondamentale per la vita delle persone sia assolutamente marginale nei palinsesti. 302 3 Altro elemento significativo è che nella fiction si registra, con ombre e luci, una certa evoluzione rispetto al passato nella rappresentazione dell’immagine femminile - seppure va rilevato che la donna impegnata in un’attività lavorativa ha spesso caratteristiche negative di aggressività, fragilità e ambiguità, rispetto alla donna che non lavora, portatrice di valori, soprattutto di sentimenti esclusivamente positivi. 4. Il discorso cambia radicalmente quando si considerano i programmi di intrattenimento: l’esibizione e l’ostentazione del corpo femminile è una costante che spesso non ha alcuna giustificazione, se non quella del fatturato pubblicitario e dell’audience. Il corpo femminile, gratuitamente e forzatamente esibito e indagato, viene ricondotto a puro oggetto, privo di qualunque identità, ed è assai arduo vedere in tutto ciò elementi di libertà e di progresso. Il fenomeno è tanto più significativo se si considera che, in base al numero dei programmi trasmessi e alle rispettive percentuali di audience, l’intrattenimento è il genere che raggiunge il più elevato numero di spettatori stravolgendo, quindi, il maggiore equilibrio, gli elementi positivi che si registrano nella fiction. Questa rappresentazione deve far riflettere, perché, anche se non esistono certezze scientifiche degli effetti dei messaggi televisivi sulle persone, è comunque significativo quanto ha scritto l’economista Galbreight: “…la fiducia, che una volta si accordava a persone autorevoli della propria comunità sociale e familiare, viene ora concessa alla televisione…” E tanti, per alludere o testimoniare la fonte delle proprie convinzioni, non temono di dichiarare “l’ho visto alla televisione”. D’altra parte, basta citare alcuni recenti esempi: - il caso Vanna Marchi, imbonitrice televisiva che attraverso il piccolo schermo è riuscita a convincere 300 mila persona ad acquistare le sue pozioni più o meno magiche e che, sempre attraverso la televisione, è stata scoperta e arrestata; 303 - i dati EURISCO, secondo i quali in Italia ci sono 10 milioni di donne che hanno come solo e unico mezzo di informazione e di apprendimento la televisione; - dieci milioni di persone che, com’è emerso dall’indagine EURISPES, fanno ricorso abituale a maghi e magie attraverso il piccolo schermo. Da queste mie considerazioni non vorrei giungere a quelle conclusioni, forse un po’ semplicistiche e un po’ moralistiche, di quanti, male parafrasando il pensiero di Popper, arrivano a considerare la televisione solo come una “cattiva maestra”. Non mi convincono quelle teorie che assegnano alla televisione un compito soprattutto pedagogico ed educativo. La televisione può e deve anche essere questo, ma è anche un mezzo di comunicazione, di informazione, di divertimento, un linguaggio della nostra vita moderna individuale e collettiva. Così com’è evidente che siamo di fronte ad un terreno assai difficile e scivoloso, nel quale può essere facile cadere nella tentazione di imporre censure o regole che riducono la libertà di espressione e che non riconoscono la maturità critica e civile di un’opinione pubblica che pure, anche grazie alla televisione, è cresciuta nel nostro Paese. Tuttavia, ritengo che debbano maturare in fretta le condizioni perché le realtà che le indagini ci consegnano siano osservate con la dovuta attenzione e si trovino dei correttivi adeguati, in primo luogo con un alto senso di responsabilità ed una capacità di autoregolamentazione da parte di coloro che decidono le programmazioni televisive, a partire dal servizio pubblico televisivo, ma più in generale per tutta l’emittenza, nella consapevolezza di disporre di un mezzo che entra quotidianamente nelle case, nella vita delle persone di tutte le età e con strumenti culturali anche profondamente disuguali. Questo naturalmente nell’ambito più vasto di un complessivo riassetto dell’attuale sistema televisivo. Per quanto ci riguarda come CNEL, con questa ricerca intendiamo offrire alle forze sociali, al Parlamento, al Governo, così com’è nostro compito, materiale valido per una riflessione a tutto campo, come un servizio, uno spazio di incontro e di confronto libero da visioni ideologiche, ma attento alle cose e ai fenomeni concreti. 304 RELAZIONI LA RAPPRESENTAZIONE DELLA CONDIZIONE FEMMINILE NELLA FICTION TELEVISIVA GIANNI LOSITO Ordinario di sociologia all’Università “La Sapienza” di Roma UNA RICERCA DI ANALISI DEL CONTENUTO 1. IL PROBLEMA OGGETTO D’INDAGINE E OBIETTIVI DELLA RICERCA L’analisi del contenuto dei testi1 mediali ha una tradizione ormai consolidata negli Stati Uniti e in Europa e rappresenta uno dei filoni più consistenti e significativi della ricerca sociale sulle comunicazioni di massa. Grazie ad esso possiamo disporre di una mole rilevante di dati per descrivere la rappresentazione della realtà proposta dai media ed anche per formulare, conseguentemente, ipotesi più consapevoli e mirate sui loro possibili effetti sul pubblico. Per “rappresentazione” è da intendersi, in questo contesto, un insieme strutturato di elementi con cui la realtà, o un particolare aspetto di essa, viene “costruita” e comunicata dai mass media, con modalità espressive e contenuti dettati dai generi dei testi mediali e dalle routine produttive e dal linguaggio che caratterizzano ciascun mezzo. _______________ 1. Il termine “testo” è qui usato con il suo significato più ampio, dal latino textum (tessuto, intrecciato): un testo è un insieme integrato di segni relativi a uno o più codici comunicativi (linguistico, paralinguistico, iconico, gestuale, musicale, ecc.). Un programma televisivo è, dunque, anch’esso un testo. 305 Tra i grandi generi nei quali si articola l’offerta televisiva, la fiction è senz’altro uno tra i più rilevanti non soltanto dal punto di vista del mercato, ma anche da quello della ricerca. Esso, infatti, presenta tre caratteristiche fondamentali che lo rendono un campo d’indagine particolarmente interessante: in primo luogo, è un genere “forte”, che registra di norma indici di ascolto e livelli di gradimento elevati da parte del pubblico e che tende a “esportare” stili comunicativi in altri generi televisivi; in secondo luogo, rappresenta un universo simbolico privilegiato per l’individuazione di rappresentazioni della realtà, di costellazioni valoriali, di eventuali riduzioni stereotipiche della complessità sociale; in terzo luogo, e in relazione con il punto precedente, è il campo d’indagine più idoneo in relazione al quale controllare - senza preconcetti ideologici - l’ipotesi da più parti avanzata di un possibile graduale processo di “colonizzazione culturale” imputabile alla massiccia presenza, nei palinsesti non solo italiani, di prodotti televisivi importati dagli Stati Uniti. Alla fiction fa prevalentemente riferimento questa ricerca promossa dal CNEL e condotta dalla Cares, Osservatorio di Pavia, con il coordinamento scientifico di chi scrive, finalizzata a rilevare e descrivere la rappresentazione televisiva della donna in generale e della donna che lavora in particolare. Si tratta di un tema già indagato estesamente anche in Italia, soprattutto in relazione alle caratteristiche che definiscono profili socio-demografici e professionali, con risultati che evidenziano alcune tendenze ricorrenti. Tra queste, anzitutto quella a sottorappresentare le donne rispetto agli uomini, come anche accade per altre categorie “marginali”, come le minoranze etniche o gli anziani; e poi a rappresentarle, più spesso degli uomini, giovani, attraenti, coniugate, indifese e subordinate ad altri nelle interazioni sociali. Meno degli uomini, invece, le donne risultano impegnate in attività lavorative al di fuori dell’ambito domestico; e, se occupate, lo sono meno frequentemente nelle attività più remunerative e di prestigio. Le donne occupate, inoltre, svolgono lavori tradizionalmente femminili (segretarie, infermiere, insegnanti, personale di servizio, ecc.) anche 306 se più di recente questo aspetto sta subendo significativi cambiamenti. Più bilanciato è, invece, il coinvolgimento nei comportamenti devianti, ma anche in relazione a questo particolare aspetto si sono registrate differenze significative tra uomini e donne: nella fiction risulta ad esempio tipicamente maschile la devianza che si manifesta con reati contro la persona e contro il patrimonio, mentre tipicamente femminile è, soprattutto, la prostituzione. Pur facendo estesamente riferimento alla letteratura scientifica sull’argomento e prendendo in considerazione variabili relative alle tendenze ora ricordate, la nostra ricerca si è proposta un obiettivo più complesso e, forse, più ambizioso: ricostruire la rappresentazione della donna e confrontarla con quella dell’uomo ricorrendo a variabili che definiscono non soltanto il profilo socio-demografico e la condizione occupazionale dei personaggi principali, ma anche l’aspetto esteriore, l’universo valoriale e normativo di riferimento, la personalità, il comportamento anti-sociale e pro-sociale, le modalità d’interazione con soggetti di entrambi i sessi nei contesti familiare e amicale, oltre che lavorativo. 2. METODOLOGIA DELLA RICERCA 2.1. La scheda d’analisi La complessità dell’obiettivo prefissato e dell’articolazione del disegno della ricerca caratterizza anche, e conseguentemente, gli strumenti utilizzati per la raccolta dei dati. Tali strumenti sono due schede destinate a rilevare, rispettivamente, le caratteristiche dei due tipi di unità d’analisi considerate: i programmi campione (scheda A) e i personaggi principali in essi presenti (scheda B), questi ultimi definiti nel progetto di ricerca e individuati dagli analisti come quei personaggi la cui presenza nel programma risulta indispensabile per lo svolgimento della vicenda o delle vicende in esso narrate. 307 Una scheda d’analisi è, quanto a struttura, del tutto analoga a un questionario. Come un questionario è una successione ordinata di domande alle quali i soggetti intervistati sono invitati a dare risposta, così una scheda d’analisi del contenuto è una serie ordinata di voci (o items) che potremmo considerare “domande” rivolte alle unità d’analisi considerate (nel nostro caso programmi e personaggi della fiction). A queste “domande” sono chiamati a rispondere uno o più analisti che interpretano i testi mediali in esame in base a regole esplicitamente definite e uguali per tutti. Inoltre, come le domande di un questionario, anche le voci di una scheda d’analisi del contenuto possono essere “chiuse” o “aperte”. Una voce è “chiusa” se per essa è stato possibile prevedere ed elencare a priori una serie di possibili alternative di risposta pre-codificate; in questo caso, l’analista indica per ciascuna unità d’analisi l’alternativa o le alternative che risultano più opportune o appropriate. Una voce è invece “aperta” nel caso contrario; per essa l’analista riporta in sintesi quella o quelle che a lui sembrano essere le risposte più adeguate. Successivamente, dopo la rilevazione, queste risposte vengono classificate in categorie che costituiscono le alternative di risposta post-codificate di quella determinata voce. Ogni voce della scheda, sia essa chiusa o aperta, può generare una o più variabili della ricerca a seconda che ammetta una o più risposte (una o più codifiche) per ciascuna delle unità d’analisi considerate. La scheda A, relativa - come si è detto - ai programmi campione, consta di 32 voci “chiuse” suddivise in due sezioni tematiche: a. caratteristiche di base del programma: - rete di emissione; - fascia oraria di trasmissione e durata; - paese di produzione e anno di realizzazione; - sesso del regista; - formato e genere; - numero di personaggi principali, di personaggi principali di sesso femminile, di personaggi principali di sesso maschile; - paese di ambientazione e contesto temporale della vicenda narrata; - livello qualitativo; 308 - audience media2, share3, indice di permanenza4; b. rappresentazione dei tratti distintivi del genere femminile e del genere maschile: - modalità di rappresentazione delle disuguaglianze di genere; - pregiudizi di genere eventualmente presenti; - contesto prevalente (familiare o lavorativo) in cui sono presentati, rispettivamente, i personaggi maschili e femminili; - capacità decisionali dei personaggi maschili e femminili nei contesti familiare e lavorativo; - grado e tipo di dipendenza delle donne rispetto agli uomini e degli uomini rispetto alle donne nei contesti familiare e lavorativo. La scheda B, relativa ai personaggi principali, consta invece di 164 voci “chiuse” suddivise in 6 sezioni tematiche: a. caratteristiche di base del personaggio: - sesso, età, stato civile; - nazionalità e appartenenza regionale; - religione; - razza e etnia; - condizione economica e livello culturale; - status principale; - coerenza tra atteggiamenti/comportamenti e aspettative associate allo status principale; - ruolo (protagonista/non protagonista) ricoperto nel programma; ____________ 2.L’audience media di un programma indica il numero di telespettatori sintonizzati su di esso mediamente in ciascun minuto della sua durata. E’ data dal rapporto tra “copertura lorda” (somma dei contatti - anche da parte delle stesse persone di ciascun minuto di durata del programma) e la durata espressa in minuti del programma medesimo. 3. Lo share è la percentuale di telespettatori sintonizzati su un determinato programma sul totale di telespettatori in ascolto (di qualsiasi programma su qualunque rete) nel medesimo intervallo di tempo. E’ dato dal rapporto tra audience media del programma e ascolto totale in quell’intervallo di tempo per 100. 4. L’indice di permanenza rappresenta la percentuale di telespettatori che seguono assiduamente un determinato programma. E’ dato dal rapporto tra audience media e “copertura netta” (somma dei contatti - da parte di persone diverse - di ciascun minuto di durata del programma) per 100. 309 b. condizione lavorativa: - condizione occupazionale, attività lavorativa, settore d’impiego; - livelli di remunerazione, responsabilità, competenza, soddisfazione, impegno; - livello di salienza complessiva del lavoro svolto; - finalità prevalente attribuita al lavoro; c. caratteristiche esteriori e fisiche: - look; - modalità di esibizione del corpo; - tratto prevalente dei modi e del comportamento (asse volgare/raffinato); - caratteristiche del volto, del corpo, della forma fisica; - connotazione complessiva dell’aspetto (asse sgradevole/gradevole); d. universo valoriale di riferimento e personalità: - valori che orientano atteggiamenti e comportamenti; - tratti di personalità (differenziale semantico5); - tratti di personalità (test dei “Big Five”6); - semplicità/complessità nella rappresentazione del profilo di personalità; - diffusione/specificità (rispetto alle attese di ruolo maschili e femminili) nella rappresentazione del profilo di personalità; ________________ 5. l differenziale semantico è uno strumento semiproiettivo, originariamente messo a punto dallo psicolinguista Charles Osgood per rilevare modalità, direzione e intensità degli atteggiamenti e successivamente applicato su proprietà differenti. E’ costituito da una serie di coppie di attributi antitetici (nel nostro caso 35) afferenti a diverse aree di significato (come, ad esempio, buono/cattivo, attivo/passivo, triste/allegro, pesante/leggero ecc.) su ciascuna delle quali ogni unità d’analisi (nel nostro caso ogni personaggio) è valutata su una scala a sette livelli (da 7 che corrisponde, ad esempio, a un massimo di “buono” a 1 che corrisponde a un massimo di “cattivo”). 6. Il test dei “Big Five” è un test di personalità che, nel nostro caso, è stato utilizzato nella sua versione ridotta costituita da 50 aggettivi (Labif) (Perugini, Leone, 1995), su ciascuno dei quali ogni personaggio è stato valutato dagli analisti su una scala da 7 (che corrisponde a “moltissimo”) a 1 (che corrisponde a “per nulla”). Questa lista di aggettivi è tale da riprodurre una struttura fattoriale di cinque fattori (i “Big Five”) ciascuno dei quali corrisponde a un tratto generale della personalità: instabilità/stabilità emotiva, ostilità/affabilità, introversione/estroversione, negligenza/diligenza, chiusura/apertura mentale. 310 e. comportamenti pro-sociali e anti-sociali: - comportamenti pro-sociali di cui il personaggio è autore e/o oggetto; - comportamenti anti-sociali di cui il personaggio è autore e/o vittima; f. stili d’interazione nei rapporti interpersonali: - tipi di relazione (asse sottomissione/dominanza) con uomini e con donne nei contesti familiare, amicale, lavorativo; - direzione e modalità attive/passive di atteggiamenti e comportamenti nei confronti di personaggi maschili e di personaggi femminili; - immagine complessiva del personaggio proposta esplicitamente e/o implicitamente nel programma. 2.2. Modalità di raccolta dei dati Nella fase di raccolta dei dati, nelle ricerche di analisi del contenuto gli analisti svolgono lo stesso compito che nelle inchieste è affidato agli intervistatori. La preliminare fase di addestramento degli analisti, tuttavia, è assai più impegnativa. Infatti, per poter compilare la scheda d’analisi, essi sono chiamati a interpretare i testi oggetto d’indagine secondo modalità e regole che devono essere comprese e apprese da tutti senza incertezze. Un adeguato addestramento, insieme a una corretta costruzione della scheda, costituisce dunque una necessaria garanzia nei confronti di possibili applicazioni arbitrarie della scheda d’analisi. Peraltro, anche quando gli analisti possono essere considerati affidabili, non è possibile escludere la possibilità di interpretazioni diverse dei contenuti in esame da parte degli analisti stessi, almeno per quelle voci della scheda che risultano concettualmente più complesse. Per questo motivo, è opportuno mettere in atto modalità di raccolta dei dati tali da consentire un controllo delle interpretazioni dei singoli analisti. Quella cui più frequentemente si ricorre - utilizzata anche in questa nostra ricerca - consiste nell’effettuare la rilevazione ricorrendo a coppie o gruppi di analisti, che svolgono prima un’analisi individuale e poi un’analisi collegiale di ogni unità d’analisi. I casi per i quali si registrano delle discordanze tra gli analisti vengono posti in discussione nell’ambito della coppia o del gruppo e la codifica finale, per ciascuna delle 311 voci in questione, viene effettuata in base a una decisione presa collegialmente al termine della discussione. Dopo la risoluzione dei casi controversi, le informazioni raccolte con la scheda vengono inserite in una matrice dei dati (con le variabili in colonna e le unità d’analisi in riga) sulla quale vengono applicate le procedure di elaborazione e di analisi statistica. 2.3. Procedure di analisi dei dati Sulla matrice sono state applicate le seguenti procedure di analisi dei dati: l’analisi delle frequenze di tutte variabili desunte dalle schede d’analisi utilizzate; l’analisi delle relazioni tra coppie di variabili con tabelle di contingenza e l’applicazione del test del chi quadrato7; l’analisi delle componenti principali8 su più insiemi di variabili con categorie ordinate; l’ analisi delle corrispondenze multiple9 su più insiemi di variabili con categorie non ordinate; ____________ 7. Una tabella di contingenza è una tabella in cui le righe e le colonne rappresentano, rispettivamente, le modalità di due variabili poste in relazione. Il chi quadrato è un test statistico di relazione tra due variabili categoriali basato sul confronto tra le frequenze osservate che compaiono nelle celle della tabella di contingenza e le frequenze attese in queste stesse celle sulla base dell’ipotesi “nulla” (H0, ipotesi di indipendenza statistica tra le due variabili). L’ipotesi nulla viene respinta a un livello convenzionale di significatività P(H0)≤ 0,05. 8. L’analisi delle componenti principali (ACP) è una tecnica di analisi fattoriale per variabili con categorie ordinate. Essa consente di evidenziare, attraverso le relazioni tra più variabili presenti nella matrice dei dati, le dimensioni “latenti” (fattori) soggiacenti a queste relazioni 9. L’analisi delle corrispondenze multiple (ACM) è una tecnica di analisi fattoriale per variabili con categorie non ordinate o trattate come tali. Anch’essa consente di estrarre fattori che rappresentano dimensioni latenti sottese alla matrice dei dati. L’analisi delle corrispondenze multiple e l’analisi dei cluster per questa ricerca sono state effettuate dalla dott.ssa Alessandra Rimano. 312 l’analisi dei cluster10 per alcuni set di variabili particolarmente rilevanti in relazione alle finalità conoscitive della ricerca, distinguendo il campione dei personaggi in due sub-campioni di personaggi femminili e di personaggi maschili. L’applicazione di questa procedura ha consentito di classificare i personaggi in categorie definite sulla base di più variabili contemporaneamente. 2.4. Il campione analizzato: A. programmi Come generalmente si registra per le analisi del contenuto della fiction televisiva, anche in questa nostra ricerca il campione oggetto d’indagine è stato individuato in relazione a una settimana “tipo” di programmazione, ovvero una settimana “normale” della stagione televisiva priva di particolari eventi tali da influenzare sia la programmazione sia le abitudini d’ascolto del pubblico. La settimana prescelta è quella compresa tra domenica 11 e sabato 17 marzo 2001 e i programmi di fiction selezionati sono quelli trasmessi nelle fasce orarie pomeridiana, pre-serale e serale (dalle 12.00 alle 23.00) dalle reti Rai e Mediaset e da TMC (ora La7). Complessivamente il campione risulta costituito da 162 programmi di fiction (51,9% Mediaset, 25,9% TMC, 22,2% Rai) così ripartito per network e fascia oraria (tab. 1): Tab. 1 - Campione programmi per network e fascia oraria (%) Network Rai Mediaset TMC Totale Pomeridiana (12:00 - 18:00) 44,40 61,90 71,40 60,50 Fascia oraria Pre-serale (18:00 - 20:00) 8,30 14,30 16,70 13,60 Serale (20:00 - 23:00) 47,20 23,80 11,90 25,90 Totale 100,00 100,00 100,00 100,00 Base: 162 programmi ___________ 10. L’analisi dei cluster consente di costituire, utilizzando più variabili, classi o gruppi (cluster) di unità d’analisi in modo tale che le unità di uno stessa classe siano tra loro il più possibile omogenee rispetto alle modalità delle variabili considerate e che ogni unità sia contenuta in una classe soltanto. La tecnica di analisi dei cluster utilizzata in questa ricerca è un algoritmo misto applicabile mediante il package SPAD.N (Système Portable pour l’Analyse des Données). 313 Una caratteristica del campione degna di nota è la netta prevalenza della fiction di produzione statunitense, che si registra complessivamente e anche per ciascuno dei network considerati, in misura maggiore per TMC e per le reti Mediaset piuttosto che per le reti Rai, che si distinguono per una più consistente presenza del prodotto nazionale (tab. 2): Tab. 2 - Campione programmi per network e paese di produzione (%) Network Rai Mediaset TMC Totale Italia 47,20 19,00 9,50 22,80 Paese di produzione Usa Altro 52,80 0,00 60,70 20,20 83,30 7,10 64,80 12,30 Totale 100,00 100,00 100,00 100,00 Base: 162 programmi Quanto ai generi dei programmi di fiction, il più rappresentato nel campione è il poliziesco, presente soprattutto nei palinsesti di TMC e di Rai, seguito dalle soap operas e dalle telenovelas, che trovano invece più spazio nelle reti Mediaset (tab.3): Tab. 3 - Campione programmi per network e genere (%) Network Drammatico Rai Mediaset TMC Totale 13,90 10,70 7,10 10,50 Commedia 5,60 23,80 7,10 15,40 Genere Poliziesco Horror Thriller Fantascienza Avventuroso 47,20 5,60 21,40 7,10 83,30 2,40 43,20 5,60 Soap opera Telenovela Totale 27,80 36,90 0,00 25,30 100,00 100,00 100,00 100,00 Base: 162 programmi Considerando le caratteristiche fin qui descritte e quelle relative all’ascolto, illustrate nel dettaglio nel Rapporto generale di ricerca, possiamo ricostruire in sintesi il profilo prevalente del campione come indicato nello schema seguente (schema 1): 314 Schema 1 - Caratteristiche prevalenti del campione programmi N° programmi Fascia oraria prevalente Paese di produzione prevalente Periodo di produzione prevalente Genere prevalente Audience media prevalente Share prevalente Indice di permanenza prevalente Rai 36 (22,2%) Pomeridiana Serale Stati Uniti Italia Post 1990 Mediaset 84 (51,9%) Pomeridiana TMC 42 (25,9%) Pomeridiana Stati Uniti Altri Paesi Post 1990 Stati Uniti Poliziesco, Soap opera, Telenovelas >2.500.000 55,6% dei program. 5,1%÷10,0% 38,9% dei program. 45,1÷55,0% 41,7% dei program. Soap opera, Telenovelas, Commedia >2.500.000 34,5% dei program. 5,1%÷10,0% 36,9% dei program. >55,0% 27,4% dei program. Poliziesco Ante 1990 <1.000.000 100,0% dei program. <5,1% 97,6% dei program. <25,0% 38,1% dei program. 2.5. Il campione analizzato: B. personaggi principali Nei programmi campione sono stati individuati 1.045 personaggi principali, definiti - come già si è accennato - come quei personaggi la cui presenza è indispensabile per lo svolgimento della vicenda o delle vicende narrate nei programmi stessi. Si tratta di un numero consistente di unità d’analisi, tale da consentire di rilevare caratteristiche riferibili, con buoni margini di approssimazione, alla popolazione della fiction televisiva nel suo complesso per come compare nell’offerta delle principali reti televisive a diffusione nazionale all’inizio degli anni 2000. Una prima considerazione degna di nota è la ripartizione del campione in base al sesso: 444 (42,5%) personaggi principali sono di sesso femminile e 601 (57,5%) di sesso maschile, ad ulteriore conferma della tendenza della fiction a sottorappresentare (nel nostro caso con una differenza di 17 punti percentuali) l’universo femminile. Quanto alle altre caratteristiche di base del campione personaggi, esso si ripartisce anzitutto per sesso e fascia d’età nel modo seguente (tab. 4): 315 Tab. 4 - Campione personaggi per sesso e fascia d’età (%) Età Sesso Femminile Maschile Totale Bambini-ragazzi 14,00 11,60 12,60 Giovani 29,30 19,00 23,30 Adulti 46,40 62,40 55,60 Anziani 10,40 7,00 8,40 Totale 100,00 100,00 100,00 Base: 1045 personaggi Da segnalare, a questo proposito, il fatto che i personaggi siano, nel complesso, in netta prevalenza adulti, sia tra le donne sia tra gli uomini. Tra i personaggi maschili, tuttavia, la percentuale di adulti è sensibilmente più elevata di quella riscontrata per i personaggi femminili, con una differenza di 16 punti percentuali. Inoltre, tra i personaggi femminili, rispetto a quelli maschili, è più elevata la percentuale da un lato dei più giovani e dall’altro dei più anziani. Differenze tra i personaggi dei due sessi si riscontrano anche a proposito dello stato civile (tab. 5): Tab. 5 - Campione personaggi per sesso e stato civile (%) Sesso Femminile Maschile Totale Nubili-Celibi 56,10 50,10 52,60 Coniugati 24,30 18,30 20,90 Stato civile Separati-Divorziati 8,30 7,80 8,00 N.D. 11,30 23,80 18,50 Totale 100,00 100,00 100,00 Base: 1045 personaggi Tra le donne le percentuali sia di coniugate sia di non coniugate sono più elevate che tra gli uomini, per una parte consistente dei quali (23,8%) lo stato civile non è determinabile, essendo presentati in contesti extra-familiari. Questi dati trovano un’indiretta conferma in quelli relativi allo 316 status11 principale in cui sono rappresentati, rispettivamente, i personaggi maschili e femminili, i primi soprattutto in quello lavorativo mentre i secondi in quello affettivo-relazionale e in quello familiare. Gli uomini, dunque, vengono proposti in prevalenza come lavoratori, mentre le donne come fidanzate, amanti, amiche, mogli o figlie, anche se nel campione complessivo prevalgono comunque le posizioni di status relative alla sfera dei rapporti interpersonali su base affettiva (tab. 6): Tab. 6 - Campione personaggi per sesso e status principale (%) Sesso Femminile Maschile Totale Familiare 35,60 26,20 30,20 Status Affettivo-relazionale Lavorativo 43,60 18,80 30,50 34,90 36,10 28,10 Deviante 2,10 8,30 5,70 Totale 100,00 100,00 100,00 Base: 1023 personaggi Meno marcate, invece, sono le differenze relative alla condizione economica e a quella culturale dei personaggi, l’una e l’altra attestate in prevalenza su livelli medi e alti sia per le donne che per gli uomini. Da considerare, infine, due caratteristiche che distinguono in positivo i personaggi femminili da quelli maschili: in percentuale maggiore rispetto agli uomini le donne ricoprono nei programmi di fiction il ruolo di protagonista (56,8% contro 53,9%) e sono presentate con un’immagine complessivamente positiva (83,6% contro 73,9%). _____________ 11. Nelle scienze sociali per status si intende una posizione sociale, cui competono determinati diritti e doveri, definita da una particolare caratteristica. Conseguentemente, ogni attore sociale occupa contemporaneamente più posizioni di status. Per status principale s’intende quello che più immediatamente identifica un attore sociale nell’interazione con gli altri, in una data situazione. Associato al concetto di status è il concetto di ruolo: un ruolo è la parte dinamica (insieme di atteggiamenti e comportamenti) di uno status. Ad una stessa posizione di status competono più ruoli (complesso di ruoli) in funzione dei diversi tipi di attori sociali con i quali si interagisce occupando quella medesima posizione di status. 317 In conclusione, è possibile sintetizzare le principali differenze tra personaggi maschili e femminili, rispetto alle caratteristiche di base, nello schema seguente (schema 2): Schema 2 - Principali differenze tra personaggi maschili e femminili in relazione alle modalità prevalenti delle caratteristiche di base Età Stato civile Livello culturale Status principale Personaggi femminili Adulte Giovani Nubili Coniugate Medio Alto Affettivo Familiare Personaggi maschili Adulti Celibi Non determinabile Alto Medio Lavorativo Affettivo 3. SINTESI DEI PRINCIPALI RISULTATI L’ampiezza delle schede d’analisi utilizzate in questa ricerca e la conseguente numerosità delle variabili costruite e inserite nella matrice dei dati hanno consentito di ottenere una notevole mole di risultati dei quali è impossibile rendere conto in modo esaustivo in questa relazione. Rinviando al rapporto generale di ricerca per un resoconto dettagliato su di essi, verranno esaminati in questa sede alcuni degli aspetti che maggiormente contraddistinguono la rappresentazione della donna nella fiction televisiva, in particolare quelli relativi alla realtà lavorativa. 3.1. Il lavoro Una prima considerazione riguarda l’occupazione dei personaggi, per la quale si riscontrano alcune differenze di rilievo tra uomini e donne, i primi occupati in percentuale maggiore (79,2%) rispetto alle seconde (67,1%), con uno scarto di circa 12 punti percentuali. Se si 318 considerano le attività lavorative svolte, queste differenze assumono connotati più precisi ed eloquenti. Le donne più degli uomini svolgono attività di lavoro manuale (19,6% contro 7,1%), in particolare nel settore dei servizi, e meno degli uomini attività più remunerative e di prestigio nell’ambito del management e dell’imprenditoria (8,9% contro 16,1%). Meno accentuate, invece, sono le differenze per quanto riguarda le professioni e le attività lavorative che richiedono livelli elevati di specializzazione (49,8% contro 54,9%) in ragione della presenza consistente nella fiction televisiva di questi ultimi anni di donne medici, avvocati, professioniste del mondo dello spettacolo, dirigenti nelle forze dell’ordine, e così via (tab. 7): Tab. 7 - Personaggi principali occupati per sesso e attività lavorativa (%) Attività lavorativa Sesso Femminile Maschile Totale Lavoratori Lavoratori Professionisti Dirigenti, Totale Manuali esecutivi operatori con mansioni imprenditori specialistiche 19,60 21,80 49,80 8,90 100,00 7,10 22,20 54,60 16,10 100,00 11,40 22,10 52,90 13,60 100,00 Base: 648 personaggi Per meglio precisare il profilo della donna che lavora, nella ricerca si è tentato di confrontarne la condizione con quella maschile in relazione ad alcune caratteristiche “interne” dell’esperienza lavorativa, a nostro avviso particolarmente rilevanti per definire eventuali modalità stereotipiche di presentare la figura femminile. Tali caratteristiche, oltre alla capacità acquisitiva del lavoro svolto (che nel complesso risulta decisamente più elevata per gli uomini), sono i livelli della responsabilità, dell’impegno e delle competenze che il lavoro stesso richiede e il livello di soddisfazione che da esso deriva. Per ciascuna di queste caratteristiche, si registra una prevalenza dei livelli alti sia per gli uomini che per le donne, che risulta però più consistente per i primi rispetto alle se319 conde (con differenze che vanno dai quasi 25 punti percentuali per il livello di responsabilità ai circa 10 per il livello di soddisfazione). Detto altrimenti, la maggioranza dei personaggi della fiction si distingue per un vissuto lavorativo all’insegna della responsabilità, della competenza, dell’impegno e della soddisfazione, ma questa positiva evenienza sembra riguardare più nettamente gli uomini piuttosto che le donne. Per evidenziare in modo sintetico e più immediato questa differenza, è stato costruito un indice di salienza del lavoro svolto, utilizzando le caratteristiche ora citate come indicatori. Questo indice si attesta prevalentemente sui livelli intermedi per le donne e invece più decisamente sul livello alto per gli uomini (tab. 8): Tab. 8 - Personaggi principali occupati per sesso e salienza del lavoro svolto (%) Sesso Femminile Maschile Totale Basso 2,40 0,60 1,20 Indice di salienza del lavoro Medio-basso Medio Medio-alto 7,60 24,10 24,10 3,10 11,00 23,90 4,70 15,60 24,00 Alto 41,80 61,30 54,50 Totale 100,00 100,00 100,00 Base: 488 personaggi Altro dato interessante è quello relativo alla concezione del lavoro che caratterizza i personaggi femminili, concezione nettamente caratterizzata - più che per gli uomini - da modalità “espressive”, piuttosto che “strumentali”: il lavoro è, per la maggioranza delle donne occupate (49,0%), un mezzo per la realizzazione personale sul piano sia individuale sia sociale e non per il mero soddisfacimento di bisogni materiali, per il raggiungimento dell’indipendenza economica o del successo, per esercitare potere su altre persone. Nel complesso, dunque, ferme restando le differenze fin qui illustrate, la fiction televisiva sembra oggi proporre un’immagine della donna impegnata nel lavoro meno distante, rispetto al passato, da quella tradizionalmente associata ai personaggi maschili: sia pure in modo parziale e talvolta contraddittorio, nell’universo della fiction le donne sembrano ormai decisamente avviate a conquistare una presenza comunque rilevante nel 320 mondo del lavoro. Esistono tuttavia alcune differenze tra la fiction di produzione statunitense - che abbiamo visto essere nettamente più presente nell’offerta di tutte le reti e, quindi, anche nel nostro campione - e quella di produzione italiana: sono infatti più numerosi nell’una piuttosto che nell’altra personaggi femminili impegnati in attività lavorative da un lato di maggior impegno e prestigio (ad esempio, libere professioni e management) e dall’altro appannaggio esclusivo, in passato, degli uomini (ad esempio, appartenenza alle forze dell’ordine e alle forze armate). 3.2. I valori di riferimento Altro è lo scenario disegnato dai dati relativi ai valori di riferimento dei personaggi. Attraverso l’analisi delle componenti principali, applicata alle variabili corrispondenti ai valori che orientano atteggiamenti e comportamenti dei personaggi, è stato possibile evidenziare quattro fattori più rilevanti, ciascuno dei quali corrisponde a un profilo valoriale definito e al suo interno coerente: valori dell’identità e della socialità: crescita interiore, arricchimento culturale, solidarietà, amicizia, uguaglianza, libertà; valori dell’affermazione: successo, distinzione, indipendenza personale, ricchezza, potere; valori dell’evasione e della dimensione estetica: gratificazione nello svago e nel tempo libero, bellezza; valori dell’affettività e della famiglia: amore, maternità/paternità, armonia familiare. Rispetto all’universo valoriale così delineato, i personaggi femminili si contraddistinguono per una più accentuata adesione ai valori della socialità, della dimensione estetica e dell’affettività, mentre quelli maschili sono più nettamente orientati all’affermazione nella sfera individuale e sociale. Questo risultato evidenzia come la fiction riproponga modalità tradizionali di rappresentare le diverse posizioni di uomini e donne nei confronti dei valori, gli uni più determinati a perseguire obiettivi utilitaristici ed egoistici, le altre al contrario più sensibili al primato dei sentimenti, dell’armonia nei rapporti familiari e di coppia, dell’equilibrio della sfera interiore. 321 Interessante è osservare come la condizione lavorativa dei personaggi medesimi incida su determinati orientamenti di valore e non su altri: mentre l’affermazione è una meta perseguita prevalentemente da quanti lavorano - donne “in carriera” e, soprattutto, uomini - i valori dell’affettività e della famiglia risultano una prerogativa prevalentemente femminile, indipendentemente dallo status di lavoratrice o non lavoratrice, ed assumono maggiore rilevanza per i personaggi maschili solo se questi non lavorano. Lo status di lavoratore, dunque, sembra implicare più per gli uomini che per le donne difficoltà nel conciliare le prerogative e le attese associate ai ruoli affettivi e familiari con quelle associate ai ruoli professionali. Come molti ritengono accada diffusamente nella realtà, anche nella fiction il tentativo di conciliare i sentimenti, gli affetti e la famiglia con il lavoro sembra essere una virtù tipicamente femminile e un’omissione tipicamente maschile. Resta da valutare se questa evenienza corrisponda o meno a una rappresentazione stereotipica che connota negativamente la condizione maschile anziché quella femminile. Connessa alla definizione prevalentemente al femminile della sfera degli affetti e dei sentimenti è la tendenza a declinare sempre al femminile la propensione a valorizzare l’immaginario, luogo privilegiato per l’affermazione di affetti e sentimenti. Può essere utile ricordare, a questo proposito, le istanze fatte valere da un filone di ricerca di chiara ispirazione femminista che, tra gli anni ‘70 e ‘80, ha individuato nei contenuti della fiction televisiva - in particolare delle soap operas - uno “specifico” femminile che si dispiegherebbe nell’immaginazione, nel coinvolgimento emotivo, nell’accentuazione ed esternazione dei sentimenti (Brundson, 1981). In ragione di ciò, alle soap operas - che diventano oggetto di una convinta rivalutazione - viene attribuita una funzione positiva di facilitazione della comunicazione, al di là dell’apparente ovvietà e banalità dei contenuti: vicende e personaggi rappresentano un’occasione o un pretesto per l’interazione sociale in quanto oggetto ricorrente di conversazione nella vita quotidiana (il “pettegolezzo” sui protagonisti che si sostituisce a quello tradizionale sulle persone reali), una comunicazione al femminile che promuove complicità e solidarietà tra donne nella rielaborazione collettiva di un mondo immaginario che solo le donne sarebbero in grado di esplorare e di apprezzare (Jones, 1980; Ang, 1985). 322 3.3. I tratti di personalità In buona parte congruenti con quelli relativi ai valori sono i risultati conseguiti a proposito dei profili di personalità dei personaggi. Uno degli strumenti utilizzati per rilevare i tratti salienti di tali profili è stato, nella nostra ricerca, un differenziale semantico con cui sono stati rilevati, su ciascun personaggio, dati sui quali è stata applicata un’analisi delle componenti principali. Tra i fattori estratti i cinque più rilevanti sono quelli che corrispondono a tratti della personalità rappresentati in modo più pregnante e diretto dalle seguenti coppie di attributi: cattivo/buono, che sintetizza un profilo di personalità definito in termini di altruismo, affidabilità, responsabilità, onestà, e viceversa; fragile/solido, che rinvia a caratteristiche come la forza, la sicurezza, il dinamismo, la tenacia, la razionalità, l’intelligenza, e viceversa; pesante/leggero, che richiama l’allegria, la spensieratezza, l’estroversione, e viceversa; teso/disteso, che corrisponde a tratti come la calma, il controllo, l’equilibrio, e viceversa; normale/originale, che delinea un profilo di personalità all’insegna della disposizione alla novità, alla diversità, alla creatività, e viceversa. In termini più generali, le donne della fiction sono decisamente più “buone”, più “leggere” e più “originali” di quanto non siano gli uomini, che invece risultano essere più “solidi” e, nel complesso, più “distesi” delle donne. Peraltro, come per i valori, è possibile trarre indicazioni più mirate sulle personalità femminile e maschile rappresentate dalla fiction considerando le eventuali differenze tra personaggi impegnati in attività lavorative e quelli che, al contrario, non lavorano. Anzitutto, una personalità connotata secondo la polarità “buono” caratterizza più le donne che non lavorano rispetto a quelle che lavorano, mentre l’opposto si registra per gli uomini; in modo del tutto congruente, una personalità “cattiva” è prerogativa più delle donne che lavorano che di quelle che non lavorano, mentre - ancora - accade il contrario per gli uomini. Il lavoro, dunque, sembrerebbe incidere con opposte modalità sulla personalità di donne e uomini, a conferma di uno stereotipo che, questa volta, è del tutto a sfavore dei personaggi femminili. Quanto alla “solidità”, che abbiamo visto essere un tratto di personalità 323 tipicamente maschile, essa è associata in modo evidente al lavoro non solo per i personaggi maschili, ma anche per quelli femminili, soprattutto quelli impegnati in attività lavorative che implicano responsabilità e potere. Analogo risultato si registra per la “distensione”, altra caratteristica prevalentemente maschile questa volta indipendentemente dal lavoro, che assume invece per i personaggi femminili più consistenza tra le occupate, soprattutto, ancora una volta, se sono donne “in carriera”. Sembrerebbe, dunque, che le donne della fiction impegnate nel lavoro, in particolare ai livelli superiori, siano destinate ad “assomigliare” in certa misura agli uomini, dei quali assumerebbero non solo alcuni orientamenti di valore, come si è visto nel paragrafo precedente, ma anche alcuni tratti distintivi della personalità. Lo schema che segue riporta, in sintesi, le tendenze relative ai valori e ai tratti di personalità che più frequentemente contraddistinguono, rispettivamente, i personaggi femminili che non lavorano e quelli che lavorano (omettendo di indicare, per i tratti di personalità, le posizioni intermedie - e quindi “neutre”- riscontrate per ciascuno di essi) (schema 3): Schema 3 - Posizione nei confronti del lavoro, valori di riferimento e tratti di personalità dei personaggi femminili Posizione nei confronti del lavoro Valori di riferimento (in ordine di priorità) Non occupate Evasione e dimensione estetica Affettività e famiglia Affermazione Identità e socialità Lavoratrici manuali Affettività e famiglia Identità e socialità Affermazione Evasione e dimensione estetica Lavoratrici con mansioni esecutive Evasione e dimensione estetica Affettività e famiglia Affermazione Identità e socialità Professioniste, operatrici con Affermazione mansioni specialistiche Evasione e dimensione estetica Identità e socialità Affettività e famiglia Dirigenti, imprenditrici Affermazione Evasione e dimensione estetica Affettività e famiglia Identità e socialità 324 Tratti di personalità “Buone” “Fragili” “Tese” “Buone” “Fragili” “Normali” “Buone” “Distese” “Originali” “Solide” “Leggere” “Originali” “Solide” “Distese” “Cattive” 3.4. I comportamenti pro-sociali e antisociali I comportamenti pro-sociali dei personaggi non costituiscono un oggetto privilegiato d’indagine nelle ricerche di analisi del contenuto della fiction televisiva, diversamente da quanto accade per i comportamenti anti-sociali, nonostante i primi siano proposti nei programmi generalmente più dei secondi. Tra le non numerose ricerche che si sono occupate di questo aspetto, è di particolare interesse quella pubblicata da B. Lee nel 1987. In essa vengono definiti “pro-sociali” i comportamenti accettati e valutati positivamente a livello sociale e riconducibili a tre categorie: azioni altruistiche: cooperare, aiutare gli altri, compiere atti eroici, ecc.; comportamenti affettivi approvati socialmente: manifestazioni di affetto, di simpatia, di empatia nei confronti degli altri, ecc.; controllo su predisposizioni negative proprie e altrui: resistere alle tentazioni, controllo dell’aggressività, ricerca di soluzioni positive per tensioni e conflitti, ecc. Questa tipologia è stata ripresa e utilizzata nella nostra ricerca e ci ha permesso di rilevare, anche in questo caso, alcune differenze - sia pure non particolarmente accentuate - tra personaggi maschili e femminili. Gli uni, infatti, sono più spesso degli altri sia autori sia oggetto di comportamenti pro-sociali, anche se con differenze contenute che si aggirano attorno agli otto-nove punti percentuali: sul totale di quanti sono autori di comportamenti pro-sociali (80,1% del campione) il 54,1% sono uomini e il 45,9% donne, mentre tra coloro che ne sono oggetto (75,6% del campione) i primi sono il 54,6% e le seconde il 45,4%. Quanto ai diversi tipi di comportamenti, gli uomini della fiction compiono e “ricevono” atti altruistici e di controllo su predisposizioni negative più frequentemente delle donne, che invece si distinguono più decisamente per essere sia autrici sia oggetto di comportamenti affettivi approvati socialmente, ad ulteriore conferma della tendenza della fiction a porre la donna al centro dell’universo degli affetti e dei sentimenti (tab. 9). 325 Tab. 9 - Personaggi autori e oggetto di comportamenti pro-sociali per sesso (%) Comportamenti Pro-sociali Azioni altruistiche Comportamenti affettivi approvati socialmente Controllo su predisposizioni negative Uomini autori (54,1%) 40,0 Donne autrici (45,9%) 32,6 Uomini oggetto (54,6%) 24,1 Donne oggetto (45,4%) 21,7 80,8 32,7 90,6 28,4 85,2 26,7 90,3 22,3 Base: 837 personaggi (autori); 790 personaggi (oggetto) Quanto ai comportamenti anti-sociali, la tipologia utilizzata nella ricerca è la seguente: uccisioni aggressioni fisiche con armi aggressioni fisiche senza armi restrizioni della libertà molestie sessuali aggressioni verbali costrizioni psicologiche rapine e furti inganni e truffe. Nel complesso, i personaggi autori di comportamenti anti-sociali sono il 33,1% sul totale del campione e, tra questi, sono nettamente più numerosi gli uomini delle donne (70,8% contro 29,2%). Le modalità prevalenti risultano essere, per i primi, la violenza (uccisioni, aggressioni fisiche con o senza armi, con una presenza complessiva pari al 62,1%) e le aggressioni verbali (36,3%), mentre le seconde sono più spesso autrici di inganni (38,6%) oltre che, anch’esse, di aggressioni verbali (38,6%). Differenze analoghe tra personaggi maschili e femminili si riscontrano anche per le vittime dei comportamenti anti-sociali che risultano essere, complessivamente, il 37,0% del campione. Anche tra costoro la 326 maggioranza (64,1%) sono uomini e la minoranza (35,9%) donne. Nel complesso, tuttavia, mentre la quota di uomini vittime di comportamenti anti-sociali è inferiore a quella degli autori (64,1% contro 70,8%) il contrario accade per le donne (35,9% contro 29,2%). Anche nella rappresentazione della devianza, dunque, la fiction sembra attribuire alle donne una posizione di debolezza rispetto agli uomini (tab. 10). Tab. 10 - Personaggi autori e vittime di comportamenti anti-sociali per sesso(%) Comportamenti Anti-sociali Uccisioni Aggressioni fisiche con armi Aggressioni fisiche senza armi Restrizioni della libertà Molestie sessuali Aggressioni verbali Costrizioni psicologiche Rapine e furti Inganni, truffe Uomini autori (70,8%) 17,6 25,3 19,2 8,2 2,4 36,3 10,2 7,3 3,0 Donne autrici (29,2%) 11,9 7,9 6,9 3,0 1,0 38,6 7,9 5,9 38,6 Uomini vittime (64,1%) 10,1 33,1 18,1 8,9 0,4 35,1 5,6 4,8 23,8 Donne vittime (35,9%) 7,9 17,3 7,2 14,4 7,2 27,3 19,4 3,6 25,9 Base: 346 personaggi (autori); 387 personaggi (vittime) 3.5. L’esibizione del corpo e l’aspetto esteriore Diversamente da quanto accade per i programmi di intrattenimento, l’esibizione o, addirittura, l’ostentazione del corpo da parte dei personaggi sia femminili sia maschili non sembra essere una caratteristica distintiva della fiction televisiva. L’esibizione del corpo è infatti negata nel 29,7% dei casi, discreta nel 56,6% e ostentata soltanto nel 13,7%. Quest’ultima evenienza, peraltro, riguarda pressoché esclusivamente le donne (26,7%) e non gli uomini (4,4%), come del resto accade nel mondo dello spettacolo nel suo complesso. A questa tendenza a mostrare comunque il corpo femminile più di quello maschile si accompagna anche quella a proporre personaggi 327 femminili decisamente più avvenenti nelle fattezze sia del corpo sia del volto, e con una forma fisica più apprezzabile. Detto altrimenti, i personaggi della fiction, sia donne che uomini, sono nella gran parte belli e in buona forma fisica, ma sono le donne a distinguersi più degli uomini per l’aspetto esteriore. Per rendere sinteticamente e più immediatamente conto delle differenze tra i due sessi a questo riguardo, abbiamo costruito un indice di rilevanza esteriore utilizzando, come indicatori oltre alle caratteristiche del corpo, del volto e della forma fisica anche i tratti prevalenti dei modi e del comportamento, valutati lungo l’asse raffinato/volgare, e l’aspetto complessivo dei personaggi, valutato lungo l’asse gradevole/sgradevole. I risultati evidenziano un attestarsi dell’indice sui livelli più elevati sia per gli uomini che per le donne, ma con percentuali decisamente più rilevanti per queste ultime: sui livelli medio-alto e alto si collocano complessivamente l’82,2% dei personaggi femminili contro il 57,4% di quelli maschili. 3.6. Il profilo generale e i rapporti interpersonali Un’altra area indagata dalla ricerca è quella relativa ai rapporti interpersonali tra personaggi di sesso diverso ed anche dello stesso sesso nei diversi contesti nei quali si dipana la vita quotidiana: la famiglia, le relazioni amicali, il lavoro. L’intento era quello di individuare la presenza eventuale di modalità di relazione all’insegna della sottomissione, subordinazione, dipendenza da un lato, e dell’indipendenza, prevalenza, dominanza, dall’altro, passando per una modalità intermedia corrispondente a interazioni caratterizzate da una sostanziale pariteticità tra i protagonisti. I risultati ottenuti con le usuali procedure di analisi dei dati, hanno evidenziato il prevalere, sia pure in termini non significativi, di modalità paritetiche di interazione nella famiglia, nell’ambiente di lavoro e, soprattutto, nel contesto amicale, peraltro con un’evidente dispersione dei casi sulle altre modalità considerate, con i due estremi (la sottomissione e la dominanza) che registrano le frequenze più basse. 328 Per trarre indicazioni più pregnanti su questo tema - da noi considerato di particolare interesse - abbiamo inserito le variabili ad esso relative in un set di altre variabili destinate a ricostruire alcuni profili complessivi dei personaggi sia maschili sia femminili centrati sulla condizione lavorativa. Le altre variabili coinvolte in questa operazione, oltre a quelle relative al lavoro e ai rapporti interpersonali, riguardano le caratteristiche demografiche, lo status principale, i tratti di personalità (secondo il test dei “big five”), l’immagine globale (positiva o negativa) dei personaggi e le caratteristiche di base dei programmi in cui i personaggi stessi compaiono. Tali profili corrispondono a classi di personaggi costruite mediante l’applicazione della procedura di cluster analysis disponibile nel package SPAD.N: in ogni classe sono classificati i personaggi che più “si assomigliano” rispetto alle caratteristiche rappresentate dalle modalità delle variabili coinvolte nella procedura. A caratterizzare questi profili in modo più pregnante sono proprio le variabili relative ai rapporti interpersonali oltre a quelle relative alla condizione lavorativa. Tra le partizioni effettuate con la cluster analysis rispettivamente sui personaggi femminili e su quelli maschili, quelle da noi prescelte hanno individuato, in entrambi i casi, cinque classi, che qui descriviamo in modo sintetico riportando in appendice a questa relazione i dati analitici che caratterizzano ciascuna di esse. Consideriamo anzitutto la classificazione dei personaggi femminili (tab. 11): Tab. 11 - Classi dei personaggi femminili Classi 1. Le non occupate 2. Le indipendenti 3. Le lavoratrici manuali 4. Le lavoratrici del terziario 5. Donne di legge e devianza Totale n 187 49 20 125 63 444 % 42,12 11,04 4,50 28,15 14,19 100,00 I personaggi della prima classe (42,12% dei personaggi femminili del campione) sono in maggioranza non occupate e parte di esse sono 329 protagoniste di relazioni interpersonali con altri personaggi di entrambi i sessi segnate dalla dipendenza o dalla subordinazione sia nella famiglia sia nella cerchia delle amicizie. Al contrario, quelli della seconda classe (11,04%) sono donne che intrattengono con familiari e amici rapporti in cui affermano la propria indipendenza. Alcune di esse sono impegnate in attività lavorative prestigiose e di successo, ma sono anche caratterizzate da un’accentuata instabilità emotiva. L’immagine che di esse complessivamente viene proposta è sostanzialmente negativa, ancorché tratteggiata in modo problematico. Si tratta, nella gran parte dei casi, delle protagoniste della fiction made in Usa e di più recente produzione, prevalentemente proposta dalle reti Mediaset. Nella terza classe (4,50%) compaiono, invece, donne che svolgono lavori manuali, operaie nell’industria ampiamente sottorappresentate nel mondo della fiction. Protagoniste, in particolare, di soap operas e telenovelas, vivono nella famiglia relazioni di dipendenza nei confronti degli uomini, che tuttavia possono riscattare nei rapporti amicali con altre donne contraddistinti, al contrario, da una sostanziale pariteticità: la subordinazione oggettiva nel mondo del lavoro e in quello familiare trova una compensazione nella complicità e solidarietà tra donne in interazioni più libere e gratificanti. Le lavoratrici del terziario - con diverse competenze e responsabilità - trovano collocazione prevalentemente nella quarta classe (che nel complesso raggruppa il 28,15% dei personaggi femminili). Per la maggioranza di esse il lavoro è un’esperienza positiva, in relazione a fattori sia oggettivi sia soggettivi, come evidenzia un indice di salienza del lavoro svolto attestato su valori medi e medio-alti. La favorevole situazione professionale si associa, per esse, a modalità di interazione con uomini e donne altrettanto positive, all’insegna della pariteticità sia nella famiglia sia con gli amici. Si tratta, questa volta, di personaggi protagonisti della fiction italiana, in particolare di serials che rappresentano la versione “nazionale” - più verosimile e vicina alla quotidianità degli spettatori - del formato delle soap operas. La quinta classe (14,19%) è infine quella che raggruppa i personaggi femminili del genere poliziesco, schierati sui due fronti della giu330 stizia e della devianza, i primi più numerosi dei secondi. Si tratta, per lo più, di personaggi che non hanno nei programmi - in gran parte di produzione statunitense - un ruolo da protagonista. La loro immagine complessiva è prevalentemente negativa non solo per le devianti, ma anche per parte delle donne poliziotto, rappresentate in una posizione di status tradizionalmente considerata maschile e non sempre compatibile con i requisiti della “natura” femminile. Le classi relative ai personaggi maschili (tab. 12) presentano caratteristiche per alcuni aspetti simili e per altri differenti da quelle relative ai personaggi femminili. Tab. 12 - Classi dei personaggi maschili Classi 1. I non lavoratori 2. Gli indipendenti 3. I dominanti 4. I lavoratori manuali 5. I tutori dell’ordine Totale n 138 41 109 90 223 601 % 22,96 6,82 18,14 14,98 37,10 100,0 La prima classe (22,96%) è, anche per gli uomini, quella dei non lavoratori, parte dei quali palesemente non occupati e parte presentati in situazioni e contesti che non lasciano inferire se essi siano impegnati o meno in attività lavorative. E’, questa, una circostanza frequente nel mondo della fiction, dove spesso il lavoro è un’evenienza secondaria, non sempre esplicitamente rappresentata e lasciata vagamente intuire allo spettatore che segue le vicende dei personaggi. Per gli uomini di questa classe si registra una significativa analogia con le donne classificate nella classe corrispondente alle non occupate: gli uni e le altre subiscono relazioni di dipendenza con i familiari, alle quali però gli uomini possono contrapporre rapporti di tipo paritetico con gli amici. La seconda classe, di ampiezza più limitata (6,82% e ) ed anche meno chiaramente definita, raggruppa invece uomini per buona parte dei quali il tratto distintivo prevalente è l’indipendenza nei rapporti in331 terpersonali. Tra costoro, numerosi sono i protagonisti delle soap operas di più recente produzione nordamericana. Non solo indipendenti, ma anche dominanti sono i personaggi maschili della terza classe (18,14%), manager e imprenditori anch’essi peraltro, come le donne “in carriera”, abbastanza instabili sul piano emotivo. I lavoratori manuali sono presenti, invece, nella quarta classe (14,98%). Protagonisti di rapporti interpersonali equilibrati, si distinguono tuttavia per tratti di personalità nel complesso non esaltanti: sono diligenti, né introversi né estroversi, di limitata apertura mentale. Compaiono, prevalentemente, nei serials di più recente produzione italiana. La quinta classe (37,10%), infine, è in prevalenza popolata da tutori dell’ordine, che svolgono le loro mansioni a diversi livelli di competenza e responsabilità. Introversi, né ostili né affabili, sono gli eroi positivi della fiction del genere poliziesco, proposti nei programmi con requisiti virtuosi semplici ma certi, scontati ma rassicuranti. 4. UNA PARZIALE E PROVVISORIA CONCLUSIONE Nel loro insieme, i risultati della ricerca evidenziano - come si è visto - molteplici differenze nelle rappresentazioni della condizione maschile e di quella femminile. La tentazione di stabilire se queste differenze corrispondano o meno a differenze reali è forte, perché forte è l’interesse a controllare l’ipotesi secondo cui la fiction proporrebbe immagini distorte della realtà, imponendosi di fatto come fonte di possibili effetti sul pubblico in senso lato ideologici. Su questa reale o presunta propensione della fiction si è dibattuto a lungo tra gli addetti ai lavori, ponendo al centro della discussione la questione se essa possa essere considerata e di conseguenza valutata come “specchio”, fedele o infedele, della realtà. La tesi sostenuta da molti - e a mio avviso ampiamente condivisibile - è che la fiction, sia pure con modalità in parte diverse nei vari sotto-generi nei quali si articola, piuttosto che “riflettere” in modo più o meno distorto la realtà al contrario la crei e la ricrei secondo una logica di genere, secondo regole che sono note sia agli autori sia al pubbli332 co, regole che costituiscono il punto d’incontro di competenze comuni e, quindi, il luogo dove si consumano le necessarie complicità testuali tra i diversi protagonisti del processo comunicativo. Così, nello specifico, la fiction non rispecchia in modo fedele o infedele la condizione maschile e quella femminile e la consistenza, la rilevanza, il ruolo sociale e politico che a uomini e donne rispettivamente competono nella società contemporanea, ma le crea e le usa a fini narrativi così come crea e usa i singoli personaggi. Di qui, una rappresentazione dell’una e dell’altra condizione che attribuisce a ciascuna atteggiamenti, sentimenti, comportamenti funzionali alle esigenze narrative proprie dello svolgimento della trama. Accade così che le categorie degli “uomini” e delle “donne” siano trasformate nella fiction in una sorta di macro-personaggi a ciascuno dei quali competono di volta in volta modalità differenti di vivere non solo il lavoro, ma anche le altre evenienze della vita, in dosi che variano, in ciascun sotto-genere della fiction stessa, per l’uno e l’altro. La fiction, ancora, non propone un mondo del tutto omogeneo e convenzionale. Intorno ai nuclei tematici tradizionali che la caratterizzano - famiglia, amore, odio, amicizia, rivalità, insidie, ricchezza, povertà, il bene, il male e così via - ruotano, infatti, accadimenti, vicende e problemi più attuali, imposti dai mutamenti che caratterizzano la realtà sociale. Il risultato è la compresenza di valori e comportamenti tradizionali e innovativi, conformisti e anticonformisti, “normali” e “devianti”, all’insegna di un’ambivalenza di fondo che può generare nel pubblico percorsi interpretativi molteplici e differenziati. Questa presenza di un universo di comportamenti, valori e norme sociali in cui convivono in modo contraddittorio o quanto meno problematico istanze così diverse, risponde a quella che ritengo si possa considerare un’esigenza fondamentale dei fruitori della fiction televisiva, fruitori che presumibilmente richiedono una rappresentazione verosimile - non vera e non falsa - della realtà: una rappresentazione con la quale sia possibile confrontare la propria esperienza individuale e sociale per scoprire, di volta in volta, quanto se ne discosta sul piano soprattutto del “dover essere”, alla ricerca di soddisfazioni implicite e simboliche di bisogni che invece sono reali. Una rappresentazione, dunque, che 333 non ignori le emergenze e gli accidenti della vita e che però ristabilisca nella finzione l’ordine infranto nella realtà, riaffermando il primato dei valori certi e rassicuranti e celebrando i buoni sentimenti. Una rappresentazione, cioè, ispirata a un dover essere definito secondo le esigenze espresse dal comune sentire (la polizia come dovrebbe essere, la giustizia come dovrebbe essere, gli operatori sanitari come dovrebbero essere, i rapporti interpersonali come dovrebbero essere, e così via), a compensazione delle delusioni, delle incertezze, delle sconfitte subite nelle situazioni sociali reali. Sulla base dei risultati ottenuti, mi sembra comunque di poter provvisoriamente concludere - stanti i cambiamenti che attualmente caratterizzano i contenuti della fiction televisiva - constatando che questo genere non rappresenta in modo diffusamente ed esplicitamente “sessista” la condizione della donna, secondo stereotipi tradizionali e radicati nell’immaginario collettivo. Sia pure accanto a una sottorappresentazione della realtà femminile - che potrebbe anche essere interpretata come un tendenziale “annullamento simbolico” - è possibile riscontrare oggi nella fiction un’immagine della donna non più riconducibile, come accadeva in passato, a quella proposta dalla narrativa popolare, dal romanzo rosa al fotoromanzo, fino ad arrivare alle cronache divistiche dei rotocalchi del pettegolezzo. Anche nel mondo non vero e non falso della fiction, la donna sembra percorrere, sia pure faticosamente, la sua strada, raggiungendo via via mete che tradizionalmente, in quello stesso mondo, le erano del tutto precluse. Resta tuttavia prevalente la centralità della figura maschile, soprattutto nella sfera del lavoro. Abbiamo visto che le donne lavorano meno degli uomini e, se lavorano, meno degli uomini hanno l’opportunità di accedere ad attività professionali di maggior successo e prestigio. Inoltre per le donne che lavorano, soprattutto se si tratta di “donne in carriera”, sembra delinearsi un’implicita omologazione a un profilo tendenzialmente definito al maschile, che investe caratteristiche non solo positive, ma anche e soprattutto negative: l’impegno e l’eventuale successo nel mondo del lavoro tradiscono e “snaturano”, per molte protagoniste della fiction, un’identità femminile ancora prevalentemente rappresentata, nonostante tutto, in modo tradizionale. Vengono così presentati in modo convenzionale e a-problematico i conflitti di ruolo che vedono 334 coinvolte le lavoratrici, divise tra affetti e doveri familiari, da un lato, e incombenze e responsabilità del lavoro dall’altro, con un’implicita condanna di quante risolvono tali conflitti privilegiando le seconde anziché i primi. Altre sono le conclusioni da trarre dai risultati della parte della ricerca che ha invece analizzato i programmi d’intrattenimento. In essi la marginalità della figura femminile è ben più evidente ed assume connotazioni molteplici, spesso implicite, tali da rinviare comunque a modalità stereotipiche di rappresentare la condizione della donna. Tale marginalità si manifesta in relazione a una presenza qualitativamente meno significativa, in questi programmi, non soltanto di donne che operano negli ambiti della politica, delle professioni, dello sport, del jet set, ma anche di donne comuni, troppo spesso presentate con atteggiamenti e comportamenti del tutto tradizionali. A questa marginalità sostanziale si accompagna una presentazione del corpo femminile tutt’altro che marginale, ma al contrario centrale e quasi ossessiva, con modalità peraltro ristrette quanto a modelli e finalità. L’attenzione al corpo femminile diviene, in tal modo, pressoché esclusivamente strumentale e di routine, tale da ridurre il corpo stesso, privato della sua soggettività ed espressività, a mero accessorio o a scontato espediente di richiamo per un pubblico presumibilmente considerato altrimenti distratto. Come viene mostrato nella relazione che si occupa di questa parte della ricerca, nei programmi d’intrattenimento si viene così delineando un’implicita e ricorrente immagine della donna centrata sul corpo che prevale su qualunque altra, un’immagine che rinvia a un’altrettanto tradizionale e stereotipica rappresentazione dei rapporti tra i due sessi di stampo ancora sostanzialmente “maschilista”. 335 Appendice RISULTATI DELLA CLUSTER ANALYSIS A. Classi dei personaggi femminili: I classe: Le non occupate (n = 187; 42,12%) Variabile Condizione occupazionale Relazione con personaggi di sesso femminile nel contesto familiare Relazione con personaggi di sesso maschile nel contesto amicale Relazione con personaggi di sesso maschile nel contesto familiare Condizione economica Genere Modalità Valore12 Test 13,27 Cla/Mod13 (%) 85,62 Mod/Cla14 (%) 66,84 Dipendenza 5,01 100,00 9,09 Dipendenza 4,88 81,08 16,04 Subordinazione Elevata Commedia 4,32 3,62 4,10 90,00 54,30 66,67 9,63 43,85 22,46 Non occupate _______________ 12. Il valore test è un parametro che indica per ogni modalità delle variabili considerate quanto la modalità stessa è rilevante nella costruzione del cluster e, conseguentemente, nella definizione del profilo dei casi in esso classificati. 13. Cla/Mod è la percentuale di casi che presentano la modalità considerata e che sono stati classificati nel cluster. Ad esempio, 85,62% è la percentuale dei personaggi femminili non occupati presenti nel campione e classificati nel I cluster. 14. Mod/Cla è la percentuale di casi sul totale del cluster che presentano la modalità considerata. Ad esempio, 66,84% è la percentuale di personaggi femminili non occupati sul totale di quelli classificati nel I cluster. 336 II classe: Le indipendenti (n = 49; 11,04%) Variabile Relazione con personaggi di sesso femminile nel contesto amicale Relazione con personaggi di sesso maschile nel contesto amicale Relazione con personaggi di sesso femminile nel contesto familiare Relazione con personaggi di sesso maschile nel contesto familiare Indice di rilevanza esteriore Attività lavorativa Stabilità emotiva Vissuto esistenziale Immagine complessiva Paese di produzione Anno di produzione Genere Network Modalità Valore Test Cla/Mod (%) Mod/Cla (%) Indipendenza 14,13 100,00 77,55 Indipendenza 11,87 78,26 73,47 Indipendenza 5,98 75,00 24,49 Indipendenza Prevalenza Medio Dirigenti, imprenditrici. Molto instabile Realizzazione personale Negativa problematica USA 2000 e oltre Fantascienza, horror Mediaset 5,05 3,83 3,58 2,72 2,70 2,67 3,52 4,67 3,03 8,50 2,52 66,67 41,67 30,95 35,00 22,58 17,83 34,38 17,21 15,52 83,33 14,18 20,41 20,41 26,53 14,29 28,57 46,94 22,45 85,71 73,47 40,82 77,55 III cluster: Le lavoratrici manuali (n=20; 4,50%) Variabile Condizione occupazionale Indice di salienza del lavoro svolto Attività lavorativa Settore d’impiego Relazione con personaggi di sesso maschile nel contesto familiare Relazione con personaggi di sesso femminile nel contesto amicale Genere Modalità Cla/Mod (%) 6,71 Mod/Cla (%) 100,00 Medio-basso 10,20 Lavori manuali 8,09 Industria, artigianato 7,69 94,12 38,64 44,12 80,00 85,00 75,00 Dipendenza 4,54 20,00 55,00 Pariteticità 3,18 Soap operas, telenov. 3,00 8,82 8,92 75,00 70,00 Occupate Valore Test 3,45 337 IV cluster: Le lavoratrici del terziario (n=125; 28,15%) Variabile Condizione occupazionale Settore d’impiego Indice di salienza del lavoro svolto Attività lavorativa Relazione con personaggi di sesso maschile nel contesto familiare Relazione con personaggi di sesso femminile nel contesto amicale Relazione con personaggi di sesso maschile nel contesto amicale Relazione con personaggi di sesso femminile nel contesto familiare Indice di rilevanza esteriore Coscienziosità Ruolo nel programma Paese di produzione Genere 338 Modalità Valore Test 10,77 12,36 4,07 7,27 6,50 Cla/Mod (%) 41,95 74,14 68,00 56,25 75,61 Mod/Cla (%) 100,00 68,80 13,60 50,40 24,80 6,81 4,06 3,76 2,37 54,46 56,82 53,06 55,00 48,80 20,00 20,80 8,80 Pariteticità 4,14 48,15 31,20 Pariteticità 2,14 36,47 49,60 Pariteticità 2,85 46,40 35,59 Pariteticità Medio-basso Molto coscienziose Protagoniste Italia Soap operas 2,39 2,55 3,94 2,44 5,04 3,99 41,18 50,00 64,29 32,93 46,34 40,13 22,40 12,80 14,40 65,60 45,60 50,40 Occupate Servizi Assistenza, istruz. Medio-alto Medio Professioniste, operatrici specializzate Lavori manuali Lavori esecutivi Dirigenti, imprend. V cluster: Donne di legge e devianza (n=63; 14,19%) Variabile Modalità Condizione occupazionale Settore d’impiego Attività lavorativa Indice di salienza del lavoro svolto Condizione economica Livello culturale Età Status prevalente Immagine complessiva Ruolo nel programma Genere Paese di produzione Anno di produzione Occupate Forze dell’ordine Giustizia, amm.ne Lavori esecutivi Professioniste, operatrici specializzate Valore Test 5,61 9,52 3,65 4,81 Cla/Mod (%) 20,13 87,10 52,94 40,82 Mod/Cla (%) 95,24 42,86 14,29 31,75 3,19 24,11 42,86 3,77 8,05 6,23 3,90 4,02 6,60 2,96 5,91 3,90 3,46 25,89 63,64 53,66 20,08 48,00 56,10 20,00 29,17 20,08 23,08 46,03 9,91 34,92 77,78 19,05 36,51 61,90 66,67 77,78 52,38 Medio-alto Bassa Basso Giovane Deviante Negativa a-problematica Non protagonista Poliziesco Usa 1990-1999 B. Classi dei personaggi maschili I cluster: I non lavoratori (n= 138; 22,96%) Variabile Professione Settore d’impiego Condizione occupazionale Età Relazione con personaggi maschili nel contesto familiare Relazione con personaggi maschili nel contesto amicale Genere Fascia oraria Anno di produzione Modalità Valore Test Non determinabile 21,18 Non determinabile 19,78 Non occupati 18,13 Adulto 3,16 Dipendenza Dominanza Pariteticità Commedia Serale 1980-1989 4,08 3,26 2,75 6,79 2,80 2,68 Cla/Mod (%) 77,53 69,00 87,20 28,43 Mod/Cla (%) 100,00 100,00 78,99 63,04 68,42 42,11 28,52 54,02 31,14 40,00 9,42 17,39 54,35 34,06 37,68 14,49 339 II cluster: Gli indipendenti (n=41; 6,82%) Variabile Modalità Relazione con personaggi maschili nel contesto amicale Indipendenza Relazione con personaggi Indipendenza femminili nel contesto amicale Dominanza Relazione con personaggi maschili nel contesto familiare Indipendenza Relazione con personaggi femminili nel contesto familiare Indipendenza Settore d’impiego Servizi Età Anziani Big Five: Negligenza vs Diligenza Equilibrio Big Five: Chiusura vs Apertura mentale Equilibrio Immagine complessiva Negativa non problematica Genere Soap operas Anno di produzione 2000 e oltre Paese di produzione Usa Valore Test Cla/Mod (%) Mod/Cla (%) 11,87 8,84 4,07 92,86 66,67 23,21 63,41 48,78 31,71 7,63 77,78 34,15 6,72 2,74 2,80 70,59 13,22 23,33 29,27 39,02 17,07 2,70 9,62 73,17 2,63 10,57 58,54 2,87 2,65 4,13 2,50 13,68 11,56 12,45 8,92 39,02 48,78 70,73 80,49 III cluster: I dominanti (n=109; 18,14%) Variabile Relazione con personaggi femminili nel contesto familiare Relazione con personaggi maschili nel contesto amicale Relazione con personaggi femminili nel contesto amicale Condizione occupazionale Attività professionale Stato civile Livello culturale Condizione economica Big Five: Instabilità vs Stabilità emotiva Immagine complessiva Fascia oraria Genere 340 Modalità Valore Test Cla/Mod (%) Mod/Cla (%) Dominanza 9,67 71,67 39,43 Dominanza 4,64 43,86 22,94 Dominanza Occupati Dirig., imprenditori Celibi Medio Media 2,53 3,39 6,34 6,86 4,50 3,63 32,14 20,80 50,00 27,46 27,85 24,72 16,51 90,83 31,19 84,80 55,96 60,55 Abbastanza instabili Negativa problematica Pre-serale Drammatico 2,69 2,49 2,39 2,50 25,81 35,00 29,58 30,77 36,70 12,84 19,27 18,35 IV cluster: I lavoratori manuali (n=90; 14,98%) Variabile Modalità Condizione occupazionale Attività lavorativa Settore d’impiego Indice di salienza del lavoro svolto Relazione con personaggi maschili nel contesto amicale Relazione con personaggi femminili nel contesto amicale Relazione con personaggi femminili nel contesto familiare Età Big Five: Chiusura vs Apertura mentale Big Five: Introversione vs Estroversione Big Five: Negligenza vs Diligenza Genere Paese di produzione Anno di produzione Network Valore Test Occupati 6,36 Lavoratori manuali 10,29 Industria, artig. 8,07 Servizi 7,14 Cla/Mod (%) 18,91 96,67 56,45 38,02 Mod/Cla (%) 100,00 32,22 38,89 51,11 Medio 8,85 80,00 31,11 Pariteticità 5,33 23,95 70,00 Pariteticità 5,01 26,32 55,56 Pariteticità Adulti 3,69 3,62 27,52 20,26 33,33 68,89 Poco aperti 3,07 27,85 24,44 Equilibrio 2,66 25,93 23,33 Molto diligenti Soap opera Italia 2000 e oltre Rai 2,42 6,17 4,43 3,85 2,53 29,55 30,06 27,21 22,32 22,95 14,44 57,78 44,44 57,78 31,11 V cluster: I tutori dell’ordine (n=223; 37,10%) Variabile Condizione occupazionale Attività lavorativa Settore d’impiego Indice di salienza del lavoro svolto Ruolo Big Five: Introversione vs Estroversione Big Five: Ostilità vs Affabile Immagine complessiva Genere Modalità Valore Test Occupati 11,32 Oper. specializzati 9,17 Lavori esecutivi 8,18 Forze dell’ordine 15,44 Medio-alto Non protagonisti Molto introversi Equilibrio Positiva non problem. Poliziesco Cla/Mod (%) 46,85 60,17 75,53 88,82 Mod/Cla (%) 100,00 62,33 31,84 60,54 12,09 2,51 63,10 42,70 76,68 52,47 4,36 2,74 5,87 6,38 48,09 50,00 45,62 51,74 50,67 21,97 79,37 60,09 341 LA RAPPRESENTAZIONE DELLA CONDIZIONE FEMMINILE NEI PROGRAMMI TELEVISIVI DI INTRATTENIMENTO MANUELA MALCHIODI Responsabile ricerche dell’Osservatorio di Pavia 1. OBIETTIVI E METODO DELLA RICERCA L’analisi della fiction è stata integrata da un’indagine esplorativa su alcuni programmi di intrattenimento, andati in onda nella stessa settimana campione, dall’11 al 17 marzo 2001. In questo caso, si è preferito adottare una metodologia di analisi di tipo qualitativo, più adattabile alle strutture mutevoli dei format e più sensibile alla complessità e alla specificità dell’articolarsi delle aree semantiche al loro interno. Lo scopo e l’interesse di questa indagine qualitativa non erano di ricercare una significatività statistica delle osservazioni svolte, ma piuttosto di penetrare la logica dei vari programmi, le loro strutture e modalità argomentative, di rilevare l’emergenza e articolazione di significati al loro interno e poi all’interno del palinsesto di una settimana “qualunque” di programmazione televisiva. L’obiettivo era quello di rilevare se la televisione nazionale riesca a rappresentare la complessità della nuova condizione femminile, se riesca a proporre modelli coerenti con la nuova identità di genere, oppure al contrario continui a veicolare una rappresentazione ispirata a vecchi modelli e stereotipi e a condannare la figura femminile alla marginalità, come molti studi precedenti hanno denunciato. 342 2. I PROGRAMMI SOTTOPOSTI AD ANALISI I programmi analizzati sono stati scelti sulla base di alcuni criteri: la rilevanza in termini di indici di ascolto, la significatività in relazione al tema oggetto dell’analisi e la capacità di offrire diversi punti di osservazione sull’immagine femminile, una equilibrata considerazione delle reti pubbliche e private, una copertura sia della fascia di programmazione pomeridiana che di quella serale. Elenchiamo qui di seguito la selezione dei programmi, divisi per format: – Attualità-costume Si tratta di programmi che uniscono l’informazione all’intrattenimento, articolando l’approfondimento dei fatti di cronaca al centro dell’agenda informativa con argomenti più leggeri riconducibili alla cronaca rosa e ai fenomeni di costume. Abbiamo analizzato i due programmi pomeridiani in onda quotidianamente sui due network Rai e Mediaset: La vita in diretta (Raiuno) e Verissimo (Canale 5). – Varietà I varietà televisivi attuali, programmi di intrattenimento le cui funzioni e finalità rinviano alle aree del divertimento, della distrazione, della distensione, presentano numerose varianti di struttura e contenuto. Il campione da noi scelto comprende Domenica in e Buona Domenica, i due tradizionali varietà della domenica pomeriggio di Raiuno e Canale 5 (che insieme raccolgono oltre la metà del pubblico televisivo domenicale), simili nella loro struttura composita che articola generi diversi e divergenti invece per quanto riguarda il “clima” di fondo e gli spazi offerti ai diversi protagonisti: conduttori, ospiti, pubblico. Inoltre, due programmi di prima serata che rappresentano per molti versi degli estremi nella categoria varietà: il vivace e sincopato Matricole, programma del martedì della rete “giovane” Mediaset, Italia 1, incentrato sui vip agli inizi della loro carriera (la discesa dei divi tra la gente comune) e il pacato, sentimentale e colmo di echi religiosi Dove ti porta il cuore in onda su Raiuno il giovedì sera, basato sulle storie di vita di 343 persone comuni che vengono raccontate secondo gli schemi del romanzo (l’elezione della persona comune a personaggio della fiction). – Talk show Il talk show è il tipico prodotto neotelevisivo ed ha come ingrediente principale la confessione di storie di vita da parte degli individui comuni, oppure l’incursione nella vita privata di personaggi famosi. Un classico talk show, molto seguito dal pubblico televisivo soprattutto femminile, centrato sui rapporti e i conflitti di coppia è Uomini e donne, trasmissione a cadenza quotidiana (dal lunedì al venerdì), in onda il primo pomeriggio su Canale 5. Un pugno o una carezza, il mercoledì in prima serata su Raiuno, è un talk show incentrato sulle relazioni private di persone comuni, relazioni armoniose o, più spesso, conflittuali. Tempi moderni, in onda il mercoledì in prima serata su Italia 1 (in contemporanea con Un pugno o una carezza), si propone di esplorare le nuove tendenze sociali e culturali in atto nella società. Infine, il talk show pomeridiano domenicale di Raidue, Quelli che il calcio, derivazione ibrida di un programma contenitore colmo di riferimenti al varietà, chiede al pubblico in studio, costituito da personaggi celebri e da persone comuni, di discutere nozioni e strategie elementari legate al gioco del calcio. Il suo interesse ai nostri occhi consiste nel rappresentare uno spazio tradizionalmente maschile che si apre alle donne. – Giochi Tra le numerose varianti presenti nel palinsesto televisivo, abbiamo preferito scegliere, anziché i quiz, che ci sembravano offrire pochi spunti, quei giochi in cui il quiz è presente ma inserito in una cornice più ampia, di spettacolo, che allarga lo spazio di espressione del conduttore e degli altri soggetti presenti in studio. Passaparola è il gioco televisivo più seguito, in onda quotidianamente (esclusa la domenica) su Canale 5 nella fascia pre-serale. Esso articola una serie di giochi in cui sono coinvolti dei personaggi più o meno famosi, a sostegno dei due concorrenti che si affrontano. 344 Sarabanda è un programma che va in onda quotidianamente (compreso il fine settimana) su Italia 1 alle ore 20, abbastanza seguito nonostante la coincidenza di orario con i principali telegiornali. Si tratta di un gioco incentrato sul quiz musicale, con alcuni momenti di spettacolo, di canzoni e di balletti. – Informazione satirica: “Striscia la notizia” Il programma va in onda quotidianamente (ad esclusione della domenica) su Canale 5, collocandosi tra il telegiornale serale e i programmi della prima serata. E’ stata una scelta “obbligata”, in quanto si tratta di una trasmissione che raggiunge i più alti indici di ascolto e che è spesso oggetto di discussione - proprio per quanto riguarda il tema della rappresentazione femminile - a causa della presenza di una figura emblematica, la velina. 3. I SOGGETTI RAPPRESENTATI DAL MEDIUM TELEVISIVO E I LORO RAPPORTI CON LA SFERA REALE Le categorie di persone rappresentate dal medium televisivo sono sostanzialmente riconducibili ai potenti, i famosi, i professional (giornalisti, conduttori, opinionisti ospiti fissi) e la gente comune. Prima di affrontare la questione della differenziazione di genere, è utile ricordarsi che la televisione non aspira, quantomeno nella totalità dei programmi delineati nei palinsesti, a rappresentare fedelmente la realtà. La televisione è prevalentemente finzione, spettacolo e intrattenimento. Anche la rappresentazione del genere maschile pertanto non rappresenta fedelmente l’universo maschile della società. La focalizzazione dell’intrattenimento e dell’infotainment attorno a poche figure riconoscibili, perché importanti o di successo (potenti e famosi) falsa ovviamente qualsiasi rappresentatività del campione dei soggetti televisivi rispetto alla vita reale. La ragione della sovrarappresentazione dei politici nel sottosistema dei media rispetto al loro effettivo numero nella sfera reale, ad esempio, risiede nella condivisione dei valori fondanti della democrazia 345 partecipativa. I media in questo caso sono al servizio del sistema politico e dei cittadini, con la funzione teorica di avvicinare i rappresentanti ai rappresentati. Se in questo caso la giustificazione della sovrarappresentazione sembra risiedere in un patto civico, la stessa cosa non si può dire negli altri casi citati. La sovrarappresentazione dei famosi e dei professional è dovuta essenzialmente all’autoreferenzialità del mezzo, che tende a riproporre in maniera quasi ossessiva gli stessi volti, spalmandoli in maniera indifferenziata in diversi programmi e nelle diverse reti televisive. La gente comune rimane evidentemente una categoria residuale, schiacciata dalle finalità del mezzo. Nella maggior parte dei casi, essa riesce ad emergere e fare notizia solamente nei fatti di cronaca nera. E’ il dolore ad essere rappresentato, con tutto il suo potere di suscitare emozioni ed empatia da tradurre in contatti e permanenza di fronte al video. Al di fuori della cronaca nera ci sono altri due casi in cui la gente comune può aspirare ad essere protagonista: il pubblico in studio, con funzioni più o meno gratificanti che vanno dall’applaudire al segnale di regia alla vera e propria partecipazione a una discussione davanti a milioni di telespettatori, magari anche insieme a personaggi famosi; più recentemente, il racconto delle storie di vita, dove è possibile diventare protagonisti se si accetta di denudarsi della propria intimità e raccontare di fronte a una corte giudicante i propri drammi, i propri errori, le proprie frustrazioni, i litigi coniugali o tra genitori e figli, tutto con il proprio linguaggio della strada, fra stenti grammaticali e lacrime più o meno vere, ma che servono per rafforzare il pathos della narrazione. In questo caso ciò che interessa della gente comune sono i fatti della sfera privata, intima, individuale o familiare, quasi mai i problemi sociali. I soggetti si prestano a diventare stimoli per discussioni più o meno sensate degli invitati in uno studio televisivo o del pubblico a casa. Le storie però non hanno volutamente contenuti politici o sociali. In tal caso vengono invitati gli esperti che di solito appartengono alla categoria dei potenti, con uno status specifico, che legittimi il loro parlare a nome di altri, come “rappresentanti di”, e non si perde tempo con le sofferenze di un singolo che statisticamente non rappresenta nulla. Una volta acquisita la natura della mappa dei personaggi rappresentati in televisione, si capisce che sarebbe un errore confrontare direttamente le tipologie di donne rappresentate con quelle presenti nella vi346 ta reale. Qualsiasi confronto con la sfera reale non può prescindere da una ponderazione con la deformazione mediale effettuata su qualsiasi soggetto, di entrambi i generi. E’ altrettanto vero però che, una volta tracciata la mappa genetica dei programmi televisivi attraverso i suoi personaggi, è legittimo chiedersi se il tipo di rappresentazione, delle donne e degli uomini, rispetti nella sfera mediale e nel rapporto che i due generi hanno con la sfera reale il principio di uguaglianza o di equità. In questo caso la questione non sarà quella di stabilire quale tipo di realtà il mezzo debba rappresentare: se quella dei diritti, che prevede una parità fra uomo e donna sancita dalla Costituzione e dal corpus legislativo, o quella quotidiana, che invece riproduce costantemente differenze e discriminazioni nel mondo del lavoro, con una persistente divisione sia verticale sia orizzontale, o nella sfera privata con una diversa suddivisione dei compiti all’interno del nucleo familiare. Il punto centrale sarà quello di stabilire se, a parità di contesti rappresentati, le donne ricoprano ruoli specifici all’interno delle narrazioni, diversi dalle controparti maschili e se, qualora i ruoli siano i medesimi, le modalità di rappresentazione delle donne contenga elementi caratteristici della loro appartenenza di genere attraverso stereotipi o modalità di interazione esplicitamente sessiste. 4. LA RAPPRESENTAZIONE FEMMINILE E MASCHILE DAL PUNTO DI VISTA QUANTITATIVO E QUALITATIVO I potenti I potenti, ampiamente rappresentati dal medium televisivo, si concentrano maggiormente nei programmi di informazione, anche se negli ultimi anni si insinuano con sempre maggior frequenza in altre pieghe del palinsesto. I potenti detengono il potere grazie al loro status socioeconomico e culturale. Le donne rappresentate che appartengono a questa categoria sono pochissime. Nella sfera del potere politico le donne sono poche anche nella realtà, ma precedenti studi hanno ipotizzato anche la presenza di una marginalizzazione di tipo mediale che non favo347 risce l’inversione di tendenza. I programmi analizzati non contemplano nessun politico, né uomo né donna, se si esclude Striscia la notizia, che interpella - nel “bene” e nel “male” - prioritariamente soggetti maschili, riproducendo l’organigramma maschile del potere. Trovano invece maggiore spazio nelle trasmissioni analizzate gli esperti di diversi settori, utilizzati spesso come condimento autorevole delle storie di cronaca, attualità e costume, o come “mediatori” in programmi di intrattenimento. Il tipo di potere di cui questi soggetti sono depositari è quello legato al sapere, alla competenza, alla produzione di schemi interpretativi e esplicativi del reale, che fonda l’autorevolezza delle loro opinioni e dei loro interventi. Le figure femminili, in questo settore “strategico”, sono minoritarie e collocate perlopiù nei talk show nel ruolo di mediatrici. Le figure professionali, sia maschili che femminili, sono nel complesso poco rappresentate, mettendo in evidenza una debole attenzione al tema del lavoro in tutte le trasmissioni prese in considerazione. La sottorappresentazione femminile appare in questi casi evidente, da un punto di vista sia quantitativo che qualitativo (se si escludono alcune rare eccezioni): le figure professionali femminili sono raccontate in modo sensibilmente diverso rispetto ai loro corrispettivi maschili. Il tipo di lavoro svolto, il percorso di carriera, le competenze, le prospettive si mescolano il più delle volte - finendo per diventare secondari - a temi tipicamente “femminili”: il rapporto lavoro-famiglia, la casa, i figli, il marito, l’abilità in cucina, la cura del corpo. L’intreccio del pubblico col privato e il frequente sopravvento di quest’ultima dimensione finisce spesso per marginalizzare l’attività lavorativa del soggetto. I famosi I famosi sono decisamente sovrarappresentati nel campione analizzato, attraversano i vari programmi (non solo i contesti di spettacolo) come ospiti o come oggetto di interviste e ritratti. Quantitativamente, sono le donne a dominare la scena. Qualitativamente, il discorso si capovolge, per ragioni legate sia al tipo di soggetti maschili e femminili rappresentati, sia alle diverse modalità di intervista dei giornalisti nei due casi. 348 Gli uomini appartengono perlopiù alla categoria degli arrivati, hanno cioè raggiunto un livello di successo e carriera stabile ed hanno una collocazione di status specifica e riconosciuta, e l’intervista o il ritratto dedicano uno spazio anche alle loro realizzazioni professionali; sul versante femminile, invece, c’è una forte presenza di donne sospese, personaggi perlopiù creati dalla televisione stessa, che hanno certamente raggiunto il successo e un forte livello di riconoscibilità, ma non presentano una identità professionale ben definita e stabile, né qualità artistiche specifiche. Questo fa sì che l’attenzione verta molto di più sulla loro immagine e sugli aspetti mondani o relazionali della loro vita che sul discorso professionale. D’altra parte, anche le interviste alle donne arrivate esprimono un interesse prevalente alla sfera privata, sentimentale e familiare, piuttosto che alle realizzazioni professionali, a prescindere dalla complicità o dalla resistenza delle intervistate. Nel caso delle donne dello spettacolo, si profila inoltre un’attenzione molto accentuata quando non ossessiva nei confronti di aspetti legati al corpo, alla bellezza, alla seduzione. I professional In questa categoria di personaggi (che include soprattutto i giornalisti e i conduttori) si rileva un certo equilibrio sia quantitativo che qualitativo tra elemento femminile e maschile. Nella conduzione dei programmi, un largo spazio è offerto alle donne. E’ vero che permane una certa specializzazione dei ruoli: i giochi mantengono la tradizione del conduttore maschio e assegnano alle donne il ruolo di vallette o di cornice decorativa; l’informazione satirica di Striscia la notizia sembra essere anch’essa il fatto di soli uomini (pur avendo avuto in passato periodi - poco fortunati - di conduzione femminile); i talk show e i varietà incentrati su storie di vita di persone comuni, in particolare sulle storie familiari e sentimentali, sono invece affidati alla “comprensiva” e “morbida” conduzione femminile, mentre il mondo di Quelli che il calcio rimane nelle mani di un uomo (ma l’edizione 2000-2001 è condotta da Simona Ventura). Per quanto riguarda i giornalisti, categoria incontrata in particolare nei programmi di attualità-costume, le donne sono numerose, anche se 349 non sembrano portatrici di un diverso sguardo e di diverse modalità di rappresentazione delle figure femminili. L’attenzione per gli aspetti legati alla dimensione corpo-bellezza-seduzione da un lato e sentimentifamiglia (in misura minore maternità) dall’altro continua a prevalere, anche nel discorso giornalistico femminile, rispetto alla considerazione della dimensione realizzativa in ambito professionale, o di altri aspetti legati a interessi e ambizioni in campo sociale, culturale, politico, ecc. La modalità di interazione prevalente è quella che prende forma nel racconto di fatti privati, quasi mai quella che invita all’espressione di opinioni, pensieri, riflessioni, interpretazioni, conoscenze. La gente comune La gente comune - come si è detto - emerge nei fatti di cronaca, oppure come pubblico in studio, o ancora come protagonista di storie di vita. Qualora essa sia protagonista o testimone di eventi di cronaca (come avviene nel nostro caso soltanto nei servizi delle trasmissioni di attualitàcostume) si nota una sostanziale equità di rappresentazione di figure femminili e maschili, sia pure con qualche eccezione. Anche in questa categoria è il caso di sottolineare la debole attenzione (che coinvolge in ugual misura entrambi i sessi) riservata alle aree tematiche del lavoro e - ancor più - della militanza politica e sindacale, dell’attivismo sociale e civico, degli interessi e iniziative culturali, dell’associazionismo. I casi più interessanti da analizzare sono quelli in cui la gente comune è protagonista di storie di vita, oppure è parte di un pubblico chiamato a partecipare, ad esprimersi in quanto “opinione pubblica”. Molti talk show, in particolare, presentano questo tipo di situazione. Le vicende private narrate diventano casi da sottoporre al pubblico dibattito stimolato e gestito dal conduttore: il talk show diventa per questa via un luogo di teatralizzazione del vissuto individuale e un’arena collettiva in cui si negoziano e si definiscono norme e valori. Il pubblico ideale presente in studio non è chiaramente un campione rappresentativo della popolazione italiana, ma sembra scelto apposta per assomigliare al target specifico a cui si rivolge la trasmissione. In questo caso la funzione è proprio quella di rappresentare il prolungamento virtuale dei telespettatori a casa, che devono riuscire ad immedesimarsi non nel350 le storie introduttive, essendo solo gli stimoli della discussione, ma almeno in qualcuna delle posizioni espresse dai cloni virtuali. L’effetto è quello di ricreare un ambiente rassicurante, dove la discussione si dipana in maniera semplice e facilmente commestibile perché si avvicina per argomenti e linguaggio a quella che potrebbero fare i telespettatori a casa. Dato l’invecchiamento medio della popolazione, sono le fasce di pubblico di età avanzata e più tradizionali a consumare con maggior assiduità queste trasmissioni e la necessità di compiacerle per creare empatia fra le storie e i pubblici favorisce la riproduzione dei valori più consolidati. Nonostante la frequente predominanza femminile (nell’ideazione, nella regia, nella conduzione, nel pubblico) in questi programmi, non sono quindi rare le riproduzioni di storie e situazioni che, valorizzando antichi ambiti di differenza, riproducono stereotipi di genere. Donne particolarmente orientate alla sfera privata, attente alla gestione di relazioni affettive e alla cura dei figli, piuttosto che alla sfera pubblica del lavoro e degli interessi extra familiari. Donne che concentrano il loro “potere” e le loro capacità decisionali nell’ambito domestico. Tabella sintetica dei principali risultati Soggetti rappresentati Sfera media/reale Potenti • Politici • Capi di stato/spirituali • Professionisti Famosi • Sportivi • Artisti • Famosi generici Professional • Giornalisti • Conduttori Gente comune • Cronaca • Pubblico ideale • Storie di vita Sovrarappresentati Sovrarappresentati Sovrarappresentati Sovrarappresentati Rappresentazione donne rispetto a a uomini (quantitativo) Sottorappresentate Rappresentazione donne rispetto a a uomini (quantitativo) Marginalizzazione Equa Sottorappresentate Equa Sovrarappresentate Equa Equa Equa Equa Marginalizzazione Equa Equa Equa Riproposizione di stereotipi presenti nella comunità e delle consuetudini di formazione della indenntà nella sfera pubblica o privata 351 5. IL CORPO FEMMINILE Se l’immagine femminile, intesa come articolazione complessa, variegata, anche contraddittoria di realtà oggettive e soggettive, di problemi e prospettive, di forme di identità e socialità, stenta a farsi strada - quantomeno nei programmi sottoposti a analisi - l’immagine femminile intesa come corpo è oggetto di un’attenzione quasi ossessiva. Nel percorso di ricerca all’interno dei palinsesti pomeridiani e serali di una settimana qualunque di programmazione televisiva, abbiamo assistito all’emergenza prepotente dell’area semantica relativa al corpo femminile. Troppo prepotente e trasversale per non meritare una riflessione approfondita. Il corpo è uno dei luoghi privilegiati in cui si esprime il discorso sociale. Nello specifico, la rappresentazione del corpo della donna racconta qualcosa della sua collocazione all’interno del discorso sociale dominante, dunque offre una prospettiva importante per capire le relazioni e posizioni di ruolo a cui essa viene assegnata dalla società. Il tipo di rappresentazione del corpo che abbiamo individuato nel corso della trattazione e che intendiamo qui riprendere brevemente, si riferisce principalmente alle donne dello spettacolo, quindi a una categoria di donne abbastanza limitata nella realtà e che si trova per necessità a gestire in maniera particolarmente accorta le risorse del proprio capitale-apparenza al fine di ottenerne il miglior rendimento in termini di successo, così come avviene per i personaggi maschili che evolvono nello stesso ambiente. Un tipo di immagine femminile - si potrebbe obiettare - troppo peculiare per essere rappresentativa o particolarmente significativa. Diversi sono gli argomenti che invece ci convincono della forte significatività di questo tipo di immagine femminile e della sua capacità di imporsi come modello al di fuori del ristretto contesto dello spettacolo. Prima di tutto, la forte sovrarappresentazione televisiva di questo tipo di donna: si tratta cioè della realtà femminile più rappresentata nei programmi analizzati; secondariamente, la sua indubitabile importanza nell’immaginario collettivo che in esse si esprime e che da esse trae alimento; infine, la constatazione che i personaggi maschili analoghi, pur legati alle stesse logiche e esigenze dell’apparire, sono ritratti in un diverso rapporto con il (e di uso del) proprio corpo. 352 Un discorso sul corpo, che voglia assumere questo elemento (le pratiche che lo riguardano, i significati che gli vengono assegnati, le rappresentazioni che se ne danno) come indicatore di una configurazione di rapporti tra i sessi, deve necessariamente riferirsi alle radici profonde dei sistemi di pensiero in cui questo discorso si è andato strutturando. Nella storia del pensiero occidentale si è venuta a creare una gerarchia che ha privilegiato la razionalità sulla corporeità, attribuendo la razionalità al genere maschile e la corporeità a quello femminile, e favorendo quindi la supremazia del primo sul secondo. Galimberti spiega bene come il cammino aperto da Platone con la logica disgiuntiva che colloca il positivo nel cielo, sede di ogni valore e verità, e il negativo sulla terra dove la materia è impedimento e ostacolo all’acquisizione della verità, venga ripercorso dal cristianesimo, che prevede il sacrificio del corpo nell’economia della salvezza: la contaminazione tra tradizione biblica e greca “consegna all’occidente un uomo irrimediabilmente diviso tra anima e corpo”.15 Questa logica si innesta sulla distinzione maschile/femminile, che diventa il tavolo di gioco di un’ideologia che, appoggiandosi su una differenza sessuale iscritta nel biologico e mistificandola “promuove surrettiziamente la differenza tra il biologico tutto femminile e lo spirituale tutto maschile e così facendo inaugura, sia pure a livello rudimentale, quella dialettica che si svilupperà nel corso della storia tra la materia e il modello”, la differenza quindi tra “la forma, il tipo, la nozione, l’idea, il modello di cui l’uomo è portatore e la materia di cui la donna è depositaria”.16 Queste considerazioni storiche sulla condizione di subalternità a cui l’identificazione con la dimensione corporea ha condannato la donna, ponendola in una posizione di inferiorità all’interno dell’ordine simbolico del potere, entrano nell’orizzonte problematico che si schiude alla constatazione di una persistente rappresentazione della donna soprattutto come corpo, sia pur attraverso ruoli diversi e complessi (il corpo erotico, il corpo bello, in misura minore il corpo della madre). __________ 15. Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano 1994, p. 36. 16. Ivi, p. 191. 353 Tali rappresentazioni del corpo sono dominate dal soggetto maschile e funzionali al protrarsi della sua prevalenza? Oppure esse rinviano al concetto di libertà, frutto della liberazione sessuale, intesa in termini individualistici come libertà del soggetto di affermare e gestire il proprio corpo, scegliendone le modalità espressive? L’interesse febbrile al corpo che riempie la quotidianità di molte delle donne rappresentate nei programmi televisivi analizzati si configura come una scelta espressiva spontanea e libera (così come - con ogni probabilità - è soggettivamente percepita) o invece come un adeguamento a modelli maschili dominanti? Si può parlare di libertà del corpo femminile, o piuttosto di un consenso del corpo dominato al proprio assoggettamento? Il fatto che l’esibizione del corpo femminile sugli schermi della giovane televisione nazionale - negli anni 60 e 70 - abbia potuto introdurre degli elementi destabilizzanti negli schemi tradizionali dei ruoli femminili e giocare un ruolo di rottura nei confronti di un sistema culturale fortemente religioso e puritano - rilevato da molti intellettuali, primo fra tutti Pasolini - offrendo così un suo contributo ai movimenti di liberazione sessuale e culturale, non può far concludere che il corpo femminile si sia liberato una volta per tutte, o che si sia messo al riparo dai rischi della reintegrazione in nuovi sistemi di sfruttamento, come ad esempio quello consumistico. Già Baudrillard nel 1970 sottolineava i limiti e le ambiguità della “liberazione del corpo”: La sua riscoperta dopo un’era millenaria di puritanesimo, nel segno della liberazione fisica e sessuale, la sua onnipresenza (...) nella pubblicità, la moda, la cultura di massa o il culto igienico, dietetico, terapeutico con cui lo si circonda, l’ossessione di giovinezza, di eleganza, di femminilità/virilità, le cure, le diete, le pratiche sacrificali che gli si impongono, il mito del piacere che lo avvolge - tutto testimonia oggi che il corpo è divenuto oggetto di salvezza.17 ____________ 17. Jean Baudrillard, La société de consommation, Gallimard, Paris 1970, p. 200 (traduzione nostra). 354 Si è spostato dunque il baricentro del potere, ma il potere è rimasto, è rimasto l’imperativo sociale che limita, non espande, la libertà individuale. Libertà del corpo sarebbe la libertà di esprimerlo in innumerevoli manifestazioni diverse; l’omologazione delle forme di espressione corporea, soprattutto femminile, nei media testimonia invece dell’esistenza di modelli dominanti e incontrastati. Goffman, in uno studio sulla messa in scena della differenza sessuale nelle immagini pubblicitarie, nota come la fotografia pubblicitaria costituisca una ritualizzazione di ideali sociali, e tutto ciò che impedisce all’ideale di manifestarsi è eliminato, soppresso.18 Anche Galimberti denuncia certa letteratura sul corpo, che lo mobilita non ai fini di una liberazione delle sue potenzialità espressive, ma per un’emancipazione programmata in vista di uno sfruttamento più razionale e sistematico. E così, paradossalmente, questa “scoperta del corpo”, che si vuole presentare come premessa per la liberazione dell’uomo, è utilizzata per liquidare definitivamente l’uomo in quel soggetto unitario e omogeneo che è il sistema e la sua produzione. Questa, non contenta di sfruttare del corpo la forza-lavoro, ne sfrutta la forza del desiderio allucinandolo con quei bisogni da soddisfare quali la bellezza, la giovinezza, la salute, la sessualità, che sono poi i nuovi valori da vendere. Mobilitato dal potere nel processo di appetizione-soddisfazione, il corpo diventa quell’istanza gloriosa, quel santuario ideologico in cui l’uomo consuma gli ultimi resti della sua alienazione. Tutta la religione della spontaneità, della libertà, della creatività, della sessualità gronda del peso del produttivismo...19 A questo processo è rimasta assoggettata l’intera umanità, ma a farne le spese, secondo le analisi di Galimberti sarebbe stata soprattutto la donna. Ripercorrendo la fenomenologia della rappresentazione del corpo femminile nelle trasmissioni televisive analizzate, lo spazio di libertà espressiva di quel corpo sembra soccombere sotto le pressioni all’adeguamento a modelli prestabiliti di femminilità, senza ripensamenti, reinterpretazioni, scarti dalla norma. ____________ 18. Erving Goffman, La ritualisation de la féminité, in Yves Winkin (a cura di), Les moments et leurs hommes, Seuil-Minuit, Paris 1988, pp. 150-185. 19. Umberto Galimberti, op. cit., pp. 206-207. 355 Il corpo esibito come oggetto decorativo è un corpo oggettivato, privo com’è di identità, confuso con gli altri corpi e intercambiabile con essi. Ora immobile, ora pronto a mettersi in movimento su comando, questo corpo non entra mai autonomamente nella dimensione dell’attività, mantiene il posto che gli è assegnato e accompagnato da un eterno sorriso si presta bene a valorizzare il ruolo attivo di protagonisti maschili. Questo corpo disegna l’icona cristallizzata di una femminilità inoffensiva, intesa come docilità e passività. Il corpo sponsor, di cui le veline costituiscono il caso più esemplare, costituisce una sorta di marchio del programma Striscia la notizia, configurandosi come una radicalizzazione del processo di riduzione del corpo a oggetto-merce subordinato alle dinamiche della promozione. Il corpo misurabile è in primo luogo quello delle aspiranti modelle: la corrispondenza al canone diventa condizione e segno di appartenenza a un gruppo, alle cui regole è necessario uniformarsi. Ma l’ossessione delle misure si estende ben al di fuori di quel contesto. Il corpo misurabile è il corpo che rinuncia alla sua differenza per entrare in una classe di equivalenza all’interno della quale tutti gli oggetti sono interscambiabili; è un corpo che rinuncia alla sua soggettività per adeguarsi all’oggettività del modello, smette di essere regolato dalla propria esperienza per essere regolato dalla norma che genera la classe di equivalenza; rinuncia alla sua espressività interiorizzando il potere di controllo esercitato dal canone. Anche il corpo trasformato - che sembrerebbe racchiudere nel concetto di cambiamento una potenzialità espressiva - non fa che realizzare un adeguamento ai canoni estetici dominanti, attraverso una serie di pratiche sacrificali che vanno dalla dieta alla palestra, dai trattamenti estetici più vari agli interventi di chirurgia estetica ed esclude quelle possibilità espressive che il modello dominante non contempla. Il corpo che raggiunge la perfezione del modello soffre però di vertigini, deve scendere dal piedistallo per ritrovare la vicinanza dei corpi imperfetti e per proporsi a questi come un modello raggiungibile: di qui il corpo normalizzato, che continua a giocare con la dialettica realtà-modello. A questa esigenza di normalizzazione non devono essere estranee le dinamiche della promozione, che hanno interesse a proporre, come 356 testimonial dei vari prodotti, donne belle, invidiabili, desiderabili, ma non del tutto distanti e irraggiungibili. Il ricongiungimento di due icone femminili contrastanti e prima separate, la donna erotica e la donna che accudisce (moglie-madre), si realizza nel corpo domestico, che mantiene il suo erotismo, stemperandone gli elementi potenzialmente inquietanti e aggressivi nella cornice rassicurante della dimensione domestica. Il corpo fagocitante, infine, è il corpo che “divora” tutto ciò che lo accompagna, in particolare i testi che timidamente suggeriscono un senso diverso da quello espresso dal corpo, ma “esplodono” sotto la supremazia di questo, che costruisce così il senso dominante del messaggio. L’ambivalenza è solo apparente e non ammette, neanche in questo caso, scarti dalla norma: le dimensioni che concorrono alla creazione del senso dominante creando discrasia sono quelle consuete, inoffensive e semmai gratificanti per l’occhio maschile: il corpo sexy, la donna fragile, la donna domestica, ecc.; il corpo fagocitante è quello che afferma la superiorità delle sue ragioni su queste altre dimensioni e - a differenza del corpo domestico - suggerisce ma non riunisce icone femminili separate e contrastanti, rivendicando la sua assolutezza. Concludendo, il corpo della donna è sottoposto a uno sguardo continuo, insistente, uno sguardo che molto spesso, investendolo, lo priva della sua soggettività. I modelli di corporeità femminili rappresentati sono ridotti a un ristretto ventaglio di possibilità, poco sensibili a diverse modalità espressive e rimandano spesso a una iconografia tradizionale dei rapporti tra i sessi. 357 INTERVENTO DEL MINISTRO PER LE PARI OPPORTUNITA’ STEFANIA PRESTIGIACOMO Saluto il Presidente, l’amica Francesca Santoro e la ringrazio per avere promosso un incontro su un tema così sentito. Ringrazio anche chi ha presentato la ricerca, peraltro vivacizzata in questa seconda parte dalle immagini che credo in tutte noi abbiano sollecitato una serie di riflessioni aggiuntive, probabilmente. La ricerca propone alcuni interrogativi e fornisce alcune conferme, quelle che l’équipe di ricercatori ribadisce, rispetto alle impressioni che ciascuno di noi da utente televisivo si è formato in questi ultimi anni guardando la TV, riguardano in primo luogo la considerazione che il luogo virtuale della televisione è uno specchio tutt’altro che fedele dell’universo femminile. Gli interrogativi riguardano il ruolo del mezzo, non sono interrogativi nuovi e non riguardano solo le donne, ma penso sia utile ad una riflessione collettiva chiedersi se la TV abbia in qualche modo un dovere di rappresentare autenticamente la realtà sociale, se possa avere, in una certa misura, una funzione didattica portatrice di valori positivi e moderni. Ma ci si deve domandare anche se e quanto i comportamenti, la cultura del nostro paese, vengano influenzate o condizionate dalla rappresentazione che ne fa la TV. Mi chiedo, insomma, se esiste un adeguamento di ritorno della società ai modelli televisivi, nel nostro caso con particolare riguardo al ruolo ed all’immagine della donna e quanto questo incida sui comportamenti ed i costumi femminili. Se la funzione della TV sia socialmente e culturalmente di avanguardia o invece di retroguardia, se sia cioè stimolo alla crescita e alla modernizzazione dei valori femminili, oppure sia strumento di riproposizione e di riaffermazione di modelli superati o, peggio, deteriori. In ogni caso non penso che la TV sia, come spesso sembra, ascoltando certi commenti o lo spazio che sui media viene dedicato a questo mezzo, la fonte di tutti i mali del paese. Credo che occorra misura e ragionevolezza nel porre i problemi in un giusto ambito; la gente fuori dalla TV e dal ristretto circolo di persone, personaggi del mondo dello spettacolo, politici, giornalisti, sportivi che 358 attorno all’ambiente televisivo ruotano, verosimilmente non annette alla televisione, ed a quello che la TV propone e che dice, quell’importanza che sovente le si dà. L’offerta di programmi e la possibilità di scelta in prospettiva porrà il problema dell’utenza televisiva e massmediologica in termini sostanzialmente diversi da quelli attuali, una situazione che è già in molta parte attuale per giovani che hanno più dimestichezza con le nuove tecnologie. Se non si tiene conto di queste trasformazioni, si corre il rischio di concentrarsi solo su utenze che culturalmente e tecnologicamente fra poco saranno datate. Forse presto dovremo chiederci quale sia il modello femminile che emerge, ad esempio nelle affollatissime chat-line serali e notturne, frequentate da teen ager e giovani e quale incidenza avrà questa cultura sulla società dei prossimi decenni. Tor nando alla TV, la ricerca evidenzia opportunamente la sostanziale dicotomia fra fiction e intrattenimento, da un lato telefilm che sia pure fra inevitabili cadute ed approssimazioni si sforzano di seguire la realtà, di rappresentarla, di illustrarne i fenomeni e tematiche; dall’altro, l’intrattenimento in cui la donna è essenzialmente corpo, valletta, minigonnata, letterina scollata, velina ironica, ma non per questo meno esposta. Esiste una distanza, un’estraneità, quasi una separazione comunemente accettata fra una società in cui le donne sono sempre più classe dirigente e sono già nettamente ceto più qualificato, culturalmente più attrezzato, ed una dimensione dello spettacolo televisivo in cui, tranne rare eccezioni, il corpo femminile nudo diventa elemento scenografico, oggetto di inquadrature insistite da manuale di anatomia, da sindrome voyeristica nazionale. Un eccesso che non trova riscontri, almeno in queste proporzioni, in altri paesi di cultura simile alla nostra, si tratta però di un fenomeno diffuso, è tutto il sistema della comunicazione che propone il corpo femminile come testimonial, dalla pubblicità che veicola il nudo, non solo per promuovere la lingerie ma anche il silicone sigillante, l’acqua minerale, lo yogurt, fino alla vexata quaestio delle copertine dei settimanali politici. Credo che su questo tema sarebbe necessario anche un approfondimento fra le donne perché a tratti mi pare di cogliere una sorta di assuefazione a questa costante esposizione del corpo 359 femminile: c’è come una quiescenza culturale ad una iconografia dell’intrattenimento che prevede invariabilmente una certa dose di epidermide femminile, come se la componente dell’attrattiva sessuale ostentata, dibattuta, fosse una conditio sine qua non dello spettacolo. Non intendo qui fare discorsi in odore di bigottismo, la liberazione della donna è anche libertà di esporsi se lo ritiene e se ha voglia di farlo, mi rendo pure conto però che in un mezzo come la TV che naturalmente privilegia l’immagine, un gradevole aspetto estetico può agevolare l’accesso ad un mondo che è ostico ed in cui è difficile farsi notare. Però, inevitabilmente, viene da chiedersi come mai, mano a mano che il ruolo della donna nella società civile cresce, mano a mano che la componente femminile si afferma nel mondo delle professioni e del lavoro in genere, cioè, mano a mano che nella società le donne acquistano un ruolo che prescinde dal loro aspetto estetico, vada crescendo nella pubblicistica, come nello spettacolo televisivo leggero, questa sovraesposizione del corpo femminile come oggetto, come tappezzeria dal richiamo sessuale inequivocabile. Ricordo di aver notato questo parallelismo in maniera netta nei giorni caldi delle operazioni militari in Afghanistan: prima sui TG ascoltavamo le cronache della guerra raccontate con grandissima professionalità da donne, tali, infatti, erano quasi tutti gli inviati di guerra delle TV nazionali, le ammiravamo per il loro coraggio, la loro forza, la loro capacità di essere testimoni attente e puntuali; mezzora dopo, sugli stessi canali, quando dall’informazione si passava allo spettacolo, le donne venivano ricacciate indietro e tornavano ad essere discinta scenografia, quasi sempre muta, di show prevalentemente a guida maschile. Sto generalizzando, ma certamente il ruolo femminile nell’intrattenimento, come evidenziato anche dalla ricerca, è molto lontano dalla posizione che la donna ha oggi nella società. Tuttavia non credo che questo dato vada enfatizzato, anche se sovente colpisce la sostanziale gratuità dell’esibizione della seminudità femminile in spettacoli che per il loro contenuto e la loro struttura non ne avrebbero bisogno. A voler fare una lettura in chiave sessista del fenomeno, si potrebbe 360 pure ipotizzare che questo ruolo dequalificato delle donne nello spettacolo sia una risposta maschilista alle posizioni che in altri ambiti, televisivi e non, le donne stanno acquisendo e forse, in una lettura del genere, potrebbero esserci anche elementi di verità come se, laddove la TV è più affrancata dal dovere di verosimiglianza, ci fosse spazio per un’egemonia delle impostazioni maschili che altrove sono costrette invece sulla difensiva dal crescere del ruolo femminile. Sono però ottimista, ritengo che ci sia bisogno di donne anche nelle stanze dei bottoni delle TV nazionali, laddove si decidono i programmi e spero che in tempi brevi questo accadrà, naturalmente anche per l’impegno delle donne italiane e penso che tutte noi lavoreremo perché ciò accada. Ritengo che in una televisione più equilibrata nei ruoli decisionali fra donne e uomini, probabilmente anche certi eccessi, certe sovraesposizioni del corpo femminile potrebbero essere ridimensionate, senza crociate, senza falsi pudori, senza atteggiamenti cesori che oggi non hanno motivo di esistere. Una riflessione breve, vi assicuro, merita anche l’analisi fatta sulla fiction; da teleutente concordo con la valutazione complessiva che la fiction rispecchia in maniera più attendibile la complessa realtà femminile, i ruoli sono diversificati, si vanno affermando donne che sono protagoniste nei mestieri e nelle professioni e anche talvolta donne che vivono in positivo lo sdoppiamento del ruolo di madre e moglie con quello di poliziotto, giudice, giornalista. Anche in questo caso, tuttavia, opportunamente i ricercatori lo hanno sottolineato, esistono elementi che pongono le donne un passo indietro rispetto alla condizione femminile come viene vissuta oggi in concreto. Mi riferisco al fatto che, tranne lodevoli eccezioni, quando la donna assume ruoli di leadership, nella maggior parte dei casi assume connotazioni proprie del ruolo maschile e si tratta di connotazioni prevalentemente negative, che sovente si sommano con un approccio complessivamente perplesso quando non dichiaratamente ostile dei compromessi, delle mancanze, dei sacrifici che tali donne impongono alla loro dimensione familiare, in primo luogo, alla cura dei figli. Quello che colgo è un atteggiamento diffuso secondo il quale il padre che trascura moglie e figli per il lavoro, quando non è il cattivo di turno, è uno che, poveretto, per far campare la famiglia si priva di tante 361 cose belle, degli affetti dei suoi cari; quando invece è la donna nella medesima situazione, il messaggio che arriva è di sottile biasimo perché sottopone la sua famiglia a tante privazioni pur di soddisfare la sua propria ansia di carriera. Al contrario, le donne che non lavorano e che si dedicano solo alla famiglia sono viste di solito con un atteggiamento molto più benevolo. C’è, insomma, a volte sottesa, a volte espressa, una muta censura per la donna che pretende di conciliare famiglia e lavoro. Questo è un dato culturalmente inaccettabile, ancorché molto presente nella parte maschile della società, specie in quella non più giovanissima, ma è soprattutto un dato che sta diventando oggettivamente falso. Le più recenti statistiche demografiche, le abbiamo lette ancora pochi giorni fa sui giornali, attestano infatti che il modello di famiglia che si sta affermando in Europa, ma anche in Italia, è quello in cui la donna lavora. Sono queste le famiglie del futuro, quelle a cui il nostro continente affida le speranze di una ripresa demografica, quelle che in parole povere fanno e faranno più figli. E’ sintomatica la situazione italiana in cui al Nord, dove il tasso di occupazione femminile è alto ed in grande crescita, stanno ricominciando ad aumentare le nascite dopo tanti anni, mentre al Sud, dove le donne che lavorano sono purtroppo ancora troppo poche (lo dico con rammarico da donna del Sud), il trend negativo delle nascite continua. Questi dati evidenziano lo scarto esistente soprattutto in termini culturali fra le pur avanzate narrazioni della fiction televisiva ed una realtà femminile che corre e si evolve forse più velocemente della penna degli autori. Ciò detto, tuttavia, credo che occorre dare atto a questo settore della TV, sia pubblica che privata, di fare uno sforzo, peraltro coronato da successi di audience, per proporre storie che vedono le protagoniste in positivo, donne moderne, autonome, con tanti problemi, come tutte ne abbiamo, ma che si pongono in termini di assoluta parità rispetto all’universo maschile. Concludendo, vorrei ricollegarmi alla riflessione iniziale, cioè se e quanto, costume e comportamenti femminili siano influenzati da una TV che a volte è specchio complessivamente attendibile della realtà delle donne, mentre altre volte invece propone modelli deteriori 362 incentrati esclusivamente sulla sfera dell’attrazione sessuale. Penso che, in una società impregnata di comunicazione come la nostra, sia difficile valutare i flussi di condizionamento fra realtà e media. Ci sono episodi che mi lasciano francamente sconcertata, come l’appeal che periodicamente gli autori di atroci assassini, per ultimo il caso di Erika e i suoi pretendenti e fidanzati, suscitano in persone che di loro ovviamente hanno appreso soltanto attraverso la grancassa dei giornali e soprattutto di TV. Ci sono modelli proposti come quelli delle ragazze seminude spalmate (è il caso di dirlo) sugli spettacoli di intrattenimento che mi inquietano un poco per la valutazione della donna solo come oggetto di attrazione fisica che sottintendono. Ma c’è anche una TV che è strumento di crescita, indicatore di esempi positivi da seguire, come quella delle anchor woman, delle inviate di guerra a Kabul e non posso non ricordare anche in questa occasione Maria Grazia Cutuli che ha pagato il prezzo più alto alla sua professionalità e alla sua sfida ad un ambiente come quello dei talebani che predicava l’annullamento delle donne. A questo proposito ricordo che proprio il prossimo 27, su iniziativa della RAI, ci sarà una presentazione di una ricerca proprio sul ruolo delle donne nell’informazione, patrocinata dal dipartimento per le pari opportunità. Ci sono tante donne coraggiose, donne magistrato, donne poliziotto, tante efficientissime imprenditrici e commercianti. Anche questi modelli passano attraverso la TV che propone tante show girl, comiche, donne capaci di un intrattenimento diverso, ma non per questo meno efficace e capace di attrarre il grande pubblico. Questa è la televisione moderna, quella che io preferisco, quella che nel tempo, ne sono convinta, sarà vincente, anche perché tutte lavoriamo, perché a vincere sia la qualità e, lasciatemelo dire, la qualità è proprio un vocabolo al femminile. 363 DISCUSSANTS NORA RIZZA (*) Professore associato di sociologia delle comunicazioni di massa all’Università di Bologna Ringrazio il professor Losito e la dottoressa Malchiodi che ci hanno esposto la ricerca in maniera così significativa. Era difficile sintetizzare, presentare una ricerca che, vi assicuro, avendo una qualche esperienza di lettura, quanto meno, di ricerche simili svolte in Italia in scarsa misura, ma soprattutto all’estero, che si tratta di una ricerca svolta con un’accuratezza e anche una profondità di analisi davvero non comune. Ovviamente l’oggetto di questa ricerca è di grande rilevanza, sono due oggetti, la donna e il lavoro, sono davvero due nodi cruciali di tutta la società e della società attuale in particolare. Credo siano proprio due lenti attraverso le quali si può osservare il mutamento sociale, notarne le contraddizioni, gli stati di avanzamento, la situazione nazionale rispetto a quella dei paesi a noi vicini. Se è vero che questi due soggetti, donna e lavoro, sono così importanti, penso nessuno ne possa dubitare, è vero anche che la televisione oggi, nonostante le numerose avvisaglie di superamento, resta soprattutto nel nostro paese, uno strumento essenziale di rappresentazione e di socializzazione della cultura. E’ vero che allora la televisione come strumento di rappresentazione, di informazione, se non recepisce questi due temi così cruciali in modo da rappresentare il mutamento, rischia in primo luogo, prima ancora di pensare agli effetti probabili, di perdere la propria legittimazione sociale. Noi sappiamo che il mutamento sociale e le trasformazioni problematiche che segnano sia la condizione femminile che il campo del lavoro, possono essere percepiti nel flusso televisivo, rappresentati, anticipati, oppure ignorati del tutto. Una televisione che è lontana dai modelli di valori effettivi, quelli portati dalle principali trasformazioni in atto, risulterebbe poco in sintonia con l’oggetto della propria ––––––––––––––––– (*) Intervento non corretto dall’autore. 364 rappresentazione, quindi in difetto di legittimazione, almeno rispetto alla struttura sociale ed al clima socio-culturale che la pervade, e quindi rischierebbe di essere poco congruente con il vissuto del proprio pubblico. Una televisione che invece lasciasse spazio alle tracce di quanto avviene nel corpo sociale, non solo si troverebbe più in linea con il cambiamento, ma anche con la percezione sociale dei destinatari, avrebbe maggior forza come punto di riferimento. Se posso estrarre alcuni degli aspetti che mi sembrano più significativi tra i tanti – mi scuso in primo luogo con i colleghi per dover banalizzare generalizzando la ricerca che invece è così puntuale – se è vero che in questa ricerca viene fuori in maniera molto chiara che esiste una sorta di schizofrenia tra i diversi comparti della programmazione televisiva, per quanto riguarda la fiction, comparando anche i risultati delle ricerche con ricerche ormai datate, sembra di poter notare come ci sia uno sforzo, quanto meno di narrativizzare, di mettere in forma, di raccontare una realtà in mutamento, che ovviamente, visto il genere della fiction, non può superare gli stereotipi, anche necessari proprio come strumenti di scambio comunicativo; ma sono stereotipi che mi sembrano più articolati, che rispondono ad una percezione sociale più ampia. Per quanto riguarda la fiction dobbiamo anche notare – sono osservazioni a latere della ricerca – che in questa offerta così compatta da un punto di vista quantitativo, c’è un’offerta di fiction quantitativamente importante nella televisione italiana, e se è vero, come faceva notare giustamente la dottoressa Santoro in apertura, che ancora la produzione nazionale è minoritaria rispetto a quella degli acquisti, dobbiamo però notare come ci sia stato un grande sforzo, da parte sia della televisione pubblica, che della televisione commerciale, di dar vita a produzioni nazionali. Propongo al dibattito, soprattutto all’attenzione del professor Losito, questa osservazione: cioè nell’ambito della definizione dei caratteri e delle personalità, è possibile individuare, a partire dai dati e dalla scheda che avete predisposto per questa ricerca, oppure, pensate che sia possibile articolare successivamente la ricerca, in modo da tener conto di quelli che sono i caratteri e i tratti di personalità, in particolare della 365 condizione femminile, che sono presenti nei prodotti italiani e seriali, cioè in quei prodotti concepiti per la televisione e che riempiono i palinsesti in quella formulazione a striscia giorno dopo giorno. Se il ritratto della televisione italiana sotto la prospettiva della condizione femminile vuole essere in qualche modo anche predittivo di quella che può essere la percezione sociale della televisione ed eventualmente le implicazioni sul piano degli esiti, non parlo di effetti in senso stretto, penso che dovremmo anche considerare la forza della riproposizione quotidiana di determinati valori, ma anche di determinati personaggi. Esistono dei personaggi, dei tipi, o degli idealtipi, dei caratteri che, per la massiccia riproposizione, per il loro ricomparire e dare appuntamento al pubblico, incunearsi anche nelle pieghe delle abitudini della temporalità quotidiana, hanno anche una loro forza di impatto, una capacità di comunicazione vera e propria che è senz’altro più incisiva di quella di personaggi, magari dello star system o del divismo inter nazionale che appaiono in film concepiti per il cinematografo e poi proposti in televisione. A me sembra di notare, non da un’analisi ovviamente accurata e scientifica come quella che è stata da voi condotta, ma da osservatrice più o meno qualificata della televisione, che nelle produzioni di fiction italiana, sia della televisione pubblica che della televisione privata, ci sia stato negli ultimi anni uno sforzo davvero considerevole di far entrare delle tematiche che fanno parte del vissuto della donna oggi, tematiche che vanno dalla sfera affettiva, la sfera della riproduzione dei rapporti di coppia, rapporti madre e figlio, comunque rapporti intergenerazionali, alla sfera del sociale, che è quanto meno apprezzabile. Comunque propongo questo tema all’attenzione della ricerca e anche come suggerimento per approfondimenti successivi. Mi collego a questo aspetto della quotidianità, della riproposizione di modelli che, se nella fiction può avere risvolti positivi, proprio per un certo sforzo produttivo a livello di sceneggiatura, di scrittura vera e propria, lo stesso discorso si ribalta completamente di esito per quanto riguarda l’intrattenimento che possiamo considerare come una sorta di vasta landa desolata, anche se molto attrattiva sul piano delle luci e delle paillettes, degli aspetti così attraenti per il pubblico, ma è una 366 vasta landa desolata e contaminata dove i vecchi cliché dello spettacolo di varietà si sono mischiati e intrecciati alla conversazione vera e propria su tutto ciò che è umano, tutto ciò che compete almeno potenzialmente all’esperienza delle persone. E’ difficile distinguere nell’ambito dell’intrattenimento che cosa effettivamente divide e distingue i programmi del pomeriggio, da “La vita in diretta” ai programmi che tengono insieme come contenitori ciò che avviene nelle piazze e nelle case d’Italia, da programmi serali di informazione che sono concepiti con una logica da un punto di vista di formato comunicativo che è quella dell’intrattenimento. Concordo con quanto il ministro ci ha fatto notare, cioè questa discrasia tra la figura della giornalista, la figura dell’inviato che ha popolato i nostri schermi – ahimè!, visto il tema che era in causa alla fine dell’anno appena trascorso. È vero però che esistono programmi di informazione, di approfondimento gior nalistico dove ancora la presenza della donna è una presenza di abbellimento, è lo specchietto per le allodole, ciò che serve per alleggerire, e questo francamente lo trovo, come telespettatrice, come cittadina e, soprattutto come donna, fortemente offensivo. Riporto un dato di esperienza: ho avuto consuetudine con moltissimi studenti stranieri che con il programma Erasmus vengono a studiare per periodi determinati in Italia, particolarmente per quanto riguarda la mia esperienza a Bologna. Ovviamente si tratta di ragazzi e ragazze moderni, svegli, ragazzi di mondo se vogliamo; insegnando io materie che si occupano di comunicazione di massa e di televisione, nei nostri colloqui, anche prima degli esami finali, si parla molto di quello che è la loro esperienza di telespettatori in Italia comparata a quella dei loro paesi. E’ un dato davvero impressionante il ritorno di questa osservazione circa questa esibizione del corpo femminile che crea stupore, in primo luogo, poi anche disagio e in qualche caso scandalo. Non si tratta certo di un’ottica bacchettona, ma veramente un’ottica di cittadinanza che viene negata alla donna, così come viene proposta nella televisione italiana. Soltanto un’ultima osservazione che è un po’ residuale, così come è residuale la presenza del lavoro in televisione che è stata analizzata. La 367 ricerca si occupa di donna e di lavoro, della condizione femminile, di come la donna è rappresentata in televisione e come il lavoro della donna, in particolare, è rappresentato in televisione. Vorrei osservare che, se possiamo notare questa schizofrenia, questa specializzazione anche funzionale per generi che certo non depone a favore della capacità rappresentativa della televisione nel suo complesso, per il lavoro direi che forse questo dato è ancora più importante e preoccupante. Penso che oggi la comunicazione di massa in generale, quindi non soltanto la televisione ma penso in particolare anche al cinema, sia piuttosto incapace di rappresentare la sfida che le grandi trasformazioni, le nuove tecnologie, i mutamenti sociali hanno portato nella concezione del lavoro e nelle pratiche di lavoro contemporanee. Ci sono stati periodi in cui il lavoro obbediva anche a logiche industriali più tradizionali, almeno viste con gli occhi attuali, in cui soprattutto il cinema è stato capace di rappresentare i paradossi, le contraddizioni, gli aspetti del lavoro nella società contemporanea. Oggi mi sembra che la comunicazione di massa nel suo complesso e, in particolare, la televisione si limiti ancora, anche nella fiction, che è il caso più fortunato, più felice se vogliamo, a rappresentare degli stereotipi e anche dei modelli lavorativi che sono decisamente arretrati. Sembra che anche da parte degli sceneggiatori, che pure tanto si stanno sforzando per recepire il mutamento per quanto riguarda la sfera affettiva, il dato di personalità, ci sia ancora una sostanziale incapacità di lettura e di penetrazione di questo mondo così complesso in cui viviamo. Resta ovviamente da valutare quanto fa il grande assente dai discorsi di oggi, cioè il settore dell’informazione, quello che più dovrebbe assolvere ad una funzione di rappresentazione speculare o di rappresentazione significativa della società d’oggi. Pongo come interrogativo, però con una sostanziale perplessità e pessimismo, se l’informazione sia davvero in grado oggi di rappresentare donne, il mutamento che riguarda la donna e il lavoro. Mi auguro che ci sia spazio per discutere con i ricercatori, ma anche in futuro con quanti sono qui presenti, sui suggerimenti, su queste domande che ho lanciato e mi auguro anche che, accanto a questa grande capacità che i ricercatori oggi ci hanno dimostrato, di 368 interpretare come la televisione funziona ci sia spazio anche per assumere degli impegni che riguardano la percezione sociale di questa televisione. In altre parole voglio dire che dovremo porci anche il problema di come questo puzzle, questo mosaico che voi ci avete restituito, si rapporta alla percezione dei diversi pubblici, delle diverse generazioni che sono davanti alla televisione, di quanto possa essere capace questo sistema rappresentativo in questa che giustamente Losito ricordava essere una rappresentazione come costruzione della realtà, come e quanto questa costruzione sociale della presenza femminile e del lavoro determini o quanto incida nella enciclopedia del mondo che si viene formando, soprattutto nelle nuove generazioni. 369 GIANCARLO ROVATI Professore ordinario di sociologia all’Università di Genova 1. La ricerca curata da Gianni Losito e Manuela Malchiodi spinge il lettore a misurarsi con due ordini di questioni: la prima riguarda la comunicazione veicolata dalla televisione ed i suoi effetti sulla collettività; la seconda riguarda invece la natura del mezzo televisivo, i suoi linguaggi, le sue logiche interne. Per entrare nel merito di tali questioni mi pare utile prendere le mosse da due connotazioni del mezzo televisivo: la televisione è un ospite fisso ed è uno specchio dei desideri. E’ un “ospite fisso” perché per una grande quantità di ascoltatori – tra cui, in primo luogo, quelli di età anziana che escono poco di casa è un elettrodomestico permanentemente acceso, con lo scopo di mantenere un certo rumore di fondo, di interrompere il silenzio della solitudine, di tenere un po’ di compagnia. Da qui nasce la domanda di intrattenimento. Come tutti gli ospiti permanenti, la televisione diventa però anche una presenza invasiva, che avanza delle pretese e cerca di imporre le sue regole. Non appena ci si lascia coinvolgere dalla televisione – si cessa cioè di lasciarla relegata al ruolo di rumore di fondo – essa si trasforma in un ambivalente “specchio dei desideri”. Nella televisione si specchiano infatti i desideri dei produttori (produttori, registi, attori, ecc.) e i desideri dei consumatori, talora corrispondenti, ma mai simmetrici. Sul versante dei consumatori troviamo il desiderio di intrattenimento e di evasione, ma anche il desiderio di essere informati, di riflettere, di poter confrontare il proprio mondo domestico con il mondo più vasto in cui si vive. Sul versante dei produttori troviamo gli stessi desideri, con la differenza tuttavia che l’ultima parola spetta principalmente a costoro, al di là della conclamata sovranità del consumatore. La ricerca di Losito e Malchiodi ha messo in evidenza quanto ampia sia la somiglianza delle trasmissioni mandate in onda nelle stesse fasce orarie dalle emittenti che dovrebbero essere tra loro concorrenti; in via di fatto esse realizzano una sostanziale omologazione culturale, che non viene minimamente scalfita da alcune marginali variazioni sul tema. Sarebbe in proposito interessante promuovere un confronto con coloro 370 che hanno realizzato le trasmissioni esaminate dalla ricerca, per verificare se gli obiettivi ed i significati messi in scena siano davvero consapevolmente perseguiti e padroneggiati dagli intermediari culturali che ne sono i diretti responsabili. Fino a che punto il grande imperativo del “fare audience” - a cui tutti i produttori televisivi devono oggi rispondere proprio perché la televisione è un ospite fisso e deve funzionare 24 ore su 24 - lascia spazio ad un effettivo pluralismo culturale, o piuttosto non incentiva l’appiattimento su standard autoreferenziali, ritenuti indiscutibili? Chi produce la televisione si costruisce un’immagine dei suoi interlocutori e poi si giustifica dicendo di “dover” offrire loro ciò che più gradiscono. Così facendo, il produttore “coltiva” la sua audience, la forma, la indirizza, la condiziona, precostituendo, di fatto, la gamma delle alternative. Il produttore riesce per lo più a realizzare le sue “profezie che si autoadempiono”, mentre il consumatore ha enormi difficoltà a contrapporre le sue “profezie che si autosmentiscono”. La inevitabile competizione per conquistare l’audience potrebbe invero innescare un processo riflessivo di segno diverso, finalizzato ad innalzare la qualità dei programmi e dei contenuti, piuttosto che ad innescare una perversa ricerca del sensazionalismo e della cosiddetta “trasgressione ad ogni costo”. Osservando uno dei grafici elaborati dagli autori, mi ha colpito la sostanziale simmetricità dei generi e dei contenuti tra le diverse reti televisive; nelle stesse fasce orarie ciascuna di esse cerca di rispondere colpo su colpo, ma in tal modo finisce per proporre trasmissioni fotocopia, con qualche variante. In qualche misura anche i produttori della televisione subiscono una sorta di tirannia dell’audience, ricercata ad ogni costo, ma proprio questa situazione potrebbe spingere a fermarsi un attimo, a riflettere e a trovare un accordo di diverso genere: soddisfiamo il bisogno di audience ma su standard qualitativi più elevati. Nulla vieterebbe di trovare una sorta di “par condicio” qualitativamente più alta. 2. La seconda considerazione sta nel valore e nella funzione altamente positiva, direi maieutica, della ricerca sociale. Ci siamo trovati per riflettere su una indagine condotta secondo i canoni propri di 371 un “sapere esperto”, di natura sociologica e semiologica. A molti dei presenti sfugge probabilmente quanto lavoro sia necessario per realizzare l’analisi del contenuto di una settimana di trasmissioni televisive; chi ha provato a svolgere un’analoga impresa anche solo con delle interviste sa bene quante ore siano necessarie per trascrivere ed analizzare una sola ora di conversazione; vi invito allora ad immaginare quanto tempo è stato necessario per riesaminare ciascuna ora di trasmissione televisiva. I ricercatori hanno impiegato vari mesi di lavoro per analizzare, decodificare, classificare i materiali presi in considerazione. I risultati della loro ricerca sono comunicati con modalità comprensibili anche a livello del senso comune, ma derivano da un procedimento nient’affatto ovvio e scontato, perché basato su un’insieme di regole che vincolano in parte a priori e in parte a posteriori coloro che fanno ricerca scientifica. Il dispendio di energie intellettuali ed economiche richiesto da questo tipo di analisi spiega, in buona misura, perché la televisione sia tutto sommato poco indagata in chiave critica ed autoriflessiva. 3. Gli autori della ricerca hanno documentato in modo persuasivo quanto grande sia lo spazio dato dalla televisione al corpo femminile; senza riprendere le argomentazioni già esposte, vorrei limitarmi a sollevare un interrogativo: in che misura l’iperesposizione del corpo femminile è determinata da una televisione che ultimamente non parla altro che di se stessa? La televisione esibisce anzitutto se stessa, il mondo delle sue professioni, composto da coreografi, ballerine, vallette, presentatrici, veline, ecc.; si tratta di figure professionali destinate per lo più a fare da contorno muto ai pochi privilegiati che possono prendere la parola e che possono in tal modo riempire di contenuti e di significati gli spazi messi a loro disposizione. La figura delle “veline” è stata additata in precedenza come un termine di paragone negativo, si deve tuttavia constatare che esse fanno già parte del mondo delle “privilegiate”: stanno sotto le luci della ribalta, hanno la possibilità di recitare una parte, stanno fuori dal coro anonimo delle centinaia di figuranti di seconda e terza fila che popolano lo schermo. La televisione non stop, 24 ore su 24, ha bisogno di riempire i suoi palinsesti con figure attraenti e seduttive, anche a costo 372 di perseguire (ed alimentare) la logica deteriore della mercificazione del corpo. Il piacere di piacere è una componente connaturata a tutti i personaggi televisivi (e in genere a tutti coloro che hanno un ruolo pubblico); si può perseguire questo obiettivo con maggiore o minore buon gusto, non possiamo peraltro trascurare il fatto che – per determinante influsso anche della televisione – noi viviamo in una società che ha il culto dell’estetica, una società dove tutte le dimensioni dell’apparire sono estremamente esaltate e rappresentano una risorsa comunicativa; tanto più la vita sociale è basata su rapporti fugaci e a distanza, tanto più l’apparenza acquista un ruolo importante; solo quando ci si frequenta e ci si conosce da vicino si riescono a scoprire le virtù nascoste di ciascuno. Dato che la televisione è, per eccellenza, uno strumento di comunicazione a distanza, senza interazione biunivoca, non sorprende che essa cerchi di comunicare attraverso l’uso (e l’abuso) delle sensazioni più immediate, suggestive, effimere. Molti protagonisti della televisione, uomini e donne di spettacolo, non saprebbero probabilmente integrare le risorse della loro apparenza con la capacità di argomentare; questo paradosso dipende però da chi sceglie di mettere in scena certi personaggi piuttosto che altri. 4. Vorrei ora accennare ad un altro ordine di considerazioni. C’è una riflessività della televisione che utilizza propri linguaggi e proprie forme di interpretazione della realtà e dunque anche forme di ideologia; ma c’è anche una riflessività sociale, di cui sono protagonisti gli utilizzatori della televisione. E’ il caso di osservare che una parte non piccola delle trasmissioni televisive ha un impatto limitato sul suo pubblico; molti anziani tengono accesa la televisione, ma non è detto che la guardino; una buona parte del mondo giovanile usufruisce della televisione, ma la sente per lo più estranea e lontana. Anche la formula del talk show – che pure tende a dare l’idea che ciascuno possa prendere la parola per raccontare la sua vita reale – non riesce a colmare la distanza. La televisione non è esente dal controllo sociale di chi ne usufruisce, dipende cioè dalla posizione del consumatore, che non è detto coincida con quello del produttore. Il consumatore televisivo è spesso 373 immaginato come un soggetto passivo, incapace di esercitare un’efficace sovranità, non mancano però esempi contrari, che tendono ad aumentare quanto più crescono le possibilità di scelta offerte da canali televisivi e trasmissioni tematiche. I più recenti dati statistici mostrano in effetti che negli ultimi cinque anni (1995-2000) le persone che seguono la televisione sono diminuite, mentre è rimasta stabile la quota di coloro che ascoltano la radio. E’ aumentata anche la variabilità dei momenti in cui il pubblico usufruisce dei messaggi trasmessi dai media: sono diminuiti gli spettatori che guardano la TV alla sera, mentre sono aumentati quelli del mattino e dell’ora di pranzo; il calo di pubblico è risultato particolarmente pronunciato nel campo dell’informazione televisiva a vantaggio di quella radiofonica, più veloce e flessibile, ma anche più capace di approfondimenti. Il fenomeno è più diffuso al Nord rispetto al Sud e tra le persone con istruzione superiore. Sulle trasformazioni della fruizione televisiva ha inciso la crescita della quota di famiglie che possiedono un’antenna satellitare, che consente di oltrepassare i vincoli e le offerte delle televisioni tradizionali. 5. La ricerca ha messo in evidenza delle problematiche televisive e comunicative, ma anche delle problematiche sociali, aiutandoci, anche in questo caso, ad acquisire una prospettiva maggiormente riflessiva. Emblematica è la rappresentazione televisiva del lavoro femminile; su questo punto anche la televisione resta culturalmente inadeguata, perché non riesce a mettere a fuoco la dialettica che contraddistingue il lavoro femminile: riuscire a conciliare il principio delle pari opportunità con il diritto alla differenza, che implica adeguate forme di tutela e di riequilibrio. Gran parte delle rappresentazioni televisive ignorano questa problematica e propongono un modello di lavoro impraticabile per la maggior parte delle donne, specie in determinate fasi del ciclo di vita familiare. La fiction televisiva fa spesso ricorso a figure di donne in carriera, impegnate in attività per loro natura molto assorbenti, in termini di tempo e di energia; in questi casi le differenze tra gli atteggiamenti e gli stili di leadership maschili e femminili tendono ad essere eliminati, mentre prevalgono degli anonimi imperativi di ruolo (gestionali, 374 manageriali, di comando); scarseggiano invece i tentativi di far emergere il diritto alla differenza anche dentro a queste forme di lavoro. Eppure, nella vita reale, gli stili di comando femminili e maschili differiscono spesso in modo sensibile: le donne manager sono più capaci di coinvolgere, motivare, orientare allo scopo; sono più concrete, più preoccupate di essere efficienti che di apparire efficienti; sono meno interessate degli uomini alle ostentazioni meramente simboliche e formali del potere; quando possono comandare lo fanno senza scomodare oltre misura o la retorica del “servizio” o la retorica del dispotismo illuminato. Allenate a giostrarsi tra i vari ruoli e abituate a gestire rapporti non gerarchici e informali, anche le donne manager risultano più flessibili e in grado di agire in una logica promozionale e relazionale. Ancor più meritevole di attenzione da parte della fiction televisiva dovrebbe essere la situazione delle donne che non svolgono lavori d’élite ma semplici lavori ordinari (di insegnante, di impiegata, di operaia, di collaboratrice domestica, ecc..); questa situazione è invece sottorappresentata, così come sottorappresentata è la dialettica tra pari opportunità e diritto alla differenza. Dobbiamo constatare che anche la fiction televisiva potrebbe svolgere un ruolo importante nel rappresentare in modo equanime questa problematica. C’è una equità legata ai tempi e alla durata delle trasmissioni televisive, ma vi è anche una equità culturale. All’origine delle differenti opportunità di lavoro e di carriera tra gli uomini e le donne vi sono aspetti riconducibili alla persistente divisione dei ruoli familiari,specie in alcune fasi del ciclo di vita della famiglia e segnatamente nella fase della gestazione e della nascita dei figli. Le rilevazioni statistiche e le indagini sociologiche indicano che le attività di cura dei figli e degli anziani gravano quasi totalmente sulle donne; i 2/3 delle ore di aiuto erogate in un anno dalle reti di aiuto informale (stimate in 2 miliardi e 840 milioni) sono a carico dell’impegno femminile; anche se nell’ultimo quinquennio è cresciuto sia il tasso di occupazione femminile che il tasso di attività delle donne con figli permangono forti squilibri rispetto alla situazione maschile; sulle donne ricade un doppio ruolo lavorativo e familiare ed è pertanto logico che esse ricerchino opportunità occupazionali in grado di fornire 375 una maggiore flessibilità di orario lavorativo. La compatibilità tra carichi familiari e tipo di lavoro è la principale causa di abbandono dell’attività lavorativa, specie in occasione della nascita del primo o del secondo figlio. Per molto tempo si è pensato di poter far fronte a questa dinamica attraverso il potenziamento dei servizi sociali, trascurando quasi del tutto lo sviluppo di rapporti di lavoro più flessibili ancorché pienamente garantiti. L’esperienza degli altri paesi europei conferma che il tasso di attività femminile è più alto laddove si è fatta una politica del partime, oltre che dei congedi parentali e dei servizi decentrati. Gran parte della occupazione femminile europea si è estesa grazie ad una politica del part-time scelto; ma nel nostro paese questa politica non è mai stata seriamente intrapresa. Per dare reali opportunità di scelta lavorativa alle donne è senz’altro opportuno favorire l’attivazione di maggiori reti di sostegno pubbliche e private; appare in ogni caso opportuno partire dalla consapevolezza delle differenze per arrivare alle pari opportunità, piuttosto che affermare retoricamente le pari opportunità senza misurarsi fino in fondo con le differenze. 6. Un ultimo aspetto evidenziato dalla ricerca riguarda la rappresentazione dei valori femminili e dei valori maschili. In aggiunta alla tipologia presentata dai ricercatori – che pone l’accento sulle dimensioni adattive e remissive – mi pare opportuno sottolineare che la televisione rappresenta anche virtù femminili che interpretano adeguatamente una cultura della pace, una cultura che ha a che fare con la convivenza umana sia dentro le mura domestiche che quella tra i popoli e le nazioni. I tratti di questa cultura femminile, che chiamerei cultura della pace, comprendono l’accoglienza, l’ascolto e il dialogo. L’accoglienza non coincide con la subordinazione, l’ascolto non è passività, il dialogo è ben diverso dall’ossequio acritico. Condivido con i ricercatori il timore che anche questi atteggiamenti “forti” sono spesso rappresentati in forme depotenziate, sia nella sfera pubblica che in quella privata; proporrei allora di utilizzare una griglia di analisi delle trasmissioni televisive nelle quali la virtù dell’accoglienza, che ha a che fare con la 376 dimensione affettiva, sia tenuta insieme al giudizio, cioè alla dimensione normativa; viviamo infatti in una cultura dei buoni sentimenti che tende a rimuovere gli orientamenti dettati da giudizi di valore e criteri normativi. La virtù dell’ascolto, a sua volta, va messa in rapporto con il coraggio della denuncia, perché chi sa realmente ascoltare sa anche indicare che cosa e come cambiare. La virtù del dialogo non va infine disgiunta dal senso della giustizia e della lotta per ciò che si ritiene vero: l’accettazione di un metodo apparentemente più lento non coincide affatto con la rassegnazione e la mancanza di tenacia nel conseguire uno scopo. Utilizzando griglie di analisi con un diverso mix tra dimensioni “passive” ed “attive” si potrebbero valorizzare molti tratti vitali della cultura femminile, capaci di diventare profezia per l’intera società. 377 TAVOLA ROTONDA COORDINA: MIRIAM MAFAI Intanto devo ringraziare il CNEL che ha promosso questa ricerca e questa iniziativa, una ricerca che offre una grande quantità di spunti e si presta anche ad un dibattito più ampio di quello a cui abbiamo assistito. Personalmente avrei delle osservazioni da fare su una serie di cose che sono state dette, anche l’ultimo intervento del professor Rovati mi ha lasciato molto incerta su alcune affermazioni, però non è questo il mio ruolo, quindi mi astengo. Vorrei invece, per introdurre questa Tavola Rotonda, partire da un’affermazione di apertura di Francesca Santoro, quando affermava che la questione della promozione della donna e del suo ruolo nella società è un fatto di interesse non delle donne in quanto tali, ma è un fatto di interesse nazionale ed è indicativo e condizione dello sviluppo e del progresso del nostro paese. Ho l’impressione però che questo problema non sia tenuto fermo o, comunque, non sia tenuto presente da coloro che fanno informazione e in modo particolare da coloro che fanno televisione. Io tenderei, quindi, a misurare la validità dei programmi televisivi, e in genere dell’informazione, in rapporto a questo obiettivo; se noi riteniamo che esso sia di interesse nazionale e, quindi, condivisibile da uomini e donne, non è un problema soltanto nostro. La questione che vorrei porre, proprio sulla scia di questa affermazione è: cosa è possibile fare, come è possibile intervenire, cosa è possibile chiedere, cosa è opportuno pretendere da coloro che fanno televisione. Mi permetto di introdurre un solo elemento: la presenza delle donne nelle trasmissioni di carattere politico. Noi sappiamo benissimo quanto le donne siano sottorappresentate nella vita politica, tuttavia, ce ne sono molte di più di quante si vedono nelle trasmissioni a sfondo politico; vorrei che si facesse una piccola ricerca, abbastanza rapida, su quante sono le presenze di donne parlamentari o dirigenti di vita politica che appaiono nelle trasmissioni politiche. Il risultato sarebbe addirittura 378 agghiacciante. Mi chiedo sempre perché molte donne che appaiono nelle trasmissioni di Vespa vivano in camicia da notte, in genere gli uomini arrivano vestiti! Certo, non le politiche. Se è vero, come io credo sia vero, che la televisione rappresenta e influenza, rappresenta e determina insieme, credo che noi possiamo chiedere alcuni comportamenti, in primo luogo alla televisione pubblica, ma in fondo possiamo chiederla anche alla televisione nel suo complesso. Vorrei quindi che ragionassimo su questo problema, cosa si possa fare, come si possa precedere, quali iniziative si possano prendere per forzare un po’ in questo senso. MARINA PIAZZA Commissione Pari Opportunità A partire dai risultati della ricerca presentata, vorrei molto velocemente mettere l’accento su slcuni punti. Partiamo dalla conferma che le donne in TV ci sono, ci sono come operatrici della TV e ci sono come soggetti rappresentanti. La femminilizzazione del mercato del lavoro viene riprodotta anche in TV. Dunque non è con il paradigma dell’annullamento simbolico di Gerbner che interpretiamo la loro presenza o assenza ma piuttosto seguendo uno schema basato sul concettto di attribuzione di rilevanza che governa sia i processi di selezione che i processi di gerarchizzazione. Se guardiamo i processi di selezione – e quindi di esclusione – direi che c’è un perfetto parallelismo tra l’assenza delle donne nei luoghi del potere decisionale (caporedattori/direttore di testata ecc.) interni alla TV e la loro assenza nel momento del discorso politico. I dati sulla presenza di uomini e donne nei telegior nali, che l’Authority per le telecomunicazioni ha fornito alla Commissione, ci dicono ad esempio che nel mese di gennaio 2001 gli uomini, in quanto soggetti politici e istituzionali, hanno parlato nei telegiornali RAI cinque ore e mezza, le donne otto minuti; nei telegiornali Mediaset gli uomini hanno parlato per quattro ore e quaranta minuti, le donne per tre 379 minuti e trenta secondi. È un dato (che si ripete con poche varianze negli altri mesi) che nella sua crudezza ci parla della necessità di monitorare l’assenza per far emergere l’estrema disparità. Se guardiamo i processi di rilevanza – e quindi di gerarchizzazione – mi pare che dall’analisi che la ricerca fa della fiction emerga un tipo fondamentale che chiamerei della sobrietà/medietà. È un tipo femminile connotato dalla ricerca di un equilibrio costante, che ha il suo perno centrale nello smussamento del conflitto. È un femminile sommesso che si presenta come pacato e intelligente, non punta a fare emergere le contraddizioni, ma a inseguire un sogno di ricomposizione. È la rappresentazione di “normalità” delle vite femminili. Oggi le donne sono più scolarizzate e qualificate degli uomini quindi non si può rappresentarle soltanto come casalinghe, madri, operaie, segretarie. Sanno anche aggirarsi ai piani alti delle professioni, ma hanno anche saputo professionalizzare e modernizzare il loro ruolo familiare. Fanno proprio un modello normalizzato e pacificatore di doppia presenza che rischia di diventare un modo di dire che interpreta le nuove aspettative di ruolo e stabilisce la norma dell’esistenza femminile in una società modernizzata. Come se ci fosse un appiattimento in una figura femminile che sta assumendo tutti i contorni della rappresentazione sociale: è adulta, è sposata, è scolarizzata, ha un bambino e un quarto, lavora per il mercato. È orientata ai bisogni ma quando smette di provvedere agli altri è anche in grado di riflettere su se stessa. È sempre stanca e soprattutto buonissima: non solo svolge una serie di lavori indispensabili alla stabilità e al funzionamento sociale, ma ci si aspetta anche che sia lei a farsi carico di quei valori universali (la giustizia, l’uguaglianza, ecc.) che gli uomini, nella loro falsa coscienza, dichiarano di voler perseguire e di fatto non praticano, tanto meno nei suoi confronti. È dunque un modello di armonica ricomposizione che è sideralmente lontano dalla realtà contraddittoria, faticosa, ma anche ricca e complessa delle concrete vite femminili in questa fase della donna, al singolare e non al plurale, annullando così le differenze) e 380 tuttavia contemporaneamente costituisce una sorta di mito moderno, la riattualizzazione di una tensione alla totalità, al presentarsi ricomposte, intere. Mito che, strumentalmente sottolineato dai media è comunque anche profondamente radicato nelle soggettività femminili. È più facile e persino più gradevole immaginarsi rappacificate, equilibrate “continue”, con una propria armonia interna che contraddittorie, ambivalenti, discontinue. Ma è invece proprio questa la nuova cifra stilistica che dobbiamo cogliere. Proprio la forza nuova delle donne, il loro sottrarsi alla dominazione maschile le inserisce nell’area dell’autodeterminazione e della libertà della costruzione di sé. Ma la libertà è altrettanto difficile della servitù perché immette elementi di insicurezza, di ambivalenza all’interno della stessa area di forza, così recentemente e duramente conquistata. Ma proprio questa libertà nuova delle donne e forse persino questa incertezza delle donne è difficilmente assumibile dal pensiero degli uomini, ancorati a un sogno nostalgico di rapporti di dominio, che si riversa allora nell’altra faccia dell’immagine femminile: l’immagine umiliata, degradata, sottomessa, nuda. In questo senso i programmi di intrattenimento riflettono il disorientamento, la paura, l’ostilità che la libertà delle donne provoca negli uomini. Soprattutto negli uomini italiani. Come si spiega questa fissazione tutta italiana del corpo femminile? Con la differenza da una cultura puritana che tende a distinguere per fasce separate, a relegare la trasgressione in orari notturni, la prostituzione in zone separate, mentre da noi la cultura cattolica fa sì che il peccato e la trasgressione invadano la vita quotidiana? Forse si potrebbe persino fare una distinzione in questi casi tra corpi “liberati”, in movimento, che ballano, che sembrano persino a volte divertirsi e corpi fissi, definiti sono dall’apertura allo sguardo dell’altro? In questo senso mi sembra che il punto veramente più basso della volgarità e dell’ostilità sia rappresentato dalle cosiddette trasmissioni politiche, e parlo esplicitamente della trasmissione di Vespa, in cui la contrapposizione è frontale: il logos, il fallo è 381 rappresentato dagli uomini con i loro vestiti grigi e uguali, con le loro cravatte perché è il pensiero, il verbo che si deve mostrare mentre il femminile si svela attraverso il corpo, denudato, impudico e senza diritto di parola. A patto naturalmente che non si tratti di questioni di donne, come la tratta, la prostituzione, gli asili nido: in quel caso allora subentra il principio della segregazione: donne con donne, senza uomini, che pure in tutti i casi citati potrebbero essere quelli da cui ci si aspetta una presa di posizione. Allora che fare? Io credo che bisogna attrezzarsi con strumenti più sofisticati di osservazione, non lasciare tregua, denunciare. Per quanto riguarda la presenza delle donne come protagoniste di pensiero sul mondo, la commissione ha reso pubblici (e continuano a esserlo sul sito) i dati forniti dall’Authority e su questo bisogna incalzare. Per quanto riguarda le trasmissioni di intrattenimento, credo sia molto difficile perché si entra in una contraddizione difficilmente risolvibile tra il diritto alla libertà di espressione e il diritto a lottare contro la discriminazione sessuale e la violenza contro le donne. Si ha sempre paura, soprattutto da parte delle donne, di entrare nel campo del bigottismo, della pruderie. Tuttavia potremmo cercare di imparare qualcosa dalla Francia, dove la ministra Nicole Pery ha organizzato un gruppo di lavoro sulla pubblicità degradante per le donne che ha portato come risultato a un codice di autoregolamentazione dei pubblicitari e alla possibilità per le associazioni di denunciare penalmente le pubblicità violente e degradanti. Forse noi stesse dobbiamo avere più coraggio, denunciare con più forza, non stancarci di monitorare ciò che avviene sul video. 382 SILVIA COSTA Consigliere del CNEL Condivido molto le conclusioni di questa ricerca, ma vorrei dire una cosa ulteriore sulla fiction, perché, se è vero quanto dice Marina Piazza, che si tende un po’ a rappresentare una realtà di donna che è forse più un sogno maschile, ma ormai forse anche femminile, con la speranza di cercare di far quadrare il cerchio. Ma nella fiction italiana è interessante questo dato.C’è più ricerca e attenzione ad una rappresentazione più consapevole. Vorrei spezzare una piccola lancia a favore del fatto che tutti noi (l’hanno detto i ricercatori, il professor Losito in particolare) abbiamo visto una “evoluzione” dalla telenovela che un tempo si chiama “brasiliana”, “soap opera”, ecc., dal fotoromanzo con un tentativo, perlomeno, nel quale leggo anche una cosa di cui forse non si è molto parlato. Sarebbe interessante in prospettiva riaffrontare questo tema anche con le protagoniste e i protagonisti di chi fa televisione, che sono forse gli assenti di questo primo incontro. Infatti, nella fiction televisiva italiana c’è molta presenza femminile, tra le autrici, le produttrici, e molti cambiamenti, sia pure spesso con queste ambiguità che rimangono, ma - ricordiamocelo sempre – “fiction” per definizione è anche sogno, finzione, è anche un tentativo di uscire dalle difficoltà della quotidianità; però sono d’accordo che, se ci si applicasse anche alla riconciliazione dei ruoli del padre e del lavoratore sarebbe un bel “sogno” sul quale attivare un po’ di autrici. Detto questo, è comunque un dato che condivido, quello che è stato letto, ovvero la schizofrenia dell’immagine femminile che emerge. Ne abbiamo parlato già nel ’98, qualcuno forse l’ha dimenticato, quando denuciammo in Commissione Parità la situazione delle donne in Afganistan e del burka, io dissi una frase un po’ forte, ma continuo a pensare che questa ricerca lo confermi, “le donne nelle televisioni italiane sono velate”. Come pensavo, sono svelatissime come pura corporeità esibita, possibilmente senza testa, ma sono assolutamente velate nella loro identità e, soprattutto, c’è molta visibilità e pochissima visione; la visione delle donne del mondo, è anche un archetipo ma costruito sulla base di identità culturali, una sintesi fra natura, cultura, 383 nonché su un certo ruolo che nel mondo hanno avuto le donne. Tutto questo è assolutamente banalizzato e sopito. C’è una lettura a cui ci invita giustamente Miriam Mafai e che mi sarebbe piaciuto sentire anche dalla Ministro, sul che fare. Veramente si può dire semplicemente: “la TV fa così”, la TV è così?. Io non dico che “la TV fa così” sia una cosa accettabile in un paese che ha delle regole, che ha delle leggi, purtroppo poche dal punto di vista di alcune questioni che sono rimaste drammaticamente sospese e qualche piccolo conflitto che non voglio richiamare in questa sede. Una delle poche cose che non si è privatizzato in questo paese si chiama “etere”, tant’è vero che per assegnare ad alcune e non ad altre emittenti, delle concessioni non si guarda soltanto se sono attrezzate dal punto di vista tecnico (e non parlo solo del sistema pubblico televisivo) ma si guarda anche se rispondono ad alcune caratteristiche professionali, deontologiche, di rispetto di alcune regole e di finalità di crescita culturale, di pluralismo, di rispetto della dignità della persona (vedi Legge Mammì). Il Presidente Ciampi, non più tardi dell’altro ieri a Genova, ha detto qualcosa un po’ più complesso di come forse è stato banalizzato nella vulgata mediatica. Ha affermato che il sistema di radiodiffusione negli Stati membri europei (perché questa è una questione non soltanto italiana, ovviamente, abbiamo varie direttive europee che impongono, ad esempio, degli obblighi di produzione culturale europea e italiana, che impongono forme di tutela dei minori, contempla trasmissioni non sessiste e basate sulla violenza ecc.) è direttamente collegato alle esigenze democratiche, sociali e culturali di ogni società, nonché alle esigenze di preservare il pluralismo dei mezzi di informazione, ed ha riaffermato il ruolo centrale del servizio pubblico. Pluralismo significa anche sostenere la promozione culturale, sociale di una società, quindi la sua dimensione di convivenza civile, a livello nazionale e internazionale, come è previsto dall’art. 1 della legge Mammì che, fino a prova contraria, è ancora una legge dello Stato! Quindi lo Stato italiano non è censore, non è Stato etico, non è uno Stato che interviene nella programmazione, ma attraverso il Parlamento, il nostro Paese si è dato liberamente delle regole secondo le quali si concede ad una emittente un bene pubblico, come l’etere, con 384 la possibilità di trasmettere e quindi promuovere modelli culturali, influenzare il sentire sociale, e ad un’altra no, se non garantisce tali principi. Evidentemente non c’è neutralità rispetto a questi. Questo è un dato che vorrei fosse acquisito una volta per sempre, perché una delle cose che mi sorprende di più in questo periodo di tante arroganze, è anche l’arroganza del potere non esercitato. Allora, esiste un’Authority per le telecomunicazioni, ma è un silenzio assordante quello che viene da questa Authority. Ma anche dalla Commissione Parlamentare di vigilanza. Sono stanca di essere paziente! In Commissione pari opportunità nel ’98 facemmo audizioni all’Authority, al Consiglio di amministrazione della RAI, discutemmo con le donne giornaliste dicendo che non ne potevamo più come donne di quello che succedeva sul corpo e sull’identità femminile. E’ successo che le donne, un po’ per timore di essere censorie, un po’ per timore di non essere moderne, chi lavora in televisione per paura di non lavorare, alla fine hanno contribuito ad un silenzio che sta diventando complice. Credo che di fronte a quello che abbiamo visto, ma che vediamo ogni giorno (per fortuna lo vengono a dire autorevoli sedi e istituzioni come l’Osservatorio di Pavia e l’Università di Roma) e che è ormai questione di osservazione banale e quotidiana non si possa più tacere. Penso che su questo ci sia una reticenza, anche delle donne, dell’opinione pubblica femminile, delle nostre parlamentari, di coloro che lavorano negli ambiti in cui hanno addirittura come mandato di verificare se questo sistema risponde ad un’esigenza democratica di società libera ma non per questo anarchica. Credo che da questo punto di vista ci siano delle responsabilità non esercitate. Sono arrivata a fare prima una dichiarazione anche abbastanza pesante sul fronte degli organismi che in questo momento non stanno facendo il loro dovere, avendo tra i loro poteri atti che vanno da ammende a richiami a sanzioni, e perfino alla disattivazione degli impianti in caso di recidiva. Si sono fatte offese anche alla sensibilità dei minori, che sono dei vulnus non recuperabili. Su questo non ci può essere più un atteggiamento di timore di essere censori. Secondo me qualcosa si può fare. Di recente c’è stato un richiamo del Presidente della Corte Costituzionale al Parlamento: “se non vi mettere d’accordo, dopo mesi e mesi, per nominare i due consiglieri 385 della Corte, allora nominate due donne!” Anche se è’ un po’ triste arrivarci in questo modo (devo dire che avrei preferito messaggi più solenni alla nazione),noi siamo talmente comprensive che arriviamo anche a dire: “ma allora che siano nominati!” Qui abbiamo una parlamentare, ce ne saranno altre che ascolteranno questa voce autorevole, fosse la volta buona! Per quanto riguarda l’imminente nomina del Consiglio di Amministrazione della RAI, spero che non si non dimostri che è più facile che una donna entri nel governo afgano che una nel Consiglio di Amministrazione della RAI. I presidenti delle Camere, è vero, che devono effettuare le nomine, ma possono e devono anche richiamare leggi dello Stato sull’emittenza, nel momento in cui affidano al nuovo Consiglio la mission. Purtroppo anche per il servizio pubblico, oltre che per tutto il sistema, c’è un problema di rilegittimazione, c’è bisogno di ridare il senso di alcune regole comuni e di alcuni obiettivi indicati per il sistema televisivo, a partire dalle regole e dagli indirizzi sull’uso non offensivo della dignità della donna, non sessista e non gratuitamente violento delle trasmissioni. E’ stato approvato nel ’97, e lo richiamo alle parlamentari, un documento di indirizzo della Commissione di vigilanza RAI su trasmissioni e televisioni (che è rimasto lettera morta) e che si esprimeva anche sul tema dell’empowerment, del ruolo decisionale delle donne all’inter no della produzione sia nel campo dell’informazione che della programmazione di rete. Tutti questi sono impegni che qualcuno deve anche verificare e richiamare in un momento solenne come questo. Una battuta finale: è interessante e indicativo questo momento, mentre gli uomini si stanno affannando per le nomine, le donne si stanno occupando dei contenuti. Quando si riuscirà a conciliare, in queste due culture, le due esigenze? Spero presto. Sono molto contenta della sintonia che ho registrato. Qui vedo Elisa Manna ed altre amiche con le quali abbiamo lavorato negli anni su questo tema e talvolta - vi confesso - sembrava che alcune di noi fossero un po’ ossessionate da questo tema, che il tema non 386 interessasse. Vedo anche Lilli Chiaromonte che sta con noi in Commissione, come Annamaria Parente, sanno perfettamente quanto questo tema stia a cuore a molte di noi, ma c’è una sorta di silenzio che diventa assenso. Questo lo dico perché è un vero dispiacere nel senso che c’è stata la sottovalutazione di quello che significa la rinuncia ad esercitare quello che è stato giustamente chiamato - come faccio anch’io - un principio di cittadinanza attiva. Guardate che oggi la censura in Italia c’è, infatti, la testa, il pensiero, la realtà delle donne è censurata totalmente, la visione che hanno del mondo le donne è assolutamente censurata, ma, come diceva prima Rovati, anche quella che è la fisiologia dell’esistenza umana è negata. O è patologica o non va in onda. Qui c’è un problema enorme di responsabilità e di complicità dello stesso sistema dell’informazione e dei cosiddetti salotti buoni della televisione. Perché, se la politologa preferita da Vespa è Valeria Marini, quella delle famose misure, credo sia un po’ difficile far passare il tema dell’autorevolezza femminile. Ricordo ancora con orrore un dibattito sul tema spinosissimo dei contratti di lavoro che non si chiudevano e nel famoso “solotto buono” di RAI Uno c’erano Bertinotti, Salvi che era ministro del lavoro, un’altra persona del Polo e poi è venuta una ragazza praticamente in mutande con una striscia con su scritto “miss metalmeccanica” C’era anche Ferrara che, almeno, con senso di ironia, si alzò e disse: “signorina si accomodi”. Perché era l’unica in piedi in mezzo agli ospiti uomini in una trasmissione che appunto discuteva del tema del lavoro. Sono d’accordo con Marina Piazza, questo è più devastante che vedere la “sgallettatina” della telenovela. Seconda cosa che vorrei sottolineare, è che c’è una questione di abbassamento della soglia della percezione, della banalizzazione e volgarità. Questo è gravissimo, e quando prima ci si chiedeva, un po’ troppo accademicamente: “quanto questo influenza i modelli?” è facile vedere cosa sta succedendo. C’è la certezza che questo sia qualcosa di grave, di delegittimante, con dei riflessi tragici, in particolare sulle nuove generazioni e sulla antropologia culturale del nostro tempo. Il CENSIS ha presentato pochi giorni fa un interessante rapporto sulla televisione e i bambini nel mondo, in cui De Rita ha affermato che oggi rischiamo di avere una nuova generazione dell’ “indistinto del 387 seriale”, che sta diventando una categoria culturale antropologica. Non è un problema di questa o quella trasmissione, è che si sta affermando una forte dinamica di modelli culturali e di visione della societài che stanno cambiando la percezione del reale. Qui si inserisce la questione dell’assenza di un approccio “orizzontale” alle dinamiche della comunicazione. Un tema che merita grande attenzione. Ormai tutto ciò che attiene all’informazione, alla comunicazione, alla cultura, all’educazione è segmentato in mondi che non comunicano: la scuola va per suo conto, la televisione va per suo conto, le varie agenzie informative, Internet che è un altro mondo a parte, ecc., Questi mondi fra di loro comunicano dal punto di vista della rete multimediale, ma non c’è una percezione complessiva da parte di chi deve certo guidare i processi, ma li deve interpretare, dare delle regole, dare degli indirizzi e comunque essere consapevole di quello che sta avvenendo. Qual è questa sede? Si è invitato il Parlamento ad assumere questa responsabilità di visione complessiva. Sono d’accordo sulle iniziative proposte, ritengo che dobbiamo cominciare a muoverci sapendo che, perché si sviluppi una cittadinanza attiva, una mobilitazione, forme di alleanze, si può cominciare dalla pubblicità che è più indolore, perché lì si sa che non è in gioco la libertà di espressione, ma la libertà del mercato. Ma non si può più accettare una televisione che obbedisca soltanto ad un totem che si chiama “Auditel”. Usque tandem, fino a quando 2.424 famiglie individuate dalla Nielsen ci terranno in ostaggio in questo paese? Perché se è questo l’unico totem riconosciuto perfino nel sistema televisivo pubblico, noi siamo un ostaggio, non possiamo esprimerci perché l’Auditel governa l’emittenza: credo che questo sia un dramma nazionale. Allora il problema è abbastanza semplice, smontare l’Auditel per farlo evolvere in un sistema di rilevazione che tenga conto non solo dell’audience, ma anche di elementi come il gradimento, la differenziazione dei pubblici, la verifica di alcuni feedback, i servizi di opinione, il parere del Consiglio degli Utenti. Come peraltro avviene in altri Paesi europei. Altra cosa, il monitoraggio. Sono anche un po’ stanca, non facciamo che proporre monitoraggi: ma lo sapete che l’Authority ha tra i suoi obblighi il monitoraggio delle trasmissioni? Sono tre anni che un 388 consigliere dell’Authority ci dice che è quasi pronto il monitoraggio per i bambini, di cui ha avuto la delega! Sono stanca di invitare a fare noi cose che istituzionalmente devono fare altre istituzioni, nonché le emittenti, che ci devono anche garantire la qualità del sistema televisivo. Altrimenti ha ragione chi dice che abbiamo creato un sistema di regole e di authority a cui abbiamo delegato delle funzioni che non esercita più nessuno. Allora il problema è la crisi della cultura della responsabilità degli adulti. Maschi, soprattutto. Questo è un tema che dobbiamo cominciare a porre perché c’è qualcosa a cui nessuno più risponde, è gravissimo lo so, ma sappiamo anche le difficoltà (e Francesca lo sa molto bene perché ha organizzato con molta capacità questa iniziativa), le difficoltà che ci sono state in questo momento così delicato politicamente, per avere la disponibilità ad intervenire da parte dei responsabili dell’emittenza nazionale. Non importa, sarà un impegno che sicuramente chiederemo a chi sarà nominato e a chi ha delle responsabilità, spero uomini e donne, di venire qui in una nuova discussione di approfondimento per poter fare con loro questo discorso che è anche in qualche modo una piccola minaccia… In altri paesi le donne si sono mobilitate dicendo di non comprare un certo prodotto, o di non vedere una certa trasmissione. Noi abbiamo colpevolmente smesso poiché si tratta dell’esercizio di un diritto. Però non condivido il fatto che noi così stiamo rispettando la libertà di espressione: avete visto come invece in molte questioni stanno passando delle forme di vera manipolazione e io non ci sto a potermi difendere solo se mi riduco alla categoria del consumatore. Non sono d’accordo, pretendo di potermi esprimere e tutelare come persona e come cittadina che non è solo consumatrice, anche perché la parola consumo mi riduce ad una dimensione che non mi pare francamente così antropologicamente accettabile. Allora come cittadina, per i bambini, per le donne, per le persone, rivendico questi nuovi diritti di cittadinanza culturale. Fra le donne ci sono poi categorie che sono assolutamente oscurate o svillaneggiate, per cui le immigrate sono soltanto o passeggiatrici, o colf: in mezzo c’è un mondo che non ha dignità di essere rappresentato. Quindi la censura c’è e la nostra battaglia contro questa censura è per l’affermazione di 389 una libertà di espressione che oggi viene negata e contro una pura libertà di mercato dominata dall’Auditel che è l’unica libertà di cui oggi si parla, con buona pace di chi ama la cultura delle regole. MIRIAM MAFAI E’ molto giusta l’osservazione di Silvia Costa, e cioè che noi generalmente, anch’io personalmente mi sento in imbarazzo quando debbo chiedere degli interventi perché mi sembra di avere un ruolo censorio. Questo lo abbiamo superato, mi sembra, per quanto riguarda i minori, anche perché abbiamo assistito ad alcune cose degne di Barbablù. Quando si tratta delle donne, anche in virtù di un’esperienza americana che credo non sia stata del tutto felice, quella di un pezzo del movimento che chiedeva una diversa rappresentazione del corpo femminile, noi siamo molto più timide. Normalmente vedo poco gli spettacoli di intrattenimento, avendo visto questi pezzi che ci sono stati proiettati oggi, debbo dire che sono rimasta assolutamente basita, perché mi sembra che siamo veramente al di là del decoro normale. Credo anch’io che qualche richiamo vada fatto con la necessaria energia, visto anche che ci sono le possibilità sul piano delle norme di legge che noi abbiamo voluto approvare. Sentiamo ora il parere di Barbara Pollastrini. BARBARA POLLASTRINI Parlamentare, responsabile femminile DS Le nuove generazioni hanno bisogno di formare leadership femminili. Noi dobbiamo ancora fare i conti con la mancanza di una leadership femminile nelle nostre generazioni, ma questo bisogno delle giovani donne non può aspettare e ad esso dobbiamo dare una risposta, un sostegno, un aiuto concreto. Le ragazze che oggi hanno trent’anni sono quelle che hanno studiato, investito sul proprio talento, viaggiato e imparato più dei loro 390 coetanei maschi e più di quanto noi abbiamo potuto o voluto fare. Cominciano ad essere la maggioranza delle occupate in nuovi, importanti settori – come la comunicazione – e in quelli più tradizionali – come la magistratura. Le nuove generazioni stanno cambiando il volto del Paese e nessuno pare saperlo. I media continuano ad ignorare la rivoluzione delle donne, come hanno sempre fatto. Eppure le italiane sono così differenti l’una dall’altra, una sterminata miniera di vite e di storie che merita di essere raccontata, conosciuta, rappresentata fuori dagli stereotipi che ancora oggi sono dominanti. Qualcosa di nuovo si intravede in tv. Nelle fiction televisive, per esempio, dove lavorano sempre più giovani autrici che portano sullo schermo la libertà femminile, quello che le donne sanno fare, dove vogliono arrivare. Gli sforzi sono ammirevoli, ma i tentativi ancora modesti. La rappresentazione delle donne rimane fortemente mediata da un potere maschile che anche quando si sforza di fare bene non riesce a cogliere nel segno, a dare spazio alle tante e ricche differenze del mondo femminile. Le classi dirigenti italiane sono maschiliste nel senso che sono fatte da uomini che non hanno a cuore l’uguaglianza sostanziale con le donne: parlano di modernità e non hanno lo slancio necessario per praticarla, non promuovono il dinamismo della società, l’apertura ai talenti e a chi crede nella deontologia professionale. Questa chiusura danneggia le donne, e preclude la strada anche ai giovani uomini. Gli strumenti per cambiare ci sono, alcune regole di trasparenza sono state approvate ma non è passato il significato che sta alla base della scelta a favore di regole basate sul merito. Come dimostra la vicenda Rai. In questi giorni si stanno discutendo le nomine per il Consiglio di Amministrazione e, ancora una volta, manca un nome di donna, manca la volontà – che poi è pure coraggio – di prendere in esame curricula talenti e qualità che ci sono, esistono, da una parte politica e dall’altra. Questo ha danneggiato le donne e non ha favorito, neanche dalla parte degli uomini, una scelta di qualità. Da questo luogo, insieme, chiederemo di fare in un altro modo. È un’iniziativa doverosa e la faremo, ma è altro il nostro compito: fare un 391 salto di qualità nella costruzione delle leadership femminili. Ci manca forse il coraggio? Oppure manca la capacità di determinare le leadership in base ad un progetto e scendere in campo? Conosco le ragioni per cui finora non ci siamo riuscite: la fatica di conciliare lavoro e famiglia, la difficoltà di fare una carriera trasparente e basata sui meriti, l’impossibilità di trovare un lavoro dentro cui fare carriera, la mancata coincidenza tra i desideri delle donne e gli spazi disponibili. Dobbiamo constatare che sono gli stessi ostacoli che incontrano, tutti i giorni, anche le nuove generazioni. All’inizio queste giovani donne non ne vogliono sapere di conoscere ciò che è stato e ciò che è per la maggior parte delle altre, la parola differenza spesso gli dà un brivido. Trovano il lavoro, cominciano ad impegnarsi, a fare tanto e bene, e c’è pure la possibilità di avere una responsabilità, una funzione dirigente, ma... – come mi ha chiesto una giovane ricercatrice genovese del Cnr – “perché a quel punto hanno messo sopra un maschio che non solo è stupido, ma non ha neanche i miei titoli di studio?”. Queste donne si trovano a vivere una concorrenza e una competizione sui luoghi di lavoro che non immaginavano e non avevano conosciuto, acquisiscono una coscienza della differenza che è diversa da quella che abbiamo vissuto noi. È un’esperienza, in contesti nuovi, che produce una nuova e formidabile coscienza di genere. È un’esperienza individuale che deve diventare esperienza collettiva, coscienza collettiva. La dobbiamo conoscere, sarebbe riduttivo. Ognuna di noi appartiene ad un partito, la coscienza delle nuove generazioni appartiene a tutte noi, appartiene alle donne di questo Paese... I vertici dei partiti, dell’Ulivo, della Casa delle Libertà, dei media, della finanza e della magistratura, dell’Università saranno scossi dal movimento tellurico delle nuove generazioni. Noi sappiamo che ciò accadrà e dobbiamo lavorare per creare protagoniste forti e coscienti. Sia scritto a chiare lettere nei programmi sull’occupazione che le donne devono stare nei posti di comando sulla base delle loro competenze, e che questo è il compito di una democrazia compiuta e moderna. Se non arriveremo in tempi ragionevoli a questo, per tutte le ragazze 392 – ma anche per tutti i loro coetanei maschi – che hanno investito sulle loro qualità il futuro sarà difficile come è stato il nostro passato ed è in gran parte il nostro e il loro presente. MIRIAM MAFAI Vorrei fare una domanda specifica ad Anna Maria Parente: in realtà, dalle analisi che ci sono state presentate oggi, risulta che, a differenza del passato, c’è una maggiore presenza nella fiction dell’immagine della donna che lavora. Questo in parte corrisponde ad una maggiore presenza delle donne in genere nelle attività professionali, in parte ad una forte presenza di donne tra le sceneggiatrici, le ideatrici dei programmi, e questo è un fatto positivo. Vorrei chiedere alla Parente che se non sbaglio si occupa di problemi di donne che lavorano, se ritiene sufficiente questa presenza o dove ritiene che sia carente. ANNA MARIA PARENTE Coordinamento Donne CISL Ti ringrazio molto per questa domanda perché è chiaro che intendo portare qui la mia esperienza di sindacalista su come la mia attivitàa volte incrocia il mondo della televisione. Un esempio concreto: alla vigilia dell’8 marzo operatori e operatrici di programmi televisivi spesso chiedono ai coordinamenti donne del sindacato di “portare in televisione” donne vigili, o poliziotte, donne impegnate ion lavori tradizionalmente maschili per “rappresentare” il lavoro delle donne. MIRIAM MAFAI O una donna come quella che ieri è apparsa e mi è piaciuta, l’ufficiale di marina; soltanto che poi le donne possono anche diventare 393 pazze perché prima vedono gli ufficiali di marina e poi vedono la “velina”, quindi non sanno più bene a quel riferirsi. ANNA MARIA PARENTE Questa domanda è venuta da programmi che qui sono stati definiti di intrattenimento. Come donne del sindacato ci rifiutiamo generalmente di assolvere a questa richiesta che ha più il sapore di inserire delle persone in carne ed ossa in una vetrina che quell di affrontare le realtà del lavoro. Queste ultime riguardano soprattutto il rapporto maternità/lavoro, il grande tema della conciliazione e tutte le problematiche connesse a svolgere un ruolo storicamente affidato a lavoratori di sesso maschile. Spesso come sindacaliste chiediamo ai programmi televisivi di trattare questi argomenti, ma regolarmente ci troviamo di fronte a un muro a meno che non siamo disposte a discutere cose eclatanti al limite della cronaca nera, che tutte noi ci auguriamo che non accadano spesso. In sostanza i programmi televisivi di intrattenimento, a nostro parere, non rappresentano la realtà del lavoro, ma solo o una messa in scena o una sua patologia. Più positiva l’esperienza della fiction, come emerge anche dall’indagine. In questo ultimo anno sono state realizzate molte fiction proprio sui lavori tradizionalmente maschili. Sono state rappresentate donne in posti decisionali, sia alla RAI che a Canale 5, che sono ispettori, capi di Polizia. Anche noi ricevimao telefonate e fax di lavoratrici di questo settore. È risultato positivo sul vissuto di chi svolge questi lavori presentarli in una maniera diversa. Come organizzazione sindacale abbiamo affrontato queste questioni proprio perché ci sono dei problemi molto concreti in tali ambiti come la gestione di servizi misti o l’uso di un gergo considerato tradizionale tra i poliziotti. La fiction ha aiutato le donne che lavorano in questo settore ad “umanizzare” la professione e a renderla il più accessibile e accogliente per le donne. Questo è un dato positivo. Sicuramente il lavoro, in generale con tutte le sue sfaccettature e problematiche, è sotto rappresentato, soprattutto è quasi del tutto 394 trascurato il tema della conciliazione lavoro/femminile. Ieri sera mi ha colpito una pubblicità incentrata su una lavoratrice che ingeriva delle vitamine mentre abbracciava il proprio figliolo. Conferma è che il grande tema da trattare sia nei programmi di intrattenimento che nella fiction è la fatica di tenere insieme, per la maggioranza delle donne italiane, le diverse sfere della vita. Un dato che emerge dalla ricerca a mio avviso positivo, è che nella RAI la situazione è milgiore rispetto alle televisioni commerciali. Ritengo sia giusto che la televisione di servizio pubblico dia comunque un indirizzo nella ricerca di rappresentare l’equilibrio tra la dimensione affettiva e lavorativa per uomini e donne. Questo è il tema che io ho davanti come sindacalista, ma credo che lo abbiano davanti tutte. Cosa si può fare rispetto a questo? C’è un ruolo delle istituzioni che è stato anche molto bene richiamato prima ma c’è anche un ruolo della società civile di controllo e pressione. Tante volte con le nostre associazioni consumatori svolgiamo questo lavoro inviando fax di protesta a proposito di alcune pubblicità che a nostro avviso, ledono la dignità delle persone. In alcuni casi queste pubblicità sono scomparse. Ringrazio il CNEL e Francesca Santoro, con la quale abbiamo condotto tante battaglie quando era nel sindacato, perché questa indagine del CNEL rappresenta uno stimolo anche per noi, come organizzazioni sindacali, ad acentuare molto di più un ruolo di interlocuzione con il mondo della televisione. Spesso si parla di lobbing delle donne, lobbing dei sindacati e delle associazioni. A mio avviso le associazioni sindacali, le associazioni femminili e il mondo dell’associazionismo in generale devono condurre azioni di pressione sul sistema televisivo proprio perché esso possa svolgere anche un “ruolo sociale” importante in un paese democratico. La passionalità degli interventi che mi hanno preceduto mi dà ancora più imput nello svolgimento quotidiano della mia attività di sindacalista. Specialmente in questi interventi finali è stata richiamata di nuovo fortemente la questione del lavoro, a proposito di quanto diceva Miriam all’inizio, che la TV rappresenta e determina. Quando si diceva nella ricerca che nella fiction sono presenti meno donne che lavorano, questo 395 ahimè corrisponde alla realtà. Quando all’inizio sentivo le prime parole della ricerca, con i dati di quante donne lavorano nella fiction, la situazione è che in molte realtà lavorano meno donne rispetto a quelle che vengono rappresentate. I principali nodi dell’occupazione femminile in Italia sono: la differenza tra Nord e Sud del paese, come il lavoro si evolve rispetto ai soggetti, la questione della conciliazione del lavoro e famiglia. Un tema assolutamente ignorato dalla televisione è che le nostre famiglie vengono sostenute dal lavoro di cura a favore di bambini e anziani, di lavoratrici provenienti da altri paesi. La televisione che rappresenta e determina dovrebbe rappresentare realtà, contribuire a determinare un futuro e a trovare soluzioni per problematiche attuali. Se ci fosse un sistema televisivo che rendesse evidente a tutti le situazioni reali, aiuterebbe anche chi ha responsabilità istituzionali e di parte sociale, a condurre trattative più adeguate ai tempi. È il caso ad esempio delle proposte, a nostro parere non condivisibili del governo a proposito dei lavoratori extracomunitari, e in particolare della questione delle colf e delle badanti. Dovremmo creare delle alleanze con le donne che lavorano in TV, che spesso si sentono soffocate dal meccanismo della programmazione e dei palinsesti. Circa le questioni dei mondi separati, come diceva Silvia, bisognerebbe recuperare, in questo mondo che tende un po’ all’individualizzazione, la sinergia tra modi separati. Esiste un vecchio lavoro della Commissione Pari Opportunità, quando era presieduta da Tina Anselmi molto interessante. Si era aperto uno “sportello immagine”, al quale avevano telefonato e scritto tantissimi cittadini con una sinergia forte con le scuole.Avevano collaborato tantissimi bambini, molti insegnanti che avevano aderito, era l’89, sono passati tredici anni. Tina Anselmi riportò che i bambini stessi vedevano spesso con umorismo “le finzioni” della televisione perché non gli corrispondevano alla realtà. “Questo è un buon auspicio, diceva Tina Anselmi, per il 2000”. Ora siamo già abbondantemente nel 2000, è nostro compito riflettere sulla sinergia tra mondi diversi: istituzioni, associazioni, scuola, televisione. 396 Ultima battuta qui non c’è nessun rappresentante delle parti datoriali, pur previsto, perché si pensa che loro devono fare altro. Credo che anche le parti datoriali, esattamente come le organizzazioni sindacali, hanno un ruolo importante nel contribuire ad uno sviluppo democratico e partecipato della nostra società. MIRIAM MAFAI Intanto grazie per un intervento che ci segnala anche un fatto positivo che noi in genere sottovalutiamo. In realtà alcuni interventi e azioni di lobbing o di scoraggiamento a certi acquisti hanno dato e danno un risultato positivo. In realtà c’è una maggiore attenzione e sensibilità da parte di coloro che producono nei confronti di coloro che consumano. Si tratterebbe di verificare se un’analoga sensibilità c’è da parte di coloro che producono informazione nei confronti di coloro che questa informazione la consumano. Credo che qualche tentativo in questo senso andrebbe fatto, una cittadinanza attiva. Forse il vice Presidente Santoro ha ancora qualcosa da dirci, nel senso di qualche impegno che possa prendere o di qualche azione di sostegno perché questa iniziativa che io trovo molto interessante non resti isolata, ma abbia una sua continuità, si possono prevedere incontri anche con le operatrici del settore, questo sarebbe interessante, incontri con il futuro consiglio di amministrazione, incontri con la stessa Commissione di vigilanza, forse persino con l’Authority che tutela la privacy, si potrebbero prevedere anche, promossi dal CNEL, una serie di incontri di questo tipo. FRANCESCA SANTORO Il primo luogo voglio ringraziare davvero i relatori della nostra iniziativa e anche le partecipanti alla Tavola Rotonda, fatemi fare un ringraziamento particolare a tutte coloro e tutti coloro, che pur non essendo relatori e partecipanti alla Tavola Rotonda, hanno segnalato il loro interesse, il loro impegno intorno ai temi di cui stiamo ragionando, 397 con la loro presenza fino a quest’ora. Rispetto al seguito da dare, già ho detto in apertura dei lavori che questa era la prima iniziativa di presentazione della ricerca cui daremo seguito con la costruzione di un seminario che coinvolga operatrici, operatori, dirigenti, donne, uomini del sistema televisivo, pubblico e privato; ovviamente abbiamo avuto delle sollecitazioni, ma sta anche alle donne e agli uomini presenti oggi avere un ruolo propulsivo in questa direzione. Così come noi porteremo avanti tutte le iniziative che sono proprie del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, cioè incontreremo e presenteremo la nostra ricerca alla Commissione Parlamentare di Vigilanza, alle commissioni comunicazione Camera e Senato, seguendo tutto il percorso istituzionale. Così come siamo disponibili e pronti per tutte le iniziative che le forze sociali, siano esse datoriali o sindacali, ci richiederanno. Quello che non possiamo fare, perché non fa parte del nostro ruolo, è svolgere una azione e una iniziativa politica: noi abbiamo offerto un terreno di riflessione e di azione. 398