Doppelgaenger - Fashion E-zine

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Doppelgaenger - Fashion E-zine
E-ZINE #2/2010
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SOMMARIO
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In tanti hanno trat tato l’argomento con spessore e
cato at teggiamento “iconico”, por-
con for te senso critico, arrovellandosi sulla questio-
tano avanti con f ierez za un inco-
ne “la moda può consideransi un ar te?” oppure “ la
municabilità quasi ostentata. Non
moda e l’ar te sono sue forme espressive in collisio-
si trat ta di mancanza di dialogo o
ne?”; ma questa non vuole essere una critica, piut-
di incomprensione; si preferisce
tosto una riflessione, incipit che ci por ti a riflet tere su
mandare avanti la creatività; che
quanto la nostra immagine sia legata con un nodo
parli lei al loro posto e che sia lei a
alla nostra anima.
farsi conoscere come prima vera
Andando avanti in questo senso è inevitabile citare
un’ ar tista che della propria apparenza contrapposta
Si trat ta di Ann Demeulemeester,
ad un identità evanescente, ne ha fat to un testamen-
il quale senso di isolamento vie-
to. Si trat ta di Janieta Eyre, fotografa anglo-canadese
ne spez zato dal rumore dei tacchi
che racconta di essere nata con il retro del cranio
delle pesanti scarpe nere indos-
unito a quello di sua sorella Sara, da cui fu separata
sate da esili e androgine modelle;
all’età di sei mesi. Da allora non si è mai allontanata
ancora Mar tin Margiela, maestro
da “lei” che viene riflessa in ogni sua opera, come
del riciclaggio e della destrut tu-
ricerca del proprio io, di un identità gemella, frut to
ra zione dell’abito, la sua etichet-
di una copia vir tuale di se. La per fezione scenica è
ta è un semplice pez zo di stof fa
quasi agghiacciante. Per l’ar tista la “facciata” di ogni
bianca; e andando avanti Dirk Bi-
persona, vestita di abiti meravigliosi, viaggia insieme
kkembergs, Thimister e Dries Van
all’anima, che diventa “scheletro” di ogni foto.
Noten.
Gli abiti, per la Eyre, ci “travestono”
e ci aiutano a
In conclusione, la cosa fonda-
interpretare il nostro ruolo nel quotidiano. Ogni im-
mentale è che l’ idea è l’anima
magine è una sor ta di ritrat to coinvolto in un pano-
che
rama grot tesco nel quale gli unici sogget ti umani,
non c’è, come per la Eyre con-
due gemelle, con indosso originali costumi d’epoca,
trapposizione tra essere ed ap-
ci guardano con uno sguardo assente. Un viaggio
parire, dualismo o lot ta, ma solo
perciò nel mondo di un ar tista al limite della follia, che
un profondo legame inscindibi-
gra zie ad una strut tura “ar tificiale”, sprigiona il suo
le. Senza questo legame tut to si
“doppelgaenger”, doppio- che se ne va, o piut tosto
scioglierebbe come un ghiacciolo
che non è mai esistito veramente.
al sole e nulla avrebbe più senso.
Continuando
a
percorrere
questa
strada,
sorge
spontaneo chiedersi se allo stesso modo,anche per
il “fashion system”, esistano stilisti autentici che nel
disegnare modelli, disegnano in realtà loro stessi; che
met tono la moda in condizione di viaggiare in corsia
di sorpasso e non in quella d’emergenza e che di
fronte a un nuovo designer ne riconoscono l’anima,
a prescindere dal gusto personale. Viene in mente
a questo punto una legione di stilisti, tut ti usciti dalla
Royal Academy of Fine Ar ts di Anversa, un istituto
La moda veste l’uomo, mentre l’ar te met te a nudo la sua anima” Achille
con secoli di tradizione alle spalle la cui parola d’ordi-
Bonito Oliva. E’ così che il critico racconta la sua visione di dualismo, di
ne era “moda sì, ma con una f ilosof ia”.
eterna bat taglia tra ciò che si è e ciò che si appare. Una frase colma di
signif icati, dove l’individuo è spet tacolo e spet tatore di se stesso e dove
ognuno ha il potere di cambiare ogni qualvolta si gira la testa e si scoprono nuovi volti. Par tendo da questa frase, è imprescindibile chiedersi
se sia veramente così; se la moda non sia fondamentale nel riconoscere la propria anima rif lessa in uno specchio e se l’abito sia veramente
solo un ogget to o al contrario un enciclopedia del proprio essere.
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anima dell’ ar tista.
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E’ questo il mez zo che permet te
di infischiarsene dell’essere “up to
date”, o fuori dal business. E’ qui
che l’ar te diventa moda e la moda
diventa ar te. E’ in questi casi che
le discipline che esaltano il bello,
non futile, ma dell’idea si miscelano e ne esce una pozione vincente. Ed è sempre qui che il “doppio”
diventa unico e non c’è alter ego
che tenga.
Dopo il massimalismo ridondante degli anni Ot tanta,
ritorniamo con un balzo f inalmente in avanti, al fascino del bianco e nero, all’assenza di fronzoli e ad
un’ eleganza pura. Stilisti invisibili che camminano su
cemento accompagnati da musica industriale, e che
nonostante la scarsa presenza in pubblico e il man-
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arigi, salone delle Aquile all’Hotel de Crillon. Collezione Balenciaga autunno-inverno 2010/11 e il cuore ha un sussulto. La
nostalgia scatta in avanti e il pensiero corre indietro nel tempo,
desideroso di rivivere le suggestioni emotive suscitate dal capolavoro di Kubrick “2001: Odissea nello spazio”.
Lo spettacolo ha inizio: nello show tutto concorre alla rievocazione del celebre film che, per primo, ha fuso l’uomo con il tempo e lo spazio. Il pavimento
luminoso in versione fantascientifica ospita eroine androgine che avanzano
su altissimi e insoliti mocassini. Modelle come miti dello spazio interstellare,
rischiarate dai colori tenui delle galassie, con larghe spalle a suggerire un’armatura cosmica.
Pensate a un incontro tra una maison nobile ma decaduta e un giovane
stilista capace di entusiasmare le folle attraverso una visione pseudo–industriale della moda: è il successo della casa di moda di Cristobal Balenciaga
attualmente governata da Nicolas Ghesquière, creatore di sinergie sapienti
tra tessuti classici e materiali inediti d’effetto dirompente, capaci di catturare
la comunità della moda e di risollevare le sorti della maison.
Lo stilista, appassionato testimone degli orientamenti e delle propensioni
del secolo scorso, si muove in perfetto stile steampunk, sperimentando innesti di elementi futuristici su modelli che rievocano gli anni ottanta. È un godimento per gli occhi lo spettacolo di tailleur dalla linea geometrica e severa,
realizzati con materiali high-tech e ammorbiditi da complementi di pelliccia.
Altrettanto affascinante è assistere allo stravolgimento della silhouette tradizionale della figura femminile attraverso l’intrusione sofisticata di elementi
del tutto inusuali. Su tutto irrompe la stampa, un trionfo di tessuti su cui campeggiano parole in libertà, forse a testimoniare l’importanza attribuita alla
carta stampata.
Il suo è un amore sviscerato per gli opposti, la geometria lineare contro l’irregolare eccentricità, che tende a legare la tradizione della celebre maison
spagnola al futurismo puro. L’ aspetto finale è una combinazione raffinatissima di epoche, con l’introduzione di una tecnologia iperfuturista all’interno
di una specifica ambientazione storica. Tutto il suo lavoro sfida le categorizzazioni scontate; il suo percorso, lungi dall’essere prevedibilmente futuribile,
coniuga la moda parisienne chic con materiali sintetici, corposi e plasmabili,
rivelando un desiderio costante di stupire.
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perchè facendo arte non relazionale, parlando dei miei sentimenti piuttosto che della
società, mi è venuta a mancare la capacità di
andare verso l’esterno e insegnare mi avrebbe veramente completato. Sfortunatamente
la scuola non dà la possibilità alle nuove generazioni di lavorare. Ho la fortuna di vivere
con la pittura e mi ritengo una privilegiata.
2. Com’è nata la tua passione per
il disegno, e soprattutto per questi
personaggi fantastici?
È un semplice fatto di corsia di favore, personalmente penso che il disegno sia alla base
di tutta l’arte visiva, andando per codici dalla
pittura a quelli dell’architettura. La mia ricerca
è quindi molto classica: mano, matita, colore. I personaggi che popolano i miei quadri
partono e tornano dal mondo della realtà
quotidiana, nelle tele c’è la libertà di essere
ciò che io voglio, che siano e farli muovere e
poi ritornano ad essere i miei vicini di casa, le
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1. Puoi presentarti, descrivere il tuo percorso?
persone a cui voglio bene o che odio….semplicemente guardo dal mio balcone e parto
per la tangente.
“... chiederei all’osservatore
cosa apprezza
e cosa lo disgusta”
Nell’arco della mia adolescenza grazie alla casualità di aver fatto certe scuole, come l’accademia, ho incontrato molte persone che mi hanno stimolato
ad affrontare il mondo dell’arte visiva come fumetto, illustrazione, grafica,
pittura. Il mio percorso è stato influenzato dalla fortuna di avere conosciuto
3. Ogni disegno cela un racconto ben particolare e intrigante,
puoi spiegarci quale sono le tue fonti d’ispirazione?
molte persone interessanti, a partire da Macerata, dove ho iniziato la mia
Il quotidiano da una parte, soprattutto il mondo ragionato per micro-cosmi.
formazione accademica, fino a Roma. Passando anche da Bologna dove
Poi i punti di riferimento culturali come i libri, i film, la musica: James Elroy,
vinsi una borsa di studio di progettista grafico. Credo che sia soprattutto
Charles Burnes, Braian The Brain di Miguel Angel Martin, Un posto al sole,
attraverso i rapporti umani che si è creato l’orientamento del mio lavoro.
tutto David Linch, Bergman e Fassbinder, Cronaca Vera, American Beau-
Cerco di creare linguaggi autonomi, a Roma e a Bologna negli anni 2000
ty, American History X, Fai la Cosa Giusta, Tuxedomoon, Lydia Lunch, Nick
v’era una tendenza, che ora sta rinascendo, legata al fumetto e mi sono
Cave and the Bad Seeds.
avvicinata a quello tramite il linguaggio dell’illustrazione. Nel caso in cui fossi
rimasta a Macerata probabilmente, questo non sarebbe successo. Lego
4. Come definiresti il tuo genere?
sempre il binomio percorso formativo e quello umano, le scuole statali in Ita-
Il mio genere … c’è il surreale e non il Surrealismo, e tutta la pittura classica di
lia, soprattutto legate all’arte, non danno tanto. Sono le persone che danno
questo genere, la temporalità dei libri di illustrazione e la cromia dei cartoon..
molto. Ho fatto il pedagogico quindi sarei maestra. Avendo fatto il Cobaslid
non mi piacciono “pecette” come pop-surrealismo o underground, penso
sarei abilitata nell’insegnamento di storia dell’arte e disegno geometrico.
che ogni periodo ha una connotazione a se, questi riferimenti potrebbero
Purtroppo con le nuove riforme avere una cattedra è impossibile. Personal-
definire il mio stile, ma sono tanti…..quindi più che una definizione chiederei
mente il percorso didattico sarebbe stato complementare a quello artistico
all’osservatore cosa apprezza e cosa lo disgusta.
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5. Vivi e lavori oramai a Milano da tanti anni, andresti all’estero per nuove sperimentazioni?
Non vivo più a Milano perchè non mi ci trovavo troppo
come città, preferisco gli spazi più piccoli e domestici,
sono tornata a vivere a Lucrezia un paese vicino a Pesaro, assolutamente orribile dal punto di vista architettonico o meglio degli abusi edili sul paesaggio ma ancora profumato e tranquillo come tutti i paesini di queste
zone. A Milano ci torno spesso per lavoro e p sporto
sarà mezzo elitario non so quanto riuscirò a muovermi,
sono ottusamente spaventata dall’aereo, dai disastri incombenti e mi muovo solo nel recinto geografico che mi
sono involontariamente preposta, tra le Alpi ed Il Mare
Mediterraneo. Magari se mi capitasse delle proposte
lavorative, potrei provare ad avere più energia per affrontare il volo…
6. Hai realizzato copertine per un gruppo musicale, com’è nata questa collaborazione?
Tutte le collaborazioni sono nate da rapporti di amicizia
che sono poi confluiti in cooperazioni, come con i Neo
e l’ambito Fromscratch prima e Megasound dopo. Si è
creata una sinergia forte umanamente molto bella perchè sincera.
7. Tra tutti i tuoi lavori, a quale opera ti senti
più legata e perché?
Ho curato allo stesso modo con dedizione e piacere,
Adesso non è proprio un mio lavoro bensì un progetto
vari progetti grafici di cover collaborando con simpatici
musicisti e bravi ragazzi come Miranda, Udus, FarinaZeregan-Pupillo tutti sotto FromScratch inoltre con
Christian Rainer, Psikofagaist, DavidStarr e KiddyCar.
che porto avanti con Laura Giardino e Adriano Pasquale
chiamato Graffa. Graffa è una piccola fanzine monografica e interattiva che si accompagna sempre ad una
mostra presso Piscina Comunale di Milano. Il concept di
Piscina Comunale è quello che io stessa sostengo, serietà e correttezza, collaborazione, fantasia e vino. E’ un
“Studia
senza p re
tutto ciòregiudizi
capitar che può
tra le mti casualmente
personaani, la selezion
e
più tard le avviene
spontan i in modo
arriva peo, e più tardi
iù si è li
beri”
onore lavorare assieme ai miei amici Laura ed Adriano
e collaborare con illustratori che ammiro quali Dast, Zattera, Nicoz, Giacon, Pace, e tutti coloro che ci aiutano a
realizzare Graffa. cfr.: http://graffa.blogspot.com/
8. Quali consigli consegneresti ad un giovane
disegnatore che volesse intraprendere questo lavoro?
Studiare senza pregiudizi tutto ciò che può capitarti casualmente tra le mani, la selezione personale avviene più
tardi in modo spontaneo, e più tardi arriva più si è liberi. E
soprattutto disegnare il più possibile.
9. Quali sono i tuoi progetti in corso?
Graffa e i Festival estivi… e poi mostre, prossimamente
sarò a Milano presso Galleria Colombo per una collettiva
Forward_Rewind e il mese dopo sempre li in un progetto chiamato Little Circus , un piccolo spazio dove artisti
non della Galleria hanno la possibilità di presentarsi a un
certo tipo di pubblico.
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Non sempre
avere a che fare
con il nostro
doppio
è negativo
di Federica Zanni
Questa giovane e talentuosa donna sarda, attraverso queste opere, mette
in scena l’altra parte dell’io, che non è visibile alla maggior parte di noi, ma
che irrazionalmente esiste e riflette l’immagine di giovani donne e bambine,
fotografate dalla Randi, portando lo spettatore al disorientamento totale.
Nella tua fotografia si denota un forte stile personale. I tuoi scatti sono frutto
di un impulso, oppure c’è una preparazione precedente?
“Parte tutto da una certa ossessione verso un argomento specifico, poi c’è
uno studio preciso su chi dovrà posare per quel determinato scatto, sulla
location, gli abiti e gli oggetti che faranno parte del lavoro fotografico”.
Hai qualche personaggio di riferimento nel mondo dell’arte?
“Sono tanti, ad esempio i pittori fiamminghi, Caravaggio o il fotografo Robert
Doisneau e tantissimi registi cinematografici come Kubrick, Tarantino, Tim
Burton e i neorealisti italiani. Ho anche i miei film feticcio, quelli che guardo
mille volte e non mi stufano mai, come Shining, Picnic ad Hanging Rock,
Piano piano dolce Carlotta, Miriam si sveglia a mezzanotte, Donnie Darko,
Blow Up, ecc ecc…”
Nelle dodici opere esposte a Cagliari, hai affrontato il tema
del Doppelgaenger, fenomeno che rappresenta l’altra parte
dell’io, “la quale dopo tanto tempo si rivela come un fantasma
del passato alla nostra coscienza”. Perché il Doppelgaenger?
Quale è stato il percorso che ti ha portato ad affrontare questo fenomeno? Quali le influenze?
“Questa è una delle tematiche che mi ossessionava da tempo, e prima o poi
dovevo tramutarla in immagini. Doppelgaenger è una parola tedesca che si
N
ata a Cagliari, Francesca Randi, è un’artista con un immaginario fortemente surreale; attualmente lavora nella sua città
natale come fotografa e grafica. Il suo approccio con la fotografia è da lei considerato “un colpo di testa e di fulmine” e
allora è corsa ad acquistare la sua prima macchina fotografi-
ca, con la voglia sfrenata di raccontare le sue storie attraverso la creazione
di immagini.
Nessuna scuola d’arte: “sono autodidatta, ho imparato osservando i grandi
pittori e fotografi del passato e sprecando una marea di rullini”, dice Francesca Randi, perché quando ha iniziato a lavorare con la fotografia non esisteva ancora il digitale.
Uno stile malinconico, a volte duro e allo stesso tempo surreale, come quello del Doppelgaenger, il doppio, l’altra parte dell’io, affrontato nel 2009 con
le dodici opere esposte a Cagliari. “Questa è una delle tematiche che mi
ossessionava da tempo”. “Tutti abbiamo subito dei traumi, delle ferite che a
volte ci portano ad una sorta di sdoppiamento dalla realtà che ci circonda”.
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riferisce ad una leggenda, secondo la quale ognuno di noi avrebbe un doppio o sosia. Se per sventura dovessero incontrarsi, uno dei due dovrebbe
morire per mano dell’altro. Il fenomeno del doppio è stato inizialmente studiato da Freud. Ho letto tanto sull’argomento, tutto il progetto è incentrato
sul concetto di Perturbante. Freud nel suo saggio dice che: “Il perturbante,
ciò che porta angoscia, è un non-familiare, qualcosa che assomiglia al nostro ambiente domestico ma che in realtà cela in sé un qualcosa di straniero, sconosciuto, enigmatico. Il perturbante che si sperimenta direttamente
si verifica quando complessi infantili rimossi sono richiamati in vita da un’impressione”. In psichiatria il doppio rivela tutta una serie di patologie, come la
schizofrenia, disturbo bipolare e borderline, ma anche semplici traumi che
la nostra mente inizialmente rimuove e che riaffiorano quando meno ce lo
aspettiamo, creando forti stati di angoscia. In passato tantissimi artisti hanno affrontato questo argomento, ma soltanto due hanno colpito in modo
particolare la mia attenzione, come ad esempio Kubrick e la scrittrice Anais
Nin. Questi due artisti erano ossessionati dal doppio”.
Ti è mai capitato di vivere in prima persona questo fenomeno
dissociativo? Sia che sia stato positivo o negativo.
“Credo che ciascuno di noi abbia provato una cosa simile. È proprio questo
che mi affascina dell’argomento, senza arrivare a patologie gravi come la
schizofrenia. Tutti abbiamo subito dei traumi, delle ferite che a volte ci portano ad una sorta di sdoppiamento dalla realtà che ci circonda. Ci sono dei
traumi che affiorano all’improvviso, magari nell’età adulta, e ci fanno stare
male, all’inizio non capiamo perché, poi però dobbiamo affrontare la situazione e quella parte di noi che non pensavamo nemmeno lontanamente
di avere. Ricordiamoci però che non sempre avere a che fare con il nostro
“doppio” è una cosa negativa, infatti se da una parte può operare ai danni del soggetto, dall’altra può invece realizzare i suoi desideri più segreti,
agendo come il soggetto o la sua coscienza non oserebbe mai. Liberandoci
quindi da sovrastrutture che l’educazione, la società e a volte noi stessi ci
siamo imposti”.
Secondo te qual è la differenza tra moda e stile?
“Spesso gli stilisti ci incanalano in determinati clichè, che le donne purtroppo
seguono stagione dopo stagione. Da questo punto di vista a volte si esagera, tutto questo è un po’ schizofrenico. Per me indossare un abito equivale
ad indossare uno stato d’animo, ci si deve ascoltare, capire e seguire il proprio stile. Non amo i modaioli a tutti i costi, quelli che come pecore seguono
la corrente del momento. Con la moda si deve giocare, fino ad arrivare a uno
stile personale, che non deve limitare quello di nessun altro”.
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Secondo quali criteri scegli gli abiti dei tuoi scatti?
“Dipende dall’argomento che sto trattando. Per esempio, per Doppelgaenger, cercavo qualcosa che avesse un sapore antico, d’altri tempi, perché
le location scelte per ciascuno scatto sono tutti complessi industriali in disuso ormai da anni. Adoro l’archeologia industriale, evoca mille cose; a me
personalmente ricorda una società post-atomica come quella del famoso
cartoon che ha segnato la mia infanzia: Canon. Mi piaceva immaginare una
società ormai distrutta, dove le industrie in disuso giacevano addormentate
ai piedi delle ragazze-bambine e del loro doppio”.
Che rapporto hai con lo specchio? (Come oggetto di sdoppiamento figurativo)
“Lo specchio è un oggetto che adoro. L’ho utilizzato per vari lavori. È una
porta spazio-temporale che ci porta a scoprire un altro sé. Lo specchio amplifica e moltiplica l’immagine e gioca a confondere realtà e artefatto.”
Tra i tuoi lavori qual è quello che più ti è piaciuto realizzare?
Quali sono le emozioni che provi realizzando le tue opere?
“Provo sempre un’emozione grandissima nell’iniziare un nuovo lavoro. È una
vertigine indescrivibile perché c’è sempre un elemento d’imprevedibilità che
subentra quando inizio a scattare che ti cambia tutto improvvisamente. A
volte il solo spostamento delle nuvole sopra il sole, o il cambio d’espressione
di una modella creava quel momento imprevisto che però dava alla foto
un’atmosfera incredibile.”
Potresti trarre ispirazione da qualche fotografo di moda? o
l’hai già fatto?
“I fotografi di moda che più riescono a stupirmi, sono quelli che creano magia e fiaba, che riescono a raccontarmi una storia. Te ne cito uno su tutti,
proprio perché lo sento molto vicino a me e al mio modo di concepire le foto
di moda: Tim Walker, assolutamente fantastico! Per il resto di solito traggo
ispirazione da una marea di cose che la mia mente macina ogni giorno, film,
romanzi, saggi, immagini di ogni tipo, impressioni e macino, macino sino a
quando tutto prende forma”.
Si potrebbe parlare di moda applicandola a questo fenomeno?
“Ogni volta che indossiamo un abito ci creiamo volutamente o inconsciamente un determinato ruolo o personaggio. La moda in questo senso aiuta
tantissimo, oggi più che in passato. Esiste un abito per ogni situazione, circostanza o personaggio si voglia creare, ci si può trasformare in qualsiasi
momento; tutti noi lo abbiamo fatto almeno una volta nella vita”.
Quale stilista secondo te potrebbe rappresentare al meglio il
Doppelgaenger?
“Abbiamo l’eredità di tutta la moda del passato e se ci pensi è magnifico!
Amando tantissimo cinema e teatro, gli stilisti che mi hanno incuriosito maggiormente sono quelli che più sapientemente riuniscono epoche e stili, creando degli abiti spettacolari e originali, fiabeschi e gotici allo stesso tempo.
Mi vengono in mente Vivienne Westwood, Kenzo e Alexander McQueen”.
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Emidio
Antoci:
un artista
dannato
N
el cuore di Trasteve-
fetti è proprio così; c’è una quantità di oggetti, ninnoli,
re, prima di piazza
cianfrusaglie e doni da ubriacare la vista.
S.Maria, vi è un’altra
piazzetta con un ristorante, due bar e
gente che si gode il clima primaverile. Ma questo, è ciò che succede
a terra.
sue parole. Ciò che conta è che è divenuto un pittore
per un “veto fatto dalla zia”, ed egli è assolutamente
consapevole di non aver alcuna vocazione artistica definendosi, anzi, un dannato. “Nella mia vita ha commesso molti errori e il Signore mi sta punendo tenendomi
Se si alza lo sguardo verso l’ultima
all’inferno, in questa casa”, da cui non esce da anni, data
Emidio Antoci: un artista dannato
finestrella del palazzo, si avverte la
anche la sua cecità. Della sua arte,nessuna traccia, ad
di Camilla Martorano and Tommaso Matano
presenza di uno strambo personag-
eccezione di un quadro raffigurante una Madonna, dalla
gio. Il pittore, l’artista Emidio che fino
dubbia autenticità.
a poco tempo fa teneva in finestra
bambole, pupazzi, giocattoli appesi
per i capelli o per le braccia, visibili a
tutti i passanti. Se si guardano con
ansia sembrano sull’orlo del suicidio, se si guardano con fanciullezza
non sono altro che pupazzi stesi ad
asciugare.
Emerge il ritratto di un uomo solo, triste, pazzo, che si è
lasciato andare e che non vuole parlare molto né della
sua famiglia (a detta sua, i familiari sono quasi tutti morti,
e i figli non li vede), né dei suoi quadri (di cui non vi è
prova tangibile perché venduti tutti). Si dice andasse in
giro con due paia di occhiali e due cravatte, quest’ultime ancora ben visibili, polverose e appese sopra il letto,
ma le cose che lasciano senza parole, oltre alla quan-
Il nonnetto si affaccia e mugugna
tità di oggetti che farebbe impazzire un mercataro di
qualcosa di incomprensibile, ma
Portaportese, sono le scritte che coprono tutti i muri .
alla fine ci apre il portone. Forse un
“Emidio poeta dell’arte!”. Segni di amici? ci dice che non
po’ incoscienti ad entrare in casa di
ne ha più, ma possiamo affermare quasi con certezza
un folle sconosciuto, veniamo ca-
che tutte quelle parole sui muri sono la testimonianza di
tapultate nella prima sala ove non
chi, come noi, era curioso di conoscere “il matto pittore
si identificano bene gli oggetti data
trasteverino”.
una penombra scurissima. Ciò che
arriva dritto al cervello è un odore
stantio e un pulviscolo di germi e
batteri. Emidio ci accoglie seduto
sul letto e comincia a parlare in maniera vaga, ma con una scioltezza
che lascia pensare sia solito intrattenere persone colloquiando. In ef-
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Poco si sa di lui, data anche la scarsa attendibilità delle
Dopo un’ora di chiacchiere (sempre le stesse, data qualche rotella fuori posto del nostro interlocutore) ci esorta
ad andarcene per non stancarci, mica scemo! Ci chiede
di fare un miracolo per lui, con la consapevolezza che
in verità non si possa fare niente per la sua “dannata
esistenza”. Uscendo ci cade lo sguardo su una scritta
colorata “la stanza dei pensieri”. Mai nessuna scritta fu
più azzeccata.
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potete, voi, creature stupende, datemi la redenzione.
Non sentite la puzza di bruciato che è in questo luogo
maledetto, ditemi, angeli miei, non sentite il calore asfissiante del fuoco, il fumo che sale a intridervi i polmoni col
puzzo di morte, voi che conoscete il miracolo ditemi la
verità, non vi si bruciano le ali, in questo Inferno?
Volate via, prima che sia troppo tardi. Il sole è fuori da
qui, alto, stupendo, non posso dipingerlo, altrimenti
saprei spiegarvelo meglio, io e le parole non andiamo
molto d’accordo, mi piacciono le immagini, i pennelli,
posso dipingervi mentre prendete fuoco in questo Inferno, angeli miei?, andate via c’è il sole là fuori volate
verso di lui, non lo temete, vero Dedalo, non avete paura
di lui ma solo dell’Inferno, che ne dici, Icaro, ricorda un
po’ il vostro labirinto questo orrore che gli umani hanno
dentro di loro?
Andate via da qui, se non potete salvarmi, fuori c’è
un sole bellissimo che non mi appartiene perché non
posso rappresentarlo, non ho più quadri, né speranze,
angeli, mi restano solo le mie bambine e voi non le porterete via, è chiaro? Ogni giorno le lascio stare sospese
sul mondo, i piedi che ballano nell’aria. Voglio che vivano. Io ero un morto ambulante in cerca d’emozioni. Che
almeno le mie bambole si salvino dall’eterna angoscia
che è in questa casa, volete portarle via con voi, angeli
miei?, portatele sul sole, lì è tutto più bello, non è così?
Lì la fine arriva, prima o poi, non si muore come qui, respiro dopo respiro.
Andate via, angeli.
Lasciatemi da solo con le mie bambole.
Il mio cervello comincia a compiere voli pindarici, circa la vera esistenza
Io vivo fuori dal tempo, e sono un pittore, ma quando
di quest’ometto, quanto di vero c’è nelle sue parole, e quante altre storie
ero ancora vivo –vivo per davvero- ho visto l’orizzonte,
invece avrebbe potuto raccontarci. Fatto sta, che io ci tornerò, mi sono
quella linea ultima in cui il mare e il cielo si incontrano
ripromessa di farlo uscire di casa, ma probabilmente non si ricorderà ne-
davvero, per sempre, e ho capito che è quella la ve-
anche chi sono. Una volta fuori infatti, due ragazzi salgono dandoci il cam-
rità, la verità che l’arte dovrebbe ricercare, perché è il
bio; chissà questa volta Emidio cosa racconterà ai suoi nuovi amici.
modo che ha la natura per descrivere l’eterno, col suo
inchiostro, l’orizzonte, angeli miei, quell’orizzonte che le
Orizzonti.
mie bambole fissano ogni giorno appese alla finestra, lo
Chi è? Che cosa volete? Non potete portare via le mie bambine, avete ca-
cercano senza trovarlo –sì, ecco cosa fanno tutto il gior-
pito? Lasciateci stare, vi prego. Lasciateci stare. No, no, siete angeli dovete
no sospese sul mondo- e ora vi faccio una domanda,
venire qui allora. Non potreste fare un miracolo? Voglio la pace, nel cuore e
angeli, una domanda cruciale cui non so rispondere ma
nell’anima, guardatemi, voi dovete fare un miracolo angeli miei, ascoltate,
dalla quale dipende tutto la mia vita cristallizzata in que-
la maledizione è in me, in queste mie mani, sotto queste unghie sporche
sto limbo infernale che è la casa buia in cui vivo senza
di vernice, grattatela via, io sarò la vostra tela, cancellate ciò che è inciso
più un quadro, senza più una passione, senza più la di-
nelle mie rughe, e nel mio sguardo, datemi una seconda possibilità. Biso-
gnità di chi ha dalla sua ancora la ragione, una semplice
gnerebbe nascere due volte, prima solo per prova, poi per vivere davvero,
domanda, angeli profani che non sanno il miracolo: può
impareremmo di più.
un pittore scrivere l’orizzonte sulla sua tela?
Io non vorrei, io non volevo sbagliare tutto. Ma non posso rimediare, solo voi
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Miss France:
il mistero
della relatività
di Maurizia Mezza
B
ipolarismo, doppelgaenger, doppio, mistero, occulto, relatività. Non sono i classici sostantivi da accostare ad un negozio di moda, eppure già sbirciando nella
vetrina di “Miss France” ci si rende conto
che non è un negozio come gli altri: lì accadono cose
strane, infatti è proprio lei, Miss France, a spiegarci “se
lo fai bene questo lavoro escono cose belle”.
In via della Scrofa, tra i vicoletti del centro storico di Roma,
esiste dagli anni ’60 un piccolo negozio estremamente
affascinante. E’ la testimonianza della relatività dello spazio e del tempo. Si chiama Miss France, in quanto la proprietaria, Maryse Fabre, è stata eletta Miss Francia nel
1956, ed è aperto solo la notte, dalle 22 alle 3.
Il negozio è molto piccolo ma al suo interno sono con-
“Questo non è un negozio dell’usato, è vintage scelto
servati almeno 40 anni di storia della moda, da Chanel
e seminuovo, troverai cose incredibili ed autentiche” ci
ad Hermès passando per Max Mara e le scarpe originali
racconta con orgoglio Miss France, ed è assolutamen-
di “Ballando con le stelle” (pop contemporaneo?). La re-
te vero. Dalla vetrina ad oblò sbucano timidamente, tra
latività spazio-temporale emerge subito.
borse, tazze, giochi da tavolo, gonne e bretelle, un me-
Varcando la porta di questa “boutique d’essay” ci si ri-
raviglioso costume da bagno Yves Saint Laurent degli
trova in un universo parallelo dove il tempo si è fermato
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anni ’70, cravatte di seta Christian Dior e un portafogli
e il comune senso dello spazio non è più così ovvio. In
Fendi.
pochi metri quadrati convivono, in un armonioso caos,
È un luogo misterioso questo, dove ci si potrebbe per-
centinaia di vestiti e accessori da donna, uomo e bam-
dere per giornate intere a scavare tra le montagne di
bino. Ed è proprio sul bambino che Maryse si è con-
oggetti e a farsi affascinare dalla gentile e simpatica
centrata ultimamente, ci tiene infatti a sottolineare che
proprietaria, che infine, nel salutarci, ci mostra delle biz-
ha moltissimi capi firmati, da Cacharel a Replay, a costo
zarre salopette di jeans e ridendo commenta: “chi le ha
bassissimo.
fatte era strano”.
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BIPOLARITY
BIPOLARITY
Photographer: Manuela Morgia
Model: Carla Barrucci
Stylist: Francesca Lancia
Hair & make up: Claudio Furini
Special thanks for clothes: Hippy Chic
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canotta grigia: manila grace
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tubino nero a balze: doralice
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abito a pipistrello grigio: doralice
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abito di maglia marrone: manila grace
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giacca in pelle: space
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Evidence
of a double
existence
vestito: leila hatzi
Photographer: Michele Del Manzo
Model: Flavia Serafini Pozzi
Stylist: Francesca Zuco
Hair: Filippo Costantino, Massimo Formiconi @ Vertigine
Make-Up: Charlotte Hardy
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camicia: nadir // vestito: lavinia turra
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maglia: massimo crivellli
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vestito: martin alnares // scarpe: stylist own
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trench: eugenio vazzano // scarpe: steve madden
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giacca: sofie d’hoore
vestito: massimo crivelli
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The sweet dark side of me
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soprabito: tina sondergaard
spilla: vintage
Photographer: Ivona Chrzastek
Model: Sarah@Icon Model Management Roma
Stylist: Maurizia Mezza
Hair: Leila Soula
Make-Up: Paolo Panczyk@studio13roma
Special Thanks for clothes to:
Creje di Salvatore Castigliola
Lotorchisco, Ianua,
Misty Beethoven,
Patrizia Greco Handmade,
Tina Sondergaard,
Edo city,
Molly Bloom,
XX XY
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spolverino: nadir
vestito: misty beeethoven
occhiali: vintage
camicia: vintage // pantaloncini: mass
parigine:top shop // calzini: stylist’s own
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giacca: lavinia turra
anelli: danae roma // cappello: stylist’s own
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gorgiera: xy // collana: danae roma
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trench: edo city // vestito grigio: tensione inn
cappello: archivio antica manifattura cappelli
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Photographer: Paolo Mancini
Model: Asya @ Icon Model Management
Stylist: Emanuela Paolacci & Francesca Massera
Hair & Make-Up: Claudio Furini
Special thanks to:
Paraphernalia,
Edo City by Alessandra Giannetti,
Lol
giacca: alessandra giannetti
entità
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camicia e gonna: alessandra giannetti
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giacca e pantaloni: alessandra giannetti // bracciali: anna sacconi
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giacca: laura urbinati // leggins: pinko vintage
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giacca pelle: wood wood
pantaloni: wood wood
bretelle: forte_forte
maglia: stylist own
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Photographer: Chiara Spaghetti Kutovic
Model: Mirian Ajaùro@Icon Model Management Roma
Stylist: Diane Orlando
The Shadows
ve stiti: kokoro // sca r p e: x ti
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ve stiti: kokoro // sca r pe: x ti
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ve stiti: kokoro // sca r p e: re play
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vestiti: kokoro // scarpe: xti
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tory
c
Dire
Store
Creje di Salvatore Castigliola Lotorchisco
Via del Boschetto, 5/a - Roma - [t] +39 0648905227
Edo city
Via Leonina, 78/79 - Roma - [t] +39 0648930405
Hippy Chic
Via Flaminia Vecchia, 639/639a - Roma
[t] 06.3337197
Ianua
Via dei Serpenti, 127 - Roma - [t] +39 0648902548
Kokoro
Via del Boschetto, 75 - Roma - [e] [email protected]
Lol
Piazza degli Zingari, 11 - Roma - [t] +39 064814160
Misty Beethoven
Via degli Zingari, 12 - Roma - [t] +39 064881878
Molly Bloom
Via dei Giubbonari, 27 - Roma - [t] +39 066869362
Paraphernalia
Via Leonina 6 Roma - Roma - [t/f] +39 064745888
[e] [email protected]
Patrizia Greco Handmade
Via degli Zingari, 51 - Roma - [t] +39 0689010025
Tina Sondergaard
Via del Boschetto, 1/d - Roma
XX-XY
Via degli Zingari, 31/b - Roma - [t] +39 0648907206
Beauty
Claudio Furini
Hair stylist & Make up
Roberto d’Antonio
Via di Pietra, 90/91 - Roma - [t] +39 066793197
Studio 13
Piazza Cavour, 13 - Roma - [t] +39 0668803977
Vertigine
Via San Francesco a Ripa, 6 - Roma
[t] +39 0658335084 - [e] [email protected]
#2/2010
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di Fashion E-zine, la sezione moda di
Periodico telematico di cultura
ed informazione
Autorizzazione del Tribunale di Roma
n. 630/99 del 24 Dicembre 1999
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Direttore Editoriale
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Collaboratori
Gianverà Bertè
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