disciplinare di produzione moda ed accessori

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disciplinare di produzione moda ed accessori
Disciplinare di Produzione
per la conformità del
Processo
Moda ed accessori
Rev00
Approvata dalla
Commissione
regionale per
l’Artigianato in data
7 giugno 2016
DISCIPLINARE DI PRODUZIONE
per la conformità del processo
delle Lavorazioni Artigiane Artistiche, Tradizionali, Tipiche di Qualità
del settore
MODA ED ACCESSORI
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PREMESSA STORICA
Pret – à – porter, la democrazia dell’alta moda
Il termine “pret – à – porter” è entrato nel vocabolario della moda alla fine degli anni Quaranta, quando i francesi
incominciarono ad utilizzarlo per tradurre il termine “ready to wear” coniato negli Stati Uniti.
Il linguaggio della moda faceva trapelare l’influenza del processo di americanizzazione che stava investendo
l’Europa, dimostrando che l’equazione, “moda uguale élite”, apparteneva al passato. Il “ready to wear” era una moda
creata appositamente per la società di massa di un paese, gli Stati Uniti, che rappresentava un modello di
democrazia e benessere. Anche il lessico della moda italiana si aggiornò, introducendo due nuove categorie di
prodotti: la moda boutique e l’alta moda pronta.
Negli anni Trenta gli Stati Uniti erano stati la nazione su cui più di ogni altra si erano abbattute le conseguenze della
crisi del 1929 e che più di ogni altra aveva adottato misure severe contro le importazioni. Tra i generi più colpiti dagli
aggravi daziari figuravano i pizzi di Calais, i cappelli, i ricami, il tulle e i lamé francesi, oltre alla seta, pelletteria ed ai
capi di abbigliamento di lana.
Dopo dieci anni circa di rapporti commerciali intralciati dal protezionismo, la rottura con la Francia si consumò con
l’occupazione Nazista iniziata nel 1940. Negli Stati Uniti gli eventi politici europei segnarono l’avvio di un periodo
contrassegnato dalla valorizzazione delle risorse creative autoctone e dalla autonomia dai modelli di leganza e di
bellezza proposti da Parigi.
Alla fine della Seconda guerra mondiale il ruolo di “trend setter” dell’haute couture parigina appariva ormai
seriamente compromesso.
Il successo del New Look lanciato da Christian Dior nel 1947 non riuscì a mettere in discussione la nuova leadership
conquistata, anche nel campo della moda, dal Paese che si poneva alla guida del mondo occidentale.
Nel nuovo scenario internazionale venutosi a configurare dopo la guerra, la moda italiana acquisiva un insperato
vantaggio competitivo: le creazioni italiane erano raffinate, vantavano una specifica identità che derivava dal sapere
artigianale e avevano l’invidiabile caratteristica di essere poco costose perché in Italia la manodopera costava poco.
Per restare al passo con i tempi, anche il lessico della moda italiana si aggiornò, introducendo due nuove categorie
di prodotti: la moda boutique e l’alta moda pronta. La moda boutique, che negli anni Cinquanta decretò il successo
delle sfilate fiorentine, contrassegnava una produzione caratterizzata dalla qualità dei materiali e dalla artigianalità
delle tecniche di confezione, realizzata su scala sufficientemente ampia da poter essere commercializzata dai grandi
magazzini americani, che si collocavano nella fascia alta del mercato.
L’Alta moda pronta era invece costituita dalle seconde linee prodotte dalle case di alta moda italiane. Si trattava di
collezioni che traevano ispirazione dalle creazioni più esclusive, semplificate ed impoverite attraverso l’impiego di
materiali più economici e il ricorso a tecniche di rifinitura e cucitura proprie della confezione in serie.
Moda Boutique ed Alta Moda pronta sono produzioni che appartengono alla prima fase della storia della moda
italiana. Decisive per assicurarle i primi successi internazionali, negli anni Ottanta sono state superate dalla
confezione industriale che, attraverso la collaborazione con gli stilisti, ha reso la moda italiana autonoma e creativa
nell’elaborazione dell’offerta di un nuovo prodotto di moda.
L’Haute Couture
Gli abiti di sartoria, a differenza di quelli confezionati nelle taglie standard, sono pensati per una donna/uomo
specifica/o. Non potremmo parlare di “haute couture”, o alta moda, senza citare Charles Frederick Worth, il padre
fondatore. Worth fu il primo couturier a diventare una stella della moda.
Nato nel Lincolnshire, in Inghilterra, nel 1825, emigrò a Parigi appena ventenne, dove aprì la sua casa di moda nel
1858, il primo atelier di haute couture.
L’imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III e grande appassionata di moda, lo prese sotto la sua ala protettrice e
lo fece conoscere all’alta società.
Fu creatore di magnifici abiti per la famiglia reale, la nobiltà, le attrici e i “nouveaux riches”, realizzati con tessuti
preziosi, in particolare l’artista era specializzato per gli abiti da sera di tulle bianco.
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L’artista – stilista fu il primo ad utilizzare le modelle ed a presentare le collezioni nonché firmò a mano le sue
creazioni.
Nei primi del XX secolo altri couturier si riunirono nella Chambre Syndicale de la Couture Parisienne, promuovendo
le loro creazioni nei mercati di oltreoceano ed anche organizzando le sfilate parigine.
L’Haute Couture di oggi che vanta importanti nomi del settore, è un mix eccentrico di abiti incantevoli e di buona
vestibilità, dietro ai quali si nasconde il lavoro meticoloso dei più grandi artisti della moda.
Dal tessuto di Fustagno al “Jeans”
Nel XVI secolo, in Liguria, esattamente nella città di Genova si ha l’origine del tessuto “Jeans”. Ciò è stato
attestato attraverso reperti storici, che confermano l’ampia diffusione di questa stoffa nel territorio genovese.
Tradizionalmente il “jeans” non è altro che un tessuto di “fustagno” largamente impiegato sia
nell’abbigliamento che nell’arredamento della tradizione popolare.
L’etimologia del termine americano “Blue – jeans” deriva dall’unione del sostantivo “Blue” - colore blu - e
“Jeans” – fustagno, tessuto impiegato dalle masse popolari.
Nel Medioevo i “Fustagni” rappresentavano tessuti di cotone misti a lana o lino, aventi una struttura
composta da una trama di cotone ed un ordito di lana.
Gli addetti alla lavorazione di questi tessuti erano contadini che non facevano parte delle corporazioni, ma
bensì che svolgevano l’attività di tessitura nei periodi di pausa dal lavoro dei campi.
Varie sono le teorie legate alla derivazione etimologica della parola “Fustagno”: alcuni ritengono che derivi
dal latino medievale “fustaneum” da “fustis”, che significava “legno d’albero” che a sua volta si deduceva dal greco
“xylina lina”, ossia “albero di lana” simile al termine della lingua corrente tedesca “Baumwolle”; altri ipotizzavano
l’origine del termine dal quartiere del Cairo chiamato Fustat o Fostat ma si ritiene che sia improbabile tale
derivazione in quanto la lavorazione non era tipica dell’Egitto; altri ancora ritenevano che il termine derivasse
dall’India, oppure dall’arabo “fustan”, termine che identificava una stoffa pesante di cotone perlopiù con ordito di lino.
La teoria sull’origine etimologica del fustagno si è conclusa con la conferma che tale tessuto di cotone era
mischiato a lana o lino e con il passare del tempo e l’evoluzione della tecnica produttiva presentava una struttura a
trama di cotone e ordito di lino. Si evidenzia che ogni città che produceva fustagno adottava regole particolari a
seconda degli usi locali e per questo motivo si generavano variazioni del nome della stoffa a seconda del centro di
provenienza del tessuto.
Una delle caratteristiche comuni dei fustagni era la modalità di fissaggio della superficie, che non era piana
ma presentava un aspetto lanuginoso ottenuto con una lavorazione (cardatura) attuata con il “cardo”, al contrario
l’armatura (procedura secondo cui si intrecciano ordito e trama) non era l’elemento identificativo della lavorazione, si
applicavano indistintamente sia l’armatura a tela che quella diagonale.
Il motivo per cui l’origine di questa stoffa viene ricondotta a Genova è legata al fatto che i “fustagni”
genovesi venivano commercializzati ed esportati in altri mercati tra i quali quelli inglesi che ribattezzarono tali stoffe
con il termine fustagni di “Geanes” da cui “jeans”, materiale di media qualità e prezzo competitivo, adeguato alle
esigenze del mercato inglese.
È stata proprio il “paradosso”: media qualità a basso prezzo, a consentire la crescita produttiva di questo
tessuto, il cui target di destinazione comprendeva non solo le classi medio – povere che lo utilizzavano
nell’abbigliamento quotidiano ma anche le classi aristocratiche, affascinate dalla versatilità d’impiego di questa stoffa.
Il colore Blu al tessuto non è una prerogativa ligure, ma grazie all’attività portuale della regione era possibile
reperire svariate materie prime come le tinte per i tessuti.
Nei primi del cinquecento le tinte largamente impiegate per dare il colore blu ai tessuti erano il guado,
estratto dalle piante di isatis, importate dall’Africa nel XII secolo e poi coltivate in Italia, oppure con l’indaco, che
veniva importato dall’Oriente grazie alla conquista delle nuove colonie commerciali.
Anche le classi agiate liguri impiegavano la “tela turchina” soprattutto nell’ambito delle confezioni per
l’arredamento, per la realizzazione di tende, biancheria da letto ed intima.
Un esempio di tutto questo è attestato dagli inventari dei beni di molte nobili famiglie genovesi: l’Inventario
dei Beni di Barnaba Spinola del 1772 e nell’Inventario di Livia Centurione Pallavicino del 1758.
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Nella tradizione ligure molte sono le testimonianze e l’impiego di questo tessuto: Teli della Passione, vesti
delle statuine dei Presepi Genovesi realizzati dallo scultore Pasquale Navone nella seconda metà del Settecento,
costumi popolari liguri.
Tra i Teli della Passione più rilevanti per la tradizione di Genova sono quelli realizzati da Pier della Vega e
dalla sua equipe di artisti.
Molti di questi teli sono stati originariamente conservati nell’Abbazia di San Nicolò di Boschetto,
successivamente durante il periodo delle soppressioni napoleoniche (1810) diventarono proprietà delle famiglie
aristocratiche genovesi.
Il motivo per cui si adottava il jeans per dipingere i temi della fede era legato al fatto che le figure in bianco
sullo sfondo blu dei teli accentuavano il coinvolgimento emozionale del fruitore – fedele, portandolo alla percezione
della sofferenza del Cristo, inoltre, come ha espresso Vassily Kandinsky, il blu trasmette un impulso per l’uomo alla
ricerca dell’infinito e della sua intima natura che tende al desiderio di purezza e di contatto con il soprannaturale.
Significative testimonianze dell’impiego del jeans, il fustagno genovese per eccellenza, sono state le
statuine del presepe del Museo Luxoro. Queste statuine compongono un gruppo omogeneo e dallo stile degli abiti
derivano dal periodo 1770 – 1780.
La stoffa con cui sono stati realizzati i vestiti delle statuine presentava un’armatura diagonale con ordito di
lino o canapa colore ecru e trama blu (jeans). L’abbigliamento che indossavano i personaggi del Presepe era
composito e dimostrava come i tessuti di cotone venivano ampiamente combinati per la realizzazione di differenti
capi: camicie (cotone fino o lino), gilet, calzoni al ginocchio e casacche o marsine dalle falde stondate, ecc… .
Alcune dimostrazioni legate all’impiego della tela di cotone blu, risalenti all’Ottocento, conducono ai costumi
popolari realizzati nella zona della Spezia, in particolare nella Lunigiana, ottenuti da manifatture casalinghe. Tale
tessuto di cotone era chiamato localmente “budana”, ed era realizzato perlopiù dalle tessitrici di Valdipino, uno dei
centri principali della tessitura a telaio, da cui veniva esportato nel golfo della Spezia, in Val di Vara ed in Val di
Magra.
Il fustagno ligure per eccellenza, grazie alla sua origine in una terra di mare come la Liguria e di
conseguenza tramite i suoi porti, si è diffuso in altri mercati sino ad approdare nella seconda metà dell’Ottocento in
America con il nome di “Jeans”, inserendosi così in una nuova dimensione contraddistinta dalla sinergia di culture ed
esigenze distinte che hanno portato alla sua internazionalizzazione d’impiego.
Cenni storici dai ricami a riporto ai dipinti su seta sempre a riporto
Tra le tecniche sviluppatesi nella tessitura genovese si evidenziano i ricami a riporto.
Il ricamo per applicazione era molto praticato a Genova ed ancora oggi questa tecnica conserva la tradizionale
definizione di “ricamo a riporto”.
Questa tecnica consiste nell’applicazione di pezzi di tessuto, tagliati secondo un disegno, ad un tessuto di fondo e,
secondo testimonianze settecentesche, era già in uso presso i romani.
Il metodo per eseguire questo tipo di ricamo si articola in due operazioni: la prima concerne il tessuto da tagliare, la
seconda il sistema di applicazione delle forme ottenute alla stoffa scelta come supporto.
Per ottenere gli elementi con cui realizzare il decoro è necessario preparare un disegno su carta e poi tagliare il
tessuto da applicare, facendo in modo di evitare il più possibile sprechi.
L’applicazione dei ritagli ottenuti al tessuto di supporto si esegue spalmando colla sul retro di ogni frammento,
specialmente lungo i contorni per evitare sfilacciature.
I contorni vengono anche assicurati con filze a cucito e profilati con cordoncino , posizionato in modo da sottolineare
anche le linee interne e le nervature.
I riporti sono perlopiù in raso e/o velluto tagliato unito in colori piuttosto vivaci; in particolare verde, azzurro, rosso e
bianco per frutti e le bacche, mentre il tessuto di fondo più utilizzato nel ‘600 è il giallo.
I riami a riporto erano prevalentemente eseguiti su tessili destinati all’arredamento ed all’uso liturgico, forse anche
perché oltre ad una valutazione di ordine estetico si teneva in considerazione la buona consistenza e quindi la durata
del tessuto.
I teli conservati presentano per lo più forme rettangolari ed erano probabilmente in origine parti di rivestimenti di letti
o mantovane; quelli di dimensioni maggiori potrebbero essere stati coprisedili o copritavola. A partire dal ‘700 i ricami
a riporto ebbero un ruolo da protagonista nel decoro delle portiere.
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Dagli inventari è emerso che ogni palazzo aristocratico ne erano conservati parecchi esemplari. Perlopiù decorati
con lo stemma di famiglia al centro, e rappresentavano un complemento d’arredo, che enfatizzava altresì
l’importanza della famiglia proprietaria del palazzo.
La descrizione della vendita all’asta dei beni del marchese Francesco Donghi nel 1912, lascia capire che teli
rettangolari ricamati “a riporto” fossero usati anche come ornamenti per il camino: il lotto 292 era un “Drappeggio da
caminetto a due partite in raso giallo con a riporto in seta” ed il 299 presentava un “fregio del caminetto di velluto
verde e rosso a riporto su fondo giallo m 2.35 x 0.29”
I teli ricamati “a riporto” della collezione costituiscono un nucleo significativo per la qualità dei pezzi e per l’ampia
documentazione dell’evoluzione stilistica dei decori.
L’esempio più antico, databile verso gli ultimi decenni del ‘500 a nei primi del ‘600 è rappresentato da due teli in cui
su fondo di raso giallo sono applicati riporti in taffetà rosso da cui nascono foglie e infiorescenze in raso verde,
azzurro e bianco. Altri teli risalgono al alla metà del ‘600 e si caratterizzano per riporti in velluto con cromatica in
azzurro e rosso di particolare impatto visivo e si ispirano ai movimenti delle foglie di acanto. Al ‘700 risale un telo
rettangolare in cui i fiori sono realizzati con ritagli di sete variopinte.
La tecnica “a riporto” è stata anche utilizzata nell’800 per realizzare copricuscini e mantovane, con “riporti” su tessuti
più antichi e potrebbero essere stati utilizzati dal laboratorio di Antonietta Caldironi e Luigi Fantini, specializzato in
questo settore.
Cenni storici sulla lavorazione del macramè ligure
Le origini di questa tecnica possono essere ricercate nei paesi arabi ma intorno al XV secolo, attraverso gli scambi
commerciali, si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo.
A Genova ed in alcuni centri della Riviera Ligure, già conosciuta per i preziosi damaschi e velluti, ebbe un notevole
sviluppo soprattutto legato alle alternate vicende della lavorazione del lino, dove trovava impiego nella rifinitura dei
tessuti, utilizzando per l’intreccio i fili stesso dell’ordito, creando un bordo decorato, parte indissolubile del tessuto
stesso.
Nell’ambito di questa limitata produzione, l’arte dei nodi decorativi, pur così profondamente radicata alla tradizione di
Genova, mantenne sempre sostanzialmente un suo carattere “provato” al di fuori dei grossi circuiti commerciali.
Inoltre, a differenza dei merletti a fusello ed ad ago, morbidi e sottili, la consistenza del macramè non trova utilizzo
nel campo della moda, a parte qualche rara eccezione, relegando questo merletto ad impreziosire l’arredo della casa
genovese medioevale e rinascimentale, mantenendo costante anche nei secoli successivi questo suo legame con la
biancheria di uso domestico.
Questa lontananza dal mondo della moda e la produzione tramandata nell’ambito familiare o nei conventi femminili,
lo riserva dall’evolversi stilistico, mantenendo inalterati i motivi che, nonostante le infine varianti, sembrano non
cambiare mai nel corso dei secoli.
Il rinnovato interesse per le parti applicate e decorative di fine Ottocento inizio Novecento vede nascere, a fianco
della produzione industriale dei pizzi, le prime collezioni finalizzate alla creazione di repertori e campionari da
utilizzare nelle numerose scuole di merletto nate in tutta Europa, dando luogo a varianti tipicamente nazionali, se pur
con caratteristiche diverse. In questo revival dei pizzi antichi il macramè trova ampi consensi e le riviste femminili e i
manuali insegnano a realizzare con questa tecnica non solo vari tipi di frange decorative, ma oggetti di tutti i tipi,
quali cinture, intarsi per ombrellini, cuscini, tende, babbucce, borse e collane con inserzioni di perle in vetro.
Il repertorio decorativo tipico del macramè genovese, che aveva dato frutti di così alto livello artistico, conosce il suo
definitivo tramonto e diviene monopolio esclusivo delle abilissime merlettaie del levante genovese alle quali spetterà
il compito di tramandare la tecnica raffinata fino ai giorni nostri.
Oggigiorno alla produzione sempre più sporadica delle merlettaie si affianca l’interesse e la sperimentazione di
alcuni artisti contemporanei che hanno rivisitato questa tecnica. Non si tratta più di arti applicate ma di espressioni
creative pure ed originali, completamente libere da ogni tipo di uso pratico tradizionale.
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Il macramè
Il macramè, meglio conosciuto come “pizzo a nodi” è una tecnica in cui una serie di fili verticali vengono variamente
intrecciati ed annodati a mano, per formare un consistente merletto dal disegno geometrico, talvolta terminante con
frange. Con lo stesso sistema di annodatura di fili verticali ma variando il tipo e grossezza del filato, si possono
ottenere manufatti molto diversi da loro.
La lavorazione tradizionale del macramè su tessuto sfilato
Il metodo che consente di ottenere il merletto a macramè, il più prezioso e probabilmente il più antico di questi,
prevede l'intreccio dei fili dell'ordito del tessuto stesso (tradizionalmente in lino) preventivamente attorcigliati tra loro (
in numero di tre o quattro fili) per creare una serie di cordoncini che verranno poi intrecciati per andare a formare un
bordo, dell'altezza desiderata, che resta parte indissolubile del tessuto stesso.
Il supporto utilizzato per la sua esecuzione è chiamato “cavalletto” ed è composto da due tavole rettangolari, lunghe
e strette, disposte orizzontalmente e ortogonali fra loro. Una di esse è imbottita, ed è su questa che viene fissato, per
mezzi di spilli, il tessuto, in modo da avere davanti a se, disposte verticalmente, le lunghe frange raggruppate
costituite dall’ordito.
La tecnica propriamente ligure, prevede che le serie di fili verticali vengano, mano a mano, intrecciati ed annodati tra
loro con i nodi base (nodo intero e nodo piatto) che variamente combinati tra loro in file di cordoncini orizzontali,
(verticali, obliqui, ritorti, pioppolini, nodi a pallino o a chicco, catene) ottenuti con l’ausilio di spilli fissati sul “cuscino”,
formano un preciso disegno ad andamento geometrico, terminante in lunghe frange raggruppate o libere.
Viene eseguito senza cartone (a differenza di ciò che avviene per i merletti ad ago e a fuselli), o tutt’al più ispirandosi
ad un modello tratto da un campionario tramandato da una generazione all’altra.
Il risultato è una trina leggera, ma tanto consistente da sembrare scolpita e proprio per il sovrapporsi e il combinarsi
di nodi radi o fitti, di pieni o di vuoti, che formano grate, rosette, rombi, colonnine, raggiere, superfici di piccoli grani
rilevati... ricorda gli intarsi e i trafori dell'avorio, stucco o marmo dell'arte islamica.
Nel caso il tessuto da decorare sia sprovvisto dello sfilato perché già orlato, si può procedere inserendo i fili
direttamente nella sua trama per tutta la sua lunghezza per procedere poi nella lavorazione di intreccio e annodatura.
Sia nel primo che nel secondo caso si possono inserire, nel disegno che si va creando, delle perline, moltiplicando gli
effetti decorativi.
Una variante ottocentesca, sempre della tradizione, è quella definita “a mosaico” che si esegue disponendo una
serie di fili porta nodi orizzontali e paralleli su cui si lavorano serie fitte di nodi doppi a formare un tessuto compatto
come quello dell’arazzo, per il quale si possono utilizzare fili di colori diversi. I disegni per tappezzeria a punto croce
possono servire da modelli, come qualunque altro motivo disegnato su carta quadrettata: ogni nodo corrisponde ad
un quadretto nel disegno. Negli anni venti del nostro secolo, la direttrice della “Casa del Sole” di Torino, la Signora
Cavàndoli, trovò che poteva essere un passatempo divertente e tranquillo per i bambini predisposti alla tubercolosi,
ospitati dal suo Istituto. Da allora questa variante piatta e colorata del macramè, venne chiamata Cavàndoli.
La lavorazione “libera” a punto macramè
Questo metodo serve per creare bordi, colletti, cinture, borse, collane e oggetti di vario genere, con ogni tipo di fibra
tessile: seta, oro e argento filato, rafia, corda, ecc…
In questo caso si adopera un cuscino o tombolo piuttosto rigido, sul quale si fissa orizzontalmente un filo porta nodi
della lunghezza desiderata. Si procede poi ad annodarvi, con nodi di avviamento, i fili destinati all’intreccio, piegati a
metà.
Nella lavorazione “libera” ci si stacca dalla tradizione sia per forme che per stili, lasciando posto alla creatività
individuale e sta all’autore sviluppare il metodo e la strategia idonea a realizzare con questa tecnica ciò che vuole
esprimere. Essendo determinanti nella scelta stilistica e conferendo al lavoro aspetti estetici e strutturali diversi,
l'autore
é libero di utilizzare i filati (dimensione e qualità) che riterrà più idonei (sia di origine naturale, vegetale che artificiale,
materiali inusuali e/o nati per altri usi anche provenienti dal circuito del riciclo) purché non tossici e/o dannosi per la
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salute. È inoltre possibile servirsi dell’annodatura per inserire e trattenere elementi decorativi aggiuntivi, che
divengono parte integrante nella trama ottenuta, purchè il prodotto finito corrisponda ai requisiti di qualità sia nella
tecnica di esecuzione che nella durata dei materiali.
Sia che si tratti della lavorazione tradizionale che di quella artistica, i nodi devono essere eseguiti a mano, senza
l’ausilio di alcuno strumento se non quelli che hanno funzione di bloccare il pezzo in lavorazione (solitamente degli
spilli o ciò che risulta più efficace) e naturalmente rimossi al termine di questo.
Fonti:
 “Tessuti” – Galleria Nazionale di Palazzo Spinola - Marzia Cataldi Gallo – Sagep – 1999
 “Jeans! Le origini, il mito americano, il made in Italy” – mostra del Museo del Tessuto di Prato, tenutasi tra il 22 giugno – 30
novembre 2005.
 Marzia Cataldi Gallo, “Jeans per caso”;
 M. D. Lunghi – L. Pessa, “Macramè – l’arte del pizzo a nodi nei paesi mediterranei”
Disciplinare di Produzione per la conformità del processo
delle lavorazioni artigiane artistiche, tradizionali e tipiche di qualità
Premessa
Il seguente Disciplinare di Produzione ha l’obiettivo di individuare, specificare, promuovere e tutelare le lavorazioni
dell’artigianato, che presentano elevati requisiti di carattere artistico o che estrinsecano valori economici collegati alla
tipicità dei materiali impiegati e delle tecniche di lavorazione, oppure legati alla tradizione e cultura dei luoghi di origine
della lavorazione stessa. Esso ha la funzione di diffondere la conoscenza delle tecniche, delle produzioni attuate e dei
requisiti di manualità e professionalità insiti nelle lavorazioni artistiche fonte della creatività dell’artigiano, tradizionali,
tipiche di qualità del settore in titolo. Pertanto la stesura del disciplinare di produzione si inserisce nel quadro normativo –
Titolo IV “Osservatorio Regionale dell’artigianato”, Capo III “Artigianato artistico, tradizionale e tipico di qualità” predisposto dalla Regione Liguria per diffondere appunto la conoscenza delle tecniche, delle produzioni realizzate e dei
requisiti di manualità e professionalità connaturali di questi settori; inoltre il seguente testo ha l’obiettivo di qualificare le
lavorazioni attuate secondo canoni e procedure artistiche, tradizionali e tipiche di qualità sia in termini tecnologici, che di
utilizzo di particolari materiali e processi. Questo per di più stimola lo sviluppo delle imprese artigiane tramite progetti di
recupero e rivitalizzazione di attività artistiche, tradizionali o tipiche di qualità con particolare riferimento alle lavorazioni a
rischio di estinzione, in modo da promuoverne allo stesso tempo la conoscenza, la crescita e l’evoluzione.
Art. 1 Definizione del Settore
Il presente disciplinare, che promuove la tutela delle lavorazioni artigianali artistiche, tradizionali e tipiche di qualità,
descrive le produzioni del settore “moda ed accessori” comprendenti i seguenti comparti:






Sartoria Alta Moda donna/uomo;
Sposa;
Alta Moda “pronta” giorno, sera e sposa donna/uomo;
Maglieria;
Moda bambino;
Accessori moda: fabbricazione di pizzi, merletti e ricami, bijoux creativi, foulard, cravatte,…
Art. 2 Zona di Produzione
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Il presente disciplinare si applica ad imprese artigiane ubicate nel territorio della Regione Liguria.
Art. 3 Documentazione dimostrativa
Gli artigiani del presente settore devono essere in grado di dimostrare la propria esperienza anche con idonea
documentazione fotografica e/o cartacea e/o catalogo illustrativo dei lavori eseguiti.
Le richieste di licenza d’uso del marchio per il settore “moda ed accessori”, in fase istruttoria per il rilascio del marchio
“Artigiani In Liguria”, saranno sottoposte alle valutazioni tecniche e discrezionali di competenza del Comitato regionale
“Artigiani In Liguria”, anche avvalendosi degli esperti della Commissione tecnica, che ha curato la redazione del presente
disciplinare di produzione.
Art. 4 Sartoria Alta Moda uomo/donna, Sposa, Alta Moda “pronta” donna/uomo
Art. 4.1 Sartoria Alta Moda donna, Sposa, Alta Moda “pronta” giorno, sera e sposa donna/uomo
Prima di tagliare un abito (su misura o su taglia) è indispensabile realizzare il cartamodello dell’abito che si desidera
conseguire.
Il modello in primis è funzionale per risparmiare tessuto, ma poi per dare la linea e la forma perfetta al capo che altrimenti
rimarrebbe una linea piatta senza forma. Se un abito femminile è senza sviluppo del seno, in gergo tecnico, si dice fuori
linea. Quindi il modello deve essere trasformato con pences, piegoline, tagli o arricciatura per compensare la differenza
seno, punto vita, fianchi di ogni persona.
La taglia di una persona si ottiene prendendo le misure e secondo delle stesse calibrate in taglie (es. per la donna taglia
42, 44, 46… per l’uomo taglia 48, 50,52…) standardizzate.
Ricordiamo che la standardizzazione delle misure del corpo della donna e dell’uomo ha subito modifiche dagli anni ’60
agli ’70, dagli anni ’80 agli 2000 ed ad oggi.
Non tutte le donne e gli uomini rientrano nelle misure standard della taglia di cui fanno parte.
Quindi è il caso in cui la sartoria su misura riesce ad adempiere a questo bisogno, modificando alcune misure della taglia
(per esempio una donna che rientrerebbe in una tg. 44 ma ha un seno tg. 48 avrà la possibilità di avere un cartamodello
su misura con le modifiche necessarie).
Il capo personalizzato viene sempre provato almeno due volte e verranno fatte delle modifiche nella parte destra del
capo, che poi verranno riportate successivamente sulla parte sinistra, ad eccezione di differenze fisiche o di postura tra il
lato destro ed il lato sinistro. Queste differenze verranno correte direttamente sul modello. Ogni difetto fisico ha una sua
correzione precisa.
Il capo di “Alta Moda” e “Sposa” si contraddistingue:
 unicità del capo e scenografia;
 scelta del tessuto prezioso a volte ideato appositamente per il design del modello;
 modellistica più complessa poiché ideato appositamente per un’unica donna/uomo che potrebbe essere reale o
da sfilata o cerimonia;
 rifiniture accurate e a mano;
 accostamenti inusuali ed innovazioni;
 steccature e telature in casi particolari nonché doppiaggio del tessuto ma anche inserimento di “anime” per
creare particolari volumi;
 utilizzo di tecniche quali riporto, ricamo, assemblaggio di pizzi con sete lisce, drappeggi, piegoline asimmetriche,
applicazioni di pietre e perline, steccatura per bustini.
Il capo di alta moda rimarrà quasi sempre unico.
Il capo di “Alta Moda pronta” giorno, sera e sposa si contraddistingue per:
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Moda ed accessori
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Approvata dalla
Commissione
regionale per
l’Artigianato in data
7 giugno 2016
materiali ricercati;
realizzazione e coordinamento all’interno di una collezione;
sviluppo taglia nelle 4 tg centrali;
modellistica più sobria in quanto deve essere portabile per una donna/uomo “tipo”;
rifiniture raffinate ma anche a macchina (per raffinato potrebbe intendersi con applicazioni, non a vista,…).
Art. 4.2 Tecniche di lavorazione della Sartoria Alta Moda donna, Sposa, Alta Moda “pronta” giorno, sera e sposa
donna/uomo
Per realizzare un capo di abbigliamento di qualità, oggetto del presente disciplinare, è necessario:
- preparare un cartamodello personalizzato (utilizzando le misure del cliente) o rispettare le taglie della
produzione;
- interpretazione delle esigenze, conciliando le richieste con le tecniche di esecuzione;
- nel caso della realizzazione di “capi unici” eseguire apposizione manuale delle marche e dei segni per gli
appiombi e soprattutto dei punti molli che dovranno seguire il contorno del modello;
- imbastitura delle parti e la prova del capo sul cliente;
- prestiratura (stiratura preliminare dopo ogni fase di lavorazione);
- rifinire il capo internamente con accuratezza;
- gli occhielli devono essere sempre realizzati a mano o in tessuto, si possono fare anche a macchina, e possono
essere ricamati o profilati;
- gli orli possono essere o fatti con macchinari adatti in base al capo che si intende realizzare o sono realizzati a
mano (gli orli si fanno a macchina frollini compresi, oppure si possono fare con cucitura overlock e ribattuti e
rifiniti con cucitura a macchina) oppure a macchina con punti invisibili, anche gli orlini roulé per tessuti leggeri;
- le fodere vanno sempre applicate rovescio contro rovescio;
- le maniche devono essere montate seguendo gli appiombi;
- in caso di difetto fisico (fianchi asimmetrici, gambe o spalle diseguali) adattare il capo minimizzando il difetto;
- la correzione dovrà essere fatta e sviluppata sul modello;
- per la realizzazione dei capi spalla devono essere inserite internamente tele e teline che costituiscono
l'armatura del capo e sono fondamentali per la sua buona riuscita;
- le lavorazioni degli orli nei tessuti double devono essere eseguite rigorosamente a mano ed il rovescio rifinito
con cura poiché non sarà foderato;
- nella lavorazione dei tessuti a quadri o disegni geometrici occorre particolare cura nel far combaciare le righe
nelle cuciture e tra le varie parti del modello;
- per i capi in velluto, il tessuto va tagliato contro pelo e stirato su appositi tavoli e in mancanza di questi su
marmo;
- le fodere vanno sempre tagliate nella stessa direzione della stoffa, e nel centro dietro si aggiunge una piega di
circa 2 cm per la libertà di movimento;
- l’artigiano deve essere in grado di sviluppare il modello e realizzare un capo che si caratterizzi per la vestibilità;
- il modello realizzato dall’artigiano deve rispecchiare lo stile ideato e disegnato;
- il capo realizzato deve essere privo di difetti.
Art. 4.3 Tecnica a riporto
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Disciplinare di Produzione
per la conformità del
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Per realizzare un capo con la tecnica a riporto bisogna eseguire le seguenti fasi:
-
Il disegno viene eseguito su foglio da disegno o cartoncino, su questo viene appoggiata la seta pura e ricalcato;
Viene poi eseguita la pittura attuata con colori indelebili, allungabili con acqua;
Al dipinto verrà fatto un bordo del colore del capo al quale verrà fissato. Il capo può essere di differenti
materiali, ad esempio dall’organza, alla lana al jeans;
Una volta asciugato il dipinto verrà messo “a rovescio” sotto il ferro da stiro caldo per qualche minuto, per
fissare i colori;
A questo punto si può fissare sotto il dipinto un leggero strato di lana sintetica e si può procedere ad imbastire il
tutto sul capo che si vorrà decorare;
Il lavoro ottenuto viene quindi fissato a macchina con punto “zig – zag” usando il filo del colore del bordo che
sarà uguale a quello del capo su cui verrà fissato;
Si toglie l’imbastitura e si taglia la seta eccedente, usando apposite forbici;
Il dipinto applicato diventa un tutt’uno con il capo rendendolo unico.
I dipinti applicati sono tutti lavabili, tenendo peraltro presente il materiale su cui sono applicati, in base alla loro lavabilità.
La tecnica a riporto può essere applicata anche per gli accessori moda: borse, cinture, girocolli, come descritto nel
successivo art. 6.
Art. 5 Maglieria
La fabbricazione di tessuti a maglia rimanda all’insieme dei fattori che, variamente combinati tra loro, danno origine a
specifiche tipologie di manufatti/prodotti distinguibili tra loro per:
- la/e fibra/e tessile/i utilizzata/e;
- la qualità del filato ottenuto dall’impiego della/e fibra/e stessa/e;
- la struttura (punto) del tessuto realizzato che dipende dal sistema di lavorazione specificamente adottato per quel filato
e perciò lo caratterizza dal punto di vista tipologico;
- l’eventuale aggiunta di decorazioni (motivi) stampate o applicate al tessuto realizzato.
In particolare i tessuti a maglia possono essere realizzati a mano con appositi ferri e con macchine per maglieria più o
meno complesse: nel primo caso il tessuto viene modellato solo in corso d’opera secondo le indicazioni che portano alla
confezione di capi d’abbigliamento e accessori o di altri manufatti/prodotti tessili senza essere tagliato (lavorazione a
“modello”), mentre nel secondo caso, si assemblano parti del tessuto precedentemente tagliate.
La confezione di capi d’abbigliamento e accessori in tessuto a maglia, in quanto riproduzione a disegno di
manufatti/prodotti realizzati per lavorazione a “modello” o per assemblaggio di parti di tessuto tagliate e cucite tra loro e
rifiniti con apposite lavorazioni, rimanda all’insieme delle operazioni richieste a questo scopo.
In questo comparto produttivo si ritrovano manufatti/prodotti (maglie, maglioni, mantelle, gonne, pantaloni, abiti, giacche,
cappotti, copricapo, sciarpe, borse, biancheria intima, calze, ecc.), la cui realizzazione prevede a monte la progettazione
di un modello (o la riproduzione di uno preesistente) che valorizzi i tessuti utilizzati e la loro confezione.
Per quanto riguarda la valorizzazione dei tessuti la qualità di quelli impiegati a questo scopo riguarda sia la tipologia delle
fibre tessili utilizzate sia le caratteristiche che le stesse conferiscono al tessuto con riferimento alla sua destinazione
d’uso.
Per quanto riguarda la valorizzazione della loro confezione, invece, la qualità dei manufatti/prodotti realizzati dipende
dall’accuratezza e dalla raffinatezza con le quali le singole fasi di lavorazione (taglio, rimaglio, cucitura, rifinitura ed
eventuale decorazione) vengono eseguite su ognuno di essi.
La confezione di altri manufatti/prodotti tessili in tessuto a maglia, in quanto riproduzione a disegno di manufatti/prodotti
realizzati per lavorazione a “modello” o per assemblaggio di parti di tessuto tagliate e cucite tra loro e rifiniti con apposite
lavorazioni, rimanda all’insieme delle operazioni richieste a questo scopo.
Art. 6 Moda Bambini
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È ricompreso nel presente disciplinare anche la sartoria e maglieria per bambini.
Art. 7 Accessori moda
Art. 7.1 Fabbricazione di pizzi, merletti e ricami
La fabbricazione di pizzi, merletti e ricami, in quanto riproduzione di manufatti - prodotti realizzati secondo modalità
diverse e con funzioni di guarnizione decorativa e/o accessoria per tessuti utilizzati nell’ambito dell’arredamento e
dell’abbigliamento, rimanda all’insieme delle tecniche e dei sistemi di lavorazione impiegati a tale scopo che, in questo
caso, risulta particolarmente complesso e diversificato.
La finalizzazione del loro impiego ha dato origine a una varietà considerevole di forme attraverso cui esaltare al massimo
grado le funzioni appena ricordate: manufatti - prodotti realizzati con ago e filo, eseguendo il punto “asola” (pizzo ad ago),
intrecciando e annodando i filati (pizzo macramè), intrecciando il filato in maglie concatenate (pizzo all’uncinetto) oppure
riportando su un tessuto un disegno o un motivo decorativo mediante aghi utilizzati per disporre, ad intervalli regolari e
secondo tecniche specifiche (punti) fili colorati o monocromatici (ricamo), anche inserendo componenti decorativi. Risulta
difficile se non praticamente impossibile entrare nel dettaglio tecnico di ognuna di tali forme e indicarne le singole fasi di
lavorazione, ma tutte queste devono essere eseguite a mano, partendo dalla materia prima (filato) escludendo l’utilizzo di
semilavorati.
Più in generale, le operazioni connesse all’esecuzione delle lavorazioni proprie dei comparti produttivi considerati
richiedono all’artigiano che le eseguono creatività ed elevata perizia tecnica, finalizzate alla realizzazione di manufatti –
prodotti con specifica destinazione d’uso.
Per quanto riguarda la creatività si fa riferimento alle sue capacità stilistiche nel raccogliere, nell’interpretare e nel tradurre
le specifiche esigenze della clientela in un progetto esecutivo documentato di tali manufatti – prodotti, che
compatibilmente le soddisfi (ad es. realizzazione su commessa) o vi risponda in modo preponderante (ad es.
realizzazione del magazzino).
Per quanto riguarda la perizia tecnica, invece, si tratta di dar attuazione al progetto stesso eseguendo con grande
competenza, la sequenza delle lavorazioni necessarie per la loro realizzazione che negli esempi citati potrà
evidentemente variare: al fine di garantire la qualità dei manufatti – prodotti realizzati è bene che le singole fasi di
lavorazione utilizzate per questo scopo vengano eseguite secondo le tecniche tradizionali.
Art. 7.2 Bijoux creativi
È definito “Bijoux creativo” la realizzazione di un esemplare unico o a numero limitato, in qualsivoglia materiale e tecnica,
il cui utilizzo è dettato da una esigenza estetica, che sia eccellente da un punto di vista tecnico ed abbia valenza formale
innovativa ed autonoma; ovvero comunichi una scelta stilistica e/o esprima il linguaggio proprio del suo creatore, sia un
esempio di perfezione esecutiva nel solco della tradizione o proponga, a livello sperimentale, nuove procedure di
realizzazione. Il concepimento e il risultato dell’opera può essere attuato da parte di un artigiano, indipendentemente dalla
sua educazione all’arte, attraverso una formazione propria scolastica o per propria sensibilità personale, perfezionata da
un apprendimento al fianco di esperti maestri d’opera.
Il procedimento per la realizzazione del "Bijoux creativo " necessita di bozzetti e progetti preparatori del gioiello, della
selezione dei materiali e delle tecniche per realizzare l'oggetto progettato.
Le tecniche base da utilizzare sono l'infilatura semplice e a nodi, la montatura a catena e a rosario (semplice e a
strozzagiro), la modellazione dei metalli, l'intreccio di filati a maglia concatenata e/o a nodi, l'inserimento di componenti
decorativi (perline, pailletes, pietre, cristalli, .........).
Si intende "Bijoux creativo" qualsiasi accessorio da utilizzare come decorazione per acconciature, calzature, borse e capi
di abbigliamento.
Si precisa che le lavorazioni artigianali del “Bijoux creativo”, in fase istruttoria per il rilascio del marchio “Artigiani In
Liguria”, saranno sottoposte alle valutazioni tecniche di competenza del Comitato regionale “Artigiani In Liguria”, anche
avvalendosi degli esperti della Commissione tecnica che ha curato la redazione del presente disciplinare di produzione ai
sensi del precedente art. 3.
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Disciplinare di Produzione
per la conformità del
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Art. 7.3 Cravatte, foulard, sciarpe, fasce smoking
Il presente disciplinare si rivolge alle imprese che realizzano cravatte, foulard, sciarpe di varie tipologie, fasce per
smoking realizzate a mano, utilizzando prevalentemente seta per le cravatte, papillon e foulard, raso di seta per le fasce
da smoking e per la “sciarperia” possono essere utilizzati altri tessuti come lana, cashmere, altri materiali di alta qualità,
selezionati dall’esperienza e professionalità dell’artigiano, a seconda del capo che si intende realizzare.
Per realizzare a mano una cravatta è necessario in particolare avere:
- Il campionario con i diversi tessuti da proporre al cliente per la scelta della trama e del colore;
- Il modello composto da “pancia”, “collo”, “codino”;
- La fustella, indispensabile per la cucitura a mano.
Si precisa che i tessuti utilizzati per la lavorazione delle cravatte, papillon, fasce da smoking, sono tessuti diversi da quelli
impiegati per i capi di abbigliamento.
I foulard sono realizzati con tessuti tagliati a mano e rifiniti con orlini a mano o mano macchina.
Tutti questi capi possono essere personalizzati su richiesta del cliente con pregiati ricami eseguiti da abili mani.
Art. 8 Creazione e produzione “moda ed accessori”
L’artigiano del settore “moda ed accessori” deve poter saper esprimere la propria creatività, interpretando le istanze
psico-socio-culturali della società e tramutarle in capi d’abbigliamento ed accessori coordinati.
In particolare l’artigiano della “moda ed accessori” deve creare e presentare un campionario basato sulle tendenze
generali dei tessuti, colori e linee. Inoltre deve tenere conto delle esigenze della clientela, le esigenze produttive e le
esigenze di immagine.
Il capolavoro sartoriale per essere realizzato ha bisogno delle seguenti figure artigianali:
- Creatore di moda (fashion designer);
- Modellista;
- Sarto.
Le tre figure di cui sopra, sono rappresentate da un unico soggetto.
Nella sartoria tradizionale le figure sono:
- Modellista;
- Sarto.
Art. 9 Riconoscimento
Le imprese che esercitano la lavorazione artigiana del settore “moda ed accessori”, individuata dalla Commissione
Regionale per l’Artigianato (C.R.A.) ai sensi dell’articolo 50 comma 1 della legge n. 3 del 2 gennaio 2003, e descritta nel
presente disciplinare, possono richiedere la licenza d’uso del marchio di origine e qualità presentando apposita istanza
alla medesima C.R.A..
La C.R.A. avvalendosi di un apposito Organismo di Controllo, verificherà il possesso, da parte dei richiedenti dei requisiti
per la concessione della licenza d’uso del marchio ed adotterà il provvedimento conseguente (art. 3 del Regolamento
d’uso del marchio di origine e qualità).
A seguito del rilascio della licenza d’uso del marchio l’impresa artigiana concessionaria dovrà sottoscrivere per
accettazione incondizionata i contenuti normativi e prescrittivi del contratto di licenza e gli allegati: Disciplinare di
Produzione e Codice Deontologico (art. 4 del Regolamento d’uso).
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