distretto di Charente

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distretto di Charente
Storie in corso
Workshop nazionale dottorandi in Storia contemporanea
Napoli, 23-24 febbraio 2006
Minoranze e identità nazionale:
la comunità francese a Napoli nell’Ottocento
di Marco Rovinello
L’oblio, e dirò persino l’errore storico, costituiscono
un fattore essenziale nella creazione di una nazione,
ed è per questo motivo che il progresso degli studi
storici rappresenta spesso un pericolo per le
nazionalità.
(E. Renan, Che cos’è una nazione?)
1. Introduzione
Qu'est-ce qu'un Français? E’ questa la domanda, forse all’apparenza banale, a cui il mio lavoro
cerca di dare una risposta. I problemi che uno studio del genere pone sono innumerevoli, sono quelli
legati alle categorie stesse che un’ormai lunga tradizione di studi socio-antropologici e storiografici
sembra aver cristallizzato, quelli derivanti dalla lacunosità e dalla difficoltà di reperimento di fonti
in grado di illuminare una questione tanto complessa, ancora, quelli connessi al perpetuarsi di quel
“dialogo tra sordi” che Braudel già denunciava oltre cinquant’anni fa e quelli che nascono dal
lodevole quanto infruttuoso tentativo di offrire un modello interpretativo univoco ad un fenomeno quello del rapporto degli individui con la propria appartenenza nazionale – che si dispiega in luoghi
e contesti diversi e che pertanto finisce per assumere di volta in volta forme e caratteristiche
peculiari.
Tutte le questioni che già altri hanno dovuto affrontare con alterne fortune ritornano in queste
pagine senza probabilmente trovarvi alcuna soluzione ed anzi, scoprendovi una prospettiva
decostruzionista che, sulla scia dell’immagine situazionalista e strumentalista dell’identità etniconazionale proposta dai recenti studi di Fabietti, Cohen ed Epstein1, cerca di osservare la relazione
1
A. P. Cohen, La lezione dell'etnicità in V. Maher (a cura di), Questioni di etnicità, Torino 1994; Id., The Symbolic
Construction of Community, Chichester 1985; Id., Two Dimensional Man, London 1974; A. L. Epstein, L'identità
etnica. Tre studi sull’etnicità, Torino 1983; U. Fabietti, L'identità etnica, Roma 2004.
1
soggetto-Nazione, non solo attraverso la lente dello Stato e della Legge2 ma anche attraverso gli
occhi di coloro i quali, cittadini di ogni ceto e livello culturale, si trovano quotidianamente a fare i
conti con il peso/l’opportunità di essere parte della grande “famiglia nazionale”.
Il caso francese, colto in quell’Ottocento unanimemente considerato “the Nation building
century”3, rappresenta senza dubbio un oggetto di studio privilegiato, sia perché da più parti è
ormai invalsa l’idea che sia proprio la Rivoluzione ad aver aperto la strada alla moderna concezione
di un’idea dalla storia già secolare come quella di Nazione4, sia perché proprio sul caso francese si
sono già avuti i primi riscontri, tanto del mutevole atteggiamento delle autorità politiche sul tema
dell’appartenenza nazionale5, quanto della debolezza (si potrebbe meglio dire dell’inconsistenza)
nella maggioranza della popolazione di un simile sentimento, ancora alla fine del secolo6.
Se dunque oggi sappiamo che la “francesizzazione” dei sauvages della campagnia d’Oltralpe ha
rappresentato un processo lungo, dall’andamento assolutamente non lineare e dall’estensione, per
così dire, a macchie di leopardo7, nulla sappiamo sull’atteggiamento che le migliaia di persone che
in quegli stessi anni partono da quelle terre per recarsi altrove dimostrano di avere riguardo la
propria “francesità”. Anche se si tratta di una parte di gran lunga minoritaria della popolazione
totale, la questione è tutt’altro che secondaria, soprattutto alla luce delle considerazioni che l’analisi
sociologica ha anche recentemente proposto circa la tendenza delle minoranze etnico-nazionali a
rafforzare i propri elementi identitari una volta insediatesi in paesi avvertiti come stranieri, a
“fabbricare” - per dirla con le parole di Ugo Fabietti - un’identità etnia8.
Prendere in esame le vicende dei francesi immigrati nella Napoli prima giuseppino-murattiana e
poi borbonica significa dunque affrontare due problemi insieme: da un lato, quello relativo al
rapporto che essi dimostrano di avere con la propria identità nazionale e la percezione che di questo
rapporto hanno le rispettive autorità politico-diplomatiche (tanto quelle francesi quanto quelle
regnicole), dall’altro, quello rappresentato dal modus vivendi, dalle strategie, dal grado
d’integrazione della colonia francese all’interno della società partenopea, allo scopo di verificare
l’idea che vuole le minoranze presenti nel Mezzogiorno ottocentesco essere come monadi
caratterizzate dalla “continua e orgogliosa affermazione della propria identità”9.
2. I flussi migratori: i tempi e i luoghi
2.1. I tempi
E’ il 14 aprile 1818 quando, forse preso da un momento di scoramento per le difficoltà connesse
al suo ruolo istituzionale, l’ambasciatore francese a Napoli scrive “C’est impossible de savoir
combien de citoyens français arrivent dans cette ville par jour”10.
2
Come ammonisce Eric Hobsbawm, “le ideologie ufficiali di Stati e movimenti non sono molto indicative di ciò che
effettivamente passa per la testa dei cittadini, nemmeno dei cittadini più devoti, né degli stessi sostenitori di tali
movimenti.”. E. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1780, Torino 1991, p.13.
3
W. Bagehot, Physics and Politics, London 1887, p. 20.
4
Per uno sguardo di lungo periodo sullo spostamento semantico del termine “Nazione” cfr. tra gli altri F. Chabod,
L'idea di nazione, Roma-Bari 2004; F. Tuccari, La Nazione, Roma-Bari 2000.
5
P. Weil, Qu'est-ce qu'un Français? Histoire de la nationalité française depuis la Révolution, Paris 2002; G. Noiriel,
La tyrannie du national. Le droit d’asile en Europe 1793-1993, Paris 1991; R. Brubaker, Cittadinanza e nazionalità in
Francia e Germania, Bologna 1997.
6
E. Weber, Da contadini a francesi. La modernizzazione della Francia rurale (1870-1914), Bologna 1989; G. Noiriel,
La tyrannie du national. Le droit d’asile en Europe 1793-1993, Paris 1991.
7
E. Weber, Da contadini a francesi. La modernizzazione della Francia rurale (1870-1914), Bologna 1989.
8
U. Fabietti, L’identità etnica…cit., p. 32.
9
D. L. Caglioti, Imprenditori evangelici nel Mezzogiorno dell’Ottocento in “Archivi e Imprese”, 16, 1997, p. 248.
10
Ministère des Affaires Étrangères (d’ora in avanti MAE), Correspondance consulaire et commerciale, Naples, vol.
42, f. 83, dispaccio del 14 aprile 1818.
2
Di un flusso migratorio che affonda le proprie radici in secoli di solide relazioni commerciali tra
la Francia e il Mezzogiorno sono testimoni, almeno a partire dai primissimi anni dell’Ottocento11 e
nonostante alcune lacune significative12, i registri d’immatricolazione tenuti dal Consolato Generale
di Francia a Napoli.
L’immagine dei flussi migratori francesi che le carte consolari ci restituiscono è quella di
fenomeno chiaramente diviso in due fasi capaci di disegnare una parabola nel complesso continua,
evidenziando comunque all’interno di ognuno dei due momenti singolarmente considerati una
sorprendente coerenza. La prima di queste due fasi prende inizio nel 1800, all’indomani della
sfortunata parentesi giacobina, e vede chiudersi la sua stagione dopo la conclusione dei moti
costituzionali del ’48 mentre la seconda – più breve – copre l’arco di tempo compreso tra il 1849 e
l’unità nazionale.
Per quanto concerne il numero di arrivi, la cesura rappresentata dal cambio di regime del 1806,
con il passaggio dalla prima Restaurazione e dalla sanguinosa repressione nei confronti nei
protagonisti degli avvenimenti del 1799 alla politica di apertura se non di vera e propria
incentivazione all’immigrazione (soprattutto di provenienza italiana, svizzera e, ovviamente,
francese) dei sovrani filo-napoleonici, sembra stemperare quel valore periodizzante che in altri
ambiti essa sicuramente possiede. L’entità dei flussi migratori francesi negli anni 1800-1806 –
relativamente consistenti anche in valore assoluto (22 persone stabilitesi a Napoli nel 1802,
rispettivamente 15 e 13 nel 1803 e nel 1804) – mostra come il trend positivo che culminerà nel
1806 con il picco di ben 175 nuovi arrivi nella sola Capitale conosca sì un’impennata in occasione
dell’entrata nel Regno delle armate napoleoniche ma sia al contempo un fenomeno da inquadrare in
un arco di tempo più ampio e le cui radici sono probabilmente da ricercarsi nella temperie politica e
culturale dell’ultimo scorcio del secolo XVIII, forse nell’onda lunga degli avvenimenti del 1799 o,
più semplicemente, nella capacità attrattiva di ogni grande centro urbano13. In alcun modo, sembra
di poter affermare, la considerevole presenza di soggetti francesi nella Napoli ottocentesca può
dunque essere considerata esclusivamente un’eredità dei regimi filo-napoleonici14.
11
Sfuggono purtroppo alla possibilità di una comparazione sul lungo periodo i dati relativi agli arrivi avvenuti nel
periodo precedente al 1800 che, seppur occasionalmente documentati al momento della registrazione di persone
immigrate ormai da tempo o addirittura di esponenti della seconda generazione, non costituiscono una serie di dati
continua e coerente, tale da potersi giustapporre a quella concernente il sessantennio preunitario.
12
Oltre che portatori di una linea politica e di interessi di parte che ne influenzano considerevolmente la compilazione, i
registri d’immatricolazione consolare sono caratterizzati da alcune lacune significative e dipendenti piuttosto dalle
norme legali e consuetudinarie vigenti all’epoca. Tra queste la più evidente è forse rappresentata dalla pressoché totale
assenza nelle registrazioni di due categorie al contrario molto presenti a Napoli: le donne e i militari. Le prime, con l’
eccezione di pochissimi casi (di solito vedove di cittadini francesi a loro volta immatricolati) e in ossequio ad una
tradizione oramai consolidata, sono solitamente indicate in calce all’interno della fiche riguardante il proprio marito o il
proprio padre mentre i secondi, quando ancora in servizio attivo, sono invece assenti dalle liste consolari perché
immatricolati in elenchi separati e di competenza del ministero competente. Per costoro, il Consolato funge
esclusivamente da tramite con le autorità centrali di Parigi ma non esercita alcuna forma di registrazione né tanto meno
di controllo. Contribuisce ad una simile modalità di registrazione la stessa normativa vigente nel Regno in tema di
passaporti, secondo la quale le donne, al contrario degli uomini, non necessitavano di alcun documento per varcare le
frontiere del Regno perché obbligate a viaggiare al seguito di un uomo che ne rappresentava, in occasione dei controlli
doganali, il garante rispetto alle autorità napoletane. Solo dal 1845 è fatto obbligo a tutte le donne che vogliano
viaggiare anche attraverso il Regno di essere in possesso di un documento di riconoscimento, lasciando comunque loro
la possibilità – in caso si spostino in compagnia di un uomo – di essere comprese nel passaporto di quest’ultimo. Cfr.
M. Meriggi, Sui confini dell’Italia preunitaria in S. Salvatici (a cura di), Confini. Costruzioni, attraversamenti,
rappresentazioni, Catanzaro 2005, in particolare p. 41. Per un computo complessivo dei soldati francesi presenti nel
Regno lungo l’arco di tempo qui considerato cfr. gli almanacchi reali conservati presso la Biblioteca Nazionale di
Napoli. BNN, Almanacco Reale, Napoli 1810-1857.
13
Sul potere attrattivo delle grandi città europee del XIX secolo cfr L. Chevalier, Classi lavoratrici e classi pericolose.
Parigi nella Rivoluzione industriale, Laterza, Roma-Bari 1976; B. Temime (a cura di), Migrance: histoire des
migrations a Marseille (4 vol.), Aix en Provence 1989.
14
Purtroppo manchiamo al momento di studi analoghi per altre parti d’Europa e d’Italia. Il rischio che si corre in casi
come questo è infatti quello di assolutizzare il dato relativo al proprio caso di studio, finendo per enfatizzare in maniera
eccessiva la predilezione dei francesi per il Mezzogiorno o la capacità d’attrazione di Napoli nei confronti di coloro i
3
Osservando i dati, più ancora del numero assoluto di arrivi colpiscono da un lato, la costanza di
un fenomeno che, dal 1800 ed almeno sino al 1821 non conosce interruzioni anche quando tutto
lascerebbe supporre che a disposizione di disperati e avventurieri, imprenditori e lavoratori, vi siano
mete più appetibili e meno rischiose, dall’altro, lo scarso legame fra intensità dei flussi migratori
verso il Mezzogiorno e presenza di un regime politico benevolo.
Nonostante la mutata temperie politica e la concreta possibilità d’indiscriminate rappresaglie
da parte della monarchia borbonica ai danni di fiancheggiatori e simpatizzanti del regime filonapoleonico15, nel quinquennio 1816-1820 si registrano in media quasi 27 arrivi all’anno contro i
circa 22 del decennio precedente (escluso l’anno 180616) e inoltre, comparando il dato del primo
lustro borbonico con gli ultimi cinque anni di regno murattiano si nota un incremento dei flussi
migratori addirittura più evidente, pari al 61,5%, con una media per anno di 27 arrivi contro appena
1717. Nonostante la convulsa e disordinata ondata di rimpatri e la presumibile riduzione del numero
complessivo dei francesi presenti nella Capitale (comunque inferiore alle prime stime fatte dalle
autorità diplomatiche francesi18), la congiuntura del 1815 e la fine della parentesi murattiana non
incidono dunque negativamente sulle dinamiche migratorie franco-napoletane.
Le cause del perpetuarsi dei flussi migratori in direzione di Napoli anche a dispetto dei
radicali mutamenti politici di quegli anni hanno probabilmente diverse spiegazioni, tutte credibili
eppure incapaci di giustificare da sole un fenomeno apparentemente tanto lontano dalla logica
smithiana della massimizzazione dell’utile. Un ruolo possono certamente averlo giocato le positive
informazioni inviate a parenti ed amici dai primi immigrati e diffuse nel paese con un ritardo tale da
spingere a partire molti anche dopo il repentino ed inatteso volgere degli eventi19. Un’importanza
ben maggiore (capace di rendere conto anche degli arrivi degli anni non immediatamente successivi
al 1815) l’ha sicuramente il carattere “contagioso” del fenomeno migratorio in sé, ormai
ampiamente dimostrato dagli innumerevoli studi di sociologia e storia delle migrazioni incentrati
quali lascia la propria terra natia. La possibilità di confrontare i flussi migratori dalla Francia al Regno delle Due Sicilie
con quelli verso altre parti della Penisola anch’esse sottoposte all’autorità di sovrani napoleonici consentirebbe di
relativizzare il dato concernente Napoli e di offrire un utile termine di paragone alle risultanze qui proposte, che
rimangono in ogni caso significative.
15
Un timore che appare condiviso da molti dei francesi, soprattutto militari arruolati nell’esercito murattiano, che,
all’indomani del ritorno dei Borbone, chiedono insistentemente di poter lasciare il Regno e tornare in patria con i mezzi
messi a disposizione dalle autorità transalpine. Cfr. MAE, Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 141,
ff. 39-40, 121-122, 188.
16
Anche computando il dato eccezionale del 1806 la media di francesi giunti a Napoli nel Decennio non risulta
comunque lontanissima da quella del successivo quinquennio, attestandosi a 37 arrivi per anno.
17
E’ tuttavia possibile che il dato relativo al periodo 1815-1820 risulti almeno in parte sovrastimato. Nella situazione
d’incertezza e di potenziale pericolo che i cittadini francesi devono affrontare nel Mezzogiorno della Restaurazione è
probabile che un numero maggiore di persone abbia scelto di registrarsi presso il Consolato allo scopo di garantirsi
quella protezione da parte delle autorità diplomatiche che nel corso del Decennio poteva apparire a molti non
necessaria. Questa considerazione non inficia però in alcun modo le riflessioni che di seguito si propongono, sia perché
essa non contribuisce in alcun modo a spiegare i motivi che spingono le persone censite a venire proprio a Napoli, sia
perché, anche ammettendo una sopravvalutazione del flusso migratorio degli anni 1815-1820 rispetto a quello del
decennio precedente, appare improbabile che questa arrivi a stravolgere il quadro complessivo al punto da negare
l’aumento degli arrivi di migranti francesi nella Capitale nel corso del quinquennio 1816-1820.
18
“j'avis, même avant sa arrivée, annoncé à votre excellence que le nombre [des citoyens qui veule tourner en France]
ne serait pas grand qu'on l'avait d'abord imaginé”, scrive l’ambasciatore francese a Napol il 18 marzo 1816. MAE,
Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 141, f. 88.
19
Il topos del locus amoenus applicato al territorio meridionale è ricorrente in gran parte della letteratura di viaggio
prodotta nel corso del XVIII e XIX secolo ed è probabile che trovasse una formulazione meno aulica ma altrettanto
convincente nella corrispondenza privata degli immigrati francesi. I segnali forse più evidenti della persistenza di
quest’immagine del Regno all’estero ed in particolare in Francia sono da un lato, la presenza all’interno del campione di
immigrati censiti di un numero non irrilevante di soggetti che dichiarano – in momenti diversi – di essere venuti a
Napoli per curare malattie o per trascorrere la vecchiaia in un ambiente più salubre, dall’altro l’esistenza di un vero e
proprio pendolarismo stagionale teso a consentire a persone particolarmente facoltose di trascorrere l’inverno in città.
Tra i molti esempi letterari dell’epoca in cui è possibile rintracciare il topos della Campania felix cfr. P. Heyse (a cura di
R. Bertazzoli), Un anno in Italia, Franco Angeli, Milano 1994; E. Castelar (a cura di P. Fanfani – D. Duca), Ricordi
d’Italia, Raffaello Giusti, Livorno 1911.
4
sui concetti di “catena migratoria” e “network”20. Se migrare è “contagioso”, gli arrivi della seconda
metà degli anni ’10 potrebbero allora essere letti come il frutto di questo contagio, come il risultato
di una forza d’inerzia capace di avere la meglio su di un’analisi puramente razionale delle
condizioni e delle opportunità che Napoli offre ai cittadini francesi dopo la cacciata di Murat,
spiegando così non solo la continuità del fenomeno ma anche il trend positivo delle correnti
migratorie nel quinquennio 1816-1820.
Un ruolo non meno significativo possono infine averlo giocato i mille modi ancora poco
indagati con i quali – sia gli immigrati sia le stesse autorità napoletane – riescono a eludere o
rendere meno rigida l’applicazione dei provvedimenti emanati a tutela dei cittadini nazionali e di
quelli relativi al disconoscimento degli impegni contratti dal regime napoleonico, deterrenti
all’apparenza considerevoli per i potenziali migranti stranieri21. D’altro canto, ed anche questo
appare un segnale in tal senso, nessuna misura speciale viene presa nel campo delle politiche
migratorie stricto sensu22, un dato questo abbastanza eloquente del valore prevalentemente
populista dei decreti del triennio 1814-1817 e di una volontà politica tutt’altro che avversa all’arrivo
di risorse umane dall’estero.
La mancanza di altre fonti per il periodo precedente al 1820 ed il forzato ricorso alla sola
documentazione consolare ha sinora contribuito ad appiattire la descrizione dei flussi migratori
francesi in direzione di Napoli su di un’unica serie di dati, dando della comunità un’immagine
“oggettiva” e suggerendo al ricercatore di limitarsi – secondo le logiche della tradizionale
storiografia delle migrazioni – a rinvenire all’esterno o all’interno della comunità stessa, ma non in
un uso diversificato della categoria di “immigrato francese”, le cause del loro variare nel tempo.
Non appena, con il 1820, diventa possibile far interagire due serie di dati (quella tratta dai
registri consolari e quella deducibile dalle carte del Ministero di Polizia Generale borbonico), subito
ecco comparire in tutta la sua complessità il problema della determinazione in termini assoluti del
numero di francesi giunti in città e delle tendenze che caratterizzano quest’afflusso nei primi anni
’20.
Se è vero che le differenti stime del numero di immigrati si spiegano in gran parte con il
carattere volontaristico dei registri consolari (che si limitano a computare solo chi si presenti
spontaneamente presso le autorità diplomatiche dichiarando di possedere i requisiti per essere
considerato suddito di Francia) e con quello coercitivo delle liste del Movimento stranieri (che
prescindono dalla volontà degli individui e registrano tutti coloro i quali siano soggetti a controllo
doganale in base alle leggi e – ricordiamolo – alle prassi vigenti), ciò però non spiega le notevoli
divergenze tra una fonte e l’altra circa il trend che l’afflusso di cittadini francesi a Napoli segue in
quegli anni.
20
Cfr. tra gli altri A. Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano
2002; S. Castles – M. J. Miller, The Age of Migration. International Population Movements in the Modern World,
London 1993; L. Zanfrini, Sociologia delle migrazioni, Roma – Bari 2004 in cui si legge, tra l’altro, che le migrazioni
“possiedono anche una natura autopropulsiva che fa sì che, una volta avviatosi, un flusso migratorio tenda a durare
nel tempo, perfino se mutano le condizioni che vi avevano dato origine e si riducono le opportunità d’inserimento nel
contesto di destinazione” (p. 87 [il corsivo è nel testo]).
21
Cfr. in particolare il decreto del 7/12/1818 con il quale il governo restaurato dichiara privi di valore tutti i crediti
aperti al regime francese per scopi direttamente o indirettamente riconducibili alla sfera militare, nonché quello del
23/4/1814 e quelli 31/7/1814 con i quali si riservano gli impieghi pubblici militari e civili ai soli cittadini napoletani.
Cfr. ASN, Gran Corte de’Conti, f. 339; ASN, Bullettino delle Leggi di Napoli, 1814, I e II semestre, N° 2212-2215, pp.
130-132 e 122-126. Per una quadro più generale sul Mezzogiorno durante la delicata congiuntura post-napoleonica cfr.
R. Romeo, Momenti e problemi della Restaurazione nel Regno delle Due Sicilie (1815-1820), ESI, Napoli 1955; A.
Scirocco, Governo assoluto e opinione pubblica a Napoli nei primi anni della Restaurazione in “Clio”, 2, 1986, pp. 5994; E. Iachello, Il Mezzogiorno nell'età della Restaurazione: nuove indicazioni di ricerca in “Società e Storia”, 29,
1985, pp. 649-672.
22
Contrariamente a quanto accadrà all’indomani dei moti costituzionali del 1820-’21, la normativa riguardante i
documenti necessari per l’attraversamento dei confini nazionali (ma anche di quelli interni) rimane quella già in vigore
ed i controlli alle frontiere non sembrano subire – per quanto dicono le fonti e la letteratura che informano queste pagine
– alcuna stretta particolare.
5
All’indomani dei moti del ’20-’21 l’atteggiamento del governo napoletano registra una nuova
stretta nei confronti degli stranieri23, una stretta di cui, stando ai registri consolari, l’immigrazione
transalpina verso Napoli subisce appena le conseguenze (gli anni 1821-1824 registrano un numero
di arrivi in linea con quelli del periodo precedente: 23 nel 1821 e nel 1822, 19 nel 1823 e 13 nel
1824 e, nonostante un piccolo calo nel triennio 1825-1827, il flusso riprende ai ritmi ormai abituali
già a partire dal 1828 e sino a tutto il 1832 con, rispettivamente, 14, 11, 18, 16 e 10 arrivi per anno),
grazie probabilmente a quegli stessi meccanismi descritti in precedenza, forse all’apporto –
difficilmente quantificabile – delle cosiddette immigrazioni di ritorno, di certo non per merito delle
barriere protezionistiche innalzate in quegli anni dal de Medici, un provvedimento non originale per
quell’epoca24 e comunque in grado di attrarre imprenditori e businessmen25 ma non artigiani, piccoli
commercianti, domestici, etc. categorie di cui si compongono per lo più i flussi migratori francesi.
Le fonti di parte borbonica per quegli anni, pur confermando sul medio periodo la stazionarietà
o persino la crescita dei flussi migratori dalla Francia a Napoli, sembrano descrivere una realtà in
buona parte diversa per quanto riguarda il breve periodo. In particolare, stupisce il repentino
aumento di arrivi registrato nel triennio 1821-1823. Rispetto al 1820, il numero degli arrivi
conoscerebbe un vero e proprio boom (+259% nel ’21, +218% nel ‘22 e +199% nel 1823), prima di
ritornare ai livelli dei tardi anni ’10 e mantenerli pressoché inalterati sino alla prima metà del
decennio successivo.
Come spiegare l’improvviso moltiplicarsi di arrivi denunciato da un anno all’altro dalle
registrazioni doganali e completamente assente da quelle del Consolato? Qui il problema, piuttosto
che quello di conoscere il numero esatto dei francesi che partono alla volta del Regno nel triennio
1821-1823 e nel periodo successivo, è rappresentato dalla comprensione delle cause che portano i
due organi dediti al controllo e alla misura del fenomeno migratorio a registrare – soprattutto nel
primo arco di tempo – atteggiamenti tanto diversi.
Alcune brevi constatazioni possono contribuire a fare luce su questa discrasia. In primo luogo, il
presunto aumento dei francesi diretti nella Capitale coincide con un altrettanto significativo
aumento del numero complessivo di coloro i quali sono segnalati in partenza, un dato che stride con
la possibilità di interpretare l’incremento degli arrivi dei primi anni ’20 con la presenza in città di
condizioni particolarmente vantaggiose, magari non identificabili attraverso la documentazione che
qui si è scelto di utilizzare. In secondo luogo, il numero record degli arrivi coincide con l’entrata in
vigore di norme più severe in materia di mobilità geografica, di un inasprimento delle sanzioni a
carico dei trasgressori e di una discreta riduzione dell’elasticità nella loro irrogazione26.
In un contesto in cui “accanto alle differenziazioni legali connesse al genere, se ne
manifestarono nella prassi applicativa anche altre, spesso non esplicitamente codificate ed ispirate
da un diverso ordine di considerazioni, intonato ad un principio sostanzialmente preburocratico e
deferenziale di rapporto tra le autorità e i privati”27, proprio un momentaneo irrigidimento delle
verifiche dovuto al timore del ripetersi delle rivolte appena sedate e alla convinzione – mai
23
M. Meriggi, Sui confini…cit.
D. L. Caglioti, Una minoranza imprenditoriale protestante nell’Italia dell’Ottocento , soprattutto cap. II, pp. 6-21, in
corso di pubblicazione. Ringrazio Gia Caglioti per avermi concesso di leggere questo lavoro prima della sua
pubblicazione.
25
Per un quadro d’insieme dei provvedimenti presi e per una valutazione delle loro conseguenze sull’economia
meridionale cfr. L. Bianchini, Della storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli 1859; A. Graziani, Il commercio
estero nel Regno delle Due Sicilie dal 1832 al 1858, Torino 1960; D. Demarco, Il crollo del Regno delle Due Sicilie,
ESI, Napoli 2000; G. Cingari, Mezzogiorno e Risorgimento. La Restaurazione a Napoli dal 1821 al 1830, Roma-Bari,
1976. Tra coloro che hanno visto nel protezionismo borbonico un forte incentivo all’immigrazione straniera nel Regno
v. J. A. Davis, Società e imprenditori…cit., in particolare pp. 112-114; Id., Oligarchia capitalistica e immobilismo
economico a Napoli 1815-1860 in “Studi Storici”, 2, 1975, pp. 378-426; S. de Majo, L'industria protetta. Lanifici e
cotonifici in Campania nell'Ottocento, Napoli 1989.
26
Cfr. Collezione de’ Decreti e delle Leggi, 1821, II semestre, legge del 30 novembre 1821. Per un quadro d’insieme
delle politiche di gestione del territorio nell’Italia preunitaria v. M. Meriggi, Gli stati italiani prima dell’Unità, Bologna
2002.
27
M. Meriggi, Sui confini…cit., p. 47.
24
6
scomparsa del tutto nelle menti degli alti burocrati borbonici – che la mobilità delle persone
favorisse il sorgere di idee liberali, può aver giocato un ruolo di primo piano nel “costruire”
l’intensificazione dei flussi migratori francesi nel triennio 1821-1823, limitando al minimo le
“eccezioni”28 o anche facendo venire a galla quanti erano prima omessi dal computo, a volte anche
a giusto titolo; un’ipotesi peraltro suffragata sia dai dati relativi ai membri di altre nazioni
(Inghilterra, Spagna, Austria), tutti sensibilmente più elevati proprio a partire dal 1821, sia dal
placarsi della presunta invasione migratoria nel quinquennio 1824-1828, giusto in coincidenza con
il graduale affievolirsi, negli anni successivi, della pressione governativa.
Al tempo stesso, è altrettanto possibile che la linearità delle registrazioni consolari non stia ad
indicare un’effettiva indifferenza dei cittadini francesi agli avvenimenti del biennio ’20-’21, ma
soffra piuttosto di un mutamento della strategia dei nuovi arrivati nei confronti della propria identità
nazionale e delle autorità preposte a rappresentarla sul territorio napoletano. Se la forbice tra il
numero degli aventi diritto alla registrazione e coloro che effettivamente si avvalgono di tale
prerogativa appare in questo momento più ampia che in passato ciò può essere spiegato solo con la
scelta di un numero maggiore di persone di mettere momentaneamente da parte la propria bandiera
ed i vantaggi ad essa connessi non appena giunti alla meta, di mimetizzarsi all’interno della società
partenopea e attendere il placarsi della “caccia allo straniero” messa in atto dallo stato borbonico
per rivendicarli.
Pur discordanti sul trend del periodo immediatamente post-costituzionale, entrambe le fonti
concorrono a ribadire quanto meno un dato significativo: i flussi migratori dalla Francia a Napoli
non conoscono neanche nei turbolenti anni ’20 una vera e propria soluzione di continuità, facendo
dell’intero periodo che separa l’esperienza giacobina del ’99 dal colpo di stato di Luigi Filippo
un’unica lunga fase di costante immigrazione transalpina alla volta della Capitale, capace di
protrarsi, anche se più stancamente, sino alla vigilia dei moti quarantottini.
Il nuovo momento di tensione segna infatti una cesura importante nella periodizzazione dei
flussi migratori francesi verso il Regno e al contempo offre una nuova occasione di contrasto tra le
fonti in nostro possesso circa il loro andamento.
Da una lato, l’immagine proposta dai registri consolari di un’acuirsi del trend negativo registrato
nella dozzina d’anni precedenti (i 2 arrivi nel 1849 e nel 1850 nonché l’unico del 1851 sono
assolutamente in linea con i 2 del 1840, i 3 del 1844, i 4 del triennio 1845-1847), dall’altro quella
che emerge dalle relazioni delle autorità napoletane e che suggerisce invece un nuovo improvviso
aumento nell’intensità del fenomeno subito dopo il 1848 e un suo mantenersi per diversi anni su
livelli di un certo riguardo. L’empasse è questa volta aggravata dall’obbligo d’immatricolazione
presso la cancelleria del consolato o dell’ambasciata cui sono sottoposti – a partire dal 1850 – tutti i
cittadini francesi residenti o transitanti nel Regno29. Perdendo il loro carattere volontaristico, le
registrazioni consolari perdono uno degli elementi principali tra quelli che prima giustificavano le
macroscopiche differenze circa il numero di francesi arrivati in città che esse denunciavano rispetto
alla documentazione borbonica.
Contrariamente a quanto accadeva nei decenni precedenti, la Napoli di metà Ottocento, stando
alla documentazione consolare, non attrae più i migranti francesi30. Separando le immatricolazioni
28
Secondo la legislazione vigente nel Regno per buona parte del periodo preso in esame, è possibile varcare i confini
nazionali anche non essendo in possesso di un regolare passaporto, a condizione di possedere un altro documento
comprovante la legittimità della propria presenza sul territorio napoletano o, in alternativa, lasciando presso il consolato
napoletano nella città di provenienza una garanzia sulla propria persona. Coloro che sono ammessi a varcare i confini
del paese fruendo di simili alternative sono indicati nelle fonti come “eccezionati”. Cfr. Codice per lo Regno delle Due
Sicilie, Stamperia Reale, Napoli 1838, libro I, titolo XXIV, cap. I-III.
29
MAE, Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 53, ff. 409-411, dispaccio del 6 ottobre 1853.
30
Come spesso accade quando si cerca di ricondurre la complessità dei fenomeni sociali entro un modello esplicativo
lineare ed omnicomprensivo si finisce forse inevitabilmente per suggerire legami di causa-effetto eccessivamente rigidi
e diretti tra atteggiamenti governativi, avvenimenti politico-militari, grandi processi socio-economici da un lato e scelte
individuali dall’altro. Un errore che l’enfasi sulla cesura quarantottina e l’impossibilità di un’analisi comparata
(relativizzando i dati ottenuti su Napoli attraverso il confronto con quelli di altri centri italiani o europei) o “in negativo”
7
in due distinte fasi - quella pre-quarantottina e quella post-quarantottina la differenza nell’intensità
dei flussi migratori appare in tutta la sua evidenza (748 immatricolazioni contro 84; 15,2
immatricolazioni/anno contro il 6,4) e la cosa non stupisce se si pensa alle vessazioni che, a partire
dalla dura repressione post-quarantottina, sempre più colpiscono gli stranieri, o allo sviluppo
industriale di alcune aree della Francia precedentemente prodighe di migranti a lungo raggio ed ora
in grado di offrire ai propri cittadini lucrose occasioni d’impiego in loco31.
Di un calo nella forza d’attrazione di Napoli non v’è invece traccia nelle carte della Prefettura di
Polizia, dove anzi il numero dei francesi giunti alle porte della città appare in forte aumento, con
una differenza tra il 1848 e il 1849 di ben il 264%.
Pur se avversata dall’atteggiamento poco accogliente del governo borbonico e dal mutato
quadro economico francese di metà secolo, anche l’ipotesi d’incremento delle ondate migratorie
può trovare argomentazioni convincenti a proprio sostegno, anche al di là delle tradizionali
motivazioni legate al clima, alla bellezza dei luoghi e alle possibilità d’impiego che una grande
capitale come Napoli, pur non attraversando un momento di grande splendore, offre a chi vi elegga
il proprio domicilio. Tra queste, il timore di persecuzioni politiche da parte degli orleanisti
all’indomani del passaggio alla repubblica e successivamente al II Impero, la progressiva
regolarizzazione dei collegamenti marittimi a vapore tra i porti francesi del Mediterraneo e le coste
del Mezzogiorno, ma soprattutto il più generale aumento, man mano che ci si avvicina al XX
secolo32, della mobilità geografica (in particolare a lunga distanza), nel solco del quale si potrebbe
facilmente inscrivere la ripresa delle migrazioni in direzione di Napoli33.
Se la ripresa dell’immigrazione francese a Napoli può dunque trovare una spiegazione nella
combinazione di questi fattori, rimane però da chiarire ancora il notevole e repentino aumento
registrato nel passaggio dal 1848 al 1849, un fenomeno che, ancora una volta, coincide non
casualmente con l’irrigidimento delle misure governative per la tutela dell’ordine pubblico, tese a
prevenire il ripetersi di simili sollevazioni e di cui – come già in passato – fanno le spese soprattutto
le categorie considerate più a rischio come gli stranieri. Ancora una volta, il volume del flusso
migratorio che stiamo faticosamente cercando di ricostruire sembra dettato più dal rigore con il
quale gli agenti doganali effettuano i controlli34 che non dal suo effettivo variare ed il fatto che
molti dei provvedimenti presi all’indomani del 1848 abbiano resistito sino alla caduta della dinastia
borbonica lascia intendere come - anche se in misura minore rispetto a quanto accaduto nel ’49 – sia
possibile individuare nella rinnovata pressione governativa sugli organi di controllo uno degli
(“en se plaçant non plus à leurs point d’arrivée mais à leur point de départ, c’est-à-dire en analysant les destinations des
migrantes de longue distance plutôt que leur provenance“ come suggerisce P. A. Rosental, Les sentiers invisibles.
Espace, familles et migrations dans la France du 19e siècle, Paris 1999, p. 33) rischiano di rendere ancor più marcato.
31
R. E. Cameron, France and the economic development of Europe (1800-1914), Princeton 1961; A. L. Dunham, La
Révolution industrielle en France (1815-1848), Paris 1953; C. Carrière, Négociants marseillais au XVIIIeme siècle.
Contribution a l'étude des économies maritimes (2 vol.), Marseille 1973; E. C. Carter, Enterprise and entrepreneurs in
nineteenth- and twentieth-century France, Baltimore 1976.
32
K. J. Bade, L'Europa in movimento. Le migrazioni dal Settecento a oggi, Laterza, Roma-Bari 2001. Di particolare
interesse, perché riguardante la mobilità di lunga distanza nel corso dell’Ottocento proprio dei cittadini francesi, è la
rappresentazione grafica presentata da Rosental, dalla quale si evince con chiarezza “l’augmentation en France au XIXe
siècle des migrations de longue distance telles qu’on peut les saisir par la comparaison entre le lieu de naissance et le
lieu de résidence au moment du mariage, d’un échantillon de plus de 45000 individus”. P. A. Rosental, Les sentiers
invisibles…cit., pp. 18-19.
33
Letto in quest’ottica, un aumento degli arrivi nella Capitale a cavallo tra anni ’40 e ’50 non sarebbe peraltro in
contrasto con quanto si evince dai registri consolari. In questo caso, infatti, esso sarebbe da interpretarsi, non come una
crescita del potere d’attrazione di Napoli e dei suoi dintorni o come la negazione delle difficoltà incontrate dagli
stranieri nel Mezzogiorno, ma, se inferiore rispetto all’aumento complessivo di coloro che lasciano la Francia, come una
conferma dell’esistenza di questi fattori e del declino – almeno in termini percentuali – della componente migratoria
transalpina che si dirige verso il Regno.
34
Al di là dell’aspetto prettamente normativo, va messo in evidenza che ciò che più incide nell’influenzare i dati relativi
agli stranieri regolarmente registrati al loro ingresso in città è la prassi, è quell’accuratezza con la quale effettuare i
controlli costantemente invocata dal Ministero all’indomani dei moti quarantottini e troppo spesso carente nel periodo
precedente.
8
elementi che più contribuiscono a mantenere elevati gli indici d’immigrazione verso la Capitale
registrati dalla Prefettura di Polizia anche negli anni successivi.
Anche se una significativa fetta di questo aumento del flusso migratorio è in realtà frutto di un
ritrovato rigore dei controlli, rimane, come già per il periodo seguito alle rivolte del 1820-’21, il
problema di dare ragione della notevole divergenza tra le informazioni fornite dalle fonti consolari e
da quelle borboniche, una differenza che è possibile spiegare solo ammettendo anche in questa
circostanza, critica soprattutto per gli stranieri, la diffusa esistenza all’interno della comunità
francese residente a Napoli di pratiche identitarie opportunisticamente situazioniste, in altre parole,
di precise strategie di occultamento della propria identità nazionale messe in atto dagli immigrati
transalpini allo scopo di evitare i possibili svantaggi legati al proprio status di straniero, di cui
l’immatricolazione presso il Consolato rappresenta di fatto l’ufficializzazione.
Riflettere sulle caratteristiche delle strategie migratore messe in atto da un gruppo definito su
base nazionale in un’epoca ancora impreparata ad un uso sistematicamente classificatorio di
categorie come “Nazione” appare un’operazione tanto complessa quanto, alla fine, tautologica.
Laddove l’indisponibilità di uno strumento di verifica o la concordanza delle indicazioni (come
nel periodo 1800-1820 e in quello 1830-1847) consentono di ipotizzare l’andamento dei trend
migratori supponendo l’oggettività e l’univocità del gruppo analizzato, l’immagine che se ne trae è
quella di un legame forte e soprattutto continuo che unisce per tutto il XIX secolo la Francia con la
capitale del regno prima napoleonico e poi borbonico. Laddove invece i dati divergono, appare vano
e di scarso interesse tentare di misurare la verosimiglianza delle rispettive versioni (entrambe
avrebbero più d’un motivo per risultare credibili) e si è perciò cercato di illustrare quali fattori
possono influenzare – in maniera persino decisiva – le rilevazioni riportate nei registri consolari e
nelle relazioni prefettizie. Il risultato più significativo di queste prime pagine è allora l’aver
dimostrato come - anche nel determinare l’intensità dei flussi migratori e la parabola che essi
disegnano lungo l’arco dei sessant’anni considerati – incidano fattori come lo status sociale dei
soggetti immigrati, le strategie individuali di coloro che varcano i confini, la labilità delle frontiere,
il lassismo o il rigore dei controlli doganali, in una parola, l’arbitrarietà della definizione stessa di
“immigrato francese” che una moderna concezione dell’identità nazionale e della cittadinanza
anacronisticamente applicata ad epoche e luoghi ancora lontani da una loro definitiva
oggettivazione rischia troppo spesso di lasciare nell’ombra.
2.2. I luoghi e le traiettorie
L’analisi dei luoghi di provenienza degli immigrati francesi censiti dal Consolato consente al
contempo di completare il discorso iniziato nelle pagine precedenti sulla natura dei flussi migratori
che uniscono Napoli alla Francia e di meglio inquadrare quel gruppo che, anticipando il risultato
ultimo di questa ricerca, possiamo già qui definire la non-comunità francese della Capitale.
Ad un primo sguardo, l’immigrazione transalpina verso Napoli sembra coinvolgere
indiscriminatamente quasi tutte le aree del paese. Ad eccezione di qualche dipartimento più interno
o meno densamente popolato, tutti gli altri forniscono un qualche contributo ai flussi migratori
transalpini in direzione di Napoli: sono ben 16 i dipartimenti che possono vantare un contingente di
almeno 20 individui35 e ben 34 quelli con almeno 10 partenze per la Capitale, anche se, in termini
assoluti, sono Seine (265) e Bouches du Rhône (246), seguiti nell’ordine da Rhône (114), Corse
(71), Var (67) e Isère (66), ad aver dato i natali al maggior numero di immigrati.
Poche differenze si scorgono nella composizione dei flussi migratori in occasione di
significative cesure politiche o in un’analisi che tenga conto della distanza dei vari dipartimenti dal
35
Sono: Hérault, Gard, Haut e Bas Rhin, Seine et Oise, Gironde, Drôme, Vaucluse, Loire, Haute Garonne, Calvados,
Côte d'Or, Seine et Marne, Seine Inférieure, Nord e Savoie.
9
Mezzogiorno: Nord e Sud del paese sono attratti egualmente dalla prospettiva di trasferirsi
all’ombra del Vesuvio36.
Più significativo è il dato che oppone i dipartimenti costieri (ivi compresa la Corsica) a quelli
interni: nonostante la presenza tra questi ultimi della Seine, quasi sette francesi su dieci provengono
da aree con uno sbocco sul mare o sull’oceano (68,5%)37, un altro dato che, come quello relativo
alla ripartizione Nord-Sud, non muta sostanzialmente con il passare degli anni. I motivi di un
legame tanto forte tra emigrazione internazionale verso il Regno e possibilità di accesso alle vie del
mare può essere banalmente spiegato ricorrendo alla tradizionale idea delle città portuali come
luogo di più facile scambio e di maggiore apertura verso l’esterno38 o all’indubbio vantaggio in
termini di velocità e sicurezza che – ancora in pieno Ottocento – il trasporto via mare può vantare
rispetto a quello via terra. Tuttavia, come suggeriscono alcune significative vicende familiari
ricostruite attraverso una prospettiva “micro” e soprattutto intergenerazionale39, non è da escludere
che un discreto numero di coloro i quali risulta nato in zone costiere abbia già alle spalle, nella
propria storia familiare, una mobilità interna in direzione di regioni più attraenti del paese, una
mobilità che – rescisso ormai il legame con il proprio territorio d’origine - trova successivamente
nuovi sbocchi nell’avventura in terra napoletana.
Riducendo ulteriormente la scala di osservazione e provando a ragionare al livello non più di
dipartimenti, ma di singoli comuni (pur sempre una ripartizione spaziale di natura amministrativa
ma in grado - senza dubbio più dei confini dipartimentali - di rispecchiare l’orizzonte entro il quale
inscrivono la propria quotidianità i migranti transalpini prima di partire) è possibile individuare i
principali bacini migratori francesi cui Napoli attinge lungo il XIX secolo: Parigi (257), Marsiglia
(194) e Lione (91), seguite a distanza considerevole da Grenoble (30), Aix en Provence (25), Nîmes
(23), Bordeaux (22), Tolosa (20), Avignone e Tolone (entrambe con 19) sono, probabilmente per
ragioni diverse, i centri più prodighi di emigranti in direzione del Mezzogiorno.
La cosa non stupisce. Se Marsiglia vanta un tradizionale rapporto privilegiato di natura
prettamente commerciale con i porti del Regno40 e Lione, grazie alla notevole produzione tessile
36
Una possibile ripartizione del territorio francese tra una fascia settentrionale (dai dipartimenti di Pas-de-Calais e Nord
alla Vandea) ed una meridionale (la cui linea di confine parte dal Charente-Maritime e arriva allo Jura, passando per
Charente-Maritime, Charente, Haute-Vienne, Creuse, Allier e Saône-et-Loire, e comprendendovi anche la Corsica) non
dà infatti adito a una marcata differenza in termini di arrivi: 57,7% del Nord contro il 42,3% dei dipartimenti
meridionali.
37
L’incidenza di Marsiglia è certamente uno degli elementi che contribuisce ad un simile risultato ma – provando ad
escludere dal computo rispettivamente la Seine tra i dipartimenti interni e il Bouches du Rhône tra quelli costieri, il gap,
anziché ridursi, si acuisce ulteriormente (78,4% contro appena il 21,6%).
38
“Più che in altre realtà urbane del Settecento e dei primi dell’Ottocento, è nei porti che si ritrovano, particolarmente
numerosi, degli operatori stranieri di origini diverse. […] In effetti, nessun porto di media importanza è privo di
comunità mercantili straniere”. S. Marzagalli, Città portuali e minoranze etniche: Amburgo, Bordeaux e Livorno tra
Sette e Ottocento in “Archivi e Imprese”, 16, 1997, pp. 365-383.
39
Tra le più significative, c’è quella di Pierre Mathieu François Beranger, medico di origine marsigliese nato a
Marsiglia nel 1796 e sposato a Napoli il 30 agosto 1859 con la parigina Nicole Victoire Pain, ben più giovane di lui ma
già vedova. Beranger – ed è questo che al momento risulta rilevante – non sbarca nella Capitale da solo. Con lui, al
momento del matrimonio, vivono anche i genitori, Mathieu Beranger, piccolo negoziante di chincaglierie, e sua moglie
Marie Madaleine Tardieu, entrambi originari di Valence nel dipartimento del Drôme, un’area interna confinante a Sud
con il distretto di Vaucluse (a sua volta contiguo al Bouches du Rhône). Sebbene le informazioni disponibili si riducano
ai semplici luoghi di nascita dei protagonisti ed omettano tra l’altro l’esistenza di altri rami della famiglia che abbiano
eventualmente seguito traiettorie differenti, sembra di poter scorgere nel percorso compiuto dai Beranger sino ad
arrivare a Napoli un tragitto lineare che vede la prima generazione (in questo caso Mathieu, il padre di Pierre) muovere
da un luogo interno verso un dipartimento costiero come il Bouches du Rhône, fermarvisi almeno sino alla nascita di un
erede, e poi di lì compiere un ulteriore passo in avanti, prendendo il mare verso un paese straniero.
40
B. Salvemini – A. Carrino, Il territorio flessibile. Flussi mercantili e spazi meridionali nel Settecento e nel primo
Ottocento in G. Giarrizzo e E. Iachello (a cura di), Le mappe della storia: proposte per una cartografia del
Mezzogiorno e della Sicilia in età moderna Franco Angeli, Milano 2002, pp. 99-139; B. Salvemini – M. A. Visceglia,
Marsiglia e il Mezzogiorno d'Italia (1710-1846). Flussi commerciali e complementarietà economiche. Parte prima in
“Mélanges de l'Ecole Française de Rome. Italie et Méditerranée”, 1, 1991, pp. 103-163; Id., Pour une hisotire des
10
che ne caratterizza l’area, dà adito a significativi movimenti di personale specializzato in direzione
delle nascenti imprese seriche meridionali, Parigi ha con Napoli in questi anni una relazione
strettissima tanto dal punto di vista politico41, quanto finanziario42 e culturale43.
Ciò che colpisce, invece, è l’assenza dall’elenco di importanti centri settentrionali ed atlantici44
e, al contrario, la sovrarappresentazione (in rapporto alle rispettive dimensioni demografiche) dei
centri mediterranei45, solo in parte spiegabile con l’esistenza di regolari collegamenti marittimi tra
Napoli e Marsiglia46, con la tradizionale vocazione al commercio d’oltreoceano di porti come Brest,
Nantes e soprattutto Bordeaux47, o con la presunta maggiore affinità nelle abitudini e nella mentalità
tra francesi del Sud e napoletani. Quali che ne siano le motivazioni, l’immagine che viene fuori da
questi dati è quella di un’emigrazione che – quando non trae origine da un’antica storia di assidui
rapporti di scambio come con Parigi o da interessi contingenti legati a determinati settori
commerciali come nel caso di Lione – mantiene per tutto il secolo un suo marcato carattere di
“mediterraneità”, di cui i rapporti tra emigrati a Napoli e popolazione totale registrati in città come
Marsiglia (0,0020 contro lo 0,00044 di Parigi e lo 0,00091 di Lione), Aix (0,0010) ed Ajaccio
(0,0012) sono la più evidente conferma.
Un’ultima breve riflessione appare necessaria circa il peso, all’apparenza preponderante, delle
città rispetto alle aree rurali nella composizione dei flussi migratori francesi in direzione di
Napoli48.
rapports économiques entre Marseille et le Sud de l'Italie au XVIIIe et au début du XIX siècle. Flux marchands,
articulations territoriales, choix politiques in “Provence Historique”, 177, 1994, pp. 321-365.
41
P. Villani, Italia napoleonica, Guida, Napoli 1978; Id., Il Regno di Napoli nel decennio francese: 1806-1815, Dedalo,
Bari, 1969; Id., Il regno di Napoli nel sistema napoleonico, 1808-1811: Appunti dal carteggio diplomatico, estratto da
“Critica Storica”, 5, 1966; Id., Rivoluzione e diplomazia: agenti francesi in Italia (1792-1798), Vivarium , Napoli 2002;
A. M. Rao – P. Villani, Napoli 1799-1815: Dalla repubblica alla monarchia amministrativa, Edizioni del Sole, Napoli
1995; A. M. Rao, La Repubblica napoletana del 1799, Newton, Roma 1999; Id., Sociologia e politica del giacobismo:
il caso napoletano, Guida, Napoli 1979; Id., Esuli: l'emigrazione politica italiana in Francia, 1792-1802, Guida, Napoli
1992.
42
B. Gille, Les investissements français en Italie (1815-1914), Torino 1968 ; Id., Histoire de la maison Rothschild (2
vol.), Géneve 1965; J. A. Davis, Società e imprenditori…cit.; M. Rovinello, Un grande banchiere in una piccola
piazza: Carl Mayer Rothschild e il credito commerciale nel Regno delle due Sicilie, in "Società e Storia", 110, 2006, in
corso di pubblicazione.
43
Ancora poco studiate, le relazioni di natura culturale tra le due capitali – e i flussi d’immigrazione ad esse connesse –
trovano conferma nei diversi parigini che dimorano in città allo scopo di completare qui gli studi, di approfondire o
rendere conto delle proprie ricerche, di entrare a lavorare in luoghi di cultura comunque celebri (in particolar modo il
teatro S. Carlo) o di completare il tradizionale tour europeo di formazione previsto per i giovani rampolli delle famiglie
nobili.
44
Bordeaux, che conta circa 90.000 abitanti e dal 1806 in avanti è la quarta città del paese, invia a Napoli appena 22
persone; La Rochelle (15.000) 4, Nantes (86.000) soltanto 3, esattamente come Bayonne (14.000), Brest (22.000) 2 e le
Havre (16.000) non più di una. I dati della popolazione si riferiscono al 1806 e sono tratti da B. Lepetit, Les villes dans
la France moderne (1740-1840), Paris 1988, Annexe 2.
45
Ben 5 i francesi provenienti dalla piccola isola di Hyères (> 10.000 abitanti), 12 quelli di Ajaccio e 9 quelli di Bastia
(entrambe > 10.000), 13 quelli nati a Perpignan (13.700) e Montpellier (33.000), 19 quelli originari di Tolone (33.000)
ed Avignone (24.000); Nîmes (41.000) ed Aix en Provence (23.000) figurano addirittura al quinto e sesto posto nella
classifica dei luoghi più rappresentati, rispettivamente con 25 e 23 concittadini trasferitisi sotto il Vesuvio.
46
Già collegate nel Settecento attraverso un numero considerevole di imbarcazioni sempre pronte a percorrere le sponde
tirreniche nel tratto compreso tra Marsiglia, Nizza, Genova, Livorno e Napoli, nel 1831 – a seguito di precisi accordi tra
i due governi e sulla spinta dell’iniziativa imprenditoriale di un certo numero di maisons francesi - viene attivata tra le
due città una linea diretta di battelli a vapore per il trasporto, oltre che di merci,anche di passeggeri. Il servizio è
organizzato dal marsigliese M. Bazin, la cui flotta, a quella data, è composta da due “paquebots à vapeur”, l’ “Henry
IV” e il “Sully”. MAE, Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 47, f. 93, dispaccio del 14 aprile 1831.
47
Per Bordeaux cfr. P. Butel, Les négociants bordelais l'Europe et les Iles au XVIIIe siècle, Aubier, Paris 1974 e Id.,
Les négociants allemands de Bordeaux dans la deuxième moitié du XVIIIe siècle in H. Kellenbenz – J. Schneider (a cura
di), Wirtschaftskräfte in der Europäischen Expansion Klett-Cotta, Stuttgart 1978, pp. 589-613.
48
Trova qui conferma quanto suggerito da J. Moore e W. F. Ogburn circa la tendenza della la mobilità geografica a
svilupparsi preferibilmente tra luoghi dalle dimensioni urbanistiche e demografiche sostanzialmente simili. J. Moore,
Cityward migration. Swedish data, University of Chicago Press, Chicago 1938; W. F. Ogburn, Size of community as a
factor in migration in “Sociology and social research”, XXVIII, 4, 1944, pp. 255-261. Sulla stessa linea si collocano
11
Circa il 60% dei soggetti censiti è nato in una città di almeno 90.000 abitanti e, contando anche
coloro i quali provengono da centri di media grandezza (tra le 20.000 e le 89.999 anime) il totale
ammonta a più dell’85%. Sebbene vi possano essere considerazioni in grado di mitigare un risultato
tanto netto (peso demografico dei grandi centri, mobilità intergenerazionale dalle campagne alle
città precedente all’arrivo a Napoli, imprecisioni nelle registrazioni causate dall’ignoranza degli
ufficiali addetti o dalla vaghezza delle informazioni rilasciate dai dichiaranti49, etc.) e di stemperare
una dicotomia città/campagna spesso fuorviante, appare possibile affermare che l’emigrazione
francese è un fenomeno prevalentemente “urbano”.
Rimane tuttavia da scongiurare il rischio di appiattire un fenomeno variegato e complesso come
quello in esame su un unico schema (medio/grande città francese Æ Napoli) e su una sua variante
villaggio/piccolo centro Æ medio/grande città francese Æ Napoli) che ha l’unico merito – rispetto
al precedente - di tenere in conto la possibilità di strategie migratorie (individuali e familiari)
frazionate in più tappe ma che pecca probabilmente nel considerare la distanza fisica tra i luoghi di
partenza e di arrivo come l’elemento chiave nella definizione della tipologia di migrazione
effettuata e soprattutto nel suggerire – magari in maniera implicita - l’esistenza di un percorso
teleologicamente ordinato, dove la migrazione internazionale (in questo caso alla volta di Napoli)
rappresenterebbe l’ultimo gradino di un climax i cui livelli intermedi sarebbero costituiti da
migrazioni interne sull’asse campagna-città.
La complessità e la diversità degli itinerari che conducono alle falde del Vesuvio molti dei
componenti della comunità francese e la possibilità che “Napoli e l’Italia del Sud [siano] solo una
delle possibili mete, o più correttamente delle possibili tappe, magari non la più ambita”50, di un
percorso più ampio, devono infatti indurre chi cerchi di seguirli a non considerare come semplici
eccezioni i tanti casi nei quali la linea che congiunge la Capitale con i luoghi di origine dei migranti
non assume la rassicurante forma della retta, bensì quella più problematica della spezzata o
addirittura della circonferenza. Se emigrare è per molti versi un processo “embedded”51, esso è però
al contempo un’esperienza costantemente in fieri, soggetta a ripensamenti, bruschi cambi di rotta
(dettati tanto dal mutare in corsa delle strategie individuali o di gruppo quanto da fattori esogeni e
imprevedibili) e, a volte, anche a inattesi ritorni al punto di partenza52.
Sono innumerevoli le storie familiari che le fonti offrono ad avvalorare l’idea di un mondo
costantemente in movimento; traiettorie sostanzialmente lineari, seppur segnate da un distacco
graduale dai luoghi d’origine della famiglia attraverso una prima migrazione a piccolo-medio,
raggio o comunque verso luoghi percepiti come vicini in forza di reti familiari e/o relazionali (altre
città francesi, i cantoni svizzeri, il Piemonte sabaudo, Nizza ma anche la Toscana)53, percorsi che
anche i più recenti contributi di G. Olsson, Distance and human interaction: a migration study in “Geografiska
Annaler”, 47B, 1, 1965, pp. 3-43 e, riferiti proprio al caso francese, il già citato P. A. Rosental, Les sentiers
invisibles…cit. e J. Pitié, Exode rurale et migrations intérieures en France. L’exemple de la Vienne et du PoitouCharentes, Norois, Poitiers, 1971.
49
Per ovviare ad un simile inconveniente si è deciso di tenere come riferimento – nel caso di indicazioni divergenti - i
luoghi indicati nei documenti consolari. Tuttavia non è escluso che, ove questo elemento di verifica non sia disponibile,
possa ancora sussistere nelle statistiche presentate in queste pagine qualche simile e che quindi – seppur non in maniera
tale da inficiare la validità della rilevazione nel suo complesso – la percentuale di persone provenienti da città di media
e grande dimensione possa risultare leggermente sovrastimata
50
D. L. Caglioti, Élites in movimento: l'emigrazione svizzero-tedesca a Napoli nell'Ottocento in A. Arru - F. Ramella
(a cura di), L'Italia delle migrazioni interne. Donne, uomini, mobilità in età moderna e contemporanea, Donzelli, Roma
2003, p. 208.
51
Riprendo il concetto nell’accezione di A. Portes – J. Sensenbrenner, Embeddedness and Immigration: Notes on the
Social Determinants of Economic Action, in “American Journal of Sociology”, 98, 1993, pp. 1320-1350.
52
Tipi analoghi di percorsi migratori si riscontrano peraltro anche in altri gruppi nazionali presenti nel Mezzogiorno
preunitario. L’esperienza dei francesi non si discosta poi tanto, per esempio, da quella dei merchant-bankers britannici,
molti dei quali arriva a Napoli solo dopo un periodo trascorso – durante il Decennio – in Sicilia. Cfr. B. Dawes, British
merchants in Naples, 1820-1880, Napoli 1991; Id., La comunità inglese a Napoli nell' '800 e le sue istituzioni, Napoli
1988; M. D’Angelo, Inglesi in Sicilia nell'Ottocento in “Archivi e Imprese”, 17, 1998, pp. 5-32.
53
Sulla base dei dati in mio possesso e dei diversi casi di cittadini francesi a lungo residenti nel Lombardo-Veneto
prima del trasferimento nel Regno, credo si possa finalmente accantonare l’ipotesi che vuole la mera distanza fisica o
12
contraddicono la banale direttrice Nord-Sud passando dalle coste nordafricane e balcaniche prima di
approdare a Napoli, peregrinazioni che vedono il Mezzogiorno come semplice parentesi prima di un
definitivo ritorno in patria, tragitti assai più contorti in cui ad un primo arrivo sotto il Vesuvio e alla
successiva ripartenza per altri luoghi della Penisola fa seguito un ritorno in città, migrazioni, infine,
che puntano verso altri centri del Regno54 (per lo più al di qua del Faro, contrariamente a quanto
dimostrato per gli inglesi55) e che solo a distanza di tempo portano i loro protagonisti nella
Capitale56.
Spinti da necessità, da desiderio d’avventura, da obblighi professionali, dalla fredda logica
dell’utile o da complesse strategie relazionali (familiari in primo luogo), i cittadini francesi di cui i
registri consolari e gli atti di stato civile raccontano le storie rappresentano l’ennesimo esempio di
quell’Europa “sulle cui strade” - già a inizio Ottocento – “si muovevano quotidianamente nomadi,
girovaghi e viaggiatori” – nonché – “[…] i più svariati gruppi di migranti per mare e per terra, per
periodi temporanei o permanenti”57.
Diversi per i luoghi che toccano, per i motivi che spingono i migranti transalpini a recarvisi, per
la durata dei soggiorni e per le conseguenze e l’influenza che essi hanno sul comportamento e sulle
strategie una volta che questi ultimi arrivano in città, i percorsi cui si è qui solo accennato
costituiscono in realtà un insieme complessivamente omogeneo, offrendo all’attenzione del
ricercatore un’unica tipologia di migrazione – quella, per così dire, a più fasi – e un invito a
considerare i processi migratori nel più ampio quadro (geografico ma anche cronologico) in cui un
fenomeno di simile complessità deve essere inquadrato per poter essere colto in tutta la sua
interezza.
3. Le comunità francesi a Napoli
Come per la determinazione dei flussi migratori e del loro trend così anche per la definizione
del numero dei cittadini francesi presenti a Napoli nel sessantennio 1800-1860 bisogna fare i conti
con gli interessi individuali e statuali di cui le diverse fonti oggi disponibili sono involontarie
l’affinità culturale e linguistica di determinate parti dell’Italia preunitaria giocare un ruolo decisivo nell’orientare le
correnti migratorie che percorrono le vie dell’Europa e della Penisola fino a raggiungere Napoli a favore di un
approccio reticolare al problema delle strategie migratorie sul modello di quello proposto, tra gli altri, da P. A. Rosental,
Les sentiers invisibles…cit.
54
Tra coloro i quali dimorano a lungo in provincia prima di trasferirsi a Napoli molti sono soldati di stanza in quei
luoghi, altri invece sono imprenditori, titolari o impiegati di maisons di commercio con interessi nella fabbricazione o
nell’import-export di prodotti locali, in entrambi i casi, persone non del tutto libere di scegliere dove risiedere perché
costretti da impegni professionali. Paradigmatica appare in tal senso l’esperienza dell’imprenditore Pierre Ravanas,
descritta recentemente in B. Salvemini – A. Carrino, Trasferimento tecnologico e innovazione sociale: Pierre Ravanas
e l'olio del Mezzogiorno d'Italia fra Sette e Ottocento in “Quaderni Storici”, 113, 2003, pp. 99-122.
55
B. Dawes, British merchants…cit.; Ead., La comunità inglese…cit.; M. D’Angelo, Inglesi in Sicilia...cit.
56
Le fonti utilizzate per questa ricerca limitano lo sguardo solo a coloro che, prima o poi, arrivano a Napoli e quindi
non consentono di stabilire se, nel complesso, la Capitale rappresenti la meta prediletta dalla maggioranza degli
immigrati francesi o se essa accolga una parte minoritaria dei flussi provenienti d’Oltralpe. Ancora una volta, l’aver
ridotto la base documentaria alle sole carte del Consolato e degli organi amministrativo-polizeschi napoletani rischia di
distorcere la prospettiva, suggerendo l’esistenza di un iter teleologicamente ordinato il cui punto di arrivo sarebbe
rappresentato dalla Capitale e le cui tappe intermedie, in questo caso, sarebbero costituite da città come Salerno, Bari,
Castellamare, Vietri, Cava dei Tirreni, Gallipoli ed altre ancora. Inoltre, gli evidenti limiti di un modello eccessivamente
“napolicentrico”, ulteriormente ingigantiti dalla crescita economica e attrattiva di alcuni centri provinciali come Bari nel
corso del secolo, espongono queste riflessioni al rischio di un appiattimento della mobilità francese all’interno del
Regno sul modello unidirezionale campagna-città che i pur numerosi casi di questa natura riscontrati nel campione
esaminato non possono in alcun modo giustificare. Sulla crescita di Bari nel corso del XIX secolo cfr. B. Salvemini,
Quadri territoriali e mercati internazionali: Terra di Bari nell’età della Restaurazione in Id. (a cura di), L’innovazione
precaria, Roma 1985; F. Tateo (a cura di), Storia di Bari, IV vol. L’Ottocento, Roma-Bari 1994.
57
K. J. Bade, L’Europa in movimento…cit., p. 11.
13
portatrici. In altre parole, prima di potersi chiedere quanti francesi abitino nella Capitale in quegli
anni e quali siano le strategie comportamentali che essi pongo in essere, è necessario domandarsi
cosa intendano per “francese” gli enti produttori della documentazione, ovvero il Consolato
Generale di Francia a Napoli e le autorità napoletane. Solo ammettendo la labilità e l‘interpretabilità
della categoria “identità nazionale” è possibile cogliere quello spazio d’incertezza, e quindi di
manovra, entro il quale uomini e donne giunti d’Oltralpe a Napoli si muovono alla costante ricerca
del proprio utile.
Piuttosto che focalizzare il discorso su una comunità francese di Napoli intesa
semplicisticamente come l’insieme dei cittadini francesi residenti in città, appare dunque molto più
significativo provare ad osservare le due diverse comunità francesi così come esse sono percepite,
descritte e – potremmo dire – “costruite” da quei poteri che su di esse appuntano significativi
interessi di ordine economico, simbolico e politico.
3.1. “Le fils de la grande Nation française”: La comunità francese vista con gli occhi del
Consolato
Stando ai registri d’immatricolazione e allo stato civile consolari il numero complessivo dei
cittadini francesi presenti in Napoli a cavallo tra 1800 e 1860 ammonterebbe a 1657 persone. Si è
già accennato alla notevole differenza tra le stime effettuate dal Consolato e quelle ricavabili dalle
fonti napoletane. Vale qui però la pena di accennare appena al rilevamento ottenuto attraverso gli
atti di stato civile delle sole cinque sezioni tradizionalmente a maggiore densità di stranieri: Chiaia,
San Ferdinando, San Giuseppe, Montecalvario e Porto58. Stando a questa fonte, i francesi risiedenti
nei soli quartieri suddetti tra l’inizio del XIX secolo e l’unificazione nazionale ammonterebbero a
4043 unità, più del doppio, sintomo evidente di un fenomeno già apprezzato in occasione delle
precedenti considerazioni sui flussi migratori, ovvero della volontà di molti di non denunciare la
propria presenza in città alle autorità del proprio paese, in altre parole, di non “barattare un’identità
sola, scelta una volta per tutte” - quella su base nazionale - “per una «rete di connessioni»”59.
Torneremo in seguito su queste considerazioni e sul significato di un simile gap. Per ora,
limitiamoci ad osservare quella che, pur verosimilmente consci del suo rappresentarne soltanto una
parte, gli agenti consolari si affannano a spacciare come “la colonie française de cette Capitale”.
Delle 1657 persone note al Consolato, oltre 80% sono uomini a conferma di come
l’immigrazione francese a Napoli, al pari altri flussi migratori coevi60, sia un fenomeno
marcatamente caratterizzato sul piano del genere, al di là della pur sensibile influenza che su questo
dato ha certamente la consuetudine di non immatricolare autonomamente le donne.
Accanto al dato relativo al sesso degli immigrati transalpini censiti dal Consolato, il fatto che la
grande maggioranza arrivi a Napoli ancora giovane (in media, a 23,4 anni) mentre pochissimi sono
coloro i quali trovano nella città dal clima notoriamente mite solo il luogo dove riposare negli anni
della vecchiaia, lascia supporre che i flussi di cui ci si è occupati poc’anzi rappresentino uno tra i
più classici esempi di immigrazione da lavoro61.
58
ASN, Atti di Stato Civile, Napoli, sezioni Chiaia (vol. 802-946; 954-1006; 1012-1086), San Ferdinando (vol. 1-118;
134-191; 197-273), San Giuseppe (vol. 2024-2117; 2128-2180; 2186-2238), Montecalvario (vol. 2552-2714; 27372796; 2806-2934) e Porto (vol. 10893-11067; 11089-11153; 11159-11271).
59
Z. Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 34.
60
Per il caso degli inglesi cfr. B. Dawes, British merchants…cit.; Ead., La comunità inglese…cit.; per quello degli
svizzeri mi permetto invece di rimandare a M. Rovinello, “Gente meccaniche” e identità nazionale. Artigiani, garzoni,
militari e domestici svizzeri nella Napoli ottocentesca, in corso di pubblicazione.
61
Per una classificazione delle migrazioni e una definizione di “Migrazione da lavoro” cfr. L. Zanfrini, Sociologia delle
migrazioni, Roma-Bari 2004, in particolare pp. 23-36.
14
Dal punto di vista professionale e dello status sociale, i francesi appaiono in leggera prevalenza
benestanti, addetti al negozio62 (peraltro tipica delle minoranze immigrate nel Mezzogiorno63), alla
produzione64 e – con una definizione spesso abusata e dal significato sempre poco chiaro proprietaires65. Il prestigio delle attività commerciali e manifatturiere in mano ai propri
connazionali e la ricchezza che essi producono per sé, ma anche per lo stato che li ospita, è
d’altronde un’arma di pressione importante nelle mani delle autorità diplomatiche francesi, un
argomento su cui consoli e ambasciatori ritornano spesso nella loro corrispondenza tanto con il
Ministero degli Affari Esteri francese quanto con gli esponenti del governo borbonico, il che spiega
la costante sollecitudine nel censirne il numero, nel monitorarne l’andamento66 e nel ribadirne
continuamente lo status di “francesi”, minimizzando la ritrosia di molti tra i diretti interessati a farsi
considerare tali67 e persino l’ormai avvenuta naturalizzazione di alcuni di loro68.
62
Nella categoria “addetti al negozio” sono state inglobate diverse definizioni: Negociant (197 ricorrenze), Commis
negociant (71), Marchand (31), Commerçant (2) nonché tutte le definizioni generiche accompagnate da più specifiche
indicazioni merceologiche (Negociant parfumeur, marchand libraire, commerçant boulanger, etc.).
63
D. L. Caglioti, Imprenditori evangelici…cit., p. 250
64
Nella categoria “produzione”, peraltro difficilmente separabile da quella relativa alla distribuzione in un’epoca
contrassegnata ancora dalla coesistenza delle due funzioni negli stessi soggetti (Cfr. M. Marmo, L'economia napoletana
alla svolta dell'inchiesta Saredo e la legge dell'8 luglio 1904 per l'incremento industriale di Napoli in “Rivista Storica
Italiana”, 81, 1969, pp. 71-99; D. L. Caglioti, Artigiani e dettaglianti in città in P. Macry – P. Villani (a cura di), Storia
d'Italia: le regioni dall'Unità a oggi, La Campania, Torino 1990, pp. 663-688), sono state inglobate definizioni
professionali come Fabricant (32), Entrepreneur (4), Imprimeur (10), etc.
65
Sono assimilati in questa categoria coloro che si autodefiniscono “rentier” (9). Più in generale, sui problemi connessi
alla definizione e alla gerarchizzazione dei diversi gruppi professionali cfr. tra gli altri J. C. Pierrot, Genèse d'une ville
moderne: Caen au XVIIIeme siècle, (2 vol.), Paris 1975; A. Daumard, Les bourgeois et la bourgeoisie en France depuis
1815, Paris 1991; Ead., Les fortunes françaises au XIXeme siècle: enquête sur la répartition et la composition des
capitaux prives a Paris, Lyon, Lille, Bordeaux et Toulouse d'après l'enregistrement des déclarations de succession,
Paris 1973 ; W. H. Sewell, Social Mobility in a Nineteenth Century European City: Some Findings and Implications in
“Journal of Interdisciplinary History”, 2, 1976, pp. 217-233.
66
Nel periodo 1815-1860 sono quasi un centinaio i cosiddetti “états de commerce” (relazioni periodiche circa
l’andamento degli scambi commerciali tra la Francia e il Regno e, in maniera assai sintetica, circa i problemi che di
volta in volta li affliggono) e più di trenta i censimenti o i rapporti redatti dalle autorità diplomatiche sullo stato delle
attività francesi nel Regno ed inviati ai competenti ministeri. Tra i più significativi la visita delle fabbriche di San
Leucio e Pidemonte (MAE, Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 45, ff. 142-144, relazione allegata al
dispaccio del 23 agosto 1825), il censimento delle maisons gestite da francesi del 1853 (MAE, Correspondance
consulaire et commerciale, Naples, v. 53, ff. 427-449, lista allegata al dispaccio del 20 novembre 1853) e il rapporto
sull’esposizione di macchine e prodotti industriali organizzata a Napoli in quello stesso anno (MAE, Correspondance
consulaire et commerciale, Naples, v. 53, ff. 269-298, lista allegata al dispaccio del 30 giugno 1853. Da questo
documento Maria Teresa Pace Tanzarella ha tratto spunto per una rilettura in senso fortemente ottimistico della
condizione dell’industria meridionale alle soglie dell’Unità. Cfr. M. T. Pace Tanzarella, Elementi per un’analisi dei
rapporti tra il Regno delle Due Sicilie e la Francia nelle relazioni consolari della prima metà dell’Ottocento, in A.
Massafra (a cura di), Il Mezzogiorno preunitario, Bari 1988, pp. 291-304).
67
Un episodio appare particolarmente indicativo dello scarso interesse di molti marchands transalpini nei confronti
della vita comunitaria e delle iniziative rivolte dalle autorità diplomatiche all’élite imprenditoriale e commerciale
francese. Il 19 ottobre 1832, “le corps des négociants français établis à Naples” si riunisce presso i locali
dell’ambasciata per eleggere, come previsto da un’antica norma del 3 marzo 1781, due syndics de commerce che
rappresentino e tutelino l’intero corpo nelle occasioni e nelle sedi opportune. Ad un momento così importante per la vita
comunitaria, prendono parte appena 41 individui, alcuni dei quali presenti esclusivamente in qualità di figli, e quindi di
giovani associati all’impresa di famiglia. Peraltro, all’appello mancano alcuni dei nomi più illustri della finanza e del
commercio francese stabilitisi a Napoli come Degas (considerato dalla letteratura uno strenuo difensore della propria
identità nazionale. Cfr. R. Raimondi, Degas e la sua famiglia in Napoli 1793-1917, Napoli 1958) e Dupont.
Quest’ultimo, pur assente, viene persino eletto con ben 18 voti, a dimostrazione di quanto il prestigio personale, la rete
di relazioni vantata in loco e la possibilità di interloquire con le massime autorità e con la pur mediocre business
community locale rappresentino agli occhi dei votanti elementi ampiamente in grado di compensare lo scarso
attaccamento dell’ex appaltatore degli approvvigionamenti per le truppe reali alla propria bandiera e alle istituzioni che
la rappresentano. MAE, Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 47, ff. 254-255, verbale allegato al
dispaccio del 19 ottobre 1832.
68
“Je trouve sur le registres de Matricule tenus par mon prédécesseur et par M. Dubois, les noms d'une soixantaine de
Français portés comme manufacturiers, fabricants de draps, dinandiers, tannants, teinturiers, employés des mêmes
15
Sebbene gli agenti consolari cerchino di sovrastimare il numero di imprenditori e mercanti, a
guardare le liste d’immatricolazione, si trova tuttavia anche un numero assai consistente di
domestici, valletti di camera, operai, artisti, docenti privati, liberi professionisti e di altre qualifiche
meno nobili che rendono nel complesso la comunità eterogenea e ben lontana dal poter essere
considerata una élite come quelle prese in esame sinora dalla letteratura.
Seppur non composta esclusivamente da businessmen e mercanti, la colonia francese nota alle
proprie autorità diplomatiche mostra un considerevole tasso di alfabetizzazione: oltre l’85% dei
soggetti firma il registro d’immatricolazione o gli atti di stato civile relativi all’anagrafe consolare69.
Leggendo la documentazione consolare, quello che però contraddistingue più di ogni altro
elemento i francesi di Napoli appare senza dubbio la sua orgogliosa consapevolezza di
rappresentare un monolite tanto coeso da annullare le differenze di carattere sociale e religioso
presenti al suo interno70, la ferma convinzione di essere uniti da un vincolo che la rende diversa da
ciò che la circonda, il desiderio di ostentare i simboli di questa diversità71 e di poter vantare luoghi
autonomi di socialità72, la voglia di condividere le gioie e i dolori di una Nazione cui sente di
appartenere, di discuterne ed approvarne le scelte politiche, ancora l’ermetica chiusura nei confronti
di una società partenopea tenuta costantemente a distanza ogni qual volta c’è da scegliere il proprio
compagno per la vita.
Come molte altre comunità etnico-nazionali presenti nel Mezzogiorno ottocentesco, i francesi
mostrerebbero dunque un interesse esplicito per i convulsi rivolgimenti politici che interessano la
madrepatria73, un vero e proprio entusiasmo in occasione delle visite in città di membri del governo
parigino74, una tendenza ad una socialità tutta interna alla comunità e soprattutto un tasso di
professions ouvriers en soie, en bijouterie, etc. On y a inscrit, en autre, des Français qui avaient sollicité et obtenu
précédemment des lettres de Naturalisation”. MAE, Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 45, ff. 120121, dispaccio del 19 luglio 1825.
69
Il dato dell’alfabetizzazione – come già fatto da Giuseppina Laurita in un’ormai datata ricerca circa i comportamenti
matrimoniali della nobiltà nella Napoli ottocentesca - è stato rilevato attraverso il tradizionale indicatore della
sottoscrizione degli atti in cui ogni soggetto preso in esame risulta citato. Cfr. G. Laurita, Comportamenti matrimoniali
e mobilità sociale a Napoli, in “Quaderni Storici”, 56, 1984, pp. 433-467. Sui problemi legati ad un simile modo di
calcolare i tassi di alfabetizzazione cfr. F. Furet – J. Ozouf, Lire et écrire: l'alphabétisation des français de Calvin a
Jules Ferry, Les éditions de Minuit, Paris 1977; J. Houdaille, Le signature au mariage in “Population”, 32, 1977, pp.
65-90.
70
Nelle registrazioni consolari non si fa neanche menzione delle differenti confessioni (cattolico-romana e protestante)
professate dagli iscritti, una minoranza dei quali risulta contemporaneamente membro della Deutsche-französiche
evangelische Gemeinde in Neapel (Comunità evangelica franco-tedesca di Napoli). Ringrazio Gia Caglioti per avermi
offerto la possibilità di studiare la documentazione della Gemeinde che è alla base di molti dei suoi lavori sulle
minoranze evangeliche nel Mezzogiorno pre e postunitario.
71
In più occasioni sono addirittura le stesse autorità diplomatiche ad invitare i propri concittadini ad una più discreta
ostentazione della proprio amor di patria. E’ così, per esempio, che il console in persona deve scrivere al suo
collaboratore in Messina ed invitarlo caldamente a non esporre la bandiera tricolore e a limitasi alla semplice coccarda
alla porta, per evitare di incorrere nelle sanzioni previste dalle leggi vigenti nel Regno in materia. MAE,
Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 47, ff. 271-272, dispaccio del 1 marzo 1833.
72
Tra questi spicca la chiesa di S. Caterina a Chiaia, “dans laquelle” – afferma il console nel 1820 - “toutes les
cérémonies religieuses concernant les Français ont été célébré jusqu'à ce jour”, nel solco di una lunga tradizione che da
secoli vede le diverse nazioni presenti in città avere un luogo di culto riservato di fatto ai soli membri della nazione
ospite. MAE, Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 42, f. 296, dispaccio del 12 maggio 1820.
73
Tra i molti esempi è possibile ricordare l’apertura, il 27 maggio 1802, presso la cancelleria del Consolato francese in
Napoli di un registro “où tous les citoyens français actuellement en cette ville sont invités a signer leur vœu sur la
question suivante, savoir: Napoléon Bonaparte, sera-t-il Consul à vie?” e sul quale sono riconoscibili le firme di 51
cittadini pronti a mettere per iscritto la propria approvazione al cambio di regime. MAE, Correspondance consulaire et
commerciale, Naples, v. 38, ff. 274-275, registro allegato al dispaccio del 12 prairial anno X (1 giugno 1802).
74
Scrive il console: "La colonie française à Naples a longtemps conservé le souvenir des paroles attribuées à M. de
Blacas; le Ministre de la Restauration avait trouvé chez nos compatriotes trop de reconnaissance pour le gouvernement
Impérial. Mes efforts ont toujours tendu à effacer les traces de ces fâcheuses divisions aussi est ce avec le plus grand
plaisir que m'exprimèrent les négociants honorables qui m'écrivirent la lettre… Sur ma demande M. de La Cour voulut
bien leur donner audience hier, 2 juillet, à midi. Apres l'accueil le plus bien veille, M. le Ministre daigna leur témoigne
l'intérêt qu'il porte aux développement de nos relations commerciales avec ce pays. Des paroles de reconnaissance
16
endogamia nazionale elevato (circa il 70%), come dimostrano gli atti di matrimonio conservati
presso la Cancelleria dell’Ambasciata.
Due sole considerazioni mitigano l’immagine di chiusura che traspare dalle parole e dalle carte
dei diplomatici transalpini. La prima riguarda la possibilità che alcuni dei matrimoni endogamici
indicati nei registri d’immatricolazione siano in realtà stati contratti prima di giungere nel Regno
(per circa un centinaio di casi questa circostanza risulta altrimenti documentata) e che quindi non
possano essere considerati sintomo di una precisa strategia d’esclusione di partners napoletani.
D’altronde, se il tasso di endogamia registrato tra tutti i francesi presi qui in considerazione appare
molto maggiore rispetto a quello di altre nazioni, come quella svizzera, analizzate senza alcuna
preselezione del campione su base socio-professionale75, quello relativo ai soli negozianti è al
contrario sotto la media delle altre business communities straniere presenti nel Mezzogiorno
dell’epoca76, una considerazione che consentirebbe di leggere il dato relativo ai francesi come il
segnale di un’apertura (seppur relativa), piuttosto che di una chiusura, nei confronti di unioni internazionali.
L’altro dato in controtendenza è quello relativo alle strategie residenziali. Probabilmente
condizionate dalla scarsezza di alloggi e dal loro costo spesso proibitivo soprattutto nella zona del
centro città77, i francesi immatricolati al Consolato fissano il proprio domicilio nei quartieri più
diversi, spesso lontani gli uni dagli altri, scegliendoli non nel tentativo di rinsaldare il legame
nazionale attraverso la condivisione dello stesso spazio urbano, ma piuttosto in funzione della
professione svolta (molti degli imprenditori titolari e degli operai di industrie site nella provincia
orientale della città trovano casa in quelle stesse zone così come la maggioranza dei titolari di
botteghe e/o negozi dimora nei pressi della propria bottega78) o allo status sociale (molti dei più
illustri proprietari e negozianti risultano domiciliati a Posillipo, Chiaia e sulla collina del Vomero,
ancora oggi considerate le zone riservate ai ceti più elevati). Inoltre, è interessante che, una volta
fissato il proprio domicilio in una sezione, i soggetti francesi decidano di rimanervi a lungo, a volte
per tutta la vita. Questo almeno è ciò che suggerisce la mancanza di correzioni sulle fiches relative
agli inscritti nelle liste, d’altro canto obbligati a dare comunicazione alle autorità diplomatiche in
caso di cambio di domicilio. Se ne trarrebbe quindi un’immagine di sedentarietà e di pacifica
convivenza con le persone del luogo che, in ogni caso, non rappresentano di per sé un elemento di
contraddizione con quell’essere comunità nazionale, con quel sentirsi a tutti gli effetti francesi,
forse ancor di più perché lontani dalle proprie origini, che nel complesso la documentazione
consolare offre e vuole offrire.
Torniamo tuttavia per un attimo al quesito iniziale, riprendendo i tanti interrogativi posti ad
incipit del libro di Patrick Weil: “Par quel raisonnement une personne qui est française peut-elle le
démontrer? Parce qu’elle est née en France? Parce qu’elle a un parent ou un ancêtre français? […]
furent prononcées à la mémoire de l'Amiral Baudin qui, en 1848, protégea la colonie Française contre la tourbe
révolutionnaire". All’indomani dell’incontro una lettera di ringraziamento a firma dei sedici imprenditori e mercanti
ammessi al cospetto dell’inviato ministeriale viene recapitata al cancelliere dell’Ambasciata e da questi girata al
Ministère des Affaires Étrangères. MAE, Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 54, ff. 164-165,
dispaccio del 3 luglio 1854 e ff. 166-167, dispaccio del 7 luglio 1854.
75
Cfr. M. Rovinello, “Gente meccaniche”…cit., dove si dimostra come la percentuale dei matrimoni endogamici tra
artigiani, garzoni, domestici e militari svizzeri sia di appena il 24,8%.
76
D. L. Caglioti, Una minoranza imprenditoriale…cit.; B. Dawes, British merchants…cit.; Ead., La comunità
inglese…cit.
77
"Les logements” – denuncia il console – “sont à Naples non seulement très chers mais fort difficiles à se procurer à
raison de l'affluence des Etrangères […] M. Gautier […] avait l'intention de prendre des arrangements semblables à
ceux du vice-consul Pitoit: la ville de Naples offre à cet regard tante espèce de ressources et un jeune homme peut y
vivre aussi confortablement que à Paris. […] …toutefois […] la somme de 500 Francs qui devrai être prise sur leur
traitement comme représentation […] serait insuffisant à Naples". MAE, Correspondance consulaire et commerciale,
Naples, v. 45, ff. 48-49, dispaccio del 16 marzo 1825.
78
Gli indirizzi di alcuni dei negozi di proprietà o gestiti da francesi sono stati tratti dalle guide commerciali della città di
Napoli disponibili, a partire da quelle relative agli anni ’50, presso la Biblioteca Nazionale di Napoli e presso la Società
Napoletana di Storia Patria.
17
Avait-il épousé une Française? Ou avait-il été naturalisé?”79. La domanda appare tutt’altro che
retorica proprio alla luce dell’ultima e più sorprendente caratteristica del gruppo ricostruito
attraverso la documentazione diplomatica e da questa ostinatamente descritto e definito come “la
communauté française de Naples”: un numero non irrisorio (circa 150 su un totale di 1058, pari a
poco meno del 15% del totale) dei soggetti immatricolati nei registri consolari come cittadini
francesi, stando alle indicazioni ivi riportate e alle norme vigenti all’epoca per la concessione e il
mantenimento della cittadinanza80, non è in realtà affatto francese o ha perso questa qualità a
seguito dell’ottenimento della naturalizzazione presso altri stati, primo tra tutti, il regno
borbonico81.
Esempio tra i più evidenti della concezione “aperta” della nazionalità tipica della Francia
rivoluzionaria82 o sintomo di una percezione ancora molto vaga e flessibile dell’appartenenza
nazionale, le autorità diplomatiche sembrano portare alle estreme conseguenze la concezione
prettamente volontaristica dell’identità nazionale che sarà sintetizzata da Renan, di lì a qualche
anno, nella celebre metafora del “plebiscito di ogni giorno”83, ed accogliere tra le braccia della
Grande Mére84 tutti coloro i quali se ne dichiarino figli e, a ben vedere, anche coloro i quali suoi
figli non si dichiarino.
Ne risulta che il Consolato francese (ma la cosa sembra confermata anche per i vice-consolati di
Messina e Palermo), spesso violando precise norme di legge, offre servizi amministrativi (in primo
luogo la vidimazione dei passaporti)85 e protezione a cittadini di altri paesi86, celebra funzioni87 e
tollera veri e propri illeciti per quanto riguarda l’uso della bandiera francese da parte di navi
mercantili genovesi, toscane e persino napoletane88.
79
P. Weil, Qu'est-ce qu'un Français?...cit., p. 11.
Sui principi che sono alla base delle normative francesi per la concessione della cittadinanza tra fine XVIII e XIX
secolo e sul loro mutare in considerazione delle differenti contingenze politiche cfr. R. Brubaker, Cittadinanza e
nazionalità…cit. e P. Weil, Qu'est-ce qu'un Français?...cit.
81
Nel solo periodo 1806-1839 le naturalizzazioni di cittadini francesi sono circa 200 e, anche se negli anni successivi il
fenomeno conosce un discreto ridimensionamento, esso mantiene dimensioni per nulla raffrontabili con quanto accade
negli stessi anni per soggetti di altre nazionalità. Per ricostruire le naturalizzazioni concesse nel Regno murattiano e poi
borbonico è necessario incrociare i dati provenienti da più serie archivistiche. ASN, Ministero di Polizia Generale, Alta
Polizia, v. 20, f. 100; ASN, Ministero di Grazia e Giustizia, Naturalizzazioni, v. 1160; ASN, Collezione delle leggi e
decreti originali, v. 87, lista dei soggetti stranieri naturalizzati sudditi di Sua Maestà giusto il decreto regio del 14 luglio
1814; ASN, Ministero dell’Interno, v. 664-666.
82
Sulla tradizionale contrapposizione tra una concezione dell’appartenenza nazionale etnica e più chiusa di stampo
germanico e una al contrario fondata sulla volontà di appartenenza e quindi più aperta propria della Francia
rivoluzionaria e post-rivoluzionaria cfr. tra gli altri R. Brubaker, Cittadinanza e nazionalità…cit.; J. Torpey, The
invention of the passport. Surveillance, Citizenship and the State, Cambridge 2000. A questa manichea differenza di
atteggiamenti si oppone il già citato lavoro di Patrick Weil.
83
E. Renan (a cura di S. Lanaro), Che cos’è una nazione?, Roma 1993, p. 20.
84
Sulla metafora della Nazione come madre e sul ruolo della donna nell’iconografia e nel discorso nazionale cfr. A. M.
Banti, L’onore della Nazione: identità sessuali e violenza nel nazionalismo europeo dal XVIII secolo alla Grande
guerra, Torino 2005.
85
Cfr. MAE, Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 46, ff. 413-414, dispaccio del 16 aprile 1829.
86
In particolare belgi, come esplicitamente ammesso dallo stesso console nel dicembre 1832 (MAE, Correspondance
consulaire et commerciale, Naples, v. 156, f. 334, dispaccio del 2 dicembre 1832) ma risultano anche casi di cittadini
napoletani, svizzeri, piemontesi, etc.
87
“Dans l'exercice de mes fonctions consulaires, je n'ai cru jusqu'ici devoir célébrer de mariages qu'entre français et
français. Lorsqu'un sujet du Roi a du épouser une étrangère, je lui a conseillé de faire célébrer son mariage suivant les
formes utilisées dans le pays. […] Cependant, un usage contraire s'est établi dans ces derniers temps au Consulat de
Naples; il y a été célébré des mariages non seulement entre des français et des Napolitaines mais encore entre français et
des étrangers, (Autrichiennes et Saxons) il parait d’après un rapport du gérant du Consulat, que le gouvernement
territorial a voulu mettre des obstacles à ces mariages et je ne crois pas devoir donner suit aux demandes adressées à cet
égard à l'Ambassade qui les a lassées en suspends”. MAE, Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 45,
ff. 73-74, dispaccio del 18 aprile 1825.
88
I vantaggi e i possibili svantaggi derivanti al commercio francese da un atteggiamento tanto lassista vengono presi in
esame in un lungo rapporto allegato al dispaccio del 5 marzo 1816. MAE, Correspondance consulaire et commerciale,
Naples, v. 141, ff. 179-180, dispaccio del 5 marzo 1816.
80
18
Gli agenti diplomatici non si limitano peraltro ad un’articolata offerta in termini di servizi
(forniti direttamente o attraverso le professionalità in qualche modo vicine all’Ambasciata, come gli
avvocati Calmieri e Catalani, nominati “Avocat de la Nation française” dal duca di Narbonna già
nel 1816 e attivi a tutela degli interessi dei transalpini per diversi anni ancora89), ma profondono
straordinarie risorse economiche ed un impegno costante nel tentativo di istituzionalizzare sempre
più la vita comunitaria e di darle sedi opportune e quanto più possibile in linea con la grandeur che
le compete.
Si collocano nell’alveo di questa politica – costante per tutto il sessantennio considerato – i
reiterati tentativi di strappare alle autorità locali una chiesa per farne un vero e proprio centro di
culto su base squisitamente nazionale, la disponibilità ad ospitare nei locali dell’Ambasciata
manifestazioni culturali, mostre e rappresentazioni sui temi della storia e della civiltà transalpine, il
desiderio più volte espresso di fondare un circolo che raccogliesse l’élite della comunità e le offrisse
un luogo di socializzazione paragonabile ai salotti e ai caffè da tempo presenti nelle grandi città
della Madrepatria90, l’idea – in verità appena accennata – di avviare una scuola riservata ai figli
degli immigrati francesi nella Capitale, nonché la costante attenzione alle esigenze dei connazionali
impegnati in attività imprenditoriali o commerciali e l’usanza di radunarli periodicamente allo
scopo di discutere degli indirizzi di politica economica e fiscale del governo borbonico e di favorire
una maggiore interazione tra costoro anche attraverso l’elezione di propri rappresentanti quali
tramite tra la business community nel suo insieme e i rappresentanti di Sua Maestà Cristianissima
nel Mezzogiorno.
A godere di un’interpretazione tanto ampia del concetto di appartenenza nazionale e degli sforzi
compiuti dagli agenti diplomatici per coagulare sempre più, istituzionalizzare e dare visibilità a quel
corpo all’apparenza omogeneo e coeso è in realtà un universo di persone di etnie e provenienze
assai diverse, soprattutto – come suggeriscono affinità culturali, linguistiche ed in qualche caso
anche un recente passato di unione politica – belgi e svizzeri, ma anche molti italiani, con una
prevalenza di cittadini piemontesi, toscani e sudditi dello Stato Pontificio, tutti però, come
sottolinea il console onorario in uno dei tanti elogi alla laboriosità e alla coesione dei propri
connazionali stabiliti in città, “”très fiers d’être français”91.
3.2. I francesi visti attraverso le fonti di produzione partenopea: una “non-comunità”
Se l’atteggiamento delle autorità diplomatiche francesi è evidentemente lontano da una moderna
concezione di cittadinanza ma risulta nel complesso coerente per l’intero arco di tempo preso in
esame, quello del governo napoletano, come già mostrato nei paragrafi precedentemente dedicati ai
flussi migratori provenienti d’Oltralpe, appare al contrario segnato da una sostanziale incoerenza,
continuamente oscillante tra una tacita assimilazione ai propri cittadini e la volontà politica di
accogliere quanti possono contribuire alla prosperità del Regno da un lato, e, dall’altro, quel
sospetto nei confronti dello straniero che non abbandona mai del tutto le massime autorità dello
stato borbonico.
Ne deriva l’alternarsi di periodi in cui le norme che regolano non solo l’accesso ma anche la
presenza degli stranieri (ed in particolare dei francesi) in città sono del tutto disattese92 ed é persino
difficile sapere quanti ce ne siano perché non si organizzano censimenti né si pone in essere alcuna
forma discriminatoria nei loro confronti, e di fasi nelle quali l’accanimento degli organi di polizia
sui forestieri e sulle istituzioni che li rappresentano raggiunge livelli inusitati, violando apertamente
89
MAE, Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 43, ff. 72-73, dispaccio dell’11 maggio 1821.
Cfr. M. Agulhon, Il salotto, il circolo e il caffè, Roma 1993.
91
MAE, Correspondance consulaire et commerciale, Naples, v. 49, f. 176, dispaccio del 23 giugno 1839.
92
Per un quadro della legislazione napoletana riguardo gli stranieri e per una panoramica più ampia sui sistemi vigenti
in altri stati preunitari cfr. C. Storti Storchi, Ricerche sulla condizione giuridica dello straniero in Italia. Dal tardo
diritto comune all'età preunitaria. Aspetti civilistici, Milano 1990.
90
19
i diritti civili dei singoli individui e gli accordi internazionali a tutela delle rappresentanze
diplomatiche93. Accade così che, al pari di quanto registrato per gli arrivi in città, anche il numero
dei residenti registrati dal Ministero e dalla Prefettura di Polizia, pur sperimentando un complessivo
aumento sul lungo periodo, conosca bruschi sbalzi a distanza di pochi anni da una rilevazione
all’altra e sempre in coincidenza di momenti di tensione interna e del conseguente inasprirsi dei
controlli.
Un’unica fonte mantiene per tutto il cinquantennio una sostanziale coerenza e, pur non scevra di
problemi metodologici legati al suo utilizzo94, consente di ricostruire l’immagine della comunità
francese così come essa doveva essere percepita dalle autorità borboniche sia a livello centrale, sia
soprattutto a livello locale: gli atti di stato civile.
Dai 579.484 atti di matrimonio, morte e nascita complessivamente prodotti nelle sezioni
cittadine tradizionalmente a più alta densità di stranieri, come accennato in precedenza, risultano
presenti 4043 individui di nazionalità francese, una cifra probabilmente più prossima alla verità
rispetto a quella denunciata dalla documentazione consolare eppure non per questo del tutto
attendibile, comprendendo esclusivamente coloro i quali sono presenti sul territorio cittadino al
momento delle proprie nozze o della nascita/morte loro o di un loro congiunto ed ottemperano al
dovere della registrazione.
Se dunque la differenza nelle dimensioni della colonia transalpina descritta dalle carte consolari
appare già di per sé alquanto significativa e probabilmente indice di una diffusa strategia tesa ad
evitare le noie che l’etichetta di straniero può portare con sé (come dimostrerebbe la tendenza di
molti, anche immatricolati nelle liste consolari, che mancano però di aggiornare di volta in volta il
proprio stato civile, il proprio domicilio nonché di denunciare la nascita dei propri figli), o di un
progressiva assimilazione nella realtà ospite fino alla definitiva perdita dei legami con le proprie
origini (compongono l’insieme dei soggetti francesi non iscritti molti appartenenti alle cosiddette
seconde generazioni di immigrati95), altre caratteristiche del gruppo non sembrano coincidere. Tra
queste, in primo luogo, la composizione per genere, quella professionale e il tasso di
alfabetizzazione. Se la maggiore presenza femminile registrata negli atti di stato civile si può
spiegare con la più volta citata usanza di non immatricolare autonomamente le donne nelle liste
consolari, la differenza di status tra l’insieme noto alle autorità diplomatiche e la più ampia fetta dei
francesi residenti in città non trova una soluzione tanto semplice. Coloro i quali sfuggono all’occhio
del Console sono per lo più persone di umile condizione (domestici, garzoni, piccoli bottegai,
cuochi), anche se non mancano uomini di maggiore prestigio (professori, artisti) e persino qualche
titolato, il che fa della comunità un insieme assai eterogeneo, ma nel complesso perfettamente
integrato in una città altrettanto divisa tra una minoranza di ricchi ed un coacervo di artigiani,
bottegai, venditori ambulanti, servitori e malviventi96. Coerente con il dato relativo allo status
sociale e alla professione svolta appare il minore tasso di alfabetizzazione denunciato dai francesi al
momento di firmare gli atti in cui essi compaiono: oltre il 22% non è in grado di farlo e si limita alla
tradizionale croce, una percentuale comunque inferiore a quella degli analfabeti locali, ma di gran
lunga superiore a quella dei connazionali immatricolati.
93
Soprattutto all’indomani del ’48, si moltiplicano le proteste di cittadini francesi le cui abitazioni o botteghe sono state
perquisite senza motivo e, come risulta dalle carte della polizia politica, la stessa legazione francese e molti dei suoi
collaboratori vengono considerati “attendibili” e pertanto posti sotto controllo. Cfr. ASN, Ministero di Polizia Generale,
Alta Polizia, v. 49, f. 541. Sorte analoga tocca peraltro alla rappresentanza diplomatica inglese (ASN, Ministero di
Polizia Generale, Alta Polizia, v. 103, f. 3311).
94
Cfr. G. Laurita, Comportamenti matrimoniali…cit.; C. Petraccone, Napoli dal cinquecento all'ottocento. Studi di
storia demografica e sociale, Napoli 1974.
95
Sulla complessa questione delle seconde generazioni cfr. A. Portes – R. Rumbaut, Legacies. The Story of the
Immigrant Second Generation, Berkeley 2001 e il recente numero monografico di “Ethnic and Racial Studies” dedicato
a The Second Generation in Early Adulthood (n. 28, 2005), a cura degli stessi autori.
96
Basti la descrizione della città e della sua gente offerta dalla pagine de M. Serao (a cura di Q. Marini), Il ventre di
Napoli, Pisa 1995.
20
La più evidente discrasia tra le due comunità francesi così come esse ci vengono riportate dalle
diverse fonti riguarda tuttavia il comportamento dei loro membri rispetto alla società in cui essi si
trovano a vivere, in particolare le loro strategie matrimoniali, la loro partecipazione alla vita
comunitaria, il loro mantenere ben salda l’idea di appartenere ad un universo etnico-culturale, oltre
che politico, diverso da quello degli indigeni.
Al gruppo marcatamente etnocentrico97 ed autoreferenziato descritto con fiero orgoglio
nazionalistico dalla corrispondenza consolare, gli atti di matrimonio delle cinque sezioni prese in
esame contrappongono un insieme ben più aperto, che compie le sue scelte e tesse la rete delle sue
relazioni interpersonali in funzione di altre discriminanti, prime tra tutti l’affinità sociale e la
prossimità abitativa: il tasso di endogamia nazionale è appena del 21% mentre quello
dell’endogamia sociale tocca il 77%, con un significativo 43% di persone il cui partner proviene
dalla medesima area professionale e/o merceologica di appartenenza. Infine, oltre il 60% delle
unioni vede protagoniste persone domiciliate nello stesso quartiere e quasi il 30% individui che
abitano nella medesima strada. Quando le circostanze della vita richiedono poi il conforto o l’aiuto
di persone esterne alla famiglia, i francesi non esitano a rivolgersi a vicini di casa o colleghi, e solo
raramente fanno ricorso a connazionali, come dimostra la composizione dei rispettivi consigli di
famiglia tenutisi, nel periodo 1815-1860, nelle sezioni in esame: oltre il 65% dei membri di questi
consessi non è francese mentre più della metà risiede non lontano dall’abitazione di colui/colei che
lo convoca e oltre il 70% ha un’estrazione sociale non dissimile a quella della famiglia in
difficoltà98.
Più in generale, i francesi appaiono ora perfettamente in grado di interloquire direttamente con
le autorità locali (come dimostrano le diverse lettere da questi indirizzate agli eletti o alle preture
circondariali in caso di necessità), di intrattenere rapporti anche professionali e creditizi con
esponenti della società locale (come dimostrano le innumerevoli liti con persone del luogo in cui
essi sono protagonisti, spesso risolte poi in via amichevole con il ricorso ad un arbitrato o al giudice
di quartiere) e di vivere i legami di vicinato, pur intensi come dimostrano matrimoni e consigli di
famiglia, in maniera meno vincolante, sintomo di facilità a socializzare nei nuovi rioni di residenza,
più che segno di difficoltà a stringere relazioni in quelli abbandonati, come dimostrano le amicizie e
le parentele spesso già acquisite con gli ex vicini (il trasferirsi, tanto rimanendo all’interno dello
stesso quartiere, quanto fissando il domicilio in un’altra zona della città, è una prassi estremamente
diffusa e frequente tra gli immigrati francesi: solo il 17% di quelli citati nelle fonti di produzione
partenopea rimane per tutta la vita nella stessa abitazione).
Contrariamente a quanto affermato dalle autorità consolari, inoltre, i francesi celebrano le
proprie cerimonie religiose nelle parrocchie di appartenenza, del tutto incuranti degli sforzi
compiuti dal console per ottenere una chiesa nazionale e soprattutto mostrano un certo distacco
nelle occasioni nelle quali sono chiamati a mostrare concretamente la loro appartenenza alla
comunità nazionale (elezioni dei propri rappresentanti presso le autorità locali, sostegno a
connazionali nei momenti di difficoltà, per esempio, durante le recrudescenze del colera o la
repressione post-quarantottina, ricorso ai professionisti convenzionati con l’ambasciata, etc.) e
infine denunciano una considerevole diffidenza nei confronti dei propri connazionali di fede
protestante, a cui sono costantemente preferite, nelle scelte matrimoniali e relazionali, persone di
97
Uso questo concetto nell’accezione proposta da H. D. Forbes, V. Reynolds e J. G. Kellas, ovvero quello di “parzialità
degli individui a favore del proprio gruppo etnico e contro gli altri gruppi”. J. G. Kellas, Nazionalismi ed etnie, Bologna
1991, p. 13. Cfr. anche H. D. Forbes, Nationalism, Ethnocentrism, and Personality, Chicago-London 1985; V.
Reynolds – V. S. E. Falger – I. Vine (a cura di), The sociobiology of Ethnocentrism.Evolutionary Dimensions of
Xenophobia, Discrimination, Racism and Nationalism, Sidney-London 1987. Più in generale, l’uso del termine e della
categoria “etnico” pone problemi di straordinaria complessità sui quali si confrontano ancora oggi gli scienziati sociali e
che è qui impossibile problematizzare adeguatamente.
98
ASN, Ministero di Grazia e Giustizia, Pretura di Napoli, Consigli di famiglia, Preture di Chiaia (vv. 514-561), S.
Giuseppe (vv. 1050-1090), S. Ferdinando (vv. 278-368), Montecalvario (vv. 951-984) e Porto (vv. 1241-1294). La serie
consigli di famiglia, esplicitamente indicata per le preture di Chiaia, Montecalvario, Porto e S. Giuseppe, risulta, nella
pretura di S. Ferdinando, genericamente inserita nella sottoserie “Atti diversi”.
21
ogni razza e nazionalità purché cattoliche e magari di un livello socio-culturale simile, il che mostra
in maniera evidente come la presunta fraternité politica costituisca senza dubbio un elemento di
coesione solo se supportata da altri e ben più efficaci collanti.
Testimoni di una realtà alquanto diversa da quella proposta dalle carte consolari, i documenti
conservati negli archivi napoletani offrono al ricercatore l’immagine di una comunità francese tanto
sfilacciata da suggerire il dubbio se essa possa effettivamente essere considerata tale, o se piuttosto
la spiccata capacità adattiva e l’elevato tasso d’integrazione dei sudditi di Sua Maestà
Cristianissima di Francia nel tessuto sociale partenopeo non abbiano già dopo pochi anni dall’arrivo
in città (e ancora di più, ovviamente, il ragionamento varrebbe per le seconde e terze generazioni)
eroso gli elementi portanti di un’identità nazionale evidentemente non percepita da costoro come un
qualcosa di ben definito e di graniticamente solido nei loro animi.
Insieme di individui e non più comunità, per lungo tempo e con l’eccezione dei periodi
immediatamente successivi alle rivolte costituzionali i francesi appaiono agli occhi del governo e
delle autorità civili napoletane parte indistinta di una società con cui essi condividono le strategie
personali, professionali e residenziali, il disinteresse per la politica attiva, l’atteggiamento
discriminatorio nei confronti delle minoranze religiose presenti in città, la preferenza per una
socialità su scala rionale, quando non legami amicali o parentali. In altre parole, se britannici,
tedeschi ed élite svizzera sono “stranieri nel posto in cui risiedono”99, stando alla documentazione
di produzione partenopea, i francesi sembrano tali solo perché nati al di là delle Alpi.
4. Conclusioni
Gli spunti di riflessione proposti da questa ricerca possono essere ricondotti a due ordini di
questioni. Il primo concerne la diffusa tendenza nella letteratura a presuppone il dato dell’identità
nazionale (e quindi l’essere stesso “comunità nazionale” da parte dell’insieme preso in esame)
senza che questo sia adeguatamente e preventivamente posto in discussione, finendo in tal modo per
pre-selezionare i gruppi oggetto di studio sulla base di una categoria considerata come acquisita e
quasi oggettiva, a dispetto delle innumerevoli discussioni che essa ancora oggi genera e della cui
esistenza si ha spesso traccia solo in qualche breve digressione o nota a piè di pagina.
Al contrario, proprio nell’incertezza e nella mutevolezza dello status politico di molti dei
soggetti presi qui in considerazione, stranieri o nazionali a seconda del momento, della loro
autodefinizione e soprattutto della prospettiva dalla quale lo si osserva, comunque quasi
indipendentemente dalla certificazione formale della propria cittadinanza, è forse possibile trovare
la risposta alla domanda da cui si è partiti qualche pagina addietro: Cos’è un francese nella Napoli
del XIX secolo?
La pressoché assoluta arbitrarietà di questa definizione e la possibilità da ciò derivante di
interpretarla, di estenderne o limitarne la portata assimilatrice, di piegarla ai propri interessi, sono
l’elemento più caratteristico, l’unico in grado di unificare le due prospettive qui proposte e
all’apparenza inconciliabili, di una categoria come quella di “identità nazionale” che appare ancora
per buona parte del secolo estremamente vaga, debole, permeabile, ancora non percepita come
sufficiente boundary factor100 da quel gruppo di persone che un’anacronistica tassonomia e una
ricerca storica da tempo tesa soprattutto a sottolineare i vantaggi connessi all’essere
“minoranza”vogliono già a fine Settecento fissare nel suo essere “francese”.
Protagonisti di una manipolazione tanto evidente quanto accuratamente dissimulata nelle
dichiarazioni ufficiali non sono solo privati cittadini, ancora lontani dal sentirsi “Enfants de la
99
D. L. Caglioti, Imprenditori evangelici…cit., p. 260.
Sul ruolo giocato dai confine nella costruzione di una comunità cfr. A. P. Cohen, The Symbolic Construction…cit.,
soprattutto pp. 11-15 e 39-63.
100
22
Patrie”101 e invece attratti dai vantaggi connessi ad un uso cinicamente opportunistico di quella zona
che “ai margini viene vissuta come una barriera [ma che] può viceversa rivelarsi al suo interno
come uno spazio nuovo (e transnazionale) dove i limiti, le limitazioni, l’ignoto, si rarefanno con il
passare del tempo”102.
Al contrario, i primi a “costruire” la comunità nazionale francese di Napoli in funzione dei
propri interessi (politici, economici, di sicurezza) sono proprio quegli enti statali (e le loro
propaggini in terra straniera) che dovrebbero essere i garanti e i tutori dei confini comunitari e gli
unici certificatori dell’appartenenza o meno di ognuno ad un insieme per definizione esclusivo.
Ne consegue – e questa mi sembra la seconda indicazione che si trae dallo studio effettuato sui
francesi di Napoli - la necessità di collazionare le fonti e di guardarle in maniera sempre assai
critica, cogliendo gli interessi di cui esse sono portatrici attraverso un continuo raffronto tra i dati
che se ne traggono ed abbandonando non solo l’illusoria speranza nell’oggettività
dell’informazione, ma anche l’affannosa ricerca dei documenti più credibili, più vicini alla Verità.
Come la documentazione che è alla base delle mie riflessioni dimostra, la spesso caleidoscopica
realtà del passato e degli individui che lo hanno abitato dà adito a letture molto diverse, addirittura
antitetiche, alla cui origine vi sono motivazioni spesso molto più interessanti e meritevoli
d’indagine di quanto non fossero gli oggetti di studio per gettare luce sui quali si erano
originariamente esplorate quelle stesse carte.
101
Questo l’incipit della “Marsigliese”, scritto come canto di guerra per l’armata del Reno nel 1792, e proclamato inno
nazionale francese il 14 luglio di tre anni dopo.
102
P. Zanini, Significati del confine. I limiti naturali, storici, mentali, Milano 1997, pp. 20-21.
23