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Nella ricerca
Linguaggio e progetto
Università Iuav di Venezia
Dipartimento di Culture del Progetto
Università Iuav di Venezia
Dipartimento di Culture del Progetto
Collana
Nella Ricerca
Drettore
Carlo Magnani
Comitato scientifico
Lorenzo Fabian, Viviana Ferrario, Sara Marini, Mauro Marzo,
Angela Mengoni, Micol Roversi Monaco, Valerio Paolo Mosco,
Gundula Rakowitz, Alessandra Vaccari
Progetto grafico e copertina
Luciano Comacchio, MeLa Media Lab, Venezia
Coordinamento
Francesca Guidolin
Impaginazione
Elena Spolaore, Francesca Guidolin
Editori
IUAV Dipartimento di Culture del Progetto & Giavedoni editori
Copyright
© 2015 IUAV Dipartimento di Culture del Progetto
© 2015 Giavedoni editori
Prima edizione
febbraio 2015
ISBN 9788894056938
ISBN 9788898176090 Per le immagini contenute in questo volume gli autori rimangono a disposizione
degli eventuali aventi diritto che non sia stato possibile rintracciare
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,
di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo,
sono riservati per tutti i Paesi
Materiale non riproducibile senza il permesso scritto degli Editori
Nella ricerca
Linguaggio e progetto
a cura di Angela Mengoni, Valerio Paolo Mosco e Alessandra Vaccari
Premessa
Il quadro teorico
12
22
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Indice
Teoria delle immagini e ricerca sul progetto
Angela Mengoni
Ancora sulle scarpe di Van Gogh
Valerio Paolo Mosco
Progetto e storytelling
Alessandra Vaccari
La ricerca
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56
84
100
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Il progetto europeo SkAT-VG
Stefano Baldan, Davide Andrea Mauro
Sicurezza all’esodo per tutti
Elisabetta Carattin
Rischio e probabilità in campo medico
Stefania Pighin
Viaggio in Italia
Irene Guida
Autori
Il quaderno affronta la riflessione su linguaggio e progetto presentando i
risultati di un gruppo di ricerche svolte nell’ambito del Dipartimento di Culture
del Progetto dell’Università Iuav di Venezia tra il 2013 e il 2014. Questa raccolta
permette di indagare i linguaggi acustici, visivi, spaziali e verbali, attraverso i
diversi approcci utilizzati da Stefano Baldan e Davide Andrea Mauro, Elisabetta
Carattin, Irene Guida e Stefania Pighin. Permette anche di riflettere sul ruolo
della scrittura e del racconto nella pratica del progetto e nel design. In tale
ambito, l’interesse verso la scrittura è progressivamente cresciuto in anni
recenti, sia dal punto di vista della ricerca che della comunicazione, anche
grazie al processo di accademizzazione della formazione nelle discipline
progettuali.
Premessa
Angela Mengoni, Valerio Paolo Mosco, Alessandra Vaccari
9
Il quadro teorico
Teoria delle immagini e ricerca sul progetto
Linguaggio, articolazione, analisi
Angela Mengoni
Se volessimo riassumere la svolta propria di una ‘teoria del linguaggio’
rispetto ad una ‘linguistica’ strettamente intesa, potremmo dire che – in parte,
ma in una sua parte significativa – essa consiste nell’assumere a questione
centrale l’indagine sull’articolazione interna della lingua e sulla relazione tra
piani del linguaggio (dell’espressione e del contenuto) aprendo così la via allo
studio del funzionamento e dell’articolazione interna di qualsiasi sistema di
significazione anche non verbale, studio che è poi l’oggetto di una semiotica.
Questa domanda fondamentale accomuna anche le ricerche qui raccolte e
giustifica un titolo di ampia portata – ‘linguaggio e progetto’ – da intendersi
dunque in senso non strettamente linguistico-verbale, bensì in accezione più
ampiamente semiotica come un’interrogazione sui modi di articolazione e
generazione del senso in oggetti anche molto differenti tra loro.
Ciascuna di queste ricerche si confronta, in effetti, con diversi ‘linguaggi’,
nel senso delle diverse possibilità di significazione offerte da differenti
sostanze dell’espressione – visiva, sonora, audiovisiva ecc. -, senza assumerli
direttamente come oggetti di studio, bensì indagandone i meccanismi di
strutturazione e di funzionamento in quelli che possiamo ben definire testi
se “la nozione di testo non comprende soltanto i testi propriamente detti,
ossia i supporti materiali scritti di cui si occupano i filologi, e nemmeno tutti i
prodotti comunicativi di qualsiasi altro linguaggio (gestuale, iconico, musicale
ecc.), ma, più in generale, qualsiasi porzione di realtà significante che può
venire studiata […] acquisendo quei tratti formali di chiusura, coerenza,
coesione, articolazione narrativa, molteplicità di livelli ecc. che si riscontrano
con maggiore facilità nei testi propriamente detti (ma che a ben vedere li
eccedono)”.1
Nel caso, ad esempio, del progetto europeo SkAT-VG (Sketching Audio
Technologies using Vocalizations and Gestures), qui illustrato dagli assegnisti
Stefano Baldan e Davide Andrea Mauro, l’indagine dei modi di articolazione
tra vari livelli del ‘linguaggio sonoro’ è particolarmente rilevante. L’intento del
progetto è di fornire ai sound designers degli strumenti per la prototipazione
rapida tipica delle fasi iniziali del processo di progettazione - come quelle
di ‘schizzo’ o ‘bozzetto’ visivo nella progettazione grafica - sviluppando
uno strumento capace di interpretare le intenzioni del progettista veicolate
1. P. Fabbri, G. Marrone (a cura di), Semiotica in nuce. Vol. I: I
fondamenti e l’epistemologia strutturale, Roma, Meltemi, 2000, 4.
12
13
da gesti e vocalizzazioni e di effettuarne una sintesi sonora in modo da
consentire l’affinamento e la condivisione del bozzetto. Lo sviluppo di “moduli
per la sintesi sonora” illustrato dagli assegnisti implica, dunque, un’analisi
dell’articolazione interna dei vari livelli semiotici del suono e dell’imitazione
sonora, in modo da poterli comprendere, scomporre e sintetizzare. Non
è un caso che gli autori menzionino, da subito, un’articolazione interna
alla stessa voce che “non è fatta solo per parlare” e che anzi trova proprio
nelle “vocalizzazioni non verbali” gli elementi più preziosi per la fase di
sketching. Si tratta qui precisamente di quello spostamento del livello di
intellezione – dunque di analisi e di articolazione – della voce di cui parla
in modo esemplare Roland Barthes quando si riferisce a ciò che, con una
formula divenuta celebre, egli chiama “grana della voce”, quello “spazio in cui
una lingua incontra una voce”, quella soglia che emerge chiaramente nella
musica cantata, ma che sempre può manifestare e imporre il “significante”
della voce – la grana, appunto – rispetto al contenuto linguistico che essa
veicola2. Sono questi differenti livelli semiotici del linguaggio – per esempio
la distinzione tra famiglie timbriche illustrata dal paper – a dover essere
sviscerati sperimentalmente e analiticamente, in vista di quella che gli autori
stessi presentano come la formalizzazione di un’articolazione interna: “una
rappresentazione gerarchica degli eventi sonori, dove una ‘tavolozza’ limitata
di interazioni meccaniche semplici può essere utilizzata per formare scenari
più complessi”. Si tratta di un’articolazione la cui formalizzazione rivela un
raggio particolarmente ampio di azione, coinvolgendo anche scenari narrativi
e figurativi complessi, come quando si parla della modellizzazione dei suoni
prodotti da turbolenze e spostamenti d’aria, che non sono sonori ‘di per sé’,
ma che chiamano piuttosto in causa dei veri e propri scenari narrativi e tutta
una panoplia di ostacoli, chiusure e costrizioni della materia.
La ricerca sul progetto è dunque chiamata a riflettere sul ‘linguaggio’ in
termini di soglie, articolazioni, formalizzazioni. Gli studi qui presentati
sembrano però indicare un ambito investito in modo cruciale da questa
esigenza: l’orizzonte dell’immagine, della sua teorizzazione, del ruolo che
essa gioca nel progetto. Da ormai più di vent’anni, accanto agli specifici
2. R. Barthes, La grana della voce [1972] in Id., L’ovvio e l’ottuso,
Torino, Einaudi, 258-259.
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disciplinari della storia dell’arte, degli studi sui media o sul cinema, della
scienza del design e della grafica, della comunicazione visiva e delle interfacce
digitali, è nata un’area di studio e di ricerca trasversale, volta ad indagare i
meccanismi generali di generazione del senso delle immagini, intese non
solo come supporti materiali e planari della rappresentazione visiva, ma
come modi di organizzazione visiva del senso, sia negli artefatti e nelle
opere d’arte, sia nella progettazione di spazi fisici o virtuali, come anche
negli universi del pensiero, della scienza, del linguaggio verbale.3 L’orizzonte
di quella che è stata definita una ‘svolta iconica’ – soprattutto nell’ambito
germanofono della Bildwissenschaft, “scienza” o “teoria delle immagini” –
consiste anzitutto nel rivendicare, per l’immagine, la capacità di articolare
un proprio logos, termine che, in questa prospettiva, perde ogni riduttiva
coincidenza con il solo dominio linguistico, per rinviare piuttosto alla ‘logica’
dei meccanismi di generazione del senso propri all’immagine e non riducibili
ai modi di significazione del linguaggio verbale.4 L’ampiezza di una tale tesi
è evidente sin dalle domande programmaticamente poste nella raccolta
intitolata – significativamente – “Che cos’è un’immagine?”: “Che cosa rende
eloquenti le immagini? Come è possibile, in generale, imprimere dei significati
nella materia (nel colore, nella scrittura, nel marmo, nella pellicola ecc.), ma
anche nell’animo umano? Come si comporta l’immagine (e con essa tutte le
forme espressive non verbali della cultura) rispetto al linguaggio che su tutto
domina?”.5
Tutte le ricerche che qui presentiamo incrociano, a loro modo, queste
domande, seppure sotto aspetti diversi. Non tanto perché esse abbiano per
tema le ‘immagini’ o la loro teoria, ma perché, pur focalizzandosi su oggetti
diversissimi, si confrontano con quella ‘logica del sensibile’ all’opera nelle
immagini (non necessariamente intese come supporto planare lo ripetiamo).
3. H. Belting (a cura di), Bilderfragen. Die Bildwissenschaften
im Aufbruch, München, Fink, 2007; G. Boehm, La svolta iconica
[1994], Roma, Meltemi, 2009; A.J. Greimas, Sémiotique figurative
et sémiotique plastique, «Actes sémiotiques. Documents», 6, 60,
(1984); C. Maar, H. Burda (eds.), Iconic worlds. Neue Bilderwelte und
Wissensräume, Köln, DuMont, 2006.
4. G. Boehm, La svolta iconica, cit., 105.
5. Ivi, 37.
15
Una logica del sensibile che non solo veicola senso al pari del linguaggio
verbale e della sua dimensione semantica, ma lo fa in modo ‘efficace’ – e
attribuiamo qui alla parola la valenza antropologica e performativa di una
agency.6 Molti dei passaggi che in queste ricerche investono elementi di
visualizzazione, articolazione visiva, questioni di ‘riconoscibilità’ e, dunque,
figuratività, entrano in risonanza con il cambio di prospettiva operato
dall’ambito di ricerca che abbiamo citato. La specificità di questo approccio
consiste, infatti, nel non ridurre la definizione dell’immagine al suo statuto
di ‘rappresentazione mimetica’, ma nel prendere in carico la sua dimensione
più propriamente sensibile, che investe un livello ‘altro’ rispetto a quello
meramente iconografico, figurativo, simbolico ecc. La constatazione che “le
autentiche possibilità dell’immagine non si possono comprendere nel senso
di una sostituzione” implicano uno slittamento dall’idea di “rappresentazione”
a quella di “presenza” e a tutto il ricco e complesso “lavoro sulla materia”
attraverso cui l’immagine non solo rappresenta qualcosa, bensì “dà a
vedere” ciò che rappresenta e si rende capace di produrre “un incremento
d’essere” del rappresentato, secondo la formula gadameriana utilizzata
da Boehm.7 Lungi dal limitarsi ad adempiere una funzione di designazione
che la accomunerebbe ad un atto di nominazione verbale, o una funzione
meramente simbolica per cui l’immagine è riconoscibile sulla base di un
codice convenzionale, la logica iconica dell’immagine (per utilizzare la formula
dei teorici dell’iconic turn) o la sua qualità plastica (per una semiotica del
visivo) prende in carico una più articolata, e genuinamente visiva, produzione
di senso.
Il confine tra questa logica del sensibile e quel che l’immagine ‘rappresenta’,
cioè quel che vi è riconoscibile del mondo in modo transitivo, è una soglia
decisiva che struttura il ‘linguaggio’ delle immagini. Quando i ricercatori
di SkAT-VG, a proposito del Sound Design Toolkit, parlano dei principi
fondamentali che guidano l’implementazione degli algoritmi, essi osservano
che “la rilevanza percettiva del fenomeno riprodotto è di prioritaria
importanza, a volte anche a scapito di uno scarso realismo della simulazione.
Per questo motivo viene spesso utilizzata la pratica della cartoonification,
ovvero la semplificazione e l’esagerazione dei fenomeni fisici descritti,
al fine di evidenziare i tratti percettivamente distintivi degli eventi sonori
riprodotti”; sarà poi un’articolazione parametrica di tali tratti “variabile nel
tempo” a consentire “un’articolazione naturale ed espressiva dei processi
sonori simulati”. Qui è in gioco precisamente la soglia tra fenomeni sonori che
potremmo definire figurativi – nei quali riconosciamo cioè degli scenari, degli
oggetti e degli eventi del mondo – e tratti che potremmo definire plastici8,
che producono senso in modo diverso rispetto al ‘riconoscimento’ e che anzi
offrono una interessante area di ambivalenza e di indecidibilità semantica per
l’universo sonoro.
Anche il paper Sicurezza all’esodo per tutti in cui Elisabetta Carattin illustra
una ricerca in corso sulla progettazione degli ‘spazi calmi’ – cioè quei luoghi
in cui le persone diversamente abili potranno attendere l’arrivo dei soccorsi
in situazioni di emergenza – si confronta con alcune soglie e articolazioni
interessanti che pertengono alla dimensione di ‘immagine’. Anzitutto, lo
studio mostra sino a che punto la stessa struttura architettonica possa essere
letteralmente ‘mascherata’ dalla proliferazione di elementi visivi che vi si
sovrappongono – insegne, indicazioni, stimolazioni visive con varia funzione –,
sino a causare uno spaesamento percettivo che impedisce di reperire
gli appigli progettuali deputati all’orientamento nello spazio. Quel che è
interessante è che queste immagini di segnalazione e indicazione, di natura
‘arbitraria’ – costituite cioè, come mostrano le illustrazioni del paper, per lo
più da scritte e simboli riconosciuti e decifrati sulla base di codici – possono
paradossalmente produrre l’impossibilità di un qualsivoglia orientamento
semantico, ma anche spaziale. In queste condizioni anche i simboli grafici di
indicazione dello spazio calmo possono risultare insufficienti: da una parte
perché, come viene sottolineato, gli utenti non possiedono solidamente il
codice che ne permetterebbe la riconoscibilità (cioè non sanno che una certa
configurazione visiva è il simbolo dello spazio calmo); dall’altra, perché questo
modo simbolico di comunicazione visiva da solo non basta, soprattutto se
collocato in situazione di forte ‘competizione’ con altre immagini. È dunque
del tutto inadeguata, nel fare progettuale corrente, “l’assunzione di principio
6. C. Lévi-Strauss, L’efficacité symbolique, «Révue de l’histoire des
réligions», 135, 1 (1949); A. Gell, Art and Agency: An Anthropological
Theory, Oxford, Clarendon, 1998.
7. G. Boehm, La svolta iconica, cit., 89-103.
16
8. A.J. Greimas, Sémiotique figurative et sémiotique plastique, cit..
17
secondo cui la questione dell’orientamento verrà risolta, una volta realizzato
il progetto, attraverso la segnaletica e/o i dispositivi informativi”. Quel che
deve intervenire – e deve farlo in fase di progettazione – è allora la relazione
tra “meccanismi percettivo-sensoriali” e i modi di articolazione sensibile
della materia (forme, colori, avvolgimenti, esclusioni e inclusioni, soglie,
luminosità ecc.) in grado di ‘comunicare’ in modo ‘evidente’ (ancora un
concetto-chiave della Bildwissenschaft, quello di Evidenz) intere nebulose di
contenuti semantici come “protezione, sicurezza, facilità di entrata e uscita,
permeabilità” e così via: nei fattori che sostanziano questa evidenza visiva
risiede la cruciale portata semiotica dell’immagine. Anche in questo caso,
dunque, non si tratta di una comunicazione visiva fondata su codici arbitrari
di riconoscimento, ma su una ‘logica del sensibile’ che non può essere né
trascurata, né tantomeno improvvisata, avendo essa le proprie leggi di
generazione del senso.
Nella ricerca presentata da Stefania Pighin su Rischio e probabilità in campo
medico siamo di nuovo confrontati – sotto altri aspetti – all’articolazione
semiotica inerente alla differenza tra modi di significazione arbitraria e
modi di produzione del senso in cui le stesse categorie del sensibile si fanno
carico di contenuti semantici. Tale articolazione gioca un ruolo rilevante, dal
momento che la ricerca indaga precisamente un problema di comunicazione
capace di influire in modo cruciale sulla competenza cognitiva dei pazienti,
allorché essi “ricevono dati relativi all’incidenza o alla gravità di alcune
patologie, informazioni su terapie alternative con differenti compromessi tra
rischi e benefici, informazioni sul rischio individuale, ecc.”. Come sottolinea
Pighin, “vi è accordo sul fatto che una decisione condivisa tra medico e
paziente preveda necessariamente una buona comprensione degli aspetti
legati ai concetti di incertezza e probabilità. Uno degli scogli maggiori che
incontra la comunicazione del rischio in ambito medico riguarda, infatti, la
comunicazione dell’incertezza relativa ai risultati di un test o di un’analisi
medica e la loro interpretazione”. Al cuore della ricerca vi è, dunque, un
problema di comunicazione che implica diversi modi di ‘rappresentazione’ dei
dati. Se, infatti, anche quando tutte le informazioni rilevanti sono disponibili
i pazienti non sembrano in grado di interpretare correttamente l’esito di un
test diagnostico, anche i medici, da parte loro, sembrano essere in grado di
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“effettuare valutazioni corrette quando, invece di ragionare su informazioni
sul caso singolo presentate in termini di percentuali, viene loro chiesto di
ragionare su enunciati che esprimono frequenze naturali, come ad esempio:
‘Tra 20 persone che hanno la patologia, 16 risultano positive al test’”. È
interessante notare come l’espressione in termini di ‘frequenze naturali’
si distingua da quella in percentuali proprio per l’intervento di quello che
potremmo definire uno scenario figurativo, attivando così un investimento
di natura visiva che sembra supportare la comprensione e il ragionamento,
coinvolgendo in modo cruciale l’evidenza delle immagini. Lo studio di Pighin
va oltre questo assunto; le frequenze naturali, infatti, aiutano limitatamente
i pazienti per i quali invece “è ragionevole ritenere che l’essenziale sia la
valutazione del loro caso singolo (‘Qual è la probabilità che, dato l’esito
positivo del test, io abbia realmente la malattia?’) e non le predizioni su un
campione di individui prodotte dalle frequenze naturali (‘Tra X persone che,
come me, risulteranno positive al test, ce ne saranno Y che avranno realmente
la malattia’)”. Quel che sembra rivelarsi cruciale è, allora, il cosiddetto
ragionamento estensionale per cui anche “le persone non esperte sono in
grado di stimare correttamente una probabilità, non applicando regole formali
di calcolo, ma sulla base della semplice enumerazione di possibilità”. In effetti,
nell’indagine effettuata dalla ricercatrice tramite questionari, le pazienti sono
in grado di valutare più correttamente i dati quando la valutazione che viene
loro sottoposta è “distributiva” e non strettamente matematica, proprio come
avverrebbe assistendo (e l’investimento percettivo dell’esempio è cruciale)
al lancio di un dado nella valutazione di probabilità tra uscita di un numero
pari o dispari. Non si tratta dunque solo di ‘rappresentazione’ (sovente
antropomorfa) del dato, come avviene nel caso delle frequenze naturali,
ma di un vero e proprio ‘investimento sensibile’ del dato, una dimensione
supportata in modo cruciale dalle qualità sensibili del testo visivo che non si
lasciano ‘riassorbire’ nella sua lettura figurativa e che costituiscono, come si è
detto, il terreno privilegiato di una teoria dell’immagine.
Con la ricerca di Irene Guida, infine, il legame tra modi di visualizzazione,
narrazione visiva e produzione di conoscenza, diviene l’oggetto stesso della
ricerca, in un progetto di indagine e ‘testimonianza’ del territorio (quello
veneto, in questo caso). L’assunto di partenza per cui lo spazio non è dato
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positivo da cogliere o descrivere, ma spazio costruito la cui intellegibilità,
al di là di ogni naturalizzazione (ancora un concetto barthesiano), può
essere attivamente testimoniata e restituita, è il fondamento di un progetto
cartografico in forma multimediale che prevede l’uso di “dispositivi
multimediali-video, fotografie georeferenziate, disegni e schizzi aggiornati,
mappe completate con commenti e osservazioni”. In questa prospettiva, la
ricerca di Guida si rivolge “alla capacità narrativa del progetto e allo studio
delle sue figure territoriali” soprattutto attraverso il medium della ripresa
video e attraverso l’operazione epistemologicamente ricca e produttiva del
montaggio.
Si tratta a tutti gli effetti di una cartografia capace di produrre nuova
leggibilità di un territorio, dei fenomeni che vi hanno luogo e della storia che
lo attraversa, grazie al legame tra i modi della visualizzazione e la schiusura
o illuminazione del senso – anche storico – degli oggetti inseriti in queste
strategie di visualizzazione: pratiche, luoghi, narrazioni, frammenti visivi, un
legame tra immagine e produzione di conoscenza che la teoria dell’immagine
ha esplorato a fondo in anni recenti (è Didi-Huberman ad evocare la leggibilità
nel senso in cui Walter Benjamin parla di una Lesbarkeit storica della cultura
materiale).9 Un altro grande tema della riflessione sull’immagine è evocato
dalla ricerca: quello sul complesso statuto temporale dell’immagine, sul suo
essere attraversata da una temporalità plurale e costitutivamente ‘anacronica’.
La cartografia sarà, allora, il denso luogo testuale in cui si condensano “da un
lato, una ricerca sulla genealogia della rappresentazione e della costruzione
dello spazio, nei tempi lunghi”, dall’altro un qui e ora (quello da cui ‘si parla’)
che concepisce il presente “come la parte più vicina del futuro”. Il montaggio
è precisamente l’operazione capace di far emergere, nello spazio tra le
differenti narrazioni e le diverse temporalità, quella porzione di ‘reale’ che
non può essere oggetto di una descrizione mimetica, ma solo di un lavoro di
cucitura e articolazione capace di rendere testimonianza di un tempo e di una
configurazione storica e ideologica dello spazio.
Molte e produttive sono dunque le domande e le aree di indagine che
si aprono tra la ricerca nell’ambito della progettazione, dell’interazione
uomo-macchina, dell’urbanistica e dell’architettura e la vasta area di una
teoria dell’immagine che è, anzitutto, una euristica e, come tale, bisognosa e
affamata del confronto con pratiche, oggetti, progetti.
9. G. Didi-Huberman, Quand les images prennent position. L’oeil
de l’histoire 1, Paris, Minuit, 2009; Id., Atlas, ou le gai savoir inquiet.
L’oeil de l’histoire 3, Paris, Minuit, 2011.
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Ancora sulle scarpe di Van Gogh
Valerio Paolo Mosco
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Qualunque espressione ha bisogno per essere trasmessa di un linguaggio
accessibile ad una comunità. In arte e in architettura, come scriveva
Benedetto Croce, non può esistere espressione senza un lingua, ma una
lingua non corrisponde all’espressione artistica: è il mezzo, non il fine.
Sembrerebbero ovvietà, ma non lo sono. Prendiamo l’architettura di cui
personalmente mi occupo, dove la questione diventa ancor più cruciale. In
arte infatti, come nella moda per altro, la comunicazione è a due tra un
fornitore ed un fruitore, o acquirente. Poi questo dialogo a due acquista per
espansione una dimensione più generale dove il pubblico può intervenire
mantenendo però la possibilità di scelta: può andare ad una mostra o
indossare un abito oppure no. In architettura questa possibilità di scelta non è
data. Il dialogo tra un architetto e la committenza investe infatti
necessariamente gli altri: si impone su di essi e ciò nel bene e nel male. Va da
sé che il linguaggio dell’architettura ha maggiori responsabilità rispetto ai
linguaggi artistici. Nella modernità, che ha sradicato i codici condivisi ed allo
stesso tempo ampliato le possibilità di espressione e conseguentemente le
lingue, la questione è stata cruciale ed ancora oggi irrisolta. Partiamo dal
postmoderno degli anni ’80 che ha cercato di sanare la frattura tra il
linguaggio iniziatico degli architetti e i gusti del pubblico. Alcuni libri di quel
periodo sono illuminanti. Il primo è quello di Tom Wolfe dal sapiente titolo
From Bauhaus to our house, titolo tradotto in italiano con un lapidario
Maledetti architetti. Wolfe è uno dei più importanti ed abrasivi giornalisti
statunitensi, l’inventore con Truman Capote del new journalism, il nuovo
giornalismo che si attiene ai fatti, evitando qualsiasi deriva narrativa stile
fiction. L’architettura statunitense, così come appare nei primi anni ’70 a Wolfe,
è misera in quanto è il risultato di una sudditanza culturale nei confronti
dell’ortodossia modernista così come era stata codificata dai grandi architetti
e critici europei, molti dei quali fuggiti negli Stati Uniti dal vecchio continente
a causa della guerra. Questi ultimi, asserragliati nelle università e nelle grandi
istituzioni, avevano costretto l’architettura statunitense ad adottare un
linguaggio lontano dalle proprie tradizioni. Il funzionalismo, la nuova plastica
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astratta di Le Corbusier e più che altro l’algido razionalismo alla Mies
lasciavano sul territorio statunitense, dopo l’invasione dello stile Bauhaus
un’architettura non sentita dalla gente, lontana, per Wolfe, da quello spirito
empirico e tradizionalista dei pilgrims che egli considera la vera Heimat del
Nuovo continente. Wolfe è acuto e seducente nella descrizione di una vera e
propria eterogenesi dei fini, per cui i vincitori della guerra, i liberatori di
un’Europa oppressa dalle sue stesse follie, il popolo diventato imperante nel
mondo occidentale, si prostra, come l’Impero romano nei confronti dei
conquistati greci, di fronte ad uno stile per certi versi opposto alle aspirazioni
autoctone, ingenerando una schizofrenia tra il proprio stato e le proprie
aspirazioni (o meglio frustrazioni). Una condizione, quella schizofrenica tra
aspirazioni e afferenza alle proprie tradizioni, non dissimile da quella del
politically correct, un termine non a caso coniato dallo stesso Wolfe. Anche il
libro di Peter Blake, Form follows fiasco è sulla stessa linea. Il libro è una feroce
critica nei confronti del funzionalismo che viene accusato da Blake di aver
svilito fino ad annientarli i valori connotativi e simbolici dell’architettura, senza
i quali la stessa nozione di architettura evapora nelle nebbie dello sterile
meccanicismo. Terzo libro che conclude quella che possiamo definire la
trilogia del recupero del linguaggio condiviso (o almeno l’aspirazione affinché
ciò possa accadere) è quello di Charles Jencks, Language of Post-modern
architecture. Jencks si spinge anche oltre e considera la frattura da un punto
di vista semiologico, tessendo una rete di costatazioni critiche da cui trapela la
speranza che proprio gli studi di semiologia possano essere capaci di
emendarci dall’austero proibizionismo del Movimento moderno, di andare
oltre quella che all’epoca veniva denominata la “crisi del referente”. In
generale questi tre libri fanno riferimento ad un libro seminale passato alla
storia: Learning fron Las Vegas. Gli autori di Learning from Las Vegas, Robert
Venturi, la Scott-Brown e Steven Izenour, tessono l’elogio della città del cattivo
gusto dimostrando che Las Vegas è molto meno banale di quanto possa
sembrare; essa infatti è una perfetta macchina per la comunicazione di massa
e ciò sia a scala planetaria che a quella territoriale. È necessario quindi per i
tre autori imparare la lezione della capitale del cattivo gusto, non avendo
paura di trasferire questa lezione all’architettura alta. Christian Norberg-Schulz
e più che altro Paolo Portoghesi, capitalizzeranno la temperie postmoderna in
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una vera e propria battaglia culturale il cui senso può essere così sintetizzato:
se il fine è quello di recuperare il dialogo con i fruitori, stemprando il più
possibile il dirigismo asettico dell’architettura moderna, il mezzo più efficace è
quello di prendere il linguaggio che la ‘gente’ conosce meglio, ovvero il
linguaggio architettonico storico, quello pre-moderno. Alla fine degli anni ’20 il
commissario del popolo Lunaciarskij aveva imposto una svolta all’arte
sovietica: basta con i futurismi, gli astrattismi ed il costruttivismo, ma, urla
Lunaciarskij: “colonne per il popolo!”. Ed il popolo in poco tempo (solo le
dittature sanno imporre in poco tempo i linguaggi) ha le sue colonne e con
esse il realismo socialista, forse la prima avvisaglia del postmoderno storicista
degli anni ’80. Il ragionamento di Portoghesi non è quindi molto distante da
quello di Lunaciarskij: entrambe, per salvare il referente, scelgono il
populismo. La strategia però ha delle controindicazioni. Il recupero ex post dei
linguaggi tradizionali è un’operazione artificiale come tale depauperante quel
senso di spontaneità organica che da sempre hanno i linguaggi vivi, ovvero
quelli che appartengono al proprio tempo ed allo stesso tempo sono sentiti
dalla gente che si rispecchia in essi. Quando ciò non accade ecco allora che
compare come di incanto il kitsch, il cattivo gusto: la segnatura che un
linguaggio non appartiene organicamente e spontaneamente al proprio
tempo. Gillo Dorfles alla fine degli anni ’60 ha raccontato la trasmutazione del
gusto nel cattivo gusto ed ha pure accennato al fatto che mentre per l’arte e la
moda il cattivo gusto può essere sopportato, anzi spesso è strumento di
conoscenza, per l’architettura, un’arte che impone le sue forme alla gente, ciò
non può essere tollerabile. E così le buone intenzioni postmoderne degli anni
’80 ci lasciano oggi edifici decorati grossolanamente con timpani e fregi,
connotati alla meno peggio di stilemi presi a caso dal gran bazar della storia.
Edifici di cattivo gusto, per l’appunto. La questione, quella del gusto e della
sua spontaneità, è una delle più alte e complesse per quel che riguarda
l’estetica. Vorrei in questo scritto approcciarla attraverso due interpretazioni
complementari: quella di Baldassarre Castiglione e quella di Martin Heidegger.
Castiglione identifica il perfetto cortigiano con l’uomo di buon gusto, ovvero
colui il quale al posto dell’affettazione, ovvero al posto dell’inopportuna
sovraesposizione connotativa, mostra la sprezzatura, ovvero una pacata
indifferenza un po’ blasé da cui traspare un senso della misura che riesce ad
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imporre il giusto distacco che la sua posizione impone. Ciò può essere
rapportato all’architettura, a come un edificio si deve comportare (perché il
buon gusto è dato dal comportamento) in un contesto pubblico, ovvero nella
città. L’edificio quindi che sa stare a corte da galantuomo, ha la capacità di
opporre al kitsch e all’affettazione il buon gusto del decoro: un termine che
per l’architettura ha un significato e delle valenze molto più delicate e
scivolose rispetto a quelle che può avere nel mondo dell’arte e della moda.
Giustamente famosa è la storia, quasi l’aneddoto estetico, di Heidegger sulle
scarpe di Van Gogh. Heidegger, con il suo linguaggio avvolgente e vaporoso, si
chiede perché le scarpe da contadino dipinte da Van Gogh abbiano la
capacità estetica di muovere dentro di noi quella che potremmo definire una
compassione estetica, un sentire profondo, quasi una immedesimazione.
La risposta che ne da Heidegger è illuminante: quelle scarpe hanno la capacità
di raccontarci onestamente, senza affettazioni, persino con crudeltà, di una
condizione umana; hanno quella quidditas che manca alle opere di cattivo
gusto, che sono intrise di devianti frustrazioni estetiche. La potenza delle
scarpe è tale (e ciò ci deve oggi far riflettere) che non sono esse che vengono
verso di noi, ma siamo noi che ne siamo attratti quasi magneticamente e
ne siamo attratti perché quelle scarpe “mondeggiano” (termine coniato
da Heidegger), ovvero sanno creare l’aura di un mondo attraverso la nuda
sincerità espressiva della testimonianza particolare.
Non tenendo conto né delle precauzioni che un cortigiano deve sapersi
imporre e neanche della sincerità espressiva consigliata da Heidegger il
grande progetto postmoderno di rinsaldare il linguaggio alto con quello
popolare è fallito miseramente. Così in poco tempo dopo la sbandata kitsch
storicista si sono imposti due linguaggi: il decostruttivismo ed il minimalismo.
Anche se da un punto di vista iconografico il decostruttivismo è la perfetta
antitesi dello storicismo, da un punto di vista culturale è sulla stessa linea.
Esso infatti è un prodotto artificiale che importa in architettura quella
decostruzione del testo messa a punto in letteratura ed in filosofia dal poststrutturalismo. Ora che questo stile iper-moderno è ormai alla fine ci appare
la sua vera natura. Quella ridondanza plastica ed espressiva così potente, che
si pensava essere il frutto di una raffinata decostruzione del linguaggio per far
apparire ciò che il testo naturalista avrebbe nascosto, si è dimostrata null’altro
26
che la monumentalizzazione di quel capitalismo d’assalto, finanziario e a
risorse illimitate, che ha caratterizzato gli anni ’90. Le opere decostruttiviste,
quelle delle archistar per intenderci, possono essere denotate infatti con
gli stessi epiteti di quella stagione economica e politica che oggi la grande
crisi ha spazzato via. Hanno avuto le opere decostruttiviste quella capacità
di comunicare con la gente che il postmoderno storicista aveva cercato per
poi perdersi nelle nebbie del cattivo gusto? Si e no. Se prendiamo il famoso
Guggenheim di Gehry è evidente che da un punto di vista mediatico l’edificio
è stato un trionfo, ma per un brevissimo periodo: è stato, come gran parte
dell’architettura decostruttivista, un urlo a cui è seguito un silenzio eloquente.
In altre parole l’edificio non ha dimostrato quella resilienza comunicativa
necessaria per incistarsi definitivamente nel nostro inconscio: ha colpito
l’immaginazione (che di sua natura è volatile) ma non il sentimento. Diverso
il discorso sul minimalismo. Anche il minimalismo, come il decostruttivismo,
è stato un linguaggio che ha basato la sua potenza mediatica sui magazine,
spesso in relazione con il design e con la moda. Esso si fonda su un
principio opposto al decostruttivismo: mentre il decostruttivismo ostenta
la ridondanza, il minimalismo al contrario ostenta la rarefazione. Principi
opposti dunque che però hanno convissuto insieme per decenni in quella che
potremmo definire una complementarietà mediatica. Una caratteristica lega
i due linguaggi: l’essere nati in una determinata maniera per poi tramutarsi in
qualcos’altro. Il minimalismo nasce infatti nell’ambito dell’arte concettuale
dei primi anni ’60: ciò che muoveva alla rarefazione gli artisti era la riscoperta
degli etimi fondativi, se non archetipi, dei linguaggi. Nel tempo tutto ciò si è
trasformato in stile che ha intercettato la sensibilità new age per poi ridursi ad
arredo, a confezione per una spiritualità al ribasso consumistica. Cosa rimane
del minimalismo? Non poco: di sicuro di più rispetto al decostruttivismo.
Con la metamorfosi tipica della vita delle forme la rarefazione minimale nel
tempo si è andata trasformando in un più generale ed inclusivo senso della
frugalità, che poi a ben vedere è ciò che nutre la così detta architettura della
sostenibilità, o se non altro le migliori espressioni di essa.
Difficile prevedere cosa possa succedere nell’immediato futuro: quali possano
essere i linguaggi con cui si esprimerà quello che speriamo sarà il mondo
del dopo crisi. Ciò che è certo è che quell’ossessione tipica degli anni ’80 e
27
’90 della comunicazione a qualunque costo, del linguaggio completamente
transitivo per saldare la frattura con i linguaggi popolari, appare oggi meno
drammatica. Non che il problema si sia risolto, ma ormai il linguaggio
moderno è diventato in gran parte popolare, è stato acquisito e metabolizzato
anche se più per apatia che per immedesimazione. Ed è proprio su questa
rendita di posizione che oggi i nuovi linguaggi, non solo in architettura,
appaiono starsene seduti. È mia opinione comunque che oggi le migliori
architetture che vediamo in giro sono quelle che si emancipano del tutto
dall’ossessione della comunicazione; sono quelle che non cercano il consenso
a buon mercato e che anzi al contrario cercano di mantenere un’intimità
espressiva, e con essa almeno una quota parte di inaccessibilità, o meglio
di ineffabilità. Sono quelle che come il cortigiano di Castiglione aborrono il
cattivo gusto e credono fermamente nel decoro e che sanno essere dirette e
sincere come le scarpe di Van Gogh.
28
29
Progetto e storytelling
Alessandra Vaccari
Nella contemporaneità, il saper raccontare è considerato così centrale da
essere elemento costitutivo della professione e della didattica in vari ambiti
progettuali e per diversi scopi. Il suo ruolo è fondamentale, per esempio,
nella relazione tra fare e trasmettere, tra pratica e ricerca, tra autopromozione
e azione critica. Riflettere sullo storytelling permette di considerare la
molteplicità delle storie utilizzate come strumento di progettazione e il
ruolo che il linguaggio riveste per il progettista come narratore. Secondo
l’interaction designer Thomas Erickson, tutti i designer hanno una collezione
di storie alle quali attingere. Questo repertorio si costruisce e sedimenta nel
corso di anni. Le storie sono strumenti molto potenti e possono essere usate
“per generare discussione, informare e persuadere”.1 Tali storie sono spesso
guardate con diffidenza ed escluse dalla riflessione teorica. E questo accade
perché le storie “non sono molto rispettabili” come spiega sempre Erickson:
“Le storie sono soggettive. Le storie sono ambigue. Le storie sono particolari.
Non vanno d’accordo con la tensione della scienza verso dati oggettivi,
generalizzabili e ripetibili. Nonostante questo – o […] in parte proprio per
questo – le storie hanno un grande valore”.2
In un saggio del 1936, Il filosofo Walter Benjamin parla di storytelling come
di “comunicabilità dell’esperienza”3 ricevuta collettivamente. Le esperienze
che lo storyteller racconta possono essere proprie o di altri, ma tendono
sempre a coinvolgere chi ascolta da un punto di vista emotivo. Con le loro
dichiarazioni, spiegazioni, testimonianze e scritti autobiografici, i progettisti
danno voce alle narrative del progetto e creano connessioni al prodotto.4 Le
storie che i designer raccontano servono per illustrare nuove idee, approcci
e oggetti, intrecciando il tutto ad aspetti personali e legati alla loro identità.
C’è una componente autobiografica nello storytelling perché l’accento è
1. T. Erickson, Design as Storytelling, «Interactions», 3, 4 (luglioagosto1996)http://www.pliant.org /personal/TomErickson/
Storytelling.html [ultimo accesso:16/05/2012].
2. Ibidem.
3. W. Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicola
Leskov [1936], in Id., Angelus novus, Torino, Einaudi, 1962, 250.
4. Cfr. J. H. Hancock II, Branding and Storytelling, in P. McNeil, V.
Karaminas, C. Cole (eds), Fashion in Fiction: Text and Clothing in
Literature, Film and Television, Oxford-New York, Berg, 2009, 95-104.
30
31
sempre posto sul soggetto che racconta, come nei casi in cui l’individualità del
designer si confonde con l’identità del marchio per il quale il designer lavora o
che rappresenta. Con riferimento al ruolo nel designer nel sistema della moda
occidentale, la storica della moda Rebecca Arnold nota che “l’attenzione
all’individuo è anche un efficace strumento promozionale, in quanto mette in
rilievo l’identità di un marchio di moda e, proprio letteralmente, fornisce una
‘faccia’ alla casa di moda”.5
Lo storytelling non discrimina tra esperienza reale o immaginaria, ma
contempla la possibilità che dietro un’intervista ci sia il lavoro di un ufficio
stampa, dietro un’autobiografia un ghostwriter e dietro una monografia un
lavoro editoriale, spesso in forma anonima. Sebbene l’arte dello storytelling
comprenda contenuti a volte illusori, non si tratta solo di un metodo al
servizio delle aziende per la creazione della pubblicità. Può essere anche
utilizzata in chiave politica e come strumento per raccontare storie che
nessuno vuole ascoltare.
Esistono ambiti progettuali con una maggiore o minore consuetudine alla
riflessione teorica. La moda è tra quelli ritenuti più distanti, anche a causa del
suo relativamente recente ingresso nel mondo accademico.
Storytelling e cultura della moda
Nella moda si intrecciano diversi linguaggi e registri narrativi, come quello
della sfilata, della sequenza di immagini fisse o in movimento e della
testimonianza verbale, in forma scritta e orale. La collezione è l’unità di
misura della narrativa progettuale. In un’intervista del 2009, il fashion designer
italiano Antonio Marras spiega con queste parole l’impianto narrativo delle
sue collezioni: “Quando preparo una collezione mi pongo sempre nella
condizione di chi vuole raccontare una storia. Faccio una scelta di tessuti che
mi piacciono e capto certe idee: queste vengono trasformate in qualcosa che
vorrei raccontare, una specie di sceneggiatura. Sono quasi sempre storie di
viaggio, di trapianti ed innesti in nuovi ambienti. In un certo senso,
riproduco le circostanze affettive e culturali dalle quali scaturisce la mia
esperienza creativa”.6
Il designer di origine cipriota Hussein Chalayan spiega in un’intervista la
sua visione narrativa ricordando come il tema della sua prima collezione
fossero i cicli della vita. Gli abiti di The Tangent Flows, questo il titolo della
collezione, erano stati sepolti in giardino prima di essere stati riesumati per la
sfilata: “Quella era la mia collezione di laurea nel 1993. [...] I vestiti diventano
i componenti della storia o erano il residuo della storia. Cerco sempre di
trasmettere un senso di vita, come nello storytelling”.7
La moda occidentale è molto legata alle storie dei singoli designer, ma ciò
esprimono su loro stessi e il loro lavoro è ancora in gran parte inesplorato.
Questo è uno dei paradossi centrali della moda, che ha costruito la propria
storia sulla figura del designer, celebrata dai media, ma sottostimata in
ambito storico e teorico. In altri settori progettuali, artisti e architetti hanno
fornito un punto di vista essenziale – attraverso le loro parole e gli scritti –
sui grandi temi di dibattito all’interno delle loro discipline, contribuendo
così in modo significativo a svilupparne storiografia e letteratura. Nel caso
della moda, al contrario, il materiale testuale che i designer producono è
molto spesso considerato promozionale per loro stessi, le loro collezioni e
il loro marchio. Questo pregiudizio culturale è accettato tanto dall’industria
della moda, quanto dagli studi sulla moda, che ancora faticano – a parte
alcune eccezioni8 – a riconoscere il contributo che i designer hanno dato alla
storiografia e all’interpretazione critica della moda. Per esempio, gli indici del
primo decennio (1997-2006) della rivista accademica Fashion Theory, rivelano
6. A. Marras, intervista di M. Loriga, Intervista ad Antonio Marras,
«Fashiontimes» (16 novembre 2009) http://www.fashiontimes.
it/2009/11/intervista-ad-antonio-marras/
[ultimo
accesso:
6/12/2014].
7. H. Chalayan, intervista di S. Black, Designer Hussein Chalayan in
Conversation with Sandy Black, «Fashion Practice», 1, 2 (2009), 243.
5. R. Arnold, Fashion: A Very Short Introduction, Oxford-New York,
Oxford University Press, 2009.
32
8. Cfr. P. Colaiacomo, V. C. Caratozzolo (a cura di), Cartamodello:
antologia di scrittori e scritture sulla moda, Milano, Sossella, 2000;
I. Parkins, EarlyTwentieth-century Fashion Designer Life Writing, in
« Comparative Literature and Culture», 13, 1 (2011) http://dx.doi.
org/10.7771/1481-4374.1711 [ultimo accesso: 28/02/2014]; C.
Breward, Couture as Queer Auto/Biography, in V. Steele (ed.), A
Queer History of Fashion: From the Closet to the Catwalk, New
Haven-London, Yale University Press, 2013, 117-33.
33
la quasi totale mancanza di attenzione ai discorsi dei fashion designer.9 La
rivista di storia della moda Costume ha pubblicato alcuni testi autobiografici
di fashion designer, come quelli di Sylvia Ayton, ma solo con l’obiettivo di
fare conoscere casi trascurati dalla storiografia ufficiale.10 Ancora nel 2009,
l’antologia in quattro volumi curata da Peter McNeil11 e dedicata alla critica e
alle fonti primarie della moda non includeva alcun testo che avesse un fashion
designer come autore. Per quanto riguarda lo studio della storia del vestito,
il libro di Lou Taylor sull’uso delle fonti storiche, riconosce l’importanza delle
testimonianze orali dei fashion designer, ma solo quando sono raccolte
di prima mano dallo storico.12 Il lavoro sul campo è anche la condizione
necessaria che le scienze sociali richiedono per utilizzare le parole dei fashion
designer.13
Lontano dall’essere riducibile a un prodotto della pubblicità, le parole dei
fashion designer contribuiscono a chiarire come la moda incarna esperienze.
La voce e le scelte progettuali dei designer possono inoltre offrire una
risposta alle crescenti domande di apertura del sistema della moda. In una
sua conferenza del 2014, la designer italiana Nanni Strada, conosciuta per il
suo pionieristico lavoro di sperimentazione sull’abito e il vestire, si è rivolta
alle nuove generazioni di fashion designer dicendo che “per fronteggiare
la competitività bisogna fare ricerca, bisogna essere metodici e bisogna
imparare a esprimersi con delle parole che hanno un contenuto; il linguaggio
è importantissimo”.14 Interrogandosi su come le nuove generazioni di
progettisti e creativi possano comunicare e comunicarsi, il blogger e docente
di comunicazione della moda Simone Sbarbati propone di “accompagnare lo
studente su due strade parallele: 1) imparare a raccontare storie e 2) trovare la
propria “voce”, in un percorso di presa di coscienza del sé attraverso la pratica
della scrittura creativa”.15
9. H. Clark (ed.), Index, «Fashion Theory», X, 4 (dicembre 2006), 485629.
14. N. Strada, Italian Fashion Landscapes. Fashion, Design and the
Culture of the Project, conferenza tenuta il 6 novembre 2014, in
occasione di Cimode. 2° International Fashion and Design Congress,
Politecnico di Milano (5-7 novembre 2014).
10. S. Ayton, A Love-Hate Relationship with Couture, «Costume», 39
(maggio 2005), 117-27.
34
Ontologia degli scritti dei fashion designer
Il fashion designer rappresenta la figura più affascinante e controversa del
sistema della moda, a cominciare almeno dalla metà del XIX secolo e dalla
storia della haute couture francese. Le sue parole sono state sopravvalutate e
sottovalutate allo stesso tempo. Sopravvalutate, perché una certa storiografia
della moda è incentrata quasi esclusivamente su ciò che le “firme” della
moda hanno detto e prodotto, celebrandone il potere. Sottovalutate perché
accusate di essere fonti storiche di dubbia veridicità e compromesse con
il mercato. La storica dell’arte Anne Hollander ha notato come, da Worth a
Chanel, molte delle critiche contro la moda sono state espresse come “ostilità
verso i designer, accompagnate naturalmente dalla sua controparte, il culto
del designer”.16
Sulla base delle riflessioni di Michel Foucault sulla funzione dell’autore è
possibile considerare il designer non solo come manifestazione di un
“individuo reale”17, ma anche come mezzo attraverso il quale i discorsi
vengono prodotti e circolano all’interno di una società. Tale approccio porta
11. P. McNeil (ed.), Fashion: Critical and Primary Sources, III-IV,
Oxford-New York, Berg, 2009.
15. S. Sbarbati, Comunicare la moda: la ricerca sul sé, in M. Lupano,
A. Vaccari (a cura di), Insegnare il design della moda, Roma, Aracne,
2014, 84-7.
12. L. Taylor, The Study of Dress History, Manchester, Manchester
University Press, 2002.
16. A. Hollander, Seeing Through Clothes, New York, The Viking
Press, 1978.
13. Cfr. A. McRobbie, British Fashion Design: Rag Trade or Image
Industry?, London-New York, Routledge, 1998; P. Volonté, Vita da
stilista: il ruolo sociale del fashion designer, Milano, B. Mondadori,
2008.
17. M. Foucault, What is an author? [1969], in P. Rabinow (ed.), The
Foucault Reader, New York, Pantheon Books, 101-20. Vedi anche:
R. Barthes, La mort de l’auteur [1968], in Id. Le bruissement de la
langue, Paris, Seuil, 1984, 61-7.
35
a una più complessa percezione del ruolo del designer e a una diversa
considerazione dei testi che le/gli sono accreditati, spesso frutto di un lavoro
editoriale collettivo.
Già dall’inizio del XX secolo la storia della moda ha riconosciuto un ruolo
centrale alle vicende biografiche dei singoli designer, contribuendo
all’affermazione di un approccio agiografico. Ne sono una prima testimonianza
le biografie della marchande de mode Rose Bertin.18 Le memorie scritte da
Jean-Philippe Worth, figlio dell’inglese Charles Frederick Worth, considerato
il precursore del creatore di moda contemporaneo, sono state pubblicate
postume nel 1928 e hanno contribuito alla definizione di autobiografia
professionale come genere.19 En habillant l’époque, l’autobiografia di
Paul Poiret, risale al 1930 ed è diventata un modello di divulgazione
autopromozionale della figura del designer.20 Shocking Life, il libro di memorie
scritto da Schiaparelli e pubblicato nel 1954, gioca con la convenzionale
coincidenza dell’autore dell’autobiografia con il narratore. Nel libro,
Schiaparelli usa il soprannome Schiap per riferirsi a se stessa in terza persona,
complicando l’illusione autobiografica attraverso un dialogo su più livelli con il
lettore. L’incipit di Shocking Life recita: “Io conosco Schiap solo per sentito dire.
L’ho vista solo in uno specchio. Lei è, per me, una sorta di quinta dimensione”.21
Commentando questo passaggio, la storica della moda Caroline Evans
nota come lo spostamento tra la prima e la terza persona si verifica in modo
esplicitamente arbitrario. Secondo Evans, il libro di Schiaparelli è commerciale
e tradizionale come genere, ma è anche “pieno di dispositivi di allontanamento
che servono a mettere in evidenza il contingente e la precarietà dell’identità”.22
18. É. Langlade, La marchande de modes de Marie-Antoinette, Rose
Bertin, Paris, A. Michel, 1911; P. De Nouvion, E. Liez, Un ministre des
modes sous Louis XVI, Mademoiselle Bertin, marchande de modes
de la reine, 1747-1813, Paris, H. Leclerc, 1911.
19. J.-P. Worth, A Century of Fashion, Boston, Little, Brown and
Company, 1928.
20. P. Poiret, En habillant l’époque, Paris, Grasset, 1930.
21. E. Schiaparelli, Shocking Life, London, Dent, 1954.
22. C. Evans, Masks, Mirrors and Mannequins: Elsa Schiaparelli and
the Decentered Subject, «Fashion Theory», 3, 1, (1999), 3-31.
36
Nel suo saggio Autobiography as De-facement, Paul de Man afferma che la
letteratura autobiografica “può contenere moltissimi fantasmi e sogni, ma
queste deviazioni dalla realtà rimangono radicate in un unico soggetto la
cui identità è definita dalla leggibilità incontrastata del suo nome proprio”.23
Il fashion designer come autore si basa esattamente sul concetto di identità
nominale24 e lo utilizza per produrre valore. L’autobiografia Christian Dior et moi
pubblicata a Parigi nel 1956 rappresenta un altro esempio di sdoppiamento del
designer in scrittore e personaggio pubblico. Dior, come già Schiaparelli, scrive
di se stesso in terza persona e sceglie “I due Christian Dior” come titolo del
prologo del suo libro.25 Alexander van Slobbe, and... and... and... è il titolo di una
monografia in cui il designer di moda olandese spiega il proprio lavoro come
opera collettiva.26
L’autoralità è un tema a lungo esplorato dal designer belga Martin Margiela,
uno dei maggiori rappresentanti del decostruzionismo nella moda degli anni
Novanta del XX secolo. La sua celebre etichetta senza firma è un rettangolo di
tessuto completamente bianco fissato ai quattro angoli da un punto visibile da
entrambi i lati dell’abito. In una rara intervista, fatta quando aveva appena 26
anni, pubblicata il 2 marzo 1983 nel magazine belga Knack, Margiela dichiara:
“la fama personale può essere rubata. Non ho alcuna obiezione a lavorare
a nome di qualcun altro finché ho carta bianca”.27 Margiela ha ulteriormente
sviluppato la sua idea di anonimato con la riluttanza a rilasciare interviste e ad
apparire in pubblico. Le sue dichiarazioni sono firmate con il nome collettivo di
Maison Martin Margiela.
23. P. De Man, Autobiography as De-facement, «MLN», 94, 5, (1979),
920.
24. L. de Looze, Pseudo-autobiography in the Fourteenth Century:
Juan Ruiz, Guillaume de Machaut, Jean Froissart, and Geoffrey
Chaucer, Gainesville, University Press of Florida, 1997.
25. C. Dior, Christian Dior and I, New York, Dutton, 1957.
26. A. van Slobbe et al., Alexander van Slobbe, And... And... And...,
Amsterdam, Veliz, 2010.
27. L. Buyck, Mode is geen kunst: Marguila en de twijfel van de
jonge ontwerper, «Knack», (2 marzo 1983), 125-6, cit. in K. Debo, G.
Bruloot (eds), 6+: Antwerp Fashion, Ghent, Ludion, 2007.
37
La sollecitazione crescente a scrivere che si avverte nelle discipline creative
tradizionalmente più a loro agio con i linguaggi visivi, ha incoraggiato
“nuove forme ibride di scrittura, adattate alle specificità disciplinari
dell’arte, dei media e del design”, come suggerisce Gavin Melles in un
editoriale del Journal of Writing in Creative Practice.28 Come hanno fatto gli
studiosi in altri settori artistici e creativi, sarebbe utile che anche gli storici
della moda considerassero che gli strumenti di progettazione dei fashion
designer comprendono anche i testi che scrivono e non siano questi
ultimi intesi soltanto come materiali biografici. In tale prospettiva, i testi
dei designer possono contribuire a stimolare – nel campo degli studi sulla
moda – la crescita di un corpus teorico di conoscenze con cui lavorare e in
cui riconoscersi. Potrebbero inoltre incoraggiare lo sviluppo della ricerca,
controbilanciando la grande importanza che l’insegnamento della moda ha
acquisito a livello internazionale.
28. G. Melles, Editorial, «Journal of Writing in Creative Practice», 3, 1,
(2010), 3-4 http://dx.doi.org/10.1386/jwcp.3.1.3_2 [ultimo accesso:
25/11/2014]. Vedi anche: G. Lees-Maffei (ed.), Writing Design: Words
and Objects, London-New York, Berg, 2012.
38
39
La ricerca
Il bozzetto o sketch è il punto di partenza di qualsiasi attività di design. Nel
design visivo, la matita e la mano costituiscono ancora i principali strumenti
utilizzati per sviluppare, fissare, comunicare in brevissimo tempo un’ampia
varietà di idee iniziali. Nel design del prodotto e dei media, la comunicazione
veloce ed efficace del comportamento sonoro degli artefatti e dell’interazione
con essi è di altrettanta fondamentale importanza.
Il progetto europeo SkAT-VG
Prototipare bozzetti sonori con voce e gesto
Stefano Baldan, Davide Andrea Mauro
42
Il progetto europeo FET-Open SkAT-VG (Sketching Audio Technologies
using Vocalizations and Gestures, http://www.skatvg.eu/) si occupa di
costruire strumenti informatici per progettare il suono a partire da ciò che
comunemente usiamo per comunicare i fenomeni acustici: le imitazioni vocali
e le gesticolazioni. L’obiettivo è di fornire ai sound designer degli strumenti per
la prototipazione rapida, tali da poter includere la componente acustica di un
progetto anche nelle fasi iniziali del processo di design. Obiettivo del progetto
è lo sviluppo di uno strumento capace di interpretare le intenzioni veicolate
da gesti e vocalizzazioni dell’utente, di selezionare appropriati moduli per
la sintesi sonora e di consentire l’affinamento e la condivisione del bozzetto
sonoro secondo un processo iterativo, in maniera simile a quanto avviene per
i bozzetti visivi durante i primi stadi di progettazione. L’oggetto della ricerca
include casi di studio su come gli esseri umani usano in maniera naturale
vocalizzazioni e gesticolazioni per comunicare suoni, lo studio e valutazione
dello stato dell’arte sulle pratiche di sound design, l’analisi del gesto e
machine learning, e lo sviluppo di strumenti di sintesi sonora per lo sketching.
Il progetto, di durata triennale (2014-2016), è condotto da un consorzio
formato da specialisti nello studio della voce (KTH - Stoccolma), della
psicoacustica e del gesto (IRCAM - Parigi), del design dell’interazione
(Università IUAV di Venezia) e del sound design per l’industria (GENESIS - Aix
en Provence). Il progetto è coordinato dal professore Davide Rocchesso presso
il dipartimento di Culture del Progetto dell’Università IUAV di Venezia.
43
Voce e gesto per il Sonic Interaction Design
La voce non serve solo per parlare. Anzi, le vocalizzazioni non verbali sono
in generale più efficaci delle verbalizzazioni per comunicare un suono1 e
possono essere sfruttate nelle fasi iniziali del processo di design, laddove la
rapida produzione di bozzetti aiuta lo sviluppo delle idee progettuali. È questa
l’intuizione che sta alla base del progetto SkAT-VG.
Oltre a perseguire studi fondamentali sulla produzione e sul riconoscimento
delle imitazioni vocali, il progetto cercherà di costruire strumenti automatici
per la conversione degli sketch vocali in modelli parametrici per la sintesi del
suono, per mezzo dei quali sia possibile produrre iterazioni successive nel
processo di sonic interaction design.
Nella prima fase l’obiettivo è indagare i meccanismi di produzione delle
imitazioni vocali e costruire una base di dati contenente suoni di “riferimento”
o prototipici di quelle che sono le possibilità fornite dal mezzo voce. Per
questo motivo si partirà da registrazioni audio/video che permetteranno di
indagare sia il profilo comunicativo delle imitazioni realizzate sia l’aspetto
tecnico dell’emissione del gesto vocale.
La ricerca si finalizzerà poi sullo studio di sistemi di machine learning per
classificare e raggruppare i suoni così individuati.
Rilievo avranno anche i workshop organizzati all’interno del progetto dove la
conoscenza specifica sviluppata verrà messa alla prova in scenari di design
sonoro appositamente realizzati.
Organizzazione e mappatura dello spazio delle imitazioni vocali
Lo spazio sonoro che può essere riprodotto dalla voce umana è vasto e
complesso, per questo motivo difficile da esplorare e organizzare. Con questo
contributo si vuole provare ad analizzare un database di 152 brevi esempi di
1
Uno ‘sketch’ di descrizione del progetto
44
1. G. Lemaitre, D. Rocchesso, Vocal imitations communicate sounds
more effectively than verbalizations, «Journal of the Acoustical
Society of America», 135, 2 (2013), 862-73.
45
imitazioni vocali estratti dal testo MouthSounds.2
I segnali sono analizzati tramite “feature” statistiche e misure di similarità.
Grazie poi a tecniche di clustering lo spazio risultante viene suddiviso in
categorie percettivamente rilevanti, e un esemplare “prototipico” per ogni
categoria viene scelto ed eletto a punto di riferimento per l’intera classe
(Figura 2).
Il risultato di questo processo di classificazione permette di presentare
all’utente una mappa dove questi elementi sono evidenziati permettendo
così una navigazione più efficiente di uno spazio altrimenti troppo vasto. È
possibile inoltre ipotizzare di utilizzare questo spazio, in accompagnamento
ad opportune tecniche di interpolazione, per creare nuovi esemplari di suoni a
partire dalla loro collocazione spaziale, sottintendendo quindi un rapporto di
prossimità/somiglianza con i prototipi precedentemente individuati.3
(Figura 3)
Sintesi sonora per il Sonic Interaction Design
Una delle principali aree di ricerca all’interno del progetto SkAT-VG riguarda
la progettazione e lo sviluppo di modelli per la sintesi del suono, che possano
replicare in maniera efficace gli eventi sonori suggeriti dalle imitazioni vocali
del designer. Le attività fondamentali da svolgere in quest’ambito includono:
ȗ La classificazione degli eventi sonori in famiglie timbriche, per consentire la
scelta e la configurazione dei modelli di sintesi più adatti a riprodurre il suono
desiderato;
ȗ Lo studio dell’evoluzione temporale del suono, per gestire dinamicamente i
parametri di controllo degli algoritmi scelti in precedenza;
ȗ La progettazione e lo sviluppo di un’interfaccia intuitiva che consenta di
raffinare iterativamente il prototipo generato, processo comune a ogni attività
di design. La versatilità e la facilità d’uso sono due aspetti chiave da tenere in
considerazione nella progettazione e dei modelli di sintesi sopra citati, poiché
2
Spettrogrammi dei rappresentanti dei tre
cluster individuati: 1 (60 elementi), 2 (42
elementi) and 3 (50 elementi)
46
2. F. Newman, MouthSounds: How to Whistle, Pop, Boing, and
Honk... for All Occasions and Then Some, New York, Workman
Publishing, 2004.
3. K. Adiloglu, C. Drioli, P. Polotti, D. Rocchesso, S. Delle Monache,
Physics-Based Spike-Guided Tools for Sound Design. 13th
International Conference on Digital Audio Effects (2010).
47
dovranno essere utilizzati per riprodurre in maniera adeguata una grande
varietà di eventi sonori e fornire controlli intuitivi, che consentano all’utente
il raffinamento iterativo del risultato prodotto in accordo con gli obiettivi del
progetto.
3
4
3
Esempio di interfaccia per la navigazione
dello spazio sonoro
4
Interfaccia grafica del Sound Design Toolkit
48
La sintesi sonora per modelli fisici rappresenta una soluzione promettente
ai problemi sopra citati. In questo tipo di sintesi, l’onda sonora generata è il
risultato di equazioni che descrivono, in maniera più o meno dettagliata, le
leggi fisiche dei fenomeni meccanici che contribuiscono alla produzione del
suono. Ciò consente in primo luogo una rappresentazione gerarchica degli
eventi sonori, dove una “tavolozza” limitata di interazioni meccaniche semplici
può essere utilizzata per formare scenari più complessi, e permette in secondo
luogo di stabilire una relazione diretta (ed intuitiva poiché fisicamente
coerente) tra i parametri di controllo dei modelli e le proprietà meccaniche
delle azioni e degli oggetti modellati.
Precedenti ricerche intraprese nella cornice di diversi progetti europei (SOb,
CLOSED) hanno già prodotto importanti risultati in questa direzione. Da
un punto di vista teorico, si è arrivati alla definizione di una tassonomia
gerarchica di categorie sonore, nella quale i vari suoni sono classificati a
seconda delle interazioni meccaniche che li producono. Da un punto di vista
implementativo, invece, è stata sviluppata una piattaforma di sintesi per
modelli fisici che realizza in parte tale tassonomia: il Sound Design Toolkit.4
Il Sound Design Toolkit (SDT) è una libreria di moduli per la sintesi a modelli
fisici, disponibile in forma di patch, astrazioni ed external per gli ambienti di
sviluppo Max/MSP e PureData. L’implementazione degli algoritmi `e guidata
da alcuni principi fondamentali. In primo luogo, la rilevanza percettiva del
fenomeno riprodotto è di prioritaria importanza, a volte anche a scapito
di uno scarso realismo della simulazione. Per questo motivo viene spesso
utilizzata la pratica della cartoonification, ovvero la semplificazione e
l’esagerazione dei fenomeni fisici descritti, al fine di evidenziare i tratti
percettivamente distintivi degli eventi sonori riprodotti. Essendo un processo
di semplificazione e approssimazione, spesso tale pratica consente anche di
4. S. Delle Monache, A Toolkit for Explorations in Sonic Interaction
Design. Proceedings of the 5th Audio Mostly Conference: A
Conference on Interaction with Sound. ACM. 2010.
49
migliorare l’efficienza computazionale dell’algoritmo di sintesi. Infine, ciascun
modello offre un controllo parametrico variabile nel tempo, per consentire
un’articolazione naturale ed espressiva dei processi sonori simulati.
L’attività di ricerca da svolgere in quest’ambito all’interno del progetto
SkAT-VG riguarda in primo luogo l’estensione del Sound Design Toolkit,
progettando e sviluppando i modelli di sintesi relativi alle categorie sonore
della tassonomia che ancora non possiedono un’implementazione. In
secondo luogo, la tassonomia stessa sarà probabilmente riveduta e/o estesa,
tenendo conto delle esigenze dei sound designer che utilizzeranno il sistema.
Infine dovranno essere forniti gli opportuni strumenti per consentire all’utente
un utilizzo proficuo degli strumenti messi a sua disposizione. (Figura 4)
Eventi sonori causati da fenomeni aerodinamici
La famiglia timbrica dei suoni generati da turbolenze e spostamenti d’aria
(vento, soffi, sbuffi, cavità risonanti e così via) è una delle più recenti
integrazioni all’interno del Sound Design Toolkit. I modelli descritti sono
largamente ispirati dal lavoro di Andy Farnell, che nel suo libro Designing
Sound5 propone un approccio procedurale alla sintesi degli eventi sonori
più disparati. Le soluzioni proposte da Farnell presentano moltissimi punti
di contatto con le scelte progettuali e implementative adottate nel Sound
Design Toolkit: attenzione alla rilevanza percettiva, cartoonification, controllo
parametrico temporale dei modelli di sintesi. Tuttavia, mentre Farnell adotta
soluzioni ad-hoc per ogni evento sonoro da sintetizzare, I modelli presenti nel
Sound Design Toolkit sono categorizzati secondo una tassonomia gerarchica,
dove poche interazioni meccaniche di base (come impatti, attriti, rotture
ecc.) possono essere combinate per modellare un’ampia varietà di eventi più
complessi. Tale organizzazione del lavoro aiuta ad aumentare la versatilità
del sistema, poiché consente di ricollocare modelli già esistenti in contesti
differenti, e di trovare soluzioni incrementali a problemi di sintesi complessi.
Un flusso d’aria in movimento non provoca alcun suono diretto, poiché in
genere le sue variazioni di pressione hanno un periodo che non appartiene
all’intervallo dell’udibile. Se il flusso d’aria incontra degli ostacoli nel suo
percorso, tuttavia, si possono generare diversi tipi di turbolenza, che a loro
volta provocano variazioni di pressione abbastanza rapide da produrre suono.
La più immediata da comprendere e da modellare è forse la turbolenza
causata dall’impatto di un flusso d’aria con una superficie rigida: il solido
devia il flusso d’aria in maniera caotica, fenomeno modellabile con del
rumore bianco opportunamente filtrato.
Se il flusso d’aria è costretto in una cavità, come una galleria o il corpo di
un flauto, si produrranno invece delle oscillazioni periodiche. Esse sono
strettamente dipendenti dalla geometria della cavità risonante, poiché sono
provocate da fenomeni di riflessione e/o rifrazione dell’energia sonora contro
pareti ed estremità aperte. Tali riflessioni possono essere efficacemente
modellate aggiungendo ricorsivamente al segnale in ingresso una o più
repliche di sé stesso, opportunamente scalate e ritardate. Manipolando tempi
di ritardo e fattori di amplificazione è possibile simulare cavità risonanti di
forma e dimensioni differenti.
Oggetti sottili come cavi o rami d’albero separano il flusso d’aria, generando
un vortice di Kàrmàn dietro l’ostacolo. Ne risulta un sibilo intonato, la cui
altezza dipende strettamente dal diametro dell’oggetto, dalla sua sezione
e dalla velocità del flusso incidente. Il fenomeno è modellabile da un filtro
passa-banda risonante, impostato alla corretta frequenza di centro (Figura 5).
I modelli di base appena descritti possono essere combinati assieme per
realizzare una scena sonora complessa, come ad esempio una strada spazzata
dal vento. Uno o più modelli di impatto possono essere utilizzati per simulare
la presenza di superfici solide colpite dal flusso d’aria, come ad esempio le
pareti di un edificio. Il modelli di cavità risonante possono essere utilizzati per
simulare la presenza di una porta aperta o di una galleria. Infine, il modello
di vorticosità può rappresentare oggetti sottili sferzati dal vento, come ad
esempio i fili dell’alta tensione. Facendo variare dinamicamente la velocità del
flusso d’aria simulato in maniera coerente per tutti gli oggetti, e miscelando
opportunamente i segnali in uscita, è possibile ottenere risultati molto
convincenti da un punto di vista percettivo.
Eventi sonori liquidi
Al pari dei flussi aerodinamici, il movimento di un liquido non genera
alcun suono di per sé. Ciò che trasforma il gocciolio di un rubinetto in un
5. A. Farnell, Designing Sound, Cambridge, Mass., The MIT Press,
2010.
50
51
5
Un vortice di Karman
52
53
disturbo per il sonno, il cadere della pioggia in un rilassante ticchettio o la
precipitazione di una cascata in uno scroscio fragoroso è l’aria intrappolata
nel liquido sotto forma di bolle, che acquista energia a causa del cambio di
pressione e la irradia mentre risale verso la superficie.6 Sebbene la creazione
di bolle all’interno di un mezzo liquido sia un processo estremamente
complesso e ancora parzialmente incompreso, per simulare l’evento sonoro
risultante è possibile ricorrere ad un’approssimazione, in linea con i criteri di
rilevanza percettiva e cartoonification su cui si fonda il Sound Design Toolkit.
Ignorando le diverse forme che una bolla può assumere negli istanti
immediatamente successivi alla sua creazione e le interazioni che essa può
avere con altre bolle nel corso della sua vita, la pressione uniforme esercitata
dal liquido circostante tende a farla convergere molto rapidamente verso
una forma sferica pulsante. Una bolla sferica si comporta come un oscillatore
sinusoidale, la cui frequenza dipende prevalentemente dal suo raggio e tende
ad aumentare lievemente man mano che essa si avvicina alla superficie, a
causa della riduzione della massa di liquido circostante. Nel corso della sua
vita la bolla disperde energia, prevalentemente termica e acustica, secondo
un decadimento esponenziale anch’esso dipendente dalle dimensioni della
bolla.
Una popolazione di bolle può dunque essere modellata come un banco di
oscillatori sinusoidali, modulati in ampiezza da un inviluppo esponenziale,
impostati a frequenze e tempi di decadimento coerenti con le dimensioni
delle bolle che si vogliono modellare.7 La caoticità del processo di creazione
delle bolle può essere invece modellata attraverso un processo stocastico
poissoniano, in cui l’intervallo medio di occorrenza determina la frequenza
con cui una bolla viene generata e di conseguenza la densità percepita
del fenomeno acustico. Nonostante l’estrema semplicità concettuale, un
sintetizzatore di questo tipo è in grado di simulare in maniera piuttosto
convincente una grande varietà di eventi sonori generati da liquidi, dal
riempimento di una bottiglia all’infrangersi delle onde del mare su una
scogliera, da un piccolo ruscello di montagna ad una pioggia torrenziale.
Sintesi del suono di motori a scoppio
I suoni prodotti dagli artefatti umani rappresentano una larga parte del
paesaggio sonoro che abitualmente ci circonda. Tra questi, specialmente
in contesti urbani, il rumore dei motori a scoppio è sicuramente uno
dei più presenti. Al giorno d’oggi il mondo dell’automobile è uno dei
mercati più floridi per quanto riguarda il sound design: sempre più case
automobilistiche pongono attenzione alla sonorizzazione sia dell’interno che
dell’esterno del veicolo, per ragioni di branding, per aumentare la percezione
di potenza dei propri veicoli, ma anche per migliorarne la sicurezza,
segnalando acusticamente al conducente fattori di rischio come ostacoli in
avvicinamento, colpi di sonno e così via.
Negli ultimi anni l’avvento delle auto ibride ed elettriche ha evidenziato
inoltre come veicoli troppo silenziosi possano essere un pericolo per gli
altri utenti della strada, che non riescono più a percepirne la presenza da
un punto di vista acustico. Per questi e molti altri motivi, si rivela utile poter
replicare la ‘firma sonora’ di un motore a scoppio. Il modello proposto si basa
anch’esso su modelli fisici, in linea con i principi di progettazione e sviluppo
del Sound Design Toolkit. Anche in questo caso vengono adottate numerose
approssimazioni e semplificazioni, cercando di preservare la rilevanza
percettiva del fenomeno modellato ad un costo accettabile in termini di
complessità sia concettuale che computazionale.
Il suono di un motore a scoppio viene diffuso principalmente tramite il tubo
di scarico e, in misura minore, dalle vibrazioni causate dall’esplosione del
carburante all’interno dei cilindri e dalle altre parti meccaniche in movimento.
In particolare, per un motore a quattro tempi, la maggior parte della pressione
sonora si sviluppa durante il quarto tempo, quando la valvola di scarico è
aperta e il gas viene espulso tramite l’impianto di scarico. Per questo motivo,
il modello fisico proposto è composto da una serie di cavità risonanti (cilindri,
tubo di scarico, silenziatore) eccitate da un treno di impulsi che rappresenta
l’esplosione all’interno dei cilindri.
6. M. Minnaert, On musical air-bubbles and the sounds of running
water, «The London, Edinburgh, and Dublin Philosophical
Magazine and Journal of Science»: Series 7, 16, 104, (1933), 23548.
7. K. Doel, Physically Based Models for Liquid Sounds, «ACM
Transactions on Applied Perception», 2, 4, (2005), 534-46.
54
55
Sicurezza all’esodo per tutti
Verso lo spazio calmo e oltre
Elisabetta Carattin
Il raggiungimento di un luogo sicuro all’interno di un edificio pluripiano,
in situazioni di emergenza può rappresentare un compito molto difficile
per le persone che, a causa di una situazione di disabilità permanente o
temporanea, non possono avere immediatamente accesso a una via di esodo,
specie se verticale.
Per facilitare l’evacuazione di questo tipo di utenti la normativa (dapprima
a livello internazionale) ha introdotto uno specifico dispositivo, in Italia
successivamente denominato ‘spazio calmo’, costituito da un ambiente
progettato per permettere a tali persone di attendere al sicuro e in tranquillità
l’arrivo dei soccorritori.
Lo spazio calmo dovrebbe, pertanto, essere realizzato in modo da
permetterne una facile riconoscibilità e permanenza al suo interno. Al
momento attuale, tuttavia, le conoscenze in merito alla corretta progettazione
e utilizzo sono ancora in fase preliminare. Di conseguenza, la normativa non
costituisce ancora un riferimento progettuale esaustivo. Ancora meno si sa
in merito alla reale conoscenza della possibilità, e volontà, di utilizzare tale
dispositivo da parte degli utenti potenzialmente interessati.
Il contributo che segue si pone l’obiettivo di cominciare a colmare questa
lacuna proponendo un’analisi preliminare dei risultati derivati da un’indagine,
effettuata per la prima volta nel nostro paese, volta a verificare l’effettiva
conoscenza e le potenziali preoccupazioni in merito all’utilizzo dello spazio
calmo da parte degli utenti, con la finalità di cominciare a porre le basi per
comprendere quali soluzioni progettuali si possano attuare per rendere
effettivamente efficaci, e accessibili, le vie di esodo.
Perdersi. Le difficoltà di orientamento negli ambienti complessi
Le persone muoiono tuttora negli incendi, anche all’interno di edifici adeguati
alla normativa. Da ciò deriva che la corretta progettazione delle vie di
esodo richiede ancora molta ricerca al fine di colmare le lacune, in termini
prestazionali, relative al comportamento umano in emergenza.
In particolare, uno dei requisiti ai quali è sempre più difficile dare risposte
56
57
1
Tipico sovraccarico di comunicazione
ambientale di un supermarcato. L’efficacia
del contenuto informativo della segnaletica
di sicurezza può risultare compromessa
dalla presenza di altri stimoli ambientali,
benché quest’ultima sia dimensionata nel
rispetto della vigente normativa
58
59
soddisfacenti nel progetto di opere complesse è quello riguardante
“l’orientamento” (più propriamente, il wayfinding) ovvero la capacità di fruire,
con totale autonomia, di spazi multifunzionali e articolati.
La complessità degli edifici contemporanei si configura sempre più spesso
come una vera e propria sfida alla capacità degli individui di raggiungere la
propria destinazione, disattendendo alla fondamentale esigenza di muoversi
efficacemente nell’ambiente in funzione dei propri obiettivi.
Nella progettazione di opere in cui è previsto un certo affollamento e/o
complessità ambientali che possano renderne difficile la fruizione (soprattutto
nelle situazioni di emergenza), come nel caso di centri commerciali, aeroporti,
quartieri fieristici o anche, semplicemente, uffici, non sempre vengono
considerate con la dovuta attenzione le difficoltà delle persone nel trovare i
percorsi per raggiungere le varie destinazioni prefissate (uscite di emergenza
in primis). È un aspetto cui nemmeno le norme sembrano prestare particolare
attenzione, definendo solo alcuni criteri base da contestualizzare nella
redazione del progetto e nella gestione dell’attività.
Nel fare progettuale corrente è, infatti, frequente l’assunzione di principio
secondo cui la questione dell’orientamento verrà risolta, una volta realizzato il
progetto, attraverso la segnaletica e/o i dispositivi informativi.
L’inefficacia di una tale metodologia operativa è stata più volte comprovata
dall’evidenza sperimentale: la segnaletica, anche se di grande qualità (e di
rado lo è) non riesce a sopperire alle difficoltà generate da una progettazione
sorda alle esigenze informative degli individui che sono invece legate ai
processi percettivo-cognitivi che intervengono durante l’interazione. Esiste
ormai evidenza sperimentale comprovata che, qualora la segnaletica non
venga progettata in concordanza con le aspettative delle persone, queste
tendono a ignorarla preferendo, come via di fuga, l’effettuazione del percorso
a ritroso.1 Tutto ciò porta a conferire importanza strategica, per il progetto,
alla conoscenza dei meccanismi che regolano i processi percettivo-sensoriali
e, più che altro, alla prefigurazione di possibili soluzioni atte a favorire una
ottimale interazione dell’individuo con lo spazio delle architetture vissute
(figura 1).
A progettisti e gestori viene quindi chiesto un contributo individuale
che va ben oltre la mera applicazione normativa, in direzione di definire
caratteristiche ambientali che, in continua interazione con le persone, siano
in grado di garantire un efficiente flusso delle stesse oltre alle prestazioni di
sicurezza.
In particolare, il tema del wayfinding trova la sua ottimale declinazione in
presenza di edifici caratterizzati da condizioni di contesto complesse (per
planimetria, tipologia di utenza ecc.) come, ad esempio cinema, aeroporti,
fiere, supermercati, in cui l’interazione individuo-ambiente risulta svilupparsi
secondo dinamiche molteplici e molto articolate.
Gli edifici complessi, infatti, inducono gli utenti a mettere in atto e
comprendere strategie di wayfinding che comportano un elevato livello di
stress cognitivo e di impegno psicofisico nella fase di decisione e di azione
per svolgere il movimento, soprattutto in quegli scenari in cui non c’è molto
tempo a disposizione per prendere e portare a termine tali decisioni.
Dal punto di vista dell’utente, inoltre, è necessario aggiungere come le
limitazioni cognitive, funzionali e culturali di ogni soggetto (oltre al proprio
trascorso esperienziale), possano determinare una deficienza nella
comprensione dei sistemi di identificazione delle vie d’uscita, della definizione
1. T. MacClintock, T.J. Shields, A behavioural solution to the learned
irrelevance of emergency exit signage, in Human behaviour in fire.
Proceedings of the second International symposium, Cambridge,
(Ma), Massachusetts Institute of Technology, 2001;
T.J. Shields, K.E. Boyce, G.W.H. Silcock, Towards the caracterization
of large retail stores, in Jim Shields (ed.) Human behaviour in fire.
Proceedings of the first International symposium, Belfast, University
of Ulster, 1998;
E. Carattin, Wayfinding architectural criteria for the design of
complex environments in emergency scenarios, in Jorge A. Capote,
Daniel Alvear (eds.) Evacuation and human behavior in emergency
situations. Advanced research workshop proceedings Oct. 21 2011,
Universitad de Cantabria, Santander, Spain, 2011.
60
61
di mappe cognitive e, soprattutto, del rischio connesso con le situazioni di
emergenza sfavorendo ulteriormente le prestazioni di orientamento.
Il quadro della situazione è reso ancora più critico se si considera come,
allo stato attuale, la progettazione dei piani di evacuazione, dei sistemi di
orientamento, dei processi di deflusso, come anche quella degli spazi calmi,
sembri essere determinata ex-post rispetto alla fase di progettazione degli
edifici, senza l’utilizzo di criteri specifici per la scelta di una determinata
e appropriata strategia progettuale che tenga in considerazione il
comportamento umano nelle situazioni di emergenza.
È prassi ancora generalmente molto diffusa demandare semplicemente
all’applicazione di un sistema di segnaletica per l’emergenza la risoluzione di
tutti i problemi inerenti alla progettazione antincendio.
Le ricerche sulle strategie di wayfinding delle persone e, in particolare,
sul comportamento umano in emergenza2, sono state molto utili nel
fornire linee guida per la progettazione dei luoghi pubblici giungendo alla
conclusione che facilitare la fruizione delle vie di esodo richiede qualcosa in
più dell’apposizione della segnaletica. Questa il più delle volte non supera le
problematicità architettoniche dell’edificio3, rendendo evidente ancora una
volta come sia necessario considerare a priori le aspettative cognitive delle
persone nelle situazioni di emergenza.
Percorsi d’esodo accessibili: lo spazio calmo
In caso di situazioni di emergenza il raggiungimento di un luogo sicuro
all’interno di un ambiente costruito può rappresentare un compito molto
difficile specialmente per le persone che, a causa di una situazione di
disabilità permanente o temporanea (come, ad esempio, persone anziane
e donne incinte), non possono avere immediatamente accesso a una via di
esodo sicura, specie se verticale.
Per facilitare il processo di evacuazione di questo tipo di utenti la normativa
2. D. Tong, D. Canter, The decision to evacuate: a study of the
motivations which contribute to evacuation in the event of fire, «Fire
safety journal» 9 (1985); G. Proulx, A stress model for people facing
a fire, «Journal of Environmental Psychology», 13 (1993).
3. P. Arthur, R. Passini, Wayfinding: People, Signs and Architecture,
New York, McGraw-Hill, 1992.
62
(dapprima a livello internazionale) ha introdotto uno specifico dispositivo, in
Italia successivamente denominato ‘spazio calmo’, costituito da un particolare
ambiente progettato per permettere a tali persone di attendere al sicuro
e in tranquillità l’arrivo dei soccorritori durante un incendio o altri tipi di
emergenza, nel caso in cui l’esodo immediato verso l’esterno non risulti essere
sicuro o possibile.
Questo tipo di dispositivo deve essere, quindi, realizzato in modo tale
da permettere alle persone una facile riconoscibilità e una permanenza
confortevole al suo interno durante l’attesa dell’arrivo dei soccorritori.
Nell’eventualità di una situazione di emergenza che richieda la necessità
di avviare l’esodo da un edificio ci si aspetta che le persone ‘disabili’ siano
in grado di raggiungere uno spazio calmo all’interno degli edifici, o almeno
questo si deduce dall’approccio normativo italiano4.
Lo spazio calmo è stato introdotto per la prima volta in Italia con il
Decreto Ministeriale 9 aprile 1994 “Approvazione della regola tecnica di
prevenzione incendi per la costruzione e l’esercizio delle attività ricettive
turistico-alberghiere” ed è definito come un ”luogo sicuro statico contiguo
e comunicante con una via di esodo verticale o in essa inserito” all’interno
del quale le persone con disabilità (temporanea o permanente) possono
attendere in sicurezza l’arrivo dei soccorsi in caso di esodo da un edificio.
Al momento attuale, sia in Italia che a livello internazionale, le conoscenze in
merito alla corretta progettazione e utilizzo dello spazio calmo sono ancora in
fase preliminare.
Di conseguenza, la normativa non costituisce ancora un riferimento esaustivo
in merito alle modalità con cui progettare efficacemente questo dispositivo.
Maggiori informazioni e, soprattutto, una rappresentazione grafica dettagliata
vengono, invece, fornite dalle indicazioni della normativa ISO – International
Organization for Standardization (figura 2).
Nello specifico, la normativa ISO definisce lo spazio calmo (Area of Rescue
Assistance) come segue: “Zona dell’edificio direttamente vicina, e visibile da,
4. V. Tatano, S. Zanut, Criteri di Progettazione dello Spazio Calmo,
in Progettare la sicurezza per tutti. Barriere architettoniche,
prevenzione incendi e gestione delle emergenze, convegno di studi,
Parco Scientifico Tecnologico VEGA, Venezia, 23 aprile 2004.
63
una via di esodo verticale principale. Protetta dal fumo e dal fuoco, in cui
le persone possono attendere temporaneamente con fiducia (confidence)
informazioni aggiuntive o assistenza senza interferire od ostruire l’esodo delle
altre persone”.
Dalle ricerche effettuate a livello internazionale5 è emerso che lo spazio calmo
è un dispositivo quasi sconosciuto da parte delle persone affette da disabilità
motoria. Ciò è dovuto soprattutto alla frequente mancanza di prove di esodo
e alla non adeguata preparazione del personale dell’edificio preposto a offrire
assistenza in caso di emergenza, oltre alla mancanza di informazioni adeguate
e aggiornate in merito al suo utilizzo.
L’efficacia di tale dispositivo è, dunque, altamente suscettibile di fallire
completamente in caso di una reale emergenza. Ciò potrebbe valere
particolarmente per il nostro paese dal momento che la normativa italiana,
diversamente dalle ISO o dalle British Standards, come precedentemente
dichiarato, non fornisce esempi grafici di spazi calmi, lasciando alla completa
discrezione del progettista scelte progettuali che potrebbero non rivelarsi
essere sempre efficaci.
Requisiti prestazionali
La normativa, sia a livello internazionale che nazionale, fornisce solo
indicazioni generiche in merito alla realizzazione di tale dispositivo (dovute
alla molteplicità di tipologie di edifici diversi all’interno del quale può essere
inserito e alla scarsità di studi e informazioni in merito al comportamento
umano in emergenza delle persone disabili) rendendo difficile, per il
progettista, la realizzazione dello spazio calmo in funzione delle aspettative
cognitive degli utenti e, d’altra parte, per i gestori dell’edificio la progettazione
di indicazioni gestionali opportune.
Tuttavia, una serie di considerazioni progettuali si possono fare tenendo in
considerazione le scoperte derivate dagli studi precedentemente effettuati sul
comportamento umano in emergenza in contesti più generali.
2
Esempio di spazio calmo (Area of Rescue
Assistance) inserito all’interno del
vano della scala di sicurezza (schema
riadattato da E. Carattin sulla base della
documentazione:
ISO/TC 59/SC 16 N N 63 – Building
Construction – Accessibility and Usability of
the Built Environment 2006
64
5. N. C. McConnell, K.E. Boyce, Refuge areas and vertical
evacuation of multistorey buildings: the end users’ perspectives,
«Fire and Materials» 2013.
65
Lo spazio calmo dovrebbe essere facilmente individuabile e riconoscibile,
particolarmente se non specificamente delimitato da compartimentazione,
almeno tramite l’uso dell’apposita segnaletica recante il Simbolo
Internazionale di Accessibilità ed essere inserito all’interno di una via di esodo
possibilmente conosciuta dall’utente e con le medesime caratteristiche
(figura 3).
Uno spazio calmo di questo tipo deve permettere alle persone affette da
disabilità motoria (permanente o temporanea) di poter sostare al suo interno,
in sicurezza e con fiducia, in attesa dei soccorsi (figura 3).
Deve essere dotato di un sistema che permetta la comunicazione del disabile
con l’esterno, in modo tale che possa essere rassicurato sulle modalità e le
tempistiche di arrivo dei soccorsi.
Lo spazio di manovra dovrebbe essere opportunamente progettato o
segnalato, se non per quanto riguarda le misure di ingombro di una
carrozzina.
Dovrebbe, inoltre, presentare un sistema in grado di indicare come le persone
disabili si sposteranno o verranno spostate dallo spazio calmo all’esterno.
Questa, in particolare, è una considerazione che manca del tutto nelle
indicazioni degli attuali piani di evacuazione. Alla persona interessata bisogna
essere in grado di dire che rimarrà lì (o potrebbe rimanere) per un determinato
periodo di tempo alla fine del quale un addetto o i vigili lo andranno a
prendere.
In particolare, per quanto riguarda la progettazione di spazi calmi inseriti
all’interno delle scale di sicurezza esterne, dal momento che questo tipo
di spazio calmo non è costituito da un apposito vano, in caso di esodo
bisognerebbe fare in modo che non si generi una situazione di affollamento
da parte di persone non affette da disabilità, rendendone vano l’utilizzo da
parte degli utenti realmente interessati.
In aggiunta, qualora venga realizzato su una scala di sicurezza esterna,
potrebbe essere soggetto all’azioni degli agenti atmosferici esterni (ad
esempio: pioggia, giacchio ecc.) rendendo necessaria la realizzazione di
opportuni sistemi, o l’utilizzo di particolari superfici di pavimentazione, in
grado di mantenere efficacemente utilizzabile in sicurezza tale spazio
(figura 3).
66
Inoltre, il personale dipendente dell’edificio (che può trovarsi nella situazione
di dover assistere una persona al suo interno) deve essere informato e
preparato sul suo corretto utilizzo e sulle modalità di assistenza della persona
disabile.
La maggior parte della popolazione disabile non conosce (e potrebbe
non accettare in alcun modo) questo dispositivo. Per questo motivo è di
fondamentale importanza investire nella formazione del personale degli
edifici, in modo tale che possano gestire in modo ottimale l’esodo delle
persone affette da disabilità. Particolare enfasi deve essere posta, inoltre,
nella comprensione e individuazione delle criticità ambientali presenti
negli spazi calmi attualmente realizzati che possono inficiarne l’efficacia
e il funzionamento come, ad esempio, l’errata collocazione planimetrica
all’interno dell’edificio.
Analisi degli elementi di criticità più frequenti negli spazi calmi
Wayfinding
I percorsi orizzontali di esodo interni possono risultare troppo lunghi e
faticosi da percorrere per una persona affetta da disabilità motoria o con
problemi di deambulazione di vario tipo (come nel caso degli anziani), o
per bambini troppo piccoli, qualora l’accesso allo spazio calmo ne richieda
l’attraversamento.
Inoltre, lungo il percorso possono essere presenti degli elementi di
intralcio come, ad esempio, elementi di arredo che possono inficiare
considerevolmente l’esodo di una persona su sedia a ruote.
L’apertura delle porte può non sempre risultare semplice.
Gli utenti che possono avere scarsi livelli di familiarità con un edificio come,
ad esempio, le persone disabili che si recano saltuariamente presso un luogo
aperto al pubblico, possono riscontrare molte difficoltà nel comprendere
la complessità planimetrica di un edificio, individuarne gli elementi
architettonici salienti (rampe, ascensori, ecc.) e creare una rappresentazione
mentale dell’edificio che li possa aiutare nell’orientamento e nella fruizione
al suo interno. La formazione delle mappe cognitive è resa molto difficoltosa
soprattutto per quanto riguarda le situazioni di esodo dal momento che
le prove di evacuazione, negli edifici pubblici, vengono effettuate molto
67
3
3
Esempio di spazio calmo
esemplare a Edimburgo (GB).
Ambiente compartimentato con
presenza di corretta segnaletica
con simbolo internazionale di
accessibilità, adeguato spazio di
manovra e visibilità, presenza di
un sistema di comunicazione a
due vie per tenersi in contatto con i
soccorritori (2013)
4
Vista di un corridoio, all’interno
di un liceo, che conduce verso
uno spazio calmo. La lunghezza
del corridoio può risultare
problematica per la fruizione da
parte di persone con problemi
motori e rende difficoltosa
l’individuazione dello spazio calmo
5
Spazio calmo all’interno di
pianerottolo di scala di emergenza
esterna. Mancanza di segnaletica
identificativa (sia su parete che a
terra), spazio di movimentazione
non adeguato e segnalato,
presenza di acqua ed altri
eventuali agenti atmosferici che
possono provocare scivolamento
68
4
raramente rendendo poco agevole, specialmente per le persone disabili, la
familiarizzazione con le procedure di esodo loro dedicate e con gli spazi calmi
(Figura 4).
In particolare, nelle situazioni di emergenza, è ormai ampiamente comprovato
che le persone tendono prevalentemente a uscire dall’edificio attraverso lo
stesso percorso che hanno utilizzato per poterci entrare, rendendo ancora
più difficoltosa l’individuazione delle vie di esodo alternative e, in particolare,
degli spazi calmi di cui possono non conoscere preventivamente l’ubicazione.
È opportuno considerare, inoltre, che l’uso dei sistemi di segnaletica,
specialmente per quanto riguarda le vie di esodo accessibili, è spesso
realizzato con metodi non opportuni, sia dal punto di vista del messaggio
contenuto nella segnaletica, sia dal punto di vista della collocazione della
stessa rispetto alla complessità planimetrica dello stesso edificio soprattutto
rispetto alle limitazioni delle persone disabili. Inoltre, attualmente risulta
molto scarsa anche l’attenzione nei confronti degli aspetti relativi alle
procedure di gestione dell’esodo per le persone disabili.
Identificazione e usabilità
Nella maggior parte dei casi è ancora possibile riscontrare un uso scorretto,
o la totale assenza, di adeguata segnaletica identificativa. In particolare, uno
specifico sistema di segnalazione dovrebbe essere realizzato (anche a terra)
sui pianerottoli, in quanto può risultare difficile, anche per gli addetti ai lavori,
comprenderne la presenza e la funzione laddove esso è collocato (figura 5).
5
Nelle situazioni in cui lo spazio calmo non sia costituito da un apposito vano,
in caso di esodo, può venirsi a creare una situazione di affollamento da parte
di persone non affette da disabilità rendendone vano l’utilizzo da parte degli
utenti realmente interessati.
Qualora venga realizzato su una scala di sicurezza esterna, potrebbe essere
soggetto alle azioni degli agenti atmosferici esterni (ad esempio: pioggia,
giacchio ecc.) rendendo necessaria la realizzazione di opportuni sistemi in
grado di mantenere efficacemente utilizzabile, in sicurezza, tale spazio.
È stato inoltre generalmente riscontrato come lo spazio di manovra,
69
erroneamente, non venga opportunamente progettato o segnalato, almeno
per quanto riguarda le misure di ingombro di una carrozzina.
Molte criticità si riscontrano anche a livello di comunicazione con l’esterno.
Molti spazi calmi, specie se adiacenti al filtro a prova di fumo della scala di
sicurezza, infatti, sono sprovvisti di un sistema di comunicazione a due vie per
comunicare direttamente con i soccorritori, oltre a sistemi per segnalare la
propria presenza all’interno.
Indagine sul livello di conoscenza degli spazi calmi, e sulle
preoccupazioni in merito alla permanenza al suo interno, da parte di
utenti e soccorritori
Al fine di comprendere il modo in cui le criticità dello spazio calmo sono
percepite dai potenziali utilizzatori (utenti occasionali e lavoratori che
possono trovarsi nella situazione di dover prestare assistenza), la ricerca si
è avvalsa di un questionario che è stato distribuito ai dipendenti della sede
INAIL di Marghera (VE) e a diverse associazioni di utenti affetti da disabilità
motoria in Friuli Venezia Giulia.
Il questionario, sviluppato a partire da una precedente ricerca svolta presso
l’università dell’Ulster a Belfast (UK)6, e volto a comprendere le aspettative
degli utenti finali in merito all’utilizzo degli spazi calmi, è stato adattato in
questa sede al fine di verificare in particolare:
ȗ La volontà dei dipendenti INAIL di sostare, e prestare soccorso, all’interno
dello spazio calmo, qualora se ne verificasse la necessità, verso una persona
temporaneamente incapace di effettuare immediatamente l’esodo;
ȗ Il livello di conoscenza dello spazio calmo, da parte degli utenti affetti
da disabilità motoria, e le preoccupazioni di questa categoria di persone
nell’utilizzo di tale dispositivo.
Il questionario, in entrambi i casi, è stato composto da una trentina domande
con varia tipologia di risposta (a scelta multipla, a risposta aperta ecc.) ed è
stato realizzato e diffuso tramite l’utilizzo del programma Google Forms.
Gli utenti sono stati invitati a partecipare al questionario attraverso la
comunicazione di un link via posta elettronica al quale accedere per poter
rispondere, in modo anonimo, alle domande. Purtroppo, a causa di problemi
relativi alla privacy, non è stato possibile risalire al numero esatto di soggetti
ai quali è stato spedito l’invito a partecipare al sondaggio.
Il questionario è stato strutturato in tre sezioni, con la possibilità di fornire
risposte aperte o a scelta multipla, con la finalità di raccogliere dati in merito a:
ȗ informazioni demografiche e relative all’utente;
ȗ verifica della frequenza di utilizzo di edifici pluripiano e della possibilità di
usare lo spazio calmo da parte degli utenti;
ȗ verifica del livello di conoscenza, delle aspettative, e delle preoccupazioni, in
merito all’utilizzo dello spazio calmo anche a seguito della somministrazione
di maggiori informazioni esplicative ricavate dalla normativa.
L’obiettivo finale dell’indagine è stato quello di verificare il livello di
conoscenza, comprensione e disponibilità riguardo all’uso degli spazi calmi,
sia da parte delle persone affette da disabilità che del personale di un ufficio
che potrebbe trovarsi nelle condizioni di doverle assistere, e alle relative
preoccupazioni che ne potrebbero scaturire durante la fruizione.
Indagine sul personale lavoratore (dipendenti INAIL, sede di Marghera, Venezia)
Caratteristiche dei soggetti
Soggetti intervistati: dipendenti INAIL della sede di Marghera (Venezia).
Totale persone alle quali è stato sottoposto il questionario = 42.
Risposte pervenute = 42
Età media delle persone testate: 49 anni.
Sesso:
ȗ maschi = 31% (n=13)
ȗ femmine = 69% (n=29)
Ubicazione lavoratori:
ȗ piano terra
ȗ piano primo
= 10% (n=4)
= 90% (n=37)
6. N. C. McConnell, K.E. Boyce, Refuge areas and vertical
evacuation of multistorey buildings: the end users’ perspectives,
cit..
70
71
6
Planimetria del primo piano dell’edificio
con individuazione dello spazio calmo.
L’edificio, di recente costruzione, presenta
un impianto simmetrico, con distributivo a
corridoio e corte centrale
7
Corridoio recante verso lo spazio calmo.
La presenza dello SC è contraddistinta da
una colonna di colore rosso, nonostante la
mancanza di adeguata segnaletica
Caratteristiche dell’edificio
Precedentemente alla somministrazione del questionario è stato effettuato
un sopralluogo al fine di individuare le criticità dell’edificio, ubicato in via della
Pila 51 a Marghera, e dello spazio calmo in esso inserito (figure 6 e 7).
Analisi delle risposte del personale lavoratore
Livello di conoscenza e di comprensione dell’utilizzo dello spazio calmo
Una percentuale non indifferente di lavoratori intervistati, il 28% (n=11) ha
affermato di non aver mai sentito parlare di spazio calmo, mentre il restante
72% (n=28) ha sostenuto di esserne a conoscenza. In ogni caso a seguito
della somministazione di maggiori informazioni esplicative, successivamente
all’interno del questionario, derivate dalla normativa internazionale, la
maggior parte di essi, il 68% (n=27) ha riconosciuto che la propria idea di
spazio calmo corrisponde solo molto vagamente a quella presente nella
normativa.
Per quanto riguarda, invece, la conoscenza a livello generale sulle procedure
da seguire in caso di emergenza, l’ 83% (n=39) ha affermato di aver ricevuto
informazioni nella maggior parte dei casi dal responsabile del servizio di
prevenzione e protezione dell’edificio.
Nonostante lo spazio calmo in questione non sia contraddistinto da apposita
segnaletica, una buona percentuale dei lavoratori intervistati 40% (n=16) sono
comunque risultati essere capaci di identificarlo, grazie all’apposito utilizzo di
elementi architettonici colorati, come ad esempio la colonna rossa riportata
in figura 7.
Fiducia nell’utilizzo dello spazio calmo e relative preoccupazioni
Il questionario è successivamente proseguito chiedendo agli intervistati se si
sentirebbero pronti a sostare all’interno di uno spazio calmo con una persona
disabile e ad assisterla, soprattutto tenendo in considerazione che non
sapranno quando arriveranno i soccorsi. All’interno di un totale di 38 risposte
pervenute, la quasi totalità degli intervistati si definisce disposta a sostare
all’interno dello spazio calmo con una persona disabile. Nello specifico il
50% (n=19) ritiene “Sì, sicuramente lo utilizzerei”, il 39% (n=15) ha risposto
“Sì, probabilmente lo utilizzerei”, mentre nessuno sostiene “Sicuramente
74
no, cercherei di trasportare il disabile giù per le scale”. L’11% (n=4), invece,
riserva qualche incertezza, affermando che “Probabilmente no, cercherei
di trasportare il disabile giù per le scale”. Risulta, quindi, di fondamentale
importanza che lo spazio calmo venga realizzato in modo da non disattendere
le aspettative delle persone che si ritengono pronte ad utilizzarlo nelle
situazioni di emergenza. La fase successiva del questionario è stata, quindi,
strutturata in modo da comprendere quali potrebbero essere gli elementi
che potrebbero comprometterne la fiducia nell’utilizzo e il relativo livello di
preoccupazione (tabella 1).
Dall’analisi dei dati emerge che i fattori che sono in grado di creare maggiore
disagio durante la permanenza all’interno dello spazio calmo sono relativi alla
“mancanza di informazioni sui tempi di attesa prima dell’arrivo dei soccorsi”
ma, soprattutto, “essere dimenticati lì”. Questo sottolinea l’importanza di
fornire lo spazio calmo di un sistema di comunicazione a due vie e di un
adeguato sistema di segnaletica in grado di permettere di comunicare la
propria presenza all’interno dello spazio calmo e che permetta ai soccorritori
di localizzare le persone al suo interno velocemente.
Si è quindi proceduto, nel sondaggio, con l’individuazione degli elementi
che potenzialmente si potrebbero pensare in grado di ridurre il disagio
nella permanenza nello spazio calmo (tabella 2). Si ritiene, comunque, che
l’efficacia di tali soluzioni andrebbe declinata secondo le specifiche situazioni
e comprovata da evidenza sperimentale.
Gli elementi che risultano maggiormente preposti a ridurre il disagio (in
questa sede si considerano, come livelli di riferimento, “estremamente” e
“molto”) nei confronti dell’utilizzo dello spazio calmo da parte dei dipendenti
INAIL, sembrano essere:
ȗ Un sistema di comunicazione verso l’esterno (85%)
ȗ Informazioni sui tempi di attesa prima dell’arrivo dei soccorritori (82%)
ȗ Una finestra vetrata verso l’esterno, 74% (soluzione che, però, non è
applicabile in tutti i contesti)
ȗ Informazioni su quali azioni intraprendere (74%)
75
Elemento
Livello di preoccupazione
Per nulla
Mancanza di informazioni su ciò che
Abbastanza
Molto
Estremamente
13% (n=5)
67% (n=26)
15% (n=6)
5% (n=2)
24% (n=9)
42% (n=16)
32% (n=12)
3% (n=1)
0
51% (n=20)
28% (n=11)
21% (n=8)
Essere da soli
26% (n=10)
45% (n=17)
26% (n=10)
3% (n=1)
Mancanza di adeguata illuminazione
26% (n=10)
46% (n=18)
21% (n=8)
8% (n=3)
Che lo spazio calmo non possa essere al
28% (n=11)
30% (n=12)
25% (n=10)
18% (n=7)
13% (n=5)
36% (n=14)
23% (n=9)
28% (n=11)
accade dopo
Mancanza di informazioni su chi ci
assisterebbe
Mancanza di informazioni sui tempi
di attesa prima dell’arrivo dei
soccorsi
sicuro dal fuoco
Essere dimenticati lì
Indagine sugli utenti affetti da disabilità motoria
Caratteristiche dei soggetti
Soggetti intervistati: persone affette da disabilità motoria.
Ente collaborante: CRIBA (Centro Regionale di Informazione e formazione
sulle Barriere Architettoniche) Friuli Venezia Giulia.
Associazioni contattate: UILDM Udine, UILDM Gorizia, UILDM Trieste, UILDM
Pordenone, Associazione Tetra-paraplegici FVG, ANMIC Udine, ANMIC Gorizia,
ANMIC Pordenone, AIAS Trieste, AIAS Monfalcone, AIAS Udine, ANFFAS
Gorizia, ANFFAS Udine, ANFFAS Pordenone, AISM Udine, AISM Trieste, AISM
Pordenone, ANMIL Trieste, ANMIL Udine.
Risposte ottenute: 42/?
Campione: vario (per motivi di privacy non ci è dato sapere esattamente
quante persone sono afferenti alle diverse associazioni).
Età media delle persone testate: 39 anni.
Sesso:
ȗ maschi
= 60% (n=25)
ȗ femmine
= 40% (n=17)
Soggetti che affermano di lavorare o visitare regolarmente edifici che hanno
più di un piano:
ȗ sì
= 62% (n=26)
ȗ no
= 38% (n=16)
Tipo di edificio pluripiano regolarmente visitato:
ȗ ufficio = 61% (n=19)
ȗ altro = 39% (n=12)
Tabella 1
Elementi che potrebbero compromettere
la fiducia nell’utilizzo dello spazio calmo.
Risposte del personale lavoratore
Tabella 2
Elementi che potrebbero ridurre il disagio
durante la permanenza nello spazio calmo.
Risposte del personale lavoratore
76
Analisi delle risposte degli utenti
Livello di conoscenza e di comprensione dell’utilizzo dello spazio calmo
Il dato più importante della ricerca è emerso quando la quasi totalità
dei soggetti sondati, nonostante appartenga alla categoria di utenza
maggiormente interessata all’utilizzo dello spazio calmo, ha ammesso di non
77
essere mai stata messa a conoscenza della possibilità di trovare degli spazi
calmi all’interno degli edifici pluripiano. Su un totale di 41 soggetti che hanno
risposto alla domanda “Ha mai sentito parlare di spazio calmo?”, infatti, ben
l’83% (n=34) ha affermato di non avere la minima idea di cosa si tratti, contro
una esigua percentuale del 17% (n=7) che sostiene di esserne a conoscenza.
All’interno dei soggetti che hanno riportato di averne precedentemente
sentito parlare solo il 10% (n=4) ritiene che le loro conoscenze in merito allo
spazio calmo corrispondano molto alla definizione fornita dalla normativa,
successivamente presentata durante lo svolgimento del questionario.
Un’altra considerazione significativa è emersa in seguito alla domanda “in
quali di questi luoghi è possibile trovare, normalmente, uno spazio calmo?”,
volta a indagare dove effettivamente gli utenti si aspetterebbero di trovare
ubicato questo dispositivo. Le risposte si sono elencate di seguito:
Sul pianerottolo
(n=1)
8%
Nell’atrio della scala di ingresso
(n=4)
33%
In una stanza lungo un corridoio
(n=4)
33%
Su un balcone/terrazzo
(n=2)
17%
Altro
(n=1)
8%
La maggior parte degli intervistati, in accordo con le teorie sul comportamento
umano in emergenza, si aspetterebbe lo spazio calmo in un ambiente lungo
il percorso a ritroso (“nell’atrio della scala di ingresso” o “in una stanza lungo
un corridoio”). Interessante notare, invece, come pochissimi utenti 8% (n=1)
ritengano che lo spazio calmo potrebbe essere collocato all’interno di una
via di fuga (come spesso, invece, avviene) come il pianerottolo di una scala di
emergenza o un terrazzo. Per quanto riguarda, invece, la conoscenza a livello
generale sulle procedure da seguire in caso di emergenza, i soggetti che hanno
affermato di aver sentito precedentemente parlare di spazio calmo 17% (n=7)
hanno affermato, come avvenuto precedentemente nel caso dell’indagine
rivolta ai dipendenti INAIL, di aver ricevuto informazioni dal responsabile del
servizio di prevenzione e protezione dell’edificio.
Vista la scarsa conoscenza in merito all’effettiva ubicazione degli spazi calmi, si
è ritenuto importante procedere con una domanda per sondare quali possano
essere gli elementi di comunicatività ambientale in grado di permettere una
facile riconoscibilità dello spazio calmo. Le risposte sono pervenute come
segue:
Apposita segnaletica visiva
(n=10)
67%
Apposito utilizzo del colore
(n=2)
13%
Apposita segnaletica sonora
(n=3)
20%
Altro
(n=0)
0%
Dall’analisi delle risposte appare evidente come la maggior parte degli utenti
67% (n=10) affidi a una corretta segnaletica visiva la funzione di identificare
inequivocabilmente la presenza dello spazio calmo. Risulta quindi evidente
l’importanza di opportuno utilizzo di apposita segnaletica recante il simbolo
internazionale di accessibilità, in grado di comunicarne chiaramente la
funzione. Recenti studi, effettuati in ambiente di realtà virtuale, hanno
confermato che l’applicazione di una corretta segnaletica sia in grado di
implementare l’individuazione degli spazi calmi all’interno degli edifici7.
Fiducia nell’utilizzo dello spazio calmo e relative preoccupazioni
In merito alla disponibilità dei soggetti a permanere all’interno dello spazio
calmo, pur non sapendo precisamente quando è previsto l’arrivo dei soccorsi,
la maggior parte dei soggetti ritiene che si sentirebbe pronta a utilizzarlo. Il
28% (n=11) afferma “Sì, sicuramente lo utilizzerei” insieme un sostenuto 40%
(n=16) che ritiene di poterlo utilizzare “con molta probabilità”.
L’elevata fiducia affidata dagli utenti allo spazio calmo potrebbe, però, essere
facilmente disattesa qualora si verificassero degli elementi in grado di ridurne
le aspettative. Anche in questo caso risulta di fondamentale importanza
che lo spazio calmo venga realizzato in modo da non disattenderne le
7. E. Carattin, E. Labate, C. Meneghetti, F. Pazzaglia, V. Tatano,
Human Wayfinding Abilities to Reach an Area of Refuge in a Virtual
Environment, in Proceedings of the 5th International Symposium on
Human Behavior in Fire 2012, London, Interscience Comms, 2012.
78
79
Elemento
Livello di preoccupazione
Per nulla
Mancanza di informazioni su ciò che
Abbastanza
Molto
Estremamente
3% (n=1)
38% (n=15)
33% (n=13)
28% (n=11)
18% (n=7)
38% (n=15)
21% (n=8)
32% (n=9)
5% (n=2)
20% (n=8)
40% (n=16)
35% (n=14)
Essere da soli
18% (n=7)
18% (n=7)
23% (n=9)
43% (n=17)
Mancanza di adeguata illuminazione
8% (n=3)
46% (n=18)
26% (n=10)
21% (n=8)
Che lo spazio calmo non possa essere al
10% (n=4)
30% (n=12)
33% (n=13)
28% (n=11)
5% (n=2)
26% (n=10)
26% (n=10)
44% (n=17)
accade dopo
Mancanza di informazioni su chi ci
assisterebbe
Mancanza di informazioni sui tempi
di attesa prima dell’arrivo dei
soccorsi
sicuro dal fuoco
Essere dimenticati lì
aspettative. Anche in questo caso, si è proceduto con l’analisi degli elementi
che potrebbero comprometterne la fiducia nell’utilizzo e il relativo livello di
preoccupazione (tabella 3).
Anche all’interno dei soggetti affetti da disabilità si conferma che i fattori che
sono in grado di creare maggiore disagio durante la permanenza all’interno
dello spazio calmo sono relativi alla “mancanza di informazioni sui tempi di
attesa prima dell’arrivo dei soccorsi” ma, soprattutto, “essere dimenticati lì”. In
aggiunta, un altro elemento che è stato ritenuto molto importante è la paura
di “essere soli”. Questo dato sembra confermare l’importanza di assicurare alle
persone affette da disabilità la presenza di un accompagnatore che li possa
guidare, e soprattutto individuare, durante la permanenza all’interno dello
spazio calmo.
Anche in questa sede si è proceduto, nel sondaggio, con l’individuazione
degli elementi che potenzialmente si potrebbero ritenere in grado di ridurre il
disagio nella permanenza nello spazio calmo (tabella 4) da parte dell’utenza
affetta da disabilità. Si ritiene, in ogni caso, che l’efficacia di tali soluzioni
andrebbe declinata secondo le specifiche situazioni e comprovata da
evidenza sperimentale.
Gli elementi che risultano maggiormente preposti (in questa sede si
considerano, come livelli di riferimento, “estremamente” e “molto”) a ridurre
il disagio nei confronti dell’utilizzo dello spazio calmo da parte degli utenti
affetti da disabilità motoria, sembrano essere:
ȗ Un sistema di comunicazione verso l’esterno (93%)
ȗ Presenza di un sistema per segnalare la propria presenza all’interno (90%)
ȗ Informazioni su quanto tempo può fornire protezione lo spazio calmo (85%)
ȗ Informazioni sul tempo di attesa prima dell’arrivo dei soccorritori (83%)
Tabella 3
Elementi che potrebbero compromettere
la fiducia nell’utilizzo dello spazio calmo.
Risposte degli utenti affetti da disabilità
motoria
Tabella 4
Elementi che potrebbero ridurre il disagio
durante la permanenza dello spazio calmo.
Risposte degli utenti affetti da disabilità
motoria
80
Conclusioni e sviluppi futuri
Dall’analisi della normativa, e della letteratura nazionale e internazionale, è
emerso che sono presenti ancora molte lacune in merito alla definizione di
modalità corrette, e funzionali, per la progettazione dello spazio calmo.
81
Le conseguenze dell’inadeguatezza della normativa, hanno causato la
realizzazione di spazi calmi che risultano essere del tutto non funzionali
rispetto alla permanenza, in condizione di fiducia e sicurezza, al loro interno.
Tale carenza progettuale trova spesso conferma all’interno degli spazi
calmi attualmente realizzati in cui sono emerse notevoli criticità, relative
principalmente a:
ȗ Inadeguatezza dello spazio di manovra della carrozzina;
ȗ Mancanza/inadeguatezza dei sistemi di segnaletica;
ȗ Mancanza di sistemi di comunicazione con l’esterno;
ȗ Scarso livello di accessibilità, fruibilità, comprensibilità e individuazione
delle vie di esodo;
ȗ Scarsa conoscenza di questo dispositivo, da parte degli utenti, dovuta alla
mancanza di esercitazioni all’esodo.
Sulla base di queste premesse, l’indagine sul livello di conoscenza dello
spazio calmo da parte dell’utenza finale ha permesso di supportare con i
dati un aspetto molto importante: la maggior parte degli utenti affetti da
disabilità, contrariamente a quello che si potrebbe pensare e che si dà per
scontato tramite la semplice applicazione della normativa al progetto, risulta
non essere a conoscenza della presenza e funzione di tale dispositivo. L’83%
dei soggetti intervistati ha, infatti, affermato di essere completamente ignaro
della presenza di un tale ambiente all’interno degli edifici pluripiano e che, di
conseguenza, potrebbe non trovarlo o utilizzarlo nella situazione di una reale
emergenza.
Inoltre, le aspettative progettuali che i soggetti hanno dichiarato, in merito agli
elementi che potrebbero rendere confortevole la loro permanenza all’interno,
non vengono spesso riscontrate all’interno degli spazi calmi attualmente
realizzati, rendendone potenzialmente vano l’utilizzo in caso di una reale
emergenza.
In merito alla disponibilità, dei soggetti, di sostare in attesa all’interno dello
spazio calmo pur non sapendo precisamente quando è previsto l’arrivo dei
soccorsi, la maggior parte di essi, sia appartenenti al personale lavoratore che
appartenenti a categorie affette da disabilità, ritiene che si sentirebbe pronta
82
a utilizzarlo. L’elevata fiducia affidata dagli utenti allo spazio calmo potrebbe,
però, essere facilmente disattesa qualora si verificassero degli elementi in
grado di ridurre le aspettative di comfort e sicurezza.
Risulta quindi essere di importanza strategica, per il progetto, la conoscenza
dei meccanismi che regolano i processi percettivo-sensoriali e, più che altro,
la prefigurazione di possibili soluzioni atte a favorire una ottimale interazione
dell’individuo con lo spazio delle architetture vissute.
A progettisti e gestori viene quindi chiesto un contributo individuale
che va ben oltre la mera applicazione normativa, in direzione di definire
caratteristiche ambientali che, in continua interazione con le persone, siano
in grado di garantire un efficiente flusso delle stesse oltre alle prestazioni di
sicurezza.
Lo spazio calmo dovrebbe essere facilmente individuabile all’interno di un
sistema di percorsi di esodo facilmente identificabile tramite apposita e
adeguata segnaletica e, possibilmente, essere collocato in prossimità dei vani
ascensori, dal momento che questi elementi rappresentano i percorsi abituali
effettuati dalle persone affette da disabilità motoria. Una tale soluzione
potrebbe, inoltre, permettere autonomia nell’esodo qualora l’ascensore
fosse del tipo antincendio e/o facilitare l’individuazione dell’ubicazione della
persona disabile da parte del personale lavoratore che si appresta a fornire
soccorso.
Ringraziamenti
Si ringrazia la professoressa Valeria Tatano, responsabile scientifico del
progetto di ricerca, per le considerazioni elaborate assieme durante l’anno di
lavoro.
83
Rischio e probabilità in campo medico
Comunicazione e interpretazione dei risultati
Stefania Pighin
84
In campo medico, uno dei più importanti diritti del paziente è quello
di ricevere tutte le informazioni necessarie per prendere una decisione
consapevole. La comunicazione e la comprensione dei rischi associati alle
terapie da intraprendere e ai possibili test diagnostici tra i quali scegliere
rappresentano, quindi, un aspetto cruciale della comunicazione medicopaziente.
La presente ricerca mira ad investigare la capacità di comprensione e di
valutazione dei risultati dei test clinici da parte dei pazienti e ad individuare
metodi idonei per migliorare tali capacità. A tale scopo abbiamo condotto
uno studio sperimentale su di un campione di donne incinte e quindi
personalmente interessate alla comprensione degli esiti di un test clinico
(diagnostico o di screening). I risultati ottenuti dimostrano che è possibile
migliorare la comprensione, da parte di persone non esperte, dell’esito
positivo di un test e, più in generale, la capacità di risolvere compiti che
richiedono una valutazione di probabilità a posteriori.
La comunicazione del rischio nella pratica medica
La comunicazione del rischio è un elemento imprescindibile della pratica
medica attuale. La routine clinica prevede, infatti, di fornire ai pazienti
informazioni tecnico-scientifiche finalizzate ad aiutarli ad accettare, evitare
o ridurre qualsiasi tipo di rischio relativo alla salute. I pazienti ricevono dati
relativi all’incidenza o alla gravità di alcune patologie, informazioni su terapie
alternative con differenti compromessi tra rischi e benefici, informazioni sul
rischio individuale, ecc.
Sebbene oggi possa sembrare cosa scontata, la comunicazione del rischio
in ambito medico è una pratica relativamente recente. Solo negli ultimi
30 anni, si è passati da un modello di medicina ‘centrato sul medico’, in
cui il paziente aveva il ruolo passivo di portatore di un insieme di sintomi
che il medico doveva correttamente identificare, classificare in malattia e
risolvere, ad un modello ‘centrato sul paziente’, in cui la collaborazione del
paziente è necessaria, non solo nel sottoporsi ad analisi e cure fisiche, ma
85
nella definizione stessa del problema e nella scelta di eventuali soluzioni1. Il
paziente è divenuto detentore ultimo della propria salute e, quindi, gli deve
essere data la possibilità di scegliere, in maniera consapevole, a quali analisi o
a quali trattamenti sottoporsi. Per questo motivo, i professionisti che lavorano
in campo medico hanno il dovere di assicurarsi che ogni scelta del paziente
sia attiva e consapevole e che si attui un vero consenso informato sulle
pratiche e sui rischi medici2.
Il coinvolgimento del paziente nel processo decisionale necessita, quindi,
di una comunicazione efficace dei rischi sanitari. Sebbene non vi sia
pieno consenso su cosa s’intenda per comunicazione efficace del rischio,
vi è accordo sul fatto che una decisione condivisa tra medico e paziente
preveda necessariamente una buona comprensione degli aspetti legati
ai concetti di incertezza e probabilità. Uno degli scogli maggiori che
incontra la comunicazione del rischio in ambito medico riguarda, infatti, la
comunicazione dell’incertezza relativa ai risultati di un test o di un’analisi
medica e la loro interpretazione. La ricerca in psicologia ha mostrato come
le persone non esperte (come, ad esempio, i pazienti) non siano in grado di
formulare giudizi corretti e di trarre inferenze valide quando devono ragionare
su eventi incerti3. In condizioni di incertezza, infatti, le persone non esperte
sembrerebbero affidarsi a semplici strategie di pensiero per formulare i
loro giudizi, non essendo capaci di mettere in atto calcoli e valutazioni di
probabilità corretti. Tali euristiche, o scorciatoie mentali, sono basate spesso
sulle informazioni più facilmente recuperabili dalla memoria o su quelle più
salienti. In alcuni casi, le euristiche si rivelano efficaci sostituti di procedure
ottimali. In altri casi, però, possono portare le persone a commettere
sistematici errori di giudizio.
Consideriamo un caso concreto. Un paziente si sottopone ad un test
diagnostico e l’esito del test indica la presenza di una patologia. Il paziente
sarà in grado di valutare correttamente qual è la probabilità di avere
realmente la patologia in questione? Per rispondere dobbiamo considerare
alcune concezioni comuni circa il valore predittivo di un risultato clinico e
alcuni limiti del ragionamento probabilistico delle persone non esperte.
In primo luogo, secondo una concezione comune i test diagnostici sono
infallibili, cioè test che non prevedono errori4. Idealmente, un test dovrebbe
essere affidabile al 100%, ovvero offrire sempre lo stesso risultato nel corso
di misurazioni ripetute, e valido al 100%, ovvero distinguere perfettamente
i soggetti sani da quelli malati in una data popolazione. Purtroppo, nella
pratica medica la realtà è differente. Di fatto, gli esiti dei test medici (ma non
solo) si basano su valori di cut-off: valori soglia assunti dalla variabile misurata
nel test, al di sopra del quale il test viene definito positivo e al di sotto del
quale il test si definisce negativo. In un test ideale, dato un certo valore di
cut-off, tutti i soggetti sani risultano negativi al test e tutti i soggetti malati
positivi al test. In un test reale, invece, una popolazione sottoposta ad un test
si distribuisce sempre realizzando un certo livello di sovrapposizione fra la
sottopopolazione dei sani e quella dei malati (figura 1).
Tale sovrapposizione determina le capacità predittive (sensibilità e specificità)
e gli errori del test (falsi positivi e falsi negativi). La sensibilità è determinata
dal numero di soggetti malati classificati come tali dal test; la specificità è
determinata dal numero di soggetti sani classificati come tali dal test. I falsi
positivi rappresentano i casi di soggetti sani che vengono erroneamente
classificati come malati dal test e i falsi negativi rappresentano i casi di
soggetti malati che vengono erroneamente classificati come sani dal test.
L’erronea concezione secondo cui i test medici sarebbero infallibili sembra
avvalorata dal fatto che nei moderni esami clinici i valori di sensibilità e di
specificità sono molto alti, mentre i tassi di falsi positivi e falsi negativi sono
molto bassi. Nell’ambito della diagnosi prenatale, ad esempio, l’analisi del
1. E. A. Moja, E. Vegni, La visita medica centrata sul paziente,
Milano, Cortina, 2000.
2. A. Santuososso, Il consenso informato. Tra giustificazioni per il
medico e diritto del paziente, Milano, Cortina, 1996.
3. D. Kahneman, P. Slovic, A. Tversky, Judgment under uncertainty:
Heuristics and biases. Cambridge (UK), Cambridge University
Press, 1982; T. Gilovich, D. Griffin, D. Kahneman, Heuristcs and
biases. The psychology of intuitive judgment. Cambridge (UK),
Cambridge University Press, 2002.
86
4. G. Gigerenzer, Quando i numeri ingannano [2002], Milano,
Cortina, 2003.
87
7HVWLGHDOH
PDODWL
VDQL
&XWWRII
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91
93
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2
1
Classificazione in sani e malati dei membri
di una data popolazione, in un test ideale e
in un test reale
2
Dati relativi all’accuratezza dell’esame del
DNA fetale forniti dal sito www.prenatalsafe.
it, relativi al Genoma – Molecular Genetics
Laboratory
88
$QHXSORLGLHUDUHGDWLGLVSRQLELOLOLPLWDWL
'HWHUPLQD]LRQH
GHOVHVVR;;
'HWHUPLQD]LRQH
GHOVHVVR;<
DNA fetale5, una tecnica innovativa non invasiva che permette di valutare
la presenza delle principali anomalie cromosomiche attraverso l’analisi del
DNA del feto libero circolante nel sangue materno, garantisce una sensibilità
superiore al 99% e una specificità superiore al 99,9% (figura 2). Per quanto
riguarda la Trisomia 21 (Sindrome di Down), ad esempio, questo test individua
correttamente la presenza di un’anomalia nel 99.9% dei casi. Ciò non implica,
però, che un esito positivo del test garantisca la presenza della Trisomia 21
nel feto. Per arrivare a stabilire se l’esito positivo del test indica realmente la
presenza dell’anomalia cromosomica, infatti, non è sufficiente considerare
il suo elevato tasso di specificità (99,9%) ma anche la probabilità di un falso
positivo (che nel caso specifico è dello 0,1%) e la prevalenza dell’anomalia
nella popolazione di riferimento (ovvero la proporzione di individui di una
popolazione che, in un dato momento, presentano la patologia).
In secondo luogo, va osservato che, anche quando tutte le informazioni
rilevanti sono disponibili (come nell’esempio del DNA fetale in cui prevalenza
della malattia, sensibilità, specificità, tassi di falsi positivi e di falsi negativi
sono riportati in modo esaustivo), le persone comuni non sembrano in
grado di interpretare correttamente l’esito positivo di un test diagnostico,
non sapendo come gestire opportunamente tali informazioni. Tale difficoltà
sembra emergere soprattutto quando le persone devono ragionare su una
specifica classe di enunciati probabilistici, come ad esempio: “Se il paziente
ha la patologia, la probabilità di risultare positivo al test è dell’80%”. Tale
tipo di enunciato di probabilità sul caso singolo, in cui i valori numerici sono
espressi in percentuali, risulta di difficile comprensione sia per i pazienti,
sia per i medici, che si rivelano incapaci di calcolare la probabilità che una
persona sia davvero affetta da una data patologia dato l’esito positivo di un
test6. I medici si dimostrano però in grado di effettuare valutazioni corrette
5. G. E. Palomaki, C. Deciu, E. M. Kloza, G. M. Lambert-Messerlian,
J. E. Haddow, L. M. Neveux, D. van den Boom, A. T. Bombard, W.
W. Grody, S. F. Nelson, J. A. Canick, DNA sequencing of maternal
plasma reliably identifies trisomy 18 and trisomy 13 as well as Down
syndrome: an international collaborative study, «Genetic Medicine»
14(2012), 296–305.
6. W. Casscells, A. Schoenberger, T. Grayboys, Interpretation by
physicians of clinical laboratory results, «New England Journal of
Medicine» 299(1978), 999–1000.
89
quando, invece di ragionare su informazioni sul caso singolo presentate
in termini di percentuali, viene loro chiesto di ragionare su enunciati che
esprimono frequenze naturali, come ad esempio “Tra 20 persone che hanno
la patologia, 16 risultano positive al test”. Il vantaggio fornito dall’utilizzo
di enunciati che esprimono frequenze naturali rispetto a enunciati che
esprimono probabilità sotto forma di percentuali è stato ampiamente
studiato e confermato nella letteratura medica7. Di conseguenza, le maggiori
istituzioni sanitarie internazionali hanno promosso l’utilizzo delle frequenze
naturali nella comunicazione del rischio medico-paziente8. Il loro utilizzo,
però, presenta due maggiori problemi. Da un lato, esse non sembrano essere
di alcun aiuto per i pazienti che, a differenza dei medici, si rivelano incapaci
di effettuare valutazioni di probabilità corrette anche quando devono
ragionare su frequenze di osservazioni9. Dall’altro lato, anche assumendo
che le frequenze naturali possano essere d’aiuto per i pazienti, l’utilità delle
predizioni che ne derivano sembra discutibile: per i singoli pazienti, infatti, è
ragionevole ritenere che l’essenziale sia la valutazione del loro caso singolo
(“Qual è la probabilità che, dato l’esito positivo del test, io abbia realmente
la malattia?”) e non le predizioni su un campione di individui prodotte dalle
frequenze naturali (“Tra X persone che, come me, risulteranno positive al test,
7. U. Hoffrage, G. Gigerezer, Using natural frequencies to improve
diagnostic inferences, «Academic Medicine» 73(1998), pp. 538–40.
R. Bramwell, H. West, P. Salmon, Health professionals’ and service
users’ interpretation of screening test results: experimental study,
«British Medical Journal» 333(2006), 284–286.
8. E. A. Akl, A. D. Oxman, J. Herrin, G. E. Vist, I. Terrenato, F. Sperati,
C. Costiniuk, D. Blank, H. Schuenemann, Using alternative
statistical formats for presenting risks and risk reductions,
«Cochrane Database of Systematic Review» 4(2011), CD006776.
G. Elwyn, A. O’Connor, D. Stacey, R. Volk, A. Edwards, A. Coulter, R.
Thomson, A. Barrat, M. Barry, S. Bernstein, P. Butow, A. Clarke, V.
Entwistle, D. Feldman-Stewart, M. Holmes-Rovner, H. LlewellynThomas, N. Moumjid, A. Mulley, C. Ruland, K. Sepucha, A. Sykes,
T. Whelan, International Patient Decision Aids Standards (IPDAS)
Collaboration. Developing a quality criteria framework for patient
decision aids: online international Delphi consensus process,
«British Medical Journal», 333(2006), 417.
9. R. Bramwell, H. West, P. Salmon, Health professionals’ and
service users’ interpretation of screening test results: experimental
study, cit., p.3.
90
ce ne saranno Y che avranno realmente la malattia”).
Al fine di favorire un vero consenso informato, resta quindi aperto un punto
cruciale, ovvero come aiutare i pazienti ad interpretare correttamente i risultati
di un test o di un’analisi medica. La presente ricerca mira ad investigare la
capacità di comprensione e di valutazione dei risultati dei test clinici da parte
dei pazienti e ad individuare metodi idonei per migliorare tali capacità.
La ricerca: migliorare l’interpretazione dei risultati dei test medici
Come indicato, l’utilizzo d’informazioni probabilistiche sul caso singolo
presentate in termini percentuali ostacola l’interpretazione dei risultati dei test
medici sia per i professionisti sanitari, sia per i pazienti. Sebbene le maggiori
organizzazioni mondiali abbiano promosso l’uso delle frequenze naturali
nella comunicazione medica al fine di superare tale difficoltà, l’utilizzo delle
frequenze naturali è di dubbia utilità: i pazienti si rivelano comunque incapaci
di effettuare valutazioni di probabilità corrette anche quando le informazioni
sono fornite in numero di osservazioni10 e l’utilità delle predizioni che ne
derivano è quantomeno discutibile, essendo i pazienti interessati al loro caso
singolo e non alle predizioni su un campione di individui.
Un approccio alternativo, supportato da solide evidenze sperimentali,
suggerisce che anche le persone non esperte possiedano intuizioni corrette,
seppur elementari, di probabilità11. Secondo tale approccio, che prende
il nome di “ragionamento estensionale”, le persone non esperte sono in
grado di stimare correttamente una probabilità, non applicando regole
formali di calcolo, ma sulla base della semplice enumerazione di possibilità.
Per comprendere tale concetto può risultare utile un semplice esempio.
Immaginiamo di aver lanciato un dado a 6 facce, senza mostrarne il risultato.
Qual è la probabilità che sia uscito un numero pari? Anche senza conoscere
10. R. Bramwell, H. West, P. Salmon, Health professionals’ and
service users’ interpretation of screening test results: experimental
study, cit., p.3.
11. V. Girotto, M. Gonzalez, Solving probabilistic and statistical
problems: a matter of information structure and question form,
«Cognition», 78(2001), 247–76.
P. N. Johnson-Laird, P. Legrenzi, V. Girotto, M. Sonino Legrenzi,
J. P. Caverni, J.P., Naive probability: A mental model theory of
extensional reasoning, «Psychological Review» 106(1999), 62-88.
91
le regole del calcolo probabilistico è possibile rispondere a questa domanda
considerando ed enumerando le diverse possibilità: ci sono 3 possibilità di
aver ottenuto un numero pari (ovvero, 2, 4 e 6) e 3 possibilità di aver ottenuto
un numero dispari (ovvero, 1, 3 e 5). La probabilità che sia uscito un numero
pari è quindi di 3 su 6, ovvero del 50%. La rappresentazione mentale delle
possibilità ci permette di effettuare una stima di probabilità corretta, anche
senza utilizzare formule di calcolo. Esprimere i valori di probabilità sotto
forma di possibilità (in numeri interi, non in percentuali) e stimare le rispettive
possibilità delle due ipotesi in competizione (nell’esempio del dado, “il
numero uscito è pari” vs. “il numero uscito è dispari”), quindi, sembra facilitare
il ragionamento probabilistico, portando anche le persone non esperte a
formulare giudizi corretti.
È plausibile ipotizzare che anche i pazienti possano trarre beneficio da tali
strategie di ragionamento estensionale al fine di interpretare correttamente
i risultati di un test medico. È infatti sensato pensare che per i pazienti sia
più facile ragionare su numeri interi, come il numero di casi o di chances,
piuttosto che ragionare su delle percentuali12. Allo stesso modo, è sensato
pensare che sia per loro più facile enumerare il numero di casi a favore e
contro l’ipotesi della presenza della malattia in caso di un esito positivo del
test, piuttosto che calcolare la probabilità assoluta che l’esito positivo del test
indichi la presenza della malattia. L’obiettivo principale della presente ricerca
è quindi quello di investigare i vantaggi che derivano dall’utilizzo dei principi
del ragionamento estensionale13 nella comprensione e nell’interpretazione dei
risultati dei test medici da parte dei pazienti.
Metodo
Gli utenti di un sito pediatrico italiano (www.gravidanzaonline.it) sono stati
invitati a prendere parte alla ricerca rispondendo ad un questionario online.
L’invito a partecipare è stato inviato ai 50.000 utenti registrati al sito. Attraverso
12. V. Girotto, M. Gonzalez, Solving probabilistic and statistical
problems: a matter of information structure and question form, cit.,
p. 4.
13. P. N. Johnson-Laird, P. Legrenzi, V. Girotto, M. Sonino Legrenzi,
J. P. Caverni, J.P., Naive probability: A mental model theory of
extensional reasoning, cit., p. 4.
92
una newsletter, gli utenti ricevevano un link dal quale accedere al questionario
online. Il questionario era anonimo e i partecipanti venivano informati
del fatto che avrebbero potuto interrompere il questionario in qualunque
momento nel caso in cui avessero ritenuto le domande poste stressanti o
fonte di ansia. Lo studio è stato condotto in conformità con gli standard etici
della American Psychological Association (vedi: http://www.apa.org/ethics/
code/index.aspx?item=10#).
Trecento e ventidue partecipanti hanno completato il questionario. Diciassette
partecipanti (5,2%) sono stati esclusi dalle analisi perché non hanno ricevuto
il questionario completo a causa di un errore di programmazione, e 3 (0,9%)
perché hanno fornito risposte incomplete. Cinquantasei partecipanti sono
stati esclusi per motivi biografici: 24 uomini, 13 individui che non hanno
dichiarato il loro sesso o il loro status genitoriale o la gravidanza, 19 donne
la cui gravidanza risaliva a più di 3 anni prima della compilazione del
questionario. Il campione finale è di 246 donne plausibilmente interessate ai
test di diagnosi prenatale: 120 donne in stato di gravidanza (età media, 31,8
anni; tempo medio di gravidanza, 18,8 settimane), 75 donne che sono state
incinte durante gli ultimi 3 anni (età media, 33,9 anni) e 51 donne non incinte
ma interessate al tema (età media, 30,2 anni).
Alle partecipanti veniva chiesto di leggere uno scenario, i cui valori
corrispondono ai valori di accuratezza dell’analisi del DNA fetale14 e di
rispondere ad una domanda distributiva (1) e ad una domanda assoluta (2):
“Ogni singolo feto può essere considerato come uno tra tanti casi possibili.
Dati 1000 casi, un singolo feto può essere uno dei 5 casi in cui è presente
un’anomalia cromosomica (es. sindrome di Down) oppure uno dei 995 casi in
cui non è presente un’anomalia cromosomica.
La presenza di un’anomalia è indicata da alcuni segni. Esiste un test prenatale
per identificarli.
Tutti i 5 casi che presentano un’anomalia mostrano questi segni.
Tuttavia, anche 2 dei 995 casi in cui non è presente un’anomalia mostrano
questi segni.
14. G. E. Palomaki, C. Deciu, E. M. Kloza, G. M. Lambert-Messerlian,
J. E. Haddow, L. M. Neveux, D. van den Boom, A. T. Bombard, W.
W. Grody, S. F. Nelson, J. A. Canick, DNA sequencing of maternal
plasma reliably identifies trisomy 18 and trisomy 13 as well as Down
syndrome: an international collaborative study, cit., p. 6.
93
Domande
1.
%
Risposte corrette
Immagini di lanciare 1000 volte un dado con sei facce non truccato. Facendo 1000 lanci, quante volte il dado
66.3
dovrebbe dare come esito un numero pari (2, 4, 6)?
|________|
2.
In una determinata lotteria le probabilità di vincere un premio di €10 sono pari all’ 1%. Secondo te quante
76.0
persone potrebbero vincere €10 se 1000 persone comprano un singolo biglietto della lotteria a testa?
|________|
3.
In un concorso “gratta e vinci” la probabilità di vincere una macchina è pari a 1 su 1000. Qual è la percentuale di
67.5
biglietti “gratta e vinci” con cui si vince una macchina? |_________| %
4.
Quale dei seguenti numeri rappresenta la probabilità più alta?
75.2
☐ 1 su 100
☐ 1 su 1000
☐ 1 su 10
5.
Quale dei seguenti numeri rappresenta la probabilità più alta?
77.6
☐ 1%
☐ 10%
☐ 5%
6.
Il rischio della persona A di contrarre una malattia nei prossimi 10 anni è pari all’ 1%, e quello della persona B è
95.5
il doppio di quello della persona A; qual è il rischio della persona B di contrarre una malattia? |_________| %
7.
Il rischio della persona A di contrarre una malattia nei prossimi 10 anni è pari a 1 su 100, e quello della persona
96.7
B è il doppio di quello della persona A; qual è il rischio della persona B di contrarre una malattia? |_________|
su |__________|
8.
Se la probabilità di contrarre una malattia è pari al 10%, quante persone in un campione di 100 ci si deve
98.4
attendere che contrarranno la malattia? |__________|
9.
Se la probabilità di contrarre una malattia è pari al 10%, quante persone in un campione di 1000 ci si deve
87.8
attendere che contrarranno la malattia? |__________|
10.
La probabilità di contrarre una malattia è pari a 20 su 100; quindi ci si deve attendere una probabilità pari al
85.0
|__________| % di contrarre la malattia.
Immagini che Emma, una donna incinta, si sottoponga al test e che il test
identifichi i segni di anomalia.
(1) Ciò significa che il feto di Emma è uno dei _______ casi che mostrano
i segni di anomalia e in cui un’anomalia è effettivamente presente,
oppure uno dei ________ casi che mostrano i segni di anomalia ma in cui
l’anomalia non è presente.
(2) Quindi, dato che il test indica i segni di una anomalia, la probabilità che
il feto di Emma sia effettivamente affetto da un’anomalia è ____ di _____.”
Al termine di questo compito, le partecipanti dovevano completare una scala
di numeracy15 composta da 11 domande che mirano a misurare le capacità
individuali di trattare numeri e probabilità. Le domande della scala e la
percentuale di risposte corrette ad ogni domanda sono riportate nella
Tabella 1.
Risultati
Le risposte corrette erano “5 vs. 2’’ alla domanda distributiva e “5 su 7’’
(ovvero 71.43%) alla domanda assoluta. Sono state considerate corrette le
risposte comprese nell’intervallo 71,5% ±2%. Per confrontare le due risposte,
le risposte alla domanda distributiva nel formato “A vs. non-A” sono state
convertite nel formato “A/(A + non-A)’’, che fornisce il peso relativo dell’ipotesi
che il feto abbia un’anomalia. I risultati sono riportati nella Tabella 2.
Status
Domanda Distributiva
Domanda Assoluta
Incinte (n = 121)
79
19
Non-incinte (n = 125)
84
14
81.7
16.7
Tutte le partecipanti (n = 246)
Tabella 2. Percentuali di risposte corrette in base allo status delle partecipanti
11.
La probabilità di contrarre un’infezione virale è 0,0005. Su 10.000 persone quante ci si deve attendere che
contrarranno l’infezione? |__________|
Tabella 1.
Le 11 domande della scala di numeracy
(Lipkus et al., 2001) e percentuale di
risposte corrette
94
54.4
Come si può osservare, le partecipanti hanno fornito più risposte corrette
alla domanda distributiva che alla domanda assoluta (differenza, 65 punti
percentuali [CI, 59-71], P < 0,001). È, inoltre, emerso un disaccordo tra le due
risposte alla domanda distributiva e alla domanda assoluta: mentre nei
15. I. Lipkus, G. Samsa, B. Rimer, General performance on a
numeracy scale among highly educated samples. “Medical
Decision Making” 21(2001), 37-44.
95
giudizi distributivi l’84,1% delle partecipanti ha assegnato correttamente una
probabilità superiore al 50% all’ipotesi che l’anomalia sia presente, nei giudizi
assoluti solo il 20,7% delle partecipanti ha assegnato correttamente a tale
ipotesi una probabilità superiore al 50% (differenza, 63,4 punti percentuali
[CI, 59-70], P < 0,001). A differenza dello stato di gravidanza (si veda Tabella 1),
il livello di numeracy sembra influenzare le prestazioni dei partecipanti: due
regressioni logistiche hanno mostrato che il punteggio individuale ottenuto
nella scala di numeracy contribuisce significativamente (P < 0,001) a predire
la correttezza della risposta alla domanda assoluta (OR = 1,77; CI, 1,34 – 2,34).
Al contrario, non è stato evidenziato alcun effetto significativo del punteggio
individuale alla scala di numeracy nel predire la correttezza della risposta alla
domanda distributiva (P = 0,105).
Conclusioni
Lo scopo della presente ricerca era quello di testare gli effetti di una strategia
di ragionamento estensionale sulla capacità dei pazienti di interpretare i
risultati di un test medico. Come precedentemente riportato16, la maggior
parte dei partecipanti ha fallito nel valutare la probabilità che l’esito positivo
del test indichi la presenza dell’anomalia (valutazione assoluta). Tuttavia,
per la prima volta, è stato dimostrato che le partecipanti sono in grado di
effettuare una corretta valutazione distributiva. I risultati mostrano, infatti,
che un campione significativo di donne interessate alla diagnosi prenatale
sbaglia nel valutare la probabilità che un determinato feto abbia un’anomalia
cromosomica dato l’esito positivo di un test, ma che, a prescindere dal livello
di conoscenze matematiche, è in grado di ripartire correttamente i casi a
favore e contro l’ipotesi della presenza dell’anomalia.
La domanda distributiva investigata nella presente ricerca chiede alle
16. W. Casscells, A. Schoenberger, T. Grayboys, Interpretation by
physicians of clinical laboratory results, cit., p. 3.
U. Hoffrage, G. Gigerezer, Using natural frequencies to improve
diagnostic inferences, cit., p. 3.
R. Bramwell, H. West, P. Salmon, Health professionals’ and service
users’ interpretation of screening test results: experimental study,
cit., p.3.
V. Girotto, M. Gonzalez, Solving probabilistic and statistical
problems: a matter of information structure and question form, cit.,
p. 4.
96
partecipanti di valutare i casi “test positivo & anomalia” e i casi “test positivo
& no-anomalia”. Per rispondere correttamente, le partecipanti non hanno
bisogno di effettuare alcun calcolo, ma devono semplicemente usare i dati
relativi alla specificità (5 casi) e al tasso di falsi positivi (2 casi) come termini
del giudizio richiesto (ovvero, 5 vs. 2). Per rispondere correttamente alla
domanda assoluta, invece, le partecipanti devono calcolare il rapporto tra
i casi “test positivo & anomalia” e i casi “test positivo”. Come si è visto, esse
sbagliano a compiere tale calcolo pur avendo a disposizione i valori rilevanti
(5 e 2). Se le partecipanti avessero semplicemente sbagliato ad esprimere un
giudizio assoluto implicitamente corretto, esse avrebbero dovuto proporre
delle risposte errate che contenevano i due valori corretti (ad esempio, 2/5,
5/2). Risposte di questo tipo però non sono state rilevate. In effetti, la maggior
parte (58%) delle risposte scorrette osservate corrispondeva a “5 su 1000”, cioè
all’incidenza dell’anomalia riportata nello scenario. Questo risultato dimostra,
ancora una volta, che chiedere ai pazienti di calcolare la probabilità che un
esito positivo di un test corrisponda alla presenza della malattia è troppo
gravoso, anche quando le informazioni vengono fornite con numeri interi.
I risultati ottenuti nella presente ricerca mettono in discussione l’idea secondo
cui la comunicazione del rischio ai pazienti debba necessariamente essere
effettuata attraverso l’utilizzo di frequenze naturali17, dimostrando che i
pazienti sono in grado di ragionare correttamente sulla probabilità di un
singolo evento. Non vi è consenso circa il modo in cui gli individui interpretano
gli enunciati che esprimono numeri di casi o di chance. Secondo alcuni
ricercatori, essi sono interpretati come enunciati che esprimono frequenze
17. E. A. Akl, A. D. Oxman, J. Herrin, G. E. Vist, I. Terrenato,
F. Sperati, C. Costiniuk, D. Blank, H. Schuenemann, Using
alternative statistical formats for presenting risks and risk
reductions, cit., p. 3.
G. Elwyn, A. O’Connor, D. Stacey, R. Volk, A. Edwards, A. Coulter, R.
Thomson, A. Barrat, M. Barry, S. Bernstein, P. Butow, A. Clarke, V.
Entwistle, D. Feldman-Stewart, M. Holmes-Rovner, H. LlewellynThomas, N. Moumjid, A. Mulley, C. Ruland, K. Sepucha, A. Sykes,
T. Whelan, International Patient Decision Aids Standards (IPDAS)
Collaboration. Developing a quality criteria framework for patient
decision aids: online international Delphi consensus process, cit.,
p. 3.
97
naturali18; secondo altri, come enunciati che esprimono probabilità19. In
ogni caso, nello scenario proposto nella presente ricerca, le informazioni
si riferiscono ad un singolo individuo e la domanda distributiva riguarda
l’ipotesi che un dato feto abbia o meno l’anomalia. Pertanto, le valutazioni
corrette ottenute nel presente studio non devono essere confuse con quelle
prodotte dai medici negli studi in cui l’informazione viene trasmessa in termini
di frequenze naturali e in cui viene chiesto di effettuare una predizione di
frequenza.
È possibile, perciò, concludere che i pazienti sono in grado di valutare
correttamente i risultati probabilistici di un test medico, se viene loro chiesto
di effettuare una valutazione distributiva. Questo risultato, già ottenuto in
precedenza con campioni di studenti universitari ai quali veniva chiesto di
ragionare su compiti di tipo medico, suggerisce che l’utilizzo dei principi del
ragionamento estensionale può essere efficacemente implementato nella
comunicazione medico-paziente al fine di favorire la comprensione da parte
dei pazienti dei risultati dei test medici.
18. U. Hoffrage, G. Gigerenzer, S. Krauss, L. Martignon,
Representation facilitates reasoning: what natural frequencies are
and what they are not. “Cognition” 84(2002), 343–352.
19. V. Girotto, M. Gonzalez, Chances and frequencies in probabilistic
reasoning. “Cognition” 84(2002), 353–359.
98
99
Viaggio in Italia
Ricostruzione di un viaggio necessario
Irene Guida
Le ipotesi di costruzione del Viaggio in Italia, di cui la ricerca svolta nel
duemila tredici è stata la parte iniziale, sono quelle esplicitate da Paola
Viganò1 che per brevità possono essere riassunte in alcuni enunciati; il
territorio non è un archivio statico determinato una volta e per sempre dalle
infrastrutture e dai dispositivi amministrativi; esso è invece uno spessore i cui
strati sono in movimento; per questo motivo gli scenari di crisi sono utili come
punto di partenza, vanno pensati come cambiamenti, anche se irreversibili.
È possibile nominare, distinguere, raccontare le relazioni reciproche di questi
strati e individuarne i cicli di vita che si sovrappongono, oltre a comprendere
le relazioni di forza fra i soggetti che ne determinano le inerzie e le mutazioni,
alcune delle quali sono irreversibili. In questi due testi in particolare l’autrice
si riferisce alle nozioni di energia grigia, riprendendo le tesi di Carlo Cattaneo,
e di ciclo di vita economico riferendosi alle ipotesi su crescita e squilibrio di
Albert Hirschmann2.
Per rispondere a questo compito non immediato, la mia ricerca è partita da
alcune esperienze pregresse, nate dalla tesi laurea e proseguite altrove in
parte in una ricerca di dottorato e in parte nella pubblicazione di un e-book3;
in quell’occasione l’esperimento era stato di ripetere in un momento di forte
cambiamento, irreversibile, la narrazione di un territorio fatta negli anni
Sessanta del secolo scorso dall’Ilva a proposito della apertura degli allora
nuovi impianti dell’acciaieria di Taranto. Il racconto di allora era fatto di
ritratti e di paesaggi, commissionati ad artisti e scrittori; ripetere l’esperienza
con l’uso semplice di una macchina fotografica e interviste durante un
viaggio in autobus con gli operai in un momento di conclusione del ciclo
di vita produttivo dell’impianto, ha significato anche riflettere al futuro di
territori occupati dai relitti di poli industriali, dei quali anche Marghera è
uno. L’uso della pubblicazione elettronica distribuita attraverso un portale di
1. P. Viganò, Viaggio in Italia, la costruzione di un racconto, in S.
Marini, V. Santangelo (a cura di), Viaggio in Italia, Roma, Aracne
Editrice, 2013, 14-19; P. Viganò, Cicli di vita, energia e riciclo, in
Viaggio in Italia, Roma, Aracne Editrice, 2013, 20-25.
2. A. Hirschman, The Strategy of Economic Development, New
Haven and London, Yale University Press, 1958.
3. I. Guida, L’acciaio tra gli ulivi; Il caso Ilva di Taranto dalle origini a
oggi, Milano, Linkiesta, 2013.
100
101
informazione on-line, Linkiesta.it, è stata anche l’occasione per sperimentare
cosa significhi la costruzione di un pubblico, la divulgazione non pedestre
di una ricerca, sforzandosi di renderla piana, accessibile, utilizzabile.
Dunque lo sforzo è di seguire da un lato una ricerca sulla genealogia della
rappresentazione e della costruzione dello spazio, nei tempi lunghi,4 dall’altro
partire sempre da qui e ora, arrischiandosi in una interpretazione del presente,
pensandolo come la parte più vicina del futuro.
Lo sfondo di queste riflessioni sono state le considerazioni e gli studi che nel
frattempo si conducevano nel dottorato di ricerca in Urbanistica5. La prossima
questione urbana6, riassumibile nelle questioni dell’accessibilità al capitale
spaziale, ecologico e a quello sociale, nella mitigazione della diseguaglianza
crescente, sarà il tema centrale che dovremo affrontare in qualsiasi riflessione
progettuale. La mia riflessione si è rivolta alla capacità narrativa del progetto7
e allo studio delle sue figure territoriali8 perché il modo in cui si riconosce uno
spazio, si descrivono le relazioni ecologiche, economiche, politiche e sociali
di cui esso è il teatro, ne influenzano il futuro, anche se in modi indiretti e non
riconoscibili immediatamente in modo univoco in alcun piano o disegno o
mappa.
Raccontare lo spazio
Un quadrato, una unità di due chilometri per due chilometri, è la superficie
di confronto uniforme usata per costruire una misura capace di descrivere
questi territori e le loro mutazioni nel tempo senza banalizzare. Un gruppo
4. I. Guida, Corridoi. La linea in Occidente, Macerata, Quodlibet,
2015.
5. P. Viganò, The Next Urban Question, in The Next Urban Question,
Roma, Officina Edizioni, 2013, 11-15.
6. B. Secchi, Afterword, in The Next Urban Question, Roma, Officina
Edizioni, 2013.
Irene Guida, Finestre, Settembre 2014
Fonte: da Andrea Mantegna, (1431, Isola di
Cartura - 1506, Mantova), “La morte della
Vergine”, ca.1460, Tempera su tavola, 54 x
42 cm, Museo del Prado, Madrid (Interno);
Irene Guida, Santa Giustina in Colle #37,
2014 (Esterno)
102
7. I. Guida, Il rosso e il nero. Spazio come soggetto, territorio come
processo in V. Santangelo, S. Marini (a cura di), Recycland, Roma,
Aracne Editrice, 2013, 58-63.
8. I. Guida, Le figure dell’energia in Quaderni Della Ri-Vista Dottorato in Progettazione Paesistica dell’Università di Firenze,
Firenze, Firenze University Press, 2012, 81-92.
103
di ricerca costituito da studenti provenienti da tutti i continenti, docenti
di diverse università europee e non, ricercatori, hanno percorso a più
riprese e fatto lo sforzo di descrivere lo spazio con le stesse convenzioni, in
un tempo dilatato. Ripetendo un dispositivo già sperimentato a Prato9, a
Brescia10, in questa occasione l’abbiamo aggiornato con l’aiuto delle mappe
multimediali condivise attraverso un blog. Se il quadrato permette, da un lato,
di rendere conto di tutto ciò che la carta tecnica elide, l’uso dei dispositivi
multimediali – video, fotografie georeferenziate, disegni e schizzi aggiornati,
mappe completate con commenti e osservazioni – rende visibile quello che
Lefebvre chiama la produzione dello spazio11, visualizzandone il processo
capillare. Il quadrato, allora, da dispositivo di elisione, che tace ciò che non è
tecnicamente pertinente, diventa in questo modo un dispositivo di rivelazione
del non detto, perché al non detto si associa un nuovo codice. Messo a punto
un metodo di rilievo per pratiche e usi dello spazio quotidiano, diviene allora
necessario ascoltare chi lo produce, comprendere come e perché lo abbia
prodotto in un certo modo. Se abitare è produrre lo spazio, allora è nelle
pratiche di questo abitare che è possibile descrivere un ritratto degli abitanti,
insieme con la restituzione di un paesaggio. Poiché non spetta solo ai grandi
attori avere un volto memorabile, poiché non è solo di monumenti che è fatta
una città, poiché non è solo di riserve che si compone un ecosistema, ma al
contrario, dato che il significato è l’uso quotidiano che facciamo delle cose,
allora abbiamo messo in atto un repertorio di ritratti, virtualmente infinito,
una galleria che potrebbe includere tutti i personaggi e tutti i luoghi, come
accade per il quadrato infinitamente grande e infinitamente piccolo di Powers
of Ten. Questo processo ha rivelato la natura di alcuni paesaggi, che per
comodità chiamiamo delle reti e dei corridoi.
Reti, placche, corridoi
Se partiamo dall’ipotesi che ci siano diverse temporalità, quelle biografiche
degli attori rilevanti, quelle biologiche dei supporti e quelle tecnologiche
degli oggetti, un progetto a scala territoriale deve avere la lucidità di
comprendere il loro intrecciarsi e poter indirizzare la loro evoluzione nei
modi meno traumatici possibili. In particolare la difficoltà in corso è data
dalla fine contemporanea di due cicli che potremmo definire maggiore e
minore, uno che è quello dello sviluppo locale della piccola e media impresa
familiare, che è diventata multinazionale oppure si è estinta; l’altro è la
chiusura del grande ciclo di trasformazione della modernità, che adesso
pare definitivamente concluso. Il coincidere di queste due fasi conclusive ha
segnato profondamente un territorio come quello veneto che è stato in grado
di sfruttare bene le fasi cicliche crescenti di entrambi. Ma quella che è emersa
è una straordinaria resilienza data dalla permanenza di saperi e infrastrutture
con una grande inerzia e una forte capacità di strutturare i territori12.
I quadrati hanno scelto secondo le ipotesi del coordinatore, tre casi studio che
testimoniano la grande varietà insediativa del Veneto, e anche la densità dei
suoi cambiamenti e delle sue variazioni.
Il caso del camposampierese, dove la necessità primaria avvertita dagli
amministratori è proprio quella di semplificare la struttura amministrativa
confederando i comuni per offrire servizi più efficienti a costi ridotti costituisce
un esempio di grande resilienza anche politica.
A ridosso della stazione di Mestre, le tensioni fra i nuovi abitanti e i vecchi; il
caso della Cita, il quartiere costruito accanto alla stazione negli anni settanta
nelle descrizioni e negli esperimenti progettuali degli studenti si è rivelato
ancora una volta come un esempio dei limiti del welfare, ma anche come un
campo aperto dove si fronteggiano aspirazioni di nuovi abitanti desiderosi
di accedere a un benessere che altri ritengono degradazione, la diffidenza
dei vecchi residenti che di fatto sono ancora emigranti di prima generazione
da altre parti d’Italia, spesso del Sud o di aree montane del Veneto e del
Friuli, il desiderio di occupare e mantenere un proprio spazio vitale, quasi
etnicamente definito. Come se il ghetto per prima cosa rispondesse a un
9. B. Secchi, Un progetto per Prato: il nuovo piano regolatore,
Firenze, Alinea, 1996.
10. B. Secchi – P. Viganò, Brescia: il nuovo piano regolatore,
Brescia, studio Brescia PRG - Il Grafo, 1998.
11. H. Lefebvre, La production de l’espace, Paris, Anthropos, 1974.
104
12. I. Guida, Reti, placche, corridoi. I paradossi del riciclare città, in
L. Fabian, (a cura di), New Urban Question, Roma, Aracne Editrice,
2014, 130-137.
105
desiderio di auto-definizione prima di essere una forma di isolamento
imposta dall’esterno.
La grande area produttiva di Marghera, con la suggestione estetica, il
richiamo a una temporalità lunga e ai cicli di vita energetici e produttivi legati
allo sviluppo di grandi infrastrutture di trasporto e alla storia lunga della
modernità mostra la magnificenza delle reti della produzione energetica, dei
corridoi di sviluppo, dei poli produttivi e degli assi di trasporto. Il simbolo
forse più laconico e efficace è una strana foglia di acciaio che galleggia nella
darsena di Porto Marghera negli spazi delle banchine: è lo stampo del Moro di
Venezia, la nave di Raoul Gardini. Da simbolo della grande industria chimica
è adesso un’enorme ferraglia ormeggiata ad uso dei gabbiani su un molo in
trasformazione.
Una descrizione che ambisca a una narrazione del futuro come virtualità
presente, qui e ora, non può non includere questo montaggio che permette
allo spazio di diventare soggetto e non oggetto di una narrazione. La
descrizione dei cicli di vita è la biografia di uno spazio vivente, colto in un
momento della sua evoluzione e raccontato nelle sue potenzialità, dove lo
scarto è già descritto come la virtualità di un riciclo. È essenziale riconoscere
le strutture dei cicli di produzione dello spazio e comprendere quali siano gli
attori e i modi della continua riconfigurazione spaziale, descritta nel tempo
del suo farsi. Un ritratto e una fotografia di paesaggio montati in questa
relazione strutturale non hanno nulla in comune con la veduta settecentesca
o con il ritratto picaresco o lombrosiano, o con i ritratti di Atget o dei nuovi
topografi. Il significato non è nella singola immagine e nemmeno nella
sequenza, ma nella loro temporalità e nella relazione con lo spazio reale. Si
potrebbe dire che uno sguardo che ambisca a descrivere l’ecologia di un ciclo
di vita non può che contenere lo sguardo dell’altro, raccogliendo la voce dello
spazio come soggetto, e che l’elemento fondamentale per compiere questa
descrizione sia la capacità di immaginare un futuro situato. Gli elementi di
questo tipo di descrizione costituiscono uno scenario e un progetto di riciclo.
Microcosmi: istruzioni per un Baede-cycle
Nelle ipotesi della ricerca partire dalla crisi serve a non fermarsi a quella, a
guardarla come il punto da cui l’immediato futuro è già iniziato. Per questo
106
però occorre osservarla anche nei suoi risvolti meno facili da accettare e più
sgradevoli e deludenti.
Lepri e tartarughe
Lepre, nel linguaggio di chi gioca in borsa è un titolo che corre, che aumenta
velocemente il proprio valore. Esistono in Veneto e in Italia delle imprese che
sono lepri, altre che invece non riescono a sopravvivere. L’ipotesi prevalente
degli economisti è che ci sia un cambiamento radicale nelle filiere di
produzione, in termini di attori rilevanti, di disponibilità di risorse energetiche,
logistiche e dunque di organizzazione di azienda. Per cui proprio le imprese
che erano cresciute nei distretti, quelle della città diffusa, sono le più colpite
da questa crisi globale iniziata con la fine della speculazione finanziaria sui
mutui del settore immobiliare negli Stati Uniti nel 2007.
In questione è la funzione del distretto, la capacità degli imprenditori di
rispondere a domande globali, reperendo risorse a scala locale.
La crisi economica è iniziata nel 2008. Come mai questa crisi nata dalla
speculazione immobiliare è diventata così incisiva sulla produzione? Quali
sono stati i meccanismi attraverso i quali si è materializzata la crisi?
La narrazione ricorrente è questa: alla fine degli anni Novanta c’è molta
liquidità nel mercato. Si forma una bolla speculativa dovuta all’economia
legata allo sviluppo del web. Questo eccesso di moneta in circolazione spinge
le banche americane ad abbassare i tassi di prestito. In questo modo tutti
hanno accesso molto facile al credito anche se non hanno garanzie. In più si
ricorre al credito anche per il consumo.
Il mese nero è settembre 2007, quando scoppia la bolla dei mutui ad
alto rischio negli stati uniti, ci vogliono sei mesi perché la crisi finanziaria
generata dai mutui per le case si trasformi in una crisi economica che investe
tutti i settori del credito al consumo, quindi attraverso il minor consumo,
la produzione. In più, per ricapitalizzare le banche americane che hanno
prestato fondi ad alto rischio, si ricorre alle garanzie dei fondi pensione.
Nel racconto della Grande Crisi, come viene chiamata, molto spazio è dato
ai risvolti etici: la responsabilità della crisi è di chi ha goduto dello
sfruttamento del valore aggiunto del prodotto del lavoro nella forma della
speculazione finanziaria. La questione si è quindi posta nei termini di
107
relazione fra rappresentazione finanziaria e realtà economica. Paolo Gubitta,
con altri economisti e con una società di consulenza finanziaria che si chiama
Adacta, ha analizzato le performance delle medie imprese durante la crisi
degli anni 0013.
L’indagine del libro di Gubitta è fatta su scala nazionale, con una particolare
attenzione per le imprese del NordEst, e vi figurano le imprese che gli
economisti classificano come medie. Fascia di fatturato di una MI :
10<f(MI)>12,9 x10^6 € / anno (Fatturato di una media impresa compreso fra
dieci e dodici milioni di euro all’anno). Sono quasi tutte imprese a proprietà
familiare.
Queste imprese sono organizzate per distretti e la loro galassia è il soggetto
principale del quarto capitalismo. Per quarto capitalismo si intende, in ordine
cronologico, il capitalismo che si è sviluppato dopo il primo d’età giolittiana, il
secondo con l’industria bellica, il terzo con l’industria di stato, e il quarto con
l’emersione dei distretti e di quelle che si chiamano multinazionali tascabili14.
L’ipotesi è che queste imprese abbiano la dimensione giusta per uscire dalla
crisi, perché non troppo grandi, non troppo piccole. In altri termini sono
resilienti.
Le caratteristiche delle imprese resilienti sono:
ȗ una storia imprenditoriale solida alle spalle;
(Infatti hanno resistito le aziende che stavano bene già prima del 2008;
Se l’impresa è gestita con metodo attira la fiducia degli investitori, dei
finanziatori, dei clienti e dei collaboratori.)
ȗ la capacità di continuare a investire capitali in un momento di crisi: questo
rassicura sia i fornitori che i finanziatori; i collaboratori non scappano.
ȗ la capacità di innovare la gestione: imprenditori non si è per eredità.
le imprese medie sono in grado di mantenere una gestione buona e
professionale, al di là del fatto di sangue.
ȗ l’importanza di mantenere un ruolo sociale nel territorio di appartenenza.
La ricerca ha osservato il manifatturiero Made in Italy.
Per manifatturiero gli economisti intendono le 4A: Alimentare-Bevande
(prodotti da forno e dolciari. lavorazioni di carni. industria casearia, pasta,
conserve e vini); Abbigliamento-Moda (industria conciaria, occhialeria,
tessile); Arredamento-Casa (legno, mobilio, marmi e pietre ornamentali,
ceramiche e porcellane, rubinetteria e infissi, illuminotecnica); AutomazioneMeccanica (prodotti in metallo, elettrodomestici, macchine per vari impieghi,
imbarcazioni, biciclette e motocicli)15.
I prodotti e servizi in cui l’Italia vanta un effettivo grado di specializzazione e
in cui il nostro paese è rinomato in tutto il mondo relativamente a profili quali
la qualità, l’innovazione, il design, l’assistenza ai clienti, la tempestività delle
consegne, i prezzi competitivi. Se si guarda una carta dei distretti produttivi,
in Veneto tutte queste aziende manifatturiere hanno una loro specifica
geografia, nel vicentino, nella valle del Chiampo, nella pianura padovana,
nell’entroterra veneziano.
Oltre alla qualità della produzione si osserva il saldo commerciale normalizzato
dei prodotti (esportazione-importazione/esportazione+importazione,
espresso in percentuale e riferito a un certo territorio finale e iniziale); se il
saldo è positivo vuole dire che un dato territorio vende più prodotti di quanti
ne acquista da un altro.
Le 4A in Italia hanno sempre coperto il deficit di altri settori (in particolare:
Energia; Telecomunicazione; Elettronica; Chimica) In base a questi studi il
made in Italy è resiliente.
L’indice Fortis-Corradini misura i prodotti più esportati dall’Italia all’estero;
risulta che ci sono centinaia di prodotti manifatturieri italiani che sono i più
esportati in assoluto. L’indice è riferito al 2009, anno più critico per l’economia
globale.
Se gli indicatori che si guardano non sono il Pil, ma quanto l’Italia esporta
si deduce che i settori trainanti sono le produzioni di beni intermedi
(semilavorati) e le produzioni di beni strumentali (macchine che servono alla
produzione), seguite dai gioielli, occhiali, meccanica di precisione. Il calo più
rilevante è quello dell’industria tessile, che non ha retto la concorrenza asiatica.
Altro risultato importante è che l’Italia e in particolare il Veneto ha degli indici
13. P. Gubitta – A. Tognazzo – A. Favaron, Lepri che vincono la
crisi: Storie di aziende (quasi medie) vincenti nei mercati globali,
Venezia, Marsilio, 2013.
14. A. Colli, Il quarto capitalismo: un profilo italiano, Venezia,
Marsilio, 2002;
G. Turani, I sogni del grande Nord, Bologna, Il Mulino, 1996.
108
15. M. Fortis, Il made in Italy, Bologna, Il Mulino, 1998.
109
che sono paragonabili a quelli delle regioni tedesche più produttive.
Il dato sull’export è importante perché la resilienza del sistema territoriale
dipende dalla capacità di non dipendere dal mercato interno stagnante o da
un solo mercato estero.
Dal rapport McKinsey Manufacturing the future l’Italia appare come un paese
anomalo per l’alta intensità di lavoro dei suoi prodotti. In genere l’intensità di
lavoro è inversamente proporzionale allo sviluppo di un paese. In particolare
l’Italia è il paese che produce più beni ad alta intensità di lavoro legati alla
lavorazione del cuoio e dei tessuti, dopo la Cina e gli Stati Uniti. Per questo
la disponibilità di manodopera a basso costo rimane importante, specie
in alcuni settori. Inoltre la curva del personale addetto alla manifattura è
una campana di gauss: sale fino a un certo limite di PIL, per poi scendere.
Economie molto ricche impiegano poco personale nella manifattura,
economie mediamente ricche tanto personale, economie molto povere poco.
Quindi, in un’economia stagnante e con poca crescita in attesa di un futuro
più ricco, la manifattura e il basso costo del lavoro possono risolvere il
problema dell’occupazione. La furbizia di questo sistema è far credere che
questa sia una soluzione di decrescita e di resistenza “al capitale” mentre
invece è un movimento assolutamente funzionale all’accumulazione di
capitali ad alto valore aggiunto altrove.
Il rapporto MacKinsey sottolinea anche che le produzioni distrettuali in
tutto il mondo sono più resilienti, ma tenderanno a dipendere molto dalla
disponibilità di manodopera a basso costo, di saperi molto specializzati, di
trasporti affidabili e a basso costo, della disponibilità energetica; e inoltre
il margine di crescita di queste attività non sarà globalmente lo stesso
precedente alla crisi. La mobilità della produzione e quella del lavoro
andranno insieme. Nel rapporto si dice anche che il totale mondiale degli
occupati dall’industria manifatturiera tenderà a diminuire. Le proiezioni sono
orientate alla crescita.
I distretti industriali
Se si confrontano le prestazioni delle macro-regioni, come nei rapporti di
Intesa Sanpaolo e di della Fondazione Edison si osserva che i singoli distretti
non riescono più a crescere e non basta più sfruttare la filiera produttiva
110
locale della singola regione, mentre le macro-regioni si rivelano competitive.
Il paradosso è che la domanda interna stagna, e lo stesso accade per la
domanda europea. Per questo sopravvivono catene di distretti capaci di
vendere ad altri mercati, allungando la filiera.
Questi distretti, soprattutto per l’alimentare, l’arredamento, l’abbigliamento,
sono orientati alla fascia alta e occupano nicchie di mercato, con pochi
competitor. I distretti hanno favorito relazioni particolari fra gli imprenditori,
dove cooperazione e competizione si alternano in modo molto sottile,
favorendo la specializzazione e la ricerca di prodotti con alte prestazioni. Molti
di questi distretti registrano un calo.
Cause del calo di competitività dei distretti: Abbigliamento, Arredamento,
Alimentare sono tutte attività produttive ad alta intensità di lavoro che però
nella fascia alta corrispondono a nicchie globali. Lo sviluppo di internet e delle
reti di comunicazione globale ha penalizzato le industrie con una produzione
lenta, poco capace di essere presente sui mercati globali, con una intensità di
lavoro tale da avere un costo di produzione troppo elevato rispetto ai paesi
emergenti.
I distretti sono quelli che hanno subito di più i paradossi della globalizzazione.
Essere ancorati al territorio per competenze, filiera, distribuzione e know how
in un mondo globalizzato è un limite.
I distretti veneti in crescita sono quelli della climatizzazione (veronese), il
distretto alimentare (metadistretto veneto, fa riferimento a Confindustria
Verona), metadistretto della bio-edilizia (fa riferimento a Treviso) distretto per
l’illuminotecnica (Piombino Dese); metadistretto beni culturali e ambientali,
(Mestre-Marghera); il distretto del mobile della pianura veneta (metadistretto
con riferimento Verona); metadistretto del legno arredo (Mestre).
I settori produttivi prima e dopo la crisi: prima del 2007, dell’industria
manifatturiera delle 4A, c’era una distribuzione delle MI legata alle macroregioni: a NordOvest l’industria Atomazione-meccanica, a NordEst Arredo e
Abbigliamento, al sud prevalentemente Alimentare. Già nel 2007 il settore
dell’abbigliamento risultava in perdita.
I paradossi della crisi
Il settore meno resiliente in sé, la moda, è anche però quello che ha più
111
aziende al massimo delle prestazioni ed è localizzato a NordEst. Mentre il
settore più resiliente, l’Alimentare, è quello che ha meno aziende al massimo
delle prestazioni, con una maggiore concentrazione al Sud e nelle isole. Il
nordovest continua a essere il regno dell’industria d’automazione, ma molte
imprese hanno peggiorato le prestazioni, mentre il numero di quelle al
massimo è solo lievemente diminuito.
Insomma questo, forse come tutte le crisi, è un momento di definizione
dei contorni delle cose, di conferma: tutto ciò che stentava non può più
continuare, tutto ciò che già era molto forte, diventa più forte. Il progetto
della resilienza, se significa seguire questa tendenza, è semplicemente stare
dalla parte del più forte, dalla parte dei “dear old waspy happy fews”. Magari
sembrando anche rivoluzionari.
Microstorie
Una volta compreso lo scenario economico generale, che negli ultimi tempi
si è arricchito anche di analisi globali16, è possibile anche rileggere in modo
diverso la cronaca locale, e non si fa fatica a comprendere le enfasi della
narrazione della crisi; diventa interessante anche capire l’attitudine differente
degli editori e degli opinionisti. L’esercizio che ho fatto è stato quello di
individuare l’inizio della discussione sulla crisi economica fra le righe dei
giornali locali e confrontarla con un giornale della stessa data di pochi anni
prima. L’esito è stato istruttivo: dei tre quotidiani locali della provincia di
Venezia, La Nuova Venezia, Il Gazzettino e Il Corriere del Veneto nelle pagine
economiche e nelle cronache del 2005 parlavano di crescita economica e di
previsione positiva, tutti in modo uguale. Solo il Corriere del Veneto insisteva
molto sulla cronaca delle infrastrutture, il Gazzettino parlava solo di acqua
alta e festeggiamenti e turismo, La Nuova aveva una sensibilità più legata alla
cronaca dei piccoli fatti quotidiani.
Il quadro dello stesso giorno dello stesso mese di tre anni dopo, 31 dicembre
2008, – anno in cui si iniziava a parlare vagamente di crisi congiunturale di
alcuni settori della piccola e media impresa veneta, – era completamente
differente: il Gazzettino sottolineava un Natale più austero e solidale, iniziando
a parlare di chilometro zero e con una certa insofferenza per la lega; la Nuova
aveva diviso le pagine della cronaca locale per settori territoriali diversi,
Mestre/Marghera, Venezia centro storico e isole, Chioggia, Riviera Miranese;
l’attenzione era rivolta soprattutto a casi di anziani o malati privi di assistenza
e alla solidarietà spesso accolta solo dalla chiesa cattolica; si diceva che la
crisi è congiunturale e che si attendevano azioni di governo, da Roma ladrona
a Roma pro-attiva il passo è stato piuttosto breve. L’unica testata locale a
parlare in modo chiaro di crisi, cattiva gestione dei grandi cantieri per le opere
infrastrutturali maggiori (passante di Mestre, raddoppio della linea ferroviaria
Venezia – Milano, nuove stazioni) e in particolare del gruppo Mantovani,
connettendo la questione alla gravità della crisi economica era il Corriere del
Veneto. Una riflessione sulla proprietà e sulla linea editoriale richiederebbe
un’altra relazione e la lascio per il momento al lettore.
Per costruire il viaggio c’è stato un lavoro duplice, di mappatura, di
escursioni, e di tessitura di relazioni con il mondo dell’impresa, dell’editoria e
dell’informazione, della cultura, a partire dall’informazione locale, partendo
però dai problemi posti dai progetti. Il progetto, per la quantità di informazioni
da sintetizzare, come un racconto, è la costruzione di uno stato di cose
possibili se alcune ipotesi sono verificate o falsificate, questo è uno degli
insegnamenti fondamentali del lavoro sugli scenari e sul progetto di futuro. Ma
guardando i disegni spesso ripetitivi di alcuni studenti, le domande banali che
ponevano durante le interviste, la loro e nostra difficoltà a costruire un diario
di viaggio, ho compreso che le condizioni e le ipotesi, i disegni e le mappe
sono influenzati dalle informazioni e dalle narrazioni che le precedono. Per
questo ho cercato di costruire un racconto di altri racconti. Quello che si può
dire è che un territorio è prima di tutto un deposito di progetti incompiuti che
ne costituisce il grado zero.
Chiude il bottegaio, apre Billa
Se l’Alimentare è resiliente, è anche vero che la globalizzazione della filiera sta
cambiando completamente il modo della distribuzione e del consumo.
Le cronache locali sono piene di articoli e servizi che parlano di chiusura
di negozi e attività di media distribuzione, contro l’apertura di grandi
supermercati e di ipermercati, che stanno trasformando velocemente i
territori della dispersione.
16. T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Milano, Bompiani, 2014;
B. Secchi, La città dei ricchi e la città dei poveri, Bari, Laterza, 2013.
112
113
La resistenza a questo processo è la costituzione di filiere ultracorte. GAS,
Slowfood, chilometro zero. A volte non si può non avere la sensazione che
sia solo la cattiva coscienza a farceli amare. Ancora una volta, la distribuzione
media non è concorrenziale rispetto a quella a grande scala delle catene di
distributori.
La struttura demografica e gli immigrati illegali
Le cronache locali sono costellate di narrazioni di successione di popolazioni
nei quartieri un tempo abitati dagli operai. Un po’ perché la struttura
demografica sta cambiando, un po’ perché evidentemente la struttura
produttiva che resiste ha bisogno della manodopera di immigrati che si
adatta a qualsiasi condizione lavorativa. La saga dell’imperatore cinese della
droga nella Cita, aiutato da coloro che, mestrini di Mestre, gli affittavano
la casa è la storia che potrebbe diventare un romanzo. Consideriamo che
l’unica manifattura in crescita e al massimo delle prestazioni è quella della
lavorazione del cuoio. Quanti negozi di pelletteria e derivati gestiti da cinesi ci
sono? Questo settore è in crescita anche a Napoli. L’inizio di Gomorra racconta
precisamente questa storia. E dei suoi legami con il traffico illegale di uomini
e cose17. La questione di genere non è secondaria: molte donne lavorano per
occupare i vuoti lasciati da altri, è il caso delle badanti, o fanno il dopolavoro,
è il caso delle prostitute.
Le storie di resistenza allo sviluppo capitalistico
C’è un’astuzia in tutto questo, quella di fare passare per resistenza azioni
direttamente funzionali a questo sviluppo che tende a delocalizzare, perché i
distretti si stanno riconfigurando.
Per questo ci sono molte storie di persone che “tornano alla natura” di fatto
poi in un contesto che di naturale ha ben poco e soprattutto hanno bisogno
di rappresentarlo in modi molto artificiali. Non c’è l’energia elettrica, ma c’è
internet, i diritti dell’uomo e della natura.
Questa è la storia per esempio di Devis Bonanni18, che ha deciso di andare a
vivere lontano dai centri abitati senza energia elettrica. La sua è la storia che
spiega lo scenario “Deep ecology”, raccontata prima in un blog, Pecoranera.it,
e poi in un libro.
Le storie delle imprese che non tengono e delle lepri che corrono
L’otto aprile 2013, il parroco di Piombino Dese ha celebrato il funerale di un
suicida per debiti dovuti alla sua attività.
Sul giornale della parrocchia ha scritto un comunicato in cui diceva che rubare
a chi ha di più in certi frangenti è lecito. Se il lavoro non paga è giusto rubare
per sopravvivere. Tutto questo a ridosso del pagamento delle tasse sulla
proprietà della casa (IMU).
Contemporaneamente Alessandro Benetton ha pubblicato una monografia
con la storia della sua famiglia. In cui racconta degli studi ad Harvard, del
progressivo miglioramento del marchio, del trevigiano che diventa globale19.
Le cronache territoriali
Mentre il quarto capitalismo, ovvero la piccola e media impresa della città
diffusa, la cui infrastruttura territoriale è la centuria, soffre, il capitalismo di
stato riduce il suo perimetro, affidando le sue aree ai privati, riservando per
sé pochi settori, per esempio quello dell’energia, che ancora una volta è il
supporto per la crescita degli altri settori e del “quarto capitalismo”.
Le cronache del 2013 parlano della riduzione del perimetro di interesse
nazionale del polo industriale di Porto Marghera, della sua bonifica,
dell’affidamento dei canali ai pescatori, degli scioperi dei lavoratori che
vogliono mantenere il posto di lavoro.
Un’altra parte rilevante la occupano i lavori infrastrutturali, altro settore dove
la grande impresa di stato e partecipata ha ancora peso. Dopo il trattato di
Kyoto la posta in gioco è l’aria. Per migliorare l’aria si investe sui treni, sulla
mobilità pubblica, sulla mitigazione degli impatti ambientali, è la stagione dei
grandi parchi a ridosso delle infrastrutture, subito dopo l’inizio della grande
crisi.
Le cronache sindacali e delle organizzazioni imprenditoriali
Le organizzazioni imprenditoriali venete sognano di emigrare in Austria,
17. R. Saviano, Gomorra, Milano, Mondadori, 2010.
18. D. Bonanni, Pecoranera. Un ragazzo che ha scelto di vivere nella
natura, Venezia, Marsilio, 2012.
114
19. A. Benetton, AB. A playlife story, Milano, Mondadori Electa,
2013.
115
sognano la Carinzia. Si lamentano dell’eccessiva burocratizzazione,
dell’eccessiva pressione fiscale, della difficoltà di mantenere i distretti così
come sono adesso. La CGIL cerca di fare affidamento sulle produzioni
dell’industria di stato, cosa che è stata fallimentare ed è costato al PD, che ha
sostenuto questa politica, le elezioni scorse.
La CISL sta cercando strategie di concertazione con i soggetti che si spera
siano di nuovo in grado di tirare fuori l’Italia e il nordest dalla crisi: attivando
strategie di concertazione trasversali, come dire, considerando l’imprenditore
come lavoratore e non come padrone separato dal dipendente. Hanno
attivato sportelli di ascolto per chi è depresso per la propria situazione
lavorativa. La regione Veneto ne ha aperto uno simile, ma solo per
imprenditori. Saviano nel 2012 ha dedicato una puntata al caso più eclatante,
quello del suicidio di un imprenditore edile: Giovanni Schiavon.
The Mirror Atlas – L’Atlante specchiato
Le scienze sociali danno enfasi alle biografie per capire le trasformazioni dello
spazio, le condizioni economiche ne sono una conseguenza; al contrario
le scienze economiche considerano le biografie una conseguenza delle
condizioni economiche; uno scienziato troverà entrambe le posizioni carenti
perché rifletterà alle condizioni naturali e alle risorse disponibili. Partire allora
dall’auto-rappresentazione che un territorio dà di sé alla scala locale, come
partire da uno specchio, mette in luce e rivela le relazioni fra un’indagine
sociale, una economica e l’altra strettamente ambientale.
Per questo ho proposto di integrare alle microstorie e alle mappe un atlante
specchiato. L’idea è di costruire un’autobiografia territoriale, distinguendone
voci, soggetti e oggetti di narrazione. La lettura geograficamente situata di un
quotidiano è in sé una mappa, ancora prima di concretizzarsi in un oggetto.
Il lavoro proposto agli studenti è stato più libero, su suggerimento di Paola
Viganò hanno lavorato sulla parola crisi. L’atlante specchiato degli studenti
ha rivelato questioni diverse, legate alla curiosità dei lettori e in parte alla
loro attitudine realistica e meno mediata. Lo sguardo degli studenti è stato
rivelatore dei ‘luoghi comuni’ dell’atlante specchiato, dei suoi dati più
evidenti. Uno strato che è importante rilevare se si vuole una rappresentazione
non banale.
116
Per Porto Marghera la narrazione era quella a proposito di un fossile: la
dissoluzione della grande industria di Stato, la perdita conseguente di
centinaia di posti di lavoro alla settimana dal 2004 al 2009. Il disapparire delle
grandi infrastrutture sentito come un grande vuoto, dello spazio dell’operaio e
dello spazio della merce pesante, della produzione di energia elettrica e della
sintesi chimica, si racconta di sostituzioni sentite come sintomo di decadenza
dei valori antichi del lavoro e della produzione: la prostituzione, negozi legati
alla piccola distribuzione cancellati a favore di grandi shopping malls, in
particolare per l’alimentare e per l’editoria. Come se la produzione di massa
avesse lasciato il posto alla produzione di scarti. La mancanza di lavoro, gli
anziani soli sono i protagonisti di queste storie. La fine della lotta di classe è il
dato conseguente successivo.
Per il Veneto Centrale la narrazione è più legata alla dissoluzione delle
famiglie, all’incapacità di gestire l’immigrazione non solo recente,
all’abbandono delle aree produttive e dei capannoni. Le fotografie di prati
incolti e aree verdi standard abbandonate sono un genere iconografico nella
cronaca locale.
Ho cercato allora quali fossero i possibili riferimenti per comprendere le
relazioni fra gli attori economici della media e piccola impresa, la narrazione
che ho trovato più dura da accettare ma anche quella che mi è sembrata
più convincente è quella di Paolo Gubitta e del suo gruppo di ricerca che
ha studiato le variazioni dei bilanci della piccola impresa veneta. Non è
l’adesione agli assunti politici che mi interessa, ma la chiarezza dei dati e la
loro comprensibilità e ri-utilizzabilità. Per esempio costruire una mappa della
variazione dei fatturati in relazione al costo al metro quadrato degli spazi
produttivi potrebbe essere un’operazione interessante.
In particolare alcune ipotesi del libro sono controverse: che si tratti di una
crisi congiunturale nata dall’esplosione della bolla finanziaria generata dai
crediti immobiliari concessi senza garanzie negli Stati Uniti e poi dilagata
attraverso i mercati immobiliari e finanziari di tutto il mondo. Molti economisti
sostengono il contrario, che la crisi finanziaria sia l’espressione di una crisi più
profonda e più grave, che ha il suo orizzonte nel consumo troppo rapido delle
risorse fossili e nelle conseguenti forti oscillazioni del costo dell’energia, da
cui la produzione non può non essere gravemente perturbata. L’investimento
117
e la capitalizzazione immobiliare ne sarebbero una conseguenza; su quel
mercato si spostano i problemi più gravi della crisi ambientale. In questa
ipotesi, studiare ambiente, energia e questione urbana dal punto di vista della
crescente dissoluzione del capitale spaziale dei cittadini diventa cruciale20.
Il video come indice e mappa concettuale
Esiste una tradizione di ritratti di persone. Esiste una tradizione di ritratti di
città.
Esiste una tradizione di descrizione di derive e di descrizioni di luoghi.
Ma se il centro dell’interesse non è l’esperienza della deriva, non è l’oggetto
città-paesaggio, non è il ritratto di una personalità maggiore o minore
incontrata lungo una ricerca; se il problema non è definire una macro o
una microstoria e nemmeno rivelare una verità dal basso; quale insieme di
immagini, di suoni, di materiali si selezionano se il centro della ricerca è lo
spazio e la sua potenzialità?
Allora la prima operazione è costruire una situazione di esplorazione e fare
della ricerca uno strumento di indagine di una realtà che esiste fuori da quella
rappresentata, indipendentemente dal mezzo usato per rappresentarla. La
situazione di esplorazione è il luogo privilegiato della ricerca, non lo è né la
sua restituzione, né la sua rappresentazione.
Il video può costruire uno spazio multiplo in cui tutte queste dimensioni,
quella esplorativa, quella di costruzione di una documentazione, quella di
prospezione del futuro, siano tenute insieme dall’oggetto primario di una
narrazione, ovvero dallo spazio. Il video può essere lo spazio come non è
stato, non è e non sarà, è esso stesso lo spazio potenziale.
Per la costruzione di questo spazio potenziale, è importante un punto di
vista corale e una narrazione di cui non sia possibile individuare un narratore
onnisciente; diventa allora importante guardare da vicino materiali, elementi
dello spazio abitato e abitanti senza pensarsi come esterni a tutto questo.
La prima mossa è partire volutamente da un cliché narrativo che esiste già,
il reportage, ma forzarne con sottigliezza il limite, spostandone il senso.
Un’operazione simile è stata realizzata e presentata da Gabriele Salvatores
nell’ultima Mostra di Venezia 71, è un lungometraggio di montaggio dei video
20. B. Secchi, Afterword, cit. in The Next Urban Question, Roma,
Officina Edizioni, 2013, 361-365.
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di un giorno in Italia, “Un giorno da Italiani” sul modello del format lanciato da
Ridley Scott in Gran Bretagna, “A Day in Britain”21. Qui però a essere messo alla
prova è lo sguardo degli osservatori e la forma di spazio che i soggetti hanno
costruito.
Da un lato si fa un uso improprio del linguaggio del reportage perché non
serve a dire novità, ma serve a mettere in una luce diversa quello che si sa già.
In cosa consiste questa posizione diversa? Nel situare una biografia in uno
spazio e uno spazio in una biografia, fino a rovesciare il rapporto che di solito
esiste in una narrazione fra biografia e geografia di un luogo. Sarà l’insieme
delle biografie a dire un luogo e l’insieme dei luoghi a dare il senso a biografie
disparate.
Esplorazione#1: Lavorare/Produrre
Esplorazione#1 è una rappresentazione immediata in forma di trailer per
restituire una parte della ricerca; è stato realizzato a partire dai tre ritratti più
significativi realizzati sintetizzando le interviste svolte a Camposampiero, è
un campione del lavoro svolto anche a Marghera. Al Lido ci sembrava più
coerente lasciare la narrazione agli attori che già stanno raccontando la storia
dell’occupazione dell’Ospedale.
Con la collaborazione attiva di Steve Bisson, poi invitato a dare il proprio
contributo durante il workshop, con l’unità di ricerca composta da Chiara
Cavalieri, Lorenzo Fabian, Cecilia Furlan e me, abbiamo percorso il territorio
Veneto per predisporre un insieme di interlocutori e conoscere gli attori
rilevanti, in una prospettiva di dialogo a medio termine e infine abbiamo
fatto un sopralluogo in bicicletta in più di cento, attraverso i luoghi della
produzione.
Cristina Lora con Veronica Lora sono ora alla guida di un’impresa fondata da
loro padre. Il racconto e il luogo si confermano questo come un caso tipico
della produzione della media impresa italiana, ma anche raccontano del
cambiamento in atto. L’azienda ha vinto il premio per la migliore gestione e
l’imprenditoria femminile nel 2013 conferito da Confindustria Padova. Si sta
ri-localizzando in una piastra attrezzata più vicino all’autostrada, in una sede
21. I. Guida, Festival del cinema/ Le cose cambiano. Tra TV
interattiva e autoritratti italiani. Passando per Salvatores.
Pubblicazione on line www.exibart.com, 2014.
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più importante e più rappresentativa. L’officina di produzione è automatizzata,
la lavorazione è di alta precisione, ad alto contenuto tecnologico.
Abdellah va in bicicletta alla Caritas di Padova da Borgoricco, passa lungo
gli argini del Muson, a Camposampiero. Cittadino italiano, percepisce
una pensione sociale ma si sente abbandonato al suo destino e non vede
prospettive per i suoi figli.
Daniele Lago è un imprenditore che ultimo di dieci fratelli ha scelto di
orientare la produzione dell’azienda familiare di mobili per famiglie al design,
dando una particolare importanza al coinvolgimento degli utenti, includendo
la fase d’uso del prodotto nel ciclo di produzione; la comunicazione la fanno
gli utenti permettendo all’azienda di coinvolgere artisti e designer in eventi
organizzati nelle case di chi accetta Lago come sponsor. Ritiene che ci sia
bisogno di un nuovo rinascimento, la produzione inizia dalle idee.
Conclusioni
Viviamo un momento in cui le condizioni generali di produzione
della conoscenza e della circolazione dei suoi risultati sono in grande
trasformazione. Allo stesso modo il valore etico del progetto di architettura
e del territorio, la sua capacità di produrre una conoscenza che valga al di là
del suo valore normativo sono messe in questione. Per questo motivo una
delle mie preoccupazioni è stata comprendere il valore performativo22 delle
condizioni del progetto. L’esperienza di ricerca svolta in altre occasioni con il
gruppo coordinato da Paola Viganò e in particolare quella svolta quest’anno
mi ha insegnato che non si dà valore etico del progetto senza essere in grado
di metterlo in relazione con i soggetti coinvolti. D’altro canto, risolvere tutto
con progettazione partecipata intesa in senso riduttivo è un grande rischio. La
banalizzazione della partecipazione e della capacità narrativa del progetto è la
deriva populista23.
Le critiche al populismo sono riconducibili alla critica del regime
governamentale delle società fondate sull’economia neoliberista. Anche in
questo caso si corre il rischio di due banalizzazioni: da un lato pensare di
22. J. Butler, Giving an Account of Oneself, New York, Fordham
Univ. Press, 2005.
23. F. Ferrari, La seduzione populista: dalla città per tutti alla città
normalizzata, Macerata, Quodlibet, 2012.
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poterne restare fuori, come se si fosse estranei ai meccanismi di produzione
e consumo del valore; dall’altro quello di sperare in forme ingenue di libertà
ricavate da nicchie temporanee di vuoto di potere che però rimangono sempre
tattiche e non possono raggiungere alcun significato strategico. Pertanto
una riflessione sul valore sociale del progetto non può prescindere dalla
comprensione dell’alterità del progetto, delle sue esternalità, delle condizioni
contingenti in cui esso viene prodotto e che il progetto non può modificare
perché esso ne è definito in quanto parte di un processo sociale più ampio24.
All’estremo opposto del rischio populista c’è quello dell’autoreferenzialità; un
progetto raffinato e colto che non abbia interlocutori o che sia solo normativo
è destinato a un palazzo enciclopedico del sapere architettonico che forse un
archeologo dell’urbanistica e della progettazione potrà un giorno catalogare
come opera d’arte o testimonianza documentaria di un certo grado di sapere
disciplinare.
Una certa inquietudine mi spinge a pensare che senza la capacità di
raccontare un progetto, in qualche modo esso perda valore. Non ne va della
sua comunicabilità, ma della possibilità di significare.
24. J. Derrida, Signature, évenèment, contexte: Lecture,
Communication, Presentato al Congrès International des Sociétés
de Philosophie de Langue Française, Montréal 1971.
121
Steano Baldan
Si laurea in Informatica per la Comunicazione presso l’Università degli Studi
di Milano nel 2011. Durante la sua attività di ricerca ha concentrato i suoi
interessi sulla rappresentazione simbolica dell’informazione musicale, sul
design e lo sviluppo di applicativi Web per la fruizione avanzata di contenuti
multimediali utilizzando lo standard IEEE 1599. Presso la Aalborg University
Copenhagen ha collaborato a progetti di Sonic Interaction Design.
Elisabetta Carattin
Autori
Architetto e dottore di ricerca in Tecnologia dell’Architettura presso
l’Università Iuav di Venezia (2011). Ha svolto attività di ricerca e di
collaborazione alla didattica presso la stessa università. Ha svolto anche
attività di ricerca all’estero, in particolare presso il National Research
Council Canada, dove ha approfondito le tematiche di ricerca del dottoraro.
Si occupa, sia a livello nazionale che internazionale, di progettazione
prestazionale antincendio per ambienti complessi (edifici storici, aeroporti e
centri commerciali), con particolare riguardo all’interazione della componente
umana con tali strutture nelle situazioni di emergenza.
Irene Guida
Dottore di ricerca in urbanistica presso l’Università Iuav di Venezia dal 2012,
è stata Visiting Scholar presso la New School di New York. Svolge attività
didattica e di ricerca all’Università Iuav. Ha curato, insieme con Valentina
Bandieramonte, Chiara Cavalieri e Kaveh Rashidzadeh, il volume The Next
Urban Question (Officina, Roma 2014), ha pubblicato nel 2012 L’acciaio tra
gli ulivi, un e-book edito e distribuito da Linkiesta.it. Collabora con la rivista
«Exibart»
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Davide Andrea Mauro
Stefania Pighin
Dottore di ricerca in Informatica presso l’Università degli Studi di Milano dal
2012, è stato membro del Technical Committee on Computer Generated
Music (TC CGM) di IEEE e peer reviewer per convegni internazionali e riviste
scientifiche di settore. La sua ricerca si sviluppa all’interno del Sound and
Music Computing, con particolare riferimento alle tecnologie collegate
all’Audio 3D e alla Spazializzazione Binaurale.
Laureata in Psicologia presso l’Università degli Studi di Trieste (2002), è
dottore di ricerca in Scienze della Cognizione e della Formazione presso
l’Università degli Studi di Trento dal 2006. Negli anni successivi è stata titolare
di borse di studio e assegni di ricerca, occupandosi di psicologia del pensiero,
del ragionamento e delle decisioni. È autrice di numerose pubblicazioni su
riviste internazionali.
Angela Mengoni
Alessandra Vaccari
È ricercatore presso l’Università Iuav di Venezia. Dottore di ricerca in semiotica,
è stata post-doctoral fellow all’Università di Lovanio (KUL) e, dal 2009 al 2012,
ricercatore presso eikones all’Università di Basilea. Tra le sue pubblicazioni e
curatele: Interpositions. Montage d’images et production de sens (Paris 2014);
Berlinde De Bruyckere (Bruxelles 2014); Ferite. Il corpo e la carne nell’arte della
tarda modernità (Siena 2012).
È professore associato all’Università Iuav di Venezia, dove insegna Storia e
teoria della moda ed è referente del curriculum Moda della laurea Magistrale
in Arti visive e Moda. Tra le sue pubblicazioni: Vestire il Ventennio: moda e
cultura artistica in Italia tra le due guerre (2004) con Silvia Grandi; Wig-Wag
(2005); Una giornata moderna: moda e stili nell’Italia fascista 1922-1943 con
Mario Lupano (2009); La moda nei discorsi dei designer (2012). Sta scrivendo un
libro sulle relazioni tra moda e modernismo.
Valerio Paolo Mosco
È ricercatore presso l’Università Iuav di Venezia. Ha insegnato presso le
Università di Milano, Ferrara, Brescia e Chicago. Insegna anche allo IED di
Roma. È autore di L’Ultima cattedrale (Sagep, 2014), Nuda architettura (Skira,
2012), Ensamble studio (Edilstampa, 2012); Sessant’anni di ingegneria in Italia
e all’estero (Edilstampa, 2011), Steven Holl (Motta, 2009), Architettura negli
Stati Uniti: East Coast (Motta, 2009) Architettura negli Stati Uniti: West Coast
(Motta, 2008), Architettura a zero volume (con Aldo Aymonino, Skira, 2006),
Valerio Paolo Mosco: scritti (Edilstampa, 2006). È vincitore di tre concorsi
di progettazione internazionali e ha ottenuto alcune segnalazioni ad altri
concorsi internazionali e nazionali.
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