della narrativa della narrativa
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della narrativa della narrativa
INSERTO DELLA RIVISTA COMUNITÀITALIANA - REALIZZATO IN COLLABORAZIONE CON I DIPARTIMENTI DI ITALIANO DELLE UNIVERSITÀ PUBBLICHE BRASILIANE Suplemento da Revista Comunità Italiana. Não pode ser vendido separadamente. ANO VII - NUMERO 84 LA STAGIONE DELLA NARRATIVA Dicembre / 2010 Editora Comunità Rio de Janeiro - Brasil www.comunitaitaliana.com [email protected] Direttore responsabile Pietro Petraglia Editore Fabio Pierangeli Grafico Wilson Rodrigues COMITATO Scientifico Alexandre Montaury (PUC-Rio); Alvaro Santos Simões Junior (UNESP); Andrea Gareffi (Univ. di Roma “Tor Vergata”); Andrea Santurbano (UFSC); Andréia Guerini (UFSC); Anna Palma (UFSC); Cecilia Casini (USP); Cristiana Lardo (Univ. di Roma “Tor Vergata”); Daniele Fioretti (Univ. Wisconsin-Madison); Elisabetta Santoro (USP); Ernesto Livorni (Univ. Wisconsin-Madison); Fabio Pierangeli (Univ. di Roma “Tor Vergata”); Giorgio De Marchis (Univ. di Roma III); Lucia Wataghin (USP); Luiz Roberto Velloso Cairo (UNESP); Maria Eunice Moreira (PUC-RS); Mauricio Santana Dias (USP); Maurizio Babini (UNESP); Patricia Peterle (UFSC); Paolo Torresan (Univ. Ca’ Foscari); Rafael Zamperetti Copetti (UFSC); Roberto Francavilla (Univ. de Siena); Roberto Mulinacci (Univ. di Bologna); Sandra Bagno (Univ. di Padova); Sergio Romanelli (UFSC); Silvia La Regina (Univ. “G. d’Annunzio”); Wander Melo Miranda (UFMG). COMITATO EDITORIALE Affonso Romano de Sant’Anna; Alberto Asor Rosa; Beatriz Resende; Dacia Maraini; Elsa Savino; Everardo Norões; Floriano Martins; Francesco Alberoni; Giacomo Marramao; Giovanni Meo Zilio; Giulia Lanciani; Leda Papaleo Ruffo; Maria Helena Kühner; Marina Colasanti; Pietro Petraglia; Rubens Piovano; Sergio Michele; Victor Mateus ESEMPLARI ANTERIORI Redazione e Amministrazione Rua Marquês de Caxias, 31 Centro - Niterói - RJ - 24030-050 Tel/Fax: (55+21) 2722-0181 / 2719-1468 Mosaico italiano è aperto ai contributi e alle ricerche di studiosi ed esperti brasiliani, italiani e stranieri. I collaboratori esprimono, nella massima libertà, personali opinioni che non riflettono necessariamente il pensiero della direzione. SI RINGRAZIAno “Tutte le istituzioni e i collaboratori che hanno contribuito in qualche modo all’elaborazione del presente numero” STAMPATORE Editora Comunità Ltda. ISSN 2175-9537 2 Letteratura di “gran portata” oppure onore al dessert degli astri e dei destini? S e un libro fosse solo un agglomerato di carta con macchie di parole incise sopra, magari con foto tra un capitolo e l’altro, copertina semirigida che attiri l’attenzione in libreria, allora sì, il 6° posto di Antonella Clerici, soubrette televisiva, che si occupa di cucina, nella classifica dei libri più venduti di novembre, sarebbe decisamente legittimato. Eppure nascosta nell’avvilimento della globalizzazione e soprattutto dell’idea nostalgica di un romanzo, la nostra letteratura riesce a stuzzicare i palati dei lettori che hanno ancora il coraggio di comprare libri d’autore, con storie importanti, reali o immaginate. Se non sorprende dunque l’incalzare di Le ricette di casa Clerici o l’Oroscopo 2011 di Paolo Fox (di cui sono effettivamente accanita estimatrice) nella classifica dei libri più venduti di questo mese in Italia, sorprende piacevolmente la grondante e rassicurante presenza di alcuni dei più importanti autori italiani degli ultimi decenni. Così, tirando un sospiro di sollievo, dall’estate fino, presumibilmente, a Natale, le librerie italiane sono invase da “grandi firme”. Da Umberto Eco, a Sandro Veronesi, da Niccolò Ammaniti ad Andrea Camilleri. Tutti i più grandi maestri della biro in una manciata di posizioni. Primo, secondo, terzo, quarto e quinto posto per Il cimitero di Praga (Eco), Io e te (Ammaniti), Il sorriso di Angelica (Camilleri), Appunti di un venditore di donne (Faletti), XY (Veronesi)…E più si continuerà ad indagare nel fitto, e forse anche un po’ mistico, mondo delle classifiche della narrativa italiana, più si cascherà in un continuo sgambetto ai piedi di una stagione letteraria ottima e proficua dove si incontrano le più variegate storie, i più strampalati personaggi, i paesaggi forse solo sognati. Calcano le scene anche Sergio Campailla, Il segreto di Nadia B., Walter Siti, Autopsia di una ossessione, Alessandro Piperno Persecuzione.Il fuoco amico dei ricordi, Antonio Tabucchi Viaggi e altri viaggi, Giancarlo De Cataldo I traditori, Carlo Lucarelli con I veleni del Crimine, Andrea De Carlo Leielui, Dacia Maraini La seduzione dell’altrove… e ancora altri. Novembre 2010 nella letteratura ci ha colti impreparati, come ormai colpiscono in lungo e in largo le piogge monsoniche che non ci appartengono. Che il mondo stia cambiando? Che veramente l’Italia dei lettori stia rinascendo dopo la tramontata sciattezza delle fiabe di adolescenti alla Moccia e di single scapestrati alla Fabio Volo? O che lo stia facendo il mondo editoriale? Lidia Sirianni (saggista e scrittrice, curatore degli articoli sulla narrativa di questo numero di Mosaico) Come sempre, non resta che augurare, buona lettura! Gli editori Indice SAGGI Patricia Peterle I viaggi di carta tabucchiani pag. 04 Paolo Di Paolo I “Lo zio di Lucca a Singapore” Intervista di Paolo Di Paolo ad Antonio Tabucchi. pag. 06 Lidia Sirianni XY. Le variabili dell’intangibile pag. 09 Fabio Pierangeli Oncologia dell’anima. Alessandro Piperno pag. 11 Giovanna Scarsi Letteratura tra testimonianza e arte. Il segreto di Nadia B. di Sergio Campailla. pag. 14 Bernardina Moriconi Considerazioni di un lettore su Il segreto di Nadia B. pag. 16 Lidia Sirianni Umberto Eco: Il Cimitero di Praga pag. 19 Marzia Consalvi Niccolò Ammaniti, Io e te. La fulminea penna dell’autore su un imperscrutabile mistero: come diventare grandi pag. 21 Roberto Di Pietro-Alessandro Hellmann Alessandro Hellmann, Decadence lounge, Roma, Editrice Zona, 2010. pag. 24 Francesca Giglio Ossessione, Walter Siti pag. 26 Francesco Rizzo L’Italia che eravamo CANALE MUSSOLINI di ANTONIO PENNACCHI pag. 28 RUBRICA Francesco Alberoni Solo con la forza d’animo ci liberiamo dalle ossessioni - Dopo lo sconforto bisogna cercare soluzioni alternative pag. 30 PASSATEMPO pag. 31 3 I viaggi di carta tabucchiani Patricia Peterle Univ. Federal de Santa Catarina A ntonio Tabucchi è uno di quegli scrittori che presta i suoi occhi e la sua percezione ai suoi personaggi e che, ispirandosi a spazi reali, ne crea altri nella fiction, risultanti dalla sua esperienza di vita, di lettore e studioso. La sua è un’opera ibrida, intessuta di varie immagini di città e culture, India, Italia, Portogallo, spazi che delineano anche il profilo di alcuni personaggi, abitanti di storie, racconti e libri diversi, che vanno e vengono da un testo all’altro e s’incastrano come in un puzzle. Come si sa, Tabucchi è un grande studioso di lusitanistica, ormai in pensione. È stato uno dei responsabili per l’aumento del numero di testi in lingua portoghese tradotti nel mercato editoriale italiano: Fernando Pessoa, Carlos Drummond de Andrade e José Lins do Rêgo sono solo alcuni nomi con i quali ha lavorato. Un intellettuale presente ed attivo nell’universo culturale e politico della penisola. Un’inserzione nel mondo e nella società in cui vive che si traduce e si concretizza non solo mediante gli articoli scritti per la stampa italiana e straniera, ma anche per mezzo della sua opera letteraria e saggistica, oltre alle interviste. Lo scrivere è per questo pisano cosmopolita una specie di viaggio attraverso le sensazioni ed esperienze e, allo stesso tempo, un recupero di esse. Sono i momenti vissuti, i libri letti e gli autori ammirati che pian piano segnano la sua, solo apparentemente, semplice narrativa, che è in realtà piena di simboli e segni. “Pessoa e Pirandello sono i due autori che posso citare: nel primo la realtà può essere; nell’altro può sembrare”: ecco la risposta di Tabucchi a José Guardado Moreira, nel 1993, quando gli fu chiesto quali fossero gli autori con i quali si identificava di più. Tuttavia, non è possibile trascurare gli altri che di4 segnano una costellazione varia e complessa: Rilke, Conrad, Kavafis, Drummond, Baudelaire e Svevo. Pessoa e Pirandello, dunque, due riferimenti fondanti, due culture, due nazioni, Portogallo e Italia, che segnano un lungo periodo dei suoi interessi e della sua produzione come artista e studioso. Due patrie, una data dalla nascita e l’altra fatta propria per adozione. L’Italia di Dante Alighieri, di Boccaccio, di Pirandello, di Montale, di Campana, di Calvino e il Portogallo di Vieira, di Camões, di Sóror Violante do Céu, di Eça, di Pessoa e di Cardoso Pires si intersecano in una prima fase della sua scrittura letteraria. Piazza d’Italia (1975), Il gioco del rovescio (1981), Piccoli equivoci senza importanza (1985), Sostiene Pereira (1994) sono alcuni esempi che confermano l’esistenza di questa doppia patria, la quale raggiunge il suo apice in altri due testi posteriori: I dialoghi mancati (1992) e Requiem (1994). Se nel primo, una piéce, l’autore immagina un incontro mai esistito fra Pirandello e Pessoa, che è pieno di significati simbolici, nel secondo l’identità e l’avvicinamento alla cultura portoghese trascendono questi significati, poiché la lingua, il codice della comunicazione, del pensare e ragionare, non è più solo l’italiano, ma anche il portoghese. In effetti, il libro è pubbli- cato prima in lingua portoghese e solo dopo viene tradotto in italiano da Sergio Vecchi. Sarà stata un’allucinazione, anche da questo punto di vista, per riprendere il sottotitolo del libro? La scrittura tabucchiana si presenta come un groviglio, che coinvolge il lettore, in un testo che il più delle volte deve essere prima decifrato per essere poi interpretato. Tabucchi lascia al suo lettore delle orme nascoste nella fitta narrativa, che possono essere identificate dal lettore-detective, che deve essere sempre attento a riconoscere, identificare e decifrare le pagine come fosse una grande mappatura, un registro; in alcuni casi, il lettore tabucchiano diventa un interprete di simboli e segni. Alla maniera di uno Sherlock Holmes, che con la lente d’ingrandimento si presenta attento ad ogni segno che può essere trovato, Tabucchi ne ha una anche lui di lente, ma fittizia, che corrisponde ad una mescolanza tra il guardare e l’osservare. Un’attitudine che può rimandare al Tabucchi lettore di Pessoa, il quale cerca di raccogliere tutti i segni per svelare, se possibile, i misteri, gli enigmi, le inquietudini (os desassossegos) del poeta, che poi diventano anche quelle dello scrittore italiano. Un gioco che può essere sul rovescio delle cose, ma è sicuramente sul binomio visibilità/invisibilità. Questa tematica è presente nella narrativa tabucchiana fin dai primi testi che trattano della storia italiana. La Storia, quella con la S maiuscola, che rappresenta gli avvenimenti importanti, in altri termini, la macrostoria, si mescola alle infinite storie di personaggi ignoti che compongono le microstorie. Aspetti, questi, identificabili perfino in un libro sulla morte, come può essere considerato Tristano Muore, pubblicato nel 2004. Ma non si deve dimenticare che, accanto alla morte, il tema forse principale, ruotano anche la memoria e delle riflessioni sulla scrittura. Sicuramente, Antonio Tabucchi è un uomo legato al suo tempo. La frammentazione, lo scrivere come forma di sperimentazione e la letteratura come modus operandi sono tre aspetti concernenti le sue strategie e fondamentali per poter capire meglio la sua poetica. Discorsi brevi, personaggi che saltano da una storia all’altra, come se avessero una vita propria, prefazioni, postfazioni, sottotitoli ed altre tipologie di testi più o meno corti, che intersecano quello narrativo, sono importanti per la sua comprensione; sono strumenti che servono all’autore per far operare e mettere “in moto” le sue storie. Tuttavia, anche se molto legato al piano del sogno, delle allucinazioni, del “sublime”, Tabucchi tratta anche e cerca di fare i conti con la realtà, sia mediante alcuni brani più letterari sia mediante quelli più saggistici. In La gastrite di Platone (1998), una risposta al dibattito con Umberto Eco sul ruolo e la figura dell’intellettuale, riflette sulla problematica funzione e sullo spazio che esso deve occupare nella società odierna. Un altro esempio dei suoi interventi più impegnati è il libro L’oca al passo - notizie dal buio che stiamo attraversando (2006), che raccoglie i testi pubblicati sulla stampa mondiale (El País, L’Unità, Il Corriere della Sera, Herald Tribune, Le Monde, Il Manifesto, La Repubblica). In essi, Tabucchi riflette e propone un dibattito al suo lettore su alcune problematiche importanti della contemporaneità, tali come terrorismo e antiterrorismo, un nuovo razzismo e la minaccia di un nuovo autoritarismo. Testi scritti in mo- menti diversi e per giornali diversi, ma che, messi insieme, interrogano la nostra realtà. Tabucchi, individuo, cittadino, scrittore, si vede e si confronta con le notizie e gli avvenimenti del suo tempo. Tempo frammentario, cosi com’è la realtà “discronica”, per usare una sua parola. Le ultime righe del libro confermano questa specie di spogliarsi davanti al mondo: Misurarsi con la vita può far male, specie se lo si fa senza eccessive mediazioni letterarie o romanzesche. Lo hanno fatto altri scrittori in passato e l’ho fatto a lungo anch’io, come queste pagine testimoniano. Ma non lo si può fare per sempre. È giusto che uno scrittore, a un certo punto, ceda il testimone della visione diretta della realtà e riprenda i suoi strumenti più consoni. È quello che faccio chiudendo questo libro. Dal 2006 al 2010, Tabucchi ha pubblicato altri due libri che indicano altre strade aperte dall’autore. Il tempo invecchia in fretta (2009) è composto da nove racconti che trattano di temi sottili e sfumati, di una carica esistenziale forte, come può essere per esempio il significato dell’assenza. Lo scenario delle prime opere dà spazio ad altri nuovi: Germania, Ungheria, Grecia, ex-Jugoslavia. Nuove scoperte letterarie? Lo sguardo di Tabucchi ormai tende a spostarsi anche verso l’Europa dell’est, uno spostamento che richiede altre tematiche forse più legate al vivere nella società contemporanea. È possibile citare le frontiere culturali sempre meno nette e più fluide: civilizzazione contrapposta a barbarie. Tematiche che in qualche modo sono presenti anche nei suoi interventi giornalistici, nelle interviste concesse o nella partecipazione a programmi televisi, come è stato il caso di “Anno Zero” di Santoro. Viaggi e altri viaggi, in libreria dall’ottobre 2010, è il suo ultimo volume. Un libro particolare, forse un po’ più raccolto di quello del 2009. I viaggi, sempre ricorrenti nei suoi testi, ritornano insieme alla memoria, altro elemento della sua poetica. Afferma Tabucchi: “Sono un viaggiatore che non ha mai fatto viaggi per scriverne, cosa che mi è sempre parsa stolta. Sarebbe come se uno volesse innamorarsi per poter scrivere un libro sull’amore”. In Viaggi e altri viaggi, ripercorre luoghi cari e importanti del suo percorso d’intellettuale e scrittore. I suoi lettori identificheranno spazi già frequentati prima, l’India di Notturno, il Portogallo di Requiem e di Sostiene Pereira, che si mescolano ad altri nuovi. Una specie di mappa delineata dalle parole e dalle geografie inventate nella finzione. Il viaggio come scoperta dell’altro e di sé. In Brasile, Tabucchi è uno degli scrittori italiani contemporanei più tradotti. Di lui, infatti, sono editi tutti i libri narrativi, fino a Il tempo invecchia in fretta, appena pubblicato dalla Cosac&Naify in una bellissima edizione. Tabucchi è senza dubbio, in un momento di crisi letteraria e culturale, una delle voci più importanti e rappresentative della letteratura italiana in questo paese. Tuttavia, la sua fama è più legata a quello dello scrittore di narrativa, piuttosto che a quella di intellettuale, come si evince dalla mancata traduzione, invece, dei testi più propriamente saggistici e giornalistici. 5 “Lo zio di Lucca a Singapore” Intervista di Paolo Di Paolo ad Antonio Tabucchi. Dell’ultimo libro di Antonio Tabucchi, “Viaggi e altri viaggi”, a cura di Paolo Di Paolo, Feltrinelli 2010, pubblichiamo l’intervista dello stesso Di Paolo premessa al volume. «S pesso immaginavo di partire. Mi vedevo salire su uno di quei treni nella notte...» dice il personaggio di un suo racconto, «I pomeriggi del sabato» (Il gioco del rovescio, 1988). L’infinito “partire” quali immagini evoca in lei? Quando ha cominciato a pensare che avrebbe potuto riguardare la sua vita? È comprensibile che un giovane, dopo aver passato l’infanzia nell’orizzonte limitato di una campagna (seppur la bella campagna toscana) e un interminabile anno dell’adolescenza inchiodato nel letto per una malattia a un ginocchio e sognando sui libri di Stevenson e di Conrad che mi forniva mio zio, è comprensibile che quel giovane desiderasse di partire. Ma a muovermi non furono i romanzi di viaggi lontani, fu un film: La dolce vita di Federico Fellini. Il ritratto dell’Italia che Fellini forniva in quel film impietoso non corrispondeva a quello che l’Italia voleva che un liceale credesse. Dopo il liceo non ebbi animo di iscrivermi subito all’università e scelsi con la complicità di mio padre di andare a Parigi. A quel tempo non c’era l’Erasmus e da studenti ci si manteneva lavando i piatti, inoltre essere auditeur libre alla Sorbona non prometteva una brillante carriera. Ma Parigi fu la scoperta del mondo o almeno la scoperta che il mondo è grande. Non è vero che il mondo è piccolo. Non è neppure vero che è un “villaggio globale”, come pretendono i mass media. Il mondo è grande e diverso. Per questo è bello: perché è grande e diverso, ed è impossibile conoscerlo tutto. «Sono qui e nessuno mi conosce, sono un volto anonimo in questa moltitudine di volti anonimi, sono qui come potrei essere altrove, è la stessa cosa, e questo mi dà un grande struggimento e un senso di libertà bella e superflua, come un amore rifiutato», si legge nel racconto «Any where out of the world» (Piccoli equivo- 6 ci senza importanza, 1985). Capitare in un luogo: nascere significa anche questo. Ma poi, qualcosa comincia ad andarci stretto; allora partiamo. Ma non è così facile trovare un luogo che ci basti. Ecco: «farsi bastare i luoghi». Da dove cominciare? La letteratura – ha detto un poeta – è la dimostrazione che la vita non basta. Perché la letteratura è una forma di conoscenza in più. È come il viaggio: è una forma di conoscenza in più, molte forme di conoscenza in più. Molte cose ci possono bastare, e devono bastare, nella vita: l’amore, il lavoro, i soldi. Ma la voglia di conoscere non basta mai, credo. Se uno ha voglia di conoscere, almeno. Il ragazzino del suo racconto «Capodanno» (L’angelo nero, 1991) viaggia con i libri, con le storie. Viaggia stando fermo. Quanto l’esperienza della lettura ha a che fare con quella del viaggio? E la scrittura, come si sente dire, è un altro modo di viaggiare? Scrivendo uno immagina di essere un altro e di vivere una vita altra. E di stare in un altro luogo. La scrittura è un viaggio fuori dal tempo e dallo spazio. Il viaggio, quello geografico, è un movimento in orizzontale, ma sempre ancorato alla crosta del mondo. C’è un libro di Carlo Emilio Gadda che si intitola I viaggi la morte. Scritto così, senza virgola. I personaggi dei suoi libri si spostano, viaggiano e pensano spesso alla morte. Chi dice “io” nel romanzo Requiem (1992) attraversa Lisbona, ci viaggia dentro e incontra di continuo, a ogni angolo, presenze-assenze che richiamano la morte, i morti. Viaggiando si incontrano soprattutto i vivi. A volte anche dei moribondi. E anche dei veri morti, dipende dai luoghi. Oggi in certi paesi, ad esempio, se ne può trovare una quantità ragguardevole. Ma anche i nostri morti, o i morti che abbiamo conosciuto quando erano vivi. Può capitare. Può capitare, per esempio, che in una modesta pensione di Lisbona, in una domenica d’agosto, quando la città è deserta, uno riceva la visita del proprio padre morto da tempo. Perché a casa non veniva? Una forma di timidezza che hanno i defunti? Difficoltà a tornare in un luogo a lui troppo noto? Può capitare che in una anonima camera di un hotel di Singapore, lassù all’ultimo piano di un grattacielo, arrivi all’improvviso la voce dello zio di Lucca. Che potenza di voce, se arriva da Lucca, ed è ben strano, a pochi chilometri di distanza non era mai arrivata; uno sta dormendo in un hotel di Singapore e lo sveglia la voce dello zio di Lucca. Possibile che lo zio di Lucca avesse bisogno che il nipote si trovasse a Singapore per dirgli una cosa all’orecchio? Da cosa dipenderà? Sarà perché stasera non hai visto i telegiornali italiani, cosa del resto impossibile a Singapore? Sarà perché non hai appreso che il papa è uscito sulla piazza con un nuovo copricapo, che l’onorevole del partito della Manodura oggi non ha invitato a sparare su nessuno, che il giornalista televisivo che di umano non ha quasi niente considera sacro l’embrione? Sarà perché hai fatto pulizia delle scorie che inquinano la vita quotidiana? Sarà perché i morti, come i cetacei che comunicano con una specie di sonar naturale per non esser disturbati da tutti i suoni artificiali che inquinano gli oceani, hanno bisogno di acque acusticamente pulite affinché la loro voce non si perda nel rumore di fondo da cui siamo avvolti? E il tempo? Che cosa succede al tempo (alla nostra cognizione del tempo) mentre siamo in viaggio? Sembra strettissimo al momento di spostarci, di muoverci, ma poi si dilata, lievita miracolosamente quando lo riconsideriamo da fermi. Che cosa bella, gli orari! Gli orari sono fatti di un tempo speciale che non appartiene al Tempo con la maiuscola, appartiene a un tempo stretto, contabile, che entra nella pagina di un’agenda. Si fanno i calcoli: prendendo l’autobus delle quattro del mattino arrivo ad Oaxaca alle sette del pomeriggio. La cerimonia degli stregoni zapotechi sulle colline è alle ventuno, se l’autobus non ritarda ce la dovrei fare. Questo lunedì. Per martedì poi si vede. Crede che l’esperienza del viaggio abbia inciso molto sui libri che ha scritto? Ci sono viaggi che oggi, ripensando al suo lavoro, considera decisivi? È sempre difficile stabilire se le cose che pensiamo hanno più in- 7 fluenza sulle cose che facciamo o se le cose che facciamo hanno più influenza sulle cose che pensiamo. Probabilmente funzionano in regime di par condicio. Ci sono viaggi che si sono trasformati in scrittura. Questi viaggi non ci sono più, quasi me li sono dimenticati. O meglio, continuano ad esistere perché li ho trasformati in romanzi. Vivere e scrivere sono la stessa cosa, però sono due cose diverse. La vita è una musica che svanisce appena l’hai suonata. La musica è più bella della sua partitura, non c’è dubbio. Ma della musica, quando è stata suonata, nella vita resta la partitura. Lei che viaggiatore è? Lo spaesamento, il capovolgimento o l’interruzione dell’abitudine, l’incontro con l’ignoto la spaventano? Un viaggiatore che non ha mai fatto viaggi per scriverne, cosa che mi è sempre parsa stolta. Sarebbe come se uno volesse innamorarsi per poter scrivere un libro sull’amore. Forse molte volte la noia, nel senso più profondo, è stato un grande propellente. Però è difficile stabilirlo. Talvolta la noia, sempre nel senso più profondo, può essere un propellente ma anche una fascinazione a cui ci si abbandona fino a toccarne il fondo. E l’ignoto, il vero ignoto, dove lo troveremo, prendendo un aereo che va lontano o in fondo a quel pozzo di immobilità in una giornata passata a pensare senza muoversi di casa, guardando un muro senza vederlo? E poi l’ignoto ci spia sempre, e si presenta alla prima occasione. Ci sono autori o libri che le hanno fatto da guida, che ha sentito come compagni di viaggio nei viaggi della sua vita? Più che autori, direi dei versi, o brani di poesie. Uno se le porta dentro senza sapere di saperle, le poesie. E a volte arrivano da sole, come a siglare una circostanza in cui ti trovi, emergono dalla memoria per associazioni di idee, perché definiscono una situazione, “danno un senso”, sono dei veri compagni di viaggio, quel tipo di compagno che ti dice la cosa giusta al momento giusto. Non so, per esempio, citando alla rinfusa versi 8 che mi sono venuti in mente e che magari ho ripetuto come un ritornello per tutto un viaggio: «Detesto il poema ciclico e non gradisco i sentieri calpestati da molti» (un viaggio sbagliato); «Straniero, poco ho da dirti: fermati e leggi» (una lapide trovata per caso); «Mio Dio, che secolo, dicevano i topi, e cominciavano a rodere l’edificio» (davanti a scene che avrei preferito non vedere); «Viaggiare, perdere paesi» (varie situazioni); «Sto dove non dovrei stare» (pensata spesso); «Aria, mi riconosci tu, tu che un giorno conoscevi i luoghi che erano miei?» (certi ritorni); «Quando ti perderai nel deserto della sera e l’azzurro del mare lontano ti farà venire sete» (una premonizione che si avvera); «Succede che è dicembre in tutto il mondo ed è sabato in tutta la Colombia» (una vigilia di Natale chiedendosi cosa ci faccio qui); «Ho nostalgia di casa, il che è evidentemente una sciocchezza, da quelle parti non sono mai stato uno stimato sciovinista» (può succedere). «Mi piaceva leggere il viaggio sulla faccia degli altri». È una frase molto bella e sta dentro un suo libro. C’è un viaggio che le è capitato di vivere per averlo letto sulla faccia di qualcuno? Parenti, amici, persone incontrate per caso... Una particolare meraviglia del viaggio si legge soprattutto sui volti di quelli che vanno “in gita”. «Gli italiani in gita», come direbbe Paolo Conte. Ma anche qui in Por- togallo, da dove le sto rispondendo, quelli che la domenica fanno la gita a Fátima o nella località di mare, e in Francia quelli della periferia parigina che la domenica vanno a vedere la Cattedrale di Chartres. Esistono ancora “le gite”, anche se sono destinate a sparire. Più di una volta sono andato ad aspettare l’autobus di ritorno da qualche parte, fingendo di aspettare qualcuno anche se non aspettavo nessuno, per guardare le persone che scendevano. Sul volto hanno meraviglia, eccitazione, stanchezza, a volte non sono più tanto giovani, qualcuno ha portato anche i nipoti più grandicelli. Mi piace guadarle, queste persone: hanno davvero fatto un viaggio, anche se solo di poche centinaia di chilometri. Magari, non so, dal mio paese in Toscana sono andati ad Assisi o sul lago Trasimeno. E il viaggio ce l’hanno negli occhi assonnati dove è rimasto il disagio e l’allegria di quella breve evasione. Invece, al contrario, mi è capitato di osservare certe giovani coppie, oggi, che magari non hanno mai visto gli Uffizi o il Colosseo e che quando si sposano vanno in viaggio di nozze alle Seychelles o alle Isole Comore. Quando tornano, sul loro volto non c’è scritto niente. Del resto, cosa ci fa uno alle Isole Comore? Sono solo abbronzati. Lo stesso risultato l’avrebbero ottenuto standosene seduti nel cortile di casa o sul terrazzo. XY. Le variabili dell’intangibile Lidia Sirianni «L ’ho detto ai carabinieri, l’ho detto al Procuratore, l’ho detto a tutti quelli che mi hanno chiesto “cosa avete visto?”: l’albero, abbiamo visto, l’albero ghiacciato. E’ stata la prima cosa che abbiamo visto, appena arrivati al bosco – e anche dopo, quando abbiamo visto il resto, è rimasto l’unica cosa intera che abbiamo visto. L’albero. Era lì, al suo posto all’imboccatura del bosco, cristallizzato come sempre nel suo cappotto di ghiaccio, la cui trasparenza era offuscata dalla neve fresca – ma era rosso. Era rosso, sì, come se Beppe Formento, nell’atto di ghiacciarlo, avesse messo dello sciroppo di amarena nel cannone. In quel bianco fatale era l’unica cosa che mantenesse una forma, e sembrava – non esagero – acceso, pulsante di quell’intima luce aurorale che ancora oggi mi ritrovo a sognare. Sogno quella trasparenza rossa, sì, ancora oggi, e la sogno senza più l’albero, ormai, senza nemmeno più la forma dell’albero: sogno quel colore e nient’altro. Un tramonto imprigionato in un cielo di gelatina, un sipario di quarzo rosso che cala sul mio sonno, un’immensa caramella Charms che si mangia il mondo, ho continuato a sognare quella trasparenza rossa e continuo a farlo, perché è ciò che abbiamo visto, quando siamo arrivati al bosco. Cosa avete visto? Abbiamo visto l’albero ghiacciato intriso di sangue.» Che sia l’irrazionale e l’intangibile la più grande paura dell’uomo, non è certo una novità. Ma se un libro dichiarato thriller si configura nell’impossibilità di trovare un vero e proprio capro espiatorio, allora si riscopre un sapore antico, quello kafkiano, del peccato più intimo, quello globale dell’intera umanità. Il nuovo romanzo di Sandro Veronesi, XY, edito da Fandango Libri e in tutte le librerie dal 21 ottobre 2010, rappresenta una nuova (o forse ripercorsa?!) strada tra l’esistente e l’inesistente, tra il mondo e la metafisica. XY vuole stupire, vuol sembrare qualcosa di misteriosamente grande, eccelso; la modernità gli tende addirittura le mani svolgendo il nastro in un vero e proprio fenomeno di massa, che abbatte i limiti della comunicazione tradizionale, della metodologia classica del criticismo, nella soggettiva dualità “bello-brutto”. XY non è recensibile, XY non è tangibile. XY è un imbroglio, così mi viene da definirlo, uno scherzo letterario! E chi più può dare spiegazioni irrazionali, più intervenga nel dibattito! Si scansa così la Fandango Libri dalle critiche abitudinarie dei quotidiani, dalle alte considerazioni più didattiche, al fine di puntare sull’inconsistenza, quella del virus, quella di internet. Così nasce il sito web del romanzo (www.x-y.it), nascono i gruppi sui social network, si cerca di effettuare quel Viral Marketing che tanto piace ai giovani comunicatori, quello che fa spargere la voce, nel bene o nel male, senza poi aver pretese sul reale valore della notizia e in questo caso del libro. La nuova fatica di Veronesi, scritta in più di quattro anni, dopo l’eclatante ma sincero successo di Caos Calmo (uno dei pochi libri ad aver vinto di recente il Premio Strega, espressamente sull’idea geniale del concetto, più che sulla linea stilistica del romanzo), viene dichiarata come un vero e proprio thriller. Allora si dà il via alle congetture, via alle ipotesi sulla colpevolezza, via alle discussioni su gruppi di facebook…Come se ci fosse davvero qualcosa da svelare. In realtà lo stesso autore non ha mai tenuto segreto il contenuto 9 del suo caro romanzo e, leggendo interviste, recensioni abbozzate al volume, si può addirittura arrivare al vero e proprio spoiler. Non si può tenere nascosto il finale di XY, non si può evitare di additare il colpevole del delitto, perché semplicemente non c’è, non esiste. Lo stesso Veronesi ha raccontato l’arcano che si rivela dietro a questo romanzo, cominciando pian pianino ad enumerare le inspiegabili vicende che si susseguono e a ricavarne poi le giuste congetture. Riassumendo: in un lontanissimo paesino di montagna, Borgo San Giuda, perduto tra la neve e la nebbia, come ogni giorno arriva una slitta con alcuni visitatori e guidata da un paesano. Fin qui nulla di strano. Ma se la slitta arriva vuota, trainata solo da un cavallo su due, allora subito sorge il dubbio che qualcosa, in quel bosco, deve pur essere successo! La paura si innalza vorticosamente quando il prete e gli altri del villaggio si dirigono a cercare gli scomparsi, ritrovandosi di fronte una scena raccapricciante e inverosimile. Ai piedi di un albero ghiacciato, intriso di sangue, giacciono i cadaveri degli scomparsi, cavallo compreso. Le morti sono tutte diverse, assurde, inspiegabili; si parte dal più semplice enfisema polmonare, passando per un cancro, una decapitazione, uno svisceramento 10 per il traffico di organi…per arrivare poi alla più assurda delle morti, quella per attacco di uno squalo. Tra le montagne del Trentino. Da qui il thriller non esiste più. Da questo preciso istante narrativo tutti noi lettori abbiamo fin troppo chiaro che qui la realtà non è di casa! Si potrà dare una spiegazione a tutte le morti, magari tirando fuori l’effetto della casualità, ma di certo non si potrà dar risoluzione al morso di uno squalo, tra l’altro di razza australiana, sulle dolomiti. Il dubbio ora non si scaglia più di fronte al colpevole, ma si scaglia sul filo conduttore di tutti i decessi. XY non è più nemmeno un noir, ma diventa un vero e proprio romanzo psicologico, o meglio psichiatrico. La giovane co-protagonista infatti è una psichiatra. Alla stessa ora della tragedia collettiva dei dieci, si ritrova nel suo letto imbrattato di sangue, con una cicatrice di quindici anni prima, riaperta fino all’osso. «Sangue. Sulle lenzuola, sul cuscino, dappertutto. Mi hanno ammazzata? Sono entrati mentre dormivo e mi hanno tagliato la gola? Il cuore batte all’impazzata, ho paura: ho paura di scoprire che mi hanno ammazzata. Eppure devo guardare, devo controllare. Sto bene, però, mi sento bene: potrebbe non essere il mio, il sangue. E di chi è? Questo mi fa ancora più paura. Mi alzo, fa freddo. Che ore sono? Le dieci e quarantacinque – cioè in realtà le nove e quarantacinque, perché non ho mai rimesso la radiosveglia con l’ora solare: non ho dormito niente – e questo sangue, sul letto, sul cuscino, è sangue mio. Eppure sono viva, sto ritta sulle gambe, e non sento dolore. Il sangue è sulla mano, la sinistra, sulle dita – è sangue fresco. Devo sedermi di nuovo, sto per svenire. Sempre stato così. Anche all’università, la vista del sangue mi faceva svenire. Ecco, seduta va meglio. Dovrei guardarmi allo specchio, lo so, ma ho paura che il sangue sia anche sul viso. Sfigurata non potrei vivere. Ma poi, sfigurata da chi? Alberto? Lui ha ancora la chiave: è impazzito, è venuto qui mentre dormivo e mi ha – ma che sciocchezza: povero Alberto, come mi salta in mente una cosa del genere? Eppure qualcosa è successo, c’è sangue sulle lenzuola, sul cuscino, sulla mia mano – rosso, fresco. Dalla mano sta ancora uscendo, ecco: gocce di sangue sul pavimento. Devo guardare assolutamente, devo controllare, non devo svenire. Sono un medico o no? Coraggio: la mano, la mano sinistra. Ecco. Le dita. Il dito indice, soprattutto, sulla falange – oh, Dio, no. La cicatrice. Ma com’è possibile? Come diavolo è possibile? Eppure è proprio la cicatrice : s’è riaperta. Ma non è possibile che si sia riaperta – dopo quanto? Era l’ultimo anno in cui facevo le gare, avevo sedici anni – dopo quindici anni. » Veronesi calcola il cuore del libro come un grosso ingorgo mentale; il Borgo di San Giuda con i suoi folli abitanti, un prete che in quanto tale non ha dubbi sul reale colpevole degli assassinii, una psichiatra che in nome della scienza traccia gli assi cartesiani per unire tutti i punti delle variabili, un sostituto procuratore che impazzisce di fronte alle evidenze inspiegabili; tutto questo quando ormai l’edera è salita più in alto del muro che la sostiene… E se fosse solo un brutto sogno? Un incubo da cui noi tutti potremmo fuggire? Si spiegherebbe quel morso di squalo, si spiegherebbe la ferita riaperta dopo 15 lunghi anni, in un gorgoglio di frenesie, di paure, instillate negli animi umani, dove ormai le scuse più fragorose della realtà, come quella dell’attacco islamico usata dal governo per insabbiare le inspiegabili vicende di San Giuda, sarebbero davvero come tirare un sospiro di sollievo. L’autore ha scoperto un nuovo modo di far letteratura, almeno nuovo per i nostri tempi! Tutto è ben riuscito, ben congeniato, si palpa l’angoscia e la psicosi in ogni singola parola. Ormai la definizione di thriller non dovrebbe più essere contemplata nel nostro vocabolario, e se anche moltissimi lettori appassionati di Agatha Christie, leggendo XY, rimarranno con l’amaro in bocca, c’è da considerare che nella nostra era è l’impalpabile il vero cruccio dell’uomo, quello che si nasconde, fitto, nella mente. Avanguardistico quindi nei suoi contenuti e nei suoi risvolti. XY indaga negli animi umani, sebbene tutto si risolva, anche nella nostra vita quotidiana, in omicidi, suicidi, stragi di massa; quello che rimane ancora inspiegabile è la molla psichica che scatta nella testa degli assassini. Veronesi ne fa una molla globale, dove quello che sembra più contare è la conseguenza del sangue. Invece c’è qualcosa…qualcosa in più da conoscere, e che forse non si conoscerà mai: fa più paura di tutti i coltelli, fucili e bombe. E’ il castigo, è la fragilità della nostra mente. Sono X e Y, le variabili dell’intangibile. Oncologia dell’anima. Alessandro Piperno Fabio Pierangeli S quilibrato, imperfetto, con alcuni passaggi superflui, entusiasmante se si è disposti ad entrare nel corpoanima di un uomo, persuade con l’acuta descrizione della condizione umana più autentica, ritratta in un quadro di formalità, trionfo, “persecuzione” di un brillante borghese, improvvisamente incastrato ai “ferri corti” con la giustizia. Si è ricordato Kafka, per l’impronta di una potenza insondabile al servizio di una realtà giudiziaria, gli anni Ottanta italiani, prima del colpo di spugna di tangentopoli, tangibile ed evanescente allo stesso modo. C’è chi ha sottolineato la presenza di Proust, asciugato dai lirismi, nel fondo ebraico e alto borghese. Non escluderei qualche tratto sveviano facilmente rintracciabile nel gioco altalenante tra fortuna e inettitudine. In ogni caso, il ro- manzo di Alessandro Piperno, edito da Mondadori, Persecuzione.Il fuoco amico dei ricordi, ha un timbro insolito e personale e supera di slancio la possibile paralisi della seconda prova a fronte di un volume d’esordio, Con le peggiori intenzioni, salutato dalle ovazioni della critica. Meno compatto dell’esordio, affidandosi ancora al dislivello tra la dolcezza del ricordo e angheria del tempo, tra l’improvvisa scoperta della totale incapacità a scegliere e il successo pubblico sulle cui macerie si assesta questo sentimento, Persecuzione innalza ancora più in alto il sibilo della carne, della nostalgia, dell’impossibilità dell’amore filiale. Riesce in questo grazie alla preponderante centralità della figura protagonista e anzi, in una sezione iniziale dove non è al centro dell’azione, si trovano le pagine più deboli, che si perdona- no facilmente, immediatamente, dentro un sali e scendi continuo in fragili psicologie, accartocciate e iperboliche, ma dentro le quali può specchiarsi l’ansia di una condizione epocale. La struttura del romanzo gode proprio nella scelta di sfumare le ragioni per cui Leo Pontecorvo, quarantotto anni, si trova in quella situazione di reietto: in pochi mesi dai supremi altari della professione di oncologo per bambini alla polvere di non potersi nemmeno guardare allo specchio. Qualcosa deve essere accaduto (pag. 60 «per quanto incredibile potesse apparire, c’erano impiegati dello Stato il cui mestiere consisteva nel dimostrare che Leo era un farabutto. Gente pagata per metterlo alla sbarra»), e come un fiume che si riempie lungo il percorso di piogge torrenziali, arriva il momento in cui oscure ombre 11 di tessitori che tramano per la sua rovina, sferrano l’attacco finale, devastante d’alluvione, sfruttando la personalità mitomane di una ragazzina, l’adolescente fidanzata di uno dei figli dell’oncologo che lo trascina d’innanzi al tribunale dell’opinione pubblica con le accuse più infamanti. Qui siamo sicuri: è lei, la piccola vipera ad incastrarlo, dopo aver tentato un infantile gioco di seduzione, portato avanti con delle lettere ridicole, quanto esplosive che l’inettitudine, la superficialità con cui si lascia tentare da certe lusinghe permettono a Leo di non cautelarsi, semplicemente distruggendole. Cadute in mano agli inquirenti, diventano prove pesanti, con la famiglia della ragazzina che tenta in ogni modo di trarre profitto dalla vicenda. Ma non c’è tempo per processi o indagini, l’interesse di Piperno è tutto sulle reazioni di lui, al terrore paralizzante (pag. 88 «perché anche stavolta sei rimasto immobile in attesa che tutto precipitasse?») sull’andare avanti 12 e indietro nel tempo che quella assurda situazione provoca, quando viene scacciato dalla famiglia, di fronte all’infamante accusa di molestie sessuali alla fidanzata del figlio, che si aggiunge alle altre, non ben specificate, di corruzione. La vita di Leo spregiudicato e brillante nella professione, quanto del tutto inetto alla vita concreta, viziato prima dalla madre e poi dalla moglie, non sa come reagire, specie davanti alla profferte e poi minacce della ragazzina. La terribile notizia della nuova inchiesta viene comunicata alla famiglia riunita nel cuore della casa borghese in diretta televisiva. Momento topico che segna anche l’incipit del romanzo. Leo non trova di meglio che fuggire, al piano di sotto della casa, dove rimarrà sepolto per la gran parte del romanzo, in quello che sembra, narrativamente, una sola lunga giornata da lui vissuta tra il presente e la pioggia battente dei ricordi. Si tratta di una condizione particolarissima e apocalittica, singolare e applicabile ad altri soprusi, giusti o ingiusti che la condizione umana prevede, patisce, beve di amaro calice, brindando con sudore e sangue, fango, ad un ignoto destino, capace di cambiare marcia quando più gli piace, portando il convoglio lindo e pulito contro un muro. Per esempio, mettendo in analogia il lavoro del medico, pietoso e allo stesso tempo doloroso e invasivo per i pazienti, con la visita medica e l’interrogatorio che Leo deve subire, non avendo, questa volta lui le redini sulla vita degli altri, ma subendo l’aggressione. Piperno non offre né consolazioni, né risposte, ad esempio alla domanda se il protagonista, con la sua yubris di potente del mondo, merita la punizione, sia essa quella divina o sia essa quella della legge umana, per crimini di cui con una scelta felicissima, in buona sostanza, il libro tace. Produce pagine barcollanti, vedi la presenza costante e ambigua della madre, altre intelligentissime, vedi il ragionamento sulle foto, nell’incapacità del pugile suonato a reagire, fin dal primo pugno. Il suo allenatore-avvocato non gli è da aiuto: amico d’infanzia, ragazzino bruttino vissuto all’ombra della sua bellezza e del suo successo, conduce la difesa del processo in un misto di rivalsa, invidia, incapacità, decisione a considerare le parti ormai rovesciate, conservato una ambigua condiscendenza. Scompare ad esempio quando Leo viene condotto in prigione, dove la verve tragicomica di Piperno raggiunge livelli sarcastici ed esilaranti, con il medico rinchiuso in una cella costretto a subire le angherie degli altri ospiti della giustizia. Prima però il romanzo ci offre pagine convincenti, tese, quando la polizia viene a stanare Leo dal suo terribile e solitario rifugio casalingo per portarlo in cella. Tra gli uomini della giustizia c’è chi ha avuto il figlio guarito dall’operato del medico e lo ringrazia commosso, eppure deve svolgere il suo dovere. Leggo a pag. 241 «La parte che separa la tua bella stanza coniugale dalla cella in cui da un momento all’altro potrebbero sbatterti è molto più sottile di quanto la tua presunzione di inviolabilità sociale di abbia fatto credere. E’ questo ciò che devi capire? Bé, non ci vuole un cervellone per comprenderlo. Leo aveva lasciato che lo scortassero fuori come se lui non conoscesse la casa dove aveva vissuto per tanti anni e che gli era costata un bel po’di quattrini. Aveva provato sollievo nel constatare che lungo il tragitto del seminterrato all’ingresso non c’era nessuno. Probabilmente Rachel [la moglie di Leo] aveva fatto in modo che non ci fosse anima viva a presenziare all’arresto. Risparmiandogli una mortificazione, o risparmiandola a se stessa e ai ragazzi. E le cose erano andate lisce. Uscendo all’aria aperta, in giardino, Leo era stato accolto da una sfavillante, soleggiata giornata di fine settembre. All’orizzonte un solitario, levigato fronte di nubi bianche aveva assunto la forma di uno squalo con la bocca semichiusa, in allerta, pronto a slanciarsi sulla preda». Tono e atmosfera che percorrono in lungo e in largo il romanzo: il dialogo, fermo restando il racconto in terza persona, del narratore che si rivolge direttamente al suo protagonista, non disdegnando, nelle fasi più acute della gaddiana indagine dolorosa sui delitti e sulle pene, con in alto i disegni senza senso e sublimi delle nuvole, qui pronti a divorare l’uomo “innocente”, un lirismo silenzioso e partecipe, più spiccato e convincente rispetto all’esordio di Piperno. Chissà c’è da scommettere, se il narratore, presi armi e bagagli, si sveli nella seconda parte, magari come uno dei personaggi attorno a Leo, finora nascosto. Prigione, comunque, dopo l’atroce parentesi del carcere, torna ad essere, come in quel primo giorno, la sua stessa casa. Da dimora ad antro infermale del dolore, nel modo descritto dalla fervida fantasia di Piperno, per cui la chiusura totale al mondo di fuori, si oggettivizza nella sua stessa possibilità voluta dal prigioniero di viverla ascoltando voci, rumori, odori della sua famiglia ai piani superiori, fino alla conclusione nello stesso tempo aperta e classica, presentando, almeno a prima vista una soluzione radicale. Ma non si sa mai, la tastiera di Piperno può riservare sorprese anche deviando da quella lastra di marmo già stabilita. Del resto, altra azione insolita per l’odierna narrativa, si tratta di un dittico, di cui tra qualche mese uscirà la seconda parte, sotto il titolo conclusivo di Il fuoco amico dei ricordi. La narrazione si interrombe di fronte ad un’altra silenziosa ma efficacissima nel completare l’atmosfera del romanzo, trovata inusuale: gli strepitosi disegni in bianco e nero in stile Diabolic che costellano in sequenza, gli episodi chiave del romanzo, come quadri di un processo psicanalitico di enorme portata. Sappiamo solo lì, in fondo al romanzo, del punto interrogativo legato a queste immagini, essenziale, mentre fino a quel momento potevano credersi semplici illustrazioni delle scene del romanzo. Piperno si guarda bene dal rispondere al quesito, rimanendo lì in quella stanza prigione sotto la propria dimora. Cimitero, labirinto, abissoluogo dove affiorano i ricordi del condannato, mentre la vita della famiglia senza di lui sembra continuare la sua routine. Così, verso la fine del racconto, il prigioniero di se stesso osserva lui medico uno dei figli che si fa male ad una caviglia durante la partitella a pallone, per una dura entrata del fratello. È l’occasione per l’ultimo straziante ricordo di padre, confinato, lì vicino tanto che può guardare dalla finestra i figli, e abissalmente distante. Vorrebbe finalmente intervenire, per rifarsi vivo in quel mondo al di sopra che l’ha schiacciato, provare a dire le sue ragioni. Ma la condanna alla paralisi (ma quale condanna siamo costretti a chiederci fino alla fine?), lo ricaccia nei sotterranei del buio, nella totale incapacità di afferrare delle ragioni per cui dovrebbe difendersi dalle accuse e affrontare la famiglia e dichiararsi innocente, cercando in loro gli alleati di sempre. Mentre sta per fare il primo passo, infatti, sopraggiunge la moglie, che gli appare bellissima, pag. 387: «No, non avrebbe sporcato tutta quella bellezza (una madre che soccorre sue figlio) con la bruttezza che lui rappresentava. No, non l’avrebbe fatto. L’ultima occasione offertagli dal Padreterno di provare a ricongiungersi con la sua famiglia veniva bruciata in pochi secondi». Le pagine più memorabili a mio avviso, riguardano la professione di oncologo per minori, in un ossimoro di grande suggestione: lo scrittore, servendosi della scelta narrativa del dialogo diretto, ma in terza persona, tra il narratore esterno e il personaggio, opera da chirurgo per descrivere un medico oncologo, ovvero uno delle professioni più delicate che esistano ma che diventa anch’essa, con l’abitudine un mestiere. Eppure Leo, almeno in una occasione, soffre tremendamente per la perdita di un bimbo che sembrava aver salvato e che invece ha una recidiva (pag. 316) «violentissima, spietata come tutte le recidive». Perché si chiede Leo, e la risposta non esiste: «Le cose erano precipitate. Perché? Si era chiesto il giovane medico. Semplice, perché le cose precipitano. Perché nessun caso somiglia ad un altro». Rientrato a caso, dopo aver ricevuto i genitori del piccolo, trova i suoi due figli e la giovane moglie «Una scena così profumata e così puzzolente. E si era sentito in colpa. Si era sentito sporco». E’ un attimo, poi riesce a dividere il lavoro, la malattia, la morte dalla sua “vita” privata. Ora però davanti al quel tribunale di interrogatorio il malato terminale è lui. Lui «il bambino che rischia la pelle». Ora capiva «quei malati che non lottano più, che sembrano aver trovato una pace interiore. Che non hanno più la forza nemmeno di lamentarsi. Le cui sole insofferenze riguardano le cure di cui vengono fatti oggetto, che non hanno alcuna utilità se non quella di acuire l’agonia, e procrastinare in modo crudele il tempo del nulla. Quello che lui stava subendo in aula era nient’altro che accanimento terapeutico, a un certo punto non aveva più potuto sopportarlo e aveva staccato la spina. Per questo se ne stava a casa, nel suo buco. Placidamente rassegnato». Se il problema di Leo era stato spiegare ai figli il suo lavoro in pagine tra le più belle del romanzo, ora deve dare le ragioni a se stesso della sua esistenza, del suo agire, del suo passato e del suo presente. E’ tardi, o avrà un’altra occasione nel secondo dei due volumi di Il fuoco amico dei ricordi? 13 Letteratura tra testimonianza e arte Il segreto di Nadia B. di Sergio Campailla Giovanna Scarsi1 S ergio Campailla ha inaugurato la palestra letterario-artistica dei Martedì letterari della città di Salerno: il suo modello ci accompagnerà nella programmazione dei laboratori di scrittura creativa e nelle sperimentazioni teoriche e pratiche delle arti sorelle, letteratura e pittura. Più che un’analisi critica del romanzo, voglio brevemente descrivere un succedersi di sequenze, un intrecciarsi di testi e contesti, la linea continuamente divagante dalla protagonista all’autore e viceversa. Il titolo intrigante e l’immagine luminosa di copertina da un quadro di Schiele, l’eleganza della pagina editoriale ci immettono subito nella scenografia di un’atmosfera speciale, di un’epoca magica: la belle epoque, carissima ai miei studi e anche qui sullo sfondo delle vicende del romanzo. Un’affiche, però, europea: non Parigi e la belle epoque, ma Pietroburgo ed Odessa, la Russia complessa e fascinosa dei primi anni del Novecento in cui si preparava la grande guerra e la rivoluzione del’17 (Maiakowskij ”La guerra è dichiarata”). Da Pietroburgo a Firenze la scena si sposta: dalla ieraticità delle cattedrali e dal turbinio della grande Neva, all’apricità luminosa della maestosa piazza a Firenze dove sovrasta, simbolo della grandezza della tradizione, il David; da un lato la facoltà di lettere e la Scuola di Nudo, dall’altro i caffè letterari, Le Giubbe Rosse, il Gambrinus etc., centri della cultura e della politica del tempo. “Etre libre du bonheur de L’esclave, libre de l’adoration Sans peur, effrayant, grand Et seul-voilà le dèsir De l’homme vrai” Nadia Baraden Firenze 1907. 1 Giovanna Scarsi, per decenni Preside di Scuola Superiore nei Licei di Salerno, promotrice culturale di primo piano, con i Martedì Letterari, studiosa di altissimo profilo, in particolare della Scapigliatura e dell’incrocio tra Letteratura e arte, è attualmente consulente per la Cultura del Comune di Salerno. Pubblichiamo il discorso introduttivo pronunciato all’inaugurazione del laboratorio dei Martedì letterari di Salerno con la presentazione del romanzo di Sergio Campailla. Si è voluto mantenere il carattere diretto della comunicazione orale. 14 Cala il sipario, seconda sequenza: si leva dal contesto Nadia, la femme fatale che porta il messaggio rivoluzionario. L’avventuriera russa così si presenta: E’una dedica sul retro di una foto ad un suo amante, il marchese Torrigiani. La foto esalta un viso luminoso sotto la capigliatura fulva e folta in contrasto con il rigore dell’abito nero: una ragazza animata da uno slancio ideale, sotto un carico troppo gravoso. La dedica è un tragico e ribelle manifesto, dodici giorni prima del suicidio: parla di schiavi e di libertà, di solitudine e di grandezza […] Invoca l’ideale dell’uomo vero.” E gli uomini o le donne veri sono per Nadia i compagni rivoluzionari, con cui rimarrà sempre in contatto. La vicenda di guerra, amore e morte di Nadia si leva a simbolo di un’epoca mitica e complessa Nadia, da un canto per la Russia, dall’altro Carlo Michelstadter per l’Italia, il poeta che inizia la serie dei poeti e degli artisti che hanno il fascino dei perdenti: anche lui suicida dopo Camerana e prima di Pavese. Carlo come Nadia cui si lega il suo destino è il simbolo nell’Italia primo novecento ed il portatore di una cultura e di un’anima: la belle epoque. L’individuale si leva a significato dell’universale, l’universale prende corpo e consistenza nel particolare dei casi e dei protagonisti. Terza sequenza. La tragedia dell’epilogo che commenta nel suicidio dei protagonisti l’èchec di una società: la grande guerra sta alla politica come il suicidio di Nadia e di Carlo, di Gino ed altri, sta all’incompiuto, il segreto delle loro avventure di amore e di arte. Ma quale il segreto di Nadia B.? La lettura del romanzo rende tutto quanto il film non può dare: la voce della cultura militante, la forza dell’impegno civile e politico, la tensione dell’ideale, la religione della Bellezza e dell’Arte, il rigore della filologia-filosofia, la passione dell’IDEA che unisce la protagonista all’autore. La vera matrice di questo romanzo è la passione dell’Idea che unisce la protagonista Nadia all’autore, lo scrittore al critico ed il critico allo scrittore ed ha un nome: Carlo Michelstadter. Sergio Campailla, giovanissi- mo, ha scoperto, studiato e pubblicato Michelstadter fino allora sconosciuto anche a noi addetti ai lavori. Per le edizioni Adelphi, ha pubblicato l’opera omnia, grazie a cui il poeta dalla brevissima vita entra di fatto nella letteratura e nella cultura europea. Nell’archivio di Michelstadter, a lui affidato dallo zio Carlo del poeta, rinviene un carteggio inedito nel quale coglie e matura la storia di Nadia. Campailla nella letteratura emergente del periodo da Verga a Pirandello, altrettante sorelle italiane di Nadia, e fa riferimento costante a Tolstoj e Dostoevskij. In verità per noi la vera genesi del romanzo è nella coscienza critica del suo autore, nel comune amore dello studioso e del narratore nei confronti del suo personaggio: una profonda pietas verso i vinti. Invero, si individuano nel libro con chiarezza, due piani ribaltabili ma non due livelli di scrittura. Lo spessore culturale della caratterizzazione dell’epoca attraverso il confluire della storia, della politica, della filosofia, della letteratura e dell’arte non è in conflitto con l’ideazione e la ricreazione della narrazione perché ne costituisce come il naturale sfondo ovvero, il fondale. Anzi, stimola la tensione narrativa nell’alternarsi dei due registri, quello impegnato e quello leggero, e ne sorreggere il glissare unitario verso il giallo o il noir. Un’identificazione, dunque, fra realtà e “fictio” a ribadire il ruolo primario della letteratura fra testimonianza ed arte”: il titolo dato dall’editore Studium ad uno dei miei libri recenti e anche una chiave d’accesso per le storie, tutte vere, di questo indimenticabile libro. Ma, allora, qual è il segreto di Nadia B? Scopritelo voi, cari amici!. 15 Considerazioni di un lettore su Il segreto di Nadia B. Bernardina Moriconi C he cosa non è Il segreto di Nadia B. Non è un romanzo. Non è un saggio. Non è un’inchiesta giornalistica. Non è una biografia. Non è niente di tutto questo ed è tutto questo assieme. In qualche modo è anche un diario, il diario che, attraverso le vicende di Nadia e di Carlo Michelstaedter, Sergio Campailla andava elaborando nel corso degli anni : un personale percorso formativo ed emotivo che forse ha condizionato, nel senso dell’arricchimento, la sua personale esperienza di uomo e di artista. Dimenticavo. Il segreto di Nadia B. è naturalmente un thriller che non rinuncia a nessuna delle caratteristiche proprie del genere, a partire dalla suspense, che anzi in gran parte del libro gioca un ruolo fondamentale. Per questo (ma non solo per questo) è un’opera che ha più piani di scrittura e che richiede più occasioni di lettura: sono troppi i punti e gli spunti, i personaggi e i riferimenti, i suggerimenti e gli arricchimenti (si pensi solo a tutto lo spaccato su vita società e cultura di santa madre Russia) che vengono dal lettore trascurati o rinviati con propositi di successivo approfondimento per la fretta di sapere come va a finire la storia. Appunto, come va a finire. Per questo non basta una sola lettura: come ogni appassionato di gialli sa, se alla fine si svela il mistero, la rilettura a posteriori ti permette di cogliere o di dare altro valore agli indizi seminati dal bravo narratore durante il racconto. Qualcosa di simile accade in questo libro. Dove in realtà la fine della storia la sappiamo fin dalle prime pagine, col racconto del suicidio di Nadia, avvenuto a Firenze l’11 aprile del 1907, ma le ragioni, quelle occasionali e quelle remote, in qualche modo potremmo dire il movente (o i moventi) li scopriamo, ancora una volta in un crescendo di suspense, solo in conclusione. La protagonista, ce ne informa il titolo, è una donna, di cui abbiamo solo il nome proprio e un’iniziale. Ben presto scopriremo il cognome e poi tutto il resto. Che è, cioè, una giovane donna, anzi una ragazza, che di ragazza (oltre all’avvenenza e alla sventatezza) ha ben poco. Figura altrettanto intrigante del romanzo appare proprio Campailla, o meglio, il “personaggio” Sergio Campailla, che, attraverso circostanze non prive di suggestive combinazioni, sembra quasi essere predestinato 16 o prescelto dalla sorte nel compito arduo e fascinoso di restituire alla vita, almeno a quella pirandellianamente vera e durevole dell’arte (e non solo con quest’opera, intendo) quell’esistenza che i due giovani, Nadia e Carlo, si sono autonegati nella realtà. Anche il personaggio Campailla è poco più di un ragazzo quando inizia ad addentrarsi nei meandri di questa storia. Ha ventisette anni (mi pare) : sarebbe un loro coetaneo se non consideriamo lo stacco cronologico che lo separa dai primi due, resi però eternamente ragazzi dalla morte precoce. Campailla s’imbatte per la prima volta in Nadia quasi per caso, ma fin da subito con il giusto coinvolgimento intellettuale ed emotivo: intuisce che dietro a quel nome c’è di più e quel di più è tutto da scoprire e ricostruire. Ciò che è nascosto e occulto seduce da sempre Campailla. Personaggi, veri o di fantasia (cito a caso i primi che mi vengono in mente: Rosso Malpelo, Cagliostro, Vanni Corvaia del suo Paradiso terrestre…) che scompaiono nel nulla risucchiati da cave e caverne, pro- fondità marine o recessi della terra: o semplicemente si volatilizzano. Il mistero della scomparsa, lui lo sa bene, alimenta la leggenda. La morte per autosoppressione è in fondo un modo per scomparire, per sottrarsi ( a chi? a cosa?), contiene in sé un grumo di mistero che rivendica se non il nascere di una leggenda almeno una rispettosa meditazione, a un tempo razionale e sentimentale. L’interesse che Campailla riserverà a Carlo Michelstadter sarà prevalentemente intellettuale: c’è tanto materiale – letterario e pittorico – da ordinare selezionare catalogare intitolare pubblicare… Nadia è un nome o poco più, che il nipote di Michelstadter vuole anzi tacere, per una forma di estrema discrezione e di rispetto, in quanto estranea alla famiglia. Ma quel nome si imprime nella mente del giovane intellettuale cui è stato affidato il prestigioso incarico di raccogliere l’eredità culturale e artistica dello scrittore e filosofo goriziano. E’ potente quell’immagine, ancora una volta pirandelliana, della giovane donna – solo un nome, ormai – che si affaccia periodicamente alla mente dell’ altrettanto giovane studioso a chiedere un risarcimento, forse una seconda possibilità di vita nelle pagine imperturbabili ed eterne della letteratura. Campailla è uno studioso, ma è anche un artista, un’anima bella, dotato di un surplus di sensibilità emozioni intuizioni. Si butta a capofitto nell’impresa, che a lui appare più di una volta, in corso d’opera, disperata, a noi, oggi, incredibile. Campailla si fa detective, nel senso letterale del termine: si mette a indagare, spulcia giornali e riviste dell’epoca, rovista tra carte e oggetti di Carlo. Arriva a consultare gli archivi storici di Pietroburgo Cos’altro? E’ una ricerca talmente lunga e accurata che porta, sebbene insperatamente, a dei frutti. Il nostro eroe raccoglie le tessere sparse e ricompone a poco a poco un puzzle che restituisce anche l’affresco di un’epoca. E proprio come certi dipinti, raschiati, ne celano altri, così accade: il personaggio di Nadia (a lungo soltanto un nome) acquista lentamente contorni reali, recupera quel corpo di ventenne che aveva scelto di liquidare con un colpo di pistola. Ma questa ricostruzione avviene attraverso un processo lungo e complicato. La vicenda di Nadia “si fa” poco per volta, senza coerenza cronologica e tanto meno logica; i passaggi, a volte anche quelli sostanziali, bisogna ricucirli, valutando se e in quale modo i vari pezzi combaciano. Non tutto torna. La storia è ricostruita ma sfugge qualcosa, qualche pezzo resta fuori. Poi il colpo di scena, anzi se vogliamo i colpi di scena perché assistiamo a più disvelamenti in chiusura: come nel gioco delle scatole cinesi, la soluzione di un mistero sembra contenere in sé quella di un altro, e via fino ad arrivare anche a quello che avvolgeva la fine di Gino, fratello maggiore di Carlo, anche lui, Campailla ne trova conferma, morto suicida negli Stati Uniti un paio di anni dopo Nadia. Anche sullo stesso Carlo non mancano nuove sorprendenti rivelazioni.. Torniamo a lei.. Nadia è tutto troppo. Troppo bella, troppo gio- 17 vane, troppo straniera, per quei tempi (non francese o austriaca: russa, appartiene cioè a una confusa lontananza biancheggiante di neve), troppo passionale e, in modo contraddittorio, almeno per noi italiani, troppo algida e distante: mi rievoca l’immagine della Ninotchka di Lubitsch. Sembra un personaggio letterario, anzi di cattiva letteratura passata: quei feuilleton a base di soffuso erotismo e di esotismo, in cui le nobildonne slave grandeggiavano: Campailla cita non a caso Tigre reale del Verga mondano e vagamente scapigliato. Dopo la rivoluzione e lo spodestamento dello zar, con la fuga verso occidente di molti aristocratici russi, ci sarà una ripresa di tali temi nella letteratura e teatro europei, il primo 18 titolo che mi viene in mente è una deliziosa commedia della metà degli anni Trenta, Tovarich, di Jacques Duval. Non divaghiamo. Nadia, per di più, concentra nella sua brevissima vita vicende che potrebbero riempire l’arco di una intera esistenza, forse anche più di una. L’ebraismo di origine. La vita agiata da figlia di papà nella terra delle anime morte, la violenza, per di più incestuosa, subita da bambina, il senso di rivolta, il precoce acuirsi di una sensibilità che la porta a solidarizzare con gli operai di suo padre e poi con gli umiliati e offesi di quella terra, la scelta sovversiva, l’anarchia, il nichilismo, la condanna per cospirazione, la deportazione, l’esilio, il matrimonio con quello che scopre essere una spia che la polizia russa le aveva messo alle calcagna, l’ennesima disillusione, i lavori per mantenersi, la povertà sopportata con dignitoso orgoglio, l’arrivo in Italia, la scoperta dell’arte e la riscoperta della sua antica passione per il disegno, i legami, reali o presunti, con le cellule sparse di sovversivi, le intese intellettuali, le amicizie, gli amori o, forse, un amore…. Nadia vagheggia ideali, sogna le rivoluzioni, odia i tradimenti, politici e sentimentali, e deve subire entrambi. E’ una ragazza, ma ha già una personalità ben definita, che il suo look elegante e severo, esclusivamente nero con qualche piccolo dettaglio charmant, rispecchia ed esalta. O forse serve a camuffarsi, a celare una parte di sé, quella fragile, più volte tentata a cedere. E’ sola, sebbene circondata da amici e ammiratori. Suscita curiosità e chiacchiere: è straniera, è bella. È anarchica: forse, si sussurra, pratica il libero amore. E’ donna. Sembra tutto incredibile. O meglio: sarebbe incredibile se non fosse per un piccolo particolare: è tutto vero e oggi, grazie a questo straordinario volume, è tutto documentato e documentabile. Mi ha ricordato qualcosa della Pastorale americana di Philip Roth: anche qui, una famiglia ebrea, che dal niente diventa una potenza economica nella realizzazione di guanti, anche qui una ragazzina, con tutti i presupposti per diventare viziata e potente, anche qui una forma di violenza subita dall’infanzia ma causata dalla natura, fisiologica insomma: la bambina è balbuziente. Anche qui una ribellione adolescenziale e totale. La ragazza diventa terrorista e per contestare le guerra nel Vietnam porta la guerra in casa sua, fa saltare l’ufficio postale della sua cittadina, provoca un morto, è ricercata, si dà alla fuga. Anche qui c’è uno scrittore, il protagonista-voce narrante che a distanza di anni decide di ricostruire la complessa vicenda. C’è insomma più di una analogia, ma il romanzo di Roth è ambientato negli USA della guerra fredda, dove tutto sembrava possibile e dove tutto veniva assorbito e ammortizzato dal fragore di sottofondo che accompagnava la costruzione del sogno americano e poi la sua dissoluzione; ne Il segreto di Nadia B. lo sfondo di avvio è quello delle sterminate pianure russe, dove anche una pietra scagliata su di un lago ghiacciato fa rumore e rompe l’incanto (o l’incubo) soporifero, figuriamoci la rivolta d una adolescente, ricca rampolla ebrea. La differenza sostanziale è però ben più corposa: lì, nell’opera di Roth, è tutto inventato, per quanto verisimile, qui è tutto vero. Roth per dar vita alla sua ricostruzione si inventa il personaggio di Nathan Zuckerman, Campailla mette in gioco se stesso e una sua straordinaria esperienza, a un tempo umana, storica e letteraria. Umberto Eco: Il Cimitero di Praga Lidia Sirianni T esti estratti da: «“Il cimitero di Praga” di Umberto Eco, la costruzione del diverso» di Renato Minore – Il Messaggero, 7 Novembre 2010 - «Odio è il nome della Rosa. Vi racconto il nuovo libro di Umberto Eco» di Gianni Riotta – Il Sole24Ore, 31 Ottobre 2010 Renato Minore «Ex falso sequitur quodlibet» è massima della logica antica (spesso attribuita a Duns Scoto) che vaticina la maledizione della conoscenza: se partiamo da una premessa falsa avremo conseguenze vere o false, ma senza poter distinguere le une dalle altre. Ciechi davanti a verità e menzogna. Secondo le «teorie della cospirazione» sul web, tutto quel che crediamo di sapere è falso, nessun ebreo è morto alle Torri Gemelle, l’Aids è diffuso dalla Cia, il fluoro immesso nell’acqua dalla setta degli Illuminati, Clinton ha ucciso 60 rivali, Obama è un musulmano di al Qaeda, Lady Diana è morta perché non rivelasse i piani extraterrestri di invasione del pianeta, la guerra in Afghanistan è scoppiata per costruire un oleodotto. Ciascuno di voi sorriderà, salvo poi leggere che milioni di persone, spesso considerate perbene e in buona fede, sono persuase di queste fole. Mi capitò di partecipare qualche volta ai dibattiti di Bildeberg, che per i complottisti reggono segretamente il mondo, e quando via mail mi accusarono ribattevo sorridendo: «Ma se fossi uno dei 50 leader che in gran segreto controllano la Terra, l’Inter andrebbe così male?», visto che in quegli anni i nerazzurri vincevano poco o punto. Mai sottovalutare i teorici delle trame: non appena la mia squadra tornò a vincere, gongolanti, si rifecero sotto: «Visto eh? Siete voi a tirare le fila!». Il cimitero di Praga, nuovo titolo del semiologo e scrittore Umberto Eco, è un feuilleton, un romanzo d’appendice. Narra del capitano Simone Simonini, ottocentesco nipote di un nonno reazionario, che gli inculca l’odio per gli ebrei, i massoni, i rivoluzionari e un cupo servilismo opportunista verso il potere, e quanto più occulto e opportunista è, meglio. Simone Simonini, l’unico personaggio di pura invenzione, sia pure - come confessa Umberto Eco - “effetto di un collage” per cui gli vengono attribuite cose “fatte da persone diverse”, regge sulle sue spalle come Atlante quasi tutti i più clamorosi complotti dell’Ottocento, come una specie di macchina centripeta intorno a cui si adden19 sano misfatti, persecuzioni, delitti, travestimenti d’ogni tipo. Il protagonista de Il Cimitero di Praga, sesto romanzo di Eco (Bompiani, 518 pagine, 19,50 euro) è infatti una pasta tutta particolare di gaglioffo, di falsario, di traditore, nonché impotente (con una sola, disastrata esperienza erotica) e ghiottone impenitente. Di professione sarebbe notaio. Diventa così lo spregiudicato calligrafo per cui il confine tra vero e falso è una linea di umo, disposto a tutto pur di essere servizievole nei confronti dei potenti di turno, gesuiti, repubblicani, massoni che siano, in un vertiginoso cambio di danza che abbraccia più paesi europei. Simonini comincia i suoi servigi con il re di Sardegna, come una spina nel fianco della spedizione dei Mille in Sicilia dove, fin troppo zelante, progetta e realizza la scomparsa in mare di Nievo, che porta le carte compromettenti dell’impresa garibaldina, e con un attentato davvero all’avanguardia per la tecnica esplosiva messa in azione. Nella sua febbre di falsi da vendere al numero più alto di acquirenti, Simonini non esita a diventare pluriomicida, passando per oscure cloache e riti satanici. Mette il malefico zampino nell’affare antisemita che porta alla persecuzione nei confronti di Dreyfus in Francia, quella contro cui si schiera Zola. Sta in prima linea contro i comunardi nella Parigi del 1871 dove si mangiano i topi tra le barricate, al momento opportuno trasloca al servizio dell’occhiuto e temibile spionaggio dello Zar, fino ad essere coinvolto in un attentato “dimostrativo” che (forse) spezzerà per sempre la sua corsa folle di intrighi e tripli giochi in cui gli è capitato pure di incrociare il detestato cocainomane Freud, “il dottor Froide” o una mistica Suor Teresa, carmelitana di Lisieux. Insomma una vita davvero esemplare, da santino del male, di falsario e spia internazionale che si muove tra i personaggi più discutibili del secolo come il massone traditore (poi pentito) Taxil e il prete fondatore della setta satanica Boullan. Nel tapis roulant delle peregrinazioni di Simonini, Eco porta nel cuore pulsante di complotti, plagi, raggiri di tutte le nature, ne 20 mostra il meccanismo e la costruzione mentre le carte si rovesciano in ogni istante e tutti finiscono per essere ebrei o antisemiti. Ci porta, soprattutto, nel maelström di irrazionalità su cui si fonda la storia moderna, in quella sorta di piattaforma teorica di estrema falsificazione su cui si è alimentato l’orrore dello sterminio nel Novecento. Il capolavoro di Simonini, quello che negli anni gli sarà chiesto di replicare e di perfezionare a seconda del committente, sarà la narrazione del falso di tutti i falsi, estratto in parte dai romanzi d’appendice di Dumas, secondo l’interpretazione semiofilologica di Eco. E cioè la cospirazione notturna dei rabbini, il piano per dominare il mondo steso fra le lapidi del cimitero israelitico di Praga che, nel tempo, darà linfa ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion, la madre di ogni pamphlet antisemita: quel testo che, benché reputato apocrifo, ha dominato per decenni la propaganda con la “novità” della figura dell’ebreo discriminato e reietto, trasformato nell’essere demoniaco dominatore nella finanza internazionale, sovversivo per natura e vocazione. Gianni Riotta Vari recensori, anche autorevoli, hanno espresso il timore che il libro di Eco, con pagine spesso «forti» di linguaggio e tono antisemita quando Simonini e i suoi danno sfogo al livore, possa generare ambiguità, contribuendo all’odio che l’autore vuole contrastare. Un pericolo che, terminata la lettura del romanzo, ci sentiamo di poter fugare: la violenza con cui il razzismo schizza da queste pagine non è endorsement, appoggio. È denuncia, accompagnata dal ricordo delle sofferenze, le umiliazioni e le torture nei ghetti d’Europa. Altro è il punto cruciale de Il cimitero di Praga. A trent’anni da Il nome della rosa Eco, a lungo collaboratore del «manifesto» con lo pseudonimo «Dedalus», poi battagliero pubblicista su Espresso, Repubblica e la vecchia Alfabeta – fino alle rivista online Golem, fondata con Danco Singer e chi scrive –, sembra deluso davanti alle ideologie spente che dal XIX secolo arrivano al XXI. Lo strapotere del falso germina, è questa la morale del Cimitero, sul disincanto seguito al fallimento delle rivoluzioni, dello scientismo, dell’istruzione, dell’intero impianto teorico illuminista, persuaso che la sola luce delle idee bastasse a scacciare il male e l’ignoranza dal mondo. Come Littell, come Houellebecq, Simonini prospera nel relativismo contro cui si batte Benedetto XVI, bene e male, vero e falso, sono solo differenti versioni dello stesso testo. La crociata per la forza della verità contro la deriva postmoderna accomuna partner insoliti, dal Papa ai guru informatici, Carr e Lanier. Perché dico «Simonini» e non Eco? Perché, e qui l’ambiguità è fugata, nel corpus dei libri di Eco, anche solo a restare ai romanzi saltando la prosa scientifica sulla semiotica e gli articoli di polemica politica, l’imprinting di tolleranza è radicale. Ma se ne Il nome della rosa il monaco Guglielmo di Baskerville è l’eroe raziocinante nel Medioevo di odio e sangue che così assomigliava all’Italia di trenta anni fa, ne Il cimitero di Praga Simonini è il macabro spettro del nostro presente. Dove l’odio smuove destra e sinistra, in Italia, in Europa e in America, dove ciascuno si trincera con i suoi sodali di idee, disprezzando e insultando chiunque dissenta. E quando troppo potere, politico o di mass media, si concentra in poche mani, la stagione dell’«odi ergo sum» diventa massacro quotidiano. «Occorre un nemico per dare al popolo una speranza... il senso dell’identità si fonda sull’odio... per chi non è identico. Bisogna coltivare l’odio come passione politica... l’odio riscalda il cuore». È l’incubo di un autore formato sui testi cattolici del tomismo razionale, passato per l’entusiasmo critico e illuminista delle avanguardie, e che all’alba del nuovo millennio ci mette in guardia ferito. Sola arma contro odio e intolleranza sarebbero amore e comunità: ma cercarle oggi nella stagione del populismo paranoico sembra sforzo vano. Un fallimento e un deserto dell’anima occidentale perduta, secondo l’autore di un libro disperato, nel «cimitero di Praga». Perché al falso segue sempre una tragedia. Niccolò Ammaniti, Io e te. La fulminea penna dell’autore su un imperscrutabile mistero: come diventare grandi Marzia Consalvi P arliamo di adolescenza, di quella complicata fase della vita che ti costringe a vivere su in filo teso e sospeso in mezzo al vuoto, sopra una moltitudine di potenziali te stesso in cui ancora non ti vedi, non ti riconosci, come un acrobata che traballa alle sue prime esibizioni, come un viandante in strada dopo la più epocale delle sbronze. Molti autori italiani hanno già affrontato il tema in modo radicalmente diverso: gli adolescenti di Enrico Brizzi rifiutano la società e il provincialismo urbano rifugiandosi nel punk, quelli di Paolo Giordano preferiscono l’autolesionismo e gli enigmi matematici, per quelli di Fe- derico Moccia è sufficiente innamorarsi e attaccare lucchetti, simboli del loro stravolgente amore, sui ponti più famosi dell’eterna Roma. Ora tocca a Niccolò Ammaniti, scrittore romano, che a solo un anno di distanza dal suo ultimo romanzo, Che la festa cominci, torna nelle librerie con Io e te, collocato da pochi mesi nel settore novità. Una storia di 116 pagine, edita da Einaudi, che va ad aggiungersi alla bibliografia dell’autore, in piena ascesa e attività da circa un quindicennio: Branchie (1994,1997), Fango (1996), Ti prendo e ti porto via (1999), Io non ho paura (2001), Come Dio comanda (2006), Che la festa cominci (2009). Che si voglia definire romanzo breve o racconto lungo, Io e te sancisce il ritorno di Ammaniti alle storie di formazione. Una storia ambientata a Roma, in cui il compito di superare la linea d’ombra delle più difficili delle età, è affidato ad un giovanissimo antieroe, il quattordicenne Lorenzo Cuni, introverso, nevrotico, chiuso, stavolta, non in una fossa in mezzo alla campagna meridionale, come era avvenuto al giovanissimo protagonista del precedente romanzo Io non ho paura, ma nella cantina del suo stesso condominio romano e borghese. E a differenza del protagonista del cult Io non ho paura, ci finisce per sua volontà. È lì, infatti, in quel bunker provvisorio, che Lorenzo è intenzionato a trascorrere la sua settimana bianca, stravaccato su un divano, cir- 21 condato da bottiglie di Coca-Cola, scatolette di tonno, romanzi horror e video games, lontano da un mondo che non lo capisce e che per questo lui stesso inganna. A dare il via al racconto è infatti una piccola impostura, una bugia inoffensiva e innocente, che diventerà grande come una valanga, e si rivelerà utile per far riflettere Lorenzo sulla propria vita, sulla sua famiglia e sul futuro che incombe. Una settimana bianca organizzata da alcuni compagni di classe, che lo ignorano e lo scansano e che ovviamente non l’hanno invitato. Ma la voglia di ingannare benevolmente una madre affettuosa, ma ansiosa e preoccupata per l’evidente isolamento del suo unico pupillo, prende il sopravvento. Sarebbe bello rassicurarla, fargli credere che lui, ragazzo timido e invisibile, fosse stato invitato dai più forti della classe, in montagna, nella prestigiosa Cortina D’Ampezzo, a casa della ragazza più bella della scuola. Avrebbe reso felice la persona che Lorenzo amava di più, l’unica con cui non fosse costretto a fingere, sua madre, il pensiero che si fosse finalmente integrato, ma non Lorenzo che invece decide di rintanarsi nella cantina del suo palazzo, armato di scatolette e autoabbronzante, contento di passare sette giorni da solo, non in compagnia dei suoi coetanei, ma lontano dal mondo, in totale libertà, senza bisogno di piacere agli altri, di seguire le regole e uniformarsi. Una vera vacanza, lontano dagli altri, da ansie e insicurezze, da faticose tecniche di mimetismo. Sì perché Lorenzo è un ragazzo acuto, sensibile, pieno di immaginazione e fantasia, ma è anche introverso e solitario, abituato a rendersi invisibile con moderazione: «Mi dovevo tenere in disparte, ma non troppo, sennò mi notavano. Mi confondevo come una sardina in un banco di sardine. Mi mimetizzavo come un insetto secco tra i rami secchi»1. Per sopravvivere alla giungla dei feroci predatori era meglio omologarsi, fingere di essere come loro, quando invece Lorenzo si sentiva lontano, solo, e soprattutto debole e diverso. 1 N. Ammaniti, Io e te, Torino, Einaudi, 2010, p. 27. 22 L’idea del mimetismo gli era balzata nella mente una mattina in cui era rimasto a casa per un finto mal di testa e alla televisione avevano dato un documentario sugli animali imitatori. Da qualche parte, ai tropici, vive una mosca che imita le vespe. Ha quattro ali come tutte quelle della sua specie, ma le tiene una sull’altra, così sembrano due. Ha l’addome a strisce gialle e nere, le antenne e gli occhi sporgenti e ha anche un pungiglione finto. Non fa niente, è buona. Ma, vestita come una vespa, gli uccelli, le lucertole, persino gli uomini la temono. Può entrare tranquilla nei vespai, uno dei luoghi più pericolosi e vigilati del mondo, e nessuno la riconosce. Avevo sbagliato tutto. Ecco cosa dovevo fare. Imitare i più pericolosi. Mi sono messo le stesse cose che si mettevano gli altri. Le scarpe da ginnastica Adidas, i jeans con i buchi, la felpa nera con il cappuccio. Mi sono tolto la riga e mi sono fatto crescere i capelli. Volevo anche l’orecchino ma mia madre me lo ha proibito. In cambio, per Natale, mi hanno regalato il motorino. Quello più comune. Camminavo come loro. A gambe larghe. Buttavo lo zaino a terra e lo prendevo a calci. Li imitavo con discrezione. Da imitazione a caricatura è un attimo. Durante le lezioni me ne stavo al banco facendo finta di ascoltare, ma in realtà pensavo alle cose mie, mi inventavo storie di fantascienza. Andavo pure a ginnastica, ridevo alle battute degli altri, facevo scherzi idioti alle ragazze. Un paio di volte ho anche risposto male ai professori. E ho consegnato il compito in classe in bianco. La mosca era riuscita a fregare tutti, perfettamente integrata nella società delle vespe. Credevano che fossi uno di loro. Uno giusto. Ma più Lorenzo inscenava questa farsa, più si sentiva diverso. Da solo era felice, con gli altri doveva recitare e ciò alle volte lo impauriva. Avrebbe dovuto recitare per tutto il resto della sua vita? No, Lorenzo non poteva. Sentiva più ossigeno in quello scantinato, che non all’aria aperta, sotto lo sguardo indiscreto del resto del mondo. Ma quella rassicurante clausura non poteva restare indisturbata: a romperla sarà un’ospite inattesa che piomberà in quella cantina, portando con sé tutto il mondo vero. È la sua sorellastra Olivia, problematica, nordica, ventitreenne, figlia del primo matrimonio di suo padre. Sarà lei a sconvolgere l’equilibrio di Lorenzo, e quello del suo microcosmo sotterraneo, pieno di vecchie cianfrusaglie. Bella ed invadente, Olivia riporterà Lorenzo alla realtà. Costringerà suo fratello ad ospitarla, in cambio parlerà al telefono con la madre, fingendo di essere la mamma della compagna di scuola che gentilmente l’ha invitato in settimana bianca. Dovrebbe restare solo una notte, Olivia. E invece si ferma di più perché sta male, non può muoversi, ha dolori ovunque. Lorenzo è spaventato e solo dopo un po’ si rende conto che la sorella ha una crisi d’astinenza. Ed è in quel momento che il giovane capisce tutto: il silenzio di suo padre riguardo a Olivia, tutti i problemi che lei gli procurava, ma che i suoi gli avevano solo accennato. Quello che succede in quella cantina è del tutto inaspettato per quei due ragazzi che appena sapevano della loro esistenza e ora, invece, si ritrovano a condividere delle cose da non dire a nessun altro. Olivia gli parla di loro due bambini, di quei pochi ricordi che custodisce. L’affetto nasce, ritorna, si scopre nudo e semplice. E nella loro ultima sera insieme, si ritrovano a ballare al suono di un vecchio giradischi ed, improvvisamente, Lorenzo si sente felice. Avverte un senso di pace e capisce che il giorno dopo uscirà da quella cantina e potrà scegliere quello che fare o non fare nella vita. Tutto gli appare semplice, ora. Quando si risveglia, il mattino seguente, Olivia non c’è più. Gli ha lasciato un biglietto. Lo stesso biglietto che dieci anni dopo, Lorenzo leggerà prima di vederla (come non avrebbe mai voluto rivederla) in una provincia del Friuli. Una promessa a suggello di quella settimana condivisa, una di quelle promesse che si sentono, si vogliono, e poi non si mantengono. Mi sono spostato e lei mi si è sdraiata accanto e mi ha abbracciato forte. Ho sentito il suo ginocchio ossuto. Le ho messo una mano su un fianco, le potevo contare le costole, poi le ho carezzato la schiena. Sotto le dita, le vertebre appuntite. - Olivia, mi fai una promessa? - Cosa? - Che non ti droghi più. Mai più. - Te lo giuro su Dio. Non ci casco più in questa merda,- lei mi ha sussurrato in un orecchio. - E tu scemo mi prometti che ci rivedremo? - Te lo prometto.2 Così dall’incontro di un fratello e una sorella, che in realtà non si conoscono, comincia un processo di crescita fatto di dolore, di condivisione, disperazione e rinascita. Un incontro che farà varcare a Lorenzo la linea d’ombra, gli farà gettare la maschera di adolescente difficile e accettare il gioco caotico della vita là fuori. La scarsa empatia che il protagonista nutre per il prossimo verrà superata, infatti, proprio grazie alla sorella. La solidarietà con Olivia, che gli si mostra in tutta la sua sofferenza e con cui condivide la frustrazione familiare, fornirà a Lorenzo la chiave per superare quel muro d’indifferenza ed estraneità che fino a quell’incontro gli avevano alienato il piacere che un individuo normale ripone nelle relazioni umane. La riforma del racconto pedagogico da parte di Ammaniti consiste in un’esplorazione maniacale, talvolta anche indiscreta, della psiche del protagonista, grazie ad una narrazione in prima persona che risulta oltremodo proficua poiché consente al lettore una piena identificazione, o quantomeno, una certa partecipazione al travaglio interiore di Lorenzo, combattuto tra l’accettazione di sé e il desiderio di normalità. Un romanzo nato «dall’idea di un adolescente che deve confrontarsi con i suoi coetanei - racconta Niccolò Ammaniti -. È una prova pazzesca, alla quale in genere non pensiamo. Lorenzo, il protagonista, è un ra- 2 gazzo tormentato, chiuso, confinato nel suo mondo. Non ha amici. Vive la famiglia e la scuola come entità estranee. Ma avverte l’impulso di cambiare: perchè intuisce che per un diverso non c’è futuro». Uscire dal guscio, scoprire il mondo e diventare grandi: il più semplice e imperscrutabile dei misteri. I lettori più fedeli di Ammaniti, che hanno letto il recente Che la festa cominci, oppure L’ultimo capodanno dell’umanità e le altre pagine forti di Fango, potranno magari rimpiangere la colorata ricchezza di personaggi e i ripetuti colpi di scena, ma Io e te predilige i toni tenui, e perfino il climax drammatico della vicenda risulta attutito, mai urlato, in piena sintonia con la prosa scarna tipica dell’autore. Tuttavia, Ammaniti non risparmia strali contro l’indifferenza e l’egoismo, contro le droghe e gli alcolici, che si “bevono” il cervello dei giovani, contro l’apparente serenità borghese alle prese con l’ennesima deriva etica, contro la volatilità dei rapporti affettivi e la volgarità del nostro tempo, e contro la ferocia delle nostre città. Roma, per nulla caratterizzata dagli stereotipi usuali, è chiamata a rappresentarne il malessere più evidente. Un libro in cui l’autore mette da parte un po’ della sua tipica ironia per ritornare a parlarci dell’adolescenza, con semplicità e naturalezza, del disagio di quegli anni, della voglia di farsi accettare sempre e comunque. Una storia che si legge in poco meno di un’ora, il tempo di un viaggio in treno. Ma avvolge, invoglia, incuriosisce come sempre, rischiando di farti arrivare a leggere le ultime parole e di sentirle come tue; un sentirsi all’unisono con l’autore che non scatta molte volte, ma quando scatta si ha voglia che le pagine del libro non finiscano, che continuino in quella descrizione della vita che è anche nostra. Io e te di Ammaniti rievoca quegli stati giovanili che molti hanno attraversato: l’insicurezza, la voglia di crescere, ma di rimanere bambini, gli slanci della coscienza e l’immobilità del corpo. Difficile non riconoscersi in questa anabasi e catabasi giovanile. Un racconto breve, dolce, ma che graffia nella piccola e soffocata ferita finale. Un’unghiata all’anima che strappa dal cuore brandelli di ricordi che si riaffacciano e ritrovano in un soffio, il tempo di immergersi in apnea nel torbido e uscirne rafforzati, maturi, cresciuti se vogliamo, ma non per questo omologati. Ivi, p. 112. 23 Alessandro Hellmann, Decadence lounge, Roma, Editrice Zona, 2010. Roberto Di Pietro / Alessandro Hellmann Quando fu pubblicato per la prima volta Marcovaldo (1963), il consumismo si affacciava in Italia salutato da una ventata di brio, sostenuta dal boom economico. Seppur ironico e precursore di una certa critica del superfluo, ciò che colpisce delle novelle di Calvino è l’idea di universalità dell’immagine data dell’homo oeconomicus, piuttosto che il ritratto peculiare, seppur fantasioso del personaggio in sé. Marcovaldo in città o al supermarket è, come uno qualunque di noi, un eroe tragicomico “verosimile”. Così come verosimili sono il supermarket e la città, seppur senza nome o indicazioni di luogo precise. E proprio da questi luoghi immaginari (possibili, non necessariamente esistenti) Calvino trarrà un altro libro (Le città invisibili), sottolineando il proprio gusto per le utopie. Allo stesso modo, in questi non luoghi (il riferimento ad Augè è d’obbligo), fotografati da Hellmann, l’arguzia e l’ironia serpeggiano tra le righe come i carrelli della famiglia Marcovaldo, con la differenza che ad essere esposta sugli scaffali qui c’è la propria esistenza, non quella di un personaggio letterario. Dagli anni 60’ ad oggi, infatti, le meraviglie circensi, un po’ cialtronesche del consumismo, del nuovo, del progresso e delle protesi da supereroe che la tecnologia dispensa a pie’ veloce, attraverso offerte paghi 2 prendi 3, si sono gradatamente rivelate un tragico effetto boomerang in termini di incomunicabilità, assenza di contatto, impossibilità di appartenenza e spersonalizzazione. Decadence lounge, «scritto estemporaneamente nell’arco di quasi cinque anni su scontrini, tovaglioli, ricevute, fazzoletti, depliant, biglietti ferroviari, e-mail, pezzi di carta e pezzi di file» (dalla premessa dell’autore), è una porta scorrevole sui chiaroscuri della solitudine, generata dalla società dello spettacolo, in cui il personaggio principale è proprio la decadenza ineluttabile, quasi romantica dell’uomo occidentale, ormai regresso a dimensione zero (Marcuse docet). 24 Da Decadence Lounge (Editrice Zona, 2010) di Alessandro Hellmann Osiedle Zawiszów, Świdnica, Poland Il quartiere Zawiszów è un labirinto di palazzoni spogli, uguali, segnati da lunghi e anonimi passaggi di tempo. Dai cortili di terra battuta una manciata di strade vanno a morire poco più in là su cumuli di sabbia e rovi. Al pianterreno di uno dei palazzi un’edicola, una bottega di alimentari, un pub e un drugstore aperto fino a tardi. E’ l’ultimo avamposto della città. Un mondo a parte, un dormitorio senza veglia, autosufficiente e disconnesso da ogni cosa. Stanno allargando la strada principale perché presto dovranno passarci molti camion. Camion che vengono da lontano. A Zawiszów abitano uomini che non hanno visto la capitale e non sono mai stati al mare, uomini che avevano poco e che ora non hanno quasi nulla, non più contadini e non ancora operai, e le loro donne, sedute sulle panchine mentre i figli giocano tra le erbacce e le altalene, affacciate dove prima c’erano i campi e dove ora le ruspe stanno spianando il terreno per le fabbriche. Qualcuno sta venendo a portare lavoro perché qui c’è abbondanza di manodopera da comprare con niente. Tomasz è seduto su un muretto, in fondo ad un piazzale incendiato di sole. Non ha ancora vent’anni. Il mese scorso ha finito la scuola e ha superato l’esame con il minimo dei voti. E’ intelligente ma non si applica, dicono. Aspetta gli amici e intanto guarda le ruspe andare avanti e indietro come giganti di pianura e sollevare onde di polvere all’orizzonte. Pensa che sarebbe bello pilotarne una. Tomasz aspetta, nell’arsura dell’ultima estate. Warner Village Multisala Parco de’ Medici, Roma, Italy Un lavoratore interinale travestito da coniglio dà il benvenuto nella fabbrica del divertimento. Odore di popcorn, di gel, di macchina nuova, di plastica, di pavimento lucido, di trucco pesante, di gente volgarmente accalcata, che fa la fila, che si chiama, che apre il portafoglio, che ride di qualsiasi cosa, che deve spassarsela, e gigantografie, e televisori incastonati ad alveare per immagini in movimento frenetico, incessante (chi si ferma è perduto), a ritmo di musica, musica gonfiata, modificata geneticamente, musica che stordisce, che ti obbliga ad alzare la voce per farti sentire, per mandare un segnale della tua presenza. A rendere più piacevole l’attesa provvedono tre ristoranti, una palestra, una pista di pattinaggio, un bowling, due sale giochi, una discoteca e vari negozi: The Village è stato concepito in base alle tue esigenze. Poi la verifica del biglietto, il corridoio, la sala, il bracciolo ergonomicamente sagomato per accogliere il bicchiere di Coca Cola. Il film inizia dopo un quarto d’ora di pubblicità. Un film comico in cui non c’è nulla da ridere. Una libreria, Roma, Italy La vetrina è divisa tra venti copie del libro di un noto personaggio televisivo e venti copie del libro di un giornalista che ha avuto il merito di saper navigare sempre in acque calme ad ogni giro di vento. Quaranta libri allineati come lapidi, come un esercito schierato a parata. Quaranta libri sotto i riflettori. Null’altro. Un segnale chiaro e preciso. Commetto l’errore di entrare ugualmente. Attraverso il corridoio, sfiorando pile di quegli stessi due libri esposti in vetrina. Supero lo stand delle agende e quello dei calendari. Davanti al PC c’è una ragazza sui venticinque, fresca di solarium, che sta parlando al cellulare e con l’indice indugia lungo il solco del proprio ombelico, anch’esso in esposizione. Dice all’interlocutore che quella sera si devono beccare da qualche parte e che ci deve stare assolutamente un certo Nando. Quindi, coprendosi la bocca con la mano, inizia a riferire circa alcune indiscutibili virtù di Nando. Aspetto con malcelato imbarazzo che abbia concluso il suo scambio di confidenze, che non subisce alcun tipo di accelerazione in conseguenza della mia attesa. Non appena la ragazza ritiene sia giunto il momento di dedicarsi a me, le domando se per caso abbia Il giovane Holden di Salinger. Mi chiede se è un libro, ed è una domanda piuttosto curiosa, se si considera che ci troviamo all’interno di una libreria e non di un autoricambi. Faccio cenno di sì. Lei mi dice che queste cose non le tengono perché la libreria è piccola. La ringrazio ed esco facendomi largo nel corridoio di quella piccola libreria, costipato da cumuli di copie di due soli libri. Di fronte ad un televisore acceso, Gavi (AL), Italy Il concorrente sorridente è chiamato a scegliere tra la scatola numero uno, la scatola numero due e la scatola numero tre. Il primo piano impietoso della telecamera lo coglie in un’espressione di allarmante idiozia. Il concorrente sorridente, d’altra parte, non è preparato su nulla. Non gli è richiesta alcuna specializzazione o abilità. Deve soltanto indicare una scatola. Questione di fortuna. La fortuna è importante nella vita. Lo dice anche il presentatore sorridente. Poi aggiunge che la fortuna aiuta gli audaci, avendo cura di sottolineare quanto il concorrente sorridente sia dotato di tale virtù e quindi assolutamente meritevole di successo. Il pubblico sorridente applaude, non è chiaro cosa o chi. Nonna Lucia ha navigato per ottant’anni attraverso le intemperie e le bonacce della vita. Ha visto la guerra e la pace, la fame e il pane. Ora guarda fissa verso lo schermo dalla poltroncina del tinello come se stesse guardando la cosa più interessante del mondo. Ora dormi, Lucia. Dormi e riposa. Forse sognerai la vendemmia, i falò, le corse nei campi. O forse il bagno nel fiume, il profumo della stoppia, il vestito buono della domenica. Ora dormi, Lucia. Dormi e riposa. E’ meglio. Una farmacia, Roma, Italy Entro a testa bassa, scuotendomi di dosso la pioggia e il freddo, e tutto il resto. Fuori le auto congestionano la strada, accostate in doppia fila con i bagagliai spalancati ad ingoiare umidità, gas di scarico, braccia, auguri e buste traboccanti di regali e panettoni. Le farmaciste attendono sorridenti al banco. La mia mente registra qualcosa di inconsueto, incongruente, come in certi sogni in cui le persone, le cose, il tempo e i luoghi si combinano e si sovrappongono in modo insensato. Non riesco a focalizzare immediatamente la causa di quel senso di straniamento, che continua a vagare all’interno della mia testa alla ricerca di una connessione in grado di decodificarlo. Forse la musica, forse gli integratori in offerta, forse le gigantografie di donne felicemente snelle e orgogliose della ritrovata regolarità del loro intestino... Solo dopo qualche istante il mio cervello affaticato riesce ad elaborare compiutamente l’informazione anomala catturata dallo sguardo: le farmaciste indossano entrambe un cappello rosso da Babbo Natale. La bionda, sempre sorridendo, mi chiede come può servirmi. Senza il cappello, le dico con un filo di voce. Mi guarda disorientata, con aria interrogativa, ma continuando a sorridere. Non ha capito. Ripete la sua domanda, con lo stesso tono, il sorriso appena un po’ indurito, ormai privo di ogni naturalezza, se mai ne avesse avuta. Io non dico nulla. Non c’è nulla da dirsi. Abbasso gli occhi e poso sul banco la prescrizione medica per la morfina. Supermercato PIM, Roma, Italy Come in tutti i supermercati, i generi di prima necessità e scarso valore economico vengono nascosti con sistematica cura negli angoli più remoti e meno transitati, possibilmente sul primo scaffale in basso o sull’ultimo in alto, lontano da dove lo sguardo tenda per natura a posarsi: mentre giri a vuoto in cerca dello zucchero ti capiterà senz’altro di trovare qualcos’altro da comprare. Nel frattempo, mentre cerchi lo zucchero e riempi il carrello di cose che non ti sarebbe mai venuto in mente di acquistare, puoi goderti la musica. I successi pop del momento iniettano buonumore in filodiffusione accompagnando ipnoticamente il percorso. “Incrementa i consumi stimolando nei clienti una propensione all’ottimismo”, sostengono le statistiche. Uno studio dell’Università del Wisconsin ha dimostrato come l’ascolto di Mozart incrementi del 7,5% la produzione di latte nelle mucche. Le mucche ascoltano Mozart. Io sto ascoltando Anna Tatangelo. Avessi almeno trovato lo zucchero... Starbucks Coffee, Geneva, Switzerland Se mi dici che questo liquido scuro dentro il bicchiere da bibita con la cannuccia ha qualcosa a che fare con il caffè io ti credo. Ti credo perché mi sorridi. E in fondo non mi importa, ora, che il sorriso sia parte integrante del tuo lavoro e che tu sorrida a tutti. Ti credo perché ti chiami Corinne e perché è scritto sulla tua divisa. Ti credo perché sei tu che mi stai di fronte. Ti credo perché qui sono al riparo. Ti credo perché fuori fa freddo e sta piovendo su tutta la Svizzera, sul lago, sulle banche, sulle borse firmate, sulle pellicce e sui burka delle donne che le hanno comprate. Ti credo perché sei bella. Ti credo perché sono solo. Ti credo perché questa malinconia deve trovare una giustificazione umana. Ti credo, Corinne. Crederei a qualsiasi cosa. Cimitero, Garbagnate (MI), Italy Il Dott. Bigogno è rimasto fedele al suo titolo anche nella tomba. La sua bara non contiene i miseri resti di un corpo qualunque, diligentemente indaffarato nella propria decomposizione, ma le reliquie di un Dottore. E’ giusto che chi si trovi a passare lì davanti lo sappia, e magari chini il capo compostamente, in segno di ammirazione e riverenza. Il profilo marmoreo dell’angelo che spicca il volo evoca un paradiso di villette videosorvegliate con giardino e posto auto, adagiate tra ipermercati, stazioni di servizio e fabbriche. Villette frutto di una vita di lavoro, di una vita per l’azienda, di riunioni, di giacche e cravatte, di contatti e contratti, di sveglie nella nebbia dell’alba e ritorni con i fari accesi, di cene riscaldate davanti alla TV, di poche consuete e scarnificate parole alla moglie, di figli già a letto. Di fronte alla lapide, nella cappella di famiglia, un mazzo di garofani di plastica color polvere e un moccolo spento. Riposi in pace, Dott. Bigogno. 25 Ossessione, Francesca Giglio P Walter Siti rotagonista dell’ultimo libro di Siti (Autopsia dell’ossessione, Mondadori 2010, pp. 299) è Danilo Pulvirenti e «chi sia lo capiremo» (p. 9), spiega l’autore, il quale si è congedato sia dall’autofiction della precedente trilogia che dal Contagio con la borgata romana. Nella stanza detta “di Barbablù”, o “delle rondini”, del suo appartamento capitolino, Danilo, di professione antiquario, custodisce un segreto esorbitante: le foto, squadernate anche dinanzi al lettore, di un sempre nudo Angelo, body builder, ancora di borgata, che incarna la sua ossessione. L’ossesso (è così che Siti talvolta designa l’ossessionato), sigilla nel buio di una stanza i suoi misteri per un fatto di garbo e di decenza civile, più che di vergogna. Il suo desiderio di assoluto, e quindi di divinità, consiste in una ricerca privata, fuori dal tempo e decontestualizzata per necessità, e si proietta nelle immagini, le «quinte di un paesaggio ideale» (p. 184), che provano a guerreggiare con la cultura e a porsi ad un livello ontologico più alto rispetto alla realtà. Di Danilo importa sapere che è un signore raffinato, molto ricco di famiglia, con una «culturalissima gayness» (p. 10) da vantare nel pedigree. Persino la sua ossessione chiama in causa la cultura come supporto, ma per distruggerla inevitabilmente. Sin dalle prime pagine si accenna alla litania dell’odio di Danilo contro il Rivale, beffeggiato sempre con diversi e fantasiosi epiteti, uno scrittore (dietro cui il lettore avvezzo a Siti fa presto a riconoscere il Walter dei precedenti romanzi) che usurpa e contamina, con l’amore, proprio Angelo e fa fermentare di frustrazione la tragedia privata del protagonista. L’ossessione è scandagliata, sottoposta ad autopsia appunto, in proposizioni che vanno da zero a n, negli intermezzi dell’autore dall’andamento e dagli scopi filosofici. Le foto di nudo hanno la vocazione di testimoniare la «sproporzione patologica del desiderio» (p. 53) e la volgarizzazione dei miti: le istantanee in bianco e nero si alimentano, infatti, di stereotipi che sono la versione degradata degli archetipi sul modello dei quali i miti si erano archiviati nell’innocenza del bambino Danilo, gongolante sulle gambe del nonno siciliano Salvo. Sono foto molto kitsch, e non artisticamente perfette, così da rispondere meglio all’ossessione del committente. La storia dei miti e degli eroi e, insieme, delle arti figurative popola il libro in quanto su di essa si è sempre fondata la comunicazione del protagonista con la sua famiglia, e con la madre in particolare. L’arte ingombra la vita di Danilo per testimoniargli continuamente la sua impossibilità di essere artista e per contrapporsi al lato disdicevole della sua esistenza. Di Danilo Pulvirenti si apprendono tutte le “stazioni”: infanzia, adolescenza, maturità, senescenza; lo si segue, giovanotto disperato, degradato, patito, insomma stile Schiele (come una delle innumerevoli citazioni colte suggerisce), per l’Europa e dalla prigione familiare 26 di Modena sino a Roma. Magrezza spirituale, eccesso di stile, inquietudine di correre dietro al desiderio ingordo conducono, di conseguenza, all’ossessione che, con gli anni, vegeta rigogliosa nel buio. La vita decolla a fatica e con la madre Candida, il crogiuolo più interessante del libro, in cui si realizza la fusione del migliore e del peggiore Danilo, non si parlerà mai di come si passi «dall’arte all’abbraccio» (p. 50), dalla natura morta alla natura viva. Il protagonista trova molto chic ed esatto esprimersi attraverso i simboli e la parodia e cadenzare la sua vita con sessioni erotiche assurte a riti della sera. Le suo foto “di Barbablù” sono simboli che negano la realtà, benché prima di negarla abbiano avuto bisogno di esaminarla con la massima minuzia. Angelo, nel nuovo lemmario di Siti, non è più magnifica merce, ma moneta vivente, simbolo che finisce col decadere e sporcarsi di terra. Il lettore, in una graduale disillusione, viene condotto alla proposizione perentoria “n”, l’ultima per eccellenza, quella che afferma la fine dell’ossessione per la sopraggiunta decadenza del suo oggetto. Alla fine decadono tutti: il Rivale professore, Angelo, la fortuna, in verità sempre modesta, della bottega d’antiquariato, e «l’ossessione si autoesilia in attesa di tempi migliori» (p. 297). Decade soprattutto la madre, “baciata” da Alois Alzheimer e soffocata dal cuscino matricida di Danilo. Questo gesto, «come una nota estesa su cinque ottave» (p. 289), che conosce le prove generali nell’uccisione di un coniglio, come già in Scuola di nudo di una gattina, fa regredire il tempo e Danilo «può tornare a essere com’è stato, fiducioso e grassottello» (p. 289), il bambino che giocava col cavalluccio e si abbeverava alla fontana dell’arte, alla musica che non avrebbe mai imparato a suonare. Il Rivale e Danilo sono vittime della stessa suggestione: quella di affidare al mondo, e anche al suo immondezzaio, una parvenza simbolica. Il primo la scaccia ponendo Angelo al livello della sua vera realtà di appartenenza e si predispone, per effetto di un contagio d’amore che non è ossessione, a condividerne la decadenza («niente al mondo merita di esser letto come simbolico, se qualunque simbolo è destinato a finire; sulla terra non c’è che la terra. In cielo una parte misteriosa si chiude», p. 297). Danilo si libera dalla prigione del simbolo incarnato in Angelo regredendo e regredisce quando si affranca dalla prigione della famiglia, il cui ultimo baluardo, sontuosamente divertente, è rappresentato dalla madre. La storia della sua ossessione si configura, infatti, come una storia di famiglia. La trama del romanzo non è un caso sia partita, come Walter Siti racconta nell’avvertenza al lettore posta in chiusura, dall’ultima foto presente nel libro, quella di un Danilo bambino, quasi a voler accertare la vera causa dell’ossessione in un esonero, in primo luogo, dall’infanzia, vale a dire da qualcosa di sacro ed arcaico, e poi dalla musica, dalla fantasia, dal comple- to adempimento di una vita e di un’identità, dalla contemplazione della perfezione. Un incontro con un corpo empirico, «all’insegna vergognosa della sottocultura» (p. 116), col miraggio del possesso della perfezione, distoglie il protagonista dall’ultrarealtà «dove regnano l’esattezza e l’armonia: quella rispecchiata dalla musica, dalla poesia pura, dall’arte tradizionale non figurativa. La calligrafia araba, i nodi leonardeschi» (p. 135). Danilo si è ridotto ad una quasi identità, condannato a vivere contemporaneamente in due dimensioni inconciliabili, tra normalità e fantasmi del buio, tra nostalgia della purezza della polis e impurità di un’esperienza personale: «la dimensione mistica lo attira a sé ma lui ci entra con le scarpe sporche» (p. 78). La stessa ossessione è un’ansimante scalata: «tutto è un quasi-come» (p. 184) senza appagamento e l’anima si crogiola in una rissa eterna: «si bemolle maggiore contro si minore» (p. 115). Un corpo non manifesta nessuna sacralità soprattutto quando si mostra per quello che è: un corpo dialettale di borgata che sghignazza nell’immoralità; recuperare il sacro attraverso l’ossessione corrisponde ad un errore di secolarizzazione, in sintonia con lo scandalo sessuale che imperversa sulla cosa pubblica, « “catastro generico d’una vulveria collettiva”, come diceva Gadda» (p. 124). Danilo disdegna ogni forma di contagio col peccato originale, che è la realtà, e disprezza il volerbene («La sua schiatta non è certo nella Storia […] è quella degli artisti severi e matematici, dei grandi anatomisti e chirurghi; quella di Alessio il Calmissimo, santo zar di tutte le Russie, detentore di una tecnica per la rigorosa autorità sui subordinati – e di calma ce ne vuole davvero, quando il contenitore del divino trasuda sottoproletaria volgarità», p. 168). Ha in odio, inoltre, le velleità autobiografiche del Rivale: è in virtù della presa di distanza del suo protagonista, tanto dall’autobiografia quanto dal contagio, che Walter Siti si dimette dalle scelte letterarie del recente passato. Danilo, infatti, non solo non si metterebbe mai nei panni di un se stesso ossessionato, così svolgendo la sua ossessione in un romanzo, ma neppure si offrirebbe quale alter ego dell’autore per una nuova au- tofiction. Il compito di una autopsia non spetta a lui ma guida alla sorpresa di vedere identificato nel Rivale il Walter Siti di sempre, riconsegnato dall’inedito punto di vista di un uomo che lo odia. Anche la musica nel libro fa la sua parte: Danilo la fa corrispondere alla vera sublimazione, capace di sfarinare il suo caos nel caos «organizzato e completo dei finali di Rossini» (p. 226). È la bellezza estrema contro la vita, il tramite privilegiato per enfatizzare un affetto di cui non è capace, il vero piacere che contrasta con un altro piacere, quello della violenza che umilia Dio nel suo Angelo. Il protagonista crede di poter far leva sull’intransigenza, distrarre la sua inettitudine con la logica, mascherare con la passione per la filosofia l’ansia di possesso e le incursioni nelle «catacombe leather» (p. 143) del sesso. La realtà è «il Golia informe che succhia forza dal caos» e la cultura, in tutte le sue manifestazioni, «la fionda rustica di Davide» (p. 220). La figura mitologica non va infettata con la «la confusione, il trasformismo e la vergogna italiana» (p. 229) né l’empireo confuso con l’empiria. Lui, Berlusconi, di cui il professore sarebbe «perfetto complementare» (p. 229), non è un mito, ma neppure la sinistra che va allo sbando, quella sinistra ridondante della stessa sterile passione civile di Danilo. Il Professore, doppio speculare del protagonista, «forse il fratello che non ho avuto?» (p. 209), declina e possiede, con prepotenza, lo stesso suo mito, l’Angelo-Minotauro; rappresenta, per Danilo, l’untuoso scrittore conforme al Paese, che di ingenuo ha soltanto l’apparenza. Odia in lui il peculato delle idee, l’onnipotenza privata, il successo della cultura infangatasi, in nome della condivisione, con la realtà. Danilo resta con la sua solitudine e i suoi esempi artistici di Flagellazioni sulla giostra dell’universo dove tutto è già accaduto; non ama gli artisti che scendono alle bassezze del mondo: «gli piacciono quelli che si torcono le mani per l’ipocondria, i manieristi di tutte le epoche» (p. 100). Battuto anche sul suo terreno più caro, quello della cultura, di cui è stato l’untore, Danilo pencola irrimediabilmente insieme al mondo. L’armonia e il profumo di rose restano un miraggio. 27 L’ITALIA CHE ERAVAMO CANALE MUSSOLINI di ANTONIO PENNACCHI Francesco Rizzo Quando mi consigliarono per la prima volta Canale Mussolini, nel momento in cui mi dissero che era una saga familiare che si sviluppava sull’arco del ventennio fascista, storsi la bocca non poco. Venivo infatti da un’esperienza letteraria in quell’ambito che da qualche mese mi tormentava, tanto che al solo sentire le parole ”saga familiare” passavo notti insonni ossessionato dal fantasma dei Buendia e dal terrore che me ne fossi perso qualcuno per strada. Quando allora una mia amica mi consigliò questo libro e mi disse che trattava di questa famiglia di migranti, i Peruzzi, e che spiegava molto bene il periodo del fascismo in Italia, mentre pensavo tra me “Non lo leggerò mai”, ebbi la brillante idea di dirgli “allora quando ci rivediamo portamelo”, pensando che quel futuro sarebbe stato molto lontano. Il caso volle che lei avesse finito il libro proprio mentre veniva al nostro appuntamento e quindi mi ritrovai da un momento all’altro con in mano un libro che non avevo alcuna intenzione di leggere. E così, un po’ per caso e un po’ per dovere, mi misi a leggere Antonio Pennacchi, Premio Strega 2010, un suo libro che inaspettatamente per me fu una vera e propria scoperta. Sì, è vero le mie aspettative non erano molto alte, ma vi posso assicurare che questo romanzo piacerà e sorprenderà anche quelli che non partono dal mio punto di vista. Non che io voglia farvelo piacere per forza, per carità, voglio solo dire che, a mio parere, il brio e la vivacità di questo libro difficilmente lasceranno indifferente chi lo leggerà. Uno dei punti di forza di questa epopea familiare è proprio il linguaggio con il quale questa viene narrata: veloce, brillante e asciutto senza essere superficiale. E’ la voce di quel tempo e di quei luoghi che ci fa entrare dentro questa storia 28 italiana; sono i dialetti e le voci genuine dei personaggi che ci parlano delle persone e dei paesaggi agricoli ormai perduti. Questa è secondo me la colonna principale sulla quale si regge questo libro, il narrare la storia degli italiani con la voce degli italiani. Proprio in questo devo riconoscere l’abilità eccezionale dell’autore nel districarsi in un dialetto veneto che ci porta dentro, ci fa vedere la famiglia e i volti del tempo senza rinunciare ad una vena ironica a tratti veramente esilarante. Basti solo pensare ai dialoghi in veneto tra Mussolini e Hitler oppure l’esilarante diatriba tra Giolitti e i socialisti per un’alleanza di governo. Detto questo però è altrettanto importante l’attenzione che Pennacchi dedica alla storia d’Italia in quegli anni. Come abbiamo già detto il romanzo si svolge nell’arco del ventennio fascista in particolare nei luoghi che videro una delle più grandi opere del Fascio, la bonifica dell’Agro Pontino. L’epopea della famiglia Peruzzi è una delle molte storie di migranti veneti venuti dal nord per sfruttare le nuove grandi possibilità di quel terreno vergine fresco di bonifica. Pennacchi utilizzando la loro storia ci fa entrare nella vita dell’Agro pontino in quegli anni, oltre che tratteggiare con linee decise e chiare la vita in Italia ai tempi del Duce. Un’altra delle grandi virtù di questo libro è la maestria con la quale l’autore riesce a legare le vicende della piccola famiglia con quelle del movimento fascista, senza trascurare nulla della “grande storia”, facendoci immergere anche in una prospettiva dalla quale finora non avevamo mai guardato. Questo a mio parere è molto importante poiché è difficile oggigiorno conoscere la storia del ventennio fascista senza cadere in retoriche dettate dal nostro tempo, soprattutto perché la “grande storia” che ci viene raccontata spesso è diversa da quella che vivevano gli italiani in quei tempi. Con questo non voglio esprimere giudizi politici o altro, ma voglio solo dire che questa versione di quegli anni, vista un po’ “dal buco della serratura” che Pennacchi dà, ci rende coscienti dell’Italia del tempo e di come il regime fosse vissuto dalla povera gente. Tutta questa storia d’Italia è comunque amalgamata alla perfezione con la narrazione, tanto che a volte ci si trova un Mussolini a pranzo in casa Peruzzi e un Rossoni amico fedele del nonno. In questo libro tutto succede attorno alla famiglia che è prima attrice e insieme spettatrice della storia italiana, che qui è così piena e allo stesso tempo così semplice da sembrarci molto vicina. Non è solo la storia però ad essere al centro dell’ultima opera di Pennacchi: una parte fondamentale spetta anche ai luoghi e alle terre della pianura Pontina che, rappresentate in maniera attenta e vivace, ci descrivono l’opera della bonifica dell’Agro da parte del Fascio, il quale, coinvolgendo le popolazioni migranti, diede luogo a quella che fu una delle più grandi opere di politica agricola di sempre e che ebbe il suo perno nel famoso Canale Mussolini. L’attenzione dell’autore non tralascia neanche la descrizione della sua Latina, alla quale sembra professare il suo amore ogni volta che ne descrive una piazza o ne racconta lontani aneddoti. E’ vivo in lui il debito verso la sua terra e in questo libro in particolare vediamo come questo attaccamento, suo e dei suoi paesani, sia strettamente legato ad una riconoscenza verso il regime per la bonifica di queste terre. Infatti questi luoghi, come ci racconta Pennacchi, sono nati con il Duce e per volontà del Duce, quindi è quasi impossibile scindere la storia dei posti dalla storia del ventennio fascista. Ma a parte questo particolare, è evidente come l’autore abbia un debito di riconoscenza verso la gente del luogo, questo misto fra migranti veneti e gente del basso Lazio, ai quali l’autore dedica amorevolmente questo libro, quasi come se questi lo avessero scritto insieme a lui. Dice Pennacchi in un’intervista Quando sono andato al bar tra la mia gente mi sono sentito dire “Avemo vinto lo Strega”. Capisci, non mi hanno detto “Bravo hai vinto lo Strega”, hanno proprio detto “Avemo vinto lo Strega”. È questo che mi importa. Che la mia gente lo ha letto come una cosa sua.Non è nient’altro che questo, il libro della gente scritto per la gente. Molti ci si sono visti dentro e molti hanno rivisto nella storia dei Peruzzi quella della loro famiglia, perché quello che è narrato in questo libro non è nient’altro che un pezzo d’Italia ormai lontano che riaffiora tra le pagine, e in queste ci dà anche l’impressione che la storia del nostro paese sia stata scritta anche dalla gente normale, dai semplici. Possiamo dire così, senza abbandonarci a facili retoriche, che finalmente l’Italia ritorna con questo libro al grande romanzo popolare, con la particolarità di un punto di vista storico d’eccezione e uno spirito gioviale che ci fa riguardare a quegli anni senza quell’alone di malinconia e pregiudizio con il quale ci rapportiamo a quei tempi. Molti hanno confrontato questo libro con i classici del genere, “Cent’anni di solitudine” in primis (i miei iniziali timori non erano del tutto infondati), ma Pennacchi ha sempre cercato di scansare qualsiasi accostamento ad un altro libro. In particolare dice: “questo è il romanzo della mia terra e della mia gente, per il resto potete paragonarmi a chi vi pare” . Certo, questo tipo di affermazione non limita affatto la nostra libertà di associarlo ad altri libri, ma personalmente mi sento di difendere l’originalità di questo testo perché lo reputo unico e per certi versi coraggioso nel suo rapporto con la storia. Accostarlo ad altri romanzi del genere non farebbe per me che svilirne la portata e l’importanza storica e sociale, oltre che a ridurlo a essere un nuovo capitolo di una storia narrata mille volte. Vorrei che di Canale Mussolini si difendessero l’eccezionalità e sua forza nel raccontare la nostra Italia passata, senza avvicinarlo a uno o a un altro scrittore. Canale Mussolini è una nostra storia, nostra in quanto italiani e, leggerla e conoscerla, non può che renderci parte di un passato vissuto del quale oggi siamo eredi troppo spesso inconsapevoli e lontani. Scrive Pennacchi all’inizio del libro: Bello o brutto che sia, questo è il libro per cui sono venuto al mondo . Fin da bambino ho sempre saputo di dover fermare questa storia e raccontarla prima che svanisse. Nient’altro. Solo questo libro. Ogni altra cosa che ho fatto – bella o brutta che sia – l’ho sempre sentita come preparazione e interludio a questa. Anche gli altri libri sono nati in funzione di questo e solo per lui mi sono messo a studiare le storie più strambe del mondo, dall’uomo di Neanderthal all’architettura e bonifiche fasciste: solo per poter fare questo libro. Non sembrerà quindi strano se a un certo punto capiterà di imbattersi in brani o cose già lette negli altri. Non è lui che copia da loro. Sono loro che furono scritti per lui. Questo romanzo è tutto qui, in queste poche parole, le quali non fanno altro che dirci che questo c’è sempre stato e noi solo ora lo stiamo scoprendo. E’ un po’ come se queste parole ci venissero a dire: tali storie sono sempre esistite, ma soltanto rileggendole e riascoltandole possono diventare storie vere. Detto questo, mentre mi sto apprestando a concludere il mio articolo e mentre il giorno in cui dovrò restituire il libro alla mia amica si sta avvicinando, mi sono accorto che non vi ho raccontato nulla dei Peruzzi, nulla delle loro storie e dei loro amori, nulla dell’Armida e delle sue api, niente del Pericle e delle sue battaglie. Mi dispiace amici miei, ho saltato qualcosa e qualcos’altro ho sicuramente anche dimenticato, scusatemi, veramente. Adesso, però, mi manca poco spazio e poche battute e accennarvi ora le mille storie dei Peruzzi sarebbe solo levare spazio alla vostra curiosità (che spero avervi instillato); quindi vorrei lasciarvi così, con mille punti interrogativi e soltanto una certezza affiorata: le storie belle ci sono, esistono, dobbiamo solo raccontarle. 29 Solo con la forza d’animo ci liberiamo dalle ossessioni Dopo lo sconforto bisogna cercare soluzioni alternative Cos’è la forza d’animo? Vi sono delle persone che sono sopravvissute per decenni in orribili celle senza luce, altre nell’incubo dei gulag sovietici e dei campi di sterminio hitleriani. Altre, invece, appena imprigionate crollano, si ammalano perché cedono le loro difese immunitarie, ed alcune arrivano al suicidio. E ciò che abbiamo detto per la prigionia vale per ogni altro grande trauma, perdita, dolore. Io credo che nel nostro animo si scontrino due forze. La prima è lo slancio vitale, il desiderio di vivere, di affermarsi, di lottare. Essa ci spinge verso il futuro, ci fa cercare sempre delle soluzioni alternative. L’altra, invece, è lo sconforto che ci spinge alla resa. Essa blocca il nostro desiderio di vivere e di agire, inchioda la nostra mente sul presente, le impedisce di immaginare alternative e di sfuggire alla sua ossessione. Lo sconforto è una droga, una terribile lusinga, una pericolosa seduzione. Nel film di Kurosawa, «Sogni», due soldati vengono sorpresi da una tormenta di neve. Ad un certo punto appare loro una donna bellissima che li accoglie fra le sue braccia amorose. Sono tentati di abbandonarsi. Poi capiscono che quella donna è la tormenta stessa, che promette loro la pace 30 della morte. Allora la scacciano, si coprono e, con la luce del mattino, si accorgono di essere accanto al loro accampamento. Il racconto ci dice che bisogna lottare contro la tentazione. Ma come? Osservando coloro che sanno resistervi ho capito che vince chi riesce a gettarsi in una attività impegnativa che distoglie la sua mente dalla ossessione. Alcuni prigionieri si sono dedicati ad addestrare un topo, un ragno. Preferisco, però, ricordare una ragazza che, dopo il fallimento del suo primo amore, si è lanciata in una vita piena di rischio e di avventura e ha avuto un grande successo. E alcune persone di genio che, dopo la catastrofe hanno reagito creando, percorrendo strade nuove. Machiavelli, costretto all’esilio, ha scritto le sue opere più importanti e Nietzsche, lasciato da Lou Salomé, ha scritto Così parlò Zarathustra. Ma ci sono certo altre strade, come cambiare lavoro, iniziare una nuova attività o dedicarsi al volontariato. La chiave è sempre la stessa, evitare l’ossessione, cercare il diverso e incanalarvi tutte le nostre energie vitali. Vi riesce bene chi ha un ideale, una grande meta come Nelson Mandela che, nei ventisette anni di prigione, ha sempre lottato per la libertà del suo popolo. PASSA TEMPO DIVERTIMENTO In Iran, durante un’operazione, tra il chirurgo e l’anestesista è scoppiata una lite, perché quest’ultimo per l’ennesima volta non era riuscito a infilare il tubo del respiratore nella bocca chiusa della paziente. La situazione è degenerata ed è scoppiata una scazzottata a cui hanno preso parte anche gli assistenti che tentavano di dividerli. La signora, che dovena essere operata ed era sotto anestesia, al risveglio si è ritrovata come prima ma con un dente in meno. CRUCIVERBA CURIOSITÀ SOLUZIONI CRUCIVERBA 31