Diari di Cineclub n. 45

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Diari di Cineclub n. 45
n.3
Anno V
N. 45 Dicembre 2016 ISSN 2431 - 6739
Il nuovo cinema di Dario ovvero la Legge del Marchese del Grillo
Cinema e Restaurazione
Vecchi vizietti
Rai, Mediaset e Ministero,
In attesa dei decreti attuativi la nuova riforma su cinema e le strutture della cultura nel
nostro Paese
audiovisivo cancella le rappresentanze del pubblico
Il piccolo grande monopolio industrial commerciale del cinema e
della televisione ha detto di sì, come l’uomo del
monte... Nessuno di noi
pensava il contrario!
Come si fa a dire di no
ad una vantaggiosissima ripartizione dell’85%
Marco Asunis
ai finanziamenti automatici (nella sostanza alle loro potenti case di
produzione e distribuzione cinematografiche
e televisive) rispetto al misero 15% del nuovo
Fondo Cinema ai contributi selettivi (che significa alle opere prime e seconde, ai giovani
autori, start-up, piccole sale e ai contributi a
favore dei festival e delle rassegne di qualità,
nonché per le attività di Biennale di Venezia,
Istituto Luce Cinecittà e Centro sperimentale
di cinematografia )? In un’altra epoca, così lontana da questa, si sarebbe gridato allo scandalo
per un provvedimento legislativo così eterodiretto, marcatamente classista e di restaurazione. Un
provvedimento tutto orientato ad agevolare la
grande industria produttiva e distributiva del
cinema e della TV pubblica e privata a danno
del settore culturale e, in particolare, delle politiche di crescita formativa del pubblico cinematografico. Si parla ovviamente della nuova
riforma sul cinema e audiovisivo approvata
dal Parlamento italiano. Una riforma (?) che
mette a disposizione ingenti risorse di denaro
pubblico per i soliti pochi noti, i grandi potentati della produzione e distribuzione cinematografica e audiovisiva commerciale, sempre
più vicini a quel coacervo di poteri forti che
provano a occupare il sistema della comunicazione massmediale e gli orientamenti sociali e
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Il nuovo cinema di Dario ovvero la Legge del
Marchese del Grillo
Ma cosa c’è nella
nuova Legge Cinema?
Giovanni Costantino
Aspettiamo a dire
“grazie”. Non limitiamoci a leggere i titoli
dei giornali. In molti
mi avete chiesto cosa
c’è di buono o di cattivo in questa legge.
Cercherò di essere il
più chiaro e conciso
possibile.
Aspetti positivi:
1) Più fondi per la pro-
duzione dei film;
2) Fondo per la ristrutturazione e recupero di
spazi cinematografici;
3) Apertura e riconoscimento di “reti di impresa”;
4) Riconoscimento di un tax credit molto alto
per i produttori che si autodistribuiranno;
“Renzi new look” di Pierfrancesco Uva
5) Riferimento all’antitrust (che anche non
fosse nella legge l’azione all’antitrust sarebbe possibile);
6) Tax Credit per la distribuzione di film
“difficili”;
7) Spinta all’internazionalizzazione;
8) Rai e Mibact potranno intervenire nei budget produttivi in maniera minore (ciò spingerà ad un aumento delle coproduzioni anche con l’estero e ad un accrescimento delle
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L’Italia è un paese sgangherato, pazzo più che
contraddittorio, autodistruttivo se lo si incarica di coltivare e gestire il patrimonio artistico
culturale. Si è radicata
una filosofia che prospera: eliminare le esperienze positive, demoliMino Argentieri
re le strutture che hanno
dimostrato di avere un senso e di essere utili. E
la colpa, la responsabilità dei governi e dei partiti è solo una delle componenti di un male che
ha origine da una debolezza che si annida nel
cuore della società, non unicamente e principalmente nelle articolazioni gerarchiche del
potere. E’ successo a Napoli uno dei tanti episodi di sfacelo ignorati da una stampa sempre
più distratta, sonnolente, complice. L’Università Orientale si è disfatta di una videoteca
composta da 18.000 titoli in VHS registrati dal
locale Laboratorio Tecnico Linguistico e consistente in film di finzione, documentari, trasmissioni televisive, spettacoli teatrali selezionati nell’arco di venticinque anni. Un materiale
scelto con ampi criteri didattico-archivistici,
contemplando intenti che hanno interessato,
oltre all’insegnamento della storia e del linguaggio cinematografico, l’antropologia culturale, le pratiche teatrali, la sociologia della
comunicazione, l’evoluzione del costume e
della mentalità, la psicologia collettiva, la dialettica politica, la trasformazione del paesaggio
urbano e naturale, il costume e via elencando.
Un ben di Dio che, salvatosi provvidenzialmente da un disastroso incendio, non è stato risparmiato da chi guida l’università, incapace di riattivare in casa propria una invidiabile riserva e
nemmeno di affidarla a una istituzione consimile, un’associazione, un diverso centro accademico, a qualcuno disposto a conservare e
non a disperdere nel nulla il frutto di tante fatiche. Nel silenzio, naturalmente, nell’indifferenza, nella distrazione di tutti perché l’attenzione per la cultura e per la potenzialità
creativa dell’intelligenza non sfiora la mente
della maggioranza dei connazionali. Visto che
siamo in argomento, sarebbe doveroso lambire un’altra guancia del problema: l’assegnazione dei finanziamenti pubblici alle attività
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n.
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previste per l’incremento dei valori culturali
nel cinema e nel pubblico, nel circuito delle
idee, in mancanza delle quali cresce erba secca. Alla vigilia della scadenza, la commissione
ministeriale ha pronunciato la sue frettolose
sentenze per il 2016, continuando, secondo le
vecchie abitudini a non motivarle. Corre voce
che uno dei membri, il critico Valerio Caprara,
avrebbe preso le distanze dal verdetto finale,
tirandosi fuori da quella che sarebbe stata considerata una operazione di macelleria. Se questa sia una notizia non lo sappiamo, per una
ragione semplice: il ministero ha taciuto, non
ha avvertito se siano state presentate dimissioni, né Caprara, almeno questo ci risulta, ha
reso noto un gesto che, se fosse stato compiuto, lo avrebbe onorato. Non invitiamo a scommettere o ad avanzare ipotesi. A colpirci è il
mutismo in cui le deliberazioni del ministero
vengono decise e accolte. L’estrema nebulosità
è ormai diventata un modo di amministrare
un giro di miliardi a discrezione nell’assenza
di elementi conoscitivi e di tracce pubblicizzate di discussioni, controversie e contrasti. E’
come se una platea non esistesse, gli interlocutori fossero occulti, ciascuno chiuso nel suo
Da “servus” a “servire”. Enea porta sulle spalle Anchise
(1514 a.C.) Particolare dell’affresco “L’incendio di
Borgo”, Stanze Vaticane, Roma (Italia). Raffaello Sanzio
(1483-1520)
riserbo, nella preoccupazione primaria di non
dare disturbo, a cominciare dai critici dei giornali, dai settimanali e dalle rubriche televisive,
contenti i partecipanti al funerale dei metodi
democratici e trasparenti di ricevere in cambio forse qualche favore, visto che tanto oggi la
spartizione delle torte passa inevitabilmente
attraverso tre strettoie: la Rai, Mediaset e il Ministero, un sistema ferreo e bloccato che di
porte ne apre poche per quel che attiene alla
cultura nel e per il cinema, avendo condannato
a morte la carta stampata e le biblioteche, come si conviene alle civiltà da impoverire, finti
indifferenti i postulanti e i beneficiari, in effetti sodali servili.
Mino Argentieri
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Immagini e suoni. Il ruolo della musica nei
film
Secondo il filosofo Immanuel Kant (1724-1804)
la musica è pura forma
essendo priva di contenuto. Il formalista russo Viktor Sklovskij condivide questa idea ed
afferma in maniera
inequivocabile: “nell’oFabio Massimo Penna
pera musicale non c’è
altro. Che cosa abbiamo trovato dunque? Non
vi abbiamo trovato una forma e un contenuto,
bensì un materiale e una forma, cioè i suoni e
la loro disposizione” (a cura di Giorgio Kraiski, I formalisti russi nel cinema, Garzanti editore, 1987). Per Sklovskij la musica altro non è
che una sequenza di suoni differenti in quanto a intensità e timbro, un susseguirsi di sonorità alte e basse. Grazie a questa sua caratteristica di mezzo espressivo “aperto” essa può
diventare, nelle mani di un abile regista, una
materia plasmabile adatta a ottenere determinati effetti in un film. Interagendo con l’immagine la musica può rafforzare il significato
delle inquadrature (spesso nelle scene di addio delle pellicole romantiche serve a sottolineare la drammaticità del momento), aggiungere un’ulteriore
dimensione al contenuto delle
immagini, fungere da ponte per
collegare varie inquadrature. La
musica può avere un valore diegetico se la sua fonte è, in maniera implicita o esplicita, presente all’interno della scena
(come nel caso di un’inquadratura in cui il protagonista ascolta la radio) o un senso non diegetico quando non ha nulla a
che fare con lo spazio del racconto. Riguardo alla musica affermano Francesco Casetti e Federico Di Chio: “Il suo intervento
in campo o off è assai più raro
che per la parola e per il rumore (è comunque il
caso di musicisti che suonano in scena, di
grammofoni che diffondono melodie ecc.)
mentre è frequentissimo il suo uso “over”,
tanto come accompagnamento della scena,
quanto come momento che conclude in crescendo una sequenza e accentua lo stacco rispetto alla sequenza seguente” (Francesco Casetti-Federico Di Chio, Analisi del film, Gruppo
editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas,
Milano, 1990). L’importanza della musica è in
alcuni film straordinaria, basti pensare al ruolo che hanno le colonne sonore di Ennio Morricone all’interno dei film di Sergio Leone. In
“C’era una volta in America” quando il gangster Bugsy insegue e uccide Dominic, uno dei
giovani compagni del protagonista Noodles,
partono le indimenticabili note di Morricone e
la sequenza è mostrata al rallenty. La combinazione di suoni e immagini rallentate conferisce
alla sequenza una drammaticità e una potenza
non raggiungibili altrimenti. A livello diegetico, ne “Il buono, il brutto, il cattivo” il duello
finale viene scandito da un carillon: appena la
sua musica finisce i duellanti possono cominciare a sparare. Un ruolo assai particolare ha
la musica nel film di Stanley Kubrick “Arancia
meccanica”. L’impiego che ne fa il regista
newyorkese in questa pellicola è straniante e
sarcastico. La visione apocalittica dell’esistenza e l’aggressività del protagonista Alex vengono veicolate dalla musica e non è casuale
che il violento ed egocentrico personaggio
adori le composizioni titaniche di Beethoven.
L’overture della “Gazza ladra” di Rossini diventa per lui addirittura fonte d’ispirazione nel momento in cui decide di riaffermare con la forza il suo ruolo di leader dei drughi: “Ma è
quando fummo in strada che locchiai che pensare è per i tonni e che i falchi usano invece l’ispirazione o quel che Zio manda, perché fu
una bellissima musica che alla fine mi venne
in aiuto” (Anthony Burgess, Arancia meccanica,
Einaudi, Torino, 1969). Lo stravolgimento totale di senso si ha con l’impiego del brano
“Singing in the rain” nella scena in cui i drughi pestano a sangue un intellettuale e ne vio-
lentano la moglie. L’inno alla felicità del film
con Gene Kelly diventa il contrappunto sonoro della più incredibile brutalità: la canzone
accompagna ritmicamente i calci che Alex allenta al povero signor Alexander steso in terra. In un’altra sequenza lo “Scherzo” della
“Nona” di Beethoven fornisce il ritmo al quale
ballano (grazie a un montaggio rapidissimo)
una serie di statuette di Cristo: evidente il riferimento, attraverso l’irreligiosità di Alex, alla società odierna immersa in un ateismo e un
materialismo smisurati. Un uso decisamente
ironico della musica Kubrick lo aveva fatto in
precedenza nella scena finale de “Il dottor
Stranamore” in cui le immagini dell’esplosione di una bomba atomica erano accompagnate dalle speranzose parole di Vera Lynn nel
brano “We’llmeetagain” (ci incontreremo ancora).
Fabio Massimo Penna
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politici del nostro Paese. Il sistema della comunicazione non è altra cosa rispetto alle
scelte sulla riforma del cinema e audiovisivo.
L’interesse primario del governo Renzi –
Franceschini è stato quello di attivare e cavalcare una legge sul cinema e la TV (ma nel calderone ci sono perfino i Videogiochi)
orientata a uno sviluppo mercificante e subalterno al piccolo schermo, oltre alla centralizzazione politico–burocratica del controllo e
della gestione di tutto il comparto. Il pubblico
è stato collocato in questa nuova legge come
pura appendice di spettatore passivo in modo
distinto e distante da tutti gli interessi presenti, compreso quello degli autori, e non come soggetto centrale, attivo e da tutelare nel
sistema cinema. E’ incredibile! Tutto il sistema cinema ruota attorno al pubblico, ma di
esso nessuno se ne è curato. Non può essere
un caso che il tema fondamentale del pubblico
e dei suoi diritti sia stato così marcatamente
ignorato, se si eccettua quella esigua pattuglia
di Parlamentari di sinistra che non ha avuto il
minimo ascolto da una maggioranza sorda e
perfino muta. Così sorda e muta da non prendere in considerazione neppure i dossier inviati ai parlamentari dal Servizio Studi – Dipartimento Cultura e la Segreteria Generale – Ufficio
Rapporti con l’Unione Europea della Camera, che
- avendo questo compito istituzionale ed essendo pagati per questo -, nelle diverse osservazioni hanno evidenziato l’esigenza e l’opportunità di ripristinare in legge lo status delle
associazioni nazionali di cultura cinematografica, il loro ruolo e le loro funzioni, a giustificazione della loro presenza nel testo (articolo 2 - definizioni) in quanto le uniche
riconosciute a rappresentare il pubblico. Come un soldatino ubbidiente e sull’attenti, la
maggioranza parlamentare non ha ragionato
su alcuna riflessione critica, neppure una virgola è stata cambiata alla Camera del testo approvato dal Senato appena qualche settimana
prima. Alla faccia di chi critica i ritardi dell’approvazione delle leggi per via delle lungaggini
dei passaggi delle proposte legislative tra le
due Camere! Nessuna possibilità è stata data
a una riflessione seria e ponderata per riequilibrare la proposta di riforma, per incidere su
aspetti importanti di questa legge, sul tema
dei diritti del pubblico, della loro rappresentanza impegnata col cinema a coltivare una
coscienza critica di massa e rifuggire tendenze e scelte per un conformismo di massa. L’organizzazione del pubblico e dell’associazionismo sono imprescindibili per una risposta
democratica a una tendenza indotta e finalizzata ad un consumismo di massa. Il risultato
è sotto gli occhi di tutti. Le associazioni nazionali di cultura cinematografica che svolgono
questa attività senza scopo di lucro sono state
espropriate da questo compito, delegittimate
dalla legge e considerate come ferrovecchio
che bisogna buttar via. Il silenzio pesante e
diffuso verso questo scempio culturale ce lo si
poteva aspettare da coloro che stupidamente
pensano solo al proprio egoistico particolare,
certamente non da quanti avrebbero dovuto
coerentemente continuare una battaglia per
far rispettare i diritti di chi si rappresenta. E’
davvero angosciante e rumoroso il silenzio
della gran parte delle associazioni nazionali
di cultura cinematografica, intimidite nel
prendere una posizione critica e chiara per
sostenere fino in fondo le giuste ragioni del
pubblico, considerate già dal passaggio nella
Commissione Cultura del Senato come pura
carta straccia. Un atteggiamento acquiescente che fa venire alla mente i personaggi delle
vignette di Altan colpite dall’ombrello del potente di turno. Oggi, con questa legge le associazioni nazionali e i circoli del cinema sono
considerati semplicemente strumenti funzionali alla distribuzione di film nelle piccole sale, alla stregua delle sale religiose inglobate in
un medesimo comma dell’art. 27 che regola
l’attività generale della promozione cinematografica e audiovisiva. Bisognerebbe chiederne la traduzione ai parlamentari che hanno votato questo strano comma g) piovuto dal
cielo, che al pari del sostegno alle attività delle
associazioni prevede anche quello delle “sale
delle comunità ecclesiali e religiose nell’ambito
dell’esercizio cinematografico, intese come le sale cinematografiche di cui sia proprietario o titolare di
un diritto reale di godimento sull’immobile il legale
rappresentante di istituzioni o enti ecclesiali o religiosi dipendenti dall’autorità ecclesiale o religiosa
competente in campo nazionale e riconosciuti dallo
Stato…”. Con la sottolineatura che evidentemente in Italia non si sia pienamente ancora
in uno Stato laico, tale formulazione normativa potrebbe di diritto essere inserita per la
forma e la sostanza in uno degli articoli referendari volti a cambiare la Costituzione. Dopo
che per l’ennesima volta la D.G.C. informa che
sono stati congelati i tempi per la presentazione delle istanze per le attività da svolgere
nel 2017 (erano previsti al 30 novembre), non
resta che attendere la formulazione dei nuovi
decreti attuativi, che sostituiranno quelli recentemente approvati (DM 9 marzo 2016 e DD
12 maggio 2016) e che a par loro già molti freni
all’attività dell’associazionismo culturale cinematografico stanno creando. Il cielo che si
avvicina sopra il migliaio delle associazioni
dei circoli del cinema, cineforum e cineclub,
con i loro 250.000 soci, appare sempre più nero e foriero di tempesta. Chissà, se fosse stato
in vita, come avrebbe commentato questo nostro tempo con il suo caratteristico gergo napoletano il nostro vecchio amato presidente
Riccardo Napolitano, che insieme a tante cose
belle ha lasciato in eredità una ostinata volontà di superare sempre gli ostacoli più duri e
difficili. Questo lascito la FICC - Federazione
Italiana dei Circoli del Cinema - non ha nessuna intenzione di disperderlo!
Marco Asunis
Presidente FICC
FICC - Federazione Italiana dei Circoli del Cinema
Via Romanello da Forlì, 30 00176 Roma
06 8632 8288
www.ficc.it
[email protected]
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segue da pag. 1
responsabilità imprenditoriali), ovvero meno
peso sulle casse dello Stato, più sulle abilità del
produttore e maggior numero di film finanziati;
9) Automatismi per la produzione (bene o male?);
10) Il finanziamento sarà accessibile anche
per la produzione di serie web e video giochi.
Aspetti negativi:
1) La legge attualmente è inconsistente. Vi è
una ossatura che necessita di un numero di
decreti attuativi (ancora da scrivere) pari quasi ai 2/3 (numero altissimo) degli articoli di cui
si compone la legge stessa;
2) Un così alto numero di decreti attuativi può
non stravolgere ma sicuramente cambiare
molto l’indirizzo di questa legge in positivo od
in negativo. In più, governo che verrà e decreti attuativi che potranno cambiare. Quindi
possibile anche una poca stabilità del settore;
3) Tax credit per la produzione: BNL (da sempre uno dei maggiori finanziatori e sostenitori del nostro cinema) attualmente ha dichiarato che non interverrà se non per le aziende più
strutturate. Se questa sarà la posizione di BNL
potete bene immaginare quale potrà essere
quella di finanziatori meno forti. Quindi produttori “indipendenti” attraverserete tempi
molto duri;
4) Non si sa ancora secondo quali criteri un
film sarà definito “difficile”. Per tipologia produttiva? Per genere? Per tipo di distribuzione?
Per cast sconosciuto? Cos’è un film “difficile”?
Ma il coccodrillo come fa? Quindi il Tax Credit
sulla distribuzione di un film “difficile” è ancora un gran punto interrogativo;
5) Senza aver fissato dei paletti sulle quote di
mercato, il Tax Credit al 40% per il produttore
che si autodistribuisce con l’attuale sistema
non solo è un miraggio ma qualora ci riuscisse
sarebbe giusto anche fargli un monumento;
6) I circoli del cinema e le sale della comunità
sono stati messi sotto lo stesso cappello mischiando il sacro con il profano senza alcun riconoscimento della loro storia e del lavoro da
loro svolto (per chi non lo sapesse differente)
dal dopo guerra ad oggi. Sinceramente mi
aspettavo ben altro trattamento per le associazioni e federazioni di cine club che sono rimasti gli unici animatori culturali in moltissimi territori oramai privi di teatri e di cinema;
7) Alla distribuzione di film stranieri non sarà
riconosciuto alcun tax credit. Ciò significa che
i produttori italiani che si faranno distribuire
saranno soggetti ancora a fregature da parte
dei distributori. Per spiegare questo punto nel
dettaglio necessiterei di troppe righe. Sono un
distributore, quindi fidatevi;
8) Automatismi per la produzione bene o Male? come per i film “difficili” bisogna aspettare
i decreti attuativi. Attualmente sembrerebbe
la solita solfa, ovvero se hai il cast giusto, il
curriculum produttivo e gli incassi giusti gli
automatismi funzionano meglio. Se sei un
esordiente accompagnato da altri esordienti
“byebye”.
La sostanza: attualmente è una legge che tutela senz’altro le grandi aziende. Ovvero circa 20
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aziende che detengono da sole oltre il 90% del La priorità dell’azione politica nell’ambito
mercato. Questa legge le spingerà a diversifi- della cultura
care il prodotto. Ciò significa che l’offerta per
lo spettatore aumenterà. Aumenterà il numero dei lavoratori nel settore? Si. Tutti, però,
sotto le sole 20 (circa) società di cui sopra. Nasceranno nuove sale ma che difficilmente saranno libere nella programmazione (come le
attuali). E le piccole imprese? C’è un certo
scetticismo riguardo ai decreti attuativi. Se
tante delle maggiori associazioni di settore Nella seduta del 3 novembre
non sono state ascoltate a sufficienza per la
tutela delle piccole e medie imprese sul dise- 2016, la Camera ha
gno di legge, non ci si aspetta molto sui decre- approvato in via definitiva
ti attuativi. Di fatto la legge non intacca l’attuale sistema di mercato che pregiudica, oggi il disegno di legge
ancor di più, l’efficacia per i piccoli. Insomma, “Disciplina del cinema e
in attesa dei decreti attuativi (tanti) i ricchi
possono stare tranquilli ed i piccoli, già accer- dell’audiovisivo” (AC 4080)
chiati dal vecchio sistema e non ancora tutela- con 281 voti a favore, 97
ti dalla nuova legge, possono continuare a
progettare di trasferirsi all’estero come già contrari e 17 astenuti.
molti registi di cinema di genere hanno fatto. Contro hanno votato Sel
Rimane un’unica strada che si aprirà a gennae M5S. Fdi e Lega si sono
io prossimo e della quale avrete presto notizia.
Giovanni Costantino astenuti. Annalisa Pannarale
La Camera ha
approvato la legge
sul cinema che non ci
piace
Distribuzione indipendente
Legge cinema:
I beneficiati applaudono i
loro benefattori
I mercanti del cinema, minoranza caciarona e
potente, all’approvazione di questa legge, affiancati da quelli che volontariamente o involontariamente l’hanno sostenuta facendosi
male da soli, hanno battuto i tamburi e suonato i tromboni contenti per essere riusciti a far
approvare la loro legge detta anche “Legge del
Marchese del Grillo”. I movimenti culturali e le
associazioni in difesa del pubblico, ridimensionati e umiliati. Il pubblico, la maggioranza,
tutti quelli che non godranno della nuova legge e tutti i movimenti culturali non ne esultano. Diari di Cineclub è tra questi, gli ultimi.
DdC
è tra chi ha votato no
ANNALISA PANNARALE. Grazie Presidente, colleghe e colleghi, sottosegretario,
Ministro Franceschini. Questo disegno di
legge avrebbe dovuto
rappresentare un momento impegnativo di
riflessione e di discussione corale. Avrebbe
Annalisa Pannarale
dovuto essere un passaggio capace di impegnare tutto questo ramo
del Parlamento e di accendere un confronto
collettivo curioso e attento, perché di cinema
parliamo, non solo di addetti al settore, dunque, ma di uno spazio di crescita personale civile, di espressione artistica e culturale, di comunicazione sociale di ognuno di noi. La maggior
parte di noi è cresciuta con il cinema, si è formata culturalmente, ha saldato relazioni, anche
con il cinema abbiamo costruito un immaginario e uno sguardo sul mondo. Avrebbe dovuto,
ma non è andata così, e lo dico allo stesso Ministro Franceschini, che poco fa ha ringraziato
per la discussione costruttiva. Ovviamente non
si è accorto di essere alla Camera, o forse sapeva bene com’è andata alla Camera. Alla Camera è andata che in pochi si sono accorti che fosse in discussione un disegno di legge sul
cinema, una proposta governativa che riorganizza tutta la disciplina in materia, provando a
dare un’organicità a quello che è stato disomogeneo e disarticolato fin qua; un disegno di
legge con l’ambizione addirittura di fare del cinema un settore strategico e di rilanciare il
comparto nazionale a livello europeo e internazionale. Un’ambizione di questo tipo, tuttavia, si è risolta paradossalmente in un recepimento passivo e acritico in questo secondo
segue a pag. successiva
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segue da pag. precedente
passaggio alla Camera: una discussione piatta
e rituale degli emendamenti in Commissione,
quelli presentati esclusivamente dalle opposizioni, poi l’ultimo passaggio di mera ratifica
in quest’Aula, perché le esigenze della propaganda di Governo sono troppo pressanti e veloci per attendere i tempi del confronto e del
miglioramento. Del resto, ricordiamo tutti la
vostra presentazione tutta mediatica di questo testo, il comunicato di Governo che avete
fatto prima che tutto arrivasse al Parlamento
nonostante la Commissione al Senato avesse
per mesi lavorato e audito soggetti su un’altra
proposta di legge e non su quella del Governo.
Eppure, chiunque sia dotato di una qualche
onestà intellettuale dovrebbe riconoscere che
il testo governativo licenziato dal Senato sia
inadeguato proprio sul terreno fondamentale
dei finanziamenti, o meglio dei criteri nella
contribuzione, sul piano cioè di quegli strumenti di sostegno che dovrebbero essere finalizzati a creare un’industria cinematografica
nazionale solida e avanzata, attenta al pluralismo e all’originalità dell’offerta, alla valorizzazione dei talenti, alla scrittura e alla produzione
indipendente, alla conservazione del patrimonio audiovisivo e alla promozione di nuovi progetti. Non siamo solo noi di Sinistra Italiana a
parlare di inadeguatezza. Sono arrivate proposte critiche e costruttive da parte di chi in
questo mondo ci lavora e dovrebbe essere tutelato dallo Stato più di chi è già forte perchè già
dentro alle regole e ai ritmi del mercato. Non
avete ascoltato, certi che un po’ di risorse in
più (anzi la dico in maniera puntuale: persino
il raddoppio delle risorse tra contributi vari e
agevolazioni fiscali) abbiano la forza di obnubilare capacità di giudizio di disvelamento di
tutte le forti criticità di questo disegno di legge. Ora in questo clima di autocelebrazione io
ne racconterò qualcuna di queste criticità.
Non basta il denaro quando si interviene in
maniera incisiva su un terreno costituzionale
così rilevante, e non basta un disegno di legge
perché il «purché si faccia qualcosa» non necessariamente significhi fare bene o fare meglio. Certo che il cinema ha anche a che fare
con il terreno economico, con le logiche produttive di impresa, ma gli investimenti pubblici dovrebbero avere soprattutto una forte valenza culturale e sociale. Dovrebbero
rispondere con la forza della differenziazione e
dell’originalità a quella omogeneizzazione di
contenuti e di prodotti che invece è tipica del
mercato. E questo è invece un provvedimento
ispirato non dalla libertà di espressione, dalla
forza creativa della conoscenza e della sperimentazione, ma dall’urgenza di acconsentire
alle richieste del mercato e delle grandi imprese. L’articolo 12, proprio all’inizio, quello sugli
obiettivi e sulle tipologie di intervento, dice
«lo Stato contribuisce al finanziamento e allo
sviluppo del cinema (...) anche allo scopo di facilitarne l’adattamento all’evoluzione delle
tecnologie e dei mercati nazionali e internazionali». Questa non è una scrittura di testo
poco curata, questa è la filosofia di fondo, in realtà, che anima questo testo di legge. Lo Stato
non privilegia cioè quelle forme espressive
che sono il racconto di una differenza, di un
lavoro incessante di ricerca, di uno scarto geniale rispetto a prodotti tutti uguali e standardizzati, quelle forme che dovrebbero contribuire al pensiero libero e autonomo, al pensiero
resistente e non omologato; no, lo Stato finanzia perché la produzione e la distribuzione cinematografica si adattino alla domanda del
mercato, alle istanze commerciali. Certo, utilizzate parole chiave: documentari, opere difficili, opere prime, opere seconde, nuovi autori,
giovani autori, parole utilissime a propagandare i finanziamenti corposi e un rinnovato interesse per la centralità del cinema, ma quando si
tratta di dare poi strumenti concreti a chi non
riesce a stare al passo del mercato, ma crea delle opere magnifiche, delle opere originali,
queste parole rischiano di diventare gusci
vuoti; perché, cosa fa il Governo? Il Governo
istituisce un fondo, il Fondo per il cinema e
per l’audiovisivo. Pare – l’ho sentito anche in
altri interventi – che il modello sia quello francese, dove il settore cinema si autofinanzia. In
realtà, non è così, perché, come sapete bene,
in Francia esiste un prelievo di scopo, un prelievo aggiuntivo su tutti quei soggetti che beneficiano dei prodotti del settore; sarebbe
giusto, in quanto multinazionali, che contribuissero con un minimo al prelievo e dunque
al rilancio del comparto. Vi abbiamo proposto
un emendamento esattamente su questo: un
piccolissimo prelievo su editori e distributori
di servizi televisivi, ma lo avete rigettato con
la solita indifferenza. Dunque avete scelto di
non chiedere alle multinazionali delle televisioni e della comunicazione un prelievo piccolo come corrispettivo dei loro incassi corposi,
avete invece scelto di prelevare solo una quota
della fiscalità generale per destinarla al cinema e l’audiovisivo. Il sistema dunque non si
autofinanzia come quello francese, si sarebbe
autofinanziato se aveste fatto anche altre scelte. Il sistema viene giustamente finanziato,
come ogni volta che di diritti costituzionali
parliamo, ma in questo testo di legge il finanziamento pubblico non serve a distribuire opportunità e possibilità per tutti, come dovrebbe
essere nella sua finalità sociale e costituzionale, e non guarda soprattutto a chi non ce la fa
finanziariamente perché non ha alle spalle
grandi imprese, ma crea opere bellissime. In
questo caso la maggior parte del Fondo è destinata al credito d’imposta e ai cosiddetti
contributi automatici, cioè quelli che sono dati sulla base di parametri oggettivi e dei risultati raggiunti, ovvero sulla base degli incassi,
sulla base di quelli che sono i comuni criteri
del mercato. Se allora le imprese riceveranno i
contributi sulla base degli incassi, se solo il 1518 per cento massimo del Fondo sarà riservato
ai contributi selettivi, che peraltro saranno
decisi dai cinque esperti come al solito nominati dal Ministro, vuol dire che ad avere certezza finanziaria saranno quelle imprese che
già realizzano film più facili e commerciali.
Vuol dire che le imprese indipendenti che hanno finora sperimentato nel film di autore forse
non ce la faranno, forse faranno ancora fatica.
Vuol dire che non stiamo affatto aiutando
quelle opere che hanno lasciato già un segno
indelebile nella storia del cinema, anche se a
volte hanno incassato poco. L’esito mi sembra
scontato, Ministro: poche imprese, quelle già
forti, poca differenza, ridotta qualità, visto che
con i contributi automatici e il criterio degli incassi, che è quello fondamentale che avete scelto, andiamo ad alimentare il circolo vizioso del
livellamento al ribasso dei prodotti. Se è così
che si guadagna e si hanno i finanziamenti,
tanto vale – diciamo così – che non mi impegno più di tanto e continuo ad investire e a realizzare film commerciali. Altra parola chiave
è la promozione dell’educazione nelle scuole
di ogni ordine e grado. Sono all’immagine risorse anche qui, ma non sappiamo altro, sulle
previste modalità, su chi dovrà occuparsene,
su come si pensa di formare i docenti, su come si vuole provare ad accendere passioni e
sete di conoscenza tra gli studenti; tutto, come gran parte di questo provvedimento, è affidato alle deleghe e ai decreti attuativi, tutto !
Io non so se chi ha utilizzato toni trionfalistici
se ne sia accorto, ma tutto si deciderà nelle
stanze ministeriali dove le decisioni sono generalmente insindacabili anche quando sono
sbagliate o incomprensibili. Tutto esisterà di
questo disegno di legge solo se saranno pubblicati i decreti su criteri, modalità e sulle ripartizioni delle risorse. Sarebbe stato invece
interessante discutere di nuove politiche sui
costi dei biglietti e degli abbonamenti per i
giovani – questo in Francia si fa – e confrontarsi sul ruolo storico delle associazioni e dei
circoli di cultura cinematografica. Volete investire in educazione all’immagine, in potenziamento delle competenze del cinema, in alfabetizzazione all’arte e poi decidete di ridurre
drasticamente le risorse a questi circoli e a queste associazioni ? Parliamo di soggetti che fanno attività diffusa sui territori, che garantiscono la possibilità che vecchie sale di quartiere
rimangano aperte, che si occupano di promozione di cultura cinematografica. In compenso
però vi siete preoccupati di inserire un canale
specifico per le sale religiose ed ecclesiastiche
come se anche queste non fossero associazioni. Insomma noi abbiamo saputo distinguere
i voti sui singoli articoli, perché sappiamo anche riconoscere le cose buone, voteremo però
contro, perché avete scelto la solita strada: da
un lato la consueta mortificazione del Parlamento (persino il consiglio superiore del cinema è tutto nominato dal Ministro), dall’altro il
tentativo di espungere tutto ciò che ha a che
fare con la partecipazione e con la formazione
del pensiero critico. Ancora una volta pensiamo ne faccia le spese la cultura libera e democratica, la diversità, e in questo caso, temiamo, il più bel cinema di qualità e indipendente
(Applausi dei deputati del gruppo Sinistra Italiana-Sinistra Ecologia Libertà).
Annalisa Pannarale
E’ deputata della Repubblica Italiana eletta nella circoscrizione Puglia
5
n.
45
Corrispondenti di guerra
6
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
limitandosi a mostrare truppe schierate in
bell’ordine con l’uniforme ordinata. Pochi anni dopo, la drammaticità della guerra moderna venne raccontata dai più di 500 corrispondenti inviati da tutto il mondo per seguire la
Guerra di Secessione Americana e, per la prima volta, grazie alle prime fotocamere, il pubblico poté vedere sui giornali le fotografie di
campi devastati dalle esplosioni, di postazioni
piene di cadaveri, di soldati con gli arti amputati. L’attività degli inviati di guerra è sempre
stata molto pericolosa, sia per i comprensibili
rischi della battaglia, sia per l’ostilità di chi,
nel caos di un conflitto, svolge attività illegittime o compie azioni disumane di cui il pubblico non deve venire a conoscenza. Per questo il cinema ha dedicato ai corrispondenti di
guerra diversi film di denuncia, i più famosi
sono Urla del silenzio, sulla guerra del 1975 in
Cambogia, diretto nel 1984 dal regista Roland
Joffé; e Salvador, sulla guerra civile che negli
anni ’80 insanguinò il piccolo stato centro
americano di El Salvador, diretto nel 1986 da
Oliver Stone. In Italia, nel 2003, il regista Ferdinando Vicentini ha diretto il film Il più crudele dei giorni, ispirato all’assassinio in Somalia, nel 1994, della giornalista italiana Ilaria
Alpi e del cineoperatore Miran Hrovatin,
ILENIA MENALE
LA GUERRA
OLTRE
LA NOTIZIA
NOTE SUL GIORNALISMO
DI GUERRA
Archivi Storici
978-88-6261-574-7
MENALE | LA GUERRA OLTRE LA NOTIZIA
Mattioli 1885
Mattioli 1885
Nel 1975 il governo USA
pose fine alla guerra in
Vietnam sotto la spinta
dell’opinione pubblica
americana, indignata
dall’inutilità del conflitto e dalle drammatiche
conseguenze che esso
aveva avuto sulla popolazione civile vietnamita. A denunciaAndrea David Quinzi
re le brutalità, con
articoli e immagini, erano stati giornalisti, fotografi e cameraman presenti sul posto: i corrispondenti di guerra. Il giornalismo di guerra
si sviluppò a partire dall’800 con la diffusione
della stampa: più la gente leggeva i giornali e
più era critica sull’operato dei governi nelle vicende belliche. Fu per questo che le grandi dittature del XX secolo esercitarono uno stretto
controllo sull’informazione. All’inizio del suo
governo, nella primavera del 1933, Hitler affidò a Joseph Goebbels il Propagandaministerium, con l’incarico di dirigere l’informazione
in Germania. In Italia, nel 1937, nacque il MinCulPop (Ministero per la cultura popolare),
che, dal cinema alla stampa, asservì l’informazione alla propaganda di regime. In Russia,
invece, bastò la paura di finire davanti a un
plotone di esecuzione per autocensurarsi. Il
risultato fu una costante disinformazione in
questi paesi fino all’ultimo giorno di guerra,
gli eventi bellici venivano regolarmente filtrati
dallo Stato e, se necessario, falsificati. Il primo
giornale ad avere un corrispondente di guerra
fu il Times di Londra che, ai primi dell’800, inviò un mediocre giornalista, Henry Robinson,
a seguire la campagna di Napoleone contro la
Prussia. Fu un fallimento, nascosto nelle retrovie Robinson si limitò a raccogliere informazioni dai soldati, realizzando articoli noiosi e privi di realismo. Ben altra tempra fu
quella di William Russell, primo vero reporter
di guerra, che il solito Times inviò sui campi di
battaglia in Crimea nel 1854. Gli articoli inviati da Russel, che arrivavano in Inghilterra circa tre settimane dopo i fatti, fecero volare la
tiratura del giornale. Il più famoso è senz’altro quello in cui descrisse l’epica carica dei
600 di Balaklava: “…levando alto un grido che per
questi generosi era anche l’ultimo appello della
morte, i cavalleggeri si lanciarono dentro le nuvole
di fumo…”. Russel scriveva ciò che vedeva, senza censure e infingimenti: la sofferenza, la
morte, ma anche l’incapacità e gli errori dei
comandanti. Fu l’inizio della lunga lotta tra
militari e giornalisti, tra ragion di Stato e libertà di informazione. Gli Stati Maggiori non
potevano ammettere che si oscurasse l’aura
eroica che doveva circondare le guerre, e men
che meno accettare critiche sulle capacità dei
comandanti o sulle deficienze organizzative,
spesso alla base di sconfitte e di inutili stragi:
la stampa non doveva dire la verità alla gente.
La guerra di Crimea vide in azione anche il
primo fotoreporter, Roger Fenton, sebbene i
suoi scatti evitassero immagini troppo crude
ancora oggi rimasto impunito ed avvolto nel mistero. Il corrispondente di
guerra nel ruolo del rompiscatole alla
ricerca della verità è presente in molti
film. In Finchè c’è guerra c’è speranza, film
del 1974 diretto e interpretato da Alberto Sordi, l’attività di un trafficante di
armi veniva denunciata da un inviato
del Corriere della Sera che titolava in prima pagina: “Ho incontrato un mercante di
morte”. In Three Kings, con George Clooney, diretto nel 1999 da David Russell e
ambientato durante la Prima guerra
del Golfo, alla fine del film era proprio
grazie al reportage di una giornalista impicciona e presenzialista che i tre protagonisti
venivano riabilitati. Altre volte, invece, i corrispondenti diventano strumenti della retorica
militare. Come nel film del 1968, Berretti verdi,
diretto, interpretato e prodotto da John Wayne a favore della guerra in Vietnam, in cui il
giornalista antimilitarista passava da una posizione critica ad una sorta di catarsi filo interventista. Meno sfacciato, ma animato dalla
stessa retorica militare, il cambiamento del
reporter di guerra del film We were soldiers,
con Mel Gibson, diretto nel 2002 da Randall
Wallace, tratto dall’omonimo libro scritto dal
Colonnello Moore e dal giornalista Joseph
Galloway che, nel 1965, avevano partecipato
alla battaglia di Ia Drang in Vietnam. Il XX secolo ha visto grandi giornalisti impegnati sui
fronti per far comprendere i fatti e la natura
più profonda della guerra: Robert Capa, Ernest Hemingway, Marguerite Higgins, e i nostri Luigi Barzini, Indro Montanelli, Oriana
Fallaci; ma adesso la guerra è cambiata, i giornalisti sono embedded, termine utilizzato per
definire gli inviati al seguito dei militari inviati su linee del fronte sempre meno nette, e sulle quali è sempre più difficile riconoscere gli
eserciti contrapposti. Per comprendere la trasformazione ed i diversi passaggi di questi cambiamenti è appena uscito nelle librerie: La guerra
oltre la notizia, scritto dalla giornalista Ilenia Menale. Il libro narra la storia del giornalismo di
guerra dalle origini fino ai giorni nostri, avvalendosi del supporto di due grandi giornalisti
ed ex inviati di guerra: Franco Di Mare e Toni
Capuozzo. Di Mare, giornalista Rai, è stato in
Bosnia, Kosovo, Somalia, Eritrea, America Latina, raccontando storie di violenza ma anche
di speranza, alle quali si è ispirato per il romanzo Non chiedere perché da cui nel 2015 è stata tratta la fiction di Rai 1 con Beppe Fiorello
L’angelo di Sarajevo, diretta da Enzo Monteleone. Capuozzo, giornalista Mediaset, ha narrato invece le vicende belliche e di guerriglia
dell’America Latina, dove era inviato per il
giornale Lotta Continua, ed ha seguito i conflitti nell’ex Jugoslavia, in Somalia e in Medio
Oriente. La prefazione di La guerra oltre la notizia è stata scritta da Franco Di Mare.
Prefazione di FRANCO DI MARE
“La guerra oltre la notizia” di Ilenia Menale
Andrea David Quinzi
[email protected]
25 Novembre. “Non una di meno”. Giornata contro la violenza sulle donne
Donne – Violenza e Rispetto
Il 25 novembre è stata
celebrata la “Giornata
Internazionale contro
la violenza sulle Donne”. Il tema è tra quelli
più sentiti, poiché sempre più spesso legato a
molteplici accadimenti
che nutrono le pagine
Francesca Arca
della cronaca nera degli ultimi anni. La figura della donna, del rispetto che le è dovuto e della continua lotta
per la difesa della propria integrità fisica e
morale, non sono però argomenti recenti in
ambito cinematografico. Il tema è stato letto
seguendo sguardi differenti e sfaccettature caleidoscopiche fin dagli albori dell’arte cinematografica. Una delle primissime pellicole a inserire come struttura portante nella propria
trama la violenza su una donna risale addirittura al 1919. David Wark Griffith, uno dei grandi padri del cinema, gira in quell’anno “Broken
Blossoms”, un’opera che traghetterà il film muto verso una maturità espressiva più definita.
La storia tragica di una tredicenne che subisce
la violenza paterna ci regala, anche attraverso il
consueto montaggio alternato tipico del cinema griffithiano, una delle interpretazioni più
riuscite di Lillian Gish, che pure all’epoca aveva
ben dieci anni in più del personaggio che doveva interpretare. Sono passati quasi cento anni
da allora e il tema delle donne abusate continua ancora ad essere tristemente declinato a
riprova di quanto, nonostante le numerose
conquiste sociali, il ruolo femminile non riesca
a trovare ancora il dovuto rispetto e la giusta
considerazione. Dalle violenze subite tra le
mura domestiche a quelle protratte a causa di
retaggi culturali, il grande schermo ha descritto storie intense di donne in cerca di riscatto,
interpretate spesso da grandi attrici e nomi di
richiamo che si sono misurate con la difficoltà
di rendere credibili dei personaggi dal forte
impatto emotivo. Spesso sono le donne stesse a
raccontare il proprio mondo. Come la regista
Deepa Mehta che nella sua trilogia dedicata alla condizione femminile in India - “Fire”, “Earth” e “Water” - tratteggia con grande sensibilità
figure tragiche ed emblematiche, suscitando al
contempo numerose polemiche. Lo scrittore
Salman Rushdie, in occasione dell’uscita di
“Water”, si espresse così in difesa del film: «Affronta un argomento serio e difficile, vale a dire come le donne vengano schiacciate da religioni atrofizzate e da dogmi sociali. Al tempo
stesso però, ed è questo uno dei suoi grandi
meriti, la storia è raccontata dall’interno attraverso gli occhi delle protagoniste, offrendoci
un quadro completo del dramma della loro vita
e toccando irrimediabilmente il nostro cuore.»
E sul tema delle religioni che mortificano la
condizione femminile si inseriscono molte altre opere: “Viaggio a Kandahar” di Mohsen Makhmalbaf , “Vivantes” di Ould Khelifa, o il suggestivo “Magdalene” di Peter Mullan – per
citarne solo alcuni - nel quale la violenza
“Stefania” - Dittico - Olio su plexiglass 2013 di Giampiero Bazzu
diventa forse più dolorosa proprio perché perpetrata sulle donne da altre donne. Anche
Hollywood non è rimasta insensibile al tentativo di cimentarsi nella trattazione di questa
tematica così complessa, alternando opere incisive e interpretazioni di indubbio pregio, a
pellicole più deboli che - cavalcando l’onda
emotiva delle storie raccontate - spesso tralasciano nel dispiegarsi delle trame, una lettura
più critica sugli aspetti sociali e psicologici
che portano alla violenza descritta. Ecco perché tanto è in grado di rimanere impressa Jodie Foster, vittima di stupro in “Sotto Accusa”
di Jonathan Kaplan, quanto invece è inconsistente la Jennifer Lopez prestata al cinema in
“Bordertown” di Gregory Nava. Spettacolarizzato nei film di genere degli anni ‘70, con il
proliferare delle pellicole d’exploitation come “I
spit on your grave” di Meir Zarchi – in cui le
scene di stupro sono volutamente morbose e
disturbanti – il tema acquista nuova linfa in
Quentin Tarantino. Ribaltando il concetto dei
vecchi film “rape & revenge” in cui il gusto
voyeuristico aveva un ruolo nodale, Tarantino
firma la regia di “Death Proof” in cui mantiene intatta la struttura tipica del film di genere, ma estetizza la violenza creando personaggi femminili non passivi. Un film forse non
compiutamente riuscito, a tratti autocompiaciuto e stilisticamente troppo “semplice”, ma
che diventa interessante se mettiamo l’accento sull’evoluzione che Tarantino impone, partendo da personaggi femminili traumatizzati, ridotti quasi ad automi dalla
vendetta stessa, (Camille Keaton in “I spit on your grave”), e
arrivando invece a donne non
soggiogate dalla violenza subita.
In una realtà contemporanea in
cui la dignità femminile viene
ancora oltraggiata, in cui le donne hanno ancora necessità di essere tutelate, in cui le violenze
fisiche e le più sottili, ma altrettanto dolorose, violenze psicologiche continuano ad insinuarsi
in ogni strato sociale, il cinema
può porsi in un triplice ruolo:
può essere cassa di risonanza
dando voce a storie e personaggi
che tengano sempre alta l’attenzione sull’argomento; può essere specchio di ciò che accade e
riflettere tutte le forme del problema nel bene così come nel
male; può fare arte, scegliendo
quindi il modo più autentico e
diretto per restituire un frammento di quel rispetto e di quella dignità che ancora in troppi
cercano di spezzare
Francesca Arca
7
n.
45
La bustina del Dott. Tzira Bella
Ciò che ci eccede
“Quando una cosa comincia in un punto,
bisogna saper accettare di non commisurarla subito con la situazione globale. Il colpo
che ci è stato inferto è
Sergio Sozzo
di natura globale. È
talmente globale da
poter restare indistinto abbastanza a lungo.”
Perché il personaggio di Andrea Sartoretti, in
Monte, si ostina a martellare, a picchiare su di
un unico, indistinto punto della mostruosa e
ruggente parete di roccia che come una maledizione dal cuore pulsante impedisce a lui e
alla sua famiglia di liberarsi dalla gabbia grigia della loro esistenza derelitta, condannata
ai margini senza possibilità alcuna di poter
vedere passare la luce? Non sarebbe più semplice, per i protagonisti del film di Amir Naderi che a furia di voler buttare giù il monte a
colpi di piccone hanno la vita che scorre loro
sui volti e sui corpi velocissima e inesorabile,
strutturare una strategia per minare la montagna dalle basi in più parti, spostandosi, cercando le zone più fragili e facilmente attaccabili? E invece no, giù ad accanirsi sempre sullo
stesso lembo di roccia. Dice bene Alain Badiou
nel frammento che rubo a Giap di Wu Ming:
“Ancora […] sentiamo solo il colpo ricevuto e
l’impotenza. Dal punto di vista della situazione globale, non c’è per il momento nessuna
cura possibile per l’impotenza. […] Quando si
riceve un colpo globale, il coraggio che deve rispondergli è locale.” E’ forse questa una delle
descrizioni più precise che si potrebbero fare
del cinema di Amir Naderi, visione assoluta di
concezione globale applicata su una poetica
locale quanto un vagone della metropolitana
Le donne italiane non
figliano più
Scrivete a: Dott. Tzira Bella, C/O Laboratorio Veterinario
della Dott.ssa Zira, Planet of the Apes
Il regista iraniano Amir Naderi riceverà il Premio
Camillo Marino alla Carriera nei giorni del Laceno
d’Oro, Festival internazionale di Avellino e Provincia,
dall’1 al 12 dicembre
cerca di “ricostruire in un punto la possibilità di
vivere senza perdere l’anima negli effetti depressivi del colpo ricevuto. Il coraggio orienta
localmente nel disorientamento globale”. Che
cosa vuol dirci, oggi, Amir Naderi? Cosa può
dirci ancora questo cinema apolide che si riavvolge e si ripete da Teheran a New York a
Tokyo a Bolzano con la forza immutata di un
gesto disperato, quello di riportare ogni cosa
– comprese le età dei propri personaggi – al
grado zero di incontaminazione originaria?
“Che nell’unica vita che ci è accordata, incuranti dei limiti che il conformismo ci assegna,
tentiamo a ogni costo di vivere, come dicevano gli antichi, da immortali”, risponderebbe
ancora Badiou. Difficile trovare un altro cineasta che abbia mantenuto talmente intatta la
capacità di sconvolgere puntualmente l’esperienza della visione, l’attraversamento
della materia del film come la conquista
di un percorso di disintossicazione dalle
scorie di tutto quello che non rientri nella
categoria dei bisogni più rabbiosamente
necessari, di urgenza militante, totale
sovversione nei confronti di una formula
preconfezionata e sintetica di felicità,
amore, estasi e libertà. Proviamo a far respirare il cinema di Amir Naderi nei giorni del Laceno d’Oro, Festival internazio“Monte” 17^ film di Amir Naderi, presentato alla 73esima nale di Avellino e Provincia, dall’1 al 12
Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione “Fuori Concorso” dicembre con Monte, una piccola retrospettiva di titoli dell’incendiario maestro
che contiene tutte le definizioni dei cruciver- iraniano, una masterclass, la consegna del
ba del mondo o tutti i tesori di Las Vegas se- Premio Camillo Marino alla Carriera. E’ tutto
polti dietro casa, il nastro su cui è registrata la su www.lacenodoro.it. Per trovare ancora un
scena primaria nascosto in mezzo a mille altre senso alla strenue resistenza del cinema (don’t
registrazioni che sembrano tutte uguali. Pre- give up, come Naderi chiudeva la sua lettera
sentato Fuori Concorso alla 73esima Mostra di dedicata all’invenzione dei Lumière realizzata
Venezia, Monte riallaccia il percorso di Naderi per il suo fulmineo video della serie dei Future
ad esperienze più vicine al cinema arcaico e Reloaded), recuperare un’ottica di opposizione
mitologico degli esordi, che alle teorizzazioni al livellamento dell’immediatamente decifrasuccessive come il precedente Cut: conferma, bile, “il che vuol dire: esporre in noi l’animale
per rimanere con Badiou, la caparbietà di un umano, per quel che è possibile, a ciò che l’ecracconto di elementi purissimi di immagine, cede”.
suono, corpi e parossismo della performance che
Sergio Sozzo
8
Dott. Tzira Bella
Davvero bella la lettera
che oggi m’è giunta, (e
sempre da un più che remoto villaggio della Sardegna, vorrà dir qualcosa? Boh!). La verga di
suo pugno, (non senza
una certa allusiva malizia), la signorina, Fraddoca Piriccoca. Io così,
a voi la giro, senza nulla omettere o aggiungere. Buona lettura.
Il Dott. Ubaldugo Tzira Bella
Le donne italiane non figliano più? Il problema è a monte, cara Ministra Lorenzin, ma non
quello di Venere, bensì di Eros. Priapo che un
tempo svettava fulgido fastigio della catena di
Cupido, oggi non svetta più, più non è l’asinello, in tutto umile e modesto tranne che, il suo
animale totemico. I giovani uomini italiani di
oggi schivano il sesso, s’infocano, inzuzzuriscono e ingalluzziscono solo per la squadra di
calcio del cuore, per i suoi colori sociali, per la
FIFA, ma non per la, …non me lo faccia dire,
non me lo faccia! E in Europa popoli da sempre soggiogati dal fascino del maschio italiano, ci mettono oggi cavalli in faccia, come si
dice da noi in Sardegna, e promuovono campagne: Fallo per la Danimarca?? Ma se non ne
abbiamo neanche per noi! ‘Nddi jaus a bolliri
in noi di falli, entrate a gamba, o qualsiasi altra
cosa tesa, anche falli da dietro, in tamus de
nudda! Insomma, donne italiane, gridiamolo
chiaro e forte: a ognuno il suo campionato, il
suo gioco, corretto o scorretto ma maschio!
Già lo sappiamo giallo, che c’è del marcio in
Danimarca, e qui da noi, proprio qui che il regno era del marcio, siamo ridotti allo squacquerone, una cosa moddi moddi, de grisai! Ma
niente paura, le soluzioni della nonna sono
sempre le migliori! Come per i conigli: cambiamo il maschio! Ecche caccio cavallo!! Il problema sono gli uomini italiani, nessuno più
che segni sul suo orologio da tasca dei pantaloni le 11, mezzogiorno o le tredici, tutti le sei,
mattino, notte e sera!! E allora, l’Africa è vicina, chiamiamo un po di migranti selezionati
per benino, o donne italiane. Non so se mi
spiego!
Firmato Fraddoca Piriccoca
[email protected]
Cosa voglio dire con 1200 km di bellezza
Tra pochi giorni, a fi- i documenti con le riprese,
ne novembre, sarà un le nuove possibilità tecniche
anno che circola “1200 per le immagini, il colore inkm di bellezza” il film vece del classico bianco e neche ho fatto per Cine- ro. Mi sono convinto, in quecittà Luce, prodotto da sti anni di lavoro, che i film
Roberto Cicutto. Un storici non possono non esanno e migliaia di chi- sere fatti, come spesso è aclometri percorsi per caduto, incollando le immaItalo Moscatii
presentare il film se- gini degli archivi sulle pagine
condo ogni opportu- degli storici e dei giornalisti
nità o cercata oppure offerta. Un grande lavo- che forniscono il testo per firo preceduto da un altro anno tra preparazione, lo e per segno. Servono nuovi
riprese, montaggio del film. Da indipendente soggetti e nuove sceneggiaquale sono sempre stato e continuo ad essere, ture. Con queste convinzioho cercato di preparare un percorso per il ni ho realizzato tutti i miei
film, coadiuvato da Federica Di Biagio, Vera Fazio,
gusti e nelle esigenze arriMarlon Pellegrini e Alessio
vate o in arrivo; stimolanti
Massatani del Luce. Hanno
nei contrasti e nella ricerca
collaborato con me per ridelle soluzioni. Un secondo
cerche e montaggio Nathagrande, bellissimo spettalie Giacobino, Patrizia Pencolo, una grande occasione.
so, Maria Caserta , ed Enzo
Ed ecco l’idea: cominciare
Lavagnini, come aiuto regidal grand tour, ovvero dalle
sta. Il Luce vive da novant’anstorie e dalla storia che si
ni; è una istituzione storica,
può ricavare dagli scritti dei
importante. Dopo 90 anni di
viaggiatori tra Settecento e
attività anche con i suoi cineOttocento, alcuni nomi: Gogiornali, con raccolte di docu- Milleduecento chilometri è lunga l’Italia, dalle montagne del Nord al mare del Sud; dal bianco della ethe, Stendhal, Nietzsche,
mentari, il Luce ha continuato neve all’azzurro del mare. Il film comincia dal Sud, approdo di gente che continua a raggiungere Mark Twain, Henri James e
nel dopoguerra a lavorare e a l’Italia, con negli occhi la ricerca di un destino, una ricerca fra speranza e tragedia, come documenta anche a Giovanni Comisso,
raccogliere documenti, chie- ancora oggi la cronaca. Un film documentario di Italo Moscati per vedere l’Italia con sguardi al passato, Guido Piovene, Dino Buzdendo collaborazioni a registi mostrando l’attesa e le premesse di un futuro, un ritorno alla Bellezza.
zati. Ho montato docunoti e a debuttanti. Grande
menti e riprese nuove, anarchivio, materiali vecchi e sguardi nuovi. Per an- film, trovando soluzioni, strada facendo. Ad che con sofisticate panoramiche dei droni. Ho
ni, lavorando in Rai, per La Grande Storia o La Sto- esempio, “Il Gigante”, “Venezia Carnevale”, fatto la colonna musicale spaziando dal meloria siamo noi o RaiEdu ho cercato al Luce, nei do- “Firenze Inferno Paradiso”, in 3D e HD. La ri- dramma alla canzone non solo italiana. Ho
cumenti quel che potesse essere utile per film cerca con “1200 km di bellezza” è andata avan- scritto il testo e lo abbiamo usato per la narracome “Il Paese mancato”, sugli anni del mira- ti, secondo questi criteri. Avevo diretto 16 dvd zione con la voce sicura e densa di chiaroscu-
colo economico; “Passioni nere” sulla fine della vecchia Cinecittà del fascismo, 1937-1943, e
sul Cinevillaggio, creato dalla Repubblica di
Salò ai Giardini della Biennale e alla Giudecca,
a Venezia e la Liberazione col racconto di Luchino Visconti in “Giorni di gloria”; “Concerto
Italiano”, sugli anni del Risorgimento a confronto con i nostri anni, centocinquanta, dopo l’Italia Unita. Cito ancora “Via Veneto Set”
su Fellini e i retroscena della “Dolce vita”. Mi
fermo qui, l’elenco sarebbe molto lungo. Per
me, il mio viaggio è non solo interessante ma
anche favoloso, per le scoperte fatte e i “rigirati”, ossia lavori realizzati da capo, combinando
sulla cronologia storiografica in Italia dal 1920
al 1960 per le scuole di ogni ordine e grado.
Storia politica e militare, di costume, tante
clip rapide e coinvolgenti. Guardando guardando, ho cominciato a prestare attenzione
agli sfondi, ai paesaggi, ai monumenti, ai lasciti archeologi, in tutta Italia, grandi città e
paesi, coste, spiagge e mari. Uno spettacolo
bellissimo e grezzo. Disturbato dai terremoti,
numerosi, dai cambiamenti d’ogni tipo, dal
clima alle abitudini degli italiani. Modificato
dalla industrializzazione e dalle necessità del turismo, anche dai trasferimenti e dagli arrivi delle
migrazioni. Reso interessante dalle novità nei
ri di Gino La Monica. Il nuovo grand tour è in
corso in tutta Italia, anche con dvd molto graditi nelle librerie negozi video. Le proiezioni
sono avvenute ovunque, nelle case del cinema, nelle sale dei cineforum e nei circoli del
cinema, nei festival scelti con cura. Space Cinema, distribuzione ben nota, lo ha preso e il
21 novembre lo proietterà in 15 città. La parola, i commenti sono a voi. La parola indipendente per un film indipendente. Ringrazio il
Luce e i suoi dirigenti che me lo hanno consentito.
Italo Moscati
9
n.
45
Sinister: uno degli ultimi grandi film horror
“Sinister” è una pellicola del 2012 (distribuita in Italia dal 2013),
opera di un regista di
medio calibro come
Scott Derrickson che
aveva già provato a ritagliarsi il proprio posto nella storia con
film più o meno riusciti (“L’esorcismo di
Emily Rose” del 2005
ad esempio, o il rifaciGiacomo Napoli
mento di “Ultimatum
alla Terra” del 2008) e sempre di genere fantascientifico/fantastico o orrorifico. Qui ci propone un lavoro scritto e diretto da lui
stesso, appoggiato da un solido cast di attori e girato in maniera finalmente abbastanza inusuale per i canoni del genere;
un film efficace, asciutto, spaventoso e
originale. Un lavoro molto ben riuscito
che vola a un livello nettamente superiore
rispetto ai suoi più pasticciati precedenti.
Il successo di pubblico, oltre che di critica, è stato tale che nel 2015 è uscito anche
un sequel. Attenzione però: il sequel è un
orrido filmaccio estremamente scadente
e fatto in serie, sconsigliatissimo, che
non spaventerebbe nemmeno un bambino piccolo, “Sinister” invece inquieta eccome e lo fa in un crescendo raffinato di
atmosfera e di rivelazioni sempre più
sconvolgenti fino al terrificante colpo di
scena finale. La trama è apparentemente
lineare: uno scrittore di thriller in crisi
creativa si trasferisce con la famiglia in
un cottage in cui è avvenuto un tremendo
massacro nella speranza di trarre ispirazione e di trovare indizi per convertire
quel fatto di cronaca nera in un nuovo bestseller. Osteggiato dagli indigeni locali
proprio per la sua fissazione di rimestare
nel passato altrui alla ricerca di qualche
scoop noir da trasformare in successo
letterario, via via che la trama prenderà
ad infittirsi e che gli indizi sul massacro inizieranno a venir fuori, lo scrittore e la sua famiglia percepiranno sempre di più il terribile
girotondo macabro nel quale sono entrati
senza quasi accorgersene e dopo le prime avvisaglie date da incubi e orrendi presentimenti, si troveranno a fronteggiare
forze oscure al di là delle loro capacità che minacceranno di annientarli senza speranza. Fin qui una
storia già in buona parte vista, certo, ma a differenza di tante altre si
tratta di una trama che viene sviluppata con molto merito e con
un’efficacia non comune oltre a presentare ulteriori innesti assolutamente originali e inaspettati. Innanzitutto, in questa pellicola troviamo
rispettati due grandi stilemi del cinema horror d’autore, evento piuttosto
raro di questi tempi, soprattutto se
10
paragonato al tremendo sequel già citato che
come tanti prodotti di genere non rispetta affatto tali caratteristiche e finisce per scivolare
nell’inutile, nel banale e nel già visto. Il primo
elemento chiave è quello dell’ignoto: nonostante il film parta come un classico, solido
thriller e proceda per tutto il tempo rispettando le chiavi di una narrazione gialla, ben presto e gradualmente lo spettatore viene messo
di fronte all’evidenza dell’elemento ignoto sovrannaturale, indispensabile per poter definire il genere orrorifico, sempre più pressante
ed invadente all’interno della trama anche
perché costantemente rifiutato dal protagonista che vi opporrà una resistenza strenua ma
ovviamente inutile. Il secondo stilema consi-
ste invece proprio nello svolgimento della trama che, come per il genere giallo, mostra fin
dall’inizio il colpevole di tutto ma permette allo spettatore di capirlo solo attraverso gli indizi sparsi sapientemente lungo tutta la durata
del film. Si scoprirà così che il responsabile (o
i responsabili) dei terribili delitti di cui parla
“Sinister” è sempre stato davanti agli occhi di
tutti, solo che era talmente ben mascherato e
insospettabile da non destare alcun sospetto…
fino alla fine. Ecco quindi che l’assassino
(sempre in chiave sovrannaturale e orrorifica,
intendiamoci) può essere un oggetto maledetto, come il box dei filmini amatoriali in Super8 che il protagonista rinviene nella soffitta
della nuova casa pochi minuti dopo l’inizio;
oppure forse può trattarsi di uno della famiglia, il protagonista, forse la moglie o magari
qualche altro membro, tutti personaggi che
vediamo fin dai primi istanti di pellicola. O infine chissà, potrebbe trattarsi di una figura
quasi disegnata ai margini della scena, una
specie di orrendo spaventapasseri, uno spauracchio per bambini capricciosi che fa la sua
comparsa sempre ben nascosto tra i dettagli
dello sfondo… In ogni caso sappiamo che
sarà qualcuno o qualcosa di presente fin
dall’inizio ma decisamente mistificato. Lo
spettatore scoprirà quindi lentamente cosa si
cela dietro il gioco delle apparenze e quando
giungerà al termine della pellicola e il sipario
si alzerà sulla verità tragica e agghiacciante al
tempo stesso, come nella migliore tradizione
horror, non potrà opporre a tale rivelazione
nessuna risorsa logica o concettuale dato che
le avrà spese tutte nel percorso disegnato dalla trama e dovrà quindi rassegnarsi al senso
di terrore spaesante che il film efficacemente
ed intelligentemente evoca. Infine, come bonus ulteriore, troviamo la componente autoreferenziale: la pellicola tratta tra le altre cose
(come già visto in altri esempi notevoli) della
visione cinematografica in sé e questo elemento, sommato a tutto il resto, rafforza l’effetto di straniamento finale e marca ancor di
più l’esperienza angosciosa dello spettatore
in quanto appunto presenta un concetto che
gira su sé stesso e che non è mai completamente smontabile dall’esterno, quasi a sottolineare l’ineluttabilità della fiction che finisce
per essere metafora del reale allo stesso modo in cui la palese crudeltà del colpevole non
è in fondo giustificata altro che da sé stessa, al
di là delle circostanze o delle finzioni del grande schermo. D’altra parte è risaputo che a differenza degli altri predatori, l’essere umano
uccide anche soltanto per uccidere, senza necessità di sopravvivenza, di autodifesa o di
conquista… Ma siamo sicuri che
l’assassino sia un essere umano?
O magari più di uno? Dove finisce
l’elemento sovrannaturale e inizia
quello umano? A voi scoprirlo in
questo bellissimo film, irrinunciabile per gli amanti dell’horror e
consigliatissimo anche per gli aficionados del thriller e del giallo.
Con un Ethan Hawke sempre in
forma smagliante e una Juliet
Rylance pienamente a suo agio
nella parte.
Giacomo Napoli
[email protected]
Festival Premio di poesia Emilio Lussu - 2ª edizione
Qualcuno si chiederà
perchè è stato dedicato
un Festival di poesia a
Emilio Lussu. Effettivamente Lussu non è
stato un poeta ma, ricordandolo brevemente, un valoroso combattente della Prima
guerra mondiale; fondatore del Partito SarPatrizia Masala
do d’Azione e del movimento Giustizia e Libertà; confinato nell’isola
di Lipari nel ‘27 perchè nel tentativo di sfuggire a un’azione punitiva colpì a morte uno degli assalitori; nelle file del Partito Sardo d’Azione prese parte alla Resistenza nel ‘43;
ministro con il governo Parri e poi del primo
governo De Gasperi. Ma è anche l’Emilio Lussu autore di grandi opere letterarie come Marcia su Roma e dintorni, Teoria sull’Insurrezione e
dell’opera più famosa, Un anno sull’altipiano
portata sullo schermo nel ‘70 con il titolo di
Uomini contro di Francesco Rosi. Ed allora, se
poeta è colui che rispetto ad altri sa far diventare la sua gioia universale e il suo dolore
quello di ciascuno di noi, colui che sa parlare
un linguaggio speciale osservando dentro e
fuori di sé, con pieno titolo, per le sue opere
scritte, a E. Lussu può essere dedicato un Festival di poesia. Un Festival Premio nato nel
2015, in occasione del quarantennale della sua
scomparsa, grazie alla collaborazione artistico-culturale delle associazioni L’alambicco, La
macchina cinema (Ficc), la rivista poetica Coloris de Limbas e la Biblioteca provinciale di
Cagliari. Un impegno corale, che ha ottenuto il
consenso, l’apprezzamento e l’attenzione di
un pubblico numeroso e appassionato anche
in questa 2ª edizione. La passione e la perseveranza dei promotori ha prevalso su qualsiasi sterile polemica nei confronti degli Enti
che, al momento, non hanno legittimato l’iniziativa riconoscendogli un esiguo finanziamento. Eppure anche nell’anno 2016, anticipando le giornate del Festival, gli organizzatori
hanno sviluppato e proposto al pubblico una
serie di eventi: reading con accompagnamenti musicali, laboratori di scrittura poetica,
presentazione di libri e proiezioni, chiedendo
‘asilo’ anche a spazi inusuali come piazze di
quartiere, circoli ricreativi, cortili condominiali, facendoli diventare palcoscenici per superare ogni barriera, unendo non solo idealmente
centro e periferia. Spazi consapevolmente scelti
e adattati per coinvolgere la cittadinanza. Approfondendo di volta in volta le contaminazioni tra diversi linguaggi ed espressioni artistiche. Una necessità che nasce dal riscontro che
il cinema d’autore e la musica sono spesso poesia allo stato puro, che dialogano fecondamente, esempio di come la parola insieme
all’arte visiva e alla musica, debba essere considerata funzionale alla vita di una società.
Quest’attenzione costante profusa nel territorio, culminata nelle tre giornate (7, 8 e 9 ottobre) dedicate alla kermesse cagliaritana, ha
trovato ancora spazio fisico nel suggestivo
parco di Monte Claro introdotta con un programma ben articolato, interessante e denso
di contenuti. Il Festival tra poesia, cinema e
musica è stato dedicato in questa edizione a
tre figure che nel loro percorso sono state influenzate da queste forme di espressione artistica: Pier Paolo Pasolini, Charles Bukowski e
Pinuccio Sciola. Nel programma degli eventi
di ogni giornata l’omaggio alla settima arte: il
7 ottobre, il doc ritratto del Pasolini sardo
Francesco Cicito Masala (a cui Diari di Cineclub, media partner del Festival, ha riservato
un ampio spazio sul n. 43 di ottobre) l’8 ottobre il corto d’animazione, L’uomo dagli occhi
meravigliosi, il cui testo narrato è tratto da una
poesia di Charles Bukowski; il 9 ottobre, il video I semi di pietra e un frammento di Sardegna
Andata e Ritorno che ricordano entrambi la figura dell’artista sardo Pinuccio Sciola, scultore conosciuto in tutto il mondo per aver dato
voce alle pietre, quelle pietre sonore come ha
scritto Gillo Dorfles “che hanno il potere di suscitare in noi l’equivalente d’un evento sacro...”. A seguire, dopo il momento delle proiezioni, la vera protagonista del Festival: la
poesia. Poeti e scrittori, sia noti che emergenti, hanno offerto i propri versi, le loro performance e le proprie esperienze di vita dialogando con il pubblico sullo stato attuale dei
diversi linguaggi. Iniziando da chi in questa
2ª edizione componeva la giuria del concorso:
la musicalità, l’emozione dei brani e delle poesie, impregnati del suo impegno sulla violenza contro le donne, della spagnola Natalia
Fernandez Diaz; le performance dell’eclettico
artista genovese Massimo Sannelli, i cui versi
“sono sospesi in un’aura rarefatta, mistica,
eppure conforme ai nostri tempi e, forse, a
quelli che verranno”; la voce e i versi del poeta
sardo Giuseppe Boy, anch’esso artista poliedrico diviso tra teatro e poesia e quelli della
giovane e valente poetessa Enrica Meloni. Ed
ancora i versi dei tanti artisti ‘accorsi in aiuto’,
quelli dei lettori volontari della Biblioteca provinciale, quelli degli allievi della scuola di poesia popolare, attiva nel quartiere cagliaritano
di Is Mirionis. Tutte voci alternate e accompagnate dagli estemporanei interventi musicali
del sax di Andrea Morelli e della chitarra di
Michele Rovelli. E’ giunto poi il momento del
concorso poetico che per questa edizione prevedeva un’unica sezione a tema libero. Poesie
provenienti da diverse nazionalità e tutte, secondo la giuria chiamata a valutarle, di buon
livello. Due primi premi ex aequo, una terza
classificata e due menzioni speciali i cui autori, oltre a ricevere l’attestato, entrano di diritto con le loro opere nella prossima pubblicazione della rivista “Coloris de Limbas”.
L’appuntamento alla prossima edizione del
Festival è stato anticipato dall’intervento della
dott.ssa Antonella Pinna, Referente dei Servizi Bibliotecari della provincia di Cagliari, che
ha annunciato la conferma della loro disponibilità per il proseguo della collaborazione, condividendone sia i contenuti culturali legati alla
Emilio Lussu (1890 - 1975) coniuge di Joyce Lussu,
combattente, figura di grande rilievo della cultura sarda
e italiana. E’ stato uno scrittore, militare e politico
italiano, eletto più volte al Parlamento e due volte
ministro; fondatore del Partito Sardo d’Azione e del
movimento Giustizia e Libertà
promozione della lettura, sia i contenuti sociali che attraverso la scuola di poesia popolare si propone con una forte azione di contrasto alla dispersione scolastica e al disagio.
Inevitabilmente nel suo discorso non poteva
non evidenziare le condizioni di cui soffrono
le Biblioteche che, mutilate dei fondi necessari per assolvere alle funzioni primarie nel loro
ruolo informativo e culturale, compromette il
rinnovo e l’adeguamento del loro patrimonio
La giuria dell’edizione 2016. Da sx Natalia Fernandez
Diaz-Cabal, Massimo Sannelli, Enrica Meloni,
Giuseppe Boy (Foto by Roberto De Luca)
librario. Nonostante queste difficoltà, la Biblioteca però prosegue il suo impegno nei
confronti degli utenti grazie alla collaborazione e al sostegno, a titolo volontario, del mondo della cultura, come nel caso di questo Festival. Giunge la parola FINE per l’edizione 2016
anche dagli organizzatori presenti senza che
nessuno di loro si compiaccia per gli ottimi risultati ottenuti. Un plauso invece è stato rivolto a tutti coloro che il Festival l’hanno animato
veramente ‘prestando’ volontariamente la loro arte e a tutto il pubblico, la cui partecipazione connota fortemente il progetto e lo caratterizza come forma espressiva culturale,
vitale, aperta e in continuo divenire.
Patrizia Masala
11
n.
45
Festival
France Odeon
Siamo a Firenze, al Festival del cinema francese “France Odeon”,
giunto alla sua VIII
edizione. E’ appena finita la proiezione del
film “Tour de France”
ed io mi trovo commosso ad abbracciare
Rashid Djaïdani ed a
ricevere un commosso
Gaetano Buscemi
abbraccio a mia volta.
“Il film rappresenta un ponte tra i divisi”, mi
accorgo che sto pronunciando quelle parole e
nei suoi occhi pieni di grandissima umanità
vedo la luce della commozione conquistarlo.
Ma cosa è mai successo in quella proiezione?
Si, credo, si debba fare un po’ d’ordine. Cominciamo dunque con ordine. Il Festival, dove mi trovo, organizzato dall’Associazione
France Odeon, su iniziativa dell’Ambasciata di
Francia e della Regione Toscana, ha quest’anno
abbandonato la sede del Cinema Odeon di
piazza Strozzi, da cui deriva il suo nome insieme all’idea di rendere omaggio al celeberrimo cinema Odéon di Parigi. La kermesse si è
infatti trasferita al Teatro della Compagnia,
in via Cavour, luogo questo, già sede dagli anni ’20 di un cinema (Modernissimo) e successivamente di un Teatro (Teatro Regionale Toscano) ed ora restituito alla città di Firenze
dopo anni di abbandono. In questa nuova casa è ospitata la Rassegna “50 giorni di Cinema”, dal 28 ottobre al 9 dicembre, organizzata
dall’associazione “Quelli della Compagnia” e
giunta alla sua decima edizione. Il Festival
France Odeon apre la rassegna, che vede, tra
gli altri anche il “Festival Internazionale di Cinema e Donne”, il “Florence Queer Festival”, il
“Festival dei Popoli” ed infine il “River to River
Florence Indian Film Festival”. Ma questi sono gli appuntamenti delle settimane venture.
Torniamo invece a quanto già avvenuto; torniamo al cinema francese. Quest’anno, oltre
allo spostamento fisico del luogo della proiezione, la novità più significativa è consistita
nel proiettare più in alto le aspirazioni del Festival, per passare dal livello di partecipazioni
di grande significatività artistica, ma prive
del sapore forte della contesa a quello del concorso vero e proprio. Si è così costituita una
giuria di 3 personalità del cinema: Margherita
Buy, attrice e toscana, come ha tenuto a sottolineare, Angelo Curti (produttore) e Fabio Ferzetti (critico cinematografico). A loro il compito di decretare il vincitore. Il premio è
rappresentato da una Foglia d’oro battuta a mano, con la quale sin dal XVII secolo erano dorate
le opere d’arte, come ha illustrato alla platea il direttore artistico del Festival Francesco Martinotti, regista, produttore, sceneggiatore e anima di queste serate “France Odeon”. Il 28
ottobre è così cominciata la rassegna di cinque
giorni, conclusasi il 1° novembre, che ha presentato una variegata produzione cinematografica
12
spaziante dal lungometraggio al
breve documentario. Undici i titoli
in concorso ed un vincitore: “Tour
de France” del regista Rashid Djaïdani, interpretato da Gerard Depardieu e Sadek. Si, è il regista Rashid, che abbracciavo alla fine della
proiezione, è suo il film che mi ha
fatto domandare se, grazie ai flussi
migratori di questi anni, non sia
già nato in Francia e non possa rinascere in Italia un nuovo “neorealismo”. Questo film, che trova nel
suo straordinario radicamento alla
realtà la sua forza dirompente, è
un atto d’amore. Vedere Depardieu “rappare” lo straordinario in- Gerard Depardieu interpreta un muratore in pensione nel film ‘Tour
no nazionale francese è stata un’e- de France”
mozione. “Non siamo diversi, siamo divisi”, anzi rappa Sadek. Come ha dichiarato Deparfrase pronunciata dal rapper Sadek, è un’af- dieu alla platea, il rap ha violenza verbale, ma
fermazione che da il senso del film. In questa è allo stesso tempo, possiamo dire, una richiefrase è contenuto il senso di malessere che sta di aiuto, una paura di sentirsi estraneo, di
percepiamo nelle nostre società europee, vec- reagire alla percezione che non sei considerachie ma innestate da germogli giovani, che se to francese tra i francesi. Diversi dunque? Socontinueranno ad essere percepiti come corpi prattutto divisi. Questo viaggio li aiuterà a coestranei, rischiano di distruggerla, anziché noscersi e a riconoscersi non diversi, a
costituirne un’evoluzione. Germogli che cer- comprendersi. Questo film che “rappa” l’inno
tamente possono condizionarci, ma senza ri- francese è un atto d’amore verso la Francia,
uscire a permeare i tessuti sfilacciati delle no- che fa suo quell’inno dandogli un senso nuostre società morenti, prese come sono dalle vo, che sia comune sentire di un nuovo popolo
paure di esser private di ciò che altro non è che è il frutto di altre radici, di altre anime,
che il ricordo di mondi oramai così lontani nel che non si fondano solamente in secoli di cultempo, scomparsi, sepolti. Ma di cosa parla ture cristiane susseguitesi l’una all’altra, ma
questo film ed il suo regista giovane e così ca- anche in secoli di culture musulmane provepace di trasmettere emozioni? Parla di un gi- nienti da terre colonizzate dai francesi. L’inno
ro per i porti di Francia che, uno straordinario “Rap” da la cifra del film, la sua volontà di esDepardieu intende fare per ridipingerli, se- sere un ponte tra divisi, che hanno capito di
guendo in due settimane il percorso fatto da non essere diversi. Ecco, le ondate di migranVernet su incarico di Luigi XV 250 anni pri- ti, che ora calcano il nostro suolo e che tra
ma. Le ragioni di questo peregrinare lascio a qualche tempo avranno i diritti politici di itavoi di scoprirle nel film, ma non è un caso la liani, vorranno sentirsi italiani e vorranno poscelta di Vernet. I porti che sono dipinti da ter “rappare” l’Inno di Mameli”, per portare
Vernet, sono luoghi di partenze verso mondi nuova vita, nuova attualità a delle parole che
lontani, spezie ed avventure, ma questo rap- potrebbero aver perso parte del loro significapresenta il passato che non può più essere ri- to. E certo, i migranti sui loro barconi “son
dipinto in questo nuovo Tour de France. La pronti alla morte” per divenire anch’essi “Fragrande intuizione di Rashid è stata che ad ac- telli d’Italia”.
compagnare e a fare da contraltare a Depardieu, biondo, massiccio rappresentante della
Francia profonda, vi sia un rapper, Far’ Hook
Gaetano Buscemi
(gancio lontano..), massiccio, magrebino, dai
capelli neri corvini, un quasi/francese, un
francese di serie B, interpretato da un vero
rapper, Sadek. Viaggiano insieme, ma non sono insieme, ciascuno giace nei propri mondi,
ciascuno si crogiola nei propri pregiudizi, ma
ciascuno con nascosto ben dentro il desiderio France Odeon, festival del cinema francese diretto
di conoscersi, la curiosità se sia possibile ve- da Francesco Martinotti. Selezione dei film di recente
dere nell’altro un compatriota. “Ma se la Fran- produzione di lungometraggi provenienti dai Festival
cia scendesse in guerra con il Marocco, la Tu- di Cannes,Venezia, Locarno e Toronto, oltre ad inediti
nisia o l’Algeria, tu da che parte saresti?”, assoluti. Molti sono stati gli ospiti, Convegni, mostre
domanda Depardieu, senza dubitare e senza fotografiche e presentazioni di monografie hanno
attendere una risposta che comunque gli ver- completato il quadro di queste 4 giornate all’insegna
rà data. “Perché siamo accettati solo quando del cinema e della cultura francese.
giochiamo a calcio o vi facciamo ridere?”, urla, www.franceodeon.com
[email protected]
Il carattere virtuale-reale della colonna sonora
Il cinema – dice Prokofiev – è un’arte giovane,
aderente alla nostra epoca, che offre al compositore
possibilità nuove e interessanti da sfruttare: egli
deve approfondirle e non accontentarsi di scrivere
della musica per darla poi alle persone incaricate
di trascriverla sulla pellicola1
potenzialità della mente dello spettatore, aiutandolo a interagire con potenza intellettuale
al film quale luogo d’immagine del mondo
(reale-irreale-antireale) di valore artistico inestimabile. In tal senso è esemplare il posto riservato nel cinema al compositore Dmitri
Šostakovič, del quale quest’anno ricorrono i
Dominio di anti-se- centodieci anni dalla nascita (San Pietroburquenze conformi a un go 1906). Il motivo è da ricercare nella solidità
reale continuamente di una sceneggiatura musicale innestata sull’oinghiottito, il cinema smosi compositiva di suono-immagine in
è luogo incontrastato movimento tensivo, imprevedibile, parodistidel possibile-probabile, co attraverso un linguaggio vivo, eclettico,
che investe tutti gli non privo di effetti contrastanti, in grado di
elementi nella loro esprimere un contesto di semplicità, senza
funzione produttiva e, deformazioni astrattive e irriverenti verso
quindi, anche la colon- una naturale disposizione a trattenere in unina sonora, meccanismo cità sia lo spirito del compositore che la sua
Carmen De Stasio
in grado di innestare origine. È quella di Šostakovič una musicalità
frequenze modificanti complessa, a tratti violenta, dominata da cone integrative all’evoluzione della pellicola stessa. Il trasti, e che prosegue dritta all’intelletto. Intrisa di
valore della colonna sonora è nel comportamen- formule derivanti dalla tradizione popolare,
to: plurivalente abilità di divagare, andando non l’intonazione si sviluppa in un’incisività detsolo a solcare il territorio
tagliata, che si arricchisce
scenico, ma anche a codi nuove condizioni deristruirne uno nuovo, come
vate da continue ricerche
tale si dispone ciascun’ee dall’essenza presenziale
spressione cinematica di
continua dell’autore. Così
valore. Un dato, questo,
Šostakovič raggiunge picche fertilizza la concezione
chi di valore tematico in
di cinema quale esposizioassoluta trasparenza, ne
ne di fatti rappresentati in
percorre le tappe in uno
attualità, attraverso tecnisviluppo psicologico, cache variabili e mediante
pace di un metamorfismo
una capillare penetrazione
di grande comunicabilità.
nel carattere psico-esistenIl volteggiare prolifico, in
ziale ed esperienziale dello
un tessuto continuamente
svolgimento, comprensivo
sorretto da un montaggio
di motivazioni e traiettodi osservabile, inclinato
rie. Allo stesso modo agiscosecondo potenza uditiva,
no le piccole stanze costrutticoglie il talento del comve della colonna sonora,
positore oltre i limiti crocorrispondenti a tessere di
nologici e lo eleva a un’olun collage multiforme. In
tranza avanguardista per
termini artistici, tale corrivia di un’abilità mutevole
spondenza potrebbe signifinel gestire in un continuo
carsi come intuizione inteversamento di molteplicigrativa di uno spazio nella
tà la scena cinematografisua accezione tanto visiva
ca. In una concretizzazioPagina musicale autografa VII Sinfonia di
che uditiva, capace di manne consapevole, munifica
Šostakovič
tenere l’equilibrio delle quadi variazioni nella semplilità sensorie e di evitare l’estremistica compar- cità sferzante, il linguaggio musicale di Šostimentalizzazione di scelte, talvolta più dedite takovič rimanda a una realtà scenica realizzata
a scolpire un senso piuttosto che un altro. Né mediante un utilizzo visivamente inconsistenspartiacque finalizzato a se stesso, né fase di te, capace di associazioni e distrazioni. Mai
accompagnamento compiacente, ma campo composto, evita la reiterazione e l’appiattidi osservazione-ascolto simultaneo, la colon- mento dispersivo sull’esclusivo piano emoziona sonora delinea la funzione riabilitante nale. Esattamente intorno alla fine degli anni
dell’aspetto virtuale rispetto a una semplici- ’40, una composizione di Šostakovič fu scelta
stica, aberrante costrizione che la colloca a quale colonna portante al film La Corazzata
scelta aggiuntiva o decorativa. Di fatto, non Potëmkin (1926) di S. M. Ėjzenštejn. Era la fasono rari i casi in cui essa si sia rivelata stru- volosa e complessa VII Sinfonia. La densità
mento idoneo a cogliere le esponenze anche multiforme della Sinfonia, provvida di potendel non-visibile ma esistente, nell’intento di ti intersezioni sceniche, sospende il rigore
consentire la transizione metamorfica delle musicale per acquisire valore storico, antropo-geografico documentaristico, così come lo
1 C. Samuel, Prokofiev, in «Sulféges», Editions du Seuil,
stesso film propone nell’antisequenza di scene
Paris, 1960
Bozzetto di R. Guttuso per Lady Macbeth di Mtensk di
D. Šostakovič - Venezia 1947
che si sovrappongono in una re-invenzione
incessante del piano d’azione, tale da trattenere e, a un tempo, parlare di altro che, pur
non presente sullo schermo, fortemente ne
impregna l’evoluzione a storia. Evidente che,
se per taluni versi la tessitura musicale sortisca influenze generative per sottolineare la
fusione con la trama e le intenzioni, vero è che
per altri essa abbia un potere sostitutivo che
ostacola le attese, costringendo a un’immediata deviazione dall’acquiescenza e che, anziché distogliere, individua in maniera discriminante, sconvolgente, talora, contrazioni
che sintetizzano un neologismo di natura
anapestica. Ovverosia, una costruzione narrativa per immagini musicali quale si è rappresentato in una formulazione geometrico-musicale il Second Waltz da Jazz Suite n. 2 di
Šostakovič nel film Eyes Wide Shut (1999) di S.
Kubrick. Anche in questo caso predomina una
scelta consequenziale alla naturale attitudine
degli artisti: personalità controverse e, per
questo, garanti di un’abilità intro-protospettiva di elevato tenore comunicazionale. Coerente. Fuori da regole che non siano risultato
di una ricerca sprezzante, talora ossessiva.
Pienamente artistica. I nostri compositori
non vengono giudicati perché si mantengono
più o meno entro i limiti della musica tonale;
unico valido criterio di giudizio è che la musica sia buona, che cioè abbia un contenuto e
una veste veramente artistica (D. Shostakovich). In questo modo la soglia tra reale e virtuale per partenogenesi s’annulla: sia la tipologia
costruttivista-musicale, che l’impianto filmico si veicolano reciprocamente, facendo leva
su immaginabilità distinte per scenari legati
all’individuale potere percettivo (il riferimento non è solo allo spettatore-osservatore), in
favore di una visualità uditiva che decreta il valore cinematico quale esperienza globale.
Carmen De Stasio
*Prossimo numero:
Mobilità e coerenza nel cinema: l’estetica del silenzio
13
n.
45
I dimenticati #26
Françoise Dorléac
La storia del cinema è
costellata da figure di
fratelli e sorelle attori:
basti pensare ai Chaplin,
ai Marx, ai Barrymore, ai
nostri De Filippo; riguardo alle sorelle, se ve
ne furono come le americane Olivia De HavilVirgilio Zanolla
land e Joan Fontaine,
che si odiavano mutuamente per motivi di mera rivalità artistica,
o come le nostre Irma ed Emma Gramatica,
che pur lavorando spesso insieme avevano
l’un l’altra frequenti musi e battibecchi, molto diverso è il caso delle francesi Françoise Dorléac e Catherine Deneuve, le quali, benché molto diverse
per temperamento, furono sempre legate da grandissimo affetto. Oggi tutti
celebrano la Deneuve per le doti di attrice e la bellezza un po’ algida, e pochi
ricordano la sorella, che ebbe la disgrazia di morire giovanissima; vogliamo
perciò renderle omaggio dedicandole
questo profilo. Parigina come Catherine e figlia d’arte, Françoise era nata il
21 marzo 1942, secondogenita dei
quattro figli degli attori e doppiatori
Maurice Dorléac e Renée Simonot, o
meglio Renée Jeanne Deneuve (classe
1911 e ancora felicemente tra noi). Fin
da bambina s’era sentita attratta dal
mondo dello spettacolo: più tardi, cacciata dal liceo per il suo carattere anticonformista, aveva studiato danza, e
quindi recitazione presso Raymond
Girard e, tra il 1957 e il ’61, al Conservatorio d’Arte Drammatica presso Robert Manuel, cominciando prestissimo a lavorare con successo come
modella per l’atelier Christian Dior. Il
suo debutto nel cinema avvenne all’età
di appena quindici anni, nel cortometraggio «Mensonges» (’57), ma fu grazie a Manuel che ottenne la sua prima
vera parte, stavolta come attrice di
prosa: in «Gigi» di Colette, al Théâtre
Antoine, nel ’60; mentre sul set era ancora una
‘ragazza di contorno’ in film come «Alt alla delinquenza» di Hervé Bromberger e «La ragazza super sprint» di Michel Fermaud e Jacques
Poitrenaud. L’anno dopo era di nuovo davanti
alla macchina da presa, per ruoli di secondo
piano come in «Ce soir ou jamais» di Michel
Deville e «Tutto l’oro del mondo» di René
Clair; ma ottenne finalmente la prima parte
da protagonista, ne «La ragazza dagli occhi
d’oro» di Jean-Gabriel Albicocco. Nel ’62 fu
l’interprete femminile di «Arsenio Lupin contro Arsenio Lupin» di Edouard Molinaro e lavorò ne «Le bugie nel mio letto» di Deville, ne
«La Gamberge» di Norbert Carbonnaux, nel
film televisivo «Les trois chapeaux claques» di
Jean-Pierre Marchand, e nel ’63 prese parte ad
14
un altro film tv, «Teuf-teuf»» di Georges Folgoas. Fino ad allora, nessun regista aveva ancora saputo mettere davvero in rilievo il suo
fascino: quello di una splendida ragazza dal
corpo da fotomodella, i lunghi capelli a frangetta, lo sguardo (che a più d’uno ricordò
quello della Garbo) aggressivo e intelligente
ma anche dolce, e le fattezze lievemente androgine. Ci riuscì, nel ’64, Philippe De Broca
ne «L’uomo di Rio», dove Françoise fece coppia con un impareggiabile Jean-Paul Belmondo: e fu il successo. L’attrice venne richiesta
per molti altri film, e interpretò subito dopo
«Il piacere e l’amore» di Roger Vadim (allora,
una specie di cognato, essendo il padre di suo
nipote Christian, nato nel ’63 dall’unione con
la sorella Catherine), «Caccia al maschio» di
Molinaro e «La calda amante» di François
Truffaut, regista col quale in quel periodo ebbe una relazione, e che le insegnò molto, mutando in qualche misura anche il suo modo di
proporsi all’obiettivo; questo film registrò un
clamoroso fiasco, ma nei panni dell’hostess
Nicole, seduttrice di uno scrittore di successo
che poi finisce ucciso dalla moglie, la Dorléac
offrì una delle sue più convincenti prestazioni, tanto da persuadere più tardi la critica a un
clamoroso mea culpa sull’opera. Intanto,
Françoise si era adoperata per convincere la sorella Catherine, più giovane di lei di soli diciotto mesi, a debuttare come attrice, col cognome
della madre. A differenza sua, Catherine era
piuttosto timida e non particolarmente entusiasta del cinema; ma il suo film d’esordio,
«Josephine» (Les parapluies de Cherbourg) di
Jacques Demy, nello stesso ’64, ottenne la Palma d’Oro al Festival di Cannes, lanciando anch’ella come star internazionale. Le due sorelle, tuttavia, non ebbero mai a litigare per
motivi d’invidia professionale. Nel ’65
Françoise lavorò con successo in «Gengis
Kahn il conquistatore» di Henry Levin, accanto a un cast prestigioso che comprendeva
Omar Sharif, Stephen Boyd, Eli Wallach, James Mason, Robert Morley e Telly Savalas, poi
ne «il cervello da un miliardo di dollari» di Ken Russell, con Michael Caine,
e nel ’66 in «Cul de sac» di Roman Polanski (che aveva già diretto Catherine), con Donald Pleasance, Lionel
Stander e l’esordiente Jacqueline Bisset; dando vita all’affascinante personaggio di Therèse. Nel ’67 interpretò
«Julie de Chaverny ou La double memprise», un film tv di Marchand; e Jacques Demy e Agnes Varda la vollero accanto alla sorella Catherine in «Les
demoiselles de Rochefort», un musical
dove le due sorelle interpretarono le
gemelle Solange e Delphine, divertendosi moltissimo. Fu quella l’ultima interpretazione di Françoise, l’ultima
delle ventuno che la videro davanti alla
macchina da presa. Poche settimane
dopo l’uscita della pellicola, il 26 giugno del ’67, l’attrice, che si trovava a
Saint-Tropez, dovendo recarsi a Londra per la prima del film ed essendo in
ritardo per il volo in partenza da Nizza, prese in locazione una Renault 10 e
imboccò a gran velocità l’Autoroute 8
che dall’Esterel portava a Villeneuve-Loubet, per cercare di giungere in
tempo in aeroporto. Viaggiava sola.
D’un tratto, giunta in corrispondenza
della curva per la bretella d’uscita presso Villeneuve-Loubet, l’auto cappottò
più volte su se stessa e prese fuoco; ferita e intrappolata al suo interno,
Françoise morì in pochi minuti come una novella Giovanna d’Arco, all’età di venticinque
anni, tre mesi e cinque giorni. «Spesso penso
ai film, ai ruoli che avrebbe potuto interpretare - confidò tempo fa Catherine Deneuve in
un’intervista. - La sua morte fu una specie
d’ingiustizia, una crudeltà della vita. Lei voleva davvero essere attrice. E per me che non lo
desideravo proprio, tutto avvenne fin troppo
facilmente. Françoise era sul punto di esplodere, si stava avvicinando a quello che sarebbe
diventata davvero e che nessuno può immaginare».
Virgilio Zanolla
[email protected]
Dalla pagina scritta alla tela bianca. La letteratura deamicisiana per
immagini
Il grande successo dal 1908, anno della morte del De Amicis, su
che immediatamen- tutte le riviste specializzate vennero ampiate riscosse a livello mente discusse la possibilità e la necessità di
popolare al suo appa- introdurre il cinema nella scuola come sussidio
rire il romanzo Cuore didattico. Anche gli ambienti clericali si andadi Edmondo De Ami- vano convertendo al cinematografo. I collegi e
cis, tale da renderlo gli oratori festivi soppiantarono con bellissiall’indomani dell’uni- me serate cinematografiche il solito teatrino,
ficazione della Nazio- e perfino i seminari avevano aperto le porte
Sebastiano Gesù
ne lo scrittore più letto alla nuova invenzione, e «gli intelligenti e sod’Italia, non poteva lerti superiori, che nulla lasciavano d’intentanon ripercuotersi sulla nascente invenzione to perché ai giovani sia data un’educazione
del cinematografo, che appena emessi i primi cristianamente moderna, hanno, in mezzo a
vagiti, questo stupefacente giocattolo inventato dai fratelli Lumière, da attrazione delle
meraviglie tentava la sua consacrazione ad
espressione artistica, rivolgendosi all’estro
creativo di D’Annunzio, alla pagina letteraria
di Verga, e di tanti illustri scrittori e drammaturghi, che fornirono all’Arte del silenzio infinite storie da illustrare. Passato il momento
glorioso del fenomeno divistico, alle porte
della catastrofe della prima guerra mondiale,
uniformandosi al particolare momento storico che l’Europa e la nazione stavano attraver- “L’infermiera di Tata”. Resta - ripetè il padre - tu hai
sando, si veniva ad affermare il genere belli- cuore. Io vado a casa a levar di pena la mamma. Addio
co-patriottico, che puntava a risollevare gli bravo figliuolo.
animi degli spettatori e spingerli verso senti- tante spese per la biblioteca, comprato un cimenti patrii e nazionalistici. Cuore del De nematografo che è riuscito bellissimo e che è
Amicis, e in genere tutta l’opera deamicisiana, costato circa mille lire». In tale clima formatiaveva il chiaro scopo di insegnare ai giovani vo il progetto pedagogico-didattico di una culcittadini del nascente Regno le virtù civili, co- tura capace di raccogliere attorno a una serie di
valori nazionali passa anme l’amore per la patria,
che attraverso il cinema. Il
il rispetto per le autorità e
cinematografo contribuii genitori, lo spirito di sava, unitamente a tanta letcrificio, l’eroismo, l’obbeteratura e tanto teatro
dienza e la sopportazione
post-unitari, a svegliare la
delle disgrazie. Le finalità
coscienza nazionale degli
pedagogiche della letteitaliani nel momento in
ratura deamicisiana, che
cui l’Italia era entrata in
cercava di «schiudere alla
guerra contro la Turchia,
vita le anime dei piccoli e
con l’intento di tenere alto
infondere un raggio di luil morale delle truppe e del
ce in quelle chiuse e pripopolo e propagandando
mitive degli adulti», nei
primi anni del Novecenovunque quel sentimento
to, coincidevano per molunanime di orgoglio nati aspetti con quelle della
zionale. Il film storico-ricinematografia che nello
sorgimentale, per un buon
stesso periodo si interroperiodo, costituirà la pungava circa la possibile incita di diamante della prodenza sulle masse popoduzione di quegli anni e
lari, che affollavano le
viene travasato sullo scher“La piccola vedetta Lombarda” Un terzo fischio
sale, composte massimamo da quel nazionalismo
rabbioso passò in alto, e quasi ad un punto si
mente da operai, da dontraboccante “d’amor pavide il ragazzo venire giù, trattenendosi per un
ne, da fanciulli e giovanottrio” alla De Amicis che aptratto al fusto e ai rami
ti. Michele Mastropaolo,
pare la strada più sicura
insegnante, autore di novelle e libri per le scuole, per riscuotere il consenso popolare. Il filone ristudioso di pedagogia nonché autore di un sag- sorgimentale verrà ripreso da svariate case cigio su «Cinematografo e scuola popolare», nematografiche a cominciare dalla Cines con
così scriveva nel 1909: «Ieri la cultura veniva Il piccolo garibaldino del 1909, a cui farà seguito
trasmessa quasi unicamente dal libro, dalla Tamburino sardo del 1911, ma soprattutto dalla
rivista, dal giornale: oggi il cinematografo col Film Artistica Gloria tra il 1915 e il 1916, che
suo fascino immenso ha accresciuto e ha su- trasporrà in pellicola dal De Amicis una nuova
perato in efficacia questi mezzi. Già a partire versione de Il Tamburino sardo, La piccola vedetta
“Naufragio” - Addio, Mario! Gli gridò fra i singhiozzi con
le braccia tese verso di lui
lombarda e Il piccolo patriota padovano. Ma anche il De Amicis permeato di amore filiale, di
altruismo umano, fino all’abnegazione, torna
ripetutamente sullo schermo con le trasposizioni di Il piccolo scrivano fiorentino, L’infermiere
“Tamburino Sardo” - Riuscì a passare inosservato alle
spalle degli Austriaci
di Tata, Dagli Appennini alle Ande, Naufragio…
Tutti film ritenuti «pieni di sano idealismo
patriottico», di «sentimenti umanissimi» per
lo più considerati «poemi commoventissimi»
che toccano «le intime corde dell’animo dei
fanciulli», suscitando in essi delle «buone
emozioni e dei buoni esempi». Fino al punto
da far scrivere a un critico dell’epoca: «De
Amicis rivive nei quadri di quest’arte nuova
ed io penso al bene che egli avrebbe fatto al
popolo se egli vivesse ancora ora per prestare
la sua penna bonaria al cinematografo». Ma
la fortuna di De Amicis sullo schermo non si
esaurirà durante il periodo del cinema muto
sulla scia del patriottismo e degli eventi bellici, ma perdura con l’avvento del sonoro e della
televisione fino ai nostri giorni. Ma questa potrebbe essere un’altra puntata.
Sebastiano Gesù
15
n.
45
Teatro
Se la legge non ammette ignoranza, l’ignoranza non ammette la
legge
Spettacolo in due atti con Mimmo Mancini e Paolo De Vita. Uno specchio deformato della
storia di quel popolo italiano, furbetto, pavido e approfittatore
Già dal titolo: “Se la
legge non ammette
ignoranza, l’ignoranza non ammette la
legge”, ci si potrebbe
domandare se si sia
G.B.
dinanzi a un lavoro
leggero, con battute prive di contenuti o al
contrario se ci si dovrà sorbire una pesante disamina giuridico/morale sui nostri giorni,
dove sembrano regnare sempre più le idee de- Una cartella cui si oppongono non nelle forme di vivere decentemente senza lavorare. Alla figli ignoranti, le idee ignoranti. Questo lavoro previste dall’ordinamento e quindi in tribu- ne, al contrario del Processo di Kafka, dove
teatrale, per la regia di Gisella Gobbi, scritto e nale, ma chiedendo aiuto al potente di turno l’imputato è messo a morte senza conoscere
recitato da Mimmo Mancini e Paolo De Vita rappresentato dalla mitica figura dell’Asses- neppure il capo d’imputazione, ma comunque
non è né privo di contenuti, né pesante. Es- sore. Sono innocenti dinanzi alla cartella, ma sentendosi colpevole e meritevole di puniziosenziale nella scenografia, ridotta all’osso, sono costituzionalmente colpevoli. Sono ne, in questo lavoro il tribunale non emette
consistente in un separé da studio medico, pronti a tutto, a utilizzare tutti i mezzi leciti e sentenza, non condanna e non assolve gli itauna scritta “La Legge è uguale per tutti” ed un non, prontissimi certamente al “voto di scam- liani e neppure i fratelli Capitoni. Del resto
baule, questa pièce è una divertente e diverti- bio”, pur di esser liberati dall’ingiustizia di un come dicono ironicamente: “...il teatro non ha
ta rappresentazione di quanto
mai risolto nulla..” e quindi
noi tutti abbiamo vissuto e conuna sentenza non poteva esser
tinuiamo a vivere ai giorni nodata. Ma noi la nostra sentenstri. E’ divertente perché consiza l’abbiamo pronta. Il lavoro
ste in un turbinio di battute,
merita di essere visto non solquasi mai scontate, che con evitanto a Roma o a Bari o nelle
dente maestria e affiatamento
altre due tappe che verranno,
si passano i due autori/attori; è
ma in molti altri teatri d’Italia.
divertita perché è evidente che i
Mimmo Mancini e Paolo De
due si divertono. Tutto è scritto,
Vita, con quella sceneggiatura
provato e riprovato. Ne sono
così ridotta all’essenziale, poprova i tempi di recitazione, che
trebbero esibirsi ovunque. Quali
non lasciano spazi vuoti tra una
moderni saltimbanchi potrebbattuta e l’altra. Ma non tutto è
bero rappresentarci le loro allescritto. Qualche spazio sembra
gre verità in qualunque strada,
essere lasciato all’improvvisacamion, sotto una tenda o dove
zione. Tutto naturalmente su Mimmo Mancini e Paolo De Vita e rispettivamente Carlo e Cosimo Capitoni nello spettacolo li potrebbe collocare la vostra
un canovaccio ben studiato. “Se la legge non ammette ignoranza, l’ignoranza non ammette la legge” (le foto del servizio fantasia. La verità, però, è che il
Quando uno dei due si lancia in sono di Paolo Macioci)
loro lavoro trova compiutezza
una breve divagazione, l’altro è
su un vero palcoscenico e dunpronto a far da spalla. Tutto misurato, però.
que per poterli ammirare anche a Firenze, MiCome dire, un’improvvisazione studiata a talano o Torino, c’è la necessità di un produttore
volino. Ma di cosa parla questo lavoro, rappreche renda loro possibile di esibirsi davanti a
sentato nell’Anfiteatro dell’Arciliuto, presenza
un pubblico che, come ieri sera, non manqualificata e qualificante del panorama cultucherà di applaudirli e di “passare parola”.
rale romano? Parla del disagio, non sempre
giustificato, di sentirsi vittime di un’ingiustiG.B.
zia. Parla della consuetudine di dare le proprie responsabilità in “outsourcing”, uso un
E’ un Mister Hyde, un’altra immagine del caleidoscopio.
termine inglese per omaggiare alcune gag dei
Sorride pensando, ma ridendo pensa. Scrive per impedire
due nostri, parla della nostra ignoranza che tributo non dovuto. Si decideranno a richie- che i fuggevoli pensieri si perdano chissà dove.Scrive annon ammette giustizia e che vuole vivere fa- dere la giustizia, non per quella cartella per che per comprendersi e talvolta accartoccia via certe imcendo poco, meglio nulla, meglio ancora se cui ne avrebbero ben donde, ma per denun- magini che non smettono di tornare
ospiti delle patrie galere che assicurano vitto e ciare di corruzione tutti gli italiani e loro stesalloggio gratis. La storia è quella di una cartel- si per collusione. Vogliono essere considerati
TEATRO: Arciliuto Piazza Montevecchio 5, Roma
la di Equitalia, che viene recapitata ai fratelli colpevoli per ottenere un tetto in prigione, opTITOLO: Se la legge non ammette ignoranza, l’ignoCapitoni, due disoccupati cronici, con la con- pure “pentiti” pur di avere in cambio un tratranza non ammette la legge.
statazione del mancato pagamento di non tamento di favore, o anche “albanesi” pur di
AUTORI:Mimmo Mancini e Paolo De Vita
meglio precisate tasse. Una cartella ingiusta, guadagnarsi migliori condizioni di vita, conInterpreti: Mimmo Mancini e Paolo De Vita
ma che iniqua lo sarebbe stata in ogni caso, per- vinti come sono, da bravi razzisti, che siano
Regia: Gisella Gobbi
ché proveniente da una società invisa a tutti. gli immigrati ad avere le migliori opportunità
Costumi: Cesare Tanoni; Luci: Paolo Macioci
16
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Cinema d’autore? Corri in biblioteca!
“Fondare biblioteche è come costruire ancora
granai pubblici, ammassare riserve
contro un inverno dello spirito che, da molti indizi,
mio malgrado, vedo venire”.
Marguerite Yourcenar
Il progetto sperimentale “Cinema nelle Biblioteche”, avviato a febbraio 2016 dall’ANAC
(Associazione Nazionale Autori Cinematografici) grazie ad un finanziamento della Regione
Lazio, ha contribuito a
sensibilizzare interlocutori istituzionali ed
opinione pubblica sul
Francesca Palareti
ruolo chiave
svolto dalle biblioteche nella promozione di ogni manifestazione artistica
e culturale1. Finalizzato da una parte
alla valorizzazione delle biblioteche e
dall’altra alla diffusione della cultura
cinematografica, intende potenziare
l’offerta delle biblioteche deputate in
qualità di garanti dell’accesso all’informazione a favorire la conoscenza
del cinema indipendente, produzione
complementare a quella industriale,
mal supportata in fase di distribuzione a causa di risorse economiche inadeguate. Il progetto, che ha chiamato
le biblioteche a colmare il vuoto lasciato dalla chiusura di molte sale cinematografiche, ha previsto la proiezione
di 20 film selezionati tra quelli a basso
costo di produzione e di scarsa popolarità, utilizzando a turno una delle biblioteche del polo di appartenenza. Contestualmente è stato allestito un sito web dedicato
–all’interno del quale verrà progettato uno spa-
zio social interattivo –una pagina Facebook
ed un canale YouTube. Sulla scia dell’esperienza positiva maturata nell’ambito di tale
iniziativa, alcune prestigiose realtà culturali –
ANAC affiancata da FICC (Federazione Italiana
1 Hanno aderito al progetto il Polo Viterbese, il Sistema
bibliotecario Ceretano Sabatino, il Sistema bibliotecario
dei Castelli Romani ed il Sistema bibliotecario del sud
Pontino
dei Circoli del Cinema) e Cna/Pmi industria e
audiovisivi – hanno tradotto i dialoghi intercorsi nella sottoscrizione di un accordo ambizioso risalente al luglio scorso orientato a sviluppare quel progetto pilota, estendendo il
circuito virtuoso di promozione del cinema
indipendente a biblioteche e scuole non solo
della Regione Lazio, ma dell’intero territorio
nazionale, conferendo ad esso un respiro più
ampio. Il nuovo progetto, delineato nelle sue
linee essenziali, ma attualmente privo di definizione esecutiva, è stato inviato all’attenzione delle istituzioni di riferimento per una prima valutazione, in attesa di essere presentato
a breve come Progetto speciale. Il proposito è
quello di utilizzare le biblioteche come punti di
servizio per l’organizzazione di iniziative culturali, nello specifico di proiezioni cinematografi-
che d’autore, facendo leva sul fatto che esse
rappresentino già modelli architettonici polifunzionali ed una risorsa determinante per
incrementare le opportunità di incontro. Questa intesa potrebbe implicare un loro rilancio,
rafforzandone il ruolo di luoghi di aggregazione e di fruizione della cultura, di accoglienti
piazze urbane pronte a recepire gli input provenienti da forme di linguaggio espressivo e di
sperimentazione in grado di partorire nuovi
talenti, depositarie quali sono del sapere collettivo. Alla luce dell’accordo raggiunto, obiettivo
prioritario sarà quello di progettare un piano
capillare di eventi da concertare con le istituzioni bibliotecarie2, mettendo in campo risorse finanziarie ed umane capaci di coinvolgere
attivamente l’utenza abituale e di offrire nuovi stimoli a quella potenziale, costruendo una
rete di alleanze strategiche con i vari stakeholder presenti sul territorio. Le biblioteche, infatti,
2 Il primo bando indetto dalla Regione Lazio era rivolto
alle associazioni culturali,investite del compito di progettare una proposta e della responsabilità a livello esecutivo
ed amministrativo, mentre il bando successivo pubblicato
a fine luglio 2016 ha ribaltato l’architettura iniziale, demandando direttamente alle biblioteche l’elaborazione e
la realizzazione dei progetti e prevedendo uno schema di
attuazione di incoraggiamento alla cooperazione interbibliotecaria
Biblioteca di pubblica lettura San Giorgio di Pistoia
con il suo progetto “San Giorgio Cinema”, che prevede
quattro proiezioni settimanali nella Sala Cinema della
Mediateca
in linea con la propria mission, hanno sempre
operato integrando interessi, competenze e
materiali di diversa natura, valorizzando le
tradizioni e mantenendo uno stretto rapporto
con la comunità locale ed i suoi fenomeni più
rappresentativi. A livello operativo
già da tempo diverse biblioteche sul
territorio nazionale – non limitatamente a quelle di interesse documentale specifico – oltre ad ospitare
ampie raccolte di materiali audiovisivi, banche dati e cataloghi filmografici, hanno attivato corsi di educazione permanente che vertono
sugli elementi fondamentali del linguaggio cinematografico. Questi
sono spesso accompagnati – là dove
ci sia disponibilità di sale attrezzate
– da proiezioni di pellicole cinematografiche, che diventano l’occasione per alimentare discussioni e dibattiti, creare momenti di riflessione
e di confronto e stimolare l’elaborazione critica, favorendo in tal modo
la partecipazione attiva dei cittadini.
È il caso – per citare un esempio emblematico
– di biblioteche di pubblica lettura quali la San
Giorgio di Pistoia con il suo progetto “San
Giorgio Cinema”, che prevede quattro proiezioni settimanali nella Sala Cinema della Mediateca,di cui una giornata dedicata a cicli
monografici che ripercorrono la storia del cinema dai Lumière ai nostri giorni e due giornate riservate a rassegne tematiche di film
suggeriti dai percorsi mensili di lettura della
biblioteca, recuperando in tal modo l’intreccio tra cinema e letteratura. In prospettiva futura le biblioteche potrebbero, quindi, costituire un nuovo network per la diffusione della
conoscenza cinematografica, ma sarà necessario investire in infrastrutture, tecnologie e
logistica per consentire loro di ospitare eventi
e nei nuovi strumenti di circolazione dell’informazione, integrando all’interno del piano
di comunicazione la presenza di canali social
di promozione dei servizi e delle occasioni
formative. Le ultime tendenze in atto, infatti,
indicano una sostanziale sfiducia nelle classi
dirigenti al potere e nelle autorità costituite,
che si salda alla fede nel potenziale di emancipazione delle comunità attribuito ai processi di
disintermediazione digitale resi possibili dalla
rete. Si sta radicando la convinzione che i servizi
segue a pag. successiva
17
n.
45
segue da pag. precedente
di social networking possano fornire risposte ai
bisogni della collettività più efficaci, veloci,
trasparenti ed economici di quanto finora sia
stato fatto e le agenzie culturali sono tenute a
recepire questi segnali legati alle nuove modalità di fruizione del sapere. Di recente è intervenuto nel dibattito sul futuro delle biblioteche Paolo Pelliccia, commissario straordinario
della Biblioteca Consorziale di Viterbo, una
delle prime istituzioni ad aver aderito con entusiasmo al progetto “Cinema nelle Biblioteche”. La sua proposta provocatoria è quella di
mettere a punto un “Piano Marshall per la Cultura” in un Paese che ha disimparato a leggere
se stesso e il proprio futuro, un appello alla responsabilità di chi ci governa in grado di determinare i destini del libro e della lettura. È
necessario investire nella cultura, in particolare nelle biblioteche che versano in condizioni
critiche pregiudicate dalla crescente riduzione
di risorse finanziarie, insufficienti di frequente persino a garantire la gestione dei servizi di
base, e di incoraggiare una visione di sistema
integrato che coinvolga tutte le istituzioni attive sul territorio in un’ottica collaborativa. Come ribadito dal Manifesto UNESCO sulle biblioteche pubbliche, esse costituiscono centri
di riferimento per l’educazione permanente
ed una forza vitale per l’istruzione e l’informazione, tenute a rendere immediatamente disponibile ogni genere di conoscenza che rifletta gli orientamenti attuali e l’evoluzione della
società. Ma per assolvere questa funzione è auspicabile che si impongano con maggiore convinzione e potere contrattuale, proponendo
percorsi all’insegna dell’innovazione e cogliendo da questo progetto l’opportunità per
allacciare una proficua partnership con le associazioni che operano sul territorio, interagendo in particolare con gli autori di opere cinematografiche. La biblioteca, quindi, viene
sollecitata ad aprirsi alla dimensione di luogo
in cui sperimentare nuove forme di distribuzione di espressioni artistiche inedite o “invisibili”, che sfuggono cioè ai circuiti tradizionali, senza marginalizzare ed anzi promuovendo
i prodotti meno forti sul mercato; deve proporsi come modello di servizio che la renda riconoscibile, come strumento di inclusione sociale e presidio culturale in grado di fornire sia
alla comunità degli adulti sia alle scuole gli
strumenti necessari per la formazione e l’arricchimento personale anche attraverso il linguaggio degli audiovisivi. L’auspicio è che oggi
ogni biblioteca nella percezione comune rappresenti uno spazio vivo di socializzazione dove sia possibile andare al cinema, partecipare
ad una mostra o ad un convegno, incontrare
un autore o praticare attività manuali, un luogo in cui il libro resti un elemento decisivo, ma
costituisca solo una delle opportunità offerte.
Cinema e letteratura in giallo
Chinatown di Roman Polanski (1975)
Jack Nicholson, Faye Dunaway, John Huston
Ogni tanto fa piacere
“ritrovare” un film che
pur non essendo vecchissimo permette però
di gustare espressioni e
sfumature di un regista di cui si può dire
probabilmente di tutto, ma sicuramente va
Giuseppe Previti
detto che è un uomo
“geniale”. Con Chinatown ha saputo creare un
film d’atmosfera, secondo alcuni anche troppo, evidente per altri la soggezione a Hollywood, ovvero fare film per fare quattrini. Roman
Polanski, è di lui che stiamo parlando, è un regista che sa il fatto suo, e sa dare una sua impronta personale alla pellicola che gira, anche
se poi qualche concessione alla cassetta va pur
fatta. Un film feroce e anche crudele, un film
divertente e che ha divertito il regista, anche
perché nel metro creava dei congegni perfetti,
sembrava anche divertirsi
nello smitizzare i toni eleganti e curatissimi di certe
riprese. E così
conosciamo
l’ennesimo detective privato,
quel Gittes che
una
cliente
misteriosa incarica di seguire una indagine dove mistero e illusione si fondono a
meraviglia. Lui poi si accorgerà di essere stato
usato dalla terribile potenza del ricchissimo
Cross, che non si arresta davanti a nulla. Il nostro detective, come nella tradizione dei tanti
film che ruotano intorno alla figura dell’investigatore privato, verrà picchiato duramente
anche se poi alla fine lui e i suoi epigoni risorgono sempre. Storia forte di un tiranno senza
scrupoli, che addirittura vorrà una figlia dalla
figlia e che non si fermerà travolgendo qualsiasi ostacolo. Certamente magistrale l’interpretazione di questa laida e tirannica figura che
ci da John Huston, già regista di grandi film
dell’hard boiled, e che qui sembra volerci dire
che l’epoca in cui trionfavano i buoni è terminata. Sin dai titoli di testa si nota l’imitazione
di quelli della prima Hollywood, si vede anche
la minuziosa ricostruzione delle detective stories degli anni ‘40, ponendo di fronte l’investigatore tutto d’un pezzo, la donna bugiarda, il
tutto all’interno della solita famiglia potente,
piena di segreti che sa difendere a spada tratta. Un film questo di Polanski che rientra nei
canoni del cinema classico di Hollywood, ma
attenzione, non è solo operazione nostalgia, il
Francesca Palareti regista polacco sembra cercare in questa sorta
18
di revival una nuova maniera di fare cinema,
cioè un “nuovo” cinema che trae linfa e ispirazione dal passato. Lo stesso Polanski ha più
volte dichiarato che voleva sì riallacciarsi alla
mitica Hollywood fine anni trenta, ma voleva
anche creare qualcosa di nuovo. E arriva a
questo abolendo il lieto fine, l’investigatore è
tragicamente deturpato, e il cattivo potrà levarsi tutte le sue voglie. Anche l’immagine
dell’America non concede sconti, un’America
vista come il centro dove il potere economico e
finanziario può tutto, insomma, questo avverrà sempre più anche nella letteratura, l’uso del
noir come chiave per arrivare a denunciare i
poteri forti della società americana. Polanski
nella sua maniera fortemente ossessiva ma
anche spietatamente vera di fare cinema non
esita a mostrarci i falsi miti di una Hollywood
asservita al potere, alla seduzione, alla falsità,
e rappresenta questo sotto il nome della mitica Chinatown, un luogo simbolo a cui il nostro
protagonista deve sempre tornare, anche se
nulla può contro chi è più forte di lui. Un film
che sarebbe banale ridurlo a una rievocazione
di un tempo passato, piuttosto colpisce la paura per il presente. In conclusione un film sulla
disperazione e sull’ambiguità, certo come non
ricordare vedendo Bogart, la Bacall, Sam Spade, Marlowe, Orson Welles di Shanghai, poi c’è
anche Huston che qui però non è il grande regista della coppia Bogart/Bacall, anche per lui
il tempo è passato, non torna più, ora è un
malvagio che di più non può essere. Finiti i
tempi delle fiabe viene da pensare, Chinatown
= Los Angeles, ora non vi è più alcuna remora,
addirittura il tema dell’incesto che trionfa, il
patriarcato che domina tutto, il boss della famiglia potrebbe essere un grande “padrino”,
ma lui non ha bisogno di definizioni, è uno
spietato uomo di questi tempi, in Italia diremmo il prototipo de “ Il grande Vecchio.”
Giuseppe Previti
[email protected]
25 Novembre. “Non una di meno”. Giornata contro la violenza sulle donne
Violenza di genere: due esempi cinematografici spagnoli
Ricordo ancora due
delle prime campagne
televisive, in Spagna,
contro la violenza di
genere, forse una
quindicina d’anni fa o
anche di più. In una
delle due: in primissiNatalia Fernández Díaz- mo piano, il viso
Cabal
espressivo di una donna che con del cotone
in mano si struccava. Man mano che cadeva la
maschera su quelle guance scolpite nel dolore
comparivano gli ematomi: arcipelaghi di
macchie violacee in aumento. L’inferno scritto tra le righe di un viso tumefatto. La seconda
campagna che ricordo aveva come protagonista un bambino che scopriva sua madre stesa
per terra. L’effetto sullo spettatore è brutale: si
vede solo come il bambino si va avvicinando
ad una stanza in penombra in cui si distinguono due gambe scomposte per terra. Il resto del dramma lo aggiunge ciò che la nostra
immaginazione anticipa. Queste campagne
corrispondevano ad un cambio nella visione
del fenomeno della violenza sulle donne. Se
per decenni si giustificò il crimine, in nome
dell’amore o delle più variopinte e perverse ragioni, alla fine degli anni novanta del ventesimo secolo si modifica radicalmente il paradigma, ma ciò non significa che nei mezzi di
comunicazione o in altri contesti pubblici il
tema sia stato trattato meglio. Semplicemente il fatto che alcune donne abbiano avuto il
coraggio di esporsi in un reality-show raccontando il proprio inferno e abbiano pagato con
la vita il loro osare, ha funzionato come revulsivo sociale; era chiaro che c’era un problema.
Non un problema privato, come si era detto
fino ad allora, che doveva essere risolto nell’intimità delle pareti domestiche, ma un problema pubblico e collettivo: il problema della violenza che, qualsiasi sia la sua vittima diretta,
ci riguarda tutti. Non c’è tessuto sociale sano
sulle cicatrici che lascia la violenza in ogni sua
variabile. Abbiamo tardato un po’ prima che la
nostra cinematografia si impegnasse in questi temi con motivazioni militanti e con vocazione di denuncia. Se ci fosse da citare un film
pioniere in questo senso sarebbe “Solo mía”
(2001), di Javier Balaguer, un esempio di come
il supposto amore si trasformi, in virtù di
un’alchimia senza nome, in una serie di insulti e recriminazioni che finiscono per arrivare
all’aggressione fisica. Il film va al di là del ritratto di un aggressore e della sua vittima, si
inoltra anche nel contesto, in quella rete di
amici e familiari, che a volte tacciono, in un
supremo gesto d’omertà, perchè ancora sussiste l’idea che la donna è destinata dalla nascita
a “sopportare” e che il marito può avere “una
giornata nera” che gli fa perdere le staffe. Quindi si tratta di un eccellente esercizio filmico che
prova ad indagare tra gli stereotipi e l’enormità, mai calcolata, delle proprie conseguenze.
Nel 2003 Iciar Bollaín dirige
“Ti do i miei occhi”, una storia post-violenza, molto ben
trattata, in cui la vittima prova a rimettere insieme i pezzi
della sua vita, malgrado suo
marito, l’aggressore, la perseguiti con promesse di cambiamento e redenzione. È un
punto di vista differente dal
precedente, con una tematica di fondo identica, però che
suggerisce speranza, in modo che passi il messaggio che
gli inferni possono essere
meri luoghi di passaggio.
Inoltre la regista non dimentica che la violenza non è
esente da sfumature e complessità. Come lei stessa dice:
“Non tutto è o bianco o nero.
C’è gente con l’idea semplicistica che le donne sono stupide perchè sopportano”. La
violenza in contesto domestico è uno spazio con molti
chiaroscuri, ambiguità, dubbi, ombre. Sono passati tre
lustri da questi due film, ma
il fenomeno della violenza
sulle donne, malgrado sia
cambiata la percezione sociale, mantiene le stesse cifre
statistiche di morte, la stessa
frivolità e brevità quando si
trasforma in pasto dei media. Allora benvenuto sia il cinema che dà voce e visibilità
a questa parte della storia
che non si racconta.
Natalia Fernández Díaz-Cabal
Barcellona, è docente universitaria.
Germanista-neerlandista. Dottoressa in Linguistica ed in Filosofia della
Scienza. Ha impartito conferenze e
seminari in 14 paesi. Traduttrice di 9
lingue. Autrice di vari libri di poesia,
tra essi: “L’albero che guarda verso la
luce” o La segreta perfezione del “fallimento” e di altri, come “La violenza
sessuale e la sua rappresentazione
nella stampa”, “Quando il femminismo disse sì al potere” e, di prossima
pubblicazione “Polifemo y la mujer
barbuda. Crónica (des)enfadada de
un cáncer atípico”. Tra breve uscirà
in Italia la sua raccolta poetica “Hijos de sarcoma”.
Traduzione dallo spagnolo di Valeria Patané
19
n.
45
Mostre
Rubens superstar cinematografica
Pietro Paolo Rubens e la nascita del Barocco
E’ certo che oggi Pieter Paul Rubens (1577 –
1640) non farebbe il
pittore, ma il regista
di fiction. Fantasia,
ritmo, amore per le
storie, colori sgargianti e la vitalità incontenibile dei suoi
attori-personaggi lo
Mario Dal Bello
dice chiaramente. L’idea m’è nata qualche tempo fa andando ad
Anversa e vedendo l’immensa Deposizione in
cattedrale e poi mi si è confermata osservando al Louvre parigino la serie delle tele del
trionfo della regina Maria de’ Medici. Uno
sfarzo incredibile, una serie di puntate di una
fiction in costume spettacolare. Rubens pensa sempre in grande e tratta qualsiasi argomento: il ritratto, la storia, il mito, la religione, il paesaggio. Gira per l’Europa, dal 1600 al
1608 è in Italia fra Roma Firenze Genova e
Mantova e lascia il segno. Ma è soprattutto la
pittura italiana a lasciare il segno in lui, Tiziano per primo. La pennellata fluente, larga, irrorata di luce, il calore intenso del colore, e la
quasi sfrenata voglia di vivere gli vengono dal
Vecellio. Rubens dilata infatti tutto ed è per
questo che solo Bernini gli può stare al fianco,
creando come lui il mondo vitalistico, esuberante e spettacolare del barocco. A Roma, nella chiesa della Vallicella, lascia Madonna e
santi pieni di salute, a Genova dipinge un
sant’Ignazio in estasi e ritrae la gentildonna
Spinola Doria con una gorgiera immensa ed
un abito di seta che si fa toccare con gli occhi,
a Mantova ritrae il duca Vincenzo ma gli porta pure da Roma la Morte di Maria del Caravaggio, unendo così pittura e mercanzia, perché Rubens sa fare anche il mercante e
l’ambasciatore. Si ritrae con la moglie Isabella
sotto un pergolato di caprifoglio: è un borghese biondo, gli occhi azzurri, le guance rosse e
gli abiti costosi, mentre la moglie è la tipica
bellezza fiamminga: è una coppia di successo.
Viene da chiedersi come facesse a popolare
l’Europa di una serie sterminata di opere, per
i ricchi della terra. Ad Anversa sono entrato
nella bella casa spaziosa con un vasto cortile
interno e le sale intorno: erano il laboratorio
dove il regista Rubens “girava” le sue tele. Lui
preparava i bozzetti, poi un’ équipe che aveva
appreso il suo stile li riproduceva in grande.
Rubens dava il tocco finale ai volti e nel giro di
qualche mese tele immense erano pronte. Insomma, si sapeva organizzare. Casa sua era
una sorta di piccola Hollywood. Come ha fatto
a diventare così famoso che tutti i potenti se lo
contendevano? Rubens possedeva la magia di
credere alla bellezza della vita, di amarne l’esplosione sotto ogni aspetto. Era un grande
affabulatore, ma di genio. Una energia indomabile che gli veniva da una serenità interiore
20
Pietro Paolo Rubens. Ritrovamento di Erittonio.Tela, cm.243,5 x 345,5 Vienna, Palazzo Liechtenstein - The
Princely Collections
di fondo, unita ad un talento tecnico invidiabile, gli permetteva di captare - specie nei ritratti – immediatamente la personalità del ritrattato, di esaltarne il lato migliore,
costruendolo con zaffate di colore e di luce.
Ne usciva l’immagine di una umanità ottimista, forte ma non pesante. Ho negli occhi il ri-
fosse fermata in un lunghissimo primo piano
ad inquadrare la fioritura della vita, la nascita
al mondo di una bellissima creatura. Oltre le
sue donne sensuali, i suoi cavalieri possenti,
le sue battaglie vorticose e i santi trionfanti,
Rubens - quello più vero – è qui, nella sua
bambina così fresca. Una pittura del genere,
tanto amante dell’essere al mondo, ha segnato
un’epoca, uno stile, anche una moda. Per duecento anni l’Europa ha vissuto di questo. Insieme agli italiani, come Lanfranco, Pietro da
Cortona, Baciccio e molti altri, e nelle Fiandre
con van Dyck. Ma la partenza l’ha data lui. A
Milano, a Palazzo Reale sino a marzo Rubens
è tornato con 40 opere. Una occasione imperdibile per entrare nello spettacolo di una fantasia inesauribile.
Mario Dal Bello
Piazza del Duomo, 12, MILANO - Palazzo Reale dal
26.10.2016 al 26.02.2017
Pietro Paolo Rubens, Saturno che divora uno dei suoi
figli, 1636-1638. Madrid, Museo del Prado (part.)
tratto della figlioletta, forse il suo più bello. La
bambina bionda dalle guance paffute ci guarda e sorride. L’innocenza, la grazia, le escono
dagli occhi. E’ come se la macchina da presa si
L’arrivo della regina a Marsiglia: 1622 -1625, 394×295
cm ed è conservata a Parigi, presso il Louvre.
[email protected]
Film sognati e mai realizzati. Visconti e Proust
Negli anni ’60 un buon
numero di importanti
produttori, registi e
sceneggiatori si sono
cimentati sull’ipotesi
di realizzare un film
tratto da “A’ la recherche du temps perdu”
di Proust. Se vogliamo
assegnare una data di
nascita a quello che
Marino Demata
possiamo chiamare il
progetto cinema-Proust, dobbiamo fissarla
nell’anno 1964, allorché una giovane produttrice francese, proprietaria dei diritti cinematografici dell’opera di Proust, Nicole Stèphane,
conferisce ad Ennio Flaiano l’incarico della
sceneggiatura e a Renè Clement quello della
regia. Il 29 agosto dello stesso anno Giovanna
Zannoni della William Morris, che fungeva da
intermediaria tra Flaiano e Nicole Stèphane,
grosso modo così sintetizza la situazione: il
film dovrebbe essere basato sulla storia di “Un
amore di Swann” (alternativa: la storia di “Albertine”). Attori per le parti principali di
Swann e Odette dovranno essere Marcello
Mastroianni e Jeanne Moreau. Le riprese erano previste per la primavera del 1965. Ma tale
data non poté essere rispettata a causa del ritardo di Flaiano a scrivere la sceneggiatura,
che fu completata solo nel settembre del 1965 e
che per giunta non era conforme alle ipotesi
fatte, ma si concentrava sulle parti della Recherche comprese tra “Sodoma e Gomorra” e
“Il tempo ritrovato”. La scelta di Flaiano cadde
su queste sezioni perché esse offrivano un nucleo narrativo molto compatto fondato sui
rapporti tra il Narratore e Albertine, nonchè
tra Charlus e Morel, consentendo alla sceneggiatura stessa di non soffermarsi su fatti secondari e minori. Il tentativo di Flaiano era
quello di arrivare ad una narrazione abbastanza lineare, pur essendo il testo proustiano
niente affatto lineare, poiché, come è noto, si
sviluppa su vari livelli temporali. Tale sceneggiatura ha molti aspetti in comune con altre
contemporanee sceneggiature di Flaiano,
quali La notte (Antonioni), Otto e mezzo (Fellini), perché in tutte queste si manifesta la tendenza dello sceneggiatore al “racconto autoreferenziale a più strati”. Matteo Pretto, che
ha avuto il merito di mettere ordine in questa
storia, ci ricorda che “Flaiano fa esplodere il
sincronismo tra bande-son e bande-image,
ipotizzando continui effetti di contrasto, ridondanza, dècalage. Il tempo diventa così
una sommatoria di molti tempi, mentre il
punto di vista dominante si fonda su oscillazioni e inganni ricorrenti, su un rapporto ambiguo tra narratore e macchina da presa.”
(Matteo Pretto in “Cinema & Cinema” sett.
1986). La proposta di Flaiano fu formalizzata
nel 1969, anche e soprattutto in seguito ad una
conversazione con Luchino Visconti di cui per
fortuna abbiamo il testo completo, grazie alla
vedova dello scrittore, Rosetta Flaiano, che
l’ha messo a disposizione, assieme ad altri
testi inediti. Essa segnerà il passaggio del testimone dalla ipotesi di regia di Renè Clement
a quella di Luchino Visconti, ben cinque anni
dopo. Il citato numero della rivista “Cinema &
Cinema” ha il grande merito di riportare il testo integrale della conversazione ViscontiFlaiano, che si apre col riconoscimento di notevoli identità di punti di vista tra i due, già
per ciò che riguarda l’avant-proposte del 1965.
Quali sono in sintesi gli aspetti che Visconti
rinvenire anche nello stesso testo proustiano.
E’ chiaro, e i due interlocutori sono d’accordo
su questo, che occorre fare una selezione dei
personaggi da far vivere nel film. E su questo
il regista non ha dubbi: alcuni personaggi di
primo piano nel testo proustiano, possono divenire di secondo piano nel film e viceversa.
Un certo criterio si può trovare, partendo
dall’idea di Visconti che il film debba basarsi
soprattutto sul filone Sodoma e Gomorra: i
Marcel Proust, scrittore (1871 - 1922) scrittore, l’opera più famosa “Alla ricerca del tempo perduto”.
Luchino Visconti (1906 - 1976) regista, considerato tra i più importanti artisti e uomini di cultura del XX secolo.
apprezza di più di quella proposta? In primo
luogo la figura della Albertine proustiana, la
cui immagine si compone progressivamente
come un mosaico, senza annullare né rinnegare le immagini precedenti, con un procedimento narrativo simile al procedimento pittorico di Picasso, e cioè sovrapposizioni di
immagini senza mai cancellare l’immagine
precedente: “E’ dunque chiaro – afferma Visconti - che il racconto proustiano non permette di seguire sullo schermo lo sviluppo logico e cronologico della storia, ma autorizza,
direi impone, lo sconvolgimento e il ribaltamento dei tempi.” In secondo luogo, poiché è
possibile rendere cinematograficamente solo
una piccola parte del materiale scritto da
Proust, è necessario che questa piccola parte,
come afferma Flaiano, sia fedele al metodo
della ricerca proustiana, alla rottura del tessuto narrativo e soprattutto allo stile. In terzo
luogo quello che interessa a Visconti, anche in
questo caso in sintonia con Flaiano, è la ricostruzione della personalità dei personaggi più
interessanti. Per fare questo non ha alcuna
importanza la cronologia, ma piuttosto il
mettere insieme quei momenti che contribuiscono alla chiara definizione dei personaggi
stessi. La proposta concreta di Visconti si precisa con la volontà di iniziare il film con la Reception de Guermantes, la Reception del
Temps retrouvé, dove tutti i personaggi sono
radunati nella loro maturità o senescenza. E
poi da questa grande scena ritornare indietro
con immagini libere che sconvolgano, proprio
come nella proposta di Flaiano, l’ordine cronologico del racconto, che del resto è difficile
personaggi che non trovano posto in questa
sezione dell’opera proustiana, anche se importanti, avranno nel film un ruolo poco preponderante. Questo perché si è operata una
scelta, ed una scelta, pur essendo necessariamente arbitraria, implica delle altre scelte
consequenziali, come appunto quelle dei personaggi da mettere in risalto o meno. Per Flaiano, ed anche su questo Visconti è d’accordo,
uno dei personaggi-chiave è Charlus, “che ha
delle pagine che per me sono le più belle del
romanzo”. Visconti aggiunge che Charlus dovrebbe diventare il co-protagonista assieme al
narratore. E però assieme a Charlus e al Narratore è necessario – sempre secondo Visconti
– che prendano corpo anche tutto il mondo
degli altri personaggi di Sodoma e Gomorra.
I due interlocutori discutono anche del finale
da dare al film. Visconti non ha ancora le idee
chiare in merito, anche perchè del finale – egli
dice - si può discutere successivamente, ma in
linea di massima sembrerebbe orientato a
concludere il film con il bombardamento di
Parigi per il suo significato anche simbolico.
Mentre Flaiano, che aveva riflettuto sul problema, vorrebbe un finale spettacolare quale
potrebbe essere dato dallo vista mostruosa
dello Zeppelin. In definitiva entrambi gli interlocutori sono d’accordo che la scelta dei
brani di Proust da far vivere nel film non può
essere dettata dalla esigenza di una costruzione narrativa logica e cronologica, ma dalla necessità di ricreare un ambiente, una società.
Visconti dice a tale proposito: “la pittura di un
ambiente, di una società, di tutto, di un costume,
segue a pag, successiva
21
n.
45
seguue da pag. precedente Nicole Stephane, scrivono un nuovo “trattadi una tendenza, è quello che bisogna cercare mento” per Visconti, di cui si sono perse le
di fare, più che narrare delle vicende, che non tracce. Il film doveva cominciare e finire proci sono poi. O meglio ci sono anche queste, prio come avevano ipotizzato Visconti e Flaiaper esempio la morte della nonna, l’incidente no, dalla scena iniziale del ricevimento dei
della nonna ai Champs-Élysées, è un pezzo Guermantes a quella finale del bombardastraordinario….Ma noi dobbiamo proprio sce- mento di Parigi. Ma tra questi due poli i quatgliere quelle cose per cui un altro sceneggiato- tro sceneggiatori pensavano ad un aumento
re direbbe: - no, non si può, questo non è cine- considerevole dei contenuti narrativi e degli
ma- . Ed invece si, è proprio quel cinema che si episodi che dovevano trovare spazio nel film.
può fare con Proust, perché allora si piglia Tuttavia questa ipotesi dei quattro sceneggiaBalzac se si vuole fare un racconto.” Il regista tori apparve subito non percorribile per l’esi sofferma quindi sulla figura del Narratore, norme dilatarsi del materiale narrativo, ben
che alla fine è una sorta di voyer. Il Narratore oltre le pur ampie ipotesi portate avanti da Vinon si può identificare puramente e semplice- sconti. Di fronte a tali complicazioni Visconti
mente con la macchina da presa: “noi dobbia- rompe ogni indugio e prende una decisione
mo allacciare questi rapporti del Narratore che rappresenta una svolta: affida tutto il macon gli altri personaggi, perché lui c’è dapper- teriale nelle mani della Suso Cecchi D’Amico che
tutto, dove ti vai a ficcare ti trovi lui davanti, nel 1971 termina una sceneggiatura che rivolta
devi fare i conti con lui”. E proprio per la sua come un guanto le primitive ipotesi, costruendo
centralità sarà necessario, secondo Visconti, una ipotesi di film in cui viene recuperata la crostare attenti nella scelta dell’attore. E’ neces- nologia ed un taglio epico-romanzesco. Alla fine
sario un attore francese, “gli americani non li il risultato raggiunto dalla Cecchi D’Amico rivedo fare i personaggi proustiani”.
Ma Proust è spaventoso e terribile,
quando dice ad
esempio, come ricorda Flaiano, “poichè l’amore è una
scelta, non può essere che una cattiva
scelta.” E non è possibile sfuggire a
questo assioma,
“non puoi fare
che cattive scel- “Un amore di Swann” (Un amour de Swann) 1984, un film diretto dal regista tedesco
te, e anche quel- Volker Schlöndorff. Trasposizione cinematografica dell’opera omonima di Marcel Proust,
le che tu ritenevi primo volume di “Alla ricerca del tempo perduto”. Nella foto Jeremy Irons e Ornella Muti
buone sono cattive, quindi ha ragione lui”. Vanno rese in sulta essere fedele tanto a Proust, quanto, paqualche modo nel film riflessioni come que- radossalmente, allo stesso Visconti, di cui il
ste. Vanno riflettute e approfondite. E non film sarebbe diventato in certo senso il vero e
sarà facile. Il film si presenta dunque come un proprio testamento artistico. Sfortunatacantiere aperto: a far discutere sono proprio mente le difficoltà produttive del progetto
le fondamenta. In ogni caso tutto questo se- Proust-Visconti-D’Amico furono di tale portagna il definitivo passaggio del film dalla ipote- ta che lo stesso regista italiano si rese conto di
si Clement alle salde mani di Luchino Viscon- dovervi rinunciare, preferendo a questo punti. Con lui in campo cade ogni limite anche to concentrare le proprie energie su Ludwig. Il
temporale per la futura realizzazione del film. testimone passa ancora una volta in altra maGli orizzonti si slargano enormemente e Vi- no: Nicole Stephane, di fronte alla rinuncia di
sconti pensa già ad un film di quattro o cinque Visconti, affida nel 1972 il progetto a Joseph
ore come Ludwig. Questo consente a Visconti Losey e al suo fedele sceneggiatore Pinter, che
di ipotizzare, accanto al centro attorno a cui nemmeno aveva mai letto la Recherche, se
avrebbe dovuto ruotare l’intero tessuto del non forse il solo primo volume. Frutto del suo
film (i rapporti tra Marcel e Albertine e tra lavoro sarà il The Proust screenplay del 1978, che
Charlus e Morel), la presenza anche di nume- andrà incontro ad un altro fallimento con rerosi personaggi di contorno e soprattutto il lativa rinuncia all’impresa registica da parte
frequente richiamo, attraverso episodi emble- di Losey. Alla fine, come la montagna che parmatici, ad una società in crisi di profonda tra- torisce il topo, il frutto di questo lavoro di tansformazione, che è uno dei temi che da sem- ti anni sarà un film diretto da Schlondorff inpre ha appassionato il regista, in qualsiasi titolato “Un amore di Swann”, con il quale,
epoca storica, una delle costanti della sua fil- paradossalmente, si ritorna, proprio come un
mografia. La vicenda Visconti-Proust, lungi cerchio all’ipotesi di partenza e ad un film daldall’esaurirsi, trova momenti e motivi di ulte- la insignificanza assoluta!
riore complicazione e anche specificazione. Nel
1970 Enrico Medioli, Enzo Siciliano, Franz Bourguet e Francois Letelier, sempre su proposta di
Marino Demata
22
Doppiaggio
C’era una volta il
west e il doppiaggio
Parafrasando una celebre frase di un grande
manipolatore del passato, “parlare di doppiaggio si fa peccato,
ma s’indovina”, ritengo che i giornalisti e
critici cinematografici
Gerardo Di Cola
non abbiano mai voluto macchiarsi di un peccato che certamente non li avrebbe mandati
all’inferno. Come si fa a parlare del film più
importante nella storia del cinema western
italiano e tra i dieci capolavori a livello mondiale, C’era una volta il West, senza dare un cenno alle voci chiamate a doppiarlo? Nel 1968, a
conclusione del montaggio, si deve doppiare
C’era una volta il West. Sergio Leone ha imbottito il suo ottavo film con diversi attori stranieri
di grande taratura come Henry Fonda (Frank),
Jason Robards (Cheyenne), Charles Bronson
(Armonica), Frank Wolff (McBain), Lionel
Stander (locandiere). Egli sa che non può dare
a questi straordinari attori voci non gradite al
pubblico italiano. La dimensione corale del
racconto é uno degli obiettivi di Leone, ma per
realizzare fino in fondo l’impatto desiderato è
necessario rispettare i codici sonori cui gli
spettatori sono assuefatti. Anche se il regista é
contrario alla pratica del doppiaggio non può,
però, farne a meno né può pensare di servirsi
di voci diverse da quelle che hanno veicolato in
Italia il cinema straniero e, in particolare,
quello statunitense. Leone deve rivolgersi alla
CDC per doppiare C’era una volta il West. Come
nei suoi precedenti film é coadiuvato da Lauro
Gazzolo che, quasi a firmare i doppiaggi che
dirige, recita anche alcune battute prestando
la sua inconfondibile voce da vecchietto all’anziano bigliettaio della stazione dove arriverà
Jill, avvenente prostituta di New Orleans, che
ha sposato McBain un mese prima. Gazzolo
per far parlare lo sfortunato McBain (Wolff)
chiama al leggio Corrado Gaipa : “Non puoi
certo sbagliarti, Patrick. Lei è giovane, è una
signora e poi, poi è una bella donna”. Patrick,
doppiato da Roberto Chevalier, non raggiungerà mai la stazione per accogliere la matrigna, rimanendo vittima con il padre e gli altri
due fratelli di un agguato portato a termine
dagli uomini di Morton, un grande Gabriele
Ferzetti che si autodoppia. Alla stazione Jill,
che focalizzerà su di sé le attenzioni degli uomini di una frontiera che la ferrovia in costruzione provvede a spostare sempre più verso
Ovest, resta delusa, incontrando soltanto il
facchino che con la voce di Ferruccio Amendola le si rivolge: “Signora, sono queste qui? Ci
pensiamo noi. Sbrigati! Prendi le altre due”.
Ignara di ciò che é accaduto, Jill prosegue il
viaggio verso la fattoria di McBain con il calesse
di Sam, un vecchio strampalato impersonato da
segue a pag. successiva
[email protected]
segue da pag. precedente microcosmo sospeso nel tempo e nello spazio, deve essere trattenuta, come se non avesse la
un grande Paolo Stoppa che si autodoppia. tra deserti, canyon e praterie del più profondo spinta sufficiente a lasciare la bocca. E’ necesDurante lo spostamento il desiderio di un West, altri personaggi si affacciavano alla ri- sario recitarla con una intensità tale da dare
bagno la fa fermare in una locanda che dà più balta. Lauro Gazzolo sceglie per loro le voci di l’impressione che essa é ancora nell’ambito
l’impressione di una caverna. “Vedete qui è Bruno Persa (Jack Elam un killer), Oreste Lio- del pensiero. Una prova che soltanto un professionista del doppiaggio può sudal tempo del diluvio universale
perare. E’ Rita Savagnone la preche nessuno ha voluto più saperne
scelta per doppiare la splendida
dell’acqua!” risponde l’oste dalle
Claudia Cardinale. Rita si reca una
fattezze di un “orco” (Lionel Stanmattina in sala di registrazione
der). Leone e Gazzolo chiedono a
non immaginando che quel giorno
Cesare Polacco di recitare la battureciterà per cinquecento volte:
ta con la sua voce cavernosa. Ai
“stazione”, restando impegnata
confini della terra, “l’antro-locanper tre turni di doppiaggio con
da” diventa il crogiolo di una umaSergio Leone e Lauro Gazzolo,
nità variegata, come la diligenza
protesi a cogliere la sfumatura
in Ombre rosse, il film che ha dato
giusta, e il tecnico del suono seminizio alla serie dei capolavori del
genere western; serie che proprio con C’era nello (Marco Zuanelli, Wobbles), Luciano De pre più allucinato. “Buona la seconda!” senuna volta il West si conclude. Jill ha modo di co- Ambrosis (l’amico di Cheyenne), Mario Pisu tenzia Leone a fine giornata. Jill inevitabilnoscere Armonica che ha la voce impareggia- (l’uomo del sermone), Sergio Tedesco (un abi- mente cade tra le braccia di Frank che, con la
bile di Giuseppe Rinaldi: “Ho visto tre spolve- tante), Manlio De Angelis (un uomo di Cheyen- voce di Nando Gazzolo, le si rivolge: “Ti piace
molto vivere e ti piace sentirti adrini come questi…tempo fa…
dosso le mani di un uomo, ti piace.
dentro c’erano tre uomini…e denAnche se sono le mani che hanno
tro gli uomini tre pallottole”. Leone
ucciso tuo marito. Che razza di
e Gazzolo non possono non scepiccola sgualdrina. Faresti proprio
gliere, per doppiare Bronson nella
tutto per salvarti”. “Qualunque coparte di Armonica, Rinaldi, l’attore
sa” sgorga dalle labbra di Jill-Savache più di ogni altro sa esprimere
gnone mentre il corpo statuario
una vasta gamma di sentimenti
della Cardinale si lascia ammirare
grazie alle sue straordinarie capatra le braccia di Fonda. Cheyencità vocali. E Peppino, come affetne-Robards-Romano é ormai un
tuosamente è chiamato nel mondo
bandito stanco: “Lo sai Jill mi ridel doppiaggio, li ripaga con una
cordi mia madre. Era la più granrecitazione superba, sfoderando il Frank (Henry Fonda) e Armonica (Charles Bronson) in una scena del film
de puttana di Harlem e la donna
suo miglior repertorio di timbri e
tonalità da brivido. Lì, Jill, conosce anche ne), Giovanni Saccenti (l’uomo dell’offerta più in gamba che sia mai esistita. Chiunque
Cheyenne, che non può non avere la voce di all’asta), Renato Turi (il commerciante di le- sia stato mio padre per un’ora o per un mese,
un altro irraggiungibile doppiatore, Carlo Ro- gnami), Carlo D’Angelo (un uomo di Frank). è stato un uomo molto felice”. Mentre Armomano, vibrante interprete del bandito dal vol- In un concerto di tali voci, che si armonizzano nica sta per chiudere un vecchio conto con
Frank, migliaia di operai fanno
to umano impersonato da Jason
inesorabilmente avanzare la ferroRobards: “Sai solo suonare o sai
via verso il Pacifico. Solo Cheyenne,
anche sparare”. Dopo aver scoperche con una pallottola in corpo veto la strage, tra le contumelie di
de sfumare il sogno di fermarsi in
una signora con la voce di Wanda
un posto magari con Jill, mostra di
Tettoni: “Proprio nel giorno delle
percepire lucidamente la realtà nel
sue nozze, povera signorina”, e le
suo crudo divenire: “Sai Jill, se fosrassicurazioni di un signore con la
si in te gli porterei da bere a quei
voce di Arturo Dominici: “Non teragazzi. Tu non immagini quanta
mete signorina, è quello che ci fagioia mette in corpo a un uomo
remo dire prima di impiccarlo”, Jill
una donna come te, anche solo veentra inevitabilmente in contatto
derla, e se qualcuno di loro ti tocca
con Frank, il sicario di Morton che Jill McBain (Claudia Cardinale)
il sedere, tu fai finta di niente, lacon qualsiasi mezzo vuole impossessarsi della proprietà di McBain sulla quale splendidamente con la colonna sonora creata sciali fare”. Il pensiero di Jill é rivolto verso Ardeve passare la ferrovia. Lauro Gazzolo, in ac- da un ispirato Ennio Morricone, non può es- monica. Nel duello finale Frank ha la peggio. Arcordo con Leone cui spetta l’ultima decisione, serci in alcun modo quella “stonata”. Le battu- monica si é finalmente vendicato del fratello
sceglie il figlio, Nando, per doppiare una delle te di Jill, piuttosto brevi anche se frequenti, ammazzato, ma troppi anni sono passati a rinstelle di Hollywood, Henry Fonda, per la pri- devono essere recitate in modo tale da essere correre il suo assassino. Armonica-Bronson-Rima volta impegnato ad interpretare un perso- portatrici di una particolare forza per reggere naldi: “Diventerà una bella città, Sweetwater”.
naggio gelido e crudele come Frank, che non il confronto formale e sostanziale con gli altri Jill-Cardinale-Savagnone: “Ci passerete un gioresita a sparare neanche di fronte ad un bam- personaggi. Il commerciante di legnami, do- no o l’altro?” Armonica-Bronson-Rinaldi: “Un
bino. Nando Gazzolo, forte di un’esperienza po aver mostrato a Jill la grande quantità di giorno o l’altro”. Battute evocative di brividi! A
quasi ventennale di doppiatore aderisce come materiale che il marito gli aveva richiesto, re- Claudia Cardinale è assegnato alla carriera il
un guanto alla recitazione di Fonda, resti- cita con la voce di Turi: “…McBain mi aveva or- Premio Flaiano di Pescara. Nella discutibile motuendoci un Frank cinico e glaciale: “Forse le dinato anche questa. Ci teneva molto, solo… tivazione si legge: “Recitazione basata sulla sicumie armi vi sembrano semplici, signor Mor- solo che non mi aveva detto che cosa dovevo rezza, l’eleganza del gesto, la particolarità e la
ton…ma fanno ancora buchi abbastanza gros- scriverci dentro…”. Secondo le intenzioni di bellezza di una voce che per diversi anni ha subisi per i piccoli problemi. La signora McBain Leone il pensiero di Jill deve istintivamente an- to l’umiliazione del doppiaggio”. Incredibile!
Gerardo Di Cola
presto non sarà più un problema”. In questo dare alla parola “stazione”, ma la sua pronuncia
23
n.
45
Michelangelo e il cinema
Scrive Claudio Strina- Rex Harrison, una delle presenze più avvin- bellezza del corpo umano, e dai piaceri che esti: “In un famosissimo centi e convincenti del film. Alle prese con un sa poteva donare, e contemporaneamente ne
romanzo, da cui ven- personaggio gigantesco quale Michelangelo, percepiva la tragica caducità. Come poteva un
ne tratto anche un Reed selezionò molto rispetto al romanzo di uomo simile accettare passivamente gli ordifilm, la vicenda di Mi- Stone: esso si presentava, infatti, quale bio- ni di un papa che pareva orientato soltanto a
chelangelo viene chia- grafia completa del sommo artista. Il cineasta imporre persino con le armi il dominio della
mata Il tormento e l’esta- inglese invece lo ricondusse agli anni - tra il chiesa sul mondo e a promuovere la propria
si. A di là dell’evidente 1508 e il 1512: i più faticosi, i più esaltanti, il gloria futura a ciò finalizzando tutte quante le
Stefano Beccastrini
retorica, i due termini tormento e l’estasi appunto – della realizza- proprie committenze artistiche? Michelangelo
usati non sono com- zione degli affreschi della volta della Cappella è interpretato da un virulento, passionale e orpletamente fuori luogo. Per esempio, il fatto Sistina, quelli di ascendenza biblica. Il film fu goglioso, Charlton Heston mentre papa Giulio
che Michelangelo fosse ossessionato dai suoi girato per buona parte a Roma – all’interno II è, come già si è detto, un inquieto, pensoso,
stessi fantasmi e, nello stesso tempo, dalle
combattivo e meditativo a un tempo, Rex
circostanze reali in cui si trovava, non è
Harrison. Il film, che possiede un prologo di
un’invenzione romantica della storiografia
quattordici minuti girato da Vincenzo Lama risponde a verità. L’indagine dei torbella sull’opera scultorea di Michelangelo,
menti di Michelangelo può diventare una
mostra scene spettacolari e narrativamenchiave di lettura ragionevole e opportuna
te solide, sia in interni che in esterni, capaper capire il senso della sua opera nella
ci di avvicinare lo spettatore al drammatico
Cappella Sistina”. E’ quanto si cercherà qui
processo creativo di un artista spiritualdi fare, proprio partendo dal film cui accenmente assai tormentato. Esso appare godina Strinati. Sul Buonarroti sono stati scritti
bile soprattutto per l’attenzione dedicata al
tanti libri ma, stranamente, di film interarapporto tra l’artista e il papa, un commitmente dedicati alla sua vita, che pure fu
tente pienamente consapevole di avere alle
densa di eventi, ne esistono per quel che io
proprie dipendenze un genio. Un rapporto
sappia piuttosto pochi. Spicca tra di essi
fatto, già lo si è accennato, di reciproca stiproprio Il tormento e l’estasi, 1965, di Carol “Il tormento e l’estasi” (The Agony and the Ecstasy) 1965, diretto ma e amore ma anche di contrasti continui
Reed, un bell’omaggio cinematografico al da Carol Reed. È basato sul romanzo omonimo di Irving Stone, fra due forti personalità: più irruenta e perdifficile periodo che vide Michelangelo im- con Charlton Heston, Rex Harrison
malosa quella dell’artista, più saggia e astupegnato nell’opera gigantesca di affrescare, delle mura vaticane e negli studi di Cinecittà, ta quella di Giulio II, papa mecenate e guerriesu incarico di papa Giulio II, la volta della ove venne ricostruita la Cappella: in quella ve- ro, arguto e sapiente. A Michelangelo/Heston
Cappella Sistina. Il film è alquanto liberamen- ra, il Vaticano non permise fosse girata alcu- che a un certo punto, riferendosi al proprio late tratto dall’omonimo volume, del 1961, di Ir- na scena – oltre che in Umbria e, per le scene voro, dice al pontefice “Santità, sono soltanto
ving Stone, uno di quei narratori americani in cui vengono scelti i marmi da utilizzare per pareti dipinte”, Giulio II/Harrison replica saspecializzati in, ampiamente romanzate ma la tomba di Giulio II poi rimasta incompiuta, viamente “No, Michelangelo, sono molto,
alla fin fine abbastanza attendibili, biografie le bianche e solenni Apuane. Il film mostra il molto di più”. Avviandomi a chiudere il capidi grandi personaggi storici del passato. Nel superbo sforzo e la grande fatica, fisica e mo- tolo, mi resta tuttavia ancora qualche film, decaso di Stone, soprattutto pittori: egli fu auto- rale, che l’immenso lavoro della Sistina costò dicato a Michelangelo, che vale la pena di esre infatti anche di quel Brama di vivere, Lust of al Buonarroti: un’ impresa eroica, che soltan- sere ricordato. Il primo è The Titan. Story of
Life, pubblicato nel 1934 e dedicato alla vita di to la fede in Dio e la fiducia nell’arte potevano Michelangelo (Il titano. Storia di Michelangelo),
Vincent Van Gogh, dal quale Vincente Min- pretendere da lui. Al centro della vicenda filmi- 1950, documentario sulla vita e sull’opera del
nelli trasse nel 1956 il bel film omonimo, inter- ca resta comunque, e appare agli spettatori Buonarroti considerato appunto, e giustapretato da Kirk Douglas. Carol Reed aveva quale elemento di notevole fascino e persino di mente, un titano dell’arte. Fu realizzato da
esordito quale autore cinematografico negli gustoso divertimento, il rapporto, dialogico e Robert Flaherty - uno dei maggiori documenanni Trenta del Novecento e seppe innovare il polemico a un tempo, di profonda stima e di taristi del cinema novecentesco - coadiuvato
cinema britannico con il proprio impegno so- acceso antagonismo, potremmo dire di odio e da Richard Lyford e da Karl Oertel. Il film di
ciale e la propria robustezza narrativa, spesso di amore, tra Michelangelo e il pontefice suo Flaherty è, in realtà, il rimontaggio del film
e volentieri di ispirazione letteraria: per committente: il papa guerriero ma anche am- Michelangelo. Das Leben eines Titan, 1938, apesempio, di fonte dickensiana ma anche cro- miratore delle arti e promotore dell’arricchi- punto di Karl Oelter, cineasta germanico che
niniana. Nel dopoguerra realizzò, su una sce- mento artistico e urbanistico dell’ Urbe, Giulio collaborò a suo tempo anche con Pabst e Pineggiatura di Graham Greene, il proprio ca- II, del casato dei Della Rovere. Michelangelo scator. Poi, va ricordato lo sceneggiato televipolavoro: quel Il terzo uomo del 1949 nel quale era, come tutti sanno, scultore, pittore, archi- sivo Vita di Michelangelo, 1964, testo di Giorgio
Orson Welles, Joseph Cotten e Alida Valli of- tetto, poeta, filosofo: uomo scontrosamente Prosperi e regia di Silverio Blasi: sceneggiatofrirono al pubblico le loro più intense, e nel ca- orgoglioso, che ebbe non pochi problemi con re piuttosto magniloquente il primo, regista
so di Welles addirittura istrioniche, interpre- la propria committenza - che egli viveva come di sceneggiati televisivi il secondo. Trasmesso
tazioni. Nelle opere tardive, Reed dimostrò di oppressiva della propria libertà d’artista e di in tre puntate, fu uno dei primi docufiction
non avere più la capacità di rinnovare il pro- pensatore - già in Firenze con i Medici. Il fatto realizzati dalla RAI ed ebbe molto successo,
prio cinema, anzi sovente lo appiattì e bana- è che Michelangelo aveva idee precise e profon- anche per merito della risentita interpretaziolizzò. Forse questa sua crisi creativa è già per- de sull’arte, sui rapporti tra l’arte e la fede, sulla ne di Gian Maria Volontè. Suggestivo l’inizio,
cepibile ne Il tormento e l’estasi, che però seppe teologia e sul destino dell’anima: egli possede- ambientato sulle Alpi Apuane, ove decine di
proporre agli spettatori una illustrazione non va una profonda cultura neoplatonica, appresa cavatori stanno alacremente lavorando e un
banale di che pasta fosse fatto Michelangelo e alla corte medicea di Firenze, per certi versi uomo, Michelangelo appunto, tutto intabardi quale fosse l’ambiente romano in cui egli era quasi gnostica o pregiansenistica. Era d’al- rato per difendersi dal gelido vento che spira
costretto a destreggiarsi per esprimere la propria tronde il tempo della riforma luterana e non impetuoso, vaga in cerca del blocco di marmo
scontrosa vena artistica. A mio avviso, peraltro, c’è da pensare che Michelangelo, pur cattolico dal quale trarrà il suo David. Nel 1990, il regianche il personaggio di Giulio II rappresenta, so- sincero, non l’abbia vissuta dentro di sé al- sta americano Jerry London realizzò, ancora
prattutto grazie al quel raffinato interprete che è quanto drammaticamente. Era attratto dalla
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[email protected]
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per conto della RAI, un nuovo sceneggiato televisivo - che andò in onda in quello stesso anno in tre puntate - dedicato alla vita, anzi in
tal caso alla giovinezza, del Buonarroti. Intitolato La primavera di Michelangelo (A Season of
Giants), racconta le vicende michelangiolesche dal suo primo affermarsi nell’ambiente
artistico e sociale fiorentino fino alla chiamata a Roma da parte di Papa Giulio II per eseguire gli affreschi della Cappella Sistina. Praticamente, il telefilm termina laddove Il
tormento e l’estasi comincia ossia nel momento
in cui Michelangelo si trasferisce a Roma. Il
cast appare di tutto rispetto - Mark Frankel è
Michelangelo, F. Murray Abraham papa Giulio II, Raf Vallone un ambasciatore, Ricky Tognazzi il grande Niccolò Machiavelli, Ornella
Muti un’avvenente nobildonna - e l’opera appare piuttosto avvincente e spettacolare, soprattutto per l’attenta ricostruzione dell’ambiente politico e culturale fiorentino dell’epoca.
Credo necessario, anche, accennare alle evidenti, e commoventi, influenze michelangiolesche su Il Messia, 1975, ultimo film di fiction,
prima della morte, di Roberto Rossellini. L’idea, michelangiolesca, che caratterizza poeticamente questa estrema opera cristologica di
Rossellini deriva dalla prima, struggente e
straziante, Pietà Vaticana: quella con la Madonna che, nel tenere in grembo il figlio ormai
morto, non vien rappresentata, come sarebbe
giusto, quale una donna almeno cinquantenne
bensì quale una fanciulla giovanissima, persino più di suo figlio. Nel proprio accogliere in
grembo, addirittura nel cullare, il corpo esanime del figlio deposto dalla croce, ella ripete i
gesti che compiva, in quel di Betlemme, trentatré anni prima. Rossellini non si limita a costruire questa specifica scena come fosse un
tableau vivant della Pietà ma fa dell’intoccabile giovinezza di Maria l’asse centrale del suo
bellissimo - secondo il mio, poco condiviso,
parere - film cristologico. Lo stesso Rossellini
nel 1977, l’anno stesso della sua morte, diresse
per la RAI uno splendido documentario, Concerto per Michelangelo: l’esecuzione di musiche
sacre da parte del complesso della Cappella
Musicale Pontificia diretta da monsignor Domenico Bartolucci. Mentre le toccanti note si
diffondono dattorno, la macchina da presa
esplora anche i più reconditi particolari degli
affreschi della Sistina, prima, e delle architetture di San Pietro, dopo, scoprendo davanti ai
nostri occhi meraviglie mai realmente viste.
Un rimpianto: il documentario rosselliniano
fu girato prima che fossero attuati i recenti
restauri della Sistina, che hanno messo in luce
una vivacità di colori, una pittoricità quasi
premanierista, assolutamente inaspettata. Si
tratta dell’ultimo film, girato prima della morte avvenuta nel 2007, del cineasta ferrarese
Un’opera - piuttosto breve: circa un quarto
d’ora - di rara e commovente concentrazione
stilistica ed emotiva (ne ho parlato a lungo,
questa estate, con la vedova di Antonioni, Enrica). Semplicemente sublime: mai il silenzio
è stato così loquace, denso di contenuti espressivi, addirittura tattile. Il film inizia mostrando
un’ombra che entra nella chiesa di San Pietro
in Vincoli, totalmente deserta. I suoi passi risuonano pesanti sul pavimento, nel totale silenzio in cui è immerso il luogo. L’ombra va a
porsi di fronte alla statua del Mosè michelan-
“Il messia” (1975) film drammatico ispirato alla vita di
Gesù di Nazareth diretto da Roberto Rossellini
Al cinema
Moonlight
Vivere negli Stati Uniti
significa, anche, entrare in contatto quotidiano con una realtà
multietnica molto meno risolta di quanto secoli di convivenza avrebbero fatto sperare. Le
recenti elezioni presidenziali ne sono, in
Eleonora Migliorini
fondo, un triste esempio, soprattutto perché immediatamente successive alla prima amministrazione di colore
che la nazione possa vantare. La questione
razziale è, infatti, sempre presente, sebbene
non gridata, sebbene non necessariamente
esibita, eppure capace di risuonare nella scelta
di ogni parola, nell’accenno a qualsiasi motto
di spirito (anche il più innocuo e neutrale). Un
film che di simili argomenti tratti, o che in un
simile panorama si muova, dunque, soprattutto se accompagnato da recensioni esaltanti (e,
talvolta, perfino esaltate), non può non stimolare, se non proprio l’interesse più viscerale del
cinefilo coscienzioso, perlomeno il suo (alto)
senso civico, spingendolo a precipitarsi in sala, alla prima occasione possibile. Un sabato
pomeriggio caldo e assolato di inizio novem-
“La Pietà” è una scultura marmorea (altezza 174 cm,
larghezza 195 cm, profondità 69 cm) di Michelangelo
Buonarroti, databile al 1497-1499 e conservata nella
basilica di San Pietro in Vaticano a Roma. Si tratta del
primo capolavoro dell’allora poco più che ventenne
Michelangelo, considerata una delle maggiori opere
d’arte che l’Occidente abbia mai prodotto
“Lo sguardo di Michelangelo” cortometraggio del 2004
diretto da Michelangelo Antonioni
giolesco e l’osserva attenta, restando a lungo
rapita in un intenso, tacito, profondo dialogo
con essa, tramite la quale è il Buonarroti stesso a parlare direttamente al cuore di quell’ombra muta che si rivela essere proprio Michelangelo Antonioni. Cosa si saranno detti i due
Michelangeli nella silente penombra della
chiesa? Non lo sapremo mai ma certamente,
tra i contenuti di quel colloquio meditabondo,
c’eran la morte e la fiducia nell’arte, estrema
forma di resistenza umana alla caducità della
nostra esistenza.
Stefano Beccastrini
bre, perciò, si rinuncia di buon grado a una
piacevole passeggiata in riva all’oceano, e si
opta invece per la visione di Moonlight, lungometraggio scritto e diretto da Barry Jenkins,
storia di formazione in un quartiere difficile di
una apparentemente difficile città americana
(Miami, come si evincerà, solo in un secondo
momento, dalle immagini). L’ambientazione è
volutamente snobbata, a vantaggio di una narrazione che, secondo le intenzioni del suo autore, dovrebbe avere respiro ampio, sconfinato,
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n.
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assurgendo a paradigma esistenziale, facilmente collocabile in un qualunque luogo, in
un qualunque tempo. E la storia di Chiron,
bambino quieto, costantemente vessato da un
gruppo di bulli suoi coetanei (la sequenza iniziale riprende, appunto, un inseguimento forsennato), del suo incontro salvifico con Juan
(Mahershala Ali), spacciatore dal cuore tenero,
e della di lui ragazza, Teresa (Janelle Monáe),
fa certamente vibrare alcune corde legate a
sentimenti universali. L’ossatura tematica della pellicola, tuttavia non sembra essere all’altezza di quelle aspettative: suddivisa in tre
grandi quadri (Little-Chiron-Black, il primo e
il terzo soprannomi con cui è conosciuto il
protagonista, rispettivamente durante l’infanzia e l’età adulta), infatti, restituiscono una visione eccessivamente frammentata, incompiuta, fragile. Per tutta la durata del film, si ha
così la sgradevole sensazione di osservare scene slegate le une dalle altre, in cui la bravura,
l’intensità e la tenerezza dei tre attori scelti per
interpretare Chiron nelle fasi cruciali della sua
crescita (Alex Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes), non sono sufficienti a colmare
la mancanza di una vera e propria sceneggia-
tura. L’infanzia, l’adolescenza e la (relativa)
maturità del taciturno ragazzo di colore, circondato dal degrado e ostacolato dall’ingombrante figura materna (Naomie Harris, dedita
esclusivamente all’abuso di droghe), alla quale
fa da contrappunto l’influenza positiva di Teresa, stentano a mostrare una direzione, a indicare una struttura risultando, infine, in una
successione di fatti a se stanti, dai quali si colgono lampi della trama che sarebbe potuta essere, ma che, purtroppo, non è stata. Il legame
profondo che lega il ragazzo all’amico Kevin
(Jaden Piner, Jharrel Jerome,André Holland,
interpreti diversi a coprire le diverse età del
personaggio), per esempio, bruscamente interrotto da un violento incidente, avrebbe potuto essere trattato in maniera più dettagliata,
soprattutto alla luce della sua importanza per
il (faticoso) evolversi degli eventi. Di quando
in quando, nemmeno le canzoni (“Cucurrucucu Paloma” fra tutte, immediatamente associata ad altri scenari), o la fotografia (in alcuni
frangenti di dubbio gusto), paiono rendere
giustizia agli sforzi del regista, sicuramente
spesosi per la realizzazione del progetto. Con
la speranza che il prossimo lavoro non si ripresenti fra altri otto anni (tanti ne sono passati
dalla precedente opera di Jenkins), restiamo
allora in fiduciosa e ottimistica attesa.
Eleonora Migliorini
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Captain fantastic
Miglior regia ad “Un
Certain Regard a Cannes” per Matt Ross, 46
film da attore, due da
regista. Film pieno di
energia. Con un interessante modello educativo alternativo e con i
conti che si devono fare
Catello Masullo
con la realtà. Un film
non facile da realizzare.
Con location naturalistiche molto impegnative.
Un prorompente Viggo
Mortensen. 6 ragazzini
scatenati e spassosissimi. Gag gustose. Da
non perdere. Un film
che si colloca in quello
spazio intermedio fra
Paola Dei
l’arte dell’educare e
l’arte del narrare, meno scontato di quanto si
immagina quando si entra in sala e più intrigante di quanto lo siano i film dedicati generalmente ai padri che si occupano dell’educazione dei figli. Vincitore della XI edizione
della Festa del Film di Roma, presentato nella
sezione Alice nella città, il film drammatico di
Matt Ross con Viggo Mortensen, George
McKay, Samantha Isler, Annalise Basso, Nicholas Hamilton, che uscirà nelle sale il 7 dicembre 2016, travolge e cavalca con grande efficacia e intelligenza tutte le teorie pedagogiche
e psicologiche sull’educazione dei figli soffermandosi su alcuni punti fondamentali, come
lo è quello della scuola, della didattica, delle
relazioni. Ben, il padre di sei figli fra i 5 e i 17
anni decide di far crescere la propria prole in
una foresta del Nord America, non per amore
dell’eccentricità ma con la certezza granitica
che lontano dalla città e dalla società i ragazzi
avranno modo di sviluppare corpo e spirito in
maniera più completa. I ragazzi, guidati e sostenuti dal padre, si allenano e cacciano per
procurarsi il cibo, calcando le orme di quei riti
di iniziazione descritti dagli antropologi che
ci riconducono alle società arcaiche, dove la ritualità in base alle teorie
dello studioso di folklore
russo V. J. Proop, altro
non era che la chiave di
lettura delle favole, che
non derivano quindi dalla fantasia ma dalla storia. Ipotesi sposata anche
dal nostro grande Italo Calvino e già sostenuta dalla scuola antropologica inglese di Lang.
Ma in aggiunta ed a complemento delle prove
fisiche e psichiche, i ragazzi di Ben studiano
scienze, lingue, si confrontano in interessanti
dibattiti sulle conquiste della Storia del loro
popolo e sulla letteratura e si ritagliano anche
il tempo per cantare e festeggiare il compleanno di Noam Chomsky, linguista, filosofo e
grande teorico della comunicazione nato proprio il 7 dicembre, giorno scelto per l’uscita del
film. La foresta nel film è lo spazio sacro che
diviene scuola di vita dove ci si forma soprattutto al rispetto per l’altro, alla determinazione, alla gioia della conquista, alla pazienza,
all’amore per la libertà. Le granitiche certezze
di Ben, per metà compagno e per metà dittatore, incominciano però a sgretolarsi a seguito del funerale dell’amata moglie, che costringe la strana famiglia a recarsi in città dove una
delle figlie ha un incidente. Il padre decide di
lasciare i sei ragazzi ai nonni e mette in discussione tutte le sue certezze, fra un finale
intravisto ma che sorprende per la capacità
narrativa con la quale ci viene proposto. Al di
là delle esagerazioni degli slogan prefabbricati come quelli in cui si legge:”Abbasso il sistema” l’idea vincente del regista è quella di riuscire a mettere insieme
immaginazione e onestà, libertà e conoscenza.
Dicotomie che nella nostra società solitamente
ci vengono presentate separatamente. Matt Ross,
attore e regista statunitense, nato a Greenwich,
ricordato per le sue interpretazioni in The Aviator di Martin Scorsese con
Leonardo di Caprio e Good Night, and Good Luck,
presentato alla Mostra d”Arte Cinematografica
di Venezia, oltre a molte altre stupende interpretazioni, ha fatto centro; alla Festa del Cinema di Roma gli applausi hanno riempito le sale dell’Auditorium ad ogni proiezione,
confermando l’efficacia della sezione Alice
nella città ideata da Fabia Bettini.
Catello Masullo e Paola Dei
[email protected]
Non è un paese per videoteche. Chiude a Firenze la storica
Cinemania
Intervista a Mirella Cappelli, titolare del negozio “Cinemania”
Conosco la signora
Mirella da qualche
anno perché per chi
come me vive nel cuore di Firenze la sua videoteca “Cinemania”
in via dell’Oriuolo
54R/56R, dietro il Duomo, è una tappa imprescindibile. Mi colpì
sin da subito per la
Giulia Zoppi
verve con la quale intrattiene la clientela, il piglio scanzonato da
fiorentina verace, la gentilezza mista a ironia
con cui parla dei film che conosce e questo mi
bastò per far nascere tra noi un rapporto di fiducia reciproca e di simpatia. “Cinemania” è
aperta da 30 anni (nel 1986 Mirella e il marito
aprirono un altro negozio pochi metri più in
là), mantiene arredi e atmosfera delle origini,
è un piccolo tempio per cinephiles, ricolmo
com’è di dvd, locandine alle pareti, una fila di
sedie da cinema in legno e custodisce un catalogo prezioso e pieno di rarità. Purtroppo
però a fine dicembre chiuderà, come accade
spesso agli esercizi dello stesso tipo, sorpassati dal consumo del cinema via internet e dalla
pigrizia di una clientela sempre più disinteressata alla storia della Settima Arte e indirizzata verso il mainstream o all’inesorabile
avanzata delle serie tv via cavo. La incontriamo per una chiacchierata, prima di organizzare una festa di addio che celebri degnamente una vita spesa tra film e tanti bei ricordi...
Signora Mirella, questo negozio di cinema, “Cinemania”, nel cuore di Firenze, presto chiudera’. Ci
puo’ raccontare come tutto ha avuto inizio? Da
quanti anni e’ qua e come e’ cominciata questa bellissima avventura nel cinema?
Il negozio è stato preso nel 1986 quindi sono
30 anni che esiste, non era in questa sede ma
sempre in via dell’Oriuolo e lo prendemmo
perché io e mio marito eravamo amanti del cinema. Aprimmo con solo videocassette e bobine super8.
In questi anni avrà avuto modo di conoscere molte
persone, cinefili, appassionati, collezionisti. Come
e’ cambiato negli anni il profilo del suo cliente tipo? Abbiamo sempre avuto una clientela variegata con voglia di cinema d’autore e semplici
spettatori con famiglia (questo tipo di clientela oramai è scomparsa dal centro) e abbiamo
sempre cercato film particolarmente intellettuali, ma non solo. La mia vita è nata con il cinema (sono del 1943) e anche con il ballo dei
musical e quindi come poteva essere diversa?
Qui in citta’, specie per chi come me vive in centro,
lei e’ conosciuta anche per lo stile divertente e originale con cui comunica con la sua clientela. Sono famosi i biglietti che lascia sulla porta quando decide
di chiudere prima del previsto o se modifica gli orari di apertura e chiusura. Questo stile caratterizza
il suo negozio e lo rende unico, come unica è lei per
noi che la conosciamo. Lei non e’ cambiata ma il
mondo si, e molto velocemente. Ci racconta qualche
aneddoto divertente avvenuto nel suo negozio?
Gli aneddoti non sono mai mancati, racconterò di uno in particolare: volevo vendere il
vhs di “Enrico V” di K. Branagh e mi è stato risposto “Non ho visto nemmeno gli altri 4…
perciò non posso comprarlo…” . Rimasi basita! Comunque di persone con grande esperienza ne sono passati e molti più brave e
competenti di me. Le mie risposte e la mia arguzia, in riferimento ai bigliettini che lascio
sulla vetrina (senza falsa modestia!) sono sicuramente dovuti alla mia fiorentinità, mettere un cartello con scritto chiuso per ferie è
banale, non le pare? (…e ride di gusto n.d.r).
Che tipo di cinema ama? Il cinema mi ha dato tanto. Mi è sempre piaciuto quello impegnato di Visconti, Scola,
Rosi, un po’ meno quello di Fellini e allegro tipo quello di Woody Allen. E poi tutto quel cinema americano degli anni ‘60 / ‘70 ecc, non
quello di ora che non ha storie interessanti da
raccontare.
Come e’ cambiato il suo rapporto con questa città
simbolo di arte e bellezza in tutto il mondo? Trova
che Firenze sia ancora all’altezza della sua fama o
nota invece un progressivo deterioramento nei rapporti tra patrimonio artistico/culturale e gestione
amministrativa?
Che dire!? Il dolore di vedere questa città che
dovrebbe essere un gioiello, oramai ridotta
solo a negozi di paninari e merce scadente,grazie ad una gestione amministrativa ben
poco efficiente…è inevitabile! Chiudo perché
le spese eccessive che ci sono fra tasse e tassettine non mi fanno respirare e per i clienti
che guardano i film su internet, oramai. Tutte
queste cose mi hanno portato via lavoro e
clientela aumentando disagio e poca prospettiva futura.
Nel suo negozio anche l’arredo richiama all’estetica
di una vecchia sala cinematografica. Ci sono le tipiche e oramai scomparse sedie di legno che una volta
arredavano le sale...le pareti ricolme di dvd e locandine appese alle pareti. Entrando dentro “Cinemania” si ha l’impressione di tornare indietro nel tempo. Se potesse tornare indietro, in quale periodo
vorrebbe ritrovarsi?
Mi piacerebbe tornare ai tempi dell’apertura
dove c’erano bei film e potevo dare consigli a
seconda del cliente e a seconda dell’umore di
chi mi chiedeva film seri, allegri, ben fatti. La
tecnologia ha dato il colpo di grazia e nessuno
ha fatto niente per fermarla (giustamente il
mondo va avanti) e non posso pensare alle
nuove generazioni che invece di andare al cinema vedono film sul cellulare!!! E’ che ora la
parola cultura è obsoleta: a buon intenditor
poche parole…!!!
Giulia Zoppi
Le foto del servizio sono di Morgana Clinto
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n.
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Moviementu Rete cinema Sardegna, un nuovo presidente, un nuovo
direttivo
Lo scorso 29 Ottobre, a
Bauladu (un paesino
del centro Sardegna, a
metà strada tra Cagliari e Sassari ed a 50
km da Nuoro) si è tenuta l’Assemblea dei
soci di Moviementu
ed unitamente abbiaSimone Contu
mo proceduto al rinnovo delle cariche associative e della presidenza per il 2017. Per chi
ancora non ci conoscesse, Moviementu – Rete
Cinema Sardegna www.moviementu.it/chi-siamo/ è un’associazione che raggruppa circa 150
soci a diverso titolo appartenenti alla filiera
Come attuarla? Una parola chiave sarà il dialogo con enti ed istituzioni. Il che non significa subire passivamente linee e decisioni che
hanno effetti sulle nostre attività professionali, ma costruire da protagonisti le regole e le
strategie di sviluppo del nostro settore. Dialogo significa in condivisione ma con fermezza.
L’intento è quello di proseguire e migliorare il
confronto con la Regione e di continuare a lavorare per far si che la Film Commission diventi davvero quello strumento di lavoro fondamentale in primo luogo per tutti gli
operatori sardi del settore, grazie anche a un
dialogo da rinnovare con chi in questo momento la presiede e la conduce. Fondamentale poi che i fermenti e le istanze che verranno
istituzioni poi, ottenendo misure concrete
per la crescita e lo sviluppo del nostro settore.
Non dimentichiamo che, se oggi la legge regionale sul cinema è dovutamente finanziata
per il prossimo triennio, lo è anche grazie
all’attività di lobby e pressione istituzionale
esercitata da Moviementu. E’ stata una bella
soddisfazione poter sedere al tavolo con i rappresentanti delle istituzioni non tanto per
rappresentare noi stessi, secondo aduse logiche di clientela e rappresentanza personalistica, ma consci che si stava andando a rappresentare le istanze e le urgenze di 150 cittadini
che con ognuno di noi condividevano interessi, coltivavano speranze, avevano aspirazioni.
Tanto c’è ancora da fare, indubbiamente. Ma
audiovisiva e cinematografica della Sardegna. Il nuovo Direttivo, in parte rinnovato dall’ingresso di due
giovani soci: Stefano Cau,
ed Emanuel Cossu si apre ai
più giovani, con la creazione di un apposito “Ufficio
Giovani” con il compito di
migliorare la comunicazione con gli operatori del settore cinema Sardegna,
iscritti e non alla nostra associazione, con particolare
attenzione verso le fasce
più giovani, tramite la crea- Una parte del nuovo direttivo. Da sinistra Antioco Floris, Emanuel Cossu,
zione di strumenti ed even- Antonio Pani, Stefano Cau. (foto di Francesco Piras)
ti pubblici adatti. Sono certo che l’energia e l’entusiasmo di Stefano ed portate ai tavoli istituzionali vengano dal basEmanuel e, perché no, una loro diversità di so, siano continuamente alimentate da nuovi
sguardo e di sensibilità (che spesso fa rima ingressi di soci e da una rappresentanza semcon urgenze ed istanze nuove) daranno nuo- pre più ampia, da partnership e collaboraziovo impulso all’azione del Direttivo. In queste ni con l’intera filiera del territorio; occasioni
settimane come Direttivo stiamo muovendo i di formazione, convegni, rassegne e festival,
primi passi, su mandato dell’assemblea che ci gruppi ed incontri tematici, feste ed avveniha eletti. Cosa bolle in pentola? Innanzitutto menti costituiscono indubbiamente occasiol’attuazione della piattaforma per lo sviluppo ni preziose di incontro e rappresentano ale la crescita della nostra filiera. Moviementu tresì quel naturale bacino cui attingere per
ne ha una. Ricordo tra l’altro che l’attuale go- farci portavoce ed interpreti della filiera di
vernatore della Sardegna, Francesco Pigliaru, settore. L’aspetto più esaltante e, per me,
la inserì all’interno del proprio programma maggiormente formativo, nella militanza in
elettorale, nel 2014. La piattaforma, riveduta Moviementu è stato lo scoprire che, facendoci
ed aggiornata nel febbraio 2016, sarà il nostro rete, gruppo, movimento, siamo giunti ad
piano programmatico e l’attuazione dei suoi avere rappresentanza e peso istituzionale pripunti costituirà per noi un obiettivo primario. ma, e ad incidere positivamente presso le
ritengo che Moviementu
possa e debba avere un ruolo strategico nel costruire e
far crescere la filiera cine-audiovisiva della Sardegna.
Buon lavoro a tutti.
Simone Contu
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presidente di Moviementu Rete
Cinema Sardegna
Nato a Cagliari nel 1970. Ha studiato Filosofia a Milano presso
l’Università Cattolica, dove ha iniziato anche gli studi cinematograSimone Contu, Marco fici, diplomandosi in Produzione
presso la Civica Scuola di Cinema
nel 2001. Trasferitosi a Roma, ha
fatto esperienza nel campo del cinema, spot pubblicitari,
fiction e videoclip, lavorando prima come segretario e poi
ispettore di produzione. Dal Gennaio 2015 a Febbraio
2016 ha lavorato presso la Fondazione Sardegna Film
Commission in qualità di Head of Production. Attualmente vive e lavora in Sardegna in qualità di location
manager e unit manager.
www.moviementu.it
Le nuove cariche
Presidente è Simone Contu. Marco Antonio
Pani è stato eletto alla carica di
vicepresidente, Enrico Pau, Roberta Aloisio e
Antioco Floris, sono stati riconfermati membri del direttivo. A loro si aggiungono i giovani Emanuel Cossu e Stefano Cau.
Sul sito di Moviementu i loro profili.
[email protected]
Interviste sempreverdi. Luchino Visconti & Mirella Delfini
Signora Delfini, lei è stata inviata speciale nelle
zone calde del mondo, ha
ideato e condotto in Italia e all’estero fortunate
trasmissioni radiofoniche
di divulgazione scientifica, ha lavorato per i quoPia Di Marco
tidiani Il Giorno, Paese
Sera, L’Unità e per i settimanali Oggi, Rotosei,
Tempo, Famiglia Cristiana, Il Giornalino delle
Edizioni Paoline; ha tenuto una rubrica fissa che
era stata di Primo Levi sul mensile naturalistico Airone, per i tipi di Mondadori ha pubblicato Insetto
sarai tu (tre edizioni, l’ultima negli Oscar), ha tenuto rubriche su Minerva, ha collaborato a riviste
come il Ligabue Magazine e ha scritto ogni mese su
La Macchina del Tempo fino alla chiusura. Dimentico qualcosa?
La mia avventura come inviata nel mondo del
cinema.
Sì, certo, volevo che fosse lei ad aprire l’argomento
per Diari di Cineclub.
Il momento più difficile nel periodo in cui facevo l’inviata a Roma è stato quello in cui il direttore di Tempo m’ha detto ‘ora devi fare i registi. Li chiameremo I registi italiani che
hanno sconfitto Hollywood. ‘Ma direttore - ho
detto costernata, quasi al singulto - io al cinema non ci vado mai. Non posso mica andare lì
e parlare di donne. Falli tu, che le attrici le ami
tanto e ne metti sempre una in copertina. Io
che cosa gli chiedo? Mi buttano fuori’. Certo,
qualche regista lo conoscevo, e due o tre film li
avevo visti, ma di sicuro non sarei andata da
Antonioni dove mi sarei beccata anche lo
shock da intervista. Lui ha detto ‘li devi fare.
Arrangiati, fa parlare loro. Figurati se non sai
fare qualche domanda.’ Fellini l’avevo già incontrato, ma era solo perche la vicenda della
Dolce vita s’era ingarbugliata con Montanelli,
padre Arpa e così via.
Montanelli? Padre Arpa? Signora, mi dovrà raccontare… potrebbe venir fuori una chicca per i Diari di Cineclub!
Perché no? Beh, come le dicevo, ho cominciato
con Francesco Rosi, avevo visto un suo bel
film, Le mani sulla città. Poi Germi, Castellani,
Franco Rossi (l’avevo conosciuto con Pasinetti
e Giagni in America) e Smog non era male. Di
Gillo Pontecorvo e Carlo Lizzani non avevo visto niente, ma di De Sica avevo un buon ricordo, quello con Marotta. E poi sono andata al
clou: Luchino Visconti. E questo incontro l’ho
ritrovato tra le copie.
Posso trascriverlo? Se poi trova anche le altre interviste con i ‘mostri sacri’ che ha citato propongo ai
Diari una mini-serie ‘delfiniana’…
Queste mie carte sono come le ciliegie, una tira l’altra. Ecco l’intervista a Visconti, mi stia
bene!
Intervista con Luchino Visconti.
Siamo seduti uno di fronte all’altro e pensiamo la stessa cosa. Lui pensa che l’hanno intervistato centinaia di volte e che non ha niente
di nuovo da dire. Io penso che l’hanno intervistato centinaia di volte e non ha più niente di
Luchino Visconti nel giardino della sua villa
Mirella Delfini
nuovo da dire. Sorridiamo, garbati. Sfioro con
la punta delle dita i cuscini ricamati a perline
colorate e lui spiega che gli sono serviti quando ha girato Senso. Rispondo che i cuscini mi
piacciono, ma che Senso non mi dice nulla perche non l’ho visto, del resto non ho visto quasi
nessuno dei suoi film, a parte Il Gattopardo,
ma solo perche Burt Lancaster l’ha doppiato
un mio compagno di scuola, Corrado Gaipa, e
poi Rocco e i suoi fratelli, che a sentire Germi
non è neppure un film ‘viscontiano’, ma un
film ‘germiano’. ‘Esca subito! - dice con voce
aspra - Se ne vada. Chi le ha aperto la porta?’
Sto per dirgli che me l’ha aperta il suo maggiordomo, che avevamo un regolare appuntamento e che non è corretto trattare così una
signora anche se non va al cinema. Specie se è
costretta a intervistare ugualmente i registi
italiani che secondo il direttore di Tempo hanno ‘sconfitto Hollywood’. Poi scopro che stava
parlando al cane, un levriero afgano dal muso
puntuto, demoniaco. ‘Perché dà del lei ai cani?’
‘Quando li devo sgridare il lei è più incisivo.’
Arriva il maggiordomo e porta via il cane che
ora è stato perdonato, infatti Visconti gli dice
affettuosamente ‘ciao Nano’, poi spiega che il
levriero ha un nome afgano da pedigree troppo difficile e anche inutile perché tanto lui
chiama tutti Nano, siano gatti, cani, pappagalli, tartarughe, topi d’India, lucertole eccetera, mentre il lei lo usa quando bisogna mantenere le distanze. E’ seduto in una poltrona
del Settecento, porta un golf di cachemire beige, una giacca di cachemire grigio fumo e la
sua famosa casa che la gente cerca inutilmente di ricopiare lo avvolge al punto che non si
capisce più dove finisca lui e incominci lei. Per
rifare una casa come questa ci vorrebbero due
o tre secoli, molti miliardi, più il gusto di un
principe di sangue reale. ‘Voglio andare a vivere in campagna, sono stufo di stare qui.’
Non so se è una posa. Ma in campagna avrà
decine di Nani e ne ha bisogno per non sentirsi troppo solo tra gli umani, che non gli piacciono poi tanto. ‘Confesso - aggiunge - che
nella vita mi sono trovato benissimo solo con i
cavalli.’ Ora dirò una cosa che lo farà arrabbiare di sicuro, però la dico lo stesso. ‘I fratelli
d’Inzeo pensano che i cavalli siano stupidi.
Hanno solo intuito’. Si indigna. ‘E’ la cosa più
cretina che abbia sentito. Stupidi saranno loro, quasi quasi gli telefono per dirglielo. E lei
si tolga questa idiozia dalla mente.’ Entra
Thomas Milian. Visconti dice che è il partner
di Romy Schneider in un episodio di Boccaccio
’70, poi aggiunge ‘già, ma tanto lei al cinema
non ci va.’ ‘Già, ma il fatto è che se ci vado inciampo in roba come l’Eclissi di Antonioni e mi
viene lo shock dal cinema. E’ giusto secondo
lei fare film che la gente non capisce?’ ‘No - dice lui - non è giusto. A me piacciono i film
chiari, lineari. Io almeno cerco di farli così. Nella storia del cinema i migliori film sono esempi
segue a pag. successiva
29
n.
45
segue da pag. precedente
di chiarezza e concretezza. Pensi a Chaplin, alla sua semplicità: con lui non si sente mai che
esiste la macchina da presa. Certo, il cinema è
in continua evoluzione, ha le sue crisi di crescenza, i suoi eccessi, ma forse da questa crisi
si sta uscendo, si torna all’approfondimento
dei valori, dei contenuti. Ne sentiamo il bisogno tutti: è necessario per il pubblico, ed è indispensabile per i produttori. Se uno ha in
mente una storia nebulosa che la gente non capirebbe, si chiuda in camera finché non riuscirà a chiarirsela. Quando uno non sa spiegare bene una cosa, vuol dire che non l’ha capita
neanche lui. Che ne dici, Thomas?’ Thomas
apre gli occhi, si tira un po’ su e contempla un
quadro di Guttuso. ‘Sai Luchino che quel quadro è bello? L’hai comprato?’ ‘Me l’ha regalato
Burt Lancaster quando abbiamo finito Il Gattopardo.’ ‘Perché non lo tagli e ce ne fai quattro?’
Con un dito alzato sta già organizzando la
‘scissiparigenesi’ del Guttuso: qui tre quadretti
con la sequenza di un incontro di pugilato, qui
il gruppo delle facce con le volute dei pensieri.’
‘A me piace così’, dice Visconti, e Milian ne approfitta per riprendere sonno. ‘E poi - continua lui come se la faccenda del quadro fosse
una parentesi - un film è già in balia di problemi tecnici che rischiano sempre di cambiarlo...’ Ha la fama d’essere duro, esigente, di pretendere troppo da tutti, di volere la luna. Il suo
aiuto, che poi è il mio amico Rinaldo Ricci, dice
che Visconti non solo vuole una luna speciale,
ma la vuole con due mesi d’anticipo. Così tutti
hanno il tempo di pianificarla. Se accettano,
perché poi piagnucolano? ‘In realtà io sono un
angelo’, dice lui. Thomas Milian sussulta, si
sveglia: ‘Cooosa?’ ‘Va bene, va bene, lasciamolo
tranquillo e usciamo un po’ in giardino’. Sospira. ‘Sapesse che cos’è avere in mano una baracca come un film. Bisogna continuamente
stringere viti perché l’impalcatura regga. E ci
sono viti da girare con garbo, senza farsene accorgere. Altre invece hanno bisogno d’essere
strizzate con le tenaglie. Le viti, voglio dire le
persone, vanno capite.’ Il patio è di un verde
vellutato e qualcuno, sicuramente lui, ha messo una rosa rossa dentro una fontana di basalto. Ci vengono subito incontro tanti micini,
tutti persiani, tutti rossi. Ne prendo in braccio
uno con gli occhi grigi, peserà un etto, miagola
con una voce da nulla e mi guarda. Non c’è più
niente da fare, è un coup de foudre, se ne accorge anche Visconti e dice: ‘lo tenga, è suo’.
Così all’improvviso ho un gatto. E lui si mette a
parlare di quel che deve mangiare, della polvere pulcicida, del cimurro e di tante altre cose
che non hanno niente a che vedere col cinema
e quando viene il buio io so tutto sui felini
mentre l’intervista non è per nulla finita e non
gli ho chiesto neppure il nome del suo prossimo film. Lui invece il nome che darò al gatto
me lo chiede, lo vuole sapere subito. Lo chiamerò Nano? ‘No - dico tenendo il minuscolo
micio con la coda a piumino in una mano sola
- lui è persiano. Lo chiamerò Ciro il Grande.’
Cinema made in Puglia 2016
Fine d’anno. È il momento per tracciare
un bilancio delle opere
audiovisive realizzate
in Puglia, a cominciare da quelle di prossiAdriano Silvestri
ma uscita sul Grande
Schermo. E già il primo Dicembre arriva nelle
sale - distribuito da Medusa - il cinepanettone
«Natale al Sud», opera prima di Federico Marsicano, con protagonisti Massimo Boldi e Biagio Izzo. Debutta come attrice la cantante Anna Tatangelo: «Lo scontro generazionale
genitori-figli e quello tra genitori e internet.
Peppino Fumagalli s’interroga sulle attività
online del figlio. Adesso i giovani non s’incontrano più e il papà vuol difendere il ragazzo
dalle insidie del web. Può fidarsi dei siti per
cuori solitari?» Girato in gran parte a Polignano a Mare, con Enzo Salvi, Loredana De Nardis, Polo Conticini, Debora Villa, Barbara Tabita e l’attrice Bonaria De Corato, originaria
di Canosa di Puglia. Film girato a Settembre
con riprese anche a Monopoli e Torre Canne.
“La Cena di Natale”. Il cast al termine delle riprese a
Polignano a Mare con l’assessore Loredana Capone
(in giacca rossa)
Prodotto da Mari Film e Idea Cinema e montato e post-prodotto a tempo di record. 01 Distribution porta nei cinema la settimana successiva «Non c’è più Religione», lungometraggio
di Luca Miniero, prodotto da Cattleya con Rai
Cinema, girato interamente in Puglia con
Claudio Bisio, Alessandro Gassman e Angela
Finocchiaro: «Porto Buio. Le controversie tra
tre diverse comunità religiose: cattolici, musulmani e buddisti che risiedono nella piccola
isola. La popolazione multietnica, senza figli,
si arrangia come può. Ecco tre amici al posto
dei re Magi. Nel presepe vivente il bambinello
ha la barba e i brufoli e nella culla non ci riesce
ad entrare. Bisogna trovarne un altro a tutti i
costi.» Le riprese si sono svolte da Maggio a
Luglio con location a Monte Sant’Angelo,
Manfredonia (in particolare a Siponto) e alle
Isole Tremiti. Poi sono ancora nelle sale i titoli
usciti a Novembre: «La Cena di Natale» di
Marco Ponti, atteso sequel del film «Io che
amo solo te», tratto dal libro di Luca Bianchini, girato tutto in Puglia, in particolare a Polignano a Mare con Riccardo Scamarcio, Laura
Pia Di Marco Chiatti, Michele Placido, Maria Pia Calzone,
Veronica Pivetti e il barese Uccio De Santis.
30
Film prodotto da Fulvio e Federica Lucisano
con Rai Cinema. E poi «La sindrome di Antonio», commedia on the road di Claudio Rossi
Massimi, girata in Puglia, a Roma e in Grecia,
tra Atene, Capo Sounion e Delfi. Nel cast: Antonio Catania, Moni Ovadia, Remo Girone,
Queralt Badalamenti e gli attori Biagio Iacovelli, lucano, e Mingo De Pasquale, barese. Va
ricordata la partecipazione di Giorgio Alber-
“La Vita in Comune”. Edoardo Winspeare nel trailer
del film girato in Salento con il protagonista Gustavo
Caputo
tazzi, nella sua ultima interpretazione cinematografica, nel ruolo di pittore. «Anni ’70.
Antonio parte da Roma per Atene, alla ricerca
dei luoghi che hanno ispirato Platone. Rapito
dal fascino della ragazza che qui conosce e
dalla bellezza dei luoghi. Sullo sfondo il sogno
della rivoluzione, la liberazione dei costumi e
la Grecia dei colonnelli.» Film prodotto e distribuito da Corrado Azzolini di Draka di Giovinazzo: è accessibile anche agli spettatori
non vedenti, mediante audio-descrizione curata da Immagini Loquaci. Per ritornare a Dicembre: è stata anticipata a Giovedì 1 in prima
serata su Rai 1 l’ottava puntata che conclude la
serie tv «Braccialetti rossi 3» di Giacomo Campiotti, prodotta da Palomar e girata interamente tra Laureto di Fasano, Bari e dintorni.
La televisione tedesca trasmette – invece «Kreuzfahrt ins Glück. Apulien», una serie
prodotta da Polyphon Film e girata a Fasano e
in location della regione. Per il 2017 si conosce
la data di uscita del sequel «Smetto quando
voglio Reload» di Sidney Sibilia, prodotto da
Fandango, che sarà nelle sale in data 2 Febbraio con 01 Distribution. La banda criminale, costituita da sette giovani laureati, interpretati
da Edoardo Leo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo
Lavia e Pietro Sermonti. Le scene sono state
ambientate a Brindisi, tra la zona industriale
e il bacino della Autorità Portuale. In particolare nella zona ferroviaria è stato girato l’assalto al treno. Il film è prodotto dal produttore
barese Domenico Procacci per Fandango, con
Rai Cinema. Usciranno l’anno prossimo - in
data da definire - alcune produzioni estere: la
principale è «Wonder Woman» di Patty Jenkins, prodotto da Warner Bros, con scene girate a Casteldelmonte e Matera. Quindi «Tulips, honour, love and a bike», prodotto dalla
olandese Fatt Productions e Draka Film. Una
tragicommedia ambientata nel Sud dell’Italia,
negli Anni ‘50 e ‘80, con protagonista la attrice
segue a pag. successiva
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segue da pag. precedente
canadese Magda Apanowicz. E con Donatella
Finocchiaro, Lidia Vitale, Michele Venitucci,
Giorgio Pasotti e Giancarlo Giannini. Set a Ginosa, Ruvo di Puglia e Bari. Non ancora noto il
piazzamento per «Euro Raiders», lungometraggio di Jingle Ma, prodotto da Wong Kar
Wai e Jet Stone Films. A fine settembre Polignano a Mare ne ha ospitato le riprese: un
film d’azione cinese con location anche a
Ostuni, Otranto e Lecce. Protagonista la star
Tony Cheung Chiu Wai, migliore attore a
Cannes nel 1999 per In the mood for love. Vanno
ricordate le principali Produzioni italiane girate in Puglia nel 2016: «La Vita in Comune» di
Edoardo Winspeare, prodotto da Saietta
Film. Protagonista è Gustavo Caputo. «Ambientato in una dimensione reale e fiabesca al
tempo stesso. Un secondo capitolo della vita
semplice, con in più un intervento di Papa
Francesco. La storia di un’amicizia improbabile, fra il Sindaco del paesino salentino di Disperata, onesto ma depresso, e due balordi
con ambizioni criminali: Pati Bomba redento
dopo il carcere e Angiolino Bomba, sulla via
del recupero. Da questo incontro potrebbe rinascere la voglia di vivere e la passione per le
cose belle e utili alla comunità.» La lavorazione è avvenuta nel Capo di Leuca, con riprese
che coinvolgono undici diversi Comuni del
Salento. «Il giorno più bello» di Vito Palmieri,
prodotto da Clemart e Altre Storie. Un cast
nutrito, tra cui Alessio Vassallo e l’attore tarantino Massimo Cimaglia, con il barese Michele Venitucci e l’andriese Michele Sinisi.
«Andrea e Filippo si amano e convivono da
qualche anno, e Andrea pensa sia giunto il
momento di sposarsi e registra al Comune
una richiesta con il proprio nome, come fosse
quello di una donna: la signora Andrea. Ma
molte questioni dovranno essere risolte prima del giorno del Sì. Filippo non trova il coraggio di dire che è gay a suo padre e suo nonno, due notai. Finge di sposare una sua amica,
che si presta all’inganno. Anche Anna, la madre di Andrea, non riesce a dire a suo marito
Anthony e a suo figlio Jimmy, che Andrea è
gay. Soprattutto perché Anthony è candidato
a governatore del Kansas e Jimmy è un predi-
“Wonder Woman”. Primo piano della protagonista del
film girato anche a Casteldelmonte e Matera.
catore evangelista.» Film prodotto dal martinese Cesare Fragnelli e Joo Hyun Ahn per Altre Storie e Clemart, con Rai Cinema. «Martino,
Dove Sei? (Chi m’ha visto)?» di Alessandro Pondi
“Il Giorno più bello”. Il regista Vito Palmieri (in camicia
azzurra) prepara una scena del film ad Alberobello.
prodotto da Rodeo Drive, girato nella piazza
dell’orologio a Ginosa. Nel cast: Piefrancesco Favino, Giuseppe Fiorello, Dino Abbrescia e Sabrina Impacciatore. «Martino è un chitarrista,
che collabora con grandi divi della musica leggera. È bravo, ma nessuno si accorge di lui.
Torna al suo Paese e, con la complicità del suo
amico Peppino, organizza la sua sparizione,
al fine di riuscire ad ottenere un po’ di attenzione. Ma la situazione sfugge di mano.» Film
prodotto da Ibla Film e Rodeo Drive con Rai
Cinema. Sarà distribuito da 01 Distribution.
Da segnalare alcune produzioni non strettamente industriali, a volte quasi amatoriali,
Dario, è una parodia in chiave comica pugliese di «Creed. Nato per combattere». Le riprese
si sono svolte a Bari, Triggiano, Modugno e
nel Cimitero Britannico di Capurso. Il set
all’estero si è svolto a Ibiza. «Lino è figlio del
grande pugile ‘U Poll, appassionato di boxe
come il padre. Il giovane abbandona il suo lavoro e si trasferisce a Enziteto, per farsi allenare nella palestra “Da Rocùcc Boxing” dal
leggendario Roccuc ‘U Stallon.» Nel cast tanti
attori pugliesi: Tiziana Schiavarelli, Frank
Cippone, Manuel De Nicolò, Gianni Alvino,
Gianluca Ciardo. Protagonisti sono Lino De
Nicolò, nelle vesti del figlio di Apollo Creed e
Tiziano De Palma nei panni di Rocky Balboa.
Il lungometraggio è prodotto da Arifa Film di
Pisticci, giovane realtà produttiva diretta da
Paolo Mariano Leone. «I Passi della Vita» è il
“Natale al Sud”. Due immagini dei protagonisti
Massimo Boldi e Anna Tatangelo.
“Non c’è più Religione”. Si gira in piena estate sulla
costa del Gargano
che non sempre raggiungono la distribuzione. Il film commedia «Casa : 2 = Risate» girato
tra Altamura e Gravina in Puglia (in una cava
e all’interno del Parco della Murgia) è l’opera
seconda della regista barese Roberta Bellini,
protagonista con Giuliano Guida: «La storia
con aspetti, anche comici, di una coppia at-
“La Mia Vita è un Film”. Gianni Ciardo e Doris Simone
a Bari nella sede di Apulia Film Commission.
tuale: due giovani si sposano, ma subito dopo
si lasciano. Intorno a loro girano tanti amici,
alcuni vicini fastidiosi, gli immancabili avvocati, e una donna dall’aspetto provocante.» L’altro film commedia «Creed’c», diretto da Lucky
nuovo film girato a Bitonto, ma ambientato a
Bari. Un gangster movie, tra armi, droga e
champagne, moto e auto sportive. Idea, soggetto e regia di Gianvito Leone (29 anni, noto
come Jean Léon Jean), che recita nel film con
Gaspare Rizzo e con un gruppo di giovanissimi attori. «La mia Vita è un film» è il nuovo titolo del regista romano Claudio Di Napoli e di
Gianni Ciardo, con Doris Simone protagonista femminile, nonché autrice e produttrice, e
Giuliano Giuliani: «L’amore ai tempi delle
chat. Diana vive e lavora a Bitonto e Dario è
un ragazzo di Alberobello che in chat si cela
dietro il nickname Arsenio Lupin. La vita di
Diana cambia, quando si iscrive a questa chat:
conosce Dario, che però nasconde la sua vera
identità e non si presenta al primo appuntamento. Ma in seguito, scoccherà la scintilla.»Quasi tutte le prime opere citate hanno ricevuto un contributo di Apulia Film Commission,
che ha sostenuto o supportato ciascun film.
Tra produzioni di cassetta, film d’arte e produzioni amatoriali, sono numerosi i fornitori
locali di servizi coinvolti, tra elettricisti e macchinisti, oltre a professionisti nei reparti di
produzione, fotografia, scenografia, costumi.
A questo proposito l’assessore Loredana Capone rileva: «La promozione del territorio è
solo uno dei benefici portati dal cinema. Le
produzioni audiovisive generano un importante indotto economico per operatori, fornitori, strutture ricettive. Diventa decisivo investire su veicoli strategici, com’è l’industria
cinematografica, perché consentono di dare
ancora più visibilità alla nostra terra e, al contempo, muovono nuova economia.»
Adriano Silvestri
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n.
45
Le fonti audiovisive nella didattica
Giorni di Gloria, il film della Resistenza, patrimonio nazionale
Italia, 1945, 72’
coordinamento tecnico: Mario Serandrei, Giuseppe De Santis
regia: Mario Serandrei, Marcello Pagliero, Luchino Visconti, Giuseppe De Santis
testo del commento: Umberto Colosso, Umberto Barbaro
fotografia: Della Valle, De West, Di Vananzo, Jannarelli, Lastricati, Navarro, Pucci, Reed, Terzano, Ventimiglia, Werdier, Vittoriano, Manlio, Caloz e tecnici del CLN di Milano
montaggio: Mario Serandrei, Carlo Alberto Chiesa
musica: Costantino Ferri
produzione: Fulvio Ricci per Titanus
Conservato presso alcune cineteche e archivi audiovisivi italiani (e all’estero), il
film Giorni di gloria è
un patrimonio della
nazione. E’ il film che
glorifica la Resistenza
e il riscatto del popolo
Letizia Cortini
italiano contro il nazifascismo, e forse il riscatto degli stessi autori,
tanti e con storie diverse. Un monumento e
un documento al tempo stesso, singolare sia
per la storia produttiva, tra il 1944 e il 1945, sia
per le vicende successive. Veicolo allora dei
valori del mito fondativo della lotta di Liberazione, successivamente riscoperto, soprattutto agli inizi degli anni sessanta del Novecento,
nel clima dei duri scontri tra governo e forze
antifasciste, riproposto e diffuso a metà degli
anni novanta, in risposta alle immagini dei
Combat film trasmesse dalla Rai, in particolare
quelle su piazzale Loreto. Proprio quest’ultima fu l’occasione per restaurarlo in collaborazione con il Centro sperimentale di cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema e Archivio
audiovisivo del movimento operaio e demo-
cratico. La sua storia è ben raccontata nel volume dedicato a Mario Serandrei, montatore
celebre dei film del neorealismo, in tal caso regista del film, coordinatore principale delle riprese e della selezione dei materiali, nonché
32
suo montatore, evidentemente. Nel libro Mario Serandrei Giorni di gloria1 il primo contributo, di Giuseppe De Santis, ricostruisce la vicenda umana, esistenziale, artistica del film e
dei suoi autori, rivendicando al film il riscatto
dello stesso cinema italiano, grazie alla Resi-
stenza, cui il neorealismo è debitore. Gli altri
autori del volume ripercorrono le vicende che
portarono alla sua realizzazione, soffermandosi soprattutto sul ruolo di Mario Serandrei,
sulla storia delle riprese di Luchino Visconti e
di Giuseppe De Santis, nonché di Marcello Pagliero, inoltre sugli altri materiali confluiti nel
film, con testimonianze a volte contraddittorie.
1. Mario Serandrei. Giorni di gloria, «I quaderni di Bianco & Nero», Scuola Nazionale di Cinema, 1998.
Si tratta, come esordito, di un monumento/documento, che contiene a sua volta altri documenti di quel periodo, voluto e realizzato, come anticipato, soprattutto da grandi autori di
cinema, quali Giuseppe De Santis, Marcello Pagliero, Mario Serandrei, Umberto Barbaro, Luchino Visconti, insieme
a tecnici importantissimi per la futura storia
del cinema italiano.
Un’opera epica, promossa dall’associazione nazionale dei partigiani, dal Ministero
dell’Italia Occupata,
dal Pwb Film Division,
montato a mano a mano che si svolgevano gli
eventi, negli ultimi mesi di guerra, completato ed editato nei giorni
della Liberazione e nei
primi della ricostruzione. In apertura “svetta”
la dedica dei partigiani
agli italiani usciti dalla
guerra: “A tutti coloro che in Italia hanno sofferto e combattuto l’oppressione nazifascista
è dedicato questo film di lotta partigiana e rinascita nazionale”. Come recita la sua sinossi,
a cura della Fondazione Aamod, esso “rievoca
gli avvenimenti e le lotte che accompagnarono la
fine della seconda guerra mondiale: la vita dei
partigiani e i loro rapporti con la popolazione civile, i rastrellamenti e le rappresaglie ad
segue a pag. successiva
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segue da pag. precedente
opera dei nazifascisti. Per quanto riguarda
Roma e la memoria delle Fosse Ardeatine è
l’unico film e l’unica fonte storica, in
ambito nazionale e internazionale,
che riprende nel 1944 i giorni dell’attentato di via Rasella, il processo al
capo della polizia romana Pietro Caruso e a Roberto Occhetto, le prime
fasi del linciaggio del direttore delle
Carceri di Regina Coeli, Donato Carretta, quindi l’apertura delle Fosse Ardeatine (con le immagini, tra le più
indelebili della storia dell’umanità,
dell’esumazione dei cadaveri delle
persone uccise), le fucilazioni del delatore Federico Scarpato e del torturatore Pietro Koch, proseguendo con
le immagini della liberazione delle
grandi città del nord a opera del Comitato di Liberazione Nazionale Alta
Italia”. Di grande rilevanza didattica
per lo studio degli eventi della storia
della Resistenza questa fonte potrebbe essere usata nelle scuole, con la necessaria preparazione dei ragazzi alla
sua visione, accompagnata da una lezione di educazione al linguaggio cinematografico, in particolare di non
fiction, nonché da una lezione sulle
forme dei documenti cinematografici. Il film infatti, come si sottolineava,
è costituito da documenti differenti,
che vanno dalle riprese di non fiction,
a brani di cinegiornali Luce, di Combat film, da riprese “amatoriali” di
partigiani, da scene di fiction, presentate come “vere” etc. Quindi si
tratta di un documento complesso,
che racconta anche un pezzo di storia
del cinema italiano oltre che di storia contemporanea, a cominciare dalle riprese inquietanti di Visconti al processo a Caruso, con i
primi e primissimi piani dell’imputato e dalle
tragiche riprese del ritrovamento delle vittime delle Fosse Ardeatine. Visconti avrebbe
voluto elaborarle per trasformarle in un “prodotto” artistico, senza riuscirvi, come lui stesso ha testimoniato, pur sottolineando il valore
documentale delle immagini. Un documento
che andrebbe analizzato comparandolo con
altri documenti filmici sulla Resistenza, per
esempio con “Aldo dice: 26 x 1” (1946)2, il film
sulla Resistenza piemontese, con le immagini
dei film di Don Giuseppe Pollarolo, girate in 9
e mezzo, che con un linguaggio più simile al
film di famiglia, senza sonoro, raccontano in
modo diverso, quasi intimo, i partigiani, pur
trattandosi di messe in scena3. Infine, si po2. Visionabile sul sito Senato della Repubblica-Archivio
Luce, http://senato.archivioluce.it/senato-luce/scheda/video/IL3000052788/1/Aldo-dice-26-per-1.html. Sotto il video, la sinossi e la descrizione delle immagini.
3. Alcune immagini delle riprese di Don Pollarolo si possono visionare sul web, nel trailer del film documentario
di Paolo Gobetti, La resistenza piemontese e i film di Don
Giuseppe Pollarolo, 1984:https://vimeo.com/27581251.
Cfr. inoltre l’articolo di Massimo Novelli, Il regista della
Resistenza, Archivio on line de La Repubblica, del 10 otto-
trebbero mostrare le immagini, completamente ricostruite, dei giorni e dei momenti
della liberazione di Venezia, “Venezia insor-
di nazifascisti, attentato gappista di via Rasella, processo al capo della polizia romana Caruso, le prime fasi del linciaggio del direttore
delle Carceri di Regina Coeli, Carretta, l’apertura delle Fosse Ardeatine
(con l’esumazione dei cadaveri degli
italiani uccisi), le fucilazioni del delatore Federico Scarpato e del torturatore Pietro Koch e la liberazione delle
grandi città del nord a opera del Comitato di Liberazione Nazionale Alta
Italia. Per la realizzazione si è fatto
ricorso a materiali filmati requisiti
dagli Alleati e a riprese effettuate in
clandestinità dai partigiani. Le immagini del processo Caruso sono riprese sotto la direzione di Luchino
Visconti; quelle dell’apertura delle
Fosse Ardeatine filmate da Marcello
Pagliero. Nella copia in nostro possesso le immagini del linciaggio Carretta si limitano alla prima fase
dell’aggressione, occorsa nell’Aula
Magna della Cassazione nel giorno di
apertura del processo Caruso (manca
cioè la successiva e cruenta fase del
pestaggio su ponte Umberto, del lancio nel Tevere e dell’accanimento finale fino al decesso dell’ex direttore
delle Carceri).
Potrebbe essere un buon esercizio
per gli studenti quello di realizzare
una propria sinossi del film.
ge” (1945)4, realizzate dagli operatori dell’Istituto Luce, in quel periodo trasferito in parte a
Venezia. Per la realizzazione di Giorni di gloria
si è fatto ricorso, come accennato, a materiali
girati e requisiti dagli Alleati nel 1944 e nel
1945 e a riprese effettuate in clandestinità dai
partigiani. Ma il grande valore artistico aggiunto è rappresentato, come accennato, dalle immagini del processo Caruso riprese da
Luchino Visconti e da quelle terribili e toccanti dell’apertura delle Fosse Ardeatine, filmate
da Marcello Pagliero.
Letizia Cortini
SINOSSI ARCHIVIO LUCE
Primo film di montaggio sulla Resistenza, rievoca gli avvenimenti e le lotte che accompagnarono la liberazione: vita dei partigiani sulle montagne e loro rapporti con la popolazione
civile, rastrellamenti e rappresaglie ad opera
bre 2000, http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/10/10/il-regista-della-resistenza.html?refresh_ce.
4. Visionabile sul sito Senato della Repubblica-A rchivio
Luce, http://senato.archivioluce.it/senato-luce/scheda/video/IL3000052317/1/Venezia-insorge.html.
Sotto il video, la sinossi e la descrizione delle immagini.
L’esemplare conservato nell’archivio Luce
è muto, ma è accessibile per la visione on
line sul sito “Senato della Repubblica” a
questo link: http://senato.archivioluce.it/senato-luce/
scheda/video/IL3000088764/1/Giorni-di-gloria.html
Sotto il video potrete leggere la scheda e la
descrizione delle immagini realizzata
dall’archivio Luce. Sopra abbiamo riportato la sinossi a cura dell’Istituto Luce, anche per confrontarla con quella a cura
dell’Archivio audiovisivo del Movimento
Operaio e Democratico citata.
Una versione sonora del film è visionabile
su YouTube a questo link: https://www.
youtube.com/watch?v=3EiwkxNw 0zo&t=6s.
Infine, ecco il link al testo sonoro di Giorni
di Gloria, a cura dell’Archivio audiovisivo
del movimento operaio e democratico: testo_sonoro_Giorni_di_Gloria
33
n.
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Il conservatore della memoria del cinema sardo
Incontro con Giuseppe Peppetto Pilleri, storico cinetecario della Cineteca in viale Trieste a
Cagliari. Un racconto sulla memoria audiovisiva e sul lavoro di ricerca del cinema sardo
Seduto sul divano, nel
salotto dell’appartamento cagliaritano di Giuseppe Peppetto Pilleri,
dalla porta-finestra della
veranda, avvolto da una
leggera foschia, intravedo un nastro d’asfalto invaso da automobili che
procedono a passo d’uomo e lo stagno di MolenAlessandro Macis
targius che ha lo stesso
colore grigio del cielo. Mentre in cucina borbotta la
caffettiera, Peppetto mi chiede che taglio voglio dare all’intervista. Gli propongo un’incursione nei
territori della memoria storica audiovisiva
della Sardegna e nel suo lavoro di ricerca sul
cinema sardo. «Il lavoro sulla memoria storica
audiovisiva della Sardegna, in Cineteca sarda,
è cominciato alla fine degli anni ‘80. Prima di
quella data, la Cineteca era “generalista”, nel
senso che si occupava esclusivamente di film
della storia del cinema, quando era difficile
reperirli perché all’epoca non esistevano ancora le video cassette. I film si potevano vedere solamente in pellicola e se non avevi la possibilità di proiettarli nelle sale cinematografiche
nel formato tradizionale in 35mm, dovevi accontentarti del 16mm che veniva utilizzato nei
circoli culturali, nelle sale parrocchiali e nelle
scuole. La Cineteca sarda nasce per distribuire i film nel circuito culturale». Peppetto Pilleri è un pioniere e un protagonista di questa
avventura. Talvolta con mezzi di fortuna, armato di passione per il cinema e di pellicola e
proiettore, ha attraversato la Sardegna in lungo e in largo, proiettando e animando il dibattito con gli spettatori dei circoli culturali, dopo la visione dei film. Contribuendo alla crescita
intellettuale del pubblico. «In corrispondenza
della scomparsa del circuito culturale in pellicola e l’avvento del cinema in VHS, la Cineteca
iniziò a dedicarsi a quella che doveva essere la
sua vocazione, ovvero una cineteca che raccogliesse, valorizzasse e distribuisse il materiale
audiovisivo che riguardava la Sardegna. Nello
stesso modo in cui operavano anche altre cineteche, quelle della Corsica e della Catalogna
ad esempio, luoghi dove la cultura e l’identità
locale era ed è molto sentita. Così ebbe inizio
il nostro lavoro di recupero e catalogazione di
filmati sulla Sardegna. Se si consultano i cataloghi della Cineteca di quegli anni, ci si rende conto che avevamo pochissimi materiali.
Intanto il pubblico incominciava a chiederci
filmati che raccontassero l’Isola. Banditi a Orgosolo veniva distribuito in 16mm, noleggiandolo dalle suore della san Paolo. Poi avevamo
una decina di documentari sociali e politici».
Pilleri parla lentamente, scandisce le sillabe,
smette per un attimo di raccontare, corruga la
fronte frugando tra i suoi ricordi. «Uno dei
documentari più richiesti era L’Italia vista dal
34
cielo di Folco Quilici, in 16mm. Naturalmente
la parte dedicata alla Sardegna, che Quilici realizzò nel 1978: un viaggio attraverso la storia
dell’Isola e delle sue civiltà. Il filmato era stato
agli anni ‘50 e ‘60 è di grande interesse. Andando avanti nella ricerca ci rendemmo conto
che esisteva un numero impressionante di
pellicole, dalle origini del cinema alla contemporaneità. E molte, ad oggi, non sono ancora
state recuperate. La creazione di un archivio
audiovisivo regionale ci fece entrare a far parte della F.I.A.F. (Federazione Internazionale
degli Archivi del Film), ed avere un riconoscimento internazionale. Grazie a questa collaborazione, abbiamo avuto dalla Cineteca Lumière i
più antichi filmati realizzati in Sardegna che risalgono ai primi anni del ‘900». Il lavoro di ricerca di una Cineteca non ha mai fine, è fatto
di abnegazione, entusiasmo, passione, spesso
con scarsi mezzi. «Il lavoro si divide in varie
“Banditi a Orgosolo” (1961) diretto e prodotto
da Vittorio De Seta, suo primo lungometraggio.
Presentato in concorso alla 22ª Mostra internazionale
d’arte cinematografica di Venezia, vinse il premio
Migliore Opera Prima. Il film si svolge in Barbagia ed
è interpretato da pastori sardi, attori non professionisti.
prodotto dalla Esso, che aveva pubblicato una
collana sulle regioni italiane, in un periodo in
cui nel Paese c’erano state forti polemiche sulle compagnie petrolifere multinazionali e
sull’inquinamento prodotto dallo sfruttamento dei pozzi e dalla raffinazione del petrolio.
In questo modo la Esso, voleva dare di sé
un’immagine pulita e rassicurante. Noi della
Cineteca acquisimmo la pellicola». E’ l’inizio
di un percorso didattico-culturale e di crescita. «L’inizio della nostra ricerca sui materiali
“Banditi ad Orgosolo” durante le riprese
audiovisivi sardi fu in qualche modo rocambolesca. Riuscimmo a recuperare in extremis,
prima che andassero al macero, le pellicole ammassate nei locali della Presidenza della Giunta
regionale. Documentari realizzati con il contributo della Regione, per l’attività e la propaganda
istituzionale. Successivamente salvammo dal
macero anche i materiali audiovisivi dell’ESIT
(Ente Sardo Industrie Turistiche), utilizzati
per la propaganda turistica in Italia e all’estero, ma che erano divenuti obsoleti con l’avvento dei supporti in VHS. Oggi costituiscono un
patrimonio di inestimabile valore per raccontare la storia della Sardegna. Avere a disposizione materiali cinematografici che rimandano
Peppetto Pilleri e Alessandro Macis durante l’intervista
(foto di Patrizia Masala)
fasi, la più importante è quella della distribuzione, cioè l’aspetto culturale che si condivide
con il pubblico. Ma quella iniziale è senz’altro
legata alla ricerca. Intanto è fondamentale
avere rapporti di collaborazione con tutte le
strutture che si occupano di cinema, poi un
investimento finanziario sul lavoro della cineteca. Purtroppo, rispetto al budget di altre cineteche, il nostro è ridicolo. Siamo annessi ad
un Centro di servizi culturali e le nostre risorse sono per la maggior parte legate ad esso.
Serve del personale qualificato, e noi non lo
abbiamo in numero sufficiente per svolgere al
meglio il nostro lavoro. Le pellicole vanno cercate, bisogna sapere dove cercarle, chi può
averle. E’ un po’ un lavoro simile a quello
dell’archeologo. Soprattutto per il periodo del
muto, bisogna tener conto del fatto che i film
venivano sfruttati come materiale di consumo e poi riciclati o distrutti». Nonostante i
budget e il personale ridotti all’osso, instancabilmente, la Cineteca sarda continua a scoprire e proporre al pubblico pellicole che si credevano perdute. «Abbiamo trovato uno dei
primi film a soggetto girati in Sardegna, agli
inizi degli anni ‘20, Cainà. Grazie ai nostri
rapporti internazionali con diverse cineteche,
siamo venuti a sapere che il film era custodito
in quella di Praga». La curiosità mi spinge a
chiedere a Pilleri in quali circostanze il film
sia finito a Praga, e per quali misteriosi canali.
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«Ci è finito perché in Italia, in quel periodo, i
film non venivano considerati delle opere d’arte, ma semplici oggetti di consumo. Dopo il loro sfruttamento commerciale venivano distrutti, infatti in Italia al momento, non si
trova nessuna copia di Cainà. Alla Cineteca di
“Cainà. L’isola e il continente” è un film muto italiano
del 1922 diretto da Gennaro Righelli
Praga il film era considerato, invece, un capolavoro. Fu rintracciato da Vittorio Martinelli e
Livio Jacob della Cineteca del Friuli, che ci comunicarono il ritrovamento. Ci attivammo subito per restaurarlo e permetterne la visione al
pubblico. Questo è stato sicuramente l’episodio più eclatante del nostro lavoro sulla Sardegna». Mi chiedo se per un archeologo del cinema che ha trascorso molto del suo tempo a
formare il pubblico e a recuperare e vedere
centinaia di pellicole, ci sia un film del cuore
girato in Sardegna. «Secondo me il miglior
film realizzato in Sardegna rimane sempre
Banditi a Orgosolo. Ma io ho una formazione di
questo tipo, ho incominciato a lavorare usando il cinema per la crescita culturale del pubblico. De Seta era molto legato alla Sardegna e
alla Cineteca sarda. A un certo punto smise di
girare film e si mise a fare l’agricoltore. Fummo noi a spingerlo a mettersi di nuovo dietro
la macchina da presa. La regista Maria Piera
Mossa lo invitò in Sardegna, per un programma che aveva realizzato per la sede RAI regionale che raccontava dell’esperienza di Banditi a
Orgosolo. Lui arrivò, ancora vestito da agricoltore, aveva un oliveto in Calabria e produceva
olio. In quell’occasione gli ritornò la voglia di
girare e riprese a fare cinema». Ormai la Cineteca sarda ha un patrimonio filmico di migliaia di titoli, ed è un punto di riferimento per
studiosi, docenti, operatori culturali e studenti. «Abbiamo in archivio un patrimonio filmico
con migliaia di titoli, a cui si sono aggiunti ultimamente quelli del cinema di famiglia. Abbiamo invitato i privati a portarci vecchi filmati che documentassero i vari momenti della
loro vita. Quest’ultima raccolta è di grande importanza per ricostruire la storia in pellicola
della nostra Isola. Il lavoro del cinètecario non
finisce mai, perché c’è sempre la speranza di
ritrovare film che oramai si pensavano persi.
Immaginate l’emozione che si prova nell’aprire una scatola che contiene delle pellicole, senza sapere cosa si troverà. Poi ti trovi davanti un
capolavoro di cui si era persa ogni traccia, e il
cuore incomincia a battere forte».
Alessandro Macis
Anche il Cinema nelle sue elegie
Leonard Cohen è nel regno dei Cieli. Alleluja
C’è anche il Cinema nella sua vasta produzione poetica e
musicale. Il sogno, la memoria, l’amore, il misticismo
C’è un’esplosione di luce / In ogni parola / E non
importa se tu abbia sentito
la sacra o la disperata. Alleluja …Alleluja…
Per un poeta che canta
versi come Alleluja ci
sarà (per forza) un posto nell’Alto dei Cieli.
Non tanto perché qui
cita la Bibbia, la profondità della conoscenza e del divino.
Non sembri un abuso,
un canto di fine corsa
per un poeta che è voArmando Lostaglio
lato lassù. Il commiato
dovuto: no, non lo avrebbe forse nemmeno
voluto, lui, schivo e fuori dagli invadenti riflettori. Leonard Cohen lascia questa terra a
ottantadue anni, ma la sua
voce calda e i suoi versi resteranno, come i suoi racconti. Un autore completo,
il mitico cantore canadese
che ha ispirato generazioni
di autori anche da noi. Se
non fosse stato per Fabrizio
De André che ce lo fece conoscere con ben quattro
canzoni, forse non lo
avremmo compreso e apprezzato nei decenni scorsi.
Dagli Anni ’60 e fino ad oggi, Cohen, di origine ebraica, ha esplorato l’intimo più
profondo, l’amore, il sesso,
la politica e il costume. De
André lo traduce a suo modo con Suzanne e Nancy,
con Giovanna d’Arco e La
famosa volpe azzurra (con la splendida interpretazione di Ornella Vanoni). E altri come
De Gregori e Locasciulli, dagli anni ‘70 hanno
tratto ispirazione da questo immenso poeta
della canzone. Il cinema d’autore lo ha citato,
come Robert Altman che introduce I compari
del 1971 con la voce suadente di Cohen di The
Stranger Song. E anche Bob Dylan e Joan Baez
nel loro film Renaldo e Clara (del ’78). E più di
recente Dance me to the end of love che accompagna il terribile film Miss Violence del
greco Alexander Avranos, presentato a Venezia nel 2013. Certo, la Letteratura ufficiale poteva in passato rendere sublime Leonard
Cohen con un Nobel che non è arrivato mai. E’
stato aggiudicato al suo amico Bob Dylan un
mese fa, e come fosse stato conferito anche a
lui. Leonard aveva dichiarato in proposito: “…
Bob Dylan ha ricevuto il premio Nobel, ebbene dirò che per me è come aver dato al monte
Everest una medaglia per la montagna più alta del mondo”. Ovvero, qualcosa di scontato
quanto veritiero. Che umiltà. Così cantava
(nel 1991) in premonizione della democrazia
(Democracy) che sarà sempre un dono da conquistare e salvaguardare: Sta arrivando dalla
tristezza delle strade, / i sacri luoghi dove le
razze si mischiano; /dal casino omicida /che si
perpetra in ogni cucina / per decidere chi dovrà servire e chi dovrà mangiare. Dai pozzi
della delusione /dove le donne si inginocchiano per pregare / per la grazia di Dio nel deserto qui /e nel deserto più lontano: /La Democrazia sta arrivando negli Stati Uniti. Uomo di
cultura e di musica che ci ha donato in quattordici album (l’ultimo appena un mese fa) l’esperienza della libertà come riconoscimento
umano, dell’amore verso la bellezza e delle periferie del mondo, lui erede di una tradizione
letteraria che fa del continente americano un
baluardo d’innovazione e profonda conoscenza. Nel commiato alla sua amata Marianne
scriveva: Ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza, ma non serve che io ti dica di più poiché lo sai già. Adesso, voglio solo
augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica.
Amore infinito. Ci vediamo lungo la strada”.
Parole dolcissime e di grande intensità. Un
amore struggente. Nel suo Libro del Desiderio
composto durante il suo lungo soggiorno
presso il monastero Zen sul Monte Baldy in
California, Leonard Cohen scriverà, in un sussulto di umiltà:
Tra le migliaia / di coloro che sono conosciuti
/o aspirano a farsi conoscere /come poeti,
forse uno o due / sono poeti autentici
gli altri sono finti, /gente che bazzica i sacri
recinti /cercando di darla a bere.
Non c’è bisogno che vi dica /che io sono uno di
quelli finti e questa è la mia storia.
Armando Lostaglio
35
n.
45
I nodi al pettine della critica, oggi
Salvare e custodire un prezioso esercizio del sapere
Premessa. Fin dai tempi
del liceo sono venuto nutrendo un’inutile quanto
insana passione per la
critica: letteraria e artistica, musicale e teatrale,
Nuccio Lodato
persino cinematografica.
L’insegnante di greco ci
aveva parlato di Aristarco di Samotracia; quella di
italiano di “Aristarco Scannabue”/Baretti, mentre
cominciavo a leggere il «Cinema Nuovo» di Guido
Aristarco, e sulle prime pensavo che quello del direttore potesse essere uno pseudonimo, in omaggio
allusivo ai due antichi predecessori...La naturale
inclinazione è stata rafforzata nel tempo dall’incredibile dono, concessomi dall’imponderabilità dell’esistenza, di diventare via via amico delle “firme”
che negli anni Sessanta più mi avevano attratto nel
bimestrale aristarchiano: prima Adelio Ferrero, poi
Guido Fink, infine e soprattutto, grazie anche al
Premio dedicato alla memoria del primo, Lorenzo
Pellizzari. Ho potuto imparare molto da loro, nei
purtroppo assai limitati anni in cui la sorte ha reso
possibili e abituali i contatti, come del pari da altri
amici della mia generazione anch’essi troppo frettolosi nel prendere congedo, da Enzo Ungari ad Alberto Farassino. O dagli stessi antichi allievi di
Adelio, questi per fortuna tuttora vivi e operanti,
Giovanna Grignaffini e Leonardo Quaresima in testa: per non dire del gruppo di «Cineforum», dai
tempi di Sandro Zambetti a quelli odierni di Adriano Piccardi, che dopo trentacinque anni, ormai, di
coabitazione non so più distinguere dall’insieme
della mia stessa vita. L’attenzione al lavorìo critico
o a quanto oggi ancora ne resta (poco assai, al di
fuori dell’ambito accademico, rete esclusa), alla sua
storia e ai suoi compiti certo passati, forse presenti
ed eventualmente futuri, mi è stata recentemente
riacutizzata da clamorose letture per così dire contingenti. In particolare, al di là degli scontati opposti punti di vista sul medesimo nuovo film (per stare
all’attualità di questi giorni, “Fai bei sogni” di
Bellocchio) l’incredibile ridda di pareri distruttivi e
apologetici contrapposti, che ha contrassegnato le
recensioni alla nuova edizione delle Nozze di Figaro mozartiane in scena alla Scala da fine ottobre
a fine novembre. Mentre preparavo un modesto intervento in merito, si è aggiunto un imprevisto
36
quanto interessante incontro con un giovane e brillante laureando in storia del cinema, la cui dissertazione in cantiere riguarda proprio la crisi della
cinecritica, anche in ragione del suo delicato trapasso dal mondo cartaceo alla rete. E ha ritenuto,
temeraria bontà sua, di comprendermi tra i destinatari di un’intervista sullo stato di salute di
quell’attività, oggi. Sintetizzo qui il conseguente “a
domanda risponde”.
In un generale contesto che stravolge rapidamente il quadro complessivo (si pensi solo ai
nodi economici e politici che stanno venendo
al pettine nel mondo) sono intervenute e
stanno tuttora verificandosi mutazioni a vasto e vertiginoso raggio, dei quali la riduzione, da noi, degli spazi accordati alla critica filmica da quotidiani, settimanali e mensili, a
loro volta davvero non in buona salute (il
“Corriere” degli Albertini negli anni prefascisti “tirava” più copie dell’attuale; l’abbinata
obbligatoria domenicale, non più solo estiva,
“la Repubblica”/”L’Espresso” parla da sé: e ci
limitiamo alle testate più diffuse) è solo una
conseguenza tra le più secondarie. Si tratta di
fenomeni, attinenti al quadro dell’informazione, della comunicazione e dell’ intrattenimento, ma anche dei modi e degli stili di vita
globalmente intesi, paragonabili a quelli della
globalizzazione per quanto riguarda i rapporti economici e l’organizzazione del lavoro. Il
primo fattore mutante è forse il fatto che oggi
“la gente” in generale sia pervenuta a “non
crederci più”: basti osservare quanto sta accadendo, a livello di comportamenti politici e di
voto, ad esempio, sulla scena italiana, europea, mondiale, almeno da un quarto di secolo
a questa parte. La precedente stagione, se così
vogliamo ottimisticamente considerarla, di
splendore, era anche connessa all’”unicità” di
determinanti fenomeni: la vita delle pellicole
esclusivamente in sala, in un circuito di visioni gerarchicamente organizzato e capillare (o
tutt’al più, poi, in una tv ancora mono o bicanale), coniugata alla supremazia della stampa
cartacea quotidiana e periodica come veicolo informativo e
forse anche, almeno in parte,
formativo. In fondo, il critico
“autorevole” o vissuto come tale (penso a Lanocita al “Corriere” o a Gromo alla “Stampa”,
nel dopoguerra; come a Sacchi
a “Epoca” o a Moravia sull’”Espresso”, entrambi per decenni, e ai loro immediati successori) era quello che “consigliava
bene” il film quanto meno per
il sabato sera alle torme di
spettatori che allora prendevano -ma anche negli altri giorni...- la via dei cinema, accordando credito alle parole di “quello che se ne
intende(va)”. Non dimentichiamo che già dagli
anni Trenta fino ai Sessanta-Settanta anche le
riviste specializzate come “Cinema”, “Cinema
Nuovo” e “Filmcritica” reggevano la distribuzione in edicola, laddove oggi vi sopravvivono
a stento, con tutti i loro deliberati e forzosi limiti, solo organi volonterosi ma forzatamente “accomodanti” quali “Ciak” o “FilmTV”. Non
è del resto un caso che, con qualche eccezione
(Mereghetti al “Corriere”, Ferzetti al “Messaggero”, Valerio Caprara al “Mattino” su tutti; da
poco tempo, insperatamente, il giovane e bravissimo Morreale col gruppo De Benedetti,
come Escobar e la Martini al “Sole24ore”) le
principali testate hanno sostituito il critico
“vero” uscente con bravissimi giornalisti “generalisti”, talora poi trasformatisi in brillanti
chiosatori per lo schermo: clamorose le parabole di Reggiani e poi della Tornabuoni alla
“Stampa”, o quelle della Bignardi e più di recente della Aspesi a “Repubblica”: ma il discorso sarebbe lungo. Diciamo anche che,
nell’ultimo mezzo secolo, la “salvezza” della
cultura cinematografica è stata in qualche
modo garantita (direbbe l’ottimista) o liofilizzata se non surgelata (come ha sostenuto ad
esempio un maestro autentico quale Fofi: ma
che alternativa potrebbe esserci, Goffredo
mio?) dal sospirato ingresso massiccio degli
Goffredo Fofi
“addetti ai lavori” nel mondo accademico: il
che per la stragrande maggioranza, se hanno
avuto la costanza di resistere fino all’ottenerlo, ha significato anche la certezza della pagnotta. In fondo, d’altra parte, l’intera tradizione culturale in ogni branca dello scibile
poggia oggi ovunque sulle spalle della povera
Università, e non credo solo da noi. O -pur se
assai meno...- dalle (impronosticabili un tempo!) brillanti e ben remunerate carriere sviluppatesi nel panorama delle “direzioni artistiche”
e delle collaborazioni parziali o temporanee di
festival e rassegne, fin che corre il quattrino:
ma questo sarebbe un più spinoso e sviante discorso, perché presuppone una riflessione sul
potere, o almeno sull’illusione di detenerne.
Resa anche assai più complessa (la riflessione), partendo dal fatto che -può sembrare un
luogo comune, ma tanto ovvio quanto veritiero...- nel frattempo, a un dipresso, è letteralmente cambiato il mondo. Potrebbe essere riassunto un po’ apoditticamente con l’interrogativo
di chi si chiese: «A che tante parole quando le
orecchie sono poche?». O, se si preferisce, addirittura con un Papa d’antan: «L’uomo moderno,
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sazio di discorsi, si mostra spesso stanco di
ascoltare e, peggio ancora, immunizzato contro la parola» (era Paolo VI...). Diciamo sinteticamente che, in termini di... mercato, la domanda “sociale” di critica è nettissimamente
inferiore all’offerta. Se colpe ci sono degli interessati per la constatata e talora lamentata
“perdita di autorevolezza”, fatico un po’ a individuarle. Le sole lamentele esplicite, per ovvie
ragioni di interesse, sono quelle provenienti da
produttori/distributori/esercenti...Potrebbe
esserci persino un risvolto positivo del ridimensionamento drastico, e se ne vede già
qualche labile indizio: diminuzione dell’interesse spasmodico e immemore per il film nuovo di oggi a detrimento di quello già “superato” di ieri, per non parlare del dimenticatoio
per l’altroieri: a vantaggio di un po’ di ripresa
d’interesse per il passato prossimo e remoto,
la storia e i classici, come succede più spesso
ai critici letterari, musicali, delle arti visive
ecc. Se, come modestissima corporazioncina,
i “critici” di cinema hanno fallito, la punizione
è già inesorabile nelle cose: il vorticoso diminuire tendente all’azzeramento delle tirature
cartacee di libri e riviste (le cifre aggiornate
del più recente periodo, per chi le conosce, sono raccapriccianti oltre l’incredibile). Del coefficiente di autorevolezza della pubblicistica
on line, pur con splendide e note eccezioni,
preferirei sinceramente non occuparmi. L’umana vicenda -facendo le debite proporzioni,
per carità!- è piena di vittime della Storia: denominatore comune a tutti, in linea di massima, il non essersene assolutamente accorti. Il
non averne avuto il ben che minimo sospetto
mentre il tritacarne agiva. Ma chiederne addirittura conto autogiustificativo diretti agli interessati, con l’aria che tira, mi sembrebbe
francamente un po’ eccessivo. Personalmente
credo, nonostante tutto, che il lavoro della critica continui ad essere indispensabile in almeno due direzioni (per chi ci crede e ne ravvisa
la necessità, ovviamente). La prima, quella di
collaborare con gli autori nell’analisi delle loro
opere. A posteriori, beninteso: personalmente
neppure io ho mai creduto né alla necessità né
all’opportunità della cd. “critica programmante”, che ambiva dire agli autori a cosa avrebbero dovuto dedicarsi: tipo il classico rapporto
Guido Aristarco > Luchino Visconti tra Senso e
Il Gattopardo, ad esempio). Col passare del
tempo, l’attenzione dei registi alla critica è diminuita fino alla conclamata, questa sì programmatica, scomparsa, tranne eccezioni rare (come ad esempio fu Francesco Rosi, che
saggiamente si dichiarava grato ai suoi commentatori perché li riconosceva capaci di indicargli nei suoi film cose delle quali lui stesso
non si era reso conto realizzandoli), dell’attenzione o anche solo del rispetto riservati dagli autori ai loro critici. La recente lettera di
protesta di una persona peraltro notoriamente mite come Giuseppe Piccioni a un quotidiano, per il “trattamento” tributato al suo Questi
giorni ne è l’ultima riprova). Certo, i tempi mitici in cui Fellini e lo stesso Aristarco litigavano tutta la notte in un bar del Lido dopo la
Le fotografie della
nostra vita
Il romanzo presentato per
la prima volta in esclusiva
sul numero scorso di Diari di
Cineclub
Un numero storico di “Filmcritica” del 1953. In copertina
“La spiaggia” di Alberto Lattuada, uno dei registi italiani
più amati e studiati negli anni dalla rivista.
proiezione de La strada col risultato di togliersi il saluto vita natural durante a causa di quel
solo reciproco dissentire, sono distanti anni
luce non solo cronologici ma anche valorial-culturali (potrei confessare che li rimpiango, ma sarebbe patetico...). Del resto proprio i due numeri uno, Fellini e Visconti,
all’epoca del loro riappacificarsi reciproco e
incattivirsi insieme (quando si tributarono lodi reciproche per Satyricon e Caduta degli dei,
finivano gli anni Sessanta) inaugurarono la
voga dello sbattersene dei recensori, teorizzandola. Da parte sua Rossellini, “il maestro di
tutti noi” secondo l’altro maestro, De Sica, della critica si era sempre infischiato, come di
(quasi) tutto il resto: e a giudicare di cosa avevano scritto di quasi tutti i suoi film all’atto
dell’uscita, nel caso aveva ragione lui. La seconda, e mi sembra più attuale e interessante
a dispetto di tutto e tutti: garantire col proprio
lavoro la massima sottrazione possibile di autori, opere, poetiche (apprezzato il frasario
“datato”?) e tendenze al lavoro spietato del
Tempo, che talora sa incarnarsi in Rivalutazione e Riscoperta, ma più spesso si tramuta
definitivamente in Oblìo. E di questo anche i
Maestri, fin che ci sono stati, e anche i non, fino a oggi, avrebbero forse dovuto tenere -e
tuttora conservare- un minimo di maggior
conto. Come ha ben scritto Piero Spila nel suo
recentissimo -e prezioso- “Il cinema e qualche
film. Alfabeto critico per i nuovi spettatori”
(Falsopiano): «Non è impegno da poco, perché
significa salvare e custodire un prezioso esercizio del sapere, uno spazio per la riflessione e
l’approfondimento in un mercato sempre più
superficiale e distratto, e insieme salvaguardare un’interlocuzione con gli spettatori che,
con il cinema espresso in una miriade di nuove e insondabili forme, può continuare a essere essenziale».
Nuccio Lodato
Quando leggiamo un
romanzo elaboriamo
una sorta di film che
varia da lettore a lettore, se poi finisce davvero al cinema il giudizio
è quasi sempre: “…era
meglio il libro”. A volte
però leggiamo libri che
già sembrano film, che
Luigi Proietti
ci coinvolgono a tal
punto da farci vivere la storia. È stata questa l’esperienza dei lettori de Le fotografie della nostra
vita, romanzo scritto da Andrea Quinzi, recensito su Diari di Cineclub di novembre. Si tratta
di un giallo storico ambientato a Roma nel 1958,
in cui, tra cinema e spionaggio, rivivono le atmosfere e i personaggi della Hollywood sul Tevere. Riportiamo alcuni commenti di chi ha letto il romanzo, presentato a Roma all’Harry’s
Bar di Via Veneto, strada simbolo della dolce vita, e al Caffè Rosati di Piazza del Popolo, dove si
incontravano artisti e intellettuali; non per tesserne le lodi, ma perché siamo appassionati di
cinema e un libro, così come un film, è soprattutto un viaggio nell’immaginazione nel quale,
oltre allo stile, conta soprattutto la sensibilità:
“Detesto gli autori che, non sapendo scrivere,
non si fanno capire – ha scritto nella prefazione
il giornalista Roberto Gervaso - illusi che sia il
modo migliore per farsi leggere”.
“Il romanzo ci conduce indietro nel tempo, in una Roma
che possiamo quasi toccare con mano”, (Loredana Ascenzo)
“La descrizione di Via Veneto mi ha commosso. Ho rivissuto quelle emozioni, ricordato i volti della gente, sentito di
nuovo quelle voci”, (Carlo Balestrazzi)
“Si respira l’atmosfera della Roma fine anni ’50 senza stereotipi. Uno spaccato imperdibile per chi è romano e ancor
più per chi non lo è”, (Matteo Bruti)
“Sto leggendo il libro tutto d’un fiato… sembra di vedere un
film!”, (Lucia Fiorentino)
“Leggere Roma così è un sogno. Un regalo per ogni turista
e per ogni romano”, (Maria Labriola)
“Che bel romanzo! Lo sto leggendo e purtroppo le pagine
presto finiranno”, (Silvia Senesi)
“Dietro al libro c’è la testimonianza di un’ epoca, una rappresentazione chiara e nitida come una bella fotografia”,
(Rosanna Tripo)
“Si ha l’impressione di essere in uno di quei film in bianco
e nero degli anni ’50. Si percorrono le strade di quella
Roma, si incontrano gli attori, si corre insieme ai fotografi
sui marciapiedi di Via Veneto”, (Emanuela Zirzotti)
Luigi Proietti
Le fotografie della nostra vita è una pubblicazione indipendente, per acquistarlo scrivere a: [email protected]
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n.
45
25 Novembre. “Non una di meno”. Giornata contro la violenza sulle donne. Cinema e psicoanalisi
Il segreto dei suoi occhi (El secreto de sus ojos)
Ot tobre 2016; Argentina, Lucia Perez, 16
anni, è stata rapita,
drogata e violentata
(altri particolari voglio ometterli perché
le parole a volte possono risultare più pesanti della sostanza)
nella città costiera di
Massimo Esposito
Mar del Plata. Dopo
aver abusato sessualmente fino alla sua morte, gli assassini hanno lavato il suo corpo e
cambiato i vestiti. E‘ stata portata in un ospedale e hanno detto che la ragazza era svenuta
per una overdose. Forse in omicidi del genere
non esiste nessun movente, solo un impulso
incontrollabile a fare del male e un delirio
sconfinato. Parlare di violenza, di questi tempi, è scontato e si rischia di banalizzare “la banalità del male”. Con molta onestà è un tema
che spiazza, almeno all’inizio. Mi chiedo - cosa si può dire su questo tema? Giornalmente
le notizie si sovrappongono continuamente
attraverso programmi televisivi pomeridiani
e giornali quasi tutti sottoprodotti di vecchie
riviste dagli anni ‘70 in poi (Cronaca Vera). La
narrazione dei fatti di cronaca trasforma ogni
evento delittuoso in un romanzo criminale.
Crea un’economia della “cronaca nera” e modifica la percezione collettiva della realtà. Tuttavia, può essere utile abbandonare temporaneamente uno sguardo “comune” a favore di
una nuova consapevolezza, con riflessioni e
reazioni utili a comprendere la catena dell’aggressività e della violenza. Il film, Il segreto dei
suoi occhi (El secreto de sus ojos), del 2009 diretto da Juan Josè Campanella, dà l’avvio ideale per trattare il tema della violenza sulle donne. La trama; 1999, Argentina, è raccontata
tramite flashback per la scrittura di un romanzo. Benjamín Esposito un impiegato del
tribunale, è ossessionato da un caso giudiziario di una donna violentata e uccisa nel 1974,
lasciando un marito devastato e un assassino
in libertà. Venticinque anni dopo Benjamín
decide di colmare questo vuoto ritornando
sulle tracce del caso. Il suo percorso riporterà
alla luce un amore corrisposto e mai consumato, sensi di colpa pesanti come macigni e
svelerà lentamente la vendetta messa in atto
dal marito della vittima, intrappolato da anni
in una gabbia di dolore senza via d’uscita. Alcune parole chiave del film: occhi (inteso come sguardo), ricordi (come sguardo al passato, ricostruzione), romanzo (come narrazione
del vissuto), violenza impunita (molti richiami e segni legati ai momenti terribili della storia argentina; la dittatura militare tra la fine
degli anni settanta e l’inizio degli ottanta). La
trama è un thriller dalle implicazioni giudiziarie ma è anche una storia sentimentale su
un amore difficile ma comune. Il romanzo che
cerca di scrivere Benjamin da pensionato racchiude l’ansia del vissuto e la fine di una storia
38
non ancora chiusa in attesa di essere raccontata. I personaggi vengono “legati” dalla scrittura e dalle immagini dei ricordi. I flashback
raccontano quello che è già scritto nel romanzo – per cui i ricordi dipendono dalla scrittura; nello sviluppo della storia il rapporto si ribalta lasciando alle immagini cinematografiche
lo sviluppo del racconto e l’evoluzione dei personaggi. L’intuizione di fondo della trama è il
rapporto tra vittima, stupratore e testimoni,
dove per testimoni va inteso il gruppo di persone che indaga sul caso (Benjamín) che, con
il pretesto del romanzo mantiene viva la memoria di un crimine irrisolto in attesa di giustizia. Ma voglio tornare al tema della violenza
nel tentativo di mettere a fuoco l’ambivalenza
del termine. La ricercatrice F. De Zulueta, tiene lezioni in Inghilterra e all’estero sulle origini della violenza. Nel corso della sua vita si è
specializzata nello studio del trauma psicologico come disordine dell’attaccamento. “[..]
all’inizio della vita l’essere nutriti equivale all’essere amati, il bisogno biologico legato all’alimenta-
zione è presente insieme a un altro bisogno, anch’esso fondamentale, quello di essere amati, […]
voluti, accettati per quello che si è. Vale per gli esseri umani e, più in generale, per tutti i mammiferi
[…]Felicity De Zulueta. Per la misteriosa algebra
che lega i sentimenti, le esperienze e le azioni
umane spesso il violento è a sua volta una vittima. “La violenza deve essere riconosciuta tale non
soltanto dalle vittime, ma anche da coloro che ne sono testimoni e soprattutto dai perpetratori, che
spesso sono carenti proprio in questo”[...] Felicity
De Zulueta. C’è una breve scena nel film in cui un
giudice dichiara di sapere dello stupratore e di averlo liberato dopo l’arresto perché “si è distinto nello
spiare i guerriglieri in carcere e nel fare la
spia” aggiunge anche che è al servizio della
polizia politica e che se dovessero prendere
solo quelli “buoni” non arriverebbero da nessuna parte. Inoltre l’omicidio commesso da
Gomes viene definita una sua “questione personale”. Ecco, qui diviene chiara la responsabilità della violenza e della condivisione dei
“testimoni”. […] La violenza è quindi essenzialmente umana, e riguarda il significato che diamo
ad una forma di comportamento distruttivo che solitamente si manifesta tra le persone. Può anche essere un attacco a se stessi. Ma, qualsiasi forma assuma, il fatto che gli esseri umani commettano atti
violenti suggerisce che nell’atto stesso ci sia un soggetto pensante che fa qualcosa ad un altro, il quale,
dal punto di vista dell’osservatore, sarebbe definito
come ‘umano’, si tratti di un bambino, come nel caso di abuso sui bambini, di una donna, nel caso di
stupro, o di un uomo nella morsa della tortura. Generalmente noi attribuiamo alle vittime le stesse
nostre capacità di pensare e sentire; le consideriamo
perciò esseri umani […]; Felicity De Zulueta. Se il
carnefice (e suoi testimoni) non è in grado di
“sentire” il dolore dell’altro, non può uscire
dalla spirale di odio e violenza. Occorrerebbe
concentrarsi sul problema della prevenzione
oltre alla repressione dei crimini sessuali. E’
importante occuparsi delle vittime ma anche
degli autori dei crimini e della loro relazione
criminale, perché finché il criminale sarà in
un rapporto “armonico” con il comportamento sessuale violento, continuerà a disumanizzare la vittima credendo che non c’è niente di
male in quello che fa. E per essere più chiaro
voglio pensare che il “male” non richiede una
soluzione dello stesso sintomo, ma una risposta di “cura” e “guarigione”. Una sorta di “giustizia restitutiva” che a differenza della giustizia penale o retributiva (buoni/cattivi) si
indirizzi alla guarigione delle situazioni: passare dall’indifferenza (dei testimoni) alla corresponsabilità della violenza alla non violenza. […] Il cardine dello studio della violenza è
quindi la comprensione di come gli esseri umani
sviluppino la percezione di se stessi e dell’altro, e di
cosa sentano riguardo a se stessi e all’altro: nel comportamento distruttivo umano sono implicati sia i
sentimenti sia la conoscenza” [Felicity De Zulueta].
Il film si chiude con la visita di Benjamín, che dopo
venticinque anni ha deciso di dichiarare il suo amore, alla cancelliere Irene. Con la chiusura della porta del suo studio (e della cinepresa) finalmente riusciranno a parlare del loro amore. Noi che in vece
viviamo in una realtà ammaccata la porta della conoscenza dobbiamo tenerla sempre aperta. Secondo l’OMS, la paura diincorrere nelpregiudizio
legato a una malattia mentale induce molti
che ne soffrono a non curarsi. Questo è il principale problema messo a fuoco dal pregiudizio. Una parte importante del lavoro svolto
dall’associazione“Amici della Mente Onlus” è
dedicata ad incontri sul tema “Perché e come
amare i bambini”, attività realizzata nell’ambito della prevenzione secondaria della salute
mentale per migliorare la competenza accuditiva e relazionale della coppia sullo sviluppo
psicologico del bambino
Massimo Esposito
Il Cinema per la Mente - Il segreto dei suoi oc­
chi (di J.J. Campanella)
https://youtu.be/6nnnQS5-kZ4
Bibliografia di riferimento: “L’aggressività” K. Lorenz;
“Dal dolore alla violenza, le origini traumatiche della distruttività” Felicity De Zulueta, Raffaello Cortina.
Filmografia di riferimento: “Un borghese piccolo piccolo”;
“Il segreto dei suoi occhi”; “Ora parliamo di Kevin”.
[email protected]
La dama e il cavaliere: dalla matita al mouse
“Il sogno”, scriveva
Proust ne La prigioniera, quinto libro della
sua Recherche, “sembra
fatto della più grossolana materia della vita.
Ma questa materia vi è
lavorata, manipolata
Lucia Bruni
in tal modo, grazie al
fatto che nessuno dei limiti orari propri della veglia impedisce di assottigliarla sino ad altezze
simili, che non la riconosciamo più […] Il fatto
che il mondo del sogno non è il mondo della veglia, non implica che quest’ultimo sia meno vero
del primo”. E nel cinema, cos’è che maggiormente rassomiglia al sogno-realtà, se non proprio i cartoni animati? Vorrei qui giungere al
termine di questa serie di articoli sull’argomento (ma quanto rimane ancora fuori!) con
alcune riflessioni al riguardo addentrandomi
nell’oggi di questo universo di fantasia che riesce a coniugare reale e immaginario in un
costante vortice di emozioni. Fin dalle lontane esperienze di fine Ottocento quando il disegno iniziava a camminare, parlare, a raccontare una storia, l’animazione ha solcato i
mari del pianeta cinema assumendo le più
svariate forme d’arte e regalandoci degli autentici capolavori. Una particolarità che fino
dagli esordi ha sollecitato gli appassionati di
questo strumento cinematografico, è stata
quella di manipolare il mezzo espressivo affiancando al “cartone”, un personaggio vero e
proprio, quasi per voler ridurre, fino a rendere invisibile, la linea fra sogno e realtà. Pensiamo ai fratelli Max e Dave Fleischer, che già nel
1921 con il corto Out of Inkwell (Fuori dal Calamaio) facevano uscire i personaggi animati
direttamente dal calamaio dell’artista facendo un tutt’uno fra autore e disegno creato; oppure Walter Lantz, sempre a metà degli anni
Venti, con il suo Dinky Doodle (Scarabocchio
grazioso), dove il personaggio umano è lo
stesso Lantz che riveste con entusiasmo la figura dell’attore, e interagisce con il personaggio inventato inscenando un dialogo. Ma la
pennellata di storia che diamo a questo mezzo
espressivo nel cinema, si tinge di magia con
Walt Disney che guadagna in pieno la scena
(senza nulla togliere al genio dei suoi predecessori) con il suo film I tre Caballeros del 1945
- con Paperino come protagonista -, a cui andò il merito di aver creato per primo il film
d’animazione che mette sullo schermo personaggi reali con quelli disegnati. Una delle scene più note è quella in cui Paperino scherza su
una spiaggia con delle bagnanti in carne e ossa, vale a dire, le attrici Carmen Miranda, Dora Luz, Aurora Molina. Con un salto di decenni,
nel 1988, sempre a firma Disney, la tematica
dell’incontro fra disegno animato e attori veri, viene riproposto con il celebre film a tecnica mista “Chi ha incastrato Roger Rabbit?” diretto da Robert Zemeckis, dove i cartoni
vivono e si muovono nel mondo degli umani
come se fossero anche loro abitanti della terra.
Una per tutte la battuta: “Chi si vede, Valiant!”,
pronunciata dai proiettili di una pistola conservati in una scatola aperta dopo anni dall’attore Bob Hoskins: un ironico motteggio fra le
pallottole e il poliziotto, messo davanti al proprio carattere poco incline all’uso delle armi.
Non possiamo passare sotto silenzio il capolavoro “Mary Poppins” (dal libro di Pamela Lyndon Travers) del 1964 diretto da Robert Stevenson (chiaro il messaggio per bambini ma
anche per adulti) e l’altro, sempre diretto da
Stevenson, “Pomi d’ottone e manici di scopa”
(1971), un film a tecnica combinata di animazione e live action, dove anche qui, il messaggio per grandi e piccini, passa attraverso la
morbida mediazione della favola con il supporto indispensabile di musica e testi. Questo
solo per parlare dei più conosciuti. Ma via via
che gli strumenti di lavoro vanno raffinandosi, il film di animazione volge lo sguardo anche e soprattutto al mondo degli adulti. Tim
Burton, regista, sceneggiatore statunitense è
ideatore e produttore del film del 1993 The Nightmare Before Christmas (Incubo prima di Natale); diretto da Henry Selick, è realizzato in
stop-motion, cioè usando dei pupazzi mossi a
mano di fotogramma in fotogramma. Già nel
1982, lo stesso Burton aveva diretto Vincent, un
cortometraggio horror a passo uno, e nel 2005
Jack e Sally sul cavallo in “The Nightmare Before
Christmas”
ripeterà l’esperienza dell’animazione con
Corpse Bride (La sposa cadavere), liberamente
ispirato a una storia folkloristica ebrea e candidato all’Oscar come miglior film d’animazione. Un altro regista, sceneggiatore e produttore sempre statunitense che si cimenta
con successo nell’universo dei cartoons è Steven Spielberg. Già nel 1993 con Jurassic Park
l’uso di “soggetti animatronici”, anche se non
prodotto di animazione, risultò efficace
nell’interazione con i soggetti reali e per realizzare effetti speciali; sempre unendo attori
veri con cartoni animati nel 1995 uscirà “Casper”, diretto da Brad Silberling e nel 1996
“Balto” per la regia di Simon Wells. Ma qui restiamo comunque nell’ambito di film per
bambini, anche se i contenuti lasciano la porta aperta alla riflessione dei più grandi. Al
proposito, mi riferisco, per citare uno dei più
noti, alla serie animata Star Wars: The Clone
Wars, un film del 2008, diretto dal regista e
sceneggiatore americano Dave Filoni, che fa
parte dell’universo narrativo della serie di
“Guerre stellari”. Il tutto di ispirazione statunitense, dalla saga cinematografica colossal
creata dal regista George Lucas. Qui da noi,
sempre per citarne alcuni, troviamo Pierre
Coffin, regista francese, conosciuto soprattutto per aver diretto assieme a Chris Renaud,
regista e produttore sempre americano, i film
“Cattivissimo me” (2010) e “Cattivissimo me
2” (2013), storia di Gru, un “umano” (dai disegni poco eleganti e un po’ freddi) aspirante
supercattivo. Recentissimo e con le stesse caratteristiche troviamo “Minions”, film d’animazione, ancora diretto da Pierre Coffin assieme al regista d’oltreoceano Kyle Balda, uno
spin-off/prequel dei citati “Cattivissimi”, in particolare la storia di
Bob, Stuart, Kevin
alla ricerca di un cattivo da servire nella
Londra anni ‘60. In
Gru (a destra) assieme a Tim terra nostrana, fra
gli altri, ecco “Aida
e Larry
degli alberi”, un
film del 2001 tutto italiano, diretto dal disegnatore e regista Guido Manuli, terzo lungometraggio prodotto dallo studio Lanterna
Magica in collaborazione con quello fiorentino Stranemani International, e una trama, altrettanto italiana, liberamente tratta dall’opera lirica “Aida” di Ghislanzoni e musicata da
Verdi. Ed è ancora di produzione nostrana il
film del 2007 “Winx Club - Il segreto del regno
perduto” diretto da Iginio Straffi, creatore e
regista di alcune animazioni per la Rai. Il cartone, dunque continua il suo lungo cammino
e non cessa di affascinare, tanto che molti
film, a partire dagli anni Ottanta, hanno adottato il ritmo tipico del cartoon per ottenere taluni effetti speciali. Fa scuola la serie con Indiana Jones. Le nuove tecniche che hanno
sostituito alla penna il computer, la tavoletta
grafica, lo scanner e altri strumenti, nel campo dei quali sarebbe lungo e complesso addentrarsi, offrono sempre più l’opportunità di
mostrare la perfezione dei soggetti trattati e
le tematiche, che strizzano ancora una volta
l’occhio agli adulti, tentano di emulare la favola tradizionale che faceva volare la fantasia,
rendeva tutto possibile e ci portava nel mondo
dei sogni (quelli di Proust), rendendo talvolta
più lieve qualche amarezza del quotidiano.
Ma, ci riescono? E’ una domanda che mi sono
posta e che lancio al lettore affinché vada a cercare nelle sequenze degli odierni cartoni, specie
quelli di produzione statunitense (“Trolls”,
“Pets- vita da animali”, “Kubo e la spada magica”, “Alla ricerca di Dory”, “Sausage party-vita
segreta di una salsiccia” e altri), quelle risposte
agli infiniti stimoli del nostro presente, che ci
appare tanto ricco di opportunità sempre più
ampie, ma che spesso risulta asfittico di fantasia e povero di virtù.
Lucia Bruni
39
n.
45
Piccole sale – il Cinema Teatro Concordia di Marsciano
Tanti anni fa, in tv, in su questo argomento. Tante iniziauna di quelle tv priva- tive, tanta buona volontà, ed anche
te che nascevano fra un pubblico che risponde numerogli anni ’70 e ’80, mi so alle proposte. Eppure...eppure si
capitò di vedere un debbono affrontare quotidianafilm, uno di quelli che mente tante difficoltà per poter far
mi ha fatto capire l’in- funzionare al meglio la sala. Percredibile potenza delle ché tante difficoltà? Vi chiederete.
immagini su uno scher- E me lo chiedevo anch’io, e la rispomo. Qualche tempo fa, sta mi è arrivata. Mi spiega Romolo
Fabio De Angelis
leggo che la cineteca di che le distribuzioni cinematografiBologna ha restaurato quel film e che questo ver- che spesso impongono i film da
rà presentato in molti cinema italiani. Beh, non proiettare, impedendo ai gestori di
sono più a Roma, chissà se quì in provincia qual- scegliere la pellicola da proiettare
cuno si interessa a film di questo tipo? Indago un in base alle aspettative del territo- L’interno della sala
po’ e scopro che il film verrà proiettato in molte rio e compromettendo l’identità
sale, a Perugia, a Todi, a Città di Castello e...e della sala stessa, poi, una volta concesso un un cartone per ragazzi è lo stesso, così che allo
anche a Marsciano, al Cinema Teatro
spettacolo delle 10:30, nessuno in sala, anConcordia. Il cinema di Marsciano: ne
che nei primi tre giorni! Di solito poi ai
avevo già letto; tante iniziative, l’arena
piccoli, tendenzialmente non vengono
d’estate, gli incontri con l’autore, rassedati film importanti e viene comunque
gne, insomma, interessante. Il 3 novempreteso un incasso garantito, che se non
bre siamo andati a vedere quel film: Freviene raggiunto, penalizzerà in seguito
aks, quello restaurato. Sala accogliente,
la sala con restrizioni maggiori. Dei due
audio ottimo, facciata del 1873. Insompiù importanti distributori, sembra che
ma: un abbraccio fatto di poltrona, culla Medusa favorisca maggiormente i pictura, storia ed ottime selezioni. Un po’ la
coli esercenti, mentre la Rai li penalizza
curiosità della scelta, un po’ le cose lette
moltissimo, a favore delle grandi multiin passato su questo cinema, mi portano
sala. La mappa dei distributori e delle
a fare due chiacchiere con Romolo Abbaagenzie divide il territorio con delimitati, il responsabile dell’organizzazione
zioni che non ripercorrono i confini reche lo gestisce. E scopro cose inaspettagionali, cosicché, nella stessa regione si
te. Le iniziative sono tantissime: dal geritrovano sale con regole e metodi divermellaggio con il cinema Zenit di Perugia
si. Questo rende difficile la coordinazioalla collaborazione con il GAL Media
ne di più sale regionali e la auspicabile
Valle del Tevere per proiezioni in luoghi
riunione in un consorzio, che offrirebbe
poco conosciuti dell’Umbria, quest’anno
ai piccoli una maggiore capacità conpresso l’Abbazia di Santa Maria di Valditrattuale verso i distributori. Al termine
ponte a Montelabate con il film Viaggio
della chiacchierata traggo le mie conclusola, presentato dallo sceneggiatore del
sioni: il pubblico interessato (e pagante)
film. La collaborazione con l’associazioc’è, esercenti con molte idee ed iniziative
ne Sequenze e frequenze di Marsciano, che La facciata del cinema teatro Concordia di Marsciano
ci sono, la volontà di proporre nuove fororganizza proiezioni durante l’anno e
me di fruizione della settima arte c’è,
appuntamenti settimanali con il film
giovani interessati a partecipare attivad’autore e d’estate nell’ arena limitrofa.
mente ad iniziative di promozione ci soL’estate scorsa si sono potuti vedere: Era
no… Insomma: perché le case di distrid’estate, film che racconta il rapporto di
buzione impongono regole plasmate
amicizia e di collaborazione tra Giovansulle dinamiche delle multisala anche ai
ni Falcone e Paolo Borsellino; Cristian e
cinema monosala? Perché sono così
Palletta contro tutti, del regista italiano
miopi da non capire che da questo baciAntonio Manzini; Microbo & Gasolina, del
no di utenza, diverso dalla massa che si
regista Micheal Gondry (Se mi lasci ti canmuove solo per i film d’azione o i cinepacello). Insomma un buon livello per una
nettoni, si può trarre vantaggio? Perché
cittadina di provincia, no?! E non finisce
non elaborare metodi e strategia di diqui, passa per il cinema Concordia anche
stribuzione adatti alle diverse realtà?
il David Giovani, che porterà a selezionaMoltissime piccole sale sono ormai
re la giuria di ragazzi per il Leoncino
chiuse. E molte, se le cose non cambiad’Oro a Venezia. Il regista, scrittore e Al centro Romolo Abbati in compagnia di Sergio Rubini ed Emilio no, chiuderanno. Il Concordia di Marsceneggiatore Ivan Cotroneo è stato Solfrizzi
sciano, come le altre piccole sale
spesso ospite al cinema Concordia, ultidell’Umbria (come nel resto d’Italia),
mamente con il progetto Un bacio experience film, questo deve essere obbligatoriamente servono piccoli territori, facilmente raggiunche, attraverso il suo film Un bacio, tratto mantenuto per 10 – 15 giorni. Per un Comune gibili da una utenza locale. Da dove sono io,
dall’omonimo romanzo del 2010, affronta il di 19.000 abitanti, tre giorni per un film sono Todi, la prima multisala più vicina la trovo a
tema del bullismo e della diversità nell’età già troppi, finito il pubblico, per dodici giorni 50 chilometri.
adolescenziale ed ha proposto, attraverso de- ci si ritrova con la sala vuota. Le imposizioni
gli incontri con le scuole del territorio, una serie non finiscono qui: non possono essere proietFabio De Angelis
di attività per sensibilizzare il pubblico giovanile tati altri film nel frattempo, e se la pellicola è www.cineconcordia.it/wordpress/
40
[email protected]
Impegno e profitto nello studio
Il profitto, la grande bestemmia della scuola-azienda
Il mito della buona volontà
Non parliamo poi di
quel lessico impreciso
al limite dell’insignificanza che alimenta i
colloqui fra genitori e
professori, costruito
con espressioni: Dovrebbe metterci più buona volontà, Dovrebbe
impegnarsi di più, È
sempre disattento, Lega
Antonio Loru
poco in classe, in cui c’è
un precipitato di genericità e forse di ignoranza propria di chi non sa che la volontà non
esiste al di fuori dell’interesse, che l’interesse
non esiste separato da un legame emotivo,
che il legame emotivo non si costruisce quando il rapporto tra professore e studente è un
rapporto di reciproca diffidenza, se non di assoluta incomprensione che scatta non appena
la psicologia dello studente esce dagli schemi
della psicologia del professore.
L’educazione del cuore.
Se non si dà apprendimento senza gratificazione emotiva, l’incuria dell’emotività, o la
sua cura a livelli così sbrigativi da essere controproducenti, è il massimo rischio che oggi
uno studente, andando a scuola, corre. E non
è un rischio da poco perché, se è vero che la
scuola è l’esperienza più alta in cui si offrono i
modelli di secoli di cultura, se questi modelli
restano contenuti nella mente senza diventare spunti formativi del cuore, il cuore comincerà a vagare senza orizzonte in quel nulla inquieto e depresso che neppure il baccano della
musica giovanile riesce a mascherare. Quando parlo di cuore parlo di ciò che nell’età evolutiva dischiude alla vita, con quella forza disordinata e propulsiva senza la quale difficilmente
gli adolescenti troveranno il coraggio di proseguire l’impresa. Il sapere trasmesso a scuola
non deve comprimere questa forza, ma porsi
al suo servizio per consentirle un’espressione
più articolata in termini di scenari, progetti,
investimenti, interessi. Il fine resta la vita, e il
sapere lo strumento per meglio esprimerla.
Laddove invece il sapere diventa lo scopo e il
profitto il metro per misuralo qualunque siano le condizioni d’esistenza in cui la vita è riuscita a esprimersi, la scuola fallisce perché livella, quando non mortifica, soggettività
nascenti in nome di un presunto sapere oggettivo
che serve a dare identità più ai professori che agli
studenti in affannosa ricerca. (Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Serie Bianca Feltrinelli, MI, 2007, Pgg. 36/37, 38/39)
Ma la livella, ‘A livella, come ha insegnato Totò,
non solo mortifica è, la morte, carissimo e stimatissimo professor Galimberti. Cominciamo dai nomi. Scuola, dal latino schola, che deriva dal greco scholeion, che significa tempo
libero, riposo, l’otium dei latini, uso libero e piacevole del proprio tempo, delle proprie energie,
luogo dove esprimere la propria creatività,
dove scoprire, la propria creatività, cosa voler
fare da grandi, dove farsi le ossa robuste, non
farsele spaccare, per poi arrivare inabili al
mondo del lavoro, il mondo dei grandi, dove si
fanno le cose che contano. È meno importante di quanto possa apparire a prima vista che
la scuola si chiami pubblica o privata, (non
che sia pubblica invece che privata, si badi bene,
essere pubblica invece che privata, è davvero
importante), ma l’essere balugina nelle parole, si manifesta, sorge alla vista dalle parole.
Allora smettiamola di chiamare quel periodo
della nostra vita, compreso tra zero e quattordici anni, dove si compie il nostro futuro, anche se non lo sappiamo ancora, scuola dell’obbligo! Chiamiamola scuola del piacere!!
Piacere e bellezza, piacere della bellezza, bellezza del piacere, piacere e bellezza del sapere,
sapere ciò che è bello e che ci piace. Questo è
quanto, impropriamente chiamiamo studiare, ma oramai il termine è talmente carico del
rancore di generazioni di giovani che sono invecchiate nel livore della scuola-fabbrica
dell’Ottocento, della scuola-azienda del Novecento, dell’attuale scuola-call center, che dobbiamo trovare un’alternativa per non continuare a spaventare i bambini, se vogliamo
davvero realizzare due cose molto semplici:
bambini e giovani felici oggi, adulti attivi,
competenti e saggi domani. Niente di più, ma
cominciamo a chiedere, a pretendere, niente
di meno. E a dire basta con la scuola delle prestazioni, delle ansie che le precedono, le accompagnano, del senso di disfatta che tante
volte ne segue. Basta con questo pantano dove
giorno dopo giorno scivoliamo dentro, sempre più a fondo nella melma dell’abitudine, in
attesa del suono della campana, in un grottesco Io speriamo che me la cavo di D’Orta- Wertmüller-Villaggio, (mancano solo i 4+4 di Nora
Orlandi e potremmo essere in una vecchia
edizione del Festivàl di Sanremo), corrispondente delle lancette d’orologio che segnano le
cinque della sera per gli impiegati Fantozzi, Filini, Calboni, la femme fatale signorina Silvani, la
conquista dell’uscita, nella gara verso la libertà. Oggi la scuola italiana, (delle altre non so)
sembra una fabbrica di imitatori di serie b:
adolescenti già devastati dal consumismo che
scimmiottano studenti, giovani catapultati a
insegnare dove capita capita, forse per avere
qualcuno a cui ricordare, nel momento della
convocazione alle urne, che sono stati immessi in ruolo a tempo indeterminato per tre anni? Cioè a tempo indeterminato per un determinatissimo numero d’anni??!!?!! Ex
insegnanti, un tempo chiamati presidi, che si
ritrovano in posizione manageriale, con tutti
i cambiamenti che comporta, in quanto a trattamento economico, contributivo, suppongo
avanzamento di carriera, e domani trattamento
pensionistico, quando per le altre componenti
professionali scolastiche, dagli ausiliari a vario titolo e mansione, per brevità ATA, ai docenti, manca poco ai 10 (dico dieci!) anni, senza rinnovo di contratto!! Ormai in Italia,
come nel Ventennio finanche l’ultimo degli impiegati del catasto porgeva alla vista sempre e
comunque la parte della mascella volitiva, a
imitazione del DuceDacciLaLuce in pubblico e
in privato, costringendosi per mantener la
posa a spompate quotidiane mostruose, così
oggi, anche qualche piccolissimo burocrate,
posto al timone di comando del servizio pubblico di base, dall’ultimo sparafundu de su
corru de sa furca fino alle metropoli, tale e
quale Pippo Pippononlosà di fascista memoria, cammina a mezz’aria, passo Mr. Beanrenziano, camicia arrotolata quasi al gomito con
l’aria di chi costantemente domanda ai presenti in carne e in catodo o in rete: mi vedete,
come sono bello trionfante? Abbiamo cominciato e proseguito con le parole, terminiamo
con le immagini, immagini che mettono nella
forma popolare del cinema la vita e l’opera di
Albino Bernardini, raccontata dallo stesso
maestro, originario di Siniscola (NU), nello
straordinario romanzo-diario, Un anno a Pietralata, da cui un altro grande, il regista Vitto-
“Un anno a Pietralata” di Albino Bernardini dove
narra delle sue vicissitudini alle prese con una classe
impegnativa in un quartiere periferico di Roma. Da
questo libro verrà tratto lo sceneggiato televisivo
“Diario di un maestro” del 1972, diretto da Vittorio De
Seta e trasmesso dalla RAI nel 1973, in quattro puntate
rio De Seta, ha tratto nel 1972 lo sceneggiato
televisivo, Il diario di un maestro, mandato in
onda dalla RAI nel 1973. Sceneggiato televisivo, meravigliosa forma di racconto popolare
segue a pag. successiva
41
n.
45
Eroine al cinema: Giovanna d’Arco
segue da pag. precedente
che dagli anni Sessanta fino agli Ottanta ha
saputo portare la cultura cosiddetta alta nelle
Eroine di oggi e di ie- passione: poche eroine come questa eccitano
case degli operai, dei contadini, dei pastori,
ri. Ma sempre eroine. al lavoro quegli autori drammatici che condegli impiegati, dei pensionati italiani; niente
Non sorprende come fondono la commozione col sentimento, il lia che vedere con lo schifo delle attuali fiction.
il cinema abbia esal- rismo con la poesia. L’avventura terrena della
Albino Bernardini, Vittorio de Seta, le scuole
tato, anche se meno Pulzella è un tema che dà la certezza del sucdel Secondo Dopoguerra nelle più povere borfrequentemente delle cesso, con una tragedia già annunciata, che
gate popolari romane, ma non solo romane,
figure maschili, per- non aspetta che le parole definitive dell’”artinei casali di campagna toscani, ma non solo
sonaggi muliebri, fa- sta”. E le parole vengono, tremolanti, rivelatritoscani, dimostrano che si può fare scuola anmosi o meno celebri, ci, allusive. Da quando Carl Dreyer sulla Passioche in vecchi edifici sgarrupati, (nel terzo e
per parlare delle loro ne della santa fece un film - indimenticabile
quarto mondo, si danno casi di ottima scuola Michela Manente
doti - artistiche, mo- per la bellezza e la sobrietà delle sue immagini
anche all’aperto). Ma certo è giusto preoccu- rali o di altra natura. Una figura mai dimenti- –altre pellicole sono immancabilmente seguite.
cata, su cui più volte i registi sono tornati, è La seconda ragione è che la vicenda della raquella di Giovanna d’Arco. La pulzella d’Orle- gazza lorenese, vera o non vera che sia come
ans è stata oggetto di svariate opere artistiche, sostiene la tesi dissidente (la ragazza non
da romanzi a libri in versi, da opere teatrali e morì sul rogo), ci è stata tramandata dalla stodrammi lirici – molto conosciuto
quello musicato da Verdi - a quadri d’autore, da fumetti a videogiochi. Ogni artista ha riproposto
la sua idea dell’eroina francese,
citando, riprendendo, reinventando l’immagine della Santa fornita dalla tradizione popolare per
poi sommare la propria personale
Bruno Cirino in una scena di “Diario di un maestro”, è
idea. Primo, per numero di citaun’opera di alto contenuto pedagogico e politico,
zioni, il cinema si è davvero scateparci che nelle scuole i pavimenti non sprofon- nato nel rinverdire il mito della
dino, che i soffitti e i muri non caschino addos- Santa con la spada in mano. La
so alle persone. Ma a proposito di scuole Giovanna cinematografica vanta
nuove, riparate o rifatte di recente che cadono più di cento versioni, tra le quali
a pezzi: i presidi, o DS, come l’oggi ama chia- non mancano nemmeno opere
marli: quanti, prima, hanno denunciato, il pe- più lunghe, come il film a due
Renée Falconetti in “La passione di Giovanna d’Arco” di Carl Theodor
ricolo che, …? Quanti, hanno segnalato, la pre- puntate di Jacques Rivette del
Dreyer, 1928, Muto, Francia
occupazione che, …? Il sospetto che, in quei 1994, fluviale pellicola di cinque
casi i lavori siano stati fatti troppo in fretta, ore e mezzo divisa in due episodi.
senza la dovuta attenzione? Questi casi in Ita- I meno giovani ricorderanno la
lia sono all’ordine del giorno ma, o io sono par- versione muta di Carl Theodor
ticolarmente distratto, e certamente può esse- Dreyer del 1928, con l’interpretare, non mi sembra di ricordare che i giornalisti zione mistica e dolente di Renée
inviati sul posto, o negli articoli di stampa, nei Falconetti, i più giovani quella di
servizi, si chieda ai Dirigenti se hanno segna- Bresson (vincitore del premio
lato il possibile pericolo, e come, quando, e a della giuria al 15° festival di Canchi? E, nel caso di segnalazioni precedenti i nes), dove la bella Milla Jovovich
fatti, quasi sempre riportati con clamore dai dà il volto ad una Giovanna somedia, hanno avuto o no, dalle competenti au- stanzialmente più folle che santa,
torità, risposta, e che risposta?
e i più cinefili quella di Rossellini,
Antonio Loru la trasposizione cinematografica
dell’oratorio scritto da Paul Claudel e musicato da Arthur Honegger, di cui Rossellini aveva già curato la regia teatrale. In questo Ingrid Bergman in “Giovanna d’Arco al rogo” di Roberto Rossellini,
caso Giovanna è Ingrid Bergman 1954
nella sua interpretazione “ter”:
una prima volta a Broadway, nel 1946, su un ria ufficiale che ha provveduto a renderne
testo di Maxwell Anderson, una seconda volta un’icona, con un ultimo atto importante: la
nel 1948, in un film di Victor Fleming, il regi- canonizzazione a San Pietro. Consacrata dalla
sta di “Via col vento”, che aveva ingabbiato letteratura, dal teatro, dalla Chiesa, la figura
l’attrice in una severa armatura medievale pri- di Giovanna d’Arco nel cinema, invece, è colta
ma di avviarla al rogo. La stessa Bergam disse: quasi sempre nel momento più estremo e
“Non avrei mai accettato d’interpretare que- drammatico della sua breve vita, quello del
sto film, se avessi allora conosciuto la Giovan- processo che la condannò a morte: come per
na d’Arco di Dreyer”. Perché piace tanto al ci- dire che Giovanna è “Santa” perché martire e
nema la Pulzella? Tra i soggetti “indecenti” funziona sul grande schermo nel manifestare
come la Morte e la Vergine, Paul Valéry mette- la sua drammatica sofferenza.
va anche Giovanna d’Arco. Come prima risposta proponiamo, dunque, l’universalità della sua
Michela Manente
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[email protected]
E Digital fu
Vale sempre la pena
sottolineare la distorsione che contraddistingue da anni il mercato cinematografico
italiano, il perverso
rapporto che si è creaAlberto Castellano
to tra esercizio e distribuzione, tra cinema tradizionali e multisale e diffusione di tanti film nell’arco di un
anno che il circuito non riesce ad assorbire
penalizzando di fatto numerosi titoli d’autore, difficili, di cinematografie “minori” che
pure sulla carta arrivano in Italia grazie all’encomiabile lavoro di piccole società distributive che si sono affermate negli ultimi anni. La
Nexo Digital spinge a (ri)aprire indirettamente la questione. Lo spazio che si è ritagliata e il
fondamentale ruolo culturale che oggi svolge
vanno sottolineati a maggior ragione in un
contesto come quello italiano che oggi sta
scontando (in termini di incassi complessivi
ma non solo) gli effetti di una politica culturale istituzionale e privata che nel settore cinematografico ha fatto prevalere una logica
commerciale dissennata e approssimativa filomajors e filoblockbuster spesso però smentita dai risultati al box office (vedi gli incassi
deludenti di tanti prodotti di genere una volta
commerciali e oggi diventati di nicchia e la
sproporzione delle copie per il lancio sul territorio nazionale di un atteso film americano
con l’occupazione di tante sale che si riducono
dopo il flop della prima settimana di programmazione). La Nexo Digital è una società
di produzione e distribuzione di contenuti alternativi (i cosiddetti Extra) per il cinema in
alta definizione 2K ed è stata fondata nel 2009
a Milano dove ha sede da Franco Di Sarro. Ha
sviluppato un network di distribuzione di
contenuti in collaborazione con Eutelsat. Nel
2011 grazie all’evento Ligabue Day, stabilisce il
record per un evento in diretta via satellite in
unico paese all’interno dei confini europei
con 109 sale collegate e nel 2014 la società sviluppa i suoi canali internazionali con l’evento
“Musei Vaticani 3D” Londra degli ECA
Awards, l’Excellence in Programming Award
e successivamente anche un premio per la Canonizzazione in 3D - Digital Sat. Insomma i
primi sette anni di attività sono stati coronati
da prestigiosi riconoscimenti e da un consenso sempre crescente di pubblico e di critica. di
Sarro e la sua società hanno visto giusto, si sono insinuati nel momento giusto e con le strategie giuste proprio nel deterioramento culturale nazionale (non è un mistero che da anni il
nostro Paese è tra i peggiori d’Europa in
quanto a lettura di libri e giornali e a consumo di cinema d’essai, teatro di ricerca e musica classica e jazz), hanno individuato le zone
del consumo lasciate vuote da una “programmazione” tradizionale che vive alla giornata ed
è incapace di creare nuovi stimoli e interesse,
hanno intuito come rendere allettante un’offerta culturale diversificata che potesse catturare l’attenzione di più fasce di spettatori e non
ultimo hanno capito che era necessario abbattere i vecchi steccati tra i luoghi del consumo,
da una parte le vecchie sale magari ristrutturate e rinnovate ricavando spesso da quella
grande altre due più piccole e funzionali,
dall’altra i multiplex più avanzati dotati di impianti tecnologici audiovisivi sofisticati ad alta definizione e di schermi giganti destinati
in genere al cinema più spettacolare e pieno
di effetti speciali. Hanno pensato quindi di far
incontrare le due tendenze anche perché gli
eventi proposti vanno visti e ascoltati nelle
migliori condizioni possibili. E la strategia
vincente della Nexo si è sviluppata attraverso
varie linee editoriali e vari profili di prodotto:
exo Legend, la collana dedicata ai film più importanti rimasterizzati in digitale 2K e 4K, Fine Arts dedicata al teatro, al balletto, alla musica classica e alle mostre su grande schermo,
Anime sull’animazione giapponese, Live dedicata ai concerti live e agli eventi in diretta via
satellite, Rock Legend sui concerti e film musicali del passato riportati su grande schermo,
Show dedicato a spettacoli come Cirque du
Bolshoi di Mosca
Soleil, Docu con film e documentari d’autore,
Kids destinato ai bambini, Sport con contenuti a tema sportivo, Masterclass Live, un
contenitore che propone titoli di alto profilo.
Grazie a questa seducente offerta diversificata e tentacolare, la Nexo ci fa vivere spesso
emozioni uniche (in alcuni casi in diretta via
Royal Opera House di Londra
satellite) attraverso un viaggio spazio-temporale nei generi più diversi (dal pop al rock e al
jazz, dalla lirica alla musica sinfonica e al balletto, dal documentario d’arte (a volte in collaborazione con Sky Arte) al teatro shakespeariano, dai doc sul cinema a quelli sportivi, dai
cult restaurati alla registrazione di spettacoli
teatrali) e nei luoghi e nei templi dell’arte e del
teatro che non abbiamo mai visto dal vivo e
probabilmente non vedremo mai (dal Bolshoi
alla Royal Opera House di Londra, dal Nation
Theatre al Metroplitan di New York, dagli stadi di concerti ai più importanti Musei e Gallerie del mondo). Ce n’è per tutti i gusti: Marina
Nation Theatre al Metroplitan di New York,
Abramovic e Nick Cave, Zanetti Story e “Così
fan tutte”, Kenneth Branagh e David Bowie,
“Anastasia” e “Il Trovatore”, il Museo di
Istanbul e van Gogh, Roberto Bolle e i Beatles,
Usain Bolt e Bosch (il documentario nelle sale
il 13 e 14 dicembre). Tanto per citare alcuni degli eventi più recenti. Certo, a parte le punte
più alte fatte registrare da alcuni eventi, i riscontri di pubblico non sono sempre lusinghieri o almeno quelli che meriterebbero la
qualità e l’originalità delle proposte. E’ vero
che si tratta di eventi quasi sempre infrasettimanali di un giorno, due, massimo tre (e non
potrebbe essere altrimenti perché si tratta pur
sempre di proposte di “nicchia” che come tali
non si rivolgono al pubblico del “sabato sera”)
che devono fare i conti con presenze condizionate da orari e impegni di lavoro ma anche
con una preoccupante pigrizia, indifferenza e
disinteresse da parte di appassionati (e addetti ai lavori) di pittura, cinema, teatro e altro,
che in alcuni casi lamentano la scarsa pubblicità e comunicazione degli eventi (ma dovrebbero sapere che oggi molte informazioni si
cercano nei canali adeguati sulla Rete non sui
giornali che neanche leggono) o il costo eccessivo (circa 10 euro per ogni evento). Sono
campioni napoletani parziali ma indicativi.
Ma è anche vero che andrebbe praticata una
politica dei prezzi differenziata (chi è motivato a seguire tre, quattro eventi al mese deve
affrontare una spesa extra elevata). E forse
neanche la my nexo digital card (iniziativa lodevole realizzata in collaborazione con Mymovies) che dà diritto ad uno sconto speciale
per partecipare ai numerosi eventi Nexo Digital in alcuni dei cinema convenzionati, è sufficiente. Naturalmente l’iniziativa del cinema a
2 euro il secondo mercoledì di ogni mese (demagogico spot renziano) non costituisce la
controprova della questione. La possibilità di
accedere a tutte le sale, in tutti gli orari per
qualsiasi film si traduce in un caotico assalto
all’arma bianca, in un indifferenziato consumo cinematografico al costo minimo, in molti
casi in un incontrollabile impulso ad accedere
a una sala cinematografica come se si trattasse di acquistare un prodotto per una cifra irrisoria, che sicuramente non aiuta la crescita
dello spettatore e il possibile recupero del
pubblico perduto.
Alberto Castellano
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n.
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Il potere e le responsabilità delle immagini
Realtà o finzione? Que- in scena di tablet pieghevoli che possono far assuefatti alle limitazioni e alle regole del
sito annoso che si è ac- vivere e morire un robot con un semplice ge- mondo comune, solo grazie alla straordinacompagnato alle varie sto touch, stampanti 3D votate alla creazione rietà di un mondo inventato (da loro stessi,
incarnazioni della di- di fantocci di uomini e animali, ecc. – ripren- per giunta) riescono a riprendere il controllo
versità che si sono raffi- de le ambientazioni western del film di sul bene e sul male, sul vero e l’immaginifico.
gurate nel tempo: divi- Crichton, rileggendo però il conflitto uo- Dunque, oggigiorno, come si declina il connità, streghe, maghi, mo-robot dal punto di vista, essenzialmente, flitto tra realtà e finzione? Come si può discermostri e, più di recen- di quest’ultimo. E, quindi, la perfezione tec- nere tra ciò che è e ciò che sembra? Probabilte, effetti speciali. Ci si nologica rende i replicanti iperrealistici nel mente, nell’era d’oro della comunicazione
è sempre chiesto dove loro interpretare inconsapevolmente vite che – soprattutto per immagini, considerando i
tracciare la linea che non sono le loro, parentele fisicamente im- sempre nuovi canali di diffusione di cui fruire
separa il vero
– il ruolo chiave lo giocano le immagini
Fabrizio Nucci
dall’apparente e
stesse e coloro che detengono il potere
oggi più di prima – nell’epoca dell’estredi controllarne i contenuti. Da qui, le
mo progresso tecnologico e della preforti responsabilità che ne derivano per
senza diffusa dei cosiddetti “fake” – è
i media, in un’epoca nella quale chiundivenuto complicato discernere con
que può diventare portavoce diffuso di
certezza ciò che “è” da ciò che “sembra”.
sé, guadagnarsi i suoi 15 minuti di celeLo sapeva bene Michael Crichton che,
brità “social” e quindi, innegabilmente,
più volte dietro la penna e qualcuna
condizionare consapevolezze, opinioni
dietro la camera da presa, si è confrone scelte di un pubblico indefinito e potato in vita con le tematiche della repli- ‘Westworld’ - Poster della nuova serie creata da Jonathan Nolan
tenzialmente infinito. Dicendola alla
cazione, della riproduzione, della siNolan (Cristopher, in questo caso):
mulazione, di cui gli interpreti più celebri possibili, ricordi sceneggiati da uno sgram- “Non bisogna inseguire i sogni, ma la realtà.
sono le creature riesumate dal passato giuras- maticato scrittore di linee narrative; dall’altro Perché è l’unica cosa che conta”. Ma è lo stesso
sico. Fanno compagnia a queste ultime, le cre- lato del fiume, far parte di quell’élite di ab- autore e regista ad ammettere la difficoltà a
azioni di un futuro ormai passato (l’ambien- bienti che possono permettersi il costosissi- capire cosa sia identificabile come “realtà” e
tazione è l’anno 2000) del suo film del ‘73: “Il mo biglietto d’ingresso al parMondo dei Robot”, nel quale il “park” questa co, autorizza gli “ospiti” a
volta tiene dentro le sue mura di cinta una co- compiere le più estreme nefanlonia di androidi, progettata, costruita e pro- dezze nei confronti dei “resigrammata con l’unico scopo di confondersi al denti”: stupri, omicidi, rapine.
meglio tra la folla di visitatori e di questi sod- Tutto ciò che nella vita reale,
disfare ogni capriccio. La pellicola ha ispirato nel presente come nel futuro
l’esordiente serie tv dell’americana HBO che immaginato, non si può fare.
replica, a sua volta, il titolo originale dell’ope- Ma tutto quell’insieme di nora dello scrittore di Chicago da cui è tratta: zioni, finti ricordi, perfino so“Westworld”, creata da Jonathan Nolan – già gni ricostruiti, porta i robot ad
fratello e sceneggiatore del più noto Cri- interrogarsi della propria idenstopher – e da sua moglie Lisa Joy (insomma, tità e gli uomini a fare i conti
tutto in famiglia!). E quando la famiglia in con i rimorsi di coscienza, a
questione è la Nolan, il richiamo al conflitto dubitare che ciò che si ritrovatra realtà e finzione la fa da padrona. Il duo no davanti sia soltanto qualco- Evan Rachel Wood interpreta il replicante Dolores Abernathy nella nuova
autoriale, difatti, più volte lo ha indagato at- sa di costruito invece che un serie HBO ‘Westworld’
essere pensante, realmente nato e cresciuto, cosa no, se si parte dal dato assunto che anche
consapevole di sé e di quanto lo stesso guardare è, in fondo, una percezione
lo circonda. Gli ospiti umani indiretta del reale, mediata dell’occhio, una
volevano sfuggire all’imma- sorta di realtà virtuale naturale. Dev’essere
nenza della vita vera, rincor- colui che guarda, quindi, a sviluppare la caparendo il miraggio di un nuovo cità di discernere, di individuare la sua promondo dove tutto è possibile, pria dimensione della realtà fedelmente alle
senza che alcuno si faccia ma- intenzioni vere di colui che è guardato, non a
le; dove tutto è concesso, senza quelle suggerite, indotte, dissimulate. L’ospirisponderne davanti alla giu- te di “Westworld” – che sia l’utente YouTube,
stizia. Ma sono obbligati ben come lo spettatore in sala o il lettore di carta
presto a cogliere da quella realtà stampata – preferisca l’analisi all’accettazioAnthony Hopkins interpreta il Dott. Robert Ford, il ‘Creatore’ degli abitanti (finta) gli spunti per tutte le osne, il giudizio al pregiudizio, l’esplorazione alandroidi di ‘Westworld’
servazioni del caso sulle finzio- la sottomissione intellettuale. Perché solo ritraverso la rappresentazione di tematiche ni (reali) della loro quotidianità, a riscoprire scoprendo il libero arbitrio si potrà sfuggire
quali la riconoscibilità della verità oggettiva e se stessi. Perché, in fondo, quelle iper-tecno- alla persuasione maliziosa dei fake, dei poputangibile (i tatuaggi di “Memento”), la replica- logiche riproduzioni in serie sembrano più lismi, della paura indotta e delle barriere fisibilità seriale dell’identità soggettiva (i cloni di umane degli uomini stessi. Perché i “residen- che e culturali: cinema, tv (e derivati) per ri“The Prestige”), lo smarrimento nella propria ti” non hanno mai conosciuto gioie e dolori flettere sulla realtà tramite la finzione, non
coscienza (i livelli di sogno di “Inception”). La del mondo ereditato e costruito nei millenni più per indottrinare le masse grazie ad essa.
serie – debitamente adattata alla visione attua- dagli uomini e, dunque, sono immuni alle sue
le del futuro prossimo, con costante presenza corruzioni. Perché gli “ospiti”, dal canto loro,
Fabrizio Nucci
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Il signor Max e la propaganda inconscia
Le coordinate del cinema di propaganda
si sono sempre mosse
su due direzioni maestre: esaltazione del
beneficiato, denigrazione dell’avversario.
Inevitabilmente, anche il cinema fascista
ha messo in campo
Danilo Amione
queste armi quando
ha deciso di usare la settima arte come strumento per ribadire le ragioni del suo essere.
Risulta chiaro, dunque, che film direttamente
fascisti come, ad esempio, “Camicia nera”, di
Giovacchino Forzano, ’33, e “Vecchia guardia”,
di Alessandro Blasetti, ’34, regalano allo spettatore percorsi narrativi che tendono ad essere più ribadenti che non convincenti. Il fascismo è bello, è necessario, è perfino logico,
quindi fai bene ad amarlo! Il discorso diventa
più ampio e periglioso, in termini di input e
output, quando la propaganda cerca di essere
convincente. Film indirettamente fascisti come “Scipione l’Africano”, di Carmine Gallone,
’37, ed “Ettore Fieramosca”, di Alessandro Bla-
“Vecchia guardia” (1934) di Alessandro Blasetti.
Questo film è una delle poche opere veramente
propagandistiche e a sostegno del regime fascista del
ventennio
setti, ’38, attivano la loro opera di convincimento partendo da dati storici e quindi incontrovertibili. E’ vero o no che la disfida di
Barletta, protagonista del film di Blasetti, fu
uno dei primi esempi di italianità cui solo il
fascismo ha dato degna continuità? E’ vero o
no che solo il fascismo sta edificando, con la
conquista dell’Etiopia, un impero degno di
questo nome come solo l’antica Roma di Scipione l’Africano aveva saputo fare? L’uso della
Storia, piegata alle esigenze del momento, è
quindi tale da ingenerare, nello spettatore
medio dell’epoca, un convincimento su quello
che sta accadendo nella realtà, fuori dal cinema, dalla finzione. Il saluto romano, che lo
spettatore attiva quotidianamente nella realtà, è esistito prima del fascismo. E’, appunto,
della gloriosa Roma, e lo spettatore deve prendere atto che solo Mussolini sta facendo grande il
suo paese. Il fuoricampo, stavolta, non è cinematografico, è reale. L’opera di convincimento è
matematica, scientifica, quindi inoppugnabile.
Ma la propaganda per immagini sa essere ancora più sottile e al discorso diretto e indiretto
sa aggiungerne anche un altro ancora più potente: quello inconscio. Frutto dell’interiorizzazione della cultura dominante, la propaganda inconscia, che potremmo definire
anche involontaria, mette in campo le ragioni
dello status quo prevalente, del sentire comune consolidato, dell’anima corriva che sposa
tutti i luoghi comuni facili da condividere. E’
una propaganda inconscia in chi la fa e in chi
la subisce. Entrambi i protagonisti della comunicazione si sostengono e si rafforzano a
vicenda. Campione di questo modello propagandistico è stato il regista Mario Camerini,
autore di una famosa serie di commedie piccolo borghesi, con sforamenti significativi
nell’alta borghesia e nell’aristocrazia, che fece
grande il sottogenere dei “telefoni bianchi”:
“Gli uomini che mascalzoni!”, ’32,”Darò un
milione”, ’35, “Ma non è una cosa seria”, ’36, “Il
signor Max”, ’37, “I grandi magazzini”, ’39. In
particolare, “Il signor Max” è il più “efficace”
dal punto di vista propagandistico, una vera e
propria bomba in mano allo spettatore pronto
ad assistere soltanto ad una semplice commedia d’intrattenimento, dove il fascismo sembrerebbe non entrarci per niente, e invece…La
trama, nonostante l’intreccio, è molto semplice. Gianni (Vittorio De Sica) è un giornalaio
scapolo e discretamente benestante, con ambizioni di scalata sociale. Per questo, quando
può, si mette in viaggio alla ricerca di avventure galanti che lo allontanino dal suo grigio
tran tran quotidiano. Durante una traversata
in piroscafo conosce una avvenente aristocratica, donna Paola, e, spacciandosi per un nobile, ribattezzato incidentalmente Max Varaldo, riesce ad inserirsi nella comitiva di questa.
Al seguito del gruppo nobiliare c’è anche Lauretta (Assia Noris), dama di compagnia e istitutrice della sorella minore dell’aristocratica.
Di umili origini ma brava nel suo lavoro, che
implica anche una forte capacità di mediazione, Lauretta, che aveva incontrato precedentemente Gianni in edicola, rimane colpita dalla
somiglianza di questi con Max Varaldo. Da qui,
una serie di equivoci, che si chiuderanno con il
disvelamento finale dell’identità di Gianni, che
nel frattempo, resosi conto della pochezza di
quell’ambiente da lui idealizzato, abbandona i
panni di Max Varaldo per ritornare giornalaio
e convolare a giuste nozze con Lauretta, da
sempre innamorata di Gianni e finalmente dimissionaria dal suo faticoso e “innaturale” lavoro, stanca di convivere con gente così diversa
da lei. Dunque, alla fine tutti felici e contenti. E
soprattutto, tutti al loro posto! L’aristocrazia
da una parte, il popolo dall’altra. La prima vista
come portatrice di vizi e corruzione. Lo spettatore sente gli aristocratici parlare di divorzio e
di denaro sperperato nel gioco, e coglie nelle
movenze erotiche femminili delle protagoniste
altolocate quel senso di peccato allora strettamente legato al corpo esibito. Altrettanto evidente è la necessarietà di questa classe come motore
economico, in quanto possidente, proprietaria e
“Il sig. Max” di Mario Camerini (1937)
sapiente manipolatrice del necessario ma
peccaminoso denaro, quello che stava portando Gianni, significativamente, alla rovina.
Prima di essere “salvato” dalla semplice “donna di casa”, Lauretta, il cui corpo abbiamo
sempre visto ingessato in rigidi e formali tailleur. Solo così ella ha potuto salvare la sua verginità e offrirla all’uomo “giusto”, con cui darà
seguito alla “integra” razza italica. Il popolo
incarna tutte le virtù italiche: famiglia, patria,
onore, dedizione femminile silenziosa, anelli
inscindibili della spina dorsale fascista del nostro paese. Tra l’una e l’altra classe la separazione è netta e impossibile da colmare. La lotta di classe, da sempre ridotta dal fascismo a
invidia di classe, non avrebbe neppure senso,
secondo la prospettiva del film. Perchè il popolo dovrebbe invidiare chi è corrotto e carico
di vizi? La rivoluzione sarebbe soltanto un farsi del male, allontanarsi dalle proprie virtù,
già lì e solo da conservare. Siamo a quell’anticapitalismo di destra che fu alle origini del fascismo e che rispunta quando il fascismo realizza un relativo benessere, che dopo pochi
anni sarebbe stato travolto dall’inevitabile avventura bellica. Ed a conferma delle dinamiche di questa propaganda, involontaria ma
potente, inconscia ma fattiva, valida anche, e
forse ancora di più, in democrazia, ricordiamo il remake de “Il signor Max”: “Il conte
Max”, di Giorgio Bianchi, ‘56 con protagonista
Alberto Sordi. Le motivazioni del primo film
sono ancora lì, e non per caso. Quanto di cultura fascista c’era ancora nell’Italia popolare degli
anni ’50! veicolata da una forte tradizione clericale e dalla vulgata catto-comunista, che soltanto il boom economico del decennio successivo
avrebbe cominciato a mettere in crisi. E, relativamente ai nostri giorni, quanta propaganda
consumistico-capitalistica si cela, ad esempio,
dietro la facciata comicarola dei cinepanettoni
dei fratelli Vanzina...
Danilo Amione
E’ docente di Storia del cinema e del video presso l’Accademia di Belle Arti di Ragusa ed ha collaborato con l’Universita’ Cattolica del Sacro Cuore di Milano, sezione Master di Siracusa, come docente in seminari su Cinema e
psicopatologia. Critico cinematografico, ha partecipato
come relatore a convegni e dibattiti su film o autori e ha
scritto per varie testate quali La Sicilia, Pagine dal Sud,
Primafila, Cinemasessanta, Inscenaonline, Rapporto
confidenziale, A Sud’Europa, Articolo 21. Nel 2011, ha ricevuto il “Premio Kiwanis Club Ragusa” per la sua attività di critico e storico del cinema.
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n.
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E’ uscito Cabiria 183 Studi di Cinema
ciemme nuova serie n. 183 - maggio - agosto 2016 Cinit . Cineforum italiano - le Mani
rivista quadrimestrale - Anno 46°- II quadrimestre 2016
Direttore Marco Vanelli
Comitato di redazione: Alberto Anile, Adriano Aprà, Marco Bellano, Maria Carla Cassarini, Massimo Nardin, Tomaso Subini, Massimo Tria
segreteria e redazione: Cinit, via Manin 33/1 - 30174 Mestre tel/fax 041962225 [email protected]
- Editoriale di Marco Vanelli p. 3
Laboratorio
DAVIDE ZORDAN UN TEOLOGO AL CINEMA
Testimonianze per Davide
Paolo Costa I molti buoni motivi per ricordare
Davide Zordan p. 4
Katia Malatesta Ciò che Davide sapeva di noi
p. 6
Lia G. Beltrami Davide Zordan: il cinema, più
che una passione p. 7
Davide Zordan
- Tra fede “scopica” e sguardo “credente” le
immagini nella tradizione cristiana p. 9
- Imbattersi «nel fantasma che ti salva». Alcune riflessioni
su cinema e miracolo p. 25
- La scrittura, la visione e il senso. Nota sul cinema di Robert Bresson p. 37
- L’itinerario di Krzystof Kiéslowski
dal realismo documentario al cinema dell’interiorità p. 46
Documenti
Un uomo tranquillo: press book p. 64
Analisi
Rinaldo Vignati Da Quirino Cristiani a Metegol.
Storia del cinema d’animazione in Argentina.
Seconda parte p. 73
Libri p. 105
Cineforum
Livio Marchese Al di là delle montagne. Jia
Zhang-ke e i destini del mondo p. 113
Groovy Movies. Il cinema dietro le canzoni
Alberto Anile Voglio sparare come John Wayne p. 118
€ 10,00 ISBN 9788880127048
46
[email protected]
Il mostro dalle mille teste di Rodrigo Plà
Il giovane autore, Rodrigo Plà, torna con il
suo quarto lungometraggio, Un mostro dalle mille teste (Un monstruo de mil cabezas,
Andrea Fabriziani
2015), e lo presenta al
72° Festival di Venezia. Quasi contemporaneamente, Ken Loach vince la sua seconda Palma
d’Oro con I, Daniel Blake. Oltre al tema importante della lotta per i diritti dei singoli individui, attanagliati dalla morsa della burocrazia
e dei poteri forti, i due film condividono anche un altro importante elemento caratterizzante: un’asciuttezza quasi documentaria, cara al cinema del regista inglese che ha diretto
il magistrale docu-drama Ladybird, Ladybird,
in cui la giovane Maggie deve combattere
contro i servizi sociali inglesi per mantenere
la tutela dei propri figli. Inquadrature fisse in
cui i personaggi entrano ed escono di scena,
come la sequenza di apertura del film del regista uruguaiano, totali di ambienti occupati
dalla quotidianità, dalla famiglia, dalle stanze
ingombrate dalla vita di tutti i giorni. Ma è infine l’amore per la verità e per la sua rappresentazione filmica che più accomuna i due autori, una rappresentazione nuda e cruda che
punta il dito contro una violenta divisione
classista della società, che sia quella britannica di Loach o quella messicana del film di Plà.
Da una parte Golia, l’Idra dalle mille teste, il
mostro indistruttibile metafora stessa della
guerra, costituito dagli uomini potenti e inarrivabili che per i propri scopi sarebbero disposti a tutto; dall’altro lato Davide, Ercole che
sfida il mostro, la moltitudine di cittadini
schiacciati da leggi spietate troppo grandi per
loro ma che trovano la forza istintiva per reagire e sfidare ciò che in realtà sembra troppo
grande. Il film, scritto da Laura Santullo, moglie del regista e già autrice del romanzo omonimo da cui ha adattato la sceneggiatura, segue una particolare struttura narrativa fatta
di punti di vista differenti che s’intrecciano
tra loro, una trama intessuta di personaggi e
personalità plurali. Per stessa ammissione
dell’autore, questa moltiplicazione dei soggetti avrebbe permesso una minore empatia
con la protagonista della storia e mantenuto
lo stesso equilibrio narrativo del romanzo. Un
approccio distaccato, reale e realistico che riesce al contempo a tracciare nettamente la psicologia dei personaggi in ballo. Da questa pluralità emerge in primo luogo il dramma di
Sonia (Jana Raluy), moglie di un uomo malato
e che necessita di cure che l’assistenza sanitaria non copre. Qui nasce il nostro conflitto
dal sapore mitologico tra l’individuo e la comunità, qui iniziano le proverbiali dodici fatiche di una donna che sfida le mille teste dell’idra per garantire al marito le cure mediche di
cui ha bisogno. Armatasi (anche letteralmente) di cieca e testarda fermezza, inizia ad affrontare uno a uno i medici, le loro segretarie
ostili, rigidi membri di consigli d’amministrazione. Ogni incontro è una di quelle teste,
ogni medico o burocrate che Sonia incontra
sul suo impervio cammino sarà un personaggio-funzione, una personificazione delle prove che Sonia deve superare fino ad arrivare a
ottenere ciò che le serve, ciò
che serve alla sopravvivenza
del marito e del nucleo familiare. Anche la protagonista del
dramma sembra identificarsi
psicologicamente con una funzione, una specifica caratteristica che la definisce totalmente: la
determinazione, la sua motivazione che più di ogni altra cosa la porta ad agire, così come accade per tutti quei personaggi
Un mostro dalle mille teste
di Rodrigo Plà — Messico, 2015, 74’
con Jana Raluy, Sebastian Aguirre
“Un mostro dalle mille teste”: è quello che
tenta di combattere Sonia Bonet, disperata donna di mezza età ormai disposta a
tutto pur di garantire la giusta cura al marito malato di tumore. La malasanità è il
“mostro”, entità regolata da inefficienza e
corruzione, orientata solamente al profitto e capace di arricchirsi sulla pelle delle
persone comuni.
Film d’apertura di Venezia Orizzonti 2015 - Venezia
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Dal 3 novembre al cinema
Distribuito da
Rodrigo Plà
ben scritti che esistono all’interno di una storia solo in virtù delle proprie azioni. Le situazioni si personificano, i drammi scelgono le
proprie fattezze per rappresentarsi e la storia
diventa comunque un potente mezzo di empatia, anche se Plà fa di tutto per presentare la
sua eroina con distacco e imparzialità, considerando anche che il personaggio di Sonia
non può essere considerato un’accurata rappresentazione dei messicani perché solo tra il
5% e il 10% del popolo messicano ha dell’assistenza sanitaria. Universale metafora dei
quotidiani sforzi individuali per la sopravvivenza, il film è anche una carrellata sulle varie
esistenze toccate da questa violenta determinazione dell’uno rispetto ai molti. Come fa una eco
o una pietra lanciata in un lago con le sue increspature, ogni incontro si espande e si moltiplica: ogni personaggio incontrato da Sonia ci è
mostrato due volte consecutivamente, la prima dal punto di vista di Sonia e la seconda dal
proprio, come a rilevare che l’agire forsennato
della donna provochi indelebili conseguenze
a quei molti che la circondano. Come una
tempesta disperata che colpisce tutti, un vortice di violenza che risucchia colpevoli e incolpevoli, potenti e impotenti, grandi e piccoli.
Quei molti, comunque colpiti dalla tempesta
ma che, probabilmente, si trovano nella stessa
barca.
Andrea Fabriziani
47
n.
45
In ricordo di Francesco Montis
Operatore culturale sardo della FICC - Circolo del Cinema Nuovo Pubblico, e compagno,
fratello e padre dei bambini, bambine e adolescenti del Progetto Los Quinchos in Nicaragua
La Monserratoteca con la collaborazione del Circolo del Cinema Nuovo Pubblico - FICC ha Organizzato un ricordo di Franco (07/11/1947 - 07/06/2016) - Mercoledì 23 novembre 2016
ore 18 alla Casa della Cultura di Monserrato (Cagliari)
Segnerò la data del 23
novembre nel mio diario affinché la tua amicizia non si perda, si
sedimenti nel mio intimo e mi consoli ogni
giorno vivendo nei ricordi e nelle emozioni
che ci hai donato.
‘Papà’ Franco a noi
bambini del Nicaragua hai dedicato oltre
Niňa Cicci
venti anni della tua
vita, non hai concesso il tempo di prepararci
al tuo distacco. Hai lacerato e ferito di dolore
la nostra carne e la nostra anima. Ci hai salutato sei mesi fa dandoci appuntamento al
prossimo anno e dopo soli sei giorni è giunta
la notizia della tua scomparsa che abbiamo
appreso con sgomento. La notizia di questo
ricordo che hanno voluto dedicarti nella casa
della Cultura di Monserrato i tuoi amici adulti
è giunta fino a qui, in questa terra tra le più
povere del Centro America, ricca di laghi e
vulcani attivi, dove grazie all’impegno dell’associazione Los Quinchos ci avete dato speranza di vita. Noi, bambini abbandonati in strada,
picchiati, ammutoliti, grazie a voi riusciamo ad
avere una casa, impariamo un mestiere e impariamo soprattutto a vivere come ogni essere umano merita. Io finalmente oggi mi sono
riappacificata con te. Sono andata a ‘sbirciare’
questo incontro Monserratino con l’idea di
riferirti quello che è accaduto. Nessuno si è
accorto della mia presenza e non sarà neanche necessario che un postino ti recapiti,
ovunque tu sia, questo mio scritto. Sono certa
che tu lo stai leggendo nell’istante in cui lo sto
elaborando posizionato alle mie spalle con il
tuo solito sorriso compiaciuto. Avverto la tua
mano che si posa lieve sulla mia schiena, con
quel tocco leggero che non mi abbandonerà
mai. ‘Papà’ Franco la Monserratoteca insieme
al circolo del Cinema Nuovo Pubblico hanno
organizzato questa indimenticabile serata e
io te la voglio raccontare. Già le prime immagini proiettate sullo schermo documentano
noi bambini e la tua presenza in Nicaragua.
Tu che furtivamente ci riprendi raccolti in silenzio mentre assistiamo alla proiezione del
Monello di Chaplin, mentre giochiamo, mentre ci tuffiamo nella piscina che hai fatto costruire investendo i soldi della liquidazione
dopo tanti anni di lavoro alla Saras di Sarroch.
E’ stato emozionante rivederti e rivederci. E
dopo questo breve video montato da Lino
Ariu è iniziata la “carrellata” dei ricordi. Proprio Lino, presidente
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Francesco Montis con i suoi ragazzi
del circolo Nuovo Pubblico ha fatto gli onori di
casa.
“Franco con il suo impegno ha contribuito al
recupero della memoria storica di un certo periodo della comunità monserratina. Con la
sua telecamera ha ripreso attimi della vita,
emozioni, preoccupazioni e speranze della
gente. Ci ha lasciato in testamento un opuscolo che ha scritto negli anni ‘90 dal titolo Inventiamoci un canale con il quale presentava i lavori realizzati con il Circolo”. In sintesi in questo
opuscolo tu racconti di quando la passione
comune per la ricerca e il recupero della memoria storica vi ha portati con la telecamera a
raccogliere le testimonianze delle persone che
dopo 40 anni dal sacrificio della propria giovinezza alla guerra si raccontano, abbandonando con il tempo il dolore, filtrandolo e velandolo talvolta con ironia ma mai spegnendo la
loro carica sentimentale. Scoprendo con commozione gli eroismi quotidiani, l’orgoglio delle
idee non sottomesse, la disperazione della separazione. E con un certosino lavoro di montaggio
il documentario dal titolo 31 marzo 1943 è stato
proposto al pubblico. Negli anni seguenti avete
esteso la ricerca al mondo del lavoro e della
scuola, seguendone con partecipazione le tormentate vicende. Intervistando lavoratori in
sciopero, dando il microfono agli studenti del
Movimento e realizzando video con i bambini
delle scuole insegnandogli nel contempo il linguaggio dell’immagine. Ed altro ancora, convinto com’eri che questo tipo di attività fosse in
linea con i fini istituzionali del vostro Circolo.
Concludevi l’opuscolo con “Scambiamo le no-
stre idee”. Lino conclude il suo commosso ricordo dicendo che “il tuo sorriso, la tua ironia,
la tua positività gli mancherà tantissimo”.
Marco Asunis, presidente della FICC, socio
del Circolo Nuovo Pubblico.
Ti ha ricordato come
uno straordinario e generoso operatore culturale della FICC. Ricordando ai presenti la salda amicizia che vi ha
legato per oltre venticinque anni. “Confidai
ad un amico che mi ‘balenava’ l’idea di un documentario che raccontasse la vicenda dello
spezzonamento avvenuto a Monserrato il 31
marzo 1943. Questo amico mi disse che un suo
collega di lavoro era appassionato di fotografia e di riprese cinematografiche e quindi me
lo presentò. Così i racconti di mio padre sulla
guerra ed il clima politico di quegli anni nella
mia cittadina che riguardavano in particolare
il processo di sviluppo dell’autonomia amministrativa insieme al recupero della storia e
della memoria della città ci avevano convinto
a perseguire con l’idea del documentario per
realizzare qulcosa che rimanesse utile alla comunità. Un lavoro che ci impegnò per diversi
mesi nella fase di montaggio. Una vera e propria resistenza mentale. Franco però non si
arrendeva mai. Con il suo sorriso ci esortava
ad andare avanti. Lo faceva in modo straordinario con la sua sensibilità artistica tanto da
scegliere in chiusura del film, in contrapposizione alle immagini e alle testimonianze
segue a pag. successiva
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segue da pag. precedente
drammatiche raccontate dagli intervistati, il
vociare dei bambini che giocavano nel cortile
dell’oratorio. Un vero e proprio messaggio di
felicità e speranza per un futuro di pace. Per lui
la macchina fotografica e la telecamera erano
strumenti per rappresentare i suoi ideali e le
sue lotte per una più giusta solidarietà tra uomini.
Gigi Cabras, operatore
culturale della società
Umanitaria-Cineteca
Sarda e Segretario del
Centro Ficc Sardegna.
“Franco partecipava assiduamente alle iniziative e agli eventi della
Cineteca e spesso veniva dietro le quinte dove
c’eravamo noi ‘operai’ culturali per assicurarsi
che stessimo bene. Oggi porto anche il ricordo
del Centro Ficc Sardegna. Lui è stato vicesegretario del Centro Regionale dal 2011 al 2014
e abbiamo lavorato gomito a gomito organizzando i corsi di autoformazione. Voglio ricordare due sue caratteristiche. Il suo forte senso
critico. Capitava che quando l’organizzazione
delle iniziative fossero concluse intervenisse
rimettendo in discussione il programma semplicemente con due o tre frasi. L’altra caratteristica è che lui non si sottraeva quando qualcuno gli chiedeva aiuto. Costituiva inoltre una
presenza sicura per chi doveva moderare la
discussione del film: era sempre uno dei primi a intervenire ai dibattiti. Ricordo l’episodio divertente della scorsa primavera al corso
di autoformazione. Il programma prevedeva
l’incontro con il premio Nobel per la Pace
2015: il tunisino Abdelaziz Essid Maitre, componente del “Quartetto per il dialogo”, insignito dell’onorificenza. Si trattava di un momento affiancato all’iniziativa organizzata
dall’ordine forense che lo ospitava. Per l’occasione avevamo previsto la proiezione del corto Due soluzioni per un problema di Abbas Kiarostami alla quale partecipò anche il Nobel.
Terminata la proiezione sentivo addosso la
pressione per la responsabilità di coordinare
il dibattito in presenza del tunisino. Evidentemente Franco si accorse del mio stato d’animo e sollevando la mano chiese di intervenire
per primo. Così era Franco, in modo lieve risolveva le difficoltà”.
Peppetto Pilleri, socio
associazione Laboratorioventotto
“Dietro di me nello
schermo vedo la sua foto con un sorriso beffardo, quello di chi sapeva di avere sempre ragione. Associo la figura di Franco a quella di
Marco e Lino e ho contestato sempre, come
operatore culturale, il ‘trio’ che si era dedicato
alla produzione cinematografica. Dicevo sempre che il circolo del cinema non doveva produrre film ma doveva proiettarli e discuterli.
E li esortavo a piantarla di fare film. Ma Franco, sempre sorridente, mi convinceva dell’utilità sociale di quanto facevano. E devo ammettere che aveva ragione, quello che facevano
rientrava nello spirito associativo del circolo.
Credo infatti che il documentario 31 marzo
1943 sia il film non professionale più visto al
mondo (ride) o almeno nei circoli del cinema.
Ci sono infiniti episodi che potrei raccontarvi.
Come quello accaduto durante un corso di
formazione. Mi propose di proiettare durante
una pausa un video realizzato in Nicaragua.
Ho tentato in tutti i modi di dissuaderlo dal
proiettarlo perché correvamo il rischio di far
saltare la scaletta degli impegni. Non ci fu
niente da fare riuscì a convincere tutti a proiettare il video nella pausa pomeridiana. Pausa che durò ovviamente fino a tarda notte. Lo
rimproverai e si giustificò dicendomi che doveva cogliere ogni occasione per far passare il
messaggio su quanto l’associazione Los Quinchos stava facendo in Nicaragua. Aveva ragione, come sempre, perchè il clima di solidarietà e di fratellanza che riusciva a creare tra i
partecipanti era superiore a quanto il programma del corso prevedesse”.
Susanna Cardia, presidente Los Quinchos
di Cagliari
“Stamattina un’amica
mi chiedeva i dettagli
sull’organizzazione di
questa serata. Gli ho risposto che la serata
prevedeva la proiezione di alcuni video e la testimonianza delle associazioni con le quali
aveva collaborato precisandogli che per Los
Quinchos ci saremo stati io e Franco. Un lapsus derivato dalla costante di essere sempre
andati insieme alle iniziative. Per Los Quinchos Franco aveva il compito di riferire, attraverso i video e le fotografie, quanto si faceva
in Nicaragua. Stava lì, da quando era andato
in pensione, due mesi l’anno e ho come l’impressione che fossero da lui molto attesi perchè secondo me lì trovava la sua dimensione.
Era riuscito ad avere un rapporto strettissimo
con la comunità di san Marcos, con tutti gli
operatori che portano avanti il progetto e soprattutto con i bambini che lo adoravano. Nella drammaticità della sua scomparsa così improvvisa che è avvenuta ad una settimana dal
suo ritorno dal Nicaragua un motivo di consolazione per tutti è proprio il fatto che ci ha lasciato dopo aver trascorso gli ultimi mesi della sua vita con i bambini. La sua vera ragione
di vita”.
Alessandro Macis, associazione culturale
L’alambicco
“Non lo conoscevo benissimo, nel senso che
non ho avuto le frequentazioni con lui come Marco e Lino però
da quando abbiamo incominciato a collaborare in progetti e iniziative comuni con le nostre
associazioni soprattutto qui a Monserrato era
per me una presenza costante. Quando arrivava qui alla casa della Cultura per un’iniziativa che doveva incominciare tra poche ore bastava uno sguardo e io capivo immediatamente
che mi stava chiedendo di andare insieme al
bar per un caffé o un aperitivo. Anch’io sono
accompagnato nei miei ricordi dal suo sguardo mite, serafico e la sua pacatezza nelle cose
La sala della Monseratoteca nel momento del ricordo
di Francesco Montis (foto di Alessandro Macis)
che ci si raccontava. Quando ho saputo che non
c’era più ho provato una sensazione di vuoto
quella che credo abbiano avuto tutti gli amici
che lo hanno frequentato con più assiduità.
Un vuoto e una mancanza che peserà tantissimo in tutti noi”.
Il messaggio inviato dal direttore di Diari di
Cineclub, Angelo Tantaro.
“Caro Francesco, è stata una
bella scelta quella dei tuoi
genitori di darti questo nome. Nel numero di luglio di
Diari di Cineclub, con cui
hai sempre collaborato, ti
abbiamo ricordato. Scegliendo le foto che meglio ti
rappresentano, mi sono accorto che tutte evidenziavano il tuo sereno sorriso. Dovendo
scegliere un titolo che ti esprima al meglio,
posso solo trovarne uno, il più significativo:
un uomo buono!”
Patrizia Masala, Circolo del Cinema La macchina cinema (Ficc)
“Ho conosciuto Franco
circa 10 anni fa quando
è iniziata la collaborazione tra le nostre associazioni. Tutti lo stanno ricordando come un uomo mite, generoso
e gentile. Non voglio ripetermi nel ricordarne
le sue doti umane ma voglio soffermarmi su
un episiodo accaduto l’inverno scorso durante una proiezione alla Monserratoteca. Proiettavamo un film che nessuno di noi aveva visionato prima perché il supporto dvd era arrivato
solo poche ore prima. In sala io e Franco eravamo seduti nelle ultime file e ci rendemmo conto fin dall’inizio che il film non era nelle nostre
corde. Ci rendemmo conto che entrambi assistevamo alla proiezione insofferenti. Naturalmente come organizzatori non potevamo abbandonare la sala, inoltre dopo la proiezione
era previsto il dibattito. Fummo complici nel
tentare di dissuadere Marco dal proporre la
discussione. Gli inviammo un sms al cellulare
chiedendogli di evitare il dibattito suggerendogli di dire al pubblico che gli operatori della
biblioteca avrebbero terminato alle 20 il loro
turno di lavoro e questo non ci permetteva di
iniziare la discussione. Aggiungemmo anche
nel messaggio che il nostro gruppo storico
avrebbe discusso il film davanti a una bistecca. Franco era diventato negli ultimi anni esigente e intransigente nei confronti di alcune
opere cinematografiche. Si aspettava sempre
segue a pag. successiva
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n.
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che trasmettessero messaggi con valori sociali
e civili. Naturalmente finì che Marco si arrese... alla bistecca”.
Giulia Ariu, figlia di Lino
Ariu
“Per me non eri Tziu Franco
ma eri il padre di tutti quei
bimbi del Nicaragua ai quali
hai dedicato la tua vita e che
noi abbiamo conosciuto attraverso i video e le foto. Ma
soprattutto voglio immaginarti sdraiato su
un’amaca, come quella che mi regalasti, con
tutti i tuoi figli attorno”.
Marco Sini, ex sindaco
di Monserrato
“In tanti ne hanno ricordato le doti umane,
il suo impegno sociale
e civile. L’ho conosciuto anche io negli anni ‘90 e pur non avendo mai
avuto un rapporto diretto stretto ci siamo
sempre ritrovati nelle occasioni canoniche. Mi
è capitato di dirgli anche recentemente in termini di ringraziamento quanto avesse contribuito a scrivere visivamente un pezzo di storia
civile di Monserrato. Resta il rammarico di
una lunga intervista che Franco, Marco e Lino
hanno fatto nel ‘97 a un monserratino di nome
Mario Corona, uno dei due capi dell’antifascismo nel ‘38, che non è mai stata montata. Sapevo sei mesi fa che Franco era rientrato dal
Nicaragua e speravo che concludessero questo
progetto per costruire un’iniziativa per la giornata della memoria il 27 gennaio 2017”.
Anna Montis, sorella di
Franco
“Io voglio ringraziare
tutti voi per la sintesi
dei vostri ricordi attraverso le immagini e i
sentimenti su Franco. Quella sintesi che Franco andava costruendo negli anni e forse avrebbe continuato a costruire”.
La tua bimba ti saluta ‘papà’ Franco, immagino
che tu fossi preoccupato che questa giornata si
trasformasse in celebrazione retorica ed invece no. Ti hanno tutti ricordato, altri ancora sono stati gli interventi, per quell’amicizia fatta
di entusiasmo generoso, di grande e disinteressata disponibilità, di appassionata condivisione, di serietà, di un affetto schietto e senza
inutili fronzi. Sarai per loro, per noi bimbi un
amico e un ‘padre’ indimenticabile e ti immaginiamo nel mondo dei giusti.
Niňa Cicci
In difficoltà nella sua terra, ha beneficiato della generosità
di volontari di paesi lontani
Si ringrazia Ilaria Porcu, responsabile Monserratoteca per
la disponibilità e coordinamento della serata. Sulla figura di
Francesco Montis cfr Diari di Cineclub n. 41 –Luglio 2016 pag. 41 e seguenti: www.cineclubromafedic.it/
images/ccroma/diaricineclub/diaricineclub_041.pdf
* Le foto del servizio sono di Patrizia Masala e Alessandro Macis
50
Il teatro delle bambole dalla Puglia alla
Sardegna
Lo spettacolo della com- da uno straziante episodio di cronaca nera.
pagnia del “Teatro delle Nel napoletano, un gruppo di giovani (alcuni
Bambole”, “Se cadere minorenni, alcuni adulti) violentarono con un
imprigionato amo” se- tubo ad aria compressa un adolescente, il quagna, ancora una volta, le, col suo fisico appesantito e la sua ingenuità
un percorso estrema- era già stato vittima di bullismo, consideranmente interessante nel do il gesto una sorta di scherzo. Mentre il rapanorama della dram- gazzino finiva in ospedale con danni all’apparamaturgia scenica ita- to digerente, i parenti dei carnefici rilasciavano
Elisabetta Randaccio
liana, lontana da quelle interviste in totale difesa dei loro congiunti,
performance così gradite dai circuiti prevalen- semmai umiliando con ulteriori pesanti affertemente commerciali e dai finanziamenti mazioni proprio il giovane aggredito. Dunpubblici (ormai, praticamente indifferenti al- que, Andrea Cramarossa riflette su quale sia la
le messe in scene “d’avanguardia”). Nella sua personalità e il percorso esistenziale dei carultima fatica, la compagnia si avvale di una scrit- nefici, delle loro famiglie, degradate soprattura teatrale, elaborata nel corso di tre anni e di- tutto culturalmente. Lo fa innestando le paroretta da Andrea Cramarossa con
un’attenzione particolare al linguaggio e alle interpretazioni
degli attori, che divengono, nel
loro offrire corpo voce anima ai
loro personaggi, “testi” viventi
e pulsanti. In questo modo, Silvia Cuccovillo, Federico Gobbi
e Domenico Piscopo con la loro
performance bilanciata tra il
grottesco e la tragedia, emozionano strattonando lo spettatore
e chiedendogli di riconsiderare
il proprio punto di vista sulla
realtà. Quest’ultima, come insegnava la ricerca del “Teatro Federico Gobbi e Mattia Galantino, cervi sotto gli ombrellini luminosi (foto
delle Bambole” nel progetto sul- di Massimo De Melas)
la “Lingua degli insetti”, scardina i concetti della “bellezza” e della “bruttezza” le e il corpo di una madre sui generis,
e, di conseguenza, del bene e del male. Più affondata nell’ignoranza e ossessionata da
adeguata a interpretare il mondo sembra la fi- un’idea dell’amore contorto, per cui, incestuogura della crisalide, che, infatti, appare nel samente, procrea figli dai figli, consolidando
sottotitolo dello spettacolo, e incarna una rapporti di dipendenza e di odio malato in
strana metamorfosi di cui é difficile compren- una messa in scena la quale, come il regista ha
dere il senso. “Se cadere imprigionato amo”, in sottolineato, talvolta viene condotta “attraverun primo livello contenutistico, scaturirebbe so atti demenziali, altre volte con drammaticità, sfociando spesso nel senso di un vivere
grottesco.” Nello spettacolo risulta importante il linguaggio, una parlata pugliese, non necessariamente comprensibile a tutti, una sorta di verbalità e verbosità caratterizzanti i
personaggi nella loro patologica autoreferenzialità. In questo senso, a sfregio della cultura
“ufficiale” si possono anche recitare poesie
classiche di Pascoli, Carducci, Foscolo decontestualizzandole talmente tanto da farle diventare materiale da cabaret di quarto grado
(“Giacinto non Zacinto, questo non sa scrivere!). Ma la mascherata, il travestimento, il cabaret finisce, ancora una volta, nella violenza
e nella morte. Cosí le “farfalle” e gli “scarafaggi” si alternano nella performance e lo spettacolo rimane un invito a teatro per uno spettatore, il quale, come recitava il “Manifesto”
programmatico del “Teatro delle Bambole”, sia
“senza pregiudizio, che aneli alla libertà e alla
bellezza, che abbia il coraggio dell’esploratore.”
Federico Gobbi in “Se Cadere Imprigionare Amo” (foto
Elisabetta Randaccio
di Lidia Cuccovillo)
[email protected]
Dal MedFilm Festival di Novembre svoltosi a Roma, un esempio di cinema alternativo e partecipato
Il matrimonio, un film di Paola Salerno
“Il matrimonio è quella cosa grazie alla quale riesci a risolvere in due problemi che da solo non avresti mai avuto”
Presentato in antepri- per lo più contraria al matrimonio, a differenma mondiale al Cinéma za della famiglia più tradizionalista della spodu Réel di Parigi a Mar- sa: i dibattiti conviviali serali, al termine della
zo e riproposto questo giornata di frenetici, ed esilaranti, allestimen7 Novembre a Roma ti, vengono a testimoniare un’amorevole inall’interno del MedFilm comprensione dei più verso il passo fatidico
Festival, nella sezione di Checco, formando uno specchio di pensieri
Le Perle, dedicata alle e sentimenti che, statisticamente, combaciaGiulia Marras
opere prime e seconde no con quelli di chi guarda dall’altra parte, andel nuovo cinema italiano, Il matrimonio di Pa- che, e soprattutto, nella lunga distanza interola Salerno è veramente un’anomalia non solo corsa tra l’ avvenimento e la sua rappresentazione
del panorama nostrano, ma anche un’eccezio- su un schermo cinematografico, apparentene alle regole canoniche del documentario e mente improprio alla ripresa del privato, epdi quel sottogenere particolare che è l’home pure in questo caso perfettamente a suo agio
movie, ovvero del recupero e della riscrittura in quanto commedia umana di veri e propri
narrativa del filmino amatoriale di famiglia. personaggi unici, che fino all’ultimo rimangoGirato nell’estate del 2006, con una semplice no caratteri ignoti, attanti senza nome né
LE MARIAGE
camera Panasonic, cassette mini dv e un mi- ruolo. Così ambigua rimane anche la presenun film de Paola Salerno
crofono Sennheise, Il matrimonio, che segue i za della regista, che all’interno della “narrapreparativi delle nozze del fratello della regi- zione” è anche figlia, madre e sorella: prima
sta nella loro tenuta calabrese a Riegi, ha avu- come elemento di disturbo, poi entità quasi
to un complicato processo di montaggio, e ha invisibile, la piccola macchina da presa della
visto la luce solo dieci anni dopo l’evento regi- Salerno registra instancabile grandi e piccoli
strato. E’ la stessa Paola Salerno a racfiltri, l’obiettivo sembra celarsi dietro
contarne la lunga gestazione: congelato
l’essere spontaneo dei suoi protagonisti
più volte, per diversi e lunghi periodi,
che presto dimenticano di essere guarquesto piccolo film, nel suo sfuggire al
dati (“se cominciamo a pensare a cosa
pieno controllo della sua autrice, senza
possiamo dire e cosa no”); l’unica che
tuttavia mai compiacere lo spettatore, si
sembra accorgersi dell’intrusione della
offre come testimonianza e memoria setelecamera è la piccola Bianca, figlia deldimentata nel tempo e dal tempo, scritla regista, (“sono stufa di essere ripresa”)
tura prima impulsiva e poi ragionata, licome se fosse consapevole di uno sguarbera e personale come solo un nucleo
do impertinente, destinato a incidere rafamiliare può essere se visto dal suo indicalmente il presente per ricordare più
terno, ma posata e studiata in ogni seavanti il passato. E sarà proprio Bianca a
quenza scelta e inserita con sofferenza;
chiudere il racconto, ripresa ancora dalla
ma in seconda istanza, Il matrimonio si
madre, dieci anni dopo il matrimonio.
trasforma nella proposta e nella possibiPerché il primo film di Paola Salerno,
lità di un cinema alternativo, lontano
principalmente fotografa e videomaker
dalle logiche produttive mainstream sia
ormai adottata dalla Francia, non è che
della fiction che impera nelle sale, sia da
una rielaborazione dell’evento, una riun documentarismo sociale e politico, che eventi della convivenza forzata di una setti- scrittura dei legami che vi hanno preso parte,
spesso sa della stessa plastica dell’autoriali- mana tra parenti, e non, dello sposo: dalla si- a partire dal trauma del tempo che sconvolge
smo fine a se stesso, ma più vicino a un certo stemazione dei tavoli e delle tovaglie alle pro- e ridefinisce le immagini. Il matrimonio, che
filone underground, di cui però non condivi- ve di canto e recitazione, fino alle discussioni termina nel viaggio in auto di Checco per la
de lo stesso auto-escludersi dal vasto pubbli- sui ruoli di marito e moglie nella coppia mo- chiesa, porta dietro con sé un segreto da intuco. Invece questo matrimonio di scontri, ri- derna. In una realtà completamente senza ire e respirare, racchiuso in quell’atto di filmatrovi, frenesie e riflessioni sul rito a
re perennemente rivolto agli attori di
venire – ma che nel film non verrà mouna vita condivisa, nelle immagini che
strato - organizzato da una “masnada di
non sono altro che momenti di dedizione
donne, di cui ognuna ne vale dieci di
all’altro; perché questo è un tipo di cinequelle normali” per il fratello più piccolo
ma che tralascia per una volta lo sguardo
Checco, che così lui definisce, è un film
dominante del suo autore e lo affida ai
d’immersione, come lo descrive la regisuoi partecipanti. Come ricorda la Salersta, da cui l’occhio indiscreto dello spetno, Jean Rouch diceva: “un documentatatore (non) invitato non vorrebbe più
rio si fa con gli altri”; noi aggiungeremuscire, cullato da un’atmosfera domestimo, attraverso gli altri. E dato che le vie
ca che assomiglia a quella di ognuno di
produttive per il cinema in Italia si fanno
noi, eppure inafferrabile e inscalfibile
sempre più ardue, nonostante le nuove
perché a se stante. Quella di Paola e Checleggi, la resistenza e la rivoluzione possoco, insieme alle sorelle Caterina, Giovanna
no arrivare solo dal reale.
e Francesca insieme alla madre e ai figli, i
nipoti ed amici più stretti, è infatti una famiglia allargata molto anticonvenzionale,
Giulia Marras
IL MATRIMONIO
prodotto da Paola Salerno, Gregorio Paonessa e Gianfilippo Pedote, con il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio
di Calabria e Lucania, Fondazione Rocco Guglielmo, Rubbettino editore, ANEC Sezione Calabra, AGIS Delegazione Calabra
riprese e suono Paola Salerno, montaggio Paola Salerno in collaborazione con Giorgia Villa, musiche originali
Raul Colosimo, ufficio stampa Emanuela Genovese ©2016 Paola Salerno / Vivo film
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Uno Sguardo Normale
La XIV edizione internazionale del cinema di cultura LGBTQ a Cagliari
Sabato 12 novembre,
a Cagliari, si è conclusa la quattordicesima
edizione della manifestazione di cinema
e cultura omosessuale, transessuale e queer Uno Sguardo Normale Expo, a cui è
Gigi Cabras
associato, da cinque
anni, un concorso interamente dedicato ai
cortometraggi a tema, il Sardinia Queer Short
Film Festival. Un’edizione, questa del 2016,
particolarmente ricca, sia quantitativamente
(considerando l’iscrizione in gara del 45% in
più di corti, per un totale di più di 140 film da
26 paesi del mondo) che qualitativamente, come confermato anche dalla Presidente di Giuria, Luisa Pércopo (Italian Film Festival e Iris
Prize di Cardiff): «Abbiamo avuto difficoltà a
premiati sono stati invece valutati da tre distinte giurie: quella ufficiale del Festival la
quale, oltre alla Presidente, ha visto impegnati Roberto Schinardi, giornalista e critico cinematografico (scrive, tra le altre testate, anche per Ciak), Simone Cangelosi, regista
(autore dell’apprezzato documentario Una nobile rivoluzione dedicato alla storica figura di
Marcella Di Folco), Federico Boni, celebre
blogger, direttore dei siti Arcobamedia e Spetteguless, e Jacopo Cullin, regista e attore (fra gli
altri, protagonista de L’arbitro di Paolo Zucca).
Sono stati loro a scegliere il miglior cortometraggio 2016 a cui è andato il Sardinia Queer
Jury Award (2.000 euro): Balcony di Toby
Fell-Holden (U.K., 2015), drammatico ritratto
di una relazione di amicizia tra donne, simili
e diverse a un tempo, nel contesto di un quartiere suburbano inglese, in cui solidarietà,
razzismo, diffidenza, pregiudizi e speranza si
mescolano, tragicamente. La giuria ufficiale ha inoltre assegnato
una Menzione Speciale al breve lavoro del regista tedesco Michael
Rittmannsberger, The Culprit (Austria/Germania, 2015), storia del
sacrificio supremo di un uomo,
per amore di un altro uomo, in un
paese arabo indefinito in cui l’omosessualità è punita con la pena
di morte: questo piccolo, struggente frammento di una vita spezzata
dall’inaudita ferocia dell’intolleranza ha conquistato anche il Sardinia Queer Students Award (300
BALCONY di Toby Fell-Holden Sardinia Queer Jury Award 2016
euro), premio assegnato per la prima volta da una giuria di studentesscegliere il corto vincitore: la qualità e la va- se e studenti delle scuole superiori di Cagliari,
rietà tematica dei lavori era senz’altro molto coordinati dall’Associazione Eureka, i quali
alta». Il Festival è cominciato, come ogni an- hanno riconosciuto anche una Menzione Speno, con una doppia serata di “maratona” di ciale al cortometraggio di Jake Graf, Dawn. Ulproiezioni per il Pubblico: l’Associazione ARC timo premio assegnato durante la serata finaOnlus e il Circolo F.I.C.C. ARCinema, organizzatori dell’intera manifestazione, hanno infatti elaborato
un articolato sistema di coinvolgimento attivo dei partecipanti i quali,
scegliendo liberamente di essere
Giuria del Pubblico e visionando tutti i cortometraggi in gara, si sono assunti la responsabilità di scegliere
insieme i cinque migliori corti finalisti, poi riproiettati, uno a serata,
durante il festival vero e proprio (che
si è svolto nella Sala Conferenze
dell’Unione Sarda dal 7 al 12 novembre). Le opere finaliste sono state
Sebastiane Special Event: “Sebastiane” (1976) di Derek Jarman.
nuovamente votate dal pubblico in
introdotto dal criticico cinematografico Sergio Naitza
sala e, in questo modo, è stato individuato il cortometraggio vincitore
del Sardinia Queer Audience Award (del valo- le, presentata dagli attivisti di ARC Michele
re di 500 euro), assegnato al brillante Oh-Be- Pipia e Dolomia Chanel, amatissima e caustica
Joyful di Susan Jacobson (U.K., 2015), con una drag-queen cagliaritana, è stato l’ARC Special
straordinaria e rivoluzionaria vecchina inter- Award, riconosciuto per il suo valore sociale e
pretata dall’attrice Sheila Reid. Gli altri lavori politico a Handsome & Majestic: “un bambino
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transessuale ci spiega con semplicità e immediatezza il bisogno naturale di ogni essere vivente di riconoscersi nei propri simili e come
il non sentirsi più gli unici al mondo ci renda
meravigliosi e grandiosi”, si legge nelle motivazioni del premio. Ma, al di là del concorso, il
Festival è stato occasione per altri momenti di
grande interesse culturale: la presentazione
del libro Tutta un’altra storia. L’omosessualità
dall’antichità al secondo dopoguerra, scritto da
una delle figure più importanti del panorama
Michele Pipia introduce Paolo Frau, Marco Asunis e
Mariangela Bruno per i saluti istituzionali durante la
serata delle premiazioni (foto di Edoardo Marzi)
Il
culturale lgbtq italiano, Paolo Dall’Orto, giornalista e storico, presente in sala giovedì 10
novembre per un confronto col pubblico sui
temi del suo lavoro. Il giorno dopo, ancora
Dall’Orto, insieme alla Giuria del Festival e ad
Andrea Meroni, autore del documentario Ne
avete finocchi in casa?, hanno discusso in una tavola rotonda dedicata al tema della
rappresentazione sociale delle persone omosessuali e transessuali nei
nuovi media e, in generale, nei mezzi di comunicazione di massa, partendo dal cinema e arrivando ai serial, ai programmi televisivi e allo
sconfinato universo di internet.
Lungo le sue sei serate di proiezioni, USN|expo non ha fatto mancare al suo pubblico proiezioni di
lungometraggi di prima importanza nello scenario internazionale: a partire dal film premiato
quest’anno con il Leone d’Oro a
film è stato
Venezia, Ti guardo di Lorenzo Vigas; il documentario Oriented, girato dal regista norvegese Jake
Witzenfeld a Tel-Aviv, con protagonisti tre ragazzi omosessuali palestinesi e introdotto,
per l’occasione, da Fawzi Ismail, presidente
dell’Associazione Amicizia Sardegna - Palestina;
segue a pag. successiva
[email protected]
esegue da pag. precedente
il documentario italiano ma interamente girato in Birmania Irrawaddy Mon Amour, alla presenza della regista Valeria Testagrossa; l’ultimo film della celebrata regista e attrice
francese Catherine Corsini, La belle saison; il
capolavoro islandese Heartstone, storia di un
drammatica e indimenticabile estate popolata
di adolescenti in cerca della propria identità.
Infine, sabato 12 novembre, in chiusura della
serata delle premiazioni - aperta da un commosso ricordo di Luki Massa per voce di Pia
Brancadori, e dai saluti dell’Assessore alla Cultura del Comune di Cagliari Paolo Frau, del
Presidente della F.I.C.C. Marco Asunis e della
delegata della Fondazione Sardegna Film
Commission Mariangela Bruno - la proiezione
del celeberrimo e conturbante cult di Derek Jarman Sebastiane, uscito nelle sale di tutto il
mondo esattamente quarant’anni fa e girato,
quasi interamente, nella spiaggia sarda di Cala
Domestica. Il Festival ha visto inoltre la presentazione di tre estratti in anteprima: il regista e critico cinematografico Sergio Naitza ha
infatti mostrato le prime immagini dei suoi
prossimi lavori, uno dedicato proprio al film di
Jarman e intitolato evocativamente Loving Sebastiane, l’altro invece sull’intima relazione
professionale e di amicizia tra Pier Paolo Pasolini e Maria Callas, dal titolo L’isola di Medea;
Peter Marcias ha invece proiettato per la prima volta in Sardegna - dopo l’anteprima del
premontaggio mostrata durante le Giornate
degli Autori a Venezia, lo scorso settembre - alcuni minuti del suo film Silenzi e parole, curioso
e suggestivo confronto tra i riti sacri della
Quaresima, dalla prospettiva dei frati cappuccini di Cagliari, e del lungo percorso di riflessione pubblica e rivendicazione politica chiamata Queeresima, che si svolge a Cagliari tra
maggio e giugno, coordinata proprio dall’Associazione ARC e che culmina con il Sardegna
Pride, la grande festa dei diritti delle persone
lgbtq. Una curiosità: ogni anno il Festival sceglie come proprio simbolo un fiore, che sia bello ma al contempo bistrattato o ignorato, metafora di come ancora, troppo spesso, vengono
trattate le persone omosessuali e transessuali
e, più in generale, le minoranze. Così, dopo il
fiore del cappero, del mirto, dello zafferano,
dalla patata e del fico d’India, il fiore scelto con
pubblica votazione per il 2017 sarà quello del
cardo!
Gigi Cabras
Doppiaggio
Macchine da scrivere a ritmo di blues e di
genialità. Il doppiaggio del film Genius
Colori bigi e ambientazioni opache, equazione con anni bui, di
miseria e recessione
provocati dal crollo
della Borsa di Wall
Street nel ‘29. Pur i
pochi rossi che si intravedono sono scoTiziana Voarino
loriti, scialbi. La luce
rarefatta, ma pesante, è spesso filtrata da finestre, vetrate, fasci che penetrano, ma non Luca Biagini intervistato al Festrival del Doppiaggio
rischiarano mai. Vie di New York percorse da 2016 Palacrociere Savona (foto di Giulia Catania)
migliaia di cappelli da uomo sempre grigi o
neri, i borsalino mantenuti sul capo pure a ca- Sons, come si legge sull’ alto muro dell’ edificio
sa per cenare al tavolo di famiglia, sul divano a in cui ogni giorno entra ed esce, presente ancorreggere le bozze, o ad ascoltare la radio. che sulla locandina della pellicola. Dopo aver
L’ambientazione contrasta con i suoni incisi- reso famosi Fitzgerald e Hemingway scopre,
vi, ripetuti e cadenzati, scanditi dal battere le come solo una mente altrettanto ingegnosa
dita di perfette dattilografe su macchine da può fare, un nuovo genio, Thomas Wolfe che
scrivere e con i tempi scanditi dalle calde note gli fu grato fino alla commozione per averlo
del jazz e dal sottile rumore della matita rossa preso in considerazione. Lo scrittore fluviale
che depenna righe di parole da centinaia e ed esuberante di manoscritti enormi, tomi
centinaia di fogli. Un film in cui il ritmo è in- con l’esigenza di essere opportunamente
cessantemente ricercato nell’operazione di asciugati, puliti, sfrondati dagli orpelli linguidoppiaggio abilmente diretta da Lorenzo Ma- stici per diventare dei bestseller, è in costante
crì negli studi della Sedif Cdc e su dialoghi confronto con Max che si divincola nel dubbio
adattati da lui stesso. Genius è soprattutto co- di plasmarlo per condurlo alla realizzazione
struito attorno a scambi dialettici, a confiden- di un capolavoro letterario e il timore di smize ed avvicinamenti che suggellano il crescere nuire il suo talento. Il direttore di doppiaggio
di un rapporto di amicizia anche attraverso la Macrì, è riuscito a concertare perfettamente
creazione dei capolavori letterari come Ange- - la voce ha note, colori, registri - l’equilibrio e
lo, guarda al passato e Il Fiume e il
la rigidità che Luca Biagini espriTempo, a scontri verbali, istintivi,
me dando adeguatamente la voaccesi, drammatici a volte, cance a Perkins e a contenere, a non
zonatori in altri momenti. Molte
far salire troppo sopra le corde
scene sono parlate e realizzate
Onorato nel ruolo del dirompenin interni, come se si fosse sul
te, febbrile e scostante Wolfe/Jupalcoscenico a recitare la pièce di
de Law, a far arrivare da Chiara
fronte agli spettatori. E’ la prima
Colizzi alla glaciale Nicole Kidopera cinematografica del regiman, ormai dal viso di cera, toni
sta inglese Michael Grandage,
decisi, irritati e a far spiccare l’indal passato pregno di esperienze
terpretazione di Alessandra Koteatrali che si riversano nel suo
rompei nel ruolo di Louise Saunapproccio al lungometraggio, a Riccardo Niseem Onorato
ders/Laura Linney, moglie di
cui si affidano grandi attori come Colin Firth e Perkins. E colla bene la voce di Simone Mori
Jude Law, Nicole Kidman. Genius è stato pre- su Hemingway/Dominic West, Fitzgerald/
sentato a quest’ultima edizione del Festival Guy Pearce è doppiato da Christian Iansante.
del Cinema di Roma e trascina con sé anche il Macrì ha approfondito per mesi la lettura dei
Tutte le informazioni sull’edizione appena conclusa del fe- gran ritorno del Jude Law protagonista di The testi di Wolfe ed ha profuso nella trasposiziostival sono reperibili sul sito ufficiale: www.usnexpo.it
Young Pope, in entrambi i casi doppiati da un ne la sua esperienza di attore di teatro, di stuveramente bravo (Riccardo) Niseem Onorato. dioso dell’uso della voce e della musicalità, di
Una curiosità: ogni anno il FeColin Firth è Luca Biagini, per altro premiato doppiatore e di direttore di film impegnativi.
stival sceglie come proprio simper l’interpretazione italiana sempre di Colin Un lavoro realizzato con doppiatori di spessobolo un fiore, che sia bello ma al
Firth nel ruolo di Re Giorgio ne Il discorso del Re re artistico sicuramente, ma anche con il supcontempo bistrattato o ignorato,
al Festival Nazionale del Doppiaggio Voci porto di professionisti del doppiaggio e della
metafora di come ancora, troppo
nell’ombra 2011 come Miglior Voce Maschile postproduzione di particolare bravura: l’assispesso, vengono trattate le persodel Cinema, riconoscimento replicato in stente Antonella Bartolomei che ha coordinane omosessuali e transessuali e,
quest’ultima edizione 2016 per l’interpretazio- to con tatto e determinazione il cast vocale e
più in generale, le minoranze.
ne di Michael Keaton/Walter “Robby” Robin- controllato la precisione del sync, e due “orecCosì, dopo il fiore del cappero, del
son nel Caso Spotlight. La pellicola è tratta dal chi sopraffini” come il fonico di doppiaggio
mirto, dello zafferano, dalla patata e del fico d’India,
libro di Andrew Scott Berg Max Perkins. L’edi- Fabrizio Salustri e il fonico di mixer Fabio Toil fiore scelto con pubblica votazione per il 2017 sarà
tor dei geni. L’ editore veramente esistito la- sti.
quello del cardo!
vora per la casa editrice Charles Scribner ’s
Tiziana Voarino
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n.
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YouTube Party #25
PPAP (Pen-Pineapple-Apple-Pen)
Visualizzazioni - 14’750’892 (LinK)
La trama – Il mostro
Ryuk replica il video
del brano PPAP di
Pikotaro (un cantante
fittizio interpretato
dal comico giapponese
Daimaou Kosaka), esibendosi in un ballo che
Massimo Spiga
ne imita le eleganti
movenze. Ryuk è un
personaggio tratto dal manga Death Note: questo video non è altro che una pubblicità per il
nuovo film tratto dalla serie, Light Up The
NEW World. Come al solito, ci troviamo davanti a un gioco di scatole cinesi postmoderno, in cui un prodotto intellettuale (Death Note) ne cita un altro (PPAP) il quale, a sua volta,
ne cita un altro (Gangnam Style e quel genere
di immaginario), il quale ne cita un altro (l’iconografia occidentale associata alla musica
anni ’80) e via dicendo, in un regresso all’infinito. Eppure, non è questo l’elemento interessante, bensì un aspetto molto più sottile e misterioso: ci troviamo innanzi a un messaggio
pubblicitario che, al contrario degli usuali
spot televisivi – tipicamente imposti a uno
spettatore nervoso –, viene attivamente cercato e visualizzato in massa dal suo target di riferimento.
L’esegesi – Ho scelto questa “cover” di PPAP
perché, meglio dell’originale di Pikotaro, è
utile per illustrare il meccanismo psicologico
della jouissance nell’odierno panorama mediatico. Il concetto è stato formulato da Jacques
Lacan nel suo seminario L’Etica della Psicanalisi del 1959 e, successivamente, reinterpretato,
revisionato e rimodellato da dozzine di filosofi in una varietà di sfumature. Tuttavia, ai fini
di questo articolo, prendiamolo nella sua forma più banale: la jouissance è un tipo di piacere
del tutto sterile, che spinge il soggetto alla sua
ripetizione compulsiva, finché l’atto non diviene in parte doloroso e noioso. Questo tipo
di piacere, di carattere masturbatorio, è conosciuto da qualsiasi gamer per la sua pervasività nel panorama videoludico, in cui prende il
nome di grind, o da qualsiasi anima perduta
che si ostini a guardare gran parte della programmazione televisiva. Tuttavia, in PPAP, lo
troviamo sfruttato in un modo assai particolare: il video è solo parzialmente “divertente”
e, anzi, è in larga misura sgradevole. Prima di
tutto perché il suo interprete è un orribile mostro dallo sguardo vitreo e, in secondo luogo,
perché la musica è quanto di più demente e
dozzinale possa esistere. Eppure, funziona. Il
motivo di questo paradosso è semplice da
spiegare: la sua sgradevolezza è parte integrante del suo successo. Il brano non si prende sul serio e, anzi, si presenta come un’auto-parodia, invitando il pubblico a snobbarlo e
godere della sua totale mancanza di buon gusto. Proprio questo distacco ironico – unito a
54
un’esecuzione “catchy”, da tormentone e la
brevissima durata –, ne facilita la proliferazione («Guarda qui, non ti puoi immaginare
qual’è l’ennesima idiozia che hanno sfornato i
nipponi»). Il punto è proprio questo: abbassare la guardia dello spettatore con dosi di rocambolesca stupidità, in modo da metterlo a
è una falsa risposta a una domanda genuina,
ovvero quella di una comunicazione che non
sia ingessata dall’ideologia tossica chiamata
correttezza politica: purtroppo, piuttosto che
eliminare la simulazione e la falsità, tende a
moltiplicarla. In conclusione, possiamo evitare il tranello con un esercizio di cinismo: non
suo agio e convincerlo a riascoltare il brano
una seconda volta. Oltre che nei videogiochi,
abbiamo visto il medesimo modulo comunicativo in contesti radicalmente diversi: molta
della propaganda governativa sul Referendum costituzionale, ad esempio, è basata su
questo tipo di jouissance. “La riforma fa schifo,
ma è meglio di niente” è uno slogan che avrebbe fatto rabbrividire un governo dittatoriale
novecentesco: per loro, la linea comunicativa
doveva essere improntata al TRIONFO OPERISTICO e non all’ironico svilimento di sé.
Eppure, la democrazia non funziona così ed è
costretta a manipolare la sua base elettorale
con forme sempre più basse e subdole di menzogna perché passino gli interessi della classe
dirigente: autodenigrandosi, il propagandista
si pone artificialmente allo stesso livello dell’elettore e stabilisce con lui un rapporto empatico che cela il rapporto di forza asimmetrico
tra i due, annebbiando il contenuto stesso del
messaggio da lui inviato e sostituendolo con
una falsa dinamica di tipo personale (“Dai,
fammi un favore da amico”). Per cui, se si stabilisce una piattaforma comunicativa all’impronta della jouissance, vedere il proprio premier in canottiera, mentre fa figuracce,
scoreggia o balla PPAP non diminuisce il suo
appeal, ma lo aumenta (Renzi, Trump, Berlusconi, et similia). Questa trappola, naturalmente,
dobbiamo mai scordare i rapporti di forza.
Una volta identificato il meccanismo della
jouissance, il nostro dovere è ricominciare a
chiamare “padrone” il padrone e “merda” la
merda.
Il pubblico – Alcuni commentatori, dotati di
chiaroveggenza, prefigurano questo mio articolo e si mettono a parlare, totalmente fuori
contesto, di Donald Trump. L’usuale schiera
di nerd ci offre informazioni dettagliate su
Death Note («Hanno scelto questo brano perché Ryuk adora le mele») di cui gli esseri umani possono tranquillamente fare a meno. La
stragrande maggioranza degli spettatori, tuttavia, apostrofa il video con termini negativi
di vario tipo («Cringey», un intraducibile aggettivo per comunicare che si sentono umiliati al posto dell’autore, o «Creepy», disgustoso
e spaventoso) o si chiede perché sia così celebre. È proprio questo il fulcro della jouissance:
lo critichi, eppure stai là a guardarlo, sprecando ulteriori proteine per annunciare pubblicamente il tuo sconcerto. Clicca su refresh per
rivederlo, attorniato da dieci milioni di persone intrappolate nello stesso ciclo; alla fine, le
tue schermature mentali verranno meno e
PPAP potrà finalmente inscriversi, con una
Penna-Ananas-Mela-Penna, in caratteri di
fuoco sulla tua anima.
Massimo Spiga
[email protected]
Teatro
Poetiche
Cabaret
Torna a mezzo secolo dal debutto sui palcoscenici da dove
è partito
“Cabaret”, la commedia musicale di John
Kander e Fred Ebb
tratta dal dramma “
I’m a Camera” di John
Van Druten, a sua volta ispirato alla raccolta di racconti Addio a
Berlino di Christopher
Isherwood, festeggia il
Giuseppe Barbanti
mezzo secolo dalla prima di Broadway tornando nella messa in scena del Teatro della
Rancia di Tolentino sui palcoscenici italiani
per la terza volta. L’ allestimento è firmato come i precedenti da Saverio Marconi. La vicenda gode di una vasta notorietà grazie al successo dell’omonimo film del 1972 che impose
Liza Minnelli all’attenzione del pubblico di
tutto il mondo. Ed è veramente un allestimento di grande impatto e non minor spessore
quello ambientato nella Berlino degli inizi degli anni Trenta del secolo scorso anche per
l’attenzione con cui Marconi mette a fuoco il
possibile legame tra gli sviluppi della vicenda
e il nostro presente: oggi come allora il rischio
sta nell’indifferenza con cui la gente non si occupa (o preoccupa) di quello che gli succede
intorno sino a quando non ne venga toccata
direttamente. “Cabaret” ci offre uno spaccato
di vita quotidiana nella Berlino di 85 anni fa,
di come i protagonisti delle diverse vicende
che si intrecciano nella stragrande maggioranza abbiano sottovalutato i segnali del pericoloso prender piede del nazismo: Marconi
nelle battute finali accenna, appena in un attimo capace però di sconvolgere di emozioni, a
un aspetto del tragico epilogo della folle epopea del nazismo, quando ci presenta un gruppo di deportati che agitano le braccia da un
vagone ferroviario. La scena completamente
spoglia con quinte a vista consente di sviluppare in parallelo le vicende dei diversi personaggi. Gabriele Moreschi e Saverio Marconi
creano in maniera solo apparentemente improvvisata ma molto efficace diversi ambienti,
in cui si consumano le storie delle diverse coppie attraverso cui si rivivono clima e atmosfera di un’epoca percorsa da un sinistro fascino.
Un ruolo centrale assume la stanza in cui vivono Sally (la brava Giulia Ottoniello), giovanissima attrice e cantante del trasgressivo Kit
KatKlub legata sentimentalmente al giovane
romanziere americano in cerca di ispirazione
Cliff Bradshaw (Mauro Simone): ma accanto
a loro seguiamo anche i percorsi di Fräulein
Schneider e Herr Schultz, di Fräulein Kost ed
Ernst Ludwig, affidati rispettivamente nell’ordine ad Altea Russo, Michele Renzullo, Valentina Gullace e Alessandro Di Giulio, tutti esperti attori della compagnia marchigiana. Svetta
Quanto ti ho amato...
nell’insieme l’onnipresente Giampiero Ingrassia, Maestro di Cerimonie, una vera e propria maschera che finisce con il diventare in
scena, grazie anche al pesante trucco del volto, il simbolo del clima di inquietudine, che
serpeggia in ogni quadro dello spettacolo: da
un lato diviene efficientissimo trait d’union
fra momenti ludici e ambigui della storia,
dall’altro recita ma soprattutto canta, susci-
CABARET. Giampiero Ingrassia (foto di Iwan Palombi)
tando talora emozioni veramente profonde,
come quando si cimenta con “ I don’t care much/Non importa”. Del resto “Cabaret” vanta
una colonna sonora veramente straordinaria,
a pieno titolo divenuta parte del patrimonio
della commedia musicale di tutti i tempi grazie a brani dello spessore di “ Wilkommen”, “
Money”, “ Maybe This Time “(Questa volta) e”
Life is a cabaret” (La vita è un cabaret). Accurati e veramente in sintonia con la moda degli
anni ’30 i costumi di Carla Accoramboni. Un
ruolo molto importante per il buon esito di
uno spettacolo composito come questo lo rivestono anche le impeccabili coreografie di Gillan Bruce che spiccano nei quadri musicali del
Kit KatKlub e il disegno luci di Valerio Tiberi,
determinante per una credile costruzione dei
più diversi contesti. Lo spettacolo sarà a dicembre a Treviso, Napoli e Imola per concludere la tournée all’inizio del 2017 a Senigallia e
Seregno.
Giuseppe Barbanti
Quanto ti ho amato...
tu non lo saprai mai:
molto più dell’ape
che punge il suo fiore;
molto più della pioggia
che bagna il pineto.
Ti ho amato forse,
se mi è lecito dirlo,
più di quanto Dio
ami l’uomo.
E per amarti meglio
avrei voluto essere bella
come il silenzio
o come una sfera di stelle.
Ma le mie proprietà
erano miserevoli
e tremavo,
tremavo di passione
senza potertelo dire.
Alda Merini
55
n.
45
Io ero nei circoli del cinema
La storia del Circolo
del Cinema a Bitti,
evocata qualche mese
fa da un bel pezzo di
Lorenzo Calzone, sono più storie. Al mio
paese ci sono stati diversi tempi di associaNatalino Piras
zionismo cinematografico. In nome della religione e della fede:
dal Posto delle fragole a Corvo rosso non avrai il
mio scalpo. In nome delle ideologie: dalla Corazzata Potëmkin ancora prima della rivoluzione bolscevica a Z. L’orgia del potere, sulla Grecia
sotto la dittatura dei colonnelli. (Chi se lo dimentica Maureddu Contu che si leva il berretto, su bonette, e sventolandolo minaccioso contro i militari felloni urla: tratté, tratté). Soprattutto
in nome del cinema. Non c’è bittese che non
sappia i differenti significati della parola “cinema”. Vuol dire sia il luogo dove si proiettavano i film sia gli stessi film. Bellu cinema, bellu
cinemeddu, bellu cinemozze. Come dire l’arte e i
suoi artefici ma pure lo schermo e i suoi spettatori. Nel corso di un secolo al mio paese il cinema ha significato e significa molto. Ancora
adesso, oltre le sporadiche occasioni di film
particolari o per cicli, la continuità storica e il
baluardo di memoria molto devono al Circolo
Kinemakine dove quel “makine” sta ad indicare insieme immagini in movimento, dal greco, e, dal sardo, pazzia. Il cinema come concezione del mondo (Majakovskij) e come nave
dei folli. Come impresa lavorativa e come
estensione di tante scuole improprie della società contadina e pastorale. Una fabbrica dei
sogni sui generis, testimonianza di impegno,
la continua scoperta che anche nei luoghi più
sconosciuti, lontani e impensati, c’è qualcuno
Z - L’orgia del potere è un film del 1969 diretto da
Costa-Gavras, vincitore dell’Oscar al miglior film
straniero e del Premio della giuria al 22º Festival di
Cannes
56
o qualcosa uguali e precisi a tipi e topoi del tuo paese. A lu ides, cusse paret su
tale. Potenza dello schermo. Ma custa,
magari la casa di Via col vento, est sa domo de… Lo ricordava anche Lorenzo
Calzone: quando proiettammo a 16
mm. La battaglia di Algeri in una stanza
poco più che mezzo magazzeno, i pastori-spettatori, tutti resistenti alla
Legge, si esaltarono di rabbia e riscossa nel vedere i parà francesi irrompere
nella Casbah, scarponi e tuta mimetica: così come loro vedevano i carabinieri entrare nei loro campi e ovili. Un
passaggio analogo c’è in Banditi a Orgosolo, quando i Cacciatori di Sardegna
atterrano ed escono dagli elicotteri come fossero in Vietnam. Il cinema è sogno ma pure storia, cronaca immediata e narrazione di riflesso. Dappertutto.
Anche a Bitti. Lungo il Novecento e fin
dentro il Duemila le successioni a Bitti
sono state principalmente il cinema
parrocchiale, Su salone de su probanu,
Su cinema ‘e Peppanna, l’Ariston dei
Farina che già avevano fatto esperienza al cinema parrocchiale, ancora Su
salone de su probanu e ancora i Farina.
A volte in contemporanea, altre volte
in maniera alternata. Il momento cru- “Ponderabili variazioni di passo: il cavallo e il cinema” di Natalino
ciale era la domenica quando all’entra- Piras, Villanova Monteleone, Soter (2000)
ta della chiesa di San Giorgio tutti, anche gli analfabeti, leggevano le classificazioni come produzione e come visione. I campi lundel Centro Cattolico Cinematografico per su ghi, il piano americano, i dettagli eccetera eccinema ‘e Peppanna: per tutti, adulti, adulti cetera. Tutti questi saperi ho riversato nella
con riserva, sconsigliabile, escluso. Chi sa per- mia attività di cinematografaro quando miliché risultava da guardare con dovute cautele tavo contemporaneamente nella Federazione
e riserve anche Viva l’Italia di Roberto Rossel- Italiana Circoli del Cinema e in tante altre atlini, film del centenario dell’Unità. Eravamo tività di libero pensatore, di sognatore. Apnel 1961. Forse era una questione di costo del partenevo alla chiesa cattolica e a quella comunista. Entrambi, teologi, sacrestani
biglietto. Disse scherzando tziu
e funzionari, mi consideravano
Paskaleddu, il capostipite dei
(penso sia ancora così) un eretico.
Farina, a noi bambini che manInaffidabile. Quando noi il cinema
co finito il pranzo eravamo là dalo facevamo nel garage-sezione del
vanti all’Ariston in attesa che
PCI le pellicole arrivavano in valiaprisse: “Oggi il biglietto costa
cento lire (invece che cinquanta)
gia, corriere Mariane di Orune,
perché c’è Garibaldi”. Molti anni
dall’Umanitaria di Cagliari. Non
dopo tziu Paskaleddu non c’era
conoscevo di persona né Fabio
più e il popolo dei pastori-spetMasala, il suo mito, né gli altri
tatori vide sbigottito, letteralche con lui costruivano la Cinemente scioccato, Salò o le 120
teca Sarda. Dopo le proiezioni di
giornate di Sodoma di Pasolini.
tanto, inutile, realismo socialiAppartengo a tutte queste sucsta, rigorosamente b/n, domato
cessioni di tempo cinematogra- “Viva l’Italia!” (1961) di Roberto il pubblico di pochi operai e molti
fico bittese. Che è pure un tem- Rossellini. Narra le vicende aspiranti intellettuali dovevo penpo storico nell’estensione dal della spedizione dei Mille
sare a rispondere pan per focaccia
locale al globale. Non sono mai
al “fronte clericale”. Attaccavano
stato animatore di cineforum ma quanto mai con la chiacchiera ma anche con volantini e cidi circoli del cinema, cinestudio, cinema pro- clostile. Ci fu un periodo che ebbi a disposizione
letario e quant’altro servisse a differenziare me una radio, di proprietà che il comunismo lo
e altri accoliti dalla terminologia cattolica che vedeva come fumo negli occhi. Se non peggio.
molto puntava sul cinema come fattore pedago- Il fronte clericale paesano attaccava e io congico e accomunante. Dai preti, ho imparato da trattaccavo a virulenza raddoppiata. Ci acculoro principalmente. Da molti libri scritti da savano di essere propalatori di “cinema porgesuiti, ma anche dal marxista Georges Sa- nografico”: il film in questione era Il grido di
doul. Ho appreso cos’è il mistero del cinema:
segue a pag. successiva
[email protected]
segue da pag. precedente
Michelangelo Antonioni. Ricordo che a quel
tempo, siamo agli inizi degli Ottanta, mandavamo in onda, sempre da Radio Studio 10, le
registrazioni del dibattito che la sera prima
c’era stato dopo la visione all’Ariston di Z, appunto, di Corvo rosso (questa volta l’avevamo
rubato ai clericali de Su salone ‘e su probanu),
di La confessione, dei Tre giorni del condor eccetera. Ci chiamavamo Cinestudio e tutti facevamo parte di una fantomatica commissione
cultura che aveva come riferimento la prima
amministrazione comunale di sinistra a Bitti:
in quella che si diceva allora era una roccaforte
reazionaria. Da cinematografaro e altro militavo, sempre a gratis. Facevo di tutto, dal proiezionista, al redattore di schede e dispense, a
quello che doveva rompere il ghiaccio per iniziare il dibattito. Cose assurde, cose esilaranti
i dibattiti, il mondo giudicato dalla lente di ingrandimento dell’ideologia dei cinefili bittesi.
Il mio primo articolo di cinema lo ho scritto
nel 1972, per Su Cuentu, il ciclostilato che dieci
anni dopo mi avrebbe attaccato per Il grido di
Antonioni e tanto altro. Fui accusato, da gente che poi ritrovai come militanza comune in
diversi Cinestudio, di essere un fascista. Il tema dall’articolo del ‘72 era il nuovo cinema
americano, quello della revisione del western
dove tra l’altro gli indiani vengono rivalutati e
non sono più cattivi. Chi sa come hanno fatto
derivare il mio fascismo. Così come il cinema
illumina spesso acceca. Se non lo si comprende. Sul finire dei Settanta ho scritto di Lumière
in Barbagia, per un ciclostilato che ha avuto vita per soli due numeri. Raccontavo del cinema
difficile, jugoslavo, magiaro, “nella spina dorsale del tempo”. Mi confrontavo con il neorealismo, con il cinema novo brasiliano, con Losey
e Bresson. Ma chi capiva, chi leggeva? Ancora
oggi è così.
Natalino Piras
Nato a Bitti nel 1951, il 9 dicembre. Data significativa per
il cinema: di 9 dicembre sono nati tra gli altri Dalton
Trumbo, uno dei più grandi sceneggiatori di Hollywood,
perseguitato da maccartismo, John Malkovich e, compirà
cent’anni adesso, il grandissimo Kirk Douglas.. Ho fatto il
bibliotecario per 36 anni. Prima ancora sono stato operaio
e soprattutto clericus vagans. Sono laureato in lettere con
una tesi su Sciascia. Da giornalista ho scritto migliaia di
articoli e da lettore ho letto decine di migliaia di libri, tomi,
volumi e volumoni, pocket e miscellanee. Ho pubblicato
molti libri. Anche di cinema, monografie su Gian Maria
Volontè e Fred Zinnemann Quello più corposo è Ponderabili variazioni di passo. Il cavallo e il cinema (2000): vuole
essere una storia del cinema prendendo a pretesto cavalli,
asini, muli e altri quadrupedi. C’è un intero capitolo che
riguarda la Sardegna. Da questo libro, lo si trova anche
nella biblioteca dell’università di Yale, non ho guadagnato
un soldo.
Nell’immagine a fianco
Dopo il ciclostile e prima del digitale.
Uno storico volantino datato 8.12.1973
firmato dal Circolo del Cinema di Bitti
57
n.
45
Arkham Asylum
Quando un bravo scrittore si incontra con un
bravo disegnatore può
nascere una bella storia a fumetti. Ma se lo
scrittore è un certo scozzese di nome Grant
Morrison e il disegnatore è quanto di più
lontano dai canoni
Davide Deidda
classici del fumetto
che possiate immaginare, all’anagrafe Dave
McKean, beh, allora nasce Arkham Asylum,
una seria casa su un serio suolo. In tutte le
grandi opere si ha un livello di lettura, quello
che la maggior parte delle persone coglie al
primo impatto, anche in maniera diversa a seconda delle loro conoscenze e del momento
stesso in cui vi si approcciano, e poi ve ne sono
di altri, meno immediati, che magari si colgono in un secondo momento, magari a una rilettura più attenta. Se dovessimo rappresentare i piani di accesso ai significati e agli
anfratti più oscuri di questo libro come gli
strati di una torta, ci troveremo davanti un
grattacielo, anzi un castello gotico di pan di
spagna, panna, glassa e tutti gli ingredienti
che la nostra lingua riuscirà a percepire e, forse, a decifrare. La decifrazione è uno degli
aspetti più importanti di Arkham Asylum (e di
tutti gli altri lavori di Morrison): alla prima
lettura molte immagini, parole, sequenze potranno straniare, stupire o disturbare il lettore attraverso processi inconsci dovuti all’atmosfera folle e surreale che ci circonda. Ma
ogni volta che si ritorna in quei punti potrebbe essere un’esperienza nuova. Più letture in
casi come questo sono quasi d’obbligo per andare sempre più a fondo nel mondo costruito
dagli autori. Ma andiamo per lo meno a spiegare di cosa parla questo fumetto. Arkham
Asylum viene pubblicato dalla Dc Comics nel
dicembre del 1989, e vede intrecciarsi due storie: quella del viaggio di Batman nel manicomio Arkham, e la storia stessa del suo fondatore e della casa. Vi tranquillizzo dicendovi
subito che non è mia intenzione andare a sviscerare in tutti i suoi strati la succitata torta
cucinata da Morrison e Mckean, dal momento
che questo non solo andrebbe a rovinarvi la
lettura e a togliervi il gusto delle prime, importantissime, personali reazioni, ma comporterebbe la scrittura di pagine e pagine di
analisi artistico letteraria, che darebbe pane
per i denti di molti saggisti e studiosi. Quello
che lo scrittore scozzese fa è sviscerare i più
nascosti aspetti psicologici dell’uomo pipistrello, di Amadeus Arkham, colui che dà il nome al manicomio, e dei suoi ospiti. Non ci è
dato di sapere se tutto quello che vive Batman
sia reale o sia un sogno, un allucinazione, se il
Joker, Due Facce, Il Cappellaio Matto, Clayface e gli altri personaggi che popolano questo
pittoresco e inquietante mondo, non siano
nient’altro che una proiezione della sua psiche turbata. Cos’è la follia? Chi è il vero folle? È
il folle un malato circondato da sani o è l’unico
58
Copertina di Dave Mckean dell’edizione 15°
anniversario di Arkham Asylum, a serious house on
serious earth, pubblicata nel 2004 in America
esaminare la sceneggiatura di Arkham
Asylum (inclusa nell’edizione 15° anniversario
pubblicata nel 2004 in America e poi stampata
in Italia prima da Play Press, poi da Planeta de
Agostini e infine da Rw Lion) ci si accorgerà
che questa è molto più simile a quella di un
film che a quella di un fumetto. Le originarie
64 pagine diventeranno, in seguito al lavoro
dell’artista inglese Dave Mckean, 128. Questi,
reduce da una formazione artistica totalmente estranea al fumetto, “costruisce” le tavole
con le tecniche e gli strumenti più disparati,
dalla pittura alla fotografia, dal collage alla
matita, regalandoci dei veri e propri quadri
impressionisti e alcune tra le immagini più
inquietanti della storia di Batman. Traducendo in immagini la sceneggiatura di Morrison,
Mckean raggiunge un sublime neoromantico,
che unisce orrore, fascino, ribrezzo, imponenza. Nello straordinario risultato finale,
dalle singole immagini alla composizione delle tavole, si stenta a credere che fu realizzato
senza ausilio alcuno del computer, che avrebbe rivoluzionato molti aspetti del fumetto
americano di lì a poco. Arkham Asylum fa la
sua prima apparizione nello stivale sul 94° numero, il numero 7 del 1991, di Corto Maltese,
Tavola di Arkham Asylum di Dave Mckean
sano di mente circondato da folli? Morrison
non ci dà risposte, piuttosto domande. Ma
laddove la pazzia sembra pervadere tutto nel
fumetto nulla è lasciato al caso, nessuna parola, nessun segno. Ci troviamo davanti a un castello di carte studiato al millimetro: ogni cosa
deve stare al suo posto ed è lì per un motivo
ben chiaro. Antropologia, psicologia, filosofia
(giusto per fare tre nomi: Jung, Freud e Nietzsche), occultismo, magia, misticismo, tarocchi, cultura pop, cinema, letteratura (uno su
tutti Lewis Carrol), teatro vanno a fondersi
nel capolavoro dei due artisti. Andando a
rivista che per prima ha fatto scoprire in Italia
la nuova ondata di autori da oltreoceano, come Frank Miller, Alan Moore, Neil Gaiman e
ovviamente, l’interessato di oggi, Grant Morrison.
Davide Deidda
[email protected]
Diari di Cineclub 2016
Il nostro patrimonio, le nostre firme
Dalla nascita del periodico nel dicembre 2012 a dicembre 2016, i
nostri primi 45 numeri
Diari di Cineclub augura buon anno
il prossimo numero esce nei primi giorni del 2017
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Fabiana Antonioli
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Fabio Franchi
Fabio Massimo Penna
Fabio Sandroni
Fabio Sanvitale
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Federico Pommier
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Lorenzo Pellizzari
Luca Bianchi
Luca Manzi
Lucia Bruni
Luciana Manco
Luciano Saltarelli
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Luigi Di Maso
Luigi Iovane
Luigi Proietti
Luigi Zara
Manlio Todeschini
Manuela Calandrini
Manuela Fulgenzi
Marcello Seregni
Marco Antonio Pani
Marco Asunis
Marco Dessì
Marco Felli
Marco Olivieri
Marco Spagnoli
Marco Vanelli
Maria Caprasecca
Maria Cristina Caponi
Maria
Maddalena
Beltramo
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Mariangela Bruno
Marino Canzoneri
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Mario Ciampolini
Mario Dal Bello
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Mino Argentieri
Monica Gregori
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Nando Scanu
Natalia Fernàndez
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Natalino Piras
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Nichi Vendola
Nicola Fratoianni
Nicola Lancellotti
Nicola Roviti
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Nino Giansiracusa
Nino Russo
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Omar Suboh
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Roberto Linzalone
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Valentina Neri
Valeria Patané
Vincenzo Esposito
Viola Vasarri
Virgilio Zanolla
Virginia Saba
Vito Zagarrio
Walter Piludu
59
n.
45
CHARLIE CHAPLIN 2016 X edizione
La Biblioteca del Cinema Umberto Barbaro e la rivista Cinemasessanta comunicano che Giovedì 15
dicembre alle ore 17.00 verrà consegnato
il Premio Charlie Chaplin
Casa del Cinema (Largo Mastroianni, 1) Roma
Nel corso della cerimonia la Giuria consegnerà il Premio Charlie Chaplin a
Marco Tullio Giordana
Roberto Chiesi
con l’adesione della Presidenza del Senato e della Presidenza della Camera dei Deputati,
con il contributo del Ministero per i Beni e le attività culturali Direzione Cinema
e media partnership di Diari di Cineclub.
Seguirà la proiezione del film Lea di Marco Tullio Giordana (2015)
e il documentario Il Labirinto dell’Inferno di Salò (2013) di Roberto Chiesi.
Ingresso gratuito
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XXIV Premio Domenico Meccoli ‘ScriverediCinema’
Magazine on-line di cinema 2015
ISSN 2431 - 6739
Responsabile Angelo Tantaro
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Comitato di Consulenza e Rappresentanza
Cecilia Mangini, Giulia Zoppi, Luciana Castellina,
Enzo Natta, Citto Maselli, Marco Asunis
a questo numero ha collaborato in redazione Maria
Caprasecca
la pagina e il gruppo di facebook sono a cura di Patrizia
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