Dopo 30 anni di grandi soddisfazioni professionali Enotime ha
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Dopo 30 anni di grandi soddisfazioni professionali Enotime ha
Dopo 30 anni di grandi soddisfazioni professionali Enotime ha deciso di modificare la propria attività accogliendo nuove sfide e opportunità. È stata sospesa l’organizzazione dei corsi di enogastronomia per gli appassionati ed è stata interrotta la pubblicazione dello storico portale Enotime QualiTavola Magazine. Questa è una raccolta degli scritti di Mario Crosta, che vi ha collaborato dal 2001 al 1014, riscuotendo già dopo pochi articoli un importante riconoscimento. EDITORIALE ATTUALITÀ LA VIGNETTA DEL BUONGUSTAIO SPECIALE EST EUROPA BUONI & CATTIVI - LA SFIDA FATTI & SFATTI VINO IN WINE OUTSIDE SAPORI PERDUTI WEB CHALLENGE IL LIBRO DEL MOMENTO IL VIAGGIATOR... GOLOSO EDITORIALE / NOVEMBRE 2002 BERE INFORMATI Perché bere informati Vino & salute Vini italiani DOCG - DOC - IGT Vino & giovani Corso di degustazione vino Quale tappo per il vino 1° premio a Mario Crosta: è il personaggio da URL 2002 MANGIARE INFORMATI Perché mangiare informati Cibo e salute Mangiare biologico Il pesce di mare e i suoi segreti Ortaggi, frutta e cereali Carni italiane pregiate I prodotti protetti Olio extravergine di oliva DOP e IGP Formaggi italiani a 1° premio a Mario Crosta: èil personaggio da URL 2002 Mario Crosta con la sua rubrica "Speciale Est Europa" si aggiudica l'importante riconoscimento Care lettrici/Cari lettori, per il secondo anno consecutivo Enotime Magazine ha conquistato un importante riconoscimento al "Premio Sapori dal Web" appena celebrato nella città toscana di San Miniato. Il primo premio per il "personaggio URL" dell'anno è andato al nostro collaboratore Mario Crosta, che con la sua rubrica "Speciale Europa dell'Est" ha sbaragliato l'agguerrita concorrenza. Si tratta di un riconoscimento importante per un italiano che vive in Polonia, che con il cuore è rimasto in Italia ma che con la mente è proiettato al futuro. Molti Paesi dell'Est dal 2004 saranno nostri partners alla pari nell'UE, e noi di Enotime Magazine abbiamo ritenuto di anticipare i tempi per dare modo a tutti di abituarsi alla loro cultura e alla loro presenza. A tutt'oggi Enotime Magazine rimane l'unico giornale web che possiede uno spazio simile. La rubrica è partita circa da un anno, e in questo breve periodo è diventata seguitissima sia dai consumatori che dagli addetti ai lavori. Gli argomenti trattati a volte hanno portato allo scoperto alcune problematiche scottanti, tanto che si sono mobilitati l'Istituto per il Commercio Estero e la FEDERDOC mandandoci richieste di maggiori delucidazioni e sempre complimentandosi per l'accuratezza del lavoro svolto. Fabrizio Penna Direttore Enotime Magazine Dunque un premio meritato e sudato, che fa onore a chi lo ha ricevuto. Desidero complimentarmi, unitamente alla redazione, con Mario Crosta per la sua preziosa collaborazione, e mi auguro che la sua opera possa interessare un numero sempre più ampio di lettori. Il Direttore Fabrizio Penna Caro Direttore, ho appena ricevuto la bella notizia e l'invito a ritirare il premio. Sono molto onorato che la nostra rubrica Speciale Paesi dell'Est e con essa tutto il nostro Web abbiano ottenuto questo importante riconoscimento. Il lavoro che Enotime svolge è molto valido in tutte le sue sezioni e sono certo che qualunque altra fosse stata proposta all'attenzione avrebbe poi certamente vinto. Il nostro è stato, e rimane un gioco di squadra, ci divertiamo anche, lo facciamo comunque con passione. Saranno certamente gli altri a riconoscerci dei sacrifici, delle nottate in bianco, delle spese non rientrate, ma queste sono cose che sopportiamo volentieri, finché possiamo, per rendere un servizio ai lettori. Ecco, in questo momento penso ai veri protagonisti del nostro Web: i lettori, i partecipanti alle degustazioni e ai corsi, i partners, da chi carica e scarica i cartoni fino a chi lava i bicchieri, da chi illustra con competenza i vini fino a chi legge le nostre pagine con avidità di conoscere quelle poche cose che riusciamo loro a scrivere. Sono questi amici, spesso oscuri, il vero destinatario del premio, ad essi va tutta la mia riconoscenza, il mio ringraziamento per la fruttuosa e vincente collaborazione, il mio plauso per la pazienza dimostrata nel seguirci e nel leggerci. Spero di riuscire sempre a non deluderli, perché chi non fa nulla per essere il primo, per diventarlo e per rimanere tale non é mai secondo, ma scivola inevitabilmente all'ultimo posto. Lo disse un grande Maresciallo di Francia, me lo insegnò una maestra alle elementari, lo imparo ogni giorno da Enotime, dal suo staff di redazione, dai suoi collaboratori e vorrei che diventasse un augurio a tutti i nostri lettori per vivere con la speranza di toccare un giorno il cielo con un dito. In una bottiglia di eccellente vino, c'è anche il vino, ma soprattutto ci sono i sogni e oggi con Enotime, almeno per me, sono diventati realtà. Il vincitore del premio Mario Crosta Mario Crosta A San Miniato la II Edizione del Premio “Sapori dal Web” Il premio ha come obiettivo quello di puntare l’attenzione sui siti gastronomici che raccontano e trattano in modo innovativo le tematiche legate al cibo e al vino; in quesa seconda edizione la giuria composta da esperti del settore e da noti critici non ha avuto compito facile nel premiare i vincitori delle quattro diverse categorie in gara: miglior sito goloso, miglior dito Formaggio Dop, miglior personaggio da… URL. Personaggi da… URL: primo classificato: Mario Crosta Speciale Est Europa / Vino www.enotime.it/zoom/default.taf?id=573 Il tema affrontato è ben svolto; curiose e interessanti le informazioni culturali e culinarie: meriterebbe un aspetto più “accattivante”… NELLE PAGINE SEGUENTI TUTTI GLI ARTICOLI DI MARIO CROSTA A PARTIRE DAL DICEMBRE 2001 2001 Al forum di Enotime sulla naturalità lanciato da Elisabetta Fezzi Buon vino fa buon sangue. Ma per fare il buon vino ci vogliono tre doti naturali e cioè microclima, terreno adatto e calibrata esposizione al sole, ma anche tre doti umane e cioè viticoltura appropriata, vinificazione intelligente e conservazione ottimale. I romani duemila anni fa hanno iniziato a portare la vite ai quattro angoli del mondo e oggi abbiamo vigne ai bordi dei deserti, sui fianchi di scoscese montagne, in buche scavate in riva al mare. Queste piante generosissime sono riuscite ad adattarsi alle condizioni climatiche più estreme e alle più svariate composizioni chimiche dei terreni, tanto sotto il cocente sole a picco nell'afa dei paesi africani quanto con la pallida luce che fa capolino ogni tanto nelle terre piovose del centroeuropa. Da questa infinita varietà di condizioni naturali i vini eccezionali che sono scaturiti meravigliano anche gli esperti per gli intensi profumi, i gusti forti e la spiccata personalità, non è soltanto questione di doti naturali. Infatti sono intervenute le sapienti mani dell'uomo che, con una almeno pari varietà infinita di sistemi di coltivazione, legatura, potatura, disinfestazione, defogliazione e raccolta hanno portato nelle cantine frutti sempre più sani e meglio vinificabili. Le diverse scuole di vinificazione, le differenti tecnologie e gli apporti di enzimi e additivi, cioè tutte tecniche in costante evoluzione, hanno fatto il resto e si sono affinati i sistemi di distribuzione e conservazione al punto da non essere smentiti se affermiamo che i vini di marca dei nostri giorni, imbottigliati all'origine dal produttore, sono veramente tra i migliori di sempre, nelle annate eccezionali. Ma comincia però a diffondersi sui banconi dei supermercati anche tutta una serie di bottiglie di vini, anche DOC, imbottigliati (ma non prodotti) da ditte di cui si evidenzia solo una sigla fatta di tante lettere e puntini, cioè resi praticamente anonimi al consumatore e che sembrano più o meno gli stessi nonostante la diversa denominazione stampata in etichetta. Comparandoli, non risultano sensibili varianti di aroma e di corpo, anzi personalità sempre meno accentuate, sono troppo simili per non essere usciti da un'unica produzione a catena, non siamo ancora al surrogato di vino ma poco ci manca. È in corso lo scriteriato appiattimento industriale che va verso vini "biotech" rossi, rosati e bianchi costruiti senza tipicità, figli di nessuno, non sofisticati o adulterati ma di scarso livello qualitativo, buoni soltanto a far cassetta per chi li commercializza con nomi di fantasia o titoli altisonanti ed etichette azzeccate da famosi reclamisti. Non è un fenomeno limitato al nostro Paese, semmai è ancora più accentuato dall'ingresso sul mercato di vini a basso costo provenienti dall'estero, grazie alla libera circolazione di merci tra paesi comunitari che però conservano ancora qualche differenza legislativa fra di loro. Di questo approfittano i volponi dediti esclusivamente all'affare, in assenza di una diffusa cultura enogastronomica e in presenza della licenza di imbottigliamento indipendente dalla produzione, cosa difficile da eliminare senza fare di ogni erba un fascio. Si rischia di penalizzare, infatti, solide cooperative e imprenditori capaci. E non è nemmeno un fenomeno limitato al vino, infatti lo riscontriamo nella frutta, nella verdura, nei formaggi, negli insaccati, nelle conserve, ovunque interviene un fattore industriale avanzato soltanto nella ricerca della riduzione dei costi e del massimo profitto. Della scienza e della tecnica non si avvantaggiano quindi soltanto i produttori saggi per migliorare il proprio vino offerto al pubblico con responsabilità, sottolineata da marchi e indirizzi ben evidenziati in etichetta, là dove il consumatore attento può regolarsi per i successivi acquisti. Anche i rampanti del marketing, business, merchandising, packaging, advertising (quanto fa fine riempirsi la bocca o mascherarsi la faccia con le parole straniere...) ne sanno usare per stravolgere o violentare a proprio vantaggio il mercato del largo consumo. Purtroppo non è capace di fermarli nessuna legge, del resto una volta sottoposti a controlli e non avendo trovato nulla di sostanzialmente nocivo o irregolare e finché la bassa qualità non viene considerata reato, l'attuale diritto non prevede l'illecito. Cosa succederà quando nei paesi nordici e orientali si estenderanno le vigne in serra come hanno già fatto per certa frutta e verdura, o le viti transgeniche? Esattamente come stiamo vedendo lasciar fare con le clonazioni, fra un po' gireranno anche gli androidi come stanno girando quei “vinoidi”, estremamente competitivi nel prezzo ma che squalificano l'intero comparto orientando altrove le nuove generazioni, come risulta dal calo costante del consumo pro-capite di vino. Ci difende soltanto la conoscenza, la cultura, l'educazione alimentare. Il vino, quello buono e vero, fatto come tradizione vuole e migliorato dalla serietà del lavoro tramandata di generazione in generazione con applicazione e anche sacrificio, continuerà a fare buon sangue. Frequenteremo di più le trattorie di campagna pretendendo il vino locale tipico e inconfondibile, gli agriturismi con le genuinità da premiare comprandole e facendole assaggiare al ritorno ai nostri amici, porteremo fino nelle scuole l'educazione alimentare gastronomica e enologica, renderemo più accorti e più saggi i consumatori con la carta stampata, le trasmissioni televisive, le riviste on-line, ma questo non basterà certamente se i prodotti qualitativamente superiori non potranno raggiungere le nostre tavole a prezzi dignitosi. Si può trovare il giusto rapporto qualità/prezzo investendo, dando strumenti moderni alle tradizioni valide. Questo è un interesse collettivo e non può svuotare le tasche dei singoli produttori, i quali hanno un solo mezzo per sostenere le spese della qualità e cioè aumentare il prezzo, finché la qualità ricompensa soltanto alla lunga come avviene oggi, in presenza appunto di quelle agguerrite centrali commerciali che la demoliscono rendendola non appetibile al consumatore. Occorrono sgravi fiscali e crediti agevolati per gli imbottigliatori all'origine, finanziamenti agli espianti dei vigneti di pianura da compensare con limitazioni e oneri all'imbottigliamento esclusivamente commerciale. Bielsko-Biała, 1° dicembre 2001 Mario Crosta Polonia: un Paese che ha voglia di vino! Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta Mario Crosta La Polonia è un Paese di quaranta milioni di abitanti, il più grande degli ex-satelliti liberatisi con la caduta del muro di Berlino e anche l’unico ad avere un'enorme comunità di emigrati negli USA e in particolare a Chicago (scherzando, ma neanche troppo, si dice che questa è la seconda città della Polonia dopo Warszawa per numero di abitanti), perciò vive più nel mito dell’America che in quello dell’Europa dove sta affrettandosi comunque a entrare. Anche nel vino sembrerebbe che il gusto dei polacchi sia orientato verso il gusto americano, a giudicare dalla quantità di prodotti provenienti dall'assemblaggio merlot/cabernet con ampio uso di barrique che sono in vendita nei grandi ipermercati e supermercati. Essendo però un Paese impoverito prima dal nazismo (un polacco su tre è stato ucciso nei campi di sterminio) e poi dalla politica di rapina delle risorse da parte del colosso sovietico, nonostante il rapidissimo adeguamento ai modelli occidentali c’è uno scarso potere d’acquisto, gli stipendi in media sono circa un quarto di quelli italiani e a questo si sommano accise d’importazione per il vino tanto alte che ne fanno un bene di lusso; la stessa bottiglia costa circa due volte e mezzo che in Italia. I conti sono presto fatti: una bottiglia che in Italia costa 10.000 lire da noi arriva a 25.000 lire, ma considerata la media delle retribuzioni al polacco costa 4 volte tanto, cioè 100.000 lire!! Inoltre qui non si produce il vino perché per ora non si coltiva la vite, infatti l’inverno è tanto lungo e il gelo è sovrano per almeno cinque mesi l’anno, per cui il vino è ancora tutto importato. Queste le cause dello scarso consumo, a tavola si bevono maggiormente il the e la birra. Tra i vini hanno successo presso il largo pubblico quelli che costano meno e in second’ordine quelli con l’etichetta più colorata, mancano la tradizione e la cultura nella scelta. Per questo motivo c’è una competizione sui prezzi al ribasso più che una ricerca all’aumento di qualità e offerta, e per entrare nel mercato contano molto le dilazioni di pagamento concesse dalle case vinicole estere ai clienti. In questo momento dilagano i vini bulgari, la più grande delle loro organizzazioni di vendita accetta pagamenti estero/estero a sei mesi e oltre (c’è qualcuno che si sta mangiando il fegato?)... I vini bulgari occupano quindi molto tenacemente la fascia più economica in questo mercato tanto condizionato dai prezzi. Elenco qualche cantina, secondo l’ordine dei prezzi minimi praticati, dai più bassi ai più alti come segue. Sofia, Dimyar Varna, a partire da 3.400 Lire italiane per una bottiglia (ma ricordate che per un polacco ha un valore dieci volte superiore, come se costasse 34.000 Lire) di bianchi o rossi vinificati in purezza tra cui Merlot, Cabernet, Moscato, Chardonnay. Winery Dolna Banya, a partire da 4.000 Lire, anche qui vini dalle stesse uve, meno asprigni e più vicini al gusto polacco che predilige i più abboccati. Bear Blood Vincom con etichette blu elettrico e disegni gialli e rossi a partire da 4.700 Lire leggermente più strutturati. Vinex Slavyantsi Winery, a partire da 5.300 Lire, vini delle regioni di Sungulare e di Karnobat, più morbidi, e le riserve a 8.400 molto secche e tanniche. Lovico Suhindol Varna, a partire da 6.700 Lire, vini molto affinati in bottiglia, almeno 6 anni prima di venderli, anche i bianchi, dal gusto molto pulito e più intenso. Domaine Boyar Estates, a partire da 8.200 Lire molto austeri ma tanto secchi che è difficile sposarli con le pietanze locali. Questi sono i vini bulgari a disposizione ovunque. È interessante comparare i loro prezzi con quelli dei vini più vicini nella stessa fascia economica ma provenienti da altri Paesi. Sempre dai più convenienti in su, al secondo posto sono poi presenti molti ungheresi rossi della valle dell’Eger, Egri Bikaver, vini da uvaggi in stile francese, e qui si parte dalle 5.000 Lire fino alle 100.000 (ancora da moltiplicare per dieci), tanta è la differenza qualitativa effettiva tra i vari vini e le varie case di questo Paese vocato a grandi rossi. Invece il terzo posto è per quelli italiani. Si parte dai vinelli con nomi fantasia, circa dalle 5.700 Lire per i 10,5 gradi fino alle 7.400, mentre le DOC più a buon mercato sono il Soave “Il Portone” e l'Orvieto “Villa Demonte, Cossano Belbo” a partire dalle 6.000 Lire. Un po’ più cari tra i più economici sono i francesi, che strappano sempre almeno 600 Lire in più dei nostri non soltanto perché sono francesi, ma anche perché’ anche ai livelli minimi di qualità sono comunque ben riconoscibili in etichetta i nomi e gli indirizzi dei produttori, dei commercianti e dei Servizi Consumatori. Un esempio per tutti: Cabernet Sauvignon 2000 pour Auchan, Les Producteurs Réunis, Foncalieau, 11290 Arzens, France, Service Consummateurs “Pierre Chaneau” BP 682, 59656 Villeneuve d’Ascq Cedex, a 6300 Lire (valore 63.000). Applaudo alla trasparenza. Stesso discorso con gli A.O.C. francesi, che anche ai livelli più economici costano 1.000 Lire in più dei nostri per la stessa cura nell’identificare chiaramente il produttore e il commerciante, a partire cioè dalle 7.000 Lire (vale a dire 70.000). I vini di Macedonia e di Spagna hanno un rapporto qualità/prezzo assurdo, mentre emergono come nuovi Paesi l’Argentina, il Cile, L’Australia, dove si usa più legno e vendemmiano sei mesi prima, col vantaggio di arrivare a buoni prezzi e già un po’ più equilibrati. Chiusa la parentesi del veloce panorama comparativo con altri Paesi, torno sui vini bulgari perché sono un fenomeno che sta esplodendo in Polonia, ma data la grande capacità produttiva di quel Paese e le indubbie capacità commerciali di Simeone II di Sassonia e Coburgo, ex re e ora premier nel sud dei Balcani, uomo con buon sangue italiano nelle vene, c’è da tenerne conto anche in vista della loro potenziale esportazione in Europa e specialmente in Italia. Sono vini senza pretese, semplici, vinificati in purezza, genuini, vecchio stile beverino delle allegre compagnie che tornavano qualche volta a casa portati in carriola dai più giovani, quando si misurava la lunghezza della natural gittata ai bordi delle strade tutti in fila e chi non la faceva o era un ladro o una spia. A quel prezzo, senza vestiti eleganti né commenti interessati da retribuire, possono concorrere senz’altro con gli anonimi di casa nostra, basterebbe soltanto smussarne gli angoli ancora troppo marcati con vinificazioni più esperte e tecnologicamente più avanzate, cosa che avverrà sicuramente prestissimo col nuovo corso in quel Paese. Bevendone oggi mi chiedo spesso, infatti, quante annate ci vorrebbero a un nostro giovane enotecnico per trasformarli in vini di buona qualità, per carità sperando che anche laggiù non si vada a scimmiottare i californiani perché non se ne può più, ne è già pieno il mondo e non si sa come fare a smaltirli... Certo che una nostra valida cantina che entrasse in società con qualcuna locale ne avrebbe molto di lavoro da fare, ma la materia prima c’è, è’ abbastanza buona, il terreno è molto adatto sia ai rossi sia ai bianchi secchi, non ci sarebbe da forzare la natura ma semmai da incanalarne la vivacità soltanto, e con la nostra maestria anche laggiù (come già avviene in Ungheria e a Cuba con società italiane che vi hanno investito) si apriranno le porte per i vini di grande qualità a costi più contenuti. Importati, potrebbero contrastare sui banconi dei supermercati italiani quei “vinoidi” senz’arte né parte di cui soffriamo oggi la vendita, pugno in un occhio al cliente. Che la Polonia sia una chiave, un banco di prova delle strategie vinicole dei Balcani, in attesa del grande trampolino del Capodanno 2004, quando l’Europa confinerà finalmente con l’Ucraina? In un prossimo servizio esamineremo la situazione relativa al vino di qualità. Polonia: dove il vino buono è un bene di lusso! Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta Facendo seguito all’articolo sui prezzi dei vini economici nei supermercati in Polonia per Natale 2001, vorrei proporre un’istantanea sull’offerta dei vini di qualità nello stesso Paese per il 2002. Per non annoiare, non ripeterò molte volte quanto già spiegato nel precedente articolo, e cioè che gli stipendi medi in Polonia sono quattro volte più bassi dell’Italia e che a causa delle accise doganali i vini della fascia più economica arrivano a costare due volte e mezzo rispetto che da noi. Ciò significa che per un polacco il valore di una bottiglia di vino acquistata al supermercato corrisponde a quello che un italiano assegnerebbe a dieci bottiglie tutte insieme, e questa è la causa principale dell’insufficiente consumo di vino, sostituito da ottime birre e dal the anche a pasto. Per i vini di qualità, invece, pur permanendo la differenza del potere d’acquisto che è di uno a quattro rispetto all’Italia, ho notato che i vini di qualità non arrivano a costare due volte e mezzo in più. È evidente che, rimanendo le accise doganali le stesse, gli importatori e rivenditori di questi vini devono tener conto del fatto che la loro clientela appartiene a un ceto più elevato, e che viaggia molto anche all’estero comprando più facilmente oltreconfine vino di qualità, anche se non può portarne a casa più di una dozzina di bottiglie alla volta franco dogana, e deve litigare spesso con i funzionari della Repubblica Ceca. Infatti il confine tra Polonia e Repubblica Ceca è un vero capestro, spesso si devono svuotare i bagagliai su un banchetto per far contare quanti salami, formaggi, dolci, bottiglie d’olio, d’aceto, di vino e di liquore si trasportano. Forse in questo modo si pensa di fermare armi ed esplosivi? No. Lo scopo è solo quello di spazientire i polacchi nei confronti dei quali cova un astio secolare, anche perché i beni in transito verso la Polonia dichiarati per uso personale non possono essere bloccati. Però la burocrazia impazza, si deve andare in ufficio, fare l’elenco, perdere ore e i Cechi in divisa contano sulla stanchezza degli autisti con famiglia al seguito, perciò di solito si fa come con le multe, si va a discutere dietro l’angolo, si lascia qualcosa... e si può proseguire velocemente maledicendo questi confini diventati pirateria legalizzata. Ma non disperiamo: a capodanno del 2004 la Polonia e la Cechia entreranno nella Comunità Europea e cadranno le barriere doganali, per cui contiamo di sopportare le angherie soltanto ancora per due anni. Tornando al dunque, le enoteche che in Polonia trattano vini di qualità hanno vita durissima. Non vendono vinelli, perché chi entra in enoteca cerca solo vini di media e alta qualità, in genere per regalarli; qui si usa spesso ringraziare con qualcosa di concreto a seconda delle disponibilità, e i vini di qualità offrono la più comoda gamma disponibile, subito dopo le banconote e prima dei fiori, degli orologi e dei dolciumi. In Polonia si pensa che i regali aiutino molto, e che possano aprire molte strade altrimenti sbarrate. E il vino è uno tra i regali più ambiti. Lo si offre al ristorante come segno di grande cultura e di buona disponibilità economica. Ricordo uno Château Petrus offerto da un pezzo grosso per stupire i convitati al Marriott di Warszawa, gli costò settemila złotych una bottiglia (al cambio erano 3 milioni e mezzo di lire… e non battè ciglio!). Ci sono pochissimi ricchi, personaggi legati alla politica o all'alta finanza e anche qualche imprenditore o dirigente commerciale che sfrutta le opportunità offerte dal "nero" assai diffuso nel Paese, molti di loro poi prima della caduta del muro avevano già dei beni illegalmente detenuti all’estero. Al di là di questa élite, quasi tutti gli altri stanno nella fascia di stipendi sotto i tremila marchi l’anno (circa 3. Milioni di lire), anche i direttori d’azienda! Quella polacca è una società che vive ancora una grande contraddizione derivata dalla precedente repubblica popolare, e cioè quasi non esiste il ceto medio, anche se la realtà è in evoluzione. Grazie all’imprenditorialità di alcuni ristoratori italiani oggi lo spazio dei vini francesi è in calo vertiginoso, ma gli italiani stentano lo stesso perché offrono pochi vini semisecchi, infatti il gusto del polacco è ancora orientato ai vini leggermente dolci che abbina a qualsiasi tipo di cucina. Nei punti di vendita stanno emergendo i californiani, gli australiani, i cileni, gli argentini, i sudafricani e i tedeschi. Accanto al vino spesso si offre l’olio extravergine di oliva, promosso anche dai medici, e nei grandi ipermercati come Carrefour, Tesco, Auchan, Billa, si iniziano a trovare bustine di prosciutto di Parma, bresaola e altri affettati tipici italiani, le mozzarelle fresche e il gorgonzola, poca roba ma è solo l’inizio, chissà cosa succederà con l’apertura delle frontiere, per esempio col pesce. È un mondo che si sta modificando, e dopo dieci anni di incubatrice il bambino sta crescendo. L’offerta c’è ma sono le tasche che ancora mostrano vistosi buchi, e che sono verdi....diciamo...come i dollari, giusto per avere un po' più speranza! Avrei ancora molta carne al fuoco, ma credo che da questa pur stringata panoramica possano già emergere indicazioni utili per i lettori, ai quali vanno i miei sinceri auguri da una Polonia abbondantemente sotto la neve che si accinge a festeggiare un nuovo anno da Paese libero. Nota aggiuntiva Ecco qualche esempio di prezzi ripresi dal catalogo di una ditta polacca molto seria (più di 400 tipi di vino) che consegna direttamente a domicilio le bottiglie non per posta ma mediante fattorini, senza addebito di spese per cifre oltre 250.000 Lire e con sconto del 10% per spesa superiore a 500.000 Lire. Citando le cantine italiane in ordine rigorosamente alfabetico, e neanche tutte, faccio soltanto l’elenco di alcuni vini con relativi prezzi per avere il polso dell’offerta e rinuncio a fare commenti perché sono tutti vini perfettamente conosciuti dagli estimatori che sollevo volentieri dalla lettura delle stupidaggini che potrei involontariamente aggiungere.... ANSELMI: San Vincenzo bianco 1999 a 31.000 ITL I Capitelli bianco 1998 a 55.000 ITL Realda Cabernet Sauvignon 1998 a 62.000 ITL ANTINORI: Villa Antinori Chianti classico riserva 1997 e 1998 a 39.000 ITL Peppoli Chianti classico 1999 a 48.500 ITL La Braccesca Vino Nobile di Montepulciano 1998 a 51.500 ITL Tenute Marchese Antinori Chianti classico riserva 1997 a 62.000 ITL Badia a Passignano Chianti classico riserva 1998 a 75.000 ITL Cervaro della Sala 1998 a 93.000 ITL Pian delle Vigne Brunello di Montalcino 1996 a 129.000 ITL Tignanello 1998 a 148.000 ITL Solaia 1998 a 234.000 ITL CASTELLANI: Orvieto classico 2000 a 15.000 ITL Poggio al Casone Chianti classico superiore 1997 a 23.500 ITL Beni Duilio Castellani Brunello di Montalcino 1994 a 92.500 ITL GAJA: Barolo Sperss 1994 a 199.000 ITL Langhe Darmagi 1996 a 320.000 ITL Langhe Sperss 1996 a 339.000 ITL Barbaresco 1997 a 350.000 ITL Nebbiolo d’Alba Sperss 1997 a 420.000 ITL Langhe Darmagi 1997 a 421.000 ITL Langhe Costa Russi 1997 a 549.000 ITL Barbaresco 1990 a 635.000 ITL Barolo Sperss 1990 a 635.000 ITL GANCIA: Pinot di Pinot spumante brut a 18.000 ITL Prosecco Spumante a 18.000 ITL Asti spumante a 20.500 ITL MASI: Soave classico superiore 2000 a 22.000 ITL Valpolicella classico superiore 1999 1 2000 a 23.500 ITL Campofiorin Rosso Veronese metodo del Ripasso a 40.500 ITL Amarone classico Costasera 1997 e 1998 a 82.000 ITL Serego Alighieri Vaio Armaron 1997 a 119.500 ITL PRUNOTTO: Barbera d’Alba 1996 e 1998 a 51.500 ITL Barolo 1997 a 90.000 ITL Barbaresco 1997 a 90.000 ITL PELLEGRINO: Moscato Sicilia a 13.000 ITL Marsala Superiore Oro a 14.000 ITL Marsala Fine Ruby a 14.000 ITL Vino per la Santa messa a 14.500 ITL Aggiungo qualche esempio di vini e relativi prezzi di Francia, California, Spagna, Australia e Cile. FRANCIA: Saint-Émilion Château Bonfort 1998 a 35.000 ITL Saint-Émilion Château Brun 1998 41.500 ITL Saint-Émilion Château Cheval Blanc 1-er GCC 1994 a 706.000 ITL Sauternes sélection de grains nobles Lacoste Granval 1999 a 54.000 ITL Pomerol Château La Providence 1997 a 66.000 ITL Pomerol Château Petrus 1985 a 3.103.000 ITL Pauillac Château Pédesclaux 5-ème GCC 1997 e 1998 a 70.500 ITL Pauillac Château Clerc Milon Rothschild 5-ème GCC 1998 a 135.000 ITL Pauillac Château Lafite Rothschild 1-er GCC 1995 a 1.063.000 ITL Margaux Château D’Issan 3-eme GCC 1997 a 96.000 ITL Margaux Château Margaux 1-er GCC 1993 a 1.206.000 ITL Bourgogne Côte-de-Beaune J. Druhin 1999 a 54.000 ITL Bourgogne Nuits-Saint-Georges J. Druhin 1998 a 104.000 ITL Bourgogne Clos de Vougeot GC J. Druhin 1997 a 187.000 ITL Bourgogne Corton Charlemagne GC J. Druhin 1998 a 250.000 ITL Bourgogne Batard Montrachet GC J. Druhin 1998 a 494.000 ITL CALIFORNIA: Beringer Stone Cellars cabernet sauvignon California a 29.500 ITL Beringer Cabernet Sauvignon Napa Valley 1997 a 90.000 ITL Beringer Cabernet Sauvignon Napa Valley Private reserve 1997 a 312.000 ITL SPAGNA: Vega Sicilia e Alión Ribera del Duero reserva 1997 a 96.500 ITL Vega Sicilia e Alión Valbuena 5 Ribera del Duero reserva 1996 a 206.000 ITL Vega Sicilia e Alión Unico Ribera del Duero gran reserva 1985 a 1.348.000 ITL Conde de Valdemar 1996 Rioja Reserva a 41.500 ITL Conde de Valdemar Centenario 1968 Rioja gran reserva a 234.000 ITL Chivite Gran Feudo Navarra Crianza 1997 a 23.000 ITL Chivite colección 125 Navarra fermentado en barrica 1998 a 101.000 ITL AUSTRALIA: Lindemans Cawarra Shiraz Cabernet South Eastern 2000 a 21.500 ITL Lindemans Limestone Cast Shiraz South Eastern 1999 a 34.500 ITL CILE Viña San Pedro Gato Negro Cabernet Sauvignon 2000 a 13.500 ITL Viña San Pedro Castillo de Molina Cabernet Sauv. Lontue Valley reserva 1999 a 30.000 ITL Viña San Pedro Cabo de Hornos Cab, Sauv. Lontue Valley special reserva 1997 a 101.000 ITL. 2002 Il mondo nel bicchiere (ovvero: quel che bolle in... bottiglia!) Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta L’articolo che segue è tratto dalla rivista on-line polacca WINE ŚWIATA, editore Leopard Fine Wines, e-mail: [email protected] e ve lo mando con il permesso dell’autore Patryk Bergel. Poiché in quel Paese ci vivo e sento il polso della situazione da vicino, devo ammettere che lo scritto corrisponde molto da vicino alle odierne tendenze di quel mercato emergente, orientate soprattutto dai quattro tomi del manuale dell’americano Robert M. Parker (diffusi in tutte le librerie del Paese) e sostenute dai prezzi competitivi dei vini d’oltremare in offerta nei grandi supermercati. Poiché penso che anche le opinioni diverse dalle mie siano da tenere in debito conto, specialmente perché ci sono circa quaranta milioni di abitanti in Polonia e moltissimi sono quelli emigrati da lungo tempo negli USA, l’ho tradotto per sottoporvene il tema, senz’altro attualissimo, anche nella speranza di poter intrecciare un dialogo tra intelligenze, che non mi pare giusto confinare nella nostra penisola. Ricordo molto volentieri che la Polonia ha dei legami assai profondi con l’Italia, fin dal Medio Evo, quando l’imperatrice Bona Sforza da Milano sposò Sigismondo I Jagellone e portò a Cracovia un corteo di architetti, pittori, sarti, cuochi, dame, cortigiani, facendone la più italiana delle città del centro d’Europa. Anche i patrioti italiani combatterono a fianco del generale Dąbrowski per l’indipendenza di quel Paese, che ha nell’inno nazionale un sincero riferimento alla terra italiana. Oggi il movimento turistico verso l’Italia è il più forte, e la stupefacente diffusione della televisione satellitare porta nelle case dei polacchi le trasmissioni della RAI-TV, molto seguite anche perché la lingua italiana è studiata con molta passione dalle nuove generazioni. Mi piacerebbe molto un fruttuoso dibattito sul presente e sul futuro del vino anche con questi nuovi, appena affacciati, molto sensibili consumatori. il traduttore: Mario Crosta Il mondo nel bicchiere (ovvero: quel che bolle in... bottiglia!) Nuovo mondo contro vecchio mondo, scontro fra due modi di affrontare qualcosa. Così, in una frase, si può cercare di provare a interpretare la situazione nel mercato dei vini sulla svolta del millennio. I produttori europei (Vecchio Mondo) credono nella tradizione e nei regolamenti giuridici. I produttori del Nuovo Mondo puntano su tecnologie, innovazioni e ricerche di mercato. Proverò a trovare la risposta alla domanda: quale modo di affrontare il problema vincerà? Esiste un noto adagio della baronessa Philippine de Rothschild, proprietaria del più famoso Château francese, che era solita dire ai suoi ospiti: “la produzione di vino è veramente una cosa molto facile... soltanto i primi duecento anni sono difficili”. A prescindere dal fatto che la famiglia Rothschild è in possesso di queste vigne dal 1853, ciascun critico e consumatore non può non essere d’accordo sul fatto che per produrre magnifici vini non c’è bisogno di avere la più lunga tradizione di vinificazione. Prendiamo per esempio la Nuova Zelanda, la cui avventura col vino è cominciata sul serio negli anni settanta. Oggi, avendo con sé appena trent’anni di tradizione vinicola, si ritiene che proprio da questo Paese viene il migliore Sauvignon Bianco del mondo. Di più: Robert Parker, il più influente critico mondiale di vini e grande amatore dei vini di Bordeaux ha scritto che Grange (il più rinomato vino australiano) ha sostituito Château Petrus come il più degno di attenzione e il più eccitante vino del mondo. Del resto la teoria che i vini del Nuovo Mondo possono eguagliare e anche essere meglio dei migliori vini europei non è un’idea di oggi. Testimonia di questo perlomeno l’esperimento condotto nel 1976 in Francia dal mercante inglese di vino Steven Spurrier. Ha riunito intorno a un tavolo quindici tra i più rispettabili esperti di vino francesi per la più cieca degustazione di vini francesi e californiani. I vini erano stati scelti dai migliori produttori di quei Paesi, rossi erano i cabernet e bianchi erano i Chardonnay. Con stupore, tutti gli esperti francesi, senza aiuto dell’etichetta, dedicarono i commenti migliori ai vini californiani, sia per i bianchi sia per i rossi. L’esperimento provocò un tale scompiglio, che iniziarono a circolare chiacchiere su presunte falsità. E venne ripetuto due anni dopo, dando gli stessi risultati. E come appare oggi la situazione? Meglio attenersi ai fatti, che sono meravigliosamente espressi dai numeri. La Gran Bretagna è un mercato perfetto per l’osservazione delle tendenze mondiali nel commercio dei vini. Questo per tutta una serie di motivi, ne cito solo qualcuno: non ha una significativa produzione propria, da lì viene la gran parte dei critici famosi, è da lungo tempo il mercato tradizionale di commercio dei vini europei e d’oltremare. Penso che sia importante guardare la tabella seguente. Presenta le percentuali di partecipazione di un determinato blocco di Paesi nel consumo generale dei vini in Gran Bretagna nell’anno 1993 e nell’anno 1999. 1993 1999 Vecchio Mondo 68% 48% Nuovo Mondo 12% 33% Vecchio Mondo sono i tre più grandi Paesi produttori di vino europei: Italia, Francia e Germania. Nuovo Mondo sono: Australia, USA, Sud Africa, Cile, Argentina, Nuova Zelanda. Come si vede, nel corso di appena sei anni gli eminenti produttori europei hanno perso una enorme fetta di mercato a favore dei produttori di vino del Nuovo Mondo, i quali nello stesso periodo hanno quasi triplicato la vendita di vino sul mercato inglese e questo sia sotto l’aspetto quantitativo che valutario. Come spiegare simili cambiamenti drastici nel corso di appena qualche anno? La situazione è più complessa di quanto potrebbe sembrare. Alla caduta delle vendite dei vini europei hanno contribuito a livello maggiore i vini tedeschi, ma questa è solo una piccola parte del nostro mosaico, penso che le cause risiedano più in profondo. Primo, prendiamo per esempio la Francia, i vinicoltori sono rimasti per un bel pezzo legati dai propri condizionamenti giuridici, che dovevano assicurare una opportuna qualità dei vini prodotti. Da una parte tutto bello e meraviglioso, se però si osservano più precisamente le regole prescritte dai sistemi AOC (denominazione d’origine controllata) questo dimostra che esiste un grande numero di piani nei quali i vinicoltori francesi, umilmente parlando, non se la cavano al meglio. Basti ricordare che nelle annate più riuscite i vinicoltori sono costretti ad allungare i vini con l’acqua per rimanere nei dettami della classificazione AOC, che impongono fra l’altro una convenuta gradazione alcoolica (nell’annata buona e solatia, l’uva può accumulare una grande quantità di zuccheri, che si trasferisce in linea diretta nella gradazione alcoolica del vino). Basti aggiungere a questo che negli ultimi anni si è tornati all’uso di circa centoquaranta categorie di Vin de Pays (per i quali le regole giuridiche sono molto più liberali), e tutto incomincia a comporsi in una logica d’insieme. Ma è questo l’unico motivo? Sicuramente no. C’è ancora un tassello molto importante del nostro mosaico, in questo caso niente di diverso dalla nostra certezza rispetto al gusto del vino. Come la maggioranza di noi con sicurezza sa, gran parte dei vini francesi richiede lunghi anni di affinamento e con questo ottiene quella pienezza e complessità per loro così caratteristica. Ma il consumatore medio aspetterà cinque o dieci anni che la bottiglia da lui comprata nel negozio all’angolo raggiunga la sua maturità? O forse compra per una cifra astronomica una bottiglia di vino già maturato? Con sicurezza no. A questo hanno fatto attenzione i produttori di vino del Nuovo Mondo, e ne hanno approfittato. La tendenza è cominciata in California e oggi il migliore esempio ne è l’Australia. Cosa sarà mai quella caratteristica che attira sempre più larghe masse di consumatori? Niente altro che il carattere fruttato e l’immediata pronta beva. Cos’altro è anche importante? La qualità stabile. La scritta sull’etichetta della bottiglia “Sud-Est Australia” specifica una regione d’origine che è molte volte più grande di tutta la Francia. Ma permette l’ottenimento di una stabile qualità del vino. Qui non bisogna cercare le annate migliori o peggiori, perché addirittura non ce n’è. Questo ha permesso lo sviluppo di marchi di vino (in inglese: brand name) che sono sinonimi di buona qualità. Basta conoscere il nome del produttore e già al buio si può comprare la bottiglia, per la quale in Polonia paghiamo solo dai cinque ai dieci Euro. Per la stessa cifra, con un vino francese non abbiamo nessuna garanzia di qualità. Bisognerà qui dire che il sistema AOC specifica davvero in questo modo soltanto le norme e i modi della produzione di vino. Il successivo magnete che attira i consumatori di vino del Nuovo Mondo è il distinguere i vini per il proprio nome, l’onomastica. Qui si utilizza il nome dell’uva dai quali un certo vino deriva (per esempio Cabernet Sauvignon, Merlot, Chardonnay e così via). In questo modo la denominazione si rivela come un’altra freccia a bersaglio. Per il medio consumatore, avere cognizioni in tema di coltivazione delle uve in una certa regione è perlomeno superfluo, mentre così può assaggiare il suo vino preferito andando in negozio a chiedere, per esempio, il Cabernet Sauvignon (da dove, questa volta? Dal Cile o forse dall’Africa?). Se il vino è stato prodotto da più di un tipo di uva, si trova l’informazione in etichetta sulle due o tre uve usate, in successione relativa alle proporzioni. Qui è importante ricordare il consumatore polacco che, abituato ai vini e ai vermouth fatti in casa, preferisce vini per lo meno abboccati, se non dolci. I vini del Nuovo Mondo saranno con sicurezza più vicini ai loro cuori, perché il loro secco è perfettamente mascherato dal carattere fruttato. I vini del nuovo mondo possono risultare per i polacchi il ritorno al mondo delle infinite sensazioni che può dare il vino. È importante assaggiare perché, come dicono gli italiani, la pietanza senza vino è già in sé una punizione... Patryk Bergel Vino d'uva? No di ciliegie... Uno sconcertante reportage sui "vini underground" prodotti in Polonia Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta Una delle ragioni dell’ancora scarso successo dei vini italiani in Polonia è il gusto popolare maggiormente orientato ai vini semisecchi o abboccati che in Italia, al contrario di altri Paesi europei, non hanno più il successo di una volta e quindi non ce ne sono poi molti ormai in commercio. Bisogna tenere conto che in Polonia non si riesce a coltivare la vite all’aperto perché l’inverno è talmente rigido da uccidere le piante dell’uva, salvo eccezioni più uniche che rare, per esempio Roman Myśliwiec con 3.500 piante sta riprovandoci dal 1982 in un ettaro di Winnica Golesz. Ma resistono bene altre piante da frutto, perciò da secoli si producono vini da ribes nero e rosso, ciliegia, prugna, mirtillo, sorbo, miele o altre delizie e la gente li sa fare molto bene in casa, con risultati entusiasmanti e sapori d’altri tempi, autentiche rose. Le spine invece cominciano con quegli alchimisti che hanno trasferito quest’arte sotto casa e si arrabattano a produrne per un particolare giro di vendita. È il caso di parlare di vere e proprie fabbriche di similvini, che applicano le istruzioni di molte pubblicazioni. Addirittura ci sono dei siti on-line, come ad esempio Wino Kocham e Republika, dove si trovano anche schizzi, disegni, tabelle, foto delle attrezzature e consigli per gli acquisti agli appassionati del fai da te. In questo modo si riesce perfino a fare una sottospecie di vino con le uve importate a basso costo dalla Cechia o dalla Slovacchia, due Paesi dove ci sono bande di delinquenti assassini che rubano camion carichi d’uva da tavola persino nei grossi parcheggi illuminati lungo le autostrade più frequentate. 3 etichette di vini di frutta commercializzati in Polonia Di queste miscele alcooliche d’uva anonima, il cui mosto viene tagliato a volte fino al 10% con miele per i bianchi o con uva secca per i rossi e con zucchero aggiunto fino a 86 grammi per litro, nei supermercati non se ne vende. Ma nelle grosse città, in certi negozietti dei quartieri di periferia ne ho notati diversi, con le etichette fantasia dai colori sgargianti (qualcuna con una prosperosa ragazza “nature”) a prezzi stracciatissimi, competitivi anche con la birra. Volgarmente, anche nelle sfacciate canzoni inneggianti alla sbronza, sono soprannominati Jabol, Alpaga, Wisienka, Pryta e in almeno altri venti modi diversi, stimolanti la complicità. E di complicità, almeno con il regime precedente, ce ne dev’essere stata, visto che a commentare il contenuto di queste bottiglie su almeno uno dei gazzettini elettronici spunta il “compagno” tale o talaltro e dato che lo stesso sito consiglia anche link come il bolscevico locale “cccp.prv.pl” per andare a cercare altri alcoolici del genere. C’è, purtroppo, una fetta di commercio per questi prodotti che squalificano il vino. Non sappiamo quanto questo possa durare con l’introduzione dei regolamenti della Comunità Europea che sta avvicinando la Polonia alla fatidica data del Capodanno 2004, quando dovrebbe entrare nella U.E. Speriamo che nelle trattative in corso tra le autorità politiche occidentali e la commissione governativa polacca non ci si dimentichi di intervenire e che in seguito non si faccia finta di niente, ma intanto il bubbone esiste e prospera, anche perché derivato in peggio da una tradizione veramente molto diffusa, quella dei sani vini alla casalinga da altra ottima frutta. Se sono prodotti con amore e competenza, i vini rossi fatti in casa sono veramente buoni. Mi ricordo ancora un vino di ciliegie della regione dei Beskidy, bevuto a Natale del 1977 a casa di una sorella dell’amica Sofia, rosso, concentrato e leggermente frizzante come un Ancellotta mantovano, ma al contrario abboccato, un ottimo semisecco sui dodici gradi, ma anche un favoloso vino di ribes nero, tendente al secco ma non troppo, più vivace e alcoolico, prodotto dal padre dell’amico Adam nelle terre dei Bieszczady confinanti con l’Ucraina, assaggiato nel 1998 ma già con qualche anno d’invecchiamento, peccato sia tanto lontano... Quando fin da piccoli, in famiglia, si bevono dei vini tanto fruttati e piacevolissimi, il gusto rimane stampato in tutti gli angoli della memoria e difficilmente ci si abitua ad associare l’idea del vino preferito con quella delle nostre pur favolose bottiglie di vini d’uva più austeri, tannici, asciutti e soprattutto quelli dal gusto secco e invecchiati. Capisco quindi gli sforzi notevoli che fanno i polacchi nell’assaggiare nuove pietanze e bevande, ma soprattutto mi rendo conto che sono molto più vicini ai loro gusti remoti quei vini arrotondati provenienti dalla California oppure quelli in stile bordolese e renano. Un po’ di fortuna però ce la concede un fatto inaspettato: i vini d’uva più economici sul mercato sono quelli importati dai Paesi balcanici, con Bulgaria, Romania e Ungheria in testa. Sono tutti talmente secchi e ricchi d’acidità da lasciare senza fiato, però la gente li compra perché li trova dappertutto dove fa normalmente la spesa, anche ai distributori di benzina (che accoppiata!) e la cosa introduce nelle papille gustative quelle varianti che avvicineranno sempre di più il gusto dei polacchi a quello nostro. O almeno speriamo, perché loro non sanno quello che si perdono... Ma anche noi non sappiamo quanto sono gustosi i vini prodotti da altra frutta rispetto all'uva, e probabilmente anche in Italia ci potrebbe essere spazio per queste bevande visto il successo di quei fragolini frizzanti senza pretese (ma delle fragole hanno solo il nome, perché è dall’uva “fragola” che si fanno) comparsi un po’ in ogni supermercato. Del resto nel Paese del Moscato d’Asti (mai vino fu tanto benedetto dai bambini perché poco alcoolico e dolce al punto giusto, profumato di acini sanissimi della stessa uva che tanto piace anche da mangiare, oltre che da spiaccicare a fiondate sul muso degli avversari nelle contese tra bande di ragazzini...) è naturalmente molto difficile introdurre del sidro di mele, che lasciamo volentieri là dove ne producono e che se lo bevano pure tutto, proprio non se ne avverte assolutamente la mancanza. Ricordo che tra i vini di frutta non ci sono solo gli scarsi sidri di mele ma anche, per esempio, un vino di ribes nero che è qualcosa di eccezionale, ricchissimo in vitamine (qualcuno di mia conoscenza è guarito da certe malattie grazie a questi piccoli frutti) e con un profumo e un gusto che si sposa con le succulente carni in umido delle cucine slave più tradizionali. Benvenuta la caduta dei confini sull’Oder e sul Danubio e la libera circolazione delle merci, che potranno avvicinare meglio i polacchi ai vini rossi profumati di goudron e viola con note di tabacco e cioccolata, ma anche gli italiani a delle spremute vivacizzanti la vita come quelle pigiate dalle parti della Vistola! Viticoltura estrema: il vigneto Golesz di Roman Myśliwiec In Polonia esiste un vigneto eroico che sfida il freddo Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta Fa estremamente piacere che nel mondo della vite e del vino si possano incontrare autentici pionieri che dal proprio vocabolario hanno cancellato la parola “impossibile”, specialmente in quei Paesi oltre le nostre Alpi dove le condizioni climatiche sono terribili tanto per le persone quanto per l’uva. Note di malinconia pervadono spesso i cuori dei numerosi italiani emigrati quando tornano all’estero, di ritorno dal paese natio o dalle ferie al mare, lasciando le ridenti vallate pedemontane dove risplendono magnifici vigneti. Oltre Vienna, per un attimo torna il sorriso attraversando un bel vigneto austriaco di collina, lungo la strada che sale con due tornanti al valico di Znojmo con la repubblica Ceca, ma anche in Cechia vicino al lago di Mikulov si saluta quella che si pensa sia l’ultima vigna da vino di qualità prima delle sconfinate campagne. Invece in Polonia, proprio dove dominano il vento gelido e il ghiaccio per i lunghi mesi invernali, nella parte sud-orientale c’è un eroico vigneto di un ettaro a dare speranza a tutti, ricordando che torneranno la vivace primavera e la profumata estate. Impensabile, vero? Là dove la Wisłoka discende dai Beskidy per sfociare nella Vistola, che si credeva in sicuro cammino verso l’Ucraina e invece ne verrà deviata verso il Nord e la capitale, a pochi chilometri da Jasło sulla strada per Pilzno e Dębica, ve lo trovate davanti agli occhi in tutta la sua gagliarda vitalità. L’azienda agricola si chiama Winnica Golesz (cioè vigneto Golesz) e il nome deriva dalla vicinanza alle rovine del castello di Golesz, che occupava un posto di rilievo nella storia medioevale, potente fortezza che montava la guardia alla importante strada di grande comunicazione della vallata della Wisłoka nelle campagne di Krajowice. Resistito all’invasione dei Magiari di Maciej Korwin nel 1474 che distrusse invece tutte le cittadine dei dintorni, dopo il cambiamento delle vie di comunicazione l’importanza del castello calò a poco a poco insieme alla sua capacità difensiva, il primo serio danneggiamento lo fecero gli Svedesi nel 1664 e da allora cadde sempre più in disgrazia. Nella zona si svilupparono vere e proprie tessiture di meravigliosi percalle da fodere e nel 1811 il proprietario della tessitura Achilles Jeaunot trasformò le rovine del castello in un riposante giardino di stile inglese con vialetti, viottoli, ponticelli, un parco con i daini, un primo restauro delle mura con delle balaustre. il mitico vigneto Winnica Golesz Questo però non salvò il castello dall’ultima carneficina compiuta durante l’invasione dell’armata ungherese di Rákóczy, il castello venne bruciato e gli abitanti del circondario ne utilizzarono in seguito le pietre e le pavimentazioni per le proprie case. Winnica Golesz è stata fondata nel 1982 sul versante meridionale della collina del castello con esposizione a occidente, qualche decina di metri sopra il fiume. Il primo ceppo di vite fu della varietà Ontario, mentre la maggior parte dei ceppi in filare è stata messa a dimora da amici vignaioli ungheresi nel 1985 con piante di Bianca e Perla Załi. Attualmente, su una superficie di circa un ettaro sono coltivate circa 3.500 piante, mentre nel resto del possedimento si trovano le fitte coltivazioni di fusti da innesto, d’estate c’è il vivaio delle barbatelle, poi ci sono le case di abitazione, il podere e la cantina per fare il vino. Da alcuni anni la principale attività agricola consiste nella realizzazione di programmi di ricerca e di test per nuove varietà di vite, sotto il profilo dell’adattabilità alle condizioni climatiche polacche. Nuove promettenti varietà sono state importate da diversi Paesi, quali Ungheria, Ucraina, Moldova, Russia, Cechia, Germania, USA e Canada per una coltivazione sperimentale esclusiva di assortimenti differenti. Grazie alle loro naturali doti di resistenza, proprio queste varietà sopportano meglio le condizioni del clima polacco. Una particolare attenzione occupano nei lavori sperimentali del vigneto Golesz quelle cultivar particolarmente adatte alla produzione di uva da vino. Dai frutti di quest’ultime ogni anno si fa il vino e i risultati del lavoro in vigna e in cantina dimostrano che da almeno qualcuna delle nuove varietà che si sono adattate al clima delle regioni più calde della Polonia si può ottenere un buon vino da tavola e anche dei vini di qualità. Roman Myśliwiec sostiene che la coltivazione commerciale della vite per la produzione di vino è possibile e può risultare anche redditizia. I risultati delle ricerche e dei lavori di Winnica Golesz sono presentati spesso dalla televisione polacca nei programmi educativi e sono anche pubblicati sulla stampa agricola e nei libri che citiamo tutti: Vigna moderna, Il giardino della vite, Vino dalla propria vigna, 101 varietà d’uva. Quest’ultimo, presentato su raccomandazione dell’Accademia del Vino – ICEO di Cracovia all’Office International de la Vigne et du Vin, nel corso di una cerimonia a Parigi il 18 settembre del 2001 è stato premiato dall’Istituto internazionale di promozione del vino e della vinicoltura, in ottima compagnia con libri di Francia, Romania, Germania, Italia, Inghilterra e alla presenza di famosissime ditte d’Alsazia, Catalogna e Bordolese. La cerimonia è terminata con la degustazione di 211 vini di tutto il mondo premiati dallo stesso OIVV, secondo l’ottima abitudine di passare sempre dalle parole ai fatti... Vale la pena di seguire tutti gli avvenimenti di Winnica Golesz, che ha anche un sito in Internet con le belle fotografie scattate dallo stesso proprietario, e appena si scioglierà la neve non mancate di fare visita nei vigneti. Gli uomini coraggiosi del vino hanno bisogno di una forte stretta di mano, ma anche l’uva in estate vorrà qualche carezza per fare un buon vino che delizierà tutte le tavolate. il vigneto sotto la neve Vino, donne e... salute Un reportage della giornalista polacca Małgorzata Bąk Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta Vi mando un articolo della signora Małgorzata Bąk (przepraszamy za mimowolne braki polskich czcionek), tratto dalle pagine della rivista on-line polacca Centrum Wina che consegna a domicilio vini di qualità su tutto il territorio di quel Paese. Una donna che scrive non solo alle altre donne... ben vengano queste chiacchierate! Vi accorgerete infatti che l’argomento è perlomeno interessante anche in Italia, ma particolarmente controcorrente in Polonia. In questa terra dell’Europa centrale si produce una birra bionda normale (tra i 5,6 e i 5,8 gradi alcool) che è stata premiata più volte all’esposizione universale di New York come la migliore del mondo anche per tre anni consecutivi e vi si distillano alcune delle migliori vodke. L’alcoolismo, però, è un’autentica e grave malattia sociale molto diffusa, gli ospedali sono pieni di alcoolizzati e d’inverno ne muoiono a centinaia per il freddo nelle strade, dove cadono in mezzo alla neve magari di notte, tornando a casa, quando nessuno li può vedere e tanto meno soccorrere. Perciò è molto impegnativo affrontare argomenti come questo, oltre la passione sincera per il vino ci vuole veramente tanto coraggio e senza dubbio un’ottima preparazione culturale. Leggendo l’articolo, si può intravvedere una non comune vena combattiva, molto utile per la battagliera diffusione del vino in Polonia. Il traduttore: Mario Crosta Il tema delle proprietà salutari del vino è diventato di notevole scalpore non soltanto in America, dove le malattie dell’apparato circolatorio sono la causa del 40% delle morti. Diversi mass-media in tutto il mondo hanno diffuso questa informazione dandole il carattere della curiosità, trattandola come un segno della prossima moda di “stile di vita sano” e in questo non c’è molto in comune con la salute e un suo assennato rispetto oppure no. Le opinioni correnti sono abitualmente superficiali e per questo dannose. Il vino, fino a questo momento, è stato trattato alla stregua delle bevande altamente alcooliche e accollato di un secolare anatema. In effetti, invece, l’attività del vino per la salute non è assolutamente negativa. Al contrario, come dimostrano numerosi esperimenti ed esami, può avere ottimi influssi in molti malanni anche se con una obiezione e cioè che il vino cura soltanto quando se ne beve moderate quantità. In sovrabbondanza è nocivo come gli altri alcoolici forti. Personalmente sappiamo che esiste uno stretto rapporto tra il bicchiere di vino bevuto a pranzo e un cuore sano, una lunga vita. Lo dimostra uno dei più interessanti enigmi in campo nutrizionale, il cosiddetto “paradosso francese”.Gli standard americani della nutrizione salutare dicono che i Francesi si nutrono in modo non conforme, ma nonostante la loro dieta altamente ricca di grassi si notano molto meno infarti cardiaci in Francia che non in America. Sembrerebbe che i Francesi, consumatori di paté de fois gras, bistecche in salsa bernese, formaggi grassi come l’Explorateur, dolciumi, mousse di cioccolato, creme di zabaglione ecc. debbano pagare molto salato per questi loro peccati. Invece le statistiche mediche americane dicono completamente un’altra cosa e cioè che in Francia, a differenza degli altri Paesi, si nota un 50% meno di cardiopatie e casi d’infarto. Negli anni 1984-1986 il coefficiente francese di mortalità su 100.000 persone a causa di malattie del cuore è pari a 79 per gli uomini e 13 per le donne. Il coefficiente americano è pari rispettivamente a 197 e 61! Oltre a questo, la probabilità del manifestarsi di cardiopatie fra le donne francesi è stata ben 5 volte meno che fra le donne americane. Come fanno i Francesi a difendersi, dunque, da queste malattie del cuore? Le cardiopatie in America occupano il primo posto come causa di morte tra le donne e tra gli uomini. Però le donne prima della menopausa vi sono esposte con un significativamente minore livello di rischio. Si tratta degli estrogeni, ormoni femminili rilasciati dall’organismo delle donne nel periodo prima della menopausa, che le difendono maggiormente dalle malattie del cuore. Nel periodo dopo la menopausa la loro quantità diminuisce notevolmente e per questo motivo cresce il rischio d’infarto e di tumori del seno. In ogni caso, tutto indica che il vino può vantaggiosamente elevare il livello di estrogeni nell’organismo. Le ultime analisi sotto la direzione di Judith Gavaler mostrano che le donne che hanno consumato da 3 a 6 bicchieri di vino nell’arco di una settimana hanno un livello di estrogeni superiore a quello delle donne che non ne hanno consumato. Lo confermano anche le analisi condotte da un altro gruppo di ricerca sotto la direzione dell’epidemiologo e cardiologo R. Cutis Ellison dell’Università di Boston, Facoltà di Medicina, che è una delle autorità indiscusse nel campo del “paradosso francese”. Secondo le sue ricerche in Paesi come Francia, Grecia e Italia, dove il consumo di vino è alto, tra le donne c’è un minor coefficiente di malattie per cancro al seno, molto meno che fra le donne americane, e dati statistici simili riguardano anche le cardiopatie. Le analisi statistiche dicono che i cuori più sani sono quelli degli abitanti dei Paesi del bacino mediterraneo: Italia, Grecia, Spagna e Francia. I dietologi concordano che a questi risultati statistici concorrono prima di tutto l’abitudine alimentare e lo stile di vita riguardanti la regolarità dei pasti, il mangiare piano, senza fretta, fondato su prodotti a base di farina, il grande apporto quotidiano di frutta e verdura fresca nella dieta, l’olio di oliva e il vino bevuto durante il pasto. Se ci accontentassimo di ciò, la questione sarebbe lineare: la panacea per la salute e la lunga vita risiederebbe nella dieta mediterranea. Tuttavia, il paradosso francese mostra che si può vivere in modo sano, nutrendosi insanamente! I Francesi mangiano notevolmente più grassi dei vicini, fumano di più, fanno meno sport e nonostante questo fanno parte del gruppo a rischio più basso di cardiopatie. Quindi mangiare sano non è tutto. Quello che difende il cuore dei Francesi è il vino rosso. Non è senza senso che dico quale bevanda alcoolica partecipa ai nostri pranzi. Se fossero la vodka, il whisky o la birra, dovrebbero essere più difesi dalle malattie dell’apparato circolatorio i Finlandesi, gli Americani, gli Scozzesi e gli abitanti degli altri Paesi in cui invece l’indice di cardiopatie supera notevolmente quello di Italia, Francia, Grecia, Spagna e Svizzera. Perché proprio il vino possiede questa eccezionale forza terapeutica? Oggi non c’è più niente di misterioso in questo. A questa domanda hanno risposto numerosi esperimenti e analisi condotte da gruppi di ricercatori che hanno analizzato con precisione le attività del vino e la sua composizione, grazie a questo sappiamo quale efficacia possiedono determinati composti. Misterioso tuttavia può sembrare semmai da che cosa i nostri antenati sapevano già delle attività salutari del vino. Il precetto biblico “non bevete acqua più di una moderata quantità per il bene dei vostri stomaci” (1 Timoteo 5:22) guadagna conferma scientifica, alla luce delle più moderne analisi. Il segreto delle proprietà specifiche del vino risiede nei suoi componenti dimostranti forte attività antiossidante. I flavonidi contenuti nel vino possiedono proprietà reattive ai processi di ossigenazione. Questi processi, chiamati ossidazione, partecipano a molte reazioni chimiche che si verificano negli organi degli organismi viventi. Provocati da radicali liberi, assolvono a molte funzioni importanti, ma il loro sovrannumero accelera il processo di necrosi e invecchiamento degli organi. I radicali liberi, ossia gli ossidanti, attaccano le membrane cellulari e causano la mutazione del DNA, che può portare a malattie cancerogene. Possono anche portare il colesterolo della frazione LDL a trasformarsi in una pericolosa e aggressiva sostanza adatta a penetrare nella parete dei vasi sanguigni e a distruggerli, cosa che causa normalmente le insufficienze coronariche e dell’apparato circolatorio. Gli antiossidanti contrastano le attività nocive dei radicali liberi. L’organismo si abitua a difendersi da solo e prima delle loro attività nocive produce sostanze antiossidanti, ma non sempre in quantità sufficiente. La fonte necessaria sono le vitamine C ed E contenute nella frutta e nella verdura fresca, però gli antiossidanti contenuti nel vino, specialmente in quello rosso, hanno una maggiore forza e durata di attività. Gli antiossidanti sono sostanze che durano poco e scadono velocemente, ma quelli contenuti nel vino come i flavonidi durano molto di più di quelli contenuti nella verdura e nella frutta. Si valuta che due bicchieri di vino rosso al giorno elevino del 40% il livello dei flavonidi nella dieta. Alla luce dei nuovi test condotti negli Stati Uniti, bere regolarmente vino a pasto può essere veramente una salutare abitudine alimentare, specialmente per gli appassionati degli alimenti conservati e del tipo fast-food, che contengono un’enorme quantità di sostanze ossidanti. Secondo i ricercatori dell’Università della California di Davis, di cui la Facoltà Coltivazione dell’Uva ed Enologia è uno dei centri mondiali delle ricerche sul vino, il bere due bicchieri di vino al giorno eleva il livello degli antiossidanti nella dieta americana di circa il 40%. Quattro persone si sono sottoposte a un test riguardante l’osservanza per qualche giorno di una dieta composta di prodotti altamente grassi e popolari nell’alimentazione dell’America settentrionale, unitamente a una moderata assunzione a pasto di vino contenente una buona quantità di catechina, una delle specie di antiossidanti. Si è verificato che il livello della catechina nel sangue delle persone sotto analisi era completamente soddisfacente e nonostante che il mangiare tutto quello che hanno consumato avesse esaurito nel loro organismo tutti i benefici antiossidanti provenienti da verdura e frutta. Questo esperimento ha evidenziato che non soltanto ai Francesi che mangiano grasso il vino può difendere il cuore e l’apparato circolatorio. Un altro effetto, affascinante specialmente per le donne che osservano la linea, collegato con il paradosso francese è che le persone che consumano vino sono normalmente più magre. Nonostante che il regolare consumo di vino aggiunga alla nostra razione delle calorie supplementari, come suggerisce la logica. Per ora, un esperimento al quale si sono sottoposte 90.000 donne ha evidenziato che i problemi maggiori con il peso ce li hanno le donne addirittura astemie. Cosa dunque succede alle calorie derivanti dal vino bevuto a pasto? A questa domanda è d’obbligo rispondere. Le calorie fornite dall’alcool sono bruciate per prime, l’organismo non le accumula in forma di tessuto adiposo. Unitamente a questo, non è senza importanza quale alcool beviamo durante il pranzo. Il vino contiene non molte calorie, invece la birra e la vodka sono delle potenti cariche di idrocarburi, con i quali il nostro organismo non sempre può sbrigarsela. Un bicchiere di vino non è in grado di minacciare nessuna persona rispettosa della propria linea, al contrario (come mostra l’esperienza) permette di ridurre l’appetito e accelerare il metabolismo, stimolando l’organismo ad una effettiva combustione delle calorie. In questo modo, perciò, gli amanti del vino di regola non ingrassano, al contrario degli amanti della birra. Altre ricerche condotte dall’Università della Carolina del Nord negli USA hanno dimostrato che tra i consumatori di vino di ambo i sessi dai 45 ai 64 anni il rispetto della circonferenza dei fianchi e del girovita più favorito che tra i consumatori di altri alcoolici. Il vino è dunque un prodotto nutriente e sano. È anche un simbolo di maturità, responsabilità e decisione, come qualcuno ha osservato. Tutto dipende dalla moderazione e il vino non costituisce un’eccezione. Cosa significa bere con moderazione e quale quantità d’alcool si trova nei limiti che indicano un sano buon senso? Questa domanda se la pone ogni amante del vino. La tollerabilità del vino è diversa da uomo a uomo e dipende dalla sua predisposizione individuale e dalle condizioni fisiche e psichiche. Anzitutto esistono dei dati orientativi, stabiliti dai medici e dagli epidemiologi. Un uomo sano fisicamente e psichicamente può bere una bottiglia al giorno suddivisa nell’arco della giornata in diverse dosi. Se la razione quotidiana non è superata, si può essere certi che non solo non si danneggia la salute, ma addirittura la si rinforza. Ricerche sulla benefica attività dei flavonidi in difesa della salute ci conducono ad un diverso modo di pensare al vino, non come uso pericoloso, paragonabile ai narcotici, ma come alimento di tipo particolare. Questa è l’opinione espressa da Selvyn St. Leger, famoso epidemiologo che si occupa dell’attività del vino nella circolazione del sangue. Opinioni simili si continuano ad incontrare, seppure con molte riserve, sia da parte di alcuni epidemiologi che da parte di politici che si occupano di politica alimentare, per i quali gli argomenti sulla salutare attività del vino non sono ancora sufficientemente convincenti. Un esempio può esserlo il rapporto steso dal Comitato governativo polacco sugli aspetti medici della politica alimentare nel 1994. Nel rapporto ci si appellava alla collettività per la riduzione del consumo di grassi e per un consumo maggiore di pane, verdura, frutta, ma non vi si è dimostrato però interesse per le proprietà salubri del vino, nonostante che il vino entri nella nota dieta mediterranea che è suggerita da tutti i nutrizionisti. Uno dei motivi di questo stato di cose può essere il fatto che tutte le esperienze dimostranti l’attività antiossidante del vino sono state condotte unicamente in vitro. Finché non avviene una possibile dimostrazione nell’organismo vivente della presenza dei flavonidi nel sangue in seguito al consumo di vino, la questione delle benefiche attività del vino rimane a un punto morto. Questa situazione, come ha osservato Frank Jones, giornalista che si occupa delle tematiche del vino, ricorda la situazione in cui quindici anni fa si sono trovati gli scienziati che avevano scoperto la dipendenza tra il cancro e il fumo delle sigarette. Per qualche anno nessuno ha chiaramente parlato di prove evidenti e dirette confermanti il rovinoso influsso del fumo sulla salute. Di queste ricerche, sotto l’aspetto etico, non se n’è potute effettuare. La conoscenza riguardante il pregio del consumo di vino è nota agli scienziati ma non esiste comunemente nella consapevolezza collettiva. Non si tratta ovviamente di persuadere a bere vino e nemmeno di ingaggiare le autorità mediche alla propaganda di questo tipo di abitudine alimentare. Ci rendiamo conto della situazione nella quale il medico dovrebbe raccomandare ai suoi pazienti di bere alcool per la salute... specialmente con le usanze polacche, come potrebbe essere interpretata questa raccomandazione! L’alcool in abbondanza è un male e non fa affatto meraviglia il timore del medico di prescriverne anche delle modiche quantità da bere. Ma anche Francesi, Italiani e Svizzeri, bevendo vino a pasto non aspettano che il medico di famiglia glielo consigli! I cuori più sani degli abitanti di questi Paesi sono effetto della tradizione, nella quale si compongono le esperienze di numerose generazioni. E al buon esempio vale la pena di fare riferimento. Małgorzata Bąk Giacomo Corà: un milanese trapiantato a Varsavia Da enotecario a Milano a costruttore in Polonia... ma senza scordare il vino italiano! Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta Il creatore della famosa enoteca milanese N’Ombra de Vin, Giacomo Corà, è da un pezzo in Polonia. Cristiano, il figlio, ne ha ereditato sicuramente la gentilezza e la disponibilità verso i clienti, oltre a una grande passione per i vini di alta qualità che permette a tanto giovane ma di gran stoffa, di dirigere la stupenda cantina e il negozio di via San Marco. Perciò il padre può operare in Polonia con indiscusso successo e provata stima nel campo delle costruzioni, da uomo di grandi intuizioni e sicura etica del lavoro qual è. Se alcuni angoli di Varsavia stanno riacquistando vivibilità, lo si deve a ciò che quest’uomo sa modellare, senza stravolgere nulla ma corrispondendo in pieno al desiderio di aria nuova, di stile, di rinascita. Ma la passione, quella no, non si può soffocare... Ecco dunque che scrive, scrive con amore e grande competenza di vino, consiglia i polacchi nella loro lingua ben conoscendone la mentalità, promuove l’immagine e il rispetto per il mondo del vino attraverso Magazyn Plus GSM e la sua rivista on-line, ormai da parecchie pubblicazioni. Le fondamenta della cultura del vino, i consigli per farsi una cantinetta privata, il modo di cercare, scegliere, comprare, conservare, servire, bere, degustare, abbinare i vini, specialmente i più sottovalutati, tutto ciò si trova nelle numerose pagine da lui curate grazie alla profonda esperienza riconosciutagli onestamente nel nostro Paese. Anzitutto, Corà scrive in modo molto semplice e in stile facilmente comprensibile, da straniero che, avendo a che fare ogni giorno per lavoro con una lingua complicata e ricca di eccezioni e preziosismi, ha imparato a parlare come si mangia e cioè in modo facile. Non si perde in particolari che ne farebbero un saccente, ma è molto stringato, concreto, essenziale e questo per i polacchi è una grande qualità perché avvicina simpaticamente tutti gli inesperti alla risoluzione pratica dei problemi con il vino. Le rubriche sono brevi, ben suddivise, i concetti rimangono molto ben impressi nella mente di chi legge. Come risulta essere molto apprezzato il suo impegno per venire incontro anche a chi dispone di risorse inferiori (le paghe medie sono circa un quarto di quelle italiane...) con i consigli per comprare quei vini sottovalutati o ancora sconosciuti in Polonia. Qui si vede la mano esperta non dell’opinionista ma dell’uomo che accompagna l’amico lettore in modo saggio e onesto a farsi strada in un mondo fantastico ma estraneo. Problemi con i vini troppo complessi della Loira? Provate quell’autentica rivelazione dei Muscadet, Château de Chasseloir, Château du Giacomo Corà Coing de St. Fiare, Gui Boscard, Serge Batard. Troppo cari i Barolo? Provate i Gattinara di Antoniolo e Nervi, magari il cru Molsino (testuale). Inaccessibili i Borgogna? Provate i vini Auxey Duresses, produttori Pascal Prunier, Michel Prunier, Duc de Magenta e altri della zona. E per i vini liquorosi suggerisce gli sherry spagnoli Emilio Lustau, Hidalgo e La Gitana. Competenza e maestria dell’enotecaro milanese, ma soprattutto rispetto e simpatia per il popolo polacco. Bisogna amare molto questo Paese del Baltico per riuscire a viverci e a lavorare, come fin dal medioevo i polacchi stessi ci riconoscono, da Bona Sforza che andò sposa all’imperatore Sigismondo I Jagellone al generale Giacomo “Sesia” Antonini (Légion d’honneur ottenuta da Napoleone) che combatté i russi, fino ai Garibaldini a fianco del generale Dąbrowski per l’indipendenza. E a Giacomo Corà, per il grande servizio che rende all’Italia e al vino italiano in un Paese che si schiude con genuinità e ammirazione al nostro stile di vita e alle nostre tradizioni alimentari, un nostro piccolo ma significativo segno di stima non può certamente mancare. La storia non si fa da sola, la storia la fanno gli uomini, e quando si può comprare una bottiglia di buon vino in un negozio polacco dove fino ad oggi conoscevano solo la vodka e la birra, soprattutto quando si compra un buon vino italiano, si possono ricordare anche gli uomini di questa levatura che lo hanno permesso, educando umilmente, silenziosamente e senza tanta pubblicità i meno preparati stranieri a diventare estimatori e amatori della mediterraneità. Schivo come un gentleman, fa onore a tutti noi e anche se non lo conosco di persona mi sento in dovere di mandargli questa forte stretta di mano attraverso la rivista on line, con i migliori auguri di buon lavoro e di una bella passeggiata a testa alta per la meravigliosa via Nowy Świat o dell’immortale centro storico Stare Miasto, dove ci si sente meno lontani dall’Italia perché si è immersi in una tavolozza di colori, in compagnia almeno del sincero apprezzamento da parte dei suoi connazionali. La rinascita della cucina tipica dopo l'oscurantismo sovietico Coppia d'assi a Varsavia Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta Il risveglio delle cucine slave dopo la caduta del muro di Berlino è un dato di fatto sorprendente. Durante la seconda guerra mondiale gli occupanti nazisti distrussero anche libri e ricette e sterminarono nei lager perfino migliaia di cuochi, camerieri, mâitres e gourmets. Si è perso quasi tutto del passato. Dopo la guerra, per cinquant’anni le poche risorse sono state spesso depredate per la santa madre Russia e sono quindi venute meno le condizioni e soprattutto le motivazioni per la ricerca e il ripristino delle tradizioni e della cucina tipica. Provate a immaginare un intero popolo che riacquista improvvisamente la libertà e riscopre il gusto della vita, ritrova parte delle sue tradizioni mai completamente soggiogate e si apre festosamente al mondo europeo ma con il proprio rinnovato orgoglio. In tutto questo fermento, che cosa può accadere tra i fornelli dei migliori ristoranti se non la riaffermazione delle tipicità nazionali, regionali, locali e la liberazione delle creatività dai gioghi culturali precedenti? Oggi l’iniziativa privata premia i migliori, le scuole di cucina fervono di attività, si aprono nuovi ristoranti e si rinnovano quelli già molto famosi e con qualche secolo di vita, rifioriscono i circoli culturali e i dibattiti, l’arte rientra in cucina dalla porta principale. Specialmente quando il cuoco e il sommelier sono giovani e hanno tanta voglia di emergere collaborando insieme. Quando il gioco si fa duro, i duri incominciano a giocare. Con il patrocinio della rivista on-line Centrum Wina, il capocuoco Paweł Oszczyk prepara, in una delle più prestigiose cucine della Polonia e cioè il Klub Polskiej Rady Biznesu a palazzo Sobański in Varsavia, delle ricette semplici in coppia con il campione 1998 dei sommeliers polacchi Piotr Kamecki, che cura l’abbinamento con i vini, secondo la pluriennale esperienza maturata in comune presso il ristorante Malinowa dell’Hotel Bristol di Varsavia? La scelta di fare opinione insieme è certamente la strada migliore per una ventata d’aria fresca nell’enogastronomia di questo Paese molto modesto, ma anche con una prorompente voglia di riscatto. Ne propongo due soltanto (le dosi sono per 4 persone) a titolo di esempio delle tendenze di quest’accoppiata vincente che si rifà alle origini della cucina polacca, ma introduce i vini d’uva su tavole abituate fin qui alla birra, benché di eccelsa qualità. Filetto di cervo grigliato in salsa di rose selvatiche 640 gr. filetto pulito di cervo 80 ml. vodka di puro grano 40 gr. miele erbe tritate per la marinata (ginepro, rosmarino, pinoli, foglie d’alloro, scorza di pino) 60 gr. frutti di rosa selvatica 40 gr. zucchero 50 gr. aceto di vino 100 ml. brodo di selvaggina 45 gr. burro 440 gr. sedano di Verona pulito + 50 gr. di burro 200 gr. di castagne cotte a piacere e sbucciate + una noce di burro sale, pepe e latte quanto basta Con la vodka, il miele e parte delle erbe tritate preparare la marinata e lasciarci per almeno 24 ore il filetto di cervo, girandolo qualche volta. Per la salsa caramellare lo zucchero, sciropparlo con l’aceto di vino e aggiungere i frutti di rosa selvatica liberati dai semini. Cuocere molto adagio per un quarto d’ora e omogeneizzare col burro. Cuocere il sedano a pezzetti nel latte, poi mischiarlo col burro e frullare, salare e speziare a piacere. Tagliare a medaglioni il filetto e grigliarlo. Imburrare leggermente le castagne e passarle bene sul misto di erbe tritate, sale e pepe. Comporre il tutto nel piatto. Sul filetto di cervo è consigliato un vino rosso pieno e sostanzioso come lo spagnolo Finca Valpiedra Rioja Reserva. Adeguatamente maturo (14 mesi in botte di rovere francese e americano), bouquet speziato/erbaceo e struttura robusta, è contemporaneamente fruttato e intenso nel sapore. Quest’ultima dote crea una composizione curiosa con la rosa selvatica contenuta nella salsa. L’uso di vodlka, miele e aceto conferisce un leggero sapore agrodolce e questo mitiga il tannino del vino. Altri vini consigliabili sono il Lindemans Limestone Coast Shiraz d’Australia e il Saint Joseph di Jaboulet dell’Alta Valle del Rodano. Filetto di orata reale grigliato con salsa di porcini 4 filetti di orata reale 160 gr. porcini freschi 80 gr. insalate d’orto miste 20 gr. pomodori seccati 80 ml. olio extravergine di oliva timo fresco quanto basta succo di limone q.b. sale e pepe q.b. Pulire bene i funghi e tagliarli a pezzetti, metterli in padella con le foglie di timo, un pochino di succo di limone, i pomodori secchi tagliati, tutto l’olio, sale e pepe, riscaldare il tutto per un quarto d’ora a 50 gradi. Lavare e preparare il bouquet di insalate d’orto. Spolverare di sale e pepe i filetti d’orata e grigliarli a piacere. Scolare l’olio dai funghi in un bicchiere. Comporre il piatto con i filetti grigliati, sopra il pesce i funghi e accanto l’insalata. Su tutto versare l’olio scolato dalla marinata tiepida di porcini e decorare con erbe fresche a piacere. Con questo piatto semplice e delicato Kamecki non suggerisce un vino complicato, ma il Prosecco Gancia che ha tutte le carte in regola, è secco a sufficienza, vivace, rinfrescante e le sue bollicine sono una piacevole compagnia per la raffinata pietanza. Inoltre, l’equilibrio dei sapori contrastanti (sale, limone, pomodoro secco, oliva) non consiglia la ricerca di un vino dalle eccezionali caratteristiche organolettiche. Resta da aggiungere che questa riemergente scuola di cucina polacca compete simpaticamente e molto amichevolmente con i numerosi ristoranti italiani presenti a Varsavia e a Cracovia, grazie ad Alfredo Ciocchetti, Carlo Innocenti, Giancarlo Russo, Nicola Granziolo, per citare solo i più noti compatrioti nel mondo della ristorazione italiana in Polonia e senza dimenticare Giacomo Corà nell’ambiente del vino. Ma molti altri, spesso con le sole proprie forze oppure alle dipendenze di grandi ristoratori polacchi amanti della cucina e dello stile di vita italiano, lavorano nei ristoranti della capitale amministrativa e di quella culturale, tra cui La Compagnia del Sole, Chianti, La Strada, Amarone, Corleone, Da Pietro, Caruso, Padwa, Cherubino, Avanti e altri, oltre a una nutrita schiera di pizzerie. Molto umilmente, ma con grande difficoltà di reperimento delle materie prime stagionali fresche nonché delle prelibatezze regionali dal nostro Paese e di alcuni componenti essenziali della nostra dieta, non sempre riescono ad accontentare il palato fino degli ospiti italiani. Però la nostra prima linea sul fronte del Baltico è riuscita a farsi spazio senz’altro con la qualità e l’estro, inventandosi anche degli adattamenti “all’italiana”, quando non si riesce a fare vera e propria cucina italiana. In questo modo abbiamo aiutato anche i polacchi a rinnovarsi, di questo possiamo andare fieri ed è un piacere applaudire la loro tipica cucina di alta qualità. Il risveglio delle cucine slave pone interrogativi al vino italiano La voglia di qualità va aiutata dai nostri produttori Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta Fino a qualche anno fa nei ristoranti e nelle trattorie di tutti gli angoli della Polonia, che è un grande Paese con circa quaranta milioni di abitanti, c’era una maggiore offerta di pietanze e di bevande abbastanza comuni a tutto il territorio nazionale. Stupiva non poco la scarsità delle ricette regionali e la pratica assenza di piatti locali. Specialmente agli italiani (abituati alle gite fuori porta e alle ferie in posti molto diversi fra loro, dove si può andare a gustare una miriade di prelibatezze differenti in locali che privilegiano da sempre la tipicità) una tale realtà abbastanza uniforme appariva come una evidente contraddizione. In montagna, al lago, sul fiume, al mare o in città distanti tra loro fino a quindici ore di automobile, proprio dove ci si aspettava una benvenuta tradizione di altre fantasie culinarie, i menu e le liste delle bevande risaltavano invece di più per la monotonia delle proposte. Si potevano misurare le differenze soltanto in freschezza e in qualità, ma niente di veramente curioso e assolutamente locale, tanto da far pensare ad una omogeneità che da noi, al contrario, non esiste. Questo popolo è più unito del nostro. La Polonia esiste da ben più di mille anni, mentre l’Italia unita ha pochi decenni in più di un secolo di vita e ancora restano da fare gli Italiani... perciò sia come tradizioni che come lingue o dialetti parlati, usi e costumi, attività agricole e cucina, nel nostro Paese fiorisce appunto l’abbondanza delle varietà che è’ ricchezza sul piano artistico e culturale. E la cucina, che è arte e allo stesso tempo un atto d’amore, ne guadagna in rigogliosità. Ma non c’è solo questo. Durante sei lunghi anni d’invasione, i nazisti hanno perseguitato e soggiogato fino all’internamento nei lager e all’eliminazione fisica tutti gli intellettuali e gli artisti secondo un piano ben preciso che è cominciato con i libri bruciati in strada per colpire subito l’anima di un intero popolo, la sua testa pensante, i suoi riferimenti storico-culturali e quindi le persone a ciò dedicate, una strategia di sterminio interrotta solo dall’arrivo dell’Armata Rossa. Insieme a maestri, professori, pittori, musicisti, professionisti, ricercatori, anche i cuochi hanno pagato con la vita in numero elevatissimo. Un polacco su tre è stato ucciso durante la seconda guerra mondiale, come se in Italia avessero cancellato interamente tutto il Piemonte e tutta la Lombardia, una tragedia che ha lasciato segni ancora profondi, non dimentichiamolo mai. La ricostruzione dalla guerra e la repubblica popolare non hanno potuto riportare le cose alla realtà precedente a simili tragedie, e anche in cucina si è sofferto il drammatico taglio con le tradizioni, lo spegnimento della vivacità, la mancanza di motivazioni, oltre ad un regime che non premiava certo l’emergere di novità. Da una decina d’anni le cose sono ribaltate, ma non così velocemente perché il Paese è rimasto molto impoverito e soltanto da poco le imprenditorialità rifioriscono in tutti i settori e non ultimo ai fornelli, dove si riesaltano finalmente perfino le tradizioni più dimenticate o che sembravano totalmente scomparse negli ultimi cinquant’anni. Non c’è, purtroppo, nessuna politica di rinascita, perché il Paese vive nel mito della libertà come in America, che è molto più vicino all’arrangiarsi ognuno da sé piuttosto che al sostegno intelligente di un patrimonio comune da tutelare e sviluppare. Tuttavia nelle trattorie e nei ristoranti si comincia ad intravvedere il risveglio delle cucine slave e soprattutto delle tipicità, processo favorito da ottime trasmissioni televisive. Pur misurando ancora con molta attenzione il contenuto dei portafogli dopo una lettura attenta dei menu affissi alle porte di locali sempre meno grigi e polverosi, anzi ogni giorno più accoglienti e simpatici, la gente che va in gita fuori porta ultimamente decide molto più spesso di andare non genericamente a mangiare, ma in “quel” particolare ristorante dove ci sono le portate tipiche di “quel” posto. A capovolgere le abitudini sono stati i risultati notevoli che i cuochi e i sommeliers polacchi stanno ottenendo con il grande riconoscimento non più soltanto degli stranieri, dei politici e degli imprenditori, che erano gli abituali frequentatori della ristorazione di alta qualità, ma anche dal consenso popolare che si allarga sempre più, perché oggi anche nelle vecchie trattorie, nelle storiche osterie e perfino nei localini dei posti più impensati si possono assaggiare cose molto diverse da quelle fatte in casa propria e in altre località del Paese. La rivalutazione dei tradizionali piatti delle bisnonne e delle nonne riporta alla luce autentici capolavori di cui si erano perse le tracce, inoltre le scuole professionali oggi attingono con creatività al generoso passato, nei ristoranti tornati al Una sala del Ristorante privato si fa molto più evidente l’impronta e lo stile dei cuochi e dei titolari, insomma la Wierzynek 1364, il più antico rinascita è meravigliosamente in corso. Questo introduce un problema che prima non e quotato della Polonia esisteva, e cioè quali bevande abbinare adesso a quei cibi rimasti per troppo tempo nella noiosa forbice tra la birra e la vodka. Le cucine slave sono completamente diverse dalle cucine mediterranee fin dalle fondamenta e cioè sistemi di allevamento e di macellazione, tecniche di conservazione degli insaccati, scelta delle speziature, verdure e frutta a disposizione, inoltre non si può dimenticare che l’inverno è molto lungo e molto freddo e richiede tutt’altre abitudini alimentari e la preparazione di ricette più adeguate a questi climi e alle diverse durate della giornata di luce nell’arco delle stagioni. Con gran parte di questi manicaretti, il gusto locale predilige la birra, che non è amara come la nostra e non è dolce come certe francesi e americane, ma gode di uno splendido equilibrio ed è di buon tenore alcoolico, tra i 5,7 e i 5,8 gradi. Sulla tavola compaiono anche composte di frutta bollita, the, succhi di frutta non addensati come i nostri ma limpidi e, naturalmente, le vodke, insieme all’aranciata per eventualmente diluirle e poterne bere una maggiore quantità. L’approccio al vino è sempre stato difficile, non è abitudinario e preferisce sapori spesso in contrasto con quelli che vanno per la maggiore tra i popoli dei Paesi produttori di vino. I vini locali fatti in casa dai polacchi per millenni sono tutti abboccati, mentre dal mediterraneo arrivano quasi in esclusiva dei vini secchi, che non sempre si sposano bene con una parte cospicua delle pietanze abituali. Per trovare gli abboccati italiani si deve andare sui frizzanti, in alternativa ci si deve limitare ai poco alcoolici fruttati tedeschi oppure a certi ungheresi che però sono già più zuccherini e amabili, soltanto pochi possono spendere per i superbi francesi demi-sec. In questo modo è difficile che il vino italiano si apra uno spazio fra le cucine slave in splendida rielaborazione e che non sfornano soltanto cotolette impanate, spiedini, stinco di maiale, zuppa di barbabietole e gulasch, con le solite patate o dolciastre insalate di cavoli, crauti e carote. Ho tradotto dei menu di ristoranti che hanno tagliato coraggiosamente con un già dignitoso passato per fare un benvenuto salto di qualità, ogni volta che ci vado a mangiare scopro delle fantastiche novità da poter offrire finalmente agli amici italiani in visita, ma c’è sempre quel maledetto problema del vino che non mi fa dormire tranquillo e devo dire che molti di loro, vista l’alta qualità della birra anche più economica, si polonizzano volentieri... Quanto è difficile il lavoro dei sommeliers polacchi, le cui associazioni esistono da non più di otto anni e sono nate con l’esclusivo appoggio dei belgi e dei francesi! Penso che le nostre associazioni non possano più limitarsi ai contatti ufficiali con le loro o ai confronti durante i concorsi europei e mondiali, ma debbano prendere più profondamente in mano il problema degli abbinamenti dei vini italiani con le cucine slave, approfondire gli scambi di esperienze, studiare insieme, degustare pietanze e vini, ascoltando molto attentamente i colleghi polacchi per fare proposte ai nostri produttori per gli opportuni interventi in produzione. La cantinetta del Ristorante Wierzynek Dando un’occhiata agli abbinamenti suggeriti attualmente, si notano a volte delle indicazioni che possono essere più vicine ai Palati stranieri che a quelli slavi, frutto di ottima scuola ma accolte senza entusiasmo né convinzione da parte del pubblico, che accetta magari al momento e poi in famiglia è ancora disorientato, si regola di testa sua e torna alle bevande che più conosce. I legionari romani duemila anni fa conquistarono tutto il mondo allora conosciuto e impiantarono vigne dappertutto, perché oggi non dovremmo conquistare al nostro vino l’Est e i suoi trecento e passa milioni di abitanti proprio con i pronipoti di quegli antichi vini che, in assenza di tecnologie, venivano corretti anche con miele e aceto, quando fosse il caso, per migliorarli? Attualmente sappiamo fare vini da maestri e sarebbe poco saggio non andare incontro ai nuovi mercati con i loro palati diversi, rivalutando gli abboccati o creandone di nuovi. In fin dei conti il vino è una gioia che si deve diffondere fra la gente per migliorarne la vita, non è un argomento da salotto che si può rinchiudere prima nelle enoteche e poi nei musei, come capita a tutto quello che il mercato, lentamente ma inesorabilmente, rifiuta. Moravia: una terra da vino che attende investimenti Un angolo di Cechia vocato al Pinot nero Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta Da Vienna due strade importanti conducono al confine della Repubblica Ceca, a circa una settantina di chilometri oltre la grande capitale asburgica. Una va verso Praga, attraverso la cittadina ceca di Znojmo, e una va verso Brno attraverso la cittadina ceca di Mikulov. Per entrambe le due strade nazionali si sale dalla valle del Danubio verso la Moravia e il paesaggio del Weinviertel è veramente stupendo, dai 300 ai 400 metri sul livello del mare. Dolcissime colline, fra campi modernamente coltivati e i boschi di verde intensissimo del Leiser Berge e di Schwarzwald, dove vivono liberi cervi e daini che d’inverno si spingono a cercare da mangiare fino alle case dei contadini ed è perciò facile incontrarli anche sulle tranquille strade di campagna. Verso il confine ci si può beare la vista con uno sguardo ai soleggiatissimi vigneti austriaci in un paradiso di dossi particolarmente vocati alla coltivazione della vite, da dove vengono degli ottimi vini bianchi e rossi che gli austriaci locali bevono molto più volentieri della birra. Grandi trasparenze e luminosità nel bicchiere, profumi delicati e grande armonia di sapori testimoniano di un microclima veramente dotato. Nelle trattorie si possono gustare con estremo piacere, perché sono assolutamente tipici e ben si abbinano alle pietanze calde che ristorano i viandanti. Superato il confine, si entra in Moravia, terra di castelli in cima ai colli più alti, dove il tempo sembra essersi fermato. In questi boschi le strade sono molto diritte, alcune costruite dai russi per i carri armati della cosiddetta cortina di ferro che proprio qui erano stanziati fino a poco più di dieci anni fa. La velocità è comunque sconsigliata, perché ci sono molti cervi e cinghiali, dato l’ambiente ancora intatto e la presenza di laghi che mitigano il clima durante l’inverno, tra Znojmo e Mikulov. Mikulov (La Mappa di Mikulov) è una cittadina molto bella, costruita ordinatamente su una collina attorno al suo castello, dove è conservata la più grande botte di legno di tutta l’Europa, segno tangibile di una cultura vitivinicola che nella zona si è sviluppata per secoli. Tutt’intorno, sulle stradine che s’inerpicano per le fiancate delle colline, ci sono le caratteristiche grotte delle piccole cantine tramandate in famiglia da generazioni di vignaioli. Qui, a metà strada tra i palazzi imperiali di Vienna e la fortezza dello Spielberg di Brno (dove Silvio Pellico scrisse “Le mie prigioni”) e il pianoro della battaglia di Austerlitz, ci sono vigne con le uve più famose dell’Europa centrale: Müller Thurgau, Tramín, Muškát, Ryzlink, Veltlinské, Cabernet Sauvignon e Pinot Noir. le tipiche cantinette scavate nella roccia caratteristiche botti in una cantina locale vigneti a Mikulov Il Pinot Nero è chiamato Rulandské Modré ed è di grande qualità. Tenore alcoolico 12,5%, colore rosso rubino con un riflesso di terracotta, vino asciutto ed equilibrato, nel suo profumo fresco e leggero una nota di profumato tabacco e di fiori, al gusto è piacevolmente vellutato e particolarmente armonioso con retrogusto di mandorla fresca, assolutamente tipico e pulito. Consigliato con roastbeef, bistecche, cotolette e formaggi di media stagionatura. Ricorda con piacere alla mente un... Grignolino meno scapestrato e convolato a nobili nozze con sospiro di sollievo da parte del villaggio natio, paragone forse azzardato ma è difficile trovare somiglianze con altri pinot neri di Borgogna o dell’Alto Adige, più strutturati. Tra quelli che ho assaggiato mi sono piaciuti molto i millesimi 1995 e 1999 prodotti da Vino Mikulov a.s. per il Sommelier Klub Vinařská Oblast Brněnská, a riprova che il contributo dei sommeliers è importantissimo fin dalla prima, benvenuta, collaborazione in cantina con i vinificatori. Infatti la cantina Vino Mikulov a.s. produce tra gli altri anche vini invecchiati in barrique, spumanti secchi e semisecchi, molti vini bianchi, ma le produzioni migliori sono selezionate Sommelier Klub. Anche in Cechia il consumo del vino, grazie alla scelta di puntare sulla qualità, è in leggero aumento: 16 litri/anno pro capite, contro i 15 dello scorso anno, con la birra che mantiene saldamente il predominio a 160 litri/anno. Per la commercializzazione su tutto il territorio nazionale e all’estero, la cantina Vino Mikulov si avvale della collaborazione della Bohemia Sekt. Il governo ceco, prima dell’ingresso nella comunità europea, già da quest’anno vuole allargare la produzione di vino nella zona di Mikulov e Znojmo e sta concedendo praticamente gratis in concessione e usufrutto secolare i terreni intorno ai vigneti esistenti alle ditte estere interessate ad investire per iniziare a coltivarvi la vite; l'investimento richiesto è stimato in circa 24.000 Euro per ettaro. Clima freddo... vino caldo! Nei paesi freddi la temperatura di servizio del vino cambia rispetto all'Italia Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta Quando si vive all’estero, non sempre si riescono a mantenere le abitudini del proprio Paese di provenienza. La cosa vale soprattutto per la diversa distribuzione degli orari durante la giornata e non solo per il lavoro, ma anche per l’apertura dei negozi, degli uffici pubblici e delle banche, che regolano diversamente la vita in comunità e i ritmi personali. Lo stesso avviene per le abitudini alimentari, causa l’assenza di molti prodotti e la differenza tra tanti componenti usuali della dieta, specialmente negli Stati fuori dai circuiti commerciali della Comunità Europea. Forse soltanto in qualche capitale si avverte di meno, ma non si emigra solo verso le capitali. La cosa che più mancava anni fa in Polonia era l’olio extravergine di oliva. Fatto piuttosto drammatico, perché si doveva cercare anche in città molto lontane, non sempre si era sicuri di trovarlo negli stessi negozi quando finivano le scorte, e non è un prodotto piccolo e leggero di cui si può fare incetta facilmente durante i viaggi. Il prosciutto crudo e il salame nostrano, l’aceto di vino, il pesce del mediterraneo, i profumi delle erbe aromatiche fresche come basilico e rosmarino, i pelati e tutta una serie di altre prelibatezze italiane che occupano un posto importante nella nostra cucina, dove mancano possono moltiplicare veramente le sofferenze da astinenza forzata. Oggi la globalizzazione porta anche qui le grosse reti commerciali e va un pochino meglio, ma a prezzi proibitivi se rapportati a quelli italiani e al livello locale degli stipendi, perciò gli emigranti devono giocoforza affrontare comunque delle importanti rinunce. La dieta mediterranea fresca e salutare che ci allieta la vita in patria, è un lusso all’estero e si gode purtroppo raramente. Questo discorso vale anche per il vino, che è una bevanda fondamentale, una tradizione, una cultura tutta da esportare là dove si beve cento volte di più la birra e dieci volte di più i superalcoolici. C’è tutta una serie di problemi da affrontare per l’ingresso del vino in realtà assolutamente estranee a quelle abitudini alimentari cui siamo abituati e che invece ne favoriscono la diffusione negli altri Paesi dell’area mediterranea e temperata. A parte le accise d’importazione e i grossi buchi nella gamma di offerta, che nella più parte dei casi lascia fuori tutti quei vini che non sono rinomati all’estero o che sono di gusto tipicamente italiano, non somigliante né all’imperante francese né all’aggressivo californiano, ma nemmeno rivolto al gusto dei clienti delle nazioni emergenti, ci sono delle penalizzazioni per i prodotti di alta qualit à a causa delle condizioni di conservazione e di servizio. Una di queste, se non la più importante, è la temperatura. In Polonia la gente non beve bevande fredde. Contrariamente a quello che si pensa, nemmeno la vodka ghiacciata. La vodka si beve liscia a temperatura ambiente, perché ha dei gusti e dei profumi talmente delicati che il freddo li ucciderebbe e sembrerebbe di bere benzina gelata. Chi ha inventato la deleteria moda della vodka ghiacciata non era certamente uno slavo. Ma anche la birra si beve a temperatura ambiente, solo dove ci sono problemi di riscaldamento invernale la temperatura delle stanze rende un po’ di giustizia e la rinfresca al punto giusto. Ma ci si prendono dei raffreddori che non passano in pochi giorni... Addirittura la si beve anche calda e con un paio di cucchiai di miele o di zucchero, specialmente nei rigori dell’inverno, oppure con l’aggiunta di un calicino di sciroppo di lampone durante l’estate. Con questi climi e con queste abitudini popolari molto radicate, il vino rosso giovane, che abbisogna di temperature di cantina, diventa improponibile alla beva e fra i bianchi è un’autentica strage. Il cento per cento dei bar dove è già una fortuna trovare del vino non ne tiene nemmeno una bottiglia non dico in cantina ma neanche in frigorifero, lo stesso dicasi per tutte le trattorie e per il 95% dei ristoranti. Nei più lussuosi, dove sicuramente qualche cliente straniero si è lamentato minacciando di non tornare, al massimo si trovano dei secchielli che vengono velocemente riempiti di ghiaccio come per lo champagne. Non è giusto rovinare un ottimo vino congelandolo, neppure con Due turisti brindano in un locale caratteristico il ghiaccio preferito invece dai galletti di Reims. I nostri vini bianchi (prodotti per essere bevuti freschi o freddi) non si fanno per niente apprezzare a temperature ambiente intorno ai 21 gradi quando non oltre e i consumatori polacchi rimarranno piuttosto lontani dal vino bianco buono, già penalizzato dal prezzo, perché fa letteralmente pietà. E non basta insistere nella formazione professionale dei ristoratori e dei baristi, perché comunque nel frigo si trova di tutto un po’, dai salumi che qui sono tutti affumicati fino ai formaggi con le muffe, e con i profumi si scivola dalla padella alla brace. Inoltre nessun polacco berrebbe delle bevande fredde, perché è provato che ai climi continentali del centro orientale d’Europa questo provoca malattie da raffreddamento. I giovani sono più attenti a scimmiottare le mode straniere, vestono come ad Harlem con i pantaloni taglia 60 col cavallo a livello del ginocchio e scarponi pesanti che li fanno camminare come i gorilla e gli idoli del rap, soltanto per questo motivo nei Mc Donald’s c’è la Coca Cola ghiacciata e si è raddoppiato il consumo delle medicine per la gola. Ma tutti gli altri, compreso i nostri sfortunati emigranti, devono bere vini bianchi alla temperatura sociale e non a quella ideale. È un campanello d’allarme che va suonato presso i nostri enologi, perché ci vorranno decenni per educare al vino quei popoli che non ne sono abituati, ma nel frattempo cosa facciamo? Occorrono dei vini rossi giovani e dei vini bianchi adatti alle abitudini attuali e ai gusti predominanti dei popoli cui si vogliono vendere. Non possiamo pretendere che in pochi mesi o in pochi anni questa gente passi dall’ignoranza ai livelli universitari, dagli abitudinari vini abboccati a quelli austeri e secchi, dall’usuale temperatura ambiente alla gamma di quelle più consone. Ci vogliono vinificazioni mirate a ottenere prodotti adattabili ai palati principianti e all’uso locale. Del resto anche noi non abbiamo adottato, anzi abbiamo stravolto a nostro piacimento, il loro originale modo di bere appunto la vodka e la birra, adeguandolo alle nostre condizioni climatiche e creando non pochi problemi ai turisti slavi, che rifiutano le bevande fredde. Soltanto con il tempo, con grandi campagne pubblicitarie, con l’incremento dei consumi, con l’educazione e con la scuola, in qualche decennio anche tutti gli altri vini entreranno dalla porta principale. Ma per tenere aperto lo spiraglio ci vuole un prodotto di base ad hoc. Quelli che abbiamo oggi dovrebbero essere tutti quanti degli Alsazia per resistere a tanti maltrattamenti, tra cui quello grave delle temperature di conservazione e di servizio, infatti il consumo di vino italiano è bassissimo. Ma anche gli eccelsi vini con grande capacità d’invecchiamento non tengono posizione in mercati tanto vergini. Il problema è serio, perché secondo me non riguarda soltanto i quaranta milioni di abitanti della Polonia, ma anche una serie di altri Stati e continenti. Con tutti gli enologi di alta levatura e grande professionalità che abbiamo nel nostro Paese, bisognerebbe risolverlo abbastanza velocemente, prima che le Red Bull soppiantino i vini sui banconi dei bar e delle trattorie come sta già avvenendo. Anche perché nei supermercati sono già in corso le svendite di partite intere di vino dalle etichette anche gloriose, che hanno però dei tappi sanissimi facilmente spezzabili dal cavatappi per gli sbalzi di temperatura di conservazione nei magazzini e per l’eccesso di giacenza sugli scaffali di esposizione anche al pubblico, ma soprattutto alla luce e al caldo. Per inciso, forse il tappo di plastica sarebbe benvenuto proprio sui prodotti da esportare nei luoghi dove non c’è la cultura del vino e non si rispettano le sue regole fondamentali. Perfino il web di Parker in lingua polacca, che pure descrive molto bene come si tiene il vino in cantina, si è dimenticato di dire che le bottiglie non vanno conservate più di tanto in posizione verticale... Si devono creare vini adatti al mercato dell’Europa centrale e orientale oppure tra non molto ci saranno i primi rifiuti di intere forniture già in viaggio nonché grosse disdette di ordinazioni. Non lo scrivo per le singole cantine, perché il problema è di politica enologica per l’esportazione, è dunque di carattere nazionale e va risolto con l’apporto attivo delle organizzazioni professionali e sindacali di categoria e l’intervento dell’Istituto per il Commercio con l’Estero e dei Ministeri delle politiche agricole e dell’Industria. Ma se nessuno dei produttori bussa alle porte giuste, mal comune mezzo gaudio e viva gli ungheresi, gli slovacchi, i croati, gli sloveni e i cechi che stanno impiantando vigne a più non posso per produrre vini adatti ai gusti imperanti nei loro mercati, facendola in barba al nostro attuale immobilismo. Come al solito, non ci resta poi altro che piangere e chiedere al maestro che cosa fa rima con Orione... Le Piwnice: il cuore pulsante della Cracovia underground Le migliori esperienze enologiche si fanno... sotto terra! Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta Le Piwnice. In polacco significa scantinati e come in Italia si riferisce ai locali sotto il livello del terreno. Ma a Cracovia, la prima capitale dell’impero polacco, ha un significato particolare e cioè locali divertenti, di svago, caffè, cantine con assortimento di vini (testuale dal vocabolario). Infatti gli abitanti di questa magica città socializzano molto in questi romantici ritrovi, dove si tira l’alba senza guardare l’orologio. L’atmosfera della città è tutta particolare e c’è un viavai di gente a tutte le ore del giorno, ma specialmente della notte, perché il centro è molto piacevole ed è frequentatissimo. Intorno all’imponente castello degli imperatori, il Wawel sopra una collina che domina la Vistola qui molto larga, calma e già navigabile, sorgono le bellissime badie dei Paolini, dei Domenicani, dei Bernardini, dei Fatebenefratelli, con antichi giardini e parchi cinti da alte mura. Accanto ad esse i palazzi delle antiche famiglie nobili e ricche, ora edifici dell’università o musei, molti progettati e abbelliti da architetti italiani del Rinascimento, come Padovano, Santi Gucci, Fontana, Dolabella, Falconi, Marconi, Berecci, Placidi, Provano, con cortili, scaloni, loggiati e cantine tipiche delle nostre città d’arte. Dovunque lo sguardo si posi, la bellezza dei luoghi procura una gran pace all’animo. Cracovia è stata nominata capitale europea della cultura nel 2000, metà della gente che s’incontra per strada arriva da tutti i continenti, il polacco è la lingua meno parlata nella piazza del vecchio mercato che è fra le più grandi del mondo intero (40.000 mq) e tutto il centro storico è dal 1978 sotto la tutela dell’UNESCO come patrimonio dell’umanità. D’estate è stupendo fermarsi sotto gli ombrelloni a bere calici di vini di alta qualità provenienti da tutto il mondo e assaggiare i dolci e le altre specialità all’aria fresca, ma d’inverno, col freddo che fa, tutti giù in cantina! Sotto gli storici palazzi sono aperti stupendi ritrovi con le volte a pietra viva o mattoni, dove il caldo è naturale e non forzato dai riscaldamenti, alcuni sono talmente vasti da stupire per l’ingegnosità della loro progettazione. Il ristorante Wierzynek lavora fin dal 1364 nello stesso palazzo, e le sue cantine sono tali e quali quelle di sette secoli fa, soltanto sicuramente più pulite e lussuose. Ma tutti i locali pubblici, pianobar, pub, caffè, trattorie, pasticcerie, griglierie, ristoranti e perfino i negozi si sono pian piano interrati anche nelle vie vicine, come la Floriańska, proprio perché la cultura della socializzazione in questa città è dominante e il tempo si passa fuori casa anche nelle giornate più brutte e più rigide. Bar Chimera La Piwnica Ratuszowa Perciò nelle piwnice di Cracovia ci si sente avvolti dall’atmosfera e dallo stile di vita di un mondo romantico e affascinante. Un’ideale strada del vino in Polonia può nascere benissimo in questa città, dove le migliori case vinicole del mondo hanno i loro eccelsi vini ben conservati nelle cantine, ben serviti sulla tavola ed esposti anche alla vendita diretta. Si trovano tali rarità a portata di mano che è una favola, per gli amanti del buon vino, girare per gli scantinati, tenuto conto soprattutto che qui si possono ordinare anche soltanto calici da 50 o da 100 cl, non necessariamente tutta la bottiglia e a prezzi che paragonati a quelli occidentali farebbero la felicità di molti. Io ne approfitto sempre per rinnovare assaggi di vini che altrimenti non potrei permettermi... Ci sono anche altri due vantaggi da non sottovalutare. Non tutti amano lo stesso vino, perciò poter ordinare un calice diverso per ciascun convitato è il massimo dell’ospitalità. Inoltre per ogni portata si può scegliere l’abbinamento più adatto o provare anche due vini diversi. Sulla carta dei vini sono indicate tutte le possibilità offerte con i relativi prezzi e ciò è frutto di grande esperienza. Per la conservazione delle bottiglie aperte non ci sono problemi, con i mobili speciali di oggi a temperatura differenziata e controllata e soprattutto con i tappi di ottima qualità in circolazione, possiamo stare tranquilli che il ristoratore polacco non ci perde, ma neanche il consumatore, perché le dosi sono Il Caffé Columbus effettivamente molto precise. Tra l’altro, il modo giusto di incontrarsi, chiacchierare e gustare splendidi vini d’annata è proprio dove l’ambiente è calmo, silenzioso e si possono ordinare anche gli stuzzichini giusti. Locali dove si può entrare con tranquillità anche disponendo di pochi spiccioli, perché molto educatamente servono tutti i clienti con la stessa gentilezza, anche quelli che non bevono più di un bicchierino o non consumano più di un biscotto e senza pagare quella tassa assurda che è l’abituale italianissimo “coperto”. Non ho mai visto altrove tanto rispetto per il cliente, forse perché la Polonia è ancora in via di sviluppo. Qui la gente guadagna un quarto di quello che si guadagna in Europa, evidentemente si comprende meglio il desiderio diffuso di emergere e si usano maggiori delicatezze. Questo è molto importante per avvicinare anche i più giovani e i meno agiati al mondo del vino e ad una cultura enogastronomica reale, non costruita immaginariamente sulle riviste o sui libri... con l’acquolina alla bocca! Ho visto aprire un Clos de Vougeot gran cru Château De La Tour da 98 Euro per un ragazzo che ne ha bevuto un ballon da 100 cl annusandolo e centellinandolo per un’ora e pagandone solo 14. Per rilassarsi col vino basta soltanto passeggiare per il centro e fare il giro delle piwnice, ma anche una boccata d’aria in superficie con certe giornate di calma non è male. Il caffè Bankowa, sull’angolo di Stary Rynek verso la via Floriańska, è molto piccolo, non più di sei tavolini per una dozzina di persone, e le bottiglie dei vini d’Alsazia, Borgogna, Bordeaux, Costa del Rodano, Mosella, ma anche d’Italia, Spagna e California salgono dalla cantina fino ai bei mobili antichi dove rimangono esposte dietro i cristalli lavorati ancora a mano, per stare qualche giorno in piedi prima di essere stappate per la mescita. Per me è la tappa d’obbligo della domenica mattina, prima o dopo la S. Messa in latino. Sì, c’è una funzione in latino come in altre chiese del centro ci sono in tedesco, francese, inglese, ucraino e anche per sordomuti, come si conviene Il Pod Zlota Pipa Pub ad una città internazionale che vuol bene ai suoi ospiti, che li ama. Per meno di un Euro in ogni edicola si acquista una guida mensile tascabile, Miesiąc w Krakowie, dove ci sono tutti gli avvenimenti musicali, culturali, folcloristici, mostre d’arte, musei, cinema, teatri, fotografie, recensioni, interviste ma anche i ritrovi per gli studenti, ristoranti, cantine e pub, con la piantina per poterci andare senza nessun problema, un servizio efficientissimo che ha notevolmente facilitato il flusso turistico. Provare per credere. Montagne russe: nella culla della viticoltura si ottengono ottimi vini La qualità dei vini della Georgia sta crescendo Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta Sarebbero gli Urali e il Caucaso a far da confine naturale tra l’Europa e l’Asia, appunto le montagne russe... Ma gli Urali sono russi davvero, sono la frontiera del freddo, si va verso la Siberia e quello proprio non scherza. Il Caucaso invece è una terra tipicamente meridionale, brontolona da sempre, agitata da fermenti che rasentano la pazzia, eppure tanto ricca potenzialmente e non solo per il petrolio. L’oro vero del Caucaso, quello che è sempre esistito e che non si estinguerà fra cento anni per esaurimento delle scorte nel sottosuolo, non è il petrolio ma il vino, tanto vino e di buona qualità. Il 25 Aprile di una trentina di anni fa, al Castello di Prato Sesia, dove ogni anno i partigiani s’incontrano ancora per una festa allargata alle famiglie e ai benvenuti ospiti, il Sindaco Italo Rolando diede ad un certo momento la parola ad un omone dalla faccia gentile, me lo ricorderò sempre. Era uno dei Georgiani che aveva combattuto in Italia durante la Resistenza. Non aveva proprio la coda dei russi, cioè di quelle belve che la propaganda avversaria diceva mangiassero i bambini, e proprio i pochi bambini presenti in un attimo magico diedero inizio al grande silenzio. In un silenzio impressionante, per l’emozione sicuramente ma anche per lo sforzo di capire perfino le sfumature in mezzo alle sue parole, la voce di quell’uomo entrò nel profondo dell’animo di tutti. Soave nei modi, sorridente come sanno essere soltanto i paciocconi, sprizzava tanta simpatia da tutti i pori della pelle e la cosa incuriosiva molto, perché in fondo era stato un istruttore di guerriglia militare e si trattava di qualcuno che abitava su un altro pianeta, lontano un mare di chilometri anche se, venendo da Gori, città ben nota ai presenti per aver dato i natali a Stalin, era come se fosse più compaesano del vicino di casa. Ci parlava del suo Paese come se fosse il nostro. Terrazze sostenute da muri di pietra spaccata a mano per impiantarci le viti, cantine in ogni paesello dove portare le uve, vino rosso, bianco e rosato, anche spumante nelle feste e nei matrimoni, tanta musica e costumi colorati. Scoprimmo che la guerra, la politica, le battaglie ideali in fondo erano soltanto il lato della storia da consegnare ai libri, ma che nella realtà quel popolo del Caucaso è vivo e vegeto come pochi, sa coltivare la terra e ottenere il meglio dai frutti strappati con grande fatica a territori tanto accidentati, è laborioso e gioioso e per questo motivo molto simpatico e affine al nostro. A loro ci accomuna soprattutto la coltura della vite e la presenza del vino nella realtà quotidiana. In Georgia (scopri dov'è la Georgia) ci sono cinquecento varietà ampelografiche note, perché la natura e il paesaggio sono veramente ricchi, vi sono rappresentate tutte le zone climatiche e vegetali esistenti sul pianeta, dalle nevi eterne alle regioni subtropicali. Si può scalare montagne di 5.000 metri al mattino e nel pomeriggio nuotare nelle acque calde del mar Nero, il paese infatti è un po’ più piccolo del nostro arco alpino con la pianura Padana. La maggior parte dei vigneti si trova a Est, nelle valli di Alazani e Jori, dove da almeno ottocento anni si canta in coro, durante la vendemmia fatta esclusivamente a mano, un inno alla vite amata come la moglie e i figlioletti. Il vino è diventato una specie di simbolo della repubblica caucasica e i nomi che lo rendono famoso nel mondo sono quelli dei villaggi dalle tradizioni enologiche millenarie: Tsinandali, Tibaani, Napareouli, Alkhalcheni, Kardanakhi, Mukuzani, Khvanchkara... Vigneti in Georgia I vini fermentano in enormi giare da cinquecento decalitri, fabbricate da artigiani di mestiere ereditario e infilate dentro il terreno per subire meno le variazioni di temperatura, ma le cantine sono gestite modernamente, per esempio col sistema di gestione automatico Rtveli che dopo il 1978 ha permesso di sfruttare al massimo l’efficacia dei sistemi di raccolta, trasporto e pressatura migliorando la qualità senza penalizzare la quantità. Nel 1979 c’è stata la più bella vendemmia della storia della viticoltura della Georgia con quasi 600.000 tonnellate di uva da vino prodotte. La triplice alleanza di terra, sole e scienza umana ha permesso di quintuplicare in cinquant’anni la superficie vitata che ha abbondantemente superato 65.000 ettari, vincendo il problema della siccità in Kachetia e conquistandone i mitici territori, particolarmente vocati al vino, dove la temperatura non scende mai sotto i 10 gradi nemmeno negli inverni peggiori e dove le ricerche storiche dimostrano esservi l’origine dei vitigni moderni diffusi poi nell’area mediterranea dagli Assiri, dai Macedoni, dai Greci e dai Turchi. Le loro truppe hanno più volte devastato la Georgia, spesso non lasciando pietra su pietra, ma i vigneti e la pesca sono sempre stati la risorsa del riscatto delle popolazioni, infatti non è un caso che le tradizioni più antiche in cucina siano proprio fondate su vino bianco e pesce. Il satsivi, per esempio, dove il pesce entra in composizione con i profumi e i sapori delle noci e di spezie diverse come zenzero, cannella, peperoncino e pepe, o come gli spiedini di pesce. Dai vini bianchi emerge il panorama più vasto dei vini georgiani, ma si producono anche ottimi rossi e dei buoni rosati. Dal punto di vista storico si suddividono in tre grandi gruppi: i vini di antica tradizione enologica (come quelli della cantina Teliani Valley, che è stata a suo tempo la più grande di tutte le Russie ed è stata fondata qui nel 1886 da Aleksander Chavchavadze, figlio del primo ambasciatore georgiano alla corte dello zar di S. Pietroburgo), vengono poi i vini prodotti a partire dal dopoguerra secondo i programmi sovietici di stimolo a bere il vino piuttosto che i superalcoolici, inoltre i vini moderni degli ultimi vent’anni fatti per i mercati emergenti dello spumante e del vino abboccato. Bianchi secchi TSINANDALI, dal 1886 è l’orgoglio dell’enologia georgiana. Da uve Rkatsiteli e Mtsvane dei territori di Telavi e Kvareli, colore paglierino chiaro, meravigliosi profumi di fiori e di frutta, gusto delicato e mite, invecchia in botti di rovere per 3 e anche 4 anni, alcool da 10,5 a 12 gradi. Vino per carni di agnello e vitello, è stato premiato con dieci medaglie d’oro e nove d’argento nei concorsi mondiali. GURDZHAANI, dal 1887, prodotto dalle stesse uve e nello stesso modo ma nei territori di Gurdzhaani, Signakhi e Sagaredzho, aggiunge alle caratteristiche organolettiche una nota speziata specifica. Alcool da 10,5 a 12,5 gradi. TIBAANI, dal 1948. Anch’esso vinificato dalle stesse uve ma invecchiato solo un anno in botti di rovere, è di colore ambrato scuro, profumo fruttato con note di uva passita, vinoso e pieno, sapore vellutato e armonioso, molto ricco, tenore alcoolico più sostenuto, da 11,5 a 13 gradi. NAPAREULI, dal 1893. Da uve Rkatsiteli del territorio omonimo, è più delicato, colore paglierino chiaro, profumo fruttato, gusto armonico, invecchia in botti di rovere per 3 o 4 anni, alcool da 10 a 12 gradi. Vino adatto per carni bianche e funghi, anch’esso pluripremiato ai concorsi mondiali. RKATSITELI, dal 1948, dalle uve omonime coltivate nel villaggio di Kardanhaki e ambrato, ha profumo fruttato con note di fiori freschi, gusto vellutato e armonioso, invecchiato un anno in botte di rovere con maggiore ricchezza di estratti, piacevolmente maschio, tenore alcoolico maggiore, da 11,5 a 13 gradi. MANAVI, dal 1938 vinificato da uve Mtsvane, colore giallo-verdolino, profumo intensamente fruttato, invecchia tre anni in botte di rovere ed è più fresco, alcool da 10,5 a 11,5 gradi VAZISUBANI, vino dell’ultima generazione, dal 1978 è frutto di attenta selezione delle uve Rkatsiteli e Mtsvane per sottolineare maggiore freschezza, non invecchiato, ha gusto più adatto al pesce e al pollame e tenore alcoolico tra 10,5 e 12,5 gradi. ERETI, dal 1977, come il precedente ma più fruttato e pieno, un po’ meno alcoolico, di pronta beva. Rossi secchi TELIANI, dal 1897 uno dei migliori vini rossi da pasto della Georgia, vinificato da uve Cabernet a Teliani in Kachetia è di colore rosso rubino scuro, profuma di violetta, ha gusto caldo e corpo equilibrato, è invecchiato almeno tre anni in botti di rovere. Tenore alcoolico da 10,5 a 12 gradi, è stato premiato da quattro medaglie d’oro e sei d’argento nei concorsi internazionali. NAPAREULI, dal 1890 vinificato da uve Saperavi particolarmente selezionate, ha colore granata scuro, un aroma ricco e dolce, di gran qualità, è invecchiato almeno tre anni in botti di rovere ed è indicato con carni bovine e formaggi stagionati, alcool da 11 a 12,5 gradi. MUKUZANI, dal 1888 è il vino tipico più quotato da uve Saperavi, ha un aroma più caratteristico e marcato, il gusto è ammirabilmente armonico ed equilibrato, invecchiato tre anni in botti di rovere ha un tenore alcoolico da 10,5 a 12,5 gradi ed è stato premiato con quattro medaglie d’oro e otto d’argento nei concorsi internazionali KVARELI, dal 1966 anch’esso da uve Saperavi e vinificato similmente, si distingue per la maggior freschezza e un tenore alcoolico leggermente inferiore. Vini abboccati Sono tutti dell’ultima generazione, nati per i mercati dell’Europa orientale dove si predilige il gusto semisecco, i vini sono abbastanza profumati e leggeri, citiamo tra i bianchi Anakopia e Tbilisuri, tra i rosati Aguma, Mtatsminda e Sachino, tra i rossi Barakoni e Pirosmari. Spumanti Anch’essi sviluppati nel corso degli ultimi vent’anni per i mercati dell’Est europeo, gli spumanti sono semisecchi e con tenore alcoolico tra 10,5 e 12,5 gradi, citiamo tra i bianchi Sakhaliso e Atenuri, tra i rosati Aisi e tra i rossi Achandara, Sudarbazo e Terdzhola. Vini amabili ALAZANI VALLEY BIANCO, prodotto con uve Katsiteli, Tetra e Tsolikouri ha colore paglierino e uno specifico aroma fruttato con note di miele, è molto fresco ed equilibrato KHVANCHKARA ROSSO, il vino preferito da Josif Vissarionovič Džugašvili “Stalin” deriva da uve Aleksandreuli e Mudzuretuli, è rosso rubino scuro, ha un bouquet penetrante e specifico, il sapore è particolarmente vellutato con note evidenti di lampone, è vino da dolci e dessert. Preferisco tralasciare di parlare dei vini cosiddetti fortificati, cioè dai 18 gradi in su e dei brandy, non sono materia per me, ma non si perde molto, me l’hanno assicurato i miei famigliari che di ferie laggiù ne hanno fatte tante e preferiscono i più genuini alcoolici casalinghi (come la ciacia, acquavite a 70 gradi) a quelli che sono in commercio. Il Kulig: musica, baldoria e... naturalmente tanto vino Una corsa in slitta folle e godereccia nella fredda notte polacca Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta È notte. In un cielo blu profondo e cosparso di stelle, la vecchia lanterna della luna diffonde una luce trasparente e il suo freddo chiarore si disperde nel buio sulle vastissime campagne coperte di neve. In questo splendido silenzio notturno irrompe da lontano l’allegra musichetta di un’orchestrina che si avvicina sempre di più. Dal bosco schizza fuori un corteo di fiammelle che avanza velocemente, sono le torce fiammeggianti di una slitta che vola sulla neve trainata dai cavalli e si sentono vigorosi campagnoli e spavaldi ragazzotti sopraffare la quiete con cannonate di grida e di risate... Questo è il ”kulig”. Galoppa da un podere all’altro e invade con l’impeto del gioco tutte le fattorie dove piomba all’improvviso a svegliare tutti. È nato centinaia di anni fa, cominciava la penultima settimana di Carnevale e durava fino alla Quaresima, ma non era così allegro come si potrebbe pensare. Immaginiamoci due o tre corpulenti ubriaconi (e a quei tempi non ne mancavano) che si mettevano d’accordo su dove andare a innaffiare la gola e decidevano di caricare tutti, mogli, figli, figlie, servitori, tutto quello che di adulto c’era in casa sulle slitte e, se la neve non arrivava alle ginocchia, anche su carri e cavalli per andare a trovare di notte il vicinato. Senza preavviso, si capisce, casomai questi si nascondessero chissà dove o ne fuggissero. Ai padroni di casa, colti di sorpresa, chiedevano da mangiare e da bere (soprattutto questo), come un’armata che si ferma e si acquartiera, perché lo scopo del gioco era inondare le gole finché ce n’è. E quando gli scrocconi ubriachi avevano prosciugato tutto quello che c’era in cantina, prendevano l’infelice padrone di casa con tutta la sua famiglia e via... a ripetere il nobile gesto dalla prossima ben rifornita vittima! Fatta piazza pulita in successione di tutte le scorte dei poderi vicini, finalmente il kulig tornava da chi l’aveva cominciato, perché neanche quelle scorte sfuggissero alla regola. Il gioco era iniziato proprio per svuotare dispense e cantine, con la scusa delle antiche usanze e tradizioni. L’animata compagnia beveva, si divertiva e ballava, accontentandosi di un violino raccolto, volente o nolente, in qualche taverna, ma poteva capitare che qualche più agiato vicino procurasse l’orchestrina dalla città. Per la verità si divertivano certamente di più a combinare risse, bastava che qualcuno non potesse più bere oltre misura e l’allegro kulig finiva per far scorrere il sangue. Ma sicuramente scorrevano tanta birra e tanto vino, molto più vino di quanto non se ne beva oggi. Quando nacque il kulig, nel medioevo, in Polonia c’erano infatti parecchie vigne e si produceva regolarmente il vino. Nella miniera di sale di Wieliczka, aperta al turismo e molto interessante, sono state trovate viti risalenti al miocene, ma la coltivazione della vite vinifera è stata introdotta nelle pianure che vanno verso il Baltico e fino in Lituania dall’espansione del cristianesimo, se ne occupavano principalmente le monache e i frati. Nei dintorni di Poznan, Wroclaw e Gniezno, dovunque ci fossero curie e badie c’erano delle strade e delle località note con nomi derivati dalla vite o dal vino. Ai tempi di Casimiro il Grande si coltivava la vite sulle rive della Vistola e secondo testimonianze storiche nel XV e XVI secolo si esportava addirittura il vino. Però nei secoli XVII e XVIII, in conseguenza del peggioramento delle condizioni climatiche (quel periodo è chiamato piccola era glaciale) e del miglioramento delle comunicazioni commerciali che favorivano l’importazione dei vini qualitativamente superiori dall’area mediterranea, la vitivinicoltura polacca cominciò a divenire non più remunerativa e iniziò ad essere sempre più trascurata. In quei secoli si susseguirono quindi dei lunghi periodi di astinenza dal vino, determinata anche dalla caccia spietata agli alcoolici che i turchi, per motivi religiosi, conducevano nei Balcani da essi assoggettati fino quasi alle porte di Vienna. In queste regioni le orde islamiche arrivarono perfino ad espiantare le viti vinifere e a trapiantare vitigni più dolci, destinati a produrre uva da tavola e acini da appassire. Anche le abitudini dei contadini cambiarono di conseguenza e il kulig diventò molto più distinto, con le slitte decorate da intarsi e sculture, aquile, pellicani, orsi, negri dai costumi esotici oppure, tanto per cambiare, dei frati bernardini nel loro saio. Questo si chiamava kulig dei bernardini, tintinnavano le campanelle al suono dei tamburelli e dello schioccare delle fruste, era tutta musica. In gran pompa e con vivace fantasia attraversava i cancelli spalancati fra il latrare dei cani e veniva accolto sulla soglia dal benvenuto dei padroni di casa. Con grande ospitalità e amicizia, fra parole infiorettate e inchini si aprivano le porte di casa e in mezzo a tante effusioni si invitavano i convenuti ovviamente a tavola. Dopo i primi brindisi, dei quali non si poteva fare a meno, cominciavano le danze, specialmente se in casa c’erano delle signorine. Il gioco durava almeno fino al mattino seguente, quando non erano due giorni, poi si prendevano gli adulti sulle slitte, magari soltanto le mogli e le figlie, e si andava da un’altra parte. Si beveva senz’altro in meno occasioni, ma forse più di prima, perché il vino era diventato un prodotto sempre più di lusso però anche più buono. Nascevano i primi vigneti appoggiati sui lati meridionali di alte muraglie costruite apposta, secondo il costume dei Francesi, di cui restano le tracce a Thomery vicino a Fontainebleau, dove un vigneto di 125 ettari si sviluppa su 250 km di muretti. Si mettevano a dimora anche vigneti in serra, sotto spesse lastre di vetro, secondo la moda inglese, belga e olandese, per esempio quello più famoso nacque a Gołuchów nel 1878 con uve di Malaga, Alicante nero, Moscato di Alessandria, Trebbiano e altre, allevate con i sistemi scritti da Kubaszewski nel 1902. Poi arrivarono le malattie della vite dall’America (oidio, plasmopara, fillossera) e iniziarono le devastazioni. In Polonia non furono tanto le malattie a determinare l’abbandono dei vigneti, quanto le guerre che spolparono più volte il Paese e soprattutto l’impropria coltivazione di varietà non più adatte al clima che si era nel frattempo irrigidito di molto. Fino alla seconda guerra mondiale intorno a Zielona Góra si coltivavano ancora viti di Gamay, Pinot Noir, Riesling, Traminer, Veltliner, Moscato, Sylvaner, Cabernet Sauvignon, tutte varietà che maturavano troppo tardi e consegnavano perciò alle cantine delle uve sempre più acide. La birra cominciò a sostituire sia il vino che l’acqua come bevanda, e le antiche tradizioni dovettero adeguarsi al mutare della materia prima da bere, che era lo scopo principale del divertimento del kulig. La birra non dà’ la stessa gioiosità’ e vivacità. Se le ubriacature da vino in genere sono allegre, quelle da birra in genere sono aggressive e tristi. In questo modo il kulig è arrivato fino quasi ai nostri giorni, asceso alla gloria come gioco di costume e senza più tante pretese. Necessariamente di costume, perché il divertimento preferito dalle ragazze era sfoggiare i propri costumi, che una volta erano molto costosi. Stranamente le donne amavano guadagnarsi il rispetto in questo modo, travestendosi di vera bigiotteria... Gli uomini invece, che non erano affezionati a questi pesi da indossare, a volte brontolavano e si lamentavano di queste spese non necessarie, ricordando con nostalgia i bei tempi della semplicità tradizionale. Tuttavia hanno dovuto cedere, e i partecipanti ai kulig hanno dovuto indossare i costumi popolari, molto belli e colorati, per poter vistosamente manifestare il patriottismo, specialmente quando gli austriaci o i russi soggiogarono intere regioni della Polonia. Ci si vestiva in costume apposta per dare alla cosa un significato politico, quando si piombava con il kulig nelle sale da ballo, dove le prede più ambite erano i nobili vini importati dagli occupanti in piccole bottiglie dalla Francia, dall’Austria e dalla Germania. Gli stranieri, stupiti da tanto folclore e allegria, non potevano fare altro che buon viso a cattivo gioco e le loro cantine, svuotandosi, riempivano di gioia le slitte che tornavano a fare partecipare al bottino anche le donne e gli anziani rimasti nei villaggi a bocca asciutta. Ma si era già persa la spontaneità del divertimento. Si sceglievano con maggiore oculatezza i percorsi nella neve e il kulig era ormai cambiato molto dalla sua origine di semplici pantagruelici bagordi fra confinanti che rischiavano altrimenti il letargo negli inverni molto lunghi delle campagne polacche. Nacque un ruolo nuovo ed estremamente importante, quello del capo, lo starosta, che era il conduttore del gioco e delle danze, pronunciava i discorsi spiritosi, se necessario cantava improvvisando pensieri che nascevano dall’animo stesso dei partecipanti, e la festa diventò meno selvatica. L'attuale kulig: una semplice gita in slitta Il kulig attuale invece si è spento, è diventato una semplice gita in slitta e sopravvive più per i turisti che impazzano nelle sfrenate corse notturne sulla neve al chiar di luna e delle torce, avvolti in pellicce e coperte sotto le quali riscoprire i piaceri della gioventù. In molte zone si è fatto anche diurno, per affascinare e divertire anche i bambini. Oppure resiste ancora nella variante del gioco per combinare dei finti matrimoni sottoposti ad un’autorità malandrina che sceglie le coppie per tutte le slitte, specialmente e mai casualmente quella dei giovani sposi. È capitato che qualche coppia si sia poi sposata sul serio e il gioco lo ha continuato in proprio, matrimoni durevoli che sono nati però su una slitta, di notte, in mezzo alla neve e durante il carnevale, con il coro delle ugole che intonava la stupenda canzone “czerwone wino” (vino rosso), una melodia che non manca mai a nessuna festa d’amore... Il Tokaji Aszú: i retroscena del mitico vino ungherese Un vino regale anche alla nostra portata Dal nostro corrispondente dalla Polonia - Mario Crosta Tokaj è una piccola città nella più importante regione vinicola dell’Ungheria, Tokaj-Hegyalia, alla confluenza dei fiumi Tibisco e Bodrog e ai piedi dei monti Carpazi. Le rarissime condizioni microclimatiche locali favoriscono lo sviluppo della nobile muffa botrytis cinerea nella stagione giusta sugli acini delle uve che possono appassire sulla pianta durante l’autunno particolarmente asciutto e solatio, raddoppiando e anche triplicando il livello degli zuccheri originari. Il vigneto da cui si ottengono i vini Tokaji, cioè “di Tokaj” occupa oggi circa 6.600 ettari (erano 5.000 nell’anno in cui è stato abbattuto il muro di Berlino) in 28 villaggi che producono circa 200.000 ettolitri l’anno di vino. Il territorio è costituito in prevalenza di loess e caolino adagiati su andesite e tufi vulcanici, che arricchiscono di elementi caratteristici estratti dal suolo il contenuto dei frutti e che permettono nei circa 40 chilometri di labirinto delle antichissime cantine la formazione del micelio nerastro racodium cellare che con umidità tra il 78 e il 98% interagisce col legno delle botti e presiede la lunga maturazione dei vini. Nella zona la vitivinicoltura ha tradizioni plurisecolari fin dai tempi degli antichi Romani che la chiamavano Pannonia dove le popolazioni locali, i Celti, già avanti Cristo coltivavano le viti. Anche gli invasori Magiari del IX secolo s’innamorarono delle vigne, ma lo sviluppo maggiore lo dettero i monaci Paolini che impiantarono molti vigneti nella zona di Sátoraljaújhely tra cui quelli sul Poggio detto Oremus per via delle loro preghiere che scandivano il placido ritmo del lavoro. Oggi si coltivano i nobili vitigni bianchi Furmint (di provata origine friulana), Hárslevelű, Oremus o Zéta e Muscat Lunel. Dalle loro uve, secondo tipiche metodologie diversificate, si producono tutti i vini della gamma, cioè Tokaji Furmint, Tokaji Oremus, Tokaji Muscat, Tokaji Szamorodni, Tokaji Forditás, Tokaji késői szüretelésű, Tokaji Eszencia, Tokaji Aszú Eszencia e Tokaji Aszú (aszú si pronuncia ossu). Alcuni vini sono secchi, forti, corposi, pieni e profumati, come quelli da Furmint e Hárslevelű, ma la parte del leone la fa il Tokaji Aszú (i cui metodi di produzione, noti almeno dal XV secolo, sono stati scritti da M. Szepsy intorno al 1650), detto dai re di Francia “re dei vini, vino dei re”. Niente di strano, da centinaia di anni i grappoli di uve per il Tokaji Aszú sono scelti e raccolti rigorosamente a mano e all’epoca del Re Sole le bottiglie di questo vino sostituivano la moneta negli scambi commerciali con i Magiari. Le uve base sono Furmint (oltre il 60%), Hárslevelű (circa il 30%) e il resto Muscat Lunel, zappatura triplice della vigna e vendemmia che può iniziare dal 28 ottobre, giorno di San Simone. Bisogna subito specificare che, pur essendo un vino molto curato dagli Enti preposti alla sorveglianza e al controllo e pur vantando almeno quattrocento anni di tradizione enologica ben radicata, per il Tokaji Aszú si può parlare di alcuni metodi di vinificazione, non di un solo metodo, e anche di due stili diversi. Il modo che conosciamo tutti per produrre vini botrytizzati è quello di raccogliere le uve con la preziosa muffa, pressarle molto sofficemente in orizzontale e farne fermentare il mosto. L’alto contenuto zuccherino si trasforma in alcool fino a un certo livello e il resto rimane non fermentato e dona la dolcezza al vino. Nel Tokaji Aszú, invece, i grappoli appassiti sulla pianta per la botrytis cinerea sono raccolti e non pressati, ma addensati nei tini mescolandoli ogni tanto per un paio di giorni. Si ottiene una pappetta chiamata aszá che viene aggiunta al succo o al mosto in fermentazione o al vino secco ottenuto dalla pressatura soffice dei grappoli sani. L’addizione delle uve molto dolci provoca ulteriori rifermentazioni, ma il momento esatto per aggiungere l’aszá lo stabilisce il uve attaccate dalla muffa nobile produttore sulla base dell’annata e delle abitudini famigliari e anche le quantità delle aggiunte sono diverse. A seconda del numero di puttonyos, recipienti capaci di circa 20 o 25 chili di aszá, che vengono aggiunti ai gonci (antiche botticelle da 136 litri) contenenti il frutto della pressatura delle uve sane allo stato stabilito dall’enologo, si stabilisce l’invecchiamento in botte, tradizionalmente un anno per ciascuno dei puttonyos più due anni, e si ottengono mosti dal contenuto zuccherino diverso, che va dai 120 ai 450 grammi per litro per il Tokaji Aszu, ma oltre 500 per il Tokaji Aszú Eszencia e oltre 700 per il Tokaji Eszencia, due autentici nettari che risiedono in botte più a lungo. Il vino prodotto con questi metodi tradizionali possiede caratteristiche organolettiche differenti che dipendono non soltanto dall’annata ma anche da ogni singola botte, l’instabilità regna sovrana al contrario dell’igiene, tanto che le cantine medie e grosse usano tecniche e metodi più moderni che rendono i prodotti più stabili. Ci sono sicuramente due stili diversi, che pure utilizzano procedimenti simili. Ungheria: i vini rossi di Eger Egri Bikavér: il vino rivelazione del prossimo futuro Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta L’Ungheria non ha soltanto il vino Tokaji, è una terra grande come l’Italia settentrionale ed è molto vocata al vino tanto da produrre almeno 5 milioni di ettolitri di vini bianchi e rossi da circa 120.000 ettari per poco più di 10 milioni di abitanti. Attualmente molte case vinicole occidentali investono in Ungheria e vi producono eccellenti vini come Bodegas Vega Sicilia con la sua Tokaj Oremus e Antinori insieme con Péter Zwack (Unicum) e Jacopo Mazzei a Szekszárd con la Bataapati Estate, dagli ottimi vini Tramini, Mőcsényi Chardonnay e Cabernet. A circa 130 chilometri da Budapest, lungo la strada che va verso Est e il Parco Bükki Nemzeti, nella stupenda Valle delle belle donne tra i monti Mátra e Bükk, zona di bagni termali e terreno da tufi vulcanici e loess, si estendono i circa 4.000 ettari di vigneti della città di Eger, famosissima per aver bloccato le orde ottomane nel 1552 con uomini e donne armati dall’eroe nazionale István Dobó, ricordato nei quattro giorni di festa, tornei e giochi in costume che gravitano intorno alla grande fortezza ogni anno a fine luglio tra fiumi di vino. I vini rossi qui sono schietti, asciutti, corposi, sapidi, infiammanti, dal colore rubino e con tannini molto fini, di carattere tanto vigoroso che solo dopo vari anni di maturazione e affinamento possono diventare vellutati e avvolgenti, ma non molti produttori hanno tutte le disponibilità finanziarie occorrenti e immettono in commercio vini a mio parere ancora acerbi, che richiederebbero invece attenzioni più prolungate. Sono vini sinceri, ma un po’ più ruvidi di ciò che in occidente ci si aspetterebbe. Il gusto ungherese del vino rosso è attratto da un’acidità leggermente superiore a quella normalmente apprezzata in occidente, perciò è meglio precisare che anche i parametri di descrizione in etichetta del vino rosso secco (dry in inglese o száraz in ungherese) oppure abboccato (semidry o félszáraz) sono da interpretare in tal senso. Un buon Chianti potrebbe essere definito dagli Ungheresi come félszáraz, cioè abboccato. Potete immaginarvi quanto siano molto più aciduli del prevedibile i vini rossi ungheresi giovani etichettati come dry o száraz, senza l’obbligo di scrivere anche... “baby”! L’Ungheria è molto affezionata ai vini di Eger, consigliati particolarmente con le carni scure dell’abbondante selvaggina di pelo, con la cacciagione di piuma, con le carni rosse degli allevamenti tutta erba e fieno o con gli arrosti d’oca ruspante e di agnello delle sane campagne circostanti. È difficile valutare questi vini lontano dalle cucine cui sono sicuramente diretti, anche perché entrano nella preparazione di gran parte delle prelibate pietanze ungheresi per la maestria dei cuochi, inoltre regnano incontrastati in tavola, ma non solo... La cucina ungherese è fondata praticamente sul peperoncino piccante (paprika), specialmente quello rotondo e un po’ più grosso di una ciliegia e che è un vero sputafuoco, nonché sulla cipolla usata in modi infiniti, anche solo per insaporire botti in una cantina tradizionale l’olio e magari poi gettarla, e infine sul vino. Gli ungheresi amano gusti forti e decisi nelle loro prelibatezze, la loro cucina è salubre e nutriente, non è per niente monotona, soltanto non può fare a meno di peperoncino piccante, cipolla e vino, sebbene aggiunti armoniosamente all’insieme degli altri ingredienti. E non ci sono santi che tengano, se si vuole spegnere la sete che sapori tanto prepotenti sanno mirabilmente accendere, ci vuole il vino. Il vino più indicato è il Sangue di Toro di Eger (Egri Bikavér), prodotto da uve Cabernet Franc e Sauvignon, Kekfrancos, Merlot e Kadarka, c’è chi aggiunge del Pinot Noir e c’è anche chi aggiunge del Kékoporto. Vino che nasce da ingegnosità indiscutibili, data la complessità di equilibrio tra simili forti componenti. migliaia di bottiglie in affinamento Si raccontano diverse leggende sull’origine del nome, una dice che gli eroi di István Dobó, durante la difesa della fortezza dall’assedio turco bevessero molto vino e duellassero senza nemmeno pulirsi la barba, dando ai nemici respinti nei corpo a corpo l’impressione che quella forza sovrumana gli derivasse da qualcosa che somigliava al sangue di toro, già conosciuto a quei tempi come ricostituente naturale. Che siano stati i turchi a chiamarlo in questo modo è senz’altro vero, ma per altri e più comprensibili motivi. Poiché la religione impediva loro di bere vino e siccome la cucina piccante delle locande che razziavano imponeva la necessità di spegnere comunque il fuoco in gola, non essendoci niente altro di più adatto in cantina faceva comodo chiamare con questo nome ciò che spillavano dalle botti. A differenza degli assediati, non bevevano forse l’aperitivo fondamentale tramandato fino ai nostri giorni, le famose quaranta gocce appena seduti a tavola, un piccolo bicchierino pieno di trasparente palinka, cioè non d’acqua ma di... sangue di un’altra cosa! Del resto, il piacere gastronomico anche nei secoli passati è sempre stato composto di due elementi, la pietanza e il vino. Soltanto in caso di armonia dei due componenti si può parlare veramente di piacere, perché il vino giusto esalta le delizie della cucina. Tra i piatti più popolari, soprattutto per i turisti, ci sono i gulyás (gulash) preparati in molte varianti e che sono arrivati in Ungheria al seguito delle tribù nomadi magiare, che andavano letteralmente matte per i gulyás fatti con pezzi scelti di carni diverse. Le ricette moderne sono basate su quelle antiche tradizionali, con poche varianti e aggiunte successive, per esempio le eventuali patate e i pomodori. La zuppa dove cuociono le carni dev’essere densa, consistente, ricca di spezie e, naturalmente, di peperoncino piccante. Ciò che fa letteralmente strage fra gli impreparati è il battuto di peperoncini piccantissimi freschi e tritati che viene aggiunto a cucchiaiate alla zuppa, mantenuta in calore anche sulla tavola dentro i tradizionali paioli per il tempo necessario al consumo, moltiplicando la sete di vino. Il quale, va sottolineato, in questa terra benedetta non viene mai bevuto a stomaco vuoto. Un altro piatto tipico molto buono è’ la zuppa di pesce halászlé, preparata a seconda del luogo e dei pesci disponibili, con un brodo di coda, pinne, testa e vari pesciolini più piccoli e che alla fine viene passata per diventare una crema densa oppure rimane com’è con l’aggiunta di pezzi di pesce. Ovviamente, è piccante. Questi piatti hanno invaso tutta l’Europa al ritmo forsennato della ciarda, tipica danza delle feste, al tempo dell’impero austroungarico e sono molto noti anche in occidente. Altre pietanze come il pörkölt, il bogrács e il lecsó sono entrati nelle abitudini alimentari dei popoli centro-orientali confinanti con l’Ungheria, stemperandovi in tutto o in parte il sapore piccante a causa soprattutto delle bevande abituali diverse, come la birra che non va per niente d’accordo con il peperoncino rosso. Piuttosto farebbe l’amore col miele, che sulle montagne slave è aggiunto alla birra scaldata nel pentolino sui piani delle stufe, due o tre cucchiai pieni per litro, e che non è per niente male con le rigide temperature invernali. L’Egri Bikavér riserverà delle sorprese nei prossimi anni, perché proprio a seguito degli investimenti stranieri in quel Paese, le cantine si stanno attrezzando molto meglio e possono finalmente concorrere fra loro nella ricerca della qualità migliore, anche se con tanti sacrifici e saggia prudenza. Con l’eccezionale struttura e l’ottima materia prima che possiede, ha soltanto bisogno di liberarsi dalla necessità di realizzo immediato che è ancora comune a tutte le imprese degli stati impoveriti dalla cortina di ferro, appena usciti dal tunnel. Di produttori seri e impegnati onestamente su questo fronte ce ne sono parecchi, anche aziende statali o a partecipazione statale, ma fra quelli che meritano una maggiore attenzione da parte bottiglie di vino di Eger dei consumatori consiglierei Tibor Gál, Béla Vincze, Tamás Pók e Vilmos Thummerer. Anche se la strada degli investimenti è lunga e ha bisogno dei riscontri del mercato per consolidare i risultati dei perfezionamenti, le soddisfazioni non mancheranno certamente e L’Egri Bikavér è avviato a diventare uno dei più grandi vini d’Europa. Eseguendo attente e costanti analisi del contenuto delle due componenti in fermentazione si possono stoppare le fermentazioni, oggi attuate in barrels commerciali e quindi più grandi, ad un livello di alcool generalmente inferiore a quello tradizionale di 15 gradi, piuttosto intorno a 11 o 12 dopo almeno due anni di botte, per un imbottigliamento sicuramente più sterile (affinamento in bottiglia almeno un anno). Il numero dei puttonyos, obbligatorio in etichetta, è quindi teorico e serve solo per informare sulla dolcezza del vino. I livelli di maturazione in botte dello stile ereditato sono molto alti, con durate in media da 5 a 12 anni in più di quelli attualmente considerati sufficienti, con un’azione estremamente ossidante che ha però il suo mercato e dei clienti molto soddisfatti. Bisogna tenere conto che oltre quarant’anni di regime fino al 1989 hanno maltrattato la produzione di Tokaji Aszú per accontentare il gusto dei mercati orientali, si poteva anche aggiungere alcool per stabilizzare i vini, c’erano dei profumi secondari di vaniglia, caramello, cioccolato, caffè, mentre oggi si è “modernamente” tornati all’antico, con favolosi profumi cantina tradizionale di albicocca, agrumi, mele passite, miele.... Secondo gli esperti, il livello d’invecchiamento non dovrebbe superare i 12 anni e in questo senso si muovono gli esperti della Tokaj Oremus, i cui vini sono maggiormente commercializzati in occidente, avendo ripreso le vie commerciali proprie degli Asburgo, dell’imperatrice Maria Teresa e di Sissi, amata regina d’Ungheria. Le vigne della cantina Tokaj Oremus sono state messe a dimora dal principe Rakoczi tra il 1650 e il 1700 nelle campagne di Sárospatak, oggi sono circa 80 ettari in mano alla ditta spagnola Vega Sicilia col 99 per cento delle azioni per un accordo di joint venture con la compagnia statale Tokaj Kereskedőház del 1993 che riunisce i migliori produttori del vino di Tokaj. Vennero subito impiegate quaranta persone al doppio della paga media statale e grazie agli enormi investimenti spagnoli, resi possibili da crediti ottenuti da ben quattro compagnie assicurative francesi, versando subito 4 milioni di dollari e impegnandosi per altri 11, ha riacquistato il suo antico splendore e produce alcuni dei più eccellenti vini di tutta la regione. Esiste una tradizione che dice che il vero buon Tokaji si può produrre soltanto in cantine basse, dove si deve chinare la testa sotto le volte, e le cantine di Sárospatak sono le più basse, costruite nella roccia tra il XII e il XVIII secolo, un vero tesoro enologico ma anche storico e architettonico. Qui nascono vini secchi e anche da dessert, fra cui i seguenti: Tokaji Furmint Dry Mandolas Vineyard (secco o száraz) Vino bianco secco aromatico e fresco dal colore paglierino, profumo con sfumature di frutta, albicocca, mela e mela cotogna, sapore pulito, equilibrato, armonioso e fine con una rinfrescante nota acidula di agrumi, dal retrogusto delicatamente mandorlato. Tokaji Furmint Noble Late Harvest (vendemmia tardiva, vino dolce o édes) Prodotto con uve altamente selezionate e raccolte dopo la fine di tutte le vendemmie, è vino che si differenzia per il profumo marcato di frutta passita e candita, molto adatto a dolci caramellati e dessert con frutta secca o tostata e noci. L’annata 1998 ha avuto 86 punti da Wine Spectator. Tokaji Szamorodni Sweet Ottenuto da uve con tenore zuccherino 25%, fermentazione del mosto a temperatura controllata per lasciare nel vino dal 2 al 3% di zuccheri d’uva, incuriosisce per il colore ambrato molto brillante con riflessi aranciati e di oro antico. Nel bouquet molto etereo sono finemente marcati profumi di albicocca, pesca, limone, miele e nocciole. Il sapore è così armonioso e vellutato che si trattiene a lungo in bocca. Tokaji Aszú 3 puttonyos Colore dorato e ambra chiara con delicate sfumature aranciate, profumo delicato con note di pesca, miele e fiori di mandorla, sapore molto fine, delicato come il profumo, vino da torte casalinghe e dessert Tokaji Aszú 5 puttonyos È una vera sorpresa berlo a pasto sull’arrosto d’oca ripieno di mosto e cucinato con le prugne, ma anche sui paté di fegato d’oca nella cui preparazione interviene regalmente e con i formaggi che contengono muffe nobili com’è nobile la botrytis cinerea. Ottimo vino da meditazione. Colore di ambra chiara con eccezionale lucentezza, profumo vivo, complesso, con tutti gli accenti di elementi minerali del suolo da cui proviene, miele e agrumi. Struttura perfetta, molto rotondo e tipico della zona. Il gusto pulito e profondo e l’equilibrio degli zuccheri e dell’acidità danno a questo vino molto fine grandi possibilità di ulteriore miglioramento con l’età. L’annata 1993 ha avuto 89 punti da Wine Spectator. Tokaji Aszú6 puttonyos Colore ambrato brillante con riflessi dorati, ha una composizione di profumi molto floreale con cenni di frutta primaverile e di miele, sapore vellutato e penetrante, vino da meditazione e da grandi incontri. È d’obbligo ricordare che Luigi XV offriva spesso il vino Tokaji Aszú alla sua amante madame Pompadour, la stessa sul cui seno vennero modellati i piú bei bicchieri da Champagne che l’arte del vetro ricordi. Il Tokaji Aszú piacque moltissimo al papa Pio IV durante il Concilio di Trento, a Federico il Grande di Prussia e a Maria Teresa d’Austria. Con simili raccomandazioni non gli si può certo negare l’assaggio! I produttori migliori insieme a Tokaj Oremus sono: János Árvay y, Royal Tokaji Wine company, Disznókő Estate, Vince Gergely, Megyer, Evinor Winery, Pajzos, Wille-Baumkautt, József Monyók, Miklós Bene, Tolcsva-Bor, Hétszőlő, István Szepsy. Alcune di queste ottime ditte sono in lite perenne con l’OBB di Budapest per le autorizzazioni e le certificazioni alla denominazione Tokaji Aszú proprio perché le commissioni d’assaggio sono spesso composte da personaggi formati al gusto del quarantennio ormai caduto, che difficilmente possono apprezzare il moderno ritorno ai sapori della tradizione che risale nei secoli. La parola Tokaji in etichetta, dunque, non fa solo litigare l’Italia e l’Ungheria per la nostra denominazione Tocai Friulano (che nasce nella zona da dove sono partite secoli fa proprio le viti di Furmint per i vigneti magiari), ma è al centro di uno scontro anche casalingo. Sembra che entro il 2007 una soluzione tra Italia e Ungheria la si possa trovare forse con buon senso anziché a pugni in faccia, sentite almeno le ultime dichiarazioni al riguardo del ministro ungherese Ervin Demeter in visita a Nimis, che però contrastano con quelle fatte successivamente dal loro premier Viktor Orbán al nostro. Speriamo che il governo ungherese dimostri maturità nel contenzioso con l’Italia (se vuole entrare nella CEE), ma anche in casa sua con il necessario rinnovamento dei suoi regolamenti vinicoli e delle sue commissioni d’assaggio, in modo da riportare sulle tavole di tutto il mondo dei vini Tokaji oltre la soglia dell’eccellenza. Non aspettano soltanto i re... Voglia di Europa. Ma non troppo! Cechia, Polonia e Ungheria presto nell'Unione Europea Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Nella primavera del 2004 Cechia, Polonia e Ungheria dovrebbero fare ingresso nella Comunità Europea. Di questi tre Paesi, la Cechia e l’Ungheria hanno delle tradizioni vitivinicole molto importanti e da parecchi secoli, mentre la Polonia le deve ancora riconquistare. Le trattative tra la CEE e ognuno dei tre Stati per definire le condizioni di ingresso nella Comunità sono in corso ormai da parecchio tempo. Non esiste niente di automatico, cioè l’entrata di quei Paesi nella CEE non significa che le leggi europee varranno da subito nei loro territori. Le legislazioni di questi Stati sono infatti molto differenti rispetto a quelle occidentali e il Comitato europeo che conduce le trattative non richiede soltanto l’impegno a modificarle secondo le indicazioni di Bruxelles, ma tratta per definire anche le tappe degli adeguamenti, che per la verità avvengono però con troppa cautela. L’ingresso nella CEE non è ben visto soprattutto dagli agricoltori polacchi e da quei partiti che hanno la loro base elettorale nelle campagne. Uno nella coalizione governativa, il PSL di Kalinowski, e partecipa attivamente alle trattative con la CEE, mentre l’altro è all’opposizione, Samoobrona (che significa autodifesa, e questo nome è già tutto un programma...) di Lepper, pluriprocessato per blocchi stradali, violenze e insulti. Poiché l’ingresso nella CEE dovrà comunque essere ratificato da un referendum popolare, sia il Comitato europeo che il governo polacco hanno il comune interesse di smussare i reciproci angoli per non mettere benzina sul fuoco delle agitazioni nelle campagne che sono state già annunciate. Si teme il ripetersi di forme di lotta che blocchino l’intera economia del Paese come è successo due anni fa, quando per molti mesi tutte le strade della Polonia furono interrotte dai contadini poveri aizzati allo scontro fisico. Lepper: il leader antieuropeo polacco È doveroso ricordare che la Polonia ha un problema irrisolto molto grosso con le proprie campagne, che nessun governo è mai stato capace di far uscire dallo stato di estrema povertà, perché ci vogliono investimenti e qui la mentalità è molto ristretta, più ristretta ancora delle disponibilità finanziarie che pur si troverebbero, appunto, con l’ingresso di capitali stranieri nell’agricoltura, visti invece come una specie di satanasso. Nell’estrema povertà hanno facile presa quei teppisti politici che mirano a cavalcare la protesta a scopi elettorali e di conquista di potere. Si ripeterebbero cose già viste con i vignerons francesi, a rimetterci è sempre il buon vino... Tra i nodi da sciogliere, infatti, ce ne sono alcuni che riguardano proprio il vino: gli accordi commerciali bilaterali di questi Paesi con quelli limitrofi produttori di vino e che rimarranno ancora esclusi dalla CEE, la libera circolazione degli uomini e delle merci, la libertà di acquisto degli immobili tra cui i terreni e le aziende agricole. Nei Carpazi, nei Balcani e sul mar Nero si produce moltissimo vino da quando è caduto il muro di Berlino, perché i climi sono particolarmente adatti e i costi sono eccezionalmente bassi, ma soprattutto perché il vino è diventato praticamente una moneta dal valore crescente, più forte di quelle locali in quanto prende la strada manifesto antieuropeo dell’occidente e è convertito in valuta pregiata. Slovacchia, Slovenia, Croazia, Romania, Moldavia, Macedonia, Bulgaria, ma anche Ucraina e Georgia, per esempio, si stanno affacciando sul mercato internazionale del vino senza più i limiti della cortina di ferro. Ci sono inoltre grandi investimenti nella vitivinicoltura in quelle aree e i primi risultati si vedono già sugli scaffali dei supermercati dei tre Paesi che si apprestano ad entrare nella CEE, dove quei vini orientali sono i più venduti per via del prezzo stracciato e sono i più richiesti dai commercianti per le grosse dilazioni di pagamento concesse. Con l’aria che tira a Bruxelles, dove le lobbies della birra tramano tasse per il vino europeo, la caduta delle frontiere e quindi delle accise doganali sul vino importato da Eurolandia, che in Polonia sono assurdamente elevate, potrebbe non significare maggiori esportazioni verso questo Paese del Baltico. Se nelle tre matricole rimangono in piedi gli esistenti accordi bilaterali di importazione di vino da quegli Stati che resteranno ancora fuori dalla CEE c’è il rischio che, attraverso importatori con sede a Praga, Varsavia o Budapest, in Europa arrivino legittimamente vini orientali a bassissimo prezzo. Ma c’è di più. Non sono mai stati effettuati in passato tanti accordi commerciali bilaterali pluriennali tra la Polonia e gli Stati limitrofi come invece sta succedendo in quest’ultimo periodo. La scusa è che si deve fare qualcosa per far digerire la Nato agli ex alleati del patto di Varsavia, ma i ministri che s’incontrano non sono mai quelli delle rispettive Difese... tipica casa colonica delle campagne polacche In realtà si sta costruendo in Polonia un ponte privilegiato per favorire l’ingresso in Europa di prodotti provenienti dall’area ex Comecon, tra cui il vino economico. Questo perché la libera circolazione di uomini e merci, che in Europa è ormai una regola fondamentale, con la Polonia è invece oggetto di trattativa. La CEE vorrebbe limitare, contingentare il prevedibile esodo immediato di centinaia di migliaia di slavi verso le zone industriali occidentali, che sarebbe repentino alla caduta dei confini. In cambio, il prezzo da pagare e già chiaro che consiste in analoghe limitazioni e contingentamenti delle merci occidentali esportate lassù. Come spiegare altrimenti, a soli due anni dalla prevista integrazione europea, la discussione nel parlamento polacco di inserire tasse di frontiera su alcuni prodotti agricoli che fin qui nemmeno esistevano, per difendere i prezzi molto alti dei pari prodotti nazionali anziché impegnarsi in una politica di risanamento delle campagne che li renda più competitivi? Questo va esattamente in senso opposto alla libera circolazione delle merci, cioè in senso opposto proprio all’ingresso della Polonia nell’Unione Europea. Anche per quanto riguarda il vino e gli alcoolici, non c’è nessun segnale di rimozione dell’assurda accisa polacca sia sugli alcoolici importati che su quelli prodotti localmente e destinati al mercato interno, che è una vera e propria strategia di dumping, basti pensare che la loro vodka in Italia costa meno, almeno il 10% meno, di quanto costa nei negozi polacchi, mentre il vino italiano in Polonia costa due volte e mezzo di più. A questo si aggiunga che stanno imperversando strane produzioni di “vinoidi” fatti con mosti concentrati importati perfino dalla Spagna e miscelati con acqua e alcool per ottenere miscugli a piacere dai 9 gradi fino ai 18. Come quelli della Acer di Białystok, sorta in una ex-caserma abbandonata dall’armata sovietica a 18 km dal confine con la Lituania, che occupa già 25 addetti alla produzione di 1.200 bottiglie/ora e propaganda tecnologie modernissime e “vinoidi” resi migliori “grazie alla speciale qualità dell’acqua....”. Il tutto in offesa ai regolamenti e ai divieti europei. C’è veramente di che preoccuparsi, perché questo fenomeno di miscelazioni è veramente diffuso e tollerato in tutta la Polonia. Ma dove sono le nostre autorità vinicole negli incontri con le delegazioni polacche? Va bene che non esistono più i servizi segreti, ma anche i bambini del personale dei consolati e delle ambasciate italiane nel mondo slavo sono a conoscenza di tutte le furberie vigenti in tutti gli Stati dell’Est. Forse la politica di spostare ogni tre anni i dipendenti del Ministero degli Esteri con tutto il loro bagaglio di conoscenze, esperienze e occhi aperti sarebbe da rivedere, almeno per gli Stati che premono per entrare nella CEE. Un’ultima chicca. Di recente è stata raggiunta una bozza di intesa etichette di "falsi vini" possibile tra la Polonia e il Comitato europeo d’intermediazione per non consentire agli stranieri l’immediato libero acquisto di terreni agricoli polacchi non appena cadute le frontiere. Il mercato dei terreni agricoli rimarrà chiuso per 7 anni (in attesa che i prezzi al metro quadrato salgano vertiginosamente, ndr.) ridotti a 3 nella metà orientale del paese, la più povera. Poi potranno essere concesse le vendite soltanto però a quei coltivatori diretti stranieri che già prima dell’ingresso nella CEE abbiano preso in affitto quegli stessi terreni dai contadini polacchi, anche se rimane aperto lo scontro sulla definizione ancora non specificata di coltivatore diretto, se persona fisica o società agricola. A tutti gli altri occorreranno per intero almeno quei sette anni, guarda caso proprio lo stesso periodo previsto per la libera circolazione delle persone che andranno in cerca di lavoro all’Ovest, ma anche in coincidenza molto sospetta con le già previste trattative per sostituire con l’Euro la moneta polacca. Secondo gli scalmanati ciò difenderebbe la svendita del terreno della patria ai tedeschi, ma secondo gli esperti le campagne polacche rimarranno in questo modo abbandonate alla miseria almeno come oggi, se non peggio, nel tentativo maldestro (perché ormai evidente) di obbligare la CEE a sborsare soldi per lo sviluppo di queste aree deboli. Quei famigerati contributi a pioggia che farebbero delle campagne polacche un nuovo Meridione. In presenza di queste evidenze gli italiani, che sono attualmente i principali partner commerciali della Polonia, hanno invertito il trend degli investimenti in questo Paese del Baltico. D’Amato, presidente della Confindustria, ha recentemente spiegato in modo chiaro ad Aleksander Kwaśniewski, presidente della Polonia eletto per ben due volte con suffragio popolare, che fino a quando le loro leggi non andranno in senso europeo, cioè non la smetteranno di difendere i furbi e gli insolventi, i rubinetti continueranno a chiudersi. La Polonia rimarrebbe soltanto un semplice punto di vendita, ultimamente nemmeno più tanto appetibile per via dell’aumento degli insoluti, ma non un partner. I Cechi e gli Ungheresi, invece, aprono con molto coraggio ai capitali stranieri le loro campagne e i terreni vocati alla vitivinicoltura, cosa che sarebbe potuta avvenire anche per le valli meridionali della Vistola, che secondo gli esperti polacchi del vino meriterebbero di rispolverare gli antichi splendori vinicoli. Gli esperimenti con le varietà di vitigno più resistenti al clima polacco stanno dando esiti soddisfacenti. Con queste uve si produce già del vino a Jasło, da Roman Myśliwiec, che gode della simpatia dell’Accademia del Vino ICEO di Cracovia e che è stato aiutato da amici vignaioli ungheresi, ma che è scoraggiato dalle leggi polacche che non gli consentono di commercializzarlo, leggi fatte su misura per le grandi compagnie dei succhi di frutta corretti con l’alcool. Le sue piccole partite sperimentali sono soltanto il primo passo, ma se non vengono supportate da investimenti che impiantino vigneti attrezzati nelle altre parti del Paese vocate alla vitivinicoltura, nonché da leggi vinicole più europee, rimarranno, ahimè, soltanto una curiosità. Peccato, perché la vitivinicoltura estrema e seriamente condotta è quella che sa propagandare meglio, con i suoi prodotti particolarmente curati, buoni perché... locali, l’immagine del vino, di tutto il vino e ne guadagnerebbe quindi tutta l’enologia europea. Retroetichette: non perdiamoci in chiacchere In Polonia importante il ruolo delle retroetichette Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta In Polonia, per l’olio di oliva e di semi e per altri prodotti alimentari in bottiglia non c’è accisa doganale e non c’è obbligo di retroetichetta tradotta nella lingua locale, ma per tutte le bevande alcooliche, compreso il vino, c’è un’accisa enorme e c’è l’obbligo di tradurre in una retroetichetta i dati essenziali del contenuto. Non sono richiesti romanzi, sono indesiderati gli aggettivi reclamistici e c’è l’obbligo di indicare l’importatore per esteso, in quanto risponde di eventuali danni alla salute derivanti da manipolazioni anche del produttore. Mi sembra che sia un’ottima premessa per avvicinare un po’ di più al vino anche i più scettici, ma dovreste sentire i commenti raccolti nelle enoteche e nei supermercati sulle retroetichette originali a cui vengono appiccicate quelle più stringate in lingua polacca.... La Polonia è un Paese di notevole emigrazione, ci sono comunità polacche numerosissime dovunque nel mondo, dagli Stati Uniti alla Germania, dall’Inghilterra alla Francia e solo ultimamente anche in Italia. Questa è stata un’autentica fortuna per i residenti durante i periodi di miseria nera prima della seconda guerra mondiale, dove la disoccupazione era enorme, ma anche prima dell’abbattimento del muro di Berlino, quando dai parenti emigrati all’estero affluivano aiuti in valuta straniera che permettevano di sbarcare il lunario durante il regime delle code e delle tessere di razionamento per l’acquisto di tutti i generi alimentari. Perciò i polacchi studiano molto le lingue straniere e da una decina d’anni viaggiano moltissimo all’estero, recuperando tutto quello che non avevano potuto fare prima, con le frontiere bloccate dai russi e i visti per l’espatrio concessi col contagocce. Buona parte di loro sa capire se nelle retroetichette ci sono informazioni utili oppure semplici ghirigori pubblicitari, per giunta scadenti anche nel ridicolo. Per ciò che concerne le etichette principali, per fortuna c’è un regolamento CEE a stabilire come vanno scritte. Secondo me andrebbe leggermente modificato per quanto riguarda l’identificazione delle ditte imbottigliatrici, mascherate a volte con delle minuscole sigle al posto del marchio commerciale per esteso, indirizzo e telefono ecc., ma almeno c’è una base di regolamentazione. Per quanto riguarda le retroetichette, invece, c’è il caos. C’è chi scrive la storia nei secoli del vitigno, oppure della propria casata, oppure la leggenda relativa alla denominazione del vino, esagerando a volte in senso poetico. Se proprio si vogliono stampare queste curiosità, che comunque fanno parte delle informazioni secondarie e hanno un loro pubblico, per cortesia si usino a tale scopo quei simpatici click per ingrandire cartoncini appesi al collare con una coloratissima cordicella, che fa tanto “chic”! D’altra parte c’è chi, meritoriamente, in maggioranza francesi e americani, descrive con grande sinteticità le temperature più adatte, gli abbinamenti, la conservazione in cantina, la durata media prevista del vino con quelle caratteristiche organolettiche, tutte informazioni molto utili al consumatore, a volte c’è pure l’indirizzo e il telefono dell’ufficio reclami a cui rivolgersi in caso di difetto... Loro hanno capito che la retroetichetta è un ottimo servizio al cliente e è una piccola guida all’estero, dove il vino non lo si conosce, dove se ne beve un cartone l’anno a testa e dove le attenzioni e i suggerimenti sono molto graditi perché aiutano a districarsi in un mondo del vino appena scoperto dai più e ancora praticamente sconosciuto. Sugli scaffali i vini sono ben separati prima per colore, bianco, rosato e rosso, perché ci sono bottiglie tanto colorate da non capire cosa c’è dentro, poi tutti gli spumanti e infine i liquorosi, più spesso raggruppati per Paese di provenienza oppure, nel peggiore dei click per ingrandire casi, per livello crescente di prezzo. Ci sono dei grandi cartellini di colore vistoso che segnalano le offerte promozionali sugli scaffali, quando non c’è un’apposita area dove ci sono i prodotti da vendere immediatamente per ragioni di qualità. Ho notato che i polacchi si avvicinano al vino perché attirati dal prezzo, dal colore e dalla forma dell’etichetta, ma vanno subito a guardare il tenore zuccherino. In alcuni negozi ci sono già dei bei cartellini diversamente colorati che indicano se il vino è secco, abboccato, amabile, dolce o liquoroso. Questo è giudicato molto più importante del nome del vino, del produttore e anche del tenore alcoolico. Infatti per i polacchi il vino è un bene di lusso da offrire agli amici e ai parenti in visita a casa, di cui conoscono già i gusti. Devono aver imparato a proprie spese che certi vini, benché osannati per nazionalità o per qualità, per giunta serviti rigorosamente alla temperatura ambiente, hanno invece sorpreso negativamente perché di sapore contrario alle aspettative.... Molti vanno anche a leggere la retroetichetta in lingua polacca con la sua essenzialità richiesta dalla legge e poi (se questa non copre l’originale e se conoscono una lingua straniera) cercano di assumere ulteriori informazioni che identificano e qualificano meglio il contenuto attraverso l’interpretazione della reotroetichetta originale. Cercano di sapere se è vinificato con sistemi tipici tradizionali o con metodi innovativi, se è vino invecchiato molto prima della commercializzazione oppure del tipo di pronta beva, se c’è o no la barrique, con che tipo di pietanze si abbina, cioè tutte quelle notizie che giustificano la spesa e che non si conoscono altrimenti perché questo non è un Paese a prevalente cultura enologica. Quando le retroetichette sono fatte bene, per esempio con frasi corte, ben divise tra loro e magari con dei simboli accanto (come il termometro, la bottiglia orizzontale, il grappolo, il pesce, la gallina o il bue), è facile capire anche se non si conosce perfettamente la lingua. Un’ultima annotazione molto acuta e alla quale da straniero avevo fatto poco caso, che mi è pervenuta da un importatore con dieci anni di esperienza, riguarda il colore della fascetta del Ministero delle Finanze sulla capsula. Poiché i vini importati in bottiglia hanno la fascetta di colore azzurro, mentre quelli imbottigliati in loco ce l’hanno verde, è elemento importante per la scelta finale di un vino anche il colore della fascetta, almeno per chi non usa portare gli occhiali da lettura quando va a fare la spesa e incontra difficoltà a decifrare il luogo d’imbottigliamento che è sempre scritto in modo troppo piccolo. Soltanto alla fine, quando su due prodotti che si ritengono simili sorge il dubbio dell’ultima scelta, allora si avvicinano alla click per ingrandire cassa e chiedono informazioni. In genere le commesse non sanno assolutamente nulla e suggeriscono il vino più caro. Se c’è un altro cliente nelle vicinanze, quando il prezzo è elevato alle volte si osa anche chiedergli un’opinione, ma questi normalmente fa affidamento sulla marca più famosa, su quel nome che la pubblicità più spesso reclamizza, è difficile trovare persone competenti. Per il vino, dunque, in Polonia si perdono molti minuti prima di mettere la bottiglia nel cestello o nel carrello. Invece per la birra basta il tenore alcoolico e la marca e già si sa cosa si beve. Quando un medico in ospedale, facendo i turni, guadagna 350 Euro, quando un operaio ne guadagna 250, quando un'enoteca riesce a mantenere in vita il gestore con sole 2.500 bottiglie l’anno vendute (sic!), il cliente è sicuramente molto più attento a spendere per una bottiglia di vino sia per consumo proprio sia per regalo. Inviterei le ditte italiane a dedicare molte più cure alle retroetichette eventualmente aggiungendovi il termometro digitale che cambia colore con il raggiungimento della temperatura ideale (come quelli a nastro che si mettono sulla fronte dei bambini), come già è in uso sulle bottiglie di molte birre austriache, ma non solo. Visto che ormai quasi tutti mettono le retroetichette, perché fa elegante la bottiglia e qualifica maggiormente il contenuto, non sarebbe il caso di regolamentarle, di richiedere per tutte una veste minima obbligatoria con le informazioni stringate più necessarie per il cliente? Penso che questo aiuti la promozione del vino, come l’aiuterebbe molto l’onesta dichiarazione dei metodi usati per la vinificazione, se si sono usati i concentratori, se la vite di provenienza è transgenica, se... ma questo è un altro e più profondo discorso. Roman Myśliwiec: il pioniere dei vini che vengono dal freddo! Caparbio come il suo vino Myśliwiec nonostante le difficoltà non si arrende Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Non sono stati i rigori invernali ma le guerre a distruggere le tradizioni vinicole della Polonia, spazzando via cantine e vigneti. Negli anni ’50 un piano governativo ha provato a ricostruirle, ma con viti europee, non resistenti al freddo, senza cavarne perciò niente, anche perché facevano il vino come i loro bisnonni, versando il mosto nelle damigiane e aggiungendo zucchero. Il clima qui non è adatto ai classici vitigni della vitis vinifera, che andrebbero incrociati con le varietà selvatiche americane e asiatiche per resistere al gelo, come insegna l’esperienza degli Istituti di Enologia di Moldavia e Ucraina. Perciò nel vigneto sperimentale Winnica Golesz di Roman Myśliwiec a Jasło in Polonia ne sono state sperimentate circa 200 varietà diverse ed attualmente ne sono coltivate una quarantina. È stato prodotto del vino dai 20 vitigni più resistenti e oggi se ne vinificano soltanto sette od otto, quelli che danno i migliori risultati. In Polonia la vite richiede cure particolari, non ama negligenze, alle trascuratezze si vendica severamente e a causa del lungo inverno matura molto più tardi, non si può fare il vino in modo classico. Per ottenere un tenore alcoolico di 11 gradi le uve devono superare il 20 per cento di contenuto zuccherino, e qui è veramente troppo. Non si otterranno mai dei vini di alta classe, ma di medio livello si può certamente. Per i bianchi sono adatte le viti di Seyval Bianco, Moscato di Odessa, Sibera Hibernal e Bianca, mentre per i rossi le viti di Rondo, Gołubok e Wiśniowy Ranni, ma se ne provano continuamente altre come l’Alden, anche in uvaggio. Agli inizi si vinificava l’Aurora, un’uva verdolina con la buccia patinata di cera che dava un vino leggerissimo, ma al primo colpo di gelo il vino risultò senza gusto. Il vino di Seyval Blanc è asprigno, rinfrescante, leggermente acidulo e non viene male perché la vite ha un’eccezionale resistenza al gelo, come sanno bene gli inglesi della cui produzione in patria sono orgogliosissimi, ma il gusto è inversamente proporzionale alla resistenza... Il vino di Moscato di Odessa è dorato, limpido e ricco di profumi, rilascia al palato dei sapori molto curiosi ed è secco, se non gli si aggiunge zucchero coprendone però tanto i difetti quanto i pregi. Bianca è resistente a grandi temperature sottozero (normalmente a –25 gradi) e ogni anno matura puntualmente alla fine di settembre. Una fermentazione troppo lunga conferirebbe al suo vino un gusto amarognolo, ma se tutto va bene profuma meravigliosamente di erbe. Gołubok è un’uva difficile, dopo qualche minuto di vendemmia le mani sono blu scure, però ricompensa i sacrifici con un gusto pieno, amabile, e con un pizzico di zucchero dato con buonsenso diventa un vino da dessert con un piacevole retrogusto di ribes nero. Nessun vitigno però supera il Rondo, dal quale esce un vino di stupendo colore rubino e di corpo pieno, che migliorerà ancora. Di questi vini se ne produce circa 3.000 litri l’anno e vanno tutti bevuti freschi, entro l’anno, perché le botti di legno e la cantina di invecchiamento e affinamento saranno un passo successivo, essendo un investimento che si può ripagare soltanto con la commercializzazione. Attualmente vengono assaggiati solo da amici e intenditori proprio per gli scopi selettivi che si prefigge il vigneto sperimentale, ma non se ne può vendere una sola goccia. Ottenere la concessione in Polonia non è una formalità, in quanto la legge vinicola è stata pensata per la produzione industriale e le sue prescrizioni sono mastodontiche. Per l’Ispezione Sanitaria è d’obbligo lo spogliatoio, la mensa, il lavatoio e docce e gabinetti per gli eventuali lavoranti, il tutto raddoppiato e ben separato per maschi e per femmine anche se qui c’è solo la famiglia proprietaria e al massimo qualche amico... Il tenace vignaiolo polacco Roman Myśliwiec di Jasło Per l’Ispezione Agricola è vincolante una positiva valutazione tecnica e tecnologica fondata sulle regole di applicazione di un Sistema di controllo della Qualità interno, piani aziendali, specificazione delle linee di lavorazione, reperibilità e registro dei movimenti di materie prime, formazione del personale e via dicendo. Ovvero una burocratica applicazione in toto delle norme ISO 9000, anche per un’aziendina famigliare... Non si può scaricare tutto questo sulla piccola produzione! Un contadino con un ettaro di vigna per 30 ettolitri di vino l’anno non è un faraone, dove li trova i soldi per costruire queste piramidi? Ma Roman Myśliwiec, che è stato anche alpinista sull’Himalaja, col cipiglio che ha le avrebbe anche realizzate, perché vuole diventare il primo vinattiere polacco. È rimasto bloccato da una cosa sola: l’obbligo di un laboratorio completo in azienda... Wojciech Gogoliński, presidente dell’Accademia del Vino di Cracovia, grande giornalista e scrittore mitico tra i Sommeliers di Polonia conferma che "la legge vinicola polacca è completamente assurda e difende gli interessi dei grandi produttori di vini di frutta. Come si può chiedere ad un uomo che fa una impalpabile quantità di vino di possedere un intero laboratorio? In tutto il mondo i piccoli produttori commissionano le analisi del vino e ciascuno pianta il vigneto e la cantina come crede, basta che ci sia pulizia. Ho provato il vino di Jasło, non è male, soprattutto un tipo di vino bianco da alcune varietà diverse d’uva." Winnica Golesz affida già i suoi vini, con regolarità, al laboratorio dell’Industria Conserviera Ortofrutticola di Jasło, ma gli impiegati del Ministero si ostinano a negare il permesso alla vendita finché non costruisce un proprio laboratorio attrezzato per le analisi fisico-chimiche (per poi chiedergli di assumervi in seguito un loro laureato, magari mandato da "Picone"?). Per fortuna l’economia si modernizza non secondo le leggi della burocrazia polacca ma sui modelli occidentali e presto si entrerà nella CEE e anche le leggi vinicole polacche, già rifiutate dal Comitato per l’Integrazione Europea, dovranno pure adeguarsi a quelle unitarie. Ma nel mondo slavo, che è patria di zingari e maestro di trappole, si fa in fretta a “gabbare lo santo": non ci sarà più particolare della microcantina di Roman Myśliwiec bisogno della concessione ministeriale, basterà una semplice autorizzazione, ma l’obbligo del laboratorio rimane... Laboratorio che ovviamente hanno tutti i fabbricanti autorizzati di vinacci di bacche rosse e nere mischiate con acqua, alcool e marmellate, autentica piaga di questo Paese che non è molto lontano dall’Ucraina dove si imbottigliano succhi di barbabietole, mirtilli e alcool con l’etichetta copiata dai vini bulgari. Un’Europa presa per i fondelli è quella che si delinea agli occhi degli estimatori polacchi del vino, che avrebbero anche da ridire sul tema dei veti europei agli incroci con le viti selvatiche naturali americane e asiatiche, quelle che resistono al gelo da sole, senza essere geneticamente modificate in provetta. Perché sono stati autorizzati nella CEE esperimenti con le viti transgeniche invece di quelli con i ceppi naturali che già esistono e sono stati frutto di severe osservazioni, analisi e prove per molti decenni nei Paesi del mar Nero? Se Myśliwiec otterrà l’autorizzazione al commercio, dopo l’ingresso in Eurolandia chissà se potrà ancora scrivere la parola “vino” in etichetta. Usa infatti queste viti ibride, le stesse che in Canada producono vino commercializzato legalmente, le stesse che in Gran Bretagna producono il Seyval Blanc venduto tranquillamente in Europa come “British wine”. Una volpata è d’obbligo: provi a chiamarlo “Polskie wino”, come gli suggerisce Gogoliński... In Polonia le antiche locande diffidano del vino: e a ragione! I vini italiani più improbabili rischiano di inquinare l'immagine del nostro Paese Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta In Polonia si chiamano “Karczma” i posti di ristoro di origine antica, quelli che in Italia si chiamerebbero “antica trattoria della posta”, dove una volta si cambiavano i cavalli, c’era qualche letto per riposare e soprattutto una locanda per mangiare e per bere a prezzi modesti. Ne esistono alcune ancora tutte di legno, che orgogliosamente manifestano qualche secolo di vita e in questo Paese non è poco, visto che le guerre mondiali hanno fatto piazza pulita di gran parte degli edifici e che il legno è il materiale più infiammabile. In genere si trovano nelle località turistiche montane e collinari, conservate con grande ostinazione da popolazioni molto fiere che sono sempre state ben consce della dipendenza dei destini economici dei propri piccoli paesini di campagna dall’esistenza o meno di un posto di sosta e di ristoro lungo le vie di comunicazione. Per questo le hanno difese con molta determinazione e ancora oggi le frequentano non soltanto per tradizione ma proprio come centri di socialità indiscussa. Le costruzioni sono molto tipiche, con tronchi d’albero a incastro (i pini crescono dritti anche fino a sessanta metri di altezza sulle montagne dove nasce la Vistola...), base in pietra e il resto tutto in travi e assi di legno, dal pavimento alle scale fino al tetto. Alcune conservano ancora un grande focolare in pietra al centro della sala principale, che tradizione vuole a completa disposizione dei convenuti che possono cucinarvi le proprie vivande se proprio non favoriscono della cucina locale che è comunque separata e che funziona dalla mattina alla sera senza nessuna (dico nessuna!) sosta. Si può mangiare e bere a qualsiasi ora e tutti i giorni. Questa piena disponibilità è radicata fortissimamente nelle abitudini dei polacchi che, infatti, hanno delle difficoltà quando vengono in gita in Italia e devono adeguarsi al regime degli orari limitati e pressoché fissi per i pranzi e per le cene, trovano cioè o le porte chiuse o le cucine spente per gran parte della giornata e per i primi giorni sono un po’ spaesati. La karczma invece è un rifugio sicuro e certo per il viandante e questo ha un’enorme importanza in un Paese dove regna un rigido e lungo inverno, ma dove il freddo si può incontrare anche in tutte le altre stagioni dell’anno. Nelle migliori di queste locande si trova quasi sempre l’orchestrina locale in costume, spesso alcune sale e salette sono riservate per matrimoni o per Orchestrina che allieta i clienti di una Karczma altre feste e la cucina è veramente tipica e assolutamente locale. In nessun altro posto al mondo come nella karczma è più facile trovare ai fornelli una donna o un intero gruppo di donne che da generazioni preparano quei piatti secondo le ricette mai scritte delle nonne e delle bisnonne, ma con fior di selvaggina di cui abbondano i boschi e le foreste polacche, cinghiale, daino, cervo e capriolo oppure alla moda del pastore con lepre, coniglio e agnello, splendidamente composte e cucinate con le misture di erbe aromatiche locali come la “vegeta”. Rispettando la fisionomia del locale come luogo di sosta e di ristoro, difficilmente si trova però un’ampia scelta di bevande. Birra e vodka ci sono di sicuro, anche se spesso soltanto di una o due marche al massimo, da qualche anno si trovano anche l’acqua e alcune bevande frizzanti del solito ben noto monopolio mondiale, ma è ancora una battaglia da vincere quella di portarvi il vino. La tradizione degli ultimi tre secoli considera il vino un bene di lusso e lo Stato gli ha messo un’accisa che ne raddoppia almeno il prezzo in un Paese che ha una media di stipendi pari a un quarto di quella italiana. I Bulgari per poter vendere vino concedono termini di pagamento tre volte più lunghi di quelli normalmente in atto e mantengono i prezzi più bassi in assoluto. Eppure in moltissime di queste locande non si trova nemmeno una bottiglia di vino d’uva, che invece nei negozi accanto sono magari in bella mostra. È questione di concessione governativa che costa molto e che, dato lo scarso consumo di vino pro-capite dei polacchi, pari a circa quattro litri l’anno, nella karczma non sempre si ripaga perché la gente non è abituata a bere vino a tavola. Ma non solo. Con quelle pietanze è difficile anche trovare il vino da bere, perché in gran parte richiedono vini non secchi, leggermente abboccati o semisecchi, mentre i vini del mediterraneo o dei Balcani che giungono qui sono quasi tutti secchi, alcuni hanno un’acidità notevolissima che non si sposa alle cucine tipiche regionali. La karczma è un luogo di ritrovo molto popolare, folcloristico, contraddistinto dalle lunghe tavolate di legno dove famiglie diverse si siedono una accanto all’altra, non appartiene al livello dei ristoranti e non ha proprio la vocazione dell’enoteca. Si beve quello che c’è e finché ce n’è... spesso intervallando un bicchiere dall’altro con quattro salti di danza popolare, perché è l’ambiente più adatto per portare allegria dove manca. Con il vino il rapporto è ancora difficile perché lo standard dovrebbe essere quello dei vini più economici e qui sempre più raramente si trova qualche esempio di onestà commerciale. Da qualche tempo, infatti, stanno anche arrivando dall’Italia dei vinacci di ogni regione imbottigliati chissà perché almeno a mille chilometri di distanza dall’origine e cioè lontani da un severo controllo dei rispettivi Consorzi di tutela, per esempio a Cossano Belbo nonostante si fregino di una DOC siciliana, pugliese, umbra o veneta ben evidenziata in etichetta e che sembrano però il risultato di cisterne della stessa materia prima con qualche irrilevante, o ben calcolata, differenza. Il tipico camino centrale di una Karczma Da qualche tempo, infatti, stanno anche arrivando dall’Italia dei vinacci di ogni regione imbottigliati chissà perché almeno a mille chilometri di distanza dall’origine e cioè lontani da un severo controllo dei rispettivi Consorzi di tutela, per esempio a Cossano Belbo nonostante si fregino di una DOC siciliana, pugliese, umbra o veneta ben evidenziata in etichetta e che sembrano però il risultato di cisterne della stessa materia prima con qualche irrilevante, o ben calcolata, differenza. C’è ben poco da fare con questi prodotti, nessuno si pentirebbe mai di non averli assaggiati, ma qualcosa da dire ce l’avrei. Presi dal fervore delle discussioni sui nostri vini migliori ci dimentichiamo che ancora gran parte del vino italiano esportato all’estero, specialmente nei Paesi più poveri che emergono oggi dalla cortina di ferro, è costituita proprio dalle etichette economiche e che un buon numero di queste non fanno quel che si dice un buon servizio all’immagine del prodotto made in Italy. Per poter gustare pietanze che mi piacevano assai e che solo in una karczma si possono trovare, dalla trippa fino a certe minestre di funghi, dal pesce del fiume più vicino fino alle gustosità ruspanti del cortile o del bosco intorno al paese, in molte di queste locande ho dovuto giocoforza rinunciare al vino quand’anche ci fosse stato e, credetemi, il fatto mi umiliava. Umiliazione che diventava doppia quando qualcuno usciva dalla locanda per andare in cerca di vino nei negozi più vicini e magari tornava con una bottiglia di quel vino “italiano” (domanda: ma hanno allargato qualche confine?) per far piacere all’ospite originario della nostra penisola, il quale però, dopo un’occhiata Ballerini e pietanze tipiche: un mix irresistibile all’etichetta, non lo voleva bere per il giustificato timore di prevedibili diarree. Possiamo discutere di tutto ciò che vogliamo sulla qualità in aumento del vino italiano, ma dove ce l’hanno confinata? Abbiamo sentito parlare di tracciabilità dei vini italiani, di piano dei controlli sui vini di qualità stabilito dal ministro Alemanno (cui faccio i miei auguri personali per le idee chiare), ma forse quell’area del cuneese gode di privilegi o protezioni da troppo tempo, pari forse a quelli della Narzole famosa trent’anni fa per le migliaia di ettolitri di strani Baroli commercializzati pur senza possedere un ettaro di vigna, ma con un grande mercato clandestino di documenti. Il dubbio sorge proprio perché nei sargassi dello stesso circondario, noto a suo tempo come “triangolo delle fatture” non soltanto s’imbottigliano tutti i vini “DOC” d’Italia che non vi vengono certamente prodotti e che sono destinati ai mercati dell’Est e in particolare alla Polonia, ma anche milioni di bottiglie e lattine di olio di oliva e di olio extravergine di oliva per gli stessi mercati senza l’ombra di un oliveto in loco, il che fa pensare piuttosto ad un “made in Italy” della provincia aggiunta di Tunisi... Come se una stessa mano potesse approfittare di debolezze legislative per fare affari con prodotti scadenti. Quando la Polonia entrerà nella CEE e finalmente cadranno le accise e le merci gireranno libere (o almeno speriamo che siano libere davvero tutte, parentesi aggiunta il 30 Aprile 2002...) forse la situazione migliorerà, ma intanto per ancora due anni il mercato del vino italiano nei Paesi dell’Est verrà stravolto e infangato da esportazioni di furberie imbottigliate nel nostro Paese a scapito dei prodotti onesti senza che nessuno faccia nulla. Si sono fatti più scaltri, non ripeteranno l’errore del metanolo, ma sono sempre le stesse “fabbriche” dove non si sono mai estirpate le malepiante e nessuno dei nostri funzionari di Consolato, Ambasciata, ICE o Camera di Commercio rischia il posto per comprare qualcuna di queste bottiglie e mandarla in Italia al Consorzio relativo a quella DOC stampata in etichetta per chiedere spiegazioni, controlli, analisi e provvedimenti. Suggerirei di applicare il metodo della rintracciabilità anche al contrario, non solo quindi per verificare se il vino di una cisterna è finito dentro una certa bottiglia, ma anche se nei quantitativi accertati di quelle bottiglie sono finite esattamente un certo numero accertato di cisterne, e occhio ai rigonfiamenti delle scorte... Forse sarebbe anche il caso che un’autorità del mondo agricolo faccia un salto all’estero ogni tanto, entri non solo in un supermercato delle grandi multinazionali ma anche in qualche negozio di periferia o di campagna dove i più scaltri agenti commerciali imboscano le magagne, prenda nota di ciò che vede sugli scaffali, torni in Italia e allerti chi di competenza per reprimere frodi, truffe e sofisticazioni che portano danno a tutta l’enologia italiana e solo a questa. Dai vini di Ungheria, di Francia e di Germania, qui abbastanza diffusi nella fascia di quelli abboccati che tanto piace ai polacchi, di simili sorprese non se ne trovano neanche a prezzi stracciati. Per fortuna nei ristoranti, dove ci va chi ha possibilità finanziarie superiori, queste bottiglie non entrano. Se le hanno lasciate entrare una volta, non hanno ripetuto più lo stesso errore la seconda. Forse per questo non vengono notate da chi di vino e di olio se ne intende. Queste bottiglie circolano nei punti di vendita popolari, dove la concorrenza sleale e c’è la competizione al ribasso. Penso che sia stata finora una fortuna non aver incontrato questi vini in una tipica karczma polacca, tempio della genuinità contadina, davvero da visitare per un turista che voglia capire l’anima di queste popolazioni e godersene in pieno il folclore. Ma temo che con l’apertura dei confini ciò possa purtroppo capitare perché qui non ci sono difese dagli imbrogli in etichetta combinati in Italia, la gente si fida di tutti i vini con la fascetta azzurra dell’importazione e non ha l’esperienza, il gusto, la conoscenza per poter rifiutare i prodotti scadenti che dovrebbero invece prendere la via della distillazione obbligatoria. Non è sempre vero che quando la qualità sale la stessa cosa fa automaticamente anche il prezzo. Su questo aspetto si dovrebbe porre maggiore attenzione. La realizzazione di vini schietti, fruttati e piacevoli non è davvero una cosa impossibile oggi con le tecniche di cui si dispone anche nella fascia dei vini da battaglia. Nei Paesi più poveri la maggioranza dei clienti non ha la possibilità di associare l’immagine del nostro vino al Brunello di Montalcino, al Barolo o all’Amarone, perché sono bottiglie che costano da metà stipendio in su. Bisogna quindi che anche i vini meno pregiati ci rappresentino con dignità e decoro pur nella necessaria competitività e soprattutto che chi deve fare i controlli non si lasci prendere per i fondelli dalle documentazioni che risultano sempre in regola. La qualità si fonda sul principio fondamentale che tutto ciò che va bene porta già in seno qualcosa che comincia ad andare male, come le cassette delle mele sanissime che vengono guastate da una sola marcia. In tutto c’è comunque un difetto che, se non si trova, non vuol dire che non c’è ma significa che la nostra capacità di controllo è insufficiente a rilevarlo e ne va almeno raddoppiata la severità. Ci consola però anche il contrario e cioè che quando tutto sembra andar male c’è sempre qualcosa che comincia ad andar bene e che potremmo usare come punto di forza per il riscatto. Sarà un bel giorno quando anche nella karczma avrò la sicurezza di poter bere un onesto vino italiano, magari economico ma sincero e ammiccante con una fragrante pietanza tipica campagnola, cosa che sanno meravigliosamente fare i nostri generosi lambruschi, dimenticati dalle guide che contano ma autentici re dell’esportazione. In vino veritas. Il vino di miele: una tradizione da salvare Un patrimonio di molti Paesi dell'Est Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Fin dai tempi più antichi il miele d’api è servito agli uomini nelle loro economie domestiche. È stato usato per dolcificare le pietanze, per fare i dolci e anche per conservare gli alimenti e fin dall’epoca precristiana sulle terre dell’attuale Polonia si usa il miele per preparare bevande alcooliche come il vino e la birra di miele. Nel medioevo, a causa della scarsa diffusione della vite per la quale il clima era troppo rigido, i monaci provenienti dal Mediterraneo e dall’occidente fecero propri e perfezionarono gli alcoolici locali. I vini di miele d’api diventarono per i frati l’equivalente dei vini d’uva meridionali, tanto che alcuni tipi di vino di miele devono all’origine monastica il loro nome, come il Bernardino e il Cappuccino. Nonostante l’opinione generale, i vini di miele non abbondavano soltanto sul suolo polacco. Tra gli altri Paesi dove il miele era usato per preparare bevande alcooliche c’erano sicuramente Lituania, Russia, Boemia e Moravia, per esempio. Anche Austria e Germania avevano tradizioni di vinificazione del miele, però di carattere completamente diverso. Infatti, mentre in Europa centrale e orientale si preferivano, per la produzione di vino, dei mieli scuri, caramellati, come quelli elaborati dalle api dai fiori di grano saraceno, in Germania e Austria prediligevano invece quelli più chiari, primaverili, come quelli d’acacia. Dobbiamo renderci conto che probabilmente i primi vini di miele, come i primi vini d’uva, erano molto diversi dai nostri. In maggior parte erano vini molto secchi e leggermente acidi, come si racconta nei documenti del XII secolo, proprio in conseguenza dell’origine naturale delle colture di enzimi che provocavano le fermentazioni e raramente il tenore alcoolico raggiungeva il 10%, mentre oggi è normalmente tra il 12 e il 14% Servivano fondamentalmente per accompagnare i pasti, come antesignani degli attuali succhi di frutta, delle composte di frutta cotta e del the che non mancano mai sulla tavola polacca. Soltanto la successiva introduzione di varietà di preziosi lieviti selezionati, insieme al riscaldamento in acqua dei favi e del miele, hanno fatto raggiungere alla produzione di vino di miele le vette dell’arte e della perfezione. Anche l’aggiunta di scorze e succhi di frutta, tra cui prugne, lamponi e luppolo, hanno migliorato la qualità dei vini di miele e aumentato l’interesse per la loro produzione, principalmente fra la nobiltà polacca e lituana. Nel tardo medioevo quest’arte e i suoi amatori sono già molto diffusi sul Baltico, nella regione dei laghi Masuri e nella Piccola Polonia. In molti casolari diventa un’attività economica che dà una certa agiatezza e procura importanza, al punto da preoccupare anche la Chiesa. In un documento del XV secolo, l’allora vescovo di Cracovia Zbigniew Oleśnicki stigmatizza certe attività della confraternita dei vinificatori di miele esistente presso la parrocchia di Grybów.... All’inizio del XVII secolo, però, comincia un calo lento e inesorabile di tutte le produzioni di vino polacche, sia di miele che d’uva, dovuto a cause diverse ma che si riassumono nelle numerose guerre, nella politica dei dazi, nell’importazione di vini d’uva dall’Europa meridionale e nella emergente distillazione di vodka. Anche se la causa principale, almeno per il vino di miele, fu piuttosto la caduta dei livelli di qualità. Produzioni in condizioni non adatte e sofisticazioni alla produzione, ma anche alla mescita, ne strangolarono il commercio. Resistettero soltanto le vinificazioni di alta qualità dei conventi e dei manieri di campagna della nobiltà. Tramandate di generazione in generazione, ricette immutate nei secoli hanno permesso di conservare gran parte degli incommensurabili valori originari, ma confinate alla realtà locale e alla ormai ridotta scala di produzione avevano perso influenza nel mercato degli alcoolici e divennero rarità nel XIX secolo. È di questo periodo il libro di Teofil Ciesielski “Vinificazione del miele, l’arte di trasformare miele e frutta in bevande” che, ristampato ripetutamente e con grandi tirature, è ancora oggi uno dei migliori manuali per la produzione dei vini di miele e anche dei vini di frutta. vini di miele Nel periodo fra le due guerre mondiali l’attività riprende a Varsavia, Cracovia e soprattutto a Nowy Sąd, quest’ultima visitata con grande curiosità dagli apicoltori di tutta la Polonia perché vi si trasformava in proprio, cioè all’origine, il miele in vino. Grande novità, perché anche le erbe e i succhi di frutta usati per arricchire il miele erano prodotti sulle colline e sulle montagne di questa splendida regione, dando a quei vini aromi e gusti entusiasmanti. Purtroppo la seconda guerra mondiale ha distrutto completamente tutto in questa zona montagnosa sud-orientale e poi l’applicazione dei patti di Jalta ha completato l’opera cedendo la maggior parte dei territori polacchi da miele all’Ucraina e alla Bielorussia. Nel dopoguerra la produzione passa alle cooperative di Lublino, Cracovia, Poznan, Milejów e Nidzica, se ne conta ancora oggi qualche decina ma sono tutte ormai privatizzate. Attualmente si attendono le nuove regolamentazioni che giungeranno dall’Unione Europea per vedere se e come gli apicoltori polacchi potranno produrre e commercializzare ancora i loro vini di miele. Da molti anni ormai si produce questo tipo di vino anche in Austria e Germania, secondo altre regole di vinificazione che però sono completamente diverse e danno solo vini chiari, secchi e con pronunciatissimi profumi di erbe aromatiche. Invece in Polonia si chiamano vini di miele molte bevande diverse ottenute dalla fermentazione alcolica del miele naturale d’api messo a macerare con acqua, che si distinguono in crude, cioè risultate dalla fermentazione naturale del mosto freddo, e piene, ottenute dalla fermentazione del mosto prima bollito e poi raffreddato. Attualmente non si producono più quelle crude perché possono rilasciare delle sostanze secondarie che rovinano la qualità dei vini. I vini di miele polacchi si distinguono fra loro per la quantità maggiore o minore di miele scaldato in acqua: Półtorak una parte di miele per mezza parte di acqua (58-61 gradi Blg) come il Castellano Dwójniak una parte di miele per una parte di acqua ( 48-50 Blg) come Cappuccino, Lituano e Speziato Trójniak una parte di miele per due parti di acqua ( 34-36 Blg) come il Polacco e il Pulito Czwórniak una parte di miele per tre parti di acqua (25-28 Blg) come il Campestre Piątak una parte di miele per quattro parti di acqua (21-23 Blg), secco e alla Arnie per la produzione di miele buona. Le proporzioni sono in volume, cioè litri o ettolitri. Il grado Balling (Blg) specifica, nell’industria alimentare, la densità della soluzione dolce, dove 1 Blg corrisponde all’1 % in peso di saccarosio nella soluzione. A seconda della densità, la fermentazione è più o meno burrascosa. Maturano prima quelli più ricchi d’acqua, che danno vini secchi dopo circa 6 mesi (Piątak) o al massimo 8 mesi (Czwórniak). Il Trójniak piacevolmente abboccato richiede anche 2 o 3 anni, mentre i più decisamente dolci richiedono anche 8 anni (Dwójniak) oppure più di 10 (Półtorak). Ma più il tempo è lungo e più arricchiscono di finezza, di aromi e sapori. Produrli in casa è molto difficile, esattamente come fare del buon vino d’uva, perché richiede strumentazioni adatte e la stretta osservanza di regole tecniche e soprattutto igieniche abbastanza complicate, secondo le ricette e i metodi ben descritti da T. Ciesielski e M. Wojtacki, che saranno argomento della seconda parte di questo articolo. Si parte sempre da mieli di altissima qualità (il risparmio in questo caso deleterio) che si possono reperire ancora nelle campagne ma che costituiscono produzioni a scarso valore aggiunto e perciò più facili da abbandonare per andare a cercare la remunerazione altrove. Ecco perché andrebbero tenacemente difese le affermatissime produzioni tradizionali che sono oggi minacciate di estinzione proprio dalla scarsità di guadagno e dalle malcondotte trattative con la CEE. Esiste veramente il rischio che gli apicoltori polacchi non possano più produrre questi vini di miele come hanno fatto per secoli i loro antenati, se non viene difesa quella tipicità che dà particolarmente fastidio ai teutonici. A dire la verità, a Berlino dà fastidio la tipicità di tutto ciò che non è tedesco, come si è visto anche con certi formaggi regionali e altri prodotti tipici italiani che hanno rischiato e rischiano di fare una brutta fine se non si mostrano i denti a Bruxelles. Ma noi siamo già saldamente in Eurolandia e con i tedeschi, su tutti i terreni, non abbiamo mai fatto riverenze e siamo abituati a farci rispettare, per la Polonia è un po’ più difficile. Sarebbe un peccato se si abbandonasse la vinificazione tipica polacca del miele, perché si relegherebbe il magnifico prodotto naturale delle api al ruolo marginale di dolcificatore a un prezzo non competitivo con lo zucchero, che sarebbe il primo passo verso l’abbandono dell’apicoltura. FINE PRIMA PARTE Il vino di miele: ecco come si fa Solo una tecnica ben codificata permette di ottenere un buon risultato Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Come già accennato nel precedente articolo, produrre vini di miele d’api in casa è un’impresa molto difficile perché richiede attrezzature adeguate e il rispetto assoluto di regole chimiche, tecniche e igieniche da non sottovalutare. Vale la pena però conoscere bene il procedimento di vinificazione, perché nell’Europa orientale sono in commercio molti di questi vini di miele e l’apertura a Est delle frontiere è già vicina. Il vino di miele è ottenuto dalla fermentazione alcoolica di miele d’api allungato con acqua. L’acqua può essere pura, oppure corretta con mosto di frutta pastorizzato (compreso il mosto di vino) dal 30 fino al 50 %, ma anche con spezie, erbe aromatiche o succhi di frutta, che apportano piacevoli differenze. La vinificazione non si differenzia da quella dei vini di frutta in genere (prugna, mirtillo, ribes nero, ciliegia ecc.). Ciascuna delle proporzioni e delle ricette seguenti vale per ottenere circa 20 litri di vino di miele. Occorre un pentolone di metallo smaltato o di alluminio capace di almeno 30 litri, due damigiane di vetro da 25 litri in cestino robusto e con tappo di sughero, un tubo di fermentazione inserito in un altro tappo di sughero, un tubo di gomma trasparente per liquidi alimentari e una buona quantità di bottiglie varie e tappi. Tutto va pulito molto bene e sterilizzato molto bene almeno con acqua bollente. Preparazione della madre della fermentazione Bisogna utilizzare colture pulite di fermenti (lieviti) selezionati, come quelli che sono in vendita in certi negozi (occhio alla data di attività dei lieviti) o che si usano nelle cantine di produzione di vino, con l’accortezza che siano adatti in modo certo per la vinificazione di vini dolci e/o passiti come Recioto, Moscato, Vin santo e certi Brachetto, Albana, Nosiola, Malvasia. La scelta è talmente importante che decide della buona fermentazione e del tenore alcoolico desiderato. In una bottiglietta da un quarto di litro di acqua bollita e raffreddata si versa la dose di fermenti prescritta, si mischia e si tappa con dell’ovatta e si lascia in un posto caldo e buio per 24 ore. Il giorno dopo si aggiunge un cucchiaino di zucchero, un pizzico di cloruro di ammonio (da 4 a 5 grammi) o due pizzichi di fosfato biammonico (8 a 10 grammi) e si mischia delicatamente. Dopo qualche giorno si formerà uno strato di schiuma che testimonia l’entrata in azione dei fermenti. Successivamente, in una bottiglia da un litro, si versa circa mezzo litro della soluzione miele-acqua approntata per la fermentazione (vedi le ricette) e tutto il liquido dei lieviti in azione nella bottiglietta, e si rabbocca ancora con la soluzione miele-acqua. Normalmente il giorno dopo si mostrerà un’abbondante schiuma bianca o marroncina, che testimonia l’intensa moltiplicazione dei fermenti. Ci vogliono due litri di madre della fermentazione per i vini tipo Półtorak, uno e mezzo per i vini tipo Dwójniak, uno solo per gli altri. Preparazione del mosto Nel pentolone si versano le quantità prescritte di miele e acqua tiepida, con l’accortezza di non superare i 2/3 della sua capacità perché ribollendo potrebbe colare fuori. Bisogna segnare, sul mestolo di legno usato per rimestare, il livello della soluzione o la sua distanza dal bordo; servirà per rabboccare alla fine l’acqua che sarà evaporata. Durante la bollitura a fuoco lento, che dura in totale quattro ore, si toglie con un colino la schiuma che si forma e si può aggiungere da subito l’eventuale sacchettino di tela contenente erbe e spezie, ben chiuso e legato, a bollire insieme per un periodo a piacere da mezz’ora a un’ora, per poi toglierlo con il colino. Bisogna rimestare bene fino alla fine della bollitura, poi si lascia raffreddare e si aggiunge l’acido citrico precedentemente sciolto nell’acqua bollita e raffreddata che si aggiunge a reintegro di quella evaporata. tubo di fermentazione Fermentazione del mosto Nella damigianetta sterilizzata almeno da acqua bollente si versa delicatamente il mosto dal pentolone e successivamente la madre della fermentazione dalla bottiglia. Si chiude ermeticamente con il tappo in cui è inserito il tubo di fermentazione, quello attraverso il quale si scaricherà il gas naturalmente sviluppato, ma che impedisce l’accesso all’aria tramite la giusta quantità di acqua che vi si versa e che però occorre rabboccare ogni tanto perché evapora. La damigiana va conservata in ambiente a 18 gradi di temperatura. Dopo un giorno compare una schiuma che testimonia dell’avvio della fermentazione tumultuosa, che può durare da 5 a 10 giorni. Il passaggio alla fermentazione secondaria, che durerà da 4 a 6 settimane, è reso visibile dalla graduale caduta e scomparsa della schiuma. Subito dopo occorre senza indugio togliere il vino di miele dalle proprie fecce, ne va della sua qualità. Una permanenza prolungata procura retrogusti spiacevoli. Si devono evitare manipolazioni veloci e violente per non inquinare il vino con le fecce e ottenerlo limpido, usando un tubo trasparente pulito con l’estremità da immergere incurvata verso l’alto per non toccare le fecce. Si lava subito e velocemente il tubo di fermentazione per riusarlo sull’altra damigiana dove è stato versato il vino pulito, tappare ermeticamente e mettere a riposo in un locale con temperatura più stabile e più fredda. Maturazione La maturazione avviene al buio e a temperature tra 10 e 15 gradi. In questo periodo si controlla sempre il livello dell’acqua nel tubo di fermentazione e si procede a successive periodiche chiarificazioni dalle fecce fino al momento in cui le caratteristiche organolettiche mostrano l’affinamento migliore di trasparenza, colore, profumo e sapore. Nel caso di problemi di chiarificazione si può fare la filtrazione attraverso uno spesso panno bianco sterilizzato oppure un filtro di cellulosa, prima di ricorrere eventualmente alle sostanze chimiche. Imbottigliamento e conservazione Occorre prima effettuare la valutazione della fermentazione. Si riempie una bottiglia di vino di miele e la si espone tre o quattro giorni a temperatura ambiente. Se non si intorbida, si può procedere all’imbottigliamento. In caso si preveda anche l’invecchiamento, meglio usare bottiglioni da 5 o 10 litri per poter ancora chiarificare il vino dai suoi successivi depositi. Tutte le bottiglie devono essere sterilizzate col vapore d’acqua ed essere perfettamente asciutte nonché tappate con sugheri di buona qualità, meglio se anche pastorizzate a temperature di 65/70 gradi per mezz’ora perché ciò eviterebbe possibili difetti di rifermentazione. Alcune ricette Półtorak 13,3 litri di miele (18,6 kg), 6,7 litri d’acqua, 6 grammi di fermenti, 70 grammi di acido citrico. Richiede 2 litri di madre della fermentazione e fermenta molto lentamente, con aggiunte, a volte, di zucchero. Matura in almeno 10 anni, è dolce. Per il Castellano, aggiungere al mosto 20 grammi di luppolo, una bacchetta di vaniglia e 60 grammi di gambi di sedano. Dwójniak 10 litri di miele (14 kg), 10 litri d’acqua, 7 grammi di fermenti e 60 grammi di acido citrico. Si usa 1 litro e mezzo di madre della fermentazione. Matura in 8 anni, è amabile. Per il Cappuccino, aggiungere al mosto 20 grammi di luppolo e 2 di zenzero. Per lo Speziato, aggiungere al mosto 20 grammi di luppolo, 2 grammi di cannella, 2 grammi di zenzero, 2 grammi di noce moscata e 1 grammo di chiodi di garofano. Per il Lituano, aggiungere al mosto 30 grammi di bacche di ginepro e 20 di fiori di sambuco. Trójniak 6,7 litri di miele (9,4 kg), 13,3 litri d’acqua, 8 grammi di fermenti e 50 di acido citrico. Vuole 1 solo litro di madre e ha una fermentazione molto veloce e violenta, matura in 2 o 3 anni ed è meglio che non derivi da miele d’acacia o di ravizzone (colza). Quello Pulito, che non vuole nessun aroma, è il migliore, ma si può aggiungere eventualmente al mosto 20 grammi di succo di lampone. Per i tipi Polacco e Russo si aggiungono al mosto 100 grammi di mirtilli, 2 grammi di valeriana e 20 grammi di luppolo. Sono abboccati e migliorano in 5 o 6 anni di maturazione. Czwórniak 5 litri di miele (7 kg), 15 litri d’acqua, 9 grammi di fermenti e 40 grammi di acido citrico. Vuole un solo litro di madre della fermentazione, ha una fermentazione violenta e veloce, matura in 6/8 mesi ed è leggermente secco, si consuma l’anno successivo alla vinificazione. Per il tipo Campestre, aggiungere al mosto 20 grammi di luppolo, 5 grammi di cannella, 15 grammi di bacche di ginepro e 2 di valeriana. Le ricette sono modificabili a piacere secondo l’arte e la genialità, ma si sconsiglia di variare le proporzioni degli aromi aggiunti per non rovinare il sapore né il retrogusto. Eventualmente si può aumentare la quantità d’acqua per ottenere vini un po’ più secchi, sostituire un po’ dell’acqua con del vino d’uva per aumentarne l’acidità, provare con dei succhi di frutta, ma sempre registrando sia le ricette che i risultati, ma anche le note, per poter creare dei vini dal gusto originale e lasciar proseguire quest’arte dai figli e dai nipoti con una base solida di conoscenze già acquisite. Cocktail con il vino: un'abitudine radicata Normale miscelare vino ai succhi di frutta o ai superalcoolici Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta È abitudine radicata dei Polacchi, ma in genere di tutti gli Slavi, bere alcoolici in grande quantità. Il sano concetto che bere tanto fa male ma bere male fa peggio non è ancora entrato nella testa di questi popoli, purtroppo. Anzi, ci guardano incuriositi e increduli quando noi italiani (ma anche altri occidentali) centelliniamo un ottimo liquore o un vino eccellente senza eccedere oltremisura. Il verbo “bere” in polacco si traduce in molte maniere, ufficialmente con il verbo semplicissimo “pić”. Ma è il verbo meno usato nel caso degli alcoolici, forse soltanto dagli stranieri che lo cercano sul vocabolario. Quando i Polacchi bevono gli alcoolici, aggiungono un prefisso a questo verbo e a tutte le sue varianti, che diventa “wypić” e significa “bere fino in fondo”. Ossia finché non si è completamente ubriachi... Per questo motivo l’alcoolismo è la principale malattia e rappresenterà per molti anni un grande problema sociale, anche perché si preferiscono largamente, prima ancora della birra o del vino, i superalcoolici come la vodka. I più poveri, inoltre, si radunano agli angoli delle strade e si fabbricano delle autentiche miscele esplosive fatte di succhi di frutta, bibite e puro spirito, anche denaturato e corretto con sciroppi zuccherini. In questa situazione i codici della strada sono molto più severi che in occidente, per esempio la tolleranza zero durante la guida dei mezzi di trasporto, ma non basta. Bisogna mettere mano anche alle leggi permissive che in Polonia tollerano la produzione e la commercializzazione di vinoidi fatti con mosti concentrati, acqua e alcool, che sono severamente vietati in tutta la Comunità Europea ma qui si sviluppano con il tacito consenso delle autorità locali e l’impotenza delle rappresentanze politiche comunitarie. Queste porcherie sono gravemente lesive della salute pubblica, non si possono lasciare colpevolmente sul mercato. Qui non sono rese note le cifre ufficiali di questo mercato, ma nella vicina Ucraina il loro Ministero della Sanità ha calcolato che circa un terzo di vodke e vini circolanti in quel Paese sono sofisticati (famosi quelli di Kiev spacciati come bulgari e fabbricati con barbabietole, mirtilli e spirito) e provocano ogni anno la morte di quasi diecimila persone. Occorrerebbe far tesoro di quanto più di venti anni fa il governo dell’URSS applicò con i suoi famosi piani quinquennali di lotta all’alcoolismo, promuovendo il consumo di vino per combattere il consumo di questi superalcoolici tagliati. Vi fu un grande accordo cui partecipò la ditta siciliana Averna per importare vino bianco a prezzo economicissimo su navi cisterna, in attesa che raddoppiassero le capacità produttive delle vigne georgiane. Poi si commercializzarono anche dei vini “fortificati” tra i 18 e i 21 gradi, prodotti ancora oggi e molto ricercati, che hanno spalancato le porte dei mercati dell’Est ai nostri Vermut, oggi veramente graditissimi nei Paesi dell’Europa orientale. I quali, però, ne importano anche dall’Ungheria, dove si sono dati da fare per produrre dei vermut in grande quantità e a costi molto bassi. Perciò anche in Polonia si dovrebbe attuare una politica mirata alla promozione del vino e all’abbattimento delle assurde accise doganali che ne triplicano il prezzo proprio là dove la gente guadagna invece soltanto un quarto di ciò che normalmente si guadagna in Italia. Purtroppo, caduto il muro di Berlino sono caduti anche gli impegni dello Stato in qualsiasi direzione. Non esiste che la voglia di libertà e di liberismo, non si riconosce più nessuna autorità a nessuno, ciascuno fa quel che vuole nel mito dell’America, perciò lo stato di fatto è quello di arrangiarsi ognuno come può. I governi si sono limitati fin qui a rincorrere la quadratura dei bilanci senza veri e propri progetti di larghe vedute e di grande respiro per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. L’iniziativa privata è lasciata colpevolmente sola, senza nessun sostegno, anzi è sottoposta a gabelle e vessazioni da parte di tutti quegli organi non ancora riformati, cioè residuati, del precedente regime come i doganieri, i cui comportamenti spocchiosi fra le righe della legge, ossia pignoli finché non giungono le bustarelle, dovranno pur adeguarsi o perire fra un paio d’anni, con l’ingresso della Polonia nella CEE. Ed esclusivamente all’iniziativa privata sono legate tutte le strategie nuove per la promozione del vino là dove fino a oggi imperava la birra e ultimamente prendono piede anche i cocktails di birra, come le Red Bull. C’è fermento fra le ditte che importano vini in bottiglia, ma anche in cisterna dai vigneti italiani, alla ricerca di nuovi prodotti adatti alla un locale tipico polacco penetrazione in quei settori di consumo che sono ancora chiusi al vino. Si tratta di nuovi prodotti ancora sconosciuti sul mercato polacco, ma neanche tanto diffusi sul mercato italiano, che sono dei veri e propri cocktails di vino e succhi di frutta, per esempio fragola, lampone e pesca, con un tenore alcoolico basso, intorno al 4% e molto freschi, profumati, piacevoli e gustosi. Accanto a questi, anche i succhi d’uva naturalmente aromatizzati e gasati con l’eccedenza naturale della fermentazione dei vini frizzanti e spumanti in grandi autoclavi, particolarmente rivolti ai minorenni e ai bambini. Sono bibite molto apprezzate, specialmente durante le feste e soprattutto in discoteca, perché si fanno preferire a quelle sinteticamente preparate e gasate (conosciute come le sette sorelle tipo Coca-Cola, Fanta e Sprite, un monopolio di artificialità in anidride carbonica sintetica). Non provocano senso di pesantezza né riduzione dei riflessi, l’alito non puzza come con la birra e hanno la grande qualità di essere il prodotto di processi di concentrazione o fermentazione naturale. Il gusto naturale è infatti di gran lunga più piacevole, si avvicina molto a quello dei vini frizzanti e spumanti con lunga persistenza della spuma e del perlage, stimola l’olfatto e le papille gustative e orienta il palato verso i primi accostamenti con i vini frizzanti e spumanti naturali bianchi, rosati e rossi del tipo Lambrusco. In un Paese che ha un consumo pro-capite di vino pari a 4 litri/anno, una dozzina di volte meno che in Italia, mi sembra che l’iniziativa possa godere quantomeno del buon viatico da parte amatoriale, e che vada seguita con attenzione anche per l’accoppiata con la diffusione parallela di nuovi prodotti vinicoli tipici in un mercato che finora è stato dominato dai tagli bordolesi e dai legni americani. È sempre stato un luogo comune degli esperti locali quello di seguire la moda degli opinionisti d’oltralpe e d’oltreoceano anziché l’analisi delle attese del mercato e lo studio degli abbinamenti cibo-vino, forse perché il vino qui non è più di casa da qualche secolo. Ma il fermento è notevole, c’è sempre un profondo desiderio del nuovo e per vivacizzare simpaticamente una compagnia non c’è niente di meglio che il vino fresco e leggero, magari con dei bei pezzi di frutta annegati, specialmente le fragole e le ciliegie con il Il bar Da Pietro di Cracovia Chianti rosso. Anche qui è scoccata l’ora dei vini da pub, dei vini da bar, non è che tutte le abitudini e le trovate estemporanee delle giovani generazioni mi piacciano sempre, però se sono a base di vino in un Paese che deve comunque imparare a berne... ben vengano! Come fu per la nostra generazione il “Campari in bianco”, cioè il bitter che ci si divideva, per questioni di tasca, in compagnia al bar, allungato col vino bianco freddo, e come per la generazione precedente furono i cocktails alla Bellini, con spumante e pesca bianca. A giudicare dai primi approcci di alcuni amici polacchi anche con il Prosecco e il Lambrusco, freschi e fruttati, beverini e di grande versatilità gustativo-olfattiva con le pietanze più diverse delle cucine anche non mediterranee, una revisione delle posizioni aprioristiche dei sacerdoti del vino da culto o da collezione s’imporrà certamente a breve termine. Infatti i vini frizzanti italiani da pasto, in particolare quelli rossi e rosati, pur essendo ancora assenti dagli scaffali degli ipermercati polacchi sono già molto ben apprezzati dalle delegazioni in visita nelle cantine venete ed emiliane. Questa potrebbe essere la bella mattinata di un vero e proprio buon giorno per il vino italiano all’Est. Cantine Jan & Berg: un pezzo d'Italia in Polonia La ricerca del binomio qualità ed economicità per avviare al vino anche i consumatori reticenti Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Jan & Berg, dal nome del proprietario Jan (Giovanni) Niemczyk e del suo amore per la montagna (berg in tedesco) che sta di fronte alla cantina, Szyndzielnia, una boscosa perla dei Beschidi ricca di funghi, per i quali notoriamente stravede. È una ditta completamente polacca e privata, che prima del 1993 imbottigliava bibite gassate e durante una Fiera di Milano ha avuto contatti con le più grandi cantine d’Italia, tra cui la Cantina sociale di Soave con il suo direttore tecnico di allora, dottor Menapace. Da quel momento si sono commercializzate le bottiglie dei vini pregiati delle colline veronesi in Polonia e un po’ alla volta si sono creati gli impianti per imbottigliare i vini importati in cisterna, con il favore dall’aria pulita di montagna di Bielsko-Biała, dove sorge appunto la cantina Jan & Berg. Nel logo della ditta c’è la parola Winnice Włoskie (significa “vigneti italiani”) per una scelta strategica precisa della proprietà, che non si è fermata appunto alla semplice commercializzazione dell’ottimo prodotto finito della Cantina di Soave, tra cui anche i vini del Garda, gli Amarone, gli spumanti Équipe 5 e i vini Cadis e Torre Sveva, ma ha voluto farsi imbottigliare in Italia dei vini più adatti al gusto polacco, maggiormente orientato verso quelli abboccati fino ai più dolci, come i vini Della Rocca, oltre a quelli che già imbottiglia in proprio in Polonia. Anche sulle etichette sono stampate in bella vista le parole “vini d’Italia” per sottolineare la provenienza, documentata da un regime di registrazioni legali e fiscali molto più precise e pignole di quanto si pensi (un locale interno della ditta è occupato da un apposito distaccamento di controllo del Ministero delle Finanze...) e già rispettose perfino delle regole comunitarie che ancora non sono state introdotte in questo Paese. Una politica scelta per iniziare al vino di qualità anche i più sprovveduti, delusi dal gusto troppo secco delle bottiglie importate dall’Italia, dalla Francia, dalla Spagna e dalla Bulgaria, e anche i meno fortunati, che nel prezzo elevatissimo dei vini mediterranei e occidentali hanno sempre trovato un valido motivo per non rinunciare alla birra, che in Polonia è una delle migliori del mondo, pluripremiata nelle esposizioni internazionali. Per dieci anni la Jan & Berg ha mantenuto un rapporto corretto, stabile, di grande collaborazione con la Cantina sociale di Soave, segno che tra italiani e polacchi si può collaborare ottimamente ad alto livello nonostante i luoghi comuni e i La cantina Jan & Berg pregiudizi diffusi, conquistando posizioni di mercato abbastanza interessanti. Attualmente, a seconda delle stagioni di vendita (le due principali sono nei tre mesi prima di Natale e nella primavera) la presenza dei vini venduti da Jan & Berg sul mercato polacco va dall’8% al 12%. La ditta è tra le cinque più grandi nel mercato vinicolo fra le attuali trecento esistenti, ed è una delle pochissime che imbottiglia in proprio e con manodopera qualificata. La diffidenza dei polacchi verso tutto ciò che è nazionale e le decantate virtù di tutto ciò che è occidentale, inizialmente si è pari pari manifestata anche a sfavore dei vini di questa ditta, ma il mantenimento delle garanzie di origine, della qualità e delle caratteristiche organolettiche controllate e verificate ha avvicinato mano a mano la gente a questi vini leggermente più economici soltanto perché prodotti a costi d’imbottigliamento inferiori. Si può conoscere la filosofia di Jan Niemczyk attraverso le sue stesse parole: "Il vino non è soltanto un business, ma soprattutto una parte fondamentale della cultura europea. Perciò la sua caratteristica dev'essere la qualità garantita, il gusto delizioso e un irripetibile bouquet aromatico. Mostrando una cura particolare per il cliente e rispetto per l’immagine della nostra ditta, abbiamo creato le condizioni affinché i prodotti da noi offerti rispondessero a tutti i requisiti obbligatori per il vino d’uva nei Paesi d’origine, cioè in Italia e negli altri Paesi della Comunità Europea". I risultati, e non soltanto quelli commerciali, si sono fatti vedere. Medaglia d’Oro e Coppa di Cristallo delle migliori ditte di Polonia alla Jan & Berg, Sciabola d’Oro per il miglior industriale agricolo del 2001 al presidente della ditta, l’Ippolito d’oro per il vino bianco amabile Tiziano, il Certificato “buono perché polacco” ai vini bianchi abboccati, amabili e dolci, nonché i premi per la migliore pubblicità del 2001 e il Grappolo d’Oro allo spumante metodo classico Équipe 5 promosso dalla Jan & Berg in tutte le province della Polonia e molto apprezzato dal pubblico. Oggi è in atto una seconda fase molto importante per la promozione del consumo Alcuni riconoscimenti per la Jan & Berg del vino in questo Paese. Dopo dieci anni d’intensa attività il bilancio, pur positivo, non riuscirebbe ad andare oltre senza la promozione di un’immagine del vino diversa dallo stereotipo abituale e rivolta ai giovani e giovanissimi, che vanno strappati alle micidiali miscele fornite in discoteca e alle bevande sintetiche in vendita nei supermercati. In un paese dove la birra è molto buona, il frizzante è una caratteristica che va privilegiata anche nel vino, ma a prezzi abbordabili per il largo pubblico che non può permettersi lo spumante. Inoltre occorre iniziare al vino buono anche chi beve miscele di bevande frizzanti con vodka. Quando la vodka è buona si beve liscia e a temperatura ambiente, centellinandola, ma quando i soldi sono pochi e si vuol eccedere di gomito, si comprano vodke più scadenti e si mescolano con il succo d’arancia, come d’abitudine in questi posti. Perciò la Jan & Berg si sta impegnando, sempre con l’aiuto della Cantina di Soave e dei suoi dirigenti, dott. Pasetto, dott. Roncador e dott. Trentini, nella ricerca di prodotti enologici diversi anche dai vini classici, per esempio come il Vermouth, e sta progettando una promozione di vini frizzanti e fruttati, di cocktail a base di vino e succhi di frutta, di succhi d’uva frizzanti per i bambini in bottiglia da spumante e aromatizzati naturalmente, ma anche vino in Brik e Bag in Box. Gusti moderni, piacevoli e naturali che verranno a occupare una fascia di mercato ancora nuova ma che sta già emergendo fra le nuove generazioni. Con queste strategie per prodotti fra loro non concorrenziali perché destinati a consumatori differenti, anzi in collaborazione perché i più moderni orientano il gusto verso i più classici, la Jan & Berg si appresta a condurre un proprio progetto commerciale nuovo, affidato al sales manager Greń, che svilupperà senz’altro il consumo del vino italiano in Polonia e per il quale vale davvero la pena di ingaggiare le forze. Siamo però in presenza di una disoccupazione oltre il 25% e di una recessione che taglia fortemente il potere d’acquisto dei Polacchi, che dedicano sempre meno quote di spesa al vino, trattato come un bene di lusso. Non è più pensabile lasciar soli i privati in un mercato così difficile senza la partecipazione e il contributo degli Enti e delle Associazioni, che non sono soltanto a tutela delle caratteristiche ormai consolidate e regolamentate del vino, ma che dovrebbero anche farsi promotrici del suo consumo nell’Est europeo, a fianco dei privati seri e tutelandoli, non dietro oppure contro, come succede quando si fa da semplici spettatori alla concorrenza sleale e quindi oggettivamente la si permette. In Ungheria, in Croazia, in Cechia, in Macedonia, in Romania, in Bulgaria, in Slovenia, in Moldavia e in Slovacchia si stanno facendo passi da gigante per impiantare nuovi vigneti mentre nella Comunità Europea si danno premi agli espianti e alle distillazioni. Difendere la qualità a scapito della qualità è un Jan Niemczyk con la moglie Halina ragionamento valido soltanto quando queste contrastano, e fin qui l’azione degli Enti e delle Associazioni ha una delle sue ragioni di fondo. Ma questa contraddizione tra la qualità e la quantità ha pure il sapore di qualcosa d’antico. Nell’epoca delle norme della serie EN 29.000 (o ISO 9.000 come si preferisce) che regolano i rapporti tra il produttore e il cliente per quanto riguarda la qualità, non si può più affermare che la qualità e la quantità siano concettualmente in contrasto. Non è detto, cioè, che chi fa poco fa sempre buono, come non è detto che il più economico sia sempre peggiore. Il buon rapporto tra qualità e prezzo è la cosa più ricercata dalla maggior parte della clientela, mentre il top è più spesso riservato a un gruppo elitario oppure alle occasioni eccezionali. Come sempre, c’è il vino quotidiano, quello della domenica, quello delle grandi feste e quello per i grandi eventi, ma tutti devono essere a un livello qualitativo accettabile per quel livello di prezzo. La produttività e la qualità insieme producono competitività e nel mercato emergente del vino a Est, che raggruppa (sempre meglio ricordarlo) più di 300 milioni di persone fino al Bosforo, al Caucaso e agli Urali, non si può più prescindere da investimenti che non ricerchino la qualità e l’economicità insieme. C’è da ammirare i vini eccellenti che sono prodotti con la riduzione delle rese e la cura dei singoli grappoli, ma dove la gente guadagna da quattro a otto volte di meno che in Italia, ossia nel mercato di massa dei Paesi orientali, bisogna pur entrare con mezzi e idee chiare, altrimenti si rischiano le sorprese di vedere rifiutati i propri buoni, onesti vini italiani per un misero 0,01 Euro al litro di differenza rispetto agli anonimi e acidissimi vini dei Balcani dove gli investimenti sono in fase avanzata di realizzazione e dove i termini di di pagamento in dollari superano anche i sei mesi. Mercati dove circolano bottiglie con etichette DOC per vini che tali non sono, mercati dove la falsificazione delle fascette è all’ordine del giorno e queste due cose insieme penalizzano il vino di onesta provenienza fino all’annientamento di ogni politica di promozione seria anche di quello imbottigliato più economicamente per fasce di consumatori che devono ancora essere conquistati. Il Ministero delle politiche agricole deve pur garantire un sostegno più puntuale e più stabile, ma anche più rigoroso nei controlli, attraverso il ritorno di quote più cospicue e regolari con i meccanismi di contingentamento, che devono premiare l’esportazione e soltanto quell’esportazione che risponda effettivamente a tutti i termini di legge e ai disciplinari di produzione previsti per il vino. Penso che il confronto tra l’enologia italiana e i mercati dell’Est debba tenere nel dovuto conto le trasformazioni in atto e le tendenze di questo mondo emergente, per non restare indietro rispetto alle enormi potenzialità di esportazione di vino dalla nostra penisola e dalle nostre isole, che passano comunque attraverso esempi positivi come quello della Jan & Berg. Vins de Garage: ovvero i vini che... non ci sono! Vini francesi di culto dove piccolo è bello, buono, caro ma... introvabile Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Vi traduco con molto piacere un articolo della migliore rivista polacca sul vino, Świat Win, che prevede anche una ristretta versione on-line www.swiatwin.pl, che è diretta da Zbigniew Pakuła e che annovera fra i suoi collaboratori stabili anche Patryk Bergel (che conosciamo già dall’articolo “Il mondo nel bicchiere, ovvero: quel che bolle in... bottiglia”). L’autore è Marek Bieńczyk di Varsavia. Gli amatori polacchi del buon vino di qualità trovano articoli sempre più interessanti da leggere, sono finiti i tempi dell’apprendistato all’estero e adesso i temi sviluppati sulle pubblicazioni specializzate non hanno niente da invidiare a quelli cui siamo abituati in Italia. Forse sono un po’ meno polemici e più sottilmente ironici, atteggiamento tipico di chi non ha quelle solide “certezze” tanto care alle saccenti cattedre d’Enotria e che è dettato sicuramente da un maggiore contatto quotidiano con il mercato vero più che con la religione del vino. L’umiltà e il sano realismo sono il loro punto di vantaggio, tutto il contrario del modo di scrivere di qualche nostro guru, pescato a tessere elogi con sproloqui poetici su produzioni addirittura di dubbia denominazione d’origine, roba che passa bellamente sotto il naso delle nostre autorità per finire in Polonia. Ma se il sorriso può far bene alla salute, ci consola il fatto che tutto il mondo, in fondo, è davvero Paese... Il traduttore: Mario Crosta Chi è Marek Bienczyk Marek Bieńczyk, nato nel 1956 a Varsavia, è letterato, scrittore di fama internazionale e provetto sommelier. Autore di novelle in lingua francese per il giornale dell'Ambasciata di Francia a Varsavia e delle degustazioni pubblicate da Świat Win. Trai i suoi libri più graditi al pubblico, giudizio cinque stelle on-line, ci sono "Cronache del vino", "L'uomo nero", "Malinconia", "Terminal" edito in Francia e Germania e il recente "Twórki" ambientato in un manicomio, dal pathos paragonabile a un film di Andrzej Wajda. A lato la foto di Marek Bieńczyk >>> Oggi vorrei dedicare alcune parole a quei vini che, propriamente, non ci sono. Di questi vini, come nelle favole perbene sugli spettri, si parla molto, si scrive, si racconta... ma nessuno coi propri occhi li ha mai potuti vedere. Sì, forse un po’ esagero, ho conosciuto ultimamente un paio di persone che ce li hanno nella propria collezione. Dovrei stringere amicizia con questi fortunati, perché comunque sarebbe l’unica possibilità (nelle degustazioni questi vini non ci sono mai) per provare quegli esseri favolosi. Ma basta con questi segreti, chiamiamoli da subito col loro nome, la cosa riguarda chiaramente i famosi “vins de garage”, cioè i vini di garage. Negli ultimi tempi non c’è forse un tema che abbia impegnato di più la testa dei vinofili, e non c’è forse un oggetto della più oscura concupiscenza quanto queste curiose creature, per la cui conquista si compiono grandi fatiche e si pagano soldi pesanti. Comincio da un breve ricordo. Alla fine degli anni ottanta Jean Luc Thunevin, un ex-impiegato bancario, compra per quattro soldi due ettari di vigneto a Saint-Émilion. Nel 1991 vinifica nella propria autorimessa (perché non c’era un altro posto) il suo primo vino, detto Château de Valandraud. In un brevissimo arco di tempo questo vino conquista la fama e raggiunge dei prezzi straordinari, come i successivi delle molto migliori annate seguenti. Oggi Valandraud è già un vino leggendario, il capostipite dei vini di garage, un monumento vivo della nuova era dei Saint-Émilion. In cosa consiste la rivoluzione di Jean Luc Thunevin? Nel fatto che abbia proposto, con tutte le conseguenze e senza l’ombra di un compromesso, la più moderna tecnologia e le sue tendenze. Oggi questi vini sono già qualcosa di pressoché normale e i metodi dei quali si è servito Thunevin sono generalmente utilizzati sebbene tredici anni fa ancora scioccavano, o perlomeno incuriosivano. Quella che allora sembrava una rivoluzione è diventata una norma, come avviene nelle storie. E quindi: massimo ritardo nella vendemmia (con intensive sfogliature), restrizioni del raccolto senza pietà (con ruolo immenso del diradamento delle gemme), selezione senza pietà degli acini migliori (nessuna tolleranza per le uve meno mature), controllo precisissimo delle temperature durante la vinificazione, incredibile rispetto dell’igiene, uso di botti nuove della migliore qualità, fermentazione malolattica finita o condotta in botte, maturazione del vino sulle fecce, “batonnage” in alcuni casi, rinuncia alla chiarificazione e alla filtrazione del vino. Bisogna necessariamente ricordare in questa occasione ancora una persona: Michel Rolland. Questo amico di Thunevin, attualmente il più famoso “enologo volante” del mondo, fin dai primi anni di attività proclamava le appena menzionate regole e il suo influsso sulle trasformazioni degli ultimi anni (la stampa francese le ha soprannominate “effetto Rolland”) è stato enorme. Rolland ha insegnato ai vignaioli bordolesi che anche da un mediocre “terroir” che non ha nessun alto punteggio, con degli sforzi opportuni si può fare un buon vino. Sulla strada di Rolland sono andati altri produttori di Saint-Émilion. Proprio la Riva Destra è diventata negli anni novanta e all’inizio del nuovo secolo la regione più dinamica di tutto il Bordolese e non c’è dubbio che oggi attiri l’attenzione degli amatori del vino più che la Riva Sinistra, molto più conservatrice. A Saint-Émilion è affluita e affluisce la maggioranza dei nuovi capitali, si conducono intense analisi geologiche e sorgono continuamente nuovi vigneti. In questo ci guadagnano anche le denominazioni vicine, soprattutto Fronsac e Côtes de Castillon, dove da un paio d’anni sono sorti dei vini molto interessanti, fra i quali alcuni (per esempio Château d’A e Château d’Aguilhe) sono diventati grandi stelle. Torniamo ai vini dei garagisti. Thunevin ha trovato i suoi più abili e i suoi meno abili imitatori molto velocemente, tanto che negli ultimi due o tre anni è nata un’intera armata di vini di garage. Alcuni di questi vini superano anche, sotto l’aspetto della qualità, Château de Valandraud. Come si riconoscono i vini di garage? Dal gusto, per la loro insolita concentrazione e l’enorme estratto; sono vini estremamente ricchi, sensuali, per il corpo (ma non per l’intelletto, come dicono alcuni...). Dal portafoglio, per il suo contenuto... insufficiente. Dal linguaggio, per i nomi alcune volte curiosi, poetici, altisonanti (come “Pierre de Lune” o pietra della luna, oppure “Sanctus” ma anche “Lynsolence”, cui basterebbe cambiare in “i” la “y” per indicare in francese una sfacciataggine altezzosa). Ma il criterio fondamentale, l’unico verificabile, è la minuscola quantità di bottiglie prodotte. A Valandraud si fanno 12.000 bottiglie l’anno, 7.000 del primo vino. E questo è già adesso un limite superiore, ci sono proprietà che fanno da 2.000 a 3.000 bottiglie l’anno. Perciò l’eterna legge della domanda e dell’offerta non ha mai funzionato nel mondo del vino con tanta precisione ed efficienza come proprio nel caso dei vini di garage. Questa legge è molto seducente, che non adeschi però i vignaioli ai quali da un paio d’anni non è ancora passato per la testa che potrebbero ottenere per una sola bottiglia una cinquantina di Euro! Non tutti i vini di garage, che da anni spuntano a destra e a sinistra, escono vincitori alla prova del palato. In molti casi la materia prima è molto debole e non resiste alla tecnologia applicata, c’è molta ambizione ma scarsa possibilità, si finisce in vini spigolosi, conciati, essiccati. Questa è la parte decisamente negativa di questa moda infuriante. Ma ho ancora un’altra sensazione, quella che negli ultimi anni il concetto di “microcuvée” sia diventato appunto sinonimo di vino di garage. “Microcuvée” significa, similmente ai vini di garage, vino originato da una drastica selezione dei grappoli, però non di una piccola vigna separata e recintata, come nel caso dei vini di garage, ma di una grande tenuta ed eventualmente di un appezzamento nell’ambito della grande tenuta. Questa attività è diventata stranamente di moda, già ogni quattro o cinque châteaux (soprattutto i meno famosi) di Saint-Émilion e molti châteaux delle denominazioni di rango inferiore fanno queste prestigiose microcuvées (più volentieri con il 100% di merlot) dal nome appropriato e opportunamente valutate. Da cosa i miei dubbi? Ma proprio dal fatto che, comunque la si rigiri, il vino prodotto in una determinata tenuta sarà privato dei suoi grappoli migliori che finiscono invece nelle microcuvées. Se Château XY fa il suo supervino da una località precisata che ha comprato e dissodato, tutto è in regola. Ma perché espropriare delle sue uve migliori un vino che da anni è stato venduto come Château XY? Perché indebolirlo a favore Swiat Win è la più autorevole dell’altro vino? Ammetto di apprezzare molto quei vignaioli che consapevolmente rivista polacca sul vino rinunciano alla produzione delle microcuvées nelle proprie tenute. In un certo senso è un problema etico e in un altro è filosofico. Rendiamoci conto che se Château Lafite si proponesse di fare una microcuvée delle sue uve migliori o dei suoi migliori angoletti significherebbe che se ne andrebbe in rovina tutta la pluricentenaria tradizione di Château Lafite concepita come tenuta indivisibile. Ma appunto, qualcuno si opporrebbe, potremmo ottenere allora un incredibile vino, il record del mondo dei vini, l’apoteosi del vino, qualcosa che l’umanità fin qui non avrebbe mai visto. Dunque: tradizione o superamento dei limiti? Per adesso è una domanda teorica, però tra poco può diventare pratica. Il Médoc si difende ancora dai vini di garage, tuttavia è nato già Marojalia (denominazione Margaux) fatto dallo stesso Thunevin e altamente apprezzato da Parker, che ha sempre tifato per i vini di garage. Alcuni châteaux (per esempio l’eccellente Rolland de By per 16 Euro) incomincia a produrre le sue microcuvées (in questo caso Haut Condissas per 50 Euro) e il primo sassolino della valanga è già in movimento. Come vedete, i miei sentimenti sono confusi. Non ho dubbi che l’attività di Thunevin (come quella di Rolland) abbia prodotto qualcosa di straordinariamente buono, tra l’altro è grazie a loro che Bordeaux rientra in gioco, pianta nuove vigne e anche quelle vecchie cambiano il modo di pensare. Loro hanno messo in moto l’immaginazione dei vignaioli bordolesi che da decenni sedevano come la gallina su un unico uovo, sempre lo stesso. Il livello dei vini era basso e la paura di cambiare era tanta, come effettivamente laggiù non dovrebbe essere, perfino i grandi “crus” sono stati ripetutamente trascurati. Temo tuttavia la pazzesca corrente verso i nuovi supervini che saranno delle imprese straordinarie del tipo scalare il monte Everest senza le bombole dell’ossigeno oppure saranno degli esemplari unici, come le automobili fatte su ordinazione. Il tempo ce lo dirà, non sappiamo come invecchiano i vini di garage, perché è passato ancora troppo poco tempo. E, cosa più importante, i loro degustatori e anche i loro creatori forse si rendono già conto chiaramente che non si riesce a conciliare il massimo estratto con la finezza e l’armonia. Non si riescono a superare certi limiti, certi principi sui quali si basa la ragion d’essere di un grande vino, come testimoniano alcune caricature di microcuvées nate non soltanto a Bordeaux ma anche nel resto della Francia. E per finire ancora qualche nome, secondo la stampa specializzata, dei migliori microvini (in Francia li chiamano “vini da culto”...) insieme con l’augurio di poterli un giorno o l’altro bere. Péby Faugeres: il vino nasce da 5 ettari che si trovano oltre la tenuta principale (molto buono il Saint-Émilion gran cru Château Faugeres). La Mondotte: grande fama, vinificato da Stephan von Neipperg che adesso è famoso come Thunevin. Rol Valentin: da quattro ettari, vinificato da un’altra grande stella, Stephan Derenoncourt. Andréas: un altro vino creato da Jean Luc Thunevin. La Gomerie: fama assoluta, vino di Michel Rolland, 2 ettari e mezzo. Château L’Hermitage, Gracia (recensioni molto buone, è già un vino da speculazione). Inoltre: Balestard, Pas de l’Ane, Saint Domingue, Croix de Labrie P. du Roy, Lusseau (mezzo ettaro), Clos Dubreuil, Château Lavallade (cuvée Roxana, 2.000 bottiglie), Marina Carine (un ettaro), Riou de Thaillas (2 ettari e mezzo). I vini della Macedonia: una tradizione da recuperare Vitigni locali con uve internazionali per vini sinceri ma primordiali Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Vi mando una traduzione libera da me fatta in italiano di parte di un articolo di Stefan Zatorski della rivista polacca mensile Rynki Alkoholowe, che ha anche un sito interessante in Internet su www.kartel.com.pl con archivio dei riassunti degli articoli da un anno e mezzo a questa parte, anche in lingua inglese. La redattrice-capo è la signora Magda Dobrowolska e il manager editoriale è Jerzy Warlikowski. Per la prima volta ho deciso di aggiungere due mie piccole note, perché in questi anni di residenza nell’Europa dell’Est ho avuto il piacere di assaggiare alcuni di questi vini e di apprezzarne l’estrema pulizia e la tipicità. Il traduttore: Mario Crosta La Repubblica di Macedonia è un Paese abbastanza piccolo dell’Europa del Sud, con capitale Skopje, poco meno di 26.000 kmq per 2 milioni di abitanti, in pratica come una delle nostre regioni più grandi. Nel 1991 ha ottenuto l’indipendenza e l’autogestione dall’ex-Jugoslavia. Nonostante che le sue tradizioni vitivinicole esistano da molto tempo, purtroppo non sono state viste di buon occhio dai suoi precedenti dominatori, in primis i Turchi per cinquecento anni e poi nel secolo scorso anche dai vicini Bulgari, Greci e Serbi che si erano spartiti il territorio. Soltanto adesso si stanno sviluppando e si riesce a conoscere la ricchezza vinicola di questo Paese. La superficie coltivata in Macedonia assomma a circa 600.000 ettari, di cui soltanto meno di 30.000 dedicati alla vite, che si trovano nelle regioni vinicole Pcinja-Osogovo, Pelagonija-Polog e Vardar, suddivise in distretti. Oltre ai vitigni classici europei, le cui caratteristiche sono esaltate da microclimi e territori diversi dagli originari, si coltivano anche delle varietà indigene come: Sauvignon blanc, chiamato “sovinjon” oppure “muscatni silvanac”, perché in alcune uve sviluppa i profumi intensi del Moscato. Nei distretti di Kumanovo (regione Pcinja-Osogovo) e di Tikveš (regione di Vardar) se ne coltiva la gran parte. L’aroma ben pronunciato e un alto livello di zucchero delle uve ben maturate producono in alcuni casi dei vini delicati dal gusto morbido simile ai Sauternes, che vengono chiamati “vini da re”. Rhein Riesling, chiamato “rajnski rizling”, coltivato in tutte le regioni. Sviluppa tutte le caratteristiche organolettiche dei vini della valle del Reno e può essere più secco o più dolce a seconda dei microclimi dominanti sul territorio in cui si trova la vigna. Riesling italico, chiamato “italijanski rizling”, che proviene dal nord Italia. Cresce principalmente nelle regioni di Vardar e Pelagonija-Polog ed è in genere delicatamente secco. bottiglie di vino macedone Chardonnay, coltivato in aree abbastanza limitate della regione di Vardar. A seconda del terreno in cui cresce l'uva, i vini possono avere dei profumi diversi e anche variazioni di colore, ma sono sempre di sapore delicato e fragrante, che ricorda il Moscato. Žilavka, un vitigno originario dell’Erzegovina, molto coltivato nei distretti di Ovče Pole, Tikveš e Valandovo (regione di Vardar). I suoi vini sono di un colore giallino molto pallido e aciduli, dall’aroma di frutta tropicale, spesso di fichi maturi. Cabernet Sauvignon, che eredita tutte le caratteristiche di quello francese. I suoi vini qui sono di un bel rosso vivo dall’aroma piacevole. Da giovani il gusto è austero, a volte spigoloso, ma dopo tre o quattro anni d’invecchiamento acquista morbidezza e profumo di viola. Senza nessun problema di distretto di provenienza, questo vino è sempre di qualità. Merlot, considerato il migliore vitigno di uve rosse. Sopporta bene le basse temperature autunnali e invernali. I vini ottenuti diventano armonici molto p rima di quelli del cabernet sauvignon e hanno un colore rubino stupendo e un aroma piacevolmente fruttato. Burgunder, chamato “burgundy black” o “blauerburgunder” o “pinot noir”. Le coltivazioni sono molto limitate in tutte le regioni ed entra in uvaggio o in assemblaggio con altri vitigni ma qui è destinato soprattutto alla spumantizzazione. Gamay, coltivato in piccole quantità in ogni regione. Conserva tutte le sue doti originarie, tra cui il profumo fortemente fruttato e la particolare gustosità anche da giovanissimo. Vranec, chiamato “vranac” o “vranac crnogorski” o “kratosija” originario del Montenegro. È il vitigno più popolare della Macedonia e molto resistente alle basse temperature, le sue uve maturano a metà settembre e danno un mosto color rosso sangue, che si trasferisce interamente nel vino. Aromaticamente non è molto forte ma è molto gustoso e con un invecchiamento anche breve raggiunge un buon livello di qualità. Prokupec, chiamato anche “nishevka” o “kamenicarka” o “skopje black”. Probabilmente ha delle origini serbe, è straordinariamente produttivo ma matura lentamente e i suoi vini sono rosati o simili ai chiaretti, e sono usati anche in assemblaggio. (N.d.t. Vale per tutti l’estrema povertà del Paese, dove i mezzi per vinificare sono ancora molto primordiali, perciò la bontà dei vini è tutta frutto della natura e della straordinaria pazienza umana, tecnologia poca e prezzi ancora fra i più alti di tutti gli altri dei Balcani. Sono vini che in confronto ai nostri ricordano molto quelli del primo dopoguerra, franchi, schietti, senza particolari ricercatezze, per chi se ne ricorda ancora sono i vini della propria gioventù. Ma l’aria di montagna è evidentissima nelle trasparenze e nell’armonia.) E ora una breve descrizione delle tre regioni vinicole: PCINJA-OSOGOVO. È una regione che si estende ai confini con la Serbia e la Bulgaria, divisa nei tre distretti Kumatovo, Kratovo e Pilanec. La coltivazione delle uve bianche si concentra a Dalcevie, Krivie Palance e Pehcevo. Nel distretto di Pilanec si coltivano anche uve rosse e significative quantità di Gamay. È un’area che si estende fra colline dai dolci pendii in pieno clima continentale e tra i vini a denominazione d’origine controllata che si distinguono ci sono i bianchi Muscat Ottonel, Sovinjon, Kumanovski Rizling e i rossi Gamay, Kumanovski Crno e Vranec. VARDAR. Questa regione comprende una larga fascia di territorio tra i confini con la Serbia e con la Grecia, divisa in sette distretti: Skopje, Veles, Gevgelija-Valandovo, Strumica-Radovis, Tikveš, Ovce Pole e Kocani. Le maggiori concentrazioni di vigneti sono nelle località Sveti Nikole, Stip e Kavadarci. Questi grandi pianori alluvionali e pietrosi rendono più piacevoli i territori montagnosi, ma anche il clima da continentale diventa sempre più mediterraneo. Nei vigneti si coltivano più di una ventina di varietà, tra cui (oltre ai già citati in precedenza) ci sono anche Kadarka, Smederevka e Rkaciteli, mentre da altri ancora si fanno vini tipicamente locali. Per esempio, una delle cantine più grandi della Macedonia, Tikveš di Kavadarci, produce 21 vini rossi, 10 vini bianchi e 2 vini rosati, ma la gran parte di loro è consumata sul posto o al massimo entro i confini nazionali, tra cui i rossi Kopac, Krater, Samotok e i bianchi Belan e Temjanika. La stessa ditta produce dei vini rossi di buona qualità (in etichetta “kvalitetno suvo crveno vino”) come Alexandria Cabernet Sauvignon, Canvas Pinot Noir o Vranec. In questa regione si trova il 75% dei vigneti macedoni e ci sono undici cantine che producono anche vini a denominazione d’origine controllata come Altan Chardonnay della cantina Tikveš e Chardonnay della cantina Lozar di Veles, oppure il Rajnski Rizling della cantina Anska Reka di Valandovo e il Rizling Italijanski della cantina Vinal di Stip, che a seconda della temperatura dell’aria prima della vendemmia possono da secchi diventare leggermente abboccati e comunque fruttati al punto da ricordare anche il Moscato. Tra i rossi di qualità il Vranec, con piacevole aroma di prugne, gusto fruttato e tenore alcoolico sui 13 gradi, che migliora con l’invecchiamento. PELAGONIJA-POLOG. È una vasta regione occidentale che va dal confine serbo a quello albanese e greco, con due grandi laghi, Ohridsko e Prespa, divisa in sei distretti: Prilev, Bitola, Prespa, Ohrid, Kičevo e Titovo. I vigneti maggiori sono a Gostivar, Debar e Resen. È tutto terreno collinare ma di svariata composizione, clima continentale e montano, corretto però a meridione dai due grandi laghi. Prevalgono i vini rossi a denominazione di origine controllata come Crn Burgundec della cantina Lozar di Bitola, rosso scuro, aromatico, fruttato, 12 gradi, o il Cabernet Sauvignon della cantina Ohridsko Vinogorie, rosso scuro, aromi di piccoli frutti di bosco, piacevolmente secco, sentori di cioccolata e tannini pronunciati, ma anche il Merlot della cantina Biliana di Ohrid, porpora scuro con profumi pronunciati di fragoline, more, ribes e mirtilli e tannini morbidi. Tra i bianchi della regione da segnalare il Rizling Italijanski della cantina Lozar di Bitola. (N.d.t. Non aspettatevi grandi numeri da questi vini, ma tanta sincerità senza dubbio, forse anche primordialità, sono gusti d’altri tempi, senz’altro molto puliti ma dai prezzi molto elevati rispetto all’area balcanica e orientale in genere, dovuti alle forti tensioni etniche nell’area. Finché dura l’instabilità e non ci sarà un tunnel sotto il Canale d’Otranto, campa cavallo che l’Europa si compia, peccato per i vini e per le persone che a essi dedicano molta fatica e tanto amore, anche sulle montagne di Alessandro Magno.) Stefan Zatorski Raid polacco nelle osterie tipiche di Soave I vini della tradizione sono più apprezzati all’estero che in Italia Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Anche nell’epoca del cellulare e di Internet agli abitanti delle fredde terre del Nord, per ragioni di lavoro, piace saltare in auto e attraversare le Alpi per venire in Italia. Questi poderosi bastioni che sono le montagne dell’arco alpino, benché non ci si faccia spesso caso, sono veramente il confine tra due mondi completamente diversi. In 11 ore di auto dalla Polonia si può arrivare nella pianura padana, forse meno di quanto ci si impieghi tra il Piemonte e la Puglia o la Calabria, ma quando si attraversano le Alpi è come sbarcare su un altro pianeta. A me è capitato sempre più spesso in questi ultimi anni, ma a giudicare dalla sempre maggiore presenza dei prodotti alimentari italiani sugli scaffali dei supermercati del Baltico dovrei dire che il fenomeno dei raid improvvisati ormai dilaga e rende più piccola l’Europa. Successe lo stesso a noi negli anni sessanta, quando si saltava in cinque o sei sull’auto dell’amico per andare a mangiare la zuppa di pesce sul mar Ligure, lasciando attonite le troppo altezzose ragazze delle Prealpi... ed è così che l’Italia è riuscita a poco a poco a superare l’atavica intolleranza tra bande di contrade diverse. Con quattro colleghi polacchi in quattro e quattr’otto siamo così arrivati a Soave, un borgo meraviglioso tra Vicenza e Verona, dove si respira l’aria frizzante delle colline moreniche orientali del lago di Garda, fra secolari oliveti e storici vigneti di felicissima posizione. Il paese è molto, molto bello, tranquillo, sotto la collina dominata da una rocca sveva e racchiuso, nella sua parte antica, fra possenti mura che lo circondano tutto e si specchia in un fiume molto pulito dove si possono osservare le trote giocare tra loro fra le alghe, in pieno centro città. Complimenti a chi difende questa vivibilità e questa quiete, è una cultura che fa da terreno fertile per la qualità della vita ed è il compendio naturale della produzione dei vini e degli oli, ma anche della frutta e delle verdure di alta qualità. In Polonia non siamo rimasti sorpresi, come invece sembra essere accaduto in Italia, dalle medaglie d’oro vinte dalle grosse cantine e dalle cantine sociali del posto per i loro vini di alta qualità premiati al decimo Concorso Enologico “Soave Top 2002”, giudicati da commissioni miste, composte da 32 enologi e 16 giornalisti italiani e stranieri. Queste grandi aziende, autentici colossi che hanno in mano il 90% del mercato del vino della provincia di Verona, spesso derise in passato per il luogo comune riferito al loro vino “tanto, economico e quindi scadente”, come i profeti senza fortuna in patria hanno consolidato le loro posizioni sui mercati esteri e in fatto di qualità e tipicità hanno ottenuto L'ingresso al borgo di Soave molti consensi e a prezzi altamente competitivi. Specialmente in Polonia e in tutti i mercati dell’Est, dove la gente guadagna in media quattro o cinque volte meno che in Italia e il vino è un bene di lusso sottoposto ad accise e tasse che ne triplicano anche il prezzo. Lascio volentieri ai giornalisti competenti l’interpretazione del fenomeno che, oltre a dimostrare che non di sole “nicchie” vive il vino, ma anche di autentiche bontà prodotte a milioni di bottiglie alla volta, forse riporterà gli addetti ai lavori a un maggior contatto con la normale clientela delle trattorie e dei ristorantini di ottima cucina tipica e buon prezzo, anziché a partire come fanno spesso per la tangente del vino da culto o del vino da cassaforte in Svizzera. Mi limito piuttosto a riferire le reazioni dei miei colleghi polacchi, che soltanto da pochi anni possono bere il vino, fino a ieri quasi inaccessibile per via del prezzo ma anche quasi imbevibile per via di una scorretta conservazione e mescita, di fronte alla scelta dei vini per le pietanze ordinate a pranzo e cena. A Soave abbiamo scelto una piccola trattoria sul fiume, portate tipiche venete, e un ristorantino appena dentro le mura, con una cucina più innovativa, entrambe con delle eccellenti carte vini, un rispetto sacrosanto delle temperature e una particolare cura dei bicchieri, si vede che a Soave la cultura del vino la si beve fin dalla nascita con il latte del seno materno. E poi ci siamo beati nella lettura delle proposte. Il pesce del Baltico non sembra pesce di mare perché quello è un mare praticamente chiuso, poco profondo, poco salato, dal fondo sabbioso, perciò i Polacchi che vanno nei Paesi mediterranei ne approfittano quasi sempre per assaggiare le nostre specialità di pesce, crostacei e molluschi di ogni genere. Sono molto graditi, quindi, i vini bianchi freddi (in Polonia serviti d’abitudine, invece, anche nei ristoranti, a temperatura ambiente) e, cosa da me notata con grandissima soddisfazione, quei vini bianchi tipici, dalle denominazioni storiche più antiche, piuttosto che i vini di moda e dagli altisonanti nomi francesi o tedeschi. Ho visto negare il diritto alla tavola ai vari Pinot grigi o bianchi, ai Sauvignon e ai Gewürztraminer a favore del Lugana e soprattutto del Bianco di Custoza, che riscuote gran successo fra i Polacchi. Non bisogna essere dei grandi intenditori per apprezzare questo vino, frutto di un equilibrio che soltanto i gran maestri della vinificazione sanno ottenere dal matrimonio di tutte quelle uve, ognuna con una sua maturazione, un proprio carattere e un mosto ineguagliabile. È talmente evidente la sua buona struttura, il bouquet di profumi, la piacevolezza della sua beva e (non ultima) la grande quantità dei cibi con cui sa perfettamente abbinarsi, che è senz’altro tra i migliori vini bianchi della nostra penisola, eccelso vino tipico, tradizionale italiano, senza concessioni al francesismo né sognando la California. Di gran lunga il vino bianco preferito, e non solo in questa gita, dalle mie colleghe e dai miei colleghi polacchi. Chi ha cercato la carne doveva scegliere tra vini rossi e rosati dove certamente avrebbe trovato i suoi amati Cabernet e Merlot del Veneto che in Polonia vanno per la maggiore, ma ho provato a consigliare quei piccoli grandi vini che fanno onore a quella regione e alla sua gente, cioè il Valpolicella, il Bardolino Chiaretto, sorprendente per gli aromi e il sapore di ciliegie e fragoline, che non era conosciuto, e poi un rosso moderno, un Merlot-Corvina sui 13 gradi, passaggio in barrique, grande vino d’arrosto ma soprattutto da meditazione, ce lo siamo centellinato leggermente fresco più col naso negli enormi ballon che con la lingua, straordinario. E qui la seconda sorpresa. Complimenti al vino, gran vino, stupendo e via con la serie dei salamelecchi e degli inchini, ma il Bardolino Chiaretto e il cabernecik (“cabernettino”, come soprannominano simpaticamente il Cabernet del Garda vinificato secondo tradizione) rimangono ancora i preferiti, li bevono tanto allegramente e molto più volentieri di quel fratello maggiore che è invece tanto divino e osannato quanto più difficile da interpretare e da abbinare alla cucina campagnola e domestica, tipica del posto. Com’è anche vero, però, che beviamo con molta più raffinatezza ma molto meno, con molta minor frequenza, meno comodità, meno allegria, Le mura che cingono il centro storico di Soave meno complicità, meno popolarescamente. Come gli uccelli chiusi in una bella gabbia dorata, curando la linea, la salute, l’equilibrio, la moderazione, tutto bene, tutto perfetto, tutto giusto, ma... È vero che il nostro popolo ha un palato diverso, secoli di tradizione vinicola lasciano il segno anche nei geni e non beviamo certamente tutto quello che passa il convento, ma miglioriamo ogni anno e affiniamo le nostre tecniche a prodotti di qualità sempre crescente. Com’è anche vero, però, che beviamo con molta più raffinatezza ma molto meno, con molta minor frequenza, meno comodità, meno allegria, meno complicità, meno popolarescamente. Come gli uccelli chiusi in una bella gabbia dorata, curando la linea, la salute, l’equilibrio, la moderazione, tutto bene, tutto perfetto, tutto giusto, ma... Ecco i Polacchi che fanno onore ai nostri vini tipici sugli 11 gradi, 11 e mezzo, già 12 sono troppi, con qualche calice in più non si sta poi tanto male, mentre noi già orientiamo il palato ai vini più strutturati, quelli dai 13 in su (naturali, non di cantina, laggiù sono capaci anche i francesi di fare i miracoli!) e un corpo avvolgente come quello di una ballerina di flamenco. Ci ho sorriso su, ma è passata qualche settimana e ancora ripenso a quell’esperienza fatta a Soave con i miei colleghi e, scusate se ve lo confesso, anche se difficilmente cambio idea e gusto rispetto ai vini di gran classe che finalmente sappiamo produrre al massimo livello (benvenuti!), una bella scorpacciata di lambruschi frizzanti ogni tanto, tira su dal cartone sotto il tavolo e manda in pensione le bottiglie vuote senza contarle, non me la lascerei scappare. Riporta i morti al mondo dei vivi, con quelle lacrime di commozione e di gioia che soltanto la medicina dei sani sa far scorrere tra barzellette e storielle fino all’ora della carriola che riporta tutti a casa. La moda no, non lo sa fare, e per fortuna ci sono gli stranieri, anche gli ultimi arrivati nel mondo del vino, che ci ricordano quanto la tipicità sia importante per i vini del nostro Paese più che il vestito di un’etichetta elegante o la nobiltà d’oltralpe del nome. Fra due anni il primo vino dei Laghi Mazury I vini che vengono dal freddo avanzano Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Forse, per la prima volta dopo secoli, anche nella fredda Polonia sta nascendo qualcosa di buono. Non sto scherzando e non mi riferisco soltanto al Chianti visto bere in una silenziosa campagna da un cavallante coi suoi fratelli o al ballon di rosso Borgogna visto degustare sul balcone dopo il tramonto da una morettina tutto pepe. Si tratta di qualcosa di più serio e di cui avevo già accennato entrando in questo mondo polacco del vino che per me è più di una sorpresa come credo sia anche per tutti gli altri amanti del vino. Oltre a Winnica Golesz, il vigneto sperimentale di Roman Myśliwiec a Jasło, oltre alle vigne per l’industria dell’alcool nei dintorni di Zielona Góra, un altro vigneto è stato piantumato nella regione dei laghi Mazury nel nord-est del Paese del Baltico, per la prima volta dopo il XV secolo. Le prime bottiglie del vino prodotto da questo vigneto vedranno la luce nel 2004, l’anno previsto per l’ingresso della Polonia nella CEE, ma sono certo che dopo qualche altro anno fioccheranno anche i primi premi per questo vino “da pionieri”, visto che nei concorsi internazionali ormai fanno la parte del leone alcuni chardonnay giapponesi, maltesi e inglesi, già imitati dagli Svedesi che impiantano vigneti perfino in Groenlandia. Ma non è tutto. C’è un confine sempre più sottile tra l’eroismo e la pazzia, ma le grandi imprese non nascono tutte dalla spavalderia, sono frutto invece di grande lavoro d’analisi e sperimentazione. Infatti gli eroi del nuovo vigneto estremo sono un gruppo di amici che aveva già piantato barbatelle fra le alte colline del Giura Cracoviano e nei Sudeti, riuniti nella “Confederazione per la rinascita dei vigneti dimenticati”, tutti ben noti a Cracovia negli ambienti dell’Accademia del Vino e del Collegium La regione dei laghi Mazury Vini (web pronto nelle prossime settimane, www.collegiumvini.pl). Il vigneto, piantumato l’anno scorso, si trova nella regione turistica dei laghi Mazury, a poca distanza dall’incantevole cittadina di Pasym, fra innumerevoli laghetti e colline molto dolci e soleggiatissime, un paesaggio che ricorda molto la valle del Reno. La temperatura media annuale però è fredda, circa 7 gradi, più fredda di tutti gli altri posti dove si è sperimentata la vitivinicoltura in Polonia, però è stato cercato il posto con il microclima più favorevole e alla fine si è trovato. Un terreno eccezionale sul fianco molto ripido di una collina alta qualche decina di metri e coperta di biancospini e rosa selvatica, cespugli che al freddo non sarebbero cresciuti, con pendenze del 30-40%, sopra un lago profondo una ventina di metri, esposizione meridionale con leggero orientamento a occidente. Terra pietrosa da disfacimento granitico, ben drenata, come testimonia la vegetazione tipica dei terreni molto asciutti. Il soleggiamento, la mitezza del clima assicurata dal lago, la protezione dai venti freddi e la conformazione dell’altura che riesce a evitare le gelate primaverili fanno pensare al posto ideale e si sono messe a dimora subito 600 barbatelle in 10 are, sistema Guyot classico 180 x 90. Con la consulenza di Roman Myśliwiec, si sono scelte le varietà di uve più resistenti al freddo per la produzione di vini bianchi, in particolare Sibera, Bianca, Moscato d’Odessa e Jutrzenka, ma anche per vini rossi e cioè Rondo, in totale saranno circa settecento, ottocento bottiglie per uso personale e per gli amici, ma intanto si sperimentano le tecnologie e si fa esperienza con questi vitigni ottenuti da incroci con le viti selvatiche, più resistenti al freddo. Ci si aspetta dei tipi di vino già degustati dagli amici sommelier di Cracovia e di Varsavia grazie alle produzioni sperimentali di Winnica Golesz, come i seguenti: Sibera. È un incrocio con la vite selvatica dell’Amur, selezionato in Germania. Produce un vino bianco di solida struttura, pieno e con un retrogusto niente male, considerando la bassa acidità, dal bouquet molto equilibrato, pulito, non troppo intenso, certamente più adatto ai delicati pesciolini di fiume che ai frutti di mare. Jutrzenka. In polacco significa Aurora, e dà un vino bianco fortemente aromatico, profumo di pesca, limone e menta, ma dal gusto leggero, corto e curioso, sarà interessante osservare altre reazioni all’assaggio. Rondo. Se ne ottiene un vino rosso come il pinot nero giovane, dall’aroma interessante con nota di goudron e tabacco come i vini del Rodano, di sapore come il bourgogne-passe-tout-grain, e rotondo come dice il suo nome, un bell’ingresso in bocca con nota di fruttato, poco il pionieristico vigneto sui laghi Mazury tannico, un vino interessante. A detta degli assaggiatori, tra cui Marek Bieńczyk, Wojciech Gogoliński, Robert Sołtyk, Wojciech Bońkowski, qualcosa ancora può apparire qua e là come leggerissima impressione di non perfetta padronanza dell’uso delle sostanze chimiche, cosa che con l’esperienza certamente scomparirà, ma intanto il vino vero, il vino vero d’uva polacco adesso c’è e l’ambiente dei sommelier in Polonia è in piena agitazione, oserei dire frenesia. Vini così, in Polonia! In Galizia ormai sono prodotti regolarmente, tra due anni nei Mazury e forse anche altrove, basterebbe che ne permettessero la vendita (si tratta di minuscole quantità) anziché penalizzarli con l’abituale atteggiamento del censore di regime sui versi dei poeti, e si recupererebbero almeno in parte le spese e i sacrifici sostenuti da piccoli produttori privati. Se tutte quelle innumerevoli associazioni benemerite della capitale e presiedute in genere da gente che conta e che ama finalmente il vino, se anziché soltanto parlarne prendessero in mano la biro a scrivere un breve testo, se poi questi eletti premessero il tasto giusto dello scanno parlamentare o alzassero la mano giusta per votare, magari chissà... Forse otterrebbero in concomitanza un riconoscente levar di calici, ma questa volta con i primi veri, già dignitosi, vini polacchi. I Vini della Crimea Sulle rive del Mar Nero una regione di grande vocazione viticola e enologica Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Quando si pensa alla Crimea (la mappa della Crimea) , il cuore batte con i nostri Bersaglieri che laggiù, centocinquant’anni fa, scrissero pagine di eroismo rimaste profondamente ancorate nella nostra storia ma anche nella memoria degli abitanti di quella meravigliosa penisola, il cui paesaggio assomiglia come d’incanto alla nostra Sardegna. La Crimea si slancia con le sue assolate montagne fra le onde azzurre del Mar Nero, usando come trampolino un altro mare, quello delle sterminate pianure dell’Ucraina intensamente coltivate a grano, dove il vento disegna delle profonde onde larghissime dello stesso colore dell’oro che finiscono proprio sull’estuario del lunghissimo, turbolento e grigio fiume Dniepr, dominato dalla città di Kherson. Uno strettissimo istmo, quello di Perekopsk, e si entra nella penisola delle diversità, dove cioè ciascuno troverà senz’altro qualcosa per sé: il mare, le montagne, le città antiche in un ambiente decisamente orientale fra le moschee e i palazzi costruiti dai tartari che abitano qui da più di settecento anni, un paesaggio selvatico e primordiale con tanto sole, profumi di cespugli e, fra erbe spesso incolte, delle sanissime vigne. In Crimea ci sono soltanto due tipi di attività: il turismo e il vino. Con il turismo, gli abitanti della penisola lavorano qualche mese all’anno e riescono in qualche modo a sopravvivere, con il vino invece l’occupazione è molto più stabile (non nel senso dello stipendio, ma in quello del vero e proprio lavoro di gomito...alzato!). In questo posto le stupende condizioni climatiche permettono la coltivazione di molte vigne. In quasi tutto il territorio il clima è mite. Le estati sono soleggiate, secche e abbastanza calde, la temperatura media di luglio è di 23°C, ma nelle colline pedemontane va dai 16 ai 21°C, mentre nelle montagne è intorno a 15°C. Gli inverni sono umidi, dal clima continentale moderatamente mite. La temperatura media di gennaio è di –1°C in pianura, –2°C in collina e va fino a –4°C in montagna. La principale caratteristica climatica delle zone pianeggianti è però la bassa umidità (spesso in primavera e in estate ci sono periodi di autentica siccità e di tempeste di polvere, mentre in inverno la neve cade solo poche volte). La costa meridionale ha un clima più tipicamente mediterraneo, molto adatto ai vigneti, spesso terrazzati. Nelle campagne di Morskoje, non lontano da Sudak, c’è un vigneto sperimentale che conta più di 150 varietà nobili dell’uva da vino, anche se, ovviamente, le cantine non ne vinificano più di una cinquantina per produrre diversi tipi di vino, cioè di autentico sole in bottiglia. Le cantine della Crimea, a cominciare dalla più famosa Massandra per finire alle più piccole e note soltanto localmente, producono principalmente vini dolci. Come in Italia, Spagna e Francia i vini secchi vanno per la maggiore e quelli dolci fanno soltanto da appendice, qui avviene esattamente il contrario. I migliori vini di qualità sono dolci, anche molto dolci, mentre i vini secchi sono considerati una produzione povera e perciò venduti a prezzi veramente economici, anche più dell’acqua minerale. A una ventina di chilometri da Sudak, un posto famoso almeno quanto Yalta per il turismo, c’è una valle molto famosa per essere il posto più assolato della Crimea, infatti si chiama Valle del Sole. Qui c’è un vigneto di 300 ettari dentro una tenuta di 2.500 ettari appartenente al Sovkoz “Valle del Sole”. Una volta era grande almeno il doppio, ma una serie impressionante di annate di siccità l’hanno ridotta un bel po’. In questa grande tenuta, ad Archaderesse si trova la cantina fondata dal padre dell’enologia russa, il principe Leo Golicyn, che produceva spumanti secondo il metodo champenois, minimo tre anni dalla vendemmia al consumo e non qualche settimana o al massimo qualche mese come invece avviene oggi per la maggior parte dei demi-sec “Sovietskoje Sciampanskoje”. La Valle del Sole Il principe, di padre russo e madre polacca, aveva l’ossessione di riuscire a produrre in Crimea dei vini di qualità tale da poter concorrere con i suoi preferiti vini francesi e spagnoli delle alte sfere, tra cui lo champagne. Grazie all’introduzione in Crimea dei nobili vitigni francesi e all’assunzione dei migliori specialisti dello champagne, Golicyn ottenne numerosi premi a partire dall’esposizione universale di Parigi del 1900. Dopo la rivoluzione d’ottobre e fino a Gorbaciov, non si può più parlare di qualità di questi spumanti, prodotti anche con uve provenienti dalla Bulgaria, dall’Ungheria e dall’Algeria a milioni di ettolitri. Per fortuna, in queste vigne si sono conservate anche le viti di origine orientale, come sara-pandas ed ekim-kara, o quelle caucasiche come rkatsiteli e saperavi, accanto ad aligoté, muscadet, pinot gris, pinot noir e riesling. La visita, ma anche la degustazione, sono vivamente consigliate, ma attenzione al tenore alcoolico, che è impressionante. Per interrompere la fermentazione al livello zuccherino desiderato, qui usano aggiungere al mosto dell’alcool, per quanto in misura ridotta, come si fa per il Porto e in genere nelle regioni vinicole calde e povere, dove non si usano le tecnologie del freddo e della pastorizzazione. Il bianco di Valle del Sole va a 16 gradi, il vino Dottore Nero anche, mentre il vino Colonnello Nero raggiunge i 17,5 come il Bianco di Crimea e il Rosso di Crimea, il tipo Madera invece va a 19 gradi. Il più povero dei vini è il Rosato del Mare, secco, non si perde molto se lo si vigneti terrazzati in Crimea lascia stare dov’è. Sono tutti vini che invecchiano sotto le possenti arcate delle cantine costruite, e non scavate, dal principe Golicyn, che sopra un lungo corridoio in muratura fece scaricare un’intera collina di terra, dove la temperatura si mantiene sempre fra i 12 e i 14°C, per il gran sollievo dei visitatori accaldati dal sole di Crimea ma soprattutto per l’ideale invecchiamento triennale dei vini che avviene in grandi botti. Una rete di spessi tubi di vetro li trasporta poi nei grandi serbatoi all’esterno per la filtrazione e l’imbottigliamento. La maggior parte dei vini del Sovkoz “Valle del Sole” non proviene però dalle antiche cantine di Archaderesse, ma da una grande cantina sotto la montagna, che si chiama Kaban, una piccola altura rocciosa come le tante altre di questa parte della Crimea. Questa cantina è stata costruita vent’anni fa da un esercito di operai specializzati, ci sono chilometri di corridoi e le grandi botti di legno non si contano nemmeno. Le degustazioni per i rarissimi ospiti si fanno versando il vino prima in grandi secchi, poi in grandi caraffe e poi in grandi bicchieri, per dare un’idea delle dimensioni cui sono abituati gli enologi che ci lavorano. Ma c’è ancora una terza cantina nella tenuta del Sovkoz, quella dove si affinano i vini per più di tre anni e le dimensioni delle grandi sale sotterranee sono ancora più impressionanti. In totale gli occupati fissi sono più di 250, ma i loro stipendi da qualche anno non sono pagati in moneta, bensì in bottiglie di vino e ognuno cerca di venderle ai turisti di passaggio, cosa che riesce più facile agli operai che ai dirigenti, lungo i corridoi trasformati in mercatino. La pesante situazione finanziaria, originata dal nuovo corso delle repubbliche ex-sovietiche, impone anche alle cantine della Crimea una situazione di stallo in attesa di non si sa che cosa. I vini di Crimea sono famosi come eccellenti, spesso sono premiati nei concorsi internazionali, ma in occidente sono sconosciuti e nei Paesi che si sono liberati dal Comecon non sono più molto graditi. Il turismo si è ridotto dell’ottanta per cento perché in Russia la gente ha grossi problemi di sopravvivenza, il vino è diventato un bene di lusso e il mercato è quindi caduto tanto in basso che i vini di Crimea adesso possono invecchiare anche ben oltre i tre anni previsti, spesso anche sette o più anni, perciò sono più favorite le produzioni di vini dolci. L’enoturismo potrebbe restituire l’antica gloria a questa penisola molto bella, ma le compagnie turistiche occidentali non sono preparate a questi luoghi, che varrebbe la pena visitare davvero, anche per le prospettive di investimento nel settore turistico e vitivinicolo. Prima di tutto la vecchia capitale Bakhchisaray e le montagne circostanti, col monastero dell’Assunzione dentro le grotte e la città fortificata di Chufut-kale, a Sebastopoli i grandi viali sul mare, l’imponente flotta del Mar Nero e le rovine dell’antichissima città di Khersones, a Yalta il palazzo che ospitò la conferenza del 1945 sui destini d’Europa e a Balaklava la valle della famosa carica degli Inglesi. Sono certamente da visitare gli insediamenti costruiti qui dalla repubblica marinara di Genova, per esempio la fortezza di Sudak e la vecchia città ligure a Fedosia, dove gli italiani si sentono come a casa. Ma questo è già capitato, in passato, ad altri compatrioti. Sullo stretto di Kerch, quasi due secoli fa si insediò una cospicua comunità di pugliesi, all’inizio del ‘900 erano circa il 2% della popolazione del distretto, nacque perfino una scuola italiana finanziata dal Kolkoz “Sacco e Vanzetti”, ma si dispersero durante la seconda guerra mondiale e attualmente ne sono rimasti una sessantina, almeno secondo le stime dell’Ambasciata d’Italia a Kiev, anche loro meriterebbero una visita. Ci sono poi i centri per le cure termali e i bagni di fango a Saky, Yevpatoriya, Sudak e Fedosia, le montagne dell’Orso dove si domina tutta la riviera, l’accampamento di Artek per i piccoli, dove ogni anno si ritrovano più di 5.000 bambini, ma soprattutto le acque del Mar Nero, calde, invitanti, da girare in barca o da osservare dall’alto nelle gite a cavallo. La sera, invece, degustazioni a tutto spiano dei vini anche delle altre cantine della penisola, per esempio quelli della Valle di Alushta, tra Yalta e Sudak, che incominciano a essere anche esportati dalle grandi cantine come Massandra, se ne trovano per esempio anche in Polonia ma prendono in gran parte la via del Giappone e non sono male, per esempio il loro pinot grigio nel 1999 è stato riconosciuto da Wine Spectator come uno dei migliori cento vini del mondo intero. Il Madera bianco fortemente aromatico sui 19 gradi, da carni bianche e formaggi piccanti è davvero, secondo alcuni amici intenditori, il migliore vino di tutte le Russie, dal colore dell’oro, molto profumato e, come molti vini di Crimea, è un geniale assemblaggio di vini di annate diverse. Lo Sherry bianco molto secco sui 19 gradi è indicato con tutte le portate piccanti e gli antipasti, il Moscato bianco dolce sui 13 gradi per i dessert, l’Alushta rosso secco fortemente aromatico sugli 11 gradi da arrosti e cacciagione, il Levadia rosso amabile sui 18 gradi da cacciagione e arrosti e i Portvein sui 18 gradi per piatti piccanti Vini di Massandra e... antipasti (esattamente il contrario delle abitudini inglesi con il Porto). Altri vini di altre località della Crimea sono il Koktebel, ambrato e maderizzato, il Taurida rosso e dolce, i bianchi Balka d’Oro e Alkadar, per finire con i rosati e rossi dolci Jusnobereznyi da uve saperavi. Un sorprendente vino bianco secco, l’eccezione che conferma la regola, è l’Oreanda, da uve aligoté, riesling e rkatsiteli, molto armonico. Bevuti alla temperatura giusta e gustati con le saporite pietanze locali, resteranno nella memoria per lungo tempo. Oltre al pesce arrostito e in salsa, che non manca mai, consiglio di intercalare le degustazioni con i piatti tipici, i ravioloni dai mille ripieni, la carne in umido e la serie di antipasti caldi e freddi, che faranno apprezzare meglio questi vini fatti secondo un gusto molto diverso dal nostro. Chissà i nostri enologi, invece, come si divertirebbero a visitare posti tanto vergini e dove ci sarebbe tutto, ma proprio tutto, da scoprire e inventare in vigna e in cantina a due passi da un mare fra i più belli del mondo. Prima che ci pensino quelli del Sol Levante... Sono tutti vini da scoprire, perché in Italia non se ne sa praticamente nulla e invece in un prossimo futuro si prevedono grossi investimenti occidentali come è avvenuto in Croazia, Ungheria, Slovenia e Cechia, perché le condizioni pedoclimatiche sono veramente eccezionali. A Singapore, nei grandi alberghi a cinque stelle, questi vini sono di casa, è bastato un cenno di consenso a 97 punti di Robert Parker e si sono tenute degustazioni dei vini di annate diverse, tra cui un Malvasia del 1924, un Moscato bianco del 1948, un Moscato rosa del 1967 e vini più recenti, è cominciata cioè la promozione dell’immagine e la corsa alla collezione. Centrum Wina: un riferimento per i grandi vini del mondo. Intervista a Jarosław Cybulski, il più qualificato distributore di vini top in Polonia Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Se vi ricordate di Małgorzata Bąk (articolo “Vino, donne e salute”) e di Piotr Kamecki (articolo ”Coppia d’assi a Varsavia), che lavorano entrambi a Centrum Wina (www.centrumwina.com.pl), una delle ditte polacche importatrici di vini di ottima qualità tra cui Antinori, Gaja, Masi, Prunotto, allora siamo a posto. Il presidente della loro ditta è Jarosław Cybulski, che stimo molto perché punta sulla qualità ma non solo dei vini, perfino della loro distribuzione. Nel suo catalogo anche Château Petrus, Château Cheval Blanc, Château Lafite Rothschild, Château Latour, Château Margaux, Clos de Mouches, Clos de Vougeot, Vega Sicilia & Allion, Martinez Bujanda, Reichsgraf von Kesselstatt, Beringer e tanti altri, fra i migliori del mondo, ma anche le celle frigorifere per le bottiglie, champagnes, cognac, armagnac, porto, componenti per cantinette. Il che non è poco in un Paese dove le persone oneste come lui hanno a che fare con una concorrenza sleale fatta di importazioni disoneste, etichette false e fascette contraffatte. Ma anche con le leggi antialcooliche molto antiquate di uno Stato che non sa fare una seria lotta all’etilismo e si rifugia comodamente nel maltrattamento del problema, facendo di ogni erba un fascio e vietando perfino la pubblicit à del vino, escluso le riviste spedite in abbonamento postale. Sulla rivista Rynky Alkoholowe (www.rynki.pl ) è uscita una sua intervista, a cura del giornalista Krzysztof Kilijanek, che vi traduco con molto piacere, perché ho verificato di persona che quello che dice pensa e che quello che pensa fa, e bene. Con una grande passione, trasmessa anche al suo rappresentante di Katowice, l’ottimo giovanissimo Myrosław Borycki che per due bottiglie da consegnarmi a nome del marchese Antinori due anni fa si è fatto una corsa di duecento chilometri in auto in mezzo alle montagne dei Beschidi, dove allora lavoravo, che ripeterebbe per ogni cliente. Il traduttore: Mario Crosta Non basta soltanto sapere... “Sappiamo tutto del miracolo della conversione dell’acqua in vino durante le nozze di Cana in Galilea. Ma questa trasformazione, che allora avvenne per amor di Dio, continua ancora tutti i giorni sotto i nostri occhi. Guardando la pioggia che cade dal cielo sulla vigna e poi penetra fino alle radici della vite per tramutarsi in vino, possiamo credere che Dio ci ama e che vuole vederci felici...” Questa è la frase che apre il primo dei cataloghi annuali della ditta Centrum Wina di Piaseczno vicino a Varsavia, già da quattro anni presente nel mercato del vino in Polonia, parole scritte dal suo presidente, Jarosław Cybulski. Il mercato del vino di qualità in Polonia si sviluppa sempre più dinamicamente, come dimostrano gli esempi che seguono, e nuove ditte vi trovano posto con successo. Di anno in anno cresce il numero degli appassionati del vino, che chiedono non soltanto nuovi vini ma anche informazioni e notizie su di essi, come si conservano, come si servono, con quali pietanze. Centrum Wina si propone di dare una risposta a tutte queste aspettative. “Fondando la ditta ho pensato anche di scegliere un nome adatto” dice Jarosław Cybulski “e ho cercato questa definizione per non confonderla con le altre ditte che già operano sul mercato. C’erano cantine e mondi diversi, tuttavia ancora nessun centro del vino che si occupasse di un servizio complessivo alla clientela”. Jarosław Cybulski aveva lavorato per un anno nella Cantina dei Vini Eccellenti a Solejów vicino a Varsavia, ma quando cambiò il proprietario si accorse che non parlavano la stessa lingua e decise di cambiare, insieme a molti altri con idee molto simili. “Non ho pensato soltanto a me” continua Cybulski “ma anche a quelli che se ne sono venuti via con me. Ci siamo collegati con la ditta Ambra, che da tempo è presente sul mercato del vino, specialmente quelli economici. Il suo presidente, Janusz Palikot, era interessato all’allargamento della gamma di offerta della propria ditta e all’ingresso nel mercato dei vini di alta classe. Ma dopo una brevissima J conversazione ho deciso che era meglio fondare qualcosa di nuovo”. aroslaw Cybulski Secondo l’opinione di alcuni specialisti, questa è stata una decisione coraggiosa. Soprattutto perché la Polonia è un mercato giovane, con un fatturato insufficiente per i vini di alta qualità, comunque promettente. Non si può nascondere che il Paese, 40 milioni di persone in pieno centro d’Europa, è in questo segmento di mercato un ghiotto boccone per i potentati che già oggi cominciano a costruire sulla Vistola le proprie teste di ponte sul futuro. Niente di strano se quelli che già oggi trovano una posizione sul mercato possano poi avere buone prospettive di risultati in futuro. Il mercato del vino, secondo Jarosław Cybulski, ha una sua specificità. I vini di massa (quindi economici) importati si vendono secondo le stesse regole di tutti gli altri prodotti di massa, che siano alimentari o detersivi. Per trovare clienti al vino Chianti o al vino Rioja in un assortimento fondamentale, non bisogna certo essere dei sommelier: 2 Euro e mezzo la bottiglia e si guadagnano subito molti clienti. Un prodotto di così largo accesso si vende bene come la vodka, e per la sua distribuzione sono sufficienti le normali tecniche commerciali. Ma per vendere efficacemente dei vini di marca di famosi produttori delle regioni del mondo particolarmente vocate, è indispensabile la conoscenza del prodotto offerto. Bisogna motivare la vendita di un vino costoso con qualcosa di particolare: il territorio da cui proviene, i metodi di produzione, l’annata, la produzione limitata, la raccolta manuale delle uve, la coltivazione ecologica, e anche la confezione. D’altra parte, qualche volta il vino è così irripetibile che il produttore non soltanto può, ma addirittura deve limitare la quantità di un particolare prodotto che può essere consegnata a un certo distributore. Alcuni affermano che oltre a questi elementi, sul prezzo del vino (specialmente di quello del più alto livello) incide anche un sincero e sano snobismo. Cosa dunque decide della sua grandezza: la politica economica del produttore, l’utile del distributore, l’aspettativa del cliente o forse qualcosa di completamente diverso? “Del prezzo decide prima di tutto la qualità.” risponde Jarosław Cybulski. “Ci sono alcuni produttori europei che potrebbero vendere la totalità della loro produzione per esempio oltreoceano, ma di proposito non lo fanno perché i loro prodotti sarebbero conosciuti soltanto negli Stati Uniti d’America. Penso che lo snobismo, il logo di Centrum Wina del quale si parla, si riveli principalmente durante le aste, dove si può comprare un vino molto raro, introvabile anche nei negozi specializzati.” La distribuzione della ditta Centrum Wina si basa principalmente sul lavoro dei rappresentanti regionali che operano in maggioranza nelle grandi città capoluogo. Non si può nascondere però che il mercato più grande sia la capitale, Varsavia. Qui se ne va più della metà dei prodotti. Le ditte di altre città, che nella capitale non abbiano perlomeno un dinamico rappresentante, non possono neanche immaginarsi un successo. Più della metà dei prodotti di Centrum Wina è distribuita nella rete Horeca, la cui grandezza nel prossimo periodo crescerà ancora. Il resto delle vendite avviene per un 20% nei negozi specialistici con punti di vendita nei supermercati e la rimanenza per vendita diretta al singolo cliente. Quest’ultima fetta di mercato di anno in anno registra sempre maggior interesse. In molti ambienti cresce dunque la moda di possedere una propria cantinetta ben rifornita opportunamente di buoni vini. Krzysztof Kilijanek I vini della Santa Madre Russia Aumenta lo spazio anche per i vini stranieri Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Sulla base delle direttive sovietiche dopo la rivoluzione d’Ottobre, tutti gli sforzi sono stati indirizzati all’industria pesante, mentre per l’industria alimentare sono stati destinati soltanto minimi mezzi finanziari. Una situazione abbastanza simile esisteva anche dopo la seconda guerra mondiale, quando si doveva in pratica ricostruire tutto il Paese. Soltanto dopo il 1956 si è cominciato a programmare investimenti su vasta scala nell’industria alimentare, tra cui quella delle bevande analcoliche, del vino e della birra in alternativa al consumo della vodka. La produzione di vino nell’ex URSS, che nel 1956 era di circa 5 milioni di ettolitri (pari a quella della sola Ungheria), è cresciuta straordinariamente e già dopo soltanto vent’anni ha raggiunto i 31 milioni di ettolitri, portando la federazione delle repubbliche sovietiche al quarto posto fra i produttori di vino nel 1975 dopo Spagna, Francia e Italia, con un consumo procapite passato dai 2,5 litri/anno a 12 litri/anno, praticamente cinque volte tanto. Poi c’è stato un assestamento e negli ultimi 20 anni si sono rafforzate le posizioni con investimenti in coltivazione e in tecnologia. L’assortimento dei vini nei territori che appartenevano alla federazione, oggi Confederazione degli Stati Indipendenti, conta circa 650 tipi di vini tranquilli e 100 spumanti. La classificazione è un po’ diversa rispetto alla nostra, perché la regolamentazione di legge fa riferimento, invece che al territorio e ai metodi tradizionali, ad Moscato spumante altri valori e cioè, nell’ordine, a: Composizione della materia prima. Sotto quest’aspetto i vini sono suddivisi tra monovitigno e assemblati. Composizione chimica. I vini si dividono ulteriormente in vini da tavola e vini fortificati, quelli per i quali è consentita l’aggiunta di spirito. I metodi di produzione dei vini fortificati sono molto simili a quelli per la produzione dei vini da dessert di altri Paesi, specialmente Spagna e Portogallo. A loro volta questi vini arricchiti di alcool si dividono in due gruppi: a) i vini forti, con tenore alcoolico tra il 17 e il 20% (tipo portvein, madera, sherry o marsala), b) i vini da dessert, con tenore alcoolico tra il 12 e il 17% (tipo moscato, tokaj, malaga). Qualità. Sotto quest’aspetto i vini si dividono in normali, di marca e da collezione: a) i vini normali (popolari), immessi sul mercato un anno dopo la vendemmia, b) i vini di marca o di alta qualità prodotti da una specifica varietà d’uva e maturati perlomeno 2 o 3 anni, c) i vini da collezione o di altissima qualità, che oltre ai 3 anni di invecchiamento in fusti devono essere anche affinati almeno 2 anni in bottiglia prima dell’immissione sul mercato. La coltivazione della vite è sviluppata nella fascia meridionale dell’immenso territorio dai Balcani fino alle steppe siberiane, per questo la varietà dei terreni e dei climi crea condizioni favorevolissime alla diversificazione dei tipi di vino e delle caratteristiche organolettiche di un vitigno, in una ricchezza infinita di assortimenti. Le regioni vitivinicole più importanti sono: Moldavia, Ucraina, Russia. Successivamente, con una stupenda serie di ottimi vini da dessert famosi in tutte le Russie, Azerbaigian e Armenia, poi le altre repubbliche asiatiche. Si distinguono e sono famosi i seguenti vini di marca: vini da tavola bianchi, come Riesling Abrau e Riesling Anapa, prodotti nel famoso Kombinat vinicolo Abrau Diurso della Russia sul Mar Nero (regione di Krasnodarsk a fianco della Crimea) e come Fetiaska e Onesti prodotti in Moldavia, freschi e profumati. vini da tavola rossi, come Kabernet Abrau e Kabernet Anapa del Caucaso, Romanesti e Negru de Purkari di Moldavia oltre all’Oksamit d’Ucraina, di corpo medio. vini forti (17-20% alcool) con zuccheri residui 3-10%, come: a) tipo portvein, Ajgesciat d’Armenia e Akstafa d’Azerbaigian, tra i più amati e conosciuti vini forti, fatti con uve maturate fino al 28% di zucchero e fermentate fino a un valore di alcool del 10%, cui viene aggiunto successivamente alcool, b) tipo madera, Madera d’Armenia e del Turkmenistan, sono vini lavorati a caldo, dal colore d’oro antico e di ambra, amabili, aromatici, spesso consumati come aperitivo, c) tipo sherry, in russo si dice Cheresem, come l’armeno Astarak, prodotto esattamente con gli stessi metodi della Spagna in fusti non pieni, dal bouquet caratteristico, gusto abboccato e tenore alcoolico intorno al 20% d) tipo marsala, quello del Turkmenistan è il migliore in assoluto di tutti i Paesi della Comunità, prodotto con l’aggiunta di mosto concentrato, come gusto ricorda il madera ma è più dolce (7% di zuccheri residui) e ha un retrogusto molto piacevole vini da dessert (12-17% alcool) e zuccheri residui intorno a 16-20%, tra cui: a) moscati, prodotti dalle uve omonime dall’aroma caratteristico, dovuto agli oli essenziali contenuti nella buccia degli acini, che si differenziano in moscati bianchi, rosati e rossi d’intenso profumo, ottenuti nella Russia della regione di Krasnodarsk tra il Mar Nero e il Mar d’Azov e simili a quelli della vicina Crimea, b) tipo tokaj, prodotti dalle uve omonime provenienti in origine dall’Ungheria (Furmint e Harslevelu), i migliori dei quali sono il Karacianach d’Azerbaigian e il Gratiesty di Moldavia, c) tipo malaga, vini pieni di gusto con una leggera, piacevole nota amara dal sentore di caramello, i migliori sono dell’Armenia, d) tipo kagor, vini rossi scurissimi e dolci, corpo pieno, con un forte gusto di ribes nero, i migliori dei quali sono l’Artasciat d’Armenia e lo Semacha d’Azerbaigian e d’Uzbekistan. Oltre a questi vini tranquilli, nei territori della Confederazione degli Stati Indipendenti si producono almeno cento tipi diversi di spumanti di buona qualità, anche a Mosca e Kiev, ma soprattutto nel kombinat Abrau Diurso, che produce famosi spumanti sia col metodo champenois sia con il metodo charmat, esportati in tutto il mondo con il nome di Igristoje, mentre sul Don, dov’è la patria dei Cosacchi, si produce il tipico spumante rosso dolce Cymlanskoje Krasnoje. Negli ultimi anni non ci sono stati grandi cambiamenti nelle preferenze dei circa 200 milioni di abitanti di queste repubbliche confederate. La politica fiscale ha praticamente parificato il prezzo di una bottiglia di vino secco con quello di una bottiglia della ben più popolare vodka (il cui consumo ufficiale, nelle grandi città, è di ben sei volte tanto quello del vino!), se il paragone lo si fa con il vino di Moldavia. I vini provenienti dall’Europa occidentale invece sono significativamente più cari. Il gusto predominante nel mercato moscovita preferisce i vini abboccati e amabili, ma mentre praticamente stanno scomparendo dal mercato della Igristoje capitale i vini di Azerbaigian e Uzbekistan si registra invece una diminuzione dell’offerta di vini Sciampanskoje della Georgia, più cari, e un aumento di quelli della Moldavia, che sono più economici, a sfavore spumanti e “champenois” russi di tutti gli altri vini di Russia, anche gli spumanti, e dei Vermouth (provenienti, però, in grandissima parte dall’estero, Ungheria e Bulgaria nelle prime posizioni). Sono solo alcune analisi di tendenza registrate nei discorsi tra gli esportatori polacchi che agiscono sul mercato della città di Mosca, non supportate da effettive e complete raccolte di dati, abbisognerebbero cioè di maggior precisione perché, nonostante la miseria attualmente imperante in quei territori, sembra che lo spazio per i vini occidentali stia crescendo al pari con il desiderio di riscatto di quelle popolazioni. Infatti, anche secondo i dati ufficiali in mano al nostro ICE di San Pietroburgo, in questa città si registra proprio questa significativa tendenza: il consumo dei vini italiani l'anno scorso è aumentato del 75/80% e ha raggiunto 1,6 milioni di litri, secondo le stime del sig. M. Stepanov, specialista del settore marketing della ZAO "Svarog", grosso importatore pietroburghese di alcolici. In totale, l'importazione di vini dai paesi esteri è cresciuta dell’ 80/85% arrivando a 18 milioni di litri. Nel 2000 il mercato dei vini era aumentato del 60-65%. San Basilio a Mosca Sono però tutti aumenti raggiunti grazie ai prodotti di qualità media e bassa, mentre l'aumento delle importazioni dei vini di alta qualità è stato soltanto del 20%. Attualmente i vini italiani occupano l'8% del mercato, lasciando il primo posto ai vini francesi (30%), tedeschi e spagnoli (10/11%), americani e sudamericani (9%). Sebbene il vino sia trattato come un bene di lusso nelle grandi città russe del Nord, non è più il tempo delle grandi abbuffate con decine di portate di carni diverse “tante da far scricchiolare la tavola” per poi cercare di abusare della vodka fino a scivolare sotto il tavolo. Con la maggiore sobrietà imposta dagli attuali tempi di magra, il vino dai deliziosi profumi e dal gusto curioso per il pubblico locale, proveniente dai vigneti collinari del nostro Paese può ben competere con i forti, dolci, e altrettanto curiosi per noi vini della santa madre Russia. La rinomata Moldavia dei vini è diventata il Paese più povero d’Europa. Le sue vigne produrranno i vini della speranza? Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Questa che era anticamente la famosa Bessarabia, terra ai confini dei Carpazi tra la Transilvania, la Valacchia e l’Ucraina (quanta storia e quanta leggenda in questi nomi di terre lontane, eppure in piena Europa), è stata una delle Repubbliche Socialiste Sovietiche fino al 1991, quando ha ottenuto l’indipendenza e ha cambiato nome in Moldova, (la mappa della Moldova) ma purtroppo non soltanto il nome. Per noi che amiamo il vino e che ne cerchiamo ovunque in giro per il mondo, perché crediamo che sia un segno di civiltà e di qualità della vita, prodotto dal sole, dalla terra e dagli uomini in una simbiosi benedetta dal cielo, il territorio dei più di tremila fiumi che dalle ultime grandi montagne dell’Europa centrale discende verso le pianure rigogliose dell’immenso granaio ucraino e del meraviglioso Mar Nero sarebbe un’occasione irripetibile di straordinarie scoperte enogastronomiche. Ma il sogno durerebbe soltanto fino al confine di questo piccolo stato di 33.700 kmq con meno di 4 milioni e mezzo di abitanti, geograficamente molto bello con le boscosissime montagne ricche di foreste primordiali, le assolate colline moreniche che si specchiano nelle acque dei fiumi e la tradizione vinicola tramandata fin dall’antichità e rinomata sia a Est che a Ovest. Il vino c’è, sarebbe meglio dire che c’è ancora, ma è la gente che se ne sta scappando per la miseria agghiacciante che fa agonizzare questo popolo a due passi dalle grandi metropoli del benessere. In questi ultimi anni se ne sono andate più di 700.000 persone, un sesto della popolazione, e l’esodo continua inesorabile, ma sarebbe più giusto scrivere la realtà più tragica: sono le donne che se ne vanno, nove emigranti su dieci sono donne che lasciano quest’inferno ai soli uomini. Una tragedia, la disperazione di famiglie sfasciate dalla miseria, pensate che è come se dall’Italia se ne fossero andate in nove milioni, un disastro riconosciuto da tutte le organizzazioni umanitarie, una catastrofe. Avrei preferito come sempre parlare soltanto del nostro vino, ma non ci riesco. Nei villaggi dove la vigna ancora cresce nelle mani sempre meno salde degli anziani le strade sono vuote, la vita è spenta, le scuole sono abbandonate perché il 40% dei bambini non ha scarpe né vestiti per andarci e la paga delle maestre è di 10 dollari USA al mese, non c’è gasolio per fare andare i trattori e le ortiche crescono invasive dappertutto, negli ospedali si muore per una mancata radiografia che costa 2 dollari, c’è chi vende le bambine agli zingari per 5 dollari. È come se fosse sempre lutto nazionale, perché si sa che cosa vanno a fare all’estero queste ragazze e queste giovani madri con bambini da sfamare in qualche modo, quando va bene reclutate per lavori da colf al prezzo di 1.000 dollari per un visto sul passaporto, ma spesso anche rapite per strada da bande di criminali della tratta delle schiave, per la prostituzione oppure per procreare bambini da destinare al fiorente mercato villaggio moldavo delle adozioni o a quello clandestino degli organi umani. Nessuno degli Stati confinanti, neanche quelli già entrati nella Nato e in bella fila per entrare nella CEE, non muove un dito. Anzi, mettono perfino ostacoli alle carovane degli aiuti umanitari che vengono raccolti anche in Italia dalla CRI e che molte volte vengono rapinati in Ungheria o in Romania (dove si passa solo se si lasciano bustarelle alle prepotenti belve in divisa), quando non tornano indietro fra le lacrime dei volontari, lacrime di uomini che ne hanno viste di tutti i colori e perciò ancora più brucianti. Non entro in ulteriori particolari raccapriccianti raccolti dalla cronaca locale, ma posso assicurare che le scene quotidiane vanno ben oltre l’immaginazione. Vorrei proporre invece un piccolissimo contributo di speranza, per questo ho deciso di scrivere questo articolo sebbene i vini della Moldavia (scusatemi, ma preferisco chiamarla con il nome dei tempi migliori) ultimamente non mi entusiasmano proprio, quasi tutti hanno perso lo splendore del passato. Ma soltanto pensando all’immane fatica per continuare a produrli e alla perdita di motivazioni per migliorarli, dovuta alla mostruosità della miseria, apprezzo quei vini con altri occhi e credo che il riscatto di quel popolo sia ancora possibile anche grazie alla vitivinicoltura che, però, va sostenuta da tutti gli Enti di collaborazione internazionale, tra cui il nostro ICSIM, perché da sola non ce la fa davvero. In un Paese dove il PIL nel 1995 era di 400 dollari/anno pro-capite e oggi è crollato sotto i 300 (cento volte meno che in Italia, un terzo di quello afgano!), dove quasi tutti sono dipendenti statali e hanno a che fare con un ritardo di oltre 6 mesi degli stipendi spesso pagati in prodotti (caramelle o babuska col suo vino bulloni), occorre il coraggio di fare affidamento anche sulla vitivinicoltura, che è sempre stata di buona qualità in passato. Il territorio collinare è particolarmente adatto alla vigna, con un clima continentale mitigato dalla vicinanza del Mar Nero, terreni di ottima esposizione che degradano verso i fiumi, tra cui i larghi Dniestr e Prut, con precipitazioni medie di 350 mm/anno che in collina raggiungono i 600 mm e temperature medie a Gennaio di -4°C e a Luglio di 20°C. Qui si producono dei buoni vini bianchi, freschi, profumati, dal vitigno Fetiaska ma anche con la denominazione Onesti, dei vini rossi di medio corpo come i Romanesti, ma anche dei vini botrytizzati come i Gratiesty, tutti esportati nelle Russie con buon successo. I vini tipici moldavi sono però in gran parte rossi e ottenuti da sapienti uvaggi o tradizionali Vigneto della Moldavia assemblaggi a base principale di Cabernet Sauvignon. Quelli di miglior qualità e che si avvicinano di più ai gusti europei sono: Kagor Vyssego Kacestva, 13 gradi alcool, di colore rubino intenso, profumo fruttato, vino di grande armonia, vellutato, ottenuto da uve selezionate di Cabernet Sauvignon e amabile, eccezionale vino da dessert, Negru de Purcari, 11 gradi alcool, di colore rubino intenso tendente al granato, profumo vinoso intenso, vino avvolgente e secco ottenuto da Cabernet Sauvignon, Saperavi e Rara Negra, pluripremiato, Rosu de Purcari, 11 gradi alcool, di colore rubino, profumo ampio e complesso, vino di buona struttura e armonico, retrogusto di mandorla, da Cabernet Sauvignon, Merlot e Malbec, secco, pluripremiato. Sono tutti vini ottenuti con grandi sforzi, perché le zappature, come tutti gli altri interventi, sono manuali e abbisognano di manodopera specializzata, che diminuisce per la forte emigrazione. Bisogna vedere al lavoro questa gente per capire che avrebbero veramente bisogno soltanto di una seria collaborazione europea per creare, con questi tre vini, degli autentici capolavori che sarebbero altamente apprezzati sulle migliori tavole d’Europa e d’America e perciò diventare remunerativi e sostenere l’economia. Poi ci troviamo di fronte a una serie di vini ottenuti secondo la tradizione da tutte le uve del vigneto, questo è il difetto dell’enologia moldava, che si affida troppo alla natura per carenza di tecnologia, di botti e di strumenti adatti. È vero che se l’uva è eccezionale anche il vino sarà eccezionale, il resto è tutto frutto del genio, ma appunto per questo in un Paese così povero si dovrebbero sacrificare le uve peggiori ai vini economici e puntare su quelle migliori per i vini da esportazione, che sono scambiati con preziosa valuta pregiata. Uno sforzo in tal senso si vede ancora nei tre vini seguenti: Kagor Rubiniu, da varietà locali di cabernet, 10 gradi alcool, dello stesso colore del nome, fruttato e amabile, da dessert, Cabernet VDCS, 10 gradi alcool, rosso tendente al granato, aromatico, vellutato, abboccato, Merlot VDCS, 10 gradi alcool, rosso rubino, aromatico, armonico, abboccato. In Moldavia, inoltre, si producono molti vinelli da tavola di appena 9 gradi, anche 8 gradi, importati dai Paesi meno ricchi dell’Est europeo per sola convenienza, ma che non possono avere fortuna altrove. Si tratta però, si badi bene, di prodotti di antica tradizione, per cui accanto a quei vinelli commerciali (che costituiscono l’ossatura del debole mercato interno e una sgualcita carta da visita moldava per i supermercati slavi) si possono trovare anche dei vinelli tipici che non sono proprio male, tra cui Kagor Osobyj, Ispoved Monacha e Staro Monastyrskoje, prodotti anche in confezioni molto belle, da regalo, perché rappresentano il compendio delle feste tradizionali e devono avere il... vestito della domenica. Auguro a tutti gli emigrati dalla Moldavia di riuscire a sopportare il doloroso distacco dalle proprie famiglie e di poter tornare con maggior fortuna in patria per ricostruire vite immeritatamente spezzate, ma soprattutto inviterei tutti gli amanti del buon vino ad aiutare la vitivinicoltura moldava degustando i suoi migliori prodotti, premiando i grandi sacrifici di quei cantinieri che sono in guerra contro la fame e pregherei le nostre autorità vinicole di andare in quel povero Paese della nostra Europa per vedere cosa è possibile concretamente fare per quei vigneti e per Kagor Rubiniu, Cabernet e Merlot quella gente che ha bisogno dei vini della speranza. Scusatemi tanto per il tono di questo articolo, assolutamente atipico, ma la civiltà del vino è fatta anche di vera solidarietà, come ha dimostrato la più recente storia della nostra migliore enologia. Collegium Vini: un riferimento per entrare nel mercato polacco Corsi di degustazione per gli amanti del vino, dibattiti e tanta voglia di apprendere Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Quando, appena sciolta la neve, ho cercato l’Accademia del Vino di Cracovia, in pieno centro storico tra i pub che occupano i cortili dei palazzi seicenteschi, pieni di allegre compagnie di ragazzi e ragazze fino alle prime luci dell’alba, credevo di essere sbarcato su un altro pianeta. Tanta gente così, di notte, a gustarsi la vita anche nei giorni feriali, la si vede solo nelle nostre più belle località di mare e soltanto in estate. Ma Cracovia, si sa, è una città magica e proprio in uno di questi cortili tanto mediterranei è nata, nove anni fa, l’Accademia del Vino, in collaborazione con i francesi dell’Istituto per la Cooperazione con l’Europa Orientale. Gli amanti polacchi del vino hanno sempre fatto riferimento a questo centro, ma anche le cantine di tutto il mondo sono passate di qui per presentare i propri vini, per chiedere consigli, per cercare rappresentanti e tutti sono sempre stati accolti con simpatia e grande disponibilità. Invitato da Piotr Pietrzyk, un giorno sono stato presente a una delle degustazioni di vino, ma non mi sarei mai aspettato un ambiente così cordiale e una sala tanto piena di gente. Mi sono trovato seduto accanto a Dariusz Sajdok, al professor Stanisław Widłak e al sommelier Jacek Jurek, una compagnia simpaticissima. Ci siamo scambiati pareri sugli aromi, i gusti e gli abbinamenti per tutto il tempo, ridendo e scherzando come vecchi amici e complici di avventure, mi sentivo proprio come a casa ed è stata una sensazione bellissima, che all’estero non avevo mai provato prima. Abbiamo certamente contagiato anche il dottor Zygmunt Ryznerski, che alla fine si è lasciato coinvolgere in un fraterno scambio di idee, barzellette comprese. Ma non era una barzelletta l’argomento della discussione ai vertici dell’Accademia, dopo la degustazione. Amare il vino non è confinarne la conoscenza e l’approccio in uno soltanto dei Paesi produttori. Per questo, volendo la libertà di organizzare degustazioni dei vini di tutto il mondo e corsi di approfondimento a diversi livelli, gite nei territori vinicoli e nelle cantine di tutta Europa, hanno deciso di lasciare la culla e la collaborazione con l’ICEO e di diventare indipendenti. Oggi l’Accademia del Vino è ospite del Collegium Vini nella nuova sede in ulica Wyspiańskiego 15 a Cracovia, tel/fax +48.12.6237370 o 4217570. L’Accademia del Vino di Cracovia, che è nata nel 1994 ed è stata la prima istituzione di questo tipo in Polonia, è stata veramente una culla per il Collegium Vini. Proprio l’Accademia del Vino ha elaborato e attuato, con la significativa partecipazione di insegnanti della Cattedra di Enologia dell’Università di Montpellier, il programma di formazione dei quadri e dei futuri insegnanti polacchi in ambito enologico, che hanno così potuto partecipare ai corsi per la conoscenza del vino che erano stati appositamente organizzati in Francia. Oggi il testimone è passato al Collegium Vini, che è una vera e propria società che si occupa della popolarizzazione della cultura del vino in Polonia e di monitoraggio e valutazione del mercato polacco del vino, di scuola e corsi nell’ambito della conoscenza del vino, d’informazione sui vini accessibili in Polonia. Le diverse attività, in sintesi, sono: I corsi di formazione, che costituiscono l’attività principale e che prevedono le degustazioni, sono organizzati per gli amanti del vino (ENO1, cinque incontri di quattro ore per un massimo di quindici partecipanti), per i più avanzati (ENO2, due incontri di due ore), per i professionisti (ENO PRO, in totale quattordici ore) e c’è anche la formula accelerata week -end (ENO1W). I corsi sono attualmente diretti e tenuti a Cracovia dal presidente dell’Associazione Polacca Sommeliers, il giornali sta “globetrotter” Wojciech Gogoliński, a Varsavia dal famoso scrittore e sommelier Marek Bieńczyk, e stanno iniziando a Wrocław Oltre ai corsi di formazione, il Collegium Vini dirige i Club del Collegium Vini, che nascono ovunque sono tenuti i corsi, cioè a Cracovia, a Varsavia e prossimamente a Wrocław, con lo scopo di mantenere molto vivi i contatti tra i diplomati dei corsi enologici, un numero che cresce considerevolmente. Membri dei Club possono essere quei diplomati che intendono proseguire l’approfondimento della conoscenza del vino, oppure quegli intenditori di vino invitati dagli insegnanti alle riunioni. Nelle riunioni di Club sono presentate le regioni vinicole del mondo, la loro specificità e cultura, le loro tradizioni vinicole, le visite effettuate sul posto e, soprattutto, i loro vini. La formula dei Club del Collegium Vini non prevede le promozioni dei singoli produttori e dei loro prodotti, ma unicamente la presentazione dei vini tipici di una determinata regione. Gli incontri dei Club del Collegium Vini hanno l’unico scopo di approfondire la conoscenza e non si occupano quindi di nessun genere di azioni promozionali e commerciali collegate col vino. Le degustazioni, condotte professionalmente, permettono ai partecipanti di rendersi conto di persona dei vari vini presentati e di farsene un’idea propria. La terza attività del Collegium Vini è la direzione degli incontri per la certificazione dei vini, cioè delle degustazioni professionali di qualificazione dei vini inviati dalle ditte all’associazione, allo scopo di far emergere i vini più meritevoli, con il metodo “al buio” e attraverso una scala di cento punti assegnati da una commissione di minimo cinque persone. I vini premiati e la loro descrizione sono pubblicati sulla rivista “Rynki Alkoholowe” www.rynki.pl. Il Collegium Vini collabora inoltre con le istituzioni nazionali e regionali a carattere pubblico che si occupano della cultura vitivinicola, della cucina tipica, dei prodotti locali e delle iniziative a carattere regionale, con le quali oltre a organizzare le degustazioni e le eventuali visite in loco, mantiene stretti rapporti di reciproca utilità e corrispondenza. Si invitano tutti i Consorzi DOC e DOCG italiani a prendere contatto, l’ICE l’ha già fatto. Le pagine del nuovo web www.collegiumvini.pl esistono dalla notte di San Giovanni, il 24 giugno 2002, e sono rivolte ai professionisti e agli amatori del vino. Vi si trovano tutti i riferimenti e gli avvenimenti sociali, le descrizioni delle regioni vitivinicole, gli indirizzi e le offerte dei produttori e commercianti polacchi ed esteri che vogliono agire nel mercato polacco e che giungono alla redazione (vedere la sezione Informator), la letteratura professionale con i libri, le opinioni, le valutazioni, gli scritti degli esperti e i forum di discussione. Le finestre dei Paesi e delle Regioni vitivinicole, che possono essere inviate al Collegium Vini e qui tradotte e pubblicate gratuitamente, la prima è stata già aperta con i vini austriaci. Possono presentare le persone, i vigneti, le cantine e tutte le altre informazioni che possono interessare gli amanti polacchi del vino, come le notizie sugli avvenimenti e le manifestazioni culturali ed enogastronomiche. S’invitano le istituzioni enologiche regionali e provinciali italiane ad approfittare dell’occasione. L’enoturismo diventerà una componente importante delle attività. Nell’estate del 2002 il Collegium Vini ha già condotto le visite guidate alle regioni ungheresi di Tokaj e di Eger e proseguirà successivamente in autunno con le altre regioni vitivinicole europee, tra cui il Veneto e la Toscana. S’invitano tutte le associazioni italiane e i Consorzi DOC che possono organizzare dei tour enoturistici a prendere contatto. In futuro il Collegium Vini prevede le degustazioni anche di altri prodotti tipici, come acque minerali, oli, caffè, the, formaggi, insaccati ecc., perciò è sempre meglio mandare materiale informativo anche su questi prodotti e non solo sul vino. Da cosa nasce cosa. In pratica, raccogliendo l’esperienza delle migliori organizzazioni enologiche europee per gli amanti del vino, della gastronomia e del turismo, il Collegium Vini vuole rappresentare un punto di riferimento per la qualità della vita che il mondo del vino sa offrire generosamente e che è uno stimolo molto importante in un Paese che si affaccia oggi a questa ribalta e deve farsi le ossa in modo appropriato, uscendo dall’apprendistato nel modo migliore. Niente testi polverosi, niente prosopopea, ambiente schietto, accogliente, amichevole, serietà molta, voglia di apprendere tanta, ma soprattutto idee semplici e chiare. Siamo agli inizi, lo si vede dalle pubblicazioni, lo si intuisce da qualche difetto della mescita, ma c’è umiltà e spirito di corpo, è il mondo una sala del Collegium Vini delle osservazioni acute e delle tante domande, come avviene con la nascita di un simpaticissimo pulcino. Quante migliaia di chilometri sono lontane da questo sano mondo polacco del vino tutte le diatribe e le polemiche cui sono abituati invece gli specialisti occidentali della complicazione delle cose semplici... Enoturismo in Italia secondo Świat Win, la più importante rivista polacca del settore Nel numero di Agosto/Settembre grande spazio al nostro Paese. Finalmente l'ICE torna protagonista Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta "Carissimi lettori, v’invito alla lettura dell’edizione di Świat Win per le vacanze. In questo numero troverete un gruppo di articoli riguardanti il mercato italiano. In riferimento al periodo dell’anno vi invito specialmente a leggere l’articolo che descrive l’enoturismo in Italia". Comincia così l’editoriale di Świat Win dei mesi di Agosto e Settembre, scritto dal direttore Zbigniew Pakuła, e il numero è tutto un programma. “Risulta che in Italia 70 strade del vino siano percorse ogni anno da più di 3 milioni di persone. Questo è un risultato non male e probabilmente un buon affare per gli organizzatori enoturistici. Vi raccomando anche l’intervista con Flavio Tattarini, presidente dell’Enoteca Italiana di Siena. Apprenderete da lui molti particolari riguardanti la promozione del vino italiano. Di seguito, l’articolo intitolato ‘Vino nelle vene’, un interessante racconto sulla famiglia Dal Maso che produce circa trecentomila bottiglie di vino l’anno. Completano il panorama delle informazioni sul mercato italiano gli articoli riguardanti le promozioni del vino italiano organizzate dalla sezione polacca dell’ICE, Istituto italiano per il Commercio con l’Estero”. E via con l’augurio che durante le vacanze non manchino, oltre alle belle giornate, anche delle occasioni per bere degli ottimi vini. È veramente un numero speciale dedicato al vino del nostro Paese, perciò è una ghiotta occasione per poter descrivere più da vicino l’ultima fatica di questa bella rivista. Katarzyna Maciejewska, la giovane redattrice che è stata inviata in Italia per raccontare il nostro mondo del vino ai Polacchi, comincia subito con un’intervista a Flavio Tattarini, presidente dell’Enoteca Italiana di Siena, in occasione della presentazione dell’enogastronomia del Monte Amiata, dove ha potuto degustare degli ottimi vini anche in compagnia del segretario generale Pasquale Di Lena e del vicedirettore Fausto Virgilio. Sotto il titolo "Promuoviamo la cultura del vino" una serie di domande ben centrate a Tattarini gli fanno descrivere le attività promozionali dell’Enoteca, nata nel 1960 e collaborante con gli Enti statali e governativi, le Camere di Commercio e i Consorzi. Ci sono poi dei commenti interessanti sulle garanzie di qualità dei vini presentati, le opinioni sull’enoturismo dall’estero dopo l’11 settembre 2001 e la ferma posizione di contrarietà agli OGM in viticoltura. Ma tre domande riguardano la Polonia e ve le traduco per intero. D. "La mancanza di un fondo proprio è uno dei motivi per i quali l’Enoteca Italiana di Siena è così poco attiva nei cosiddetti nuovi mercati, cui appartiene per esempio il mercato polacco?" R. "Con sicurezza, sì. Fino a non molto tempo fa i mercati dei Paesi dell’Europa orientale non erano valutati come interessanti per i fatturati commerciali italiani. Per fortuna osserviamo adesso un radicale cambiamento sotto questo aspetto. Da poco il Ministero per il Commercio con l’Estero ha preso una storica decisione in tal senso. Si è deciso di sostenere una promozione dell’enogastronomia italiana anche nel vostro Paese. Fino a questo momento la Polonia non figurava nella lista principale dei Paesi designati dal Ministero, che insieme all’Enoteca non sono stati spesso ospiti da voi. Il primo effetto di questo cambiamento, significativo per la Polonia, è stato l’organizzazione di una sagra promozionale a Varsavia il 27 Katarzyna Maciejewska giugno scorso. Siamo stati invitati dall’ICE che, come sempre in questi casi, copre con Flavio Tattarini i costi di allestimento e di collaborazione all’avvenimento.” D. "Non le sembra che sia troppo poco e che bisognerebbe allargarsi ad altre città, per esempio a Poznan in occasione della fiera Polagra dei primi giorni di settembre?" R. "Da parte nostra possiamo proporre questa nuova e altre partecipazioni, ma tutto dipende dallo sponsor. Non è escluso che determinati consorzi e associazioni italiane presto o tardi saranno maggiormente interessati a promuovere i loro prodotti in Polonia. E noi, come sempre, ce ne occuperemo molto volentieri.” D. "Lei ha già avuto occasione di vedere la Polonia?" R. "Purtroppo no, ma l’avrei tanto voluto. Dopo il nostro recente soggiorno a Varsavia, ho sentito moltissime opinioni lusinghiere sul vostro Paese. È importante specialmente il fatto che possedete veramente un bel gruppo di autentici conoscitori di vino e, cosa di speciale importanza, vi caratterizza un eccezionale entusiasmo e la voglia di conoscere, cosa che è sempre ben vista dagli stranieri interessati al commercio in un nuovo mercato.” Katarzyna Maciejewska firma anche l’articolo "Con Bacco per l’Italia” che descrive alcune strade del vino tra le più famose e sottolinea come le Città del Vino, il Movimento del Turismo del Vino, il salone enoturistico Vintour dovrebbero propagandare all’estero gli avvenimenti come “Cantine aperte”, “Calici di stelle” e “Natale in cantina”, ma anche più attivi dovrebbero essere i Musei del Vino come quello di Torgiano, di Berchidda e di Villa Giulia, perché “pochi in Polonia sanno quanto è entusiasmante e piacevole anche un breve viaggio alla scoperta di una cantina o di un territorio vitivinicolo” con occasioni e pretesti anche per altre gite e scoperte affascinanti. Adam Marlewski invece parte da Montebello Vicentino per una ricerca sul Gambellara che lo porta dentro il mondo delle tre DOC di Vicenza e soprattutto alla cantina della famiglia Dal Maso con tutti i vini dei Colli Berici, cinque fotografie interessanti e un modo di scrivere che unisce la ricerca storica sul territorio e la descrizione dei paesaggi con le parole di presentazione dell’azienda e dei suoi vini. Uno stile tutto polacco, che ho visto spesso anche a Collegium Vini: ci sono notizie che risalgono alla notte dei tempi, la breve storia del territorio nei secoli che perfino nelle nostre scuole non si insegna più, poi ci si infila in un portone e.... comincia l’amicizia! La cosa che più mi colpisce di questi amatori polacchi del vino è che non tessono lodi né fanno poesia, ma sono molto concreti, vanno al sodo, invitano cioè con molta semplicità a non aver timori di percorrere le stesse esperienze, perché nelle cantine italiane i turisti troveranno un ambiente familiare e amici sinceri. Più ufficiale invece l’articolo “Siamo in Polonia” presentato dal dott. Guglielmo Cioni dell’ICE di Varsavia. Racconta che da poco è stata istituita la sezione agro-alimentare dell’ICE di Varsavia allo scopo di promuovere non solo particolari prodotti ma tutta la cultura del vino e delle pietanze italiane, in collaborazione con le istituzioni regionali, i consorzi, le associazioni di categoria e gli esportatori. La sezione è in costante contatto con le organizzazioni polacche del settore alimentare, con l’associazione dei sommeliers, le scuole alberghiere e professionali, le imprese, gli importatori, i capocuochi, i ristoranti ecc. Lo scopo è portare il consumatore medio a fare del vino un’abitudine e non un’idea occasionale, attraverso promozioni come le settimane enogastronomiche, alcune delle quali già realizzate a Varsavia, ma anche con un programma di corsi per sommeliers, nonché la partecipazione alle fiere locali come Polagra Food a Poznan, Eurogastro e Wine & Spirits Poland a Varsavia e Polfood a Danzica. Fra le iniziative già realizzate, la Settimana dei vini dell’Oltrepò Pavese nel settembre 2001, la Conferenza sui vini Supertuscan nel gennaio 2002 a Cracovia, la degustazione dei vini di Torino e del Consorzio di Tutela Alto Piemonte all’inizio di giugno 2002 a Varsavia e la Sagra dei prodotti agro-alimentari dal Piemonte alla Sicilia a fine Giugno 2002. Pubblicità adeguata viene assicurata sulla stampa specializzata locale e si mira a diffondere un panorama comune tra l’enogastronomia, il turismo, la cultura e il territorio. Uno spirito maggiormente imprenditoriale che all’ICE fa soltanto bene, colto sul nascere dalla rivista Świat Win, non fa che confermare l’interesse crescente per il vino italiano che, nonostante una svalutazione della moneta locale del 20% dall’inizio dell’anno nei confronti dell’Euro vede una crescita del consumo dei vini italiani sul mercato polacco pari al 10% nell’ultimo anno. Gli indirizzi utili per chi voglia intraprendere iniziative promozionali in Polonia sono: [email protected] e [email protected] per comunicare con la rivista Świat Win; [email protected] e [email protected] per il nostro ente, rivitalizzato in questa campagna promozionale. Vino in Brik e in Bag-in-Box: due contenitori di moda in Polonia I vinelli confezionati nei contenitori in cartone sono promossi per le grigliate in giardino. Dal nostro corrispondente in Polonia - Mario Crosta Che in Polonia faccia freddo non è un mistero, ma è soltanto il lungo inverno a soffrirne. Comincia a nevicare a fine ottobre, quando invece in Italia ci sono le bellissime giornate autunnali da dedicare alla raccolta dei funghi, e smette di nevicare in Aprile, in totale sei mesi di gelo. A gennaio le temperature vanno anche a –30°C per un paio di settimane, il sole alle tre se ne va a dormire e torna alle otto, se va bene. Ma da maggio in pochi giorni si raggiungono le stesse temperature dell’Italia settentrionale salvo qualche puntata a +30°C, temperatura che va e che viene anche in giugno, luglio e agosto, quando le giornate si allungano moltissimo, qualche notte è molto chiara e fino alla fine dell’estate il tempo è abbastanza clemente anche se a volte piove. Tenete chiusi in casa i bambini, ma anche il resto della famiglia e il cane, per sei mesi di fila e poi capirete come mai la gente qui non usa quasi mai l’ombrello anche quando pioviggina (dicono che l’acqua è calda....), oppure smetterete di stupirvi nel vedere i bambini sfuggiti allo sguardo dei genitori sguazzare nelle pozzanghere profonde che i potenti temporali estivi provocano in certi punti sulle strade asfaltate tra i quartieri residenziali. A queste scene ormai ho fatto il callo, c’erano prima della caduta del muro di Berlino e finché ci saranno muri da abbattere si ripeteranno ogni anno. Ma dal dissolvimento del regime precedente i cambiamenti sono sempre più veloci e si vedono nel traffico delle automobili (e mica soltanto delle mezze carrette incidentate a Ovest e riciclate qui, ma fior di veicoli nuovi) e nel gran fiorire di tutti i colori dell’arcobaleno sulle facciate delle case che hanno smesso di essere grigie, nere e polverose come ai tempi in cui o mancavano per davvero o bisognava dimostrare che mancassero i soldi per rinnovare anche gli intonaci. I supermercati e gli ipermercati delle grandi catene occidentali si moltiplicano con i loro scaffali di prodotti che ormai sono uguali in tutta l’Europa e ogni giorno c’è una novità. Come le gite fuori porta e le riunioni famigliari in giardino, in aumento costante, soprattutto dove c’è da mostrare le nuove sedie di plastica colorata, i dondoli, l’intonaco rinnovato di fresco e il focolarino portatile per il carbone, piccole spese ma molto qualificanti per testimoniare il giro della ruota nelle abitudini e nelle fortune. Anche nel mondo del vino le sorprese, che testimoniano di una gran voglia di adeguarsi alle abitudini europee, non mancano mai e quest’estate sono apparsi i vinelli in Brik e in Bag-in-Box cui in Italia siamo abituati da circa trent’anni. Provengono dalla Grecia (da 4 fino anche a 5 € al litro), dalla Francia (da 3 € e mezzo al litro fino a 4), dalla Repubblica Sudafricana (da 3 € a 3 e mezzo al litro), dalla Spagna (da 2 a 3 € al litro) e da tre mesi anche dall’Italia, a prezzi concorrenziali perfino con i vini spagnoli. Il vinello nei Brik da 1 litro e nei Bag-in-Box da 5 litri, che in Italia e in tutto il resto d’Europa, perfino in Cechia e in Slovacchia, è molto economico, in Polonia non è invece trattato diversamente dai carissimi superalcoolici dalle autorità fiscali ottuse di questo Paese, che lo riempiono di accise talmente elevate da farlo divenire un bene di lusso. L’ottusità, in questo caso, non è diretta conseguenza del regime precedente, come verrebbe più facile pensare, ma è determinata da un accanimento assurdo contro ogni bevanda alcoolica, la solita politica ignorante del fare di ogni erba un fascio quando non si è capaci di combattere intelligentemente l’etilismo, vera piaga sociale, che in Polonia colpisce anche i vescovi e i presidenti. Infatti, con un’accisa che rende costosissimo il vino, diventa più conveniente bere la vodka, cinque volte più alcoolica, e chi vuole ubriacarsi se la mischia con i succhi di frutta e continua a morire per le strade. Mentre dove il prezzo del vino è molto più conveniente rispetto ai superalcoolici, sia la percentuale degli etilisti sia quella degli incidenti stradali è pari alla metà di quelle polacche. In questo Paese è vietata ogni forma di pubblicità del vino, ma non della birra, che la sua scappatoia l’ha trovata in una piega della legge. Si reclamizza la birra “analcoolica” (che tra l’altro contiene comunque fino all’1,5% di alcool e spesso provoca il meteorismo) con le stesse bottiglie ed etichette di quella alcoolica, la differenza è soltanto in una millimetrica scritta sotto la pubblicità, la parola magica “bezalkoholowa” che apre ogni porta..... Chi beve vino in Polonia, con il solo vino non si ubriaca di certo, almeno questo di buono viene riconosciuto agli amanti polacchi del vino, che vengono rapinati dal fisco forse proprio perché si comportano anche fin troppo bene, come tutti quelli che per scelta culturale decidono di non fare i lupi o i pirati e socialmente vengono vessati come pecore e come schiavi. I consumatori polacchi di vino trattano con molto rispetto il vino. Comunque, a parità di prezzo tra vino in bottiglia e vinello in Brik o Bag-in-Box, quest’estate ho visto spesso scegliere quest’ultimo tipo di confezione e, fatto curioso, per fattori non certo legati alla sua economicità. Una delle ragioni più comprensibili è la stagionalità. C’è stato un passaparola molto azzeccato tra i distributori di vino e i clienti, il vinello di questi contenitori è stato definito ideale per le grigliate in giardino e per gli spuntini in gita e in campagna. In effetti non circola vetro, che è pericoloso se si rompe nei giardini ben curati dove i bambini devono invece continuare a giocare tranquilli, ma anche nelle vicinanze della la tipica "biesiada" polacca tovaglia stesa sul prato o nel bagagliaio dell’automobile. Ma il successo di questi vinelli non è da attribuire soltanto alla comodità della confezione, perché c’è anche una ragione più legata al gusto. I vinelli destinati al Brik e al Bag-in-Box vengono versati nei contenitori praticamente al momento della spedizione, anzi una settimana prima per motivi di regolamentazione legislativa e comprensibile cautela, inoltre c’è l’obbligo di stampare la data di confezione ed eventualmente la data di scadenza, sei mesi più tardi. Sono dei prodotti vinificati in modo da mantenere il più possibile quelle caratteristiche di freschezza, leggerezza, lucentezza e trasparenza, che ne fanno una bevanda più alla mano del vino in bottiglia, che si può bere con maggiore libertà quando si ha sete, che spegne i forti sapori dell’arrostito e dell’affumicato sulla griglia di ghisa o d’acciaio, senza pretese particolari, escluso quella di contribuire modestamente all’allegria del momento. E se per sbaglio si scambia il bicchiere, nessuna tragedia, esattamente come quando se ne dovesse rovesciare qualcuno. In sintesi, un successo che dura fino a quando il prodotto rimane fresco, cioè quei circa 6 mesi dichiarati in confezione, dopo di che il cambiamento delle qualità organolettiche, più evidente dapprima per i bianchi, può addirittura stonare e risultare controproducente. Il solito vero problema di sempre: dove non c’è cultura del vino, non si leggono le etichette ma si guarda solo il prezzo e, mentre in Italia la gente sa distinguere un vinello in Brik o in Bag-in-Box da un vino in bottiglia perché ne ha generalmente esperienza, si sa cioè che cosa si compra, in Polonia si rischia di generare confusione. Ho visto in vendita in un grande ipermercato dal nome francese di Cracovia dei vini rossi francesi in Brik dell’anno 1998, cioè con 4 anni di vita, sicuramente ormai avariati, con uno sconto del 35% rispetto agli altri. Tutto ciò che non possono piazzare in Europa occidentale per via di leggi severe a protezione della salute pubblica, prende la via dell’Est e questo è il più grande imbroglio contro i consumatori, organizzato proprio dalla più grossa rete europea di ipermercati, di cui la gente purtroppo dovrebbe potersi fidare e invece ne è danneggiata in modo truffaldino. Specialmente quando la domanda si fa superiore all’offerta, come in estate con i vinelli di questo genere. un'allegra "paiolata" nel bosco È difficile, infatti, concepire le grigliate in giardino o gli spuntini in campagna come dei luoghi dove si possa consumare, col caldo afoso dell’estate, dei vini strutturati, complessi e di gran corpo, ma nemmeno dei bianchi delicati che richiedono temperature impossibili da mantenere all’aperto, specie per chi non ne comprende la necessità. Con tutto il rispetto e l’amore per il vino che si ha, in questi casi sarebbe meglio transeare con un’eccezione e godersi in santa pace un vinello dissetante, piuttosto che pentirsi di aver sciupato per eccesso di puntiglio qualche bottiglia di vino di una certa importanza. Lo zio intenditore, per una volta, in calzoncini corti e canottiera annodata sulla testa, forse sarà proprio quello che ne berrà più degli altri, magari con l’ottima scusa di dover studiare il modo di interpretare e criticare quel vinello malizioso e intrigante! Scene che, sorridendo, finalmente si cominciano a vedere anche in questo mondo fin qui dominato dalla birra, che con le grigliate è anche piuttosto sgradevole e comunque non soddisfa il palato, specie alle temperature decise più dai raggi del sole che dalla strumentazione di campeggio, e soprattutto fa puzzare l’alito. Senza dimenticare che, finita l’estate, chi è rimasto conquistato dal vinello in Brik e Bag-in-Box troverà certo molto più facile scegliere di passare ai vini in bottiglia, senza dubbio più adatti alla cucina tradizionale, piuttosto che l’abituale the, i succhi di frutta e l’immancabile vodka che fa scivolare qualcuno sotto la tavola a fine pasto. La qualità della vita ne guadagnerà senz’altro. Funghi per tutti e brindisi col vino: anche 4 gustose ricette L’autunno d’oro nelle boscose montagne dei Monti Beschidi. Dal nostro corrispondente Mario Crosta In Polonia l’estate è già finita e proprio adesso viene il periodo dell’anno più bello, lo chiamano Złota Jesień Polska (autunno d’oro polacco) ed è atteso con grande speranza da molte persone. I suoli di questo Paese sono prevalentemente sabbiosi e le montagne del sud sono il residuo dell’antica morena del più grande ghiacciaio d’Europa, quello che ha formato il Mar Baltico, anch’esso con un fondo sabbiosissimo. I fondali marini sono ricchi di ambra, cioè della resina che scendeva dalla corteccia degli alberi delle foreste preistoriche e diventata fossile, tanto che moltissimi gioielli polacchi montano l’ambra tra filigrane d’argento, che è molto elegante perché ha un colore dorato stupendo e la luce gioca nelle sue trasparenze esattamente come avviene per certi vini bianchi dal colore, appunto, ambrato. Le foreste, invece, sia quelle di pianura sia quelle di montagna, aspettano l’autunno per mostrare i loro gioielli, il loro oro e cioè i funghi, porcini, rossini, chiodini, gallinelle, russole e altri, esattamente come in Italia. Quanta gente tutti i giorni frequenta i numerosi boschi, specialmente gli anziani e soprattutto i più poveri, per raccogliere i funghi e poi andare in città a venderli nei mercatini rionali oppure anche semplicemente ai bordi delle strade e delle superstrade... I più fortunati sono quelli che possono insegnare l’antica arte della raccolta dei funghi ai bambini, perché trasmettono l’amore per la natura e il rispetto dell’ambiente ai loro nipotini e questa è la più bella soddisfazione per tutti i nonni. Perciò non mi arrabbio più di tanto quando, dopo faticose scarpinate nei boschi che da poco frequento anch’io cercando di studiarmi una fetta di territorio particolarmente adatta da conoscere per benino ed eleggere idealmente a mia per le successive raccolte, mi vedo letteralmente circondato da un sacco di gente col cestino che in dialetto polacco scambierebbero volentieri qualche parola. Qui non c’è la competizione assurda che ho trovato in certi boschi italiani, dove c’è qualche scriteriato che usa il rastrello a rovinare il micelio che non riuscirà più a ricostituirsi per far nascere altri funghi, gente che va con la torcia elettrica di notte e il machete per tagliare i rovi e le fronde basse degli alberi, veri nemici dell’ambiente. un caratteristico posto di ristoro il piccolo Michele con uno splendido porcino È raro anche trovare quegli appassionati dell’ultima ora con le borse di plastica, o quelli che strappano i funghi con le mani anziché usare il coltello per tagliarli e lasciare a terra la preziosa radice. Quando ci sono i funghi, ci sono funghi per tutti. Se poi se ne trovano pochi, soltanto il piacere per le belle passeggiate nelle foreste più incontaminate d’Europa dona già una grande soddisfazione ed eventualmente prima di tornare a casa se ne compra qualcuno da chi si è svegliato prima, costano talmente poco (da 3 a 4 Euro al kg) che non è un dramma. Sopra la diga di Wapienica, il bacino idrico della città più italiana dei Beschidi, sembra che in autunno si siano trasferiti tutti, si può salutare il dottore con la famiglia, il ragioniere dell’ufficio fiscale, il giudice, la squadra dei ciclisti in mountain-bike della fabbrica vicina, ci si conosce e ci si sente in compagnia come in un salotto buono, eppure siamo in un ambiente selvatico dove non è raro incontrare daini, cervi, cinghiali. Appena sotto la diga sono spuntate delle baite di legno dove si cucinano alla buona dei piatti caldi molto economici e ci sono delle lunghe tavolate cui ricongiungersi con gli amici o i conoscenti trovati per l’unica strada che raccoglie tutti i sentieri dei cercatori di funghi e degli sportivi. Negli ultimi sei anni, la solita serie delle bevande gassate e delle birre, che con il profumo stesso dei funghi fanno letteralmente a pugni, l’ha sempre spuntata in esclusiva, prendere o lasciare come le patatine surgelate fritte. Ma quest’anno è cambiata la musica. È arrivato anche il vino! Roba da non credere, come cambia in fretta questo Paese che ha voglia di entrare in Europa e che apprezza una alla volta tutte le novità alimentari che arrivano dall’occidente... Il vino ha fatto capolino anche in quelle baite, dove risultava effettivamente un po’ difficile digerire le ottime trote arrostite o impanate e fritte con qualche cos’altro. Adesso c’è il bianco, c’è il rosso, purtroppo spesso di una marca soltanto e magari non proprio quella migliore, ma intanto si è fatto spazio e ci si può finalmente anche ristorare con qualche piatto caldo prima di tornare a casa. In pochi mesi, quello che prima era un piazzale per la fermata dell’autobus e il parcheggio comodo delle auto, adesso è una bolgia, si parcheggia anche ai confini del bosco, sulla strada di accesso, insomma si è riempito quest’angolo di mondo, che prima era tanto selvaggio, perché la gente si ferma più volentieri. Una volta sistemato questo problema, il posto, che era rimasto praticamente sempre solitario e che ora vive di umanità in festa e quindi non è peggiorato, come potrebbe sembrare, anzi è più vivibile, più simpatico e più accogliente, diventerà uno dei nuovi ritrovi tipici. La cultura della socialità di questo popolo è senz’altro più elevata di quello che lo scempio delle nostre spiagge dimostra essere quella media del nostro, o forse le sanzioni per il disturbo e il deturpamento sono più deterrenti e applicate con meno bende sugli occhi.... Resta il fatto che col vino le baite hanno cambiato registro, specialmente quando hanno cominciato a usarlo anche per cucinare i funghi, ed è giusto riconoscergliene il merito. Come? Niente di meglio che descrivendone un poker di ricette polacche cui abbinare dei buoni vini italiani, non è forse vero? STUFATO DI FUNGHI. 800 grammi di funghi freschi misti, 50 grammi di cipolla bianca, 30 grammi di strutto, 20 grammi di farina, 1/8 di litro di panna, 1 cucchiaio di cima tritata di finocchietto selvatico, 1/2 cucchiaio di prezzemolo tritato, 3 cucchiai di vino bianco secco, sale e pepe quanto basta. Tagliare a pezzi i funghi e scaldarli in padella aggiungendo la cipolla tritata e soffritta nello strutto, stufare il tutto insieme aggiungendo il vino bianco. Quando sono teneri, aggiungere sale e pepe, addensare con la farina, alzare il fuoco e aggiungere la panna con le erbe tritate per un paio di minuti. Abbinamento con vini bianchi secchi di montagna, di livello alcoolico sostenuto (Collio, Colli orientali del Friuli, Alto Adige) a temperature 11-14°C. POLPETTE DI FUNGHI. 400 grammi di funghi freschi misti, 60 grammi di cipolla gialla dolce, 30 grammi di strutto, 3 cucchiai di vino bianco secco. 100 grammi di pane bianco raffermo, 1/8 di litro di latte, 1 uovo, 50 grammi di pane grattugiato, 1 cucchiaio di cima di finocchietto selvatico e prezzemolo tritati insieme, sale e pepe quanto basta, 30 grammi di olio di oliva. Tagliare a pezzi i funghi e scaldarli in padella, aggiungendo la cipolla tritata e soffritta nello strutto, stufare il tutto insieme aggiungendo il vino bianco e concentrare per evaporazione. Inzuppare il pane nel latte e tagliarlo a pezzi. Mischiare a freddo tutti i componenti insieme nella macchinetta per fare i ripieni, escluso l’olio. Confezionare delle polpettine aggiungendo, se l’impasto fosse poco consistente, ancora del pane grattugiato e farle friggere nell'olio a fuoco vivace fino al colore dorato da entrambe le parti. Abbinamento con vini bianchi giovani leggermente vivaci o frizzanti, beverini, (prosecco, verduzzo, riesling, trebbiano) a temperature 8-11°C. In alternativa, giovani rossi chiari vivaci e frizzanti (lambrusco, bonarda, freisa) a temperature 12-15°C. ZUPPA CON FUNGHI. 250 grammi di funghi freschi misti, 250 grammi di osso di manzo o di maiale, 30 grammi di cipolla bianca o gialla, 30 grammi di burro, 20 grammi di farina, 75 grammi di ortaggi vari, 500 grammi di barbabietoline rosse d’orto, 1 bicchiere di vino rosso, 1 foglia d’alloro fresco, sale quanto basta e zucchero, pepe in grani e aceto di vino a piacere. A scelta, una tazza di raviolini di carne. Bollire le barbabietoline rosse con la buccia, per un’ora. Contemporaneamente preparare a parte un brodo con l’osso, gli ortaggi, la cipolla tritata e i funghi affettati (l’arte della suocera: qualora ci fosse disponibilità di porcini piccoli e sodi, mettetene la gran parte a bollire interi e non tritateli poi insieme al resto), la foglia di alloro, il pepe in grani, il vino rosso e acqua sufficiente, anche qui per un’ora. Una volta raffreddate, pelare le barbabietole, gettandone l’acqua. Filtrare invece il brodo e aggiungervi poi le barbabietole, gli ortaggi e i funghi tritati molto finemente insieme (occhio al consiglio della suocera), regolare il sale (eventualmente spruzzare qualche goccia d’aceto e un po’ di zucchero a piacere), addensare un po’ con il burro e la farina. La zuppa molto buona con dei raviolini di carne da portare a cottura nel brodo dopo l’addensamento. Questo è il regno dei vini rosati giovani, chiaretti e cerasuoli, eventualmente anche abboccati o frizzanti, a temperature 14-16°C. FUNGHI ALLA POLACCA. 80 grammi di porcini secchi, 30 grammi di burro, 80 grammi di cipolla, 300 grammi di patate, 1/3 di litro di panna, 2 uova, 20 grammi strutto, 2 bicchieri di vino bianco secco e 2 di acqua per l’ammollo, pane grattugiato, sale e pepe quanto basta. Ammollare precedentemente i funghi in acqua e vino bianco e poi scaldare il tutto, regolare il sale e filtrare senza però gettare il brodino. Tritare e soffriggere la cipolla nello strutto, aggiungere i funghi, friggere fino a rosolarli. Aggiungere la panna e i rossi d’uovo, sale e pepe, un po’ di brodo e le patate a dadini, mischiare, versare il tutto in una pirofila, spolverare di pane grattugiato e qua e là infiocchettare con noci di burro. Infilare in forno molto caldo e cuocere fino a che arrossisce il pane grattugiato in superficie. Abbinare a vini bianchi secchi di elevato tenore alcoolico come le malvasie delle isole o le vernacce sarde, a temperatura 11-14°C. In alternativa, vini rossi giovani capricciosi e secchi (grignolino, marzemino, refosco) a temperature 14-16°C. La Polonia è un pericolo per il vino europeo! Per la legge locale è vino la miscela tra alcol e succo di frutta: e così ci guadagna la vodka Dal nostro corrispondente Mario Crosta Chissà se da qualche parte, fra i lettori, non ci sia qualcuno che abbia conosciuto da vicino, per esserci stato, i Paesi dell’Est europeo prima della caduta del muro. Per lo straniero abituato al clima di libertà individuale vigente a Ovest, quella che dovrebbe finire là dove comincia quella degli altri e invece spesso sconfina, le stranezze cominciavano dalla richiesta dei visti, anche soltanto per passare da uno Stato all’altro, che venivano rilasciati a orari limitati da impiegati d’ambasciata tramite sportelli coperti da tende impenetrabili. Il clima di mistero, di sospetto, di regime poliziesco, proseguiva poi con le regole per cambiare i soldi. Erano obbligatori dei traveller’s cheques per ogni giornata di soggiorno con un valore prefissato riconosciuto soltanto dalle banche statali di quei Paesi, perché al mercato libero, detto anche “nero” la valuta occidentale veniva pagata almeno cinque volte tanto. I più scaltri facevano il pieno di collant di nylon e di jeans da regalare alle signorine e alle signore che li desideravano forse più dei gioielli e che aprivano più porte di quello che fosse lecito pensare. Insomma, un mondo che sembrava impenetrabile e rigoroso sul piano ufficiale, che era veramente più povero del nostro, dove le frontiere erano un dramma più che una cortina. Chi l’ha chiamata cortina di ferro forse ha sbagliato, anche perché per qualcuno lo è stata di piombo, visto che è morto nel tentativo di fuggire. Un grande politico cecoslovacco disse che il socialismo era come un treno, quando i binari andavano in salita il popolo doveva scendere a spingere e quando i binari finalmente andavano in discesa era il partito che azionava i freni.... Ma come in tutti i tempi e a tutte le latitudini, la ruota gira sempre in avanti e i popoli maturano sempre le condizioni per il loro riscatto. Anche dove la vodka annebbiava i cervelli. Nei Paesi dell’Est europeo, il consumo di questo superalcoolico è diventato ben presto un abuso e si è radicato tanto profondamente nelle consuetudini popolari da divenire una vera e propria malattia sociale. La parola polacca “wódka” (“woda” significa acqua e “wódka” è il suo diminutivo) è stata usata per la prima volta in un testo del 1405 e ne conosciamo le prime concessioni alla distillazione attraverso fonti letterarie della città di Danzica risalenti al 1422. La vodka, chiamata anticamente anche acquavite, cominciò a diffondersi in Polonia nel XV secolo e a svilupparsi dalle città alle campagne tra il XV secolo e il XVII secolo. Alla fine del XV secolo si cominciò a distillare acquavite di grano e alla fine del XVIII secolo anche quella di patate. Dato l’enorme successo in tutte le categorie sociali, vennero ben presto imposte delle tasse sul consumo della vodka, che in Polonia veniva distillata in una miriade di sapori e profumi diversi: speziata, pura, dal grano, dal cumino, dalla cannella e da altri vegetali. Nel XVIII secolo si iniziò anche a importarne dall’estero per via di un evidente enorme aumento del consumo interno. La fabbrica di vodka e liquori della famiglia Baczewski è stata la più antica distilleria polacca di alcoolici. Fondata dai capostipiti nel 1782 a Wybranówka vicino a Leopoli (Lwów, città da sempre polacca che oggi è dentro i confini dell’Ucraina), dal 1810 è stata in possesso di Leopoldo Massimiliano e poi del figlio Giuseppe Adamo, che possedeva un’istruzione tecnica notevole nel campo dei distillati, grazie alla quale sotto la sua direzione la fabbrica si sviluppò su scala europea. Poi fu trasferita a Zniesienie, sempre vicino a Leopoli, e dotata delle più moderne attrezzature tecniche secondo modelli francesi e olandesi, migliorando notevolmente sul piano della qualità. Al suo interno si organizzò perfino una raffineria di puro spirito. Baczewski si dimostrò un industriale perfetto, perché la sua produzione faceva aspra concorrenza a tutti i superalcoolici e guadagnava molte posizioni oltre confine. Alcune tra le migliori vodke polacche Dopo la sua morte nel 1911 la fabbrica passò ai figli Leopoldo ed Enrico. Leopoldo la trasferì nelle mani del figlio Stefano in un’epoca molto florida, quando si producevano molti famosi tipi di vodka di puro grano, liquore di prugne e anche vino da tavola, che di vino aveva però soltanto il nome perché era una miscela di vodka, acqua e succhi di frutta. Quest’abitudine alle miscele di vodka, acqua e succhi di frutta si allargò a macchia d’olio e durante il regime della repubblica popolare sono sorte numerose fabbriche di “vino” che tale non è, con dei profitti tali da essere ancora oggi le uniche a resistere alla crisi e a essere per giunta difese dalla legislazione polacca contro la concorrenza dei vini veri, quelli d’uva, quelli importati, perché fonte di enorme guadagno per il fisco locale per via delle accise astronomiche. La cosa che più sconcerta è che siamo a meno di un anno e mezzo dall’ingresso della Polonia nella CEE e non solo queste fabbriche continuano a prosperare, ma si moltiplicano come funghi, come se fossero già certe che le autorità vitivinicole europee non riusciranno a evitare che si continuino a produrre queste miscele molto pericolose per la salute nonostante i divieti europei. Infatti sono legalizzate da una famigerata legge vinicola inventata dal passato governo di Solidarność, la PN-A-79122 del 16/02/1996 che definisce come vino d’uva, al suo punto 1.3.1 qualsiasi “bevanda ottenuta come risultato della fermentazione alcoolica dell’uva da vino e precisamente della vitis vinifera, oppure dei suoi succhi, comprendenti in volume dal 9 al 18% di alcool etilico, con eventuale aggiunta di succo d’uva concentrato e di spirito rettificato, destinato a scopi alimentari, per i vini semidolci e dolci”. In barba al divieto di tutti i regolamenti europei. La Polonia è un grande problema per la vitivinicoltura europea, o meglio per quella del vino d’uva genuino. Contro queste miscele di vodka, acqua e succhi di frutta venduti come “polskie wino” non risulta che si faccia un bel nulla, né a livello ministeriale né a livello di commissione europea incaricata delle trattative per l’ingresso della Polonia nella CEE, per chiarire quali saranno le produzioni ammesse e quelle non ammesse, stabilire cosa si potrà chiamare vino e cosa no, applicare un piano per la graduale riduzione fino alla scomparsa di queste attività abolendo questa legge entro la data d’ingresso della Polonia nell’Unione Europea e non a partire da quella data, quando non si potrà fare più nulla senza scatenare pericolosamente la piazza contro le “ingerenze straniere”. Per la Nato i tempi sono stati velocissimi, qualche mese e subito si è cooptato l’alleato destinato a fare da trincea, comodo cuscinetto per i tedeschi che hanno premuto sull’acceleratore in questo caso e hanno ottenuto quel che volevano. Per la CEE invece si prospetta una lunga battaglia, in cambio forse di una limitata emigrazione ufficiale, perché quella clandestina continuerà senza sosta come quella legale cosiddetta temporanea ma che diventa praticamente stabile senza troppi problemi di scappatoie più o meno autorizzate. Mentre per il vino d’uva si preannuncia una sconfitta, dato l’attuale immobilismo delle nostre autorità preposte e le necessità fiscali ineluttabili per uno Stato che attualmente è alla bancarotta e usa il potere legislativo non per la salute pubblica ma per quella delle casse dello stato e quindi degli stipendi ai burocrati. Come in Italia è stata da sempre presa di mira la benzina come comodo strumento di rifornimento veloce delle casse dello Stato, in Polonia hanno deciso che fosse il vino d’uva genuino importato, perché direttamente tassabile alla frontiera stessa. Mentre la vodka ha recentemente ottenuto uno sgravio fiscale pari a circa un quarto del proprio valore commerciale, quindi le autorità non possono più neanche mentire spudoratamente dicendo che le assurde accise piratesche servono a fare la guerra all’alcoolismo. Forse alla luce proprio di quest’ultimo atto di evidente guerra all’Europa, da parte dei nostri enti preposti al commercio con l’estero si è deciso di scuotersi dal torpore e di rompere gli indugi dopo anni di immobilismo. Si avvertono spiragli di novità, l’ICE di Varsavia si sta oggi riscuotendo con una ventata di iniziative promozionali del vino intraprese dai nuovi dirigenti dott. Cioni, dott. Albano e dott. Vinci. Speriamo in bene, perché uno scambio di cortesie tra il vino e la vodka non sarebbe poi tanto male, perlomeno un’auspicata reciprocità quanto a riduzione di accise. Perché se lo Stato polacco continuasse a penalizzare il vino europeo, la Cee dovrebbe pari pari penalizzare la vodka polacca e sarebbe un peccato. Ce ne sono infatti di eccellenti, quelle che si devono centellinare lisce e a temperatura ambiente, mai ghiacciate, come la Chopin (una vera musica), la Królewska e la Belvedere, un trio eccezionale cui fanno seguito la Luksusowa (di patate) e la Żytnia, ma anche quelle aromatizzate con erbe di montagna, come la Myśliwska, o con la stessa erba che i bisonti europei, sopravvissuti nelle foreste polacche, amano mangiare, come la Żubrówka. E poi ce ne sono decine di altre, produzioni limitate non sempre reperibili in tutte le città, che varrebbe la pena di promuovere anche in Italia. Ma patti chiari e amicizia lunga: anche in Polonia, come in tutti i Paesi civili, le porcherie spacciate come vino devono sparire dal mercato, leggine pestilenziali dell’ultima ora volenti o nolenti, come anche le accise politicamente orientate all’autarchia. Il vino della Romania: al bivio tra qualità e sofisticazione Il nono produttore del mondo di vino scopre di avere il 50% di vini falsi Dal nostro corrispondente Mario Crosta Credevo di aver trovato nell’Ucraina il massimo della illegalità nel campo del vino, con oltre diecimila morti ogni anno per bevande alcooliche altamente adulterate e una sofisticazione pari al 30% del vino commerciato, ma il crollo del sistema sovietico ha prodotto danni ben più gravi anche prima di quel confine. La Romania (la cartina della Romania), che è il nono produttore di vino mondiale per estensione dei vigneti (poche volte superato dal Sudafrica o dal Cile in quanto a ettolitri vinificati, secondo l’annata) e che produce dei vini di buona qualità, alcuni dei quali esportati anche in Italia, da questo punto di vista è un vero disastro. Secondo i responsabili del ministero dell'agricoltura di questo grande Paese balcanico del Mar Nero, più della metà del vino venduto in Romania è fuorilegge. In più del 50% dei casi il vino porta etichette che non corrispondono sicuramente al prodotto, sono falsi cioè il nome del vitigno, la provenienza e la categoria di qualità. Queste notizie sono riprese da interviste rilasciate alle agenzie di stampa AFP e ANSA. Molti vini vengono adulterati con alcool, zucchero, aromi e coloranti sintetici al punto da divenire dannosi per la salute dei consumatori, pur di moltiplicarli. Valga solo come esempio il bianco Busuioaca de Bohotin, uno dei vini la cui denominazione è protetta e garantita dalla legge, che però è troppo diffuso in tutti i supermercati e ristoranti nazionali nonostante la sua zona di produzione non conti che cinquanta ettari di vigneto. Qui devono aver pensato che, se in Polonia queste porcherie sono legalizzate, a Bucarest nessuno può essere più fesso.... Inoltre, contrariamente a quanto stabilisce la legge rumena, il mercato interno è anche invaso da vino in bottiglie di plastica, completamente fuori da ogni controllo. La diffusione di questo pericoloso lassismo nel mercato del vino ha danneggiato notevolmente anche il commercio dei vini genuini e dei vini di qualità, al punto da indurre finalmente le autorità a un giro di vite nel corso dell’ultimo anno, fino al ritiro della licenza a qualche decina di produttori, nonché multe per diverse migliaia di dollari. Questo è sicuramente un altro campanello d’allarme che dovrebbe pur smuovere le sonnolente commissioni europee incaricate di trattare con quel governo l’ingresso nella CEE dal 2007. Ma per quanto riguarda il vino, quelle non vedono, non sentono e non parlano (come si vigneto rumeno di collina fa di solito quando c’è di mezzo la mafia), neppure rispondono al telefono. C’è qualcuna delle nostre autorità vinicole che voglia provare a occuparsi di quelle decine di milioni di bottiglie prima che prendano, dopo aver girellato tanto come fanno gli scafisti albanesi, sicurissimi di fregare la nostra Guardia Costiera, le accoglienti vie del nostro Paese? bambino durante la vendemmia Mi è difficile descrivere gran parte di quei vini che un tempo erano invece famosi e in bella vista in tutti i supermercati dell’Est europeo, semplicemente perché oggi non hanno praticamente mercato, chi si fida più dei rumeni? Anche le enoteche si riforniscono con enorme cautela, preferendo importare vini dall’Occidente. Peccato, perché in quel Paese i territori che degradano fra dolci colline verso il Mar Nero sono particolarmente vocati alla vitivinicoltura, che si sviluppa sicuramente da più di 4.000 anni (qualcuno afferma 6.000), con un grande commercio verso la Grecia già fiorente più di 2.700 anni fa e poi verso Roma, ai tempi di Catilina che della Dacia era innamorato. Grande praticamente come la Gran Bretagna, di forma però molto concentrata, direi ovale, la Romania vede metà dei suoi 23 milioni di abitanti vivere nelle campagne, rese molto fertili e umide dal bacino del più grande fiume d’Europa, il Danubio, con i suoi numerosi affluenti tra cui Mures, Prut, Olt, Sires e ben 3.500 laghi.Se l’uva, per fare un buon vino, deve poter vedere l’acqua (come affermano i tedeschi del Reno e della Mosella), i terreni collinari che rappresentano un terzo abbondante dell’intera superficie rumena sono in ottima posizione e la superficie a vigna, limitata alle migliori esposizioni, corrisponde a circa il 2% dell’intero territorio nazionale. vigneto nei pressi del Danubio In Romania si producono poco meno di 7 milioni di ettolitri di vino l’anno, di cui il 70% di vini bianchi ed il 30% di vini rossi, molto tipici e in gran parte di qualità troppo altalenante a seconda delle annate, ma alcuni sono fatti anche con tecniche e tecnologie veramente di prim’ordine. Le uve bianche autoctone sono: Feteasca Alba Conosciuta anche come Fetisoara, Poama Pasareasca, Pasareasca Alba e Poama Fetei Alba, è una varietà bianca conosciuta da secoli in Moldavia e Transilvania e la incontriamo anche in Moldova, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Ucrania e Russia. Di bacca piccola e maturazione precoce e con un buon equilibrio tra zuccheri e acidi, vigorosa e con un ciclo vegetativo corto, si è perfettamente adattata alle zone settentrionali e fresche, anche se per la sua precocità è molto sensibile alle gelate primaverili. Permette l’elaborazione di vini secchi e abboccati e produce vini dall’aroma d’albicocca che sanno anche invecchiare. Vinificata in purezza produce i vini Perla di Tarnave e in uvaggio con altre varietà (Grasa, Francusa o Tamaioasa) è la base di tutti i vini di Cotnari. Grasa de Cotnari Conosciuta anche come Gorda, Poama Grasa, Grasa Mare e Grasa Mica è una varietà di colore giallo dorato con un alto contenuto di acidi e glicerina. Produce vini fini dal bouquet molto particolare, che ha dato ai vigneti di Cotnari in Moldavia la fama di produrre i migliori vini di Romania. Pare che questa varietà, uno dei gioielli dell’enologia rumena, sia imparentata con l’uva Furmint che in Ungheria produce vini eccellenti, infatti presenta una notevole somiglianza e alcune caratteristiche sono identiche. Uva di colore pallido e maturazione media, con le vendemmie tardive ottiene una grande concentrazione di zuccheri perché è molto sensibile alla muffa nobile botrytys cinerea, producendo in questo caso vini di alto contenuto alcoolico e caratteristiche simili ai Tokaji ungheresi. È molto diffusa la sua vinificazione insieme con la Feteasca Alba. Fetasca Regala È la varietà più estesa in Romania, originaria della regione di Brasov in Transilvania. È un ibrido naturale di Feteasca Alba e Grasa de Cotnari, coltivato con il nome di Feteasca Regala dal 1928. Di bacca media e di colore giallo o gialloverde e di maturazione tardiva, fine e aromatica, ricorda il moscato. È una pianta vigorosa, di produzione abbondante, molto resistente agli inverni freddi ma sensibile alle gelate primaverili e alle malattie. Produce un vino bianco di qualità con degli aromi caratteristici. Nella regione di Brasov se ne producono dei vini liquorosi. Spesso viene usata in uvaggi con altre varietà come Riesling, Muscat Ottonel, Neuburger o Aligoté. Galbena de Odobesti Chiamata anche Galbena, Galbena Grasa, Poama Galbena, Bucium de Poama Galbena, Szarsz Izum, Orangentraube, Galbina, Galbina Batuta, Galbina Rara e Galbina Urita, è una varietà bianca di bacca media, maturazione e vendemmia tardive, molto vigorosa e di grande rendimento, che dà vini leggeri. Si è estesa dal sud della Moldavia alla Valacchia (Dealu Mare) ed è stata molto utilizzata nei vini da tavola con poche pretese. Francusa Conosciuta anche con i nomi di Frincusa, Tirtara, Vinoasa, Poama Franchie, Poama Mustei, Poama Creata, Mildweisser e Mustoasa de Moldova, è una varietà bianca originaria della Moldavia e coltivata in tutto il Paese. Presenta bacche medie di colore gialloverde e produce vini con alta acidità, aromi vegetali e gusti persistenti. Di medio vigore, matura tardivamente. La incontriamo soprattutto a Cotnari dove si usa come complemento a Feteasca e Grasa. Muscat Ottonel Varietà sopravissuta all’invasione della filossera e coltivata nei climi temperati e freschi di Transilvania e Moldavia, produce vini di colore giallo paglierino dal sapore tipico del moscato. I più notevoli vengono dalla zona di Murfatlar in Dobrogea, da cui si ottengono vini da dessert di grande forza aromatica. A volte sono arricchiti con alcool per permettere loro una capacità maggiore di maturazione e affinamento con gli anni. Tamaioasa Romaneasca Conosciuta anche come Busuioaca de Moldova o Busuioaca de Bohotin, è una varietà locale molto antica e molto sensibile alle condizioni climatiche e richiede la migliore esposizione e autunni caldi, ma ottiene elevate concentrazioni di zuccheri producendo vini dolci e abboccati naturali, di colore giallo dorato, equilibrati, aromatici e complessi. I migliori vini di questa varietà vengono dai Carpazi Meridionali (la regione di Dragasani) e da Cotnari. A sud, dai vigneti di Pietroasa (Dobrogea), si producono ottimi vini da uve sottoposte a vendemmia tardiva, con un contenuto di zuccheri superiore a 240/260 g/l e che si distinguono per il colore ambrato scuro e per il gusto potente e complesso che ricorda il miele e la mela cotogna matura. Altre varietà bianche importate: Riesling Renano, Riesling Italico e Traminer si sono adattati perfettamente in Transilvania, Moldavia e Valacchia. Il Sauvignon Blanc è una delle varietà più conosciute in Romania e se ne ottengono interessanti vini nelle zone di Murfatlar e Dragasani. I migliori Chardonnay rumeni si ottengono in Dobrogea, specialmente a Murfatlar, mentre l’Aligoté coltivata in Moldavia e Dobrogea è più destinata a vini da tavola. Si distingue fortemente il Pinot Gris, che si è adattato impareggiabilmente alle condizioni di tutta la Romania. A partire da questa varietà si producono sorprendenti vini che, rispettando il carattere del Pinot, offrono caratteristiche completamente distinte da una regione all’altra, specie in Transilvania, Dealu Mare e Murfatlar. Le uve rosse autoctone sono: Feteasca Neagra Chiamata anche Fetiasca Neagra, Poama Fetei Neagra, Coada Rindunicii (coda di rondine, per il colore) e Pasarea Neagra, è una varietà rossa originaria della Romania. I migliori vini di questo vitigno si producono a sud, nei vigneti di Valea Calugareasca, Urlati, Tohani e Cotesti. È un ceppo vigoroso, resistente agli inverni freddi anche se è sensibile alle malattie e alle gelate primaverili. La bacca è media, di colore neroazzurro e maturazione media. Se ne producono vini di ottima qualità, anche in assemblaggi con Cabernet Sauvignon o Babeasca Neagra. Con Merlot produce normalmente dei vini tipici. I vini di Feteasca Neagra evolvono rapidamente, sono di colore rubino, rotondi, robusti e con aromi di frutti di bosco. Babeasca Neagra Ceppo diffuso specialmente nei vigneti del sud della Moldavia, dove si distinguono i vini prodotti a Nicoresti, che si utilizza abitualmente per vini da tavola giovani, di colore rosso brillante e gusto fruttato. Altre varietà rosse importate: La varietà rossa forestiera più estesa in Romania è il Cabernet Sauvignon, che preferisce i climi caldi del sud. Si ottengono ottimi vini da questa varietà in Valacchia, Banato e Dobrogea. Segue il Merlot che si sviluppa sulle colline del sud della Moldavia e della Valacchia. Però la varietà che si è meglio adattata alle caratteristiche del Paese è il Pinot Noir con il quale si ottengono alcuni vini sorprendenti per l’alta qualità. La sorprendente qualità di alcuni vini della Romania Viaggio fra le regioni più vocate all’enologia del paese latino sul Mar Nero Dal nostro corrispondente Mario Crosta Accanto ai grossi problemi di indispensabile repressione delle frodi e delle falsificazioni che hanno raggiunto la sorprendente quota del 50% del mercato a detta delle stesse autorità, in Romania si producono almeno 400 tipi di vino, che sono anche esportati in Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti e perfino in Italia. Tanto ricca è la varietà dei vini (più di 230 le DOCC e più di 120 le DOC rumene) e tanto rinomata è la loro qualità. Tra i rossi più famosi ci sono quelli delle zone Dealu Mare, Murfatlar, Segarcea e tra i bianchi quelli delle zone di Cotnari, Dragasani, Tirnavani e Stefanesti. Ce ne sono di tutte le varietà, secchi, abboccati, dolci e liquorosi. Le tecniche di vinificazione sono le stesse dei grandi Paesi vinicoli mediterranei come l’Italia e la Francia e le tecnologie sono ben diffuse, tanto che per il vino rumeno si può parlare di ottima affinità latina e di adeguato livello di cantina, un po’ come per la lingua rumena che discende anch’essa, come la nostra, dal latino. Il vino qui occupa un posto importante, anche se non è la prima bevanda per i rumeni. La bevanda tipica e preferita dai Romeni è la “tuica” o acquavite di prugne, bevuta sempre (nel senso più ampio e duraturo di questa parola), ma soprattutto come aperitivo, che può raggiungere anche gradazioni alcooliche molto alte (60-70 gradi). Seguono poi la “bere”, cioè la birra, e quindi il vino. Ma ai turisti che decidono di approfittare delle convenienti offerte di tours enogastronomici nell’interno, da preferire comunque alle spiagge del Mar Nero che non hanno ottenuto neanche una bandierina blu, suggeriamo di evitare le discutibili preferenze locali per dedicarsi alle scoperte enologiche nelle regioni e nelle zone vitivinicole, che sono tante. La Romania gode infatti di paesaggi molto diversi, dalle cime dei Carpazi fino alla soleggiata riviera del Mar Nero lungo i suoi 50 km di costa, con il delta del Danubio che è unico in Europa per i suoi ambienti primordiali e la vita selvatica in essi pienamente conservata. Nelle sei regioni geografiche (Valacchia, Transilvania, Moldavia, Banato, Oltenia e Dobrogea) le zone vitivinicole sono ben delimitate, con caratteristiche piuttosto tipiche e si estendono in totale per circa 232.000 ettari, per l’80% ormai di proprietà privata, con una resa media di circa 47 quintali di uva per ettaro. Nella cartina allegata sono riportate tutte quelle che producono dei vini di qualità, ma le principali e più rinomate sono le seguenti: Transilvania È la regione settentrionale della Romania che si arrampica fino ai monti Carpazi e gode di microclimi freschi per le altitudini elevate nonché dell’umidità che sale dal bacino dei fiumi Tirnava Mica e Tirnava Mare, condizioni favorevoli per la produzione di vini bianchi secchi, freschi, fruttati, ben equilibrati e con buona acidità. A nord di Sibiu, nella zona di Tarnave, spiccano Traminer rosa, Rulander, Sauvignon blanc, Feteasca Alba e Muscat Ottonel. A ovest, nella zona di Alba Iulia-Aiud, si distinguono Pinot Gris, Riesling, Sauvignon blanc, Feteasca Alba e Muscat Ottonel. Nel nord, a dispetto del rigore del clima, nella zona di Bistrita-Nasaud, si producono vendemmia in Transilvania ottimi vini a Lechinta, fra cui degli eccellenti Traminer. Tutti i tours enogastronomici prevedono soste nei numerosi monasteri molto antichi e soprattutto nel castello di Dracula, il principe vampiro, e questa è una fonte di risorse incontestabili per le numerose cantine, ma bisogna fare attenzione ai vini fatti apposta per incantare i turisti anche con confezioni particolari, meglio non comprare a scatola chiusa. Moldavia Ai confini con l’Ucraina e la Moldova, con la quale ha continuità geografica, è una regione vitivinicola molto bella, un altopiano montagnoso a nord che si apre sulle pianure verso il Mar Nero. Specialmente nella zona di Cotnari, che tra le colline di Iasi gode di un microclima temperato e umido molto adatto allo sviluppo della muffa nobile botrytis cinerea e alle vendemmie tardive di fine novembre, che permettono dei vini bianchi aromatici e dolci di grande finezza, nonché dei vini liquorosi di fama riconosciuta. La varietà più utilizzata è la Grasa de Cotnari in uvaggio anche con Tamaioasa, Francusa e Feteasca Alba. I vigneti di Dealurile Moldovei producono dei buoni rossi a nord di Iasi e dei buoni bianchi a sud intorno a Husi. Dai vigneti della zona di Odobesti-Panciu-Nicoresti intorno a Focsani si producono dei rossi, ma si distingue un vino bianco e leggero a base di Galbena de Odobesti, molto equilibrato, poco aromatico e fresco. Muntenia e Oltenia Muntenia, il paese dei monti come dice il nome, situata a est e Oltenia, il paese del fiume Olt a ovest, formano il gran bacino della Valacchia, parte della conca fluviale del corso finale del Danubio, dove si estendono immense pianure di suoli alluvionali e argillosi fino alla muraglia dei Carpati meridionali, le cosiddette Alpi della Transilvania. Queste regioni del sud della Romania sono dominate da colline estese dalle dolci pendenze, che raramente superano i 200 metri d’altezza e sono la patria dei più grandi rossi di Romania, da uve di origine francese, ricchi di aromi, morbidi, senza eccesso di tannini e dal gusto persistente. cantina in Oltenia Come nella zona di Dealu Mare con Valea Calugareasca, Tohani e Urlati, che sono alla stessa latitudine di Bordeaux e hanno il clima ideale per Cabernet Sauvignon, Merlot e Pinot Noir. Colline anche nelle zone vocate ai rossi da uve Feteasca Neagra e Cabernet Sauvignon, come a Dragasani con il famoso Samburesti e nella zona di Segarcea, ma anche nella zona Drobeta-Turnu Severin con i suoi rossi elaborati da Pinot Noir, Cabernet Sauvignon, Merlot e Feteasca Neagra. La zona Arges-Stefanesti produce vini bianchi secchi fruttati e leggeri di Riesling, Sauvignon Blanc e Feteasca Regala e vini dolci da varietà di Muscat Ottonel, specialmente a Valea Mare. Dobrogea Nel suo cammino verso il mare, il Danubio incontra un ultimo ostacolo: l’altipiano di Dobrogea, che lo obbliga a girare bruscamente deviando il suo corso verso le pianure del nord. La regione si estende dal confine ucraino a quello bulgaro, sui suoli calcarei delle colline e sabbiosi, alluvionali della costa, sole per almeno 300 giorni l’anno, autunni caldi e lunghi, gode della frescura del Mar Nero e dell’umidità necessaria per lo sviluppo della muffa nobile botrytis cinerea. Murfatlar è una delle zone di produzione migliori della Romania, con almeno 2.000 ettari a vigneto specializzato. Chardonnay e Pinot Gris, come Tamaioasa Romaneasca e Muscat Ottonel, qui danno vini liquorosi di qualità eccezionale e di grande longevità, ma ci sono anche dei rossi molto ricchi e aromatici di Cabernet Sauvignon, Merlot e Pinot Noir. Nei vigneti di Pietroasa si producono degli interessanti bianchi di Tamaioasa e Grasa. I vini di Sarica-Niculitel, molto più modesti, non possono competere a nessun livello con le meraviglie di Murfatlar. Questi vini fanno parte dell'orgoglio nazionale, tanto che a Valea Calugareasca opera attivamente un unico Istituto nazionale di Ricerca sulla Viticoltura e la Vinificazione, che produce e commercia in proprio anche diversi vini. Ma le loro caratteristiche rimangono fortemente influenzate dai microclimi, dai territori, dalle tradizioni enologiche e gastronomiche locali, tanto differenti da costituire per lo straniero un’avvincente caccia al tesoro. Anche la cucina rumena cui si riferiscono fa parte, senza dubbio, della tradizione balcanica, ma con evidenti caratteristiche speciali, riconducibili a tre componenti fondamentali: le forti influenze russe e turche, le influenze occidentali (ungheresi e francesi), la grande varietà dei piatti regionali. Soltanto da questa prospettiva si può parlare di una enologia e di una cucina nazionale romena, per giunta in grande simbiosi. D’obbligo, quindi, anche solo due cenni su quest’ultima, con l’occhio ai vini che magicamente l’accompagnano. La pietanza più diffusa è la “mamaliga”, polenta di farina di mais, che viene condita con burro e formaggio e che si prepara anche nelle capanne di legno accendendo il fuoco lontano dalle pareti e mettendovi a cuocere una caldaia di rame. I Rumeni sono soliti iniziare il pranzo con i “gustari”, antipasti a base di vegetali come pomodori, peperoni e cetrioli con salame e formaggio. Le minestre sono per lo più quelle tradizionali balcaniche: il “bors” di barbabietole rosse, la “ciorba” di carne di vitello e di pollo, la “ciorba potroace” con frattaglie di tacchino e di oca. Anche i piatti a base di carne sono di netta tradizione balcanica, come i popolarissimi “mititei”, piccole salsicce di carne tritata di manzo molto aromatizzate con aglio, pepe, spezie varie e cotte alla griglia, le “sarmale”, polpette di carne tritata, avvolte in foglie di vite o di cavolo e servite con pomodori con o senza panna, la “tocana”, un ragù che va lasciato al fuoco parecchie ore, la “musaka” di carne tritata, pomodori e melanzane disposti a strati e cotti al forno, il “ghiveci” di verdure tagliate finissime, arricchite di pezzetti di maiale e messe al forno, la “pastrama”, carne affumicata di bue, maiale o capra. La selvaggina generalmente non viene fatta frollare, come le anatre marinate il giorno prima e poi arrostite e servite con le olive. La zuppa di pesce è più veloce della nostra, si fa con pesciolini di fiume di ogni genere appena pescati, puliti e cotti in pochi minuti con pomodori ed erbe fini. La carpa si fa allo spiedo oppure in zuppa, o cotta con olio e pomodoro, o marinata, o al forno con ripieno di noci pestate, uva sultanina ed erbe aromatiche. I gamberoni sono cotti con aceto e profumi e si servono con un trito di noci, aglio e olio o con riso. Di insaccati, formaggi e dolci non c’è che l’imbarazzo della scelta, è pur sempre un Paese latino. I migliori vini della Romania: dei giganti un po' addormentati Ecco i produttori che hanno portato la Romania alla ribalta internazionale Dal nostro corrispondente Mario Crosta Mi perdonino tutti gli altri ottimi vini rumeni, ma per un primo approccio ai vini di qualità di quel Paese preferirei presentarne alcuni che sono conosciuti anche in occidente e che è possibile degustare normalmente anche nei grandi ristoranti parigini e londinesi e nelle nostre enoteche più famose. Nei rossi si riconosce la mano esperta della collaborazione di due enologi italiani, Fiorenzo Rista e Attilio Pagli. Più in là non mi spingerei proprio, perché la Romania produce davvero tanti DOCC e DOC, quasi 400, è un grande produttore, il nono del mondo con quasi 7 milioni di ettolitri e sarebbe più consigliabile fare riferimento ad alcuni punti fermi, per esempio i quattro produttori seguenti, come trampolino per lanciarsi alla scoperta degli altri. Come del resto fanno i numerosi turisti italiani che partecipano ai tours enogastronomici, anche se sottolineo, come nei due precedenti articoli sui vitigni e sulle regioni vinicole della Romania, di usare particolare attenzione per la presenza di alcuni vini usati come specchietto per le allodole e di altri riconosciuti come falsi anche dalle autorità, ma molto diffusi. BOLOVAN Vineyard Il vigneto sorge su suoli alluvionali, che sono vocati in modo particolare a produrre vini di grande carattere, con esposizione a sudovest dei terreni che scendono verso il fiume Olt, un ottimo volano termico. Queste condizioni permettono una delicata maturazione delle uve durante il ciclo vegetativo della vite, un microclima ideale che garantisce un ottimo equilibrio tra zuccheri, acidità e polifenoli, a 260 metri sul livello del mare. Densità di 5.000 piante per ettaro, potature drastiche per una produzione selezionata di 1 kg o poco più per ceppo, allevamento a spalliera dalle geometrie studiate per garantire la miglior esposizione. In questo modo le uve sviluppano una minore acidità e la loro buccia, che contiene nobilissime sostanze, raggiunge una bella consistenza. I vini che risultano dalla composizione di questi fattori testimoniano della varietà e della generosità del vigneto. CASTEL BOLOVANU CABERNET SAUVIGNON 1999, denominazione Samburesti DOCC, medaglia d’oro al concorso mondiale di Bruxelles 2001, è una selezione intelligente di uve Cabernet Sauvignon con il concorso di piccole quantità di Merlot cresciute sulle stesse colline, caratterizzata da tannini morbidi con il tocco aromatico e speziato dell’oriente. Dopo 4 mesi in barrique di rovere d’Allier a struttura fine e altri 12 mesi di affinamento in bottiglia, il vino è piacevolmente strutturato e complesso, con un profondo e brillante colore rubino con note granata, di media intensità, che comincia appena a evolversi e un bouquet ben fruttato, maturo di cassis. Gusto assai piacevole, di buon corpo, piccoli frutti di bosco, ottima persistenza, alcool 13,5%, produzione di 53.000 bottiglie da 60 ettari. SOARE 1999 CABERNET SAUVIGNON, denominazione Samburesti DOCC, è il risultato di una speciale e rigorosa selezione di uve Cabernet Sauvignon e in minima parte Merlot prodotte da vigne di più di 25 anni di età dislocate nelle migliori aree della regione. Dopo 12 mesi in barrique francesi di legno d’Allier, per metà nuove e per metà di 1 anno, e dopo altri 12 mesi di affinamento in bottiglia, il vino ha una struttura tannica ben equilibrata, un colore rubino intenso con note granata e un bouquet complesso e variegato. Il gusto è ricco, piccoli frutti neri, alcool 13%, produzione di 53.000 bottiglie da 60 ettari. VILLA ZORILOR vineyard Villa Zorilor è situata lungo le colline di Dealu Mare con esposizioni Sud/Sud/Est e al riparo dei venti gelidi del Nord. La vendemmia 1998 è stata caratterizzata da una primavera secca, alternata a pioggia, con un giugno caldo e secco, ma ventilato, condizioni che hanno consentito un’ottima maturazione piena e regolare. La raccolta è stata effettuata durante il mese di ottobre in cassette da 20 kg per preservare integri tutti gli acini e la vinificazione è stata effettuata secondo il classico metodo tradizionale di fermentazione in contenitori inox da 150 ettolitri a temperatura controllata per 3 settimane, con dei pompaggi giornalieri per ottimizzare l’estrazione dei componenti nobili dalle bucce. VILLA ZORILOR RED PARADOX 1998 è stato prodotto da uve Merlot, Cabernet e Feteasca Neagra. Dopo la fermentazione malolattica il vino è stato invecchiato per un breve periodo in barrique di legno francese al fine di stabilizzare il suo colore naturale senza perdere la fragranza che caratterizza un vino giovane. Colore granato di bella intensità, leggeri riflessi blu. Aroma speziato di pepe dominato da un fondo di piccoli frutti neri. Sapore leggermente e piacevolmente astringente, fruttato, di buon corpo e persistenza, alcool 13%, produzione di 40.000 bottiglie da una parte dei 132 ettari di vigneto ad altezza 102 metri sul livello del mare, denominazione Dealu Mare DOCC. PRINCE MATEI MERLOT RISERVA 1998. Prodotto da uve Merlot con il sistema classico, dopo la svinatura metà del vino completa la fermentazione malolattica in barriques nuove, mentre l’altra metà la termina nei tini inox. La durata di affinamento di questa riserva è stata di 12 mesi circa nelle cantine della villa e dopo un coupage è stato ulteriormente affinato in bottiglia. Gradi alcool 13,5%, colore rubino intenso e bouquet complesso di piccoli frutti di bosco, note di violetta e goudron, sapore rotondo, avvolgente, di ottimo corpo. Della Riserva 1998 sono state prodotte 60.000 bottiglie. TERASE DANUBIANE vineyard 190 ettari di vigneto a 86 metri sul livello del mare, situati in un anfiteatro naturale, protetto dai freddi venti del nord e con le temperature mitigate dal vicino fiume Danubio, caratterizzati da una densità di 4.500 piante per ettaro di età intorno ai 20 anni. Potature drastiche per migliorare la qualità riducono la produzione a 35 ettolitri massimo per ettaro. Gli interventi contro i parassiti ridotti al minimo e molto scrupolosi, nonché le potature delle foglie per ottenere la massima esposizione dei grappoli al sole permettono la consegna di uve sane alla cantina nonostante qualche brutta giornata e un po’ di pioggia in agosto e settembre. SENNA PREMIUM OAK 1999. Questo vino è il prodotto di un sapiente e collaudato equilibrio di uve Merlot, Cabernet Sauvignon, Pinot Noir, Riesling, Sauvignon blanc e Muscat Ottonel vendemmiate in ottobre con uve selezionate, asciutte e sane. La fermentazione viene effettuata in parte in vasche d’acciaio per 3 settimane e in parte in rotofermentatori da 7 a 10 giorni, a seconda del grado di estrazione desiderato, il tutto a temperature controllate. La fermentazione malolattica viene completata in gennaio e il vino viene messo a maturare ancora in botti di legno medie e poi ad affinare in bottiglia. Il colore è rubino con note granata, dai riflessi blu, di bella concentrazione e numerose lacrime. Bouquet molto fruttato e di una certa eleganza, cassis, mora, ribes, con una nota leggermente affumicata e speziata. Il gusto è molto ricco e fruttato, di corpo equilibrato e molto persistente, con una nota di crema di latte fresca. Tenore alcoolico 13,5%, produzione di 200.000 bottiglie da 190 ettari, denominazione Mehedinti DOCC COTNARI vineyard È un vigneto di 50 ettari ad altezza 360 metri sul livello del mare, molto conosciuto da parecchio tempo, con piante di Grasa de Cotnari, Feteasca Alba, Tamaioasa Romaneasca e Francusa, dove sono elaborati degli eccellenti vini bianchi liquorosi e da qualche anno anche degli ottimi vini bianchi secchi. CHATEAU COTNARI 1999 è uno dei migliori vini bianchi botrytizzati (cioè da uve ad altissima concentrazione di zuccheri per effetto della muffa nobile Botrytis Cinerea) che ci sia in circolazione, con un eccellente rapporto qualità/prezzo, nelle annate migliori non ha niente da invidiare ai Sauternes. Di colore giallo paglia con una bella brillantezza, molto limpido e con numerose lacrime. Il bouquet è molto originale, di vino che promette un ulteriore sviluppo e comincia appena a scoprire aromi di mandorla, note di tiglio e fiori secchi, un tocco di miele. Il sapore è franco e senza eccessi, la sua buona acidità gli conferisce freschezza ed equilibrio, buon corpo e una certa persistenza, nel finale con una punta di minerale e di frutta secca. Tenore alcoolico 12%. Ideale per gli asparagi e i timballi di pesce di fiume. GRASA DE COTNARI 1997. Un vino bianco molto tipico, con un bel colore giallo oro dai riflessi luminosi e una limpidità profonda. Bouquet fresco ed equilibrato, fine, con note fruttate (pere, banane e melone giallo), floreali di acacia e miele, una punta di pane casareccio e parmigiano. Sapore molto pronunciato e rotondo, soave, avvolgente, ma soprattutto vivace e fresco, di buona tenuta e persistenza, che ricorda un po’ l’avocado, il mango e la pesca. Tenore alcoolico 11,5%. Ideale per formaggi freschi e profumati e gelatine con carni bianche. Dalla Crimea, Massandra, un po' cantina un po' enoteca Bottiglie centenarie prodotte in loco si affiancano a rare riserve di vini francesi e spagnoli conservate nelle sue cantine Dal nostro corrispondente Mario Crosta Della stupenda Crimea, delle sue attrattive turistiche e dei suoi vini non credo si possa smettere facilmente di parlare, nonostante la sua relativa distanza. Sulle piazze che contano, per esempio Londra, c’è una grande attenzione per i vini della Crimea, che stanno tornando a conquistare l’Europa con meritato, quanto sorprendente successo. Le più importanti catene di hotel pluristellati di tutto il globo presentano, nelle loro carte dei vini, i vini delle notissime cantine di Massandra a prezzi che gravitano perlomeno intorno ai 100 € per le annate più recenti. Poiché vale la pena approfondire meglio l’argomento, dopo il mio articolo di qualche mese fa “I vini della Crimea” ho il piacere di tradurvi un frammento dell’articolo di Adam Marlewski comparso a settembre sulla rivista polacca Świat Win (che abbiamo più volte citato come riferimento per gli appassionati di vino di quel Paese del Baltico), tralasciando le due iniziali pagine di ricerca storica, peraltro molto precisa, sulla vite e sul vino in quella penisola del Mar Nero, dagli albori fino ai giorni nostri. Chissà che cosa succederebbe se si spalancassero un giorno tutte le porte dei sacri archivi del Vaticano, ma intanto in Crimea, a Massandra, c’è uno dei più favolosi tesori del mondo del vino, di cui non vi tolgo il piacere della scoperta! Il traduttore: Mario Crosta Le collezioni dei vini di Massandra Gli attuali Stabilimenti Popolari Conservieri “Massandra” amministrano (in diverse separate unità dislocate lungo quasi tutta la costa della penisola) una superficie complessiva di 4.120 ettari di vigneti situati nelle valli e sui fianchi montuosi della Crimea. Alla testa del kombinat c’è Nikolaj Bojko, che è anche il direttore generale del settore pigiatura vini, mentre l’enologo principale è Galina Mitajewa. Il complesso di Massandra occupa quasi cinquemila persone e produce ogni mese circa un milione di bottiglie. Le caratteristiche di aroma, gusto e colore sono controllate senza sosta dal laboratorio, assicurando l’elevata qualità di ciascun vino e la pulizia ambientale. Dal 1996 tutti i vini sono imbottigliati esclusivamente in bottiglie aziendali nuove. Vigneti della Crimea I vini maturano e si affinano in botti di rovere locale, la maggioranza di essi conta più di 30 anni e una sfilza di loro è significativamente più vecchia, con rabbocchi quanto più a lungo possibile. La vinificazione è effettuata secondo i metodi tradizionali e propri dei vari tipi di vino che imitano perfettamente, così i portwejn di Crimea si fanno come i porto del Portogallo, gli sherry di Crimea come gli xeres spagnoli e così via (a Massandra si fanno in genere vini dolci e amabili). Tra i più popolari ci sono il Moscato Bianco, il Moscato Rosa e il Pinot Grigio (sul posto i primi due costano 5 € la bottiglia e il terzo 6 €). L’unico vino secco che produce Massandra, a base di Cabernet Sauvignon, è l’Alushta, che costa circa 6 € la bottiglia. I prodotti di Massandra prendono parte ai concorsi internazionali fin dall’anno 1900. Nel XX secolo hanno conquistato quasi 150 medaglie d’oro e 2 Grand Prix, cosa che li colloca al primo posto tra tutti i vini del mondo. I più famosi intenditori di vino apprezzano molto i vini di Massandra, per esempio Robert Parker ha assegnato al Moscato Rosa del 1929 ben 97 punti su 100, un punto in più dello stesso vino dell’annata 1940 che, come il Juznobiereznyj 1960, si è visto assegnare 96 punti. Massandra possiede, a quanto pare, la più insigne collezione del mondo di vini invecchiati, tra i quali la parte migliore è costituita da riserve raccolte dal principe Golicyn (N.d.T.: il costruttore della cantina su tre piani a più di 62 metri sotto terra, ognuno con sette tunnel paralleli di 150 metri di lunghezza, ciascuno dei quali apre nove gallerie, per la conservazione di almeno un milione di bottiglie, opera monumentale che ha uno scorcio di alcune vecchie e rare bottiglie resistito superbamente al grande terremoto del 1920). Tra queste si trovano Sherry de la Fronteira 1775, Sherry Select 1840, Siedmoje niebo 1880, Honey from Altay meadows 1886, Mied Golicyna 1896. Altri veri miracoli, che ancora sono caratterizzati da altissime doti di gusto e vere perfezioni di bouquet, sono Madeira Olu-Ribero 1837, Sherry Pakharete 1848, Malaga Livadia 1891, Muscatele White Livadia 1892, Portwine Red Massandra 1894, Madeira Massandra 1905, vino da tavola Ai-Todur 1912. La potenza dei vini prodotti prima del 1918 è soltanto stimata, perché soltanto successivamente il livello alcoolico è stato registrato con precisione e si sono condotte delle vere e proprie analisi chimiche che, accanto al tenore alcoolico, hanno fornito il livello degli zuccheri residui dopo la fine della fermentazione e il livello di acidità (più alto è il livello di acidità e meno dolce si mostra il vino al palato). È importante notare che i vini prodotti a Massandra qualche decina di anni fa hanno curiosamente un basso livello di componenti acidi volatili, significativamente inferiori a quelli attuali. Questa caratteristica è significativa non solo della stessa natura del vino, ma anche del lunghissimo affinamento in bottiglia in profondissime cantine, dunque conferma la grande qualità dell’enologia di Massandra. La verifica della qualità dei vecchi vini si effettua normalmente ogni dieci, venti anni. Si allega un opportuno certificato alla partita di vino esaminato a campione e subito si ritappano le bottiglie usate per la verifica con tappi nuovi della migliore qualità (importati dal Portogallo o dal Marocco). Soltanto queste ultime bottiglie vanno all’asta, per esempio presso la famosa casa londinese Sotheby’s. In genere non hanno un’etichetta originale, perché molto tempo fa neanche le incollavano. Sono messe in vendita avvolte nel cellofan con il cartellino che certifica, in inglese e in russo, la loro origine e la loro qualità. Le bottiglie sono di forme diverse, la maggioranza è di tipo bordolese oppure borgognotto e alcune sono del tipo caratteristico per il Porto. Dalla vendita di questi vini invecchiati NPAA Massandra ricava cospicue somme. Per esempio nel 1990 fino a 13.000 bottiglie riempite 50 anni fa, se non prima, sono volate negli USA per la cospicua somma di un milione di dollari, cioè in media 77 $ a bottiglia. In cambio di questa somma la cantina contrattò, tra l’altro, una fornitura di tappi portoghesi, di cassette in legno finlandese per collezionisti, componenti chimici svizzeri per la lotta alle malattie della vite e poté rifornire il laboratorio dentistico presso lo stabilimento di nuove attrezzature, inoltre comprò negli USA un laboratorio diagnostico nuovo, comprendente anche le apparecchiature per individuare l’AIDS, che volle trasferire al Centro Trasfusioni di sangue a Jalta. Un anno dopo, a Londra, presso Sotheby’s, ognuna delle 36 bottiglie di Alushta 1947 presentate venne venduta a 211 $, mentre altre 12.000 bottiglie di altri vini prodotti dopo il 1945 ottenne in media un prezzo di 90 $. Tra i più recenti record di vendita segnalo quello del 17 ottobre 2001, sempre da Sotheby’s a Londra durante l’asta Sale of Finest and Rarest Wines, un nuovo record mondiale in questa senza dubbio snobistica competizione com’è quella dei prezzi delle bottiglie di vino. I vecchi vini della cantina di Massandra vi furono presentati con il permesso del Presidente della repubblica Ucraina e il prezzo di base, fissato a 320.000 sterline fu letteralmente triplicato! la degustazione di alcune rare bottiglie La maggiore notorietà l’ebbe una bottiglia di Sherry comprata per telefono da un anonimo per 31.000 sterline. Questa bottiglia del 1840, riconosciuta come la più antica contenente uno sherry originale spagnolo, era stata aperta nel 1964 alla presenza dell’allora novantenne Aleksander Jegorov. Tra le altre rarità portate all’estero da Massandra hanno spiccato il volo tra l’altro uno Château d’Yquem 1865 per 6.820 sterline e un Sandeman White Port 1870 per 3.520 sterline, ma per completare il quadro fornisco le quotazioni degli altri record di quell’asta: Château Pétrus 1982 a 13.750 sterline e lo stesso del 1990 a 9.460! Ottennero prezzi alti anche i vini di Borgogna: tre bottiglie di Musigny Cuvée Vieilles Vignes 1972 a 2.420 sterline (con una base d’asta di sole 350/500) e 12 bottiglie di Chambertin 1989 a 3.960 sterline, cioè tre volte più del previsto. Le ultimissime dicono che il 28 settembre del 2002 le gemme dell’enoteca di Massandra sono degustate a Vienna, presso il ristorante Altwienerhof in Herklotzgaße 6, non lontano dalla cattedrale di S.Stefano, che appartiene da tre generazioni alla famiglia Kellner, in una manifestazione contraddistinta dal titolo Grand Avard con lista dei vini preparata da Wine Spectator, nella degustazione “Massandra das Zarenweingut 1900-1975”. I partecipanti, per 1.100 € in totale hanno assaggiato ben 15 vini di Massandra: Livadia Pink Muscat 1900 e Livadia White Muscat delle annate 1905, 1915, 1932, 1950 e 1959, Red Port 1918, White Muscat delle annate 1938, 1945 e 1975, Gurzuf Pink Muscat 1939, Pink Muscat 1940 e 1962, Tokaj South Coast (vale a dire Juznobiereznyj) 1948 e Red Stone White Muscat 1948. Prezzo di una bottiglia da bere a fine degustazione, per esempio Livadia White Muscat 1905, pari a 800 €. Questo tipo di vino è entrato in commercio per la prima volta nel 1991. Anche quello odierno nasce dalle stesse uve raccolte nelle medesime località, cioè attorno al famoso Palazzo Bianco di Livadia (N.d.T.: progetto del francese Bouchar, ristrutturato dal russo Meismacher, fu palazzina da caccia di Alessandro III e piacque a Stalin come dacia). La vendemmia è effettuata molto tardi, appena l’uva comincia a raggrinzirsi. Dopo la separazione dai vinaccioli la fermentazione dura da 3 a 4 giorni, durante i quali ogni 6 ore c’è una follatura con rimescolamento del mosto. Dopo 2 anni di maturazione in rovere si ottiene un vino di circa il 10% di alcool con zuccheri residui pari a 360 grammi al litro e un’acidità che oscilla intorno ai 7 grammi al litro. Le quantità rese note per l’annata 1905 sono state di 9,7% di tenore alcoolico, 375 grammi/litro di zuccheri residui e acidità volatile 0,43. Colore caramello ambrato intenso, consistenza quasi come uno sciroppo, anche soltanto due gocce liberano un bouquet ricchissimo di aromi, tra i quali note di buccia d’arancia e limone e intrecci di erbe aromatiche. Il palato si diletta di miele dolce e vigoria d’agrumi, che permangono alcune etichette di Massandra molto a lungo in bocca, veramente un grande vino dolce. Meno dolce ma significativamente più forte l’Alupka White Port (Alupka Portwejn) che è prodotto da uve raccolte intorno al Palazzo Voroncov di Alupka, nel quale soggiornò sir Winston Churchill durante la conferenza di Jalta, e matura 3 anni in botti di rovere. Le bottiglie dell’annata 1937 contengono il 17,1% di alcool, 93 grammi/litro di zuccheri residui e 5,6 grammi/litro di acidità, colore che vira al rosso granato con riflessi bronzei brillanti. Nel complesso bouquet colpisce la perfezione di mirtillo, caramello e un delicato ricordo di fuoco. Il sapore risente meravigliosamente di fiori ed è completamente insensibile al lungo scorrere degli anni. Una bottiglia di questo vino rosso costa circa 350 €. Adam Marlewski Slovenia: i vini della "piccola Svizzera" dell'Est Dal Carso friulano alla Pannonia ungherese, ovunque vini e vigneti di qualità Dal nostro corrispondente Mario Crosta La Slovenia (la cartina della Slovenia), che faceva parte delle Province illiriche dell’Impero Romano, abitata da quasi 2 milioni di slavi di maggioranza cattolica, merita pienamente il suo soprannome di “piccola Svizzera”. Infatti è molto bella, è un Paese molto tranquillo e può finalmente prosperare, dopo essere stata la vacca da mungere della federazione jugoslava, dalla quale si è liberata nel 1991 con pochi giorni di furiosi combattimenti per riavvicinarsi all’Europa centrale. La vitivinicoltura era conosciuta già circa 2.400 anni fa dalle popolazioni celtiche e illiriche, che impararono a fare il vino dai Greci, anche se lo sviluppo maggiore fu dapprima con i Romani e poi con l’evangelizzazione cristiana. Già nel XIII secolo le relazioni tra proprietari e vignaioli erano regolate dalla legge vinicola “Gorsko pravo” e la vitivinicoltura era molto sviluppata. Nell’annata record 1850 c’erano circa 51.000 ettari, metà dei quali andati perduti tra il 1880 e il 1900 per la strage della filossera, che fece fallire molte cantine ed emigrare tanta gente verso l’America. Gran parte dei vigneti venne laboriosamente ricostruita, fino a 38.000 ettari, ma la seconda guerra mondiale li dimezzò di nuovo e successivamente una insensata corsa alla quantità, invece che alla qualità, spalancò questo mercato a vini greci, rumeni, bulgari, macedoni e serbi. Oggi la Slovenia, quando va bene, produce in media quasi 900.000 ettolitri di vino da circa 22.000 ettari nelle tre regioni Podravje, Posavje e Primorje, ulteriormente suddivise in zone vinicole differenziate da specifiche condizioni climatiche e da diverse composizioni e strutture dei terreni. Oltre a qualche chilometro di litorale adriatico a sud di Trieste, il paesaggio sloveno è molto vario, con piccole pianure, altipiani ricchi di grotte carsiche, colline, montagne, le Alpi, il tutto dominato alternativamente dagli umidi venti adriatici o da quelli siberiani, asciutti e potenti. In una piccola superficie si può felicemente approfittare, quindi, dei vantaggi del meglio dei due mondi, quello alpino e quello mediterraneo, anche se per l’estrema capricciosità meteorologica che ne consegue le rese possono diminuire da un’annata all’altra anche del 50%. Per avere un’idea, la superficie totale slovena a vigneto è all’incirca come quella di Bordeaux, ma vi si produce in media soltanto la metà di quel vino. Ecco perché le vendemmie straordinarie qui fanno storia: 1917, 1942, 1947, 1952, 1958, 1971, 1983, 1993 e, limitatamente alla regione Primorje, il 1994. Con tanta selezione naturale, i vini di qualità e di alta qualità in Slovenia dominano davvero, sono circa il 70% dell’intera produzione, assicurati da una miriade di piccoli produttori che curano le vigne con grande meticolosità, diretti dall’Associazione slovena dei Vignaioli e dei Produttori che impone regole strettissime, dalla scelta delle uve per specifiche aree fino ai metodi di coltivazione, dai processi di vinificazione fino alle etichette. La Slovenia è sempre stata l’incrocio naturale tra nord e sud, tra est e ovest, il punto d’incontro di tutte le esperienze vitivinicole delle grandi nazioni vicine e ha raccolto il meglio da tutte quante, sia per i cloni che per le tecniche di allevamento, sia per le tecnologie di cantina che per i disciplinari di produzione, tanto che la legislazione vinicola slovena per i vini di alta qualità è simile a quelle di Germania, Francia e Italia. In certi aspetti è ancora più severa. L’Associazione slovena dei Vignaioli e dei Produttori certifica i test di analisi e assaggio, contrassegnando con il proprio marchio i vini immessi in commercio, di colore rosso per i vini da tavola, bronzo per quelli a indicazione geografica, argento per i vini di qualità e oro per i Vigneto della zona di Haloze vini di alta qualità, tutti prodotti in modo assolutamente naturale. È severamente proibito modificare colore, sapore e aromi. Anche l’arricchimento di zucchero e la riduzione di acidità in particolari annate sono vincolate dalle autorità regionali, che precisano per quali particolari mosti e in quale entità possono essere ammessi, comunque sotto controllo. I vini si distinguono in: vino da tavola (“deželno vino”), vino a denominazione tradizionale “PTP”, vino di qualità a denominazione d’origine controllata “PGP” e vino di alta qualità a denominazione d’origine controllata e garantita “ZKGP”. Podravje I suoli di questa regione del Nord-Est si distinguono nettamente da tutti gli altri della Slovenia, originati dai depositi vulcanici del fondo marino sollevato fino a 4000 metri di altezza dall’originarsi delle Alpi. Oggi rimangono degli altipiani tra alti picchi e profonde voragini, su cui si adagiano centinaia di piccole colline arrotondate dai terreni molto ricchi di sali minerali, ben soleggiate, calde. Clima variabile da continentale ad alpino/continentale, con abbondanza di giornate di sole che a volte procurano siccità, anche se i caldi venti asciutti che arrivano dalla Pannonia sono mitigati dalle fresche brezze che scendono dalle Alpi e dall’umidità Vigneto della zona di Maribor delle ultime perturbazioni in arrivo dal mare. L’inverno è moderatamente freddo con regolari e abbondanti precipitazioni. La regione, che è la più vasta e si suddivide in sei zone vinicole (Maribor, Radgona-Kapela, Srednje Slovenske Gorice, Haloze, Ljutomer-Ormož e Prekmurske Gorice), è famosa per le vendemmie tardive e per l’intensa aromaticità dei suoi vini bianchi, in genere dolci e forti, da uve ricche di acidità, con buona capacità d’invecchiamento. Il Traminec è il vino più delicato e longevo, invece il Rumeni Muskat andrebbe bevuto entro due o tre anni per non perdere la caratteristica fragranza e il suo meraviglioso bouquet, che con l’età si ridurrebbe ad assomigliare ai non notevoli vini Laški Riesling, Radgonska Ranina e Rizvanec. Hanno buon successo i bianchi Renski Rizling, Sauvignon, Sipon, Sivi Pinot e Beli Pinot. Posavje È la regione centrale, quella con il clima più umido di tutta la nazione e forse per questo è anche quella con le maggiori influenze enologiche francesi, che vi hanno creato e creano dei famosi assemblaggi in stile bordolese. La vitivinicoltura qui è stata spesso la colonna portante dell’economia e ha sofferto tragicamente della strage di vigneti a opera della filossera, che fece emigrare la maggioranza dei vignaioli all’estero, tanto che si dice che la terza città della Slovenia sia Cleveland in Ohio, USA. Rimasero dei piccoli proprietari di cantine, le “zidanice”, ai quali occorsero anni di discussioni per poter fondare la prima grande cooperativa vitivinicola di Metlika, nel 1929. Posavje ha quattro zone vinicole (Dolenjska, Bela Krajna, Bizeljsko-Sremič e Šmarje-Virstajn), dai suoli estremamente variegati. Ne sono stati individuati almeno ventidue tipi diversi nella sola Bela Krajna, letteralmente “bel paese”, una nicchia dal clima più caldo e molto secco. In queste zone il Laški Rizling diventa eccezionale e produce un ottimo “Ledeno vino” insieme ad altre uve locali bianche, gli stessi tipi della regione Podravje, e buoni vini provengono anche da anche Kerner, Malvazija, Rebula, Pinela e Zeleni Silvanec. a Primorje Vigneto della Brda È la regione che dai pochi chilometri di costa sul mare Adriatico trae le benefiche influenze climatiche per le sue valli disposte da nord/est a sud/ovest. Qui il clima è tipicamente mediterraneo, con estati calde e suoli ricchi di molti sali minerali, che differenziano i vini di queste regioni da tutti gli altri della Slovenia, ma con un occasionale e pungente vento da nord/est, la Bora (“Burja”), che spadroneggia dappertutto. La Bora non è soltanto un vento eccezionalmente freddo (può causare escursioni termiche di -25°C), ma è straordinariamente potente, con punte di 200 km/h che possono ribaltare i camion, nonché molto secco. Raramente si fa vivo d’estate, ma è frequente dal tardo autunno all’inizio della primavera e disegna erosioni notevoli. L’estate è moderatamente calda grazie all’influenza del mare e le piogge sono puntuali come un orologio svizzero, tra l’ultima settimana di settembre e la prima di ottobre, il che rende impossibili le vendemmie tardive (con l’eccezione del Pikolit, la stessa uva che abbiamo in Friuli). Le primavere precoci e le calde estati favoriscono maturazioni veloci, il mosto si arricchisce di zuccheri, la polpa e la buccia accumulano buoni pigmenti, gli oli essenziali e gli acidi si ammorbidiscono e il bouquet diventa finissimo. Ci sono 14.000 ettari di vigneto nella regione, tutti a dimora in aree protette (dove per legge si può soltanto coltivare la vigna), distribuiti in quattro zone: Brda, Vipava, Kras e Koper). Le caratteristiche di questi vini, con le dovute eccezioni, sono ben diverse dal resto della Slovenia e cioè per la metà almeno sono rossi, corposi e secchi, da uve Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, Kraški Teran, Refošk, Šentlovrenka, Teranton, Žametkova, Modra Portugalka, Modra Frankinja, Modri Pinot e Barbera. Per alcuni vini di Slovenia vale la pena passare il confine E non soltanto per i noti bianchi del Collio, le sorprese vengono dai Merlot Dal nostro corrispondente Mario Crosta Tra le frastagliate montagne della "piccola Svizzera", come viene chiamata la Slovenia (la cartina della Slovenia), i vini sloveni nascono in una natura spettacolare, colline cosparse di vigneti e frutteti ben ordinati che circondano pittoreschi castelli, mulini, borgate e chiesette, un paesaggio molto bello e particolarmente vocato alla vigna. Ma il vero successo dei vini di qualità e di alta qualità, che rappresentano il 70% di tutto il vino prodotto, è dovuto soprattutto all’applicazione delle severe regole imposte dalla legge vitivinicola e adottate dall’Associazione slovena dei Vignaioli e dei Produttori, il cui controllo di qualità è piuttosto severo e lascia il segno. Anche le etichette sono contrassegnate in modo inconfondibile a seconda del livello giudicato del vino: oro per un eccellente “vrhunsko vino” di prima scelta, argento per un ottimo “kakovostno vino”, bronzo per un tipico “namizno vino” e la scritta “kontrolirano poreklo” per un vino da tavola di buon livello. I vini di maggiore successo sono quelli monovarietali, provenienti da un unico vitigno vinificato in purezza, che popolarmente gli sloveni considerano superiori a quelli prodotti dagli uvaggi, cioè da semplici miscele di uve pigiate insieme (metodo localmente più diffuso nella regione Posavje), e dagli assemblaggi di mosti selezionati e vinificati separatamente, di cui temono eventuali proporzioni fisse determinate dai rapporti di quantità delle varie uve della vigna. Invece l’arte del cantiniere sa cogliere con estrema competenza e genialità il meglio di colore, bouquet e gusto dal matrimonio di vini diversi proprio variando sapientemente entro certi limiti anche gli apporti percentuali allo scopo di mantenere l’omogeneità dei caratteri e la stabilità nel tempo del vino che va poi a completare la maturazione in botte e l’affinamento in bottiglia. Evidentemente il carattere montanaro degli Sloveni preferisce la maggiore naturalità possibile dei processi di vinificazione e infatti premia principalmente i vini prodotti da vitigni in purezza. Chissà cosa direbbero a Bordeaux, ma è certo che “de gustibus non est disputandum”.... anche perché gran parte dei vini assemblati è povera d’alcool, da bere subito. Come il popolare e umile Cviček della zona di Dolenjska in Posavje, che dicono sia fatto da ben quattordici varietà d’uve (esagerati!) tra cui Modra Frankinja e Žametna črnina, ha poco alcool (da 7,5 a 8,5%) ed è più una bevanda che un vino, fresco, con un bouquet delicatissimo e un’acidità ingentilita, a suo modo vivace. Ma anche tutti i bianchi monovitigno da uve Laški Rizling variano molto a seconda del territorio e della vigna di produzione, in gran parte sono anch’essi soltanto dei vinelli da bere quando si ha sete, perché l’acqua fa male. Un buon vino della stessa zona da varietà selezionate di Modra Frankinja, Modra Portugalka, Žametna Črnina e Šentlorenka è invece il Metliška Črnina, che invecchia anche bene. In Podravje, nella zona di Maribor, c’è un altro famoso vino dalle migliori varietà Renski Rizling, Sauvignon, Traminec e Beli Pinot, cioè il Mariborcan, di norma un vino di alta qualità che sfodera un prepotente bouquet, la sua moderata alcoolicità e una buona ricchezza d’acidità. È quasi sempre abboccato e matura degli aromi incomparabili dalle uve di questa zona, superiore certamente a tutti gli altri vini assemblati della regione, cioè Haložan, Ljutomerčan e Ritoznojčan. nonno e nipote in un vigneto sloveno Nella valle di Vipava della regione Primorje è largamente conosciuto il Vrtovčan bianco con bouquet fruttato, fresco e beverino, frequentatore abituale delle osterie e degli allegri festini e perciò quasi sempre venduto in bottiglie da 1 litro e anche da 12 litri. Nella zona di Capodistria (Koper), vicino a Trieste, qualche volta il rosso Capris Rdeči viene paragonato ai buoni vini di Bordeaux. In stile francese si fanno anche dei vini novelli da uvaggi caratteristici, i Predstavitev, imbottigliati agli inizi di novembre e da consumare subito. Di ottimi produttori ce ne sono tanti, non sempre di piccole dimensioni. Fra i migliori produttori di vini bianchi ci sono senz’altro quelli del Collio Goriziano in territorio sloveno, la zona di Brda, fra cui spiccano Stojan Ščurek (25 ettari a Plešivo), Movia Villa Marija (15 ettari di cui tre in Italia), ma in zona sta prosperando anche la grande cantina Vinska Klet Goriška Brda (2.000 ettari) che presenta molti suoi prodotti all’estero. Altri produttori di ottimi bianchi, davvero notevoli, ma dalla parte opposta della Slovenia, a est. Sono Danilo Steyer (11 ettari ad Apače, un centinaio di km da Ljubljana), Jože Kupljen (14 ettari a Jeruzalem, oltre la Drava) e il poco distante Milan Hlebec a Kog. A venti chilometri a nord di Maribor c’è il vigneto stupendo di Alojz Valdhuber (5 ettari a Svečina), dove sembra di essere in un’altra epoca. Fra i migliori produttori di rossi non si può non segnalare Vinakoper (420 ettari intorno a Capodistria), Vipava 1894 (300 ettari di proprietà nell’omonima valle più 1.500 intorno da cui attinge uve di terzi) e, nel Collio, ancora le cantine Movia e Vinska Klet Goriška Brda. Tutte case vinicole famose per degli eccellenti Merlot. Una scampagnata la si farebbe volentieri per questi vini rossi da uve Merlot che sorprendono più di ogni altro tipo di vino, proprio verso le tre cantine che più si sono fatte un nome per l’alta qualità e per il buon rapporto tra qualità e prezzo. L’azienda Movia risale al 1700 e fin dal 1820 è di proprietà dei Kristančič, che durante il regime titino seppero resistere alle tentazioni di collettivizzare e rimasero l’unica azienda privata nel Collio Goriziano sloveno di Brda. Fra i loro 15 ettari di colline, di ottimale insolazione, si selezionano meticolosamente i vitigni, si eliminano frequentemente le erbacce, si fanno molte zappature e si scelgono addirittura gli acini migliori da conferire alla cantina, con una resa media di 40 ettolitri di vino per ettaro. Qui ci sono le migliori tecnologie in acciaio inox per i bianchi di Villa Marija annessa a Movia recentemente, e più di 400 barriques del miglior rovere francese. Dal 1991 sono fornitori ufficiali della Presidenza slovena e dal 1997 sono stati proclamati la migliore azienda vinicola slovena, il loro Merlot 1992 è riconosciuto universalmente come la stella cometa di tutti i vini rossi sloveni. Un vino che non ha niente di rustico, è ben fatto, rosso di media intensità con riflessi violacei, potenza aromatica di fiori e una nota di fumo, ben fruttato con note di ciliegia e moderazione dei legni, tannini di squisita finezza e perciò rinfrescanti. Ha una trama compatta con buon estratto che lo rende vellutato, al sapore ricorda lamponi, cassis, cocco, vaniglia e regge ottimamente all’invecchiamento. A Vipava non ci sono alberghi perché il paesino è piccolino e Vipava 1894 è invece una grande cantina o “kombinat”, ma non è così facile trovarla per chi si aspetta delle dimensioni gigantesche. Queste ci sono, sì, ma sottoterra, dove in uno dei locali si potrebbe giocare una finale del campionato americano di baseball. Qui c’erano le enormi vasche d’acciaio del vino di largo consumo dei tempi di Tito e oggi invece scintillano quelle piccole e cromate per vini senza dubbio di maggiore qualità. Assaggiando il Merlot barrique 1994, maturato 12 mesi in botti nuove e poi altri ancora in botti usate, etereo, maturo, di buon corpo, fruttato (una nota di marasca dalmata) e ricordi di vaniglia e di quercia, con un finale persistente, si possono fare davvero i complimenti ai vinificatori, nonostante l'azienda sia più rinomata per i bianchi. Scendendo a Capodistria (finalmente il mare), si scopre che la Vinakoper è il maggiore produttore di vino della zona vinicola capodistriana, produce dai 300 ai 350 vagoni di vino l’anno, cioè controlla un terzo della produzione vinicola della regione. Gli altri due terzi sono in mano a piccoli produttori privati, ma pochi di loro vivono di vinicoltura. Era stata fondata nel 1947 come cantina commerciale, con il compito di acquistare le eccedenze di mercato dei viticoltori privati dell'ex Zona B del Territorio Libero di Trieste, una mossa azzeccata, premiata da un rapido aumento della mole d'affari. Già nel 1953 venne costruita a San Canziano una cantina nuova e più spaziosa, attrezzata anche per la conservazione e la vinificazione dell'uva proveniente dai vigneti delle cooperative e dai vigneti statali che proprio allora stavano sorgendo, ma che dovette soffrire la crisi della federazione jugoslava della fine degli anni ’80. Oggi l'azienda lavora in proprio la maggior parte dei vigneti e acquista una piccola parte del raccolto dai propri vicini, producendo soprattutto vini rossi che in questa zona trovano le condizioni naturali migliori. Attraverso moderne tecnologie di lavorazione, l'impresa ha fortemente valorizzato anche la tradizionale Malvasia, ma il suo vero gioiello rimane l'autoctono e apprezzato Refosco, ricco di colore e di estratti, maturato in botti di rovere di una certa età e ben bilanciato. Una produzione di alta qualità e meritevole di attenzioni è il Capris Rdeči, un taglio bordolese da Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, la cui annata 1993 è di colore rubino intenso, bouquet potente, robusto quanto il vino in giovane età, con fragranze di ribes nero e rosso, che migliora e si affina notevolmente con il tempo, infatti sa invecchiare come i più grandi vini del mondo. Una nota particolare merita anche il Cabernet Sauvignon, se non altro per gli alti punteggi ricevuti dalle commissioni internazionali di assaggio a diversi concorsi “open”, un bel vino che onora certamente l’enologia istriana. Il mercato del vino in Polonia cresce sempre di più L’interessante analisi di Jolanta Ganczewska su Winebusiness Dal nostro corrispondente Mario Crosta Se siete disposti a fare centinaia di chilometri in treno per andare a degustare vini di tutto il mondo per un paio d’ore nei posti più lontani, per fortuna con il conforto di poter eventualmente incontrare in quei luoghi anche qualche amico convenuto da altre città anch’esse distanti, allora vi anima lo stesso spirito di Jolanta Ganczewska, una bella, simpatica e instancabile appassionata del vino, che ho avuto il piacere di conoscere con il marito proprio in alcuni di questi veri e propri pellegrinaggi di Collegium Vini. Lavora all’ambasciata americana di Varsavia, dove è specialista di marketing agricolo presso l’Ufficio Agricolo USA, ma è stato soltanto grazie all’occhio acuto di Franco Ziliani che mi sono accorto di un suo articolo scritto in inglese sulla rivista americana on line winebusiness.com. La versione polacca dalla quale l’ho tradotto, non poteva che venire da un’altra degustazione, questa volta di vini della California e organizzata a Cracovia proprio da Jola che, non contenta di portare sempre il sole del suo sorriso ai carbonari del risorgimento polacco del vino, qualche volta fa pure la padrona di casa alla grande e con gusto ci delizia tutti anche con del buon vino. Il traduttore: Mario Crosta n.d.r. L'articolo è stato scritto per il pubblico americano, ma molti dati e riflessioni sono identiche anche per noi europei e potrebbero tornare molto utili a coloro che intendessero investire in Polonia o semplicemente comprendere meglio un Paese che presto farà parte dell'Unione Europea Cresce il mercato del vino in Polonia L’aumentata popolarità del vino tra i 40 milioni di consumatori della Polonia dal 1990 riflette non solo l’allacciamento dei rapporti con l’Ovest, ma anche la crescente certezza dei Polacchi che il vino rappresenti un salutare stile di vita. Allo stesso tempo, l’ingresso della Polonia nella Comunità Europea ridurrà o eliminerà alcune delle tasse doganali a favore di un maggior rifornimento del mercato. La Polonia spera di accedere alla CEE nel gennaio del 2004. Indicatori economici La Polonia rimane un mercato veramente attraente per gli investimenti internazionali e le vendite. Il Paese ha una delle economie dallo sviluppo più veloce di tutta l’Europa centrale, con una crescita media del 5% annuo nell’ultimo decennio. Poiché le stime dello sviluppo economico durante il 2001 sono state soltanto del 2%, il nuovo piano di rivitalizzazione economica del governo polacco potrebbe stimolare un’espansione economica più in là, nel prossimo futuro. Con la crescita del mercato polacco, il vino può essere estremamente redditizio per gli esportatori USA. Lo stuzzicante consumo del vino Il consumo del vino in Polonia è significativamente più basso che negli altri Paesi europei, ed è di circa 5,6 litri l’anno pro capite, mentre in Francia e Italia è di circa 50 litri. Il gusto del consumatore polacco è stato influenzato dai vermut bulgari. I Polacchi preferiscono vini giovani e dolci e il loro mercato è dominato dai prodotti con il prezzo più basso. Con un consumo che aumenta del 10-15% l’anno, il vino presto rivaleggerà Jolanta Ganczewska in popolarità con la birra e con la vodka. Alcune ditte di grande e di media grandezza nel decennio passato hanno importato vini da Paesi di tutto il mondo, compresi Australia, Cile, Francia, Germania, Sud Africa e Stati Uniti. I vini erano importati anche in cisterna e imbottigliati in Polonia da 200 ditte. Le più grandi aziende hanno usufruito d’investimenti stranieri per modernizzare il loro sistema di imbottigliamento e distribuzione. Ma le preferenze dei consumatori indicano che i vini sfusi imbottigliati in Polonia non sono così popolari come i vini importati in bottiglia. I consumatori polacchi conoscono veramente bene i codici a barre dei Paesi d’origine e li guardano con attenzione quando comprano i vini. Il consumo del vino in Polonia cresce molto durante le feste di Natale, in febbraio per il Carnevale e anche nella Quaresima primaverile, quando il consumo della vodka è scoraggiato dalle osservanze religiose. Le aziende più grandi del settore dei vini di qualità realizzano il 30% delle loro vendite totali in questi periodi. Le tipologie di vino più popolari sono, nell’ordine: rosso, spumante, bianco. Anche i vini da dessert sono molto popolari tra i consumatori polacchi, ma negli ultimi anni hanno dovuto cedere parte della loro popolarità agli spumanti. Il consumo degli spumanti è cresciuto velocemente e si attesta intorno a 1,6 litri l’anno pro capite nell’ultimo decennio. Com’è noto, i Polacchi hanno tradizionalmente favorito la birra e la vodka. Il consumo di vodka domina tranquillamente il mercato con un buon 53% di tutte le bevande alcooliche, la birra si attesta intorno al 37%. Tuttavia, il consumo del vino è cresciuto enormemente ogni anno e oggi si stima che oltre 10.000 differenti marche di vino siano presenti in Polonia. Flussi di distribuzione La maggior parte dei grandi importatori distribuisce il vino direttamente attraverso la propria rete commerciale in tutta la Polonia, oppure vende i propri prodotti a dei grossisti indipendenti che, a loro volta, distribuiscono i vini agli ipermercati, ai negozi specializzati e ai piccoli dettaglianti nelle grandi città. Normalmente anche i grandi dettaglianti non importano direttamente, ma si forniscono dagli importatori locali o dai grossisti. Negli ultimi anni sono comparse nel mercato polacco delle piccole catene di negozi specializzati. Queste enoteche, situate nelle maggiori città, tendono a concentrarsi su una gamma di vini più vasta. Limitazioni commerciali Normalmente i vini USA introdotti in Polonia erano caricati di una tassa doganale del 30%, di un’IVA del 22% e di 0,33 $ al litro di accisa. L’intesa commerciale tra USA e Polonia del Luglio 2001 ha ridotto la tassa doganale dal 30 al 20% dal gennaio 2002 sui vini da tavola selezionati (n.d.t.: purché imbottigliati, portandola cioè allo stesso livello dei vini europei, mentre per quelli in cisterna è del 25%). Le ditte che intendono importare vini da vendere in Polonia hanno bisogno di ottenere la licenza dal Ministero dell’Economia per effettuare la distribuzione all’ingrosso. I dettaglianti che intendono distribuire i vini devono ottenere le licenze dalle autorità amministrative locali. I vini importati in cisterna e in bottiglia devono avere un'etichetta in polacco. L’etichetta deve contenere le seguenti informazioni: nome del prodotto, nome e indirizzo del produttore, nome e indirizzo dell'importatore, contenuto alcoolico. Le bottiglie dei vini importati possono essere distribuite con l’etichetta originale, ma devono portare anche una controetichetta in polacco. La Polonia non permette di usare colori artificiali nel vino e il contenuto di anidride solforosa dev'essere limitato. I regolamenti polacchi sulla documentazione d’importazione sono simili a quelli dell’Unione Europea. Livelli di promozione Il governo polacco ha delle leggi e dei regolamenti severi per quanto concerne la pubblicità delle bevande con contenuto alcoolico sopra il 18% (n.d.t.: anche per il vino è vietata la pubblicità stradale, sulla stampa e alla televisione). Le ditte usano una varietà di tecniche per differenziare i loro prodotti. L’uso di oggetti promozionali regalati durante l’acquisto di vini è molto popolare. Con questo sistema le ditte provvedono ad aggiungere alla vendita del vino dei cavatappi o dei bicchieri con il marchio aziendale. Nei supermercati, ipermercati e negozi di liquori sono proibite le degustazioni. Le enoteche, tuttavia, possono ottenere i permessi di effettuare degustazioni. Alcune cantine della California hanno fondato le loro risorse sugli investimenti promozionali. Il prezzo gioca la sua parte Il prezzo giocherà il ruolo maggiore sia sul futuro aumento della domanda che sulla popolarità dei vini in Polonia, visto che la maggioranza della popolazione non può permettersi prodotti di alta qualità. Non è sorprendente il fatto che le marche dei vini più economici (dai prezzi equivalenti a quelli della birra) dominino il mercato. I prezzi al dettaglio dei vini sono diversi a seconda del tipo (rosso, spumante, bianco), del Paese e della regione d’origine e della qualità percepita. La popolarità di un vino è influenzata dal passaparola, dai serial televisivi e dai film. Gli andamenti del mercato corrente mostrano che i consumatori polacchi preferiscono gli “esotici” ed “ecologici” vini del Cile e del Sud Africa piuttosto che i vini della Bulgaria, principalmente per la supposizione che quei vini siano più genuini e salubri di altri offerti sul mercato. I prezzi al dettaglio del vino possono andare da 8 a 100 zloty (da 2 a 25 $) nei supermarket e da 20 a 1.200 zloty (da 5 a 300 $) nelle enoteche. Jolanta Ganczewska Croazia: le vigne orientali del "Leone di San Marco" Nella policromia della costa dalmata i vigneti più spettacolari Dal nostro corrispondente Mario Crosta La Croazia (la cartina della Croazia) è un Paese adriatico non molto grande, poco meno di 57.000 Kmq per circa 4.500.000 di abitanti, ma è uno dei pochi che può vantare una così grande diversità di paesaggio, clima, suolo, insolazione, temperatura, umidità e degli altri fattori che determinano in modo importante la viticoltura e la produzione del vino. Estrema varietà che si rispecchia nell’incredibile miriade dei suoi vini tipici, tanto vasta da poter soddisfare anche i gusti più sofisticati. Fin dall’antichità la poliedricità di queste terre nel fornire ogni genere di vino era assai nota, infatti tutti i navigatori del Mediterraneo, Fenici, Greci e Romani portarono in Croazia le viti più disparate, specialmente dopo l’ordine dato da Probus, l’imperatore romano che ha ordinò a tutti i suoi legionari di piantare la vite sulle colline della Slavonia orientale. Completarono l’opera i monaci cistercensi, che nel 1232 costruirono sotto il chiostro di Kutjevo la più antica cantina in funzione ancora oggi, che da sempre conserva tutti i migliori vini ed è perciò una vera mecca per gli enoturisti, prima fra tutti l’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo che frequentava spesso il vicino castello. Insieme alla casa vinicola di Kutjevo, tra le più conosciute ci sono anche la più grande, Badel 1862 con sede a Zagabria e che è l’unica in grado di porre sul mercato i vini di tutte le regioni croate perché possiede cantine un po’ dappertutto, poi PlK Dakovo, Agrolaluna Parenzo, Istravinoexport Fiume, Hiagrieno Umago, Dalmacijavino Spalato e Vinoplod Vinarija Sebenico. Nei quarant’anni di politica titino queste erano praticamente le uniche a detenere il mercato, comprando le uve dai vignaioli per produrre vino in quantità e a scapito della qualità, perché a pari prezzo imposto per chilo d’uva diventavano remunerative soltanto le produzioni intensive di pianura. Con la crisi del regime jugoslavo e i suoi sempre maggiori ritardi nei pagamenti delle uve, tornarono a svilupparsi in modo coraggioso e mal tollerato le piccole produzioni in proprio, il cui vino era molto più apprezzato dagli intenditori, finché la raggiunta indipendenza della Croazia, che proclamò subito il supporto all'iniziativa privata, fece emergere quei vitivinicoltori che si dedicano alla qualità e producono vino molto buono, a volte anche eccezionale. Tra i più rinomati: Ivan Enjingi (Požega, Kutjevo, 18 ettari), Vlado Krauthaker (Kutjevo, 12 ettari), Davor Zdjelarević (Brodski Stupnik, 5 ettari), Zvonimir Tomac (Plešivica, 3 ettari), Zlatan Plenković (Hvar) e molti altri. In Croazia oggi ce ne sono almeno mille, tra loro anche una sessantina di grandi cantine e cooperative che possiedono qualche migliaio di ettari di vigneti, un centinaio governa poderi più grandi di 10 ettari e una cinquantina di loro ha proprietà da cinque a dieci ettari. Oggi in Croazia, secondo le statistiche ufficiali, ci sono circa 57.000 ettari di vigneti in produzione, ma in realtà non sono più di 40.000, vigneto nelle zona di Pazin il 90% dei quali è in mano ai privati. La produzione annuale di vino si aggira sui 2 milioni di ettolitri, in media 2/3 di bianchi e 1/3 di rossi, anche se nella sola Dalmazia le proporzioni si capovolgono a favore dei rossi. Il consumo annuo pro-capite è di circa 30 litri e i vini sono in gran parte semplici e beverini, vinificati in acciaio e perciò di pronta beva, salvo alcune eccezioni, specialmente al sud, di vini ben strutturati, di gran corpo e destinati al lungo invecchiamento. Le botti di legno si usano poco, anche se la regione della Slavonia è famosa per il suo rovere usato in tutto il resto del mondo proprio per fare le botti, e la barrique s'incontra molto raramente. La Croazia è composta da una regione continentale e da una regione costiera, con due tipi di vitivinicolture distinte per via del clima, ognuna delle quali comprende zone vinicole con suoli e microclimi ben differenziati. CROAZIA CONTINENTALE OCCIDENTALE Nel Nord-Ovest il paesaggio è costituito da colline ben protette dalle montagne che vanno da ovest a est e difendono le viti dal freddo del nord. I vigneti sorgono su terreni ben esposti al sole tra i 150 e i 450 metri di altezza sul livello del mare, con Riesling Italico, che è il vitigno più diffuso, oltre a Furmint (chiamato anche Moslavac e Šipon), Kraljevina, Škrlet (dicono che sia un Pinot) e, in rapida diffusione, Riesling renano, Chardonnay, Pinot grigio, Pinot bianco e Traminer. Le zone vinicole sono quelle di Zagabria o Zagorje-Međimurje (vicino alla frontiera con la Slovenia e l'Ungheria), Plešivica a sud/ovest di Zagabria, sempre vicina alla capitale, Prigorje-Bilogora vicino a Zagabria ma un colline di Zagabria po’ a sud/est, Moslavina a sud e più in giù Pokuplje, verso la Dalmazia. Buoni vini bianchi molto freschi, con aromi ricchi e molto sviluppati e con acidità un po’ elevate si trovano a Štrigova, Varaždin Breg, Vinica, Tkalec nella Zagorje-Međimurje, vini bianchi freschi un po’ più corposi a Mladina, Sveta Jana e Plešivica ai piedi del monte Plešivica e sui suoi pendii, vini bianchi freschi e aromatici a Planina e Nespeš nel Prigorje-Bilogora, poi a Voloder in Moslavina e attorno a Cotena (Kutina), 70 km a est di Zagabria. a CROAZIA CONTINENTALE ORIENTALE Andando dalla parte occidentale verso quella orientale, il terreno dal paesaggio collinoso diventa poco a poco più dolce; qui si dice che all'estrema parte orientale del paese “le colline sono state sostituite dalle onde”. Le vigne cioè sorgono prima su terrazze poste su pianori poco elevati, come in Slavonia centrale, poi sui terreni pregiati sabbiosi del bacino del Danubio, in Podunavlje. Le più importanti montagne in Slavonia centrale sono Papuk, Požeška gora, Krndija e Dilj. La vite cresce anche sui pendii occidentali della Fruska Gora. I terreni sono abbastanza inclinati e si trovano ad altezze tra i 90 e i 250 metri sul livello del mare. Il clima è quello tipico dell’Europa centrale, subisce le influenze della steppa e le vigneto in Slavonia temperature in generale sono un po’ più calde. Il calore e la poca pioggia in estate e nel primo periodo dell'autunno fanno maturare l’uva in modo eccezionale e il territorio è vocato alla produzione di alta qualità dei grandi vini ricchi di estratti e adatti all’invecchiamento. Qui si stanno producendo degli ottimi vini bianchi. Nella Slavonia centrale (Požega, Kutjevo, Orahovica, Našice) i vini bianchi sono molto fruttati, di buon corpo, ben strutturati, con un eccellente equilibrio tra alcool e acidità, da uve straordinariamente ricche di zuccheri. I vitigni più diffusi sono Riesling italico, Silvaner verde, Riesling renano, Chardonnay, Pinot bianco e grigio, Traminer, Sauvignon, Franconia e Zweigelt. Le località dai vini più pregiati sono Vukosavljevica, Golo Brdo e Santa Trinità (Sveto Trojstvo) vicino a Virovitica, anche Vinkomir, Hrnjevac e Skomic vicino Kutjevo e Veliki Kamen, Garevica, Klikun vicino a Požega nella Slavonia centrale. Vicino a Našice ci sono Govesa Glava (testa del bue), Bocilovac e Crkvari, nei dintorni di Slavonski Brod ci sono Igrać e Klokoćevik, e vicino a Dakovo, dove c’è la bella chiesa episcopale con l’annessa nota cantina, Mandičevac e Trnava. Più a est, nel Baranja, dove c’è più sole e dove il suolo è in gran parte sabbioso, la nota località viticola Banovo Brdo, poi vicino a Ilok e Vukovar ci sono Principovac, Zaravan, Vukovo, Pajzoš e Vučedol. CROAZIA COSTIERA La regione costiera comincia in Istria e scende verso sud/est per una stretta striscia sul mare, un po’ più larga verso Zara. Su tutta la costa adriatica i vigneti sono ben difesi dal freddo dalle montagne Velebit, Svilaja, Dinara, Mosor e Biokovo e sorgono in aree che presentano fra loro notevoli differenze di microclima, suolo, orografia, come in uno stupendo mosaico disegnato dal mare tra le isole e le insenature. La regione, anche se limitata, è perciò divisa in quattro zone viticole: Istria e Costa settentrionale (Quarnaro), Dalmazia settentrionale, Dalmazia continentale e Dalmazia centromeridionale. Tanti sono i vigneti, ciascuno con proprie caratteristiche microclimatiche specifiche, tutti esposti a molto sole e calore proprio nel periodo della maturazione dell'uva, il che fa della regione costiera un posto ideale per la viticoltura e la produzione di vini molto forti, ricchi di estratti e di alta qualità. In Istria si distinguono le zone attorno a Parenzo e Umago. Qui nascono ottimi vini rossi dai vitigni Merlot, Cabernet sauvignon, Gamay e dagli autoctoni Teran e Refošk, nonché dei grandi bianchi di Malvasia istriana, ma anche Pinot bianco e grigio, Chardonnay e Moscato bianco. A Veglia (Krk) il vitigno Žlahtina (deriverebbe dallo Chasselas) produce vini leggeri e freschi, sull' isola di Susak (Sansego) dall’uva Trojscina si fa del buon rosato, sulle rinomate e meravigliose terrazze vicino a Sebenico (Šibenik) e sui loro terreni rocciosi regna il Babić, un vitigno rosso che può produrre vini molto strutturati e di lungo invecchiamento. Altri vitigni sono Plavina (rosso), Debit e Kujunđuša bianchi). vigneto che si tuffa nel mare Difficile scegliere le più vocate tra le isole: Curzola (Korčula) si è fatta un nome più con i bianchi che con i rossi e i suoi vitigni migliori sono Pošip, Maraština oppure Rukatac da Smokvica e Čara, anche Grk da Lumbarda. Sull'isola di Issa (Vis) la magnifica uva bianca Vugava può dare vini strutturati, densi e pieni, molto alcoolici (sembra lo stesso vitigno del Viognier), ma anche il rosso Plavac riesce veramente molto bene. Hvar, conosciuta fin dall’antichità per l’Opolo rosato da uve Plavac, si vanta oggi di un ottimo rosso dalle stesse uve, di grande struttura, alcoolico, da invecchiamento, più che dei bianchi Bogdanuša, Parč e Mekuja. La penisola di Pelješac, vicino a Ragusa (Dubrovnik), è nota per i suoi vini dal vitigno Plavac Mali (“plavac” vuol dire uva a bacca blu e “mali” vuol dire piccolo), autoctono della Croazia anche se potrebbe essere un clone di Primitivo come lo Zinfandel, però gli ampelografi non ne sono certi, il quale dà i suoi migliori risultati proprio sulla costiera adriatica meridionale, soprattutto nei vigneti molto assolati ed esposti. I ripidi pendii dei suoi vigneti di Dingač (prima nata fra le DOC di Croazia, 47 ettari) e Postup a Pelješac sono un autentico spettacolo della natura ben governata dall’ingegno umano. Come alcune vigne di Sveta Nedjelja e Ivan Dolac a Hvar e altre di Brač, sono considerati tra i migliori terroir del mondo, che si consiglia vivamente di visitare. I terreni sono molto inclinati e dall'altezza di 250 o 300 metri “cadono” letteralmente nel mare. Guardando dalla cima dei vigneti in giù possono venire le vertigini. I vigneti qui sono esposti doppiamente al sole: direttamente dall’alto, ma anche indirettamente, per la riflessione di calore e di luce solare provocata dal mare. La vite è coltivata molto, molto bassa, e non produce più di 0,75 kg per ceppo, spesso anche soltanto 0,5 kg. La qualità delle uve è altissima. Non si usano fertilizzanti, non c'è bisogno di alcuni trattamenti perché non c'è umidità superficiale e le malattie non si sviluppano, praticamente questi vini si potrebbero definire ecologici. Croazia: i vini dei migliori produttori Dal sole dell'Adriatico ai monti della Slavonia Dal nostro corrispondente Mario Crosta La Croazia (la cartina della Croazia) ha la forma della punta di una freccia orientata verso il centro dell’Europa. Nulla di più facile che sia la freccia di un amorino, perché in quanto a vini... con l’Europa l’innamoramento è già in corso e non soltanto da oggi. A tutti i concorsi internazionali cui partecipano, i vini croati bianchi del Nord-Est e quelli rossi delle coste dalmate ottengono punteggi molto alti negli assaggi alla cieca, quelli che sfuggono anche a eventuali manovre di corridoio. Fra i bianchi sono particolarmente apprezzati il Malvasia, specialmente quello dolce, il Moscato Rosa da dessert, ma anche il Moscato Bianco. Si bevono di buon grado Pinot Blanc, Moscato Ottonel e Chardonnay. Il Malvasia è un vino bianco particolarmente gradevole, di colore giallino, aroma discreto e si adatta facilmente a molti cibi. Accompagna molto bene pesce, volatili, varie minestre, spezzatino, lumache, agnello e lombo di maiale. Quello dolce, come anche il Moscato, soprattutto quello rosa, accompagna meravigliosamente i dolci. La famiglia dei Pinot, in Istria, offre dei vini raffinati e di alta qualità, da quelli secchi e delicati, raccomandati con insalate e risotti di frutti di mare, pesci, sughi di pesce, fusi con tartufi, fino a quello tipicamente abboccato e ben maturato della Slavonia. Dal profondo Est che confina con l’Ungheria viene un vino entusiasmante e che merita una nota particolare, un tipo di Pinot Bijeli che si distingue da tanti altri, un bianco abboccato sui 12,5 gradi alcool con ben cinque anni di maturazione e affinamento, prodotto in Slavonia dalla Vinarija di Sveti Križ Zaćretje nella zona Feričanci - Našice, giallo dorato e con un bouquet eccezionale, che non perde freschezza per molti anni, un vino meraviglioso e che predilige i piatti della cucina europea più raffinata. Fra i rossi si bevono volentieri Terano, Gamay, Merlot e Cabernet Sauvignon. Il Gamay è un vino rosso leggero da consumarsi giornalmente, che potrebbe essere vinificato come vino novello sul tipo dei Beaujolais nouveaux. È molto beverino e leggero, va molto bene con una serie di piatti, dalle paste con sughi di carne al prosciutto e ai formaggi. I vini rosati istriani e dalmati possono accompagnare gli stessi piatti previsti per i vini bianchi e rossi leggeri. Il Terano, dal colore del sangue di coniglio, è l’accompagnamento quasi d’obbligo per il prosciutto istriano e i formaggi di pecora, ma predilige gli arrosti e le grigliate di carne e di salsicce istriane. Il Merlot e il Cabernet Sauvignon sono vini rosso carico, che esigono cibi forti, carni scure, arrosti di maiale, selvaggina, come pure certi pecorini istriani piatti tipici istriani piccanti, nonché le olive insaporite. E poi ci sono le meraviglie dalmate, i vini rossi da uve autoctone Plavac Mali, e non ci si stupisca se qui usano consigliarli anche con le grigliate di pesce e di calamari oltre che con le carni arrosto e la selvaggina. Certi fuochi di mare in gola i delicati bianchi della Slavonia non li possono spegnere e la gente del posto sarà anche rude, ma non è tonta. Per via del crescente successo turistico delle coste croate, sono già molto noti alcuni produttori che offrono vini di ottima qualità come: PER I VINI BIANCHI: Ivan Enjingi a Hrnjevac con i suoi Traminac, Vlado Krauthaker a Kutjevo con Sivi Pinot, Graševina e Zelenac, Drago Režek a Jastrebarsko con Zeleni Silvanac, in buona compagnia con i vini di Anton Adžić a Kutjevo, Stjepan Jarec a Sveti Ivan Zelina, Davor Zdjelarević a Brodski Stupnik e Kutjevački Podrum a Kutjevo, ma anche con i brut di Lidija Turk Volovec a Šenkovec e di Ivex a Fiume. PER I VINI ROSSI: Zlatan Plenković a Sveta Nedjelja con i suoi Plavac, Moreno Degrassi a Savudrija con i Cabernet, in buona compagnia con Badel 1862 a Zagabria, Miljenko Grgić a Trstenik, Pavo Miličić a Potomje, PZ Čara a Čara e Agrolaguna a Parenzo con i suoi migliori barricati, famosi specialmente all’estero. È veramente un peccato poter citare soltanto i più noti, quelli che hanno maggiori capacità commerciali e che non producono soltanto un tipo di vino in partite limitatissime. In Croazia il livello di padronanza delle tecniche del vigneto e delle moderne tecnologie di cantina non è da tutti, inoltre le botti costano un occhio della testa e i vini non possono costare altrettanto, perché la gente è più povera che in Italia, e il Paese è in via di sviluppo perchè soltanto da poco ha potuto liberare le sue risorse dal giogo dell’occupazione serba. Oltre a quelli citati, fra i produttori di vini della Croazia estremamente interessanti ci sono anche le cantine più famose della zona dalmata, i vini delle quali è più facile reperire e assaggiare e che in loco sono molto popolari perché prodotti da uve autoctone in stile tradizionale. Le più importanti sono: PZ Jedinstwo Smokvica di Smokvica e Korčula. Questa cantina è specializzata nei vini bianchi, i più rappresentativi dei quali sono: - Pošip Smokvica. Vino bianco secco di tradizioni centenarie prodotto da uve locali Pošip dei vigneti dai suoli scuri e sabbiosi dell'isola di Korčula, nel rispetto più assoluto degli standard ecologici, è il gioiello dei vini bianchi dalmati. Giallo dorato con un aroma varietale molto pronunciato, si distingue per la pienezza e una nota leggermente amarognola, tipica del vitigno, arricchita da un bouquet floreale assai equilibrato, è molto fragrante per la fermentazione a freddo, ha una certa acidità che gli consente una buona freschezza anche dopo moderato invecchiamento, alcool da 12 a 13%. Ideale per scampi e crostacei, zuppe di pesce, ma anche per arrosti di pollame, da bere a temperatura di 10°C. - Rukatac Smokvica. È un vino bianco secco superbo e molto fine prodotto dall’uva Marastina, una varietà originaria della boscosa isola di Korčula, che trova condizioni ideali nei vigneti di Čara e Smokvica, dove è capace di accumulare oltre il 24% di zuccheri. Colore giallo leggermente dorato, di pieno corpo e ben bilanciato, dagli aromi pronunciati, fragranti e persistenti, alcool da 12 a 13%. Per frutti di mare e carni bianche a 10°C. a - Pošip Korčula. Sempre dalle uve locali Pošip coltivate però in microclimi più adatti a farlo assomigliare molto ai prosecchi, tanto che in passato se ne producevano dei buoni bianchi da dessert, terreni che oggi si trovano più sulle vicine coste che sull’isola, ma che sono aree controllate e protette e perciò autorizzate anch’esse alla denominazione Korčula. È un vino leggermente secco di aroma caratteristico, ben pronunciato e con un meraviglioso apporto di acidità, di buon corpo e alcool tra 12 e 12,5%. Accompagna molto bene risotti e brodetti di pesce, pesci azzurri e bianchi grigliati, bere a 10°C. PZ Bol di Brač. Un ottimo rosato e due grandi vini rossi per questa cantina dell’isola di Brač: - Bolski Opolo. È un vino rosato eccezionalmente gentile dal finale mandorlato, prodotto dalle autoctone uve Plavac Mali in prevalenza, molto mature per liberare il mosto praticamente senza spremitura, con un breve periodo di macerazione. Colore rosato corallo dai riflessi rossi, un bouquet discreto, alcool da 11,5 a 12%, va servito tra i 12 e i 14°C con prosciutti e salsicce, acciughe, antipasti e verdure. - Bol. Vino rosso di grande armonia e rotondità di gusto, acquisite solo dopo maturazione per lungo periodo in grandi botti di rovere, nasce dalle uve Plavac Mali dei vigneti dei terreni pietrosi, fra le pinete e sulle terrazze che spiccano sul mare di Brač. Suoli poveri ma preziosi che estraggono dalla natura dei mosti di gran carattere, scurissimi e con riflessi ramati, dal bouquet ben pronunciato e dal sapore secco e avvolgente, alcool tra 12 e 13%. Molto popolare fra pescatori e pastori, consigliato con pesci grigliati e formaggi pecorini, da bere a 18°C. - Bolski Plavac. Vino rosso di alta qualità prodotto da uve Plavac Mali dei vigneti di Vidove Gora, la montagna più alta delle isole adriatiche dalmate. Colore rosso molto scuro, si distingue per l’aroma varietale intenso e ben marcato, il sapore pieno, di carattere mascolino con una caratteristica rotondità, acquisiti con un prolungato periodo di permanenza in botti di rovere, alcool tra 12 e 12,5%. Per carni scure e pesci azzurri arrostiti, servire a 18°C. PZ Svirče di Hvar. Un rosato di grande talento e due ottimi rossi dall’isola di Hvar: - Hvarski Opolo. Nonostante sia prodotto nell’isola che detiene il record delle giornate di sole, questo rosato è molto fine e leggero e incontra parecchi consensi. Prodotto dalle varietà locali Plavac Mali e Drnekuša nei vigneti delimitati di Starigrad-Jelsa, ha un colore rosso chiarissimo con riflessi brunati, un aroma discreto con note di selce, buon corpo e un ottimo equilibrio, alcool 12%. Davvero un gioiello, viste le dure condizioni di coltivazione della vigna e le uve assolutamente non facili da vinificare in rosa. Ideale per i prosciutti, le sardine arrosto e i più svariati frutti di mare, a temperature tra 12 e 14°C. - Hvarski Plavac. Vino rosso prodotto da uve Plavac delle località più inaccessibili, è rinomato per le caratteristiche aromatiche varietali ottimamente sviluppate in un bouquet estremamente bilanciato. Colore rubino scurissimo e buon corpo, accompagna bene brodetti e grigliate piccanti di pesce e di carne, alla temperatura di 18°C. a - Ivan Dolac. È uno dei vini rossi più stupendi della Croazia, prodotto dalle uve Plavac Mali dei vigneti isolati sopra la spiaggia Hvarska Plaža. Le condizioni d’insolazione, i riflessi della luce solare sulle onde, nonché l’ambiente isolato e pulito conferiscono a questo vino delle qualità straordinarie. Un vino nobile, che brilla nel bicchiere come un vero rubino, secco al palato ma di un’incredibile armonia, un bouquet sontuoso, sapore caldo e avvolgente, alcool da 12 a 13%. Ideale per selvaggina e carni scure arrostite, ma anche granchi e astici grigliati, da bere a 18°C. PZ i vinarija Dingač di Potomje i Pelješac. Dalla penisola di Pelješac dei superbi rossi di grande personalità: - Pelješac. È un vino rosso abboccato prodotto dall’uva Plavac Mali coltivata nelle ristrette località dei vigneti di Janjina, dai suoli calcarei su rocce dolomitiche e sabbie, le cui uve sono selezionate a mano, con basse rese e ottima maturazione. Possiede un pronunciato aroma e un bouquet pieno, è allo stesso momento secco e dolce, ma con un equilibrio tanto ben raggiunto che risulta senza nessuna asperità e molto piacevole, alcool 12%. Predilige agnello e coniglio, da bere a temperature 17/18°C. a - Postup Potomje. Vino rosso eccezionale, è il fratello più giovane del celebre Dingač, emerso con forza fino a conquistarsi nel ’67 la denominazione, nasce nel sud della penisola tra Mokal e Trstenik, nei suoli carsici poveri e fra grandi fatiche, viti ad alberello basso, alta insolazione, resa molto bassa. È un vino scurissimo, di pieno corpo, molto armonioso nel suo carattere secco e vellutato, frutto della prolungata maturazione in botti di rovere e suscettibile di lungo invecchiamento, un poco più leggero del Dingač nonostante una maggior potenza, alcool da 13 a 14%. Da carni scure e selvaggina a 16/17°C. a - Dingač. È il più splendido dei rossi, protetto dal ’61 perfino da una delle Convenzioni di Ginevra, nasce dai vigneti delle più ripide erte esposte a meridione della regione di Dingač, la patria dell’uva Plavac Mali, con il più alto livello di insolazione e con i riflessi del sole sulle acque del mare che determinano le qualità fondamentali dei mosti. Aree strettamente delimitate, selezione manuale delle uve, si può affermare che sia un vino ecologicamente puro, molto scuro, dal bouquet sontuoso e distinto, unico per la pienezza degli aromi, di gusto leggermente secco, superbamente equilibrato e deliziosamente caldo. Tenore d’alcool da 13 a 14%, ma più spesso 15%, è vino da carni scure e selvaggina, bere a 18°C. Ristorante Balgera: un angolo d'Italia a Varsavia Un grande ristorante italiano visitato da Agnieszka Wójtowicz Dal nostro corrispondente Mario Crosta È uscito il primo numero della rivista polacca Wino, auguri! Un bell’articolo sul Balgera, uno degli ottimi ristoranti italiani di Varsavia. Ho avuto il numero 0 di questa bella rivista proprio a un grande avvenimento del vino a Cracovia, il secondo California Dreaming Festival con più di 40 produttori, qualche giorno prima della presentazione di Angelo Gaja, proprio dalle mani del suo direttore, il mitico sommelier Wojciech Gogoliński, che fin dagli anni ’70 è una vera autorità nel campo del vino in Polonia. Collaborano a questo giornale le firme più prestigiose, alcuni già conosciuti dai lettori di Enotime, come Marek Bieńczyk, e altri che presenteremo nei prossimi mesi, come Wojciech Bosak, Tomasz Prange-Barczyński e Wojciech Bońkowski, che con il direttore costituiscono il panel di degustazione. Tra i giovani mi piace molto Mariusz Kapczyński che, con grande abnegazione, mesce il vino alle degustazioni un po’ in tutta la Polonia. Altre conoscenze di Enotime: Piotr Kamecki (diventato vicepresidente dell’Associazione polacca Sommeliers) e, in redazione, Małgorzata Bąk. Per presentarvi la rivista, che oltre alle 15.000 copie stampate aprirà presto anche il sito www.magazynwino.pl, ho preferito non tradurvi un articolo dei piani superiori. Sono fatti molto bene, professionali, raccolgono informazioni culturali, storiche, enogastronomiche, forniscono le note e i punteggi proprio come le migliori riviste italiane, si notano subito la competenza e l’amore per il vino. Preferisco invece presentarvi un articoletto di Agnieszka Wójtowicz, che descrive uno dei migliori ristoranti italiani di Varsavia, il Balgera in ulica Rejtana 14 (in attesa di potervi descrivere prossimamente anch’io un altro ottimo posto di ristoro italiano che è La Compagnia del Sole in ulica Żurawia 6/12), affinché possiate vedere un mondo che si sta aprendo alla cultura enogastronomica italiana attraverso gli occhi di una persona del posto. È un modo più concreto di conoscere anche i desideri, la mentalità e il bagaglio culturale dei nuovi giornalisti polacchi o della nuova Polonia (come amo dire io), quella che sa riconoscere in una bottiglia di vino anche il vino, ma soprattutto il sogno. Il traduttore: Mario Crosta Nel quartiere residenziale di Mokotow, su un pavimento di nuda pietra, lontano dalle importanti arterie della città e dal centro storico e di ristorazione della capitale, da circa tre anni sviluppa la sua attività, discretamente e coerentemente, una vera rappresentanza enogastronomica italiana, il ristorante Balgera, che ha una missione: presentare l’autentica tradizione culinaria italiana, alla quale è rimasto sempre fedele fin dalla nascita. Grazie a ciò ha raccolto numerosi gruppi di ospiti stabili negli ambienti degli affari, dei media, della diplomazia e anche tra i solitari e simpatici ghiottoni italiani. La proprietaria, Dolores Battaglia, ha dato al ristorante il proprio cognome da signorina e audacemente vi realizza la sua grande passione: gestire la ristorazione accontentando ugualmente sia i polacchi sia gli stranieri. La cura del menu è una delle migliori doti del Balgera, apprezzata dai buongustai che lo frequentano anche più volte durante la settimana. Ci sono dei piatti che bisogna ordinare prima, per esempio pesce e frutti di mare, che arrivano direttamente in aereo fino alla cucina del Balgera e si servono soltanto entro le successive ventiquattr’ore. Lo chef, Pasquale Flotta, dà peso particolarmente alla qualità dei componenti con i quali nascono le sue creazioni. I piatti sono preparati unicamente con materie prime fresche, cosa che giustifica le attese anche intollerabilmente più lunghe per le pietanze ordinate. Fortunatamente, l’indecente brontolio dello stomaco si può reprimere con le sensazioni estetiche; gli interni del Balgera ci trasportano fuori dalla pianura della Mazovia, fino alla lontana terra italiana. Il modesto, ma di buon gusto, stile dei locali ricorda le vecchie trattorie della Toscana. La nuova rivista Wino e il suo direttore Wojciech Gogoliński Grazie a meravigliose combinazioni di luci e di arredamento, il Balgera emana un’atmosfera tipicamente casalinga, rimanendo allo stesso tempo semplicemente un elegante ristorante. Ne approfittano volentieri gli uomini d’affari stanchi dell’ufficio, che s’incontrano qui durante il giorno anche per importanti negoziati. La sera gli ospiti cambiano e il Balgera si fa brulicante di gente chiassosa e socievole. Tutti vengono qui per dei piatti eccezionali. Le porzioni sono di oneste dimensioni e piuttosto si può accusare lo chef di viziare coscientemente gli ospiti allo scopo di affezionarli completamente alla tavola del Balgera anziché vedere di buon occhio la nouvelle cuisine. Nel menu del ristorante si trovano molti piatti delle diverse regioni d’Italia, benché la stessa carta non sia esageratamente riempita di proposte. A seconda delle stagioni e dell’umore dello chef, le pietanze cambiano carattere e composizione. D’estate il menu comprende piatti più leggeri, di verdure o di mare, in autunno regnano le erbe e gli aromi di spezie segrete, carni rosse e tartufi bianchi, che raggiungono la Saletta del Ristorante Balgera tavola direttamente dal festival del tartufo di Alba, nell’Italia settentrionale. Raccomando gli eccitanti antipasti, per esempio gli scampi agli aromi, i gamberi in salsa piccante con erbette e riso, ma anche il mio preferito, verdure grigliate e arrostite in tavolozza di aromi autunnali. Tra i piatti principali del menu autunnale attirano l’attenzione i filettini d’agnello in salsa di gorgonzola e con questi il Brunello di Montalcino o il Valtellina Sforzato di Balgera. Gli appassionati del pesce nel piatto dovrebbero scegliere l’orata in bellavista, arrostita con rondelle di zucchina, e con questa un calice di Gavi DOCG Principessa Gavia. Tutti quelli che della cucina italiana amano maggiormente la pasta sicuramente non rimarranno delusi. Gnocchi e maccheroni provengono dalla minuscola produzione artigianale in proprio del Balgera e soddisfano le attese dei più grandi golosi (meritano una benedizione gli strozzapreti alla crema di bitto, piccoli gnocchi di pane fresco sfornato in casa e spinaci, in una cremosa salsa al formaggio valtellinese). Coronano l’opera di Pasquale Flotta i dessert preparati dalla straordinaria fantasia della pasticceria italiana Peter Finn. Chi non sarebbe tentato dal sorbetto al limone e vino bianco frizzante con vodka, o dalla schiuma delicata di panna con salsa di fragole e mandorle, oppure dagli umili ma raffinati cantucci alle mandorle, sfornati secondo la tradizione toscana, che prima di un voluttuoso inghiottimento vanno inzuppati in un dolce Vin Santo? Naturalmente il menu dei dessert vale un peccato, specialmente se accanto alle proposte dolci si trovano dei vini scelti ben volentieri come il Malvasia dolce Paladin, il Recioto della Valpolicella o il Marsala Superiore Oro. La carta dei vini è un argomento da analizzare separatamente. La lista è di una lunghezza imponente rispetto alle modeste dimensioni del posto (tre sale per un totale di circa 80 persone). Accanto a una grande scelta di vini italiani di differenti regioni (Sicilia, Umbria, Piemonte, Puglia) ci sono anche delle selezionate bottiglie di altre regioni del mondo (Francia, Cile, Spagna e Stati Uniti, non solo della California ma anche dello stato di Washington). L’occhio attento dell’intenditore, cioè mio marito, vi ha intravisto però qualche importante imperfezione e manchevolezza. Per prima cosa, manca l’annata accanto al tipo di vino, e per seconda cosa c’è una successione illogica tra i vini presentati, si salta qua e là per la mappa vinicola, poi ci sono anche errori di stampa e veri e propri sbagli di denominazione. Con grande dispiacere mio marito ha trovato un Brunello di Montalcino collocato nel gruppo dei vini del Piemonte e mancano i vini bianchi dell’Alto Aldige. Io sono rimasta scioccata dai prezzi alti dei vini, normalmente compresi tra 80 e 130 euro (ma i vini eccellenti come Lupicaia, Rossi di Medelana e Ornato Barolo Pio Cesare arrivano anche a 260 euro). Meno male che i vini “della casa” hanno dei prezzi decenti, da 3 a 7 euro per bicchiere). C’è anche qualche vino veramente buono a prezzi alti, ma ragionevoli, nella fascia tra 20 e 40 euro, per esempio il Chianti Classico Riserva Villa Antinori e il Centine di Castello Banfi. Avendo intenzione di andare al Balgera, è meglio prepararsi alle più grandi spese, perché qui non è difficile cedere alle tentazioni dell’ingordigia. Già gli stessi nomi dei piatti stuzzicano l’appetito e accendono la fantasia. Per questa eccezionale gita culinaria in... Agnieszka Italia vale comunque la pena di impegnarsi finanziariamente. Wójtowicz Polonia presto nella UE: come saranno i loro vini DOC? Lo sviluppo dei vigneti impone una regolamentazione: la bozza della prossima legislazione enologica L'articolo di questa settimana è destinato soprattutto agli addetti ai lavori che potranno intervenire direttamente nel dibattito inviando i loro consigli ai legislatori polacchi, ma potrà essere anche utile ai numerosi lettori non professionali, che potranno così vivere in prima persona il processo di fondazione della nascente legislazione enologica polacca. A chi si domandasse "che cosa interessa a me di quello che avviene in Polonia" ricordo che molto presto questo Paese diventerà un membro dell'Unione Europea assieme ad altre 9 nazioni, molte delle quali produttrici di vino. Sapere cosa sta accadendo in questi Paesi è quindi non solo una legittima curiosità, ma anche un'occasione per non farci trovare impreparati nel prossimo futuro. Il Direttore: Fabrizio Penna Dal nostro corrispondente Mario Crosta È vero che l’effetto serra sta sensibilmente mutando il clima in tutto il mondo, innalzando le temperature al punto da reintrodurre nelle regioni più fredde delle coltivazioni abbandonate da qualche secolo, come quella della vite in Polonia. Abbiamo già descritto i vigneti “estremi” di Jasło e di Pasym, ma a ogni degustazione di vini importati, organizzate nelle grandi città, scopro fra gli ospiti delle altre persone che possiedono piccole vigne e che stanno producendo vino per uso famigliare, come Wojciech Bosak, Wiktor Bruszewski, Roman Myśliwiec, Wojciech Włodarczyk e Zbigniew Trubisz. Ai confini con la Germania, inoltre, esistono dei vigneti per la produzione industriale di brandy e fra le montagne che confinano con la Cechia e la Slovacchia vedo qualche filare qua e là. Con le leggi polacche odierne, veri residuati della mentalità dell’isolamento, nessun polacco oserebbe mettersi a vendere il vino che produce, perché lo Stato oggi vampireggia sui piccoli produttori a vantaggio delle grosse aziende di miscele alcooliche spacciate come vino, proibite invece nel resto d’Europa. Ma fra un anno, al massimo un anno e mezzo, con l’ingresso della Polonia nella CEE queste leggi dovranno essere ampiamente rinnovate e già oggi i vitivinicoltori più intraprendenti stanno facendo i primi passi per prepararsi a regolamentare la produzione locale delle uve da vino e dei vini da esse ricavati. Esiste un progetto di legge già in mano ad alcuni parlamentari polacchi redatto proprio da alcuni di loro - tra i quali Roman Myśliwiec di Winnica Golesz, Wojciech Bosak di Akademia Wina e Marek Jarosz dell’Università di Cracovia, cattedra di Europeistica - il cui primo testo è stato pubblicato per intero su http://www.winnicagolesz.gal.pl/ in lingua polacca allo scopo di raccogliere osservazioni e contributi prima della discussione legislativa. Il testo attuale, quello sempre aggiornato, si può richiedere al seguente indirizzo: ([email protected] . La lingua polacca è già di per sé complicata, in quanto più che di regole è fatta di eccezioni, specialmente il politichese che per me è ancora un livello quasi tabù, perciò se qualcuna delle nostre autorità vinicole, oppure alcuni dei nostri opinionisti competenti di vino, volesse intervenire nel dibattito, è meglio che si faccia tradurre quel progetto da traduttori professionisti, del resto in Italia sono presenti molti Polacchi che fanno da interpreti, e poi potrà proporre le proprie osservazioni molto più approfonditamente con delle e-mail in inglese direttamente ai tre autori: Roman Myśliwiec ([email protected]), Wojciech Bosak ([email protected]) e Marek Jarosz ([email protected]). Assicuro che queste persone terranno debito conto di ogni contributo (ne ho avuto personalmente la prova a proposito della discussione sui concentratori) e, poiché sono molto combattive, sono certo che a breve la Polonia potrà disporre di una propria legge vinicola di buon livello per poter iniziare col piede giusto a produrre vini locali di cui siamo già molto curiosi tutti quanti. Vini da pionieri in una terra dall’inverno molto lungo, ma che possiede nicchie dal microclima non proprio ostile ad alcuni ceppi sperimentati da Winnica Golesz. Riassumo qui soltanto alcuni principi e contenuti, per dare ai lettori un’idea di com’è fatto l’impianto di questo progetto di legge polacca sul vino, sperando di non annoiare troppo. Il progetto di legge riguarda la coltivazione delle viti destinate alla produzione di vino, la produzione e l’imbottigliamento dei vini prodotti da coltivazioni sul territorio polacco, la loro classificazione e la loro etichettatura. Non riguarda i vini da dessert destinati al consumo diretto, i vini prodotti per proprio uso e non per la vendita, i mosti destinati a produzione di succhi e bevande analcooliche. In particolare e negli allegati sono specificate le zone vinicole nelle cui aree si coltiva la vite per i vini di qualità dalla denominazione d’origine controllata KNP, nonché le regioni vinicole adatte alla produzione di vini da tavola con indicazione geografica tipica WSGO. Allo stesso modo viene specificato l’elenco di tutte le varietà autorizzate e tra queste vengono specificate quelle destinate ai vini KNP per ogni area particolareggiata, oltre che i ceppi da piede. La qualità dei vitigni e dei ceppi deve corrispondere a quella della Direttiva 193 del Consiglio della Comunità Europea del 9 aprile 1968. Entro il 31 dicembre 2004, nelle zone destinate alla produzione di uva da vino devono essere espiantate tutte le varietà non autorizzate ed essere iscritte obbligatoriamente al Registro Nazionale dei Vini tutte le coltivazioni con più di 100 piante o più di 200 metri quadrati, ma per le uve destinate a vini KNP il minimo è di 50 piante o di 100 metri quadrati. La materia prima per produrre vino può essere esclusivamente (e qui sta la grande battaglia contro la precedente legge-truffa che consente miscele spaventosamente nocive) l’uva fresca o in parte essiccata, il mosto d’uva in fermentazione, il vino d’uva in fermentazione e il vino d’uva, di produzione nazionale. Nuovo vigneto a Winnica Golesz Tutto il resto è espressamente vietato, come anche le aggiunte di acido al mosto e al vino volte a cambiarne l’acidità per più di 1 grammo/litro di acido di vino o di 13,3 milliequivalenti/litro. Si possono usare soltanto i componenti previsti dalla Disposizione 1493 del Consiglio della Comunità Europea del 17 maggio 1999 e si fissano per ogni tipo di vino i particolari limiti minimi del contenuto in zuccheri naturali delle uve, del tenore alcoolico, dell’acidità e dell’estratto nonché i limiti massimi delle rese per ettaro (da 90 a 120 quintali/ettaro) e dell’anidride solforosa. L’arricchimento può essere ammesso solo con mosti, mosti concentrati, mosti concentrati rettificati, saccarosio da barbabietole o da canna, per concentrazione di parte del proprio mosto, è vietata l’osmosi inversa. I vini KNP devono partire comunque da un minimo di contenuto alcoolico naturale del 9,6% (pari a 170 g/l di zuccheri naturali). L’arricchimento in questo caso non può superare l’1% per i bianchi (pari a 17,5 g/l di zuccheri naturali) e l’1,6% per i rossi (pari a 28 g/l di zuccheri naturali), gli zuccheri residui non possono però superare i 4 g/l. L’imbottigliamento dei vini WSGO deve essere effettuato in Polonia, quello dei vini KNP deve essere effettuato nella zona d’origine o in Giovane vigneto polacco quella immediatamente limitrofa. I vini KNP non possono essere immessi in commercio prima del 31 marzo dell’anno successivo alla vendemmia, tutte le partite dovranno essere sottoposte ad analisi e all’assaggio organolettico da parte di almeno 7 ispettori qualificati per ottenere il numero di certificazione, possono essere definiti classici con contenuto alcoolico naturale originale di almeno 10,5% se bianchi e 12% se rossi, estratto minimo secco oltre agli zuccheri 19 g/l. Ci sono anche le regole per le altre dizioni come vendemmie tardive e vino ghiacciato. La gassificazione artificiale è vietata e ai liquorosi si può aggiungere alcool etilico da distillazione di uve o vini, ma solo se già posseggono il 12% di alcool proprio. Valgono le norme europee per la confezione e l’etichettatura, va indicata l’annata e il metodo di vinificazione, tradizionale o rustico, si può indicare l’imbottigliamento all’origine soltanto se almeno il 90% delle uve è coltivato in proprio. Un’intera sezione è dedicata agli enti previsti per i controlli, composizione, poteri e pene. Elenco delle regioni vinicole d’indicazione geografica tipica WSGO (nella prima versione di tre mesi fa ne erano state proposte ben altre 8): Regione “Dolny Śląsk”, Regione “Górny Śląsk”, Regione “Małopolska”, Regione “Niżiny Polskie”, Regione “Podkarpacie” Regione “Wielkopolska” Regione “Wyżyny Nadwiślanskie”, Vigneto sotto un'abbondante nevicata Regione “Ziemia Lubuska”. Aree vinicole a denominazione d’origine controllata KNP (nella prima versione di tre mesi fa ne erano state proposte ben altre 10): “Nadodrze", “Pogórze Karpackie", “Przedgórze Sudeckie", “Wyżyna Krakowska” “Zielona Góra". La selezione di queste zone vinicole dalle numerose inizialmente proposte, in base a notizie di coltivazioni già in corso e quindi alle caratteristiche dei terroir, è stata successivamente fatta in considerazione anche della sicura presenza storica di vigneti, garanzia di tradizioni e capacità di vinificazione, a dimostrazione che la discussione è molto approfondita e aperta alle critiche e ai suggerimenti, che da queste parti sono certamente graditi e anche velocemente introdotti, infatti alcuni dei dati o delle regole descritti sono stati già cambiati da poco. Per esempio, era ammessa in parte la concentrazione per osmosi inversa, che a seguito di una discussione approfondita su questa materia ancora controversa si è deciso per il momento di vietare. Con queste premesse, resta soltanto da augurare ai vitivinicoltori polacchi di fare dei vini sempre migliori e... benvenuti nell’Europa del vino! Gite enoturistiche nella Moravia meridionale La più famosa cantina di Znojmo, in Cechia, apre i battenti al turismo del vino Dal nostro corrispondente Mario Crosta Nel precedente articolo "Moravia: una terra da vino che attende investimenti" si era già parlato di questa bella regione sulle alture settentrionali del bacino del Danubio viennese e in particolare del famoso centro vitivinicolo di Mikulov, uno dei due valichi di confine da Vienna per la Cechia. Questa repubblica ha delle profonde tradizioni di coltivazione della vite da vino. La prima vigna in terra di Cechia è stata sicuramente quella messa a dimora sul cosiddetto Poggio Romano della zona di Pálavy, nel sud della Moravia, da manodopera scelta fra i soldati della Decima Legione Romana di stanza a Vindobona (Vienna) ai tempi dell’impero di Probus (anni dal 276 al 282 dell’era cristiana). La cosa è confermata dagli scavi archeologici che hanno portato alla luce sia reperti di piante di vite sia di radici. Altre tracce di successive antiche vigne sono state portate alla luce tra quelle coltivate dalle prime genti della seconda migrazione slava durante il medioevale periodo della Grande Moravia (dall’833 al 906). Secondo una leggenda, il principe moravo Svatopluk nell’anno 892 mandò al principe boemo Bořivoj e a sua moglie Ludmila una botte di vino di Moravia in occasione delle feste per la nascita del loro figlio Spytihněv. La principessa Ludmila volle offrire una parte di questo vino alla dea Krosyne per supplicare la pioggia e il dono fu tanto gradito che venne ascoltata e si salvarono tutti i raccolti minacciati dalla siccità. Le vigne preferite dai principi Bořivoj e Ludmila erano quelle nei dintorni della cittadina di Mělnik sul fiume Elba, tra i paesini di Dřisy e Nedomice, una ventina di chilometri a nord di Praga. Fu tra queste viti e queste cantine che imparò a fare il vignaiolo e a scoprire i segreti dell’enologia proprio San Václav, il Supremus Magister Vinareum dei vitivinicoltori cechi, che ogni anno vengono qui in pellegrinaggio e che qualche anno fa hanno ripiantumato quello che fu l’antico vigneto del loro santo patrono, proprio di fianco al convento. Nell’XI secolo cominciò lo sviluppo intensivo della coltivazione della vite da vino. Ai tempi dell’imperatore Carlo IV, chi piantumava un vigneto sulla propria terra o su quella presa in affitto aveva diritto a 12 anni di esenzione dalle tasse e solo dal tredicesimo anno il proprietario del terreno doveva pagare al suo re le cosiddette decime, 10 litri di vino per ogni dieci are di terra. Cantina dipinta a Šatově Era addirittura vietato importare vino per non indebolire la produzione locale. Nel 1497 il re Vladislav emanò un editto che, primo in Europa, obbligò a registrare i vigneti e introdusse dei criteri per il controllo della qualità dei vini. Oggi la Cechia possiede poco meno di 12.000 ettari di vigneti per una produzione annua da 55.000 a 80.000 tonnellate di uva, con una raccolta media tra 50 e 70 quintali per ettaro. Grazie all’obbligo di registro sappiamo che esistono 17.500 singole vigne di superficie media di 0,64 ettari in mano a circa 16.700 proprietari, divisi tra le due principali regioni vinicole: la Boemia, con una parte minoritaria di poco più di 400 ettari e una sessantina di proprietari, e la Moravia a far la parte del leone con più di 11.000 ettari e oltre 16.600 proprietari. Attualmente questi ultimi stanno sviluppando rapidamente nelle proprie aziende la redditizia attività agrituristica, che promuove la cultura e le tradizioni della loro regione vitivinicola. Veduta aerea dei vigneti di Znojmo Un successo crescente, visto il sorgere di alcune ditte che si stanno specializzando nell’organizzazione delle gite in molte di queste realtà locali del vino, anche se uno dei migliori programmi di visita odierni è quello della Znovin Znojmo, che riguarda un’altra delle più attraenti e interessanti zone della Moravia meridionale tra Brno e Vienna. È proprio nella Moravia meridionale, chiamata popolarmente “giardino” della Cechia e a ragione, che si trovano tra le più belle e più calde località della repubblica ceca. Il clima è continentale temperato e presenta notevoli diversità. Le piogge, scarse nel rigido inverno, sono abbondanti in primavera e in estate, mentre incursioni fredde da nord fanno nevicare anche in primavera. Le estati sono calde, le brume iniziano già intorno alla fine di settembre, la neve fa la sua comparsa ai primi di dicembre. Il paesaggio è caratteristicamente ondulato, con dei bellissimi boschi per un terzo del territorio, e gode pienamente della mancanza di traffico automobilistico. Questa regione è abitata da gente allegra, ospitale, un po’ introversa e taciturna in pubblico, ma molto cordiale in privato e dedita al sano lavoro nei tanti paesini dal volto antico e onesto della campagna, in un’atmosfera tranquilla d’altri tempi. Non meritano certo di essere confusi con quelle bande di delinquenti, spesso stranieri, che frequentano l’autostrada in cerca di camion da razziare con l’intero carico, anche negli illuminatissimi piazzali dei grandi distributori di benzina, in barba alla locale Polizia che dà la caccia esclusivamente alle auto veloci dei turisti, più redditizia per le casse del loro Stato e meno rischiosa per gli agenti, che sanno abbaiare soltanto con gli stranieri. Nelle campagne, coltivate a cereali, barbabietole e patate, ma anche a uva, luppolo, lino e popolate da fagiani, lepri e cervi, c’è tutto un altro clima. Attenti ai bambini e alle oche che pattugliano le strade, non vale proprio la pena di guidare l’auto all’occidentale, meglio andare piano e gustarsi il paesaggio, partendo questa volta da Znojmo, l’altro valico di Cantina di Znojmo confine giungendo da Vienna oltre a quello di Mikulov. Tutte le strade più dritte che s’incontrano sono state costruite per i movimenti delle truppe corazzate del fu Patto di Varsavia, ma intorno a Znojmo e specialmente presso i numerosi castelli una serie di improvvisi tornanti e di saliscendi immerge il visitatore in un paesaggio d’altri tempi e di secolare tradizione vitivinicola. Qui c’è da visitare sicuramente la Vinoteka “U Jasného Kříže” dove, oltre alle bottiglie in vendita, si possono trovare tutte le informazioni riguardanti le varie aziende locali e la produzione dei vini. Il produttore più importante di questa zona è proprio la Znovin, con sede esattamente a Šatově, che propone in proprio almeno una decina di ricchi itinerari turistici diversi. Alcuni di essi possono svolgersi per tutto l’anno, mentre la visita ai vigneti di Šobes soltanto da aprile a settembre e le gite cicloturistiche tra giugno e agosto. Uno degli itinerari enoturistici più interessanti parte dalla visita a una delle più belle cantine del mondo, unica nel suo genere, costruita tra il 1740 e il 1756 su tre piani che assicurano una temperatura veramente stabile in ogni stagione dell’anno e che sorprende per lo stile architettonico. La visita guidata alle cantine è seguita da una degustazione dei vini migliori della regione, in particolare proprio quelli prodotti dalle uve dei vigneti circostanti, che sono tra i più delicati della Moravia in quanto a freschezza e a bouquet, tra cui i bianchi Riezling, Veltliner e Chardonnay. Su questi vini influisce in modo notevole l’esposizione dei vigneti posti proprio sulle alture, dove fruiscono, oltre che del sole, anche dell’altezza, per le correnti d’aria fresche e pulite che scorrazzano per l’altopiano. L’uva matura più lentamente ma senza umidità e raccoglie sotto le bucce una maggior quantità di componenti aromatiche nobili. Mi è piaciuto il Ryzlink Rýnský 2000, 13 gradi alcool, vino da pesciolini di fiume e carni bianche in gelatina, ma qualche altro vino di questa cantina è stato recentemente premiato anche al Vinitaly. Una delle tappe successive potrebbe essere la meravigliosa cantina dipinta a Šatově o la pittoresca vigna di Šobes nella romantica valle del fiume Dyje, con una bella passeggiata per il Parco Nazionale Podyjí. Varianti ce ne sono tante altre e i praghesi ne approfittano per passare dei fine settimana tutti differenti e quindi più interessanti, per esempio la visita al convento di San Wolfgang. Meglio contattare in proposito il Centro d’informazioni di Znojmo, presso la via Obroková 10, tel/fax +420.624.222552 oppure direttamente la Znovin, tel.+420.624.221656 e sito www.znovin.cz, perfino per eventuali consigli sui pernottamenti in alberghi moderni oppure caratteristici e sui migliori ristoranti della zona. Infatti, sebbene Vienna sia soltanto a 70 km e Stockerau a 40 km, la Moravia meridionale è tutto un altro mondo, l’ambiente qui è molto protetto e vale la pena goderne in pieno anche per un solo attimo. Chi guida dovrà fare molta attenzione ai cervi che sbucano improvvisamente sulle strade, specialmente di notte, non siamo in Italia e qui è pieno di animali selvatici che sono attratti proprio dalle luci dei fari e non sono ancora abituati a... dare la precedenza. Ma anche di giorno è meglio godersi il paesaggio a velocità limitata, chi lavora fra i campi coltivati e le vigne spesso è tanto sudato e sfinito che non riesce a prestare la dovuta attenzione al movimento degli altri mezzi anche sui lunghi e ingannevoli rettilinei tra le dolci colline e le foreste. Chi ama il vino, ama la vita della campagna e i genuini codici di sensibilità e di gentilezza che sono ben radicati nei suoi comportamenti, perfino più profondamente dei codici stradali. Vini della Bulgaria: in poco tempo dei passi da gigante. Si cominciano a vedere gli effetti degli investimenti in qualità. Dal nostro corrispondente Mario Crosta A un anno dalle prime valutazioni sui vini bulgari, che sono in assoluto i più economici in questo momento nel mondo, tanto che la Bulgaria (la cartina della Bulgaria) è prepotentemente balzata al sesto posto tra i Paesi esportatori di vino, alcune importanti novità ci riportano in argomento. Con il ritorno in patria del “re bambino” Simeone II di Sassonia Coburgo Gotha, uomo di grandi capacità commerciali, poliglotta, moderno, intenditore di vino e con una parte di sangue italiano nelle vene, c’era da aspettarsi che sarebbero velocemente emersi nuovi e tanto attesi sviluppi nel mondo del vino bulgaro. Anzitutto, come segno di benvenuto, la cantina più grande, Domaine Boyar, gli ha subito dedicato un vino rosso e un vino bianco di buon livello qualitativo, ma dal prezzo popolare per favorirne un massiccio e festoso acquisto, un modo simpatico per ringraziarlo di averli autorizzati nel 1992 a stampare in etichetta lo stemma reale. Sono segnali di grande stima reciproca e di collaborazione assoluta tra il re diventato premier e la vitivinicoltura del suo Paese, che hanno subito aperto insieme una nuova epoca, in coincidenza con la recentissima Legge Vinicola del 31 aprile 2000, fatta secondo gli standard dell’Unione Europea come la Legge sul Vino e sui Liquori del 1999, alla cui stesura collaborò perfino il governo francese. Dal 1989, quando cadde il regime filosovietico e le terre tornarono alla proprietà privata, la maggior parte degli agricoltori non si ricordava nemmeno più come si faceva il vino, eppure in una quarantina di cantine si riprese a vinificare e sicuramente in modo biologico, data l’estrema povertà che impediva perfino di comprare fitofarmaci, pesticidi e diserbanti. Soltanto una dozzina di queste aveva però una diffusione nazionale e nei ristoranti, dopo un cinquantennio di buio, di cultura del vino non ce n’era rimasta più, perciò si sono puntate immediatamente tutte le risorse verso l’esportazione, superando ampiamente il mezzo miliardo di bottiglie esportate rispetto agli ottocento milioni di bottiglie prodotte. Domaine Boyar, fondata nel 1991 da un uomo di grandi intuizioni e di capacità non comuni, Margo Todorov, ha fin da subito aperto contemporaneamente una sede a Sofia e una a Londra e in pochi anni è riuscita a raggiungere, grazie a dei silenziosi successi quantitativi, una solidità che le ha permesso di investire in qualità. Nel 1998 Domaine Boyar ha diretto uno dei più grandi progetti d’investimento in Europa orientale, con la partecipazione dell’European Bank for Reconstruction & Development, ING Bank – Bearing Central European Investement e Baarsma’s Dranken d’Olanda. Per 60,5 milioni di dollari ha modernizzato tutte le linee di produzione nelle numerose cantine e in 18 mesi si è fatta progettare e costruire dalla società australiana A & G Engeneering di Rom Poter la modernissima cantina Blueridge, costata da sola 15 milioni di dollari, per fare vini nello stile del Nuovo Mondo, destinati soprattutto al mercato londinese, dove effettivamente si sono Vigneto del Domaine Boyar affermati già con l’annata 1999. Nel 2000, Domaine Boyar e Vinprom Rousse hanno fondato il gruppo Boyar Estates, il più grande complesso vitivinicolo bulgaro con vigneti in tutte le migliori zone della Romania, da Rousse a Shumen, da Sliven a Jambol, circa 1.000 ettari di proprietà. Sulla base di questo splendido esempio, oggi si stanno muovendo anche le altre grosse aziende bulgare del vino, per esempio la Lovico di Suhindol del gruppo Epoch Wines, perché in dodici anni si è verificato che è possibile un altro gigantesco balzo in avanti, grazie a un clima e a dei terreni particolarmente adatti alla vitivinicoltura, e si stanno rapidamente bruciando le tappe sia nel piantumare nuovi vigneti che nella ricerca della qualità. Dopo almeno 6.000 anni di vitivinicoltura, che vengono celebrati ogni 14 febbraio dai vignaioli durante la festa di Trifon Zarezan, la Bulgaria del vino è oggi uno dei più vantaggiosi investimenti e nei prossimi anni diventerà uno dei principali produttori europei. Sono già stati ampiamente superati i 100.000 ettari di vigneto specializzato e in diverse zone si raddoppiano ogni anno quelli messi a dimora. Il successo dei vitigni cabernet sauvignon e merlot, introdotti in modo massiccio negli anni ’60, ha rischiato perfino di oscurare le varietà rosse autoctone gamza, melnik, pamid e rubin (incrocio tra nebbiolo e syrah perfezionato localmente a Perushtitza nel 1962), che si stanno però affermando sul mercato interno. Anche i nuovi vitigni bianchi chardonnay, sauvignon blanc, riesling, traminer e muscat ottonel hanno riscosso subito un grande successo, perché le locali uve dimiat, misket e rikat per decenni erano state sacrificate in massa alla produzione di superalcoolici per gli Stati del blocco sovietico e abbisognano adesso di maggiore attenzione da parte degli enti vinicoli per non scomparire. Le regioni vitivinicole sono cinque: Dunavska Raunina (pianura Danubiana). La metà dei vigneti bulgari è proprio qui, nel Nord. Si tratta di vigneti collinari e terrazzati che fruiscono del clima continentale moderato per produrre dei Cabernet Sauvignon di grande stoffa, pari all’80% dei vini prodotti, ma anche dei fragranti Chardonnay nella parte orientale. Sono presenti anche tutti gli altri vitigni bulgari, ma in minima parte, ed è particolarmente famoso il fruttato vino rosso Gamza di Vidin. Tsjernomorski Raion (regione del Mar Nero). Per estensione è la seconda zona del Paese, a Est, con il 30% dei vigneti, nota soprattutto per i bianchi, tra cui il famoso Han Krum Chardonnay, ma ci sono anche molte di quelle uve bianche locali che erano sacrificate a brandy di bassa qualità. Podbalanski Raion (valle delle Rose). È la regione centrale della Bulgaria, fra i Balcani, delimitata dalle montagne e scelta per la produzione dei rossi da grandi vitigni internazionali (proprio a Sliven è sorta Bluridge) con rese molto limitate su terreni ad alte esposizioni. Trakien (Tracia). Nel Sud, piccola regione prediletta dai Cabernet Sauvignon e dai Merlot, con una presenza qualificata di Chardonnay. Jolinaka na Struma (valle della Struma). A SudOvest, l’altra piccola regione vinicola con dei buoni Cabernet Sauvignon e Merlot, e alcuni vitigni bianchi soprattutto locali. Da queste regioni le migliori cantine traggono dei vini che hanno raggiunto la notorietà per degli ottimi livelli qualitativi. Sono ancora delle eccezioni nel panorama vinicolo bulgaro, perciò è meglio citarne qualcuno, non solo a titolo d’esempio ma nella speranza che l’esempio sia adottato come criterio per migliorare il resto della produzione, onesta e genuina, ma molto spesso ruvida e senza troppa personalità. Tra i Cabernet Sauvignon sono notevoli il Gorchivka Estate Selection e il Controliran di Svischtov, lo Special Selection di Sliven, Czar Simeon ed Estate Selection di Suhindol, il Reserve di Burgas e Yantra Valley di Rousse, mentre fra i Merlot lo Special Reserve di Suhindol, il Sakar e lo Strambolovo di Haskovo, il Rocky Valley di Rousse, quelli di Lubimetz e di Shumen. Tra i vini rossi da uve autoctone sono ottimi il Pulden Mavrud Reserve di Plovdiv e l’Assenovgrad Mavrud Reserve di Testsalg. Ma due recentissimi Merlot gemelli bulgari stanno riscuotendo un successo tale fra i grossi buyers inglesi che meritano una descrizione più particolareggiata, in quanto faranno presto la loro comparsa in Italia. Il Merlot 1999 prodotto nella modernissima cantina della Boyar Estates di Blueridge secondo lo stile australiano ha avuto due percorsi paralleli, uno in barrels di rovere americano e uno in barriques di rovere francese, perciò ci sono in commercio bottiglie con due etichette di egual colore e disegno, ma che riportano ben visibile accanto al vitigno anche il tipo delle botti usate. Il prezzo non supera i 5 Euro, ma sono due ottimi vini secchi da 13 gradi alcool, con delle differenze fra loro abbastanza pronunciate. Merlot american barrel 1999. Colore piacevole, pieno, rubino e amarena, limpido e luminoso. Aroma elegante e intenso, note fruttate di amarena, lampone, mora e prugne secche, complesso e con sentori di vaniglia, caramello e cuoio. Sapore di buona armonia, gli estratti e la piacevole acidità si fondono con tannini vellutati e un piacevole fondo amarognolo che danno sensazioni di levigatezza e maturità. Un fruttato espressivo completa il vestito leggermente speziato e affumicato. Vino interessante, adatto a carni bovine grigliate e ad arrosti di selvaggina e di salsicce. Ha solo una pecca: il suo gemello è ancora meglio. Merlot barrique 1999. Colore limpido, luminoso, elegante, pieno e profondo di amarena scura con riflessi mattone. Aroma abbastanza intenso, vivace e complesso di amarena, ribes nero, lampone con cenni di legno e vaniglia e note di tabacco, cuoio, fumo, cannella e confettura di prugne. Acidità viva e un piacevole fondo amarognolo, struttura ben espressa, potente ma non aggressivo. Il sapore si distingue per un caldo e invitante fruttato in accordo col bouquet, in cui si fondono anche muschio, tabacco e peperoncino. Un vino avvolgente, equilibrato e longevo, perfetto con filetti e paté di selvaggina o costate di maiale cucinate con le prugne, ma adatto a ogni occasione anche se, guardando il prezzo, non c’è neanche bisogno di trovare delle occasioni per berlo...