Domenica a S. Imerio Saverio Gaeta presenterà il libro "Il veggente

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Domenica a S. Imerio Saverio Gaeta presenterà il libro "Il veggente
Pizzaballa: «Non
soli i cristiani
Santa»
lasciate
di Terra
Dopo aver celebrato il mistero dell’incarnazione del Figlio di
Dio prima a Nazareth e poi a Betlemme, i 220 cremonesi
pellegrini in Terra Santa, nella giornata di venerdì 10 marzo,
hanno pregato e meditato sulla morte e risurrezione di Gesù.
La giornata, ancora caratterizzata dal sole, è iniziata nel
Getsemani, a piedi del Monte degli Ulivi: in questo giardino,
ben tenuto, ricco di ulivi secolari – tra essi anche quello
piantato da Paolo VI nel suo viaggio nel 1964 – , ora
circondato da una cancellata di ferro battuto, Gesù amava
ritirarsi in preghiera. Vi si trovava anche una grotta
contenente un frantoio certamente appartenente a un amico di
Gesù, che lo ospitava con i suoi discepoli nella sua
proprietà.
A fianco si trova la chiesa delle Nazioni, chiamata così
poiché diversi paesi ne hanno finanziato la costruzione negli
anni Venti del secolo scorso. La penonbra all’interno della
basilica ha subito trasmesso un senso di abbandono, di
solitudine, di dolore e angoscia provati da Cristo quando i
suoi amici non seppero vegliare con lui e quando Giuda venne
con i soldati del tempio per arrestarlo. Sotto l’altare la
roccia dell’agonia sulla quale Egli pianse e sudò sangue prima
di abbandonarsi totalmente alla volontà di Dio.
Sotto le volte stellate di questo edificio sacro mons.
Napolioni ha presieduto l’Eucaristia che ha dato inizio alla
giornata. «Matteo – ha esordito nell’omelia – dice che Gesù
incominciò a provare tristezza e angoscia. Che ne sa
l’evangelista? Lui non c’era. Lui era già in confusione, più
lontano. O forse è fin troppo facile immaginare, visto come
sono andate le cose, che cosa deve aver provato Gesù quella
notte. Perché se in ogni vicenda di dolore, in ogni prova, in
ogni grave malattia, in ogni prova interiore viene da
domandarci “perché?”, l’avrà gridato anche Gesù dentro di sé».
«La domanda sui pensieri e i sentimenti di Gesù in quelle ore
– ha proseguito il presule – è una domanda che ha accompagnato
tutti i cristiani appena non superficiali. E che dovrà
accompagnare tutti i cristiani, tutti gli uomini e tutte le
donne che vorranno nel tempo misurarsi con Gesù».
«I santi – ha proseguito – sono andati un po’ più avanti.
Permettetemi di ricordare una mia concittadina: santa Camilla
Battista da Varano, monaca francescana che a Camerino, nel
1500, scrisse un trattato sui dolori mentali, sulla sofferenza
psicologica e spirituale di Gesù durante la Passione».
Per mons Napolioni la sofferenza più grande di Gesù è stata
quella di capire il senso della sua figliolanza divina: «Già
le guide ci hanno introdotto al dramma di questa espressione
della Lettera agli Ebrei: “Pur essendo figlio imparò
l’obbedienza. E per il suo pieno abbandono, soffrendo, venne
reso perfetto”».
«Qual è il figlio perfetto? – si è domandato il vescovo
Antonio -. Quello che davanti all’apparente drammatico
silenzio del Padre – la cui volontà è un calice di dolore, è
la morte del proprio figlio per adottare i peccatori di tutta
la storia – passa dal dubbio di sentirsi abbandonato
all’abbandonarsi al Padre: “Nelle tue mani consegno il mio
spirito”. Non è l’eroe vittorioso, né l’eroe sconfitto: è il
bambino fiducioso, umile, fragilissimo, l’agnello immolato che
salva il mondo. Il pastore si è fatto agnello: è il paradosso
delle nostra fede. Una fede così non poteva venire in mente
agli uomini. Non c’è nessun guadagno ad avere una fede così. A
meno che non solo lui risorga, ma a meno che Lui non sia
presente. È qui! Nel nostro impasto di farina e di acqua, di
sofferenza e di speranza, di dolore e di amore. Eccolo il
Figlio reso perfetto».
E così ha concluso: «In questa Eucaristia pensiamo a più
persone possibili, riportiamo tutti i momenti più difficili
della nostra vita, della vita delle nostre famiglie.
Contempliamo la fedeltà assoluta di Dio, che conduce la storia
nonostante le violenze, le guerre, i drammi che avrebbero
potuto già chiudere. E invece Lui si è lasciato schiacciare
perché rifiorisse la vita».
Durante la Messa, che si è conclusa con il bacio dei
pellegrini alla pietra dell’agonia, si è pregato intensamente
per tutti i sacerdoti e in modo particolare per il vescovo
emerito Lafranconi che proprio il 10 marzo compie gli anni.
Ascolta l’omelia di mons. Napolioni
Photogallery della celebrazione eucaristica
La mattinata è proseguita con la visita alla vicina tomba di
Maria: una chiesa di epoca crociata caratterizzata da una
lunga scalinata che porta fino al luogo in cui la Vergine
passò da questa vita a quella eterna. Accanto a questo
edificio sacro retto dagli ortodossi si trova la grotta del
frantoio, una cappella che all’epoca delle persecuzione dei
cristiani ricordava, in maniera molto nascosta, l’episodio del
Getsemani. Oggi è una cappella francescana molto intima e
angusta.
A seguire è stata visitata l’edicola dell’ascensione, di epoca
crociata, oggi trasformata in moschea. All’interno c’è una
pietra con una vanga impronta di piede: si dice che sia stata
l’ultima traccia lasciata da Cristo prima di salire in Cielo.
Particolarmente suggestivo anche il complesso carmelitano del
Pater Noster che racchiude la grotta nella quale il Signore
Gesù insegnò ai discepoli il Padre Nostro. Lungo le pareti del
bellissimo chiostro, immerso nel verde, sono appesi più di un
centinario di pannelli in ceramica, riportanti la preghiera in
diverse lunghe e dialetti di tutto il mondo, compreso il
milanese.
Ultima tappa è stato il Domunis Flevit: scendendo dal monte
degli Ulivi – da cui si gode una bellissima vista di
Gerusalemme e della valle di Giosafat costellata di tombe di
pii ebrei – una chiesa francescana ricorda il pianto di Cristo
sulla Città Santa. Questo luogo è particolarmente frequentato
dai pellegrini, forse anche a motivo del panorama incantevole.
La chiesa (1955), opera del già citato architetto Barluzzi, ha
un particolare cupola a forma di lacrima e una grande vetrata
proprio dietro l’altare che dà sulla città vecchia.
Photogallery della visita al Monte degli Ulivi
Nel primo pomeriggio, presso la concattedrale del Santissimo
Nome di Gesù, interna al Patriarcato Latino, c’è stato un
fraterno incontro con mons. Pierbattista Pizzaballa,
amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme. Il
presule, fino a poco tempo fa Custode di Terra Santa, ha
origini diocesane: i suoi genitori, infatti, sono di Brignano
Gera d’Adda. Con molta disponibilità e umiltà l’arcivescovo ha
raccontato le fatiche e le speranze della Chiesa di
Gerusalemme (essa comprende non solo Israele e la Palestina,
ma anche la Giordania e Cipro). Pizzaballa ha spiegato che in
Terra Santa vivono solo 180.000 cristiani (di questi il 40% è
cattolico) a fronte di oltre 6 milioni di ebrei e 4 milioni di
musulmani. Pur essendo una piccola comunità quella cattolica
ha numerose scuole e ospedali e continua ad adoperarsi per
favorire il dialogo tra ebrei e palestinesi. Eppure le
difficoltà economiche e l’ostilità di parte della popolazione
costringe i cristiani ad emigrare: solo negli ultimi mesi
oltre 120 famiglie se ne sono andate da Betlemme!
Ascolta l’intervento dell’arcivescovo Pizzaballa
L’arcivescovo non ha comunque nascosto la difficoltà di
rapporti sia con gli israeliani sia con i palestinesi,
sottolineando invece i buoni frutti in campo ecumenico: i
restauri in atto della basilica della Natività a Betlemme e
quelli del Santo Sepolcro a Gerusalemme – dopo decenni di
stasi – sono un evidente prova che il confronto tra i
cristiani delle diverse confessioni è stato avviato. Tra
l’altro questa primavera ecumenica è dovuta soprattutto ai
fedeli: non esiste famiglia, infatti, in cui i coniugi siano
della stessa confessione.
Mons. Pizzaballa ha poi ricordato il dramma dei cristiani di
Aleppo in Siria, che dista solo poche centinaia di chilometri
da Gerusalemme, e ha sottolineato che se non ci sono
attentanti o fatti gravi in Israele, comunque serpeggia una
mentalità fondamentalista in tanti palestinesi.
Nel suo breve intervento il presule ha chiesto di non lasciare
soli i cristiani di questa Terra, di pregare e di sostenerli,
anche attraverso più frequenti pellegrinaggi.
Quello di Cremona – sono parole di Pizzaballa – è il gruppo
più numeroso dopo tanti mesi: la paura di attentanti è molto
forte nella gente.
A mons. Pizzaballa è stato consegnata una offerta della Chiesa
cremonese a favore di quellla di Gerusalemme.
Photogallery dell’incontro con mons. Pizzaballa
La giornata si è quindi conclusa con la meditazione della
passione del Signore attraverso la preghiera della Via Crucis:
i pellegrini hanno iniziato insieme questa pratica devozionale
poi divisi nei cinque gruppi hanno percorso la via Dolorosa
che attraversa il quartiere musulmano e cristiano e che
termina alla basilica del Santo Sepolcro.
I cremonesi hanno potuto sperimentare quello che visse Gesù:
essi, infatti, sono passati tra le piccole vie della città
costellate di negozi di ogni genere, tra il vociare dei
commercianti, lo strillare dei bambini, il dialogare concitato
dei residenti ormai abituati a veder passare tanti gruppi di
cristiani. Così è andato a morire il Figlio di Dio, tra
l’indifferenza della gente.
L’ultima tappa è stata al Santo Sepolcro, una basilica che è
il risultato di diversi edifici costruiti e distrutti diverse
volte dove convivono diverse confessioni cristiane (cattolica,
ortodossa, copta, siriaca, armena) e dove i pellegrini sono
sempre tantissimi. L’impressione di confusione e di disordine
è sempre molto forte, ma che si dimentica dinanzi al Calvario,
il
luogo
dove
fu
Crocifisso
Cristo
con
i
due
malfattori, passando poi dalla pietra dell’unzione, che
ricorda la preparazione del corpo di Gesù per la sepoltura,
fino all’edicola del Santo Sepolcro, il luogo più santo di
tutta la Cristianità, attualmente in restauro ma visitabile da
parte dei fedeli.
Non tutti i gruppi, dato l’alto afflusso di pellegrini, sono
potuti entrate nel Sepolcro: sabato o domenica, certamente,
anche chi non ha potuto provare questa intensa esperienza
spirituale, potrà entrare nel luogo che da Duemila anni è
testimone muto della Risurrezione.
Photogallery della Via Dolorosa
Nella mattinata di sabato 11 marzo escursione nel Deserto di
Giuda: visita di Qumran, dove in alcune grotte vennero
rinvenuti i più antichi manoscritti della Bibbia. Rientrando a
Gerusalemme sosta al Wadi Qelt. Pranzo in ristorante. Nel
pomeriggio celebrazione della Santa Messa alle ore 15 nella
Chiesa di San Pietro in Gallicantu; a seguire visita del Sion
Cristiano con il Cenacolo, la Chiesa della Dormitio Mariae e
la Valle del Cedron.
ARCHIVIO:
Intervista a don Roberto Rota sul pellegrinaggio
diocesano in Terra Santa
Primo giorno: partenza dall’Italia e arrivo a Nazareth
Secondo giorno: Messa alla Basilica dell’Annunciazione,
visita di Nazareth e del monte Tabor
Terzo giorno: Lago di Tiberiade e Cana di Galilea con
rinnovazione delle promesse matrimoniali
Quarto giorno: sosta al Giordano e a Gerico e Messa e
visita alla Basilica della Natività di Betlemme
PROGRAMMA DEI PROSSIMI GIORNI
Domenica 12 marzo:
BETLEMME/Escursione a Gerusalemme
Partenza per Gerusalemme e visita della Spianata del Tempio e
al Muro occidentale della preghiera. Visita del nuovo museo
francescano e della chiesa di S. Anna dove alle ore 12 sarà
celebrata la S. Messa. Nel pomeriggio visita dello Yad Vashem,
il Museo dell’Olocausto e continuazione per Ein Karem con la
visita ai santuari che ricordano la Nascita di S. Giovanni e
la Visitazione di Maria ad Elisabetta.
Lunedì 13 marzo:
BETLEMME/TEL AVIV/ITALIA
Nella notte
trasferimento in aeroporto a Tel Aviv per il
rientro a Cremona previsto per le ore 13.
Spettacolo benefico il 18
marzo al Ponchielli per le
zone
terremotate:
ancora
biglietti disponibili
Ancora disponibili, presso la biglietteria del Teatro
Ponchielli di Cremona, i biglietti dello spettacolo benefico a
favore delle popolazioni terremotate in programma la sera di
sabato 18 marzo, alle 21, al Ponchielli. Il ricavato
dell’evento, organizzato da Comune e Diocesi di Cremona, in
collaborazione con il Teatro Ponchielli, servirà a sostenere
la ricostruzione del Monastero di Santa Chiara di Camerino,
distrutto dal violento sisma del 26 e 30 ottobre, luogo
simbolo di accoglienza e di spiritualità.
Proprio nel Monastero della Clarisse di Camerino sono
conservate le spoglie di santa Camilla Battista Varano,
protagonista dello spettacolo “Come una carezza – Il viaggio
di Camilla Battista Varano” che sarà messo in scena
dalla compagnia “Gruppo Teatro in Bilico” di Camerino.
L’idea è nata durante il viaggio effettuato dal vescovo di
Cremona, mons. Antonio Napolioni, insieme al sindaco di
Cremona, Gianluca Galimberti, a metà dicembre nelle terre
terremotate, con l’inaugurazione a Camerino e San Severino di
due tensostrutture della Caritas (alla quale nei giorni scorsi
se n’è aggiunta una terza), acquistate e istallate anche
grazie al fondi raccolti dal “Sistema Cremona” sull’apposito
conto istituito da Comune e Fondazione città di Cremona.
“La cultura e la creatività uniscono le terre – è il commento
di Galimberti -. Camerino e S. Severino in un momento davvero
complesso ci insegnano una vitalità, anche culturale, e un
entusiasmo che sono per la nostra città un regalo grande.
Anche con questo spettacolo, grazie alla Diocesi e al Teatro
Ponchielli, il Sistema Cremona riesce ad esprimere ancora una
volta la propria vicinanza e la propria generosità alle
popolazioni colpite dal sisma. L’invito ai cremonesi è quello
di riempire il nostro teatro!”
Anche mons. Napolioni ha espresso la propria gratitudine per
la disponibilità e lo spirito di solidarietà fattiva
dimostrati dall’Amministrazione comunale e dal Teatro
Ponchielli, augurandosi positiva accoglienza e partecipazione
della città a questa occasione di fraterna vicinanza alla
Chiesa di Camerino – San Severino Marche.
I biglietti – posto unico numerato a 10 euro – sono in vendita
alla biglietteria del Teatro nei consueti orari di apertura
(10.30-13.30 e 16.30-19.30). Ulteriori informazioni
contattando lo 0372-022001/02.
LO SPETTACOLO
Lo spettacolo «Come una carezza. Il viaggio di Camilla
Battista Varano» nacque nel 2015 per festeggiare il
quinquennio della canonizzazione di Camilla le cui spoglie
riposano in una povera ma bellissima urna del Monastero di
Santa Chiara a Camerino.
Camerino e il suo territorio sono particolarmente legati a
Camilla, alla sua intensa storia e alle clarisse che abitano
il Monastero, luogo bellissimo costruito per Camilla dal padre
e nel quale lei visse tutta la vita fondando la comunità di
clarisse.
Dopo il violentissimo terremoto del 26 e 30 ottobre scorso il
Monastero di Santa Chiara è andato quasi completamente
distrutto e Camerino ha perduto un luogo simbolo di
accoglienza e spiritualità.
Le sorelle clarisse sono state costrette a lasciare il
monastero e a trovare ricovero presso quello di San Severino
Marche. Solo Camilla è rimasta ad abitarvi, nella sua urna
silente e solitaria.
«Come una carezza» ora, viene portato in scena perché il
ricavato possa permettere la ricostruzione del Monastero di
Santa Chiara, per ridarlo alla città di Camerino, alle suore
clarisse, all’Italia.
La sceneggiatura del musical è tratta dagli scritti di S.
Camilla Battista Varano ed è basata sulla sua esperienza umana
e spirituale. Focalizzando l’attenzione sul tema dell’incontro
con Cristo e del capovolgimento che tale incontro opera in chi
si lascia toccare dalla Parola, lo spettacolo – attraverso il
linguaggio musicale e della danza – si sofferma sulla
battaglia che Camilla è chiamata ad affrontare prima di tutto
con Dio (“in nessun modo volevo farmi suora”), poi con se
stessa (“il mio cuore era imprigionato”), quindi con la sua
famiglia e i suoi condizionamenti (“il faraone, cioè mio
padre, mi teneva legata a sé e non mi avrebbe mai lasciata
libera di partire”), nonché con il mondo circostante (“la vita
mondana mi attraeva forte”), fino a sperimentare quella pace e
quella pienezza che nascono in lei quando “sciolse le briglie
del suo cuore e si lanciò in un volo meraviglioso”.
IL CAST
testo e regia Giulia Giontella
con Maria Vittoria Mancini, Emy Morelli, Giulia Giontella,
Luigi Vannucci,
Sara Moscatelli, Claudio Cingolani, Diego Romano Perinelli
e con Stefano Ronconi, Rossella Campolungo, Roberta
Grifantini, Stefano Severini, Stefano Burotti, Claudia
Caprodossi, Luciano Birocco, Silvia Gubbini, Stefania Scuri
coreografie Emy Morelli e Maria Vittoria Mancini
movimenti di scena Emy Morelli, Giulia Giontella, Maria
Vittoria Mancini
direttore di scena Roberto Valentini
tecnico audio Leonardo Francesconi
Padri ed educatori, al Civico
81 riflessione a partire
dalla figura san Giuseppe
In preparazione alla festa del papà, nel pomeriggio di martedì
14 marzo, alle 18, presso la sala conferenze di Civico 81 (in
via Bonomelli 81, a Cremona) si guarderà alla figura di san
Giuseppe con la presentazione del libro “Giuseppe siamo
noi”. Saranno presenti gli autori: padre Mario Aldegani,
superiore per la Provincia italiana dei Giuseppini di
Murialdo, educatore e insegnante, e Johnny Dotti, imprenditore
sociale, pedagogista e insegnante universitario. L’incontro,
moderato dal prof. Lanzi Samuele, sarà intervallato da brevi
letture proposte dall’attore Marco Rossetti.
L’iniziativa è promossa dalle Cooperative del Consorzio Solco
che intendono offrire alla città spazi di formazione,
riflessione e scambio, favorire l’incontro fra i cittadini e
il confronto attorno a temi importanti.
Non deluderanno certamente padre Aldegani e Dotti, persone dal
grande spessore culturale ed umano che, attraverso la figura
di Giuseppe di Nazareth, riprenderanno, 2000 anni dopo, alcune
dimensioni dell’esistenza di Giuseppe che si ritrovano anche
oggi nella loro attualità.
“La nostra condizione odierna di generazioni adulte un po’
logorate, a cavallo di due millenni, di padri ed educatori che
si trovano davanti a un compito che pare impossibile, di
pellegrini nella vita in cerca di senso e di direzione, di
sognatori traumatizzati, ha, sorprendentemente, molti tratti
in comune con l’avventura umana e spirituale di Youssef di
Nazareth. In questo senso possiamo allora affermare che
Giuseppe siamo noi. Non si tratta di riconoscere una
somiglianza semplicemente individuale, ma di condividere uno
spirito di ricerca comune. Youssef esprime la capacità di non
temere di porsi delle domande e il coraggio di abitarle, una
condizione che per noi, oggi, in tempo di crisi, appare
davvero necessaria o addirittura inevitabile. Le tracce della
sua umanità, del suo confrontarsi con le questioni grandi
della vita – la paternità, la famiglia e l’educazione, il
lavoro, la libertà e responsabilità, il quotidiano, i dubbi e
le difficoltà – ci riguardano da vicino, sono possibili
domande e possibili risposte”.
L’incontro, aperto a tutti, è rivolto in particolare a quanti
desiderano continuare a interrogarsi su che cosa significa
essere oggi adulti, padri, madri, educatori, custodi di
qualcuno.
A conclusione dell’incontro sarà offerto un aperitivo presso
il BonBistrot.
Locandina
Volantino
Napolioni a Betlemme: «Il
vero amore è quello adottivo»
Giornata particolarmente intensa quella di giovedì 9 marzo per
i 220 cremonesi che da lunedì scorso stanno partecipando al
pellegrinaggio diocesano in Terra Santa presieduto dal vescovo
Napolioni e promosso dall’agenzia viaggia diocesana
Profilotours. Di buon mattino i cinque pullman hanno lasciato
la città di Nazareth e dopo aver attraverso la ridente pianura
di Esdrelon hanno costeggiato il fiume Giordano che fa da
confine naturale con il Regno di Giordania. Prima di giungere
a Gerico c’è stato una sosta a Qars Al-Yahud, luogo in cui la
tradizione cristiana colloca la predicazione di Giovanni il
Battista e dove Gesù Cristo ricevette il battesimo. Qui,
grazie a delle rampe di legno costruite dall’autorità
israeliana i cremonesi hanno potuto avvicinarsi all’acqua e
segnarsi a ricordo del proprio battesimo.
Un posto davvero incantevole costellato da una natura
lussureggiante e da graziosi monasteri, soprattutto di
tradizione greco-ortodossa, che donano un tocco davvero
suggestivo all’ambiente. Tutti e cinque i gruppi, dopo un
rapida spiegazione storico-biblica, si sono raccolti
brevemente in preghiera rinnovando le promesse battesimali.
Tra i tanti di pellegrini presenti al Giordano, alcuni,
soprattutto provenienti dall’est Europa, hanno rinnovato la
memoria del proprio battesimo immergendosi totalmente nel
fiume che in questa zona è poco più che un canale.
Photogallery della sosta al Giordano
Meta di metà giornata è stata poi Gerico, oasi della valle del
Giordano, una delle più antiche città del mondo, se non
addirittura la più antica. I primi insediamenti ritrovati
negli scavi archeologici risalgono a circa novemila anni prima
di Cristo! C’è, però, un altro primato che le appartiene:
quello di essere la città più bassa della terra, poiché si
trova a circa 260 metri sotto il livello del mare. Fin
dall’antichità Gerico veniva chiamata la città delle palme: i
pellegrini, giungendo da una zona prettamente desertica, hanno
capito subito il perché: il paesaggio, infatti, è di colpo
cambiato grazie a questi alberi imponenti che hanno dato un
senso di refrigerio, data anche la mattinata molto calda.
A Gerico i pellegrini si sono soffermati brevemente dinanzi ad
un maestoso sicomoro che ha permesso di ricordare l’episodio
di Zaccheo, il capo dei pubblicani della città chiamato da
Gesù a cambiare vita. Suggestivo anche il monte delle
tentazioni dove Gesù si ritirò per quaranta giorni insidiato
dal demonio. Arroccato su uno sperone di roccia di trova un
monastero greco-ortodosso del XIX secolo, anche se esperienze
monastiche erano già presenti nel IV secolo.
Dopo il pranzo e un congruo tempo per lo shopping (buonissimi
in questa zona i datteri e la frutta) il viaggio è proseguito
per Betlemme. Dallo Stato di Israele i cremonesi sono dunque
entrati nei territori dell’Autorità Palestinese attraversando
uno dei famosi check-point presidiato da militari israeliani
armati. Prima di entrare in città c’è stato tempo per una
veloce visita al Campo dei Pastori che si trova a Beit Sahur,
un piccolo villaggio distante poco più di 3 chilometri da
Betlemme.
Questo luogo, custodito dai frati francescani e assai ben
tenuto, è identificato come la zona in cui i pastori portavano
le greggi al pascolo e quindi dove l’angelo apparve loro
annunciando la nascita del Figlio di Dio. Fin dall’inizio
dell’esperienza cristiana questo sito è sempre stato
frequentato da credenti che hanno trasformato le grotte in
luoghi di culto. Un santuario della metà del secolo scorso, la
cui forma richiama una tenda, domina l’intero giardino.
Photogallery della visita al Campo dei Pastori
Ma il momento più emozionante della giornata è stata
certamente la visita alla Basilica della Natività che in
questi mesi è sottoposta a massici restauri che hanno permesso
di ritrovare meravigliosi mosaici di epoca bizantina che i
pellegrini hanno potuto gustare attraverso le impalcature. Una
nota di orgoglio: la ditta che sta lavorando in questo luogo
santo è italiana, si tratta della Piacenti Spa di Prato.
Prima di scendere nella grotta dove nacque il Figlio di Dio i
cremonesi hanno celebrato la Messa nella vicina chiesa di
Santa Caterina passando per il pittoresco chiostro mediovale
di San Girolamo, la cui statua si erge nel mezzo del giardino
vicino ad una natività opera dei maestri artigiani di Tesero
(Trentino).
In questa chiesa parrocchiale, retta dai francescani,
costruita nella seconda metà del XIX secolo, è stata celebrata
l’Eucaristia ricordando in modo particolare il mistero
dell’incarnazione del Figlio di Dio.
Non per nulla tra canti tipici del Natale il Vescovo, durante
la processione introitale, ha portato solennemente la statua
di Gesù Bambino che poi è stata posta ai piedi della mensa.
«Il segno che ci viene offerto qui a Betlemme, come in ogni
Natale, è il Bambino, il Figlio – ha esordito nell’omelia
mons. Napolioni -. “Un bambino è nato per noi”, “Ci è stato
dato un figlio” dice Isaia. Lo possiamo dire tutti, lo
dobbiamo dire tutti. Lo può dire anche un prete che figli non
ne ha, lo può dire la sterile, lo può dire l’anziano, lo può
dire il bambino».
E così ha proseguito: «È un mistero grande: è stato dato a
ciascuno di noi e a tutti noi, ad ogni uomo della terra, quel
figlio lì, il Figlio di Dio venuto nel mondo…. Il Padre l’ha
lasciato, Lui ha lasciato il Padre (anche se il Padre è sempre
con Lui) e ci ha preso con sé. Questi due verbi – lasciare e
prendere – a noi non piacciono. Invece dicono il lavoro che
noi dobbiamo compiere».
«Lasciare che qualcosa avvenga in noi, che anche noi veniamo
presi – ha puntualizzato il vescovo Antonio -. Prima dobbiamo
dire “sì” a questo Figlio. Lo prendiamo in casa con noi? Non
basta fare il presepio o venire in Terra Santa: occorre
scegliere, soffrire, gioire per il Vangelo, ogni giorno. E
guardare con gli occhi di Gesù la vita nostra e degli altri.
Guardarci negli occhi riconoscendoci tutti presi, coinvolti
dallo stesso fatto».
Per mons. Napolioni Gesù è un figlio che scotta: «Dare un
bacetto a quel Bambinello è più facile che fare la Comunione.
Fare la Comunione è più facile che baciare il lebbroso. Ma non
c’è differenza tra questi gesti. C’è la chiamata ad accorgerci
che siamo tutti figli adottati dal Padre. Eravamo dispersi,
eravamo nelle tenebre: abbiamo visto la Luce. Non più da
lontano: ci è entrata dentro. È dentro gli occhi, la vita e il
cuore di chi ci circonda. È nascosta, magari, dietro ai muri
che continuiamo a costruire; dietro alle sofferenze e le
paure. Ma c’è! Perché Cristo è vivo!».
Ma Gesù non è vivo solo in cielo o nei monumenti, ma nella sua
Chiesa: «Una Chiesa senza confini, che qui si raduna e da qui
riparte per andare incontro al mondo per dirgli quando questo
Dio, folle d’amore, lo ama, lo perdona, lo custodisce, lo
porta a compimento».
«E allora il vero amore è l’amore adottivo – ha continuato il
celebrante -. Dice un proverbio africano: “Per mettere al
mondo un figlio basta una madre, ma per farlo crescere ci
vuole un villaggio”. Le nostre comunità devono ridiventare
madri di tutti i loro figli, sentendo che tutti i bambini sono
loro figli. Questo senso di corresponsabilità io lo chiedo ai
seminaristi e ai miei preti».
E senza peli sulla lingua ha continuato: «Ho detto ai
seminaristi che li ordinerò sacerdoti solo se sapranno
prendersi cura dei figli degli altri. Altro che preti
pedofili! Abbiamo bisogno di preti, di educatori, di nonni, di
baristi, di genitori, di allenatori, di passanti che si
accorgano che ci è stato dato un figlio».
E ancora: «La grande malattia del nostro Paese, del nostro
tempo è questa sterilità crescente, questa paure del futuro.
Ma avete visto che nel mondo i bambini ci sono: saranno questi
i nostri figli, se non ci sbrighiamo a farli a immagine e
somiglianza dell’italianità. Saranno i figli di Dio che non
mancheranno mai a sfidare il cuore dei credenti, perché
testimonino che davvero quel Bambino fa la differenza».
Concludendo la sua omelia mons. Napolioni ha indicato
l’esempio di Eusebio di Cremona che visse a Betlemme,
discepolo di San Girolamo: «Un santo che si perde quasi nella
notte dei tempi ma che ha un punto di riferimento: Girolamo e
le Scritture. Saranno le Scritture, la Bibbia, a educarci il
cuore, a renderci di nuovo fecondi, capaci di vincere le paure
e le resistenze, a plasmare il nostro modo di pensare, di
sentire e di fare. Che questo pellegrinaggio in Terra Santa ci
faccia tornare a casa non solo un po’ più istruiti e
acculturati, ma innamorati del Vangelo e delle Scritture
Sante, che possano accompagnarci non solo come consolazione
personale nei momenti difficili, ma come criterio di giudizio
e di discernimento delle nostre responsabilità: chiamata
quotidiana a dire “sì” a Colui che è nato e che ci vuole con
sé, come sacramento di salvezza per il mondo».
Ascolta l’omelia di mons. Napolioni
Al termine dell’Eucaristia, durante la quale si è pregato per
tutti i bambini del mondo e per i cristiani di Terra Santa,
ogni pellegrini ha potuto baciare la statua di Gesù bambino.
Prima di lasciare la basilica i pellegrini hanno visitato le
grotte di Santa Caterina dove è conservata la memoria di San
Girolamo e del suo discepolo Eusebio da Cremona. Poi
nonostante la lunga fila sono scesi anche nella grotta della
Natività, sotto la grande e antica basilica a cinque navate
voluta da Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino:
nonostante tante vicissitudini, del primitivo edificio sacro
si conservano ancora alcune vestigia, come il prezioso
pavimento a mosaico.
Nell’angusta grotta, lunga e stretta, i pellegrini si sono
inginocchiati per baciare la stella di argento posta su una
lastra di marmo: proprio qui Cristo emise il suo primo vagito
e iniziò la sua avventura di uomo. Il luogo santo è sormontato
da una iconostasi greco-ortodossa. Accanto c’è l’altare dei
magi che ricorda la venuta dei re d’Orienti per adorare Gesù.
L’altare è di proprietà cattolica e di fronte c’è il luogo
della mangiatoria.
Dopo questo emozionante atto di devozione, i cremonesi sono
partiti alla volta dell’albergo Jacir Palace Hotel posto a
pochi metri dal muro fatto costruire dagli israeliani a
partire dalla primavera del 2002 per separare nettamente lo
stato d’Israele e dai luoghi
dell’autorità Palestinese.
sotto
l’amministrazione
Nel luogo in cui nacque il Principe della Pace, gli uomini
continuano a costruire barriere tra di loro. La strada è
ancora lunga.
Photogallery della Messa e visita alla Basilica della Natività
Venerdì 10 il pellegrinaggio farà tappa a Gerusalemme. Alle
ore 9 è prevista la celebrazione della S. Messa nella Basilica
dell’Agonia; a seguire salita al Monte degli Ulivi e visita
dell’edicola dell’Ascensione, della Chiesa del Pater Noster,
della Chiesa del Dominus Flevit, terminando con la Tomba delle
Vergine. Nel pomeriggio alle ore 15 incontro con Mons.
Pizzaballa, amministratore apostolico di Gerusalemme;
a
seguire
percorso della Via Dolorosa nella città vecchia
partendo dal Convento della Flagellazione ed arrivando alla
Basilica del Santo Sepolcro. Visita e tempo a disposizione.
ARCHIVIO:
Intervista a don Roberto Rota sul pellegrinaggio
diocesano in Terra Santa
Primo giorno: partenza dall’Italia e arrivo a Nazareth
Secondo giorno: Messa alla Basilica dell’Annunciazione,
visita di Nazareth e del monte Tabor
Terzo giorno: Lago di Tiberiade e Cana di Galilea con
rinnovazione delle promesse matrimoniali
PROGRAMMA DEI PROSSIMI GIORNI
Sabato 11 marzo:
BETLEMME/Escursione nel Deserto di Giuda
e a Gerusalemme
Mezza pensione in hotel. In mattinata escursione nel Deserto
di Giuda: visita di Qumran, dove in alcune grotte vennero
rinvenuti i più antichi manoscritti della Bibbia. Rientrando a
Gerusalemme sosta al Wadi Qelt. Pranzo in ristorante. Nel
pomeriggio celebrazione della Santa Messa alle ore 15 nella
Chiesa di San Pietro in Gallicantu; a seguire visita del Sion
Cristiano con il Cenacolo, la Chiesa della Dormitio Mariae e
la Valle del Cedron.
Domenica 12 marzo:
BETLEMME/Escursione a Gerusalemme
Mezza pensione in hotel. Partenza per Gerusalemme e visita
della Spianata del Tempio e al Muro occidentale della
preghiera. Visita del nuovo museo francescano e della chiesa
di S. Anna dove alle ore 12 sarà celebrata la S. Messa. Nel
pomeriggio visita dello Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto e
continuazione per Ein Karem con la visita ai santuari che
ricordano la Nascita di S. Giovanni e la Visitazione di Maria
ad Elisabetta.
Lunedì 13 marzo:
BETLEMME/GERUSALEMME/TEL AVIV/ITALIA
Dopo la prima colazione eventuale tempo a disposizione sino
al trasferimento in aeroporto a Tel Aviv per il rientro in
Italia.
Gianna Jessen, sopravvissuta
all'aborto testimone della
vita a Soresina
La parrocchia di San Siro in Soresina, guidata da don Angelo
Piccinelli, ha già predisposto il programma dei Quaresimali
2017. Tre serata di riflessione e testimonianza sul tema
“Ripartiamo da Gesù, per credere sperare e amare da cristiani”
con altrettanti ospiti d’eccezione: Gianna Jessen,
sopravvissuta ad un aborto salino e oggi testimone
instancabile della vita, Ernesto Olivero, Fondatore del Sermig
e don Maurizio Patriciello, parroco al quartiere Parco Verde
in Caivano, nella terra dei fuochi ed editorialista di
Avvenire.
Uno degli appuntamenti più attesi è sicuramente quello di
giovedì 16 marzo con la presenza nella chiesa di San Siro
della giovane statunitense Gianna Jessen che testimonierà come
«Gesù ha vinto la morte a nome mio ». La sua storia è
particolarmente commovente: la sua mamma biologica decide di
abortire nel 1977, a soli diciassette anni, la stessa età del
padre, quando è ormai entrata nel terzo trimestre di
gravidanza, sottoponendosi, consigliata, alla procedura del
cosiddetto aborto salino tardivo. Dopo sette mesi e mezzo di
gestazione, in una delle maggiori cliniche americane per
aborti, Gianna viene partorita viva nonostante la
somministrazione 24 ore prima della soluzione salina il cui
terribile effetto è quello di procurare ustioni esterne ed
interne al feto e di soffocarlo.
Cosa è successo poi lo ha raccontato Gianna: «Devo la mia vita
al fatto che quel giorno il medico abortista non era ancora
entrato in servizio e l’infermiera presente ha immediatamente
chiamato i soccorsi. Dopo 18 ore ero ancora viva, e così è
cominciata la mia avventura umana, fin da subito insieme a
Colui che ha voluto che mi salvassi e testimoniassi che i
progetti umani non contano nulla di fronte al Suo amore».
Gianna viene adottata in una famiglia quando ha 17 mesi e,
nonostante i medici continuavano a ripetere che non ce
l’avrebbe fatta, la bambina migliora grazie alle tante ore di
fisioterapia fatte insieme alla mamma Penny che dedica la sua
vita a lei. «Devo tutto a mia madre – prosegue Gianna – che,
con tanta forza e non smettendo mai di pregare, ha creduto ai
progressi che stavo facendo, come, ad esempio, alzare la
testa. A tre anni camminavo con dei tutori e un deambulatore,
un vero e proprio miracolo. Ho fatto tanta fisioterapia anche
dopo l’operazione chirurgica a 10 anni. Adesso zoppico ma va
bene. Ho avuto un trauma cerebrale a seguito del tentativo di
aborto ma, credetemi, il problema non è questo, anzi, la vita
è addirittura più interessante così. Voglio dire a tutti,
però: se l’aborto è una questione dei diritti delle donne,
dove erano i miei diritti quel giorno? E’ terribile arrogarsi
il permesso di decidere della vita di una persona, anche e
soprattutto quando ha qualche problema. Siccome il bambino è
disabile, per intendersi, meglio interrompere la gravidanza,
come se la qualità della vita e l’anima dipendessero dalla
forma del corpo. Sono i deboli, sempre messi in disparte, a
possedere la luce di Dio».
Gianna è chiamati in vari luoghi del mondo per raccontare la
sua storia e lo fa con umiltà ed entusiasmo. Il desiderio è
quello di essere d’aiuto, di portare un messaggio di speranza.
«Non so se mi sposerò mai, mi sento la “bambina di Dio”, come
minimo desidero un uomo che mi ami quanto Lui!», ha detto
sorridendo. «Nessuno può dirvi chi siete e che cosa potete o
non potete fare, come i medici che negavano qualsiasi
possibilità di progredire. La mia missione è questa: dire a
chi ha il cuore spezzato che non è dimenticato, che può essere
libero e opporsi alla violenza, al dolore, alla crudeltà che
spesso sono nel mondo».
Venerdì 24 marzo, alle 21, in salone Mosconi presso il Centro
pastorale parrocchiale, sarà la volta di Ernesto Olivero che
offrirà una testimonianza sul tema «La speranza è la mia
forza». Olivero è il fondatore del Servizio Missionario
Giovanile – Arsenale della pace di Torino: un vero e proprio
maestro di solidarietà, accoglienza e impegno per la pace e la
concordia.
«Per amore del mio popolo, non tacerò» è, invece, il titolo
della testimonianza di don Maurizio Patriciello, parroco
coraggioso della terra dei fuochi, che da anni combatte contro
il degrado umano e ambientale causato dalla camorra che si
terrà giovedì 30 marzo sempre alle ore 21, presso il salone
Mosconi.
Quaresima, Napolioni: «Buon
Samaritano icona della nostra
umana condizione»
In occasione della Quaresima, che avrà inizio il 1° marzo
2017, mercoledì delle ceneri, il vescovo di Cremona, mons.
Antonio Napolioni, ha indirizzato ai sacerdoti e fedeli della
diocesi un messaggio dal titolo: «Olio e vino per le ferite».
Lo scorso anno scrivevo questo messaggio prima ancora di
giungere a Cremona, mentre nelle Marche preparavo il trasloco
per la nuova esperienza di servizio pastorale e di vita a cui
ero stato chiamato. Oggi, mi preparo insieme a tutti voi alla
Quaresima 2017, con un senso crescente di appartenenza alla
Chiesa Cremonese, fatta di volti e comunità, di opere e cuori,
di problemi e di progetti. È la carne viva del popolo di Dio,
corpo del Signore Gesù, più evidente quando si vedono le
povertà, si percepiscono le miserie, si lotta col male, si
invoca la salvezza e l’aiuto di Dio. Insieme, come in una
medesima famiglia.
In questi ultimi mesi, le immagini del terremoto in centro
Italia ci hanno messo a confronto con la fragilità delle case
e delle vite, ed hanno suscitato un moto di solidarietà –
anche nelle nostre comunità – che commuove e consola. Grazie
di cuore, anche a nome della diocesi di Camerino-San Severino
Marche da cui provengo e con cui siamo gemellati, a tutti
coloro che, anche col gesto più piccolo e nascosto, hanno reso
meno difficile il riprendersi dalle scosse che così fanno
tremare, ma non crollare.
Intraprendiamo ora il cammino liturgico verso la Pasqua, come
la strada che sale da Gerico a Gerusalemme, dal deserto alla
città santa. La strada fatta da Gesù, che desiderava
ardentemente giungere alla sua ora, quella in cui rivelare
l’impensabile amore di Dio, solidale con l’uomo, al punto da
andare a ridestarlo dalla morte. Lungo questa salita, parabola
di tante fatiche della vita, si incontra chi cade, chi è
assalito dai briganti (sarebbe pur giusto smascherare questi
nemici dell’uomo e del povero), chi non ha tempo e cuore per
fermarsi, ma anche chi riconosce l’urgenza della carità, si
ferma e si china su chi non ce la fa più. Sì, la parabola del
buon samaritano – che 80 anni fa don Primo Mazzolari
commentava in un testo sempre attuale – si ripropone, come
logica del servizio e della fraternità.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e
vino (Lc 10, 34)
Era l’equipaggiamento di un viaggiatore prudente, ed anche
benestante: olio e vino erano anche i medicamenti più comuni,
adatti al “pronto soccorso” di quel primo incontro. Il Vangelo
ci dice che quell’uomo sulla strada era stato ridotto mezzo
morto, e che dopo quelle prime cure lo straniero di passaggio
potrà caricarlo e affidarlo alla locanda. Basta poco per
ridare speranza, fiato, vita, a chi da solo non può rialzarsi.
È un’icona della nostra condizione umana, realissima e fragile
dietro le apparenti esuberanze di pochi. È lo scenario in cui
si rivela il Dio di Gesù Cristo, vero e decisivo samaritano
dell’umanità. Dio si è fatto vicino all’uomo sempre mezzo
morto per mano degli egoismi e delle violenze dei cosiddetti
“fratelli”, a volte anche per colpa della sua chiusura in se
stesso. Perciò Dio stesso si è fatto nostro fratello, in Gesù,
dato per noi, perché dalla sua passione, morte e risurrezione
sgorgassero un olio che consacra e un vino che rinnova, segni
anche liturgici della realtà del suo sangue, versato sulla
croce per la vita del mondo.
Il nostro cammino quaresimale, che vivremo quotidianamente
impegnati nelle comunità e nelle famiglie, come tappa
qualificante i cammini di iniziazione cristiana e la
preparazione del Sinodo dei giovani, che suggerisce a ciascuno
più docile ascolto della Parola di Dio e l’ingresso in un
profondo silenzio orante… culminerà nella Settimana Santa, e
nei sacramenti che innestano la Pasqua in ogni frammento di
vita: il Battesimo, la Riconciliazione, l’Eucaristia.
Va’ e anche tu fa’ così (Lc 10,37)
L’esempio del buon samaritano non è episodico ed opzionale. È
normativo, come i gesti dell’ultima cena, in cui Gesù lava i
piedi ai discepoli: come ho fatto io, fate anche voi (Gv
13,15); e in cui spezza il pane che diventerà il suo corpo:
fate questo in memoria di me (Lc 22,19).
La carità di Dio nei nostri confronti è sollecita, per non
lasciarci dubbi su quale sia la via della vita, quali
atteggiamenti coltivare, con quali gesti seguire il Maestro ed
entrare nel Regno. Perché nessuno possa dire: “io non sapevo,
io non potevo”. La carità ricevuta diventa la carità che
possiamo e dobbiamo donare. Guariti nelle nostre ferite
interiori dall’incontro col Salvatore, dalla gioia di vivere
il Suo Vangelo, possiamo toccare senza paura le ferite dei
fratelli. Con umiltà e delicatezza, e senza perderci in
chiacchiere e tatticismi. Con lo stesso slancio suscitato da
immagini emotivamente toccanti che giungono da terre e
comunità provate, possiamo farci ancor più prossimi a tanti,
qui e ovunque. Aumentando la massa d’amore e di speranza da
spartire coi più deboli e sfortunati. Per ricevere il centuplo
da Dio.
Quest’anno, la Caritas diocesana ci propone una mobilitazione
collettiva intorno all’urgenza della “povertà sanitaria”. I
dati del Centro d’ascolto e dell’ambulatorio della Caritas
Cremonese dicono che uno dei problemi più emergenti riguarda
le persone che al disagio economico uniscono anche
problematiche di salute. Sia italiani che stranieri chiedono
sussidi economici per il pagamento di bollette/tasse, canoni
di affitto, ma sempre più spesso anche per le spese sanitarie.
Certo, a tutti dovrebbe essere garantito l’accesso ai servizi
di assistenza e cura. Le Istituzioni sono impegnate in tal
senso e le stimoleremo ancora. Ma resta vero che in Italia la
spesa sanitaria annua pro capite è di 444 euro, mentre quella
dei poveri è scesa a soli 69 euro. Il 3,9% degli italiani ha
rinunciato ad acquistare farmaci necessari, a causa di
motivazioni economiche.
Per non dire del dramma della salute, e della mortalità
infantile, nei paesi più poveri del mondo, che grida al
cospetto di Dio, mentre i potenti continuano a spendere per
gli armamenti e per il superfluo.
Siamo noi oggi la locanda del Vangelo, la comunità aperta e
accogliente che non teme di sporcare le poltrone con il sangue
dei feriti che bussano alla porta. Non è forse lo stesso
sangue del Signore, che adoriamo e beviamo secondo la nostra
fede?
Aiutiamoci, nelle comunità parrocchiali e nei gruppi, a trarre
dal Vangelo pregato e condiviso ragioni di impegno concreto
per questo ulteriore passo verso la “civiltà dell’amore”.
Sant’Omobono e la grande schiera di santi operatori del bene
comune, che la nostra storia ricorda e vanta, ci sollecitano e
ci sorreggono presso Dio.
Buona Quaresima a tutti noi.
+ Antonio, vescovo
Scarica il messaggio del vescovo Napolioni per la Quaresima
2017 (formato pdf)
Scarica la locandina della Quaresima di carità 2017
Napolioni alle Beatitudini:
«No
alle
macchiette
del
Cristianesimo»
«Ne abbiamo fatto una poesia, un testo per i santini delle
edizioni Paoline, ne abbiamo fatto qualche lapide sulle
aiuole: ecco cosa ne abbiamo fatto delle Beatitudini. Un
titolo, una pagina sempre pronta, buona per i battesimi e i
matrimoni come per i funerali. Vogliamo buttarla via questa
idea delle Beatitudini? Siamo venuti qui per questo: per
buttar via le idee fasulle, le riduzioni, le macchiette del
Cristianesimo e ritrovare Cristo Gesù». Con questo forte
invito del vescovo Antonio a ritrovare l’essenzialità del
messaggio evangelico è iniziata la terza giornata di
pellegrinaggio in Terra Santa per gli oltre 220 cremonesi
partiti dall’Italia lunedì 6 marzo.
Mercoledì 8 marzo la meta è stata il lago di Tiberiade o mare
di Galilea, la riserva idrica dell’intero Israele, alimentato
da sorgive sotterranee e dal fiume Giordano che proveniente
dal monte Hermon vi entra e poi vi esce per poi segnare il
confine con il Regno di Giordania. Sulle rive di questa
immensa distesa d’acqua duemila anni fa Gesù inizio la sua
avventura chiamando i primi discepoli, predicando il Regno di
Dio, guarendo i malati e liberando gli indemoniati. Se su
tanti altri luoghi cari alla devozione non si può essere
sicuri del passaggio di Gesù, in questo territorio ricco di
vegetazione si può essere più che certi della sua presenza e
della sua azione.
La giornata è iniziata sul Monte delle Beatitudini, un
incantevole luogo di pace, che domina l’intero lago. Da qui i
cremonesi hanno potuto ammirare lo stesso panorama che duemila
anni fa vedevano gli uomini e le donne giunti per ascoltare
Gesù nel suo Discorso della Montagna. Il paesaggio non deve
essere cambiato molto: il silenzio, il verde dei prati, il
rosso e il giallo dei fiori, l’azzurro del cielo incantano il
cuore e predispongono al raccoglimento e alla preghiera.
In un piccolo anfiteatro poco distante dalla moderna chiesa a
forma ottagonale (otto sono le Beatitudini secondo Matteo)
sempre opera dell’architetto Barluzzi (1937) il gruppo ha
celebrato l’Eucaristia durante la quale mons. Napolioni ha
chiesto un salto di qualità nel vivere la fede.
«Ieri – ha rimarcato il presule – abbiamo incominciato a
intuire la concretezza dell’avventura di Dio con l’uomo. Ci ha
creato dalla polvere, ci ha fatto, ci ha plasmato, ci ha
soffiato dentro di sé. Come può lasciarci allo sbando? Come
può pensare che avremmo capito tutto, una cosa così immensa e
così delicata? Tanto è vero che ben presto ne abbiamo fatto un
pasticcio e ancora oggi siamo capaci di trasformare il
giardino in un inferno. Perché l’inferno è un prodotto degli
uomini e del nemico di Dio: non la punizione del Padre»
«Il Padre – ha continuato – ci vuole davvero beati. Per questo
ci ha dato il suo Figlio, l’unico che incarna pienamente
questa visione della vita, l’unica parola di beatitudine che
diventa palpabile e incontrabile. Tanto che lungo il Mar di
Galilea dei pescatori l’hanno seguito, senza sapere perchè.
Gli andavano dietro come affascinati e imbambolati, un po’ per
il loro desiderio di guadagno e un po’ perché non lo sapevano
neppure loro… Lo capirà l’apostolo Paolo, che decine di volte
nelle sue lettere dirà: “noi viviamo in Cristo Gesù”».
Da qui l’invito a farsi evangelizzare da Cristo così che
l’esistenza possa diventare realmente una vita evangelica:
«Non più folla, curiosi, turisti, gente che applaude e che
crocifigge, ma discepoli, amici, collaboratori, familiari,
partecipi della stessa identica missione». Perché la vita
evangelizzata divenga evangelica occorre «scegliere di
condividere i pensieri e i sentimenti di Gesù, di stargli
attaccato. Come Giovanni, che poggerà il suo capo sul petto di
Gesù nel momento più difficile e riuscirà a stare accanto a
Maria sotto la croce».
E dopo aver ricordato la testimonianza scomoda di Papa
Francesco «che ci dà altrettanto fastidio di quanto ce ne dava
Gesù, perchè è veramente evangelizzato, evangelico ed
evangelizzatore nel suo modo di parlarci di Dio e di guidare
la Chiesa», mons. Napolioni ha esortato: «Non guardiamo da
lontano: tuffiamoci! A costo di sentirci dire: hai dubitato?
Non ce la fai a camminare dietro di me? Come accadde a Pietro.
Perché siamo uomini e donne di poca fede. Ma la sua mano ci
riprenderà e ci condurrà al traguardo».
Ascolta l’omelia di mons. Napolioni
Durante l’Eucaristia mons. Napolioni ha pregato in modo
particolare per tutte le donne, nella festa a loro dedicata,
perché siano sempre più immagine del «grembo materno di Dio»,
ma anche per l’arcivescovo cremonese Vacchelli che è stato
ricoverato in ospedale per problemi di salute.
Photogallery della Messa al Monte delle Beatitudini
I cremonesi hanno quindi visitato la località di Tabgha,
sempre sulle rive del lago dove si trova il santuario che
ricorda l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci:
un grazioso edificio sacro preceduto da un portico assai
armonico custodito dai monaci benedettini tedeschi.
Proseguendo sulla strada principale il gruppo ha raggiunto un
giardino ricco di piante e di vegetazione dove vivono anche
strani animali citati più volte nella Bibbia: gli iraci. Fin
dai tempi più antichi questo luogo posto proprio sulle sponde
del mare di Galilea è identificato come lo scenario della
terza apparizione di Gesù ai discepoli dopo la risurrezione:
da qui probabilmente Pietro e i suoi soci pescatori prendevano
il largo per gettare le reti, qui Gesù chiese a Pietro per tre
volte se l’amasse davvero. Qui sorge la chiesa del Primato di
Pietro opera recente del 1933 che però contiene una roccia
conosciuta come «mensa Christi»: è la «tavola» sulla quale il
Risorto e i discepoli mangiarono insieme per l’ultima volta il
pesce del lago. I pellegrini, dopo aver sostato sulla vicina
spiaggia, hanno recitato nella chiesetta il Credo ricordando
anche il passaggio di Paolo VI che su quella pietra si
inginocchio e pianse sentendo tutto il peso del Pontificato.
Il sito archeologico di Cafarnao con la casa di Pietro e la
sinagoga del IV-V secolo costruita su quella frequentata da
Cristo è stata l’ultima meta della mattinata. Cafarnao era una
cittadina con una guarnigione militare romana e un posto di
dogana. Si trovava infatti sulla via Maris o via del mare, una
strada che attraversava tutta la Palestina, congiungendo
l’Egitto con la Mesopotamia, ma già nel VIII secolo essa
risulta disabitata forse a causa di un terremoto che ne
provocò il rapido declino.
Ma certamente il momento più emozionante è stata la traversata
con due battelli del lago di Tiberiade. Sulla barca come
Pietro e i suoi amici discepoli, sulla barca come tanti
fragili eppure convinti “pescatori di uomini”. Proprio nel
mezzo i motori si sono spenti e per qualche minuto i
pellegrini hanno sostato in silenzio facendo risuonare nel
cuore la domanda che Gesù stesso rivolse a Pietro e agli
altri: «E voi chi dite che io sia?».
Rimirando le coste il pensiero è andato alla Siria così poco
distante eppure così lontana per quell’atmosfera continua di
violenza e di morte che continua ad incombere come una cappa
asfissiante.
La traversata si è conclusa in un kibbutz (una sorta di
associazione di famiglie che lavorano la terra) dove è stato
servito il tipico piatto di questa zona: il pesce di San
Pietro.
Photogallery della mattinata sul Lago di Tiberiade
La giornata si è conclusa a Cana di Galilea, teatro della
miracolosa trasformazione dell’acqua in vino ad opera di Gesù
durante una sposalizio: dinanzi alla chiesa che ricorda questo
fatto prodigioso le coppie presenti hanno rinnovato le
promesse matrimoniali ricevendo la benedizione del Vescovo.
I pellegrini hanno visitato l’edificio sacro oltre ad un
piccolo museo contenente una anfora simile a quella del
miracolo e gli scavi di un’antica sinagoga del III-IV secolo.
Poco distante sorge anche una cappella in onore di uno dei
dodici apostoli di Gesù, San Bartolomeo-Natanaèle- originario
proprio di Cana di Galilea
Photogallery della visita a Cana di Galilea
Giovedì 9 marzo la comitiva lascerà definitivamente Nazareth
per percorrere la Valle del Giordano. Vi sarà una sosta a Qasr
el Yahud, memoriale del Battesimo di Gesù quindi l’arrivo a
Gerico per la visita e il pranzo. Continuazione per Betlemme e
visita alla Basilica della Natività e al Campo dei pastori.
Celebrazione della S. Messa alle ore 16 nella Basilica di
Santa Caterina. In serata trasferimento in hotel per la cena
ed il pernottamento.
ARCHIVIO:
Intervista a don Roberto Rota sul pellegrinaggio
diocesano in Terra Santa
Primo giorno: partenza dall’Italia e arrivo a Nazareth
Secondo giorno: Messa alla Basilica dell’Annunciazione,
visita di Nazareth e del monte Tabor
PROGRAMMA DEI PROSSIMI GIORNI
Venerdì 10 marzo:
BETLEMME/Escursione a Gerusalemme
Mezza pensione in hotel. Partenza per Gerusalemme. Alle ore 9
celebrazione della S. Messa nella Basilica dell’Agonia; a
seguire salita al Monte degli Ulivi e visita dell’edicola
dell’Ascensione, della Chiesa del Pater Noster, della Chiesa
del Dominus Flevit, terminando con la Tomba delle Vergine.
Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio alle ore 15 incontro con
Mons. Pizzaballa;
a seguire
percorso della Via Dolorosa
nella città vecchia partendo dal Convento della Flagellazione
ed arrivando alla Basilica del Santo Sepolcro. Visita e tempo
a disposizione.
Sabato 11 marzo:
e a Gerusalemme
BETLEMME/Escursione nel Deserto di Giuda
Mezza pensione in hotel. In mattinata escursione nel Deserto
di Giuda: visita di Qumran, dove in alcune grotte vennero
rinvenuti i più antichi manoscritti della Bibbia. Rientrando a
Gerusalemme sosta al Wadi Qelt. Pranzo in ristorante. Nel
pomeriggio celebrazione della Santa Messa alle ore 15 nella
Chiesa di San Pietro in Gallicantu; a seguire visita del Sion
Cristiano con il Cenacolo, la Chiesa della Dormitio Mariae e
la Valle del Cedron.
Domenica 12 marzo:
BETLEMME/Escursione a Gerusalemme
Mezza pensione in hotel. Partenza per Gerusalemme e visita
della Spianata del Tempio e al Muro occidentale della
preghiera. Visita del nuovo museo francescano e della chiesa
di S. Anna dove alle ore 12 sarà celebrata la S. Messa. Nel
pomeriggio visita dello Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto e
continuazione per Ein Karem con la visita ai santuari che
ricordano la Nascita di S. Giovanni e la Visitazione di Maria
ad Elisabetta.
Lunedì 13 marzo:
BETLEMME/GERUSALEMME/TEL AVIV/ITALIA
Dopo la prima colazione eventuale tempo a disposizione sino
al trasferimento in aeroporto a Tel Aviv per il rientro in
Italia.
Una scuola da rileggere con
don Milani
Si svolgerà sabato 11 marzo, a partire dalle 16, presso il
Centro pastorale diocesano di Cremona, il Convegno ”Faccio
scuola – Perché voglio bene a questi ragazzi”. Le parole di
don Lorenzo Milani inquadrano già il senso dell’incontro,
rivolto in particolare al mondo della scuola, ma aperto a
tutti coloro che hanno a cuore la formazione delle nuove
generazioni.
L’incontro può costituire un’occasione di ripensamento della
professione del docente e della relazione educativa con
bambini e ragazzi alla luce degli scritti di un “cittadino,
prete, maestro” che ha posto al centro della sua azione
pastorale proprio l’educazione.
Le esperienze della scuola popolare a S. Donato di Calenzano e
a S. Andrea in Barbiana sono state sperimentazioni singolari,
al centro di accesi dibattiti negli anni “caldi” delle riforme
relative alla scuola dell’obbligo e della contestazione
studentesca alla fine degli Anni ’60: la stessa introduzione
dei Decreti Delegati nel ’74 sembrò ad alcuni recuperare la
sua idea di una scuola restituita alla responsabilità della
società civile.
Oggi, a 50 anni dall’uscita di “Lettera a una
professoressa”(1967) , possiamo tornare a confrontarci con le
idee di don Milani, che definì quello scritto “un canto di
fede nella scuola”. Lontani ormai dal “fuoco” delle polemiche
ideologiche e liberi da inutili scontri “confessionali”, ci
poniamo l’obiettivo di accogliere le provocazioni di un
“grande educatore italiano”, come lo ha definito anche Papa
Francesco nell’incontro con gli studenti (Roma 10 maggio
2014), perché come lui convinti che “Andare a scuola significa
aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei
suoi aspetti, delle sue dimensioni… E se uno ha imparato a
imparare… questo gli rimane per sempre”.
Al centro del convegno dell’11 marzo
l’intervento del giornalista e scrittore
Mario Lancisi, studioso del mondo
cattolico toscano e non solo, autore di
numerose pubblicazioni sul sacerdote
fiorentino e sulle sue opere. Ultimo, in
ordine di tempo, il saggio “Processo
all’obbedienza”(2016) che interpreta anche
le altre due Lettere, “Ai Cappellani
militari” e “Ai giudici”, proprio alla
luce dell’esperienza pedagogica e
didattica di don Milani.
In una scuola in cui i “due libri sacri” erano il Vangelo e la
Costituzione e dove la cultura veniva intesa “come interesse
per il prossimo” di fronte all’attacco rivolto agli obiettori
di coscienza al servizio militare –“quei 31 ragazzi italiani
…in carcere per un ideale” – il sacerdote-aestro scrive:
“Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce
all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa… Come
ognuno deve sentirsi responsabile di tutto”.
Il possesso della parola (“perché è solo la lingua che fa
eguali”) e la formazione di una coscienza civile: così Lancisi
recupera caratteristiche e finalità della scuola di Barbiana,
una scuola “in cui il maestro deve educare i ragazzi a
impegnarsi per leggi migliori… una scuola come zona franca in
cui formare i ragazzi al senso della legalità, ma anche al
superamento di leggi sbagliate” e “il miglioramento passa
anche attraverso la nozione del conflitto, della
disobbedienza, dell’obiezione di coscienza”.
Dalla ricostruzione del processo subìto, emergono nel libro i
tratti fondamentali della personalità di don Milani, il
contesto culturale, politico, sociale ed ecclesiale in cui si
trovò a operare e a compiere, da “obbedientissimo
disobbediente”, scelte di fedeltà alla sua vocazione di
sacerdote e maestro.
Nel confronto in sala con il relatore e con esperienze in atto
in realtà scolastiche del nostro territorio sarà possibile
recuperare il senso del lavoro intellettuale, di quel “fare
scuola” come condivisione di un sapere che “serve solo per
darlo”.
Daniela Negri
Locandina del convegno
Pubblicazioni per approfondire:
Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana
Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani
Napolioni
nella
basilica
dell'Annunciazione: «Qui ci
sono le nostre radici»
«Credo che la vita non ci basterà a scoprire e gustare il
grande racconto che la contiene. La nostra vita non comincia
nel giorno in cui siamo nati, né basta il giorno in cui si
sono sposati i nostri genitori, perché ci sono i loro
genitori, i nostri nonni. Io i miei nonni – il nonno paterno e
quello materno – non li ho conosciuti, ma mi hanno raccontato
di loro. Come mi hanno raccontato della mia famiglia, fin dove
era possibile. Andando avanti negli anni mi accorgo che quel
racconto – che continua a scriversi nella vicenda mia, di mio
fratello, dei nipoti, degli amici, delle comunità con cui sono
entrato ed entro in relazione – si scrive ancora e si
arricchisce e si spiega. Siamo figli di un unico grande
racconto: quello che siamo venuti ad ascoltare e vedere qui.
Perchè questa terra racconta!». Con un tono colloquiale e
intimo mons. Napolioni ha iniziato l’omelia della Messa
inaugurale del pellegrinaggio diocesano in Terra Santa (6-13
marzo) nella mattinata di martedì 7 marzo.
Sotto l’imponente cupola della Basilica dell’Annunciazione di
Nazareth, opera dell’architetto italiano Giovanni Muzio, i 220
pellegrini cremonesi si sono ritrovati per contemplare il
mistero dell’incarnazione di Dio. Sotto, infatti, nella
basilica inferiore è conservata la casa di Maria, il luogo in
cui l’arcangelo Gabriele le comunicò che sarebbe diventata la
madre del Figlio di Dio.
«Questo racconto – ha proseguito il vescovo Antonio – deve
entrare in noi, deve prendere la forma di una chiamata: è la
mia storia che si risveglia. La mia storia passata, che ha
radici nel disegno di Dio, nella familiarità con Gesù, con
Maria, con gli Apostoli, non come personaggi distanti, ma come
le pagine più belle dell’album della mia famiglia. E anche la
mia storia presente e futura».
Mons. Napolioni ha quindi invitato a fare tante fotografie di
questo pellegrinaggio: «Sarà un grande selfie in cui dobbiamo
dire però: ci sto davvero, ci sto anch’io, è lo scenario della
mia vita. Passo così dalla curiosità alla consapevolezza,
dallo stupore e dalla discussione – pure necessaria – alla
gratitudine, all’Eucaristia».
Quindi una domanda bruciapelo: «Perché cominciamo il
pellegrinaggio con la Messa? Perchè al centro di ogni giornata
ci sarà la Messa, a costo di stancarci? Perché qui tutto
diventa attuale! Quel racconto diventa segno. Il profeta ha
detto: questa generazione vuole un segno. Il segno sarà il
Bambino, il Figlio, la Carne. La carne di Maria, di Gesù,
dell’umanità. La nostra umanità, nutrita dalla divina umanità
di Gesù».
Senso del pellegrinaggio in Terra Santa è dunque «Riscoprire
chi siamo, vedere che il Signore è fedele alle sue promesse,
che conduce la storia, al di là dei bilanci temporanei che noi
possiamo fare, e che porta a compimento il nostro destino.
Perché è presente! Allora anche i rapporti tra noi saranno
importanti. L’essere venuti insieme è importante. Siamo qui
con tutti quelli che abbiamo lasciato a casa: siamo una
porzione, ma un segno della Chiesa di Cremona. E io sono
particolarmente felice di vivere con voi questa esperienza».
Infine un’ultima suggestiva immagine: «L’angelo portò
l’annuncio a Maria. Il libro dell’Apocalisse contiene sette
lettere scritte a sette Chiese, scritte all’angelo delle varie
Chiese. E l’angelo si dice che è il Vescovo. Non perchè è
angelico, ma perché è l’annunciatore. Il mio compito e quello
dei sacerdoti in mezzo a voi in questi giorni e sempre è
quello di dire alla Chiesa: “Sei piena di grazia, il Signore è
con te, sei benedetta, sei la sposa del Signore”.Sia questa la
scoperta da fare insieme nel dialogo della celebrazione e nel
dialogo della vita, in cui l’annuncio qui si è fatto carne e
qui e ora e in tutti i giorni della nostra vita si farà ancora
carne. Perché il Signore è infinitamente buono».
Ascolta l’omelia di mons. Napolioni
La mattinata è poi proseguita con la visita alla basilica
costruita negli anni Sessanta del secolo scorso e composta da
due chiese, una sull’altra. Quella inferiore che fa perno
sulla grotta dell’Annunciazione e quella maestosa superiore
con la grande cupola alta 40 metri, la cui forma ricorda la
corolla capovolta del giglio. I pellegrini, grazie alla
competenza delle guide, hanno potuto gustare le tante opere
d’arte contenute nell’edificio sacro: in modo particolare i
pannelli mariani che rappresentano la Vergine Maria come è
venerata in diversi santuari sparsi per il mondo. Tra questi
ha destato meraviglia quello giapponese: la parte superiore
del kimono di Maria è, infatti, composta da migliaia di perle.
Il complesso della basilica comprende anche degli scavi
archeologici che hanno permesso di immaginare come
presentava l’antico piccolo villaggio di Nazareth:
si
le
abitazioni erano delle casupole appoggiate alle pareti
rocciose della collina, nella quale era scavata una grotta,
utile come magazzino e stalla per gli animali domestici.
Suggestivo anche il portico che cinge la basilica: anch’esso
impreziosito da mosaici raffigurante la Vergine e da pannelli
che ricordano le visite dei Pontefice. Una scultura, invece,
rimanda allo storico incontro tra Paolo VI e il patriarca di
Costantinopoli Atenagora avvenuto il 4 gennaio 1964 a
Gerusalemme.
La mattinata è proseguita con la visita alla chiesa di San
Giuseppe che sorge, secondo la tradizione, sulla casa del
padre putativo di Cristo. Si racconta che la santa famiglia si
stabilì proprio qui una volta tornati dall’esilio in Egitto:
in questi luoghi dunque Gesù crebbe e lavorò col padre prima
di iniziare ad annunciare il Regno di Dio. Sotto l’edificio
sacro è presente anche un antichissimo battistero utilizzato
dalla prima comunità giudeo-cristiani, presumibilmente formata
dagli stessi familiari di Gesù.
Attraversato il caotico e pittoresco mercato arabo, il suq, i
pellegrini sono entrati nella sinagoga frequentata da Gesù
durante la giovinezza. Si tratta di un ambiente di età
crociata ad aula unica, con pietre a vista e volta a botte
leggermente appuntita. Fu trasformato in chiesa nel XVIII
secolo, quando un gruppo di cristiani di rito greco volle
unirsi ai cattolici. Durante l’epoca turca il nome Madrassat
el Messiah, la scuola del Messia, perpetuò la credenza
apocrifa che questo fosse il luogo in cui Gesù studiava da
bambino.
Qui è stato letto il brano del Vangelo di Luca di Gesù nella
sinagoga di Nazareth. Il terzo evangelista dedica ampio spazio
al racconto (Lc 4,16-30). In questo passo Gesù, dopo aver
proclamato la profezia messianica del cap. 61 di Isaia, ne
presenta anche la realizzazione, alludendo implicitamente alla
sua persona: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi
avete ascoltato» (Lc 4,21). Ma l’attualizzazione proposta da
Gesù troverà presto l’incomprensione dei suoi concittadini,
che tenteranno addirittura di sbarazzarsi fisicamente di lui
(Lc 4,28-30).
Non è mancata anche una veloce visita alla graziosa chiesa
greco-cattolica che confina con la sinagoga.
L’ultima tappa è stata la chiesa di San Gabriele: in essa
viene fatta memoria del primo annuncio dell’Arcangelo alla
Vergine, avvenuto presso una fonte. Tale tradizione aprocrifa,
che trae origine dal Protovangelo di Giacomo, iniziò a
diffondersi a partire dal II secolo: il messo celeste,
infatti, sarebbe apparso a Maria mentre essa attingeva
dell’acqua, ma la Vergine impaurita fuggì in casa, dove poi
venne raggiunta dall’inviato di Dio. L’attuale luogo di culto,
proprietà della comunità greco-ortodossa, fu edificato nel
1750 da alcuni monaci, sulle rovine del Santuario crociato
distrutto dai musulmani. Nel 1767, venne collocata nel
presbiterio l’iconostasi lignea, con pregevoli icone della
scuola di Gerusalemme. Attraversando la chiesa si accede a una
cripta, in fondo alla quale sgorga l’acqua della fonte. Le
pareti della cripta sono decorate con quattro archetti
trilobati e rivestiti con marmo e smalto. Una nicchia a lato
dell’altare conserva la sorgente che sgorga direttamente dalla
roccia.
Photogallery della mattinata a Nazareth
Nel pomeriggio i pellegrini hanno lasciato Nazareth e
attraversando la valle di Esdrelon hanno raggiunto le pendici
del Monte Tabor, identificato dai cristiani come il luogo
della Trasfigurazione di Gesù ai discepoli Pietro, Giacomo e
Giovanni. Per raggiungere la sommità il gruppo ha dovuto
utilizzare alcuni taxi data la strada piuttosto ripida e
costellata di molti tornanti. Sulla sommità una vista
mozzafiato dalla vallata: la foschia e un forte vento non
hanno scalfito per nulla il senso di pace dei cremonesi.
Sempre divisi nei cinque gruppi i pellegrini hanno visitato la
basilica, conclusa nel 1924, opera dall’architetto Antonio
Barluzzi, e poi si sono soffermati in preghiera tra le rovine
dell’antico monastero benedettino distrutto dai musulmani
vincitori sull’esercito crociato. A caratterizzare il forte
momento di spiritualità la lettura del brano evangelico della
Trasfigurazione.
La meravigliosa giornata di sole, il magnifico panorama e una
natura incontaminata hanno davvero fatto breccia nel cuore dei
pellegrini che sono scesi dal monte rinfrancati nel corpo e
nello spirito.
Photogallery della salita al Monte Tabor
La giornata di mercoledì 8 marzo sarà dedicata al Lago di
Tiberiade. Alle 9 la celebrazione della Messa al Monte delle
Beatitudini quindi proseguimento per Cafarnao ricordata come
la città di Gesù e visita degli scavi dell’antica città con la
Sinagoga e la Casa di Pietro. Proseguimento con la visita ai
santuari che ricordano il Primato di Pietro e la
Moltiplicazione dei pani e dei pesci. Seguirà l’attraversata
del Lago in battello e pranzo nel Kibbutz di En Gev. Nel
pomeriggio sosta a Cana di Galilea per la visita alla chiesa
del Miracolo.
ARCHIVIO:
Intervista
a
don
Roberto
Rota
sul
pellegrinaggio
diocesano in Terra Santa
Primo giorno: partenza dall’Italia e arrivo a Nazareth
PROGRAMMA DEI PROSSIMI GIORNI
Giovedì 9 marzo:
NAZARETH/GERICO/BETLEMME
Dopo la prima colazione partenza per la Valle del Giordano e
sosta a Qasr el Yahud, memoriale del Battesimo di Gesù. Arrivo
a Gerico, visita e pranzo. Continuazione per Betlemme e visita
alla Basilica della Natività e al Campo dei pastori.
Celebrazione della S. Messa alle ore 16 nella Basilica di
Santa Caterina. In serata trasferimento in hotel per la cena
ed il pernottamento.
Venerdì 10 marzo:
BETLEMME/Escursione a Gerusalemme
Mezza pensione in hotel. Partenza per Gerusalemme. Alle ore 9
celebrazione della S. Messa nella Basilica dell’Agonia; a
seguire salita al Monte degli Ulivi e visita dell’edicola
dell’Ascensione, della Chiesa del Pater Noster, della Chiesa
del Dominus Flevit, terminando con la Tomba delle Vergine.
Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio alle ore 15 incontro con
Mons. Pizzaballa;
a seguire
percorso della Via Dolorosa
nella città vecchia partendo dal Convento della Flagellazione
ed arrivando alla Basilica del Santo Sepolcro. Visita e tempo
a disposizione.
Sabato 11 marzo:
BETLEMME/Escursione nel Deserto di Giuda
e a Gerusalemme
Mezza pensione in hotel. In mattinata escursione nel Deserto
di Giuda: visita di Qumran, dove in alcune grotte vennero
rinvenuti i più antichi manoscritti della Bibbia. Rientrando a
Gerusalemme sosta al Wadi Qelt. Pranzo in ristorante. Nel
pomeriggio celebrazione della Santa Messa alle ore 15 nella
Chiesa di San Pietro in Gallicantu; a seguire visita del Sion
Cristiano con il Cenacolo, la Chiesa della Dormitio Mariae e
la Valle del Cedron.
Domenica 12 marzo:
BETLEMME/Escursione a Gerusalemme
Mezza pensione in hotel. Partenza per Gerusalemme e visita
della Spianata del Tempio e al Muro occidentale della
preghiera. Visita del nuovo museo francescano e della chiesa
di S. Anna dove alle ore 12 sarà celebrata la S. Messa. Nel
pomeriggio visita dello Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto e
continuazione per Ein Karem con la visita ai santuari che
ricordano la Nascita di S. Giovanni e la Visitazione di Maria
ad Elisabetta.
Lunedì 13 marzo:
BETLEMME/GERUSALEMME/TEL AVIV/ITALIA
Dopo la prima colazione eventuale tempo a disposizione sino
al trasferimento in aeroporto a Tel Aviv per il rientro in
Italia.
Dal 16 marzo al CineChaplin
il film sul card. Martini
Dal 16 marzo anche a Cremona il film di Ermanno Olmi sul card.
Martini “vedete, sono uno di voi”, in programmazione al
CineChaplin di via Antiche Fornaci 58. Il film, che ha avuto
una preparazione di oltre quattro anni, ha soggetto e
sceneggiatura di Olmi insieme a Marco Garzonio, giornalista
del Corriere della Sera che per decenni ha seguito l’uomo
destinato a diventare arcivescovo di Milano.
Prodotto da Istituto Luce Cinecittà insieme a Rai Cinema, è un
documentario che si avvale di immagini di repertorio scovate
in importanti archivi ed è accompagnato dalla voce fuoricampo
dello stesso Olmi, che facendo parlare in prima persona l’ex
arcivescovo di Milano ne mette subito in evidenza il lato
umano.
Tutto inizia con la morte del card. Carlo Maria Martini,
avvenuta il 31 agosto 2012 all’Alosianum di Gallarate. Quella
stanza, prima sequenza del film, torna, quasi come un monito,
più volte nel film-documentario che racconta la storia di
quest’uomo buono, figlio dell’alta borghesia torinese, che già
a dieci anni aveva scelto di dedicare tutta la sua vita a Dio.
Si segue poi la sua iniziazione alla religione tra i Gesuiti
fino all’elezione di Martini ad arcivescovo di Milano nel
1979.
Olmi ripercorre la vita di Martini, segnando gli snodi
principali e le città che lo hanno accolto: Torino, Roma,
Milano e Gerusalemme. Una vera poesia per immagini, quella del
regista bergamasco, che ha saputo entrare nella storia di
Martini con rispetto e attenzione, tenendosi cautamente
lontano da un ritratto agiografico, piano, scegliendo di
raccontare l’uomo, il sacerdote, la sua missione per la Parola
e per la prossimità.
In “vedete, sono uno di voi” si attraversano così gli eventi
drammatici degli anni milanesi tra terrorismo, anni di piombo,
tangentopoli, conflitti, corruzione, crisi del lavoro e
solitudini. In poco meno di ottanta minuti, tra immagini di
repertorio, suggestiva musica classica e la voce fuori campo
di Olmi, si racconta una carrellata di accadimenti che
attraversano l’Italia del Novecento.
Olmi mantiene il suo stile, il suo modo di investigare la fede
e la Chiesa stessa, richiamando soprattutto quella sua
riflessione sulla carità e inclusione che è “Il villaggio di
cartone” (2011). Racconto lucido, serio, puntale ma anche
profondamente emozionante. Olmi trasmette allo spettatore una
spiritualità autentica e convincente, restituendoci
un’immagine del cardinale ancora oggi vivida e in grado di
parlare al mondo contemporaneo.
Il documentario di Olmi è stato presentato in anteprima al
Duomo di Milano lo scorso 10 febbraio, a pochi giorni dal
compleanno del card. Martini che, nato a Torino il 15 febbraio
1927, avrebbe compiuto 90 anni quest’anno.
Giorni e orari dele proiezioni al CineChaplin
giovedì 16 marzo: ore 21.00
venerdì 17 marzo: ore 16.00 – 21.00
sabato 18 marzo: ore 17.45 – 19.15 – 21.00
domenica 19 marzo: ore 16.00 – 17.45 – 19.15 – 21.00
martedì 21 marzo: ore 21.00