dell artrite reumatoide - emimedia.it

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dell artrite reumatoide - emimedia.it
Trattamento integrato
di NICOLA PAPPONE
Perdere la padronanza dei propri
movimenti è frustrante e impedisce di
condurre una vita normale: è questa una
delle testimonianze raccolte in
un’indagine realizzata dalla Società
Italiana di Reumatologia (SIR) e la
fondazione Censis che ha l’obiettivo di
fotografare lo stato delle malattie
reumatiche in Italia e, in particolare, i
disturbi strettamente legati all’artrite
reumatoide (AR), una malattia
infiammatoria cronico-degenerativa
altamente invalidante che colpisce
soprattutto le donne dai 30 ai 50 anni e
interessa le articolazioni di mani, polsi,
ginocchia, piedi, caviglie, gomiti, spalle,
anche e colonna cervicale.
Il sintomo principale della malattia è il
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dolore spontaneo e continuo, spesso
notturno, che migliora durante l’attività
fisica e peggiora col riposo. Ma vi sono
anche rigidità motoria, soprattutto al
mattino, gonfiore e tumefazione
all’altezza delle articolazioni colpite.
Inoltre, con l’avanzare della malattia, le
alterazioni dell’apparato locomotore
possono essere di tale gravità da
comportare deformità e perdita di
funzionalità motorie, fino a uno stato di
invalidità più o meno totale. Sfera privata,
lavoro e relazioni interpersonali possono
essere compromessi a causa di un
permanente disordine anatomico,
motorio ed estetico (in corrispondenza
delle articolazioni sotto la cute si formano
noduli tondeggianti). In molti casi, inoltre,
dell artrite reumatoide
i pazienti affetti da artrite reumatoide
sono generalmente in scarsa forma
fisica, condizione che porta con sé
debolezza muscolare, atrofia e patologie
concomitanti come depressione e
fibromialgia, cosiddetta sindrome di
Atlante caratterizzata da dolore
muscolare diffuso. È stata inoltre
documentata la presenza di
comorbidità a carico
dell’apparato cardiorespiratorio.
L’esperienza clinica ci insegna
che i soli trattamenti farmacologici
o chirurgici delle malattie reumatiche
non sono sufficienti a prevenire e
risolvere il problema della disabilità
dovuta al danno articolare. Al contrario,
è soprattutto la riabilitazione in campo
reumatologico e la corretta diagnosi
seguiti da una altrettanto precoce terapia
che potranno aiutare il
paziente, e lo staff medico, a
dominare - in tutto o in parte - la
sintomatologia e i disordini funzionali
che la malattia determina, nella
prospettiva di un precoce reinserimento
sociale e lavorativo.
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La cura medica fine a se stessa assicura
quindi la sopravvivenza ma per prevenire
la disabilità, migliorare la qualità della
vita e ridurre i costi sanitari diretti e
indiretti è necessario disegnare un
percorso diagnostico-terapeutico
personalizzato che tenga conto non
soltanto della malattia, ma soprattutto
dell’ammalato. Già nelle prime fasi di
cura della patologia è quindi
fondamentale parlare di ergonomia
intesa come stile di vita.
È fondamentale programmare la vita
quotidiana considerando di modificare
la propria gestualità e apprendere un
nuovo modo di compiere ogni atto della
vita quotidiana e della vita lavorativa.
Tutto questo è possibile solo attraverso
un percorso di cura specialistico e
integrato che combina percorso
riabilitativo e trattamento farmacologico.
L’intervento riabilitativo il più delle volte
necessita di trattamento farmacologico
combinato e di controlli periodici di tipo
ambulatoriale.
Nella cura dell’artrite reumatoide sono
stati evidenziati effetti positivi dei
farmaci biologici, ovvero farmaci
di nuova generazione studiati
per raggiungere le
cellule o le
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strutture malate, agendo direttamente
su queste senza danneggiare le cellule
sane. Questi farmaci sono destinati, in
particolare, sia a pazienti affetti da forme
di malattie reumatiche “aggressive” e
non rispondenti ai trattamenti
convenzionali, sia nelle forme precoci
che avanzate di malattia.
A partire dal 2003, presso l’Unità
Operativa di Riabilitazione
Reumatologica, Ortopedica, Terapia
Occupazionale ed Ergonomica
dell’Istituto Scientifico di Telese Terme
dell’IRCCS Fondazione Maugeri per la
cura di questa malattia abbiamo in
programma un protocollo specialistico
che, oltre alla valutazione prettamente
Reumatologica Clinica, affianca
trattamento farmacologico con terapia
biologica e valutazioni quantitative di
analisi del movimento e analisi delle
capacità funzionali residue, capaci di
descrivere il livello di efficienza e le
performances biomeccaniche delle
strutture scheletriche e neurologiche
anche a distanza dei trattamenti
riabilitativi.
Questa metodologia di lavoro permette
di migliorare i servizi, facilitare
l’integrazione ospedale-territorio e la
realizzazione di reti cliniche e
assistenziali; agevola infine la sinergia
con il Medico di Medicina Generale
affinché si realizzi un corretto
monitoraggio dell’evoluzione della
malattia.
Negli ultimi dieci anni la
letteratura internazionale ha
sollecitato l’attenzione
sull’importanza di un
trattamento combinato
(terapia farmacologica e
riabilitativa) ad effetto
sinergico per il miglioramento
clinico, funzionale e della
qualità di vita del paziente.
Questo tipo di attività
specialistica garantisce un
approccio globale e integrato
con una chiara “presa in
carico” al fine di impedire
quella dispersione che
inevitabilmente avverrebbe
quando più specialisti sono
coinvolti nel percorso
diagnostico e terapeutico,
per condizioni
apparentemente simili.
Questo approccio
specialistico di tipo
“olistico” permette
anche di ridurre il
dispendio di risorse
che comunque sono
considerevoli
proprio
nella
gestione
del paziente
affetto da artrite
reumatoide.
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di UMBERTO VERONESI
Anch’io ho fumato da ragazzo. Per la mia generazione
la sigaretta rappresentava un premio e un piccolo
segno di benessere. Solo tempo dopo, quando ci
siamo resi conto della gravità enorme dei danni che
il fumo provocava alla salute, molti di noi hanno
smesso.
Oggi quei danni sono ben noti, eppure il numero
di fumatori non è diminuito drasticamente,
specialmente tra i giovani e le donne.
Ogni giorno in Italia muoiono circa 100
persone per tumore del polmone: la
prima causa di morte per neoplasia
nei paesi industrializzati, e la più
grave malattia (anche se non
l’unica) legata alla sigaretta. È
come se quotidianamente un
piccolo aereo si schiantasse al
suolo. Il mondo della scienza
rimane attonito di fronte a questa
sorta di suicidio collettivo:
abbiamo la certezza di riuscire
a evitare la maggior parte di
queste morti (il fumo di sigaretta
è responsabile dell’85-90 per cento
di casi di cancro polmonare)
semplicemente eliminandone la causa,
ma non abbiamo ancora trovato i
linguaggi e gli strumenti per farlo.
Nonostante io sia contro al fumo in
modo assoluto, comprendo le
resistenze mentali dei fumatori a
smettere, come capisco bene i
meccanismi profondi della
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dipendenza. Per natura e per cultura
sono contrario a ogni forma di
proibizionismo e penso che i divieti e
gli avvertimenti allarmanti non portino
a molto: è solo dalle scelte consapevoli,
frutto di un’autentica motivazione
personale, che si può arrivare a dire
addio al tabacco. Purtroppo non sono
in molti a riuscirci.
Credo, tuttavia, che i fumatori non
debbano essere abbandonati dal
sistema sociale solo perché hanno fatto
una scelta sbagliata, e credo anche che
la medicina abbia il dovere morale di
fare il possibile per proteggere la loro
vita. Per questo ho voluto fortemente
lo studio COSMOS (Continuos
Observation of Smoking Subjects),
promosso dall’Istituto Europeo di
Oncologia e sostenuto anche dalla mia
Fondazione, per la diagnosi precoce
del tumore del polmone.
Chi ancora non è riuscito a smettere, o
chi in passato ha fumato molto, oggi
può difendersi dal cancro polmonare
grazie all’anticipazione della diagnosi,
che attualmente è il mezzo con cui
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riusciamo a salvare più vite.
Desideriamo rendere curabile fino alla
guarigione questa neoplasia, ancora
così frequente e aggressiva, e
vorremmo vincere questa sfida nel giro
di pochi anni, trasformando il cancro
polmonare in un tumore curabile, come
è stato per quello al seno dopo la
diffusione della mammografia.
Attualmente, a causa della mancanza
di programmi di diagnosi precoce, più
del 70 per cento dei tumori polmonari
viene diagnosticato quando la patologia
è già in fase avanzata, spesso
inoperabile e con una percentuale di
guarigione limitata. Con gli strumenti di
anticipazione della diagnosi possiamo
ribaltare questi valori: studi internazionali
dimostrano che più dell’80 per cento
dei pazienti con tumore ad uno stadio
iniziale, possono essere operati con un
intervento conservativo e con un’alta
probabilità di guarigione.
I nuovi strumenti oggi a disposizione
permettono di associare la Tac spirale
a basso dosaggio (efficace nella
scoperta di noduli polmonari nell’ordine
dei millimetri) a un esame del sangue
specifico, che indica la presenza di
frammenti genetici (miRNA, micro RNA)
che possono segnalare la presenza del
tumore.
Abbiamo quindi la possibilità di ottenere
diagnosi approfondite e anticipate di
questa malattia, curabile nella maggior
parte dei casi se scoperta per tempo,
con interventi poco invasivi e rispettosi
della qualità di vita.
Con lo studio COSMOS ci rivolgiamo a
10.000 forti fumatori o ex fumatori, con
più di 55 anni di età, che abbiano fumato
almeno 20 sigarette al giorno per un
periodo minimo di 30 anni. A loro
offriamo
gratuitamente,
per cinque
anni, questi
due esami
di semplice
esecuzione
ma di
altissima
accuratezza.
Lo studio
viene condotto in sei città italiane:
Milano, Firenze, Roma, Pescara,
L’Aquila e Palermo.
Noi medici e ricercatori
crediamo nella possibilità
di proteggere la salute dei
fumatori, ora chiediamo loro
di credere in noi e aderire
al nostro studio chiamando
il numero unico 0264107700. Sul sito internet
www.10secondi.it, che
prende il nome dalla durata
della Tac spirale, è
possibile trovare tutte le
informazioni sul
progetto, le
indicazioni
utili per chi
vuole
partecipare,
e anche
dati e
consigli
pratici per
smettere di
fumare.
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di JOHANN ROSSI MASON
Fumare fa male e i fumatori lo sanno
molto bene, ma la gratificazione
immediata a livello cerebrale indotta
dalla nicotina è più forte dei possibili
rischi futuri. La nicotina è infatti
considerata la settima droga più potente
al mondo e il suo uso, da vizio è passato
ad essere considerato una vera e propria
dipendenza, alla stregua di alcol o
cocaina.
Purtroppo nel mondo i fumatori sono in
crescita e le statistiche dell’Osservatorio
OSSFAD dell’Istituto Superiore di Sanità
hanno mostrato come il fumo sia più
diffuso tra le fasce della popolazione
più svantaggiate dal punto di vista socioeconomico, tra coloro che svolgono i
lavori più umili e tra i soggetti a basso
reddito.
Un profilo che diverge dal luogo comune
che sia più addicted alle bionde il
manager in carriera, stressato dai ritmi
produttivi. Al contrario, le persone di
fascia sociale più elevata sono
probabilmente più sensibili a temi come
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la propria salute e se fumano tentano
più spesso di smettere, in armonia con
una serie di modificazioni dello stile di
vita come una alimentazione equilibrata
e sana, e all’esercizio fisico. Purtroppo
però per tanti che smettono, molti
cominciano: sono i ragazzini, nella fascia
di età tra i 15 e i 20 anni, i più fragili dal
punto di vista della capacità di resistere
all’offerta di provare qualcosa ancora
considerato “trasgressivo” e “figo” e
timorosi di sembrare poco “cool” di fronte
al gruppo dei pari.
Sembra però che già dopo la prima
sigaretta il rischio di essere intrappolati
nella dipendenza sia estremamente
elevato. Una trappola ben studiata dalle
multinazionali del tabacco che hanno
studiato raffinate strategie, come
sbiancare la cenere per renderla meno
sgradevole e mascherare il gusto amaro
del tabacco con additivi come zucchero,
vaniglia e mentolo.
Da genitori di 4 figli in età critica (lui si
è dato più da fare con 3 bambini, mentre
io ne ho una sola) il dottor Fabio
Beatrice, Primario Otorino all’Ospedale
San Giovanni Bosco di Torino e Direttore
del Centro antifumo dello stesso
nosocomio e io ci siamo domandati cosa
potessimo fare per aiutare i nostri figli
e “scegliere” di non fumare. Un’amicizia
solida e un’armonia di intenti ci ha portati
per mesi a spulciare la letteratura
scientifica mondiale sul fumo per
identificare non solo i rischi più noti
(cuore, ipertensione, diabete, ictus), ma
proprio per dimostrare che il fumo fa
male a moltissimi organi e distretti ed è
fattore di rischio e di peggioramento per
una lunghissima serie di malattie. Lo
sforzo congiunto è poi stato quello di
descrivere i profili dei fumatori in modo
che ciascuno potesse riconoscere sia
le motivazioni di affezione alla sigaretta
che i “moventi” scatenanti la decisione
di accenderla che sono diversi per
ciascuno.
Abbiamo poi elencato i 101 motivi
sforzandoci di essere brevi,
comprensibili, ma senza rinunciare alla
scientificità.
Infine, abbiamo illustrato i tassi di
successo dei vari metodi
utilizzati da chi decide di
smettere, puntando
l’attenzione sugli
ancora poco conosciuti
Centri Antifumo,
strutture
pubbliche
spesso
localizzate
all’interno
degli ospedali a
cui si accede tramite il pagamento di
un modesto ticket che promette risparmi
ben maggiori (un fumatore da un
pacchetto al giorno spende in media
1.600 euro l’anno che in tempi di crisi
sono una bella somma da destinare ad
altro).
Oltre alle varie patologie elencate che
vanno dal cervello al piede diabetico,
dalle rughe alle carie dentali, abbiamo
approfondito anche gli aspetti relazionali.
Non ti vuoi abbastanza bene? Allora
trova una motivazione nel rispetto del
partner nella coppia o nella tutela della
salute dei tuoi figli.
Il malefico aerosol della sigaretta ricade
sotto forma di invisibile polvere sui vestiti,
nell’auto, negli ambienti dove viviamo
contaminandoli: è il cosiddetto “fumo di
terza mano”: bambini e animali domestici
sono i più danneggiati, manine e zampe
si coprono di questa polvere velenosa
presente sugli abiti, sofà, pavimenti,
oggetti e, portandola inconsapevolmente
alla bocca, le consentono di
invadere silenziosamente tutto
l’organismo.
Secondo una ricerca
americana i
tabagisti
avrebbero il
53% in più
di
possibilità
di divorziare
rispetto ai
non
fumatori.
La
spiegazione
sarebbe in una
maggiore incidenza dei
problemi psicologici, come
depressione ed ansia, che mettono a
dura prova le unioni coniugali.
Ma anche il mito dell’uomo forte e di
successo con la cicca tra le labbra si è
rivelato solo il frutto di una calcolata e
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ingannevole strategia pubblicitaria: in
realtà gli uomini che fumano più di 20
sigarette al giorno hanno un rischio
del 60% superiore di disfunzione
erettile rispetto ai non fumatori.
Per non parlare degli effetti sulla pelle,
con la comparsa precoce di rughe e
di un colorito malsano che certamente
contrastano con l’idea di bellezza e
forza proposta dalle immagini
pubblicitarie associate ai marchi del
fumo e alla sua gestualità.
E poi, quanti sanno che la cicca è una
delle cose più radioattive con le quali
abbiamo a che fare? Il letale polonio
radioattivo si reperisce nelle foglie del
tabacco a seguito dell’irraggiamento
solare che trasforma sostanze
assimilate dalle radici e provenienti
dai fertilizzanti che tutti i produttori
adottano.
Dunque si fuma radioattività e la si
lascia in giro concentrata nei mozziconi
che in grande abbondanza troviamo
per le strade e sulle spiagge: è tipico
il gesto del fumatore che spegne la
cicca nella sabbia e la copre, o della
sigaretta ancora accesa lasciata
cadere fuori il finestrino dell’auto: quanti
incendi ai bordi delle autostrade in
estate?
Insomma, la sigaretta, frutto di una
abile strategia commerciale, è un
grande inganno come dimostra la
stessa modalità di produzione. Il
tabacco viene trattato con additivi che,
a loro volta tossici, nascondono e “
truccano” alcuni effetti del fumo. La
cenere è una polvere grigio-biancastra
per effetto degli sbiancanti: in realtà
sarebbe una cosa nerastra e
nauseabonda.
Mentolo, olii essenziali, anestetizzano
la gola riducendo un bruciore che
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altrimenti sarebbe assai forte.
Derivati dell’ammonio, subdolamente
aggiunti dai produttori, potenziano la
capacità della nicotina di entrare nel
sangue e di invadere il cervello, una
sorta di effetto turbo sulla dipendenza:
è per questo che è così difficile
smettere di fumare.
La nicotina è la settima droga più
potente al mondo!
E poi vantaggi e svantaggi dei rimedi
e metodi per smettere, osservazioni
degli stessi fumatori, curiosità e molto
altro ancora.
Questi i contenuti di un volume
indirizzato a tutti: fumatori e non
fumatori.
Non siamo contro i fumatori, al
contrario, vorremmo porci come i loro
più grandi alleati. Lo abbiamo scritto
per aumentare la conoscenza e la
consapevolezza sull’argomento
affinché le discussioni della gente
possano poggiare non sul sentito dire
o sulla pressione pubblicitaria, ma su
di una corretta informazione; poi
ognuno nella sua libertà e
responsabilità potrà autonomamente
scegliere di dire di no all’offerta della
sigaretta o, se fuma, pensare di
smettere, oppure di iniziare a diminuire
il numero di sigarette, tanto per
cominciare.
Scrive Luciana Littizzetto nella sua
prefazione: “una volta ho beccato mio
figlio quindicenne a fumare. Fumano
tutti, mi ha detto, se dico di no faccio
la figura del pirla. Guarda che uno è
pirla a prescindere, non è certo una
sigaretta che fa la differenza. Ogni
tanto mi tornano in mente le parole
del medico col nome di donna. Anch’io
vorrei che ne operasse meno. Lo vorrei
tantissimo”.
di DOMENICO DI MARIA
Il termine “reflusso” deriva da un termine
greco che significa “tornare indietro”.
Siamo abituati a sentire spesso questa
definizione da chi soffre di patologie “di
stomaco”: i termini gastrite, ernia iatale,
reflusso esofageo sono di comune
riscontro. Spesso questi pazienti soffrono
di acidità con bruciore gastrico, di
sensazione di pienezza gastrica precoce
e di dolori restrosternali. Esisite però la
possibilità che il materiale gastrico
refluisca più in alto dello stomaco e che
raggiunga la laringe e la faringe, andando
così a generare una patologia laringofaringea che non si manifesta con i sintomi
gastroesofagei su citati: la “faringolaringite
da reflusso”.
Ciò significa che il contenuto gastrico può
refluire non solo nell’esofago ma anche
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più in alto sino alla laringe (dove sono
situate le corde vocali) o nell’ipofaringe
e nella faringe (la gola). Un’altra
peculiarità di tale patologia e che può
manifestarsi (almeno nel 50% dei casi)
senza sintomi classici quali: bruciore,
pesantezza o eruttazione ma con i
cosiddetti sintomi atipici. Tale atipicità sta
proprio nella sede: sintomi di gola generati
dallo stomaco!
Quali sono i sintomi atipici?
• raucedine;
• difficoltà ad ingoiare;
• eccesso di muco in gola;
• sensazione di una "massa", di un "bolo"
in gola;
• tosse cronica;
• bruciore alla gola.
Perchè, allora, si possono avere sintomi
alla gola causati da reflusso acido senza
bruciore o gli altri tipici gastrici? Ciò si
verifica perchè in questi pazienti il reflusso
è troppo rapido e di minime quantità tali
da non irritare “sufficientemente” l’esofago
ma sufficienti, salendo più in alto in laringe
ed in ipofaringe ad irritare questi organi
e di causare i sintomi su descritti. Quindi,
in presenza di tali sintomi, anche associati
al bruciore e pesantezza di stomaco,
bisogna tenere in conto questa malattia
di tipo disfunzionale della motilità
gastroesofagea.
Diagnosi
La diagnosi si ottiene con una visita
specialista ORL e specificamente con un
esame definito laringoscopia a fibre
ottiche.
Tale esame può essere eseguito sia con
una ottica rigida che ispeziona l’ipofaringe
e la laringe attraverso la bocca e sia con
un’ottica flessibile, che è un sottile tubicino
che passando per un narice scende
attraversando la gola raggiungendo la
laringe. Quest’ultimo esame lo eseguo
per i pazienti con un riflesso del vomito
più accentuato o quando c’è la necessità
di studiare endoscopicamente con un
solo esame le vie aereodigestive
superiori. I segni tipici sono una
irritazione della regione
posteriore della laringe e
dell’area ipoglottica (al
di sotto delle corde
vocali), la
presenza di
granulazioni (irritazioni croniche) posteriori
o di reflusso in laringe.
Ribadisco che, per una corretta diagnosi
di questa malattia, è fondamentale
l’esame laringoscopico a fibre ottiche che
permette uno studio dettagliato della
laringe e che rappresenta attualmente il
gold standard diagnostico in accordo
anche con le moderne conoscenze in
materia.
Sul mio canale youtube all’indirizzo
http://www.youtube.com/centrosantacr
oce sono presenti alcuni video
endoscopici di patologie da reflusso.
Terapia
La terapia prevede un radicale
cambiamento delle abitudini di vita e una
terapia farmacologica.
Importante, come già detto, è la modifica
dello stile di vita:
• smettere di fumare;
• ridurre l'ingestione di cibi grassi,
dimagrire se si è in sovrappeso;
• non dormire distesi ma con la testa su
due cuscini;
• non andare a letto subito
dopo aver mangiato;
• non portare cinture dei
pantaloni o gonne
strette;
• non consumare
caffè, cioccolata e
menta in eccesso.
La terapia medica
consiste
nell’assunzione di
antiacidi della
categoria degli
“inibitori della
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assumere i farmaci antiacidi in maniera
continuativa.
pompa protonica” che impediscono allo
stomaco di produrre acido che possa
refluire in alto nella laringe e nella gola.
Questa terapia a volte deve raggiungere
dosaggi elevati e durate prolungate
rispetto a una classica cura per la gastrite.
Ciò perchè, come già detto prima, la
quantità di acido che refluisce in laringe
e in gola è di minima entità. Gli episodi
di reflusso, quindi, devono essere bloccati
con dosaggi più alti di antiacido.
Alcuni pazienti risolvono il problema dopo
quattro-sei mesi di terapia, altri dovranno
eseguire la terapia in più cicli oppure
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Altre cause di bolo faringeo
Altre cause meno frequenti di
sensazione di corpo estraneo in gola
sono l'iperplasia tiroidea, che dall’esterno
determina una pressione sulla laringe
e l’ipofaringe; il bolo isterico secondario
a patologie psichiatriche e l’ipertrofia
delle tonsille linguali localizzate alla base
della lingua.
Attenzione! Quando i sintomi mal di gola,
voce rauca e difficoltà a ingoiare si
presentano in un paziente fumatore e/o
bevitore di alcolici, nel sospetto di una
neoformazione laringea anche di tipo
canceroso, è indicato al più presto un
esame laringoscopico a fibre ottiche.
Ma di patologie benigne e maligne della
voce parleremo nei prossimi numeri.
A presto!
Anziano fragile
di CARLO RINALDI
L’anziano fragile è una persona che vive
una particolare fascia di età, conservando
integralmente quel valore che dovrebbe
contraddistinguere tutta la vita umana, a
prescindere dall’età anagrafica.
L’anziano è in maggior misura, rispetto
ad altri, suscettibile alle malattie, a causa
della sua ridotta capacità di mantenere
l’equilibrio fisiologico e per il
deterioramento dei suoi meccanismi
immunologici.
Le malattie negli anziani possono
presentarsi in forma atipica, con assenza
o riduzione dei segni clinici classici e,
talvolta, con la sovrapposizione di diverse
situazioni patologiche. Infatti, la riduzione
della resistenza allo stress può essere
ulteriormente ridotta dal sopravvenire di
patologie secondarie.
Nell’anziano è necessario tenere sotto
controllo gli aspetti di carattere patologico
unitamente a quelli legati alla salute
mentale.
Gli aspetti patologici riguardano
principalmente:
- malattie dell’apparato cardiovascolare;
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- malattie dell’apparato gastrointestinale;
- altre patologie.
Tra queste ricordiamo:
° diabete;
° neoplasie;
° demenza senile;
° arteriosclerosi.
Le particolarità cliniche nel paziente
geriatrica sono riassumibili nei seguenti
punti:
• pluripatologia;
• quadro clinico;
• complicanze;
• patologia iatrogenica (patologia dovuta
ad assunzione di farmaci);
• perdita dell’autosufficienza;
• mescolanza tra problemi medici,
psicologici e sociali.
La tendenza all’invalidità permanente e
la perdita dell’autosufficienza scaturiscono
dal tipo di patologia cronica e degenerativa
che colpisce l’anziano e dall’importanza
degli organi che ne sono colpiti. A ciò si
deve aggiungere l’insufficienza e
l’inadeguatezza delle strutture, la scarsa
preparazione del personale, la mancanza
di strutture riabilitative, un errato approccio
psicologico.
Va tenuto presente che i rapporti tra
ambiente, condizione familiare e socioeconomica, psiche, turbe mentali e
comportamentali sono così stretti che una
ridotta stimolazione ambientale può
favorire in un soggetto anziano
l’insorgenza di un circolo vizioso, che
attraverso una
riduzione del
metabolismo
dei neuroni
cerebrali
determina la
comparsa di
un’insufficienza
cerebrale e,
come risultato finale, conduce
all’isolamento e all’emarginazione
definitiva dell’anziano.
La terapia farmacologica è essenziale
quando ci si prende cura di pazienti
anziani, ma chiaramente è una spada a
doppio filo. I pazienti anziani sono ad alto
rischio di avere interazioni farmacologiche,
ma la prevalenza di queste interazioni
non è ben documentata. Esistono diversi
tipi di interazioni: farmaco-farmaco,
farmaco-malattia, farmaco-cibo, farmacoalcool, farmaco-prodotti a base di erbe e
farmaco-stato nutrizionale.
La prescrizione per gli anziani, per i quali
i farmaci sono in ampio
numero, è spesso
un territorio
inesplorato: il medico deve aspettarsi
l’inatteso e pensare l’impensabile nel
paziente anziano, quando si va a
confrontare con la politerapia e con le
sue potenziali conseguenze.
Con l’avanzare degli anni e il sommarsi
delle malattie, l’anziano rischia di
accumulare farmaci strato su strato,
“come la barriera corallina accumula strato
su strato il
corallo”.
Per
l’insorgenza
concomitante
di più cronicità,
gli anziani
hanno spesso
bisogno di
assumere un numero elevato di farmaci:
più del 40% assume settimanalmente
cinque o più farmaci differenti, inclusi
quelli da banco, e il 12% ne assume
almeno dieci. Essendo contestuale la
fragilità, gli anziani possono
maggiormente risentire degli effetti
indesiderati e della tossicità della
politerapia.
L’antica norma ippocratica “primum non
nocere” ha particolare valore nella cura
dell’adulto anziano e in particolare
dell’adulto anziano fragile.
Il consiglio per ogni medico,
pertanto, è quello di
“pensare tre volte”
prima di
formulare
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una prescrizione farmacologica per
l’anziano.
Nelle società del passato la figura
dell’anziano era vista in modo
ambivalente: con rispetto e/o tolleranza.
Nonostante la
perdita della forza
fisica con
l’aumentare
dell’età, l’anziano
possedeva
l’esperienza, il
sapere, la
conoscenza: cose
estremamente
importanti in una
società in cui la
trasmissione del
sapere avveniva
oralmente;
l’intolleranza nei
suoi confronti maturava quando la malattia
comprometteva le sue possibilità poiché
egli diveniva una bocca in più da sfamare
all’interno di una comunità in cui la
sopravvivenza non era facile.
L’anziano, nonostante venisse emarginato
rispetto alle decisioni importanti, rimaneva
all’interno della sua
famiglia fino al
momento della morte.
Se un tempo le persone
che arrivavano ad una
tarda età erano poche
o addirittura
pochissime, oggi
viviamo in un mondo
dove le persone
anziane sono sempre
più numerose, ma hanno perso l’aspetto
del “vecchio autorevole, saggio e forte”.
Il graduale e progressivo decadimento
delle funzioni cognitive e delle abilità
funzionali causato dalla demenza
28
novembre - dicembre 2012
compromette l’autonomia della persona
anziana, che necessita di un’assistenza
sempre più assidua e continuativa.
L’assistenza alla persona con disabilità
cognitiva acquisita è garantita, quindi,
soprattutto dalla
famiglia di
appartenenza,
che, solitamente,
si assume l’onere
di svolgere tale
compito per molti
anni: fino al
momento della
morte del proprio
congiunto.
Spesso, per
mancanza di
adeguati sistemi di
supporto sia di
natura sociale sia
sanitaria, la famiglia rappresenta il
soggetto unico nella cura, nella gestione,
nel sostegno e nella tutela dell’anziano;
in questa situazione di solitudine il carico
assistenziale può divenire estremamente
gravoso e occupare i familiari a tempo
pieno.
La famiglia rappresenta
in ogni circostanza una
potenzialità per fornire
cure adeguate. Si può
ben immaginare la
grande differenza,
principalmente dal
punto di vista
psicologico, che esiste
tra un’assistenza fornita
da una badante e/o da
un infermiere e quella fornita da un
familiare.
Sarebbe quindi importante offrire alla
famiglia strumenti per dare un contributo
sostanziale all’assistenza.
La solitudine
dei vecchi
DI
PIERLUIGI VERGINEO
In una lettera di auguri a Thomas Mann, Sigmund
Freud scrive: “Accetti da me un affettuoso saluto
per il suo sessantesimo compleanno.
Potrei anche augurarle una vita molto lunga
e felice come si è soliti fare in simili occasioni.
Ma me ne astengo.
La mia personalissima esperienza mi fa
pensare che sia bene che un destino
compassionevole ponga un giusto limite
alla durata della vita”.
Vivere molti anni in una società
capitalistica come la nostra non è
una bella cosa.
Da quando l’uomo esiste (circa due
milioni di anni fa l’homo erectus
calpestava il pianeta) per la prima
volta nella storia del pianeta vive
così a lungo. Sino a cento anni
fa la vita media non superava i
50 anni.
La morte avveniva per banali
infezioni, per piccoli traumi, per
novembre - dicembre 2012
29
ictus e infarti che oggi sono evitati con
una semplice terapia antipertensiva.
La tragedia dell’uomo moderno è che
mentre il nostro fisico può reggere oltre
i cento anni (ossa cuore e muscoli,
visceri) il nostro cervello, invece, per la
progressiva perdita di neuroni
(fenomeno definito dai neurologi
“apoptosi” ovvero morte programmata)
in genere resiste sino a 60 anni. Dopo
questa età, per il depauperamento del
corredo neuronale, gli anziani tendono
a manifestare un declino del tono
dell’umore (depressione involutiva) e
un deficit delle funzioni intellettive
superiori (memoria a breve ed a lungo
termine, astrazione, associazione,
calcolo, matematica, simbolizzazione).
Il vecchio diventa così all’interno delle
famiglie una persona rigida, triste,
intollerante, capricciosa, egoista,
bizzarra, chiusa.
Ad eccezione di pochissimi libri
(“Divento sempre più vecchio” dello
psichiatra Alberto Spagnoli), la
letteratura non esprime nulla per
spiegare come aiutare e fornire
assistenza.
L’anziano infatti vive una condizione di
dissociazione. Dissociazione dal corpo
che non risponde più come vorrebbe ai
suoi comandi. Dissociazione dall’eros
e dal desiderio (la vita sessuale
dell’anziano è definita turpe dalla nostra
società che vorrebbe il vecchio
asessuato).
Dissociazione dal mondo che rimuove
la senilità nelle case di riposo e negli
ospedali.
“Senectus ipsa est morbus” dicevano i
saggi latini. La vecchiaia di per sé è già
malattia.
Tale condizione è aggravata
notevolmente dalla crisi economica.
30
novembre - dicembre 2012
Negli anni trenta, in Germania, Hitler
decise di sterminare 300.000 tedeschi
portatori di handicap, sofferenti psichici
e vecchi che gravavano con le spese
di assistenza sul bilancio dello Stato. Il
programma di “eutanasia programmata”
si chiamava Ausmerzen T4. Hitler
amava ripetere che bisognava ridurre
il “deficit pubblico” con l’eliminazione
delle “vite inutili”. Bellissimo a tal
proposito il libro dello scrittore-attore
Marco Paolini.
Anche oggi sentiamo telegiornali e
mezzi di comunicazione di massa
ripetere che è necessario ridurre il
“deficit pubblico”.
In nome del bilancio in questi ultimi anni
si assiste ad una vera e propria
macelleria sociale. Con la scusa dei
falsi invalidi, nella sola provincia di
Benevento sono state tagliate il 52 %
delle pensioni di invalidità e delle
indennità di accompagnamento. Il
25.07.2012 sul Mattino di Napoli un
articolo recita: “La federconsumatori
sostiene che a Napoli un anziano su
tre rinuncia alle spese mediche per
problemi economici”.
Nella testimonianza allegata parla una
ragazza che assiste con la madre il
nonno alcolista.
Si tratta di una giovane donna separata
con figli piccoli.
Sopravvive grazie
all’accompagnamento del nonno.
Adesso, anche se rischia di perdere
questa misera assistenza, esprime
riconoscenza per l’aiuto ricevuto.
Vorrei dedicare questo articolo a tutte
le donne della mia generazione che per
la prima volta nella Storia dell’umanità
devono assistere contemporaneamente
figli, mariti, genitori e a volte anche
nonni senza alcun riconoscimento.
LA TE
ZA
Verbale della riunione del 06.06.2012
Io, D.V., essendo nipote di un vecchio
alcolista ho avuto modo di partecipare ad
alcune riunioni del gruppo AMA guidato dal
dott. Vergineo e dalla psicologa. La prima
volta che ho partecipato, provavo vergogna.
Mi sentivo imbarazzata al solo pensiero che
mio nonno, alcolista, doveva raccontare i
problemi legati all’alcol e di conseguenza i
problemi che si venivano a creare in famiglia.
Col passare del tempo continuando a
frequentare il gruppo, ascoltando le
testimonianze degli altri, ho capito che in
questi casi non bisogna vergognarsi. Bisogna
essere pronti per affrontare i problemi. Mio
nonno, spesso ubriaco, si urinava addosso
e si arrabbiava con mia madre. Spesso,
visto che nessuno sopportava di vedere il
nonno in quello stato, andavamo a dormire
in un’altra casa. Tutto questo è successo
LE
NIAN
SPECIA
O
STIM
sino ad un anno fa.
Quando beveva, il
nonno pensava solo alla bottiglia e non si
rendeva conto che diventava insopportabile,
sporco e cattivo. Adesso va meglio. Abbiamo
prima capito che si può smettere e di bere
e poi che il nonno aveva dei diritti. Abbiamo
ottenuto una pensione. Mamma lo assiste,
lo lava e tutto sembra andare per il meglio.
Lei dimostra di essere una donna forte e
piena di coraggio. Bisogna guardare sempre
avanti. La vita continua. Ed ora mi rivolgo a
tutti gli amici presenti che sono riusciti ad
uscire dal tunnel. Non ricadete mai in questo
brutto vizio. Nemmeno nei momenti tristi
della vostra vita. Auguri al sig. C.R. che ha
festeggiato sei anni di sobrietà. Prendete
esempio da lui e da mia madre. Ringrazio
di cuore il dottore e tutte le persone che
frequentano il gruppo.
novembre - dicembre 2012
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L anziano,
dignit e valore!
di don EMILIO DI MUCCIO
Sappiamo tutti che l’evoluzione del XX
secolo ha migliorato le condizioni di vita
e ha aumentato le aspettative della vita
stessa, tanto che la cosiddetta “terza età”
è diventata la fase più lunga del vivere
umano, dunque assistiamo ad un
allungamento dell’età dell’essere umano
portando l’anziano ad essere sempre più
attivo nella vita sociale. Ma non sempre
è così purtroppo. Nella maggior parte
delle persone, arrivato il momento del
pensionamento, si verifica una forma di
smarrimento causato dal dover affrontare
un sistema di vita diverso rispetto a quello
vissuto in precedenza. Cioè si passa da
uno stato di totale vigore, dettato dal fatto
di essere stati utili alla società, ad una
forma di “depressione” dovuta alla
crescente convinzione di inutilità per quel
mondo di cui fino a pochi giorni prima si
è fatto parte. Ma ciò che più rende triste
l’esistenza di un anziano è la solitudine
32
novembre - dicembre 2012
generata, quasi sempre, dalla perdita
degli affetti più cari: i familiari, i parenti e
soprattutto la persona con la quale si è
condivisa gran parte della propria vita, il
coniuge. A questa solitudine, che angustia
la persona, bisogna reagire sapendo che
la vita riserva ancora molte risorse e
opportunità, come possibilità di svago, di
incontri e di amicizie vere e sincere che
permettono di guardare all’età che avanza
come un tempo ancora lungo da vivere.
Non solo, si può anche dare risposta alla
solitudine riscoprendo nella fede quelle
energie spirituali che stimolano nuove
risorse e ridanno l’ottimismo per pensare
non solo a se stessi ma anche a chi si
trova nel pericolo di perdere la fiducia in
questa e nell’altra vita.
Condividendo “le gioie e le speranze, le
tristezze e le angosce degli uomini di
oggi” (Gaudium et Spes,1), la Chiesa –
oltre a prodigarsi con materna
sollecitudine nei loro confronti mediante
interventi assistenziali e caritatevoli –
chiede alle persone anziane di continuare
la loro missione evangelizzatrice, non
solo possibile e doverosa anche a questa
età, ma da questa stessa età resa in
qualche modo specifica e originale.
Nell’esortazione apostolica Christifideles
laici, 48, di Giovanni Paolo II, rivolgendosi
agli anziani, scrive: “La cessazione (…)
dell’attività professionale o lavorativa
(apre) uno spazio nuovo al (vostro)
compito apostolico. È un compito da
assumersi superando con decisione la
tentazione di rifugiarsi nostalgicamente
in un passato che non ritorna più o di
rifuggire da un impegno presente per le
difficoltà incontrate in un mondo dalle
continue novità (…)”. Ed il Papa elenca
una serie di ambiti che meglio si prestano
per la testimonianza degli anziani.
Naturalmente, in questa fase di età
dell’essere umano, molto è rimandato
alle famiglie “cellula originale della vita
sociale”, in cui l’uomo è chiamato al dono
reciproco e dei familiari tutti. Aiutare gli
anziani, soprattutto i più deboli, i sofferenti
i non autosufficienti, è compito primario
della famiglia.
Il momento della malattia e della
sofferenza è quello che per eccellenza
richiama al principio inalienabile della
sacralità e inviolabilità della vita. Aiutare
gli anziani a superare atteggiamenti di
indifferenza, di sfiducia e di rinuncia alla
vita è responsabilità di tutti. Nessuno
dimentichi che gli anziani sono la
“memoria storica” delle generazioni più
giovani, sono portatori di valori umani
fondamentali. Dove manca la memoria
mancano le radici e con esse la capacità
di proiettarsi con speranza in un futuro
che oltrepassi i confini del tempo
presente.
novembre - dicembre 2012
33
a cura di DALILA BEATRICE
Con l’approssimarsi delle feste di fine anno si verifica il maggior
numero di incidenti, talvolta mortali, provocati dall’abitudine di
accendere petardi e fuochi d’artificio anche illegali.
In questo numero il colonnello Antonio Carideo, comandante
provinciale dei Carabinieri di Benevento, ci parla dei rischi
connessi all’utilizzo incauto dei fuochi d’artificio, offrendo ai
lettori consigli e informazioni che potranno essere d’aiuto
per trascorrere delle giornate di festa in serenità e sempre
all’insegna della sicurezza.
Colonnello Carideo, quali rischi si corrono nell’utilizzo
improprio dei fuochi d’artificio?
L’uso incauto dei fuochi d’artificio del genere legale può
produrre lesioni gravi, come ustioni al viso e alle mani,
e danni alla vista; l’uso invece di artifizi pirotecnici del
genere illegale, in considerazione della loro elevata
potenza (al loro interno si trova una miscela esplosiva
realizzata con clorato e/o perclorato di potassio, con
l’aggiunta di alluminio) può provocare danni anche
peggiori. L’attivazione di fuochi illegali determina infatti
esplosioni di notevole intensità e di elevata dannosità
e talvolta può dar luogo anche alla perdita totale di arti,
dell’udito e della vista. In varie operazioni di sequestro
Col. Antonio Carideo Comandante provinciale dei Carabinieri di Benevento
l’involucro di questi fuochi illegali è risultato
essere di plastica e ciò ne fa aumentare
ancor più il pericolo, per la frammentazione
di schegge non rilevabili ai raggi x, che ne
equiparano gli effetti ad una bomba da
guerra.
Inoltre un rischio maggiore deriva dall’uso
di “botti”, prodotti prevalentemente in oriente,
venduti a basso costo e senza etichette,
che spesso manifestano un’esplosione
anticipata o addirittura lo scoppio della
batteria senza far partire un solo colpo.
Quali sono le iniziative dell’Arma dei
Carabinieri per sensibilizzare la
collettività?
Per contenere il numero di vittime di questo
tipo di incidenti, ogni anno l’Arma dei
Carabinieri promuove una campagna di
sensibilizzazione e informazione rivolta
soprattutto ai più giovani, ma non solo. Le
iniziative messe in campo in questo periodo
coinvolgono tutto il territorio nazionale.
Anche nella provincia di Benevento, saranno
indetti incontri in numerose scuole dove,
con il supporto degli artificieri, saranno
illustrate la pericolosità e i danni relativi
all’utilizzo dei fuochi d’artificio illegali ed il
pericolo che può derivare dal non corretto
uso dei fuochi legali.
I Carabinieri Artificieri, saliti in cattedra,
illustreranno agli alunni quali sono i fuochi
pirotecnici di libera vendita ed impiego, le
modalità di accensione ed i pericoli derivanti
dai fuochi d’artificio, per educarli nel loro
corretto uso, ricordandogli di usarli solo
sotto la guida dei genitori. Durante gli incontri
ai ragazzi verranno mostrate anche alcuni
video e immagini che danno il senso di
quanto possano essere pericolosi questi
“botti”, soprattutto quelli confezionati
artigianalmente e privi di ogni sicurezza.
Nel corso degli incontri con la cittadinanza,
nelle scuole e nei luoghi di aggregazione si
provvederà ad illustrare tutti i tipi di botti
illegali facendo comprendere: la
novembre - dicembre 2012
37
composizione della miscela esplosiva, i
riferimenti normativi da applicare a coloro
che fabbricano, vendono, acquistano e
detengono botti illegali, i danni provocati
dagli stessi sulle persone e la pericolosità
degli stessi in
quanto equiparati
a veri e propri
ordigni esplosivi.
Sul piano
dell’attività
repressiva, ingenti
sono i sequestri
operati dai militari
dell’Arma. Tante
iniziative verranno
avviate soprattutto
nei giorni che
precedono le feste
natalizie dai
Carabinieri,
impegnati in una “battaglia” fatta non soltanto
di repressione, ma anche e soprattutto di
prevenzione, attraverso l’aumento dei
controlli e una adeguata campagna di
informazione.
38
novembre - dicembre 2012
Colonnello, quali sono le regole di
comportamento da adottare per l’uso
sicuro dei fuochi d’artificio?
Innanzitutto, non esistono fuochi d’artificio
“sicuri”, anche se ne è permessa la vendita;
perfino le stelline,
che i bambini
usano con
disinvoltura,
bruciano a 300°C
e perciò sono
potenzialmente in
grado di provocare
incendi sui tessuti;
• i giochi pirotecnici
autorizzati e in
libera vendita
devono riportare
sulla confezione
un’etichetta con il
numero del
decreto ministeriale che ne autorizza il
commercio, il nome del prodotto, la ditta
produttrice, la categoria di appartenenza e
le modalità d’uso;
• possono essere venduti in tutti gli esercizi
che sono in possesso di licenza per la
vendita di giocattoli e possono essere
acquistati da tutti, purché almeno
quattordicenni (solo ed esclusivamente
giochi pirici che risultano declassificati o di
libera vendita);
• se il gioco
pirotecnico che
state acquistando
è privo di etichetta,
è sempre da
considerarsi
proibito e, quindi,
non di sicuro
utilizzo;
• i prodotti
pirotecnici
classificati dal
Testo Unico delle
Leggi di Pubblica
Sicurezza in IV
(artifici e prodotti affini negli effetti esplodenti)
e V categoria (giocattoli pirici), invece,
possono essere venduti solamente nei
depositi dei fuochi d’artificio o nelle armerie
autorizzate e acquistati con porto d’armi o
nulla osta, sempre e comunque con l’obbligo
di denuncia alle Forze dell’Ordine, ma non
possono essere accesi senza licenza;
• al momento dell’accensione, mai avvicinare
viso e occhi alla miccia;
* se non se ne può
fare a meno, i
bambini non vanno
mai lasciati soli a
usare fuochi di
artificio;
* i fuochi d’artificio
vanno accesi
all’aperto, lontano
da case,
automobili e dalla
scatola degli altri
fuochi per limitare
il rischio di incendio
e incidenti;
• fare attenzione
alla direzione in cui si lanciano i fuochi: non
ci siano delle persone, perciò non vanno
lanciate verso zone buie né da balconi né
da finestre;
• i fuochi non vanno mai accesi dentro
novembre - dicembre 2012
39
nessun tipo di contenitore, soprattutto se
in ferro, perché l’esplosione degli artifizi
potrebbe generare la dispersione di
schegge omnidirezionali che si
trasformerebbero in tanti piccoli e pericolosi
“proiettili”;
• va sempre tenuto a portata di mano un
estintore da usare in caso di incendio. Mai
bagnarli con acqua: alcuni fuochi, sia legali
che illegali, contengono alluminio,
quest’ultimo se a contatto con l’acqua
potrebbe andare in autocombustione
provocando lo scoppio non voluto
dell’artifizio. In caso di ustione è
consigliabile raffreddare la zona colpita
per limitare i danni alla pelle determinati
dall’aumento della temperatura;
• quando si trovano fuochi d’artificio che
funzionano male e perciò non bruciano,
non si deve mai cercare di riaccenderli ma
bisogna allontanarsi dalla zona e segnalare
la loro presenza alle forze di Polizia per la
loro corretta inertizzazione, mediante
l’intervento di personale specializzato;
• non cercare di accendere i fuochi trovati
per terra: taluni impiegano ore (sino a 12)
a bruciare il cartoncino pressato della
40
novembre - dicembre 2012
spoletta. Il movimento del corpo
nell’avvicinarsi ad un fuoco inesploso, a
causa del piccolo movimento di aria che
si crea, può alimentare la fiammella
provocando l’esplosione;
• non provare a recuperare la miscela
esplosiva od esplodente dai fuochi non
esplosi e non provare a costruire fuochi
d’artificio artigianali: delle semplici cause
esterne tipo la pressione, l’urto, lo
sfregamento ed il calore potrebbero
determinare un’esplosione non controllata,
con conseguenze anche gravi;
• è assolutamente vietato vendere e
acquistare in forma ambulante prodotti
realizzati clandestinamente. Costituisce
reato, che punisce sia il commerciante sia
l’acquirente;
• nei casi dubbi, prima di acquistare il
prodotto rivolgetevi ai Carabinieri
telefonando al 112.
Queste regole di comportamento sono da
divulgare soprattutto tra i più giovani.
Suggerisco di seguire i suddetti consigli
affinché possiate trascorrere delle giornate
di festa in serenità e sempre all’insegna
della sicurezza.
a cura di GENNARO TREZZA
HPV è una sigla che individua il virus Human Papilloma, ovvero
un papilloma virus che infetta l’uomo. L’agente virale colpevole
di molte infezioni colpisce più frequentemente alcune parti
del corpo come mani, ginocchia, piedi e faccia determinando
la comparsa delle verruche comuni; quando invece
interessa l’apparato genitale genera le verruche genitali,
conosciute anche come condilomi acuminati o in gergo
“creste di gallo”.
Attualmente si conoscono oltre 100 tipi di componenti della
famiglia di questo virus e tra questi una ventina possono colpire
il tratto genitale: regione anale, genitali esterni, grandi e piccole
labbra, vagina, collo dell’utero. Questa infezione se
trascurata può contribuire a lungo termine
all’insorgenza del tumore del collo dell’utero. È
opportuno subito evidenziare che comunque
contrarre il virus non significa necessariamente
sviluppare una patologia grave che conduce
al tumore. È necessario sottolineare che
devono verificarsi alcune condizioni
predisponenti che insieme possono
condurre alla malattia.Vale a dire
42
novembre - dicembre 2012
che l’infezione deve essere sostenuta dai
ceppi di virus ad alto rischio in soggetti
che non si sottopongono ai comuni
controlli ginecologici tra i quali un
particolare Pap-test:
l’esame citologico cervicovaginale in fase liquida
(Thin Preep).
Quelle pazienti che invece
intelligentemente si recano
ai controlli medici e nelle
quali il rilievo della
presenza della infezione
viene seguita
periodicamente con gli
appropriati esami di
colposcopia e citologia non hanno da
temere. Infatti è possibile praticare una
serie di terapie mini invasive che
consentono la guarigione e scongiurano la
evoluzione più drammatica della malattia.
L’infezione si trasmette nella maggioranza
dei casi per via sessuale, colpisce la fascia
di età compresa tra i 18-28 anni e si
trasmette appunto attraverso rapporti
sessuali non protetti con
preservativo.
Molti studi hanno
dimostrato che nelle
adolescenti che praticano
attività sessuale la
prevalenza dell’infezione
da virus HPV varia dal 44
al 90%. Il rischio di
contrarre infezione
aumenta con l’aumentare
del numero dei partner ed
è massima tra i 20 e i 35 anni. Il tasso
delle risoluzione spontanee è comunque
del 70-90% nell’arco di 12 e 30 mesi.
La persistenza della infezione, non
riconosciuta per l’assenza di controlli, è
novembre - dicembre 2012
43
la condizione indispensabile per
l’evoluzione verso lesioni precancerose
e poi verso il cancro del collo dell’utero
in un intervallo di tempo di 20-30 anni.
Per tale motivo la prevenzione di questa
malattia è basata su programmi di controlli
di massa che consentono di individuare
l’avvenuta infezione oltre che le eventuali
lesioni preneoplastiche per bloccarne la
loro evoluzione verso il carcinoma.
In Italia i dati dei registri dei tumori relativi
agli anni 1998-2000 evidenziano che ogni
anno vengono riconosciuti circa 3.500
nuovi casi di tumori del collo uterino.
In accordo con le raccomandazioni
internazionali, anche in
Italia si consiglia di
eseguire un Pap test
almeno ogni tre anni tra i
20 e 60 anni. Purtroppo,
anche se dal 2004 si è
riusciti ad informare dei
programmi di prevenzione
in media il 64% della
popolazione italiana, solo
il 38% ha risposto agli
inviti rivolti presentandosi
a controllo. Si rifletta
inoltre sul fatto che dire
che il 64% della popolazione è stata
raggiunta dagli inviti significa dire che ci
saranno zone d’Italia dove l’informazione
è stata globale e zone dove non è giunto
alcun messaggio.
Ma come può essere scovato il virus? È
possibile effettuare una determinazione
diretta dell’HPV (effettuando quel
particolare pap test denominato Thin
Preep) che consente di identificare e
stabilire se il responsabile della infezione
sia da ascrivere alla classe ad alto o a
basso rischio di lesione delle cellule.
Come si può evitare di infettarsi? Le donne
che iniziano l’attività sessuale possono
44
novembre - dicembre 2012
sapere, eseguendo un controllo
ginecologico ed un Thin Preep, se sono
state già infettate; se non hanno contratto
l’infezione devono utilizzare il preservativo
fin dall’inizio del rapporto sessuale almeno
fino a quando non conoscono bene il
partner, le sue abitudini sessuali e il suo
stato di salute nei confronti del virus. È
evidente che le precauzioni devono essere
reciproche nel senso che lo stesso rischio
di infezione/malattia lo corrono anche i
maschi che possono infettarsi dal partner
femminile ed esporsi al rischio del tumore
del pene. Pertanto, come avete capito, il
problema è sicuramente della coppia e
non del singolo.
Una nota importante
riguarda il programma di
vaccinazione che in Italia
è rivolto alle adolescenti
di età compresa tra 12 e
14 anni per proteggerle,
prima dell’inizio dei
rapporti sessuali, dalla
eventualità di una
infezione.
Il messaggio che intendo
trasmettere è quello di
affrontare con serenità i
controlli a cui bisogna sottoporsi
periodicamente con lo scopo di individuare
nelle fasi precoci eventuali segnali di
infezione che possono essere controllati
e curati senza paura di arrivare alla fase
di malattia conclamata. Ma anche in
presenza di lesioni visibili come le
verruche genitali (evidenti in uno o
entrambi i partenrs) senza allarmismi
bisogna consultare il ginecologo, che ha
a disposizione gli strumenti giusti
(colposcopia ed esame citologico) per
poter intervenire, scongiurare evoluzioni
drammatiche e consigliare al proprio
compagno una visita dall’urologo.
Dott.
Pierluigi Vergineo
psichiatra
“In risposta allo splendido
articolo del dott. Gennaro
Trezza sullo scorso numero di In Salute, sento
di esprimere un vivo apprezzamento per la
sensibilità mostrata dal collega al problema
delle mamme bambine.
In qualità di psichiatra dico subito che la
sessualità negli adolescenti è qualcosa di
misterioso ed estremamente sconvolgente. Non
sono rari i suicidi o le reazioni psicotiche
successive ad abusi sessuali. Lo stesso codice
penale considera “per presunzione” violenza
carnale qualsiasi attività sessuale prima dei
quattordici anni. La capacità naturale di
intendere e di volere per legge si acquista solo
dopo questa età. Il legislatore in effetti aveva
ben chiara l’idea che un adolescente non è in
grado di comprendere la valenza di un rapporto
sessuale. Non avendo una identità ed una
maturità sufficiente, essendo predisposto per
natura all’accoglienza di qualsiasi nuova
esperienza, l’adolescente può cedere alla
proposta indecente di avere un rapporto
completo. Tale esperienza però andando ad
incidere profondamente su quel nucleo caldo
che rappresenta l’anima della persona, può
alterare il normale processo evolutivo. In nessun
altro stadio della vita, la possibilità di perdere
il senso della propria esistenza e della propria
46
novembre - dicembre 2012
continuità storica è così forte. Non a caso Freud
in Eros e civiltà ribadisce con forza che la società
civile nasce solo quando vengono contenute le
pulsioni erotiche. Quando accade qualcosa che
non è conosciuta e non è interiorizzata, le
reazioni sono devastanti. Dice Umberto
Galimberti (psicanalista e professore di storia
della Filosofia all’Università di Venezia) “quando
un bambino incontra la sessualità non essendo
in grado di opporre alcun rifiuto, accade il
peggio”. Il peggio è appunto vivere ciò che non
si comprende, ciò che non ha un senso e non
è inserito in un progetto di vita e non appartiene
al proprio orizzonte di interessi.
Oltre alla vicenda fisica, si subisce quello che
non si è capaci di elaborare e quando succede
quello che non si riesce ad integrare nella propria
coscienza, la rabbia e l’angoscia prendono il
sopravvento. La gravidanza di un’adolescente
è insomma una violenza da qualsiasi punto la
si guardi. Una violenza che però non è
riconosciuta subito dalla vittima, che, a volte,
sedotta dall’idea di essere considerata adulta,
difende il carnefice. Solo in un secondo
momento, quando la maturità cerebrale consente
alle funzioni psichiche di valutare appieno
l’accaduto, le reazioni sono di risentimento,
rabbia e vergogna. Solo in età adulta emerge
il sentimento doloroso della colpa e della perduta
innocenza. A questo punto il senso di colpa,
l’angoscia e la paura possono stimolare anche
fantasie di morte, fughe regressive come
l’anoressia o condotte disadattive come la droga
e l’omosessualità. Una bambina abusata
sessualmente, costretta ad una maternità
incomprensibile, è psicologicamente ferita,
indifesa e disarmata di fronte alle prove della
vita. Nella mente di queste ragazze l’immagine
dell’uomo è quella di un orco in preda a pulsioni
incontenibili, che usa il loro corpo per appagare
desideri che non comprendono. Così il maschio
viene vissuto come una minaccia e il figlio come
un peso insopportabile. Il dramma maggiore
sarà per il neonato, che non riuscirà a ricevere
dalla madre quella carica di amore di cui ha
bisogno più di ogni altra cosa. Si tratta di bambini
mai nati veramente in quanto solo l’amore della
genitrice può farti diventare uomo. Come nel
mito di Achille e la madre Teti, che immergendolo
nello Stige lo rende invulnerabile. La ragazzina
di 14 anni che ha partorito all’ospedale Rummo
una coppia di gemelli deve essere sostenuta in
tutti i modi non per diventare una buona madre,
ma per ritornare ad essere bambina. Sono
invece gli adulti che dovranno garantire ai neonati
quelle attenzioni e amorevoli cure a cui hanno
diritto”.
Dott.
Roberto Perrotti
psicologo
“Alla domanda
riguardante l’impegno
civile e politico, rispondo che di questo non se
ne vede traccia. Ai dati presentati ne aggiungo
un altro. La vita, dunque la morte, hanno smarrito
in questo tempo il loro valore. Si nasce, si vive
e si muore accompagnati dalla distrazione. Si
ritiene che questo sia un fenomeno dell’attualità
che erroneamente è confusa con la modernità
o peggio con il concetto di crescita. Una grande
confusione, ovvero una grande distrazione”.
Dott.
Domenico Di Maria
otorinolaringoiatra
“Le emozioni che evoca
la lettura del dettagliato
articolo del collega Gennaro Trezza sono due
e contrastanti: interesse e sconcerto! È
purtroppo una realtà anche dei nostri territori e
non solo di adolescenti di altri Paesi, ma anche
delle nostre ragazzine! Non è retorica affermare
che sono fondamentali la famiglia, l’educazione
e l’informazione. Della adolescente di solito si
forma prima l’animo e la psiche; poi il corpo le
segue. Dobbiamo fare di più in famiglia, la
scuola e i mezzi di informazione devono fare
la loro parte. Mostrandosi disponibili al confronto,
a parlare di sessualità con le parole adatte ma
senza tabù, magari con incontri dedicati nelle
scuole, potrebbe permettere alle adolescenti di
raggiungere il traguardo donna evitando insidie.
Faccio i miei complimenti al collega Gennaro
Trezza per aver scritto su argomenti scomodi
ma che è necessario conoscere!
Di conseguenza bravo l’Editore!”.
novembre - dicembre 2012
47
a cura di MARCO ROSSI
Quando si vive un amore agonizzante,
separarsi sembra essere l’unica possibile
“via d’uscita”. Al contrario, se imparassimo
a leggere e capire i
segnali della crisi in
anticipo, forse la
rottura non
sarebbe
inevitabile e la
coppia potrebbe
ritrovare
l’entusiasmo e il
coinvolgimento
iniziali.
I segnali che
spesso
48
novembre - dicembre 2012
indicano che la storia è finita sono: il calo
della passione, la mancanza d’intimità e
l’assenza di un progetto di vita comune
e condiviso.
La passione riguarda la sfera della
sessualità, che significa molto più di “sesso”,
in quanto comprende anche l’affettività
intesa come il complesso dei sentimenti e
delle emozioni dei membri della coppia.
L’intimità si riferisce ai sentimenti di
confidenza, unione e di affinità che creano
un’esperienza di calore e complicità. Se in
una coppia manca questa componente
significa che i due partners si stanno sempre
più allontanando, poiché inizia a subentrare
l’intolleranza, l’incapacità di stare “vicini”.
Quando la vicinanza fisica del partner inizia
a dare fastidio, quando il suo “odore” non
ci inebria ma ci disgusta, significa che la
relazione è in crisi.
La decisione/impegno prevede la
progettualità basata sull’impegno reciproco;
se in una coppia manca la voglia di
comunicare e di confrontarsi si passa
all’indifferenza e all’agonia della coppia.
Un altro forte segnale che deve far riflettere
i partners è la mancanza di rispetto e la
perdita di fiducia; le manifestazione di gelosia
violenta non devono essere interpretate come
manifestazioni di amore e passione, ma
come volontà di limitare la libertà del partner.
La violenza non solo fisica, ma anche
psicologica, è un pericoloso segnale di “non
rispetto”, che va colto immediatamente ed a
cui bisogna subito porre fine.
In una coppia non si deve essere
necessariamente “uguali” per andare
d’accordo, l’importante è che la diversità
sia motivo di confronto e non di scontro.
Quando invece si diviene “naturalmente”
incompatibili e quando i piccoli difetti che
prima trovavamo “adorabili” diventano
terribilmente fastidiosi, allora è il momento
di chiedersi se forse non è il caso di “curare”
il nostro rapporto, da una malattia che
lentamente porterà alla morte della serenità
e dell’armonia di coppia.
Impariamo prima di tutto a non dare MAI
il partner per scontato, impariamo che
sorprendere il partner e noi stessi con piccoli
gesti quotidiani, giocare all’intrigante gioco
della seduzione possono essere un piccolo
ma valido “aiuto” per una coppia che vacilla,
magari proprio a causa dell’abitudine.
Quando la quotidianità e la routine diventano
le vere protagoniste del rapporto a scapito
della seduzione, del corteggiamento e del
mistero, allora la crisi è inevitabile.
Spetta solo a noi reinventare noi stessi e la
nostra coppia giorno dopo giorno, e
soprattutto bisogna capire che il
cambiamento è una normale evoluzione
della coppia ed è un’occasione che va
cercata e non evitata. Impariamo quindi a
leggere i segnali della crisi, per non arrivare
impreparati all’esame più importante: quello
che promuove a pieni voti la felicità della
nostra coppia!
novembre - dicembre 2012
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a cura di ROBERTO PERROTTI
La resilienza, cioè la capacità di subire
terribili rovesci senza lasciarsi travolgere
dagli eventi, è la premessa per affrontare
psicologicamente i danni del Morbo di
Alzheimer.
La demenza di Alzheimer, che incute
timore al nominarla, getta nell’oblio il
sofferente e nella disperazione i suoi
familiari. È questo il motivo per cui un
gruppo di operatori volontari, da anni
impegnati, organizza con i familiari dei
pazienti, una sorta di “ comunità
curante”.
Il metodo, che vuole restituire senso alla
sofferenza e nuova energia al gruppo,
è presentato nel libro, “Intime erranze,
il familiare curante”, della psicologa
Luciana Quaia.
In gran sintesi, il lavoro stila una mappa
all’interno della quale sono segnalati i
momenti decisivi vissuti dalla famiglia,
dalla comunicazione della diagnosi
fino all’attuale accudimento.
Gli elementi centrali del processo sono
tre: il tutor di resilienza, il gruppo di
reciproco aiuto e la scrittura
autobiografica.
La prassi
novembre - dicembre 2012
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autobiografica diverrà strumento
terapeutico, consentendo ai familiari di
recuperare il proprio passato,
promuovendo la cura di sé e uno spazio
di tregua nel presente.
Le parole saranno orme da seguire per
recuperare ricordi e identità.
C’è di più: il progetto, promosso dal
Centro Donatori del Tempo, idealmente
s’ispira all’analisi mitologica del “viaggio
dell’eroe”, descritta da Joseph
Campbell. Il noto studioso americano,
nel suo lavoro “L’eroe dai mille volti”,
presentò un possibile cammino
dell’essere umano, distinto in tappe
specifiche. Il “viaggio dell’eroe”
consisterebbe, allora, nel superare i
crescenti stadi e accedere al
cambiamento e alla trasformazione.
Le teorizzazioni di Campbell sono
riformulate dal Centro per offrire alla
famiglia del paziente nuovi strumenti
per reggere i colpi destabilizzanti della
demenza.
di PASQUALE GRIMALDI
La riforma Balduzzi è sostanzialmente
ispirata da nuove esigenze assistenziali,
legate soprattutto all’invecchiamento
della popolazione e all’aumento delle
patologie croniche.
Tale nuovo scenario ha, di conseguenza,
determinato la necessità di costruire
nuovi efficaci modelli di intercetto del
bisogno di salute dei cittadini da parte
della rete territoriale di cure primarie con
il fine di ridurre l’accesso improprio verso
le cure ospedaliere non solo più onerose,
ma non appropriate verso le esigenze
assistenziali del malato cronico.
Questo nuovo modello di rete di cure
54
novembre - dicembre 2012
primarie risponde al requisito
fondamentale per la tenutoa del Servizio
Sanitario Nazionale: la sostenibilità
economica.
In realtà, le novità contenute nel testo
del decreto sono state già anticipate
nel testo dell’Accordo collettivo dei
Medici di Medicina Generale (Contratto
collettivo di categoria dei Medici
Convenzionati di Medicina Generale)
siglato il 30/07/2010; la medicina
Generale Italiana di fatto, anche in
assenza di finanziamenti significativi,
ha sostenuto da oltre dieci anni la
modernizzazione dell’organizzazione
delle cure primarie raggiungendo livelli
di informatizzazione praticamente al
100% della categoria.
Ciò ha contribuito negli ultimi anni ad
un notevole risparmio in tema di
prescrizioni farmaceutiche, in quanto la
raccolta dati informatizzata ha stimolato
i Medici di Medicina Generale ad un
progressivo miglioramento dell’uso delle
risorse.
I nuovi modelli organizzativi della
medicina generale non turberanno il
rapporto fiduciario con il proprio Medico
di Famiglia, ma, al contrario, integrando
gli studi dei Medici di Medicina Generale,
diventeranno per i cittadini il riferimento
privilegiato delle cure primarie
estendendo la fiducia dal proprio medico
di famiglia alla medicina di famiglia nel
suo nuovo sistema organizzato.
I Medici di Famiglia Italiani sono già
pronti a questa sfida e hanno già
percepito la necessità di integrarsi tra
loro per migliorare l’efficacia delle cure
primarie.
Difatti, già la grande maggioranza tra
loro (oltre il 60%) opera in forme
Associative di Medicina di Gruppo ed in
Rete.
Per quel che concerne l’H 24 (assistenza
continuata nell’arco dell’intera giornata),
in realtà va ricordato a tutti i cittadini che
le cure primarie attualmente già svolgono
tale funzione nelle 24 ore, in quanto l’h12
notturna è assicurata dal servizio di
Continuità Assistenziale, mentre il
Medico di Assistenza primaria (cioè il
Medico di famiglia che ha scelte in carico)
organizza autonomamente l’intercetto
in studio e con le visite domiciliari nelle
h 12 giornaliere.
Risulta ovvio che l’attuale modello
organizzativo, che non prevede
l’integrazione dei Medici di Assistenza
primaria, determina la mancata copertura
di fasce orarie, non per incapacità dei
Medici stessi ma per la mancanza di
integrazione degli stessi oltre che con
quelli di Continuità Assistenziale (ex
Guardia Medica).
Di conseguenza, il modello attuale
determina sovente la disaffezione del
cittadino verso il Servizio di continuità
assistenziale, quest’ultima sfavorita
dall’assenza di rapporto fiduciario con i
cittadini.
Immaginiamo per un momento un
territorio dove più medici di famiglia di
una stessa area territoriale (comune ,
distretto ecc..), operanti ognuno nel
proprio studio, continuino per le 12 ore
giornaliere integrandosi tra loro ed
eleggendo una sede confacente ad un
determinato ambito di utenza, con
funzione di primo filtro e di luogo “visibile”
ai cittadini, facilmente accessibile, che
viene ad integrarsi, per quella stessa
popolazione di utenti, con i Medici della
Continuità Assistenziale, condividendone
obiettivi, modelli professionali, rete
informatica con accesso alle cartelle
cliniche, costruendo un modello fiduciario
esteso a quel territorio: ed ecco che
avremo l’H24.
Un modello sicuramente sostenibile e
poco invogliato allo spreco, l’augurio e
che le politiche regionali ed in molte
realtà il processo di deospedalizzazione
è già iniziato, colgano il momento
soprattutto per la maggiore sensibilità
verso l’utilizzo dei sistemi
economicamente più vantaggiosi, per
continuare ad offrire ai cittadini un
servizio sanitario equo, solidale e
universale come da i principi ispiratori
della Costituzione Italiana.
novembre - dicembre 2012
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Nuovi punti messi a segno nella lotta
contro i carcinomi: se ne è parlato
nell’ultimo corso di aggiornamento ECM
organizzato dal Presidio Ospedaliero
Moscati di Aversa e realizzato, tra gli
altri, anche grazie al contributo
dell’IRCCS Neuromed, da sempre
impegnato nella ricerca scientifica.
Responsabile del workshop, il dott.
Enrico Barbato, Direttore dell’U.O. di
Oncologia del nosocomio aversano,
che ha attratto specialisti, in veste di
partecipanti e relatori, da tutta la
Campania e non solo. Uno spazio
56
novembre - dicembre 2012
particolare è stato dedicato alla
comunicazione e all’umanizzazione
delle cure rivolte ai pazienti oncologici,
intese come supporto ai percorsi curativi
che, anche attraverso la comunicazione,
diventano sempre più idonei alle
specifiche esigenze di ciascun paziente.
Nel corso del convegno è stato fatto il
punto sui progressi della ricerca.
Rispetto al carcinoma mammario, in
particolare, grandi speranze vengono
da quanto rivelato dal prof. S. De Placido
che ha asserito che “il carcinoma
mammario è un grosso modello di
ricerca in oncologia e i risultati raggiunti
in questo campo sono stati spesso
allargati ad altri ambiti.
Non solo, meno di una settimana fa il
primo coniugato (fusione di un anticorpo
monoclonale con una chemioterapia
legata all’anticorpo) ha funzionato in
oncologia.
Questo coniugato diventa, in questo
modo, una sorta di pallottola che
colpisce esclusivamente la cellula
neoplastica rilasciando la chemioterapia.
Questo porta grosse speranze per la
cura del tumore mammario; oggi il tasso
di sopravvivenza di una donna affetta
da questo cancro è del 90% rispetto ad
una donna sana, con ottime speranze
di sopravvivenza e moltissimi casi
guariti”. Risultati incoraggianti sono
emersi anche rispetto al carcinoma
renale, come ha specificato il prof. F.
Uricchio sostenendo che “le speranze
sono legate specie al trattamento
combinato tra chirurgia e farmaci
oncologici.
L’unione può far sì che il paziente affetto
da carcinoma renale veda un
prolungamento delle aspettative di vita
novembre - dicembre 2012
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e un miglioramento della qualità di vita,
rispetto al passato.
Al momento la ricerca va avanti e non
si ferma con l’avvento di nuovi farmaci
biologici che tendono a prevenire la
ricrescita del cancro e che ne bloccano,
e in alcuni casi fanno regredire, le
metastasi”.
In questo contesto ricco di buone notizie,
si è inserito l’intervento della dott.ssa
P. Sannino, Medico Nucleare
dell’IRCCS Neuromed, che ha
presentato una relazione sul ruolo della
PET/TC nel carcinoma mammario e
renale.
Con il supporto della presentazione di
diversi casi clinici trattati nell’Istituto
Neurologico Mediterraneo, sono stati
illustrati i vantaggi derivanti dall’utilizzo
di radiofarmaci quali l’18F-FDG, e il 18F
-NAF per la valutazione delle metastasi
ossee, la 18F-COLINA per la
rivalutazione del carcinoma prostatico
e la 18F-DOPA per lo studio delle
recidive di tumori cerebrali e dei tumori
neuroendocrini.
Un contributo particolarmente
interessante, specie alla luce del fatto
che questi radiofarmaci, di nuova
concezione, sono utilizzati solo da pochi
Istituti in tutta Italia, confermando ancora
una volta l’avanguardia e l’alta
specializzazione della diagnostica
dell’IRCCS Neuromed.
Il workshop di aggiornamento, alla
stregua degli altri momenti formativi
dedicati alle professioni sanitarie, è stato
particolarmente importante anche
perché, come ha sottolineato il prof. G.
Pasilio, “consente il ‘passaggio di
consegne’ e di know-how tra la vecchia
generazione e i giovani specialisti, a
tutto vantaggio dei pazienti”.
fonte: ufficio stampa
NUMERI UTILI
DIPARTIMENTO SALUTE MENTALE
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0824 308645
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ASL BN 1
ASL BN1 Via Oderisio, 1
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0824 308300
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Centralino 0823 710111
fax 0823 717611
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0824 355301
Distretto Benevento 2
Via Patrizia Mascellaro
0824 308375
Distretto Montesarchio
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Distretto Morcone
Via Roma
0824 955500
Distretto Telese Terme
Via A. Moro
0824 943237
Distretto San Bartolomeo in Galdo
Via Torre
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Viale Principe di Napoli, 14/A - Benevento
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Segreteria Direzione Generale 0824 57529
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Radiologia (prenotazione esami) 0824 57247
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Fax Direzione Generale
0824 312439
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Centro Trasfusionale (Segr. Don.) 0824 57328
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novembre - dicembre 2012
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Radiologia
0824 771461
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Segreteria Direzione Sanitaria 0824 771299
Ufficio Ricoveri e CUP
0824 771457
Prenotazioni telefoniche
per Prestazioni Ambulatoriali
(ore 9/14)
0824 771456
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0824 354111
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Direzione amministrativa 0823 954155
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Contrada Bagni Vecchi - Telese Terme (BN)
0824 909911
Via Bixio - Campoli del MT
0824 883111
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CONTE Via Croce Rossa
DEL GROSSO Via Perasso
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0824 61931
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