Diario di Viaggio in Mongolia

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Diario di Viaggio in Mongolia
Diario di viaggio in Mongolia
Tra monti e deserto attraverso una steppa senza confini
Premessa
“Perché andare in Mongolia” mi chiedevano gli amici, “dove non
c’è nulla, solo una terra circondata da monti e deserto, abitata
da un popolo di nomadi che porta gli stessi abiti degli uomini di
Gengis Khan, che cavalca ancora nelle steppe?”
“Ebbene, proprio per questo voglio vederla” rispondevo “mi
affascina questo popolo che più volte mosse irruento e
terribile per invadere le terre fertili e ricche dell’Asia e
dell’Europa, mi affascina sempre tutto ciò che è diverso,
particolare ed unico, mi affascina l’immagine di una steppa
senza confini”… per cui eccomi proiettata viaggiatrice nel
vasto orizzonte della terra mongola.
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Tra monti e deserto attraverso una steppa senza confini
Devo dire che la mia avventura
mongola ha inizio con un viaggio
aereo molto particolare: da
Hohhot, capitale della Mongolia
interna che appartiene ancora
alla Cina, mi sono imbarcata,
con un volo locale per Ulan
Bator, nella vera e propria
Mongolia.
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Ebbene ho vissuto un’esperienza che a
raccontarla ora appare avvolta nella
comicità più pura: toilette inesistenti,
senza acqua, sedili pieghevoli ed in
continuo movimento.
Sembrava di essere su una sedia a
dondolo, avvertivo mancanza di giusta
aerazione.
Assenza di bagagliaio, per cui sacche e
valigie erano state ammucchiate nelle
due file anteriori e durante il decollo
hanno rischiato spesso di franare dalle
loro posizioni… eppure, nonostante un po’
di timore iniziale, ho viaggiato in modo
superlativo, completamente distesa in
quanto il sedile vuoto, davanti a me, si
piegava creando un comodo poggiapiedi.
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Nella mia posizione di relax, tra un
leggero dormiveglia e l’altro, mi sono
anche persa ad osservare le nuvole,
quella massa quasi compatta, nella
quale il piccolo aereo penetrava con
continui sballottamenti, per i vuoti
d’aria…
... erano affascinanti, bianche,
sembravano lattiginose masse di
zucchero filato.
Alcune si muovevano, spinte dal
vento, altre immobili invitavano quasi
a buttarcisi dentro come in un
soffice piumone.
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Dopo quasi tre ore ecco il primo paesaggio dall’alto, della selvaggia Mongolia
l’arido altopiano, e finalmente la discesa ad Ulan Bator, una città moderna di
alte case, sprofondata in una conca verdeggiante, coronata da uno stupendo
anfiteatro di montagne.
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Ulan Bator, il cui nome significa letteralmente “eroe rosso”, in onore di
Sukhbaatar, l’eroe della Rivoluzione, è l’orgoglio dei Mongoli per le sue
moderne costruzioni, a mio parere molto anonime,
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...che sono in netto contrasto con le caratteristiche abitazioni mongole, le
Yurte o Ger che pullulano nella zona periferica, e con la vita nomade e
primitiva delle sue genti.
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Devo dire che questo duplice
aspetto di vecchio e nuovo pare
confondersi con lo stesso
stridente contrasto, per tutta la
Mongolia, dove accanto a villaggi
dalle grandi, rotonde,
caratteristiche tende, sorgono le
nuove città di cemento, grigie, di
sapore occidentale.
Con alcuni amici del piccolo
gruppo avventuroso con cui ho
affrontato questo viaggio, sono
andata subito in perlustrazione
della città e sono salita al
Belvedere, che come dice la
parola, è una postazione
sopraelevata, con un grande,
classico obelisco al Soldato
Ignoto, un posto come tanti, ma
che dava la possibilità di una bella
vista panoramica globale.
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Da un lato vedevo l’immerso pianoro con una serie di fabbriche, le cui
ciminiere sputavano nuvolaglie di fumo nero e spandevano smog a tutto spiano
intorno… dall’altra parte invece si stagliava l’arco delle verdi montagne che
scendevano degradando fino al fiume Tola che serpeggiava tra casette e
tendopoli bianche, che molto più pittoresche, risplendevano sotto i caldi
raggi del sole.
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Scesa poi in città, nella piazza centrale di Sukhbaatar, dove al centro
spiccava imponente la statua dell’eroe nazionale Damdin Sukhbataar, eroe
della rivoluzione mongola del 1921…
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..mi sono persa ad osservare la
gente intorno a me: persone
dalla pelle scura, dal viso
rotondo, un po’ schiacciato,
abbigliata secondo i costumi
tradizionali, con un
atteggiamento un po’ grezzo
e primitivo di guardare.. che
nascondeva una certa
curiosità.
Il loro aspetto, nell’insieme,
non era di certo bello, e per
di più mi è parso privo di
quell’antica fierezza di cui
parlano tanto le storie del
passato… ma forse qui in città
i discendenti di Gengis Khan
si sono molto ammorbiditi!
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Il giorno dopo siamo andati a visitare il Monastero di Gandan, letteralmente
“Il luogo immenso della gioia completa”, l’edificio religioso più importante in
città, in cui si respira lo spirito Buddhista-Lamaista.
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Nel corso delle purghe
staliniste questo tempio fu
risparmiato perché veniva
utilizzato dai comunisti
come “attrattiva turistica
per affascinare i visitatori
stranieri”.
Mi hanno detto che, qui in
Mongolia, è molto forte e
profondo il sentimento
religioso, tanto è vero che,
in ogni tenda, si trova un
altarino con dei lumi
attorno, e prima di
mangiare il Mongolo offre,
in un piccolo recipiente, del
cibo alla divinità, ponendolo
ai suoi piedi.
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Visitando il tempio di Gandan, oltre alle splendide decorazioni in oro e pietre
preziose al suo interno, e le statue all'esterno...
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...mi hanno colpito parecchie scene
di devozione, per esempio, di
fronte al tempio, in un cortile
centrale, era in funzione un
incensiere di bronzo da
cui usciva costantemente fumo
profumato, e la gente, a turno, vi
passava davanti, inseriva la mano
nei buchi, perché fosse benedetta,
oppure offriva al fumo sacro
oggetti personali girandoli e
rigirandoli affinché si
impregnassero di quella sacralità
fumogena…
...devo confessare che anch’io ho
seguito l’esempio dei fedeli, perché
una benedizione in più, ovunque
venga, non fa mai male!
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Il complesso templare di Gandan ha infatti una serie di templi e
tempietti molto graziosi e, come ho accennato prima, è a indirizzo
Buddhista-Lamaista (la cosiddetta Lamaserie) e per di più è anche
molto considerato perché ospita i figli cadetti delle ricche famiglie
mongole, dicono che siano circa 150 avviati alla vita monastica,
decisi a riportare la vita del tempio all’antico splendore recitando le
loro preghiere e celebrando numerose funzioni religiose.
Ancora vivi, in questo ed in altri monasteri dello stesso indirizzo, si
avvertono elementi dell’antico sciamanismo tanto che in molte zone,
ci hanno detto, Lama e Sciamani sono tenuti in eguale
considerazione, dato che entrambi fanno riti propiziatori, si
collegano con l’aldilà, traggono profezie servendosi di formule e
preghiere tratte dai libri di magia Buddhista.
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Usciti dal complesso religioso siamo andati a visitare il Palazzo d’Inverno che
dal 1893 al 1903 ospitò, per ben 20 anni, Bogd Khan,l’ultimo re del paese,
ultimo Lama reincarnato, (il Buddha vivente), che essendo anche capo
religioso, veniva spesso in questo luogo, a pregare accompagnato dalla
consorte tibetana, Sharaw Dondogdulam.
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Il palazzo è l’unico rimasto, dopo il saccheggio dei comunisti, delle sue
numerose dimore , ora è diventato un museo interessante.. perché ci ha dato
modo di scoprire tutto il lusso e lo sfarzo smodato di cui questo re,
imperatore della Mongolia, nonostante fosse anche Lama, era circondato, in
contrasto con lo spirito religioso della sua religione.
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Anche per questo mi è sembrata molto appropriata un’affermazione, un po’
ironica che ho letto nelle raccolte del museo, pronunciata da un suo suddito,
un uomo del popolo: “In quei giorni, noi Mongoli vestivamo di stracci e non
avevamo nulla da mangiare, ma la seta preziosa per avvolgere i libri, i religiosi
l’hanno sempre trovata!”.
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Nel pomeriggio, dopo un frugale pranzo mongolo abbiamo fatto una bellissima
escursione attraverso il Parco Nazionale di Manzshir ed ho finalmente
cominciato ad entrare nel vivo del paesaggio di questa nazione..
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..prati incolti che si estendevano a vista d’occhio, immense distese di verde
disseminate qua e là da massi e Ovoos (mucchi di pietre lasciate come dono
votivo agli dei), tutta una natura sconfinata, tappezzata da qualche yurta
solitaria o da gruppi di yurte bianche con attorno un po’ di vita.
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Era bello vedere uomini che strigliavano il proprio cavallo, donne attorno al
fuoco circondate da saltellanti ragazzini, e ancora greggi di pecore, mandrie
di mucche tenute a bada da mongoli a cavallo…
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...tutta l’atmosfera mi è apparsa quasi da Far West, ma molto più selvaggia,
più vera, tanto che quando noi viaggiatori stranieri abbiamo cercato di
avvicinarci alle tende siamo stati con decisione allontanati con lunghe
espressioni verbali, che per fortuna non abbiamo capito!
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Il percorso attraverso la piana di Manzshir era ricoperto di foreste di Larici
che si alternavano a praterie in cui vivevano numerosi animali selvatici per cui
era piacevole fare simpatici incontri, per esempio con le marmotte che
abbiamo visto correre nell’erba e poi nascondersi furtive alla nostra vista.
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Devo dire che non sapevamo se guardare tra i cespugli o
alzare gli occhi al cielo dove corvi e falchi volteggiavano
sopra il nostro capo, controllandoci a distanza.
Camminando immersa nel paesaggio, mi sono sentita parte
integrante di esso.. il sole splendeva e scompariva spesso tra
le nuvole, ma quando usciva, il suo calore trasmetteva vitalità
a tutta la natura che acquistava delle colorazioni impossibili
a copiare anche per il più bravo acquerellista.
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Sono così arrivata, non senza un poco di fiatone, al luogo dove, un tempo,
sorgeva l’antico monastero di Manzshir, distrutto dai Mongoli comunisti.
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Ora mi apparivano davanti agli occhi solo le desolate rovine, ma un piccolo
museo di storia naturale, con qualche statua anche di divinità , era stato
costruito accanto, da uno storico tedesco di cui non ricordo il nome.
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Qui al suo interno riviveva
un passato ormai legato
solo alla memoria..
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Mentre intorno a noi aleggiava un’atmosfera di pace e serenità, respirando
quell’aria pura e benefica anche allo spirito, abbiamo ripreso il percorso
attraverso il viottolo sassoso ed abbiamo fatto ritorno in città. Il giorno dopo
sarebbe iniziato il vero viaggio attraverso la Mongolia.
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Partiti di buon mattino, attraverso un percorso accidentato, sassoso, con
pochi sparuti ciuffi d’erba sparsi qua e là, siamo arrivati alle dune di sabbia.
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Già in lontananza, simili a
naufraghi che vedevano
finalmente la terra, abbiamo
cominciato ad intravedere
quelle gialle colline nel
deserto di Gobi (che per lo
più è sassoso) che si
stagliavano nette tra il
piattume della landa
desolata.
“Eccole, eccole!” ci siamo
messi tutti a gridare
come bambini felici e
finalmente abbiamo toccato
la sabbia del deserto.. siamo
poi saliti arrancando e
dall’alto di una duna abbiamo
gustato la distesa
dell’orizzonte.
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Il deserto di Gobi ci ha allietato con un sole favoloso che rendeva dorate
tutte le gialle collinette intorno.
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Ci siamo anche seduti
nella sabbia, abbiamo
scherzato con i
mandriani che volevano
portarci a fare un giro
intorno, ci siamo
rotolati in quel mare
giallo, assaporando la
discesa a ruota libera.
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Ma lo spettacolo per quel giorno
non era finito, più tardi, risaliti
in jeep, sobbalzando e
riempiendoci di lividi, dato il
viottolo accidentato, abbiamo
percorso tratti di deserto,
abbiamo costeggiato
accampamenti di ger e poi,
finalmente, siamo arrivati alla
Valle dello Yol, o meglio
chiamata la “valle delle aquile”.
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Qui, lasciate le auto, abbiamo di nuovo sfruttato le nostre
gambe in un percorso a piedi, all’interno del Canyon che mi è
apparso un vero santuario naturale tanto era ricco di flora e
fauna.
Eravamo circondati da masse di fiori colorati, azzurri e bianchi,
che contrastavano ad effetto con il severo grigio delle rocce
circostanti. Inoltre topolini, scoiattoli, marmotte sbucavano
furtive dai buchi del terreno, ci guardavano con curiosità e poi
scappavano impaurite.
Il terreno della stretta gola era impervio, ed è stato anche
difficile superare il piccolo ruscello che ostruiva il sentiero.
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Ogni tanto incontravamo alcuni
mongoli, tutti cordiali e
sorridenti, qualcuno addirittura,
con un’affettuosità spontanea,
si fermava per offrirci i suoi
prodotti, latte e formaggio di
cammella.
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Arrivati allo sbocco finale della valle, ci siamo trovati di fronte uno spettacolo
superlativo: il crepaccio si apriva in una verde vallata illuminata dal sole!
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Devo dire che il tragitto al
ritorno è stato molto faticoso, io
ero distrutta e alla stanchezza, si
aggiungeva poi l’emozione di
dormire in una yurta o ger come
la chiamano i locali… prima di
coricarmi mi sono attardata sulla
porta della tenda a guardare quel
cielo stellato così vivo e luminoso
che pareva darmi il saluto
benevolo della buona notte.
Le stelle erano incredibilmente
numerose e la via lattea
nettissima e vicina.
Ho avvertito, come spesse volte
mi succede in queste grandi
estensioni il senso dell’infinito e
la nostra relativa piccolezza e
fragilità.. poi la stanchezza ha
avuto la meglio sui pensieri
filosofici e sono entrata in tenda
dove il silenzio della notte ha
accompagnato il mio sonno.
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In questa Mongolia selvaggia la
disorganizzazione può avere a
volte anche effetti positivi.
Dovevamo partire questa mattina
per Karakorum.. impossibile!
Le strade erano interrotte da
frane, tutto rimandato alla sera,
probabilmente in aereo… per cui
abbiamo guadagnato una proficua
giornata per conoscere i mongoli
locali che vivevano nelle ger vicine
alla nostra e per andare a vedere
la valle dove sono state trovate
delle ossa di Dinosauro.
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Abbiamo percorso in jeep ben 70 km , prima di arrivare a Bayanzog, ma lo
spettacolo che abbiamo trovato ci ha compensato di tutto lo sballottamento
del viaggio, con i soliti relativi lividi sulle braccia e sul fondo schiena, tatuaggi
temporanei che resteranno a ricordo di questo viaggio!
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In un avvallamento dove spiccavano rupi quasi fiammeggianti a causa della
colorazione della roccia, mi sono guardata intorno ed ho fatto un passo
indietro nel passato, quando tutto quel terreno era fertile, animato, abitato
da centinaia di Dinosauri.
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Ora mi trovavo di fronte solo ad alcuni sassi particolari, ma ero talmente
compenetrata nella mia immagine fantastica che proprio ogni sasso mi pareva
avesse la forma di un osso di Brontosauro.. e forse lo era realmente?!?
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Ogni tanto ripidi crepacci o fenditure che parevano grotte movimentavano la
nostra immaginazione già abbastanza fervida e ci aspettavamo la comparsa di
qualche mostruoso animale… ma non siamo stati tanto fortunati, gli unici
abitanti del luogo erano solo le lucertole e qualche coniglio selvatico…
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Mi sono stesa al sole a godere di quel silenzio infinito e mi sono
sentita piacevolmente lontana dal mondo, dai pensieri quotidiani..
ho svuotato la mente per essere natura, nella natura…
Al di là delle emozioni devo dire che il paesaggio mongolo non è
dei più vari: la sua forma predominante è infatti, la pianura
ondulata sulla quale si elevano le catene e gli scoscesi ed erti
massicci montuosi, le tonde montagne e le colline erbose.. e poi c’è
il deserto che occupa il centro della regione e si prolunga verso
ovest.. comprende plaghe sabbiose su cui sorgono come isolotti
masse rocciose che danno vita anche a canyon e vallate… quindi
prateria e steppa in un clima secco e arido è l’habitat più comune
della maggior parte del territorio!
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Tornati nella nostra Ger, dopo
un luculliano pranzo (si fa per
dire!) in un gruppetto siamo
andate a visitare le tende dei
nomadi che circondavano le
nostre, con la speranza,
questa volta di non essere
cacciate.
Ci siamo avvicinate con
discrezione e finalmente due
donne sono uscite e
gentilmente ci hanno invitato
ad entrare..
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...offrendoci poi come benvenuto latte acido e formaggio.. che abbiamo fatto
finta di portare alle labbra.
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L’incontro, anche se non ci capivamo e cercavamodi comunicare a gesti, è
stato molto piacevole e ci ha dato la possibilità di ricrederci sulla loro
ospitalità, veramente unica.. tanto che quando ci siamo lasciati ci siamo
abbracciati, salutati come grandi amici.
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Ritornata al campo è iniziata l’attesa dell’aereo che non si
vedeva, rilassate al sole, aspettavamo senza alcuna ansia di
partire godendoci anche i biscotti salati che ci venivano
offerti per ingannare il tempo… alla fine l’aereo è arrivato ci
ha velocemente trasbordato nella capitale dove il mattino
dopo, un altro aereo (qui i servizi sono molto aleatori) ci
avrebbe condotto nella mitica Karakorum, l’antica capitale
mongola del XIII secolo!
Ma come era prevedibile, il mattino dopo, la nostra partenza
sembrava sempre più difficoltosa: un aereo qualsiasi, anche se
malandato, non c’era e la nostra alzataccia non aveva fruttato
nessuna priorità d’imbarco, per cui si dovevano cercare altre
soluzioni alternative.
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Jeep? Pulmino?... alla fine, per fortuna ci è venuto in soccorso un grande
elicottero! Devo dire che in un primo momento, mi sono sentita assalire da
un’ondata di panico: non avevo mai volato, per lunghi tragitti, su un elicottero
di quelle dimensioni e mi sentivo combattuta tra il piacere e l’emozione di una
situazione nuova e la paura di fare una fine poco gloriosa.
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Invece è risultato un viaggio bellissimo, calmo, rasserenante,
senza scossoni particolari. Dai finestrini, volando basso, potevo
vedere ai miei piedi la distesa desertica del territorio mongolo..
insieme all’ombra nera del nostro elicottero.
Per due ore abbiamo sorvolato la steppa e poi siamo scesi sul
bucolico, ondulato altopiano della valle di Karakorum, con le sue
dolci e verdeggianti colline che non ci facevano certo
rimpiangere il sassoso e arido Deserto di Gobi.
Ovviamente intorno a noi non vedevamo anima viva e il paesaggio
si perdeva quasi disabitato fino all’orizzonte.
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Scesi dall’elicottero, abbiamo preso possesso di una nuova Ger, vi abbiamo
depositato l’esiguo bagaglio e poi via, in perlustrazione costante di quella
zona che già ci stava affascinando.
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Su una jeep guidata da un avventuroso autista, abbiamo
iniziato a percorrere tragitti poco battuti, abbiamo
attraversato campi incolti, prati, guadato qualche ruscello e
più il terreno era insolito, più
il nostro driver amava
avventurarsi e devo confessare che ci stava veramente
deliziando.
In quel paesaggio così vasto vedevamo, ogni tanto, comparire
all’orizzonte, qualche cavaliere solitario che dall’alto di una
collina, ci guardava, oppure un gruppo di avventurosi mongoli
che galoppavano all’inseguimento del loro bestiame, su cavalli
rossicci dalla lunga criniera che ondeggiava al vento.
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Queste immagini, vive ancor oggi nella memoria, emanavano
un senso di forza, di virilità, di libertà totale tanto che
questi cavalieri, avvolti nei loro tradizionali costumi, erano
belli, fieri nella loro evidente mascolinità.
Questa valle mi è apparsa anche un paradiso per gli animali:
oltre ai cavalli, abbondavano pecore, capre, mucche
pezzate e soprattutto yak; inoltre alzando lo sguardo al
cielo vedevo volteggiare una varietà di uccelli che non
conoscevo, da quelli piccoli e deliziosi a quelli rapaci, come
aquile e falchi.
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Siamo così arrivati tra un “oh!” e un altro “ah!” a Karakorum, l’antica capitale
edificata nel 1220 da Gengis Khan.. di cui è rimasto ben poco.
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La sua storia è molto travagliata in quanto dopo essere stata abbandonata
dal re Mongolo per la più ricca Pechino.. venne più volte distrutta.
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Oggi di tutto il passato splendore resta solo lo splendido Monastero di
Erdene Zuu o meglio dei “cento tesori” il primo centro Lamaista in Mongolia.
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Come successe a Karakorum il Monastero fu prima abbandonato poi
saccheggiato da più parti, dagli invasori mancesi e poi dai criminali stalinisti
che uccisero anche un numero imprecisato di monaci che vi si erano rifugiati.
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Il monastero rimase chiuso fino al 1965, anno in cui venne
riaperto con funzione esclusivamente di museo.. solo dopo la
caduta del comunismo il Monastero riprese tutte le sue funzioni
e attività religiose.
Questo complesso monastico mi è piaciuto molto, anche perché
mi sembravano ben visibili quelli che erano stati gli antichi
splendori: il perimetro a pianta quadrata regolare era rimasto
quasi intatto e spiccavano visibili i ben 108 Stupa che
racchiudevano il templi veri e propri.
All’interno della possente cinta muraria i tre templi del
complesso erano dedicati alle tre fasi della vita del Buddha:
l’infanzia, l’adolescenza e la maturità.
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Fuori dalle mura del monastero mi hanno colpito due tartarughe giganti in
pietra scolpita, simbolo della divinità, gli unici resti dell’antica città. Ci hanno
detto che in passato quattro sculture come queste segnavano il confine
dell’antica Karakorum.. ma non si è sicuri, perché non ci sono documenti
precisi in merito.
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Camminando tra questi solitari templi buddhisti del 1500
mi sembrava quasi che poesia e religiosità si esprimessero
in egual misura e mi ribolliva il sangue al pensiero delle
devastazioni subite in un passato lontano, alle stragi in
nome di un fanatismo inutile e irrazionale che non ha
colore.
L’arte però è sopravvissuta e dea immortale, anche se in
disarmo, è arrivata fino a noi, in questa landa sconfinata,
sola ad affermare la sua autentica bellezza.
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Prima di lasciare questo luogo ed andarci a riposare nella confortevole ger,
siamo andati in visita ad altre famiglie mongole, nella tendopoli vicina alla
nostra.
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Dopo i soliti rituali di saluti
con offerte di latte
cagliato e di formaggio, le
donne ci hanno mostrato,
con orgoglio, la mandria di
yak, dal lungo pelo, che
pascolava all’esterno della
ger. Per loro era ricchezza,
per noi solo animali che
brucavano!
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Mi sentivo bene in quel luogo dove
la natura regnava sovrana, ero in
pace con me stessa… ma sarei
riuscita a trascorrere una vita da
nomade, in tenda, nello spazio
infinito di una natura che ora mi
attirava tanto?
Al solo pensiero di viverci per
sempre mi sono sentita smarrita
e impaurita: ero una viaggiatrice,
amavo scoprire, conoscere, ma
era impensabile che potessi far
parte di quel mondo!
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Il mattino dopo, con il solito grande elicottero, al quale ormai eravamo
abituati, siamo ritornati in due ore di volo ad Ulan Bator ed abbiamo rivisto,
senza grande entusiasmo il cemento della città.
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Ormai anche questa vacanza, come tutte le altre, era finita, ma non
bisognava perdere tempo ed in giro per la città siamo finiti nella zona del
mercato di Zah, un luogo vivace, caotico, estremamente affollato...
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...tanto che in alcuni punti, per non perderci e venire spintonati dalla folla,
noi amiche comicamente abbiamo camminato tra la polvere, in fila indiana,
tenendoci per mano!
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Come ogni mercato, anche
qui si vendeva di tutto,
dall’abbigliamento sparso
per terra, ai generi
alimentari...
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...dagli animali ai mobili, materassi e divani che tra la polvere facevano bella
mostra di sé.
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Abituate al silenzio dei grandi spazi ci siamo sentite tutte un po’ frastornate
ed allora per ritrovare un luogo più tranquillo siamo andate a visitare un
delizioso monastero, un po’ abbandonato, all’interno della città vecchia, ora
diventato un museo.
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Era di proprietà del fratello del re
Bagd Khan ed ospitava, come il
vicino Museo di Belle Arti, nei tre
tempietti, alcuni dipinti un po’
macabri, inneggianti all’inferno,
cioè alle sofferenze dopo la morte,
dell’ormai, per noi famoso
Zanabazar, l’artista scultore più
noto della Mongolia.
Diario di viaggio in Mongolia
Tra monti e deserto attraverso una steppa senza confini
Tra questi templi solitari ho ritrovato il piacere della bellezza, dell’arte che
la città di Ulan Bator, con la sua corsa alla modernità e l’assenza totale di
personalità, ha purtroppo perso.
Diario di viaggio in Mongolia
Tra monti e deserto attraverso una steppa senza confini
Il mattino dopo avremmo lasciato la repubblica mongola, l’ultimo
ricordo di uno degli imperi più vasti della storia e di un grande
popolo di conquistatori.
Ma in questo viaggio mi sono resa conto che proprio questa
storia ricca di gesta gloriose e di potenza era in netto contrasto
con la modesta situazione presente: la Mongolia era in fondo una
nazione povera, abitata da nomadi, con l’impossibilità di
coltivare un terreno così arido e ingrato, che dovevano per
forza vivere di caccia e pastorizia…
Diario di viaggio in Mongolia
Tra monti e deserto attraverso una steppa senza confini
Che cosa era successo a questo fiero popolo? Da conquistatore
si era lasciato conquistare prima dalla dinastia cinese dei Ming,
poi dagli zar russi e infine dal comunismo russo o cinese e la
lenta distruzione di arte e cultura pian piano era diventata
totale. Meno male che non si era potuto distruggere anche lo
spettacolo della bellezza naturale, della gentilezza e
spontaneità di un popolo semplice e genuino…
Per questo mi sembra appropriato terminare questo mio diario
di viaggio con un pensiero di speranza che mi ha fornito Romano
Battaglia:
“Ogni sorriso che incontriamo sul nostro cammino, fa crescere
in noi l’amore per la vita e per gli altri. Fa dimenticare gli orrori
del passato, rende il futuro degno di essere vissuto e ci
consente di nascere un’altra volta!”.
Diario di viaggio in Mongolia
Tra monti e deserto attraverso una steppa senza confini