Psicopedagogia al cinema

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Psicopedagogia al cinema
Psicopedagogia al cinema
Trasmettere idee tramite episodi tratti da film
educazione
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Andrea Arrighi*
L’attenzione nei confronti del cinema come strumento didattico o come veicolo di idee
sociologiche, filosofiche o di altro tipo non
è qualcosa di nuovo. Negli Stati Uniti sono
già comparsi diversi contributi in merito: un
esempio è costituito da due testi che approfondiscono il collegamento tra il film Matrix
(Wachowski brothers 1999 USA) e diversi concetti della filosofia occidentale e non. Tuttavia
quello che qui intendiamo valorizzare non è un
metodo basato sulla visione di un film con dibattito o spiegazione successiva, ma sull’analisi
di singole scene o episodi, arrivando talvolta
a fare quasi una sintesi del film, o un diverso
montaggio dello stesso o di più pellicole che
parlano di uno stesso tema. Nel creare la metodologia del corso che abbiamo tenuto presso
un istituto tecnico milanese, l’esperienza che
quindi ci interessava riproporre era in un certo
senso analoga alla classica analisi di testi di letteratura italiana che viene svolta nei licei.
Il tema su cui si era concordato di lavorare
era La violenza dentro e fuori di noi. Si trattava
di mostrare esempi di vari tipi di violenza che
emergono dai comportamenti delle persone nei
contesti più disparati. Il metodo era anche caratterizzato da un tipo di lezione particolarmente
interattiva: venivano introdotti alcuni concetti
di fondo, oppure una sintesi del tema del corso
e qualche obiettivo di apprendimento e poi si
passava quasi subito a mostrare un episodio di
un film appositamente scelto. Subito dopo si
chiedeva ai partecipanti quali forme di violenza
avessero riscontrato ed in base alle risposte che
emergevano, si coglieva l’occasione per spiegare
alcune teorie di tipo psicopedagogico relative
al tema della violenza. Utile era riportare immediatamente la discussione sul piano dell’attualità, attraverso la lettura di fatti di cronaca o
di ricerche, sempre in ambito psicopedagogico,
relative al tema trattato. A questo proposito,
per chiarire, subito dopo aver mostrato un episodio tratto dal film L’odio (di M. Kassowitz,
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1995, Francia), è stata ritenuta utile la lettura
ed il commento da parte dei partecipanti di
qualche articolo di quotidiano che parlava dei
recenti fatti di violenza avvenuti nelle banlieu
parigine. Come è stato fatto notare da parte
della stampa, il film L’odio sembrava aver anticipato di molto simili atti di violenza. Subito a
seguire abbiamo proposto anche un articolo di
giornale che riportava lo stesso tipo di violenza anche a Cologno, nell’hinterland milanese;
riteniamo importante, sul piano metodologico, sottolineare la necessità di collegare film
e realtà quotidiana, così come, in ogni scuola
di ordine e grado si cerca sempre più spesso
di riferire, in termini generali, il contenuto di
ogni materia prevista dal curriculum scolastico
all’attualità. A questo proposito, è stato altrettanto importante, prima di iniziare a mostrare
gli episodi tratti dai film proposti ed anche successivamente, l’invito, rivolto ai partecipanti, a
proporre a loro volta sequenze di pellicole per
loro significative, dato che le immagini della
e sulla violenza sono e rimangono comunque
molteplici. Ogni proposta da parte del formatore è infatti relativa ed opinabile ed uno degli
obiettivi finali più auspicabili del corso consiste
proprio nel lasciare che siano successivamente i
partecipanti a cimentarsi nella proposta e nell’analisi di sequenze di film in relazione ad un
tema scelto.
Inizialmente abbiamo proposto due episodi tratti dalla prima parte di Full Metal Jacket
di Kubrick (1987, UK). Si intendeva mostrare
l’addestramento alla violenza, l’educare ed educarsi a diventare “strumenti di morte”, in nome
di grandi ideali o per il semplice fatto di essere
catapultati in una situazione dove o si uccide o
si viene uccisi. Nel caso specifico del film si trattava della guerra in Vietnam, ma subito i commenti dei formatori e dei partecipanti si sono
riferiti alle guerre più recenti. Questi ultimi si
mostravano in un primo momento perplessi di
fronte al fatto di dover “commentare” o rintrac41
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ciare da soli le varie forme di violenza, abituati di noi è uno degli obiettivi del corso più improbabilmente ad un tipo di lezione più “pas- portanti. Con questa pellicola si mostrava una
sivo”, dove l’insegnante finisce comunque per sorta di circolarità della violenza, nel senso che
spiegare e sottolineare ciò che si ritiene impor- risultava sempre più difficile trovare un “cattitante da sapere. Nell’esperienza in questione è vo” definitivo, eliminato il quale ogni problema
stato invece dato spazio più volte a momenti di appariva risolto. Di volta in volta l’aggressore si
silenzio, caratterizzati talvolta da una specie di trasforma, in questa pellicola, in vittima e poi
imbarazzo collettivo - tuttavia produttivo - di ri- ancora in aggressore. E soprattutto la violenza
flessione, dato che, nella maggior parte dei casi, è presente anche nelle istituzioni educative che
qualche partecipante finiva con lo stimolare gli un individuo incontra nel suo percorso formaaltri a commentare una sua impressione relativa tivo. In Arancia meccanica si vede bene l’aspetto
alle scene viste. Gradualmente veniva acquisita evidenziato da Focault negli anni ’70 del ’900 e
una maggiore consapevolezza di forme di violen- ben approfondito da Calvetto (su Pedagogika.it
za dirette ed esplicite o più indirette e velate nei n.6 Anno 2005) secondo il quale anche grazie
confronti di se stessi da parte di altri o nei con- all’educazione il potere tenta di realizzare una
fronti del “nemico” di turno. La prima parte di “sorveglianza” sui vissuti delle persone, anche
Full metal jacket mostra i lati più violenti dell’ad- se il fine dichiarato era ed è quello di liberare
destramento militare fino a svelarne i possibili ed emancipare gli individui stessi. Alcuni epieffetti più macabri, come ad esempio il suicidio sodi del film sono serviti a mostrare la diffidi una delle reclute, quella con
coltà di risolvere il problema
della violenza semplicemente
evidenti problemi personali,
“punendo il violento”. Certo,
La violenza è presente
che è anche quella più appasanche nelle istituzioni
la visione del film mostra ai
sionata di armi; si suicida dopo aver ucciso il comandante educative che un individuo partecipanti l’importanza di
e formatore che lo apostrofa incontra nel suo percorso tenere presenti le reazioni più
con insulti di stampo “pseuviscerali che possiamo provadopsicoanalitico” (“mamma e
re nell’assistere ad un atto di
violenza. Ed allo stesso tempo
papà non ti hanno voluto bene
da piccolo???”). Tramite questi episodi si è cercato sottolinea la necessità di non lasciarsi influendi introdurre il tema della violenza “fuori di sé” zare unicamente dal primo pensiero di reazione
che, se non elaborata, può portare ad una vio- – fare “violenza alla violenza”, se così si può dire
– per gestire il problema dell’aggressività.
lenza dentro e contro di sé.
Successivamente abbiamo creduto imUn altro capolavoro proposto del “cinema portante presentare forme di violenza meno
sulla violenza” è stato Arancia Meccanica sem- evidenti, ma non meno lesive della dignità e
pre di S. Kubrick (1971, UK); in questo caso della salute psicofisifica della persona. Nel caso
le immagini e la fama del film hanno suscitato di Mobbing. Mi piace lavorare di F. Comencianche un desiderio di “vedere violenza”. Ef- ni, (Italia, 2003) la protagonista subisce, non
fettivamente questo è anche uno dei rischi da rendendosene conto, una serie di aggressioni
tenere presenti in questo tipo di corsi: forse sti- psicologiche di vario tipo (le vengono chiesti
molano l’atto violento, più che prevenirlo. Le compiti non possibili da portare a termine, vierichieste a mezza voce, quelle più spontanee e ne isolata da quasi tutti i colleghi, ecc.) per farle
viscerali, da parte degli studenti più vicini al rassegnare le sue dimissioni, in quanto apparteconduttore, miravano a vedere più a lungo le nente ad un tipo di personale non più ritenuto
scene che si intuivano come le più violente. In produttivo dalla nuova dirigenza dell’azienda.
questo caso tali richieste sono state utili per A questo proposito questa pellicola ha anche
sottolineare il “piacere” nel vedere, nel vivere e introdotto un pubblico particolarmente gioprovocare violenza. E’ stato uno dei punti cen- vane (studenti liceali) alle possibili insidie del
trali evidenziare che il raggiungimento di una mondo del lavoro. Sono emerse impressioni
certa consapevolezza in relazione al fatto che che rivelavano una discreta ignoranza in merito
la violenza suscita un certo fascino in ciascuno ai problemi del mondo del lavoro.
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Un’altra forma di violenza che ci premeva ricordare era quella di tipo domestico e, per
completare, anche quella intrinseca in una certa
forma di sarcasmo o di ironia facilmente rintracciabile nella cultura italiana. Per questo abbiamo
presentato alcuni episodi di Fantozzi contro tutti
(di N. Parenti, Italia, 1980). La violenza verbale e comportamentale veniva mostrata nella sua
forma più estrema, quindi più facilmente recepibile. “Vatti a cambiare la pettinatura, che così non
sembri neanche un essere umano!” urla Fantozzi
alla moglie, la quale approfitta del momento
meno opportuno – ed agendo quindi anche lei
una forma di violenza – per dire al marito che lei
è interessata ad un altro uomo. Le scene hanno
evidenziato come ci possa essere violenza anche
nel ridere di qualcuno o di qualcosa.
Fa tuttavia parte della violenza anche una
giusta dose di aggressività, espressa in reazione
ad un torto che qualcuno ha commesso. Alcune scene del primo Fantozzi (di L. Salce, Italia,
1975) mostrano un giusto modo di incanalare
una rabbia che potrebbe sfociare in violenza incontrollata. Alludiamo ad una partita di biliardo dove Fantozzi svolge il ruolo dell’impiegato
umiliato che deve giocare contro il direttore, ma
deve puntare a “perdere” per ottenere promozioni. Dopo ripetuti insulti e battute “feroci” da
parte dei presenti, Fantozzi non riesce tuttavia a
resistere e contrattacca, agendo tuttavia secondo
le regole del gioco: mettendo a frutto delle lezioni apprese da un campione di biliardo, riesce ad
avere vinta la partita. Certo, Fantozzi non riesce
a gestire questa sua “vittoria” e preso da forte
imbarazzo, rapisce la madre del direttore e fugge
buttandosi da una finestra. Questo ci mostra, in
forma paradossale, che sapere gestire l’aggressività, saperla dosare, è un compito difficile, ma
non impossibile. Durante il corso è stato richiamato, a questo proposito, il gioco del calcio, nei
suoi aspetti di aggressività giustificabile e di violenza non lecita.
Il corso si è tenuto in un’aula laboratorio
dove era possibile una buona visione dei film
e che permetteva un proficuo dialogo tra formatore e partecipanti. Nella discussione finale,
rispondendo a domande del tipo “quali sono le
forme della violenza riscontrate?” o “Come è possibile prevenire-gestire la violenza?”, i partecipanti
hanno mostrato impressioni differenti rispetto
al tema della violenza nelle sue varie forme. La
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violenza è in generale concepita come difficile da
prevenire, specie se connessa con un profondo
sentimento di rabbia, ed è qualcosa che è tuttavia presente in tutte le persone (la natura umana appare spesso “maligna”, secondo alcuni). I
metodi di prevenzione “violenta” della violenza
non sembrano i più efficaci, come mostra il caso narrato in Arancia meccanica. Invece il dialogo, il semplice “discutere”, emerge come mezzo
per evitare di “agire” la violenza, la quale appare
talvolta gestibile ed a volte ingestibile, a seconda della rabbia latente nell’individuo che subisce una qualche forma di torto. Appare chiaro
che una dose adeguata di aggressività è utile ed
opportuna per evitare situazioni di sfruttamento o di aggressione personale sotto varie forme.
La gestione dell’aggressività appare, per alcuni,
strettamente legata alla consapevolezza delle forme di violenza possibili. Solo con questo tipo di
consapevolezza è possibile mantenersi autocritici rispetto a comportamenti personali eccessivamente aggressivi.
Lo strumento del cinema, utilizzato nella forma di analisi di singole scene o episodi e
collegato con la lettura di articoli di giornale, è
apparso efficace da un lato per trasmettere alcuni
aspetti importanti nel trattare la tematica della
violenza e dall’altro, nel far esprimere, anche involontariamente, i sentimenti legati alla visione
della violenza e le idee più spontanee in relazione a questo tema. I commenti a caldo possono
diventare allora lo spunto da cui partire per una
riflessione, a patto che il formatore o gli insegnanti presenti evitino il più possibile forme di
giudizio morale o valutativo.
In conclusione, il cinema, nelle modalità
con cui lo abbiamo proposto, non si sostituisce
al testo scritto letterario o saggistico, ma mostra
di essere altrettanto significativo nello stimolare
suggestioni e pensieri. Come nota Curi (2006)
“il cinema ‘pensa’ e (…) non si può veramente ‘godere’ un film, se ci si priva di quell’intenso piacere
che è dato dal confrontarsi con ciò che esso ‘dice’
intorno ad alcune fra le grandi questioni che ci appassionano (…)”.
Riferimenti bibliografici
Curi, U., Un filosofo al cinema, Bompiani Milano, 2006
Irwin, W. (a cura di), More Matrix and Philosophy. Open Court,
Chicago and La Salle, Illinois, 2005
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*Psicoanalista
e consulente
filosofico
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