Paolo di Tarso: la Legge, la Sapienza, la Giustizia e la fede

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Paolo di Tarso: la Legge, la Sapienza, la Giustizia e la fede
Alessandro Argiroffi*
Paolo di Tarso: la Legge, la Sapienza, la Giustizia e la fede
Ringrazio in particolare la professoressa Luisa Avitabile, per la
sua capacità organizzativa e non parlo delle qualità spirituali profonde, note a tutti. Ringrazio l’Università di Cassino per avermi
invitato e per avermi dato la possibilità di intervenire.
1. La mia relazione ha per titolo Paolo di Tarso: la Legge, la Sapienza, la Giustizia e la fede. Mi pongo nell’ambito del metodo di
fenomenologia ermeneutica e non su di un piano teologico; tale
metodologia inaugurata da Heidegger1, che è dislocata nell’orizzonte del primo Lutero, si sviluppa nelle Lezioni del semestre invernale 1920/1921 a Friburgo sulla fenomenologia dei concreti e
reali fenomeni religiosi e si concentra proprio nell’esplicazione fenomenologica delle effettive situazioni esistenziali e religiose sulla
* Università
di Palermo.
M. HEIDEGGER, Phänomenologie des religiösen Lebens, GA Bd 60,
Frankfurt am M., 1995, in particolare della Einleitung in die Phänomenologie
der Religion, la seconda parte: Phänomenologische Explikation konkreter religiöser Phänomene im Anschluss an paulinische Briefe, (a cura di M. Jung e Th.
Regehly), (trad. it. col titolo Fenomenologia della vita religiosa, a cura di G. Gurisatti, Milano, 2003; mi discosterò non poco dalla traduzione stessa). Si veda
B. CASPER, Martin Heidegger und die Theologische Fakultät Freiburg (19091923), in Freiburger Diözesan-Archiv, 32, 1980, pp. 534-541. Rimane fonda··GGELER, Der Denkweg Martin Heideggers, Pfullingen, 1963. Mi
mentale O. PO
permetto di rinviare a A. ARGIROFFI, Identità personale, giustizia ed effettività,
Martin Heidegger e Paul Ricœur, Torino, 2002.
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scorta delle Lettere di Paolo di Tarso. Questo è il mio inizio metodologico, ma andrò oltre Heidegger in quanto prenderò in
esame questioni e contenuti diversi in riferimento anche ad altre
Lettere paoline, ciò si dovrebbe evincere dal titolo stesso della relazione. È chiaro che le considerazioni che farò non sono assolutamente paragonabili alle intuizioni e connessioni heideggeriane,
al lavoro concettuale, faticoso, complesso e unico di Martin Heidegger.
Il tema del Convegno è Il diritto tra forma e formalismo.
Nel primo secolo dopo Cristo la Torah era legge sacra sia
come diritto positivo divino sia come diritto umano nel senso di
giuridico-giudiziario; i Rabbini erano gli unici interpreti autentici
e, inoltre, esercitavano l’amministrazione della giustizia, comminando pene per i crimina stabiliti, in veste di giudici. Si trattava
dei Dottori della Legge sia divina precettistica giuridica e normativa in senso ampio, cioè, la Torah. Tutto ciò si avvicina, anche se
con differenze di non poco rilievo, al ius Romano originario e primitivo, si veda al tal proposito il bel saggio di Riccardo Orestano2.
Prima di inoltrarmi nella trattazione più dettagliata, propongo
una breve presentazione di Paolo di Tarso.
Afferma di sé l’Apostolo: «Io sono l’infimo degli inviati, inadeguato a quel nome per aver perseguitato la comunità di Dio;
ma grazie a Dio sono ciò che sono, e la grazia sua a me conferita
non fu resa vuota, bensì mi sono affaticato assai più di tutti loro,
non certo io, ma la grazia di Dio che è con me» (Ia Cor. 15, 9-11)3.
Ed ancora: «Per me vivere è Cristo e morire un guadagno; ma se
vivere nella carne fruttifica in opere, ecco che non riconosco cosa
scegliere; così sono premuto dalle due parti, col desiderio di sal-
2 R. ORESTANO, Dal Ius al Fas, rapporto fra diritto divino e umano in Roma
dall’età primitiva all’età classica, estratto da B.I.D.R. “Vittorio Scialoja” , vol. V,
Nuova serie-XLVI della Collezione, pp. 194-273, Milano, 1940.
3 Ho utilizzato: San Paolo - Le Lettere, (con testo greco a fronte) a cura di
C. Carena, con saggio introduttivo di M. Luzi, Torino, 1990.
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pare, ed essere con Cristo, come sarebbe assai meglio; però rimanere nella carne è più necessario a motivo vostro» (Filip. 1, 2125).
L’Apostolo presentandosi si designa come l’infimo, l’ultimo e
per questo inadeguato, per aver – prima della conversione-trasfigurazione di Damasco – da giudeo perseguitato la comunità cristiana. Si evidenzia la frattura completa, lo iato non più colmabile, con il precedente passato: si esplicita in tale direzione l’esperienza originaria dell’incontro con Cristo, esperienza che è del
tutto diversa da quella più comune della trasmissione della fede
attraverso la tradizione storica! In tal modo è delineato fenomenologicamente il che cosa della situazione originaria dell’Apostolo, attraverso il riferimento al modo d’incontro con la fede, che
è del tutto particolare, unico ed irripetibile e, in questo, decisivo
esistenzialmente e storicamente per Paolo.
Quanto al come dell’incontro stesso, il riferimento è alla grazia di Dio conferita all’Apostolo in via straordinaria; attraverso
questa, e solo per questa (grazia) si profila il duro e faticoso lavoro di predicazione, che supera in incisività e radicalità quello di
Altri, ma non per le sue deboli forze umane, bensì per l’intervento
diretto di Dio stesso.
Per una comprensione fenomenologica genuina, scevra da
concetti codificati e sistematizzati nella stratificazione storica (il
tardo medioevo) e da incrostazioni che lasciano sfumare l’originarietà e la storicità del contesto, si rivela essenziale una pre-comprensione dell’intero fenomeno che possa entrare virtuosamente
nel circolo ermeneutico della comprensione stessa. Occorre disvelare, nell’ambito della modalità dell’incontro con l’Annuncio,
il fenomeno di “bene” secondo l’Apostolo. Ad un’attenta interpretazione del passo ai Filip. tale fenomeno è per Paolo essere con
Cristo: sia nel vivere l’Annuncio, sia nel morire sempre orientato
alla vicinanza con Cristo.
Siamo così giunti ad intendere il come dell’“essere con Cristo”: si tratta – a ben vedere – del come più importante e determi-
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nante l’intera situazione esistenziale e storica della “chiamata”
stessa di Paolo. Si tratta, infatti, del come del compimento, del
compiersi da intendere alla stregua dell’avverarsi, dell’adempiersi4 della Parola divina.
L’Apostolo è di fronte ad un bivio: o esercitare la predicazione
(modalità di incontro con la fede per le genti), oppure morire e
salpare verso lo Pneuma. Paolo non vivrebbe questo dilemma e se
potesse liberamente scegliere il suo percorso la preferenza sarebbe il morire, definito come un guadagno, cioè avviarsi al compimento, nel senso del riempimento attraverso lo Spirito, e ancora del colmare le sue fragili forze e facoltà nella direzione dell’ascesa a Cristo. L’Annuncio di Cristo ricevuto in modo del tutto
straordinario ed i suoi fratelli da avvicinare alla Parola nuova, all’amore nuovo, alla fine gli impongono di rimanere, anche a costo
delle grandi tribolazioni che già gli si prefigurano, per estendere
a tutte le genti la Parola salvifica attraverso la predicazione. Si
fronteggiano, da una parte, il desiderio di ritornare a/in Cristo,
dall’altra parte, il “rimanere nella carne”: espressione che indica
l’umanità esistenziale dell’Apostolo, con le proprie debolezze, i
grandi rischi, la finitudine come mancanza e come limiti insuperabili dell’umanità stessa.
Il come del compimento alla stregua del concetto di “bene”,
può assumere il rilievo più elevato rispetto agli altri come e che
cosa precedentemente considerati. Con tale pre-comprensione,
che va messa alla prova attraverso il prosieguo dell’indagine, si
vedrà alla fine della trattazione se possa aprire o meno ad una originaria e genuina comprensione fenomenologica, tale da favorire
4
Cfr. A. ARGIROFFI, Identità personale, giustizia ed effettività. M. Heidegger P. Ricœur, cit., in particolare le pp. 62-66. Si vedano FR.-W. VON HERRMANN, Esperienza della vita fattuale e religiosità cristiana originaria. L’interpretazione fenomenologica heideggeriana delle Lettere di Paolo, contenuto in Heidegger e San Paolo. Interpretazione fenomenologica dell’Epistolario paolino, a
cura di A. Molinaro, pp. 17-29, Città del Vaticano, 2008; inoltre H. JONAS, Heidegger e la teologia, a cura di R. Franzini Tibaldeo, Milano, 2004.
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il circolo ermeneutico con propri e specifici momenti della riduzione, della costruzione e della decostruzione5, essenziali al vedere che “va alle cose stesse!”, in altri termini, ai contesti-situazioni esistenziali dell’Apostolo nella loro precipua e viva temporalità e storicità.
2. Afferma Paolo che l’amore supera la legge, l’amore è pienezza della legge, la soverchia, è l’amore nuovo cristiano, l’amore
che ha annunciato Gesù Cristo. L’apostolo che inaugura in modo
incisivo il sentimento dello scandalo della fede è forse il primo a
far sentire la fede come sublime non-senso umano. «Noi sappiamo che quanto dice la legge è detto da chi sta sotto la Legge
affinchè chiuda ogni bocca e tutto sia soggetto al giudizio di Dio:
poiché dalle opere della legge nessuna carne sarà giustificata davanti a lui. Mediante la Legge infatti si conosce il peccato» (Rom.
13, 19-20). Aggiungo è mediante la legge che si conoscono i crimini che sono sottoposti al processo giudiziario e quindi rientriamo nell’ambito giuridico. «Su che cosa dunque ci si vanta?...
di quale Legge? delle opere? No, ma della legge della fede. Noi
consideriamo infatti che l’uomo si giustifichi per fede senza opere
di Legge» (Rom. 3, 27-29). «La Legge sopravvenne affinché si
moltiplicasse la caduta; ma è là dove si moltiplicò il peccato, sovrabbondò la grazia affinché come il peccato regnò nella morte,
così regni la grazia mediante la giustificazione per una vita eterna
attraverso Cristo» (Rom. 5, 20-21).
Afferma Paolo della centralità ed essenzialità della fede, su cui
poggia l’amore, questo mistero sconosciuto della fede; Paolo
5 Cfr. A. ARGIROFFI, Fenomenologia e metodo fenomenologico, contenuto
in A. ARGIROFFI, L. AVITABILE, Responsabilità, rischio, diritto e postmoderno.
Percorsi di filosofia e fenomenologia giuridica e morale, Torino, 2008; in particolare pp. 13-19. Sul movimento fenomenologico in generale si veda H.-G.
GADAMER, Il movimento fenomenologico, trad. di C. SINIGAGLIA, Roma-Bari,
1994.
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porta all’Areopago l’Annuncio di Cristo morto e risorto, vuole rivelare il nome della statua dedicata al Dio ignoto, vuol rendere
noto colui che non è conosciuto, ma è licenziato dagli areopagiti
perché non credevano alla Parola dell’Apostolo6. «Nella speranza
siamo stati salvati; e una speranza visibile non è speranza, poiché
ciò che si vede come si può sperare? Attendiamo pazientemente»
(Rom. 8, 24-259).
«Per il resto fratelli pregate per noi affinché la parola del Signore corra e sia glorificata come lo è anche fra voi; affinché veniamo liberati dai disonesti e dai malvagi: non di tutti è infatti la
fede!» (IIa Tess. 3, 1-3).
Non di tutti infatti è la fede: qui va pensato il rapporto tra fede
e sapienza. Potrebbe cogliersi il differenziale ontologico e teologico tra fede, come la liberazione e l’amore, da una parte, e la sapienza umana, la verità filosofica di Platone e Aristotele, il Logos
greco, ma anche la cattiva metafisica dall’antica Stoà alla seconda
scolastica razionalista, dall’altra parte.
«La giustizia divina si è rivelata attraverso la fede e per la fede,
come sta scritto: il giusto vivrà grazie alla fede!» (Rom. 1, 17-18).
«I predestinati Egli chiamò e chiamati, giustificò e giustificati
li glorificò» (Rom. 8,30).
Precisa l’apostolo «… diremo … che le genti che non cercavano giustificazione l’hanno conseguita, la giustificazione cioè per
fede, mentre Israele che cercava una Legge di giustificazione non
vi riuscì; perché non la cercò dalla fede ma dalle opere; inciamparono nel sasso di inciampo» (Rom. 9, 30-33).
Incisive, penetranti sono le affermazioni relative alla sapienza
dei Dottori della Legge, le loro sottigliezze sia in ambito religioso
circa la Torah, sia anche in ambito giuridico dei Farisei e dei Sadducei. Infatti i Dottori della Legge sono gli autentici custodi e interpreti della Torah e della legge giuridica.
Paolo a questa sapienza dei Dottori della Legge contrappone,
6
Atti degli Apostoli, 17, 22-34.
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e qua si sofferma Lutero7, «il linguaggio della Croce infatti per coloro che si perdono è follia, ma per coloro che si salvano, per noi,
è potenza divina» (Ia Cor. 1, 18-19).
Incominciano le aporie, gli ossimori, le antitesi e i paradossi in
cui si imbatte Paolo con la sua forza penetrante, giungono a questo punto le argomentazioni ab absurdo che Paolo sviluppa sulla
sapienza e sulla follia umana e divina. Si scorge con evidenza nei
passaggi del tutto irrituali lo scandalo della fede.
A differenza di un’indagine teologica genuina, il carattere peculiare del comprendere fenomenologico consiste nel poter comprendere l’incomprensibile stesso, ma proprio in quanto lo lascia
radicalmente stare nella sua incomprensibilità.
«Dio non ha reso follia la sapienza mondana? Secondo la sapienza di Dio il mondo non conobbe Dio con la sapienza; quindi
Dio si compiacque di salvare i credenti con la follia del suo messaggio. I giudei cercarono segnali, i greci una sapienza, e il nostro
messaggio è Cristo crocifisso, insidie per i Giudei, follie per i
Gentili, mentre per i chiamati, siano giudei o greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio, poiché la follia di Dio è più sapiente degli uomini e la debolezza di Dio più forte degli uomini8.
Guardate, o fratelli alla vostra chiamata: non molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Al contrario
Dio scelse la porzione folle del mondo per svergognare i sapienti,
la porzione debole del mondo per svergognare la forte, il nulla
per dissolvere l’esistente» (Ia Cor. 1,20-30).
L’Apostolo espone la follia del messaggio divino.
Sostiene, in contrasto, Taubes: «La controversia tra la religione ebraica e quella cristiana indica il perenne conflitto tra il
7
M. LUTERO, La Lettera ai Romani (1515-1516), Cinisello Balsamo, 1991.
Penso qui ad Auschwitz, alla Shoà, ai nazionalismi della ex Jugoslavia. Si
veda il bellissimo libro H. JONAS, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce
ebraica, Genova, 20043. Cfr. F. STELLA, La giustizia e le ingiustizie, Bologna,
2006.
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principio della legge e il principio dell’amore; il “giogo della
Legge” viene sfidato dall’entusiasmo dell’amore. Eppure “la giustizia della legge”, alla fine, può essere la sola sfida rispetto all’arbitrio dell’amore»9.
Sul piano umano lo “scandalo della fede”, annunciato con
forza dall’Apostolo, l’essere la fede e la speranza un controsenso,
si riverbera, e non può essere altrimenti, sulle coordinate fondamentali antropologiche ed antroposofiche. In particolare, il riferimento è al rapporto tra sapienza umana, che è follia agli occhi
di Dio, e, viceversa, la follia di Dio che è più sapiente degli uomini! Ad essere confutato è il noto principio di non contraddizione
come asserito nella Metafisica da Aristotele. Nel IV Libro afferma
che tale principio è presupposto, non è legato ad ipotesi, è un assioma, o meglio, si tratta del principio di tutti gli altri principi;
conseguenza del non rispettarlo è la radicale contraddittorietà e,
ancora, l’impossibilità – per errore – di iniziare o argomentare un
qualsiasi discorso “logicamente” razionale, o non velato da irrazionalità palese! Ecco il principio: «è impossibile che il medesimo
attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al
medesimo oggetto e nella medesima relazione … (e così continua)
non è possibile che attributi contrari appartengano simultaneamente ad una medesima cosa»10.
Lo Stagirita afferma a modo di compendio: «… è impossibile
che asserzioni contraddittorie vengano usate simultaneamente
come predicato»11.
9
J. TAUBES, Il prezzo del messianesimo, Macerata, 2000, in partic. La disputa tra ebraismo e cristianesimo, su una controversia insolubile, pp. 13-27.
Quando si parla dell’Occidente, della tradizione greca e giudaico-cristiana,
non sono per niente d’accordo sull’unitarietà di queste ultime tradizioni, unite
artificiosamente dal trattino, essendo queste del tutto antitetiche e reciprocamente escludentesi. Cfr. ID., Messianesimo e cultura. Saggi di politica, teologia
e storia, Milano, 2001.
10 Metaph., IV, 3, 1005 b, 19-29. Ho utilizzato la traduzione di A. Russo.
11 Metaph., IV, 4, 1007 b, 15-20.
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Gli assiomi, è sostenuto, abbracciano tutta quanta la realtà e
non qualche genere particolare che sia separato dagli altri.
Cerco di chiarire come nel caso in esame sia asserita da Paolo
una sorta di modalità di confutazione “radicale”del p.d.n.c. La
sapienza che riguarda l’uomo sapiente si riferisce ad un habitus
relativo ad un grado molto elevato di conoscenza, cui non può essere disgiunta una consolidata saggezza come adempimento delle
virtù. Ora, affermare che la sapienza umana sia follia (agli occhi
di Dio) significa ed implica che la sapienza sia sconsideratezza,
stoltezza. Questa è la confutazione radicale: non è possibile che
attributi contrari, nel caso delle affermazioni dell’Apostolo, l’essere sapiente e l’essere folle, appartengano simultaneamente ad
una medesima cosa: all’elevata e nobile conoscenza (e inserirei
anche “contemplazione”) dell’uomo. L’unica via di “fuga”, ma
che non credo possa rientrare nella predicazione, è «… giacché è
possibile che la medesima cosa si identifichi simultaneamente con
tutti e due i contrari, ma solo in potenza e non già in atto»12. Qui
Aristotele ha considerato il termine essere nel senso che un qualcosa sia generato dal non-essere, e da quest’ultimo giunga all’essere: cioè la potenzialità!
Invece, l’Apostolo può affermare del “controsenso” della fede
per l’uomo di questo mondo e la sua perdizione da un orizzonte
escatologico, del tutto sconosciuto ai greci, che sovverte le coordinate antropologiche e antroposofiche – scalfendo il p.d.n.c. – a
vantaggio di quelle soteriologiche, anche queste sconosciute!
3. Continuo a citare S. Paolo: «Nessuno si inganni, se qualcuno fra voi ritiene di essere sapiente per questo tempo, diventi
folle per diventare sapiente. La sapienza di questo mondo infatti
è follia davanti a Dio» (Ia Cor. 3, 18-19)13.
12
13
Metaph., IV, 5, 1009 a, 34-36.
«Noi parliamo di sapienza fra immaturi, sapienza non di questo tempo,
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«Questo vi dico fratelli il tempo kairo;~ è ridotto, per quel che
ne resta, chi ha moglie stia come se non wJ~ mh; (ne avesse, chi
piange come se non dovesse piangere, chi gioisce come se non dovesse gioire, chi compra come se non dovesse conservare, e chi
usa del mondo come se non avesse da usufruirne: poiché l’aspetto
di questo mondo passa. Vorrei che non aveste preoccupazioni» (Ia
Cor. 7, 29-32).
Si tratta dell’ulteriore paradosso paolino, perché la fede è accettazione all’invito della chiamata; quest’ultima e l’invito sono
follia afferma l’Apostolo: «… se i morti non vengono risvegliati,
mangiamo e beviamo poiché domani moriremo» (Ia Cor. 15, 3233).
Paolo nella storia dell’arte, nell’arte pittorica e anche nell’ambito dell’arte scultorea generalmente è raffigurato con un libro in
mano e con la spada: «… la spada dello spirito, cioè la parola di
Dio» (Ef. 6, 18).
«Quanto ai tempi e ai momenti, peri;de;twǹ crovvnwn kai;twǹ
kairwǹ, non avete bisogno, fratelli che qualcuno ve ne scriva. Sapete voi stessi che il giorno del Signore viene come un ladro nella
notte. Al loro dire: pace e sicurezza, li incalzerà subitanea la distruzione come le doglie della puerpera, senza che possano sfuggire. Ma voi fratelli non siete nelle tenebre perché il giorno vi sorprende come un ladro: infatti, tutti siate figli della luce del
giorno» (Ia Tess. 5, 1-7).
«E ciò fate consapevoli del tempo kairo;~, poiché è tempo
ormai di svegliarsi dal sonno … rigettiamo le opere delle tenebre
e indossiamo le armi della luce» ( Rom. 13, 11-13).
Heidegger in riferimento a Gal. 4, 4 sostiene: la venuta della
pienezza del tempo, to; plhvrwma tou` crovnou, indica il tempo in
quanto tale. Afferma ancora: l’esperienza cristiana (il riferimento è
né dei governanti di questo tempo che si vanno dissolvendo; bensì parliamo
della sapienza di Dio nascosta nel mistero, predestinata da Dio prima dei
tempi a gloria nostra» (Ia Cor. 2, 6-9).
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al protocristianesimo come per Lutero d’altronde) vive il tempo
stesso, vivere da comprendere come verbo transitivo.
A mio parere, è intraleggibile una stretta connessione tra la
pienezza del tempo, da una parte, e il fenomeno heideggeriano
della maturazione del tempo reso dal filosofo con Zeitigung nell’accezione di temporalità originaria (non spazializzata), dall’altra parte. Parecchi traduttori hanno reso il fenomeno con “temporalizzazione”, ma ciò non solo non è convincente, inoltre
nella nostra lingua significa ben poco! Trattasi di espressione infelice!
Mi soffermo ora su crovno~ e kairo;~ che dicono l’indicibilità
del tempo, la sua inscrutabilità. Tutto ciò attraverso immagini e
metafore14! Innanzitutto, crovno~ indica il tempo come tratto temporale determinato, inteso anche come periodo, alla stregua del
tempo della vita umana, ancora età e datazione. Si tratta del
tempo spazializzato, tipico dell’espressione “vivere nel tempo”.
Ancora, crovno~ è riformulabile con compositum: una forma del
tutto che raccoglie le varie fasi di una vita, staccate tra di loro, tipico è l’uso per l’attività narrativa. In questa accezione che investe la narratività, Ricœur ha parlato di riconfigurazione del
tempo15.
Invece, kairo~; indica il luogo o momento conveniente (per),
la giusta misura, opportunità-convenienza-utilità; nell’uso di
Paolo rinvia a momento come circostanza del tempo che può
qualificarsi come propizia, o pericolosa e grave, in ogni caso determinante e decisiva. Si tratta dell’attimo, che trasfigura e, con
espressione felice16, del tempo accartocciato, che soverchia il con14
Cfr. A. ARGIROFFI, Identità personale, giustizia ed effettività. M. Heidegger e P. Ricœur, cit., pp. 31 e ss.
15 Cfr. P. RICOEUR, Temps et récit. 3. Le Temps raconté, Paris, 1985. Si veda
D.M. CANANZI, Interpretazione, Alterità, Giustizia. Il diritto e la questione del
fondamento saggio sul pensiero di P. Ricœur, Torino, 2008, pp. 106 e ss.
16 Si tratta di espressione calzante che indica il dileguarsi della spazialità
del tempo-spazio. Tale espressione è del teologo protestante Paolo Ricca che
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cetto spazializzato! Il kairo;~ è raffigurabile con totum: indicante
la integralità del tutto, non più una totalità “composita” ma una
totalità piena, compiuta; in tal senso si può parlare di trasfigurazione: l’essere-un-tutto del cristiano la cui vita si snoda tra la vita
effettiva che giunge a compimento. In questa direzione, si rivela
felice la pre-comprensione osservata nelle prime pagine: l’essereun-tutto orientato al fenomeno di “bene” secondo l’Apostolo,
come essere in Cristo. In tal senso e riferimento afferma Paolo:
« … il regno di Dio … è giustizia e pace e gioia nello Spirito
Santo» (Rom. 14, 17-20). Ed ancora: «Il Dio della speranza vi
riempia di ogni gioia e pace nella fede, affinché sovrabbondiate in
forza dello Spirito Santo» (Rom. 15, 13).
Quest’ultima esortazione è da collegare al fatto che alla
“gioia” che anima Paolo come ogni cristiano, si intrecciano le
grandi sofferenze, le tribolazioni, le profonde insicurezze: si evidenzia qui fenomenologicamente che la vita cristiana effettiva nel
suo proprio giungere a compimento non è lineare, bensì è alla
stregua di linea spezzata, fratta17!
Tento ora di “raffigurare” e di “esemplificare” la nozione cronologica e quella cairologica della temporalità. La prima è rappresentabile con una freccia completa di punta, asta e coda, direzionata o direzionabile in alcuni modi; ciò dà il senso della convenzionalità di tale nozione. La seconda è visualizzabile con l’arco,
inteso in senso geometrico, che – con terminologia heideggeriana
– si snoda dalla effettività, dalla fatticità della vita come “preludio” che giunge a “compimento”18.
insegna Teologia della Riforma presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di
Roma.
17 Un’avvertenza è d’obbligo: Paolo non va letto ed interpretato eticamente
(ove potrebbe, ma in modo falso, leggersi una sorta di “buon senso”), ma escatologicamente, nella direzione di un’attesa forte e radicale della Parousia, cioè
del Ritorno del Signore!
18 Cfr. A. ARGIROFFI, Identità personale, giustizia ed effettività. M. Heidegger e P. Ricœur, cit., pp. 40 e ss.
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In tal direzione afferma l’Apostolo: «Chi ha considerazione
dei giorni la ha per il Signore, perché rende grazie a Dio … Nessuno di voi vive per sé, come nessuno muore per sé. Se viviamo,
viviamo per il Signore, e se moriamo, moriamo per il Signore»
(Rom. 14, 6-11).
Ora, kairo~; , diventerebbe per Heidegger lo stesso fenomeno
di Zeitigung, la maturazione temporale. Tale fenomeno nella sua
originarietà ed autenticità costituisce, afferma Gadamer, l’arma
per decostruire il tempo spazializzato nelle sue varie articolazioni:
si va dal concetto platonico di aijwvn (Timeo 37 d), cioè la temporalità ciclica e cosmica; in particolare, l’aristotelico tempo come
«il numero (o anche il numerato che fa parte di un continuo) di
un movimento secondo il prima e il poi» (Fisica, IV 11, 219 b 12), etc.19.
Una domanda legittima è: perché in conclusione al saggio su
Paolo di Tarso è ampiamente preso in considerazione Heidegger?
Da ultimo, il filosofo della Foresta Nera è uno dei pochi nel XX
secolo ad avere attinto dalle Lettere dell’Apostolo per la costruzione fenomenologico-ontologica della sua filosofia; inoltre sempre da Paolo sono riprese con originalità ma con rigore teoretico
esemplare (almeno nella lettura luterana) le questioni relative al
movimento fenomenologico (ed ontologico) della decostruzione
della (cattiva) metafisica! Il kairo;~, per Heidegger è collegabile
strettamente al fenomeno dell’Ereignis cioè Evento, che si compone e si scompone, ricomponendosi unitariamente tra Eignis
cioè “appropriazione”, ed Enteignis cioè transpropriazione20. In
definitiva, l’Evento si eventua nell’appropriantesi e transpropriante: ma non si tratta proprio della conversione-trasfigurazione dell’Apostolo sulla via di Damasco?
19 Cfr. K. GLOY, Philosophie Geschichte der Zeit, München, 2008. Si tratta
di un ottimo libro che espone un’ampia mappatura del concetto di temporalità a partire dai presocratici fino ad Heidegger!
20 Siamo proprio ai limiti linguistici sia con i neologismi heideggeriani sia
con le traduzioni nella nostra lingua!
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RELAZIONI
Rimane, in conclusione, il problema irrisolto, sotteso implicitamente a tutto il saggio, tra la sapienza umana (ora non più riferita soprattutto ai Dottori della Legge), che è follia per Dio, da
una parte, e la fede e la speranza, che costituiscono a loro volta follia per gli uomini di questo mondo, dall’altra parte. Quale tra le
due risulta più universalizzabile?
L’approfondimento di tali tematiche laceranti esula però da
queste brevi pagine!
Francesco Mercadante
Ringrazio il professor Argiroffi di questo contributo che apprezzeremo anche di più quando lo avremo visto stampato, con
questa ricchezza nel così generoso ricorso ai testi della scrittura e
di Heidegger su cui è nota la sua pulizia interpretativa e do un
quadro del prossimo svolgimento dei nostri lavori salvo variazioni
dovute a particolari esigenze. Prende ora la parola il professor
Giovanni Marino e seguono il professor Pio Marconi e Augusto
Cerri. Dopo di che, salvo ripeto imprevisti, avremo il brack e riprenderemo con una seconda sessione che sarà probabilmente
unificata con la terza. Ecco la richiesta al pubblico è di continuare
a tenere la posizione. Prego il professor Marino di prendere la parola.