donne e donne - Comune di Empoli
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donne e donne - Comune di Empoli
D onne & Donne Maria Grazia Cutuli era una ragazza del Sud con l’amore per il giornalismo. Quello che ti fa lottare fino all’ultimo pur di andare avanti, di fa affrontare traversie, trasferimenti, sacrifici di ogni genere pur di stare sul campo, di trovare la notizia, di approfondirla e scriverla, parteciparla ai lettori. Maria Grazia, giornalista del Corriere della Sera, a 39 anni è morta sul campo, quello di un paese in guerra, l’Afghanistan, dove stava svolgendo il suo lavoro di inviata. Morta uccisa, ammazzata, in modo oltremodo barbaro perché era una donna. A lei dedichiamo questo numero di “Ragazze Fuori”. Safiya Husseini, 30 anni, è una ragazza nigeriama che vive nel villaggio di Hungar Tudu. E’ condannata alla lapidazione perché ha avuto una figlia – Adama – fuori dal matrimonio. Adama è il frutto di una violenza: di un uomo che si era invaghito di Safiya, voleva sposarla, ma poi non lo ha fatto perché il fratello glielo ha impedito. Safiya ha avuto due matrimoni falliti e quattro figli. L’uomo, amico di famiglia, che mostrava verso di lei sentimenti “onesti” l’ha stuprata. E poi ha rivendicato di essere innocente: “lei mi ha provocato”. Tutto il mondo si è mobilitato per salvare Safiya dalla crudeltà della legge islamica, la Sharia. La sua esecuzione è stata rimandata, grazie agli appelli, al 18 marzo. Ma di lei cosa sarà? Quello che le donne afgane non possono. Venti regole cui non si può trasgredire: Le donne afgane non possono lavorare fuori casa – non possono camminare in strada se non accompagnate da un mahram (parente stretto, come un padre, un fratello, un marito) – non possono trattare con negozianti maschi – non possono essere curate da medici maschi – vengono lapidate se accusate di adulterio – non possono parlare o dare la mano a uomini non mahram – non possono prendere un taxi se non accompagnate da un mahram – non possono parlare alla radio, apparire in televisione o partecipare a incontri pubblici – non possono ridere ad alta voce. Nessuno straniero dovrebbe sentire la voce di una donna – non possono fare sport o entrare in un centro sportivo – non possono andare in bicicletta o in moto se non con un mahram – non possono incontrarsi in occasione di festa o per scopi ricreativi – non possono lavare il bucato vicino a fiumi o luoghi pubblici – non possono affacciarsi ai balconi delle loro case – non possono vivere in case che non abbiano le finestre oscurate con la vernice – non possono viaggiare che su autobus a loro riservati – non possono fotografare o filmare – non possono essere ritratte in fotografia – non hanno a disposizione bagni pubblici. Concetta Muccardi, la contrabbandiera di Forcella che ispirò a Vittorio De Sica il personaggio interpretato da Sofia Loren nel film “Ieri, oggi e domani”, è morta all’età di 78 anni. Nella trama della pellicola, l’attrice di Pozzuoli viveva grazie al contrabbando di sigarette e per evitare il carcere era “costretta” a rimanere incinta in continuazione, mentre il marito (nel film interpretato da Marcello Mastroianni) era eternamente disoccupato. Proprio come Concetta Muccardi, che per sfuggire alla giustizia e al carcere, a partire dall’immediato dopoguerra aveva dato alla luce, uno dopo l’altro, ben 19 figli, dei quali soltanto 5 sono ancora vivi. Convegno a Firenze. Promosso dalla Commissione Pari Opportunità della Provincia, si è svolto a Firenze, il 22 febbraio scorso, il convegno su “Violenza, maltrattamenti e molestie alle donne: normative ed esperienze a confronto”. Se una donna subisce violenza – recita lo slogan del convegno – non deve più nascondersi, non deve più avere paura, non può più essere sola”. 6 LÕULTIMA VOLTA CHE HO VISTO MIA MADRE, di Adriana Rossini In aprile del 2001 la Cassazione mi ha confermato 6 anni e 8 mesi e in maggio mi sono costituita, in quel periodo mia madre veniva operata di tumore iniziando un calvario che si è concluso solo in questi giorni. Anche io ho percorso un calvario in questo periodo. E’ sempre stato il mio problema fondamentale in tutto questo periodo di carcerazione riuscire ad essere vicino a mia madre, vederla, parlarle. In tutto il periodo che sono stata a Sollicciano, non sono mai riuscita ad avere un permesso per vederla, eppure non sono pericolosa, mi sono costituita e avevano tutte le cartelle cliniche che confermavano la gravità del caso. Mi aspettavo che in un caso come il mio fosse doveroso darmi il permesso per essere vicina a mia madre, ma niente la pietà umana non dimora a Sollicciano. Il primo settembre sono arrivata a Empoli e la comandante si è dimostrata attenta al mio problema. Il risultato è stato che dopo solo 15 giorni ho avuto il permesso, anche se solo di 3 ore, pe recarmi a La Spezia con una scorta in borghese per abbracciare mia madre. Era una cosa che desiderava da tanto e per me è stato come toccare il cielo con un dito. La scorta si è comportata benissimo, era in borghese, non sono stati entranti! Hanno cercato di non disturbare né in casa di mia sorella né i miei sentimenti durante il tragitto. Sono ancora grata a quei tre agenti, n ragazzo, una ragazza e l’autista che si sono comportati umanamente. La malattia di mia madre progrediva e, ormai entrata nello stato terminale, veniva ricoverata in ospedale. Ho ripresentato domanda e sono potuta ritornare a trovarla per l’ultima volta il primo ottobre, solo dieci giorni dopo la mia prima visita. Questa volta è stato un incubo. La scorta era composta da quattro agenti – due donne, l’autista e il caposcorta – che, nonostante nel permesso fosse specificato che dovevano essere in borghese, erano in divisa. Il viaggio di andata è stato veloce e senza intoppi, ma una volta in ospedale il caposcorta e l’autista ribadisco, in divisa, hanno iniziato a comportarsi come se fossero, in quanto polizia penitenziaria, i padroni dell’ospedale. Una volta identificata la stanza in cui vi era mia madre, in semincoscienza, accudita da mia sorella hanno preso possesso della stanza cacciando fuori mia sorella, la cui presenza era fondamentale perché l’accudiva da tempo e sapeva come comportarsi a qualsiasi segnale di mia madre. Nella stanza sono rimasta io, le due agenti e il caposcorta in divisa e non mi hanno mai lasciato un attimo di intimità ho pensato di protestare con l’unico argomento che credevo di avere: ho fatto presente al caposcorta che avrebbe dovuto essere in borghese. Il risultato è stato peggiore di prima. Il caposcorta si è piazzato sulla porta, in modo che per chi passava nel corridoio poteva sembrare che la piantonata fosse mia madre. Mi sono vergognata della cosa, avevo fatto piantonare mia madre negli ultimi momenti della sua vita, e con questo senso di colpa non sono più stata in grado di esserle vicino come voleva. Ma la cosa non è finita qui. Il viaggio di ritorno, verso le 14,30, il blindo si è fermato alla prima pizzeria che abbiamo incontrato lungo la strada e gli agenti, due a due, hanno fatto i turni per andare a mangiare lasciandomi chiusa. Non mi hanno fatto mangiare niente e non mi hanno neanche chiesto se volevo un panino al bar. Siamo arrivati ad Empoli verso le 18 e solo allora, sbrigate le pratiche del rientro, ho potuto mangiare qualche cosa. Il giorno dopo la comandante e l’educatrice mi hanno chiamato per avvertirmi, con molto tatto, che mia madre era morta alle ore 15 del giorno prima, mezz’ora dopo che l’avevo lasciata e mentre ero chiusa nel blindo mentre gli agenti mangiavano al ristorante. Per me è stata una giornata da incubo, da non augurarsi nemmeno al peggior nemico, ma spero che gli agenti di questa traduzione sentano il rimorso di coscienza per quello che hanno fatto. Ð ODISSEA ECOGRAFIA, di Wanda Bernardini Mi chiamo Wanda, da tre mesi mi trovo nel carcere a custodia attenuata di Empoli. Nei primi giorni di dicembre mi è successa una cosa molto bella …: la nostra insegnante di cineforum ha organizzato una gita al museo archeologico di Firenze, inserendo alcune di noi come partecipanti, fra le quali io. Purtroppo io ho dovuto rinunciare perché in questo periodo non sto molto bene, soffro di forti dolori al fianco destro. Il personale medico che opera in questo istituto ha già provveduto a farmi fare i primi esami di accertamento (sangue e urine) e dall’esito delle risposte posso dire che tutto è nella norma. Mi è stata richiesta un’ecografia, ma so che i tempi burocratici per ottenere il nullaosta sono abbastanza lunghi perché dietro questa mia eventuale visita bisogna aspettare innanzitutto il nullaosta dal magistrato, poi devono organizzare una scorta e infine cerca di avere un appuntamento in ospedale. Io non mi permetto di giudicare l’operato del personale medico di questo istituto … anzi! Ma, riferendomi ad esperienze avuto in altre carceri ordinarie, noto una certa carenza nel sistema sanitario carcerario. Non tutte le carceri hanno attrezzature sufficienti a soddisfare i problemi sanitari che possono nascere in ambienti “chiusi”, per avere una visita ginecologica o dentistica passano mesi, tanti mesi. I medicinali sono quelli che passa il ministero e per chi, come me, soffre di allergia ad antibiotici e a parte di medicine comuni, il problema si amplifica perché per poter avere sostanze alternative (omeopatiche o di erboristeria) devo comprarmele e comunque ho riscontrato che questo succede anche solo per avere un lassativo. E’ vero che certi problemi ci sono anche fuori, ma è anche vero che essendo “ristretti” abbiamo meno possibilità di risolvere certi problemi; spesso e volentieri ci sentiamo rispondere che bisogna aspettare … purtroppo il male e il dolore non aspettano, quando vengono, vengono. Penso che se questo istituto avesse avuto il necessario per fare un’ecografia, a quest’ora si sarebbe scoperto il problema, io avrei potuto essere curata in tempo per usufruire del permesso concessomi per andare al museo. 7 di Angela Petriglia, Serena Vittori, Stefania Passaglia Tra le tante uscite collettive di quest'ultimo periodo, c'è stata anche quella per recarci al museo archeologico a Firenze. La visita guidata, che hanno scelto per noi l'insegnante di cineforum Sveva e l'educatrice, è stata un viaggio attraverso la storia della donna dell'antica Grecia e dell'Etruria. Con l'aiuto della guida, abbiamo cercato di capire che posto occupava la donna nell'antichità, quali oggetti caratterizzavano le tombe femminili, distinguendole da quelle maschili, quali attività svolgevano di solito e le differenze tra le donne che rimanevano tra le mura domestiche e quelle che invece prendevano parte alla vita sociale. Questo ci è stato spiegato utilizzando come riferimento gli oggetti che si trovano al museo. In base alle decorazioni sui monili o sugli altri ritrovamenti, quali vasi, anfore, boccali, piatti, etc., la guida ci faceva notare particolari che aiutano a capire quell'universo femminile così lontano dalle nostre abitudini e dalla nostra epoca. Tra domande a volte elementari, a volte più elaborate e le relative risposte, abbiamo passato un pomeriggio "culturale", diverso e in un certo modo interessante. Speriamo che iniziative come queste si possano ripetere in tempi brevi, accogliamo quindi l'invito a ripresentarci al museo per ampliare la conoscenza per ora minima su questo tema, ringraziando pubblicamente chi ci ha dato l'opportunità di farlo. Daniela, Angela, Stefania, Eleonora alle nuove postazioni computer 8