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Franco Batacchi - Giovanni Granzotto Lucio Fontana e lo Spazialismo a Venezia Lucio Fontana e lo Spazialismo a Venezia Ed. Il Sogno di Polifilo 1a edizione: 2010 tutti i diritti riservati ricerche fotografiche: Maria Lucia Fabio impaginazione: Sandro Salvalaio stampa: GraficheSerenissima ringraziamenti: Archivio Afro e Dataars, Roma Galleria Farsetti, Prato Massimiliano Bugno Luciano Ravagnan Barbara Morandis Ugo Granzotto Maria Lucia Fabio Franco Bernardi Duilio Dal Fabbro Francesca Fossetta Mario e Mariella Gezzele Alberto Pasini Marina Petternella Ciro Pisani Francesco Simion Gianni Simioni Il presente catalogo viene pubblicato in occasione di un’importante mostra dedicata a Lucio Fontana e allo Spazialismo a Venezia, organizzata nel 2010 dalla Galleria Perl’A di Venezia con la partnership dello Studio d’Arte G.R. Lucio Fontana e Vinicio Vianello Una storia da scoprire di Franco Batacchi 4 Chi si assumerà l’onore (e l’onere) di riscrivere la Storia dell’arte moderna e contemporanea della seconda metà del Novecento in Italia, non potrà ignorare il ruolo centrale svolto dallo Spazialismo, uno dei pochi movimenti strutturati a livello teorico, ancor oggi vivo – ad oltre mezzo secolo dalla sua epopea – e capace di influenzare una folta schiera di epigoni, tramite i suoi esponenti tuttora attivi, come Licata e Finzi. Accenno soltanto alla cronistoria, poiché sulla natura e sulla genesi del movimento, con particolare riferimento alla sua deriva veneziana, rinvio all’autorevole testo di Giovanni Granzotto. In arte le date sono importanti. Il Manifiesto Blanco, primo testo ufficiale del movimento, viene pubblicato a Buenos Aires nel 1946. E’sottoscritto da un gruppo di allievi e amici di Lucio Fontana, che ne partecipa alla stesura, ma non figura tra i firmatari. Nello stesso anno il critico Giuseppe Marchiori convoca a Venezia, nel Ristorante All’Angelo, un gruppo eterogeneo di validi artisti operanti nella città lagunare, a Roma e a Milano: Afro, Birolli, Cassinari, Guttuso, Leoncillo, Levi, Moreni, Morlotti, Pizzinato, Santomaso, Vedova, Viani, cui l’anno successivo si aggiungeranno Corpora, Fazzini, Franchina e Turcato. E’ un pot-pourri che va dal realismo all’astrattismo al neocubismo e, di conseguenza, non può approdare ad un manifesto credibile sotto il profilo tecnico e teorico. Tenuto insieme con grande difficoltà dal carisma e dall’entusiasmo di Marchiori, il gruppo reggerà per poco più di un biennio, il tempo necessario a realizzare qualche mostra importante, di partecipare alla Biennale e di comunicare al mondo che l’arte italiana era rientrata nel contesto mondiale dopo la parentesi buia del ventennio. Già due anni dopo, nel ’48, per ragioni soprattutto politiche, ma anche per divergenze sugli indirizzi di ricerca e per incompatibilità di caratteri, la compagine si sfascia generando i più omogenei Gruppo degli Otto e Movimento Realista. Ma è interessante sottolineare come in quel momento Venezia fosse considerata (anche per la sua qualità di madre e sede della Biennale) un crocevia dell’arte. Non è quindi un caso se Fontana, approdato a Milano, aggrega tra i firmatari del Primo Manifesto Spaziale (dicembre ’47) il veneziano Carlo Cardazzo che nel ’42, in piena guerra, aveva avuto il coraggio di aprire una Galleria in Riva degli Schiavoni, e la sua compagna Milena Milani. Quest’ultima – scrittrice di prima grandezza, il suo romanzo “La ragazza di nome Giulio” resterà tra i cento libri da salvare del Novecento, e una delle prime figure della poesia visiva – firmerà anche i successivi documenti dello Spazialismo, sempre connotati da spessore teorico, anche in virtù dei contributi dei letterati e degli intellettuali (come Ambrosini, Kaisserlian, Tullier, Giani, Joppolo e più tardi Toniato e Morucchio) che vi aderirono accanto agli artisti: Dova, Capogrossi, Bergolli, Antoni, Crippa, Scanavino, D’Angelo, Sottsass, Roccamonte, Tarantino, Carozzi, Peverelli. Numerosi altri fiancheggiarono il Movimento, pur non aderendovi esplicitamente. Come i veneziani Leone Minassian (nato ad Istanbul) e Alberto Viani (nato a Mantova, erede di Arturo Martini nella cattedra di scultura nella nostra Accademia), i quali sono certamente tributari nei confronti di Jean-Hans Arp, come dimostrano il lungo carteggio epistolare tra Minassian ed Arp, nonché l’esplicito archetipo martiniano della “Donna che nuota sott’acqua” (1941-42), boa di riferimento per l’arte plastica spaziale (così come “Atmosfera di un volto” anticipa le tematiche concettuali). Numerosi altri sono gli artisti Spaziali veneziani collegati – taluni d’ufficio - al Movimento. Quelli compresi nella presente rassegna 5 6 sono ormai storicizzati: dal capostipite Virgilio Guidi (altrettanto grande artista, quanto profeta e poeta, come ha svelato Enzo Di Martino) al raffinato teorizzatore Mario Deluigi, dallo scultore Bruno De Toffoli ai pittori Edmondo Bacci, Ennio Finzi, Luciano Gaspari, Bruna Gasparini, Riccardo Licata, Gino Morandis, Saverio Rampin, Tancredi Parmeggiani e Vinicio Vianello. Ma molti altri autori, anche di primissimo piano, hanno “respirato” quell’aria. Le stesse architetture sospese di Giuseppe Santomaso presentano riferimenti all’assunto spaziale. E’ l’impianto teoretico che regge nel tempo e sorregge i riferimenti. Qui non è possibile (ecco ancora lo spazio, in questo caso mancante!) entrare in una disamina approfondita delle influenze dovute alla grande intuizione di Fontana (in nuce ancorata al versante dinamico del Futurismo e alle sperimentazioni materiche di Dada) e quindi rinvio ai testi irrinunciabili di Dino Marangon, opportunamente citato anche da Granzotto. Sullo Spazialismo a Venezia, Marangon ha condotto uno studio esemplare, che mette in rilievo il ruolo fondamentale rivestito da Cardazzo (Galleria del Naviglio a Milano e Galleria del Cavallino a Venezia) e analizza con lucidità le singole personalità dei protagonisti. Con un’unica omissione, riguardante il lavoro non secondario svolto da un altro gallerista, Gianni De Marco, al quale Guidi, Licata e Finzi devono molto. E qui subentrano i ricordi personali: le ore trascorse con Uccia Zamberlan nel minuscolo salottino della Galleria Santo Stefano o seduti ad un tavolo della gelateria Paolin ad ascoltare i lapidari vaticini di Guidi; la rassegnata sudditanza psicologica di Luciano Gaspari nei confronti di Renato Cardazzo (fratello di Carlo) giocatore accanito e fortunato che trascinava al Casinò l’amico pittore squattrinato e perdente; le interminabili e profonde discussioni tra Morandis e Bacci, sempre impegnati su un unico tema: la pittura; i divertenti pomeriggi estivi passati con Licata, Finzi e De Marco sotto la tenda del plateatico del Bel Sito di fronte all’incredibile facciata di Santa Maria del Giglio. Ma risalgono proprio al cruciale quinquennio 1960-66 due incontri, per me illuminanti. Il primo, formativo, con Edmondo Bacci, assistente alla cattedra di figura disegnata presso il Liceo Artistico. Il titolare, l’accademico milanese Majoli, non si faceva vedere e tutto il peso dell’insegnamento ricadeva sulle spalle del minuto e serissimo Bacci. Io frequentavo il terzo anno e, come tutti, attendevo con impazienza il momento in cui – all’inizio del secondo trimestre – saremmo passati dalla riproduzione delle statue in gesso alla copia dal vero dell’agognata modella. Noi allievi credevamo che un artista spaziale qual’era il già affermato Bacci ci concedesse ampia libertà d’interpretazione, ma fummo amaramente delusi. Non solo ci fece penare un altro mese, finchè non dimostrammo assoluta padronanza del disegno, ma anche nella copia dal nudo si rivelò un cerbero perfezionista. Imparai più da Bacci in quattro mesi che nel resto del mio apprendistato. Un giorno (avendo già acquisito una certa fama da impunito) mi permisi di obiettare: “Scusi, ma a cosa ci servirà imparare a disegnare così bene, se poi magari finiremo a dipingere macchie, come fa lei?”. Mi fulminò: “Si ricordi che tutti i grandi astrattisti sono stati, prima, grandi realisti. E che non si può nemmeno immaginare un’opera d’arte astratta, se prima non si è percorso tutto il cammino verso il quale si sta ora avviando”. Burbero, timido, non molto simpatico. Ma giusto. L’altro aneddoto è datato 1966. Avevo ventidue anni e rimanevo ai Giardini della Biennale – durante i giorni della vernice – per tutta la giornata, finchè al tramonto venivo cacciato fuori dalle squadre delle pulizie. Un giorno, ero nel Padiglione Italiano (quello vero, che qualche anno fa ci hanno rubato) e udii una squillante voce femminile 7 8 gridare: “Maestro Fontana!”. Mi volsi, e vidi un uomo vestito in modo borghese ed elegante, quasi calvo e con i baffi incanutiti, abbracciare e baciare una splendida fanciulla in fiore, accompagnata da un’altra bella figliola. Felice per la fortuna che mi era capitata – tanto per la visione delle due creature, quanto per aver incrociato il maestro, che quell’anno aveva vinto il Leone d’Oro per la pittura – mi accodai discretamente al trio, che proseguiva nella visita alla mostra. La selezione degli artisti italiani invitati comprendeva Burri, Castellani, Corpora, Dangelo, Del Pezzo, Dorazio, Fontana, Gentilini, Paulucci, Pizzinato, Sanfilippo, Turcato, Zigaina, Pietro Cascella, Franchina, Ghermandi, Mazzullo, Pepe, Perez e Viani Vi era inoltre una retrospettiva, curata da Nello Ponente che presentava opere del primo astrattismo lombardo, di autori attivi tra Milano e Como nel decennio 1930-40: oltre allo stesso Fontana, vi figuravano Carla Badiali, Bogliardi, Galli, Ghiringhelli, Licini, Melotti, Munari, Radice, Reggiani, Rho, Soldati e Veronesi. Naturalmente oggi non ricordo tutto ciò che era esposto e, per l’elenco dei nomi, mi sono affidato alla consultazione del prezioso volume storico di Di Martino. La memoria mi restituisce un’impressione di grande, convincente solidità e bellezza. Una sensazione che si ripeteva da una dozzina d’anni, da quando mio padre mi aveva portato con sé alla scoperta di quel mondo che sarebbe diventato anche mio, e che avrei ritrovato nelle successive Biennali, fino al 1990. Poi, il buio della ragione. Ma ritorniamo al fortuito incontro di quell’estate del ’66. Fontana illustrava alle signorine i quadri esposti, rivelando le proprie predilezioni e idiosincrasie con battute agrodolci. La ragione per la quale mi soffermo su questo aneddoto riguarda direttamente lo Spazialismo e, in particolare, l’origine dei celeberrimi “tagli” che a mio avviso rappresentano soltanto una derivata secondaria e causale della geniale invenzione costituita dai “fori”. Secondaria, perché cronologicamente successiva di almeno otto anni. Casuale, perché ebbi modo – proprio nell’occasione di quel pedinamento - di apprendere dalle parole dello stesso Fontana, l’origine dei primi tagli. Trascrivo testualmente ciò che rammento del racconto, ascoltato a cinque passi di distanza dal maestro: “Adesso tutti mi chiedono i tagli, ma se sapessero come sono nati, forse sarebbero meno entusiasti. In realtà i tagli nascono da un gesto di rabbia. Nel ’52 avevo partecipato al concorso indetto per la quinta porta del Duomo di Milano e avevo fatto delle bellissime formelle, di sicuro migliori rispetto a quelle di Luciano Minguzzi. Ma la commissione decise per un ex-aequo. Io speravo tanto di realizzare quel lavoro, perché quando si fa qualcosa per una chiesa importante, vi è la certezza di rimanere nella storia. Passavano gli anni e l’agognato incarico non arrivava. Una brutta sera, nel 1957 o ‘58, non ricordo con esattezza, un amico introdotto nell’entourage dell’Arcivescovo telefona e mi informa che il preferito è Minguzzi. Il sangue mi sale in gola, le tempie battono. Avevo in mano una spatola tagliente, che mi serviva per stendere il colore sulle tele. Brandendola come un pugnale, preso dalla rabbia cominciai a menare fendenti su tutto ciò che mi capitava a tiro e continuai finchè mi sentii spossato. Poi mi sbattei la porta alle spalle e me ne andai imprecando. Il giorno dopo, sbollita un po’ l’ira (ma tuttora vado in bestia se ripenso a quel fatto), rientrato nello studio venni folgorato dalla vista delle tele bianche tagliate di netto. E dissi a me stesso: non avete voluto le mie bellissime figure? D’ora in poi imparerete a vostre spese. Così sono nati i tagli, sui quali i critici stanno scrivendo trattati teorici. Proprio così, care amiche: i buchi erano frutto del pensiero, i tagli del risentimento”. Ovviamente rimasi sbalordito. Ma se oggi rifletto su quella rivelazione, non posso dimenticare che molte scoperte sono frutto del caso. La legge di gravitazione universale si deve ad una mela troppo 9 10 matura caduta sulla testa di uno scienziato. E mai come in arte il fine vale qualsiasi mezzo. Inoltre, le intuizioni di Fontana sono state importanti, non soltanto per ciò che direttamente hanno prodotto, ma per l’influenza esercitata sul lavoro di tanti altri artisti, in particolare del gruppo veneziano che, sul piano della “pittura”, va considerato almeno sul piano di quello milanese e, nei suoi maggiori protagonisti, qualitativamente più convincente. Il fatto che a livello di mercato gli artisti Spaziali veneziani non abbiano ancora raggiunto le quotazioni che meritano, si deve alla convergenza di diversi fattori, che cercherò brevemente di analizzare. Il moderno sistema occidentale dell’arte (ma la globalizzazione sta inquinando anche l’estremo oriente e l’Africa) correla il valore dell’opera d’arte alla sua quotazione di mercato. E’ il mercato a decretare l’appeal di un determinato autore. L’espressione umana più individuale è costretta a soggiacere ai dettami di un ristretto gruppo di speculatori anglofoni che orientano il collezionismo utilizzando strumentalmente, oltre all’egemonia sul potere nelle più significative rassegne (Biennali in primis) e sui media specializzati, anche il fallace metro di giudizio del “politically correct”. Accade così che artisti italiani di livello planetario - come Arturo Martini e Mario Sironi, per citare uno scultore e un pittore tra i più noti – siano stati per mezzo secolo emarginati, a causa della loro militanza politica. L’infausto ventennio che ha zavorrato la civiltà italiana, anche nel mondo dell’arte ci ha fatto relegare ai margini della scena internazionale. Lo stesso movimento Futurista, che a partire dalla fine del primo decennio del secolo scorso contese al Cubismo il primato rivoluzionario in ambito culturale, è sempre stato guardato con sufficienza e considerato in modo riduttivo dagli storici dell’arte. I recenti, meritori tentativi di rilettura e rivalutazione critica – in primis quello, esemplare, condotto da Gabriella Belli – stentano a trovare ascolto, anche per l’oggettiva impossibilità di comprensione di alcuni assunti basilari del Manifesto Futurista lanciato a Parigi da Marinetti su Le Figaro il 20 febbraio 1909. Un documento che, al punto 9, declamava testualmente: “Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei liberatori, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”, appare francamente ignobile ed esecrando. Ciò non toglie che il Futurismo sia risultato fondamentale per la nascita del contemporaneo in svariati settori (dall’editoria alla grafica pubblicitaria, dalla moda alla musica, dal teatro al cinema), e abbia profondamente influenzato la cultura europea. Ebbene, in tutto il Novecento, dopo il Futurismo soltanto tre correnti artistiche “made in Italy” hanno lasciato il segno. In ordine di apparizione: Spazialismo (fondato a Buenos Aires, ma sviluppatosi nel nostro Paese a partire dal 1946), Arte Povera (nata come branca del Concettuale a metà degli anni ’60) e Transavanguardia (anni ’80), ovvero i tre movimenti che hanno saputo dotarsi di una struttura teorica esportabile. E infatti le esposizioni che intendono storicizzare quanto è accaduto in arte nella seconda metà del secolo scorso non possono prescindere da questi riferimenti. E puntualmente il mercato mondiale ne sottolinea l’importanza, quotando in modo consistente le opere dei rispettivi esponenti (Boetti, Merz, Paolini, Pistoletto, Kounellis e Chia, Clemente, Cucchi, De Maria, Paladino). Per gli artisti Spaziali la vicenda si è sviluppata in modo anomalo: soltanto le opere di Lucio Fontana appaiono puntualmente nelle grandi aste e, con quelle di altri indiscussi e solitari maestri italiani (Giorgio de Chirico, Giorgio Morandi, Alberto Burri e pochi altri) raggiungono quotazioni importanti. I rimanenti languono ancora nel limbo, in lista d’attesa: storicizzati, apprezzati dalla critica e dai conoscitori, ma non ancora sufficientemente noti al grande pubblico. Eppure, in una collezione 11 12 d’arte contemporanea degna di tal nome, non dovrebbero mancare opere di Virgilio Guidi, Mario Deluigi e almeno una presenza per ciascuno degli altri Spazialisti. Le mie preferenze soggettive vanno a Tancredi, Bacci, Morandis, alla Gasparini, a Licata, Finzi, Vianello e a Bruno De Toffoli, anche se di quest’ultimo le rare sculture esistenti appartengono alle collezioni della Cassa di Risparmio di Venezia, del Liceo Artistico, di Ca’ Pesaro e di qualche altro privato non disposto a cederle. Altrettanto accade per i vetri di Vinicio Vianello, molti dei quali appartengono alla bella raccolta dell’architetto trevigiano Toni Follina. Nel presente catalogo - che documenta la mostra, organizzata per inaugurare la nuova sede della Galleria Perl’A e per celebrare i sessant’anni di storia del Movimento Spazialista - non poteva mancare una testimonianza del ruolo di De Toffoli; per questo motivo, in mancanza di un originale, abbiamo preferito esporre l’ingrandimento fotografico di un’opera plastica.. Certo, nell’arco di oltre mezzo secolo le opere di Tancredi Parmeggiani hanno raggiunto prezzi dignitosi, incentivati dal fascino emanato dalla biografia e dalla tragica fine dell’artista, che negli anni ’60 precedette il mito tenebroso del cantautore Luigi Tenco. Ma le attuali valutazioni riguardanti un gigante della pittura, come Guidi, un finissimo e colto protagonista qual è stato Mario Deluigi, e tutti gli Spaziali, sono assolutamente inadeguate rispetto al rispettivo ruolo nel panorama del contemporaneo. Se per Guidi ha giocato negativamente l’alluvionale proliferazione delle stereotipate “Marine”, per gli altri le attuali quotazioni sono nettamente inferiori ai valori reali, determinati dalla quantità (relativamente contenuta) e dalla qualità (altissima) delle rispettive produzioni. Nel caso di Deluigi, in particolare, il divario tra eccellenza delle opere e modestia delle quotazioni ufficiali, appare macroscopico. E’ lapalissiano che un investimento avveduto, nel settore delle arti figurative, abbia come logico obiettivo gli artisti Spaziali, nettamente sottostimati e destinati a decuplicare il proprio trend. A cosa si devono tali sottovalutazioni? E’ triste doverlo riconoscere, ma la “palla al piede” degli artisti Spaziali veneziani – ed è accaduto per altri autori operanti in laguna, come Pizzinato, come i citati Viani e Minassian, ed altri – è stata proprio… Venezia! Da decenni tutte le energie, i programmi, gli investimenti che gli enti culturali pubblici hanno dedicato all’arte contemporanea in questa città sono stati destinati alla valorizzazione di un’unica figura, peraltro significativa: quella di Emilio Vedova. La sua ingombrante ed anomala presenza (unico espressionista astratto italiano, eccentrico rispetto alla storia, alle radici culturali e allo spazio-luce di Venezia) ha condizionato e penalizzato la divulgazione e l’affermazione di molti artisti. Il braccio di ferro tra Vedova e Santomaso durante il “regno” di Peggy Guggenheim godeva di oculati contrappesi lasciando spazio a giovani talentuosi come Tancredi e Bacci, ma la scomparsa della dogaressa lasciò campo libero allo strapotere del barbuto accademico, maestro tanto in arte quanto in pubbliche relazioni. Di fatto, avvalendosi di preziose amicizie (Massimo Cacciari), prestigiose collaborazioni (Luigi Nono, Renzo Piano) e robusti appoggi politici (il partito comunista, Sandro Pertini), Vedova ha fatto tabula rasa, egemonizzando un potere che nell’enclave veneziana si era nel frattempo notevolmente ridotto – se paragonato alla situazione vigente all’epoca del Fronte Nuovo delle Arti – nei confronti di Milano e Roma. Basti ricordare che Vedova, protagonista della contestazione sessantottina nei confronti della Biennale, è riuscito ad essere presente in tutte le successive edizioni dell’Esposizione ai Giardini, raccogliendo premi ed allori anche post mortem. In pratica, per almeno un quarto di secolo è valsa l’equazione “Vedova sta all’Arte come Venezia sta al Mondo” (oppure: Vedova sta a Venezia come 13 l’Arte sta al Mondo, o ancora: il Mondo sta a Venezia come l’Arte sta a Vedova). Per molto, troppo tempo è sembrato che la città non fosse in grado di esprimere altri talenti. Fortunatamente la realtà era ed è ben diversa. Artisti di potenziale rilievo internazionale hanno continuato ad operare in coraggiosa solitudine, nella dignitosa attesa di ricevere il meritato riconoscimento. Ma hanno commesso l’errore di crogiolarsi nel proprio nido, dal quale due generazioni di critici non sono riusciti a creare le condizioni per far loro spiccare il volo. E’ sintomatico che le più importanti iniziative di ricognizione critica sullo Spazialismo veneziano siano state realizzate in altre città: a Vicenza da Luca Massimo Barbero, a Pordenone da Giovanni Granzotto e Dino Marangon, a Treviso da Ennio Pouchard ed Elsa Dezuanni. E abbiano registrato un forte incremento proprio in questi ultimi anni con le grandi esposizioni dedicate a singoli esponenti del movimento, curate da Granzotto, con la collaborazione di Luciano Caramel, Giovanna Barbero, Leonardo Conti ed altri, in primari siti museali. Da più di vent’anni (“Spazialismo a Venezia” alla Fondazione Bevilacqua La Masa nel 1987) le istituzioni culturali veneziane hanno pressoché ignorato la stupefacente fioritura di campioni che, per oltre un decennio, aveva riportato sul tappeto lagunare il pallino del grande gioco. Questo nostro contributo sollecita una doverosa attenzione nei confronti di un fondamentale capitolo della storia dell’arte contemporanea in Italia, scritto da illustri e sottostimati concittadiniartisti. 14 Lucio Fontana 15 16 Lucio Fontana (1899 – 1968) Fontana nasce a Rosario di Santa Fè, in Argentina, da genitori italiani. Il padre Luigi è scultore, la madre, Lucia Bottino, è attrice di teatro. La famiglia dopo sei anni si stabilisce a Milano, dove Fontana all’età di 15 anni studia all’Istituto Tecnico Carlo Cattaneo. Interrotti gli studi, parte per il fronte come volontario, ma viene ferito e congedato con medaglia al valor militare. Nel 1927 si iscrive all’Accademia di Brera e segue il corso di Adolfo Wildt. Aveva esordito nel 1925 come scultore: “Melodias”, “Maternidad” (1926) monumento a Juana Blanco a Rosario (1927). Mantiene contatti con il Sudamerica dove si reca di frequente e apre uno studio. Diplomatosi a Brera nel 1930, partecipa regolarmente alle esposizioni e vive realizzando sculture commerciali, monumenti funebri e commemorativi. Esegue sculture e rilievi per edifici razionalisti. La collaborazione con architetti proseguirà per molti anni. Nel 1934 entra nell’ambiente della galleria milanese “Il Milione”, cui fanno riferimento gli astrattisti lombardi. L’anno seguente si collega al gruppo parigino “Abstraction – Création”. Crea opere astratte (tavolette graffite, sculture in fil di ferro) e contemporaneamente ceramiche “barocche” realizzate dalle fornaci di Albisola e Sèvres. E’ presente alla seconda mostra di Corrente (1939). Ritorna a Buenos Aires nel 1940, frequenta i gruppi d’avanguardia che danno vita al “Manifiesto Blanco” (1946), atto di nascita dello Spazialismo. Subito dopo ritorna in Italia e pubblica con altri firmatari il “Primo Manifesto dello Spazialismo”. E’ del 1948 la pubblicazione del ”Secondo Manifesto dello Spazialismo”. Momento fondamentale della sua ricerca è rappresentato da “L’ambiente spaziale a luce nera” esposto alla Galleria del Naviglio di Milano nel 1949. E’ dello stesso anno la geniale invenzione della terza dimensione in pittura, con la foratura delle prime tele. Nel 1950 esce il “Terzo Manifesto Spaziale. Proposta per un regolamento”. Alla Triennale del 1951 legge il suo “Manifesto Tecnico dello Spazialismo” e per primo presenta il neon come forma d’arte. Nel 1952 vince (ex–aequo con Minguzzi, che poi la realizzerà) il concorso indetto per la quinta porta del Duomo di Milano. E’ cofirmatario del “Manifesto del Movimento Spaziale per la Televisione”. Espone alla Galleria del Naviglio opere composite in cui usa, oltre al colore e alle forature, altri materiali: inchiostri, collages, paillettes, sabbia, pezzi di vetro e gesso. Successivamente usa tele dipinte all’anilina e sculture spaziali su gambo. Sono della seconda metà del 1958 le prime opere che presentano tagli, che in seguito diventano il lungo ciclo di “Concetto Spaziale”. Del 1959 sono anche le sculture in bronzo del ciclo “Natura”. Dal 1960 inizia il ciclo dei “Crateri”, costituito da squarci prodotti su tele dipinte ad olio. Nel 1962 lavora lastre di ottone o acciaio, squarciandole. L’anno seguente esegue la serie “Fine di Dio”, formata da grandi tele ovali monocrome squarciate. Nel 1964 tocca ai “Teatrini”, tele forate incorniciate da bordi sagomati che alludono a quinte teatrali. Nel frattempo l’attività espositiva è molto intensa e culmina con la grande antologica al Walker Art Center di Minneapolis e con il Gran Premio per la pittura alla Biennale di Venezia del 1966. L’anno seguente crea le “Ellissi”, sculture in metallo verniciato e le scenografie per il “Ritratto di Don Chisciotte” su incarico del Teatro alla Scala di Milano. Si trasferisce a Comabbio, in provincia di Varese, dove apre un nuovo studio restaurando la vecchia casa di famiglia. Muore improvvisamente poco dopo. Nel 1982 Teresita Rasini Fontana, vedova dell’artista, istituisce la Fondazione Lucio Fontana. Oltre alle innumerevoli partecipazioni a tutte le più importanti esposizioni internazionali, l’importanza dell’artista è avvalorata dalla sua presenza nelle raccolte permanenti di più di 100 musei di tutto il mondo. In una collezione d’arte contemporanea degna di tal nome non può mancare almeno un’opera di Lucio Fontana. 17 18 19 20 21 22 23 24 pag. 18 pag. 20 pag. 22 Senza titolo anni ‘40 inchiostro cm 22 x 28 Concetto spaziale 1949 inchiostro cm 22 x 28 Concetto spaziale 1961 olio con squarcio e graffiti su tela cm 100 x 81 pag. 19 pag. 21 pag. 23 Senza titolo 1948 inchiostro cm 21 x 29,7 Senza titolo 1949 inchiostro cm 22 x 28 Concetto spaziale 1961 olio con squarcio e graffiti su tela cm 81 x 65 I protagonisti di una grande stagione di Giovanni Granzotto Già nell’immediato dopoguerra, soprattutto con la costituzione del Fronte Nuovo delle Arti, per merito della scienza e del carisma di Giuseppe Marchiori, la città lagunare si era proposta come una tappa fondamentale del processo di modernizzazione e sprovincializzazione dell’arte italiana; ma è negli anni cinquanta che essa conquista a pieno titolo il primato di capitale italiana della cultura. E, probabilmente, assieme a Parigi, anche quello di capitale europea. A Venezia scendono tutti, grandi architetti ed i grandi artisti americani, a Venezia si tengono le Biennali, ed è qui che Peggy Guggenheim decide di trasferirsi e di creare un innovativo museo d’arte contemporanea; sempre a Venezia vengono ad insegnare altissime personalità, così come sempre alle sue magiche ed impalpabili atmosfere, o alle sue fastigia classiche e barocche, ed alle sue luci metafisiche, fanno riferimento molti degli esponenti di primo piano dell’arte astratta italiana, ed in primo luogo alcune fra le personalità più significative del “Gruppo degli Otto”, come Birolli, come Santomaso e Vedova, come lo stesso Afro Basaldella, che pur aveva eletto Roma e in parte gli Stati Uniti a propria residenza. E sempre nella città dei Tintoretto, dei Bellini e dei Tiziano, Emilio Vedova riesce ad offrirci la prima vera (e forse anche unica) versione di un Espressionismo astratto italiano che tenta di coniugare i luminismi barocchi della nostra tradizione con l’impetuoso e vorticoso soffiare dei venti romantici del Nord Europa. Ma a Venezia accade soprattutto il miracolo del coagularsi attorno ad una coppia di figure inimitabili per solidità di pensiero e per talento pittorico, come Virgilio Guidi e Mario Deluigi, di un gruppo di pittori eccezionalmente dotati, sotto la spinta della grande rivoluzione spazialista di Lucio 25 26 Fontana. Si tratta di Edmondo Bacci, di Gino Morandis, di Vinicio Vianello, di Tancredi Parmeggiani. A loro poi si aggiungeranno altri notevoli artisti come Luciano Gaspari, Bruna Gasparini e lo scultore Bruno De Toffoli, e infine alcuni ragazzi geniali come Ennio Finzi, Riccardo Licata, Saverio Rampin. Il verbo fontaniano è certamente decisivo per innescare all’interno del gruppo un processo di osmosi e di confronto sul tema spaziale; ma altrettanto importante è, per quegli artisti, il magistero di Guidi e Deluigi, ed ancor più rilevante, dal punto di vista degli esiti prettamente pittorici, è la chiara presa di coscienza del proprio convivere con uno spazio assolutamente unico ed irripetibile, allo stesso tempo storico, mentale e fisico: Venezia. In questo gruppo veneziano l’ortodossia dei principi fontaniani viene, certamente a mitigarsi, in special modo per quel che riguarda la iniziale, dirompente carica distruttiva; viene ancora privilegiato, invece, il momento prettamente pittorico, ma non per questo la tensione innovativa e soprattutto speculativa di tutto il movimento tende, in questa fase veneziana, a scemare o illanguidirsi. Tuttaltro. Certo, sembra cadere l’idea del superamento della superficie pittorica, dell’andare oltre il supporto, oltre la tela, così come viene anche messa in discussione una unitarietà, in verità abbastanza improbabile, del teorema spazialista, anche per la consistenza numerica delle adesioni veneziane al movimento; ma, per contro, viene man mano costituendosi una nuova concezione dello spazio pittorico, da cui deriva, in progressione naturale e non contrastabile, una nuova misura dello stesso, una maniera diversa per delimitarlo, circoscriverlo o riconoscerlo illimite, indipendentemente dalla sua fisicità. A Venezia, in quegli anni ‘50, il segno-gesto viene riconsiderato e rielaborato all’interno di un campo d’azione che non può o comunque non intende prescindere dalle premesse razionali della gabbia di Mondrian, né da una sorta di visione architettonico-Iuministica dell’ambiente spaziale, senza peraltro nulla concedere a riflessioni di impianto naturalista. Anche su questo versante si recepisce “... il concetto di un’instabilità universale in continua mutazione e senza confini...”, e di “spazio immateriale, collegato a presupposti cosmici, interstellari ed atomici, dunque di consapevolezza delle novità della scienza.” (1) Anche per gli artisti “spaziali” veneziani, così come per quelli lombardi, “II Futurismo costituisce, a livello ideologico, una grande spinta propulsiva..., tanto da spingerli a guardare con interesse alle scoperte tecnologiche e scientifiche, come televisione, viaggi nello spazio, luci al neon e laser”, (2) (il pioniere in questo senso fu Vinicio Vianello, che, anzi, ben presto si immerse totalmente in queste esperienze, abbandonando l’attività di pittore). E “la loro attenzione va anche alle esperienze del Barocco nella loro suggestiva capacità di articolazione spaziale e ambientale”. (3) Dunque anche per loro queste premesse teoriche, e queste frequentazioni di natura storico-critica, mantengono una valenza notevole, anche se non fondante, ma al “gesto perforante dei buchi” “e alle diverse sperimentazioni ambientali di Fontana...” e soprattutto a tutti i “modi linguisticamente diversi, seppure di prevalenza segnica, nei quali ricorre infatti un interesse per una gestualità che costituisca 1 Enrico Crispolti - Marco Tonelli, “Spazialismo, a Milano e Venezia. Anni QuarantaCinquanta”, in Dal Futurismo all’Astrattismo, a cura di Enrico Crispolti, catalogo della mostra tenutasi presso il Museo del Corso, Roma, Aprile-Luglio 2002, Editori De Luca, Roma. 2Ibidem nota n° (1). 3Ibidem nota n° (2). 27 l’assunzione di ritmiche di dilatazione spaziale...” (4), gli artisti veneziani affiancano anche una visionarietà, di impronta allo stesso tempo sia panica che metafisica, dei luoghi, che sembra voler parlarci e trasmettere la “essenza spirituale dell’universo e dell’energia che lo anima”. (5) Secondo Dino Marangon, Virgilio Guidi “...pur rifiutando ogni ipostatizzazione bidimensionale e astratto-geometrica del modello mondriano, si mostrerà intento a una profonda verifica sui valori primari della visione, come è testimoniato da un importante ciclo di Marine, tra le quali particolarmente significative le “Marine con grata” del 1948-1949, nelle quali, a riprova che la natura poteva essere legge a se stessa, verrà operando una completa identificazione tra consistenza oggettuale e strutturazione spaziale, sottolineata dalla perfezione ideale della conformazione a reticolo”. (6) Mentre “per parte sua Deluigi sottoporrà ad attenta verifica gli insegnamenti di Mondrian, realizzando nel 1949, un ampio dipinto a losanga, le “Litanie della Vergine”, nelle quali appare massimo il contrasto fra l’astrazione formale del reticolo mondriano e la complessa simbologia delle laudi e dei misteri mariani. Contrariamente a Mondrian che... sembrava voler accantonare in quanto tragico ogni impulso estraneo alla pura conoscenza razionale, Deluigi si mostrerà invece intenzionato a dimostrare che anche la complessa dinamica dei sentimenti e delle passioni avrebbe potuto raggiungere in una plastica metafisica della luce la pacificazione 4 Ibidem nota n° (3). 5Ibidem nota n° (5). 28 6 Dino Marangon, note a “Gino Morandis. La pittura sottile: dall’evoluzione del subconscio alle meraviglie dell’apparire”, da Gino Morandis - Rincontro con la pittura sottile dieci anni dopo, a cura di Giovanni Granzotto e Barbara Morandi, catalogo della mostra tenutasi a Palazzo Racàni Arroni, Spoleto, Luglio Settembre 2004, Edizioni Verso l’Arte, Cerrina Monferrato. della sapienza e della forma. Anche Bacci, superando nelle sue “Fabbriche” ogni residuo di visione empirico-prospettica, verrà corrompendo l’ideale purezza... del reticolo neoplastico, liberando le interne energie del colore, inteso come fulcro dell’intuizione diretta e profonda della molteplice totalità del reale... Infine Tancredi, pur accettando l’altissimo livello di formalizzazione messo in atto da Mondrian, non si mostrerà disposto ad accoglierne... la supposta neutralità...”(7). A questo proposito sarà proprio lo stesso Tancredi, infatti, a ribadire che mentre “...Mondrian ha riconfermato un termine relativo visivo di spazio...” lui, invece, aveva “...trovato un termine relativo illusivo di spazio: il punto,... il più piccolo spazio mentalmente considerato. Mondrian costringeva la natura nel suo termine, io posso far diventare il mio termine natura... Dal punto io parto attraverso grafie e colori istintivi per la conquista di nuove immagini di natura.”(8) Se poi consideriamo tutto l’approfondimento teorico e tutte le indagini tecnico-stilistiche che presiedono il grande lavoro di ricerca di Gino Morandis, che partendo da Mondrian, il cui razionalismo lo “...impegna per la tensione della forma luce...”(9), e oltrepassando lo stesso rigore speculativo e la stessa luminosità plastica del Maestro per antonomasia, Virgilio Guidi, “ecco allora il giovane veneziano non solo aprire la propria sensibilità cromatica ad un colorismo sensibile a segrete risonanze e correlazioni tonali, per molti aspetti trasgressivo rispetto al luminoso essenzialismo guidiano...”(10) viene infine a trovarsi coinvolto in una specie di immersione nello studio, sul 7Ibidem nota n° (6) 8Tancredi, presentazione dello stesso artista per la propria personale tenutasi presso la Galleria del Naviglio, Milano, MaggioLuglio 1953 9 Gino Morandis, intervista rilasciata a Silvio Branzi, critico del Gazzettino di Venezia. 10Ibidem nota n° (7). 29 versante dell’arte e non della scienza, delle potenzialità della cellula primaria (una sorta di atomismo pittorico di indubbia ascendenza fontaniana e nuclearista); se consideriamo tutto questo percorso ci accorgeremo di non trovarci di fronte ad un forsennato eccletismo, o all’intenzione di indagare... lo spazio nella sua accezione atmosferica, cromatica...”(11), bensì a quella di “...fondere inscindibilmente. colore forma e luce in una concezione universale della realtà, ...attraverso una continua vibrazione ottica della superficie pittorica: ...Espansione, energia ed espressività del colore non potevano infatti, per Morandis, prescindere da un ordine ad esso connaturato.”(12) E se ancora ci rivolgiamo alle esperienze dei Vianello, dei De Toffoli, dei Gaspari e Gasparini, e dei giovanissimi Finzi, Rampin e Licata (“Ecco, le molteplici ricerche di Finzi... riscontreranno la prima magistrale... intuizione. Il campo d’azione, quello che permetteva e permetterà, tuttora, di inserire ogni sperimentazione timbrico-dinamica, ogni ricerca luministica, in un contesto dinamico costruttivista, era proprio lo spazio.”(13) - e Licata “...veniva quasi a convivere con una sorta di diarchia spaziale... V’era lo spazio universo, il momento cosmico degli accadimenti musicali e fisici, il luogo dei paesaggi e delle persone; e tutto era percepito come parte vitale del processo della storia. Ma continuava a mantenere un proprio ruolo anche lo spazio del racconto, dove egli trasferiva la propria verità... dove si sviluppava la narrazione. Che, comunque, coincideva con il 11 Luca Massimo Barbero, “Gino Morandis. Per una prima traccia critica”, da Gino Morandis. Antologica, a cura di L. M. Barbero e A. Rosa, catalogo della mostra tenutasi presso il Palazzo Regazzoni Biglia, Sacile, Novembre-Dicembre 1966. 12Ibidem nota n° (10). 30 13 Giovanni Granzotto, “ Finzi e Licata a confronto”, dal catologo della mostra, a cura di Giovanni Granzotto, tenutasi presso il Castello Cinquecentesco, L’Aquila, Aprile Maggio 2000, Edizioni Verso l’Arte, Cerrina Monferrato. percorso della coscienza...” (14) diverrà allora ancora più evidente che, al di là delle diverse sottolineature personali, in quella irripetibile stagione veneziana, sulla scia delle rivoluzionarie conquiste di Lucio Fontana, ma in un contesto di formidabile radicamento con l’unicità dell’ambiente lagunare, nasceva per davvero una nuova concezione dello spazio: una sintesi ancora mai raggiunta di spazialità naturale e mentale, storica e ideale, che ha contribuito a conformare, o perlomeno a delimitare i percorsi di molta arte italiana successiva. A dir il vero, anche a Venezia molti artisti pur esterni al movimento spaziale, non rimasero estranei a questa nuova sintassi visionaria; ed io, infatti, non credo se ne possa ritenere immune il Santomaso della metà degli anni cinquanta, dal segno così incisivo e leggero al tempo stesso, dalla architettura così dilatata, espansa, e dai cromatismi soffici e aerei. E perfino il più grande artista friulano di questo secolo, Afro, pur già uso alla creazione di una spazio pittorico che, sul filo della memoria, fosse capace di coniugare l’ambientazione naturale con i territori della fantasia, dell’immaginazione, della rivisitazione intellettuale, si trovò ad accentuare, in quegli anni il momento atmosferico, arricchendo di una trasognata sospensione spaziale l’intelaiatura dei suoi dipinti. 14Ibidem nota n° (13). 31 32 Virgilio Guidi, Giuseppe Marchiori, Mario Deluigi e il gallerista Gianni De Marco Gli Spazialisti a Venezia Edmondo Bacci Mario Deluigi Bruno De Toffoli Ennio Finzi Luciano Gaspari Bruna Gasparini Virgilio Guidi Riccardo Licata Gino Morandis Saverio Rampin Tancredi Parmeggiani Vinicio Vianello 34 Edmondo Bacci (1913-1978) Dal 1928 al 1933 frequenta l’istituto d’arte di Venezia, dove ha come compagni Morandis e Gaspari. Nello stesso anno si iscrive all’Accademia di belle arti e segue il corso di pittura tenuto dal maestro Guidi diplomandosi nel 1937. Le lezioni di Guidi sulla luce e sul colore, supportate dalle letture della Teoria dei colori di Goethe, sono i fondamenti della formazione artistica di Bacci che già nel 1934 inizia la sua attività espositiva partecipando alla Mostra Collettiva dell’Opera Bevilacqua La Masa. Nel 1939 insieme a Gaspari dipinge un grande affresco nell’aula magna del Liceo Franchetti di Mestre. Già negli anni ‘40, elabora un personale linguaggio espressivo dove raggiunge soluzioni cromatiche più corpose, quasi materiche. Si può notare questo nuovo approccio nelle opere esposte nella prima mostra personale del 1945 alla Galleria del Cavallino a Venezia. Inizia in questi anni il duraturo rapporto con il gallerista Cardazzo. Intorno alla fine degli anni ‘40 l’artista orienta la sua ricerca verso soluzioni formali radicalmente innovative abbandonando così ogni traccia di figurativismo. Sono le Fabbriche e i Cantieri le opere che testimoniano l’evoluzione formale e la tendenza all’astrattismo dell’artista, opere che risentono del rinnovato clima artistico e delle tematiche a sfondo sociale di alcuni artisti, soprattutto di Vedova con il quale Bacci instaura un rapporto privilegiato. Nel 1948 espone per la prima volta alla Biennale di Venezia. La ricerca sullo spazio, sulla luce e sul colore lo porta ad aderire al movimento spaziale; sottoscrive il manifesto, redatto da Ambrosini in occasione della mostra tenutasi nel 1953 a Venezia al Ridotto di Ca’ Giustinian. Partecipa alle mostre del gruppo spazialista e intorno alla metà degli anni ‘50 entra in contatto con Peggy Guggenheim: sarà un incontro decisivo per i suoi futuri sviluppi artisticii; infatti la Guggenheim lo presenterà, in occasione della Biennale del 1958, a importanti galleristi e collezionisti americani. Nel 1955 vince il premio Michetti. Durante gli anni ‘60 la pittura di Bacci subisce un cambiamento e i colori si fanno più soffusi. Durante gli anni ‘70 si avvicina ad un ‘astrazione geometrica caratterizzata da colori puri. Dal 1974 è docente di pittura all’Accademia di belle arti di Venezia. Partecipa a numerose e importanti manifestazioni artistiche nazionali ed internazionali tra cui si ricordano 6 Biennali di Venezia e 4 Quadriennali di Roma. Nel 1989 presso la Fondazione Bevilacqua La Masa organizza la più completa retrospettiva sull’opera dell’artista. 35 pag. 35 36 Avvenimento 1966 tecnica mista su tela riportata su tavola cm 15,5 x 74 Fabbrica 1952 olio su tela cm 115 x 79 Fabbrica 1951-52 tecnica mista su carta intelata cm 46 x 56,5 37 38 Bruno De Toffoli (1913-1978) Dopo aver frequentato la Scuola d’arte, De Toffoli nei primi anni ‘40 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia dove segue il corso tenuto da Arturo Martini, diplomandosi quindi in scultura. Sono gli anni in cui Martini, sperimenta una scultura fisiologica, frutto di un’attenta riflessione sulla luce e sull’ombra, sulle forme e sullo spazio. Gli insegnamenti del grande scultore trevigiano influenzano la prima produzione plastica del giovane artista che ottiene, nell’immediato dopoguerra, alcuni importanti riconoscimenti. Di particolare importanza per la sua formazione va ricordato anche stretto rapporto con il pittore Guidi, che in questi anni portava avanti una personale ricerca sulla luce, e Deluigi, teorico di uno spazio fisiologico che sembra colpire particolarmente il giovane scultore. De Toffoli intraprende quindi una personale ricerca plastica che lo conduce verso formulazioni che testimoniano il suo profondo interesse per l’opera scultorea di Arp e Brancusi, le cui opere ha modo di osservare direttamente alla mostra organizzata da Peggy Guggenheim nel 1949. Nel 1950 partecipa alla XXV Biennale di Venezia dove esporrà ancora nel 1954, nel 1956 e nel 1958. Nel 1951 espone con il pittore Vinicio Vinello nella Galleria del Cavallino di Venezia. Gli anni ‘50 rappresentano sicuramente il momento più importante del percorso artistico di De Toffoli. In questi anni lo scultore aderisce al movimento spaziale e sottoscrive il Manifesto del movimento spaziale per la televisione (1952). Partecipa quindi alle mostre del gruppo spazialista, tra le quali si ricorda quella del settembre 1953 organizzata a Venezia nelle, Sala degli Specchi di Ca’ Giustinian, per la quale Ambrosini scrive il testo “Lo spazialismo e la pittura italiana nel secolo XX”. De Toffoli si fa interprete in scultura delle problematiche spaziali e definisce il proprio linguaggio espressivo proponendo una scultura che è compenetrazione di forme che dialogano tra pieno e vuoto. Nei primi anni ‘50 l’artista si interessa anche alla produzione artistica in vetro e partecipa a mostre internazionali tra cui si ricorda quella al Palazzo delle Esposizioni a Roma (1954) Alcune composizioni che hanno come riferimento il concetto di città, agglomerati di forme sospesi su esili palafitte che creano un netto contrasto tra pieno e vuoto, impegnano l’attività artistica di De Toffoli a partire dai primi anni ‘60. L’attività didattica presso il Liceo artistico di Venezia, di cui sarà anche preside, occupa quasi esclusivamente gli ultimi anni della sua vita. Azioni sulle verticali 1953 ca. bronzo cm 90 x 23 x 19,5 coll. eredi De Toffoli 39 40 Mario Deluigi (1901-1978) Si iscrive nel 1926 all’Accademia di Belle Arti. Risale a quegli anni l’inizio del rapporto di fraterna amicizia con l’architetto Carlo Scarpa. Nel 1926 compie il suo primo viaggio a Parigi, dove ritornerà nel 1937 in occasione dell’Esposizione Universale. Tra il 1926 e il 1927 instaura un rapporto di amicizia con Severini. Inizia la sua attività espositiva nel 1928 alla Collettiva dell’Opera Bevilacqua La Masa e nel 1930 partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia. Nei primi anni ‘30 con Scarpa inizia ad occuparsi di arredamento. Negli stessi anni si interessa al mosaico, attività che continuerà per tutta la vita. Sperimenta negli anni ‘30 la scultura e dal 1942 al 1944 sarà assistente di Martini all’Accademia di Belle Arti di Venezia. In questi anni entra in contatto con l’ambiente culturale veneziano, in particolare con poeti, musicisti e con il gallerista Cardazzo. Negli anni ‘40 elabora una pittura sempre legata a suggestioni figurative, definita fisiologica. Nel 1946 insieme a Scarpa e Ambrosini fonda la Scuola libera di arti plastiche ed è chiamato a insegnare scenografia presso l’Istituto universitario di architettura di Venezia, dove rimarrà fino al 1971. Il contatto con le problematiche legate alla progettazione architettonica, e soprattutto il confronto con B. Zevi, permettono a Deluigi di definire il personale concetto di spazio. Nel 1946 vince il premio Burano e nel 1947 il Premio Abano. Nei primi anni ‘50 l’artista si orienta verso l’astrazione operando una graduale eliminazione della piasticità fisiologica delle figurazioni. Nel 1951 firma a Milano il Manifesto dell’arte spaziale, e quindi il Manifesto del movimento spaziale per la televisione (1952). Partecipa alle mostre del gruppo. Nel 1952 conosce e diviene amico di Le Corbusier; negli anni successivi otterrà l’incarico di eseguire alcune grandi decorazioni a mosaico nelle Centrali elettriche SADE e nella Stazione di Venezia. Nel frattempo si consolida l’amicizia con lo storico dell’arte Giuseppe Mazzariol che cura una sua importante antologica nel 1966 presso la Fondazione Ouerini Stampalia, e con il quale farà alcuni importanti viaggi. Nel corso degli anni ‘60 e ‘70 Deluigi continua la sua ricerca e tiene importanti mostre personali. Dal 1960 insegna al Corso superiore di disegno industriale e dal 1970 all’Università internazionale dell’arte, mentre dal 1973 insegnerà per tre anni anche ai corsi della Sommerakademie di Salisburgo. Partecipa a manifestazioni artistiche internazionali, tra cui si ricordano 7 Biennali di Venezia e le Ouadriennali del 1959 e del 1972. 41 pag. 41 42 Grattage s. d. olio e tecnica mista su tavola cm 68 x 98 Figura 1948 olio su tavola cm 64 x 47 Grattage 1962-1963 olio e tecnica mista su tavola cm 36 x 36 43 44 Ennio Finzi (1931) Frequenta l’Istituto d’arte di Venezia e nel 1949 si iscrive al corso di Scuola libera del nudo, tenuto da Pizzinato presso l’Accademia di Belle arti. La passione per la musica lo mette in contatto con l’ambiente musicale veneziano, dove ha modo di conoscere il compositore musicale B. Maderna, che lo avvicinerà alle problematiche della musica contemporanea. Questo indirizzo della ricerca lo porta a interessarsi alle nuove manifestazioni artistiche del dopoguerra a Venezia instaurando fin dal 1949 un particolare rapporto con Vedova che poi lo chiamerà a collaborare nel suo studio e intensificando il suo rapporto con Deluigi, Guidi, Ambrosini, e dal 1951 con Fontana, che poi frequenterà spesso a Milano. In questi anni inizia la sua attività espositiva partecipando nel 1948 e nel 1950 alle mostre collettive organizzate alla Bevilacqua La Masa di Venezia. Dal 1952 prende parte a numerose rassegne nazionali e internazionali. Nel 1953 espone alla Bevilacqua La Masa. Nel 1956 Finzi tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Bevilacqua La Masa, dove nel 1957, alla LXV collettiva, riceve il primo premio per la pittura. Nel 1959 partecipa alla Quadriennale di Roma. Nel 1961 si trasferisce a Milano dove entra in contatto con gli architetti Piergiacomo e Achille Castiglioni. Trasferitosi a Sanremo nel 1964, dopo quattro anni torna a Venezia. Nel 1978 è chiamato a insegnare pittura all’Accademia di Belle Arti, e dai primi anni Ottanta va svolgendo una serie di esperienze sul motivo del nero, in un’estrema esplorazione dei significati del colore. Partecipa al la Biennale di Venezia del 1986 esponendo alcune opere nella sezione dedicata al colore. Nel 1987 partecipa alla mostra “Spazialismo a Venezia”, portata poi al Palazzo dei Diamanti, a Ferrara. Nel 1991 espone alla Galleria del Cavallino. Nel 1993 è sempre a Venezia, questa volta presso il Museo d’Arte Moderna Ca’ Pesaro, nella collettiva Da Boccioni a Vedova Opere del XX secolo nella Collezione della Cassa di Risparmio di Venezia. Nel 2000, prima a L’Aquila e poi a Stra’ presso Villa Pisani, la personale Finzi e Licata a confronto; partecipa alla mostra Dal Futurismo all’Astrattismo” al museo del Corso di Roma, nel 2002. Nello stesso anno, alla Galleria civica d’Arte Moderna di Spoleto e presso i Musei di San Salvatore in Lauro a Roma, si tiene l’importante mostra “Ennio Finzi. Venezia e le avanguardie nel dopoguerra”. Negl’anni seguenti si moltiplicano le importanti antologiche in siti prestigiosi. Invezione 1953 tempera su faesite cm 129 x 118 45 46 Figure cromatiche 1956 acrilici su tela cm 120 x 100 Dalla serie flipper: schermo - luce 2008 acrilici su tela cm 70 x 70 47 48 Luciano Gaspari (1913-2007) Frequentato l’Istituto d’Arte, dove ha come compagni Bacci e Morandis, continua i suoi studi artistici all’Accademia di belle arti di Venezia sotto la guida di Guidi, che seguirà all’Accademia di Bologna dal 1935. L’anno seguente ha modo di seguire anche le lezioni di Giorgio Morandi. Inizia giovanissimo la sua attività espositiva partecipando dal 1931 alle mostre collettive dell’Opera Bevilacqua La Masa; nel 1932 espone per la prima volta alla Biennale di Venezia, ricevendo il premio riservato al più giovane pittore. Partecipa alla seconda Ouadriennale di Roma nel 1935, e nel 1939 insieme a Bacci dipinge un grande affresco nell’aula magna del liceo Franchetti di Mestre. Nel 1943 tiene la sua prima mostra personale alla galleria del Milione di Milano, e l’anno successivo espone alla galleria del Cavallino a Venezia. Verso la fine degli anni ‘40 si orienta verso una rimeditazione, con originali interpretazioni espressioniste, della pittura cubista, in particolare quella di Picasso e Braque. Nel 1948 è uno degli artisti firmatari dell’Alleanza della cultura di Bologna. Nei primi anni ‘50 elabora una tecnica pittorica non figurativa che si ispira alle incessanti metamorfosi della natura, dove sono protagonisti il colore, che diviene forma e spazio, e la luce. L’artista si avvicina così alle problematiche poste dalla corrente spazialista senza però farne mai parte. In una mostra dedicata allo spazialismo, curata da Milena Milani nello Studio d’arte moderna a Roma, Gaspari è presentato come pittore “spaziale” assieme a Bacci, Deluigi e Morandis. Nel 1956 vince il primo premio del Centro internazionale delle arti e del costume di Palazzo Grassi. Nella gestazione della sua ricerca artistica Gaspari si dedica anche al vetro, materia che si adatta perfettamente alla sperimentazione sul colore e sulle metamorfosi della forma, rivelandosi ben presto uno dei protagonisti sul piano internazionale. Dagli anni ‘40 collabora con la ditta Salviati; nel 1961 realizza per l’esposizione Italia ‘61 una grande vetrata colorata che viene integrata mediante l’accostamento al mosaico creato per l’occasione da Deluigi. Ha insegnato al Liceo artistico, al Corso superiore di disegno industriale e quindi all’Accademia di belle arti di Venezia. Ha partecipato a numerose ed importanti mostre e manifestazioni artistiche, tra cui si ricordano presenze in 11 edizioni della Biennale di Venezia e 6 alle Ouadriennali di Roma. Di rilievo la retrospettiva allestita nel Museo del Vetro di Murano (2009). Senza titolo metà anni 50 olio su tela cm 60 x 56 49 50 Senza titolo 1956 tempera su tela cm 50 x 60 Germinazione 1961 olio su tela cm 90 x 100 52 Bruna Gasparini (1913-1998) Nel 1937 giunge giovanissima a Venezia inserendosi ben presto nel tessuto culturale della città dove può alimentare la sua passione artistica e culturale frequentando personalità fortemente creative ed istruite. Si forma come autodidatta seguendo consigli di amici, tra cui Luciano Gaspari che seguirà i suoi esordi e diventerà suo marito nel 1943, ed affermati maestri come Martini e Guidi. Inizia la sua attività espositiva nel 1938 partecipando alla “Prima mostra universitaria triveneta d’arte” organizzata a Padova. Alle prime possibilità espositive propone opere che risentono della influenza di Guidi ma anche di un particolare interesse per le opere di Scipione e Mafai. Nel 1940 partecipa alla XXII Biennale di Venezia e due anni più tardi prende parte al Premio Bergamo. Durante gli anni ‘40 la Gasparini, grazie anche alla frequentazione del maestro Afro Basaldella, si interessa alle nuove proposte artistiche e sviluppa un nuovo linguaggio vagamente influenzato dall’esperienza cubista che si concretizza in una serie di nature morte. Contemporaneamente ottiene numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il premio Watteau a Milano nel 1947 e il Premio per la pittura alla XXVI Collettiva dell’opera Bevilacqua La Masa di Venezia nel 1948. Solo negli anni ‘50 però l’artista porterà a compimento la sua travagliata ricerca di un linguaggio strettamente personale avvicinandosi così all’astrattismo e partecipando, pur mantenendo un ruolo assai riservato, agli avvenimenti e alle esperienze “spaziali”. Non firma infatti alcun manifesto, ma quando nel 1955 si presenta alla Bevilacqua La Masa con la sua prima personale appare evidente la profonda indagine sulle problematiche riguardanti lo spazio, il segno e il colore comuni agli artisti spaziali. Le opere esposte trasmettono una grande espressività e padronanza segnica, di carattere esistenziale, supportata da una vigorosa matrice gestuale. Nel corso di questi anni la materia pittorica ingloba gradatamente il segno e si fa più rarefatta e fluida diventando quasi un fatto “atmosferico”. Nel 1954 vince il premio Mariotti, partecipa ancora alle Biennali di Venezia nel 1948, 1950, 1964, quando espone in una sala personale dodici gouaches, e alle Quadriennali di Roma nel 1948 e nel 1952. La sua incessante ricerca espressiva è giunta nelle ultime opere ad una pittura luminosa dai toni caldi e accesi, come testimoniano la mostra del 1996 svoltasi nella Casa del Mantegna di Mantova e quella risalente al 1998 allestita a Bassano del Grappa. Angoscia (cosmica) 1954 tecnica mista riportata su tela cm 40 x 50 53 54 Sonorità 1955 olio su tela cm 70 x 100 Notturno 1960 olio su tela cm 90 x 70 55 56 Virgilio Guidi (1891-1984) Lasciati i corsi dell’Istituto tecnico a Roma, nel 1911 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Roma dove segue il corso tenuto da Aristide Sartorio. Inizia in questi anni la riflessione sulla luce e sullo spazio, che divengono elementi determinanti della personale ricerca artistica e soggetti principali dei suoi scritti. Nel 1913 inizia la sua attività espositiva e nel 1915 partecipa a Roma alla III Esposizione Internazionale d’Arte della Secessione. Frequenta l’ambiente culturale romano e instaura un rapporto di profonda amicizia con il poeta Cardarelli. Partecipa dal 1920 alle Biennali di Venezia, dove nel 1924 riscuote un grande successo di critica. Nel 1926 e nel 1929 prende parte alle mostre del Novecento italiano. Già a quest’epoca le novità formali della sua pittura fanno di Guidi un maestro affermato. Nel 1927 si trasferisce a Venezia dove è chiamato a ricoprire la cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti, sostituendovi Ettore Tito. La persistente ostilità dell’ambiente accademico veneziano, costringe l’artista, nel 1935, a trasferirsi a Bologna, dove è seguito da molti suoi allievi. Sono gli anni delle amicizie con Morandi e Semeghini. A causa della guerra nel 1944 ritorna a Venezia, risparmiata dai bombardamenti. Capace di rinnovare continuamente il proprio linguaggio espressivo, Guidi verso la fine degli anni Quaranta, realizza i cicli delle Marine e delle Figure nello spazio. Sono queste le premesse della sua adesione al movimento spaziale dove, con Fontana e Deluigi, si evidenzia come maestro riconosciuto. Firma il Manifesto dell’arte spaziale (1951) e il Manifesto del movimento spaziale per la televisione (1952) e partecipa alle mostre organizzate dal movimento. La ricerca artistica di Guidi, come anche quella poetica, è incessante e continua feconda negli anni Sessanta e Settanta alternando un ritorno a una rinnovata e originale rappresentazione della figura e a un recupero del rapporto con la natura. Nel 1980, mentre l’attività artistica prosegue feconda e inesauribile, nonostante l’età, indirizzandosi a una sempre maggiore essenzializzazione e purezza, si inaugura a Venezia, a Palazzo Fortuny, il Museo Guidi, costituito dalla donazione al Comune di 80 suoi dipinti posteriori al 1950 e purtroppo perduto a favore di Bologna, dove ha trovato più degna attenzione. Numerosissime sono le partecipazioni a manifestazioni artistiche nazionali e internazionali tra cui si ricordano 16 presenze alle Biennali di Venezia e cinque inviti alle Quadriennali di Roma. Angoscia (cosmica) 1954 olio su tela cm 90 x 120 57 58 Tumulti 1958-1963 olio su tela cm 35 x 50 Tumulti 1958-1963 olio su tela cm 50 x 60 59 60 Riccardo Licata (1929) Dopo una breve parentesi parigina, la sua famiglia si trasferisce a Roma, dove rimane fino al 1945, Dal 1946 Licata vive a Venezia, studiando al Liceo Artistico e all’Accademia di Belle Arti negli anni tra il 1947 e il 1955. Nel 1957 ottiene una borsa di studio dal Governo francese per sperimentare l’incisione a colori e le nuove tecniche, in collaborazione con Friedlaender, Hayter e Goetz. Nello stesso anno è chiamato come assistente di Gino Severini all’Ecole d’Art Italienne de Paris. È nominato, nel 1961, maestro di mosaico alla Ecole Nazionale de Paris dove ha insegnerà fino al 1995. Gli incarichi prestigiosi si susseguono, così nel 1969 è professore di Arti plastiche alla U.E.R. della Sorbonne, quindi professore di incisione all’Accadmie Goetz di Parigi e, daI1972, alla Scuola internazionale di Grafica di Venezia e all’Ecole Americaine d’Architecture de Fontainebleau. Inizia ad esporre a Venezia e a Firenze nel 1949 con il gruppo dei Giovani Pittori Astratti. La sua prima esposizione personale si tiene a Venezia nel 1951, seguono oltre 300 personali in 35 diverse Nazioni. Dal 1952 ha esposto alla Biennale di Venezia, alla Biennale di San Paolo del Brasile, di Tokjo, di Parigi, di Lubiana, di Alessandria d’Egitto e alle Quadriennali di Roma, le Triennali di Milano, come nei principali Salons parigini. Nel 1993 ha tenuto una mostra antologica presso il Museo d’Arte Moderna di Cà Pesaro, Venezia. Da allora ha tenuto mostre in siti prestigiosi: Palazzo Ducale di Mantova; Fondazione Teatro Nuovo di Torino; Castello Ebenau, Austria; Galleria Davidov, Parigi; Castel Pergine, Trento; Museo Nazionale d’Abruzzo, L’Aquila: Museo Nazionale di Villa Pisani, Strà (Ve); Palazzo del Senato, Milano; Palazzo Ducale, Urbino; Castel dell’Ovo, Napoli; Castel Sant’Angelo, Roma; Galleria Parmassòs, Atene; Museo Vivo, Oviedo; Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia e Biblioteca Nazionale Braidense, Milano; Maison des Arts, Parigi; Castello Svevo, Bari; Museo d’Arte Moderna, Mosca; Palazzo Venezia, Roma; Palazzo Ducale, Venezia; Promotrice Belle Arti, Torino; Hermitage, San Pietroburgo; Palazzo Reale, Milano. Numerose le monografie curate dai maggiori critici. Le sue opere sono presenti nei musei d’arte moderna di Belluno, Chicago, Firenze, Milano, Mulhouse, New York, Parigi, Reggio Emilia, Stoccarda, Varsavia, Venezia, Vienna e nelle principali collezioni. Riccardo Licata vive e lavora a Parigi e a Venezia. Senza titolo 1956-1957 olio su tela cm 65 x 95 61 62 Il trono 1961 tecnica mista su tela cm 135 x 79 Giudice 1960 tempera su carta cm 65 x 65 63 64 Gino Morandis (1915-1994) Frequentato l’Istituto d’arte a Venezia, continuerà successivamente gli studi all’Accademia di belle arti sotto la supervisione di Guidi, che poi seguirà all’Accademia di Bologna, nel 1935. A Bologna ha modo di assistere alle lezioni tenute da Giorgio Morandi. Inizia ad esporre giovanissimo partecipando nel 1932 alla Collettiva Bevilacqua La Masa e alla Quadriennale di Roma nel 1935; chiamato alle armi nel 1938, sarà obbligato a sospendere la sua attività espositiva fino al 1943. Ricopre il ruolo di assistente di Guidi fino al 1945, anno in cui ottiene la cattedra al Liceo artistico di Venezia, a cui farà seguito la docenza all’Accademia. Alla fine degli anni quaranta partecipa con gli amici Bacci e Gaspari ai dibattiti artistici che seguono la riapertura della Biennale con la storica edizione del 1948. In questo periodo l’artista instaura un rapporto privilegiato con Vedova e contemporaneamente si allontana dalla pittura figurativa per orientare la sua ricerca verso espressioni astratte. Nel 1947 vince il premio Gino Rossi alla fondazione Bevilacqua La Masa e tiene nel 1949 la prima mostra personale alla Galleria dello Scorpione a Trieste, cui seguirà nel 1957 la personale alla Galleria del Cavallino di Venezia. Nei primi anni ‘50 aderisce al movimento spazialista ed entra in contatto con il gallerista G. Cardazzo. Partecipa alle mostre degli artisti spaziali cominciando dal 1952 a Venezia alla Galleria del Cavallino e a Trieste alla Galleria Casanova. Nel 1953 espone con altri artisti spaziali al Ridotto di Ca’ Giustinian, sottoscrivendo il manifesto. La sua pittura in questi anni assume un ruolo particolare all’interno del movimento spazialista: una particolare sensibilità coloristica, a cui si accompagna una decisa vocazione formale. Nel 1951 vince il premio Saviat al Premio Burano, nel 1962 riceve il Premio Michetti e nel 1964 vince il concorso nazionale per gli affreschi del nuovo Policlinico dell’Università di Padova. Partecipa a numerose manifestazioni artistiche nazionali ed internazionali tra cui si ricordano le sue partecipazioni alle Biennali di Venezia nel 1936, 1948, 1950, 1952, 1954, 1956, 1958, presentato da G. Giani,1962, presentato da G. Mazzariol, 1968, quando ottiene una sala personale ed è presentato da B. Morucchio, e alle Quadriennali di Roma nel 1935, 1951, 1955, 1959, 1972. Vanno inoltre ricordate la mostra antologica svoltasi nel 1996 a Sacile e quella tenutasi nella Galleria Civica d’Arte Moderna di Spoleto nel 2004. Immagine n° 61 1961 tecnica mista su tela cm 90 x 110 65 66 Immagine n° 645 1976 collage di faesite su compensato cm 70 x 90 Senza titolo 1985 tecnica mista su tela cm 140 x 69 67 68 Saverio Rampin (1930-1992) Frequenta nel 1948 e 1949 l’Accademia di Belle Arti di Venezia, sotto la guida di Armando Pizzinato, protagonista di spicco del movimento del Fronte nuovo delle arti. In questi anni inizia la sua attività espositiva partecipando, a partire dal 1948, alle collettive dell’Opera Bevilacqua La Masa e nel 1949 al Premio Favretto. In questo periodo le sue opere da una prima posizione post impressionista di eredità lagunare risentono ora della lezione di Pizzinato, come si può notare nell’opera “Lavoro del pescatore” (1951), dove Rampin si apre ai moduli di una sintesi formale di matrice dinamico-cubista in cui rimane tuttavia evidente una notevole sensibilità coloristica. Partecipa alla XXV Biennale di Venezia dove espone l’opera Scuola di pittura (1950) e nel 1951 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Sandri di Venezia, presentato da Pizzinato. Insieme a Licata e Tancredi si segnala come uno dei giovani talenti emergenti nel panorama artistico veneziano. Negli anni ‘50 la pittura di Rampin è caratterizzata da una forte e vitale carica espressiva, ricca di un acceso cromatismo, che lo allontana dalle prime esperienze di matrice cubo-futurista. L’artista si orienta verso un espressionismo astratto che lo avvicina alle sperimentazioni cromatiche degli artisti spaziali veneziani come Vinicio Vianello, Edmondo Bacci. Le sue opere anche se risultano non-figurative nascono da una visione attenta degli aspetti naturalistici, tanto che l’artista chiama i suoi lavori “Momenti di natura”. L’incontro con Virgilio Guidi nel 1955 rappresenta un momento importante nella formazione artistica di Rampin, tanto che l’artista muta gradatamente il proprio linguaggio espressivo. Da una pittura impulsiva dalle tinte accese, impetuosa e materica passa a dar voce, negli anni Sessanta, a una liricità interiore che trova espressione in forme pallide e tremanti, di un cromatismo diafano e delicato. È uno sviluppo della ricerca sulla luce e sullo spazio che viene espressa con chiarezza dalle stesse parole dell’artista: “se domani trovo uno ‘spazio ideale’ oggi lo cerco”. Vince il primo premio per la pittura alle collettive dell’Opera Bevilacqua La Masa nel 1955, 1956, 1958, 1959. Nel 1958 vince la Medaglia d’oro alla III mostra dei Giovani Pittori a Roma. Insegna al liceo artistico di Padova e dal 1970 ottiene per “chiara fama” la cattedra presso il Liceo artistico di Venezia. Senza titolo 1955 olio su tela cm 50 x 76 69 70 Senza titolo 1956 olio su tela cm 78 x 100 Senza titolo 1959 olio su tela cm 70 x 100 71 72 Tancredi Parmeggiani (1927-1964) Abbandonato il Liceo classico, frequenta in modo irregolare il Liceo artistico di Venezia. Nel 1946 segue i corsi della Scuola libera del nudo tenuti da Pizzinato all’Accademia di Belle Arti. Nel 1947 si reca clandestinamente in Francia, ma dopo un breve periodo viene rimpatriato col foglio di via obbligatorio. Nel 1949 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Sandri di Venezia, presentato da Guidi. Nel 1950 si trasferisce a Roma, dove entra in contatto con Turcato, Dorazio, Guerrini e Perilli. Partecipa alla mostra Arte Astratta e Concreta in Italia 1951, organizzata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Alla fine degli anni ‘40 aveva conosciuto il gallerista C. Cardazzo; nel 1951, di ritorno da Roma, tramite il pittore B. Congdon conosce Peggy Guggenheim che gli offre uno studio nel suo palazzo. Firma il Manifesto del movimento spaziale per la televisione (1952) e partecipa ad alcune esposizioni del gruppo. Nel 1952 ottiene riconoscimenti al Premio Graziano, al Premio Gianni a Milano e alla XL Collettiva Bevilacqua La Masa. Da questa data si susseguono importanti mostre personali in Italia e all’estero. Nel 1955 è invitato alla mostra Tendances actuelles presso la Kunsthalle di Berna e nello stesso anno vince il Premio di Pittura Esso, organizzato nel padiglione italiano della Biennale di Venezia. Nel 1958 due personali di rilievo: alla Saidenberg Gallery di New York e alla Hannover Gallery di Londra. Nella primavera del 1959 decide di lasciare Venezia e presso la Galleria il Cavallino, in una sorta di mostra-congedo, presenta le opere del ciclo A proposito di Venezia. Si ferma a Milano dove inizia il rapporto di lavoro con la Galleria dell’Ariete. Nello stesso anno partecipa alla VIII Quadriennale di Roma. Dopo un viaggio in Svezia e Norvegia si reca a Parigi, dove entra in contatto con alcuni protagonisti del surrealismo e conosce le ultime esperienze di profondo cambiamento esistenziale che trovano riscontro anche nel suo lavoro: nascono le Facezie e gli Arabeschi, e l’artista fino a tutto il 1961, oltre a dipingere, disegna con straordinaria intensità. Sul finire del 1962 il suo disagio si fa sempre più profondo. Tra la fine del 1963 e l’inizio del 1964 è a Venezia, dove viene ricoverato all’ospedale psichiatrico. È invitato con tre opere alla XXXII Biennale. Apparentemente ripresosi, si stabilisce per qualche tempo presso il frate llo Romano, a Roma. Qui, il 1° ottobre 1964, nelle acque del Tevere viene recuperata la sua salma. Senza titolo 1959-1960 tempera su carta applicata su tela cm 155 x 155 73 74 Senza titolo (Povero) 1960 tempera su carta applicata su tela cm 150 x 151,5 Senza titolo 1962 tempera su tela cm 100 x 80 75 76 Vinicio Vianello (1923-1999) Frequentati il Liceo artistico e la Scuola libera del nudo, si iscrive nel 1940 all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove segue il corso di pittura tenuto da Giuseppe Cesetti, diplomandosi nel 1945. Già nella seconda metà degli anni Quaranta, dopo inizi improntati a una notevole fedeltà al vero, la sua pittura presenta una significativa sintesi lirica, soprattutto nella ferma scansione geometrica dei piani e delle linee compositive delle “Finestre aperte”. Precocissimo, nel 1941 inizia già la sua attività espositiva partecipando da quell’anno alle mostre collettive dell’Opera Bevilacqua La Masa, dove nel 1947 vince il Premio Moggioli con un’opera già vicina a una sintesi astratta. Nel 1948 espone per la prima volta alla Biennale di Venezia (in cui ritornerà in altre nove edizioni) e inizia la sua attività di disegno e di progettazione di opere in vetro. Dal 1950 è invitato a tutte le rassegne internazionali del vetro, ottenendo riconoscimenti alla Triennale di Milano (1951 e 1957), e il Compasso d’Oro (1957). Intorno alla fine degli anni Quaranta entra in contatto con letterati e artisti milanesi, ed è tra i primi artisti veneziani che si avvicinano al movimento spazialista. Firma il Manifesto dell’arte spaziale (1951), il Manifesto del movimento spaziale per la televisione (1952), e aderisce al manifesto Lo spazialismo e la pittura italiana nel secolo XX (1953), redatto da A.G. Ambrosini in occasione della mostra spazialista a Venezia al Ridotto (Sala degli Specchi) di Ca’Giustinian. Nel 1950 tiene la prima mostra personale alla Galleria Barbaroux di Milano; l’anno successivo espone alla Galleria del Cavallino di Venezia, insieme a De Toffoli e nel 1952 alla Vetrina di Chiurazzi a Roma, con altri artisti veneziani presentati da Marchiori; nello stesso anno dalla Galleria del Cavallino viene edita una significativa raccolta di sue incisioni. In questi anni Vinicio elabora una pittura libera nel segno e nel colore e parallelamente un linguaggio espressivo meccanico e modulare; le due ricerche spesso si sovrappongono come in alcune opere del ciclo Racket. In seguito, compie anche alcune originali riproposizioni della tecnica del collage di lontana matrice cubista. Vinicio Vianello sperimenta le ricerche spaziali anche in campo decorativo e alla Biennale del 1952 espone quattro vasi spaziali in cristallo iridato. Negli ultimi anni Vinicio ha rivolto i suoi interessi al campo scientifico approfondendo lo studio per lo sfruttamento delle fonti alternative di energia, a seguito del quale ha ricevuto significativi incarichi Cee. Tondo rosso e blu 1951 olio su tela cm 65 x 80 77 78 Ennesimo 1951 olio su tela cm 50 x 70 Propulsione 1953 olio su tela cm 65 x 80 79 MOSTRE A VENEZIA 8 Finito di stampare: gennaio 2010 da Grafiche Serenissima Santa Maria di Sala (Venezia) per conto di Perl’A Gallery San Marco, 3216 30124 Venezia tel. 041.2413218 Il Sogno di Polifilo Via Zuccareda, 11 31044 Montebelluna (Treviso) tel. 0423.22867