Di successo?
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Di successo?
Ricorrenze Per i 70 anni della Mostra di Venezia NUMERI Dossier Produzione CINEMA ESPANSO I ritratti di Zavattini Mike Kelley e il cinema Polemiche Contro il mito della creatività Chi ha rimosso Renato Castellani? agosto/settembre 2013 5,50 € numero 8/9 DI CHE STORIE HA BISOGNO L’ITALIA DI OGGI? EDITORIALE diGianni Canova Pensare, ascoltare Sviluppò invece l'abitudine, quando parlavano gli altri, di ascoltarli con molta attenzione, qualsiasi cosa dicessero. Con il tempo questa abitudine divenne per lui uno strumento utile per scoprire verità preziose. Una di queste era che la maggior parte della gente non era capace di utilizzare la testa per pensare. E queste persone non pensanti non ascoltavano gli altri. (Murakami Haruki, 1Q84 – Libro 3) I l problema, da noi, è che nessuno ha più voglia di ascoltare. Forse, non ne è più nemmeno capace. Chi si occupa di cinema non ascolta quelli che si occupano di letteratura, i letterati non ascoltano i designer o i musicisti, e questi ultimi disdegnano i cineasti e gli artisti. Trent’anni di narcisismo solipsistico nutrito in abbondanza dalle televisioni pubbliche e private hanno prodotto il risultato paradossale di una società (si fa per dire) culturale (di nuovo, così per dire…) fatta da monadi autarchiche, convinte – ognuna – di bastare a se stessa e di non aver bisogno dello sguardo e del punto di vista altrui. Così la cultura italiana si avvoltola nel suo perenne e infinito feudalesimo, fatto di territori dominati da inscalfibili e grifagni potentati, tutti impermeabili a ogni idea di scambio, di dialettica, di confronto. Nessuno che provi a far sistema, a mettersi in discussione, a ri- conoscere meriti e virtù anche a chi non fa parte del proprio clan. Peccato. La Storia ci insegna che spesso è proprio lo sguardo che viene da fuori a formulare le diagnosi più esatte, a vedere più lontano, a mettere a fuoco meglio criticità e problemi. Proprio per questo, e per contrastare nel nostro piccolo il solipsismo dominante, abbiamo deciso di aprire questo numero di 8½ adottando un punto di vista anomalo, o un’angolatura prospettica non comune: quella di 12 scrittori di successo che abbiamo invitato a ragionare sul nostro cinema, a provocarlo, a dargli consigli e suggerimenti. Li ringraziamo tutti per la loro generosità. Per come hanno saputo essere lucidi e sorprendenti. L’auspicio è che il cinema italiano, riunito a Venezia per la 70a edizione della Mostra, ritrovi la voglia, una volta tanto, di ricominciare ad ascoltare. 1 SOMMARIO 06 ELEONORA MAZZONI 07 ANDREA VITALI 08 CHIARA GAMBERALE EDITORIALE 01 PENSARE, ASCOLTARE di Gianni Canova SCENARI 04 05 09 GIORGIO FALETTI 10 ANDREA DE CARLO 11 GIANCARLO DE CATALDO 12 SILVIA AVALLONE 13 MASSIMO CARLOTTO 14 QUELLA SPORCA DOZZINA di Gianni Canova VALERIO EVANGELISTI 16 VALERIO MASSIMO MANFREDI DONATO CARRISI 18 MARCO BUTICCHI 19 SUGGERIMENTI DEI 12 SCRITTORI: LIBRI E AUTORI CHE VORREBBERO VEDERE PORTATI SULLO SCHERMO. 20 Parole e immagini si incontrano in tv di Andrea Guglielmino 31 In crescita gli investimenti esteri. Stabili quelli italiani 22 Meglio non saper niente del libro. Che noia i discorsi filologici di Steve Della Casa 31 Metà dei titoli nazionali è low budget NUMERI diUnità di Studi congiunta DG Cinema/ ANICA 28 23 24 26 Meglio aver letto il libro. Ci si può indignare con poca spesa di Mario Sesti Perché non sempre un libro di successo genera un film di successo? di Nicole Bianchi Radiografia dell’adattamento di Fabrizia Malgeri 29 30 UN PERCORSO COMUNE IN TRE PUNTATE. ULTIMA TAPPA LA PRODUZIONE Sostegno pubblico selettivo e agevolazioni fiscali 32 L’apporto rilevante di investitori esterni. Grazie al tax credit 38 DUECENTO MILIONI, TRA SOSTEGNO DIRETTO E INDIRETTO 38 IL SUCCESSO DI BENVENUTI AL NORD 39 TENERE IL PASSO CON LE NUOVE SFIDE 33 Crescono i progetti. Si riducono gli importi medi assegnati 34 I nuovi attori della produzione. Non solo banche 40 e finanziarie Aumentano le coproduzioni. Francia partner 36 Intervento privilegiato pubblico riqualificato con il credito d’imposta interno e esterno 37 8½ NUMERI, VISIONI E PROSPETTIVE DEL CINEMA ITALIANO Il bonus fiscale richiesto da trentatrE FILM stranierI COSA MI PIACE DEL CINEMA ITALIANO José Luis Rebordinos di Carlos Reviriego RICORRENZE 43 VENEZIA, 81 ANNI MA NON LI DIMOSTRA Mensile d’informazione e cultura cinematografica Iniziativa editoriale realizzata da Istituto Luce-Cinecittà in collaborazione con ANICA e Direzione Generale Cinema Direttore Responsabile Giancarlo Di Gregorio Direttore Editoriale Gianni Canova In Redazione Carmen Diotaiuti Andrea Guglielmino Vice Direttore Responsabile Cristiana Paternò Coordinamento redazionale DG Cinema Andrea Corrado Capo Redattore Stefano Stefanutto Rosa Coordinamento editoriale Nicole Bianchi 2 Traduzioni Riccardo Pella Hanno collaborato Silvia Avallone, Marco Belpoliti, Giulio Bursi, Marco Buticchi, Pedro Butcher, Massimo Carlotto, Donato Carrisi, Mariuccia Ciotta, Callisto Cosulich, Alberto Crespi, Federica D'Urso, Andrea De Carlo, Giancarlo De Cataldo, Anna Luigia De Simone, Steve Della Casa, Piera Detassis, Valerio Evangelisti, Giorgio Faletti, Fabio Ferrazza, Fabio Ferzetti, Chiara Gamberale, Iole Maria Giannattasio, Marco Giusti, Alessandra Levantesi, Luca Malavasi, Fabrizia Malgeri, Mariarosa Mancuso, Valerio Massimo Manfredi, Eleonora Mazzoni, Francesca Medolago Albani, Enrico Menduni, Till Neuburg, Angela Prudenzi, Ilaria SOMMARIO 44 Quella volta che fischiarono La terra trema di Callisto Cosulich 45 1964: Antonioni, Godard E Pasolini di Bruno Torri 46 47 48 49 50 Se i cancelli del cielo si spalancano di Pietra Detassis 51 Lasciate entrare Leslie Caron! di Marco Giusti 52 Un posto dove non può succederti niente di male di Mariarosa Mancuso 53 58 Quella notte extraterrestre di Mariuccia Ciotta Il testamento di John Huston di Fabio Ferzetti Una via crucis per Scorsese di Alberto Crespi Mike Kelley. Eternity is a “Camp” Time di Anna Luigia De Simone 62 63 ZA E LA COLLEZIONE DEI “MINIMI” di Giulio Bursi CREATIVITÀ È CONSUMO? Sì! di Marco Belpoliti il marketing del cinema italiano 72 LA PUBBLICITÀ? PARLIAMO D’ALTRO di Till Neuburg 54 PUNTI DI VISTA 76 ECCEZIONE CULTURALE. C’ERA UNA VOLTA UN PICCOLO CHINOTTO di Maurizio Sciarra 78 L’ESAME DI MATURITÀ NELL’EPOCA DELLE DIGITAL HUMANITIES di Enrico Menduni 80 BIOGRAFIE L'EUROPA (DIS)UNITA DELLE STAR di Ilaria Ravarino INTERNET E NUOVI CONSUMI RIMOZIONI PERCHÉ TUTTI HANNO RIMOSSO RENATO CASTELLANI? di Luca Malavasi Ravarino, Carlos Reviriego, Maurizio Sciarra, Mario Sesti, Caterina Taricano, Maria Sole Tognazzi, Bruno Torri, Andrea Vitali, Dario Zonta ¬ Progetto Creativo 19novanta communication partners Creative Director Bruno Capezzuoli 57 Con gli occhi spalancati su Kubrick di Dario Zonta La commozione di Ingmar Bergman di Alessandra Levantesi POLEMICHE CINEMA ESPANSO FOCUS NEL MONDO 60 66 74 IL CASO BRASILE Stavolta non 67 Disordine viaggio sola e progresso Diario di bordo di Angela Prudenzi dallo Shanghai International 70 LA FORZA DEL Film Festival 2013 DOCUMENTARIO di Maria Sole Tognazzi di Pedro Butcher Designer Giulia Arimattei, Matteo Cianfarani, Valeria Ciardulli, Tommaso Dal Poz, Lorenzo Mauro Di Rese, Simona Merlini Distribuzione in libreria Joo Distribuzione Via F.Argelati,35 Milano Stampa ed allestimento Arti Grafiche La Moderna Via di Tor Cervara, 171 00155 Roma Registrazione presso il Tribunale di Roma n° 339/2012 del 7/12/2012 CROWDFUNDING. DAL PROGETTO AL FILM PASSANDO PER LA RETE di Carmen Diotaiuti Direzione, Redazione, Amministrazione Istituto Luce-Cinecittà Srl Via Tuscolana, 1055 - 00173 Roma Tel. 06722861 fax: 067221883 [email protected] Chiuso in tipografia il 24/7/2013 3 SCENARI Il cinema italiano visto dagli scrittori diGianni Canova N on leggono. O leggono poco. Spesso – irretiti da una percezione di sé ancora legata al culto mistico dell’Autore – gli uomini di cinema italiani disdegnano i libri. Preferiscono essere “autori” delle loro storie piuttosto che limitarsi a mettere in scena storie scritte da altri. Con il risultato che le “loro” storie spesso sono prive delle indispensabili vitamine emotive. Si assomigliano tutte. E non trovano la luce capace di abbagliare il pubblico. Nell’era della convergenza, l’industria culturale italiana (se così si può continuare a chiamarla…) viaggia ancora per compartimenti autarchici. Qui il cinema, lì la letteratura, là il teatro. Autosufficienti. Sdegnosamente autosufficienti. E poi sospettosi, irritati, invidiosi. I cineasti degli scrittori, ma spesso anche gli scrittori dei cineasti. Eppure, a ben guardare, la narrativa italiana contemporanea avrebbe tantissimo da offrire al cinema. A condizione che il cinema fosse più curioso, più libero, più spregiudicato. Con questo numero di 8½ noi proviamo se non altro a porre 4 12 Quella sporca dozzina Dodici scrittori di successo riflettono sul cinema italiano contemporaneo. Sui suoi limiti e sui suoi pregi. E provano a dare qualche consiglio ad autori e produttori di film. il problema, nell’auspicio che si aprano canali di comunicazione più solidi e che si sperimentino sinergie più produttive. In questa prospettiva, abbiamo coinvolto una dozzina di scrittori. Non quelli che si atteggiano a Vate, o che pontificano cisposi sui destini ultimi dell’universo mondo: quelli non ci hanno neppure risposto, impegnati come sono a celebrare i fasti dell’Arte (cioè il più delle volte la promozione del loro ultimo libro…). Abbiamo preferito interpellare gli scrittori che con il pubblico dialogano davvero. Quelli che sanno come coinvolgere il lettore. Quelli che hanno mondi da descrivere e storie da raccontare. A loro abbiamo chiesto di regalare qualche consiglio al cinema italiano. Con esiti e suggerimenti – crediamo – spesso illuminanti. SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori Scena 1. Esterno giorno. Un’alba livida si staglia all’orizzonte. Sul set, il regista legge la frase e osserva il cielo – perplesso, ma senza darlo troppo a vedere. Convoca il direttore della fotografia e, ostentando sicurezza, gli chiede se, secondo lui, sia abbastanza livida l’alba. L’altro non vuole farsi trovare impreparato ma intuisce la fregatura: se la vuole più livida, o anche meno, si può fare. Ma prova lo stesso a scaricare la colpa sullo sceneggiatore: è evidente che bisognava indicare la gradazione esatta sul copione, perché di albe livide ce ne sono a bizzeffe. Magari gli si può telefonare, ma qualcuno gli fa notare che all’alba, di solito, gli sceneggiatori dormono. E se dormono fino a tardi, allora cosa ne sanno di albe livide? Svegliamo il produttore? Forse si possono chiedere più soldi per un bel fondale in un teatro di posa e si risolve il problema. Lo scenografo entra nel panico ma a salvarlo ci pensa l’organizzatore: non può ammettere che un’alba livida costi troppo, invece fa notare che nella scena è il protagonista che osserva l’alba, perciò è una questione di interpretazione: è l’attore che la fa diventare livida. Che facciamo, lo meniamo? Per contratto non lo si può neanche spettinare. Ma nessuno ha letto prima il copione? Però in fondo si sa che il copione è solo una traccia. E allora una giovane (e inesperta) assistente propone di togliere “livida” dal testo. Ma non si può, ci sono i sindacati, il ministero. E poi se la togli cosa rimane? Un’alba come tante. No, non è accettabile. Questo è un film d’autore, diamine! E poi non sia mai che si dica che il regista non sa girare un’alba livida. Anzi, lui ne ha già girate a decine, a centinaia. L’alba livida resta. Che ora è? Le sette e dieci. Va bene, pausa caffè… La storiella me la raccontò un vecchio maestro del cinema italiano, da allora ne ho fatto tesoro. Non mi sono mai chiesto quanto ci sia di vero nell’aneddoto, ma lo ripeto ogni volta che qualcuno mi domanda cosa non va nel nostro modo di fare film. Credo sia la sintesi perfetta di due problemi. Uno di natura culturale, l’altro industriale. Quando dobbiamo scegliere un film al cinema, la domanda che ci facciamo è: Cosa andiamo a vedere? Un thriller, una commedia romantica, un fantasy… o un film italiano? Ecco: il cinema italiano ormai fa genere a sé. E ciò perché abbiamo sacrificato i generi, creando un sacro confine fra ciò che rientrava nella categoria del culturalmente ammissibile e bollando il resto come “commerciale”. Adesso ci diciamo che senza i nostri film di genere non avremmo avuto Quentin Tarantino. Ma in fondo, anche in letteratura, senza Il nome della rosa di Umberto Eco non ci sarebbe stato Dan Brown. Perché dimentichiamo troppo facilmente (o vogliamo dimenticare) che il romanzo del nostro intellettuale per eccellenza è soprattutto un magnifico thriller. Dove sono finiti allora i nostri horror? E i polizieschi alla Scerbanenco? La commedia all’italiana con i suoi finali amarissimi, sostituiti ormai da zuccherosi happy ending? Da un lato ci siamo appiattiti sul grottesco dei cinepanettoni, dall’altro abbiamo adottato il Neorealismo come bandiera culturale. Per replicare a chi, in passato, bollava il Neorealismo sostenendo che “i panni sporchi si lavano in famiglia”, abbiamo umiliato – quasi per ripicca – tutto ciò che non vi rientrava. Come se la fantasia fosse complice di un oscuro regime nel piano di mascherare la realtà dei fatti. Il risultato è che siamo diventati bravissimi nella farsa e nella cronaca, ma meno credibili nella fantasia. È come se il pubblico non si aspettasse più uno slancio di immaginazione dal cinema italiano, come se non fossimo più capaci di far sognare lo spettatore. La letteratura in parte se n’è infischiata di tutto questo. Ha continuato a sostenere il genere, ma in netto distacco con le scelte del cinema. In Italia, a determinare se un romanzo debba finire sullo schermo non è la storia o il gradimento del pubblico ma solo se quel libro risponde a canoni estetici ormai adottati come una specie di dogma. Altrimenti non si spiega perché un grande romanzo come Io uccido di Giorgio Faletti non sia ancora diventato un film. E lo stesso vale per i libri di Marco Buticchi, un narratore grandioso, o di Alan Altieri, uno scrittore di culto. E l’elenco sarebbe ancora lunghissimo. L’annullamento del genere ha segnato anche il primato dell’autore sulla storia, con effetti sul sistema industriale del cinema. Si scrivono film per i festival o per il pubblico, oppure per questo o quell’attore. Ma la verità è che si è creata una frattura fra la parola e l’immagine e fra produttori e sceneggiatori. “Scrivi come dovessi essere tu a produrre”. Questa è stata l’utilissima lezione di sceneggiatura che mi ha lasciato un grande produttore, Achille Manzotti. Scrivere non come se dovessi essere tu a girare il film o a interpretarlo, ma come fossi tu a mettere insieme i pezzi e il denaro. Ecco, forse la soluzione è avere più autori per il cinema e meno cinema d’autore. Perché un’alba livida non diventi, fatalmente, un livido tramonto. 5 SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori “Parlano delle stesse cose o di problemi della famiglia media o di giovani studenti romani: du ball”, si sfogava in un forum una spettatrice. “Io non sono del settore e non ho molte idee. Ma, cavoli, è il loro mestiere, mica il mio”. Mi sembra che la signora abbia descritto in sintesi la situazione del nostro cinema: poco azzardo, troppo conformismo, incapacità di affondo nella realtà. Leggendo gli stessi libri, frequentando gli stessi posti, andando dagli stessi psicanalisti, avendo le stesse opinioni e, un occhio all’autorialità e l’altro al botteghino, gravitando tutti attorno allo stesso sistema (romanocentrico)cultural-produttivo, ci capita di fare i soliti film. Con le solite idee. E pensare che il cinema ha sempre avuto più bisogno di quelle che dei soldi. Idee incarnate, è chiaro. Cioè storie, volti, corpi, 6 immagini. Che parlino all’intelligenza e ai sensi dello spettatore. Infatti le impreviste e imprevedibili novità che ci stupiscono vengono dagli outsider e nascono in povertà di mezzi ma con massima libertà espressiva, come se il sistema, poco meritocratico e molto lobbista, non riuscisse neppure a concepirli. Da Estate romana a Il vento fa il suo giro, da Il dono a L’intervallo, da Nella mischia a Pater familias, da Saimir a La Pivellina sono parecchie le opere in grado di mettere a fuoco le umane vicende, con facce vere, parole vere, anime vere, sguardi veri, e di imbrigliare quello che sullo schermo (e sulla pagina) è difficilissimo: il palpito della vita. Mi sembra che la letteratura abbia in genere più rigore, più disciplina, meno sciatteria. Deriva dal fatto che puoi controllare meglio il processo creativo: ci sei tu e il foglio (o il computer). La lavorazione (sempre collettiva) di un film somiglia invece “al percorso di una diligenza nel Far West: all’inizio uno spera di fare un bel viaggio, poi comincia a domandarsi se arriverà a destinazione”, diceva Truffaut. In più nel cinema girano più soldi e quelli, si sa, corrompono, mentre i libri rimangono la forma più economica di arte. Anche se, così ben scritti e ben levigati, mancano qualche volta di un pizzico di impertinenza e di anarchia. Sul grande schermo sarei curiosa di vedere la traduzione di una piccola storia che crea grandi turbamenti come Il bambino indaco, un viaggio nei ripostigli oscuri dove si annidano paure, nevrosi e tabù inconfessabili che, se rimangono sepolti, possono trascinare alla rovina la propria esistenza e quella altrui. Il regno di Op, ovvero il diario commo- vente di una madre all’interno di un reparto di oncologia pediatrica che riesce, al contrario, a dare nome e voce alla malattia più impronunciabile, soprattutto quando contamina il mondo dell’infanzia. E poi, visto che lamentiamo continuamente la mancanza di film di genere, Il profanatore di biblioteche proibite sa accostare (nonostante il titolo fuorviante a effetto) la forza di un bel thriller ambientato ai nostri giorni con il fascino della storia antica. Tre storie potenti che potrebbero bucare lo schermo. SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori Cosa le piace e cosa non le piace del cinema italiano. A me continua a piacere soprattutto la commedia all’italiana. Sono fermo a Alberto Sordi. A Risi e Comencini. A quel cinema che raccontava un’Italia molto simile a quella che cerco di raccontare anch’io quando scrivo. Dirò di più: io sono un fan dei vecchi sceneggiati della Rai. Credo che siano stati loro ad avvicinarmi alla lettura. Ho un ricordo vivissimo dei Buddenbrook. O di Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Vedevo lo sceneggiato in televisione e poi ero smanioso di andare avanti nella storia e allora, invece di aspettare la puntata successiva, la sera leggevo il libro e poi verificavo se e quanto lo sceneggiato fosse stato fedele. Il mio idolo assoluto era Gino Cervi. Bastava che apparisse sullo schermo (o sul piccolo schermo) per dare un’impronta affascinante alla storia che lo vedeva protagonista. Lo ricordo ad esempio in Quattro passi fra le nuvole di Blasetti. O nei panni del sindaco Peppone in tutti i film della serie Don Camillo. Io amo quel cinema lì. In bianco e nero, legato a quell’Italia di provincia che trova in Guareschi il suo più autentico cantore. I film tratti da Mondo Piccolo di Guareschi li avrò visti duemila volte… Il cinema italiano contemporaneo mi piace meno. Lo capisco meno. Se decido di vedere un film, preferisco Tarantino o i fratelli Coen. O certe serie americane. Sono un fanatico di NCIS Unità anticrimine. Ecco, se proprio devo ricordare un regista italiano di oggi che non mi dispiace, dico Pupi Avati. E anche il primo D’Alatri, quello di Americano rosso, non mi sembrava male. Anche se ho l’impressione che nel tempo anche lui si sia perso un po’… Quello che non sop- porto più sono le storie d’amore all’italiana: quelle storielle che se la cantano e se la suonano e che non interessano più a nessuno. Cos’ha la letteratura italiana che il cinema non ha, e viceversa... La letteratura ha più fantasia. Più varietà. È ancora sottovalutata rispetto alla letteratura straniera, eppure spesso non ha niente da invidiare ai migliori prodotti di importazione. Abbiamo ad esempio una straordinaria leva di autori di gialli. Ho letto di recente il romanzo di Giovanni Negri, Prendete e bevetene tutti: è inspiegabile che il cinema italiano non si sia ancora accorto di una storia così, legata tra l’altro al vino italiano, all’inventore in Franciacorta delle bollicine italiane… In generale mi viene da dire che tutto il cinema italiano mi pare poco attento alla narrativa contemporanea, poco curioso. Raramente va a pescare in quella piscina piena di idee che è la letteratura. Ed è un vero peccato… Tre libri italiani (non suoi) che vedrebbe bene adattati per lo schermo e perché... Mal’aria di Eraldo Baldini, per la capacità di raccontare esistenze elementari in un paesaggio (la provincia di Ravenna negli Anni ‘20) quasi spettrale. Comprare il sole di Sebastiano Vassalli, per come riesce a ricavare dal racconto di una vincita al SuperEnalotto uno spaccato incredibile della società italiana di oggi. Milioni di milioni di Marco Malvaldi, per la notte, la neve, la montagna, il delitto… 7 SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori Cosa le piace e cosa non le piace del cinema italiano. Non mi piace quel vago odore di soffritto che ogni tanto avverto uscire dallo schermo. Non mi piace che il cinema italiano dia per scontati i suoi volti, non mi piace quando non sogna, quando non osa, quando non ha il coraggio di un’idea che somigli solo a se stessa. Al contrario mi piace quando queste cose le fa. E anche quando un po’ mi deludono: proprio quando un po’ mi deludono, amo Paolo Sorrentino e Matteo Garrone. E ho davvero apprezzato tanto l’esordio alla regia di Valeria Golino. Cos’ha la letteratura italiana che il cinema non ha, e viceversa... Credo che i problemi che affliggono il cinema e la letteratura italiani, oggi, siano simili. Sento in entrambe le dimensioni la mancanza di voci nuove, ripeto, uguali solo a loro stesse, magari involute, nevrotiche. Mai originali. Tre libri italiani (non suoi) che vedrebbe bene adattati per lo schermo e perché... Mi piacerebbe vedere un film tratto dal romanzo di esordio di Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana, perché sarei curiosa di capire come la tensione e l’innovazione del linguaggio della Di Grado possano trovare un corrispettivo nelle immagini. Poi sceglierei la saga di Alessandro Piperno, Il fuoco amico dei ricordi, perché amo i romanzi e i film che sanno davvero farsi corali. E Sorella, di Marco Lodoli. Con la speranza che la poesia del libro trovi un suo riscontro nella poesia del film. 8 SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori “con un occhio rivolto al sociale”, che sono delle commedie a tutti gli effetti ma che hanno nello stesso tempo la necessità di esserlo e il desiderio di non esserlo. Penso che fare cinema possa essere una nobile arte ma nello stesso tempo sia un onesto lavoro. Chiunque lo faccia bene, in qualunque direzione vada, deve essere premiato con la considerazione che gli compete. Chi è convinto sempre di fare arte, sovente non fa nemmeno bene il proprio lavoro. Cos’ha la letteratura italiana che il cinema non ha, e viceversa... A parte alcuni dettagli irrilevanti, penso che i problemi endemici siano sostanzialmente gli stessi. Si girano troppi film che non dovrebbero essere girati e si pubblicano troppi libri che non dovrebbero essere pubblicati. Poi, se fra i libri da non pubblicare qualcuno volesse inserire anche i miei è libero di farlo. Il vantaggio della letteratura sul cinema è che non esiste un problema di bud- Cosa le piace e cosa non le piace del cinema italiano. Mi piacciono la creatività, la voglia di fare che esprimono i giovani, l’invenzione continua per superare una cronica mancanza di mezzi. Come in tutti i campi, non è statisticamente possibile che ogni persona a cui viene data una possibilità abbia il talento per farla diventare una realtà, tuttavia è giusto che chiunque lo desideri ne abbia una. Mi pare di ricordare che Duel di Spielberg sia stato un film a basso costo, nato da una situazione del genere. Mi piacciono inoltre certi giovani attori che si stanno dimostrando di una straordinaria efficacia e che, nonostante il limite di non essere nati in un paese di madre lingua inglese, stanno arrivando a set internazionali. Non mi piace il fatto che molti film siano scritti e girati con lo sguardo esclusivamente rivolto al “Triangolo delle Bermude” (Cannes-Venezia-Berlino) e con la supponenza culturale di un linguaggio riservato più ai giurati, che non alla gente. Non mi piacciono le commedie get, solo il limite che ha la fantasia dell’autore. Il vantaggio del cinema sulla letteratura, quando riesce a esserlo, è che può mostrare con grande efficacia delle immagini. Tre libri italiani (non suoi) che vedrebbe bene adattati per lo schermo e perché... Visto che sono considerato e mi considero un autore “di genere” prenderò per pudore in esame solo romanzi in sintonia con questa definizione. La notte di Peter Pan di Piero Degli Antoni. Splendida storia, tre personaggi molto ben delineati, una sola location: unità di luogo e d’azione. Uno sforzo produttivo minimo che, visto il potenziale del libro, potrebbe portare a un film molto significativo, una sfida allettante sia per un regista esordiente che per un grande maestro. Il suggeritore di Donato Carrisi. Ottimo romanzo d’esordio secondo le nuove impostazioni del nostro thriller ma, nello stesso tempo, ligio alle regole ferree del giallo in genere. Mi stupisco che un libro che ha avuto un simile riscontro, dunque un simile potenziale di spettatori, non sia ancora diventato un film. Le pietre della luna di Marco Buticchi. Un romanzo d’avventura che non ha niente da invidiare al miglior Cussler. Forse sarebbe oggetto di uno sforzo produttivo un poco più massiccio, ma è mia idea che trasportato sullo schermo potrebbe diventare un grande film. 9 SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori Cosa le piace e cosa non le piace del cinema italiano. Il cinema italiano che mi piace è quello degli Anni ’50 e ‘60. Film come 8½ di Federico Fellini, Blow Up di Michelangelo Antonioni, Il Gattopardo di Luchino Visconti, o anche Il sorpasso di Dino Risi. Era un cinema di grande qualità, sia da un punto di vista creativo che tecnico e infatti ha fatto scuola in tutto il resto del mondo. Il cinema italiano di oggi non ne è nemmeno una pallida eredità, infatti è condannato alla totale irrilevanza. Cos’ha la letteratura italiana che il cinema non ha, e viceversa... Mi sembra che abbiano ben poco, tra tutti e due. Trame deboli ai limiti dell’inconsistenza, personaggi esili e stereotipati, buone intenzioni più ostentate che reali, miseria tecnica. E, soprattutto, totale incapacità di raccontare l’Italia di oggi, che pure offrirebbe una quantità considerevole di spunti molto interessanti per un cineasta o uno scrittore dotato di vere qualità e deciso a metterle in gioco senza compromessi. Tre libri italiani (non suoi) che vedrebbe bene adattati per lo schermo e perché... Anche se è stato uno scritto già adattato per il grande schermo, mi piace ricordare Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio. È una grande avventura di tempi di guerra, e un viaggio interiore di un personaggio irrequieto e interessante. Il barone rampante di Italo Calvino, una storia surreale, piena di umorismo, di sottili osservazioni sociali, che lascia nel lettore immagini molto vive. Il terzo proprio non mi viene in mente. (dichiarazioni raccolte da Nicole Bianchi) SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori Cosa le piace e cosa non le piace del cinema italiano. Sono tentato di cavarmela con una battuta, ma è quello che veramente penso. Credo che il nostro cinema abbia ancora grandi registi, eccellenti sceneggiatori, attori e attrici di valore, direttori della fotografia e musicisti di alto livello, tecnici e maestranze notoriamente fra le migliori al mondo. Mancano il pubblico e l’industria. Il primo è desaparecido dopo trent’anni di cafonaggine televisiva, un morbo del quale siamo stati tutti vittime; la seconda, suicida almeno a partire dalla metà degli Anni ‘70. Sia chiaro che parlo della cattiva televisione e non dei settori (sia RAI che Mediaset) che una mano al cinema, sia a livello creativo che di distribuzione, l’han pure data. Né l’una né l’altra malattia, per quanto contagiose, sono croniche e incurabili. Esiste una sola ricetta: il coraggio. Avrete notato che nell’elenco delle cose buone non ci ho messo i produttori. È il momento di parlarne. Ce ne sono solo due o tre fra i grossi e qualcuno fra i piccoli che osano ancora osare. Dovrebbero essere molti di più e osare ancora di più. Per osare intendo non solo mettere in campo risorse e rischiare (ah, il vecchio rischio d’impresa!) a livello economico, ma anche rischiare a livello culturale. Spesso scriviamo storie che ci viene consigliato di edulcorare. E questo è un male: le novità più interessanti degli ultimi anni vengono da chi non si lascia intimidire, osa affrontare temi scottanti e azzardare linguaggi innovativi. Io ho un test decisivo: mio figlio, che ha vent’anni. Adora il cinema veloce, che morde il contemporaneo, ma resta incantato davanti a La battaglia di Algeri, a C’era una volta in America, a Indagine su un cittadino… a Ultimo Tango a Parigi. Vorrà pur dire qualcosa, no? Cos’ha la letteratura italiana che il cinema non ha, e viceversa... Il coraggio, again. In letteratura osare è un imperativo categorico e a volte si sviluppano effetti paradossali (voglio dire: si esagera troppo, si finisce nell’autocompiacimento, si perde di vista la necessaria interlocuzione con la comunità dei lettori). Nello stesso tempo, la letteratura ha, per statuto, una profondità (si annida, spesso, negli interstizi fra una riga e l’altra, in quella zona grigia nella quale l’autore si astiene dall’intervenire, lasciando campo libero alla fantasia del lettore) che al cinema manca. Il cinema vince o, meglio, vincono tutt’e due (letteratura e immagine) quando il cinema spazza via lo spazio interstiziale di cui parlavo prima, per sostituirlo con la brutale e coraggiosa violenza dell’immagine. È allora che la velocità del cinema si fa profondità “del cinema”: non una mimesi artefatta di quella letteraria (ovviamente non riproducibile, se non con effetti tragicamente soporiferi), ma autonoma e, in quanto tale, dotata di un vigore creativo che origina una perfetta sintesi creativa. Sia chiaro: non è operazione riservata ai soli grandi autori. È qualcosa alla portata di tutti e nasce dalla capacità di fare squadra fra visionari e uomini di lettere. In fondo, poi, è da questa capacità di fare squadra che nasce il miracolo del “noir” italiano letterario. Avremmo bisogno di qualcosa di simile nel cinema: un tavolo dove produzione, scrittura, visione e distribuzione decidano seriamente di rilanciare questo settore in passato così importante per il nostro stesso essere italiani. Però rendiamoci conto di una cosa: il mio limite è che sono un irriducibile marxista della corrente di Groucho. Quindi, alla fin fine, un ottimista. Tre libri italiani (non suoi) che vedrebbe bene adattati per lo schermo e perché... Vediamo. Ah, Canale Mussolini di Antonio Pennacchi. Un’epica feroce e collettiva che dice molte verità sul carattere nazionale, in modo anticonformista e spietatamente scorretto. Se ne potrebbe fare un kolossal da vendere in tutto il mondo. Poi Il contagio di Walter Siti: una storia di borgata, anzi, tante storie di borgata, con realismo, poesia e amori maledetti. Se riuscissimo a farlo, potremmo finalmente smettere di torturarci con la canonica domanda “che direbbe Pasolini di tutto questo?” e concedere all’inquieta anima di PPP il meritato riposo. Infine, poiché mi chiedete di parlare di “libri”, e non romanzi, sono autorizzato a citare la Vita di Giuseppe Mazzini scritta da Jessie White Mario (rivoluzionaria inglese dell’Ottocento, moglie di un patriota italiano). Mazzini, metà santo e metà terrorista, è insieme Lincoln, Revolution, Far West, Lettere da Iwo Jima, insomma tutta l’epica che abbiamo colpevolmente accantonato. Qui s’impone una domanda: perché ci accendiamo per gli eroi degli altri e ce ne fottiamo dei nostri? 11 Cosa le piace e cosa non le piace del cinema italiano. Il cinema italiano non mi piace quando si chiude in se stesso. Quando è minimalista e si compiace di esserlo. Quando è ombelicale. Quando racconta storie piccole piccole che possono interessare solo un pubblico ristretto. Vorrei un cinema italiano più ambizioso. Un cinema capace di respiro epico e desideroso di raccontare storie che possano essere esportate. Vorrei che cominciasse ad affermarsi l’idea che l’Italia può essere comunicata al mondo e non soltanto a se stessa. In questa prospettiva mi piace ad esempio un film come Reality di Matteo Garrone, perché mi sembra animato dalla volontà di raccontare un nodo problematicamente doloroso del nostro tempo, che è italiano ma non solo italiano. Mi piace la cura che questo film dedica alla costruzione del protagonista, tragico e a tutto tondo, mentre in tanti altri film i personaggi mi sembrano mancanti, poco delineati, senza l’ambizione di essere dirompenti e universali. Il cinema italiano mi piace quando è ironico. Quando trova ed esprime il lato ridicolo e grottesco delle cose. Da questo punto di vista mi piace Sorrentino, quando sa osare. In ogni caso, credo che il realismo tanto vagheggiato da molti cineasti non basti più. Soprattutto adesso. Per quanto riguarda il cinema del passato, ho due grandi miti: Federico Fellini e Sergio Leone. nare alla collettività, di denunciare le crepe per incentivare una presa di coscienza comune. Una volontà di scavare nei problemi, di sporcarsi con il reale senza però ricorrere alle vecchie impalcature che erano tipiche di una letteratura più grondante di partigianeria e per questo meno universale ed efficace. Fellini è il Dante cinematografico dei nostri tempi, mentre in Leone ritrovo quel sentimento forte del racconto, quel gusto della grande storia e dell’avventura che ti slancia, ti apre e ti fa respirare: i miti della frontiera e della conquista rielaborati e complicati attraverso la sensibilità italiana. Cos’ha la letteratura italiana che il cinema non ha, e viceversa… Sia la letteratura che il cinema italiano respirano il paese e il tempo in cui viviamo: le disillusioni, le crisi economiche e culturali. Mi sembra però che entrambi vadano cercando uno spirito e un approccio più sociale. Che non significa ideologico. In molti autori dell’ultima generazione c’è un tentativo interessante di prendersi cura del paese, di tor- 12 Tre libri italiani (non suoi) che vedrebbe bene adattati per lo schermo e perché... Un mio sogno personale sarebbe vedere adattato per il cinema Menzogna e sortilegio di Elsa Morante. Lo vedrei come un grande kolossal italiano, come una sfida al minimalismo. Come un film che ambisce alla grande storia e unitamente alla sfera del mito. Un po’ Il gattopardo, un po’ Anna Karenina. Poi vedrei bene un film tratto dal romanzo di Walter Siti, Resistere non serve a niente. C’è tutto il sapore della provincia italiana e nello stesso tempo è un thriller finanziario globale. Mi attrae molto il cortocircuito fra questi due aspetti, il locale e il globale. E mi piace l’idea che il cinema italiano si misuri con un poliziesco sull’alta finanza, reinventando gli stilemi e i topoi del genere americano dominante. Infine mi piacerebbe un film ita- liano che provasse a raccontare oggi la storia mondiale. Ecco allora Zero zero zero di Roberto Saviano, una storia che coinvolge non solo l’Italia ma tutto il mondo, toccando il Messico, gli Stati Uniti, l’Australia: il mercato senza confini della cocaina, che ci riguarda tutti. Credo che il cinema italiano non dovrebbe più accontentarsi di raccontare l’Italia ma dovrebbe avere la forza, il coraggio e l’ambizione di ricominciare a raccontare il mondo. SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori Cosa le piace e cosa non le piace del cinema italiano. Il cinema italiano può contare su grandi professionalità, intelligenze, fermenti. I problemi li ho sempre trovati a livello produttivo, figure che dovrebbero avere coraggio per vocazione sono in realtà la zavorra che impedisce al cinema italiano di prosperare come dovrebbe. Massimo Carlotto M Cos’ha la letteratura italiana che il cinema non ha, e viceversa… Sono fortunatamente due realtà e due linguaggi molto diversi e distanti, in grado però di fondersi in progetti comuni. La letteratura italiana ha vita più facile, a mio avviso, perché pubblicare un libro costa meno che produrre un film. Tre libri italiani (non suoi) che vedrebbe bene adattati per lo schermo e perché... Una brutta storia di Piergiorgio Pulixi, un noir sulla corruzione della polizia all’altezza delle migliori storie USA. Undercover di Roberto Riccardi. La storia vera di un colonnello dei Carabinieri infiltrato tra i narcos colombiani. Non passare per il sangue di Eduardo Savarese: esercito e omosessualità. La memoria di una famiglia. Una delicata storia d’amore maledettamente attuale. SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori Il cinema italiano ha realizzato uno dei migliori film che io abbia visto nell’ultimo decennio: L’uomo che verrà di Giorgio Diritti. Dunque, si direbbe, gode di ottima salute. Non è così e lo sappiamo tutti. Esistono film “alti” ed esistono porcate. Manca, a mio parere, un buon cinema medio che faccia da raccordo, come esiste quasi ovunque. Perché altrove sì e in Italia no? Mi sbaglierò, ma io attribuisco la colpa al sistema di produzione. Scarseggiano i produttori, forniti di capitali adeguati, disposti a investirli e a rischiare sull’opera cinematografica come merce (non scandalizzi il termine) innovativa. A parte pochissimi, i più preferiscono battere strade sicure, con un risultato assicurato al botteghi- no. Di qui il prevalere di un genere soltanto, la commedia – spesso una pura successione di barzellette più o meno triviali – che di tutti è il meno esportabile. Altri non sono nemmeno produttori in senso proprio, visto che di capitali quasi non ne hanno, e contano di riceverli da Rai e Mediaset. Così si finisce nel cuore dell’abisso: lo strapotere della televisione in campo cinematografico. Ovviamente le tv, pur investendo con larghezza, hanno bisogno di un certo tipo di prodotto: allineato, salvo rare eccezioni, ai “valori” dominanti, o per meglio dire ritenuti tali dalla classe politica; fruibile da ogni tipo di pubblico; con bersagli, se ce ne sono, scontati e condivisi a livello universale (per esempio, la mafia), o assolutamente generici. Se il tema è invece scomodo, protestano i partiti, ai quali sono invece “regalati” film costosi che a loro stanno a cuore, come i film in costume o ispirati al “revisionismo storico” di un regista particolarmente inetto. Flop clamorosi al botteghino, ma d’altra parte votati a un altro tipo di successo: l’utilizzo televisivo a fini propagandistici. Alla fin fine sono quindi i partiti a condizionare indirettamente il cinema attraverso la televisione. A quella pubblica, peraltro, rimangono un po’ di soldi da distribuire tra produzioni meno conformiste destinate, nel 90% dei casi, a non raggiungere mai le sale. Sia chiaro: non è in sé un male che la televisione finanzi il cine- SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori ma. A livello europeo, Canal+ ha svolto a lungo una funzione preziosa. Bisogna però vedere di quale televisione parliamo. Sarebbe mai possibile in Italia una serie televisiva come Breaking Bad, totalmente anticonformista e perturbante? Chiaramente no: da noi è tutta un’inflazione di storie di santi, di preti, di poliziotti coraggiosi e senza macchia. Persino Mad Men sarebbe troppo oltraggioso. Una televisione senza nerbo produrrà un cinema fatto a sua immagine (ripeto, con eccezioni, però rarissime). Peggio: sfornerà nuovi registi, attori, sceneggiatori addestrati al mezzo televisivo e incapaci d’altro linguaggio. Non è un caso se certe star nostrane si ritrovino in produzioni internazionali ridotte al rango di com- parse. Paradossalmente, ciò non viene vissuto dagli interessati come una vergogna, ma come un riconoscimento. Dato che è improbabile che un Carlo Freccero divenga un giorno presidente Rai, e che a un Marco Müller sia affidato il settore cinema di Mediaset, dobbiamo ipotizzare un futuro con rare case produttrici capaci di resistere come altrettanti Fort Apache in mezzo al dilagare di battutacce da trivio, doppi sensi, peti, più qualche horror o thriller squinternato fatto con due soldi. Nonché a un mancato ricambio tra leve di professionisti, come già è avvenuto tra generazioni di attori. Può la letteratura venire in soccorso di un cinema italiano ago- nizzante? Non credo. Intanto il mestiere dello scrittore è completamente diverso da quello dello sceneggiatore, che fa parte di un collettivo e scrive in tutt’altra maniera (anche quando è all’origine scrittore). Ora, se il collettivo è inserito in un sistema che scricchiola dai vertici alla base poco importa che attinga alla narrativa. Banalizzerà o, fin dall’inizio, attingerà dai testi letterari più consoni alla visione conformista che lo ispira. Non mi vedo romanzi ricchi di problematica come quelli di Lorenza Ghinelli (Il divoratore, La colpa) diventare film, anche se costerebbero poco: troppo sottili. O le ambigue storie di Vittorio Giacopini (ultimo di una serie stupenda: Nello specchio di Ca- gliostro). O i gialli polemici dell’italo-francese Serge Quadruppani (per esempio Saturno). O le riflessioni profonde di Michele Mari. Del resto, conviene a questi e ad altri autori tenersi fuori dal cinema italiano mainstream, se possono, e lasciare la scena ad autori più mediatici. Non vorrei però sembrare troppo pessimista. È in corso una rivoluzione clamorosa. Oggi chiunque può filmare con uno smartphone o una telecamera a basso costo. Si trovano su YouTube e Vimeo, sapendo cercare, autentici gioielli, firmati anche da giovani italiani. Il mio consiglio è frugare da quelle parti. Forse è lì che sta fermentando il cinema italiano che verrà. 15 SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori Cosa le piace e cosa non le piace del cinema italiano. Intanto, mi piace che i registi validi sono veramente straordinari: ho visto Diaz e mi sono venuti i brividi, mi sono sentito indignato, inorridito, mi sono sentito dentro quella macelleria, dentro fino al collo e quello dimostra che il regista conosce il mestiere. Ricordo ancora Il Divo e un pezzo sul “New York Times” che diceva: “Questo è un film pazzesco, lo dovete assolutamente vedere” ed è un film pazzesco! Inutile ribadire che c’è Toni Servillo che è “un mostro” di talento, anche se rischia, secondo me, di essere inchiodato a una figura un po’ kafkiana, mentre lui può andare oltre: io l’ho conosciuto, è un uomo meraviglioso, di grande fascino, invece lì il rischio è che sia un po’ troppo “una ma- schera”. La grande bellezza, per esempio, non sono ancora andato a vederlo perché tutti me ne hanno parlato, suggerendomi di vederlo, ma sono sicuro che possa angosciarmi perché conosco un po’ l’ambiente che Sorrentino racconta: questo per me è un periodo in cui sono molto preoccupato per quello che succede nel nostro paese, io me la prendo molto per queste situazioni; anche se personalmente non ho problemi, non mi piace vivere bene in un paese che soffre. E allora, quando le cose vanno così male a me piacerebbe si fosse capaci di alzare la testa, sollevare dritta la schiena: i registi, quando hanno le possibilità produttive, sono davvero molto bravi nel non fare finta di nulla. Quello che non mi piace è invece osservare che il nostro paese - sicuramente l’ambiente più straordinario, più esaltante, più bello di tutto il pianeta: io ho visto tutto il mondo e di luoghi come l’Italia non ne esiste nemmeno uno – non viene visto: perché se io vedo un film americano mi accorgo che con quattro campi di granoturco riescono a realizzare cose notevoli? È possibile che vivere in un luogo come questo, l’Italia, abbia creato solo tecnici capaci? Mi spiego. Quando vedi un lavoro di Storaro, vedi che ha appreso la lezione di Caravaggio, dei Carracci e da lì “si vede che è un italiano”: noi ci fermiamo un po’ a quello. A volte ci prova Carlo Carlei ad andare oltre, non sempre ci riesce. Poi non mi piace lo sbracamento, cioè lo sguazzare nei liquami non mi sembra una cosa esaltante: la gente può anche ridere ma è un tipo di risata che fa più piangere; quello svaccamento, il cedere alla parolaccia fine a se stessa non lo trovo divertente, non costruttivo, men che meno artistico. 16 SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori Cos’ha la letteratura italiana che il cinema non ha, e viceversa… Il cinema italiano, parlo di bel cinema intendiamoci, possiede un’immediatezza d’impatto notevole, che spesso nella letteratura, secondo me, manca: vive un po’ troppo la parola come fine della narrazione. Il cinema non può esimersi dal raccontare una storia e quando lo fa bene è capace di far partire un pugno contro di te spettatore, ti stordisce e poi ti attrae dentro il racconto. Nella letteratura nostra, siccome per secoli e secoli l’unico spettro di patria è stata la lingua, gli intellettuali si sono trincerati per lunghissimo tempo a difesa di questo simulacro senza corpo: la lingua, così, è diventata non il mezzo ma il fine. Se parliamo di poesia siamo d’accordo su questo principio, il suono stesso della lingua ha una sua potenza: a Dante se gli togli la lingua l’hai ammazzato, immaginarlo in un’altra lingua non è possibile. Ma se parliamo di prosa il fine è raccontare una storia che è una vita alternativa a quella che il tuo destino ti ha riservato: tu in letteratura puoi vivere mille vite alternative – L’eleganza del riccio è una testimonianza di questo concetto – e la lingua così è il mezzo, nata per dare emozioni, perché una vita senza emozioni non vale la pena di essere vissuta. La calma piatta è la morte, la depressione: tant’è vero che le persone vanno a vedere l’horror pur di avere uno schizzo di adrenalina. La letteratura ha delle possibilità infinite di comunicare emozioni, però è diffuso un tecnicismo gelido che castiga le emozioni. Certe volte, di notte quando scrivo, mi dico da solo che è il momento di andare a letto perché mi spavento da solo sul rischio di scivolare in questo: la letteratura, invece, deve fornire vite alternative in cui noi condividiamo lo spazio con i personaggi della storia, come in un diorama. Tre libri italiani (non suoi) che vedrebbe bene adattati per lo schermo e perché... Dunque… in realtà non ne vedo tanti… Tolti Camilleri, la grande giallistica, Carofiglio che offrono autonomamente delle storie con una destinazione cinematografica, le altre non ce l’hanno perché sono quasi sempre storie rachitiche. La muscolatura di uno scrit- tore è la sua immaginazione: è una questione di sensibilità. La sensibilità o ce l’hai o non ce l’hai, il talento o ce l’hai o non ce l’hai. Tutti abbiamo un talento ma il talento della scrittura è sostanzialmente la capacità di provare emozioni e comunicarle a chi ti legge. Vertono tutti sul sociale, o sul vissuto, e basta che uno ottenga un successo di critica in un primo momento che, un po’ per pigrizia, sia lui che il pubblico reiterano il discorso, il tema. Io credo che la testualità dell’Occidente siano due romanzi storici, Iliade e Odissea, pilastri pieni di intrecci: nessuno mai si è chiesto “perché tutti i grandi capolavori sono densi di Storia?” Perché la Storia non è stata fatta da meditazione, elaborazione del pensiero, ma è stata costruita da livori, avidità, sesso, violenza ed è quello il motore per stare dentro alla vicenda umana, il saper mettere le mani in quel groviglio di declinazioni della passione e cavarne poi il risultato che si possa dire che vale la pena vivere. (dichiarazioni raccolte da N.B.) 17 SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori Siamo ormai abituati a vedere attori stranieri mediocri a cui dei nostri grandi doppiatori (spesso anche attori) prestano la propria voce. Ed è molto più facile a quel punto rendere piacevole qualsiasi interpretazione. Provate a guardare un film italiano a New York. O siete padroni della nostra lingua o sarete costretti a leggere i sottotitoli senza guardare il film perché raramente le opere straniere vengono tradotte. vece, tutti erano improvvisamente diventati Antonioni, Visconti o Fellini. E ci scordavamo della commedia all’italiana che aveva fatto scuola nel mondo e della capacità di geni a cui ispirarsi - attori e registi - senza eguali. Il risultato è evidente: disaffezione. Analogamente accade nei romanzi: i diritti di un fenomeno planetario come Il nome della rosa di Eco vennero ceduti per pochi spiccioli negli Stati Uniti. Ma molti altri romanzi di successo europei neppure varcano i confini dell’oceano. Forse tornare a ciò che ben sappiamo fare, senza scimmiottare le major d’oltreoceano, può solo far bene al nostro estro che, a detta di tutti, è insuperabile. Cos’ha la letteratura italiana che il cinema non ha, e viceversa… Il cinema è più selettivo: editare un libro - anche in poche copie - è alla portata di molti. Realizzare un lungometraggio è più difficile e impeCosa le piace e cosa non le piace gnativo sotto il profilo economico. del cinema italiano. Un errore di fondo accomuna la Cito invece un’altra cosa che acletteratura e la cinematografia comuna le due arti e la chiamo nel Bel Paese. E vi prego di rite- “contro-esterofilia”. nere la mia affermazione priva di sentimenti ostili nei confronti dei colleghi scrittori. A parer mio la presunzione dell’oggettività ha falsato gusti e affezioni del pubblico. Ci siamo ritrovati con le sale deserte, cinema e librerie che chiudevano. Con “presunzione dell’oggettività” intendo quella capacità tipicamente italiana di ritenere ogni propria esperienza degna di essere raccontata. Nel campo letterario, molti “letterati” erano convinti di essere tutti dei Verga o dei Pirandello e col loro verismo domestico sono solo riusciti ad allontanare (o far migrare verso l’estero) schiere di lettori stanchi di non “viaggiare” più leggendo un libro. Nel campo cinematografico, in- Tre libri italiani (non suoi) che vedrebbe bene adattati per lo schermo e perché... Nei romanzi di Andrea Vitali si respira la nostra provincia, colorata, piena di aneddoti e personalità universali. Andrea dipinge vizi e virtù della nostra gente con un sapiente pennello simile a quello con cui Guareschi, Soldati o Piovene hanno disegnato il dopoguerra. Donato Carrisi è capace di far palpitare ogni lettore tra le sue pagine cariche di tensione. Giorgio Faletti ha una bibliografia “filmica” (anche se il termine non mi piace) che non ha bisogno di presentazioni. Ho citato solo tre amici (non per campanile), ma potrei citarne molti altri: i lavori di tutti gli autori di gialli italiani, ad esempio, sono facilmente adattabili al grande schermo. Il successo di Montalbano e di altri protagonisti nostrani ne sono l’esempio. Una brutta storia Undercover di Piergiorgio di Roberto Pulixi Riccardi Non passare per il sangue di Eduardo Savarese MASSIMO CARLOTTO Zero zero zero di Roberto Saviano SILVIA AVALLONE Nello specchio Saturno di Cagliostro di Serge di Vittorio Giacopini Quadruppani Resistere non Menzogna e sortilegio serve a niente di Elsa Morante di Walter Siti Il divoratore di Lorenza Ghinelli VALERIO EVANGELISTI L'autore ha preferito non indicare suggerimenti VALERIO MASSIMO MANFREDI autore: Donato Carrisi autore: Giorgio Faletti Il contagio di Walter Siti Vita di Giuseppe Mazzini di Jessie White Mario Il profanatore di biblioteche proibite di Davide Mosca Io uccido di Giorgio Faletti autore: Marco Buticchi autore: Alan Altieri DONATO CARRISI Il bambino indaco Il regno di Op di Marco di Paola Franzoso Natalicchio ELEONORA MAZZONI Canale Mussolini di Antonio Pennacchi GIANCARLO DE CATALDO autore: Andrea Vitali MARCO BUTICCHI Comprare il sole di Sebastiano Vassalli Milioni di milioni di Marco Malvaldi Il barone rampante di Italo Calvino La notte di Peter Pan di Piero Degli Antoni Il suggeritore di Donato Carrisi Le pietre della luna di Marco Buticchi GIORGIO FALETTI Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio ANDREA DE CARLO Mal’aria di Eraldo Baldini Sorella Il fuoco amico di Marco Lodoli dei ricordi di Alessandro Piperno ANDREA VITALI Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado CHIARA GAMBERALE IN QUESTA PAGINA TROVATE TUTTI I SUGGERIMENTI DEI 12 SCRITTORI: LIBRI E AUTORI CHE VORREBBERO VEDERE PORTATI SULLO SCHERMO. SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori Parole e immagini si incontrano in tv di Andrea Guglielmino 20 SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori C he rapporto vige nel nostro paese tra cinema e letteratura? In che modo la coscienza di poterne trarre un’opera cinematografica influenza la stesura e il processo editoriale di un romanzo? 8½ lo chiede a esperti del settore e addetti ai lavori, incontrati a Roma in occasione dell’inaugurazione ufficiale del 7° Corso di Alta Formazione in Gestione della Libreria. Particolarmente formativo l’intervento di Sandro Ferri, editore per E/O, che fornisce numerose informazioni utili su come funziona, anche dal punto di vista legale, lo “scambio” tra letteratura e audiovisivo. La sua E/O ha pubblicato diversi libri che poi hanno generato opere cinematografiche, ad esempio L’amore molesto, I giorni dell’abbandono, Il fuggiasco, insieme le risorse per realizzare il progetto e paga circa il 10-15% del prezzo totale di cessione. Solo alla fine acquista a prezzo pieno”. Andrea Purgatori, ex giornalista del “Corriere della Sera” e noto sceneggiatore, racconta invece la sua esperienza diretta di sceneggiatore spesso alle prese con trasposizioni da romanzi: “Ancora oggi la gente mi fa i complimenti per Il muro di gomma e mi dice che il libro era molto meglio. Ma il libro non c’era. Invece davano tutti per scontato che ci fosse. Il che la dice lunga su quanto siano stretti nel nostro paese i rapporti tra cinema e letteratura. Però non sono sicuro che questo rapporto sia sano. Molte volte ho dovuto rifiutare una trasposizione proprio perché l’autore del libro voleva partecipare e non si riusciva a trovare una sintonia. Magari erano sesso. I miei esperti di marketing mi tormentavano con l’idea che per la società ci volesse un nome sexy. Così una volta li ho bonariamente presi in giro, proponendo questo. Alla fine lo hanno trovato bellissimo. Non so bene cosa spinga un produttore a scegliere un libro per trarne un film. Bisogna stare attenti ai libri che ti piacciono tantissimo ma magari non sono trasponibili. Un alto valore letterario non implica che un libro si possa trasformare facilmente in un film. Ovviamente, con i libri più narrativi è tutto più facile. Così come con tutto ciò che riconduce a un genere”. Ma per Tozzi, in Italia, il rapporto tra libri e cinema è fortemente influenzato dalla costante presenza della tv: “È così che ho scoperto gli sceneggiati, il che presupponeva l’esistenza di libri, e devo dire anche grazie a Sergio Castellitto, Andrea Purgatori e Riccardo Tozzi rivelano aspetti inediti dell’ingombrante rapporto tra letteratura e film. Tra tradimenti, colpi di fulmine, libri inesistenti e sceneggiati televisivi. Arrivederci amore ciao, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, In bilico sul mare. L’editore racconta come ciò sia stato possibile. “Abbiamo una persona che se ne occupa, e che viene proprio dal mondo del cinema, Maurizio Dell’Orso. Ha i contatti giusti per tenere i rapporti con i produttori e gli operatori del settore, che è un lavoro lungo e complesso. Non è facile, perché l’autore va coinvolto, ma dall’altro lato i produttori sono gelosi delle proprie prerogative. I problemi principali, che creano i maggiori attriti, sono punti che riguardano la cessione dei diritti, in particolar modo questioni tecniche come la possibilità di realizzare remake, prequel e sequel dopo un tot numero di anni. Il produttore ovviamente vorrebbe averne la facoltà mentre l’autore e l’editore hanno interesse a mantenere il controllo su questi aspetti, che diventano particolarmente importanti di questi tempi dove a dominare è la serialità. Altro punto: il diritto d’opzione, di solito della durata di uno o due anni. Il produttore mantiene l’esclusiva in attesa di mettere affezionati non solo a un passaggio narrativo, ma a un dettaglio, a una battuta. Per ricostituire un rapporto virtuoso tra cinema e letteratura usiamo quest’immagine: il libro deve stare alla sceneggiatura come la sceneggiatura sta al film. Ovvero, si procede per interpretazioni, e ciascun autore dovrebbe essere contento di consegnare il suo scritto a colui che lo interpreterà. È così che sono nati i grandi capolavori del cinema”. L’esperienza di Sergio Castellitto è del tutto particolare, dato che l’autore con cui più spesso lavora è sua moglie, Margaret Mazzantini: “Altro che avere l’autore tra i piedi – dice – io ce l’ho nel letto, in cucina. Per Non ti muovere, in buona fede, ho iniziato a pensare a una trasposizione già da quando Margaret cominciava a buttar giù le prime basi. Ma poi lei mi disse: strappalo. Prendi una matita e sottolinea solo le immagini. Insomma, fai come ti pare”. Anche Riccardo Tozzi, presidente Anica e produttore prolifico, è molto legato alla letteratura: “Il nome della mia società, Cattleya, viene da lì – racconta – In Proust “fare Cattleya” significa fare Rizzoli, che con la collana Bur mi permetteva a pochi spicci di comprare tutti i romanzi che volevo. Insomma, la cultura, nella mia vita, è entrata attraverso la tv. Ma non solo nella mia: in Italia l’abitudine a guardare la televisione si è sviluppata prima di quella a leggere libri e giornali. Ed è sempre stato il cuore del nostro sistema, che ha mediato anche il rapporto tra letteratura e immagini: inizialmente i rapporti tra cinema e libri non esistevano, a parte casi isolati come Il gattopardo o Il dottor Zivago. È l’avvento della tv commerciale, e quindi l’arrivo della fiction, soprattutto anglosassone, ad avvicinarli. Sono fenomeni a catena: quel modo nuovo di narrare stimola gli scrittori, che si formano proprio attraverso la tv. La narratività nei libri diventa più intensa. Proprio dalla tv, e in particolare dalla Rai, dobbiamo ripartire: i nostri politici debbono capire che la cultura non costa tanto e si può fare. La tv è la base per innervare tutta l’industria, superando i compartimenti e l’autoreferenzialità che imprigionano il sistema”. 21 SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori L eggere il libro e poi guardare il film, oppure fare il contrario, oppure una cosa esclude l’altra? La prima volta che mi sono posto questo problema è stata al liceo, quando una professoressa di lettere, illuminata ma non cinefila, ci fece vedere I promessi sposi di Mario Camerini. Devo premettere che ritengo (e ritenevo anche allora, in pieno ’68) il romanzo di Manzoni uno dei cinque più grandi di tutti i tempi, che lo avevo studiato approfonditamente e che in virtù di questa passione l’ho poi ripreso più volte all’università, negli anni successivi. Al termine ero entusiasta: mi sembrava che il “condensato” proposto da Camerini funzionasse e che anche Gino Cervi (che un po’ di pancetta già ce l’aveva) fosse un ottimo Renzo Tramaglino. La prof, invece, parlò subito di romanzo tradito. “Perché?”, chiesi io. “Per una serie di omissioni arbitrarie”, disse lei. E l’elenco riguardava: la sparizione del sarto che accoglie Lucia dopo la notte dell’Innominato, la semplificazione nella descrizione dei paesaggi, l’abolizione delle riflessioni manzoniane sulla peste e persino la descrizione dell’orto abbandonato. Mi sembrò troppo. Mi opposi duramente, nacque uno scontro che non era paragonabile a quelli politici che ebbi in quel periodo ma che fu comunque molto aspro. Da allora ho capito che il problema della fonte letteraria è un problema piuttosto serio. Anzi, lo è diventato ancora di più con il passare del tempo e il modificarsi dell’industria cinematografica. Oggi i film si finanziano a partire dalla sceneggiatura e la mia impressione è che proporre un trattamento di un romanzo più o meno di successo sia una carta in più, che ci si può giocare per trovare i soldi (è sempre stato così, ma adesso il fenomeno mi sembra – come si diceva una volta – strutturale). Si diffonde inoltre una certa propensione al Bignami letterario, nel senso che se uno vuole affrontare un pitching (una sorta di rito orgiastico, di “uno contro tutti” che origina veri e propri mostri, basta essere stato in qualche commissione giudicante per verificarlo) deve per forza riassumere “in minuti tre” il senso e la storia del libro. Per cui la voglia che scaturisce è quella di non aver letto il libro, anzi di non saperne proprio niente, per evitare di entrare in discorsi filologici che sono inutili e tediosi. Del resto, Germi ha preso lo spirito di Gadda e lo ha trasportato nel tempo (trent’anni dopo) e nello spazio (ha pure trovato un colpevole) tirando fuori un vero capolavoro. In barba ai filologi. E, in quanto al valore del libro per trarre un buon film, vi ricordate cosa dice Hitchcock a Truffaut? Meglio non saper niente del libro. Che noia i discorsi filologici di Steve Della Casa 22 M particolarmente somigliante? Il lettore che ha amato un libro è il più crudele degli spettatori. Dice di voler ritrovare ciò che ha amato, ma in realtà spera, disperatamente, di poter trovare ancora qualcos’ altro che non abbia ancora consumato di quel testo, come se il cinema possedesse il potere sovrannaturale di illuminare gli angoli nascosti di una casa che conoscete a menadito e dove non pensate di poter tornare. “Ancora” è l’avverbio del suo desiderio utopico. “Mai più” quello della sua spietata maledizione. Da questo punto di vista, il verbo più sbagliato è proprio quello canonico: “trasporre” (o “transcodificare” secondo le scuole eredi dello strutturalismo). Si può deturpare un libro con un film, lo si può rendere una caricatura grottesca o un riflesso fantastico e creativo del testo originale, ma una delle poche cose che proprio non si può fare è trasformare una quantità “n” di parole in un altra quantità “n” di immagini e suoni. Per questo i registi migliori sono quelli che rifiniscono l’indeterminato (Huston), o fanno della vita di uno scrittore un romanzo indistinguibile dai propri (Paul Schrader con Mishima) o fermano il romanzo prima della sua conclusione (Visconti con Il gattopardo) imprigionandolo nell’eternità di un’aurora. Tutto, tranne che trasporre. di Mario Sesti Meglio aver letto il libro. Ci si può indignare con poca spesa eglio aver letto il libro: per due ragioni. La prima, poco nobile: ci si può indignare con poca spesa e ottimi risultati. In fondo è una competizione del tutto improponibile. Un film dura due ore, un romanzo può anche essere letto durante una intera vita (molto diversa la questione con i serial: da quale incredibile Balzac di Manhattan del dopoguerra è tratto Mad Men?). La seconda, più interessante: si può essere presi al laccio da forme di allucinazioni estatiche. Quando vidi The Dead di John Huston (un regista che non amo: “il grande regista che non ha mai fatto un grande film”, lo definì Andrew Sarris), mi sembrò di trovarmi di fronte ad un capolavoro di fedeltà al testo. Andai a rileggere il racconto omonimo di Joyce (che conoscevo già molto bene) e scoprii che Huston (e il figlio, in sceneggiatura) aveva semplicemente aggiunto una provvista di particolari, “prolungando” alcuni tratti del testo originale: il carattere di un personaggio secondario, una conversazione tra vecchi amici nel crepuscolo del capodanno, l’intensità del rammarico finale. Ciò che mi era apparso un calco era in realtà una nube di ritocchi leggeri e invisibili. Ma non era proprio per questo che mi era sembrato SCENARI // Il cinema italiano visto dagli scrittori 23 SCENARI // Il cinema italiano visto dagili dagli scrittori scrittori Perché NON SEMPRE DI SUCCESSO GENERA Saverio Costanzo e Stefano Mordini riflettono sulle rispettive esperienze di adattamento per La solitudine dei numeri primi e Acciaio Q uando ha letto per la prima volta il libro, cosa aveva individuato di vincente tanto da sceglierlo per un suo film? SC: Nel libro c’era il dolore originario, che è una cosa difficilissima da riuscire a sintetizzare. Mi riferisco ai primi due capitoli dove Paolo Giordano racconta l’incidente di Alice sulle piste da sci e l’abbandono della sorella, portatrice di handicap, da parte del fratellino … È come se fosse riuscito a costruire la messa in scena del dolore e questo ha mosso la mia personale emotività. SM: Credo che la letteratura italiana contemporanea sia un po’ più vivace del cinema in questo momento, che abbia uno sguardo più libero. In Acciaio – che in realtà mi hanno proposto - ho trovato tematiche che avevo già sondato. C’era la freschezza di un racconto che aveva qualcosa di autobiografico da parte dell’autrice. Ciò che l’ha colpita nel testo letterario è stato incisivo anche per il film? Cosa si verifica di positivo/negativo nel passaggio dalla carta alla pellicola? SC: Quando si lavora su un best seller di quelle proporzioni – uno dei cinque libri 24 più venduti del ‘900 – lo sguardo dello spettatore rispetto al film non può che essere “perverso”. Mi spiego: quel libro è diventato nell’immaginario collettivo qualcosa che riguardava due milioni di persone, tra cui c’ero anch’io col mio punto di vista. Sicuramente il mio sguardo era in comune con alcune di queste persone, ma non con altre e queste ultime sono state portate a vivere il film come un’esperienza radicalmente diversa da ciò che avevano potuto immaginare leggendo. SM: Il libro ha avuto una grande risposta: il film, affrontando le tematiche da altri punti di vista, ha complicato un po’ la narrazione o comunque l’ha sintetizzata. Nel libro c’è un territorio meglio distinto, mentre nel film sono rimasti solo alcuni elementi. L’intera operazione è stata fatta insieme a Giulia Calenda, la sceneggiatrice, ma con la collaborazione della scrittrice, Silvia Avallone, che aveva voglia di scrivere un’altra pagina rispetto a quella del libro. A distanza di qualche tempo, in tutta franchezza, ha qualche ripensamento? Avrebbe trattato diversamente il testo letterario? SC: La resa filmica la manterrei esattamente come l’ho costruita, ma mi sono trovato a dover “lottare” con l’immaginario di troppe per- sone. Ho acquistato i diritti del film quando aveva venduto 80mila copie: mi è esploso nelle mani. Da regista dover lavorare su un immaginario così forte, già definito, è più complesso e meno divertente. Detto questo, il film mi ha donato moltissimo. Faccio un esempio che spesso ho usato come “test” durante gli incontri con il pubblico: il colore de La solitudine dei numeri primi è il verde, come quello di Gomorra è il rosa, quello dei coltelli, e questo dipende dalla scelta cromatica che la casa editrice aveva deciso di fare per la copertina. Nel film ho voluto ricreare questo richiamo al colore verde, facendo entrare Alba Rohrwacher dentro quel cespuglio che la portava nella dimensione interiore: alla gente che incontravo ho spesso chiesto se si ricordasse, nel libro, la scena e moltissimi la ricordavano. Ma nel libro non c’è! Così si dimostra che è l’inconscio dello spettatore, che è stato prima lettore, che ha inserito nel proprio immaginario la prima immagine che di quella storia aveva visto, cioè la copertina. Ho cercato di lavorare su una trama che fosse non solo il racconto di Giordano ma anche la storia delle sensazioni che il suo libro aveva provocato nel pubblico. Non potevo eludere questo lavoro, era questione di responsabilità: ripetere la stessa storia di un libro, al cinema, è un inganno, genera morbosità verso l’adattamento. Invece si va al cinema per essere spaesati. SCENARI SCENARI// //IlIlcinema cinemaitaliano italianovisto vistodagili dagli scrittori Di successo? di Nicole Bianchi SM: Sì, farei un altro trattamento perché non ripeterei mai lo stesso progetto che ho già fatto. Non saprei dire “come” però: le esperienze in ogni caso segnano e di conseguenza è difficile pensare come se non l’avessi fatto. Dopo questa “esperienza letteraria”, sceglierebbe un altro libro come spunto per una prossima sceneggiatura/regia? SC: Assolutamente sì. Ora ho acquistato i diritti di Limonov di Emmanuel Carrère, che produrremo. Ancora un best seller, anche se molto diverso da quello di Giordano perché è scritto da un signore che si è basato sui libri di Eduard Limonov, che a sua volta ha romanzato la sua vita. In questo caso il film è l’ultimo approdo alla creazione di un personaggio “fantastico”: cosa sia vero e cosa fittizio non interessa più a nessuno e questo mi garantisce enormi liberà, nonostante la persona sia in vita, anche perché lui si è sempre “venduto” per essere “un marchio”, più un nome che una persona. Ripeterò la scelta di trarre da un libro un mio lavoro, sapendo con più consapevolezza dove posso prendermi o meno delle libertà. Con La solitudine mi sono trovato a fare un braccio di ferro con una platea molto vasta, che non necessariamente ha confidenza con il linguaggio cinematografico e per questo ho forse deluso un pubblico pieno di pregiudizi “solo” perché aveva amato moltissimo il libro, a cui è rimasto aggrappato senza andare oltre. SM: Sì certo! Perché le storie sono storie, che nascano da libri o meno. Se sono interessanti, se ti colpiscono, se senti di poterle mettere in scena non trovo differenza. Non c’è, in me almeno, una ricerca di originalità. Il problema dell’adattamento: perché il successo di un film non è garantito dal successo del libro da cui è tratto? SC: L’equazione lettore-spettatore, in Italia, era confermata fino al mio film. Dopo La solitudine dei numeri primi non è più così. SM: Solitamente è difficile tradurre un libro che è andato bene, però dipende dal punto di vista, nel senso che non sempre il successo decretato dal pubblico corrisponde alla qualità del prodotto. Rispetto ad Acciaio è evidente che il film non ha avuto un consenso pari a quello del libro, forse avrei dovuto essere più popolare, invece ho sentito la responsabilità di fare una ricerca di un certo tipo e questo complica il rapporto con il pubblico. Da regista, ma soprattutto da spettatore e lettore, cosa ne pensa di quelli che dicono: “però il libro è più bello del film”? Secondo lei, da cosa nasce questa impressione diffusa? SC: La risposta è molto semplice: l’affermazione viene fatta perché il libro attesta la prima volta dell’incontro con la storia. Andare al cinema e vedere una storia che già si conosce è “perverso”, è uno stare a guardare insistente: io personalmente lo faccio solo se mi interessa il regista. La letteratura insegna a guardare, non soltanto a leggere: poi se si va al cinema e si ritrova la stessa identica… storia allora subentra la tutela del primo amore, il libro. Rimane il primo amore, quello puro. SM: Non lo so: a volte i libri sono meglio dei film, a volte è il contrario. 25 SCENARI // Festival Il cinemadel italiano cinema visto dagli scrittori RADIOGRAFIA DELL’ADATTAMENTO a cura diFabrizia Malgeri Analisi dei dati della nostra produzione cinematografica 2012-2013: come fonte d’ispirazione prevalgono le opere letterarie italiane e, tra le case editrici, predomina Einaudi. 2012-2013 2012-2013 Totale lungometraggi italiani: 193 Totale lungometraggi italiani: (al 22 giugno 2013) 193 (al 22 giugno 2013) 2012-2013 2012-2013 Totale lungometraggi italiani: Totale lungometraggi italiani: 42 tratti da romanzi 42 tratti da romanzi di cui 30 Romanzi italiani: di cui 30 Romanzi stranieri: Romanzi italiani: 12 Romanzi stranieri: 12 di cui Senza diritti: 8 di cui Senza diritti: 8 2012 Totale lungometraggi italiani: 109 2012 Totale lungometraggi italiani: 109 2013 Totale lungometraggi italiani: 2013 (al 22 giugno 2013)* 84 10 di cui 20 Romanzi italiani: Romanzi stranieri: 8 di cui 4 Senza diritti: * La rilevazione considera esclusivamente i titoli usciti fino alla data indicata - 22 giugno 2013 26 20 4 di cui Roma Romanzi stranieri 4 di cui Senza diritti: 84 10 Romanzi italiani Romanzi italiani: 8 (al 22 giugn di cui di cui Romanzi stranieri: Totale lu italiani: di cui 4 Romanzi stranieri 4 Senza diritti: di cui 4 Senza diritti: SCENARI // Festival del cinema 2012 – film italiani 2013 – film italiani tratti da romanzi (28): tratti da romanzi (14): Acab di Stefano Sollima, tratto dal romanzo ACAB. All Cops Are Bastards di Carlo Bonini, Einaudi Dietro il buio di Giorgio Pressburger, tratto dal monologo teatrale Lei dunque capirà di Claudio Magris, Garzanti La scoperta dell’alba di Susanna Nicchiarelli, tratto dall’omonimo romanzo di Walter Veltroni, Rizzoli La scomparsa di Patò di Rocco Mortelliti, tratto dal romanzo omonimo di Andrea Camilleri, Mondadori Cronaca di un assurdo normale di Stefano Calvagna, tratto dall’omonimo romanzo di Stefano Calvagna, Graus Pazze di me di Fausto Brizzi, tratto dall’omonimo romanzo di Federica Bosco, Mondadori Un giorno questo dolore ti sarà utile di Roberto Faenza, ispirato al romanzo omonimo di Peter Cameron, Adelphi Come non detto di Ivan Silvestrini, in contemporanea con il romanzo Come non detto. Il manuale del perfetto coming out di Proia Roberto,Sonzogno Gli sfiorati di Matteo Rovere, tratto dal romanzo omonimo di Sandro Veronesi, Bompiani Henry di Alessandro Piva, tratto dal romanzo omonimo di Giovanni Mastrangelo, Einaudi Cesare deve morire dei Fratelli Taviani, ispirato all’opera Giulio Cesare di William Shakespeare, no diritti Colour from the dark di Ivan Zuccon, tratto dal racconto The Colour Out of Space di H.P. Lovecraft 10 regole per fare innamorare di Cristiano Bortone, tratto dal romanzo omonimo di Guglielmo Scilla/Alessia Pelonzi, Kowalski È nata una star? di Lucio Pellegrini, tratto dal racconto È nata una star di Nick Hornby, Guanda Quijote di Mimmo Paladino, ispirato al romanzo Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, no diritti Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana, tratto dal saggio Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, Ponte alle Grazie È stato il figlio di Daniele Ciprì, tratto dal romanzo omonimo di Roberto Alajmo, Mondadori Il rosso e il blu di Giuseppe Piccioni, tratto dal romanzo Il rosso e il blu. Cuori ed errori nella scuola italiana di Marco Lodoli, Einaudi Appartamento ad Atene di Ruggero Dipaola, tratto dal romanzo omonimo di Glenway Wescott, Adelphi Un giorno speciale di Francesca Comencini, tratto da Il cielo con un dito di Claudio Bigagli, Garzanti Tutti i santi giorni di Paolo Virzì, tratto dal romanzo La generazione di Simone Lenzi, Dalai Io e te di Bernardo Bertolucci, tratto dal romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti, Einaudi Venuto al mondo di Sergio Castellitto, tratto dal romanzo omonimo di Margaret Mazzantini, Mondadori Acciaio di Stefano Mordini, tratto dal romanzo omonimo di Silvia Avallone, Rizzoli Il primo uomo di Gianni Amelio, tratto dal romanzo incompiuto di Albert Camus, Bompiani Alì ha gli occhi azzurri di Claudio Giovannesi, ispirato alla poesia Alì dagli occhi azzurri di Pier Paolo Pasolini, Garzanti Ulidi piccola mia di Mateo Zoni, tratto dal romanzo Fuga dalla follia di Maria Zirilli, Mupe Dracula 3D di Dario Argento, ispirato all’omonimo romanzo di Bram Stoker, no diritti Maternity Blues di Fabrizio Cattani, tratto dall’opera letteraria From Medea di Grazia Verasani, Sironi L'amore è imperfetto di Francesca Muci, tratto dal romanzo omonimo di Francesca Muci, Piemme Studio Illegale di Umberto Carteni, tratto dall’omonimo romanzo di Federico Baccomo, Marsilio Quattro notti di uno straniero di Fabrizio Ferraro, ispirato al romanzo Le notti bianche di Fedor Dostoevskij, no diritti Viva la libertà di Roberto Andò, tratto dal romanzo Il Trono vuoto di Roberto Andò, Bompiani Pinocchio di Enzo D'Alò, tratto dall’omonimo romanzo di Collodi, no diritti Educazione siberiana di Gabriele Salvatores, tratto dall’omonimo romanzo di Nicolai Lilin, Einaudi Su Re di Giovanni Columbu, liberamente ispirato ai quattro Vangeli Bianca come il latte, rossa come il sangue di Giacomo Campiotti, tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro D’Avenia, Mondadori Passione sinistra di Marco Ponti, liberamente tratto dal romanzo Una passione sinistra di Chiara Gamberale, Bompiani Miele di Valeria Golino, tratto dall’omonimo romanzo A nome tuo di Mauro Covacich, Einaudi Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, tratto dall’omonimo romanzo di Sergio Atzeni, Sellerio The Butterfly Room – La stanza delle farfalle di Jonathan Zarantonello, tratto dal racconto Alice dalle 4 alle 5 di Jonathan Zarantonello, casa editrice n.d. P.O.E. – Poetry of Eerie di AA.VV., tratto dalle opere di Edgar Allan Poe, no diritti Fonti: Cinematografo.it – Fondazione Ente dello Spettacolo, Luce-Cinecittà, Mymovies.it, Coming soon.it. 27 Il dossier economico della DG Cinema e ANICA UN PERCORSO COMUNE IN TRE PUNTATE. ULTI M A TAPPA LA PRODUZIONE diUnità di Studi congiunta DG Cinema/ANICA Con questo numero di 8½ si conclude il percorso di approfondimento sul mercato cinematografico nazionale, inaugurato nel numero di giugno e composto di tre parti. Il 16 aprile, presso la sala della Crociera della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Direzione Generale per il Cinema e l’ANICA hanno reso noti “Tutti i numeri del cinema italiano-anno 2012”. Le sezioni in cui il lavoro si divide sono: produzione, distribuzione (con 1 aggiornamenti al primo trimestre 2013 rispetto ai dati annuali presentati a inizio gennaio da Cinetel, ANEC, ANEM e ANICA) e cinema in tv. Dopo aver analizzato il segmento distribuzione nella prima puntata e la presenza di cinema in televisione nella seconda, in questo numero della rivista si propone l’approfondimento sulla produzione, con l’obiettivo di condividere la riflessione sui numeri che scaturisce dal gruppo di lavoro e sollecitare altre e possibili interpretazioni. 2 3 L’Unità di Studi congiunta è composta, per la Direzione Generale Cinema, da Iole Maria Giannattasio e Fabio Ferrazza e, per l’ANICA, da Federica D’Urso e Francesca Medolago Albani. Salvo diversa indicazione, per le tabelle pubblicate nelle pagine successive, la fonte è: elaborazione Unità di Studi congiunta DG Cinema/ANICA su dati Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali 28 NUMERI // Il dossier economico della DG Cinema e ANICA SOSTEGNO PUBBLICO SELETTIVO E AGEVOLAZIONI FISCAL I Oltre all’indubbia rilevanza economica, i film sono, prima di tutto, espressioni artistiche portatrici dell’identità culturale di un popolo e manifestazioni di libertà e pluralità di pensiero. Il valore artistico dell’opera non assicura tuttavia la copertura dei costi di realizzazione né garantisce che i ricavi derivanti dallo sfruttamento dei diritti di utilizzazione siano sufficienti a coprirne il fabbisogno finanziario. Questo soprattutto se i meccanismi di mercato sono caratterizzati dalla presenza di operatori con forte potere contrattuale, siano essi nazionali - come le grandi emittenti televisive e le grandi imprese di distribuzione – o statunitensi e quindi avvantaggiati da un mercato interno di dimensioni e connotati non paragonabili al nostro. Il ciclo economico e finanziario della produzione di un film, peraltro, necessita di elevata liquidità nelle fasi iniziali della lavorazione e di un ampio lasso di tempo per il conseguimento di ricavi. Sono quindi indispensabili adeguate fonti di copertura. Sulla base di questa evidenza e del principio dell’eccezione culturale, si sono sviluppate a livello sovranazionale, nazionale e locale forme di sostegno pubblico all’attività cinematografica. In Italia lo Stato agisce attraverso il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali che, in attuazione del D.Igs. n.28/2004 - la cosiddetta “Legge Cinema” - e dei commi 325-343 della Legge Finanziaria 2008 n.244 /2007, offre all’industria cinematografica aiuti diretti e indiretti destinati a tutti i segmenti della filiera. Per i film realizzati nel 2012 i produttori hanno quindi potuto contare su due pilastri: da un lato il sostegno pubblico selettivo, con contributi diretti del Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS), e dall’altro le agevolazioni fiscali, declinate nel credito “interno” destinato ai produttori e nel credito per gli investitori non appartenenti al settore che si associano in produzione. Nelle pagine a seguire si esaminano i livelli produttivi dell’anno 2012 in relazione alle varie forme di aiuti pubblici intervenuti. 29 NUMERI // Il dossier economico della DG Cinema e ANICA AUMENTANO LE COPRODUZIONI. FRANCIA PARTNER PRIVILEGIATO Il 2012, senza sorprese rispetto al contesto economico generale, è stato un anno di crisi anche per il settore cinematografico: calo d’incassi e presenze, contrazione dei fondi pubblici diretti, chiusura di sale cinematografiche, minori investimenti dei broadcaster nei film italiani. Eppure i volumi della produzione sono tutt’altro che sconfortanti. Il numero complessivo di film di nazionalità italiana prodotti è, infatti, un record storico. Anche rispetto al già buon risultato dell’anno precedente (155 film), i 166 film del 2012 rappresentano un incremento del 7% (Tab.1). È necessario precisare che per “film prodotto nell’anno” s’intende un lungometraggio di nazionalità italiana che abbia ottenuto il nulla osta per la proiezione in pubblico nell’anno solare. Nel conteggio sono quindi incluse opere la cui produzione e la cui pianificazione e copertura dei costi è avvenuta anche in anni precedenti. L’abbondanza di film, pur se in contrasto con il calo degli spettatori in sala dovuta anche alla riduzione della capacità di spesa del pubblico per l’intrattenimento fuori casa, è però coerente con l’aumento della domanda di contenuto audiovisivo che grazie alle nuove modalità di fruizione sta subendo un’impennata. La variazione positiva non è però dovuta alla produzione interamente italiana, che resta stabile (129 film contro i 132 del 2011), ma alle coproduzioni internazionali che registrano un aumento del 60%. L’incremento delle coproduzioni, in particolare quelle maggioritarie, è in ogni caso un segnale positivo per l’effetto benefico sulla circolazione dei talenti italiani oltre i confini nazionali. Tra i 20 paesi con i quali sono state realizzate le 37 coproduzioni, la Francia si conferma il nostro partner privilegiato (Tab.2), con 20 film realizzati in coproduzione. La prossimità geografica e culturale, unita a una tradizione di collaborazione artistica, facilita i rapporti tra le due cinematografie, peraltro rinsaldati di recente con un fondo comune tra DG Cinema e CNC per lo sviluppo di sceneggiature italo-francesi. Tab. 1) Film di nazionalità italiana prodotti (2010-2012) 1 180 135 13 14 9 14 16 20 90 45 115 132 129 0 2010 2011 2012 numero di film di copruduzione paritaria numero di film di copruduzione minoritaria numero di film di copruduzione maggioritaria numero di film 100% italiani Tab. 2) Film di nazionalità italiana prodotti (2012): ripartizione del numero dei contratti di coproduzione per nazionalità del Paese partner FRANCIA BELGIO SPAGNA GERMANIA REGNO UNITO SVIZZERA ARGENTINA CANADA LUSSEMBURGO ROMANIA UNGHERIA ALBANIA BRASILE DANIMARCA MAROCCO MOZAMBICO PORTOGALLO SUDAFRICA SVEZIA USA 30 0 6 5 3 3 3 2 2 2 2 2 1 1 1 1 1 1 1 1 1 20 NUMERI // Il dossier economico della DG Cinema e ANICA IN CRESCITA GLI INVESTIMENTI ESTERI, STABILI QUELLI ITALIANI Il valore complessivo della produzione è di ¤ 493 milioni, 70 milioni in più rispetto al 2011, ma la crescita è quasi esclusivamente imputabile al numero e al costo superiore delle coproduzioni i cui budget elevati sono in gran parte dovuti a maggiori investimenti di capitali esteri (Tab.3). I capitali italiani nelle coproduzioni crescono infatti solo di ¤ 5 milioni, mentre la quota estera sale di oltre ¤ 66 milioni (Tab.4). Si deve comunque precisare che l’incremento dei costi è per la maggior parte concentrato in 2 coproduzioni minoritarie ad altissimo budget (Asterix e Obelix al servizio di sua maestà e Sammy 2-La grande fuga), mentre nel 2011 si contava un unico film ad altissimo budget, Il principe del deserto sempre di coproduzione minoritaria. Nell’insieme della produzione, inclusi i film solo italiani, l’investimento delle società nazionali, anche a fronte di un numero complessivo di pellicole superiore, resta piuttosto stabile (+1%) nel confronto con l’anno precedente, attestandosi a quota ¤ 336,75 milioni. La presenza tra le coproduzioni minoritarie di progetti di dimensioni finanziarie anomale rispetto alla produzione domestica alza il livello del loro budget medio (circa ¤ 10 milioni), che è quasi il triplo di quello delle coproduzioni maggioritarie (¤ 3,7 milioni), e cinque volte il budget medio dei film al 100% italiani, fissato intorno ai ¤ 2 milioni (Tab.5). Tab. 3) Film di nazionalità italiana prodotti (2011-2012): costo totale* (milioni di Euro) 500 156,39 300 200 333,20 TOTALE: 423,31 90,10 336,75 TOTALE: 493,14 400 100 0 2011 2012 capitali italiani capitali stranieri Tab. 4) Film di coproduzione prodotti (2011-2012): costo totale* (milioni di Euro) 2012 2011 Capitali italiani 61,30 Capitali stranieri 15,65 Costo totale 76,94 Capitali italiani 64,17 Capitali stranieri 16,4 Costo totale 80,57 Film di coproduzione minoritaria 19,17 140,74 159,91 10,93 73,7 84,63 Film di coproduzione 80,47 156,39 236,86 75,01 90,10 165,20 Film di coproduzione maggioritaria o paritaria Tab. 5) Film di nazionalità italiana prodotti (2011-2012): costo medio* (milioni di Euro) 2012 2011 Variazione 2012/2011 Costo medio film 100% italiani 1,99 1,96 1,60% Costo medio film 100% italiani e film di coproduzione maggioritarivva o paritaria 2,22 2,32 -4,23% Costo medio film di coproduzione maggioritaria o paritaria 3,66 5,75 -36,33% Costo medio film di coproduzione minoritaria 9,99 9,40 6,29% *Valori stimati METÀ DEI TITOLI NAZIONALI È LOW BUDGET Per un’analisi più dettagliata dei budget dei film realizzati interamente da imprese nazionali, le 129 opere che ricadono nella categoria sono state suddivise in 6 classi di costo (Tab.6). I lungometraggi con i budget più alti, oltre i ¤ 3,5 milioni e con una media di quasi 7 milioni a film, coprono il 18,6% della produzione al 100% italiana, in calo rispetto al 23,5% del 2011. Spiccano tra questi i maggiori successi della stagione cinematografica, con La migliore offerta di Giuseppe Tornatore e Benvenuti al Nord di Luca Miniero. di 6 unità i film con costi tra gli ¤ 800mila e ¤ 1,5 milioni. Quasi la metà dei film, tuttavia, è costituita dai cosiddetti low-budget, ossia le produzioni con costi uguali o inferiori a ¤ 800mila (le ultime due fasce) che rappresentano il 47% dei film totalmente a capitali italiani, con una quota leggermente superiore a quella dell’anno precedente (45%). Circa un terzo dei film sotto gli ¤ 800mila è composto da documentari o docufiction e per tutti la circolazione in sala è, in genere, molto limitata. Nelle due fasce a budget intermedio, tra ¤ 1,5 e ¤ 3,5 milioni, si collocano 23 film, 3 in meno dell’anno precedente, mentre aumentano Stringendo il campo alla fascia di costo più popolata, si osserva come dei 36 film con costi uguali o inferiori a ¤ 200mila, oltre i due terzi (27 31 NUMERI // Il dossier economico della DG Cinema e ANICA film), non superano nei preventivi i ¤ 100mila. Nella classe di costo più bassa si conta anche la maggior parte dei lavori che non hanno attivato le procedure amministrative per l’ammissione ai benefici statali. Molte di queste pellicole, dunque, pur possedendo un valore culturale e sociale e nascendo da grossi sforzi creativi anche sul piano finanziario, sono frutto di produzioni professionalmente meno strutturate la cui impronta sul comparto industriale è trascurabile. Tab.6) Film 100% nazionali prodotti (2012): classi di costo* Minore o uguale a € 200.000 36 Costo totale (migliaia di Euro) 2.966 Maggiore di € 200.000 e minore o uguale a € 800.000 Maggiore di € 800.000 e minore o uguale a € 1.500.000 Maggiore di € 1.500.000 e minore o uguale a € 2.500.000 Maggiore di € 2.500.000 e minore o uguale a € 3.500.00 Maggiore di € 3.500.000 25 12.566 503 21 24.342 1.159 11 20.096 1.827 12 24 129 34.408 161.906 256.283 2.867 6.746 1.987 classe di costo Numero film TOTALE Costo medio (migliaia di Euro) 82 *Valori stimati L’APPORTO RILEVANTE DI INVESTITORI ESTERNI, GRAZIE AL TAX CREDIT Tab.7) Film di nazionalità italiana prodotti (2012): composizione dei capitali italiani* (milioni di Euro) milioni di euro quota % credito d'imposta richiesto per la produzione 37,07 11,01% Apporto investitori esterni per il quale è stato richiesto credito d’imposta 50,77 15,08% Contributo Lungometraggi di Interesse Culturale (IC) 12,80 3,80% Contributo Lungometraggi di Interesse Culturale Opere Prime Seconde (OPS) 11,60 3,44% Contributi Film Commission 4,49 1,33% Contributo Eurimages sulla quota italiana Altro** Totale 1,42 0,42% 218,60 336,75 64,92% 100% * Valori stimati **Altri fondi comunitari, altri fondi locali, apporti societari, prevendite diritti, ecc. Fonte: Elaborazione Unità di Studi congiunta DGCinema/ANICA su dati Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, su dati Eurimages e su dati Italian Film Commissions. Come detto, i capitali italiani investiti nella produzione di tutti i 166 film nazionali (incluse le coproduzioni) ammontano a ¤ 336,75 milioni, un valore appena superiore a quanto investito nei film prodotti nel 2011. Ciò che muta è la copertura dei budget (Tab.7). Si riducono i finanziamenti statali selettivi diretti destinati ai film di registi già affermati, che diminuiscono del 28,09%, mentre quelli destinati alle opere prime e seconde subiscono un lieve incremento (+5,41%). In entrambi i casi, tuttavia, il peso del contributo diretto supera di poco il 7% del totale. L’assottigliamento graduale della quota di FUS allocata al cinema ha sottratto alle imprese di produzione delle risorse che, fino a qualche anno fa, costituivano un pilastro dei meccanismi di copertura della spesa. Solo 8 anni prima, nel 2004, i costi dei film prodotti erano composti al 60% da contributi FUS. Rispetto ad allora s’inserisce nel quadro del sostegno pubblico il nuovo strumento del tax credit che va a sopperire, seppur con un sistema 32 diverso, alla carenza di fondi per erogazioni dirette alla produzione. Nei ¤ 336,75 milioni a carico dei produttori italiani nel 2012, dunque, il credito richiesto dalle società di produzione occupa una fetta importante con ¤ 37,07 milioni, l’11% del totale, sebbene lievemente inferiore ai ¤ 39,31 del 2011. Il risultato più clamoroso è però l’apporto di capitali privati provenienti da imprese esterne al settore che hanno richiesto credito d’imposta sugli investimenti nella produzione nazionale. Con ¤ 50,77 milioni, l’investimento copre una fetta del 15% di tutto il volume dei capitali e raddoppia rispetto ai ¤ 25,05 milioni che gli investitori esterni avevano apportato alla realizzazione delle pellicole prodotte nel 2011. L’efficacia dell’introduzione del tax credit si manifesta dunque non solo nel beneficio diretto che i produttori hanno trovato in risorse automatiche, immediate e trasparenti, ma anche nell’aver fornito un nuovo strumento per attrarre capitali privati. Un aiuto determinante per la realizzazione di film sul territorio nazionale è poi disponibile anche a livello locale. Le Regioni, nella maggioranza dei casi attraverso l’attività delle Film Commission - come esaminato nel n. 5 della rivista 8½ ad esse dedicato - forniscono sostegno alle produzioni sia attraverso servizi sia con fondi finanziari. Tra gli enti associati al network Italian Film Commissions, 10 sono intervenuti su 47 film prodotti nel 2012 con finanziamenti deliberati per oltre ¤ 4,5 milioni. Contando anche i servizi alla produzione, i film sostenuti arrivano a 58. Tab. 8) Film di nazionalità italiana prodotti (20102012): contributo Interesse Culturale (IC) e contributo Interesse Culturale Opere Prime e Seconde (OPS) 2012 2011 2010 Numero film con contributo Interesse Culturale (IC) 19 22 23 Numero film con contributo Interesse Culturale Opere Prime e Seconde (OPS) 37 26 17 Ammontare contributo Interesse Culturale (IC) (migliaia di Euro) 12.800,00 17.800,00 26.599,50 Ammontare contributo Interesse Culturale Opere Prime e Seconde (OPS) (migliaia di Euro) 11.600,00 11.005,00 8.790,00 NUMERI // Il dossier economico della DG Cinema e ANICA TAB. 9) Film di nazionalità italiana prodotti (2011-2012): contributo Eurimages Numero film con contributo Eurimages Ammontare contributo Eurimages (migliaia di Euro) Contributo medio Eurimages (migliaia di Euro) 2012 2011 7 8 3.450,00 3.260,00 492,86 407,50 Fonte: Elaborazione Unità di Studi congiunta DGCinema/ANICA su dati Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e su dati Eurimages Analizzando nel dettaglio i contributi statali diretti per i film prodotti nel 2012 (Tab.8) si nota come negli ultimi 3 anni è diminuito sia il numero di film finanziati di registi già affermati che l’ammontare del contributo. Al contrario per le Opere Prime e Seconde la tendenza appare inversa con un incremento nel periodo 2010-2012 del numero di pellicole e, seppure meno rilevante, dell’ammontare deliberato. Si ricorda, tuttavia, che i film prodotti negli anni osservati hanno ricevuto il finanziamento anche in anni precedenti. Oltre all’intervento statale, alcuni dei film prodotti nel 2012 hanno goduto anche del sostegno sovranazionale Eurimages, il fondo del Consiglio d’Europa per la produzione e distribuzione di opere europee. La mission di Eurimages infatti, è di promuovere l’industria cinematografica europea finanziando le coproduzioni che rappresentino i molteplici aspetti della società europea e la sua radice culturale comune. Tra i film del 2012 i progetti finanziati sono stati 7, di cui 4 a quota italiana minoritaria e 3 a quota italiana maggioritaria (Tab.9). Il contributo medio è stato di ¤ 493mila distribuiti pro-quota alle società produttrici. CRESCONO I PROGETTI, SI RIDUCONO GLI IMPORTI MEDI ASSEGNATI Cambiando prospettiva e analizzando l’andamento del contributo statale selettivo non sulla base della quota che occupa nella produzione annuale, che include finanziamenti ricevuti negli anni precedenti, ma sulla base dei finanziamenti deliberati nel 2012, e quindi per film ancora in fase di lavorazione, i due dati più rilevanti sono la crescita del numero di progetti e la riduzione degli importi medi assegnati. Nel 2012 sono stati deliberati contributi per 35 film di registi affermati e 51 film di esordienti. In generale negli ultimi 3 anni si è ridotto il contributo medio deliberato a favore dei lungometraggi, dei cortometraggi e delle sceneggiature originali (Tab.10-11-12). Allo scopo di sostenere un numero adeguato di progetti e considerata la riduzione dei budget medi, si sono distribuiti finanziamenti ridotti su una quantità superiore d’iniziative. D’altro canto, anche l’altro grande finanziatore del cinema italiano, la televisione, ha ridotto gli investimenti unitari distribuendoli su un numero maggiore di film. I prezzi pagati dai broadcaster televisivi per l’acquisizione di diritti d’antenna o di quote di produzione si sono abbassati infatti anche del 50%. Allo stesso modo l’investimento unitario del FUS è sceso, con una frammentazione di risorse che ha provocato una grande quantità di opere realizzate con budget molto limitati. In particolare il sostegno statale finalizzato all’allevamento di nuovi talenti, i contributi Opere Prime e Seconde, proprio a causa della riduzione dei fondi, si è trasformato in una sorta di gap financing per progetti con copertura dei costi quasi completata. La maggior parte dei film prodotti è ormai realizzata anche grazie ai benefici fiscali introdotti in due fasi nel 2009 e nel 2010 in attuazione della legge finanziaria per il 2008 n.244/2007. 105 sono le opere per le quali è stato richiesto tax credit per la produzione, di cui 54 quelle per le quali è stato richiesto anche tax credit sugli investimenti d’imprese esterne al settore (Tab.13). Per la distribuzione nazionale l’incentivo è stato invece richiesto su 41 film. Resta tuttavia circa un 36% di lungometraggi per i quali non è stata presentata domanda per nessun tipo di credito d’imposta. Si tratta di 59 film che per varie ragioni non avevano i requisiti per accedere al bonus. Per la maggior parte, infatti, si tratta di opere per cui non è stato avviato l’iter burocratico che dà accesso ai benefici di legge. In altri casi si tratta di produzioni con spese sostenute prima del periodo di validità della misura o di coproduzioni minoritarie che verosimilmente non hanno sostenuto in Italia spese sufficienti a ottenere i requisiti di territorialità. TAB. 10) Contributi diretti deliberati (2012) Numero progetti Qualifica finanziati Film di Interesse Culturale 35 Opere Prime e Seconde 51 Cortometraggi 36 Sviluppo Sceneggiature Originali 20 Ammontare contributo (migliaia di Euro) 15.000,00 9.000,00 1.200,00 692,05 Contributo medio (migliaia di Euro) 428,57 176,47 33,33 34,6 TAB. 11) Contributi diretti deliberati (2011) Numero progetti Qualifica finanziati Film di Interesse Culturale 21 Opere Prime e Seconde 40 Cortometraggi 33 Sviluppo Sceneggiature Originali 14 Ammontare contributo (migliaia di Euro) 10.500,00 7.500,00 1.200,00 490,00 Contributo medio (migliaia di Euro) 500,00 187,50 36,36 35,00 33 NUMERI // Il dossier economico della DG Cinema e ANICA TAB. 12) Contributi diretti deliberati (2010) Numero progetti Qualifica finanziati Film di Interesse Culturale 27 Opere Prime e Seconde 34 Cortometraggi 30 Sviluppo Sceneggiature Originali 20 Ammontare contributo (migliaia di Euro) 15.000,00 10.500,00 1.200,00 700,00 Contributo medio (migliaia di Euro) 555,56 308,82 40,00 35,00 Tab. 13) Film di nazionalità italiana prodotti (2011-2012): credito d'imposta richiesto Credito d'imposta “Produzione” richiesto (milioni di Euro) Credito d'imposta “Esterno” richiesto (milioni di Euro) Credito d'imposta “Distribuzione” richiesto (milioni di Euro) Numero film per i quali è richiesta almeno una forma di credito d'imposta Numero film per i quali è richiesta almeno una forma di credito d'imposta su numero film prodotti Numero film per i quali è richiesto credito d'imposta “Produzione” Numero film per i quali è richiesto credito d'imposta “Produzione” su numero film prodotti Numero film per i quali è richiesto credito d'imposta “Esterno” Numero film per i quali è richiesto credito d'imposta “Esterno“ su numero film prodotti Numero film per i quali è richiesto credito d'imposta “Distribuzione” Numero film per i quali è richiesto credito d'imposta “Distribuzione” su numero film prodotti 2012 37,07 19,31 3,68 2011 39,31 10,02 3,7 106 100 63,86% 64,52% 105 98 63,25% 63,23% 54 33 32,53% 21,29% 41 39 24,70% 25,16% Nota: non è stata considerata un'unica richiesta di tax shelter, per un ammontare di circa 3,5 milioni di Euro e relativa a un film prodotto nel 2011 I NUOVI ATTORI DELLA PRODUZIONE. NON SOLO BANCHE E FINANZIARIE Tab. 14) Film 100% nazionali prodotti (2011-2012): numero film (valore assoluto e percentuale) per i quali è stato richiesto credito d’imposta “Produzione” per classe di costo* 2012 2011 Valore assoluto Valore percentuale Valore assoluto Valore percentuale Minore o uguale a € 200.000 2 6% 1 3% Maggiore di € 200.000 e minore o uguale a € 800.000 15 60% 12 57% Maggiore di € 800.000 e minore o uguale a € 1.500.000 16 76% 13 87% Maggiore di € 1.500.000 e minore o uguale a € 2.500.000 11 100% 16 100% Maggiore di € 2.500.000 e minore o uguale a € 3.500.00 11 92% 10 100% Maggiore di € 3.500.000 24 100% 31 97% Totale 79 61% 83 63% Classe di costo * Valori stimati Nota: non è stata considerata un'unica richiesta di tax shelter, per un ammontare di circa 3,5 milioni di Euro e relativa a un film prodotto nel 2011 34 NUMERI // Il dossier economico della DG Cinema e ANICA Dei 105 film con richiesta di tax credit produzione, 79 sono interamente italiani (Tab.14). Si tratta in genere di film con costi più alti rispetto alla media. Infatti quasi la totalità dei film al 100% nazionali con budget superiori a ¤ 1,5 milioni ha presentato domanda di tax credit. La percentuale di film realizzati con il credito d’imposta cala proporzionalmente al volume del budget, per arrivare a solo 2 sui 36 film con costi minori o uguali a ¤ 200mila che hanno incluso il beneficio nei loro piani finanziari. Il fenomeno, letto da questa ottica, si spiega anche con la mancanza, in alcuni dei casi di film low-budget, di produzioni professionalmente organizzate e in possesso di strumenti conoscitivi e operativi necessari a godere dei vantaggi fiscali o, più in generale, dei vari benefici di legge. Come noto, l’introduzione del credito d’imposta oltre al beneficio per le società di produzione ha determinato anche un maggior afflusso di capitali provenienti da altri settori industriali attratti dai vantaggi offerti dal cosiddetto tax credit “esterno”. Gli apporti in produzione eseguiti da imprese non appartenenti alla filiera cinematografica godono, infatti, di un credito fiscale del 40%. La composizione qualitativa e quantitativa di questi nuovi attori della produzione merita dunque un’analisi più approfondita. A meno di 3 anni dall’entrata in vigore dell’agevolazione, tra i film prodotti nel 2011 e quelli prodotti nel 2012, sia l’ammontare dell’investimento che il numero delle imprese esterne sono raddoppiati. Dai ¤ 25,05 milioni investiti nella produzione cinematografica del 2011 da 44 imprese ai ¤ 50,70 milioni investiti nei film del 2012 da 89 imprese. Sebbene il settore finanziario permanga come il più cospicuo in termini di volumi d’investimento, si sono affacciate nuove realtà produttive, anche in questo caso circa il doppio dell’anno precedente: 16 settori contro i 9 del 2011. Se infatti quasi il 52% degli apporti deriva da interventi di banche e finanziarie, il restante 48% è distribuito su 15 settori (classificati sulla base dei codici ATECO 2007) tra cui, con apporti superiori ai ¤ 3 milioni, si collocano i servizi di informazione e comunicazione (10,44% del totale investito), il commercio all’ingrosso e al dettaglio (9,66%), le attività immobiliari (6,48%) e le attività professionali, scientifiche e tecniche (6,02% (Tab.15). La ripartizione del numero delle imprese esterne per settore di attività rileva una diversa distribuzione dei volumi (Tab.16). Se le attività finanziarie e assicurative restano le prime con 18 imprese, al secondo posto si classificano in questo caso le attività professionali scientifiche e tecniche con 17 imprese, tra cui figurano diverse società di consulenza e di servizi di gestione aziendale. Emergono inoltre 6 settori produttivi ATECO 2007 nuovi rispetto a quelli che avevano investito nei film prodotti nel 2011, ossia le “attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento” con 4 aziende, il “Trasporto e magazzinaggio” con 3 imprese, “Sanità e assistenza sociale” con 2 soggetti e, con un’impresa ciascuno, la “fornitura di acqua, reti fognarie, attività di gestione rifiuti e risanamento”, l’”Istruzione”, e “Altre attività di servizi”. Tab. 15) Film di nazionalità italiana prodotti (2012) - Credito d’imposta “Esterno”: ripartizione dell'investimento totale per settore di attività* (milioni di Euro) milioni di € 1,51 C - 2,98% D - FORNITURA DI ENERGIA ELETTRICA, GAS, VAPORE E ARIA CONDIZIONATA 0,30 F - 2,49% E-F ORNITURA DI ACQUA; RETI FOGNARIE, ATTIVITÀ DI GESTIONE DEI RIFIUTI E RISANAMENTO 0,15 F - COSTRUZIONI 1,27 G - COMMERCIO ALL'INGROSSO E AL DETTAGLIO; RIPARAZIONE DI AUTOVEICOLI E MOTOCICLI 4,91 H - TRASPORTO E MAGAZZINAGGIO 1,64 I - ATTIVITÀ DEI SERVIZI DI ALLOGGIO E DI RISTORAZIONE 0,52 J - SERVIZI DI INFORMAZIONE E COMUNICAZIONE 5,30 C - ATTIVITÀ MANIFATTURIERE K - ATTIVITÀ FINANZIARIE E ASSICURATIVE 26,28 D - 0,59% E - 0,30% G - 9,66% H - 3,23% I - 1,02% 2012 J - 10,44% K - 51,76% L - 6,48% M - 6,02% N - 0,98% P - 0,04% L - ATTIVITA' IMMOBILIARI 3,29 M - ATTIVITÀ PROFESSIONALI, SCIENTIFICHE E TECNICHE 3,06 R - 3,15% N-N OLEGGIO, AGENZIE DI VIAGGIO, SERVIZI DI SUPPORTO ALLE IMPRESE 0,50 S - 0,20% P - ISTRUZIONE 0,02 Q - SANITA' E ASSISTENZA SOCIALE 0,34 R - ATTIVITÀ ARTISTICHE, SPORTIVE, DI INTRATTENIMENTO E DIVERTIMENTO 1,60 S - ALTRE ATTIVITÀ DI SERVIZI 0,10 Q - 0,67% *La classificazione delle imprese per tipo di attività esercitata è sulla base dei codici ATECO 2007 presenti nella Visura Camerale Fonte: Elaborazione Unità di Studi congiunta DGCinema/ANICA su dati Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e su dati Registro Imprese delle Camere di Commercio 35 NUMERI // Il dossier economico della DG Cinema e ANICA Tab. 16) Film di nazionalità italiana prodotti (2012) - Credito d’imposta “Esterno”: ripartizione del numero di imprese per settore di attività* n° imprese 8 (8,99%) C - ATTIVITÀ MANIFATTURIERE 1 L - ATTIVITA' IMMOBILIARI 1 M - ATTIVITÀ PROFESSIONALI, SCIENTIFICHE E TECNICHE D - FORNITURA DI ENERGIA ELETTRICA, GAS, VAPORE E ARIA CONDIZIONATA (1,12%) E-F ORNITURA DI ACQUA; RETI FOGNARIE, ATTIVITÀ DI GESTIONE DEI RIFIUTI E RISANAMENTO (1,12%) 6 F - COSTRUZIONI (6,74%) G-C OMMERCIO ALL'INGROSSO E AL DETTAGLIO; RIPARAZIONE DI AUTOVEICOLI E MOTOCICLI P - ISTRUZIONE 3 Q - SANITA' E ASSISTENZA SOCIALE (3,37%) 5 I - ATTIVITÀ DEI SERVIZI DI ALLOGGIO E DI RISTORAZIONE (5,62%) 5 J - SERVIZI DI INFORMAZIONE E COMUNICAZIONE N -NOLEGGIO, AGENZIE DI VIAGGIO, SERVIZI DI SUPPORTO ALLE IMPRESE 8 (8,99%) H - TRASPORTO E MAGAZZINAGGIO K - ATTIVITÀ FINANZIARIE E ASSICURATIVE (5,62%) R - ATTIVITÀ ARTISTICHE, SPORTIVE, DI INTRATTENIMENTO E DIVERTIMENTO S - ALTRE ATTIVITÀ DI SERVIZI 18 (20,22%) 7 (7,87%) 17 (19,10%) 2 (2,25%) 1 (1,12%) 2 (2,25%) 4 (4,49%) 1 (1,12%) Fonte: Elaborazione Unità di Studi congiunta DGCinema/ANICA su dati Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e su dati Registro Imprese delle Camere di Commercio INTERVENTO PUBBLICO RIQUALIFICATO CON IL CREDITO D’IMPOSTA INTERNO E ESTERNO Tab. 17) Investimenti pubblici per la produzione italiana* (milioni di Euro) 2004 94,8 2005 29,5 2006 43,3 63 2007 71 2008 2009 38,10 38,1 10,3 35,4 40 28,8 40 42,8 42,8 2010 2011 10,1 Investimento pubblico nazionale diretto Tax credit interno alla produzione 24,4 2012 19,3 0 20 37,10 37,1 40 Dall’entrata in vigore della “Legge Cinema”, il D.lgs. 28/2004, la quota dell’intervento statale diretto nei film prodotti annualmente ha avuto un andamento altalenante. Dopo il brusco calo di assestamento alla nuova normativa nel 2005, i contributi sono cresciuti progressivamente fino al picco dei film prodotti nel 2008, anno dopo il quale il loro peso è andato scemando fino a ridursi di quasi un terzo nel 2012 (Tab. 18). Per i film prodotti negli ultimi quattro anni, tuttavia, l’aiuto pubblico nel suo complesso si è riqualificato grazie alle due forme di credito d’imposta per la produzione, “interno” ed “esterno”, raggiungendo con i film prodotti nel 2012 una dimensione di oltre ¤ 80 milioni, la più alta dal 2005. Le agevolazioni fiscali richieste dalle imprese di produzione rappresentano la fetta più consistente, con una media negli ultimi 3 anni di ¤ 40 milioni. Le imprese non appartenenti al settore hanno potuto contare, invece, su 10 milioni nel 2011 e 19 milioni nel 2012. Si tratta chiaramente di somme di cui non hanno beneficiato direttamente le produzioni ma che, di riflesso, hanno portato loro i cospicui investimenti esterni precedentemente esposti (vedi Tab. 15). Tax credit investitori esterni 60 80 100 * I valori riferiti al Tax credit esterno per gli anni 2011 e 2012 sono investimenti pubblici di cui hanno usufruito le imprese esterne alla filiera cinematografica che hanno apportato capitali alla produzione di film 36 NUMERI // Il dossier economico della DG Cinema e ANICA IL BONUS FISCALE RICHIESTO DA TRENTATRE Film STRANIERi Tab.18) Credito d’imposta richiesto film stranieri (2009-2012): numero film e numero Paesi* 2009 4 2 2010 2012 2011 4 1 11 14 9 7 numero film numero paesi * La nazionalità è determinata sulla base del Paese in cui ha sede la società estera committente. Per un’esaustiva misurazione dei livelli produttivi italiani oltre che dei film nazionali bisogna tener conto anche dalle opere straniere girate sul nostro territorio con il coinvolgimento di operatori e talenti locali. Al beneficio derivante dall’afflusso di capitali stranieri si accompagna l’utilizzo di manodopera italiana che favorisce il riconoscimento all’estero dell’eccellenza delle nostre maestranze e ne amplia la qualificazione professionale. Inoltre, la realizzazione sul nostro territorio di opere cinematografiche destinate a platee internazionali facilita la circolazione e la promozione dell’immagine e della cultura italiane all’estero. Per incentivare le società straniere a scegliere il nostro Paese, insieme al tax credit destinato alla produzione di film nazionali, è entrata in vigore, nel 2009, una forma destinata proprio ai film stranieri, cioè alle imprese italiane di produzione esecutiva che realizzano, su commissione estera, film di nazionalità estera girati in Italia. Tab. 19) Credito d'imposta richiesto film stranieri (2009-2012): credito richiesto e investimento per il quale è stato richiesto credito d’imposta (milioni di Euro) milioni di € Credito richiesto 21,06 Investimento per il quale è stato richiesto credito d’imposta 84,25 I 33 film stranieri per i quali è richiesta l’attribuzione del “bonus” fiscale al 2012 hanno origini nazionali varie. I primi e i più numerosi sono quelli di Paesi di area anglosassone (Regno Unito, Stati Uniti e Australia) ma, una volta entrata a regime la misura, si sono affacciati anche film di altri Paesi europei (Francia, Germania, Svizzera, Olanda, Austria, Belgio e Spagna) ed extra-europei (Giappone, Marocco e Algeria). L’investimento di capitali esteri su cui è stato richiesto il credito nel periodo 2009-2012 ammonta a oltre ¤ 84 milioni (Tab. 19). 37 NUMERI // Il dossier economico della DG Cinema e ANICA DUECENTO MILIONI, TRA SOSTEGNO DIRETTO E INDIRETTO Negli ultimi 5 anni il sostegno statale al settore cinematografico ha subito una profonda trasformazione nella composizione degli schemi di aiuto. L’andamento complessivo, in termini di sostegni diretti deliberati e di crediti d’imposta effettivamente utilizzati, ha visto crescere il volume degli aiuti fino all’ammontare di ¤ 200 milioni nell’anno 2012 (Tab. 20). La cifra è perfettamente suddivisa in 100 milioni deliberati per i sostegni diretti, articolati in finanziamenti alla produzione, alla distribuzione, all’esercizio, alla promozione e agli enti di settore, e 100 milioni utilizzati dai beneficiari di bonus fiscali, destinati a produzione, distribuzione ed esercizio. Laddove, quindi, il contributo diretto si è contratto sono intervenuti i crediti d’imposta a compensare e addirittura ad accrescere l’ammontare complessivo degli interventi dello Stato. Lo spostamento verso misure di tipo fiscale è dovuto, oltre che agli esiti virtuosi del meccanismo sul potenziamento e sulla qualificazione del settore, anche all’effetto volano per le entrate fiscali grazie all’incremento delle risorse investite nel settore e nell’indotto. Tab. 20) Sostegno diretto deliberato, credito d’imposta utilizzato e totale per la produzione, per la distribuzione, per l’esercizio, per la promozione e per gli enti di settore (2008-2012) ANNO 2008 2009 2010 2011 2012 sostegno diretto € 130.467.323,00 € 135.829.839,00 € 85.960.000,00 € 88.705.000,00 € 99.724.157,60 credito d'imposta € 17.767.408,57 € 32.575.037,48 € 72.116.141,50 € 91.515.101,89 € 99.733.954,78 totale generale € 148.234.731,57 € 168.404.876,48 € 158.076.141,50 € 180.220.101,89 € 199.458.112,38 Fonte: Elaborazione Unità di Studi congiunta DGCinema/ANICA su dati Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e su dati Agenzia delle Entrate Tab. 21) Sostegno diretto deliberato e sostegno indiretto utilizzato per la produzione, per la distribuzione e per l’esercizio (2008-2012) (milioni di Euro) settore produzione distribuzione esercizio tipo contributo 2008 2009 2010 2011 2012 di cui a progetti di film 43,30 36,16 27,40 19,69 25,47 di cui a film realizzati (contributi % sugli incassi) 23,50 30,00 4,30 20,00 20,00 sostegno indiretto 0,00 14,33 46,28 50,35 59,54 sostegno diretto 0,00 0,00 0,00 0,00 0,00 sostegno indiretto 0,00 0,00 0,37 4,89 2,66 sostegno diretto 11,51 19,69 7,40 7,70 13,70 sostegno indiretto 17,77 18,25 25,47 36,27 37,54 sostegno diretto Fonte: Elaborazione Unità di Studi congiunta DGCinema/ANICA su dati Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e su dati Agenzia delle Entrate IL SUCCESSO DI BENVENUTI AL NORD Un indicatore delle strategie dell’azione pubblica e della tipologia dei progetti sostenuti attraverso i differenti strumenti a disposizione è dato dal risultato in sala dei film che hanno avuto accesso alle varie forme di aiuto messe in campo. Delle 166 opere prodotte nel 2012, Cinetel rileva incassi al 31 marzo 2013 per 110 film. Alcuni film infatti, pur avendo richiesto il nulla osta per la proiezione in pubblico nel 2012, ancora non sono stati lanciati al cinema o non hanno trovato spazio sul mercato. Tra i film con incassi rilevati, il maggior successo nel periodo 1° gennaio 2012 – 31 marzo 2013 è stato Benve- 38 nuti al Nord con ¤ 27 milioni, seguito con grande stacco da Immaturi. Il viaggio con circa ¤ 12 milioni e Colpi di fulmine con ¤ 10 milioni. È interessante notare come i film a budget più elevato, in particolare due coproduzioni minoritarie, abbiano avuto risultati al box office molto deludenti che non hanno superato i ¤ 2 milioni. Come prevedibile, le opere scelte dagli investitori esterni che hanno richiesto tax credit sono quelle con maggiore appeal commerciale: incasso medio ¤ 3 milioni (44 film rilevati da Cinetel su 54 con richieste di tax credit “esterno”) (Tab. 22). L’incasso medio dei film per i quali è stato richiesto credito per la produ- NUMERI // Il dossier economico della DG Cinema e ANICA zione (78 rilevati sul 105) è invece di circa ¤ 2 milioni mentre quelli per i quali è stato richiesto credito per la distribuzione (41 rilevati su 41) è circa la metà, ¤ 1milione. Molto basso, ¤ 194mila, l’incasso medio dei film che non hanno richiesto tax credit e del resto solo la metà di questi (31 su 60) ha incassi rilevati da Cinetel, a conferma della difficoltà d’immissione nel mercato di opere realizzate e lanciate con scarsi mezzi. Osservando invece i risultati dei film sostenuti con gli aiuti di tipo selettivo (Tab.23), cioè i film d’Interesse Culturale di autori già affermati e le Opere Prime e Seconde, si rileva come, senza sorprese, l’incasso al botteghino sia maggiore per i film dei registi noti, ¤ 1,6 milioni di media, rispetto agli esordienti, ¤ 312mila di media. Resta infatti per le istituzioni il compito di garantire opportunità di esordio per i giovani favorendo spazi di sperimentazione e di espressione artistica. Il risultato dei film che non hanno ottenuto contributi diretti è invece il più alto, con una media di ¤ 1,8 milioni, a conferma che l’azione statale è destinata in particolare a quelle produzioni culturali che non sopravvivrebbero con le sole risorse reperibili sul mercato. Tab. 22) Film di nazionalità italiana prodotti (2012): incasso medio* (migliaia di Euro) Film per i quali non è stata richiesta alcuna forma di credito d'imposta 193,3 Film per i quali è stato richiesto credito d'imposta "Distribuzione" 1.073,14 Film per i quali è stato richiesto credito d'imposta "Produzione" 2.029,21 Film per i quali è stato richiesto credito d'imposta "Esterno" 3.112,11 * Incasso e presenze al 31 marzo 2013. Non si è tenuto conto dei film per i quali non è stato rilevato da Cinetel il dato sull’incasso e sulle presenze. Fonte: Elaborazione Unità di Studi congiunta DGCinema/ANICA su dati Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e su dati Cinetel Tab. 23) Film di nazionalità italiana prodotti con contributo Lungometraggi di Interesse Culturale (IC) e con contributo Lungometraggi di Interesse Culturale Opere Prime e Seconde (OPS) (2011-2012): costo medio*, contributo medio e incasso medio** (migliaia di Euro) 2012 Costo medio film con contributo Lungometraggi di Interesse Culturale (IC) Contributo medio Lungometraggi di Interesse Culturale (IC) 4.517 674 Incasso medio film con contributo Lungometraggi di Interesse Culturale (IC) 1.645 Costo medio film con contributo Lungometraggi di Interesse Culturale Opere Prime e Seconde (OPS) 1.728 Contributo medio Lungometraggi di Interesse Culturale Opere Prime e Seconde (OPS) 314 Incasso medio film con contributo medio Lungometraggi di Interesse Culturale (OPS) 312 *Valori stimati TENERE IL PASSO CON LE NUOVE SFIDE Nonostante il clima di estrema difficoltà per tutta la filiera e in generale per il paese, il settore della produzione cinematografica mostra vivacità e disponibilità ad adattarsi alle nuove sfide, mettendo in discussione il modello tradizionale attraverso ridimensionamenti di budget, coinvolgimento di partner internazionali, attrazione di risorse esterne e capacità di sfruttare e riunire tutti gli strumenti di aiuto esistenti. Ancora molto va fatto, soprattutto per tenere il passo con l’evoluzione tecnologica che sta rivoluzionando l’intero ciclo di vita del film, dalle fasi creative al consumo finale. È vitale che un settore composto di tante realtà della nostra piccola e media industria e dell’artigianato, oltre che di talenti e tecnici di professionalità riconosciuta a livello internazionale, sia in grado di difendersi dalla congiuntura sfavorevole e di rinnovarsi in un contesto di trasformazione del prodotto. Per garantire la sopravvivenza di questa industria culturale diventa indispensabile assicurare la continuità di dispositivi di sostegno automatici e immediati come il credito d’imposta cui va il merito di aver aiutato il consolidamento delle strutture produttive e l’attrazione di risorse estere sul nostro territorio anche in un periodo così critico. **Non si è tenuto conto dei film per i quali non è stato rilevato da Cinetel il dato sull’incasso e sulle presenze Fonte: Elaborazione Unità di Studi congiunta DGCinema/ANICA su dati Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e su dati Cinetel 39 COSA MI PIACE DEL CINEMA ITALIANO Laureato in Scienze dell'Educazione, co-fondatore del Cineclub King-Kong negli anni '80, direttore della Settimana del cinema fantastico di San Sebastián, del Festival dei diritti umani, sempre nella stessa città, membro del consiglio direttivo del Festival internazionale di San Sebastián, di cui da due anni è il direttore. è stato anche responsabile dell'ufficio culturale Donostia Kultura. Dirige la collana editoriale Nosferatu , è autore di articoli e saggi su autori come Shinya Tsukamoto, Montxo Armendáriz, Elías Querejeta, Julio Medem, Imanol Uribe, Javier Aguirresarobe. 40 COSA MI PIACE DEL CINEMA ITALIANO D a due anni alla guida del Festival di San Sebastián, due anni in cui José Luis Rebordinos (Rentería, 1961) ha dovuto fare i conti con una profonda crisi economica che sta aggredendo in modo particolarmente crudele il settore cinematografico in Spagna e che lo ha obbligato a supplire ai tagli di aiuti pubblici con la ricerca di finanziamenti privati. "Il mio lavoro oggi consiste soprattutto nel cercare fondi ", ammette. Il budget del festival (circa 3.600.000 euro) è la metà di quello di Venezia o Berlino, ma Rebordinos è riuscito a mantenere il livello della programmazione e l’anno passato, per il sessantesimo anniversario, ha messo insieme un programma spettacolare con stelle del calibro di Oliver Stone, John Travolta, Dustin Hoffman, Ewan McGregor o Richard Gere, senza perdere di vista il necessario equilibrio tra tappeto rosso e cinema d’autore. Come definirebbe la relazione tra il Festival di San Sebastián e il cinema italiano? È sempre stata particolarmente complicata, soprattutto per la vicinanza dei festival di Venezia e Roma, che ci obbliga a lottare per i film e, per quanto riguarda quelli italiani, per loro è più facile vincere questa competizione. Venezia e Roma, insieme a Londra, ci fanno una concorrenza diretta, anche se io non li vedo come rivali. In tutti i casi abbiamo maggiori relazioni con festival più distanti nel tempo, come Berlino o Cannes. Anche se i nostri rapporti sono amichevoli e corretti con tutti. Mette il suo festival tra quelli di serie A? Cannes, Venezia e Berlino sono molto più grandi e importanti di noi e dobbiamo ammetterlo senza complessi. Pur essendo più piccoli cerchiamo di mantenere un buon livello del concorso, a partire dal budget e dalla struttura che abbiamo a disposizione. Ma non dobbiamo sentirci inferiori rispetto agli altri. Da quando dirige il festival c’è stato un solo film italiano in concorso, Venuto al mondo di Sergio Castellitto. Che opinione ha della produzione italiana contemporanea? Non mi sento di dare una valutazione perché non mi considero un esperto di cinema italiano contemporaneo. Però ho l’impressione che la produzione italiana, al pari di altri paesi europei, non stia vivendo il suo momento migliore. Quali cineasti contemporanei ritiene più significativi? Quali registi della nuova generazione hanno contribuito a rinnovare l’immagine del cinema italiano all’estero? Più che parlare dell’insieme dell’opera mi concentrerei su alcuni film di autori come Matteo Garrone, Marco Tullio Giordana, i fratelli Taviani o Nanni Moretti. I nuovi autori in Spagna si possono vedere col contagocce e non hanno contribuito a cambiare l’immagine del cinema italiano nel nostro paese che, nel migliore dei casi, è noto per alcuni dei registi citati prima, o addirittura il pubblico lo collega ai classici Pasolini e Bertolucci. Con che criteri scegliete una pellicola italiana per il concorso? Con gli stessi criteri che valgono per qualsiasi altra cinematografia. Innanzitutto per la sua qualità. Poi ci sono altri fattori: una tematica forte e interessante, la capacità di innovazione, gli attori che può portare al festival, etc. Tutti elementi che bisogna considerare e che valgono per tutte le cinematografie. Quali aspetti ricorrenti del cinema italiano ritiene particolarmente significativi? Credo che il cinema italiano sia molto variegato ed è difficile limitarlo a qualche aspetto concreto. Certo, nella sua varietà, c’è una corrente importante di cinema politico con autori come Marco Bellocchio, Nanni Moretti e Paolo Sorrentino. Personalmente, che cineasti italiani sono stati importanti per lei e perché? Mi ha sempre interessato molto Roberto Rossellini, che mi sembra un autore chiave per costruire la modernità cinematografica. Le conquiste del cinema moderno passano inevitabilmente per la conoscenza della sua opera. Mi interessa molto, per esempio, la sua rilettura della storia. Mi hanno segnato molto anche i primi film di Bernardo Bertolucci e Pier Paolo Pasolini. Di quest’ultimo mi interessa molto Salò o le 120 giornate di Sodoma ma, pur ammirando molto la sua opera di cineasta, mi interessano di più le sue poesie e i suoi articoli apparsi sul "Corriere del Sera". Un altro autore che mi ha dato molta felicità è Mario Monicelli. Anche se la sua opera è irregolare, i suoi film migliori sono davvero grandi. Si rimprovera in genere al cinema italiano di realizzare molte commedie rivolte al mercato nazionale. Lo considera un limite? Crede che la commedia italiana possa essere apprezzata anche dallo spettatore straniero? Tutte le cinematografie producono un tipo di cinema destinato al mercato interno. È naturale e logico. E non è negativo a priori. L’importante è essere capaci di creare anche un altro tipo di film più internazionali per temi, più universali per tono. Ma di fatto nessuno dei film italiani che ha avuto successo in Spagna appartiene al genere della commedia, tantomeno romantica. Che tipo di rapporto c’è tra il cinema italiano e lo spettatore spagnolo? Viene percepito in qualche modo vicino alla realtà spagnola? È un peccato, ma credo che lo spettatore spagnolo non conosca bene il cinema italiano. Le vostre produzioni non arrivano sui nostri schermi. José Luis Rebordinos Direttore del Festival di San Sebastián di Carlos Reviriego 41 Anagraficamente la Mostra del cinema di Venezia ha 81 anni, essendo nata nel 1932 (la prima edizione si tenne dal 6 al 21 agosto di quell'anno, la seconda due anni dopo, nel '34). Nacque da un’idea del presidente della Biennale di Venezia, il conte Giuseppe Volpi di Misurata, dello scultore Antonio Maraini, segretario generale, e di Luciano De Feo, segretario generale dell’Istituto internazionale per il cinema educativo. Sotto la dicitura, 1ª Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica, questa prima edizione si tenne sulla terrazza dell’Hotel Excelsior al Lido di Venezia. Non fu competitiva ma propose molti titoli passati alla storia, tra cui Il campione di King Vidor, il Frankenstein di James Whale, Gli uomini, che mascalzoni… di Camerini e A me la libertà di René Clair. Ma se la Mostra ha 81 anni, l'edizione del 2013, dal 28 agosto al 7 settembre, non è la numero 81 ma la numero 70. La discrepanza di date si spiega con le interruzioni dovute alla seconda guerra mondiale e successivamente alla contestazione del '68, quando la Mostra fu sospesa fino al 1980. Per celebrare la storia del festival più antico del mondo, 8½ ha chiesto a dieci critici italiani, di diverse generazioni, di raccontarci il momento più bello o comunque più significativo vissuto al Lido e di lanciare una proposta per il futuro. Li ringraziamo per l’intenso ritratto che hanno fatto del festival. Abbiamo anche scelto di pubblicare alcune preziose immagini dell'archivio storico del Luce dove rivive la memoria di personaggi come Pier Paolo Pasolini, Vittorio De Sica, Emmanuelle Riva, Federico Fellini... Le immagini delle pagine ‘Ricorrenze’ provengono dall’Archivio Storico Luce e ritraggono al Lido di Venezia registi, attori, attrici e personalità nel corso delle passate edizioni della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. a Emmanuelle Riva, 1959; B Pier Paolo Pasolini con Antonella Lualdi e Franco Interlenghi 1963; C Alain Resnais, 1961; D Henry Fonda; E Vittorio De Sica, 1959; F Roberto Rossellini con Ermanno Olmi, Carlo Lizzani, François Truffaut e Francesco Maselli; G il presidente della Biennale Giuseppe Volpi conte di Misurata, il ministro Dino Alfieri, Luigi Freddi, 1937; H Silvana Mangano e Alberto Sordi 1959; I Federico Fellini con il Leone alla carriera, 1985; L Carlo Lizzani e Carla Gravina. Si ringraziano, per la collaborazione, Cristiano Migliorelli e Emiliano Guidi di Luce Cinecittà. L’Archivio Storico Luce è iscritto dal 24 giugno 2013 nel Registro Memory of the World-Unesco, il programma finalizzato alla valorizzazione dei più importanti fondi archivistici e bibliotecari del pianeta, intesi come luoghi in cui è custodita la memoria dei popoli e delle culture. Si tratta del primo archivio italiano d’immagini del Novecento che, per la sua unicità e universalità, ottiene il riconoscimento di fonte documentaria ineguagliabile per la conoscenza della storia mondiale. RICORRENZE edizione che mi è rimasta impressa nel cuore è decisamente la nona; quella del ’48, l’anno in cui tornava al Lido dopo la lunga parentesi bellica e postbellica, durante la quale si era tenuta in città. Mi è rimasta la più cara, nonostante le contraddizioni che la caratterizzarono: un proL' ufficiale, il film era stato accompagnato dai fischi intermittenti di buona parte del pubblico, composto nella sua maggioranza da nobili e “damazze” veneziane, accorse per ammirare l’opera del conte Luchino, che le aveva deluse fin dai titoli di testa, là dove questi avvertivano che gli attori, scelti tra i ne. Non tanto per rivolgerli contro il “Gran Premio”, che andò all’ottimo Amleto di Laurence Olivier, quanto contro quello attribuito al miglior film italiano, che incoronò Sotto il sole di Roma di Renato Castellani, espressione a nostro parere del nascente “Neorealismo rosa”. Certo, rileggendo i Quella volta che fischiarono La terra trema di Callisto Cosulich gramma ricco di film memorabili, cui faceva contrappeso un clima di sfrenata mondanità, che accoppiava i vertici del divismo hollywoodiano alla crema dell’aristocrazia veneziana. Ne fece le spese La terra trema, il film che, non solo a mio avviso, avrebbe meritato il massimo premio (allora si chiamava “Gran Premio Internazionale di Venezia”), mentre dovette accontentarsi di un riconoscimento secondario, attribuitogli “per i suoi valori artistici e corali”. Del resto, alla proiezione personaggi di Acitrezza, parlavano il dialetto catanese “perché l’italiano non è la lingua dei poveri”. Visconti, che stava appollaiato in cabina, a ogni bordata di fischi faceva alzare il sonoro, accompagnando l’ordine con “hanno da schiattare!”, espresso ad altissima voce. Quando si trattò di tirare le somme, prevedendo l’esito della premiazione, noi, cioè il pubblico dei circoli del cinema e dei loro dirigenti, ci armammo di fischietti per contestarla, cosa che puntualmente avven- titoli di quella Mostra, molti giudizi probabilmente andrebbero mutati. Salirebbero per esempio le quotazioni de L’amore, il dittico che il Rossellini “ante Bergman” aveva dedicato ad Anna Magnani, mentre esiterei a conservare il mio primitivo entusiasmo per La croce di fuoco (The fugitive) di John Ford, la cui affascinante maestria nel descrivere i paesaggi e le loro luci era messa al servizio di un fanatico simbolismo religioso. Più complesso invece il caso del film di Visconti. Oggi si esiterebbe a sposare ancora la tesi “luckacsiana” di Guido Aristarco, secondo il quale La terra trema avrebbe rappresentato un passo avanti nel processo evolutivo del cinema “Neorealista”, portandolo dal “realismo critico” al “realismo socialista” (quale, per cortesia? Quello dei coevi, orrendi film staliniani, prodotti in Unione Sovietica?). In realtà, rivedendo oggi La terra trema, il film appare come un oggetto strano, una sorta di asteroide piombato sul variegato pianeta del nostro cinema, in cui la lingua dei “poveri di Acitrezza” si coniuga con sequenze di un formalismo addirittura surrealista. Basti pensare a quella sequenza del vagabondo ubriaco, che vaga per le strade di Acitrezza accennando con la sua fisarmonica a un celebre notturno di Chopin. D’altra parte tutto il cinema di Visconti, a prescindere dal valore delle singole opere, rifiuta di farsi incasellare nei cliché dei generi, cui di volta in volta appare riferirsi. a 44 RICORRENZE 1964: Antonioni, Godard e Pasolini di Bruno Torri stata l’edizione 1964 della Mostra del Cinema di Venezia, all’epoca diretta da Luigi Chiarini, quella di cui conservo il ricordo più vivo, e non solo perché era la prima volta che vi partecipavo. All’interno di un programma che esibiva una qualità artistica e culturale mediamente alta, figuravano tre film assai belli e importanti firmati da tre registi, Antonioni (Deserto rosso), Godard (Una donna sposata) e Pasolini (Il Vangelo secondo Matteo) che allora – come ancor oggi - ammiravo moltissimo. Inoltre c’erano è a grandi figure o a grandi momenti dell’arte e della cultura cinematografica. Ricordo questo perché in seguito tale formula fu completamente abbandonata per passare a un altro tipo di manifestazione, che è poi quello che, sostanzialmente, permane tuttora: molti (spesso troppi) film in tutte le sezioni del programma, più apertura agli aspetti divistici (con annessa “ideologia” del red carpet), più disponibilità alle esigenze consumistiche dell’industria cinematografica. noscitivo, ecc.), vorrei che, anche attraverso apposite iniziative collaterali e “permanenti”, la Mostra si dimostrasse sempre più disponibile alla ricerca, correndo anche dei rischi, senza fermarsi troppo sul già acquisito, sul già consacrato. Tutto ciò sapendo benissimo che, politicamente e culturalmente, i tempi attuali sono tutt’altro che favorevoli all’attuazione di simili (utopici?) auspici. B anche dei motivi più direttamente personali che mi ricollegano a quella Mostra, poiché durante il suo svolgimento Lino Micciché e io concordammo l’impostazione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, la cui prima edizione, appunto, ebbe poi luogo nel 1965. Ricordo che le Mostre dirette da Chiarini corrispondevano a una formula ben definita, sia sul piano delle scelte dei film sia su quello organizzativo. La giornata tipo della manifestazione contemplava la presentazione di uno-due film in concorso selezionati, almeno nelle intenzioni, secondo criteri prevalentemente estetici; un film nella sezione informativa che, sempre negli intenti dei selezionatori, doveva comunque manifestare una qualche valenza artistico-culturale; unodue film nella sezione retrospettiva, dedicata Spazi di riflessione e programma snello Con questa osservazione entro già nel merito di come dovrebbe configurarsi la mia Mostra ideale: rispetto al modello oggi prevalente, vorrei un programma più snello e selettivo caratterizzato da motivazioni strettamente artistiche e culturali; vorrei quotidianamente più spazi per meglio riflettere e dialogare sui film presentati; vorrei che la Mostra non fosse soltanto un luogo espositivo ma che si configurasse anche come produttrice di cultura (organizzando convegni di studio, pubblicando libri di approfondimento critico-co- 45 RICORRENZE Se i cancelli del cielo si spalancano di Pietra Detassis Mostra del Lido è una bicicletta appena noleggiata a viale Regina Margherita e subito rubata o una lunga pedalata sul lungomare sterrato verso Malamocco, al mattino prestissimo, prima del primo film. Questi i ricordi più belli, immediati, magari poco cinematografici, ma per dare l’idea. Perché in effetti la Mostra d’Arte Cinematografica questo è: un’idea, una sensazione, un feeling prima ancora che una realtà. Come può essere realtà un triangolo di 100 metri quadrati circa (tra Palazzo, Casinò, Excelsior), dove non ci sta nulla se non il ricordo di quanto erano glamour i gala nella Sala Grande ai bei tempi, signora mia? Eppure, io a questo miraggio nella laguna ci ho sempre creduto, non potrei farne a meno. La nostra avventura insieme è iniziata nei campeggi e in hotel a una stella dove, me lo ricordo bene: un anno non trovavo la doccia ed era lì sopra il water, cioè facevi pipi e il bagno insieme, mentre un altro ci avevano sistemato in tre, due maschi e una femmina, in una sola stanza, ospiti del prestigioso inserto “Venezia7” dove, evidentemente, non si ponevano domande. Ma erano anni strepitosi, la Mostra di Carlo Lizzani, le mie prime stagioni, 1980, 1981, 1982, i cataloghi bellissimi, la retrospettiva Mizoguchi, le notti a perdersi nell’horror, la sezione Mezzogiorno/Mezzanotte di Enzo Ungari, un genio passato come un soffio, che accostava il film algerino alla sterminata follia di Michael Cimino in notturna, I cancelli del cielo che si spalancavano per farci capire che il cinema d’autore non era più solo Godard e piano sequenza, ma commistione tra Hollywood, codici di genere e trasgressioni delle Nouvelle Vague. I migliori anni della nostra vita, quelli in cui intervistavi Bernardo Bertolucci fermandolo sulle scale del Palazzo dopo il contestatissimo La luna e Otelo de Carvalho nel suo piccolo hotel smarginato. Non era un’altra Venezia, era soprattutto un’altra Italia. La 46 C Smetta di fare la moralista e si dedichi a tutti i generi Oggi la Mostra ha molte pagine da dimenticare, e non riguardano quasi mai le scelte artistiche, benché non abbia più ritrovato la compattezza e lo slancio innovativo di quegli anni. Riguardano strutture che non ci sono, mercato che non si può fare, albergatori maldisposti, spazi da farti piangere in ginocchio, fatiscenze insanabili, scandali con il “buco”, amianto nelle vene, Palazzi immaginati e immaginari oggi sepolti perché la mafia arriva anche in laguna. Eppure non c’è nessuno che chiamato da Hollywood o da qualsiasi altra parte del mondo sappia resistere al richiamo dello sbarco in motoscafo al pontile dell’Excelsior, summa teologica di ogni vanità per le star, stupore assoluto per ogni debuttante, meraviglia di un posto unico, eccellente e dunque difficilissimo. Astruso. Astratto. Ai criticoni dico questo: il Lido è e resterà il cuore della Mostra, immaginando che si possa esportare il resto su terraferma per allargare lo sguardo. A patto che a Venezia l’industria impari a riappacificarsi con la parola “eccellenza”, smettendo quel vecchio giochetto di contrapposizioni: “di qui c’è il popolare e di là la nicchia” e che Venezia smetta di fare la moralista e ricominci a concedersi onnivora a tanti (generi). Con una certezza, però: da qui, e solo da qui, possono ripartire ricerca, innovazione, formazione, Nuovi Orizzonti non marginalizzati. Qui va alimentata la visione del futuro, interrogandosi sul senso che hanno ancora i festival nell’epoca del web e dello streaming. Quale scelta migliore di questo luogo assoluto nella sua evanescenza, scenografia irreale e forse solo fantasticata, per immaginare il cinema impalpabile, digitale e virtuale di domani? RICORRENZE La commozione di Ingmar Bergman di Alessandra Levantesi ricordi buoni sono tanti, tra l'altro alla Mostra ho avuto anche parte attiva come membro della commissione di selezione sotto la direzione del meraviglioso Gillo Pontecorvo. Tuttavia, per un critico le vere emozioni nascono al buio, davanti allo schermo, e allora tiro fuori due momenti in qualche modo analoghi perché legati entrambi a opere, in ogni senso, fuori misura. La visione nel 1982 della versione integrale di Fanny & Alexander e gli applausi interminabili che alla fine delle sei ore esplosero in Sala Grande, alla presenza di un Ingmar Bergman visibilmente commosso. E, dieci anni dopo, alla Volpi, la vibrante ovazione con cui al termine del ciclo delle 13 puntate di Die Zweite Heimat il pubblicò salutò, come fossero amici o persone care, il regista Edgar Reitz e gli interpreti. I to. Cannes era uscita brillantemente dalla contestazione, assorbendo le spinte in un riuscito mix di arte, glamour e mercato: per Venezia il ’68 fu micidiale, aprì un'era di direzioni fiacche e selezioni punitive che durò fino alla resurrezione operata da Carlo Lizzani. Ma intanto Cannes aveva fatto il sorpasso e Venezia aveva perso la sua posizione di supremazia. Potrà mai recuperarla? Direi di no: per cambiare lo stato delle cose e tornare a competere con i francesi bisognerebbe rivedere l’intera fi- losofia del Lido, non solo del Festival. Chi si assumerà un simile compito? E in ogni caso, quali tempi (e costi) richiederebbe? Nel frattempo, l'unica cosa saggia che la Mostra può fare è giocare con rigore le carte della cultura e dell'eccellenza artistica: è il più antico festival di cinema del mondo, è inserito nel contesto prestigioso della Biennale, ha dietro di sé la città di Venezia. Usi il suo grande passato per gettare uno sguardo illuminante sul futuro. D Tornare a competere con i francesi Quanto alle pagine da cancellare, la mia prima incursione alla Mostra coincide con l'inizio del suo periodo più nero. Parlo del 1970 quando, studentessa universitaria in via di preparare una tesi su Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene, mi recai al Lido per vedere il suo Don Giovanni. La proiezione, l’ultima, si svolgeva all’ Arena e pioveva talmente tanto che in breve rimasi l’unica spettatrice, o quasi. L’immagine di quell’arena vuota sotto la tempesta in un Lido desolato mi pare ora la fotografia/ manifesto del decennio che sarebbe segui- 47 RICORRENZE E Quella notte extraterrestre di Mariuccia Ciotta ido di Venezia, 28 agosto 1982. Era la mezzanotte di Enzo Ungari, il “mangiatore di film” che lanciò nella sala Grande una bomba di rara potenza e trascinò centinaia di ombre frenetiche all’assalto del Palazzo. La Mostra e il Mostro: E.T. Chi riuscì a superare la barriera degli uomini in divisa e conquistare un posto non dimenticherà la “sequenza” dei festivalieri esaltati tra spinte e resse soffocanti, doppio prismatico dell’epilogo spielberghiano. Tutti affollati intorno al veicolo spaziale nel chiarore luminescente della laguna per salire a bordo dell’impossibile insieme al grinzoso alieno di Carlo Rambaldi. Una notte “extraterrestre”. Il mito prima della mitologia di un film che frantumò i record d’incassi da Guerre stellari e che il 17 settembre fu proiettato al palazzo dell’Onu di New York e valse al regista la medaglia della pace. E.T. sbarcava alla Mostra proveniente da Cannes, dove era sfilato in anteprima mondiale il 26 maggio, avvolto ancora dall’eco di uno stupore cinefilo incerto L 48 sulla creatura da Drive-In. Blockbuster d’arte. Fumetto subumano. O “uno stupido film alla Walt Disney”, come lo avevano definito gli executives della Columbia prima di passare alla Universal il copione più pregiato della storia del cinema. Fu così che noi alieni, usciti dal decennio della rivolta, riuscimmo a sfondare le porte della Biennale e a incontrare l’immaginario galattico, il regista di serie B consacrato ”autore”. vanti all’automa che dà prova di esistere, muore, e poi si riaccende, lucina rossa di un proiettore sparato in quella notte al Lido. Molti anni dopo, il cratere di un’altra astronave ci consegnerà il peggior ricordo del Festival con la sua gettata di amianto ricoperta di fogli di plastica volanti, buco tossico davanti all’ex casinò. La “grande opera” del nuovo palazzo mai nato è costata ai nostri occhi la scomparsa di centi- Il buco tossico davanti al Casinò Congegno mirabolante, marchio impresso sulla luna Amblin: il traballante animatronic ci suggerì le coordinate di una critica combattente e marziana contro i canoni dell’immaginario. Eravamo trionfanti nelle poltrone di velluto giallo a guardare i fiori di Drew Barrymore che sbocciavano di nuovo da- naia di pini secolari, di un grande giardino e questa voragine venefica. Registi, divi e divine ci chiedono chi è il colpevole anche dello scempio dell’Hotel Des Bains, devastato e chiuso da anni, della fine dell’unico ospedale dell’isola e del monumentale e miliardario Mose, affogato nell’acqua alta. Il mostro del Lido ha un nome e non è E.T. RICORRENZE Il testamento di John Huston F di Fabio Ferzetti 3 settembre del 1987 la Mostra di Venezia fu investita da un’emozione unica, forse irripetibile. Si presenta in anteprima mondiale The Dead, l’ultimo film di John Huston, morto pochi giorni prima dell’apertura del Festival. Tratto da uno dei più bei racconti contenuti in Gente di Dublino, The Dead arriva a Venezia già circondato da un alone di leggenda. Il grande vecchio, protagonista e simbolo degli anni più avventurosi del cinema classico, lo ha girato in condizioni estreme, andando sul set con la bombola dell’ossigeno. La protagonista, tanto per ribadire il carattere forse mai così personale dell’impresa, è sua figlia Anjelica. Inoltre Joyce, anche se nessuno accosterebbe mai i loro due nomi, è da sempre lo scrittore preferito di Huston. Le aspettative insomma non potrebbero essere più alte, ma quando finalmente The Dead viene proiettato, lo stupore va addirittura alle stelle. In meno di 90 minuti, con un’essenzialità che lasciano semplicemente senza fiato, Huston condensa tutta una vita, i sogni e i rimpianti, il visibile e l’invisibile, la meraviglia e il dolore. E io sono lì. Ho 29 anni, sono già stato tante volte alla Mostra da appassionato, ma è per la prima volta che la seguo da inviato per “Il Messaggero”. Per me è praticamente un battesimo e mi trovo Il davanti questo film-testamento. Unico, definitivo, terminale... Non ho mai rivisto The Dead, è uno di quei film legati a un momento così particolare che non oso attraversarli di nuovo. Né naturalmente ho mai riletto cosa tutto questo. Un tempio della cosiddetta settima arte (sempre meno) e uno di quei luoghi ad alto tasso simbolico in cui ogni anno, di epoca in epoca, l’Italia si fa, involontariamente, l’autoritratto. Ridatele respiro internazionale scrissi. Ma so che c’ero e me ne ricorderò ancora molto a lungo, spero. Difficile invece scremare, nei tanti anni che sarebbero seguiti, le troppe cose da dimenticare (ma che non si dimenticano); i troppi film scelti per clientelismo, opportunismo, compiacenza; i prezzi allucinanti e i ritmi sonnolenti che avvolgono da sempre il Lido in un’atmosfera caliginosa, pre-moderna, come se in città dovesse ancora arrivare non dico il cinema ma la corrente elettrica; le serate mercantili, come quella “pre-inaugurazione” (che diavolo vorrà dire?) appaltata a Box Office 3 D di Ezio Greggio. O il collega - peraltro valente - chiamato a coordinare le conferenze stampa, che non riconosce Renato Nicolini (o forse sì, ed è anche peggio) e censura la sua domanda scomoda nell’indifferenza generale... Eppure Venezia è stata e continua ad essere Nella crescente indifferenza del resto del mondo. Per cui il mio augurio per il futuro è semplice. Si tratta di minimizzare tutto ciò che è di interesse puramente locale e di incentivare invece con ogni mezzo tutto quanto può restituire alla Mostra respiro internazionale. Facendo anche tesoro dei grandi nomi che Venezia ha scoperto e difeso, in tutte le sue sezioni, anche quelle parallele, prima di vederli prendere il largo per Cannes o Toronto. Certo, non è un compito facile. Noi continuiamo a ragionare per autori, ma dietro ogni festival ci sono i grandi venditori internazionali, inesistenti ancora meno di vent’anni fa, che dettano legge e impongono nomi, titoli, condizioni. Ignorarli è impossibile. Ma arrendersi sarebbe letale. In questa contraddizione si giocano le grandi sfide di domani. 49 RICORRENZE Una via crucis per Scorsese di Alberto Crespi mio ricordo più forte di Venezia e la pagina che vorrei dimenticare in qualche misura coincidono. Era il 1988, ero a Venezia per la prima volta come inviato del giornale sul quale ancora scrivo, l'Unità. Non ero ancora critico titolare e il mio compito era quello di cronista: interviste, pezzi di cronaca, “colore” mondano e politico. Tra i film presentati alla Mostra c’era L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese. Il film era a rischio di sequestro e le associazioni cattoliche, del Veneto e di tutta Italia, si erano mobilitate per protestare contro la sua presentazione al Lido. Fin dalla vigilia non si parlò d'altro. Dovetti scrivere, per giorni e giorni, pezzi a cavallo fra la cronaca giudiziaria e l'esegesi dei Vangeli Sinottici. Giornalisticamente la cosa era divertente e anche gratificante (si finiva in prima pagina, tanto per capirci), dal punto di vista cinematografico era come entrare in una pasticceria e ordinare solo un bicchiere d'acqua. Il colmo si toccò quando una delle suddette associazioni organizzò, lo stesso giorno della proiezione del film al Lido, una "via crucis" in piazza San Marco, allo scopo Il di pregare per le anime perdute di Scorsese e soci. L'occasione era troppo ghiotta: con alcuni colleghi, saltammo sul vaporetto e ci fiondammo nel centro storico. In piazza San Marco i partecipanti alla "via crucis" erano meno numerosi dei giornalisti che assistevano alla loro performance. Percorsero la piazza in lungo e in largo, sotto gli sguardi distratti di turisti e piccioni, fermandosi di tanto in tanto a pregare. Fu, a suo modo, divertente. Fu soprattutto una lezione: festival come Venezia e Cannes vengono profondamente fraintesi se ci si limita a viverli "da cinefili", immergendosi nei film e trascurando il mondo che li circonda. Sono baracconi promozionali, ma anche interessanti termometri del costume e dello stato di salute della civiltà occidentale. Da questa considerazione, che considero cruciale, discende una riflessione. Ho lavorato alla Mostra in varie riprese, per la Settimana della Critica e, nell'anno 2001, come consulente del direttore Alberto Barbera. Credetemi, non è la storia della volpe e dell'uva: non farei il direttore di Venezia nemmeno se qualche pazzo volesse coprirmi d'oro. È un lavoro faticoso e frustrante e la frustrazione dipende dall'assoluta inadeguatezza delle strutture che la Mostra ha a disposizione, e del luogo in cui si svolge. Dal 2001 " dopo aver visitato con Barbera e Baratta l'Arsenale " sono profondamente convinto che la Mostra potrebbe cambiare solo abbandonando il Lido e trasferendosi a Venezia, dove i vecchi cantieri navali della Serenissima potrebbero diventare teatro di eventi e di proiezioni che oscurerebbero la Croisette. Servirebbero ristrutturazioni e interventi costosissimi, possibili solo con la partecipazione di grandi sponsor: sarebbe l'unico modo per fare della Mostra una rassegna di livello mondiale. Così, ha un'aria estremamente provinciale, anche se a volte i film e le presenze sono di valore assoluto. Sia chiaro, è un sogno: in Italia queste cose non accadono. Trasferirei tutto all’Arsenale G 50 RICORRENZE Lasciate entrare Leslie Caron! di Marco Giusti H primo film che ho visto a Venezia? Credo sia Squadrone bianco di Augusto Genina proiettato all’aperto, dietro al Palazzo del Cinema, quando ancora non c’era copertura. Si stava sotto le stelle, seduti sulle sedie di ferro, a vedere le avventure africane di Fosco Giachetti. Penso che quell’anno vidi anche Vereda Tropical, di Joaquim Pedro de Andrade, storia d’amore tra un uomo e un cocomero nella mitica Sala Volpi. Sempre lì, un’altra edizione, ho visto tutti i film di Kenji Mizoguchi per un “Castoro” che non ho mai finito. Presi tanti appunti. “Adesso si capirà se sei davvero un critico”, mi disse Fernaldo Di Giammatteo. E infatti non lo finii, dimostrando di non esserlo. Forse. Ricordo George Cukor, incontrato nell’ascensore dell’Excelsior; ricordo Robert Morley, uno dei miei attori preferiti, che camminava davanti al Palazzo; Leslie Caron che cercava di entrare in sala a vedere un film e io Il che cercai di spiegare alle maschere che dovevano farla entrare, era Leslie Caron! I fischi al film di Bevilacqua. Ricordo Glauber che imprecava perché la Giuria, presieduta da Suso Cecchi D’Amico, aveva premiato un film di Louis Malle e non il suo capolavoro finale, A Idade da Terra: “Suso Cecchi D’Amico è la dattilografa di Visconti, Louis Malle è pagato dalla Cia!”. Grande Glauber! Per quel dolore c'è morto. E poi ricordo i miei amici più cari, come Giovanni Buttafava che si era addormentato a un film, Tatti Sanguineti attore in Sogni d’oro Quando il cinema sembrava la risposta a tutto di Nanni Moretti, Piero Tortolina che arrivava solo per pochi film americani e rientrava col vaporino, Lello Bersani al Quattro Fontane, l’arrivo di Marco Müller dalla Cina, con camicia rossa a quadretti e zaino. Erano gli anni in cui i critici dettavano i pezzi al telefono: B come Bologna, E come Empoli... Io ci mettevo ore e poi non si capiva niente quando mi sbobinavano. Per me, ancora oggi, il Festival di Venezia è Godard con Prénom Carmen, Fassbinder con Berlin Alexanderplatz, Emanuele Severino che cercava di spiegare la grandezza degli spot girati da Woody Allen per la Coop davanti a una platea di quattro persone. Francesco Nuti e Maurizio Ponzi alla conferenza stampa del loro primo film. Beniamino Placido in diretta tv, sempre così affettuoso e intelligente. In quel periodo poi c’era l’idea di poter parlare di cinema in tv in un modo diverso. Ed era un tempo felice perché il cinema sembrava la risposta a tutto. 51 RICORRENZE Un posto dove non può succederti niente di male di Mariarosa Mancuso incorreggibile animale festivaliero, fatti salvi gli attacchi di noia durante la proiezione di certi film, non ho un album dei cari ricordi e neppure una lista nera (parlando in generale, mi infastidiscono le fotografie e più ancora le nostalgie sul cinema com’era). Torna comodo, per la Mostra di Venezia, quel che Audrey Hepburn diceva della gioielleria Tiffany, in Colazione da Tiffany di Blake Edwards: “Mi piace qui. È un posto dove non può succederti nulla di male”. Ne deriva un certo fastidio per chi appena arrivato al Lido fa il conto alla rovescia dei giorni che mancano alla fine. Durasse un’altra settimana, andrebbe benissimo lo stesso, anzi. Lo aveva capito anche il conDa cierge dell’albergo: “Ma lo sa che è l’unica ad andarsene malvolentieri?”. Atteggiamento poco professionale, ne conveniamo. Cercheremo di porvi rimedio con la saggezza che l’età dovrebbe portare in dote (anche di quella però non c’è ancora traccia). Nell’attesa, godiamo certi capannelli dove i colleghi appena usciti dalla proiezione distruggono a colpi di battutacce il film italiano appena visto. Tranne poi ricomporsi, dormirci sopra, e il giorno dopo certificare che si tratti di un capolavoro assoluto. Nella stessa pagina quasi sempre trova spazio un bel dibattito sul perché i critici perdano credibilità, gli spazi si restringono, gli spettatori preferiscono il cinema americano. H È ora di aprire alle serie tv Per il futuro, sarebbe ora di riconciliare il concorso con le retrospettive. Che senso ha scartare dalla competizione certi film le commedie in cima alla lista e le pellicole che raccontano una storia senza voler rivoluzionare il cinema - per poi celebrarli una ventina di anni dopo nelle retrospettive? Non sarebbe meglio mettere una moratoria sui titoli che si dichiarano artistici - senza portare prove, perlopiù riciclando parole d’ordine stantie - e su quelli che vagheranno di festival in festival senza mai riempire una sala? “Stiamo mezz’ora in coda per vedere film che se fossero al cinema sotto casa non degneremmo di uno sguardo”, scrisse un 52 giornalista francese in un momento di lucidità. Sarebbe anche ora di aprire alle serie tv, che hanno ereditato l’attrattiva e la popolarità che il cinema aveva e non ha più. Non sarebbe male - dopo il grande buco, la scoperta dell’amianto, il progetto del nuovo Palazzo che probabilmente mai si farà – trasferire per un anno la Mostra di Venezia in un multiplex dei dintorni. Sale comode a volontà e magari qualche pasto decente servito senza mugugni. Come avviene in qualsiasi altro festival del mondo. Senza dover scoprire, come una volta capitò, che il ristorante impone un sovrapprezzo per gli spaghetti serviti a tarda ora. Vale a dire, dopo le nove di sera. RICORRENZE Con gli occhi spalancati su Kubrick di Dario Zonta er chiunque lavori nell’ambito del cinema, il Festival di Venezia ha sempre rappresentato un momento ineludibile. La mia frequentazione è tardiva (fine Anni ‘90) e, da subito, legata a motivi professionali, avendo perso la fase da “culturale”. Ricordo il carico di emozione che ha accompagnato le mie prime esperienze, tra aspettative e delusioni. Ma se dovessi selezionare un momento piuttosto che un altro mi scoprirei lontano dalle sale, al di fuori dei rituali della visione e della successiva rielaborazione critica, casomai in spiaggia a tirare una boccata d’aria con qualche compagno sodale. Dovendo salvare un brandello di celebrazione e di celebrità, non potrei mai dimenticare il red carpet di Eyes Wide Shut, il sorriso orizzontale di Tom Cruise e la spinta verticale di Nicole Kidman, un alieno di porcellana, come anche l’emozione di vedere in anteprima mondiale con gli occhi completamente spalancati il film postumo di Stanley Kubrick e la certezza all’uscita dalla sala di averlo molto amato senza averlo ancora capito, cercando il conforto di qualcuno che non si riempisse la bocca di considerazioni superficiali. E lì ho capito che il critico era già un animale in estinzione. P L È inutile scimmiottare Cannes Dimenticare Venezia? Lo si fa appena si prende il traghetto per tornare a casa! Dimenticabili sono le edizioni sciatte, e ce ne sono state nei quindici anni che ho frequentato la Mostra laddove si sono alternati Barbera, De Hadeln, Müller e ancora Barbera. Dimenticabili sono le voragini davanti al Casinò e quella sensazione immutabile che nulla accadrà di nuovo e che la Mostra, come l’Italia, vivrà una lenta decadenza che non riguarda solo le strutture ma la stessa idea di festival e la progettualità che lo dovrebbe definire. Il discorso qui si farebbe complicato, ma se non si è Cannes è inutile scimmiottare Cannes, mentre sarebbe importante che la Mostra (di più di un festival, già nel nome) definisse nuovi orizzon- ti, accogliesse ai massimi livelli esperienze cinematografiche alternative, espanse, vitali, rompendo una volta per tutte le definizioni e gli steccati. Mi piacerebbe una Mostra disarticolata ed eclettica, che restituisse la complessità dei linguaggi cinematografici e audiovisivi. Una Mostra che non sia prevedibilmente ancorata a un’idea di cinema d’autore. Mi piacerebbe che non si ripetesse più, commentando un’edizione piuttosto che un’altra, la metafora agronoma secondo la quale il buon risultato di un festival dipende unicamente dalla bontà del raccolto cinematografico annuale. I frutti su quegli alberi vanno fatti maturare e un buon direttore, se è tale, dovrebbe scovarli in capo al mondo e soprattutto coltivarli sin dall’inizio. 53 RIMOZIONI PERCHÉ TUTTI HANNO RIMOSSO RENATO CASTELLANI? diLuca Malavasi N el 2006 è stata la volta di Mario Soldati, recuperato alla storia del cinema grazie a un centenario di incontri, rassegne, riedizioni di romanzi e qualche studio originale dedicato alla sua metà da regista; a seguire, Zampa e Bolognini (ricorrenze a parte), dalle carriere meno “libertine” e sfuggenti ma non per questo meno bisognosi di recuperi. Poco prima e poco dopo, altre iniziative (editoriali e non solo) orientate allo stesso modo: recuperare dentro un’idea di storia (del cinema italiano) che ha cornice e sfondo ormai ben assestati (grazie al lavoro di Gian Piero Brunetta) e che può dunque muoversi verso il “particolare”, e magari il parentetico; ma, anche, dentro un’idea di storia (del cinema e dei film) sempre più insoddisfatta della sacra figura dell’autore, sempre più desiderosa di ammorbidire i contorni delle definizioni. Soldati, Zampa e 54 Bolognini, per restare a loro, hanno rappresentato, in questo senso, occasioni preziose per fare tutte queste cose insieme. Quest’anno è, o sarebbe, o dovrebbe essere la volta dell’ultimo (forse) dei dimenticati della storia del cinema italiano, Renato Castellani, di cui ricorre il centenario della nascita (Varigotti, 4 settembre 1913). Il “grande dimenticato”, come si definiva lui stesso, o il più grande dei dimenticati, come si può legittimamente sostenere. Nella nota bibliografica con cui si chiude il Castoro a lui dedicato (datato 1984 e mai ristampato), Sergio Trasatti già notava che “in proporzione al ruolo da lui svolto nella dinamica del cinema italiano in un arco di oltre quarant’anni, la bibliografia è alquanto scarna”. Scarna, e anche datata: negli Anni ‘50, “Cinema”, “Cinema Nuovo” e “La Rivista del cinematografo” sono affollate di recensioni, interviste, servizi dal set, anticipazioni; è il decennio aperto da Due soldi di speranza (1952) e chiuso da Nella città l’inferno (1959) con, in mezzo, l’inatteso (per forma e anti-viscontismo) Giulietta e Romeo (1954) e il bozzetto pavese I sogni nel cassetto (1956). Poi, già dal decennio successivo (Mare matto, i film a episodi), e più ancora nei ‘70, con il passaggio quasi definitivo alla televisione, il nome di Castellani scivola via, come uno della vecchia guardia sostituito dai più aggressivi interpreti della commedia all’italiana e dai più internazionali autori “moderni”; Castellani non sta né da una parte né dall’altra, continua un discorso che già in passato lo aveva tenuto a giusta distanza da definizioni e etichette, e finisce fuori dal “dibattito”. Colpa di nessuno, i tempi e i modi della critica prevedevano allora un altro ordine del giorno. Anzi, quella critica ha comunque contribuito – in negativo, ma poco importa – a dare “peso” al cinema di Castellani, ridimensionando l’entusiasmo SCENARI // Festival del cinema con cui era stato accolto e commentato negli Anni ’50 (e proprio perché serpeggiava elegantemente tra le definizioni: formalista, neorealista, realista…) per proiettarlo in quella costellazione di registi “medi”, autori a intermittenza, artigiani della regia e uomini di cultura di cui, non da ieri, ci si occupa con passione e intelligenza. Da questo punto di vista, il centenario di Castellani non dovrebbe porre alcun problema; anzi: la storiografia attuale, dentro e fuori le università, è perfettamente armata nei confronti di un recupero che non voglia risolversi nell’omaggio frettoloso. Ma questa è una condizione virtuale: ciò che sembra mancare fino a questo punto (e abbiamo già superato la metà del 2013 senza alcuna segnalazione di iniziative) è una politica culturale che offra l’occasione di mettere in pratica un simile recupero: certo pesa il fatto che, rispetto al “caso” Soldati, di questo centenario nessuno – eredi, editori, distributori… – sembra destinato ad avvantaggiarsi economicamente (Castellani “non vende”). Di qui una domanda più generale: a chi spetta, oggi, garantire le condizioni della produzione culturale? L’editoria, non solo di settore, vive da qualche anno uno dei suoi momenti più drammatici: vale per tutti la recentissima chiusura della storica collana di “varia” universitaria targata Bruno Mondadori. Quanto alle istituzioni territoriali – comuni, provincie, regioni – hanno da tempo dirottato i pochi soldi a disposizione su iniziative di pura visibilità e ritorno immediato (Castellani “non attira”). Le università, perse nel gioco dei tagli e della burocratizzazione, sono tornate, giocoforza, a pensare in piccolo, anche se proprio l’Università di Genova, assieme a quelle di Pavia e Torino, ospiterà tra novembre e dicembre un convegno – al momento, l’unico – dedicato a Castellani. Il problema, insomma, è oggi un altro (senza entrare nel merito dei profili di chi siede là dove “si fa” la cultura): non tanto quello della dimenticanza, ma dell’impossibilità del ricordo. Questione non da poco e, insieme, emblematica: perché una società che non ha la forza – politica, culturale, economica… – di pensare il proprio passato fuori da una logica puramente celebrativa di “ritorni” e incassi immediati, è una società destinata a un futuro qualunque. Castellani, dopo essere stato a lungo il “grande dimenticato”, è oggi in lizza per diventare il grande “non ricordato”: simbolo perfetto di un paese in cui non si sa più bene chi dovrebbe finanziare la cultura (e poi, la cultura!), e che, soprattutto, reagisce coi pochi soldi a disposizione a un’agenda di priorità “usa e getta”, destinata a innalzare un muro sempre più spesso tra i luoghi in cui la cultura si pensa e progetta e i luoghi in cui si realizza e diffonde. Italia da due soldi, e poche speranze. Solo un convegno organizzato dall’Università di Genova in collaborazione con quelle di Pavia e Torino, per i 100 anni dalla nascita del regista ligure, “il grande dimenticato” come lui stesso si definiva. Una questione anche di politiche culturali. 55 CINEMA ESPANSO Mike Kelley. Eternity is a “Camp” Time di Anna Luigia De Simone L’artista, morto suicida lo scorso anno, è stato celebrato all’Hangar Bicocca di Milano: in un suo set, in mostra negli spazi espositivi, lo stesso Kelley sfila truccato e seminudo nel seminterrato di una galleria d’arte, spiato dai visitatori. E ntri all'Hangar Bicocca e ti aspetti dinnanzi i Sette palazzi celesti di Kiefer. A sbarrare la strada, invece, trovi un interno domestico. È il set allestito per girare una pièce scritta da Mike Kelley, nel 2000. Fa parte di Extracurricular Activity Projective Reconstruction: installazioni in cui immagini dinamiche, tratte dagli annuari scolastici, si scoprono ridotte alle loro matrici fotografiche. Nello spazio minimo, tante tracce suggeriscono un evento traumatico: qualcuno si è tolto la vita. Poi, solidità e fermezza quasi scultoree vengono trasgredite dall’emergere di voci provenienti da un televisore, che rimanda in bianco e nero un dramma psicologico alla Tennessee Williams. In video la stessa scena, sfondo delle paranoie di una coppia omosessuale, si trasforma: le inquadrature si soffermano su particolari fetish, le argomentazioni assumono toni tragicomici, l’atmosfera si colora di declinazioni camp. Nell’epilogo, uno dei protagonisti, prima di morire, recita: Eternity is a Long Time. Pronuncia il titolo e la mostra - a cura di Emi Fontana e Andrea Lissoni - ha inizio. Lungo il percorso, per ogni opera appare la tessera di un mosaico esistenziale della cultura popolare americana e di Kelley. Au- tore multiforme, capace di quella sensibilità camp, identificata da Sontag nel ’64, per cui il mondo è un fenomeno estetico artificioso e le persone interpreti di un ruolo. La sua ricerca si muove, con accenti paradossali, tra riferimenti colti e pop, tra autobiografia e critica sociale. Dagli Anni ’70 è stato al centro di un ambiente artistico anticonvenzionale che ha fatto dell’insistenza sulla corporeità e della combinazione di generi e media la cifra della propria arte. Formatosi con Baldessari, ne condivide l’uso del cinema come tecnica di editing tesa a costruire storie informate da gradi di discontinuità. Dei meccanismi di montaggio si serve costruendo i video come found-footage con l’inserimento di fotogrammi surreali alla maniera di Rose Hobart di Cornell - tra i primi film-collage tratti da pellicola commerciale - e come artifici per mettere in relazione materiali anche a distanza di anni. In linea con Miller, Shaw e McCarthy - con i quali ha collaborato - Kelley adopera spesso tre telecamere, secondo prassi della prima televisione, per poi scomporne le riprese e svelare della realtà una dimensione frammentata e perturbante. Oggetti informi, stracci di peluche e residui prodotti da “adulti disadattati”, da lui accumulati in environment sonori, si interconnettono in un campo creato dalla partecipazione del pubblico e dalla continua replica delle performance. A suggerire il carattere di molti \ gesti eccentrici, parodie sessuali e ricostruzioni del rimosso, è il personaggio tv involontariamente ridicolo impersonato nel suo primo video, Banana man. Una performance caricaturale che induce a ripensare la distinzione tra bene e male, normale e anormale, buono e cattivo gusto. Il ruolo dell’artista e del linguaggio diventano prioritari. Kelley vi ironizza nella registrazione di Runway for Interactive DJ Event sfilando truccato e seminudo nel seminterrato di una galleria d’arte spiato da visitatori in attesa del vernissage. Con la scomparsa nel 2012, il valore della sua presenza, intrappolata in gran parte dei lavori tra rituali satanici e varietà, si dilata. Esempio è Light (Time)-Space Modulator, una “macchina del tempo disfunzionale” che sovrappone in una proiezione di memorie mai vissute o cancellate, fantasmi ed esistenze reali, ambientati nella casa di Los Angeles, dove Kelley è morto suicida. Emerge l’influenza di tv e cinema pop sulla sua produzione. Ogni situazione colta dal suo obiettivo subisce uno spostamento e sembra passare attraverso la lente ambigua di un B-movie, innescando relazioni di indefinibile complicità. Un meccanismo di visione che in Rose Hobart II si fa architettura e pone davanti la parte peggiore di sé. Obbliga a strisciare come studenti-guardoni in una camera cinematografica dove spezzoni di Porky’s, rieditati da Kelley, scorrono in loop. E, con ironia, conduce in un’eternità camp. 57 CINEMA ESPANSO È come il maiale, non si butta via niente. Un mio professore di liceo, emiliano come me, usava la variante di questa massima per appassionarci a Dante, nelle cui cantiche trovava ad ogni angolo qualcosa di inaspettato e sorprendente. A un destino simile va incontro anche l’opera del poliedrico autore di Luzzara, negli anni così dettagliamente analizzata che oggi è raro trovare un’iniziativa che ne svecchi l’ingombrante presenza. Ma dopo il cinema, l’editoria, la satira, i fumetti, il giornalismo, l’interesse degli studiosi si è recentemente imbattuto nel suo amore per la pittura: Za era pittore dilettante di discrete capacità e soprattutto collezionista di grande valore. Sua era, costruita pazientemente negli anni e venduta nel 1979 per motivi economici, una delle più grandi collezioni di quadri di piccolo formato (8x10) mai “pensata”. Non una mania ma, commissionare a centinaia di artisti, scrittori e intellettuali piccole tele chiamate a ricoprire le pareti del suo studio, del salotto e della cucina, inseguendo non il cielo ma tutta l’arte italiana in una stanza. Uno sforzo collettivo enorme, dai risultati a volte sorprendenti, in cui per la prima volta dopo tanti anni si tenta di recuperare, grazie alla cura di Marina Gargiulo, il legame che li ha generati. Fontana, Burri, Balla, De Chirico, Savinio, Capogrossi, Severini, Rosai, Casorati, Sironi, Mafai, Soffici, De Pisis, Campigli, Afro, Consagra, Depero, Guttuso, Sassu, Dorazio, Manz, Leoncillo, Melotti, Marini, Schifano, Vedova, Rotella, Festa, Turcato, Munari, Pistoletto, Plessi ma anche Accardi, Adami, Angeli, Baj, Donghi, Dottori, Ligabue, Macca- di Pieve di Cento nel 2008 o su Za pittore come Cesare Zavattini e la pittura: un archivio dell’arte a Palazzo del Capitano di Bagno di Romagna nel 2010, a cui fa seguito un volume molto ricco, fondamentale per districarsi fra le carte del suo archivio recentemente e definitivamente depositate presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. Se i cultori di Zavattini conoscevano bene la sua passione per l’arte grazie all’incontro con Luciano Emmer, che diresse nel 1972 una trasmissione Rai del ciclo Io e… in cui un personaggio della cultura italiana “incontrava” un’opera d’arte come il Campo di grano con corvi di Van Gogh (quasi una riduzione di un film che Za sognava di fare dagli Anni ’50 e su cui aveva scritto un soggetto), da oggi è possibile approfondire per dirla con Walter Benjamin, “un grandioso tentativo di superare l’assoluta irrazionalità della semplice presenza dell’oggetto mediante il suo inserimento in un nuovo ordine storico appositamente creato”. La collezione dei “minimi” zavattiniani, iniziata nel ’41 quasi per caso con il bozzetto di un dipinto di Massimo Campigli, è ora dispersa in vari fondi privati: recentemente una parte consistente dei 1.500 quadretti, 152 autoritratti di artisti italiani, è stata acquistata dal Ministero e depositata alla Pinacoteca di Brera. Vedere le fotografie che lo ritraggono nella sua casa di Roma, con le mura completamente ricoperte di questi piccoli quadri, fa impressione e ci parla di quarant’anni passati ad inseguire e ri, sono in buona compagnia con Magnelli, Marussig, Maselli, Parmiggiani, Pericoli, Perilli, Pirandello, Pizzinato, Prampolini, Radice, Rivera, Scanavino, Siqueiros, Tosi, Ziveri, e Buzzati, Dorfles, Scheiwiller, Soldati. Una stanza ricavata nella sala XV della Pinacoteca contiene miracolosamente gli autoritratti di tutte queste grandissime personalità. Una mostra che non va percorsa a piedi ma con lo sguardo ed è un po’ come se tutti quei piccoli volti restituissero parte dell’egomania e della rapacità collezionistica del suo mecenate. Va ricordato che negli ultimi anni il rapporto fra Zavattini e l’arte era stato indagato da alcune iniziative incentrate sulla sua collezione privata come La collezione Zavattini al MAGI l’amore e l’attaccamento per la sua anima “improduttiva”, vero e proprio speculum del suo autore, proprio grazie a questa mostra e al catalogo che l’accompagna. Un percorso fra lettere, interviste, serate di approfondimenti con critici e storici dell’arte e una retrospettiva alla Cineteca di Milano completano il percorso, intelligentemente inaugurato da un dipinto dello stesso Za: l’autore si ritrae mentre contempla i dipinti della sua collezione, come una specie di ombra. Sintomo del tutt’altro che lineare rapporto del suo autore con la realtà trasformata in rappresentazione. 59 NEL MONDO Stavolta Non viaggio sola Diario di bordo dallo Shanghai International Film Festival 2013 di Maria Sole Tognazzi O rmai da vari anni il più importante festival cinese, lo Shanghai International Film Festival, vanta una forte presenza italiana. Quest’anno oltre a Io e te del maestro Bertolucci, nella selezione ufficiale, ben nove titoli del nostro cinema sono stati presentati nell’ambito del Focus Italia 60 e un altro titolo era in Spectrum. Inoltre nel mercato era presente uno stand italiano, supportato dall’ICE. Ecco le impressioni di Maria Sole Tognazzi, al Festival con il suo film Viaggio sola (vincitore del David di Donatello per la Migliore interprete protagonista, Margherita Buy), che ha raccolto un gran successo anche dal pubblico cinese. NEL MONDO 15 giugno • h 20.55: partenza da Fiumicino con il volo China Eastern. Viaggerò con Giuseppe Piccioni, regista che stimo e uomo che amo immensamente. Saremo solo io e lui perché il resto della delegazione è quasi già tutta a Shanghai. In aereo faccio parte di coloro che preferiscono non pensare... Quindi mi riempio di pasticche e provo a dormire fino all’arrivo (impresa impossibile nonostante n. 1 Lendormin e n. 1 Lexotan in capsule). 16 giugno • h 10 circa: arriviamo in Cina. Ci accolgono Marisa (nostra dolcissima interprete) e un’altra ragazza alla quale Piccioni deve consegnare un DCP preziosissimo di un film cinese. Dovevo portarlo io ma avevo paura di perderlo, ho preferito non rischiare... Sono le 4 del pomeriggio ora italiana e il fuso inizia a crearmi scompensi. Ci vengono a prendere e ci portano all’Hotel Crowne Plaza, un albergo immenso, con stanze e letti giganti. E sei cuscini a testa. • h 20: appuntamento nella hall dell’hotel per andare a cena in un ristorante tipico, dove ci raggiungeranno Emilia Costantini, giornalista del "Corriere della Sera", che seguirà il festival con la delegazione italiana, Fabrizio Falco, giovane e talentuoso attore venuto per presentare il film di Daniele Cipri È stato il figlio, Paolo Genovese, di una simpatia contagiosa, qui col suo Una famiglia perfetta, e Rolando Ravello, amico di una vita, con la sua opera prima Tutti contro tutti. Ci sono anche le rappresentanti di Luce Cinecittà, preparatissime e sorridenti. Poi tutti a nanna, più o meno... 17 Giugno Dopo la colazione asiatico/continentale (dal sushi ai croissant) abbiamo appuntamento nella hall per andare al museo del cinema, lo Shanghai Film Museum, nuovissimo e interattivo. Basterebbe non fossero per me ancora le 3 di notte. L’impatto con il caldo fuori è forte per tutti ma ci si abitua quasi subito. Chiaramente dentro ai locali ci si copre bene. Iniziano le proiezioni, ma le sale non sono sempre vicinissime, e tra colleghi ci perdoniamo se non riusciamo a presenziarle tutte. Mentre Ravello va a presentare il suo film con Piccioni, io e Paolo Genovese andiamo a fare affari. Mercati. Trattative per i regali. Tutti contro tutti... The Market 580 è affascinante. Si trova qualsiasi cosa, dalle scarpe agli Iphone. Saranno veri o falsi? Falsi. Ma non fa niente. Ho due nipoti che mi aspettano a casa, e mi do da fare. • h 18.30: andiamo al cocktail di apertura del Mercato alla Tang Cathay Mansion. Stasera è arrivato anche Giancarlo Giannini al quale hanno per sbaglio spedito la valigia a Catania (con il DCP di riserva del suo film). Ma non perde il buon umore. È un grande. 18 giugno • h 11:30: conferenza stampa per i film italiani allo Shanghai Film Art Center. Ci introduce il direttore dell’ICE a Shanghai, Claudio Pasqualucci. Siamo sul palco tutti insieme, con la nostra interprete e un giovane giornalista che fa da moderatore. Parliamo dei nostri film, ci presentiamo, rispondiamo alle domande dei cronisti.Proseguono le proiezioni, ma chi ha il pomeriggio libero va in giro per la città vecchia. • h 19.00: c’è un cocktail party nello showroom Ferragamo con una delegazione dell’ANICA, l’ambasciatore, il console e altre istituzioni. Nel frattempo hanno riconsegnato la valigia a Giannini. • h 21.00: cena in un ristorante giapponese nel quartiere coreano e a seguire festa di produttori cinesi in un giardino vicino all’hotel. 19 giugno Oggi è il giorno del mio film e di quello di Paolo Genovese. Ravello e Fabrizio Falco tornano a Roma. • h 17.30: solito appuntamento nella hall per andare al Cathay Theatre, hall 2. • h 18.30: inizia la proiezione di Viaggio sola, fresco di David di Donatello alla mia adorata protagonista Margherita Buy. La sala è sold out e vedere le donne cinesi immedesimarsi con Irene e ridere è veramente una grande emozione. Subito dopo, sempre grazie alla nostra giovane interprete, incontro il pubblico. Fanno domande, complimenti, insomma penso che il film sia piaciuto! Poco dopo Genovese presenta il suo film prima di ripartire per Roma. Stesso successo, mi dicono, ma io mi sono dovuta allontanare. • h 20.30: all’Hotel Puli c’è un aperitivo organizzato dalla Leading Hotels of the World per celebrare Viaggio sola, la cui sequenza finale è girata proprio nel meraviglioso hotel. Hanno invitato anche il resto della delegazione. • h 21.30: Giancarlo Giannini e Giuseppe Piccioni decidono di concludere la trasferta con una cena al Bund, il quartiere storico di Shanghai. E trascinano tutti noi. 20 giugno • h 9.00: check out. In volo sarò con Piccioni e Giannini. Partiamo alle 12.20 e, a differenza del mio film, non viaggerò sola. (a cura di Rossella Rinaldi) 61 POLEMICHE Creatività è consumo? Sì! di Marco Belpoliti U na fiamma nera si leva dal centro della copertina del nuovo libro di Stefano Bartezzaghi. Arde Il falò delle novità e con lui la creatività. Bartezzaghi, cui la capacità creativa non fa difetto (enigmista, giocatore di parole, saggista, scrittore e altro ancora), scrive la sua opera al nero, dedicata appunto alla creatività. Ne mostra il lato in ombra, scrutinando oltre un centinaio di definizioni di questa benedetta dote o dono degli dei, suggerite via twitter dai frequentatori del Festival della Mente di Sarzana. Ombra, perché in chiaro in questo libro, che fa piazza pulita di molti luoghi comuni sulla creatività – e sui “creativi” –, non c’è molto, se non il fatto che la creatività è una mitologia su cui è campata per lungo tempo una classe di creativi, ovvero i pubblicitari (vero sinonimo del termine), che ha svettato orgogliosa e compunta tra gli Anni ’80 e ’90. Ma non ci sono solo loro a manifestare come dal mito si sia passati alla mitologia, in questo libro costruito per incastri e mosse laterali. C’è anche, ed è la parte più interessante del volume, una disamina di come funzionino i mass media, i 62 giornali e i settimanali, che di questa fiamma s’alimentano quotidianamente, incenerendo più o meno consapevolmente le nostre residue illusioni sulla creatività medesima. E c’è anche una teoria del consumo, là dove in modo implacabile Bartezzaghi mostra come l’ultima trovata del sistema consumistico attuale consista proprio nella creazione di una massa sempre più ampia di creativi: la democrazia avanzata della creatività. Senza questa qualità, oramai alla portata di tutti, attraverso vari sistemi e metodi – dalla scuola di scrittura all’uso del cellulare, dal social network all’auto pubblicazione – il mercato attuale non funzionerebbe a dovere. Ha bisogno, non solo di noi come consumatori double face, padroni e servi di noi stessi, come ci ha spiegato diversi decenni fa Michel Foucault, anticipando lo sviluppo del liberismo postfinanziario, ma anche della nostra creatività incentivata di continuo in un gioco di novità. La parola chiave, ci ricorda l’autore, oggi è storytelling: applicare lo schema narrativo a ogni tipo di discorso. I grandi brand, come i politici, a partire da Reagan per arrivare a Clinton e a Berlusconi, lo hanno capito: la gente ama le storie. E questo si sentono ripetere gli studiosi che collaborano a giornali, riviste, alla televisione o ai blog. La comunicazione vince su tutto e legata a questa l’elaborazione culturale deve fare audience e perciò cassetta. Qui comincia la nuova vita della “creatività” in termini di “pensiero divergente”, “laterale”. È il passaggio dal consumo passivo al consumo attivo. La creatività diviene la chiave di tutto: la cultura di massa promuove la nozione di creatività, che non è solo per artisti, scrittori, produttori in genere (a loro spetta il talento o il genio), ma è potenzialmente rivolta a tutti. Siamo tutti creativi. Per essere dei consumatori, ci ripete Bartezzaghi, questo è ora indispensabile. I media non tramandano più codici, ma suggeriscono storie che ai consumatori tocca sviluppare, magari in modo “virale”. Con un’acuta osservazione, Il falò ci dice che non ci vengono più venduti oggetti, bensì “nuovi modi”. Questo è in definitiva il fuoco nero delle novità, di cui la creatività è il principale liquido infiammabile. Con buona pace dei cosiddetti creativi. POLEMICHE Il falò delle novità di Stefano Bartezzaghi spiega come il consumismo ci voglia tutti creativi. A confronto due punti di vista – Marco Belpoliti e Till Neuburg – tra consenso e dissenso rispetto a una teoria che mostra anche il lato ombra del fenomeno. La pubblicità? Parliamo d’altro di Till Neuburg S econdo il gergo dei sondaggisti, dell’Istat e dei talk show, l’autore di queste righe sarebbe di default un “creativo”, aggettivo allo stesso tempo biblico e professionale, nobilitato nientemeno che in un sostantivo, spesso addirittura con la “c” maiestatis, come in Chiesa, Carabinieri, CIA, Costituzione. Far parte di un dream team di cuochi, sarti, centrocampisti e autori di battute, carrozzerie e spremiagrumi, non mi esalta neanche un po’… e farmi venire l’insonnia, continui stress e qualche idea per non inciampare nel solito banalume (leggi: igienizzante, light, performante, cremoso, solare), non sarebbe una vita particolarmente appagante. lettore-telespettatore, di defilato acquirente di beni e mali di consumo insomma, di citoyen ribelle che non accettava più di vedersi rifilare la fatidica brioche. Molto meglio riderci su e giù. Lo faccio ormai da una seconda vita, da quando persino in Italia gli spot pubblicitari hanno cessato di essere una raccolta indifferenziata di fiuti e rifiuti mille e una volta déjà-vu. Quell’epopea pop l’avevo convissuta in vari cast, come autore, produttore e regista, da commentatore, giurato e premiato. Però, il ruolo più importante è stato quello di anonimo elettore- Eccolo qui, il sempre affilato coltellino multiuso, ormai vintage, proverbiale, rassicurante, chiamato appunto “creatività”. Per definire cosa è (e cosa non è) quell’eccentrico talento concesso in leasing al padre eterno e a chi si fa venire le idee, Annamaria Testa ha riempito 474 pagine, nella sua La trama lucente, magnifica indagine. (A dire il vero, alla pubblicità la pubblicitaria italiana più È lì, nell’agorà di una maggioranza rumorosa, che m’erano caduti i primi paraocchi. Finalmente, oltre ai salti, erano diventati laterali anche i miei sguardi. Avevo scoperto l’America di Benjamin Franklin (“Fatto bene è meglio di detto bene”), di Martin Luther King (“Solo quando è molto buio si possono vedere le stelle”), di Frank Zappa (“Senza deviazione dalla norma, il progresso non è possibile”), di Nicholas Negroponte (“Ai nuovi servizi d’informazione e spettacolo non servono le fibre ottiche: serve la creatività”). 63 POLEMICHE famosa ha dedicato sì e no due paginette più qualche riga, perciò, mi viene da dire, insieme a lei: parliamo d’altro). Quell’altro, sta decisamente altrove, more or less dalle parti del “chi ricerca trova”, dell’irripetibilità di ogni esperienza, del fanciullesco accumulo divenuto maturità, del sorriso lontano secoli luce dalla risata – hahaha - dell’ineluttabile stupore racchiuso nella sperimentazione, nell’ovetto sorpresa che contiene sempre almeno un paradosso… come quando, battuti dalla salsedine, dai venti e dagli eventi, i nostri poeti e i navigatori si trovano nelle coffe a esclamare forte il liberatorio e contagioso: “terraaa… terraaa!” Da tempo, la mia terra ferma non è più abitata solo dalla pubblicità. Ci vivono anche altre specie, seminatori cocciuti, duri e gentili, rompighiaccio robusti, un Made in Italy fuori norma, aut aut-sider del solito chiacchiericcio d’ordinanza, insomma. Il tutto e l’ereditario del tutto, che impollina di continuo la mia vita. Francesco Tullio Altan, Stefano Bartezzaghi, Edoardo Boncinelli, Erri De Luca, Paolo Fresu, Giulio Giorello, Corrado Guzzanti, Gianni Mura, Carlo Petrini, Paolo Rumiz, Michele Serra, Zdenek Zeman… gente così. Il secondo che ho detto in questo succulento menu è noto come il più abile e agile studioso che fa le capriole nel Barnum della lingua di Dante, di Mike Bongiorno e di Aldo Busi, nelle curve sud della Padania e in quelle scivolose di Belen, delle televendite di orologi e creme rassodanti, dei vari meteo, trailer e infiniti tiggì. Così, nel suo appena attizzato Il falò delle novità, Stefano Bartezzaghi cerca - e ovviamente non trova - la risposta secca e tombale alla vecchia domanda: cosa diavolo sarà poi questa benemaledetta creatività? Ci va però vicino, circumnavigando e mappando le oltre 200 risposte che i follower di un hashtag avevano dato, quando nell’estate dell’anno scorso il Festival della Mente di Sarzana lo aveva messo in rete. Lo stesso Bartezzaghi dichiara che naturalmente non s’era bevuto quel cocktail di tweet intorno al nostro Santo Graal, ma che comunque il mix e remix di quei sapori non era stato niente male. Forse il più armonioso cinguettio che avrebbe incantato anche me, suona così: “Creatività è vedere l’immagine senza unire i puntini”. Il saggio si conclude con alcune sue riflessioni profonde, bellissime, inattese. Dura e pura creatività sulla creatività. Ecco la più forte, ampia e concludente (almeno secondo me): “La routine è un fondo grigio rispetto alla quale la creatività è una scintilla, capace di avviare un motore. La creatività è spinterogena”. Come dire: da zero a cento km, in zero secondi. 64 FOCUS // Dove il cinema sta meglio DISORDINE E PROGRESSO di Angela Prudenzi Dopo un lungo periodo di stasi, la Legge Rouanet, basata sugli incentivi fiscali, ha ridato linfa alla produzione facendo emergere nomi sconosciuti. Dal 1994 sono apparsi oltre 200 nuovi registi e le opere nazionali hanno ricominciato a scalare le classifiche. Predominano i temi sociali forti e violenti, con una netta diversificazione per aree geografiche. Garantite da accordi internazionali le coproduzioni. Anche con l’Italia. S ono passati quindici anni da quando il cinema brasiliano, dopo il lungo periodo di appannamento seguito alla felice stagione del Cinéma Nôvo oscurata dalla dittatura, si è di nuovo imposto all’attenzione internazionale con Central do Brasil di Walter Salles, Orso d’oro a Berlino nel 1998. Tre lustri durante i quali la macchina dell’industria si è mossa a gran velocità, mutando le sorti di una cinematografia che sembrava esanime. I motivi della rinascita sono da attribuirsi senza dubbio alla linfa crea- tiva portata da nuovi autori, ma occorre anche dire come una buona spinta sia venuta dalle politiche messe in atto dal governo. A partire dal 1993 infatti il Ministero della Cultura ha attivato una serie di provvedimenti sfociati in una legge di sostegno alla produzione basata sulla defiscalizzazione. La legge di incentivazione alla cultura, nota anche come Legge Rouanet, stabilisce le politiche pubbliche in fatto di produzione, promozione, tutela e valorizzazione di tutte le espressioni culturali nazionali, tra cui ovviamente il cinema. Il clou della legge è una modulazione degli incentivi fiscali tale da consentire alle aziende e ai singoli cittadini di devolvere alla produzione di cultura una porzione dell’imposta sul reddito. La percentuale deducibile vista con occhi italiani potrebbe apparire minima, 6% per le persone fisiche e il 4% per le aziende, si tratta invece di cifre esorbitanti se proporzionate agli enormi capitali brasiliani. Fondi ampiamente sufficienti a ridare ossigeno all’industria, aiutata non poco dal poter ottenere finanziamenti fin quasi a totale copertura del budget. >> 67 FOCUS // Dove il cinema sta meglio A sovrintendere l’accesso agli incentivi una commissione predisposta da Ancine, l’Agenzia nazionale del cinema, ma una volta avuta l’approvazione, come in ogni altro paese, è compito dei produttori trovare fondi presso aziende e privati. La legge nel corso degli anni ha trovato un gran numero di oppositori che se da una parte hanno evidenziato come le aziende con questo sistema riescano a farsi pubblicità a prezzi contenuti, dall’altra hanno sottolineato come lo Stato si sia sostanzialmente sottratto al finanziamento diretto. Critiche a parte, la Rouanet ha consentito all’industria di puntare su nomi sconosciuti, favorendo un ricambio generazionale che ha portato stimoli e idee a una cinematografia in netta crisi. Dal 1994 ben oltre duecento registi hanno firmato la loro opera prima e parallelamente i prodotti nazionali sono tornati a scalare le classifiche degli incassi, restando tuttavia lontani dai numeri registrati dai prodotti esteri e in particolar modo americani in grado di ritagliarsi quasi il 90% del mercato. Un’inversione di tendenza significativa si potrà avere con l’incremento della digitalizzazione delle sale, che ormai nel numero hanno superato le strutture analogiche, processo particolarmente appoggiato dal Ministero della Cultura con la Legge Rouanet. Il che dimostra ancora una volta che se è vero che le regole di finanziamento possono e devono essere migliorate, il contributo da parte dei privati rimane insostituibile. Per dare un’idea più precisa Petrobras, la maggiore azienda di fonti energetiche del Brasile, da sola sostiene gran parte del cinema: nel 2012 ha investito nel settore 25 milioni di dollari e approvato 27 progetti, tra i quali le nuove opere di Walter Lima Jr, Eduardo Coutinho, Kleber Mendonça Filho, Luiz Fernando Carvalho, Cao Hamburger, Lais Bodansky, Sandra Kogut. Con il passare del tempo anche la produzione d’autore punta a un equilibrio tra finanziamenti pubblici e privati che non di meno tenga conto del mercato. Per fortuna è molto forte la capacità del cinema indipendente e d’autore di imporsi con forza, se non altro nelle grandi città. Molte le opere più impegnate che hanno raggiunto le vette della classifica negli ultimi dieci anni, a cominciare da Tropa de Elite 1 e 2 di José Padilha, cui sia affiancano titoli quali Carandiru (2003) di Hector Babenco, il pluripremiato Cidade de Deus (2002) di Fernando Mereilles, l’intenso Dois filhos de Francisco (2005) di Breno Silveira, Xingu (2012) di Cao Hamburger. E non sono mancati spettatori, 850.000, nemmeno al biopic Lula, o filho do Brasil di Fábio Barreto, omaggio decisamente 68 non riuscito al presidente operaio. L’industria brasiliana può contare anche sui finanziamenti dei singoli stati, più liberi nell’aiutare progetti che dal punto di vista culturale si identifichino maggiormente con il territorio. Del resto il cinema brasiliano ha sempre avuto e continua ad avere molte anime, si potrebbe quasi dire tante quante gli stati di cui il Brasile è composto. Il paese pulsa di capacità creative diverse e sono molti gli autori che operano nello stato di Pernambuco, a Bahia, nel Minas Gerais, lontano quindi da San Paolo e Rio. Registi portatori di identità culturali specifiche, che lavorano fuori dai cliché evitando i canoni estetici stereotipati della produzione mainstream preferendo evocare i colori della propria terra, l’umanità colorata e multietnica, la ricchezza della differenza. La produzione dello Stato di Pernambuco, nella variegata geografia produttiva, rappresenta davvero un caso per la qualità dei film prodotti e il tocco speciale degli autori. Marcelo Gomes si è fatto notare nel 2005 quando ha portato al Certain Régard di Cannes Cinema, Aspirinas e Urubus, vicenda ambientata durante la seconda guerra mondiale nelle lande assolate e desolate del Nordeste, per poi confermare le proprie qualità con Viajo Porque Preciso, Volto Porque te Amo (2009), interessante operazione sulla memoria che mischia fiction e materiale di repertorio. Altro regista di sicuro talento è Claudio Assis il cui Amarelo Manga, riuscito mix di commedia e noir girato nella capitale Recife, nel 2002 aveva guadagnato più di un premio internazionale. Nel 2012 Assis ha firmato Febre do Rato, molto amato dalla critica e dal pubblico, incentrato sulla vita di un poeta costantemente in stato di sovraeccitazione fisica ed emotiva. Una segnalazione particolare va a Kleber Mendoça Filho che in O som ao redor (2012) ha anche lui fotografato Recife. Mano leggera e tocco eccentrico per un debutto accolto in patria come tra i più sorprendenti degli ultimi decenni. Rio de Janeiro e San Paolo, comunque, produttivamente continuano a dominare. Città profondamente diverse tra loro segnate da problematiche a loro volta differenti che, inevitabilmente, influenzano le scelte dei registi. La produzione carioca è intimamente marcata dalla violenza dal momento che gli autori sono costretti a confrontarsi quotidianamente con la povertà delle favelas, l’umanità che vi abita, l’ingiustizia sociale che annienta i destini dei più, gli scontri per il controllo del territorio, le uccisioni. Se Central do Brasil era la faccia presentabile e in definitiva illuminata dalla speranza del problema, Cidade de Deus e Tropa de Elite 1 e 2 ne sono al contrario il volto cupo, immorale, disperante. In fondo però immagini ancora sopportabili se rapportate alla straziante verità di documentari come Ônibus 174 (2003) dello stesso Padilha sul sequestro di un autobus finito nel sangue, o Estamira (2004) di Marcos Prado, pedinamento di una sessantenne che vive selezionando gli scarti in una discarica d’immondizia. È altresì vero che il cinema carioca ha fatto presto a inventarsi un genere a partire dalle storie di disagio, violenza e corruzione. Emblematico Meu Nome Não é Johnny (2008) di Mauro Lima, vicenda ispirata alla cronaca di un giovane viziato FOCUS // Dove il cinema sta meglio che finisce con l’affogare il proprio disperato vitalismo nella cocaina. Non meno efficace Última Parada 174 (2008) di Bruno Barreto, l’autore di Dona Flor e i suoi due mariti da tempo emigrato in America, tornato in patria per raccontare in chiave di fiction lo stesso sequestro dell’autobus oggetto del documentario di Padilha. Ma non mancano gli sguardi più liberi, che pur partendo da fatti di ordinaria follia e delinquenza si aprono a una visione positiva del futuro. Ne è un esempio Veronica (2008) di Mauricio Farias, che con un occhio a Cassavetes narra di un’insegnante di una favela costretta a farsi carico dell’incolumità di un allievo cui i banditi hanno ucciso i genitori. Facilitazioni finanziarie, presenza di studi e forte radicamento di attori e cineasti nella città agevolano non poco i produttori che lavorano a San Paolo. Recentemente poi ha avuto un enorme sviluppo l’area di Paulinia, poco fuori la metropoli, che con i suoi studi si appresta a diventare un centro produttivo di prima grandezza e a surclassare le vecchie realtà di Rio. San Paolo è una città che ispira fortemente i registi, portati a investigare la realtà, a riflettere su di essa e sulle sue influenze sui singoli individui. Da questo punto di vista particolarmente d’impatto Nome próprio (2008) di Murilo Salles, una sorta di road-movie esistenziale incentrato sulle esperienze di un ventenne appena giunto nella metropoli. Non meno sorprendente A casa de Alice (2007) di Chico Teixeira: riflettori accesi su un quartiere popolare e sul disfacimento di una famiglia toccata da piccoli drammi cui non sa dare risposta. Ma San Paolo è oggetto di indagine anche da parte di una nuova generazione di documentaristi. Vale la pena ricordare almeno Buhler, Pastorelo e Sodré e il loro Elevado 3.5 (2010), coinvolgente ritratto delle migliaia di persone che ogni giorno passano sulla sopraelevata che taglia il centro della città. È dunque un cinema vitale, quello brasiliano. Un cinema dalle mille sfaccettature dove a distaccarsi dalle fonti d’ispirazione che hanno radici nella cultura nazionale sono semmai proprio quegli autori che lo hanno riportato alla ribalta. Fernando Mereilles si divide equamente tra progetti con attori di fama internazionale come Passioni e desideri con Jude Law e Rachel Weizs e la produzione di film e serie tv. Ha però annunciato un ritorno alle origini, il film Rio, eu te amo da girare insieme a Guillermo Arriaga e José Padilha. Nel frattempo proprio il regista di Ônibus 174, dotato di qualità registiche dal carattere muscoloso, ha fatto il salto nel cinema americano firmando l’ennesimo Robocop con Gary Oldman e Samuel Jackson. Stesso orizzonte internazionale per Walter Salles, che nelle opere successive a Central do Brasil, da I diari della motocicletta a On the Road, si è sforzato con successi alterni di tenere in equilibrio la propria cultura con quella americana. Ultima nota, le coproduzioni. Tra gli emergenti del Bric, il Brasile è il paese in cui l’industria dell’audiovisivo ha avuto il maggior incremento in fatto di opere coprodotte con altre nazioni. A garantire il massimo risultato una serie di accordi governativi che hanno coinvolto con successo molte nazioni. Nel 2008 è stato firmato, e rinnovato successivamente nel 2012, un più moderno e funzionale accordo anche tra Brasile e Italia. Il nuovo Protocollo di Cooperazione tra la Direzione Generale per il Cinema ed Ancine nasce come una naturale risposta a esigenze di coproduzione sempre più pressanti da parte di nazioni che hanno legami storici e culturali profondi. In aggiunta all’accordo è stato inoltre istituito uno speciale fondo di sviluppo, finanziato da Mibac e Ancine. Veicolato attraverso il Centro Sperimentale di Cinematografia, il fondo nel 2013 sosterrà per complessivi 80.000 euro lo sviluppo di tre progetti di lungometraggio. Se in un passato recente, nonostante le difficoltà, hanno visto la luce due ottimi film come La terra degli uomini rossi - Birdwatchers di Marco Bechis e Estomago di Marcos Jorge, col nuovo accordo i progetti di coproduzione si sono vivacizzati. Meu país di André Ristum, prodotto nel 2011 con capitale a maggioranza brasiliano, è il tipico film che si fonda sul confronto tra cultura italiana e brasiliana: il protagonista Marcos torna in Brasile portando con sé la moglie italiana che nessuno dei suoi parenti ha mai visto prima. Rodrigo Santoro e Anita Caprioli sono gli interpreti di questo viaggio interiore prima che fisico. Altro caso è A montanha di Vicente Ferraz, rievocazione di un episodio reale che ha per protagonisti i soldati di un battaglione di stanza in Italia durante la seconda guerra mondiale. Il mundial dimenticato (2012) di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni è il film che ad oggi ha raccolto il maggior numero di riconoscimenti nei festival internazionali: pathos e stile documentaristico fanno rivivere un fantomatico mondiale di calcio svoltosi in Patagonia nel 1942 sotto l’egida dello stravagante mecenate Vladimir Otz. 69 FOCUS // Dove il cinema sta meglio La forza del documentario di Pedro Butcher T ra il 1995 e il 2012, più di 300 docu- morrer (1984), Eduarmentari brasiliani sono usciti nei do Coutinho è rimasto cinema del paese – in media 15 oltre dieci anni lontano dal set – forse proprio gio Buarque de Hollanda (autori, rispettival’anno. È vero che rappresentano per l’intensità dell’esperienza di questo film. mente, di Casa grande e senzala e Raízes do solo una piccola parte del box Cabra... in verità, cominciò a essere girato nel Brasil, considerate le principali interpretaziooffice annuale (intorno all’1%), ma è anche 1964. Doveva essere un’opera di fiction sul- ni sociologiche del Brasile), il regista ha reavero che alcuni di loro hanno saputo andare la vita di contadini impegnati nella militanza lizzato due documentari sul musicista Tom oltre la nicchia e hanno attirato più pubblico politica, ma le riprese vennero brutalmente Jobim. Il primo, A música segundo Tom Jobim di alcune opere di fiction con budget e cam- interrotte dal golpe militare. Nel 1981, con l’i- (2012) è un collage di clip musicali senza pagne di lancio molto più consistenti. Per nizio dell’apertura politica, il materiale venne interviste o voce fuori campo, organizzate molti aspetti, la produzione documentaristi- ritrovato e Coutinho decise di riprendere la in modo da narrare la traiettoria di Jobim ca brasiliana contemporanea ha rivelato una lavorazione del film, questa volta sotto forma dai primi anni della Bossa Nova all’esplosiogrande capacità di riflettere sul passato e il di documentario investigativo sul destino dei ne internazionale. Il secondo, A luz de Tom presente del paese, spesso con una inquie- contadini che parteciparono all’opera origi- (2013), è un ritratto intimo del compositore tudine estetica assente dalla produzione non nale. Nel 2011, la versione restaurata del film disegnato a partire dalle testimonianze di tre documentaristica maindonne della sua vita: la stream, molto più legata Capaci di riflettere sul passato (anche politico) e condensare il sorella Helena e le mogli alle regole del mercato. presente, mostrano una vitalità estetica assente dal mainstream. Teresa e Ana. Caratterizzati da una Prima di Tom, Vinícius grande diversità di temi de Moraes, partner di e stili, i documentari brasiliani hanno trovato è stata proiettata nella sezione Cannes Clas- Jobim in alcune delle sue canzoni migliori e un filone importante nel registro delle espres- sics del Festival di Cannes. più conosciute (tra cui Garota de Ipanema), sioni culturali (in particolare la musica, ma Nelson Pereira dos Santos, che in passato ha fu protagonista di uno dei primi grandi sucanche il calcio), hanno messo a nudo il pas- diretto pietre miliari della fiction come Vidas cessi documentaristici del cinema brasiliano sato e la realtà del Brasile emergente, e han- secas e Memórias do cárcere, è un altro mae- recente. Con una struttura convenzionale, no permesso inoltre l’apparizione di opere stro che, negli ultimi anni, si è dedicato alla composta da testimonianze di amici, matesingolari, come quella di Eduardo Coutinho. produzione di documentari. Dopo essersi riale d’archivio e numeri musicali interpretati Autore dell’opera prima Cabra marcado para avvicinato alle opere di Gylberto Freire e Sér- appositamente per il film, Vinícius ha aperto il 70 FOCUS // Dove il cinema sta meglio Filo diretto da Rio De Janeiro. Il punto di vista critico. Festival di Rio a settembre 2005, e in seguito è stato distribuito sul grande schermo (attraendo 272 mila spettatori), aprendo la strada ad altri documentari musicali. Parallelamente, alcuni documentari hanno portato alla luce informazioni sugli anni della dittatura militare. Cidadão Boilesen (2009), di Chaim Litewski, ha rivelato la partecipazioni di imprenditori nel finanziare le torture promosse dal governo militare; Vlado – 30 anos depois (2005), di João Batista de Andrade, ha ripreso la storia del giornalista Vladimir Herzog, la cui morte venne attestata ufficialmente come suicidio, ma che in verità fu conseguenza di torture avvenute la prima notte della sua permanenza in prigione; Marighella, di Isa Ferraz (2012), racconta il percorso del militante comunista morto nel 1969; e O dia que durou 21 anos (2012), di Camilo Tavares, presenta documenti e filmati che dettagliano l’appoggio e la partecipazione dei governi di John F. Kennedy e Lyndon Johnson nell’organizzazione del golpe militare del 1964. Diversamente dai formati tradizionali dei documentari rivolti al passato, i film che si dedicano alle trasformazioni sociali ed economiche più recenti del Brasile sono anche i più azzardati dal punto di vista formale, con una nota particolare per i lavori di Gabriel Mascaro e Marcelo Pedroso, di Recife. La caratteristica principale delle opere di Mascaro e Pedroso è una negazione della tendenza pacificatrice tanto radicata nella cultura brasiliana. Um lugar ao Sol (2009), diretto da Mascaro e montato da Pedroso, ad esempio, è praticamente un attacco alle élite sotto forma di interviste realizzate con gli inquilini di appartamenti di lusso di varie città del paese. La questione etica del film (Mascaro nascose lo scopo del film per ottenere le interviste, che sono chiaramente trappole per gli intervistati), non è passata inosservata, e l’opera è stata oggetto di forte polemica nei luoghi dove è stato proiettato. Pacific (2009), di Marcelo Pedroso, è un film “di montaggio”, realizzato a partire dalle conversazioni tra i membri dell’equipaggio di una nave da crociera in rotta verso l’isola paradisiaca di Fernando de Noronha. Sono filmati amatoriali realizzati dalla troupe in viaggio che, solo al momento di sbarcare, ha chiesto l’autorizzazione alle varie famiglie all’utilizzo del materiale. A partire da lì, Pedroso ha costruito una narrazione molto divertente e nello stesso tempo acidamente critica verso determinati aspetti della classe media emergente. Infine, l’ultimo film di Gabriel Mascaro, Doméstica (2012), risolve in maniera molto interessante la questione del confronto, tanto problematica in Um lugar ao Sol. La forza sta nel dispositivo trovato dal regista, che ha affidato la videocamera a giovani tra i 15 e i 17 anni chiedendo loro di registrare la quotidianità delle loro domestiche per una settimana. Doméstica si allinea alle nuove grandi tendenze del cinema documentaristico, la cosiddetta “auto-fiction” e il “cinema di performance”. Ci sono momenti devastanti, come il racconto della cameriera che ha accettato la richiesta della signora per cui lavorava di rinunciare ai riposi e lavorare incessantemente per tre mesi per curare una persona malata, senza sapere che quelli sarebbero stati gli ultimi tre mesi di vita di suo figlio, morto assassinato. Con humor e delicatezza, ma anche con un profondo effetto di denuncia, il film rivela tutta la tensione che nasce da questo tipo di relazione tanto tipica del Brasile, tra affetto e sfruttamento del lavoro, cordialità e subordinazione. 71 Il marketing del cinema italiano L'EUROPA (DIS)UNITA DELLE STAR diIlaria Ravarino 72 IL MARKETING DEL CINEMA ITALIANO La frammentazione, l’assenza di uno studio system paragonabile a quello americano, la scarsa conoscenza della lingua inglese e dei suoi dialetti. Sono alcuni dei motivi che spiegano la difficoltà del vecchio continente nel creare un sistema di celebrità internazionali. Ne parliamo con Karin Dix di Shooting Stars. N Per Dix l’ostacolo principale alla nascita l’Islanda, omi come quello di Nermina di uno star system paragonabile a quel- per esempio, Luka, Ada Condeescu, Arta lo statunitense risiederebbe “nella diver- molto attiva nell’esporDobroshi o Saskia Rosendahl sità delle tradizioni cinematografiche tazione dei propri attori”. in Italia non sono conosciuti. dei due continenti. L’Europa non ha mai Secondo i dati forniti dall’organizzaEppure nei loro paesi sono conosciuto niente di simile allo studio zione, circa l’80% degli attori presentati da già delle piccole star, acerbi ma solidi talenti system, su cui si basa il sistema USA, Shooting Stars ha lavorato in produzioni internasbocciati nei giardini delle rispettive cinema- e che per natura ha bisogno di star. Ma zionali. Solo per citare i più recenti: l’olandese tografie nazionali. Vengono dalla Svezia, dalla soprattutto l’Europa riconosce lo status Sylvia Hoeks (La migliore offerta), la svedese Romania, dal Kosovo, dalla Germania. Sono di star ai registi, non agli attori. E se da Alicia Viklander (Anna Karenina), il danese David giovani. Carini. E molto meno occupati di una parte è un atteggiamento giusto, Dencik (A Royal Affair), il norvegese Anders perché rispetta e valorizza il contenu- Baasmo Christiansen (Kon-Tiki). Tutti attori proquanto potrebbero. Sognato, auspicato, vagheggiato e mai concre- to dei film, dall’altra sottovaluta un venienti, non a caso, da paesi in cui lo studio deltamente realizzato, lo star system europeo è un aspetto importante del mercato: sono la lingua inglese è praticato e coltivato da tempo: mito che il cinema del vecchio continente inse- i volti degli attori quelli che rimangono “È indispensabile che gli attori europei imparino gue a vuoto da almeno un decennio. Perché se il impressi nel pubblico. Anche quando a l’inglese e i suoi dialetti. La lingua può essere un ostacolo insormontabile”. primo divo che la storia del cinema ricordi, Max girare il film è una star”. Linder, apparteneva a scuderie francesi, oggi le La frammentazione dell’Europa, con E l’Italia? Italiano è proprio uno degli attori ristelle che brillano più intensamente nel firma- le sue specificità storiche e culturali, tenuti più interessanti nel panorama europeo: mento mondiale sono statunitensi. Hollywood concorre a rallentare il processo di in- Elio Germano. “Germano ha acquistato star ha dominato gli schermi in Europa anche nel terscambio. “A differenza dell’America, power e visibilità vincendo il premio a Cannes. 2012, accaparrandosi il 62,8% dei biglietti in Europa ogni paese produce film che Festival come Cannes, Berlino e Venezia sono staccati nel nostro continente, e i volti del suo risuonano con la storia e la cultura del vetrine fondamentali per gli attori perché favoriscono gli incontri, quelli di networking e cinema continuano a imporsi nell’immaginario luogo di riferimento. Comunichiamo collettivo europeo come icone dello scintillante emozioni diverse in luoghi diversi, e quelli con il pubblico europeo. E nei casi più fortunati possono rendere un attore bankable, iperuranio delle celeb a stelle e strisce. Anche anche sul set i nostri registi cercano quando le loro origini non sono esattamente attori che siano in grado di “sentire” cioè in grado di attirare investimenti. Per far il film, contribuendo al processo crea- partire i progetti, in Europa come in America, americane, ma europee. le star giocano un ruolo straordinario. Sia in “L’Europa è una grande fucina di attori e l’inter- tivo con le loro emozioni. Qualcosa di scambio con l’America oggi è fortissimo”, dice a simile, negli Usa, accade con il cinema termini di recupero di finanze e contributi, sia in termini di box office”. 8 1/2 Karin Dix, project director di Shooting Stars, indipendente”. Rimandato a un futuro indefinito, quando l’iniziativa che ogni anno alla Berlinale presenta Ultima barriera, non meno importanfatta (finalmente) l’Europa si potrà fare andieci astri nascenti del cinema europeo: “Basti pen- te, quella produttiva. “Produzioni e che il cinema europeo, il sogno di uno star sare a Michael Fassbender, a Christoph Waltz, a finanziamenti funzionano in maniera system made in Europe non è l’unica risorsa Jude Law e Kate Winslet”. O allo 007 Daniel Craig, diversa da paese a paese. E non tutti che resta al vecchio continente per superare attore inglese sponsorizzato nel 2000 proprio da sono interessati all’interscambio. Un la terribile crisi degli ultimi anni. “Prima di Shooting Stars. La situazione odierna ha del para- paese come la Francia, che ha una citutto - considera Dix - pensiamo a fare buoni dossale: se l’interscambio con l’America funziona nematografia solida e ben sostenuta film, cercando anche il supporto dei governi, (anche se a senso unico), la circolazione degli attori dallo stato, è un sistema chiuso. Gli e a farli arrivare alla gente. Il cinema, più di europei in Europa è limitata. “Certo lo stato delle attori francesi difficilmente sentono ogni altra cosa, ha bisogno di pubblico”. cose è migliorato rispetto a 15 anni fa, quando abbia- il bisogno di varcare i confini naziomo cominciato, perché al tempo non c’erano tante nali, e i registi francesi non hanno coproduzioni”, spiega Dix. Ma il sogno di uno star interesse ad assumere un attore di system europeo resta ad oggi una chimera ancora un’altra nazionalità. Il discorso cambia per paesi pictutta da addomesticare. coli come 73 INTERNET E NUOVI CONSUMI di Carmen Diotaiuti Letteralmente vuol dire “finanziamento dalla folla”, in pratica è un sistema di finanziamento collettivo per sostenere dal basso progetti autoprodotti. Il crowdfunding è una modalità di raccolta fondi attraverso piattaforme online specializzate che coinvolge in prima persona proprio i potenziali destinatari del progetto. Il primo spazio collaborativo, Produzioni dal Basso, è arrivato in Italia nel 2005; ma è solo dopo sei anni che il fenomeno ha iniziato ad acquisire un certa visibilità con la nascita di numerose altre piattaforme, tra cui la generalista Eppela, attualmente tra le più conosciute, e Cineama, piattaforma di settore dedicata al cinema e rivolta per la prima volta anche alle aziende oltre che ai singoli. Attualmente il crowfunding è un fenomeno in pieno fermento e solo in Italia si contano una trentina di piattaforme, basate per lo più su tre tipologie di investimento possibile. Il modello reward based, il più diffuso, prevede un meccanismo di ricompensa a fronte di una donazione; il modello equity based offre agli investitori una quota di azioni in base alla somma versata; il modello social lending prevede una richiesta di prestito, che avviene però tra pari piuttosto che attraverso un istituto di credito. È un processo di democratizzazione del capitale in cui le persone comuni diventano microinvestitori e contribuiscono alla realizzazione della trovata creativa. Uno scambio virtuoso in cui il contributo del singolo, anche se minimo, è fondante, secondo il principio della micro finanza, che riconosce potere produttivo alle piccole somme aggregate. Se il concetto non può dirsi certo rivoluzionario, la sorpresa sta nell’esplosione di popolarità che il fenomeno sta assumendo, favorito dall’evoluzione sociale del web, che ha portato allo sviluppo di mentalità attivamente collaborative tra gli utenti della rete; tanto che in questo periodo non c’è settore che non guardi interessato alla raccolta fondi attraverso il popolo del web. Anche il cinema si affida sempre più spesso al contributo della rete per cercare nuove vie produttive, dirette e senza intermediari. Una strada di sperimentazione, che non può che incrociare un altro fenomeno audiovisivo del momento, quello delle web-series. Così succede che sulla piattaforma IndieGoGo si incontrano due vecchie conoscenze di YouTube, Luca Vecchi e Claudio Di Biagio, interpreti rispettivamente di The Pills e Freaks!, che presentano Dylan Dog Vittima degli eventi. Un progetto di fan movie ispirato all’indagatore dell’incubo di casa Bonelli alle prese con le leggende insolute di Roma. La quota di partecipazione va da uno a mille euro, e il riconoscimento, dal semplice grazie a modalità di partecipazione attiva al film. Un mecenatismo 2.0 con regole semplici: l’idea viene condivisa online nel dettaglio con tanto di cifra da raggiungere e tempo a disposizione. Se l’obiettivo non viene centrato, il denaro raccolto viene restituito agli investitori oppure, nei casi di piattaforme più flessibili come IndieGoGo, è possibile ridimensionare il progetto iniziale in base alla quota raggiunta. 74 Crowdfunding. Dal progetto al film passando per la rete Il crowdfunding si rivela un’opportunità produttiva vitale per i progetti indipendenti, come il documentario proposto da Bruno Bigoni su Eppela L’anarchia è un vanto, un percorso storico e sociale nelle diverse forme dell’idea anarchica. Ma è anche nuova possibilità di distribuzione, come nel caso di La guerra delle onde - Storia di una radio che non c'era di Claudia Cipriani che ci prova col web per far conoscere il suo doc sulla prima radio clandestina italiana, Radio Oggi in Italia, che trasmetteva da Praga negli anni ’50. In ogni caso, dopo l’incredibile successo del progetto di film su Veronica Mars, popolare serie tv americana per adolescenti che ha raccolto online 5 milioni di dollari in 30 giorni, anche Hollywood guarda con interesse al fenomeno del crowdfunding. James Franco, ad esempio, ci prova con una trilogia di corti ispirati al suo libro di racconti Palo Alto, e la star di Scrubs, Zach Braff, mette a segno il progetto di sequel per il suo esordio alla regia La mia vita a Garden State raggiungendo quota 3 milioni di dollari. Il web si ritrova insomma a “fare la colletta” per finanziare direttamente una trovata che ritiene degna di nota, un po’ come si faceva un tempo tra ragazzi per l’acquisto del pallone. Cambiano in scala la quota d’investimento e il numero di potenziali partecipanti, ma continuano ad essere importanti l’obiettivo comune e la trasparenza nelle informazioni. La condivisione dei dati sulla vetrina della rete è importante: occorre riuscire a far parlare il più possibile di sé perché il capitale potenzialmente aumenta col passaparola. Inserito nel contesto sociale del web, il crowdfunding appare come il naturale passo successivo del cosiddetto clicktivism, l’espressione di adesione via web a semplici colpi click e like, che qui diventa interesse partecipato. L’innovazione parte dal basso, e non è rivoluzione economica, ma socialità vissuta come disponibilità a partecipare e apertura a nuove modalità collaborative. Un atto di affermazione di identità del singolo che determina il collettivo e arriva a dettare le direttive dell’efficienza finanziaria dei nuovi meccanismi d’investimento. INTERNET E NUOVI CONSUMI L’innovazione parte dal basso, e non è rivoluzione economica, ma socialità vissuta come disponibilità a partecipare attraverso nuovi meccanismi d’investimento. Che ha coinvolto anche un filmaker come Bruno Bigoni e una star come James Franco IL PROGETTO “DYLAN DOG - VITTIMA DEGLI EVENTI”: http://www.indiegogo.com/projects/dylan-dog-vittima-degli-eventi 75 PUNTI DI VISTA Eccezione culturale. C’era una volta un piccolo Chinotto di Maurizio Sciarra E ccezione culturale, TTIP, De Gucht… È giugno, improvvisamente ci piovono addosso sigle parole e nomi che non ci dicono molto, ma che dobbiamo imparare a classificare, a cui dobbiamo dare peso e significato. E, anticipiamo il finale, che hanno il grande merito di riunificare tutta l’Europa del cinema e della tv. I fatti. Si sta per aprire il TTIP, che impariamo essere acronimo di Transatlantic Trade and Investment Partnership, cioè il trattato internazionale per il libero commercio tra Unione Europea e USA. Che c’entriamo noi del cinema? Riscopriamo termini che vent’anni fa scoprimmo, che portarono ad una vittoria, e come conseguenza la nascita di una forte industria audiovisiva europea. Ma da allora abbiamo accantonato e dimenticato questo bottino, con il 76 Gli americani fanno film più belli e noi europei facciamo quelli noiosi? Questa la vulgata. È la vecchia lotta tra Coca Cola e Chinotto. Il secondo, che per me è più buono, non può creare l’impatto mediatico e industriale per scalzare la prima. Però a noi piace, e vogliamo poter scegliere se bere Chinotto, Coca Cola o vino… risultato che la nuova classe dirigente europea e italiana non sa di cosa si sta parlando. Le parole allora erano GATS, altro nome di un trattato simile, e venne fuori la dicitura di “eccezione culturale”. Per dire: possiamo, dobbiamo trattare su tutti i prodotti, vogliamo abbattere dazi e protezioni nazionali alle merci che ogni stato produce, ma per favore non mettiamoci dentro cinema e produzione culturale perché lì non si tratta di merci come le altre. L’obiettivo è sempre lo stesso: spianare la strada all’industria dell’audiovisivo americano, che già invade le nostre tv, i nostri cinema, il nostro immaginario. La battaglia è sproporzionata dall’inizio. Del resto, uno dei prodotti che più gli USA si impegnarono a promuovere dopo la guerra, fu il loro cinema. Che ci ha fatto sognare, ridere, spaventare, ma che adesso ci annoia con prodotti sempre più stereotipati e artefatti. E difatti, ecco PUNTI DI VISTA la differenza, questa volta, nella trattative su cosa mettere nella lista della spesa del trattato, sono proprio produttori e registi di primo piano americani a chiedere che l’Europa continui a rimanere fuori dal negoziato. Spielberg e Weinstein sono improvvisamente diventati generosi? Certo, continuano a venerare quella cultura cinematografica che li ha formati (Spielberg) e che ha contribuito ad arricchirli (Weinstein), ma sanno che l’Europa, le sue cinematografie costituiscono oggi il pozzo da cui attingere creatività e talento. E adesso anche risorse finanziarie utilissime ad un cinema indipendente USA che fatica (anche loro, non siamo soli!) a finanziarsi. Allora: escludere dal trattato il cinema e l’audiovisivo vuol dire cercare di sanare il gap incolmabile di una industria che si ripaga già interamente in patria, e che esportando in dosi massicce in tutto il mondo fa proventi tali da farla diventare la seconda industria nazionale dopo gli armamenti. Loro fanno film più belli e noi facciamo quelli noiosi? Questa la vulgata. È la vecchia lotta tra Coca Cola e Chinotto. Il secondo, che per me è più buono, non può creare l’impatto mediatico e industriale per scalzare il primo. Però a noi piace, e vogliamo poter scegliere se bere Chinotto, coca cola o vino… Sì perché allora, per tutti coloro che, liberisti convinti, si scagliano contro l’eccezione culturale, al grido di “fate film più belli”, va fatto presente che per esempio l’agricoltura (vino e chinotto) e l’alimentare (per esempio il prosciutto) godono di trattamenti e sovvenzioni speciali in Europa, che servono a difenderli da invasioni simili. E allora che si fa? Come è successo poco tempo prima dell’inizio delle trattative, quando l’Europa e l’Italia hanno sollevato dubbi sulla importazione massiccia di pan- nelli solari cinesi, è stato proprio il vino ad essere messo sotto accusa. Voi non volete i pannelli solari? Volete farli da voi? E noi non compriamo il vostro vino! Da utente amante estimatore del vino non posso pensare di fare una battaglia vino/film. Ma è a questo che il governo ci spinge. Dicono i dirigenti del Ministero dello Sviluppo Economico. Ci sono in ballo i prodotti IGP (altro acronimo, Indicazione Geografica Protetta), che fanno ricca l’Italia all’estero, dobbiamo proteggere quelli, e se poniamo un veto sulla trattativa dei film, poi il prosciutto fa la fine del vino con i pannelli solari… Qui entra in scena un altro nome fino ad ora sconosciuto: De Gucht. Il commissario al commercio è quello che deve trattare, e lui non vuole avere problemi con gli USA, perché vuole che America ed Europa facciano fronte comune contro i nuovi mercati, Cina, India… E siccome sa che gli USA sul cinema non vogliono lacci e lacciuoli, allora preventivamente si mostra disponibile. Trattiamo su tutto!!! Però mettiamo delle “red lines”, che noi abbiamo però visto più come foglie di fico che baluardi su cui attestare la difesa della cultura europea. Dicono: trattiamo, però diciamo che le leggi nazionali che finanziano i prodotti culturali non si toccano, che le quote di prodotto europeo non si toccano… E qui però svelano il vero scenario. Questa volta, a differenza di venti anni fa, non sono più in gioco i sostegni nazionali alla produzione, ma invece la possibilità per gli “over the top” di sbarcare in Europa non più come pirati. Del resto sembra che Obama abbia offerto questo, il libero accesso in Europa senza tante difficoltà, alla Apple per farla ritornare in USA, pagando finalmente le tasse. Ecco lo scenario che hanno dovuto fronteggiare gli autori europei, ecco la posta in gioco. Ed è ancora più grande la nostra riconoscenza verso la Francia, unica nazione europea che ha usato il diritto di veto per escludere dal negoziato i prodotti e i servizi culturali. In ballo c’è uno sviluppo europeo che punti sulla creatività, c’è un Google europeo, la possibilità di non essere un film perso tra i colossi americani nella lista dei film di ITunes, ma di poter continuare ad esprimere racconti facce luoghi che non sono quelli che l’industria mainstream di oltreoceano tenta di imporci come unica grande “Coca Cola”. Vogliamo difendere il nostro piccolo Chinotto, e farlo diventare bibita europea, da bere al cinema vedendo storie europee. 77 PUNTI DI VISTA L’esame di maturità nell’epoca delle digital humanities di Enrico Menduni 78 PUNTI DI VISTA Anche stavolta i temi sono stati un’occasione persa per dialogare con i diciottenni che vivono dentro all’universo 2.0: cosa che sembra sfuggire alle istituzioni addette alla diffusione e alla tutela della cultura. C i sono piccole cose che descrivono un’epoca e una mentalità meglio di grandi testi. Gli studenti della maturità si sono trovati di fronte quest’estate, alla prova scritta d’italiano, un brano di Claudio Magris. Autore a noi adulti ben noto, amato dai lettori del “Corriere della Sera”, ma per un diciottenne… probabilmente buio fitto. Leggendo incontriamo Trieste, Tito, Stalin, Fiume, il Carso, la “Cortina di ferro” … Ombre del mondo di ieri. Quando questi giovani sono nati, il Muro di Berlino era già caduto da tempo, la Cortina di ferro potrebbe apparirgli come un videogioco fantasy di ambiente medievale. Per sfuggire a Magris e alla Trieste ex asburgica, gli studenti di ambito artistico-letterario si potevano rifugiare in un tema popolato di immagini: una fotografia di Mike Bongiorno in Lascia o raddoppia?, un quadro di Guttuso con “i calciatori” e la Marilyn Monroe di Warhol. Una triade misteriosa: se Marilyn può rimandare alla cultura pop e alla riproducibilità tecnica, perché Guttuso? Forse, temiamo, è stato scelto più per il soggetto (lo sport calcistico) che per il suo valore artistico. E poi, una foto di scena del telequiz, con un composto Mike Bongiorno non ancora toccato dalla sua fenomenologia nel Diario minimo di Eco. Ecco la chiave: “minima”, come i Minima moralia di Adorno. Il funzionario ministeriale, di buone letture, intendeva proporre tre esempi di contaminazione tra alta e bassa cultura. Ancora con queste cose? Sarebbe stato un ottimo tema per la maturità del 1962, tanto per citare American Graffiti. Ma adesso è più archeologico di un solido tema sulla seconda guerra punica. Poteva magari essere un’occasione per studiare l’importanza dei media nella società, magari con un occhio alla contemporaneità di internet? Non proprio. Pier Paolo Pasolini, Elias Canetti, Remo Bodei ed Eugenio Montale vengono convocati nel tema proposto agli studenti per descrivere un individuo schiacciato dalla società di massa, omolo- gato, distrutto nella sua autenticità, travolto dalla passione per il calcio o per la banalità del divertimento. L’alta cultura minacciata e condizionata da una massa banalizzata nelle sue esperienze, un po’ beota, anestetizzata dai mezzi di comunicazione... Ai saggi del Ministero non passa per la testa che lo schema proposto nel tema, e che risale agli Anni ‘50-70, possa apparire oggi parziale, limitato, incapace di comprendere le novità e anche le bellezze di nuove forme di comunicazione che non significano solo omologazione o oppressione? Uno schema - inoltre plumbeo, privo di speranze e di voglia di fare, serrato in difesa, privo di curiosità per l’oggi: tutte cose di cui ci sarebbe un gran bisogno. Andrebbe spiegato che quel mondo non esiste più. Non che quello di oggi sia necessariamente meglio, ma l’avvento dell’alfabetizzazione informatica, di internet, di una cultura globalizzata della connessione spostano drasticamente i termini della questione, così come è descritta in quelle foto sbiadite. Un mondo in cui la letteratura e la tradizione umanistica si confrontano necessariamente con altre culture, su un piano di parità, con rapporti di cooperazione ed emulazione. Forse la cultura scientifica, che ha espresso gli ultimi due ministri dell’Istruzione, ha una visione archetipica e polverosa dell’umanesimo, complementare e minoritario – come le buone maniere – rispetto all’unico pilastro della contemporaneità, che sarebbe costituito dalle scienze dure. L’esistenza (competitiva) delle digital humanities sembra loro sfuggire. Invece è questo il mare in cui un giovane deve imparare a nuotare, non solo per trovare un’occupazione degna, ma soprattutto per avere una coscienza adeguata alla complessità dell’oggi: senza fermarsi al pessimismo della ragione, alimentato da nobili letture, rimboccandosi anche le maniche e sfruttando al massimo la propria intelligenza e creatività. Per muoversi in questa direzione, le cose che un giovane deve imparare, praticare e sapere sono radicalmente diverse. 79 BIOGRAFIE BIOGRAFIE M Marco Belpoliti arco Belpoliti, saggista e scrittore, tra i suoi libri più recenti: Pasolini in salsa piccante, La canottiera di Bossi, Da quella prigione. Moro Warhol e le Brigate Rosse. Collabora a “La Stampa” e “l’Espresso”; insegna all'Università di Bergamo; con Elio Grazioli dirige la collana Riga presso Marcos y Marcos. Ha curato l’edizione delle opere di Primo Levi presso Einaudi (1997) e diversi libri dello scrittore. Insieme a Stefano Chiodi coordina la rivista e casa editrice nel web www.doppiozero.com. Ex ciclista convertito al podismo metropolitano, possiede uno zainetto comprato in California nel 1978 e qualche migliaio di libri su carta. Il suo articolo è a pag. 62 P edro Butcher, 42 anni, è un giornalista e critico cinematografico brasiliano. Vive a Rio de Janeiro. È autore del libro Cinema Brasileiro Hoje (Publifolha, 2004) e ha collaborato con diverse pubblicazioni nazionali e internazionali. Attualmente dirige il sito Filme B (www.filmeb.com.br), dedicato al mercato cinematografico brasiliano, e lavora come critico free lance per il quotidiano Folha de S. Paulo. Pedro Butcher Il suo articolo è a pag. 70 E nrico Menduni (Firenze 1948) percorre in scooter Toscana e Lazio e insegna a Roma 3 "Culture e Formati della Tv e della Radio", "Storia e Critica della Fotografia", "Media digitali". Si occupa, divertendosi, di audiovisivo digitale 3D e di olio d’oliva che produce in piccolissime quantità. Il suo ultimo libro è Entertainment. Spettacoli, centri commerciali, talk show, social network (Bologna, Il Mulino, 2013). Enrico Menduni Il suo articolo è a pag. 78 P Till Neuburg ubblicitario e scrittore di origine svizzera. Il padre era un pioniere del graphic design, il nonno mecenate e primo gallerista del movimento Dada a Zurigo. Socio fondatore dell’Art Directors Club Italiano, ha scritto le laudatio Hall of fame di Monicelli, Pivano, De Mauro, Lupi, Daverio, Testa, Altan. Insegna “History of Graphic Design & Advertising” alla NABA di Milano. Autore del pamphlet Astri e disastri. Ama il cinema di Audiard, Coen, Fuller, Garrone, González Iñárritu, Lang, Lumet, Kitano, Malick, Mann, Peckinpah, Scorsese, Siegel, Wilder, Winding Refn. Il suo articolo è a pag. 63 R Maurizio Sciarra 80 egista e sceneggiatore, nato a Bari nel 1955. Il primo film, La stanza dello scirocco (1997), con Giancarlo Giannini e Tiziana Lodato, vince il festival di Annecy e altri prestigiosi premi internazionali. Del 2001 Alla rivoluzione sulla due cavalli: vince il Pardo d’oro al Festival di Locarno e il Pardo di bronzo per l’interpretazione maschile. Realizza poi Quale amore, tratto da La sonata a Kreutzer di L. Tolstoj, anch’esso invitato in numerosi festival internazionali. Attualmente è alle prese con due progetti, uno è Everlasting moments scritto con Ni Zhen, sceneggiatore di Lanterne rosse. Realizza anche documentari, tra cui In viaggio con i pupi, sul puparo siciliano Mimmo Cuticchio, e Chi è di scena. Il Teatro Petruzzelli torna a vivere. Il suo articolo è a pag. 76 SUL PROSSIMO NUMERO IN USCITA A OTTOBRE 2O13 Scenari Quote rosa al cinema? POLEMICHE Il cinema è ancora nel cuore degli italiani? INNOVAZIONI La nuova fiction italiana di qualità RICORRENZE 31 ottobre: a 20 anni dalla scomparsa di Federico Fellini "Secondo te, chi è più infelice, uno sceneggiatore o un critico cinematografico?" "Le loro mogli...". (Jean-Louis Trintignant e Milena Vukotic in La terrazza, 1980, di Ettore Scola) "Le persone credono solo a quello che gli racconti" (Steven Spielberg, Catch Me If You Can, 2002)