Dialoghi in biblioteca e oltre - Biblioteca Apostolica Vaticana

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Dialoghi in biblioteca e oltre - Biblioteca Apostolica Vaticana
Dialoghi in biblioteca e oltre
Mantova, 4 settembre 2014
Desidero recare il saluto della Biblioteca Apostolica Vaticana a questo evento, proponendo
una riflessione che ‒ in un momento di fantasia forse non molto avveduta ‒ ho pensato di
intitolare Dialoghi in biblioteca e oltre.
Certo, le biblioteche dialogano con i secoli, perché le biblioteche che si rispettano hanno una
lunga vita alle spalle ‒ e la Teresiana di Mantova non è da meno di molte altre, visto che le
sue origini sono fissate al 1780 ‒ e perché i libri conservati nelle biblioteche ci pensano loro a
spingersi in là nel tempo: si giunge sino al XVI secolo con i volumi e gli altri materiali
conservati nelle Sale Teresiane, ci si spinge al XV secolo per gli incunaboli e sino al X o XI
secolo per i manoscritti conservati nella sala blindata predisposta a questo scopo. Se poi
consideriamo i testi contenuti nei volumi, ovviamente il dialogo dei secoli e con i secoli si
prolunga ancora di più.
Nel Salone Sistino della Biblioteca Vaticana, costruito e affrescato a fine Cinquecento per
ospitare i volumi della Biblioteca, soprattutto manoscritti ma anche stampati, un lunga parete
del Salone è dedicata a illustrare le grandi biblioteche del passato: da quella immaginata ai
tempi di Mosè alle biblioteche di Babilonia, Atene, Alessandria, Roma, Gerusalemme,
Cesarea, sino alla Biblioteca dei Pontifici. Un altro modo per suggerire un dialogo che si
distende nei secoli.
Questo dialogo cronologico (e anche spaziale) è certamente proficuo e interessante. Vorrei
tuttavia procedere più specificamente su un’altra linea.
Desidero infatti ragionare su un dialogo che chiamerei relazionale in quanto tocca l’uomo
nella sua relazione con gli altri uomini. Venendo da una istituzione nata in epoca umanistica
attorno alla metà del Quattrocento qual è la Biblioteca Apostolica Vaticana, posso collegare
ciò di cui sto parlando con quella caratteristica di universalità che l’Umanesimo ci ha
insegnato a coltivare in modo veramente ammirevole. Il dialogo relazionale è strettamente
legato alla universalità della cultura o, se si vuole, alla universalità dello studio e della ricerca
e quindi alla universalità delle persone e delle istituzioni quando si incontrano, muovendo
anche da punti di partenza molto lontani, e trovano modo di dialogare facendo perno sul
comune impegno in ambito culturale, sulla comune valorizzazione dello studio e della
ricerca.
Cesare Pasini, Dialoghi in biblioteca e oltre, p.
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Visto che partiamo dall’Umanesimo, chiedo il permesso di dare uno sguardo al passato, per
poi tornare al presente.
L’Umanesimo, dicevo, si contraddistingue per un ammirevole senso di universalismo (non
per nulla è questo il periodo dei viaggi e delle scoperte geografiche, e gli umanisti vivono
intensamente anche questo aspetto). Una frase dello scrittore latino Terenzio esprime molto
bene questo senso di universalismo nel suo aspetto fondante: Homo sum, humani nihil a me
alienum puto, «Nulla di ciò che è umano mi è estraneo, perché sono un essere umano».
L’Umanesimo è infatti l’epoca nella quale le università si sviluppano articolandosi in facoltà:
luoghi di ricerca universale, come dice la parola, strutturate in differenti facultates così da
sviluppare adeguatamente la ricerca nei vari rami del sapere: tutto ciò che è umano e tutto ciò
che l’uomo vede e incontra nei differenti ambiti della realtà, interessa all’Umanesimo e
diventa oggetto di cura attenta, di ricerca e di studio. I vari aspetti del sapere sono così posti
in dialogo fra loro; e coloro che ricercano sono pure essi in dialogo reciproco: dialogo animato
o pacato, dialogo che deve chiarire uno stesso punto o dialogo di reciproca integrazione fra
punti distinti. Può esistere anche la polemica e il contrasto, e anche qui si possono insinuare ‒
non ci vuole molta fatica a immaginarlo ‒ atteggiamenti di prevenzione o di supponenza o di
ambizione che possono intralciare il dialogo e la stessa autentica ricerca (e basta accostare le
vicende di questo o quel umanista per accorgersi di come fossero dei “consumati polemisti”);
ma lo spirito umanistico, per sé, non si confronta per fare polemica, bensì per costruire, dai
vari frammenti raccolti ‒ documenti, indagini, approfondimenti, spiegazioni ‒, un disegno il
più possibile organico e completo.
Tutti hanno diritto di cittadinanza in questo dialogo. I requisiti richiesti sono, in sintesi, solo
due (ma riconosco che non sono proprio poca cosa!): da un lato è richiesta la pazienza della
ricerca, perché non serve procedere a colpi di slogan o con affermazioni affrettate, ma è
necessario cercare e documentarsi, riflettere e considerare adeguatamente ciò che si viene
percependo e comunicando; dall’altro lato è richiesta l’umiltà ‒ passi la parola ‒, perché chi
trova un frammento non possiede tutta la verità ‒ si tratti di realtà storica o letteraria o
artistica o fisica o medica o giuridica o filosofica o altro ancora ‒, ma sta contribuendo a
qualcosa di più grande a cui si accosta con il suo piccolo e prezioso tassello.
L’immagine più bella che ho trovato nella storia del pensiero a questo proposito risale a
Giustino martire (o Giustino il filosofo), un personaggio, prima pagano poi cristiano, vissuto
nel II secolo inizialmente in Palestina e successivamente a Roma. Egli vede nel mondo classico
che è alle sue spalle e dal quale proviene (vede, in particolare, in Socrate e nei grandi filosofi
greci), dei semi di verità, frammenti cercati a fatica ma preziosi e degni di stima. Non sono il
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Logos nella sua pienezza: questo, per Giustino, è il Dio in cui crede e che riconosce in Gesù,
Logos divino che si è manifestato al mondo. Però sono frammenti colmi di dignità e di valore.
Anche nel Salone Sistino, nel lato di fronte alle biblioteche, sono raffigurati i concili cristiani,
con il libro della Bibbia in posizione rilevante, e, sui pilastri centrali, tutti gli alfabeti allora
noti con l’effigie dei presunti inventori: un dialogo a tutto campo che utilizza gli alfabeti di
vari popoli e nazioni. Comprendo che in quella raffigurazione è come suggerito anche il
dialogo tra fede e ragione, ma non è questo l’argomento che mi preme qui approfondire.
È tuttavia molto bello e importante recuperare quel senso di dialogo che sta alla base di tutto
questo e che valorizza, in pazienza e umiltà, ogni voce, ogni fatica, ogni apporto, ogni ricerca,
ogni alfabeto, ogni linguaggio.
Ma è ora di tornare al presente e alle biblioteche, perché quanto ho descritto sin qui tocca un
aspetto generale: ci assicura che la ricerca umanistica ‒ potremmo anche dire: ciò che attiene
alla cultura ‒ gode di un respiro universale che si fa dialogo a più voci. Questo vale in genere,
e possiamo certo applicarlo alle relazioni fra le persone che onestamente ricercano «tutto
quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode»
(Filippesi 4,8), secondo la bella serie di aggettivi coniata da Paolo apostolo. Vale,
evidentemente, in modo specifico per le istituzioni deputate alla ricerca e allo studio:
parlavamo infatti delle università.
Ma le biblioteche?
Quando nel 2010 la Vaticana ha riaperto le porte agli studiosi dopo tre anni di
ristrutturazione, il Bibliotecario di allora, il cardinale Raffaele Farina, rimarcò il fatto che
ormai alla nostra biblioteca non mancava più nulla: certo, grazie a quanto era stato fatto e che
permetteva di lavorare e studiare meglio in biblioteca. Ma, per precisare meglio il quadro,
nella conferenza stampa del 13 settembre, il cardinale citava un noto testo di Cicerone: Si
hortum in bybliotheca habes, deerit nihil, «Se nella tua biblioteca hai anche un giardino, allora
non ti manca più nulla» (Cicerone, Epistulae ad Familiares, IX, 4: Cicero Varroni). Questo motto,
spiegava, «ci è stato di grandissima utilità, sia per conservare il giardino e non trasformarlo in
un brutto edificio, sia perché ora che i lavori si sono conclusi siamo felici di avere, con esso,
una bella biblioteca».
A dire il vero, il giardino è in sostanza un cortile (anche la Teresiana avrà il suo o i suoi). Ma
questo cortile-giardino è importante per ricordarci che la biblioteca è luogo di dialogo. Certo
‒ per non perdere tutto quanto detto sin qui ‒ la biblioteca è ovviamente luogo di silenzio,
cioè di impegno raccolto di ciascuno al proprio tavolo di lavoro. Questo è già dialogo, nei
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frutti che vengono poi pubblicati, nella complementarietà di ogni ricerca con la ricerca degli
altri. Ma il dialogo silenzioso ha bisogno anche dei momenti, sobri e fondamentali, di scambio
fatto a parole, magari nel cortile-giardino, o al bar che si affaccia sul cortile. Se la biblioteca
non avesse questo sbocco, sarebbe carente. Avendolo, non le manca nulla.
Che poi, in aggiunta, coloro che vengono a dialogare siano delle provenienze più disparate,
universali appunto, non può che confermare la bellezza delle istituzioni bibliotecarie che
favoriscono anche in questo modo la universalità, evidentemente senza discriminazione di
sorta. L’esperienza della Vaticana è eccezionale sotto questo profilo: ma è bello condividere
con voi quanto siamo felici di ospitare studiosi da tutto il mondo, da decine e decine di
nazioni e da tutti i continenti della terra.
Tuttavia, nel titolo che mi ero proposto, avevo indicato anche un “oltre”: Dialoghi in biblioteca e
oltre. Penso che ogni biblioteca, nelle sue attività e relazioni, nelle proprie iniziative e progetti,
ha opportunità di estendere, ben oltre le proprie mura, quel dialogo che nasce in biblioteca fra
i suoi frequentatori. Anche perché ciò che ha a che fare con la cultura porta in sé questa
modalità e propensione al dialogo. Per dirla in altri termini: là dove altri contatti faticano a
crearsi o richiederebbero intese complesse e complicate, dei bibliotecari possono più
facilmente trovare le vie per realizzare un progetto comune, poiché si muovono su un terreno
condiviso e reciprocamente noto, parlano un medesimo linguaggio, conoscono i medesimi
aspetti da affrontare e, quel che più conta, alimentano il desiderio ‒ direi anche il gusto ‒ di
quello spirito universalistico che aiuta nei dialoghi, nei confronti, nelle decisioni.
Non è qui il luogo per fare lunghi elenchi che esemplifichino quanto sto dicendo e men che
meno è il caso di vantare chissà quali realizzazioni e successi. Mi limito a qualche indicazione,
tralasciando le collaborazioni più ovvie, per comuni progetti di catalogazione o di
digitalizzazione, in corso con istituti culturali e biblioteche europee. Forse sono più
significative quelle con il mondo asiatico, soprattutto quelle con l’estremo Oriente: con il
Giappone, in particolare, ha preso recentemente avvio un impegnativo progetto per la
catalogazione e la digitalizzazione del Fondo Marega, una singolare raccolta di carte
d’archivio concernenti la persecuzione dei cristiani della regione di Oita (in un’isola
meridionale del Giappone), grazie al sostegno e alla specifica competenza di istituzioni
universitarie e culturali giapponesi. Penso sia percepito come molto importante anche il
progetto da tempo in corso per la digitalizzazione e la conseguente realizzazione di facsimili
di volumi cinesi dei secoli XVII-XIX in collaborazione con l’Università per le lingue straniere
di Pechino, nell’ambito del programma ministeriale per la storia della dinastia Qing. Mi
crederete quando affermo che la cultura si fa sentiero di dialogo e occasione di intese là dove
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altre vie non sono ancora aperte.
Ma voglio concludere con un’espressione che ritengo molto significativa e che è stata
formulata in occasione dell’inizio del progetto di digitalizzazione che vede protagonista,
insieme alla Biblioteca Apostolica Vaticana, NTT Data, una società giapponese di servizi
tecnologici di particolare rilievo in tutto il mondo per la sua competenza nell’ambito delle
strutture informatiche e della comunicazione. Alla domanda rivolta dal Bibliotecario, mons.
Jean-Louis Bruguès, al loro Presidente nel momento solenne della conferenza stampa e degli
incontri di quel giorno: «Perché mai avete scelto di aiutarci?», non è stato semplicemente
risposto che, venendo a conoscere il nostro lavoro, erano rimasti ben impressionati dalla
serietà e competenza di tutti quelli che erano coinvolti e dalla bontà del progetto nel suo
insieme, ma è stata utilizzata un’espressione che andava più in profondità e che merita di
essere riferita nella sua bellezza: «Perché noi vogliamo servire l’umanità e perché abbiamo
trovato presso di voi una qualità eccezionale di umanesimo». Direi che questa frase ‒ aldilà di
quanto afferma di noi e che desidero accogliere in schietta semplicità ‒ fa sintesi di molte
delle cose che ho detto sin qui e conferma la verità dei Dialoghi in biblioteca e oltre.
Auguro questi dialoghi, secondo la vostra specifica modalità, alla Biblioteca Teresiana che
così gentilmente ci ospita e a tutti voi che vi operate.
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