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CLUB AUTONOMO DI TRIESTE DEI SOCI DI FRIENDS OF THE EARTH-AMICI DELLA TERRA ASSOCIAZIONE PER L’AMBIENTE E I DIRITTI DELL’UOMO ___________________________ Gli stabilimenti a rischio di incidente rilevante nella provincia di Trieste (Decreto Legislativo 17 agosto 1999 n. 334 - Seveso Bis e Decreto Legislativo 21 settembre 2005 n. 238 in attuazione delle Direttive 96/82/CE e 2003/105/CE) e il problema dei rigassificatori. Nella provincia di Trieste esistono otto stabilimenti classificati tra quelli a rischio di incidente rilevante in base alla legge Seveso. Questi impianti si trovano in un’area ristretta e densamente urbanizzata compresa tra il porto nuovo di Trieste e le foci del Rio Ospo nel comune di Muggia. Gli stabilimenti sono: - Ferriera di Servola (acciaierie e impianti metallurgici) - Linde Gas (produzione e deposito di gas tecnici tra cui ammoniaca anidra e ossigeno liquido) - D.C.T. - Depositi Costieri Trieste (Depositi di olii minerali) - Terminale petrolifero SIOT (principale terminal petrolifero del Mediterraneo) - Alder (stabilimento chimico con produzione e depositi di formaldeide) - Depositi Costieri Muggia (depositi olii minerali) - G.T.S. (depositi di gas liquefatti) - Depositi SIOT (depositi-tank di idrocarburi al servizio del terminale petrolifero). A questi va aggiunto l’inceneritore ACEGAS-APS ricadente pure nella legge Seveso come da circolare del 31 gennaio 2007 n. DCPST/A4/RS/400 del Ministero dell’Interno. Le limitate distanze di sicurezza tra questi stabilimenti (in alcuni casi poche decine di metri) e la pericolosità dei prodotti trasportati, elaborati negli impianti e imagazzinati nei depositi, li assoggettano alle disposizioni degli artt. 12 - 13 del Dlgs 334 del 17/08/1999 sull’effetto domino. Ovvero sugli incidenti concatenati con possibili cosenguenze disastrose. I depositi di petrolio della SIOT a S. Dorligo - Dolina Il rischio di incidenti: la mancanza dei piani di emergenza esterni e l’assenza dell’informazione preventiva. La normativa di riferimento (Decreto Legislativo 17 agosto 1999 n. 334 - Seveso Bis e Decreto Legislativo 21 settembre 2005 n. 238 in attuazione delle Direttive 96/82/CE e 2003/105/CE) prevede per queste industrie la predisposizione dei piani di emergenza esterni e l’obbligo di informazione della popolazione esposta a carico delle amministrazioni pubbliche. La predisposizione dei piani di emergenza esterna spetta alla Prefettura e l’informazione alla Regione in collaborazione con le amministrazioni locali (comuni). Nella provincia di Trieste questi obblighi sono invece completamente disattesi come dimostrano le richieste presentate dalla nostra associazione. Al momento i piani di emergenza esterna per gli impianti in elenco non risulterebbero essere ancora stati realizzati e nessuna campagna di informazione preventiva nei confronti della popolazione è mai stata attuata. La nostra associazione ha richiesto tra febbraio e marzo del 2005 al Prefetto di Trieste, al Dipartimento di Protezione Civile Nazionale, alla Regione Friuli Venezia Giulia, all’Agenzia Regionale Protezione dell’Ambiente, all’Azienda per i Servizi Sanitari di Trieste, alla Provincia di Trieste e ai Comuni di Trieste, Muggia e DolinaS.Dorligo informazioni sull’attuazione della Legge Seveso nella provincia di Trieste. Non rispondevano il Dipartimento Nazionale di Protezione Civile e l’A.R.P.A. FVG (Agenzia Regionale Protezione dell’Ambiente). Le risposte pervenute dagli altri enti sono elusive ed estremamente contraddittorie tra di loro e danno un quadro della situazione decisamente negativo: la legge Seveso risulta completamente disattesa nei suoi punti fondamentali. Di seguito una breve analisi delle risposte ricevute. Per una valutazione più approfondita si rimanda alla lettura del documento ALLEGATO 1 (Cronistoria di un rifiuto: la sindrome Seveso nella provincia di Trieste) con copia ontegrale di tutte le risposte ricevute dalle pubbliche amministrazioni. Prefettura di Trieste Rispondeva con nota dd. 13.04.2005 in cui si afferma che gli impianti industriali a rischio di incidente rilevante sono quattro: SILONE, SIOT, ALDER, D.C.T. Mancano all’appello: FERRIERA, LINDE GAS, G.T.S., DEPOSITI COSTIERI MUGGIA. La Prefettura eludeva inoltre la richiesta di potere prendere visione dei piani di emergenza esterna limitandosi a comunicare che per tre stabilimenti erano stati approvati (SIOT e SILONE nel 1991, ALDER nel 2001) mentre per il quarto (D.C.T.) era in corso di predisposizione. Secondo la Prefettura il compito di informazione pubblica era stato assolto dai Comuni con la semplice affissione all’albo pretorio delle sole schede degli impianti (tre stabilimenti su otto). La legge Seveso prevede invece che i piani di emergenza (non solo le schede degli stabilimenti) vengano inviati d’ufficio ai cittadini interessati dalle amministrazioni pubbliche (in questo caso la Regione Friuli Venezia Giulia che avrebbe dovuto ricevere però i piani dalla Prefettura a cui spettava la predisposizione). Le nostre ulteriori richieste e precisazioni inviate alla Prefettura sono rimaste a tuttoggi inevase. Regione Friuli Venezia Giulia. La Regione si faceva viva dopo due anni e solo perchè la nostra associazione si era rivolta, non ottenendo riscontri, al Difensore Civico Regionale. Pervenivano due risposte. La prima della Direzione Ambiente dd. 25.01.2007 nella quale ci veniva comunicato l’elenco degli impianti a rischio come da sito internet del Ministero dell’Ambiente (sette stabilimenti), mentre si rimandava alla Prefettura ogni competenza per la redazione dei relativi piani di emergenza esterna (quindi sconosciuti) consultabili, secondo lo scrivente, presso la stessa Prefettura. La seconda dd. 29.03.2007 della protezione civile regionale da cui si evince la stessa cosa: non sono a conoscenza dei piani di emergenza (la competenza è sempre di altri....). Non si capisce come la protezione civile potrebbe quindi intervenire in caso di incidente a questi stabilimenti. Il Difensore Civico Regionale con nota dd. 13.02.2007 indirizzata al Prefetto chiedeva spiegazioni sui fantomatici piani di emergenza esterni avendo ricevuto dalla Direzione Ambiente regionale comunicazione che non erano mai a loro pervenuti come anche i rapporti di sicurezza degli impianti. Il Difensore Civico evidenziava inoltre che la stessa Regione avrebbe dovuto occuparsi dell’informazione pubblica e che risultava quindi strano che nessuno si fosse accorto fino a quel momento degli obblighi previsti dalla legge Seveso (tradotto in pratica: se anche la Prefettura non aveva fornito i piani di emergenza era la stessa Regione a doverli chiedere). Provincia di Trieste La Provincia di Trieste rispondeva in due occasioni con note dd. 13.06.2005 e 22.11.2005 specificando di non avere competenze in merito e rimandando alla Prefettura di Trieste. Azienda Sanitaria Rispondeva con nota dd. 26.03.2005 precisando di non essere a conoscenza di quanto richiesto. Comune di Trieste Rispondeva con nota dd. 6.04.2005 del Servizio Ambiente che rimandava per competenza al Servizio Sicurezza e Protezione Civile da cui non perveniva peraltro alcun riscontro. Comune di Muggia Rispondeva con nota dd. 21.11.2005 comunicando che aveva provveduto ad esporre per 15 giorni all’albo pretorio comunale le “Schede d’informazione sui rischi d’incidente rilevante per i cittadini ed i lavoratori” relative agli impianti ricadenti nel territorio di competenza ( GTS e SILONE). I piani di emergenza esterni erano allegati alle schede ed erano a disposizione del pubblico presso il Comune in determinate fascie orarie. Comune di S. Dorligo - Dolina Rispondeva con nota dd. 29.11.2005 comunicando di avere messo a disposizione dei cittadini per 30 giorni presso i propri uffici le schede di due stabilimenti (SIOT e CHIURLO). I piani di emergenza esterna delle ditte SIOT e SILONE erano invece in fase di revisione (da parte della Prefettura). La risposta del Comune di Dolina contrasta con quella di Muggia in merito all’esistenza del piano di emergenza per la SILONE. Le responsabilità delle istituzioni Il quadro che emerge da questa verifica non può essere certo definito roseo. Quello che si è potuto verificare con chiarezza, tra risposte mancate, fuorvianti o fantasiose, è che i piani di emergenza esterna degli stabilimenti industriali a rischio di incidente rilevante nella provincia di Trieste, obbligatori per legge, sono al momento inesistenti o comunque non consultabili. Ne consegue l’impossibilità di informare correttamente i cittadini per contenere i danni che in caso incidenti sarebbero certamente pesanti sia dal punto di vista ambientale che sanitario. Dalle risposte ricevute emerge inoltre una diffusa ignoranza sulla materia (fatto decisamente preoccupante) tanto da fare pensare che sarebbe necessario predisporre con una certa urgenza degli opportuni corsi di formazione per gli amministratori pubblici. Tutti sembrano ad esempio ignorare l’esistenza di quell’organismo previsto dall’art. 19 della legge Seveso bis, chiamato Comitato Tecnico Regionale, e a cui spettano le istruttorie per la valutazione dei rapporti di sicurezza degli gli stabilimenti a rischio. Tale Comitato è formato da due rappresentanti dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente territorialmente competente, due rappresentanti del dipartimento periferico dell'ISPESL territorialmente competente, un rappresentante della regione territorialmente competente, un rappresentante della provincia territorialmente competente, un rappresentante del comune territorialmente competente. La confusione regna davvero sovrana se si considera che tra le otto aziende (numero sottostimato) ufficialmente sottoposte alla Legge Seveso solo per quattro (SILONE, SIOT, DCT e ALDER) è prevista la predisposizione del piano di emergenza esterna mentre per LINDE GAS, FERRIERA di Servola, G.T.S., D.C.M., inspiegabilmente si ritiene non necessario tale adempimento, basandosi esclusivamente su quanto dichiarato dalle imprese (autocertificazione). La LINDE GAS, confina con la FERRIERA e tratta (produzione e deposito) ossigeno liquido e ammoniaca anidra, gas estremamente pericolosi e infiammabili che reagiscono violentemente con materie combustibili (l’ammoniaca anidra può formare miscele esplosive al solo contatto con l’aria); nell’impianto della LINDE GAS possono essere trattati quantitativi (massimi) di 1.860 ton di ossigeno liquido e 0,05 ton di ammoniaca anidra. Lo stabilimento della LINDE GAS (produzione e depositi di ossigeno liquido e ammoniaca anidra) a ridosso delle abitazioni nel centro urbano di Trieste (quartiere di Servola). Controllando la scheda informativa della ALDER (sempre scaricata da Internet) azienda invece per la quale è richiesta la redazione del piano di emergenza esterna, si scopre che lo stesso NON è stato predisposto. La ALDER produce formaldeide, metanolo e acetaldeide prodotti chimici altamente tossici e letali (in particolare formaldeide e metanolo, sostanze cancerogene e teratogene). Entro 5 Km dallo stabilimento ALDER si trovano 23 scuole, 3 ospedali, l’intera zona industriale con i terminali SIOT e SILONE, buona parte dell’abitato di Muggia e parte di quello di Trieste. Le schede informative sui rischi di questi impianti (che siamo riusciti a trovare in internet) sono molto generiche, frutto di autocertificazione (comunque non risultano firmate e non viene comunicato chi è l’autore del rapporto) e non sembrano soddisfare il Dlgs 238/05 art. 4 comma 3 in base al quale: “il rapporto di sicurezza di cui al comma 1 contiene almeno i dati di cui allegato II ed indica, tra l’altro, il nome delle organizzazioni partecipanti alla stesura del rapporto. Il rapporto di sicurezza contiene inoltre l’inventario aggiornato delle sostanze pericolose presenti nello stabilimento, nonché le informazioni che possono consentire di prendere decisioni in merito all’insediamento di nuovi stabilimenti o alla costruzione di insediamenti attorno agli stabilimenti già esistenti.” La scheda dei prodotti chimici trattati dalla LINDE GAS La mancata informazione ai cittadini Manca completamente l’informazione ai cittadini che è obbligatoria per legge. Secondo la Direttiva 2003/105/Ce (articolo 13) sul controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose: “Gli Stati membri provvedono affinché le informazioni sulle misure di sicurezza da adottare e sulle norme di comportamento da osservare in caso di incidente siano fornite d’ufficio, regolarmente e nella forma più idonea, a ogni persona e a ogni struttura frequentata dal pubblico (quali scuole e ospedali) che possono essere colpite da un’incidente rilevante verificatosi in uno degli stabilimenti di cui all’articolo 9. Tali informazioni sono riesaminate ogni tre anni e, se del caso, ridiffuse e aggiornate almeno ogni volta che siano modificate ai sensi dell’articolo 10. Esse devono essere permanentemente a disposizione del pubblico. L’intervallo massimo di ridiffusione delle informazioni alla popolazione non può, in nessun caso, essere superiore a cinque anni.” La FERRIERA di Servola dal mare. L’aggravamento del rischio: il progetto di rigassificatore della Gas Natural In uno scenario simile viene ora calato dall’alto il progetto, fortemente sostenuto dal governo della Regione FVG, per la realizzazione di un terminale di rigassificazione con relativi depositi (300.000 metri cubi di capacità) da costruire in adiacenza al terminale petrolifero ed agli altri numerosi impianti industriali a rischio. I due depositi della Gas Natural si troverebbero a 1 Km dalla FERRIERA, a 800 metri dalla LINDE GAS, a 100 metri dai depositi di combustibile della DCT, a 1 Km dai depositi costieri di Gpl e Petrolio alle foci del Rio Ospo, a meno di 1,5 Km dalla ALDER e a circa 2,5 Km dai depositi SIOT. L’effetto domino ovvero l’incidente o attentato con fuoriuscita di gas e combustione-esplosione che coinvolgerebbe tutti gli impianti potrebbe avere conseguenze catastrofiche su Trieste, Muggia, S. Dorligo ed interessare la vicina Slovenia. I depositi di gas e il terminale petrolifero diventerebbero bersagli paganti per azioni terroristiche di vasta portata. Per garantire una minima sicurezza di fronte a questi eventi sarebbe necessario militarizzare di fatto buona parte della città e gli accessi portuali, senza con questo potere scongiurare degli attacchi che potrebbero bucare con facilità le difese predisposte se condotti con mezzi e metodi militari. I depositi di gas e il relativo terminale sarebbero esposti (come gli impianti già insediati nella provincia di Trieste) ad attacchi che potrebbero provenire dal mare (anche con sommozzatori trasportanti cariche esplosive), da terra (la S.S. 202 passa proprio a ridosso della FERRIERA, della LINDE GAS, dei depositi D.C.T., e di quelli futuri della GAS NATURAL) e dal cielo (attacchi condotti con ultraleggeri che possono partire dalle alture sovrastanti la città di Trieste senza possibilità di essere intercettati). Gli attacchi terroristici potrebbero puntare inoltre a colpire non uno, ma più impianti contemporaneamente. L’area al centro della foto (parzialmente boscata) su cui dovrebbe sorgere il terminale di rigassificazione della Gas Natural, tra inceneritore (a destra) e terminale petrolifero con relativi depositi (a sinistra). In mezzo il canale navigabile di Zaule con sull’altra sponda altri depositi e impianti petrolchimici. La sottovalutazione del rischio attentati Stranamente nella presentazione del progetto del terminale di rigassificazione on shore della GAS NATURAL (e dell’altro off shore presentato dalla società ENDESA) l’aspetto relativo alla sicurezza nei confronti di attentati non è stato nemmeno preso in considerazione, quasi fosse scontato che tale ipotesi sia da relegare nel novero degli eventi impossibili. Stranamente in quanto proprio a Trieste il 4 agosto del 1972 il gruppo terrorista palestinese “Settembre Nero” ha colpito il terminale petrolifero della SIOT distruggendo quattro serbatoi e causando gravissimi danni ambientali. Danni ambientali a cui non è mai stato posto rimedio. Quell’attacco ha dimostrato la vulnerabilità di questo tipo di impianti (nella pratica indifendibili) e l’illogicità della loro ubicazione in pieno contesto urbano. Evidentemente la lezione non è servita a nulla. Di seguito una valutazione sulla sicurezza degli impianti esistenti nella provincia di Trieste. FERRIERA di Servola Facilmente attaccabile sia dal mare che da terra. Si trova a ridosso del centro abitato e della grande viabilità cittadina (S.S. 202) LINDE GAS Facilmente attaccabile sia dal mare che da terra. E’ un bersaglio pagante a causa dei depositi di ossigeno liquido. Si trova a ridosso del centro abitato e della grande viabilità (S.S. 202). Confina con la FERRIERA. D.C.T. (Depositi Costieri Trieste) Facilmente attaccabili sia dal mare che da terra. I depositi di olii minerali si trovano a ridosso della grande viabilità (S.S. 202) e adiacenti all’area su cui dovrebbero sorgere i serbatoi del terminale di rigassificazione della GAS NATURAL e rappresentano quindi un bersaglio pagante. TERMINALE SIOT E’ il principale terminale petrolifero del Mediterraneo. E’ ovviamente un bersaglio pagante di alto valore strategico. E’ attaccabile dal mare e da terra. Il terminale di rigassificazione verrebbe a trovarsi a ridosso del terminal SIOT. INCENERITORE Facilmente attaccabile sia dal mare che da terra. Potrebbe essere utilizzato per disperdere in atmosfera sostanze velenose. ALDER Facilmente attaccabile sia dal mare (accesso canale di Zaule) sia da terra. Bersaglio pagante per la presenza di prodotti chimici tossici quali formadeide e metanolo. Si trova in contesto urbano. D.C.M. (Depositi petrolio costieri) e G.T.S. (depositi GPL) Si trovano ad Aquilinia e sono raggiungibili dalle strade che li costeggiano. Facilmente attaccabili. Depositi SIOT Sono probabilmente il bersaglio principe per attacchi terroristici almeno fino a quando non verranno realizzati i terminali di rigassificazione (se verranno realizzati). Già oggetto nel 1972 di uno dei più gravi attentati a livello internazionale che vide la distruzione di 4 cisterne. Si trovano alla periferia meridionale di Trieste comunque in ambiente urbano. Sono facilmente attaccabili da vari punti (strade laterali e alture circostanti). Depositi del futuro terminale di rigassificazione della GAS NATURAL I due depositi da 150.000 metri cubi di capacità ciascuno diventerebbero il principale obiettivo per gruppi di terroristi organizzati. I depositi e il relativo terminale sarebbero facilmente attaccabili sia dal mare che da terra. L’impianto verrebbe situato in pieno contesto urbano a ridosso di altri impianti industriali ad elevato rischio (FERRIERA, LINDE GAS e D.C..T) e della grande viabilità (S.S. 202) cittadina. In caso di attentato simultaneo o incidente con diretto coinvolgimento della LINDE GAS, l’ossigeno liquido entrando in contatto con il metano accrescerebbe la potenzialità distruttiva della nube di gas alimentando l’incendio e determinando l’innesco (esplosione con fire-ball). Nel 1984 a città del Messico si verificò la fuoruscita di 80.000 m3 di gas GPL da un serbatoio di stoccaggio che esplosero in un’immensa “fire-ball”, provocando la morte di 554 persone ed il ferimento di oltre 4.200. Le considerazioni espresse per l’impianto on shore della GAS NATURAL valgono anche per quello off shore della ENDESA, con l’unica differenza che l’impianto si troverebbe nel mezzo del golfo di Trieste a circa 10 km dalla costa e quindi le conseguenze di incidenti e/o attentati sarebbero più limitate sull’ambiente urbano. Per attaccare questi obiettivi sensibili i gruppi terroristici potrebbero utilizzare armi convenzionali ad elevato potere distruttivo. Si pensi ad esempio ad attacchi simultanei condotti con armi controcarro ad alto potere di penetrazione (con gittate fino a 1,5 - 2 Km e con munizionamento capace di perforare blindature fino a 0,8 m di acciao). Contro questo tipo di attacchi le difese sarebbero pressoché impossibili (i razzi potrebbero essere sparati dalle alture, alcune in territorio sloveno, che sovrastano le zone in cui sono insediati i depositi e gli stabilimenti); da non sottovalutare la possibilità di attacchi suicidi portati anche con imbarcazioni, veicoli e veivoli carichi di alto esplosivo. Non dovrebbe essere dimenticato inoltre il rischio di azioni via mare condotte da sommozzatori che potrebbero piazzare le cariche di esplosivo anche sotto le navi gasiere e petroliere ormeggiate ai terminali o in rada. Sui rischi di attentati agli impianti industriali si veda anche l’ALLEGATO 2 ovvero relazione del Ministero dell’interno ai rappresentanti dei Comitati Tecnici Regionali (l’organo che deve esprimere i pareri sugli impianti sottoposti alla Legge Seveso). Sempre sul rischio attentati e sulla sicurezza dei terminali di rigassificazione si veda l’ALLEGATO 3 ovvero le risposte presentate sull’argomento dalla società ENDESA alle osservazioni presentate dalla nostra Associazione. CLUB AUTONOMO DI TRIESTE DEI SOCI DI FRIENDS OF THE EARTH-AMICI DELLA TERRA (FOE-ADT) via Cadorna 5 - 34124 Trieste - Tel. 040311499 Internet: www.adt-fvg.org - E-mail: [email protected] ALLEGATO 1 CRONISTORIA DI UN RIFIUTO: LA SINDROME SEVESO NELLA PROVINCIA DI TRIESTE ALLEGATO 2 La prevenzione degli atti criminosi nelle aziende industriali a rischio rilevante (illustrata in occasione della riunione dei rappresentanti dei “Comitati Tecnici Regionali di Prevenzione Incendi”, tenutasi presso l’Istituto Superiore Antincendi (ISA) – Ministero dell’Interno, il 5 maggio 2005 a Roma) Premessa Recenti atti terroristici ad attività industriali hanno riproposto la tematica della prevenzione e della protezione dagli attacchi esterni agli insediamenti di produzione e di stoccaggio classificabili a rischio di incidente rilevante. Tale tipologia di aziende industriali presenta spesso carenze diffuse di sicurezza dovute alla mancanza di una effettiva e corretta analisi di tutti i fattori di rischio. Occorre allora condurre una valutazione dei possibili rischi con sistemi flessibili, adatti alle dimensioni e alle caratteristiche di ogni impresa, per ottenere risultati soddisfacenti sul piano tecnico e, allo stesso tempo, compatibili con le proprie risorse economiche. I vari aspetti della sicurezza dovranno quindi essere analizzati sia separatamente che in relazione reciproca, in modo da adattare le scelte alle esigenze complessive di protezione del determinato sito industriale. Alla base di questa impostazione devono essere poste l’esperienza e le singole professionalità degli specialisti della prevenzione che devono intervenire sia a livello ispettivo che progettuale in maniera sinergica. Tanto più complessa è l'attività quanto più importante diventa applicare l'analisi dei rischi seguendo l'approccio sopra indicato. Si pensi, ad esempio, agli Impianti industriali ad alto rischio quali: - Raffinerie del settore petrolchimico - Industrie farmaceutiche e della chimica di base - Impianti industriali complessi - Piattaforme off-shore In tali attività, oltre a prendere in considerazione i rischi intrinseci legati al processo produttivo, che possono essere causa di incidente, occorre valutare anche quelli di origine criminosa, esogena ed endogena, quali il sabotaggio, l'incendio doloso e l'attentato e che possono causare danni assai più gravi sia in termini di vite umane sia ambientali e patrimoniali. Il D. Lgs. 334/99, che disciplina sotto l’aspetto della sicurezza le aziende a rischio di incidente rilevante, richiede tra l’altro, implicitamente, che venga fatta un’analisi dei rischi complessiva, all’interno delle aziende che ricadono nel campo di applicazione del decreto in questione. I titolari delle suindicate attività devono inoltre preoccuparsi di adottare specifiche misure di difesa anticrimine che si integrano con quelle prescritte dalle normative antincendio. Tale estensione dell’analisi dei rischi si è resa ancora più necessaria dopo i fatti di terrorismo internazionale che, da qualche anno, colpiscono gran parte dei paesi industrializzati. Sinistri accaduti all’interno di attività a rischio rilevante con forte sospetto di sabotaggio interno e attentato Si elencano, di seguito, alcuni dei più gravi eventi criminosi verificatisi negli ultimi trent’anni, nel mondo, all’interno di aziende industriali ad alto rischio: • Deposito costiero SIOT (Trieste – 1972): un attentato dinamitardo alle ore 3:15 della notte coinvolge contemporaneamente 3 serbatoi di petrolio grezzo (n° 1 da 50.000 m3 e n° 2 da 80.000 m3 ). Una quarta carica di esplosivo in corrispondenza di un quarto serbatoio da 80.000 m3 non ha alcun effetto. La tecnica utilizzata dagli attentatori è stata quella di sistemare le cariche esplosive sull’unica tubazione di carico e scarico tra il mantello dei serbatoi e la valvola di intercettazione. Il grezzo fuoriuscito prende immediatamente fuoco e si riversa nei bacini di contenimento. Un quarto serbatoio da 80.000 m3 limitrofo, per effetto domino dovuto all’irraggiamento, prende anch’esso fuoco. • Deposito di GPL (Piemonte – anni ‘80): una carica di tritolo posta nella parte inferiore di una sfera di stoccaggio di GPL provoca uno squarcio con fuoriuscita del gas e conseguente disastroso incendio. Fortunatamente non si ha l’esplosione del GPL né l’effetto domino sui contenitori limitrofi. • Impianto di produzione sostanze chimiche di una nota multinazionale a Bhopal (India - 1984): l’evento causò la morte di 2000 persone e l’intossicazione grave di altre 14.000, per la fuoruscita di metilisocianato (CH3 NCO). Si sospettò che una cattiva manutenzione e conduzione dell’impianto avesse permesso un versamento accidentale di acqua in un serbatoio con formazione del metilisocianato ciò però non fu mai dimostrato. Si sarebbe trattato viceversa di un’azione interna di sabotaggio agli impianti. • Mexico City, (1984): si verificò la fuoruscita di 80.000 m3 di gas GPL da un serbatoio di stoccaggio che esplosero in un’immensa “fire-ball”, provocando la morte di 554 persone ed il ferimento di oltre 4.200. Probabilmente, a quell’epoca, le cognizioni tecniche e le misure di sicurezza non erano sviluppate come lo sono oggi, ma se anziché di un incidente si fosse trattato di un'azione dolosa, in pratica, non sarebbe cambiato nulla. Questo tipo di evento peraltro potrebbe ripetersi ancora. - Napoli – Granturco (1985), alcuni serbatoi ubicati nell’area depositi di carburante dell’AGIP vengono distrutti da un incendio, quasi certamente, di origine intenzionale. - Tolosa (21 settembre 2001), una esplosione di origine sospetta distrugge parzialmente uno stabilimento petrolchimico, provocando almeno 22 morti e 700 feriti e gravissimi danni alla città. - Torino (2003): un dipendente infedele, con l’aiuto di una persona esterna, appicca il fuoco ad un deposito di olii minerali di una nota azienda multinazionale del settore. Lo stabilimento viene interamente distrutto dall’incendio che ha provocato danni ingentissimi. Michele Messina - dirigente responsabile Settore Prevenzione e Sicurezza - ANIA Pagina 2 di Roma, 5 maggio 2005 - Roma (22 luglio 2004), ignoti appiccano il fuoco all’interno degli studi cinematografici ex De Laurentis. Le fiamme hanno praticamente distrutto tutte le scenografie. Si sono verificati gravi danni e per fortuna nessun ferito. Quanto sopra sinteticamente illustrato, dovrebbe far riflettere sulla necessità di elevare maggiormente il livello di protezione all’interno di questa categoria di insediamenti industriali, avendo cura di proteggerli anche contro gli incendi dolosi, le manomissioni e gli attentati aventi fini distruttivi. Statistiche recenti evidenziano un preoccupante aumento del numero di casi di incendio doloso o presunto tale sia in Italia che negli altri paesi industrializzati (mediamente il 40%). Ogni anno, questi incendi provocano enormi danni che non gravano soltanto sulle attività colpite dal sinistro, che spesso sono assicurate contro questo tipo di danni, ma sull'intera collettività. Occorre infatti considerare, tra l’altro, che alla base dell’attività assicurativa vi è il principio della mutualità. I succitati fatti inoltre dovrebbero rappresentare un ulteriore elemento di spinta verso lo sviluppo di una nuova cultura della sicurezza, che porti ad adottare criteri di analisi dei rischi a più largo spettro e soprattutto a valutazioni tecniche più approfondite. E’ difficile prevedere quali potranno essere i nuovi fattori di rischio nel nostro futuro anche prossimo, le tecniche di attacco criminoso sono infatti sempre più sorprendenti e sofisticate; tuttavia bisognerà agire ugualmente per tempo, evitando di ricorrere ai soliti rimedi “a posteriori” che appaiono tanto irrazionali quanto dannosi. E' stato, ampiamente, dimostrato che i danni diretti ed indiretti (comprensivi dei “costi sociali”) derivanti da un evento legato ad azioni criminose superano, globalmente, i costi delle misure di prevenzione che si potevano mettere in atto per prevenirli. L’analisi dei rischi: un nuovo approccio Occorre quindi dare un forte e determinante impulso all’affermazione di una nuova impostazione nelle attività di gestione dei rischi. Tale approccio si traduce, da un lato, nell’applicazione sistematica di adeguate tecniche di “risk analysis” , a largo spettro, che non trascurino tuttavia gli aspetti economici; dall’altro nell’uso di strumenti ingegneristici di studio e di progettazione dei sistemi di sicurezza, quest’ultima fatta nel pieno rispetto delle normative di buona tecnica e delle legge vigenti. Il seguente elenco sintetico e non esaustivo indica i principali aspetti da affrontare, nel corso dell’analisi dei rischi: • • • • • • sicurezza contro gli attacchi criminosi endogeni ed esogeni; sicurezza degli impianti di produzione e di stoccaggio; prevenzione e protezione contro gli incendi e le esplosioni; emissioni in aria, acqua e suolo (protezione ambientale); gestione dei rifiuti; prevenzione degli infortuni ed igiene sul lavoro. La nuova sfida è pertanto quella mirata ad affrontare l’analisi dei rischi con una visione globale e le dovute competenze allo scopo di minimizzare i rischi intrinseci (che non sono mai nulli, per definizione) e quelli di origine criminosa. Michele Messina - dirigente responsabile Settore Prevenzione e Sicurezza - ANIA Pagina 3 di Roma, 5 maggio 2005 La sicurezza integrata Per raggiungere il miglior grado di difesa degli insediamenti industriali, compresi nel campo dei rischi rilevanti, contro ogni possibile tentativo di illecita intrusione avente lo scopo di causare il blocco degli impianti, la distruzione parziale o totale di essi ovvero un disastro ecologico avente finalità terroristiche, è indispensabile adottare idonei sistemi di sicurezza contro i rischi criminosi. Tali sistemi dovranno risultare perfettamente compatibili tra loro ed interagire con le misure di prevenzione e protezione contro l'incendio e le esplosioni, tradizionalmente adottate per proteggere questi insediamenti. I sistemi più comunemente adottati oggi per proteggere le industrie a rischio rilevante contro gli eventi criminosi basano il loro funzionamento su differenti principi fisici ed utilizzano tecnologie innovative, sempre più spesso di derivazione militare. Più in particolare, la strategia di prevenzione seguita in questi casi si basa, fondamentalmente, sulla creazione di “barriere” concentriche meccanico-elettroniche attorno allo stabilimento e, più internamente, nelle zone in cui sono presenti gli impianti di processo e di stoccaggio. Le difese meccaniche sono costituite da recinzioni, strutture murarie, robusti cancelli mobili, serrature di elevata sicurezza, mentre quelle attive o elettroniche sono rappresentate essenzialmente dagli impianti di allarme antintrusione, di videosorveglianza digitale, di controllo degli accessi che utilizzano inoltre sofisticate tecnologie biometriche. La funzione principale di un impianto di allarme antintrusione è quella di rilevare e segnalare, sul nascere, qualsiasi tentativo di superamento delle difese meccaniche. La presenza delle telecamere, installate in ausilio agli impianti antintrusione, offre il vantaggio di potere tenere sotto costante controllo visivo, da apposite postazioni locali operative di controllo o da centrali remote di telesorveglianza, le zone critiche degli insediamenti industriali (perimetro, zone di produzione e deposito) e, nel caso si riscontrasse un’illecita intrusione (allarme e immagini che giungono contemporaneamente al centro di controllo), verrebbe attivato l’immediato intervento delle guardie armate interne e delle Forze dell’Ordine. Il sistema di controllo accessi permette infine di selezionare accuratamente l’ingresso sia dei dipendenti sia dei visitatori e dei fornitori. Le difese passive Allo scopo di ostacolare il più possibile l’accesso in azienda ai malintenzionati, sarebbe utile adottare almeno i seguenti accorgimenti: • decentrare e/o allontanare dal perimetro esterno gli stoccaggi di sostanze pericolose. In tal modo si ha una intrinseca difficoltà al loro raggiungimento; • installare robuste recinzioni lungo il perimetro del complesso, meglio se poste in maniera da formare un corridoio di sicurezza; • tenere chiusi i cancelli pedonali e carrai che andranno aperti esclusivamente a seguito di identificazione sia della persona sia dell’eventuale autoveicolo e soltanto se preventivamente autorizzati; • consentire l’ingresso al personale dipendente ed ai manutentori/fornitori abituali esclusivamente per mezzo di badge codificato e autorizzato e, ove necessario, con controllo biometrico attuato ai varchi d’ingresso pedonali; Michele Messina - dirigente responsabile Settore Prevenzione e Sicurezza - ANIA Pagina 4 di Roma, 5 maggio 2005 • posizionare elementi distanziatori in cemento armato, allo scopo di creare una zona di rispetto anti-autobomba, in prossimità di pareti di edifici, di depositi o di impianti esposti al rischio di attentato; • installare robusti paracarri, in acciaio, a sollevamento verticale, con azionamento semiautomatico (a scomparsa) e che, fuoriuscendo dalla carreggiata, impediscano l’entrata a forte velocità di autoveicoli sospetti, attraverso i varchi carrai dell’insediamento; • prevedere il doppio bacino di contenimento degli stoccaggi di sostanze pericolose, in cemento armato o in acciaio; - interrare o tumulare i serbatoi; con questa soluzione attuata, ad esempio, per i depositi di GPL, oltre alla difficoltà di accesso allo stoccaggio, si ha una aumentata protezione fisica esterna; • proteggere le sale operative di controllo contro l’esplosione esterna, in particolare, negli impianti petrolchimici e/o nelle raffinerie dove il rischio di esplosione di nubi di vapori infiammabili non è trascurabile. Tali control-room possono essere, in pratica, “bunkerizzate” e gli operatori presenti in esse sono al riparo da eventuali esplosioni esterne dovute a sabotaggio o ad attentato ed hanno così la possibilità di mettere immediatamente in sicurezza gli impianti, attraverso le valvole telecomandate di sezionamento. Gli impianti di protezione attiva Questi impianti consentono di prevenire guasti o interruzioni che possono portare alla completa fermata dell’impianto, causati da un attentato/sabotaggio o incendio intenzionale. Si tratta essenzialmente di adottare: • impianti di allarme antintrusione/antieffrazione collegati con centrali di telesorveglianza locali e remote; • impianti di videosorveglianza per tenere sotto controllo le aree sensibili e rilevare intrusioni di persone sospette; • sistemi di controllo degli accessi che utilizzano lettori di tessere codificate + codice PIN o lettori di parametri biometrici; • dispositivi di controllo radiografico di bagagli e merci; • apparati portatili di rilevazione di cariche esplosive (sniffer) e di armi (metal detector); • valvole telecomandate di sezionamento delle grosse capacità e/o dei serbatoi di stoccaggio di sostanze pericolose. Tali valvole collegate il più vicino possibile alla apparecchiatura o all’interno della stessa consentono di intercettare il prodotto fuoriuscito a seguito della rottura delle tubazioni di collegamento; • impianti automatici (o telecomandati) di raffreddamento delle apparecchiature, azionati da rilevatori d’incendio; • impianti automatici (o telecomandati) di versamento della schiuma nei bacini di contenimento o nelle aree di impianto, azionati da rilevatori d’incendio; Michele Messina - dirigente responsabile Settore Prevenzione e Sicurezza - ANIA Pagina 5 di Roma, 5 maggio 2005 • impianti automatici per l’aspirazione e l’abbattimento dei gas tossici. Caratteristiche principali degli impianti elettronici di allarme antintrusione Gli impianti di allarme antintrusione sono costituiti da speciali rivelatori che vengono, di regola, installati direttamente sulle recinzioni fisiche, lungo il perimetro e negli spazi aperti circostanti i fabbricati e gli impianti di processo o i depositi presenti nell'insediamento industriale. Tali rivelatori, grazie al loro principio fisico di funzionamento, rilevano con estrema rapidità ogni tentativo di superamento delle suddette difese e lo segnalano alla centrale operativa di telesorveglianza. Tra i più comuni rivelatori utilizzati negli impianti di allarme antintrusione per esterni, vi sono: sensori a cavo microfonico, in grado di rilevare le vibrazioni generate dagli utensili da taglio nelle strutture di metallo di una recinzione; sensori sismici che captano le frequenze tipiche di attacco prodotte nelle strutture di muratura e di cemento armato dagli utensili meccanici ed elettromeccanici di perforazione; rivelatori che generano fasci di onde elettromagnetiche ad elevatissima frequenza (microonde); rivelatori lineari a raggi infrarossi attivi modulati (laser) e infine, cavi interrati, provvisti di trasduttori a pressione, che rilevano l'illecito attraversamento della fascia di terreno che circonda lo stabilimento, da parte di persone e di automezzi non autorizzati. Ogni rivelatore dovrà risultare intrinsecamente protetto contro i tentativi di manomissione ed essere provvisto di propria unità di alimentazione elettrica principale (da rete) ed ausiliaria (batteria). I cavi di interconnessione dell'impianto, sia di alimentazione sia di trasmissione del segnale, dovranno avere caratteristiche tali da non permettere la propagazione dell'incendio, non subire alcuna interferenza indotta generata dalla presenza di eventuali campi elettromagnetici esterni, avere adeguati sezione e grado di isolamento elettrico. Le principali funzioni logiche della centralina che governa l’impianto sono le seguenti: • presenza di circuiti di ricezione dei segnali provenienti dai rilevatori che, dopo averli analizzati, li trasferiscono, sotto forma di segnali di allarme ed in forma sicura, alla centrale remota di telesorveglianza, mediante appositi apparati di trasmissione, adottando una modalità di colloquio dello stesso livello di quello impiegato per il collegamento tra gli stessi rivelatori e la centralina dell’impianto; • segnalazioni distinte dello stato di allarme e di quello di manomissione, provenienti dai rivelatori; - presenza di circuiti d’uscita aventi la funzione di pilotare, mediante i segnali di allarme elaborati dalla centralina, i dispositivi di allarme. Le segnalazioni di allarme e di manomissione devono essere fornite su circuiti differenziati; - collocazione di un organo di programmazione esterno alla centralina costituito, almeno, da una tastiera alfanumerica completa di display (monitor o display a cristalli liquidi). L'accesso per l'introduzione dei parametri di programmazione deve essere subordinato ad una gerarchia di password di almeno sei caratteri alfanumerici e le password devono essere gestite e custodite con molta cura dalle persone autorizzate che ne sono in possesso; Michele Messina - dirigente responsabile Settore Prevenzione e Sicurezza - ANIA Pagina 6 di Roma, 5 maggio 2005 • segnalazioni rese disponibili soltanto al personale autorizzato, fornite per mezzo di indicatori luminosi, per la visualizzazione su un pannello sinottico locale ed inoltre devono essere stampate. Le segnalazioni provenienti dai rivelatori devono consentire l'identificazione del singolo rivelatore; - gestione dello stato operativo "inserito/disinserito" della centralina che preveda, nel caso risultino esclusi o guasti i rivelatori oppure vengano manomessi gli apparati di allarme, l'inibizione della manovra di inserimento dell’impianto; - presenza di un registratore grafico degli eventi inserito, possibilmente, all'interno dell'armadio di centrale il cui accesso sarà disponibile alle sole persone autorizzate e dovrà fornire, in forma chiara e codificata, le segnalazioni indicate in precedenza accompagnate dalle corrispondenti indicazioni di anno-mese-giorno-ora-minuto. Il collegamento con la centralina deve essere a “sicurezza positiva” al fine di registrare eventuali guasti o interruzioni nel collegamento stesso. Le informazioni generate dal sistema di sicurezza devono essere registrate anche su memoria elettronica; - collocazione della centralina in un ambiente protetto anche da sensori di allarme antintrusione, nel quale trovano sede anche gli apparati dell'impianto di videosorveglianza digitale e della unità di concentrazione dei gruppi di rivelatori. - configurazione dell’architettura del sistema di tipo “aperta” ma dedicata soltanto alla sicurezza, con inserimento su rete dati LAN, a larga banda (es. ADSL, HDSL, Ethernet, fibra ottica), degli apparati di controllo e gestione dei differenti sottosistemi, secondo una configurazione ad “intelligenza” distribuita. La protezione delle zone critiche interne allo stabilimento Dovranno essere installati rivelatori di apertura magnetici, almeno a doppio bilanciamento, sui cancelli carrai presenti nella recinzione, sui portoni e sulle porte di ingresso e di uscita di emergenza dei fabbricati, nonché sui lucernari apribili presenti sulle coperture degli stessi fabbricati e su ogni altro mezzo di chiusura esistente. Allo scopo di rilevare eventuali intrusi negli ambienti a rischio, dovranno essere installati rivelatori volumetrici di movimento (di tipo antimascheramento) in maniera da integrare la suddetta protezione perimetrale dei fabbricati, in particolare in: • spazi interni ai fabbricati presenti in prossimità dei portoni carrai e delle porte di accesso pedonali dei reparti di produzione e di stoccaggio; • ambienti provvisti di finestre poste ad altezza d'uomo; • zone/volumi in cui sono presenti impianti tecnologici; • corridoi interni di collegamento tra i reparti; • magazzini; • uffici di direzione e riservati; • locali del centro elaborazione dati (sale macchine, locali per apparati TLC ecc.). Michele Messina - dirigente responsabile Settore Prevenzione e Sicurezza - ANIA Pagina 7 di Roma, 5 maggio 2005 Apparati di segnalazione Per la segnalazione locale dell'allarme, dovranno essere previsti avvisatori acustici di adeguata potenza (almeno 100 dBA), autoprotetti ed elettricamente autoalimentati, provvisti di lampeggiante di colore giallo-arancio posti all'esterno dell'edificio, in modo da risultare facilmente udibili e visibili, dalle strade esterne presenti in prossimità dello stabilimento. All'interno dei locali è opportuno prevedere avvisatori acustici di adeguata intensità sonora, tale da creare almeno un disturbo di tipo psicologico nei confronti dell’intruso. Devono essere previsti inoltre dispositivi fissi di segnalazione (silenziosa) di aggressione/rapina del tipo a pulsante o a pedale, opportunamente installati nelle zone più esposte a tali rischi. Ad alcuni degli addetti presenti nei reparti, dovrebbero essere forniti pulsanti tascabili di segnalazione di allarme ad onde radioelettriche. Gestione allarmi ed eventi In linea di massima tutti gli allarmi e/o gli eventi dovranno poter essere gestiti da centrale locale o remota di telesorveglianza che li centralizza e li vaglia in maniera appropriata, stabilendo, di volta in volta, il tipo di intervento da mettere in atto. La presentazione grafica sullo schermo dovrà consentire, in condizioni di presenza di più allarmi contemporanei, di evidenziare la natura, l'entità e l'urgenza degli allarmi in coda, per consentire all'operatore di gestirli secondo la sequenza più appropriata, non necessariamente coincidente con la sequenza temporale di arrivo, fino alla loro completa acquisizione e chiusura. La gestione degli allarmi dovrà essere logicamente concatenata con la gestione dei telecomandi, per consentire una corretta sovrapposizione senza che tuttavia si verifichino interferenze. L'impianto di videosorveglianza digitale Gli impianti di videosorveglianza, da alcuni anni, sono diventati parte integrante di un buon sistema di sicurezza. Hanno la duplice funzione di far giungere, in tempo reale, alle centrali di telesorveglianza, un segnale di allarme intrusione, associato alle immagini dell'evento criminoso, riprese dalle telecamere installate nel sito protetto. Le telecamere permettono inoltre di rilevare e segnalare tempestivamente anche un eventuale focolaio d’incendio. La tecnica digitale per la trasmissione dei segnali video ha praticamente soppiantato quella analogica; tra i numerosi vantaggi offerti da questa innovativa tecnologia vi sono: • • • • • l'elevata immunità ai disturbi del mezzo trasmissivo; migliori risoluzione e definizione delle immagini; la possibilità di trasferire soltanto le variazioni che intervengono nell'immagine base; l'interfacciamento dei terminali, mediante apparecchiature adatte allo scopo, con qualsiasi tipologia di rete di comunicazione; la segnalazione di allarme dovuta al movimento di intrusi o elementi sospetti nell’area Michele Messina - dirigente responsabile Settore Prevenzione e Sicurezza - ANIA Pagina 8 di Roma, 5 maggio 2005 • visualizzata e tenuta sotto controllo dalle telecamere (motion detector); la segnalazione di allarme nel caso che una borsa sospetta venga abbandonata nell’area di ripresa dalle stesse telecamere (rischio attentato). La registrazione/archiviazione contemporanea delle immagini riprese, da più telecamere, su apparati DVR sotto forma digitalizzata e la loro trasmissione avvengono tramite algoritmi di compressione della quantità dei dati rilevati (es. nei formati JPEG, MPEG ecc.) che consentono così di ottimizzare l'occupazione del disco magnetico e dei vettori di trasmissione. Il reperimento delle immagini sui predetti DVR, inoltre, è praticamente immediato, eliminando così i tempi di scorrimento del nastro utilizzato nei tradizionali sistemi di registrazione e le ricerche per approssimazione successiva. E' anche possibile la stampa e l'asportabilità delle immagini riprese in formato standard. E' infine possibile attuare la criptografia dei dati trasmessi, nonché configurare, in linea, la base dati e la telediagnostica sugli stati di funzionamento delle apparecchiature del sistema. Conclusioni In conclusione, considerato il livello di rischio rappresentato, mediamente, da un’azienda industriale che produce, tratta e detiene sostanze pericolose in determinate quantità, comunque tali da farla rientrare nel campo dei “rischi rilevanti”; tenuto conto che tali aziende spesso, per ragioni politiche e sociali, possono costituire un obiettivo importante per i terroristi e la criminalità organizzata, è indispensabile far eseguire all’interno delle stesse, da competenti professionisti, una corretta analisi dei rischi e successivamente adottare le necessarie misure di prevenzione e protezione definite a seguito di un accurato lavoro di progettazione. Le difese meccaniche offrono il vantaggio di allungare i tempi di attacco al malintenzionato. Gli impianti di allarme antintrusione/antieffrazione rilevano e segnalano sul nascere i suoi tentativi di illecito accesso ai luoghi protetti; quelli di videosorveglianza consentono di tenere sotto costante controllo le zone “sensibili” dello stabilimento. Una corretta integrazione tecnico-funzionale dei predetti impianti, messa a punto in fase di progetto, nel rispetto della regola dell’arte, unita ad una corretta manutenzione periodica degli stessi e ad un’attenta gestione permettono di raggiungere livelli di sicurezza certamente più consoni alla protezione di questa categoria di imprese. Roma, 5 maggio 2005 Michele Messina (Dirigente Responsabile Settore Prevenzione e Sicurezza – ANIA) Michele Messina - dirigente responsabile Settore Prevenzione e Sicurezza - ANIA Pagina 9 di Roma, 5 maggio 2005 ALLEGATO 3 INTEGRAZIONI ENDESA SULLA SICUREZZA DA ATTENTATI