Diario di Viaggio in Colombia

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Diario di Viaggio in Colombia
Diario di Viaggio in Colombia
Un viaggio da sogno tra archeologia, montagne, città coloniali e mare
La Colombia è il quarto stato
sudamericano per estensione e il
terzo per popolazione.. da
sempre purtroppo è tristemente
nota per il “cartello della droga”
e spesso viene scartata dai tour
leader
perché
ritenuta
pericolosa.
È invece una nazione che mi ha
attirato subito non appena mi è
stata proposta, ricca del fascino
di avere una finestra sui Caraibi
e una sull’oceano Pacifico, un
paese andino che non è tanto un
mosaico, ma un crogiolo di
popoli, di razze che si sono
incrociate nel tempo anche se è
stata uno degli ultimi baluardi
del continente ad arrendersi
all’invasione spagnola.
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Un viaggio da sogno tra archeologia, montagne, città coloniali e mare
Programmare un viaggio in questa
nazione è stato un po’ come
ricercare un dono unico, particolare,
un’avventura che con il mio
compagno ed un gruppetto di amici
abbiamo selezionato con cura…
passeremo dall’aria pungente della
capitale Bogotà, al caldo secco della
zona settentrionale,
dal silenzio
riposante degli indios negli altipiani,
al frastuono esuberante dei negri di
Cartagena...
...immersi in uno straordinario
paesaggio, attraverseremo la strada
dei siti archeologici precolombiani..
fino al deserto della Tatacoa..
quante
meraviglie,
tutte
da
scoprire, ci aspettano!
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Bogotà, fredda e un po’ grigia ci ha accolto con la sua aria cosmopolita, abbastanza lussuosa, con
le sue vie moderne, con i quartieri coloniali e quelli precolombiani…una città tutta da scoprire e
da raccontare, ma per motivi di spazio e per poterla descrivere in modo più esauriente ho
spostato la parte che la riguardava, in questo viaggio, nelle “Destinazioni” di questo mio sito.
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Dopo alcuni giorni trascorsi proprio a Bogotà, un aereo ci ha portato a Pereira, nella Zona
Cafetera, un’area legata alla produzione nazionale del caffé, il cosiddetto Eje Cafetero, che
si sviluppò in gran parte nel secolo scorso, quando intere famiglie del dipartimento di
Antioquia, esasperate dalle guerre civili che si susseguivano nella loro regione, organizzarono
spedizioni verso questi territori ancora vergini.. la coltivazione del caffé si diffuse con
facilità, date le ideali condizioni climatiche del territorio.
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Prima di visitare alcune piantagioni abbiamo
fatto una sosta al giardino botanico del
Quindio che vantava il miglior mariposario
della Zona Cafetera. Dopo aver fatto una
bellissima passeggiata attraverso quella
foresta secondaria ricca di palme, felci ed
orchidee oltre ad una miriade di uccelli, tra
cui i graziosi colibrì...
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...siamo saliti su una torre di osservazione ed abbiamo spaziato lo sguardo non solo sulla
rigogliosa vegetazione che ci circondava, ma anche sul caratteristico mariposario a forma di
farfalla.
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Quando poi siamo scesi e siamo entrati in quella specie di serra, siamo stati piacevolmente
assaliti da una miriade di farfalle che svolazzavano libere e felici, posandosi sulle nostre mani,
sul corpo, sui capelli, volavano attorno a noi.. sembrava quasi che giocassero, divertendosi alle
nostre grida di piacere.
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Dopo il pranzo con piatti tipici che abbiamo gustato in un singolare e romantico agriturismo
locale, abbiamo ripreso il percorso attraverso le piantagioni di caffé, attraverso un paesaggio
molto rilassante che alternava le coltivazioni di caffé con i bananeti, fino al delizioso paesino
di Buenavista.
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Qui abbiamo visitato la Finca de San Alberto, una tradizionale azienda, di bella architettura,
piena di fiori.. una splendida struttura non solo di produzione, ma anche ricettiva per i turisti
per far loro scoprire la grande varietà del caffé colombiano e il suo lungo processo di
lavorazione.
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Abbiamo camminato in quella rigogliosa piantagione ad alta quota, tra migliaia e migliaia di
piantine piccole e grandi, circondate da ibiscos fioriti, piantine che si estendevano per tutta
la collina degradando verso valle.. un paesaggio rilassante, immenso, bellissimo, che non ci si
stancava di ammirare.
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Il giorno dopo un’altra avventura ci aspettava… siamo partiti di buonora verso la valle di
Cocora, un ampio fondovalle incorniciato da vette frastagliate, proprio alle pendici di Los
Nevados.. la sua altitudine che oscillava tra i 1800 e 2200 metri, era caratterizzata da una
biodiversità di ecosistemi.. ma soprattutto era nota per essere il luogo autoctono della palma
della cera di Quindiò, l’albero simbolo della Colombia.
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In quel luogo abbiamo affrontato un trekking attraverso la splendida foresta nebulare per
ammirare le numerose palme da cera che altissime e snelle svettavano al cielo, ci
circondavano, accompagnavano il nostro cammino.
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Arrancavamo attraverso il sassoso sentiero, entusiasti di quel paesaggio incontaminato, bello
oltre ogni dire, dove la gente viveva ancora in un vero contatto con la natura, dove gli animali,
ovini e bovini, se ne stavano tranquilli distesi nell’erba e ci guardavano con un certo fastidio
perché venivano a disturbare la loro quiete. Come tutto appariva importante, vivo , mentre le
normali nostre preoccupazioni dell’esistenza apparivano futili e prive di significato.
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Siamo così arrivati un po’ stanchi, anche per l’altitudine, ad un mirador, qui ci siamo fermati…
proseguire in cima alla montagna era un’impresa superiore alle nostre forze, inoltre il
panorama sarebbe stato lo stesso… ci siamo guardati intorno, in quel silenzio quasi religioso,
tra quelle palme che a poco a poco stavano svanendo nella nebbia..
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Ben presto le nubi, le avrebbero avvolte
completamente nel loro abbraccio, per cui è stato
necessario
scendere
a
valle
velocemente,
attraverso una scorciatoia tra prati e piccoli dirupi
… c’era anche il rischio di una bella pioggia! Tutto
ormai era nascosto da una specie di nebbia che
però rendeva il paesaggio ancora più suggestivo..
qua e là vedevamo spuntare in quel grigiore
incombente il ciuffo di qualche palma che sembrava
salutarci e augurarci un buon ritorno a valle!
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Nel pomeriggio siamo andati alla cittadina di Salento, una delle più antiche nella regione del
Quindìo, un piccolo gioiello anche se, a dire il vero, un po’ troppo turistico… dopo il silenzio
della valle di Cocora siamo stati proiettati nel chiasso allegro e vivace delle viuzze di Salento,
ma non ci è dispiaciuto.
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Abbiamo curiosato in quelle bizzarre stradine,
ammirato quelle case colorate, dalla tipica
architettura coloniale, abbiamo percorso la Calle
Real, siamo entrati nei vari negozi di “artesanìa”..
abbiamo fatto i turisti spensierati facendoci
coinvolgere “con mucho gusto” dall’atmosfera di
allegra spensieratezza che aleggiava attorno a noi.
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Da Salento ci siamo poi spostati alla gemella
Filanda, il cui nome ricordava “i figli delle
Ande”, un paesino delizioso, con le stesse
caratteristiche di Salento, senza l’affollamento
turistico. Ci siamo fermati in piazza Bolivar (in
Colombia tutte le piazze principali si
chiamavano Bolivar!) e da lì abbiamo iniziato la
perlustrazione delle vie..
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...la città è stata, per buona
parte, distrutta dal terremoto,
alcune costruzioni sopravvissute
mi sono apparse molto belle, ma
purtroppo altre sono state
ricostruite in stile moderno per
cui il risultato era un po' una
vera accozzaglia di stili e di
colori!
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Per ammirare meglio il panorama della città e della valle siamo andati ad un mirador
modernissimo che si ergeva simile ad un’alta piramide di legno, alla periferia della città.. siamo
saliti fino in cima (con fatica!) ed abbiamo ammirato il suggestivo panorama della cittadina
mentre la luce a poco a poco andava affievolendosi..
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...si stava avvicinando il crepuscolo pronto ad avvolgere il paesaggio nel suo pallido chiarore..
presto sarebbe sceso il buio, per cui siamo velocemente scesi dal mirador.. eravamo stanchi
ma soddisfatti dell’intensa giornata!
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Il giorno dopo ci aspettava un lungo percorso di ben sette ore attraverso le piantagioni non
solo di caffè, ma anche di cotone e soprattutto di palma da zucchero da cui i locali ricavavano
uno zucchero solidificato naturale e piacevole al gusto, qui chiamata “panela”.
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Abbiamo percorso un’autostrada nel verde, attraverso campi ricchi e coltivati, in genere
proprietà, come ci ha detto la guida, di grandi latifondisti che li davano in affitto, mentre
sullo sfondo, le Ande ci accompagnavano, osservandoci dalle loro alte vette.. se però il viaggio
ci è apparso un po’ lungo, la bellezza della città coloniale di Popayan, “la città bianca”, ha
subito cancellato ogni stanchezza.
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Posta all’estremità della valle del Cauca, Popayan mi è apparsa bellissima ed unica con le sue
vie diritte fiancheggiate da basse bianche case color gesso. La città fu fondata nel 1537 da
Sebastian de Balalcazar ed ebbe nell’epoca coloniale un ruolo molto importante, di
conseguenza mi è apparsa una delle città più legata alle tradizioni del passato, molto ricca di
gioielli architettonici, anche se buona parte delle sue costruzioni, distrutte dal terremoto del
1983, hanno dovuto essere ricostruite.
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Siamo andati a visitare l’antico monastero
francescano, che dopo essere stato
espropriato è stato trasformato in un
favoloso hotel con un vasto patio a
porticato..
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...accanto la chiesa di san Francisco, mi è apparsa non solo la più grande chiesa coloniale della
città, ma anche la più bella, monumentale e nello stesso tempo artistica con una facciata ricca
di statue.
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La nostra passeggiata per le vie della città ci ha poi portato all’interno dell’edificio Modesto
Castello della famiglia de Figheroa con un patio molto originale, una fontana al centro e belle
balaustre in legno.
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In un caos indescrivibile di auto, motocicli e
persone, dove avevamo difficoltà a
camminare per le strette vie, siamo riusciti
ad arrivare al bellissimo teatro liberty sul
cui tetto le statue di tutte le muse ci
guardavano benevole e comprensive.
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Per trovare un po’ di pace tra tanto traffico siamo andati poi a visitare la casa museo del poeta
Guillermo Valencia, padre dell’ex presidente Leon Valencia, e qui, in un clima di opulenza, tra
mobili d’epoca, dipinti e vecchie fotografie di famiglia, abbiamo percorso tutta la vita del poeta.
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Ho persino preso visione di
alcune
sue
poesie
molto
toccanti, spesso espressione di
profonda tristezza… per questo
mi piace ricordare alcuni versi di
una in particolare dal titolo “Hay
un istante…”.Essa dice:
Hay un istante del crepuscolo
en que las cosas brillan màs,
fugaz momento palpitante
de una amorosa intensidad.
….......
Muda la tarde se concentra
para el olvido de la luz,
y la penetra un don suave
de la melancòlica quietud.
La traduzione è pressappoco
così: “C’è un istante del
crepuscolo in cui le cose
risplendono di più, fugace
momento di una
intensità
dolorosa…. Silenziosa la sera, si
concentra nell’oblio della luce e
porta un
soave dono di
malinconica quiete!”
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Dai vari balconi della casa ho anche, spesso, allungato lo sguardo sulla città, sul suo
mausoleo, ed anche sul caratteristico ponte pedonale, un tempo unico ingresso alla città.
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Quando siamo usciti ci siamo
diretti proprio verso quel
piccolo antico ponte, chiamato
“Puente de la Custodia” o
“Puente Chiquito”.. si trovava
solitario sotto l'altro grande e
più importante ponte, ma un
tempo era l’unico passaggio
che metteva in comunicazione
la piazza del mercato con il
vecchio quartiere del centro..
...la gente, attraversato il
ponticello, doveva affrontare
una salita che era chiamata
“dell’umiliazione”, perché era
molto ripida, e costringeva a
procedere in avanti, con la
testa china...
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Siamo poi entrati in vari patii, quello dell’Università delle Belle Arti, ricco di murales,
quelli di antiche case nobili, con al centro sempre bellissime fontane e strada facendo
ci siamo ritrovati nella grande piazza Josè de Caldas, dove spiccava la moderna
cattedrale in stile neoclassico, ricostruita dopo il terremoto.
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A questo punto mi sono seduta sulla
panchina della piazza e mi sono guardata
intorno.. le bianche costruzioni, vecchie
e nuove mi circondavano.. il palazzo del
municipio, la cattedrale con il suo
cupolone più volte rimesso in piedi, la
caratteristica Torre dell’Orologio, la più
antica della città, tanto che per i suoi
spessi muri, non era stata intaccata dal
terremoto..
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Qui a Popayan la bellezza dell’architettura era in parte guastata dall’intenso traffico,
che anche nelle ore serali non tentava di diminuire, per cui spesso si vedevano auto,
moto che procedevano a passo d’uomo strombazzando accanto alle carrozzelle trainate
da, a mio avviso, frastornati cavalli!
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Il mattino dopo su due jeep abbiamo affrontato la salita verso i villaggi andini, lasciate le
autostrade abbiamo imboccato le strade sterrate attraverso luoghi selvaggi, isolati,
sperduti nella solitudine di quelle catene montuose.. il freddo intenso ed il vento avevano
solo un potere rivitalizzante, l’altitudine ci rendeva quasi euforici.. le nubi color ostrica si
stagliavano contro minuscoli squarci di azzurro, ma il sole anche quel giorno, non aveva
proprio voglia di mostrarsi!
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Durante una delle tante soste a 3000
metri di altitudine, ci siamo addentrati
in un campo sterminato di Fray Leon,
delle piante grasse simili a piccole
palme, bellissime, con fiori di colore
giallo e ci siamo divertiti come bambini a
fotografarci..
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Poi abbiamo proseguito lungo il canyon formato dal rio Mazamorras, un orrido spettacolare che
offriva immagini incredibili di vari scorci..
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Infine ci siamo fermati ad un “Mulino” per vedere da vicino la
lavorazione della panela (che era il nome del tipo di zucchero di
canna Dulcita), il cui processo di lavorazione avveniva in modo
del tutto manuale e solo per il processo di trasformazione
venivano usati alcuni macchinari... infatti la canna da zucchero
veniva tagliata da alcuni braccianti assunti in maniera
semipermanente e poi portata ai “trapiche”, piccoli mulini a
motore che estraevano il succo dalle canne e lo avviavano alla
bollitura in apposite vasche rotonde.
Il succo infine veniva “chiarificato” con il processo di
decantazione per rimuovere le parti più leggere che restavano in
superficie.. dopo questa filtrazione la panela veniva
ulteriormente scaldata e colata in stampi di legno a solidificare..
Alla fine della spiegazione tutti abbiamo riempito gli zaini con le
forme di panela solidificata!
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Proseguendo il percorso lungo il rio Magdalena siamo andati a visitare il primo dei tanti parchi
archeologici nell’area attorno a san Agustin, “l’Alto de los Idolos”.. il tutto mentre una sottile
pioggia, gelida e tetra ha iniziato a cadere dal cielo simile ad un sudario… non ci siamo però
demoralizzati, provvisti di impermeabili ed ombrelli abbiamo proseguito la nostra visita.
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Tutto il paesaggio stava infatti
già entrando nel mio animo,
avvertivo, insieme al freddo ed
all’umidità,
un’atmosfera
di
diffusa religiosità, sentivo la
vicinanza alla natura, alla vita ed
anche alla morte..
...in fondo quelle statue, quegli
idoli bellissimi dallo sguardo
indecifrabile, che spuntavano
qua e là nel verde coperti da
tettoie,
erano,
nella
loro
simbologia spesso complicata,
guardiani di tombe, protettori
benevoli di una vita che superava
la morte stessa.
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E ce ne erano tanti scolpiti nel periodo che andava dal 200 all’800, 900 d.C… poi non si sa
come, la civiltà che li aveva voluti, scomparve.. forse un cambio climatico? Forse un’invasione
dato che alcune sculture incompiute parevano essere state improvvisamente abbandonate.. le
conclusioni non sono certe e le ipotesi aperte!
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Comunque il popolo precolombiano che viveva in questa area non era bellicoso, amava l’arte, la
scultura.. inoltre aveva sempre mostrato molta più cura nell'arricchire le proprie sepolture
piuttosto che nell'addobbare la casa in cui dimorava. La morte non era che un lunghissimo
viaggio per cui necessitavano di tutto ciò che possedevano in vita.. ecco perché nelle tombe
sono stati trovati anche una serie di oggetti quotidiani.
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Mentre la guida locale raccontava
la
sua
storia,
ogni
tanto
intervallava le parole con il suono
del flauto, una musica lenta e
triste che sembrava portare alla
luce l’immagine serena della
morte..
...la musica avvolgeva le tombe, i
dolmen, le sculture particolari in
cui i guardiani sono metà uomini e
metà animali, si spandeva nell’aria
in quella bella solitudine tanto da
creare un clima estremamente
suggestivo.
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Qui ad Alto de los Idolos la statua più alta era
una figura femminile imponente, di ben 7 metri,
singolare poi il fatto che quando nella tomba
era seppellito un uomo, il guardiano aveva
sembianza femminile, al contrario quando era la
donna ad essere defunta il guardiano doveva
essere un uomo! Nelle grandi tombe abbiamo
anche visto ricorrente la scultura del caimano,
proveniente di sicuro dall’Amazzonia… era
un’immagine che incuteva timore, quindi andava
rispettata ed era diventata un idolo!
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Usciti dal sito archeologico siamo arrivati al
Salto del Mortino, una bella cascata altissima,
quasi un getto che arrivava dal cielo e che si
buttava in uno orrido talmente profondo da non
vederne quasi il fondo. Ripreso il percorso, dove
convergevano la cordigliera orientale e quella
centrale delle Ande, dove il rio Magdalena
appariva ancora un torrente tumultuoso e
serpeggiante, siamo arrivati a san Agustin un
paesino a 1700 metri di altitudine famoso per il
suo parco archeologico.
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Quando ci siamo destati il giorno
dopo e ci siamo messi in
movimento il cielo incombeva
plumbeo e quasi minaccioso sopra
la cima degli alberi, in una specie
di luminosità diafana e spettrale…
e noi seguendo il sentiero degli
antichi indios siamo entrati in quel
vasto parco archeologico.
Ci siamo inoltrati attraverso un
sentiero ciottoloso nella fitta
foresta, mentre la leggera umidità
della regione subtropicale ci
avvolgeva. Abbiamo subito iniziato
ad incontrare alcuni idoli, figure
armoniche, incroci di uomini ed
animali.
Tutto attorno a noi era silenzioso
e tranquillo… gli unici suoni che si
sentivano erano il nostro respiro
un po’ ansante per la salita e il
vento che giocava con le foglie più
alte
degli
alberi
che
ci
sovrastavano.
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Gli impressionanti sepolcri, anche qui
ci circondavano, ritrovavamo i volti
minacciosi o sereni dei guardiani,
l’aquila, simbolo di luce e di potere il
serpente, dio della fertilità, delle
piogge e della terra, e poi anche
l’uomo felino con le zanne aguzze
che personificava il sole…
...le figure erano spesso addobbate
con gonnellini, con il capo ornato da
particolari acconciature fuori dal
comune.. un tempo queste sculture, i
dolmen ed le tombe stesse erano
affrescate
con
intensi
colori
ricavati dalle piante e dai frutti
della foresta..
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Ci sentivamo tutti proiettati in un’altra
dimensione, in un passato che stava
rivivendo intorno a noi, camminavamo in
quel trionfo di vegetazione dove tutti i
colori parevano concentrarsi nelle varie
tonalità del verde, ci sentivamo
sopraffatti dall’umidità, accompagnati
dal canto di uccelli che non vedevamo né
conoscevamo.
Poi la pioggia ha ripreso a cadere, ma ci
è apparsa quasi benefica...
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...e ci ha seguito fedelmente fino alla fuente sacra de Lavapatas, la zona cerimoniale dove le
pietre riprendevano immagini di idoli, di animali, figure antropomorfe.. inoltre tutto il luogo
era un complesso labirinto di canali e piccole vasche a terrazza scavato nel letto roccioso del
ruscello.. e, cosa originale, visto dall’altro, rappresentava una specie di maschera votiva.
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Abbiamo proseguito la nostra visita anche
nel sito posto più in alto, dove i dolmen si
protendevano nel sottosuolo evidenziando
come la morte si dovesse raggiungere
attraverso una lunga via..
...non ci stancavamo di vedere le stesse
immagini ed in ogni scultura trovavamo
sempre qualcosa di nuovo, di particolare…
eravamo bagnati, ma entusiasti tanto che
nonostante il tempo inclemente abbiamo
ugualmente voluto andare al terzo sito
archeologico , ad Alto de las Piedras.
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Qui abbiamo ammirato soprattutto le figure femminili, una donna dalla piccole labbra, incinta
con un elaborato copricapo e una serie di nove collane al collo e poi ancora uomini sdoppiati
che avevano sul capo dei felini pronti a proteggerli..
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...ma la pioggia non ci abbandonava e le
nostre peregrinazioni dovevano avere fine
per cui, saturi di sculture, di tombe e di
acqua, abbiamo trovato un po’ di calore in
un ristorante italiano, da Ugo, la nostra
guida, il nostro esuberante amico, pronto
ad allietarci con la sua carica di vitalità.
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Nel suo ristorante abbiamo assistito al suo show di musica e di canti andini… e anche italiani..
e abbiamo per quella sera accantonato il pensiero della morte e delle tombe per valorizzare
quello della vita!
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Il giorno dopo Ugo ci ha portata per le strade del grazioso paese di San Agustin con i suoi
intatti quartieri coloniali in una tipica colorazione bianca e verde…
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…con lui ci sentivamo a casa.. entravamo nei negozi, ci fermavamo a salutare la gente,
sorridevamo comunicando il nostro piacere di essere lì con loro...
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...siamo così arrivati a piazza Bolivar e poi
al colorato mercato coperto, ordinato e
ricco di ogni ben di dio.. poi tra soluti e
chiacchiere siamo partiti verso la zona di
Tierradentro.
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Abbiamo costeggiato il solito rio Magdalena, abbiamo attraversato paesaggi selvaggi, ricchi di
verde..
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...ci siamo persino fermati a Plata
un grazioso paese per vedere la
festa con canti e preghiere rivolte
al Signore che il gruppo numeroso
di una setta religiosa aveva
organizzato..
...per un momento ci siamo uniti a
loro dato che la musica era
contagiosa ed abbiamo quasi fatto
conversazione con un gruppo di
simpatiche ragazze!
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Ripreso il percorso, abbiamo costeggiato il fiume Paez, abbastanza tumultuoso, con una rapida
corrente che aveva scavato il letto dando vita a particolari canyons...
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...siamo così arrivati al paesino di St Andrès de Pisimbalà e qui, dopo esserci sistemati in
hotel, abbiamo fatto un trekking tra la boscaglia per andare a vedere la pittoresca bianca
chiesetta con il tetto di paglia, costruita dai missionari nel XVII secolo.
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Il luogo era avvolto da un’atmosfera di silenzio e di pace, quasi deserto, qualche vecchia se ne
stava seduta, a lavorare a maglia, sulla soglia della propria casa, altre persone, altrettanto
anziane, ciondolavano per la strada.. pochi i bambini.. allora in una ventata di vitalità ci siamo
spinti verso un caratteristico cimitero che era appollaiato su un rilievo collinoso.. un mondo di
poesia. Infatti tutte le tombe al posto delle solite banali dediche erano arricchite di
bellissime poesie in onore del defunto.. alcune veramente originali e sentite!
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Il giorno dopo abbiamo ripreso, a piedi, i nostri percorsi archeologici qui a Tierradentro.. prima
tappa il Tablon, un luogo dove erano state raccolte nove statue in pietra grezza, un po’
consumate dal tempo, che non si ritenevano funerarie, ma forse solo dei totem che arricchivano
le case.
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Quando un po’ di timido sole ha iniziato a riscaldarci, il paesaggio attorno a noi si è arricchito
di colori, ha acquistato vita.. abbiamo camminato lungo i sentieri a 1800 metri, tra il verde
della vegetazione, mentre i monti sembravamo danzare attorno a noi, salutandoci con il calore
proprio del popolo paez (los Nasa)..
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...da alcuni punti panoramici scorgevamo il canyon suggestivo del fiume Pàez, le cui acque in
perenne movimento creavano vortici, mulinelli e rapide spettacolari.
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Un viaggio da sogno tra archeologia, montagne, città coloniali e mare
Abbiamo raggiunto la bella chiesetta di Santa Rosa, la cui costruzione risaliva ai primi anni del
1800.. la chiesa era dedicata ad una santa americana che si prodigò aiutando gli indigeni.
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Poi ci siamo arrampicati fino a El Duende,
che in lingua locale significava “folletto”,
per ammirare gli ipogei, le tombe
sotterranee, le cui decorazioni erano
però, in parte, andate perdute. Tutte
quelle tombe, un tempo ricche e decorate
erano state, nella maggior parte dei casi
non solo depredate ma anche distrutte
dai tombaroli.
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Poco si sa sul popolo che aveva
voluto costruire queste tombe..
forse popoli di diverse culture?
Gli archeologi hanno collocato “la
civiltà delle tombe” tra il VII e
il IX secolo d.C. ma non c’è
certezza.
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Dopo El Duende ci siamo poi spostati verso Segovia, il più importante sito funerario.. siamo
scesi con fatica, ma con entusiasmo in tutte le tombe, alcune delle quali presentavano oltre
alle colonne, ai pilastri raffinati sui quali erano ancora visibili piccole sculture, decorazioni con
motivi geometrici rossi e neri su fondo bianco..
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In questo favoloso viaggio ci siamo spostati in continuazione per vedere e scoprire le bellezze
della Colombia.. il giorno dopo ci siamo diretti verso Nieva, sempre attraverso un paesaggio
ricco di vegetazione, lussureggiante, abbiamo costeggiato il rio Paez e poi il fiume “madre”, il
rio Magdalena che era finalmente diventato ampio e maestoso...
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...abbiamo attraversato il lungo ponte
pedonale al Paso del Collegio, mentre le
nostre jeep venivano traghettate su una
zattera e ci siamo fermati spesso in vari
mirador per avere una visione panoramica
del rio Magdalena, delle sue pittoresche
anse.. mentre sullo sfondo si stagliava
l’onnipresente cordigliera delle Ande.
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L’avventura più interessante della giornata è stata però l’escursione al deserto di Tatacoa, una
vera meraviglia, un insieme di canyon, rupi e burroni erosi, di formazioni geologiche naturali
che i locali hanno chiamato con nomi particolari, a secondo della loro forma.
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Ecco allora la Torre, la Cattedrale, il
Labirinto.. tutte sculture, monumenti in
roccia rossa, mentre qualche cactus a
candelabro, che spuntava anche dalle
rocce,
spezzava
la
monotonia
monocromatica.
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Il luogo veniva chiamato deserto, ma tecnicamente, ci ha spiegato la guida, era una foresta
tropicale secca, semi-arida, circondata da montagne in ogni direzione, comunque il luogo era
stupefacente , abbiamo camminato in mezzo a quello spettacolo naturale che ci faceva sentire
tanto piccoli e fragili.
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Come può essere maestosa e nello stesso tempo artistica la natura.. con le sue sole forze era
riuscita a creare una suggestione di sculture impensabili dall’uomo!
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Il piacere di un clima fresco, anche se
spesso piovoso, era purtroppo finito e
quando il giorno dopo, siamo sbarcati
dall’aereo a Santa Marta, la più antica
città della costa caraibica, il caldo ci è
calato addosso come una lava fusa,
dandoci la sensazione che tutto il
corpo fosse avvolto da un vapore
intenso.
Il sudore è iniziato a colare dal collo,
dalla fronte, scendeva per la schiena
e filtrava attraverso la maglietta
leggera… ciononostante ci siamo
subito attivati per visitare quella
torrida cittadina, che pur in disarmo
ci ha accolto con la sua eterogeneità
caraibica, non priva dell’antico fascino
coloniale.
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Abbiamo percorso le vecchie strade del centro con i palazzi coloniali e in stile repubblicano..
siamo così arrivati in piazza della cattedrale di Santa Marta, una costruzione imbiancata a
calce, imponente, maestosa, la più antica chiesa della Colombia.
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Siamo entrati non solo per curiosare, ma anche per assorbire un po’ di frescura da quei muri
massicci.. ci siamo seduti in quei vecchi banchi e abbiamo osservato, come per l’esterno, che gli
stili architettonici erano vari in quanto la chiesa era stata portata a termine sul finire del XVIII
secolo .. inoltre qui erano custodite le ceneri del fondatore della città, Rodrigo de Bastidas.
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Nel pomeriggio ci aspettava la visita alla Quinta de san Pedro Alejandrino, l’hacienda, alla
periferia di Santa Marta in cui Simon Bolivar trascorse i suoi ultimi giorni di vita e si spense
all’età di 47 anni. La costruzione, immersa in un parco verdeggiante, con alberi secolari
giganteschi, mi è apparsa molto rilassante, forse fin troppo… il sole caldo, l’umidità e l’assenza
di vento mi davano l’impressione che il tempo si fosse fermato come i miei pensieri che non
riuscivano a scorrere via.
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La tenuta un tempo era adibita alla
coltivazione e alla lavorazione della canna da
zucchero ed apparteneva ad uno spagnolo
sostenitore della causa per l’indipendenza
della Colombia. Oggi era diventata una
specie di museo con molti monumenti,
sacrari in memoria di Bolivar, anche un suo
calco funebre a dimensione reale!
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Per gustare il tramonto ci siamo spostati verso il mare nel vicino villaggio un po’ hippy, un po’
turistico di Taganga.. bisogna dire che, nel mondo dei Carabi tutto è più caldo, più rumoroso,
più colorito rispetto al resto del paese… noi speravamo di assistere ad un bel tramonto
infuocato e invece il cielo nuvoloso ci ha regalato solo qualche traccia di grigio cinerino...
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...per cui, seduti in un pub in riva al mare, sorseggiando un succo di frutta, abbiamo osservato
le barche, la miriade di pescherecci che si cullavano inquieti nell’acqua...
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...ed insieme alla musica che avvolgeva ogni cosa, riuscivamo anche a percepire il rumore delle
gomme che sfregavano contro la gomma e delle sartie che battevano contro gli alberi delle
imbarcazioni. Quando siamo tornati a Santa Marta era ormai sera, le strade buie della città
erano rischiarate più che dall’illuminazione dei lampioni, dal pallido, romantico chiarore di una
luna un po’ ammaccata, appesa alla volta celeste..
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Il giorno dopo armati di coraggio, ci siamo spinti in una favolosa escursione a piedi attraverso
il Parco Nazionale di Tayroma che si estendeva dalla baia di Taganga per km e km..
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Abbiamo camminato in quella foresta pluviale abitata un tempo dagli indios Tayroma, con un
caldo pazzesco che ci faceva gocciolare come fontane…
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...ogni tanto, durante il percorso attraverso il sentiero, all’ombra avvertivamo il calore
temperato da una leggera brezza che proveniva direttamente dal mare, ma troppo spesso
l’aria era immobile ed il caldo così intenso da offuscare la vista.
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Ma il panorama che ci circondava era
unico.. l’intrigo della vegetazione, in un
modo vario e confuso, ci avvolgeva
completamente..
devo
dire
che
l’ambiente stava facendomi uno strano
effetto.
L’antica foresta, il caldo, e il grandioso
scenario
che
mi
circondava
sembravano ingigantire il senso della
mia piccolezza e fragilità.
Tuttavia mi sentivo parte proprio di
quella natura confusa che mi
intimoriva quasi, guardando gli alberi
fitti ed intricati non potevo che
ammirarli… era una natura fantastica,
“bella e impossibile” e desideravo
come non mai ricercare una specie di
unione con l’energia vitale che il bosco
mi stava trasmettendo.
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Però la calura e l’umidità erano intense… si respirava aria calda che pareva vapore, e
goccioline di acqua uscivano da ogni poro della pelle… ben presto tutti eravamo in un bagno
di sudore.. a questo punto abbiamo avvertito il fragore del mare, delle onde tumultuose che
si frangevano sulla spiaggia, sulle rocce, massi giganteschi, levigati da anni di erosione.
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L’oceano caraibico ci è allora apparso in tutta la sua bellezza e potenza.. il sole lo rendeva
azzurro e lucente…
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...abbiamo camminato ancora, costeggiando il mare, quasi rifocillati da quella vista, fino ad una
spiaggia più riparata, più sicura ed allora stanchi, ma entusiasti e quasi inebriati, ci siamo
buttati in quelle acque fresche, mentre il nostro corpo finalmente si rilassava.
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Gli ultimi due giorni del nostro favoloso viaggio in questa stupenda nazione li abbiamo trascorsi
nella bella, quasi fiabesca cittadina di Cartagena, splendida culla di vicende romantiche e
leggende di vario genere meravigliosamente conservate, entro la cerchia di vecchie mura che
avvolgono la città antica.
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Anche qui, come per Bogotà, per motivi
di spazio, rimando la descrizione di
questa perla caraibica alla parte
“Destinazioni” del mio sito.. e allora,
proprio nel clima caldo torrido di
Cartagena, abbiamo concluso il viaggio...
...eravamo tutti un po’ provati, stanchi,
ma soddisfatti perché avevamo avuto la
possibilità di vedere, in ogni istante del
percorso, qualcosa di unico, tesori di
bellezza che ci hanno arricchito in
continuazione, ed ora, riportando alla
mente ogni giorno vissuto intensamente,
possiamo rivivere tutte le sensazioni, le
emozioni, le gioie.
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Il mondo esiste nei nostri sensi, dice il filosofo Condillac, ma io credo che esista anche e
soprattutto, come un tutto ordinato, nel nostro pensiero, e allora i ricordi tengono compagnia,
sono momenti di sapore che scandiscono la nostra vita, sono l’essenza stessa e la giustificazione
di tutte le nostre azioni, delle nostre scelte e danno la possibilità di essere continuamente
disponibili verso il mondo con un’energia sempre nuova, curiosa, vibrante e rivitalizzante!