SANTA MARIA I N COSMEDIN A ROMA

Transcript

SANTA MARIA I N COSMEDIN A ROMA
Gemma Fusciello
SANTA MARIA I N COSMEDIN A ROMA
Saggio introduttivo di Piero Cimbolli Spagnesi
Roma 201 1
Edizioni Quasar
CopyrightO 2011 by
Sapienza - Università di Roma and Dipartimento di Storia,
Disegno e Restauro dell'Architettura
Al1 rights reserved
No part of this book may be reproduced in any forni, by photostat, microjìlm, or any other
means, without written permission from editoria1staff
In copertina:
Veduta di Santa Maria in Cosmedin disegnata dal cosiddetto
Anonimo Fabriczy intorno al l570
(Stuttgart, Staatsgalerie)
Curatore della collana: Augusto Roca De Amicis
Coordinamento redazionale: Maurizio Caperna
ISBN 978-88-7140-460-8
Roma 201 1, Edizioni Quasar di Severino Tognon s.r.1.
via Ajaccio 41-43,00198 Roma
tel. 0685358444, fax 0685833591
email: [email protected]
Santa Maria in Cosmedin a Roma:
questioni di storiografia architettonica medioevale
Piero Cimbolli Spagnesi
I1 saggio di Gemma Fusciello in questo volume fu revisionato per l'ultima
volta da Claudio Tiberi prima della sua scomparsa a marzo 2009, affinché fosse
pronto per essere consegnato alla stampa dall'autrice anche senza di lui. A testimoniare fino in fondo il suo mestiere di insegnante e di storico appassionato
d'architettura, Tiberi s'era applicato in maniera particolare nei suoi ultimi giorni
di vita alle correzioni del lavoro di questa sua ultima allieva, perché sentiva scadere il tempo suo e perché aveva sempre creduto nella formazione continua e
ininterrotta dei suoi discepoli, che pensava dovessero essere seguiti lungo tutta la
loro vita scientifica, da studenti e dopo. Ciò è per chiarire perché questo lavoro
non è introdotto da Tiberi stesso, nonostante risenta fino in fondo del suo magistero e di tante sue idee sull'architettura medioevale e vi si ritrovino molti suoi
modi d'impostarne la conoscenza. Questo saggio, infatti, riprende e amplifica
alcuni temi a lui cari, perché è stato realizzato guardando con costanza agli edifici costruiti nella loro complessità anche più intima, in funzione del tentativo rinnovato a ogni capitolo dalla Fusciello -di chiarire le diverse maniere culturali
alla base delle tante relative trasformazioni nel tempo, nel caso specifico, di una
particolare chiesa di Roma medioevale: un tema di fondo - quello delle mentalità architettoniche - particolarmente caro da sempre a Tiberi, che non si stancava
mai di ribadirlo anche nelle occasioni più estranee alla vita accademica. Ma non
è tutto. Perché un altro dei suoi argomenti preferiti - e che l'autrice di questo
saggio ha tenuto in conto - è quello più sottile e più di profondo del metodo in
senso lato della storiografia architettonica: forse il tema di lavoro più curato da
Tiberi durante tutto l'arco della sua esistenza di studioso, anche perché per lui il
metodo in questione aveva alla base l'osservazione attenta degli edifici - da lui
condotta con l'esperienza del proprio mestiere di ingegnere civile - soprattutto
senza pretesti culturali e categorie di giudizio definite a priori e come tali spesso
astratte, tipiche di quanti trattano - per esempio -proprio d'architettura medioevale senza conoscerne le realtà più intime e vere.
Scendendo nei dettagli del contributo di Gemma Fusciello in questa direzione, va sottolineato che il suo lavoro su Santa Maria in Cosmedin a Roma è
centrato per prima cosa sulla rivisitazione e il riesame pazienti di tutti i dati noti
Santa Maria in Cosmedin a Roma
sulla chiesa, in larga parte già ampiamente risaputi. A partire da questi, nel rilegare tante informazioni varie, la Fusciello ha eseguito un'operazione che ha un
significato duplice. Da una parte di connettere tra loro evidenze documentarie
provenienti da ambiti di ricerca sostanzialmente diversi e frutto di culture recenti,
anche se di tempi abbastanza lontani tra loro: da una parte il mondo degli architetti interessati alla storia e all'archeologia che fu di Giovanni Battista Giovenale
e della cerchia romana dell'Associazione Artistica tra i Cultori d'Architettura
nell'ultimo decennio del XIX secolo, in occasione del primo studio contemporaneo su Santa Maria in Cosmedin; dall'altra quello dei letterati applicatisi in
maniera quasi esclusiva all'archeologia e alla storia, di Richard Krautheimer e dei
suoi collaboratori e allievi, che dal primo trentennio del XX secolo in poi lavorò
su scala più vasta all'intero insieme delle chiese cristiane di Roma. Riflettendo
su questi due studi fondamentali sull'edificio in questione e su quelli suoi contemporanei alla luce di tutti gli studi ancora successivi sull'architettura della tarda Antichità e del Medioevo romani, la Fusciello ha tracciato infatti un quadro
d'insieme delle varie trasformazioni della chiesa, più preciso e circostanziato dal
passato proprio grazie alla maggiore quantità d'informazioni sui diversi contesti
al contorno, entro i quali ebbero luogo le trasformazioni in questione. Da un
altro punto di vista, questo stesso lavoro ha il merito anche di avere riunito per
la prima volta tutte queste informazioni in funzione della specifica costruzione,
cioè della realizzazione vera e propria dell'edificio: del suo essere per prima cosa
un manufatto complesso, non un insieme di forme e figurazioni o anche solo un
tipo edilizio astratto e privo di concretezza materica o un insieme di pezzi slegati
da un procedimento di dissezione. Ma questo ulteriore contributo della Fusciello
alla conoscenza della vicenda architettonica di Santa Maria in Cosmedin appare
guardando all'insieme delle sue relative conclusioni.
Tutto ciò, in ogni caso, spiega anche perché la Fusciello per prima cosa ha
potuto individuare l'ampio grado di indeterminatezza delle ricostruzioni di dettaglio delle preesistenze romane, suffragate solo da poche fonti letterarie e lacerti miseri e assai poco rivelatori. Al di là delle suggestioni formali a suo tempo
di Giovanni Battista Giovenale - da allora quasi mai rimesse in discussione in
maniera sostanziale - è un dato incontrovertibile che in assenza d'informazioni
precise ogni restituzione completa della cosiddetta statio annonae tardoantica
è - di fatto - un'invenzione di pura fantasia. Un altro contributo indiretto ma
importante in proposito è quello relativo alla precisazione della consistenza fisica della diaconia del VI secolo d.C. nella precedente sala costantiniana di pianta
trapezoidale. Perché, definita la natura e la realtà dell'edificio religioso, la destinazione d'uso di quello precedente - di materiali di spoglio e con una copertura
a capriate di 16 m circa di luce - non è affatto sicura, rimanendo difficile definirlo come la stati0 annonae secondo Giovenale o il conseptum sacellum secondo
Coarelli. Mentre è possibile che esso fosse una sorta di basilica civile: una sala
Santa Maria in Cosmedin a Roma: questioni di storiografia architettonica medioevale
per riunioni più o meno pubbliche in corrispondenza di uno snodo importante tra due percorsi, a individuare una sorta di ingresso monumentale al Foro
Boario da sud-est, dopo l'area dei magazzini portuali oggi nell'area di Testaccio
più a sud. Le facciate erano infatti inclinate lungo i percorsi tangenti la stessa basilica ed erano organizzate di conseguenza, alla maniera di tante altre fabbriche
contemporanee, senza alcuna monotonia e con una logica complessiva di piani
indipendenti tra loro e non più finalizzati a rendere conto di grandi masse - in
maniera analoga a quanto avveniva, per esempio, nella cosiddetta basilica nova
di Costantino contemporanea - a sottolineare proprio con questo cambiamento
la sua appartenenza certa al momento di passaggio tra Antichità tarda e primo
Medioevo.
Nel VI secolo d.C., al tempo di Giustiniano, a quest'aula aperta furono eseguite trasformazioni significative quando ne fu mutato radicalmente il rapporto
con l'intorno per via della chiusura in particolare del lato lungo verso l'esterno, con tamponature arretrate di 20-30 cm rispetto al filo esterno degli archi
sovrapposti alle colonne, con più aperture sovrastanti funzionali a illuminare
direttamente l'interno col tramite di transenne di marmo. Nella stessa occasione, nell'interno dell'aula furono realizzati almeno due tramezzi paralleli ai lati
corti. In tutto ciò, la Fusciello precisa che l'interpretazione di questa fase come
quella relativa a una diaconia fu in ogni caso opera non sostenuta da prove di
Giovanni Battista Giovenale. Prima di lui, i tanti diversi resti medioevali precedenti la chiesa di Adriano I non erano mai stati esaminati in dettaglio e come un
insieme coerente, al contrario di quanto era stato fatto - e di quanto si fece anche
in seguito -per quelli più antichi. Così come è un fatto che Giovenale solo scoprì e interpretò la fase precedente 1'VIII-IX secolo, in funzione di quest'ultima
e di quella del XII successiva. Dopo di lui, anche Krautheimer accettò l'idea
che l'aula con colonne fosse seguita da una piccola basilica con abside tipica
delle coste dellYEgeonel V-VI secolo. A proposito di quest'ultima affermazione, la Fusciello nota correttamente, che a Roma però non sono note diaconie
prima del pontificato di Benedetto I1 (684-685) e che nel complesso è quindi
più probabile che le trasformazioni in questione della sala a colonne non siano
state affatto legate all'insediamento dentro quest'ultima di una diaconia. Sempre
a proposito di questa fase, la Fusciello comunque ribadisce che la medesima
sala - con diaconia o senza - proprio nel VI secolo era stata chiusa - come accennato sopra - verso la strada che la lambiva ma lasciata aperta verso il Foro
Boario, così come era anche per altre architetture simili (non è noto se per uso
religioso o civile) antecedenti San Crisogono, San Clemente e Santa Croce in
Gerusalemme. Definite comunemente b a s w e aperte, queste strutture erano
comuni oltre che a Roma anche nel sud della penisola (a San Pietro a Siracusa),
cui forse non a caso rimandano le tecniche costruttive del caso in esame.
Santa Maria in Cosmedin a Roma
Passando al Medioevo, a partire dall'analisi di un organismo completamente
nuovo dal passato realizzato durante il pontificato di Adriano I (772-795), la
Fusciello tratta poi in dettaglio le successive trasformazioni tra VI11 e IX secolo di quest'ultimo edificio, che diedero corpo alla maggior parte della chiesa
attuale. Ciò era già stato svelato in massima parte ancora una volta dai lavori
della fine del XIX secolo dell'Associazione Artistica tra i Cultori d'architettura
diretti sempre da Giovenale, anche se il tutto non era stato abbastanza circostanziato - così come non lo è stato anche in seguito - in rapporto all'architettura
coeva. Tranne il campanile e una diversa configurazione delle arcate tra le navate
- di un momento successivo, del XII secolo - questo fu il tempo in cui furono
impostate dimensioni e volumi complessivi dell'edificio religioso medioevale
vero e proprio: una basilica a tre navate senza transetto e con tre absidi. Di tutto
ciò, la Fusciello argomenta di nuovo ed esthamente, col trattare però non solo
questioni tipologiche e formali più o meno astratte, ma scendendo molto opportunamente nel concreto dei vari modi costruttivi dei diversi momenti storici,
trattati con la consapevolezza della fisicità reale complessiva dell'intera fabbrica.
Per questo, l'autrice ha messo in evidenza che alle relative quote inferiori - a
partire da terra, quelle maggiormente sollecitate dai carichi sovrastanti - furono
impiegati grossi blocchi di tufo rosso e di travertino e in quelle superiori - che
per forza di cose determinavano i carichi in questione - filari irregolari di piccoli
mattoni rossi, a individuare nell'insieme un baricentro basso e il più possibile
verso la fondazione, che prevenisse il ribaltamento fuori del piano dell'intere
compagini murarie. In età carolingia, fu poi costruita anche la cripta a sala sotto
l'abside centrale con tre navate della stessa altezza, secondo uno schema inedito
per l'epoca e comprendente anche un vero e proprio transetto, anch'esso un sintomo preciso della contemporanea rinascenza. Nel precisare poi la consistenza
complessiva della chiesa di Adriano I, la Fusciello ha fissato in maniera definitiva che la relativa quota del pavimento era pressoché coincidente con quella
del pavimento attuale. E discutendo del fatto che l'attacco a terra della chiesa in
questione fosse o meno con due file di colonne con sopra altrettante trabeazioni
orizzontali tra navata centrale e laterali, l'autrice avanza in ogni caso un'ipotesi
plausibile per le proporzioni di 1 : 3 del relativo vuoto complessivo dell'alzato
della navata centrale, a somiglianza di quanto era anche sempre a Roma in chiese coeve (Santa Prassede, Santi Quattro Coronati, San Martino ai Monti, Santa
Francesca Romana).
Sulla base di vari dati archeologici, la Fusciello procede poi col ribadire nuovamente che la chiesa di Adriano I riutilizzava in parte l'aula del VI secolo d.C.
e che, per conseguenza, la medesima navata centrale era articolata verosimilmente in due zone distinte, con quella anteriore individuata in parte dai resti
di quest'ultima. Scopo di ciò, è quello di evidenziare - sottolineandone le varie
soluzioni - l'abilità delle maestranze di sfruttare via via le preesistenze tra VIII
Santa Maria in Cosmedin a Roma: questioni di storiografia architettonica medioevale
e IX secolo, in funzione di un organismo architettonico completamente nuovo,
appunto una basilica a tre navate con cripta anch'essa a tre navate e un transetto.
Per arrivare a quest'ultima, fu realizzata ex-novo l'intera parte posteriore con
le tre absidi, abbattendo il muro di fondo della sala delle colonne e portando a
30 m circa la lunghezza complessiva dell'edificio. Soprattutto, fu ruotato di 90"
l'asse di quest'ultimo rispetto a quello della sala, rivolgendo così la chiesa verso
il fiume e negando l'affaccio precedente sul Foro Boario, col mantenere però
sempre la tangenza con il percorso verso il circo Massimo. Come già notato da
Krailtheimer, ciò accadeva nell'ambito più generale della definizione graduale
della città medioevale, a differenza che nell'antichità rivolta verso il fiume e
i suoi ponti e non più verso i Fori a causa della scomparsa degli acquedotti.
Proprio i#tipo a tre navate senza transetto e con tre absidi della chiesa dell'VII1
secolo la Fusciello lo riscontra nell'oriente bizantino e lo verifica come diffuso
un po' ovunque in Europa, anche se a Roma in particolare - per ora - solo in
Sant'Angelo in Pescheria. Un'altra particolarità dell'edificio in questione l'autrice la trova nei fornici dei muri sopra i varchi tra le navate, a loro volta tipici
della tripartizione propria dell'architettura religiosa orientale dal VI secolo in
poi, anch'essa esportata in Occidente al tempo della dominazione bizantina e a
Roma per esempio in San Lorenzo fuori le mura e in Sant'Agnese. A differenza
di questi casi, in Santa Maria in Cosmedin furono però impiegati fornici ad arco
tra pilastri e non tra colonne, a riprendere forse il preesistente motivo analogo
nella sala con le colonne anche solo per semplici motivi di continuità strutturale
e costruttiva. Inoltre, rispetto alle chiese sempre romane del VI secolo - d'influenza egea più decisa - in questo caso più tardo fu riproposto uno schema
decisamente longitudinale piuttosto che tendenzialmente a doppio involucro,
maggiormente prossimo a quello di una basilica paleocristiana generica. Al contrario delle fabbriche costantiniane e di quelle di modi egei successive, Santa
Maria in Cosmedin aveva però proprio la divisione netta in due parti tanto nella
navata centrale che nelle laterali, con tanto d'avvio di un asse trasverso nel presbiterio, a rilegare la chiesa col palazzo papale compiuto solo in seguito in una
sequenza di spazi che dall'esterno e attraverso il cortile di quest'ultimo si concludeva in un'absidiola sulla parete longitudinale sinistra della chiesa.
A proposito della chiesa di Santa Maria in Cosmedin ancora successiva - la
trasformazione ulteriore fu compiuta forse già nel 1123 - la Fusciello approfondisce il fatto che sempre Giovenale individuò in maniera incontrovertibile i
lavori ordinati da Alfano, Camerario di papa Calisto I1 (1119-1124), in base alle
relative tecniche costruttive, in particolare per una muratura con una falsa cortina esterna di materiali di spoglio e stilature simulate da righe orizzontali, a regolarizzare l'apparecchiatura con l'intonaco. Anche se con tempi diversi tra loro,
a questa lunga fase appartengono il campanile, il protiro e parte della facciata,
soprattutto la trasformazione radicale dello spazio interno bipartito altomedio-
Santa Maria in Cosmedin a Roma
evale. Questa fu eseguita sostituendo le due serie di fornici preesistenti tra le navate - di due altezze diverse - con arcate tutte d'altezza costante e tamponando
anche una parte dei fornici in questione per realizzare pilastri rettangoli intermedi. I1 tutto dava corpo a un vero e proprio sistema di campate lungo l'intero
piano terra dell'edificio, con funzione in qualche modo anche di irrigidimento
trasversale dell'insieme della struttura, per altro priva di ulteriori concatenamenti in alzato. In tempi ancora successivi, ma sempre romanici, seguirono il
pavimento, la schola cantorum, gli amboni e tutto l'arredo cosiddetto cosmatesco. A proposito di quanto accadde molto dopo, nel 1892, quando Giovenale e
i membri dell'Associazione Artistica tra i Cultori d'Architettura eseguirono il
restauro del complesso, la Fusciello sottolinea che fu proprio questo romanico
il tempo storico ripristinato per l'intera chiesa, quando però furono riunite in
una sola - e qui sta il contributo finale dell'autrice - tante diverse fasi succedutesi in un momento unitario ma lungo, in ogni caso comunque frutto di mentalità figurative e costruttive sottilmente diverse tra loro. A tutto questo infatti
la Fusciello rilega anche eventi successivi e più vicini, benché poco conosciuti.
Tra i vari - oltre la cancellazione della fase settecentesca di Giuseppe Sardi - che
sempre a suo tempo Giovenale non eseguì, il restauro del campanile, compiuto
solo molto dopo, nel 1961, ma nel rispetto del progetto di quasi ottant'anni
prima. Ripercorrendone i relativi lavori, la Fusciello nota che l'incastro delle
sue murature sopra la navata fa comunque pensare a una preesistenza rispetto al
cantiere di quest'ultima sempre romanico.
In un lavoro recente, il celebre storico dell'arte spagnolo Xavier Barral I
Altet è partito dal presupposto che dal XIX secolo in poi la storiografia dell'arte
medioevale abbia perseguito fino a oggi piuttosto scopi ideologici sottesi alle
tante diverse realtà nazionali d'Europa, che la ricostruzione di un passato reale:
un passato complesso e inteso in tutta la sua durata molto lunga, comunque nota
da tempo agli studiosi di storia generalel. Nel caso particolare dell'architettura,
Barral I Altet affronta il tema del fatto che in tanti casi la relativa storiografia non
ha mai tenuto conto - per esempio - di restauri e di tutto un complesso insieme
di fattori anche solo culturali - dal romanticismo ottocentesco all'astrattismo
della seconda metà del Novecento - che hanno concorso a trasformare in altro
gli edifici medioevali in tempi anche molto recenti. Di ciò sono date prove molto convincenti nel campo di pittura, scultura e varie altre cosiddette arti minori,
riportate alla loro giusta dimensione di veri e propri insiemi di dati fondamentali per una comprensione nuova e radicalmente diversa di periodi interi. Valga
per tutti il caso della colonna coclide in bronzo - scultura isolata, non parte di
membratura architettonica - oggi nella cattedrale di Santa Maria dell'Ascensio-
X. BARRALI ALTET,
Contro l'arte romanica. Saggio su un passato reinventato, Milano 2009 (ed. orig.
Paris 2006)
XII
Santa Maria in Cosmedin a Roma: questioni di storiografiaarchitettonica medioevale
ne a Hildsheim, commissionata dal vescovo Bernward ed eseguita verso il 10151020 a imitazione delle gandi colonne coclidi imperiali romane (per esempio di
Traiano e Antonino Pio), e del suo possibile ruolo nell'ambito degli arredi interni della chiesa di Santa Croce cui era destinata in origine2. A maggior ragione, lo
stesso discorso vale proprio per l'architettura, almeno nei casi meglio conosciuti
dall'autore: dalla basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, di cui egli sottolinea i ripristini del XIX secolo del relativo momento romanico imperniato intorno alla data del 1149, alla ricostruzione delle cupole del Saint-Front a Périgueux
nel 1852-1844 e 1884-1896 o alla resa del Fondaco dei Turchi a Venezia in forme neogotiche nel 1858-1869, a partire da tutte le stratificazioni successive del
complesso a sua volta forse del secondo quarto del XIII secolo3. Per tanti versi
fa piacere che questo modo di affrontare manufatti medioevali d'ogni tipo non
sia ormai più solo un'esclusiva italiana, visto che l'avvio di un nuovo modo di
studiare è stato tracciato con così tanta autorevolezza anche altrove anche se i
lavori in tal senso nel nostro paese non sono pochi già da tempo4.
Sta di fatto, che la strada da percorrere è ancora lunga, perché trattando proprio di Santa Maria in Cosmedin a Roma in età romanica, lo storico spagnolo
riduce ancora una volta la questione a questioni puramente tipologiche guardando alla sua sola pianta attuale: definita genericamente paleocristiana e intesa
genericamente come un esempio di rinascenza tardo-antica a Roma in età romanica, insieme al relativo dispositivo liturgico completo dell'interno, secondo lui
allestito durante il pontificato di Callisto I1 (1119-1124)5. E come di questa chiesa, anche di tante altre fabbriche della penisola italiana sono ignorati momenti,
tempi di realizzazione, soluzioni strutturali e relativi temi figurativi anche solo
intermedi. In alternativa, lo studio della Fusciello - architetto abituata alla complessità delle costruzioni - si muove bene proprio in questa direzione diversa:
oggi, una strada battuta con pienezza forse solo in Italia se non - addirittura - forse solo da alcuni studiosi di formazione romana, milanese e fiorentina,
comunque solo architetti specialisti di storia o di restauro. Ma è senza dubbio
proprio da questo approccio nuovo che la comprensione delle fabbriche anche
non solo medioevali può e deve ancora procedere.
Ibidem, p. 78, figg. 9-10.
3 Ibidem,pp. 27-28,71,101-105, figg. 3-4,21.
4 A puro titolo di esempio, per una panoramica efficace dello stato attuale degli studi sulle trasformazioni
di edifici medioevali successive al Medioevo e sui loro possibili esiti a fini di storia dell'architettura medioevaIl restauro architettonico. Quadro storico, saggio introduttivo di G. MIARELLI
MARIANI,
le, oggi v. M.P. SE~TE,
Torino 2001.
X. BARRAL
I ALTET,Contro Parte, cit., p. 175.