Recensioni e schede
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Recensioni e schede
Recensioni e schede
Agricoltura e società rurale
lu ig i faccini, Uomini e lavoro in risaia
(Il dibattito sulla risicoltura nel 700 e nelV800), Milano, Angeli, 1976, pp. 225, lire
5.000.
L ’introduzione della coltura risicola rap
presentò uno degli stimoli più potenti allo
sviluppo capitalistico dell’agricoltura setten
trionale — padana in particolare — a par
tire dai secoli X V II e XV III. Essa infatti
innescò tutta una serie di reazioni a ca
tena sul corpo delle preesistenti strutture
produttive: l’ingente quantità di investi
menti richiesti evidenziò in primo luogo la
sua incompatibilità con forme di conduzio
ne quali la mezzadria e la piccola proprie
tà, sprovviste dei capitali necessari all’im
pianto e alla gestione delle risaie. N e con
seguì la disgregazione dei vecchi nuclei co
lonici e la proletarizzazione di vasti strati
contadini che in un breve arco di tempo
si videro trasformati da produttori autono
mi o semiautonomi in semplici possessori
di forza lavoro da immettere sul mercato
capitalistico.
Proletarizzazione e pauperizzazione proce
dettero d’altra parte parallele, suscitando le
preoccupazioni di alcuni settori della bor
ghesia che vedevano in questo peggioramen
to oggettivo delle condizioni di vita delle
masse contadine un pericolo per la con
servazione di « quella graduata ed equa
bile distribuzione della proprietà, che man
tiene l’ordine e la soddisfacente conviven
za » (così scriveva nel 1861 Quirino Bigi).
Componenti organiche dell’economia risi
cola furono il rapporto diretto con malat
tie quali malaria, febbri reumatiche, tifo
e scorbuto, l’estrema precarietà delle con
dizioni igienico-alimentari delle popolazio
ni interessate e la durezza spesso disumana
delle condizioni di lavoro, il largo impiego
di manodopera minorile e femminile, oltre
che di bracciantato stagionale per la mon
da, la mietitura e la trebbiatura del riso.
D a parte sua, la borghesia non fu inizial
mente unanime nel favorire lo sviluppo del
la nuova produzione: nel periodo della
Restaurazione infatti le sue componenti
più conservatrici fecero marcia indietro
sulla strada intrapresa negli anni napoleo
nici dai settori più avanzati della borghesia
agraria. M a intorno alla metà dell’800 r a f
fermarsi del liberismo abbattè le preesi
stenti regolamentazioni proibitive o restrit
tive della coltivazione del riso, che da al
lora si sviluppò senza più ostacoli, assu
mendo particolare importanza nell’area pa
dana del Piemonte orientale e della Lom
bardia occidentale.
Luigi Faccini ha il merito non indifferente
di aver fatto luce su uno degli aspetti più
importanti della storia agraria italiana,
peraltro fino ad oggi oggetto di scarsa at
tenzione da parte degli storici. Il contri
buto dell’autore è tanto più rilevante se si
pensa all’impianto complessivo della sua
analisi, che non si limita ad una disamina
puramente tecnico-agronomica, ma è insie
me storia del lavoro, del paesaggio agrario,
delle condizioni di vita delle masse conta
dine ecc. È questa del resto l’unica strada
da seguire per il rinnovamento degli studi
sull’agricoltura italiana, facendoli uscire
dalle secche di uno specialismo troppo
spesso ristretto, incapace di inserirsi in
quella dinamica pluridisciplinare capace di
articolare la ricerca nella maniera più am
pia.
Francesco Bogliari
118
Rassegna bibliografica
Alberto DE Bernardi, Questione agraria e
protezionismo nella crisi economica di fine
secolo, Milano, Angeli, 1977, pp. 229, lire
5.500.
L ’autore di questa antologia segue con lu
cidità il complesso intrecciarsi dei molte
plici fattori che concorsero a fare della crisi
agraria uno degli spartiacque fondamentali
della storia italiana contemporanea e ci
fornisce di questo fenomeno estremamen
te articolato un’immagine chiara, sostenuta
da salde basi teoriche. Particolarmente fe
lice ci sembra la scelta dei brani, tutti in
terventi « militanti » dell’epoca, che rie
scono nell’intento di ricostruire la comples
sità del dibattito sviluppatosi allora in va
rie sedi e a vari livelli sui problemi inne
scati dalla crisi agraria.
Infatti, all’atto dell’apertura del dibattito
parlamentare sulla crisi agraria — nel
febbraio 1885 — il prezzo del granturco
era sceso del 42 per cento rispetto al 1880
e quello del frumento del 33 per cento.
Bastano questi dati a dare un’idea della
violenza con la quale la crisi si era ab
battuta su una struttura produttiva —
come quella italiana — già largamente
inadeguata alle esigenze del mercato in
ternazionale. L ’inizio della crisi era stato
ritardato di qualche anno rispetto agli altri
paesi europei grazie alla azione protettiva
esercitata dal corso forzoso, che mantenen
do la lira su livelli più bassi delle altre mo
nete garantì ai produttori cerealicoli mar
gini di guadagno ancora rilevanti. M a
quando il corso forzoso venne abolito,
anche in Italia l’afflusso di grano america
no e orientale provocò un immediato crol
lo dei prezzi agricoli, che coinvolse ben
presto tutte le più importanti produzioni,
ad eccezione di quella vinicola.
L e conseguenze furono profonde e com
plesse. Si creò innanzi tutto un antagoni
smo tra rendita parassitaria e profitto ca
pitalistico, che si mantenne sempre vivo
anche se in un secondo tempo lasciò pro
gressivamente il posto al conflitto ben più
drammatico tra queste categorie e il sa
lario. L a soluzione della crisi anzi si orien
tò proprio su una linea nettamente clas
sista, caratterizzata dall’espropriazione ed
espulsione dei contadini dalla terra, dal
l’emigrazione e dalla disoccupazione, oltre
che dal drastico peggioramento dei livelli
di vita delle masse lavoratrici.
Vi fu però anche un’altra conseguenza di
ordine strutturale: da parte dei settori più
lungimiranti dell’imprenditorialità capitali
stica, fu colta l’occasione per iniziare un
processo di riconversione e razionalizzazio
ne produttiva, che portò sia ad una diversa
dislocazione geografica delle colture (pro
duzioni specializzate al sud, creali, forag
gi e allevamento al nord), sia ad una più
forte concentrazione della proprietà fondia
ria e quindi ad una maggiore disponibilità
di capitali d’investimento.
Questi profondi mutamenti delle strutture
produttive furono accompagnati — in un
rapporto di reciproco condizionamento —
da una altrettanto radicale revisione delle
coordinate teoriche all’interno delle quali
si era mossa fino ad allora la politica eco
nomica italiana. Il dibattito parlamentare
cui si accennava all’inizio fu il primo atto
di un più ampio scontro teorico tra i li
beristi (inizialmente in maggioranza) e i
fautori dell’intervento statale; questi da una
posizione di inferiorità passarono ben pre
sto — nel giro di due anni — ad una cla
morosa vittoria « pratica », che portò con
sé l’abbandono dell’ideologia liberista cui
la borghesia agraria italiana aveva sempre
ispirato le proprie scelte: ci riferiamo alla
svolta protezionistica del 1887-88.
Essa fu la premessa indispensabile del de
collo industriale italiano e segnò al con
tempo l’inizio dell’egemonia del capitale
finanziario. M a le sue conseguenze furono
decisive anche in agricoltura: l’aumento
progressivo del dazio sul grano, oltre a di
fendere la grande proprietà dai pericoli
di una prolungata crisi dei prezzi e ad
incrementare le entrate fiscali dello stato,
fu lo strumento determinante per la crea
zione di un blocco rurale, comprendente
tanto la grande che la piccola proprietà,
disposto pur di sopravvivere ad accettare
un rapporto di subordinazione nei con
fronti dell’industria e del capitale finanzia
rio. L o sviluppo capitalistico dell’agricol
tura italiana non subì rallentamenti o
interruzioni, ma la salvaguardia della ren
dita parassitaria ne fece gravare il peso
unicamente sulle classi lavoratrici e colpì
allo stesso tempo le colture specializzate
meridionali, che dalla guerra doganale con
la Francia ricevettero un colpo mortale.
L e conseguenze più immediate furono l’e
spropriazione in massa dei piccoli proprie
tari e l’ulteriore peggioramento delle con
dizioni di vita dei contadini senza terra:
in questo contesto matureranno i Fasci
siciliani e gli altri elementi di crisi che
esploderanno all’interno della società ita
liana sul finire del secolo.
Francesco Bogliari
Rassegna bibliografica
Giorgio giorgetti, C a p i t a li s m o e a g r i c o lt u
r a in I t a l i a , Rom a, Editori Riuniti, 1977,
pp. XXVI-591, lire 8.500.
1968 su A g r i c o l t u r a e s v ilu p p o c a p it a lis t ic o
n e lla T o s c a n a d e l 7 0 0 a un intervento,
sempre occasionato dal convegno cui si ri
ferisce la comunicazione ora ricordata, su
P r o b le m i
Riproporre gli scritti di uno studioso da
poco scomparso assume per solito un va
lore di omaggio; non è certo questo il
caso di C a p i t a li s m o e a g r i c o l t u r a in I t a l i a
di Giorgio Giorgetti, che contribuisce util
mente a fermare l’interesse, al di là della
cerchia ristretta degli addetti ai lavori, su
un’attività di ricerca presumibilmente de
stinata a crescere di importanza nel tem
po, a rivelare, insieme alla solidità del
l’impianto critico e alla ampiezza degli
orizzonti storiografici, una non consueta
capacità di suggestione e di proiezione nel
futuro. Nella prefazione, Giorgio Mori
traccia dell’autore un profilo intellettuale
egualmente attento alla dimensione scien
tifica e pubblica, cogliendo lucidamente
quei nessi di necessità tra studio e impe
gno politico che di Giorgetti sono una
delle caratteristiche più proprie. N é si
tratta di un dato generico o del sempli
ce accostarsi e intersecarsi di livelli di
versi.
Basterebbe l’ampio riferimento al costante
interesse per il pensiero di M arx, travasato
in una lunga fatica editoriale e in saggi
che il volume ora ospita, al ruolo che que
sto interesse ha rivestito per la cultura ita
liana di derivazione marxista per sottoli
neare una delle più robuste articolazioni di
quei nessi cui prima si accennava. Ciò
che qui più conta è rilevare come, per
usare le parole di Mori, quella « ripresa
di contatto con M arx e con il marxismo ri
guardasse, in via diretta, solo pochissimi
fra gli storici di mestiere » (p. 15), e come
l’interesse allora manifestato costituirà un
elemento centrale per la impostazione teo
rica del lavoro di ricerca. Il saggio, che
apre il volume, su L a r e n d it a f o n d i a r i a
c a p i t a l i s t i c a d i M a r x e i p r o b le m i d e ll’e v o
lu z io n e a g r a r i a i t a li a n a , del 1972, suffra
ga meglio di ogni altro contributo questa
evidenza, ad esempio nei riferimenti al
l’utilizzazione dell’analisi marxista sul per
manere di forme di transizione, quali la
mezzadria, entro un contesto capitalistico
e il tema della abolizione dei « residui feu
dali » come motivo conduttore dell’elabo
razione programmatica da parte dei par
titi di sinistra e dello sviluppo delle lotte
agrarie nei decenni centrali del novecento
italiano. Sono quesiti che tornano del re
sto in altri saggi, dalla comunicazione del
119
d e l l ’e v o lu z io n e
d e lla
m e z z a d r ia ,
che approfondisce il discorso sui criteri di
applicazione delle categorie di capitalismo
e mercato, di rendita differenziale e pro
fitto. Entro questa serie di interventi cor
re quindi una questione d’ordine generale,
che può essere proficuamente ripresa sul
la scorta delle ricerche dedicate alla To
scana e che costituiscono, ove si accetti
l’importante volume del 1974 sui contratti
agrari dal XV I secolo ad oggi (vedi fase.
117 di questa rivista), il nucleo centrale
dell’opera di Giorgetti.
N el volume che ora segnaliamo questi con
tributi risaltano in tutta la loro ampiezza
seguendo un filo diretto che va dalle re
censioni e rassegne storiografiche alle più
puntuali ed estese indagini archivistiche. L e prime sono una chiave preziosa
per intendere l’impostazione e la condotta
delle seconde. Anzitutto, Giorgetti fa i
conti con la tradizione storiografica del
moderatismo toscano, impegnata a pre
sentare le riforme leopoldine come una
illuminata marcia di avvicinamento allo
stato moderno capace di sottrarre la To
scana alle lacerazioni rivoluzionarie. T ra
dizione che senza difficoltà si ambienta nel
fascismo, sollecitando la corda ruralistica
e paternalistica del regime, quella appun
to che trova uno dei propri simboli più
conclamati nei rapporti di produzione mez
zadrili. Ripercorrere le tappe delle revi
sione di tali giudizi — si veda S u lle o r ig in i
d e lla s o c ie t à t o s c a n a c o n t e m p o r a n e a — si
gnifica per Giorgetti affrontare il modo
stesso delle sue proiezioni interpretative,
porre dialetticamente a confronto il tema
delle sviluppo capitalistico con la partico
lare impronta che esso riceve dalla presen
za di un ceto terriero dominante che ha
ben presente il problema del controllo so
ciale e che, di fronte ai momenti di svol
ta, mostra tutta la propria disponibilità a
sacrificare obiettivi più remunerativi sul
piano economico a favore della stabilizza
zione, o, se si vuole, del ristagno dei rap
porti di classe. Il secondo elemento ri
guarda l’attenzione sempre viva che Gior
getti pone alle correlazioni tra l’evoluzione
dell’economia toscana e i contemporanei
rivolgimenti del quadro nazionale ed eu
ropeo. L a distinzione, riportata alla deci
siva radice settecentesca, tra sviluppo agri
colo secondo il modulo inglese o lombardo
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Rassegna bibliografica
e le soluzioni che si realizzano in Toscana
ha un carattere non artificiosamente pre
giudiziale, ma illuminante per tutto il cor
so successivo, così come essenziali sono le
osservazioni in merito al liberismo tosca
no e alle sue valenze sociali. Queste linee
maestre si trovano sistematicamente svolte
nei saggi sulle aliivellazioni leopoldine e
sul grande affitto in Toscana nel XV III se
colo, ma la loro impronta non è meno evi
dente in scritti apparentemente minori, le
gati ad occasioni più esterne. Valgano di
esempio le L i n e e d i e v o lu z io n e d e lle c a m
p a g n e t o s c a n e c o n t e m p o r a n e e , del 1974,
una relazione nella quale il fine espositivo
non impoverisce la problematica, e che
soprattutto offre, nella dimensione del pro
filo sintetico, quelle proiezioni sui tempi
lunghi che permettono di misurare meglio
le capacità di autoconservazione prima e
il tracollo brusco poi dell’istituto mezza
drile.
L a spinta combinata dei settori capitali
stici avanzati e della reazione antipadro
nale dettata dalle condizioni di progres
sivo sfruttamento del lavoro contadino nel
le forme imposte dalla volontà di mante
nere in vita, per ragioni di dominio so
ciale, strutture ormai troppo arretrate, di
venta veramente il momento qualificante
del discorso. Riemerge qui quel problema
centrale cui s’è accennato sopra a pro
posito del dibattito sui « residui feu
dali ».
Giorgetti sembra assumere un atteggiamen
to almeno apparentemente contradditorio.
Da un lato richiama con forza gli effetti
dirompenti delle trasformazioni capitalistiche, dall’altro, nel corso stesso delle sue
analisi, sottolinea le strozzature di questo
processo, lo sforzo di deviarlo, di piegarlo
ad esigenze che, in un disegno astratto di
esso, non si presentano necessariamente
come dettate da un obiettivo strettamente
economico, ma da più complesse e gene
rali ragioni di rapporti di classe.
Quali sono allora i limiti di quello svilup
po capitalistico e come si istituzionalizza
il rapporto tra la trasformazione economi
ca e un assetto sociale di segno largamente
diverso? È probabile che l’indagine con
giunta sugli agrari toscani e sul movimento
contadino, restituendo al problema tutto
il suo spessore di storia sociale possa se
gnare ulteriori avanzamenti, rispetto ai
quali le acquisizioni di Giorgetti appaiono,
giova ripeterlo, veramente essenziali.
Massimo Legnani
renato zangheri, A g r i c o l t u r a e c o n t a d in i
n e l la s t o r i a d ’I t a l i a . D is c u s s io n i e r ic e r c h e ,
Torino, Einaudi, 1977, pp. XIII-290, lire
3.400.
È probabile che il recente infittirsi di ti
toli sulle lotte contadine de! 1945-1950 ab
bia avuto qualche parte nello spingere
Zangheri a raccogliere in volume alcuni
dei maggiori contributi da lui dedicati, ne
gli ultimi vent’anni, alle questioni agra
rie. L o attesta, del resto, il saggio d’aper
tura sulla storiografia del dopoguerra, sul
quale torneremo più avanti. Ma, al di là
di questa circostanza, v’è una motivazione
più generale di cui il libro offre testimo
nianza e che si riassume nella diffusa in
soddisfazione per la lentezza con la quale
procedono le ricerche in questo settore
nevralgico della storia d’Italia. V ’è stata,
è vero, tra la fine degli anni cinquanta e
gli anni sessanta una fiammata di interesse
intorno ai temi del decollo industriale e
del dualismo nord-sud ricca di indicazioni
e di dibattiti appassionati. Gli scritti, fra
gli altri, di Romeo, Cafagna, Gerschenkron
e dello stesso Zangheri costituiscono tutto
ra un punto di riferimento obbligato della
elaborazione storiografica, anche se l’in
teresse sembra essersi sensibilmente affievo
lito nell’ultimo decennio.
Infatti, al confronto sui modelli interpre
tativi è raramente seguita una adeguata
verifica di ricerche su singoli momenti e
situazioni. Proprio per questo la relazione
su A g r i c o l t u r a e s v ilu p p o c a p it a lis t ic o , pre
sentata nel 1968 all’omonimo convegno pro
mosso dall’Istituto Gramsci e ora inclusa
in questa raccolta, conserva un interesse
proporzionale al mancato scioglimento di
molti dei nodi interpretativi che essa pone.
Zangheri vi ribadisce con forza il nesso
strettissimo tra i modi assunti dal proces
so di industrializzazione e la mancata rea
lizzazione di una autentica rivoluzione agraria. L e radici lontane di questa peculia
rità del caso italiano sono individuate nel
la strozzatura che agli inizi dell’età moder
na aveva bloccato lo sviluppo delle campa
gne lombarde, già attrezzate per procedere
ad una radicale trasformazione in senso
capitalistico. «C rescita regionale», «m an
canza di uno stato nazionale », « impossibi
lità di concepire un mercato interno ade
guato » (p. 50): questi i limiti allora non
superabili e poi non superati attraverso un
processo di unificazione nazionale che avrebbe saltato il passaggio della rivoluzio
ne agraria. II senso e l’eredità di questo
Rassegna bibliografica
« salto » fanno da filo conduttore del sag
gio su L a m a n c a t a r iv o lu z io n e a g r a r i a n e l
R is o r g i m e n t o e i p r o b le m i e c o n o m i c i d e l
l ’u n ità . Redatto nel 1957, esso ci riporta
al primo tempo della stagione di dibattiti
già ricordata, e in particolare agli echi
della tesi di Romeo sul ruolo dell’agricol
tura nel promuovere l’accumulazione ori
ginaria e nel contribuire alla formazione
del capitale industriale. Oggi, il rilievo re
trospettivo di quella disputa non è tanto
nella « contestazione sulle cifre », quanto
nel riferimento — che Zangheri ribadisce
anche a pag. XI dell’introduzione al volu
me — ad una valutazione più larga e quali
tativamente diversa del fenomeno, al ruo
lo che il blocco di potere allora in gesta
zione giocò come « fattore di riunifica
zione delle realtà umane », all’alleanza
sancita tra industriali settentrionali e agra
ri meridionali all’ombra del protezionismo:
« un accordo che può anche apparire, sulla
scorta di un astratto schema di sviluppo,
in c o n g r u o alle esigenze della industrializza
zione, ma che fu in effetti la forma impo
sta a quel tipo di industrializzazione, sten
tato e distorto come esso riuscì » (p. 143).
Occorre aggiungere che questa via di marginalizzazione del settore agricolo trova
prepotenti conferme, salvo limitati settori,
nelle vicende del novecento, dagli anni
trenta alle grandi trasformazioni della me
tà del secolo? Se si è convinti della cen
tralità di questo processo per l’evoluzione
non solo del sistema produttivo, ma del
l’intera società italiana il nesso sottoli
neato da Zangheri e l’incidenza degli schie
ramenti di classe sulle scelte economiche
di lungo periodo non possono certo esse
re rubricati — secondo una suggestione
prevalente negli anni del « miracolo eco
nomico » — tra gli inevitabili costi umani
dell’avvento di una società industriale, ma,
più correttamente, come l’insieme dei pro
blemi irrisolti che un dato modello di svi
luppo porta con sé e che alla fine concor
rono, in misura rilevante, a determinare la
crisi. Si apre qui uno spazio storiografico
che in tanto appare fecondo in quanto è
consacrato non alle occasioni mancate, ben
sì all’approfondimento delle scelte compiu
te, all’analisi delle loro ripercussioni sul
l’immediato come sui tempi lunghi. Con
questa ottica vanno lette anche le consi
derazioni dedicate all’intensità delle trasfor
mazioni capitalistiche conosciute dall’agri
coltura italiana e che Zangheri tende, ta
lora in polemica con Sereni, a ridimen
sionare.
121
Tra gli altri saggi della raccolta — alcuni
dei quali mostrano inevitabilmente, in par
ticolare quello sul moti del macinato nel
bolognese, i segni del tempo trascorso dal
la loro redazione — merita qualche rifles
sione la rassegna della storiografia sul se
condo dopoguerra. Molte delle considera
zioni che Zangheri sviluppa sulle singole
opere sono condivisibili. In effetti, ci tro
viamo di fronte a contributi che, spesso,
sembrano preoccupati più di ribadire a vi
cenda visuali politiche contrapposte che
non di recare elementi nuovi e consistenti
in appoggio alle rispettive tesi. Purtuttavia, alcuni interrogativi emergono: sulla
distribuzione geografica e nel tempo delle
lotte contadine; sui loro scopi; sul rappor
to tra queste e il quadro politico. Qui Zan
gheri compie un’operazione riduttiva gra
vida di pericoli. Egli, in sostanza, sottolinea
il ritardo di elaborazione, da parte di par
titi operai, di un’ipotesi generale di rifor
ma agraria e parallelamente ribadisce il
carattere essenzialmente non anticapitali
stico delle lotte per la terra sviluppatesi nel
dopoguerra: « portavano indubbiamente —
leggiamo — una carica rivoluzionaria; ma
democratica, non socialista. Puntavano a
trasformazioni dei rapporti di proprietà, e
neppure dappertutto, non nella valle pa
dana » (p. 32). A me pare che con questo
tipo di valutazioni restiamo pur sempre
all’interno delle impostazioni seguite dai
partiti, dai sindacati e dagli altri organismi
a questi strettamente legati. L a motivazio
ne delle lotte agrarie, e principalmente di
quelle dell’area meridionale, cade al di
fuori dell’analisi, la impoverisce e la settorializza. Si può essere a ragione perples
si di fronte a certe troppo semplicistiche
contrapposizioni, ad esempio, tra movimen
to di lotta e partito comunista, ma il su
peramento di questa insoddisfazione im
pone il recupero integrale della realtà so
ciale di quegli anni e l’analisi in profondità
dei modi e dei contenuti della mediazione
partitica. L a stessa rilevata assenza di
« un’ipotesi generale di riforma agraria »
va addebitata ad un complesso di fattori
che in parte attengono proprio al tipo di
quadro politico operante nei primi anni
del dopoguerra e al modo in cui furono ge
stite, dalla sinistra, le alleanze di governo.
Prescindere da tale circostanza, significa
precludersi la comprensione del livello al
quale le componenti di sinistra dei gover
ni di coalizione ritennero di poter stabiliz
zare i conflitti di classe sprigionati dalla
caduta del fascismo e, in particolare, dai
122
Rassegna bibliografica
sintomi di declino del blocco agrario me
ridionale. È un tema che, accanto a quel
lo della genesi interna delle lotte contadi
ne, andrà indubbiamente ripreso anche at
traverso una più generale riproposizione
del nesso tra la dinamica del quadro poli
tico e i suoi referenti sociali.
D a ultimo, un’osservazione sulla presen
tazione editoriale, che appare singolarmen
te insufficiente. E infatti difficile capire qua
le accessibilità presenti per un lettore non
specialista il ristampare, ad esempio, il
saggio su A g r i c o l t u r a e s v ilu p p o d e l c a p i
t a lis m o senza sciogliere le citazioni che in
essa sono contenute, soprattutto se si tien
conto che il testo risale al 1968 e che in
più di un caso sono riportati giudizi succes
sivamente rielaborati dai rispettivi autori.
Chi non tiene presente questa circostanza,
e nemmeno che — la presentazione non lo
dice — si tratta di una relazione ad un
convegno, ha non poche difficoltà ad orien
tarsi attraverso la problematica del saggio,
e rischia di restare un lettore passivo.
Massimo Legnani
Vittorio ronchi, G u e r r a e c r i s i a lim e n t a r e
in I t a l i a ( 1 9 4 0 - 1 9 5 0 ) : r ic o r d i e d e s p e r ie n z e ,
Rom a, Scuola arti grafiche Istituto maschi
le Umberto I, 1977, pp. 447, lire 3.500.
L a storiografia contemporanea ha dedicato
ben poco spazio al ruolo e alla fisionomia
dei « tecnici », ai caratteri e significati del
loro presunto o effettivo potere. Ben ven
gano quindi le testimonianze degli stessi
tecnici ad illuminare, anche se il più delle
volte inconsapevolmente, questa ambigua
materia, rinsanguando la storiografia me
morialistica del dopoguerra monopolizzata,
com’era del resto naturale, dai politici. È
il caso di Vittorio Ronchi, personaggio
non secondario dell’agricoltura italiana, le
cui vicende appaiono per molti versi em
blematiche anche nella loro particolarità.
Interventista democratico, nell’immediato
primo dopoguerra egli visse a stretto con
tatto con il gruppo veneziano di Democra
zia sociale raccoltosi attorno a Silvio Trentin. M a ciò che appare come più interes
sante nella sua militanza non è l’attività
politica in sé, quanto la trasposizione in
campo agronomico ed economico-agrario dei
professati ideali di democrazia laica e
di « mazzinianesimo risorgimentale ». Egli
stesso, in una commemorazione di Silvio
Trentin, ricorda come tra i tecnici agrari
« democratici » la bonifica apparisse non
solo la redenzione dal disordine idraulico,
dall’arretratezza fondiaria ed agraria, dalla
miseria e dalla malaria, ma anche l’unica
risposta praticabile — in una prospettiva di
evoluzionismo pacifico e senza condiscen
denze alle « facilonerie rivoluzionarie » —
da far seguire alle promesse di terra e di
vita migliore fatte ai contadini durante la
guerra.
Sono già evidenti, mi pare, tutti gli ele
menti suscettibili di trasformazioni in sen
so tecnocratico, ossia di un progressivo
spodestamento della funzione politica da
parte di quella tecnica. Durante il fasci
smo, pur con qualche inconveniente non
lieve, è sempre la competenza tecnica a
ritagliare a Ronchi uno spazio ed un’au
tonomia non irrilevanti, prima come di
rettore dell’Ente di rinascita agraria delle
Venezie dal 1921 al 1930, e poi come
ispettore compartimentale del ministero
dell’Agricoltura per le Tre Venezie. Allo
scoppio del secondo conflitto mondiale
Ronchi fu nominato direttore generale del
l’Alimentazione e rimase a capo di tali
servizi, con sempre maggiori responsabi
lità, fino al 1950.
Il libro è la trattazione diaristica, onesta
mente apologetica, della politica alimentare
condotta da Ronchi e dai governi succe
dutisi nel decennio: ma esso è anche un
esempio concreto e circostanziato, non ge
nerico e polemico, di come si operò real
mente la saldatura tra fascismo e dopo
guerra, quali furono i connotati della si
lenziosa ma vigorosa continuità realizzata
si in certi settori dello stato e in certi
elementi del personale dirigente per l’ap
punto « tecnico ».
Il racconto delle vicende personali e dei
« suoi » servizi si intreccia alla descrizione
dei loro meccanismi interni, del loro svi
luppo e della loro crisi. Sullo sfondo inol
tre, nei ricordi di Ronchi ritorna frequen
temente la Maccarese SpA, la grande azien
da agricola dell’IR I che egli diresse per
tutto il decennio.
È molto difficile entrare nel merito della
politica alimentare svolta dal Ronchi, di
stribuire torti e ragioni, o stabilire se si
poteva — o doveva — operare diversamen
te: qui è preferibile soffermarsi invece su
alcuni altri punti del libro che mi paiono
particolarmente interessanti perché illumi
nano passaggi emblematici di tutta una
condizione e un’ideologia.
L ’assoluta impreparazione dell’Italia all’en
Rassegna bibliografica
trata in guerra è efficacemente riassunta
nella descrizione dell’elenfantiasi corpora
tiva, con il suo complicato sistema di Servi
zi e di Uffici distribuiti, con poteri sostan
zialmente analoghi, tra numerosi ministeri
e contornati da Commissioni di coordina
mento altrettanto impotenti.
Da tanta « confusione » di poteri Ronchi
riesce a trarre un servizio dotato di suffi
ciente unità organizzativa e funzionalità operativa: a questo proposito sono interes
santi i pochi accenni che egli dedica ai pro
pri « spericolati » sistemi di reclutamento
e assunzione del personale dirigente, scar
tando a priori proprio gli uomini dei mini
steri e cercando nelle università e negli
organismi locali gli uomini ritenuti adatti
per competenze tecniche, fedeltà, abnega
zione e disinteresse.
Il contrasto con il committente politico è
ricorrente: se ne ricava l’immagine di un
partito fascista composto di « fanatici » ot
tusi, privi di ogni senso politico come delle
più elementari cognizioni di politica eco
nomica, irosamente protesi a spezzar le
reni a bottegai e contadini nel tentativo
di imporre prezzi politici ai generi alimen
tari e di sconfiggere la speculazione con
l’unico ausilio delle misure repressive.
L ’ortodossia liberista del Ronchi, che co
munque non gli impedirà di battersi nel
dopoguerra per la sopravvivenza di una
politica alimentare statale e della relativa
organizzazione di controllo delle disponibi
lità e delle riserve — registra con fastidio,
e direi con disprezzo, questa intrusione po
litica così rozzamente antieconomica e cie
camente poliziesca.
I primi anni di guerra sono segnati dal ri
corrente « incubo » della saldatura grana
ria, avvenuta spesso in condizioni di peri
colosa emergenza. Nonostante la congiun
tura favorevole e i buoni raccolti del qua
driennio 1940-1943, gravissimi erano i pro
blemi aperti dalla quasi assoluta mancan
za di riserve, dall’inarrestabile e progressivo
calo delle disponibilità, dal blocco delle
importazioni, dai difficili rifornimenti che
pure era necessario garantire al sud e alle
terre invase. Una brevissima nota che l’au
tore dedica a quest’ultimo punto mi pare
degna d’essere ripresa: nella Grecia oc
cupata l’improvvisa scomparsa dei beni ali
mentari fondamentali, pur presenti, fu ri
solta, riferisce il Ronchi, con una manovra
di stretta creditizia « antispeculativa » so
stanzialmente identica a quella che nel
1947 fu applicata all’Italia da Einaudi e
Menichella. Di ambedue questi provvedi
123
menti il Ronchi si dimostra fiero sosteni
tore. A l di là del dato macroscopico ma
approssimativo della continuità di certi in
dirizzi di politica economica, appare più
suggestiva l’ipotesi — tutta da verificare
— della guerra e della colonizzazione bel
lica come « terreno sperimentale » per al
cuni particolari interventi economici.
L ’8 settembre risolse automaticamente mol
ti dei problemi alimentari, — sganciando il
sud affamato dal più ricco nord, nonostante
tutto ancora in grado di auto approvvigio
narsi — , ma non li risolve certo al Ronchi,
che nel periodo a cavallo dell’armistizio
subì gli attacchi più duri e corse i rischi
maggiori. Con la Repubblica di Salò il
ministero e la Direzione generale furono
trasferiti a Treviso. Per non compromet
tersi con il nuovo governo fascista e con
i tedeschi che ne tiravano le fila, il Ronchi,
cercando di « rendersi inutile », mise in
atto una lunga manovra di sganciamento
che comunque lo costrinse a trasferirsi al
nord in condizioni di esilio forzato. Tale
manovra prevedeva la ristrutturazione e il
drastico ridimensionamento del servizio e,
in pratica, il passaggio delle consegne a Pao
lo Albertario, suo diretto collaboratore, e
anch’egli figura di grande rilievo nel pano
rama dei tecnici agrari.
I passaggi più interessanti rimangono le
grandi cesure storiche e politiche quali ap
punto l’8 settembre, il 25 aprile e la se
guente normalizzazione, il 18 aprile e il
consolidamento del potere democristiano.
II fascismo aveva collocato il tecnico in un
ambito apparentemente neutro, politicamente semplificato e compatto, dove la sua
ideologia poteva divenire proprio la sotto
valutazione e l’accantonamento nel « par
ticolare » di ogni ideologia; con la fine del
la guerra non è più possibile sfuggire ad
una autodefinizione sia in senso politico
che culturale. Qui emergono nitidamente
i veri significati e contorni dell’antifasci
smo, dell ’indipendenza, del riformismo del
tecnico, in stretta relazione con le sue con
vinzioni di teoria e politica economica. Si
gnificativamente è il Pd’A , atraverso una
filiale della Banca commerciale, a mettersi
in contatto con il Ronchi allo scopo di
« assicurare i servizi nel momento del tra
passo » : a Milano ancora si sparava ed egli
era già reinserito, come tecnico, a capo dei
servizi dell’alimentazione. Collaboratore del
la Commissione centrale economica del
C LN A I e in breve tempo assumerà le fun
zioni di responsabile di tutti i servizi agra
ri e dell’alimentazione del nord oltre che
124
Rassegna bibliografica
di commissario per l’alimentazione della
Lombardia.
Nelle sue mani riesplodono i nuovi dram
matici problemi alimentari che soprattut
to rendono ardua e dolorosa la « riunifica
zione » tra nord e sud ma contemporanea
mente esplodono le preoccupazioni per il
« prevalere delle forze estremiste » e con
tinui sono i riferimenti all’incertezza del
quadro politico. Con le elezioni del 1946
e la formazione del nuovo governo la scel
ta del campo politico si fa più urgente: il
Pd’A, giudicato ormai una «B ab e le », è
uscito distrutto dallo scontro e non offre più
alcuna copertura ai progetti di riforma agraria elaborati dal Ronchi nel 1944-45 e
discussi all’interno del partito. Ma qui
l’autore è particolarmente avaro di noti
zie, e non sappiamo quali furono gli esiti
di tale dibattito. Il Ronchi si definisce cri
stiano e come tale gli parrebbe naturale
scegliere la DC, ma la fedeltà ai « principi
democratico-sociali di Giuseppe Mazzini »
lo ha reso ostile ad ogni « inframmittenza
clericale » ; inoltre egli teme di rimanere
prigioniero dei partiti di massa. Tutto ciò
lo condurrà a rinunciare alla candidatura
al Parlamento offertagli dalla DC per le
elezioni del 1948.
I giudizi politici del Ronchi appaiono so
stanzialmente sommari, frutto di un uni
verso politico elementare, di « buon sen
so comune», dove i governi degasperiani
monocolore sono preferibili perché « tec
nicamente » offrono maggiore spazio di ma
novra e stabilità nel tempo; dove le oppo
sizioni sono per definizione demagogiche
strumentali faziose disoneste o, nel mi
gliore dei casi, disinformate; dove « i co
munisti » presenti nei ranghi del ministero
sono « attivisti disturbatori »; dove gli aiuti
americani sono necessari insostituibili e di
sinteressanti; dove De Gasperi è « l’uomo
della provvidenza ». Vi è qui annidato quel
lo che Maynaud definisce un « punto ca
pitale della mentalità tecnicistica: la cre
denza che l’analisi e l’interpretazione ra
zionale dei fatti siano suscettibili di pro
vocare posizioni di unanimità almeno negli
uomini di buona volontà ». Mi pare eviden
te, inoltre, una funzionale subalternità di
tali posizioni alle opinioni « dominanti »,
e il riscontro di maggior rilievo Io si ha
nel 1947 con la formazione del quarto go
verno De Gasperi. Il Ronchi viene nomi
nato alto commissiario dell’Alimentazione
(già dal 1946 il ministero dell’Alimentazione
era stato trasformato in alto commissaria
to) e insieme ad altri uomini « al di sopra
della mischia » quali Einaudi, Merzagora,
Del Vecchio e Grassi, entra nel governo
conscio che il proprio operato da tecnico
diverrà politico. L a politica alimentare in
fatti viene condizionata e ispirata dalla
strategia complessiva del governo: l’obiet
tivo è il ritorno alla «n o rm a lità », da rea
lizzarsi attraverso una politica produttivi
stica ad oltranza « accantonando per ora
le radicali riforme che venivano solleci
tate ».
Illuminante a questo proposito l’uso aper
tamente elettorale della politica alimentare
concretizzatosi nei primi mesi del 1948.
« Per dare maggiore tranquillità al paese in
piena battaglia elettorale », il Ronchi con
siderava necessario — e fruttuoso — offri
re la dimostrazione « che il governo ha
mantenuto le sue promesse migliorando la
qualità del pane e assicurando dovunque
i generi da minestra. Soffrire gennaio e
febbraio per dare poi respiro all’inizio del
la primavera [...] ». Più in generale, co
munque, l’obiettivo perseguito negli ulti
mi anni quaranta è la saturazione del fab
bisogno alimentare e in primo luogo del
mercato granario attraverso massicce im
portazioni dagli Stati Uniti e dall’Argen
tina. Oltre ad effettuare quindi numerose
missioni nelle due Americhe, in questo
periodo il Ronchi torna ad occuparsi del
la riforma agraria su invito dello stesso
De Gasperi. Su questo terreno avverrà,
invece, lo scontro diretto tra le istanze
tecnocratiche del Ronchi e la complessa
politica del gruppo di potere democristia
no, rappresentato in questo frangente da
Antonio Segni. Il disaccordo è profondo:
difendendo la propria autonomia il Ronchi
denuncia addirittura, in una lettera a De
Gasperi dell’aprile 1949, « l’incredibile pre
tesa dell’entourage del ministro Segni » di
ridurre al silenzio il « Giornale di agricol
tura » da lui diretto, che spesso aveva ospitato voci di critica sistematica agli « er
rori ed alle inattività nella politica agra
ria ».
Purtroppo il Ronchi non dedica molto spa
zio alla questione della riforma agraria e
soprattutto alle forze che si muovevano die
tro ad essa nel composito fronte agrario:
il suo progetto, che allora fu giudicato
conservatore e « di fronda » all’interno del
governo, mi pare comunque riassumibile
in un disegno « serpieriano » di ristruttu
razione agricola di lungo periodo in chiave
produttivistica, di necessità legata ad un
grande rilancio della bonifica e soprattutto
all’introduzione di nuove tecnologie. In al
Rassegna bigliografica
tre parole il progresso tecnologico, per il
Ronchi unico reale « motore » per lo svi
luppo delle condizioni di vita e di lavoro
delle popolazioni agricole, viene contrap
posto alle forme di redistribuzione della pro
prietà e di trasformazione « politica » de
gli equilibri economici e di classe nelle
campagne.
Carlo Fumian
muto revelli ,
Il mondo dei vinti. Testimo
nianze di vita contadina, 2 voli., Torino, E i
naudi, 1977, pp. CXVII-167; 252, lire 7.000.
Non si contano più i testi che hanno a f
frontato in diverse prospettive disciplinari
il problema degli effetti dell’industrializza
zione nelle campagne. Su di esso esiste or
mai un’ampia letteratura che ha prodotto
ipotesi, elaborato modelli, raccolto dati nei
differenti contesti nazionali al fine di chia
rire la dinamica di un processo dalle cui
modalità di attuazione dipende, in larga
misura, l’assetto socio-economico, politico
e culturale della società urbano-industriale
nelle sue concrete specificazioni.
Di tale processo, il mondo contadino è
stato sovente considerato — in maniera
più o meno esplicita — come il soggetto
passivo e questa passività spiegata mediante
il ricorso alla nozione di « cultura » con
tadina, intesa genericamente come insieme
di valori e di comportamenti non congruen
ti con quelli della società industriale e, in
quanto tali, valutati negativamente ai fini
dello sviluppo e di una più razionale uti
lizzazione delle risorse.
Tra le ricerche che contribuiscono a sve
lare la natura ideologica — in quanto ra
zionalizzazione e non spiegazione della sto
ria accaduta — di simile approccio ci pare
vada collocata quella di Nuto Revelli sui
contadini delle zone depresse del cuneese,
su quella parte dei contadini che il cosid
detto sviluppo ha immiserito, emarginato,
condannato ad una lenta inesorabile estin
zione.
Revelli conosce bene i contadini del cu
neese: è nato tra loro, ha fatto con loro
la campagna di Russia, ha vissuto con loro
l’esperienza determinante della Resisten
za. Eppure ciò che colpisce innanzi tutto
nella sua faticosa quanto paziente opera di
documenazione è la straordinaria umiltà,
propria soltanto di chi vuole realmente ca
pire, con cui si avvicina al loro mondo.
Capire che cosa? In primo luogo le ragioni
di quella passività, di quella rassegnazione
125
che, imputate al contadino povero come una
colpa, sono invece il risultato di meccanismi
sociali che ne hanno fatto l’oggetto di una
storia scritta non per lui ma contro di lui.
Di questi meccanismi Revelli non si occupa
che marginalmente. Altri li hanno analiz
zati fornendo gli strumenti teorici per co
noscerne il modo di funzionamento. Ciò che
10 interessa soprattutto è ascoltare dalla vo
ce dei <vinti > come tali meccanismi sono
stati percepiti e vissuti, con quale grado
di consapevolezza, e quali le forme di resi
stenza adottate. Di qui il metodo seguito,
che è quello della registrazione di testimo
nianze dirette (270 della durata media di
tre ore, di cui 85 pubblicate) raccolte tra
individui prevalentemente vecchi (« i miei
interlocutori più validi [...] perché san
no »), sui temi di fondo del « lavoro, l’emi
grazione, la < grande guerra >, l’avvento del
fascismo nelle campagne, il <ventennio),
la seconda guerra mondiale, la pagina partigiana, il dopo liberazione, il mondo con
tadino di ieri e di oggi ».
11 materiale che ne esce è talmente ampio
che non è possibile neppure tentarne un
resoconto: lo stesso Revelli, del resto non
ne ha dato una sistemazione. D a quei temi
di fondo, infatti, il discorso esce sovente
e si allarga in modo tale da fornirci dati
di notevole interesse etnologico su usanze,
credenze, pratiche magiche, giochi, espres
sioni dialettali ormai dimenticati e di cui
i vecchi — come quelli intervistati da R e
velli — sono gli ultimi depositari.
Per accennare ad alcuni filoni, di impor
tanza decisiva per comprendere l’atteg
giamento della maggioranza dei contadini
poveri rispetto ad eventi importanti della
storia nazionale ci paiono le testimonianze
sulla grande guerra, non voluta, non sen
tita, rifuggita mediante il ricorso a pra
tiche autolesionistiche o alla diserzione, ep
pure pagata in prima persona con centinaia
di migliaia di morti. È verosimile che,
laddove non è maturata una coscienza del
proprio ruolo di sfruttati, questa esperien
za abbia segnato per più di una genera
zione di contadini poveri il definitivo allon
tanamento dalla politica, vissuta come un
mondo estraneo ostile, tradottosi in defi
nitiva nel sostegno alle forze della con
servazione attraverso la mediazione del cle
ro. È il clero, infatti, che emerge come
l’unica forza in grado di controllare le mas
se contadine e di impedire ogni processo di
emancipazione politica e culturale.
Sui temi del fascismo, della seconda guerra
mondiale, della Resistenza e della guerra
126
Rassegna bibliografica
di liberazione, sulle vicende dell’immediato dopoguerra l’attenzione di Revelli si fa
sofferta. L ’esito del referedum istituzionale
favorevole alla monarchia e l’instaurarsi
dell’egemonia incontrastata della DC nelle
campagne del cuneese, che pure avevano
assistito in modo non ostile e in molti casi
attivamente partecipe alla lotta partigiana,
bruciano ancora come una sconfìtta di cui
occorre rimuovere le cause. M a per rimuo
verle occorre conoscerle e attraverso i
lunghi colloqui si rivelano essere quelle di
sempre: la miseria, l’isolamento, l’ignoran
za, lo sfruttamento, l’inganno di promesse
mai mantenute che generano sfiducia nel
la possibilità di poter mai giungere a mu
tare il corso delle cose.
L e conclusioni, dunque, non aggiungono
molto a ciò che già si conosce circa le
cause strutturali del fenomeno analizza
to. Il contributo di Revelli ci pare vada
ricercato in due altre direzioni: la prima,
di natura più immediatamente politica ed
esplicitata nell’Introduzione consiste nell’aver voluto far parlare « gli emarginati di
sempre, i «sordom uti), i sopravvissuti al
grande genocidio, come parlerebbero in una
vera democrazia », nella speranza che ciò
contribuisca a far prendere coscienza del
le dimensioni catastrofiche, per le popola
zioni coinvolte a breve termine e per
l’intera collettività a lungo termine, del
l’abbandono delle campagne. L a seconda,
di carattere scientifico-metodologico, è quel
la di riproporre il problema dell’utilizza
zione del materiale autobiografico nelle
scienze sociali, al fine di indagare le com
plesse relazioni che intercorrono tra strut
ture sociali, cultura e personalità. Il mate
riale raccolto, tanto dal punto di vista quan
titativo che da quello qualitativo, offre
un’occasione per farlo che è sperabile non
vada perduta.
Edda Saccomani
Emigrazione
angelo f ilipp u z z i , 11 dibattito sull’emigra
zione. Polemiche nazionali e stampa veneta
(1861-1914), Firenze, L e Monnier, 1976,
pp. XXXVII 421, lire 9.500.
Il volume del Filippuzzi non vuole essere
una puntuale ricostruzione di un momento
non secondario del dibattito politico ed
economico nell’Italia unita sino alla pri
ma guerra mondiale: è piuttosto, come
egli stesso tiene a sottolineare nella intro
duzione, una raccolta di testimonianze,
una raccolta di materiali che compongono
una traccia di storia dei primi cinquant’anni
postunitari sviluppata intorno al tema del
l’emigrazione. È pertanto entro il quadro
che il lavoro del Filippuzzi si è proposto
e non muovendo da altre premesse che
ne vanno apprezzate e valutate l’utilità
e la rispondenza al compito propostosi. L a
traccia proposta dal Filippuzzi segue lo svi
luppo del dibattito sull’emigrazione sotto
un profilo molto particolare: l’attenzione
alla tutela dell’emigrante, attraverso l’iter
legislativo culminante nella legge del 1901
e nei miglioramenti apportati nell’età giolittiana. L ’avere accostato ai materiali del
dibattito a livello nazionale (brani dal di
battito parlamentare, da inchieste ufficiali,
dalla stampa e da opere di studiosi del pro
blema) larghi stralci dalla stampa veneta,
ossia di una delle regioni più direttamente
coinvolte nel processo migratorio, non è
certo un fatto arbitrario ma l’apertura su
un campione di verifica della problema
tica generale singolarmente significativo.
E tuttavia, detto questo, il libro suscita più
di una osservazione critica.
L a più importante ci pare questa: nel com
plesso, nonostante non manchino i testi
che stanno a significare come all’origine
dell’emigrazione non vi sia stata soltanto
una generica arretratezza o insufficienza
della struttura economica italiana ad as
sorbire un’eccedenza demografica ma che
inducono piuttosto a porsi il proble
ma dell’emigrazione come scelta politi
ca delle classi dirigenti postunitarie —
esemplari mi paiono in questo senso i due
testi di Sidney Sonnino, il primo del 1879
sui benefici dell’emigrazione (pp. 98 sgg.),
il secondo del 1883, al quale lo stesso F i
lippuzzi ha premesso il titolo « L ’emigra
zione: valvola di sicurezza per la pace so
ciale » (p. 131) — , il libro privilegia i testi
che si pongono essenzialmente la tematica
della tutela dell’emigrazione. Si tratta di
una tematica certamente importante, se
si tiene presente anche la qualità della for
za-lavoro espulsa dall’Italia, a differenza
di quella più qualificata trasferitasi oltre
oceano per esempio dalla Germania e
forse, anche dalla stessa Polonia nel mede
simo periodo. M a è una tematica che dà
praticamente per scontata la fatalità del
l’emigrazione, che non si sofferma sulle ra
gioni dell’emigrazione, come parte di un
dibattito sullo sviluppo economico del pae
Rassegna bibliografica
se. Non si tratta evidentemente di conte
stare la legittimità dell’angolatura scelta
dall’A. ma di segnalarne i limiti. Più che
le cause di fondo il libro approfondisce
quindi talune delle conseguenze dell’emi
grazione, con particolare sensibilità per la
realtà culturale rappresentata dall’emigran
te italiano, che come ben dice il Filippuzzi in talune situazioni del continente ame
ricano finiva per prendere il posto dello
schiavo appena liberato (p. XVI). Ed è
sempre la condizione di « miserabile » del
l’emigrante italiano che induce l’A . a
sottolineare la piaga dei sensali, degli agen
ti e dei subagenti sfruttatori della forzalavoro cacciata dalle campagne e dallo
sviluppo economico in patria.
Anche in questo quadro riteniamo comun
que che sarebbe stato possibile offrire una
maggiore problematicità e un maggiore
ventaglio di posizioni. Proprio la stampa
veneta, e in particolare quella friuliana, è
ricca di testimonianze di parte clericale
ispirate da preoccupazioni di ordine pub
blico, anche al di là di quanto prodotto
in questa raccolta: forse la distinzione tra
emigrazione permanente ed emigrazione
temporanea avrebbe contribuito a dare
un’idea più adeguata delle preoccupazioni
che la circolazione degli emigranti suscitò
nella chiesa cattolica, preoccupazioni che
andavano dall’invettiva contro il decadi
mento dei costumi alla paura dell’importa
zione di idee sovversive dall’esterno. E d’al
tra parte scarsamente presente ci sembra
nello stesso dibattito nazionale la voce del
movimento operaio e inesplicabile appare
una frase come questa posta in nota a un
testo di Cavallotti: « [...] d ’altra parte
democratici, socialisti e radicali non erano
allora nello stato d’animo più propizio per
valutare serenamente il problema dell’emi
grazione » (p. 227 nota). M a perché mai?
Almeno una spiegazione sarebbe stata neces
saria. E ra forse più sereno Ruggero Bon
ghi che quale presidente della Società Dan
te Alighieri non poteva lanciare agli emi
granti altro messaggio che quello retorico
contenuto in una promessa notoriamente
poco onorata nei fatti: « [...] noi dob
biamo difendere nel cuor loro la civiltà
e il carattere italiano, e ostinarli a rima
nerne i rappresentanti dinanzi a tutti e
contro tutti » (p. 221). Tra le testimo
nianze sulla condizione dell’emigrante sor
prende di non trovare alcuna citazione da
uno dei maggiori organizzatore dei lavora
tori italiani all’estero, Giacinto Menotti
Serrati. Ebbene, i suoi scritti sulla stampa
127
operaia furono tra le denunce più sferzan
ti dell’inefficienza o del disinteresse delle
autorità italiane all’estero dei confronti de
gli emigranti. Proprio in uno scritto del
1908 intitolato U m a n it a r ia , D a n t e A lig h ie
r i e e m ig r a z io n e , in polemica con fi suo
compagno di partito Angiolo Cabrini, nel
trarre un bilancio dei mezzi di tutela del
l’emigrante, Serrati arrivava a questa si
gnificativa conclusione: « Con buona tua
pace, e nonostante i tuoi amichevoli con
sigli, noi continueremo a sostenere che solo
nella organizzazione di classe è la prote
zione dell’emigrante italiano e che solo
il sindacato di mestiere e la sezione socia
lista possono offrirgli il mezzo del suo
elevamento materiale, morale e intellettua
le ». Abbiamo citato null’altro che un esem
pio di un tipo di voci che a nostro avviso
avrebbero offerto un’immagine più ricca
del dibattito sull’emigrazione e suscitato
l’approfondimento in direzioni qui soltan
to marginalmente indicate.
Enzo Collotti
EMILIO franzina , L a g r a n d e e m ig r a z io n e .
L ’e s o d o d e i r u r a l i d a l V e n e t o d u r a n t e il
s e c o lo
X IX ,
Venezia-Padova, Marsilio,
1976, pp. 314, lire 7.800.
Il numero molto limitato di studi storici
pubblicati nel dopoguerra sul tema della emigrazione italiana, si spiega in parte con
la difficoltà di definire con precisione l’og
getto e i criteri metodologici della ricerca.
Il volume di Franzina non vuole essere una
« storia degli italiani all’estero ». Si pone
piuttosto l’obiettivo di analizzare il feno
meno migratorio « nel contesto di un di
scorso che riguarda i modi e i tempi della
transizione del nostro paese da uno stadio
agricolo e preindustriale a uno stadio di
relativa e del tutto specifica maturità ca
pitalistica » (p. 16). Contemporaneamente
l’autore vuole tentare una ricostruzione del
l’esodo di massa come « capitolo di storia
delle classi subalterne ».
L ’ambito della ricerca è circoscritto ad
un’area, la regione veneta, da cui negli
anni tra il 1876 e il 1901 (al centro del la
voro di Franzina) proviene circa un terzo
della emigrazione italiana.
Nella prima parte del libro (E c o n o m i a e
s o c i e t à r u r a le n e l l ’a r e a d i p a r t e n z a ) la scel
ta di studiare in primo luogo i meccani
smi di «esp u lsion e», che danno origine ed
alimentano i flussi migratori, induce l’au
tore ad esaminare le caratteristiche del
128
Rassegna bibliografica
l’economia agraria veneta tra otto e no
vecento.
Nonostante la ricca bibliografìa citata nel
le note e la consultazione di archivi locali,
Franzina non riesce a fornire un quadro
sufficientemente esauriente delle dimensio
ni quantitative e qualitative dell’esodo a
livello delle singole province. M anca un’a
nalisi dettagliata (corredata da una docu
mentazione statistica più ampia di quella
utilizzata dall’autore) delle ripercussioni sul
l’economia locale dell’annessione al regno
d ’Italia (eliminazione delie proprietà col
lettive e degli usi civici, aggravi fiscali,
ecc.), della crisi agraria (indebitamenti e
confische), delle trasformazioni dell’assetto
territoriale e produttivo (bonifiche, mecca
nizzazione, ecc.). Sono questi i nodi cen
trali da approfondire (insieme ad una ve
rifica dell’andamento dei redditi agricoli, in
relazione alla distribuzione della proprietà
fondiaria e ai modi di conduzione) per po
ter individuare, area per area, i fattori che
determinano l’espulsione dei contadini dal
le campagne e li costringono ad espatriare.
In assenza di una indagine in questa dire
zione e di una documentazione dell’inci
piente sviluppo industriale, che vada al di
là dell’illustrazione dell’ideologia di uomi
ni come Alessandro Rossi, il nucleo teo
rico del libro (l’emigrazione come elemen
to strutturale del « modello veneto di svi
luppo »), finisce per rimanere ancora una
ipotesi di lavoro. Del vastissimo materiale
consultato (la stampa locale veneta, le car
te di numerosi archivi comunali, di stato
e privati, opuscoli, riviste, ecc.) Franzina
offre una lettura tesa sostanzialmente a ri
costruire minuziosamente l’ideologia dei
« possidenti » veneti (i grandi proprietari
fondiari). Interessanti sono le sue notazioni
sulla « rifondazione della società rurale ve
neta », sul « catonismo » (l’esaltazione del
la piccola proprietà e della mezzadria). Si
tratta di quelle componenti del mondo agra
rio, che si esprimono attraverso gli inter
venti di « addetti ai lavori » e di organismi
come i Comizi agrari e che finiranno per
convertirsi al protezionismo.
L a capacità dell’autore di ricostruire e de
scrivere l’ambiente culturale e politico del
l’epoca si avverte in particolare nella se
conda parte del libro (« l’esodo dei rurali
e i dibattiti sull’emigrazione e le colonie »).
Condotta sulla traccia del precedente la
voro di F. Manzotti { L a p o le m ic a s u l l ’e m i
g r a z io n e d e ll’I t a l i a u n it a , Milano, 1969) lo
arricchisce in una prospettiva locale. Pro
tagonisti del dibattito sono i «p o ssid en ti»,
i cattolici, i socialisti, i teorici dell’espan
sione demografica. A l tentativo di inserire
nella « polemica sull’emigrazione » una voce
finora inascoltata è dedicato il capitolo
« l’autonomia contadina e l’emigrazione »
(tra le fonti utilizzate vi sono lettere di
emigrati in America Latina, raccolte dal
l’autore).
Antiemigrazionista, anche se beneficiario
insieme agli industriali della esigenza di una
sovrappopolazione agricola, si dichiara il
settore dei proprietari terrieri. L ’emigra
zione è l’effetto « più appariscente e cla
moroso » di uno sviluppo economico incen
trato sulla difesa della piccola proprietà
coltivatrice e sulla localizzazione degli im
pianti industriali nelle campagne. Si sceglie
di « condannarla e combatterla a parole »
fino al momento in cui risulterà più utile ed
efficace cercare di controllarla ed organiz
zarla. In questa fase il compito dell’« assi
stenza » verrà affidato ai cattolici, che ab
bandoneranno anch’essi le pregiudiziali antiemigrazioniste.
L'atteggiamento dei socialisti è incerto e
spesso subalterno rispetto alle posizioni del
la borghesia. L e loro difficoltà, insieme alla
nascita di « utopie sociali contadine », di
speranze di un « nuovo mondo » al di là
dell'Oceano, ripropongono il problema del
rapporto tra emigrazione e lotta di classe.
Completano l’arco delle posizioni esami
nate dall’autore, l’inventario della produ
zione di scrittori e letterati (G. Zanella, E.
Fuà Fusinato), di un teorico dell’espansio
ne demografica (Pacifico Valussi) e di un
propugnatore di una « nuova Italia platense » (Attilio Brunialiti). Questi ultimi
due concentrano sull’America Latina le pri
me aspirazioni coloniali Italiane. N ei ro
manzi del veronese Emilio Salgari Franzi
na vede un riflesso delle « velleità e fru
strazioni dell’Italia umbertina [...] arriva
ta per ultima sulla scena internazionale »
(p. 278) ed esclusa dalla spartizione colo
niale del mondo.
Meritava di essere maggiormente appro
fondito un tema cruciale come il flusso an
nuale di rimesse e i risparmi degli emigrati
stagionali in Sudamerica (« golondrinas »).
Esso mi pare un terreno decisivo di ricer
ca (su cui a livello nazionale e per il pe
riodo successivo esiste il lavoro di F . Bal
letta, I l B a n c o d i N a p o l i e le r im e s s e d e g li
e m ig r a n t i 1 9 1 4 -1 9 2 5 , Napoli, 1972) se si
vuole capire cosa si nasconde dietro i miti
di una « p iù grande Italia al P ia ta ».
Eugenia Scarzanella
Rassegna bibliografica
DELIA CASTELNUOVO FRIGESSI, Elvezia, il tU O
governo. Operai italiani emigrati in Sviz
zera, Torino, Einaudi, 1977, pp. CIX-473,
lire 7.000.
L ’immagine di una Svizzera « al di sopra
di ogni sospetto » è oggi aspramente conte
stata da intellettuali che, come Jean Ziegler, hanno mostrato l’intrecciarsi, dietro
la facciata di paese democratico e « pu
lito », di potenti interessi del mondo ban
cario e finanziario.
li processo della Nestlé ha riacceso il di
battito sul ruolo e il potere delle multi
nazionali svizzere.
Questo bel libro di Delia Castelnuovo Frigessi ci ripropone, attraverso le voci degli
operai italiani immigrati nella confedera
zione, una nuova denuncia del mito sviz
zero. L e discussioni tra i lavoratori e le
interviste a militanti politici e sindacali de
finiscono i contorni precisi di una dram
matica condizione di sfruttamento.
Questi interventi sono preceduti da un
lungo e documentato saggio introduttivo
dell’autrice.
A partire dagli anni precedenti il primo
conflitto mondiale, quando la Svizzera si
afferma come paese di immigrazione (nel
1914, il 15,4 per cento della popolazione
complessiva della confederazione è com
posto di stranieri; percentuale che sarà
di nuovo toccata alla fine degli anni ses
santa) vengono adottate una serie di mi
sure legislative, per regolare l’afflusso del
la manodopera straniera. Attraverso di es
se la classe dominante alimenta, con il
principio della « lotta contro la sovrapopolazione » (di cui si inizia a parlare nei pri
mi anni venti) quella xenofobia che oggi
ha in Schwarzenbach e nell’Azione nazio
nale i suoi paladini. M a queste leggi, come
osserva Delia Castelnuovo costruiscono so
prattutto una rigida gabbia normativa fun
zionale alla divisione della classe operaia
immigrata (speciali « s t a t u t i» , permessi di
tipo A , B, C), al mantenimento della ela
sticità del mercato del lavoro (autorizzazio
ni di soggiorno revocabili, possibilità di
espulsione), alla « prevenzione » delle lotte
(divieto per gli stranieri di esprimere pub
blicamente le proprie opinioni politiche).
A partire dal 1963-64 la Svizzera imbocca
la via della «stabilizzazione», cioè della
riduzione dei nuovi flussi migratori e dell’effettivo dei lavoratori stranieri già pre
senti nel paese. Negli anni seguenti si mo
difica la composizione della manodopera
straniera, il governo favorisce un aumen
129
to proporzionale delle categorie degli sta
gionali e dei frontalieri, cioè delle cate
gorie più deboli e senza diritti, rispetto a
quelle dei lavoratori annuali e domiciliati.
Le norme dello « statuto » degli stagionali
sono la spia impressionante di uno dei « se
greti » dello sviluppo economico svizzero:
la possibilità di disporre di un esercito in
dustriale di riserva, di una forza-lavoro a
basso costo (esclusa dal sistema assicurativo
e dai servizi sociali) da poter facilmente
inserire ed espellere, secondo l’andamento
congiunturale, dal processo produttivo (nel
l’edilizia il padrone può licenziare l’ope
raio stagionale con ventiquattro ore di
preavviso).
Un altro pilastro della stabilità del capi
talismo svizzero è « l’istituzionalizzazione
della pace sociale tra capitale e lavoro ». R i
sale al 1937 la convenzione tra la FOM O,
principale federazione sindacale, e il go
verno con cui il movimento operaio rinun
cia allo sciopero.
Il rapporto tra sindacati svizzeri e classe
operaia immigrata è, per questa ragione,
molto difficile: nelle interviste ai lavora
tori italiani emerge costantemente la sfi
ducia e la diffidenza verso le organizzazio
ni operaie. L a crisi economica e l’attacco
all’accupazione sembrano però spingere ora
il sindacato a tener conto delle rivendica
zioni della base.
Alla ripresa del movimento operaio multi
nazionale è dedicata l’ultima parte del li
bro. Attraverso le testimonianze dei prota
gonisti ne sono ripercorse le tappe: dallo
sciopero della Murer (un’impresa di co
struzioni, che impiegava 200 operai spa
gnoli) nel 1970 a quello della M atisa (im
presa metallurgica) nel 1976. Attraverso
queste lotte si sta faticosamente (« Siamo
quattro lingue. Io non posso lottare », dice
uno stagionale calabrese) cementando l’uni
tà tra operai svizzeri, italiani, spagnoli,
portoghesi, jugoslavi, turchi e greci.
Il saggio introduttivo di Delia Castelnuovo
affronta efficacemente, insieme a questi
ora accennati, altri temi: il significato e
le contraddizioni delle iniziative xenofobe;
l’esportazione della disoccupazione nei mo
menti di crisi e l’atteggiamento subalterno
e complice del governo italiano; i problemi
dell’integrazione forzata; l’attività dei par
titi e dei sindacati italiani e delle organiz
zazioni dell’emigrazione.
Sono gli stessi problemi discussi nelle inter
viste agli operai. In esse si misura tutto lo
spessore delle difficoltà di ricomposizione
di una classe divisa, ricattata e discrimi
130
Rassegna bibliografica
nata. Contemporaneamente emerge l ’impor
tanza delle sue lotte (che non sono lotte
di marginali o sottoproletari) in un paese,
che, non diversamente dalla Germania, ve
de accanto alla repressione dell’iniziativa
operaia lo svuotamento delle istituzioni de
mocratiche.
Eugenia Scarzanella
Movimento contadino
e questione meridionale
g . fisso re , g . meinardi, L a questione meri
dionale, Torino, Loescher, 1976, pp. 288,
lire 2.850.
L ’antologia L a questione meridionale di
Fissore c Meinardi tenta di porsi in manie
ra nuova rispetto alla prevalente produzione
bibliografica del settore; l’analisi, infatti, è
condotta fino ai nostri giorni, agli anni
settanta, alle rivolte di Reggio Calabria e
di Eboli superando un atteggiamento, pre
valente nel filone meridionalista, che in
duce a « storicizzare » tale problematica
giungendo, nel migliore dei casi, alla poli
tica dei « poli di sviluppo » degli anni ses
santa.
Interessanti sono i criteri con cui sono
stati scelti i brani da riportare; accanto alle
fonti ufficiali (statistiche, atti parlamenta
ri, ecc.) ampio rilievo viene dato alle po
sizioni dei partiti di sinistra, con un atten
to sforzo, però, a ripercorrere il cammino
difficile e non sempre lineare della elabo
razione di una strategia per il mezzogiorno
da parte delle forze di sinistra. Di volta in
volta quindi si riporta il dibattito sulla que
stione meridionale sviluppatosi nel PSI agli
inizi del ’900, si dà ampio spazio all’elabo
razione gramsciana, si analizzano le tesi
comuniste sulla riforma agraria nel secondo
dopoguerra, si propone il giudizio di G.
Amendola sul ruolo del mezzogiorno nel
ciclo di lotte operaie del 1968-69 contempo
raneamente all’analisi formulata dalla «nuo
va sinistra » sulle rivolte di Reggio Calabria
e di Eboli.
Oltre a questo tipo di documentazione si
utilizzano fonti giornalistiche ed una cer
ta attenzione è rivolta agli atteggiamenti
culturali determinatisi verso il mezzogior
no, siano essi pregiudizi e luoghi comuni
oppure schemi ideologici con una pretesa
base «scien tifica». A ssai incisivo, in tal
senso, è il brano Una razza inferiore di
Niceforo che offre agli autori lo spunto per
una puntuale analisi sulle tesi positivistiche antropologiche:
« Irrimediabilmente
prive di qualsiasi base scientifica, pur nella
loro pretesa scientificità queste teorie svol
sero di fatto la funzione di deviare il di
battito sul problema meridionale
In
fatti i concetti di sfruttamento e squilibrio
svaniscono; la natura dei rapporti sociali
viene trascurata, il sottosviluppo ridotto a
fenomeno naturale (l’inferiorità razziale)
non modificabile, e solo lentamente grazie
all’intervento « civilizzatore » del progre
dito settentrione » (p. 278).
Per le caratteristiche accennate l’antologia
appare fruibile non soltanto da un ristret
to pubblico di specialisti, ma suscettibile
di un’utilizzazione molto più ampia, in par
ticolare di tipo didattico.
L ’analisi della questione meridionale viene
condotta sulla base di una periodizzazione
temporale (1860-1887; 1887-1915; 1915-1945;
1945-1975) che trova la sua ragione d ’esse
re nelle differenti articolazioni con cui si
determina il rapporto tra sottosviluppo me
ridionale, sviluppo economico nazionale ed
equilibri politici del paese.
Precisa è la definizione della fase storica
in cui si viene a costituire la « questione
m eridionale»; essa si fa risalire all’unifi
cazione del 1860 chiudendo rapidamente
con una vivace polemica storiografica aper
tasi tra coloro che attribuiscono al perio
do borbonico la matrice dell’arretratezza
del sud dopo l’Unità e quanti invece, al
contrario, pensano che il mezzogiorno giun
se al 1860 in floride condizioni produttive
deterioratesi successivamente. « Anche se
un certo divario di sviluppo preesisteva al
l’unificazione, e soltanto dopo di essa che
nasce « la questione meridionale » nel sen
so che da allora il sud giocò un ruolo su
bordinato nel processo di sviluppo capita
listico » (p. 28).
In quest’ottica vengono proposti numerosi
brani sul brigantaggio meridionale, di cui
si evidenzia il carattere sociale, coordinati
a quelli sulle condizioni economiche dei
contadini tratti dalle inchieste di Franchetti e Sonnino. Circa il periodo successivo
se è vero che si analizzano le conseguenze
delia politica protezionistica governativa
sull’economia, l’accento viene posto prin
cipalmente sugli aspetti sociali e politici.
Si evidenziano gli elementi di continuità
della condotta governativa verso il mezzo
giorno « L ’epoca giolittiana si espresse nel
mezzogiorno in linea con l’età precedente
con la repressione dei moti di classe, con
l’emarginazione della partecipazione alla vi
Rassegna bibliografica
ta politica del paese [...] » (p. 67).
M a si evidenziano anche gli aspetti nuovi,
propri di questa fase della questione meri
dionale; in particolare gli autori si soffer
mano sul ruolo dell’emigrazione, quale
« scelta obbligata » contro la miseria e la
degradazione sociale, e sottolineano l’im
portanza dei primi tentativi di organizza
zione di classe delle popolazioni meridionali.
In rapporto a quest’ultimo elemento si svi
luppa l’analisi del Partito socialista che
pone in rilievo come la politica riformista
da esso condotta fosse in contraddizione
con le istanze espresse dai moti contadini
meridionali che si esprimevano attraverso
forme di lotta spontanee e violente, ri
manendo di fatto prive di direzione poli
tica. Numerosi brani, che riportano sia le
analisi del PSI che la polemica salveminiana, confermano tale giudizio storico.
Il rapporto tra mezzogiorno e storia d’Ita
lia assume caratteristiche parzialmente di
verse in un momento di crisi dell’intero si
stema capitalistico e di apertura verso
differenti soluzioni capitalistiche come fu
quello del primo dopoguerra. Il movimen
to di classe si espresse nel sud attraverso
le occupazioni di terra dei contadini e le
agitazioni popolari contro il carovita.
Viene rilevato come non si verificasse un
processo di saldatura tra lotte operaie del
nord e moti contadini e popolari del sud;
bisognerà attendere l’elaborazione gram
sciana per avere un’adeguata analisi poli
tica. Inoltre chiara appare l’incapacità del
Partito socialista massimalista di saper co
gliere « quanto di rivoluzionario vi era nel
nuovo rapporto che le classi oppresse ve
nivano ad impostare per la soddisfazione
dei loro bisogni» (p. 131).
Rispetto al ventennio fascista l’analisi si
fa più sommaria e risente della carenza di
una sistematizzazione storiografica del rap
porto fascismo-mezzogiorno. D a approfon
dire sembra infatti il giudizio che viene
dato: « la stagnazione economica in agri
coltura per la conservazione sociale ad un
livello arretrato fu il compromesso poli
tico sostanziale del fascismo » (p. 137),
anche in rapporto ad alcune conseguenze
che da esso scaturiscono « L a scelta del
regime privilegiò la classe più vincolata
all’immobilismo della struttura sociale. L a
lotta contro la mafia fu infatti dura ed in
transigente e portò in carcere centinaia
di gabellotti, cioè gli agenti economici più
dinamici ed eterogenei del capitalismo in
sulare » (p 137).
Circa l’ultimo trentennio, significativa
131
mente intitolato 1945-1975: i nuovi ter
mini della questione meridionale, l’antolo
gia illustra un insieme di aspetti e proble
matiche acquisite dalla storiografia di que
sto periodo (caratteristiche delle lotte con
tadine nel secondo dopoguerra, ruolo del
la Cassa per il mezzogiorno, politica dei
poli di sviluppo, ecc.) evidenziando, quale
giudizio conclusivo, che il sottosviluppo
del sud non soltanto è ben lontano dall’es
sere risolto, ma, anzi, viene aggravato dall’acutizzarsi delle contraddizioni capitali
stiche degli anni settanta. Il processo di
organizzazione e ricomposizione di classe
dei ceti popolari meridionali può avanzare
soltanto nella misura in cui esso si salda
con le istanze operaie espresse su scala
nazionale, in particolare con i contenuti
emersi dal ciclo di lotte operaie del 196869 e con i nuovi equilibri politico-istitu
zionali di questi anni settanta. L e conclu
sioni a cui pervengono gli autori sono sor
rette da alcune considerazioni: la fine del
le « velleità riformatrici » in seguito alla
ripresa sia della lotta di classe nel paese
che della crisi economica del 1973 che ha
comportato nel sud un drastico ridimen
sionamento dell’intervento statale; la pos
sibilità di rivolte popolari strumentalizza
bili da forze reazionarie (v. Reggio Cala
bria) anche in conseguenza dell’incapacità
di direzione politica delle forze di sinistra;
il ruolo significativo della classe operaia
meridionale « È quello di una giovane clas
se operaia che si va rafforzando e può di
ventare momento di aggregazione fra tan
te forze sociali oppresse » (p. 197).
Gloria Chianese
pasquale coppola, Geografia e mezzo
giorno, Firenze, L a Nuova Italia, 1977,
pp. 192, lire 2.500; c. caldo - F santalu cia , L a città meridionale, Firenze, L a
Nuova Italia 1977, pp. 141, lire 2.500.
Il rapporto tra indagine geografica e mez
zogiorno viene analizzato dall’A. in base
ad una metodologia che si richiama espli
citamente alla geografia del sottosviluppo.
L a tematica della funzionalità del sottosviluppo allo sviluppo capitalistico in un
quadro che si estende su scala internazio
nale costituisce la premessa per un ribal
tamento della tradizionale impostazione
dei problemi geografici « un termine, cioè,
di geografia del sottosviluppo che richiede
prospettive e strumenti interpretativi col
legati ad una concezione e ad una stra
132
Rassegna bibliografica
tegia sovranazionali del recupero delle di
verse porzioni di spazio — e dei diversi
gruppi umani — a vario titolo emargi
nati » (p. 3).
Vi è quindi un tentativo di esaminare la
problematica dell’arretratezza del sud su
perando il divario che viene di solito trac
ciato tra problemi specificamente geogra
fici — ed in quanto tali considerati « na
turali » — e quelli economico-sociali at
traverso una ricomposizione dei due pia
ni di indagine sulla base di una metodolo
gia che tenta di essere marxista; l’accen
tuazione della matrice internazionale del
le cause del sottosviluppo meridionale im
plica accenti polemici verso l’elaborazio
ne gramsciana « Il recupero di un’inter
pretazione della problematica delle regio
ni meridionali che si fondi sul metodo
marxista, superando per necessità storica,
la stessa posizione gramsciana, s’impone
come un fatto irrinunziabile » (p. 15). Il
tentativo viene condotto su due piani:
— attraverso una rapida carrellata su
come si sono andati evolvendo gli studi
di geografia sul mezzogiorno, funzionale
a dimostrare la correlazione — e la fre
quente subalternità — dei diversi indiriz
zi culturali verso la politica governativa,
l’insistenza sulle cau se. « naturali » della
miseria del sud, la prolungata influenza
del positivismo, il rapporto tra geografia
e politica colonialistica, la mancanza as
soluta di impegno meridionalista da parte
dei geografi durante il fascismo sono tutti
elementi che risultano utili per una collo
cazione storica di tali filoni di ricerca;
— attraverso un’analisi puntuale, svilup
pata sul piano economico — politico, di
alcuni grossi problemi che hanno sempre
fatto sentire la loro incidenza sul sud, qua
li, ad esempio, l’assetto della rete idrica
e la carenza di energia. L ’insufficiente azio
ne per attuare l’imbrigliamento delle ac
que, l’accaparramento da parte delle in
dustrie create nel sud dell’acqua disponi
bile (10.000 litri di acqua per raffinare
una tonnellata di petrolio!), le conseguen
ze della scelta governativa di privilegiare
le termocentrali a nafta sono tutti ele
menti che l’A . esamina per evidenziare
i limiti storici della cosiddetta politica di
sviluppo del mezzogiorno.
Un tema particolarmente approfondito è
il ruolo del tessuto urbano nella storia del
mezzogiorno. Intanto l’istanza di un sud
cittadino viene vista come il perno di più
recenti
indirizzi
meridionali,
sensibili
agli orientamenti della scuola francese di
geografia volontaria; è il caso della rivi
sta napoletana «N o rd e su d » , che è stata
convinta sostenitrice della politica gover
nativa dei poli di sviluppo e delle conse
guenti necessità di potenziamento dei centri
urbani. Il rapporto tra strutture economi
che e l’assetto delle città viene successi
vamente ripreso nella rassegna antologi
ca dai saggi di R . Manheim e di E. M an
zi.
L ’analisi della città meridionale costitui
sce il tema di fondo del libro L a città
meridionale di C. Caldo - F. Santalucia.
Qui l’attenzione degli studiosi si indiriz
za verso il tessuto urbano in quanto espressione più significativa della struttu
ra economico-sociale del mezzogiorno a
partire dagli anni sessanta, dopo il dra
stico ridimensionamento dell’agricoltura e
gli effetti delle ondate migratorie ed in
quanto luogo privilegiato delle tensioni
politiche delle popolazioni meridionali;
non a caso le lotte nel sud hanno sempre
più frequentemente un carattere cittadi
no anche quando assumono l ’aspetto di
rivolte « incontrollate ».
Delle città nel mezzogiorno gli A. met
tono in luce due elementi salienti: il
carattere complesso e contraddittorio del
rapporto centri urbani/provincia ed il ruo
lo clientelare che esse svolgono nell’am
bito del sistema politico tipicamente me
ridionale. Il ruolo parassitario viene ana
lizzato in tutte le sue implicazioni, sia
rispetto all’abnorme sviluppo del terzia
rio nei centri urbani meridionali sia in
merito al rapporto città-campagna « le
città non come centri di propulsione per
la campagna [...] ma come centri paras
siti del territorio circostante, ossia come
centri che consumano ed attraggono mer
ci, reddito e persone senza ricambiare »
(p. 48), sia nell’individuazione della fun
zione di centri di consumo che le città
del sud svolgono in misura sempre cre
scente rispetto alla produzione settentrio
nale.
Se attenta è l’indagine sul carattere pa
rassitario della rete urbana meridionale,
alcune imprecisioni e semplificazioni si
possono notare nell’analisi della stratifi
cazione sociale; lascia infatti perplessi il
giudizio espresso sulla classe operaia del
sud « I nuclei operai vengono costituiti su
basi clientelari e spesso agiscono in una
realtà degradata sia dal punto di vista
materiale che da quello ideologico in as
senza, cioè, di una qualsiasi forza allea
ta » (p. 22).
Rassegna bibliografica
L a rassegna antologica presenta nume
rosi brani assai agili e incisivi. Due tema
tiche sembrano affrontate in maniera più
dettagliata. In primo luogo i problemi ur
banistici dei centri storici; la loro degra
dazione nelle principali città del sud, da
Bari a Palermo a Napoli, il conseguente
processo di sfaldamento delle attività eco
nomiche ivi esistenti (artigianto, lavoro a
domicilio), la continua espulsione degli
strati popolari che vi risiedono, l’avvio di
processi di ristrutturazione con finalità
speculativo-residenziali sono tutti temi am
piamente trattati. In secondo luogo note
vole spazio è dato alle lotte per la casa
sviluppatesi nelle città, sia nelle realtà
dove sono maggioritari gli strati sociali
sottoproletari che in quelle dove più con
sistente è la presenza di settori operai.
Entrambi i saggi infine sono corredati da
un’accurata bibliografia attenta anche alla
produzione di riviste specifiche e con un
ampio rilievo dei contributi stranieri, spe
cialmente francesi.
Gloria Chianese
nino calice , P a r t i t i e r ic o s t r u z io n e n e l
m e z z o g io r n o . L a B a s i l i c a t a n e l d o p o g u e r
r a , Bari, De Donato, 1976, pp. 176, lire
2.000.
Un primo grosso merito del volume è
quello di uscire dai termini sterili del di
battito tra impostazioni recriminatorie e
giustificazioniste della storia del movimen
to contadino meridionale del secondo do
poguerra, attraverso l’intreccio tra anali
si sociale e politica e l’indagine sulla que
stione centrale e finora trascurata della
formazione del nuovo blocco dominante
nel mezzogiorno. Calice sottolinea anzi
tutto un elemento in genere dimenticato:
la continuità con la tradizione pre-fascista,
da lui stesso studiata nel volume di due
anni precedente a questo, L o t t e p o lit ic h e
e s o c i a li in B a s il ic a t a . 1 8 9 8 -1 9 2 2 . Tale
continuità è indicata sia per le classi su
balterne, nelle rivolte del 1943 nelle zone
del materano di forte organizzazione so
cialista fin dagli inizi del secolo, sia per
le classi dominanti, nel predominio ini
ziale del personale politico nittiano. Que
st’ultimo, che ha la sua figura più rap
presentativa in Vito Reale, nominato da
gli alleati sindaco di Potenza, garantisce
la continuità dello stato nella misura in
cui questa era strutturalmente legata al
133
consolidamento avvenuto in Basilicata du
rante il fascismo della grande azienda la
tifondista. Se già alla fine del 1944 il
gruppo di Reale, che aveva attaccato vio
lentemente il decreto Gullo proprio men
tre si sviluppavano in Basilicata vaste oc
cupazioni di terre, non è più adeguato a
mediare il nuovo rapporto tra rendita
fondiaria e stato che lo scontro di classe
esige e che si tradurrà in un «uso diver
so e contrattato in maniera più ravvici
nata dell’intervento del capitale pubblico
in agricoltura » (p. 48), il fatto importan
te che si deduce è che la ricomposizione
del blocco dominante al sud si avvia im
mediatamente, mentre è in atto la disgre
gazione di quello tradizionale, anche se i
due processi potranno dirsi compiuti solo
col congresso democristiano di Napoli del
1954. Calice non accenna a questi futuri
sviluppi, ma evidenzia il passaggio della
rappresentanza politica del blocco egemo
ne lucano, dopo la breve fase liberale e
demo-laburista, alla DC, che tra il 1946 e
il 1948 si concentra sull’« occupazione »
di tutti i gangli decisivi del potere, dai
Consorzi agrari alle banche alla Camere di
commercio. Si pone qui un grosso pro
blema, che Calice non affronta: se e
come l’assenteismo delle sinistre in que
sto campo come in quello della « ridu
zione amministrativa dei C LN » (p. 90),
che sono al sud meri organi consultivi dei
prefetti, si leghi al fenomeno (mai prima
definito da uno storico comunista con
tanta nettezza) di « vera e propria divari
cazione fra movimento e aspettative del
le masse e politica del partito » (p. 55).
Ci sembra cioè che Calice non tragga le
conclusioni implicite nella sua analisi, che
da un lato coglie gli spunti di una dina
mica di classe anziché appiattirli, come
ad esempio aveva fatto Ragionieri nella
S t o r i a d ’I t a l i a Einaudi, nella generica ed
equivoca categoria di « disgregazione so
ciale » del mezzogiorno, dall’altro ha il
merito di sottolineare la valenza politica
sia delle iscrizioni in massa dei conta
dini alle Camere del lavoro, sia delle ri
volte lucane della primavera-estate 1945.
Questo tema della richiesta di p o t e r e da
parte delle masse contadine è centrale
— e non a caso Chiaromonte, nella pre
fazione al volume, rimprovera Calice di
averlo sottolineato —, ma non nel sen
so frainteso per diversi motivi da Tarrow
anni fa e oggi da Chiaromonte e Amen
dola di abbattimento rivoluzionario del
lo stato, ma di trasformazione di tutti gli
134
Rassegna bibliografica
equilibri — contrattuali, fondiari, sala
riali e amministrativi — su cui si basa
va la tremenda oppressione dei contadini
meridionali; la loro richiesta di rottura
di quegli equilibri poneva un problema
di potere politico. Ci sembra che in que
sto tipo di analisi Calice si fermi in qual
che modo a metà strada, anche se por
tarla fino in fondo è un compito difficilis
simo, che esigerebbe, tra l ’altro, un chia
rimento e approfondimento, anche me
diante l’uso di altre scienze sociali e di
altri tipi di approccio, del termine « aspettative delle masse », affrontando an
che la dimensione soggettiva del comples
so intreccio che nelle lotte contadine si
manifesta tra elementi tradizionali (il mes
sianismo, ora magari applicato all’U nio
ne Sovietica, l’antico diritto all’uso delle
terre demaniali) e la nuova presa di co
scienza.
Un altro grosso merito del volume è quel
lo di sottolineare, oltre alla radicalità del
lo scontro di classe, anche la sua com
plessità; per due fondamentali ordini di
ragioni; 1) la struttura sociale del capi
talismo rurale monoculturale fa sì che,
grazie all’acquisto di terra da parte del
ceto medio dei paesi, il latifondo trovi
« un baluardo ideologico e politico di no
tevole resistenza nella estesa fascia di una
miriade di coltivatori diretti» (p. 110); 2)
nel mezzogiorno gli effetti dell’inflazione
continuano a manifestarsi, e anzi si ag
gravano, dopo la stretta deflazionistica del
1947, con il contemporaneo aumento della
disoccupazione e della circolazione mone
taria, che si triplica in Basilicata tra il
1948 e il 1949; questo fa sì che si creino
« innaturali alleanze tra contadini anche
poveri, grossi proprietari, affittuari, spe
culatori » (p. 118) prima contro il decre
to Gullo e gli ammassi poi con il voto alla
DC del 18 aprile. In questa situazione,
dopo il 1947, mentre le sinistre devono
« registrare e gestire la sconfìtta sul ter
reno delle riforme, dei rapporti di classe
e di potere » (p. 123) — e anche un’affer
mazione di questo tipo è del tutto inso
lita nella storiografìa del PCI — , la DC
di Emilio Colombo crea il suo dominio
in Basilicata sostituendo all’eversione del
latifondo la ripresa della politica di boni
fica con l’Ente per lo sviluppo dell’irriga
zione in Puglia e Lucania e creando così
una salda alleanza sociale con la specula
zione nei settori dei lavori pubblici e del
le industrie boschive: esempio emblema
tico di un sistema di potere che, servendo
si delle leve dello stato per stabilire le
gami di masse, « aderiva in maniera pro
fonda all’immutato tessuto sociale ed eco
nomico della regione » (p. 134). Con que
sta articolazione di analisi Calice fornisce
un contributo di grosso rilievo non solo
alla storia delle origini del potere democristiano, ma anche a quella delle dinami
che sociali e politiche che attutirono pre
ventivamente le reazioni alla rottura del
la tradizionale alleanza tra stato e grossi
agrari, che si avrà con le leggi di riforma
e consentirono in generale un passaggio
graduale e in certa misura indolore dal
vecchio al nuovo tipo di blocco dominan
te nel mezzogiorno.
Anna Rossi-Doria
Francesco renda, I l m o v im e n t o c o n t a d in o
in S ic ilia e l a fin e d e l b l o c c o a g r a r i o n e l
m e z z o g io r n o , Bari, De Donato, 1976, pp.
120, lire 1.800.
Renda, studioso delle lotte agrarie sicilia
ne ottocentesche, dai moti del 1821 ai
Fasci siciliani, affronta in questo volume
l’esame di quelle del secondo dopoguerra,
di cui egli fu anche protagonista, cer
cando anzitutto di definire il nesso tra
il movimento contadino meridionale nel
suo complesso e quello siciliano. Quest’ul
timo deriverebbe i suoi caratteri specifici
dalle modalità particolari della caduta del
fascismo, dal separatismo e dall’autono
mismo; Renda interpreta quest’ultimo co
me risposta tardiva delle forze antifasciste
alle esigenze poste dal separatismo, in cui
una forte spinta democratica sarebbe sta
ta egemonizzata dai grandi proprietari e
dal vecchio personale politico liberale di
retto da Finocchiaro Aprile. Tale interpre
tazione non è però ancora documentata:
dopo il saggio di Giarrizzo nell’« Archivio
storico per la Sicilia orientale » del 1970,
mancano studi adeguati sul separatismo
per cui non sono stati ancora chiariti, ad
esempio, né il passaggio dei grandi agrari
da quello alla DC tra il 1945 e il 1946, né
la consistenza della sinistra separatista di
Varvaro e Canepa. Allo stato attuale del
le conoscenze, pertanto, si può legittimamente dubitare dell’ipotesi non di una ade
sione degli strati popolari al separatismo,
che indubbiamente vi fu, ma del fatto che
non si trattasse di una loro strumentaliz
zazione da parte delle vecchie classi do
minanti. È anche discutibile l’altra affer
mazione di Renda relativa ai caratteri di
Rassegna bibliografica
specifica tradizione siciliana del fenome
no, comune invece a tutto il movimento
contadino meridionale, che vede impegna
ti nelle lotte solo i contadini poveri, sepa
rati sia dai ceti urbani che dai coltivatori
diretti e dalle altre classi rurali interme
die. Nella spiegazione, a livello sia strut
turale che politico, di questo fenomeno
consiste anzi uno dei nodi centrali che la
storia del movimento contadino meridio
nale nel secondo dopoguerra dovrà affron
tare.
Ci sembra invece del tutto condivisibile la
periodizzazione adottata da Renda, che, co
me Rosario Villari al convegno su T o g li a t
ti e il m e z z o g io r n o , proprio perché ripren
de il tema della crisi del blocco agrario,
non pone più l’acme delle lotte agrarie
meridionali nel 1949, come da molti anni
facevano politici e storici del PCI, ma an
zi sottolinea come dopo il 1947 il movi
mento contadino sia « in posizione di di
fesa » (p. 21). Il fatto che questa impo
stazione, connessa alla ricerca delle ori
gini della crisi del blocco agrario già in
epoca fascista, resti nel dibattito degli sto
rici del PCI isolata e contestata ha, ci
sembra, una chiara motivazione politica
ancora apologetica, malgrado il processo
autocritico avviato da tempo su quegli av
venimenti, perché implica un oggettivo ri
dimensionamento del ruolo di iniziativa po
litica svolto dal PCI tra i contadini meri
dionali nel periodo cruciale 1944-1949. Va
detto peraltro che la retrodatazione del
la crisi del blocco agrario, proposta da
Villari sulla traccia di considerazioni svol
te da Guido Dorso nel 1944, e ripresa qui
da Renda, che pone la rottura tra stato e
agrari siciliani nel fallimento della boni
fica integrale fascista e nell’opposizione al
la legge di colonizzazione del latifondo si
ciliano del 1940, resta per ora allo stadio
di ipotesi di ricerca.
Giustamente Renda articola un giudizio
positivo sui decreti Gullo come fattore di
organizzazione contadina, e pone l’accen
to anche su quelli meno noti del giugno
e luglio 1944 e sui loro effetti sociali, ma,
malgrado l’ammissione del carattere offen
sivo del ciclo di lotte contadine che va
dalla fine del fascismo alla svolta del 1947,
esclude rigidamente ogni forma di spon
taneismo del movimento contadino, e ri
vendica esclusivamente il valore dell’orga
nizzazione ribaltando, ma mantenendo in
tatta una contrapposizione ideologica che
ha finora impedito una interpretazione cor
retta delle lotte contadine meridionali. Oc-
135
corre infatti, secondo noi, sforzarsi di co
gliere l’intreccio complesso tra spontanei
tà e organizzazione nell’ambito di una analisi sociale che veda le classi rurali non
come mera espressione dei rapporti di pro
duzione, ma anche dal punto di vista an
tropologico e soggettivo. L a generale ca
renza della storiografia di sinistra italiana
in questo campo, acutamente sottolineata
da Romanelli in S t o r i a p o lit ic a e s t o r ia
s o c i a le d e llT t a lia c o n t e m p o r a n e a : p r o b le
m i a p e r t i (« Quaderni storici », 1977, n.
34), ha pesato particolarmente nello stu
dio delle lotte contadine. È anche per que
sto che il dibattito su di esse non è riusci
to finora ad uscire dalla sterile diatriba
tra recriminazione e giustificazionismo:
peccato in cui cade anche Renda quando
afferma, ad esempio, che l’obiettivo della
riforma agraria nel 1944-45 sarebbe ap
parso massimalistico agli stessi contadini.
Molto utili sono gli accenni all’Unione
siciliana delle cooperative agricole (USCA),
che fu l’unico tentativo di integrare il de
creto Gullo sulle terre con l’assistenza fi
nanziaria, tecnica e legale che alle coope
rative meridionali sorte in base a quel de
creto mancò completamente: non a caso
quando a partire dal 1947 « alle canne
mozze della lupara fu sostituita o aggiun
ta la carta bollata » (p. 70), con la revo
ca delle concessioni di terra alle coopera
tive, anche l’U SCA fu, con una monta
tura scandalistica, smantellata. Tuttavia,
alle conclusioni del volume va mosso un
rilievo di fondo: Renda descrive esatta
mente come il disegno democristiano di
divisione dei contadini riuscì a passare
attraverso la legge sulla formazione della
piccola proprietà contadina e la legge si
ciliana di riforma agraria tra loro legate
nel senso che, posponendo l’esproprio al
la vendita, si rastrellarono ai contadini si
ciliani circa 100 miliardi, investiti dagli
agrari nell’edilizia urbana, si fecero anda
re alle stelle i prezzi della terra e alla fine
si fecero selezionare dagli agrari le terre
da espropriare, per cui del 40-45 per cento
di proprietà latifondistica che in comples
so fu tolto ai vecchi proprietari, le terre
buone andarono ai contadini medi e ric
chi e alla borghesia professionale di paese
e le terre peggiori ai contadini poveri e
braccianti.
Eppure, dopo aver descritte questo pro
cesso, Renda dichiara che non si deve par
lare di sconfitta del movimento contadino
meridionale e quando poco più avanti è
costretto ad ammetterla, definendola « ri
136
Rassegna bibliografica
flusso », la motiva con il disinteresse per i
problemi dell’agricoltura dovuto al passag
gio, descritto come oggettivo e neutrale,
dell’Italia da paese agricolo-industriale a
paese industriale-agricolo. Ci sembra in
vece vada ribadito che quella sconfitta ci
fu e che soprattutto fu uno dei prezzi che,
confermando ancora una volta la funzio
nalità dell’intreccio tra sviluppo e arretra
tezza, la ricomposizione capitalistica ri
chiedeva, puntando a un modello i cui
costi saranno pagati dall’agricoltura, dal
sud e dai disoccupati, le tre componenti
appunto delle lotte contadine.
Anna Rossi-Doria
A A.V V ., L a R e p u b b l ic a r o s s a d i C a u lo n ia .
U n a r iv o lu z io n e t r a d i t a ? , Reggio Calabria,
Casa del libro, 1977, pp. 151, lire 2.500.
Questo volume riesaminerà in un vivace
dibattito la storia di un paese che fu, dal
5 al 9 marzo 1945, centro di una « spon
tanea » lotta contadina contro il principe
ed i feudatari locali.
Gli studiosi sembrano così aver scoperto
nella comprensione dei motivi che porta
rono alla «rivolu zione» del marzo 1945
e nella nascita di una tradizione di lotte
sociali e politiche in Caulonia una chiave
di volta per una analisi socio-politica del
la realtà calabrese del secondo dopoguerra,
dei modi attraverso i quali la Democrazia
cristiana avrebbe ereditato e fatto propria
la tradizione del regime fascista soffocan
do le speranze, le rivendicazioni, le lotte
contadine iniziate fin dal 1943. Dopo gli
studi di Ilario Ammendolia e Nicola Frammartino { L a r e p u b b lic a r o s s a d i C a u lo n ia ,
Reggio Calabria, 1975), Mario Alcaro e
Amelia Paparazzo { L o t t e c o n t a d in e in C a
la b r i a , 1 9 4 3 -1 9 5 0 , Cosenza, 1976) ed E u
genio Musolino ( Q u a r a n t ’a n n i d i lo t t e in
C a l a b r i a , Milano, 1977), di particolare in
teresse compare ora questo libretto in cui,
a fianco di uno scritto ad effetto — pur
con alcune stimolanti osservazioni — di
Pasquino Crupi ( L ’e le g a n t e d o p p ie z z a d e l
P C I , pp. 141-151), compaiono le testimo
nianze dei tre principali protagonisti: E u
genio Musolino, già segretario della fede
razione del PCI ( U n a r iv o lt a e s c a m is a d a ,
pp. 121-140), Vincenzo Misèfari, già se
gretario della C G IL provinciale ( N o n m o
b ilit a m m o le m a s s e p o p o la r i, pp. 95-119),
ma, soprattutto, quella del « capo della
rivoluzione » (Sharo Gambino, I n t e r v is t a
a C a v a l l a r o , pp. 7-93), polemica, vivacissi
ma, ancora pervasa dall’immagine utopi
ca del poeta che diventa capopopolo e gui
da le « masse diseredate » alla rivolta.
L a situazione di latente ed endemica ri
volta nella zona circostante Caulonia
(si pensi alle occupazioni di terre del 191921; al fatto che gli agrari locali avevano
usurpato i tre quarti delle terre demania
li; ai rigurgiti emersi già nel 1943 della
violenza squadrista mascherata sotto nuo
ve candide vesti, nel tentativo di affer
mare la tradizionale corruzione e la dila
tazione del vecchio paternalismo) trovò in
Pasquale Cavallaro e nei suoi figli dei ca
pi, politici « militari », innati e, con la
«on orata so cietà», un collegamento che
lo stesso Cavallaro ammette come legit
timo e «n o rm a le », senza, purtroppo, ap
profondire i termini.
Diverse le interpretazioni e le valutazioni
dei tre protagonisti, sia per quanto con
cerne l’atteggiamento del PC I (più preoc
cupato della diffìcile situazione nazionale
ed internazionale in quella primavera 1945
che non della isolata « rivoluzione » di
Caulonia), che in relazione al comporta
mento del prefetto, il socialista Priolo, che
sembrò volutamente « gonfiare » gli avve
nimenti e provocare l’intervento di un co
spicuo contingente di forze armate. Se la
sconfittta militare non poteva mancare (ma
i ponti stradali e ferroviari erano minati,
mentre « alcune migliaia di contadini ar
mati erano pronti a difendere la repub
blica [...] »), e lo stesso Cavallaro riuscì
ad evitare lo scontro consegnandosi alla
tenenza dei regi carabinieri di Roccella Io
nica, quella politica fu solo temporanea.
Poco dopo ricominciavano le lotte per la
terra che, tuttavia, innestandosi in una si
tuazione politica che aveva saputo raffor
zare, sotto bandiere solo apparentemente
nuove, lo strapotere economico dei vecchi
proprietari, non riuscirono a raggiungere
i loro obiettivi.
Luciano Casali