Denis Thériault Lo swing perfetto (Traduzione di Margherita Belardetti)

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Denis Thériault Lo swing perfetto (Traduzione di Margherita Belardetti)
Denis Thériault
Lo swing perfetto
(Traduzione di Margherita Belardetti)
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Due passioni governavano la vita di Falardo. La prima era il golf, sport divino che
lo aveva stregato sin dalla più tenera età e che praticava con ardore su tutti i
prati muniti di buche d’America, da quando una consistente eredità lo aveva
sollevato da ogni preoccupazione finanziaria. La seconda passione, recente ma
non meno viva e correlata alla prima, era Gwendoline Hitchcock, la golfista più
graziosa che mai si fosse vista sui green di tutta la penisola della Florida.
Era in un Golf Resort di Fort Lauderdale che Falardo aveva adocchiato per la
prima volta Gwendoline. Davanti alla celestiale visione di quella bella sportiva
dai modi sfrontati che percorreva il fairway con polpaccio magnificamente
tornito, i suoi sensi erano impazziti, la sua anima si era impennata. Si era
immediatamente votato all’impresa di conquistare il cuore di Gwendoline,
insieme alle eccitanti rotondità che avviluppavano quell’organo delicato.
Impresa che presto si era rivelata assai ardua e di cui niente, a dire il vero,
lasciava presagire un buon esito: dopo tre mesi di una corte assidua, la splendida
ninfa dei links si limitava a rispondere alle sue avances con un’indifferenza che
rasentava il disprezzo. Falardo le aveva tentate tutte. Tallonando Gwendoline
come un’ombra, le aveva dato la caccia da un Golf Club all’altro, da Boca Raton
fino a Pompano Beach. Iscritto a tutti i tornei a cui lei assisteva, l’aveva
bombardata di regali principeschi e di inviti a cena nei ristoranti più chic di
Miami, senza alcun risultato: i regali erano stati rispediti al mittente, gli inviti
seccamente rifiutati. Qualsiasi cosa Falardo tentasse, il mercurio che regolava la
temperatura di Gwendoline era ostinatamente contiguo allo zero assoluto, ed
era questo a portarlo alla disperazione in quella sera di luglio del 1971, mentre
si scolava il sesto scotch, tutto solo, nel bar del Club-House del Golf Resort Tres
Flamencos di Pompano Beach, al termine della prima giornata del torneo
amichevole che ogni anno si disputava in quel luogo.
Amareggiato, Falardo riconobbe di aver sin dall’inizio preso sottogamba la
situazione. Sulle prime aveva interpretato la resistenza di Gwendoline come una
tattica femminile mirante ad acuire il suo desiderio, ad attizzare la sua foga, ma
ora doveva giocoforza ammettere di essersi sbagliato di grosso. Gwendoline – se
ne rendeva conto un po’ tardi – non era una di quelle Circi capricciose che
trasformano il cammino del loro cuore in un percorso a ostacoli. L’animo
semplice dell’affascinante golfista era sgombro da simili complicazioni. La via
che portava al suo cuore era diretta, ben segnalata: per fare colpo su Gwendoline
Hitchcock e meritare i suoi eventuali favori bisognava disporre di un atout che
né la bellezza, né l’intelligenza, né la ricchezza potevano offrire. Era sufficiente
soddisfare una sola condizione essenziale, a paragone della quale le qualità più
eccelse dell’intera gamma delle virtù contava ben poco: dovevi sapere giocare a
golf con brio. Poco importava a Gwendoline che tu fossi Paul Newman o
Quasimodo, Al Capone o Gandhi, Einstein o l’idiota del villaggio, purché tu fossi
innanzitutto un eccellente golfista.
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<<Cosa che io non sono e non sarò mai>>, si desolò Falardo, non vedendo, in
quel momento di lucidità etilica, convenienza alcuna nel cullarsi nelle illusioni.
<<Un fallito, ecco quello che sono>>.
In questo, Falardo era un tantino ingiusto nei confronti di se stesso. Per uno che
si era sempre dedicato al golf senza altra ambizione se non quella di divertirsi,
giocava molto bene. Ma certo non abbastanza per trascendere la condizione di
dilettante dichiarato e rispondere ai criteri minimi di Gwendoline. Gli faceva
difetto quell’aria vincente, quel tocco magico che solo avrebbe potuto
catapultarlo all’altezza stratosferica in cui si esibiscono i campioni. Ne
testimoniava con brutale franchezza la giornata catastrofica, infarcita di errori
tattici, che aveva alle spalle. Dopo aver passato la maggior parte del tempo a
droppare dentro bunker infami che sembravano esercitare sulla sua palla una
qualche misteriosa attrazione magnetica, era riuscito a conquistare solo un
umiliante diciassettesimo posto nella classifica provvisoria. E alla vergogna di
rendersi in questo modo ridicolo ai begli occhi beffardi di una Gwendoline che
non si era persa niente della sua disfatta era venuto ad aggiungersi l’ulteriore
oltraggio, lo strazio supremo di vederla andarsene, petulante, al braccio di Tony
Tallwood, un belloccio ventruto, favorito dall’essere in testa alla classifica,
vantaggio di cui certamente non avrebbe mancato di approfittare.
<<Detesto quel tipo>>, constatò Falardo, tentando di annegare la gelosia nel
settimo scotch. Immaginò quello che probabilmente stava combinando quel gran
babbeo di Tallwood con la donna che faceva vibrare la sua anima e si sentì
rivoltare lo stomaco. <<Sia come sia, ormai sono fottuto>>, si disperò. <<Non
arriverò mai a giocare abbastanza bene per lei>>. Ordinò un altro bicchiere ma il
barman, che era un tipo perbene, gli ricordò che aveva un torneo da concludere,
il giorno dopo, e gli consigliò di andare a dormire. Forse non aveva del tutto
torto, dal momento che ora il bancone, le bottiglie, gli altri clienti e tutto ciò che
stava nel bar turbinavano in maniera strabiliante intorno a Falardo. Il quale,
riuscito a malapena a infilare la porta, uscì, passando senza transizione dalla
frescura accuratamente controllata del Club House alla fornace della notte
floridiana. Notte che si sorprese di trovare tanto bella. Decise allora di
concedersi una passeggiatina prima di andare a fare la nanna, e barcollò in
direzione del campo di golf che dispiegava pigramente i suoi links fino al grande
specchio dell’Atlantico, laggiù, sotto le stelle. Vacillò così fino all’area di partenza
della prima buca, dove si fermò per contemplare la notte e ammirare le due
lune… Cosa che, riflettendoci, gli parve abnorme. Sicuramente un effetto
collaterale dell’eccesso di scotch. Obbligando i muscoli oculari a compiere
un’indispensabile messa a fuoco, sovrappose le due lune e si lasciò cadere a
terra. <<È da un pezzo che non sono più così sbronzo>>, pensò, dapprima
tristemente divertito, poi solo triste, perché i suoi pensieri alla deriva si
indirizzavano di nuovo verso Gwendoline, trascinandolo nei tormenti di una
cupa riflessione sulla disgrazia di essere un mediocre e di amare una donna che
apprezza solo i campioni. <<Se riuscissi a farcela, almeno una volta. Se riuscissi a
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vincere questo fottuto torneo, domani…>> sospirò, pur sapendo benissimo che
la rimonta sarebbe stata troppo ardua, praticamente impossibile.
<<Forse non del tutto impossibile, Mister Falardo>>, disse alle sue spalle una
voce rauca, dal forte accento british.
Falardo, che si era creduto solo, si rialzò e si girò verso un individuo, che con
ogni probabilità si era avvicinato nella penombra. Si vide davanti un
personaggio insolito. Bardato di un barbone incolto, era un tipo secco, nodoso,
che l’età avanzata incurvava appena, benché si appoggiasse a una canna.
Nonostante la calura soffocante, il vegliardo portava rigorosamente la cravatta,
una giacca pesante di tweed, calzini scozzesi e un basco di lana in testa. Fumava
un grosso sigaro. <<Che razza di originale>>, pensò Falardo. <<Di certo un
ospite dell’albergo che si concede una passeggiatina notturna>>.
<<Che cosa non è del tutto impossibile, mi scusi?>> chiese al sopravvenuto.
<<Vincere domani>>, rispose l’altro, tra due boccate di Havana.
Quel tipo balzano aveva evidentemente sentito Falardo sussurrare tale auspicio.
Contrariato dal fatto che uno sconosciuto osasse ficcare il naso nel corso intimo
dei suoi pensieri, Falardo osservò con attenzione quel vecchio impertinente. Gli
ricordava vagamente qualcuno. Studiando nei particolari l’incredibile, ridicolo
abbigliamento dell’importuno, giunse alla conclusione che dovesse trattarsi di
una tenuta sportiva d’altri tempi, perfetta per un giocatore di golf del XIX secolo.
E all’improvviso, ebbe l’illuminazione. Una foto, che si ricordò di aver osservato,
in occasione di una visita all’American Golf Museum, qualche anno prima. Una
vecchia foto, risalente all’epoca eroica in cui le palle da golf erano fatte di piume
d’oca e avvolte in un pezzo di pelle di vacca. Una foto del leggendario Old Tom
Morris, il pioniere scozzese degli epici albori del Saint Andrews Golf Club. Quel
tizio e il vecchio Tom Morris si assomigliavano come due palle da golf. Una
coincidenza stupefacente. Ma una simile somiglianza poteva essere casuale? Non
era invece intenzionale che il vecchio si divertisse a travestirsi da Tom Morris? O
forse si prendeva davvero per quel venerabile precursore dell’arte golfistica?
Era un pazzo? Di certo un originale, probabilmente inoffensivo, benché la sua
canna potesse trasformarsi in un’arma temibile. Tuttavia niente, nel suo
comportamento, lasciava presagire la benché minima aggressività e Falardo,
troppo felice di distogliersi dai suoi assilli, decise di stare al gioco:
<<Buona sera, Mister Morris>>, disse, abbandonandosi a una sorta di gioiosa
vertigine mentale.
Senza smentire quell’improbabile identità, il vecchio abbozzò un lieve sorriso
d’intesa.
<<Credo che lei voglia farsi beffe di me, Mister Morris>>, proseguì Falardo.
<<Altrimenti perché insinuerebbe che io avrei la statura per vincere questo
torneo? Io sono, mi creda, un ben misero giocatore di golf>>.
<<Avete torto a svalutarvi in questo modo>>, replicò il sosia di Tom Morris.
<<Oggi vi ho guardato giocare e ritengo al contrario che voi siate estremamente
dotato>>.
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<<Lei è troppo generoso>>.
<<Neanche per idea, Mister Falardo. Ho studiato attentamente il vostro stile;
permettetemi di osservare che il vostro swing è notevole>>.
<<Sì, può essere>>, ammise Falardo, perché era quello, effettivamente, l’unico
aspetto della sua tecnica che non lo facesse arrossire: anche i suoi avversari gli
invidiavano la potenza del suo colpo, per quanto modesta fosse come
consolazione. <<Sì, ho un buono swing>>, convenne.
<<Un eccellente swing. E io me ne intendo>>, rincarò la dose Morris. <<L’arco è
ideale, il movimento di rara purezza. Il vostro swing è il più perfetto che mai mi
sia capitato di vedere, Mister Falardo>>.
<<D’accordo, ho un buono swing, ma è tutto il resto che non va>>.
<<In effetti>>, ribatté il vecchio, senza troppi complimenti. <<Il vostro gioco per
il resto è disastroso. Avete uno swing straordinario ma, una volta sul green, fate
pena. Siete un putter miserabile, Mister Falardo. Mancate totalmente di
precisione>>.
<<Già, di precisione…>>, ripeté Falardo, inchinandosi di fronte all’autorevolezza
con cui era stata pronunciata quella diagnosi. <<Avete ragione. È il mio grande
problema>>.
<<Una lacuna grave, Mister Falardo. A cui fortunatamente io posso ovviare>>.
Falardo squadrò quel bel tomo, in preda a subitanea diffidenza. Quello pseudo
Morris alla fine altri non era che un istruttore di golf in cerca di ingaggio?
Falardo la conosceva troppo bene, quella genia di ciarlatani e altri parassiti che
infestavano i links, eternamente a caccia di clienti creduloni e danarosi, ai quali
facevano spudoratamente balenare il miraggio di risultati rapidi, prodigiosi.
<<Grazie, ma non ho bisogno delle vostre lezioni>>, rispose, un po’ deluso,
perché quell’uomo gli era piaciuto, fino a quel momento.
<<Voi vi ingannate, Mister Falardo. L’aiuto che vi posso offrire io è di tutt’altra
natura. Che età avete?>>
<<Trent’anni>>, sospirò Falardo.
<<Un’età fatale>>, si compiacque Morris. <<Ecco la mia proposta: vi offro
vent’anni di carriera da golfista eccezionale. No, non ridete, Mister Falardo,
perché io sono serio. Non vi piacerebbe forse diventare il più celebre giocatore
di golf di tutti i tempi?>>
Falardo scoppiò a ridere, perché quella era troppo grossa. Poi pensò a
Gwendoline, i cui seni in fiore forse in quel momento venivano bottinati da quel
grosso bombo di Tallwood e i suoi lineamenti si indurirono. Diventare il più
celebre giocatore di golf di tutti i tempi…
<<Venderei l’anima per questo>>, mormorò in un soffio.
Prendendo solo allora coscienza di quello che aveva appena detto, Falardo fu
attraversato da un pensiero repentino, talmente grottesco che solo l’alcol poteva
averlo generato.
<<Dica un po’, Mister Morris, non sarà mica il Diavolo?>>
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Fu la volta allora di Morris di scoppiare a ridere, ammesso che si potesse
definire riso quel crepitio di raganelle che emetteva.
<<No, Mister Falardo, io non sono venuto a comprare la vostra anima, se è
questo che temete. D’altronde - supponendo che qualcosa di simile all’anima
esista effettivamente - non saprei che farmene. No, non sono il Diavolo. Ma sono
comunque in grado di aiutarvi a realizzare il vostro auspicio. Tutto quello che vi
chiederò in cambio sarà un certo favore che voi vi impegnerete a farmi alla fine
della vostra gloriosa carriera di golfista professionistico>>.
<<Che genere di favore?>>
<<Nulla di illegale o di immorale, non temete. Niente che sia contrario alle vostre
disposizioni naturali. Che ne dite? Volete diventare il giocatore di golf più
famoso di tutti i tempi?>>
La situazione oltrepassava talmente ogni limite del buon senso che restava solo
da prenderci gusto.
<<Perché no?>> proruppe in una risata Falardo, trovando che quella storia era
di un’assurdità troppo incantevole per non assaporarla fino in fondo. <<Affare
fatto, Mister Morris>>.
E strinse la mano tesa del vecchio matto. Una mano ossuta, sorprendentemente
fredda, che si richiuse sulla sua come un artiglio, diffondendo in tutto il suo
braccio una sorta di vibrazione, di flusso energetico. E all’improvviso, come per
ufficializzare quel patto e sottolinearne la solennità, le cateratte del cielo si
aprirono e si mise a piovere. A catinelle…
<<Che acquazzone!>> si stupì Falardo, già zuppo.
Poi aprì gli occhi.
Si rialzò a fatica, si rese conto di essere solo, seduto sul prato dell’area di
partenza della prima buca, nello stesso punto in cui aveva ammirato le due lune,
poc’anzi. L’acquazzone che l’aveva preso di mira proveniva in realtà da un
irrigatore automatico entrato in azione che, annaffiando il prato circostante,
l’aveva al contempo svegliato. Falardo corse a mettersi al riparo. Ancora brillo,
consultò l’orologio, il cui quadrante luminoso indicava le tre del mattino.
<<Diamine!>> realizzò. <<Ho dormito cinque ore qui per terra. E ho sognato…>>
Ma che cosa? Si ricordò vagamente dell’odore di sigaro, di un tipo strambo con
cui aveva avuto una conversazione assurda, ma il sogno, fugace, già si affievoliva.
<<In ogni modo>>, concluse, <<era un sogno stupido>>. E si diresse a passo
incerto verso l’hotel, pensando alla giornata faticosa che lo aspettava, a quel
maledetto torneo che doveva assolutamente portare a termine, anche
strisciando, anche a costo di perdere quel poco di credibilità che forse aveva
ancora agli occhi di Gwendoline.
*
Il giorno seguente, al termine di un percorso golfistico in tutto e per tutto
miracoloso, Falardo si vide assegnare la coppa del torneo, tra gli applausi della
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folla rapita. Quantunque indebolito da un mal di testa feroce, aveva accumulato i
birdies, gli eagles e gli albatros, era rimontato inesorabilmente nella classifica e
battuto di due colpi un Tony Tallwood sconcertato che, in un accesso di furia,
aveva gettato il suo putter preferito nello stagno artificiale ai margini dell’ultimo
green. Una dolce vendetta per Falardo, che assaporava finalmente l’elisir
inebriante della vittoria, ricompensato dalla gratificazione suprema: il più soave
dei sorrisi di Gwendoline, che se ne stava tra le prime file del pubblico, strutta di
ammirazione. E non fu che l’inizio di una vera e propria fiaba golfistica. A
settembre, cedendo alla languida insistenza di Gwendoline, che ormai
condivideva il suo giaciglio, Falardo si iscrisse al prestigioso Open di Florida,
torneo che riuniva i migliori golfisti d’America, dove elettrizzò i fan centrando
una buca al primo colpo. Essendo in diretta, l’exploit di Falardo divenne un
evento mediatico su tutte le reti nazionali, il che all’istante fece di lui una star. Il
suo telefono prese a suonare senza tregua, mentre gli agenti si accalcavano alla
sua porta. Tre settimane dopo, Gwendoline accettò la sua proposta di
matrimonio.
I sorridenti auspici sotto cui debuttava la carriera di golfista professionistico di
Falardo non tardarono ad avverarsi in maniera spettacolare. Moltiplicando le
sue prodezze, divenne celebre a livello mondiale e nel 1974 fu consacrato
<<golfista del secolo>> dalla rivista Clubs and Balls. Falardo ormai era idolatrato
e immensamente ricco, ma tutto ciò non contava poi molto a paragone dei tesori
favolosi, inesauribili, che continuava a scoprire nel cuore e tra le braccia di
Gwendoline. L’amava in modo assoluto e lei ricambiava con pari sincerità anche
le minime manifestazioni di quell’amore. Aborrendo entrambi la sola idea di una
separazione seppure breve, lei lo accompagnava in tutti i suoi spostamenti da un
capo all’altro del pianeta. Falardo non ripensava mai al sogno bizzarro che aveva
fatto una certa sera del luglio 1971, e visse quindi diciotto anni di una felicità
tanto perfetta che niente pareva poterla incrinare. Tuttavia non c’è esistenza che
possa restare in eterno impermeabile alla sciagura. Bisognava bene che il
Destino finisse presto o tardi per bussare alla loro porta e la cosa avvenne
nell’aprile del 1989 quando Gwendoline, che fino a quel momento aveva
mostrato tutti i segni di una salute di ferro, crollò, colpita da un infarto, nel bel
mezzo di un torneo che Falardo disputava in Giappone. Disponendo delle cure
mediche più sofisticate, si riprese rapidamente, ma il verdetto degli specialisti fu
senza appello: nonostante l’età relativamente tenera, Gwendoline soffriva di
gravi insufficienze cardiache che le impedivano di proseguire la vita nomade,
frenetica, che aveva fino ad allora condotto al fianco del marito campione. Aveva
un bisogno tassativo di calma, di riposo. Falardo, che aveva temuto di perdere
l’adorata moglie, non ebbe esitazioni. Avendo già fatto larga messe dei più bei
frutti che possa offrire il successo sportivo, da tempo pensava a un meritato
ritiro; la fragilità nuova del cuore di Gwendoline non fece che accelerare una
decisione già presa e Falardo annunciò ai media costernati che metteva fine alla
sua carriera. La notizia ebbe l’effetto di un sisma nel mondo del golf. Da tutti gli
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angoli del globo si levarono verso Falardo voci di fan sconvolti che lo
supplicavano, in termini talvolta ingiuriosi, di non abbandonarli. Ma la sua
decisione non vacillò, e Falardo si mise in cerca di un porto in cui gettare
l’ancora, di un rifugio tranquillo, lontano dall’agitazione frenetica dell’universo,
dove potersi dedicare anima e corpo alle cure che lo stato di Gwendoline
richiedeva. Gli agenti immobiliari incaricati gli presentarono diverse opzioni, tra
cui ce ne fu una che lo interessò immediatamente: il Golf Resort Tres Flamencos
di Pompano Beach era in vendita con le sue diciotto buche e tutti gli annessi.
Sedotto dalla prospettiva di trasferirsi in quel luogo ricco di ricordi felici,
Falardo lo acquistò senza tirare sul prezzo. Fece rimaneggiare il vecchio hotel,
senza badare a spese, trasformandolo in una lussuosa dimora privata
ultramoderna, che ribattezzò Villa Gwendoline e la presentò, una volta terminati
i lavori, alla moglie sbalordita. Entrati in possesso dei luoghi, presero a vivere in
un lusso stravagante, attorniati solo dal personale strettamente indispensabile,
in un relativo isolamento, dal momento che ricevevano solo radi visitatori,
selezionati con cura. Consacrati una all’altra, aspirando solo a invecchiare
dolcemente insieme, trascorsero così giorni spensierati fino al 1991, anno del
cinquantesimo compleanno di Falardo.
Quando Gwendoline gli propose di organizzare per l’occasione un sontuoso
ricevimento, Falardo sulle prime rifiutò, obiettando che i preparativi di una
simile festa rischiavano di comprometterle inutilmente la salute. Ma Gwendoline
promise di evitare ogni eccesso; assicurò a Falardo che il suo cuore avrebbe
retto bene e gli confidò che ardeva dalla voglia di divertirsi. Nell’impossibilità di
negarle quel piacere, Falardo si rassegnò quantunque, in verità, le
preoccupazioni rivolte alle condizioni della moglie non fossero l’unica ragione
della sua iniziale reticenza, la quale aveva un altro motivo, inconfessato: Falardo
temeva la cinquantina. All’approssimarsi di quell’età simbolica, un’inquietudine
sorda si era insinuata in lui, angustiandolo sempre più spesso. Non avrebbe
saputo dire da dove provenisse quell’angoscia indefinibile che lo svegliava
subdolamente quasi ogni notte. In mancanza di spiegazioni migliori, si sforzava
di convincersi che si trattasse di un fenomeno psicologico nella norma, di un
senso di oppressione naturale che assaliva qualsiasi essere umano al momento
di doppiare il capo fatale della cinquantina, il punto di non ritorno al di là del
quale si sapeva la giovinezza perduta per sempre. <<Non bisognerebbe mai
festeggiare il cinquantesimo compleanno>>, si diceva.
Arrivò il giorno X, salutato da un sole quasi più radioso di Gwendoline. La quale
aveva investito un’energia considerevole nei preparativi della festa di Falardo,
che più di una volta aveva dovuto ricordarle la promessa di moderare gli ardori.
Ciononostante tutto era pronto, nessun dettaglio era sfuggito all’attenzione di
Gwendoline. Davanti alla villa si ergeva una fila di padiglioni bianchi, ornati di
fiori, che ospitavano un Biergarten, un arsenale di barbecue e un orchestra di
ballo liscio. C’era anche un piccolo parco giochi per i bambini, con un micro zoo
dove faceva bella mostra di sé un leoncino e, proprio a fianco, un maneggio dove
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trotterellavano due graziosi pony. Appena dietro ai padiglioni, accanto al roseto,
Gwendoline aveva fatto costruire – o meraviglia! – un campo da golf in miniatura,
la replica esatta di quello che si estendeva per diversi ettari nei terreni intorno.
Mancavano soltanto i centocinquanta invitati, che iniziarono ad arrivare verso le
dieci. Tra loro, una larga selezione di parenti, di amici delle più varie origini e
persino qualche personaggio dello showbiz, della politica e dello sport
professionistico, che Falardo aveva frequentato all’epoca in cui era a sua volta
una star. Si aprì il bar, impressionanti quantità di hamburger furono messi a
grigliare e la festa arrivò ben presto al suo culmine, ravvivata dalla musica
travolgente dell’orchestra.
Dopo pranzo fu disputato un torneo di minigolf, che Falardo ebbe la grazia di
perdere a favore della figlia del suo ex caddy, una ragazzina molto dotata per i
suoi undici anni. A seguire un’emozionante gara di golf car, vinta con non poca
fierezza dal buon vecchio Tony Tallwood, che non portava alcun rancore a
Falardo per la doppia umiliazione subita un certo giorno del luglio 1971, e
figurava da allora tra i suoi più fervidi ammiratori. Il fulcro delle attività festaiole
si trasferì poi intorno alla piscina, dentro cui ben presto si ritrovarono a
sguazzare tutti vestiti certi ospiti che l’assunzione di troppi cocktail aveva messo
di umore acquatico. Gwendoline era soddisfatta: tutto procedeva secondo le sue
migliori aspettative. L’allegria era alle stelle, il divertimento assicurato. L’unico
neo stava nel fatto che Falardo sembrava prendere parte con un certo distacco ai
festeggiamenti. Ostentava la sua abituale bonomia, ma Gwendoline intuiva che
era preoccupato. Supponendo che fosse in ansia per la sua salute, si sforzava di
apparire vivace, briosa, benché in verità si sentisse leggermente sfinita. Ma non
era certo il momento di scoraggiarsi, perché aveva ancora un mucchio di cose da
fare: il cuoco sarebbe arrivato di lì a poco con un battaglione di sguatteri,
camerieri e tutto ciò che serviva per mettere a punto un banchetto degno dei
palati più fini.
Nel tardo pomeriggio quasi tutti gli invitati si ritirarono nelle loro stanze per
rinfrescarsi un po’, in attesa della grande cena di compleanno che si sarebbe
tenuta nell’ex Club House, alle nove. Dopo aver fatto un salto in cucina, dove
cuocevano a fuoco lento appetitose vivande, e dopo aver assistito alla consegna
del dolce – un’impressionante torta a più piani, a gloria del <<più famoso golfista
del secolo>> -, Gwendoline, un po’ a corto di fiato, salì in camera per farsi bella.
Raggiunse Falardo nei loro appartamenti privati e lo trovò piantato davanti allo
specchio del bagno, intento a esaminare con aria tormentata la sua immagine
riflessa.
<<Che c’è, amore? Non stai bene?>> si allarmò lei.
<<Non è niente, cara. Solo un po’ di fatica>>, rispose Falardo in tono
rassicurante. <<Credo che andrò a prendere una boccata d’aria>>.
<<Come vuoi>>, rispose Gwendoline, dandogli un bacio lieve sul naso. <<Ma non
fare tardi, tra mezz’ora ceniamo>>.
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Falardo, teso, infilò la scala di servizio per evitare qualsiasi incontro. Uscì dalla
porta sul retro e camminò nella notte, attanagliato da un nuovo accesso di
quell’angoscia lancinante che lo aveva logorato per tutta la giornata, e che aveva
fatto di tutto per dissimulare. Cercando di chiarire la causa del suo malessere,
diresse istintivamente i suoi passi verso il campo da golf, e si fermò accanto
all’area di partenza della prima buca, per contemplare la luna che colava il suo
latte nell’Atlantico. Il firmamento era zeppo di stelle. Una notte veramente
magnifica. Ma quando l’inquietudine di Falardo iniziò a stemperarsi in tutta
quella bellezza, un odore incongruo pervenne alle sue narici: l’odore di fumo di
sigaro, e una voce rauca si fece sentire alle sue spalle:
<<Buona sera, Mister Falardo>>.
Falardo si girò e si trovò davanti un vecchio barbuto, abbigliato come un
giocatore di golf d’altri tempi, che si appoggiava a una canna e fumava un
Havana. <<Il vecchio Tom Morris>>, fece una voce nell’intimo di Falardo, una
voce che in effetti gli apparteneva, proveniente dagli abissi della sua coscienza. E
in un folgorante microsecondo si ricordò di ogni cosa: le cortine dell’oblio si
squarciarono su un passato vecchio di vent’anni, riportandolo a quella sera di
luglio del 1971 e al sogno che aveva fatto, a quello che lui aveva creduto essere
solamente un sogno. Di tutto si ricordò e l’ansia che lo opprimeva da mesi trovò
al tempo stesso la sua spiegazione, assumendo un significato che lo terrorizzò. Il
patto singolare che aveva concluso con il vecchio Morris, quella stretta di mano
il cui ricordo elettrizzava ancora i suoi nervi; l’accordo assurdo che avevano
preso, peraltro fedelmente onorato dall’Altro – inutile negarlo – e la cui scadenza
spirava proprio quella sera.
<<È venuto a prendere la mia anima?>> farfugliò Falardo, paralizzato dal
terrore.
Il vecchio Tom Morris abbozzò un sorriso e fece sentire quella sua tipica risatina
da raganella arrugginita
<<Ve l’ho già detto, io non sono il Diavolo, Mister Falardo. Si tratta di ben altro.
Vengo a esigere il favore che vi siete impegnato a rendermi>>.
<<Ma chi è lei?>> chiese Falardo, disperato.
<<In effetti è tempo che io vi riveli la mia vera identità>>, rispose Morris.
Portandosi il sigaro alle labbra, il vecchio inspirò una lunga boccata, poi la soffiò
fuori, producendo una nuvola di fumo che gli vorticò intorno, viva, serpentina,
che lo avvolse per intero. E, attraverso quel velo tenue di fumo, Falardo vide
prodursi una metamorfosi sconvolgente. Il vecchio Tom mutò d’aspetto. Al suo
posto ora c’era un essere esangue, scheletrico, che il fumo vestiva di un sudario
di tenebri fluttuanti. E non era più una canna quella che teneva in mano quella
sinistra creatura, bensì una falce. Falardo capì allora che davanti a lui stava la
Morte in persona.
<<Vuole uccidermi?>> balbettò.
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<<No, Mister Falardo>>, bisbigliò la Morte. <<Desidero invece che voi prendiate
il mio posto. È da un pezzo che cerco un candidato in grado di svolgere questa
mansione>>.
<<Perché proprio io?>> gemette Falardo.
<<Voi avete tutti i requisiti giusti, e in particolare uno swing potente,
impeccabile. Prendete!>> disse la Morte, porgendogli la falce. <<È uno
strumento che ho usato a lungo, l’attrezzo che sapevo più di tutti maneggiare.
Ora è vostro e si adatterà alla vostra mano>>.
<<No! mi rifiuto!>> gridò Falardo, spaventato.
Ma la volontà della Morte prevalse, annullando la sua, e Falardo, soggiogato,
impugnò suo malgrado il manico della falce.
<<Non posso usare un aggeggio del genere>>, singhiozzò. <<Non saprei come!>>
<<Certo che sì>>, replicò la Morte, implacabile. <<Voi lo maneggerete meglio di
qualsiasi altra persona, perché avete uno swing perfetto. Lasciatevi guidare dal
movimento: è praticamente lo stesso. Colpite! Liberatemi dal fardello del
secolo!>>
Falardo sentì la falce vibrargli tra le mani, come animata da vita propria. Benché
si opponesse con tutte le sue forze, i suoi muscoli si contrassero e la falce si
sollevò. Fendendo lo spazio con un arco perfetto, la lama colpì la Morte senza
che Falardo incontrasse la minima resistenza. Ma il colpo doveva essere andato a
segno perché il corpo della Morte si sfilacciò, decomponendosi in volute di fumo.
L’odore di sigaro si fece onnipresente.
<<Finalmente>>, sospirò la Morte, i cui lineamenti espressero un infinito
sollievo, prima di svanire, come dissipati da una brezza leggera.
Falardo, stupefatto, guardò la falce, la cui lama scintillava al chiarore della luna e
che, come per magia, si trasformò sotto i suoi occhi in un bastone da golf, un
driver – un legno numero Uno.
Come predetto dalla Morte, la falce si era adattata a lui, divenendo lo strumento
che più sapeva maneggiare. Stranamente calmo, Falardo raccolse da terra il
sigaro a metà consumato del vecchio Tom Morris e tirò una boccata voluttuosa.
<<Caro?>> fece una voce.
Gwendoline si avvicinò nella notte. La sua silhouette si profilava contro il
fondale illuminato del Club House, da cui si levavano risate, musica e altre allegre
manifestazioni di una festa di cui Falardo non ricordava nulla. Per il tramite dei
nuovi sensi che sperimentava per la prima volta, vide splendere una palla
luminosa nel petto di sua moglie. Una palla della grandezza di una palla da golf.
<<Che cosa fai qui?>> chiese Gwendoline, a corto di fiato, portandosi una mano
al cuore. <<È un po’ tardi per giocare a golf, non credi? Vieni, tutti ti
reclamano>>.
Falardo non rispose, affascinato da quella palla che brillava nel petto di
Gwendoline, nel punto esatto del cuore. Il driver vibrava tra le sue mani, al pari
della falce qualche istante prima. E Falardo colpì. Come sempre, il suo swing fu
impeccabile, e la palla luminosa fu spedita altissima nel cielo, tra le stelle.
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