di San Lazzaro di Savena

Transcript

di San Lazzaro di Savena
I Quaderni del Savena ospitano
studi inerenti la realtà storica,
sociale, ambientale ed economica
di San Lazzaro e delle comunità
che si affacciano sulle vallate del
Savena e dell’Idice. Si pongono,
insomma, come un luogo dove
valorizzare le carte storiche locali nel contesto culturale dell’area
metropolitana bolognese - e, nel
contempo, come un invito per le
generazioni più giovani a
oltrepassare la soglia dell’archivio
comunale per riscoprire la propria
identità storica.
Nel presente numero:
Giampiero Romanzi, L’Archivio
storico di San Lazzaro di Savena
nella rete provinciale; Paola Foschi,
Le bonifiche idrauliche nella
pianura bolognese; Pier Luigi
Perazzini, Carlo Berti Pichat:
giovinezza ed esordio politico;
Maria Rosa Pollastri, Cenni
biografici del liutaio Gaetano
Pollastri; Matteo Mezzadri, San
Lazzaro di Savena tra ricostruzione
e modernizzazione; Mauro
Maggiorani - Federica Rossi,
Insegnare la storia tra le carte
d’Archivio; Giuseppina Farini, Per
una ricostruzione della storia
generazionale; Ilde Castellari,
Viaggio attorno alle tradizioni
natalizie; Federica Rossi, Immagini
da cartolina.
CB 2695
at” di San Lazzaro di Savena
o storico comunale “Carlo Berti Pich
hivi
’Arc
dell
nti
ume
doc
e
i
stud
ti,
Strumen
2
2
Strumenti, studi e documenti
dell’Archivio storico comunale
“Carlo Berti Pichat”
di San Lazzaro di Savena
2
1999
© 2000 by CLUEB
Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna
Quaderni del Savena
Rivista di strumenti, studi e documenti dell’Archivio storico
comunale “Carlo Berti Pichat” di San Lazzaro di Savena
Registrazione al Tribunale di Bologna n. 6945 del 14 ottobre 1999
Direttore responsabile: Mauro Maggiorani
Comitato di Redazione: Lucia Monari, Alberto Piras, Federica Rossi
Amministrazione e redazione
Comune di San Lazzaro di Savena
Piazza Bracci, 1 - 40068 San Lazzaro di Savena (Bologna)
[email protected]
Tel. 051 6228216-193-111
Fax 051 6270658
In copertina: “San Lazzaro di Savena - Stazione”, Fondo Fanti (anno 1905 ca., particolare)
Grafica di: Oriano Sportelli
ISBN 88-491-1490-7
CLUEB
Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna
40126 Bologna - Via Marsala 31
Tel. 051 220736 - Fax 051 237758
www.clueb.com
Finito di stampare nel mese di aprile 2000
dalla LIPE - S. Giovanni in Persiceto (BO)
SOMMARIO
L’Archivio storico di San Lazzaro di Savena nella rete provinciale
di Giampiero Romanzi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
STUDI E RICERCHE
Le bonifiche idrauliche nella pianura bolognese
di Paola Foschi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Carlo Berti Pichat: giovinezza ed esordio politico
di Pier Luigi Perazzini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Cenni biografici del liutaio Gaetano Pollastri
di Mariarosa Pollastri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
San Lazzaro di Savena tra ricostruzione e modernizzazione
di Matteo Mezzadri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Insegnare la storia tra le carte d’Archivio
di Mauro Maggiorani e Federica Rossi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Per una ricostruzione della storia generazionale
di Giuseppina Farini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Viaggio attorno alle tradizioni natalizie
di Ilde Castellari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
STRUMENTI E DOCUMENTI
Immagini da cartolina
di Federica Rossi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
3
5
7
17
39
47
73
79
87
97
L’Archivio storico di San Lazzaro di Savena
nella rete provinciale
di Giampiero Romanzi
Riflettere sull’organizzazione archivistica di San Lazzaro significa dar
conto di un’esperienza riuscita. Di un modello di intervento che ha dato i
suoi frutti, nonché di una capacità gestionale esercitata costantemente.
Ripercorriamo, allora, alcuni “snodi” di questa vicenda. Uno dei più importanti comuni della provincia rischiava di vedere disperso e compromesso
il più ingente patrimonio documentario, l’archivio comunale, che costituisce
uno dei pochi elementi qualificanti di un tessuto storico territoriale non paragonabile, per svariate ragioni, ai casi di Medicina, San Giovanni in Persiceto
o Imola. Lo stato di conservazione delle carte comunali viveva un rischio di
degrado fisico reale; non vi erano stati significativi interventi di ordinamento
nel secondo dopoguerra; la commistione tra sezione storica e archivio di deposito rendeva problematiche sia la ricerca per fini di studio che quella dettata da ragioni amministrative. In un tale contesto, è stata la Soprintendenza
Archivistica ad attivarsi per caldeggiare un intervento di recupero. La sollecitazione ha trovato una disponibilità ampia da parte dell’Amministrazione
Comunale, che ha cercato la collaborazione della Provincia, che proprio in
quegli anni stava impiantando una specifica attività di coordinamento degli
archivi storici comunali. Il Comune si è attivato per finanziare le operazioni
di riordinamento, scarto e inventariazione analitica, la Provincia, attraverso
le leve del piano bibliotecario annuale e in accordo con la Soprintendenza regionale ai Beni librari e documentari, ha finanziato allestimenti e dotazione
hardware, la stessa Soprintendenza Regionale e la Soprintendenza Archivistica hanno supervisionato metodologie e criteri descrittivi; infine, la pubblicazione dell’inventario ha inaugurato la collana “Gli archivi dell’area metropolitana” della Provincia e la definitiva sistemazione presso il restaurato Palazzo Comunale.
Pur nella piatta e sintetica ricapitolazione dei passaggi operativi, risulta
5
chiaro quanto gli Enti coinvolti, ciascuno per la propria parte, abbiano investito risorse per giungere al risultato finale. Tutto questo però sarebbe stato
circoscritto al puro ambito conservativo se non si fosse posto il nodo del servizio. Alcuni anni di esperienza in questo settore ci hanno insegnato che il
punto più critico nelle azioni di tutela e valorizzazione dei beni culturali sta
nel rendere fruibile e nel “far parlare” il bene, svelandone le implicazioni conoscitive, le sedimentazioni storiche, la fitta rete di interazioni con un determinato ambiente e una certa comunità, che quel bene ha prodotto o di cui ha
usufruito. In tema di archivi, non è raro che fondi di grande interesse storico,
pure oggetto di intervento qualificato di ordinamento e descrizione, giacciano inaccessibili e (quasi) dimenticati in siti che spesso non tengono conto
neppure di elementari requisiti conservativi. Valorizzare il bene significa in
sostanza gestire un servizio che intorno al documento metta in campo saperi,
opportunità, dialoghi, domande.
La carta vincente dell’Archivio storico comunale di San Lazzaro sta proprio nell’aver pensato fin dall’inizio ad una propria missione culturale, a partire dal semplice fatto (ma denso di implicazioni) di essersi dato una denominazione, una caratterizzazione di istituto culturale e non solo di mero bene
patrimoniale. Un istituto culturale ha dunque un servizio di accesso al pubblico in orari definiti; un responsabile che sappia porsi in relazione sia alla
macchina organizzativa dell’apparato comunale, sia all’utenza reale e potenziale e alle esigenze che da questa scaturiscono; un programma di attività e
di iniziative (penso alle visite guidate, al recupero di fondi speciali quale
quello fotografico e quello dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani);
uno strumento di ricerca, approfondimento, divulgazione (i Quaderni del Savena); una rete di relazioni con gli enti di ricerca e gli altri istituti del territorio (in tale ambito rientra la convenzione con la Facoltà di Scienze Politiche
per attività di studio, redazione di tesi nel campo della storia delle istituzioni,
ecc.).
Vi è una sensibilità nuova, oggi, verso il passato e in particolare verso il
nostro passato di comunità locali. Lo testimoniano le tante associazioni sempre più attive e numerose che si occupano di questi temi. Credo ci si possa
augurare che per San Lazzaro la valorizzazione delle fonti documentarie e la
riscoperta della propria storia continuino ad essere (può apparire paradossale
ma non lo è) una risorsa per lo sviluppo non solo culturale, ma anche sociale
e produttivo, un vero e proprio “motore” di identità e integrazione.
6
Le bonifiche idrauliche nella pianura bolognese
di Paola Foschi
Parlare oggi di bonifiche idrauliche significa affrontare un argomento che
ha ormai un valore solo storico, dal momento che nella nostra regione – la
più interessata da questo fenomeno insieme al Veneto inferiore – si è giunti a
un punto di equilibrio fra zone coltivate e abitate e zone ancora invase dalle
acque delle casse di colmata dei fiumi in prossimità del loro sbocco al mare.
Tutt’al più potrà trattarsi di un argomento di valenza ambientale, riconoscendosi che queste zone umide superstiti permettono l’insediamento e la vita di
numerose specie animali ormai rare e da salvaguardare. Capire quali furono i
termini reali del problema può, però, aiutare a non sottovalutarlo e a programmare linee di azione nei riguardi delle zone umide che tengano conto
del loro valore e del loro significato.
Introduzione geomorfologica e climatologica
Recenti studi, che associano ricerche sulla paleoclimatologia e ricerche
geomorfologiche, permettono di conoscere con maggiore precisione l’evoluzione idraulica storica dell’intero bacino padano e di conseguenza anche la
storia idrogeologica del territorio bolognese. Antonio Veggiani, sulla scorta di
studi precedenti, ha infatti elaborato un modello valido per una pianura che
presenta nel sottosuolo strutture attive ed è “solcata da corsi d’acqua che subiscono variazioni del loro regime e della morfologia dei loro alvei in conseguenza di variazioni climatiche cicliche”. Di conseguenza le strutture geologiche attive agiscono in maniera differenziata agli effetti della subsidenza in
corrispondenza di sinclinali, dove si hanno punte massime di abbassamento
del suolo, e in corrispondenza di zone di alto strutturale o anticlinali, dove si
registrano valori minimi di abbassamento. I corsi dei fiumi padani tendono allora a seguire le sinclinali, come dimostra lo studio delle isoipse (che indicano
7
il rilievo superficiale) in rapporto con l’andamento strutturale del sottosuolo.
L’effetto dei cicli climatici sull’evoluzione dell’idrografia padana si nota
considerando la coincidenza dei grandi alluvionamenti storici con i periodi
di deterioramento climatico, in cui è aumentata la piovosità ed è diminuita la
temperatura media. Tali periodi di deterioramento climatico sono stati individuati, nell’arco degli ultimi 3000 anni, cioè in epoca storica, nel 900-300
a.C., 400-750 d.C., 1150-1250 e 1550-1850; si è inoltre verificato che in coincidenza con questi periodi si è avuto un sovralluvionamento degli alvei fluviali e di conseguenza delle vallate, con aumento della portata dei fiumi,
maggiori piene e quindi maggiore erosione del suolo con relativo trasporto
solido e squilibrio della copertura vegetazionale a favore di specie botaniche
amanti del freddo e dell’umidità. Il sovralluvionamento delle vallate crea anche uno spostamento verso monte del “punto neutro” dei corsi dei fiumi,
cioè di quell’area molto limitata del corso in cui non si verifica né erosione
del suolo né accumulo di materiale; in periodi freddi e umidi un più ampio
tratto vallivo sarà sovralluvionato e subirà un più consistente deposito di materiale solido, che innalzerà l’alveo del fiume, facendolo diventare pensile e
creando le condizioni per alluvioni sempre più disastrose e per l’apertura di
nuovi più bassi percorsi alle acque fluviali. Si delinea così, per Veggiani, una
“evoluzione idrografica a salti”, nella quale particolari momenti “catastrofici” (grandi alluvioni) modificano radicalmente la situazione idrologica, ponendo le basi per nuovi equilibri idrografici.
Questo modello teorico trova applicazione anche nell’evoluzione idrografica del Bolognese: tralasciando l’età romana, nell’alto Medioevo si verificò
un deterioramento climatico fra il 400 e il 750 d.C., con una fase culminale
intorno alla metà-fine del VI secolo, durante il quale un grave generale sovralluvionamento cancellò, in larga parte, le tracce della centuriazione romana e costrinse i fiumi padani a migrare verso ovest. Il Panaro abbandonò il
precedente corso per Castelfranco Emilia, Nonantola e Finale Emilia per
correre più vicino a Modena e sfociare in Po a Bondeno. Il Reno lasciò il
corso per San Giorgio di Piano, catturando un paleoalveo del Panaro che sfociava in Po tra Ferrara e Bondeno. Il Po, a sua volta, che in età imperiale romana si divideva a Ferrara nel ramo settentrionale di Olana e in quello meridionale di Padoa, durante il sovralluvionamento altomedievale mutò i suoi
due corsi inferiori: ad ovest di Bondeno si divise in quello settentrionale di
Ariano e in quello meridionale di Primaro, che toccava Ferrara e sfociava in
8
mare a metà fra Spina e Ravenna. Ciò avvenne presumibilmente nel corso
dell’VIII secolo; in questo momento si verificò anche una difficoltà di scolo
e di drenaggio, causata dagli innalzamenti degli alvei fluviali, e la formazione di ampi e numerosi ristagni d’acqua, impaludamenti e zone vallive.
A questo periodo drammatico seguì un miglioramento drastico delle condizioni climatiche fra il 750 e il 1150 d.C., con un ottimo climatico intorno al
1000. In coincidenza con questa fase calda e asciutta, che interessò tutta l’Europa, si stabilizzò l’idrografia che si era venuta a creare e scomparvero i rami
più alti del Po: il Po di Ariano si seccò, lasciando spazio al più basso Po di Volano, che si dipartiva dal Primaro a Ferrara e sfociava in mare a nord di Spina.
A questo punto, nella nuova fase climatica fredda e piovosa, nel 1152, si
colloca la rotta di Ficarolo, ripetutasi poi nel 1192 e forse non dovuta solo ad
eventi naturali ma aiutata dall'uomo: a seguito di essa il Po trovò un nuovo
corso, più basso e più breve, che si stabilizzò in seguito nel Po Grande o Po
di Venezia. Esso si formò ad ovest di Bondeno e ricalcò il vecchio ramo del
Po di Ariano, ma nei pressi di Papozze si divise nei due rami di Ariano-Goro
(più meridionale) e delle Fornaci (più settentrionale). Ferrara vedeva così
svuotarsi il Primaro e di conseguenza divenire difficoltosa la navigazione
fluviale su di esso, anche perchè il Panaro, con una serie di rotte, si era spostato nella zona di Bomporto ed era andato a rimpinguare il Po Grande; lo
stesso tendeva a fare il Reno, che catturava progressivamente paleoalvei
sempre più occidentali del Panaro, fino a sfociare nel Panaro stesso a Finale
Emilia. I Ferraresi corsero ai ripari intorno alla metà del XIV secolo e oltre,
stipulando convenzioni con i Bolognesi per reimmettere nel Primaro il Reno,
che spagliava nelle valli dopo ogni nuova rotta. Successivamente Alfonso II
d’Este, nel 1570 e poi nel 1592, cercò di costringere sia il Panaro che il Reno
nel vecchio corso mediante argini, ma le piene li distrussero prontamente.
Ha termine con il XVI secolo il tentativo ferrarese di riportare in essere la situazione idrografica precedente alla rotta di Ficarolo; da allora in poi iniziarono i tentativi per impedire che le torbide del Reno facessero interrire l’alveo del superstite Po di Primaro.
Fu nel corso della fase climatica fredda, che si verificò fra il 1150 e il
1250 (o, secondo altri, fra il 1200 e il 1350), che il Comune di Bologna decise alcuni interventi sul regime delle acque del territorio, volti sia a favorire la
navigazione fluviale sia a controllare la forza motrice idraulica utilizzabile
per la molitura dei cereali e per alcune lavorazioni artigianali.
9
Breve storia delle bonifiche padane
In realtà la lotta dell’uomo con i fiumi padani era iniziata già secoli prima, quando i Romani modificarono radicalmente l’aspetto e il paesaggio
della pianura con una vasta e capillare opera di bonifica e con una successiva
ordinata suddivisione e messa a coltura che prende il nome di centuriazione.
Invasa nuovamente dalle acque e dalla vegetazione spontanea nell’alto Medioevo, la pianura padana meridionale fu percorsa dai fiumi appenninici i
quali, non più regolati e stretti fra argini, spagliavano liberamente nelle zone
paludose attorno al corso del Po insieme ampliandole ad ogni nuova piena e
bonificandole per colmata con l’apporto solido che trasportavano a valle. Ma
finché gli abitanti furono scarsi, si insediarono sui dossi fluviali o nell’alta
pianura e le ripetute alluvioni non li disturbarono, offrendo anzi sempre
maggior ricchezza di pesci per la pesca di valle, di foreste igrofile per la caccia, per la raccolta di legna e di frutti spontanei e per il pascolo brado.
Iniziarono già nell’VIII secolo ad operare per la bonifica e la colonizzazione delle terre incolte le abbazie benedettine, Nonantola, Pomposa, San
Salvatore di Polirone, San Giulia di Brescia e altre, i vescovi delle città padane e gli arcivescovi di Ravenna, muovendo masse sempre crescenti di dissodatori contadini verso i limiti dello spazio umanizzato, promuovendo con
contratti favorevoli le opere di bonifica e di messa a coltura. Nel XII secolo
ampie superfici erano già coltivate e abitate, ma solo nel secolo seguente
l’intervento massiccio delle città nel ridisegno del territorio muterà in maniera indelebile i connotati della pianura: negli Statuti duecenteschi di Reggio,
ad esempio, si prescrive di abbattere gli alberi presenti sui campi che fanno
loro ombra e tanto più boschetti e boscaglie superstiti in zone coltivate. Fu
allora, quando i terreni servivano a nutrire un numero sempre maggiore di
piccoli coltivatori, che le alluvioni spaventarono e causarono carestie e fame
fra chi traeva ormai solo dalle colture il magro sostentamento. I governi cittadini, dal canto loro, cercarono di arginare i fiumi, di costruire canali navigabili e una rete di fossi di scolo, ma il crescente disboscamento delle montagne rendeva ancora più torbidi e incostanti fiumi e torrenti, causando piene
sempre più rovinose nella bassa pianura. Il Bolognese tuttavia venne toccato
seriamente dal problema della bonifica solo a partire dal XVII secolo, quando cioè i Ferraresi ottennero dal pontefice di impedire il deflusso del Reno
nel Po di Primaro, facendolo spagliare nelle valli bolognesi.
10
L’intervento del Comune bolognese sulle acque del territorio si concretizzò fra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo in tre opere di grande rilevanza economica: la escavazione del canale Navile per la navigazione fluviale e
la conduzione in città dei canali di Reno e di Savena per alimentare macchine idrauliche adibite a processi produttivi artigianali. La navigazione sul Reno è per la verità attestata già all’inizio del X secolo, così come la presenza
di un porto e di un mercato presso la selva Pescarola (fuori porta Lame); dopo il 1000 fu scavato un canale che garantiva il collegamento fra Ferrara (e il
Po di Primaro) e Corticella, il quale seguiva un paleoalveo dell’Aposa, ma il
più importante e duraturo intervento in favore della navigazione fluviale bolognese fu l’escavazione del canale Navile fra porta Lame e Corticella e
l’immissione in questo nuovo alveo delle acque del Reno. Da esso era stato
condotto in città un ramo, il canale di Reno, già dopo il 1183, da un consorzio di privati, i Ramisani, allo scopo di sfruttarne l’energia motrice per i mulini; la sua acqua, dopo che aveva attraversato la città con il nome di Cavaticcio dalla Grada in senso ovest-est e dall’attuale via Marconi in senso sudnord, servì per la navigazione. Una diramazione, poi, si allungava ancora
verso est formando il canale delle Moline, dov’erano concentrati i mulini, e
si ricongiungeva con il Navile alla Bova, fuori porta Lame. Nel 1208 il Comune acquistò dai Ramisani il canale di Reno e fra il 1219 e il 1222 acquistò
anche i mulini di cui costoro erano rimasti proprietari, compiendo una sorta
di “nazionalizzazione” sia della risorsa idrica come forza motrice sia degli
impianti produttivi.
Il porto dal quale partivano le barche bolognesi e al quale attraccavano le
barche forestiere, dopo la creazione del Navile e fino alla fine del XIII secolo, si trovava a Corticella, ma con gli Statuti del 1288 il Comune impose l’uso del nuovo porto del Maccagnano, presso la Beverara. I primi mulini
idraulici documentati nel Bolognese sorsero sul fiume Savena e se ne ha notizia dal 1076, cioè più tardi che in altre zone d’Italia. Un secolo dopo esisteva già il ramo di Savena, il quale derivava presso San Rufillo una parte delle
acque verso la città e che fu aperto, molto probabilmente, per cura del Comune dopo pochissimo tempo dalla battaglia di Legnano (1176). Tale ramo
doveva, in primo luogo, alimentare il fossato della seconda cerchia cittadina,
che in quegli anni veniva edificata, secondariamente rifornire d’acqua i quartieri orientali e, infine, alimentare ben 32 mulini e altri numerosi opifici
idraulici (fornaci, fucine per metalli preziosi, concerie, tintorie...). Fra la fine
11
del XII secolo e i primi decenni del XIII il Comune approntò dunque un vero
e proprio piano idraulico, che vide al centro le esigenze della città, i suoi
consumi, i suoi traffici e consolidò il predominio politico strappato al contado e ai suoi dominatori nobili al termine dell’età feudale.
Un altro importante momento per la storia della navigazione bolognese
fu il rinnovamento del canale Navile per opera di Giovanni II Bentivoglio.
Alla fine del ’200 il Comune tentò di far avvicinare alla città il porto, trasportandolo da Corticella al Maccagnano, nei pressi delle gualchiere della
Beverara, ma il frequente interrimento del canale, ostruito dal limo che esso
trasportava a valle, e la forte pendenza che esisteva dalla città a Corticella
obbligavano da un lato a ripetuti interventi di escavazione e dall’altro all’apprestamento di sbarramenti provvisori di tronchi ed assi per frenare la corsa
delle imbarcazioni. Si era così spesso costretti a ritornare al vecchio e lontano porto di Corticella, con costi aggiuntivi e scomodità di trasporto delle
merci. Nel 1490 Giovanni II tentò, allora, di ovviare a questi inconvenienti
dando incarico a Piero Brambilla, l’architetto del duca di Milano, di creare
un porto nei pressi di Porta Galliera. Questo porto venne realizzato grazie alla costruzione di due sostegni di legno su un ramo secondario del Navile, le
Fossette, in località Battiferro e Grassi. In tal modo le barche potevano raggiungere le porte della città: il viaggio inaugurale, dimostrativo, lo fece in
bucintoro lo stesso signore della città con il suo seguito, dal castello di Ponte
Poledrano, il 10 gennaio 1494. Ma anche questo fu un tentativo inutile, tanto
che nel 1515 il porto era di nuovo a Corticella.
Alla metà del secolo XVI risale invece un’altra importante realizzazione,
che riguarda, in parte, la storia architettonica e, in parte, quella della navigazione bolognese: la costruzione del porto delle navi all’interno della cerchia
cittadina lungo il canale Navile. La realizzazione si deve a Jacopo Barozzi da
Vignola, che nel 1547 fu incaricato dalla Gabella Grossa, l’organo cittadino
cui spettava la gestione del traffico delle merci sul Navile, di condurre le operazioni necessarie a permettere la navigazione fino all’interno della città.
L’architetto fece allora costruire tre robusti “sostegni” (e cioè sbarramenti
con conche di sosta) e risistemare il corso del canale da Corticella alla porta
della Lame, per evitare le troppo forti pendenze. Nel punto dove esisteva,
nelle mura, un varco per il canale munito di una “grada”, per evitare l’entrata
e l’uscita clandestine, fu costruita una vera e propria porta che conduceva alle
strutture portuali: magazzino per le merci, banchine per l’attracco e un ampio
12
spiazzo (il cosiddetto Prato di Magone) per accatastarvi i legnami e le altre
merci ingombranti e non deperibili. L’opera, iniziata a metà del 1549, fu terminata nel 1552, anche se abbisognava ancora di alcune infrastrutture, come
una strada (via del Porto) che conducesse al centro della città e alla Dogana.
Per quanto riguarda il contado, il Cinquecento vide una crescita demografica notevole, che spinse forze pubbliche e private ad impegnare capitali e
risorse nella bonificazione di tutta la Pianura Padana, in modo da sottrarre
terre coltivabili alla palude. A questa congiuntura demografica favorevole, si
aggiunse la propensione degli imprenditori ad investire capitali nel settore
fondiario e non più in quello manifatturiero commerciale. Soprattutto il periodo di pace seguito alla metà del secolo permise l’apertura di ampi cantieri
di bonifica anche nel Bolognese, ad opera di nobili imprenditori cittadini: a
San Giovanni in Persiceto intorno al 1570 una società stipulata fra nobili bolognesi, con l’intervento del perito e architetto Scipione Dàttili, prese in affitto per 30 anni i terreni vallivi della comunità, con l’evidente intento di bonificarle e convertirle all’agricoltura.
Nel 1572 lo stesso Dàttili si associò con il marchese Pirro Malvezzi e con
Vincenzo Leoni per bonificare e ridurre a coltura i pascoli vallivi di Ganzanigo, Villa Fontana e Medicina. Questi interventi andavano ad intaccare i terreni comunitari, le Partecipanze, da cui le comunità ricavavano rendite agricole
con i riparti periodici dei terreni e prodotti secondari, come legname dai boschi, strame dalle valli e pascoli dai terreni prativi. Cambiava quindi, nella
pianura, la distribuzione del possesso terriero, a tutto favore della proprietà
cittadina, che acquistava spesso ampie estensioni di terreni dai piccoli proprietari più poveri e cercava di appropriarsi anche delle terre comunitarie, riconfermando così anche nel possesso fondiario il suo ruolo predominante
nella società.
Per quanto riguarda la bonifica dal punto di vista tecnico, fino alla fine
del Cinquecento vi fu accordo fra Bolognesi e Ferraresi nel tentativo di reimmettere il Reno nel Po di Primaro ogni volta che una rotta ve lo stornava, ma
quando la casata degli Este si estinse e Ferrara entrò anch’essa nello Stato
della Chiesa, cambiò la politica idraulica ferrarese, che da allora in poi fu
impostata verso il tentativo di deviare le acque del Reno dal Po. Infatti queste, troppo torbide, erano ritenute la principale causa dell’interrimento del
Po. I Ferraresi, sostenuti dal loro esperto di idraulica, il gesuita padre Spernazzati, e per ispirazione dell’ingegnere idraulico Giovanni Battista Aleotti,
13
ottennero da Clemente VIII nel 1604 di deviare il Reno nella Valle Sammartina, al fine di bonificarla per colmata; ciò avvenuto, il Reno avrebbe dovuto
tornare nel suo alveo, ritornando ad affluire nel Po, ma ciò non fu mai più
fatto. A seguito di questa deviazione e dell’ulteriore allagamento della bassa
pianura orientale bolognese, anche gli altri torrenti bolognesi ad est del Reno
finirono per scaricare le loro acque in questa vastissima palude, estendendola
ulteriormente in diverse altre valli: quella di Marrara, del Poggio, della Barisella, di Dugliolo e di Marmorta.
Per tutto il corso del XVII secolo si susseguirono le commissioni d’inchiesta incaricate di esaminare la situazione, studiarne le cause e proporre i
rimedi. Si opponevano due linee teoriche contrastanti: quella ferrarese, che
ostacolava l’immissione del Reno in Po di Primaro e tanto più nel Po Grande, e proponeva il suo disalveamento nelle valli per bonificarle e creare a poco a poco un nuovo alveo più elevato e rettilineo (linea di valle in valle) e
quella bolognese, che aveva sostenitori nel cardinale Capponi e nel pontefice
Gregorio XV Ludovisi (1621-1623) e proponeva di favorire la confluenza
del Reno e del Panaro a Mirabello e la successiva immissione dei due fiumi
uniti nel Po Grande alla Stellata. Questa linea aveva il vantaggio di assecondare la tendenza naturale dei due fiumi a confluire nell’alveo, più basso e favorevole, del Po Grande o di Venezia, ma lasciava all’abbandono e all’interrimento definitivo i rami più meridionali di Primaro e Volano, con l’aggravamento conseguente della situazione per le valli romagnole. Il Panaro venne
allora definitivamente condotto in Po Grande nel 1622, ma il Reno rimase
ancora disalveato.
Il susseguirsi di visite e di studi proseguì per tutto il secolo, favorendo la
ricerca e la sperimentazione nel campo idraulico e facendo praticamente nascere una scienza nuova, l’idraulica. Tuttavia le condizioni della pianura bolognese continuavano ad aggravarsi e i torrenti, ad ogni nuova rotta, allagavano zone in precedenza asciutte, causando sempre nuovi e ingenti danni alle coltivazioni. Occorre a questo proposito ricordare che proprio nella pianura e grazie alla disponibilità di acqua si era sviluppata, fra Cinquecento e
Seicento, la canapicoltura che, insieme alla lavorazione della seta, era una
delle attività trainanti dell’economia bolognese. Insieme alla piantata padana, costituita dall’associazione di campi a cereali con filari di viti sostenute
da sostegni vivi, come olmi, pioppi, salici, gelsi, la coltivazione e la lavorazione della canapa contribuì a dare alla nostra pianura il tipico paesaggio pa-
14
dano; più che in qualunque parte d’Italia, notava Leandro Alberti nel 1541,
nel territorio di Bologna era diffuso l’insediamento sparso, disseminato sui
poderi, non solo di case e ville padronali con i fabbricati di servizio, ma anche di case coloniche di fittavoli e mezzadri. Il sistema poderale a mezzadria
permetteva ai grandi proprietari della pianura un controllo diretto, molto minuzioso e costante, della coltivazione delle loro terre, essendo basato su una
breve durata dei contratti e su precise pattuizioni sulla gestione del podere,
sui modi di coltivazione e sui canoni dovuti.
Con l’avvento al governo pontificio del cardinale Prospero Lambertini,
già vescovo di Bologna, con il nome di Benedetto XIV (1740-1758), si affermò quello che è stato chiamato il costituzionalismo bolognese: il nuovo pontefice riaffermò l’autonomia della città e iniziò un piano di riforma della finanza pubblica che gli permise di dare l’avvio alla bonifica effettiva: soppressa l’Assunteria d’Acque, fu creata una Congregazione del Cavo Benedettino, la quale era organizzata per “riviere” toccate dai vari fiumi e su base
censitaria. Cardinale legato della città divenne l’Alberoni (1741-1744) e poi,
fino al 1754, Giorgio Doria sotto il cui governo furono avviate con maggiore
decisione le riforme descritte. Per quanto riguardava la bonifica, il progetto
prevedeva l’immissione del Reno in Po di Primaro mediante lo scavo di un
canale, detto Cavo Benedettino: i lavori iniziarono nel 1745 e proseguirono
fino al 1749, prevedendo anche lo scavo di altri scoli accessori e l’immissione del Savena in Idice presso la città. Tuttavia la nuova colossale impresa
fallì, sia a causa dell’eccessiva lunghezza del nuovo canale, per cui il nuovo
corso ben presto si interrì, sia per la tenuità dei finanziamenti ricavati dalle
entrate tributarie.
Il breve governo napoleonico portò ad un nuovo deciso tentativo di portare a compimento la bonifica padana: Napoleone stesso, durante la sua visita
a Bologna nel 1805, ordinò l’immissione del Reno in Po di Primaro e in effetti i lavori cominciarono alacremente nel 1808, ma difficoltà economiche
seguite alla campagna di Russia li fecero a poco a poco fermare. Il nuovo cavo, detto Napoleonico, si interrì e lo stesso Reno riprese ad innalzare il suo
letto smisuratamente, sicché i torrenti Idice e Quaderna avevano gravi difficoltà di immissione. Il governo, esaminati vari progetti, decise nel 1813 di
attuare quello degli ingegneri Conti e Landi, che prevedeva di convogliare i
due torrenti nelle bassure di Molinella e Argenta, per bonificarle per colmata
e scaricare le acque chiarificate nel Po di Primaro alla Bastia. I lavori inizia-
15
rono nel 1814, ma si conclusero solo nel 1816, sotto il restaurato governo
pontificio, che inaugurò il nuovo corso dell’Idice.
“La situazione idraulica della pianura bolognese continuava però ad aggravarsi – nota Franco Manaresi – a causa del continuo alzarsi del fondo del
Reno che pregiudicava il funzionamento di tutta la rete scolante. Nel 1857
gli argini del Reno alla Beccara Nuova erano alti quasi 13 metri mentre i tre
periti Lecchi, Temanza e Verace avevano previsto un’altezza massima di 3
metri”.
In estrema sintesi, il problema della bonifica padana fu risolto solo con
l’applicazione delle pompe idrovore, mediante lunghi e complessi interventi,
che videro protagonista il governo e non più solo le risorse finanziarie dei
singoli proprietari, e si protrassero dall’inizio del nostro secolo fino agli anni
’50-’60.
In conclusione, bisogna ribadire che per secoli le paludi padane costituirono un grave problema di portata internazionale, coinvolsero governi, ma
anche le forze intellettuali degli stati interessati, mentre su un piano generale
significarono per migliaia di persone povertà, fame, malattie e sottosviluppo;
per secoli bonificare significò recuperare e offrire nuova terra da coltivare a
miserrime famiglie di pescatori, migliorarne l’alimentazione, eliminare la
malaria endemica e, in ultima analisi, nel nostro secolo, mettere migliaia di
persone in condizione di ricevere istruzione e sviluppo economico.
Riferimenti bibliografici
A. Veggiani, Il delta del Po e l’evoluzione della rete idrografica padana in epoca
storica, in Il delta del Po, Atti della tavola rotonda del 24/11/82 presso l’Accademia
delle Scienze dell’Istituto di Bologna, Sezione Geologica, Bologna 1985, pp. 39-68;
F. Manaresi, Per una storia della bonifica idraulica della pianura bolognese, in
“Culta Bononia”, V (1973), pp. 142-143; 1909-1979. I settant’anni del Consorzio
della Bonifica Renana, A. Forni, Sala Bolognese 1980. Problemi d’acque a Bologna
in età moderna, Istituto per la Storia di Bologna, Bologna 1983; Storia dell’EmiliaRomagna, University Press, Imola 1977; C. Poni, Fossi e cavedagne benedicon le
campagne. Studi di storia rurale, Il Mulino, Bologna 1982; A.I. Pini, Energia e industria tra Savena e Reno: i mulini idraulici bolognesi tra XI e XV secolo, in Tecnica e
società nell’Italia dei secoli XII-XVI, Pistoia 1987, pp. 2-3.
16
Carlo Berti Pichat: giovinezza ed esordio politico
di Pier Luigi Perazzini
Carlo Berti Pichat è stato sicuramente un personaggio singolare. Nato a
Bologna il 30 dicembre 1799, agronomo insigne, ma soprattutto patriota,
spese la sua vita a propugnare, con la penna, ma anche con le armi, l’affrancatura dell’uomo dalla miseria e dalla tirannia e si adoperò perché l’Italia divenisse una e libera da stranieri. Figlio di Jean Baptiste Pichat, francese, militare al seguito dell’armata napoleonica, e di Anna Berti, giovane ragazza di
buona famiglia bolognese, la lunga vita di Carlo attraversò gli avvenimenti
fondamentali del Risorgimento italiano, ricoprendo in più occasioni ruoli attivi e primari. Venuto alla luce immediatamente dopo il crollo del piccolo
mondo feudale-papalino e nella fase iniziale dell’ascesa economica e sociale
della classe borghese alla quale peraltro apparteneva anche la sua famiglia, il
giovane Carlo, ancora imberbe, subì il disagio della restaurazione del dominio pontificio e il ripristino di norme, vincoli e consuetudini a lui prima sconosciuti. Trascorse la sua giovinezza in quel fecondo e tormentato periodo
nel quale in tutta Italia, allora divisa in più Stati, si agitavano e maturavano
idee liberali, e rivoluzionarie e dove, nonostante l’oppressione di un vero e
proprio “stato di polizia”, nascevano sette e associazioni segrete pronte a lottare per la libertà e l’indipendenza.
Carlo Berti Pichat maturò le prime esperienze politiche con l’incarico di
Priore del comune di San Lazzaro. Coinvolto marginalmente nei fatti rivoluzionari del 1831, per alcuni anni scomparve dalla vita pubblica per riapparire
nel 1840 trasmettendo il suo pensiero per mezzo di un giornale da lui fondato: Il Felsineo. Pochi anni dopo la sua casa divenne sede delle “Conferenze
Agrarie”, crocevia della cultura agricola bolognese del tempo, ma anche vivaio politico e fucina dell’imprenditoria bolognese. Se sulle prime le sue
idee e il suo agire erano apparsi moderati, dal 1847, dopo aver ceduto al
Minghetti la direzione del Felsineo, fondò e diresse un nuovo giornale, L’Ita-
17
liano, foglio più radicale e politicizzato. Mentre l’attività giornalistica e i
successivi importanti impegni politici e militari del Berti Pichat sono stati
più volte oggetto di ricerca e approfondimento da parte di valenti studiosi,
sono invece poco e male conosciuti la sua giovinezza e il suo ambiente familiare, così come il suo tirocinio politico, cioè tutto quel contesto che ne ha
formato l’animo e condizionato l’agire. Quel periodo della vita di Carlo Berti Pichat, con una particolare attenzione alla sua esperienza di primo cittadino di San Lazzaro, è l’oggetto del presente studio.
A cavallo di un’epoca
Il 18 giugno [1796] i Francesi misero piede nello stato pontificio, entrandovi per lo stradale di Crevalcore. La sera del medesimo giorno giunse in Bologna un’avanguardia, che entrò per porta San Felice poco dopo l’ave-maria.
S’incamminò questa al palazzo del Pubblico, dove l’ufficiale Francese Verdier chiese d’abboccarsi col capo del popolo Bolognese. Fu subito introdotto
dal gonfaloniere marchese Filippo Ercolani, al quale, in nome del generale in
capo Buonaparte, notificò l’arrivo di un corpo di truppe, che, come amiche
avrebbero rispettato la religione, le persone, e le proprietà.1
Con queste semplici parole Giuseppe Guidicini registrava nel suo diario
l’arrivo delle prime truppe francesi in Bologna. Il grosso dell’armata arrivò
in città il giorno successivo, domenica 19, mentre Bologna era in festa per
gli “addobbi” nella centrale parrocchia di San Matteo delle Pescherie.2
Il 5 novembre una Costituzione decretava l’abolizione dei titoli nobiliari,
la distruzione delle armi gentilizie e il divieto delle livree. Diveniva obbligatorio sostituire ai titoli nobiliari, quello di “cittadino” e a tutti era imposto di
portare la coccarda Francese o la nazionale «la quale sarà bianca, rossa e
verde». L’11 febbraio 1797 vennero aboliti tutti i feudi esistenti nel territorio
bolognese.3 Il 30 giugno 1797 era costituita la Repubblica Cisalpina alla
quale, il 27 luglio, venivano uniti i paesi della Cispadana.
Questo stato di cose non doveva però durare a lungo, infatti, mentre Napoleone era in Egitto, si stringeva in Europa una nuova grande coalizione antifrancese. In Italia si agitavano e crollavano via via le Repubbliche filofranceG. Guidicini, Diario Bolognese. Dall’anno 1796 al 1818. vol. I, Bologna 1886-87, p. 2.
Idem, p. 3.
3
Idem, pp. 44 e 55.
1
2
18
si, da quella Romana alla Partenopea e alla Cisalpina. Anche Bologna capitola. La mattina del 30 giugno 1799 il generale francese Hullin si arrendeva agli
Austriaci ottenendo di poter uscire da Bologna con l’intera sua guarnigione.
Poche ore dopo il barone d’Aspre riceveva in consegna la città in nome dell’Imperatore; entrava quindi l’armata austriaca al comando del generale Klenau che occupava la piazza presidiandola con quattro cannoni e vari carri. Il
barone d’Aspre ordinava la denunzia degl’individui d’ambo i sessi, Francesi e
Cisalpini, che si trovassero in Bologna4; il 3 luglio era ordinato a tutti i forestieri di partire entro ventiquattro ore con la sola esclusione di quelli impiegati in pubblici servizi. Erano abrogate tutte le leggi pubblicate dalla Repubblica
Cisalpina e la Restaurazione si preoccupava di controllare e normalizzare
ogni aspetto della società civile, compreso l’abbigliamento5.
È di questi mesi una pesante persecuzione di chi manifesta idee giacobine, e dei partigiani dei Francesi. È poi severamente punito chi, e in qualsiasi
maniera, contesta la nuova situazione politica. In questa situazione, in un clima furiosamente antifrancese, ricco di vendette e d’offese nei confronti di
chi aveva difeso, favorito, fraternizzato, o anche solo ricoperto pubblici uffici
o funzioni nel passato regime repubblicano, verso la fine di quell’anno (che
chiudeva un secolo), in Bologna, presumibilmente nella casa paterna e in assenza del marito, la giovane bolognese Anna Berti partoriva un maschietto,
frutto del suo amore per l’ufficiale dell’armata francese Jean Baptiste Pichat,
cui era imposto il nome di Carlo6.
I Berti della valle d’Idice
La famiglia Berti è presente a Bologna fin dal secolo XIV, forse anche da
prima, e del loro casato conosciamo diversi notai e anche alcuni dediti alle
arti o al commercio. Non sembra però aver avuto alcun legame con questi la
famiglia Berti di cui ci stiamo ora occupando, la quale invece proveniva dalla media valle d’Idice dove aveva diversi possedimenti terrieri. Da un primitivo nucleo di terreni e boschi posti nei comuni di Monte Armato e di VignaIdem, vol. II, p. 42.
Idem, p. 58: «Vien rinnovato l’editto contro il vestiario inverecondo; proibendo anche i
vestiari alla patriottica, alla giacobina, alla democratica, le anella grandi alle orecchie, i pantaloni larghi, ed altri che non occorre indicare».
6
Jean Baptiste Pichat e Anna Berti si erano sposati il 14 giugno 1797.
4
5
19
le, i Berti nel volgere di poco tempo estesero le loro proprietà nelle vicine
comunità di Ciagnano, Settefonti, Casola Canina, Pizzocalvo e Castel de’
Britti. Nella seconda metà del secolo XVIII, Carlo d’Andrea Berti, personaggio capace e intraprendente, riuscì ad aumentare beni e ricchezze della famiglia amministrando importanti imprese agricole appartenenti alla nobiltà e a
corporazioni religiose, e partecipando a vari lucrosi affari associato a capaci
speculatori. Raggiunto un elevato patrimonio e una buona condizione sociale, anche in virtù di un buon matrimonio7, Carlo Berti decise di trasferire la
propria residenza in Bologna acquistando nel 1772 dalla nobile famiglia
Bianchi un palazzo nella contrada Santo Stefano al n. 968.
Carlo Berti ebbe dalla moglie, Maria Piccinini, oltre a due figli maschi,
Luigi e Andrea, anche una femmina, Anna. Andrea si occupava della gestione
delle proprietà familiari, mentre Luigi, laureato in legge e avvocato, preferì
l’impegno pubblico e politico; il 23 luglio del 1800, con una notificazione del
Governo i fratelli Luigi e Andrea Berti furono scagionati dall’accusa di aver
nascosto quantità di grano in un loro podere9. Il 30 dello stesso mese l’avv.
Luigi è incaricato di ricevere le sovvenzioni del prestito volontario10, e il 15
maggio del 1802 è nominato commissario della contabilità nazionale della Repubblica Italiana11 e si trasferisce a Milano dove morirà nel febbraio del 180312.
Anna il 14 giugno 1797 sposava un giovane ufficiale francese commissario
agli approvvigionamenti dell’armata, Jean Baptiste Pichat.13 Non sappiamo se
suo padre fu particolarmente felice di questa scelta, ma la lettura dell’atto di costituzione di dote che Carlo Berti fece rogare dal notaio Rovatti lo stesso giorno
del matrimonio, ci mostra un padre prodigo nell’elargizione (la dote sarà di ben
£. 15.000 bolognesi), ma anche preoccupato che l’assegno dotale fosse impiegato in idonei investimenti e in ogni caso da pagarsi non prima d’otto anni14.
Carlo Berti aveva sposato Maria di Antonio Piccinini.
Ora Via Santo Stefano, n. 14.
9
G. Guidicini, Diario Bolognese, cit. p. 86
10
Idem, p. 87.
11
Idem, p. 153.
12
A. Aglebert, “Cenni necrologici della famiglia Berti”, in In Memoriam famiglia Berti-Pichat, Bologna 1879, p. 11.
13
Nativo di Vienne, città francese del dipartimento dell’Isere (posta non lontano e a sud di
Lione), figlio di altro Jean Baptiste.
14
Archivio di Stato di Bologna (in seguito ASB), Ufficio Registro, Copia degli atti notarili,
lib. 1377, c. 505: “14 giugno 1797, Costituzione di Dote e d’aumento dotale alla Cittadina An7
8
20
Poco tempo dopo, il 29 ottobre dello stesso anno, Carlo Berti moriva. Nel
suo testamento del 26 ottobre 1797 aveva nominato eredi universali i figli
Andrea e Luigi, pur senza dimenticare Anna alla quale lasciava per legato un
discreto capitale liquido15. Dell’eredità, i coniugi Pichat vennero a conoscenza nel maggio del 1798 mentre si trovavano in Ancona16. Nello stesso 1798
nasceva la loro prima figlia, Adelaide, e il 30 dicembre 1799, come abbiamo
già detto, un maschio al quale era imposto il nome del nonno: Carlo. Dell’ultima figlia, Sofia, non conosciamo l’epoca di nascita. Non sappiamo se e
quando J. B. Pichat si dimise dall’Armata. Dal dicembre 1801 lo troviamo
residente a Bologna nella parrocchia di San Stefano, probabilmente presso la
casa dei fratelli di Anna, ma già nel maggio del 1802 i coniugi Pichat acquistarono una casa in Via dei Monari al n. 1677, e vi stabilirono la loro residenza17. Nel giugno del 1804 il Pichat acquistò per la sua famiglia una villa
padronale posta poco fuori Porta San Mammolo18, e solo due mesi dopo una
grande casa in Via Cartoleria Nuova al n. 614, dove nel maggio del successivo 1805 avrebbe trasferito la sua residenza19.
Il fallimento della famiglia Pichat
È questo un periodo di grande dinamismo e di rilevante impegno economico per Jean Baptiste Pichat: la sua attività è frenetica. Crea e gestisce
un’impresa che commercia in fibre tessili, riso ed altri prodotti, con corrispondenti, oltre che in tutta Italia, anche in Francia, Svizzera e Germania; ha
quote in società di capitali e partecipa a operazioni speculative immobiliari.
In breve mette in piedi un enorme castello di carta, anzi di cambiali. Era inevitabile che un agire così spregiudicato in una economia fragile e soggetta a
crisi internazionali per la situazione politica instabile e il perenne stato di
guerra com’era l’Europa del tempo, non portasse buoni frutti. Infatti, forse
na Berti Sposa del Cittadino Gio. Batta Pichat”. Nel documento si intuisce una certa diffidenza
nei confronti del futuro genero.
15
Idem, lib. 1378, c. 365.
16
Idem, lib. 1543, c. 347.
17
Idem, lib. 1510, c. 245. Ora Via Goito n. 14.
18
Idem, lib. 1543, c. 49. Si trattava di un podere con casa padronale «nel qual predio vi esistono li antichi Bagni di Mario, li quale pure restano compresi nella presente vendita».
19
Idem, lib. 1547, c. 3. Attuale Via Guerrazzi n. 13.
21
anche per qualche cattivo investimento, la sua azienda fallì nella metà del
1807. Cominciò così un periodo difficile per la famiglia Pichat. Jean Baptiste
si troverà, infatti, costretto a cedere l’intero suo patrimonio, rimanendo alla
famiglia solo il necessario per vivere20.
Abbiamo notizia che dal 1808 il piccolo Carlo fu convittore nel Collegio
San Luigi dei Padri Barnabiti21, mentre del padre, forse nuovamente ingaggiato nell’armata francese diretta a Roma, non sappiamo più nulla. Rimasta
sola, Anna Berti trovò appoggio e aiuto presso il fratello Andrea, nella cui
casa stabilì la residenza; riuscì anche a ottenere dai curatori fallimentari del
marito la restituzione della dote e quindi raggiunge una certa tranquillità
economica e forse anche affettiva; nel 1810, infatti, Anna Berti partorirà l’ultimo figlio, Augusto, avuto da un non meglio specificato Angelo22. La caduta
di Napoleone ed il Congresso di Vienna riportarono però il Pichat a Bologna,
dove la moglie, su consiglio del fratello Andrea, e del cugino, il noto professore Gaetano Gandolfi23, il 30 novembre 1816 con atto notarile, gli attribuì
una rendita vitalizia, purché‚ però, se ne tornasse in Francia24.
Carlo Pichat, nel 1817, s’inscrisse al primo anno del Corso d’Ingegneri
20
“Li medesimi SS.ri Natali, e Pulga nella suddetta loro Rappresentanza riservano al detto
Sig.r Pichat, e alla di lui Famiglia li vestimenti propri, i letti, e mobili di casa puramente necessari, ed il diritto di chiedere gli alimenti per se stesso, e per la detta di lui Famiglia, il tutto a
termini di ragione”. ASB, Notarile, matrici del notaio Giovanni Battista Ferratini, 4/7, doc. 798
del 7 luglio 1807. Per avere un’idea della situazione economica del Pichat, si pensi che lo Stato
Patrimoniale stilato dagli amministratori fallimentari evidenzia un Attivo di lire italiane
573.772, 25, e un Passivo di lire 1.020.137, 54.
21
G. Boffito - F. Fracassetti, Il Collegio San Luigi dei PP. Barnabiti, Firenze 1925, p. 29
appendice.
22
Si chiamerà Augusto Aglebert. Mentre è certa la maternità, ne Angelo, ne Augusto vengono
mai citati negli atti ufficiali di casa Berti; non sono ricordati nemmeno nel testamento di Anna. I pochi elementi che riporto sono desunti dall’atto di morte dell’Aglebert; il certificato di nascita non si
è rinvenuto. È probabile che il cognome Aglebert sia creazione di pura fantasia; d’altro canto occorre tenere presente che quando Anna Berti ebbe Augusto, era ancora legalmente sposata col Pichat.
23
Era figlio di una sorella della madre di Anna Berti. Sul Gandolfi, illustre professore di
Anatomia Comparata e Medicina Veterinaria nell’Università di Bologna, cfr. A. Veggetti - N.
Maestrini, L’insegnamento della Veterinaria nell’Università di Bologna, in “La pratica della veterinaria nella cultura dell’Emilia-Romagna e l’insegnamento nell’Università di Bologna”, Bologna 1984, pp. 173-197. Non è da escludere una sua influenza sull’educazione e sulla formazione del giovane Pichat. Può essere non casuale l’interruzione degli studi universitari nell’anno della morte del Gandolfi; anche le conferenze d’agraria che dal 1842 Carlo organizzò nella
sua casa ricordano l’Accademia pensata dal Gandolfi.
24
ASB, Uff. Registro, Copia atti notarili, lib. 1690, c. 83, “Obbligazione della Sig.a Anna
Berti a favore del Sig.r Gio. Batta Pichat”.
22
presso la Pontificia Università di Bologna e il 10 novembre superò l’esame
di filosofia per Ingegneri, risultando ammesso; il 16 marzo 1818 conseguì
quindi il baccellierato d’Architetto a pieni voti e lode, e il 17 giugno venne
«approvato con lode», come si legge nell’elenco dei Licenziandi Ingegneri25.
In seguito troviamo il Pichat iscritto al secondo e all’ultimo anno del Corso,
ma non risulta aver più sostenuto esami26. Quali erano le condizioni della famiglia Pichat a quel tempo, lo possiamo apprendere da uno scambio di corrispondenza intercorso tra la madre e il conte Francesco Rangone. Si tratta di
un carteggio composto di diverse lettere e da alcune minute, il tutto relativo a
una trattativa per combinare il matrimonio della giovane Adelaide con il ferrarese Luigi Piccinini.
... Ecco intanto ciò che sono incaricato ad indicarvi. La sig.a Adelaide Pichat ha venti anni, buona salute e piena di ornamenti conoscendo varie lingue,
la musica, il ricamo ed altre occupazioni proprie di una brava direttrice il proprio domestico, il suo carattere è dolce e gentile. Sua madre la sig.a Anna Berti
Pichat divisa dal marito può disporre di 18 mille scudi. Ella ha un’altra figlia ed
un maschio. Questi tre figli sono teneramente amati da un loro zio materno e
che li ritiene (colla sorella) presso di se provvedendo ad ogni cosa. Non ignorasi che il suo cuore è pieno di generose disposizioni a loro riguardo, e non senza
fondamento può contarsi ad una occasione di vederne luminosissimi frutti. Il
sig. Berti è ricco e di carattere.
La sig.a Pichat sopra i suoi 18 mila scudi deve pensare ad un appuntamento mensile al marito assente di 24 Napoleoni non che al corredo etc. de’
suoi figli ed al proprio. Ella combinandosi un civile partito è disposta a dotare
le sue figlie con nove milla scudi in preciso modo distribuiti. Cinque milla alla mano compreso tre milla lire bolognesi di corredo. Due milla alla sua o
morte del marito, ma senza pagarne il frutto. Gli altri due milla li stabilisce
come stradotali alla morte sua o del marito ancora. Di questi pure non pagherà frutto. Altro può calcolarsi sulle buone disposizioni del zio materno uomo
cordiale e celibe.
Ciò piacendo la sig.a Pichat non mette altra condizione se non l’accordare
una donna di servizio che sarà promiscua ancora al marito, e di passarle un
mensile appuntamento di sei scudi per suo vestiario, e ciò ella chiede sull’intima conoscenza del carattere di sua figlia aliena dal fare alcuna verbale ricerca in proposito...27
ASB, Università di Bologna, busta n. 456 “Elenchi degli esami 1803-1824”.
Idem, busta 455 “Elenchi di studenti 1803-18204”.
27
Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio (in seguito BCB), Carteggio del conte Francesco
Rangone, vol. XXIV (B. 2819), c. 48: Minuta di una lettera del conte Rangone datata 15 dicem25
26
23
Andrea Berti moriva il 22 maggio 1820 e nel suo testamento nominava il
nipote Carlo Pichat erede universale dei suoi beni, però con alcuni obblighi.
Dovrà egli pertanto all’effetto di poter conseguire, e successivamente ritenere la mia Eredità assumere il cognome Berti, ed inoltre fissare, e mantenere
il suo domicilio in questa città di Bologna, che se lo stesso mio nipote non assumerà il mio cognome Berti, o abbandonerà il domicilio di questa città, e si
portasse a stabilirlo in Paese Estero, allora, e in tal caso dichiaro risoluta, e
come non mai fatta la presente istituzione a di lui favore, ed ora per allora in
di lui vece istituisco miei eredi universali la suddetta Adelaide, e Sofia Pichat
di lui sorelle e mie nipoti...
Poi, forse temendo un’ingerenza del padre naturale di Carlo, specificava
Dichiarando poi avere fatti, e di fare li suddetti legati, e disposizioni a favore del suddetto mio nipote, e delle dette due mie nipoti coll’espressa condizione che il padre loro non abbia ne debba godere l’usufrutto de’ Beni ed effetti, che alli detti miei nipoti perverranno da me, e dal mio Stato, ed Eredità,
e nemmeno il godimento, ed usofrutto dell’usofrutto, vietandogli altresi qualunque ingerenza ad avvenire, che di diritto gli potesse competere.
Probabilmente temendo che la minore età di Carlo sarebbe potuto essergli di pregiudizio, stante la dipendenza legale dal padre, aggiungeva
Voglio però, che sino a tanto che il suddetto mio nipote Carlo Pichat abbia
compita l’età dei 24 anni il mio Patrimonio, ed Eredità sia amministrata indipendentemente, da chichessia, dall’Ecc. sig. dott. Gaetano Conti, dal sig. Lorenzo Corneti e dalla suddetta mia sorella Anna Berti Pichat, li quali nomino, e deputo in Amministratori, che anche in Esecutori Testamentarij, ed alli medesimi
attribuisco la più ampia facoltà, e li esimo, e libero da un minuto, e scrupoloso
rendiconto della loro amministrazione, durante la quale, cogli effetti della mia
Eredità soddisfarono li suddetti legati e tutte le altre mie disposizioni, e così pure tutti li debiti, da quali resta gravati il mio patrimonio, e provvederanno al decente mantenimento, ed alla cristiana e civile educazione del suddetto Carlo Pichat mio nipote ed erede, purché, però, come ho superiormente ordinato assuma
il cognome Berti, e ritenga il suo domicilio in questa città di Bologna...28
Non è certo da considerarsi eccessiva la prudenza di Andrea Berti, infatti,
sebbene lontano dalla famiglia, secondo le leggi e le consuetudini dell’epoca, a Jean Baptiste Pichat competeva ancora la patria potestà e la sua autorizbre 1818, e diretta a Ferrara al colonnello Barbieri (altro soggetto che si adoperava per favorire il
matrimonio della ragazza). Da altre lettere del carteggio si intuisce che l’intera trattativa fallì.
28
ASB, Uff. del Registro, Copie atti notarili, lib. 1797, c. 153.
24
zazione era richiesta, e necessaria per alcuni atti straordinari, come, per
esempio, il contratto matrimoniale della figlia Adelaide con il dottor Antonio
Tori di Modena, convenzione stipulata il 7 dicembre 1821, nella quale il padre interveniva per procura29. Non abbiamo molte informazioni sulla vita di
Carlo Berti Pichat in quegli anni, sappiamo però che furono assai dolorosi
per la sua famiglia. Adelaide, che si era sposata e trasferita a Modena, nel
1823 si ammalava di tubercolosi e dopo lunghe sofferenze vi moriva il 30
aprile del 1824, seguita, nell’agosto dello stesso anno, dall’unico figlio che
aveva avuto nel 182230. Miglior sorte era invece toccata alla sorella minore la
quale, sposatasi ad Antonio Bersani, aveva avuto diversi bambini e spesso
soggiornava nella villa che la famiglia del marito possedeva a Castel de’
Britti, a non molta distanza dall’altra, detta l’Abbadia, dei Berti Pichat.
Raggiunta l’età dei ventiquattro anni, Carlo acquisiva a pieno titolo i beni
ereditati dello zio Andrea. Divenuto ricco possidente, e con l’età giusta per sposarsi, era un partito appetibile. Ecco quindi che i procacciatori di doti ed i mezzani, figure tipiche del nostro Ottocento, si misero in attività. Il 12 agosto 1827
la marchesa Maria Calcagnini Zavaglia scriveva da Ferrara al conte Rangoni:
Io voglio da voi una cosa da vostro pari, e la principale è la segretezza,
onde impegno la vostra parola d’onore a non dire mai, che io vi abbia queste
ricerche, come vi dò la mia di non dir mai cosa abbia saputo da voi. Io desidero un’esatta informazione del giovine Berti, che ha una sorella maritata in
Bresciani, che ha la Madre con lui; io voglio saper tutto dall’A al Z. Vi sarò
obbligatissima quanto mai possa dirvi di questo favore, e sono sicurissima di
saper tutto con sincerità31.
Il 25 Agosto il Rangoni rispondeva fornendo le informazioni richieste:
Il Sig.r nostro Pichat erede Berti, di oltre venti anni, è un giovine di ottimi
costumi, di un cuore eccellente, di qualche impegno, e dedicato a’ propri affari
vive molto a se, ed a’ suoi Amici. Non coltiva la grande Società. Ama la musica, e talora compone. La sua rendita deve oltrepassare li quattro milla scudi, e
li supererà, estinte alcune passività. Tiene legno. Il suo ordinario è civile. Ha
buona casa in Città, e migliore in Campagna. Di temperamento è un po ruvido. Gode buona salute, e presenta un robustissimo fisico. Vive di queto giovine assai stimato.
Idem, lib. 1839, c. 115.
Idem, lib. 1990, c. 283.; cfr. anche BCB, Collezione autografi, vol. LXXV “Raccolta di
21 lettere di Anna Berti Pichat, dirette a Gaetano Conti Castelli”.
31
BCB, Carteggio del conte F. Rangone., vol. XIII (B. 2808), c. 48.
29
30
25
Il Padre sig.r Pichat, fornitore un tempo dell’armata francese in Italia, con
soverchio dispendio, favorito ancora dalla sua moglie sig.a Berti, madre del giovane in questione, ed un tratto poco urbano del Banchiere Bignami, lo fecero
fallire, e l’obbligarono a ritirarsi in Francia con certo assegnamento che gli fece
la famiglia Berti a condizione più non rientrasse in Bologna. Quest’uomo fu generalmente stimato, ma riguardato troppo facile, e negligente ne’‚ propri affari.
La di lui moglie, donna di molto temperamento, dopo “siccome pretendesi”
aver contribuito allo sbilancio Pichat, ed avutone tre figli passò “salvando la sua
dote” presso li fratelli Berti, uno de’ quali avvocato morì poco appresso in Milano. Ella proseguì a godere in seno alla sua famiglia di ogni migliore vantaggio.
Nulla può dirsi che le sia a carico presso la Società. Molto però di una brillantissima vita galante, che le acquistò il nome d’instancabile. Alcuni anedoti non
fanno troppo onore al suo cuore. Ella gode ora “per la morte del suo secondo
fratello”, di un vistoso appuntamento, di cui può disporre a piacere, oltre l’essere il figlio obbligato alli ordinario suo trattamento. Ella vive intieramente col figlio, e nella casa paterna, ove ne dirigge liberamente le domestiche cure.
Il secondo suo fratello Il sig.r Berti, nubile, vistosi senza eredi del suo nome, e molto prediligendo il nipote, e due sue sorelle Adelaide e Sofia, lasciò
morendo ogni cosa al primo, con che prendesse il suo nome. Stabilì l’appuntamento alla sorella, accordò una dote alle nipoti, e ordinò fosse pure passata una
dote a certa Tiber, anagramma di Berti, e figlia naturale del suo fratello Avvocato, siccome questi aveva prima di sua morte ordinato. Questa giovine Tiber
si è già maritata nel Sig.r Busatti, figlio del Paesista già defonto. Li coniugi godono della migliore opinione, e sono felici. Che in quanto alla maggiore delle
due sorelle del Sig.r Pichat Berti, la sig.a Adelaide, niuno potevasi desiderar di
meglio di questa eccellente donna, piena di qualità d’animo e di coltura. Fu maritata nel sig.r Torri di Modena, e mancò pochi anni appresso di ferocissima tisi,
è generalmente compianta.
Che in quanto alla seconda sorella Sig.a Sofia, giovine di qualche avvenenza, ma di non grande ingegno, fu assai fortunata per sposare il sig. Bersani, figlio dell’Avvocato, unico, e con una libera entrata di circa quattro milla
scudi. Vi sono vari figli, ma la giovine signora, nella sola parte galante offre
di che osservare con qualche suo pregiudizio, ne troppo si parla bene di sua
leggerezza, e del suo cuore poco delicato ed ingenuo.
La famiglia Berti aveva delle Monache eccellenti, ma le credo ora estinte. Vi saranno altre relazioni, ma s’ignorano. Elleno però non ponno essere
che civili, e in relazione della Famiglia Berti generalmente e pienamente
stimata. Ignorasi pure se vi sia luogo per essa ad alcuna eredità avvenire,
ma il suo stato attuale, depurato da ogni passività, non può che migliorare,
ed è poi ancora attualmente assai comodo e felice32.
32
Idem, cc. 44-47: si tratta di una minuta
26
È da presumere che tali informazioni fossero state richieste nell’interesse
della nobile famiglia ferrarese Massari. Sta di fatto che il 2 giugno del seguente 1828, Carlo impalmava in Ferrara la giovane contessa Vittoria Massari.
Il comune di San Lazzaro diventa autonomo
Nel 1828, San Lazzaro, allora appodiato, cioè frazione di Bologna, divenne comune autonomo (unito alle comunità circostanti, all’incirca secondo i
confini attuali). Secondo Augusto Aglebert, tale risultato fu conseguito proprio grazie all’interessamento di Carlo Berti Pichat, che ne ottenne quindi la
nomina a Priore. Tutto ciò non corrisponde al vero. Infatti, San Lazzaro, che
era già stato autonomo durante l’età napoleonica, dal 1804 al 1817, fu nuovamente separato da Bologna a seguito di un generale riassetto territoriale
voluto da papa Leone XII con suo Motu Proprio del 11 dicembre 1827, nel
quale ordinava che “Oltre le Comunità attualmente esistenti, e che per tali
sono state portate nell’antecedente Tabella di riparto territoriale, si ripristano
tutte quelle altre, che furono soppresse nel 1816”33.
La necessaria individuazione dei candidati consiglieri fu demandata ai
Legati, che per ogni provincia avrebbero dovuto formare gli elenchi degli individui aventi le qualità caratteristiche indicate:
I Consiglieri dovranno avere il loro domicilio per la maggior parte dell’anno nel Territorio della Comunità, o luoghi appodiati, esserne nativi o domiciliati da 10 anni, avere l’età di anni 24 compiuti, essere di specchiata condotta sotto tutti i diversi rapporti. E in quanto a quelli della prima classe, dovranno avere eziandio una sufficente possidenza relativa al loro grado, ed al
luogo ove dimorano...34.
La costituzione dei singoli Consigli comunali, sarebbe poi stata determinata dal numero della popolazione e dalla quantità di appodiati. San Lazzaro,
con la sua popolazione di 3603 individui35, secondo tale normativa avrebbe
dovuto avere un Consiglio composto da venticinque consiglieri. Il cardinale
Albani, Legato di Bologna, delegava l’incarico di selezionare i candidati alla
33
ASB, Legazione Apostolica, Atti riservati, busta n. 127: bozza dell’art. 183 del Motu Proprio del Papa del 5 ottobre 1824, con le modifiche apportate sino ad allora.
34
Idem, art. 189.
35
Tale era il numero degli abitanti di San Lazzaro nall’elenco della popolazione della provincia di Bologna desunto dai “Ruoli del Focatico” dell’anno 1826.
27
Direzione Provinciale di Polizia, il cui ufficio, in data 17 novembre, inviava
una circolare ai Governatori di Budrio, Bazzano, Castel Maggiore, Loiano,
Poggio Renatico, San Giovanni in Persiceto e Castel Franco e, riguardo i
nuovi comuni in passato soggetti al Governo di Bologna, ai parroci dei capoluoghi. A proposito della comunità di San Lazzaro, la circolare venne indirizzata al parroco di Santa Maria delle Caselle.
Essendo piaciuto a S.E.R. il Cardinale Legato d’incaricarmi di proporre
riservatamente i candidati che formar devono il nuovo Consiglio di codesta
Comunità, non saprei a chi meglio rivolgermi che al savio ed imparziale parere di VS. Ill.ma e Rev., ben certo che nella di lei scelta saranno preferite le
persone più degne e meritevoli. Giova però che VS. Ill.ma nel fare la di lei
proposta abbia presente, che i candidati suddetti debbano avere il loro domicilio per la maggior parte dell’anno nel territorio della Comunità, o luoghi
appodiati, esserne nativi o domiciliati da dieci anni, avere l’età d’anni 24
compiti, essere di specchiata condotta sotto tutti i diversi rapporti, e che debbano ancora aver mezzi e uso di decoroso trattamento secondo la rispettiva
condizione; avvertendo che, quando siano possidenti, possano avervi luogo
ancora gli Agricoltori; e ponno pure far parte del Consiglio anche coloro che
in figura di Capi esercitano le professioni e le arti non vili né sordite.
Sarà peraltro opportuno di pigliarli dagli ordini più degni di persone che
trovansi nel Circondario Comunitativo secondo la loro onestà, accortezza e
credito di sapere, di costumi, e di condotta illibata tanto morale che civile e
politica, avvertendo, per ciò che riguarda la parte morale, di attenersi a quella
riputazione popolare che ognun gode, e di prescindere da quella particolare e
privata opinione che può andar soggetta ad equivoci. [...] Tutta l’importanza
dell’operazione consiste nell’assicurarsi bene delle ineccezionabili prerogative dei candidati. Per una necessaria uniformità, e per avere in un solo elenco
tutti gli individui proposti pel Consiglio di codesta Comunità, conviene che
VS. Ill.ma e Rev. si compiacia di estendere le di lei indagini a tutte le Parrocchie componenti il circondario di codesta Comune, che troverà indicate in
detto foglio e ricordandosi di muoversi a tal effetto in riservata corrispondenza cogli altri RR. Parrochi del circondario suddetto.
Mi lusingo che VS. Ill.ma vorrà corrispondere alla giusta fiducia che in
lei ripongo, e che niuna renitenza proverà in prestarsi, trattandosi nel particolare di ufficio grazioso, e nel generale di somma utilità, poiché‚ mentre alle
persone proposte procurerà un decoroso lustro, contribuirà essenzialmente al
ben essere della Comunità e, come non dubito, proporrà soggetti che ad una
illibata integrità uniscano buon criterio ed intelligenza36.
36
ASB, Direzione Provinciale di Polizia, Atti riservati, busta n. 31.
28
Gli interessati risposero rapidamente, così che il 15 dicembre 1827 il Direttore di Polizia poteva trasmettere alla Legazione le liste richieste esprimendo però alcune perplessità:
Mi pervenne a tempo debito il riservato dispaccio di V. E. R. delli 13 novembre scorso n. 119, col quale si degnò di affidarmi l’incarico di raccogliere
dalle diverse Comuni della Provincia la proposta dei candidati, che formar
devono il Consiglio delle nuove Magistrature Comunali. Il breve termine però che mi venne assegnato, mi fece comprendere che non avrei potuto approfondire troppo la materia, ed attinger da più e più sorgenti, come forse sarebbe stato opportuno, le informazioni di ciascun individuo, onde maggiormente
assicurare la concorrenza nei proposti dei requisiti voluti dal Governo. Ciò
non poteva esser l’opera di pochi giorni (come V. E. R. nella sua, aveva necessità di leggere), massime trattandosi di un numero considerevole di persone, e non minore di circa 1200 individui. Non di meno accintomi alla commessami operazione, e superate non poche difficoltà incontrate nel progresso
della medesima, mi è riuscito finalmente di riunire tutti gli elementi dei candidati di ogni Comune, i quali mi affretto di rassegnare a V. E. R. unitamente
ai rapporti accompagnatorj, acciò possa non solo conoscere i fonti da cui li
ho attinti, ma ben anche profittare delli schiarimenti che in molti di essi si riscontrano. Dall’esame però, che ho fatto di detti Elenchi, ho rilevato, che non
in tutti i Comuni si è potuto ottenere il numero prescritto, e molto meno il terzo di più, in causa della scarsità di soggetti idonei, che abbiano le qualità richieste, e massime il requisito del domicilio. Che se potesse prescindersi da
ciò, molti possidenti cittadini, che dimorano alcuni mesi dell’anno in esse comunità, e che ivi vanno capitando per attendere ai propri interessi, ma che
non vi rimangono costantemente la maggior parte dell’anno come si esige,
potrebbero completare il numero che manca, non solo, ma arricchire coi loro
lumi i Consigli comunali, e supplire alla poca cognizione di cose pubbliche,
che non d’ordinario si trova nelle persone di campagna.
Un altra osservazione ancora ho dovuto fare, ed è che per compire il numero stabilito in alcuni de’ succitati Elenchi si trovano notati dei semplici agricoltori illeterati, e degli artisti, i quali non potrebbero rigorosamente ritenersi per
Capi Esercenti. Ho inoltre dovuto rimarcare, che in altri figurano degl’individui in età quasi decrepita, per lo che vedrà V.E.R. nel singolare suo accorgimento se debbansi e gli uni, e gli altri escludere dai nuovi Consigli Comunali,
sostituendo in loro posto i possidenti cittadini di cui ho parlato di sopra37.
Non sono riuscito a rintracciare l’elenco sopra richiamato (il quale riportava i nomi di tutti i consiglieri proposti e le informazioni raccolte), ma da
37
Ibidem, prot. 394.
29
altre carte sappiamo che il parroco delle Caselle per l’elezione dei Consiglieri di San Lazzaro aveva proposto solo trenta soggetti, quindi tre di meno di
quelli richiesti, dichiarando che «niuno ha potuto proporne per Miserazano».
Pochi giorni dopo si affrettava a precisare che nell’elenco «non computai né‚
verun Parroco, e nemeno il Sindaco, Sig.r Domenico Ponti. Ma ciò non fu
per altro, se non perché essendo Persone assai note alle Superiori Autorità,
potevano facilmente rilevarne il merito per l’elezione al nuovo Consiglio»38.
Un ulteriore dispaccio della Segreteria di Stato del 10 marzo 1828 comunicava al Legato di Bologna «esser mente di Sua Santità che Mons.R Presidente
della Commissione Speciale di Ravenna prenda cognizione degl’Individui destinati pei Consigli Comunali di questa Provincia onde in concorso della Legazione devenire alla depennazione de’ soggetti aventi eccezioni politiche».
Il medesimo giorno il Legato rispondeva esponendo che a suo parere l’esame delle liste dei candidati Consiglieri da parte della Commissione «sarebbe per questa Provincia così inutile come sconveniente ed anche ora non eseguibile pei Consigli di tutti i Comuni infuori di quel solo di Bologna», ma il
Segretario di Stato con dispaccio del 20 marzo nuovamente ribadiva la volontà del Papa di far verificare gli elenchi dalla Commissione Speciale di Ravenna «locché ha avuto pur luogo per le altre [Legazioni] di Ferrara, Ravenna, Forlì, non che di Urbino e Pesaro».
Finalmente il 3 aprile il Presidente della Commissione Speciale di Ravenna ritornava «le Note da lui rivedute di tutti i soggetti proposti pei Consigli Comunali di questa Provincia con una sola osservazione sul Conte Alessandro Agucchi, e Avv. Giuseppe Gambari compresi nella nota pel Consiglio
di Bologna, che lascia alla Legazione il giudicare se meriti o nò di esser valutata», ma la Segreteria di Stato, interrogata a tale oggetto, il 23 aprile conveniva «che non debbano essere esclusi dalla qualità di Consiglieri Comunali di Bologna i due individui accennati in detto Dispaccio non trovando valutabili le eccezioni emerse contro di essi»39.
Che la determinazione di separare gli appodiati di Bologna, e renderli autonomi, fosse stata una decisione autonoma del governo centrale e non l’effetto di istanze locali, ce lo dimostra anche un curioso episodio: alla lettera della
Direzione di Polizia Provinciale diretta al parroco di Casalecchio di Reno, con
Ibidem, prot. 403.
Questa fitta e interessante corrispondenza si può agilmente seguire in ASB, Legazione
Apostolica, Atti riservati, reg. protocollo n. 21, anno 1828, dal prot. 16.
38
39
30
la quale si sollecitava l’invio dell’elenco dei candidati per la nuova magistratura, il curato rispondeva sorpreso perché, come dice nella sua risposta, «Casalecchio non è Comune, ma Appodiato e quindi ritiene trattarsi di errore». Fu
necessario assicurarlo che non di errore si trattava, ma che Casalecchio era
stato veramente disgiunto da Bologna divenendo Comune autonomo40.
Carlo Berti Pichat primo Priore di San Lazzaro
Il 28 aprile 1828 i venti consiglieri comunali designati dal Legato41 (più
due “deputati del clero”, senza diritto di voto) si riunivano per la prima volta
a San Lazzaro per procedere alla costituzione della nuova “magistratura”
(oggi diremmo della “giunta”), che doveva comprendere un priore, due aggiunti e, nel nostro caso, anche un sindaco per l’appodiato di Pizzocalvo. In
realtà i consiglieri non potevano eleggere direttamente i nuovi magistrati, ma
solamente, con voto segreto, formare delle “terne”, una per ogni carica, all’interno delle quali il Legato avrebbe poi fatto la sua scelta.
Anche Carlo Berti Pichat è tra i designati, e in consiglio comunale le votazioni lo segnaleranno nella terna per la carica di Priore42. Non solo, ma il Legato lo preferirà al prof. Giambattista Magistrini e a Massimo Monari, gli altri votati43; pertanto il 24 maggio l’Assessore Civile della Legazione gli trasmetteva la lettera di nomina alla carica di priore di San Lazzaro. Per Carlo
sono questi giorni pieni e importanti: pochi giorni dopo, il 28 maggio, ottiene
dal padre la solenne emancipazione dalla patria potestà44. Il primo giugno,
ASB, Direz. Prov.le Polizia, Atti riservati, busta 30, prot. 338.
Altri tre consiglieri risultarono assenti
42
Carica corrispondente a quella attuale di Sindaco.
43
Probabilmente il Berti venne prescelto perché nella terna risultava il più facoltoso ed il
maggior contribuente per tassa comunale e tassa bestiame. Il Magistrini in seguito divenne consigliere comunale a Bologna.
44
Tramite un suo mandatario, con procura rilasciata dallo stesso Jean Baptiste Pichat a
Saint Jean de’ Boarnay, allora sua residenza, il 29 marzo 1828: «... col farlo, e costituirlo uomo
libero, e di sua piena ragione, di modo che come emancipato, e non soggetto ad alcun vincolo
di Patria Podestà possa, e voglia trattare, e stabilire ogni qualsiasi Contratto e Negozio, e fare
qualunque Atto tanto giudiziario, che extragiudiziale, obbligare, ipotecare, alienare, ed in qualunque altro modo disporre liberamente di tutti li suoi beni, e Ragioni di qualunque natura, tanto per contratto tra vivi, che per testamento, ed in qualunque altro modo, e forma, come può fare, ed eseguire qualunque altro uomo di sua ragione, rilasciando al medesimo tutto ciò, che gli
potesse de jure competere, ferma però restando la figliale obbedienza, rispetto, ed amore dovuto dal figlio verso il genitore, e l’obbligo ingiunto dalle leggi divine, ed umane di soccorrerlo in
40
41
31
sebbene festivo, è ufficialmente istallata la magistratura comunale la quale risulterà composta dai signori Carlo Berti Pichat Priore, Massimo Monari e
Carlo Giovannini aggiunti, Pietro Presi sindaco dell’appodiato di Pizzocalvo
... i quali avranno il suo pieno effetto col giorno d’oggi stesso, epoca in
cui la magistratura suddetta incomincia ad esercitare le sue incombenze essendo col giorno di ieri [31maggio] cessato di appartenere questo comune a
quello del Senatoriato di Bologna, così l’Ill.mo Sig.r [Domenico Ponti] f.f. di
Presidente a nome dell’E.mo S.r Card. Legato ha dichiarato sciolto qualunque vincolo di dipendenza fra questo comune e quello...45
Il giorno successivo Carlo Berti Pichat, in Ferrara, sposava la contessa
Vittoria, figlia di Vincenzo Massari, che tra l’altro gli portava la considerevole dote di 20.000 scudi.
L’attività amministrativa del Berti Pichat si dimostrerà competente e corretta; la sua sarà l’opera di un buon amministratore ligio al dovere e alle circolari del Legato, con una particolare attenzione ai problemi della popolazione nei settori della povertà, della salute e dell’istruzione. Preoccupazioni
mosse non tanto da sensibilità sociale, ma soprattutto da considerazioni d’ordine pubblico. Il suo obiettivo, ma anche quello degli altri consiglieri (quasi
tutti possidenti), infatti, è quello di evitare che la povertà e l’ignoranza portino nel territorio da loro amministrato disordini, furti, grassazioni. I frequenti
lavori stradali che il Consiglio promuove sono certamente una provvidenza
per i salariati agricoli disoccupati, ma anche un vantaggio per i possidenti.
È durante il suo mandato che sono istituiti sussidi per le persone indigenti
del comune, e aumentato il contributo alla Casa di Ricovero e ai “miserabili”
lì ricoverati. L’inverno particolarmente lungo e rigido del 1828/29 aggrava
terribilmente le già critiche condizioni dei salariati disoccupati e nel febbraio
del 1829 la magistratura di San Lazzaro, col consenso del Legato, si attiva
per provvedere nel miglior modo alla somma calamità di quell’anno
per occupare i braccianti disoccupati, previdente tutti i disordini che in
aggravio di questa magistratura, e dei Possidenti di questo Comune potessero
verificarsi, è stato il medesimo approvato con voti bianchi n. 13 e neri n. 2.
Ottenutosi l’approvazione del piano suddetto, si è proposto quello per sussi-
qualunque suo bisogno, ed occorrenza, e salvo pure ad ambidue il diritto di successione a norma delle leggi, e tutto ciò in ogni miglior modo e forma, che di ragione si possa».
45
A.C. San Lazzaro, Verbale del 1 giugno 1828.
32
diare i miserabili infermi del Comune di cui all’unita nota, è stato il medesimo approvato con voti bianchi 15 e neri nessuno.46
Il cinque marzo de1 1829, nasce Giovanni Battista, il suo primogenito47,
ma la famiglia non lo distoglierà dall’amministrazione dei suoi beni personali e dagli interessi della comunità. Sicuramente innovativa per quel tempo è
la proposta che il nostro presenta al Consiglio del febbraio 1830, di elevare a
due il numero dei maestri di scuola, e di assegnare loro un congruo onorario
«coll’obbligo di ammaestrare gratis 25 ragazzi per ciascheduno, da nominarsi da questa magistratura»48, decisione che viene approvata all’unanimità.
Nel giugno dello stesso anno viene indetto un concorso per istituire nel
comune di San Lazzaro una condotta medico-chirurgica. Risultano nominati
in solido il chirurgo Giuseppe Tonini e il dott. Demetrio Rasi. Così il 28 agosto 1830 un pubblico avviso poteva segnalare l’avvenuta apertura in San
Lazzaro presso il Palazzo Comunale di un ambulatorio medico.
Dal verbale della seduta consigliare del 17 settembre 1830, possiamo riconoscere il prestigio e la stima che tutti i consiglieri di San Lazzaro avevano nei
confronti di Carlo Berti Pichat, e delle sue capacità, anche tecniche. Infatti,
Proposto dal Segretario al Consiglio la nomina del nuovo Priore, il Consiglio stesso a voti unanimi, ha addimostrato il desiderio e la decisa volontà a
bene ancora della popolazione sia confermato per un altro triennio l’attuale
Sr Priore Carlo Berti Pichat, e quindi il Consiglio ha soppresso la proposizione di una tripla per la nomina del nuovo magistrato, nella lusinga che la Legazione vorrà accondiscendere al voto comune massima che nella prossima
invernale stagione riesce maggiormente necessario l’opera dell’attuale Sr
Priore onde colle sue cognizioni dirigere i lavori che il Comune sarà costretto
intraprendere per occupare i braccianti disoccupati49.
I Moti rivoluzionari del 1831
Nel 1831 Bologna, la Romagna e le Marche diedero vita a gravi agitazioni di natura politica e sociale. Il 4 febbraio giunse in Bologna la notizia che
Modena era insorta contro il dominio Estense, e subito il popolo corse in
A.C. San Lazzaro, Verbale del Consiglio comunale dell’11 febbraio 1829.
Cfr. A. Aglebert, cit. p. 20.
48
A.C. San Lazzaro, Verbale del Consiglio comunale dell’17 febbraio 1830.
49
Idem, Verbale del Consiglio comunale del 17 settembre 1830.
46
47
33
piazza con bandiere e coccarde tricolori inneggiando alla libertà. Il Pro-Legato mons. Paracciani, temendo una rivolta, ritenne prudente cedere il governo della città ad una giunta moderata e allontanarsi velocemente, ma oramai
la ribellione contro il Governo Pontificio aveva infiammato gli animi ed in
breve tempo si estese nelle Romagne e fino agli stati Romani.
Il “Governo Provvisorio della Città e Provincia di Bologna”, così si era
denominata la giunta che aveva assunto il potere, già il giorno cinque emanava una circolare diretta ai Priori della provincia con la quale comunicava i
mutamenti politici, chiedendo il loro impegno per il mantenimento dell’ordine e l’immediata organizzazione della Guardia Provinciale. A questa comunicazione il Priore di San Lazzaro il giorno successivo dava riscontro «facendo conoscere quanto sappia questa popolazione apprezzare i vantaggi
dell’emancipazione da un governo nel quale la volontà dei governatori serviva di sola legge»50.
I sanlazzaresi risposero con entusiasmo e in poco tempo Carlo Berti Pichat poteva organizzare a San Lazzaro un battaglione della Guardia Provinciale e ne assumeva il comando avendo il dott. Rasi come Aiutante Maggiore. Il 26 febbraio si riunirono a Bologna i rappresentanti di tutte le province
insorte dando vita al “Governo delle Provincie Unite”, ma ben presto le truppe austriache chiamate in aiuto dal Pontefice costrinsero il governo rivoluzionario a rifugiarsi ad Ancona. Il 24 marzo il cardinale Oppizzoni in nome
del Papa, e con l’appoggio degli austriaci, entrava in Bologna e ne assumeva
il governo come Legato a Latere. Finiva così sul nascere un sogno di libertà.
Fu promulgata un’amnistia e concesso il perdono a molti che avevano avuto
un ruolo nel passato governo dietro il rilascio di una dichiarazione in cui riconoscevano i propri errori e le virtù del Papa. Tutti gli amministratori e gli
impiegati furono confermati nei loro ruoli, eccetto però quelli che il 22 marzo avevano seguito ad Ancona il governo e le truppe rivoluzionarie abbandonando il loro incarico o le loro funzioni.
Alla luce dei documenti e dei rapporti di Polizia, non risulta che il Berti
Pichat abbia partecipato ai fatti rivoluzionari con qualche ruolo di rilievo o in
una qualunque azione importante; sembra invece che il suo impegno sia stato
semplicemente quello di assumere il comando della Guardia Civica di San
Lazzaro, come il proprio ruolo di Priore gli comandava, assicurando local50
Idem, Prot. gen. n. 98 del 6 febbraio 1831.
34
mente l’ordine pubblico. Certamente non fece mistero delle sue simpatie nei
confronti del Governo rivoluzionario, ma nulla di più; pur tuttavia finì per
prendere colpe probabilmente non meritate, e forse non sue. Tra i funzionari
che avevano seguito i rivoluzionari ad Ancona, vi era il giovane medico condotto di San Lazzaro, dott. Demetrio Rasi. Il Priore, interrogato in merito, con
dispaccio del 12 aprile diretto al Direttore di Polizia, ne giustificava l’agire
Il Sig.r Demetrio Rasi Medico condotto di questo Comune ha fatto giorni
sono qui ritorno proveniente de Ancona, alla quale direzione era partito col di
Lui Zio Sig.r Avvocato Giovanni Vicini come Medico curante il medesimo51.
Al che, il Legato, il 15 aprile ordinava al Priore di intimare al Rasi, con
Foglio di Via, la partenza per Ravenna, suo luogo d’origine, entro due giorni,
cosa che egli prontamente fece, ma nel frattempo il Rasi si era reso uccello
di bosco; o meglio, il segretario comunale, Giuseppe Ognibene, sapeva sicuramente dove rintracciarlo52, forse anche il Berti Pichat n’era informato, ma
nessuno lo tradì; infatti, il Priore, il 20 comunicava al Legato che non aveva
potuto intimare la partenza al Rasi perché‚ irreperibile.
Probabilmente il Berti Pichat capì che la sua giustificazione non era sembrata sufficientemente credibile, o forse vi erano state (o temeva che vi potessero essere) delle maldicenze che gli avrebbero portato pregiudizio, sta di
fatto che alla seduta del Consiglio comunale del 28 aprile, alla quale non
partecipò risultando “legittimamente impedito”, fece pervenire le sue dimissioni dalla carica di Priore
Non solo, ma, il 10 Maggio successivo, inviò le proprie dimissioni anche
al Legato:
Gratissimo incontro mi porge il suo Dispaggio [...] onde presentare il ragguaglio veridico della condotta di questi impiegati comunali dopo che ho potuto conoscere essere sul conto de’ medesimo l’animo di V. E. R. sfavorevolmente prevenuto. Fino al giorno 5 febbraio la loro condotta fu costantemente
uniforme a quella che potè‚ meritarsi l’approvazione degli E.mi Legati fino
dalla ripristinazione del Comune. Niuno di loro s’immischiò negli avvenimenti della notte del 4 febbraio ed anzi non ne ebbe contezza che dopo accaduti.
Successivamente ognuno prestò quel servizio che era comandato dall’autorità
che teneva in allora le redini del Governo e non eseguì che quanto portavano
le ordinanze del medesimo. Laonde quanto si azionò era un effetto necessario
51
52
A.C. San Lazzaro, prot. gen. n. 245, lettera del 12 aprile 1831.
In A.C. San Lazzaro sono conservate alcune lettere del dott. Rasi al segretario Ognibene.
35
di una causa, e se l’ordine era riprovevole non ne conseguite che la colpabilità
se ne ricava a chi era necessariamente tenuto ad eseguirlo. In appresso il giorno 6 marzo un gravissimo allarme invase Bologna, e rapidamente si diffuse
nella vicina Campagna. Il presidente del Governo d’allora incontratosi per caso nel Sig.r D.r Tonnini Chirurgo Condotto del Comune che per suoi particolari trovavasi nella Città, gli comandò si portasse subito a San Lazzaro, e quanta
più gente si potesse vi facesse riunire a disposizione del Governo, lasciando
ignorare se per chiamarli in Bologna a vegliare i posti per la pubblica tranquillità, come avvenne di fatto in appresso o se per più forti motivi.
Non potea il Tonnini non obbedire, come difatto obbedì, e quindi non fece che le parti di semplice messaggio. Quei contadini ragiunaronsi in breve
ora in numero incredibile, e sarebbero avvenuti mille inconvenienti senza il
sopravvenire del Sig.r Ognibene Segretario Comunale il quale non appena
ebbe contezza dell’ordine precipitoso ch’erasi spedito si portò immediatamente alla Città per verificarlo ed indi a mezzanotte ripartì per S. Lazzaro
giungendo opportunamente a porre ordine in quella disordinata massa e indi
a poco a poco quetamente rimandarli ai loro focolarj.
Non tardò molto a manifestarsi nel Sig.r Avv. Vicini una decisa affezione
nervosa; il perché‚ determinatosi di valersi del soccorso di un medico che assiduamente vegliasse alla di lui salute mandò pel Sig.r D.r Rasi di lui nipote
il quale si recò a soccorrerlo di continua assistenza notte e giorno a modo che
lo stesso di lui zio non consentì che lo abbandonasse nel porsi in viaggio per
Romagna al che obbedì il nipote partendo però disarmato, ed unicamente in
esercizio di sua professione. In fine il giorno 20 Marzo la Vanguardia Austriaca, senza posarsi in Bologna andò a stazionarsi di volo a San Lazzaro. Non è
a dire come quel corpo militarmente comandava gli fosse recato quanto gli
abbisognava e per conseguenza quanto abbia meritato del comune il suddetto
Segretario il quale con bene ordinate disposizioni a quanto era possibile provvidde nel mentre che con modi accorti e convenevoli alla critica circostanza
suppliva a persuadere i comandanti dell’insufficenza dei mezzi ad’ottenere
quanto era impossibile rinvenire in una aperta campagna. Ecco in breve con
sincera esposizione dei fatti come sono accaduti. Io so bene che sono stati a
V. E. R. dipinti con altri colori ma io sono pronto a offrirle tutti quegli schiarimenti opportuni ch’Ella avrà la degnazione di comandarmi.
Ho l’onore di rassegnarmi umilmente inchinato al bacio della Santa
Porpora53.
Il 6 giugno 1831, il Pro-Legato prescriveva alla magistratura di San Lazzaro «Accettandosi la rinuncia del Sr Priore si richiami la terna occorrente
53
A.C. San Lazzaro, anno 1831.
36
per la sua sostituzione»54, terna che veniva votata nella seduta del Consiglio
del 18 giugno, e dalla quale il marchese Massimo de Parada sarebbe stato
chiamato ad assumere l’esercizio stabile di Priore di San Lazzaro.
Venuto il tempo della partenza del presidio austriaco, che fino ad allora
aveva garantito l’ordine pubblico in città e nella provincia, il Pro-Legato,
conte Camillo Grassi, ritenne, nonostante le perplessità della Segreteria di
Stato, di affidare tale incombenza alla Guardia Civica, dandone il comando,
nell’attesa di una sua riforma, «a quei medesimi che lo avevano in tempo
della rivoluzione»55. Così il 15 luglio 1831 le truppe austriache si ritiravano
da Bologna e dal suo territorio per attestarsi a Modena e Ferrara lasciando il
controllo dell’ordine pubblico alla Guardia Civica. Anche Carlo Berti Pichat
tornò a ricoprire la carica di Capo battaglione che già aveva assunto nel febbraio, e in questo ruolo il 7 agosto fu inviato, assieme al capitano Ceneri, a
Ferrara, al porto di Ponte Lagoscuro, per ritirare, e accompagnare a Bologna,
una partita di 2.000 fucili che erano stati acquistati a Parma per armare la
Guardia Civica bolognese56. La storia di quei fucili, che gli austriaci e le autorità pontificie ferraresi non volevano consegnare, divenne un vero e proprio
“affare di stato”, che, oltre i Legati di Bologna e Ferrara, impegnò seriamente anche la Segreteria di Stato, il comandante austriaco Hrabowsky, il Vice
Re del Regno Lombardo Veneto e lo stesso Papa; e questo, non per motivazioni militari, ma principalmente per intoppi burocratici. Naturalmente in
tutto ciò, gli ufficiali Berti e Ceneri non hanno avuto alcun merito o colpa,
anzi sembra proprio che non abbiano avuto altro ruolo se non quello di
aspettare la conclusione di quell’intenso lavorio diplomatico, che alla fine,
dopo circa un mese di trattative, permise loro di portare a Bologna solo la
metà della fornitura acquistata57.
Di Carlo Berti Pichat non abbiamo più notizie fino all’ottobre del 1833,
quando il Pro-Legato si rivolse al Direttore della Polizia Provinciale per ave54
4167.
ASB, Legazione della Provincia di Bologna, anno 1831, Reg. protocollo n. 372, prot.
Idem, Legazione Apostolica, Atti riservati, busta n. 134/II, lettera della Segreteria di Stato.
Idem, Legaz. Prov. Bologna, anno 1831, Reg. prot. n. 373, prot. 8833; e Idem, Legaz.
Apostolica, Atti generali, anno 1831, tit. XVII, rub. 30, busta III.
57
ASB, Legazione Apostolica, Atti generali, (anno 1831), tit. XVII, rub. 30, busta II; v.
anche U. Marcelli, Le memorie di Francesco Majani, in AMDSP, ns, vol. XX (1969), pp.
548-549.
55
56
37
re delle informazioni su Pichat e altri candidati alla carica di consiglieri per
il Comune di Ozzano58.
La Direzione di Polizia, seguendo l’ordinaria procedura, si rivolgeva quindi
ai commissariati di polizia competenti per territorio, i quali dopo diversi mesi
(siamo ormai nel maggio del 1834) trasmettevano le informazioni richieste
Le persone dei SS.ri Carlo Savini, e Carlo Pichat Berti da quanto a me consta, e dalle notizie anche raccolte al loro riguardo, sono certamente non di poco
pregiudicati in linea Politica, ed in ambe le memorabili due epoche si compromisero, ed erano in relazione e colloquj co’ maggiori esaltati della classe de’
nobili, e cittadini, tanto di questa Provincia, che delle altre di Romagna. [...]
Il Sig.r Berti mentr’era nella di lui qualità di Priore nel Comune di San Lazzaro, fece ben conoscere la di lui contrarietà al Governo della Santa Sede, mostrandosi protettore del noto pregiudicato medico Demetrio Rasi abitante in detto Comune, e nelle adunanze fatte da quest’ultimo in propria Casa, non mancò
di concorrervi il Berti per trattare e macchinare come gli altri, contro la Legittimità del Governo. Nell’Anarchia Civica fu nominato Ufficiale Superiore, e se
non erro nella qualità di Capo Battaglione addetto allo Stato Maggiore, ed i
Communisti di San Lazzaro, qualora volessero dire la verità, sono bene informati delle spesse adunanze e pranzi fatti di liberali tanto nella Casa del Berti,
che in quella del medico Rasi. Contro la loro Condotta Morale dei sù detti due
Signori nulla mi consta, né‚ ho assunte notizie contrarie che possi aggravarli59.
Carlo Berti Pichat non venne candidato al consiglio comunale di Ozzano,
ne a diverso comune. Di lui non ho trovate altre notizie fino al 1840, epoca
nella quale cominciò la pubblicazione del Felsineo, il giornale da lui fondato
e diretto, iniziativa questa forse stimolata e sollecitata dal fratellastro Augusto Aglebert, che già dal 1838 collaborava al periodico bolognese Il
Solerte60. Sarà questa la vera palestra politica di Carlo Berti Pichat; sarà su
quel foglio, e nelle “Conferenze Agrarie” tenute nella sua casa, dove, racconta il Minghetti, «non solo si ragionava di materie strettamente agrarie, ma
eziandio dei problemi economici che con l’agricoltura hanno attinenza, e
nonostante la severità della censura, non pochi accenni dell’idea nazionale vi
facevano capolino»61, che troveranno corpo e forza quelle idee liberali che timidamente aveva manifestato negli anni precedenti.
Ma quella è un’altra storia.
ASB, Direzione Prov.le di Polizia, Atti riservati, n. 49 (anno 1834), prot. 346.
Ibidem.
60
Da allora, oltre che nelle avventure editoriali, Augusto Aglebert gli sarà fedele compagno
nelle lotte d’Indipendenza, nell’esilio e infine nella tomba di famiglia.
61
M. Minghetti, Miei ricordi, Torino 1889, vol. I, p. 125.
58
59
38
Cenni biografici del liutaio Gaetano Pollastri1
di Mariarosa Pollastri
La famiglia di Gaetano Pollastri (24/11/1886 - 5/10/1960), uno dei massimi esponenti della scuola di liuteria bolognese, era originaria della frazione
Colunga di San Lazzaro di Savena e comprendeva il padre Cesare, bracciante e poi mugnaio a Bologna, la madre Clelia tessitrice, e tre figli: il primogenito Augusto, Gaetano appunto ed Ermelinda. Quando Gaetano era ancora
bambino tutta la famiglia lasciò Colunga e si trasferì a Bologna, presso il
mulino Tamburini a Porta Castiglione, per motivi di lavoro del capofamiglia
e ivi rimase anche dopo la morte di Cesare, avvenuta nel 1894. Gaetano tornò a frequentare San Lazzaro fin dagli anni Dieci del ’900, cioè dal periodo
del fidanzamento e del conseguente matrimonio con Luigia Samoggia, fanciulla benestante di una antica famiglia sanlazzarese.
Nonostante le ristrettezze economiche di una famiglia senza padre, Gaetano trascorse una vita intensa: il fratello maggiore Augusto provvedeva in
gran parte ai fabbisogni dei suoi cari lavorando nella bottega del liutaio bazzanese Raffaele Fiorini, (1828-1898) caposcuola della liuteria bolognese, il
quale era venuto a Bologna nel ’68, su invito dell’allora insegnante di violino al Liceo Musicale, Carlo Verardi e aveva aperto una bottega dove costruiva e riparava gli strumenti ad arco, per soddisfare le richieste dei musicisti
della città, il cui numero era in costante crescita. Nel contempo il maestro
formava degli allievi liutai, tra cui il proprio figliolo Giuseppe, i fratelli Cesare ed Oreste Candi, Armando Monterumici e Augusto Pollastri, assunto
dapprima come semplice garzone e poi considerato come un figlio. Alla
scomparsa di Fiorini, Augusto aprì un atelier di liuteria presso la propria abi1
Il presente scritto si basa principalmente sui documenti conservati dalla famiglia Pollastri
e sui ricordi dei miei genitori. Segnalo, inoltre, che è in corso di stampa il volume Gaetano Pollastri. Una biografia, per i tipi dell’Editore Aspasia.
39
tazione in via Castiglione, e insegnò al fratello Gaetano tutte le regole e i segreti della costruzione e della riparazione degli strumenti ad arco, trasmettendogli l’arte del suo maestro2.
Gaetano visse insieme al fratello fino al matrimonio, aiutandolo in bottega e contemporaneamente esercitando la sua principale professione: quella
di violinista. Si era diplomato, infatti, all’Accademia Filarmonica di Bologna, dopo aver svolto gli studi col maestro Adolfo Massarenti, prestigioso
strumentista, membro del Quartetto Bolognese (assieme a F. Sarti, A. Consolini e F. Serato). Il giovane Gaetano suonava, grazie a brevi contratti, nelle
stagioni sinfoniche, d’opera e d’operetta, nei teatri di Bologna e delle città
vicine, arrotondando poi le entrate grazie ad ingaggi per “funzioni”, feste
pubbliche e private, saggi scolastici. Il matrimonio con Luigia Samoggia fu
una tappa importante nella vita di Gaetano e segnò la ripresa dei rapporti con
San Lazzaro, cittadina che lo ospitò a lungo durante le estati e che divenne la
sua residenza definitiva durante gli ultimi anni di vita, dal 1956 al 1960.
La famiglia Samoggia abitava a San Lazzaro da tempi antichi (si hanno
notizie che risalgono all’inizio dell’800)3: Giuseppe Samoggia era “salsamentario” (vendeva cioè pane, pasta, granaglie, farine, sali, tabacchi, olio e
droghe) negli anni ’20 dell’800 e ingrandì la sua attività grazie alla collaborazione dei tre figli, Cesare, Luigi e Gaetano. La bottega passò successivamente ai figli di Gaetano4 mentre ai figli di Luigi (Giulio, Federico5 e Aldo),
toccarono in eredità l’osteria del Sole e il macello, intanto acquisiti.
2
La liuteria bolognese mise a punto tecniche di costruzione molto particolari, ben diverse
da quelle in uso in altre scuole italiane; l’elemento forse più caratteristico consisteva nell’utilizzo di una “forma esterna” (di ispirazione francese), una sagoma di legno a cui venivano applicate le fasce dello strumento da modellare, diversamente da quanto avveniva nella scuola cremonese che utilizzava una “forma interna” nella prima, delicata, fase di costruzione. Peculiarità
dei violini bolognesi sono: le “f” allungate, derivate da quelle dei Guarnieri, il bordo rilevato, le
3 strisce che compongono il filetto di eguale spessore, le “C” che ricordano gli Amati. Sono ricoperti da una vernice spesso gialla, ma non mancano gli strumenti bruno-rosati e rossi.
Le notizie sulla famiglia Samoggia mi sono state fornite interamente dalla nipote di Clementina Samoggia, Eleonora Vescovi, che qui ringrazio di tutto cuore. Si veda, inoltre, Werther
Romani (a cura di), San Lazzaro di Savena. La storia, l’ambiente, la cultura, Bologna, Edizioni
Luigi Parma, 1993, pp. 217-247 e pp. 382-383.
3
4
Uno di essi, Demetrio, era morto nel 1868 nella famosa battaglia di Custoza.
Federico era il padre di Luigia, futura sposa di Gaetano Pollastri e di Clementina, avute
dalla moglie Angelina Gamberini, di Russo; entrambe le bambine erano nate dopo due precedenti figli, morti in tenerissima età, Luigi e Rosa.
5
40
L’Osteria del Sole era una locanda molto conosciuta e frequentata dai
viaggiatori, anche perché si trovava in posizione ottimale, proprio sulla via
Emilia (sulla via da Porta Mazzini a Imola, come un tempo si sottolineava),
percorso effettuato anche dal treno a vapore il quale fermava a San Lazzaro
in due stazioni, una delle quali proprio nei pressi dell’Osteria6. Negli stessi
anni del vaporino, sorse, grazie a Federico Samoggia, un elegante chalet,
che serviva a meglio ospitare i viaggiatori (oggi dimora degli eredi Samoggia-Canetoli). All’Osteria del Sole sostarono personaggi illustri, tra cui Giosuè Carducci e Corrado Ricci, amico di famiglia7. Negli anni di gestione
dell’Osteria, Federico si occupava anche della macelleria, che lasciò poi nel
1920 al suo aiutante Aldo Foresti ma non trascurava nemmeno l’educazione
delle sue amatissime figliole, cresciute come due principessine: studi magistrali, musica e pittura per entrambe.
Luigia, che suonava il pianoforte, in giovane età, attraversò un momento
difficile, in cui abbandonò anche i suoi dinamici passatempi (amava infatti
cacciare e cavalcare); il padre pensò allora di rasserenarla organizzando dei
concertini domestici e invitò a duettare con lei il violinista Gaetano Pollastri.
L’amore scoccò e dopo un devoto corteggiamento Gaetano portò all’altare
Luigia nel luglio del 19138. Gaetano e Luigia vennero allietati dalla nascita
della primogenita Anna Maria, dalla quale il padre dovette presto separarsi, a
causa della chiamata in guerra. Al ritorno Gaetano intensificò la sua attività
presso la bottega del fratello a Bologna; in quegli stessi anni la famiglia si allargò con la nascita di Rosa Maria e del sospirato maschio Cesare.
Il 1927 fu un altro anno cruciale per Gaetano. Nel mese di novembre, deceduto il fratello Augusto appena cinquantenne, si decise a prendere in mano
6
Cfr. Pier Luigi Perazzini, A San Lazzaro col vaporino, in “Alla Ribalta”, XXII, n. 5, 1991.
Corrado Ricci (1858-1934), critico d’arte, musicologo, librettista. Direttore o riorganizzatore di gallerie e di musei a Parma, Ravenna, Milano e Firenze, direttore generale delle Belle
Arti. Si adoperò per i luoghi della musica (riuscì ad aprire alla musica l’Augusteo), istituì concorsi per composizioni musicali, ottenne sovvenzioni per teatri, si adoperò per migliorare la
condizione degli insegnanti di musica, fu direttore dell’Istituto Archeologico di Roma e assessore. Scrisse testi per musica: d’opera, per L. Mancinelli e altri, di romanze da camera, per
Martucci e altri; scritti sui teatri e su figure di spicco del mondo della musica, bolognese in particolare.
7
8
Il giorno del matrimonio di Luigia segnò il colpo di fulmine tra la bionda Clementina, la
sorella, e un invitato amico dello sposo, anch’egli violinista: il mobiliere Giuseppe Canetoli. I
due si sposarono l’anno successivo e dalla coppia nacquero Federica e Alessandro.
41
le redini della bottega e divenne liutaio a tempo pieno: era già ben introdotto
nel mondo della liuteria perché conosceva tutti i clienti del fratello (grandi
concertisti, tra cui i componenti del Quartetto Bolognese) ed era personalmente conosciuto fuori Bologna grazie ai numerosi viaggi d’affari che aveva
intrapreso in passato per conto di Augusto. Inoltre Gaetano manteneva ottimi
rapporti con i suoi vecchi compagni di studio, del Liceo e soprattutto dell’Accademia Filarmonica: furono proprio questi ultimi i suoi primi clienti
importanti9. Immediatamente ottenne riconoscimenti significativi per la sua
attività di liutaio: il primo fu il Diploma e la Croce al merito e la Medaglia
della Città di Fiume; vide, inoltre, crescere, di anno in anno, il proprio giro
d’affari.
Particolarmente stimato come riparatore gli venivano affidati strumenti antichi e preziosi da restaurare; acquistò, peraltro, fama come perito, al punto da
essere spesso chiamato per stilare certificati d’autenticità per strumenti da
collezione. Costruiva bellissimi strumenti – con la sola collaborazione, per le
fasi iniziali del lavoro, del falegname Francesco Mariani – che venivano apprezzati e acquistati da concertisti italiani, americani, svedesi, svizzeri, argentini e inglesi, i quali favorirono la sua fama e incrementarono il mercato dei
suoi strumenti. Nonostante il successo crescente, Gaetano rimaneva una persona affabile e modesta, dai modi signorili (a detta di quanti lo hanno conosciuto) e riusciva ad intrattenere buoni rapporti con i numerosi colleghi italiani, compreso il liutaio Ansaldo Poggi, in un certo senso suo “rivale” in città.
Nel 1945 Gaetano fu colpito da un’immane tragedia: la sua secondogenita Rosa Maria, fine arpista di appena 25 anni, morì nel bombardamento su
San Lazzaro del 15 aprile. Nonostante la ragazza fosse nascosta in cantina
assieme alla sorella maggiore fu ferita dal crollo dell’ala della casa sovrastante; ricoverata all’ospedale S. Luigi di Bologna si spense il giorno seguente, a causa di lesioni interne. Il funerale fu improvvisato alla meglio, in
quei giorni terribili, prossimi alla Liberazione e Francesco Vescovi, marito
della cugina Federica, potè, unico, deporre un fiore sulla bara, un lillà strappato da una siepe fiorita nel sole d’aprile10. Come è scritto nella necrologia
9
Vedi M. Pollastri, Gaetano Pollastri: liutaio accademico filarmonico. Storia di un apprendistato, Bologna, A.M.I.S. (bollettino), XII, 30-31, 1996, pp. 3-8.
10
Il Resto del Carlino del 16 e 17 aprile riportò, nella Cronaca di Bologna, che il bombardamento su San Lazzaro aveva provocato solamente una trentina di feriti ricoverati al S. Luigi,
una settantina al S. Orsola e altri al Rizzoli, ma si sa che le cronache di quei giorni erano viziate
42
della ragazza, pubblicata nel Resto del Carlino il giorno successivo, la scomparsa della giovane lasciò “nell’inconsolabile strazio i genitori” e tutti i suoi
cari. Dopo la guerra l’attività di Gaetano riprese più fiorente che mai e senza
nessun bisogno di pubblicità o di listini spesso vanamente richiesti dai suoi
clienti. Gaetano risiedeva ormai da anni, con la sua famiglia, in un grande
appartamento in Piazza San Martino e lì teneva la sua bottega da cui uscivano violini, viole e violoncelli, tutti pregiati e tutti contrassegnati da un marchio a fuoco che raffigura due polli contrapposti, il marchio della famiglia
Pollastri. Il timbro a fuoco era stato ideato e realizzato già dal fratello Augusto, probabilmente nel 1920 ed è assolutamente unico, contrariamente a come è stato scritto (per fini non troppo chiari) in altri testi sui Pollastri. Costituisce infatti l’elemento di primo riconoscimento degli strumenti della famiglia ed è spesso malamente contraffatto negli esemplari falsi. I violini di
Gaetano erano molto apprezzati per l’eccellenza della corda Mi, il cantino, e
molti concertisti tennero gelosamente i loro strumenti Pollastri non solo per
il valore di mercato (un valore che è costantemente in crescita), ma anche
per la incomparabile bellezza del suono.
All’inizio dell’estate del 1956, a causa dello sfratto dalla casa di Piazza
San Martino, la famiglia Pollastri si trasferì stabilmente a San Lazzaro, nella
dimora di campagna fino a quel momento abitata solo d’estate: una casa con
una grande loggia, circondata da un bellissimo giardino, in via Emilia 179.
In appartamenti separati abitavano, nel medesimo edificio, la figlia Anna
Maria, sposata con Luciano Nenzioni, finissimo pittore e scultore e i tre figli
Federico, Maurizio e Gabriele; il figlio Cesare con la moglie Diana Rossi e
la neonata Mariarosa (io che scrivo), a cui si aggiungerà l’ultimo nipote,
Paolo, nato pochi mesi prima della morte di nonno Gaetano. La bottega di
liuteria Pollastri si spostò dunque dalla grande casa bolognese a San Lazzaro
e da quel momento gli amici e i clienti si recavano dal maestro al di qua del
Savena.
In quel periodo la mole d’affari di Gaetano si era molto rafforzata specie
in alcune aree d’Italia dove, sia per la carenza di liutai, sia per la fama di
e lacunose. Forse più attendibili gli scritti del parroco di San Lazzaro, Don Andrea Biavati, che
aveva subito anche il trauma del crollo della chiesa parrocchiale, che cita le vittime, sette adulti
e una bambina. Una testimonianza al riguardo è riportata in Werther Romani e Mauro Maggiorani (a cura di) Per non cancellare la storia. San Lazzaro di Savena negli anni della guerra,
Bologna, Edizioni Consumatori, 1998.
43
Pollastri, la richiesta di buoni strumenti era aumentata, da parte dei concertisti e degli allievi delle scuole musicali: in particolare era viva in Puglia, regione dove il liutaio ebbe i più proficui scambi, testimoniati dalla vivace corrispondenza, oggi conservata tra le carte di famiglia. Pollastri, inoltre, era in
contatto col commerciante americano Marlin Brinser (attraverso l’intermediario italiano Pericle Spreca) e proponeva i suoi strumenti, attraverso la
Suburban Music di Brinser, sul mercato degli Stati Uniti d’America. Negli
anni sanlazzaresi Gaetano si dedicò anche a seguire i progressi del figlio Cesare, che egli stesso aveva iniziato alla liuteria fin dalla prima giovinezza e
che effettivamente fu in grado di costruire strumenti molto pregiati, di Otello
Bignami, che conosceva fin dai tempi di Bologna e che divenne il suo discepolo più famoso e più quotato e ad insegnare l’arte al giovane Franco Albanelli, l’apprendista che oggi rimane l’unico liutaio vivente direttamente allievo di Gaetano e tiene alto il nome della liuteria bolognese. Da tutti i suoi allievi, e in particolare da Bignami11, eccellente maestro, discendono le giovani leve di liutai che lavorano oggi. Gaetano mantenne vivi anche i contatti
con Bologna, dove si recava ogni pomeriggio per visitare lo stabilimento
musicale Pizzi, in via Zamboni. Partecipava inoltre a qualche mostra (come
quella di Pegli, nel ’56) e fu membro della Commissione scientifica
dell’A.N.L.A.I. (Associazione Nazionale Liuteria Artistica Italiani, con sede
a Roma). Il suo lavoro era incessante e tantissimi richiedevano i suoi strumenti, gli amatori e i collezionisti gli domandavano consigli e tanti erano ricevuti in casa con cordialità.
Nel 1959 un piccolo infortunio occorsogli in casa, il secondo in pochi anni, fece pensare ad amici e clienti che Gaetano soffrisse di un malessere passeggero. Invece egli si stava gravemente ammalando, ma nessuno ne ebbe
sentore. Continuava infatti a lavorare intensamente: ho notizia di ordini di
materiali alla ditta Goth e di riparazioni, effettuate fino al 19 settembre 1960.
Mentre molti si chiedevano perché il maestro diradasse le sue visite, e nemmeno gli amici più cari immaginavano la gravità della situazione, Gaetano si
mise a letto per un paio di settimane e, infine, quietamente morì. Era il 5 ottobre 1960. Il “Resto del Carlino” pubblicò la notizia il giorno seguente, ma
molte persone non bolognesi vennero a conoscenza del fatto molto tempo
11
Su Otello Bignami, cfr. AA.VV., Otello Bignami liutaio in Bologna, a cura di William
Bignami, Cremona, Turris, 1998.
44
dopo. Il giorno ancora successivo lo stesso giornale tirò a Gaetano un brutto
tiro, pubblicando una vecchia necrologia del fratello Augusto.
Nei giorni in cui Tito tornava in Europa da New York, un satellite-radio
americano andava in orbita, Kruscev e MacMillian erano a colloquio, Gaetano si ricongiungeva con l’amata Rosa Maria. Da allora iniziava la ricerca di
uno strumento Pollastri, prezioso quanto difficile da trovare; i “falsi” – entrati subito in circolazione – iniziarono a moltiplicarsi.
1. Le sorelle Luigia e Clementina Samoggia. Luigia (a sinistra) ha appuntato sul petto un mazzetto di garofani, quelli che il suo fidanzato Gaetano le portava tutti i giorni.
45
2. Gaetano assieme ai suoceri Federico e Angelina Samoggia, nel giardino della casa di S. Lazzaro, nel luglio 1925. Con lui anche le figlie Anna Maria e Rosa Maria (al centro) e i nipotini
Federica e Alessandro Canetoli.
3. Un violino di Gaetano Pollastri (1948).
46
San Lazzaro di Savena tra ricostruzione e
modernizzazione
di Matteo Mezzadri
“L’anno millenovecentoquarantacinque, il giorno ventuno del mese di
aprile, in San Lazzaro di Savena, resa libera dal valore dei soldati italiani,
dei volontari della libertà e delle truppe alleate, il Commissario prefettizio
uscente, Aleandro Rondinini, consegna al Sindaco subentrante, Sig. Nadalini
Alfredo, l’amministrazione comunale nel suo complesso di atti, registri, archivio ed uffici”1. È questo il primo verbale redatto dopo la Liberazione del
Comune, prima tappa verso la “normalizzazione” amministrativa. Da quando, nel 1927, era stata introdotta la figura del podestà, infatti, non si erano
più avuti Consigli e Sindaci eletti dal popolo, e anche il primo Sindaco del
dopo Liberazione – Nadalini appunto, designato dal locale C.L.N – era stato,
per così dire, imposto dall’alto. Non v’è alcun dubbio, d’altro canto, che
questi fosse avvertito dalla popolazione locale come una figura più rappresentativa rispetto ai vecchi Commissari prefettizi. Nadalini era l’elemento di
spicco dei socialisti sanlazzaresi che, insieme ai comunisti, erano la forza
politica predominante; rappresentava, quindi, una sorta di continuità con la
tradizione socialista del Comune, interrotta dalla “parentesi” fascista; inoltre,
malgrado si fosse iscritto al Partito nazionale fascista nell’ottobre del 1932,
dopo l’8 settembre aveva svolto un’intensa attività politica che gli aveva meritato la fama di convinto antifascista; non ultimo, vantava una lunga esperienza lavorativa nell’amministrazione pubblica: nel 1927, all’età di ventisei
anni, era stato assunto come Capo cantoniere, all’inizio della guerra era divenuto guardia di finanza e, dopo l’armistizio, era stato destinato all’ufficio
comunale di San Lazzaro fino a quando, colpito dal precetto che gli ordinava
1
Archivio storico comunale di San Lazzaro di Savena (d’ora in poi ASL), Delibere Commissariali, 1944-1945.
47
di recarsi in Germania per prestare servizio di lavoro, aveva scelto di fuggire
sulle montagne di Pianoro2.
Il 15 luglio 1945 arrivò al Comune di San Lazzaro il Decreto Prefettizio
n. 299 col quale diveniva esecutiva la nomina di Nadalini e della Giunta che
si insediarono ufficialmente tre giorni dopo3. Le prime iniziative adottate
dalla nuova amministrazione furono rivolte al ripristino delle principali vie
di comunicazione danneggiate o distrutte durante i sei mesi di permanenza
del fronte sul territorio di San Lazzaro. Le strade comunali che, prime fra
tutte, andavano ricostruite, erano via Idice, via S. Ruffillo e via Zena. L’ufficio tecnico preventivò una spesa complessiva di 2.919.503 lire, ma il Comune non disponeva delle risorse economiche necessarie. “La mancanza assoluta di alcuna capacità contributiva da parte dei cittadini”4 dovuta agli ingenti
danni di guerra, era stata la causa principale del prosciugamento delle casse
comunali; l’amministrazione fu dunque costretta a chiedere l’intervento dello Stato affinché si facesse carico di almeno la metà della spesa5. Il lavoro di
ricostruzione delle strade avrebbe, inoltre, favorito un largo impiego di manodopera e alleviato il grave problema della disoccupazione invernale che,
per usare le parole con le quali si espresse la Giunta, sarebbe potuta “divenire allarmante, specie nei riguardi dell’ordine pubblico”6.
Il Comune rivestiva effettivamente un ruolo importante nel contenere il dilagare della disoccupazione e l’endemica povertà degli abitanti: nel bilancio
di previsione per il 1945 il Comune iscrisse un aumento di spesa nel capitolo
“opere pubbliche” per un totale di lire 590.000. La cifra, che può sembrare
modesta, deve però essere valutata tenendo conto che le risorse comunali erano già messe a dura prova da una serie di altri aumenti, da quello “imponen-
2
Le notizie biografiche su Alfredo Nadalini le ho ricavate dalla scheda personale di informazioni politiche che lui stesso compilò per la Commissione provinciale di Epurazione. ASL,
Carteggio amministrativo, cat. 1, 1946.
3
La prima Giunta Comunale era composta dai seguenti assessori: Dall’Olio Filiberto, Landi Mario, Ghermandi Adolfo; assessori supplenti: Zuccheri Aurelio, Maccaferri Bruno.
4
ASL, Delibere della Giunta, 1945-1946.
Con il R.D.L. del 10 agosto 1945 lo Stato aveva stanziato sei miliardi di lire per finanziare
la ricostruzione di strutture di proprietà comunale adibite ad uso pubblico danneggiate o distrutte durante la guerra. Il Comune di San Lazzaro intendeva avvalersi di questa legge anche per finanziare la ricostruzione della parte del palazzo comunale distrutta durante i bombardamenti.
5
6
ASL, Delibere della Giunta, 1945-1946.
48
te” del personale avventizio per il lavoro straordinario richiesto per il disbrigo
delle pratiche di risarcimento dei danni di guerra, a quello giustificato dall’aumento delle rette di degenza e al considerevole numero di persone ricoverate
negli ospedali di Bologna, che ammontava in totale a lire 1.300.000. Se a questo si aggiunge che le principali imposte e le relative entrate non furono riscosse poiché poco o nulla restava da tassare si ha un quadro esauriente della
difficile situazione che la nuova Giunta dovette affrontare.
A parte gli interventi espressamente mirati a dare sollievo al problema
della disoccupazione, che restavano i più massicci, la semplice gestione di
tutte le strutture legate all’amministrazione comunale portava alla creazione
di un vasto indotto che aveva come diretta conseguenza un innegabile beneficio per tutta l’economia locale. Particolarmente in questi primi mesi, in coincidenza con gli sforzi del Comune per far fronte ai danni più urgenti, una
folta schiera di artigiani, commercianti, semplici manovali e piccole industrie veniva attivata e gratificata dalla creazione di nuovo lavoro. Le cifre,
che si ha modo di verificare scorrendo la lista che compare sotto la voce “liquidazione note”, e che elenca gli impegni economici presi dal Comune per
prestazioni d’opera o fornitura di materiali, sono, malgrado il loro valore puramente indicativo, molto interessanti. Alla fine del mese di dicembre 1945 il
Comune di San Lazzaro era debitore nei confronti di ben cinquantotto soggetti per le più svariate ragioni: dai lavori di falegnameria alla fornitura di
stampati della ditta Anonima arti grafiche, dai trasporti funebri alla fornitura
di scope per le scuole del capoluogo, il tutto per un movimento di denaro superiore ai due milioni di lire7.
Dal punto di vista dell’ufficio di Ragioneria, però, anche queste spese,
per quanto indispensabili, alla fine contribuirono alla chiusura in rosso:
aspetto questo particolarmente doloroso per la concezione di “buon governo”
dell’epoca, che faceva coincidere l’onesta amministrazione con il pareggio
del bilancio8; forse più spiacevole ancora era, da un punto di vista politico,
7
Per avere un termine di paragone e al fine di meglio valutare questa cifra riporto di seguito il preventivo di spesa e di entrata per il 1945. Il Comune aveva preventivato una spesa effettiva di lire 4.938.031 e un’entrata effettiva di lire 4.961.829. Queste cifre, piuttosto contenute,
erano tuttavia considerevolmente aumentate già rispetto all’anno precedente in quanto la previsione di spesa effettiva era di lire 1.283.361 mentre alla voce entrate effettive troviamo lire
1.370.124
8
Cfr. Stefania Conti, Raffaele Lungarella, Franco Piro, L’economia emiliana nel dopoguerra, Istituto Rodolfo Morandi, Venezia, Marsilio, 1979, p. 42.
49
l’inevitabile inasprimento dei controlli che seguiva immancabilmente alla richiesta di aiuti allo Stato. Questo spiega il tono quasi nostalgico del Sindaco
che, mentre accusa la guerra di essere “passata come un turbine devastatore”,
ricorda che “negli anni passati il bilancio viveva di vita propria, senza il ricorso a contributi o a sovvenzioni statali di qualsiasi tipo”9. In realtà il Comune di San Lazzaro beneficerà ampiamente del programma di ricostruzione
avviato dal governo centrale e, se lamentele ci furono, si orientarono piuttosto contro le lungaggini burocratiche che ostacolavano o ritardavano l’arrivo
di quegli stessi preziosi aiuti.
Per quel che riguarda la vita politica e sociale, non ho avuto modo di trovare riscontro alcuno dei gravi problemi di ordine pubblico che travagliano
l’Emilia-Romagna nell’immediato dopoguerra. Non è tuttavia possibile sostenere che San Lazzaro fosse esente dalle conseguenze, per quanto indirette, che tale situazione comportava: continue e insistenti erano, infatti, le circolari del Prefetto in materia di ordine pubblico; non è da escludere tuttavia
che tali pressioni fossero dovute alla coloritura politica dell’amministrazione
comunale, che in quegli anni era guardata con sospetto. Il 29 settembre 1946
la Prefettura di Bologna “in relazione alla notevole recrudescenza di azioni
delittuose verificatesi [in quei giorni] in diverse località della Provincia”10
ordinava di soprassedere alla sospensione del servizio di volontari in ausilio
ai Carabinieri che la Prefettura stessa aveva proposto solo qualche giorno
prima. Tale servizio era iniziato il 9 ottobre 1945 in conseguenza di una decisione del Consiglio del 14 agosto precedente, in base alla quale venivano
nominate “con carattere di provvisorietà, quattro guardie municipali con veri
e propri compiti di polizia” che avrebbero “agito di concerto e alle dipendenze dei R.R.C.C.”11. Secondo il Consiglio i quattro agenti si rendevano “assolutamente necessari in considerazione del grave e difficile momento”12 che si
stava attraversando. In realtà il motivo principale per il quale le guardie vennero confermate in servizio anche l’anno successivo, era l’esigenza imprescindibile di mantenere l’ordine pubblico in vista dei comizi elettorali. Que-
9
ASL, Sedute consigliari, 1945.
10
ASL, Carteggio amministrativo, cat. 6, 1946.
ASL, Delibere consigliari, Seduta del 15 febbraio 1946. Le quattro guardie municipali
furono nominate in base al R.D.L. del 4 aprile 1944 n. III.
11
12
ASL, Delibere consigliari, Seduta del 15 febbraio 1946.
50
sto trova conferma nella seduta del Consiglio del 27 giugno 1946, a elezioni
avvenute quindi, nella quale viene deciso il licenziamento delle quattro guardie perché troppo onerose.
Il carteggio dell’Archivio, per quanto ricco e ben ordinato, non contiene
notizie in merito a reati politici di una certa rilevanza o a episodi di intolleranza, sfociati in atti delittuosi avvenuti sul territorio; questo particolare –
unitamente a diverse testimonianze orali – inducono a credere che San Lazzaro fosse effettivamente un’isola piuttosto tranquilla in un mare che lo era
senza dubbio meno. A dire il vero esistono nella categoria XV del Carteggio
amministrativo, intitolata “Polizia”, alcune registrazioni interessanti per l’argomento. Non si tratta di circolari prefettizie, e quindi esterne, ma del resoconto di episodi avvenuti a San Lazzaro e che in qualche modo hanno a che
fare con l’ordine pubblico violato, tuttavia finiscono per avvallare la tesi che
sostengo. Questi piccoli fatti – che vanno dalle lagnanze del parroco dirette
al Sindaco per l’allestimento della festa dell’Unità proprio nella piazza antistante la chiesa13, agli attriti fra comunisti e cattolici (come quando il Pci, per
presunte o reali questioni ideologiche, non concesse al CIF – centro italiano
femminile, collegato alla Dc – la sala da ballo di Idice per tenervi una
recita)14 – oggi riescono solo a strappare un sorriso. È, inoltre, da sottolineare la richiesta del Consiglio comunale di sostituzione del Maresciallo dei Carabinieri a causa della “scarsa attività prestata nell’adempimento dei suoi doveri” e perché “i Carabinieri che costituiscono il locale presidio passano l’intera giornata al Caffè”15. Sarebbe più interessante sapere le motivazioni per
le quali il Consiglio lamenta anche la condotta “niente affatto apolitica” dello stesso Maresciallo, ma intanto accontentiamoci di sapere che le forze dell’ordine avevano tempo da perdere. Qualche tempo più avanti, in occasione
dello sciopero generale per l’attentato a Togliatti, un membro del Partito comunista locale venne aggredito da un concittadino e pesantemente insultato;
ne uscì assolutamente incolume. Lo scioperante malmenato afferma, nella
sua relazione sull’accaduto, che, mai prima di allora, si erano verificati a San
Lazzaro episodi di violenza, e nemmeno episodi di aperta intolleranza politica, infatti aggiunge: “ognuno – prima dell’accaduto – rispettava le idee al13
ASL, Carteggio amministrativo, cat. 15, 1948.
14
ASL, Carteggio amministrativo, cat. 6, 1946.
15
ASL, Carteggio amministrativo, cat. 15, 1946.
51
trui”16. Un altro aspetto importante è il fatto che il cittadino in questione non
denuncia l’aggressione alle autorità giudiziarie, ma, come egli stesso tiene a
precisare, chiede al Sindaco di intercedere personalmente affinché episodi di
tale genere non possano più verificarsi.
Dopo la Liberazione il Comune di San Lazzaro incominciò, come molti
altri, le operazioni delicate di epurazione del personale che si era compromesso col fascismo. Quattro furono i dipendenti che si videro recapitare la
notifica di sospensione dal servizio, tutti veterani del regime, da sempre
iscritti al partito e fregiati di benemerenze fasciste (“squadrista”, “marcia su
Roma”, “Sciarpa littorio”, o “stangatore”)17; uno di essi venne addirittura
processato poiché accusato di aver partecipato all’assassinio di un militante
socialista nel marzo 192218. Fu assolto, malgrado l’esistenza di numerosi testimoni oculari e proprio grazie a questa sentenza di proscioglimento la
Commissione provinciale di epurazione si dichiarò contraria alla sua sospensione. Tuttavia, ancora nei verbali del 1947, si legge il rifiuto assoluto della
Giunta a liquidare all’inserviente gli assegni non corrisposti ai quali, a prescindere dalla riassunzione in servizio, aveva comunque diritto. La Giunta,
alla quale spettava la decisione definitiva di epurazione, riteneva importante
non riassumere la persona in questione, la cui identità era ovviamente nota a
tutti, “soprattutto per evitare perturbamenti nell’ordine pubblico” e così facendo, riteneva di “interpretare il desiderio popolare poiché – egli era – inviso alle masse”19. Un ultimo accenno merita il problema delle armi illegali
detenute abusivamente dalla popolazione che, abbiamo visto, era a dir poco
allarmante soprattutto in Emilia. A San Lazzaro non vi furono sequestri di
armi da guerra e, probabilmente, il vertiginoso aumento dei rilasci di porto
d’armi (119 nel 1942, saliti a ben 410 nel 195020), è imputabile più a un graduale processo di legalizzazione delle armi già esistenti, ma non denunciate,
che a un progressivo aumento di civili armati.
A questo punto si può azzardare un tentativo di spiegazione della relativa
tranquillità sanlazzarese: innanzitutto le ridottissime dimensioni cittadine
16
ASL, Carteggio amministrativo, cat. 15, 1948.
17
ASL, Carteggio amministrativo, cat. 1, 1946.
18
ASL, Delibere della Giunta, Seduta del 23 marzo 1946.
19
ASL, Delibere della Giunta, 1947.
20
ASL, Carteggio amministrativo, cat. 15, 1950.
52
dell’epoca conferivano a San Lazzaro l’aspetto di una grande famiglia nella
quale molto si litigava (e per le più svariate ragioni), ma dove la delinquenza
anonima tipica dei grandi centri, sia essa politica o di altra natura, veniva “fisiologicamente” a mancare; una combattività operaia ridotta, per la mancanza di grandi fabbriche e della relativa concentrazione di lavoratori; una generale fiducia nell’amministrazione comunale (si pensi al caso significativo
dello scioperante aggredito); ma soprattutto la notevole omogeneità sociale e
politica della popolazione, impediva la polarizzazione estrema dei conflitti di
classe. La grande miseria nella quale versava gran parte della popolazione,
privata dei più basilari generi di sostentamento, e la grave disoccupazione
erano invece bombe pronte ad esplodere in qualsiasi momento. Per questo
l’amministrazione di San Lazzaro mise tali problemi in testa alla propria
“agenda politica”.
Le prime elezioni
Proprio le necessità più urgenti ed elementari della popolazione come il
cibo e il riscaldamento o i servizi fondamentali (tra i quali, per esempio,
l’acqua, la luce o la viabilità) furono indicati come prioritari nel programma
elettorale di molte forze politiche per le elezioni amministrative del marzo
1946.
Va qui ricordato che nelle elezioni del 1895 i socialisti avevano ottenuto
il 6,8% dei voti validi raddoppiando quelli del 1892. In Emilia i risultati erano stati ancora più rilevanti avendo superato il 20% dei voti. Nelle successive elezioni del 1900 la percentuale di voti socialisti in Emilia era salita di altri sei punti attestandosi al 26,5% mentre la media nazionale arrivava al 13%.
Il 1904 fu un anno importante per diverse ragioni: l’ingresso massiccio dei
cattolici nella vita politica, in conseguenza dell’attenuazione del “non expedit”, il relativo allargamento del suffragio dal 6,9 al 7,5% della popolazione,
ma soprattutto il grande successo dei socialisti alle elezioni politiche che ottennero, a livello nazionale, il 21,3% dei voti validi. Proprio il terrore per il
dilagare del “pericolo rosso” aveva spinto i cattolici ad allearsi con i liberali.
In Emilia, nelle stesse elezioni, questi avevano raggiunto il 37,8%. Due anni
dopo, al Congresso socialista di Roma, Turati e il riformismo trionfarono
mentre i sindacalisti rivoluzionari, in rotta rovinosa, furono costretti ai margini. Nel 1909, malgrado la flessione che il Partito socialista registrava a li-
53
vello nazionale scendendo al 19%, in Emilia salì di quasi due punti percentuale fermandosi al 39,6%. Il 1913, l’anno del suffragio universale maschile
e del patto Gentiloni, segnò un grande successo dei socialisti che ottennero
un milione di voti e cinquanta deputati, attestandosi al 20% anche senza i voti del PSRI di Bissolati; a Bologna raggiunsero il 47,3% e a Ferrara addirittura il 51,4%. Nel 1919 la media dei consensi ai socialisti in Emilia Romagna era salita al 60%. I socialisti riportarono un altro clamoroso successo
nelle elezioni amministrative del 1920: su 8000 Comuni italiani i socialisti
ne conquistarono 2162 e 26 province su 69. I risultati furono come al solito
ancora più eclatanti a livello regionale dove ottennero 295 Comuni sugli allora 330 esistenti, pari all’89%. In tutto i socialisti amministravano il 92,4%
della popolazione emiliana.
Questo era, a grandi linee, il panorama politico prima dell’avvento del fascismo, e questo era il terreno, reso tutt’altro che sterile da vent’anni di regime, sul quale il partito socialista riprese a coltivare, o almeno tentò di farlo,
la propria egemonia politica e culturale dopo la fine della guerra. In verità il
Psi che si riaffacciava sulla scena politica dell’immediato dopoguerra era un
partito profondamente lacerato da contraddizioni ormai tanto vecchie da essere divenute croniche e quindi, probabilmente, insuperabili. Uno dei temi
che dominarono gli accesi dibattiti all’interno dello Psiup prima delle elezioni di marzo fu il difficile rapporto con i comunisti. Nel secondo Congresso
provinciale socialista tenutosi il 16 dicembre 1945 gli “autonomisti” risultarono ampiamente maggioritari. Gli esponenti di questa corrente rivendicavano un’identità propria del Partito socialista e il suo ruolo storico, tuttora decisivo, nelle lotte sociali; ruolo tuttavia distinto, anche se complementare, da
quello del Partito comunista, col quale era prematuro fondersi come per l’appunto avrebbe voluto l’altra corrente interna al partito, dei “fusionisti”. Il
rapporto con i comunisti era problematico e contraddittorio: l’unità d’azione,
nel più generale interesse della classe lavoratrice, non veniva mai messa in
dubbio, ma in realtà questa apparente saldezza d’intenti era continuamente
minata dall’ambiguità con la quale lo Psiup (e i comunisti dal canto loro) si
rapportava al “suo figlio ardito e vigoroso”21, ambiguità che univa sentimenti
contrastanti come l’ammirazione, se non addirittura l’emulazione, con l’orgoglio, la diffidenza e forse anche l’invidia.
21
L’espressione è del segretario provinciale del Partito, Artemio Pergola. Cfr. Marco Poli,
La ricostruzione del Psiup a Bologna, Padova, Marsilio Editori, 1980, p. 15.
54
Il luminoso quadro tratteggiato da “La Squilla” socialista qualche mese
dopo, in un articolo intitolato “La conquista dei Comuni”, nascondeva le
profonde fratture in seno ai socialisti e gli attriti di questi con i comunisti: “Il
patto d’alleanza con il Partito Comunista, diventa una vera e propria unità, la
quale mentre si estrinseca in una lista Comune di candidati, sarà anche la garanzia più sicura per la massa operaia che il programma di rinnovamento comunale verrà attuato con fermezza… I Socialisti porteranno la loro esperienza, i Comunisti il loro entusiasmo.”22 Le argomentazioni sostenute dall’organo socialista trovarono nuovamente conferma nel primo congresso provinciale delle Giunte di intesa23, che si svolse a Bologna nel gennaio del 1946,
dal quale socialisti e comunisti uscirono con accordi precisi che prevedevano
una stretta collaborazione da concretizzare nelle future elezioni amministrative di marzo con la presentazione di liste unificate.
Tuttavia in alcuni Comuni vennero presentate liste di soli socialisti; le ragioni di tali “devianze” dalla linea congressuale sono da ricercare nei progressi sempre più marcati che la linea autonomista faceva in tutto il bolognese e
nei conflitti che spesso questa posizione politica faceva nascere con gli alleati
comunisti. A livello locale, a volte, questi attriti si trasformavano in una collaborazione impossibile. A San Lazzaro i socialisti furono coerenti con l’impostazione generale e presentarono una lista unica; ciò non toglie, tuttavia, che
anche qui ci fosse chi sosteneva tenacemente posizioni autonomiste nei confronti del partito comunista come ad esempio Gozzi, il quale – intervenendo
al quarto congresso provinciale dello Psiup – manifestò le difficoltà che incontravano i socialisti della periferia nel rapporto col Pci: “Noi possiamo accettare il patto di unità d’azione a parità di diritti, ma in qualità di servi mai,
no. Mai. Assistiamo ogni giorno a campagne denigratorie nei confronti dei
nostri compagni e nessuno interviene in loro difesa. Quando noi socialisti
avremo tutte le garanzie di essere trattati alla pari, nessuno sarà contro il patto. I socialisti sono socialisti e i comunisti sono comunisti”24. In tutto i Comuni in cui i socialisti si presentarono soli furono ben tredici25.
“La Squilla”, 28 luglio 1945.
Le Giunte d’intesa erano organi paritari dei due partiti, socialista e comunista, ed avevano lo scopo di concretizzare l’unità di azione ai vari livelli. Funzionavano tramite riunioni periodiche e la manifestazione più importante era il loro convegno provinciale; erano presenti a livello di federazioni, di sezioni, di NAS (Nuclei Aziendali Socialisti) e di organismi sindacali.
22
23
24
25
Marco Poli, La ricostruzione del Psiup a Bologna, cit., p. 54.
I Comuni erano: Molinella, Castel Maggiore, Argelato, Bazzano, Malalbergo, Castel
55
Le settimane che precedettero le votazioni conobbero un notevole sforzo
organizzativo dello Psiup; del resto era evidente che questo sarebbe stato un
aspetto decisivo per le sorti dello scontro elettorale, ma altrettanto chiara, all’interno del Partito, era la percezione del proprio ritardo rispetto ai comunisti e alla Democrazia cristiana. Il 23 marzo, il giorno prima delle elezioni,
comparve sulla “Squilla” un articolo di Malon intitolato “Bilancio consuntivo” in cui si tiravano le somme della campagna elettorale. È molto interessante il confronto che l’articolista propone tra il suo partito e gli altri due
maggiori nel momento in cui altro non resta da fare che attendere il giudizio
degli elettori. Il tono dello scritto, sarcastico e, giustamente, scaramantico,
lascia intravedere tutta la preoccupazione socialista per il minor grado di organizzazione raggiunto:
Manzini nell’“Avvenire d’Italia” canta le lodi del suo Partito, fa bene ed
ha ragione. La Democrazia cristiana è un forte partito. G. Dozza in un suo
discorso prevede al suo Partito la vittoria, e ha pur ragione. Il partito Comunista è un fortissimo partito, magnificamente disciplinato, terribilmente organizzato: dal centro alla periferia, da Roma agli ultimi casolari delle Alpi e di
Sicilia corre il sangue comunista, come da Roma in tutti i borghi vola la parola democristiana che è obbedita, rispettata, attuata. E noi? No, noi non siamo
organizzati né come la Dc né come il Comunismo, né lo potremo essere, perché in noi il vincolo della disciplina è scarso, il senso dell’obbedienza è debole, il desiderio di vivere un po’ come ci garba è grande…”26
Il paradossale ribaltamento del limite organizzativo in un virtuoso e salutare atteggiamento libertario nei confronti della vita suona retorico, mentre
l’esaltazione di una disorganizzazione completa e quasi voluta, appunto, scaramantica. In realtà era stato fatto il possibile per curare questo aspetto e la
minore forza organizzativa rispetto ai comunisti era più che altro dovuta al
diverso contributo dato dai socialisti alla lotta di liberazione rispetto a questi
ultimi: altrettanto energico, ma sicuramente meno militare27. Nel giugno
1945 esisteva nell’area metropolitana di Bologna una sola sezione dello
Psiup, dopo soli diciotto mesi erano state già create ventitré sezioni a Bologna e un centinaio nella provincia con l’aggiunta di alcune decine di sottoscrizioni in tutto il bolognese28. A San Lazzaro nei due soli mesi che precedel Rio, San Pietro in Casale, Imola, Casalfiumanese, Minerbio, Savigno, Crevalcore.
26
“La Squilla”, 23 marzo 1946.
27
Franco Piro, Comunisti al potere, cit., p. 58.
28
Marco Poli, La ricostruzione del Psiup a Bologna, cit., p. 69 e ss.
56
dettero le elezioni furono inaugurate ben due sezioni: quella del capoluogo il
17 febbraio e il 12 marzo quella della frazione di Castel de’ Britti29. A queste
va poi aggiunta, sempre nel territorio sanlazzarese, la sezione sorta a Colunga
e, infine, la sottosezione “Lionello Grossi” che nel luglio 1946 Giuseppe Alberani fondò, nel capoluogo, presso l’ospedale Pizzardi30. Sì, a ragion veduta,
disorganizzazione, riferito allo Psiup era il termine meno appropriato. Inspiegabile altrimenti risulterebbe l’imponente campagna elettorale imbastita dal
partito che poteva vantare almeno tre comizi in ogni Comune e frazione della
provincia, per un totale di cinquantasei tenuti nel mese di febbraio e ben novantasette in quello di marzo contro i settantuno del Pci nello stesso mese31.
A San Lazzaro si tennero tre comizi importanti; Cannizzaro era l’oratore
che la Federazione aveva destinato a questo Comune e quello che maggiormente intrattenne i socialisti sanlazzaresi. Durante il comizio del 3 marzo,
forse il più significativo di tutti, parlò Pergola e intervenne anche l’onorevole
Zanardi; l’avvenimento attirò una grande quantità di simpatizzanti tanto che
la “Casa del popolo”, dove il comizio ebbe luogo, non riuscì a contenerli tutti32. Il programma elettorale socialista – divulgato, in varie riprese, sulla
“Squilla” nei primi giorni del 194633 – verteva su due punti imprescindibili:
accrescere e potenziare la partecipazione della classe operaia all’amministrazione dell’ente locale e risollevare le disastrose condizioni delle classi più povere agendo sulle maggiori possibilità dei ceti abbienti. Per far fronte al secondo punto la pubblica amministrazione, nell’ipotesi socialista, avrebbe dovuto intervenire innanzitutto alleviando le pene della popolazione nelle sue
primarie esigenze che, come già accennato, andavano dall’alimentazione34 al
riscaldamento, dall’acqua potabile al ripristino della distribuzione di luce elettrica. Ma anche altri erano gli ambiti giudicati prioritari: l’edilizia innanzitut29
“La Squilla”, 23 febbraio e 30 marzo 1946.
La sezione di San Lazzaro era intitolata a “Ugo Mezzini”, il segretario era Alfredo Nadalini (che era anche sindaco), Dino Mandrioli era il segretario della sezione di Castel de’ Britti
che disponeva di un esecutivo di altre quattro persone: Adelmo Giovannini, Giuseppe Lanieri,
Enrico Zucchi, Espedito Capitani, il segretario della sezione di Colunga era Otello Evangelisti.
30
31
“La Lotta”, 4 aprile 1946.
32
“La Squilla”, 9 marzo 1946.
33
“La Squilla”, 12, 19, 26 gennaio 1946.
Un dettagliato programma per l’alimentazione suddiviso in cinque punti venne pubblicato su “la Squilla” nel 16 febbraio 1946.
34
57
to, era urgente a San Lazzaro, come in tutta la provincia, la costruzione di case popolari e ciò implicava non solo un buon funzionamento dell’Ente autonomo Case popolari, ma anche la formulazione di piani regolatori efficaci ed
in grado di guidare lo sviluppo urbanistico seguendo le esigenze igieniche e,
in generale, di vivibilità della popolazione. Risaputa era l’attenzione dei socialisti per il tema dell’istruzione, considerata uno degli aspetti vitali della vita civile. Politica scolastica per i socialisti non significava solo costruzione di
nuove scuole o ricostruzione di quelle distrutte, ma voleva dire anche la cura
puntuale di tutto ciò che concorre alla buona gestione dell’istruzione pubblica
come ad esempio la refezione e l’assistenza sanitaria per gli alunni. Grande
attenzione venne dedicata poi alla politica fiscale e tributaria che necessitava
di urgenti riforme in senso progressivo e di proporzionalità nella fissazione
delle aliquote. Infine lo Psiup auspicava una gestione diretta dei servizi pubblici da parte del Comune, che doveva sempre di più assumere un ruolo di autentico imprenditore.
A detta di tutti i maggiori giornali locali, le elezioni si svolsero nella più
completa tranquillità e rispetto fra le diverse fazioni. L’affluenza fu straordinaria, segno evidente di quanto grande fosse l’entusiasmo popolare nel ritornare dopo molti anni ad una vita politica attiva e democratica. “L’Avvenire”,
giornale democristiano, due giorni dopo le elezioni poteva scrivere con evidente soddisfazione che “la giornata dedicata al voto [era] trascorsa nella più
assoluta calma e disciplina dei votanti… nessun incidente [aveva] turbato le
operazioni di voto né in città né in provincia” ed inoltre che “l’affluenza alle
urne [fu] quasi totalitaria”, l’aggettivo non è affatto esagerato se si considera
che a Molinella, dove si ebbe la percentuale più alta, si raggiunse, a detta
dello stesso giornale, addirittura il 99 per cento degli aventi diritto35. “La
Lotta”, nel suo numero uscito il 13 aprile, esibiva in prima pagina un titolo
trionfale “60 Comuni 60 vittorie”. In tutti i Comuni della provincia comunisti e socialisti, da soli o con lista unica, riportarono una vittoria schiacciante
realizzando complessivamente 305.507 voti su un totale di voti validi di
423.770, alla Dc andarono in tutto 105.040 voti36.
35
“L’Avvenire d’Italia”, 26 marzo 1946. La notizia contrasta con quanto riportato dal
“Giornale dell’Emilia”, secondo il quale la percentuale massima che si registrò in alcuni centri
emiliani fu del 96 per cento, che rimaneva tuttavia “un fatto senza precedenti”.
36
“La Lotta”, 13 aprile 1946.
58
A San Lazzaro si presentarono due sole liste, la lista 1, della Democrazia
cristiana, era composta da sedici candidati e recava come simbolo lo scudo
crociato, la lista 2, che comprendeva un uguale numero di candidati alla carica di consigliere, riuniva lo Psiup e il Partito comunista, sotto un unico segno: una falce e martello sullo sfondo di un libro. Il 24 marzo dalle urne di
San Lazzaro uscirono vincitori i social-comunisti che ottennero in tutto
4.231 voti validi contro i 665 andati alla lista 1 dei democristiani. La lista
unica, preferita dall’86,4 per cento dei votanti sanlazzaresi, vide eletti tutti i
suoi candidati tra i quali figuravano tre donne; la Democrazia cristiana mandò in consiglio quattro dei suoi candidati con in testa il segretario della sezione Dc di San Lazzaro Ferruccio Maglioni. I socialisti e i comunisti di San
Lazzaro festeggiarono la vittoria con una fiaccolata la notte del 30 marzo. Il
13 di aprile “La Squilla” usciva con un articolo intitolato “Consuntivo delle
elezioni amministrative”37; l’amarezza maggiore andava ovviamente per la
sconfitta di Bologna38, ma anche in provincia, nei Comuni dove i socialisti si
presentarono soli, i risultati furono mediocri. Il tono dell’articolo è quello del
“mea culpa” e si cercano le ragioni della “battaglia perduta”, o comunque di
quei risultati che, per quanto registrassero una buona affermazione dello
Psiup, furono “diversi dalle aspettative”.
A nostro avviso, la ragione determinante della sconfitta di domenica, è
stato il problema della fusione, posto inopportunamente dalla Direzione del
Partito nel Consiglio Nazionale del Luglio scorso, e la sua politica indecisa
praticata in seguito… con conseguente disorientamento delle masse operaie
che hanno veduto il nostro partito in una posizione falsa, indefinita.
Molti socialisti, subito dopo lo spoglio delle schede, manifestarono la loro soddisfazione per il risultato complessivo delle sinistre39, ma in realtà il
senso della sconfitta era avvertito da tutti. Paradossalmente, però, questa sensazione nasceva guardando non al rivale autentico, la Democrazia cristiana,
sulla quale avevano comunque riportato una vittoria schiacciante in tutta la
provincia, ma proprio al loro alleato verso il quale “molti operai si erano
37
“La Squilla”, 13 aprile 1946.
IL Pci ottenne la maggioranza relativa con 24 seggi (71.369 voti), la Dc risultò il secondo
partito con 19 seggi (56.543 voti), il Psiup ottenne 16 seggi (49.031 voti), al Pri andò un seggio
(5.343 voti).
38
39
Marco Poli, La ricostruzione del Psiup a Bologna, cit., p. 29.
59
orientati nell’esprimere il loro suffragio, convinti della verità di quanto predicavano i Comunisti e confermavano molti compagni fusionisti”, e cioè che
ormai il vero partito della classe operaia fosse il Pci. Come appare evidente
dall’ultima frase che chiude l’articolo in questione non mancarono le critiche
verso i comunisti, tuttavia è più interessante notare come i socialisti ebbero,
sì, coscienza dei problemi che nascevano dalle profonde spaccature interne e
che fecero perdere quella forte identità al partito, tanto importante per ottenere la fiducia degli elettori, ma d’altro canto non si resero conto, o non vollero confessarlo, dei danni provocati proprio dai tentativi mirati a riottenere
quella stessa identità nettamente caratterizzata, e che si risolsero invece in
uno sterile irrigidimento. I risultati elettorali deludenti ebbero come conseguenza l’ulteriore rafforzamento della linea “autonomista” mentre il rilancio
organizzativo del Partito gli valse un leggero miglioramento alle politiche di
giugno. Tuttavia, anche in questa tornata elettorale, il sorpasso dei comunisti
era più che evidente. A San Lazzaro votarono per l’elezione dell’Assemblea
Costituente 5.203 persone sui 5.591 degli aventi diritto, quindi con una percentuale ancora elevatissima del 93%; il Partito comunista ottenne 2.278 voti
validi, il Psiup 2.081, vale a dire uno scarto di quasi duecento voti. Fatto eccezione per la Democrazia cristiana (che sfiorò di un soffio i quattrocento
voti), gli altri partiti ottennero risultati del tutto marginali: il Partito d’Azione
ebbe 63 voti, il Pri 42, l’Udn 50 e infine l’Uomo qualunque 53 voti validi.
Tuttavia nulla poté sanare le forti tensioni interne al Partito socialista che
entro breve sarebbero arrivate al punto di rottura. Nel gennaio 1947 a Roma,
in occasione del Congresso nazionale dello Psiup, si ebbe la scissione dell’ala socialdemocratica guidata da Saragat dalla quale nacque il Partito socialista dei lavoratori italiani (il Psli che si chiamerà poi Psdi). La scissione di
Palazzo Barberini fu paragonata ad una piramide rovesciata, vale a dire che
il fenomeno riguardò più il vertice (il 45% del gruppo parlamentare) che la
base del Partito. Franco Piro sostiene che in Emilia, e a Bologna in particolare, la scissione fu invece un fatto di massa che asportò un’intera generazione
di militanti. San Lazzaro confermò questa particolarità emiliana in quanto
non solo la maggior parte del Comitato Direttivo della sezione locale aderì
alla scissione, ma anche gli iscritti al vecchio Partito furono ridotti a meno
della metà40. Questo aspetto è riconducibile alla complessa situazione dei so40
Mauro Maggiorani e Monica De Sario (a cura di), Paolo Poggi un socialista alla guida di
San Lazzaro 1951-1970, Bologna, Il Nove, 1997, p. 23
60
cialisti e al loro difficile rapporto con i comunisti che ho descritto sopra; non
a caso infatti ad infoltire le file scissioniste furono proprio gli autonomisti
che abbiamo visto essere così forti nel bolognese. In Emilia poi, la terra per
eccellenza del vecchio riformismo, la tentazione socialdemocratica non poteva che essere maggiore. Ai “pochi rimasti” toccò il duro compito di riorganizzare il Partito. Proprio in questa fase di rifondazione incominciò ad emergere tra i socialisti di San Lazzaro la figura di Paolo Poggi che sarà protagonista della scena politica locale negli anni Cinquanta e Sessanta.
Il programma dei lavori pubblici dell’amministrazione socialcomunista
Il 4 luglio 1946 il Comune di San Lazzaro invitava il parroco Don Andrea
Biavati a presenziare alla distribuzione dei “pacchi indumenti”
dell’E.N.D.S.I. (Ente Nazionale Distribuzione Soccorsi) che sarebbe avvenuta il giorno 6 presso l’edificio del Comune stesso. Il requisito necessario per
avere diritto ad un pacco contenente gli indumenti era molto semplice: bastava essere nella condizione di profugo o sinistrato di guerra. Quasi milletrecento furono le famiglie che ebbero la possibilità di essere inserite nell’elenco redatto dal Comune, e visto che San Lazzaro contava poche migliaia di
abitanti, risultano evidenti le misere condizioni nelle quali versava la popolazione a più di un anno dalla liberazione. I dati statistici ufficiali stilati dal
Comune nel settembre successivo, su richiesta del ministero dei Lavori pubblici, erano effettivamente drammatici: solo i due terzi della popolazione era
rientrata a San Lazzaro, mentre tremila erano ancora i senza tetto41. Per queste ragioni apparve indispensabile al neoeletto Consiglio approvare il viaggio
a Roma del Sindaco Nadalini e di un tecnico comunale con il fine di “fare
opera di persuasione per il pronto inizio dei lavori presso i compagni Romita
e Scoccimarro, titolari dei dicasteri dei Lavori pubblici e delle Finanze”42.
Lo stesso giorno il Consiglio comunale approvò il piano di ricostruzione
del centro urbano del capoluogo, elaborato per il Comune dall’ingegnere
Giorgio Ramponi. Oltre che utile, questa era anche una scelta obbligata dal
41
ASL, Carteggio amministrativo, cat. 10, 1946. I dati riportati hanno un valore relativo
poiché contrastano visibilmente con quelli di un’altra statistica stilata sempre dal Comune circa
un dopo: su 8349 abitanti gli sfollati erano 4000. Delibere consigliari, Seduta del 28 marzo
1947.
42
ASL, Delibere consigliari, Seduta del 12 settembre 1946.
61
momento che il decreto del ministero dei Lavori pubblici del 2 novembre
1945 imponeva anche a San Lazzaro la pronta adozione di tale provvedimento. Il programma di ricostruzione di San Lazzaro cominciava però tra molte
difficoltà causate, oltre che dalla scarsità di fondi comunali alla quale ho accennato, anche dalle infinite barriere burocratiche che occorreva superare
prima di ottenere i finanziamenti dello Stato. Nel 1946 i lavori pubblici più o
meno rilevanti inseriti nella scaletta del programma di ricostruzione erano
ben 59, tuttavia era stata ottenuta l’autorizzazione statale solo per alcuni. La
perizia e il relativo finanziamento erano stati approvati ad esempio per il progetto di ricostruzione del ponte sullo Zena nelle località di Pizzocalvo e Farneto e di una passerella in cemento armato sull’Idice per una spesa totale di
lire 8.170.000 (le opere menzionate furono, in quell’anno, effettivamente
realizzate). Invece l’approvazione non arrivò per alcuni importanti lavori mirati “ad alleviare la disoccupazione”, come ad esempio la ricostruzione delle
principali strade comunali. A dare un temporaneo sollievo a questo problema
e a quello drammatico degli alloggi vi fu però nel ’46 la costruzione di tre
edifici in viale Pizzardi in grado di ospitare trenta famiglie.
Nel 1947 le lungaggini burocratiche rischiarono di aggravarsi ancora di
più; con una circolare del 29 settembre infatti il Provveditorato regionale alle
Opere pubbliche dichiarò di fatto cessata la situazione di emergenza e contestualmente la procedura poco ortodossa di affidare direttamente agli uffici
tecnici delle amministrazioni locali la gestione dei lavori di ricostruzione.
Poiché la maggior parte delle opere erano finanziate dallo stato “era questo
che doveva provvedere alla loro gestione attraverso i suoi organi, secondo le
norme della contabilità generale”43. La circolare faceva sapere quindi, che la
Corte dei conti non avrebbe più pagato le opere appaltate o gestite dagli Enti
locali dopo il primo ottobre 1947; al fine di normalizzare la situazione, “non
oltre tollerabile”, il Provveditorato chiedeva alle amministrazioni locali un
resoconto generale di quanto, fino ad allora, era stato realizzato, e quali fossero le opere in fase di progettazione oppure in corso di attuazione.
La lista dei lavori già eseguiti, compilata dal Comune per l’occasione, va
da sé, era ben più corta di quella che annoverava le opere ancora da iniziare,
tuttavia da questo anno si nota un considerevole aumento nell’impiego di risorse economiche ed umane e di conseguenza una accelerazione dei lavori di
43
ASL, Carteggio amministrativo, cat. 10, 1947.
62
ricostruzione. Nel 1947 vennero riparate la scuola del capoluogo e quelle di
ben sei frazioni; furono riparati o ricostruiti altri due ponti; vennero finalmente iniziati i lavori di ripristino delle strade di Zena e Idice. Nel maggio
dell’anno prima il ministero dei Lavori pubblici aveva approvato la perizia
per la ricostruzione della chiesa del capoluogo con un preventivo di lire
15.500.000. I lavori una volta iniziati (la prima pietra fu posata il 5 maggio
1946)44 procedettero rapidamente anche se la spesa effettiva nel dicembre
’47 era già salita a lire 16.500.000 e altri nove ne sarebbero occorsi per il
completamento dell’opera, avvenuto nel luglio di due anni dopo. La costruzione di case popolari ebbe un notevole incremento rispetto al ’46: ne furono
costruite sette più quattro baracche di legno per una spesa totale di oltre trenta milioni di lire45. In tutto le spese sostenute ammontavano alla considerevole cifra di quasi ottanta milioni ai quali se ne aggiunsero altri nove già stanziati per lavori in corso di attuazione. Come ho detto i lavori da eseguire che
il Comune considerava inderogabili erano di gran lunga più numerosi di
quelli già ultimati, la spesa preventivata era, per l’epoca, enorme: duecentosettanta milioni di lire, una considerevole parte dei quali doveva essere destinata alla costruzione di case popolari, il Comune intendeva spendere per
queste ultime novantasei milioni, metà dei quali erano a suo carico. L’amministrazione socialista confermava la sua grande attenzione per la scuola preventivando una spesa da dedicare a questa voce di ben quarantacinque milioni, dei quali solo la metà a carico dello Stato.
Il 29 aprile 1948 la Giunta46 deliberava l’accensione di un mutuo di dieci
milioni di lire presso la Cassa di Risparmio di Bologna; lo scopo del prestito
era quello di affrontare le prime spese per la linea tramviaria Bologna-San
Lazzaro; il progetto era tanto sentito dall’amministrazione che una volta terminato fu scelto come simbolo che accompagnò la lista socialcomunista nelle amministrative del 1951. L’urgenza di costruire nuove abitazioni era ancoCfr. Werther Romani (a cura di), San Lazzaro di Savena la storia, l’ambiente, la cultura,
Bologna, Edizioni Luigi Parma, 1993, p.230.
44
A queste, secondo l’opuscolo elettorale stilato dai socialisti per le amministrative del
1951, in cui si elencano i lavori fino ad allora eseguiti, si aggiungerebbero altri 3 fabbricati in
via Pizzardi per un totale di trenta appartamenti dei quali però non avuto modo di trovare riscontro nel Carteggio amministrativo dell’Archivio comunale. Cfr. Mauro Maggiorani e Monica De Sario (a cura di), Paolo Poggi un socialista alla guida di San Lazzaro, cit., p. 27.
45
46
ASL, Delibere della Giunta, Seduta del 29 aprile 1948.
63
ra molto attuale, il Comune infatti, il 24 dicembre 1948, inviò all’Ufficio del
Genio Civile la richiesta impellente di altre case popolari poiché in quella
data vi erano ancora trecento famiglie profughe a Bologna. Allo Stato, il Comune di San Lazzaro chiedeva “la costruzione immediata” di un minimo di
cinque case popolari da distribuire tra il capoluogo (2) e le frazioni Castel
de’ Britti (1), Idice (1) e Ponticella (1). Spesso erano proprio le esigenze delle frazioni a passare in secondo piano con forte disagio della popolazione,
come accadde ad esempio agli abitanti di Mirandola che più volte chiesero
di riavere la corrente elettrica e che ogni volta se la videro rifiutare dalla
Giunta per mancanza di fondi47; anche a Ponticella la popolazione dovette
industriarsi da sola ed infatti iniziò a proprie spese la costruzione di una passerella che “congiungesse la borgata al Comune di Bologna”.48
Nel 1949, il 3 agosto, il Governo emanò provvedimenti atti ad agevolare
l’esecuzione di opere pubbliche di interesse degli enti locali. San Lazzaro ne
beneficiò in modo particolare dal momento che queste nuove norme davano
la precedenza alle richieste per le opere di prima necessità dei Comuni minori. Lo Stato avrebbe assicurato ai Comuni con una popolazione inferiore ai
diecimila abitanti un contributo costante per trentacinque anni del quattro per
cento per la costruzione di acquedotti, fognature, ospedali e via dicendo. Anche grazie ai nuovi incentivi il Comune di San Lazzaro riuscì a completare un
tratto di acquedotto che finalmente riportò l’acqua nella frazione di Castel de’
Britti, terminò la sistemazione di alcune strade comunali e aggiunse altre case
per i senza tetto a quelle già costruite; al novembre 1949 la spesa effettiva per
i lavori di ricostruzione ammontava a quasi centosessanta milioni di lire.
Il tredici settembre 1949 l’Amministrazione decideva di entrare in un consorzio49 formato da sei Comuni per affrontare un imponente lavoro di elettrificazione di tutta la Valle dell’Idice grazie ad una rete elettrica lunga cinquantatre chilometri; la relativa spesa di sessanta milioni sarebbe stata ripartita tra
i membri e sostenuta con l’accensione di mutui. I lavori una volta iniziati,
procedettero piuttosto celermente e circa un anno dopo il progetto era già al
47
ASL, Delibere della Giunta, Seduta del 23 giugno 1948, la richiesta della popolazione di
Mirandola era dell’11 giugno precedente.
48
ASL, Delibere della Giunta, Seduta del 16 settembre 1948.
ASL, Delibere del Consiglio, Seduta del 13 settembre 1949. I cinque Comuni che formavano il consorzio erano Ozzano Emilia, Monterenzio, Loiano, Monghidoro e San Lazzaro di
Savena. La ditta che ottenne l’appalto era la “Società Elettrica Bolognese”.
49
64
suo quarto stato di avanzamento mentre le rate del mutuo pagate dal “Consorzio per l’elettrificazione di Val d’Idice” erano salite a quattro. Ciò non toglie che ancora nel febbraio 1950 ci fossero paesi “al buio” come la frazione
di Pizzocalvo50. Molti del resto erano i disagi che occorreva affrontare dopo
quattro anni di lavori. I più gravi e quindi anche i più urgenti da risolvere erano sempre legati al problema della casa; da una statistica fatta dal Comune in
risposta ad una richiesta “dell’Associazione inquilini e sinistrati” di Bologna
emerse che ancora nel luglio 1950 i cittadini senza casa erano ottocento, ottantatré le famiglie sfollate e solo novantacinque le case ricostruite sulle centosessanta andate distrutte durante la guerra51. Questa era l’opera svolta, nel
settore dei lavori pubblici, dall’amministrazione socialcomunista nell’arco
del suo primo mandato, ma molti e importanti interventi restavano ancora da
fare; erano particolarmente sentiti la costruzione di una nuova scuola nel capoluogo per una spesa ipotetica di 46.300.000 di lire e la ricostruzione di un
macello pubblico sempre nel capoluogo preventivata in lire 21.000.00052.
Gli anni della Ricostruzione
Con il 1950 inizia per tutta l’Emilia-Romagna un periodo di intenso sviluppo e di profonde trasformazioni. Malgrado la forte crescita dell’industria
pesante, stimolata dal conflitto armato, l’Emilia, nel 1951, presentava ancora
un’economia prevalentemente agricola. Da un’analisi comparata della composizione del prodotto interno lordo, tra l’Emilia e l’Italia, emerge quanto
segue: in Emilia l’agricoltura concorreva alla formazione del Pil regionale
per il 36%, in Italia invece per il 25%; la situazione si invertiva nel settore
dell’industria dove il contributo emiliano era inferiore rispetto al dato nazionale, il 31% nella regione contro il 40 % in Italia53. Il dato precedente è confermato dall’analisi della popolazione attiva per settori di attività economica:
in l’Emilia Romagna il 51,9% dei lavorato era dedito all’agricoltura mentre a
50
ASL, Carteggio amministrativo, cat. 10, 1950.
51
ASL, Carteggio amministrativo, cat. 10, 1950.
Mauro Maggiorani e Monica De Sario (a cura di), Paolo Poggi un socialista alla guida di
San Lazzaro, cit., pp. 28-29.
52
53
Stefania Conti, Raffaele Lungarella, Franco Piro, L’economia emiliana nel dopoguerra,
cit., p. 90.
65
livello nazionale il dato scendeva al 42%. Nel panorama regionale la provincia di Bologna rappresentava un’eccezione piuttosto marcata: su un totale di
355.817 unità di popolazione attiva in condizioni professionali, solo il 38,0%
risultava essere impiegato in agricoltura, inferiore quindi anche al dato nazionale; nel 1951 l’industria, con il 30,9%, impiegava meno forza lavoro del
settore primario, tuttavia tale percentuale rimaneva la più alta nella Regione,
la quale invece registrava un netto ritardo rispetto al tasso di attività industriale nazionale.
Se confrontiamo questi dati con quelli di dieci anni dopo, possiamo farci
un’idea dell’intenso sviluppo industriale che, non senza squilibri, conobbe
l’Emilia in questo periodo. Gli squilibri furono soprattutto di carattere territoriale: la concentrazione delle attività produttive e degli insediamenti di popolazione lungo l’asse della via Emilia causò il depopolamento della fascia
appenninica e l’esodo demografico da vaste zone della campagna. Nell’arco
di dieci anni – nella provincia di Bologna – le unità locali (fabbriche, officine, laboratori ecc.) passano da 13.272 a 17.007 con un incremento di 3.735
unità, mentre il numero degli addetti passa da 74.684 a 124.279 con la creazione di quasi 50.000 nuovi posti di lavoro. I dati riportati mettono ancora
più in risalto la centralità dell’industria manifatturiera che conta nel 1961
14.774 unità locali. Occorre infine specificare che il decennio considerato fu
senza dubbio quello che fece registrare il più rapido ritmo di crescita, soprattutto per quel che riguarda la creazione di posti di lavoro; nel decennio successivo la variazione, in termini assoluti, del numero di nuove unità fu anche
superiore, ma la variazione degli addetti subì al contrario un rallentamento,
segno evidente che la tendenza degli anni sessanta fu quella di una riduzione
delle dimensioni delle nuove imprese.
Vediamo ora in che modo San Lazzaro si inserisce in questo contesto di
generale crescita economica. In coerenza con il resto della Regione, San
Lazzaro nel 1951 era ancora una realtà economica fortemente incentrata sull’agricoltura. Circa il 61% dei residenti viveva in case coloniche sparse nelle
campagne del territorio. Secondo i dati del censimento di quell’anno, la popolazione ammontava a 8.656 persone; di queste 4.342 facevano parte della
popolazione attiva in condizione professionale, vale a dire tutti gli individui
di età superiore ai dieci anni impiegati in una professione, momentaneamente impediti al lavoro o disoccupati. Le persone impegnate nel settore agricolo
erano 1.843, superiori quindi alla popolazione attiva nell’industria che era di
66
1652 unità, altre 847 erano invece impegnate nel settore terziario54. Compariamo, ora, la situazione sociale ed economica nel periodo intracensuario del
1951-1961 di San Lazzaro e dei Comuni appartenenti allo stesso comprensorio. Occorre premettere che per comprensorio si intende una zona, che comprende Comuni contigui, individuata come unità di base della programmazione economica e territoriale. La Provincia, al fine di valutare gli aspetti
differenziali dello sviluppo demografico, sociale ed economico, ha suddiviso
il bolognese in uno schema in cui i Comuni vengono divisi e raggruppati in
base alle caratteristiche altimetriche (montagna, collina, pianura); in questo
modo l’intero territorio risulta composto da quattro comprensori: il comprensorio della Montagna, quello di Bologna, quello di Imola e quello di Pianura.
Il comprensorio di Bologna è composto dal capoluogo e dai Comuni della
cintura. I Comuni che ne fanno parte, escludendo quello di Bologna, sono in
tutto quindici: otto, tra i quali San Lazzaro, appartengono alla zona altimetrica della collina e i restanti sette a quella della pianura.
Prendendo innanzitutto in considerazione i dati demografici risultano già
molto evidenti le differenze tra i vari comprensori e, nel loro piccolo, tra i diversi Comuni. Le cifre ci suggeriscono che le due discriminanti che maggiormente incisero sulle variazioni della popolazione furono, innanzitutto
l’appartenenza al comprensorio di Bologna e, all’interno di questo, la diversa
posizione altimetrica: tra i 1951 e il 1971, il comprensorio della montagna
perse 1/3 della popolazione; altrettanto evidente è il decremento della pianura che risulta pari al 12%. In pratica l’enorme accrescimento della popolazione bolognese (centocinquantamila nuove unità, pari alla metà dell’intera
Emilia Romagna nello stesso arco di tempo) fu assorbito quasi interamente
dal comprensorio di Bologna con un aumento del 44,8%. San Lazzaro, a tutto il 1961, fu il secondo Comune per crescita demografica nell’intera provincia, con un incremento pari al 39,0%, superiore anche al 30,6% di Bologna.
Se allunghiamo il periodo considerato al 1971 troviamo San Lazzaro in testa
con una crescita a dir poco vertiginosa del 97,2%, cifra mai raggiunta prima
da nessun’altra località. Confrontando le cifre dell’incremento naturale della
I dati sono estratti da Caratteristiche demografiche ed economico produttive della provincia di Bologna, (a cura di) Athos Bellettini, Renzo Predi, Assessorato alla programmazione,
Provincia di Bologna, Rivista bimestrale “Provincia e Comprensori” Luglio-Agosto 1978, pp.
57 e ss.
54
67
popolazione con quelle dell’incremento migratorio tra il ’51 e il ’61, che furono rispettivamente di + 393 unità e + 2.979 unità, ci si accorge facilmente
che un tale aumento della popolazione fu dovuto al forte fenomeno di immigrazione che interessò San Lazzaro dai primi anni ’50. Il fenomeno risulta
ancora più evidente dal saldo medio annuo per 1000 abitanti: + 3,8 quello
naturale e + 28,8 quello migratorio.
In tutto il decennio San Lazzaro fu meta privilegiata dell’immigrazione
innanzitutto per la sua vicinanza alle fabbriche bolognesi, ma anche per lo
sviluppo industriale e artigianale che il Comune incominciava a conoscere. Il
fatto che tutti i Comuni della montagna (e gran parte di quelli di pianura)
perdessero abitanti, mentre la provincia nel suo complesso continuasse a crescere a ritmi sostenuti, implica non solo che gli agricoltori delle campagne
della provincia si spostassero nei centri industriali per diventare operai o artigiani, ma anche che esisteva un forte fenomeno di immigrazione intraregionale, rafforzato dall’arrivo di numerosissimi meridionali, che nell’arco di
vent’anni superarono notevolmente gli abitanti originari di San Lazzaro; del
resto la politica meridionalistica attuata dai governi centristi e in particolar
modo con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, aveva tra i suoi scopi
principali proprio quello di garantire al Nord industriale una buona riserva di
manodopera disponibile. L’Emilia Romagna beneficiò del contributo del Sud
Italia anche in altri modi, e cioè riversandovi i prodotti di consumo che produceva e che potevano essere comprati grazie al potere d’acquisto creato in
modo artificioso dagli aiuti dello Stato. Questo, nell’ipotesi di studio proposta da Conti e Lungarella55, potrebbe essere un altro fattore che aiuterebbe a
spiegare il rapido sviluppo di questa zona.
A San Lazzaro, per tutti gli anni ’50, lo sviluppo industriale si innestò su
un artigianato, già esistente e molto attivo, dedito ad attività strettamente legate all’agricoltura; tutti i settori erano interessati: dal tessile all’abbigliamento, dal legno ai trasporti56. Questa affermazione trova conferma nelle statistiche economiche fatte tra il ’51 e il ’61. Nella situazione di partenza troviamo che su 155 industrie manifatturiere ben 109 rientravano in questa attività artigianale. Particolarmente diffusa era quella collegata all’abbigliamen-
278
55
L’economia emiliana nel dopoguerra, cit., p. 98
56
Werther Romani (a cura di), San Lazzaro di Savena la storia l’ambiente la cultura, cit., p.
68
to, che da sola contava 66 unità locali57. Se confrontiamo questo dato con la
cifra degli addetti avremo una idea, per quanto imprecisa, delle dimensioni
aziendali58. Come si evince dai dati riportati in nota le attività tradizionali
dell’artigianato sono caratterizzate da industrie piccolissime formate da una
o due persone. Questa tendenza, che si può riscontrare anche nel settore del
commercio, è assolutamente dominante, almeno fino alla metà degli anni
cinquanta; le uniche eccezioni evidenti erano nell’industria chimica e della
lavorazione dei minerali, che presentavano una concentrazione di manodopera maggiore.
Nel corso del decennio che stiamo esaminando, si assiste ad una evoluzione del sistema industriale che vede la nascita di aziende di dimensioni più
grandi, sia dal punto di vista della concentrazione di capitali che di forza lavoro impiegata. Tra il 1955 e il 1960 a San Lazzaro sorsero 19 nuove aziende meccaniche e metallurgiche che utilizzavano un totale di 729 dipendenti,
superando per intensità di sviluppo anche Casalecchio di Reno che, per numero di aziende e forza lavoro utilizzata, era il primo Comune industriale del
comprensorio. Tuttavia la crescita dell’industria “pesante” non provocò la
scomparsa o l’assorbimento dell’artigianato, che al contrario si sviluppò in
modo consistente. I due settori convissero perfettamente e furono, molto probabilmente, funzionali l’uno all’altro.
La tradizione agricola di San Lazzaro non fu di ostacolo all’industrializzazione ma, al contrario, la agevolò. Una mentalità vecchia di secoli che (contravvenendo ad una delle sue caratterizzazioni più tipiche: l’osticità al cambiamento) si adattò ad un’autentica rivoluzione sociale ed economica, consumata nel giro di pochi anni. Realtà paradossale, per la quale tuttavia è possibile tentare un accenno di spiegazione andando, per un attimo, a prestito dalla
sociologia economica. Abbiamo visto quanto diffusa fosse nelle campagne di
San Lazzaro la mezzadria e come essa abbia radici lontane nel tempo. Purtroppo non sono disponibili statistiche relative al 1951; tuttavia è del tutto legittimo affermare che la mezzadria fosse la forma di conduzione predominanL’industria tessile contava 26 unità per 46 addetti, l’industria del legno e del mobilio 17
unità locali per 35 addetti.
57
Si riportano, di seguito, i dati relativi alle attività economiche per il 1951. Industrie
estrattive (unità locali 10, addetti 16); Industrie manifatturiere (155, 495); Tessili (26, 46); Abbigliamento e assimilate (66, 85); Legno e mobilio (17, 35); Metalmeccaniche (27, 44); Lavorazione di minerali non metalliferi (61, 16); Chimiche e assimilate (2, 73).
58
69
te: infatti ancora nel ’61, vale a dire quando la sua crisi era già avviata, nel
territorio del Comune la mezzadria era diffusa per il 76,5% contro il 15% della conduzione diretta; in tutto le aziende agricole che praticavano questo tipo
di conduzione dei campi erano 292 contro le 91 della forma diretta.
Ora, la famiglia mezzadrile è forse la meno lontana dal mercato di tutte
le altre famiglie contadine. Essa è infatti una specie di azienda, con un’organizzazione orientata alla produzione, con ruoli ben definiti e strutture gerarchiche. Arnaldo Bagnasco offre una descrizione della famiglia mezzadrile
piuttosto accurata. Egli sostiene che per quanto povera e dipendente sia, essa
non vive l’esperienza della proletarizzazione, nel senso proprio del termine,
e il mezzadro, con il mutare dei tempi, definisce la propria prospettiva di interessi come conquista della piena proprietà della terra che lavora. La spinta
a mettersi in proprio e l’insieme dei valori e degli atteggiamenti a essa collegati sono una componente essenziale della socializzazione nella famiglia
mezzadrile; tutti questi valori e atteggiamenti, come è evidente, sono tipici
della mentalità dell’imprenditore59. Lungi dal voler esaurire in modo così
sbrigativo una questione certamente molto complessa, ritengo tuttavia che
sia possibile affermare che a San Lazzaro, come in molte altre realtà locali
della zona, la mentalità dominante non subì cambiamenti improvvisi, ma
semplicemente aveva caratteristiche tali per cui riuscì ad adattarsi con profitto ai rapidi mutamenti del mondo economico e ai nuovi metodi di produzione industriale, che di fatto interruppero bruscamente una tendenza di lungo
periodo. Se l’ambiente socio-economico era favorevole allo sviluppo industriale che si stava verificando, molti altri fattori intervennero per consolidarlo e accelerarlo: la vicinanza ad una grande città come Bologna, la disponibilità di un surplus di risparmio formatosi in agricoltura e disponibile per
attività in altri settori, l’abbondante offerta di manodopera, la forte domanda
locale di beni e servizi e, non per ultimo, la felice posizione geografica che
vede il Comune non solo confinante con Bologna, ma anche posizionato
lungo la via Emilia.
Riprendiamo il confronto tra San Lazzaro e gli altri Comuni del comprensorio e vediamo come questi si presentano nella fase conclusiva del pe-
59
Arnaldo Bagnasco, La costruzione sociale del mercato, Bologna, Il Mulino, 1988, pp.
118-121. Per l’argomento si veda anche “Comunisti al potere”, Venezia, Marsilio, 1983, pp.
29 e ss.
70
riodo esaminato: gli inizi degli anni Sessanta, vale a dire a ricostruzione ormai completata. Nel 1961 San Lazzaro, con 12.028 abitanti, era già il terzo
Comune più popoloso del comprensorio. Il tasso di attività riferito alla popolazione in condizione professionale subì invece un leggero decremento, dal
50,2 al 48,4; questo dato trova probabilmente spiegazione nella numerosa
popolazione infantile del Comune che, con l’8,5% di residenti in età inferiore a sei anni, era la più elevata del comprensorio. Per quel che riguarda la popolazione attiva nell’agricoltura, essa scese a 1.417 unità, vale a dire passò
dal 42,4% al 24,3%. Nello stesso lasso di tempo il 65% dei residenti si era
spostato dai campi e definitivamente concentrato nel capoluogo o negli altri
centri frazionali. San Lazzaro insieme a Casalecchio, che con il 5,4% aveva
ormai “completamente” abbandonato l’agricoltura, era il Comune meno
agricolo dei quindici considerati, mentre un netto ritardo registravano tutti e
sette quelli della pianura con Budrio e il suo 56% di attivi nel settore, in testa
alla classifica. Nell’industria, come era prevedibile, si ebbe un incremento di
circa quattordici punti percentuale; 3.050 erano ormai gli attivi in questo settore passando dal 38% al 52,4%. Anche il terziario, per quanto non fosse ancora giunto il suo vero momento, ebbe un incremento: nel 1961 questo settore impegnava 1.357 unità e cioè il 23% delle persone attive di San Lazzaro.
Come possiamo verificare nel censimento del 1961, tutte le attività economiche fecero registrare un notevole aumento. Oltre al settore artigianale, del
quale ho già detto, appare più che significativa la crescita delle industrie metalmeccaniche, le cui unità locali salirono da 27 a 108 e i dipendenti da 44 a
1.231. Un tale aumento, che percentualmente è il più elevato, si spiega con la
forte diffusione della bicicletta prima e l’inizio della motorizzazione di massa
dopo. San Lazzaro è particolarmente specializzata in questo settore, esistono
infatti imprese che si affermano in questi anni a livello nazionale come Malaguti, Testi, Italjet o la Campagnolo che si impone come leader italiano nel
mercato dei cambi per biciclette. Queste medie e grandi industrie alimentano
un vastissimo reticolo di piccole e piccolissime unità produttive che lavorano
prevalentemente per le prime in uno stretto rapporto di subfornitura60.
Anche il commercio, che in tutto impiega 448 persone, registrò in questo
decennio un netto sviluppo. Attività storica di San Lazzaro era da sempre
60
Werther Romani (a cura di), San Lazzaro di Savena la storia l’ambiente la cultura, cit.,
p. 280.
71
quella estrattiva. Come nell’artigianato, anche in questa industria, si assiste
ad una netta diminuzione delle unità locali, da 10 a 3, ma in compenso ad un
forte aumento degli addetti che da 16 passarono a 61; il settore in sostanza,
alimentato dall’intenso sviluppo dell’edilizia bolognese, era tutt’altro che in
crisi, anche se questa non tardò ad arrivare, dal momento che nel 1971 gli
addetti erano già scesi a 12. Complessivamente tra industrie, commercio e
altre attività c’erano sul territorio di San Lazzaro, agli inizi degli anni sessanta, 582 unità locali che davano lavoro a 3.489 persone. Tuttavia la popolazione attiva era, come abbiamo visto, superiore a questa cifra; infatti le
aziende sparse sul territorio del Comune, per quanto fossero aumentate e
cresciute nei termini che conosciamo, erano in grado di soddisfare solo il
60% della domanda generale di lavoro, ciò significa che San Lazzaro continuava a cedere all’esterno forza lavoro anziché assorbirne.
72
Insegnare la storia tra le carte d’archivio
di Mauro Maggiorani e Federica Rossi1
Chiunque si avvicini, per la prima volta, a un archivio pubblico, indipendentemente dalla sua grandezza e importanza, avvertirà un timore reverenziale, una deferenza (che può talvolta volgere in vera e propria diffidenza)
per un istituto in genere scarsamente animato e frequentato per lo più da studiosi e specialisti, chini a sfogliare carte ingiallite e volumi “ostici” sotto la
severa sorveglianza del personale di sala. Quest’aura di sacralità che circonda gli archivi – ma che spesso si avverte anche in altri istituti culturali, quali
ad esempio certe prestigiose biblioteche o musei – ha lontane e ben radicate
origini nella cultura italiana, che li ha da sempre considerati, essenzialmente,
luoghi di conservazione e, dunque, atti all’uso circoscritto e “qualificato” di
pochi iniziati (professori universitari e studiosi esperti). È evidente come
questa tradizione abbia ostacolato l’affermarsi del principio, molto diffuso in
altri paesi europei, dell’archivio quale bene e servizio pubblico oltre che patrimonio culturale, e del perché “parlare di promozione [possa ancora] suscitare non solo apatia, ma a volte persino ostilità e fastidio”2.
È altresì vero che, nel corso degli ultimi vent’anni, il panorama archivistico italiano è andato progressivamente mutando così che la riflessione degli
operatori culturali si è soffermata, con sempre maggiore frequenza, anche sui
temi della valorizzazione del materiale storico. Gli articoli apparsi nell’ultimo decennio sulle riviste specializzate evidenziano, in maniera particolarRingraziamo l’Archivio storico del Comune di Imola (nelle persone della vice-direttrice
Marina Baruzzi e delle archiviste, Franca Maestrini e Paola Mita) per averci messo a parte delle
proprie esperienze didattiche e seminariali (in particolare il corso d’aggiornamento per insegnanti Quante storie in archivio. Imola tra storia e documenti, dicembre 1999 - maggio 2000).
1
2
Gli archivi fuori di sé ovvero la promozione archivistica: esperienze e riflessioni. Atti dello Stage del 19 novembre 1997 a San Miniato, a cura di Marina Brogi, San Miniato, Archilab,
1999, p. 8.
73
mente efficace, quanto, tra gli operatori del settore, sia cresciuto il dibattito
sulle attività fondamentali da svolgere per promuovere gli istituti e i loro patrimoni documentari; una riflessione che, a tutt’oggi, ha portato alla individuazione di tre principali ambiti d’intervento: permettere un uso attivo del
materiale storico anche da parte dei “non addetti ai lavori”; rendere maggiormente visibili i luoghi di conservazione e di studio; porre la massima attenzione al pubblico, anche non istituzionale, e ai suoi bisogni conoscitivi e informativi3.
I primi passi concreti in questa direzione furono mossi, negli anni Ottanta, da alcuni istituti storici comunali e di Stato che puntarono alla realizzazione di una didattica degli archivi, ovvero di attività volte all’avvicinamento progressivo all’Archivio e a un uso strumentale dei documenti posseduti,
trattati però come cimeli museali, da mostrare più per colpire l’immaginario
collettivo che per spiegarne l’uso pratico nella ricerca storica. Naturalmente,
primi referenti di questi incontri sono state le scuole elementari e medie, con
l’intento di sensibilizzare gli studenti e rendere loro familiare la frequentazione degli istituti archivistici. Nel tempo, questo approccio si è arricchito e
diversamente connotato, così che si parla ormai di una didattica negli
archivi, intendendo con ciò un ribaltamento dei ruoli tra archivio e documento: un approccio che prevede l’impiego virtuoso dell’istituto e dei suoi strumenti per compiere un vero e proprio itinerario di ricerca storica locale che
valorizzi le carte conservate.
L’attenzione, quindi, si è andata spostando dal contenitore al contenuto e
le esperienze svolte in collaborazione con le scuole medie ed elementari
stanno offrendo spunti interessanti per un ripensamento del rapporto tra didattica della storia e fonti disponibili per la ricerca. Come ha lucidamente
sottolineato Ivo Mattozzi: “tra gli obiettivi dell’educazione storica [deve] rientrare non solo l’acquisizione di conoscenze, ma anche di abitudini analitiche e atteggiamenti intellettuali (attitudini alla problematicità, capacità di argomentare sulla base di prove e secondo una consequenzialità logica, capacità di lettura delle fonti)”4. Così, alle visite guidate – fondamentali per innescare un primo contatto tra istituto culturale e scuola, nonché passaggio basi3
Gli archivi fuori di sé ovvero la promozione archivistica, cit., p. 10, n. 7.
Ingrid Germani, Didattica negli archivi?, in “Calendario del popolo”, n. 545 (1991), p.
14799.
4
74
lare per avvicinare le generazioni più giovani ai luoghi e agli strumenti archivistici – si è affiancata l’attivazione di laboratori didattici dove gli studenti (coadiuvati dai propri insegnanti e dagli operatori d’archivio) possano intraprendere veri e propri percorsi di ricerca storica locale.
Senza tralasciare il programma generale di studi, ma anzi proprio a partire dai manuali in uso – ricchi di date ed eventi certo fondamentali ma inevitabilmente distanti e astratti per gli allievi – si giunge (attraverso le carte
d’archivio) a confrontarsi con la microstoria, con i documenti locali che riecheggiano i grandi avvenimenti, ma li collocano sullo sfondo, a vantaggio
degli uomini (come singoli o come collettività), delle vicende di vita, delle
passioni, delle imprescindibili necessità quotidiane. La dimensione locale
della storia (sempre più indagata da ricercatori e studiosi, ma che ancora fatica a trovare un proprio spazio all’interno dei programmi scolastici che pure
la prevedono) diviene, dunque, protagonista di esperienze che trasformano
gli archivi da depositi di vecchi documenti a “fucine della storia”.
Questo metodo induttivo di procedere, dal particolare di un territorio al
generale delle “vicende da manuale”, ha un carattere estremamente formativo: nel manifesto del Convegno La storia locale tra ricerca e didattica, si riconosce alla storia locale tre valori fondamentali: quello conoscitivo (concretizzato nello studio delle relazioni tra uomo e territorio, nella consapevolezza
della dimensione locale delle storie generali, nella sensibilità alla storia dei
luoghi estranei e dei gruppi umani recentemente inseriti nell’ambiente locale); quello metodologico (cioè atto a insegnare agli studenti le procedure
mentali, metodologiche e pragmatiche implicate nella ricerca e nella costruzione della conoscenza del passato) e, infine, quello formativo (cioè utile a
costruire il senso di identità sociale dei giovani).
Con questa consapevolezza, ma anche con la disponibilità a divenire
partner di una “sperimentazione” didattica che vede nelle scuole d’ogni ordine e grado gli attori principali, l’Archivio storico comunale di San Lazzaro
di Savena ha, recentemente, iniziato un proprio programma di attività teso
alla promozione del materiale posseduto: ultima, in ordine di tempo, e forse
più ambiziosa tappa di un percorso di valorizzazione del bene archivistico
iniziato sei anni fa con l’avvio di un progetto pluriennale di riordino e inventariazione della documentazione storica e giunto, lo scorso anno, all’attivazione della Sezione separata d’archivio, all’inaugurazione del servizio di
consultazione e all’uscita del primo numero della presente rivista.
75
Le attività didattiche poste in essere nell’ultimo anno fanno capo a due
diversi ambiti di intervento: da un lato, infatti, è stata stipulata una convenzione con il dipartimento di Politica, istituzioni e storia della facoltà di
Scienze politiche dell’Università degli studi di Bologna che si concretizzerà
nello svolgimento di seminari di metodologia della ricerca storica e nella
promozione di studi (elaborati, ricerche, tesi di laurea5) realizzati utilizzando
la documentazione locale; dall’altro, è stata avviata la collaborazione con le
scuole elementari e medie del Comune – con cui già era in atto un sodalizio
molto proficuo6 – che ha portato alla partecipazione dell’Archivio al seminario di aggiornamento “Innovazione metodologico-didattica dell’insegnamento della storia: ipotesi per la costruzione di curricola verticali”7, nonché all’organizzazione di “incontri con l’archivio” (evoluzione delle tradizionali
visite guidate) e di laboratori didattici. Questi ultimi vedono, alla data d’uscita di questo numero della rivista, un gruppo di studenti di quinta elementare delle scuole “Donini” cimentarsi su tre distinti filoni di ricerca: la popolazione, il territorio e la società.
Per quanto attiene agli incontri in Archivio, questi hanno sino ad ora coinvolto circa 120 alunni delle terze medie “Rodari”, ed evidenziato un interesse sorprendente di studenti e insegnanti per la documentazione archivistica locale e per la possibilità, da essa offerta, di riflettere sulla storia nazionale. Il percorso di visita, della durata di un’ora, si è articolato in una prima
parte, introduttiva, di dialogo con i ragazzi volto a focalizzare due concetti
fondamentali: la definizione di archivio sia come luogo istituzionale, sia co5
Tale accordo ha portato alla redazione di una prima tesi di laurea sulla modernizzazione di
San Lazzaro di Savena; cfr.: Matteo Mezzadri, Storia di un comune socialista: San Lazzaro di
Savena, tesi di laurea in Storia economica contemporanea, relatore prof. Franco Piro, Anno accademico 1998-1999. (Copia della tesi è conservata presso la biblioteca dell’Archivio storico
comunale di San Lazzaro; un capitolo è pubblicato in questa medesima rivista).
Nell’anno scolastico 1997/1998, infatti, l’Archivio storico promosse una sorta di “Concorso scolastico” sugli eventi avvenuti nel territorio comunale durante il secondo conflitto bellico. Tale iniziativa – che ha poi portato alla parziale pubblicazione delle ricerche nel volume
Werther Romani, Mauro Maggiorani (a cura di), Per non cancellare una storia, San Lazzaro di
Savena negli anni della guerra, Bologna, Consumatori, 1998 – coinvolse circa 200 studenti delle classi quinte elementari e terze medie inferiori.
6
Il seminario si è svolto dall’1 al 3 dicembre 1999 presso la scuola media statale “Rodari”
di San Lazzaro; l’archivio è stato presente sia come relatore alla prima giornata (“L’archivio come laboratorio didattico”) che attraverso la divulgazione, all’interno di appositi workshop, di
propri materiali informativi.
7
76
me insieme di documenti e la riflessione sulle ragioni che portano alla formazioni di un archivio pubblico o privato. Il tutto è stato supportato dalla lettura e dal commento di documenti (forniti in copia) analizzati sia sotto l’aspetto formale che contenutistico. La seconda parte ha visto gli studenti –
guidati dal personale addetto – muoversi tra il materiale conservato sugli
scaffali del deposito e soffermarsi su alcune serie più significative (buste antiche, manifesti e fotografie). A tutti i partecipanti è stata consegnata una cartella con fotocopie dei documenti analizzati, materiale informativo dell’archivio (regolamento, carta per l’accesso alla sala di consultazione, ecc.) e
una traccia della lezione con un breve dizionarietto di termini archivistici di
maggior uso, che qui viene riportato.
A partire dal prossimo numero, in questa stessa sezione della rivista, si
darà conto dell’esito delle diverse esperienze di didattica della storia in corso
presso l’Archivio storico comunale di San Lazzaro e dei nuovi progetti in via
di perfezionamento. Coerentemente con la filosofia che anima i Quaderni
del Savena crediamo, peraltro, utile offrire, fin d’ora, spazio all’attività, intensa e significativa, che le scuole hanno da tempo avviato per avvicinare i
giovani al territorio in cui vivono e agiscono. Nelle pagine che seguono sono, pertanto, pubblicate due esperienze svolte presso le scuole elementari di
San Lazzaro di Savena.
Dizionarietto di termini archivistici
Archivio: raccolta ordinata degli atti di un ente o di un individuo, costituitasi durante lo svolgimento delle sue attività e conservata per il conseguimento degli scopi
giuridici, politici e culturali di quell’ente o di quell’individuo. Inoltre, Archivio è il
luogo deputato a conservare gli archivi prodotti dai vari soggetti.
Archiveconomia: settore della scienza archivistica che si occupa di tutto ciò che
riguarda la costituzione e la manutenzione degli archivi come luoghi, quindi degli
spazi, dell’illuminazione, dell’areazione, dell’arredamento e degli agenti esterni che
potrebbero danneggiare il materiale, nonché delle tecnologie e attrezzature archivistiche in generale, al fine di assicurare la migliore conservazione del materiale.
Archivistica pura: studia i principi necessari per l’ordinamento e la conservazione del materiale archivistico; si occupa della storia, della natura e della struttura
degli archivi, sia antichi che moderni.
77
Busta: mezzo di conservazione dei fogli sciolti, costituita da una scatola di cartone con lacci o ganci per chiudere il coperchio, in modo che i documenti siano mantenuti in ordine e protetti. Ha per sinonimi i termini: faldone, cartella, carpetta.
Documento: Scrittura, conseguente a una attività di carattere amministrativo, che
costituisce fonte giuridica ufficiale.
Diplomatica: scienza che studia i documenti nei loro caratteri formali e fissa i
criteri per stabilirne l’autenticità, allo scopo di determinarne il valore di testimonianza storica.
Fascicolo: insieme dei fogli sciolti contenuti in una copertina e relativi ad una
determinata pratica.
Filza: unità di conservazione composta da un insieme di documenti singoli o di
quaderni, registri, tenuti insieme da una corda, o racchiusi in una busta. È sinonimo
di altri termini quali fascio, mazzo.
Fogli sciolti: sono documenti o scritture singoli, di solito conservati in buste o fascicoli, e sono la maggior parte del materiale archivistico.
Indice: mezzo di corredo costituito da un elenco in ordine alfabetico di nomi,
materie, argomenti, luoghi geografici contenuti nelle carte che rimandano alla collocazione delle carte o alle pagine di altri strumenti.
Inventario: elenco completo, più o meno dettagliato, di tutto il materiale che costituisce un archivio, in qualunque formato. Gli inventari sommari registrano solo le
buste o i registri (non descrivono, cioè, le singole carte), quelli analitici, invece, entrano nel merito dei singoli fogli e ne descrivono il contenuto. È il più importante
mezzo di corredo per la documentazione archivistica.
Paleografia: scienza ausiliaria dell’archivistica che studia le antiche scritture, la
loro forma e la loro evoluzione storica.
Pergamene: dal VII sec. a.C. si utilizzò la tecnica della conciatura delle pelli per
la scrittura; tale tecnica sostituì quella precedente dei fogli di papiro, molto costosi e
delicati, perché particolarmente sensibili al fuoco e all’umidità. La pergamena, invece, era particolarmente resistente, adatta per essere scritta su entrambi i lati e riutilizzabile tramite raschiatura.
Repertorio: registro che contiene la descrizione di singoli atti e i numeri di riferimento per la categoria di appartenenza e la collocazione in archivio.
Regesto: sunto del contenuto di un documento.
Registri: sono veri libri di carte e documenti, di solito usati per registrare e conservare copia di fogli sciolti. Nell’antichità esistevano anche registri costituiti da tante singole carte, di formati e provenienze diverse, uniti insieme a formare un unico
tomo.
78
Per una ricostruzione della storia generazionale1
di Giuseppina Farini
La presentazione in questa rivista di un percorso didattico attivato in una
scuola elementare, se da un lato è importante a livello comunicativo e come
ulteriore elemento per una convergenza dei tanti momenti che concorrono a
costruire una storia locale, dall’altro impone alcune considerazioni per la definizione di un contesto all’interno del quale leggere questa documentazione
dell’esperienza. Si tratta di una ricerca che propone una metodologia di ricostruzione storiografica finalizzata all’attivazione delle operazioni e delle concettualità proprie della ricerca storica, ma che si differenzia da questa per
complessità, quantità e qualità di variabili introdotte, numero e tipologia di
fonti e di informazioni trattate, costruzione di relazioni fra variabili, complessità della conoscenza elaborata. Accanto agli obiettivi cognitivi e disciplinari che fanno riferimento a quanto sopra esposto, sono stati obiettivi fondamentali della ricerca anche il rafforzamento dell’identità personale, il potenziamento delle radici individuali, il dialogo fra le generazioni, la consapevolezza di essere soggetti della storia e anche della sua ricostruzione.
Il passaggio dalla storia alle storie ha permesso di acquisire la consapevolezza di una storia familiare spesso non pensata o ricercata e di valorizzarne
gli aspetti. Si è ricercata la collaborazione dei familiari nella veste di “fonti
storiche” e di facilitatori nella ricerca di informazioni che non fossero ricordate direttamente; la completezza dei dati raccolti è stata di conseguenza
correlata alla loro disponibilità e al loro coinvolgimento. Alla fase di indagine diretta, a livello familiare, è seguita un’altra fase operativa finalizzata a
creare attraverso l’utilizzo di materiale bibliografico un contesto più ampio
Ricerca didattica condotta dalle classi quinte del II Circolo di San Lazzaro di Savena nell’anno scolastico 1998-’99. Progetto proposto e coordinato da G. Farini, sperimentato da B.
Bergonzoni, A. Casali, A. Gandolfi, R. Negroni, L. Santini. Il percorso è stato documentato per
la classe quinta A Donini da A. Casali.
1
79
nel quale inserire o al quale rapportare la storia generazionale che si era ricostruita. La storia familiare e la più grande storia hanno così trovato punti di
contatto che non sempre erano emersi dalle testimonianze raccolte.
In particolare sono state espanse e connotate alcune sottotematizzazioni: la
famiglia, il lavoro, la vita quotidiana, il passaggio dalla monarchia alla repubblica, i diritti dell’infanzia, la resistenza nel territorio emiliano. Il percorso,
particolarmente stimolante, ha interagito con altri campi disciplinari: la letteratura per l’infanzia, il cinema, la musica, le immagini hanno ulteriormente arricchito di contenuti e di emozioni i temi trattati. Per quanto concerne la metodologia, a quanto si evince da questa presentazione, va sottolineato come il livello di elaborazione individuale e collettivo si siano costantemente intrecciati.
Il percorso del progetto
1. Conversazioni per proporre l’indagine ed individuare le motivazioni e le specificità.
2. Analisi delle preconoscenze: il testo individuale.
3. Analisi dei temi trattati nei testi individuali e dei riferimenti temporali espliciti.
4. Conversazione per definire la tematizzazione dell’indagine (di che cosa ci si
occupa e di quale periodo).
5. Costruzione/analisi dei materiali per raccogliere le informazioni.
6. Raccolta delle informazioni.
7. Lettura e trattamento dei dati.
8. Rielaborazione dei dati: costruzione di tabelle, grafici temporali, testi descrittivi e di ricostruzione temporale, quadri di sintesi.
9. Lettura e interpretazione delle rielaborazioni prodotte, ricerca di relazioni significative.
10. Individuazione di eventi significativi rispetto alle variabili oggetto di indagine.
11. Riflessione su concettualità attivate: fonte, memoria, fatto, cronologia, periodo, tempo, storia, durata, presente, passato generazionale, contemporaneità,
successione, evento, cambiamento, permanenza, causa, effetto, descrizione,
narrazione, spiegazione.
12. Ricostruzione storiografica: testi individuali, testi collettivi.
13. Espansione di aspetti significativi: la famiglia; la scuola; il lavoro; gli eventi
bellici; la Resistenza; la conquista dei diritti individuali; il passaggio dalla
Monarchia alla Repubblica; la vita quotidiana.
Gli ambiti di indagine
• Territorio
• Economia
• Vita quotidiana
• Popolazione
• Mentalità
• Politica
80
La documentazione del percorso
Per ovvie ragioni di spazio si presentano solo alcune parti del percorso,
finalizzate in particolare a testimoniare l’aspetto metodologico.
a) Le preconoscenze
L’albero dei miei ricordi
Mio padre Giovanni nacque nel 1950 circa. Suo padre non me lo ricordo
bene, perché è morto quando io ero appena nato, so solo che aveva per soprannome Pippo, ma chissà perché. Mia nonna, invece, la conosco bene, si
chiama Chiara ed è una burlona. Bruna è il suo soprannome, ma ormai tutti
la chiamano affettuosamente “Nonna Bruna”. La nonna aveva due gatti, uno
è morto, ma ne ho trovato un altro e poi un’altra che ha fatto i cuccioli, ma
ne ha tenuto solo uno. Mia nonna ha avuto quattro figli, di cui due maschi,
Giancarlo e Giovanni mio padre, e due femmine, Alda e Mina.
Mio padre conosceva mia madre da quando è nata, lui aveva già 6 anni. Il
padre di mia madre, Mario, abita di fianco a me; un giorno gli si ruppe un vetrino nell’occhio, l’oculista gli disse di stare a riposo, ma lui non avrebbe abbandonato mai il suo campo! Infatti il giorno dopo si alzò e, al contrario di
quello che gli aveva detto l’oculista, andò subito a lavorare nel campo.
La mia nonna materna Rina ha avuto cinque figli: tre femmine e due maschi. Anche mia nonna lavora sodo, aiuta sempre il nonno nel campo e non si
ferma mai. La nonna fa delle marmellate squisite, ma proprio troppo buone.
Io ha anche due bisnonne, una è simpaticissima, l’altra un po’ meno...
Mio padre mi dice sempre che quando andava a scuola lui, si imparavano
delle cose diverse da adesso, ma si imparavano molto più velocemente. Mi
dice anche che le paghette, se c’erano, erano molto basse. Un giorno mio padre, quando era piccolo, si fece molto male, gli si piantò un bastone, o forse il
ferro della bici, in una gamba, ma adesso la cicatrice non si vede più.
Un’altra cosa che è successa a mio padre è molto strana: quando io non
ero ancora nato, mia cugina Luna, che compiva 1 o 2 anni, gli diede un morso
come un cannibale affamato e, fino a undici anni dopo circa, a mio padre rimase il segno del morso che doveva essere proprio forte!
La festa del mio primo compleanno la ricorderò a lungo, infatti, quel
giorno è stato bellissimo. Appena portarono la torta sul mio seggiolone marrone, io le ficcai la testa dentro, e come prima torta... slurp... era buonissima!!! Mi ricordo anche che giocavo molto spesso con mio cugino Stefano e
ho molte foto insieme a lui e suo fratello Alex, che per noi però è Dodo!
La storia della mia famiglia
Il ricordo più bello che ho del mio nonno materno è che voleva molto bene ai suoi tre nipotini io, mio fratello e mio cugino. Mio fratello era molto
piccolo quando il nostro nonno è morto e infatti non si ricorda molto di lui,
81
anche io ero piccola, avevo 6 anni, però mi ricorderò sempre che il mio nonno mi voleva tanto bene e quando mio fratello giocava con mio cugino, il
nonno mi faceva giocare con lui.
La mia nonna materna è l’unica nonna che ho: sono molto affezionata a lei
perché è una nonna molto buona e dolce, da quando eravamo piccoli non ci ha
mai sgridato! È una nonna per me e le voglio tanto bene. I miei nonni materni
abitavano in Calabria, ma poi si sono trasferiti qui a Bologna. I miei nonni paterni
non li ho mai conosciuti, però mi sarebbe davvero piaciuto. La mia nonna Adele
morì molto giovane, quando mio papà aveva 10 anni. Mio papà ha altri tre fratelli, uno più grande e gli altri più piccoli, visto che erano in tanti, il mio nonno non
riusciva a tenerli tutti in casa, perché lavorava, allora mandò i tre figli più grandi,
fra cui mio papà, in un collegio; il più piccolo rimase con mio nonno. Dopo alcuni anni morì anche il papà di mio papà. Non dev’essere stata un’infanzia molto
felice quella di mio papà e dei miei zii! Io voglio molto bene a tutti loro. I miei
nonni vivevano in Puglia. Poi i miei zii insieme a mio papà vennero a Bologna.
Il ricordo più vecchio che ho di me è: quando sono nata. Io dovevo nascere verso il 20 gennaio, ma invece sono nata il 26 gennaio all’una e venti di
notte, è successo che la mia mamma era entrata nella maternità con altre mamme incinte, queste mamme dopo qualche giorno uscirono con i loro bambini,
molto piccolini. La mia mamma invece mi fece nascere un po’ dopo, però...
quando sono nata ero molto carina ed ero gigante. La mia mamma e il mio papà erano contentissimi. Ora io penso una cosa: che se sono nata dopo è solo
perché... si stava troppo bene nella pancia della mia mamma!!!
b) L’indagine
Il questionario: La storia della mia famiglia
Parte 1
Rivolgi ogni domanda a mamma, a papà, ai nonni paterni (se non ci sono più
chiedi informazioni ai genitori), ad almeno 2 bisnonni (se ci sono più chiedi informazioni ai nonni). Completa più dati possibili.
1. Quando sei nato? Dove sei nato?
2. Quante persone vivevano in casa con te quando eri bambino?
(Specifica chi erano: genitori, nonni, fratelli, sorelle, zii).
3. Quali scuole hai frequentato nella tua vita?
4. Che lavori hai fatto nella tua vita?
5. Ti sei mai trasferito dal luogo in cui sei nato? si no Perché?
(Elenca i luoghi in cui hai vissuto).
Racconti significativi
Parte 2
1. Racconta in breve un momento che ricordi della tua vita scolastica alle elementari.
82
2. Racconta in breve i momenti principali di una tua giornata di quando eri bambino.
3. Racconta in breve un fatto che ha segnato la tua vita, che ti ha coinvolto, che
non riuscirai a dimenticare.
4. Raccogli per ogni tema (vita scolastica, la giornata dei bambini, eventi significativi), una sola testimonianza per ogni genitore, ogni uomo/donna, ogni bisnonno/a.
c) La raccolta e l’elaborazione statistica dei dati raccolti
Il lavoro2
Premessa alla lettura della tabella
Decidiamo di tenere separati i dati dei maschi da quelli delle femmine.
Alcune risposte sono multiple perché alcune persone hanno lavorato in settori diversi. Decidiamo di contare ogni lavoro delle risposte multiple come un
lavoro singolo. Vedremo poi quante sono state, in percentuale, le persone
che, nel corso della loro vita, hanno cambiato settore di lavoro.
2
Per ragioni di spazio è stata pubblicata solo una parte della ricerca inerente il tema del lavoro. Non sono stati inseriti, per la stessa ragione, i grafici, le tabelle inerenti i dati raccolti ed i
testi esaminati.
83
Osservazioni
Oggi, per i nostri genitori, il lavoro nel settore primario è quasi scomparso.
In questo, nelle varie epoche, hanno lavorato più maschi che femmine. Il lavoro nel settore primario era diffuso soprattutto all’epoca dei bisnonni: pochi bisnonni lavoravano nel settore secondario e pochi nel terziario. Molte nonne e
molte bisnonne erano casalinghe. Le bisnonne che lavoravano erano occupate
in modo particolare nell’agricoltura. Le nonne che lavoravano erano occupate
sia in agricoltura che nell’industria o nel terziario. Oggi le nostre mamme lavorano tutte e sono occupate soprattutto nel terziario. Dall’osservazione dei
grafici abbiamo capito che l’epoca dei nonni è quella in cui c’è stata la percentuale più alta di cambiamenti di settore di lavoro, sia fra i maschi che fra le
femmine. Fra i nostri genitori sono soprattutto i babbi che cambiano lavoro.
d) Approfondimenti
Gli italiani e il lavoro. Ricerche sui testi di studio
Le attività lavorative vengono normalmente suddivise in tre settori:
attività primarie: riguardano la produzione di materie prime. Ne fanno
quindi parte: l’estrazione mineraria e petrolifera, l’agricoltura e la produzione di legname, l’allevamento e la pesca.
attività secondarie: riguardano la trasformazione della materia prima in
prodotti finiti. Ne fanno parte l’artigianato e l’industria.
84
attività terziarie: riguardano le banche, le assicurazioni, i trasporti, il commercio e i negozi, le telecomunicazioni e in genere tutte le altre attività che
vengono definite “servizi”. Quindi vi rientrano anche l’amministrazione statale, l’assistenza sanitaria, la scuola, le attività giornalistiche, televisive, pubblicitarie, lo sport, lo spettacolo, il turismo. La trasformazione della società è direttamente collegata con la distribuzione dei lavoratori nei tre settori d’attività.
Nel 1871 più di metà della popolazione attiva (il 58%) era occupata in
agricoltura mentre nell’industria lavorava il 22% della popolazione e nel terziario il 20%. Ciò significa che l’Italia era allora un paese agricolo e così è
rimasto per molti anni. È a partire dal secondo dopoguerra che la società italiana ha cominciato a cambiare profondamente e velocemente.
L’analisi dei dati del 1951, 1971, 1991, ossia a intervalli di venti anni,
mostra come si è trasformata la società italiana.
• i lavoratori occupati nell’agricoltura sono progressivamente diminuiti
passando dal 44% al 9%.
• i lavoratori occupati nell’industria hanno avuto una forte crescita dal 1951
al 1971, passando dal 29% al 42% (e questo è avvenuto perché con lo sviluppo industriale tanti contadino sono andati a lavorare nelle fabbriche).
Poi, però, nel secondo ventennio, dal 1971 al 1991, i lavoratori dell’industria sono diminuiti dal 42% al 32%.
• Gli impiegati nel settore terziario sono in continuo aumento e sono passati in 40 anni dal 26% al 60%.
In conclusione l’Italia fino a 50 anni fa era un paese di contadini. Oggi, invece, ha un numero di impiegati nel settore terziario superiore agli operai dell’industria, che appena pochi anni fa, erano la categoria sociale più numerosa.
La forte crescita del terziario è la manifestazione di un grande cambiamento
che ha imposto e sta imponendo tuttora nuove modalità di vita e di lavoro.
I tempi delle grandi emigrazioni
Se oggi l’Italia è meta di tanti emigranti provenienti dall’Africa, dall’Asia,
dall’America, fin verso il 1970 è stata terra di partenza di numerosi italiani.
• Nei primi decenni del secolo a causa delle disagiate condizioni di vita
nelle quali si trovavano i contadini del Veneto e delle regioni meridionali sono stati spinti a emigrare verso gli Stati Uniti, i paesi dell’America
Latina (Argentina) e del Nord Europa (Svizzera, Francia, Germania).
Dal 1901 al 1920 sono così espatriate 10 milioni di persone.
• Un’altra grande stagione migratoria si è registrata dopo la seconda
85
guerra mondiale ed è sempre avvenuta tra le popolazioni venete e meridionali. Nei 15 anni che intercorrono dal 1955 al 1970 si sono trasferiti
all’estero in cerca di lavoro circa 7 milioni di italiani; i paesi di destinazione erano soprattutto quelli europei.
In conclusione, tra il 1880 e il 1960 circa 25 milioni di italiani sono emigrati, in media 300.000 persone all’anno per 80 anni consecutivi. Di questi solo una parte è rientrata. All’emigrazione internazionale si è aggiunta, in alcuni
periodi, l’emigrazione interna, cioè il trasferimento da una regione all’altra o
addirittura tra un luogo e l’altro della stessa regione. Il fenomeno è stato messo in moto dal forte sviluppo industriale che ha avuto l’Italia nel secondo dopoguerra e che è stato definito “miracolo economico”. Nei 15 anni dal 1955 al
1970, 2 milioni di persone hanno abbandonato le regioni meridionali per trasferirsi nei grandi centri industriali del Nord Italia. Le province montuose del
Trentino, Veneto, Friuli hanno perso oltre 300.000 abitanti; le Marche più di
100.000. La mobilità ha interessato anche le aree più interne della penisola.
Dalle aree collinari e montuose la popolazione si è riversata verso le città e la
pianura. Le case sparse e addirittura interi paesi sono stati abbandonati.
L’urbanesimo
La grande migrazione interna di persone in cerca di lavoro ha dato origine
ad uno sviluppo urbano senza precedenti. Al censimento del 1951, poco prima del “miracolo economico”, le città che superavano i 100.000 abitanti erano appena 23; quelle che avevano già raggiunto il milione di abitanti erano
Roma, Milano, Napoli. Al censimento del 1971, dopo il “boom economico” e
nel giro di soli 20 anni, le città con oltre 100.000 abitanti erano diventate 42 e
le città con oltre 1 milione di abitanti erano passate (con Torino) da 3 a 4. Oggi la mobilità interna è diminuita ed ha anche cambiato direzione; la gente
inizia ad abbandonare i grandi centri urbani perché preferisce abitare in città
di media grandezza o addiritura in centri vicini alla città (come San Lazzaro).
86
Viaggio attorno alle tradizioni natalizie
di Ilde Castellari
Nell’anno scolastico 1998-1999, nell’ambito del lavoro dell’area antropologica delle classi A e B della scuola elementare “Pezzani” di San Lazzaro,
ho ritenuto opportuno attuare un piccolo percorso di ricerca sulle tradizioni
del periodo natalizio. L’obbiettivo che mi sono posta era di carattere storicodidattico, ovvero avviare gli alunni a comprendere come nel tempo cambiano le situazioni sociali e, di conseguenza, i modi di vita. Mi è sembrato quindi indispensabile scegliere un argomento e una metodologia di lavoro adatta
a bambini di 7-8 anni: il Natale, appunto, e la raccolta diretta, da parte loro,
di testimonianze orali. L’obiettivo del percorso voleva essere al tempo stesso
educativo: avvicinare gli alunni al passato, gettando le basi per la costruzione di qui fili della memoria, oggi troppo spesso recisi. Valorizzare quindi la
memoria, attraverso il rapporto tra le generazioni. In entrambe le classi ho
introdotto l’argomento con una conversazione su come festeggiamo il Natale
oggi; da qui sono scaturite le domande da rivolgere ai genitori e ai nonni.
Ogni bambino aveva il compito di intervistare almeno uno dei propri genitori
e almeno uno dei propri nonni. Nell’insieme, le domande predisposte dalle
classi presentano poche differenze, non sostanziali, dovute ai diversi interessi emersi dai bambini. Non ho ritenuto opportuno unificarle, in quanto non
vi era – né vi poteva essere – un intendimento di precisione statistica nella ricerca1. In un secondo momento si è proceduto alla lettura e al confronto del1
Ecco il testo delle due interviste. Domande della classe seconda A: C’erano usanze particolari durante l’Avvento? C’erano luci e addobbi per le strade? Facevate l’albero di Natale e il
presepe? Arrivavano doni per Natale e per la Befana? Tra i doni c’erano anche dolciumi? Quali? La Befana portava anche il carbone vero? Per Natale cantavate anche delle canzoni e delle
filastrocche? Il giorno di Natale molti di noi fanno un bel pranzo (o una bella cena) in famiglia,
assieme ai nonni e agli zii. Uno dei piatti più consumati è quello dei tortellini. Alma a Ferrara
mangia i ravioli con ricotta e spinaci. Mangiamo carne: soprattutto maiale e pollame. Mangia-
87
le risposte. Alcune, quelle che maggiormente si prestavano, sono state tabulate insieme agli alunni, con lo scopo di insegnargli a raccogliere i dati. Altre
sono state invece direttamente da me sintetizzate in modo discorsivo.
A titolo indicativo segnalo che hanno partecipato all’intervista 52 genitori
e 49 nonni. Le risposte non sono risultate omogenee: una parte infatti ha risposta a tutte le domande ma in modo molto essenziale, una parte invece ha
ampliato il discorso, altri infine, pur non toccando tutti gli aspetti richiesti
hanno reso ugualmente testimonianze molto significative. Il numero maggiore
di genitori è compreso, come età, tra i 35 e i 40 anni, e quello dei nonni, tra i
65 e i 70. Solo alcuni nonni sono parecchio più anziani (80 anni e oltre) e si
allineano alla generazione dei bisnonni. Allo stesso modo non mancano alcuni
genitori molto giovani (sotto i 30). La provenienza geografica sia dei genitori,
sia dei nonni è risultata diversificata: solo una minima parte è nata e vissuta a
San Lazzaro, molti provengono da altre zone della nostra provincia e della nostra regione; alcuni da fuori regione. Senza nessuna pretesa statistica emerge
un piccolo spaccato della popolazione odierna di San Lazzaro, proveniente da
zone molto eterogenee. Com’era prevedibile, le testimonianze fornite hanno
messo in evidenza differenze poco marcate tra il Natale vissuto dai bambini
oggi e quello vissuto dai loro genitori piccoli, anche se l’aspetto consumistico
30-35 anni fa risultava essere molto inferiore. Differenze molto marcate sono
invece emerse rispetto al Natale vissuto dai nonni: ciò ha indotto gli alunni a
quelle considerazioni di carattere storico-sociale che erano alla base della ricerca. Interessanti sono risultate anche alcune differenze dovute alle provenienze geografiche, specie in relazione alle tradizioni gastronomiche.
Di seguito è sintetizzato, per differenti temi, quanto emerso dalle risposte; sono, inoltre, allegati i testi (quasi integrali) di alcune testimonianze.
Il periodo dell’Avvento
Non sono emerse usanze particolarmente diverse relative al periodo in
mo dolci di vari tipi: torta di riso, ciambella, crema fritta, strudel. Facevate il pranzo di Natale?
Cosa mangiavate? Ci sono cibi che mangiamo oggi, che allora non si mangiavano? Domande
della classe seconda B: C’erano delle usanze particolari nel periodo dell’Avvento? Facevate
l’albero di Natale e il Presepe? Come li facevate? Vi portava i doni babbo Natale? Vi scambiavate i regali in famiglia? Aspettavate la befana? Le preparavate il latte e i biscotti? Noi il giorni
di Natale facciamo il pranzo e la cena insieme alla nostra famiglia, ai nonni, agli zii. Quando
eravate piccoli facevate anche voi il pranzo o la cena di Natale con i vostri parenti? Cosa mangiavate? Il giorno della Vigilia mangiavate il pesce o si poteva mangiare carne? Avete qualcos’altro da raccontare sulle feste del periodo natalizio?
88
cui i genitori erano bambini. Come oggi, ci si dedicava alla preparazione dell’albero e del presepe e si aprivano le finestrelle del calendario dell’Avvento;
si andava al mercatino di Santa Lucia (presso la Chiesa di Santa Maria dei
Servi) in Strada Maggiore e in generale ci si dedicava ad acquisti natalizi,
soprattutto in vista del pranzo di Natale. Per le strade vi erano luci e addobbi, ma meno di oggi. Erano soprattutto nelle vie e nelle piazze principale nel
centro di Bologna. La mamma di Roberto e di Marco2 ricorda che sotto le
case venivano a suonare gli zampognari, usanza oggi quasi scomparsa. Parecchi genitori hanno ricordato la preparazione a scuola di canti e di recite e
della famosa “letterina” per il papà da nascondere sotto il piatto il giorno di
Natale. Solo alcuni genitori osservavano le tradizioni religiose legate al periodo dell’avvento. La situazione, ovviamente, risulta diversa dalle risposte
dei nonni: parecchi di loro si recavano in chiesa tutti i giorni per partecipare
alla Novena e imparavano il sermone da recitare alla Messa del giorni di Natale. Vi erano durante l’Avvento alcune limitazioni molto precise: il nonno di
Giovanni, ad esempio, ricorda che in questo periodo non ci si poteva sposare. Di luci ed addobbi per le strade ce n’erano pochissimi.
L’albero di Natale e il presepe
Quasi tutti i genitori intervistati avevano l’usanza di fare l’albero di Natale o su un albero vero o utilizzando un abete in plastica. Gli addobbi erano
simili a quelli di oggi, a parte le palle, che in genere erano in vetro colorato,
quindi molto fragili. Ugualmente vi era l’abitudine di allestire il presepe nelle case, con statuette che rappresentavano personaggi di tanti tipi e che potevano essere di materiali diversi (terracotta, gesso o plastica). Quando i nonni
erano piccoli, invece, le cose andavano ben diversamente. Solo una minoranza faceva l’albero di Natale. Diversi nonni (si vedano le testimonianze) hanno specificato che raccoglievano dei semplici rami (di abeti o anche di alberi
non sempreverdi) e li adornavano con arance, mandarini, frutta secca, e qualche caramella o altro dolciume. Il presepe veniva fatto da più nonni rispetto
a quelli che facevano l’albero: non tutti, però potevano permetterselo. Venivano usati materiali poveri; le statuine erano in terracotta ma in genere erano
poche e rappresentavano solo i personaggi essenziali. Alcuni nonni hanno
raccontato invece che le costruivano loro stessi, usando cartone, cartapesta o
fabbricando bambole in pezza. La bisnonna di Giovanni (di 81 anni) raccon2
Il nonno di Roberto e di Marco abitava a Bologna; la nonna a Marzabotto.
89
ta che nel suo paese (Borgorivola, in provincia di Ravenna) i bambini facevano un unico presepe in casa della maestra.
I doni di Babbo Natale e della befana
Molti genitori ricevevano regali in entrambe le occasioni ma non tutti allo
stesso modo. Alcuni ricevevano regali più consistenti per la Befana, o viceversa. I genitori più giovani non ricevevano regali per l’Epifania, infatti per
un certo numero di anni questa ricorrenza non è stata considerata come giornata di festa. Nella maggior parte dei casi però, la Befana era molto più considerata di adesso ed anche piuttosto temuta perché ai bambini “cattivi” veniva spesso minacciato il carbone. La stessa calza piena di dolciumi, comprendeva quasi sempre anche carbone dolce e qualche volta un pezzetto di carbone vero, a ricordare che bisognava comportarsi bene. Spiega ad esempio il
babbo di Elena: “Tutti gli anni ricevevo un pezzetto di carbone vero, con una
letterina in cui la Befana mi informava che se non fossi stato buono, l’anno
dopo mi avrebbe portato solo carbone. Il babbo di Majlinda (che viveva a Firenze) racconta: “la sera del cinque gennaio ci riunivamo anche con tutti gli
zii e i cugini per aspettare l’arrivo della Befana. A mezzanotte in punto si
sentiva un gran frastuono provenire dal salotto dove c’era un grande camino:
ecco la Befana tutta vestita di stracci, con le scarpe rotte e con un sacco enorme pieno di regali (dolciumi e carbone vero per i più birichini. Questo era il
momento più atteso ed emozionante di tutto il periodo natalizio”.
Risalendo alla generazione dei nonni, la figura di Babbo Natale era sconosciuta ai più. La festa della Befana era invece tradizione di tutti, a parte chi abitava in altre regioni, in cui i doni ai bambini venivano portati soprattutto per le
feste di San Nicola o di Santa Lucia. Tuttavia la Befana con i suoi regali non
arrivava in tutte le case, e in genere si trattava di regali molto poveri, o tutt’al
più utili (nei casi più fortunati). Nella calza i nonni trovavano soltanto frutta
secca e mandarini, talvolta dolcetti e, qualche volta, le bambine ricevevano una
bambola di pezza. I nonni raccontano: “Non arrivava nessuno dono perché c’era miseria” (nonni di Luca); “I nostri genitori avevano pochi soldi, quindi ci si
accontentava di qualche piccolo dono e nella calza la Befana metteva alcune
caramelle, un mandarino, delle noci ed anche un po’ di carbone vero; allora
non usava quello dolce” (nonna di Marco e Roberto); “Per la Befana ci arrivavano gli aranci, i mandarini le noci e ci riempivano la calza con carbone vero.
Tra i doni c’erano poche caramelle e qualche biscotto (nonno di Carolina). l
nonno di Maicol, di 86 anni, giostraio: “Durante le feste si lavorava con le gio90
strine, ai bambini non si davano neppure caramelle, solo stracci intinti nello
zucchero per farli addormentare”. In alcune famiglie, sia tra i genitori sia tra i
nonni, si usava accogliere la Befana preparandole un po’ di latte o caffè e qualche biscotto, per rifocillarla: “Mettevamo su un tavolo, il più vicino possibile
al caminetto, una tovaglietta e poi la tazza e il piattino più belli e il caffelatte e
i biscotti, che la mamma le preparava lei” (la nonna paterna di Simone).
La vigilia di Natale
La vigilia di Natale costituiva un momento di forte attesa, sia laica che
religiosa. La regola di non mangiare carne era rispettata da diversi genitori e
da tutti i nonni intervistati. I pesci consumati erano soprattutto baccalà e anguilla, in umido o allo spiedo. Un paio di nonne hanno raccontato che nella
loro famiglia i bambini facevano vigilia mangiando spaghetti al tonno o con
la cipolla, ma gli adulti (complice, la miseria) digiunavano del tutto. Nella
nostra regione vi erano alcuni dolci tipici di questo giorno, come i sabadoni
e i cappellacci (in Romagna) ripieni di castagne bollite, macinate ed impastate con succo d’uva. In Puglia invece, durante la cena della notte di Natale
(o anche per l’Immacolata) si mangiavano le pettule, frittelle di farina intinte
nel miele (tuttora in uso). Alla mezzanotte diversi genitori, ma, più ancora, i
nonni, andavano alla Messa con la famiglia. In attesa di questo momento,
spesso nelle case si giocava a tombola. La nonna di Laura ha riferito dell’usanza (non esclusiva della notte di Natale) di andare a veglia.
Il giorno di Natale: il pranzo
Il ritorno per il pranzo natalizio era tradizione, come prevedibile, di tutti i
genitori e i nonni intervistati. Dalle risposte sono emersi alcuni aspetti importanti: a) il momento del pranzo come occasione di tutta la famiglia (intesa
in senso allargato: nonni, zii, cugini) per stare insieme. Per quel giorno “si
preparava la tavola con il servizio di piatti e bicchieri che veniva usato solo
per le grandi occasioni e la mamma preparava cibi molto speciali, ma soprattutto eravamo tutti quanti insieme” (mamma di Marco e Roberto); b) per i
nonni “piccoli” l’aspetto del cibo era particolarmente importante: date le
condizioni di povertà. Il Natale era, per molti, l’unico giorno dell’anno in cui
si poteva mangiare cibi più vari e più abbondanti, quali i tortellini; c) la nostra pur piccola ricerca ha messo in evidenza differenti menù regionali. Riguardo ai primi due punti, preferisco rimandare alla lettura di alcune delle testimonianze riportate integralmente. Circa il terzo punto, si fornisce qui una
91
sintesi. Nella nostra regione il piatto forte della tradizione è sempre stato costituito dai tortellini in brodo, accanto alla carne di pollo o di cappone, arrosto o bollito, e agli insaccati (zamponi e cotechini) con contorni di lenticchie
e purè, o altre salse. Riguardo ai dolci, non vi sono oggi differenze sostanziali rispetto a quando i genitori erano piccoli: si consumavano anche allora torte e dolci al cucchiaio fatti in casa, accanto a prodotti industriali quali panettone e pandoro (però non farciti, come usano adesso). Quando invece erano
piccoli i nonni, i dolci erano esclusivamente casalinghi: pinza, ciambella, raviole, torta di riso, frittelle di riso, panone e certosino, zuppa inglese. Ovviamente, tipi e quantità di dolci consumati dipendevano dalle condizioni economiche delle famiglie (il discorso valeva anche per le carni).
Con i bambini è stato interessante scoprire i cibi tradizionali di altre regioni, di cui riportiamo qui alcuni esempi. Il menù calabrese comprendeva:
pasta al forno, baccalà fritto, lampagioni saltati in padella, olive, salsicce con
le rape, e due dolci tipicamente natalizi (cfr. la testimonianza del papà di Davide V.). A Bari: brodo di tacchino con carciofi fritti, dolci (cartellate, torroni, paste di mandorla). In Toscana: antipasto di crostini (cioè pane abbrustolito con sopra sugo di carne), pasta in brodo di cappone, carne bollita o arrosto; dolci: panforte, cavallucci, schiacciata fiorentina. A Roma: ravioli di carne e agnello alla cacciatora, e, come da noi, insaccati con contorno di lenticchie. Nelle Marche il primo piatto tradizionale era costituito dai cappelletti
in brodo, simili ai tortellini, ma a forma di cappello.
Alcune testimonianze dei genitori
“I giorni che precedevano il Natale erano sempre pieni di allegria e di
emozione. Le strade e le vetrine erano piene di luci addobbi ed il clima era
molto festoso. Anche noi scrivevamo la letterina a Babbo Natale per chiedere i
nostri regali preferiti. Preparavamo l’albero e il presepe con le statuine dei pastori. La sera di Natale si andava alla Messa di mezzanotte; quando si tornava
a casa Babbo Natale aveva già portato i doni sotto l’albero e per noi era una
vera festa!! Il giorno di Natale si preparava un gran pranzo. A Bologna [a casa
della mamma] si mangiava: tortellini in brodo, carne bollita, zampone con purè e lenticchie, frutta secca, torta di riso, certosino e panone. In Calabria [a casa del papà] invece: pasta al forno, baccalà fritto, lampagioni saltati in padella,
olive, salsicce con rape, e soprattutto, dei dolci molto particolari che si fanno
solo a Natale: la “pasta a confetti” e i “crustoli”. La “pasta a confetti” sono
delle piccole palline dolci amalgamate con il miele e con sopra i diavoletti colorati. Il papà inoltre si ricorda del profumo della buccia del bergamotto che
92
veniva messa sul camino. Per la Befana i festeggiamenti erano molto minori:
ci portava i dolciumi e le caramelle nella calza”3.
“Facevamo l’albero di Natale con tante palline colorate, caramelle, un bel
puntale posto in cima all’albero, con tante cordelle dorate ed argentate ed infine tante piccole lampadine che si accendevano e spegnevano in continuazione. L’albero era artificiale e sempre lo stesso tutti gli anni. Il presepe si faceva
usando un po’ di muschio fresco e delle statuine in parte di terracotta e in parte di plastica. C’erano personaggi di tutte le specie... Babbo Natale non faceva
parte delle nostre personali tradizioni. Non ci scambiavamo regali in famiglia:
succedeva una cosa più bella per noi bambini. A scuola, con l’aiuto della
maestra, preparavamo una bella letterina piena di bei pensieri e propositi per i
nostri genitori. Si faceva sulla prima facciata della lettera un bel disegno di
Gesù Bambino e si incollava tanta porporina dorata. Il giorno di Natale la nascondevamo sotto il piatto del babbo, così dopo aver terminato di mangiare la
minestra lui la trovava, la leggeva, si commuoveva e ci dava un bel regalo.
Aspettavamo sempre la Befana perché ci portava regali che noi desideravamo
da tanto tempo, però non le abbiamo mai preparato il latte e i biscotti. Noi facevamo il pranzo di Natale in famiglia. Mangiavamo sempre tortellini in brodo, pollo o cappone, salsa, panettone, zuppa inglese. Il giorno della vigilia
non si mangiava carne ma pesce. Una cosa che succedeva a me [mamma] era
di andare sempre tutti gli anni, dopo il pranzo di Natale, al cinema a vedere il
nuovo film di Disney. In quella circostanza costringevo sempre mia madre a
vederlo due volte. Il giorno dell’Epifania era bellissimo perché trovavo regali
anche sotto il camino delle mie zie e di una carissima vicina di casa. Una cosa
che succedeva a me [papà] era di andare la mattina del primo giorno dell’anno da parenti e conoscenti augurando “Buon anno!”. In questo modo guadagnavo tanti soldini utili per le mie piccole spese di un anno intero”4.
“Prima di Natale c’era l’uso di macellare il maiale. In quel periodo era una
festa perché si mangiavano cose che durante il resto dell’anno non c’era la possibilità di mangiare: i ciccioli freschi e la coppa fresca. Oggi queste non si apprezzano, ma io ricordo con grande nostalgia quei giorni di festa. Facevamo
l’albero di Natale con un ginepro che mio padre prendeva nel bosco ed il presepe lo faceva mia sorella, più grande e più brava di me. Babbo Natale non portava i doni, ma portava tutti gli anni della frutta secca. Non c’è mai stata l’abitudine quando ero piccolo di scambiarci i regali in famiglia. La festa della Befana
era per me molto bella perché questa vecchietta mi portava dei regali e una calza con dei cioccolatini. La nostra famiglia si è sempre riunita per il pranzo del
giorno di Natale. Ci si riuniva alle 12 in punto con i genitori ed i nonni finché ci
sono stati. Il giorno della Vigilia si mangiavano i tortelloni con la zucca e non si
3
I genitori di Davide V.
4
I genitori di Laura; il papà abitava a San Lazzaro e la mamma a Rastignano.
93
mangiava carne. Il Natale per me è una festa che mi ricorda la famiglia unita”5.
Alcune testimonianze dei nonni
“L’albero di Natale quando eravamo piccoli non esisteva perché non faceva
parte della tradizione, mentre il presepe si preparava usando muschio fresco
raccolto nei boschi e poche statuine di terracotta: Maria, Giuseppe, Gesù, l’angelo, il bue e l’asinello. Solo alla fine della guerra abbiamo fatto l’albero di Natale adoperando piccole piante di ginepro addobbate con carte di caramelle avvolte attorno a noci, nocciole, arachidi. Poi appendevano fichi secchi, mandarini
e infine mettevamo tanti batuffoli di cotone idrofilo. Babbo Natale non esisteva
e non si scambiavano i regali in famiglia. La Befana l’aspettavamo con ansia.
Mettevamo tante calze vecchie attaccate al camino o alla stufa a legna. Dentro
trovavamo caramelle, arance, fichi, frutta secca, carbone dolce e quando c’era la
possibilità le bambine ricevevano una bambola di pezza fatta in casa dalla nonna o dalla mamma. Quando eravamo piccoli si faceva il pranzo di Natale insieme alla nostra famiglia. Mangiavamo sempre i tortellini in brodo, il cappone e,
come dolce, la torta di riso oppure la pinza ripiena di marmellata. Il giorno della
vigilia non si mangiava la carne, ma il pesce come baccalà o anguilla. Una cosa
che si faceva sempre era di andare alla Messa di mezzanotte la vigilia di Natale
poi, siccome abitavamo in campagna, durante le sere di festa ci riunivamo insieme ad amici e parenti nella stalla dove faceva un bel caldino. Gli adulti raccontavano storie ai bambini, cantavano, suonavano e ballavano insieme”6.
“Quando eravamo piccoli abitavamo in campagna ed eravamo poveri. Il
Natale era una festa che aspettavamo con molta ansia perché era l’unica occasione in cui potevamo fare qualcosa di diverso. Non abbiamo mai fatto l’albero di Natale ma solo il presepe. Raccoglievamo il muschio nei campi e facevamo la grotta di legno. Nel nostro presepe non c’erano luci perché non avevamo la corrente elettrica: era il camino che lo illuminava alla sera. Nemmeno per le strade c’erano luci o addobbi di Natale, però c’era quasi sempre la
neve e, essendo molto freddo, si formavano dei bellissimi ghiaccioli ai muri,
ai tetti e agli alberi, che sembravano addobbi di vetro. Babbo Natale da noi
non è mai venuto e gli unici regali che ricevevamo erano dei mandarini profumati e delle raviole e per noi era già una grande festa. Il giorno di Natale andavamo in chiesa a recitare delle preghiere che si chiamavano “sermoni”. Il
pranzo di Natale era il più ricco di tutto l’anno... La famiglia era molto numerosa e quindi c’era sempre molta allegria”7.
“Per festeggiare il Natale in famiglia bisognava seguire gli ordini dati dai
propri genitori: andare a Messa e a tutte le cerimonie religiose. Non era possiIl papà di Chiara B. abitava a Castel San Pietro.
La nonna di Laura (68 anni) abitava a Loiano.
7
La nonna di Davide V. (66 anni) abitava a Medicina.
5
6
94
bile fare l’albero di Natale e neanche il presepe perché non eravamo in possesso del materiale necessario, date le scarse possibilità finanziarie. Babbo Natale
arrivava con poche cose ma molto gradite. I regali in famiglia erano pochi ma
molto utili, specialmente i vestiti invernali. La Befana si aspettava con molta
pazienza e tanto entusiasmo, ma purtroppo si era sempre delusi. Non mancava
mai il carbone, c’era la mela e un po’ di frutta secca nella calza appesa al camino. Quando eravamo piccoli si faceva il pranzo di Natale e quello di Capodanno. Si facevano i tortelloni di zucca, poi i tortellini in brodo con un buon
arrosto di tacchino. Il giorno della vigilia si mangiava pesce e baccalà, era severamente vietato mangiare carne. Nel periodo delle feste natalizie non si poteva fare delle gite in montagna a sciare, un po’ per le scarse condizioni finanziarie un po’ per il modo di muoversi con i mezzi di trasporto”8.
“Quando ero piccola, ricordo che i preparativi per il Natale cominciavano
circa un mese prima, quando mia madre, le mie sorelle e io andavamo contente alla “Premiata ditta Scaramagli” in Strada Maggiore a comperare gli ingredienti con cui mio padre, nelle sere successive, preparava i liquori. Non so se
fossero gradevoli perché non li ho mai assaggiati, ma servivano anche per fare
un dolce speciale che mia madre preparava con molta cura. Veniva poi il rito
dei tortellini con la nonna: sapeva fare sfoglie bellissime, che noi bambine ammiravamo tanto, ma che, poi cresciute, abbiamo anche odiato perché, volenti o
nolenti, dovevamo farle. Alcuni giorni prima del Natale si faceva l’albero e il
presepe, ma la cosa che ricordo e che mi faceva trepidare era la preparazione
dei pacchi regalo per i poveri. Allora la povertà era veramente sotto gli occhi
di tutti... Noi però, allora piccole, non capivamo bene le differenze sociali, ed
era per noi un gioco quando il babbo e la mamma cominciavano a preparare le
cosiddette sporte per i poveri. Ognuna di esse, se ben ricordo, era riempita con
carne, farina, fagioli e qualche altra cosa, poi facevano aggiungere a noi dei
dolciumi. Non ricordo dove venivano portate, ma credo in parrocchia. La preparazione del presepe si faceva quasi con devozione. Indubbiamente la religiosità di quel momento era profonda e sentita e tutta la preparazione era rivolta
alla Notte santa della nascita di Gesù. Babbo Natale non portava molti doni. I
regali nelle famiglie c’erano ma si trattava (anche in quelle più abbienti) di cose utili, che si potevano usare durante l’anno. I regali per noi bambini li portava la Befana. C’erano giochi e dolciumi, assieme comunque a cose utili. L’attesa era sempre spasmodica: si appendevano le calze al camino o vicino ad un
fuoco perché la Befana doveva scaldarsi. In casa mia si preparavano anche i
guanti che la Befana regolarmente prendeva per il suo lungo viaggio9.
I nonni di Chiara B. Il nonno (79 anni) abitava a Monterenzio; la nonna (72 anni) a Castel
San Pietro Terme.
8
9
Testimonianza, della nonna materna di Simone (di 73 anni d’età); abitava a Bologna.
95
L’intervista fatta alla nonna nel racconto di Valentina
Quando la mia nonna era piccola non faceva né l’albero di Natale né il presepe; si limitava a cercare un ramo d’abete o di un altro albero e lo addobbava
con sacchettini di cenere e due o tre mandarini. Babbo Natale come doni portava alcuni mandarini. In famiglia non si scambiavano regali perché non c’erano soldi per comprarli. La mia nonna aspettava la Befana con ansia che le portava un po’ di carbone e un po’ di frutta secca. Non poteva però dare alla Befana niente da mangiare perché in famiglia c’era povertà. La mia nonna aveva
una famiglia molto numerosa, formata da altre due sorelle, il papà, la mamma,
uno zio e un cugino. Il pranzo di Natale consisteva nei tortellini in brodo (se
non c’erano i soldi per fare i tortellini si facevano le tagliatelle) e pinza. La vigilia di Natale non si mangiava carne; la mia nonna e le sue sorelle mangiavano gli spaghetti al tonno, invece gli adulti stavano a digiuno. Gli unici divertimenti della nonna erano riunirsi con le sue amiche per cantare e ballare10.
L’intervista fatta alla nonna nel racconto di Edoardo
“I nonni, genitori della mamma, hanno sempre abitato a Crevalcore, in
campagna, La vigilia di Natale a casa del nonno Marcello si mangiava: spaghetti al tonno, pesciolini “birichini” fritti, anguilla al forno. I dolci erano: sabadoni (raviole bagnate di liquore) certosino. Al centro della tavola veniva
messo un piatto con: un rocchetto di filo, semi di grano duro, farina, filo di
canapa. Il piatto rappresentava un augurio di abbondanza per l’anno nuovo. In
quella notte venivano tramandate le formule per “segnare” i mali (bruciature,
strappi, fuoco di Sant’Antonio). Il nonno del nonno in quella notte per tenere
lontani i ladri tutto l’anno faceva sette giri intorno alla casa pronunciando una
formula “magica”. A casa mi ha raccontato che il suo babbo non voleva che
lei e le sue sorelle mangiassero i sabadoni prima della vigilia, per questo li
chiudeva in dispensa. Quando andavano in dispensa il babbo le faceva fischiare, così era sicuro che non li mangiavano. Loro furbette andavano sempre in
coppia, così una mangiava le raviole e l’altra fischiava. A casa della nonna
Luisa per la vigilia preparavano un primo a base di pesce, e di secondo anguilla con patate al forno; per dolce il pane di Natale e le pesche ripiene di
crema. A casa del nonno Marcello, in Toscana, preparavano il ribollito come
primo, e baccalà con patate. Il nonno mi ha raccontato che alla fine del pranzo
si riunivano intorno al fuoco e i nonni raccontavano storie fino a tardi.
10
La nonna di Valentina ha 71 anni; abitava a Pianoro, ai confini con San Lazzaro.
96
Immagini da cartolina
di Federica Rossi
L’apparato fotografico qui pubblicato riproduce, integralmente, la sezione relativa al territorio di San Lazzaro della raccolta di Luigi Fanti, collezionista bolognese che ha ricercato, in una
vita di attività e passione, cartoline d’epoca riguardanti la Regione Emilia-Romagna1. Acquisito
– in questa sua parte – dall’Archivio storico comunale nell’autunno del 1999, il fondo Fanti riveste un duplice interesse: da un lato, infatti, testimonia l’aspetto del territorio agli inizio del
XX secolo; dall’altro, trattandosi per lo più di cartoline spedite, offre uno spaccato sociologico
e comunicativo della vita di inizio secolo.
In calce alle immagini riportiamo la loro descrizione (compilata secondo le norme di catalogazione indicate nel volume La fotografia. Manuale di catalogazione a cura di Giuseppina
Benassati, introduzione di Marina Miraglia, Bologna, Grafis, 1990) e, in corsivo, i testi completi delle dediche, scritte sui retro delle cartoline, laddove presenti. L’indicizzazione che segue offre un quadro immediato e d’insieme dei soggetti rappresentati.
INDICE PER SOGGETTI
Ponte Idice 21
San Lazzaro di S. 9, 43, 49, 53
San Lazzaro di S. - Barca 23, 37
San Lazzaro di S. - Monumento ai caduti 22, 53
San Lazzaro di S. - Palazzo comunale 32, 53, 57
San Lazzaro di S. - Palazzo Dell’Aglio 36
San Lazzaro di S. - Ponte Savena 24, 40, 50, 53
San Lazzaro di S. - Stazione 31, 33, 41, 46, 53
San Lazzaro di S. - Tabaccheria 40, 53
San Lazzaro di S. - Via Emilia 1, 8, 47
San Lazzaro di S. - Villa Bagnoli 42
San Lazzaro di S. - Villa Barbieri 44
San Lazzaro di S. - Villa Becucci 58
San Lazzaro di S. - Villa Bosdari Cicogna 55, 59
San Lazzaro di S. - Villa Clelia 60
San Lazzaro di S. - Villa Iussi 45
San Lazzaro di S. - Villa Rodriguez 10, 35, 38, 53
San Lazzaro di S. - Villa Samoggia 56
San Lazzaro di S. - Villa Stanzani 34
Bologna - Castello Cassarini 20
Campana 1
Caselle 2
Caselle - Chiesa 54
Castel de’ Britti - Casa Turtura 4
Castel de’ Britti - Chiesa 5, 27, 29
Castel de’ Britti - Villa Malvezzi 3, 30
Castel de’ Britti - Villa Spada 61, 62
Colunga - Chiesa 6, 7, 51
Croara 11, 12, 13
Farneto - Grotte 48
Farneto - Villa del Seminario 14, 15
Idice 16, 17, 18
Idice - Silos 19
Pizzocalvo - Chiesa 26, 52
Pizzocalvo - Ponte sul Savena 24
Pizzocalvo - Salita alla chiesa 28
Pizzocalvo - Villa Bandiera 52
Pizzocalvo - Villa Conte Minutoli 25, 52
Parte di questo materiale venne proposto da Fanti in una mostra alcuni anni fa. Si veda il catalogo 1° centenario nazionale della cartolina illustrata d’epoca. Bologna 23 maggio-7 giugno 1992. Dalla raccolta di Luigi Fanti,
Bologna, Fanti, 1992.
1
97
1. *Campana di S. Lazzaro di Savena : via Emilia / [Anonimo]. - Bologna : Cartovendita [D.V.B.], [19..]. - 1 cartolina ; 90x150 mm. ((Tit. dattiloscritto. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo.
Fanti 46
2. *Caselle di S. Lazzaro di Savena / [Anonimo]. - [esec. 1942?]. - 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Timbro a
secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - A matita data: 1942.
Fanti 7
98
3. *Castel de Britti : Villa Malvezzi / [Anonimo]. [Idice] : Ed. Ditta Bertuzzi, droghe, salumi, [19..] (Milano : Stab. Segale e Radaelli). - 1 cartolina ; 89x139
mm. ((Tit. tip. - Numero: 18868. - Timbro a secco:
Collezione di Luigi Fanti, Bo.
Fanti 48
4. *Castel de Britti (Bologna) : Casa Turtura / [Anonimo]. - [esec. ante 1942]. - 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. Numero: 9887. - Timbro a secco: Collezione Materazzo. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Distinta Signora Carolina Bosdari / via S. Felice 40 Bologna / 18.11.42 / Saluti cari e affettuosi da Castel de’ Britti. / Lucia Osti
Fanti 18
99
5. *Chiesa di Castel de’ Britti : Prov. di Bologna / [Anonimo]. - Bologna : Ed. G. Mengoli, [ante 1903]. - 1 cartolina
; 87x137 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Alla gentilissima famiglia Rossi / villa Tarozza Nonantola / prov. di Modena / Ilda e Carolina inviano affettuosi
saluti / 15.10.03
Fanti 29
6. *Colunga : S. Lazzaro di Savena : Chiesa Parrocchiale / [Anonimo]. - Colunga : Ediz. Zocca Ida, [ante 1932]. - 1
cartolina ; 89x139 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Giulia Laudisio Pragatto per Crespellano / Bologna / Colunga 6.8.32 / Saluti sinceri / Celeste
Fanti 23
100
7. *Colunga (Bologna) : S. Lazzaro di Savena : un saluto / [Anonimo]. - [esec. ante 1911]. - 1 cartolina ;
91x140 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di
Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Egregio Capitano Medico Signor Salvatore Anzà / Fermo posta Portomaggiore (Ferrara) / Colunga, 8.7.11 /
Così sola, sola, caro mi giunge un pensiero gentile e
grata le sono / Tanti saluti Matilde
Fanti 22
8. *Comune di S. Lazzaro : sulla via Emilia : la Stazione del Tram Bologna-Imola / [Anonimo]. - Bologna : C.A. Pini, [ante 1911]. - 1 cartolina ; 86x135 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 79241. - Timbro a secco:
Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Signorina Laura Bonola / villa Zucchini / via Crocetta Bologna / Sempre ricordando / saluti G. Fantinelli / 19.7.11
Fanti 2
101
9. *Comune di San Lazzaro di Savena : Vallata e veduta dal Ponte Idice fuori porta Mazzini sulla via Emilia :
Provincia di Bologna / [Anonimo]. - Bologna : Edit. G. Mengoli, [ante 1911]. - 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. Ed. preceduto da numero: 1612. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Gentil Signora Santina Rossi Riva / villa Tarozza Nonantola (Prov. di Modena) / Bologna / 31.10.11 / Auguri affettuosissimi e saluti cordiali / Ilda Carolina Giuseppe Gian Luigi
Fanti 12
10. *Convalescenziario di S. Lazzaro (Prov. Bologna) / A. Villani. - [Bologna] : Ediz. e fotografia di A. Villani, [ante
1934]. - 1 cartolina ; 86x137 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione Materazzo. - Timbro a secco: Collezione
di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Alla S. Angiolina Cucchi / via Zamboni 3 ... 1935 / Cara Angiolina è già da qualche giorno che mi trovo qui al convalescenziario e ne sono contento in quanto ... si prende il vaporino che parte da porta maggiore che parte alle 3 quando farai il biglietto per il convalescenziario non per S. Lazzaro. Ho scritto una cartolina alla Livia. Saluterai i tuoi ...
Fanti 26
102
11. La *Croara : S. Lazzaro di Savena (Bologna) / [Anonimo]. - [Bologna] : G. Castelli, [19..]. - 1 cartolina ;
87x137 mm. ((Tit. tip. - Numero: 13 25502.
Fanti 45
12. *Croara : S. Lazzaro di Savena (Bologna) / [Anonimo]. - [esec. ante 1915]. - 1 foto formato cartolina ; 86x137
mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Al soldato Giuseppe Volpi / 9 artiglieria fortezza 8 compagnia 3 gruppo zona di guerra / Bologna 24 luglio 1915 /
Caro Pippo il giorno 18 ti spedì una lettera assicurata con £. 100. Scrivimi appena ricevuti. Collina a pagato ad
Oreste le £. 500. anzi a fatto un libretto alla Cassa di risparmio in testato Attilio Serafini come avevo una volta a
vedere se mi va fortuna mio mezzo £. 250 e le altre a fatto una cambiale per oreste che mi a dato il sei del cento stai
bene come stiamo noi e ricevi tanti bacioni dal tuo babbo che a voglia di vederti.
Fanti 17
103
13. La *Croara : S. Lazzaro di Savena (Bologna) / [Anonimo]. - [esec. ante 1916]. - 1 cartolina ; 86x136 mm. ((Tit.
tip. - Numero: 13 25502. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
All’aspirante sottotenente Volpi Giuseppe / Batteria 549 34 Divisione Zona di guerra / Bologna 13.4.16 / Caro Pippo prima di tutto ti avverto che noi stiamo bene e che io ti o sempre scritto un giorno si e uno no anzi ti scrissi che
Tabellini era morto che non occorreva più scriverli il priore è malato ma ti scrivera presto in risposta alla tua lettera bellissima cosi dice lui che ai scritto; fanne ricerca di quelle lettere perche come ti dico io e sempre scritto ti
salutano i zii e ti mando tanti baci dal tuo babbo a il valia non lavrai spedito.
Fanti 47
14. *Farneto : Villa del Seminario / [Anonimo]. - Bologna : Ed. G. Mengoli, [19..]. - 1 cartolina ; 89x137 mm. ((Tit.
tip. - Ed. preceduto da numero: 1233. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Signor Gioachino Rossi / Modena Piazza Reale 7 / Tanti saluti e baci a tutti / Emma / Castel de’ Britti 27.05.1907
Fanti 43
104
15. *Farneto : Villa del Seminario : Comune di S. Lazzero di Savena (Provincia di Bologna) / [Anonimo]. - Bologna
: Ed. G. Mengoli, [ante 1907]. - 1 cartolina ; 90x139 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 1234. - Timbro a
secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Silvestro Gambarini / villino Adelina Salsomaggiore / Affettuosamente ricordando / Oreste Mazzamuti
Fanti 56
16. *Idice : S. Lazzaro di Savena / [Anonimo]. - [Idice (Bologna)] : Ed. Bertuzzi, Droghe, Salumi, [ante 1901]. - 1
cartolina ; 86x136 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Signora Giulietta Laporetti / Maggiore, 75 Bologna / 18 dicembre 1901 / Mauro
Fanti 10
105
17. *Idice : S. Lazzaro di Savena / [Anonimo]. - [Idice (Bologna)] : Ed. Bertuzzi, Droghe, Salumi, [ante 1901]. - 1
cartolina ; 84x136 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Signora Giulietta Laporetti / Maggiore, 75 Bologna / 18 dicembre 1901 / Mauro
Fanti 8
18. *Idice : via Emilia : S. Lazzaro di Savena (Bologna) / [Anonimo]. - Bologna : Ed. G. Mengoli, [ante 1905]. - 1
cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Ed. seguito da numero: 641. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. Destinatario e messaggio ms.
Alla gentil Signorina Cornelia Ferrari / del prof. Celeste Sassuolo per Braida Modena / 14.9.05 / Saluti affettuosi /
Mimmo e Angelino
Fanti 21
106
19. *Idice (S. Lazzaro di Savena) : Silos / [Anonimo]. - [Idice] : Ed. Ditta Bertuzzi, Droghe, Salumi, [ante 1940]
(Stab. Segale e Radaelli). - 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. Fanti 32
20. *Inaugurazione della Parte Anteriore del Castello che il Cav. Clodoveo Cassarini fa erigere nel suo parco in S.
Antonio di Savena (Bologna) / Castelli Giovanni, fotografo. - Bologna : Castelli, [19..]. - 1 cartolina ; 88x138 mm.
((Tit. tip. - Numero: 10 43710. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo.
Fanti 15 [cartolina non inerente il territorio di S. Lazzaro]
107
21. *Località Ponte Idice : S. Lazzaro di Savena (Bologna) / [Anonimo]. - Trieste : Vittorio Stein [deposé], [ante
1916]. - 1 cartolina ; 87x136 mm. ((Tit. tip. - Ed. seguito da numero: 39/3115. - Timbro a secco: Collezione di Luigi
Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Egregio signore Capitano Medico Salvatore Anzà / Sezione di Sanità della 8a divisione di armata zona di guerra /
Saluti e pensieri affettuosi / Marinetta / 5.10.16
Fanti 40
22. *Monumento ai caduti : Sa Lazzaro di Savena / [Anonimo]. - Bologna : Ediz. G. Bonvicini, [ante 1929]. - 1 cartolina ; 87x138 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di
Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Signora Isolina Batacchi Legnani / Albergo Aquila d’oro
Viareggio / Frazione Alemanni 140 / 4.8.29 / tanti saluti e
cordialità / Elio e Maria Bettini
Fanti 37
108
23. *Osteria della Barca in Castel de’ Britti : San Lazzaro di Savena / [Anonimo]. - Bologna : Ed. G. Mengoli, [ante
1911]. - 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 1965. - Timbro a secco: Collezione di Luigi
Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Signorina Carmelita Pasini Baricella / Baci affettuosi a te e distinti saluti a babbo e mamma / Lina tua / Castel de’
Britti 8.7.11 Bologna
Fanti 44
24. *Passerella sul fiume Idice sotto Pizzocalvo : S. Lazzaro di Savena (Bologna) / [Anonimo]. - Bologna : G. Mengoli, [ante 1904]. - 1 cartolina ; 88x138mm. ((Tit. tip. - Ed. seguito da numero: 559. - Timbro a secco: Collezione di
Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Alle Signorine Rossi villa Tarozza / Nonantola Prov. di Modena / Baci e saluti affettuosissimi / Ilda
Fanti 58
109
25. *Pizzocalvo : San Lazzaro di Savena (Bologna) / [Anonimo]. - Lucca : Ed. A. Cuccolo, [19..]. - 1 cartolina ;
88x136 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: a6015. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Contessa Silvia Farini / Palazzo Farini Ravenna / Carissimo. Grazie tua lettera e del tuo interessamento. Sandro è
alla scuola agraria di Imola speriamo come posto molto bello e stanno a dire di Sandro. ...io sempre a Varno ci
dovremo decidere tornare a Lucca quando ci vedremo? / Baci Tecla
Fanti 42
26. *Pizzocalvo (S. Lazzaro di Savena) : Chiesa Parrocchiale / [Anonimo]. - Idice (Bologna) : Ed. Ditta Bertuzzi,
[ante 1923]. - 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione Trebbi, Bologna. - Timbro a secco:
Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Anna Kamenar / via Roma 17 Bologna / Rino
Fanti 5
110
27. *Provincia di Bologna : Chiesa e veduta di Castel de’ Britti nel Comune di San Lazzaro di Savena a km. 12 fuori
porta Mazzini / [Anonimo]. - [esec. ante 1911]. - 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di
Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Ill.mo e rev.mo Mons. Pietro Gaiani / Parroco a San Martino Bologna / via Cavaliera, 25 / Castel de’ Britti, 29
giugno 1911 / Rispettosi auguri ed ossequi anche da parte della famiglia / don Giuseppe Bertusi
Fanti 59
28. *Provincia di Bologna : Ponte e Salita alla Chiesa di Pizzocalvo, fuori Porta Mazzini a km. 10 nel Comune di
San Lazzaro di Savena / [Anonimo]. - Bologna : Edit. G. Mengoli, [ante 1912]. - 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip.
- Ed. preceduto da numero 1605. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Signora Santina Riva Rossi / villa Tarozza Nonantola (Prov. di Modena) / 19 settembre 1912 / Cara mamma, dopo un
viaggio felicissimo siamo qui giunti festosamente accolti dai cugini e dai coniugi Reggiani che erano qui a passare la
giornata. Tanto io che Severina siamo liete di essere qui, ma pensiamo tanto e caro affetto a voi tutte. Peppino parte
questa sera stessa per Firenze. I cugini mirano a voi tutti saluti e noi vi baciamo con affetto. / Angelina e Severina
Fanti 4
111
29. *Provincia di Bologna : Chiesa e veduta di Castel de’ Britti nel Comune di San Lazzaro di Savena a km. 12 fuori
porta Mazzini / [Anonimo]. - Bologna : Ed. G. Mengoli, [ante 1913]. - 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Timbro
a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Gentilissimo Signorino Giuseppe Campagnoli / S. Stefano, 105 Bologna / Lì 15.8.13 / Ti ringrazio e contraccambio i
miei saluti / tua zia Amelia
Fanti 25
30. *Provincia di Bologna : Castello Malvezzi presso Castel de’ Britti nel comune di San Lazzaro di Savena a km.
12 fuori porta Mazzini / [Anonimo]. - Bologna : G. Mengoli, [ante 1908]. - 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Ed.
preceduto da numero: 1607. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Signorina Antonietta Ghedini / Argelato Funo Prov. di Bologna / Affettuosamente ricordandoti, ringrazio tua cartolina graditissima e ricambio saluti cordiali anche per le zie. / Tua Giulia / Russo, 9.9.08
Fanti 49
112
31. *Provincia di Bologna : Comune di San Lazzaro di Savena : Stazione Idice sulla via Emilia fuori porta Mazzini /
[Anonimo]. - Bologna : Edit. G. Mengoli, [ante 1912]. - 1 catolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero 1609. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messsagio ms.
Egregio Dottore Capitano Salvatore Anzà / 35 Regg. Fanteria Corpo di spedizione in Tripolitania / Ringraziando
gentil pensiero distintamente la saluto Maria Mo... / Colunga 25.9.12
Fanti 1
32. *S. Lazzaro (Bologna) : Palazzo Comunale / [Anonimo]. - Bologna : C.A. Pini, [ante 1908]. - 1 cartolina ;
87x136 mm. ((Tit. tip. - Ed. seguito da numero: 22347. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Alla carissima sig Carmelita Pasini / Bologna Baricella / Grazie del tuo pensiero gentile, saluta babbo e mamma
per noi e a te un bel bacio / Giulietta
Fanti 13
113
33. *S. Lazzaro di Savena : Stazione : dintorni di Bologna / [Anonimo]. - Bologna : C.A. Pini, [ante 1905]. - 1 cartolina ; 86x137 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 24. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. Destinatario e messaggio ms.
Alla signora Isolina Batacchi-Legnani / Bologna Lavino di Mezzo / Sabato, 21 ottobre 1905 / Baci affettuosi e l’ultimo saluto da Peppina tua
Fanti 60
34. *S. Lazzaro di Savena : Villa Stanzani / [Anonimo]. - Bologna : G. Mengoli ; S. Lazzaro : Vittorio Romagnoli,
Corameria, [ante 1923]. - 1 cartolina ; 86x136 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 2537. - Timbro a secco:
Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Gentil Signora Isolina Batacchi Legnani / Albergo Aquila d’oro Viareggio (Lucca) / S. Maggiore, 25 agosto / Ricambiando cordialmente saluto / Maria Bettini
Fanti 16
114
35. *S. Lazzaro di Savena : Convalescenziario / [Anonimo]. - Dozza Imolese : Edit. Stanghellini, [ante 1941]
(Bologna : Fotolipie Fornaciari). - 1 cartolina ; 90x138 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti,
Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Sig. Gent.mo Condominio / Torino 10.12.41 / Rinnovo auguri e affetto pensieri […] / M. Emiliano
Fanti 31
36. *S. Lazzaro di Savena : Palazzo Dell’Aglio / [Anonimo]. - Bologna : G. Mengoli, [ante 1913]. - 1 cartolina ;
89x138 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 2393.
- Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Egregia Signora Isolina Batacchi Legnani / Bologna
Lavino di Mezzo / S. Lazzaro 31 agosto 13 / Mia Isolina,
ringraziamo vivamente il gentilissimo fotografo e te per
la premura del lavoro ad inviare le fotografie. Ho fatto,
per conto mio solenne proposito di non più posare. Riescito è il gatto e riescitissima la casa, l’unica, quest’ultima, della quale ringraziando per la gentile offerta
chiederemmo qualche copia, a tutto comoda di Italo. A
lui e alla famiglia tutta i nostri cordiali saluti. A Te, a
Leopoldo e ad Aldo un abbraccio affettuoso dalla affezionatissima Ester.
Fanti 50
115
37. *S. Lazzaro di Savena : Barca / [Anonimo]. - [S.l.] : Ed. Giulio Meotti, tabaccheria, [ante 1934]. - 1 cartolina ;
88x138 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 7-6581. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Gent. sig.ra Ciocca Giuseppina / via Orsolani, 20 (Milano) Bruzzano / Saluti cari a tutti / Franco
Fanti 14
38. *S. Lazzaro di Savena : Villa Rodriguez / [Anonimo]. - S. Lazzaro di Savena : Ediz. Vittorio Romagnoli, [ante
1928]. - 1 cartolina ; 87x137 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 98c. - Timbro a secco: Collezione di Luigi
Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Preg.ma Famiglia Legnani / Lavino di Mezzo Bologna / S. Lazzaro / 16.08.28 / Ringrazio e ricambio a tutti i baci affettuosi / Saluti dalla mia famiglia / Carlo Macchi
Fanti 33
116
39. *S. Lazzaro di Savena : Tabaccheria e corameria principale / [Anonimo]. - Bologna : G. Mengoli ; S. Lazzaro :
Vittorio Romagnoli, [ante 1926]. - 1 cartolina ; 88x137 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 2547. - Timbro a
secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Signora Isolina Batacchi Legnani / via Pratello 3 Bologna / S. Lazzaro 6.8.26 / Ricambio i saluti cordialissimi / Elio
e Maria
Fanti 35
40. *S. Lazzaro di Savena : il ponte sul fiume Savena / [Anonimo]. - Bologna : G. Mengoli ; S. Lazzaro : Vittorio
Romagnoli, Corameria, [ante 1925]. - 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 2197. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Signora Isolina Batacchi Legnani / Bologna Pratello 3 / Ricambio pensiero gentile con affetto / Maria Bellini
Fanti 52
117
41. *S. Lazzaro di Savena : stazione tram : via Emilia / [Anonimo]. - [esec. ante 1929]. - 1 cartolina ; 89x139 mm.
((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Gent.ma Signora Isolina Batacchi Legnani / Lavino di Mezzo Bologna / San Lazzaro 09.09.29 / Sarà tanto buona
perdonarmi se la ringrazio un po’ in ritardo degli auguri fattimi per il mio onomastico. Avendo sola avuto la cartolina al ritorno dalla montagna. Voglia gradire tutti i miei più affettuosi saluti e baci. / Elena Macchi
Fanti 63
42. *S. Lazzaro di Savena : Villa Bagnoli : Parte posteriore (Prov. di Bologna) / [Anonimo]. - [esec. ante 1906]. - 1
cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Gentilissima Sig.ra Clotilde Venturi / via Camaleonte, 9 Ferrara / Come state? Noi tutti bene. / Saluti affettuosi e
baci a tutti voi. / Onorina Ceccarelli / Colunga 18 settembre
Fanti 9
118
43. *S. Lazzaro di Savena : dintorni di Bologna / [Anonimo]. - Bologna : Edit. C.A. Pini, [ante 1904]. - 1 cartolina ;
86x137 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 334. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Ai gentilissimi coniugi sig. Giovanni e Clandina Pasini / Bologna Baricella / S. Lazzaro 18.10.04 / In attesa di
presto vedervi, v’inviamo intanto un saluto ed un ringraziamento sincero / Natale e Giulietta
Fanti 19
44. *S. Lazzaro di Savena : Villa Barbieri già Pepoli / [Anonimo]. - Bologna : G. Vettori, [ante 1937]. - 1 cartolina ;
87x137 mm. ((Tit. tip. - Destinatario e messaggio ms.
Preg.mo Signore avv. Francesco Andreani / Pesaro viale Palestro / Un cordialissimo saluto dai colleghi / Bologna
15.6.37 / Gori Curganico
Fanti 28
119
45. *S. Lazzaro di Savena : Villa Iussi / [Anonimo]. - [San Lazzaro] : Romagnoli, [ante 1916]. - 1 cartolina ; 86x136
mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero 40617. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e
messaggio ms.
Signor Enrico Saviotti e signora / via Guerrazzi, 14 Bologna / Da S. Lazzaro di Savena / Ringraziamenti
Ricambiamo cordialissimi saluti / Gustavo Cavanna e famiglia
Fanti 3
46. *S. Lazzaro di Savena : La stazione / [Anonimo]. - S. Lazzaro di Savena : Edit. Vittorio Romagnoli, [ante 1936]
(Bologna : Fototipie Fornaciari). - 1 cartolina ; 88x139 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti,
Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Signora Luisa Montanari Reggiani / villa Montanari Stuppione di Modena / S. Lazzaro 18.7.36 / Grazie della tua
cartolina che ricevetti con tanto piacere volevo scriverti subito ma sono stato e sono ancora inferma per una caduta. Telefonai a casa tua e tuo marito mi rispose che tu eri ancora in campagna. Oggi ti raggiunge questa mia cartolina, a giorni ti scriverò a lungo. Sono a S. Lazzaro dove rimarrò tutta la stagione. / Tutte le mie cordialità affettuosamente / Amelia Fo... / Villa Vittoria S. Lazzaro Bologna
Fanti 36
120
47. *S. Lazzaro di Savena / [Anonimo]. - [esec. ante
1922]. - 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Timbro a
secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e
messaggio ms.
Franca Grabau nata contessa Spada / alla sua villa S.
Pancrazio Lucca / S. Lazzaro 2.10.33 / Auguri infiniti
per il tuo onomastico / Nicoletta
Fanti 38
48. *S. Lazzaro di Savena : Saluti dalle Grotte di Farneto / [Anonimo]. - [S.l.] : Prop. ris. Iolanda Ventura, [ante 1930].
- 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Signor Serafini Gaetano / S. Vitale 51 Bologna / Carmelita Serafini e Italia / S. Lazzaro 7.8.30
Fanti 24
121
49. *S. Lazzaro di Savena : via principale : dintorni di Bologna / [Anonimo]. - Bologna : C.A. Pini, [ante 1902]. - 1
cartolina ; 87x135 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
A Mademoiselle Luce Bailly Fayl Billof / Haute Marne France / Tante mentasti / Capitano d’Artiglieria
Fanti 61
50. *S. Lazzaro di Savena sulla via Emilia a 5 km. fuori porta Mazzini : Ponte sul Savena / [Anonimo]. - Bologna :
Edit. Mengoli, [ante 1908]. - 1 cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 1764. - Timbro a secco:
Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Gentil Signora Sig Clandina Pasini / Bologna Baricella / Auguri sinceri a te e famiglia / Natale e Giulietta / S. Lazzaro 28-12-08
Fanti 11
122
Zacconi, Luigi D.
51. *Saluti da Colunga : S. Lazzaro di Savena (Bologna) / Fot. D. Luigi Zacconi. - [esec. 19..]. - 1 cartolina ; 86x136
mm. ((Tit. tip. - Numero: 1396. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Al dottore Cav. Salvatore Anzà / Maggiore medico sezione di sanità della 8. divisione 2. armata zona di guerra /
Tante cose affettuose / Nino / 2 agosto
Fanti 51
52. *Saluti da Pizzocalvo : Chiesa arcipretale di Pizzocalvo, Villa Conte Minutoli, villa Bandiera / [Anonimo]. - [esec. ante 1933]. - 1 cartolina ; 87x136 mm. ((Tit. tip. - Numero: 828c. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti,
Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Egregia sig.ra Clelia Zanca / villa Arpinati viale Carducci Riccione / Pizzocalvo 10.8.33 / Gent.ma Signora / Sempre memore delle gentilezze sue e della sua famiglia le invio anche a nome di mio marito i più distinti saluti. Alba
ricorda sempre Attilio e Francesco e invia cose affettuose Cesarina Bonazzi / Saluti alla sig. Iola
Fanti 39
123
53. *Saluti da S. Lazzaro di Savena / [Anonimo]. - S. Lazzaro : Vittorio Romagnoli, [19..]. - 1 cartolina ; 86x137
mm. ((Tit. tip. - Contiene immagini di: Palazzo Comunale, Tabaccheria centrale, Ponte sul Savena, la Stazione,
Mon. ai caduti, Villa Rodriguez. - Ed. preceduto da numero: 98c. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. Destinatario e messaggio ms.
Gentil Signorina Serafini Carmelita / via S. Vitale 51 Bologna / Ricordandola saluti dal convalesenziario / Marino
Martelli / Mio indirizzo: S. Lazzaro di Sav. Villa Rodriguez
Fanti 20
54. *Saluti dalle Caselle di S. Lazzaro di Savena / [Anonimo]. - [S.l.] : Ed. Enrico Minghetti, [ante 1928]. - 1 cartolina ; 87x139 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 056407. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. Destinatario e messaggio ms.
Preg.ma Signora Isolina Batacchi Legnani / Lavino di Mezzo Bologna / S. Lazzaro 21 agosto 28 / Ringrazio e ricambio con affetto gli auguri la bacio / Elena Marchi
Fanti 27
124
55. *San Lazzaro : Palazzo Bosdari Cicogna / [Anonimo]. - Bologna : G. Mengoli, [ante 1919]. - 1 cartolina ;
86x136 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 2438 Z. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Signorina Maria Legnani / Pratello 3 Bologna / S. Maggiore 11.9.19 / Sinceri e affettuosi auguri / Maria Bettini Alfonsa Alberto Bettini
Fanti 30
56. *San Lazzaro di Savena : Villino Samoggia / [Anonimo]. - Bologna : G. Mengoli ; S. Lazzaro : Vittorio Romagnoli, [ante 1921]. - 1 cartolina ; 90x137 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 2392. - Timbro a secco:
Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Gentil Signorina Maria Legnani / Lavino di Mezzo Bologna / 8.9.21 / Sinceri auguri e saluti affettuosi / Maria Bellini Alfonso Alberto
Fanti 34
125
57. *San Lazzaro di Savena sulla via Emilia a 5 km. fuori Porta Mazzini : chiesa / [Anonimo]. - Bologna : Mengoli ;
S. Lazzaro : Romagnoli, [ante 1922]. - 1 cartolina ; 91x141 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da numero: 1768. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Gentil Signora Isolina Legnani / via Pratelli, 3 Bologna / Ringrazio degli auguri che gentilmente mi ha inviato. Le
porgo i miei saluti a nome della mia famiglia che prega di estenderli a tutta la sua e con distinta stima mi onoro raffermare devotissima Bettini / 8 agosto 22
Fanti 62
58. *Villa Becucci : San Lazzaro : Bologna / [Anonimo]. - S. Lazzaro di Savena : Romagnoli Vittorio, [ante 1932]. 1 cartolina ; 138x89 mm. ((Tit. tip. - Ed. preceduto da n.: 632c. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. Destinatario e messaggio ms.
Signorina Lida Bolognesi / Mulino Ca’ di Gesso Rignano Bologna / Gaby / S. Lazzaro il 21 agosto 1932
Fanti 55
126
59. *Villa Bosdari : S. Lazzari di Savena, Bologna / [Anonimo]. - [S.l.] : G. Castelli, [ante 1908]. - 1 cartolina ;
137x85 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Ranuzzi de Bianchi Fattoria Ranuzzi / Piano del Voglio Prov. di Bologna / Bella ... Bice Bosdari
Fanti 54
60. *Villa Clelia / [Anonimo]. - [esec. ante 1908]. - 1 cartolina ; 87x138 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione
di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Sign.na Filitala Martelli / S. Vitale 31 Bologna / 21.12.08 / Auguri per il S. Natale e prossimo nuovo anno / Amalia
Bettini
Fanti 41
127
61. La *Villa Spada : Castel De’ Britti : veduta della “Barca” / [Anonimo]. - [Bologna] : Fot. bolognese, [ante 1924].
- 1 cartolina ; 138x88 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo. - Destinatario e messaggio ms.
Tenente Marchesi Laerte / 30 Artiglieria Campi Pavullo nel Frignano Modena / Baci tanti / Maria Luisa / 24.08.24
Fanti 53
62. *Villa Spada : Castel de’ Britti : San Lazzaro di Savena / [Anonimo]. - Bologna : Edit. G. Mengoli, [19..]. - 1
cartolina ; 88x138 mm. ((Tit. tip. - Timbro a secco: Collezione di Luigi Fanti, Bo.
Fanti 6
128